Presentazione


Analisi, opinioni, fatti e (più di rado) arte da una prospettiva di classe.
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15/05/2026

La banda della Uno bianca/1. È l’ora della verità

Le vicende della cosiddetta Banda dell’Uno Bianca che ha operato in Emilia Romagna tra la seconda metà degli anni Ottanta e la prima metà degli anni Novanta sono di nuovo al centro dell’attenzione mediatica.

Quegli avvenimenti sono una doppia ferita ancora aperta sia per chi ne è stato suo malgrado protagonista – come i familiari ed i conoscenti delle 24 vittime delle azioni della banda (e gli oltre cento feriti) – sia coloro che ingiustamente hanno conosciuto il carcere a causa di indagini basate su veri e propri depistaggi, o piste giudiziarie che si sono rivelate assolutamente infruttuose.

Sia i depistaggi, in seguito accertati, che le strampalate linee investigative, furono sposate da buona parte dei media che in quelle vicende hanno abbondantemente abdicato ad un minimo di autonomia di giudizio critico.

Giornali e televisioni hanno preferito “sbattere il mostro in prima pagina”, oppure uccidere due volte le vittime – come nel caso dei lavoratori immigrati o dei “Rom” – le cui uccisioni sono state considerate regolamenti di conti mentre veniva scartata l’ipotesi del movente razzista.

Una prassi simile a quella applicata cosiddetta “Banda del Kebab” in Germania che si è poi scoperta essere un gruppo neo-nazista coperto dai servizi segreti tedeschi.

È una “Doppia ferita” perché di quella vicenda, come sembrano ulteriormente dimostrare i recenti fatti di cronaca su cui torneremo, non si è saputo – o meglio non voluto – fare luce fino in fondo, trattandola per lo più come una crime story riguardante una banda particolarmente efferata e sadica (e lo fu) composta prevalentemente da membri delle forze di polizia, alcuni con ruoli di rilievo alla Questura di Bologna.

Se per una parte dei fatti delittuosi della lunga scia di sangue di cui è stata protagonista la Banda dei fratelli Savi e compagnia, le vicende giudiziarie hanno fatto luce attribuendo precise responsabilità penali, su alcuni fatti dirimenti è caduto il silenzio e si è preferito rimuoverli sperando che “i vecchi morissero ed i giovani dimenticassero”.

Così non è stato.

I legittimi dubbi di chi già ai tempi aveva inquadrato la vicenda con un approccio contro-informativo – cioè ben prima dell’arresto dei Savi nel 1994 – indicando la pista da seguire, ora stanno emergendo con la forza di un geyser, perché la verità è a volte come un fiume carsico che ha bisogno di strada per affiorare in superficie.

La Banda aveva altri membri? Come hanno fatto ad agire senza che nessuno sapesse nulla nell’ambito lavorativo in cui la gran parte dei protagonisti accertati lavorava? Di che tipo di coperture godevano negli apparati di potere?

Soprattutto agivano per conto proprio, o come in altri episodi della lunga strategia della tensione e della guerra a bassa intensità che ha caratterizzato il nostro Paese, erano mercenari ben pagati al soldo di una parte di quel blocco di potere che ha usato qualsiasi mezzo extralegale per influenzare il corso politico italiano e mantenere intatta la propria rendita di posizione ed inscalfibili i propri privilegi di classe?

Poco meno di un anno fa, per l’anniversario della strage del 2 agosto del 1980 alla stazione di Bologna, pubblicammo un dossier a cura della Rete dei Comunisti dal titolo: “La Uno bianca ed altre storie. Nell’ultima fase della strategia della tensione” che ricostruiva le vicende mettendole in parallelo a quelle della Falange Armata e mostrandone i numerosi punti di contattato, e cercava di  analizzare una serie di questioni che all’oggi non sono state risolte.

Quel dossier – che in una versione aggiornata diventerà prossimamente un libro – nasce dalla necessità di fare luce su una vicenda che, dopo le dichiarazioni di Amato al quotidiano La Repubblica sulla Strage di Ustica del 2 settembre 2023, era tornata impellente e di fornire un contributo a quelle nuove generazioni a cui non era stata trasmessa memoria adeguata di quelle tragiche vicende, se non per alcuni delitti.

Pensiamo sia stato particolarmente stucchevole volere fare vittime di serie A e di serie B in quella vicenda, scordandosi che fu proprio la Banda dell’Uno bianca a iniziare la pratica degli omicidi mirati contro persone che oggi si definirebbero “razzializzate”: membri dei popoli romaní che vivevano nei cosiddetti campi nomadi, lavoratori nord e centro africani, componenti della società che ai tempi erano divenute il bersaglio di attacchi da parte di quella rinvigorita galassia dell’estrema destra e che poi vedrà la Lega Nord e il MSI – poi Alleanza Nazionale – divenire principali imprenditori politici del razzismo.

Inoltre, nel dossier, si accennava al processo di criminalizzazione di alcuni quartieri popolari bolognesi – in particolare del Rione del Pilastro e la Barca – e delle fasce sociali che li abitavano, i quali hanno subìto per anni una stigmatizzazione negativa difficile da scrollarsi di dosso, un fattore che ancora li caratterizza secondo quello che era lo stereotipo con cui la borghesia ha sempre guardato il proletariato: classe laborieuses classe dangereuses.

Chi si è occupato seriamente di quei quartieri e delle persone che li hanno vissuto e ne ha ricostruito la storia, è riuscito a dare una visione assai diversa da quella che si è voluta riprodurre nell’immaginario collettivo bolognese, come lo racconta ad esempio il magnifico documentario di Roberto Beani, Il Pilastro, o l’altrettanto bello A tu lado – scritto da Cristiano Regina, Ruggero Tantulli e dalla sceneggiatrice cubana Nuri Duarte – un lavoro che ci descrive la vita dell’allenatore di boxe bolognese (barcaolo e cittadino cubano allo stesso tempo) Samuel Fabbri, e della sua palestra pugilistica popolare a l’Avana sotto il bloqueo.

Non interpretare in una città rossa e operaia, come fu Bologna, ciò che successe anche in termini di classe e “razziali” sarebbe un errore fatale, e lo sarebbe soprattutto non cogliere il carattere di tentativo di disarticolazione con il terrore di un tessuto politico-sociale che caratterizzava le classi popolari e l’allora movimento antagonista in un momento di grandi trasformazioni e di tumultuosi cambiamenti politici.

Fine prima parte.

Fonte

02/08/2025

La Uno bianca e altre storie nell’ultima fase della strategia della tensione

Introduzione

Le vicende legate alla cosiddetta “banda della Uno bianca” e alla “Falange Armata” che agirono a cavallo tra la fine degli anni Ottanta e la metà degli anni Novanta, sebbene costituiscano una profonda ferita ancora aperta per coloro che tali vicende hanno vissuto anche indirettamente, non sono state al centro di una doverosa riflessione che andasse oltre le limitate verità giudiziarie emerse ed un trattamento più da crime story che da fatto politico rilevante e caratterizzante una parte della storia del nostro Paese.

Pensiamo invece che vadano rilette alla luce della categoria della “guerra a bassa intensità” sviluppatasi nel nostro Paese con il fine di determinarne pesantemente il corso politico con strumenti non convenzionali da parte di quella fitta trama di poteri ed apparati che sono stati la longa manus dell’Alleanza Atlantica e delle sue strategie reazionarie nel corso di tutta la storia repubblicana.

Quella che potremmo definire come “ultima fase” della strategia della tensione avvenne in un arco temporale di stravolgimenti epocali come la fine del mondo bipolare ed il processo di costruzione dell’Unione Europea che hanno “terremotato” il quadro politico e gli assetti della cosiddetta Prima Republica, determinando nel nostro ridotto nazionale scelte politiche preconizzate illo tempore dagli esponenti di spicco della reazione, “golpisti” inclusi, normalizzate a pratiche e a lessico politico corrente da chi – a destra come a sinistra – ha picconato la sovranità popolare e le garanzie sociali conquistate nel corso degli anni precedenti.

Siamo allo stadio di una sorta di damnatio memoriae per cui la lunga scia di sangue di un’organizzazione terroristica (come definire diversamente Savi e soci?) è stata derubricata a mera banda criminale nonostante la logica della propria azione andasse oltre i meri fini delinquenziali con un fine che non può essere quello di soddisfarne solo il cinico sadismo e il tornaconto personale, ma che ha appunto – insieme alla Falange Armata – svolto una precisa funzione politica nel convulso quadro politico dell’epoca per conto di mandanti su cui nessuno ha voluto far luce.

La propria longevità ed intoccabilità fa ipotizzare un’ampia e stratificata rete di coperture perlomeno nei ranghi della propria categoria di provenienza, e non solo.

I depistaggi e il trattamento giornalistico sono stati usati per inquinare le acque e stravolgere la verità utilizzando come capri espiatori vittime innocenti di fantasiose macchinazioni giudiziarie (spesso sostenute acriticamente dalla stampa) per le quali non sembra che alcuno si sia sentito in dovere di scusarsi.

Pensiamo quindi sia utile, fare opera di “rammemorazione” critica e proporre ipotesi interpretative che leggano quei fatti e i loro protagonisti come archeologia di un presente, in cui – è bene ricordarlo – chi governa ha scelto una simbiosi mortale tra politiche securitarie di tipo autoritario e austerità dentro un quadro in cui le scelte guerrafondaie del blocco occidentale vanno a braccetto con la militarizzazione della società.

Un contesto in cui riemergono preoccupanti modi di operare propri della guerra sporca con cui si è voluto ferocemente combattere la lotta di classe nel nostro paese da parte di una parte consistente delle classi dirigenti. Chi quelle vicende non le ha vissute o ne ha solo una vaga nozione, potrà immergersi nelle pagine più buie che hanno caratterizzato una parte dell’Emilia Romagna e delle Marche dove gli “insospettabili” poliziotti della Uno bianca hanno agito per anni indisturbati come killer seriali seminando il terrore.

Questo lavoro è dedicato alla memoria delle vittime “dimenticate” e in particolare di Ndiay Malik e Babon Cheka, operai senegalesi freddati a San Mauro Mare, vicino a Cesenatico, la notte del 18 agosto del 1991 da sedici colpi sparati dalla banda della Uno bianca.

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Fonte