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giovedì 22 giugno 2017

Torino. La follia repressiva, lo stato di polizia che avanza

A distanza di più di 24 ore dagli ormai noti fatti di Piazza Santa Giulia, dopo una giornata di dichiarazioni contradditorie in cui si è distinta, per squallore miserevole e conformistico calcolo politico, ancora una volta, la sindaca Chiara Appendino, torniamo a ragionare su quanto avvenuto in uno dei luoghi di ritrovo della “movida” torinese, nel quartiere Vanchiglia, continuando ad oscillare tra lo sbigottimento e l’incredulità da una parte, ma allo stesso tempo essendo pervasi da una profonda preoccupazione che richiede adeguate risposte.

Ricostruendo la dinamica dell’accaduto, si parte dalle 20 di ieri sera, quando la piazza dei locali viene militarizzata con decine di poliziotti e camionette in assetto antisommossa apparentemente senza motivo. Il pretesto non dichiarato è la contestazione ad una pattuglia di polizia, la scorsa settimana, durante un controllo anti-alcool e contro i venditori abusivi, nei quartieri di San Salvario e Vanchiglia, a seguito di una ordinanza firmata dalla Giunta Appendino, come risposta ai fatti successi in piazza San Carlo durante la finale di Coppa dei Campioni.

Già di per sé l’occupazione militare di una piazza dove la gente va a bersi un aperitivo e rilassarsi dopo una giornata di lavoro o di studio costituiva un fatto anomalo e sicuramente un segnale ai frequentatori della piazza; la cosa si fa più pesante quando i reparti iniziano a schierarsi agli ingressi della piazza, a controllare documenti, a muoversi in plotoni in mezzo alla gente seduta ai tavoli o per terra in modo che definire provocatorio è un eufemismo.

Passano due ore, nelle quali la polizia cerca in tutti i modi di trovare una scintilla per legittimare una presenza altrimenti assurda e nel frattempo qualcuno nella piazza inizia a lamentarsi; la situazione sembrava irreale ma tuttavia tranquilla e, per fortuna, dopo un po’ la polizia pareva cominciare ad andarsene.

Rimane un gruppo di agenti in borghese che inizia a rallentare questa uscita di scena, ed è a questo punto che la gente inizia ad inveire contro di loro chiedendogli con veemenza di andarsene; ed è questo il pretesto, per la digos, per richiamare gli agenti e mettere in atto il copione già in programma.

Le scene successive sono quelle che ormai tutti hanno visto, dei molti video girati sul web, con la polizia che inizia a caricare indistintamente la piazza, manganellando chiunque fosse a tiro, compresi gli avventori dei bar, tra cui anche famiglie con bambini e camerieri che lavoravano, distruggendo tutti i dehors e i tavoli e costringendo la gente a rifugiarsi nei bar. Lo scenario finale di questa violentissima azione poco ha da invidiare a quello lasciato qualche settimana fa in piazza San Carlo e per cui era stata fatta l’ordinanza in questione.

Bilancio della serata e dell’operazione: 4 fermati, molti feriti, locali distrutti, gente scioccata.

Ci pare più che ovvio che i motivi di questa operazione vadano ben oltre l’ordinanza sui venditori abusivi. In nessun modo può essere giustificabile un simile schieramento per un semplice controllo di un’ordinanza comunale sulla vendita dell’alcol, una simile militarizzazione è quanto mai spropositata e l’intento della questura era chiaramente quello di scatenare quello che è poi avvenuto.

Nemmeno l’episodio della scorsa settimana può legittimare, neanche lontanamente, ciò che è accaduto ieri. In nessuno stato di diritto dovrebbe vigere la logica della rappresaglia poliziesca, come quella esibita ieri nel comportamento tenuto dalle “forze dell’ordine”. Il cui intento era chiaramente quello di “dare una lezione”, picchiando, fermando gente e spaventando i frequentatori della piazza, poco importa se ad andarci di mezzo sarebbero stati pure i commercianti.

Un simile innalzamento di livello, trasportando atteggiamenti fino ad oggi visti solo negli stadi e nei cortei, nella gestione della vita ordinaria di una città, è un atteggiamento nuovo, figlio della logica imposta dal Decreto Minniti che sembra ormai lasciare carta bianca agli organi repressivi dello Stato anche nella gestione politica della società, in una logica propria dello “stato di emergenza nazionale” che si vede in altri stati dell’Unione Europea, in un prospettiva di fascistizzazione della società.

L’Italia probabilmente cerca di non restare indietro nella generale stretta repressiva europea: in assenza di attentati, è bastata la psicosi terrorismo per innalzare i livelli di controllo e limitare la libertà dei cittadini, abituando la popolazione ad una gestione manu militari della crisi.

La giunta 5 Stelle sta solo legittimando questa logica. Dopo la pessima figura fatta con l'incapacità di gestire un evento come quello in piazza San Carlo, la sindaca Appendino ha pensato bene di puntare a riconquistare voti e consenso accontentando quella parte forcaiola di città che chiedeva maggiore controllo e polizia nei quartieri della Movida; naturalmente stando bene attenta a non colpire piccoli commercianti e proprietari dei locali, ma limitandosi ad attaccare gli ultimi del carro: venditori ambulanti e chi non si può permettere di bere nei locali.

Così facendo ha lasciato carta bianca alle forze dell’ordine delegando al Questore la gestione di un complicato aspetto della vita cittadina.

Tuttavia sarebbe ingenuo pensare che dietro le cariche di ieri possa esserci una volontà di inasprire e rompere i già fragili rapporti tra 5 Stelle e movimenti sociali, che nonostante anni di collaborazione nella lotta NoTav, si vanno sempre più inaridendo a seguito delle mancate politiche di rottura e delle ambigue prese di posizione nei confronti della follia repressiva che la questura torinese sta mettendo in campo. Questo episodio rappresenterà uno spartiacque per il Movimento 5 Stelle, dal quale non ci attendiamo nulla di particolare, ma all’interno del quale è evidente la crescita di frizioni sempre più insanabili.

Questo episodio non parla solo a Torino e di Torino, ma parla di quella che forse vuole diventare la futura logica di gestione dell’ordine pubblico nelle metropoli, in un clima politico che si fa sempre più torbido.

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