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martedì 27 giugno 2017

Non solo il Golan, venti di guerra soffiano al confine tra Libano e Israele

di Michele Giorgio – Il Manifesto

«Sfogliando i giornali si ricava l’impressione che una nuova guerra sia dietro l’angolo mentre Israele non ha alcuna intenzione di impegnarsi in conflitti armati  a nord come a sud». È proprio il “falco” Avigdor Lieberman, il ministro della difesa, a raffreddare le previsioni di chi, in Israele e nella regione, vede affacciarsi un nuovo conflitto al confine tra Libano, Golan siriano occupato e Israele. I segnali ci sono tutti. L’esercito israeliano nelle ultime 48 ore ha centrato due postazioni e un camion di munizioni dell’esercito siriano dopo i colpi di mortaio partiti dalla Siria e caduti nel Golan.

Colpi erranti, sparati durante i combattimenti tra le forze governative e i gruppi jihadisti e qaedisti che agiscono nella Siria meridionale e a ridosso del Golan. Per Israele – che vede con favore la caduta del presidente siriano Bashar Assad e di recente è stato di nuovo accusato di avere contatti stabili sul Golan con formazioni jihadiste armate  – la responsabilità per questi colpi erranti sparati dalla Siria è solo del governo di Damasco. E la sua reazione scatta comunque contro le truppe siriane.

Il rischio di una nuova guerra è sempre più elevato malgrado l’acqua gettata sul fuoco della tensione dal ministro della difesa Lieberman. Le parti fanno la voce grossa. Damasco ha avvertito che non tollererà altri attacchi israeliani. Tel Aviv accusa il movimento sciita libanese Hezbollah di aver moltiplicato i suoi posti d’osservazione sotto la copertura di un’organizzazione ambientalista: “Verdi senza frontiere”.

«Gli Hezbollah conducono lì missioni d’osservazione, pretendendo che si tratta di attività di questa organizzazione ambientalista», protestava qualche giorno fa il capo dei servizi d’intelligence militari, Hertzi Halevi. Da parte sua Hezbollah lancia l’allarme sui “lavori di manutenzione” che Israele, nei prossimi giorni, avvierà lungo la barriera che lo divide dal Libano. Gli israeliani, afferma il movimento libanese, coglieranno l’opportunità per modificare a loro vantaggio la linea di confine tra i due Paesi. I media israeliani ribattono che i guerriglieri sciiti avvieranno azioni di disturbo dei lavori.

Dietro queste scaramucce verbali si celano i preparativi del secondo round della guerra del 2006 in Libano del sud, che potrebbero vedere Israele attaccare anche in Siria. Le cose per Tel Aviv sono andate diversamente dalle previsioni fatte alcuni anni fa. Bashar Assad è saldamente al suo posto, le truppe siriane stanno riprendendo il controllo di gran parte del territorio ed Hezbollah è diventato un attore protagonista nella regione e non si è affatto indebolito come i generali israeliani prevedevano in conseguenza delle sue perdite militari in Siria.

Pochi lo riconoscono ma è evidente che Damasco ha vinto. Israele non lo dice ma sa che è vero, come sa che il successo militare ottenuto su avversari sostenuti dai petromonarchi sunniti ha creato una realtà strategica nuova. Tel Aviv e Amman (e l’aviazione Usa) collaborano per impedire ai soldati siriani e alle milizie alleate di prendere il controllo delle linee di confine con il Golan occupato e la Giordania ma non riusciranno ad impedirlo a lungo.

Più di tutto Israele sa che questa volta, dovesse lanciare un “attacco preventivo”, potrebbe poi trovare sul campo di battaglia non solo i guerriglieri libanesi ma anche sciiti pakistani, iraniani e afghani che ora combattono in Siria contro i jihadisti. «Non dico che determinati Paesi interverrebbero direttamente ma si aprirebbero le porte a centinaia di migliaia di combattenti del mondo arabo e musulmano per partecipare ai combattimenti», ha avvertito il leader di Hezbollah, Hassan Nasrallah.

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