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02/06/2026

La troika si mobilita, di nuovo

Io non so perché il conduttore della trasmissione televisiva “Che tempo che fa” abbia posto a Christine Lagarde, Presidente della Banca centrale europea, le domande che le ha posto. Lo avrà fatto per tanti motivi ma, comunque, non è importante rifletterci perché erano domande fuori luogo, nate da chi sa quale contorto processo mentale.

Il tema rilevante è un altro: Christine Lagarde non doveva essere lì a rispondere a quelle domande. Sembra incredibile che la Presidente della Banca centrale europea sia andata in una trasmissione televisiva italiana ad esprimere le proprie opinioni su un tema che non rientra nella sua sfera decisionale, bensì in quello della Commissione europea. Che abbia dichiarato la sua contrarietà a concedere all’Italia la possibilità di accedere alla ‘clausola di salvaguardia’ per derogare ai vincoli sul bilancio pubblico fissati dal “Patto di stabilità e crescita”.

Dov’è finita la mitica discrezione dei banchieri centrali?

Dov’è finita la mitica divisione dei poteri delle democrazie liberali europee?

I bilanci pubblici di gran parte dei Paesi membri dell’Unione europea sono sotto stress – e lo saranno per molti anni ancora – a causa del piano pluriennale di riarmo che è stato deciso di attuare. Lo sono persino i bilanci pubblici della Germania, della Francia e dell’Italia, le tre più grandi economie dell’Unione.

Per facilitare il riarmo riducendo lo stress (politico) che il consistente aumento della spesa militare comporta, la Commissione europea ha deciso di permettere ai Paesi di chiedere la deroga ai vincoli del “Patto di stabilità e crescita”. 18 Paesi l’hanno chiesta e ottenuta, tra i quali Germania e Francia. L’ha chiesta anche l’Italia. E Christine Lagarde si precipita in Italia a dire in televisione che la Commissione europea non dovrebbe accettare la richiesta.

Pur trovandosi nella ‘procedura di infrazione’ per deficit pubblico eccessivo, l’Italia può chiedere di utilizzare la clausola di salvaguardia, e spetterà poi alla Commissione europea decidere se concederla o meno. Un deficit eccessivo di un niente, comunque: attualmente il suo disavanzo pubblico è stimato al 3,1%, lo 0,1% oltre il limite massimo. Ma la Presidente della Banca centrale europea ammonisce che le regole devono essere rispettate. In questo caso, tuttavia, non c’è nessuna regola da rispettare, piuttosto una valutazione complessiva che spetta alla Commissione europea.

L’Italia ha fatto richiesta di accedere alla clausola di salvaguardia e derogare ai vincoli del “Patto di stabilità e crescita” – con la consueta confusione e vittimismo, certo, facendo finta di non sapere quanto sia grande, se solo lo volesse esercitare, il peso politico che avrebbe nel Consiglio europeo, considerata la sua dimensione demografica ed economica. Comunque, ora sta negoziando con la Commissione europea. La Presidente della Banca centrale europea non doveva permettersi nessun commento pubblico. Aveva canali istituzionali per esprimere direttamente alla Commissione europea la sua contrarietà alla concessione della deroga.

Ma di quali regole parla Christine Lagarde? L’Italia ha accumulato nel tempo un debito pubblico ben oltre il doppio di quello che secondo le regole del “Patto di stabilità e crescita” dovrebbe avere in proporzione al prodotto lordo. Dovrebbe essere il 60%, ma ha raggiunto il 143%. Però, la si tiene nella procedura di infrazione perché il suo disavanzo pubblico è dello 0,1% oltre il limite.

Ma, chi si è preoccupato delle regole quando, con l’approvazione del PNRR, si è permesso all’Italia di fare circa 120 miliardi di debito? Un’anomalia tanto clamorosa, ma passata inosservata nel dibattito pubblico: la Francia, la Germania e la Spagna (e molti altri Paesi membri) hanno formulato PNRR che non prevedevano neanche un euro di prestito dall’Unione europea.

In Italia la ‘crisi fiscale’ che si trascina da decenni è arrivata al punto di rottura con il Governo Draghi, e il Governo Meloni non ha capito che cosa aveva ereditato. Lo sta capendo in queste settimane, mentre inizia la fase finale della legislatura e si sta entrando in campagna elettorale. Il cerchio si stringe, e Meloni non sa che fare. A sottolineare il fallimento del Governo Meloni entra in gioco in modo irrituale la Banca centrale europea. Interviene anche il Fondo Monetario Internazionale che, preoccupato per bassa crescita e debito pubblico, suggerisce ‘decisive’ misure di politica economica. E, infine, la Commissione europea. La ‘troika’ si mobilita – di nuovo.

Puntualmente, con la ‘troika’ si mobilita anche la tecnostruttura giornalistico-accademica italiana. Leggo oggi su “La Stampa” uno dei suoi più autorevoli membri affermare, tempestivamente, che fare ora più debito peggiorerebbe la situazione delle “donne e dei giovani”. Quello fatto recentemente, invece? Nesso causale misterioso: verità sciamaniche. È iniziato il dibattito pre-elettorale, e la ‘troika’ ha già dettato i temi da svolgere.

L’Italia non è in grado di attuare il piano di riarmo che ha sottoscritto. Non ha le risorse per farlo. (Anche Paesi come Francia e Germania non le hanno e devono indebitarsi – e ridurre la spesa sociale). Inoltre, la crisi energetica ha peggiorato la situazione. In questi anni l’Italia si è indebitata per effettuare gli investimenti previsti dal PNRR ma non ha effettuato, se non in minima parte, quelli previsti dai Fondi strutturali.

La ‘troika’ fa notare che sono lì le risorse finanziare utilizzabili per attuare il piano di armamenti e per superare la crisi energetica. Ma, per realizzare quegli investimenti, l’Italia – come d’obbligo – deve cofinanziarli e le risorse non le ha.

L’Italia avrebbe ora bisogno di un dibattito pubblico – di un giornalismo – capace di declinare la drammaticità della situazione. 

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