Le Nazioni Unite stanno affrontando una crisi finanziaria senza precedenti. La situazione critica era già stata denunciata con un rapporto pubblicato a inizio maggio, ma è diventata notizia di dibattito pubblico con un articolo del Wall Street Journal del 29 maggio, che ha approfondito i dati diffusi dall’ONU.
Ma il quotidiano statunitense presenta la questione come se ci fosse una concorrenza di responsabilità tra i due maggiori debitori, ovvero Cina e gli stessi USA, quando in realtà la situazione è ben differente. Non solo dal punto di vista dell’ammontare dovuto, ma anche e in virtù della strumentalizzazione che la Casa Bianca vuole fare dei debiti che ha con le Nazioni Unite.
Le due principali economie mondiali, insieme, valgono il 42% del budget di base dell’ONU (il 22% Washington e il 20% Pechino). Gli Stati Uniti sono di gran lunga il debitore maggiore, con 4,28 miliardi di dollari dovuti che sono in ritardo. Nel dettaglio, Washington deve circa 2 miliardi per il bilancio ordinario – su cui poggia la tenuta dell’intera agenzia – e 2,2 miliardi per le operazioni di peacekeeping, più 44 milioni per il funzionamento dei tribunali internazionali.
Il presidente Donald Trump non ha mai nascosto la sua ostilità verso il multilateralismo e le agenzie ONU, considerate uno spreco di denaro e avverse agli interessi stelle-e-strisce. All’inizio del 2026, la Casa Bianca ha ordinato il ritiro statunitense da 66 organizzazioni internazionali (circa la metà legate all’ONU), tra cui l’Organizzazione Mondiale della Sanità (OMS).
Trump ha persino tentato di promuovere organismi paralleli, come il Board of Peace per Gaza, un progetto che ha già mostrato tutti i suoi limiti (e non era difficile prevederlo). Ad ogni modo, se gli arretrati dovuti supereranno i due anni, si rischia di perdere il diritto di voto all’Assemblea Generale, e ciò potrebbe accadere agli States nel 2027, se non regolarizzeranno la propria posizione.
La Cina, dal canto suo, deve alle Nazioni Unite circa 455 milioni di dollari, dopo che qualche giorno fa, in concomitanza con una riunione del Consiglio di Sicurezza presieduta dal ministro degli Esteri Wang Yi, ha sbloccato circa 850 milioni di fondi. Fu Cong, l’ambasciatore cinese all’ONU, ha garantito che Pechino salderà i suoi debiti, come del resto ha sempre fatto, seppur in periodi diversi dell’anno.
Qui emerge la grande differenza tra i due paesi. Tolto il fatto che, per quanto riguarda il bilancio ordinario, anche il Giappone deve oltre 150 milioni, e che dunque non può essere ridotto tutto ai soli due paesi più in vista quando si tratta di arretrati, gli Stati Uniti hanno messo in chiaro che il pagamento avverrà solo a specifiche condizioni, tra cui una esplicitamente anti-cinese.
Washington, già a fine aprile, aveva fatto circolare due note diplomatiche, stando a quel che riporta la piattaforma mediatica Devex, citata da Reuters, nel quale venivano indicate nove riforme che le Nazioni Unite avrebbero dovuto intraprendere, tra cui ulteriori tagli alle spese operative e, soprattutto, il rifiuto di accettare finanziamenti cinesi al fondo discrezionale gestito dall’ufficio del Segretario Generale.
Questo tipo di finanziamenti viene visto come uno strumento per rafforzare l’influenza del Dragone nel consesso multilaterale. E però, storicamente sono stati gli stessi Stati Uniti a favorire la riduzione del bilancio ordinario per favorire lo sviluppo di programmi finanziati a discrezione di singoli contributori... perché all’epoca erano gli unici che potevano permettersi investimenti di questo tipo.
Ora, mettono le Nazioni Unite sotto scacco, in barba ai suoi funzionamenti interni e a un processo concordato per la loro modifica, ricattando l’agenzia con il blocco dei fondi affinché si trasformi in uno strumento di lotta contro la Cina e di garanzia per l'egemonia stelle-e-strisce ormai in crisi.
Gli effetti di questo congelamento non sono perciò a responsabilità condivisa, che ricade invece tutta sulle spalle di Washington. Già il bilancio ordinario dell’ONU per il 2026, approvato a fine 2025, era stato fissato a 3,45 miliardi di dollari, con un taglio del 7% rispetto all’anno precedente. E le stime parlano del fatto che sarà anche minore.
Si prevede che l’agenzia continuerà sul trend di taglio del personale, che ha seguito già negli ultimi anni. Ma il risultato non riguarda solo l’organico: le Nazioni Unite hanno accelerato il ritiro delle truppe di peacekeeping dalla Repubblica Democratica del Congo e hanno sospeso o ritardato i pagamenti ai paesi che forniscono soldati a simili missioni, come nel caso del Nepal e del Bangladesh.
Il Segretario Generale António Guterres non ha nascosto un vero e proprio pericolo bancarotta, con l’impossibilità di pagare gli stipendi da agosto. Anche perché, in prospettiva, la crisi finanziaria dell’ONU potrebbe finire in un circolo vizioso: l’agenzia deve restituire agli stati membri i fondi non spesi per specifici programmi alla fine dell’anno.
Ma poiché manca la liquidità, i programmi non possono nemmeno partire. Le difficoltà economiche andrebbero così incancrenendosi, e ne risentirebbe anche la legittimità di tutto il sistema multilaterale. Proprio come vuole l’establishment statunitense, a meno che le Nazioni Unite non si pieghino a essere in tutto e per tutto uno strumento dell’imperialismo yankee.
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