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venerdì 4 agosto 2017

La storia del Carmonazo e il copione della stampa occidentale sul Venezuela

Fra i vari attacchi che sta subendo Maduro, il più particolare è la “letteratura” che lo accusa di stare tradendo il suo predecessore Chavez: oppositori che appoggiarono il colpo di Stato del 2002 piangono per difendere la costituzione Chavista che starebbe per essere stravolta, fini commentatori esteri che analizzano con rigore scientifico come le politiche di Maduro (e il suo minore carisma) abbiano deluso i settori popolari venezuelani, la vera base della Rivoluzione Bolivariana, tanto da isolarlo rispetto a quelli che dovrebbero essere i suoi sostenitori. La validità di queste accuse è constatabile dal fatto che sono esattamente le stesse accuse che gli stessi oppositori muovevano a Chavez 15 anni fa. Fra i sostenitori del golpe vengono poi arrestati anche Lopez e Lodezma, i due oppositori che ora tutti piangono perché sono stati ritradotti in carcere dopo avere violato le condizioni per gli arresti domiciliari (quelle molto semplici di non incitare alle violenze).

La storia dimenticata

Nella notte tra l’11 e il 12 Aprile 2002, quindici anni fa, aveva luogo il colpo di stato della destra venezuelana contro l’allora presidente Hugo Chavez.

In diretta nazionale a reti unificate, il generale Lucas Rincòn annunciava che il presidente Chavez era stato prelevato nella notte dal palazzo presidenziale di Miraflores e condotto in un luogo sicuro, e che avrebbe accettato di sottoscrivere la rinuncia al suo ufficio. Il presidente della Federcàmaras (la Confindustria Venezuelana), Pedro Carmona Estanga, accreditato come il leader ‘civile’ della cricca golpista, assume la guida del governo di transizione e l’incarico di Presidente della Repubblica la mattina del 12, scioglie i poteri costituiti e impone il silenzio stampa sulle prime iniziative dell’esecutivo. Le tv e la stampa (privata) venezuelana diedero il golpe per riuscito e si abbandonarono al trionfalismo e alle celebrazioni del nuovo governo, mentre gli Stati Uniti (amministrazione Bush), e la Spagna di Aznàr si affrettavano ad applaudire al golpe e riconoscere ufficialmente Carmona come Presidente legittimo. È quello che passerà alla storia come El Carmonazo, il primo breve e cruento colpo di stato del Terzo Millennio: nelle due lunghe giornate successive la polizia ucciderà oltre duecento dimostranti chavisti.

Come reagiva la stampa del sedicente “mondo libero” a questa palese violazione della legalità, dei diritti civili e politici, a questo spargimento di sangue insensato? Il lettore ingenuo sarà sorpreso di scoprire che per la maggior parte ci si è limitati ad una scrollata di spalle ipocrita, quando non ad un malcelato senso di sollievo: l’esperienza del Bolivarismo sembrava finita per sempre, e con essa si estingueva l’ultimo focolaio di dissidenza nei confronti del Washington Consensus nell’America Latina continentale.

Per la Repubblica, portabandiera dei giornali di casa nostra, Omero Ciai, proprio lo stesso “corrispondente” che scrive del Venezuela oggi, ottiene il privilegio di scrivere l’epitaffio del chavismo, in un articolo pieno di cinismo e baldanza. Secondo l’esperienza di Ciai:
“Chavez s’è rivelato per quello che era: un dilettante con molta fortuna. Dilettante in economia, dilettante in politica e alla fine anche in comunicazioni di massa. E’ facile capire che un presidente a reti unificate, che parla in tv diverse volte alla settimana di tutto quello che vorrebbe fare, alla fine stufa.”
Un Caudillo dilettante, una meteora della politica internazionale, ma soprattutto un uomo solo. Infatti, chiosa il nostro:
“Che in politica e in economia bisogna raggiungere dei risultati e che anche per fare una rivoluzione ci vuole un bel po’ di consenso. Tre anni fa Chavez ne aveva moltissimo. Ieri, quando i generali, che fino al giorno prima erano stati al suo fianco, lo hanno portato via dal palazzo, gran parte di quel consenso lo aveva perduto lungo la strada. Egli è stato molto più vittima di se stesso che di qualsiasi complotto – militari, industriali, americani – si possa o si voglia immaginare.”
Quello che Ciai non poteva – né voleva – immaginare è che già la sera stessa tutto il paese si solleva contro il colpo di stato. Contro Carmona e gli industriali, contro il silenzio complice o imposto dei media, contro gli Stati Uniti, sei milioni di venezuelani scendono nelle strade. Sfidano i proiettili della polizia, vogliono vedere Chavez. Soprattutto vogliono sapere che cosa sta succedendo al loro paese e alla loro Rivoluzione. Il resto del continente nel frattempo sta a guardare alla finestra, tentenna, di fronte a questo maldestro tentativo di raggiro. L’indomani, il 13 aprile, incoraggiati dall’esempio dei civili, alcuni settori lealisti dell’esercito e della Guardia Nazionale prendono l’iniziativa. Chavez (su cui nel frattempo si sono moltiplicate le pressioni perché accettasse di dimettersi e lasciare il paese) viene liberato dalla sua prigione e riportato a Miraflores; il giorno dopo assumerà nuovamente il suo incarico. In soli tre giorni, il golpe è collassato su se stesso.

Quindici anni dopo

Il Carmonazo appartiene alla storia recente, ma purtroppo già dimenticata, di un Paese difficile come il Venezuela. È importante ricordarla e diffonderla, per due ordini di motivi.

In primo luogo, banalmente, è un episodio importante per capire cos’è il Venezuela di oggi: una realtà profondamente polarizzata (forse oramai insanabilmente), che vive una “guerra fredda civile” di durata ventennale, in cui si contrappongono due fronti in rotta di collisione. Da un lato il movimento Bolivariano che, pur nelle sue contraddizioni e deviazioni, rappresenta la parte operaia e contadina, negra, india e stracciona del Paese; dall’altro c’è il Venezuela padronale, bianco, coloniale, razzista e atlantista ad oltranza, una formazione quest’ultima che dietro la maschera liberale nasconde la sua natura impresentabile, che non si è mai fatta scrupolo di ricorrere all’eversione, all’intervento estero e alla devastazione pur di riconquistare il potere perduto. In pratica, le cronache che arrivano dal Venezuela non rispondono al luogo comune romantico del popolo oppresso contro un tiranno incapace e malvagio: sono cronache della più aspra lotta di classe.

In secondo luogo, le quarantotto ore del governo Carmona e l’illusione che questi ha generato negli osservatori occidentali di un cambio di regime hanno messo brevemente a nudo i propositi dei tradizionali oppositori esteri del chavismo, governativi e non, oltre le retoriche umanitaristiche. La sbornia di trionfalismo di quei giorni ha orientato Bush verso scelte imprudenti, tanto che è risultato in seguito impossibile nascondere le vistosissime tracce dell’appoggio americano al colpo di Stato. Diverse fonti indipendenti confermano che gli Stati Uniti erano in anticipo a conoscenza del golpe, che hanno fornito supporto logistico e finanziario, e che le ambasciate statunitensi di tutta la regione erano state istruite sulla linea del supporto incondizionato al nuovo governo, nonostante la sua manifesta illegalità. Forse meno scontata è stata invece la reazione dei media mainstream agli eventi dell’aprile 2002. Abbiamo già citato l’infame articolo di Ciai per La Repubblica, nel quale nemmeno per un momento si pone qualche dubbio sulla legittimità del colpo, né si trova una parola di biasimo per l’imposizione del silenzio stampa, o di compassione per gli arrestati. Tutto l’articolo è scritto col cinismo glaciale del geopolitico, costellato di qua e di là del paternalismo proprio dei reazionari, di chi ve l’aveva detto, che i percorsi di emancipazione sono avventure effimere e che i popoli tornano sempre all’ovile. Sul piano della stampa internazionale si distingue il giornale coloniale El Paìs, che non ritirerà il proprio endorsement al colpo di stato neppure nelle ultime ore del 13, quando la conta delle vittime della polizia era già salita oltre i duecento. “La República Bolivariana ha muerto” Titolava El Pais, secondo cui Chavez aveva pagato il suo imperdonabile “impegno a instaurare la giustizia sociale in Venezuela ignorandone la metà più influente”. Dalle colonne del New York Times si taglia corto capovolgendo la realtà dei fatti sulla testa: “Le forze armate non hanno in realtà preso il potere giovedì”, e assurdamente: “i diritti e le garanzie politiche sono state ristabilite anziché sospese”.

Man mano che la situazione nel Paese sfugge al controllo e i caduti rimangono sulle strade, a poco a poco, l’entusiasmo della stampa si spegne nel silenzio e, quando la sorte di Carmona appare segnata, in condanna manifesta. L’occasione è sfumata, meglio limitare i danni e sganciarsi da un fallimento troppo eclatante per essere rivendicato da qualcuno. Meglio tornare a parlar d’altro, in attesa della prossima occasione. L’occasione è finalmente arrivata, quindici anni dopo: il campo socialista ha le armi spuntate, orfano di un leader insostituibile e prostrato dal crollo dei prezzi del petrolio. Il terreno sembra fertile per la destabilizzazione, mentre il governo vive la più profonda crisi di consensi della sua storia. Si scatena la guerra economica e di strada: e di nuovo puntuali tornano le bordate degli Stati Uniti, del Pais, del NY Times e de La Repubblica.

Ma, oggi come ieri, la variabile nascosta che potrebbe sventare i piani della destra è proprio la tenacia del popolo di Bolivar in marcia, equilibrato ma inesorabile, che nella prova elettorale di Domenica ha dimostrato al mondo intero che non tutto è perduto per la Rivoluzione.

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