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domenica 10 settembre 2017

Le dimensioni dello sciacallaggio politico in corso al Tiburtino III


L’immagine descrive i confini del IV Municipio, uno dei più grandi della città: 49 km quadrati per 176mila persone ufficialmente residenti. E’ anche uno dei municipi più problematici dal punto di vista sociale: nel municipio infatti convivono quartieri dormitorio come quelli oltre il Raccordo anulare (Settecamini, Casal Monastero, Case Rosse, ecc); quartieri ghetto dove la crisi economica e l’assenza di soluzioni politiche ha incattivito ogni relazione sociale, come Tor Sapienza, Tor Cervara, Collatino, San Basilio, eccetera; quartieri della periferia consolidata che sopravvivono tra degrado sociale e scarsi tentativi di gentifricazione spacciata per recupero urbano, come Casal Bertone o Pietralata; infine, alcune ridotte di (relativo) benessere, tra viale Kant e Colli Aniene. Un municipio dalle profonde contraddizioni, complesso da amministrare, dove la crisi economica e il progressivo disfacimento della città hanno assunto le forme più dirette e violente. All’interno di questo eterogeneo agglomerato metropolitano, il quartiere del Tiburtino III (ex borgata Santa Maria del Soccorso) rappresenta un piccolissimo ritaglio urbano chiuso tra la Tiburtina e la Collatina.


Un quartiere di case popolari costruite negli anni Settanta, che hanno sostituito il vecchio impianto derivato dal fascismo. All’interno della ex borgata, il presidio umanitario di via del Frantoio assiste circa una quarantina di richiedenti asilo. Nessuno dei problemi sociali del quartiere, per non dire del municipio in questione, deriva dalla presenza di questi 40 migranti.


Nonostante ciò, il consiglio municipale ha deciso di convocarsi urgentemente per discuterne “le criticità”. Ma quale sia l’orientamento generale del consiglio è presto detto. Secondo Rolando Proietti Tozzi, vice presidente e assessore municipale alle politiche sociali per il Movimento 5 Stelle, partito che guida il municipio, «ci sono delle grosse responsabilità su Tiburtino III che noi abbiamo ereditato, ma ci impegniamo a renderlo vivibile come anche San Basilio e Pietralata. Noi non abbiamo paura di niente, ci mettiamo la faccia. Abbiamo detto che lo sprar sarebbe stato chiuso e lo abbiamo fatto. Abbiamo un progetto. Per fare un bando ci vogliono 8/10 mesi» (qui). Ecco spiegata l’incredibile sottomissione di tutto il consiglio municipale alla richiesta di Casapound: c’è una sostanziale e diretta convergenza sul problema e sulla sua soluzione. Chiudere il centro è la risposta che tutta la politica municipale, dal centrodestra a Casapound, dal Pd al M5S, ha in mente, mascherando questa lampante convergenza dietro ambigue formule di rito (“bisogna ascoltare i cittadini”, “il municipio risponde alle esigenze dei suoi residenti”, eccetera).


Nonostante il M5S cittadino, per bocca dei suoi assessori al Comune, abbiano indicato il presidio umanitario come «risorsa del quartiere», al municipio gli esponenti dello stesso partito non la pensano allo stesso modo. Il problema è che questi esponenti, lungi dall’avere una qualche idea di come si governi l’integrazione tra italiani e migranti, e ancor meno capaci di amministrare politicamente un territorio così difficile, decidono di adeguarsi alla vulgata razzista per mero tornaconto elettorale. Solo che – ennesimo paradosso di questa storia – questo razzismo si ferma alle ridicole messe in scena neofasciste. Nel quartiere infatti, quasi nessuno ha seguito lo sciacallaggio fascio-mediatico. Eppure, forza dei media e delle retoriche pubbliche da questi prodotte, tutti sono convinti che nel quartiere ci sia un “problema migranti”, e che la soluzione al degrado sociale sia cacciare il presidio umanitario. Non è vero e non lo crede (quasi) nessuno, ma a forza di ripeterlo dal megafono mainstream diviene senso comune al quale adeguarsi inevitabilmente. Questa la vicenda in corso al Tiburtino III, una vicenda che potrebbe facilmente riprodursi in ogni altro territorio metropolitano.

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