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venerdì 28 luglio 2017

“L’acqua c’è, ma chi la gestisce non ha interesse a ridurre le perdite”

Emergenza acqua. Parlano in tanti, quasi sempre a sproposito oppure, come nel caso dei “politici”, per farsi un po’ di pubblicità a costo zero. Meglio ascoltare chi ne sa, per mestiere e studi. Radio Città Aperta ha intervistato il prof. Franco Gallerano, ordinario di ingegneria idraulica all’Università La Sapienza di Roma.

Il problema che tratteremo oggi è l’eterno problema dell’acqua e della mancanza dell’acqua a Roma ma, soprattutto, della sua gestione. Professore, buongiorno.

Buongiorno.

Volevamo chiederle se ci poteva aiutare a distinguere, in questa crisi idrica in parte nazionale ma soprattutto romana, quali sono i problemi oggettivi, come la siccità, dai problemi gestionali e dalla manutenzione della rete. Sicuramente ci sarà meno acqua in giro per colpa della siccità. Giusto?

Non credo che si possa parlare di crisi idrica, come in effetti c’è, associata a una carenza d’acqua. A Roma vengono emunti circa 21,5 metri cubi al secondo per la capitale e l’hinterland, ma ne vengono tariffati soltanto 10. Quindi non c’è una vera e propria crisi per carenza d’acqua... Il problema principale è l’ammaloramento della rete e le perdite.

Quindi il problema sarebbe manutenzione della rete e le perdite relative...

Sì, perché sostanzialmente la sensazione che si ha è che, negli ultimi anni, non vi è stata una programmazione efficace per rinnovare la rete, ricercare le perdite e ridurre questa perdita elevatissima che, come si è visto, è nell’ordine quasi del 50%.

E’ molto difficile individuare le perdite in una rete idrica?

No, assolutamente no. Ci stanno tanti metodi. Basta, come dire, manutenere efficacemente la rete. E’ anche poi, diciamo così, un problema di gestione. C‘è bisogno anche di un’attenzione particolare alla gestione di una rete così complessa come è quella di Roma. Ma di crisi in termini di carenza d’acqua non si può parlare. Pensiamo alla sorgente del Peschiera, che per norma dovrebbe emungere 10 metri cubi al secondo; arriva oggi ad emungerne 8 e mezzo, 9. Malgrado i problemi che ha avuto sulla condotta. Quindi non è lì il problema.

Professore, per quanto riguarda la fonte del lago di Bracciano... In questi giorni la partita si sta giocando proprio sul lago, con la Regione che da una parte vuole evitare il presunto disastro ambientale, e dall’altro Acea e Comune che ovviamente non vogliono diminuire l’offerta d’acqua. Per i nostri radioascoltatori, che magari sono meno addentro anche a questioni tecniche, proprio in questi giorni, si sentono commentatori e pareri secondo cui l’approvvigionamento dal lago di Bracciano non è l’unico... L‘acqua che beviamo, in che percentuale arriva dal lago di Bracciano e in che percentuale, invece, da altre fonti, se esistono?

Il lago di Bracciano come fonte di approvvigionamento è stato pensato e progettato soltanto per le situazioni di emergenza, con un massimo di 5 metri cubi al secondo. Non credo che sia lì il problema, perché l’emungimento dal lago di Bracciano è associato ad un millimetro-un millimetro e mezzo di abbassamento del livello medio della superficie libera del lago, mentre in questi giorni abbiamo un abbassamento del livello medio di 4 millimetri al giorno, in gran parte effetto dell’evaporazione. Penso che lì si stia consumando più un conflitto che esula dalle questioni specificamente tecniche.

Conflitto più politico, insomma...

Sì, nel quale non sono capace di addentrarmi in forma specifica. Bracciano è stato pensato solo come approvvigionamento per le situazioni di emergenza, con un tipo di emungimento non di derivazione, che non dovrebbe implicare danni ambientali particolarmente pesanti. A parte il fatto che, appunto, lì c’è un abbassamento del livello del lago decisamente superiore per effetto dell’evaporazione.

Quindi diciamo che è un bacino di riserva, non strutturale. Da dove viene l’acqua di Roma. in percentuale più alta?

A Roma la percentuale più alta viene dal Peschiera, che è un’acqua tra l’altro buonissima, meravigliosa. Migliore di quasi tutte le acque che compriamo come acque minerali...

Questa è una buona notizia. E altri acquedotti complementari?

Ce ne sono altri, ma quello è il fondamentale. Poi c’è quello dell’acqua Marcia, l’acquedotto Paola, che hanno percentuali di emungimento inferiori. C’è da dire, comunque, che oggi la rete di distribuzione a Roma è fatta in maniera tale da far partecipare tutti i contributi... Non è che ci sta un acquedotto che serve solo una parte della città e un altro che invece ne serve un’altra. In qualche modo la rete è tutta interconnessa.

Professore, le chiediamo una battuta, se la può fare, anche su un problema in realtà più a monte, che non riguarda il nostro – tutto sommato – piccolo comune e nemmeno addirittura il nostro paese, ma proprio il mondo nella sua interezza; molti analisti hanno visto che i problemi ciclici di siccità che stiamo conoscendo sono dovuti ad un acclarato, e non più negabile, problema di riscaldamento globale. Ci può fare una battuta in questo senso?

Ci sono due problemi sostanziali. Il primo, come dire, è pertinente al clima globale. Non credo che vi sia più qualcuno in grado di negare l’incremento della temperatura legata alle variazioni del clima globale. Ma poi c’è anche un problema legislativo, nel senso che la legge Galli (del 1994, ndr) mostra delle gravi insufficienze. Da un lato sancisce il carattere pubblico della proprietà dell’acqua, dall’altro lato permette una gestione ai privati in cui la tariffa viene definita dall’equilibrio tra ricavi e costi, ma non induce nessuna convenienza nella ricerca delle perdite. Qualunque imprenditore che gestisce una rete potrebbe comodamente avere una quantità enorme di acqua emunta alle fonti e poca acqua erogata all’utenza, ma giacché è stata grossomodo lasciata inalterata la tariffa – che risulta dall’equilibrio tra ricavi e costi – non ha delle reali convenienze a ricercare le perdite. Questo è un problema di tutte le reti idrauliche italiane.

Perché tanto la materia prima c’è e non deve essere prodotta...

La materia prima c’è. E’ un problema di gestione. Poi c’è anche un secondo problema: le commissioni di vigilanza non sono delle vere authority. Sono delle commissioni di consulenza del concedente. I consorzi che concedono al concessionario (le società di gestione della rete idrica, ndr) la gestione della rete, non hanno una vera autorità ed un equilibrio nel guardare i due soggetti nel momento in cui tradiscono il contratto che hanno stipulato fra di loro – concedente e concessionario – e quindi c’è un addensarsi di contraddizioni e perforazioni nel contratto stesso.

Tornando ad Acea, che non ha convenienza e non ha obbligo di cercare le perdite – perché tanto la materia prima, l’acqua, c’è, è pubblica e quella “si può anche sprecare” – c’è un problema proprio di questa azienda, che è una partecipata del comune di Roma, al 51%, però ha dentro Suez, Caltagirone, è quotata in borsa...

Hanno investito di più nella depurazione e nel trattamento, e meno nella ricerca delle perdite e nel riparare la rete. Questa cosa forse può anche esser connessa – ma è un’ipotesi da approfondire – al fatto che la vecchia dirigenza, diciamo così, le cui provate capacità erano indiscusse, è stata recentemente sostituita da una nuova dirigenza; che dovrà in qualche modo acquistare esperienza nel gestire la rete. La vecchia dirigenza aveva invece maturato un’esperienza di elevato livello, questa nuova dovrà acquisirla...

Ma questa nuova dirigenza quando è entrata in funzione?

Da poco. C’è stato un cambio nel gruppo di dirigenza da pochissimi tempo...

Sotto la giunta Pd o con la giunta Raggi? Queste è una domanda più politica...

Quando è stato? Mi sembra immediatamente precedente alla nuova, ma a memoria non ricordo con precisione...

Un’ultima domanda professore. Mi aggancio a quello a cui lei accennava poc’anzi. Nel 2011 milioni di cittadini si sono espressi, tramite un referendum, a favore proprio dell’acqua pubblica, con un risultato innegabile. A sei anni di distanza dal voto, questa volontà, a suo giudizio, è stata rispettata da parte della classe politica, dei dirigenti dei nostri comuni, non solo quello di Roma?

Quel referendum, che affermava una verità indubitabile sulla esigenza che anche la gestione dell’acqua deve essere pubblica, aveva però un limite. Poteva essere interpretato come un tentativo di abolire il profitto e il capitalismo tramite un decreto legge o un referendum. Magari fosse così... Magari potesse presentarsi in forma così semplice il superamento del capitalismo e del profitto.

Professore la ringraziamo per essere stato nostro ospite. L’argomento è talmente vasto e, soprattutto, purtroppo ciclicamente in primo piano... Qualcosa mi dice che dovremo chiamarla di nuovo ai nostri microfoni...

Con immenso piacere. La ringrazio.

La ringraziamo noi.

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