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giovedì 31 agosto 2017

La crisi idrica e l’individualizzazione dei problemi del capitalismo


Scriveva due anni fa Giulio Moini nel suo Neoliberismi e azione pubblica che «il secondo tipo di depoliticizzazione riguarda il trasferimento di questioni di interesse pubblico nella sfera privata, ossia nell’ambito delle scelte individuali. Le questioni ambientali, ad esempio, non implicano scelte di governo o mutamento nei comportamenti delle imprese che producono beni e determinano inquinamento, ma diventano questioni che riguardano gli stili di vita e di consumo dei singoli. Il benessere individuale non è più conseguenza del funzionamento di un efficace sistema di welfare, ma diventa l’esito possibile di un individuo che responsabilmente si occupa di se stesso». Tale processo liberista di depoliticizzazione delle questioni sociali si adatta bene alla vicenda dell’acqua a Roma. Da settimane media e politici ci invitano a “consumare di meno”, a “chiudere-il-rubinetto-quando-ci-laviamo-i-denti”, e contestualmente la giunta Raggi, d’accordo con Acea, sta razionando l’afflusso di acqua nelle abitazioni private. Non mancano i quotidiani avvertimenti su quanti litri d’acqua potremmo risparmiare se solo facessimo le lavatrici a pieno carico o se, putacaso, facessimo la doccia al posto del bagno (ma chi diamine si fa il bagno caldo d’estate?). Tutto molto bello e, al tempo stesso, tutto molto inutile. Conviene infatti ricordare che nel mondo il consumo di acqua dolce è così distribuito: il 70% serve all’agricoltura, il 20% all’industria e solo il 10% è l’acqua effettivamente consumata per usi domestici (qui un interessante rapporto di Hera – azienda multiutility bolognese, ma si possono confrontare dati anche qui o qui). L’Italia è uno dei paesi più ricchi d’acqua al mondo, nonché uno dei paesi d’Europa dove piove di più. Il rapporto tra acqua disponibile e acqua effettivamente prelevata, nonostante sia uno dei più alti in Europa, si ferma al 32%. Bene, nel nostro paese così ricco d’acqua il 70% delle risorse idriche prelevate servono a soddisfare le esigenze agricole; il 20% quelle industriali; e solo il 9% per usi civili/domestici (il restante 1% serve per fini energetici). Tutto il dibattito italiano – e romano in particolare – sull’acqua si sta concentrando su quel 9%. Ma non è finita qui. Circa il 40% (altre fonti parlano addirittura del 50%) di quel 9% viene disperso causa guasti, cattiva manutenzione o incapacità gestionale delle aziende (Acea a Roma) che gestiscono la distribuzione dell’acqua. L’acqua che effettivamente utilizziamo come “privati cittadini” è il 5% del totale dell’acqua prelevata, che a sua volta, lo ricordiamo, è il 32% dell’acqua disponibile nel paese. Tutto il dibattito italiano – e romano in particolare – sull’acqua si sta concentrando su questo 5%. Oltretutto, conviene anche ricordare che quella percentuale non va incontro a esaurimento: il ciclo dell’acqua si rigenera costantemente. E così, colpevolizzati e moralizzati dal “parere-degli-esperti”, crediamo che lo spreco dell’acqua potabile sia un nostro problema individuale, risolvibile in buona sostanza grazie alla buona volontà di ciascuno, auto-provvedendo al razionamento dell’acqua domestica. Non è così, ma nessuno lo dice.
Finiamo così per prendercela coi “nasoni”, che “sprecano” (in realtà l’acqua utilizzata non viene mai “sprecata” nel senso di persa, visto che il consumo fa parte del ciclo naturale dell’acqua) l’1% del 5% dell’acqua potabile. Secondo il rapporto citato di Hera,
«se i dati di Legambiente risultassero esatti, la rete idrica italiana perderebbe ogni minuto circa 6 milioni di litri equivalenti a due piscine olimpioniche […] E’ evidente che il risparmio della risorsa acqua deve avvenire proprio a partire dal risanamento e dal graduale ripristino delle reti esistenti che evidenziano delle perdite rilevanti. A causa dell’inadeguatezza del sistema idrico e della disomogeneità della disponibilità delle risorse, pur avendo una grossa disponibilità di acque immesse in rete, per molte zone della penisola l’acqua potabile rimane un bene raro, che spesso viene centellinato a giorni o addirittura ad ore».
Questo afferma la multiutility bolognese cugina di Acea. Lo spreco dell’acqua è affare dei padroni, non delle singole persone. Ripetiamo: ogni minuto, secondo Hera (che cita Legambiente) si perdono 6 milioni di litri d’acqua. Ma noi continuiamo pure a chiudere il rubinetto quando ci laviamo i denti. Sapete quanta acqua consuma un italiano medio? 230 litri al giorno, cioè 83.950 litri l’anno, che moltiplicato per la vita media di un uomo (ottant’anni) fanno 6.716.000 litri. In pratica, consumiamo in tutta la nostra vita la stessa acqua che gli acquedotti italiani perdono in un solo minuto.

Affare dei padroni dunque. Acea è società per azioni quotata in borsa, con un capitale controllato in maggioranza dal Comune di Roma ma che risponde a vincoli di gestione di natura intimamente privatistica. La mission di Acea è quella di generare profitti da redistribuire ai propri azionisti. Nonostante il parziale controllo pubblico di quote del suo capitale, è di fatto un’azienda privatizzata che gestisce l’erogazione di un servizio pubblico, privatizzando di conseguenza il servizio nonostante il referendum sull’acqua pubblica del 2012. Da nessuna parte viene rilevata l’anomalia evidente, anzi, da più parti si indica come soluzione la cessione delle quote di capitale detenute dal Comune. Purtroppo, una formale ri-pubblicizzazione di Acea è una condizione necessaria ma non sufficiente alla risoluzione strutturale del problema, perché per risolvere il problema dello spreco idrico bisognerebbe trasformare il modello produttivo, consumistico e alimentare occidentale. Ma è un discorso che ci porterebbe troppo lontano.

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