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domenica 20 settembre 2020

Alabama Monroe (2012) di Felix Van Groeningen - Minirece

USA - Cina, i dazi fuori legge

La condanna dei dazi americani sulle importazioni cinesi, emessa questa settimana dall’Organizzazione Mondiale del Commercio (WTO), potrebbe aprire una nuova linea d’attacco per l’amministrazione Trump contro le strutture sovranazionali e le norme che regolano gli scambi internazionali. Anche se la conclusione del tribunale del WTO rappresenta dal punto di vista legale una sconfitta per Washington, è infatti fuori discussione che la Casa Bianca possa decidere di adeguarsi in un futuro più o meno lontano.

La procedura di arbitrato era scaturita dalla denuncia della Cina contro l’imposizione di tariffe doganali su beni esportati verso gli Stati Uniti per un totale di 200 miliardi di dollari. Nel 2018, Trump aveva preso il primo di una serie di provvedimenti di questo genere per punire quella che riteneva una condotta commerciale penalizzante per gli interessi americani e altre pratiche attribuite alla Cina, come il furto di proprietà intellettuale e il trasferimento forzato di tecnologia delle compagnie USA operanti in territorio cinese.

L’iniziativa di Trump era sembrata da subito poggiare su basi molto fragili e il verdetto del WTO lo ha appunto confermato. I dazi si rifacevano alla sezione 301 del Trade Act del 1974, che assegna al presidente la facoltà di imporre misure commerciali punitive contro paesi il cui comportamento viene considerato in violazione degli accordi commerciali esistenti o che sono comunque impegnati in pratiche commerciali “scorrette”.

Il WTO si è dunque espresso accogliendo il ricorso di Pechino. Gli Stati Uniti non hanno infatti dimostrato che le misure adottate giustifichino una deviazione dalle norme fissate dalla stessa Organizzazione del Commercio. Nello specifico, le tariffe doganali americane violano il principio della “nazione più favorita” che si applica a tutti i membri del WTO. La decisione di far pagare dazi più alti a un solo paese – la Cina – e non a tutti gli altri risulta dunque illegale.

Gli esperti di diritto commerciale hanno fatto notare come sia risaputo che le norme della sezione 301 del Trade Act, ampiamente utilizzata dall’amministrazione Trump, siano con ogni probabilità contrarie alle regole del WTO. La sentenza di questa settimana non è stata perciò una sorpresa. Le reazioni registrate a Washington sono state tuttavia molto dure e hanno evidenziato sia l’ormai nota ostilità della Casa Bianca verso questo organo internazionale sia, soprattutto, la possibilità di un’uscita da esso da parte degli Stati Uniti.

Il responsabile delle politiche commerciali USA, Robert Lighthizer, ha affermato che la sentenza conferma quanto sostenuto negli ultimi quattro anni dal presidente, cioè che “il WTO è del tutto inadeguato a fermare le pratiche cinesi”. Gli Stati Uniti, di conseguenza, “devono potersi difendere contro i metodi commerciali di Pechino” e l’amministrazione Trump non permetterà perciò alla Cina di “usare il WTO per trarre vantaggio dai lavoratori, dal business, dai coltivatori e dagli allevatori americani”.

Ai toni minacciosi di Lighthizer sono seguiti gli avvertimenti velati di Trump. Il presidente ha promesso che ci saranno attente valutazioni della sentenza e possibili provvedimenti riguardo al WTO. Trump ha chiuso le sue dichiarazioni alla stampa con una frase rivelatrice, cioè che i giudici dell’Organizzazione Mondiale del Commercio, con la loro decisione, “hanno forse fatto un favore” agli Stati Uniti.

Il riconoscimento della legittimità delle posizioni cinesi e l’illegalità dei dazi americani non faranno in altre parole nulla per attenuare il clima di tensione internazionale, in ambito commerciale e non solo. Il governo USA, in altri termini, finirà probabilmente per sfruttare il verdetto contrario del WTO per intensificare l’offensiva contro le istituzioni internazionali e il sistema consolidato di norme che regolano gli scambi commerciali globali.

Questa tendenza era apparsa subito uno degli elementi caratterizzanti dell’azione dell’amministrazione Trump. A motivarla è la conclusione che le regole che hanno finora garantito gli equilibri internazionali danneggiano ormai gli Stati Uniti e favoriscono invece la Cina. Per meglio dire, quello stesso ordine nato e consolidato sotto la direzione di Washington, vista l’attuale situazione di crescente competitività e di declino della posizione internazionale degli USA, non è più in grado di servire gli interessi americani né tantomeno di impedire l’ascesa cinese.

Da qui gli sforzi dell’amministrazione Trump per boicottare organi come il WTO e l’apparato di regole che vengono viste sempre più come un freno al raggiungimento degli obiettivi degli Stati Uniti. Questa attitudine, va ricordato, non è soltanto una prerogativa di questo presidente, ma è condivisa sostanzialmente anche dal Partito Democratico, come confermano tra l’altro le critiche rivolte da Joe Biden a Trump per essere “troppo tenero” nei confronti della Cina.

Che i sentimenti anti-WTO siano espressi in maniera più feroce proprio dal Partito Repubblicano, considerato almeno fino a poco tempo fa irriducibilmente favorevole al libero scambio di merci, è però la testimonianza di quanto sia avanzato il processo di abbandono delle strutture create dopo la Seconda Guerra Mondiale e il conseguente formarsi di uno scenario fatto di rivalità e competizione selvaggia a livello internazionale.

La prossima vittima potrebbe essere così proprio il WTO. D’altra parte, gli ingranaggi che garantiscono il funzionamento dell’organizzazione con sede a Ginevra sono già stati compromessi dalla stessa amministrazione Trump. L’organo che dovrebbe valutare gli appelli dei procedimenti sulle dispute commerciali è infatti impossibilitato a operare dallo scorso dicembre, perché gli Stati Uniti hanno deliberatamente bloccato la nomina di due nuovi giudici che dovrebbero sostituirne altrettanti il cui mandato è scaduto. Per questa ragione, sempre che il governo USA sia intenzionato a farlo, l’ipotetico appello americano contro la sentenza di questa settimana resterebbe inascoltato.

La stampa internazionale ha infine sottolineato i possibili riflessi della decisione del WTO su altre dispute commerciali che coinvolgono gli Stati Uniti. In particolare, l’Unione Europea potrebbe vedersi applicare tariffe doganali da Washington per varie ragioni, come la mancata apertura del mercato europeo ai prodotti agricoli americani o l’eventuale imposizione di tasse digitali a carico dei colossi della tecnologia USA.

Il giudizio generale è che Bruxelles può trarre un sospiro di sollievo dagli sviluppi di questa settimana, ma, come dimostra la reazione al verdetto del WTO dell’amministrazione Trump, ciò che potrebbe accadere a breve è tutt’altro che incoraggiante, vale a dire un’accelerazione delle aggressive politiche protezioniste che hanno caratterizzato questi ultimi quattro anni.

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Rossana Rossanda, per la verità

Non è facile parlare di Rossana Rossanda, e si sarebbe molto arrabbiata con chiunque l’avesse voluta ricordare come una “icona”, ossia qualcosa di fondamentalmente innocuo e rassicurante.

Non è facile per me, che le devo l’ingresso a il manifesto, 25 anni fa, nonostante i mugugni di molti.

In queste ore abbondano i ricordi personalizzati, ritagliati sulla misura del “testimone” di questo o quell’episodio. Credo perciò che il modo più serio di ricordarla sia per un ruolo politico-culturale, dunque collettivo.

Mi riferisco alla funzione avuta nell’impedire che “a sinistra”, si cementasse come “pensiero unico” la lettura dietrologica degli anni ‘70, vicende della lotta armata compresa. Non furono molti – anche dentro a il manifesto, e l’attuale decadenza lo dimostra – a condividere la sua volontà di capire la radicalità di scelte che certo non aveva apprezzato, e anzi combattuto.

A motivare quella che solo i superficiali possono chiamare “curiosità” giocarono certamente diversi fattori.

Di sicuro l’esperienza personale di giovanissima studentessa istriana che si offrì come staffetta partigiana, in piena guerra, andando a parlare con Aurelio Macchioro, tra i fondatori del pensiero economico italiano, comunista e allora docente in Veneto.

Sapeva per vita vissuta, insomma, che la Storia impone ai singoli di fare scelte dure, radicali per la serietà delle conseguenze che comportano – non per “estetica del gesto estremo” – che dividono un Paese, una generazione, addirittura famiglie.

Influì moltissimo, e lo spiegava con chiarezza, la vita passata nel PCI – come dirigente politico e poi come giornalista – di cui conosceva i meccanismi, i vizi, le subculture e i riti, quel “realismo conservatore” che aveva lentamente soffocato e sostituito l’originario spirito rivoluzionario.

L’aveva sperimentato sulla propria pelle, insieme agli altri redattori de il manifesto rivista (Valentino Parlato, Luigi Pintor, Michelangelo Notarianni, Eliseo Milani, Aldo Natoli, Lucio Magri, ecc), quando furono espulsi dal partito per la posizione presa sulla “primavera di Praga”.

E soprattutto quando, trasformando la rivista in quotidiano sull’onda del ‘68, insieme ai suoi compagni sentì tuonare contro di sé l’osceno “chi vi paga?” con cui veniva bollato chiunque – alla “sinistra del Partito” – osasse non solo fare una diversa politica, ma addirittura proporre organizzazione, giornali, attività. Che sicuramente “costavano”, ma che in quella temperie storica trovavano un supporto di massa straordinario. Anche dal punto di vista del crowfunding, si direbbe oggi.

Esperta, in quanto “vittima”, dei meccanismi tipici agli albori della “dietrologia”, insomma, non poteva certo farsene condizionare. Ed andò contestando tante ricostruzioni d’accatto, comprese certe scivolate assurde del suo stesso giornale, dove non mancavano i creduloni.

Fino a parlare esplicitamente di “album di famiglia” a proposito della composizione sociale e della “cultura di fondo”, sia delle Brigate Rosse che di altre formazioni più o meno combattenti.

“Album di famiglia” in senso stretto, in alcuni casi, come per esempio Reggio Emilia, dentro la cui federazione giovanile erano cresciuti insieme per anni alcuni tra i fondatori delle Br (Gallinari, Franceschini, Ognibene, Paroli, Zuffada, Bonisoli, ecc.) e alcuni futuri dirigenti di PCI, Fiom, Cgil, Rifondazione.

Non è un dettaglio “complottistico” o da buco della serratura. Significava che di quei giovani “il partito” aveva saputo tutto fin dalla nascita: tipo di famiglia (quasi tutte di iscritti/dirigenti locali del PCI), studi, frequentazioni, passioni, amori, stipendi... Per chi non ne sa nulla, basta leggersi la precisa lettera di Pierluigi Zuffada, che riporta sulla terra molte questioni da decenni castellate nell’aria.

Ma “album di famiglia” anche per il momento storico. Almeno due generazioni di militanti erano cresciute nel mito della Resistenza, della rivoluzione a Cuba, delle imprese di Fidel, Che Guevara e altri; nel sostegno organizzato (soldi, medicine, ecc.) ai VietCong e altri movimenti clandestini e guerriglie (anche in Europa, dove Portogallo, Grecia e Spagna sono state sotto dittatura fascista fino a metà degli anni ‘70 e oltre).

Se quello era il mood dell’epoca, come poteva essere “incomprensibile” che una fetta di quelle generazioni non provasse a sua volta a dare l’assalto al cielo? Come poteva essere che tutte le guerriglie fossero “nostre” (poi, certo, più lontane avvenivano, meglio era) meno quella che era nelle nostre strade, i cui caduti e prigionieri erano figli nostri?

Con questo spirito, e nessuna condiscendenza, organizzò insieme a Carla Mosca un ciclo di interviste con Mario Moretti, fatto prigioniero nell’aprile del 1981 – e tuttora in carcere, in regime di semilibertà, ricordiamo sempre ai dietrologi più indifferenti alla realtà dei fatti – da cui uscì uno dei pochi libri attento alla verità su quella storia, fin nel titolo (Brigate Rosse. Una storia italiana), per spazzar via le “manine occulte” e lo scemenzaio “di sinistra”.

Questo per ricordare il rigore con cui Rossana Rossanda ha affrontato l’impegno politico e giornalistico: riconoscere la realtà è la condizione indispensabile per provare a modificarla.

In questo credo, ci sia il suo legame più profondo con il pensiero e l’epistemologia marxiana, il suo materialismo.

Il che, come sempre, non impedisce di prendere decisioni politiche sbagliate come quelle giuste, condivisibili o criticabili.

Ma stando al di sopra di quell’asticella invisibile – specie nelle “subculture” oggi dominanti – che separa un pensiero stimolante dal bla bla soporifero.

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Parte la speculazione finanziaria sulla siccità. A fine anno quotato un future sull’acqua

È un passaggio epocale quello descritto da IlSole24Ore: la creazione del primo future al mondo sull’acqua. Si sancisce così la definitiva finanziarizzazione di questo bene comune. A denunciarlo è il Forum italiano dei movimenti per l’acqua pubblica.

“Dopo la finanziarizzazione dei gestori e delle infrastrutture si sferra l’attacco finale alla risorsa in sé attraverso un sistema di vendita globale di diritti di sfruttamento e, di fatto, scommettendo sulla crisi idrica facendola così diventare occasione per creare nuove opportunità di profitto” lancia l’allarme il Forum, che ritiene questa una deriva pericolosa e preoccupante da contrastare, fortemente convinti, come sostiene Vandana Shiva, che la crisi idrica è una crisi ecologica che ha cause commerciali ma non soluzioni di mercato.

Secondo quanto riportato da Il Sole 24 Ore, “a infrangere uno degli ultimi tabù del capitalismo è il Cme Group, che in collaborazione con Nasdaq ha annunciato la creazione del primo future al mondo sull’acqua”.

Il contratto, che debutterà nel quarto trimestre sulla piattaforma Globex, impiega come sottostante il Nasdaq Veles California Water Index, che a sua volta rispecchia il prezzo dei diritti sull’acqua in California: un mercato da 1,1 miliardi di dollari, che proprio in questo periodo è sotto i riflettori per i devastanti incendi che imperversano in gran parte dello Stato, provocati anche dalla siccità.

Ma è ancora più significativa – e decisamente inquietante – la logica con cui un fondo vede l’occasione di speculare proprio sull’emergenza climatica del pianeta e dunque sul rischio di scarsità di acqua potabile. Secondo quanto scrive il quotidiano economico, il future non ha una valenza esclusivamente locale: col tempo il Cme spera che diventi un benchmark, una sorta di termometro in grado di segnalare il livello di allarme sull’acqua anche a livello globale.

Ma è il il fondo Cme stesso a suggerire che la temperatura – e dunque il valore dell’investimento – è destinato a salire, sulla spinta del cambiamento climatico, dell’inquinamento e della crescita demografica, che spinge a un maggiore ricorso a metodi di coltivazione intensiva.

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Un paese “competitivo”, distrutto da finanza e Confindustria

Il 18 luglio la banca centrale italiana ha pubblicato la bilancia dei pagamenti di luglio. Surplus delle partite correnti (rapporto tra esportazioni ed importazioni, attivo passivo merci, servizi, redditi primari), nonostante il surplus del turismo sia circa un terzo rispetto al corrispondente anno passato, pari a 48,1 miliardi contro 46,7 miliardi del 2019.

Quel che ha contribuito maggiormente è l’avanzo di merci, passato da 48,9 a 57,4.


Nel grafico si vede che durante la pandemia il surplus delle partite correnti, soprattutto per la voce turismo, tende a diminuire, ma già da giugno/luglio risale. La posizione finanziaria netta estera peggiora di poco ma è facilmente gestibile nei prossimi mesi perché il passivo è di poco conto, se lo raffrontiamo agli anni passati.

Volano gli investimenti di portafoglio, finanziari, degli italiani all’estero, segno che la ricchezza sempre più non circola in Italia ma va a finire all’estero.

Tutti questi dati ci portano a pensare che il paese è altamente competitivo e francamente non si capisce cosa altro voglia ancora Carlo Bonomi di Confindustria, se non aumentare la massa finanziaria derivata dalle esportazioni per investirla all’estero.

Lo spazio finanziario derivante dal surplus delle partite correnti e dalla posizione finanziaria netta estera ci porta a considerare che – in luogo del privato, in epoca di pandemia, che non investe perché non c’è domanda interna – lo Stato debba intervenire con il “deficit di pieno impiego”, assumendo nella pubblica amministrazione, fortemente carente di personale, in investimenti infrastrutturali e ambientali, nel finanziamento della ricerca, nel rimedio al gap economico tra Nord e Sud.

Occorre una programmazione economica e invece oggi, su IlSole24Ore, la notizia è che la ministra grillina Catalfo, assieme ai tecnici del Ministero del Lavoro, propone di fatto un aumento dell’età pensionabile, superando quota 100, e soprattutto il silenzio-assenso del trasferimento del Tfr alla finanza. Un regalo ai fondi pensione privati, all’insaputa dei lavoratori!

Non abbiamo bisogno di finanza, c’è ne già troppa e non sa nemmeno lei dove mettere la liquidità, tant’è vero che la porta all’estero.

Non abbiamo bisogno di capitale produttivo di interesse, ma di salario sociale globale di classe e aumento della domanda interna.

I soldi rimangano ai lavoratori, come loro diritto, sapranno loro cosa farne.

Non si è ancora capito che dopo 40 anni la finanza deve essere messa in soffitta, deve tornare l’economia del reale, delle cose, della produzione, degli investimenti, dei consumi.

La Federal Reserve ha inaugurato, o comunque fatto una prima mossa, secondo questo nuovo approccio, che aveva fatto ricchi gli Stati Uniti, un tempo. Prima che la lotta quarantennale al salario e la primazia della finanza avessero come conseguenza la desertificazione industriale.

Vogliono continuare in Italia su questa scia? Non porterà a nulla.

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Il Giappone di Suga nel mondo multipolare

Il dopo-Abe in Giappone si apre con una serie di incognite dovute all’emergenza pandemica e alle sue conseguenze economiche che hanno caratterizzato l’ultima fase del Primo Ministro da poco dimissionario.

Accanto a queste, permangono alcuni nodi politici irrisolti della precedente amministrazione: il rilancio complessivo dell’economia nipponica sul lungo periodo e la collocazione del Giappone nel mondo multipolare, in particolare rispetto allo scontro da “guerra fredda di nuovo tipo” apertosi tra USA e Cina.

Sia in politica economica sia in quella estera ci troviamo di fronte ad una difficile “quadratura del cerchio” come bene illustra l’articolo del Financial Times che abbiamo Tradotto: Japan after Abe: Suga aims to consolidate power.

Suga, il nuovo leader nipponico si troverà ben presto ad affrontare un problema di legittimità rispetto al suo mandato se non deciderà di andare presto ad elezioni, essendo stato designato grazie alla convergenza di 4 correnti su 5 del partito di maggioranza, per cercare di dare una continuità di governance.

Questa scelta è stata fatta per non creare un vuoto politico ancora maggiore, in attesa di uno scontro che si attende fratricida per il “vero” successore di Abe che sarà designato con le votazioni interne ai Liberali il prossimo anno. È certo che le accelerazioni storiche non seguono i tempi della burocrazia politica nipponica, anche perché questa sarà chiamata a fare presto scelte politiche di fondo non procrastinabili.

Come affrontare il declino demografico? Come affrontare la stagnazione cronica che caratterizza l'economia giapponese? Che politica estera intraprendere?

In attesa che questi nodi vengano al pettine si è voluto dare un segno di continuità, con un Abe “in sedicesimi” come Suga, non dotato del carisma del primo e molto meno incline alla meticolosa opera di tessitura di relazioni internazionali che hanno caratterizzato una politica nipponica maggiormente assertiva, a tratti quasi “revanscista”.

E su quest’ultimo punto, come si evince dall’articolo, ci sono spinte oggettive all’interno del partito e figure di spicco che spingeranno l’acceleratore rispetto ad una politica ancora più aggressiva che rompa con l’impianto costituzionale “pacifista” giapponese.

La leadership politica e le forze economico sociali che sono soggiacenti, preparate o meno, dovranno capire come collocare il Giappone, al di là di un non più possibile adattamento alle condizioni date senza una nuova spinta propulsiva.

Se il Paese del Sol Levante dovesse intraprendere una strategia più “militarista”, sul solco di ciò che ha caratterizzato la sua storia contemporanea fino alla sconfitta nella Seconda Guerra Mondiale, sarebbe un ulteriore fattore di destabilizzazione dei già precari equilibri asiatici.

Buona lettura.

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Il Giappone di Suga nel mondo multipolare


Quando Shinzo Abe è salito al potere in Giappone, nel 2012, ha trovato un paese in crisi. L’economia stava affondando in una “palude di deflazione”, minacciata dal indebolimento dell’alleanza statunitense e dalle incursioni cinesi nelle proprie acque territoriali.

Dopo due decenni di lotte, lo spirito della nazione era a brandelli.

Abe ha promesso di risolvere questi problemi, di ricostruire un Giappone più forte. Ma mentre oggi si dimette dopo sette anni e otto mesi da primo ministro del Giappone passando le consegne al suo stretto luogotenente Yoshihide Suga, il senso di crisi che pervade il paese sembra non essersi dissipato.

Nel 2012 il Giappone lottava per riprendersi dal disastro nucleare di Fukushima, ora è alle prese con il Covid-19. Il virus minaccia infatti di riportare l’economia giapponese nella deflazione e le navi cinesi sono più attive che mai intorno alle contese isole Senkaku o Diaoyu.

Con Abe dimessosi a causa di problemi di salute, Suga, 71 anni, ha promesso di riprendere dove si è fermato il suo predecessore. Ma l’ex segretario capo di gabinetto ha detto lunedì, accettando la leadership del partito liberaldemocratico, che la continuazione delle politiche di Abe non implica necessariamente che la struttura del partito e della squadra dirigente rimarrà invariata: “Voglio formare un gabinetto di persone desiderose di riforme che lavoreranno per il bene pubblico“.

La domanda è se un’amministrazione Suga possa perseguire la direzione politica di Abe con la sua stessa determinazione. Abe ha riportato il LDP al potere nel 2012 dopo anni di opposizione e aveva una base politica leale nella destra conservatrice.

Il suo piano economico, la cosiddetta Abenomics, ha goduto di un grande successo iniziale e ha creato un buono slancio politico. Oltre a tutto ciò, aveva proprio Suga, un maestro della politica, dietro le quinte, per mettere insieme la teste e far funzionare il suo governo.

Il nuovo leader inizierà il suo mandato in una posizione più debole, sullo sfondo poco promettente della pandemia. Una delle prime incombenze di Suga sarà decidere se convocare un’elezione generale e cercare un proprio mandato elettorale: una prova della sua trasformazione da politico “dietro le quinte“, austero ma efficace, a leader capace di ispirare il Paese. La partenza di Abe ha provocato un’impennata nostalgica nel suo indice di gradimento, quindi l’LDP probabilmente vincerebbe, ma i sondaggi mostrano solo un tiepido entusiasmo per Suga.

L’LDP si è unito attorno a Suga come la scelta migliore per affrontare il Covid-19 e le altre sfide del Giappone, ma dopo anni di governo da parte di Abe, il partito è irrequieto. “C’è una competizione per la leadership all’interno del partito”, riferisce un membro del LDP della Dieta, che ha votato per Suga nelle elezioni della leadership di lunedì. “Suga era il braccio destro del primo ministro Abe. La domanda è: chi è il braccio destro di Suga?”

Visto da molti come un rimpiazzo, Suga sarà inizialmente eletto solo per coprire ciò che romane del mandato di Abe fino a settembre 2021; avrà quindi bisogno di risultati rapidi se vorrà rimanere al potere. Data la sua importante reputazione, pochi nel LDP sono attualmente disposti a criticarlo, ma alcuni dubitano della capacità di un settantenne accigliato di risultare appetibile agli elettori.

Il programma politico di Abe, in ogni caso ha fatto ben poco per rilanciare le regioni del Giappone.

“Il problema più urgente è la pandemia e il governo giapponese, in cui Suga ha avuto un ruolo centrale come capo di gabinetto, ha fallito nel fronteggiarla”, afferma James Brown, professore alla Temple University di Tokyo. Mentre il Giappone ha mantenuto il numero di casi di Covid-19 inferiore a quello dell’Europa o degli Stati Uniti, ha vacillato sulle misure per far ripartire l’economia.

Supportare l’Abenomics

Al di là del Covid-19, le sfide che il nuovo leader giapponese deve affrontare sono definite dall’importante eredità politica di Abe. Sebbene non avesse trovato una soluzione ai grandi dilemmi sociali e diplomatici di una popolazione in declino e di una Cina in preoccupante crescita, amministrava il paese in modo stabile e di successo. La deflazione non è rientrata, ma il Giappone ha goduto della piena occupazione per un discreto periodo e, sebbene la Cina sia ancora una minaccia, Abe ha rinnovato i legami con gli Stati Uniti e ne ha stabiliti di nuovi con l’India, l’Australia e il sud-est asiatico. Senza stravolgere il quadro generale, Abe ha messo insieme una sorta di manuale operativo per un paese che versa in un declino cronico.

“Il nuovo primo ministro dovrebbe seguire questo manuale”, sostiene Heizo Takenaka, che da ministro nel governo LDP negli anni 2000 ha risanato le banche giapponesi e ha contribuito a privatizzare le poste. “Penso che Suga abbia assolutamente ragione a mantenere lo status quo. L'Abenomics è un insieme di misure dettate dal buon senso: usa la politica monetaria e la politica fiscale in modo efficace e crea una strategia per promuovere la crescita economica”.

Nell’ambito della Abenomics, la Banca del Giappone ha lanciato un massiccio stimolo monetario, acquistando ogni anno fino a 760 miliardi di dollari di titoli di Stato, nel tentativo di ridurre i tassi di interesse a lungo termine. Il suo bilancio ora supera il 100% del prodotto interno lordo.

Suga riferisce che apprezza gli sforzi della BoJ e manterrà l’accordo esistente tra il governo e la banca centrale. Ciò suggerisce che la politica monetaria attuale verrà portata avanti, almeno nel futuro prossimo.

L'Abenomics ha sfruttato molto anche la politica fiscale: sebbene Abe avesse inizialmente promesso uno stimolo all’economia, gli aumenti delle tasse sui consumi nel 2014 e nel 2019 hanno soffocato la crescita e spinto l’economia in recessione. Suga ha poi gettato benzina sul fuoco sostenendo, durante la campagna per la leadership, che il paese avrebbe bisogno di ulteriori aumenti delle tasse sui consumi per sopperire all’invecchiamento della popolazione. In seguito ha rivisto la sua posizione, rassicurando che non ci sarebbe stato bisogno di aumentare le tasse sui consumi per almeno un decennio.

Le riforme strutturali volte ad aumentare la crescita economica contenute nella terza parte dell'Abenomics, pur avendo incontrato tiepide reazioni nel mondo politico e finanziario, sono molto vicine all’approccio di Suga. La sua identità politica è stata infatti forgiata sin dai tempi in cui era un semplice ingranaggio del sistema che ha portato alla privatizzazione negli anni ’80 delle Ferrovie giapponesi.

“Quando da ministro dei servizi finanziari cercavo di cancellare i crediti inesigibili, ho incontrato una massiccia opposizione”
, sostiene Takenaka. “Solo pochi giovani politici mi hanno sostenuto”.

Uno di loro era Yoshihide Suga.

Il nuovo primo ministro è famoso per la sua capacità di far danzare la burocrazia giapponese al proprio comando, un’abilità importante quando si spinge per il cambiamento. “Ha una mentalità riformista e ha molte idee”, afferma Takeshi Niinami, amministratore delegato del colosso delle bevande Suntory e membro del Consiglio di politica economica e fiscale di Abe.

Durante la campagna elettorale, Suga ha rimarcato che il Giappone ha troppe banche regionali e ha ipotizzato la creazione di un’agenzia governativa per la politica digitale. Tra le sue battaglie di lunga data ricordiamo quella volta a costringere i tre principali operatori di telefonia mobile del Giappone a tagliare il costo dei servizi.

L’abbassamento delle aliquote d’imposta per le imprese e la riforma della sicurezza sociale e delle leggi sul lavoro sono ambiti in cui gli imprenditori insistono molto. “L’amministrazione Abe aveva molti grandi progetti, mentre il segretario capo del gabinetto Suga sarà molto concentrato su pochi particolari temi“, afferma Niinami. “I leader aziendali sono preoccupati che i loro interessi non rientrino nel computo”.

Alleanza con gli Stati Uniti come priorità

Suga ha costruito una carriera facendo la voce grossa con i burocrati giapponesi per cambiare i loro modi, ma la sua esperienza internazionale è limitata. I suoi alleati sostengono che attribuisca la massima priorità all’alleanza con gli Stati Uniti, è meno ostile alla Cina di alcuni dei suoi colleghi LDP ed è probabile che scelga di adottare una linea dura nelle controversie con la Corea del Sud circa il risarcimento del lavoro forzato durante la seconda guerra mondiale.

Abe ha stretto una forte amicizia con il presidente degli Stati Uniti Donald Trump. E Kenichiro Sasae, ex ambasciatore del Giappone negli Stati Uniti e ora capo del Japan Institute of International Affairs, afferma che la sua più grande eredità di politica estera è la riforma della costituzione per consentire al Giappone di sostenere le forze statunitensi in caso vengano attaccate.

“Dobbiamo raddoppiare i nostri sforzi, non solo per rendere più resilienti i nostri rapporti con gli Stati Uniti, ma anche per rendere la deterrenza più equilibrata”, afferma Sasae. “Penso che sia necessario aumentare la nostra infrastruttura di difesa, raggiungendo una maggiore capacità di reazione”. Un altro problema che sarà al centro dell’attenzione di Suga è se acquisire la capacità militare per effettuare un attacco preventivo contro un eventuale lancio di missili nordcoreani. L’acquisto di qualsiasi tipo di arma offensiva, anche se a scopo difensivo, è problematico data la costituzione pacifista del Giappone.

Il nuovo primo ministro, che sarà formalmente votato dalla Dieta mercoledì, è sicuro di mantenere la strategia del suo predecessore per creare una regione “indo-pacifica libera e aperta” come baluardo contro l’espansione cinese. Ci sarà inoltre da lottare per fare progressi nella disputa territoriale del Giappone con Mosca o nelle sue dispute con Seoul che risalgono ai tempi della guerra. Tutte questioni che sono sul tavolo da generazioni.

La più grande sfida di politica estera per Suga sarà però la gestione delle crescenti tensioni tra Washington e Pechino. La vittoria o la sconfitta per Trump nella sua campagna per la rielezione di novembre determinerà l’ambiente politico, ma ogni anno la tensione tra un rapporto di sicurezza ostile e i nascenti legami economici del Giappone con la Cina si fa più profonda.

“Con l’aggravarsi del confronto tra Cina e Stati Uniti negli anni a venire la politica giapponese si troverà ad affrontare un grosso dilemma“, afferma Sasae. “Il Giappone condivide le preoccupazioni di Washington su Pechino, ma vive “nella porta accanto”, mentre gli Stati Uniti sono dall’altra parte del Pacifico. Non vogliamo tornare ai tempi della guerra fredda”.

Politica senza fazioni

Per poter operare efficacemente in politica interna o estera, Suga deve prima creare un governo stabile. Nelle elezioni per la leadership del LDP, le varie correnti del partito si sono affrettate a sostenere il vincitore alla ricerca di influenze e posti di prestigio, permettendo a Suga di vincere l’appoggio di quattro delle cinque correnti maggiori. Questo non va però confuso con un reale supporto politico.

In ciascuna delle correnti ci sono diversi politici che ambiscono a diventare il primo ministro del Giappone. Molti di loro hanno deciso di rimanere per ora fuori dalla corsa per la leadership, temendo che le sfide date dell’emergenza Covid-19 potessero trasformarsi in un boomerang politico. Si sono mobilitati invece a supporto di Suga, che fa parte di una piccola minoranza nel LDP. “È un paradosso. Il fatto di non appartenere a nessuna corrente è ciò che lo ha reso un buon candidato”, afferma un membro del LDP.

Se Suga farà bene come leader (vincere un’elezione generale, affrontare il coronavirus e raggiungere un alto indice di gradimento) il partito continuerà sicuramente a sostenerlo. L’opposizione politica è ancora debole e molti nel LDP spingono per un’elezione generale immediata per trarne vantaggio.

Molti dei suoi colleghi temono la propensione di Suga a fare e distruggere la propria carriera, così come dubitano della sua capacità di formare un legame duraturo con gli elettori. Quando i tempi sono duri, la promessa di tagliare le tariffe dei telefoni cellulari potrebbe non avere la stessa risonanza di uno degli appelli radicali di Abe allo spirito secolare del Giappone.

I rivali politici di Suga puntano alle elezioni del LDP del prossimo anno, che prevedono un voto pieno dei membri del partito regionale. Suga ha sei anni in più di Abe e potrebbe essere l’ultimo della generazione del baby-boom giapponese a dirigere il paese. Tra i candidati che si sono fatti da parte questa volta c’è infatti Taro Kono, l’ambizioso ministro della Difesa di 57 anni, leader plausibile della prossima generazione.

In definitiva, c’è una differenza tra l’ascesa di Shinzo Abe nel 2012 e quella di Suga oggi. L’agenda politica di Abe era qualcosa di nuovo, ha offerto speranza.

Suga sta invece seguendo il “manuale Abe”. La sua proposta al popolo giapponese è più chiara, ma lascia molto meno spazio per rinnovare lo spirito di ottimismo. “Ovviamente sono nervoso”, ha confessato sedendosi per la prima volta nell’ufficio del leader LDP lunedì. “Sento il peso tutte le cose che devo fare”.

La prossima generazione: Tomomi Inada

Tomomi Inada, 61 anni, protetta di Abe, ha abbandonato la corsa per la leadership del partito dopo un periodo infruttuoso come ministra della difesa nel 2016-17. Con l’assenza di Abe, tuttavia, la grande ala conservatrice del LDP cercherà la leadership e la Inada, abituale frequentatrice del controverso santuario Yasukuni, è uno dei tanti nomi su cui potrebbe convergere il loro sostegno.

La prossima generazione: Taro Kono

Taro Kono, 57 anni, non ha mai fatto mistero del suo desiderio di diventare primo ministro, ma si è fatto da parte dopo che la sua corrente di partito ha scelto di appoggiare Suga. Figlio di un ex leader del LDP, Kono è stato sia ministro della difesa sia ministro degli esteri. È uno dei pochi politici giapponesi a destreggiarsi con i social media, ma alcuni colleghi diffidano del suo approccio indipendente alla politica.

La prossima generazione: Shinjiro Koizumi

Il figlio dell’ex primo ministro Junichiro Koizumi esce regolarmente dalle urne come uno dei politici più popolari in Giappone, anche se a 39 anni si considera ancora troppo giovane per un salto di carriera, offrendosi invece di sostenere Kono se si candidasse per la leadership. Sposato con una celebrità e noto per le sue capacità comunicative, Koizumi non ci tiene ad essere una figura di spicco ai vertici del LDP, ma se il partito rischiasse un giorno di perdere la maggioranza, potrebbe certamente provare a sfruttare la popolarità del ministro dell’ambiente.

Traduzione a cura di A. Flag

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Venezuela - Maduro: democrazia contro blocco

Il 6 dicembre si svolgeranno le elezioni in Venezuela per eleggere la totalità dei deputati dell’Assemblea Nazionale (AN), fatto di straordinaria importanza politica. Però, prima di entrare in questo tema, farò menzione delle elezioni che si terranno in vari paesi latinoamericani nei prossimi mesi, tutte molto importanti nel disputarsi Nuestra América tra la destra e le forze popolari.

Il 18 ottobre, elezioni generali in Bolivia, dove il MAS di Evo Morales è dato vincitore al primo turno, però resta il grande interrogativo se, lo stesso gruppo oligarchico e razzista che, appoggiato da Washington, ha abbattuto Morales e instaurato una dittatura, sia disposto a riconoscer la vittoria elettorale dei “selvaggi”, come chiamano gli indigeni.

Il 25 ottobre – sentita richiesta della ribellione popolare di ottobre del 2019, viva, anche se momentaneamente congelata dalla pandemia – plebiscito nazionale in Cile per decidere se redigere una nuova costituzione che sostituisca quella di Pinochet.

Il 15 novembre, elezioni municipali in Brasile, dove la sinistra va divisa ma forse potrebbe ottenere un trionfo importante, unendosi nel ballottaggio.

Il 7 febbraio del 2021, elezioni generali in Ecuador, dove il partito di Correa è ben posizionato e potrebbe vincere al primo turno, però, anche lì bisogna chiedersi se la dittatura del traditore Moreno continuerà la guerra giudiziaria senza limiti per impedire la vittoria dei candidati della Revolución Ciudadana.

Le elezioni del 6 dicembre nella patria di Bolívar sono strategiche, perché si decide chi controllerà il potere Legislativo con tutto il suo contenuto simbolico addizionale, nel paese con le maggiori riserve mondiali di petrolio.

La perdita di quello strumento, nel 2015, è stata molto costosa sul piano nazionale, come internazionale, per un chavismo abituato a radiose vittorie elettorali. Il nemico imperialista e l’oligarchia sono passati all’offensiva e hanno approfittato della congiuntura per intensificare le loro guerra totale contro la Rivoluzione Bolivariana.

Il tentato golpe di Guaidò non è stato più dannoso perché l’opposizione ha voluto tramutare la sua vittoria elettorale in colpo di Stato controrivoluzionario e ha continuato ad insistere su questa strada, subordinata agli Stati Uniti.

Nel frattempo, il chavismo ha impiegato un po’ di tempo ad incassare il colpo, ma quando ha reagito ha recuperato l’iniziativa politica e così si è mantenuto fino ad oggi. La prova è la sconfitta schiacciante subita, per mano del popolo, dal terrorismo delle guarimbas del 2017 e la capacità dimostrata dal presidente Nicolás Maduro e dalla direzione politico-militare della rivoluzione di sconfiggere una per una le azioni dell’autoproclamato Guaidó, dal tentativo d’invadere il paese con il pretesto del passaggio degli “aiuti umanitari” dal confine colombiano, all’attentato con i droni contro il presidente Maduro, passando per il fallito colpo di Stato del 30 aprile del 2019, la sconfitta dell’Operazione Gedeón e da prima, il vuoto vergognoso di affluenza agli incontri di Guaidó.

Come se non bastasse, “l’autoproclamato” e il suo governo da operetta si sono rivelati come dei volgari ladri e traditori, che sono diventati milionari con i fondi e le imprese pubbliche venezuelane, come Citgo negli Stati Uniti e Monómeros in Colombia, cosa che gli ha guadagnato l’antipatia della maggioranza dei deputati oppositori rimasti fuori dal saccheggio, e la sollevazione di un gruppo di deputati che ha deposto Guaidó come presidente dell’AN.

L'obbedienza a Trump del “presidente incaricato”, il mancato adempimento delle sue promesse e il fallimento dei suoi piani, unito al rifiuto ordinato da Washington alla sua partecipazione alle prossime elezioni, hanno finito per isolarlo da un importante settore dell’opposizione, che, guidato dal due volte candidato a presidente Henrique Capriles, concorrerà nelle elezioni e ha già iscritto i suoi candidati.

Guaidó potrà avere l’appoggio di Trump ed agire agli ordini di un energumeno e criminale di guerra come Elliot Abrams, però ormai in Venezuela è un signor nessuno. Capriles ha definito l’interim di Guaidó come “governo di Internet” che “non ha dato risultati” e ha detto che “bisogna farsi strada” e partecipare alle elezioni.

Preventivamente, in agosto, la ultra conservatrice Conferenza Episcopale si è pronunciata contro l’astensionismo di Guaidó, che ha giudicato un errore.

Questo scenario sarebbe inconcepibile senza la volontà di dialogo di Maduro, che ha investito centinaia di ore cercando di trovare una intesa con l’opposizione; della sua vocazione democratica e di pace, che l’ha portato a concedere l’indulto all’inizio di settembre a 110 oppositori, molti dei quali in prigione per partecipazione ad azioni terroriste e golpiste.

Maduro ha invitato l’ONU e l’Unione Europea ad accompagnare con la loro supervisione le elezioni di dicembre. Però già la seconda ha detto di no, adducendo tecnicismi che mascherano la sua condizione di semicolonia degli Stati Uniti.

Il chavismo ha promosso la competizione elettorale nel bel mezzo del blocco e già s’impegna a fondo nella mobilitazione del voto per vincere a dicembre contro un’opposizione che potrebbe affrontarle unita.

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