Presentazione


Analisi, opinioni, fatti e (più di rado) arte da una prospettiva di classe.

14/05/2026

Metallica: dal migliore al peggiore

Affaristi vs statisti, il tavolo di Pechino

Volare alto quando hai davanti degli struzzi. È l’effetto che fa leggere i resoconti del discorso fatto da Xi Jinping stamattina accogliendo ufficialmente la delegazione statunitense guidata da Trump.

Non c’è osservatore nel mondo che ignori quanto sia pericoloso – per tutto il Pianeta, non solo per Cina e Usa – che le due principali superpotenze entrino in conflitto. Ma ben pochi sanno cosa si può fare per evitarlo. Non è un problema di intelligenza, ma di modelli di pensiero. Chi è cresciuto con il dogma della “competitività” nella testa difficilmente può superare, o concretamente evitare, l’esito bipolare nascosto nelle premesse: vincere o morire. Il che, trattandosi di potenze nucleari, non è per nulla auspicabile.

A Pechino, però, il mismatch tra le due delegazioni è davvero impietoso. Da un lato i padroni di casa, quasi tutti ingegneri, frutto di una selezione severa fondata su criteri che collegano la prassi dei partiti comunisti con l’esperienza millenaria di “armoniosa amministrazione” confuciana. Dall’altra una banda di affaristi improvvisati come “statisti”, convinti che il miglior affare si fa quando riesci a fregare l’altro, o a cancellarlo dalla faccia della Terra.

Lo sconforto della ragione si fa strada quando Xi Jinping sciorina concetti per nulla nuovi, ma che assumono una maggiore profondità quando sono accompagnati – come in questo caso – dalla possibilità di fare quello che si dice (al contrario, insomma, di commentatori anche molto preparati, ma senza alcun potere).

“Se la Cina e gli Stati Uniti riusciranno a superare la cosiddetta trappola di Tucidide e ad inaugurare un nuovo paradigma nelle relazioni tra le grandi potenze; se saremo in grado di unire le forze per affrontare le sfide globali e infondere maggiore stabilità nel mondo; se saremo in grado di rispondere al benessere dei nostri due popoli e al futuro e al destino dell’umanità, e di creare insieme un futuro radioso per le relazioni bilaterali: queste, si potrebbe dire, sono domande di storia, domande del mondo e domande dei popoli. Sono anche le risposte della nostra epoca, a cui io e voi, in quanto leader di grandi nazioni, dobbiamo rispondere insieme”.

Il senso della Storia a fronte dell’insider trading di borsa per speculare sulle proprie stesse dichiarazioni, pochi minuti prima di aprire bocca e fare cambiare l’orientamento di giornata dei “mercati”. Squilibrio assoluto, che solo un miracolo potrebbe sanare.

Lo si capisce dallo sguardo sperduto di “Narco” Rubio che, come quello di un turista intimidito, vaga per il soffitto istoriato della Grande Sala del Popolo di Pechino. Inutile cercare qualcosa in quello abitualmente vuoto o invasato di Hegseth, oppure di Trump, più volte sull’orlo della “pennica”.

La Cina di Xi Jinping, però, a sua volta non ha alternative. O riesce a “far ragionare” questa amministrazione Usa “comprendendo” i suoi interessi e le sue mosse all’interno della propria visione strategica di lungo periodo, oppure sarà costretta ad un futuro di conflitti che non vuole perché non le servono.

L’approccio win-win, reciprocamente vantaggioso, che Pechino propone a tutti i partner con cui stringe accordi viene insomma offerto anche agli Stati Uniti. Nella speranza che venga capito, o che almeno gli accordi concreti e i contratti che verranno firmati costituiscano una cornice capace di trattenere i peggiori “spiriti animali” della superpotenza che vede sfuggirsi di mano molti primati.

Xi ha citato ovviamente il nodo di Taiwan come ostacolo che potrebbe far deragliare il treno della “collaborazione” tra i due paesi (e sistemi di vita). L’isola è dal 1949 “l’altra Cina”, rifugio dei nazionalisti del Kuo Mintang sconfitti sulla terraferma, nel tempo trasformatasi in propaggine statunitense con grande specializzazione nella produzione di chip. Pechino non ha mai smesso di considerarla una “frattura” da ricomporre, come avvenuto per Hong Kong (protettorato britannico fin dai tempi della “guerra dell’oppio”), possibilmente con le buone.

Ma i problemi che possono crescere sono numerosi, a partire ovviamente dalla guerra scatenata da Usa e Israele contro l’Iran, paese che esporta buona parte del suo petrolio proprio in Cina, entrato a far parte dei Brics+ e con cui Pechino ha da poco inaugurato una ferrovie di oltre 10.000 chilometri per moltiplicare l’interscambio accorciando tempi di trasporto e molteplici “strozzature” (lo stretto di Malacca, oltre quello di Hormuz) politicamente incerte.

Trump si è portato dietro una pattuglia di amministratori delegati finanziari e delle Big-Tech – Musk, Tim Cook (Apple), Larry Fink (BlackRock), Dina Powell McCormick (Meta), ‘Mr Nvidia’ Jensen Huang e altri – alcuni dei quali hanno contenziosi aperti con Pechino (acquisizioni reciprocamente negate di società ritenute “strategiche”). E chiede apertura del mercato cinese per i loro prodotti e servizi.

Ma è partito inseguito dal lamento disperato dei produttori di automobili: “Se alle case automobilistiche cinesi fosse consentito di spedire le loro scorte in eccesso negli Stati Uniti, la nostra catena di approvvigionamento automobilistica collasserebbe sotto il peso di questi veicoli invenduti”, ha dichiarato Scott Paul, presidente dell’AAM (Alliance for American Manifacturing).

Ottenere “aperture” proponendo “chiusure” protezionistiche non sembra proprio conseguente... Anche se l’automobile non è certamente il settore decisivo per la competizione futura, resta pur sempre rilevante per i livelli occupazionali interni e forse soprattutto per l’immaginario dell’“identità” americana. Già hanno fatto fatica a digerire le auto giapponesi e coreane, con quelle cinesi potrebbe arrivare la mazzata finale.

L’unico accordo pressoché fatto, prima del vertice, riguardava l’acquisto da parte cinese di un discreto quantitativo di aerei Boeing per l’aviazione civile. Qualche affare, nessuna visione strategica – persino “egemonica” – in grado di provare a guidare il mondo. Questa è l’America degli ultimi 30 anni.

E la Storia, come sempre, fa valere una sua antica legge: il dominante, nel momento del suo declino, seleziona la classe dirigente peggiore. Quella che ne accelera la caduta. Purtroppo non sono soltanto “affari suoi”, ma di tutto il mondo.

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Navi militari italiane pronte a partire per Hormuz. L’Iran non gradisce

Sull’invio di navi militari italiane nello Stretto di Hormuz, durante l’audizione alle Commissioni Esteri e Difesa, il ministro della Difesa Crosetto ha tenuto a sottolineare che si è trattato solo di una comunicazione preventiva, “anche se non vi era l’obbligo” e fatta “con la massima trasparenza” sulle misure che il governo sta predisponendo.

Lo stesso tono è stato usato nella medesima audizione in commissione dal ministro degli Esteri Tajani. “Non siamo qui per chiedere di autorizzare una nuova missione militare nel Golfo”, ha chiarito subito il ministro degli Esteri. L’obiettivo, spiega Tajani, è “condividere con il Parlamento, nel quadro di un confronto aperto e trasparente, l’impegno del Governo per la pace” e il percorso che “potrebbe portare a un nostro impegno nella coalizione internazionale per il ripristino della libertà di navigazione nello Stretto”. Ma lo stesso Tajani ha precisato che tale impegno potrà concretizzarsi “solo dopo la cessazione definitiva delle ostilità”.

Durante l’audizione Crosetto è sceso nel dettaglio sulle prossime mosse. Il ministro della Difesa ha spiegato che l’Italia sta predisponendo il pre-posizionamento di due unità cacciamine più vicine allo Stretto di Hormuz. Inizialmente saranno nel Mediterraneo orientale e poi nel Mar Rosso, nell’ambito delle missioni già in corso, come Mediterraneo Sicuro e Aspides, e “sempre rigorosamente all’interno del quadro delle missioni internazionali autorizzate per l’Italia”.

L’obiettivo dichiarato è di “avvicinarci a quell’area, pur rimanendo a distanza di sicurezza”.

Intanto, però, risulta che le due navi cacciamine “Rimini” e “Crotone”, al momento ormeggiate a La Spezia, salperebbero già entro le prossime 48 ore visti i tempi lunghi di percorrenza (circa tre settimane) per raggiungere la base militare italiana di supporto a Gibuti, nel Mar Rosso. Le altre due navi che verrebbero impiegate sono il pattugliatore d’altura “Montecuccoli” e la nave di supporto logistico “Atlante”.

Navi già pronte a partire dunque e con un passaggio in Commissione e neanche in Parlamento che entrambi i ministri hanno ricordato essere una gentile concessione e non un atto dovuto.

Il sito specializzato Analisi Difesa sottolinea però come la missione al momento non sembrerebbe essere molto popolare. Alla domanda: “L’Italia, a suo avviso, deve rendere i propri cacciamine disponibili per la bonifica di Hormuz?” Il 57,2 % degli intervistati da un sondaggio dell’istituto ‘Only Numbers'(Ghisleri) si è detto non favorevole contro il 28,1% di favorevoli (meno della metà dei contrari) e il 14,7% che non sa o non risponde.

Un rapporto del Pentagono al Congresso, riferito dal Washington Post, ha valutato che potrebbero essere necessari fino a sei mesi per liberare completamente dalle mine lo stretto di Hormuz e che è improbabile che un’operazione del genere possa essere svolta prima della fine della guerra tra Usa e Iran. Ma sulla fine della guerra le incognite sono ancora enormi.

Nel frattempo i “volenterosi europei” spedirebbero già la loro flotta nell’area di Hormuz.

Occorre ricordare che il 22 aprile scorso i “volenterosi” paesi europei, dopo un vertice politico a Parigi a metà aprile, si sono riuniti operativamente a Northwood (vicino Londra) per dare vita a una missione navale a Hormuz per “l’immediato e incondizionato ripristino della libertà di navigazione” una volta che il conflitto nel Golfo Persico sarà terminato.

La Gran Bretagna e Francia hanno già messo in navigazione la portaerei Prince of Wales e la portaerei Charles De Gaulle verso lo stretto di Hormuz in direzione del Golfo.

L’Iran ha però già avvertito Gran Bretagna e Francia che le sue forze armate lanceranno una “risposta decisa e immediata” verso qualsiasi nave da guerra che verrà inviata nello Stretto di Hormuz. “Ricordiamo loro che sia in tempo di guerra che in tempo di pace, solo la Repubblica Islamica dell’Iran può garantire la sicurezza in questo stretto e non permetterà a nessun Paese di interferire in tali questioni”, ha scritto il viceministro degli Esteri Kazem Gharibabadi.

Andare a Hormuz in contrasto con l’Iran non sembra proprio una grande prospettiva né una buona idea.

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D’Istruzione pubblica/2. ADHD. “Vi faremo pagare ogni psicofarmaco che abbiamo dovuto inghiottire”

Seconda parte.

Secondo il Rapporto Nazionale Osmed 2024, il consumo di terapie a base di metilfenidato, risperidone e aripiprazolo ha subito l’aumento più alto in termini di utilizzo tra i medicinali rispetto all’anno precedente. Rispettivamente, l’uso è aumentato del 28,8%, del 14,3% e del 10,4%, un dato che riconferma la tendenza già presente nel Rapporto Nazionale Osmed dell’anno precedente.

Il metilfenidato, più noto col nome di Ritalin, o Medikinet, tolto nel 2003 dalla tabella di “tipo 1” delle sostanze stupefacenti e psicotrope (di cui fanno parte sostanze quali l’oppio, la cocaina e l’eroina) per tornare a commercializzarlo per l’ADHD, si posiziona al quinto posto degli psicofarmaci per il sistema nervoso centrale più utilizzati.

Il risperidone, impiegato nella terapia per il disturbo della condotta dei bambini dai cinque anni in su e per i soggetti adolescenti con non sufficiente prestazione intellettiva, si colloca invece all’ottavo posto della classifica.

Rispetto al 2023, l’atomoxetina e il metilfenidato, farmaci prescritti per il Disturbo da deficit di attenzione/iperattività (ADHD), hanno subito un aumento nelle prescrizioni del 24,9%, dato che potrebbe incrociarsi con l’aumento generalizzato dei tassi di prescrizione in tutto il mondo nel periodo successivo alla pandemia di Covid-19, evidenziato da numerosi studi epidemiologici.

Alcuni spiegano questi incrementi ipotizzando che queste condizioni, nei periodi precedenti, fossero celate e taciute. Ciò alimenta una percezione “positiva” dell’aumento nell’incidenza statistica di diagnosi e di prescrizioni farmacologiche.

Se non accompagnata da un buon livello di problematizzazione della questione, quest’interpretazione risulta parziale e destoricizzata. Come per ogni elemento di produzione umana, anche le categorie scientifiche sono il riflesso delle categorie storiche di una certa epoca e di certe sensibilità, nonché il risultato delle contingenze politico-economiche e culturali delle società stesse.

Il presupposto essenzialistico che vorrebbe l’umano come espressione diretta della propria biologia si traduce nell’idea secondo cui il singolo individuo può essere analizzato in sé, in maniera “isolata”, senza riferimenti al contesto di appartenenza e alla contingenza storica che lo ha prodotto, nel cui seno vengono prodotte categorie mentali, fisiche e modalità di gestione delle stesse, intese come politiche del corpo e della mente.

Qual è il percorso storico che ha portato alla costruzione delle categorie di disattenzione, iperattività e impulsività caratteristiche dell’ADHD?

Nel 1902, Sir George Frederick Still, pediatra presso il King’s College Hospital di Londra, individua l’esistenza di una particolare categoria di soggetti che, pur mostrando intelletto “normale”, è solita esibire comportamenti “antisociali”.

Secondo Still, i sintomi mostrati da questi soggetti avrebbero incluso l’incapacità di rimanere fermi, la tendenza al furto, l’assenza di pudore, l’immodestia e un approccio errato alla sessualità. Il quadro nosologico tracciato dal dottore londinese ha rappresentato, storicamente, l’origine concettuale della condizione che più tardi sarebbe stata battezzata come ADHD.

È da notare come l’interpretazione di Still faccia ricorso a una complessa categoria culturale, quella di “civilizzazione”, intesa come insieme di norme e pratiche attese dagli individui considerati “sani” e, al contrario, disattese dai “degenerati”.

Non è un caso che Still costruisca una correlazione diretta tra l’aspetto fisico e le facoltà mentali, inserendosi nel tracciato segnato dalla frenologia e dalla fisiognomica, pseudoscienze ancillari di una visione essenzialista dell’essere umano. Pochi anni dopo, a cavallo degli anni Venti, il contributo di Still viene recuperato dallo psicologo britannico Alfred F. Tredgold, alto membro dell’English Royal Commission on Mental Deficiency.

Riflettendo sull’introduzione dell’Education Act del 1876, Tredgold conferma la presenza di soggetti con le caratteristiche descritte da Still, inquadrati poi dal successivo English Mental Deficiency Act del 1913 come feeble-minded, deboli di mente. Analizzando diversi soggetti diagnosticati con Postencephalitic behavior disorder, una condizione che seguiva l’encefalite, Tredgold individua la presenza dei medesimi sintomi che poi diverranno centrali nel quadro eziologico dell’ADHD: comportamento antisociale, irritabilità, impulsività, passaggi umorali improvvisi e iperattività.

La correlazione individuata da Tredgold tra sintomatologia clinica e comportamento sociale fonda la sussunzione nell’ambito medico e biologico di elementi socioculturali quali la capacità di relazione, le emozioni e l’autocontrollo. È un passaggio chiave della storia diagnostica dell’ADHD, in quanto pone i fondamenti per la medicalizzazione del comportamento umano, non più inteso come fenomeno storico complesso, bensì come prodotto di un fondo biologico essenziale.

Negli anni Trenta il dottor Charles Bradley, direttore della Bradley Home – un istituto per la “tutela” di bambini e bambine con problematiche psico-emotive – sperimenta l’uso della benzedrina, uno psicostimolante sviluppato nel 1934 dalla casa farmaceutica Smith, Kline & French e commercializzato dall’anno successivo.

Pur utilizzando il campione gratuito offerto da SKF per trattare i mal di testa conseguenti allo pneumoencefalogramma, Bradley scopre che le metamfetamine presentano proprietà in grado di agire su sintomi quali la disattenzione e la bassa performatività scolastica: come, poco dopo, nel caso degli antidepressivi, è il farmaco che fa la malattia, anziché il contrario. Mentre con Tredgold si ufficializza il passaggio della condizione di iperattività, impulsività e disattenzione dall’ambito sociale a quello medico, con Bradley si inaugura invece il discorso relativo all’impiego di psicostimolanti.

Nel 1957 gli studi di Bradley vengono recuperati da Maurice Laufer, Eric Denhoff e Gerard Solomons, i quali ribadiscono l’utilità della funzione calmante della benzedrina al fine di disciplinare chimicamente soggetti con certi gradi di “deficienza” infantile.

L’iperattività diventa un’ansia collettiva anche per motivi politici: nel 1957 il satellite sovietico Sputnik dà il via alla corsa allo spazio mettendo in crisi la società USA, che comincia a domandarsi se il sistema di istruzione fosse a un livello tale da consentire agli statunitensi una posizione dominante nell’ambito del sapere globale. Dagli studi di Bradley sorge così la categoria di hyperkinetic impulse disorder, che restringe i sintomi della patologia intorno all’iperattività, all’impulsività e alla disattenzione.

Man mano che aumenta la preoccupazione per la brain race tra Stati Uniti e Unione Sovietica, lo sguardo posato sull’infanzia e sull’adolescenza da parte dell’expertise psicoeducativa e medica si declina sempre più in termini di performatività e autocontrollo (quest’ultimo inteso come caratteristica fondamentale per la realizzazione di un individuo sano).

Proliferano così nuove nomenclature, espressione di una medesima posizione essenzialista secondo cui queste condizioni sono causate da un danno biologico: minimal brain damage, minimal brain dysfunction, hyperkinesis, hyperactive syndrome ecc.

In una conferenza del 1963, tuttavia, l’Oxford International Study Group of Child Neurology boccia la suddetta posizione sicché, cinque anni dopo, la seconda edizione del Diagnostic and Statistical Manual of Disorders declina la condizione con il nome di Hyperkinetic reaction of childhood.

In questa denominazione, il termine reaction esprime un’evidente matrice psicologica che permette un momentaneo abbandono delle spiegazioni di stampo esclusivamente neurologico. La Hyperkinetic reaction of childhood è descritta come conseguenza delle diverse interazioni con cui il soggetto si interfaccia e, quindi, come condizione direttamente connessa all’ambiente e all’esperienza individuale.

Mentre il dibattito tra le due posizioni divide la psichiatria, nel 1964 vengono pubblicati i risultati dei primi trial clinici condotti sull’utilizzo del Ritalin, sostenuti dalle caute ricerche di Eisenberg e Conners. La prospettiva di una terapia farmacologica apparentemente efficace e replicabile, con costi contenuti e dotata di una possibilità d’impiego più sostenibile, va a sostegno della posizione biologista.

D’altra parte, la natura biologica della malattia deresponsabilizza tanto l’ambiente pubblico quanto quello privato, enfatizzando i – presunti – limiti intrinseci dell’individuo: il soggetto viene deprivato della propria storia, e delle sue parti dolenti o traumatiche, fino a diventare il prodotto “meccanico” di processi chimici, biologici e neurologici. Da questo momento in poi, la storia dell’ADHD si posiziona saldamente nel paradigma biologista dell’expertise che se ne occupa.

Nel corso degli anni Settanta si consuma, così, un passaggio epistemologico fondamentale: bocciata negli anni Sessanta la nozione di “danno cerebrale”, adesso si comincia a leggere il cervello iperattivo, impulsivo e disattento attraverso la lente della “anormalità”.

Per quanto ciò possa sembrare una sorta di “ritorno alle origini”, si tratta di fatto di un nuovo paradigma. Mentre, infatti, autori come Still e Tredgold – che poggiavano le loro tesi su pseudoscienze quali la fisiognomica e la frenologia – appaiono ormai antiquati, la nuova expertise essenzialista, che pure adotta presupposti non dissimili, figura come assai più matura, seria e attendibile.

La differenza fra i due modelli è data dall’utilizzo di un linguaggio più neutro, privo di pregiudizi espliciti, nonché dalla proliferazione di nuove tecnologie che sembrano in grado di fondare un’oggettività biologica. Se nel primo Novecento ci si riferiva a categorie quali la felicità, la tristezza o l’impulsività, dalla seconda metà del secolo in poi si ragiona entro nuovi confini: termini quali sinapsi, dopamina, adrenalina e così via assumono sempre di più una funzione autoesplicativa e, in qualche senso, auto-avverante.

Il continuo ricorso al linguaggio scientifico ricolloca le caratteristiche e le decisioni individuali ponendole come espressione diretta del piano biologico, neurologico e genetico del soggetto.

All’interno del DSM III, pubblicato nel 1980, l’Hyperkinetic reaction of childhood muta in Attention deficit disorder, ADD. Ciò segna un altro passaggio fondamentale: lo slittamento verso l’analisi di un cervello considerato neurologicamente anormale porta a una maggiore attenzione per il più storicamente ignorato tra i tre sintomi della futura ADHD: la disattenzione. È solo con la revisione del DSM III pubblicata nel 1987 che nasce l’ADHD: Attention deficit and hyperactivity disorder.

Nonostante l’attuale DSM V sottolinei l’assenza di elementi biologici che confermino la natura neurologica dell’ADHD, quest’ultima resta la pista maggiormente battuta dagli studi sull’ADHD, che si concentrano soprattutto sugli studi sui gemelli, su genome-wide association studies e sul neuro-imaging. In tal modo, il soggetto viene “chiuso in sé stesso”, estrapolato dal contesto storico e dagli spazi esperienziali: una mossa perfettamente coerente con l’idea filosofica propugnata dal neoliberismo.

La stessa categoria di ADHD, che nel discorso egemone viene correntemente descritta come condizione genetica e biologica, assume una forma sfumata e inafferrabile, in quanto l’evoluzione epistemologica della nozione segnala l’azione di un presupposto normativo. Pratiche quali il collezionismo, la fissazione su un argomento, l’utilizzo non standard del proprio corpo e il rapporto con il tempo e lo spazio vengono sussunte dall’etichetta diagnostica.

In questo senso, la genealogia dell’ADHD illumina il lungo percorso entro cui un soggetto con caratteristiche valutate devianti o disfunzionali (un soggetto disattento, impulsivo e passionale), indipendentemente dalla sua storia e dalle sue istanze, è ricondotto a una categoria medico-psichiatrica ed etichettato come “fuori della norma”, e cioè anormale, patologico e, infine, disabile.

In termini storici, antropologici ed epigenetici, tuttavia, l’attuale esplosione del discorso psichiatrico è inseparabile dalle condizioni sociali (economiche, politiche, geopolitiche e, in senso ampio, antropologiche) entro cui esso è chiamato ad agire. Se anche la natura biologica dell’ADHD fosse confermata, le vere domande da porsi resterebbero senza risposta.

Che cosa, in una certa cultura, vale come disabilità e cosa no? In base a quali presupposti normativi la disabilità viene individuata, quantificata e trattata? Perché, nell’occidente egemone, chi non ne vuole sapere della disciplina scolastica riceve una diagnosi? E poiché non è possibile ipotizzare che la diffusione epidemica dell’ADHD sia legata alla diffusione di “geni malati” (che richiederebbe migliaia di anni per manifestarsi), quali sono le condizioni (familiari, scolastiche, ambientali, ecologiche) che scatenano nei bambini la risposta detta ADHD? Telegraficamente: lungo quali piste l’ADHD è socialmente prodotto?

Un’ADHD senza storia assume, infatti, la forma di una categoria spuria, che rischia di essere sovrautilizzata a tutto vantaggio delle case farmaceutiche, e con il risultato di grandi masse di persone medicalizzate fin dall’infanzia. Alcuni temono che queste generazioni, precocemente stordite dalla psico-chimica, potrebbero non essere disponibili a forme di critica radicale, ma non è detto.

Durante l’occupazione dell’ateneo genovese nella primavera del 2021, uno dei comunicati diceva: «Vi faremo pagare ogni psicofarmaco che abbiamo dovuto inghiottire». Le vie della ribellione sono infinite.

Qui la prima parte del saggio: D’Istruzione pubblica/1. “Abilismo”, medicalizzazione e categorie diagnostiche infantili.

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Israele - Voto unanime sulla pena di morte ai palestinesi. Non esiste un’opposizione israeliana

Pubblichiamo questo contributo di Alessandro Ferretti, fisico dell’Università di Torino, apparso sul suo blog. Per correttezza di cronaca, tra i 27 parlamentari israeliani non presenti alla votazione ci sono anche quelli di Hadash, la formazione di Ofer Cassif citata dall’autore dell’articolo. La scelta istituzionale di essere presenti o meno alla votazione può essere dibattuta, ma il resto del suo pensiero si adatta perfettamente alla sinistra “democratica” israeliana. Quella che, insomma, viene incensata dalla sinistra “imperiale” europea come alternativa a Netanyahu.

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Ieri, alla Knesset israeliana, la legge che istituisce i tribunali speciali [per i fatti del 7 ottobre 2023, ndr] autorizzati a giustiziare centinaia di palestinesi è stata approvata all’unanimità: novantatre voti a favore, nessuno contro. In pratica, in tutto il parlamento israeliano non c’è neanche un deputato (neanche il tanto decantato marxista Ofer Cassif) che abbia avuto il coraggio di dire “no” a una legge che sancisce l’uscita dello stato di Israele dal consesso delle nazioni civilizzate.

Ci hanno ammorbato, e continuano ad ammorbarci, con l’eterno ritornello secondo cui la colpa dei crimini israeliani è solo di Netanyahu, e che in Israele esiste una fiorente e combattiva opposizione orripilata dalle stragi, dal genocidio e dalla pulizia etnica dei palestinesi. Ora possiamo dirlo senza paura di essere smentiti: sono tutte balle in malafede.

Chi in Israele si oppone ad occupazione, apartheid, pulizia etnica e genocidio è una eroica ma purtroppo piccolissima minoranza, priva di rappresentanza politica, assolutamente non in grado né di arginare né tantomeno di invertire la marea di odio e ferocia che si riversa da decenni su milioni di palestinesi inermi.

Ma non solo: come tutti sappiamo, l’Unione Europea ha il vincolo costituzionale di non finanziare, con i soldi dei contribuenti europei, Stati che adottano pratiche come la pena di morte o la discriminazione etnica, che l’ordinamento europeo definisce come violazioni assolute e non negoziabili. L’approvazione della legge dovrebbe quindi comportare l’immediata sospensione di ogni accordo tra UE e Israele e l’irrogazione di sanzioni allo stato israeliano.

E invece, niente. A mettere il veto su questo atto dovuto è, guarda un po’, il fasciogoverno italiano (insieme a quello tedesco). Tajani lo ha detto chiaramente: “Credo sia meglio sanzionare individualmente i responsabili, penso ai coloni violenti, rafforzando le sanzioni, ma non credo che bloccare un accordo commerciale sia uno strumento utile (perché) finirebbe per colpire la popolazione israeliana nel suo complesso”. Come se la pena di morte fosse responsabilità solo dei coloni.

Il concetto è chiaro: la popolazione israeliana “nel suo complesso” non va “colpita” neanche se ad esprimere contrarietà a una legge che introduce la pena di morte su base etnica è lo zero percento dei suoi democratici rappresentanti. È l’ennesima conferma che Israele può impunemente commettere qualsivoglia crimine o tortura contro palestinesi, libanesi, siriani, iraniani etc, e può mandare a pallino l’intera economia mondiale con la guerra di aggressione all’Iran.

Nessuna sanzione significativa verrà mai imposta ad Israele dai nostri governanti, italiani o europei che siano, a meno non vengano obbligati da un’imponente azione dal basso. Nonostante questa evidenza, state pur certi che i benpensanti borghesucci sedicenti sinistri, che hanno passato decenni a riempirsi la bocca tessendo le lodi dell’Europa, della sua meravigliosa civiltà, del suo altruismo, del suo impegno per i diritti umani nel mondo intero, si guarderanno bene dall’intraprendere azioni concrete.

Il fatto è che ciò che guida e ispira quest’area di opinione pubblica non è la lotta per una società più giusta o per i diritti umani: la loro priorità unica è molto più prosaica, ovvero vivere nel benessere silenziando la loro (peraltro pressochè inesistente) coscienza, fottendosene totalmente di chi paga il conto per i loro privilegi.

State pur certi che questi campioni di arroganza e ipocrisia si inventeranno, come hanno sempre fatto, un qualcosa che giustifichi la loro ignavia complice. “Certo, la pena di morte su base etnica è una cosa brutta, però...”.

Lo faranno anche perchè sono talmente idioti da essere convinti che nessuno chiederà loro conto di tale complicità, che quel potere che ha concesso loro posizioni di privilegio si adopererà per proteggere la loro tanto agognata “normalità”, preservandoli dal destino infame subito dai non-privilegiati. Quello che non hanno capito è che la folle corsa patologica di Israele e USA verso il dominio mondiale tramite la forza militare sta già avendo e continuerà ad avere pesantissime conseguenze economiche e sociali anche dalle nostre parti.

L’Europa da loro tanto amata è in mano ad élite completamente corrotte interessate esclusivamente alla loro sopravvivenza in un mondo ben avviato verso la catastrofe ecologica, élite che non hanno la minima intenzione di condividere i loro principeschi rifugi in Nuova Zelanda con dei fessi come loro.

Se fossero minimamente intelligenti capirebbero che quando il castello di carte crollerà, quelli che si faranno più male saranno proprio loro perchè cadranno da più in alto... ma il sistema capitalista è strutturato in modo da assegnare le posizioni di privilegio a degli utili idioti, e la loro totale inerzia di fronte alla gravità della situazione ne è la dimostrazione. Il ceto dei benpensanti di sinistra sarà il primo a cadere, ma l’ultimo a capire.

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L’uscita degli Emirati Arabi dall’Opec, un tassello della strategia di controllo sul petrolio di Trump

di Domenico Moro

Come abbiamo provato a spiegare in alcuni articoli precedenti, l’aggressione al Venezuela e la guerra mossa contro l’Iran dagli Usa (e da Israele) rientrano all’interno di una strategia generale tesa, in gran parte, a ristabilire il controllo statunitense sul mercato petrolifero mondiale. Tale controllo è necessario per due ragioni, entrambe legate alla natura imperialistica e parassitaria dei meccanismi economici degli Usa.
La prima è quella di mantenere il ruolo del dollaro come valuta di scambio commerciale e di riserva a livello mondiale e, attraverso di esso, finanziare l’enorme doppio debito (commerciale e pubblico) e i mercati finanziari statunitensi.
La seconda è esercitare una pressione sulle altre potenze mondiali importatrici nette di petrolio, a partire dalla Cina, che rappresenta il vero concorrente sistemico degli Usa e che si rifornisce, almeno fino a prima degli attacchi statunitensi, in buona parte dal Venezuela e soprattutto dal Medio Oriente.

L’uscita degli Emirati arabi uniti (Eau) dall’Organizzazione dei paesi esportatori di petrolio (Opec) rappresenta un altro tassello importante e significativo di questa strategia. Il controllo del mercato del petrolio da parte dell’imperialismo, soprattutto Usa, passa, infatti, per l’indebolimento dell’Opec. Vale la pena ricordare come nasce e cosa è l’Opec. L’Opec nasce nel 1960, inserendosi nel processo di decolonizzazione dei paesi periferici, che intendevano emanciparsi dall’imperialismo europeo e statunitense. L’obiettivo dei paesi fondatori, a partire dai più importanti, come l’Arabia Saudita, il Venezuela, l’Iran e l’Iraq, era quello di esercitare, come paesi produttori, il controllo sul prezzo del greggio e soprattutto assicurarsi una quota maggiore dei profitti della vendita del petrolio e dei suoi derivati. Infatti, prima del 1960 il controllo del mercato petrolifero era esclusivamente nelle mani di sette grandi compagnie petrolifere britanniche e statunitensi, ribattezzate dal presidente dell’Eni, Enrico Mattei, come le “sette sorelle”. L’Opec in sostanza è un cartello, che stabilisce per ogni paese membro delle quote di produzione in modo da regolare l’offerta di petrolio e con essa i prezzi e le quote di mercato.

Ma l’utilità dell’Opec per i paesi aderenti non si limitava al controllo del prezzo e della ripartizione degli utili derivati dal petrolio. L’Opec aveva nelle sue mani il cosiddetto “potere del petrolio”. La classi dirigenti dei paesi petroliferi, in particolare quelle dei paesi arabi, attraverso il petrolio potevano esercitare un potere di ricatto sui paesi capitalistici avanzati, a partire dagli Usa. Questo potere poteva essere esercitato per sostenere i paesi arabi nel loro confronto con Israele, che veniva appoggiato dagli Usa e dai paesi europei. Israele aveva già vinto due guerre contro i paesi arabi vicini, soprattutto contro il principale, l’Egitto, che nel 1967 perse il Sinai e Gaza. Qualche anno dopo, nel 1973 il presidente egiziano, Sadat, decise, insieme alla Siria, di muovere nuovamente guerra a Israele. Anche questa volta l’esercito israeliano stava riuscendo a vincere sugli eserciti arabi. Tuttavia, Sadat aveva ottenuto l’appoggio degli stati arabi dell’Opec, che alzò i prezzi del petrolio del 70%, tagliò la produzione e alla fine decretò l’embargo petrolifero nei confronti degli Usa, per l’appoggio dato a Israele. Ne derivò il grande shock petrolifero e la recessione economica per i paesi occidentali. A questo punto, su pressione statunitense si arrivò a un cessate il fuoco tra i contendenti. Il ricatto politico del petrolio funzionò: Sadat, nonostante avesse perso la guerra sul campo, conseguì i suoi obiettivi: indurre Israele a restituire una buona parte dei territori occupati precedentemente[i].

Tuttavia, l’Opec raccoglieva e raccoglie stati molto diversi tra loro e con obiettivi diversi. Quando scoppiò la rivoluzione islamica in Iran nel 1979, Iran e Libia, appoggiati da Algeria e Nigeria, decisero di utilizzare l’arma del petrolio contro l’imperialismo Usa, alzando i prezzi. Una posizione contraria fu assunta dall’Arabia Saudita che, insieme ad altri paesi del Golfo tra cui gli Eau, aveva siglato nel 1974 un trattato di alleanza con gli Usa nel quale si impegnava a vendere il suo petrolio solo in dollari in cambio della protezione militare statunitense. Nel 1980 si assistette allo scoppio di una guerra tra due membri dell’Opec, che durò fino al 1988. L’Iran fu attaccato dall’Iraq di Saddam Hussein, istigato e finanziato dagli Usa. A fianco dell’Iraq si schierarono anche le monarchie petrolifere del Golfo, mentre a fianco dell’Iran si pose la Libia. Quindi, nel corso del tempo gli Usa riuscirono in qualche modo a dividere l’Opec al suo interno, anche perché era ed è composta da paesi con classi dominanti con interessi diversi e spesso opposti. Ciononostante, l’Opec rimaneva una organizzazione in grado di controllare il mercato del petrolio, rappresentando così un potere con il quale gli Usa e l’Occidente avrebbero dovuto comunque relazionarsi.

Arriviamo, quindi, all’oggi. L’Opec, composta da undici paesi, conserva una forza importante. Detiene il 79,08% delle riserve mondiali di petrolio, il 44,57% delle esportazioni e il 36,70% della produzione (2025)[ii]. Gli Usa, però, negli ultimi anni grazie al fracking sono riusciti ad aumentare la loro produzione di petrolio e non sono più dipendenti dalle importazioni come nel 1973. Sono, invece, diventati il primo produttore mondiale, venendo così a contrastare il controllo sul mercato mondiale esercitato dall’Opec. In risposta al primato degli Usa, l’Opec si è alleata con l’Opec+, che si è costituita nel 2016 e raccoglie altri dieci paesi produttori di petrolio, tra i quali c’è soprattutto la Russia, che è il terzo produttore mondiale, dopo Usa e Arabia Saudita.

È in questo quadro di competizione fra Opec e Opec+, da una parte, e Usa, dall’altra parte, che si inseriscono le ultime azioni militari statunitensi. Non a caso gli Usa sono diventati recentemente anche il primo esportatore mondiale, superando l’Arabia Saudita, con 250 milioni di barili esportati nelle ultime 9 settimane. Il blocco di Hormuz e quindi del petrolio del Golfo, determinato dalla guerra contro l’Iran, è certamente stato un fattore molto importate di questo exploit degli Usa, le cui esportazioni di greggio sono cresciute del 30%. A questo si aggiunge l’aggressione al Venezuela, che è, come paese singolo, il maggiore detentore di riserve petrolifere mondiali e che, come l’Iran, fa parte dell’Opec. Senza contare che fanno parte dell’Opec anche Arabia saudita, Eau, Kuwait, Iraq, tutti paesi che si affacciano sul Golfo Persico e le cui esportazioni di greggio sono state bloccate prima dalle rappresaglie iraniane contro i bombardamenti statunitensi e poi dal blocco totale di Hormuz imposto da Trump. Quindi, appare evidente che in questi primi mesi del 2026 Trump ha preso di mira proprio l’Opec, ossia il maggiore cartello mondiale di petrolio.

Sempre all’interno di questa strategia rientra il tentativo di indebolire l’Opec, provocando l’uscita di qualche membro importante, come gli Eau. Gli Emirati arabi uniti sono un paese molto ambizioso, che è intervenuto, anche militarmente, un po’ dovunque, a sostegno dell’imperialismo, dalla Libia allo Yemen, dove ultimamente si è trovata in contrasto con l’Arabia Saudita. Tuttavia, sono un paese molto piccolo di appena 9,7 milioni di abitanti, di cui la maggioranza è rappresentata da lavoratori immigrati, specialmente dal subcontinente indiano, dalle Filippine e da altri paesi arabi, che subiscono condizioni di forte sfruttamento. Sebbene abbia una economia relativamente diversificata (acciaio, alluminio, turismo), la forza degli Eau è il petrolio. Le loro esportazioni, pari a 2,88 milioni di barili al giorno, sono le terze dell’Opec, dopo Arabia Saudia e Iraq, la loro produzione è la quarta e le riserve sono le quinte[iii].

Ma gli Eau hanno una capacità di produzione potenziale molto più forte di quella effettiva, che è limitata dalle quote imposte dall’Opec. Su questo gli Eau si sono trovati in contrasto con l’Arabia Saudita, perché vorrebbero aumentare produzione ed esportazione in modo da incrementare i loro introiti per diversificare lo sviluppo economico. Dall’altra parte, la capacità produttiva potenziale degli Eau fa gola a Trump, perché può aiutare gli Usa ad aumentare l’offerta e tenere bassi i prezzi, che è poi un obiettivo strategico statunitense. Ma non così bassi da rendere non profittevole la produzione di petrolio statunitense mediante fracking, che ha costi di estrazione più alti di quelli medio-orientali. A tutto questo va aggiunto che gli Eau sono stretti alleati di Israele, a differenza delle altre petromonarchie del Golfo a partire dall’Arabia Saudita, avendo aderito già nel 2020 agli Accordi di Abramo, ideati da Trump per “normalizzare” i rapporti tra paesi arabi e Israele. Gli Eau sono l’unico paese a cui Israele abbia concesso l’utilizzo dell’Iron Dome, il suo sistema di difesa antimissile.

Secondo alcuni commentatori, i paesi del Golfo con la guerra si sarebbero allontanati dagli Usa, nella cui valuta vendono il loro petrolio e sulla cui protezione militare facevano affidamento, a causa del fatto che le basi statunitensi che ospitano non solo non li hanno protetti ma anzi hanno attirato la rappresaglia iraniana, che ha danneggiato anche i loro impianti di estrazione di idrocarburi. Questo, però, non sembra essersi verificato con gli Eau, che sono usciti dall’Opec proprio per ingraziarsi gli Usa. Pare che gli Eau, che soffrono ingenti perdite non solo dal blocco dell’export di petrolio ma anche da quello del turismo, si siano rivolti agli Usa per avere la concessione di linee di swap in dollari. Gli swap sono accordi tra la Banca centrale Usa (Fed) e altre banche centrali per scambiarsi valute, garantendo liquidità in dollari al sistema finanziario. Si tratta di un sistema utilizzato dalla Fed per sostenere altri paesi, ad esempio i paesi occidentali durante la crisi finanziaria del 2007-2008, ed è un modo per accrescere l’influenza degli Usa sui paesi stranieri e rafforzare la supremazia del dollaro. Inoltre, il ministro del Tesoro degli Usa, Scott Blesset, sta valutando di concedere linee di swap anche ad altri paesi del Golfo Persico, oltre agli Eau. Si tratta di paesi che, grazie alle esportazioni di petrolio, hanno sempre avuto grandi entrate in dollari, che poi investivano e investono in titoli di Stato statunitensi.

Ma gli Usa hanno ricevuto dagli Eau anche altre contropartite, oltre all’uscita dall’Opec. Una consiste nell’impegno a fare ingenti investimenti nell’economia Usa, cosa che Trump sta cercando di ottenere da tutto il mondo, anche utilizzando il ricatto dei dazi. Gli Eau l’anno scorso avevano promesso a Trump un trilione di dollari di investimenti, ma poi non se ne era fatto nulla. Ora, l’Adnoc, la compagnia petrolifera statale emiratina, ha annunciato una importante campagna di investimenti negli Usa, soprattutto nel gas, e il suo presidente, Siddiqui, ha dichiarato che “gli Stati Uniti sono un mercato in cui vogliamo puntare in alto”, investendo nell’intera catena del valore del gas, dalla estrazione ai rigassificatori[iv]. Va ricordato che, tra i paesi del Golfo, anche il Qatar ha investito nel gas Usa, essendo azionista al 70% di Golden Pass Lng, l’ultimo terminal di esportazione a essere entrato in funzione negli Usa. L’accordo tra il Qatar e la Exxon-Mobil, una delle maggiori aziende petrolifere statunitensi, fu siglato nel febbraio 2019, due mesi dopo che il Qatar era uscito dall’Opec, di cui era uno dei paesi fondatori. Adesso è il turno degli Emirati.

L’uscita degli Eau è un duro colpo per l’Opec, perché gli Emirati sono uno dei pochi paesi in grado di modulare la loro produzione di greggio, aumentandola quando necessario. Usciti gli Emirati, rimangono nell’Opec solo l’Arabia Saudita, e, in modo molto più limitato, il Kuwait, in grado di farlo. Questo rende l’Opec meno capace di contrastare la superpotenza energetica degli Usa, i quali, è bene ricordarlo, hanno una produzione petrolifera che è quasi uguale a quelle di Arabia Saudita e Russia sommate insieme. 

Concludendo, la guerra contro l’Iran è quindi diretta anche contro l’Opec, ed è un aspetto della lotta degli Usa per puntellare la propria egemonia mondiale in declino, che passa anche attraverso il controllo delle materie prime, in particolare del petrolio. Un controllo che è decisivo per conservare il ruolo di valuta mondiale del dollaro, necessario per garantire il funzionamento dei meccanismi parassitari del capitalismo imperialista statunitense.

Note

[i] Benito Li Vigni, Le guerre del petrolio. Strategie, potere, nuovo ordine mondiale, Editori Riuniti, Roma 2004.

[ii] Opec, Annual Statistical Bulletin, 2026.

[iii] Ibidem.

[iv] Sissi Bellomo, “Emirati addio all’Opec: un passo indietro che strizza l’occhio a Trump”, il Sole24ore, 29 aprile 2026.

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L’Ucraina majdanista indica la strada all’Armenia europeista

Il prossimo 7 giugno si svolgeranno le elezioni parlamentari in Armenia e l’attuale primo ministro Nikol non è affatto sicuro che il suo partito Accordo Civile riesca a ottenere i voti sufficienti a formare una coalizione in grado di sostenere il governo e le scelte europeiste di cui Pašinjan è portatore. Certo, una discreta spinta è arrivata dalle cancellerie europee riunite lo scorso 4 maggio a Erevan, insieme a UE e NATO. Ma non è detto che ciò sia bastante.

In ogni caso, tra tutte le ormai quasi abusate dichiarazioni di Vladimir Putin del 9 maggio, pare che solo qualche furfante si sia ricordato – a modo suo, ovviamente – di quella in cui il presidente russo ha paragonato la svolta dell’Armenia verso l’Unione europea alla situazione in Ucraina prima del colpo di stato del 2014 e del successivo sanguinoso conflitto.

Per lo più, i media di regime (occidentali) si sono concentrati sulle aperture di Putin e sulla possibilità che Vladimir Zelenskij, solo al momento in cui siano stati raggiunti gli accordi definitivi sulla risoluzione del conflitto, possa incontrarsi con lui per apporre la firma definitiva a quei documenti, anche con l’intermediazione di una terza figura, che il presidente russo ha ipotizzato essere l’ex cancelliere tedesco Gerard Schröder, nel quadro di nuovi accordi di sicurezza per l’Europa.

A quel punto i fogliacci europoidi non si sono più trattenuti e hanno spalancato le porte a giubili di “vittoria” sul “dittatore russo” costretto a venire a patti con la “resilienza” degli “impavidi” ucraini e coi «leader dell’Unione europea e della Nato che sono rimasti i difensori a spada tratta dell’Ucraina», sbava ad esempio il Corriere della Sera, aggiungendo strafottente che ora «l’Ucraina è libera di colpire in territorio russo dove e quando lo giudica necessario».

Naturalmente, quegli stessi leader della UE, che «vedono nell’Ucraina il baluardo della sicurezza europea e sono interlocutori indispensabili per definirne le condizioni», non possono accettare che a fare da intermediario sia un “alleato del Cremlino” quale viene proclamato Schröder e allora, in veste di rappresentante UE, arriva da Berlino il nome dell’attuale presidente tedesco Frank-Walter Steinmeier, che affiancherebbe nei colloqui lo stesso Schröder.

I più si ricorderanno dell’attuale presidente tedesco per la sua iniziativa di dieci anni fa, denominata appunto “Formula Steinmeier” e da lui formulata come ministro degli esteri, che prevedeva un meccanismo per l’attuazione degli Accordi di Minsk, con la road-map per lo status speciale del Donbass.

Lì si prevedeva come primo passo lo svolgimento di elezioni in LNR e DNR, i cui risultati avrebbero dovuto esser riconosciuti da Kiev; quindi il formale ritorno del Donbass all’Ucraina come regione autonoma, con il diritto di bloccare l’adesione alla NATO.

Ma né l’ex presidente Petro Porošenko, né Zelenskij hanno mai accolto la proposta di Steinmeier; il quale, d’altra parte, era in carica proprio con la cancelliera Angela Merkel che, in diverse occasioni, ha ripetuto più o meno esplicitamente che gli accordi di Minsk, da lei sottoscritti insieme a Francois Hollande, dovevano servire solo per dar tempo a Kiev di riprendersi dalle batoste di Debaltsevo e Ilovajsk e continuare la guerra in Donbass.

Ma si diceva dell’Armenia... I soliti torquemadisti de Linkiesta si sono concentrati sulle parole spese da Putin a proposito del paese caucasico ed ecco che “rivelano” che «per minacciare l’Armenia il Cremlino si è fatto scappare la verità: a causare l’invasione è stato il desiderio ucraino di entrare nell’Ue», così che, ‘pacifici e celestiali europei’, aspettatevi che il cinico “autocrate russo”, se le elezioni del 7 giugno dovessero dare la vittoria al beneamato candidato Pašinjan, si dia a invadere l’Armenia.

Qui, anche a voler chiudere entrambi gli occhi, risulta evidente il gioco verbale da impostori. La disputa sull’adesione alla UE, per la quale l’allora presidente Viktor Janukovic aveva chiesto quantomeno di non affrettare i tempi, è antecedente e non di poco al colpo di stato criminale attuato nel 2014 dalle bande nazi-nazionaliste a Kiev e patrocinato apertamente da USA-UE-NATO.

La cosiddetta “invasione” di cui blaterano a Linkiesta risale al 2022. Il cosiddetto “desiderio ucraino di entrare nella UE” non era altro che la copertura retorica messa a punto proprio dai mascalzoni di Bruxelles per aver mano libera alla schieramento di forze armate USA-NATO in Ucraina.

Per gli impostori che, come la maggior parte dei media, pensano di poter contrabbandare per “verità” le proprie trivialità, non ci sarebbe alcun «accerchiamento della Nato, genocidio nel Donbas, persecuzioni contro i russofoni» e, da parte russa, si tratterebbe solo di un «campionario di falsità e fesserie da cui siamo tempestati regolarmente sulla stampa e nei talk show. Putin lo ha detto nel modo più chiaro qual è stato il vero motivo, e c’è da credergli, perché l’unica reale minaccia al suo potere è lo spettacolo di una democrazia libera e prospera proprio di fronte ai suoi confini, che dimostri ogni giorno ai russi il costo esorbitante della cleptocrazia putiniana».

Qui basti dire solo che se quei terroristi mediatici, scrivendo di “democrazia libera e prospera” intendono quel moderno Konzentrationslager in cui i dettami di Banca Mondiale, FMI, UE e USA hanno trasformato quella che un tempo era una repubblica ucraina industrialmente sviluppata, allora ci si deve chiedere cosa le masse europee debbano attendersi dalla “ucrainizzazione” dell’Europa, oggi in fase così avanzata.

In Ucraina, afferma il ministro per le politiche sociali, della famiglia e dell’unità, Denis Uljutin, cresce a ritmo «catastrofico il numero di poveri e disoccupati; aumenta spaventosamente il numero di famiglie il cui reddito è appena sufficiente solo per cibo, alloggio e medicine e c’è un numero crescente di persone per le quali i sussidi sociali rappresentano l’unica fonte di reddito».

Ecco l’Ucraina del majdan: disoccupazione, dimezzamento della popolazione, volgare sfoggio di lussi stratosferici di fronte a milioni di ucraini ridotti alla fame, scorrerie di bande terroristiche e accalappiamento per strada di carne da mandare al macello.

Già: il futuro macello che sembra attendere anche i giovani europei che verranno arruolati a forza per la programmata guerra contro la Russia. Una guerra di cui i complessi militar-industriali euroatlantici non possono più fare a meno. Lo ha dichiarato chiaro e tondo al canale UkrLife l’ex comandante USA in Europa, Ben Hodges: per investire nella produzione militare i produttori occidentali di armi hanno bisogno che la guerra continui ancora per almeno cinque anni.

Si parla, ha detto Hodges, di importanti produttori di mezzi altamente complessi, che richiedono «catene di approvvigionamento altrettanto complesse e una forza lavoro ben addestrata. Quindi, se si vuole incrementare la produzione, è necessario dare alle aziende la certezza... che si tratti di un impegno a lungo termine». Se per caso, dunque, in Ucraina dovesse raggiungersi una tregua, è indispensabile aprire altri fronti.

Ma, di nuovo, si diceva dell’Armenia e del paragone fatto da Vladimir Putin tra la situazione della Repubblica caucasica e quella dell’Ucraina ante-golpe. In effetti, riporta il corrispondente di PolitNavigator da Erevan, tutto ricorda davvero Kiev prima del 2014; si sente ancora molto parlare russo, si trovano prodotti russi sugli scaffali, ma molte persone attribuiscono la perdita del Karabakh non al tradimento di Nikol Pašinjan, ma al Cremlino.

È probabile che Pašinjan vinca le elezioni: la sua propaganda ha scaricato la colpa della sconfitta del Karabakh sulla Russia e una popolazione stremata è pronta a credere nella “normalizzazione” con l’Azerbajdžan, accettare l’apertura delle frontiere con la Turchia e il “corridoio di Trump”. Ovunque la pubblicità del partito di Pašinjan, coi colori UE.

L’incognita è se il partito di Pašinjan riuscirà a raccogliere voti sufficienti per formare autonomamente un governo. La campagna elettorale dell’opposizione è debole; non viene sollevata la questione della scelta geopolitica tra UE e Russia; non si parla delle sicure differenze delle tariffe sull’energia importata dalla Russia, prima e dopo l’uscita dall’Unione Economica Eurasiatica. Ovunque, invece, manifesti e cartelli che proclamano un edificio “ristrutturato nell’ambito del programma del Dipartimento di Stato americano”, “restauro finanziato con fondi UE” e così via.

Sembra che gli errori dell’Ucraina, commenta PolitNavigator, non abbiano insegnato nulla agli armeni. «Come è iniziato tutto?» si è domandato Putin; con «l’ingresso, o il tentativo di ingresso, dell’Ucraina nella UE... Tutto ciò ha poi portato al colpo di stato, alla questione della Crimea, alla situazione dell’Ucraina sudorientale e ai combattimenti».

Dunque, afferma Mikhail Pavliv su Ukraina.ru, Nikol Pašinjan si sta trasformando per la Russia in un “secondo Zelenskij”, tanto più che lo stesso primo ministro armeno ha dichiarato che non è dalla parte della Russia nella questione ucraina. È chiaro che la strada intrapresa da Pašinjan conduce esattamente allo stesso punto.

Non si facciano ingannare coloro che ancora guardano allo status formale dell’Armenia nella ODKB e nell’Unione Economica Eurasiatica. Non ha alcuna possibilità, dice Pavliv di «vincere le elezioni… Il che significa che cercheranno di aggrapparsi al potere con altri mezzi: falsificazioni, manipolazioni, pressioni sull’opposizione, tentativi di mettere al bando gli oppositori. E, purtroppo, credo che anche che non sia escluso l’uso della forza per mantenere il potere».

In sostanza, il Pašinjan di oggi è lo Zelenskij del 2019-2020, che a Parigi partecipava al “Formato Normandia”, parlava con Putin, firmava le tabelle di marcia per una soluzione pacifica in Donbass.

L’ex addetta stampa di Zelenskij, Julija Mendel, conversando con Tucker Carlson, rivela oggi di aver assistito all’incontro Zelenskij-Putin a Parigi nel 2019, durante il quale prometteva che l’Ucraina non sarebbe mai entrata nella NATO. Addirittura, Zelenskij diceva di accettare la perdita del Donbass in cambio dell’inclusione del resto dell’Ucraina nella NATO, pur sapendo in anticipo che ciò era impossibile e che, di conseguenza, la guerra sarebbe continuata e il governo di Kiev non sarebbe cambiato.

Era quella l’epoca, ricorda Mikhail Pavliv, in cui si discuteva ancora di questioni specifiche: la “Formula Steinmeier”, per l’appunto e la sua attuazione, i compromessi e le possibili opzioni. Poi però Zelenskij torna a Kiev e imbocca la stessa strada che Pašinjan sta «percorrendo ora a tutta velocità... La strada verso la guerra. E tutti questi discorsi sull’integrazione europea sono, ovviamente, dipinti con colori rosei, discorsi su un futuro europeo, democrazia, riforme e tutte queste “mutandine di pizzo e UE”. Ma il risultato di questo autoinganno è ben più brutto».

Tutti questi “sogni rosei e illusioni su un paradiso europeo” e un’Ucraina indipendente non sono iniziati nel 2014; la storia risale almeno al 2004 e culminò con la caduta di Janukovic nel 2014. Il resto è quello che si è definito un nuovo Konzentrationslager e che probabilmente attende ora le masse armene, con Pašinjan che rischia di trascinare l’Armenia verso la guerra esattamente nello stesso modo di Zelenskij. E tutte le stesse terribili cose, dice Mikhail Pavliv, che stanno accadendo oggi nel sito dell’ex ‘Repubblica Socialista Sovietica Ucraina’ potrebbero benissimo accadere nel sito dell’antica Armenia, guidata da compradores, agenti di influenza straniera, che agiscono non nell’interesse delle masse armene, ma dei loro padroni e dei propri interessi egoistici.

Proprio come è successo in Ucraina. Perché Zelenskij avrebbe «potuto porre fine a questa guerra già nel 2022. Poi avrebbe potuto farlo nel 2025. E persino nel 2026... Ma non lo fa, perché la sua sopravvivenza personale, la sua avidità, la sua bramosia e il suo orgoglio si sono dimostrati più importanti della vita di migliaia e migliaia di persone. Sono proprio questi interessi egoistici che ora stanno conducendo Pašinjan nello stesso identico abisso».

Lo stesso, ci permettiamo di aggiungere, che attende anche le masse europee, alle prese con canaglie guerrafondaie che irridono con sufficienza alle aperture di Moskva, biascicando di «progressi militari di Kiev» (Milano Finanza) e di una Russia che «si trova in una posizione più debole che mai: sta perdendo molte vite sul campo di battaglia, c’è un crescente malcontento nella società e il sostegno alla guerra sta diminuendo» (Kaja-Fredegonda-Kallas).

Ma davvero considerano le masse europee così tonte?

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