Presentazione


Analisi, opinioni, fatti e (più di rado) arte da una prospettiva di classe.

14/04/2026

Fukushima 15. Vivere con gli hot spot radioattivi e lo stigma, mentre il governo giapponese spinge per più reattori


Riportiamo la traduzione dell’articolo pubblicato da Thomas A. Bass su Bulletin of the Atomic Scientists, un’inchiesta approfondita sull’eredità del disastro nucleare di Fukushima che nel 2011 sconvolse il Mondo ma che è stato velocemente nascosto sotto al tappeto in primis dal governo giapponese, che pure deve continuare a farci i conti. In particolare sono i “querelanti” gli unici a mantenere viva la memoria dell’evento e la guardia alta sulle conseguenze che ancora oggi riguardano loro e tutta la nazione.

Se, infatti, il governo nega che quello di Fukushima sia un disastro ancora in corso, il terreno da smaltire, l’acqua di raffreddamento dei reattori fusi sversata nell’Oceano Pacifico e lo stato arretrato dei lavori di decommissioning parlano chiaro. Il Primo Ministro addirittura usa la terra prelevata dalle aree limitrofe per coltivare i fiori nel proprio ufficio come spot per minimizzare l’impatto di scelte come quella di utilizzare quella stessa terra nell’edilizia di tutto il Giappone.

Ritroviamo lo stesso atteggiamento delle istituzioni giapponesi in chi, anche da noi, fa attivamente lobbying per l’energia nucleare, e cerca di affermare che l’evento non abbia avuto strascichi ambientali, sanitari e sociali rilevanti. La fissione continua ad essere spacciata per “sostenibile”, ed è la stessa Unione Europea che usa ancora oggi questo tema come paravento per sostenere la diffusione in tutti i propri Paesi di una tecnologia che per Bruxelles ha una rilevanza strategica, soprattutto dal punto di vista militare.

Abbiamo ben chiaro che le scelte politiche delle classi dirigenti ricalcano la supremazia del mercato sull’interesse collettivo e sono guidate dalla necessità di competizione economica e bellica. Quest’ordine di priorità diventa preoccupante quando parliamo di nucleare, dal momento che le criticità vengono accantonate, le soluzioni valutate secondo un criterio di economicità e infine lo Stato funge da paracadute quando c’è da gestire un’eredità impossibile da maneggiare per una compagnia da sola.

Anche nel caso di Tepco (l’azienda che ha in gestione i reattori di Fukushima) è stato lo Stato a ricapitalizzarla dopo il disastro, e la maggior parte delle spese (risarcimenti, decontaminazione, smantellamento e gestione delle acque contaminate) sarà a carico dei contribuenti per un costo probabilmente doppio rispetto all’iniziale preventivo di 200 miliardi di euro.

I temi che emergono tra le righe di questa inchiesta mettono in luce la sconsideratezza di chi ancora parla della fissione come di una necessità irrinunciabile nel presente. Quello che ci da’ Fukushima è invece un piccolo assaggio di ciò che ci riserverebbe in futuro.

Buona lettura

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La parola dell’anno scorso in Giappone è stata “orso”. Gli avvistamenti di orsi neri sono raddoppiati rispetto all’anno precedente. Ci sono stati 200 feriti e 13 morti. Okuma, che significa “grande orso”, è una città sulla costa orientale del Giappone. Ma non sono gli orsi ciò che gli abitanti di Okuma temono di più. È la radiazione.

Okuma è la città più vicina ai tre reattori nucleari che si sono fusi nella centrale di Fukushima Daiichi l’11 marzo 2011. Quel giorno, un terremoto di magnitudo 9.0 e uno tsunami distrussero i generatori di emergenza e le pompe di raffreddamento di tre reattori carichi di combustibile nucleare. Un quarto reattore non conteneva combustibile, ma il suo edificio, pieno di idrogeno proveniente dall’unità vicina, esplose insieme agli altri tre.

L’onda che si abbatté sulla costa orientale del Giappone uccise 20.000 persone, molti dei cui corpi furono trascinati in mare e mai recuperati. Con l’aumento dei livelli di radiazione attorno ai reattori distrutti, 160.000 persone furono evacuate da Okuma e da altre 11 città.

Un raggio di 20 chilometri attorno alla centrale, un’area grande il doppio di New York, fu dichiarato zona di esclusione nucleare. Colpito da una tempesta di neve anomala che ricoprì la città di cesio-137 e altri radionuclidi, anche Iitate, un villaggio a 60 chilometri a nord-ovest, fu evacuato.

Quindici anni dopo, 4.000 lavoratori lottano per controllare il disastro in corso. I tre reattori fusi rimangono così radioattivi da distruggere i robot inviati per esplorare i danni. Nessuno sa esattamente dove si trovi il combustibile fuso o quanto in profondità si sia infiltrato sotto le basi di cemento dei reattori, forse fino al terreno. L’acqua usata per raffreddare i reattori è immagazzinata in più di 1.000 serbatoi, che hanno raggiunto la capacità massima nel 2023.

Quest’acqua di raffreddamento, che Tepco inizialmente sosteneva fosse pulita e che viene scaricata nell’Oceano Pacifico dal 2023, è risultata contaminata da 62 radionuclidi, tra cui cesio, stronzio e plutonio. Due piscine di combustibile, piene di combustibile nucleare esaurito, devono ancora essere svuotate. Sono posti in modo precario sopra le unità 1 e 2, che sono grovigli di metallo esploso pronti a crollare e riversarsi nell’oceano.

Microparticelle cariche di cesio provenienti da Fukushima sono state trovate nei filtri dell’aria in tutto il Giappone. Percorrendo le autostrade nella prefettura di Fukushima, alcuni dei grandi cartelli stradali verdi che normalmente indicherebbero città e uscite sono stati sostituiti da pannelli che mostrano i livelli di radiazione, espressi in microsievert all’ora. (Il microsievert misura l’effetto biologico delle radiazioni ionizzanti sui tessuti umani).

Questi valori possono aumentare fino a livelli pericolosi a seconda della direzione del vento. Il materiale radioattivo disperso dai reattori distrutti ha reso le foreste di Fukushima – che coprono tre quarti della zona di esclusione nucleare – pericolose da attraversare. I cinghiali che un tempo venivano cacciati qui, così come le piante e i funghi raccolti per alimentarsi, sono troppo radioattivi per essere consumati.

Nonostante tutte le prove contrarie, il governo giapponese nega che Fukushima sia un disastro ancora in corso. «La situazione è sotto controllo», dichiarò l’allora primo ministro Shinzo Abe al Comitato Olimpico Internazionale mentre sosteneva la candidatura del Giappone per ospitare le Olimpiadi estive del 2020 (poi rinviate al 2021 a causa della pandemia di COVID-19). Soprannominate le “Olimpiadi della Ripresa”, la torcia olimpica attraversò le città spopolate di Fukushima prima che i primi eventi si svolgessero in uno stadio di baseball nella città di Fukushima.

Okuma è il fulcro del piano governativo per il reinsediamento di Fukushima. Il governo ha speso milioni di dollari per decontaminare le strade e ricostruire la stazione ferroviaria e altri edifici pubblici. Generosi sussidi e istruzione gratuita vengono offerti a chiunque sia disposto a trasferirsi a Okuma.

Nonostante una nuova palestra, un hotel e un appartamento dimostrativo dove si può vivere per una settimana per testare i servizi della città, Okuma conserva l’aria malinconica di un luogo che non si è ancora ripreso da un grande disastro. In una città che un tempo contava 11.000 abitanti, la popolazione oggi supera di poco le 1.000 persone, metà delle quali nuovi arrivati. È ancora pericoloso entrare nei boschi o attraversare i lotti invasi dalle erbacce, molti dei quali ospitano case abbandonate.

Alcuni degli sforzi del Giappone per rilanciare l’area hanno avuto successo. Altri interventi hanno creato ingiustizie e stigma. L’esperienza vissuta dalle persone che si reinsediano nella zona di evacuazione rivela un disastro ancora in corso a Fukushima – un disastro poco conosciuto sia in Giappone sia nel resto del Mondo.

Il piano di reinsediamento del Giappone

I 160.000 rifugiati nucleari di Fukushima, ufficialmente definiti sfollati interni (IDP), sono fuggiti verso altre parti del Giappone oppure sono stati ospitati nelle vicinanze in alloggi temporanei, la cui dimensione era misurata in base ai tatami (stuoie tradizionali per dormire, circa 90 × 180 cm). Una struttura di otto tatami era considerata sufficientemente grande per una famiglia.

Gli sfollati hanno ricevuto sussidi abitativi fino al 2017, quando il governo ha dichiarato alcune aree della zona di esclusione nucleare di Fukushima nuovamente aperte al reinsediamento. Questo tentativo di spingere le persone evacuate a tornare nella zona contaminata è stato criticato dai relatori delle Nazioni Unite per i diritti umani, e le città più colpite di Fukushima hanno ancora oggi solo pochi abitanti.

Il governo sostiene che il numero attuale di sfollati sia di 30.000 persone. Le Nazioni Unite ritengono che il numero reale possa essere il doppio. La spinta al reinsediamento nella “zona rossa” di Fukushima è iniziata nell’aprile 2011, quando il limite di esposizione alle radiazioni consentito è stato aumentato di venti volte, passando da 1 millisievert all’anno a 20.

Un millisievert all’anno resta il limite consentito nel resto del Giappone, mentre 20 millisievert all’anno era in precedenza il limite previsto per i lavoratori delle centrali nucleari. Questa differenza spiega perché molte donne, in particolare quelle con bambini piccoli, abbiano resistito al ritorno a Fukushima, nonostante le nuove scuole e i sussidi che coprono spese come i pasti nei ristoranti locali o l’iscrizione in palestra.

Furono costruite imponenti barriere marine lungo la costa orientale del Giappone. Fukushima venne disseminata di inceneritori che bruciavano i detriti lasciati dall’onda, che si era spinta fino a 30 chilometri nell’entroterra. La decontaminazione dell’area ha incluso un progetto faraonico per rimuovere e insaccare tutto il terriccio superficiale contaminato da cesio-137.

Circa 100.000 lavoratori, protetti da tute e maschere, si sono riversati su campi e fattorie di Fukushima, raschiando via cinque centimetri di suolo e accumulandolo in enormi piramidi di sacchi di plastica nera.

I livelli di radiazione nei centri abitati e nei cortili scolastici sono stati ridotti, ma basta una breve passeggiata nelle aree erbose vicine perché l’ago di un dosimetro salga rapidamente. Lo stesso accade durante le tempeste invernali, che trascinano materiale radioattivo dalle montagne. Nelle colline boscose che circondano la costa, non esiste alcun modo per ridurre la radioattività di Fukushima se non aspettare il decadimento del cesio-137, che ha un’emivita di 30 anni.

Quanto bisogna aspettare? Dopo circa 300 anni, cioè dieci emivite, la quantità di questo isotopo radioattivo si ridurrà a un millesimo rispetto a quella iniziale. Altre strategie di decontaminazione hanno dato risultati contrastanti. Grandi squarci sui pendii mostrano dove la sabbia è stata estratta e riversata nelle risaie di Fukushima.

Con i complessi sistemi di drenaggio distrutti dai macchinari pesanti, privi del suolo fertile e ricoperti di sabbia e ghiaia, molti campi di riso sono stati abbandonati e la produzione è scesa a poco più della metà rispetto al periodo precedente al 2011. Molti campi di Fukushima sono oggi coperti da pannelli solari. Altri ospitano progetti statali per lo sviluppo di celle a combustibile a idrogeno o droni.

Fa parte dello sforzo del governo per trasformare Fukushima in quella che definisce la “costa dell’innovazione”, iniziando con progetti dimostrativi che si spera possano evolvere in attività economiche. Un’altra vasta area di terreni agricoli abbandonati ospita il costoso Museo commemorativo del grande terremoto del Giappone orientale e del disastro nucleare. Aperto nel 2020, il museo è attualmente in fase di ampliamento per includere un hotel, un centro congressi e forse persino un campo da golf.

Una città di Fukushima, come Iitate, può essere considerata decontaminata anche quando viene rimosso appena il 15% del suolo radioattivo. Questo crea una sorta di effetto “ninfea”: le persone possono spostarsi in sicurezza saltando da una zona bonificata all’altra o percorrendo stretti sentieri tra punti ad alta radioattività. Una legge approvata nel novembre 2011 stabilisce che tutto il suolo radioattivo di Fukushima, circa 15 milioni di metri cubi, dovrà essere rimosso dalla prefettura entro il 2045.

Poiché nessun luogo si è offerto di accoglierlo, il governo ha deciso di distribuirlo in tutto il Giappone. La maggior parte del terreno contaminato è stata depositata in una discarica costruita sulla scogliera dietro i reattori distrutti. Qui gli elementi più radioattivi vengono separati dal resto del suolo e confinati in bunker di cemento.

Il terreno con meno di 8.000 becquerel per chilogrammo di radioattività, che il Ministero dell’Ambiente definisce “Happy Soil” (“suolo felice”), viene preparato per essere distribuito nel Paese e utilizzato in discariche e progetti edilizi. (Il becquerel è un’unità di radioattività che corrisponde a una disintegrazione nucleare al secondo.)

Un carico di “Happy Soil”, descritto come “rigenerato e robusto”, è stato recentemente sparso nelle aiuole davanti all’ufficio del Primo Ministro a Tokyo. «Si tratta di un livello pericoloso di radioattività», afferma Yukio Shirahige, che ha lavorato per 36 anni come addetto alle pulizie alla centrale di Fukushima Daiichi, occupandosi anche di fuoriuscite.

«A questi livelli bisogna indossare guanti e dispositivi di protezione. Se avevi tagli o ferite aperte, venivi allontanato dal lavoro». Con livelli fino a 8.000 becquerel per chilogrammo, questo terreno non è adatto alla coltivazione di cibo (il limite massimo di radioattività consentito negli alimenti in Giappone è di 100 becquerel per chilogrammo).

Il Giappone ha adottato questa strategia per ridurre il pesante fardello su Fukushima e accelerare la ripresa dell’area. Ma Shirahige sospetta un altro motivo: «Se tutto il Giappone è contaminato, allora Fukushima sembrerà essersi ripresa perché appare uguale al resto del Paese». In realtà, anche il resto del Giappone è già contaminato.

I rilevatori di radiazioni lungo le autostrade misurano la radiazione gamma, dovuta alla presenza di cesio-137. Studi recenti hanno scoperto che microparticelle altamente concentrate contenenti cesio, formatesi durante la fusione del nocciolo dei reattori e diffuse in tutto il Giappone, potrebbero essere molto più pericolose se inalate rispetto all’esposizione esterna al cesio.

«Ne discuto con i miei amici», dice Shirahige. «Noi che abbiamo lavorato a Fukushima crediamo che inalare polvere o ingerire particelle radioattive, che causano danni a lungo termine ai polmoni e ad altre parti del corpo, sia più pericoloso dell’esposizione esterna alle radiazioni». Shirahige pulisce regolarmente la sua casa, cercando di rimuovere la polvere, e misura la radioattività in ogni stanza. «Le finestre lasciano passare l’aria quando soffia il vento, e non riesco mai a portarla a zero», afferma.

L’indagine ufficiale sul disastro di Fukushima lo ha definito un fallimento “made in Japan”, dovuto a un’industria nucleare segnata da cattura regolatoria, leadership autoreferenziale, ingegneria difettosa e decisioni al risparmio disastrose, come la mancata costruzione di una barriera marina adeguata o la mancata protezione dall’acqua di generatori e pompe.

Il disastro di Three Mile Island poteva essere liquidato come errore umano. Quello di Chernobyl poteva essere attribuito a errori umani e a una tecnologia sovietica inferiore. Fukushima era diverso. Il peggior disastro industriale del Mondo è avvenuto in un Paese industrializzato avanzato con 54 reattori nucleari, che fornivano un terzo dell’elettricità del Giappone.

Il costo finale per contenere i reattori distrutti, stoccare i rifiuti e ricostruire parti della zona di esclusione nucleare potrebbe superare i 1.000 miliardi di dollari – circa un quarto dell’economia annua del Giappone. Eppure, il governo sembra ignorare la storia e la geologia del Paese mentre spinge per riavviare i reattori in un arcipelago colpito ogni anno da oltre 1.000 terremoti.

Raggiungere la maggiore età

Ogni anno, a gennaio, il Giorno della Maggiore Età, una festa nazionale in Giappone, celebra i ragazzi che compiono 20 anni e diventano cittadini a pieno titolo. Quest’anno, Okuma ha tenuto la sua cerimonia un sabato pomeriggio. L’evento somigliava a una cerimonia di diploma scolastico, ma era più solenne.

Le ragazze indossavano eleganti kimono furisode con elaborati fiocchi. Anche i ragazzi in Giappone a volte vestono abiti tradizionali come gli hakama e giacche corte, ma a Okuma portavano abiti neri con cravatta. Dieci giovani raggiungevano la maggiore età: cinque ragazzi e cinque ragazze.

La cerimonia si è svolta in un auditorium percorso da lunghe file di politici e funzionari locali seduti. Si sono susseguiti molti inchini e numerosi discorsi, nessuno dei quali pronunciato dai giovani festeggiati. I media nazionali stavano seguendo l’evento e, a tratti, il palco era più affollato di fotografi che di partecipanti. Era un giorno importante per Okuma: rappresentava una sorta di rinascita simbolica dopo il disastro nucleare, un nuovo inizio per la città. Questi giovani avevano cinque anni quando erano fuggiti dalla zona.

Ma cosa significa davvero il loro ritorno a Okuma, nel momento in cui passano dall’adolescenza all’età adulta?

Purtroppo, l’evento non era ciò che sembrava. Senza il disastro nucleare, la città avrebbe avuto 135 giovani adulti che avrebbero raggiunto la maggiore età quest’anno. Invece, solo 10 studenti sono tornati per la cerimonia, percorrendo lunghe distanze per arrivare all’auditorium, poiché nessuno di loro vive a Okuma.

«Mi dispiace dirlo, ma non conosco nessuna di queste persone. Non le ho mai viste prima», afferma Takumi Sakamoto, un giovane esile che studia sociologia all’Università Hosei di Tokyo. Lo stesso vale per gli altri partecipanti: i loro registri familiari ufficiali sono a Okuma, ma questi giovani stanno tornando in una città che ormai non conoscono più.

Almeno Takumi ha un buon motivo per essere qui: intende scrivere la sua tesi sul trauma nucleare di Fukushima e su come le persone stanno affrontando un disastro che continua ancora oggi.

Vivere con gli hot spot radioattivi

Con notevole ingegno e autonomia, le persone a Fukushima convivono con alti livelli di radioattività. Questi Argonauti dell’Antropocene stanno imparando come decontaminare le loro città e i loro campi. Stanno costruendo laboratori di citizen science per controllare il cibo e monitorare i livelli di radiazione. Compilano archivi e organizzano viaggi a Chornobyl (come ora si scrive) per imparare da chi vive in altre zone di esclusione nucleare.

Ai Kimura, regista e ricercatrice principale presso Tarachine (il Laboratorio della Radiazione delle Madri a Iwaki) con un budget annuale di un milione di dollari, proveniente principalmente da donazioni, è impegnata come sempre. Gestisce una clinica per bambini e un laboratorio dotato di attrezzature sofisticate, comprese nuove macchine per monitorare trizio, stronzio e cesio nell’acqua di raffreddamento che Tepco ha iniziato a rilasciare nell’Oceano Pacifico nel 2023. (Tepco, la Tokyo Electric Power Company, possiede la centrale nucleare di Fukushima e altri reattori in Giappone). 

«Il governo non ci forniva le informazioni che volevamo, o ce le dava con settimane o mesi di ritardo», afferma Kimura. «Noi siamo madri. Ci sono cose che dobbiamo sapere subito per prenderci cura dei nostri figli e delle nostre famiglie. Non è che la crisi sia finita. Non si vede una fine. Il governo vuole che la gente pensi che tutto stia migliorando, che non ci sia nulla di cui preoccuparsi, ma questo non è vero. Abbiamo visto aumentare i livelli di radiazione in alcune situazioni. Abbiamo visto parchi e scuole recontaminati. Dobbiamo monitorare costantemente e non dimenticare mai. La necessità di testare l’acqua, il suolo, il cibo e la salute delle persone a Fukushima è continua, e ci attendono ulteriori pericoli derivanti dagli effetti ritardati della radiazione»

Sentirsi traditi

Tepco prevede di scaricare 22 trilioni di becquerel di trizio all’anno nell’Oceano Pacifico nei prossimi 20-30 anni. Questo è meno del trizio rilasciato dai reattori nucleari canadesi, che scaricano più di 3.000 trilioni di becquerel all’anno nel fiume San Lorenzo. Ma l’acqua di raffreddamento dei reattori funzionanti non è la stessa cosa dell’acqua contaminata da barre di combustibile fuse, che contengono un miscuglio di altri radionuclidi.

In più occasioni, Tepco è stata sorpresa a falsificare i dati sulla sicurezza e a coprire incidenti. Nel 2018, l’azienda è stata costretta ad ammettere che la sua acqua trattata era ancora contaminata da plutonio, stronzio e cesio – 62 radionuclidi in totale – a livelli, in alcuni casi, migliaia di volte superiori ai limiti normativi.

Tepco riconosce che fino a due terzi dell’acqua di raffreddamento nei suoi serbatoi rimane contaminata. A corto di liquidità, la compagnia ha annunciato a gennaio che avrebbe ridotto di 26 miliardi di dollari le spese. Questo rallenterà ulteriormente lo smantellamento dei reattori fusi.

«Ci sentiamo traditi», afferma Tadaaki Sawada, portavoce della Federazione delle Associazioni Cooperative di Pesca di Iwaki. «Il governo aveva promesso di consultarci. Avevano altre opzioni oltre a scaricare l’acqua nell’oceano, ma hanno deciso di farlo comunque»

Uomo robusto con una giacca da lavoro blu, Sawada era visibilmente turbato l’ultima volta che l’ho incontrato, nel 2022. All’epoca, il Giappone riportava la cattura di uno scorfano radioattivo, che irradiava 18.000 becquerel per chilogrammo di cesio 137, 180 volte il limite legale, nel porto di Shinchi, a 35 miglia a nord di Fukushima Daiichi.

Lo scorfano si unì alla lista di 44 specie che, a un certo momento, erano state vietate alla vendita in Giappone. I pesci d’acqua dolce provenienti dai fiumi di Fukushima sono ancora vietati a causa dei livelli elevati di radioattività, ma lo scorfano e altre 200 specie marine sono di nuovo considerati sicuri, almeno per ora. La flotta di pescherecci di Fukushima è ridotta della metà rispetto a prima e il pescato è un quarto di quello di un tempo. I giorni consentiti per la pesca sono limitati.

«Non riusciamo a vendere i nostri pesci come una volta», afferma Sawada. «Riceviamo meno soldi per i nostri pesci rispetto ad altre prefetture». La lista dei Paesi che vietano l’importazione di alimenti da Fukushima include Russia e Cina. «Finché i danni continueranno, vogliamo essere risarciti», aggiunge Sawada.

I criteri sono complicati e i sussidi potrebbero terminare presto, ma almeno per il momento, i pescatori di Fukushima vengono pagati per i giorni in cui non pescano e per i pesci che sono costretti a vendere a prezzo scontato. «I soldi li paga Tepco», dice Sawada, «ma in realtà vengono dal governo». (Tepco è stata di fatto nazionalizzata dopo che la compagnia è stata salvata con un’infusione di capitale di 1.000 miliardi di yen, pari a 12,5 miliardi di dollari, nel 2012). 

Da soli

Tomoko Kobayashi mi mostra l’asilo che frequentava da bambina. Con un orologio fermo e i banchi dei bambini esattamente com’erano l’11 marzo 2011, l’asilo è stato preservato come memoriale del terremoto del Tōhoku.

È uno dei diversi memoriali costruiti a Odaka, una città che un tempo contava 13.000 abitanti e ora ne ha un terzo. «Dobbiamo farlo per noi», dice Tomoko. «Dobbiamo ricordare cosa è successo. Dobbiamo sapere com’era la vita e come le persone sono sopravvissute al disastro. Questo archivio ci aiuterà a ricostruire la città»

Odaka è la città più autosufficiente e creativa di Fukushima, in buona parte grazie a Tomoko. Possiede la pensione a 13 camere lungo la strada dal suo vecchio asilo. Si tratta di un ryokan tradizionale con bagni caldi separati per uomini e donne, ma poco riscaldamento altrove, tranne in una stanza centrale con un lungo tavolo, ingombro di libri, opuscoli, mappe, disegni e progetti per le decine di iniziative che Tomoko ha contribuito a lanciare con gli ospiti che si riuniscono ogni sera per il pasto comune.

Per riaprire il suo ryokan, Tomoko e Takenori, suo marito, prima della sua morte nel 2024, hanno raccolto volontari da tutto il Giappone. Hanno pulito tutto a fondo e filtrato l’aria. Hanno aperto un laboratorio per testare la loro alimentazione, e successivamente il laboratorio ha iniziato a testare il cibo per tutta Fukushima. Ogni anno raccoglievano altri volontari per percorrere le fattorie e i campi di Fukushima, mappando gli hot spot radioattivi.

Hanno organizzato quattro viaggi a Chornobyl per studiare la vita in un’altra zona rossa radioattiva. Tomoko ha pubblicato tre volumi di interviste con i sopravvissuti di Fukushima. Ha filmato i suoi viaggi e gli eventi mentre rianimava i festival tradizionali della città e sosteneva nuove attività e ristoranti. Con un’incessante allegria, lavorava come una sorta di ragno benevolo, tessendo connessioni tra tutti coloro che si sedevano al suo tavolo.

L’ultima iniziativa che ha contribuito a lanciare è l’Oretachino Denshokan (comunemente abbreviato in Oreden). Significa “il nostro museo memoriale”: Oreden è una galleria di sculture, uno spazio d’arte, un museo, uno studio di ceramica e una biblioteca, installata in un ex magazzino decontaminato e ricostruito da una squadra di 250 volontari provenienti da tutto il mondo.

Vivere di sussidi

Ryoichi Sato, coltivatore di riso di nona generazione in una valle vicino a Fukushima Daiichi, ha avuto un ottimo anno nel 2025. Le risaie nella sua valle non sono state fortemente colpite dal cesio. Dopo un’aratura profonda e l’applicazione di zeolite, potassio e grandi quantità di materiale organico, Sato ha ripreso a coltivare riso e a venderlo commercialmente nel 2017.

Uomo magro e dall’aspetto distinto, la sua azienda agricola include droni per monitorare i campi, trattori automatizzati e una grande sala riunioni con un monitor televisivo e diverse lavagne bianche. Sato stima che il raccolto di riso a Fukushima sia solo il 60% di quello di un tempo.

All’inizio, il governo gli imponeva di controllare i livelli di radiazione in ogni sacco di riso, anche in quelli piccoli venduti a prezzo ridotto. Ora controlla un sacco ogni 50. L’anno scorso, il Giappone ha affrontato una grave carenza di riso. I prezzi sono aumentati del 50% e Sato ha avuto un raccolto eccezionale.

Da allora ha raddoppiato i suoi terreni e ora gestisce la più grande azienda agricola cooperativa di Fukushima, con 15 dipendenti. Sta sperimentando la coltivazione di altre colture come mais e soia. Nel frattempo, un flusso costante di funzionari del Ministero dell’Economia giapponese e di altri visitatori sfila nella sua sala riunioni, consultando Sato su come migliorare l’economia di Fukushima.

Anche Haruo Ono ha avuto un buon anno. Possiede una nuova barca da pesca, comandata da uno dei suoi tre figli. Gestiscono un peschereccio costiero di circa 15 metri dal porto di Shinchi, il porto più a nord di Fukushima. Il pescato è stato buono l’anno scorso e non sono più comparsi scorfani radioattivi. Ma Ono è ancora arrabbiato per il disastro di Fukushima Daiichi. Parla con amarezza, quasi gridando per la frustrazione, dello scarico di acqua radioattiva nell’oceano da parte di Tepco. «La trattano come fosse una fogna», dice.

Con i capelli neri tagliati corti su un volto segnato dal vento e dalle intemperie, Ono è ancora limitato a pescare non più di 12 giorni al mese. «Tepco prevede di porre fine ai sussidi entro la fine dell’anno», dice. «Io mi opporrò, perché non hanno ancora completato lo smantellamento. Non ci dicono nemmeno quando rilasciano l’acqua contaminata. La maggior parte di noi pescatori è ormai calma e non si lamenta, ma anche se protestassimo, le nostre voci non arriverebbero fino a Tokyo. Il governo non perde mai. Non si scusa mai. Non si assume mai la responsabilità di ciò che ha fatto. Nessuno fuori parla più di Fukushima, ma noi non ci siamo ancora ripresi»

Un’altra persona intraprendente che cerca di rilanciare l’economia locale è Yuji Onuma. Personaggio grande e carismatico, Onuma ha lavorato per otto anni come attore professionista a Tokyo interpretando Jean Valjean, il protagonista de I Miserabili di Victor Hugo. Attualmente gestisce un’azienda di energia solare nella prefettura di Ibaraki, a nord-est di Tokyo.

Il prezzo dell’elettricità che vende a Tepco sta diminuendo, ora che il governo spinge per riavviare i reattori nucleari giapponesi messi fuori servizio. Onuma percorre spesso in auto le quattro ore che lo separano dalla sua città natale, Futaba, dove si prende cura delle tombe di famiglia e affitta quattro appartamenti.

Futaba, che un tempo contava 7.000 abitanti, è la “cugina povera” della vicina Okuma. La città ospitava due dei sei reattori di Fukushima Daiichi e stava cercando di costruirne altri due quando la centrale esplose. Il nuovo e costoso museo memoriale di Fukushima si trova a Futaba, ma sulla costa, fuori dal centro abitato.

«Guardate laggiù», dice Onuma mentre camminiamo davanti alle case abbandonate lungo quella che un tempo era la strada principale. «Hanno costruito una sopraelevata. Ora chi va al museo può uscire dall’autostrada e passare direttamente sopra Futaba».

In cerca di giustizia

Incontro la “Querelante n. 8” una mattina a colazione nel nostro hotel. È una giovane donna affetta da cancro alla tiroide che ha aderito a una causa contro Tepco, chiedendo un risarcimento per l’esposizione alle radiazioni subita durante l’infanzia.

“Querelante n. 8” è il modo in cui viene identificata nel procedimento, dagli avvocati e dalla stampa. Deve rimanere anonima a causa delle minacce rivolte alle persone provenienti da Fukushima, in particolare alle donne malate di cancro, considerate pericolose a livello personale e dannose politicamente per la reputazione del Giappone.

Il cancro alla tiroide era un tempo raro nella prefettura di Fukushima, con un caso su un milione. Dopo cinque cicli di screening, il tasso di incidenza è ora di 400 casi su 380.000 persone – mille volte superiore rispetto a prima del disastro.

La Querelante n. 8 ha subito l’asportazione della tiroide a 17 anni. «Ero anestetizzata, ma avevo gli occhi aperti e ho pianto per tutta la durata dell’intervento. Ancora oggi, raccontare quell’esperienza mi fa tremare le gambe. Ho sofferto meno di altre persone, ma a volte mi ritrovo ancora a piangere in modo incontrollabile»

La Querelante n. 8 è ufficialmente registrata come disabile dopo un esaurimento nervoso. Durante il processo, le sono stati concessi cinque minuti per raccontare la sua esperienza. La giovane donna ed io camminiamo fino al nuovo museo del patrimonio di Odaka, dove mi mostra una foto di sé inginocchiata davanti a una delle installazioni.

Mariko Gelman, un’artista proveniente da Chornobyl, è venuta a Fukushima e ha installato una scultura intitolata “Transparency Japan”. La scultura è un muro di mattoni illuminati, ciascuno contenente una scatola di medicinali per le pillole che le vittime di cancro alla tiroide a Chornobyl e Fukushima devono assumere per il resto della loro vita.

Ruiko Muto, cofondatrice del 3.11 Fund for Children with Thyroid Cancer, sta aiutando a organizzare il processo sul cancro alla tiroide. Da tempo oppositrice dell’energia nucleare in Giappone, Muto è nota per aver parlato a una grande manifestazione antinucleare nel 2011, durante la quale paragonò i rifugiati atomici di Fukushima agli hibakusha, le “persone colpite dalla bomba” di Hiroshima e Nagasaki.

(Il premio Nobel giapponese Kenzaburō Ōe dichiarò in seguito che Fukushima era stata una terza bomba atomica sganciata sul Giappone, solo che questa volta il Giappone l’aveva sganciata su sé stesso). 

Muto è stata la rappresentante dei querelanti in un processo penale che sosteneva che i tre principali dirigenti di Tepco fossero penalmente responsabili per aver anteposto i profitti aziendali alla sicurezza pubblica. Dopo un processo durato 13 anni, la Corte Suprema giapponese ha dichiarato gli imputati non colpevoli.

«I nostri tribunali in Giappone non sono politicamente indipendenti», afferma Muto. «Hanno spianato la strada al prossimo disastro nucleare». Il governo sta contrastando la causa sul cancro alla tiroide, sostenendo un eccesso di diagnosi e la mancanza di prove che Fukushima Daiichi sia la causa radiogena dei tumori. «Qualunque sia l’esito del caso, per noi è importante accertare i fatti e permettere ai querelanti di rivendicare giustizia», afferma Muto.

Stigmatizzati

Se le pianure costiere del Giappone orientale stanno tornando alla vita, i villaggi collinari nelle montagne Abukuma sono un’altra storia. Cercando di anticipare una tempesta di neve prevista per gennaio, Junko Takahashi, la giornalista giapponese con cui sto viaggiando, ed io percorriamo strade tortuose, spingendoci sempre più in profondità tra le colline boscose per trovare Yoichi Tao.

Fisico formato all’Università di Tokyo e hibakusha sopravvissuto al bombardamento di Hiroshima, Tao è stato fondatore di una grande società di ingegneria prima di ritirarsi a Sasu, il più remoto dei 20 villaggi di Iitate. Qui ha creato un’organizzazione chiamata Saisei-no-kai, la “rinascita di Fukushima”, un gruppo le cui ambizioni sono grandi quanto il suo nome.

Tao ha costruito un laboratorio e una casa per gli ospiti. Ha sviluppato nuovi metodi per decontaminare le risaie. Ha progettato rilevatori portatili di radiazioni collegati direttamente a Internet. Insieme a sua figlia, architetta, ha trasformato un ex negozio di ferramenta in un centro di ricerca pieno di progetti.

Tao ci consegna una dichiarazione che ha scritto sulla vita a Iitate. Descrive la sua filosofia sulla necessità dell’autosufficienza nelle comunità locali, per poi concludere: «Gli ultimi due anni hanno reso chiaro che queste idee sono rimaste poco più che granelli di sabbia – largamente ignorate dai leader globali, dagli esperti e dai burocrati»

«Gli alberi sono troppo contaminati per essere usati nella mia stufa a legna», dice. «Non sono riuscito nemmeno a coltivare funghi shiitake senza livelli elevati di cesio. Gli anziani stanno morendo. Vediamo molte ambulanze sulla strada e i giovani non sono tornati. Questo è il nostro problema più grave. Pensavo che avremmo potuto far rinascere Fukushima, ma ora credo che l’area sia destinata a tornare alle montagne da cui proviene»

Tao non usa mezzi termini nel criticare gli ingegneri della Tepco. «Non ascoltano nessuno, nemmeno i premi Nobel che vogliono aiutare. Se il loro suolo è sicuro, perché devono rimuoverlo? Scaricare l’acqua di raffreddamento nell’oceano è un’altra cattiva idea. Anni fa ho consigliato loro di costruire un sistema a circuito chiuso. Non c’è modo che riescano a smantellare i reattori entro il 2051, la loro data obiettivo. Ci dicono che ci sono 880 tonnellate di combustibile fuso e, finora, sono riusciti a rimuoverne un pezzo grande quanto un chicco di riso. Io stimo che ci vorranno 100 anni o più. Le generazioni future continueranno a ripulire Fukushima molto tempo dopo la nostra morte»

Junko ed io percorriamo un’altra stretta valle per incontrare Nobuyoshi Ito, conosciuto localmente come “il fanatico delle misurazioni”. Ito gira per Iitate e sulle colline circostanti indossando un giubbotto pieno di rilevatori di radiazioni. La camera da letto della sua casa ospita due spettrometri professionali importati dall’Ucraina. Ito pubblica un blog e testa regolarmente tutti i frutti selvatici e le bacche che un tempo venivano raccolti qui in abbondanza.

Quando l’ho visto l’ultima volta, nel 2022, Ito mi porse un fungo Inohana, detto “naso di cinghiale”, considerato uno dei più deliziosi tra le 200 specie commestibili del Giappone. Ito mi avvertì che il fungo era radioattivo. Trovando difficile credere alle sue misurazioni, portai il fungo in un laboratorio indipendente. Quanto era radioattivo? Conteneva 88.000 becquerel per chilogrammo: 900 volte oltre il limite legale per gli alimenti in Giappone.

Le cose quest’anno sono leggermente migliorate, ma non di molto. Ito tira fuori dal frigorifero un sacchetto di funghi Inohana, che misurano 55.000 becquerel per chilogrammo. Ritiene che riaprire Iitate ai rimpatriati e ai nuovi coloni sia stato un errore. Trecento persone sono arrivate per gli alloggi e altri sussidi, ma alcune se ne sono già andate. Una città di 6.500 abitanti si sta riducendo a un decimo della sua dimensione originaria.

Ito ci mostra un altro oggetto interessante: una cartolina che ha inviato a fine anno per spiegare perché non avrebbe mandato gli auguri di Capodanno. «La mia esistenza è scomoda per il villaggio di Iitate», dice. «Stanno sfruttando persone in difficoltà, cercando di attirarle qui. Elencano i sussidi, ma non menzionano le radiazioni». Durante i miei viaggi a Fukushima, ho spesso sentito le persone definirsi “scomode”. «Sono un fastidio per i funzionari locali», dice Ito. «La mia esistenza rende loro la vita difficile. Hanno mentito dicendo di aver ottenuto il consenso della popolazione. Avevano detto che ci avrebbero consultato prima di rilasciare l’acqua contaminata. Non l’hanno mai fatto»

Ito è anche arrabbiato per i tentativi di Tepco di riavviare i reattori nucleari sulla costa occidentale del Giappone. «Detesto la sfortuna di essere nato in un Paese capace di dimenticare la propria storia in soli 80 anni», dice, riferendosi al bombardamento di Hiroshima alla fine della Seconda Guerra Mondiale.

Ito esce di nuovo dalla stanza e torna con una piccola campanella di ottone. «Il comune me l’ha data per tenere lontani gli orsi», dice. «Ci sono state cinque segnalazioni di orsi nel villaggio. Ma non ci hanno dato nulla per proteggerci dalle radiazioni».

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Ungheria - Orban defenestrato dal voto. Vince la destra “europeista”

Il partito di centro-destra Tisza di Peter Magyar ha conquistato i 2/3 dei seggi parlamentari nelle elezioni di domenica in Ungheria. Con questo risultato, caratterizzato anche dall’aumento della partecipazione elettorale degli ungheresi, esce di scena dopo 16 anni il premier Orban, leader dell’altro partito di centro-destra Fidesz da cui però proviene anche Magyar.

Al terzo posto è arrivato un altro partito di destra Mi Házank, con dunque ben tre sfumature di destra che occupano totalmente il Parlamento di Budapest. Infatti la situazione sarà la seguente: 138 seggi vanno alla destra del nuovo governo, 54 alla destra di Orbán, 10 all’estrema destra. Insomma c’è poco da stare allegri.

L’affluenza elevata alle urne – sopra il 70% – è stata trainata soprattutto dagli elettori dei grandi centri urbani e da Budapest, dove i settori insofferenti dell’autoritarismo di Orban sono più consistenti.

La sostituzione di Orban con un altro governo di destra ma più “filoeuropeo” dovrebbe facilitare lo sblocco dei fondi da destinare all’Ucraina, non a caso Ursula Von der Leyen canta vittoria. Più cauta invece la responsabile esteri della Commissione Kaja Kallas secondo cui “ora sarà fondamentale verificare nei fatti il rispetto dello stato di diritto e la cooperazione con l’Unione Europea” da parte del nuovo governo ungherese. Traspare tra le righe il malanimo tuttora esistente tra i “baltici” e la Polonia nei confronti degli ungheresi.

Trump, spedendo a Budapest il suo vice Vance alla vigilia delle elezioni, aveva apertamente sostenuto Orban durante la campagna elettorale, definendolo un alleato strategico.

La vittoria di Magyar, almeno sulla carta, rappresenta un indebolimento del fronte trumpiano in Europa.

Sul piano geopolitico il nuovo governo di Budapest potrebbe modificare anche la propria posizione sulla Russia, avvicinandosi maggiormente alla linea oltranzista e guerrafondaia degli altri paesi europei.

Magyar in campagna elettorale ha promesso di sbloccare i fondi Ue, di rilanciare l’economia, di lottare contro la corruzione e ridurre la dipendenza energetica dalla Russia... ma senza strappi.

In fondo Magyar viene dallo stesso partito di Orban e fino a due anni fa ne era un membro attivo. Sui diritti civili che tanto entusiasmano gli europeisti finora è stato piuttosto vago, ed anche sull’immigrazione non è poi così distante dalle posizioni di Orbán.

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13/04/2026

Le Monografie di Frusciante: James Cameron

Confronto un manager delle tecnologie con l’intelligenza artificiale: entrambi sono convincenti quando sbagliano

Oggi mi lancio in un volo pindarico e confronto un manager delle tecnologie con l’intelligenza artificiale (IA), suggerendo una caratteristica che li accomuna: entrambi producono risposte convincenti. Di fronte a problemi complessi, non dicono quasi mai “non lo so”. Offrono invece spiegazioni coerenti, plausibili, ben costruite. Funziona, soprattutto con chi non ha gli strumenti per verificare. È ormai evidente che, esibendo lo stesso grado di sicurezza, l’IA può fornire risposte corrette, ma anche sbagliate. Non è un errore occasionale, è una caratteristica strutturale. Il problema non è l’errore, ma quanto sia credibile. Una risposta espressa con cautela si espone al dubbio, mentre si tende a credere ad una risposta espressa con sicurezza, se non si hanno strumenti conoscitivi per riconoscerne la fallacia.

Ed è qui che il parallelo tra l’IA e Cingolani diventa illuminante. Nel caso di Cingolani, il meccanismo si è costruito nel tempo. L’Istituto Italiano di Tecnologia nasce con finanziamenti pubblici ingenti e una promessa chiara: trasformare buona scienza in tecnologia, in industria, in sviluppo. Una promessa che ha giustificato un trattamento eccezionale rispetto al resto del sistema della ricerca. La promessa non è stata mantenuta in modo proporzionato agli investimenti. I risultati ci sono stati: pubblicazioni, brevetti, startup. Ma il punto non è questo: è la distanza tra ciò che era stato annunciato e ciò che è stato realizzato. Critiche interne al mondo della ricerca hanno sottolineato proprio questo scarto, mettendo in discussione trasparenza, produttività e ricadute effettive dell’Istituto rispetto alle risorse ricevute. Quando la promessa è tecnologica, il criterio non è accademico. È industriale. Basta un confronto empirico.

Ho visitato il Technion di Haifa e non mi hanno mostrato brevetti, ma prodotti, aziende, tecnologie entrate nel mercato. La differenza non è retorica, è strutturale. È la differenza tra conoscenza e trasformazione della conoscenza in realtà economica. Cingolani ha costruito la propria figura proprio su questo passaggio: dalla scienza alla tecnologia. Ed è stato molto efficace nel raccontarlo. Mostrando il suo piccolo robot che dà la mano a Mattarella ma che non è mai andato in produzione (il robot, non Mattarella).

Poi Cingolani passa alla politica, come ministro della transizione ecologica. Anche qui il problema non è personale, ma strutturale: un ministero che richiede una visione ecologica è stato guidato con un’impostazione prevalentemente tecnologica, spesso accompagnata da affermazioni semplificate o controverse su temi ecologici complessi, di cui i suoi sponsor politici non erano evidentemente esperti. Non è un caso che il suo mandato sia stato segnato da polemiche e contestazioni pubbliche. Quando lo sentivo parlare di ecologia, da ecologo, faticavo a riconoscermi in quel linguaggio. Volevano affidargli anche lo Human Technopole di Milano, se è per questo. Il salto successivo è Leonardo, cioè l’industria della difesa. E qui il percorso si chiude, per ora. In un contesto di crescita della domanda di armamenti, i risultati economici possono essere positivi indipendentemente dalla qualità del management. Le guerre fanno crescere le industrie belliche.

Attribuire automaticamente questi risultati a chi guida l’azienda è una scorciatoia interpretativa. Ma se, oltre a questo, le capacità dei sistemi vengono raccontate in modo troppo ottimistico, se la promessa supera ciò che è realisticamente dimostrabile, come nel caso del Michelangelo Dome, allora il problema non è più tecnico, è reputazionale.

Se chi si è fidato scopre che la promessa era gonfiata, entra in gioco la dissonanza cognitiva. Se ho dato fiducia a qualcuno e quella fiducia mi porta a scelte sbagliate, ho due possibilità: riconoscere l’errore o difendere la scelta. La seconda è la più frequente. Non perché siamo irrazionali, ma perché difendere la scelta significa difendere noi stessi. Ed è qui che il parallelo con l’IA diventa completo. Se uso un sistema che mi dà risposte convincenti e, in base a quelle, costruisco le mie decisioni, mi trovo nella stessa situazione. Se emergono errori, non difendo il sistema: difendo la mia scelta di averlo usato. Il rischio non è di essere ingannati, ma di continuare a crederci. Nel caso di Cingolani, quello che sta emergendo potrebbe essere il contrario della dissonanza cognitiva: chi si era fidato smette di difendere la propria scelta. Spesso il sistema si auto-protegge. Ma quando non lo fa, la caduta è rapida (pur con un paracadute milionario). E Cingolani, infatti, è stato licenziato. Per la prima volta nella sua carriera non aver mantenuto promesse mirabolanti gli è costato il posto.

A questo punto può nascere, e sta nascendo, la narrazione del martire: non è stato lui a sbagliare, è il potere che non lo ha capito. È una reinterpretazione che evita di affrontare la questione più scomoda: la distanza tra promessa e risultato. Il punto, ancora una volta, non è personale. È sistemico. Viviamo in un mondo in cui la capacità di costruire narrazioni convincenti conta spesso più della capacità di produrre risultati verificabili. Questo vale per la politica, per la tecnologia, e sempre di più per gli strumenti che utilizziamo per capire il mondo. L’IA e Cingolani, in questo senso, non sono eccezioni. Sono sintomi di un sistema che premia chi ha una risposta per tutto e penalizza chi ammette i limiti della conoscenza.

E allora la domanda non è se fidarsi o meno. La domanda è: siamo ancora capaci di verificare? Perché il vero problema non è essere indotti in errore ma continuare a difendere quell’errore per non ammettere di esserci fidati eccessivamente.

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Il balletto su Hormuz, cercando una via d’uscita

Buio e controbuio. Il poker sembra l’unica scuola frequentata dall’amministrazione Trump. In poche ore il tycoon è passato dall’urlo “riaprite lo Stretto, bastardi!” allo strilletto impotente “allora lo chiudo anch’io”. Cambiando peraltro la “narrazione” statunitense sul non accordo nei colloqui di Islamabad (“l’Iran non intende rinunciare al suo programma nucleare”) per spostarla nuovamente sul petrolio, vero cuore pulsante del suo modo di vedere il mondo.

Diciamo la verità: è una mezza buona notizia. Ma bisogna spiegarla.

Il fallimento della missione di J.D. Vance in Pakistan era scritto prima della sua partenza. Pensare di andare ad un incontro di portata storica senza neanche una delegazione seria – esperti veri su tutte le questioni del contenzioso – ma soltanto con due immobiliaristi a metà strada tra interessi statunitensi ed israeliani (Kushner e Witkoff, più dannosi che utili) e l’atteggiamento da bulli (“arrendetevi o vi facciamo fuori”) poteva funzionare solo in un B movie di Hollywood.

Subito dopo il fallimento annunciato, gli Stati Uniti dovevano scegliere tra ripresa immediata della guerra – l’opzione favorita di Israele – o “buttarla in caciara” continuando a recitare la parte del “nuovo sceriffo del mondo”.

Hanno scelto la seconda opzione, per ora. Visto che si era arrivati ad un passo dall’uso dell’atomica – sempre la prima opzione di Israele – va bene così.

Il “blocco navale” di Hormuz da parte statunitense – come quelli promessi dalla Meloni – è poco più che fumo negli occhi, immediatamente descritto come arrosto vero dai media mainstream occidentali.

In pratica la flotta nell’Oceano Indiano, a debita distanza dai missili iraniani, può fare ben poco. E se lo fa crea più problemi di quelli che dovrebbe risolvere.

Vediamo in dettaglio. La situazione attuale dello Stretto è di “apertura selezionata” sotto il controllo iraniano (era completamente libero prima dell’inizio dell’aggressione, il 28 febbraio). Possono passare cioè soltanto le navi dei “paesi amici” e di quelli neutrali disposti a pagare un pedaggio (per le petroliere circa un dollaro al barile). Poi molte navi esitano a farlo perché non si capisce se la guerra è davvero sospesa oppure no...

Le navi da guerra Usa dovrebbero perciò fermare proprio queste navi e controllare se hanno pagato o no il pedaggio che Trump ha definito “illegale” (come se questa guerra avesse un briciolo di legalità internazionale).

Primo problema: se hanno pagato, lo hanno fatto in rial iraniani, yuan cinesi o criptovalute fuori dai circuiti occidentali, cui gli Usa non hanno accesso. Insomma, non possono saperlo con certezza.

Secondo problema: se una nave sudcoreana, filippina, indonesiana, indiana o pakistana (paesi alleati o comunque in buoni rapporti con gli Usa) porta greggio iraniano o saudita (o di altri paesi del Golfo), cosa fa quel povero comandante Usa mandato a fare la guardia di finanza in mezzo al mare? L’affonda? La ferma? La rimanda indietro? Apre insomma un contenzioso diplomatico con paesi che l’America vorrebbe tenere dalla propria parte?

L’unico effetto pratico dell’annuncio di Trump sul “blocco” è insomma un balzo del prezzo del petrolio (salito del 7-8% sulle piazze asiatiche nella notte) e una parallela caduta delle borse. Un po’ di occasioni per fare soldi, mentre l’economia globale dà segni di recessione.

Anche l’intemerata contro questo papa – statunitense, cautissimo, critico della guerra giusto quel tanto che è obbligatorio per qualsiasi papa – dimostra che Trump e i suoi si sono impigliati in una serie di trappole che loro stessi hanno seminato. Il consenso dei cattolici, in questo modo, se lo gioca. E le prossime elezioni di midterm diventano sempre più un Himalaya difficile da scalare.

E non saranno decisivi neanche gli aiuti promessi da alcuni servitori europei, in primis quel cadavere politico di nome Starmer – qualche nave dragamine per provare a togliere qualche ostacolo nello Stretto, sempre che gli iraniani non si mettano a lanciare missili e droni. Ma tra il dire e il fare c’è davvero di mezzo il mare e ci vorranno settimane perché arrivino da quelle parti.

Sul piano più seriamente diplomatico, intanto, si è mossa la Russia, con Putin che si propone come mediatore supplementare, al fianco del Pakistan (sostenuto fin qui dalla Cina).

La guerra d’aggressione contro l’Iran e il Libano si sta insomma internazionalizzando. E questa può essere una notizia buona oppure pessima, a seconda dell’evoluzione.

Buona se il peso – economico, politico, militare e nucleare – dei “pezzi grossi” non occidentali comincerà a spingere anche Trump e i suoi verso una soluzione razionale, inevitabilmente poco gradita a Washington (e ancor meno a Tel Aviv). Ma tutto sommato ci sarebbe poi tempo e modo di imbastire una “narrazione” che faccia passare le rinunce per “vittorie”, contando anche sul fatto che a Teheran ci sono teste più intelligenti e ancorate alla realtà. Che se ne fregano di come gli imperialisti se la vogliono raccontare, ma badano al sodo, ossia ad accordi con garanzie serie.

Cattiva se prevarranno gli interessi unilaterali di un imperialismo in decisa crisi e dunque incapace di scelte più equilibrate. Se non altro per restare in vita.

Vita o morte, per tutti, insomma.

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L’Italia rinnova oggi l’accordo di cooperazione militare con Israele

Il governo italiano rinnoverà in automatico il Memorandum d’Intesa sulla cooperazione militare con Israele che scadeva oggi.

Questo trattato, che scade ogni cinque anni, viene ormai rinnovato automaticamente da un ventennio dai governi di ogni “colore”.

Già nel 2006, durante il secondo governo Prodi, il Forum Palestina realizzò una campagna e una manifestazione nazionale tesa a bloccare l’accordo di cooperazione militare Italia-Israele ma la reazione bipartisan – oltre che dei circoli sionisti – fu violentissima sia contro la manifestazione che contro la campagna stessa.

Il memorandum era stato siglato nel 2003 (ministro della Difesa Martino, governo Berlusconi) e venne ratificato dal Parlamento nel 2005 senza troppe opposizioni. L’accordo di cooperazione militare con Israele, da allora, si rinnova automaticamente ogni cinque anni, a meno che uno dei due Paesi non decida di sfilarsi.

Anche quest’anno e nonostante il genocidio contro i palestinesi non sarà così, pertanto oggi lunedì 13 aprile il memorandum verrà rinnovato dal governo Meloni ed estenderà i suoi effetti fino al 2031.

Nel luglio 2025 il governo di centrodestra aveva già respinto una mozione dell’opposizione al riguardo e il ministro per i Rapporti col Parlamento Luca Ciriani aveva spiegato che l’intenzione del governo sarebbe stata quella di prorogare il memorandum. “Per far prevalere le ragioni della diplomazia è necessario costruire canali di interlocuzione e non reciderli. Il dialogo resta infatti la via maestra e anche i trattati internazionali e memorandum d’intesa sono strumenti di dialogo” aveva affermato il ministro.

Il Fatto riferisce che fonti di governo sostengono che il memorandum è prezioso soprattutto in un momento come questo, con un contesto internazionale di crisi e particolarmente delicato soprattutto per i nostri militari impegnati in Medio Oriente. Il memorandum infatti prevede anche accordi di sicurezza tra il nostro Esercito e la Idf israeliana.

L’accordo ovviamente favorisce gli accordi commerciali con Israele, soprattutto nel settore della Difesa, e agevola la ricerca e lo sviluppo in tema militare.

Nei giorni scorsi Peacelink ha inviato – e invitato a fare altrettanto – una lettera ai ministeri degli Esteri e della Difesa e alla Presidenza del Consiglio chiedendo di non rinnovare il memorandum.

“Con la presente, chi scrive intende dissociarsi in modo espresso e netto da ogni ipotesi di rinnovo tacito o formale del Memorandum d’intesa tra Italia e Israele in materia di cooperazione nel settore della difesa, in scadenza il 13 aprile 2026” – è scritto nella lettera inviata a Palazzo Chigi e ai ministeri competenti – “Si chiede pertanto che il Governo italiano proceda senza indugio alla rinuncia formale dell’accordo e a ogni atto necessario per impedirne il rinnovo, assumendosene in via esclusiva la piena responsabilità politica, istituzionale e giuridica, anche in relazione alle conseguenze che tale scelta potrà produrre sul piano interno e internazionale”.

Non è dunque bastato un genocidio sotto gli occhi di tutti né l’avvio dei procedimenti della Corte Penale Internazionale e del Tribunale Internazionale dell’Aja contro i vertici israeliani per costringere il governo almeno a non rinnovare il Memorandum d’Intesa sulla cooperazione militare con Israele. Questa ulteriore pagina di vergogna verrà dunque rinnovata, ma non in nostro nome dunque, né con il governo di oggi né con quelli di ieri.

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Usa torna l’obbligo di iscrizione alla leva

L’Occidente imperialista ha scelto la guerra come potenziale soluzione per arrestare il suo declino. E contemporaneamente ha scoperto che il modello di guerra su cui aveva costruito la propria struttura e cultura militare non regge più la prova del budino.

Quaranta anni di guerre asimmetriche contro avversari «poveri» avevano fatto affermare un modello bellico fatto di supremazia aerea assoluta, controllo satellitare occhiuto, tecnologie esclusive, armi di precisione e piuttosto costose, specialisti in vari tipi di operazioni e servizi, riducendo al minimo la truppa di fanteria, semmai ad alto livello di addestramento.

In una parola: più capitale fisso, meno capitale umano. Pochi professionisti ad alta retribuzione, zero soldati di leva a titolo gratuito.

Evento storico scatenante: la guerra in Vietnam, ultima esperienza con un esercito di leva (seppure con l’esclusione degli universitari e dei figli di papà) le cui perdite si erano dimostrate intollerabili in una società avanzata e percorsa dalla ribellione degli anni ‘60.

Da lì in poi solo eserciti di professionisti volontari e ben pagati, per guerre con relativamente poche perdite (ha fatto eccezione l’Iraq quando sono stati messi gli «scarponi sul terreno»), socialmente poco dolorose e confinate a una figura diventata fondamentalmente estranea.

Una «esternalizzazione sociale» della guerra che peraltro accompagnava un declino demografico costante e progressivo, che rendeva sempre più difficoltosa la copertura delle posizioni lavorative rimaste scoperte per anzianità e quindi improponibile una leva obbligatoria che avrebbe prima sottratto energie fresche al mercato del lavoro, e poi – nell’eventualità di un impiego bellico vero e proprio – la perdita tout court di una quota del «capitale giovanile» già scarso.

Contrordine, neoliberisti!

In Europa se ne comincia a parlare, negli Usa si è passati ai fatti.

Entro dicembre 2026, il Selective Service System americano prevede di iniziare a registrare automaticamente tutti gli uomini idonei tra i 18 e i 26 anni per un’eventuale, futura, chiamata alle armi. Per l’arrivo delle cartoline precetto c’è tempo, ancora, perché bisognerà predisporre caserme, centri di addestramento «light» rispetto a quello professionale, addestratori, ecc.. Ma la strada è intrapresa.

È di fatto l’applicazione di una direttiva approvata dal Congresso attraverso il National Defense Authorization Act, che impone l’iscrizione automatica di “ogni cittadino maschio” appartenente a quella fascia anagrafica.

Fin qui, a partire dal 1980, l’iscrizione era «volontaria», anche se fortemente incentivata (facilitava la ricerca di un lavoro e rientrava tra i requisiti per accedere agli aiuti finanziari per studenti, ad esempio), ma col passare del tempo sempre meno popolare. Una «crisi delle vocazioni», insomma, che ha fatto intravedere il momento in cui si sarebbe verificata una carenza vera e propria nella disponibilità di carne da cannone.

Le guerre in Ucraina, Gaza, il Libano e l’Iran hanno dimostrato che il periodo della guerra solo high tech è sostanzialmente finito, paradossalmente, proprio grazie alla tecnologia. Droni e missili «economici» hanno permesso di saturare e compensare la superiorità tecnologia con la quantità. I mezzi corazzati sono diventati molto meno importanti, la superiorità aerea – sempre importantissima – insufficiente a risolvere i problemi di controllo territoriale.

Gli «scarponi sul terreno» tornano indispensabili e il numero dei combattenti deve crescere, proprio perché è certo che «grazie» ai droni e ai missili low cost se ne perderanno molti.

E l’America guerrafondaia e disperata non può permettersi di continuare a collezionare figuracce come quella dell’Afghanistan e poi dell’Iran. Quindi decide di investire i suoi giovani – anche lì c’è il declino anagrafico, specie se si continuerà a combattere l’immigrazione (il servizio militare era diventato un modo di diventare cittadini Usa) – nel mattatoio.

Si comincia rendendo obbligatoria l’iscrizione ai ruoli, il resto verrà di conseguenza.

La coincidenza temporale di questa decisione politica con l’avvio della guerra all’Iran è ovviamente significativa e colta un po’ da tutti.

Per scoraggiare imbizzarrimenti «pacifisti» e rifiuto dell’iscrizione (nonché dei passaggi successivi) è stato anche ripristinato il sistema delle sanzioni che esisteva ai tempi del Vietnam e che costò, per esempio, il titolo mondiale a Mohammad Alì (alias Cassius Clay) quando venne inutilmente chiamato alle armi.

Come si può vedere nella tabella, non si tratta di «contravvenzioni». Quando l’imperialismo vuole andare alla guerra tratta anche i suoi cittadini come potenziali nemici.

Un calcolo anche approssimativo della crescita dei problemi e della riduzione del “capitale umano” adatto alla bisogna – nonché alla riproduzione sociale – chiarisce immediatamente che tutto ciò è un delirio suicida. Mandare in vacca questa tendenza è automaticamente un gesto rivoluzionario con effetti concreti. Positivi, finalmente...

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Romano Luperini, il dialogo e il conflitto

Oggi il mondo della scuola, della cultura, ma anche della politica di questo paese piangono, con la morte di Romano Luperini, la perdita di una delle ultime grandi figure ancorate al Novecento, provenienti da una storia che ha a che fare, non anagraficamente in maniera diretta ma culturalmente e per storia familiare, con la resistenza partigiana, con il comunismo, poi con la Nuova Sinistra e gli anni Settanta, senza rimanere mai prigioniera di una identità nostalgica, ma capace di attraversare anche le stagioni del riflusso e della sconfitta senza rinnegare nulla, e poi di riapparire con un portato di proposta culturale e di prospettiva capace di parlare a generazioni di studiosi militanti.

Chi ha avuto il piacere e l’onore di sentirlo parlare tante volte, fino al convegno dell’anno scorso del gruppo da lui animato, La letteratura e noi, ha sempre scorto una lucidità e una forza visionaria che aveva a che fare con la dimensione dei “destini generali”, nella denuncia della aberrazione del genocidio palestinese, argomento di quella occasione.

Parlava spesso con gli occhi chiusi, Romano Luperini, ma il suo sguardo era totalmente aperto alla realtà, perché niente di umano gli era alieno, compreso il riconoscimento leopardiano e timpanariano della fragilità umana, come parte del suo materialismo integrale. Una lezione anche questa, per noi e per la scuola e anche gli studenti.

Critico letterario, storico e teorico della letteratura, intellettuale politico, grande organizzatore culturale di riviste, collane, divulgatore nel senso migliore del termine attraverso anche la manualistica scolastica, insegnante prima della scuola e poi, molto più a lungo, dell’università, militante, scrittore.

Difficile riconoscere un primato ad una di queste attività, svincolarla dal resto, e siamo certi che tanti saranno i contributi e i momenti in cui attingere alla ricchezza di una produzione intellettuale di prim’ordine.

La lotta mentale, titolo di un suo magnifico profilo di Franco Fortini, è stata anche la sua, contro quello che chiamava il nichilismo morbido e confortevole a cui si era ridotta gran parte della intellettualità di questo paese dopo l’89 e il cambio di fase storica.

C’era da ripartire dalle scuole, così come c’era da ripartire dai testi, dall’analisi alla interpretazione, dalla Scuola, dalla sua funzione, dalla consapevolezza troppo spesso assente tra gli insegnanti di potere essere e dovere essere intellettuali che operano in una delle più nobili attività sociali, di farlo con orgoglio e consapevolezza di una funzione civile.

Sapeva troppo bene che questo era un pezzo, sia pur fondamentale, e che l’altro pezzo era l’organizzazione, la capacità di dare struttura e sedimentazione alle forze che lavorano per il cambiamento, tra le quali certamente metteva gli insegnanti e il dialogo costante e non paternalistico con gli studenti, quelli che affollavano le sue lezioni, le sue conferenze e i suoi interventi in dibattiti politici.

Ci sarebbe tantissimo da dire sui suoi studi sui classici, i suoi autori, il suo Novecento letterario, sul rapporto tra letteratura e allegoria, titolo di una rivista che è stata scuola e riferimento, sulla fine del postmoderno che ci riporta al mondo in fiamme in cui viviamo oggi.

Di dialogo e conflitto, mutuando quasi alla lettera il titolo di un suo volume, abbiamo tanto bisogno oggi, specie dentro le scuole, e di entrambi insieme perché c’è da ricostruire rapporti, pratiche, scambi, cultura, ma anche di conflitto, perché il nemico è entrato da tempo dentro le scuole e spinge perché siano enormi non luoghi di parcheggio o di avviamento al lavoro.

La lezione di Luperini è uno strumento fondamentale per chi non è disposto ad accettare tutto questo e lavora per una scuola ed un mondo diverso.

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