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lunedì 14 agosto 2017

Washington-Pyongyang: la battaglia è verbale, ma si inasprisce

Segnali tutt’altro che incoraggianti attorno alla Corea del Nord. Da giorni, Donald Trump va ripetendo che le forze armate USA, uomini e mezzi, sono pronte all’opzione militare contro la Corea del Nord e Washington potrebbe attaccare in qualunque momento, se Pyongyang non comincia “a comportarsi in modo ragionevole. Spero che Kim Jong Un scelga un’altra strada”.

E se Tokyo ha dislocato sistemi antimissilistici sin dentro il perimetro della capitale, il canale Fox News riferisce che gli equipaggi dei 6 bombardieri supersonici USA B-1B Lancer di stanza a Guam sono allertati per colpire in qualsiasi momento circa 20 obiettivi nordcoreani che rientrano nel piano di attacco preventivo elaborato dal Pentagono.

A sua volta, Mosca ha rafforzato e messo in stato di massima allerta i sistemi antimissilistici e le forze aeree nelle regioni dell’estremo oriente russo, in caso missili USA o nordcoreani assumessero coordinate di lancio errate, mentre vengono tenute sotto “stretta sorveglianza”, ha dichiarato il senatore Viktor Ozerov, i possibili punti di lancio nordcoreani.

Non fanno ben sperare le notizie da Pyongyang. Sabato scorso il presidente cinese Xi Jinping, come riportava la sudcoreana Yonhap, in un colloquio telefonico aveva esortato Donald Trump a scegliere con più attenzione le proprie espressioni riguardo la RDPC, si era espresso per una soluzione pacifica della questione nucleare con Pyongyang e aveva detto che la pace nella regione è interesse comune di Cina e USA: “Tutte le parti interessate” aveva detto Xi, citato da The Straits Times, “devono frenarsi ed evitare parole e azioni che conducano a una escalation della situazione”. Ma oggi, ancora Yonhap scrive che Pyongyang ha richiamato per consultazioni i propri ambasciatori nei principali paesi, a cominciare da Cina, Russia e ONU e ieri sera, la portavoce del Ministero degli esteri russo, Marija Zakharova, aveva detto che è veramente alta la possibilità di un conflitto armato.

E, mentre Segretario di stato e Segretario alla difesa USA, Rex Tillerson e James Mattis, in un articolo a quattro mani sul The Wall Street Journal, insistono ancora perché Mosca e Pechino facciano pressioni su Pyongyang e non “forniscano al regime nordcoreano aiuti economici per esso vitali e lo convincano a deviare dalla rotta pericolosa”, il direttore della CIA, Mike Pompeo rilascia a Fox News una dichiarazione sibillina: conoscendo i metodi dell’Agenzia, se il suo direttore proclama di non essere in possesso di dati che indichino che il “mondo è vicino a una guerra nucleare”, c’è da temere che lo scoppio di un conflitto non sia così lontano; tanto più che Pompeo ha aggiunto che “la pazienza strategica” USA è finita.

A partire dalla risoluzione USA votata all’unanimità lo scorso 5 agosto dal Consiglio di sicurezza ONU, il montare delle “espressioni verbali” tra le due sponde del Pacifico non ha conosciuto sosta.

Lo scorso 10 agosto la nordcoreana KCNA riferiva che entro la metà del mese sarà definitivamente pronto il piano per colpire la base americana di Guam con 4 missili balistici a medio raggio Hwasong-12, “per mettere fuori combattimento le forze nemiche sulle principali basi militari di Guam e come segnale di avvertimento agli USA”. Dopo di che, il piano verrà sottoposto all’approvazione di Kim Jong Un. Un piano, che il generale Kim Rak Gyom, comandante delle Forze strategiche nordcoreane, ha definito come “lo storico fuoco che avvolgerà Guam, un’azione pratica che punta sulle basi di aggressione USA”. I missili Hwasong-12 “attraverseranno il cielo sopra le prefetture giapponesi di Shimane, Hiroshima e Kochi, percorrendo 3.356 km in 1.065 secondi e colpiranno le acque da 30 a 40 km al largo di Guam”, ha detto Gyom.

L’ordine di mettere a punto il piano d’attacco, secondo l’agenzia cinese Xinhua, sarebbe stato dato da Kim Jong Un, che ha detto che è necessario colpire “l’hardware” militare USA, che minaccia continuamente la RDPC con i bombardieri strategici B-1B e portaerei atomiche. Kim Rak Gyom ha ammonito “gli Stati Uniti che, con le sanzioni globali, massimizzano le minacce militari contro la RDPC; mentre il presidente americano, da un campo di golf, rilascia un sacco di sciocchezze su “Fuoco e furia”, non riuscendo a cogliere la gravità della situazione. Tutto ciò, sta dando sui nervi agli irritati artiglieri addetti ai Hwasong”, ha dichiarato Gyom, aggiungendo che l’esercito nordcoreano sta “tenendo sotto controllo i discorsi e i comportamenti della leadership USA”.

Nei giorni scorsi, all’immediata vigilia del nuovo acutizzarsi della tensione, l’economista e analista Peter Koenig, aveva scritto su Global Research che Cina e Russia avevano “vergognosamente venduto la RDPC”, in riferimento al voto del Consiglio di sicurezza ONU dello scorso 5 agosto, che ha condotto alla tensione degli ultimi giorni. “Con le sanzioni” aveva scritto Koenig, “vogliono soffocare un piccolo paese che si sta difendendo e non vedono i crimini del Supremo Aggressore: gli USA”. Vergogna completa è constatare “fino a che punto si sia chinato il mondo intero di fronte alle schiere oscure che tirano i fili dei burattini della Casa Bianca! Davvero siamo diventati un mondo di vassalli di un impero morente?” scriveva Koenig. Quegli “stessi aggressori, guidati da Washington, oltre 60 anni fa distrussero la Corea del Nord, uccidendo un terzo dei 10 milioni della sua popolazione. Invece di firmare il trattato di pace, minacciano in permanenza la RDPC con navi e aerei dalle loro numerose basi USA in Corea del Sud e in Giappone; lo spazio aereo nordcoreano è continuamente violato dai bombardieri americani; manovre congiunte USA-Giappone-Corea del Sud si ripetono di continuo”. La RDPC, notava Koenig, mostra “al mondo soltanto la propria capacità di difendere il paese e le sue garanzie sociali di istruzione e assistenza sanitaria gratuite, mentre il suo deterrente nucleare non è una minaccia né per il Giappone, né per i suoi fratelli del sud, né, tantomeno, per gli Stati Uniti. E Trump lo sa maledettamente bene. Il suo vanto di “fuoco e furia” altro non è che un tintinnio di sciabole, lo show di un multimiliardario-psicopatico che rincorre palline da golf e si gode il potere su un impero, grazie a Dio, in rovina”. Secondo Koenig, Washington “non oserà toccare la Corea del Nord, altrimenti conoscerà “fuoco e furia” degli alleati della RDPC – Russia e Cina – nonostante il loro sventurato voto al Consiglio di Sicurezza” su delle sanzioni che costituiscono “un’autentica farsa, dal momento che il principale aggressore non è la Corea del Nord, bensì è e sono sempre stati gli USA”.

Anche il cinese Global Times, la pubblicazione in lingua inglese del Rénmín Rìbào concentrata sulle questioni internazionali, osserva che da molte parti si giudica molto bassa la possibilità di una guerra. Se scoppiasse davvero, è improbabile che gli USA possano ottenerne qualche “dividendo strategico”, mentre la Corea del Nord si scontrerebbe con rischi senza precedenti. La RDPC cerca di portare gli USA al negoziato, mentre quelli vogliono una Corea del Nord sotto il loro controllo. Entrambi non possono raggiungere i loro obiettivi, perciò competono nell’escalation della tensione, ma non vogliono prendere l’iniziativa della guerra. Il vero pericolo sta nel fatto che un tale gioco spericolato può portare a errori di calcolo e a una “guerra” strategica. In altre parole, né Washington né Pyongyang, conclude Global Times, vogliono la guerra, ma questa potrebbe comunque scoppiare, perché essi non hanno esperienza nella gestione di un gioco così estremo. A commento di questa analisi, l’esperto della rivista russa Meždunarodnaja žizn, Mikhail Bakhalinskij, si limita a riportare la reazione della NATO, secondo cui “per statuto, i paesi membri dell’Alleanza non sono tenuti a difendere il territorio di Guam, che si trova nell’Oceano Pacifico ed è possedimento USA, anche se formalmente non fa parte del paese”. In pratica, la NATO intende lanciare due segnali, sintetizza Bakhalinskij: l’Alleanza non ha intenzione di entrare in conflitto con la Cina per le ambizioni geopolitiche USA e l’Alleanza non ha dimenticato la retorica da falco di Trump nei propri confronti.

Come che sia, il Rodong Sinmun scrive di tre milioni e mezzo di “studenti, operai e militari della riserva che hanno presentato domanda per rinforzare le file dell’esercito nordcoreano” e l’osservatore del giornale, Ri Hyo Jin, ammonisce che gli USA dovranno pagare un prezzo molto alto. Avendo assistito al successo del secondo lancio sperimentale di un missile ICBM, scrive Ri, gli USA sono stati presi da ansia e terrore. Trump ha dichiarato che sarebbero stati fatti dei passi per garantire la sicurezza della terraferma. Ha detto che gli Stati Uniti non “escluderebbero una guerra” e che “se una guerra scoppierà, sarà combattuta nella penisola coreana”. Ecco perché gli Stati Uniti si stanno mettendo in moto, vociferando di obiettivi strategici nella penisola coreana e di “attacco preventivo”. Per la nuova “risoluzione sulle sanzioni”, gli USA hanno fatto pressioni sui nostri vicini che, in faccia agli Usa, appaiono inadatti allo status di grandi potenze. Ma è una tragedia che i comportamenti sconsiderati e isterici possono ridurre in cenere la terraferma degli Stati Uniti in qualsiasi momento.

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