Presentazione


Analisi, opinioni, fatti e (più di rado) arte da una prospettiva di classe.

13/08/2026

Libia - Attacchi a impianti petroliferi e autobombe

In pochi giorni la Libia è stata travolta da episodi che ne rivelano la profonda instabilità interna. A Bengasi è stato ucciso in un attentato Fawzi al Mansouri, il capo dell’intelligence militare dell’Esercito nazionale libico (Enl) del gen. Haftar che controlla la parte orientale del paese.

Ci sono poi stati degli attacchi con droni contro l’importante complesso petrolifero di Zawiya nella zona occidentale del paese. Infine ci state le dimissioni del governatore della Banca centrale, Naji Issa.

A Bengasi il generale Fawzi al-Mansouri, responsabile dell’intelligence militare delle forze guidate dal generale Khalifa Haftar, è stato ucciso con un ordigno che sarebbe stato collocato sotto il suo veicolo ed è esploso mentre il militare stava salendo a bordo dell’auto. L’attacco è avvenuto nei pressi della sua abitazione. Nessun gruppo ha finora rivendicato l’attentato e le autorità della Libia orientale hanno aperto un’indagine.

Nelle stesse ore la Libia occidentale è stata colpita da un attacco con droni che ha provocato un vasto incendio nella raffineria di Zawiya, uno dei principali impianti petroliferi della Libia. La compagnia petrolifera nazionale ha dichiarato lo stato di massima emergenza.

L’impianto di Zawiya, si trova circa 45 chilometri a ovest di Tripoli e ospita la maggiore raffineria operativa della Libia, con una capacità di circa 120 mila barili al giorno che riceve attraverso un lungo oleodotto il greggio estratto a Sharara.

Quest’ultimo giacimento può produrre circa 300 mila barili al giorno, ed è gestito dalla Akakus Oil Operations, una società partecipata dalla National Oil Corporation libica insieme alla spagnola Repsol, alla francese TotalEnergies, all’austriaca Omv e alla norvegese Equinor.

La rilevanza del collegamento con Zawiya si estende indirettamente anche al vicino giacimento di El Feel: in caso di problemi sulla condotta Sharara-Zawiya, parte della produzione di Sharara può essere deviata attraverso l’oleodotto di El Feel verso il terminale di Mellitah.

Un’interruzione prolungata del sistema potrebbe pertanto richiedere una nuova riorganizzazione dei flussi e produrre ripercussioni anche sul giacimento di El Feel, (produzione 80-90 mila barili al giorno) in gestione alla Mellitah Oil & Gas, una società paritetica tra la Noc libica e l’italiana Eni.

Al momento, tuttavia, la Noc non ha annunciato riduzioni della produzione nei due giacimenti in conseguenza degli attacchi a Zawiya. Secondo quanto appreso da “Agenzia Nova” da fonti libiche, al momento non risultano impatti sulle attività di Eni in Libia.

La sicurezza dell’impianto di Zawiya riveste un’importanza particolare anche per l’Italia, prima destinazione del greggio libico. Secondo le più recenti stime sui traffici marittimi, nel primo semestre del 2026 il mercato italiano ha assorbito circa il 45 per cento delle esportazioni petrolifere della Libia.

I dati dell’Unione energie per la mobilità (Unem), calcolati dal punto di vista delle importazioni italiane, indicano inoltre che nei primi quattro mesi dell’anno sono arrivate dalla Libia circa 5 milioni di tonnellate di greggio, pari al 26,8 per cento del totale e in aumento del 13 per cento rispetto allo stesso periodo del 2025.

La Libia si conferma come il principale fornitore petrolifero dell’Italia, davanti ad Azerbaigian e Kazakhstan. Come noto, il greggio libico è particolarmente ricercato perché prevalentemente “light sweet”, più leggero e con un basso contenuto di zolfo, dunque più semplice e meno costoso da lavorare, consentendo di ottenere più agevolmente prodotti ad alto valore come benzina, gasolio e carburante per l’aviazione.

A questi vantaggi si aggiungono la vicinanza geografica alle raffinerie italiane ed europee e rotte marittime brevi, che non attraversano né lo Stretto di Hormuz né quello di Bab el Mandeb oggi al centro del conflitto scatenato da Usa e Israele contro l’Iran.

Per l’Italia il dossier Libia non è soltanto geopolitico, il paese è infatti uno dei nodi più importanti della strategia energetica italiana nel Mediterraneo.

Il legame storico e più consistente è quello con l’Eni, presente nel Paese attraverso Eni North Africa, Mellitah Oil & Gas e GreenStream. Il gasdotto GreenStream trasporta verso l’Italia il gas estratto dai giacimenti libici di Wafa e Bahr Essalam.

Nel giugno scorso l’Eni e la National Oil Corporation libica hanno avviato il Sabratha Compression Project, un intervento destinato a sostenere la produzione del giacimento offshore di Bahr Essalam. Il nuovo sistema di compressione dovrebbe consentire di recuperare circa 800 milioni di metri cubi di gas all’anno. A marzo l’Eni aveva annunciato nuove scoperte di gas in Libia per oltre 28 miliardi di metri cubi.

Il quadro che emerge da questi avvenimenti è quello di una Libia ancora in piena instabilità e profondamente divisa e questo può avere ripercussioni anche sull’Italia.

Il rischio di nuove interruzioni di approvvigionamenti energetici dalla Libia assume una dimensione strategica in quanto il mercato petrolifero è già sottoposto alle forti pressioni provocate dalla crisi di Hormuz.

Il Brent è tornato vicino ai 90 dollari al barile, dopo essere sceso sotto gli 80 dollari appena una settimana fa.

Prima della guerra statunitense contro l’Iran, attraverso lo Stretto di Hormuz transitavano oltre 20 milioni di barili al giorno di greggio e prodotti petroliferi; nel secondo trimestre del 2026 i flussi medi sono scesi a circa 4,9 milioni.

In questo contesto, la Libia rappresenta per l’Italia e per l’Europa una delle principali fonti alternative di greggio di alta qualità non dipendenti dalle rotte del Golfo. Un’eventuale compromissione del giacimento di Zawiya potrebbe dunque sottrarre al mercato barili difficili da sostituire in tempi brevi e aggiungere ulteriore pressione sui prezzi.

Ma la Libia continua a essere divisa e instabile.

A Tripoli agisce il governo di unità nazionale guidato da Abdul Hamid Dbeibeh che deve però fare i conti con milizie e gruppi armati che competono per il controllo del territorio e delle risorse.

A est, invece, il gen. Haftar mantiene un forte controllo militare e politico sulla Cirenaica attraverso l’Esercito nazionale libico.

L’assassinio di un alto responsabile dell’intelligence militare nella Cirenaica non significa automaticamente un ritorno alla guerra civile. Ma rappresenta un segnale pesante, soprattutto perché colpisce direttamente uno degli apparati di sicurezza più importanti dell’area controllata da Haftar.

E arriva mentre il Paese dovrebbe affrontare una partita ancora più importante: quella della riunificazione delle istituzioni e delle elezioni nazionali.

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Joe Biden dovrebbe morire di cancro all’Aja

Secondo Hunter, figlio dell’ex presidente, il cancro di Joe Biden si sta sviluppando in una fase avanzata.

Secondo quanto riportato dall’AP: “Il cancro alla prostata dell’ex presidente degli Stati Uniti Joe Biden si è diffuso ad altre parti del corpo e gli causa dolore, nonostante continui a esprimersi su questioni pubbliche”, ha dichiarato suo figlio Hunter in un’intervista.

In un’ampia intervista alla BBC andata in onda venerdì sera, Hunter Biden si è commosso parlando delle condizioni di salute del padre, descrivendole come molto triste da vedere:
«Il cancro si è diffuso, ha metastatizzato alle ossa e oltre», ha detto. «È molto doloroso ed è molto debilitante sotto molti aspetti».

Ho visto molte persone sui social media esprimere tristezza e dolore per la notizia della situazione di Biden, e sono d’accordo sul fatto che sia molto triste che stia accadendo. Joe Biden non dovrebbe stare a casa a morire di cancro, dovrebbe essere rinchiuso in una cella all’Aia a morire di cancro.

Il mondo è un disastro perché uomini come Joe Biden possono morire serenamente di cancro nelle loro case.

Vivono a lungo, liberi dalle conseguenze delle loro azioni mostruose.

Non trascorrono i loro ultimi giorni a marcire in una gabbia per crimini di guerra.

Nessuno li farà pagare per quello che hanno fatto.

Le persone peggiori del pianeta vengono elevate dall’impero capitalista ai più alti livelli di potere in ogni campo, peggiorando la vita di tutti, per poi morire serenamente di vecchiaia, circondate dai propri cari.

Questa è la vera fonte dei nostri problemi. Non gli immigrati. Non il “politicamente corretto”. Non le elezioni che premiano il partito politico sbagliato. La fonte dei nostri problemi è che siamo governati da psicopatici assassini e non usiamo il potere del nostro numero per rovesciarli con la forza. Che permettiamo ai tiranni di farla franca con il genocidio.

👉 Dave DeCamp @DecampDave​DecampDave

    Tuo padre ha aiutato quel tizio a far crollare interi palazzi pieni di donne e bambini

    Clash Report @ clashreport

Hunter Biden: Se è antisemita far notare che Bibi Netanyahu è la personificazione del male, allora non so più cosa dire alla gente. Voglio dire, aprite gli occhi. Aprite il cuore per un minuto.

Joe Biden ha appoggiato un olocausto trasmesso in diretta streaming sotto gli occhi del mondo intero, e ora se ne va da questo mondo senza aver subito alcuna conseguenza. Lo abbiamo visto tutti. Lo abbiamo visto diffondere menzogne ​​sull’aver visto bambini decapitati e uccisi il 7 ottobre e sul fatto che il bilancio delle vittime a Gaza fosse falso, per giustificare le sue atrocità genocidarie.

E siamo in tanti. Ma non lo abbiamo fermato. Non gli abbiamo fatto pagare. Non lo useremo come esempio per mostrare a tutti perché nessuno dovrebbe mai fare quello che ha fatto lui.

Sta succedendo ovunque. Stiamo assistendo a persone potenti che scatenano guerre e genocidi, distruggono il nostro ecosistema, ci impongono l’intelligenza artificiale e ci circondano con tecnologie di sorveglianza tiranniche, e lo fanno alla luce del sole, e noi sostanzialmente lo accettiamo passivamente.

Come disse Utah Phillips: “La Terra non sta morendo, viene uccisa. E le persone che la stanno uccidendo hanno un nome e un indirizzo”.

Non è solo che la rivoluzione non si sia materializzata, è che non si è nemmeno lontanamente avvicinata a materializzarsi. Ci danno giusto il pane e i giochi circensi necessari per placarci, e poi ce ne stiamo lì seduti a sgranocchiare patatine e guardare Netflix mentre il mondo brucia.

La natura non permetterà che questa situazione continui ancora a lungo. Risveglieremo la ferocia che è in noi, oppure la ferocia della natura renderà presto questo pianeta molto meno abitabile.

O supereremo questa prova o la falliremo. E finché i Joe Biden di questo mondo vivranno a lungo senza subire conseguenze, noi stiamo fallendo.

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L’Argentina scende in piazza contro Milei e la svendita del Paese agli Usa

L’Argentina è tornata a riempire le strade per protestare contro il governo di Javier Milei. Migliaia di persone hanno manifestato a Buenos Aires contro il progetto di legge sull’inviolabilità della proprietà privata, denunciato da sindacati, organizzazioni sociali, movimenti indigeni e opposizioni come un ulteriore passo verso la privatizzazione della terra e delle risorse nazionali.

La protesta, inizialmente pacifica, è stata dispersa dalla polizia con gas lacrimogeni, proiettili di gomma e cannoni ad acqua. Lo slogan “La patria non si vende” riassume il significato politico della mobilitazione.

Il provvedimento discusso dal governo mira a rendere più rapide le procedure di sfratto, modificare le regole sull’utilizzo dei terreni rurali e rafforzare le garanzie per i proprietari privati. Una delle norme prevedeva inoltre l’innalzamento dal 15 al 25 per cento del limite massimo di terra acquistabile da investitori stranieri.

Dopo le difficoltà incontrate in Parlamento, questa disposizione è stata ritirata, ma il progetto ha comunque alimentato il timore di una progressiva cessione della sovranità economica argentina a grandi capitali stranieri, in particolare statunitensi.

Le manifestazioni di agosto non rappresentano un episodio isolato, ma si inseriscono in una mobilitazione sociale che dura da mesi. Già alla fine di luglio, dopo la pausa determinata dai Mondiali, migliaia di argentini erano tornati in piazza contro l’austerità, i bassi salari e il deterioramento delle condizioni dei pensionati. Blocchi stradali e scontri con la polizia si erano verificati anche ad Avellaneda, alla periferia della capitale.

In precedenza, i pensionati avevano organizzato manifestazioni settimanali davanti al Congresso per chiedere aumenti delle pensioni e un migliore accesso alla sanità. Quasi la metà dei 7,8 milioni di pensionati argentini percepisce la pensione minima, che, con il bonus, arriva a circa 330 dollari mensili: una cifra che, secondo le organizzazioni che rappresentano gli anziani, resta largamente insufficiente a coprire i bisogni essenziali.

La protesta ha così assunto una dimensione intergenerazionale. Pensionati, lavoratori, studenti, sindacati e movimenti sociali contestano non soltanto una singola legge, ma l’intero indirizzo economico del governo Milei.

Il modello perseguito dal presidente argentino è fondato su una drastica riduzione della spesa pubblica, sulla deregolamentazione, sulle privatizzazioni e su una forte apertura agli investimenti e ai capitali stranieri.

Una strategia che i sostenitori del governo presentano come l’unica via per rilanciare un’economia segnata da anni di crisi, mentre i suoi oppositori denunciano il rischio di una progressiva perdita di sovranità economica e sociale.

Il governo rivendica alcuni risultati sul piano macroeconomico. In particolare, sottolinea la forte riduzione dell’inflazione rispetto ai livelli raggiunti negli anni precedenti e il ritorno dei conti pubblici in avanzo.

Tuttavia, la stabilità dei bilanci non coincide automaticamente con il benessere della popolazione. La riduzione dell’inflazione è stata accompagnata da una terapia d’urto che ha inciso profondamente su salari, pensioni, consumi e servizi essenziali.

Come ha osservato il sindacalista Horacio Jérez, la macroeconomia è una cosa e la vita quotidiana degli argentini un’altra: il problema del potere d’acquisto rimane centrale per milioni di famiglie.

Il governo sostiene che i sacrifici imposti nel presente creeranno le condizioni per nuovi posti di lavoro, maggiori investimenti e salari più elevati. Per una parte consistente della popolazione, però, il futuro promesso non compensa le conseguenze immediate della perdita di reddito, dell’aumento dei costi abitativi, della precarizzazione del lavoro e delle crescenti difficoltà nell’accesso alla sanità e all’istruzione pubblica.

La contestazione più profonda riguarda quindi la trasformazione dell’Argentina in una piattaforma sempre più aperta ai grandi investitori internazionali. La liberalizzazione dell’acquisto di vaste aree rurali è stata criticata anche da esponenti della Chiesa cattolica, secondo i quali la terra non può essere considerata esclusivamente come una merce.

In questa prospettiva, la legge sulla proprietà privata viene interpretata dai suoi oppositori non come una misura isolata, ma come un tassello di una strategia più ampia: ridurre il ruolo dello Stato, indebolire alcuni vincoli ambientali e sociali e rendere più agevole l’accesso dei grandi capitali a terreni, risorse naturali e infrastrutture.

È questo il rischio denunciato dai manifestanti: un Paese formalmente sovrano, ma sempre più dipendente da interessi economici stranieri. La svalutazione della moneta, l’erosione dei salari e la difficoltà di molte famiglie a mantenere il proprio livello di vita possono inoltre rendere gli asset argentini particolarmente appetibili per gli acquirenti internazionali.

La vicenda argentina assume così anche un significato continentale. L’amministrazione Trump punta a riaffermare una versione aggiornata della dottrina Monroe, nella quale l’America Latina torna a essere un’area strategica prioritaria per gli Stati Uniti. Una regione ricchissima di petrolio, gas, litio, terre rare, acqua, terre agricole e altre risorse naturali, che Washington considera fondamentali nella competizione economica e geopolitica globale.

In questa visione, l’America Latina rischia di essere trattata come una gigantesca riserva di risorse e opportunità d’investimento, disponibile agli interessi delle grandi corporation e dei grandi capitali statunitensi. Una prospettiva che alimenta, in molti Paesi latinoamericani, il timore di un ritorno a forme di dipendenza economica già conosciute nel corso della storia del continente.

Milei, con la sua apertura radicale ai capitali stranieri e il suo stretto allineamento con Washington, rappresenta uno degli interpreti più decisi di questa impostazione.

Le proteste mostrano però che una parte significativa della società argentina non intende accettare passivamente la trasformazione del proprio territorio in una grande piattaforma d’investimento internazionale, priva di adeguate protezioni sociali, ambientali e nazionali.

La resistenza argentina può assumere anche un significato più ampio per il continente. Cuba, Nicaragua e Brasile rappresentano realtà profondamente diverse per storia, istituzioni e orientamenti politici, ma condividono, seppure con modalità differenti, la ricerca di una maggiore autonomia rispetto alle pressioni economiche e geopolitiche degli Stati Uniti.

La piazza argentina, dunque, non chiede soltanto la modifica di una legge. Chiede che la sovranità, il lavoro, la terra, le pensioni e i servizi pubblici non vengano sacrificati sull’altare di un modello economico che promette prosperità futura mentre impone costi sociali immediati a milioni di cittadini.

È la contestazione di un progetto che i suoi oppositori considerano funzionale agli interessi degli ultramiliardari statunitensi e delle élite economiche argentine che sostengono Milei. Ed è, soprattutto, la rivendicazione di un principio semplice: l’Argentina non è una merce da mettere all’asta, ma un Paese la cui terra, le cui risorse e il cui futuro appartengono prima di tutto al suo popolo.

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La “remigrazione” spiegata ai deficienti

L’uomo che vedete nell’immagine si chiama John Gannon. Ha 75 anni, è un imprenditore texano, repubblicano da una vita e alle ultime elezioni ha votato Donald Trump.

Convintamente.

Perché voleva il pugno duro sull’immigrazione. Voleva che Trump prendesse i criminali e li cacciasse dagli Stati Uniti.

Poi, come spesso accade con certe idee meravigliose, è arrivato quel piccolo inconveniente chiamato realtà: l’ICE ha preso la sua futura moglie.

E oggi John Gannon compare davanti alle telecamere, in lacrime, per spiegare al mondo una cosa che milioni di persone avevano provato a spiegargli prima del voto: quando costruisci una macchina per rastrellare esseri umani, sulla portiera non c’è scritto “solo quelli che John Gannon considera cattivi”.

La compagna di John si chiama Yasmin Suarez Reyes, ha 45 anni, è nata in Venezuela ma ha cittadinanza spagnola. Nel 2023 entra legalmente negli Stati Uniti con passaporto spagnolo attraverso il Visa Waiver Program. Prima della scadenza dei 90 giorni presenta domanda d’asilo. La pratica resta pendente, nel frattempo ottiene un permesso di lavoro e una patente texana.

Secondo il governo americano, però, la domanda pendente non le conferisce uno status legale e, scaduto il periodo del Visa Waiver, la sua permanenza diventa irregolare.

Il 24 luglio John e Yasmin arrivano all’aeroporto George Bush di Houston. Devono volare a Las Vegas per una convention del settore arredamento.

Passano i controlli. Entrano nella lounge United. Escono. Ma fuori trovano otto agenti dell’ICE ad aspettarli.

Gannon racconta che gli agenti “le sono piombati addosso in otto. Nessuno ci ha spiegato quali fossero le accuse. Non si sono nemmeno identificati”.

Yasmin viene portata via e finisce al Montgomery Processing Center, in Texas. 

A quel punto qualcosa nella testa del trumpiano John Gannon comincia lentamente a scricchiolare. E infatti lo dice apertamente: “Io l’avevo votato per cacciare i criminali. Non l’ho votato per questo”.

Poi sul furgone ci è salita Yasmin. E allora il suo vocabolario cambia improvvisamente.

Davanti alla CBS dice: “Ho votato Trump. Stanno prendendo persone che rispettano la legge. Stanno distruggendo famiglie e posti di lavoro”. E quando gli chiedono cosa direbbe oggi al presidente che ha contribuito a eleggere, la risposta è una domanda: “Che cosa stai facendo?”.

Capito il cortocircuito? La macchina andava benissimo. Era il bersaglio che John aveva immaginato diverso.

Intanto Yasmin rimane in detenzione. John racconta che la situazione la sta consumando. E anche lui ammette che la vicenda gli ha completamente divorato la vita: telefonate agli avvocati, mail continue, richieste d’aiuto, strategie per riuscire a liberarla.

Poi arriva il momento in cui John crolla.

Parla della donna che vuole sposare. Dice che Yasmin lo ha riavvicinato ancora di più alla fede. La voce si rompe e riesce a dire soltanto: “Yasmin è buona come l’oro”.

E a quel punto l’uomo che aveva votato Donald Trump per il pugno duro arriva dall’altra parte del viaggio.

Dice che Trump non lo voterebbe più dopo “questo disastro” e che tutto questo “sembra la Gestapo”.

Benvenuto, John. La lezione è arrivata con qualche anno di ritardo, ma almeno è arrivata.

Perché certe politiche sembrano meravigliose quando immagini che la porta sfondata sarà sempre quella del vicino.

Poi bussano alla tua. E scopri finalmente per cosa avevi votato.

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Venezuela e Israele ristabiliscono relazioni diplomatiche

Il governo criminale di Israele e il Venezuela hanno concordato di istituire un meccanismo di coordinamento per fornire servizi consolari ai loro cittadini residenti in entrambi i paesi, dopo 17 anni senza relazioni diplomatiche.

L’accordo prevede inoltre il mantenimento della cooperazione tecnica nelle operazioni di emergenza e recupero dopo i terremoti che hanno colpito il Venezuela a giugno.

Caracas aveva interrotto le relazioni con Israele nel 2009, durante il governo dell’allora presidente Hugo Chávez. Entrambi i governi hanno inoltre evidenziato il legame storico tra Israele e la comunità ebraica venezuelana come ponte di amicizia tra i due paesi.

La notizia è quella che è e deve essere data così com’è, ma da lì a non causare repulsione è un’altra cosa. In questo modo, qualcosa iniziato con la presenza militare immediata dei responsabili del genocidio israeliano sul suolo bolivariano, con la scusa del salvataggio di solidarietà, dopo il doppio terremoto, si sta concludendo.

Il mondo intero ha osservato con stupore gli incontri successivi, le foto, i video, della presidente con ufficiali dell’esercito colpevoli del più grande genocidio del XXI secolo finora contro il popolo palestinese. Un genocidio che continua giorno dopo giorno e che raggiunge anche i popoli di Libano, Siria e Iraq, oltre ai successivi attacchi all’Iran e all’assassinio della Guida Suprema Sayed Ali Khamenei.

Poi è arrivato il secondo capitolo, quando una delegazione dell’AIPAC (la più grande rappresentante della lobby sionista per fare pressione su senatori e deputati yankee) è arrivata a Caracas, è stata accolta dalla presidente e ha avuto un incontro con suo fratello, il presidente dell’Assemblea Nazionale.

Tra i visitatori figuravano Brian Mast, Randy Fine, Kat Cammack e Jonathan Jackson, e l’agenda si sarebbe concentrata su “sicurezza e cooperazione antidroga”, la tipica scusa per entrare di nascosto in suolo venezuelano. Questa invasione sfacciata, impossibile da immaginare in qualsiasi altro momento, ha provocato un duro ripudio da parte dei militanti chavisti.

Mast, Fine e Cammack, tutti repubblicani della Florida, sono sionisti irriducibili. Mast ha prestato servizio come volontario con le Forze di Occupazione in Palestina e non ha esitato a dichiarare che “non ci sono civili palestinesi innocenti”. Inoltre, ha invocato di “colpire duramente i terroristi palestinesi” e di “affamare Gaza”.

E infine, dopo che sono emersi gli elogi del genocida Netanyahu per la possibilità di riavviare le relazioni con il Venezuela, è giunto il momento, e ciò che era stato ottenuto oggi con la dignità e il coraggio del comandante Hugo Chávez (che ha espulso i criminali di guerra sionisti dal territorio bolivariano), in Venezuela sotto occupazione yankee, è diventato l’opposto.

È incredibile: i rapporti con coloro che sono stati dichiarati criminali di guerra dalla CPI riprenderanno. Oggi, i sionisti entrano e escono da Caracas con totale impunità, e il peggio deve ancora arrivare.

Non esiste scusa al mondo che possa giustificare un tale affronto a un popolo che per più di due decenni e mezzo ha costruito un processo rivoluzionario. Gli assassini del popolo palestinese oggi si vantano e celebrano il fatto di essere stati accolti come amici nel Palazzo Miraflores. La memoria filo-palestinese del comandante Chavez e la posizione decisamente anti-sionista del presidente legittimo (rapito dagli Stati Uniti) Nicolás Maduro non merita un simile affronto.

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12/08/2026

Gli USA salvano lo Yen a scapito dell'Euro

USA - I neocon di fronte al fallimento

Quando un progetto fallisce normalmente gli “architetti” che lo hanno partorito tacciono, si nascondono, farfugliano qualcosa assumendo una postura dimessa. Il fallimento di un progetto iper-ambizioso come il Project for the New American Century, dunque, avrebbe dovuto sancire la scomparsa dei protagonisti, o quanto meno una loro radicale “autocritica” per le valutazioni sballate.

Che, nel caso dei neocon – il gruppo degli “intellettuali” sia repubblicani che “democratici” che ha di fatto orientato l’establishment statunitense negli ultimi 40 anni – hanno prodotto decine di guerre e milioni di morti, senza peraltro riuscire a frenare il declino statunitense.

La “leggerezza” con cui chiama “errori” i disastri combinati in quasi mezzo secolo ricorda da vicino l’atteggiamento con cui Madeleine Albright – segretario di Stato della guerra in Iraq – definiva “un prezzo accettabile” la morte di mezzo milione di bambini in conseguenza dell’invasione del Paese.

E invece no. Supponente come sempre, Robert Kagan – marito di Victoria Nuland, famosa per quel “fuck the EU” che sentenziava l’inizio del majdan e quindi della guerra ucraina (nel 2014, non nel 2022) – alza il suo ditino ormai grassoccio per fare “l’autocritica degli altri”. In questo caso di Trump e del suo staff di improvvisati che sta affondando ancora più rapidamente gli States.

Questa eccellente intervista – che dovrebbe insegnare ai pennivendoli italiani i fondamenti deontologici del mestiere, ridotti come sono a “reggitori di microfono” – gira il coltello in tutte le piaghe di quella che è stata la leadership mondiale dopo la caduta dell’Unione Sovietica.

Buona lettura.

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Robert Kagan ha sorpreso alcune persone. Uno dei più influenti esponenti della corrente interventista e favorevole all’uso della forza negli Stati Uniti ha condannato la maldestra guerra dell’amministrazione Trump in Iran, suggerendo in un articolo pubblicato su The Atlantic a marzo che il coinvolgimento degli Stati Uniti in Medio Oriente sia stato un catalizzatore del terrorismo islamico, piuttosto che una risposta prudente ad esso.

Senior fellow presso la Brookings Institution e storico prolifico, Kagan sostiene da decenni la supremazia statunitense, a partire dal suo appoggio agli “insorti” Contras del Nicaragua quando era a capo dell’Office of Public Diplomacy del Dipartimento di Stato (1985-88).

Nel 1997, Kagan ha cofondato il Project for the New American Century, un think tank neoconservatore che faceva pressione a favore di una politica estera energica e del mantenimento dell’egemonia globale degli Stati Uniti. Il gruppo esercitò una notevole influenza nel promuovere il cambio di regime nell’Iraq di Saddam Hussein. L’orientamento di Kagan è sempre stato fondato sulla convinzione che il mondo precipiterebbe nel disordine senza la leadership americana, nonostante le avventure militari statunitensi abbiano ripetutamente destabilizzato alcune aree del mondo.

Dunque, Robert Kagan sta ora riconsiderando il suo precedente interventismo? L’ho intervistato per scoprirlo. La nostra conversazione è stata modificata per ragioni di lunghezza e chiarezza.

Martin Di Caro: Stai attraversando una sorta di conversione? È una definizione corretta?

Robert Kagan: Non credo, perché non ho mai negato che il blowback, cioè il contraccolpo, fosse una realtà. Anzi, dai miei scritti emerge che, quando gli Stati Uniti agiscono nel mondo, gli americani tendono a non essere nemmeno consapevoli dell’effetto che il potere americano esercita sugli altri Paesi. E quindi rimangono costantemente scioccati ogni volta che l’uso del potere americano provoca una reazione.
Il miglior esempio è il Giappone e Pearl Harbor. Molti americani reagirono come se l’attacco giapponese fosse arrivato dal nulla, quando in realtà gli Stati Uniti avevano perseguito politiche che con ogni probabilità avrebbero portato a un attacco giapponese. Lo stesso vale per l’11 settembre, nel senso che fu almeno in parte una risposta alla presenza americana in Medio Oriente.
La domanda è: bisogna agire anche sapendo che ci sarà un contraccolpo, perché la posta in gioco lo giustifica? Io non ne ho mai dubitato e, come ho detto, riconoscere l’effetto del potere americano sulle altre nazioni è una parte importante della mia storia.

Eppure per decenni hai sostenuto l’interventismo statunitense e, nel caso dell’invasione dell’Iraq del 2003, una guerra preventiva... 

Aspetta un momento. Possiamo fermarci qui? Quando dici che ho sostenuto l’interventismo per decenni, a cosa ti riferisci esattamente? Ho certamente sostenuto gli interventi in Bosnia e Kosovo, ma non è che chiedessi un intervento ovunque e in ogni momento. È una semplificazione che usi tu, ma è quello che la gente pensa, sai?

Non hai mai chiesto un’invasione dell’Iran, ma hai sostenuto i Contras quando eri membro del Dipartimento di Stato di Reagan, risalendo agli anni Ottanta.

Assolutamente. Esatto.

È a questo che mi riferisco.

Credo decisamente nell’esercizio del potere statunitense nel mondo. A volte questo significa intervenire, ma molto spesso non significa necessariamente intervenire.

Rifiuti l’etichetta di neoconservatore?

Sì, la rifiuto, non solo perché ha assunto connotazioni che considero francamente antisemite, ma perché è semplicemente una cattiva descrizione di ciò che sono.
Io sono un liberale. Lib-e-ra-le. La mia politica estera è liberale. Se guardi alla storia della politica estera americana, le persone che hanno perseguito le politiche che sostengo sono sempre state tendenzialmente progressiste e liberali. E la politica estera conservatrice in America è sempre stata orientata verso la moderazione.
Ho lavorato per i neoconservatori. Ho lavorato per Irving Kristol. Erano chiamati neoconservatori perché erano stati di sinistra e poi erano passati da poco a destra. Io non ho mai accettato che questa fosse una definizione ragionevole [delle mie posizioni].

Possiamo mettere da parte le questioni di definizione, perché potrebbe essere più importante parlare delle conseguenze delle politiche che hai sostenuto, indipendentemente dall’etichetta che ti si attribuisce. Non sei semplicemente un blogger: sei stato una voce influente nella politica estera. Alla luce dei tuoi recenti commenti sull’Iran, hai riconsiderato il tuo precedente sostegno alle guerre statunitensi, in particolare all’invasione dell’Iraq nel 2003?

Ho riflettuto sul mio sostegno alla guerra in Iraq molto prima che emergesse questa questione iraniana. Il punto fondamentale è che le circostanze dell’Iraq allora e quelle dell’Iran oggi sono completamente diverse da quelle del 2003.
Questo non significa che, col senno di poi, la guerra in Iraq non si sia rivelata un errore, ma gli argomenti strategici erano completamente diversi da quelli attuali e anche l’obiettivo generale della politica estera americana allora era del tutto diverso dall’obiettivo generale della politica estera di oggi.
Il contesto strategico era importante. Nel 2003 non eravamo preoccupati dalle crescenti sfide delle grandi potenze. La Russia era sostanzialmente ancora in difficoltà. I cinesi erano nella loro fase Hu Jintao-Wen Jiabao. Non c’era una particolare minaccia all’ordine mondiale quando gli Stati Uniti entrarono in guerra in Iraq.
Per rispondere alla tua domanda, non ho realmente cambiato idea in modo fondamentale. Le circostanze sono diverse. Dovresti presumere che io avessi una sorta di dottrina secondo cui bisogna sempre invadere il Medio Oriente ogni volta che se ne presenta l’occasione. Ma questa non è mai stata la mia dottrina.

Nel 2003 pensavo che invadere l’Iraq fosse giustificato. Mi vergogno di aver avuto un giudizio così scarso. La guerra in Iraq era inutile.

Dici che era inutile perché non prendi sul serio la natura della minaccia che si presentava.

Quale minaccia rappresentava Saddam Hussein? Era un dittatore da quattro soldi con un esercito ridotto all’osso.

Non sono d’accordo con te. Non era semplicemente un dittatore da quattro soldi. Era effettivamente un caso particolare. Aveva già compiuto due importanti atti di aggressione contro i suoi vicini. A proposito, è qualcosa che l’Iran non ha mai fatto. Saddam aveva invaso l’Iran [su “consiglio” statunitense, ndr]. Aveva invaso il Kuwait. Voleva chiaramente essere il Saladino del Medio Oriente. Puoi pensarla come vuoi, ma non ero certo l’unico ad aver sostenuto la guerra in Iraq.
È bizzarro guardare indietro e pensare che fosse in qualche modo un giudizio stravagante ritenere Saddam una minaccia, quando quasi tutti, compresa l’amministrazione Clinton, pensavano che Saddam fosse una minaccia. Era praticamente una posizione consensuale.
Quando la guerra andò male, molte persone vollero fingere di non averla mai sostenuta e decisero che fosse stata una cosa incredibilmente stupida da fare. Semplicemente non penso sia corretto tornare indietro e dire che si trattava di un’azione assurda quando una maggioranza così significativa degli americani, compresi membri del Congresso, pensava che fosse una cosa importante da fare.

Ma possiamo vedere quanto siano state disastrose le conseguenze. Secondo il Costs of War Project della Brown University, ci furono almeno 180.000 vittime civili dovute direttamente alla violenza della guerra, e fu l’invasione statunitense a innescare tutto il caos e la guerra civile che seguirono. Morirono 4.500 militari statunitensi e 3.600 contractor americani...

In dieci anni! Nell’arco di dieci anni.

...milioni di persone furono sfollate in tutto il Medio Oriente durante le guerre successive all’11 settembre. E trilioni di dollari per il Tesoro statunitense, se consideriamo decenni di assistenza a lungo termine per i nostri veterani. Faccio fatica a capire perché tu non possa ammettere che sia stato un errore.

Beh, non ho detto di non poter ammettere che sia stato un errore. Non sono sicuro di quale utilità abbia ammettere che sia stato un errore. Non riporterà in vita nessuno. Ma, sai, ci sono stati ovviamente elementi della guerra in Iraq che sono stati un errore.
Ne parlai molto chiaramente all’epoca, quando divenne evidente che l’amministrazione non solo non aveva inizialmente inviato abbastanza truppe, ma non aveva nemmeno capito quale ruolo quelle truppe dovessero svolgere, perché Donald Rumsfeld, dal momento stesso dell’invasione, voleva andarsene.
E quindi non ci assumemmo la responsabilità che, come disse Colin Powell, deriva dal principio: quando rompi qualcosa, ne diventi responsabile.
L’effetto più grande che rimpiango è il modo in cui la guerra ha influenzato l’atteggiamento degli americani verso la politica estera in generale... Col senno di poi è chiaro che gli americani erano diventati sempre meno entusiasti del ruolo che gli Stati Uniti stavano svolgendo nel mondo.

C’erano buone ragioni per cui gli americani si sono disillusi da quelle che io chiamo ‘avventure militari’. C’è il danno arrecato agli altri popoli, ma anche i risultati per gli Stati Uniti sono stati modesti.

Questo è ciò che dici tu, ma tutta la tua linea argomentativa dà per scontati tutti i modi in cui l’approccio complessivo americano al mondo ha prodotto enormi benefici sia per gran parte del mondo sia per gli Stati Uniti. Dai per scontato l’ordine mondiale che esisteva.
E ti dirò una cosa: non potremo più darlo per scontato, perché ora stiamo sperimentando il mondo che, immagino, tu pensi sarebbe stato migliore: un mondo nel quale gli Stati Uniti sostanzialmente restano a casa e si fanno gli affari propri.

Non è vero. La mia posizione è che gli Stati Uniti dispongono di altri strumenti oltre all’applicazione quasi esclusiva della forza e della coercizione.

Pensi che non abbiamo usato anche gli altri strumenti? Io penso che alla fine abbiamo usato la forza militare perché gli altri strumenti non stavano funzionando.

Il soft power. È qualcosa di cui ha parlato il politologo Robert Keohane... 

Adesso vuoi insegnarmi cos’è il soft power?

No, ma non sei d’accordo sul fatto che recentemente gli Stati Uniti abbiano trascurato il soft power?

No. No. E c’è un intero mito riguardo alla guerra in Iraq, secondo cui avrebbe in qualche modo provocato il disincanto del resto del mondo nei confronti degli Stati Uniti e, di conseguenza, avremmo subito un disastro reputazionale.
In realtà, le alleanze degli Stati Uniti, compresi i Paesi che si erano opposti alla guerra in Iraq, non erano soltanto solide, ma si rafforzarono effettivamente nella seconda metà della presidenza di George W. Bush.
Se la tua posizione è che gli Stati Uniti abbiano indebolito la propria posizione nel mondo, allora perché tutti gli alleati continuano a fare affidamento sugli Stati Uniti per la loro protezione, nonostante siano presumibilmente questo orco? Non c’è alcuna logica.
Mentre l’amministrazione Trump distrugge la posizione degli Stati Uniti, il resto del mondo è sostanzialmente in lutto per la perdita degli Stati Uniti che erano una volta.

Pensi che gli Stati del GCC vogliano ancora basi americane all’interno dei loro territori?

Non ora, ma non a causa della guerra in Iraq. È perché gli Stati Uniti hanno dimostrato [sotto Trump] di essere un alleato terribilmente inaffidabile. Non perché pensino che gli Stati Uniti siano immorali. Pensi che siano preoccupati della moralità americana? Ciò che li irrita è che gli Stati Uniti si siano dimostrati un protettore inadeguato.
Se l’Iran non fosse stato in grado di colpirli con tutti quei droni e quei missili, non credo che si sarebbero rivoltati contro gli Stati Uniti. Erano in gran parte favorevoli all’eliminazione del regime iraniano. Il problema è che gli Stati Uniti non sono riusciti né a farlo né a proteggerli.
Un’altra ragione per cui pensavo che fosse una cattiva idea, e che non riguarda un cambiamento di dottrina, è che l’unica cosa che abbiamo imparato negli anni Novanta è che non si può ottenere il successo in situazioni del genere semplicemente bombardando.
Quando attaccammo Slobodan Milošević [in Jugoslavia], ricordo di aver ricevuto un briefing dal [generale] Wesley Clark, il quale disse che dopo quattro giorni di bombardamenti Milošević avrebbe ceduto. E 90 giorni dopo fu necessaria la minaccia di una forza di terra americana per convincerlo a ritirarsi.
Quindi penso che sapessimo che non si poteva eliminare il programma nucleare [dell’Iran] e certamente non si poteva ottenere un cambio di regime semplicemente bombardando le persone.
Il mio problema con alcuni critici della politica americana è che non si interessano di ciò che accade quando l’America non è coinvolta. Si interessano solo quando l’America è coinvolta.
Quando Saddam Hussein, per esempio, stava uccidendo 200.000 curdi e altre minoranze in Iraq usando armi chimiche, nessuno si interessava di quei 200.000. Si interessano solo alle vite perse come conseguenza dell’azione americana. C’è un evidente doppio standard nel giudicare il comportamento americano... 

Hai menzionato Saddam e i curdi. Questo doppio standard vale anche per il governo statunitense.

Sì, lo so. Abbiamo anche abbandonato i curdi.

Gli Stati Uniti chiusero un occhio negli anni Ottanta quando Saddam gasò i curdi e, fino alla vigilia dell’invasione del Kuwait nell’agosto del 1990, George H.W. Bush inviava a Saddam Hussein lettere cordiali dicendogli quanto desiderasse coltivare le loro relazioni. Fu solo dopo l’invasione del Kuwait che Saddam Hussein divenne Adolf Hitler.

Sono d’accordo. Vuoi sostenere che gli Stati Uniti siano un Paese profondamente imperfetto che a volte fa la cosa sbagliata? Perché, se è questo che vuoi dire, sono perfettamente d’accordo.

Il mio punto è che la Guerra del Golfo fu una vittoria di Pirro. Gli Stati Uniti non sono mai riusciti a tirarsi fuori dal Medio Oriente. Alcuni sostengono che Israele sia una delle ragioni per cui gli Stati Uniti non sembrano riuscire a tirarsi fuori, almeno dal conflitto con l’Iran.

Beh, questo è certamente vero.

Perché le recenti amministrazioni statunitensi non sono riuscite assolutamente a frenare Israele, nonostante gli Stati Uniti dispongano di una notevole capacità di pressione?

Ci sono molteplici elementi nella risposta. Uno è ovviamente il ruolo degli ebrei nell’influenzare la politica americana, che è una realtà, proprio come irlandesi, italiani o greci hanno influenzato la politica americana.
L’altra cosa è che l’America è in generale islamofoba e quindi, per molti americani, qualsiasi nemico dell’Islam è un nostro amico. Penso che l’islamofobia sia una realtà negli Stati Uniti e che Israele sia considerato il baluardo contro l’Islam.
È un fatto spiacevole. La mia opinione è che non dovremmo avere una politica estera basata sull’islamofobia. Dovremmo poter avere rapporti perfettamente buoni con i Paesi islamici e con l’Islam stesso.

Qual è la tua opinione sulla condotta di Israele a Gaza? Come possiamo parlare di un “ordine basato sulle regole” dopo che il mondo ha permesso che accadesse? La condotta di Israele è stata resa possibile dagli Stati Uniti.

Io non parlo quasi mai di un ordine basato sulle regole, perché gli Stati Uniti hanno certamente applicato un doppio standard riguardo all’ordine basato sulle regole. Si potrebbe dire che abbiamo sostenuto l’ordine basato sulle regole tanto quando lo abbiamo violato quanto quando lo abbiamo rispettato.

Sembri un sostenitore della moderazione, adesso.

Beh, questo è di nuovo il punto. È come se riconoscere che l’America fa cose negative nel mondo ti trasformasse automaticamente in un “sostenitore della moderazione”. Secondo me significa semplicemente essere onesti dal punto di vista analitico.
Sapere che gli Stati Uniti fanno cose sbagliate non risponde alla domanda se gli Stati Uniti debbano essere coinvolti nel mondo.

La questione è come gli Stati Uniti dovrebbero essere coinvolti nel mondo.

Le critiche all’ordine americano sono legittime. La domanda è: quale alternativa sarebbe migliore? Se vuoi dirmi di non coinvolgerci mai più in Medio Oriente, direi: certo. Sono felicissimo di non essere mai più coinvolto in Medio Oriente.
Ma questo non è ciò di cui parlano fondamentalmente i sostenitori della moderazione. Parlano dell’uscita dall’intero sistema delle alleanze e della fine della natura della leadership americana dal 1945.
L’assunto alla base di questa posizione deve essere che il mondo sarà almeno altrettanto calmo, o più calmo, e che ci sarà meno conflittualità. E io respingo assolutamente questa idea. Penso che ci sarà più conflittualità.
E penso che ci siano molte cose che i sostenitori della moderazione non stanno prendendo in considerazione e che, dal mio punto di vista, la loro convinzione che un mondo multipolare possa esistere in una sorta di armonia pacifica sia quasi un po’ utopistica, quando penso che la storia suggerisca il contrario.

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Germania - AfD in crescita in Sassonia, il partito di Sara Wagenknecht nega sostegno ai moderati

Secondo un nuovo sondaggio elettorale condotto dall’istituto Insa per conto del Bild, l’AfD può puntare ad ottenere il 42 percento dei voti nelle prossime elezioni statali nel land della Sassonia-Anhalt.

Secondo il sondaggio, il partito di Sara Wagenknet (BSW) supererebbe per la prima volta la soglia del 5% ed entrerebbe nel parlamento statale di Magdeburgo.

Il candidato principale del BSW, Thomas Schulze, ritiene il suo partito come il fattore decisivo nella questione su chi assumerà la carica di primo ministro in Sassonia-Anhalt in futuro: “Solo se il BSW entrerà nel parlamento dello stato potrà essere impedito il prossimo mandato del primo ministro della CDU. Da solo l’AfD non ce la farà”, ha detto il politico del BSW.

Una dichiarazione che molti hanno interpretato come una “apertura” ad AfD ma che, per ora, dichiara solo che il BSW non sarà disponibile a sostenere un eventuale maggioranza dei partiti conservatori e liberali.

Il candidato della BSW Schulze sostiene un modello di cambiamento delle maggioranze e un “primo ministro non partigiano” nel parlamento statale “per ridurre la polarizzazione”. Una proposta che il candidato dell’AfD Siegmund rifiuta chiaramente: “Non ci penso molto, perché abbiamo bisogno di un governo stabile in questo paese”, ha detto Siegmund all’agenzia Dpa.

La fondatrice del BSW, Sahra Wagenknecht, aveva già fatto sapere che la principale candidata della CDU, Sven Schulze, non poteva contare sui voti del suo partito nel caso in cui BSW entrasse nel parlamento statale di Magdeburgo. Un risultato delle elezioni corrispondente a quello del sondaggio Insa, potrebbe aprire la strada al candidato principale dell’AfD, Ulrich Siegmund, nel diventare primo ministro della Sassonia.

Secondo lo stesso sondaggio la CDU raggiungerebbe solo il 22 percento e quindi perderebbe ulteriormente terreno a favore dell’AfD. La terza forza politica sarebbe la Linke, il Partito della Sinistra, con il 13 percento. Secondo i dati, i Verdi e il FDP non raggiungerebbero il quorum del 5% e quindi non entrerebbero nel parlamento statale.

Un vero e proprio capitombolo attende invece i socialdemocratici del SPD che scendono al 6%.

CDU, Linke e SPD avrebbero il 41%, quindi meno voti rispetto all’AfD, la quale potrebbe eleggere da sola il primo ministro della Sassonia al terzo turno qualora la BSW si astenesse. 

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