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domenica 2 luglio 2017

Il fallimento del progetto imperialista in Brasile

In questi ultimi dieci giorni il Brasile ha assistito a una serie di sentenze giudiziarie emesse dai differenti giudici federali del Supremo Tribunale Federale (STF), cui ha fatto seguito lo scontro sempre più acceso tra industriali, banchieri e multinazionali per decidere le sorti di un governo che oggi, secondo l’agenzia IPSO, solo il 2% dei brasiliani approva.

Contro il governo Temer il 30 giugno sono scese in piazza tutte le undici confederazioni sindacali, insieme alle due organizzazioni del movimento, il “Frente Brasil Popular” e il “Frente Brasil Sem Medo” che, come nel passato 26 aprile, hanno bloccato il Brasile manifestando nelle capitali e nelle città di 23 stati, incluso nel Distretto Federale dove c’è la capitale Brasilia. Vista la complessità degli argomenti, subito dopo le manifestazioni abbiamo intervistato il giornalista, Achille Lollo, (ex-direttore della rivista Naçao Brasil, ex-corrispondente del giornale Brasil De Fato e analista del Correio da Cidadania) per fare il punto della situazione.

ADIATV – Intervista con il giornalista Achille Lollo.

Giorni fa i corrispondenti di “La Repubblica”, “Financial Times”, “Le Monde” e “BBC” scrivevano articoloni sulla notificazione giudiziaria del TSF (Tribunale Superiore Federale) al presidente Temer. Oggi hanno omesso la risposta del movimento popolare e dei sindacati che hanno manifestato in 23 stati della federazione. Come spiega questa volontaria omissione?

I giornali europei hanno preferito la lettura scandalistica della notificazione del STF, per evitare di entrare nel merito della situazione politica che il Brasile oggi vive. Per questo hanno equiparato il presidente Michel Temer a un Massimo Carminati, riuscendo in questo modo a occultare i motivi del fallimento di un progetto di sovversione politica che era stato ideato dagli uomini di Obama, voluto dai direttori dalle multinazionali e poi realizzato dai leader politici che rappresentano le oligarchie e i vari settori della borghesia brasiliana.

Infatti, il corrispondente di “La Repubblica”, Daniele Mastrogiacomo, per esempio, sapeva benissimo che il TSE (Tribunale Superiore Elettorale), nella prima settimana di giugno, aveva assolto Michel Temer e Dilma Roussef dalle accuse di finanziamento illecito delle proprie campagne elettorali. Però sapeva anche che il giudice federale di Curitiba, Sergio Moro, aveva condannato Antonio Palocci (l’ex ministro dell’economia del governo Lula) alla pena di 12 anni per corruzione. Come pure sapeva che il giudice del TSF, Gilmar Mendes si era riunito con il presidente Michel Temer e i ministri Moreira Franco ed Eliseu Padilha per definire la nomina di Raquel Dodge a capo della Procura della Repubblica del TSF e, quindi, l’eventuale convalida della delazione di Joesley Batista che accusava Temer, rilasciata al giudice del TSF, Rodrigo Janot. Lo stesso giudice che, dopo questa riunione, ha emesso la notificazione contro il presidente Michel Temer. Ma non finisce qui, perché Marco Aurelio Melo, un altro giudice “intoccabile” del Tribunale Supremo Federale ha sollevato da tutte le accuse di corruzione il senatore del PSDB, Aécio Neves, che in questo modo potrebbe tornare a essere il candidato del mercato e della Casa Bianca, dopo il “default” di Michel Temer. Come vedi, il quadro politico congiunturale è complesso, anche perché nel TSF ci sono tre componenti che stanno facendo politica emettendo notificazioni e assoluzioni giudiziarie.

All’inizio hai menzionato un progetto di sovversione politica ideato dagli uomini di Obama. A cosa ti riferisci?

L’imperialismo statunitense considerava il Brasile governato dal PT non più un paese amico governato da socialdemocratici, ma una potenza emergente tendenzialmente preparata per esercitare la sua leadership geostrategica nel continente latino-americano e anche nell’Africa centrale e australe. Infatti per le “eccellenze” del Partito democratico che occupavano la Casa Bianca, il problema delle relazioni con il Brasile era soprattutto strategico, poiché il governo del PT stava esercitando un importante ruolo politico all’interno dei BRICS, promuovendone l’apertura economica nell’America Latina. Vorrei ricordare che nel 2014 i BRICS volevano creare un fondo finanziario per sviluppare progetti di investimento che, in America Latina, avrebbero potuto arrivare a 120 miliardi di dollari. In questo modo, FMI, Banca Mondiale e soprattutto le banche e le multinazionali statunitensi avrebbero potuto dire “bye bye” a molti paesi dell’America Latina. In secondo luogo, nel 2011, il presidente Dilma Rousseff aveva autorizzato la costruzione di cinque sottomarini della classe francese “Scorpene” di cui uno con propulsione nucleare. Progetto che era portato avanti dalla Marina Militare con l’apporto di altre 30 aziende brasiliane. E’ chiaro che grazie a questo progetto il governo del PT si era messo le spalle al sicuro da possibili colpi di stato dei militari.

Quindi, anche per questo motivo, le eccellenze della Casa Bianca del “democratico” Barack Obama decisero di ricorrere all’Impeachment per mettere fine al governo di Dilma Youssef, giacché questo era l’unico modo per fermare i BRICS e l’ascesa strategica del Brasile.

Un progetto che trovò d’accordo le multinazionali statunitensi ma anche quelle europee, desiderose di cambiare le regole sul costo del lavoro (CLT) fissate da Getulio Vargas con lo storico decreto legge n° 5.452, del 1 maggio del 1943. La borghesia brasiliana e gli oligarchi dell’agro-business, stanchi di prendere lezioni di sovranità e di giustizia sociale dal PT, appoggiarono la proposta di Impeachment poiché questa era l’unica possibilità di tornare al potere e quindi aumentare i propri guadagni.

Quali sarebbero gli elementi che hanno determinato il fallimento del progetto imperialista di Obama, poi continuato da Trump?

Innanzitutto, Donald Trump non ha cambiato una virgola. Tutti gli uomini e tutti gli accordi presi per realizzare l’Impeachment e poi per sostenere il governo di Michel Temer sono stati mantenuti da Trump. Diciamo che il fallimento del progetto imperialista, come diceva Istvan Mészàros “è sistemico perché i capitalisti e i mercati realizzano delle orge finanziarie a partire dalla stessa crisi strutturale del sistema produttivo...” Cosa che praticamente è successa in Brasile con il furto di quasi 350 miliardi di reales, all’incirca 115 miliardi di Euro, equivalenti al guadagno “non tassato” realizzato dalla cosiddetta “razza padrona”. Un colpaccio realizzato con la complicità del governo Temer, che in un solo anno ha registrato un deficit fiscale di 60 miliardi di euro, nonostante tutti i grandi progetti strutturali, con un valore complessivo di quasi 40 miliardi di euro iniziati dal governo Dilma, fossero stati bloccati.

Un deficit che non si spiega, poiché il governo Temer ha bloccato tutti i finanziamenti federali per la salute, l’insegnamento, l’assistenza sociale, la ricerca scientifica e tante altre obbligazioni finanziarie di ambito internazionale. D’altra parte quando questo governo pretende di ridurre il valore delle pensioni, allungare il tempo di lavoro fino a 70 anni, smantellare i sindacati dai posti di lavoro e introdurre nuove tipologie contrattuali, che variano da settore a settore, è evidente che la maggior parte dei lavoratori scendano in piazza e blocchino il paese, come è avvenuto il 26 aprile e adesso il 30 giugno.

Perché lo sciopero del 26 aprile è stato più massiccio di quello del 30 giugno, in cui peraltro sono rimaste interamente paralizzate 12 regioni metropolitane?

Bisogna dire che sono stati due scioperi differenti in termini politici. Il 26 aprile ci fu uno sciopero generale specificamente organizzato per bloccare le due proposte di legge che volevano le multinazionali, vale a dire la cosiddetta “riforma” della legislazione sul lavoro e quella sulle pensioni. La presenza di quei 36 milioni di manifestanti fu determinante per obbligare il governo a ritirare le due proposte di legge dall’agenda delle votazioni in Parlamento. Di conseguenza la vittoria del movimento popolare ha minimizzato la credibilità del governo Temer agli occhi delle multinazionali e dei gruppi oligarchi, che adesso hanno due problemi urgenti: come disfarsi di Michel Temer e del suo gruppo politico senza distruggere il partito PMDB, e chi sarà il loro candidato per le elezioni del 2018.

Infatti non è una casualità, ma solo dopo la disfatta politica del governo Temer con lo sciopero del 26 aprile sono arrivate le notificazioni del TSF e gli arresti. Ultima della lista quella per il deputato del PMDB, Rodrigo Rocha Loures (collaboratore del presidente Temer), arrestato per corruzione in flagrante, mentre trasportava in una valigia 100 mila euro! E’ chiaro che Temer non sarà arrestato, però la notificazione accusatoria del TSF è una chiara manovra con cui il mercato e la borghesia pretendono di recuperare la legittimità politica del PMDB e del PSDB, cioè dei due principali partiti che hanno promosso e realizzato l’Impeachment contro Dilma Youssef.

Invece lo sciopero del 30 giugno, per la maniera com’è stato realizzato, è stato meno mediatizzato ma più incisivo, poiché ha unificato chi manifestava contro le riforme insieme ai manifestanti del “Fora Temer”. Cioè un obiettivo di rivendicazione tipicamente sindacale è stato associato a una posizione di lotta politica contro il governo golpista in 23 stati.

E’ per questo che l’argentino “Clarin” e poi lo spagnolo “El Pais”, nel mese di marzo, hanno pubblicato alcuni articoli ammettendo che l’eventuale candidatura di Michel Temer avrebbe permesso a Lula di vincere le elezioni del 2018 già nel primo turno?

Questo è quello che si diceva a marzo, ed anch’io l’ho scritto in un articolo per un libro! Purtroppo, nei mesi di maggio e giugno è cambiato tutto, a causa delle delazioni del miliardario Joesley Batista – ampiamente confermate dai documenti bancari della JBS – e dalle rivelazioni presentate nel processo contro Antonio Palocci. Purtroppo il vantaggio per Lula potrà venire meno se la difesa di Antonio Palocci farà un accordo con il giudice Sergio Moro per ottenere la riduzione della pena a quattro anni. E’ chiaro che in questo caso Palocci rivelerà tutti i lati oscuri delle relazioni del governo Lula con gli impresari e i banchieri.

Una delazione che sarà devastante non solo per Lula, già in difficoltà in termini di credibilità, ma soprattutto per il PT e per tutti i suoi candidati.

Infatti, secondo l’agenzia IPSO, il campione del rifiuto elettorale è proprio l’attuale presidente Michel Temer con il 93%, seguito dall’ex-presidente Dilma Youssef con 82%, mentre Lula è fermo al 58%. E’ chiaro che con la possibile delazione di Palocci Lula corre il rischio di essere arrestato, condannato e quindi impossibilitato a partecipare alle elezioni del 2018. Una sequenza giuridica che aprirebbe il cammino alla candidatura dello stesso giudice Sergio Moro alle elezioni presidenziali del 2018.

Ma per farlo Sergio Morto dovrebbe abbandonare la magistratura e poi trovare un partito che accetti la sua candidatura. Quale?

Nel 2004, Sergio Moro prese un congedo di tre mesi per frequentare a Washington un corso organizzato dal Dipartimento di Stato. Dopo di che la sua carriera nella giustizia federale è stata stratosferica, come pure i legami con la Polizia Federale che, come pochi sanno, è una “branch” finanziata dalla CIA.

Oggi, il rigetto della candidatura di Sergio Moro, sempre secondo l’agenzia IPSO, è limitato al 28%. Ciò significa che gli elettori moderati e i conservatori potrebbero votarlo con la massima tranquillità, soprattutto se Sergio Moro riuscirà a distruggere Lula. In questo caso, sono sicuro che diverrà il candidato ideale della destra, di tutti i settori della borghesia ed anche di quelle frange popolari spoliticizzate e ormai viziate dalle manipolazioni della “TV Globo”. D’altra parte la sinistra, cioè il PSOL, il PCdoB e il PCB, non hanno candidati di peso. Tutti i dirigenti storici del PT non possono essere candidati fino al 2023, quindi non c’è il sostituto di Lula; e il leader del Fronte Brasil Popular e del MST, Joao Pedro Stedile, non vuole essere candidato.

Quindi senza Lula si riaprirebbero le possibilità di vittoria per il PSDB e, guarda caso non è casuale che proprio in questi giorni il giudice del TSF, Marco Aurélio Melo, ha assolto il senatore Aécio Neves, che in questo modo può tornare ad essere il candidato del PSDB. Ricordo che nel 2014, Aécio fu sconfitto da Dilma per pochi voti!

Bisognerà vedere se la TV Globo continuerà ad appoggiare Sergio Moro, se questi deciderà di entrare e se il PSDB deciderà di associare Aécio Neves come vice di Moro. Al momento tutto è possibile perché il mercato ha una impellente necessità di definire il suo candidato per le elezioni del 2018.

In una recente intervista, il giudice Sergio Moro ha dichiarato alla “TV Globo” che il suo modello giuridico sarebbe l’inchiesta del giudice italiano Antonio di Pietro, denominata Tangentopoli. Però, nonostante le maxi-inchieste “Mensalao” e “Lava Jacto”, la corruzione in Brasile continua a ingrassare, soprattutto nel Parlamento, come del resto in Italia. Come spiega questa similitudine?

Il ruolo di un giudice anti-corruzione che entra in politica per ripulire lo Stato e per riformulare l’amministrazione pubblica è un progetto politico del partito democratico, formulato fin dai tempi di Carter, quando la Casa Bianca si rese conto che i leader latino-americani, che si riempiva la bocca con parole di ordine inneggianti alla democrazia e al progresso, in realtà era un accolita di corrotti che nel proprio paese ne facevano di cotte e di crude. Per questo, quando il PT vinse le elezioni nel 2002, subito s’innescò il processo politico di costruire in Brasile un personaggio capace di diventare il giudice numero uno del pool anti-corruzione, con cui sviluppare una serie di inchieste capaci di distruggere la moralità politica del PT e, soprattutto, dei suoi dirigenti, in particolare Lula, Dirceu e Genoino.

Quindi, dopo essere tornato da Washington con il diploma del corso organizzato dal Dipartimento di Stato, Sergio Moro cominciò a fare un lavoro giuridicamente eccezionale nei confronti della corruzione, lasciando però fuori i governi anteriori del PSDB e del PMDB. In pratica le inchieste di Moro, divulgate massivamente dalla “TV Globo”, dicono che la corruzione in Brasile sarebbe cominciata nel 2002 con l’arrivo del PT nel governo federale e nei principali stati della federazione.

Una falsità che fu generosamente coperta dai media, i quali non dissero che il PT per governare avrebbe dovuto fare delle alleanze e quindi muoversi nella palude della corruzione, su cui si sono sempre rette le maggioranze in Parlamento. Cioè il governo doveva usare la cosiddetta “propina” per comperare il voto dei parlamentari del PMDB, del PTB e di altri partiti minori alleati. Infatti, nonostante i segretari di partito avessero siglato l’alleanza ufficiale, integrando il governo di Lula, in realtà il primo ministro Dirceu era costretto a rinegoziare con ognuno di questi deputati e i senatori il prezzo del voto, per ogni singolo progetto di legge che il governo presentava.

I media non dicono, e il giudice federale Sergio Moro sembra averlo dimenticato, che questo metodo di far politica ha preso piede negli anni novanta con i due presidenti “Fernandinhos”, cioè Collor de Melo e Henrique Cardoso. Vorrei però sottolineare che a differenza dei giudici di Mani Pulite, che fecero inchieste su tutto e tutti, il pool di magistrati guidati da Sergio Moro si occupa solo dei dirigenti del PT e delle imprese che avevano intrapreso grandi progetti con i due governi diretti da Lula, come per esempio l’Oderbrecht.

I due fronti, “Brasil Popular” e “Um Povo Sem Medo”, con l’appoggio delle confederazioni sindacali possono obbligare il presidente Temer a dimettersi per poi il STF proclamare elezioni dirette anticipate?

Ho molta stima e ammirazione per i compagni che integrano questi due fronti popolari, però devo dire che Michel Temer non firmerà mai l’atto di rinuncia per dimettersi. D’altra parte anche se la notificazione del STF con l’accusa di corruzione andrà avanti, sono necessari 8 o 9 mesi al Parlamento per discutere e poi votare l’Impeachment, che potrebbe essere definito entro marzo e aprile del 2018. Un periodo in cui è praticamente impossibile per il TSF proclamare elezioni dirette giacché il TSE, a partire dal 1 gennaio del 2018, avrà già messo in moto la macchina elettorale per realizzare il 2 ottobre del 2018 il primo turno delle elezioni presidenziali, associate a quelle per i deputati ed i senatori federali, per i governatori e i deputati dei 27 stati della federazione.

Il movimento popolare avrebbe potuto forzare i tempi il 26 aprile se i 150.000 manifestanti, invece di fermarsi a gridare slogan davanti le scalinate del Parlamento, avessero continuato la loro marcia occupando tutti gli spazi riservati al pubblico. Solo in quel caso Michel Temer avrebbe firmato l’atto di rinuncia; ma ripeto, solo se i 150.000 manifestanti fossero rimasti dentro il Parlamento!

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