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lunedì 5 giugno 2017

Mara Cagol, il coraggio da non dimenticare

Un anniversario importante, 42 anni dopo. Siamo in un altro mondo, certamente. Ma non sembra inutile ricordare quel che secondo il potere dovrebbe restare maledetto e ignorato.

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Il 5 Giugno 1975, presso la cascina Spiotta, in provincia di Alessandria, veniva assassinata, durante un conflitto a fuoco con i Carabinieri, Margherita Cagol, la compagna Mara, tra i fondatori delle Brigate Rosse. Uso volutamente il termine assassinata perché, sin dall’inizio, la versione dei Carabinieri stride con i risultati dell’autopsia, secondo cui: «Margherita è seduta a braccia alzate e le è stato sparato un solo colpo di pistola sotto al braccio sinistro: un colpo per uccidere». Bugie rituali e a cui siamo avvezzi, da parte delle forze dell’ordine. Ieri come oggi.

Per il “democratico” Stato italiano e l’insulsa morale borghese che lo nutre, pertanto, Mara è stata ed è una terrorista da annientare, fino a cancellarne la memoria. Per noi, viceversa, Mara è e sarà sempre una compagna, una combattente, una donna sensibile e colta, caduta per i suoi ideali comunisti di Libertà, Uguaglianza e Giustizia. Dunque, tenacemente vogliamo ricordarla. Tenacemente vogliamo onorarne la memoria. Ad esempio, andando a rileggere quanto scrisse, poco dopo l’arresto di Alberto Franceschini e di Renato Curcio, suo compagno di vita e di lotta, ai genitori:
«Ora tocca a me e ai tanti compagni che vogliono combattere questo potere borghese, ormai marcio, e continuare la lotta. […] È giusto e sacrosanto quello che sto facendo, la storia mi dà ragione come l’ha data alla Resistenza nel ’45. Ma voi direte, sono questi i mezzi da usare? Credetemi, non ce ne sono altri. Questo stato di polizia si regge sulla forza delle armi e chi lo vuol combattere si deve mettere sullo stesso piano. In questi giorni hanno ucciso con un colpo di pistola un ragazzo, come se niente fosse: aveva il torto di aver voluto una casa dove abitare con la sua famiglia. Questo è successo a Roma, dove i quartieri dei baraccati, costruiti coi cartoni e vecchie latte arrugginite, stridono in contrasto alle sfarzose residenze dell’EUR. Non parliamo poi della disoccupazione e delle condizioni di vita delle masse operaie, nelle grandi fabbriche della città. È questo il risultato della “ricostruzione”, di tanti anni di lavoro dal ’45 ad oggi? Sì è questo: sperpero, parassitismo, lusso sprecato, da una parte; e incertezze, sfruttamento e miseria dall’altra. [...] Oggi, in questa fase di crisi acuta occorre più che mai resistere affinché il fascismo sotto nuove forme “democratiche” non abbia nuovamente il sopravvento. Le mie scelte rivoluzionarie dunque, nonostante l’arresto di Renato, rimangono immutate. Margherita».
Parole che, alla luce dell’attuale crisi, se è possibile ancor più grave di quella che attanagliò il nostro paese in quegli anni, dovrebbero far riflettere per la loro inesorabile attualità. Parole che dovrebbero far tremare i giovani cuori e ridestare mature coscienze. Parole che commuovono, perché pronunciate da una donna di appena 29 anni la quale, come tanti suoi coetanei, scelse di mettere in gioco la sua vita, perdendola in un giorno di primavera, per amore di Libertà e Giustizia, non certo per ambizione personale. Una giovane donna che decise di prendere le armi, come diceva a quel tempo il Che: «per rispondere alla protesta carica d’ira del popolo contro i suoi oppressori, per lottare e per mutare il regime sociale che mantiene nell’umiliazione e nella miseria tutti i suoi fratelli disarmati».

«Povera è una generazione nuova che non s’innamora di Euridice e non la va a cercare anche all’inferno», scrive Erri De Luca. Dove Euridice è traducibile col sogno rivoluzionario di una società più giusta, libera, in cui le regole non siano più la schiavitù, la vessazione, il sopruso padronale, l’inconcepibile predominio maschile, esercitato, spesso, con viltà e violenza, la mercificazione dell’essere umano; ma, appunto, un rapporto tra uguali, tra donne e uomini finalmente affrancati dai rapporti di forza e di produzione insiti nella società borghese e marcatamente classista. Mara Cagol – e come lei, altri di quella generazione – la sua Euridice andò a cercarla, sfidando le tenebre del nuovo fascismo, con la luce negli occhi e la poesia dei suoi vent’anni nel petto. Un esempio di coraggio e determinazione che oggi non è facile scorgere.

Il giorno stesso in cui Mara venne uccisa, fu proprio Renato Curcio a redigere il volantino per la sua morte. Vi si leggeva, tra l’altro:
«E’ caduta combattendo MARGHERITA CAGOL, “MARA,” dirigente comunista e membro del comitato esecutivo delle Brigate Rosse. La sua vita e la sua morte sono un esempio che nessun combattente per la libertà potrà più dimenticare […] Non possiamo permetterci di versare lacrime sui nostri caduti, ma dobbiamo impararne la lezione di lealtà, coerenza, coraggio ed eroismo! […] Che tutti i sinceri rivoluzionari onorino la memoria di “MARA” meditando l’insegnamento politico che ha saputo dare con la sua scelta, con il suo lavoro, con la sua vita. Che mille braccia si protendano per raccogliere il suo fucile! […]».
Noi, oggi, vogliamo onorarla la memoria di Mara e, come i suoi compagni di allora, la salutiamo dicendo: Mara, un fiore è sbocciato, e questo fiore di libertà continueremo a coltivarlo fino alla vittoria!

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