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lunedì 11 settembre 2017

Un militare stupratore? Non è poi così raro e strano...

Lo possiamo ammettere apertamente: non tutti i carabinieri sono stupratori. Non basta appartenere a un insieme umano caratterizzato in un certo modo (nel caso specifico: la divisa, le armi, il potere di disporre temporaneamente della libertà altrui) per essere tutti schiacciati sulla bestialità di un singolo o di pochi. Vale lo stesso per “gli immigrati”, “i negri”, “gli extracomunitari” – per stare agli schemi del razzismo di oggi – così come valeva per “i calabresi”, “i pugliesi”, “i napoletani”, “i siciliani”, ecc, negli schemi razzisti di pochi anni fa (e ancora oggi: chiedete a un meridionale se ha dimenticato i coretti con cui si dilettava il Salvini non ancora segretario leghista...).

I comportamenti di uno o di pochi non possono essere attribuiti a tutti gli appartenenti a quell’insieme. Punto.

La cronaca nera ci consegna però – con molta ritrosia “giornalistica” – altri casi molto simili, tutti dominati dalla presenza della divisa, delle armi, della possibilità di disporre temporaneamente della libertà altrui e comunque di “infilare” un profilo individuale tra quelli che fanno arricciare il sopracciglio di qualsiasi sbirro al momento del controllo documenti.

L’articolo che qui di seguito vi proponiamo è stato pubblicato dal Corriere del Veneto, edizione locale del ben più noto Corriere della Sera. Già la scelta di tenere la notizia nel “locale” ci sembra indicativa della volontà di non disturbare l’Arma, notoriamente piuttosto sensibile alla cura della propria immagine pubblica.

Il carabiniere Dino Maglio, in servizio a Padova, è stato condannato, dunque se ne conosce il nome, al contrario dei due “colleghi” di Firenze. Il suo modus operandi era alquanto diverso, visto che “praticava” lo stupro mentre era “fuori servizio”. Anzi, addirittura in casa sua.

Numerosi però i punti di contatto. Le sue vittime erano tutte ragazze straniere, contattate attraverso una piattaforma di affitto camere per turisti (il carabiniere Maglio non è un genio, questo è evidente...). Tutte venivano tranquillizzate-minacciate con l’esibizione della propria appartenenza alle forze dell’ordine (a Padova mostrando il tesserino, a Firenze con la divisa e la macchina di servizio). Tutte venivano stuprate mentre erano in stato confusionale (a Firenze le vittime si erano “sballate” autonomamente, a Padova provvedeva il carabiniere stesso con una miscela di alcool e Tavor, ossia benzodiazepine). Tutte, al momento dell’interrogatorio degli stupratori, venivano definite da questi come “consenzienti”.

Neanche queste coincidenze sono sufficienti a stabilire un format “carabinieresco”, ma cominciano a delineare una consapevolezza del proprio potere che diventa dominio se l’altro (una donna, per di più) viene posto in posizione di particolare debolezza. Meglio ancora se al limite dell’incoscienza. E una consapevolezza della propria intoccabilità in quanto militare, tanto da prodursi davanti ai magistrati nello stesso frasario di qualsiasi altro stupratore: “era consenziente”, “era lei che ha voluto”, “mi sono fatto trascinare”, ecc. Eppure dovrebbero sapere – per mestiere, se non altro – che quelle frasi identificano il colpevole con quasi assoluta certezza. Ma le ripetono confidando nel fatto che “a loro”, appartenenti all’Arma, il magistrato darà un credito maggiore. O comunque una pena minore.

Una mela marcia è solo una mela marcia... Ma non si può non ricordare che, per esempio nella caserma di Bolzaneto o durante la macelleria messicana alla scuola Diaz, proprio le donne venivano investite con particolare violenza, fisica e psicologica dai membri delle “forze dell’ordine” (tutte, nessuna esclusa e medici compresi).

Come non si può dimenticare che lo stupro – o la minaccia ripetuta, esibita, credibile – è uno delle più comuni forme di tortura inflitta alle donne, in qualsiasi paese.

Non ci addentreremo nei meandri della psiche militare, ma è accertato da decine di studi che il mismatch di potere stabilito tra chi indossa una divisa (le armi) e “i civili” si trasforma spesso in pratica di potere sul corpo altrui. Un maschio può facilmente finire ammazzato di botte, in una caserma o per strada, a prescindere dall’avere commesso o no un reato oppure una semplice infrazione; specie se appare “in stato confusionale”. Nelle stesse condizioni una donna, e specialmente una ragazza straniera, “disinibita” nell’immaginario provinciale e comunque “di passaggio”, rischia più facilmente le molestie, l’insulto, le proposte oscene e – in qualche caso – lo stupro. Un piccolo video serve a restituire la mentalità “normale”:



Non è, insomma, un problema di “mele marce”. Ma di una mentalità prevaricatrice che viene insegnata nei corsi di addestramento. Figlia di quelle “scuole di polizia” che l’Italia repubblicana, ma sotto dominio yankee, affidò nientepopodimeno che a Guido Leto. Non sapete chi era? Il fondatore e capo dell’Ovra, il servizio segreto “interno” del fascismo.

Se la mela di oggi è marcia, il verme viene da lontano e le sue uova sono diffuse dappertutto, pronte a schiudersi.

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Carabiniere e stupratore di notte. Salgono a 16 le vittime di Maglio

Chiusa l’inchiesta-bis: il militare minacciava le giovani che parlavano male di lui

PADOVA Quando nell’aprile 2014 la squadra Mobile aveva bussato alla porta del suo appartamento all’Arcella, si pensava fosse un caso isolato. Nessuno poteva pensare che Dino Maglio, 38 anni ora, all’epoca carabiniere a Teolo, facesse rima con l’accusa di essere un violentatore seriale, nonostante la denuncia di una diciassettenne australiana che prima di tornare dall’altra parte del mondo aveva raccontato in questura di essere stata drogata e stuprata dall’uomo che ospitava lei e la madre a Padova.

Da quel giorno, il diluvio. La denuncia della diciassettenne australiana che diventa una condanna a sei anni e mezzo e altre quattordici ragazze, tutte ospitate dal carabiniere che prendono coraggio e raccontano di essere state abusate da lui. Un’inchiesta arrivata al capolinea, con il pm Giorgio Falcone che nei giorni scorsi ha firmato la richiesta di rinvio a giudizio per Maglio, oggi ai domiciliari a Tricase, Lecce. Violenza sessuale aggravata, stato di incapacità procurato mediante violenza e concussione le accuse che potrebbero portare di nuovo a processo il militare dell’Arma, contro cui anche i vertici dei carabinieri hanno fatto causa per danno d’immagine davanti alla Corte dei Conti.

Fatti, quelli racchiusi nella nuova richiesta di rinvio a giudizio, che vanno da marzo 2013 a marzo 2014, ben prima che il velo sulla doppia vita di Dino Maglio venisse squarciato dalla denuncia della diciassettenne australiana, il 17 marzo 2014. La nuova inchiesta racconta che nella rete del carabiniere – oltre alla studentessa australiana e a una ragazza americana che aveva denunciato le violenze alla polizia londinese di Scotland Yard – erano cadute giovani polacche, canadesi, portoghesi, ceche, tedesche, statunitensi e di Hong Kong che su Couchsourfing.com, la piattaforma web di affitto-camere, si erano fidate di «quel» Leonardo che offriva il suo appartamento all’Arcella a quante cercassero una stanza dove dormire durante il soggiorno a Padova e in Veneto.

L’impressione all’inizio era buona e veniva rafforzata dal tesserino da carabiniere che Maglio mostrava alle sue ospiti per rassicurarle. Un clichè comune ad ogni denuncia, come comune era l’epilogo del loro soggiorno. Il carabiniere che preparava la cena e offriva alle ragazze il suo vino speciale (un mix di alcol e Tavor) per stordirle e abusare di loro. Accuse diventate il cardine dell’inchiesta bis e dei diciassette capi d’imputazione da cui il militare dovrà difendersi di fronte al giudice. Quattro gli stupri accertati dal racconto delle vittime mentre dieci ragazze non hanno saputo dire nulla di quanto successo dopo aver bevuto il vino offerto dal padrone di casa: una dimenticanza che comunque non ha giocato da salvacondotto per Maglio che per questi episodi è accusato di riduzione in stato di capacità delle dieci giovani.

Su di lui anche l’accusa di concussione. In tre occasioni «in qualità di appartenente all’Arma dei carabinieri», scrive il pm Falcone nella richiesta di rinvio a giudizio, Maglio aveva ordinato alle sue ospiti di cancellare i commenti negativi su di lui postati su Couchsurfing. Se non lo avessero fatto lui, da carabiniere, le aveva minacciate che«avrebbe potuto raccogliere informazioni tramite i dati del passaporto e del cellulare, denunciando e creando problemi in tutta Europa, in caso di controlli di polizia». Accuse da cui Maglio si è sempre difeso raccontando agli agenti della Mobile e al magistrato che le ragazze erano sempre state consenzienti e lui non aveva mai violentato nessuna delle sue ospiti. A smentirlo però le indagini della procura, della polizia, il racconto di una giovane australiana e, prima di lei, quello di una studentessa americana. Dopo di loro, altre quattordici ragazze.

21 giugno 2017

da http://corrieredelveneto.corriere.it

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