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sabato 22 luglio 2017

Gerusalemme - Altre truppe nei territori. L'ONU condanna le violenze israeliane

AGGIORNAMENTI:

ore 13.50 – BILANCIO DEI FERITI: 450 QUELLI CURATI FINO A QUESTA MATTINA
Con gli scontri tra manifestanti palestinesi e polizia e esercito israeliani proseguiti fino all’alba, la Mezzaluna Rossa ha emesso il bilancio delle persone curate: 450 i feriti tra Gerusalemme e Cisgiordania di cui 23 da pallottole, 147 da proiettili di gomma, 65 per fratture dovuti a aggressioni delle forze israeliane e 215 da inalazione di gas lacrimogeni.

ore 12 – SPARI CONTRO UNA SINAGOGA IN UNA COLONIA
I residenti della colonia israeliana di Avnei Hefetz hanno riportato – scrive il Jerusalem Post – di colpi di arma da fuoco sparati nella notte vicino alla sinagoga dell’insediamento. L’esercito ha trovato una pallottola.

ore 11.20 – MEDIA ISRAELIANI: IN PREPARAZIONE LA DEMOLIZIONE DELLA CASA DI AL-ABED
Secondo quanto riportato da alcuni media israeliani, l’esercito israeliano sta già prendendo le misure necessarie alla demolizione della casa della famiglia al-Abed, dopo che il figlio Omar ha ucciso tre coloni nell’insediamento di Halamish, forma di punizione collettiva vietata dal diritto internazionale ma normalmente utilizzata da Tel Aviv.
Ieri notte, verso le 5 del mattino, l’abitazione è stata perquisita e il mobilio e gli effetti personali della famiglia al-Abed distrutti dall’esercito (qui le foto). La madre, il padre e i fratelli sono stati ammanettati durante il raid.

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l giorno dopo il venerdì della rabbia e la durissima repressione delle forze militari israeliane si contano le vittime. Tre palestinesi uccisi (Muhammad Mahmoud Sharaf, 18 anni del quartiere di Ras al-Amud; Muhammad Hasan Abu Ghanam, 20 anni; e Muhamad Mahmoud Khalaf, 17) durante le proteste per al-Aqsa e tre coloni israelian accoltellati a morte nella loro casa nell’insediamento di Halamish, in Cisgiordania (il padre di circa 60 anni e i due figli di 40 di cui non sono stati pubblicati i nomi).

Stavano cenando quando sono stati colpiti da un palestinese, Omar al-Abed, infilitratosi nella colonia. Un soldato in riserva ha sentito le grida ed è intervenuto, sparando all’aggressore, ora in ospedale.

Morti che hanno subito provocato un innalzamento delle tensioni: l’esercito israeliano ha già dispiegato un maggior numero di truppe, non specificato da Tel Aviv, in Cisgiordania. E arrivano i primi arresti: il fratello 20enne dell’aggressore, Monir, è stato portato via nella notte dopo una perquisizione della casa di famiglia nel villaggio di Kobar.

La situazione è esplosiva: la repressione vista ieri a Gerusalemme non si vedeva da anni, dal 2014 e dagli anni dell’Intifada, con la polizia di frontiera che sparava ad altezza d’uomo contro le migliaia di manifestanti palestinesi accorsi intorno alla Città Vecchia per protestare contro i cambiamenti dello status quo della Spianata delle Moschee. Nella giornata di ieri, secondo il Palestinian Prisoners Club, sono stati arrestati 21 palestinesi, di cui 10 residenti a Gerusalemme. Quasi 400 i feriti.

I tre palestinesi uccisi ieri tra Gerusalemme e Cisgiordania

Questa mattina è intervenuto il segretario generale dell’Onu, Antonio Guterres, che ha “duramente criticato” l’uccisione di tre palestinesi  e chiesto un’inchiesta immediata sulle violenze della polizia. Ha poi fatto appello a entrambe le parti perché evitino azioni che possano generare l’escalation di una situazione già volatile. E il suo portavoce, Farhan Haq, ha aggiunto che l’Onu comprende “le preoccupazioni sulla sicurezza ma ritiene importante che lo status quo del sito non sia modificato”.

Reazioni giungono anche dal mondo arabo e islamico dove, alle attese condanne a parole delle leadership, hanno fatto da contraltare le migliaia di persone scese in piazza per manifestare solidarietà al popolo palestinese: in Yemen, Giordania, Turchia, Malesia, Sudan e Indonesia, migliaia di persone hanno marciato per al-Aqsa, mentre in Sudafrica – paese da decenni al fianco della causa palestinese, con cui condivide una storia di segregazione – la società civile ha chiamato al digiuno, ogni giovedì, “finché al-Aqsa non sarà liberata”.

Parlano anche le chiese cristiane di Gerusalemme che con un comunicato congiunto (firmato dai patriarcati greco-ortodosso, cattolico, armeno ortodosso, copto, siriano ortodosso, etiope ortodosso, maronita, luterano evangelico, greco-melchita-cattolico, siriano cattolico e armeno cattolico e dalla Custodia di Terra Santa e la Chiesa episcopale di Gerusalemme e Medio Oriente) ribadiscono il sostegno al diritto dei musulmani ad accedere ad al-Aqsa e a pregare liberamente e l’appoggio alla custodia del sito religioso riconosciuta al regno hashemita di Giordania.

Ma una presa di posizione dura arriva soprattutto dall’Autorità Nazionale Palestinese: il presidente Abbas ieri sera ha annunciato la sospensione di tutti i contatti con Israele “ad ogni livello” e dei negoziati “fino a quando non cancellerà le misure su al-Aqsa e ne preserverà lo status quo”. Nessun accenno specifico alla cooperazione alla sicurezza, vero cuore dei rapporti tra Israele e Anp.
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