Presentazione


Analisi, opinioni, fatti e (più di rado) arte da una prospettiva di classe.

04/09/2026

MH370

Jet cinesi in volo sul Medio Oriente

di Michelangelo Cocco

I caccia J-16 dell’Esercito popolare di liberazione (Epl) hanno partecipato in Egitto a esercitazioni di combattimento con i Rafale dell’aviazione egiziana, nell’ambito della seconda edizione di “Eagles of Civilisation”. Pechino ha trasferito in Egitto J-16, aerocisterne YU-20, aerei radar KJ-500 ed elicotteri Z-20. Per la prima volta il J-16 è stato dispiegato fuori dall’Asia e per la prima volta le YU-20 hanno rifornito in volo i caccia Rafale, di fabbricazione francese.

La Cina ha mostrato così di poter proiettare una forza aerea da combattimento a migliaia di chilometri dalle proprie basi, proprio mentre Washington continua la guerra contro l’Iran. Dal Medio Oriente arriva circa la metà delle forniture energetiche della Cina, e il Canale di Suez e il Mar Rosso costituiscono snodi cruciali per i traffici tra Asia ed Europa. Un conflitto prolungato nell’area rappresenta dunque per Pechino una grave minaccia per le sue forniture energetiche e rotte commerciali.

Mentre la Cina ha chiesto il cessate il fuoco in Iran e il ritorno al negoziato, “Eagles of Civilisation” ha lanciato il segnale che Pechino dispone di capacità militari anche lontano dal proprio teatro operativo, che è in grado di trasferire rapidamente forze da combattimento, rifornimenti e sistemi di supporto su una distanza di oltre 6.000 chilometri e di coordinare operazioni aeree complesse in un’area strategica per i propri interessi energetici e commerciali.

Con la seconda edizione di “Eagles of Civilisation” Pechino ha puntato da un lato ad aumentare il livello di interoperabilità dell’Epl con gli eserciti di paesi amici e, dall’altro, a mostrare il meglio della produzione della sua industria della difesa in un Medio Oriente che – dopo il caos scatenato dall’amministrazione Trump – potrebbe fare meno affidamento sugli Stati Uniti e rivolgersi di più alla Cina, anche per l’importazione di sistemi militari.

Il Cairo, ad esempio, punta a diversificare i rapporti militari dopo decenni di forte dipendenza da Washington, mantenendo i legami con gli Stati Uniti, ma costruendo alternative attraverso una crescente cooperazione con Pechino, anche nel settore degli armamenti e dell’addestramento delle proprie forze aeree.

Le esercitazioni degli ultimi giorni hanno preceduto la visita di Xi Jinping al Cairo (1-2 settembre), la prima in Egitto da dieci anni, per rafforzare la partnership strategica globale tra i due paesi, in particolare su commercio, investimenti, infrastrutture e cooperazione finanziaria.

Al centro della cooperazione c’è sempre più il settore energetico. Negli ultimi anni aziende e istituzioni cinesi hanno ampliato la presenza in Egitto nella produzione e trasmissione di elettricità, nel solare e nell’eolico, nello stoccaggio dell’energia e nella produzione di componenti per le rinnovabili. Particolare rilievo hanno assunto i progetti nella zona economica del Canale di Suez, compreso lo sviluppo di impianti legati all’idrogeno verde e all’ammoniaca verde.

Nel 2023 Pechino e Il Cairo hanno inserito nella loro cooperazione un pacchetto di progetti per le energie rinnovabili e i combustibili verdi, con investimenti annunciati per circa 14,7 miliardi di dollari. La visita di Xi punta ora a trasformare questi impegni in nuovi investimenti industriali e in una maggiore integrazione delle filiere cinesi della nuova energia con la produzione egiziana.

Sul piano finanziario, inoltre, a giugno le banche centrali hanno rinnovato per altri tre anni il currency swap e ne hanno aumentato il valore da 18 a 30 miliardi di yuan, facilitando l’uso delle valute nazionali negli scambi e riducendo la dipendenza dal dollaro.

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La Francia reintroduce il servizio militare per i giovani, per ora su base volontaria

In Francia, da settembre 2026, viene reintrodotto il servizio militare anche se per ora a carattere volontario. Si tratta di una leva non obbligatoria aperta a giovani di 18 e 19 anni, sia uomini che donne, che abbiano la cittadinanza francese. La leva durerà in totale 10 mesi. Il servizio si svolge esclusivamente sul suolo nazionale (sono dunque escluse le missioni all’estero) ma dentro questo confine rientrano anche i Dom Tom cioè i territori di Oltremare in America Centrale e Oceano Pacifico.

L’iniziativa vede inizialmente un primo contingente di circa 3.000 giovani, con l’obiettivo di arrivare ad arruolare fino a 50.000 soldati volontari all’anno entro il 2035. Al termine dei 10 mesi, i partecipanti entrano a far parte della riserva operativa di disponibilità per un periodo di 5 anni.

I militari così arruolati avranno il compito di affiancare il personale militare in attività difensive e logistiche a livello nazionale. Sul piano del supporto alla sicurezza interna, vengono coinvolti nelle pattuglie per la protezione di infrastrutture critiche e siti sensibili.

La Francia si allinea così alla Germania dove viene per ora mantenuto il servizio militare volontario, ma tutti i giovani di sesso maschile dovranno rispondere ai formulari dell’esercito e sottoporsi alla visita di leva. L’obiettivo dichiarato è quello, in un contesto di potenziamento del comparto della Difesa, di portare il numero dei soldati attivi della Bundeswehr dagli attuali 183mila a 270mila entro il 2035. A questi verranno affiancati anche 200mila riservisti.

Dal 2026, tutti i giovani e le giovani tedesche che hanno compiuto 18 anni riceveranno un questionario nel quale dovranno indicare se hanno intenzione di arruolarsi o meno. Si tratta di una platea di 680mila persone nate nel 2008. Dal 1 luglio 2027, inoltre, sarà introdotta la visita di leva per tutti gli uomini nati nello stesso anno.

In Polonia il primo ministro Donald Tusk ha recentemente annunciato in Parlamento un piano che punta ad addestrare “tutti gli uomini adulti”, per costruire un esercito che includa 500.000 soldati e riservisti.

In Italia allo stato attuale l’idea è quella di una riserva su base volontaria con l’obiettivo di un aumento progressivo degli organici di Esercito, Marina militare, Aeronautica fino a 40.000 unità entro il 31 dicembre 2033, con soglie annuali a partire dal 2028. Si tratta di un cambiamento strutturale rispetto al modello di forze armate interamente su base professionale adottato dal 2005.

Nel resto della Nato, la Grecia ha mantenuto la leva obbligatoria, mentre la Norvegia è stata il primo Paese della Nato a introdurre la leva obbligatoria neutrale rispetto al genere (estesa alle donne dal 2015); in questo caso il servizio dura circa 12 mesi. La Svezia ha reintrodotto la leva obbligatoria nel 2017 (per uomini e donne) dopo averla abolita nel 2010. L’Estonia mantiene la leva obbligatoria per gli uomini (8-11 mesi) fin dalla sua indipendenza. La Lituania ha ripristinato la leva obbligatoria maschile nel 2015 in risposta alle tensioni regionali. La Lettonia ha reintrodotto ufficialmente il servizio militare obbligatorio a partire dal 2023. Infine la Danimarca: in questo Paese trova applicazione un sistema di leva selettivo/a sorteggio per gli uomini.

Sulla leva militare in Italia vedi: La situazione in Italia sulla leva militare

Sulle mobilitazioni contro la reintroduzione della leva militare in Europa vedi il resoconto dell’assemblea internazionale dei giovani a Milano.

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Perdere la guerra contro l’Iran: il fronte economico

di Paul Krugman

La “D” nel “D-Day” di Bessent sta per “Dud” [fallimento, bidone].

Dunque, ecco come si presenta, secondo Trump e i suoi funzionari, lo stato della guerra con l’Iran: l’Iran è stato totalmente sconfitto ed è disperato per un accordo – in effetti, Trump ha annunciato che un accordo è imminente in almeno sei diverse occasioni.

Inoltre, poiché non c’è alcun accordo e l’Iran è intransigente, Scott Bessent, il segretario al Tesoro, sta preparando quello che definisce un “D-Day economico”, sanzioni economiche che metteranno in ginocchio il regime iraniano – una proposta complicata, dato che, secondo gli stessi funzionari, l’Iran è già in ginocchio. Ma vabbè...

Quello che bisogna sapere è che questa campagna economica fallirà tanto completamente quanto la campagna militare.

Il piano degli Stati Uniti, o forse solo un’idea di piano, sembra essere: “Blocchi me? No, io blocco te!”

Da un lato, gli Stati Uniti stanno cercando di ripristinare il flusso di petrolio attraverso lo Stretto di Hormuz nonostante le minacce iraniane. Almeno alcune petroliere percorrono lo stretto “in incognito”, con i trasponder spenti. Gli assicuratori privati non coprono i rischi di queste traversate, quindi è il governo statunitense a fornire l’assicurazione. E le forze militari americane offrono una certa protezione contro droni e missili iraniani.

Questa parte del piano è, oserei dire, non del tutto stupida. Chiaramente almeno una parte del petrolio riesce a uscire. L’amministrazione Trump afferma che si tratta di 8 milioni di barili al giorno, una cifra significativa se fosse vera. Sfortunatamente, questa stima proviene dai funzionari di Trump, che hanno zero credibilità, quindi è un mistero per tutti quale sia realmente il numero.

Più importante, tuttavia, è il fatto che anche una riapertura riuscita dello Stretto di Hormuz conti molto meno ora di quanto avrebbe fatto qualche mese fa. Ci sono due ragioni principali per cui porre fine al blocco iraniano dello Stretto, anche se possibile, sarà inefficace.

La prima è l’enorme portata del fallimento militare statunitense nel Golfo Persico. Non solo gli attacchi americani all’Iran non sono riusciti a rovesciare il regime, ma gli attacchi di ritorsione iraniani hanno costretto gli Stati Uniti ad abbandonare molte delle loro basi nella regione. La perdita di queste basi, unita all’esaurimento delle scorte statunitensi di intercettori e altre munizioni, significa che l’America è di fatto incapace di difendere i suoi alleati del Golfo.

Quindi cosa succederà se l’Iran riterrà che il suo blocco di Hormuz non stia facendo abbastanza danni? Può e intraprenderà azioni di escalation, attaccando gli impianti petroliferi in tutta la regione. E gli Stati Uniti potrebbero fare ben poco per fermarlo. [Questa tesi sembra una concessione alla “narrativa” trumpiana, ma non cambia l’equazione, ndr]

In secondo luogo, i prezzi dell’energia per gli utenti finali sono diventati sempre più scollegati dal prezzo del petrolio greggio. Ricordiamoci: la gente non brucia greggio, brucia benzina e diesel. E i prezzi di questi prodotti raffinati sono aumentati molto più dei prezzi del greggio. Il grafico seguente mostra il prezzo del Brent insieme al prezzo all’ingrosso del diesel e a una media ponderata dei prezzi all’ingrosso di diesel e benzina:

L’enorme premio dei prezzi dei prodotti raffinati rispetto al prezzo del greggio – il cosiddetto “crack spread” – è il risultato di una carenza globale di capacità di raffinazione (in parte causata dagli attacchi ucraini alle raffinerie russe). Quindi, anche se Bessent riuscisse a far fluire più petrolio attraverso Hormuz e a far scendere i prezzi del greggio, il disagio economico che gli americani stanno subendo alla pompa di benzina rimarrebbe elevato.

E la minaccia di Bessent di isolare economicamente l’Iran, tagliandone sia le esportazioni che le importazioni? C’è una risposta in una parola: Cina. Come ho scritto poche settimane fa, la Cina è stata la vincitrice della guerra di Trump.

È vero che la Marina americana può e ha in gran parte bloccato le esportazioni di petrolio iraniano, anche se mantenere questo blocco è più difficile di quanto possa sembrare. Dopotutto, sappiamo che la Marina è sotto forte stress, avendo letteralmente difficoltà a mantenere le forniture di cibo per i marinai e gli impianti idraulici sulle navi funzionanti.

Queste difficoltà, a loro volta, derivano in gran parte dalla perdita delle basi americane, in particolare della base in Bahrein. Tuttavia, ciò significa che l’Iran sta perdendo la sua principale fonte di entrate da esportazione. Nel 2025, tali entrate ammontavano a circa 45 miliardi di dollari.

È una bella somma dal punto di vista iraniano – circa il 7% del PIL del paese nel 2025. Tuttavia, rappresenta solo lo 0,2% circa del PIL della Cina.

Perché la Cina è rilevante? Beh, perché i cinesi stanno ovviamente traendo grandi benefici geopolitici dal pantano autoinflitto da Trump in Iran. E costerebbe loro molto poco, dal loro punto di vista, tenerci impantanati rifornendo il regime iraniano di denaro sufficiente per finanziare l’acquisto di importazioni essenziali.

Gli Stati Uniti possono bloccare anche le importazioni iraniane? No. Lucian Truscott ha scritto un ottimo articolo in cui spiega quanto sia fondamentalmente impossibile per gli Stati Uniti chiudere le moltissime vie attraverso le quali le merci possono entrare in Iran.

Nei suoi commenti di ieri, Bessent ha fatto affermazioni magniloquenti secondo cui possiamo isolare l’Iran imponendo sanzioni ai paesi e alle aziende che commerciano con il regime iraniano. Ma l’amministrazione Trump ha già imposto dazi e altre sanzioni a così tanti paesi, per così tanti presunti scopi, e ha fatto così tanti passi indietro, che la sua credibilità è esaurita.

Inoltre, l’Iran può ottenere gran parte di ciò di cui ha bisogno dalla Cina. Credete davvero che un’America indebolita possa costringere la Cina ad aiutarla a sconfiggere l’Iran? E contro gli stessi interessi strategici della Cina? Se ci credete, ho qualche titolo trentennale da vendervi…

Sì, gli Stati Uniti hanno ancora la capacità di infliggere notevoli difficoltà economiche all’Iran. Ma è solo un’altra fantasia di Trump credere di poter intimidire un regime che è già sopravvissuto alla decapitazione della maggior parte dei suoi leader, ha resistito a mesi di intensi bombardamenti e ha reagito con successo contro gli alleati statunitensi nel Golfo.

Sebbene Scott Bessent sia un vile sicofante, non è stupido. Sa sicuramente che questo patetico tentativo di fare pressione sull’Iran non solo non funzionerà, ma trasuda anche disperazione. E l’ex obbligazionista in lui saprà cosa succede quando coloro che hanno davvero le carte in mano – in questo caso la Cina – fiutano l’odore della disperazione.

Posso tranquillamente prevedere che i cinesi faranno in modo che il regime iraniano sopravviva, e si divertiranno un mondo a vedere Trump contorcersi lentamente al vento sullo Stretto di Hormuz.

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Emergenza climatica: “Il pianeta si trova ormai in acque inesplorate”

L’Agenzia meteorologica mondiale dell’Onu (Wmo) ha lanciato il suo allarme sui cambiamenti climatici da cinquant’anni a questa parte. Secondo l’ultimo rapporto della Wmo appena pubblicato, il riscaldamento delle acque superficiali dell’Oceano Pacifico tropicale, che periodicamente influenza piogge e temperature in vaste aree del mondo, nel 2026 avrà ripercussioni mai viste prima.

L’allarme è stato amplificato e diffuso dallo stesso segretario generale delle Nazioni Unite Antonio Guterres: “El Niño si sta intensificando sotto i nostri occhi, la scienza non lascia spazio a dubbi: il Pianeta si trova in acque inesplorate e queste acque si stanno riscaldando. Le temperature continuano a salire e il Mondo è minacciato da condizioni meteorologiche estreme”. A questo punto diventa impossibile sottovalutare o, peggio ancora, negare l’allarme sui cambiamenti climatici globali.

Che El Niño quest’anno sarebbe stato più forte lo si sapeva da tempo, ma ieri gli esperti dell’Onu hanno assicurato di avere ormai in mano stime più che accurate, e che il fenomeno raggiungerà una forza mai registrata prima.

L’agenzia delle Nazioni Unite prevede una probabilità prossima al 100% che El Niño, alimentato da temperature eccezionalmente elevate delle acque dell’Oceano Pacifico, persisterà fino a febbraio 2027.

Questo fattore ha già avuto ripercussioni preoccupanti quest’anno sulle materie prime agricole delle aree tropicali, contribuendo a una grave crisi alimentare nell’America Centrale.

“Se questa traiettoria continuerà – ha detto la segretaria generale della Wmo, Celeste Saulo – potrebbe essere più forte di qualsiasi evento osservato dall’inizio del nostro monitoraggio. Letteralmente fuori scala”. Un Niño molto intenso può modificare significativamente i regimi delle precipitazioni e delle temperature in tutto il Mondo e favorire eventi meteorologici estremi, come tifoni e inondazioni da un lato, o una pesante siccità dall’altro.

Il rapporto della WMO spiega che El Niño è caratterizzato da temperature superficiali oceaniche insolitamente calde nel Pacifico centrale e orientale. Il nome deriva dai pescatori e marinai peruviani che notarono una corrente calda, associata a una riduzione delle catture di pesce, e la chiamarono El Niño (“il Cristo Bambino”), probabilmente perché diventava tipicamente evidente intorno a Natale. Al contrario, un evento come La Niña è caratterizzato da temperature superficiali oceaniche insolitamente fresche nella stessa regione e da un’intensificazione dei venti superficiali predominanti da est a ovest.

Nell’Oceano Pacifico, temperature oceaniche più calde del normale di solito indicano condizioni El Niño, che si verificano quando i venti alisei da est diventano più deboli. Temperature più fresche del normale di solito indicano condizioni di La Niña, quando i venti da est diventano più forti. Durante la fase Neutrale, le temperature oceaniche nel Pacifico tropicale rimangono vicine alla norma.

La transizione tra queste fasi estreme avviene tipicamente ogni due o sette anni. Sia El Niño che La Niña iniziano generalmente a svilupparsi tra marzo e giugno e raggiungono la loro intensità massima tra novembre e febbraio.

Gli effetti di ogni evento El Niño/La Niña variano a seconda dell’intensità, della durata, del periodo dell’anno in cui si sviluppa e di come interagisce con altre modalità di variabilità climatica (come il Dipolo dell’Oceano Indiano). Non tutte le regioni del Mondo sono colpite e, anche all’interno di una regione, gli impatti possono essere diversi. Anche quando l’ENSO (cioè le fasi opposte di un modello climatico naturale) è neutrale, possono comunque verificarsi condizioni meteorologiche estreme.

L’aggiornamento WMO El Niño/La Niña pubblicato a settembre 2026 ha confermato quasi il 100% di probabilità che El Niño persista tra settembre e novembre 2026 e poi tra dicembre 2026 e febbraio 2027. Le previsioni indicano, quindi, un ulteriore rafforzamento di El Niño nei prossimi mesi, con l’evento che si rafforzerà prima di raggiungere il picco verso la fine dell’anno.

L’aggiornamento mensile sul clima stagionale globale della WMO, pubblicato il 3 settembre, conferma che un forte El Niño continua a intensificarsi costantemente e si prevede che dominerà i modelli climatici globali tra settembre e novembre 2026, aumentando la probabilità di temperature superiori alla norma in gran parte del mondo e causando cambiamenti significativi nei modelli di precipitazione. Unito a oceani globali eccezionalmente caldi e alla probabilità di un dipolo positivo nell’Oceano Indiano, si prevede che El Niño influenzerà i modelli meteorologici in molte parti del Mondo nei prossimi mesi.

I negazionisti dei cambiamenti climatici continueranno a fare danni al Pianeta e all’umanità, soprattutto quando si trovano ai posti di comando nei luoghi decisionali. La supremazia della logica del business su tutti gli altri aspetti vuole liquidare tutto nella normale amministrazione, ma non è più così. Non riescono e non vogliono immaginare soluzioni diverse dalle uniche che hanno in mente e che hanno attuato per decenni, ma per questo stanno conducendo il Pianeta all'infarto ecologico e sono responsabili di danni permanenti, in alcuni casi forse irreparabili.

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L’intelligenza artificiale nella nuova riflessione politica cinese

Governare la macchina

Chi discute soltanto la velocità della corsa lascia ad altri la scelta della meta, conviene tenerlo presente. Mentre l’Occidente misura il progresso IA in parametri di prestazione e affida alle stesse imprese che costruiscono i modelli anche il compito di stabilire a cosa debbano servire, dalla Cina arriva una valutazione della tecnica più meditata, che ne considera insieme le conseguenze sociali, politiche, economiche e di civiltà.

Dall’inizio di luglio a oggi la Scuola Centrale del Partito ha ospitato sulla propria testata teorica, Study Times (学习时报), una fitta produzione di saggi ed editoriali intorno all’intelligenza artificiale e alla trasformazione digitale. Ne ho esaminati oltre trenta, alcuni anteriori alla conferenza di Shanghai: non, dunque, testi nati a commento del discorso di Xi Jinping, ma materiali che mostrano come quel discorso si sia innestato su un lavoro teorico già in corso, dandogli visibilità e coerenza politica.

Nessuno di essi vale come pronunciamento ufficiale; proprio per questo riesce istruttivo leggerli insieme, perché compongono una trama capace di restituire il modo in cui una parte rilevante del pensiero cinese sta collocando la macchina dentro un’idea generale di sviluppo.

In questo quadro va letta anche l’immagine scelta da Xi il 17 luglio, aprendo la World Artificial Intelligence Conference: un cavallo di razza chiamato a correre veloce conservando un’andatura sicura. La metafora impegna assai più di quanto lasci intendere, poiché attribuisce alla politica il compito di liberare la potenza della tecnica senza cederle la definizione dei fini.

Attorno a quell’immagine si raccoglievano questioni molto concrete: la convivenza con macchine capaci di decidere, le conseguenze etiche dell’ingresso dell’algoritmo nei processi decisionali e il rischio che una diffusione diseguale produca ingiustizie storiche inedite; profili che nel dibattito occidentale tendono spesso a passare in secondo piano rispetto all’urgenza della competizione.

Il patto disciplinare

La distanza si coglie bene sull’altra sponda del Pacifico. Nel luglio dello scorso anno la Casa Bianca aveva scelto un titolo che rinunciava a ogni ambiguità, Winning the AI Race, disponendo la politica americana lungo tre assi che andavano dall’accelerazione dell’innovazione alla costruzione delle infrastrutture, fino all’esportazione dell’intera produzione nazionale, processori e standard compresi, come strumento di proiezione globale.

Nel corso del 2026, quell’impostazione ha assunto una forma più nuda. L’iniziativa “Pax Silica” organizza filiere tecnologiche riservate a paesi selezionati e una bozza del Dipartimento di Stato riportata da Reuters il 14 agosto lascia intravedere il passo successivo ossia un blocco tecnologico guidato da Washington che chiederebbe ai firmatari di rinunciare ad accordi concorrenti con la Cina.

Si tratta ancora di una bozza, eppure la logica del patto disciplinare vi appare compiuta, perché l’egemonia tecnologica smette di accontentarsi del primato e pretende una scelta di campo.

L’Italia vi ha aderito il 31 luglio quasi senza dibattito, mentre la cronaca politica si consumava nella mediocrità delle sue schermaglie quotidiane. Dentro quel rumore minore si è materializzata un’ipoteca sui margini futuri di sviluppo del paese e sulla sua autonomia politica.

La Commissione europea, d’altro canto, aveva sottoscritto il medesimo patto poco più di un mese prima, invocando una tech sovereignty che regge parecchio male alla prova della logica, giacché cercare sovranità dentro l’ecosistema voluto dalla potenza dominante equivale a chiamare autonomia ciò che si configura come servile dipendenza.

Fra i firmatari figura inoltre Israele, convenuto davanti alla Corte internazionale di giustizia nel procedimento per genocidio a Gaza, e se una simile pendenza lascia intatta la qualifica di partner di fiducia si comprende di quale materia siano fatti i valori del nuovo spazio tecno-geopolitico occidentale.

Il mezzo e il fine

La riflessione emergente negli scritti di Study Times si colloca da tutt’altra parte. Un articolo di Li Xiaofang porta un titolo che riassume l’intero corpus, La digitalizzazione è un mezzo, non un fine, e riconosce tre modi in cui l’informatizzazione amministrativa tradisce il proprio scopo.

Chiama paesaggismo digitale l’investimento in cruscotti luminosi costruiti per essere mostrati durante le ispezioni più che per servire a chi lavora. Descrive poi l’ossessione della tracciabilità, dove ogni passaggio deve lasciare un dato registrabile e la valutazione finisce per premiare l’indicatore di processo a scapito del risultato, con personale impegnato soprattutto ad alimentare i sistemi che dovrebbero misurarlo.

Individua infine una fatica digitale che nasce meno dall’avversione alla tecnologia e molto più dalla condizione di chi riceve compiti sempre più dettagliati e rigidi che comprimono la discrezionalità e causano squilibrio fra responsabilità e mezzi.

Un ulteriore contributo pubblicato lo stesso giorno spinge l’analisi più a fondo, osservando che l’algoritmo ridistribuisce il potere dentro l’amministrazione, poiché i livelli superiori guadagnano un controllo continuo mentre chi opera in basso perde il margine di giudizio che i conflitti locali richiederebbero.

La macchina riproduce inoltre le disparità depositate nei dati che la addestrano, così che i divari fra città e campagna si convertono in svantaggi sistematici nell’accesso ai servizi e dall’opacità del calcolo nasce un problema di fiducia destinato a diventare presto giuridico, dal momento che il funzionario resta l’esecutore finale di raccomandazioni che non sa spiegare.

Colpisce che una simile riflessione provenga dall’ambiente teorico della Scuola Centrale, cioè dal luogo che avrebbe il maggiore interesse a celebrare l’efficienza dell’apparato che quelle tecnologie promettono di modernizzare.

Il rilievo acquista senso accanto all’immagine del cavallo, che Zhu Baofeng svolge fino alla formula del regolare dentro lo sviluppo e sviluppare dentro la regolazione. Ne discende il rifiuto tanto del vuoto quanto dell’eccesso normativo, con uno spazio di sperimentazione riservato ai settori di frontiera e regole più strette dove la tecnologia è matura e il rischio elevato. La sicurezza smette in tal modo di intervenire a valle per correggere gli effetti, essendo già incorporata nelle condizioni che rendono possibile l’innovazione.

Sarebbe affrettato ricavarne un disinteresse per le forme più avanzate della tecnica. Yu Xiaohui descrive il passaggio all’intelligenza artificiale generale come un problema di dati prima che di modelli, poiché gli archivi statici raccolti in rete non bastano a un’intelligenza chiamata a decidere e a eseguire, e la raccolta va perciò estesa allo spazio fisico con i suoi cicli di percezione, azione e correzione.

Il futuro della macchina viene preso molto sul serio, salvo che il modo di pensarlo cambia in radice, perché l’intelligenza generale compare come traiettoria di ricerca e di ingegneria e mai come destino della tecnica o come soggetto destinato a subentrare alla storia umana. La macchina sceglierà i mezzi con autonomia crescente, mentre la decisione su quali fini siano legittimi rimarrà esterna a essa.

La formulazione più alta si deve a Xiang Yong, preside dell’Istituto per le Industrie Culturali dell’Università di Pechino, secondo il quale la macchina integra conoscenze e genera soluzioni con una potenza che eccede quella del singolo restando però fondata sull’induzione statistica e sulla riorganizzazione di un sapere già disponibile.

Il perché creare e il significato dell’azione rimandano all’esperienza vissuta e alla coscienza etica, sicché agli esseri umani spetta indicare la direzione e alle macchine estendere lo spazio delle possibilità, ove il confine decisivo passa per il valore assai prima che per la capacità.

La forza produttiva

Il lessico delle forze produttive attraversa tutti i testi e colloca l’intelligenza artificiale dentro una tradizione che pensa la tecnologia in rapporto alla struttura materiale della società, cosa che il dibattito euroamericano ha smarrito da tempo.

La formula più efficace riprende un’indicazione di Xi, per cui la ricerca originale porta da zero a uno e il compito successivo consiste nell’allungare quell’uno lungo l’ingegneria, l’industrializzazione, le norme e l’ecosistema, fino a farne produttività reale.

Il problema non riguarda la scarsità dei risultati, dato che modelli e prototipi aumentano mentre pochi superano la maturazione su scala pilota e la verifica ingegneristica. La Cina riconosce senza reticenze le proprie insufficienze nella ricerca fondamentale e nei software industriali di fascia alta e ricorda a se stessa che la scoperta costituisce soltanto una porzione del potere tecnologico, perché standard, brevetti e diffusione industriale decidono quanto a lungo un vantaggio sopravviva.

Da questa diagnosi nasce la richiesta di riformare la valutazione della ricerca, poiché titoli accademici e indici bibliometrici hanno favorito la crescita scientifica del paese ma rischiano ora di alimentare comportamenti autoreferenziali; si domanda perciò di misurare la qualità e la capacità di trasformazione dei risultati, lasciando spazio al giudizio di chi quelle tecnologie dovrà impiegare.

La critica arriva così a investire l’amministrazione della scienza, con l’invito a riconoscere autonomia ai ricercatori, a sostenere programmi lunghi e rischiosi e a costruire un ambiente nel quale il fallimento non cancelli la possibilità di riprovare.

Anche il rapporto fra Stato e mercato risulta più complesso dell’immagine di una tecnologia diretta dall’alto, dato che Xi parla di un mercato efficiente insieme a un governo capace di funzionare.

Gli scritti di Study Times affidano alle imprese l’individuazione dei problemi industriali e la trasformazione dei risultati, discutendo di capitale di rischio, di investimenti pazienti e di proprietà dei dati, mentre al governo competono le infrastrutture e la ricerca di lungo periodo, la correzione dei fallimenti di sistema e il coordinamento di attori che, lasciati a se stessi, produrrebbero ridondanze o perderebbero di vista l’interesse generale.

Il mercato conserva dunque un ruolo chiave per investimenti e iniziative imprenditoriali, ma dentro una direzione politica dello sviluppo: esattamente la possibilità che il pensiero economico europeo ha smesso di considerare praticabile.

La stessa logica attraversa la questione dei dati, dove la contraddizione principale si è spostata dalla quantità insufficiente all’assenza di un sistema d’offerta, giacché i materiali industrialmente più preziosi restano chiusi in silos privi di standard comuni e la competizione si sposta perciò sulla capacità di organizzarli.

A marzo la Cina contava oltre 116.000 dataset di alta qualità e, per la prima volta, i dati impiegati nell’inferenza [1] superavano quelli dell’addestramento, indice del passaggio dalla stagione dei modelli alla loro diffusione nei processi reali.

Il costo materiale entra a sua volta nel campo strategico: nel 2025 i centri di calcolo hanno consumato circa 196 miliardi di chilowattora con una crescita del diciotto per cento in un anno e per questo la capacità computazionale viene di conseguenza pianificata insieme al sistema elettrico che deve sostenerla.

La potenza di elaborazione segue l’elettricità: si colloca dove l’energia rinnovabile è più abbondante e sposta i carichi fra regioni e fasce orarie in base alle condizioni della rete. In questo modo il calcolo diventa una risorsa regolabile, l’energia entra nella politica dell’intelligenza artificiale e l’impronta carbonica si presenta come un problema industriale prima ancora che come un capitolo della comunicazione aziendale.

Dove la responsabilità non si delega

Il banco di prova più delicato rimane il lavoro. Oltre ottanta milioni di persone lavorano già nelle forme di impiego nate attorno alle piattaforme, dentro una forza lavoro che supera i quattrocento milioni, e sono algoritmi a fissare le tariffe e a valutare le prestazioni.

Study Times ne ricava proposte concrete che vanno dalla trasparenza delle regole algoritmiche fino alla partecipazione dei lavoratori nella loro definizione, muovendo dal principio che quando il comando assume forma algoritmica anche la tutela deve imparare a raggiungere l’algoritmo. Il confronto con il diritto del lavoro europeo riesce poco lusinghiero per noi.

Lo stesso criterio vale in sanità, dove la diagnosi assistita e il triage vengono incoraggiati a condizione che la decisione clinica finale resti attribuibile a un medico, con revisione costante degli algoritmi e consenso esplicito del paziente quando i suoi dati alimentano l’addestramento. Una decisione sulla salute contiene elementi che eccedono la valutazione statistica.

Quattro condizioni della sovranità

L’attenzione ai fini si mostra anche quando la discussione passa alla cultura. La macchina ricostruisce affreschi, reinterpreta opere antiche e allarga l’accesso ai musei, cosicché la modernizzazione assume una relazione particolare con il tempo storico, dove il nuovo vale anche nella misura in cui permette al passato di conservare una forza attuale.

Dietro questa politica culturale si annida però una questione più vasta, poiché l’output di un modello riorganizza e amplifica le strutture di conoscenza depositate nell’addestramento e nutrirsi a lungo di lingue e valori altrui influenza in modo sottile i modelli cognitivi di chi lo usa.

Da qui la richiesta di basi linguistiche proprie insieme a dataset capaci di rappresentare civiltà differenti, richiesta che in Occidente non sembra sia stata formulata con altrettanta chiarezza malgrado la nostra situazione sia esattamente quella descritta.

La questione conduce alla sovranità, che Liu Dian articola in quattro condizioni. L’autonomia risponde alla domanda se si sia in grado di funzionare rispetto alla mutevolezza dell’ambiente esterno. La completezza esige che potenza di calcolo, dati, modelli, applicazioni e governance stiano dentro un disegno unico, perché un vantaggio locale non compensa mai una vulnerabilità sistemica. La sicurezza definisce i confini operativi e la cultura àncora l’orientamento di valore, sicché una buona prestazione ottenuta sopra un cloud controllato altrove, con modelli dipendenti da un ecosistema esterno e dati che scorrono in una sola direzione, resta strutturalmente fragile per quanto brillino le metriche.

Lo stesso articolo mette però in guardia dalla lettura autarchica, giacché recidere i legami internazionali rallenterebbe l’iterazione degli algoritmi e allargherebbe i divari di prestazione e l’apertura entra pertanto nella costruzione della sovranità a patto che lo scambio non generi dipendenze trasformabili in ricatto.

Persino la nozione di sicurezza viene delimitata con cautela, poiché una sua estensione eccessiva ostacolerebbe i flussi legittimi di dati, la collaborazione open source e lo scambio scientifico. Difficile non leggervi una risposta alla tendenza americana a dilatare la sicurezza nazionale fino a farne il principio ordinatore della circolazione tecnologica mondiale.

Perché far correre la macchina

La distanza dalla Pax Silica si rivela allora più profonda di una rivalità fra blocchi. La strategia americana organizza una gerarchia di accesso al proprio ecosistema e salda tecnologia, standard e appartenenza geopolitica in un vincolo unico, mentre nei testi cinesi l’indipendenza viene associata all’apertura.

Qi Huaigao giudica impraticabile la riproduzione dello schema della Guerra fredda, per l’intreccio delle catene industriali e per la natura transnazionale dei rischi, e propone canali permanenti di dialogo dentro una competizione che resterà intensa.

A Shanghai Xi ha rifiutato l’estensione arbitraria della sicurezza nazionale, ha attribuito alle Nazioni Unite un ruolo centrale e ha presentato l’accesso all’intelligenza artificiale come questione di equità internazionale, mentre la Cina promuoveva la World Artificial Intelligence Cooperation Organization con collaborazioni che vanno dall’ASEAN ai BRICS e annunciava cinquemila opportunità di formazione in cinque anni.

Sarebbe ingenuo scambiare queste formulazioni per la prova della loro realizzazione. La diffusione di infrastrutture e standard cinesi può a sua volta produrre dipendenze asimmetriche, mentre l’insistenza sulla sovranità culturale lascia aperta la questione di chi definisca i valori incorporati nella tecnologia.

Anche la critica all’algoritmo che riduce i margini di giudizio rimanda a un problema più generale: il rapporto fra automatizzazione, responsabilità amministrativa e decisione politica. I testi di Study Times interessano proprio perché quelle tensioni affiorano al loro interno invece di essere rimosse, il che costituisce già una differenza rispetto alla “letteratura promozionale” con cui da noi si accompagna ogni nuova versione di un modello.

Resta una differenza che va riconosciuta per quello che è. Nella strategia americana la competizione viene dichiarata apertamente come corsa al dominio, con la volontà di fare dello stack statunitense lo standard mondiale, mentre l’Europa insegue un’improbabile sovranità dentro quella stessa architettura e l’Italia vi ha appena firmato l’adesione.

Nei testi cinesi la competizione è altrettanto presente e talvolta durissima, eppure l’orizzonte entro cui viene pensata rimane più largo della gara fra modelli, perché la produzione e l’energia, il lavoro e il diritto, l’amministrazione e la cultura entrano nella medesima riflessione, e la macchina viene trattata come una forza destinata a modificare l’organizzazione sociale nel suo complesso.

La sua potenza non costituisce di per sé un criterio di progresso, tanto che perfino l’ambizione di un’intelligenza artificiale sovrana riguarda la sovranità della società sulla propria infrastruttura e mai una sovranità attribuita alla macchina.

I testi cinesi esaminati obbligano a vedere ciò che nel nostro dibattito resta spesso fuori campo e lontanissimo da un’opportuna consapevolezza generale: la domanda sui fini della tecnologia, sulle infrastrutture che la sostengono e sui rapporti sociali che essa contribuisce a produrre.

Sarebbe già molto recuperare l’idea che una tecnologia si giudica dalla forma di società che contribuisce a produrre e trarne le conseguenze pratiche, ossia infrastrutture di calcolo sottratte alla proprietà di tre-quattro società americane, un regime dei dati che ne riconosca la natura di deposito collettivo, una contrattazione capace di raggiungere l’algoritmo là dove ormai risiede il comando e una valutazione della ricerca che premi la trasformazione dei risultati anziché la loro contabilità.

Tutto questo esige qualcosa che alle nostre classi dirigenti manca assai più delle risorse: l’idea che una società possa ancora darsi fini propri e orientare verso di essi le proprie capacità collettive.

Rimane forse questo il tratto più istruttivo dell’intera vicenda. Davanti a tecnologie capaci di apprendere, pianificare e agire con autonomia crescente, la questione decisiva sfugge alla fascinazione per la prestazione, perché governare la macchina significa conservare la capacità collettiva di stabilire a quale sviluppo debba servire, quali limiti debba rispettare e quali forme di vita valga la pena costruire attraverso la sua potenza.

La domanda torna in tal modo a coincidere con una domanda antica della politica, quella che chiede quale società saprà decidere perché far correre quel cavallo, in quale direzione e a vantaggio di chi.

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[1] L'inferenza è il processo logico attraverso il quale si ricava una conclusione partendo da una o più premesse o da un insieme di dati osservati.
In termini semplici, è l'atto di "trarre una conclusione" che non è esplicitamente dichiarata, ma che deriva logicamente dalle informazioni già disponibili.

La sentenza della Corte europea che sfida il cappio delle sanzioni Usa

Essere sottoposti a sanzioni dagli Stati Uniti e finire iscritti nelle famigerate “liste nere” dell’Ufficio per il controllo dei beni stranieri in seno al dipartimento del Tesoro americano (Ofac) non autorizza in alcun modo le banche europee a negare automaticamente a un potenziale correntista l’apertura di un conto senza aver prima svolto un’accurata valutazione individualizzata del presunto rischio di riciclaggio o di finanziamento del terrorismo. Lo ha stabilito la Corte di giustizia dell’Unione europea (quarta sezione) con una storica sentenza dell’11 giugno di quest’anno sul caso di L.H. (le iniziali della persona coinvolta) contro una banca slovena.

Largamente ignorato nel dibattito pubblico, il pronunciamento dà ragione a Francesca Albanese, Relatrice speciale delle Nazioni Unite sulla situazione dei diritti umani nei Territori palestinesi occupati dal 1967, colpita nel luglio 2025 dall’amministrazione Trump, e in particolare dal suo segretario di Stato, Marco Rubio, perché rea – lei che è incensurata – di aver fatto i nomi delle imprese, banche, assicurazioni, fondi pensione e università coinvolte prima nell’economia dell’occupazione e poi in quella del genocidio.

Albanese è stata inclusa in un draconiano pacchetto di sanzioni introdotto nel febbraio 2025 tramite uno dei primi ordini esecutivi firmati da Donald Trump e indirizzato contro la Corte penale internazionale (Cpi). I giudici “responsabili” di aver attentato alla “fiorente democrazia” (sic) israeliana sono stati iscritti nella blacklist dell’Ofac e sono stati tagliati fuori dal circuito finanziario internazionale in pugno a Washington, finendo condannati a far scattare alert antiriciclaggio e con la vita rovinata (si leggano le testimonianze del giudice francese della Cpi, Nicolas Guillou, considerato un “target” dal duo Trump-Rubio).

Proprio un anno fa, nel settembre 2025, la Relatrice speciale ha denunciato in Senato gli impatti materiali di queste sanzioni, segnalando di non aver potuto aprire un conto in Italia nemmeno con Banca Etica. La sovranità economica e finanziaria dell’Unione europea ne è uscita a pezzi. Il Governo Meloni non ha mai proferito una parola in sostegno di una cittadina messa nel mirino e si è ben guardato dal chiedere alla Commissione von der Leyen di attivare uno strumento di cui già dispone per neutralizzare gli effetti più nefasti delle sanzioni trumpiane contro la Corte penale internazionale (e non solo). Ovvero il Regolamento 2271 del 1996 (“Regolamento di blocco”), introdotto 30 anni fa proprio per proteggere singoli e aziende dagli effetti extraterritoriali delle sanzioni imposte da Paesi non europei, Stati Uniti in particolare (nel 1996 Washington colpiva Cuba, Iran e Libia, la solita storia).

Come abbiamo già scritto su Altreconomia, l’ultimo aggiornamento a quel Regolamento risale al 2018: perché non ampliare il novero degli atti normativi extraterritoriali elencati ai quali si applicano le misure di protezione di cui al regolamento includendo il draconiano “pacchetto Trump” che colpisce i giudici “non allineati” della Corte penale internazionale? La Commissione europea ha fatto il morto e così il governo italiano. Stendiamo un velo pietoso sulla Banca d’Italia, che a precisa richiesta si è sempre rifiutata di esplicitare il proprio punto di vista.

Il nodo è senza dubbio istituzionale ma le singole banche potrebbero giocare un ruolo determinante. Nel marzo 2026, durante un webinar organizzato dal gruppo dei dipendenti di Banca d’Italia per la Palestina, la Relatrice Albanese si è detta delusa da Banca Etica: “In fin dei conti nessuno se la sente di assumersi il rischio di sfidare una situazione illegale, immorale e irresponsabile come quella di sanzionare un esperto tecnico delle Nazioni Unite”. Ne è scaturito un acceso confronto in diretta con il direttore di Banca Etica, Nazzareno Gabrielli, che si è difeso dalle accuse di lassismo sostenendo di non voler esporre il proprio istituto a una “multa da un miliardo di euro” qualora avesse violato le sanzioni statunitensi. “Gli operatori finanziari – ha dichiarato – non hanno alternativa”.

Per Albanese quell’incubo non è ancora finito. Rimossa dalla “Specially designated nationals and blocked persons list” dell’Ofac il 20 maggio dopo una sentenza di un giudice federale (Richard Leon, Washington) che ha dato a lei ragione e torto a Trump, è stata nuovamente iscritta appena una settimana più tardi. Motivo? L’amministrazione ha fatto appello e ha rivendicato il diritto a riattivare sanzioni evidentemente illegali, punitive e peraltro rivolte contro una persona che non ha commesso alcun crimine.

In questo quadro di violenza e prevaricazione precipita la sentenza della Corte di giustizia dell’Unione europea dell’11 giugno sul caso L.H. contro la banca slovena Otp banka. La vicenda ha inizio nell’ottobre 2017, quando il ricorrente tenta senza successo di pagare a una stazione di benzina di Lubiana attraverso il conto della moglie, aperto presso la banca Otp. L’istituto di credito lo rimbalza e nella lettera relativa al blocco adduce presunti obblighi di legge in materia di prevenzione del riciclaggio e del finanziamento del terrorismo. Tra queste misure, sostiene la banca, ci sarebbe anche il rispetto delle restrizioni imposte dall’Ofac statunitense. L.H. non ci sta e sfida il sistema. Prima fa causa per il blocco del pagamento e poi, nel marzo 2022, chiede direttamente alla Otp di aprire a nome suo, nemmeno della moglie, un conto di pagamento “base”. Presenta il documento di identità ma l’istituto si rifiuta, negandogli anche una motivazione scritta.

La palla finisce al Tribunale cantonale di Maribor, il quale sospende il procedimento e spedisce gli atti alla Corte di giustizia dell’Ue, sottoponendole quattro questioni fondamentali. La prima: chiarito che la Procura generale specializzata della Repubblica di Slovenia aveva archiviato già nel 2015 la causa che aveva portato all’emissione di un mandato di arresto internazionale nei confronti di L.H. e che questo “non è stato condannato in alcun’altra parte del mondo per il reato a causa del quale il suo nome è inserito nell’elenco dell’Ofac”, possono gli Stati membri dell’Ue imporre alle banche di respingere la richiesta di aprire un conto solamente sul mero inserimento nelle liste Ofac? Se sì, c’è un’eccezione se il potenziale correntista non risulta condannato da nessuna parte per il reato contestato? E poi: negare il diritto fondamentale a un conto in banca solo sulla base delle liste Ofac viola il diritto alla presunzione di innocenza? E negare l’apertura del conto a un incensurato che viene infilato nelle liste Ofac calpesta il diritto alla presunzione di innocenza?

I giudici europei sono stati netti e silenti allo stesso tempo. Netti perché hanno chiarito che la normativa europea (Direttive 2014/92 e 2015/849) “non prevede che l’inserimento in un elenco dell’Ofac o in qualsiasi altro elenco della stessa natura redatto da un Paese terzo comporti automaticamente il divieto per un ente creditizio di avviare un rapporto d’affari con il cliente interessato”. E poi perché hanno sottolineato che il presupposto di un “approccio basato sul rischio” è una “adeguata verifica della clientela”, con il “ricorso all’adozione di decisioni basate su prove”. Le liste Ofac sono quindi descritte come un possibile “fattore di rischio” da incrociare però con l’applicazione di “misure rafforzate di adeguata verifica”. Senza quella ponderazione tutto cade. La nettezza, però, finisce qui, perché la Corte ha ritenuto di non dover rispondere alle altre tre questioni formulate dai giudici sloveni “in quanto esse sono state sollevate solo nell’ipotesi in cui la risposta alla prima (l’automatismo del blocco, ndr) fosse stata affermativa”.

Resta quindi una controproducente cortina di incertezza su quello che è uno dei più grandi scandali economici e finanziari: un gruppo di potere al governo di un Paese terzo che tenta illegalmente di spezzare la schiena di chi osa dire, in maniera documentata e da posizione autorevole, che il re è nudo e che artefici e complici del genocidio in Palestina hanno nome, cognome, codice fiscale e partita Iva. Questo è un conto che rimane aperto.

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Congo, l’Ebola corre più veloce dei soccorsi: oltre tremila morti

Quando l’epidemia è stata ufficialmente dichiarata, il 15 maggio, il virus aveva probabilmente già accumulato mesi di vantaggio. Oggi, meno di quattro mesi dopo, la Repubblica Democratica del Congo conta 6.186 casi confermati di Ebola e 3.007 morti. È la più grande e la più letale epidemia mai registrata nel Paese e la seconda più mortale nella storia, superata soltanto da quella che tra il 2014 e il 2016 uccise oltre 11 mila persone in Guinea, Liberia e Sierra Leone.

Ma il numero che spiega forse meglio la gravità di ciò che sta accadendo non è quello dei contagi. È un altro: circa il 60% delle persone che muoiono non arriva mai in un centro di cura. Muoiono nelle case, nei villaggi, lontano dai sanitari e spesso senza essere state inserite nelle liste dei contatti di un caso già conosciuto. Per l’Organizzazione mondiale della sanità ogni morte di questo tipo significa che esiste una catena di trasmissione che le autorità non hanno ancora individuato. “L’epidemia è lontana dall’essere sotto controllo”, aveva avvertito ad agosto il direttore generale dell’Oms Tedros Adhanom Ghebreyesus.

Il focolaio è partito dall’Ituri, nel nord-est del Congo, una delle regioni più instabili del Paese. Inizialmente era concentrato nella zona sanitaria di Mongbwalu, ma in tre mesi si è allargato a sessanta zone sanitarie distribuite in sei province: Ituri, Nord Kivu, Sud Kivu, Haut-Uélé, Tshopo e Bas-Uélé. Al 26 agosto, l’ultimo aggiornamento dettagliato dell’Oms, l’Ituri da solo contava 4.802 casi confermati. Da allora i numeri hanno continuato a salire.

È proprio qui che un’epidemia già difficile da contenere incontra una crisi che dura da decenni. Nell’est della Repubblica Democratica del Congo operano gruppi armati, milizie comunitarie e formazioni ribelli; intere aree sfuggono al controllo dello Stato, le strade sono insicure e migliaia di persone vengono periodicamente costrette a lasciare le proprie case. A luglio, soltanto nell’Ituri, fonti locali citate dalle Nazioni Unite riferivano di decine di civili uccisi o rapiti e di diverse migliaia di nuovi sfollati. L’accesso umanitario resta intermittente proprio nelle zone in cui fermare il virus richiederebbe invece la capacità di raggiungere rapidamente ogni villaggio, individuare ogni malato e ricostruire tutti i suoi contatti.

Ebola non si trasmette con la facilità di un virus respiratorio. Serve il contatto diretto con il sangue o altri fluidi corporei di una persona infetta, viva o morta. Per spezzare la trasmissione servono quindi strumenti che in teoria sono ben conosciuti: individuazione rapida dei casi, isolamento, tracciamento dei contatti, protezione dei sanitari e sepolture sicure. Ma sono esattamente queste procedure a diventare fragili quando le persone si spostano per fuggire dai combattimenti, gli operatori non possono raggiungere alcune aree e i malati arrivano troppo tardi negli ospedali.

La risposta è complicata ulteriormente dal virus responsabile di questa epidemia. Non si tratta della specie Zaire, contro la quale negli ultimi anni sono stati sviluppati vaccini e terapie efficaci, ma del più raro Bundibugyo. Per questa forma della malattia non esistono al momento né un vaccino né un trattamento specifico approvati.

Alla fine di agosto il Congo ha cominciato a vaccinare gli operatori sanitari con Ervebo, il vaccino già utilizzato contro l’Ebola provocata dalla specie Zaire. Ma è una misura sperimentale: l’Oms afferma che non esistono ancora prove sufficienti per stabilire se protegga realmente gli esseri umani dal Bundibugyo. Sono state messe a disposizione inizialmente 70 mila dosi, 20 mila delle quali destinate a uno studio clinico e 50 mila agli operatori in prima linea. Il 1 settembre l’Oms ha ribadito che l’eventuale protezione incrociata resta da dimostrare e che il vaccino dovrebbe essere utilizzato nell’ambito di protocolli di ricerca.

Sono in corso anche sperimentazioni sui trattamenti. L’Oms sta studiando diversi anticorpi monoclonali e antivirali, mentre per la prima volta due vaccini progettati specificamente contro il Bundibugyo sono entrati nella fase di sperimentazione sull’uomo. Ma il tempo della ricerca non coincide con quello dell’epidemia. Alla fine di luglio i casi confermati erano poco più di 3.600 e i morti 1.587. Il 26 agosto erano diventati 5.794 e 2.786. Una settimana dopo le vittime hanno superato quota tremila.

Anche il sistema sanitario sta mostrando tutte le proprie fragilità. In alcune delle aree colpite gli operatori hanno scioperato per il mancato pagamento degli stipendi, mentre mancano posti letto e strutture adeguate. Medici Senza Frontiere ha aperto alla fine di agosto un nuovo centro di trattamento nell’est del Paese proprio per aumentare una capacità di ricovero ormai insufficiente.

Il problema non riguarda soltanto il Congo. Il virus ha già attraversato i confini. L’Uganda ha registrato venti casi e due morti prima di riuscire a interrompere la trasmissione; casi importati sono stati individuati anche in Europa. Alla fine di agosto l’Oms continuava a considerare l’epidemia un’emergenza sanitaria di interesse internazionale e avvertiva che il rischio di nuove esportazioni del virus rimane concreto, soprattutto lungo le frontiere terrestri attraversate quotidianamente attraverso decine di passaggi informali.

Nell’Ituri, intanto, la vita continua in una condizione che riassume bene il paradosso dell’intera emergenza. A Bunia, epicentro dell’epidemia, le scuole hanno riaperto tra le proteste di genitori e insegnanti. In molte strutture manca persino l’acqua corrente necessaria per applicare le più elementari misure di prevenzione. Per i bambini sotto i cinque anni la mortalità registrata è particolarmente alta.

Il Congo conosce Ebola meglio di quasi ogni altro Paese al mondo: questa è la diciassettesima epidemia registrata sul suo territorio. Proprio l’esperienza accumulata negli ultimi decenni aveva permesso di contenere altri focolai molto più rapidamente. Questa volta però il virus è arrivato con mesi di anticipo sulla risposta, è di una specie contro la quale gli strumenti disponibili sono ancora sperimentali ed è entrato in alcune delle regioni più fragili e violente del Paese.

Il risultato è che mentre la scienza cerca il vaccino giusto e le squadre sanitarie inseguono le catene di contagio, l’epidemia continua a trovare persone che muoiono prima ancora che qualcuno sappia che erano malate.

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