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mercoledì 9 agosto 2017

L’estate che ha sdoganato il “disumano democratico”

Quando gli storici dovranno cercare di capire in che momento si è rotta definitivamente la continuità tra la Repubblica nata dalla Resistenza e lo stato criminogeno presente, non faticheranno a individuare in questi mesi roventi, densi di incarognimenti su tutti i fronti, il discrimine tra un prima e un dopo.

Segnali e slittamenti ce n’erano stati a centinaia, fin dall’apparizione del Cavaliere sul palcoscenico della politica-spettacolo, che aveva sdoganato i fascisti (presto divisi tra nostalgici e post, ma tutti prontissimi ad afferrare la prima poltrona a disposizione).

Una rottura abbastanza seria era stata registrata nel novembre 2011, dopo la “lettera della Bce” che fissava l’inderogabile programma economico dei successivi governi italiani. Defenestrazione del Caimano, nomina di Mario Monti, riforma Fornero, ecc, misero in chiaro che il potere decisionale (o la sovranità, nel normale linguaggio internazionale) si era spostato sull’asse Bruxelles-Francoforte-Berlino. Da lì in poi, i governi del Belpaese avrebbero potuto solo gestire la ripartizione sociale dei “sacrifici”, all’interno di un ventaglio di possibilità sempre meno esteso (visti gli automatismo previsti da Fiscal Compact, Two Pack, Six Pack, ecc).

Quando il contafrottole di Rignano ha cercato di dare una cornice costituzionale coerente alle rotture già avvenute nei rapporti di forza tra le classi e le varie figure sociali, il referendum del 4 dicembre ha decisamente segnalato l’insofferenza della stragrande maggioranza della popolazione nei confronti di questa deriva.

Che non si è però fermata. Anche – se non soprattutto – per la relativa inesistenza di un fronte politico in grado di rappresentare quel rifiuto in forma di programma radicalmente alternativo e massicciamente condiviso. I “decreti Minniti” sul cosiddetto “decoro urbano” e sui migranti sono stati due colpi durissimi alla residua razionalità legislativa democratica di questo paese, trasformando in leggi il diritto all’arbitrio per le forze di polizia e creando un “diritto minore”, razzista e d’apartheid, per le persone provenienti dai vari Sud del mondo.

Ma non bastava e non può bastare. Ogni proiezione sulle future “leggi di stabilità”, ogni esternazione furbesca del presidente dell’Inps sul futuro del sistema pensionistico, ogni imbarazzata relazione della Corte dei Conti (gli F35 sono una sòla dal costo mostruoso, ma ormai bisogna tenersela...), ogni passaggio relativo all’istruzione (le superiori di 4 anni, l’alternanza scuola-lavoro, ecc) o alla sanità pubbliche, ogni approccio privatizzante ai servizi pubblici (acqua e trasporti locali, in primo luogo)... tutto questo delinea un quadro in cui non ci sarà più spazio per soddisfare anche minimamente i bisogni sociali più elementari.

Il programma economico e finanziario che Unione Europea e Troika ci costringeranno a ingurgitare, anche ad un primo sguardo, non sarà gestibile con le vecchie “narrazioni”. Ossia con quelle favolette per cretini raccontate dai vari Berluska, Monti, Letta, Renzi, Gentiloni. Che hanno anche funzionato, per un po’. Basti pensare all’universalizzazione della precarietà e all’eliminazione dei diritti dei lavoratori presentate come manovre di “equità” di fronte a un mercato del lavoro duale creato da loro stessi negli ultimi 20 anni (dal “pacchetto Treu in poi), con i giovani esclusi per sempre dal sistema di regole – e dai livelli salariali – conosciuti dai padri e conquistati dai nonni.

Quel che sanno di dover fare non sarà vendibile come una “scelta di sinistra” o “nell’interesse degli italiani” (a seconda dell’elettorato di riferimento). Quel che faranno non prevede più molti spazi neppure per i “gesti populistici” (80 euro, bonus mamme\, ecc). Quel che dovranno fare non potrà sopportare critiche fondate sui “diritti umani”, come il diritto alla vita, all’acqua, a un lavoro e un salario decente, alla libertà personale, ecc.

Se – come già avvenuto più volte in Grecia – si dovranno tagliare gli assegni pensionistici di chi è già in pensione, per esempio, non si dovrà lasciare alcuno spazio a critiche fondate su quei diritti.

Certo, una classe politica più colta e consapevole (i vecchi democristiani di una volta, niente di trascendentale...) saprebbe elaborare strategie e narrazioni più articolate. Quella presente, ahiloro, è capace solo di chiacchiere e distintivo. Ma siccome tutti hanno ormai capito – e si vede ad ogni tornata elettorale – che le chiacchiere non corrispondono ai fatti, il distintivo (più precisamente: il manganello) viene agitato sempre più spesso. Anzi, diventa l’unico strumento di governo. La lista degli sgomberi violenti è lunghissima; ciò nonostante le resistenze sono state solo locali, senza comprensione o capacità di innescare movimento unitario.


Ma se così è – ed è così – allora l’umanitarismo diventa “un lusso che non ci possiamo permettere”. Quindi va svalutato e criminalizzato quel che fin qui era servito per criminalizzare altri paesi o regimi. I diritti umani costano, e “noi non ce li possiamo permettere”.

Il “codice” minnitiano sui soccorsi in mare – non un legge, che sarebbe stata demolita dalla Consulta per decine di ottime ragioni – supera il tabù rimasto attivo per 70 anni: l’umanità non esiste, l’umanitarismo è un “estremismo pericoloso”, il volontariato è ammissibile solo se messo al servizio delle forze militari dello Stato. Chi è fuori dal recinto del “noi” non esiste, la sua sopravvivenza o meno non ci riguarda, va tenuto in ogni caso lontano e va perseguito chi li aiuta (magari aumentando le tasse a chi li ospita).

I migranti sono il punto debole del fronte degli sfruttati. Non hanno rappresentanza politica (quelli che sono stati immessi, anche in Parlamento, funzionano da foglia di fico o zio Tom), sono facili da additare come causa di tutti i nostri mali, come “ladri” di quel lavoro che c’è sempre meno, come peso per quei servizi che ci vengono sottratti...

Ma sono solo i primi della lista. Varcata la soglia delle pratiche disumane, sdoganata la possibilità di osare l’impensabile (i salvataggi in mare sono un obbligo internazionale da millenni, da molto prima che il capitalismo cominciasse a tritare il mondo e gli esseri umani), sarà solo questione di tempo e di scelta del “nemico” di turno. Prima o poi toccherà a tutti.


Che stia accadendo tutto questo, cominciano a capirlo – e scriverlo – in molti. Anche con punti di vista parecchio distanti da nostro. Anche personaggi che negli ultimi decenni avevano accompagnato con favore la presa di distanza dal movimento o dal pensiero comunista, in direzione di un “dirittumanismo” molto confuso, quando non ambiguo.

Riemerge, dopo 70 anni, la distinzione fondamentale tra giusto e legale, alla base del progresso umano di ogni epoca. E’ la distinzione che oppone Antigone e Creonte, la stessa che durante il nazifascismo ha opposto uomini e no, partigiani e collaborazionisti, partigiani e indifferenti. E’ la distinzione che contrassegna i tempi più bui.

Qui di seguito una piccola selezione delle riflessioni più interessanti (non necessariamente condivisibili in toto, ripetiamo)...

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L’umanità, francamente, ha un po’ rotto i coglioni. Lo dicono i telespettatori di Sky che interpellati con un sondaggio da telecomando, in schiacciante maggioranza, dicono che basta, è ora di finirla. Lo dicono i cittadini intervistati per strada, i colleghi di lavoro al desk lì accanto, le signore anziane dal fruttivendolo. Non so quando tutto questo sia iniziato, forse è perfino troppo complicato chiederselo. Magari è accaduto quando abbiamo iniziato a diventare “ricchi” (dove le virgolette servono a chiarire l’iperbole della ricchezza individuale in un Paese comunque con le pezze al culo) oppure quando ci è parso di essere sotto attacco (anche se, volendoli leggere, i numeri dicono cose abbastanza diverse). In ogni caso non mi pare esistano grandi dubbi che questo sia oggi il sentimento diffuso degli italiani sul tema migranti. Che sia merito delle intense e indecenti campagne disinformative della politica o della mediocrità dei media, che dipenda dalla nostra disperata necessità di sentirci protetti o da altre più complesse motivazioni culturali, il dato di fatto è che gli italiani, con il piccolo individualismo che li contraddistingue, ciò che impedisce loro – da sempre – di sentirsi “un Paese”, dei migranti non ne possono più.

Così non è strano che la politica li segua a ruota. Lasciando perdere per un momento quelli che del tema “stranieri” hanno fatto da anni un cavallo di battaglia, come i leghisti fin dai tempi in cui Borghezio girava per i treni regionali disinfestandoli dalle nigeriane con una bomboletta spray, non dovrà meravigliarci che perfino il governo del PD arda dal desiderio di interpretare i desiderata dei propri elettori. Il codice di comportamento delle ONG in mare ne è un esempio molto chiaro, il Ministro Minniti, che così tanto apprezzamento riceve negli uffici e dal fruttivendolo, ne è il perfetto interprete. Se domani Skytg24 indicesse una consultazione fra le patate da divano sul Ministro sono certo che gli apprezzamenti popolari andrebbero alle stelle. Perché l’umanità, francamente, non è più da tempo moneta di scambio fra la politica e i suoi elettori. È un sacchetto di rifiuti rancido del quale tutti cercano di liberarsi al più presto.

Così non è strano che una sindaca del PD di Codigoro pubblichi una lettera minatoria con il timbro del Comune rivolta ai cittadini che intendano aiutare i profughi e che nel suo partito, di fatto, non succeda nulla se si eccettua una fraterna tiratina di orecchie di “Matteo-aiutiamoli-a-casa-loro-Renzi”, raro esempio di boyscout che all’accoglienza e alla solidarietà da qualche tempo preferisce i fax verso numeri a caso del centro-africa: luoghi nei quali verosimilmente avranno finito la carta e nessuno leggerà nulla.

È una politica miserabile quella che annusa l’aria e poi sceglie di conseguenza. Ne avevamo a disposizione già discreti esempi; non sentivamo il bisogno che il PD si accodasse in maniera tanto ordinata. E se simili scelte coinvolgono e ostacolano intenzionalmente i migliori di noi, da Medici senza Frontiere ai rari esempi di italiani solidali verso il prossimo più sfortunato, è doppiamente miserabile. È una politica che ha perso ogni aspirazione di farsi interprete di una idea e che semplicemente governa il tempo reale senza troppi imbarazzi. Nulla di quello che dicono e fanno oggi questi signori potrà servirci in futuro per poter entrare dal fruttivendolo senza vergognarci di noi stessi.

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Tiziano Trobia – http://www.dinamopress.it

C’è chi striscia tutta la vita e l’unico “coraggio” che ha è quello di prendersela con gli ultimi. Poi c’è chi lotta tutti i giorni. Sul posto di lavoro o nelle acque del Mediterraneo. Contro sfruttatori e assassini, contro leggi che uccidono o tolgono diritti.

C’era una volta, tanto (non troppo) tempo fa, la “Guerra umanitaria”. Invasioni, bombardamenti, migliaia di civili feriti, uccisi o costretti a fuggire dalle loro case, in nome della democrazia e del bene delle popolazioni. Non si poteva correre il rischio che il sanguinario dittatore di turno procedesse indisturbato con torture, incarceramenti, genocidi: bisognava intervenire e farlo dietro l’intoccabile scudo della missione umanitaria. Se qualcuno osava alzare una voce per opporsi, criticare o anche solo dubitare delle buone ragioni di chi conduceva queste sante crociate, la risposta era sempre la stessa: prima bisogna salvare la popolazione e poi si vedrà. Cosa è accaduto negli ultimi 20 anni? Come si è passati dalle guerre umanitarie alla guerra all’umanitario?

È tutto molto chiaro e spaventoso in quest’estate rovente, nella quale gli sbarchi proseguono (a un ritmo minore del luglio dello scorso anno) e la pressione di chi vuole scappare dalla guerra, dalla fame, dalla povertà o vuole semplicemente provare a costruirsi un futuro, con coraggio e determinazione, non si ferma. Può essere la frontiera est dell’Europa o il Mediterraneo, ma ci sarà sempre chi tenterà di battersi contro un destino già assegnato. Lo ha capito bene il Ministro Minniti, mascella fiera e una giovinezza passata a prendere appunti tra i banchi della Scuola delle Frattocchie, che decide di stringere accordi con la Libia per spostare la morte e la sofferenza lontano dai sensibilissimi occhi europei. Perché il problema è solo questo: in Libia i migranti vengono picchiati, torturati, mutilati, uccisi o lasciati morire di fame o di sete. Questo lo sanno tutti, non è un segreto: l’importante però è che il confine si sposti più a Sud e che i cimiteri sotto le stelle siano un po’ più nascosti.

Il mandato è molto preciso e la partita si gioca sul filo dei voti: il primo è stato Di Maio che ha lanciato la caccia alle streghe che ha prodotto l’infame accordo che quasi tutte le ONG (tranne la solerte Save the Children, sic) non hanno firmato, il sequestro della nave Iuventa, colpevole di aver avuto “contatti” con gli scafisti e lo stop nei confronti della nave di Medici Senza Frontiere. Su questo e su altri temi simili il PD non poteva restare a guardare e ha mandato avanti il Ministro sceriffo, con la penna sempre pronta a siglare decreti e accordi infami. Tutti in prima fila contro i buonisti, queste figure mitologiche che “ideologicamente pensano solo a salvare vite umane e noi non possiamo permettercelo”, parola di Stefano Esposito, giovane rampante (di nuovo sic) figura di spicco del Partito Democratico.

Che cosa è accaduto in questi vent’anni? Com’è stato possibile questo scivolamento di senso, dove si sono formate le basi per condurre questa guerra senza frontiera, culturale e discorsiva, prima ancora che amministrativa, all’umanitario? Quando è accaduto che “aiutiamoli a casa loro” o “non c’è posto per tutti”, “vengono qui ma devono dimostrare gratitudine”, “non abbiamo abbastanza spazio” da timidi tentativi di razzisti imbarazzati o slogan delle peggiori destre sono diventate asserzioni diffuse e trasversali? Com’è stato possibile trovarsi improvvisamente sotto questa dittatura dei vigliacchi? A queste domande si possono dare molte risposte, si può dare responsabilità a tanti o a tutti, analizzare lo spostamento del senso comune a partire dalle scelte che partiti di pseudo-sinistra hanno fatto in questi anni (iniziando proprio con l’appoggio alle così dette guerre umanitarie) o l’incapacità di affrontare il tema delle migrazioni partendo dalla carne e dalle vite dei soggetti e non da slogan semplificatori. Ad esempio, i “fortunati” che riescono ad arrivare sulle nostre coste si troveranno a lavorare per 400 euro al mese ed essere utilizzati come “manodopera umile, silenziosa e che non si lamenta”, in un quadro in cui il mondo del lavoro è una guerra all’ultimo sangue, tutti contro tutti. O si affrontano questi temi o si rimarrà incastrati nell’ordine del discorso di questi giorni. Ma qualcosa, rispetto a quest’ordine del discorso, va detta.

È possibile che la Iuventa, mentre salvava vite umane, abbia avuto contatti con gli scafisti. Chi scrive non ne ha idea ma suppone sia possibile, suppone che mentre si è in mare e si vede della gente morire, mentre si cerca di impedire che uomini donne e bambini anneghino al largo della costa di qualsiasi Paese e di qualsiasi maledetto confine, si cerchino i metodi migliori per impedire che questo avvenga. Così come in guerra per vaccinare la popolazione si cercano contatti con il fronte nemico, così come quando un gruppo terroristico occupa un territorio la Croce Rossa è costretta a parlare con i suoi emissari per intervenire e salvare vite umane, da qualsiasi schieramento provengano. Sono loro i buonisti? Gli attivisti e le attiviste, per la gran parte volontari, che hanno scelto di impegnarsi in mare per salvare vite umane? Durante la dittatura dei vigliacchi, è ovvio, i coraggiosi sono quelli che rischiano di più.

I vigliacchi usano i social per farsi grandi e dire “ancora con questo buonismo, non abbiamo lavoro noi, che li facciamo entrare a fare”? I più timidi tra loro provano la carta de “l’unico modo per salvarli è non farli partire, dobbiamo aiutarli nei loro Paesi”. Un campionario di bestialità, banalità, falsità che fa venire i brividi e fa accartocciare lo stomaco, perché dietro ogni riga si cela lo stesso messaggio. Che morissero. Morissero in mare, morissero sotto le bombe, morissero di fame, morissero giovani o vecchi, in fuga dalla guerra o dalla miseria, morissero torturati in Libia, non fa differenza.

Sono gli stessi che passano la vita a testa bassa a dire “sì signore” sul posto di lavoro quando un loro diritto viene calpestato, quando vengono licenziati o non riescono ad arrivare a fine mese, quando si trovano a vivere dentro città devastate in cui i poteri forti (sì, quelli contro cui i 5 Stelle dovevano battersi prima di scegliere ambulanti e migranti come bersaglio preferito, per accodarsi allo stuolo di conigli al potere) hanno divorato tutto senza lasciare niente. Non alzano mai un dito, non alzano mai la voce e poi tornano a casa e scrivono sui social “affondiamo questi barconi” o si lamentano perché i bus sono “pieni di questi che non si lavano”. Quanto bisogna essere vigliacchi per passare la vita strisciando e alzare la voce solo con gli ultimi?

La verità in fin dei conti è semplice: i buonisti non esistono. La grandissima maggioranza di quelli che vengono chiamati buonisti, non ho paura di essere smentito, crede ideologicamente che conti prima di tutto salvare vite umane, questo è vero. Che i confini siano un’atrocità artificiale, che sia diritto di tutti scegliere dove e quando migrare e soprattutto che non ci sono leggi assassine, che impongono la morte di altri esseri umani, che valga la pena rispettare. Per questo ci vuole il coraggio della Iuventia o dei pescatori che si gettano in soccorso rischiando moltissimi anni di carcere o dei volontari che da tutta Europa hanno invaso Lesbo lo scorso anno per allungare le mani verso chi sceglieva o era obbligato a partire. Per questo, si dovrebbero chiamare con il loro nome, i coraggiosi, quelli che scelgono di sfidare anche le leggi e le polizie, perché passare la vita a strisciare non è un’opzione interessante. Il miglior modo per dimostrare a questi campioni della codardia che di buonismo non c’è traccia è proprio quello di continuare a lottare e sfidare gli anatemi. Perché se c’è bisogno di violare le leggi per salvare vite umane, allora queste leggi sono e saranno violate.

Gli sforzi vanno moltiplicati e questa battaglia non si combatte solo ai confini. Si combatte ogni giorno, quando ci si oppone allo sfruttamento sul lavoro o alla distruzione della scuola pubblica, quando si cerca di costruire città a misura di chi le vive e non ad uso e consumo di palazzinari e speculatori, quando nelle periferie si cerca di bloccare la guerra tra poveri e girare lo sguardo in alto, dove sono i veri responsabili.

In un Paese in cui l’1% delle famiglie ha in mano il 20% della ricchezza totale, solo i vigliacchi possono accusare i migranti delle loro disgrazie. E i ricchi, che vogliono continuare a rimanere tali. Ma si sa, i ricchi hanno sempre bisogno di qualcuno che copra loro le spalle. Se lo fanno strisciando, tanto meglio.

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In difesa dei giusti

Guido Viale

Coloro che dalle coste della Libia si imbarcano su un gommone o una carretta del mare sono esseri umani in fuga da un paese dove per mesi o anni sono stati imprigionati in condizioni disumane, violati, comprati e venduti, torturati per estorcere riscatti dalle loro famiglie, aggrediti da scabbia e malattie; e dove hanno rischiato fino all’ultimo istante di venir uccisi.

Molti di loro non hanno mai visto il mare e non hanno idea di che cosa li aspetti, ma sanno benissimo che in quel viaggio stanno rischiando ancora una volta la vita.

Chi fugge da un paese del genere avrebbe diritto alla protezione internazionale garantita dalla convenzione di Ginevra, ma solo se è «cittadino» di quel paese. Quei profughi non lo sono; sono arrivati lì da altre terre.

Ma fermarli in mare e riportarli in Libia è un vero e proprio respingimento (refoulement, proibito dalla convenzione di Ginevra) di persone perseguitate, anche se materialmente a farlo è la Guardia costiera libica.

Una volta riportati in Libia verranno di nuovo imprigionati in una delle galere da cui sono appena usciti, subiranno le stesse torture, gli stessi ricatti, le stesse violenze, le stesse rapine a cui avevano appena cercato di sfuggire, fino a che non riusciranno a riprendere la via del mare.

Alle Ong che cercano di sottrarre quei profughi a un simile destino di sofferenza e morte andrebbe riconosciuto il titolo di “Giusti” come si è fatto per coloro che ai tempi del nazismo si sono adoperati per salvare degli ebrei dallo sterminio.

Invece, ora come allora, vengono trattati come criminali: dai Governi, da molte forze politiche, dalla magistratura, dai media e da una parte crescente dell’opinione pubblica (i social!); sempre più spesso con un linguaggio che tratta le persone salvate e da salvare come ingombri, intrusi, parassiti e invasori da buttare a mare.

Non ci si rende più conto che sono esseri umani: disumanizzare le persone come fossero cose o pidocchi è un percorso verso il razzismo e le sue conseguenze più spietate. Come quello che ha preceduto lo sterminio nazista.

Nessuno prova a mettersi nei panni di queste persone in fuga, per le quali gli scafisti che li sfruttano in modo cinico e feroce sono speranza di salvezza, l’ultima risorsa per sottrarsi a violenze e soprusi indicibili. La lotta agli scafisti indetta dal governo italiano e dall’Unione Europea è in realtà una guerra camuffata contro i profughi, contro degli esseri umani braccati.

Ed è una guerra che moltiplica il numero e i guadagni di scafisti, autorità libiche corrotte e terroristi: unica alternativa ai canali di immigrazione legale che l’Europa ha chiuso fingendo di proteggere i propri cittadini.

Da tempo le imbarcazioni su cui vengono fatti salire i profughi non sono più in grado di raggiungere l’Italia: sono destinate ad affondare con il loro carico. Ma gli scafisti certo non se ne preoccupano: il viaggio è già stato pagato, e se il «carico» viene riportato in Libia, prima o dopo verrà pagato una seconda e una terza volta.

In queste condizioni, non c’è bisogno che un gommone si sgonfi o che una carretta imbarchi acqua per renderne obbligatorio il salvataggio, anche in acque libiche: quegli esseri umani violati e derubati sono naufraghi fin dal momento in cui salpano e, se non si vuole farli annegare, vanno salvati appena possibile.

Gran parte di quei salvataggi è affidata alle Ong, perché le navi di Frontex e della marina italiana restano nelle retrovie per evitare di dover intervenire in base alla legge del mare; ma gli esseri umani che vengono raccolti in mare da alcune navi delle Ong devono essere trasbordati al più presto su un mezzo più capiente, più sicuro e più veloce; altrimenti le navi che eseguono il soccorso rischiano di affondare per eccesso di carico, oppure non riescono a raccogliere tutte le persone che sono in mare o, ancora, impiegherebbero giorni e giorni per raggiungere un porto, lasciando scoperto il campo di intervento.

Vietare i trasbordi è un delitto come lo è ingiungere alle Ong di imbarcare agenti armati: farlo impedirebbe alle organizzazioni impegnate in interventi in zone di guerra di respingere pretese analoghe delle parti in conflitto, facendo venir meno la neutralità che permette loro di operare.
Né le Ong possono occuparsi delle barche abbandonate, soprattutto in presenza di uomini armati fino ai denti venuti a riprendersele. Solo i mezzi militari di Frontex potrebbero farlo: distruggendo altrettante speranze di chi aspetta ancora di imbarcarsi.

I problemi continuano quando queste persone vengono sbarcate: l’Unione europea appoggia la guerra ai profughi, ma poi se ne lava le mani. Sono problemi dell’Italia; la «selezione» tra sommersi e salvati se la veda lei... I rimpatri, oltre che crudeli e spesso illegali, sono per lo più infattibili e molto costosi.

Così, dopo la selezione, quell’umanità dolente si accumula in Italia, divisa tra clandestinità, lavoro nero, prostituzione e criminalità: quanto basta a mettere ko la vita politica e sociale di tutto paese. Ma cercare di fermare i profughi ai confini settentrionali o a quelli meridionali della Libia accresce solo il numero dei morti.

Dobbiamo guardare in avanti, accogliere in tutta Europa come fratelli coloro che cercano da lei la loro salvezza; adoperarci per creare un grande movimento europeo che lavori e lotti per riportare la pace nei loro paesi (non lo faranno certo i governi impegnati in quelle guerre) e perché i profughi che sono tra noi possano farsi promotori della bonifica ambientale e sociale delle loro terre (non lo faranno certo le multinazionali impegnate nel loro saccheggio).

L’alternativa è una notte buia che l’Europa ha già conosciuto e in cui sta per ricadere.

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Il motto «aiutiamoli a casa loro»

Ma noi comboniane ci siamo “a casa loro”. Viviamo in Africa da oltre 140 anni: con il nostro corpo e il nostro cuore, e tanta voglia di conoscere e capire. Ci siamo messe in ascolto, insieme a donne e uomini che amano l’Africa come noi: non le sue risorse da sfruttare, ma i suoi popoli da incontrare. Tante di noi sono nate là, perché sono africane, e offrono chiavi di lettura che rimangono invisibili a occhi esterni. Per questo siamo indignate dal persistente silenzio che avvolge l’Africa, vicina di casa dell’Italia, eppure così scandalosamente ignorata dai media, al punto che il fiume di persone riversato sulle coste italiane scandalizza: «Perché vengono tutti qui»? Perché le rotte iberica e balcanica sono chiuse, e coloro che cercano vita trovano sempre un varco. Devono pagare a caro prezzo i trafficanti, ma non si fermano.

Noi ci siamo dentro e conosciamo frammenti pesanti della loro sofferenza. Siamo nei movimenti della società civile che cerca spazi di vita; nelle scuole e negli ospedali, fra i popoli relegati in terre semi-aride o in campi di battaglia; e anche nei campi profughi, dove milioni di persone sopravvivono mentre la loro terra, con la connivenza dolosa di politici locali, viene rapinata da governi e imprese di altri Paesi; spesso con la scusa di “promuovere lo sviluppo” del continente.

Il motto «aiutiamoli a casa loro» ci fa sorridere. Aiutare: come? Abbiamo troppo spesso intravisto gli intrallazzi che alimentano la corruzione anziché liberare la potenzialità di vita delle persone. Abbiamo visto contingenti super equipaggiati incapaci di catturare Joseph Koni e il suo drappello di violenti, che continua a seminare paura in quattro Paesi: Uganda, Sud Sudan, Repubblica Centrafricana e Repubblica democratica del Congo. A chi interessa lasciarlo ancora libero di “uccidere” e “destabilizzare”?

E la lista di altre milizie brutali che succhiano il sangue della gente sarebbe molto lunga. Chi le mantiene? Abbiamo anche incontrato contingenti di pace dell’Onu che non hanno protetto la popolazione civile, e talvolta l’hanno sfruttata.

«Aiutiamoli a casa loro...». Forse, ma senza arroganza unidirezionale dall’alto (noi) al basso (loro). Migliorare le condizioni di vita è un processo complesso, a lungo termine e inclusivo: riguarda loro e anche noi. Esige dialogo, valutazione condivisa, andando oltre le élite di governo. Servono collaborazioni ampie, che coinvolgano da protagoniste le molteplici e diversificate comunità africane e di altre regioni del mondo. Forse il primo passo è cercare di capire meglio cosa succede «a casa loro» per evitare scorciatoie controproducenti e dannose.

Per questo condividiamo l’appello di padre Zanotelli ai media italiani «Rompiamo il silenzio sull’Africa», e invitiamo voi e noi a non permettere che notizie miopi e autoreferenziali ci chiudano gli occhi sul mondo.

Combonifem

http://www.comboni.org

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Dopo l’inchiesta di Trapani contro Jugend Rettet, il discorso pubblico su questo tema è definitivamente deragliato

“Ormai le Ong rischiano di cambiare significato. Non per colpa loro, ma di chi intende ri-definirle. Con intenti (anti)politici strumentali.” Così scriveva ieri su Repubblica Ilvo Diamanti, presentando un sondaggio Demos-Coop da cui risulta che soltanto il 26% della popolazione esprime una valutazione positiva sulle Ong che operano nel Mar Mediterraneo (la percentuale corrisponde a voti uguali o superiori al 7 su una scala da 1 a 10). Il sondaggio risale a giugno, ben prima dell’inchiesta di Trapani contro Jugend Rettet e dell’escalation di questi giorni – il che è tutto dire.

Se dal canto suo Ilvo Diamanti propone una soluzione quantomeno fantasiosa per riportare le Ong nelle grazie dell’opinione pubblica – ribattezzarle ABC, Associazioni per il Bene Comune, perché ONG suonerebbe troppo “minaccioso” – bisogna riconoscere che il dibattito pubblico attorno a questo tema è ormai irrimediabilmente deragliato. E la colpa è soprattutto di una copertura mediatica acritica, nel migliore dei casi, o intrecciata con la più bieca strumentalizzazione politica, nel peggiore.
Che da settimane non si parli d’altro è già paradossale di per sé.

Il tema dell’immigrazione in Europa può essere affrontato sotto un’infinità di prospettive, e sono tanti i problemi che meritano di essere discussi: i tempi lunghi per l’esame delle domande d’asilo, la procedura stessa che porta all’approvazione o al respingimento delle richieste, i malfunzionamenti del sistema dell’accoglienza – solo per citarne qualcuno. Invece, la politica e l’opinione pubblica sono impegnate a dibattere sull’unico punto su cui non dovrebbero esserci disaccordi: l’operato di organizzazioni di volontari che, nel rispetto delle leggi internazionali (a differenza del Codice del Viminale, che non ha nessun valore legale), cercano di limitare i costi umani di una strage che va avanti da anni soltanto per colpa dell’inazione politica europea. Non si dovrebbe neanche parlare, delle Ong.

Per chi ha seguito questa vicenda dall’inizio, appare chiarissimo invece il meccanismo “a valanga” con cui la campagna mediatica contro le Ong, da insinuazione messa in campo da un think tank olandese e dall’agenzia Frontex, si è ingigantita fino a diventare verità ufficiale, oltre che primo punto dell’agenda politica italiana.

Dal video dello youtuber Luca Donadel che svelava la “verità” sulle operazioni di search and rescue nel Mediterraneo al lento sdoganamento dell’espressione “taxi del mare” per riferirsi alle Ong; dalle illazioni del procuratore di Catania Zuccaro al Codice di comportamento voluto dal ministro Minniti, fino all’inchiesta di Trapani contro Jugend Rettet: tutto ha contribuito a trasformare un luogo comune borderline dell’estrema destra – che l’immigrazione sia un fenomeno architettato e favorito per la “sostituzione etnica” del popolo italiano, per la destabilizzazione economica del nostro paese, o anche soltanto per ingrassare le tasche di qualcuno – in narrazione mainstream. Così, anche quotidiani “rispettabili” e “progressisti” hanno titolato a gran voce, sotto la foglia di fico di un virgolettato, della collusione tra alcune Ong e gli scafisti – la stessa verità che veniva spacciata mesi fa senza uno straccio di prove o inchieste in corso, per cui a buon diritto oggi tutto l’asse xenofobo può esultare e dire di aver avuto sempre ragione.


Del reato di cui sono accusati i ragazzi di Jugend Rettet – favoreggiamento dell’immigrazione clandestina – colpisce soprattutto l’ipocrisia. Sarebbe più consolante se tutti gli agitatori di questa caccia alle streghe gettassero la maschera e si lasciassero andare a una dichiarazione liberatoria: non vogliamo che arrivino, punto e basta. Invece, l’approdo sulle nostre coste viene trasformato in una specie di macabro gioco di ruolo: il migrante attraversa il deserto, affida la propria vita a un viaggio della speranza per raggiungere l’Europa, ma solo se si trova abbastanza in pericolo può essere soccorso e scortato in Italia, altrimenti deve ritornare in Libia, e chi lo aiuta commette un reato (perché non ha bisogno di aiuto, giusto). Una politica molto simile a quella, altrettanto ipocrita, del “piede asciutto, piede bagnato,” applicata per molti anni dagli Stati Uniti nei confronti dei rifugiati cubani.

Da http://thesubmarine.it

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