Presentazione


Analisi, opinioni, fatti e (più di rado) arte da una prospettiva di classe.

20/05/2026

Iron Maiden: dal migliore al peggiore

Venezuela - Il caso Alex Saab e la dottrina della sovranità limitata

In Venezuela, i fatti del 3 gennaio 2026 hanno segnato un inedito punto di rottura. Un’incursione condotta dalle truppe speciali statunitensi, coadiuvate da quelle britanniche e israeliane, contro porti e installazioni militari ha causato oltre cento vittime tra soldati e civili (fra cui 32 militari cubani), culminando nel sequestro del presidente Nicolás Maduro e della deputata Cilia Flores, sua moglie. Questo atto ha proiettato la Repubblica Bolivariana in una condizione di pesante ricatto istituzionale e di tutela di fatto, accelerando dinamiche interne per definire gli assetti di potere, la gestione delle risorse strategiche e l’interazione con i mercati finanziari occidentali.

In questo scenario di sovranità sotto scacco si inserisce il caso della repentina estradizione e deportazione verso gli Stati Uniti di Alex Naín Saab Morán, ex ministro delle Industrie e della Produzione Nazionale. Saab è stato al centro di una campagna internazionale per la sua liberazione, che si è svolta anche in Italia, paese di origine della moglie, Camilla Fabri.

Saab è stato arrestato per la prima volta il 12 giugno 2020 a Capo Verde, mentre si dirigeva in Iran in quella che Caracas ha descritto come una missione umanitaria. È stato estradato in territorio statunitense nell’ottobre 2021, nonostante il Venezuela avesse richiesto in ripetute occasioni la sua liberazione, denunciato una violazione della sua immunità diplomatica e qualificato l’arresto come un sequestro. Il procedimento è stato costellato di irregolarità: la notifica è stata emessa 24 ore dopo l’arresto, non esisteva un trattato di estradizione con gli Stati Uniti, e sia la CEDEAO che il Comitato per i Diritti Umani dell’ONU hanno richiesto la sua liberazione senza successo.

Per oltre un anno, il diplomatico ha subito condizioni di detenzione estreme – cella di 3×3 metri, temperature elevate, mancanza di luce e di assistenza medica – e nell’ottobre 2021 è stato estradato a Miami. Lì, in un rifugio sicuro della CIA, è stato sottoposto a torture con l’acqua per costringerlo a cooperare contro Maduro. Nel dicembre 2023, Joe Biden ha concesso l’indulto a Saab in cambio di dieci cittadini statunitensi, venti detenuti della destra venezuelana e il consolidamento di Chevron nel settore petrolifero del Venezuela. Lo scambio ha rivelato l’enorme valore che Saab aveva per Caracas: per lui si è pagato con decine di persone e con l’accesso a risorse strategiche.

Il provvedimento, eseguito su disposizione del Servicio Administrativo de Identificación, Migración y Extranjería (SAIME), ha perciò innescato una dura polemica all’interno dello stesso campo rivoluzionario, portando alla luce profonde anomalie formali, procedurali e costituzionali messe a nudo da vari analisti.

Il governo ha giustificato l’atto attraverso un comunicato in cui si afferma che la misura di deportazione è stata adottata perché il cittadino “colombiano” (nazionalità d’origine di Saab) si trova inserito nella commissione di diversi reati negli Stati Uniti d’America: un “fatto pubblico, notorio e comunicazionale”, si è scritto, dando luogo a più di un’accesa contestazione. Sotto il profilo strettamente giuridico – si è rilevato – tale motivazione collide con i principi fondamentali del diritto pubblico venezuelano e internazionale per diverse ragioni. 

In primo luogo, il SAIME è un organo strettamente amministrativo di identificazione, del tutto privo di competenza giurisdizionale per la risoluzione e l’esecuzione di un’estradizione. Un simile provvedimento richiede canali diplomatici e un iter formale davanti al sistema giudiziario, l’unico deputato a valutare le richieste estere garantendo la presunzione di innocenza e il diritto alla difesa.

In secondo luogo, la formula del “fatto pubblico, notorio e comunicazionale” non possiede alcun valore di imputazione giuridica. Basare una deportazione sulla risonanza mediatica o sulla propaganda di Stati esteri rappresenta un precedente pericoloso, che ricalca i medesimi dossier manipolati, storicamente usati contro il Venezuela dagli organismi internazionali.

Ma il nodo più critico riguarda la cittadinanza e la legittimità istituzionale. La tesi ufficiale afferma che Saab è un cittadino colombiano in possesso di una carta d’identità falsa sin dal 2004, e che per tale motivo non vi sia alcun fascicolo valido nel SAIME. Questa affermazione solleva interrogativi inevitabili sulla responsabilità delle stesse istituzioni: se il documento era falso, come è stato possibile rinnovarlo per vent’anni, permettendo al contempo a Saab di partecipare a licitazioni pubbliche per l’edilizia sociale, dichiarare le tasse al SENIAT, essere inserito nei canali formali dello Stato e persino votare?

Inoltre, la nomina di Saab a Ministro incaricato dell’Industria, sancita formalmente dal Decreto numero 5.021 del 18 ottobre 2024 e pubblicata sulla Gazzetta Ufficiale numero 6.904, entra in aperta violazione con l’articolo 244 della Costituzione venezuelana, il quale prescrive tassativamente il possesso della nazionalità venezuelana per l’esercizio delle funzioni ministeriali. La stessa incongruenza si estende alle precedenti credenziali diplomatiche, teoricamente precluse ai cittadini stranieri dalla Legge sul Servizio Estero.

Se l’ex ministro era soggetto a indagini interne per frode e riciclaggio, la giurisprudenza nazionale avrebbe imposto la celebrazione di un regolare processo nel territorio dove i presunti fatti sono stati commessi, data la natura strettamente territoriale delle leggi penali. La decisione di consegnarlo ai tribunali statunitensi, eludendo i canali ordinari e in presenza di forti sospetti di un’attività di intelligence e condizionamento da parte della CIA dopo il suo primo rilascio nel dicembre 2023, evidenzia come considerazioni di opportunità politica (imposta) abbiano rimpiazzato i codici e le garanzie dello Stato di Diritto.

Per comprendere la reale portata della consegna di Alex Saab, occorre analizzarne la funzione macroeconomica. Saab non è stato un semplice funzionario, bensì il fulcro del circuito di commercio estero venezuelano in regime di sanzioni multilaterali. Pur non essendo un militante socialista, ma un imprenditore di origine libanese, ha deciso di rischiare beni e incolumità per servire la causa bolivariana. Sfruttando network di aziende e conti offshore distribuiti tra Turchia, Hong Kong, Svizzera, Emirati Arabi Uniti e Panama, ha strutturato la complessa logistica di approvvigionamento per la Gran Misión Vivienda Venezuela e per la distribuzione alimentare dei comitati CLAP nei momenti di più duro isolamento del paese.

Il suo valore strategico risiedeva nella capacità di movimentare oro e idrocarburi aggirando i blocchi occidentali, mantenendo operativi canali commerciali alternativi con multinazionali ed entità finanziarie statunitensi (come Chevron o JP Morgan) che necessitavano di restare agganciate alla rendita venezuelana nonostante le imposizioni sanzionatorie. Tra il 2025 e il 2026, il Venezuela ha registrato una crescita economica significativa, con un aumento del PIL del +8,66% nel 2025 e previsioni del 12% per il 2026, accompagnato dal parziale ritorno di merci occidentali nei circuiti commerciali. Questa ripresa è stata resa possibile proprio grazie all’esistenza di questi meccanismi paralleli di transazione, peraltro molto costosi per i paesi sanzionati, perché li obbligano a svendere i propri prodotti per rendere accettabile i rischi agli acquirenti. Meccanismi che Washington ha deciso di stroncare con la forza, come si vede dal Medioriente, al Venezuela, a Cuba.

La deportazione di Saab non risponde dunque a una purga interna generica, ma piuttosto all’imposizione di una transizione strutturale dei beneficiari stranieri della ricchezza energetica del paese. Il pugno di ferro sul governo bolivariano riflette anche lo scontro all’interno del comparto finanziario statunitense per il controllo degli asset estrattivi, che vede contrapposti gli interessi di JP Morgan, operativa tramite Dalinar Energy, e quelli del fondo Amber Energy, guidato da Paul Singer.

In questo quadro, gli accordi e i canali logistici tracciati da Saab, tarati sulla precedente amministrazione di Nicolás Maduro e sui passati accordi con il governo Biden, sono divenuti un ostacolo per la nuova configurazione del potere. La consegna di Saab “ripulisce” il tavolo dai vecchi intermediari e fornisce alla procura statunitense un immenso patrimonio informativo sulle rotte globali di elusione del blocco, mentre l’incaricato d’affari statunitense a Caracas gestisce apertamente le dinamiche relative alle medicine e alle misure economiche, accentuando la percezione di un paese sotto tutela.

In questo quadro vanno inserite le dichiarazioni della presidenta incaricata, Delcy Rodriguez a commento della deportazione. Durante un atto pubblico nella capitale, nel giorno del suo compleanno, così ha risposto alla domanda di un giornalista: “Voglio dire al Venezuela, a tutti i venezuelani e a tutte le venezuelane: qualsiasi decisione assuma il Governo nazionale, lo farà per un interesse che è l’interesse del Venezuela. Qualsiasi decisione futura, e quelle che abbiamo preso da quando ci siamo insediati dopo i fatti del 3 gennaio è stata per l’interesse del Venezuela, per difendere il Venezuela. Non pensiamo a nient’altro – ha aggiunto – che non siano gli interessi, i diritti, a proteggere il nostro paese, a garantire la tranquillità, la pace, lo sviluppo, il futuro dei nostri bambini, delle nostre bambine, a garantire la speranza del nostro popolo”.

Intanto, alcuni abitanti le porgevano una torta di compleanno, sormontata dalla mappa del Venezuela comprensiva dell’Essequibo, la zona contesa con la Repubblica cooperativa di Guyana. Il cuore della disputa risiede nella rivendicazione storica della Guayana Esequiba, un territorio di 159.000 chilometri quadrati che l’impero britannico scippò al paese nel diciannovesimo secolo. Il percorso diplomatico di questa lotta inizia a Parigi, dove nel 1899 si consumò una vera e propria farsa giuridica.

Il Lodo Arbitrale di Parigi non fu un giudizio, ma un accordo di complicità tra potenze coloniali: senza la presenza di rappresentanti venezuelani, la Gran Bretagna e gli Stati Uniti si spartirono una terra che storicamente apparteneva alla Capitaneria Generale del Venezuela, come provano i documenti di allora. Per il governo bolivariano, si è trattato della “legalità” imposta dal vincitore per normalizzare il saccheggio delle proprie risorse.

Per questo motivo, il Venezuela ha sempre sostenuto che quell’atto è da considerarsi “nullo e irrito”, e che il riferimento da cui ripartire si situa nell’Accordo di Ginevra, stipulato nel 1966. Questo trattato, depositato e riconosciuto dalle Nazioni Unite, è considerato l’unico strumento giuridico valido per risolvere la controversia in modo civile, poiché ammette formalmente l’esistenza di una contesa sul lodo fraudolento del 1899 e obbliga le parti a cercare una soluzione pratica e soddisfacente attraverso il dialogo politico diretto. Perciò, pur essendosi recata recentemente all’Aia per illustrare le ragioni del paese, Rodriguez ha detto che, qualunque sia la decisione della Corte Internazionale di Giustizia il Venezuela non la riconoscerà, poiché l’unica bussola legittima resta l’Accordo di Ginevra.

Nonostante questo fermo non riconoscimento della giurisdizione della Corte, il governo bolivariano ha scelto di presentarsi all’Aia con un duplice intento: illustrare e far valere le proprie ragioni storiche a livello internazionale, mostrando al mondo la propria dottrina sovrana; e al tempo stesso ricostruire e cementare l’unità nazionale attorno alla “difesa della patria” e alla sovranità vulnerata. Una mossa utile anche a rassicurare quei settori che, dopo il 3 gennaio, temono che la Repubblica possa essere svenduta all’imperialismo con il ritorno delle multinazionali, e che anche la proclamata “ritirata strategica” finisca male.

Sono, infatti, proprio i colossi del capitalismo estrattivista, come la Exxon Mobil ad aver promosso cause milionarie contro il Venezuela presso il tribunale di arbitraggio (il Ciadi) e ad aver perforato illegalmente le acque contese dell’Esequibo sotto la protezione del governo fantoccio della Guyana, soffiando sul fuoco del tribunale internazionale per assicurarsi il monopolio delle risorse. I dati di Bloomberg descrivono uno scenario emblematico: la scorsa settimana gli Stati Uniti hanno importato 588.000 barili al giorno di petrolio dal Venezuela, il volume più alto dal 2019.

Al contempo, petroliere come la Olina e la Galaxy 3, probabilmente dirette a Cuba e in Cina, si sono viste costrette a restituire il greggio caricato mesi fa nei porti venezuelani, interrotte dall’abbordaggio delle forze statunitensi nei giorni successivi all’incursione militare di gennaio. Trump usa il greggio sequestrato per riaffermare il controllo sulle vendite della nazione, rispedendo le navi a scaricare a terra, in un groviglio di sanzioni e necessità di mercato che dimostra come il petrolio bolivariano resti l’oggetto del desiderio e il vero motore del conflitto.

Proprio all’interno di questa complessa intelaiatura di aggressioni occulte e diplomazia di facciata si inserisce il “giallo” del materiale nucleare venezuelano. Il Dipartimento di Stato Usa ha sbandierato come una pietra miliare per la sicurezza globale l’avvenuta rimozione e distruzione di tredici chili di uranio arricchito al venti per cento dal reattore scientifico in disuso RV-1, un’operazione delicata condotta con il sostegno del Regno Unito e dell’Agenzia Internazionale per l’Energia Atomica.

Durante l’operazione militare del 3 gennaio, uno dei 150 droni d’attacco lanciati dagli Stati Uniti è precipitato proprio nei pressi della centrale nucleare disattivata. Un impatto che ha sfiorato la catastrofe ambientale e che svela l’ipocrisia dell’imperialismo: prima si lancia un’aggressione armata che rischia di far saltare in aria un sito sensibile, e poi ci si presenta al mondo come salvatori della sicurezza nucleare globale per aver ripulito le scorie rimaste, e aver aggredito l’Iran.

In Venezuela, questa complessa rimozione si è concretizzata solo dopo il riallineamento dei canali diplomatici imposto dal sequestro del presidente Maduro, a dimostrazione di come Washington consideri il disarmo scientifico e tecnologico del Sud del mondo una condizione obbligatoria per imporre la propria idea di stabilità. E, ieri, il Venezuela ha protestato con il governo di Trinidad e Tobago – uno dei principali responsabili di aver aperto il passaggio all’aggressione Usa – e gli ha chiesto di assumersi la responsabilità dei danni ambientali ed economici causati dallo sversamento di idrocarburi proveniente dalla vicina isola caraibica.

All’indomani della storica difesa presentata dal Venezuela all’Aia è arrivata la sparata di Donald Trump, che ha offerto al Venezuela l’ambito titolo di cinquantunesimo stato dell’unione, attirato dai quaranta trilioni di dollari di riserve petrolifere. Il governo bolivariano ha respinto al mittente la pretesa di Washington, denunciando i contorni del delirio da risiko permanente di cui soffre il trumpismo, evidentemente affetto anche da un grave problema con la matematica di base. Quanti stati cinquantunesimi ha in mente l’amministrazione statunitense?

Nel giro di pochi mesi, il posto d’onore sulla bandiera a stelle e strisce è stato promesso a tre candidati diversi. Prima è toccato al Canada, liquidato come un vicino del piano di sopra a cui cambiare la serratura con il pretesto della sicurezza artica; poi alla Groenlandia, stretta nella morsa di ricatti doganali contro la Danimarca per accaparrarsi le terre rare; e ora, con un balzo transcontinentale, il Venezuela. Viene da chiedersi se dietro questa bizzarra contabilità non ci sia un tentativo di risparmiare sui costi di sartoria per le nuove bandiere: aggiungere una stella alla volta è faticoso, meglio metterne una sola a forma di velcro e spostarla a seconda di dove punta il drone del Pentagono... 

In Venezuela, i droni Usa hanno purtroppo centrato il bersaglio, e ora Trump sembra intenzionato a stringere sempre di più la morsa fino a fare della repubblica bolivariana un vero e proprio protettorato. Il primo obiettivo è quello di produrre una frammentazione interna, che alcuni dirigenti radicali cercano di scongiurare a gran voce.

Mantenere il controllo politico per evitare una carneficina e la completa occupazione del paese è stata la principale motivazione addotta dalla dirigenza bolivariana per aver “scelto” di non reagire con le armi all’attacco della principale potenza nucleare del pianeta. La deportazione di Saab e la gestione di questo complesso negoziato sotto ricatto stanno però evidenziando linee di faglia all’interno del panorama politico venezuelano, dividendo le reazioni in tre campi distinti.

Da un lato, l’estrema destra transnazionale plaude a quella che definisce l’implosione del chavismo. Muovendosi come un comitato d’affari coloniale, questa fazione ha supportato l’intervento militare di inizio anno ed esprime la sua visione neoliberista attraverso le parole di Maria Corina Machado.

Nella sua recente conferenza presso l’Università di Harvard, la leader dell’opposizione estremista ha esplicitamente attaccato lo Stato sociale bolivariano, affermando che il crimine imperdonabile del governo è stato quello di spendere fondi pubblici per moltiplicare le università gratuite, svelando un’agenda interamente incentrata sulla privatizzazione totale, sullo smantellamento dei servizi e sulla trasformazione dell’istruzione in un business privato. Parallelamente, frange studentesche di estrema destra, provenienti dall’Università Centrale del Venezuela (UCV) tentano di strumentalizzare un caso giudiziario per imporre l’agenda di Machado che punta all’ingovernabilità del paese.

Dall’altro lato, le correnti critiche della sinistra comunitaria e militante mostrano profonda inquietudine. La posizione espressa pubblicamente da Mario Silva, deputato chavista e commentatore “marxista-leninista” denuncia l’ostracismo, la mancanza di trasparenza e la tendenza a delegare le decisioni strategiche a un ristretto comitato politico, escludendo il dibattito popolare nel PSUV e nel Gran Polo Patriottico.

La preoccupazione maggiore riguarda il precedente di Saab: permettere a una potenza occupante di estrarre un cittadino dal territorio nazionale senza garanzie costituzionali crea un limbo giuridico che espone l’intero quadro dirigente alle operazioni dei comandi di estrazione della CIA e del FBI operanti sotto la copertura dell’ambasciata. Ed è di questi giorni l’uccisione di un militante dei collettivi, che aveva invitato alla resistenza, apparentemente ammazzato da un rapinatore.

Infine, la linea ufficiale della dirigenza difende l’operato istituzionale in nome della salvaguardia degli interessi nazionali. Esponenti come Iris Varela hanno pronunciato discorsi accesi contro chi avanza dubbi, ammonendo che criticare le scelte della leadership significa distruggere l’unità del chavismo, considerata l’unica vera forza negoziale rimasta in questa fase di mediazione sotto ricatto. In questa prospettiva, impersonata dalla gestione pragmatica di Delcy Rodríguez, la transizione e le concessioni tattiche sono viste come passaggi obbligati per preservare la continuità dello Stato e gestire le trattative volte a riportare a casa Maduro, il cui processo a livello internazionale è fissato per la fine di giugno, preceduto da quello dello stesso Saab. Al diplomatico, che non potrebbe essere processato per gli stressi reati per cui è stato indultato, sono stati spiccati altri mandati di cattura.

Il cammino della pressione statunitense è stato spianato da una corona di governi regionali subalterni, dalla Repubblica Dominicana all’Ecuador, dal Salvador, a Trinidad e Tobago, fino alla Guyana, che ha utilizzato la disputa storica sull’Essequibo come leva geopolitica. Proprio la gestione simbolica di questo quadrante, esemplificata dalle immagini ufficiali della mappa completa del Venezuela comprendente l’Essequibo sui canali istituzionali e persino nei dettagli celebrativi della vicepresidenza, si scontra con una dura realtà materiale di carattere militare.

Prima il sequestro del presidente, con i sospetti di un tradimento interno, e ora la deportazione di Saab rendono evidenti anche i limiti della dottrina difensiva adottata da Caracas negli ultimi anni. Nel corso delle sue missioni estere, Saab aveva intavolato discussioni con i partner russi per la localizzazione della produzione di droni in Venezuela. Tuttavia, lo Stato, oltre a investire più nei piani sociali che nelle armi, ha storicamente privilegiato la spesa in armamenti convenzionali e tradizionali, lasciando migliaia di fucili nei depositi invece di investire sulla tecnologia aerea asimmetrica.

Al contrario dell’Iran, che ha saputo sviluppare una solida capacità di deterrenza basata sui droni per proteggere le proprie acque territoriali e i propri vettori marittimi, il Venezuela si è trovato sprovvisto di adeguate coperture elettroniche e difensive di fronte all’attacco navale e aereo statunitense nel Mar dei Caraibi precedente al 3 gennaio. La rinuncia al modello di difesa russo-iraniano a favore di un riallineamento forzato con gli interessi finanziari di Washington segna l’accettazione dei pesanti costi di una ritirata strategica, dove le strutture di base della democrazia partecipativa, come la consulta popolare e le comunas, e quelle dell’autodifesa, cercano di resistere sul piano locale, mentre l’alto comando economico dello Stato si trova vincolato a muoversi entro i margini stretti imposti dalla potenza occupante.

Fonte

Bolivia - Le barricate di La Paz e la memoria viva della rivolta

La Bolivia torna a bruciare. Ma sarebbe un errore leggerla come l’ennesima crisi latinoamericana o come una semplice resa dei conti interna tra il governo di Rodrigo Paz e il vecchio ciclo politico del MAS. Perché ciò che sta accadendo in queste settimane racconta qualcosa di più profondo: la riemersione di un paese che, nonostante tutto, continua ad avere una memoria viva del conflitto sociale.

La Paz è blindata da settimane. Plaza Murillo, cuore del potere politico, è circondata da polizia ed esercito. El Alto è praticamente isolata. Le strade che collegano la capitale al resto del paese sono bloccate da barricate, pietre e copertoni bruciati. Le stazioni dei bus sono ferme, l’aeroporto irraggiungibile, iniziano a scarseggiare alimenti, gas e medicinali. Eppure, dentro questo scenario da assedio, la Bolivia continua a mostrare il suo volto più contraddittorio e più reale.

“Questa notte sono andata a camminare attorno a Plaza Murillo”, racconta una testimonianza arrivata da La Paz. “C’erano ancora i resti dei falò e dei gas lacrimogeni. La gola bruciava ancora. E in mezzo a tutto questo ho visto una donna campesina anziana, quasi sorda, con sua figlia e forse sua nipote, che vendeva fave tostate per meno di un dollaro”.

Dentro questa immagine c’è tutta la Bolivia contemporanea: repressione, povertà, resistenza indigena e sopravvivenza quotidiana.

La vittoria di Rodrigo Paz alle presidenziali dello scorso anno era stata interpretata come un doppio rifiuto. Da una parte la stanchezza verso il MAS, ormai percepito da molti settori popolari come una macchina burocratica distante dalle sue origini sociali. Dall’altra il rifiuto di una destra apertamente oligarchica e razzista. Paz aveva promesso equilibrio, modernizzazione, stabilità. Ma nel giro di pochi mesi il suo governo ha finito per rappresentare esattamente ciò che molti boliviani temevano: subordinazione agli interessi agroindustriali, apertura alle privatizzazioni, estrattivismo aggressivo e pieno allineamento geopolitico con Washington.

La scintilla immediata della crisi è stata la questione del carburante. Da oltre un anno il paese vive una crisi di approvvigionamento di benzina e gasolio. Il trasporto urbano e quello pesante hanno iniziato scioperi e proteste denunciando anche la pessima qualità del carburante distribuito. Ma il vero salto politico arriva con la Ley 1720 sulla terra, percepita dai piccoli produttori di Pando e Beni come un tentativo di favorire la frammentazione delle terre collettive e l’avanzata dell’agrobusiness.

Da lì nasce una lunga marcia indigena e campesina verso La Paz. Una mobilitazione inizialmente isolata, lasciata quasi sola persino dalle grandi organizzazioni contadine tradizionali, oggi profondamente divise. Poi però qualcosa cambia. Il malcontento si salda.

Entrano in scena i maestri, che chiedono aumenti salariali. La COB, la storica Centrale Operaia Boliviana, dichiara sciopero indefinito. I trasportatori bloccano le arterie principali. Quartieri interi di El Alto si mobilitano contro il governo. E soprattutto cresce una rabbia sociale che non nasce da una singola sigla politica ma dall’intreccio tra crisi economica, esasperazione quotidiana e sensazione di abbandono.

Il governo risponde alternando repressione e clientelismo. I cosiddetti “corridoi umanitari” organizzati per rompere i blocchi hanno provocato morti e centinaia di feriti. Un giovane ha perso un occhio colpito dai proiettili di gomma. Intanto la polizia riceve bonus straordinari e vengono lanciate applicazioni per denunciare i manifestanti.

Ma soprattutto emerge una doppia morale evidente. Quando a mobilitarsi sono campesinos e organizzazioni indigene, il governo parla di destabilizzazione, violenza e infiltrazioni criminali. Quando invece scendono in piazza i potentissimi “cooperativisti” minerari – formalmente cooperative ma nei fatti grandi imprese private che devastano l’Amazzonia e contaminano i fiumi con il mercurio – allora arrivano immediatamente trattative, condoni e concessioni.

È qui che si rompe definitivamente il fragile equilibrio costruito da Paz. Perché in Bolivia la questione sociale non può mai essere separata da quella etnica e territoriale. Quando le wiphala tornano a essere bruciate nelle manifestazioni governative, quando riemergono gruppi paramilitari civici come la Unión Juvenil Cruceñista, quando il potere ignora le delegazioni indigene accampate fuori dal palazzo presidenziale, la memoria coloniale torna a esplodere.

La Bolivia resta un’anomalia latinoamericana perché continua a essere uno dei pochi luoghi dove il conflitto sociale può ancora paralizzare realmente il paese e mettere in crisi il potere statale spaventando quello economico internazionale. È un paese attraversato da enormi contraddizioni, dove dentro le stesse mobilitazioni convivono istanze popolari radicali e corporativismi feroci, solidarietà indigena e pulsioni reazionarie. L’ombra di Morales, che qualcuno metteva al centro dello scontro, è stata subito cancellata. Le lotte di questi giorni sono un monito anche a chi, nel paese, ha voluto burocratizzare e controllare i movimenti sociali.

Ma proprio questa complessità racconta una verità che Paz sembra aver dimenticato: in Bolivia il neoliberismo non arriva mai in un territorio neutro. Arriva sempre sopra una storia di insurrezioni, memoria indigena e organizzazione popolare. E ogni volta che prova a imporsi come normalità, quella storia torna a bussare violentemente alle porte del potere.

Fonte

Brivido breve nella maggioranza. Cancellata da una mozione la frase sulle spese militari

È stato un giallo per tutta la mattinata di ieri, poi nel pomeriggio c’è stato l’esito più prevedibile, e il brivido che era circolato nei palazzi istituzionali si è spento rapidamente.

Al Senato i partiti della maggioranza hanno fatto dietrofront sulla mozione relativa ai riflessi economici connessi alla sicurezza energetica. Dalla mozione è infatti scomparsa all’ultimo minuto la richiesta di rivedere l’innalzamento al 5% del Pil delle spese militari, impegno sottoscritto personalmente dalla Meloni lo scorso anno al vertice Nato dell’Aja, dopo il fortissimo pressing di Trump.

Nel nuovo documento distribuito in aula dalle forze di governo è scomparso il punto 8, in cui si impegnava il governo “a mantenere un impegno realistico e credibile in ambito Nato, confermando il raggiungimento del 2 per cento del Pil per la spesa per la difesa e promuovendo una revisione degli obiettivi più ambiziosi (come il 5 per cento) alla luce della situazione economica e delle priorità nazionali, includendo nel computo anche gli investimenti per la sicurezza energetica e le infrastrutture critiche, al fine di garantire una difesa collettiva efficace senza compromettere la sostenibilità dei conti pubblici”. Il riferimento alla questione delle spese militari è sparito anche dalla premessa della mozione.

“Quella parte non doveva neanche entrare nella mozione, non è lo strumento giusto per discutere delle spese della Nato...”. Un capogruppo di maggioranza ha spiegato così all’AGI il motivo per cui nella mozione del centrodestra sul tema dell’energia alla fine è stato deciso di evitare il passaggio della richiesta di rivedere l’obiettivo del 5% per quanto riguarda le spese militari in ambito Nato.

Fonti di governo, secondo l’Adnkronos, riferiscono che l’esecutivo sarebbe stato all’oscuro della versione iniziale del testo della mozione: “Nessuno del governo sapeva nulla”. E aggiungono che, dopo la diffusione sulla stampa della bozza, sarebbe intervenuta una “discreta pressione” da parte dei vertici dell’esecutivo per far rimuovere la parte “incriminata”, destinata – nella formulazione originaria – ad aprire un nuovo fronte di tensione con Trump, dopo quelle accumulatesi recentemente. Uno scenario che il governo intende evitare a tutti i costi.

Ma il problema resta intatto. Se si aumentano le spese militari al 5% per fare contenti Trump e la Nato da dove vengono tolti i soldi per metterli lì? E soprattutto da dove si tolgono in un momento in cui l’emergenza economica si sta facendo sentire così pesantemente fino a diventare emergenza sociale?

Fonte

Israele è uno stato canaglia. Rompere ogni relazione

In un video che mostra decine di attivisti della Global Sumud Flotilla legati e inginocchiati a terra, si vede il ministro israeliano Ben Gvir sventolare una grande bandiera israeliana e gridare in ebraico: “Benvenuti in Israele! Qui siamo noi a comandare!”

Si sente anche Ben Gvir esortare le guardie della struttura a “non farsi disturbare dalle loro urla”, mentre si sente una donna gridare in sottofondo.

L’ennesima canagliata di un ministro israeliano – lo aveva già fatto con gli attivisti catturati a settembre dello scorso anno – sta creando qualche imbarazzo anche al governo di Tel Aviv e ai governi europei ancora inerti verso Israele. “Israele ha tutto il diritto di impedire che flottiglie provocatorie di sostenitori terroristici di Hamas entrino nelle nostre acque territoriali e raggiungano Gaza – ha dichiarato Netanyahu – Tuttavia, il modo in cui il ministro Ben Gvir ha trattato gli attivisti della flottiglia non è in linea con i valori e le norme di Israele. Ho ordinato alle autorità competenti di deportare i provocatori il prima possibile”, ha aggiunto il premier israeliano.

Anche il Ministro degli Esteri israeliano Gideon Sa’ar ha pubblicato un commento critico contro Ben Gvir dal suo account personale X in inglese, condiviso anche dal feed ufficiale del Ministero.

Mentre Ben Gvir realizzava un’altra delle sue canagliate, l’altro ministro – Smotrich – denunciava di aver saputo che la Corte Penale Internazionale ha emesso un mandato di cattura anche per lui. Si va ad aggiungere ai mandati di cattura internazionali già emessi contro Netanyahu e l’ex ministro della Difesa Gallant. Non si conoscono i nomi di altri alti funzionari statali israeliani contro cui sono stati emessi mandati.

La stessa Meloni ha dovuto definire il video con Ben Gvir “inaccettabile”, criticando il trattamento riservato agli attivisti che ha violato la loro dignità umana. Il ministero degli esteri italiano ha dichiarato che tra i detenuti si trovavano anche un membro del parlamento e un giornalista, aggiungendo che l’ambasciatore israeliano a Roma sarà convocato per proteste.

La Farnesina ha fatto sapere in una nota che il ministro degli Esteri Antonio Tajani aveva avuto nella notte diversi contatti con il ministro degli Esteri israeliano Gideon Saar. A quanto pare o non era stato convincente o non è stato neanche preso in considerazione.

Il ministro degli Esteri francese Jean-Noël Barrot ha fatto sapere che anche lui aveva convocato l’ambasciatore israeliano a Parigi per i maltrattamenti subiti dai cittadini francesi a bordo della flottiglia.

Se il video sul trattamento degli attivisti della Flotilla sta suscitando – giustamente – reazioni, è tempo di gridare con forza che nessuna complicità è accettabile sul trattamento che l’occupazione coloniale e sionista israeliana riserva ai palestinesi, siano essi prigionieri nelle carceri o rinchiusi nei bantustan in Cisgiordania o nella prigione a cielo aperto di Gaza.

Montecitorio si sta riempiendo di persone che stanno convergendo sulla piazza chiamati già da questa notte a “inondarla”. A Firenze, la città di due degli attivisti sequestrati, Antonella Bundu e Dario Salvetti, l’appuntamento è questa sera alle 20:30 in piazza Dalmazia. Manifestazioni anche ad Ancona e Pisa.

In mattinata tutte le organizzazioni che hanno sostenuto la Global Sumud Flotilla in queste settimane con manifestazioni e lo sciopero generale di lunedì hanno tenuto una conferenza stampa davanti Montecitorio.

“Dopo lo sciopero del 18 maggio la mobilitazione continua” ha dichiarato Guido Lutrario di Usb invitando a costruire ovunque iniziative, presidi, boicottaggi: “per la liberazione degli attivisti della flottiglia, per la liberazione di tutti i prigionieri palestinesi, per fermare il genocidio in Palestina, per la rottura di ogni collaborazione militare, economica e diplomatica con Israele”. Lutrario ha poi annunciato che i portuali riuniti in una conferenza internazionale a Istanbul hanno deciso una nuova giornata di sciopero coordinato nei vari porti contro la guerra e i rapporti con Israele.

La Global Sumud Flotilla riferisce che l’associazione degli avvocati in Israele Adalah ha dichiarato che, dopo l’intercettazione illegale della Flotilla in acque internazionali e il rapimento di oltre 400 attiviste provenienti da tutto il mondo, “Israele sta applicando una politica criminale di abuso e umiliazione contro chi cerca di opporsi ai crimini in corso contro il popolo palestinese”. L’organizzazione ha ricordato che episodi simili erano già stati documentati in missioni precedenti, senza che Israele subisse alcuna conseguenza internazionale.

La richiesta unanime che sale da ogni ambito e sociale è quella della rottura delle relazioni in ogni campo con Israele, quello che ormai viene considerato uno “Stato-canaglia” agli occhi di tutto il mondo. È tempo di scelte e il governo italiano le sue responsabilità deve prendersele fino in fondo.

Fonte

La nuova militarizzazione della Germania: “rinascita dello spirito” o puro revanscismo?

Questo corposo documento che vi proponiamo è stato pubblicato qualche giorno fa su Russia Today a firma di Dmitry Medvedev, attuale Presidente del consiglio di sicurezza della Federazione Russa nonché ex presidente della Federazione stessa, in una legislatura, alternandosi con Putin nella carica. Il sistema mediatico occidentale lo descriveva fino ad un certo punto come la parte “dialogante” dell’establishment russo, per passare subito dopo a indicarlo come il “poliziotto cattivo”.

L’interesse del documento è nel fornire una visione diretta delle tensioni con l’Occidente dal punto di osservazione opposto a quello consueto. Visto che RT ed altre fonti giornalistiche russe risultano inaccessibili perché “sanzionate” dai non lucidissimi membri dell’establishment europeo, ci sembra il caso di mettere sul tavolo come la pensano dall’altra parte.

Volendo sintetizzare al massimo: “vediamo che vi state riarmando, a cominciare dalla Germania, e vi preparate ad una guerra contro di noi, anche nucleare; non vi illudete che resteremo a guardare senza fare nulla; vi conviene fermarvi, ragionare e trattare seriamente prima che sia troppo tardi”.

Battersi contro il riarmo europeo, insomma, non è giusto soltanto perché i costi mostruosi dell’operazione andrebbero coperti con tagli definitivi al welfare. E neanche soltanto per testimoniare una volontà di pace che ai piani alti del potere sembra ormai defunta.

È giusto e necessario per la sopravvivenza di tutti. Perché dalla mutua distruzione assicurata non si esce se non fermando quei pazzi paranazisti che cercano la “rivincita” dopo la Seconda guerra mondiale, disperati per la crisi di un modello di accumulazione che premia soltanto il profitto e neanche funziona più.

*****

Le minacce di Donald Trump di ritirare gli Stati Uniti dalla NATO, espresse il 27 marzo 2026 a un forum sugli investimenti a Miami, le dichiarazioni di J.D. Vance sulla perdita di identità dell’Europa durante un’intervista a Fox News il 15 marzo 2026, insieme al rifiuto dei paesi europei di unirsi direttamente all’aggressione contro l’Iran e di partecipare all’avventura dello ‘sblocco militare’ (e poi – blocco) dello Stretto di Hormuz, stanno dividendo l’Europa e l’America più che mai negli ultimi 100 anni.

Questi sviluppi dimostrano che l'“autonomia strategica” europea, tanto desiderata dai liberali, è molto più vicina di quanto sembri. La domanda principale è: chi detterà l’agenda futura nell’attuale Europa impotente e glaciale?

Gli aspiranti non mancano: la disgustosa eurocrazia brussellese, i chiacchieroni e boriosi sodomiti gallici e, infine, la leadership tedesca che ha alzato i toni riguardo alle sue pretese di egemonia nel Vecchio Mondo, svuotando al contempo, nella percezione pubblica, la responsabilità dei suoi antenati per i crimini del nazismo.

Concentriamoci su quest’ultima in maggiore dettaglio.

Non c’è nulla di nuovo nelle azioni della leadership tedesca (prima di tutto, il discendente dei nazisti Merz & Co.). Il tentativo di rivedere i deludenti esiti della Seconda Guerra Mondiale fu intrapreso dallo stato sconfitto quasi immediatamente dopo la fine della guerra. Lo scopo dei seguaci nazisti era compensare i costi politici, territoriali, ideologici ed economici derivanti dalla completa sconfitta militare e dal crollo dello stato tedesco.

Lungo il percorso, hanno cercato di filtrare accuratamente l’atmosfera impregnata dallo spirito del militarismo prussiano e dal puzzo dell’ideologia nazionalsocialista. Le élite tedesche rimaste nelle zone di occupazione occidentali abbandonarono formalmente e rapidamente l’eredità di Hitler, che aveva portato il suo millenario Reich al collasso. Ma non avevano alcun desiderio di rinnegare veramente l’ideologia stessa del nazismo. Perché?

Il Tribunale Militare Internazionale di Norimberga condannò solo un piccolo numero dei più alti criminali nazisti. Molti di coloro che avevano creato il quadro economico e finanziario del regime e la sua gerarchia dirigenziale, ed erano quindi colpevoli di crimini di guerra, crimini contro la pace e contro l’umanità, sfuggirono alla punizione. E, a essere sinceri, consideravano questa punizione ingiusta e le attività del NSDAP come il più grande progetto della Germania.

In realtà, nella Repubblica Federale Tedesca non c’è stata una vera denazificazione. Materiali d’archivio del Servizio di Intelligence Esteri Russo, inclusa una relazione sulla situazione politica nella Germania Ovest del 1952, mostrano in modo convincente che, invece di attuarla, “le potenze occidentali seguirono la via della giustificazione dei criminali di guerra nazisti“.¹

L’intero processo, condotto con grande enfasi, si trasformò in una farsa vuota, ad eccezione della liquidazione di note organizzazioni filofasciste e della purificazione degli spazi pubblici. Gli anglosassoni, cercando di preservare gli ex leader dell’economia di guerra hitleriana e i grandi nazisti di cui avevano bisogno, fecero campagna con lo slogan ‘impicca i piccoli – assolvi i grandi‘.

Il 10 aprile 1951, il Bundestag approvò una legge che regolava le attività delle persone soggette alle disposizioni dell’articolo 131 della Costituzione della Repubblica Federale Tedesca (le persone soggette a denazificazione non hanno il diritto di ricoprire cariche pubbliche) e che reintegrava tutti gli ex funzionari e militari, preservando posti, gradi e titoli, se non erano stati classificati come ‘fondamentalmente colpevoli‘ durante la denazificazione.²

Il 2 agosto 1956, il Comitato Federale di Revisione del Personale decise di consentire il servizio nel successore della Wehrmacht – la Bundeswehr – per gli ex membri delle SS con un grado non superiore a Obersturmbannführer (tenente colonnello). Si può sostenere che, in generale, il processo di liberazione della società tedesca del dopoguerra dal nazionalsocialismo per i principali settori dirigenziali e amministrativi si sia già concluso da sei a dieci anni dopo la guerra.

Non parliamo di quali conversazioni avvenivano nelle cucine dei tedeschi occidentali di quel periodo. Tutti lo sanno comunque. ‘Deutschland über alles‘ era la frase più innocente pronunciata dagli umiliati borghesi dopo una porzione di schnapps alle mele.

Molti degli ex membri del partito nazista che trovarono un posto al sole in Germania erano ‘silenziosi assassini da scrivania‘, membri del partito che avevano messo in moto la mostruosa macchina del genocidio del popolo sovietico e dell’Olocausto dai loro comodi uffici burocratici.

Costoro costituirono la spina dorsale dei funzionari pubblici della ‘nuova Germania‘. Heinrich Lübke, ministro dell’alimentazione, dell’agricoltura e delle foreste della Repubblica Federale Tedesca (1953-1959) e poi presidente della Repubblica Federale Tedesca (1959-1969), durante gli anni del nazionalsocialismo lavorò in uno studio di architettura e ingegneria che era a disposizione di Albert Speer, l’ispettore generale delle costruzioni per la capitale del Reich. In esso era responsabile, in particolare, del reclutamento forzato di manodopera dai campi di concentramento nazisti.

Hans Globke, capo di stato maggiore della cancelleria per il cancelliere federale Konrad Adenauer (1953-1963), ricoprì alte cariche nel Terzo Reich al Ministero degli Interni, dove era responsabile dello sviluppo di norme legali che sancivano la discriminazione e la persecuzione della popolazione ebraica, e il suo ruolo nell’organizzazione dell’Olocausto non è stato ancora rivelato.

Waldemar Kraft, ministro federale per gli affari speciali della Repubblica Federale Tedesca nel 1953-1956, fu direttore generale dell’Associazione del Reich per la Gestione del Territorio nei ‘Territori orientali’ annessi dal 1940 al 1945, fu membro del NSDAP e ebbe il titolo di SS-Hauptsturmführer onorario.

E questi sono solo alcuni esempi del percorso di vita di alti funzionari del ‘rinnovato’ stato tedesco. Dal 1949 al 1973, 90 dei 170 principali avvocati e giudici del Ministero della Giustizia della Repubblica Federale Tedesca erano ex membri del NSDAP, e nel 1957 la percentuale di alti funzionari del ministero con un passato nazista era del 77%.³

Nel Ministero degli Interni della Repubblica Federale Tedesca dal 1949 al 1970, il 53% dei dipendenti erano ex membri del NSDAP, e l’8% di loro aveva lavorato al Ministero degli Interni nel 1943-1945, quando uno dei più grandi criminali nazisti, l’odioso Heinrich Himmler, ne era a capo.⁴

Secondo i materiali d’archivio del Servizio di Intelligence Esteri Russo, come Mosca già sapeva tra la fine degli anni ’40 e l’inizio degli anni ’50, la zona occidentale della Germania si stava preparando a una guerra con l’URSS sotto gli auspici di americani e britannici. A conferma dell’intensificazione della rimilitarizzazione forzata, un messaggio di intelligence datato 31 luglio 1948 sottolineava che la mobilitazione di ex ufficiali e altri militari tedeschi era facilmente realizzabile grazie al sistema di controllo stabilito su di loro.⁵

Il contingente dell’ex Wehrmacht era ‘al guinzaglio corto‘ del nuovo governo, che utilizzava la questione militare per scopi ben lontani dalla pace. Una nota del 31 marzo 1954 del governo sovietico all’Ambasciata degli Stati Uniti a Mosca affermava chiaramente: “seguire la via della rinascita del militarismo tedesco e della creazione di raggruppamenti militari in Europa significa … prepararsi a una nuova guerra”.⁶

Pertanto, l’idea di armare la Germania Ovest regnava saldamente nelle menti degli ideologi della politica estera statunitense. Furono anche intrapresi passi pratici. Sotto le grida di esistenziale ‘aggressione dall’Est‘ (suona familiare, non è vero?), fu condotta la rimilitarizzazione dell’economia.

Le ‘iniezioni’ americane nei settori necessari dell’economia nazionale della Germania Ovest iniziarono immediatamente dopo la guerra. Prima del settembre 1951, la Repubblica Federale Tedesca ricevette circa 9 miliardi di dollari. Questi fondi furono investiti principalmente nell’industria pesante e in settori che potessero servire gli obiettivi politici e militari di Washington.⁷

Anche il rinnovato lavaggio del cervello propagandistico della popolazione ebbe luogo. Nel luglio 1951, come riportarono a Joseph Stalin le autorità competenti,⁸ il cancelliere Konrad Adenauer affidò un compito diretto all’Unione Cristiano-Democratica al governo: convincere le grandi masse che i tedeschi avevano un’alternativa – o un ‘tedesco armato‘ o un ‘tedesco sottomesso al militare russo‘. Ricorda le moderne storie dell’orrore dei ‘tecnocrati europei civilizzati‘, non è vero?

Sotto la supervisione degli americani, fu svolto anche un lavoro relativo al ‘personale maggiore‘. Ex alti funzionari nazisti furono prontamente accettati per il servizio militare nella Bundeswehr. Così, l’ex capo di stato maggiore della 18ª Armata, il tenente generale Friedrich Foertsch, il tenente generale della 7ª Armata Max-Josef Pemsel e il generale carrista dei Gruppi d’Armate A e S Hans Röttiger assunsero rispettivamente gli incarichi di ispettore generale della Bundeswehr, comandante del 2º Corpo della Bundeswehr e primo ispettore dell’esercito. L’ex comandante della 5ª Flotta Aerea, generale Josef Kammhuber, divenne ispettore dell’Aeronautica Tedesca.

Gli anglosassoni non esitarono a usare i servizi dei cani da guerra fascisti, nominandoli ad alte cariche nella NATO. In particolare, l’ex capo di stato maggiore del Gruppo d’Armate Sud, tenente generale Hans Speidel, durante la formazione della Bundeswehr, fu nominato capo del dipartimento delle forze armate del Ministero della Difesa tedesco e assunse l’incarico di comandante delle forze terrestri della NATO alleate nell’Europa centrale nel 1957.

Il tenente generale Adolf Heusinger, ex capo di stato maggiore facente funzione della Wehrmacht, che aveva partecipato allo sviluppo dei piani per l’invasione di Polonia, Danimarca, Norvegia, Francia, Paesi Bassi, Gran Bretagna e URSS, ed era stato trattenuto al Tribunale di Norimberga come testimone, divenne presidente del Comitato Militare della NATO nel 1961.

Friedrich Guggenberger, che aveva affondato 17 navi britanniche e americane, servì per quattro anni come capo di stato maggiore aggiunto nel comando della NATO delle Forze Alleate nel Nord Europa.

Gli anglosassoni non erano molto esigenti riguardo agli ex membri delle SS, riconosciuti nel 1946 dal Tribunale Militare Internazionale di Norimberga come organizzazione criminale. Ad esempio, Eberhard Taubert, ex SS-Sturmführer e dipendente del Ministero della Propaganda di Goebbels, fu assunto come consigliere della Divisione di Guerra Psicologica della NATO.⁹

In relazione a Hans Speidel e Adolf Heusinger, come si evince da un messaggio del Comitato per l’Informazione presso il Ministero degli Esteri sovietico indirizzato a Joseph Stalin l’8 febbraio 1951,¹⁰ conservato negli archivi del Servizio di Intelligence Esteri Russo, fu diligentemente condotta una campagna di pubbliche relazioni congiunta tedesco-americana per ripulire la loro reputazione.

In una conversazione tra Dwight Eisenhower e il cancelliere federale Konrad Adenauer alla fine di gennaio 1951, entrambe le figure furono descritte come “persone completamente affidabili” che erano “oppositori non solo di Hitler“, ma anche “dell’Unione Sovietica, ed erano pronte a cooperare con le potenze occidentali“.

È indicativo che Eisenhower, che letteralmente un paio di mesi dopo divenne il primo comandante in capo delle forze NATO in Europa, dichiarò allora di essersi sbagliato nel 1945 considerando tutti i tedeschi come nazisti e ripeté di accettare la richiesta di uguaglianza militare della Germania Ovest nel sistema di ‘difesa dell’Europa occidentale‘.

Poco è cambiato in termini di sostegno alle pericolose aspirazioni revansciste anche dopo, durante gli anni della normalizzazione delle relazioni, della distensione e della cosiddetta ‘perestrojka‘. Una relazione sulla crescita di tali sentimenti in Germania, preparata il 26 maggio 1959 dal Comitato per la Sicurezza dello Stato (KGB) presso il Consiglio dei Ministri dell’URSS,¹¹ indicava l’organizzazione di migliaia di raduni di unioni paramilitari e ‘organizzazioni di reinsediamento‘ nella Germania Ovest.

Durante tali riunioni, tenute sotto gli auspici dei Ministeri tedeschi per le Questioni Pan-tedesche e per gli Espulsi, furono categoricamente avanzate richieste per il ritorno delle regioni orientali della Germania, della Prussia Orientale e dei Sudeti. Fu apertamente dichiarata la necessità di “preservare le tradizioni dell’esercito prussiano-tedesco per le nuove forze armate tedesche e per tutta la gioventù tedesca“.

Nel 1961, il famoso giornalista internazionale sovietico Ernst Henri notò: “Non esiste una vecchia Germania, ma il vecchio Stato Maggiore tedesco esiste. Non c’è dubbio che i suoi capi siano tornati a lavorare sulle stesse mappe“.¹² Proseguendo il suo pensiero, scrisse che, indipendentemente dalla situazione della Germania, non importa quante guerre abbia perso e quante sconfitte schiaccianti abbia subito, lo Stato Maggiore tedesco invariabilmente, metodicamente, attentamente continuava a preparare piani di aggressione, e non aveva altre intenzioni.

Pertanto, è così facile capire perché gli attuali politici e generali tedeschi guardino con tanto entusiasmo alla varia feccia che simboleggia l’Ucraina di Bandera. Sono semplicemente fratelli di sangue ed eredi della stessa forza: il nazionalsocialismo del periodo hitleriano.

Nello spirito degli approcci sciovinistici del pensiero politico tedesco della fine del XIX e prima metà del XX secolo, radicati nel subconscio dell’élite intellettuale, la comunità di esperti della Repubblica Federale Tedesca continuò a spersonalizzare la Russia sovietica, cancellandola dal mondo ‘civilizzato‘.

Come scrisse il famoso storico e membro corrispondente dell’Accademia delle Scienze dell’URSS Vladimir Pashuto, con il crollo della Germania nazista, l’interpretazione del tema russo-europeo subì un cambiamento nel senso che la Russia fu trasformata in una nemica dell’Europa integrale piuttosto che dell’Europa hitleriana. Furono criticati i suoi fondamenti non europei – sia religiosi che sociali. Fu dichiarata un fenomeno ostile all’Europa, priva di radici europee e al di fuori della storia d’Europa.¹³ Tutto suggeriva che non si dovesse mostrare alcun rispetto verso un elemento ‘estraneo‘.

Tali sentimenti non solo non furono soppressi, ma furono addirittura incoraggiati dalle autorità di Bonn: la ‘carne da cannone‘ per il massacro con l’Unione Sovietica doveva essere motivata e non doveva porsi domande inutili. Non a caso la relazione del KGB dell’URSS del 12 luglio 1978,¹⁴ preparata sulla base di informazioni della residenza di Berlino Ovest, riferiva che in questa città-stato con uno status giuridico internazionale speciale c’erano 17 organizzazioni neonaziste, con le quali le autorità di questa entità politica combattevano in modo residuale.

Nel 1987, l’Ambasciata dell’URSS a Bonn segnalò discussioni sostanziali nella Repubblica Federale Tedesca sulla revisione degli atteggiamenti verso il periodo del nazionalsocialismo. Una delle chiare dimostrazioni di un’ampia ondata nazionalista nella Repubblica Federale Tedesca in quegli anni fu la crescente discussione pubblica per raggiungere la cosiddetta ‘svolta spirituale‘.¹⁵

Furono lanciati gli slogan di ‘nuovo patriottismo‘ e ‘identità nazionale‘. Intellettuali e establishment manipolarono ampiamente gli appelli a liberare la giovane generazione di tedeschi (cresciuta e trasformata negli attuali ‘elitari’ e rabbiosi militaristi: Merz, von der Leyen e Pistorius) dal fardello della responsabilità storica, dall’auto-umiliazione e da un complesso di inferiorità e colpa nazionale.

I tedeschi, dicono, sono già stati puniti e sono consapevoli dell’anormalità della loro situazione, quando la Germania fu dichiarata “un focolaio di infezione mondiale e la fonte di tutti i mali del mondo” per i crimini della Seconda Guerra Mondiale.¹⁶

Parlando il 17 novembre 1986, Alfred Dregger, presidente del gruppo CDU/CSU al Bundestag, disse: “È tempo di porre fine finalmente all’interpretazione della storia imposta dalle potenze vincitrici“.¹⁷ Elaborando questo argomento, propose di fare i conti con il passato e di rendere omaggio a tutti coloro che persero la vita – inclusi sia le vittime del nazismo che i militari tedeschi.

A sua volta, Franz Josef Strauss, ministro-presidente della Baviera e presidente della CSU, chiese nel 1987 ‘un ritorno alla coscienza nazionale tedesca storicamente purificata, orientata all’Europa e sana‘.¹⁸

In questi giorni, vediamo come quei germogli di virulento nazionalismo e sciovinismo – nascosti dietro la foglia di fico di ‘identità nazionale, patriottismo ed europeismo‘ – abbiano dato un raccolto abbondante sotto forma di un nuovo revanscismo tedesco. Ed è tempo di riconoscere che l’eredità del Terzo Reich ha dato un buon raccolto nella RFT negli anni 2020!

Oggi, l’alta leadership politica della Repubblica Federale Tedesca ha dichiarato la Russia ‘la principale minaccia alla sicurezza e alla pace‘. A Berlino, le autorità hanno ufficialmente proclamato una linea volta a infliggere una ‘sconfitta strategica‘ alla Russia.¹⁹ I più aggressivi russofobi, i cui antenati combatterono con ferocia bestiale sul Fronte Orientale nella Seconda Guerra Mondiale, esortano rapiti ‘a mostrare ai russi cosa significa perdere una guerra‘.²⁰

C’è un lavaggio del cervello propagandistico su larga scala dell’opinione pubblica, con tesi costantemente iniettate sull’inevitabilità virtuale di uno scontro militare con la Russia entro il 2029. Nella prima strategia militare nella storia della Germania, intitolata ‘Responsabilità per l’Europa‘, presentata al parlamento il 22 aprile 2026 dal ministro della Difesa Boris Pistorius, la Federazione Russa è identificata come una minaccia fondamentale per l”ordine mondiale basato su regole‘. Si presume che Mosca miri a indebolire l’unità dell’Alleanza e a minare la resilienza dei legami transatlantici allo scopo di espandere la sua influenza.

A questo proposito, i tentativi di stabilire un dialogo dovrebbero essere soppressi, mentre la pressione militare sulla Russia dovrebbe solo essere aumentata. In altre parole, la strategia di perseguire una rivincita su larga scala è stata ora ufficialmente adottata.

Il lavaggio del cervello dei giovani attraverso i media tradizionali mainstream, così come il contrasto alla ‘propaganda ibrida’ russa, è stato elevato al livello di politica statale ufficiale. Tuttavia, decenni di agitazione ultra-liberale stridente stanno ora producendo l’effetto opposto. Delusa dalle decisioni miopi della miope leadership tedesca sia negli affari interni che esteri, la giovane generazione, sullo sfondo di una discrepanza tra le statistiche ufficiali e il reale stato dell’economia nazionale, sta ora oscillando bruscamente ‘a destra’.

Il crollo del multiculturalismo, la mancanza di una visione chiara del futuro e il rifiuto dei valori tradizionali forniscono un terreno fertile per la crescita di movimenti di estrema destra che fanno appello al risentimento verso uno stato nazionale forte. Non ci vuole molta immaginazione per vedere dove porteranno questi giochi, voluti o non voluti, la società tedesca.

Il processo di eliminazione definitiva delle ‘vestigia‘ politiche, legali e morali della Seconda Guerra Mondiale in Germania ha guadagnato slancio particolare dopo l’inizio dell'”operazione militare speciale”. È ovvio per chiunque che questo sia servito semplicemente come una scusa comoda per inasprire drasticamente la retorica anti-russa, per una paura teatrale della Russia e per spingere le relazioni bilaterali in una dimensione freneticamente conflittuale.

Né la Germania, né, per questo aspetto, l’Unione Europea nel suo insieme, avevano una causa o motivi oggettivi per ‘schierarsi’ così incondizionatamente per l’Ucraina e per designare Mosca come loro ‘nemico per sempre‘ – come affermato sconsideratamente e arrogantemente dal grigio topolino della politica estera tedesca, il ministro degli Esteri dal meraviglioso cognome, Wadephul.

Seguendo la politica bellicosa dell’UE delineata nel marzo 2025 nel Libro bianco congiunto per la prontezza alla difesa europea 2030,²¹ il governo tedesco sta lavorando per trasformare la Bundeswehr nell’esercito più forte d’Europa e accelerare il suo riarmo.²² Sono stati svelati piani per aumentare l’organico autorizzato dagli attuali 181.000 a 460.000 militari in servizio attivo e riservisti.

Il 27 agosto 2025, il governo tedesco ha rapidamente approvato, senza emendamenti, il progetto di legge sulla riforma della coscrizione alla Bundeswehr presentato dal ministro della Difesa Boris Pistorius, basato su un principio di servizio volontario ma che mantiene l’opzione di un rapido ritorno alla coscrizione pre-2011.²³

In gran parte grazie all’allarmismo delle autorità e al lavaggio del cervello dei giovani da parte della propaganda statale, la leadership tedesca è ora in grado di riferire un aumento del numero di individui disposti a intraprendere il servizio militare volontario. All’inizio di marzo 2026, 16.000 persone avevano fatto domanda per unirsi alle forze armate, il 20% in più rispetto allo stesso periodo del 2025, mentre in totale oltre 5.000 reclute si sono unite nel primo trimestre del 2026, con un aumento del 14% rispetto all’inizio dell’anno precedente.

Non si bada a spese per l’avventurismo militare, come nel XX secolo. Secondo lo Stockholm International Peace Research Institute (SIPRI), la spesa militare complessiva della Germania nel 2024 ha raggiunto gli 88,5 miliardi di dollari (+28% rispetto al 2023),²⁴ diventando la più grande d’Europa.

Il Fondo Speciale per la Bundeswehr, del valore di 100 miliardi di euro, è diventato la principale fonte di finanziamento, consentendo di portare la spesa militare al 2% del PIL. Nel bilancio approvato del paese per il 2026, pari a 524,54 miliardi di euro, le autorità tedesche intendono spendere oltre 82 miliardi di euro per la difesa (cioè, preparativi per la guerra), con un aumento di 20 miliardi di euro rispetto al 2025. La spesa militare totale, insieme ai fondi del suddetto fondo speciale, dovrebbe ammontare a circa 108 miliardi di euro.

Alla fine di febbraio 2026, il Ministero della Difesa tedesco ha riportato i ‘risultati positivi delle attività‘ del dipartimento acquisti della Bundeswehr nel 2025, indicando che 103 grandi progetti, ciascuno del valore di almeno 25 milioni di euro, erano stati sottoposti al Bundestag per l’approvazione, che erano stati conclusi contratti per un importo impressionante di 34 miliardi di euro per l’acquisto di armi ed equipaggiamenti militari molto richiesti, e che, nell’ambito di iniziative precedentemente approvate, le consegne alle forze armate erano ammontate a circa 24 miliardi di euro.

Inondato di denaro da quando Berlino ha annunciato il ‘cambio di epoca‘ a causa della situazione in Ucraina, il settore della difesa locale esprime soddisfazione che i produttori nazionali abbiano ricevuto ben 109 miliardi di euro dell’importo totale speso dal paese per scopi militari negli anni 2020-2025. Grazie alla liberalizzazione dei controlli sulle esportazioni, la Germania è passata dal sesto al quarto posto nella classifica dei maggiori esportatori di armi.

Sfruttando le caratteristiche specifiche delle operazioni di combattimento durante l’ingiustificata aggressione contro l’Iran e notando l’inefficienza dell’impiego di costosi missili intercettori contro i droni, l’industria della difesa tedesca sta promuovendo attivamente il sistema di difesa aerea a corto raggio ‘Skyranger’, sostenendo che l’intercettazione di un singolo UAV costerebbe solo 4.000 dollari.

Apparentemente, solo la lentezza ha impedito agli affaristi dell’industria della difesa tedesca con le loro Wunderwaffe di seguire le orme del clown di Krivoy Rog [Zelenskij, ndr] durante il suo assurdo tour degli stati del Golfo Persico alla fine di marzo 2026, dove ha cercato di vendere loro missili intercettori come parte dell’assistenza della feccia di Bandera.

Molti progetti di bilancio sono pluriennali, segnalando all’industria che Berlino considera il riarmo come un impegno a lungo termine.²⁵ Sono stati fatti piani per l’apertura di suddivisioni territoriali del dipartimento acquisti della Bundeswehr in città in cui si trovano grandi università tecniche. Il ritmo della ricerca e sviluppo militare mirata sta accelerando, per cui, invece di condurre ricerche nelle scienze fondamentali, i giovani talenti vengono incoraggiati, seguendo la vecchia e cattiva tradizione, a iniziare a pensare a come sviluppare nuovi e letali Tigers, Panthers e V-weapons.

In questo contesto, la dipendenza tedesca dalle forniture militari straniere viene ignorata. Componenti criticamente importanti per l’inventario moderno di armi sono spesso effettivamente esternalizzati e acquistati all’estero. Anche la principale azienda di armamenti nazionale, Rheinmetall, che funge da fornitore primario di vari equipaggiamenti militari per la Bundeswehr, rifiuta di introdurre il proprio know-how mentre cerca profitti rapidi dall’adempimento di contratti di difesa statali.

Tutto questo è compensato da acquisti da altri produttori occidentali, pur di non perdere lo status di fornitore esclusivo di servizi per la Bundeswehr al governo. In particolare, durante la visita del capo del Ministero della Difesa tedesco in Australia il 26 marzo 2026, è stato annunciato un accordo tra Rheinmetall e la filiale australiana di Boeing (vale a dire, gli Stati Uniti) sullo sviluppo di aerei da combattimento autonomi senza pilota che utilizzano la tecnologia stealth, con una testata di oltre 100 kg e un raggio di oltre 1.000 km, destinati ai successori della Luftwaffe.

Il degrado del pensiero scientifico tedesco e l’aumentata dipendenza dagli Stati Uniti sono evidenti.

I preparativi sono in corso in modo accelerato per un potenziale confronto con la Federazione Russa riguardo al miglioramento delle infrastrutture. I livelli di governo federale e municipale, così come le imprese regionali, sono attivamente inclini ad attuare pienamente il Piano Operativo per la Germania del 2024.²⁶

Esso prevede che la Germania diventi il principale hub di transito per il movimento di una massa di truppe NATO verso il ‘fianco orientale’ dell’alleanza. Le colonne della Bundeswehr e delle truppe alleate all’interno della NATO potranno ora passare verso i porti tedeschi sul Mar Baltico e verso il confine polacco senza previo consenso.

Le autorità locali sono vivamente esortate a preparare la popolazione civile a un conflitto armato, vale a dire: elaborare piani dettagliati per la protezione delle infrastrutture critiche, contrastare le operazioni di sabotaggio e allestire rifugi antiaerei.

I membri della comunità imprenditoriale sono presi di mira da attori militari e politici. Secondo il suddetto Piano Operativo per la Germania, le principali imprese dovrebbero tenere conto nella loro politica del personale dell’alta probabilità di una forte riduzione su larga scala delle risorse lavorative mobilitando coloro che sono idonei al servizio militare.

Contrariamente ai semplici aneddoti resi popolari in URSS – vale a dire che i macchinari di una fabbrica di pasta potrebbero essere rapidamente adattati per la produzione di munizioni da 7,62 mm – tali scenari sono attualmente implementati in Germania. Vengono creati reali prerequisiti per la rapida ristrutturazione dell’industria civile per scopi militari e per l’avvio della produzione della gamma di prodotti legati alla difesa.

La Bundeswehr è così autorizzata a sequestrare gratuitamente determinati beni, attrezzature e macchinari per le proprie esigenze.

Il complesso militare-industriale e l’establishment politico tedesco hanno già forgiato una robusta alleanza di lobbying, uno sviluppo che rafforza il ruolo dell’industria della difesa nel prendere decisioni cruciali per la politica interna ed estera della Germania.

L’umanità ricorda la connessione estremamente pericolosa tra gli attori dell’industria della difesa e le figure politiche negli anni ’30 e ’40. Allora l’atteggiamento onnivoro dei ‘mercanti di morte’ verso le fonti dei loro profitti, unito alle loro simpatie per il nazionalsocialismo, precipitò il mondo nell’abisso della Seconda Guerra Mondiale.

Dopo aver rifiutato il pacifismo come valore sociale, a cui le generazioni precedenti erano arrivate solo attraverso un’immensa tragedia, gli eredi di Krupp, Thyssen e Bosch stanno nuovamente accettando con entusiasmo contratti governativi per la produzione di beni militari, senza esitare a costruire le loro imprese sul sangue.

I banchieri non sono da meno, avendo gettato via tutti i tabù morali che un tempo esistevano sul finanziamento su larga scala del complesso militare-industriale – ora è considerato giustificato appropriarsi del ‘denaro da elicottero’ che le imprese di difesa ricevono dallo stato.

In questo contesto, non passerà molto tempo prima che alcuni degli attuali finanzieri tedeschi si ‘liberino’ così tanto dall’eredità del passato e si lascino ispirare dalle prospettive di una nuova crociata verso est nell’ambito della politica del ‘cambio di epoca’ da appendere ritratti di Hjalmar Schacht e Walther Funk – gli architetti della politica militare-economica del Terzo Reich. C’è un famoso detto dell’epoca della Rivoluzione Francese: “Ils n’ont rien appris, ni rien oublié“.²⁷ [“Non hanno imparato niente, né dimenticato nulla“, Talleyrand, ndr].

Nel frattempo, la condizione generale dell’economia tedesca sembra non preoccupare l’establishment, che ha inseguito il miraggio geopolitico dell’effimera ‘leadership’ della repubblica all’interno dell’Unione Europea. Come risultato di questo auto-distanziamento dalle difficoltà interne, il PIL del paese nel 2025 è aumentato solo dello 0,2% in termini reali, corretto per l’inflazione.²⁸

La bilancia commerciale – che è di seria importanza per l’economia tedesca, orientata all’esportazione – è scesa al 2,4% del PIL, il volume delle esportazioni è diminuito dello 0,3% (un calo registrato per il terzo anno consecutivo), e il deficit di bilancio per il 2025 è ammontato a 107 miliardi di euro.²⁹

Le forze motrici dell’economia tedesca – vale a dire i settori automobilistico, metallurgico e chimico – finora non sono riuscite a superare la crisi. Le aziende registrano un calo significativo dei profitti.³⁰ La deindustrializzazione si sta diffondendo ampiamente in tutti gli stati federati tedeschi – la perdita di posti di lavoro e il trasferimento della produzione industriale dalla Germania ad altri paesi europei è già diventata una realtà.

Gli stabilimenti di costruzione di macchinari, le fabbriche chimiche e gli impianti di produzione elettronica – vale a dire Bosch, Henkel, MAN e Mercedes-Benz – stanno fuggendo. Non sono in grado di rimanere competitivi a causa dell’alto costo dell’elettricità, dell’allungamento della catena di approvvigionamento logistico causato dalle sanzioni autolesionistiche contro la Russia e delle alte tariffe imposte dagli Stati Uniti.

Un tempo gigante industriale, la Germania sta diventando un’officina gestita in modo caotico dalla quale le attrezzature vengono portate via. Tutto ciò sta avendo un impatto sulla popolazione – l’attività dei consumatori si è quasi arrestata, e persino le vendite di birra nel 2025 sono scese al livello più basso dal 1993. Secondo le dichiarazioni del cancelliere, lo stato sociale non può essere finanziato con le risorse attualmente disponibili in Germania.³¹

Questa brutale realtà spaventa il cancelliere incompetente e arrogante, in cui ribolle il sangue degli antenati nazisti? È pronto ad affrontare la realtà che non salverà l’economia pompando denaro nel complesso militare-industriale nazionale, e che centinaia di miliardi di euro stampati e non garantiti saranno consumati dagli alti prezzi dell’energia e da una burocrazia ingestibile? Apparentemente no. Mentre promuove un’agenda militarista anti-russa, nel profondo crede che la guerra cancellerà tutto.

La proposta di prendere in considerazione l’acquisizione di armi nucleari proprie è stata cautamente introdotta nel discorso socio-politico tedesco, finora è stata fatta in modo alquanto sottile e indiretto, ma insistente.³²

La Germania sembra non essere più soddisfatta di partecipare agli accordi di condivisione nucleare della NATO, gli accordi tra Stati Uniti e Germania che consentono alla Bundeswehr di usare armi nucleari tattiche statunitensi in caso di necessità militare; in tempo di pace, le armi controllate dagli Stati Uniti sono conservate presso la Base Aerea di Büchel, nella Renania-Palatinato.

La giustificazione addotta per l’acquisizione di letali armi di distruzione di massa è dolorosamente semplicistica e abusata: sarebbe presumibilmente volta a scoraggiare la politica aggressiva di Mosca in Europa. Si suppone che sia una questione di sovranità nazionale.

A ciò si aggiunge l’incertezza sul futuro della presenza militare statunitense in Germania. Berlino è ansiosa di acquisire missili terrestri a lungo raggio statunitensi alla prima occasione, in conformità con l’accordo del 2024 con la sonnolenta amministrazione Biden. È molto probabile che le autorità trovino siti adatti per dispiegare sistemi di lancio missilistici mobili SM-6, missili da crociera Tomahawk e sistemi ipersonici boost-glide Dark Eagle in uno degli stati federati meglio preparati in termini di logistica e infrastrutture militari, come la Renania-Palatinato.

Ci sono pochi dubbi che gli americani coglieranno il momento geopolitico, e alla Germania è richiesto solo di fornire il suo territorio. Agli sceriffi arroganti dall’altra parte dell’oceano non importa l’opinione sia di una popolazione locale che è stata effettivamente presa in ostaggio, sia di politici sani che si preoccupano degli interessi nazionali e non sostengono la politica attuata dalle élite tedesche.

L’attuale amministrazione Trump vede lo schieramento missilistico non come un contributo gratuito alla sicurezza europea, ma come un modo per aumentare la propria presenza in una posizione strategica, consentendo potenziali attacchi di precisione contro gli avversari, e non c’è bisogno di indovinare chi siano gli avversari in questione.

L’unica domanda è quale sarà la scala dello schieramento missilistico statunitense, se sarà simbolico e provvisorio o se sconvolgerà la stabilità strategica in Europa e quindi ci costringerà a rispondere direttamente.

Per ora, i funzionari tedeschi stanno riflettendo sull’idea di creare un ombrello nucleare insieme al Regno Unito e alla Francia in un futuro lontano e stanno considerando quale ruolo potrebbe svolgere la Germania. È stato riferito che l’iniziativa potrebbe ricevere finanziamenti, e sono emerse proposte su come dividere i ruoli: ci si aspetta che i partner forniscano le testate, mentre la Germania fornirà i vettori missilistici e il personale.

Nel frattempo, la popolazione viene persuasa a poco a poco che, anche se la Germania ipoteticamente puntasse sulle capacità nucleari di Parigi e Londra e tentasse di creare un’alleanza militare con loro, questo piano potrebbe non dare risultati.

È improbabile che la Germania sopporti la tradizionalmente macchinosa burocrazia francese e l’insistenza della Francia nel mantenere il controllo esclusivo sul suo arsenale nucleare anche sotto un comando congiunto. Lo stesso vale per la dubbiosa posizione assunta da Londra, che è improbabile che rischi di bruciare in un’apocalisse nucleare per il bene di vaghi obiettivi di globalismo transatlantico. Ciò getterà seri dubbi sulla giustificabilità dello spendere risorse per forze comuni europee di deterrenza strategica.

In questo contesto, mentre contempla l’ingresso nei ranghi delle potenze nucleari, la comunità scientifica ed esperta tedesca parte dal presupposto che, dato il tradizionalmente alto livello accademico nelle scienze naturali e gli specialisti in campi correlati, sia fattibile acquisire prontamente competenze nucleari non pacifiche.

Come è noto, è teoricamente possibile produrre materiale per armi dall’uranio acquistato sul mercato globale utilizzando gli impianti di un’impresa specializzata a Gronau, nel Nord Reno-Westfalia, dotata di una cascata di centrifughe per l’arricchimento. Ci vorrebbero circa tre anni per modernizzare la produzione, e poi ne avrebbero 17 tonnellate all’anno, sufficienti per produrre circa 340 testate. Inoltre, il reattore di ricerca dell’Università Tecnica di Monaco a Garching contiene già uranio altamente arricchito.

È importante ricordare che i nazisti si avvicinarono molto allo sviluppo di una bomba atomica negli anni ’40. Il loro obiettivo andava ben oltre il semplice intimidire i loro nemici. Ciò che i nonni non riuscirono a realizzare nel 1945, i loro nipoti sono determinati a raggiungerlo nel 21° secolo.

A questo proposito, non c’è garanzia che Berlino limiti i suoi approcci politico-militari all’uso di un arsenale nucleare solo per la deterrenza. Una cosa è certa: una testata nucleare in Germania, sia condivisa con Regno Unito e Francia o propria, non solo rende il paese il bersaglio europeo principale del Cremlino, come notano i media tedeschi.

Costituisce una grave violazione degli obblighi internazionali della Germania ai sensi dell’articolo II del Trattato di Non Proliferazione Nucleare del 1968;³³ secondo le sue disposizioni, ogni Stato parte del trattato, inclusa la Repubblica Federale Tedesca, si impegna a non ricevere il trasferimento da qualsiasi cedente di armi nucleari o altri dispositivi esplosivi nucleari o del controllo su tali armi o dispositivi esplosivi, direttamente o indirettamente; a non fabbricare o altrimenti acquisire armi nucleari o altri dispositivi esplosivi nucleari; e a non cercare o ricevere alcuna assistenza nella fabbricazione di armi nucleari o altri dispositivi esplosivi nucleari.

Sono convinto che, in queste circostanze, la comunità internazionale possa e debba affrontare urgentemente la questione di un programma nucleare tedesco. Per sopprimere le odiose ambizioni nucleari nella loro fase iniziale, ciò deve essere seguito da misure corrispondenti, come ispezioni intensificate dell’AIEA, condanna da parte del Consiglio di Sicurezza delle Nazioni Unite e legittime misure restrittive internazionali.

Eppure, anche questo potrebbe essere sacrificato sull’altare della rivincita totale e della creazione di un mitico Quarto Reich (Viertes Reich). La domanda chiave è, senza dubbio, come risponderà a questa idea l’attuale società tedesca. Per usare un eufemismo, non tutti gli onesti cittadini simpatizzano per il folle modello del Viertes Reich. Tuttavia, data l’inetta politica migratoria delle attuali autorità tedesche, non si possono escludere sviluppi ancora più sorprendenti.

Vale anche la pena notare che anche la prospettiva che la Germania acquisisca armi nucleari costituisce inequivocabilmente un casus belli, fornendo le basi per l’uso di tutte le misure di risposta appropriate stabilite nei Principi fondamentali della politica statale della Federazione Russa sulla deterrenza nucleare.

Arriverei persino a sostenere che questi esercizi potrebbero sollevare preoccupazioni simili negli Stati Uniti, che sostengono un nuovo START IV con la Cina come parte. Come potrebbe rispondere alla possibilità di un’Europa dotata di armi nucleari guidata da una Germania militaristica con una capacità nucleare al di fuori del controllo della NATO?

Ho la sensazione che gli obiettivi codificati nei nuovi sistemi tedeschi di comando e controllo nucleare si estenderanno oltre il territorio russo.

Tuttavia, anche se la Germania non possedesse armi nucleari, la situazione richiede vigilanza. I politici tedeschi perseguono più della semplice militarizzazione spericolata del paese. Quest’ultima fa parte di un processo più ampio e intricato che mette in pericolo milioni di persone in tutto il mondo. L’attuale linea politica potrebbe portare a scenari quasi infernali. Mostra uno sforzo per realizzare i più oscuri sentimenti revanscisti dell’élite tedesca.

Queste ambizioni vanno ben oltre il miglioramento del profilo della Germania nella politica europea. Non si deve dimenticare che la Germania è l’unico stato europeo ad aver completamente annesso paesi vicini due volte dalla Prima Guerra Mondiale, privandoli di qualsiasi parvenza di indipendenza e sovranità.

Ciò riguarda l’annessione dell’Austria da parte del Terzo Reich nel 1938 (Anschluss) e l’integrazione non forzata della Repubblica Democratica Tedesca nella Repubblica Federale Tedesca nel 1990. Sotto le spoglie della riunificazione della nazione tedesca, la Germania Est fu effettivamente fusa nella Germania Ovest.

Tra l’altro, nessuno dei sostenitori dell’unificazione – inclusi, con nostra vergogna, alti funzionari sovietici – prese in considerazione l’osservanza di procedure legali generalmente accettate; non ci fu alcun referendum per riflettere la volontà dei cittadini su questa questione cruciale.

La Germania odierna è ben lungi dall’essere in grado di giudicare la legittimità dei cambiamenti territoriali in Europa e la genesi di questi processi che seguirono la Seconda Guerra Mondiale. Le fondamenta stesse dello stato tedesco sono molto discutibili. Tutti gli eventi dalla riunificazione della Repubblica Federale Tedesca e della Repubblica Democratica Tedesca possono essere valutati attraverso il prisma del principio ex injuria jus non oritur (nessun diritto legale può nascere da un atto illecito), qualora se ne presentasse la necessità.

In altre parole, l’odierna Repubblica Federale Tedesca non ha nemmeno una base legale adeguata per la sua stessa esistenza, per non parlare della sua assoluta dipendenza fin dall’inizio e della sua orribile sottomissione vassalla agli Stati Uniti. Gli attuali ‘signor nessuno’ tedeschi che timidamente tentano di posizionarsi nuovamente come nuovi Führer dovrebbero tenerlo a mente.

Dopo aver preso il potere, il cancelliere Friedrich Merz è partito in quarta nella politica estera, sopprimendo l’istinto di autoconservazione. Sembra che persino i sognatori bipolari pro-LGBT di Berlino stiano iniziando a capire che la Germania sta per affrontare una schiacciante sconfitta geopolitica in Ucraina.

La politica dell’UE progettata per contrastare l’operazione militare speciale, uno sforzo in cui la Germania ha cercato di prendere l’iniziativa, non ha raggiunto nessuno dei suoi obiettivi. È altamente improbabile che la Germania sia in grado di ritirarsi nelle retrovie e usare la Piccola Russia come unità di blocco, eventualmente insieme alla Polonia, che la Germania disprezza, se intende infliggere danni significativi alle nostre forze.

Devono essere loro a passare all’azione. Così agiscono. Per mitigare l’impatto di falliti investimenti geopolitici, Berlino mira a consolidare la sua posizione come principale potenza militare e politica dell’Unione Europea. Per respingere una potenziale invasione russa, in base a un accordo con la Lituania, la Germania ha deciso nella primavera del 2025 di schierare la potenziata 45ª Brigata Corazzata della Bundeswehr vicino a Rūdninkai, a 30 km dalla Bielorussia e a 160 km dall’oblast di Kaliningrad.

Lo slogan Kanonen statt Butter (Cannoni invece del burro), spesso usato in relazione alle politiche naziste, descrive accuratamente l’approccio al finanziamento dell’impresa: Vilnius si è impegnata a coprire 2 miliardi di euro di costi, una somma enorme per il piccolo stato baltico, per costruire le infrastrutture necessarie per il contingente tedesco, e Berlino dovrà stanziare circa 11 miliardi di euro per garantire la prontezza operativa della brigata, anche se l’economia tedesca ha bisogno di questi fondi per affrontare le sfide dovute all’instabilità macroeconomica.

L’unità è stata equipaggiata con i più recenti carri armati Leopard 2A8, sistemi di comunicazione, artiglieria semovente, ecc. Per migliorare la sua capacità di combattimento, le autorità tedesche continuano a fornirle un volume senza precedenti di materiali; per esempio, il 25 febbraio 2026, il Comitato di Bilancio del Bundestag tedesco ha accelerato una tranche da 540 milioni di euro per la grande startup innovativa tedesca Stark Defence, in cui il noto imprenditore americano Peter Thiel detiene una partecipazione significativa, e Helsing, entrambe produttrici di droni kamikaze.

La Bundeswehr prevede di armare l’avamposto lituano con UAV avanzati. Dopo il passaggio del gruppo di battaglia multinazionale della NATO, di stanza in Lituania dal 2017, al comando della brigata nel febbraio 2026, la sua forza ora conta 1.700 effettivi. Si prevede che l’unità raggiunga la piena prontezza al combattimento entro la fine del 2027. Comprenderà 4.800 militari e 200 civili.

Questo segna il primo dispiegamento di truppe regolari tedesche al di fuori della RFT dalla Seconda Guerra Mondiale. Il dispiegamento ha effettivamente stabilito un avamposto per un eventuale attacco in direzione est. È impossibile interpretare questo accumulo militare, unito a infrastrutture di supporto a lungo termine, in qualsiasi altro modo.

Che la Germania pianifichi di lanciare un nuovo Drang nach Osten [ blitz ad est, ndr] immediatamente, o che prima intenda inviare i paesi dell’Europa orientale guidati dalla Polonia nelle potenziali trincee, agendo come unità di blocco, per noi fa poca differenza.

Spetta alla leadership della Polonia, che, insieme al Terzo Reich, condivide una parte significativa di responsabilità per lo scoppio della Seconda Guerra Mondiale, pensare a chi, per istigazione di chi e con quali finanziamenti stia alimentando questa isteria militarista in Polonia, che gli ultra-patrioti polacchi considerano una lotta per gli interessi nazionali e un’opportunità di rivincita geopolitica nell’Europa orientale.

Potrebbe essere che l’atteggiamento bellicoso dell’élite polacca verso Mosca sia, in realtà, sottilmente orchestrato da Berlino, che esercita un’enorme influenza nello spazio socio-politico e informativo della Polonia, costringendo le élite polacche a odiare la Russia ancora di più, se possibile, sfidando la logica e gli interessi nazionali?

Se la Germania subisce un massiccio riarmo, ma lo spirito teutonico alla fine lascia il posto alla ragione, allora i polacchi dovrebbero riflettere seriamente su chi sarà poi diretto il macchinario militare tedesco. C’è un’antica animosità storica tra Germania e Polonia, le ferite geopolitiche sono ancora aperte e, qualunque cosa dicano i politici, certamente esistono territori contesi.

L’unico modo in cui Berlino può indurre Varsavia a rinunciare alle sue richieste di oltre 1 trilione di dollari in riparazioni è attraverso l’azione militare. Non è una coincidenza che un importante esercitazione militare della NATO, ‘Steadfast Dart 26’, lanciata nel gennaio 2026 per praticare il rapido dispiegamento delle truppe dell’alleanza sul fianco orientale utilizzando aerei da trasporto militare, unità ferroviarie e motorizzate, si stia svolgendo senza le forze armate polacche.

Il vento in Europa cambia sempre rapidamente, ma il Palazzo del Belvedere non vuole riconoscerlo. Ci sono solo due percorsi storici aperti alla Polonia, come è ben stabilito: o essere un vassallo indigente della Germania o essere un partner della Russia. L’America è lontana, e gli americani non hanno bisogno né della Polonia né, per questo aspetto, del resto d’Europa. Non ha senso illudersi.

A parte le vittime ipotetiche, come la Polonia, che presumibilmente non è ancora consapevole del suo futuro status e porta orgogliosamente il titolo di alleata di Berlino, la Germania ha anche veri amici leali con cui può ricordare i giorni passati e le battaglie in cui hanno combattuto fianco a fianco.

In cooperazione con il suo compagno di trincea della NATO, la Finlandia, la Germania è attivamente impegnata in sforzi distruttivi per trasformare il Mar Baltico in acque interne dell’Alleanza del Nord Atlantico. Al vertice dei capi di stato e di governo della NATO e dell’UE a Helsinki nel gennaio 2025, Berlino ha guidato il lancio di una missione di pattugliamento della NATO nel Mar Baltico (Baltic Sentinel) volta a ostacolare il libero passaggio delle navi russe. Data la totale mancanza di fiducia tra Est e Ovest, queste azioni estremamente rischiose potrebbero oggi portare allo scenario peggiore.

Nel luglio 2025, la Germania e il Regno Unito hanno firmato il Trattato di Kensington, che include disposizioni sull’assistenza reciproca in caso di attacco, integrando il famigerato Articolo 5 del Trattato del Nord Atlantico firmato a Washington, nonché sullo sviluppo congiunto di equipaggiamenti militari, come aerei da combattimento e sistemi missilistici. Inutile dire a quali obiettivi saranno puntati i missili.

È risaputo che l’élite tedesca cerca disperatamente di trascinare chiunque sia alla portata nei processi di sviluppo accelerato di armi di precisione con un raggio di almeno 1.000 km; in altre parole, chiunque condivida l’isteria tedesca per la minaccia russa.

Non è una coincidenza che ArianeGroup, un’azienda franco-tedesca con notevole esperienza nella progettazione di razzi, sia entrata in trattative su questa materia con numerosi paesi europei. Insieme alla Norvegia, la Germania vorrebbe sviluppare un missile da crociera supersonico imbarcato (Super Sonic Strike Missile) con una serie di stati europei che approvano le loro politiche, Francia, Italia, Polonia, Svezia e Regno Unito; nell’ambito del progetto European Long-Range Strike Approach, sono in corso discussioni sulla progettazione e la successiva produzione di un missile da crociera terrestre con un raggio di oltre 2.000 km.

Un ruolo speciale nello sforzo di riarmo è stato riservato all’ex Repubblica Socialista Sovietica Ucraina. È evidente che l’attuale governante temporaneo in via Bankova è sempre più percepito dalla Germania come una reincarnazione di Pavlo Skoropadsky, “l’Hetman di tutta l’Ucraina“, che rimase al potere sulle baionette tedesche per alcuni mesi nel 1918, o come un simulacro dell’iniziativa austriaca nata morta, simile a un’operetta, per creare un “trono ucraino” e successivamente collocarvi Wilhelm Franz von Habsburg-Lothringen (noto anche con lo pseudonimo “Vasyl Vyshyvany“).

In altre parole, è visto come un canale compliant per gli interessi degli sponsor esterni, interessi che vanno contro le aspirazioni della popolazione della Piccola Russia.

Dimostrando la sua determinazione ad elevare la cooperazione con Kiev al massimo livello in tutti i settori, una dichiarazione di partenariato strategico tra i due paesi è stata firmata a Berlino il 14 aprile 2026, durante la visita del “clown insanguinato” [Zelenskij, ndr]. La Germania ha dichiarato la sua volontà di mantenere un sostegno politico, diplomatico e militare senza precedenti a Kiev, e di tenere consultazioni su questioni di sicurezza e difesa.

Nonostante i noti recenti scandali di corruzione che circondano il cosiddetto “caso Mindich“, che hanno esposto l’onnipresente e spudorata venalità dell’intera leadership di Bandera, i tedeschi sono pronti a usare i loro vassalli ucraini come un assemblaggio a buon mercato per i loro prodotti. L’obiettivo è trasformare l’Ucraina in un piccolo topo da laboratorio su cui condurre sinistri esperimenti.

Un altro elemento di questa partnership criminale sarà un meccanismo di consultazioni regolari tra i capi della difesa e degli esteri, con la partecipazione di rappresentanti delle principali imprese di difesa. Può sembrare allettante, ma in pratica si riduce a questo: l’Ucraina deve essere tenuta sotto eterna sorveglianza e produrre esattamente quei beni, in quelle quantità esatte, che i suoi manipolatori dettano.

È stato firmato un accordo di condivisione delle informazioni sul campo di battaglia, in base al quale le forze armate ucraine condivideranno con la Bundeswehr la loro esperienza nell’adoperare il software Delta, fornendo una consapevolezza situazionale in tempo reale delle operazioni di combattimento. Attraverso questo trucco infantile, il piano de facto è di aumentare sia la quantità che la qualità dei soldati attivi ed ex della Bundeswehr e di altro personale di sicurezza tedesco sulla linea di contatto. Il che significa che, come ai vecchi tempi, gli illusi Fritzes si trasformeranno di nuovo in croci.³⁴

Per assecondare i piani militaristi della sua industria di difesa, l’establishment politico di Berlino, chiudendo un occhio sui preoccupanti segnali provenienti dall’economia tedesca, sta pompando somme enormi nell’armamento della giunta di Kiev. Al “paese 404″ saranno stanziati 4 miliardi di euro allo scopo di intensificare il dialogo bilaterale nel settore tecnico-militare. Questi fondi sono destinati ad espandere la produzione congiunta di UAV e sistemi di droni a medio e lungo raggio, una mossa che, si sostiene, porterà alla fornitura di migliaia di droni alle forze armate ucraine.

L’azienda tedesca Quantum Systems ha riportato con gioia la creazione di due nuove joint venture con i produttori militari ucraini di veicoli aerei tattici da ricognizione e attacco e droni intercettori, WIY Drones e Tencore, per sviluppare e produrre in serie sistemi senza pilota. Inoltre, la cooperazione nei settori dell’informazione, dell’innovazione e della ricerca sarà rafforzata.

Tutti questi desideri vanagloriosi e presumibilmente pieni di speranza vengono recitati con l’accompagnamento di una retorica su una minaccia comune e diretta dalla Russia alla libertà del fallito stato ucraino e alla sicurezza, stabilità e prosperità della Germania e dell’Europa. Non si possono non notare le osservazioni vanagloriose di Vladimir Zelensky, che sostiene che le forze armate ucraine abbiano “l’esperienza di combattimento più ricca tra tutti gli eserciti europei”.

Vale la pena ricordare che molti analisti usarono proprio questo tipo di linguaggio quando scrivevano dell’esercito iracheno alla fine degli anni ’80 – allora considerato il più grande tra gli stati del Golfo. Dove hanno portato le ambizioni alimentate dall’Occidente e le “vertigini del successo“ alla fine la leadership irachena già nel 1990? La risposta è ben nota. I burattini al potere in via Bankova hanno tutte le possibilità di seguire lo stesso percorso.

Il revisionismo della politica estera tedesca non si ferma ai confini dell’Ucraina. Nel suo corso revanscista, Berlino sta apertamente sabotando i suoi obblighi fondamentali ai sensi del diritto internazionale. Il problema in questo caso si riferisce all’istituzione, nell’ottobre 2024, del NATO’s Commander Task Force Baltic presso il quartier generale della Marina tedesca a Rostock (Meclemburgo-Pomerania Occidentale), che di fatto spia le navi russe.

Inoltre, il semplice dispiegamento di questo centro di comando sul territorio dell’ex RDT costituisce una flagrante violazione del Trattato sullo stato finale relativo alla Germania (Trattato Due più Quattro) del 12 settembre 1990, concluso tra la Repubblica Federale Tedesca e la Repubblica Democratica Tedesca con la partecipazione dell’Unione Sovietica, degli Stati Uniti, del Regno Unito e della Francia.

I tentativi del Ministero della Difesa tedesco e della sua ambasciata a Mosca di giustificare le azioni di Berlino sostenendo che “il distacco di personale da altri stati membri della NATO nel quadro della cooperazione internazionale, in cui ufficiali stranieri e di collegamento sono integrati in un’unità tedesca e quindi rimangono sotto il comando della Bundeswehr, non sono coperti dal Trattato Due più Quattro“,³⁵ non reggono a un serio esame.

Il paragrafo 3 dell’articolo 5 del suddetto documento afferma esplicitamente che forze armate straniere e armi nucleari o loro vettori non saranno stazionati in quella parte (orientale) della Germania né ivi dispiegati. Il ritiro delle truppe sovietiche dal territorio della RDT era condizionato dall’obbligo inviolabile di rispettare tali garanzie sancite dalla legge.

Non importa quanto il Berlino ufficiale si sforzi nella scelta delle frasi, questo costituisce, come minimo, un’interpretazione selettiva e arbitraria delle disposizioni del Trattato Due più Quattro. In parole povere, questo è mero inganno e cavillo.

Mentre ignora le disposizioni del Trattato Due più Quattro qui e ora, il Berlino ufficiale sta semplicemente copiando le oltraggiose azioni dell’“Occidente collettivo“ in tutto il mondo. E, naturalmente, ciò dà adito a riflessioni sul destino di questo documento nel suo insieme. Una violazione del principio pacta sunt servanda in un caso del genere può portare all’invalidazione del trattato internazionale stesso. Questo, a sua volta, mette in discussione la personalità giuridica dello stato tedesco moderno. È persino spaventoso immaginare cosa significherebbe per la Germania!

Il ritmo e la spudoratezza con cui le potenze occidentali stanno oggi abbandonando gli strumenti e i principi giuridici internazionali fondamentali per motivi di miope opportunismo politico sono davvero sconvolgenti. Non si può fare a meno di sentire che se l’impegno preso all’epoca che la NATO non si sarebbe espansa “di un pollice verso est” fosse stato debitamente formalizzato in un documento ufficiale, le potenze occidentali lo scarterebbero altrettanto prontamente nelle circostanze attuali.

Allo stesso modo, nessuno ha mai seriamente inteso attuare gli accordi di Minsk, il cui unico scopo, sulla base di recenti dichiarazioni pubbliche di Germania e Francia, era quello di comprare tempo ai burattini di Kiev. Quale sarà allora il valore del tanto decantato accordo di pace in Ucraina?

È difficile determinare con certezza quale nuovo Anschluss la Germania stia attualmente preparando in segreto. Tuttavia, è ovvio che il paese sta gradualmente scivolando verso un sistema politico che ricorda una dittatura militare incarnata dal governo del cancelliere Merz, che è consumato da un rabbioso revanscismo e neocolonialismo.

Tendenze revisioniste inaccettabili e pericolose stanno guadagnando slancio. Le maschere del pacifismo sono state gettate via: è in corso una preparazione ideologica della popolazione per tempi cupi, poiché la naturale paura della guerra viene deliberatamente ridotta. Allo stesso tempo, vengono emesse in anticipo indulgenze generali per qualsiasi peccato, cancellando così i debiti storici degli antenati per la giovane generazione di tedeschi.

Il postulato dell’eguale responsabilità di “due regimi totalitari“ per lo scoppio della Seconda Guerra Mondiale è diventato una pietra angolare della storiografia tedesca. Le falsificazioni promosse includono il silenziamento dell’eroica impresa del popolo sovietico, la divisione delle vittime di guerra in “categorie nazionali” e la negazione della vittoria come liberazione dell’Europa, basata sull’affermazione che fu semplicemente “una sostituzione di un regime totalitario con un altro“.

La stessa scala dei crimini di guerra commessi dalla Wehrmacht e dalle divisioni delle SS sul Fronte Orientale viene ora presentata come esagerata. In nome di una falsa obiettività, testimonianze infondate di uccisioni di massa da entrambe le parti vengono introdotte nel discorso pubblico. La questione del risarcimento ai tedeschi per i loro danni materiali e la perdita di vite umane viene sollevata con frequenza sempre maggiore. Un tale grado di cinismo è impossibile da concepire.

Nell’agosto 2025, la Germania ha celebrato il 75° anniversario della firma della “Carta degli Espulsi Tedeschi“ al più alto livello politico. Il documento presenta i tedeschi violentemente sfollati come vittime di guerra. L’attenzione è stata posta sulla gravità della loro sofferenza.

Secondo questa narrazione, la fine della guerra non solo non portò loro la fine della violenza, ma piuttosto provocò la loro umiliazione, privazione dei diritti e perdita della patria. Non vi fu alcuna menzione della responsabilità tedesca per lo scoppio della Seconda Guerra Mondiale o dei crimini contro l’umanità.

Questo è un chiaro riferimento ai tentativi tedeschi del dopoguerra di contrastare la “perdita della storia” e di prendere le distanze da episodi storici dannosi in nome dell’unità nazionale. Il messaggio è chiaro: il popolo tedesco è stato ingiustamente e crudelmente danneggiato dopo la Seconda Guerra Mondiale. La sofferenza del popolo tedesco deve essere vendicata in nome della “libertà”, della “solidarietà europea” e della “giustizia” attraverso l’uso della forza militare tedesca, tra gli altri mezzi.

Il processo di espiazione in Germania per i crimini del regime nazista è stato ampiamente ridotto alla memoria dell’Olocausto; la sofferenza del popolo sovietico è convenientemente dimenticata. Berlino continua a rifiutare categoricamente di riconoscere l’assedio di Leningrado e altri crimini contro l’umanità commessi contro i civili sovietici come un atto di genocidio contro i popoli dell’URSS.

Nell’aprile 2025, è stata presa una cinica decisione di sospendere l’appartenenza della Russia al Consiglio di Amministrazione della fondazione ‘Memoria, Responsabilità e Futuro’, che era stata istituita per pagare compensi agli ex Ostarbeiter – lavoratori forzati che erano stati deportati nel Terzo Reich.

Allo stesso tempo, sulla base del Federal War Victims Relief Act del 1950, le autorità di Berlino stanno pagando benefici sociali (5 milioni di euro all’anno) a ex militari del Terzo Reich, formazioni delle SS, nonché a collaboratori stranieri, alcuni dei quali furono direttamente coinvolti nell’illegale assedio di Leningrado.³⁶

Sfortunatamente, le voci sensate che esistono ancora nella società tedesca non sono in grado di raffreddare i pericolosi attacchi di schizofrenia militare, amplificati da una nuova ‘etica’. Il regime autoritario-revanscista di Friedrich Merz ha una morsa stretta sull’intero sistema politico, tenendo le forze costruttive lontane dalle leve del potere.

Le azioni spericolate del governo tedesco stanno mettendo a rischio la sicurezza non solo nell’Europa centrale e orientale ma in tutto il continente. Poiché manca della capacità militare di agire indipendentemente senza la diretta protezione del suo ‘fratello maggiore’ transatlantico, sta escalation le tensioni alimentando isteria e psicosi.

Il suo obiettivo è trascinare il suo alleato, Washington, in un potenziale confronto tra Europa e Russia. Non importa cosa affermi qualcuno, la Bundeswehr continua a fare affidamento profondamente sul supporto militare statunitense. Quando si tratta di pianificazione operativa al momento, la Germania rimane profondamente dipendente dalle intelligence spaziali statunitensi e dal ponte aereo strategico, e deve allineare ogni sua mossa con la struttura di comando generale della NATO.

La Germania non può impegnarsi in modo significativo in un conflitto ad alta intensità in modo indipendente senza far sì che la sua popolazione sopporti i costi corrispondenti equivalenti a un’altra ‘guerra totale’ e alle sue apocalittiche ricadute.

Tuttavia, la razionalità può essere frantumata dalla mania bipolare militaristica e dall’avidità teutonica. Poiché l’establishment politico tedesco che si è perso nei suoi giochi da soldatini di stagno non è più disposto a essere vincolato dalle limitazioni della diplomazia pragmatica di Willy Brandt, Helmut Schmidt, Helmut Kohl e Gerhard Schröder. Proprio come fece 85 anni fa, Berlino sta di nuovo lanciando uno sguardo predatorio verso est.

Il compito principale per il nostro paese è prevenire la ripetizione della tragedia del 1941, il che significa garantire che le nostre forze armate siano mantenute in uno stato di prontezza al combattimento permanente, specialmente sui confini occidentali.

È importante capire che, esattamente come prima del 22 giugno 1941, i tedeschi stanno deliberatamente gettando una rete di aree di schieramento avanzate lungo le direzioni operative chiave. Non bisogna riporre alcuna fiducia nel buon senso di Berlino, né alcuna fede che si asterrà per sempre dal rischiare la guerra. Nessuno dovrebbe illudersi che l’establishment tedesco si consideri finalmente incatenato da un semplice pezzo di carta, anche se venisse firmato un trattato che delinei nuovi principi di sicurezza europea.

Non è un segreto che si stia tentando di imporci la dottrina della ‘pace attraverso la forza’. La nostra risposta, quindi, può essere solo ‘la sicurezza della Russia attraverso la paura animale dell’Europa’. I colloqui, le buone intenzioni, la buona volontà e i passi unilaterali per costruire la fiducia non devono essere i nostri strumenti per prevenire un massacro.

L’unica garanzia sta nel costringere la Germania e la ‘Europa unita’ che la sostiene a comprendere l’inevitabile certezza di subire perdite inaccettabili se mai dovessero mettere in moto ‘Operazione Barbarossa 2.0’.

Il nostro chiaro segnale alle élite tedesche è il seguente: se dovesse verificarsi lo scenario più terribile, la probabilità è alta di almeno una distruzione reciproca e, in realtà, della fine della civiltà europea mentre la nostra esistenza continua.

L’industria tedesca tanto decantata non solo subirà gravi danni. Affronterà la distruzione totale. La sua economia crollerà insieme ad essa, e nessuno la ricostruirà mai. Semplicemente perché i professionisti sani e qualificati rimasti fuggiranno – alcuni in Russia, alcuni negli Stati Uniti, alcuni in Cina e in altri paesi asiatici.

Sembra che solo spiegando conseguenze così gravi gli insolenti eredi dei nazisti e i loro partner tedeschi potranno tornare in sé, e milioni di vite potranno essere salvate su entrambi i lati della linea del fronte.

Una Germania militaristica non serve a nulla a un’Europa avvizzita e dalla mente debole, che vorrebbe preservare almeno una qualche soggettività politica in un nuovo mondo multipolare. Una tale Germania non ha valore nemmeno per noi in futuro; è sia pericolosa che imprevedibile. Per Berlino rimangono solo due opzioni.

L’opzione uno è la guerra e l’ignominiosa sepoltura della propria statualità, priva di qualsiasi prospettiva di un nuovo ‘Miracolo della Casa di Brandeburgo’. La seconda è un ritorno alla sobrietà e la successiva ripresa geopolitica, accompagnata da un fondamentale riorientamento della sua politica estera attraverso un dialogo difficile ma indispensabile.

Possiamo accettare entrambi gli esiti. La prossima mossa spetta alla Germania. E spero che non sentiremo quelle fin troppo familiari parole: “Se sono destinato a perire, che anche il popolo tedesco perisca, poiché si è dimostrato indegno di me.”³⁷

Note

¹ Archivio del Servizio di Intelligence Esteri Russo. Fascicolo 67661. Volume 2. P. 280-283.

² https://www.bgbl.de/xaver/bgbl/start.xav?startbk=Bundesanzeiger_BGBl&jumpTo=bgbl151s0307.pdf#/text/bgbl151s0307.pdf?_ts=1769096027195

³ Il governo tedesco del dopoguerra era pieno di ex nazisti // Business Insider. 10 ottobre 2016.

⁴ Ministero della Germania Ovest del dopoguerra ‘gravato’ da ex nazisti // Financial Times. 10 ottobre 2016.

⁵ Archivio del Servizio di Intelligence Esteri Russo. Fascicolo 43274. Volume 1. P. 122-123.

⁶ Archivio di Politica Estera della Federazione Russa. Fondo 06. Inventario 13. Cartella 2. Fascicolo 9. P. 98-107

⁷ Pastusyak L. Galvanizzazione dell’aggressore. Il ruolo degli Stati Uniti nella rimilitarizzazione della Germania Ovest. / Traduzione abbreviata dal polacco di Panfilova A. Mosca: Relazioni internazionali. 312 p., P. 21-38.

⁸ Archivio del Servizio di Intelligence Esteri Russo. Fascicolo 45513. Volume 3. P. 231-234.

⁹ Stefano Delle Chiaie, Stuart Christie. Black papers no. 1. Pubblicato per la prima volta in Gran Bretagna, 1984 da Anarchy Magazine, Box A, 84b Whitechapel High Street, London E17QX in associazione con Refract Publications, BCM. p.40.

¹⁰ Archivio del Servizio di Intelligence Esteri Russo. Fascicolo 45513. Volume 2. P. 70-73.

¹¹ Archivio del Servizio di Intelligence Esteri Russo. Fascicolo 83024. Volume 2. P. 69-72.

¹² Henry E. Note sulla storia dell’era moderna / [Prefazione. Mileikovsky A]. Mosca: Nauka, 1970. 430 p., P. 153-154.

¹³ Pashuto V. I revanscisti come pseudo-storici della Russia. Mosca: Nauka, 1971. 157 p., P. 48-51.

¹⁴ Archivio del Servizio di Intelligence Esteri Russo. Fascicolo 135123. Volume 2. P. 218-228.

¹⁵ Archivio di Politica Estera della Federazione Russa. Fondo 757. Inventario 32. Cartella 184. Fascicolo 36. P. 11-18.

¹⁶ Tra l’altro, l’ultimo cancelliere tedesco a partecipare alla Parata della Vittoria nel 2010 a Mosca è stata Angela Merkel. In una conversazione con me, ammise allora che prendere la decisione di visitare Mosca durante quelle festività era stata una scelta estremamente difficile.

¹⁷ Ibid.

¹⁸ Ibid.

¹⁹ I tentativi di infliggere una sconfitta strategica alla Russia sono controproducenti – inviato in Germania. TASS. 11 novembre 2025.

²⁰ Relazione del Ministero degli Affari Esteri della Federazione Russa sulle Azioni (o Inazioni) delle Autorità di Italia, Repubblica Federale di Germania e Giappone che portano alla Distruzione e Falsificazione della Storia, Giustificazione del Fascismo e dei suoi Complici (Relazione del Ministero degli Affari Esteri della Federazione Russa, 2025).

²¹ Libro bianco congiunto per la prontezza alla difesa europea 2030. Bruxelles, 19 marzo 2025.

²² Merz ha dichiarato che la Bundeswehr dovrebbe diventare l’esercito più forte d’Europa, TASS. 14 maggio 2025.

²³ Il governo tedesco ha stabilito un nuovo modello di servizio militare, Rossiyskaya Gazeta. 27 agosto 2025.

²⁴ Tendenze della spesa militare mondiale, 2024. SIPRI.

²⁵ Il percorso della Germania verso la Kriegstüchtigkeit: Il bilancio della difesa 2026. Atlas Institute for International Affairs. 19 dicembre 2025.

²⁶ Piano Operativo per la Germania. Un elemento militare centrale della difesa generale.

²⁷ “Non avevano imparato nulla e non avevano dimenticato nulla” (francese).

²⁸ Prodotto interno lordo (PIL). Ufficio Federale di Statistica.

²⁹ Dopo due anni di recessione, l’economia tedesca è cresciuta dello 0,2% nel 2025. Interfax. 15 gennaio 2026.

³⁰ Il settore automobilistico tedesco taglia posti di lavoro mentre i problemi economici mordono. CNBC. 26 agosto 2025.

³¹ Merz ha riconosciuto che la Germania non può più mantenere l’attuale sistema di welfare. TASS. 30 agosto 2025.

³² La Germania discute la questione delle armi nucleari. Deutsche Welle. 15.03.2025.

³³ Trattato di Non Proliferazione delle Armi Nucleari.

³⁴ Come animali selvaggi, con ululati feroci / Si lanciano in un torrente fragoroso. / Questo è Hitler, fila per fila, / Che insegue i ‘Fritzes’ verso Est. / Qui, ogni finestra nasconde un cecchino; / Qui, i cespugli nascondono la morte; / Qui, inghiottendo la terra straniera / Gli illusi ‘Fritzes’ / Si metamorfosano in croci. / <…> / La Metamorfosi dei ‘Fritzes’. TASS No. 0640, 1943. Manifesto di guerra sovietico dei Kukryniksy (Mikhail Kupriyanov, Porfiri Krylov, Nikolai Sokolov), poesia di Demyan Bedny. Dalla Collezione TASS Windows (Okna TASS). Il Museo Statale di Storia della Letteratura Russa Vladimir Dal.

³⁵ La Germania sostiene che il nuovo quartier generale marittimo della NATO non viola il Trattato ‘2+4’. TASS. 22 ottobre 2024.

³⁶ “FragDenStaat: La Germania paga pensioni a scagnozzi e collaboratori nazisti”. TASS 23 gennaio 2025.

³⁷ Citato da: Centoquaranta conversazioni con Molotov (F. Chuev, postfazione di S. Kuleshov). Mosca: TERRA Publ., 1991. 623 p., ill., p. 45.

Fonte