Presentazione


Analisi, opinioni, fatti e (più di rado) arte da una prospettiva di classe.

08/10/2026

La protesta degli studenti dilaga anche in Belgio

Dalla Francia la protesta degli studenti si è estesa negli ultimi giorni al vicino Belgio. Per ora i numeri non sono altissimi, ma la protesta sta crescendo sia in termini di partecipazione che di determinazione.

Le manifestazioni sono iniziate giovedì scorso, quando davanti a numerose scuole del paese, soprattutto della regione francofona, si sono tenuti dei sit in contro i tagli all’istruzione. Nelle giornate seguenti sono scesi in piazza alcune migliaia di studenti, anche universitari, e si sono registrati i primi scontri con la polizia.

Gli studenti chiedono maggiori stanziamenti a sostegno dell’istruzione pubblica, denunciano l’importo eccessivo delle tasse scolastiche, le carenze infrastrutturali e i rincari degli abbonamenti agli autobus. Nella regione francofona – il cui governo ha deciso un taglio di 300 milioni di euro al bilancio dell’istruzione superiore – protestano anche gli insegnanti, in particolare contro un aumento di due ore dell’orario di lavoro senza che sia previsto un adeguamento dei salari.

Manifestazioni studentesche si erano già tenute a giugno, anche in questo caso nella regione francofona della Vallonia, quando soprattutto gli studenti universitari avevano protestato contro una riforma che, tra le altre cose, prevedeva l’aumento delle rette universitarie da 835 a 1.194 euro, allineandole così a quelle praticate nelle Fiandre – di lingua fiamminga – dove però i redditi medi sono più elevati.

Manifestazioni si sono tenute anche a Bruxelles ed in altre città della Vallonia come Mons e Charleroi, ma finora l’epicentro della protesta è stata la città di Liegi, dove martedì si sono registrati gli scontri più intensi. A margine del corteo, alcuni giovani hanno incendiato cassonetti e pensiline dei bus e lanciato fuochi d’artificio contro gli agenti in tenuta antisommossa che hanno reagito con idranti e lacrimogeni.

Manifestazione e scontri si sono ripetuti anche ieri. Dall’inizio della protesta, secondo la polizia, nella città francofona sono state arrestate 107 persone. A questi vanno aggiunti altri fermi effettuati in altre città.

Le autorità di Liegi hanno risposto alle mobilitazioni con il pugno di ferro: il sindaco Willy Demeyer ha deciso infatti di vietare gli assembramenti di oltre tre persone in tutta la città, a partire da questa mattina alle 6:00.

Gli studenti esponevano cartelli con slogan come “È un disastro, stiamo lottando per un diritto! Non per un privilegio!” e “Ho scelto l’istruzione, non gli Hunger Games!”. Alcuni studenti hanno raccontato ai media di essere in contatto con i loro colleghi francesi. «Ci sosteniamo a vicenda perché affrontiamo praticamente gli stessi problemi», ha detto ad esempio Alfred, uno studente di 19 anni, parlando con l’agenzia Reuters. Amelia Di Salve, anche lei diciannovenne e studentessa di scienze per diventare insegnante, ha affermato che il movimento studentesco belga è nato all’inizio di quest’anno e si è riacceso dopo che gli studenti hanno assistito alle manifestazioni in Francia. «Quando abbiamo visto che senza proteste non cambiava nulla, abbiamo deciso di iniziare noi... La Francia ci ha influenzato», ha raccontato la studentessa.

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Maricarmen, il centro di un mondo impazzito

Le grandi crisi di civiltà – e di un modo di produzione – si riconoscono dalla convergenza dei fatti in un solo punto. Tutti i fatti. Quelli “sistemici” – congiuntura economica, guerre, disorientamento sociale, catastrofi ambientali, ecc. – e quelli individuali. Vicende altrimenti destinate all’anonimato assurgono a motivo scatenante la furia di masse fin lì semi addormentate.

Maricarmen Abascal, la donna madrilena di 87 anni sfrattata dalla casa dove ne aveva passati 70 (pagando sempre l’affitto), ha involontariamente riassunto in sé tutti problemi della “nostra” civiltà – di questo modo di produzione – quando un “fondo avvoltoio” è riuscito a ottenere una sentenza di sfratto e un contingente di polizia per buttarla in strada su una barella, mentre la Guardia Civil pestava le decine di persone sedute davanti al suo portone.

Maricarmen è morta ieri in ospedale, mentre attendeva di rientrare in casa dopo che:
  • il “fondo avvoltoio” Urbangestion – persino il nome è una presa per il culo – aveva fatto marcia indietro per paura, firmando un accordo secondo cui l’aumento dell’affitto non avrebbe superato il 30% finché lei sarebbe rimasta in vita;
  • il governo Sanchez è caduto per non essere riuscito a far passare un blocco temporaneo degli sfratti, “grazie” all’opposizione dell’ultradestra cui si sono aggiunti gli “indipendentisti moderati” un tempo guidati da Puigdemont;
  • è stato sciolto il Parlamento e sono state indette elezioni anticipate, dove l’esito fin qui previsto dai sondaggi è tornato incerto in seguito al suo sfratto;
  • la Spagna è percorsa da centinaia di manifestazioni in suo nome, che hanno rimesso le “questioni di classe” (casa, salario, salute, pensioni, ecc.) al centro dell’agenda politica, cancellando di fatto l’egemonia nazistoide incentrata sui migranti.
È morta, per un capriccio del destino altrettanto significativo, un attimo prima che i due decreti antisfratto bocciati alle Cortes venissero approvati dalla Commissione parlamentare che copre il vuoto legislativo fino alle elezioni. Sarebbero probabilmente passati, visti gli equilibri partitici in quella Commissione, ma ora non esiste proprio il dubbio.

La vita stessa di Maricarmen è una sintesi della storia spagnola dell’ultimo secolo. Nata alla fine della guerra civile che consegnò il potere ai militari fascisti di Franco, la gioventù vissuta sotto la dittatura, la maturità nell’incerto interregno della “monarchia costituzionale”, la fase finale sotto l’incubo del ritorno ai tempi oscuri.

Tra l’altro rappresentati da un fascista senza onore che porta il suo stesso cognome: Abascal, capo di Vox, colui che accolse in un suo comizio la sceneggiata di Meloni ululante “sono una madre, sono cristiana”, ecc.. 

Un fascista votato alla “remigrazione” con la scusa di voler difendere “gli spagnoli” e che ora si ritrova ad essere indicato come uno degli assassini di una donna anziana, bianca, madrilena, invalida, che si chiamava proprio come lui. Un cerchio che si chiude... 

Tutto insieme in una persona sola. Che ha concluso la sua vita parlando per la prima volta a milioni di persone per consegnare un messaggio semplice, e perciò potentemente politico: “Credo che mi conosciate tutti. Io non vi conosco tutti personalmente, ma conosco tutte le persone che mi affiancano da molto tempo. Mi piacerebbe essere qui con voi, accompagnarvi nel vostro campo e nella vostra lotta, ma non ne ho la possibilità. Pertanto, da qui chiedo a tutti voi di avere coraggio, di lottare, di difendere ciò che è vostro e, per favore, di stare attenti. Rimanete accampati finché le vostre forze lo consentono e finché lo desiderate. Speriamo che tutto questo giunga al termine domani e che ciò che state soffrendo ora possa essere più che compensato in quel momento. Un abbraccio fortissimo a tutti da qui. Un abbraccio enorme”.

Detto fatto. Al grido di “Giustizia per Maricarmen!” e “Assassini”, migliaia di persone sono corse a manifestare in Puerta del Sol, la piazza delle adunate ora consacrata alle proteste. Una marea di persone per protestare contro “gli sfratti che uccidono”. E non è più una metafora. È un fatto.

La sua vicenda è perciò una sintesi anche “tematica”. Che il problema della casa sia l’alfa e l’omega di tutti i viventi era intuitivamente certo. Che la speculazione l’abbia reso un business che la rende inaccessibile a salariati, precari e pensionati ora è visibilmente chiaro.

Ancora non ci si è arrivati, ma non è difficile capirlo: se una massa di persone resta senza casa ed è costretta a vivere per strada – giovani o anziani che siano, bianchi o “colorati” – cresce per forza di cose la “sensazione di insicurezza” di chi una casa bene o male ce l’ha e vede negli occhi degli homeless un briciolo di invidia e la possibilità di un pessimo futuro anche per sé. Una “emergenza” deviata, una conseguenza delle disparità di reddito, che è diventata la leva principale per la guerra tra poveri nell’Occidente neoliberista.

Si annodano intorno a Maricarmen i problemi del debito pubblico (anche la Spagna ne ha uno pesante) e le politiche comunitarie che costringono all’austerità di bilancio, consegnando in un colpo solo ai “mercati finanziari” il potere di decidere la politica economica di ogni paese che accetti quelle regole idiote.

Noi italiani dovremmo saperlo meglio di tutti. Quando Andreatta – il maestro di Prodi – decise la “separazione tra Bankitalia e ministero del Tesoro”, consegnando i titoli di stato all’arbitrio ondivago del “mercato”, il debito italiano era appena il 61% rispetto al Pil. Roba che Maastricht ci avrebbe promosso subito a pieni voti. Ora è al 139%, dopo oltre 30 anni di “avanzi primari” e tagli di spesa a rotta di collo.

Ma si vanno annodando anche i problemi della spesa militare da aumentare, persino per il Paese che più di altri ha resistito alla spinta Trump-vonderLeyen-Rutte, che ovviamente affonderà ancor più il debito pubblico se la coppia neofranchista “popolari-Vox” prenderà il prossimo governo.

E non parliamo del “ruolo dello Stato nell’economia”, dove pesa la privatizzazione della sanità, il taglio sistematico delle pensioni (a cominciare dal mancato adeguamento al tasso di inflazione – se n’è accorta persino la Gabanelli!), il calo di tutti i servizi sociali, la decadenza voluta dell’istruzione pubblica, la cancellazione dell’edilizia popolare ecc..

Maricarmen si è trovata senza volere al crocevia di tutto. Il suo sfratto e la sua morte sono il simbolo concreto che certifica il carattere mortifero, stragista, burocraticamente genocida – a Gaza come a Madrid e a Caivano – di questo modo di vivere e produrre. In cui gli esseri umani “contano fino ad un certo punto”, direbbe quello... 

Da qui si può e si deve cambiare radicalmente rotta. Di centottanta gradi. Non basta rallentare, “correggere il tiro”, frenare o pasticciare con il cambio. Siamo umani, possiamo rifiutarci di diventare rifiuti... 

Perché il baratro della discarica ci guarda. E ci aspetta tutti, sogghignando.

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Torna l’inflazione, resta la questione di classe

L’inflazione torna a mordere, e galoppa: +3,3% ad agosto, +4,2% a settembre, su base annua. Nel solo mese di settembre i prezzi sono aumentati dello 0,7%.

Da una parte la BCE che torna ad aumentare i tassi di interesse e così facendo colpisce i lavoratori e le famiglie due volte, se non tre: aumentando il costo dei mutui, aumentando i costi del finanziamento per le imprese, che possono trasferirne una parte sui prezzi, tanto più nei settori non concorrenziali e quindi alimentare l’aumento dei prezzi e, infine, ma non per questo meno importante, con questa manovra la BCE esprime la volontà di aumentare la disoccupazione e raffreddare sul nascere qualsiasi ipotesi di spinta salariale. 

Dall’altra parte, il governo, che è affannosamente alla ricerca di misure simboliche per dimostrare di fare qualcosa (l’intervento spot sulle accise per il carburante nei giorni del rientro estivo è illuminante in questo senso) e chiama in soccorso il capitalismo petrolifero nazionale, che disvela così tutta la sua misera opulenza.

Tutte queste misure, tuttavia, non affrontano minimamente le radici strutturali della questione inflazione, e soprattutto le sue conseguenze distributive che vanno ben oltre il numeretto che mensilmente l’ISTAT distribuisce. Vediamo allora cosa ci dicono i dati, se allarghiamo un po’ lo sguardo prendendo in considerazione cos’è successo negli anni recenti. 

Secondo una simulazione del Sole 24Ore, un carrello della spesa consumato da una famiglia tipo composta da una coppia e un figlio, è aumentato da luglio 2021 a luglio 2026 del 30% con picchi prossimi o superiori al 50% per beni di consumo quotidiano quali il caffè, l’olio e molti prodotti ortofrutticoli.

Se allarghiamo l’orizzonte temporale, i dati Istat mostrano con maggiore chiarezza l’aumento ormai consolidato del costo della vita. Tra agosto 2022 e agosto 2026 l’indice FOI – che misura l’evoluzione dei prezzi dei beni e dei servizi acquistati dalle famiglie che fanno capo a un lavoratore dipendente – è cresciuto complessivamente di circa l’11,2%. Risalendo a luglio 2021, l’aumento raggiunge il 20,2%. La dinamica è stata ancora più marcata per i prodotti alimentari e le bevande analcoliche: quasi il 17% dall’agosto 2022 e circa il 29% dal luglio 2021. Si tratta di una componente essenziale e difficilmente comprimibile dei consumi familiari, il cui rincaro incide in misura proporzionalmente maggiore sui bilanci delle famiglie con redditi medio-bassi.

Già nel rapporto del 2022, l’ISTAT aveva mostrato come l’inflazione esplosa a partire dalla metà del 2021 avesse gravato sulle famiglie a basso reddito molto più che su quelle a reddito alto. Uno scenario che sembra ripetersi, se, ai dati sopracitati, si aggiunge che tra settembre 2025 e settembre 2026 i cosiddetti “prodotti ad alta frequenza d’acquisto” sono aumentati del 5,3%, cioè 1,1 punti percentuali in più rispetto all’indice generale. I “prodotti ad alta frequenza di acquisto” includono – oltre ai generi alimentari e bevande – i tabacchi, le spese per l’affitto, i beni non durevoli per la casa, i servizi per la pulizia e manutenzione della casa, i carburanti, i trasporti urbani, i giornali e i periodici, i servizi di ristorazione, le spese di assistenza: insomma tutte quelle spese che facciamo quotidianamente, a volte di importo unitario non abbastanza elevato per farci apprezzare l’aumento, ma che messe insieme sono solitamente la parte principale del nostro bilancio.

Il dato più impressionante riguarda l’energia. A settembre i prezzi dei prodotti energetici regolamentati sono aumentati del 25,9% rispetto allo stesso mese dell’anno precedente, mentre quelli degli energetici non regolamentati – categoria nella quale rientrano i carburanti – sono cresciuti del 22,2%. Si tratta chiaramente di una conseguenza delle guerre scatenate in Medio Oriente. Questi rincari, con buona probabilità, si trasmetteranno nei prossimi mesi alle altre categorie di beni e servizi attraverso l’aumento dei costi sostenuti dalle imprese, aggravando il peso dell’inflazione generale.

In sostanza, anche se gli aumenti più consistenti si concentrato soprattutto nell’energia, emergono i primi segnali di propagazione: l’inflazione di fondo sale dall’1,5% all’1,7%, mentre quella calcolata al netto della sola energia raggiunge il 2%. Lo shock energetico, cioè, comincia a trasmettersi al resto dell’economia. L’inflazione acquisita per il 2026 ha già raggiunto il 3,1%: ciò significa che, anche se i prezzi rimanessero invariati nei prossimi mesi, la crescita media annua sarebbe comunque superiore al 3%.

Ricapitolando: gli ultimi 5 anni, che comprendono un lungo periodo in cui – dopo la fiammata post Covid-19 – l’inflazione era sembrata tornare ad essere un tema espulso dal dibattito pubblico, ci lasciano in eredità beni alimentari cresciuti del 29% e un indice generale dei prezzi cresciuto del 20%. Su questi rincari, ormai incorporati nel livello dei prezzi, si innesta una nuova accelerazione: a settembre l’inflazione ha raggiunto il 4,2%, i prodotti ad alta frequenza d’acquisto sono aumentati del 5,3% e i beni energetici registrano incrementi superiori al 20%. 

E i salari, in tutto questo? L'insufficiente reazione dei salari monetari, negli ultimi decenni e in particolar modo nell’ultimo episodio inflazionistico, è proprio una delle ragioni per cui l’inflazione era tornata così rapidamente sotto controllo. In buona sostanza, i salari hanno pagato tutto l’onere dell’aumento dei prezzi energetici e ora, con le ossa ancora rotte, si apprestano a fronteggiare una nuova fase di sostenuta crescita dei prezzi generali. Se si guarda alle retribuzioni contrattuali reali, cioè ai compensi minimi contrattati dai CCNL deflazionati per l’indice dei prezzi, si noterà che sono cresciute più che lentamente e sono ben lontane dal loro livello del 2021 segnando, a luglio 2026, una perdita prossima al 9% e del 4% rispetto al gennaio 2022. Una perdita che rischia di aggravarsi di fronte alla prossima accelerata dell’inflazione, senza una decisa risposta della contrattazione.

Questo risultato deludente è anche l’eredità dei pessimi accordi sottoscritti negli anni passati dalle organizzazioni sindacali confederali e dalle associazioni delle imprese. Come parametro di riferimento per i rinnovi contrattuali è stato infatti adottato l’IPCA al netto dei beni energetici importati: un indicatore che esclude proprio una delle principali componenti dell’attuale ondata inflazionistica. Questo meccanismo limita drasticamente la capacità dei contratti di recuperare integralmente e tempestivamente la perdita di potere d’acquisto.

Ma pesanti responsabilità ricadono anche sul Governo, che in questi anni ha ripetutamente rivendicato di essere intervenuto a tutela dei salari, soprattutto di quelli più bassi. Gli stessi provvedimenti di detassazione sono stati presentati, di volta in volta e secondo le esigenze politiche del momento, prima come riduzione del cuneo fiscale, poi come sostegno contro l’inflazione e infine come compensazione del fiscal drag. Quest’ultimo è il drenaggio fiscale che si produce quando l’aumento nominale di salari e pensioni, pur limitandosi a rincorrere l’inflazione, determina un incremento dell’imposizione e quindi una perdita di reddito reale: secondo le stime richiamate, negli ultimi due anni avrebbe già prodotto diversi miliardi di maggiore prelievo per lavoratori e pensionati e ne produrrà ancora.

Una sola misura, insomma, è stata presentata come risposta a problemi diversi; ma la sua insufficienza emerge chiaramente dai dati sulla perdita di potere d’acquisto. Una perdita strutturale che non può essere compensata da provvedimenti occasionali o da qualche agevolazione simbolica, come il mancato pagamento del bollo auto.

Quello che servirebbe è presto detto: dal punto di vista istituzionale la reintroduzione di un sistema di indicizzazione dei salari monetari che riesca a tutelarne il potere d’acquisto e a limitarne l’erosione dovuta all’inflazione. Una indicizzazione che dovrebbe riguardare anche le aliquote fiscali, proprio per contrastare il fiscal drag. Dal punto di vista politico-sindacale, una nuova stagione di lotte e rivendicazioni, che riesca a spostare l’onere dell’aumento dei costi sulle imprese, a proteggere i salari reali e anzi, ad aumentarli.

Come ripetiamo da tempo, infatti, non vi è altro modo per alzare i salari, se non alzare i salari.

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La prima attività di Valditara: denunciare chi lo critica

di Giorgio Cremaschi

Sono stato denunciato alla Procura della Repubblica di Roma dal Ministro dell’Istruzione e del Merito Giuseppe Valditara. Lo stesso ministro ha anche intentato nei miei confronti un’azione legale in sede civile per ottenere da me un risarcimento di danni patrimoniali e non patrimoniali.

La motivazione di queste cause penali e civili è che avrei leso “l’onore e la reputazione” del ministro in un mio post sui social del 15 gennaio, nel quale usavo per lui e per il governo Meloni la parola “razzismo”. Questo per una circolare del Dipartimento per il sistema educativo e Istruzione del MIM, che chiedeva alle scuole di segnalare gli studenti palestinesi.

Non avevo certo trovato io la circolare; essa era stata diffusa dall’indignazione degli insegnanti e dalla protesta dei sindacati, che avevano giudicato discriminatoria e inaccettabile la schedatura degli alunni di origine palestinese.

Io avevo di mio aggiunto sul post l’accusa di complicità del governo Meloni con il genocidio in corso a Gaza e nel titolo avevo proposto un paragone metaforico con le schedature degli ebrei nel 1938.

Era la prima volta da allora che che si individuavano gli studenti su base etnica, né valeva il precedente – poi sostenuto dal Ministro – con l’accoglienza dei bambini profughi dall’Ucraina in guerra. Diversissime erano le condizioni e le stesse procedure adottate in quella situazione improvvisa.

I bambini ucraini giunti in poco tempo dal febbraio 2022 erano 50.000. I bambini palestinesi erano invece già alunni delle scuole italiane, spesso da molto tempo. Quindi la circolare ministeriale, nel contesto di un’azione del governo schierata chiaramente con Israele, suscitò giustamente una forte condanna nell’opinione pubblica.

Naturalmente il Ministro Valditara e la sua parte politica respingono sdegnati, anzi querelano, le accuse di razzismo nei loro confronti. Eppure questo giudizio non può essere espunto dal dibattito politico, pena l’accettazione come “normale” del diverso trattamento delle persone in base alla religione o all’appartenenza etnica.

Nel passato il Ministro era intervenuto contro una scuola di Pioltello, provincia milanese, con tanti alunni di religione musulmana, che si era fermata per l’ultimo giorno del Ramadan. Ora il governo pone un limite al numero di bambini stranieri presenti in una classe.

Naturalmente le autorità affermano che non c’è nulla di razzista in tutto questo, ma solo “efficienza” e rispetto della legge. Ma tutta la storia mondiale delle lotte antirazziste ha dovuto affrontare autorità che facevano le stesse affermazioni.

In un mondo nel quale è in corso il genocidio del popolo palestinese da parte di uno Stato – Israele – verso il quale vi sono sostegni e riguardi che sarebbero inconcepibili per altri. In paesi nei quali la discriminazione, la criminalizzazione, la detenzione senza reati, la deportazione dei migranti sono atti distintivi della politica. In una società dove viene normalizzata la differenza sulla base della religione, soprattutto quella islamica, e dove torna anche quella basata sul colore della pelle, in questo mondo di oggi criminalizzare l’accusa di razzismo significa in realtà legittimare il razzismo.

Se l’accusa di razzismo, invece che essere terreno di radicale confronto politico e morale, diventa denuncia in tribunale, allora tutti i Vannacci di turno si sentiranno autorizzati a dire e magari anche a fare quello che vogliono.

La denuncia nei miei confronti da parte del Ministro Valditara non è solo gravissima per il suo contenuto, ma anche per l’autorità da cui proviene.

Un ministro che porta in tribunale un cittadino per ciò che ha politicamente affermato, contro il suo operare da ministro e non contro la sua persona, mette in discussione la libertà di critica e opinione.

SLAPP è l’acronimo inglese che sta per “azioni legali strategiche contro la partecipazione pubblica” cioè le cause intimidatorie di chi ha potere e soldi contro cittadini e attivisti che denuncino ingiustizie e prepotenze.

Nel 2024 l’Unione Europea ha emanato una direttiva “anti SLAPP”, proprio con la motivazione che le cause di governanti e ricconi, assistiti da potenti studi legali, contro normali cittadini, sono un grave danno alla democrazia.

Il Governo Meloni è sotto procedura di infrazione proprio per non aver recepito in modo adeguato questa direttiva: da noi le cause intimidatorie di chi comanda contro chi subisce continuano e si estendono. “Colpiscine uno per educarne cento”, ha recentemente affermato il Ministro Tajani.

La denuncia e la causa del Ministro Valditara nei miei confronti sono dunque un atto grave, che credo riguardi tutti, per due ragioni: perché criminalizza l’antirazzismo e perché viene da un esponente del governo contro un cittadino che si oppone alla sua politica.

Dobbiamo respingere la normalizzazione di questi comportamenti del potere, che sono una altro passo verso uno Stato autoritario.

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Nella sanità tagli “invisibili” per 18,8 miliardi tra 2023 e 2026. E non andrà affatto meglio

Anche se nominalmente è cresciuto, dal 2023 al 2026 il Fondo sanitario nazionale ha perso quasi 19 miliardi di euro per effetto della contrazione della quota di finanziamento in rapporto al Pil.

Secondo la Fondazione Gimbe che oggi ha presentato il suo rapporto annuale in Parlamento, le cose non sembrano cambiare per il prossimo futuro. Secondo il rapporto “Nel triennio 2027-2029 si amplia ulteriormente la forbice tra previsioni di spesa ed entità del Fondo sanitario nazionale (Fsn): 7,6 miliardi nel 2027, 10,7 miliardi nel 2028 e 14 miliardi nel 2029, per un divario cumulativo di 32,3 miliardi”.

L’Italia, ricorda la Fondazione Gimbe, rimane ultima nel G7 per la spesa sanitaria pubblica pro capite, mentre la spesa sanitaria privata sostenuta direttamente dalle famiglie (out of pocket) supera la media Ocse del 12,3%.

Calcolato a prezzi costanti, il Fondo sanitario nazionale è ai livelli del 2010, ma ovviamente da allora la necessità di cure è aumentata perché l’età media è cresciuta (da 43,2 a 47,1 anni) e anche i costi sono saliti.

Avere meno risorse significa anche peggiorare le condizioni di lavoro di chi opera nella sanità. Stiamo infatti assistendo ad una grande fuga di professionisti dal settore pubblico. 1 medico su 4 e 1 infermiere su 5 non lavorano per il Sistema Sanitario Nazionale. Dei 339.256 medici censiti dall’Ocse, almeno 88.258 (26,1%) non lavorano nel Ssn né frequentano percorsi formativi post-laurea.

“Se oltre 1 medico su 4 non lavora nel Ssn né è inserito in percorsi formativi post-laurea, è evidente che il servizio pubblico fatica sempre più ad attrarre e trattenere i medici. Aumentare i posti nei Corsi di Laurea di Medicina non garantisce quindi più medici alla sanità pubblica, in particolare nelle specialità e nei territori dove servono”, ha avvertito il presidente della fondazione, Nino Cartabellotta.

Dal 1° gennaio 2025 Gimbe stima un deficit di 5.716 medici di medicina generale – assumendo come riferimento il rapporto ottimale di un medico ogni 1.200 assistiti – e di 497 pediatri di libera scelta, il 78,7% dei quali concentrato in Lombardia, Piemonte e Veneto.

Inevitabilmente questi tagli stanno incentivando la privatizzazione del sistema sanitario, un processo che impoverisce la popolazione costretta a pagare sia le tasse che le prestazioni nella sanità privata, ma che lascia sempre più persone senza cure.

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Il Parlamento UE vota per una presenza militare stabile a difesa di Taiwan

Ieri, 7 ottobre, il Parlamento Europeo ha votato in plenaria una risoluzione che traccia una linea intransigente verso Pechino, facendo un passo decisivo verso un’opzione muscolare anche con la Cina. In particolare, è sul dossier di Taiwan che la UE rompe gli indugi e si oppone frontalmente alle rivendicazioni cinesi.

L’esito della votazione era piuttosto scontato, dopo che pochi giorni fa il testo era già stato licenziato dalla commissione Affari Esteri di Strasburgo con un netto consenso trasversale (44 sì, 9 no e 12 astenuti). Ad opporsi, a sinistra, sono stati soltanto il belga Marc Botenga, il pentastellato Danilo Della Valle, e il cipriota Giorgos Georgiou.

La risoluzione pone al centro la questione della reciprocità commerciale, della sicurezza della produzione e delle tecnologie europee dalle dipendenze dalle filiere cinesi, ma anche il nodo del rapporto tra il Dragone e la Russia, il rispetto dei diritti umani (che non vale per Israele, e nemmeno per Londra per quanto riguarda i tempi di detenzione degli attivisti di Palestine Action).

Ma la linea rossa evidentemente superata è quella dello status dell’arcipelago taiwanese. Il documento conferma l’adesione della UE alla politica di “Una sola Cina”, riconoscendo dunque come unico governo cinese legittimo quello di Pechino, ma allo stesso tempo rifiuta ogni azione che possa modificare lo status quo.

Per sostenere questa linea, la risoluzione sollecita gli stati membri a dispiegare una presenza marittima regolare con manovre navali coordinate nello Stretto di Taiwan, a cooperare sul piano della sicurezza con attori regionali come l’India e a fare pressione all’ONU affinché sia garantito l’accesso alle istituzioni internazionali ai cittadini con passaporto taiwanese.

Strasburgo ha così votato per rendere la propria presenza militare stabile intorno all’isola di Formosa, a difesa di Taiwan e a due passi dalle coste cinesi. Un elemento che aumenta pesantemente la tensione nello Stretto e conferma ai vertici di Pechino che, in sostanza, le rivendicazioni sulla provincia considerata secessionista sono rispettate solo sulla carta.

Più o meno dal 2020, tutta la filiera occidentale – dagli USA all’Australia – ha cominciato a mettere in discussione l’interpretazione della risoluzione ONU 2758, che escludeva le rappresentanze di Taiwan dal sistema delle agenzie delle Nazioni Unite. Tra il 2021 e il 2024 la UE ha approvato altre risoluzioni a favore di Taipei e per approfondire i legami commerciali con l’arcipelago.

La richiesta, per quanto non vincolante, di impegnarsi in maniera direttamente militare rispetto alla situazione taiwanese è un cambio di passo significativo. La Repubblica Popolare Cinese, nella dichiarazione esplicativa del documento approvato, viene indicata come “una combinazione unica di partner, concorrente e rivale sistemico”, ma è chiaro che la tendenza delle classi dirigenti europee sta virando velocemente verso l’ultima definizione.

Il testo approvato pone grande attenzione alla questione economica, ma offre anche un’elaborazione generale sul ruolo che Pechino ha come attore geopolitico globale, contrastandola in maniera diretta fino al dispiegamento bellico. Si tratta, insomma, della traslazione del braccio di ferro col gigante asiatico su di un piano completamente diverso.

Tutto ciò avviene a preludio della missione del Commissario per il Commercio UE Maroš Šefčovič nella capitale cinese, che si svolgerà proprio oggi. L’eurodeputata che ha steso il documento, Hilde Vautmans di Renew Europe, ha esplicitamente affermato: “voglio che vada lì con il mandato più forte possibile da parte di quest’aula”.

Ma nei fatti, Šefčovič si sta presentando con una dichiarazione di guerra in mano, affermando che la Cina dovrebbe tutelare le aziende europee dalla propria superiorità produttiva e tecnologica, che i “secessionisti” sono legittimi solo se hanno dietro l’Occidente, e che la Repubblica Popolare dovrebbe pure temere esercitazioni congiunte condotte a ridosso dei propri litorali. La protervia del “giardino” di Borrell ha raggiunto vette psicotiche...

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07/10/2026

C'è una Cina in difficoltà e un'altra che cresce

Intervista al sindaco di Saint Denis, Bally Bagayoko

Bally Bagayoko: «Ora una risposta politica, o la protesta non si fermerà». La destra, sia francese che italiana, ha dichiarato guerra al sindaco che “sta sulle barricate” insieme ai suoi concittadini. Ci è sembrato doveroso intervistarlo, ieri, prima delle manifestazioni...

450.000 manifestanti, di cui 100.000 solamente a Parigi. In questa giornata di sciopero generale era accanto ai liceali a Saint-Denis, comune della banlieue della capitale di cui è sindaco. La Cgt e gli altri grandi sindacati hanno annunciato un nuovo sciopero per giovedì. Sarà ancora presente e qual è il bilancio della mobilitazione?

Si, ci sarò, perché è il momento della de-escalation e soprattutto della risposta politica, non della risposta repressiva. Ero accanto a loro la settimana scorsa e lo sarò ancora nei prossimi giorni.

Ci sarò perché sono dei liceali, quindi dei minori, e dobbiamo tutti garantire che non ci siano dei feriti tra di loro. E oggi l’inquietudine è grande perché si tratta di una ampia mobilitazione e chiedo a tutti quelli che partecipano di manifestare pacificamente.

Il Presidente della Repubblica e il ministro dell’Interno hanno una responsabilità e chiedo loro di trasmettere un messaggio rassicurante per evitare di trovarsi davanti a un dramma.

Ho visto delle azioni della polizia totalmente sproporzionate rispetto alla pacificità del corteo. Io stesso sono stato colpito da tiri di gas lacrimogeno e ho rischiato di essere manganellato, mentre invece ero presente per assicurare che non ci fossero violenze. Ho anche visto dei ragazzi accanto a me che si sono fatti colpire mentre erano inermi e con le braccia alzate.

Questa non è la risposta politica attesa. Il Presidente della Repubblica deve intervenire all’altezza dei valori repubblicani, mentre ora li sta calpestando. Sono relativamente inquieto perché a ogni sequenza di questa mobilitazione lo Stato è rimasto in ritardo.

In principio ha lasciato che l’indignazione salisse, perché da diversi anni nessun investimento è stato fatto, in particolare per rispondere alla promessa repubblicana che, su tutto il territorio francese, ci siano i mezzi per l’insieme dei liceali di studiare in condizioni degne.

Le rivendicazioni sono chiare, dalla mancanza di professori a un orario scolastico che ha pochi eguali in Europa, dalle infrastrutture degradate ai problemi nell’orientamento scolastico. Abbiamo un dispositivo parcoursup che ha lasciato duemila studenti senza formazione. Quindi sono inquieto perché, dopo l'indifferenza e il ritardo nella risposta da parte del governo, ora arriva solo la risposta repressiva.

Palazzo Matignon [la sede del primo ministro, ndr] ha insistito, ieri sera, perché queste rivendicazioni siano espresse in maniera pacifica; lei ha parlato, la settimana scorsa, di una violenza che può essere legittima da parte dei liceali... Considera i suoi propositi ancora validi, ora che fa un appello a la de-escalation perché temete degli incidenti più gravi?

C’è qualcosa di molto particolare, perché coloro che sono responsabili di questa situazione, cioè il governo, non hanno avuto alcuna parola né di conciliazione, né di risposta politica concreta, e nessuno è andato a chiedergli di render conto sulla questione, né in parlamento, né sui mezzi d’informazione.

E non spetta al ministro dell’Interno Laurent Nuñez di dare una risposta educativa. Lui porta soltanto una risposta securitaria, con tutte le conseguenze che vediamo.

Io non rinnego nulla di quello che ho detto, cioè che la violenza può essere legittima. E quando dico questo intendo due cose: la prima è che la storia francese lo rende evidente, tutti i progressi sociali si sono sviluppati, sfortunatamente, su delle forme di violenza. La seconda è perché i fenomeni che osserviamo, da una parte della risposta repressiva e dall’altra delle rivendicazioni, si rifanno a questa storia.

Diversi giornalisti le hanno chiesto, dato il bilancio di 215 liceali feriti e diversi mutilati, se si è sentito in qualche modo responsabile, visto che ha accompagnato e difeso fin dall’inizio questo movimento. Cosa risponde?

Quando mi presento davanti ai licei, e invito ciascuno a farlo, di fronte ai battaglioni di poliziotti in tenuta antisommossa, sono là per calmare la situazione ed evitare il confronto. Le immagini che sono circolate, estrapolate dal loro contesto, sono strumentalizzate.

Sfido chiunque, nell’ambito di una grande manifestazione, ad andare a spegnere un incendio o togliere dei barili infiammabili senza farsi manganellare. Quindi, quando lo fanno, come nel mio caso, è un segno di rispetto. Indipendentemente da tutti quelli che puntano il dito contro noi sulla responsabilità delle violenze.

I primi responsabili sono coloro che hanno fallito nel mantenere la promessa repubblicana di una scuola degna per tutti. Trovo quindi scandaloso di chiedermi di precisare il mio pensiero sulla questione, e di dover rispondere a un governo che mi accusa di attizzare le violenze, quando le rivendicazioni dei liceali non sono nemmeno ascoltate.

Trovo che sia un attitudine totalmente irresponsabile, da parte di una grande potenza mondiale come la Francia, di scaricare la responsabilità di un movimento su un sindaco di periferia. Mentre la loro prima responsabilità, per quanto riguarda le funzioni sovrane dello Stato sull’educazione, coesione sociale e giustizia, è totalmente fallimentare, come dicono tre rapporti parlamentari.

In particolare sui quartiere popolari, e quindi una forma importante di diseguaglianza. La mia posizione, come padre di famiglia e educatore, è chiara. No alla violenza gratuita, ma le rivendicazioni vanno ascoltate.

Questa rabbia liceale è partita dalle banlieues. C’è la sensazione, come lei dice, di essere stati per molto tempo abbandonati?

Molto chiaramente. Un segno di rispetto, però, è riconoscere la legittimità della loro parola. Lo paragono ad esempio alla mobilitazione sulle violenze sessuali, di cui sono uno strenuo difensore.

Non si comincia col dire ‘aspettate, quello che dite è falso‘. Si comincia dicendo ‘sì, vi crediamo‘ per poi studiare il dossier. La stessa cosa vale per i liceali. La cronologia, ricordiamolo, è indignazione, rivendicazioni massive in maniera pacifica, poi raggruppamento e contagio, in seguito alla risposta repressiva e, infine, conflagrazione generale su tutto il territorio francese.

Non facciamo finta che lo Stato abbia risposto fin da subito. Avrebbero dovuto aprire delle discussioni con i presidi, che a loro volta avrebbero dovuto ricevere i responsabili delle organizzazioni liceali. E nessun preside ha ricevuto l’autorizzazione di ricevere le loro rivendicazioni.

Il governo ha atteso che la mobilitazione esplodesse, per poi cercare dei colpevoli. È una forma di debolezza dire che è colpa de la France Insoumise. Io rivendico di essere dalla parte dei miei cittadini, e i liceali ne fanno parte.

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