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15/06/2026

Un accordo fragile, con sabotaggio incluso

L’accordo stavolta c’è, annunciano da Washington col solito contorno di mirabolanti successi yankee.

L’accordo stavolta c’è, annunciano da Tehran con la consueta – e giustificata – diffidenza di chi ha imparato sulla propria pelle che degli americani non bisogna fidarsi mai.

“Quale accordo? Non ne sappiamo niente, anzi neanche ne parliamo”, mugugnano a Tel Aviv.

I dettagli confermati dalle prime due parti sono pochi, ma danno l’idea di un tentativo finalmente serio di “memorandum di intenti”, che apra la strada a 60 giorni di trattative dirette sulle questioni più scottanti, a cominciare dalla sorte dell’uranio arricchito prodotto fin qui dall’Iran.

Nel comunicato del Consiglio Supremo di Teheran, infatti, si dichiara che “in base agli accordi raggiunti, la guerra e le operazioni militari su tutti i fronti, compreso il Libano, cesseranno immediatamente e definitivamente a partire da questa sera, e il blocco navale imposto all’Iran terminerà immediatamente e completamente”.

Il dettaglio più importante, per come era andata la giornata di ieri, riguarda proprio il Libano. Israele ha preteso fino alla mezzanotte di ieri di considerarlo “affare proprio”, svincolato dalla trattativa “di teatro” condotta da Washington e Teheran. E lo aveva concretamente dimostrato bombardando i quartieri meridionali di Beirut, prevalentemente abitati dagli sciiti, violando quella “linea rossa” che poco più di una settimana fa aveva spinto l’Iran a lanciare missili di “avvertimento” verso l’entità sionista.

Per tutta la giornata da Teheran erano arrivati avvisi chiarissimi: “stiamo per rispondere”, attaccando Israele. Solo la frenetica attività dei mediatori (Pakistan e Qatar), e la strombazzata incazzatura di Trump con Netanyahu (“Che c... stai facendo?”) fermava la frana all’ultimo metro.

Nessuno – men che mai a Teheran – crede che si tratti di un contrasto “strategico”, ma il fatto di dover così chiaramente differenziare gli interessi Usa da quelli sionisti dà la misura dei contrasti in corso.

Lo sblocco reciproco dello Stretto di Hormuz dovrebbe partire da subito, mentre la questione della sovranità sul braccio di mare – condivisa da Iran e Oman, con conseguente diritto al pagamento di “servizi di navigazione” come risarcimento dei danni di guerra – è rinviata allo sviluppo delle trattative di pace vere e proprie.

L’appuntamento per la firma del memorandum è fissato per venerdì a Ginevra, se non ci saranno altri sabotaggi sionisti nel frattempo.

Il viceministro degli esteri Kazem Gharibabadi ha spiegato che “Abbiamo incluso tutte le nostre posizioni fondamentali e importanti nel memorandum d’intesa, e il testo integrale del memorandum sarà pubblicato dopo la sua firma ufficiale”, sottolineando che la popolazione sarà informata dell’entità dei risultati ottenuti in relazione agli impegni assunti.

Come giudizio di merito, ha sottolineato che “l’entità degli impegni assunti dall’Iran è incomparabile rispetto all’entità dei progressi e dei risultati conseguiti”. Ha aggiunto anche che il memorandum “non significa riporre fiducia nel nemico, ma è stato formulato in uno stato di diffidenza nei suoi confronti”, sottolineando che l’attuazione dei suoi impegni e dei termini dell’accordo sarà verificata entro venerdì.

Propaganda, certo, in discreta misura. Ma sembra quasi coincidere con il commento del più serio giornalista israeliano, Gideon Levi, secondo cui un accordo tra Stati Uniti e Iran viene visto in Israele come “la sconfitta di Israele e la sconfitta personale di Netanyahu”. La distruzione dell‘Iran era infatti il “progetto di vita” di Netanyahu; ora, invece, Israele è stato “totalmente escluso dai negoziati” e può solo ricorrere al sabotaggio.

Ed è questo, per tutti gli osservatori, il punto chiave su cui può crollare in un attimo tutto il cosiddetto “processo di pace”.

Levi ha inserito giustamente nei tentativi di sabotaggio “gli attacchi ridicoli e infantili” lanciati contro Beirut e i bombardamenti sul Sud del Libano, proseguiti fino alla mezzanotte di ieri. Ma ora, ha aggiunto, “è chiarissimo che Israele ha solo perso in questa partita”.

Ripetiamo: non perché sia in qualche modo interrotta la solidissima alleanza tra Usa e Tel Aviv, visto che la prova dell’impegno di Trump nel contenere Israele “deve ancora arrivare”. Netanyahu resta intenzionato a far fallire un accordo di cessate il fuoco che non soddisfi le principali priorità israeliane (“la distruzione dell’Iran” o quanto meno un “cambio di regime”), ma per il momento deve ingoiare questo rospo.

Non a caso, dopo aver riunito il Consiglio di guerra in un bunker – sperando fino all’ultimo che Teheran lanciasse qualche missile – lui e tutto il suo governo si sono chiusi in un minaccioso silenzio, meditando disastri.

“È una situazione molto, molto fragile. E credo che una delle maggiori sfide dell’accordo con l’Iran sia la situazione in Libano”, conclude Levi, “Perché gli iraniani sono riusciti a creare un legame totale tra il Libano e l’accordo, e ora, sinceramente, non vedo come possa funzionare, dato che Israele è ancora in Libano, non ha intenzione di ritirarsi e finché le truppe saranno lì non ci sarà un ‘cessate il fuoco totale’, perché ci sarà sempre resistenza all’occupazione israeliana del Libano”.

In aggiornamento

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