Presentazione


Analisi, opinioni, fatti e (più di rado) arte da una prospettiva di classe.

14/05/2026

Metallica: dal migliore al peggiore

Affaristi vs statisti, il tavolo di Pechino

Volare alto quando hai davanti degli struzzi. È l’effetto che fa leggere i resoconti del discorso fatto da Xi Jinping stamattina accogliendo ufficialmente la delegazione statunitense guidata da Trump.

Non c’è osservatore nel mondo che ignori quanto sia pericoloso – per tutto il Pianeta, non solo per Cina e Usa – che le due principali superpotenze entrino in conflitto. Ma ben pochi sanno cosa si può fare per evitarlo. Non è un problema di intelligenza, ma di modelli di pensiero. Chi è cresciuto con il dogma della “competitività” nella testa difficilmente può superare, o concretamente evitare, l’esito bipolare nascosto nelle premesse: vincere o morire. Il che, trattandosi di potenze nucleari, non è per nulla auspicabile.

A Pechino, però, il mismatch tra le due delegazioni è davvero impietoso. Da un lato i padroni di casa, quasi tutti ingegneri, frutto di una selezione severa fondata su criteri che collegano la prassi dei partiti comunisti con l’esperienza millenaria di “armoniosa amministrazione” confuciana. Dall’altra una banda di affaristi improvvisati come “statisti”, convinti che il miglior affare si fa quando riesci a fregare l’altro, o a cancellarlo dalla faccia della Terra.

Lo sconforto della ragione si fa strada quando Xi Jinping sciorina concetti per nulla nuovi, ma che assumono una maggiore profondità quando sono accompagnati – come in questo caso – dalla possibilità di fare quello che si dice (al contrario, insomma, di commentatori anche molto preparati, ma senza alcun potere).

“Se la Cina e gli Stati Uniti riusciranno a superare la cosiddetta trappola di Tucidide e ad inaugurare un nuovo paradigma nelle relazioni tra le grandi potenze; se saremo in grado di unire le forze per affrontare le sfide globali e infondere maggiore stabilità nel mondo; se saremo in grado di rispondere al benessere dei nostri due popoli e al futuro e al destino dell’umanità, e di creare insieme un futuro radioso per le relazioni bilaterali: queste, si potrebbe dire, sono domande di storia, domande del mondo e domande dei popoli. Sono anche le risposte della nostra epoca, a cui io e voi, in quanto leader di grandi nazioni, dobbiamo rispondere insieme”.

Il senso della Storia a fronte dell’insider trading di borsa per speculare sulle proprie stesse dichiarazioni, pochi minuti prima di aprire bocca e fare cambiare l’orientamento di giornata dei “mercati”. Squilibrio assoluto, che solo un miracolo potrebbe sanare.

Lo si capisce dallo sguardo sperduto di “Narco” Rubio che, come quello di un turista intimidito, vaga per il soffitto istoriato della Grande Sala del Popolo di Pechino. Inutile cercare qualcosa in quello abitualmente vuoto o invasato di Hegseth, oppure di Trump, più volte sull’orlo della “pennica”.

La Cina di Xi Jinping, però, a sua volta non ha alternative. O riesce a “far ragionare” questa amministrazione Usa “comprendendo” i suoi interessi e le sue mosse all’interno della propria visione strategica di lungo periodo, oppure sarà costretta ad un futuro di conflitti che non vuole perché non le servono.

L’approccio win-win, reciprocamente vantaggioso, che Pechino propone a tutti i partner con cui stringe accordi viene insomma offerto anche agli Stati Uniti. Nella speranza che venga capito, o che almeno gli accordi concreti e i contratti che verranno firmati costituiscano una cornice capace di trattenere i peggiori “spiriti animali” della superpotenza che vede sfuggirsi di mano molti primati.

Xi ha citato ovviamente il nodo di Taiwan come ostacolo che potrebbe far deragliare il treno della “collaborazione” tra i due paesi (e sistemi di vita). L’isola è dal 1949 “l’altra Cina”, rifugio dei nazionalisti del Kuo Mintang sconfitti sulla terraferma, nel tempo trasformatasi in propaggine statunitense con grande specializzazione nella produzione di chip. Pechino non ha mai smesso di considerarla una “frattura” da ricomporre, come avvenuto per Hong Kong (protettorato britannico fin dai tempi della “guerra dell’oppio”), possibilmente con le buone.

Ma i problemi che possono crescere sono numerosi, a partire ovviamente dalla guerra scatenata da Usa e Israele contro l’Iran, paese che esporta buona parte del suo petrolio proprio in Cina, entrato a far parte dei Brics+ e con cui Pechino ha da poco inaugurato una ferrovie di oltre 10.000 chilometri per moltiplicare l’interscambio accorciando tempi di trasporto e molteplici “strozzature” (lo stretto di Malacca, oltre quello di Hormuz) politicamente incerte.

Trump si è portato dietro una pattuglia di amministratori delegati finanziari e delle Big-Tech – Musk, Tim Cook (Apple), Larry Fink (BlackRock), Dina Powell McCormick (Meta), ‘Mr Nvidia’ Jensen Huang e altri – alcuni dei quali hanno contenziosi aperti con Pechino (acquisizioni reciprocamente negate di società ritenute “strategiche”). E chiede apertura del mercato cinese per i loro prodotti e servizi.

Ma è partito inseguito dal lamento disperato dei produttori di automobili: “Se alle case automobilistiche cinesi fosse consentito di spedire le loro scorte in eccesso negli Stati Uniti, la nostra catena di approvvigionamento automobilistica collasserebbe sotto il peso di questi veicoli invenduti”, ha dichiarato Scott Paul, presidente dell’AAM (Alliance for American Manifacturing).

Ottenere “aperture” proponendo “chiusure” protezionistiche non sembra proprio conseguente... Anche se l’automobile non è certamente il settore decisivo per la competizione futura, resta pur sempre rilevante per i livelli occupazionali interni e forse soprattutto per l’immaginario dell’“identità” americana. Già hanno fatto fatica a digerire le auto giapponesi e coreane, con quelle cinesi potrebbe arrivare la mazzata finale.

L’unico accordo pressoché fatto, prima del vertice, riguardava l’acquisto da parte cinese di un discreto quantitativo di aerei Boeing per l’aviazione civile. Qualche affare, nessuna visione strategica – persino “egemonica” – in grado di provare a guidare il mondo. Questa è l’America degli ultimi 30 anni.

E la Storia, come sempre, fa valere una sua antica legge: il dominante, nel momento del suo declino, seleziona la classe dirigente peggiore. Quella che ne accelera la caduta. Purtroppo non sono soltanto “affari suoi”, ma di tutto il mondo.

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Navi militari italiane pronte a partire per Hormuz. L’Iran non gradisce

Sull’invio di navi militari italiane nello Stretto di Hormuz, durante l’audizione alle Commissioni Esteri e Difesa, il ministro della Difesa Crosetto ha tenuto a sottolineare che si è trattato solo di una comunicazione preventiva, “anche se non vi era l’obbligo” e fatta “con la massima trasparenza” sulle misure che il governo sta predisponendo.

Lo stesso tono è stato usato nella medesima audizione in commissione dal ministro degli Esteri Tajani. “Non siamo qui per chiedere di autorizzare una nuova missione militare nel Golfo”, ha chiarito subito il ministro degli Esteri. L’obiettivo, spiega Tajani, è “condividere con il Parlamento, nel quadro di un confronto aperto e trasparente, l’impegno del Governo per la pace” e il percorso che “potrebbe portare a un nostro impegno nella coalizione internazionale per il ripristino della libertà di navigazione nello Stretto”. Ma lo stesso Tajani ha precisato che tale impegno potrà concretizzarsi “solo dopo la cessazione definitiva delle ostilità”.

Durante l’audizione Crosetto è sceso nel dettaglio sulle prossime mosse. Il ministro della Difesa ha spiegato che l’Italia sta predisponendo il pre-posizionamento di due unità cacciamine più vicine allo Stretto di Hormuz. Inizialmente saranno nel Mediterraneo orientale e poi nel Mar Rosso, nell’ambito delle missioni già in corso, come Mediterraneo Sicuro e Aspides, e “sempre rigorosamente all’interno del quadro delle missioni internazionali autorizzate per l’Italia”.

L’obiettivo dichiarato è di “avvicinarci a quell’area, pur rimanendo a distanza di sicurezza”.

Intanto, però, risulta che le due navi cacciamine “Rimini” e “Crotone”, al momento ormeggiate a La Spezia, salperebbero già entro le prossime 48 ore visti i tempi lunghi di percorrenza (circa tre settimane) per raggiungere la base militare italiana di supporto a Gibuti, nel Mar Rosso. Le altre due navi che verrebbero impiegate sono il pattugliatore d’altura “Montecuccoli” e la nave di supporto logistico “Atlante”.

Navi già pronte a partire dunque e con un passaggio in Commissione e neanche in Parlamento che entrambi i ministri hanno ricordato essere una gentile concessione e non un atto dovuto.

Il sito specializzato Analisi Difesa sottolinea però come la missione al momento non sembrerebbe essere molto popolare. Alla domanda: “L’Italia, a suo avviso, deve rendere i propri cacciamine disponibili per la bonifica di Hormuz?” Il 57,2 % degli intervistati da un sondaggio dell’istituto ‘Only Numbers'(Ghisleri) si è detto non favorevole contro il 28,1% di favorevoli (meno della metà dei contrari) e il 14,7% che non sa o non risponde.

Un rapporto del Pentagono al Congresso, riferito dal Washington Post, ha valutato che potrebbero essere necessari fino a sei mesi per liberare completamente dalle mine lo stretto di Hormuz e che è improbabile che un’operazione del genere possa essere svolta prima della fine della guerra tra Usa e Iran. Ma sulla fine della guerra le incognite sono ancora enormi.

Nel frattempo i “volenterosi europei” spedirebbero già la loro flotta nell’area di Hormuz.

Occorre ricordare che il 22 aprile scorso i “volenterosi” paesi europei, dopo un vertice politico a Parigi a metà aprile, si sono riuniti operativamente a Northwood (vicino Londra) per dare vita a una missione navale a Hormuz per “l’immediato e incondizionato ripristino della libertà di navigazione” una volta che il conflitto nel Golfo Persico sarà terminato.

La Gran Bretagna e Francia hanno già messo in navigazione la portaerei Prince of Wales e la portaerei Charles De Gaulle verso lo stretto di Hormuz in direzione del Golfo.

L’Iran ha però già avvertito Gran Bretagna e Francia che le sue forze armate lanceranno una “risposta decisa e immediata” verso qualsiasi nave da guerra che verrà inviata nello Stretto di Hormuz. “Ricordiamo loro che sia in tempo di guerra che in tempo di pace, solo la Repubblica Islamica dell’Iran può garantire la sicurezza in questo stretto e non permetterà a nessun Paese di interferire in tali questioni”, ha scritto il viceministro degli Esteri Kazem Gharibabadi.

Andare a Hormuz in contrasto con l’Iran non sembra proprio una grande prospettiva né una buona idea.

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D’Istruzione pubblica/2. ADHD. “Vi faremo pagare ogni psicofarmaco che abbiamo dovuto inghiottire”

Seconda parte.

Secondo il Rapporto Nazionale Osmed 2024, il consumo di terapie a base di metilfenidato, risperidone e aripiprazolo ha subito l’aumento più alto in termini di utilizzo tra i medicinali rispetto all’anno precedente. Rispettivamente, l’uso è aumentato del 28,8%, del 14,3% e del 10,4%, un dato che riconferma la tendenza già presente nel Rapporto Nazionale Osmed dell’anno precedente.

Il metilfenidato, più noto col nome di Ritalin, o Medikinet, tolto nel 2003 dalla tabella di “tipo 1” delle sostanze stupefacenti e psicotrope (di cui fanno parte sostanze quali l’oppio, la cocaina e l’eroina) per tornare a commercializzarlo per l’ADHD, si posiziona al quinto posto degli psicofarmaci per il sistema nervoso centrale più utilizzati.

Il risperidone, impiegato nella terapia per il disturbo della condotta dei bambini dai cinque anni in su e per i soggetti adolescenti con non sufficiente prestazione intellettiva, si colloca invece all’ottavo posto della classifica.

Rispetto al 2023, l’atomoxetina e il metilfenidato, farmaci prescritti per il Disturbo da deficit di attenzione/iperattività (ADHD), hanno subito un aumento nelle prescrizioni del 24,9%, dato che potrebbe incrociarsi con l’aumento generalizzato dei tassi di prescrizione in tutto il mondo nel periodo successivo alla pandemia di Covid-19, evidenziato da numerosi studi epidemiologici.

Alcuni spiegano questi incrementi ipotizzando che queste condizioni, nei periodi precedenti, fossero celate e taciute. Ciò alimenta una percezione “positiva” dell’aumento nell’incidenza statistica di diagnosi e di prescrizioni farmacologiche.

Se non accompagnata da un buon livello di problematizzazione della questione, quest’interpretazione risulta parziale e destoricizzata. Come per ogni elemento di produzione umana, anche le categorie scientifiche sono il riflesso delle categorie storiche di una certa epoca e di certe sensibilità, nonché il risultato delle contingenze politico-economiche e culturali delle società stesse.

Il presupposto essenzialistico che vorrebbe l’umano come espressione diretta della propria biologia si traduce nell’idea secondo cui il singolo individuo può essere analizzato in sé, in maniera “isolata”, senza riferimenti al contesto di appartenenza e alla contingenza storica che lo ha prodotto, nel cui seno vengono prodotte categorie mentali, fisiche e modalità di gestione delle stesse, intese come politiche del corpo e della mente.

Qual è il percorso storico che ha portato alla costruzione delle categorie di disattenzione, iperattività e impulsività caratteristiche dell’ADHD?

Nel 1902, Sir George Frederick Still, pediatra presso il King’s College Hospital di Londra, individua l’esistenza di una particolare categoria di soggetti che, pur mostrando intelletto “normale”, è solita esibire comportamenti “antisociali”.

Secondo Still, i sintomi mostrati da questi soggetti avrebbero incluso l’incapacità di rimanere fermi, la tendenza al furto, l’assenza di pudore, l’immodestia e un approccio errato alla sessualità. Il quadro nosologico tracciato dal dottore londinese ha rappresentato, storicamente, l’origine concettuale della condizione che più tardi sarebbe stata battezzata come ADHD.

È da notare come l’interpretazione di Still faccia ricorso a una complessa categoria culturale, quella di “civilizzazione”, intesa come insieme di norme e pratiche attese dagli individui considerati “sani” e, al contrario, disattese dai “degenerati”.

Non è un caso che Still costruisca una correlazione diretta tra l’aspetto fisico e le facoltà mentali, inserendosi nel tracciato segnato dalla frenologia e dalla fisiognomica, pseudoscienze ancillari di una visione essenzialista dell’essere umano. Pochi anni dopo, a cavallo degli anni Venti, il contributo di Still viene recuperato dallo psicologo britannico Alfred F. Tredgold, alto membro dell’English Royal Commission on Mental Deficiency.

Riflettendo sull’introduzione dell’Education Act del 1876, Tredgold conferma la presenza di soggetti con le caratteristiche descritte da Still, inquadrati poi dal successivo English Mental Deficiency Act del 1913 come feeble-minded, deboli di mente. Analizzando diversi soggetti diagnosticati con Postencephalitic behavior disorder, una condizione che seguiva l’encefalite, Tredgold individua la presenza dei medesimi sintomi che poi diverranno centrali nel quadro eziologico dell’ADHD: comportamento antisociale, irritabilità, impulsività, passaggi umorali improvvisi e iperattività.

La correlazione individuata da Tredgold tra sintomatologia clinica e comportamento sociale fonda la sussunzione nell’ambito medico e biologico di elementi socioculturali quali la capacità di relazione, le emozioni e l’autocontrollo. È un passaggio chiave della storia diagnostica dell’ADHD, in quanto pone i fondamenti per la medicalizzazione del comportamento umano, non più inteso come fenomeno storico complesso, bensì come prodotto di un fondo biologico essenziale.

Negli anni Trenta il dottor Charles Bradley, direttore della Bradley Home – un istituto per la “tutela” di bambini e bambine con problematiche psico-emotive – sperimenta l’uso della benzedrina, uno psicostimolante sviluppato nel 1934 dalla casa farmaceutica Smith, Kline & French e commercializzato dall’anno successivo.

Pur utilizzando il campione gratuito offerto da SKF per trattare i mal di testa conseguenti allo pneumoencefalogramma, Bradley scopre che le metamfetamine presentano proprietà in grado di agire su sintomi quali la disattenzione e la bassa performatività scolastica: come, poco dopo, nel caso degli antidepressivi, è il farmaco che fa la malattia, anziché il contrario. Mentre con Tredgold si ufficializza il passaggio della condizione di iperattività, impulsività e disattenzione dall’ambito sociale a quello medico, con Bradley si inaugura invece il discorso relativo all’impiego di psicostimolanti.

Nel 1957 gli studi di Bradley vengono recuperati da Maurice Laufer, Eric Denhoff e Gerard Solomons, i quali ribadiscono l’utilità della funzione calmante della benzedrina al fine di disciplinare chimicamente soggetti con certi gradi di “deficienza” infantile.

L’iperattività diventa un’ansia collettiva anche per motivi politici: nel 1957 il satellite sovietico Sputnik dà il via alla corsa allo spazio mettendo in crisi la società USA, che comincia a domandarsi se il sistema di istruzione fosse a un livello tale da consentire agli statunitensi una posizione dominante nell’ambito del sapere globale. Dagli studi di Bradley sorge così la categoria di hyperkinetic impulse disorder, che restringe i sintomi della patologia intorno all’iperattività, all’impulsività e alla disattenzione.

Man mano che aumenta la preoccupazione per la brain race tra Stati Uniti e Unione Sovietica, lo sguardo posato sull’infanzia e sull’adolescenza da parte dell’expertise psicoeducativa e medica si declina sempre più in termini di performatività e autocontrollo (quest’ultimo inteso come caratteristica fondamentale per la realizzazione di un individuo sano).

Proliferano così nuove nomenclature, espressione di una medesima posizione essenzialista secondo cui queste condizioni sono causate da un danno biologico: minimal brain damage, minimal brain dysfunction, hyperkinesis, hyperactive syndrome ecc.

In una conferenza del 1963, tuttavia, l’Oxford International Study Group of Child Neurology boccia la suddetta posizione sicché, cinque anni dopo, la seconda edizione del Diagnostic and Statistical Manual of Disorders declina la condizione con il nome di Hyperkinetic reaction of childhood.

In questa denominazione, il termine reaction esprime un’evidente matrice psicologica che permette un momentaneo abbandono delle spiegazioni di stampo esclusivamente neurologico. La Hyperkinetic reaction of childhood è descritta come conseguenza delle diverse interazioni con cui il soggetto si interfaccia e, quindi, come condizione direttamente connessa all’ambiente e all’esperienza individuale.

Mentre il dibattito tra le due posizioni divide la psichiatria, nel 1964 vengono pubblicati i risultati dei primi trial clinici condotti sull’utilizzo del Ritalin, sostenuti dalle caute ricerche di Eisenberg e Conners. La prospettiva di una terapia farmacologica apparentemente efficace e replicabile, con costi contenuti e dotata di una possibilità d’impiego più sostenibile, va a sostegno della posizione biologista.

D’altra parte, la natura biologica della malattia deresponsabilizza tanto l’ambiente pubblico quanto quello privato, enfatizzando i – presunti – limiti intrinseci dell’individuo: il soggetto viene deprivato della propria storia, e delle sue parti dolenti o traumatiche, fino a diventare il prodotto “meccanico” di processi chimici, biologici e neurologici. Da questo momento in poi, la storia dell’ADHD si posiziona saldamente nel paradigma biologista dell’expertise che se ne occupa.

Nel corso degli anni Settanta si consuma, così, un passaggio epistemologico fondamentale: bocciata negli anni Sessanta la nozione di “danno cerebrale”, adesso si comincia a leggere il cervello iperattivo, impulsivo e disattento attraverso la lente della “anormalità”.

Per quanto ciò possa sembrare una sorta di “ritorno alle origini”, si tratta di fatto di un nuovo paradigma. Mentre, infatti, autori come Still e Tredgold – che poggiavano le loro tesi su pseudoscienze quali la fisiognomica e la frenologia – appaiono ormai antiquati, la nuova expertise essenzialista, che pure adotta presupposti non dissimili, figura come assai più matura, seria e attendibile.

La differenza fra i due modelli è data dall’utilizzo di un linguaggio più neutro, privo di pregiudizi espliciti, nonché dalla proliferazione di nuove tecnologie che sembrano in grado di fondare un’oggettività biologica. Se nel primo Novecento ci si riferiva a categorie quali la felicità, la tristezza o l’impulsività, dalla seconda metà del secolo in poi si ragiona entro nuovi confini: termini quali sinapsi, dopamina, adrenalina e così via assumono sempre di più una funzione autoesplicativa e, in qualche senso, auto-avverante.

Il continuo ricorso al linguaggio scientifico ricolloca le caratteristiche e le decisioni individuali ponendole come espressione diretta del piano biologico, neurologico e genetico del soggetto.

All’interno del DSM III, pubblicato nel 1980, l’Hyperkinetic reaction of childhood muta in Attention deficit disorder, ADD. Ciò segna un altro passaggio fondamentale: lo slittamento verso l’analisi di un cervello considerato neurologicamente anormale porta a una maggiore attenzione per il più storicamente ignorato tra i tre sintomi della futura ADHD: la disattenzione. È solo con la revisione del DSM III pubblicata nel 1987 che nasce l’ADHD: Attention deficit and hyperactivity disorder.

Nonostante l’attuale DSM V sottolinei l’assenza di elementi biologici che confermino la natura neurologica dell’ADHD, quest’ultima resta la pista maggiormente battuta dagli studi sull’ADHD, che si concentrano soprattutto sugli studi sui gemelli, su genome-wide association studies e sul neuro-imaging. In tal modo, il soggetto viene “chiuso in sé stesso”, estrapolato dal contesto storico e dagli spazi esperienziali: una mossa perfettamente coerente con l’idea filosofica propugnata dal neoliberismo.

La stessa categoria di ADHD, che nel discorso egemone viene correntemente descritta come condizione genetica e biologica, assume una forma sfumata e inafferrabile, in quanto l’evoluzione epistemologica della nozione segnala l’azione di un presupposto normativo. Pratiche quali il collezionismo, la fissazione su un argomento, l’utilizzo non standard del proprio corpo e il rapporto con il tempo e lo spazio vengono sussunte dall’etichetta diagnostica.

In questo senso, la genealogia dell’ADHD illumina il lungo percorso entro cui un soggetto con caratteristiche valutate devianti o disfunzionali (un soggetto disattento, impulsivo e passionale), indipendentemente dalla sua storia e dalle sue istanze, è ricondotto a una categoria medico-psichiatrica ed etichettato come “fuori della norma”, e cioè anormale, patologico e, infine, disabile.

In termini storici, antropologici ed epigenetici, tuttavia, l’attuale esplosione del discorso psichiatrico è inseparabile dalle condizioni sociali (economiche, politiche, geopolitiche e, in senso ampio, antropologiche) entro cui esso è chiamato ad agire. Se anche la natura biologica dell’ADHD fosse confermata, le vere domande da porsi resterebbero senza risposta.

Che cosa, in una certa cultura, vale come disabilità e cosa no? In base a quali presupposti normativi la disabilità viene individuata, quantificata e trattata? Perché, nell’occidente egemone, chi non ne vuole sapere della disciplina scolastica riceve una diagnosi? E poiché non è possibile ipotizzare che la diffusione epidemica dell’ADHD sia legata alla diffusione di “geni malati” (che richiederebbe migliaia di anni per manifestarsi), quali sono le condizioni (familiari, scolastiche, ambientali, ecologiche) che scatenano nei bambini la risposta detta ADHD? Telegraficamente: lungo quali piste l’ADHD è socialmente prodotto?

Un’ADHD senza storia assume, infatti, la forma di una categoria spuria, che rischia di essere sovrautilizzata a tutto vantaggio delle case farmaceutiche, e con il risultato di grandi masse di persone medicalizzate fin dall’infanzia. Alcuni temono che queste generazioni, precocemente stordite dalla psico-chimica, potrebbero non essere disponibili a forme di critica radicale, ma non è detto.

Durante l’occupazione dell’ateneo genovese nella primavera del 2021, uno dei comunicati diceva: «Vi faremo pagare ogni psicofarmaco che abbiamo dovuto inghiottire». Le vie della ribellione sono infinite.

Qui la prima parte del saggio: D’Istruzione pubblica/1. “Abilismo”, medicalizzazione e categorie diagnostiche infantili.

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Israele - Voto unanime sulla pena di morte ai palestinesi. Non esiste un’opposizione israeliana

Pubblichiamo questo contributo di Alessandro Ferretti, fisico dell’Università di Torino, apparso sul suo blog. Per correttezza di cronaca, tra i 27 parlamentari israeliani non presenti alla votazione ci sono anche quelli di Hadash, la formazione di Ofer Cassif citata dall’autore dell’articolo. La scelta istituzionale di essere presenti o meno alla votazione può essere dibattuta, ma il resto del suo pensiero si adatta perfettamente alla sinistra “democratica” israeliana. Quella che, insomma, viene incensata dalla sinistra “imperiale” europea come alternativa a Netanyahu.

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Ieri, alla Knesset israeliana, la legge che istituisce i tribunali speciali [per i fatti del 7 ottobre 2023, ndr] autorizzati a giustiziare centinaia di palestinesi è stata approvata all’unanimità: novantatre voti a favore, nessuno contro. In pratica, in tutto il parlamento israeliano non c’è neanche un deputato (neanche il tanto decantato marxista Ofer Cassif) che abbia avuto il coraggio di dire “no” a una legge che sancisce l’uscita dello stato di Israele dal consesso delle nazioni civilizzate.

Ci hanno ammorbato, e continuano ad ammorbarci, con l’eterno ritornello secondo cui la colpa dei crimini israeliani è solo di Netanyahu, e che in Israele esiste una fiorente e combattiva opposizione orripilata dalle stragi, dal genocidio e dalla pulizia etnica dei palestinesi. Ora possiamo dirlo senza paura di essere smentiti: sono tutte balle in malafede.

Chi in Israele si oppone ad occupazione, apartheid, pulizia etnica e genocidio è una eroica ma purtroppo piccolissima minoranza, priva di rappresentanza politica, assolutamente non in grado né di arginare né tantomeno di invertire la marea di odio e ferocia che si riversa da decenni su milioni di palestinesi inermi.

Ma non solo: come tutti sappiamo, l’Unione Europea ha il vincolo costituzionale di non finanziare, con i soldi dei contribuenti europei, Stati che adottano pratiche come la pena di morte o la discriminazione etnica, che l’ordinamento europeo definisce come violazioni assolute e non negoziabili. L’approvazione della legge dovrebbe quindi comportare l’immediata sospensione di ogni accordo tra UE e Israele e l’irrogazione di sanzioni allo stato israeliano.

E invece, niente. A mettere il veto su questo atto dovuto è, guarda un po’, il fasciogoverno italiano (insieme a quello tedesco). Tajani lo ha detto chiaramente: “Credo sia meglio sanzionare individualmente i responsabili, penso ai coloni violenti, rafforzando le sanzioni, ma non credo che bloccare un accordo commerciale sia uno strumento utile (perché) finirebbe per colpire la popolazione israeliana nel suo complesso”. Come se la pena di morte fosse responsabilità solo dei coloni.

Il concetto è chiaro: la popolazione israeliana “nel suo complesso” non va “colpita” neanche se ad esprimere contrarietà a una legge che introduce la pena di morte su base etnica è lo zero percento dei suoi democratici rappresentanti. È l’ennesima conferma che Israele può impunemente commettere qualsivoglia crimine o tortura contro palestinesi, libanesi, siriani, iraniani etc, e può mandare a pallino l’intera economia mondiale con la guerra di aggressione all’Iran.

Nessuna sanzione significativa verrà mai imposta ad Israele dai nostri governanti, italiani o europei che siano, a meno non vengano obbligati da un’imponente azione dal basso. Nonostante questa evidenza, state pur certi che i benpensanti borghesucci sedicenti sinistri, che hanno passato decenni a riempirsi la bocca tessendo le lodi dell’Europa, della sua meravigliosa civiltà, del suo altruismo, del suo impegno per i diritti umani nel mondo intero, si guarderanno bene dall’intraprendere azioni concrete.

Il fatto è che ciò che guida e ispira quest’area di opinione pubblica non è la lotta per una società più giusta o per i diritti umani: la loro priorità unica è molto più prosaica, ovvero vivere nel benessere silenziando la loro (peraltro pressochè inesistente) coscienza, fottendosene totalmente di chi paga il conto per i loro privilegi.

State pur certi che questi campioni di arroganza e ipocrisia si inventeranno, come hanno sempre fatto, un qualcosa che giustifichi la loro ignavia complice. “Certo, la pena di morte su base etnica è una cosa brutta, però...”.

Lo faranno anche perchè sono talmente idioti da essere convinti che nessuno chiederà loro conto di tale complicità, che quel potere che ha concesso loro posizioni di privilegio si adopererà per proteggere la loro tanto agognata “normalità”, preservandoli dal destino infame subito dai non-privilegiati. Quello che non hanno capito è che la folle corsa patologica di Israele e USA verso il dominio mondiale tramite la forza militare sta già avendo e continuerà ad avere pesantissime conseguenze economiche e sociali anche dalle nostre parti.

L’Europa da loro tanto amata è in mano ad élite completamente corrotte interessate esclusivamente alla loro sopravvivenza in un mondo ben avviato verso la catastrofe ecologica, élite che non hanno la minima intenzione di condividere i loro principeschi rifugi in Nuova Zelanda con dei fessi come loro.

Se fossero minimamente intelligenti capirebbero che quando il castello di carte crollerà, quelli che si faranno più male saranno proprio loro perchè cadranno da più in alto... ma il sistema capitalista è strutturato in modo da assegnare le posizioni di privilegio a degli utili idioti, e la loro totale inerzia di fronte alla gravità della situazione ne è la dimostrazione. Il ceto dei benpensanti di sinistra sarà il primo a cadere, ma l’ultimo a capire.

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L’uscita degli Emirati Arabi dall’Opec, un tassello della strategia di controllo sul petrolio di Trump

di Domenico Moro

Come abbiamo provato a spiegare in alcuni articoli precedenti, l’aggressione al Venezuela e la guerra mossa contro l’Iran dagli Usa (e da Israele) rientrano all’interno di una strategia generale tesa, in gran parte, a ristabilire il controllo statunitense sul mercato petrolifero mondiale. Tale controllo è necessario per due ragioni, entrambe legate alla natura imperialistica e parassitaria dei meccanismi economici degli Usa.
La prima è quella di mantenere il ruolo del dollaro come valuta di scambio commerciale e di riserva a livello mondiale e, attraverso di esso, finanziare l’enorme doppio debito (commerciale e pubblico) e i mercati finanziari statunitensi.
La seconda è esercitare una pressione sulle altre potenze mondiali importatrici nette di petrolio, a partire dalla Cina, che rappresenta il vero concorrente sistemico degli Usa e che si rifornisce, almeno fino a prima degli attacchi statunitensi, in buona parte dal Venezuela e soprattutto dal Medio Oriente.

L’uscita degli Emirati arabi uniti (Eau) dall’Organizzazione dei paesi esportatori di petrolio (Opec) rappresenta un altro tassello importante e significativo di questa strategia. Il controllo del mercato del petrolio da parte dell’imperialismo, soprattutto Usa, passa, infatti, per l’indebolimento dell’Opec. Vale la pena ricordare come nasce e cosa è l’Opec. L’Opec nasce nel 1960, inserendosi nel processo di decolonizzazione dei paesi periferici, che intendevano emanciparsi dall’imperialismo europeo e statunitense. L’obiettivo dei paesi fondatori, a partire dai più importanti, come l’Arabia Saudita, il Venezuela, l’Iran e l’Iraq, era quello di esercitare, come paesi produttori, il controllo sul prezzo del greggio e soprattutto assicurarsi una quota maggiore dei profitti della vendita del petrolio e dei suoi derivati. Infatti, prima del 1960 il controllo del mercato petrolifero era esclusivamente nelle mani di sette grandi compagnie petrolifere britanniche e statunitensi, ribattezzate dal presidente dell’Eni, Enrico Mattei, come le “sette sorelle”. L’Opec in sostanza è un cartello, che stabilisce per ogni paese membro delle quote di produzione in modo da regolare l’offerta di petrolio e con essa i prezzi e le quote di mercato.

Ma l’utilità dell’Opec per i paesi aderenti non si limitava al controllo del prezzo e della ripartizione degli utili derivati dal petrolio. L’Opec aveva nelle sue mani il cosiddetto “potere del petrolio”. La classi dirigenti dei paesi petroliferi, in particolare quelle dei paesi arabi, attraverso il petrolio potevano esercitare un potere di ricatto sui paesi capitalistici avanzati, a partire dagli Usa. Questo potere poteva essere esercitato per sostenere i paesi arabi nel loro confronto con Israele, che veniva appoggiato dagli Usa e dai paesi europei. Israele aveva già vinto due guerre contro i paesi arabi vicini, soprattutto contro il principale, l’Egitto, che nel 1967 perse il Sinai e Gaza. Qualche anno dopo, nel 1973 il presidente egiziano, Sadat, decise, insieme alla Siria, di muovere nuovamente guerra a Israele. Anche questa volta l’esercito israeliano stava riuscendo a vincere sugli eserciti arabi. Tuttavia, Sadat aveva ottenuto l’appoggio degli stati arabi dell’Opec, che alzò i prezzi del petrolio del 70%, tagliò la produzione e alla fine decretò l’embargo petrolifero nei confronti degli Usa, per l’appoggio dato a Israele. Ne derivò il grande shock petrolifero e la recessione economica per i paesi occidentali. A questo punto, su pressione statunitense si arrivò a un cessate il fuoco tra i contendenti. Il ricatto politico del petrolio funzionò: Sadat, nonostante avesse perso la guerra sul campo, conseguì i suoi obiettivi: indurre Israele a restituire una buona parte dei territori occupati precedentemente[i].

Tuttavia, l’Opec raccoglieva e raccoglie stati molto diversi tra loro e con obiettivi diversi. Quando scoppiò la rivoluzione islamica in Iran nel 1979, Iran e Libia, appoggiati da Algeria e Nigeria, decisero di utilizzare l’arma del petrolio contro l’imperialismo Usa, alzando i prezzi. Una posizione contraria fu assunta dall’Arabia Saudita che, insieme ad altri paesi del Golfo tra cui gli Eau, aveva siglato nel 1974 un trattato di alleanza con gli Usa nel quale si impegnava a vendere il suo petrolio solo in dollari in cambio della protezione militare statunitense. Nel 1980 si assistette allo scoppio di una guerra tra due membri dell’Opec, che durò fino al 1988. L’Iran fu attaccato dall’Iraq di Saddam Hussein, istigato e finanziato dagli Usa. A fianco dell’Iraq si schierarono anche le monarchie petrolifere del Golfo, mentre a fianco dell’Iran si pose la Libia. Quindi, nel corso del tempo gli Usa riuscirono in qualche modo a dividere l’Opec al suo interno, anche perché era ed è composta da paesi con classi dominanti con interessi diversi e spesso opposti. Ciononostante, l’Opec rimaneva una organizzazione in grado di controllare il mercato del petrolio, rappresentando così un potere con il quale gli Usa e l’Occidente avrebbero dovuto comunque relazionarsi.

Arriviamo, quindi, all’oggi. L’Opec, composta da undici paesi, conserva una forza importante. Detiene il 79,08% delle riserve mondiali di petrolio, il 44,57% delle esportazioni e il 36,70% della produzione (2025)[ii]. Gli Usa, però, negli ultimi anni grazie al fracking sono riusciti ad aumentare la loro produzione di petrolio e non sono più dipendenti dalle importazioni come nel 1973. Sono, invece, diventati il primo produttore mondiale, venendo così a contrastare il controllo sul mercato mondiale esercitato dall’Opec. In risposta al primato degli Usa, l’Opec si è alleata con l’Opec+, che si è costituita nel 2016 e raccoglie altri dieci paesi produttori di petrolio, tra i quali c’è soprattutto la Russia, che è il terzo produttore mondiale, dopo Usa e Arabia Saudita.

È in questo quadro di competizione fra Opec e Opec+, da una parte, e Usa, dall’altra parte, che si inseriscono le ultime azioni militari statunitensi. Non a caso gli Usa sono diventati recentemente anche il primo esportatore mondiale, superando l’Arabia Saudita, con 250 milioni di barili esportati nelle ultime 9 settimane. Il blocco di Hormuz e quindi del petrolio del Golfo, determinato dalla guerra contro l’Iran, è certamente stato un fattore molto importate di questo exploit degli Usa, le cui esportazioni di greggio sono cresciute del 30%. A questo si aggiunge l’aggressione al Venezuela, che è, come paese singolo, il maggiore detentore di riserve petrolifere mondiali e che, come l’Iran, fa parte dell’Opec. Senza contare che fanno parte dell’Opec anche Arabia saudita, Eau, Kuwait, Iraq, tutti paesi che si affacciano sul Golfo Persico e le cui esportazioni di greggio sono state bloccate prima dalle rappresaglie iraniane contro i bombardamenti statunitensi e poi dal blocco totale di Hormuz imposto da Trump. Quindi, appare evidente che in questi primi mesi del 2026 Trump ha preso di mira proprio l’Opec, ossia il maggiore cartello mondiale di petrolio.

Sempre all’interno di questa strategia rientra il tentativo di indebolire l’Opec, provocando l’uscita di qualche membro importante, come gli Eau. Gli Emirati arabi uniti sono un paese molto ambizioso, che è intervenuto, anche militarmente, un po’ dovunque, a sostegno dell’imperialismo, dalla Libia allo Yemen, dove ultimamente si è trovata in contrasto con l’Arabia Saudita. Tuttavia, sono un paese molto piccolo di appena 9,7 milioni di abitanti, di cui la maggioranza è rappresentata da lavoratori immigrati, specialmente dal subcontinente indiano, dalle Filippine e da altri paesi arabi, che subiscono condizioni di forte sfruttamento. Sebbene abbia una economia relativamente diversificata (acciaio, alluminio, turismo), la forza degli Eau è il petrolio. Le loro esportazioni, pari a 2,88 milioni di barili al giorno, sono le terze dell’Opec, dopo Arabia Saudia e Iraq, la loro produzione è la quarta e le riserve sono le quinte[iii].

Ma gli Eau hanno una capacità di produzione potenziale molto più forte di quella effettiva, che è limitata dalle quote imposte dall’Opec. Su questo gli Eau si sono trovati in contrasto con l’Arabia Saudita, perché vorrebbero aumentare produzione ed esportazione in modo da incrementare i loro introiti per diversificare lo sviluppo economico. Dall’altra parte, la capacità produttiva potenziale degli Eau fa gola a Trump, perché può aiutare gli Usa ad aumentare l’offerta e tenere bassi i prezzi, che è poi un obiettivo strategico statunitense. Ma non così bassi da rendere non profittevole la produzione di petrolio statunitense mediante fracking, che ha costi di estrazione più alti di quelli medio-orientali. A tutto questo va aggiunto che gli Eau sono stretti alleati di Israele, a differenza delle altre petromonarchie del Golfo a partire dall’Arabia Saudita, avendo aderito già nel 2020 agli Accordi di Abramo, ideati da Trump per “normalizzare” i rapporti tra paesi arabi e Israele. Gli Eau sono l’unico paese a cui Israele abbia concesso l’utilizzo dell’Iron Dome, il suo sistema di difesa antimissile.

Secondo alcuni commentatori, i paesi del Golfo con la guerra si sarebbero allontanati dagli Usa, nella cui valuta vendono il loro petrolio e sulla cui protezione militare facevano affidamento, a causa del fatto che le basi statunitensi che ospitano non solo non li hanno protetti ma anzi hanno attirato la rappresaglia iraniana, che ha danneggiato anche i loro impianti di estrazione di idrocarburi. Questo, però, non sembra essersi verificato con gli Eau, che sono usciti dall’Opec proprio per ingraziarsi gli Usa. Pare che gli Eau, che soffrono ingenti perdite non solo dal blocco dell’export di petrolio ma anche da quello del turismo, si siano rivolti agli Usa per avere la concessione di linee di swap in dollari. Gli swap sono accordi tra la Banca centrale Usa (Fed) e altre banche centrali per scambiarsi valute, garantendo liquidità in dollari al sistema finanziario. Si tratta di un sistema utilizzato dalla Fed per sostenere altri paesi, ad esempio i paesi occidentali durante la crisi finanziaria del 2007-2008, ed è un modo per accrescere l’influenza degli Usa sui paesi stranieri e rafforzare la supremazia del dollaro. Inoltre, il ministro del Tesoro degli Usa, Scott Blesset, sta valutando di concedere linee di swap anche ad altri paesi del Golfo Persico, oltre agli Eau. Si tratta di paesi che, grazie alle esportazioni di petrolio, hanno sempre avuto grandi entrate in dollari, che poi investivano e investono in titoli di Stato statunitensi.

Ma gli Usa hanno ricevuto dagli Eau anche altre contropartite, oltre all’uscita dall’Opec. Una consiste nell’impegno a fare ingenti investimenti nell’economia Usa, cosa che Trump sta cercando di ottenere da tutto il mondo, anche utilizzando il ricatto dei dazi. Gli Eau l’anno scorso avevano promesso a Trump un trilione di dollari di investimenti, ma poi non se ne era fatto nulla. Ora, l’Adnoc, la compagnia petrolifera statale emiratina, ha annunciato una importante campagna di investimenti negli Usa, soprattutto nel gas, e il suo presidente, Siddiqui, ha dichiarato che “gli Stati Uniti sono un mercato in cui vogliamo puntare in alto”, investendo nell’intera catena del valore del gas, dalla estrazione ai rigassificatori[iv]. Va ricordato che, tra i paesi del Golfo, anche il Qatar ha investito nel gas Usa, essendo azionista al 70% di Golden Pass Lng, l’ultimo terminal di esportazione a essere entrato in funzione negli Usa. L’accordo tra il Qatar e la Exxon-Mobil, una delle maggiori aziende petrolifere statunitensi, fu siglato nel febbraio 2019, due mesi dopo che il Qatar era uscito dall’Opec, di cui era uno dei paesi fondatori. Adesso è il turno degli Emirati.

L’uscita degli Eau è un duro colpo per l’Opec, perché gli Emirati sono uno dei pochi paesi in grado di modulare la loro produzione di greggio, aumentandola quando necessario. Usciti gli Emirati, rimangono nell’Opec solo l’Arabia Saudita, e, in modo molto più limitato, il Kuwait, in grado di farlo. Questo rende l’Opec meno capace di contrastare la superpotenza energetica degli Usa, i quali, è bene ricordarlo, hanno una produzione petrolifera che è quasi uguale a quelle di Arabia Saudita e Russia sommate insieme. 

Concludendo, la guerra contro l’Iran è quindi diretta anche contro l’Opec, ed è un aspetto della lotta degli Usa per puntellare la propria egemonia mondiale in declino, che passa anche attraverso il controllo delle materie prime, in particolare del petrolio. Un controllo che è decisivo per conservare il ruolo di valuta mondiale del dollaro, necessario per garantire il funzionamento dei meccanismi parassitari del capitalismo imperialista statunitense.

Note

[i] Benito Li Vigni, Le guerre del petrolio. Strategie, potere, nuovo ordine mondiale, Editori Riuniti, Roma 2004.

[ii] Opec, Annual Statistical Bulletin, 2026.

[iii] Ibidem.

[iv] Sissi Bellomo, “Emirati addio all’Opec: un passo indietro che strizza l’occhio a Trump”, il Sole24ore, 29 aprile 2026.

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L’Ucraina majdanista indica la strada all’Armenia europeista

Il prossimo 7 giugno si svolgeranno le elezioni parlamentari in Armenia e l’attuale primo ministro Nikol non è affatto sicuro che il suo partito Accordo Civile riesca a ottenere i voti sufficienti a formare una coalizione in grado di sostenere il governo e le scelte europeiste di cui Pašinjan è portatore. Certo, una discreta spinta è arrivata dalle cancellerie europee riunite lo scorso 4 maggio a Erevan, insieme a UE e NATO. Ma non è detto che ciò sia bastante.

In ogni caso, tra tutte le ormai quasi abusate dichiarazioni di Vladimir Putin del 9 maggio, pare che solo qualche furfante si sia ricordato – a modo suo, ovviamente – di quella in cui il presidente russo ha paragonato la svolta dell’Armenia verso l’Unione europea alla situazione in Ucraina prima del colpo di stato del 2014 e del successivo sanguinoso conflitto.

Per lo più, i media di regime (occidentali) si sono concentrati sulle aperture di Putin e sulla possibilità che Vladimir Zelenskij, solo al momento in cui siano stati raggiunti gli accordi definitivi sulla risoluzione del conflitto, possa incontrarsi con lui per apporre la firma definitiva a quei documenti, anche con l’intermediazione di una terza figura, che il presidente russo ha ipotizzato essere l’ex cancelliere tedesco Gerard Schröder, nel quadro di nuovi accordi di sicurezza per l’Europa.

A quel punto i fogliacci europoidi non si sono più trattenuti e hanno spalancato le porte a giubili di “vittoria” sul “dittatore russo” costretto a venire a patti con la “resilienza” degli “impavidi” ucraini e coi «leader dell’Unione europea e della Nato che sono rimasti i difensori a spada tratta dell’Ucraina», sbava ad esempio il Corriere della Sera, aggiungendo strafottente che ora «l’Ucraina è libera di colpire in territorio russo dove e quando lo giudica necessario».

Naturalmente, quegli stessi leader della UE, che «vedono nell’Ucraina il baluardo della sicurezza europea e sono interlocutori indispensabili per definirne le condizioni», non possono accettare che a fare da intermediario sia un “alleato del Cremlino” quale viene proclamato Schröder e allora, in veste di rappresentante UE, arriva da Berlino il nome dell’attuale presidente tedesco Frank-Walter Steinmeier, che affiancherebbe nei colloqui lo stesso Schröder.

I più si ricorderanno dell’attuale presidente tedesco per la sua iniziativa di dieci anni fa, denominata appunto “Formula Steinmeier” e da lui formulata come ministro degli esteri, che prevedeva un meccanismo per l’attuazione degli Accordi di Minsk, con la road-map per lo status speciale del Donbass.

Lì si prevedeva come primo passo lo svolgimento di elezioni in LNR e DNR, i cui risultati avrebbero dovuto esser riconosciuti da Kiev; quindi il formale ritorno del Donbass all’Ucraina come regione autonoma, con il diritto di bloccare l’adesione alla NATO.

Ma né l’ex presidente Petro Porošenko, né Zelenskij hanno mai accolto la proposta di Steinmeier; il quale, d’altra parte, era in carica proprio con la cancelliera Angela Merkel che, in diverse occasioni, ha ripetuto più o meno esplicitamente che gli accordi di Minsk, da lei sottoscritti insieme a Francois Hollande, dovevano servire solo per dar tempo a Kiev di riprendersi dalle batoste di Debaltsevo e Ilovajsk e continuare la guerra in Donbass.

Ma si diceva dell’Armenia... I soliti torquemadisti de Linkiesta si sono concentrati sulle parole spese da Putin a proposito del paese caucasico ed ecco che “rivelano” che «per minacciare l’Armenia il Cremlino si è fatto scappare la verità: a causare l’invasione è stato il desiderio ucraino di entrare nell’Ue», così che, ‘pacifici e celestiali europei’, aspettatevi che il cinico “autocrate russo”, se le elezioni del 7 giugno dovessero dare la vittoria al beneamato candidato Pašinjan, si dia a invadere l’Armenia.

Qui, anche a voler chiudere entrambi gli occhi, risulta evidente il gioco verbale da impostori. La disputa sull’adesione alla UE, per la quale l’allora presidente Viktor Janukovic aveva chiesto quantomeno di non affrettare i tempi, è antecedente e non di poco al colpo di stato criminale attuato nel 2014 dalle bande nazi-nazionaliste a Kiev e patrocinato apertamente da USA-UE-NATO.

La cosiddetta “invasione” di cui blaterano a Linkiesta risale al 2022. Il cosiddetto “desiderio ucraino di entrare nella UE” non era altro che la copertura retorica messa a punto proprio dai mascalzoni di Bruxelles per aver mano libera alla schieramento di forze armate USA-NATO in Ucraina.

Per gli impostori che, come la maggior parte dei media, pensano di poter contrabbandare per “verità” le proprie trivialità, non ci sarebbe alcun «accerchiamento della Nato, genocidio nel Donbas, persecuzioni contro i russofoni» e, da parte russa, si tratterebbe solo di un «campionario di falsità e fesserie da cui siamo tempestati regolarmente sulla stampa e nei talk show. Putin lo ha detto nel modo più chiaro qual è stato il vero motivo, e c’è da credergli, perché l’unica reale minaccia al suo potere è lo spettacolo di una democrazia libera e prospera proprio di fronte ai suoi confini, che dimostri ogni giorno ai russi il costo esorbitante della cleptocrazia putiniana».

Qui basti dire solo che se quei terroristi mediatici, scrivendo di “democrazia libera e prospera” intendono quel moderno Konzentrationslager in cui i dettami di Banca Mondiale, FMI, UE e USA hanno trasformato quella che un tempo era una repubblica ucraina industrialmente sviluppata, allora ci si deve chiedere cosa le masse europee debbano attendersi dalla “ucrainizzazione” dell’Europa, oggi in fase così avanzata.

In Ucraina, afferma il ministro per le politiche sociali, della famiglia e dell’unità, Denis Uljutin, cresce a ritmo «catastrofico il numero di poveri e disoccupati; aumenta spaventosamente il numero di famiglie il cui reddito è appena sufficiente solo per cibo, alloggio e medicine e c’è un numero crescente di persone per le quali i sussidi sociali rappresentano l’unica fonte di reddito».

Ecco l’Ucraina del majdan: disoccupazione, dimezzamento della popolazione, volgare sfoggio di lussi stratosferici di fronte a milioni di ucraini ridotti alla fame, scorrerie di bande terroristiche e accalappiamento per strada di carne da mandare al macello.

Già: il futuro macello che sembra attendere anche i giovani europei che verranno arruolati a forza per la programmata guerra contro la Russia. Una guerra di cui i complessi militar-industriali euroatlantici non possono più fare a meno. Lo ha dichiarato chiaro e tondo al canale UkrLife l’ex comandante USA in Europa, Ben Hodges: per investire nella produzione militare i produttori occidentali di armi hanno bisogno che la guerra continui ancora per almeno cinque anni.

Si parla, ha detto Hodges, di importanti produttori di mezzi altamente complessi, che richiedono «catene di approvvigionamento altrettanto complesse e una forza lavoro ben addestrata. Quindi, se si vuole incrementare la produzione, è necessario dare alle aziende la certezza... che si tratti di un impegno a lungo termine». Se per caso, dunque, in Ucraina dovesse raggiungersi una tregua, è indispensabile aprire altri fronti.

Ma, di nuovo, si diceva dell’Armenia e del paragone fatto da Vladimir Putin tra la situazione della Repubblica caucasica e quella dell’Ucraina ante-golpe. In effetti, riporta il corrispondente di PolitNavigator da Erevan, tutto ricorda davvero Kiev prima del 2014; si sente ancora molto parlare russo, si trovano prodotti russi sugli scaffali, ma molte persone attribuiscono la perdita del Karabakh non al tradimento di Nikol Pašinjan, ma al Cremlino.

È probabile che Pašinjan vinca le elezioni: la sua propaganda ha scaricato la colpa della sconfitta del Karabakh sulla Russia e una popolazione stremata è pronta a credere nella “normalizzazione” con l’Azerbajdžan, accettare l’apertura delle frontiere con la Turchia e il “corridoio di Trump”. Ovunque la pubblicità del partito di Pašinjan, coi colori UE.

L’incognita è se il partito di Pašinjan riuscirà a raccogliere voti sufficienti per formare autonomamente un governo. La campagna elettorale dell’opposizione è debole; non viene sollevata la questione della scelta geopolitica tra UE e Russia; non si parla delle sicure differenze delle tariffe sull’energia importata dalla Russia, prima e dopo l’uscita dall’Unione Economica Eurasiatica. Ovunque, invece, manifesti e cartelli che proclamano un edificio “ristrutturato nell’ambito del programma del Dipartimento di Stato americano”, “restauro finanziato con fondi UE” e così via.

Sembra che gli errori dell’Ucraina, commenta PolitNavigator, non abbiano insegnato nulla agli armeni. «Come è iniziato tutto?» si è domandato Putin; con «l’ingresso, o il tentativo di ingresso, dell’Ucraina nella UE... Tutto ciò ha poi portato al colpo di stato, alla questione della Crimea, alla situazione dell’Ucraina sudorientale e ai combattimenti».

Dunque, afferma Mikhail Pavliv su Ukraina.ru, Nikol Pašinjan si sta trasformando per la Russia in un “secondo Zelenskij”, tanto più che lo stesso primo ministro armeno ha dichiarato che non è dalla parte della Russia nella questione ucraina. È chiaro che la strada intrapresa da Pašinjan conduce esattamente allo stesso punto.

Non si facciano ingannare coloro che ancora guardano allo status formale dell’Armenia nella ODKB e nell’Unione Economica Eurasiatica. Non ha alcuna possibilità, dice Pavliv di «vincere le elezioni… Il che significa che cercheranno di aggrapparsi al potere con altri mezzi: falsificazioni, manipolazioni, pressioni sull’opposizione, tentativi di mettere al bando gli oppositori. E, purtroppo, credo che anche che non sia escluso l’uso della forza per mantenere il potere».

In sostanza, il Pašinjan di oggi è lo Zelenskij del 2019-2020, che a Parigi partecipava al “Formato Normandia”, parlava con Putin, firmava le tabelle di marcia per una soluzione pacifica in Donbass.

L’ex addetta stampa di Zelenskij, Julija Mendel, conversando con Tucker Carlson, rivela oggi di aver assistito all’incontro Zelenskij-Putin a Parigi nel 2019, durante il quale prometteva che l’Ucraina non sarebbe mai entrata nella NATO. Addirittura, Zelenskij diceva di accettare la perdita del Donbass in cambio dell’inclusione del resto dell’Ucraina nella NATO, pur sapendo in anticipo che ciò era impossibile e che, di conseguenza, la guerra sarebbe continuata e il governo di Kiev non sarebbe cambiato.

Era quella l’epoca, ricorda Mikhail Pavliv, in cui si discuteva ancora di questioni specifiche: la “Formula Steinmeier”, per l’appunto e la sua attuazione, i compromessi e le possibili opzioni. Poi però Zelenskij torna a Kiev e imbocca la stessa strada che Pašinjan sta «percorrendo ora a tutta velocità... La strada verso la guerra. E tutti questi discorsi sull’integrazione europea sono, ovviamente, dipinti con colori rosei, discorsi su un futuro europeo, democrazia, riforme e tutte queste “mutandine di pizzo e UE”. Ma il risultato di questo autoinganno è ben più brutto».

Tutti questi “sogni rosei e illusioni su un paradiso europeo” e un’Ucraina indipendente non sono iniziati nel 2014; la storia risale almeno al 2004 e culminò con la caduta di Janukovic nel 2014. Il resto è quello che si è definito un nuovo Konzentrationslager e che probabilmente attende ora le masse armene, con Pašinjan che rischia di trascinare l’Armenia verso la guerra esattamente nello stesso modo di Zelenskij. E tutte le stesse terribili cose, dice Mikhail Pavliv, che stanno accadendo oggi nel sito dell’ex ‘Repubblica Socialista Sovietica Ucraina’ potrebbero benissimo accadere nel sito dell’antica Armenia, guidata da compradores, agenti di influenza straniera, che agiscono non nell’interesse delle masse armene, ma dei loro padroni e dei propri interessi egoistici.

Proprio come è successo in Ucraina. Perché Zelenskij avrebbe «potuto porre fine a questa guerra già nel 2022. Poi avrebbe potuto farlo nel 2025. E persino nel 2026... Ma non lo fa, perché la sua sopravvivenza personale, la sua avidità, la sua bramosia e il suo orgoglio si sono dimostrati più importanti della vita di migliaia e migliaia di persone. Sono proprio questi interessi egoistici che ora stanno conducendo Pašinjan nello stesso identico abisso».

Lo stesso, ci permettiamo di aggiungere, che attende anche le masse europee, alle prese con canaglie guerrafondaie che irridono con sufficienza alle aperture di Moskva, biascicando di «progressi militari di Kiev» (Milano Finanza) e di una Russia che «si trova in una posizione più debole che mai: sta perdendo molte vite sul campo di battaglia, c’è un crescente malcontento nella società e il sostegno alla guerra sta diminuendo» (Kaja-Fredegonda-Kallas).

Ma davvero considerano le masse europee così tonte?

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13/05/2026

Le Monografie di Frusciante: Walter Hill (Ottobre 2018)

Trump a Pechino, cappello in mano e chiacchiere

Il vertice più importante è anche quello più squilibrato. E il soggetto debole stavolta sono gli Stati Uniti.

Aggressività militare a parte, che ormai è quasi l’unica “specialità della casa”, Washington arranca un po’ in tutti i campi. A voler essere precisi, sta vedendo la Cina in corsia di sorpasso viaggiare a velocità doppia e non riesce a cambiare marcia. Prova a “tenere la posizione” – come nelle gare automobilistiche – con manovre al limite dello scontro (dazi, sanzioni, ecc), che hanno comunque il fiato corto.

Trump si presenta a Pechino con un bilancio di politica estera deficitario quanto a risultati e indigesto quanto a princìpi. La sua aggressività, infatti, ha prodotto un solo risultato di rilievo: il rapimento del presidente venezuelano Maduro, condannato da quasi tutto il mondo (col silenzio dell’Europa) e soprattutto dalla Cina, che ha adottato come regola ferrea la non interferenza negli affari interni di altri paesi, qualsiasi sia il loro regime politico o economico.

L’attacco all’Iran, in particolare, è esplicitamente un attacco anche al sistema di relazioni che vede Pechino al centro di uno schieramento economico-commerciale – i Brics – praticamente alternativo allo “scambio ineguale” gestito dagli Usa. Tehran ne fa parte, come peraltro anche l’Arabia Saudita, e le conseguenze della guerra di certo non fanno un piacere al Celeste Impero.

Ma neanche a Washington. Proprio mentre saliva sulla scaletta dell’aereo Trump è stato salutato dai dati sull’inflazione, salita al 3,8% in aprile a causa soprattutto dell’esplosione del prezzo dei carburanti. Ovvia derivazione della dinamica di petrolio e gas. Anche se gli Usa sono autosufficienti (anzi, addirittura esportatori netti) in fatto di idrocarburi, il prezzo internazionale si è riversato comunque su quelli alla pompa, erodendo significativamente il reddito di cittadini già alle prese con salari che non tengono più il passo.

“Le famiglie americane continuano a subire il peso dell’aumento dei costi energetici, che si aggiunge all’ondata di inflazione affrontata dalla pandemia in poi”, riferisce il sito di notizie Axios. “Inoltre, con lo Stretto di Hormuz ancora di fatto bloccato, cresce il rischio che non abbiamo ancora superato il picco di queste pressioni sui prezzi”.

Gli aumenti salariali soffrono un ritardo su quelli dei prezzi, anche perché non era stato ancora recuperato il gap sorto con la pandemia di Covid. In più, l’ingresso dell’intelligenza artificiale nei processi produttivi sta eliminando decine di migliaia di posti di lavoro di buon livello. Ed anche negli Usa i nuovi posti sono generalmente “lavoretti” a basso salario, nella ristorazione e nel commercio.

In più, i tagli operati dall’amministrazione Trump alla spesa sociale stanno portando la maggior parte delle organizzazioni no profit verso il fallimento. Questo settore comprende dalle organizzazioni delle banche alimentari e rifugi per senzatetto, ai gruppi di aiuto per immigrati. La cancellazione dei contributi federali non poteva essere compensata da quelli statali, e così milioni di persone indigenti (negli Usa ci sono oltre 100 milioni di “non occupati”, su 350 milioni di abitanti e oltre 200 “in età da lavoro”) si ritrovano abbandonate a se stesse.

Tutt’altro panorama in Cina, che da cinque anni a questa parte può vantare la cancellazione della “povertà assoluta”, pur in presenza di grandi disuguaglianze di reddito. Ma a partire da un livello di sopravvivenza assicurato a tutti (e sono 1,4 miliardi di abitanti).

Le relazioni commerciali tra i due paesi sono insomma al centro della trattativa tra Trump e Xi Jinping, e si tratta di un terreno immenso che vede Pechino esportare verso gli Usa per 453 miliardi di dollari e importare per 145.

Il tycoon aveva provato a correggere lo squilibrio con dei dazi mostruosi (anche il 145%), ma aveva dovuto fare subito marcia indietro davanti a dazi di ritorsione equivalenti e soprattutto al divieto di esportazione delle “terre rare”. Ora dovrà cercare qualche diverso tipo di accordo, ma intanto ha mollato sulla possibilità di vendere alla Cina i chip H200 di Nvidia – al terzo posto nella classifica dei più potenti della casa – sollevando qualche preoccupazione tra gli esperti di sicurezza informatica.

Forse anche per questo è stato invitato all’ultimo momento a far parte della spedizione Jensen Huang, ceo di Nvidia, che si aggiunge così agli altri “re dell’hi-tech” che tengono in pugno il tycoon: l’amministratore delegato di Tesla Elon Musk, quello di Apple Tim Cook e il ceo di Qualcomm, Cristiano Amon,

Molto pubblicizzato, a beneficio della base “Maga”, anche il cosiddetto contenzioso sul Fentanyl, che ha provocato l’anno scorso circa 40.000 morti negli Stati Uniti (erano 75.000 tre anni prima). In realtà la Cina produce una serie di sostanze chimiche considerate “precursori” della droga sintetica, che viene poi prodotta fisicamente da narcotrafficanti latino-americani. Ma gli esperti in materia spiegano che la serie dei prodotti chimici utilizzabili per questa produzione mortifera è praticamente infinita, e arriva da qualsiasi paese.

Soprattutto, però, Trump sbarca portandosi dietro la responsabilità di aver sconvolto il mercato energetico mondiale e messo in mora tutte le organizzazioni sovranazionali (dall’Onu al Wto alla Corte penale, ecc) e l’essere unanimemente considerato, in tutto il mondo, completamente inaffidabile. Un accordo con lui è scritto sull’acqua. Anche se a Pechino non mancano certo i mezzi per inchiodare gli impegni almeno su alcune questioni ritenute fondamentali.

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Il declino dell’Occidente, visibile a tutti

In questa particolare fase storica, il cosiddetto modello occidentale sta visibilmente rivelando un periodo di crisi e di scarsa credibilità. Molti ormai si domandano se si tratti di una tendenza al declino irreversibile o meno.

Secondo un sondaggio pubblicato martedi dall’istituto SWG di Trieste, in Italia l’opinione pubblica appare divisa, anzi fortemente polarizzata, anche su questo argomento.

Si dividono esattamente quasi metà del campione degli intervistati coloro che pensano che l’Occidente non abbia una prospettiva, mentre una quota analoga lo ritiene solo provvisoriamente in difficoltà.

Tra le cause di questa percezione negativa sull’Occidente, la principale è quella che la intravede nelle disuguaglianze sociali (il 40%), mentre sono “solo” il 18% quelli che la declinano con il capitalismo. Insomma il tema delle disuguaglianze ormai non sfugge più all’attenzione sociale come era stato negli anni dell’egemonia e della mistificazione neoliberista.

È forte la percezione che tra le cause negative ci siano contestualmente il ruolo degli Stati Uniti e la debolezza dell’Unione Europea. I più sensibili al rischio della guerra e del militarismo o alle pretese di supremazia occidentale oscillano tra il 21 e il 23%.

Ma alla domanda più specifica su “cosa” stia mettendo in crisi l’Occidente in questa fase storica, è significativo che la maggioranza ne individui le cause più all’interno del blocco euroatlantico che per minacce esterne. Infatti anche su questo per il 66% complessivamente deriva dalla debolezza della Ue e dalla mancata unità dei paesi europei. Per il 38% è colpa di Trump e per il 20% degli Stati Uniti.

La diffusa percezione del declino dell’Occidente è venuta crescendo con la guerra in Ucraina e si è poi rafforzata con la vergognosa complicità con Israele nel genocidio dei palestinesi. Su quest’ultimo aspetto è stata rivelatrice la frase del cancelliere tedesco Merz secondo cui “Israele sta facendo il lavoro sporco per noi”. Una ammissione di corresponsabilità e colpevolezza contundente che spiega molte cose.

Mentre sulla guerra in Ucraina è emblematico quanto scrive Emanuel Todd nel suo libro “La sconfitta dell’Occidente”.

Per Todd a seguito della guerra in Ucraina è emersa “la solitudine ideologica dell’Occidente e l’inconsapevolezza del proprio isolamento. Essendosi abituati a dettare i valori a cui il mondo deve aderire, gli occidentali credevano sinceramente, e stupidamente, che il pianeta intero fosse pronto a condividere la loro indignazione nei confronti della Russia. La loro aspettativa è rimasta delusa”. Detto da un autore che aveva anticipato la dissoluzione dell’Urss, è una diagnosi che va presa in seria considerazione. Soprattutto alla luce della rincorsa – e su molti settori il superamento – all’innovazione tecnologica e all’aumento di salari e consumi da parte dei paesi emergenti rispetto a quelli a capitalismo avanzato occidentali.

Sul declino dell’Occidente, come abbiamo visto anche dal sondaggio SWG, pesano infatti anche le accresciute disuguaglianze sociali interne che dimostrano come il trickle down (lo sgocciolamento di ricchezza dall’alto verso il basso, ndr) sia stata una vera e propria mistificazione diffusa per decenni dalle classi dominanti in Europa e negli Stati Uniti.

Secondo Emmanuel Todd l’espansione dell’istruzione superiore di massa in Occidente ha prodotto un paradosso: si è andata costituendo un’élite iper-istruita, culturalmente omogenea ma socialmente distaccata, che si è progressivamente separata dal resto della popolazione, alimentando risentimento, sfiducia e “un subconscio inegualitario che incrina il patto sociale”.

Questa brutale “polarizzazione” non ha prodotto solo una frattura economica e sociale, ma anche una distanza che mina la legittimità delle classi dirigenti.

Per dare un indicatore di questo boom delle disuguaglianze sociali si può osservare come l’indice di Gini sia aumentato in undici Stati membri dell’Unione europea tra il 2012 e il 2021. L’Italia, con un indice Gini pari al 32,7%, nel 2022, si colloca stabilmente sopra la media europea (29,6%), segnalando un divario crescente che accentua la rabbia e il risentimento delle classi medio-basse.

C’è materia su cui lavorare e sulla quale poter intervenire per trasformare tutto questo in una istanza di emancipazione e trasformazione sociale che rimetta al centro il tema dell’uguaglianza. Non solo.

Al declino dell’Occidente provano a rispondere anche le classi dominanti, alimentando una tendenza guerrafondaia e predatoria verso l’esterno e un avvitamento autoritario all’interno delle proprie società. Di fronte al tecno-fascismo che spira dagli Stati Uniti alimentato dai suprematisti delle nuove oligarchie capitaliste del mondo digitale e diffuso nella società dai suoi terminali politico/messianici, si comprende bene come le risposte al declino dell’Occidente – inteso inevitabilmente come Occidente capitalistico – siano divaricanti e antagoniste tra loro. E su questo che possiamo e dobbiamo riaprire la partita tra socialismo o barbarie.

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La CGIA raddoppia i costi dello shock energetico: 29 miliardi nel 2026

L’instabilità cronica nello Stretto di Hormuz e il conflitto in Iran, che continua a soffocare le rotte globali del greggio, presentano un conto salatissimo all’economia italiana. Alla fine di marzo l’Ufficio studi della CGIA di Mestre aveva calcolato un costo dovuto all’aggressione all’Iran intorno ai 15 miliardi di euro.

Oggi il calcolo arriva a quasi 29 miliardi di euro nel solo 2026, per famiglie e imprese. Una cifra significativa che incide direttamente sui bilanci domestici e sulla competitività della nostra industria. Si paga lo scotto di rincari a doppia cifra su ogni fronte: dai trasporti al riscaldamento, fino alla produzione industriale.

La voce più pesante del bilancio energetico nazionale riguarda i carburanti. Con i prezzi alla pompa stabilmente attorno ai 2 euro al litro, la spesa per benzina e diesel subirà un incremento di 13,6 miliardi di euro (+20,4% rispetto al 2025). Non va meglio sul fronte delle utenze domestiche e industriali: sull’energia elettrica si stima un rincaro di 10,2 miliardi di euro (+12,9%), e sul gas naturale di 5 miliardi di euro (+14,6%).

A livello territoriale, sul lato prettamente dei numeri il peso maggiore è scontato dal nord del paese. La Lombardia guida la classifica dei rincari con un aggravio di 5,4 miliardi, seguita dall’Emilia-Romagna (+3 miliardi) e dal Veneto (+2,9 miliardi). Si tratta delle regioni con la più alta densità di attività manifatturiere, e dove quindi la produzione ha più “fame” di energia.

Tuttavia, se guardiamo alle percentuali di aumento sui carburanti, è il Mezzogiorno a soffrire maggiormente. La Basilicata registra l’incremento più marcato (+21,6%), seguita da Campania e Puglia (+21,3%). Un dato che sottolinea come la dipendenza dai trasporti su gomma renda le regioni del Sud particolarmente vulnerabili alle oscillazioni del mercato petrolifero.

Sugli interventi governativi, la CGIA è categorica. Il governo Meloni è intervenuto con il cosiddetto “decreto Bollette”, una manovra da circa 5 miliardi di euro approvata per mitigare gli effetti della crisi, e con il taglio delle accise sui carburanti (attualmente ridotto a 5 centesimi per la benzina, mentre restano 20 centesimi per il gasolio), con un costo di circa un miliardo al mese e la scadenza fissata al 22 maggio.

Queste risorse sono però considerate inadeguate a frenare lo shock economico. La CGIA ribadisce che la soluzione non può essere solo nazionale, chiedendo invece la sospensione del Patto di Stabilità, per permettere agli stati membri della UE di finanziare i sostegni senza pesare sul calcolo del deficit.

L’Ufficio studi chiede inoltre di fissare un tetto al prezzo del gas e di separarlo da quello dell’energia elettrica; la tassazione degli extraprofitti; addirittura un taglio coordinato delle imposte sulle bollette a livello comunitario. La CGIA mostra come, senza un intervento strutturale, il rischio è che lo shock energetico si trasformi in una recessione profonda, e nell’aggravarsi della deindustrializzazione.

Ma a Bruxelles la logica continua a essere quella di rimanere ostinatamente sulla strada passata, nonostante le condizioni del presente siano cambiate profondamente. C’è poca predisposizione a intervenire sui profitti delle grandi compagnie, mentre lacci e lacciuoli dei trattati europei vengono difesi strenuamente, per non ammettere la loro irrazionalità, persino economica.

È il sintomo di un’evidente inadeguatezza strategica, e della mancanza di idee su come promuovere la UE come attore globale in uno scenario ben diverso da quello di trent’anni fa. Ed è inoltre un messaggio chiaro a chi vuole costruire un’alternativa, che deve essere necessariamente al di fuori di questi meccanismi e vincoli comunitari.

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Gli esuberi annunciati da Electrolux in Italia e le logiche distorte del capitalismo finanziario

di Alessandro Volpi

I licenziamenti che la società Electrolux sta operando in Italia sono il risultato di politiche neoliberali decisamente sbagliate, che avrebbero dovuto essere l’alternativa agli errori del capitalismo industriale italiano.

La storia di Electrolux in Italia inizia ufficialmente nel 1984, quando il colosso svedese acquisisce la Zanussi di Pordenone per la cifra decisamente ridotta di 200 miliardi di lire. All’epoca la Zanussi era un simbolo del miracolo economico italiano, arrivata a contare oltre 30mila dipendenti ma si trovava in una crisi finanziaria gravissima, dovuta a un eccesso di indebitamento e a scelte strategiche sbagliate, a cominciare da quella di ampliare a dismisura i confini del settore degli elettrodomestici fino a comprendere la produzione di televisioni a colori, peraltro, osteggiata in Italia dalla politica.

L’ingresso di Electrolux salvò l’azienda dal fallimento e per diversi anni garantì il mantenimento di un ruolo centrale in Europa, con poli di eccellenza a Porcia (lavatrici), Susegana (frigoriferi), Solaro (lavastoviglie), Forlì (forni) e Cerreto d’Esi (cappe).

A partire dal 2010, tuttavia, il settore degli elettrodomestici in Italia ha iniziato a soffrire per l’ascesa di colossi come LG, Samsung e produttori cinesi con costi inferiori, per l’allargamento a Est dell’Unione europea che ha reso il complesso industriale italiano meno competitivo rispetto a stabilimenti in Polonia, Ungheria e Romania e per i costanti piani di efficientamento volti a ridurre il costo del lavoro ma anche la qualità delle produzioni. Il modello neoliberale della globalizzazione e l’allargamento dell’Unione per avere manodopera a basso costo rappresentavano dunque due scelte politiche destinate ad aggravare in maniera radicale la crisi industriale italiana.

A fine 2023 Electrolux annuncia poi un piano globale di riorganizzazione dovuto a un calo del mercato europeo (sceso del 12% rispetto al periodo pre-pandemico) e all’inflazione e nel gennaio del 2024, senza troppa attenzione da parte della politica, l’azienda dichiara 373 esuberi in Italia (199 operai e 174 impiegati). Si arriva così alla firma dell’ accordo di marzo 2024, basato sulla non opposizione (uscite volontarie incentivate) e sull’utilizzo di contratti di solidarietà a Porcia e Forlì per evitare licenziamenti forzati.

Tutto ciò non basta però a scongiurare la decisione di inizio maggio 2026 che prevede appunto 1.700 licenziamenti su 4.500 dipendenti, la chiusura di Cerreto d’Esi e pesanti tagli che colpiscono gli storici stabilimenti di Porcia e Susegana, oltre a Solaro e Forlì. In pratica un radicale ridimensionamento delle attività produttive che prelude all’abbandono dei siti italiani, trasferiti in larga parte in Polonia. Electrolux motiva una simile “strategia” per focalizzarsi solo sulla fascia premium (marchi Aeg ed Electrolux di alta gamma), che però richiede meno manodopera.

Si tratta davvero di una brutta vicenda per capire la quale sono necessarie alcuni riferimenti specifici. Il primo riguarda la proprietà di Electrolux. La famiglia Wallemberg tramite la holding di famiglia, Investor AB, detiene poco meno del 20% dei diritti di voto. Il resto del capitale è nelle mani di grandi fondi svedesi e americani. È interessante in questo senso notare la forte finanziarizzazione della proprietà. I due fondi più rilevanti sono BlackRock, il principale gestore di risparmio al mondo, e Amf, un grande fondo di gestione svedese in cui confluiscono i risparmi pensionistici di molte imprese e, soprattutto, dei sindacati svedesi. Sia BlackRock sia Amf hanno quindi la necessità di rendimenti finanziari importanti per remunerare i propri risparmiatori. Chiudere gli impianti italiani è perfettamente coerente con le logiche del capitalismo finanziario fondato sul risparmio.

È importante segnalare che tra aprile e maggio 2026 si sono intensificate anche le voci di un’acquisizione da parte di Midea, colosso cinese degli elettrodomestici. Sebbene al momento non ci sia una proprietà cinese ufficiale, Electrolux ha recentemente stretto una partnership strategica e avviato un aumento di capitale (aprile 2026) per rafforzare le proprie finanze, alimentando i timori su un possibile passaggio di mano futuro; vendere a Midea Group, società cinese quotata a Shenzen e a Hong Kong, sarebbe molto coerente con l’opera di finanziarizzazione dal momento che si tratta di una società a capitale privato con la forte presenza di BlackRock e Morgan Stanley.

Oltre al tema della proprietà, per capire come si è arrivati ai licenziamenti in massa occorre tener presenti due altri fattori. Certamente nella scelta ha pesato la volontà di trasferire le produzioni in Polonia, diventata il primo produttore di elettrodomestici in Europa, per effetto di un costo della manodopera decisamente più basso, per gli incentivi garantiti dal governo polacco con il finanziamento europeo, che spesso viene utilizzato aggirando il divieto degli aiuti di Stato, e per effetto di una concorrenza fiscale feroce.

Per essere ancora più chiari è bene specificare che le regole dell’Unione europea vietano l’uso di fondi comunitari per finanziare direttamente la delocalizzazione da uno Stato membro all’altro ma esistono delle “sfumature” che le multinazionali sfruttano. La Polonia riceve enormi stanziamenti dai Fondi di coesione Ue (oltre 76 miliardi di euro per il periodo 2021-2027). Questi fondi possono essere usati per creare “nuovi” posti di lavoro o investire in “innovazione” in Polonia. Legalmente non è considerato un finanziamento per “chiudere in Italia” ma per “aprire in Polonia”, anche se il risultato finale è lo spostamento dei volumi produttivi. Proprio a fine 2024, inoltre, Electrolux ha ricevuto un prestito di 200 milioni di euro dalla Banca europea degli investimenti (Bei) per attività di ricerca e sviluppo “green”, finiti quasi per intero proprio in Polonia.

Ma la questione della concorrenza fiscale riguarda anche la Svezia. Investor AB non paga tasse sulle plusvalenze derivanti dalla vendita di azioni (se detenute per scopi industriali a lungo termine) e non paga tasse sui dividendi che riceve dalle società che controlla (come Electrolux, Ericsson, Abb, AstraZeneca). Alla luce di tutto ciò è forse più semplice capire perché i 1.700 licenziamenti di Electrolux rischiano di essere uno dei tanti sintomi della deindustrializzazione italiana.

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Ucraina - Altre indagini sulla corruzione. Coinvolto direttamente anche Zelensky?

Nel silenzio quasi assordante dei media occidentali, in Ucraina sta andando in scena il secondo atto dell’indagine Midas, che non è solo una questione di tangenti, ma un vero e proprio terremoto nel cuore del potere politico e militare del paese. L’Ufficio nazionale anticorruzione (NABU) e la Procura specializzata (SAPO) hanno scoperchiato un sistema di corruzione che ha decimato il cerchio magico di Zelensky, e ora sembra arrivare fino al presidente.

La vicenda l’abbiamo già raccontata e inserita nello scivolamento sempre più evidente del sistema ucraino verso l’autoritarismo, oltre che nel complesso quadro della guerra con la Russia. In poche battute, un rodato sistema di tangenti connesso a Energoatom e al complesso militare-industriale ha fruttato ricavi illeciti per almeno un centinaio di milioni di dollari a un gruppetto di politici vicini a Zelensky.

In questo meccanismo fraudolento sulla pelle degli ucraini, di cui l’Occidente dice di difendere la “libertà”, era coinvolto Timur Mindich, regista e socio di Zelensky ai tempi degli spettacoli da comico. I tentativi di limitare l’autorità della NABU e della SAPO, falliti la scorsa estate, sembravano indicare che Zelensky sapeva cosa bolliva in pentola, ma fino a oggi non era emerso nessun collegamento diretto con i ladri, suoi amici.

Mindich è fuggito in Israele già a novembre scorso, eppure la richiesta di estradizione è arrivata solo a inizio aprile. Le novità che stanno emergendo dalle indagini potrebbero essere proprio quei campanelli d’allarme che hanno infine portato a perseguirlo definitivamente, proprio mentre tra Kiev e Tel Aviv ci sono state scintille riguardo a carichi di cereali arrivati in Israele, ma considerati rubati dai russi dalle terre ora sotto il loro controllo.

L’inchiesta si è recentemente arricchita di un nuovo capitolo grazie alle rivelazioni dell’Ukrainska Pravda. Al centro dell’attenzione c’è la Fire Point, un’azienda produttrice di droni e missili in cui era coinvolto Mindich, e che veniva presentata come l’eccellenza dell’industria bellica (ma con parecchi dubbi al riguardo). Nel consiglio d’amministrazione siede nientemeno che Mike Pompeo, ex direttore della CIA ed ex Segretario di Stato USA.

Le intercettazioni telefoniche dipingono un quadro torbido: Mindich parlava dell’azienda come se fosse sua, trattando investimenti esteri e facendo pressione sul Ministro della Difesa Rustem Umerov – la cui famiglia ha acquistato vari immobili di lusso negli USA – per ottenere pagamenti anticipati e nuovi fondi. Umerov, dal canto suo, avrebbe rassicurato Mindich suggerendo di attendere le modifiche al bilancio statale approvate dal Parlamento (controllato dal partito presidenziale “Servitore del Popolo”).

Al di là di questo, il vero terremoto è arrivato con alcune intercettazioni del NABU, in cui i protagonisti dello scandalo fanno spesso riferimento a un certo “Vova”, diminutivo di Volodymyr. Sebbene non vi siano ancora prove dirette di un coinvolgimento di Zelensky, il sospetto aleggia pesante.

Andriy Yermak, ex capo dell’Ufficio presidenziale, è stato raggiunto da una notifica di indagine sul riciclaggio di circa 10,5 milioni di dollari, attraverso un complesso residenziale di lusso alla periferia di Kiev. La pressione sul presidente, dunque, cresce, proprio mentre il tema di una conclusione del conflitto ucraino torna sulla bocca della diplomazia internazionale.

E questo è di certo un pericolo per Zelensky. Se il presidente non è stato ancora toccato formalmente dalle indagini, secondo più di un analista, è solo perché in molti settori dirigenti ucraini sta prevalendo la “ragion di Stato”, per la quale è meglio non colpire direttamente il vertice del paese nel pieno della guerra, e mentre Mosca potrebbe approfittarne per avvantaggiarsi ulteriormente in ipotetici progressi verso la pace.

Dopo l’attacco della scorsa estate, le autorità anticorruzione hanno comunque deciso di fare terra bruciata intorno a lui, per mettere in chiaro che Zelensky non si trova in una posizione di forza, evitando però una decapitazione totale in un momento critico. Ma con le nuove rivelazioni, l’idea che il presidente possa essere direttamente coinvolto nello scandalo potrebbe suscitare ulteriore malcontento nella popolazione, che sta comunque affrontando un significativo sforzo bellico.

Quali possano essere gli sviluppi di questa storia dipenderà molto anche, se non principalmente, dagli avvenimenti al fronte.

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A chi serve il ‘nuovo’ IIT?

Due premesse.

Pur condividendo le critiche che provengono da più parti del mondo accademico sulla nascita e sull’attuale conduzione dell’Istituto Italiano di Tecnologia, riteniamo che un ente di ricerca pubblico – compreso IIT e tutti gli enti finanziati prevalentemente dallo Stato – abbia sempre motivo di esistere.

E riteniamo, soprattutto, che il Personale che vi lavora rappresenti un insieme di professionalità che la ricerca italiana non deve perdere. Anzi, potrebbe e dovrebbe transitarle nell’alveo Pubblico portando alte professionalità nelle università e negli enti di ricerca.

Definito questo perimetro, ci chiediamo se l’IIT, per come sta evolvendo, sia veramente necessario al Paese. Ci poniamo il quesito a partire dallo stato generale della ricerca in Italia e in Europa in raffronto al resto del Mondo.

Appare chiaro che la Cina ha rapidamente recuperato l’arretratezza che scontava un trentennio fa e lo ha fatto con un modello organizzativo nazionale (i piani quinquennali) che hanno previsto e portato a compimento, a partire da una assoluta preminenza della ricerca e dell’innovazione, la predominanza nel settore energetico verde e la competizione nell’intelligenza artificiale e nella robotica con gli Stati Uniti, o meglio la ridotta oligarchia dei big tech, che attualmente detengono le chiavi del settore attraverso sistemi proprietari e sempre meno “open source”.

La domanda che poniamo sorge nel momento in cui, in brevissimo tempo, sono nate due nuove realtà: la prima – AI4I – è una Fondazione “dedicata” all’IA apparentemente indipendente (sebbene il lavoro tuttora compiuto nell’alveo IIT sia evidentissimo); la seconda – Generative Bionics – è una start-up che di fatto ha “assorbito” proprietà intellettuale, know-how e personale di IIT.

Quindi, due vere e proprie strutture in competizione con IIT su temi, lo abbiamo accennato, che meriterebbero ben altra attenzione e ben altri strumenti, di livello europeo non nazionale. Chiaro che AI4I e Generative Bionics abbiano direttamente ed indirettamente drenato anche fondi dall’ambito di IIT. Infatti, mentre per Human Technopole, i precedenti governi non avevano eroso finanziamenti a IIT, in questi due casi il Governo ha usato la Fondazione con sede a Genova come uno sfascia carrozze farebbe con un'auto incidentata.

La cosa è particolarmente evidente osservando Generative Bionics, che ambisce alla leadership – italiana e non solo – nella progettazione e produzione di robot umanoidi AI-driven. Nella start-up sono confluite quasi per intero alcune linee di ricerca e personale tecnico/amministrativo originariamente in forze a IIT, includendo diversi Dirigenti di ricerca e, come ovvia conseguenza, una quantità considerevole di know-how realizzato in oltre 20 anni di attività interna a IIT.

La portata di queste perdite, a nostro avviso, è tale da poter essere identificata al pari di una cessione di ramo d'azienda, e come tale avrebbe dovuto essere riconosciuta, in primo luogo dalla governance della Fondazione.

MA UNA FONDAZIONE PUBBLICA, FINANZIATA DAL PUBBLICO, per giunta rivolta alla ricerca e alla disseminazione, HA LA LEGITTIMITÀ DI ‘CEDERE’ A SUE SPESE PROPRIETÀ INTELETTUALE E PROFESSIONALITÀ?

Quello che ad oggi riscontriamo, è una gestione che lascia in estrema incertezza e sofferenza ciò che rimane dei reparti attivi nella robotica umanoide. L'impressione che ricaviamo è quella di un’operazione poco trasparente, che potenzialmente può portare alla scomparsa delle linee di ricerca in questione. Infatti, i processi di sostituzione del personale sono stati caratterizzati da notevole lentezza e riduzione dell’organico rispetto ai numeri precedenti la nascita della start-up. Di conseguenza non è stato possibile attuare un adeguato passaggio di consegne per preservare quella conoscenza che noi consideriamo un asset pubblico.

Quindi, anche al di là delle considerazioni sulla presunta utilità di fondare due nuove aziende su tematiche complementari a quelle storicamente sviluppate in IIT, ci chiediamo: il “modello” di trasferimento di conoscenza previsto per IIT era veramente questo? Verso soggetti concorrenti creati anche su nuove figure dirigenti? O era piuttosto l’impresa privata “vera” e non un intermediario ulteriore, come ci pare stia avvenendo per entrambe le strutture in questione?

E allora questo IIT “liberato” da ambiti di ricerca ritenuti di punta, riuscirà a sopravvivere alla compressione dei fondi statali? Saprà reagire in maniera diversa da come la dirigenza scientifica ha fatto nell’ultima finanziaria, quando il taglio di 15 milioni è stato assunto passivamente dai vertici mentre il personale entrava in mobilitazione? Taglio che, peraltro, sembra correlato con l’investimento di 15 milioni nel centro di calcolo di AI4I…

Va registrato che nel frattempo IIT ha cambiato narrazione. È passata dalla questua prima della legge di Bilancio, che ha indotto il personale a “scendere in campo” per chiedere interventi sia al Comune di Genova che alla Regione Liguria, alla recentissima e assolutamente contraddittoria proclamazione a mezzo stampa della grande capacità di attrazione di finanziamenti che caratterizzerebbe la Fondazione.

È in questo contesto che il 24 marzo scorso, IIT è stata oggetto di uno sciopero con livelli di adesione che non si riscontrano spesso nel settore e superiori al 50% del personale, che ha scioperato perché l’Istituto sostiene di non essere economicamente in grado di offrire condizioni salariali dignitose ai lavoratori, mentre le ha offerte ai dirigenti, come si evince analizzando l’andamento del costo del lavoro dettagliato nelle relazioni della Corte dei Conti degli ultimi anni.

Successivamente, durante una trattativa in cui l’ente si dichiarava ancora ‘nullatenente’, tanto da non poter approvare nemmeno aumenti in grado di coprire l’inflazione galoppante, sempre il personale riceveva l’invito ad una festa aziendale il primo luglio prossimo...

Delle due l’una, o l’IIT gode di un bilancio sanissimo tanto che lo devia su nuove iniziative imprenditoriali oppure è stressato dai tagli e, come tutta la ricerca italiana, sopravvive. Di questa mancanza di chiarezza la vittima è chiaramente il Personale.

Dunque, rispondere alla domanda sull’effettiva funzione di IIT è, ora, più che mai necessario e indissolubilmente legato alle richieste del Personale tecnico-amministrativo. Senza dimenticare il Personale di ricerca contraddistinto quasi per intero dall’essere in formazione o consulente para-subordinato. E anche su questo è ora di cominciare ad indagare meglio se sia lecito avere centinaia di autonomi in un ente di ricerca.

Ci auguriamo che siano gli stessi organi di controllo a porsi questi quesiti.

Come USB continueremo a sorvegliare attentamente l’ente, impedendo che a essere sacrificati siano ancora una volta i dipendenti e i precari!

USB PI Ricerca
USB Lavoro Privato


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Donald Trump andrà in Cina portandosi dietro una montagna di problemi (e di debiti)

di Alessandro Volpi

Il 14 e il 15 maggio Donald Trump dovrebbe recarsi a Pechino per incontrare Xi Jinping. Si tratta della prima visita di un presidente degli Stati Uniti in Cina da dieci anni: e l’ultima volta era stato lo stesso Trump.

In previsione di questa visita il segretario al Tesoro statunitense, Scott Bessent, ha chiesto alla Cina, dopo aver criticato il suo appoggio a uno “Stato terrorista” come l’Iran, di aiutare gli Stati Uniti nella risoluzione della crisi. Al di là della retorica, è molto probabile che una simile richiesta sia un atto non banale che rivela le profonde difficoltà della presidenza Trump alle prese, in primo luogo, con un debito esplosivo.

La gigantesca montagna di circa 40mila miliardi di dollari è infatti ormai in larghissima parte posseduta da americani. Il 20% fa capo ai fondi pensione dei cittadini statunitensi, il 18% alla Fed che lo sta vendendo, il 25% ai grandi gestori Usa, il 5% alle banche e il 10% ai ricchissimi cittadini statunitensi.

Il capitale estero detiene meno del 25%, il minimo storico: i rendimenti alti, dunque, servono a pagare i cittadini statunitensi, che vedono però deprezzarsi il valore dei loro titoli. È evidente che si tratta di una situazione difficilmente sostenibile: gli interessi costano troppo e il debito si svaluta rischiando di trascinare a fondo l’economia Usa. In questo quadro la guerra è troppo onerosa, Trump ha bisogno di chiuderla ma anche di ritrovare la fiducia dei compratori internazionali del debito federale per ridurre i tassi e alleggerire l’esposizione, enorme, degli statunitensi.

Ma il presidente ha un secondo problema: la corsa delle Borse Usa è garantita dai grandi fondi – quelli che hanno in portafoglio il 25% del debito federale – che forniscono liquidità ai listini statunitensi, dove dirottano i risparmi mondiali per far sovrappesare le azioni delle grandi società tecnologiche nei loro Etf, con cui, in un circolo vizioso, raccolgono quegli stessi risparmi.

L’impressione evidente è che siamo di fronte a un complicato e pericoloso gioco di moltiplicazione dei pani e dei pesci che gli Stati Uniti non possono reggere senza una almeno parziale legittimazione cinese, destinata a riparare i canali mondiali di acquisto del debito Usa e di mantenimento in vita del dollaro, grazie al quale tornare a finanziare lo stesso debito: una legittimazione che i cinesi non sembrano ormai più disposti a dare, oppure a concederla a carissimo prezzo.

La condizione degli Stati Uniti è, peraltro, aggravata dal quadro energetico globale rispetto al quale non sono affatto tranquilli. In questo momento molti dei gasdotti e degli oleodotti utilizzati negli ultimi decenni in Europa sono chiusi: l’approvvigionamento via terra passa dalla Norvegia, dall’Azerbaijan e dall’Algeria, che sono naturalmente oggetto di contesa fra i vari Paesi europei.

A questa insufficienza si sta provando a far fronte con il trasporto marittimo che è però difficilissimo per tre ragioni. La prima è la scarsità assoluta di navi da trasporto, la seconda è la difficoltà estrema di trovare chi assicura quelle navi e la terza, più importante, è costituita dalle pochissime rotte aperte. In pratica l’unica veramente sicura è quella atlantica che, naturalmente rende l’Europa ancora più dipendente dagli Stati Uniti ma che sconta, peraltro, le difficoltà di trasporto interno all’Europa stessa. Hormuz è chiuso, Yemen-Gibuti ridottissimo, Suez ridotto, Panama in difficoltà e Malacca intasatissimo.

Ciò significa un’enorme difficoltà nel trasporto anche del gas “naturale” liquefatto (Gnl) statunitense e nell’approvvigionamento del mercato delle benzine, centrale per gli Stati Uniti, dovuto all’insufficiente capacità di raffinazione degli stessi USA a cui, con il blocco dei trasporti, viene messa in crisi la decisiva possibilità di importazione.

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12/05/2026

Tool: dal migliore al peggiore

Ancora guerra o ritirata, sbagliando comunque

Che fare? Sicuramente l’amministrazione statunitense non vede in questa domanda l’ombra del leninismo, ma altrettanto certamente ne sono in questi giorni ossessionati.

Ieri Trump ha riunito il vertice operativo per analizzare le possibili opzioni dopo la risposta iraniana al suo “memorandum”; il vicepresidente JD Vance, l’inviato della Casa Bianca Steve Witkoff, il segretario di Stato Marco Rubio, il segretario alla Difesa Pete Hegseth, il capo di stato maggiore congiunto generale Dan Caine, il direttore della CIA John Ratcliffe e altri alti funzionari.

Pressoché inutile – come al solito – soffermarsi sulle dichiarazioni altalenanti del “Commander in chief”, capace di passare in due minuti dal definire “in coma” il cessate il fuoco, appeso “all’1% di probabilità di sopravvivere”, all’affermazione opposta per cui ci sarebbero “molte buone possibilità di far avanzare le trattative” mediate dal Pakistan.

Al solito, ha infilato dentro menzogne palesi che – se fosse un leader da prendere sul serio – farebbero deragliare qualsiasi trattativa diplomatica. Tipo che gli iraniani avevano accettato di consegnare il proprio uranio arricchito, “ma poi hanno fatto i furbi e cambiato idea”.

A scanso di equivoci da Teheran, oltre a smentire seccamente, il portavoce della Commissione parlamentare, Ebrahim Rezaei, ha promesso che una delle risposte dell’Iran in caso di un altro attacco statunitense-israeliano sul suo territorio “potrebbe essere l’arricchimento dell’uranio al 90%”. Ossia molto vicino al livello con cui sarebbe possibile produrre davvero una bomba atomica. Cosa che invece Trump afferma di voler assolutamente evitare... 

Domani il tycoon è atteso a Pechino, la cui pressione per far finire la guerra è silenziosa ma costante. Dunque appare difficile che Trump possa presentarsi davanti a Xi Jinping cavalcando un’escalation dalle conseguenze molto pericolose. Se anche nella riunione di ieri fossero state decise nuove opzioni militari, insomma, saranno tentate successivamente al vertice in Cina.

Il blocco dello Stretto di Hormuz – praticato sia dall’Iran che dagli Usa, ovviamente con criteri selettivi opposti – sta infatti incidendo pesantemente sulle economie asiatiche, anche se proprio la Cina è al momento quella che ne risente meno, grazie a grandi riserve strategiche di petrolio e ad una produzione di elettricità sempre più affidata a risorse rinnovabili.

Ma per gli altri paesi industrializzati del continente non è così. Il Giappone, che pure resta il principale alleato regionale Usa, ha ripreso a comprare petrolio dalla Russia, teoricamente ancora sottoposto a sanzioni.

Ancora più grave la situazione nelle forniture di fertilizzanti, un terzo dei quali prodotti proprio nel Golfo.

Un funzionario delle Nazioni Unite avverte del rischio di una “grave crisi umanitaria”. Decine di milioni di persone potrebbero infatti trovarsi presto ad affrontare la fame e la carestia se non verrà consentito in tempi rapidi il transito di fertilizzanti attraverso lo Stretto di Hormuz.

“Abbiamo a disposizione alcune settimane per prevenire quella che probabilmente si trasformerà in un’enorme crisi umanitaria”, ha dichiarato in un’intervista all’AFP Jorge Moreira da Silva, direttore esecutivo dell’Ufficio delle Nazioni Unite per i servizi di progetto (UNOPS).

Per tutto il Mondo è chiaro che la responsabilità di questa situazione è interamente sulle spalle di Usa e Israele. Prima del loro attacco all’Iran, infatti, qualsiasi nave, con a bordo qualsiasi prodotto, transitava liberamente attraverso lo Stretto. Dunque la pressione internazionale, che pure Trump afferma di non sentire, si sta facendo più intensa. Spingendo alla ricerca di soluzioni che possono essere anche molto diverse, ma che comunque devono essere rapide.

A suo modo – da autentico reazionario statunitense – Robert Kagan ha sintetizzato in un articolo su The Atlantic la trappola che Trump ha costruito con le proprie mani: qualsiasi cosa faccia ora con l’Iran è sbagliata.

L’esponente neocon – marito di quell’altra iena guerrafondaia di Victoria Nuland, protagonisti insieme del golpe di majdan in Ucraina, nel 2014 – è ovviamene preoccupato del futuro dell’America, e non nutre assolutamente alcuna simpatia per “la pace” o il “diritto internazionale”.

Però “La sconfitta nell’attuale confronto con l’Iran avrà una natura completamente diversa [rispetto ad altri conflitti disastrosi per gli Usa, ndr]. Non potrà essere né riparata né ignorata. Non ci sarà un ritorno allo status quo ante, nessun trionfo americano definitivo che possa annullare o superare il danno arrecato. Lo Stretto di Hormuz non sarà più'”aperto’ come un tempo.
Con il controllo dello stretto, l’Iran emerge come attore chiave nella regione e uno degli attori chiave nel mondo. Il ruolo di Cina e Russia, in quanto alleati dell’Iran, si rafforza; quello degli Stati Uniti, si riduce sostanzialmente.
Lungi dal dimostrare la potenza americana, come hanno ripetutamente affermato i sostenitori della guerra, il conflitto ha rivelato un’America inaffidabile e incapace di portare a termine ciò che ha iniziato. Questo innescherà una reazione a catena in tutto il mondo, mentre amici e nemici si adatteranno al fallimento dell’America”
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È in parte – o allo stadio iniziale – quello che sta accadendo con l’Unione Europea, costretta suo malgrado a ripensarsi “orfana” dell’alleanza con gli Usa. E persino con i Paesi del Golfo, che hanno verificato l’inconsistenza della “protezione” statunitense. 

Certo si può tentare di aprire un’altra (breve) offensiva militare, per cercare di uscire dalla trappola senza dover fare la figura degli sconfitti, ma neanche questo cambierà l’equazione strategica al termine della partita.

Spiega Kagan: “Anche se Trump volesse bombardare l’Iran come parte di una strategia di uscita – mostrandosi intransigente per mascherare la sua ritirata – non potrebbe farlo senza rischiare questa catastrofe. Se non è scacco matto, ci va molto vicino”

In un attacco di pochi giorni, infatti, anche se insieme ad Israele riuscisse a colpire obbiettivi politicamente pesanti come alcuni dei nuovi dirigenti di Teheran, non sarebbe comunque possibile ottenere nessuno dei risultati “strategici” alla radice della guerra.

“Il potere di bloccare o controllare il flusso di navi attraverso lo stretto è maggiore e più immediato del potenziale teorico del programma nucleare iraniano. Questa leva consentirà ai leader di Teheran di costringere le nazioni a revocare le sanzioni e a normalizzare le relazioni, pena l’applicazione di sanzioni.
Israele si troverà più isolato che mai, mentre l’Iran si arricchisce, si riarma e preserva la possibilità di dotarsi di armi nucleari in futuro. Potrebbe persino trovarsi nell’impossibilità di colpire i gruppi alleati dell’Iran: in un mondo in cui l’Iran esercita un’influenza sull’approvvigionamento energetico di così tante nazioni, Israele potrebbe subire enormi pressioni internazionali per non provocare Teheran in Libano, a Gaza o altrove”


Detto da un sionista americano “senza se e senza ma” come Kagan, insomma, è quasi una sentenza.

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