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giovedì 3 agosto 2017

La CIA e la controrivoluzione in Venezuela

La società capitalista ha tra i propri tratti principali l’opacità. Se nei vecchi modi di produzione precapitalisti l’oppressione e lo sfruttamento dei popoli saltava all’occhio e persino acquisiva un’espressione formale e istituzionale in gerarchie e poteri, nel capitalismo prevale l’oscurità e, con quella, lo sconcerto e la confusione. Fu Marx che con la scoperta del plusvalore ha stracciato il velo che nascondeva lo sfruttamento a cui erano sottoposti i lavoratori “liberi”, emancipati dal giogo medioevale. Ed è stato sempre lui a denunciare il feticismo delle merci in una società dove tutto diventa merce e quindi tutto si presenta fantasmagoricamente davanti agli occhi della popolazione.

Quanto detto sopra rientra nella negazione del ruolo della CIA nella vita politica dei paesi latinoamericani, ma non solo di quelli. Il suo permanente attivismo è inevitabile e non può passare inosservato ad un occhio minimamente attento. Parlando della crisi in Venezuela – per fare l’esempio che ora ci preoccupa – e le minacce che incombono su questo paese fratello, non si nomina mai l’“Agenzia”, salvo in poche e isolate eccezioni.

La confusione che la sociedad capitalista genera con la sua opacità e il suo feticismo fa nuove vittime nel campo della “sinistra”. Non dovrebbe sorprendere che la destra incoraggi questa copertura della CIA. La stampa egemone – in realtà, la stampa corrotta e canaglia – non la nomina mai. È un tema tabú per questi impostori seriali. Né lei, la CIA, né alcuna delle altre quindici agenzie che costituiscono l’insieme che negli Stati Uniti amabilmente è denominato “comunità di intelligence”. Eufemismi a parte, è un temibile conglomerato di sedici bande criminali finanziate con fondi del Congresso degli Stati Uniti e la cui missione è duplice: raccogliere e analizzare informazioni e, soprattutto, intervenire attivamente nei diversi scenari nazionali con una gamma di azioni che vanno dalla manipolazione dell’informazione e il controllo dei mass media fino al reclutamento di leader sociali, funzionari e politici, la creazione di organizzazioni schermo (dissimulate come innocenti e insospettabili ONG dedite a non obiettabili cause umanitarie) fino all’assassinio di leader sociali e politici fastidiosi, compresa l’infiltrazione e la distruzione di ogni tipo di organizzazione popolare. Vari pentiti e schifati ex agenti della CIA hanno descritto quanto sopra fin nei dettagli, con nomi e date, perciò non insisto su questo argomento.[1]

Che la destra sia complice della copertura del protagonismo degli apparati d’intelligence degli Stati Uniti è comprensibile. Sono dalla stessa parte e proteggono con un muro di silenzio i loro compari e sicari. Quello che è assolutamente incomprensibile è che rappresentanti di alcuni settori della sinistra – specificamente il troskismo –, il progressismo e certa intellettualità intrappolata nei vapori inebrianti del postmodernismo, rientrino in questo negazionismo, dove non solo la CIA scompare dall’orizzonte di visibilità ma persino l’imperialismo. Queste due parole, CIA e imperialismo, neanche per caso entrano nei numerosi testi scritti da personaggi di quelle correnti sul dramma che oggi si svolge in Venezuela e che, ai loro occhi, sembra avere come unico responsabile il governo bolivariano. Chi rientra in quella erronea – insanabilmente erronea – prospettiva d’interpretazione si dimentica pure della lotta di classe, che brilla per assenza soprattutto nelle analisi di supposti marxisti che altro non sono che “marxologi”. Proprio così, colti dottori ubriachi di parole, come a volte diceva Trotsky, che però non capiscono la teoria e meno ancora il metodo dell’analisi marxista e per questo davanti agli attacchi che subisce la rivoluzione bolivariana esibiscono una gelida indifferenza che, di fatto, diventa compiacenza nei confronti dei piani reazionari dell’impero.

Tutta questa orribile confusione, stimolata come dicevamo all’inizio dalla stessa natura della società capitalista, si dissipa quando si ricorda l’infinità di interventi criminali che la CIA ha portato a termine in America Latina (e ovunque fosse necessario) per destabilizzare processi riformisti o rivoluzionari. Una sommaria enumerazione a volo d’uccello, inevitabilmente incompleta, sottolineerebbe il sinistro ruolo svolto dall’“Agencia” in Guatemala, nel 1954, rovesciando il governo di Jacobo Arbenz mediante un’invasione guidata da un colonnello mercenario, Carlos Castillo Armas, che dopo aver fatto quello che gli era stato ordinato sarebbe stato assassinato tre anni dopo nel Palazzo Presidenziale. Continuiamo: Haiti, nel 1959, sostenendo l’allora minacciato regime di François Duvalier e garantendo la perpetuità e l’appoggio a quella criminale dinastia fino al 1986. Non parliamo poi dell’intenso coinvolgimento dell’“Agencia” in Cuba, fin dall’inizio della Rivoluzione Cubana, attività che continua fino ad oggi e che registra come una delle sue tappe principali l’invasione di Playa Girón nel 1961. O in Brasile, 1964, assumendo un attivissimo ruolo nel golpe militare che rovesciò il governo di Joao Goulart e ha immerso quel paese sudamericano in una dittatura brutale che durò per due decenni. A Santo Domingo, Repubblica Dominicana, nel 1965, appoggiando l’intervento dei marines in lotta contro i patrioti diretti dal Colonnello Francisco Caamaño Deño. In Bolivia, nel 1967, organizzando la cattura del Che e ordinando la sua vigliacca esecuzione una volta che era caduto ferito e catturato in combattimento. La CIA è rimasta sul campo e di fronte alla radicalizzazione politica che stava prendendo piede in Bolivia ha cospirato per rovesciare il governo popolare di Juan J. Torres nel 1971. In Uruguay, nel 1969, quando la CIA ha inviato Dan Mitrione, uno specialista in tecniche di tortura, per addestrare i militari e la polizia per estorcere confessioni ai Tupamaros. Mitrione fu da questi giustiziato nel 1970, ma la dittatura installata dall’“ambasciata” dal 1969 è durata fino al 1985. In Chile, dagli inizi degli anni sessanta intensificando la sua azione con la complicità del governo democristiano di Eduardo Frei. La stessa notte in cui Salvador Allende vinceva le elezioni presidenziali del 4 Settembre 1970, il presidente Richard Nixon convocò d’urgenza il Consiglio Nazionale di Sicurezza e ordinò alla CIA di impedire con ogni mezzo l’insediamento del leader cileno e, in caso ciò non fosse stato possibile, di non risparmiare sforzi nè denaro per rovesciarlo. “Né una vite né un dado per il Cile”, disse quello zoticone prima di essere sloggiato dalla casa Bianca a seguito di un giudizio politico.

In Argentina, nel 1976, la CIA e l’ambasciata furono attivi collaboratori della dittatura genocida del generale Jorge R. Videla, contando pure sullo scoperto aiuto e consiglio dell’allora Segretario di Stato Henry Kissinger. In Nicaragua, sostenendo contro tutto e contro tutti la dittatura somozista e, a partire dal trionfo del sandinismo, organizzando la “contra” anche facendo appello al traffico illegale di armi e droga guidato dalla stessa Casa Bianca per raggiungere i propri obiettivi. Nel Salvador, dal 1980, per contenere l’avanzare della guerrilla del Fronte Farabundo Martí di Liberazione Nazionale, inserendosi attivamente durante i dodici anni che durò la guerra civile che lasciò un saldo di oltre 75.000 morti. A Granada, liquidando il governo marxista di Maurice Bishop. A Panamá, 1989, invasione orchestrata dalla CIA per rovesciare Manuel Noriega, un ex agente che aveva pensato di potersi rendere indipendente dai suoi capi, causando almeno 3.000 morti nella popolazione. In Perú, a partire dal 1990, la CIA ha collaborato con il presidente Alberto Fujimori e il suo capo del Servizio d’Intelligence, Vladimiro Montesinos, per organizzare forze paramilitari per combattere Sendero Luminoso e, visto che ci si trovava, pure qualcuno della sinistra che capitava a tiro, lasciando un saldo di lutti che si misura in migliaia di vittime.

Dati questi precedenti, qualcuno potrebbe pensare che la CIA sia rimasta con la braccia conserte di fronte alla presenza delle FARC-EP e del ELN in Colombia, dove gli Stati Uniti contano sette basi militari per il dispiegamento delle loro forze? O che non agisca sistematicamente per corrodere le basi che sostengono governi come quelli di Evo Morales e, a suo tempo, di Rafael Correa e oggi di Lenin Moreno? O che si sia messa a riposo, cessando di agire in Argentina, Brasile, e in tutta questa immensa regione costituita da America Latina e Caraibi, considerata giustamente come la riserva strategica dell’impero? Solo un’ostentata ignoranza o ingenuità potrebbe pensare così.

Può, quindi, qualcuno sorprendersi del protagonismo che la CIA sta avendo oggi in Venezuela, il “punto caldo”, dell’emisfero occidentale? Può la dirigenza nordamericana – quella reale, il “deep state”, come dicono i suoi più lucidi osservatori, non la maschere di prua che mandano alla Casa Bianca – essere così tanto, ma così tanto inetta da disinteressarsi della sorte che potrebbe avere la lotta messa in campo contro la Rivoluzione Bolivariana nel paese che conta le maggiori riserve provate di petrolio del mondo? Può essere che, per il trotzkismo latinoamericano e altre correnti egualmente deviate nella stratosfera politica, la MUD (la destra golpista, ndr) e il chavismo “siano la stessa cosa”, e che non provochi in quelle correnti altra cosa che una suicida indifferenza. Però gli amministratori imperiali, che sanno cosa c’è in gioco, sono coscienti che l’unica opzione che hanno per impossessasi del petrolio venezuelano – obiettivo non dichiarato di Washington – è farla finita con il governo di Nicolás Maduro, lasciando da parte qualsiasi scrupolo pur di ottenere quel risultato; dal bruciare vive le persone ad incendiare ospedali e asili nido.

Sanno pure che il “cambiamento di regime” in Venezuela sarebbe un trionfo straordinario dell’imperialismo nordamericano perché, istallando a Caracas i loro peones e lacchè, orgogliosi della loro condizione di leccapiedi dell’impero, quel paese diventerebbe di fatto un protettorato nordamericano, montando una farsa pseudodemocratica – come quella che già c’è in vari paesi della regione – che solo una nuova ondata rivoluzionaria potrebbe arrivare a interrompere.

Di fronte a questa opzione – impero contro chavismo – non c’è neutralità che tenga. Non è la stessa cosa! Non possiamo pensare che sia la stessa cosa! Perché, per quanti difetti, errori e deformazioni possa aver subito il processo iniziato da Chávez nel 1999; per quante responsabilità possa avere il presidente Nicolás Maduro nell’evitare la destabilizzazione del suo governo, i risultati storici del chavismo superano ampiamente i suoi errori e metterlo in salvo dall'aggressione nordamericana e dei suoi servi è un obbligo morale e politico ineludibile per coloro che dicono di difendere il socialismo, l’autodeterminazione nazionale e la rivoluzione anticapitalista.

Questo, nient’altro che questo, è ciò che è in gioco nei prossimi giorni nella terra di Bolívar e Chávez, e in questo crocevia nessuno può appellarsi alla neutralità o all’indifferenza. Sarebbe bene ricordare l’avvertimento che Dante mise all’ingresso del Settimo Girone dell’Inferno: “questo luogo, il più orrendo e ardente dell’Inferno, è riservato a coloro che in tempi di crisi morale hanno optato per la neutralità”.

Prendere nota.

Note:
[1] Vedi John Perkins, Confesiones de un gángster económico. La cara oculta del imperialismo norteamericano (Barcelona: Ediciones Urano, 2005). Edizione originale: Titolo originale: Confessions of an Economic Hit Man First published by Berrett-Koehler Publishers, Inc., San Francisco, CA, USA. Vedi anche il testo pioniere di Philip Agee, del 1975, Inside the company, e pubblicato in Argentina col titolo La CIA por dentro. Diario de un espía (Buenos Aires: Editorial Sudamericana 1987).

* Resumen Latinoamericano/ 26 luglio 2017. Traduzione di Maria Rosa Coppolino.

Fonte

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