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martedì 25 luglio 2017

Russia: “per gli anziani non c’è posto” e poco anche per gli altri

Qui non c’è posto per gli anziani: perché in Russia non amano i pensionati”, titola MK (Moskovskij Komsomolets), scrivendo che nella classifica mondiale sul livello di vita della popolazione pensionata, stilata da Natixis-Global asset management sui migliori paesi per i pensionati, la Russia è venuta a trovarsi “a livello spazzatura”. Dei 43 paesi esaminati, peggio della Russia stanno solo Brasile, Grecia e India, mentre Turchia, Cina e Messico la sopravanzano. I criteri per la graduatoria sono: livello di assistenza sanitaria, di pensione, qualità di vita e benessere materiale. Per fare un pur astratto raffronto, su una graduatoria stilata da una banca d’affari per la propria esclusiva clientela, l’Italia è posta al 29° posto, dietro Estonia, Singapore e Polonia e prima di Ungheria, Lituania e Portogallo. In testa alla classifica Norvegia, Svizzera, Islanda e Svezia; la Germania è al 7° posto; USA, Gran Bretagna e Francia rispettivamente al 17°, 18° e 19°.

Secondo Natixis, sulla bassa aspettativa di vita in Russia incidono le cattive condizioni ecologiche e il basso livello di assistenza sanitaria; proprio ciò che un tempo costituiva il fiore all’occhiello del “welfare” sovietico. Le basse pensioni fanno il resto. Negli ultimi due anni e mezzo, nota MK, la pensione reale si è ridotta del 2% ed è di una volta e mezzo inferiore ai salari medi. La pensione media era di 12mila rubli nel 2016 e, benché superiore al minimo di sopravvivenza (stimato a 9.956 rubli), il 45% dei pensionati non ha potuto permettersi le medicine. Insieme alla prospettiva, da tempo annunciata, dell’innalzamento dell’età pensionistica, le generazioni dei nati negli anni ’80 e ’90, scrive MK, già temono di non vedere affatto la pensione. 

Non nasconde la realtà il presidente della Commissione lavoro della Duma, Jaroslav Nilov, che ammette a Interfax che “Le pensioni sono misere. Siamo finiti tra i cinque peggiori paesi del mondo: al livello di India, Grecia, Cina, e questo già da qualche anno”; e aggiunge che, grazie a manovre speculative, molti perdono quanto accumulato nel passaggio da un fondo non governativo a un altro o anche dal fondo pensionistico statale a uno non statale. Già qualche mese fa, la stessa MK scriveva del congelamento, dal 2014, dei fondi accumulati per la pensione, pur se, a inizio 2017, sono cresciuti del 5,4% (pari all’inflazione del 2015) gli assegni di 31 milioni di pensionati non più occupati e di altri 15 milioni di invalidi, veterani di vari fronti, persone esposte a radiazioni, eroi dell’Unione Sovietica, della Russia e del Lavoro socialista, ecc. 

Sull’altro versante, scrive Anastasia Vlasova ancora su MK, l’avvocato Jurij Kačan ha fatto causa al Ministro del lavoro Maksim Topilin, chiedendo spiegazioni circa la colossale disparità di trattamento pensionistico tra i deputati della Duma e i comuni cittadini. Nella querela, Kačan chiede su quali basi “sussista una legislazione separata” che pone i deputati in posizione privilegiata. L’avvocato si è rivolto al tribunale, dopo che ripetute richieste di chiarimenti ai competenti organi erano rimaste senza risposta.

Come che sia, secondo il Rosstat, il Servizio federale di statistica, nei primi cinque mesi del 2017 il saldo negativo tra nascite e decessi è stato di circa 112.000 unità (791mila morti e 679mila nascite) quasi triplicando il saldo negativo del 2016 (41,6mila). Secondo Denis Sukhov, che riporta il dato su KP (Komsomolskaja Pravda) in 28 regioni del paese i decessi hanno superato le nascite di 1,5-2 volte, mentre la caduta demografica è stata compensata per il 72,2% da poco più di 80mila migranti nel periodo gennaio-maggio. Anche se non viene specificato da quali aree questi provengano, si deve supporre che siano originari di altre Repubbliche dell’ex Unione Sovietica. Insomma, sembra che il venir meno della “sicurezza nel domani” – biglietto da visita della politica sociale sovietica – e anche l’insicurezza nell’oggi, siano alla base di tali risultati.

Forse anche per queste ragioni, e per la carenza di sicure e precise proposte politiche di alternativa al sistema sociale erede dei “malvagi anni ’90”, secondo il non ufficiale Centro Levada negli ultimi tre anni sarebbe diminuita della metà la popolazione atea, anche se è precipitata dal 42% del 2005 al 28% attuale la percentuale di chi ritiene che la chiesa debba esercitare la propria influenza sulle decisioni governative. Il 58% degli intervistati (purtroppo, non si evidenziano dati su appartenenza sociale, età, professione, ecc.) la pensa comunque in modo opposto. Il 92% si dice ben disposto verso la tradizione ortodossa; a cattolica, protestante, musulmana, giudaica e alle religioni orientali vanno rispettivamente il 74, 61, 59, 55 e 57% delle preferenze. 

Il 62% degli intervistati rispetta l’opinione degli atei; ma, secondo i sociologi, continua a crescere il numero di coloro che si dichiarano “credenti” o “in qualche misura religiosi”: dal 35% al 53% negli ultimi tre anni. Dal 2014 a oggi si sarebbe dimezzato (dal 26 al 13%) il numero di coloro che si dichiarano apertamente atei. “Come per il passato, siamo convinti che la religiosità sia direttamente legata al senso di stabilità e di sicurezza nel domani... La religione continua a conciliare l’individuo con il fatto che il nostro ordinamento sia giusto e dato da dio”, chiosa il sito rotfront.su.

E al quadro aggiunge forse qualcosa anche un’altra statistica: secondo l’ufficiale VTsIOM, il 62% dei russi è favorevole all’apposizione di targhe, lapidi, citazioni, busti, che ricordino i successi ottenuti durante l’epoca di Stalin. Alla domanda sul perché si sia favorevoli, il 57% risponde che “ciò fa parte della nostra storia e i giovani la devono conoscere”; per il 18%, “grazie a Stalin, abbiamo vinto nella Grande Guerra Patriottica”. Per il 9% la ragione è che Stalin ha fatto molto per il bene del paese; lo ha elevato e reso grande (8%); infine il 5% ricorda l’ordine che c’era con Stalin, grande leader e grande personalità. Il 65% si è detto contrario all’apposizione di targhe relative agli insuccessi e alle colpe di Stalin. Il VTsIOM evidenzia una discreta percentuale di indifferenza: il 33% degli intervistati non manifesterebbe né chiara soddisfazione né evidente insoddisfazione per l’apposizione di targhe o lapidi sulla facciata delle abitazioni vicine; il 42% sarebbe a favore e il 21% contrario. 

Ciò ha qualche attinenza con il fatto che, sempre secondo il VTsIOM, nella Russia di oggi il 10% dei cittadini non ha sufficienti entrate per gli alimenti e il 29% per i vestiti; complessivamente, allo scorso maggio, era considerato povero il 39% dei russi (il 54% tra i pensionati e il 46% tra gli abitanti delle zone agricole). A inizio anno, lenta.ru scriveva che circa 20 milioni di persone vivevano al di sotto della soglia di povertà. Da tempo il PCFR denuncia che 72 persone su 100 vivano con un reddito di 15.000 rubli mensili, a fronte di una media salariale ufficiale che nel 2016 era di circa 36.700 rubli; ma, sembra che 5 milioni di persone percepiscano salari di 7.500 rubli. 

New World Wealth pone la Russia al primo posto, tra le maggiori economie mondiali, con il più alto grado di disuguaglianza sociale: sembra che il 10% dei russi (ma il vice presidente della Commissione lavoro della Duma, Nikolaj Kolomejtsev, parlava mesi fa del 3%) detenga il 90% della ricchezza nazionale. Se nel 1931, al termine della prima pjatiletka staliniana, l’URSS dichiarava scomparsa la disoccupazione, oggi la vice primo ministro Olga Golodets può tranquillamente ammettere che, su una popolazione in età lavorativa di circa 87 milioni, “nei settori a noi noti, sono occupati 48 milioni di individui. Non è chiaro dove siano occupati, in cosa siano occupati e come siano occupati tutti gli altri”. Questa è la nuova Russia.

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