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sabato 1 luglio 2017

Iraq - Il premier Abadi: "Il califfato è finito". Ma a Mosul si combatte ancora

“Stiamo assistendo alla fine del falso Stato islamico (Is), la liberazione di Mosul lo dimostra. Non ci inteneriremo. Le nostre coraggiose forze armate vinceranno”. E’ un al-Abadi eccessivamente trionfante quello che ieri pomeriggio, poco dopo la presa della moschea di al-Nuri da parte dei suoi uomini, ha dichiarato la fine dell’autoproclamato califfato. Le parole del premier iracheno sono infatti da prendere con le pinze: sebbene come entità statuale in Iraq non esista più, l’Is non è stato ancora sconfitto né nella sua “capitale” irachena, né, soprattutto, in Siria dove conserva ancora varie zone del Paese.

Tuttavia, sarebbe ingiusto negare i progressi militari compiuti ieri a Mosul dai suoi uomini: già all’alba, infatti, le truppe irachene erano avanzate nella città vecchia dove i jihadisti provano un’ultima disperata resistenza. L’esercito si è mosso lentamente in quello che era un tempo un centro brulicante di vita e ora è ridotto a un cumulo di macerie. Poi, nel primo pomeriggio, la notizia da giorni attesa: i militari hanno raggiunto la simbolica moschea di al-Nuri. Simbolica perché proprio qui il leader dell’Is Abu Bakr al-Baghdadi aveva fatto la sua unica apparizione pubblica nel luglio di tre anni fa dichiarando la nascita del “califfato”.

L’emblema della ormai imminente fine dello Stato Islamico (almeno come entità statuale) è proprio nella distruzione della scorsa settimana di questa moschea e del suo iconico minareto. Una distruzione di cui, al momento, è difficile capire chi sia stato il responsabile: l’Is punta il dito contro i raid della coalizione internazionale a guida Usa. Accusa respinta con forza dagli americani (“non abbiamo condotto bombardamenti in quell’area e al tempo del suo abbattimento”) che contrattaccano: sono stati i jihadisti.

Poco importa accertare la verità dei fatti, comunque, quando i combattimenti proseguono: la battaglia per la città vecchia di Mosul, iniziata otto mesi fa, non è ancora terminata. L’esito appare però scontato: Baghdad, infatti, afferma che l’Is controlla ormai meno di 2 chilometri quadrati della città. Il prezzo per la sua “liberazione” ha avuto un conto salatissimo: accanto alle case distrutte e danneggiate ci sono tanti civili morti a cui bisogna dare ora degna sepoltura.

“Ci sono centinaia di cadaveri sotto le macerie” ha detto il Maggiore Dhia Thamir delle forze speciali. “Ma sono tutti di Daesh [acronimo arabo per indicare lo Stato islamico, ndr]. Una dichiarazione smentita dal suo collega, il Maggior generale Sami al-Aridi: “Certamente – ha detto all’Ap – ci sono danni collaterali, va sempre così in guerra. Le abitazioni erano molto vecchie e così un bombardamento ne provoca il loro totale collasso”. Crolli che hanno seppellito chissa quanti cittadini.

Se il premier iracheno al-Abadi ha usato ieri toni eccessivamente trionfanti, molto più pacato è stato il portavoce della coalizione Usa, il Colonello Ryand Dillon. Incalzato dalle domande dei giornalisti al Pentagono, Dillon ha infatti dichiarato che “la Città vecchia resta una battaglia difficile, densa e soffocante: vicoli stretti con trappole esplosive, civili e combattenti dell’Is in ogni angolo”. Ciononostante, ha rassicurato: “La vittoria è imminente: questione di giorni piuttosto che di settimane”. I dati delle Nazioni Unite sembrerebbero dargli ragione: in città restano ancora 300 combattenti jihadisti e 50.000 civili intrappolati.

A quest’ultimo gruppo non fanno più parte un migliaio di persone che ieri sono riusciti a mettersi in fuga portandosi con loro le ultime cose rimastegli: documenti, foto di famiglia, latte in polvere per i neonati, pannolini e qualche vestito. Ma purtroppo anche ricordi di morte: “Abbiamo visto tanti corpi sotto le macerie mentre fuggivamo” ha detto all’Ap il cittadino Mohammd Hamoud che è scappato dal centro cittadino con sua moglie e i suoi figli. “Un uomo – ha aggiunto – era ancora vivo. Ci chiedeva aiuto, siamo riusciti a tirarlo fuori dalle macerie, ma era così ferito che abbiamo dovuto lasciarlo lì perché non potevamo portarlo con noi”.

Il dramma vissuto da Mohammad e dalla sua famiglia è simile a quello di altri 850.000 civili che, sostiene l’Organizzazione internazionale per le Migrazioni, hanno dovuto lasciare la città durante l’offensiva diventando sfollati interni.

Direttamente connesso agli eventi iracheni è quanto accade in Siria. Ieri l’Organizzazione per la proibizione delle armi chimiche (Opcw) ha confermato che il 4 aprile a Khan Sheikhoun (vicino Idlib, nel nord del Paese) è stato usato il gas Sarin o “qualcosa di simile” (il suo utilizzo è vietato dall’Onu). Il gruppo ha fatto sapere di essere giunto a queste conclusioni dopo aver intervistato testimoni ed esaminato i campioni di sangue delle vittime.

Ora la palla passa ad una commissione dell’Onu che cercherà di stabilire chi è stato il responsabile dell’attacco che ha causato oltre 90 morti e centinaia di feriti. Gli Stati Uniti, e gran parte dei Paesi occidentali, sono convinti che ad aver compiuto l’attacco sia stato il presidente siriano Bashar al-Assad. Tre giorni dopo i fatti di Khan Sheikhoun, Washington avrebbe lanciato un attacco di rappresaglia sulla base aerea di Shayrat con 59 missili Tomahawk.

Damasco e Mosca negano qualunque responsabilità sostenendo che la nube tossica si è sprigionata dopo un raid con armi convenzionali su un centro dei “ribelli siriani”. Questa struttura, ha detto il governo siriano, veniva usata anche come deposito di sostanze utilizzate per fabbricare armi chimiche rudimentali dagli effetti simili ai gas nervini.

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