Presentazione


Analisi, opinioni, fatti e (più di rado) arte da una prospettiva di classe.

01/11/2026

Orientamenti francesi

Questo editoriale apparso su Le Monde Diplomatique è importante sul piano strettamente teorico-politico perché, nel bel mezzo di una mobilitazione conflittuale estremamente aspra, in Francia, pone il problema di “dove e come si vuole andare” con il complesso dei movimenti.

È una domanda che si impone qualsiasi siano le preferenze politiche o ideologiche (individuali, collettive, di gruppo organizzato, ecc.), spaziando dal far crescere sempre esponenzialmente il tono del confronto col governo fino alla canalizzazione politico-istituzionale, ovviamente di estrema sinistra relativamente alla geografia parlamentare.

E qui emerge la prima grande differenza con il nostro paese, perché in Francia una sponda parlamentare seria esiste – La France Insoumise – mentre in Italia no (e con la nuova legge elettorale pretendono di impedire che possa nascere).

Al livello teorico classico è il problema di definizione della strategia del movimento di classe e dei suoi alleati di fase e quindi anche delle tattiche conseguenti, uscendo dalle trappole logiche autocentrate tipiche dello spontaneismo e da quelle del parlamentarismo “senza se e senza ma”.

Il convitato di pietra sono i rapporti di forza complessivi tra le classi in un paese capitalistico avanzato (quindi la questione riguarda tutti i paesi occidentali, il nostro compreso), cui partecipano oggettivamente tutti i soggetti sociali e politici di un paese (oltre che i poteri esterni che hanno un peso sui singoli paesi), andando decisamente al di là della presenza numerica in piazza (un elemento dell’equazione complessiva, ma non certo l’unico né quello decisivo) e rimandando allo Stato come “forza concentrata del dominio di classe”.

Che è poi la questione dei corpi militari, oltre che di quelli polizieschi (i parà a guardia dei negozi del lusso, a Milano, sono una pagliacciata che allude però a ben altri scenari possibili, nel paese di Piazza Fontana e della stazione di Bologna).

Nonché delle loro culture e fedeltà reali in un assetto istituzionale che ormai va liquidando come “inefficiente” la democrazia parlamentare e soprattutto lo stato di diritto, i contrappesi e le libertà elementari. In tutto l’Occidente capitalistico, a partire dagli Usa e – qui in Europa – dalla Francia. Ovvero dai paesi in cui la “democrazia moderna” è nata.

Diciamo che la discussione a questo livello è stata abbandonata, nella sinistra radicale, oltre 40 anni fa.

Se oggi torna non è per una curiosità intellettuale, ma sotto la pressione della Storia. Che notoriamente se ne frega dei “mi piacerebbe che...”

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Già solo per il fatto che la velocità degli eventi in corso ci fa irresistibilmente pensare a quella frase di Lenin secondo cui “ci sono settimane in cui accadono più cose che in un decennio”, sappiamo esattamente in che tipo di periodo siamo entrati: stra-ordinario.

La saturazione della mente non è il minore dei suoi pericoli. Per camminare in eventi di tale densità, serve una linea (strategica, ndr). Il problema qui è che ce ne sono diverse: due. Di cui bisogna prima dispiegare le logiche, per poterne trovare una terza, che le riconcili.

Linea 1 – Lo straripamento dilaga: così sia

Che straripi, è per così dire nel suo concetto. Che cosa travolge lo straripamento? Il quadro istituzionale. Per una ragione delle più semplici: quello ha totalmente fallito. Dalle manifestazioni-salsiccia alle elezioni più ufficiali, passando per i referendum carta-igienica, i grandi dibattiti monologanti, le convenzioni cittadine pantomima o i quaderni di doglianze preimballati in sacchi della spazzatura, ha fallito.

A meno che non sia riuscito come la finta parvenza che “era sempre-già stata” così. Un simulacro di “vi ascoltiamo”, che nasconde la realtà di “faremo ciò che vogliamo”.

Si riconosce indubitabilmente l’imbecillità borghese dalle deplorazioni della “brutalizzazione”. In un ordine borghese i cui valori la impregnano, più o meno, la popolazione generale non ha infine altro desiderio che di vivere tranquillamente la propria vita materiale. Perché, su questo fondo di aspirazione alla tranquillità, essa arrivi a innervosirsi, significa che le sono state fatte considerevoli violenze in precedenza.

Detto altrimenti: che è stata brutalizzata. Brutalizzata, la società – borghesia esclusa – non ha cessato di esserlo da tre decenni, in un crescendo di aggressioni che non poteva mancare di produrre i suoi effetti. Perché c’è un’economia generale della violenza.

L’economia generale della violenza funziona secondo il principio fondamentale della reciprocità: negativo. Alla prima brutalizzazione risponderà prima o poi una violenza di ritorno.

È un’idea a cui l’editorialismo borghese, la cui vita materiale non ha mai registrato il minimo scossone, è incapace di accedere. È dunque, senza sorpresa, il primo a fare coro dietro le eruzioni dei demagoghi – e a ripetere dietro Darmanin “brutalizzazione” e “bordellizzazione”.

Piaccia al cielo che l’Assemblea sia stata bordellizzata (anche poco): almeno è un segno che non è ancora del tutto estranea alla vita del paese. Che vi arrivino, che vi si esprimano, gli echi, già molto attutiti, della bordellizzazione prima, la bordellizzazione sociale e politica governativa poi, è pur sempre il minimo.

Ma precisamente: viene un tempo in cui le espressioni “attutite” non bastano più. Se “fare i conti” non è dire troppo poco. Perché la realtà è che l’incredibile cumulo di brutalizzazioni neoliberiste ha portato il corpo sociale al suo punto di rabbia. Quando un insieme collettivo è stato portato a un punto di rabbia, non ci si deve stupire che faccia cose da arrabbiati.

Si noterà, per esempio, che oltre alle famose scarpe da ginnastica, del resto trovate interessanti persino dai poliziotti stessi (una volta sul posto...), alcuni supermercati sono stati saccheggiati: per mangiare. Avvertimento di passaggio al governo: quando la popolazione è stata portata, da violenze successive, a non poter più mangiare a sazietà, allora quel governo deve prepararsi a giorni difficili: agitati. Non ci si mette di traverso a un popolo che chiede da mangiare: è irresistibile, travolge tutto.

Segnaliamo, sempre di passaggio, che in materia di grandi superfici con saracinesca volatilizzata per ragioni alimentari, non si è ancora visto nulla. Perché tutto questo accade mentre la crisi finanziaria, la crisi economica, la crisi energetica, e soprattutto la crisi alimentare, non sono nemmeno ancora arrivate.

Il “quadro istituzionale” che, non contento di aver prodotto questo, ha metodologicamente soppresso ogni via di ricorso, merita solo la rovina, e se questa rovina deve essere violenta, così sia – economia generale della violenza.

Linea 2 – troppi pericoli fuori dalle soluzioni istituzionali

I processi a carattere insurrezionale, potenzialmente rivoluzionari – perché è in una tale zona che stiamo entrando – questi processi, con tutta la loro parte di violenza, devono essere colti da uno sguardo da fisico (1).

All’opposto dell’inanità moralistica, propria del pensiero borghese, da Le Monde a Mediapart passando per France Inter, che non ha altra vista sulle cose che attraverso “i valori”, il metodo materialista – il solo che permetta di avere qualche intelligenza delle situazioni storiche – è un punto di vista da fisico: analizza rapporti di forza, individua i processi di induzione che ne fanno sorgere di nuovi, ne reperisce i gradi di libertà, ne misura le latitudini strategiche, ne esamina i rapporti reciproci – e senza raccontarsi storie: senza prendere il proprio desiderio per la realtà.

Qui, la fisica non dimentica di vedere le forze della reazione. Di cui si sa fin dove sono capaci di arrivare in situazioni storiche simili. Dunque immaginiamo: lo straripamento è riuscito. L’insurrezione ha trionfato, il regime è a terra. E poi?

E poi c’è la possibilità del ritorno di manovella reazionario. Sotto forma di putsch. Queste forze che non si vedono molto – e per forza: sono sullo sfondo dell’evento – queste forze non sono per questo scomparse. Sono anch’esse arrabbiate, ma di tutt’altra rabbia, sono armate (numero di fucili nelle campagne), hanno tutta la connivenza dell’apparato di forza, la polizia e l’esercito.

Che cosa dire dell’esercito, appunto? – in generale l’attore putschista per eccellenza, e per buona ragione, sempre la stessa questione di ultima istanza: le armi, quelli che le hanno, e quelli che non le hanno. In uno dei suoi recenti “Moments politiques”, Jean-Luc Mélenchon, partito proprio per strigliare una polizia degenerata, sottolinea per contrasto la lealtà “repubblicana” dell’esercito. È davvero degno di fiducia come lui crede?

È ben certo, all’opposto dei malati aggrappati al potere, che l’esercito – qui da intendere: lo stato maggiore – rifiuterebbe che le forze siano impegnate nel mantenimento dell’ordine altrimenti che sotto forma di gestualità a fini di intimidazione. L’esercito non ne ha né la vocazione, né gli strumenti, né i metodi. La sua alternativa è delle più semplici: o resta passivo o spara col fucile d’assalto, non dispone di alcun terzo termine.

Per ora – clausola da tenere a mente – per ora, dunque, lo stato maggiore è costituito da gente di alto livello di formazione intellettuale, razionale, e infine, anche se è un paradosso, tutto fuorché guerrafondaia. Per una ragione del resto delle più semplici: loro sanno cos’è la guerra, in condizioni di scontro relativamente simmetriche, o di fronte ci sono armi anche lì – e questo all’opposto delle brutture poliziesche che si mettono in quattro su un ragazzino di quindici anni.

Detto ciò, si è fatto il giro de “l’esercito” per questo? Non proprio. Come potrebbe infatti il processo di fascistizzazione che, dall’alto, scende progressivamente in tutti gli strati dello Stato, prefetti, commissari, rettori, direttori di ospedali, servizio di intelligence, presidenti di università, presidi stessi, che si vedono sempre più numerosi avallare, talvolta persino anticipare le soluzioni repressive e liberticide, come potrebbe questo processo non lavorare anche l’esercito?

Lo lavora. Nei bassifondi della truppa si portano svastiche tatuate e nelle camerate si tende il braccio alla prima occasione. Nessuna illusione da farsi: nell’esercito, la marea bruna non fa che cominciare a salire, in tutta impunità macroniana del resto (promemoria: ministro della difesa, Lecornu). È contenuta dai piani alti, ma fino a quando? Non si avrebbe senza dubbio alcuna difficoltà a trovare qualche alto graduato con idee, diciamo, non proprio “repubblicane”. Per ora minoritari (?).

Riassumiamo: l’esercito, nelle sue condizioni presenti, non andrà – realisticamente – al mantenimento dell’ordine, non sparerà sulla folla. Ma quando venga a crollare completamente il regime, cioè l’ordine istituzionale nel suo insieme, e si apra il vertiginoso vacuum che segue questi crolli, comincerà forse a porsi nuove domande.

In tempi ordinari, l’esercito prende le istituzioni come gli si danno: stabilite, consolidate. Ma nulla è più estraneo alla psiche militare del vuoto istituzionale e del suo disordine. È il momento in cui “l’esercito”, e questa volta ufficiali superiori compresi, si ricorda di avere le proprie vedute sul mondo sociale e che, se vuoto istituzionale c’è, è urgente colmarlo. In adeguamento con le sue idee – poiché ne ha la possibilità e l’occasione.

Le idee politiche e sociali dell’esercito in generale sono progressiste? Vediamo, riflettiamo – boh. Si sa perfettamente dove lo portano spontaneamente le sue inclinazioni per l’ordine, e se la reazione entra nella battaglia post-caduta, la raggiungerà. Con le sue armi. Questa volta, pronta a servirsene. Poiché si tratterà di difendere il suo ordine.

Per quanto spiacevoli, bisogna pensare a queste possibilità. E a un modo per evitarle se venissero a presentarsi. Modi al plurale, in questo caso: ce ne sono due – ma due soltanto.

Primo modo: un processo rivoluzionario non ha la minima possibilità a meno che: 1) l’apparato di forza dell’ordine rovesciato sia stato esso stesso interamente distrutto – e le sue armi recuperate; o 2) un apparato di forza alternativo sia costituito quasi immediatamente, lui fedele alla rivoluzione, e sufficientemente potente e sufficientemente in fretta per dissuadere i resti dell’ordine antico.

Caso di applicazione: 1917, Trotsky, Armata rossa. Che questa storia sia (in parte) poi finita male non è la questione. La questione è ciò di cui una rivoluzione è capace in materia di creazione istituzionale “flash” per perseverare nel suo essere. Per non parlare nemmeno delle illusioni liriche (bookchiniane o altre) delle “comuni libere”, le teorie del “doppio potere” sono amabili fantasticherie finché non pensano le loro condizioni di possibilità, condizioni che hanno essenzialmente a che vedere con i mezzi di forza per resistere alla forza della reazione – alla sua forza armata.

Guardiamo le cose un po’ freddamente: queste condizioni sono state raramente riunite – la rivoluzione spagnola, e le sue brigate internazionali, che si sarebbero potute mettere a confronto con l’esempio precedente, sono lì per attestare che la condizione necessaria talvolta non è affatto sufficiente.

Se dunque le condizioni sufficienti, e nemmeno le necessarie, non sono riunite, che fare? La risposta è: il secondo modo. Tanto vale dirlo subito: il secondo modo è deludente. Il secondo modo dice: quando la situazione è tale che non si hanno i mezzi per ri-creazioni istituzionali immediate atte a proteggere la rivoluzione, si mira meno in alto della rivoluzione. Ritorno alla nicchia istituzionale. Ritorno penoso all’anima, ma ritorno razionale alla mente – perché non è razionale abbandonarsi alla passione rivoluzionaria se è per finire schiacciati a colpo sicuro.

Applicazione nella situazione presente: la nicchia istituzionale razionale si chiama LFI. Bisogna essere deficienti come un “morocrate” (2) da talk show per trasformare Jean-Luc Mélenchon in un piromane pronto a incendiare tutto, quando è così visibilmente un uomo delle istituzioni, e anche un uomo dell’ordine.

Nella turbolenza in corso di accelerazione, LFI tiene la sua linea strategica senza sforzo: gli basta lasciarsi andare alle tendenze del suo habitus istituzionale. LFI, fondamentalmente istituzionale, non ha difficoltà a essere ben posizionata in una situazione in cui non c’è soluzione che istituzionale.

Linea 3 – spingere per aiutare a “fare meglio”

Incontestabilmente, la linea istituzionale ha razionalità per sé. Ha anche la sua parte di ipocrisia. Perché, in realtà, è lo straripamento, e solo lui, che crea la situazione. Blocchi, scontri con una polizia odiata, invasioni dei bei quartieri, auto-riduzioni (o la sovversione della società dei consumi presa sul serio nei suoi stessi valori): nient’altro saprebbe produrre la messa in tensione che fa la situazione politica presente.

Ce ne stiamo accorgendo al contrario nel momento in cui ci troviamo in procinto di tornare alle ripetitive manifestazioni-mostro tanto mostruose quanto innocue – “Una giornata senza incidenti maggiori” si rallegra Le Monde, si rallegra Nuñez, a proposito della mobilitazione del 24 ottobre.

Schema più volte sperimentato, in particolare durante il movimento delle pensioni del 2023 quando, campione puro della stupidità istituzionale, l’Intersindacale-CFDT immaginò di far piegare Macron con una tranquilla dimostrazione simbolica del numero – il genere di argomento a cui una psiche come quella di Macron, installata al vertice dei poteri della V Repubblica, non aveva alcuna possibilità di arrendersi mai.

Se il movimento presente non vuole conoscere lo stesso triste destino, avrà bisogno di nuovo degli “incidenti”: unico motore del progresso della situazione. O sarà l’insabbiamento e la stanchezza – alleati di sempre del potere che ha per sé tutte le forze dell’inerzia.

La “soluzione istituzionale” in fin dei conti ha il pregio di avere per sé la sua razionalità strategica, dovrebbe entrarvi altrettanto bene il lasciar fare, il che gli permetterà – diciamo le cose – di recuperare qualcosa piuttosto che niente.

Combinazione mutuamente vantaggiosa, perché, comunque, la nicchia istituzionale, così com’è, ha un leggero sapore amaro. Quando si presentano aperture del formato degli eventi attuali, è normale volerne “di più” – cioè voler andare il più lontano possibile prima di tornare alla nicchia.

Detto altrimenti: come avvicinare linea 1 e linea 2, e persino tenerle un po’ insieme? Anche qui, non 36 risposte. Nemmeno due, una soltanto: l’entrata in scena della classe lavoratrice. Che si dice spesso un po’ troppo in fretta “scomparsa”. Ma le cui “grandi occasioni” aiutano a ricordare che è ancora lì.

La sua mobilitazione è ora l’imperativo strategico del momento. La reazione non può nulla contro lo sciopero, purché sia generale e riconducibile – oppure deve passare tutti i punti di svolta del pinochettismo.

Lo sciopero di massa è un operatore politico di una potenza folle. Cadendo sulla situazione presente, le sue proprietà propulsive sono fantastiche. Installa un nuovo registro di “incidenti”, meno rischioso per i protagonisti, più inarrestabile per il potere. In breve, modifica l’atmosfera del tutto, e tanto più in quanto la crisi presente, all’opposto di ciò che fu il Maggio '68, ha per proprietà di unire trasversalmente tutte le componenti del movimento per le loro comuni condizioni di esistenza materiale.

Che si sia dovuto tornare sulla tesi dei “due Maggio '68”, quello degli studenti e quello degli operai, che ci siano stati contatti tra questi due gruppi, è certissimo. E tuttavia i motivi rispettivi restavano largamente eterogenei.

È infinitamente meno il caso adesso. Operai, studenti, agricoltori, funzionari, camionisti, utenti avranno meno difficoltà a ritrovarsi in quanto sono tutti nella stessa merda.

Allora adesso, immaginiamo – di nuovo. Se il regime cade, ma su questa base – la base di una situazione di cui lo sciopero generale, con la sollevazione della gioventù, avrà occupato il centro – tutto differisce considerevolmente. Non c’è semplice ritorno alla nicchia istituzionale-elettorale. Perché un nuovo rapporto di forza è stato posto. E niente di ciò che seguirà potrà fare come se nulla fosse successo.

Il dibattito politico cambia radicalmente perché ci troviamo in una situazione nuova. I rapporti di produzione – cioè il modo in cui sono organizzati il lavoro e l’economia –tornano al centro della discussione, nonostante la repubblica capitalista abbia sempre cercato di evitare che se ne parlasse. Questa situazione, nata da una storica sconfitta della borghesia, potrebbe finalmente dare voce a ciò che l’ha resa possibile.

Che cosa potrebbe accadere dopo? Dipende da quanto lontano il movimento riuscirà a spingersi prima di essere ricondotto entro i limiti delle istituzioni. In particolare, conta se lo sciopero riuscirà a mettere apertamente in discussione i rapporti sociali di produzione: in altre parole, a esprimere l’idea che i lavoratori non vogliono più accettare un rapporto di lavoro fondato sulla subordinazione, come la definisce anche il diritto del lavoro.

Dai “gilets jaunes” alle pensioni passando per la rivolta Nahel, tutto è fallito fino ad ora. Ma tutto ha costruito, tutto ha lasciato tracce. Ormai unite le une alle altre. Così che oggi “tutto” può riuscire.

“Tutto”, cosa? Si tratta di proferirlo a voce bassa. Al punto in cui siamo, è da tempo che abbiamo superato la soglia delle “rivendicazioni”. Questa faccenda non si risolverà con un aumento del Salario minimo, con “revisioni” di Parcoursup o con promesse di crediti evidentemente mendaci per l’edilizia scolastica.

Questo potere è andato troppo oltre. Deve pagare. Deve cadere.

Note

(1) A chi, con una certa presunzione epistemologica, potrebbe obiettare che «la fisica è una scienza esatta e che il mondo sociale rientra nelle scienze sociali», precisiamo che qui si parla di fisica nel senso di Spinoza.

(2) dal greco mōros, “sciocco”, e kratos, “potere”, definisce un sistema di governo o di gestione istituzionale caratterizzato dal dominio degli stolti o degli incompetenti.

Fonte

L’autunno europeo si infiamma

I movimenti in Francia non si ritirano, ma modulano le loro sortite, svuotando in gran parte di senso le chiusure e i divieti di un governo che non fa più neanche finta di rispettare le “regole della democrazia” nel paese che le ha codificate.

La banda armata Macron-Lecornu – priva di maggioranza parlamentare e in piedi da quasi quattro anni solo grazie al concorso immorale a volte dei “socialisti”, sempre dei gollisti e spesso di Le Pen – aveva provato a blindare tutto il paese ricorrendo al coprifuoco e ai divieti di manifestazione, per esempio a Parigi.

Ha aperto per questo anche un serio scontro istituzionale, visto che il tribunale amministrativo aveva revocato il divieto relativo all’itinerario classico (dalla Bastiglia a place de la Nation), la prefettura aveva presentato immediato ricorso al Consiglio di Stato ed infine il ministero dell’interno ha vietato di forza tutti i cortei all’interno del boulevard peripherique (il “raccordo anulare” della capitale), concedendo soltanto un percorso da Porte de Bagnolet (zona est, dopo Belleville e il cimitero di Pere Lachaise) e Porte de Charenton.

L’insieme di queste limitazioni, sommate al periodo di chiusura delle scuole per le vacanze autunnali (finiscono oggi) ha leggermente ridotto i numeri dei manifestanti, ma non la loro determinazione. Nonostante il clima da guerra civile imposto da un governo criminale e un sistema mediatico ultra-padronale (con poche lodevoli eccezioni) si calcolano in parecchie centinaia di migliaia le persone scese in strada.

Gli scontri serali sono stati comunque duri in molte città. A Parigi ha fatto la sua rentrée la molotov, con un poliziotto leggermente ustionato, a conferma del fatto che la violenza poliziesca sta innescando reazioni uguali e contrarie, anche se in forma ancora limitata (valgono le lucidissime considerazioni fatte da Frédéric Lordon su queste pagine).

Le differenze tra sindacati (sia dei lavoratori che studenteschi), gilets jaunes, Gen Z e Gen Nahel (i giovani razzializzati delle banlieue) convivono fin qui tranquillamente, anche perché il regime – che ormai va arroccandosi e identificandosi come tale, contro il popolo pur di restare – tratta tutti esattamente nello stesso modo. Violentissimo. Almeno 5 finora le persone che hanno perso una mano a causa delle granate della polizia, 4 delle quali minorenni. E 420 gli arresti eseguiti ieri in piazza, con scene da caccia all’uomo degne di Luigi XIV...

Mercoledì, una commissione di quattro esperti dell’Onu ha espresso «sgomento» per la «violenza» subita dai manifestanti in queste settimane in Francia. «Le ferite gravi e in certi casi irreversibili subite da minori durante le manifestazioni sono inaccettabili e ingiustificabili», e le autorità francesi hanno dato una «risposta principalmente securitaria alle proteste» ignorando deliberatamente «le cause profonde della mobilitazione».

Comunicati che di solito vengono fatti per qualche dittatura da quarto mondo, non per un paese del G7...

Ma non tutto è stato semplice per le “forze del disordine”. Il quartiere “La Plaine” ad un certo punto veniva dato per “caduto in parte nelle mani dei rivoltosi”, con le auto della polizia che sono state prese a sassate. Anche il tentativo di riprendere il controllo del territorio, con cariche continue e un uso parossistico dei gas lacrimogeni non ha modificato la situazione fino a tarda notte.

Problemi anche a Parigi, nonostante lo sforzo di tenere le proteste lontano dal centro città. A soli 500 metri dall’Eliseo, ad un certo punto le forze dell’ordine sono state bersagliate da una pioggia di fuochi d’artificio che sarebbero stati lanciati dai membri del movimento LF, descritto nelle agenzie come “di orientamento islamo-sinistrista” (a quanto pare abbiamo prestato al regime macronista anche i Cerno e i Sallusti...). Seguono dettagli comici, come “Le forze dell’ordine sono costrette a rifugiarsi dietro una baracca”.

Il governo prosegue con il piano che dovrebbe tagliare spese per oltre 40 miliardi, soprattutto a istruzione, sanità, pensioni (ne sappiamo qualcosa qui da noi da 40 anni...) e quindi i movimenti non hanno altra alternativa che proseguire le mobilitazioni.

Gli studenti riprenderanno le occupazioni delle scuole già da martedì (domani riaprono) e ci si prepara ad un fine settimana certamente “interessante”. Venerdì 5 novembre ci sarà lo sciopero generale indetto dall’intersindacale, con i gilets jaunes che già propongono di estendere l’agitazione anche al 6 e al 7 di novembre, secondo uno schema di mobilitazione prolungata molto frequente nella storia francese.

Anche in Germania è finita la pace sociale

A fare notizia è però anche l’inizio delle mobilitazioni nell’altro pilastro storico dell’Unione Europea.

Nella giornata di ieri s’è rotta la lunga “pace sociale” consentita dalle entrate straordinarie – rispetto ad altri paesi – del “modello mercantilista” che aveva trasformato le economie europee in contoterziste dell’industria tedesca. Con la crisi dell’auto e di altre lavorazioni “classiche” il malessere di almeno due generazioni costrette ai mini-job e alle relative minipaghe è esploso davanti ai maxi-stanziamenti decisi per il riarmo con l’obiettivo di costruire “il più forte esercito d’Europa” (come negli anni ‘30 del '900 insomma).

La riapertura delle liste di leva in vista del servizio militare obbligatorio ha definitivamente chiuso il cerchio, consentendo a tutti di “collegare i punti”.

Non stranamente l’agenda politica tedesca sembra aver smesso improvvisamente di nutrire l’avanzata della destra neonazista e ha rimesso in campo la necessità dell’alternativa pacifista, ambientalista (i Verdi sono ormai a destra di Goering...) e quindi apertamente antisionista e socialista, persino nel paese che aveva fatto del sionismo un articolo di fede intoccabile.

La polizia tedesca è stata dispiegata ieri in tutto il Paese. Gli organizzatori del movimento “GenZ regelt!” (“La GenZ se ne occupa!”) avevano previsto la partecipazione di oltre 170mila persone in più di 30 città, tra cui Berlino, Francoforte e Colonia. Ma sono state molte di più.

Le rivendicazioni del movimento vanno dal costo della vita al cattivo stato degli edifici scolastici, passando per i tagli al bilancio e, più in generale, per quelle che vengono considerate decisioni politiche prese senza tenere adeguatamente conto dei giovani. Praticamente come in Francia, Italia e altrove.

Ma che strano... A quanto pare un risultato la UE, con la sua “austerità” l’ha ottenuto. Non la crescita, ovviamente (quella è impossibile, con quelle premesse e trattati), ma l’unità dei popoli sullo stesso programma di lotta, visto che vivono tutti le stesse pessime condizioni.

Scontri sono avvenuti ad Amburgo e Colonia, mentre in molte città i manifestanti hanno preso a sfilare col volto coperto (anche lì le denunce in “flagranza differita” sono diventate la norma “democratica”).

A Colonia la manifestazione è stata vietata dopo essere iniziata adducendo proprio il fatto che molti si erano coperti il viso. Gruppi consistenti si sono quindi staccati dal corteo e la polizia ha cominciato a far uso di idranti e manganelli. Idem ad Amburgo, dove manifestanti mascherati hanno dato fuoco alle barricate e lanciato petardi e pietre contro la polizia.

In zona stazione, però, un gruppo di poliziotti rimasto circondato è stato bersagliato con petardi e bottiglie. Scontri duri anche a Dresda e Lipsia (i land dell’est dove l’AfD aveva vinto le elezioni ma ora sembra scomparsa dai radar), ma anche a Stoccarda.

Qualche ferito – tra i poliziotti, però – a Francoforte, dove è tornata di moda anche la molotov. Mentre in altre 34 città i cortei hanno visto una partecipazione complessiva di quasi 200mila persone.

Bisogna comunque dire che questo quadro non comprende ancora gli studenti, che entreranno ufficialmente in campo come tali il 20 novembre, giorno della mobilitazione contro il riarmo, la guerra e l’obbligo del servizio militare.

L’autunno è iniziato davvero. E per le tecnoburocrazie del Vecchio Continente, che hanno fin qui servito il capitale finanziario, è l’ora di pagare tutti i conti.

Fonte

Serbia, la scatola nera in Parlamento

Le proteste studentesche in Serbia, iniziate in seguito al tragico evento di Novi Sad nel novembre 2024, sono arrivate solo occasionalmente sulle prime pagine dei media mondiali. Non c’è da stupirsi, dato che tanti eventi drammatici e trascendentali si sviluppano contemporaneamente in tutto il mondo, e i Balcani hanno da tempo smesso di essere un punto focale dell’attenzione internazionale.

Il mandato di Aleksandar Vučić è stato caratterizzato dalla sua capacità di soddisfare e placare gli attori esterni: è stato accolto calorosamente a Bruxelles, si è abbracciato con Zelensky a Belgrado, ha stabilito legami economici e di sicurezza sia con Israele che con la Russia, è stato sul punto di chiudere uno storico accordo commerciale con la famiglia Trump, mentre per la Cina la regione fungeva da centro di collegamento tra l’Europa Centrale e Orientale e l’Unione Europea.

In queste circostanze, il malcontento della generazione più giovane e la graduale mobilitazione di strati sociali più ampi contro le condizioni interne sono stati trattati come un “affare interno di uno Stato sovrano”. Almeno, questa era l’apparenza.

Il movimento studentesco è stato ritratto come un orfano geopolitico, sebbene resti poco chiaro come un tale orfano sia potuto sopravvivere per due anni – dal punto di vista organizzativo, logistico, in termini di copertura mediatica, piattaforme digitali, algoritmi, eccetera.

Sorgono domande su da dove potesse provenire l’interesse per l’esito di questo nodo gordiano geopolitico; alcuni suggeriscono che dovremmo “seguire la traccia del denaro”, poiché i fondi fluivano discretamente attraverso vari canali.

I metodi del movimento, in particolare durante il periodo in cui affermava di non essere interessato al potere, ma alla giustizia per le vittime del disastro di Novi Sad, provocarono un effetto déjà vu in chiunque avesse vissuto o assistito a una rivoluzione colorata.

Tuttavia, tale interpretazione è stata respinta energicamente da coloro che considerano il movimento come autentica politica dal basso, dalla quale, sostengono, potremmo imparare com’è la vera democrazia diretta.

Ma i plenum che cercavano solo giustizia cambiarono, forse a causa della testardaggine e dell’arroganza di Vučić. Questo aprì la strada a una lotta aperta per il potere. Il risultato elettorale è già chiaro, almeno per quanto riguarda il vincitore. Tutto il resto rimane avvolto nella nebbia.

Se non fosse stato per il breve testo che pubblicai su Substack prima delle elezioni del 25 ottobre, questa analisi potrebbe anch’essa sembrare qualcosa scritto da un generale dopo la battaglia. Eppure, è giusto ammettere che la “valanga” della vittoria della Lista Studentesca – l’enorme affluenza e il risultato cristallino – ha sorpreso persino coloro che conoscono la politica serba, e la cultura politica serba in particolare, molto meglio e da molto più vicino.

A volte, sembra che uscire dall’euforia della vittoria porti con sé una sbronza anche per molti di coloro che, fino a ieri, formavano un blocco oppositore apparentemente monolitico contro quello che chiamavano “il Male”. E ora? Cosa si deve fare? Il momento in cui qualsiasi domanda su obiettivi programmatici, priorità strategiche e le soluzioni pratiche che la realtà esige poteva essere facilmente accantonata è già passato. Fino al momento delle elezioni, la risposta dei rappresentanti della Lista Studentesca era unanime: ci penseremo domani; per ora, il nostro obiettivo è rovesciare il regime.

Ma solo pochi giorni dopo le elezioni, molti indicano, giustamente, l’enigma dell'“esperimento serbo”.

Uno di coloro che compresero la traiettoria del movimento – e quello che egli considerava il suo unico percorso verso il successo – già nel 2025 fu il brillante pensatore e professore Branko Milanović. La sua opinione, che sembra essere stata presa come un consiglio, era che il movimento avrebbe potuto avere successo solo se fosse rimasto apolitico e si fosse attenuto alla pratica dell’antipolitica. L’enorme rabbia accumulata contro Vučić era l’unico punto di convergenza tra l’estrema destra, l’estrema sinistra e i liberali di centro. Ma essere apolitici è una spada a doppio taglio.

La Lista Studentesca non aveva presentato alcuna piattaforma politica chiara, tantomeno ideologica, ma piuttosto 11 punti che equivalevano a una lista dei desideri, espressi in vaghe promesse sulla creazione di “qualsiasi Stato decente”.

Ogni volta che un’ala tentava di enfatizzare una posizione concreta – per esempio, rompere gli stretti legami con Mosca – rischiava di perdere qualche punto percentuale di sostegno pubblico.

Il risultato era simile ogni volta che si presentavano l’UE e la NATO come obiettivi strategici chiave. Ovunque si dirigessero parti del movimento, si imbattevano in un campo minato politico. Pertanto, la via più semplice era mobilitarsi contro Vučić e chiedere la caduta del suo Governo. E Vučić, generosamente, lo rese possibile.

Tuttavia, qui c’è un problema più profondo, che si estende ben oltre la Serbia.

In tutta la regione dei Balcani, ogni volta che la gente inizia a mettere in discussione le fondamenta del proprio ordine politico e sociale, si sente un ritornello familiare: “Per favore, non filosofeggiate”, oppure “C’è troppa politicizzazione”. La politica è trattata come una faccenda sporca, la filosofia come un lusso inutile e il dibattito ideologico come un ostacolo al fare le cose. Io sosterrei esattamente il contrario.

Il problema nelle nostre società non è che ci sia troppa politica significativa, ma troppo poca. Non ci mancano le manovre politiche, i culti della personalità né le lotte per le cariche. Ciò che manca è un dibattito aperto sul tipo di società che vogliamo costruire, a quali interessi deve servire lo Stato e cosa intendiamo per giustizia, uguaglianza, solidarietà sociale e sovranità.

Queste non sono questioni filosofiche astratte. Sono le fondamenta su cui deve essere costruito qualsiasi contratto sociale significativo. Un movimento non può semplicemente rimandarle a dopo la vittoria, come se le risposte sorgessero automaticamente una volta deposti i vecchi governanti.

Il cambiamento reale richiede deliberazione filosofica, decisioni morali e chiarezza ideologica sulle questioni fondamentali che dividono la società e ne determinano il futuro.

Un nemico comune non è un programma politico comune. La rabbia può portare la gente in piazza; l’indignazione morale può mantenere una protesta; una richiesta condivisa di responsabilità può rovesciare un governo. Nessuna di queste cose, da sola, risponde a ciò che dovrebbe accadere dopo.

È qui che diventano evidenti i limiti dell’antipolitica. Può essere un modo efficace per unire la gente contro un governo in carica, specialmente uno che abbia screditato l’ordine politico costituito. Ma non può, da sola, gettare le basi di un nuovo ordine.

Il problema non è che un movimento riunisca persone con diverse convinzioni ideologiche. Il problema inizia quando queste differenze vengono nascoste, scartate come irrilevanti o rinviate indefinitamente in nome dell’unità. Non scompaiono semplicemente perché il movimento si rifiuta di discuterne. Ritornano quando bisogna prendere decisioni – sull’economia, il lavoro, i servizi pubblici, la proprietà, la politica estera, le alleanze militari e la distribuzione del potere e delle risorse. Se queste questioni restano senza risposta, il movimento rischia di cambiare gli attori politici senza alterare le strutture di potere sottostanti.

Il rifiuto di partecipare a un dibattito ideologico non rende la politica neutrale. Né elimina l’influenza degli interessi economici, delle élite tecnocratiche o degli attori esterni. Al contrario, quando un movimento si rifiuta di definire il proprio orizzonte politico, altri possono definirlo al suo posto.

Il linguaggio dell’antipolitica può diventare, quindi, una forma per eludere proprio quelle questioni che più contano per la gente comune: chi possiede, chi decide, chi beneficia, chi assume i costi e i cui interessi restano esclusi dalle decisioni che plasmano le loro vite.

Da una prospettiva di sinistra, queste non sono questioni secondarie da affrontare dopo il ripristino della democrazia procedurale. Sono fondamentali per ciò che il cambiamento politico dovrebbe significare in primo luogo.

In un momento in cui i giovani di tutta Europa, e della Francia in particolare, protestano su una scala che non si vedeva da decenni, il caso serbo – una vittoria ottenuta con mezzi non violenti, lunghe marce e con la penna in mano – sembra un piccolo miracolo.

Le reazioni nei paesi vicini sono simili, specialmente tra i giovani: perché non impariamo qualcosa dagli studenti serbi? Perché taciamo? Perché siamo apatici? L’unica eccezione, naturalmente, è l’Albania, dove le proteste potrebbero intensificarsi proprio a causa degli eventi nel paese vicino.

Questo è il momento peggiore possibile per un’analisi razionale di ciò che verrà dopo.

Come si passa dall’antipolitica alla politica, dalla protesta alle leggi e alle decisioni, e dalla mobilitazione al funzionamento delle istituzioni e dei meccanismi della democrazia procedurale?

Per coloro che credono ancora nella versione idealizzata del movimento studentesco che sconfisse il Male, il realismo è difficile da accettare. Sono disposti a etichettare chiunque sollevi dubbi come un elemento pro-Vučić, se non qualcosa di peggio.

Tuttavia, la ragione conta abbastanza menti sagge dai capelli grigi e sufficienti ricordi da offrire una valutazione più sobria.

Vale la pena considerare le parole di Nenad Čanak e Žarko Puhovski, per esempio.

Čanak, un politico e attivista della Vojvodina – la provincia dove Vučić ha subito una sconfitta schiacciante – ha avanzato una tesi che merita attenzione. Parafrasandolo, sostiene che la vittoria della Lista Studentesca segna la fine del sistema multipartitico della Serbia, spazzandolo via completamente. Descrive la lista stessa, che manca di un leader, una struttura o un programma riconoscibili, come una “scatola nera” introdotta nel parlamento.

Puhovski ha espresso un grado simile di scetticismo, sostenendo che la lista ha di tutto tranne che studenti: i suoi membri sono o totalmente anonimi o hanno “biografie ripulite”, mentre la combinazione ideologica di estremisti di destra e di sinistra è impossibile.

Io la chiamai una “miscela di olio e acqua”, o forse, più accuratamente, “fuoco e acqua”.

La rapida e pacifica sconfitta di Vučić è stata una grande sorpresa, ma anche un sollievo: è stata evitata la guerra civile.

Vučić aveva riconosciuto i segnali di ciò che stava per arrivare ancora prima che terminasse il voto e ha scelto quella che ha considerato la mossa di scacchi più saggia: riconoscere la sconfitta posizionandosi al contempo come leader dell’opposizione parlamentare. È una posizione piuttosto comoda, con un mandato di deputato e una presenza sulla scena politica da cui osservare e attendere gli errori della Lista Studentesca. Può persino essere un sollievo per lui che ora siano altri a dover affrontare il Kosovo, la pressione dell’UE, la crescente crisi economica e sociale, le sanzioni alla Russia, la guerra in Ucraina, eccetera. Sempre che non lo arrestino eventualmente...

Mentre scrivo questo, i nomi di coloro che assumeranno il potere restano in gran parte sconosciuti, nonostante l’enorme maggioranza parlamentare di cui dispongono.

Il parlamento serbo è ora dominato in modo schiacciante da due schieramenti politici, con alcuni rappresentanti delle minoranze che occupano seggi garantiti. Il parlamento attuale riflette una Serbia divisa dai tempi del socialista del XIX secolo Svetozar Marković.
è statafu pacifica, ma le profonde divisioni e l’odio continuano a bruciare sotto la superficie, e difficilmente saranno facili da contenere.

Per coloro che sono a sinistra, forse il segnale più ammonitore è che il nome che si fa per il futuro primo ministro è quello di un uomo del settore bancario. Ci saranno altre sorprese, ed entro la fine dell’anno bisognerà eleggere un nuovo presidente della Repubblica. Poco a poco, la “scatola nera” si aprirà sulla scena, ed emergeranno le figure a cui il movimento studentesco ha conferito un’immagine di innocenza e combattività. Per ora, risulta strano sentire adulti parlare di sé come “noi, della Lista Studentesca”.

In questo momento, è difficile offrire una previsione completa, ma una cosa è chiara: arriveranno ancora delusioni, per una parte o per l’altra, forse per tutti.

La lista e il movimento hanno riunito persone con diverse convinzioni e aspettative, inclusi studenti che non riuscirono nemmeno a ottenere rappresentanza politica né capacità d’azione. La lista vincente è, in questo senso, anche un riflesso in miniatura di una Serbia divisa.

La domanda è se i suoi membri sapranno trasformare quella diversità in un autentico dibattito democratico sul futuro del paese, invece di nasconderla dietro la retorica dell’unità. Se non riusciranno a farlo, è molto probabile che la scatola nera generi un cambio di personale senza trasformare le relazioni sociali ed economiche che plasmano la vita delle persone.

A quanto pare, ciò che resta poco chiaro è chi sia il tecnico di laboratorio, chi abbia costruito il laboratorio e con quale scopo. Ma la verità è che nei cosiddetti Balcani Occidentali, gli esperimenti non sono affatto una novità, così come i cuochi.

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Inflazione italiana al 5,4%, oltre 50 milioni di europei senza riscaldamento

I dati provvisori diffusi dall’Istat per ottobre 2026 evidenziano un brusco rialzo dell’inflazione, che schizza al 5,4% su base annua (dal 4,2% di settembre), toccando i massimi da oltre tre anni. A spingere il dato, ancora una volta, è l’incremento dei prezzi energetici, mentre la crescita si azzera.

Nel terzo trimestre, infatti, il PIL italiano ha registrato una variazione nulla. L’impasse gela le speranze del governo di raggiungere una crescita dell’1% a fine anno, considerando che il dato acquisito per il 2026 si ferma allo 0,8%. L’indice dei prezzi ai massimi dall’agosto del 2023 è “una drammatica conseguenza” dell'“impatto delle guerre sulle materie prime energetiche”, e a dirlo è lo stesso ministro dell’Economia Giorgietti.

Il politico della Lega si scorda di dire che la responsabilità di quelle guerre è in capo agli alleati di Washington e di Tel Aviv, e che il territorio italiano è stato usato come piattaforma bellica per questi conflitti. Come al solito, la guerra “cade dal cielo” nella narrazione della classe dirigente, come non potesse farci nulla.

I beni legati all’energia segnano un balzo del 31,4%, con un picco enorme per le bollette sul mercato regolamentato, in crescita del 59,5%. Il “carrello della spesa” – beni alimentari e quelli per la cura della casa e della persona – accelera e passa da +1,5% a +2,5%, con gli alimentari non lavorati che raggiungono un +7,5%.

L’Istat conferma poi che le retribuzioni contrattuali non stanno al passo dell’inflazione, con il potere d’acquisto che rimane tuttora inferiore di oltre il 9% rispetto ai livelli del 2021. Associazioni come Confesercenti hanno lanciato l’allarme sull’ennesima fiammata inflattiva che potrebbe arrivare a bruciare fino a 1,4 miliardi di euro di vendite nell’ultimo trimestre, quello fondamentale degli acquisti natalizi.

La situazione ha spinto persino il Presidente della Repubblica, Sergio Mattarella, a esprimere preoccupazione sul tenore di vita dei cittadini, salvo poi firmare qualsiasi provvedimento che criminalizza le proteste sul tema e sostiene le politiche guerrafondaie.

Alle voci preoccupate si è aggiunta anche quella del Governatore della Banca d’Italia, Fabio Panetta, che richiama l’attenzione sulla possibilità di tornare ad alzare i tassi di interesse per frenare l’inflazione, scaricando ancora i costi di questa politica monetaria sui mutui pagati dai lavoratori. A segnalare il vicolo cieco in cui è incastrata questa fallimentare classe dirigente.

Il contesto nazionale si presenta come ancor più critico nel confronto con l’Eurozona. L’inflazione in Francia sale al 3,4%, in Spagna resta stabile al 4,9%, in Germania scende leggermente, ma rimane al 2,8%. Anche sul fronte della crescita il nostro paese resta fanalino di coda, facendo peggio della media europea (+0,4%). Ma la situazione è piuttosto critica ovunque, come si può evincere anche da recenti incontri europei.

Il commissario europeo all’Energia e all’Edilizia abitativa, Dan Jørgensen, a margine del Consiglio dell’Unione Europea nel formato Energia tenutosi in Lussemburgo il 29 ottobre, ha lanciato un allarme che, nonostante la portata, è passato un in sordina: oltre 50 milioni di cittadini comunitari rischiano di non poter riscaldare adeguatamente le proprie abitazioni a causa dei costi elevati di gas e petrolio.

Jørgensen ha evidenziato come i paesi membri si trovino oggi in una posizione strutturalmente più solida rispetto allo shock energetico del 2022. I consumi complessivi di gas sono stati ridotti del 18%, la dipendenza dalla Russia è stata largamente ridimensionata e i livelli di stoccaggio continentali sono sicuri.

La crisi attuale non riguarda dunque l’approvvigionamento, bensì il potere d’acquisto. I salari vengono mangiati dall’inflazione, gli affitti sono insostenibili come dimostrano le proteste in tanti paesi europei, e i prezzi energetici e dei carburanti stanno dando il colpo di grazia ai settori popolari di mezzo continente.

Le continue tensioni sui mercati internazionali create dalle guerre imperialiste hanno portato a un petrolio che continua a gravitare intorno sopra i 100 dollari a barile, mentre anche il gas ha ormai sforato i 100 euro a megawattora. Ed è da qui che deriva l’impossibilità di scaldarsi quest’inverno.

Per contrastare la volatilità dei mercati nel lungo periodo, la strategia indicata da Bruxelles è quella di un abbandono accelerato dei combustibili fossili. Peccato che sia stata la stessa UE a smantellare il proprio Green Deal, ad annacquare la spinta verso la mobilità elettrica e a piegare la propria legislazione ambientale al riarmo.

Per bocca di Jørgensen, la Commissione ha esortato i paesi UE ad adottare misure di welfare energetico mirate e temporanee per proteggere le famiglie a basso reddito. Ovviamente, però, interventi del genere sono legati a margini di bilancio che i membri non hanno, o che, se presenti, stanno spendendo nell’industria militare.

Insomma, i vertici europei hanno fatto di tutto per negare la responsabilità politica della crisi energetica, relegando a misure residuali e palliative qualche sollievo, senza dubbio inadeguato. E così le fasce più vulnerabili della popolazione si trovano sempre più spesso a dover scegliere tra l’acquisto di beni di prima necessità e il riscaldamento domestico.

L’azione della UE si è fermata qui. Ha annunciato che più di un cittadino su dieci dei suoi paesi membri dovrà patire il freddo, e questo per la classe dirigente continentale è il “giardino” in cui tutti dovrebbero sognare di vivere. L’unica priorità rimane il riarmo, nonostante la politica guerrafondaia abbia dimostrato di portare solo danni.

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“I Diavoli”, la tensione tra “celeste” e “terreno”, e la classe dominante di oggi

È uscito negli scorsi giorni nelle sale la versione restaurata e integrale del film del 1971 “I Diavoli” di Ken Russell. Il film narra la storia realmente accaduta di Urbain Grandier, prelato della Chiesa di San Pietro di Loudun, in Francia, bruciato al rogo nel 1634 per stregoneria. Ovviamente, come ogni condannato a morte dell’epoca, c’è una vicenda dietro ben più profonda.

Nel film, appaiono subito le contraddizioni della figura di Grandier: appena arrivato nella città, per sostituire il governatore morto di peste, mette incinta la figlia di un magistrato locale, mentre si innamora della giovane Madeleine, che conosce nel tentativo di salvare la madre dalla peste. Nel frattempo, la sua figura scatena il desiderio delle suore orsoline, in particolare nella Madre Superiore Jeanne des Anges, che verrà poi accusata di essere posseduta, in un clima di totale repressione sessuale nel convento.

A questo punto, Grandier reindirizza il proprio tormento interno con Dio, causato dal suo mancato celibato, verso l’esterno, intestandosi la battaglia popolare contro la demolizione delle mura della città, voluta dal Cardinale Richelieu e commissionata al Barone Laubardemont.

Battaglia che a suo tempo fu degli Ugonotti, i quali avevano interesse a tenere su le mura in quanto rappresentanti della nascente borghesia locale francese, ma che finirono per essere liquidati ed espulsi dalla Francia e costretti a cercare fortuna per il mondo (i loro eredi avrebbero costruito il sistema di apartheid in Sud Africa).

In mancanza di una vera e propria borghesia, la nobiltà si dà il compito di finire di costruire l’assolutismo in Francia e Grandier ne diventa nemico di punta. Appare quindi la figura del padre esorcista Barré, incaricato dal Barone di tirare fuori accuse nei confronti di Grandier. Barré prima tortura Jeanne e, in mancanza di accuse da parte di questa verso Grandier, scatena, nel momento clou, un rituale a sfondo sessuale con le giovani suore. Al termine, Jeanne rivelerà falsamente che Grandier l’ha posseduta tramite il demonio.

A questo punto, Grandier, che nel frattempo si era allontanato per sposare Madeleine, promettendo a Dio di salvare la popolazione di Loudun dalla tirannia, torna in città e viene prima processato, davanti a una corte composta dai propri nemici, che lo accusa delle azioni da loro stessi compiuti, tra cui le possessioni delle suore, e infine lo brucia al rogo.

Significativa è una delle ultime battute di Grandier, che incalzato da Padre Barré nel pentirsi, dice alla folla manipolata “Sarete tutti schiavi”. Mentre finisce di bruciare al rogo, il Barone fa esplodere le mura, decretando il dominio dell’assolutismo sulla città. Il film, che all’epoca poteva sembrare una satira nei confronti del potere ecclesiastico, può essere oggi rivisto come una critica al lampante dominio delle élite nei confronti della maggioranza della popolazione.

Grandier, che nel suo piccolo è tormentato dall’amore di una donna, cerca di trovare la propria via verso Dio, prima tramite il sesso e poi nella salvezza della città dalla tirannia, mentre l’aristocrazia locale si concede qualsiasi tipo di piacere affinché possa abbattere il proprio nemico, autoassolvendosi con la sua uccisione.

Con gli occhi di oggi, potremmo fare un parallelo con il mondo che ci viene rivelato dagli Epstein Files: un vaso di Pandora scatenato dagli istinti più brutali di una classe dominante che non deve rendere più conto a nessuno, se non a se stessa. Una classe che ha fatto di tutto in questi anni per demonizzare il proprio nemico, sfruttando qualsiasi strumento della guerra cognitiva, dai meme fino alla più lurida violenza pornografica.

Ma proprio ora che tutte le contraddizioni del sistema capitalistico, a poco a poco, vengono alla luce, vediamo che ampi settori della società portano avanti battaglie per una migliore e più serena vita personale: dagli studenti e studentesse che richiedono ore di educazione sessuo-affettiva a scuola a donne di ogni età che chiedono la fine dei femminicidi, passando per la fine di ogni discriminazione razzista e contro le persone LGBTQIA+.

Se quindi un monaco nel Seicento si era posto, in solitudine, la questione di risolvere le contraddizioni tra il terreno (i propri istinti e la propria vita personale) e il celeste (i fini ultimi a livello sociale), tutto ciò può essere risolto collettivamente tramite una vera alternativa sociale.

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31/10/2026

Under my thumb

Un mezzo colpo di stato in Polonia

In Europa la crisi politica è indubbiamente più profonda di quanto sia visibile nei mass media ufficiali.

La polizia polacca ha impedito l’accesso all’edificio della Corte Costituzionale ai parlamentari dell’opposizione (di destra nazionalista), ad alcuni giudici della corte stessa e – pare – allo stesso Presidente della Repubblica che è dovuto rientrare precipitosamente da un viaggio all’estero.

Una folla si è riunita davanti all’edificio presidiato dai poliziotti inviati dal governo di destra liberale ma “euroatlantista”.

“Tutte le persone che partecipano a queste azioni commettono il reato di colpo di stato”, ha scritto la Corte Costituzionale sul suo profilo X, mentre alcuni manifestanti hanno gridato “Tusk traditore”, contestando il governo del primo ministro Donald Tusk. 

Venerdì la giudice Anna Korwin-Piotrowska ha annunciato la sospensione per un mese del presidente della Corte Costituzionale polacca Bohdan Święczkowski e del suo vice, Bartłomiej Sochanski. I due vengono accusati di aver ostacolato l’attività dei nuovi giudici eletti dal parlamento dopo l’insediamento della coalizione di Tusk al potere.

In seguito all’appello della giudice Korvin-Piotrovskaya, la polizia si è schierata davanti alla Corte Costituzionale. In serata i manifestanti dell’opposizione al governo di Tusk, tra cui il presidente della Corte Svenchkovsky, hanno tentato di sfondare il blocco, ma sono stati fermati dagli agenti.

In Polonia è in corso da tempo un braccio di ferro tra il governo e l’opposizione.

Dal 2016, le forze di destra/destra del partito “Diritto e Giustizia” (PiS) – costrette all’opposizione nelle elezioni di tre anni fa – esprimono la maggioranza nella Corte Costituzionale, con 8 giudici su 15.

La Corte Costituzionale polacca è spesso entrata in contrasto con l’Unione Europea rivendicando la preminenza della legislazione polacca rispetto a quella europea. Per questo motivo la Polonia, insieme all’Ungheria, è stata soggetta a procedure di infrazione da parte di Bruxelles, ma con la guerra in Ucraina e il posizionamento guerrafondaio di Varsavia, le sanzioni europee rimasero valide solo per l’Ungheria di Orban e si “persero per strada” quelle contro la Polonia che nel frattempo passava nelle mani dell’”europeista” Tusk.

Nel 2023 la destra nazionalista perse le elezioni politiche e al governo è andato il partito di destra “euroatlantista” di Donald Tusk, ma la presidenza della repubblica rimane ancora in mano al partito di destra nazionalista che aveva vinto le presidenziali.

Qualche settimana fa, uno dei giudici ha dato le dimissioni e il Parlamento, violando le procedure e i requisiti formali, ha eletto un ex ministro del governo in carica, nonché stretto amico dell’attuale Primo Ministro Donald Tusk, come giudice della Corte Costituzionale.

Il Presidente della Repubblica si è rifiutato di accettare il suo giuramento e di riconoscere queste elezioni, adducendo la violazione delle procedure stabilite.

A quel punto il governo di Donald Tusk ha organizzato una cerimonia di giuramento fittizia davanti al Presidente del parlamento e ha deciso di ignorare il Presidente della Repubblica.

Da settimane i militanti dei partiti conservatori e nazionalisti hanno cominciato a protestare davanti alla Corte Costituzionale, ma il governo ha deciso di usare la mano dura costringendo il Presidente della Corte Costituzionale ad accettare il diktat del governo e inviando la polizia a presidiare l’edificio.

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È morto Guglielmo Carchedi, un nostro prezioso compagno di strada

È deceduto ad Amsterdam Guglielmo Carchedi, uno degli studiosi marxisti più preziosi con cui abbiamo avuto l’onore di lavorare in questi ultimi decenni.

Con Guglielmo Carchedi, “Mino”, abbiamo iniziato a lavorare insieme già dai primi passi della Rete dei Comunisti e in particolare nella preparazione del forum su “Il piano inclinato del capitale” del 2003 che ha segnato un punto di svolta nell’analisi sull’imperialismo nel XXI Secolo.

Da allora il confronto è stato sistematico e i contributi di Guglielmo alla nostra elaborazione è stato costante e indubbiamente prezioso.

Guglielmo è stato rigoroso e coerente nel tempo non solo sull’attualizzazione e rivendicazione dell’analisi marxista sulla teoria del valore e l’imperialismo, ma anche nella critica profonda a quelle che ha sempre considerato tesi fuorvianti come quella su “L’Impero” o l’operaismo. Così come ha da sempre individuato nell’imperialismo europeo un elemento di cui tenere conto nella definizione dei nemici strategici contro cui lottare.

La sua analisi – per molti aspetti anticipata nel lavoro “Sulle orme di Marx. Lavoro mentale e classe operaia” – sarebbe stata utilissima nella fase di avvento dell’intelligenza artificiale come ultimo passaggio del modo di produzione capitalistico. Nell’archivio di Contropiano troverete ampi materiali della discussione sviluppatasi intorno a questo contributo.

Con Guglielmo perdiamo un amico, un comunista, un compagno di strada insostituibile.

Che la terra ti sia lieve caro Mino.

Qui sotto una conferenza di Guglielmo Carchedi dedicata al lavoro mentale, un contributo che rimane di straordinaria utilità.


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