Presentazione


Analisi, opinioni, fatti e (più di rado) arte da una prospettiva di classe.

03/07/2026

La lunga genealogia della violenza di Stato

Ci sono libri che arrivano nel momento giusto e altri che arrivano quando sono necessari. Il nuovo lavoro di Turi Palidda, 25 anni dal G8: continuità militaresca della sicurezza e delle polizie dal 1860, appartiene decisamente alla seconda categoria.

A venticinque anni dal G8 di Genova, mentre si moltiplicano commemorazioni, iniziative pubbliche, pubblicazioni e tentativi di rilettura di quelle giornate, il sociologo siciliano sceglie una strada diversa da quella della memoria celebrativa o del semplice racconto testimoniale. Il suo obiettivo è molto più ambizioso: dimostrare che Genova non è stata un’eccezione, un incidente di percorso, un cedimento momentaneo della democrazia italiana, ma l’espressione di una lunga continuità storica che attraversa l’intera vicenda dello Stato unitario.

La tesi del libro è chiara fin dalle prime pagine: il governo della sicurezza e le polizie italiane sono state forgiate, fin dall’Unità d’Italia, da un’impronta profondamente militaresca e da una concezione dell’ordine pubblico che ha avuto come funzione principale la difesa dell’ordine sociale esistente e la repressione delle classi subalterne e dei movimenti di protesta.

È una tesi forte, destinata a suscitare discussione, ma sostenuta da una mole impressionante di riferimenti storici, documenti, dati e studi accumulati dall’autore in decenni di ricerca.

Genova come chiave di lettura del presente

Il G8 del 2001 rappresenta il punto di partenza e, allo stesso tempo, il punto di arrivo del libro.

Per Palidda le violenze della Diaz e di Bolzaneto, l’uccisione di Carlo Giuliani, i depistaggi, le false prove, la mancata collaborazione dei vertici di polizia con la magistratura e la successiva promozione di molti dei responsabili non costituiscono un’anomalia democratica. Sono invece il prodotto di una storia lunga, fatta di continuità istituzionali, culture autoritarie e pratiche repressive che hanno attraversato tutte le stagioni politiche italiane.

In questa prospettiva Genova assume un significato diverso. Non è semplicemente il luogo della più grave sospensione dei diritti democratici avvenuta in un paese occidentale dopo la Seconda guerra mondiale, secondo la definizione di Amnesty International.

È anche il momento in cui si rende visibile qualcosa che normalmente rimane nascosto: la persistenza di apparati dello Stato che continuano a concepire il conflitto sociale come una minaccia da neutralizzare e non come una dimensione fisiologica della democrazia.

Da qui deriva una delle intuizioni più importanti del volume: la continuità tra il G8 e ciò che è accaduto successivamente.

Le torture di Santa Maria Capua Vetere, le morti di Stefano Cucchi, Federico Aldrovandi, Riccardo Magherini, Giuseppe Uva, Davide Bifolco, Hasib Omerovic, le violenze documentate nelle carceri, i pestaggi nei CPR, i lacrimogeni sparati ad altezza d’uomo durante le manifestazioni, le lesioni permanenti inflitte a manifestanti come “Lince” a Bologna, non sono episodi separati. Sono tasselli di un quadro più ampio che interroga il rapporto tra democrazia, impunità e apparati coercitivi.

Una storia lunga 160 anni

L’elemento più originale del libro è però il suo respiro storico.

Palidda costruisce una vera e propria genealogia della sicurezza italiana che parte dal Risorgimento e arriva ai giorni nostri. Le repressioni delle rivolte popolari del XIX secolo, i massacri dei Fasci siciliani, la repressione del brigantaggio, il colonialismo italiano, il fascismo, la mancata epurazione degli apparati dopo il 1945, le stragi di Stato, le torture praticate durante la lotta al terrorismo, vengono letti come momenti differenti di una stessa storia.

Secondo l’autore, l’Italia repubblicana non ha mai realmente democratizzato il proprio sistema di sicurezza.

La mancata epurazione dei fascisti dagli apparati dello Stato, l’influenza statunitense nel dopoguerra, la conservazione di dispositivi normativi ereditati dal fascismo, la permanenza di una cultura gerarchica e militaresca all’interno delle forze di polizia avrebbero impedito la costruzione di un modello di sicurezza realmente democratico.

È un giudizio severo, ma che trova sostegno in una ricostruzione storica minuziosa e nella capacità dell’autore di tenere insieme processi apparentemente lontani tra loro.

Sicurezza per chi?

Uno dei contributi più interessanti del volume riguarda la critica al paradigma dominante della sicurezza.

Palidda rovescia la domanda che normalmente accompagna il dibattito pubblico. Non si chiede semplicemente come aumentare la sicurezza, ma di quale sicurezza stiamo parlando e chi viene effettivamente protetto dalle politiche securitarie.

L’autore mostra come l’ossessione per l’ordine pubblico e per la repressione della criminalità diffusa abbia progressivamente oscurato altre forme di insicurezza ben più gravi e mortali: le morti sul lavoro, le devastazioni ambientali, le contaminazioni tossiche, la povertà, il supersfruttamento, la precarizzazione delle condizioni di vita.

L’Italia, sostiene Palidda, è uno dei paesi europei più sicuri sotto il profilo della criminalità, ma al tempo stesso uno di quelli in cui le istituzioni si dimostrano meno capaci di affrontare le grandi insicurezze sociali.

La sicurezza, in questa prospettiva, diventa un dispositivo di governo delle classi popolari e delle marginalità più che uno strumento di tutela della collettività.

Immigrazione e razzializzazione della sicurezza

Particolarmente efficaci sono anche le pagine dedicate all’immigrazione.

Da anni Palidda lavora sul rapporto tra migrazioni, razzismo e pratiche di polizia e il libro riprende molte delle sue ricerche precedenti. L’autore mostra come gli immigrati e le persone marginalizzate costituiscano i principali bersagli dei controlli di polizia e denuncia l’esistenza di pratiche di profilazione razziale che contribuiscono a produrre una rappresentazione distorta del rapporto tra immigrazione e criminalità.

La costruzione del migrante come soggetto pericoloso diventa così uno degli strumenti attraverso cui il sistema di sicurezza legittima la propria espansione e la propria funzione repressiva.

È un’analisi che acquista ulteriore forza nell’attuale contesto europeo, segnato dalla crescita delle destre radicali, dalla diffusione di discorsi xenofobi e dalla trasformazione delle politiche migratorie in politiche di polizia.

Oltre la denuncia

Il libro non si limita però alla denuncia.

Nelle conclusioni Palidda propone una riflessione politica sulla necessità di ripensare radicalmente il rapporto tra sicurezza e democrazia. La sua proposta – che si colloca all’interno del dibattito internazionale sul defund the police e sulle prospettive abolizioniste – consiste nello spostamento di risorse dalle spese militari e di polizia verso la sanità, la scuola, i servizi sociali, la prevenzione, gli ispettorati del lavoro e le politiche pubbliche di tutela dei diritti sociali.

Si può condividere o meno questa prospettiva, ma il merito del libro è quello di costringere il lettore a interrogarsi su questioni troppo spesso rimosse dal dibattito pubblico.

Perché in Italia le richieste di trasparenza delle forze di polizia incontrano ancora forti resistenze?

Perché i meccanismi di accertamento delle responsabilità degli agenti continuano a mostrare enormi limiti?

Perché, a distanza di venticinque anni da Genova, il tema dell’impunità continua a essere così attuale?

Perché le politiche di sicurezza si espandono proprio mentre i dati sulla criminalità mostrano un andamento decrescente?

Un libro necessario

Il volume di Turi Palidda è, prima di tutto, un libro scomodo.

Perché rifiuta le letture consolatorie della storia repubblicana. Perché mette in discussione l’idea che la democratizzazione delle istituzioni coercitive sia un processo già compiuto. Perché mostra come la violenza di Stato non sia un residuo del passato ma una possibilità sempre presente all’interno delle democrazie contemporanee.

Soprattutto, il libro ci ricorda che Genova non appartiene al passato.

La Diaz e Bolzaneto non sono soltanto luoghi della memoria. Sono ancora oggi una chiave per comprendere il presente: la criminalizzazione del dissenso, l’espansione dei dispositivi securitari, la riduzione degli spazi democratici, l’impunità delle violenze istituzionali.

Ed è forse proprio questo il messaggio più importante che emerge dalle oltre ottanta pagine del volume: se vogliamo capire cosa è accaduto nel luglio del 2001 e perché continua a parlarci ancora oggi, dobbiamo smettere di considerare Genova un’eccezione.

Per Turi Palidda, e probabilmente anche per chi in questi venticinque anni ha continuato a interrogarsi su quelle giornate, Genova è stata piuttosto una rivelazione. Il momento in cui è diventata visibile una lunga storia italiana di repressione, continuità autoritarie e impunità che, sotto forme diverse, continua ancora a interrogare la qualità della nostra democrazia.

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Le ambiguità della “resistenza” iraniana all’estero. Intervista a Minoo Mirshahvalad

La rappresentazione della situazione politica iraniana offerta in questi anni dalla grande maggioranza dei media mainstream nel nostro Paese può essere facilmente accusata di superficialità.

Da un lato, si racconta, c’è una spietata “dittatura teocratica”; dall’altro un popolo oppresso e ostile, pronto a rovesciarla, magari anche grazie al generoso (e certo disinteressato) aiuto occidentale, e a instaurare finalmente uno Stato “democratico” e “laico”, pronto a stabilire rapporti cordiali (cioè di subalternità politica ed economica) con l’Occidente.

È una narrazione che, a chi voglia vedere, risulta evidentemente insostenibile anche alla luce dei recenti eventi legati alla guerra scatenata da Stati Uniti e Israele, che hanno mostrato l’esistenza di un rapporto molto più complesso tra Repubblica Islamica e popolo iraniano, e probabilmente hanno avuto l’effetto di aumentare il sostegno popolare allo Stato nato dalla Rivoluzione del 1979. Ma non per questo è dato assistere ad un significativo miglioramento dell’informazione nostrana sul tema.

In questa narrazione, un ruolo importante è giocato dalla diaspora iraniana, le cui voci – spesso molto critiche verso la Repubblica Islamica – in quanto funzionali alla narrazione che si vuole presentare, vengono amplificate oltre ogni misura, e presentate come quelle del “vero” popolo iraniano.

Il prediletto interprete di questa opposizione all’estero è stato, naturalmente, Reza Pahlavi, il figlio dell’impopolare – ma graditissimo all’Occidente – Scià deposto dalla rivoluzione khomeiniana del 1979, esule negli Stati Uniti, e negli ultimi mesi onnipresente nei media occidentali, come autoproclamato leader dell’Iran post regime-change.

Ma esistono anche altre forze che appaiono competere con i sostenitori dello Scià, per accreditarsi presso le potenze occidentali come il “cavallo giusto” su cui puntare, ossia la forza più credibile da sostenere per i disegni di regime-change e di egemonia sullo scacchiere mediorientale.

È il caso del MEK (acronimo di Mojahedin-e Khalq), organizzazione dal seguito pressoché nullo in Iran, ma attivissima in Occidente, particolarmente in Francia dove ha sede il Consiglio Nazionale della Sicurezza Iraniana, emanazione del MEK, e dove risiede la sua leader Maryam Rajavi.

L’organizzazione è attiva anche in Italia: a Roma si sono svolte negli anni diverse manifestazioni, e il 31 luglio 2025 si è tenuto il Free Iran World Summit, alla presenza fra gli altri dell’ex presidente del Consiglio europeo Charles Michel e di Matteo Renzi, noto “attivista per i diritti dei popoli e delle donne”, come testimoniato dalla stretta collaborazione con il principe saudita bin Salman.

Vi sono poi figure come Khosro Nikzat, che sul territorio di Cuneo conduce una febbrile attività politico-diplomatica per perorare e legittimare la causa di questa organizzazione, cercando ripetutamente di accostarla addirittura alla resistenza antifascista italiana.

Dal momento che in Italia pare che basti proclamarsi contro la dittatura iraniana, per ottenere acriticamente cittadinanza e legittimazione anche in ambienti “progressisti”, e poiché del MEK si sa poco, per Contropiano abbiamo rivolto alcune domande su questa organizzazione e sugli sviluppi della situazione alla studiosa iraniana Minoo Mirshahvalad, sociologa e ricercatrice in Studi islamici presso l’Università di Copenhagen.

La professoressa Mirshahvalad negli anni ha collaborato con università e centri di ricerca anche in Iran, Italia, Spagna e Stati Uniti; è studiosa della diaspora iraniana e attenta osservatrice delle dinamiche politiche e sociali di quel Paese, sulle quali svolge da tempo un prezioso lavoro di controinformazione, che invitiamo a seguire, sui propri canali e su vari media internazionali.

Ci può illustrare le origini storiche dell’organizzazione MEK? Quale rapporto esiste con il Consiglio Nazionale della Resistenza Iraniana?

Il MEK nasce negli anni ‘60 da un gruppo di studenti universitari di ideologia islamista-marxista. Negli anni ‘70 si schierano con il movimento palestinese e con l’Ayatollah Khomeini. Nell’Iran di allora, orchestrano attacchi terroristici contro generali e ufficiali statunitensi, uccidendone decine.

Dopo la vittoria della rivoluzione iraniana, nel novembre 1979, condividono la mossa degli studenti iraniani che assalgono all’ambasciata statunitense e prendono in ostaggio gli statunitensi per 444 giorni.

Nel 1980 il loro leader Massud Rajavi si trova però in conflitto con l’Ayatollah Khomeini sulla questione del potere politico. Quindi inizia una stagione di lotta armata dei MEK contro la neonata Repubblica Islamica. I MEK organizzano tante esplosioni negli uffici dello Stato iraniano e uccidono numerosi politici iraniani.

Khomeini ordina il loro arresto e quelli che non si dissociano dal MEK vengono giustiziati. Gli altri scappano a Parigi.

È a Parigi che adottano il nome d’arte di Consiglio Nazionale della Resistenza Iraniana. Dopo Parigi, si trasferiscono in Iraq e durante la guerra Iran-Iraq combattono per Saddam Hussein contro l’Iran e gli offrono servizi di spionaggio tramite le loro cellule rimaste in Iran.

Quali sono gli obiettivi perseguiti da questa organizzazione? ⁠Quali sono i rapporti con le altre forze dell’opposizione iraniana, in particolare con i sostenitori di Reza Pahlavi?

Il loro scopo, sin dagli inizi degli anni ’80, è ottenere il potere politico in Iran. Tra loro e i sostenitori di Reza Pahlavi vi è un odio viscerale. Si accusano a vicenda di essere mercenari di poteri stranieri.

Qual è stata la posizione assunta negli ultimi mesi, davanti all’aggressione all’Iran e ad altri Paesi della regione da parte di Stati Uniti e Israele? In generale che tipo di rapporti intercorrono con queste potenze?

A differenza dei sostenitori di Pahlavi, loro non hanno sostenuto Israele e gli USA in maniera palese. Tuttavia, ci sono documenti sul fatto che negli anni hanno ricevuto addestramento, finanziamento e le armi sia dalla CIA che dal Mossad.

Per esempio, mentre erano ancora nella lista delle organizzazioni terroristiche – inseriti da Clinton (dal 1997 al 2012) – sono stati addestrati in un campo sperduto a nord-ovest di Las Vegas per penetrare in Iran dal nord. Su questo punto ci sono le testimonianze dei giornalisti statunitensi d’inchiesta. Loro naturalmente negano tutto.

In quali modi questa organizzazione agisce all’estero per perorare la propria causa?

Spendono milioni di dollari per corrompere i politici statunitensi; il più famoso tra loro che li ha sostenuti è John Bolton, ma anche Mike Pompeo.

Anche in Europa, Maryam Rajavi, l’attuale leader del MEK, ottiene tante udienze presso i parlamenti europei. Si presentano come democratici, ma sono più una setta religiosa che un’organizzazione politica. Hanno varie pratiche strane come il voto dell’eterno celibato, il giuramento di fedeltà a Maryam Rajavi, e il culto della personalità del leader.

Qual è attualmente, in base alle informazioni disponibili, il seguito di quest’area politica in Iran? Si può dire che goda di un ampio sostegno popolare?

Non hanno alcun seguito in Iran. Sono molto odiati dagli iraniani per aver tradito il proprio Paese durante la guerra Iran-Iraq.

Allargando lo sguardo, come giudica l’andamento delle attuali trattative tra Usa e Iran in Svizzera? Vede la possibilità di un accordo reale?

L’accordo tra gli USA e l’Iran è possibile solo se Israele cessa le proprie ambizioni espansionistiche e toglie le truppe dal sud del Libano – cosa lontana dall’orizzonte. Inoltre, negli anni gli USA hanno mostrato di non essere affatto affidabili nelle loro trattative con l'Iran. Quindi non ci vedo tante possibilità.

Quali sono a suo giudizio le più realistiche prospettive per l’autodeterminazione del popolo iraniano?

Affinché il popolo iraniano possa determinare il proprio futuro ci devono essere condizioni sia a livello internazionale, che a livello nazionale.

Fuori del confine nazionale, il diritto internazionale non deve valere solo “fino a un certo punto”. Gli USA devono restituire gli asset congelati iraniani e rimuovere le sanzioni che hanno stroncato l’economia iraniana. E devono risarcire i danni che hanno fatto alle infrastrutture civili e industriali iraniane.

A livello nazionale, lo Stato deve porre fine alla corruzione del sistema politico, e, in parallelo deve migliorare la situazione economica dei cittadini, deve riconoscere la libertà di espressione per i cittadini.

Come giudica, nel complesso, il dibattito ed il livello di informazione fornito dai media mainstream occidentali, nello specifico italiani, sulle vicende iraniane?

È pessimo. Più che informazione è propaganda pura in sostegno dello status quo. Le donne iraniane, e in generale la questione dei diritti umani in Iran, sono diventate oggetto di una propaganda che non soltanto non sostiene i cittadini iraniani, ma giustifica la violazione dei loro diritti perpetrando le guerre e quindi il peggioramento dei diritti umani in Iran.

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L’ombra dell’impunità sul Board of Peace, a discapito dei palestinesi

La Risoluzione n. 2026/3 del Board of Peace, l’organismo voluto da Donald Trump per demolire l’ONU ma avallato dallo stesso Consiglio di Sicurezza delle Nazioni Unite, sembra voler mettere su carta quel che viene denunciato da tempo, ovvero che si tratta dell’ennesimo organismo coloniale, pensato per istituzionalizzare la pulizia etnica dei palestinesi e trasformare Gaza secondo i desideri di Washington e Tel Aviv.

La Risoluzione – documento classificato come “sensibile ma non riservato” – è stato visionato dal quotidiano britannico The Guardian, che ne ha evidenziato gli elementi più controversi. Sono in particolare due i nodi che preoccupano: la larghissima immunità legale che verrebbe concessa ai membri del Board e a chi lavora con esso, e la possibilità di confisca illegale di beni e terreni dei palestinesi.

L’immunità di cui si parla nel testo è definita come la facoltà di sottrarsi a “qualsiasi arresto, detenzione o procedimento legale presso i tribunali o altre entità a Gaza”. Tale tutela coprirà anche personale quale forze militari internazionali, esperti tecnici palestinesi e, soprattutto, i contractor privati non residenti a cui verranno affidati i colossali appalti per la rimozione delle macerie, la sicurezza e la ricostruzione edilizia.

Il giusto timore che è stato sollevato è che la Risoluzuone vada a creare un “mostro” giuridico, che opererà al di fuori del diritto internazionale e che chiuderà non uno, ma due occhi, sui continui abusi che subiranno i palestinesi. L’unico a poter revocare l’immunità sarebbe il presidente del Board, con l’approvazione della maggioranza del suo consiglio esecutivo.

È bene ricordare che si tratta di una struttura di potere verticistica e blindata, in cui siedono il genero di Trump, Jared Kushner, l’inviato speciale Steve Witkoff, il Segretario di Stato USA Marco Rubio, e anche l’ex premier britannico Tony Blair. Insomma, solo il “re” e la sua “corte” potranno decidere cosa è legale e cosa no a Gaza.

Il documento, poi, stabilisce che per portare a termine i compiti del Board of Peace possono essere “forniti gratuitamente locali e strutture pubbliche necessari per il compimento delle missioni a Gaza”. Per molti analisti e organizzazioni internazionali, questo ambiguo passaggio apre la strada alla confisca unilaterale di proprietà palestinesi senza alcuna forma di consenso, indennizzo o possibilità di ricorso.

In pratica, si tratta della continuazione della prassi israeliana, ma sancita come regola di un organismo internazionale. Con l’aggiunta che, così come successo nelle vicende post-belliche in Iraq e Afghanistan, la privatizzazione e la militarizzazione delle attività di ricostruzione e degli aiuti andrà a beneficio di varie imprese stelle-e-strisce. Nei casi sopra citati, sono stati tanti ed enormi gli scandali di corruzione, gli abusi e persino gli omicidi di civili, senza mai davvero raggiungere giustizia.

Il Board of Peace non ha fatto commenti specifici sulla Risoluzione, ma in un comunicato è stato scritto che “qualsiasi insinuazione secondo cui questo processo sia concepito per creare illegalità o impunità è errata, fuorviante e ribalta completamente la questione” che è trattata dalla Risoluzione.

Essa non è ancora entrata in vigore, perché serve la firma dell’Alto Rappresentante per Gaza, parte del Board, il diplomatico bulgaro Nickolay Mladenov. Secondo le fonti del Guardian, egli ha incontrato al Cairo alcuni amministratori palestinesi selezionati dal Board, ma non avrebbe ancora condiviso la bozza della Risoluzione.

La quale, forse, non avrà approvazione immediata, ma il cui testo esprime un chiaro attacco al diritto internazionale, anche se nel “democratico” Occidente i capi di stato rimangono in silenzio...

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Crisi Volkswagen, mentre Mercedes parla di aumentare l’orario di lavoro... ma non il salario

Quando la spina dorsale dell’industria del cuore produttivo d’Europa manda segnali di crisi profonda, dovrebbe essere un monito chiaro per il fallimento delle politiche economiche e industriali della classe politica del Vecchio Continente, così come della sua borghesia. Invece, come sempre, la soluzione che i colossi tedeschi dell’automobile sembrano delineare per le proprie difficoltà viene promossa sulla pelle dei lavoratori, per mantenere a galla i profitti.

Il caso che sta facendo più “rumore” in questi giorni è quello di Volkswagen. La casa automobilistica si starebbe infatti preparando a varare un piano di ristrutturazione “lacrime e sangue”, come si suol dire. Sul tavolo del CEO Oliver Blume sembra ci sia la prospettiva di chiusura di quattro stabilimenti, a cui si accompagnerebbe il licenziamento di 100 mila lavoratori, ovvero il doppio rispetto al numero di tagli discussi sin dallo scorso marzo.

L’azienda conta circa 660 mila dipendenti a livello globale, e oltre il 40% è concentrato in Germania. Non si sa, nel caso in cui tale piano venisse approvato, dove si concentrerebbero i licenziamenti, ma è chiaro che molti sarebbero proprio in madrepatria, considerato che i quattro siti a rischio sembra siano i tre a marchio VW ad Hannover, Zwickau ed Emden, e lo stabilimento Audi di Neckarsulm.

Ciò rappresenterebbe un’evidente sconfitta per chi si è alternato al governo di Berlino negli ultimi anni, rendendo più tesa la situazione politica che già vede un significativo scivolamento verso l’estrema destra dell’AfD. Intanto, i mercati hanno risposto a tali indiscrezioni facendo precipitare il titolo Volkswagen ai minimi da 16 anni. La “cura” McKinsey non sembra più così assurda.

Parallelamente, la compagnia prevede anche una contrazione degli investimenti di circa il 15%, riducendoli a poco più di 130 miliardi di euro nei prossimi cinque anni. Una scelta che sembra assurda date le motivazioni alla base della crisi dell’automotive tedesco, ovvero la concorrenza cinese: nel 2024 la BYD ha scalzato Volkswagen dal primo posto nelle vendite sul mercato interno, e ora i produttori cinesi stanno arrivando con sempre più forza nel mercato europeo.

C’è poi la guerra commerciale di Washington e la debolezza della domanda domestica (e non potrebbe essere altrimenti, visto che il modello di sviluppo europeo è stato costruito sulla compressione dei salari). Eppure, non è questo quadro di povertà lavorativa che viene messo sotto accusa, viene anzi evidenziato un livello di costi di produzione, in Germania, che rende le auto  li prodotte non più competitive.

L’iniziativa di Oliver Blume punta anche a scardinare la governance interna che ha visto un ruolo centrale del pubblico e dei sindacati. Il management sta infatti vagliando l’ipotesi di scorporare la divisione delle auto (la più esposta alla crisi) e quella della componentistica in entità separate.

In questo modo potrebbe essere aggirata la storica “Legge Volkswagen” del 1960. Questa norma tutela l’azienda da scalate esterne ma attribuisce un enorme potere allo Stato della Bassa Sassonia (che detiene il 20% delle quote societarie) e ai rappresentanti dei lavoratori, che oggi hanno la maggioranza del Consiglio di Sorveglianza, chiamato a discutere le proposte il prossimo 9 luglio.

L’obiettivo della dirigenza sembra quello che è già usato per la creazione di una “bad bank”, ma ha scatenato reazioni molto dure da parte dei sindacati e anche da vari esponenti politici della Bassa Sassonia. Da Berlino affermano di voler fare di tutto per impedire la chiusura degli stabilimenti, ma confermano l’autonomia decisionale dell’azienda.

Al di là della dialettica politica, quello che risulta è che la crisi è così profonda che la dirigenza di Volkswagen sembra pronta a pensare – anche se magari non ancora attuare – uno strappo definitivo con il tipo di relazioni sindacali e industriali su cui ha costruito la propria industria e la propria potenza economica negli ultimi decenni.

La portata di un passaggio del genere non è da sottovalutare, perché è sintomo della mancanza di soluzioni alla crisi entro i confini del “vecchio mondo” e la necessità di aprire una fase più feroce verso le classi popolari anche all’interno dei paesi imperialisti. Ciò è confermato anche da alcune dichiarazioni provenienti dalla Mercedes Benz.

L’altro colosso tedesco avrebbe già deciso di sospendere un bonus concordato nella contrattazione collettiva riguardante ben 90 mila lavoratori, pari a ben il 18% della retribuzione mensile. Ma c’è di più, perché Martin Brudermüller, presidente del Consiglio di Sorveglianza, ha pure parlato di un ritorno alla settimana lavorativa di 40 ore, a parità di salario.

In sostanza, aumento dello sfruttamento intensivo, per produrre di più a minor costo. Ricette che si pensava fossero state sconfitte dal movimento operaio almeno un secolo fa, ma che ora vengono riproposte come soluzioni per il benessere “collettivo”. Del resto, viviamo in un’epoca di competizione non molto diversa da quella di cent’anni fa... che però sappiamo bene tutti a quali risultati arrivò.

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La sindaca migliore d’Italia? Un anno con Silvia Salis

Recentemente Silvia Salis ha festeggiato con una conferenza stampa trionfale un anno di mandato come Sindaca di Genova. È una occasione per poter trarre, anche da parte nostra, un bilancio del suo operato. Ovviamente il nostro compito sarà quello di indagare oltre le apparenze.

Fin dall’inizio, infatti, la Sindaca ha sollevato entusiasmi quasi generalizzati; in poche settimane è assurta a figura di rilevanza nazionale con tanto di inviti immediati a presenziare a commemorazioni sulla Resistenza, dibattiti nazionali etc…

Il tutto senza un motivo apparente se non la capacità di vendersi come nuova stella della sinistra che esiste e che verrà. Cerchiamo quindi di capire questo fenomeno in quanto abitanti di Genova, partendo da una posizione che ci consente da un lato di analizzare direttamente cosa si muove in città, dall’altro di poter giudicare con autonomia.

Come compagne e compagni di PAP a Genova infatti, abbiamo condiviso la scelta di non candidarci alle elezioni comunali e di non appoggiare nessun candidato. E ovviamente di non sostenere in nessun modo il “campo largo” che si era ritrovato nella candidatura Salis e, ancora oggi, la sostiene in modo apparentemente assoluto.

Il salario minimo in città?

A pochi giorni dal suo insediamento la giunta comunale, in particolare con l’assessore Robotti di AVS che si occupa di lavoro e welfare, ha annunciato che a Genova sarebbe stato introdotto il salario minimo negli appalti comunali. Si tratta dell’approvazione di linee guida conformi a quelle annunciate con una campagna nazionale del “campo largo” alcuni mesi fa.

Una campagna che chiedeva un salario minimo di 9 euro lordi, non indicizzati all’inflazione. Questa campagna nazionale si svolgeva contemporaneamente alla nostra, che chiedeva livelli salariali più alti da applicare ai minimi tabellari e soprattutto una indicizzazione legata all’aumento dell’inflazione comprensiva dei costi energetici.

Nonostante queste differenze non da poco, abbiamo valutato che la norma annunciata dalla Giunta avesse comunque un merito: quello di porre la questione dirimente della presenza, in città, di ampie sacche di lavoratori poveri. Consapevoli delle difficoltà in cui operano gli enti locali, ci pareva che questo potesse essere un punto di partenza comprensibile, anche se insufficiente.

Il problema è che il provvedimento annunciato risulta essere soltanto una dichiarazione di intenti sotto forma di linee guida che non vincola nel merito i bandi di gara. La conferma è arrivata dopo alcuni mesi quando abbiamo notato che il primo bando approvato per l’appalto delle manutenzioni comunali non portava traccia di alcuna norma in tal senso.

Nei mesi successivi altri bandi portavano alla luce ciò che ci appariva come ovvio: la giunta introduceva nei bandi una richiesta alle imprese appaltatrici di un salario minimo consigliato. Nella ripartizione dei punteggi, chi aderiva a questa richiesta avrebbe contato nel punteggio 4 punti di bonus su un totale di 80.

Un modo elegante per dire: “noi ve lo chiediamo ma, nella realtà, il fatto che tale salario venga applicato non è poi così importante”. Il bando si può vincere lo stesso, tra l’altro il salario minimo non riguarderebbe comunque eventuali subappalti (la norma, in questi casi) e quindi sostanzialmente non vi cambia nulla.

Il risultato netto di tutta questa operazione di marketing politico “progressista”, non dissimile da quanto già sperimentato in altri territori da giunte del “campo largo” tramite le leggi regionali, è che i lavoratori continueranno a prendere stipendi indecenti molto al di sotto del minimo annunciato.

La Sindaca contro il genocidio?

Nello scorso autunno Genova è stata al centro delle mobilitazioni di massa contro il genocidio palestinese. Ciò in virtù delle mobilitazioni precedenti e della presenza cittadina di quelle strutture (CALP e USB Porti) che avevano posto con nettezza, a livello nazionale e internazionale, la questione dei traffici di armi.

Improvvisamente, dopo due anni di massacri, la questione della Global Sumud Flotilla rappresentava la scintilla che incendiava la prateria e l’Italia si mobilitava in massa a favore del Popolo Palestinese.

Immediatamente, a Genova, la Sindaca e la Giunta si sono ritrovati a sostenere le mobilitazioni cittadine con tanto di partecipazioni a cortei e mobilitazioni, spinti anche dalla presenza dei sindacati confederali e di alcune associazioni umanitarie molto importanti e attive in città, appartenenti alla loro area politica, come Music For Peace.

Genova, improvvisamente, si trasformava in una sorta di laboratorio politico, le cui istituzioni guidavano politicamente un fronte composito dove eravamo presenti noi, le associazioni palestinesi, i sindacati di base come USB e i confederali come la Cgil ma, soprattutto, una gran parte della popolazione.

Il momento più alto, dal punto di vista politico è stata una manifestazione serale con più di 50 mila persone, terminata con una serie di interventi di piazza in cui la Sindaca annunciava di “stare con il CALP”.

Qualche giorno dopo, una manifestazione in partenza dal centro cittadino e organizzata da USB vedeva la Sindaca uscire da un palazzo pubblico accompagnata da altri sindaci (Sala di Milano, Nardella di Firenze e altri). In quella occasione, la Sindaca annunciava ai giornali che era nata a Genova la “rete dei sindaci contro il genocidio”.

Il tutto con amministratori che prima stavano con Israele e che hanno continuato di fatto a stare dalla parte del regime sionista, come dimostrano bene le vicende di Milano che, di fatto, è ancora gemellata con Tel Aviv.

L’attivismo fintamente internazionalista e solidale della giunta genovese è comunque durato abbastanza poco. Terminata la necessità propagandistica di mettersi in comunità di intenti con la base sociale della città e dell’Italia di quel momento, terminata l’onda lunga dell’indignazione popolare, la Sindaca ha colto in tempo reale l’occasione della montatura giudiziaria contro le organizzazioni palestinesi che ha portato all’arresto, tra gli altri, di Mohammed Hannoun di API, residente nella nostra città.

Immediatamente, la prima cittadina ha negato ogni rapporto con API, dicendosi preoccupata per la presenza, a suo dire, di organizzazioni terroristiche e islamiche in città. Addirittura, in un impeto giustizialista, ma sostanzialmente legato al recupero dei rapporti con i settori filosionisti, la Sindaca ventilava l’ipotesi di costituire la città come parte civile lesa nel processo contro Api e Hannoun.

Sostanzialmente, per la Sindaca la presunta tregua in Palestina era un risultato concreto e accettabile; dunque si poteva tornare a fare finta di niente come al solito, sostenendo di fatto quella che è una montatura politica orchestrata dai servizi israeliani in funzione di contrasto alle azioni pro palestinesi in Italia.

Per coronare il ritorno delle istituzioni cittadine al sostegno della “pax occidentale” in Medio Oriente, la giunta Salis non ha mancato di esprimersi “contro ogni forma di repressione e dalla parte della libertà e della democrazia” in Iran, giusto un mese prima che Teheran fosse oggetto di una delle più violente aggressioni imperialiste della storia recente, ancora una volta firmata Stati Uniti e Israele, scendendo in piazza con i militanti iraniani che chiedevano a gran voce il ritorno al potere del figlio dell’ex dittatore monarchico Rehza Pahlavi.

L’osservatorio sul traffico di armi. Come e quando?

Su specifica richiesta del CALP e di altre associazioni pacifiste, una parte della Giunta (quella più vicina ad AVS e ai 5 Stelle) sembrava propensa a rispondere positivamente alla necessità di un ente di controllo sui traffici portuali.

Annunciato più volte con dichiarazioni pubbliche e nessuna delibera, l’osservatorio a oggi appare una chimera. All’inizio doveva essere uno strumento concordato con altre giunte del “campo largo”, a oggi è annunciata una struttura che non prevederà, come richiesto esplicitamente, la partecipazione dei soggetti sociali che la hanno richiesta.

Una parte della giunta sembra quindi, da un lato, sensibile alla richiesta di un ente indipendente su questo tema dirimente, dall’altro non agisce concretamente e propone una formula sostanzialmente inutile se in mano agli stessi poteri industriali e politici che hanno tutto da guadagnare su questi traffici.

La situazione dei servizi. Scaricare le responsabilità e buttarla in polemica politica mentre le aziende rischiano il fallimento

La questione dei servizi pubblici a Genova è un problema non contingente, ma strutturale. Le partecipate pubbliche in città sono, a diverso titolo, in enorme difficoltà a causa di problemi di bilancio. La situazione dei lavoratori è pessima tra carenza di personale e servizi esternalizzati a cooperative. I tagli sono evidenti e riguardano tutti, lavoratori e cittadini.

In particolare è critica la situazione del trasporto pubblico (AMT) e del trattamento dei rifiuti (AMIU). In passato, la precedente giunta “di sinistra” in città (con sindaco Marco Doria) aveva proposto la privatizzazione integrale dei servizi pubblici.

Quella decisione, in particolare in relazione ad AMT, aveva sollevato una protesta che scosse l’intera città (le cosiddette 5 giornate di AMT). Cittadini e lavoratori uniti contro la privatizzazione dei servizi: una protesta che aveva interrotto bruscamente la luna di miele tra la città e un Sindaco che aveva tradito le aspettative e le promesse elettorali avviando un processo politico devastante per il centrosinistra e causato, di fatto, l’avvento delle due successive giunte di centro-destra con il sindaco Marco Bucci.

Quest’ultimo, sul tema, aveva colto il clima prevalente, opponendosi alla privatizzazione. Il combinato tra il crollo del Ponte Morandi e la pandemia di Covid-19, avevano di fatto congelato questo problema a seguito degli ingentissimi fondi nazionali che furono destinati alla città e amministrati dalla Giunta Bucci in condizione di eccezionalismo finanziario.

Ciò permise al Comune di mantenere pubblica AMT e di avviare anche una sperimentazione su una gratuità parziale (e in parte discriminatoria verso una porzione di utenti) del servizio.

La nuova giunta guidata da Salis aveva promesso, in campagna elettorale, di proseguire con la proprietà pubblica di AMT ma, dopo alcuni mesi, la situazione si è fatta complicata a causa dei buchi di bilancio e dell’avvio di una procedura che potrebbe giungere al fallimento dell’azienda.

Attualmente i libri contabili sono in tribunale e la Giunta è impegnata a tamponare la situazione tramite il taglio di linee e servizi e l’aumento dei costi per l’utenza. Il tutto giocato in una polemica politica con l’operato della precedente giunta.

Il teatrino politico in realtà serve solo a sviare l’attenzione sui reali problemi dei servizi. A oggi non esiste nessun piano industriale che affronti i nodi del problema che risiedono in sprechi, malagestione, ma soprattutto nel fatto che i servizi dovrebbero ricevere gran parte dei fondi dal governo centrale o, quanto meno, pesare maggiormente sugli operatori economici privati che traggono profitto dal servizio pubblico di trasporto.

Il risultato per i cittadini – in particolare quelli a basso reddito, studenti o anziani – è il taglio delle linee (soprattutto nelle periferie popolari) e l’aumento dei costi (senza nessuna differenziazione in base al reddito). Una rappresentazione significativa della drammaticità della situazione sono gli autobus non utilizzabili, perché non possono essere sottoposti a manutenzione, che marciscono in un parcheggio improvvisato all’aperto.

Di fatto, la privatizzazione dei servizi che tutti, a parole, vogliono evitare diventa sostanzialmente l’unica via di uscita per una politica che lascia incancrenire la situazione reale. Già escono comunicati, anche da parte della “sinistra” del “campo largo”, che esaltano come modello positivo il sistema del bike sharing in mano a piattaforme private come Uber.

In merito ad AMIU, la giunta Salis si muove con maggior circospezione. Tuttavia, l’apertura manifestata verso l’ipotesi di “chiusura del ciclo rifiuti” tramite la costruzione – a opera di una multiutility – probabilmente IREN – di un inceneritore regionale, è del tutto inaccettabile per un comune che nel 2024 (ultimi dati disponibili di fonte ISPRA) arrivava appena al 49,76% di rifiuti avviati a riciclo.

In generale comunque, non è cambiata di un millimetro una situazione storica di disparità sui servizi. Ad essere tagliate sono le prestazioni per i quartieri popolari mentre i trasporti, le manutenzioni e le operazioni di nettezza urbana continuano a essere erogate con frequenza nei quartieri centrali dove il turismo è l’elemento preponderante dell’economia cittadina e dove risiede la parte più ricca della popolazione.

Al di là delle responsabilità della destra o della finta sinistra di Silvia Salis, è questo il vero dato politico ineludibile e nascosto pubblicamente: la crisi del servizio pubblico e la privatizzazione nascosta la pagano le classi popolari, mentre i nuovi padroni della città, che lucrano con il settore turistico e delle navi crociera, devono continuare a macinare profitti.

Ciò non stupisce. I padroni della città non sono né di destra né – tanto meno – “di sinistra”. Sanno quello che vogliono e finanziano le campagne elettorali di chiunque con un solo obiettivo: ricattare chi governa a discapito dei cittadini delle periferie e di chi lavora con salari che spesso non consentono di arrivare a fine mese.

Il rimpallo sulle grandi opere

Genova è una città al centro delle politiche sulle grandi opere infrastrutturali, sui sevizi e sulla logistica portuale. La giunta precedente aveva avviato sostanzialmente tre grandi progetti:

  1. la nuova diga foranea;
  2. lo skymetro per collegare il centro cittadino con una delle due grandi valli interne;
  3. la funivia di Lagaccio e Oregina, infrastruttura che dal porto di attracco delle grandi navi da crociera avrebbe raggiunto le alture dove sono presenti i forti storici.

Nella campagna elettorale, il centrosinistra si era distinto per la volontà di opporsi a skymetro e funivia, mentre non si era sostanzialmente espresso sulla nuova diga foranea. È importante sottolineare che tutti e tre i progetti sono in fase avanzata. La nuova diga è già in costruzione con enormi problemi di costi, fattibilità e sostenibilità, lo skymetro e la funivia erano in fase di inizio dei lavori.

A oggi la situazione è in parte cambiata. La nuova Giunta ha escluso la costruzione dello skymetro, un’opera contestata da comitati e cittadini nel merito tecnico e non tanto nella necessità, quella di collegare in modo più fruibile una parte importante della periferia al centro.

Al posto dello skymetro è stata proposta una “fantasiosa” funivia che però è stata subito tolta dal dibattito vista la sollevazione generale. Rimane il silenzio sulla diga foranea di cui va fatto un approfondimento più serio, ma è sulla funivia di Lagaccio e Oregina che la Giunta ha mostrato tutte le sue debolezze e compromissioni. Vediamo come.

La funivia della discordia

Non è neppure velatamente nascosto che tale progetto sia, in gran parte, speculativo e ad uso e consumo di alcuni soggetti imprenditoriali come MSC, interessati a uno strumento che favorisca lo spostamento dei turisti dal molo di attracco verso le alture, dove una parte di parco sarebbe gestito direttamente da questi soggetti privati con alcuni vincoli legati a infrastrutture sportive aperte a tutti.

Il problema, sul quale si era creato un movimento di protesta piuttosto diffuso, era la sostenibilità di un’opera costosissima, sostanzialmente inutile alla città e che avrebbe impattato con gravi problemi logistici e ambientali su due quartieri periferici ad alta densità di palazzi e abitanti.

Il centro sinistra e il campo largo, all’opposizione, si erano impegnati nelle lotte sostenendole anche economicamente. Il comitato di lotta ha anche eletto dei rappresentanti istituzionali provenienti da questa mobilitazione. A pochi mesi dall’elezione, però, sono iniziati i problemi politici con le solite manfrine.

Si è cominciato a sostenere che bloccare totalmente l’opera non sarebbe possibile a causa dei contratti stipulati (ovviamente scaricando le colpe sui competitori politici della giunta precedente) e della possibilità di una richiesta danni. Si è quindi optato per una funivia ridotta nelle dimensioni (ma non nei costi).

Progetto che, se da un lato coglie le richieste di una parte dei cittadini preoccupati per l’impatto ambientale, dall’altro non altera di una virgola il fatto che sia un’opera del tutto inutile, un enorme spreco di risorse pubbliche a vantaggio dei soliti noti.

La diga foranea

Più complessa, soprattutto per gli interessi in gioco, la questione della nuova diga foranea. A livello istituzionale (compresi i sindacati confederali di categoria) l’infrastruttura è considerata indispensabile per rilanciare la competitività del porto di Genova consentendo di accogliere più agevolmente navi porta-container di dimensioni maggiori (bastimenti da 400m di lunghezza e 60 di larghezza).

Ciò, come sottolineato ad esempio da USB, è comunque discutibile, data l’attuale situazione dei traffici, da anni strutturalmente in calo quantitativo e in base alle previsioni per il prossimo periodo, che non indicano inversioni di tendenza, anzi.

Nonostante ciò e, soprattutto, nonostante le criticità tecniche che fanno di quest’opera un’incognita totale quanto a durata nel tempo, i lavori sono iniziati con, da subito, una enorme lievitazione di costi e tempi realizzativi nonché la presenza di criticità ambientali messe in evidenza da più parti in ambito scientifico.

Il tutto è stato reso ulteriormente problematico quando il Governo Meloni ha deciso di dichiarare la nuova diga foranea come una delle infrastrutture da considerarsi dual use, cioè a uso civile e militare. È evidente come quest’opera abbia molto poco a che fare con le esigenze dei lavoratori e del territorio su cui impatterà e molto di più con gli interessi finanziari, industriali e bellici che la fanno da padrone in Europa da alcuni anni e che a Genova sono stati particolarmente contestati.

Nonostante richieste pubbliche, la giunta e la Sindaca fino a oggi hanno mantenuto un silenzio eloquente e significativo sul tema.

No CPR, sì a più polizia e ai rimpatri

Dopo essere stata “paladina della sinistra”, la Sindaca sembra aver deciso di spiazzare tutti e aprire a destra, almeno nell’ultimo periodo. L’occasione è il sempreverde tema della “sicurezza”, il fatto scatenante una serie di episodi, alcuni dei quali gravi, accaduti in città. In realtà, questo è uno dei temi classici nel percorso politico della nostra sindaca, tema però accantonato nel primo anno di lavoro, ma ora ripreso con grande enfasi.

Parliamo di una serie di dichiarazioni in cui vengono espresse lamentele nei confronti del governo centrale reo, secondo la Salis, di aver tagliato i fondi per la sicurezza e di non garantire un numero adeguato di agenti di polizia. Ma il ragionamento va oltre: con un giro di parole degno di un incantatore di serpenti, la Sindaca, pur rifiutando un CPR in città chiede una maggiore quantità di rimpatri tra gli stranieri presenti sul territorio.

Ovviamente ciò ha dato il via a una serie di dichiarazioni contrapposte sul nulla: da un lato il Ministro dell’Interno che si congratula con la prima cittadina e si autoinvita a Genova per discutere sull’apertura di un CPR territoriale, dall’altra la Sindaca che sostiene che i CPR non servono, ma servono più rimpatri (in questa discussione sfugge proprio la logica sottostante, i rimpatri senza CPR cosa sono e come dovrebbero essere fatti?)

Evidentemente avvertita dalla propria agenzia di comunicazione politica del fatto che il tema è molto sentito anche a Genova, la Sindaca “di sinistra” svolta a destra senza apparentemente alcun problema. Improvvisamente si convince anche lei, come la peggior destra sostiene da anni, che la sicurezza sia un problema etnico o di nazionalità.

Nelle ultime settimane, la Sindaca, che ama farsi riprendere in video, ha addirittura esternato che il problema dei minori richiedenti asilo politico è reale e non bisogna aver problemi nella loro espulsione dalla città. Arrivando al paradosso che pure un gruppuscolo di estrema destra genovese esce dalla fogna per congratularsi con il primo cittadino invitandola provocatoriamente a sottoscrivere il loro documento sulla remigrazione (sic!).

Noi non neghiamo che il problema esista. E che questo sia allarmante per larghi strati di popolazione, soprattutto per le classi popolari. Non neghiamo neppure che avere quartieri che sono centrali di spaccio per droghe pesanti non è una cosa da trascurare, così come non sono trascurabili lo sviluppo di gang giovanili ed altri fenomeni di violenza.

La questione è come si affronta questo problema. Che è reale ma ingigantito nella percezione pubblica, continuamente alimentata da dichiarazioni come quelle fatte da Salis. La questione della sicurezza per noi è soprattutto un problema sociale: mancano i servizi, mancano le case a canone concordato, si perde il lavoro da un giorno all’altro, se ti ammali e se sei povero non ti puoi curare.

Ma, evidentemente, per la sinistra istituzionale del “campo largo” nella nostra città questo non è il problema principale e per ottenere consenso la cosa migliore è cercare di superare a destra i razzisti e i fascisti. Per la nuova stella della sinistra italiana, il sindaco venuto dall’associazionismo, che starebbe con la pace e che fa finta di introdurre il salario minimo, questa è una vera e propria nemesi. Di cui avremmo fatto decisamente a meno.

Limiti e inconsistenza delle narrazioni di marketing politico. Noi stiamo dalla parte di chi lavora

In una recente intervista televisiva al TG regionale, la Sindaca in piazza per il Pride genovese ha esternato tutto il suo orgoglio e la sua ammirazione per una città aperta, senza pregiudizi reazionari e bigotti, lontana anni luce da culture omofobe e fasciste. Dopo questa tirata, su cui ovviamente non si può non concordare, la Sindaca si è innervosita quando i giornalisti le hanno fatto presente che una parte della sinistra contesta la sua posizione sui rimpatri.

Domanda curiosa, visto che di contestazioni pubbliche, in questo anno, ne abbiamo viste poche, se non provenienti da Potere al Popolo o da USB, e mai riportate sui giornali più letti sul territorio. Il nervosismo della Sindaca è evidente. Come è normale, visto che, basando la propria azione su una narrazione che non si traduce mai in nessun fatto concreto, avverte come il suo consenso sia fragile.

La Sindaca di Genova è di fatto una delle tante figurine di un album che si aggiorna da anni. Un album fatto da esponenti di destra o di sinistra che, al netto di utilizzare narrazioni spesso distanti o incompatibili, alla fine rappresentano due facce della stessa medaglia.

Siamo ovviamente consapevoli delle difficoltà. Sappiamo che governare un ente locale non è semplice. Sappiamo che ci sono dei regolamenti che impediscono numerose manovre essenziali per la popolazione. Sappiamo che i fondi sono insufficienti e che i bandi con cui si finanziano le politiche cittadine prevedono clausole vessatorie e richieste che alla fine le rendono inutili e dannose. Sappiamo pure che siamo in piena economia di guerra e i soldi vanno al riarmo.

Il problema è quindi di fondo. Esiste una “sinistra” che da anni vota tutte le politiche antipopolari in Italia e in Europa. Che nella sua parte maggioritaria non sa opporsi alle politiche belliche e di riarmo che ci sono imposte. Che non è riuscita mai neppure una volta ad approvare norme per redistribuire i redditi, per spostare i soldi su welfare, salute, trasporti.

Il “campo largo” è l’ennesima riproposizione di queste politiche fallimentari che, non affrontando i problemi sociali se non per aggravarli, fa il gioco per una destra becera la quale, con altri inganni, si può presentare come paladina delle fasce meno abbienti.

Può una classe politica di questo tipo rappresentare una alternativa reale per chi lavora e per chi paga la crisi?

La televendita politica del prodotto Silvia Salis sta all’interno di questo sistema. Costruire una narrazione falsata, continuare con le stesse politiche, saltare da destra a sinistra apparentemente senza nessun problema. Sollevare entusiasmi che durano qualche mese per poi finire come coloro che l’hanno preceduta. Allontanare le fasce popolari dalla politica e ricattarle con nuovi prodotti di marketing politico. Fino a lasciarli nelle mani della peggiore destra.

A questa politica non abbiamo mai giocato e non abbiamo intenzione di cominciare adesso. Serve una sinistra popolare e di classe, indipendente e autonoma. Non ricattabile da nessuno e che abbia il coraggio di politiche di rottura con i poteri e con i regolamenti imposti a tutti i livelli.

Non sarà un pranzo di gala, ma sicuramente ci risparmieremo lo squallore di raccontare bugie alla nostra classe sociale, a lavoratrici e lavoratori.

Fonte

02/07/2026

Gay in Cina: come sopravvive una comunità invisibile

Dal campismo alla rivoluzione, quando la geopolitica critica diventa critica della geopolitica

di Fabio Ciabatti

Raffaele Sciortino, Geopolitica e rivoluzione. Halford John Mackinder e il perno geografico della storia – Halford John Mackinder, Il perno geografico della storia, Asterios, Trieste 2026, pp. 96, €12,00. 

Gli esperti di geopolitica, veri o presunti tali, sono oramai le nuove star di mass media e social, ruolo che un tempo non lontano appartenne a virologi e professionisti di varia natura in campo sanitario.

La guerra e le sue conseguenze sono entrate nella nostra quotidianità, per quanto gli scenari propriamente bellici in Occidente siano, al momento, osservati da lontano. È uno sporco lavoro, ma qualcuno dovrà pure convincerci che occorre fare sacrifici in nome della nostra sicurezza o dell’amor patrio. Eppure, c’è un modo diverso di guardare a questa disciplina, quello che ci presenta Raffaele Sciortino nel suo ultimo libro intitolato Geopolitica e rivoluzione. Halford John Mackinder e il perno geografico della storia: “L’interesse per la Geopolitica (anglosassone) sta precisamente in questo: essa permette di leggere in controluce il formarsi delle condizioni (necessarie, non sufficienti) di riemergenza della rivoluzione, per quanto tale prospettiva possa ad oggi apparire remota”.1 Affermazione che, però, deve fare i conti con un altro assunto che l’autore esprime a proposito di questa branca del sapere: “il suo è esplicitamente il punto di vista dell’egemone, l’universalismo del dominio”.2 

È a partire da questa polarità che si dipana il nuovo libro di Sciortino dedicato alla contestualizzazione storica e all’attualizzazione dell’opera dell’inglese Mackinder, padre nobile della geopolitica, di cui viene pubblicato, nel medesimo volume, il seminale saggio del 1904 intitolato, appunto, Il perno geografico della storia. Sciortino mette in evidenza quella che potremmo considerare una delle principali virtù di questa scienza triste: “La Geopolitica non nasconde la natura antagonistica del sistema mondiale [...] di contro all’ipocrita universalismo propinato nelle accademie e dai media”.3 Tutto ciò rappresenta uno choc per la generazione cresciuta in Occidente nella fase ascendente della globalizzazione che, dopo l’implosione dell’Unione Sovietica, sembrava aver lasciato spazio solo all’“interventismo umanitario” di un egemone “benigno”, assegnando alla liberal-democrazia il ruolo di cornice politica insuperabile del presente anche per i movimenti radicali orfani della lotta tra classi. 

Ben venga, possiamo dunque commentare, la riscoperta del marxiano “lato cattivo” capace di produrre “il movimento che fa la storia, determinando la lotta”. Una lotta che ha come scenario necessario il mondo intero perché, come sostiene Sciortino, lo spazio analizzato dalla geopolitica corrisponde a un sistema internazionale plasmato dall’affermarsi della legge del valore sul mercato mondiale capitalistico. O, per dirla altrimenti, la geopolitica, sin dalla sua nascita, prova “a individuare le linee di fondo relativamente invarianti all’opera nel sistema internazionale nell’epoca del pieno sviluppo del sistema capitalistico mondiale, ovvero dello stadio imperialista di leniniana memoria”.4

Questo significa che possiamo fare affidamento su una geopolitica critica a fini rivoluzionari? Non è questa l’opzione di Sciortino che sostiene la necessità di una critica della geopolitica similmente a quanto fece Marx con la critica dell’economia politica, cosa ben diversa da un’economia critica dall’esito fatalmente riformistico. La geopolitica, al pari della scienza triste dissezionata dall’autore de Il capitale,  ha infatti un contenuto oggettivo, un nucleo razionale, ma esso è inscindibile dal suo lato propriamente ideologico e per questo la sua verità ci viene restituita come riflesso deformato dalle rappresentazioni dominanti. Una geopolitica critica, possiamo commentare pensando di cogliere lo spirito del testo, può portare al massimo a un esito “campista” che assume come soli attori rilevanti gli Stati, mettendo in secondo piano rapporti di classe e conflitti sociali al loro interno, per potersi schierare senza troppi scrupoli dalla parte del blocco presuntamente antimperialista. Insomma, l’immagine che ci viene restituita dalla geopolitica critica rischia di rivelarsi solo il negativo della fotografia scatta da quella classica, senza mettere in discussione i presupposti del suo schema teorico di fondo.  

E allora vediamo in breve questo schema 

elaborato e perfezionato nell’arco di un quarantennio, da Mackinder in poi, che emerso per l’intento di salvaguardia dell’Impero Britannico ha poi fatto da base per la strategia statunitense del Contenimento durante l’intero arco della Guerra Fredda e serve, oggi, da inquadramento dello scontro che si è aperto con la Cina (e nuovamente con la Russia).5

Il modello teorico della geopolitica è semplice, a rischio di diventare riduzionistico, ma proprio per questo potente, sostiene Sciortino. La sua aspirazione a diventare scienza generale accosta l’impostazione di Mackinder al positivismo sociologico di Comte, mentre la sua visione conflittuale del mondo rimanda al socialdarwinismo dell’epoca, trasportato sul piano della lotta tra nazioni. Una lotta che nella modernità, dopo la scoperta delle Americhe, si esplica nella antitesi decisiva tra potenze marittime e potenze terrestri sostituendo quella millenaria tra popolazioni nomadi e sedentarie.

La conseguenza più rilevante è l’inversione delle relazioni di forza tra Europa e Asia grazie all’emergere della forza navale quale fattore di potenza militare ed economica. L’Europa non risulta più subordinata all’Asia in quanto suo bordo o promontorio, sottoposta alla ripetuta pressione delle popolazioni nomadi che, grazie alla loro mobilità a cavallo, invadono a più riprese il Vecchio Continente. Le potenza asiatica può e deve essere circondata dalle potenze talassocratiche. In uno spazio divenuto unico e interconnesso, infatti, la potenza marittima egemone non può limitarsi alla difesa di una delimitata sfera di influenza poiché la sua area geopolitica di interesse è diventato il mondo intero. E lo stesso vale per la potenza terrestre, limitata nella sua espansione dalla pressione proveniente dai suoi margini.

Tutto ciò si basa su un intreccio tra elementi di natura geografica e storico-sociale. Il punto di partenza è l’esistenza dell’Heartland, la parte centrale e settentrionale della massa euroasiatica: si tratta della pianura più vasta del globo, attraversata da lunghi fiumi senza sbocco nei mari oceanici, che offre condizioni favorevoli alla mobilità terrestre verso le zone occidentali mentre è al riparo da interventi delle potenze marittime.

Trasportando questi elementi geografici nell’ambito delle relazioni internazionali, emerge il concetto strategico di Regione Perno, estesa dall’Asia centrale ai bordi dell’Est Europa. Si tratta in sostanza della Russia che può rafforzare la sua storica proiezione verso i suoi margini occidentali grazie alle moderne condizioni di mobilità della potenza economica e militare. Le ferrovie sostituiscono le capacità di spostamento in passato assicurate dai cavalli. 

Attorno alla Heartland, secondo Mackinder, abbiamo le terre marginali costituite da due mezze lune: la prima è quella interna, una fascia che comprende Germania, Austria, Turchia, India e Cina; la seconda è quella esterna, comprensiva di Regno Unito, Stati Uniti, Canada, Giappone e Australia. La prima fascia, area di drenaggio oceanico e di fiumi navigabili, è accessibile alle potenze marittime collocate nella mezzaluna esterna, con un arco di isole che fa da base alla loro forza navale e commerciale data la sua inaccessibilità alle potenze eurasiatiche. È da qui che l’impero britannico ha costruito una rete o collana di basi commerciali e militari, periferiche o insulari. 

Nicholas John Spykman, olandese naturalizzato statunitense, riprende l’idea di Heartland, ma assegna maggiore importanza alle “terre marginali” mackinderiane. Il nuovo nome assegnato a queste aree, il Rimland, è la conseguenza di una riformulazione concettuale che porta alla definizione di una fascia geografica continua collocata attorno alla massa eurasiatica, estesa dall’Europa occidentale fino al Giappone, passando per Medio Oriente, subcontinente indiano, Cina e Corea. Questa area marittima periferica sarà proprio quella presidiata dagli Stati Uniti nel dopoguerra, costruendo una collana di basi navali e approntando una rete di alleanze in funzione del contenimento dell’URSS. Il capolavoro della politica statunitense nel secondo dopoguerra, sostiene Sciortino, sarà quello di integrare le potenze sconfitte in questo quadro strategico, inserendole al contempo in un meccanismo di accumulazione economica in grado di lasciarsi alle spalle gli spettri del ‘29.

Nel Novecento, di conseguenza, la dinamica rivoluzionaria su scala mondiale è stata costretta nell’Heartland economicamente arretrato, privo di un retroterra coloniale utile per l’accumulazione originaria o, addirittura, ridotto a semicolonia come nel caso cinese. Questo processo storico dimostra che “anche la rivoluzione sociale si dà per grandi campi geografici e fasi storiche con relativi contenuti economici e sociali”.6 E il contenuto, in questo contesto, è rappresentato dal compito oggettivamente rivoluzionario di costruire il socialismo in un solo Paese, cioè di industrializzare l’Unione Sovietica. Un compito che, precisa Sciortino a scanso di equivoci, ha significato tendere verso il capitalismo anche in assenza di una classe borghese degna di questo nome, passando attraverso una fase di relativa chiusura al mercato mondiale.

Generalizzando il discorso, i nuovi centri di accumulazione capitalistica “nazionalcomunisti” e anti-coloniali, restano espressione di un sottosuolo in fermento costituito da strati contadini in cerca di terra, masse proletarie sfruttate ma non disposte a sottomettersi a centrali estere e stratificazioni borghesi insofferenti del passato. Ma ogni volta che la modernizzazione di queste aree giungeva al punto di richiedere l’apertura nei confronti del mercato mondiale, superando l’illusione dell’autarchia, sono fatalmente arrivati gli artigli rapaci dei centri dominanti dell’imperialismo occidentale esigendo sottomissione economica e politica.

Le cose, però, cambiano decisamente a partire dalla crisi globale del 2007-2008 che ha il suo epicentro proprio nell’economia statunitense. Comincia a incrinarsi l’asse che ha retto la globalizzazione economica attraverso l’integrazione asimmetrica della Cina nel mercato mondiale a guida statunitense. Pechino inizia a cercare un percorso economico meno dipendente dall’Occidente, capace di assicurare maggiori ritorni in termini di valore catturato lungo le catene internazionalizzate della produzione. Allargando lo sguardo, gli USA e i loro alleati non hanno potuto evitare lo sviluppo di centri di accumulazione extra-occidentali, fecondati proprio dalle precedenti ondate rivoluzionarie modernizzatrici.

Non li hanno visti arrivare, verrebbe da commentare, perché i capitali egemoni sono stati obnubilati dalla loro insaziabile brama di profitto che ritenevano di poter saziare senza più limiti, proiettandosi su uno spazio globale che si illudevano fosse diventato definitivamente liscio e privo di barriere; perché le potenze occidentali sono state accecate dalla hybris derivante dalla vittoria sull’Unione Sovietica e dalla presunta fine della storia che la sconfitta del loro nemico storico pensavano potesse significare. E invece la storia è andata avanti producendo, in termini mackinderiani, una nuova potenziale Regione Pivot che, per la collocazione geografica e il ruolo geoeconomico, assomma le caratteristiche dello Heartland e della Periferia Marittima. La Cina, insomma, è diventata una potenza in grado sia di difendersi sia di proiettare la propria forza economica e militare verso l’Oceano ben più di quanto non abbiano mai potuto fare la Russia/URSS o la Germania nella prima metà del 900.

Si aggiunga che un’alleanza effettiva tra Russia e Cina è, attualmente, assai più fattibile di quanto lo sia mai stata quella tra Russia e Germania nel Novecento, vero spauracchio della geopolitica occidentale fin dalla sua nascita perché una simile coalizione avrebbe rappresentato un rafforzamento decisivo delle potenze continentali capace di ostacolare efficacemente l’egemonia talassocratica. Questo fantasma, capace di proiettare le sue ombre fino ai giorni nostri,  può spiegare, almeno in parte, l’allargamento ad Est della Nato, antefatto della guerra tra Ucraina e Russia che ha portato alla rescissione di ogni legame economico e politico tra quest’ultima e la Germania. Non a caso, già nel 1919, Mackinder proponeva di rafforzare una “fascia mediana di stati” est europei, che comprendeva anche una Grande Ucraina, come zona cuscinetto per separare Germania e Russia.

Tutto ciò significa che abbiamo trovato un nuovo stato guida che potrà finalmente sostituire l’URSS nell’indicarci la via verso il sol dell’avvenir? Non proprio, stando a quanto sostiene Sciortino. Innanzi tutto, la Cina e gli altri Paesi Brics, per quanto in contrasto con la potenza egemone e con tutte le loro specificità rispetto al modello economico-finanziario occidentale, rappresentano pur sempre dei centri di accumulazione capitalistica. In secondo luogo, esiste oramai un profondo intreccio geoeconomico tra produzioni cinesi e investimenti statunitensi. È senz’altro vero che è in corso un processo di parziale decoupling ma, data la fitta trama di rapporti tra le economie dei due Paesi, questo disaccoppiamento, per quanto limitato, non potrà avvenire in modo indolore. A complicare il quadro c’è il fatto che la globalizzazione sta diventando per gli USA una camicia di forza, con minori ritorni e gravi ricadute sociali interne e internazionali rispetto a un recente passato, con la conseguente difficoltà di conciliare la Grand Strategy geopolitica statunitense con il sostegno all’accumulazione capitalistica su scala globale. In questo contesto, per quanto il bilancio delle forze stia mutando, i nuovi centri di accumulazione mondiale non sono in grado di soverchiare il centro egemone. 

Gli attori statali meno forti non possono imporsi ma resistendo – e a condizione misura che lo facciano effettivamente – contribuirebbero alla rottura dell’ordine mondiale dollarocentrico e dunque alla rimessa in discussione degli assetti interstatali e di classe.7

Se è vero che la vittoria della democrazia occidentale imperialista nei primi due conflitti mondiali ha obiettivamente allontanato la possibilità di una rivoluzione comunista, come sostiene l’autore incurante di infrangere feticci democratici e idoli terzinternazionalisti, 

la condizione fondamentale per l’innesco di una possibile dinamica rivoluzionaria è dunque la débacle interna e internazionale degli Stati Uniti “volano dell’inerzia storica paurosa del sistema e del modo di produzione del capitale”.8

Dunque, per le sorti della lotta di classe l’esito dello scontro intercapitalistico non è affatto indifferente. L’opzione più propizia, secondo Sciortino, è quella che vede “intaccare ed erodere l’anello più forte e quindi decisivo della catena imperialista”.9 Ma questo non può e non deve significare la sostituzione di una potenza egemone con un’altra, magari più benigna. Chi auspica questo esito si sta in realtà affidando a una sorta di “transustanziazione della lotta di classe sul piano dei rapporti fra Stati”.10 In questi termini Karl Korsch, in uno scritto del 1943 citato da Sciortino, ha descritto il significato della geopolitica tedesca che si era sviluppata tra le due guerre mondiali reinterpretando quella anglosassone. Si trattava, secondo il marxista tedesco, del disperato tentativo di un Paese newcomer come la Germania di risolvere i problemi rivoluzionari con altri mezzi: il tentativo, in altre parole, di evitare la rivoluzione a casa propria “attraverso il cataclisma della controrivoluzione mondiale”.11 

Difficilmente oggi potremmo identificare la Cina e gli altri Brics, i newcomer della nostra epoca, con la controrivoluzione mondiale, anche alla luce della torsione sempre più autoritaria, sperequativa e predatoria della politica degli Stati Uniti e dei suoi alleati. Ancora oggi, però, possiamo collocare la geopolitica nel cuore del nesso tra rivoluzione e controrivoluzione, come faceva Korsch. A patto, è utile ribadirlo in conclusione, di non confondere le strategie geopolitiche con la lotta di classe. Perché le prime rimangono sempre l’espressione del dominio, mentre la seconda è l’arma di chi vuole liberarsi da oppressione e sfruttamento.

Note

  1. Raffaele Sciortino, Geopolitica e rivoluzione. Halford John Mackinder e il perno geografico della storia, Asterios, Trieste 2026, p. 58. 
  2. Ivi, p.18. 
  3. Ivi, p.18. 
  4. Ivi, p. 15. 
  5. Ivi, p. 16. 
  6. Ivi, p. 59. 
  7. Ivi, p. 62. 
  8. Ivi, p. 61. Il testo tra virgolette è una citazione di A. Bordiga,
  9. Ivi, p. 62. 
  10. K. Korsch, A Historical View of Geopolitics, cit. in R. Sciortino, Geopolitica e rivoluzione, p. 53, nota. 
  11. K. Korsch, ibidem.

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La politica senza più il potere

Occuparsi dei turbamenti della classe politica italiana è uno sforzo di stomaco, quasi come assistere ad un’autopsia. È necessario, purtroppo, ma niente affatto entusiasmante, visto che nulla di definitivo e di «ampio respiro» può esservi trovato.

Governo Meloni e «campo largo» soffrono infatti della stessa malattia: come raggiungere e blindare il «non potere» garantito dalle elezioni.

Chiunque governi, infatti, ha un ventaglio di opzioni, o una «libertà di scelta», simile a quello di un criceto in gabbia che gira sulla ruota non potendo correre liberamente.

Basterebbe citare il dibattito parlamentare sulle «autorizzazioni» concesse agli aerei statunitensi che andavano a bombardare l’Iran. Mark Rutte – incredibilmente investito del ruolo di segretario della Nato (il prossimo potrebbe essere ancor meno credibile, cioè il neo-disoccupato Keir Starmer ) – aveva rivelato che erano state circa 500. Fornendo così l’occasione per un po’ di finta indignazione di centrosinistra.

Ovviamente l’uso delle basi italiane per una guerra Usa è di fatto una partecipazione a quella guerra (non è che fare il «pieno» di cherosene a un bombardiere sia un’attività «neutrale»), ma il problema sta nell’adesione alla Nato e quindi ai trattati che vincolano l’Italia a prescindere dal governo in carica.

E dunque ha avuto facile gioco il ministro della difesa Crosetto nel richiamare questa antica «abitudine servile» nei confronti del «socio» statunitense citando i “518 autorizzati dal 28 febbraio al 23 giugno contro i 722 nel 2019, 450 nel 2020, 457 nel 2021, 560 nel 2022”.

Lo stesso dicasi per i «vincoli europei», che pure la destra aveva sbraitato di non voler rispettare una volta al governo, mentre ora Giorgetti – leghista, quindi teoricamente massimo critico della UE, a parole – sta lì col microscopio in mano per impedire uno scostamento di spesa dello zero virgola.

Cosa che, quando avviene, solleva l’urletto isterico di chi per quasi 30 anni ha accompagnato il taglio della spesa sociale con il mantra tossico «lo vuole l’Europa», guadagnandosi così l’odio perenne dei ceti popolari.

Politica estera e finanza pubblica si incrociano sulla posizione del governo da portare al prossimo vertice Nato in Turchia, dove sarà presente pure Trump, garantendo che qualsiasi azzeccagarbuglio escogitato per «conciliare» maggiori spese per armamenti e rispetto dei vincoli di bilancio sarà destinato a saltare in aria.

Le avvisaglie si vedono già ora. Meloni si presenterà infatti sventolando un aumento della spesa militare fino al 2,8%, mentre sottobanco, a fini interni, fa passare l’idea che uno 0,7% (un quarto del totale) sarà in realtà «garantito soprattutto dalle spese legate alla sicurezza sul territorio».

La formula è oscura a sufficienza da far credere che in realtà saranno spese non proprio militari ma funzionali a... Del resto, per un esecutivo che aveva provato a far passare per «militari» le spese immaginate per il ponte sullo Stretto, ogni pastrocchio appare possibile.

Ma quel 2,8 sembra troppo poco all’ambasciatore Usa presso la Nato, Matthew Whitaker, che ricorda come Trump “si aspetta pienamente che tutti gli alleati si attivino immediatamente e si mettano sulla strada del 5 percento, e che lo facciano con urgenza”.

Peggio ancora sull’ennesimo pacchetto di aiuti all’Ucraina – altri 70 miliardi, da dividere pro quota tra i paesi europei – che il governo italiano vorrebbe in qualche misura dilazionare o evitare che diventino una tassa annuale a tempo indeterminato.

La pressione in questo caso arriva soprattutto dalla Germania, particolarmente disposta, con Merz, ad incrementare senza limiti la guerra con l’obbiettivo di «fare pressione sulla Russia» perché si arrenda. Il quotidiano tedesco Faz ha pubblicato un «retroscena» secondo cui l’Italia sarebbe intenzionata a opporsi all’inserimento, nella dichiarazione finale di Ankara, di un riferimento al proseguimento del sostegno militare all’Ucraina oltre il 2027.

La smentita del governo italiano ovviamente non ha convinto nessuno...

Di fronte alla necessaria presa d’atto di non contare molto e di ritrovarsi in alleanze semi-schiavistiche, sembra quasi surreale che ci si preoccupi di varare una nuova legge elettorale per «dare più stabilità» agli esecutivi.

Intanto perché quello attuale dura da 4 anni nonostante non abbia risolto un problema che sia uno, e dunque la legge attuale è già abbastanza «premiante» per chi strappa qualche consenso in più. In secondo luogo perché la permanenza al «non potere» garantisce al massimo qualche catena clientelare in più, non immaginarie «svolte» per uscire dal degrado costante cui è stato consegnato questo Paese.

È chiaro che una legge elettorale con un «forte premio di maggioranza» e l’indicazione del «candidato premier» costituisce una premessa dell’assalto della destra al Quirinale. La stessa Meloni l’ha detto esplicitamente, facendo finta di essere ancora un underdog che vorrebbe essere legittimato a coprire qualsiasi carica istituzionale.

Ma è ridicola la finta opposizione del «campo largo», che pretende di salvaguardare «casematte neutrali» – l’ultima ridotta è appunto il Colle, ormai – mentre risulta incapace di frenare il diffondersi nel paese del veleno neofascista, razzista e classista.

È nella società che si vincono o perdono i conflitti politici. «Le istituzioni» si limitano a registrare il risultato, consegnandosi nude, inutili e trasformabili al vincitore.

Ma questo non entrerà mai nella testa di quei micropensatori che non riescono ad immaginare altro che cartelli elettorali senza confini – cioè senza idee, tantomeno chiare – con cui sperare di “impedire la vittoria della destra”. Che infatti vince mettendo in campo interessi indicibili, sogni senza senso ed idee immonde, con formule addirittura ignobili ma comprensibili.

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