L’Ufficio Nazionale dei Processi Elettorali del Perù ha continuato ad aggiornare i risultati preliminari del secondo turno delle elezioni presidenziali. Secondo il sito web dell’autorità, il candidato presidenziale di sinistra Roberto Sanchez era in vantaggio rispetto alla candidata della destra Keiko Fujimori quando erano stati conteggiati il 94,717% dei registri elettorali.
Secondo i dati forniti dall’ONPE, il candidato di Juntos por el Perú ha ottenuto il 50,079% dei voti (8.851.941) rispetto al 49,921% della figlia del dittatore Alberto Fujimori, rappresentante di Fuerza Popular (8.824.034 voti), sostenuta da Trump e dai trumpiani del continente.
La differenza tra i due è stata di 27.907 voti. Il risultato del conteggio rimane molto equilibrato, ma conferma la tendenza prevista secondo cui lo scrutinio dei voti dalle aree rurali favorisce Sánchez, che ha più sostegno nel Perù profondo. Mercoledì prossimo si concluderà l’arrivo a Lima dei registri di voto dei peruviani all’estero, che corrispondono a 2.506 seggi installati in 73 paesi.
In un paese spaccato in due, nei quartieri residenziali di Lima, la candidata di destra, Keiko Fujimori, vince con un ampio margine, mentre il candidato della sinistra Roberto Sanchez vince nelle aree andine dove ha un ampio vantaggio, riducendo quella distanza nelle zone popolari della capitale.
Il candidato di Juntos por el Perú, Sanchez, ottiene una maggiore preferenza nelle macroregioni centrali (51,5%), meridionali (75%) ed orientali (57,4%) del paese. A Lima, Sánchez ha ottenuto il 36,4%, una cifra molto superiore al 3% ottenuto al primo turno. Fujimori, invece, ha il 60,5% sulla costa, il 29,8% in montagna e il 41,4% nella zone della selva.
La spina dorsale del progetto di Sanchez consiste nel trasformare un’economia estrattiva e diseguale in una economia produttiva e sovrana, decentralizzare il potere verso i territori, costruire uno stato plurinazionale che riconosca i popoli nativi e affrontare l’eredità del conflitto armato interno degli anni Ottanta e Novanta.
Il candidato presidenziale di Juntos por el Perú (JPP), Roberto Sánchez, ha seguito la diffusione dei primi risultati del secondo turno elettorale dal carcere di Barbadillo, dove si era recato prima che i risultati elettorali fossero noti, per incontrarsi con l’ex presidente Pedro Castillo, deposto da un colpo di stato nel dicembre del 2022.
La visita in carcere si è svolta circa dieci minuti prima della pubblicazione dei sondaggi.
Significativamente, il candidato della sinistra Roberto Sánchez era arrivato al carcere per conoscere i risultati insieme all’ex presidente, con cui mantiene un stretto rapporto politico.
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Presentazione
Analisi, opinioni, fatti e (più di rado) arte da una prospettiva di classe.
09/06/2026
Il Perù prova a cambiare pagina. In testa il candidato della sinistra
Lavorare per “due spicci”, è l’ora di organizzarsi!
Come Slang e USB Cinema, solidarizziamo con la lotta dei lavoratori e delle lavoratrici per il riconoscimento della subordinazione e contro le paghe orarie infime denunciate nel corso di questi giorni. Siamo un sindacato che lotta per l’applicazione del CCNL Cineaudiovisivo nel mondo dell’animazione, nel Cinema e nelle serie televisive in tutte le sue declinazioni e per un rinnovo decente del suddetto, scaduto da oltre 25 anni, che non tiene conto delle nuove mansioni e le nuove tecnologie del settore.
Allo stesso tempo, nel corso degli ultimi anni abbiamo portato avanti numerose lotte contro le finte partite IVA e per i diritti dei lavoratori precari e con contratti di lavoro atipici (co.co.co, stagionali etc), una piaga che tanto nel settore dell’animazione quanto nel cinema è all’ordine del giorno.
L’attacco diretto alla persona di Zerocalcare, che non è responsabile della produzione né della serie né degli studi coinvolti, da parte di noti esponenti politici Gasparri e Malan di Forza Italia a pochi giorni dal lancio della serie, fa luce su quanto si stia strumentalizzando una lotta per i diritti sindacali in chiave politica; a muoverla sono infatti gli stessi senatori che votano no all’introduzione del salario minimo.
L’attenzione viene ancora una volta spostata dal vero nodo della questione: il modello produttivo adottato dalle grandi piattaforme e multinazionali dell’intrattenimento, come Netflix in questo caso. Le cosiddette Major acquisiscono i diritti delle opere e demandano poi a una fitta rete di società esterne gran parte delle attività necessarie alla loro realizzazione.
Anche in questa vicenda il meccanismo è stato lo stesso: la multinazionale ha esternalizzato una parte significativa delle lavorazioni senza garantire un’effettiva vigilanza sul rispetto delle norme contrattuali e delle condizioni di lavoro lungo tutta la filiera produttiva.
Un sistema che ha consentito la progressiva compressione dei diritti di centinaia di lavoratrici e lavoratori, gli stessi che con la propria professionalità e il proprio lavoro hanno contribuito in modo determinante alla realizzazione del prodotto finale e al successo commerciale dell’opera.
I problemi del mondo dell’animazione non sono di certo un singolo autore, né i singoli studi che sono stati denunciati dai lavoratori ma sono strutturali al mondo dell’animazione italiana, tutti gli studi, tutti i progetti. I punti critici del settore infatti sono moltissimi: il piccolo mercato sul territorio nazionale, gli scarsi fondi e supporto da parte del Ministero della Cultura e del Ministero dell’Istruzione (anche quando collegato con produzioni nazionali od europee), la mancata presenza di una formazione professionale pubblica e accessibile, appalti a studi minori e singoli professionisti, gestione e detenzione dei diritti d’autore delle opere prodotte (che non permette ai lavoratori di aggiornare i portfolio), e molto altro.
Il settore soffre, inoltre, la frammentazione contrattuale ed è denotato da una difficoltà oggettiva a organizzarsi; come USB siamo convinti e convinte che nonostante le difficoltà sia l’organizzazione di chi lavora a poter costituire il primo argine per rivendicare salario e diritti e bene hanno fatto i lavoratori a portare al centro dell’attenzione le proprie condizioni di lavoro, ora per cambiarle serve organizzarsi e rilanciare una piattaforma che tenga conto della complessità del settore.
Invitiamo i Lavoratori e le Lavoratrici di questo settore ad unirsi a USB per rivendicare le giuste tutele e il giusto salario.
Potete contattare direttamente le nostre sedi territoriali o inviare una mail al nostro indirizzo: lavoratoricinema@usb.it
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Parigi, Berlino e Londra ripropongono la manfrina dei volenterosi, spacciandola per pace
Nella tarda serata del 7 giugno, Downing Street è diventata il baricentro della diplomazia europea – se tale si può chiamare... il primo ministro britannico Keir Starmer, il presidente francese Emmanuel Macron e il cancelliere tedesco Friedrich Merz hanno incontrato il presidente ucraino Volodymyr Zelensky nel formato soprannominato “E3”.
L’obiettivo del summit era duplice: da una parte riaffermare la centralità dell’Europa in qualsiasi futuro tavolo di trattativa, dall’altra fare eco alle menzogne che vogliono un’Ucraina agire con rinnovata verve militare e Putin rifiutare un accorato appello alla pace spedito da Zelensky, salvo dimenticarsi che in quell’accorato appello c’era anche una minaccia di morte diretta al presidente russo.
Un’operazione propagandistica, per lo più, ma che serviva a ribadire un messaggio al Cremlino: Bruxelles sta pagando il governo golpista di Zelensky affinché continui a far morire gli ucraini per indebolire i russi. E un messaggio chiaro anche alla Casa Bianca: i termini di qualsiasi discussione con Mosca vengono determinati in Europa, non ad Anchorage, in Alaska.
Questi termini, però, sono piuttosto inverosimili: cessate il fuoco immediato; la linea del fronte come punto di partenza nei negoziati; garanzie di sicurezza per l’Ucraina e dispiegamento sul suo territorio di una forza multilaterale; i beni russi rimangono congelati fino al risarcimento dei danni di guerra a Kiev; una sorta di “veto” europeo e NATO, cioè la necessità del consenso di questi organismi e dei suoi membri per qualsiasi negoziato li coinvolga.
Insomma, nel testo licenziato dall’E3 ci sono persino garanzie per la UE e per la NATO, e nemmeno una per la Russia, che è poi il motivo che l’ha spinta in guerra. Anzi, vengono anche riaffermati due punti centrali: “i confini internazionali non devono essere modificati con la forza e il diritto sovrano dell’Ucraina di scegliere i propri assetti di sicurezza e le proprie alleanze deve essere pienamente rispettato”.
Lasciamo perdere il fatto che questo non è valso, ai tempi, per il Kosovo, e non vale oggi per l’occupazione sionista di vari territori che va avanti da quasi 60 anni. Al di là del solito doppio standard, il tema qui è che non si riconoscono gli oblast che la Russia ha integrato nel proprio territorio, e si continua a difendere l’idea che l’Ucraina possa scegliersi gli alleati che vuole, come se un’architettura internazionale di sicurezza condivisa da vari attori con interessi strategici divergenti possa costruirsi su una base del genere.
E infatti da Mosca non si prende nemmeno in considerazione la proposta “negoziale” dell’E3, mentre la scorsa settimana, nella capitale russa, Putin ha incontrato l’ex cancelliere tedesco Gerhard Schröder. Al di là di tutto, dei canali informali di discussione continuano, anche se è chiaro che le potenze europee non hanno nessuna intenzione di raggiungere alcuna trattativa equa.
Ma un ulteriore obiettivo del vertice di Londra era in realtà – e forse soprattutto – Washington, passando anche per i suoi più stretti zerbini europei: Varsavia e Roma. A una conferenza stampa, il portavoce del governo tedesco ha affermato che per Berlino “l’E3 è un format sperimentato”, ma “non significa che altri partner europei non siano coinvolti” nella definizione del futuro della guerra in Ucraina.
“Una delle condizioni essenziali per la Germania – ha continuato – è quella di non intraprendere una strada individuale e che ci sia un lavoro di squadra e un coordinamento”. Ovviamente, una parte del messaggio è rimasta sottintesa: ai termini europei, non di Trump. Se, o meglio, quando ci sarà da far fallire l’Ucraina e tradire Kiev, si decide nel Vecchio Continente, non nel Nuovo.
Giorgia Meloni si è infatti tenuta lontana dall’incontro di Londra. Secondo alcune fonti di primissimo piano riportate dal Corriere della Sera, il governo considera piuttosto “autoreferenziale” il vertice dell’E3, soprattutto perché è evidentemente pensato per contrastare Trump e gli USA sul dossier ucraino.
Una posizione, quella di Roma, che è passata tra le righe come un messaggio di vicinanza a Washington in vista del G7 di Évian, in Francia, che comincerà il prossimo lunedì. In contemporanea, il ministro della Difesa Guido Crosetto incontrerà il Segretario alla Guerra Pete Hegseth, mentre il 22 il ministro degli Esteri Antonio Tajani incontrerà il Segretario di Stato Marco Rubio.
Sembra tutto approntato per una distensione tra Italia e USA, che però viene vista come una faglia dalle altre capitali europee. E a questo hanno risposto, innanzitutto, all’E3. Eppure, gli europei potrebbero ritrovare una certa unità intorno allo sviluppo del riarmo europeo e in vista del vertice NATO di Ankara, il 7 e 8 luglio. Per ora, comunque, si continua a mandare a morte gli ucraini.
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08/06/2026
Fuga da Big Tech
YouTube, Facebook, Instagram, TikTok: sono le piattaforme social più utilizzate dagli italiani. Social media, e non social network, visto che – come sottolinea Kenobit nel suo nuovo saggio “Assalto alle piattaforme” (Agenzia X) – l’obiettivo è tenerci agganciati a consumare passivamente contenuti multimediali, invece che mobilitarci per creare rete.
App come queste sono infatti caratterizzate dall’apparente gratuità e da un algoritmo esplicitamente progettato per generare dipendenza, stimolando uno scrolling destinato a non finire mai. Lo stesso Aza Raskin, il designer che nel 2006 ha ideato lo scrolling infinito (cioè il caricamento continuo e automatico di nuovi contenuti durante lo scorrimento, senza un punto di arresto naturale), a distanza di 20 anni si è dichiarato pentito della sua invenzione. Inoltre queste piattaforme intrappolano gli utenti in modo che non clicchino su link che rimandano a siti esterni, inibendo così l’uscita dalle piattaforme.
“Il gioco è sempre lo stesso”, scrive Kenobit. “Visto che il profitto delle piattaforme è direttamente proporzionale al tempo che gli dedichiamo, i loro meccanismi sono studiati scientificamente per aumentarlo il più possibile. Produciamo valore quando creiamo contenuti, ma anche quando li consumiamo”.
Per un utente che non cerca altro che intrattenimento, luoghi del genere sembrano l’Eldorado. E invece si tratta, antropologicamente parlando, di veri e propri non luoghi: spazi in cui non si creano connessioni, ma che si attraversano di passaggio per andare da un contenuto a un altro senza che resti all’utente alcun valore aggiunto.
“Se non stai pagando per il prodotto, il prodotto sei tu”, verrebbe da dire, riprendendo le parole rese celebri dal film “The social dilemma”. Ed ecco una delle frasi che Kenobit punta a decostruire nel suo saggio: su queste piattaforme persino chi paga – le aziende e le attività che versano una quota per occupare spazi pubblicitari – è a sua volta un prodotto, perché genera ulteriori dati che le piattaforme raccolgono e sfruttano per arricchirsi vendendoli.
Ma cosa – o meglio chi – sono queste piattaforme? Tra quelle citate, si possono raggruppare Facebook e Instagram (e WhatsApp), del gruppo Meta fondato da Mark Zuckerberg. C’è poi YouTube, proprietà come Google della holding Alphabet Inc., di cui i fondatori di Google, Larry Page e Sergey Brin, sono ancora i maggiori azionisti e membri del consiglio di amministrazione, detenendo di fatto il controllo dell’azienda, pur non essendo più amministratori delegati.
Meta ha registrato un fatturato di 164,5 miliardi di dollari per l’intero anno 2024, segnando una crescita del 22% rispetto al 2023. Alphabet Inc. ha registrato ricavi annuali record, superando i 400 miliardi di dollari nel 2025, grazie alla crescita della pubblicità. C’è di più: entrambi i colossi hanno espliciti legami con il presidente degli Stati Uniti Donald Trump, e sono nella lista BDS (Boicottaggio, Disinvestimento e Sanzioni) per il loro coinvolgimento nel genocidio in Palestina.
Ma se sono così poco etiche perché è tanto difficile abbandonare queste piattaforme? Probabilmente, perché non tutto ciò che avviene sui social è nocivo. Quante amicizie, progetti, idee, iniziative non sarebbero nate o diventate così note se non fosse stato per i social? Kenobit fa l’esempio delle mobilitazioni per la Palestina realizzate dal 7 ottobre 2023 in poi, in cui i social, nonostante le varie dinamiche di shadow ban – cioè di oscuramento della tematica, costringendo talvolta a utilizzare caratteri speciali per parlarne (per esempio scrivendo G4z4 invece di Gaza) – hanno avuto un ruolo fondamentale. Il ruolo dei social è stato centrale anche nella formazione di grandi movimenti di protesta come Fridays For Future, con la nascita di nuclei di attivisti in ogni parte del mondo, o Black Lives Matter, con la condivisione di massa del video della morte di George Floyd e la propagazione delle sue ultime parole “I can’t breathe”.
Il problema è che, sui social, in breve tempo si passa oltre: nuovi contenuti, nuovi trend, nuove cose a cui prestare attenzione, togliendo forza al desiderio e all’urgenza di convergenza e di organizzazione. Tra i limiti dell’attivismo online c’è infatti la necessità di sottostare alle logiche algoritmiche delle piattaforme, con Meta che al contempo blocca la possibilità di promuovere post dal contenuto a sfondo politico o sociale e ne limita anche la diffusione organica, tramite l’impostazione che permette di non visualizzare contenuti politici tra quelli suggeriti nel proprio feed.
Fare attivismo sui social significa inoltre rischiare di scivolare, talvolta senza rendersene nemmeno conto, in quello che viene definito slacktivism, o attivismo da poltrona, cioè un tipo di attivismo che si limita alla condivisione di contenuti sui propri canali, senza che questo gesto si concretizzi in nulla di più radicale o d’impatto.
Inoltre, perché il proprio attivismo cambi le cose, l’obiettivo dev’essere quello di costruire comunità. Appoggiarsi alle piattaforme mainstream significa invece, come scrive Kenobit, “costruire a casa d’altri”, lasciando in mano loro il destino del nostro attivismo ed esponendosi al rischio che post, profili e gruppi vengano cancellati in qualsiasi momento, quasi senza possibilità di replica. “Queste piattaforme non sono democratiche”, scrive sempre Kenobit. Chi crea contenuti rischia, tra l’altro, di diventare schiavo dei numeri, piegandosi a trattare di temi non controversi o divisivi in modo da raggiungere il maggior numero di persone possibili – talvolta finendo per capitalizzare le lotte sponsorizzando prodotti che con queste hanno qualche punto di contatto (magliette, tote bag o oggetti figli, per esempio, del greenwashing). Così facendo, l’attivismo diventa un lavoro da influencer più che da potenziali leader politici.
È possibile cambiare piattaforme?“Abbiamo davanti una lotta impari, contro un nemico ben fortificato, con risorse economiche e tecnologiche senza precedenti nella storia dell’umanità”, prosegue Kenobit nel saggio. “Non lo prenderemo mai per sfinimento, né possiamo sperare di batterlo sul suo stesso terreno. Le piattaforme possiedono tutto, incluso il campo di battaglia, e se anche riuscissimo a metterle in difficoltà in casa loro potrebbero semplicemente cambiare le regole del gioco. Per lo stesso motivo, anche se usare alcuni dei loro strumenti può avere dei meriti strategici, non possiamo sperare di cambiarle dall’interno. Non può esserci riformismo in una dittatura. La disparità è evidente anche sul fronte della comunicazione, perché le piattaforme, controllando la dimensione digitale, proiettano un’influenza tangibile sul reale”.
Nonostante questa posizione, Kenobit è abilissimo nel fornire alternative valide a ciascuno dei problemi legati alle piattaforme, spiegando con parole comprensibili a tutti che cosa si può fare e perché dovremmo farlo. Per esempio, la proposta di passare al Fediverso come alternativa ai social media mainstream è legata all’eticità dell’utilizzo di un software open source, ovvero il cui codice è consultabile e utilizzabile praticamente da chiunque, invece che chiuso, proprietario e i cui meccanismi sono noti solo a pochi eletti.
Come si legge in “Assalto alle piattaforme” (disponibile gratuitamente anche come audiolibro):
Il software libero si basa su una filosofia completamente diversa. Come suggerisce il nome, è pensato per tutelare la nostra libertà. Nello specifico, quattro libertà:
- la libertà di eseguire il programma per qualsiasi scopo;
- la libertà di studiare come funziona il programma e di modificarlo in base alle proprie necessità;
- la libertà di ridistribuire copie del programma in modo da aiutare il prossimo;
- la libertà di migliorare il programma e di distribuirne pubblicamente i miglioramenti, in modo tale che tutta la comunità ne tragga beneficio.
Kenobit elenca molti motivi per cui preferire i social del Fediverso a quelli ancora mainstream: tra questi, l’assenza di un algoritmo che determina che cosa mostrare a chi a favore di un feed che rispetta l’ordine cronologico delle pubblicazioni, garantendo a tutti di non perdersi nulla e di dare a ogni contenuto la giusta dignità e diffusione. “L’assenza di pubblicità vanifica la necessità di un algoritmo che seleziona al posto nostro cosa mostrarci”.
Va da sé che è impossibile che il passaggio dai social mainstream al Fediverso sia rapido e collettivo. Per questo, una valida soluzione intermedia consiste nel mantenere i propri profili sui social tradizionali, ma smettendo gradualmente di postare contenuti e utilizzandoli soprattutto, come da tempo fa Kenobit, per sponsorizzare il passaggio ad altre piattaforme.
Più cooperazione e meno competizioneIl controllo che Big Tech può esercitare va però ben oltre le singole piattaforme. Durante una presentazione del libro che si è svolta a Torino, a Radio Blackout, l’11 febbraio 2026, è nato un dibattito sul possesso delle dorsali internet (backbone): infrastrutture fisiche ad altissima capacità, composte da cavi sottomarini in fibra ottica posati sui fondali oceanici. Trasportano oltre il 99% del traffico dati mondiale tra continenti, connettendo reti locali e garantendo la velocità della connessione web.
Già questo aspetto pone un importante problema, perché, anche utilizzando piattaforme alternative a quelle mainstream, ci si continuerebbe ad appoggiare a questo sistema, che resta in buona parte in mano a colossi privati. Le dorsali sono infatti gestite da un consorzio di grandi aziende di telecomunicazioni internazionali, colossi tecnologici (Google, Meta, Amazon, Microsoft) e, in parte, da governi.
In risposta a questa osservazione, Kenobit ha suggerito di cercare il sito di Antennine, che punta a costruire reti comunitarie. Citando il loro blog, “le reti comunitarie sono infrastrutture locali di telecomunicazione create da gruppi di persone (una comunità) per connettersi a Internet e fornire servizi di comunicazione digitale. Sono costruite e gestite come un bene comune, cioè una risorsa prodotta e mantenuta collettivamente, piuttosto che detenuta privatamente, come alternativa alle grandi reti commerciali o statali e ai fornitori di servizi Internet”. Sul sito di Antennine sono presenti le istruzioni per contattare gli organizzatori del progetto e unirsi alla rete. È solo un inizio, che rappresenta però un baluardo di resistenza per ricordarsi che costruire delle alternative è possibile.
Altri esempi internazionali di gestione comunitaria e democratica dell’accesso a internet sono Guifi.net, nata in Catalogna nel 2004 e che punta a costruire una rete dal basso in modo da connettere aree rurali portando la connessione internet laddove non arrivano gli operatori commerciali tradizionali, e Freifunk, nata a Berlino, che ha come obiettivo quello di fornire una rete internet libera e accessibile a tutti.
Un altro tema critico riguarda le conoscenze necessarie per poter usare – o anche solo entrare in contatto – con le piattaforme alternative. È necessaria in primis un’alfabetizzazione digitale, non scontata in un contesto in cui solo il 46% degli italiani possiede competenze di base in quest’ambito, ma anche una coscienza politica tale da problematizzare le piattaforme, oltre a contatti che tramite il passaparola permettano di accedere ad alternative come il Fediverso.
Per fare effettivamente la differenza, c’è insomma prima di tutto
bisogno di fare massa critica, scegliere che direzione prendere e
costruirla insieme. Come scrive Kenobit, “abbiamo un’occasione
imperdibile per rivendicare una dimensione digitale fondata sulla
cooperazione invece che sulla competizione”.
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Israele bombarda l’Iran per impedire qualsiasi accordo
Fin dall’inizio della cosiddetta «tregua», stabilita da Trump nei primi giorni di aprile, il negoziato si è svolto tra Iran e Usa, visto che la presenza di Tel Aviv era per entrambi solo un elemento di rottura.
Ma fin dall’inizio era stato anche chiarito – non solo da Teheran, ma anche dai mediatori – che il Libano era parte integrante del pacchetto in discussione. Tutto, del resto, si tiene in un’area dove alleanze e forze sono profondamente radicate in una storia secolare che lega religione, politica, conflitti. Non era insomma pensabile una trattativa per arrivare ad un qualsiasi accordo se Israele avesse continuato ad attaccare il Paese dei Cedri, per ora nel meridione abitato prevalentemente dagli sciiti (ma anche dai cristiani).
Naturalmente Tel Aviv – al completo, governo ed «opposizione», «moderati» e coloni razzisti – ha fatto esattamente questo, allargando a dismisura, giorni dopo giorno, la sua invasione del Libano, nonostante la resistenza incontrata abbia alzato di molto il costo in soldati e mezzi da lasciare sul terreno.
Il massacro ha assunto negli ultimi giorni – non stranamente dopo l’ennesimo «cessate il fuoco» negoziato da Trump direttamente con Netanyahu e il presidente-complice, Aoun – dimensioni tali da render impossibile il far finta di nulla (che resta una specialità tutta europea).
Teheran ha più volte avvertito che la prosecuzione degli attacchi e l’estensione della strategia della «demolizione» persino alla capitale Beirut avrebbe trovato quella risposta, ovviamente militare, che l’Occidente si guardava bene dal praticare sul piano diplomatico.
Alcuni missili sono stati quindi lanciati dall’Iran verso Israele nella serata di ieri. Per chi ha ragionato un po’ sulle modalità di guerra degli ultimi due anni, quel lancio era ancora una sorta di «avvertimento». Pochi missili, infatti, e «telefonati» in anticipo, rendevano efficace la difesa garantita dall’Iron Dome (sostanzialmente batterie di missili antimissile Arrow e Patriot). Un attacco «vero», per provocare danni seri, si sarebbe invece svolto con le ormai classiche «ondate» di droni e missili che saturano numericamente le possibilità di difesa, riuscendo così a portare sugli obbiettivi un buon numero di vettori.
Dopo questo primo lancio «propagandistico», evidentemente accompagnato da messaggi diretti tra Washington e Teheran per circoscrivere la portata esatta dell’iniziativa, Trump ha chiesto all’Iran di fermarsi a quel punto: “Avete lanciato i vostri missili e questo basta, tornate al tavolo delle trattative e firmate l’accordo”.
Contemporaneamente si è rivolto a Netanyahu – cui aveva già fatto sapere che “Non sono contento dell’attacco di Israele a Beirut” – ingiungendogli di non rispondere all’attacco iraniano. Nel suo linguaggio da sbrasone era stato anche più drastico: Netanyahu “non avrà scelta”, ha detto Trump al Financial Times. “Sono io a dettare legge. Lui non ha voce in capitolo”.
Il lancio dei pochi missili iraniani, insomma, “Non avrà alcun impatto sull’accordo”, ha detto il presidente americano al Financial Times. “Vedremo come andrà a finire. Ma gli attacchi missilistici contro Israele non hanno lasciato il segno. È una di quelle cose che vanno avanti da 3.000 anni, o da 47 anni, a seconda di come si conta”.
Detto fatto, Israele ha attaccato l’Iran sia con missili che con bombardieri. La capitale, stando ai media locali, non sarebbe stata colpita, mentre esplosioni sono state avvertite in varie città. L’Idf ha dichiarato di aver colpito «obbiettivi militari».
La conseguenza immediata è chiara: Trump “non detta legge” a Israele. Ma se non controlla il suo principale alleato, allora è quest’ultimo a controllare lui (gli Stati Uniti, in generale), imponendo le scelte anche quando cozzano direttamente con gli interessi dell’amministrazione statunitense.
Da qui discende il corollario logico: se non detta legge su Tel Aviv non può più pretendere di dettare legge su nessuno. Diventa insomma inutile cercare di raggiungere un qualsiasi accordo-quadro per fermare la guerra nell’area perché c’è un soggetto impazzito che non rispetta niente e nessuno, animato da un impulso imperiale e genocida che solo un’ideologia profondamente suprematista e razzista può supportare.
Questa frattura di fatto – che certamente in queste ore sia Washington che Tel Aviv staranno cercando di ricomporre a spese di terzi – arriva oltretutto dopo giorni di polemiche, negli Usa, per il ruolo “invadente e spionistico” di Israele nei confronti del “fratello maggiore”.
La Defense Intelligence Agency del Pentagono ha registrato un intensificarsi delle attività di spionaggio del Mossad, dopo l’ormai celebre telefonata di insulti tra Donald Trump e Benyamin Netanyahu, nei confronti di diversi funzionari statunitensi, in particolare Steve Witkoff – incaricato personalmente da Trump di seguire quasi tutte le trattative a livello mondiale (Ucraina, Iran, Golfo Persico, ecc.) e Elbridge A. Colby, sottosegretario alla Difesa (il vice di Hegseth, insomma), nonché Michael P. Di Mino IV, appena un gradino sotto ma responsabile per il Medio Oriente.
Non risultano azioni “invasive” a carico di Jared Kushner, marito della figlia di Trump, nonché sionista e finanziatore dei gruppi di coloni più estremisti in Cisgiordania, al centro della rivolta albanese, anche lui “incaricato” di seguire quasi tutte le crisi insieme a Witkoff. Si vede che si spia da solo, passando al Mossad informazioni di prima mano...
A facilitare lo spionaggio israeliano ci sarebbe la scarsa “professionalità diplomatica” dei personaggi in questione, tutti scelti da Trump su base fiduciaria personale. La Dia, infatti, lamenta che tutti costoro sono inoltre, bersagli molto “vulnerabili” per l’abitudine a viaggiare su jet privati, gestire questioni di sicurezza nazionale tramite i propri telefoni personali e rifiutare il supporto del personale delle ambasciate americane all’estero. Ma gestire gli affari propri e quelli della prima superpotenza richiedono una “strumentazione” profondamente diversa...
In un documento di sette pagine la Dia spiega che la capacità di Israele di condurre attività di spionaggio e di raccolta informazioni è aumentata a livelli preoccupanti negli ultimi tempi e cita una serie di esempi. Sebbene sia prassi comune che alleati e avversari di tutto il mondo si spiino a vicenda, le recenti operazioni israeliane sono andate ben oltre le normali e prevedibili pratiche di intelligence.
Immediata e ovvia la catena delle “smentite imbarazzate”, sia a Washington che a Tel Aviv, ma la stessa Dia fa sapere che Witkoff e altri “adottano già precauzioni supplementari quando si recano in Israele”. Come se lo spionaggio dipendesse dal luogo fisico...
La velata protesta del Pentagono, peraltro, arriva appena un paio di mesi dopo le dimissioni di Joe Kent da capo dell’Antiterrorismo, con una lettera in cui spiegava chiaramente che “abbiamo iniziato questa guerra a causa delle pressioni di Israele e della sua potente lobby americana”.
Del resto, se l’Aipac ha contribuito direttamente all’elezione di 351 parlamentari americani su 535, procurandosi così una “maggioranza qualificata” e bipartisan a favore di Israele, come si può pensare che su tutti gli altri ambiti dei rapporti bilaterali – a cominciare appunto dall’intelligence – non avvenga altrettanto?
Comunque la si giri, quel che ne viene fuori è una caduta verticale della credibilità degli Stati Uniti – non soltanto di questa amministrazione – come “regolatore” delle vicende del mondo. Solo pochi giorni fa, per esempio, dopo la cosiddetta “lettera” di Zelenskij a Putin, un Trump in stato di evidente confusione, aveva invitato Russia e Ucraina ad “accordarsi fa loro”, seppellendo di fatto “lo spirito di Anchorage” e il suo stesso ruolo di salvatore nel “portare la pace” a confini dell’Europa.
Ma se non c’è più “uno sceriffo in città”, i giochi cambiano. Tutti e per tutti.
In aggiornamento
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Export di armi israeliane da record. L’Europa primo acquirente, complice del genocidio
I fatti contano molto più delle parole. Per questo le vuote parole delle cancellerie occidentali sulla contrarietà alle politiche israeliane, che non si traducono mai in nessuna misura economica o diplomatica concreta, lasciano il tempo che trovano, e anzi esprimono l’ignobile ipocrisia dei governi nostrani.
Basta poi vedere la quantità di armamenti che vengono acquistati da Tel Aviv per capire che Israele è un pilastro fondamentale della tendenza alla guerra dell’imperialismo occidentale. Lo Stato ebraico ha registrato il massimo storico assoluto nelle esportazioni di sistemi d’arma, con l’export militare che ha toccato quota 19,2 miliardi di dollari: un aumento di quasi il 30% rispetto all’anno precedente.
Il complesso militare-industriale israeliano sta letteralmente volando negli ultimi anni. La quota delle esportazioni è più che raddoppiata in cinque anni e addirittura quadruplicata nell’ultimo decennio. E nonostante le tante dichiarazioni che millantano una ferma opposizione alle continue aggressioni illegali di Israele, come quella che continua in Libano nonostante il “cessate il fuoco”, sono proprio i governi europei a essere i primi acquirenti degli strumenti bellici di Tel Aviv. L’Europa rappresenta il 36% degli acquisti totali.
Con la scusa della “minaccia russa”, costruita ad arte da una disinformazione martellante e continua, il Vecchio Continente sviluppa la sua fisionomia guerrafondaia con acquisti per 6,9 miliardi di dollari. E pensare che c’è stato un calo rispetto al 2024, quando la cifra raggiungeva i 7,9 miliardi (il 54% dell’export bellico), ma in pratica solo per il fatto che quel dato era gonfiato dal mega-acquisto tedesco dei missili Arrow 3, un contratto da 4,6 miliardi.
Secondo Il Fatto Quotidiano, oggi i maggiori acquirenti europei sono Finlandia, Grecia, Polonia e Romania. Oltre il Vecchio Continente, spiccano le vendite nell’area dell’Asia-Pacifico (32% del totale, in netto aumento) e nei paesi arabi firmatari degli Accordi di Abramo e, in generale, che hanno normalizzato i rapporti con Israele (Emirati Arabi Uniti, Bahrein e Marocco).
Il cuore dell’export israeliano è negli armamenti tecnologicamente all’avanguardia: sistemi missilistici, razzi e difesa aerea; sistemi di sorveglianza e puntamento bersagli; radar, guerra elettronica, sistemi di controllo e comunicazione. Quote minori, seppur significative, riguardano droni e UAV (4% dei prodotti esportati), satelliti e tecnologie spaziali (3%), veicoli militari blindati (2%) e sistemi di intelligence e cybersicurezza (2%).
Tutti strumenti e soluzioni che, si vantano gli stessi sionisti, hanno il “pregio” di essere state testate sul campo dell’occupazione, contro i palestinesi. Il governo israeliano fa ammissione esplicita del legame tra le operazioni di pulizia etnica in corso e il successo commerciale, con il ministro della Difesa Israel Katz che parla di “un filo conduttore chiaro e inequivocabile”.
Nel comunicato ufficiale del dicastero appena citato, viene messo nero su bianco che gli accordi per l’esportazione di materiale militare sono uno strumento per “promuovere gli obiettivi di politica estera”. E cioè, per blindare la propria posizione internazionale e garantirsi un’immunità di fatto, nonostante la sfilza infinita di crimini contro l’umanità.
Sulla base di queste parole, risulta ancora più evidente perché è fondamentale continuare la mobilitazione per la rottura di tutti gli accordi (non solo quelli bellici) con Israele: è proprio su questo tipo di legami che si fonda l’accondiscendenza verso Tel Aviv, e sui guadagni che il genocidio può portare. Se le capitali europee sono complici, agli attivisti spetta riscattare i propri popoli.
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Italia - La ricchezza finanziaria vola, mentre si ferma quella reale
Secondo la trentesima edizione del “World Wealth Report 2026”, pubblicato dal Capgemini Research Institute, anche nel 2025 il numero di milionari a livello globale, così come la loro ricchezza, sono aumentati, toccando nuovi record. I principali fattori dell’ennesima crescita dei “Paperoni” sono stati i valori sostenuti dei titoli sui mercati azionari e il calo complessivo dell’inflazione.
La Capgemini ricostruisce il profilo al centro di questa ricerca come coloro che possiedono più di un milione di dollari in attività investibili (escludendo quindi la residenza principale, gli oggetti da collezione, i beni di consumo e i beni durevoli). La consistenza di questa categoria di super-ricchi è incrementata del 7,9% lo scorso anno, raggiungendo i 25,3 milioni di individui.
Parallelamente, la loro ricchezza totale è aumentata dell’8,7% su base annua, toccando la cifra record di 98.300 miliardi di dollari e segnando così il maggiore incremento su base annuale registrato dal 2018. Ma questo ammontare non è distribuito ugualmente nemmeno tra i “ricconi”: l’1% più ricco della popolazione dei milionari detiene il 34,8% del patrimonio totale della categoria.
La spinta maggiore all’aumento dei milionari, in termini percentuali, l’ha data l’area dell’Asia-Pacifico (+9,4%), in particolare in relazione all’espansione del mercato dei semiconduttori. Ma in termini numerici assoluti, sono stati gli Stati Uniti a registrare il primato dei nuovi ingressi in questa “élite”: l’incremento del 9,2% è pari a 736 mila nuovi milionari.
Il Medio Oriente è l’unica regione che ha registrato una contrazione della popolazione di milionari (-1,4%), a causa della situazione di instabilità. In Europa, invece, il loro numero torna a crescere. Per quanto riguarda l’Italia, il rapporto censisce un totale di 358.410 milionari, per un patrimonio complessivo stimato in 734,4 miliardi di dollari.
La maggior parte è costituita da coloro che Capgemini definisce “Millionaires Next Door” (soggetti con patrimoni compresi tra 1 e 5 milioni di dollari): oltre 342 mila individui con una ricchezza complessiva di circa 576 miliardi di dollari. Chi ha patrimoni che superano i 30 milioni di dollari sono circa 470 milionari, che insieme possiedono quasi 29 miliardi di dollari.
Una volta fatta questa panoramica dei “Paperoni”, bisogna però evidenziare anche l’origine del boom, sia dei numeri sia delle ricchezze. Essa va trovata, come accennato all’inizio dell’articolo, nell’andamento dei mercati azionari, sostenuti dalla fiducia nella crescita delle attività legate all’intelligenza artificiale (motore per la creazione di nuova ricchezza in cinque delle sei macro-regioni geografiche analizzate).
Nonostante la guerra commerciale sempre più spinta dell’amministrazione Trump, nel 2025 gli indici di Wall Street hanno segnato rialzi compresi tra il 13% e il 20%, risultati sostenuti anche dal taglio dei tassi di interesse che ha reso meno costoso accedere a prestiti per investimenti. In Europa, hanno agito motivazioni simili, con l’aggiunta dell’aumento delle spese in difesa.
Ma in sostanza, quello che emerge è che questa grande ricchezza apparsa nell’ultimo anno è parte di quella enorme bolla finanziaria che si sta accumulando nei mercati azionari, legata innanzitutto proprio alle Big Tech e all’intelligenza artificiale. Una ricchezza fittizia che non fa il paio con l’arrancare delle economie reali dei paesi occidentali, e che quindi non fa che ampliare le contraddizioni di sistema.
Il pericolo è proprio questo: che la bolla esploda, e che questa ricchezza fittizia svanisca, trascinando con sé, però, tanti salari e risparmi di semplici lavoratori e pensionati. Del resto, è questo l’iter che abbiamo vissuto più di una volta in un modello che vede sempre più milionari nonostante alle classi popolari si chiedano in continuazione sacrifici.
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Albania - La “rivoluzione dei fenicotteri” contro il resort di Kushner
Le mobilitazioni che stanno avvenendo in Albania sono tra le maggiori degli ultimi decenni. E cosa ancora più significativa, sono sbarcate anche in Italia. Ha un effetto internazionale la “Flamingo Revolution” (la “Rivoluzione dei fenicotteri”), che ha visto scendere in piazza migliaia di persone per rivendicare il fatto che “l’Albania non si vende”.
Al centro delle proteste c’è l’annuncio di un enorme piano immobiliare promosso da Jared Kushner, il genero di Donald Trump, e da sua moglie Ivanka Trump. Il progetto prevede la costruzione di un colossale complesso residenziale e alberghiero da circa 10.000 stanze e ville, per un investimento complessivo che oscilla tra 1,6 miliardi dollari certi ai 4 a tratti promessi dallo stesso Kushner. Nell’operazione risultano coinvolti anche i fratelli qatarioti Moutaz e Ramez Al-Khayyat.
L’iniziativa si muove su due tronconi edilizi, a ridosso dell’Adriatico: uno riguarda la costruzione di un hotel di lusso sull’isola disabitata di Sazan, dove un tempo c’era una base militare dell’epoca comunista; l’altro ha come obiettivo la piena turistificazione della Laguna di Narta (Pishë Poro-Nartë). Quest’ultima è una riserva naturale tra le più sensibili dell’intero Mediterraneo, che ospita fenicotteri (da cui il nome delle proteste), siti di nidificazione delle tartarughe marine e persino foche.
Le associazioni ambientaliste locali denunciano la totale mancanza di trasparenza nello sviluppo del progetto e nei suoi permessi, e anche l’assenza di qualsivoglia consultazione pubblica. A incrementare il tenore delle proteste c’è anche una recente inchiesta sulla possibile corruzione che ha riguardato la modifica allo status di tutela della regione, approvate dall’esecutivo per aprire la strada agli investimenti della famiglia Trump.
Le manifestazioni sono sfociate anche in momenti di forte tensione e scontri con la polizia, che ha fatto ricorso ai cannoni ad acqua per disperdere la folla che tentava di sfondare i cordoni di sicurezza. E più analisti sottolineano che una tale frustrazione sociale può essere compresa solo se si va oltre la difesa legittima dell’ambiente dell’Adriatico albanese.
Per quanto il primo ministro dell’Albania, Edi Rama, sia il bersaglio principale dei manifestanti, non vengono risparmiate critiche a tutta la classe politica. La sensazione è che ci sia una generale svendita del territorio e del patrimonio nazionale, senza nessuna assicurazione che la popolazione locale possa davvero godere della ricchezza prodotta.
Rama ha respinto duramente le contestazioni, sminuendone la portata delle manifestazioni e liquidando le preoccupazioni ecologiste come una strumentalizzazione politica per colpire lui e la famiglia Trump. Da Valona, il primo ministro ha ribadito che “né 5 mila, né 500 mila in piazza, potranno fermare l’investimento”, considerato fondamentale per far compiere un salto di qualità al paese nel turismo internazionale.
Questo traguardo è visto come imprescindibile per raggiungere le condizioni economiche necessarie a entrare in UE. In un recente vertice in Montenegro, riguardante le candidature per l’adesione di alcuni paesi balcanici, Rama ha risposto in maniera sprezzante alle richieste sulla fattibilità di un ingresso per il 2030.
Come accennato, la protesta ha superato i confini albanesi ed è arrivata in Italia, dove risiede una delle comunità all’estero più ampie. Si sono svolti raduni a Milano, Firenze, Bologna, Torino e Genova. E non è fuori dai tempi pensare che a questo sentimento piuttosto generalizzato di opposizione alle politiche del governo siano legate anche le posizioni apertamente filo-sioniste di Rama.
A gennaio, davanti la Knesset, ha rivendicato il legame con Israele e la tutela che l’Albania offre a migliaia di iraniani contro il governo di Teheran. La sua azione politica si è platealmente intrecciata con quella di Giorgia Meloni e, appunto, con quella di Washington. Durante un’amichevole tra lo stato sionista e il paese balcanico, i tifosi albanesi hanno fischiato l’inno israeliano.
La frattura tra l’orrore che si prova di fronte a un genocidio e la complicità dei governi amici di Tel Aviv deve aver colpito anche oltre l’Adriatico.
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«Ministero della Verità europeo» per le bugie più clamorose
Come racconta Häring ad Achgut, ripreso dalla Berliner Zeitung, ‘Il complesso della verità’ non è frutto del caso né di iniziative spontanee. «Il punto di partenza è il 2014 – spiega – l’anno del conflitto in Ucraina e dell’annessione della Crimea. È lì che il conflitto propagandistico con Mosca è diventato rovente», avverte InsideOver. Da allora, – l’accusa – «una galassia di attori – dalle ONG ai fact-checker finanziati dall’Ue, fino a think tank come l’Atlantic Council – avrebbe lavorato in modo coordinato per stabilire una sola “verità” ammissibile, bollando ogni voce critica come “disinformazione russa”». Ed ecco che il fronte prevede anti e pro ‘putiniani’, ignorando i molti onesti professionisti impegnati a districarsi tra le solite perverse bugie che sono parte delle guerre.
Il Ministero europeo dell’inganno
L’esempio più clamoroso, secondo Häring, è il programma europeo Edmo (European Digital Media Observatory). «Edmo è guidato da un altissimo funzionario della Commissione Ue ed è finanziato con fondi europei e da un fondo Google imposto dalla stessa Ue al colosso tecnologico. Si tratterebbe di un vero e proprio ministero della verità». Quale verità? Ancora più inquietante, per Häring, è l’intreccio con le strutture militari. L’Atlantic Council – definito «braccio politico della Nato» – è una sorta di camera di compensazione dove ex alti ufficiali, ex direttori della Cia e consiglieri per la sicurezza nazionale dettano le linee guida che poi la Commissione Ue traduce in atti. Già la loro presenza rende sospetta ogni loro dì successiva analisi
«In una loro pubblicazione – rivela Häring – scrivono senza troppi giri di parole che la verità e i fatti sono due cose diverse, e che per i potenti è sempre contato avere il controllo sulla verità».
‘Shadow banning’, reazioni e critiche
Tra i bersagli principali del libro c’è il ‘Digital Services Act (Dsa)’, che Häring definisce una legge votata per censurare i contenuti non illegali ma semplicemente «dannosi». «Il cosiddetto shadow banning – la riduzione occulta della visibilità di certi contenuti – è incompatibile con lo Stato di diritto. Insomma, insabbiare, coprire, sommergere. Se un’opinione è illegale, la si blocca, ed è giusto. MA altrimenti è protetta dalla libertà di espressione». L’autore cita il caso delle teorie sull’origine di laboratorio del Covid-19, etichettate per lungo tempo come «false» e successivamente rivalutate, ma di fatto ancora incerte.
Questione ‘fact-cheching’
‘Il fact-checking’ è l’attività di verifica e controllo della veridicità di notizie, dati e affermazioni pubbliche. Scopo principale è combattere la disinformazione, fornendo al pubblico un’informazione accurata e basata su prove concrete. Metodi e Strumenti: per verificare un’informazione in modo efficace, i professionisti e gli appassionati seguono solitamente un processo strutturato. Risalire alla fonte primaria: rintracciare l’articolo originale, il documento ufficiale o la dichiarazione per valutarla nel suo contesto originario. Verificare le immagini e i video: utilizzare strumenti di ricerca inversa per immagini per capire quando e dove sono stati scattati per la prima volta. Consultare piattaforme specializzate: affidarsi a siti accreditati per scoprire se una notizia è già stata smentita.
Le tesi di Häring e reazioni contrarie
Fonti vicine alla commissione hanno sostenuto che Edmo è trasparente e che i fact-checking sono «uno strumento di difesa dalla disinformazione», non un’imposizione di verità ufficiale. Anche alcuni colleghi giornalisti hanno espresso scetticismo sulle affermazioni del tedesco. Ma il libro coglie un nervo scoperto: la crescente opacità dei finanziamenti alle agenzie di stampa (dpa, AFP, APA) e la loro partecipazione a reti di ‘fact-checking’ pagate dall’Ue. Lo stesso Häring ammette che tracciare i flussi di denaro è «un’impresa» e che la mancanza di trasparenza «alimenta il sospetto». Intanto, Der Wahrheitskomplex scalda le librerie tedesche e promette di accendere il dibattito anche in Italia.
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Il rapporto tra petrolio, guerra e imperialismo, ieri e oggi
di Domenico Moro
Nonostante la recente guerra tra Usa e Israele, da una parte, e l’Iran, dall’altra, si svolga in un’area, il Medio Oriente, dove è situato il 48% delle riserve provate di petrolio e che soddisfa il 31% dei consumi petroliferi mondiali, c’è ancora chi ha difficoltà a collegare il petrolio con le cause del conflitto. Questo accade anche per quanto riguarda il principale quotidiano economico italiano, secondo il quale: “...le cause di questa guerra non sono economiche: almeno per quanto ne possiamo sapere, l’economia ne è stata una importante conseguenza, non il movente”.[i]
In realtà, lo scoppio di una guerra è sempre stato legato a cause economiche e in particolare all’accesso e al controllo delle materie prime. Questo era vero anche nell’antichità. Ad esempio, nel 43 d.C. l’Impero Romano invase e conquistò la Britannia, soprattutto perché questa era fonte di metalli industriali come lo stagno, fondamentale per la produzione del bronzo, e il piombo, necessario per le tubature e le costruzioni, oltre che di metalli preziosi, come l’oro e l’argento, e di grano.
Il petrolio e le due guerre mondiali
Il legame tra economia e guerra si è fatto ancora più saldo da quando alcuni secoli fa si è affermato il modo di produzione capitalistico. In particolare, da quando si è sviluppata la grande industria basata sulle macchine, il controllo delle materie prime è diventato uno dei maggiori fattori scatenanti della guerra. Sicuramente, tra le materie prime ricoprono una importanza decisiva quelle energetiche perché senza energia non si può mettere in movimento nessun tipo di macchina. All’interno delle materie prime energetiche, nonostante tutti gli sforzi di emancipazione dai combustibili fossili, il petrolio rimane quella più importante. Nel 2023, a livello mondiale, è stata fornita energia proveniente per 191,6 milioni di Terajoule (TJ) dal petrolio, per 161,8 milioni dal carbone, per 144 milioni dal gas naturale, per 56 milioni dai biocarburanti e dai rifiuti, per 29,9 dal nucleare, per 20,7 milioni da solare, eolico e altre fonti naturali e per 15,3 milioni dall’idroelettrico[ii].
Il petrolio cominciò a essere importante nel corso dell’Ottocento per l’illuminazione, ma divenne fondamentale tra la fine dell’Ottocento e gli inizi del Novecento. Questo accadde sia per la nascita dell’industria automobilistica, con i suoi veicoli mossi da motori a combustione interna, sia per il passaggio delle navi da una propulsione mossa da una energia fornita dal carbone a una fornita dal petrolio. Furono soprattutto le flotte militari ad aver bisogno del petrolio. Infatti, la Gran Bretagna, che basava la sua egemonia economica mondiale anche sul possesso della flotta militare più potente, osservò all’inizio del Novecento che la Germania la stava raggiungendo non solo come potenza industriale, ma anche come potenza navale. Winston Churchilli, che all’epoca era Primo Lord dell’Ammiragliato britannico, spinse pertanto per il passaggio dal carbone al petrolio, in modo da aumentare la velocità delle sue navi da guerra e avere la meglio sulla flotta tedesca. Churchill, inoltre, fu il primo a individuare il nesso tra controllo statale del petrolio e potenza militare. Dal momento che né in Gran Bretagna né nel suo impero esistevano giacimenti petroliferi importanti, per non dipendere dagli Usa, fece entrare lo Stato in una compagnia privata britannica, la Anglo Persian Oil company che controllava il petrolio iraniano.
La stretta vigilanza sulle fonti petrolifere divenne, quindi, di importanza strategica e fu una delle cause che determinarono lo scoppio della Prima guerra mondiale. In particolare, uno dei più importati motivi fu l’opposizione della Gran Bretagna alla Bagdadbahn, cioè alla ferrovia che la Germania si era accordata con governo turco di costruire tra Istanbul e l’attuale Iraq, all’epoca parte dell’Impero ottomano, e, come oggi, ricchissimo di petrolio. La strada ferrata era pagata dal governo turco mediante la concessione alla Germania di tutte le sorgenti petrolifere che si trovassero entro un raggio di dieci chilometri dal percorso della ferrovia[iii]. Ad ogni modo, la Prima guerra mondiale, scoppiata soprattutto per la competizione tra Gran Bretagna e Francia, da una parte, e Germania, dall’altra, per la spartizione delle colonie e quindi per il controllo delle materie prime presenti in esse, sancì la strategica importanza del petrolio, che divenne sempre più necessario in una guerra che, per la prima volta vide l’utilizzo massiccio di camion, carri armati e aerei, tutti mossi grazie all’energia derivata dal petrolio.
Si può rintracciare il petrolio anche all’origine della Seconda guerra mondiale. Hitler, già nel Mein Kampf, il suo manifesto politico risalente al 1925, molto tempo prima dello scoppio della Seconda guerra mondiale, aveva scritto che una guerra a Ovest, contro la Francia e la Gran Bretagna, era da pensare solo per evitare di essere presi tra due fuochi, una volta che la Germania avesse attaccato a Est. L’Europa dell’Est, soprattutto la Russia, era il vero obiettivo di Hitler. Era quello il lebensraum, lo spazio vitale, necessario per dare alla Germania quella profondità di territorio e quelle materie prime necessarie a fargli assumere il ruolo di potenza industriale e politica mondiale. Fra i motivi che condussero Hitler ad attaccare l’Unione Sovietica nel giugno del 1941, coinvolgendola nel conflitto, c’era anche il petrolio. L’obiettivo di Hitler, infatti, era l’occupazione di Baku e degli altri giacimenti petroliferi del Caucaso sovietico, tra i più importanti del mondo. Fra l’altro, gli esperti economici di Hitler l’avevano avvertito che senza il petrolio del Caucaso la Germania non avrebbe potuto continuare la guerra. Per questo, all’inizio del 1942 fu lanciata una grande offensiva in territorio russo, il cui obiettivo era il petrolio, quello del Caucaso e, sperando di proseguire l’avanzata nella profondità dell’Asia, anche quello iracheno e iraniano. Quando la Sesta armata tedesca fu accerchiata dai sovietici a Stalingrado, e il suo comandante, Von Paulus, chiese urgentemente rinforzi, Hitler glieli negò, per non sguarnire le colonne dirette verso il Caucaso. Malgrado ciò a gennaio 1943 i tedeschi furono costretti a ritirarsi dal Caucaso e a febbraio Von Paulus si arrese ai sovietici.
Il petrolio giocò un ruolo importante, anzi decisivo, anche nello scacchiere del Pacifico della Seconda guerra mondiale, in particolare nel generare la spinta imperialista del Giappone e nello scoppio della guerra tra questo e gli Usa. Come è risaputo, all’alba del 7 dicembre 1941 gli aerei giapponesi attaccarono di sorpresa la flotta statunitense ancorata nella base navale di Pearl Harbor, distruggendo una parte delle navi e degli aerei. L’attacco, avvenuto a sorpresa e senza dichiarazione di guerra, suscitò una ondata di sdegno tale che gli Usa entrarono immediatamente in guerra, superando d’un balzo le posizioni neutralistiche che erano state prevalenti fino ad allora. Gli Usa erano enormemente più forti del Giappone da tutti i punti di vista, a partire dalla potenza industriale e dalla disponibilità di materie prime. Infatti, la guerra si concluderà con la piena e totale disfatta del Giappone, bersagliato anche da due bombe atomiche. Perché allora il Giappone decise, pur consapevole della sua netta inferiorità, di attaccare gli Usa?
Il Giappone, fra la fine dell’Ottocento e l’inizio del Novecento, fu l’unico paese non bianco e non europeo (o di origine europea come gli Usa) a essere riuscito a darsi uno sviluppo industriale, mentre il resto dell’Asia era sottomessa alle potenze imperialiste europee o agli Usa. Il Giappone entrò, inoltre, all’interno della competizione tra imperi, cercando di costruirne uno proprio in Asia, a partire dall’invasione della Cina. Il Giappone, però, era allora, come lo è oggi, totalmente privo di materie prime e soprattutto della materia prima più importante, il petrolio, che importava per l’80% dagli Usa e per il 13% dalle Indie Olandesi. Quindi, il pericolo di un embargo petrolifero da parte statunitense spaventava le élite giapponesi che, per i loro progetti imperialisti, volevano essere indipendenti e autonomi da altre potenze. Nel luglio del 1941 il Giappone decise di attaccare l’Indocina, testa di ponte per le Indie Olandesi, ricche del petrolio che gli era necessario. Per risposta, il governo americano, seguito da quello britannico e olandese, decise l’embargo sul petrolio. Senza importazioni di petrolio le navi giapponesi avrebbero perduto la loro mobilità e le loro riserve non sarebbero durate più di due anni. A questo punto, i Giapponesi tentarono la via diplomatica, offrendo agli Usa persino la rottura con la Germania nazista. Ma gli Usa intimarono al Giappone di ritirarsi dall’Indocina e dalla Cina, una decisione che per i giapponesi sarebbe stata equivalente alla resa. Fu per questa ragione che i giapponesi tentarono una carta pericolosa: attaccare e distruggere la flotta Usa tutta in una volta, evitando un lungo conflitto che alla lunga avrebbe visto prevalere l’enorme apparato economico-militare statunitense. Secondo alcuni, in realtà gli Usa usarono l’embargo petrolifero per spingere alla guerra il rivale e regolare i conti una volta per tutte. Inoltre, il governo americano avrebbe saputo dell’imminente attacco giapponese e non fece trovare a Pearl Harbor le portaerei, le navi più importati della flotta. Lasciarono, dunque, che si realizzasse l’attacco per poter convincere l’opinione pubblica americana ad abbandonare la neutralità[iv]. Quindi, possiamo dire che il petrolio sia stata la motivazione principale dell’entrata in guerra del Giappone.
Dunque, il petrolio è stato alla base delle due guerre mondiali e di molte altre guerre, specialmente quelle che si sono svolte nel Medio Oriente dalla fine della Seconda guerra mondiale a oggi. Il petrolio diventa, però, come abbiamo visto, causa di guerre perché siamo immersi in un sistema di relazioni economiche e politiche internazionali, che imperialista. L’imperialismo si fonda sul dominio e sullo sfruttamento della maggior parte dell’umanità da parte di un pugno di nazioni capitalisticamente avanzate. È in questo quadro che diventa fondamentale per l’imperialismo il controllo del petrolio, da una parte, per garantire al proprio capitale profitti elevati grazie a energia a costi ridotti, e, dall’altra parte, per evitare che l’importante risorsa sia controllata dai concorrenti. Infatti, è caratteristica dell’imperialismo quella di cercare di egemonizzare territori ricchi di risorse non solo per proprie necessità di approvvigionamento, ma per impedire che se ne approprino i concorrenti. Questo era immediatamente evidente all’epoca dell’imperialismo coloniale, quando le potenze europee governavano direttamente i territori periferici.
Oggi, invece, a distanza di almeno mezzo secolo dalla fine della decolonizzazione, qual è il rapporto tra petrolio e imperialismo? E, più specificatamente come c’entra il petrolio del Medio Oriente nella recente guerra di Usa e Israele contro l’Iran?
Il petrolio nella “terza guerra mondiale a pezzi”
Anche oggi il controllo delle risorse petrolifere è importante per l’imperialismo, in particolare per quello egemone, gli Usa. Soprattutto, perché gli Usa sono in una fase di decadenza dal punto di vista economico e politico, a fronte dell’ascesa della Cina. Il Pil di quest’ultima, se calcolato a parità di potere d’acquisto, ha già superato quello statunitense, e sul piano tecnologico, settore sul quale gli Usa sono stati storicamente prevalenti, la Cina, ormai tallona gli Stati Uniti. A questo si aggiunge il controllo cinese delle terre rare, che sono indispensabili per le produzioni tecnologicamente avanzate, dai chip alle auto elettriche, all’industria bellica. Infatti, proprio a causa della minaccia di blocco delle esportazioni di terre rare cinesi, Trump ha dovuto mitigare i dazi che voleva imporre alla Cina, allo scopo ridurre il debito commerciale degli Usa verso la potenza asiatica. Probabilmente è anche per riequilibrare il dominio cinese sulle terre rare che Trump ha pensato di stringere la presa sull’offerta di petrolio, sottomettendo il Venezuela, con il rapimento di Maduro, e attaccando l’Iran. Infatti, il Venezuela è il singolo paese con le maggiori riserve mondiali di petrolio e l’Iran è un tassello fondamentale del Medio Oriente, che, come detto, ospita quasi la metà delle riserve di petrolio mondiale e il 40% di quelle di gas. Soprattutto, l’Iran e il Venezuela sono paesi molto legati alla Cina, che deriva una parte importante dei suoi approvvigionamenti di petrolio dal Medio Oriente e che assorbe la quasi totalità dell’export di greggio iraniano. Ristabilire il controllo sul petrolio venezuelano e del Medio Oriente è, quindi, un passaggio di quella che papa Francesco chiamava “terza guerra mondiale a pezzi”, che viene combattuta tra Usa e Cina non in modo diretto bensì attraverso proxy.
Ma il controllo del petrolio mondiale è importante per gli Usa anche per un’altra ragione, che è ancora più decisiva. Si tratta di una ragione che rimanda ai meccanismi economici di funzionamento e alla natura imperialistica degli Usa. Il modo di produzione capitalistico si fonda sull’accumulazione sempre più ampia di capitale attraverso la realizzazione del maggiore profitto possibile. Questo meccanismo a lungo andare produce una tendenza alla sovraccumulazione di capitale, cioè alla caduta del saggio di profitto. Ciò è tanto maggiore quanto più un paese è capitalisticamente avanzato. Gli Usa sono il paese più avanzato del mondo e, infatti, presentano al più alto grado la sovrapproduzione di capitale. Per risolvere questa situazione il capitale ha tre strade: ridurre il salario in patria, spostare la produzione in paesi dove i salari siano inferiori e il saggio di profitto più alto, e spostare i capitali dalla produzione alla finanza, creando profitto direttamente dal denaro, senza passare dalla produzione. Per queste ragioni, negli Usa si è generata una forte deindustrializzazione e uno sviluppo abnorme dei mercati finanziari. Gli Usa, quindi, consumano molti più beni di quanti ne producono, creando così un debito commerciale sempre più ampio. Inoltre, per sostenere le proprie imprese e le proprie banche nelle crisi che si sono succedute, e le enormi spese militari necessarie a mantenere la loro posizione di dominio mondiale, gli Usa hanno accumulato un debito pubblico sempre maggiore. Infine, gli Usa per finanziare il debito commerciale e pubblico e per alimentare i propri mercati finanziari hanno attirato ingenti masse di capitali da tutto il mondo. La posizione finanziaria netta verso l’estero o, in inglese Net International Investment Position (NIIP) è l’indicatore che misura il rapporto tra capitali in uscita e in entrata in un dato paese. La NIIP degli Usa è da decenni negativa, cioè il capitale importato dall’estero è crescentemente maggiore di quello esportato. Quindi, gli Usa, con il debito commerciale, statale e finanziario più grandi del mondo, sono da tempo il più grande debitore internazionale, che sostiene la propria posizione debitoria solo succhiando capitali, merci, lavoro e ricchezze dal resto del mondo.
Il meccanismo di finanziamento degli Usa basato su dollaro e petrolio
La domanda, a questo punto, è: come riescono gli Usa a farsi pagare i debiti dal resto del mondo? La risposta è che ci riescono perché hanno il dollaro, la valuta utilizzata come riserva mondiale. Ciò significa che le banche centrali di tutto il mondo devono detenere dollari nei loro bilanci, allo scopo di regolare il valore delle loro valute. Di conseguenza, acquistano titoli di stato americani (treasury), che, beneficiando di una domanda elevata, mantengono i tassi di interesse più bassi di quanto avverrebbe in base all’entità del debito statunitense. Il meccanismo, quindi, è semplice: gli Usa stampano dollari con i quali acquistano beni da paesi esteri, tra i quali la Cina, che accumulano enormi surplus commerciali. Che fine fanno questi surplus? Vanno a comprare i treasury. In questo modo, gli Usa finanziano nello stesso tempo debito commerciale e debito pubblico. Inoltre, sempre perché il dollaro è valuta mondiale, gli Usa riescono ad attirare capitali in investimenti in dollari, non solo in treasury, ma anche in azioni e altri prodotti finanziari, alimentando la loro borsa. In questo modo, i mercati finanziari americani continuano a essere i maggiori del mondo e le grandi imprese americane, oggi specialmente le big tech come Meta e Amazon, trovano investitori che finanziano i loro enormi investimenti, ad esempio in ricerca sull’IA, e garantiscono alti profitti. Quindi, grazie al dollaro gli Usa riescono a sostenere la loro posizione finanziaria netta negativa.
Dalla fine della Seconda guerra mondiale il dollaro ha cominciato a ricoprire la funzione di moneta mondiale, grazie al fatto che gli Usa producevano all’epoca la metà del Pil mondiale, erano il maggiore esportatore mondiale di beni manufatti, possedevano gran parte delle riserve d’oro mondiali, ed erano la maggiore potenza militare mondiale. Per tutte queste ragioni, la loro moneta era considerata sicura e stabile e, quindi, di riferimento a livello internazionale. Tuttavia, col tempo la situazione economica degli Usa è peggiorata. A partire dal 1969, gli Usa hanno cominciato ad accumulare debito commerciale specie verso le economie, ripresesi dai disastri della guerra, di Europa occidentale e Giappone, che hanno cominciato ad accumulare surplus commerciali sempre più ampi. Va ricordato a questo punto, che il dollaro a quell’epoca era agganciato all’oro. Ora, sia perché gli Usa avevano fatto crescere il proprio debito statale per la guerra in Vietnam, sia perché i paesi che avevano un surplus commerciale con gli Usa potevano chiedere di essere pagati in oro al posto dei dollari, c’era il timore che le riserve d’oro statunitensi si assottigliassero. Per questo il presidente Nixon nel 1971 decise di sganciare il dollaro dall’oro, trasformandolo in valuta fiat, basata sulla fiducia.
C’era, quindi, bisogno di sostenere il dollaro in un altro modo. Questo modo fu trovato nel 1974, quando gli Usa strinsero un accordo con l’Arabia Saudita, che fu seguito da altri accordi con paesi del Medio Oriente e dell’Opec. L’Arabia Saudita (e via via altri paesi) accettò di vendere il proprio petrolio esclusivamente in dollari, e, in cambio gli Usa promettevano di proteggerla militarmente. Era nato il petrodollaro. Quindi, gli Usa potevano finanziare il proprio debito e la propria accumulazione di capitale attraverso il dollaro, fondandosi sul monopolio mondiale della forza, ottenuto con le spese militari di gran lunga maggiori a livello mondiale. Oltre al circolo vizioso, descritto sopra, con i paesi detentori di ampi surplus commerciali, si realizzava un altro circolo vizioso: gli Usa con la loro forza militare garantivano il dominio del dollaro e con il dollaro finanziavano la loro forza militare. Gli Usa in pratica diventarono “il” parassita mondiale. Tale parassitismo deriva la sua origine dai meccanismi economici del capitalismo, che, portati all’estremo limite, generano l’imperialismo, ossia il dominio di un paese, o di un pugno di paesi avanzati, sulla grande maggioranza dell’umanità. Il settore dominante del capitalismo statunitense è il capitale finanziario ossia l’integrazione di banche, istituzioni finanziarie e grandi imprese multinazionali monopolistiche. Il capitale finanziario si alimenta non solo attraverso i super-profitti delle multinazionali derivati dallo sfruttamento dei lavoratori a basso salario del Sud globale, ma anche attraverso l’attrazione di capitali dall’estero che alimentano i mercati finanziari degli Usa e l’investimento di capitale delle multinazionali americane verso l’estero.
Il giocattolo si sta rompendo: la tendenza alla dedollarizzazione
Ora, il problema è che questo meccanismo parassitario sta andando in crisi per molte ragioni. La prima è che le contraddizioni del capitalismo Usa si sono talmente divaricate che il loro debito è diventato senza controllo. Il debito col resto del mondo, nell’interscambio di beni e servizi, è quasi raddoppiato tra 2016 e 2025, passando da 479 a 911,6 miliardi di dollari[v]. Il debito pubblico all’inizio del 2026 è arrivato alla cifra monstre di 39mila miliardi di dollari, pari al 125%, ma si prevede che arriverà nel 2030 al 140% e nel 2050 al 200%. La posizione finanziaria netta verso l’estero è risultata negativa per 12mila miliardi nel 2020 e, più che raddoppiata, per 27,6mila miliardi nel 2025[vi]. La seconda ragione è che sempre più paesi del Sud globale, spalleggiati da Cina e Russia, rifiutano la propria subordinazione all’imperialismo, specie a quello statunitense. A questo è legato il processo di dedollarizzazione, cioè di lento ma progressivo abbandono del dollaro come valuta di riserva e di scambio internazionale. Mentre fino a poco tempo fa il petrolio veniva venduto totalmente in dollari, oggi circa il 20% viene venduto in yuan cinesi, rubli russi e rupie indiane. Inoltre, molti paesi del Sud globale stanno aderendo al sistema di comunicazione bancaria della Cina, che è alternativo a Swift, controllato dal Belgio, ma dominato dal dollaro. La terza è che i treasury in custodia presso la Fed di New York per conto delle banche centrali di tutto il mondo sono scesi da 2.933 miliardi di dollari a fine marzo 2025 a 2.712 miliardi a fine marzo 2026, con una perdita in un solo anno di 221 miliardi. Il livello attuale è il più basso dal giugno 2012[vii]. A liberarsi delle riserve in treasury e a spostarsi sull’oro, il cui valore è enormemente cresciuto nell’ultimo anno, sono stati soprattutto la Cina e il Giappone. In particolare, la Cina da un picco di 1.300 miliardi è scesa a fine 2025 a 700 miliardi[viii]. Secondo il Fondo monetario internazionale, le banche centrali di tutto il mondo hanno ridotto la quota in dollari nelle loro riserve totali dal 70% del 2004 al 56,7% attuale.
La dedollarizzazione, ossia la fuga dal dollaro come valuta di scambio e di riserva è un prodotto della decadenza economica Usa e dell’ascesa cinese, ma è anche determinato dalle scelte di geopolitica e di politica economica di Biden e di Trump. Infatti, l’uso del dollaro e del sistema di comunicazione bancaria Swift come strumento per impartire sanzioni ai paesi recalcitranti nei confronti del dominio Usa si è rivelato un boomerang, perché molti paesi del Sud globale hanno perso fiducia negli investimenti in dollari e propendono per altre soluzioni. Anche la politica dei dazi di Trump sta avendo un effetto boomerang. Pubblicizzati presso l’opinione pubblica statunitense come strumento per reinternalizzare produzioni industriali e pensato in realtà come ulteriore strumento di pressione geopolitica verso alleati e avversari, i dazi dovevano condurre i paesi esteri ad acquistare treasury a lunga scadenza, persino centenaria (i matusalem bonds), secondo quanto progettato da Stephen Miran, consigliere economico di Trump e ora membro del board della Fed[ix]. Ma la politica dei dazi, oltre a essere stata sconfessata dalla Corte suprema statunitense, ha provocato per rappresaglia la fuga dai treasury dei Paesi minacciati dai dazi, soprattutto della Cina.
Quindi, il meccanismo di finanziamento del debito attraverso il dollaro si è gravemente indebolito. Gli Usa sono, quindi, stretti da una contraddizione che si divarica sempre di più: mentre l’indebitamento si aggrava progressivamente, lo strumento che gli consente di finanziarlo, il dollaro, si indebolisce sempre di più. Questa divaricazione si produce da tempo, ma si è allargata specialmente da quando Trump è stato eletto presidente, nel corso del 2025. Questo può spiegare il motivo per cui l’attacco contro l’Iran sia avvenuto proprio ora. Anche se non bisogna dimenticare che l’Iran è una bestia nera per gli Usa da quando, con la rivoluzione del 1979, si sottrasse alla loro area di influenza imperialista, e che si parla di un attacco contro l’Iran almeno a partire da Bush junior oltre venti anni fa. In sostanza, l’attacco contro l’Iran dipende dal fatto che gli Usa stanno cercando di ristabilire il controllo sul petrolio mondiale, e in particolare sul Medio Oriente, per puntellare il ruolo del dollaro come valuta internazionale, continuando così a finanziare la propria economia e il proprio enorme debito. Inoltre, attaccare l’Iran è un modo per colpire la Cina, l’avversario principale degli Usa, secondo la strategia inaugurata da Obama e fatta propria da Trump. Come abbiamo detto, l’Iran ha dei legami molto stretti con la Cina, che assorbe tutte sue esportazioni di petrolio, e che sta penetrando in tutto il Golfo Persico, area da cui dipende quasi interamente per l’approvvigionamento del petrolio. Senza contare che molti paesi del Golfo stanno aderendo al sistema di comunicazione interbancaria cinese, alternativo allo Swift, che permette di bypassare il dollaro e che, al contempo, lo yuan renmimbi cinese sta acquistando una importanza mondiale sempre maggiore.
A conclusione del nostro excursus, possiamo dire che la guerra contemporanea trova certamente una delle sue cause nel petrolio. Anzi, a volte il petrolio ne è la causa principale. Ma va compreso che, in realtà, il petrolio è causa di conflitto solo perché esso è inserito in un sistema di relazioni economiche e politiche di tipo imperialista. Infatti, è il parassitismo intrinseco all’imperialismo e il suo fondarsi sul dominio di pochi paesi capitalisticamente avanzati sulla maggioranza dell’umanità che rende necessario il controllo delle materie prime, a partire da quella che a oggi rimane la più importate, il petrolio. Di conseguenza, se vogliamo affrontare correttamente il problema della guerra, dobbiamo necessariamente confrontarci con il capitalismo, di cui l’imperialismo rappresenta la forma dominante.
Note
[i] Ugo Tramballi, “Usa e Iran costretti alla pace da cause interne”, il Sole24ore, 18 aprile 2026.
[ii] International Energy Agency (IEA), Total energy supply, by source, https://www.iea.org/data-and-statistics.
[iii] Giorgio Ugolini, Il petrolio e noi, ristampa a cura di Luiss University Press, Roma 2004.
[iv] Benito Li Vigni, Le guerre del petrolio. Strategie, potere, nuovo ordine mondiale, Editori Riuniti, Roma 2004.
[v] Bureau of Economic Analysis (US Department of commerce), Us international trade in goods and services.
https://www.bea.gov/sites/default/files/2026-04/trad0226-time-series.xlsx
[vi] Bureau of Economic (Us Department of commerce), Us International Transactions and Investment Position, 4th quarter and Year 2025. https://www.bea.gov/news/2026/us-international-transactions-and-investment-position-4th-quarter-and-year-2025.
[vii] Morya Longo, “Le banche centrali vendono Treasury Usa: con la guerra scaricati 82 miliardi di dollari”, il Sole24ore, 1° aprile 2026.
[viii] Vito Lops, “Cina e Giappone riducono l’esposizione ai Treasury”, il Sole24ore, 3 dicembre 2025.
[ix] Stephen Miran, A User’s Guide to Restructuring the Global Trading System, Hudson Bay Capital, November 2024.
Fonte
07/06/2026
L’avvertimento mafioso di Zelenskij a Putin
Che i diretti interessati al conflitto, coloro che, con mosse banditesche, lo hanno provocato e hanno sinora brigato per mandare all’aria, sin dalla primavera del 2022, qualsiasi tentativo di soluzione negoziata, vogliano davvero, oggi, porre la parola fine a quel massacro, resta invece abbastanza dubbio.
Gli interessi che hanno mosso le cancellerie europee, sin dal 2014 – non entriamo qui nella questione dei piani via via elaborati e attuati nei decenni precedenti da USA, NATO e UE, che hanno sempre fatto perno sulla cosiddetta “essenza della ucrainicità” quale liquidazione della “russicità” e sterminio del popolo russo, come decretato già agli inizi del ‘900 da Dmitrij Dontsov – non sembrano di molto cambiati, tanto da poter fare affidamento su un “sussulto pacifista” a Londra, Parigi, Roma, Berlino o Varsavia.
Messe da parte queste poche considerazioni soggettive, la cronaca odierna vede i media di regime allineati sulla lettera con cui Vladimir Zelenskij chiede a Vladimir Putin di accordarsi per un incontro e concordi sul far intendere al lettore che il secondo sarebbe felice di un vertice a due, trovandosi in difficoltà al fronte, come d’altronde vuole la narrazione europeista, di una Russia messa all’angolo dagli eroici e forti ucraini.
Dunque, le cose sembrano stare così: il nazigolpista-capo pubblica un appello alla leadership russa proponendo un incontro in territorio neutrale «per porre fine alla guerra». Zelenskij avrebbe detto di sapere che a Putin in Alaska «era stata promessa una soluzione su alcune questioni riguardanti l’Ucraina e l’Europa. Ma vedete che le questioni ucraine e europee non vengono risolte ad Anchorage», ghigna il clown terrorista, sentendosi le spalle coperte a Londra.
E continua «Se personalmente non giungerete alla conclusione che è ora di porre fine a questa guerra, l’Ucraina continuerà a lottare per la propria sopravvivenza. Avremo chi ci sosterrà. Ma anche voi dovrete lottare molto più duramente per la vostra sopravvivenza, non per quella della Russia, ma per la vostra». Detto così, pari pari, da picciotto mandato a riferire il messaggio del don: il pizzino di un ras della cupola non sarebbe stato vergato più “amichevolmente”.
Così che Vladimir Putin non poteva che rispondere in maniera adeguata: «non dobbiamo rivolgerci agli autori di questa lettera, non a coloro che apprezzano il genere epistolare, ma ai nostri soldati in prima linea. E quindi, rivolgendomi a loro, voglio dire: compagni soldati e marinai, compagni sottufficiali e marescialli, compagni ufficiali, ammiragli e generali, l’intero paese guarda a voi, l’intero paese è orgoglioso di voi e ripone in voi la sua speranza. Al lavoro, fratelli!».
Dunque: Ucraina e Europa, con la prima, come d’uopo, “vallo militare” a difesa della seconda.
Cosa risponde Putin, parlando coi giornalisti a margine del Forum economico a Piter? La Russia non si oppone all’adesione dell’Ucraina all’entità europea sul tipo delineato da Friedrich Merz; Moskva è però contraria alla trasformazione della UE in blocco militare. E, checché ne dica Zelenskij, «forse l’Unione Europea potrebbe contribuire a trovare una soluzione. A mio avviso, ciò dovrebbe avvenire nel quadro degli accordi che abbiamo discusso ad Anchorage». Alaska, signor Zelenskij; Alaska, non Londra, o Parigi o Berlino.
Ad Anchorage era stato chiesto alla Russia «se fosse disposta a fare una serie di compromessi... nel mio incontro con il Presidente degli Stati Uniti, ho detto che eravamo pronti e ho illustrato in cosa potrebbero consistere questi accordi e questi compromessi. La questione è se questi compromessi saranno accettati dalla parte ucraina», ha detto Putin e ha espresso seri dubbi su questo punto, aggiungendo che, a giudicare da tutto, Kiev non è affatto pronta per la pace.
Per le lamentazione delle redazioni romane, milanesi, torinesi, l‘esercito russo è in vantaggio e sta avanzando su tutti i fronti, ma Kiev non è ancora disposta a scendere a compromessi e continua a resistere, ha detto ancora Putin. Negli ultimi tempi, la Russia ha messo sotto controllo circa 2.440 chilometri quadrati di territorio e continua ad avanzare.
Certo, ha detto Putin, gli sponsor occidentali stanno fornendo a Kiev un gran numero di droni di vario tipo, anche a lunga gittata. In ogni caso, ha detto, Moskva è pronta per addivenire a «un accordo con l’Ucraina con mezzi pacifici, sulla base di quanto discusso nell’incontro di Anchorage». Anchorage e ancora Anchorage, signor scaduto “presidente” dell’Ucraina.
Anchorage. Nonostante non tutto, anche là, sia andato per il verso dovuto. Durante i colloqui in Alaska, ha detto il Ministro degli esteri russo Serghej Lavrov, la Russia ha fatto concessioni “difficili” riguardo all’operazione militare, ma Donald Trump non è stato in grado di garantire l’attuazione degli accordi.
In Alaska, la proposta avanzata dagli americani «è stata accettata dal presidente russo, che ne ha parlato ripetutamente. È stata difficile perché non corrispondeva pienamente a ciò che volevamo, ma era accettabile come primo passo che avrebbe permesso di porre fine alle ostilità e avviare negoziati per definire tutti i dettagli... Ma poi non è successo nulla sul fronte dei negoziati ucraini...
Le relazioni Russia-USA hanno ricominciato a farsi tese, perché non solo le sanzioni di Biden continuano ad essere estese, ma sono comparse anche quelle di Trump contro Lukoil e Rosneft. L’obiettivo dichiarato è il dominio americano nei mercati energetici globali... Forse è vantaggioso per i nostri colleghi americani ritardare le pressioni sull’Ucraina. E nel frattempo, continuare a esercitare pressioni economiche su di noi».
Lavrov lamenta che principio della politica occidentale sia sempre dato dall’aforisma “parola data, parola ripresa”, quale ricusazione delle promesse fatte, come nel caso degli accordi precedenti al golpe contro Viktor Janukovyc e poi degli accordi di Minsk.
Non è certo un caso che siano risuonate proprio ora le dichiarazioni del Segretario di Stato Marco Rubio, secondo cui gli USA non sono un intermediario neutrale, ma una parte che sostiene l’Ucraina con le armi: «Non siamo mediatori imparziali. Chiaramente, stiamo favorendo una parte rispetto all’altra».
Trump, dice Lavrov, afferma che «questa non è la sua guerra, ma quella di Biden, e che se lui fosse stato presidente allora, questa guerra non sarebbe mai iniziata. Ma ora l’ha ereditata. All’inizio aveva deciso di fermarla. E sembrava esserci riuscito in Alaska. Ma ora probabilmente si starà chiedendo: e se la guerra continuasse, finiremmo per estromettere Russia e Cina dai mercati globali come concorrenti».
In effetti, come riportato da The New York Times, Donald Trump ha approvato il coinvolgimento di agenti della CIA nella pianificazione degli attacchi contro le imprese energetiche russe e la “flotta ombra”, che vengono poi mascherati come attacchi ucraini.
In questa cornice, l’ambasciatore russo a Londra, Andrej Kelin, ha dichiarato a Sky News che, per la Russia, l’operazione militare in Ucraina è una «guerra esistenziale. Per noi, non per i paesi della NATO... una guerra esistenziale contro i paesi NATO, forse senza la partecipazione degli Stati Uniti. Ma gli USA sono stati molto attivamente coinvolti fin dall’inizio».
Perché i paesi NATO sono direttamente coinvolti nel conflitto. Le nuove armi in arrivo a Kiev sono presentate come ucraine, sebbene in realtà siano prodotti del complesso militare-industriale europeo, ha detto Kelin, indicando paesi come Gran Bretagna, Danimarca, Canada e altri, in cui viene semplicemente esternalizzata la produzione.
Attenzione, ha detto Kelin: a un certo punto la Russia dovrà adottare delle «contromisure. Non dirò esattamente quali, ma conosciamo gli indirizzi. Li abbiamo pubblicati e saranno facili bersagli».
Secondo l’ambasciatore russo, anche la Gran Bretagna subirà «ritorsioni, poiché sta imponendo sanzioni anti-russe, fornendo armi all’Ucraina e ostacolando i colloqui di pace... La Gran Bretagna sta facendo tutto il possibile per infliggere una sconfitta strategica alla Russia».
Dunque, le prospettive non sono poi così rosee. Non lo sono, perché la guerra in Ucraina non rappresenta che la “fase attuale” della contrapposizione che, da decenni, vede i capitali occidentali puntare alle sterminate risorse della Russia e vede da decenni i “comitati d’affari” dei capitali occidentali, quelle entità che Lenin definiva «comitati nazionali di milionari, detti governi», pianificare azioni di guerra sotterranea – quella che oggi chiamano “ibrida” – o guerra guerreggiata, a diverso titolo e con diverse intenzioni, prima contro l’Unione Sovietica e, dopo, contro la Russia.
Quindi, dice l‘ex ufficiale dell’intelligence Andrej Bezrukov, docente presso il prestigioso MGIMO, la Russia sarà costretta a combattere almeno per i prossimi due decenni, in conflitti ad alta e a bassa intensità, affrontando minacce alle infrastrutture critiche e insidie di guerra biologica.
I nemici, dice Bezrukov, contano sulla prospettiva che «a un certo punto il nostro sistema decisionale venga sovraccaricato da attacchi complessi provenienti da tutte le direzioni: ideologici, fisici, militari e così via, e che il sistema non sia più in grado di prendere decisioni adeguate».
Potrebbe trattarsi di una guerra molto violenta, afferma l’ex agente, come quella «che stiamo vivendo ora. Oppure di una guerra strisciante. Anche se si estendesse ad altre regioni, avremmo due generazioni che si potrebbero praticamente considerare in guerra. E dobbiamo imparare a convivere con questa guerra... Dobbiamo costruire il nostro sistema statale, costruire la nostra economia in modo tale che assolva non solo al compito dello sviluppo, ma anche a quello della difesa».
A oggi, dice Bezrukov, la Russia sta affrontando una nuova forma di guerra, in cui gli avversari intensificano costantemente l’escalation, pur senza raggiungere il livello nucleare. La strategia dell’Occidente in questa guerra è molto semplice: «evitare uno scontro nucleare con noi, dal quale uscirebbero sconfitti. Quindi devono far “bollire la rana”, che è quello che stanno facendo, aumentando gradualmente l’escalation. E non si fermeranno perché non hanno via di fuga. Noi rappresentiamo una minaccia esistenziale per loro».
Secondo Bezrukov, la “seconda fase critica” della guerra sarà l’Asia. Per quanto riguarda la Russia, dice, tenteranno di distruggerla lentamente, prima di tutto eliminando la minaccia nucleare: «l’obiettivo principale è evitare la soglia nucleare e neutralizzare le nostre forze nucleari. Questo può essere fatto in due modi: o costruendo un sistema nello spazio, cosa che hanno iniziato a fare, per impedire qualsiasi decollo. Oppure facendo quello che hanno fatto con l’Operazione “Ragnatela”, installando qui i loro agenti e, a un certo punto, colpendo le nostre forze nucleari. Forse non le metteranno fuori combattimento tutte, ma è una minaccia reale».
Vien da chiedersi se il pizzino di Zelenskij serva a fare da paravento a qualcosa di molto più pericoloso.
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Come la CIA ha creato Marco Rubio
Per decenni, una storia ombra è stata cancellata dai libri di testo americani: la verità che la forza d’invasione della Baia dei Porci della CIA non si è sciolta dopo il fallimento del 1961, è mutata. I 1.500 commando anticastristi, addestrati e attrezzati dall’Agenzia, sono tornati a Miami non come soldati ma come nucleo di una classe criminale protetta.
Nel 1970, i file dell’FBI mostravano che quasi il 70% dei principali trafficanti di droga arrestati nel sud della Florida erano veterani della Baia dei Porci. Avevano mantenuto i “nulla osta di sicurezza” della CIA, le vie di contrabbando di armi e, soprattutto, la loro immunità politica.
Sono diventati l'“Elite Narco-Terrorista”, una creatura ibrida di risorse dell’intelligence e boss del cartello. E in questo mondo, il giovane Marco Rubio non è stato un visitatore accidentale, ma una recluta per ragioni familiari.
I registri pubblici mostrano che da adolescente Rubio lavorava in un negozio di animali esotici a West Miami. Quello che la stampa ha minimizzato è che il proprietario del negozio era suo cognato, Orlando Cicilia. Nel 1987, Cicilia è stata incriminato nell'“Operazione Giraffa”, un caso di denaro sporco che ha riguardato 79 milioni di dollari in proventi di cocaina direttamente riciclati attraverso quel negozio di animali.
Rubio ha affermato di aver semplicemente pulito le gabbie degli animali e non sapere nulla. Ma nella logica dell’élite Narco-terrorista, l’ignoranza è l’alibi del complice. Non si condivide un’azienda di famiglia con un importante riciclatore di denaro, uno le cui operazioni si sono intersecate direttamente con le stesse reti in esilio della CIA che gestivano il canale della Baia dei Porci alla cocaina, ed emergono incontaminati.
La casa d’infanzia di Rubio non era alla periferia di questo mondo; era al suo interno.
Dal negozio di animali al Dipartimento di Stato
L’accusa qui non è che Rubio portasse personalmente pacchi di cocaina, ma che abbia assorbito la lezione politica fondamentale della narco-rete in esilio: ossia che la “Guerra alla droga” è una copertura per il cambio di regime.
Questo è il manuale del caso Iran-Contra, e Rubio ha passato tutta la sua carriera cercando di rimetterlo in funzione. Come senatore, ha sostenuto l'honduregno Juan Orlando Hernández, anche se gli agenti della DEA hanno confermato sotto giuramento che Hernández gestiva uno “narco-stato” dove le spedizioni di cocaina erano protette dalla famiglia del presidente.
Dopo che Hernández è stato condannato in un tribunale degli Stati Uniti, gli alleati di Rubio, tra cui Donald Trump, si sono mossi per graziarlo. Allo stesso modo, Rubio ha difeso l’ecuadoregno Daniel Noboa nonostante le prove documentate della spedizione di cocaina in contenitori di banane della stessa famiglia Noboa.
La linea è chiara. Rubio protegge costantemente i leader latinoamericani che servono gli interessi anticomunisti statunitensi, indipendentemente dai loro legami con la droga. È lo stesso accordo che la CIA ha fatto con i veterani della Baia dei Porci, immunità in cambio di lealtà.
Quando Rubio chiede attacchi militari in Venezuela sotto la bandiera della “guerra al narcoterrorismo”, non sta rompendo il vecchio modello, lo sta perfezionando. Il bersaglio è sempre un governo di sinistra. Il metodo è sempre paramilitari con precedenti di droga conosciuti. E il risultato è sempre una nuova generazione di trafficanti legati alla CIA che, come il cognato di Rubio, possono riciclare milioni mantenendo la brillantezza della rispettabilità anticomunista.
Una corruzione non con sacchi di contanti, ma di parentela
La corruzione di Rubio non è del tipo grezzo, con una valigia piena di contanti. È il tipo di corruzione più profondo, più americano. È la corruzione di una classe politica che da sessant’anni normalizza l’unione delle agenzie di intelligence e dei cartelli della droga.
Gli Stati Uniti hanno una lunga storia di cooperazione tra mafia, Sindacato, circoli di ricatto sessuale, narcotrafficanti e servizi segreti. Ma nessuno va così in profondità come quell’equipaggio originale della Baia dei Porci. La loro associazione con l’assassinio del Presidente Kennedy è notoria, così come il loro legame con l’insabbiamento delle indagini.
La biografia di Rubio non è un’anomalia; è il curriculum dell’Elite Narco-Terrorista
Nato in esilio a Miami, legato dal sangue a un condannato per riciclaggio di denaro sporco, educato nella convinzione che qualsiasi crimine sia giustificato per rovesciare Cuba o il Venezuela, è ora insediato come Segretario di Stato.
Lui è quello che poi succede quando uno come Jack Ruby (Rubenstein) diventa il braccio destro del presidente. Quando invoca lo “stato di diritto”, parla una lingua che la storia della sua famiglia ha già tradito.
Il negozio di animali è chiuso. Ma la rete che serviva non si è mai chiusa, ha semplicemente promosso uno dei suoi ai più alti incarichi del potere americano.
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