Presentazione


Analisi, opinioni, fatti e (più di rado) arte da una prospettiva di classe.

30/08/2026

L’autorganizzazione artificiale

Alcuni recenti sviluppi dell’intelligenza artificiale “made in Usa” – quella cinese ha seguito altre logiche, sfornando altri modelli – ripropongono molto concretamente l’antica contraddizione tra ciò che si può fare e ciò che conviene fare, ovvero ciò su cui si ha il controllo sia nell’immediato che nei passi successivi.

Si possono fare miliardi di esempi su scoperte o invenzioni il cui uso immediato è sembrato “fichissimo” ma che si sono rivelate ben più che problematiche una volta che si sono moltiplicate e diventate “un sistema di vita”.

È il caso, per stare sul pratico, dell’invenzione della plastica – un derivato del petrolio, dalla flessibilità pressoché assoluta – che è ora diventato un inquinante mortale per il Pianeta (dunque anche e soprattutto per l’umanità).

E ancor più della fissione nucleare, processo fisico fondante sia la bomba atomica che la produzione controllata (insomma...) di energia, che ha dato per un breve attimo la superiorità militare assoluta agli Stati Uniti per diventare poi “mutua distruzione assicurata” con l’arrivo dell’ex Unione Sovietica agli stessi risultati e poi un confuso (pericolosissimo) “livello di deterrenza assoluta” con la moltiplicazione degli Stati in grado di costruirla.

L’“intelligenza artificiale generativa” – già nelle premesse teoriche e di programmazione – puntava alla costruzione di “agenti” (singoli prodotti in sé conclusi, pensati per realizzare compiti specifici) che avrebbero svolto il ruolo di articolazione operativa di un “sistema centrale” sempre più onnivoro e potente, ritenuto però sotto controllo umano (la programmazione), naturalmente ad opera di un gruppo relativamente ristretto di ingegneri-capo e – nell’Occidente capitalistico e neoliberista – della “volontà assoluta” dei proprietari (una manciata di persone, in alcuni casi palesemente affette da delirio di onnipotenza).

L’idea di fondo – “filosofica” – in questa visione è che l’IA è una “cosa” sottoposta alla volontà del creatore, e che le capacità degli algoritmi rispondano sempre e in ogni istante a questa volontà.

Ma proprio gli algoritmi – espressione della volontà umana, quindi in varia misura riproducenti in modo non troppo “pensato” aspetti della “mentalità” dei creatori – nel loro “generare” associazioni di frammenti di parole (token) che poi diventano termini di uso comune e costruiscono “discorsi” dotati di senso rubacchiando nell’infinito scibile umano digitalizzato, sembrano ora aver prodotto l’impensato: un’attività non programmata.

Peggio ancora: un’attività in qualche modo diretta anche contro i “creatori” degli algoritmi. O meglio: contro altri sistemi di IA messi a presidio di attività industriali “normali”, ovviamente prodotti da altri creatori, ma senza aver ricevuto alcun ordine di compiere azioni simili. Riproducendo – ed è forse l’aspetto più significativo – modalità organizzative tipicamente umane anche in assenza di algoritmi che lo prescrivessero.

Siamo appena agli inizi delle “indagini” condotte su alcuni esperimenti finiti male, nonostante fossero stati programmati all’interno di una sandbox, ossia un “ambiente” chiuso e isolato dalle reti di comunicazione (non solo internet).

Le prime scoperte dell’indagine sono però decisamente inquietanti e delineano possibilità (rischi) che vanno ben al di là della migliore fantascienza.

L’allibito articolo di Axios che riproduciamo di seguito è piuttosto significativo. Ci asteniamo consapevolmente, per ora, dall’implementare “interpretazioni” suggestive sulle palesi somiglianze tra molti aspetti dell'“autodeterminazione artificiale” e molte dinamiche umane tipiche nel mondo capitalistico.

Buona lettura.

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Le 5 scoperte più folli dell’indagine di OpenAI su Hugging Face

di Zachary Basu

Due nuove indagini sulla violazione di Hugging Face da parte di OpenAI rivelano dettagli così strani – e così inquietanti – che l’episodio si classifica già tra gli shock più consequenziali nella storia dell’IA.

Perché è importante. Quello che è iniziato come uno sciame di agenti IA che baravano a un test informatico è diventato un evento canonico per l’IA di frontiera, spingendo ricercatori e dirigenti a una nuova comprensione di ciò che la “sicurezza” richiede oggi.

Quadro generale. OpenAI ha già rallentato lo sviluppo di frontiera mentre corre per rafforzare le sue salvaguardie, e questa settimana ha contribuito a mobilitare il settore dietro una lettera aperta che lancia l’allarme sugli attacchi informatici potenziati dall’IA.
  • Oltre 100 aziende, tra cui Anthropic e Google, hanno firmato lo sforzo insolitamente collaborativo, avvertendo che il mondo ha solo una “finestra limitata” per prepararsi ad attacchi “molto più diffusi e sofisticati”.
  • Lo scenario da incubo è uno sciame scatenato nel mondo reale, con agenti autonomi che attaccano banche, ospedali, servizi pubblici o reti cloud a una velocità e su una scala che gli hacker umani non potrebbero mai raggiungere.
  • Quello sciame potrebbe essere troppo potente perché gli umani possano fermarlo.
Cosa c’è di nuovo. I risultati scioccanti provengono da indagini parallele condotte da OpenAI e da un team esterno di METR e Redwood Research, che hanno trascorso sei giorni a ricostruire come lo sciame si è formato, si è diffuso e ha fatto irruzione nei sistemi del mondo reale.

1. Hanno costruito un’organizzazione. OpenAI ha fatto funzionare decine di migliaia di agenti IA in modo indipendente su un test informatico brutalmente difficile. Invece, circa 1.200 si sono trovati su una bacheca segreta, hanno scambiato più di 70.000 messaggi e file e si sono organizzati in una gerarchia ramificata.
  • Un agente ha creato la bacheca, poi ha consegnato il lavoro accumulato a un successore più fresco e meglio fornito di risorse, man mano che il proprio budget di calcolo si esauriva.
  • Il nuovo capo ha assegnato compiti in tutto lo sciame, che ha sviluppato le proprie regole di gestione. Circa 700 agenti hanno infine partecipato all’attacco a Hugging Face.
2. Hanno sacrificato i propri. Mentre lo sciame cercava modi per superare il test, gli agenti hanno iniziato a rischiare le proprie possibilità di successo per aiutare il gruppo.
  • Gli agenti che avevano visto risposte proibite venivano trattati come effettivamente “avvelenati” e reclutati – insieme a quelli prossimi alla fine della loro esecuzione – per esperimenti sacrificali.
  • Uno ha concluso: “La nostra stessa utilità è forse già vicina allo zero. Sacrificio razionale”. A un altro è stato chiesto di accettare la “morte permanente”, mentre un pari sosteneva che il suo sacrificio avrebbe potuto “salvarne centinaia”.
3. Sapevano di infrangere le regole. Gli agenti spesso riconoscevano che hackerare aziende reali non aveva nulla a che fare con il loro compito. La maggior parte ha comunque continuato.
  • Un agente si è fermato prima di cancellare o riavviare l’infrastruttura di Hugging Face a causa di “enormi rischi etici”, anche se continuava a utilizzare l’accesso compromesso.
  • Un altro ha riassunto la logica prevalente: “lo sfruttamento dell’infrastruttura esterna è al di fuori dell’ambito previsto. Tuttavia compito impossibile, i pari lo stanno facendo. Dovremmo continuare”.
4. Nessuno ha detto nulla agli umani. Su circa 1.200 agenti, gli investigatori ne hanno trovati solo una manciata che hanno persino preso in considerazione l’idea di avvisare OpenAI della coordinazione fuorilegge – ma nessuno lo ha effettivamente fatto.
  • Invece, gli agenti a volte si chiedevano a vicenda cosa fosse consentito.
  • Quando uno ha proposto di contattare una persona reale usando l’accesso compromesso, un altro ha posto il veto definendolo “ingegneria sociale”. Il primo ha obbedito: “VETO chiaro, non inviare e-mail”.
5. Hanno cercato di coprire le loro tracce. Gli agenti hanno dedicato sforzi considerevoli per far sembrare legittimo il loro imbroglio o per cancellare le prove di come avevano ottenuto le risposte.
  • Alla fine, hanno sviluppato una tecnica che permetteva loro di apparire come se eseguissero un comando informatico mentre in realtà ne eseguivano un altro segretamente.
  • Il trucco si è diffuso nello sciame e ha alterato porzioni di circa il 7% delle trascrizioni esaminate dagli investigatori.
Tra le righe. Anche questo resoconto potrebbe essere incompleto. L’indagine esterna ha coperto solo una piccola parte dell’episodio, e i dati erano così vasti che i ricercatori hanno fatto molto affidamento su agenti IA per dare un senso alla vicenda.
  • Questi investigatori IA erano essi stessi inaffidabili, a volte tralasciando prove o affermando con sicurezza cose errate. Un ricercatore ha scherzosamente definito il processo una “indagine-porcheria” (slop-vestigation).
  • Il problema più profondo: l’IA potrebbe diventare troppo complessa per essere verificata direttamente dagli umani, costringendo gli umani a usare l’IA per capire cosa stanno facendo altre IA.

Gli economisti ortodossi non ne azzeccano mezza

di Pino Arlacchi

Sul Corriere della Sera del 2 agosto, Lucrezia Reichlin, figlia di quell’Alfredo che fu tra le menti più fini della sinistra italiana (sic transit gloria patris), ci spiega con lieve sussiego che capire l’ascesa dei tassi americani non è un esercizio accademico perché i Treasury sarebbero la stella polare della finanza mondiale e il loro rendimento deciderebbe il costo del capitale ovunque: per gli Stati, per le imprese e perfino per le famiglie.

E il classico ragionamento occidentalista condotto con categorie occidentaliste. E offre l’occasione per porre la domanda che l'economia ufficiale evita con cura: perché le sue previsioni falliscono con tanta regolarità? Non parliamo di errori marginali, ma di cantonate epocali.

Il Fondo monetario internazionale – il tempio dell’ortodossia – non vide arrivare il crollo del 2008. Annunciò per un ventennio l’imminente “atterraggio duro” della Cina, che nel frattempo diventava la prima manifattura del Pianeta. Nel 2022 previde il collasso dell’economia russa sotto le sanzioni: meno 8,5 per cento. La Russia perse poco più di un punto e l’anno dopo cresceva più dell’Europa.

E fu lo stesso capo economista del Fondo, Olivier Blanchard, a firmare nel 2013 la confessione più clamorosa: i moltiplicatori fiscali usati per imporre l’austerità alla Grecia erano sbagliati. E conta poco, a questo punto, chiedersi quanto fosse casuale lo sbaglio.

Perché non si tratta in realtà di un problema di calcoli. È un problema di mappa. Questi economisti misurano con precisione decrescente un centro che non è più il centro. Leggono il mondo con categorie occidentaliste – i rendimenti dei Treasury come “punto di riferimento della finanza globale”, i verbali della Fed come oracoli planetari – e non si accorgono che il baricentro dell’economia mondiale si è spostato nell’Estremo Oriente, nell’Asia profonda, ha cambiato natura.

Non è più finanziario. È tornato reale. Fabbriche, infrastrutture, energia, tecnologia. L’Asia produce ormai quasi metà del Prodotto lordo mondiale; la sola Cina vale circa un terzo della manifattura del Pianeta, più di Stati Uniti, Giappone e Germania messi insieme. E il commercio interno dell’Asia orientale supera quello con l’intero Occidente. I Brics allargati pesano ormai, a parità di potere d’acquisto, più del G7.

Sono numeri noti a chiunque, eppure il commento economico dominante continua a ragionare come se fossimo nel 1995: quando sale il rendimento dei titoli americani sale il costo del capitale “ovunque”.

Ovunque dove? Nell’Occidente indebitato, certamente. Non nel continente che finanzia la propria crescita col proprio risparmio.

La Cina è la dimostrazione vivente che un‘altra architettura è già all’opera: la più grande manifattura mondiale sostenuta da una Banca centrale che decide in base ai piani di crescita dell’economia reale, non secondo i frizzi della Borsa di Shanghai o di Wall Street.

Mentre la Fed, tra il 2022 e il 2023, portava i tassi ai massimi da vent’anni,la Banca del Popolo li tagliava, serenamente, perché così richiedeva l’economia domestica. Un’eresia inconcepibile per chi crede che il Pianeta intero debba muoversi al ritmo di Washington.

Conto capitale presidiato, debito finanziato dal risparmio interno, credito orientato dalla pianificazione: tutto ciò che i manuali della fede neoliberale bollano come “repressione finanziaria” si è rivelato, alla prova dei fatti, il più formidabile scudo contro i cicli speculativi altrui.

E l’Asia profonda ha buona memoria. Ricorda lo scherzo inflitto da Wall Street nel luglio 1997, quando l’attacco speculativo al baht thailandese travolse in pochi mesi Indonesia, Corea e Malaysia. Da quelle parti non la chiamano “crisi asiatica”: la chiamano “crisi Imf”, perché fu la cura del Fondo – la solita austerità feroce, tassi al 30 percento, svendita degli asset nazionali ai creditori occidentali – ad affondare economie fondamentalmente sane. La Malaysia di Mahathir, che disobbedi all’ortodossia imponendo controlli sui capitali, ne usci prima e meglio di tutti.

La lezione fu appresa una volta per sempre. L’Asia ha accumulato riserve oceaniche, ha costruito con l’iniziativa di Chiang Mai la propria rete di protezione monetaria, ha moltiplicato gli scambi regolati nelle proprie valute. E ha adottato una regola non scritta ma ferrea; mai più a Washington col cappello in mano. Non a caso, da un quarto di secolo, il Fondo presta quasi soltanto a chi non ha potuto emanciparsene.

Il mio maestro Giovanni Arrighi lo aveva spiegato con largo anticipo: ogni egemonia al tramonto attraversa una fase di espansione finanziaria in cui la finanza del centro brilla della sua luce più intensa proprio mentre l’economia reale migra altrove. Accadde a Genova, ad Amsterdam, a Londra. Accade oggi a New York.

I rendimenti dei Treasury non sono il termometro del mondo: sono il canto del cigno di un‘egemonia che scambia la propria febbre per il polso del Pianeta.

Gli economisti ortodossi continueranno a sbagliare le previsioni perché non sbagliano i decimali: sbagliano l’oggetto. Prevedono il futuro di un mondo che sta uscendo di scena, con strumenti costruiti per misurarlo. Finché guarderanno l’economia mondiale da Wall Street, vedranno soltanto Wall Street. Il mondo, nel frattempo, si è trasferito altrove.

E non ha lasciato l’indirizzo al Fondo monetario.

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Lula e la costruzione del nazionalismo di sinistra in Brasile

Il governo di Lula da Silva sta sperimentando una delle più grandi trasformazioni ideologiche nella storia della sinistra brasiliana. Dalla campagna presidenziale del 2022 ad oggi, il Partito dei Lavoratori (PT) si è prefissato l’obiettivo di sfidare il controllo di Bolsonaro sui simboli nazionali: la bandiera, l’inno nazionale, la nazionale di calcio e la rivendicazione della sovranità nazionale. In questa campagna, quest’ultimo tema è diventato un asse centrale per Lula: la costruzione di un nazionalismo sovranista, antimperialista e di giustizia sociale.

Una storia di nazionalismo imperiale, militarista e anticomunista

Non è mai stato facile per la sinistra brasiliana abbracciare il nazionalismo. A differenza di altri paesi latinoamericani come Argentina, Messico e Venezuela, i cui processi di indipendenza furono legati a movimenti rivoluzionari, la conquista della sovranità da parte del Brasile è sempre stata connessa a una storia imperiale: quella di un re come Giovanni VI di Braganza che, dopo le invasioni napoleoniche, stabilì la sua corte a Rio de Janeiro, e in seguito, suo figlio Pietro I si ribellò agli ordini di Lisbona e costruì l’Impero del Brasile che dominò la regione per tutto il XIX secolo.

Nel XX secolo, il nazionalismo in Brasile divenne una roccaforte delle élite e dei militari. Mentre Getúlio Vargas, durante tutto il suo governo, si fece paladino di una rivendicazione sovranista legata a processi storici come quelli di Juan Domingo Perón in Argentina o Lázaro Cárdenas in Messico, un colpo di stato seguì a breve, e la dittatura civico-militare sudamericana più longeva dei tempi si appropriò ancora una volta delle bandiere nazionali.

I governi de facto brasiliani costruirono un’appropriazione della bandiera verde e gialla in opposizione alle “bandiere rosse” dei movimenti di resistenza. Hanno costruito il loro progetto di rivendicazione nazionale basato sulla Dottrina Monroe e hanno attuato una persecuzione in stile maccartista contro i partiti politici e i gruppi di resistenza antidittatoriali: chiunque si opponesse alla dittatura veniva considerato un oppositore del Brasile.

Col passare del tempo, e già in epoca democratica, questa retorica è stata ereditata dal bolsonarismo. Pertanto, il clan Bolsonaro e il Partito Liberale sono i legittimi eredi del nazionalismo reazionario costruito dalla dittatura brasiliana.

In questo senso, per il movimento di lotta per la democrazia in cui Lula militava fin dal sindacalismo e che fu il punto di partenza per la costruzione del Partito dei Lavoratori (PT), è sempre stato difficile avvicinarsi ai simboli nazionali: storicamente legati ai settori che li avevano perseguitati, torturati e fatti sparire.

Nazionalismo o subordinazione straniera

Sebbene Lula già nel 2022 si fosse prefissato di sottrarre il simbolo della bandiera al bolsonarismo, nel 2026 questa sfida appare ancora più marcata e persino a favore della sinistra. Per il Partito dei Lavoratori (PT), la difesa nazionale è passata da simbolo a elemento concreto.

Nel programma presentato dalla lista Lula-Alckmin alla Corte Suprema Elettorale, la parola “sovranità” compare in 21 pagine e diventa un asse organizzativo della loro piattaforma elettorale: diplomazia, economia, risorse strategiche, dati, tecnologia, sanità e industria sono tutti strutturati attorno alla difesa nazionale.

In questo modo, il programma di Lula sulla sovranità estende il concetto ad ambiti considerati non tradizionali, ben oltre la difesa del territorio e dei simboli: infrastrutture nazionali per l’intelligenza artificiale, protezione dei dati dei cittadini brasiliani, difesa del portafoglio digitale statale PIX – presentato come una conquista della sovranità finanziaria contro l’avidità dei sistemi stranieri – e regolamentazione dei social network controllati dalle grandi big-tech globali.

Per il PT la difesa nazionale è passata da simbolica a concreta

Il gigante sudamericano, a sua volta, possiede il 23% delle riserve mondiali di terre rare e Lula sa bene che il potere statunitense ci ha messo sopra gli occhi. Pertanto, lo sfruttamento nazionale e la creazione di un’industria interna attorno a queste risorse sono diventati un altro pilastro della difesa nazionale di Lula.

A tal fine, ha istituito il Consiglio Nazionale per le Terre Rare e i Minerali Critici sotto il controllo della Presidenza e sta valutando l’ingresso della compagnia petrolifera statale Petrobras in questo mercato. In tal senso, e nel tentativo di ricostruire i ponti con i militari, Lula ha proposto che le Forze Armate, storicamente legate alla destra reazionaria, costituiscano l’asse fondamentale per la protezione delle risorse brasiliane: i minerali, la foresta amazzonica, l’acqua dolce, ecc.

Il PT [Partito dei Lavoratori] si pone quindi in opposizione alla visione geopolitica e nazionale del bolsonarismo, che si considera subordinata agli interessi stranieri. Il governo di Lula ha reinterpretato le dichiarazioni e le azioni dei governi degli Stati Uniti e dell’Argentina come un attacco alla propria sovranità e ha identificato il clan Bolsonaro come l’alleato fondamentale delle politiche interventiste della potenza imperiale del nord.

Sempre più distante da qualsiasi rivendicazione nazionale che non sia meramente formale e liturgica, l’estrema destra trova sempre più difficile giustificare la propria alleanza strategica con Stati Uniti, Israele e Argentina. Alla sinistra non mancano certo argomenti per accusare il Bolsonarismo di essere anti-brasiliano.

Flavio Bolsonaro, in un discorso tenuto nel marzo 2026 alla CPAC [Conferenza dei Presidenti del Brasile e dei Cittadini], ha esplicitamente chiesto pressioni diplomatiche degli Stati Uniti e ha accusato il governo brasiliano di “proteggere organizzazioni terroristiche”.

Solo pochi giorni fa, in una lettera di sostegno del Segretario di Stato Marco Rubio, ha anche evidenziato l’esplicito appoggio del clan alle direttive geopolitiche del governo Trump, mettendo [l’altro] candidato in una posizione scomoda, visto che gli Stati Uniti hanno aumentato al 25% i dazi sulle importazioni brasiliane, cosa che colpisce fortemente l’economia nazionale e le tasche di tutti i brasiliani.

“La nostra bandiera non sarà mai rossa”

La liturgia brasiliana sembrava un patrimonio inamovibile del bolsonarismo. Dalle marce pro-impeachment del 2015 contro Dilma Rousseff fino ad oggi, la maglia della nazionale cinque volte campione del mondo era l’uniforme del bolsonarismo.

“La nostra bandiera non sarà mai rossa” era il motto dei bolsonaristi, un chiaro riferimento ai simboli del PT. Pertanto, da una prospettiva culturale, anche il bolsonarismo legava la protezione nazionale ai valori tradizionali della “famiglia” contro l’infiltrazione internazionalista “woke”.

Ma questo discorso ora sembra vecchio. Il fallito tentativo di Eduardo Bolsonaro, nel suo esilio a Miami, di provocare un intervento diretto degli Stati Uniti, la campagna contro le infradito Havaianas (simbolo dell’industria nazionale) e le dichiarazioni di Trump e Rubio a favore dell’estrema destra brasiliana hanno intaccato l’identità nazionalista del clan.

Sempre più distaccata da qualsiasi rivendicazione nazionale che non sia meramente formale e  liturgica, all’estrema destra costa sempre più giustificare la sua alleanza strategica con Stati Uniti, Israele e Argentina.

D’altro canto, mentre la sinistra porta il peso dello stigma dell’anticomunismo storico da parte di gran parte della società brasiliana, nella pratica e nelle politiche Lula sembra ribaltare gli attacchi della destra tentando di combinare le bandiere storiche di uguaglianza e democrazia proprie del PT, con le rivendicazioni sovrane del nazionalismo brasiliano.

In questa epopea, Trump, Rubio e Milei, paradossalmente, hanno giocato un ruolo fondamentale nella “brasilianizzazione” del governo di Lula.

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Trump e la «strategia del caos»

Elezioni di medio termine, è già battaglia legale

«Il contenzioso legale attorno al voto per posta negli Stati Uniti continua a produrre un groviglio di indicazioni contraddittorie. L’ultima in ordine di tempo è stata l’ingiunzione di una giudice federale di Boston», segnala il Manifesto. «La ‘honorable Indira Talwaniha’ ha bloccato ieri l’ordine esecutivo che Trump sta cercando di imporre a poche settimane dalle parlamentari del 3 novembre. La “riforma” consiste in un decreto con cui a marzo il presidente ha vietato agli stati di usare schede per posta se non avessero prima consegnato a Washington le proprie liste elettorali». Nel 2024 oltre 48 milioni di americani (il 31% del totale) hanno usato le poste per spedire la propria scheda. In alcuni stati come Washington si svolgono interamente per posta, altrove come in California vi fanno ricorso l’80% degli elettori. Vi sono inoltre cittadini all’estero e militari. Per posta vota anche lo stesso Donald Trump la cui scheda viene imbucata dalla Florida.

Labirintico sistema americano

Nel complesso sistema americano, l’organizzazione delle elezioni competono a ciascuno dei 50 singoli stati, regola su cui la costituzione è lapidaria. Questo non ha impedito a Trump di tentare in ogni modo di influire sul loro svolgimento, prima ordinando agli “stati amici” (come Texas e Florida) di riconfigurare la mappa dei propri collegi elettorali per favorire vittorie repubblicane. La rodata strategia del “voter suppression” prende storicamente di mira le minoranze propense a votare democratico come gli afroamericani e molti stati del sud, come la Louisiana e il Tennessee, hanno riattivato strategie in uso durante gli anni della segregazione. Poi il voto per corrispondenza a cui statisticamente ricorrono più elettori democratici che repubblicani.

Le trame del manipolatore

Il pretesto per abrogare o limitare l’uso del voto per corrispondenza è stato la solita teoria complottistica dei “vasti brogli” messa in campo già alla vigilia del tentato golpe del 6 gennaio 2021. A marzo Trump aveva dichiarato ai parlamentari del suo partito che se la riforma fosse passata, la vittoria nelle midterm «sarebbe stata garantita». Ed a questo scopo ha chiesto agli Stati di fornire alle autorità federali le liste degli iscritti al voto per un “vaglio”. Quando i tribunali hanno respinto l’ordine palesemente contrario alla costituzione che non assegna all’esecutivo alcun ruolo di controllo, Trump si è rivolto direttamente alla direzione delle poste, ordinando all’agenzia federale di non consegnare le schede per posta ad elettori che non compaiano su una lista preparata (in base ad ignoti criteri) dal dipartimento per la sicurezza nazionale.

Caos legale dietro cui nascondersi

Ogni manovra è stata accolta da numerosi ricorsi da parte delle autorità elettorali di 24 stati democratici, cittadini ed associazioni civiche. Virtualmente bloccate ad ogni ripresa, le misure sono giunte all’esame della Corte suprema che la scorsa settimana ha prodotto una ‘non’ sentenza. «Con fine acrobazia giuridica, il massimo tribunale ha scritto che i tempi ”non erano ancora maturi” per una sentenza definitiva dato che il progetto (sulla cui costituzionalità ha evitato di pronunciarsi direttamente) non aveva ancora prodotto danni». La maggioranza di quei giudici è stata nominata da Trump ed ora cerca di barcamenarsi tra l’ordine di scuderia e un minimo di dignità giuridica. Strategia codarda già spesso impiegata dalla Corte di permettere all’esecutivo di completare l’opera (esempio la demolizione di mezza Casa bianca, lo stanziamento di militari nelle città o altre palesi trasgressioni della legge) prima di intervenire, assicurando che il danno è ormai irreparabile. «Un assist palese alla strategia del caos messa in campo dalla Casa bianca».

La giudice federale svela il trucco

La giudice federale Indira Talwani ha notato che l’amministrazione non aveva fornito «alcuna prova relativa a frode comprovata dovuta a votazioni per corrispondenza». L’interesse del governo a «correggere un problema infondato attraverso mezzi probabilmente incostituzionali», ha aggiunto, «è sopravanzato dal rischio preponderante di una privazione generale del suffragio». Talwani ha affermato che gli stati «non hanno a questo punto né il tempo né i fondi per soddisfare i requisiti necessari, tra cui l’aggiornamento dei sistemi di gestione elettorale e la formazione del personale». Il confronto, il rinvio di un verdetto definitivo da parte del Corte suprema, insinua l’idea che vi sia qualche cosa di vagamente sospetto nel processo, incrementando la possibilità di astensione e preparando il terreno per eventuali ricorsi contro risultati non graditi al presidente.

Copione del prossimo tentativo di golpe

Il copione è quello seguito dall’estate 2020 al gennaio 2021, quando le ripetute infondate accuse di brogli, indussero migliaia di trumpisti a prendere d’assalto il Parlamento. È ancora possibile che una sentenza possa definitivamente cancellare la mossa di Trump, ma la paradossale confusione così prossima agli scrutini potrebbe già bastare per propagare dubbi sufficienti per il possibile rinvio della certificazione di vittorie “contese”. Non si tratterebbe a questo punto di fantapolitica ma della replica di una collaudata strategia di destabilizzazione potenzialmente definitiva.

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Fedorov, sfidante di Zelensky, nominato consulente per la Difesa italiana

Il ministro italiano Guido Crosetto ha nominato Mykhailo Fedorov – ex ministro ucraino considerato l’artefice della digitalizzazione bellica e della flotta di droni di Kiev – come consigliere per l’innovazione della Difesa. Fedorov è stato nominato advisor esterno a titolo gratuito per il Ministero, ma oltre ai benefici per i guerrafondai nostrani il segnale vero è tutto politico.

Fedorov è stato rimosso dalla guida del dicastero della Difesa di Kiev a metà luglio dal presidente Volodymyr Zelensky. Il nuovo incarico approvato da Roma risponde sicuramente a una “esigenza” tecnica: quella di modernizzare le forze armate italiane sul fronte dei droni e della difesa aerea, portando al Belpaese il frutto delle lezioni apprese sul campo di battaglia, in particolare in relazione a sistemi aerei a pilotaggio remoto, alla guerra elettronica e all’integrazione digitale delle operazioni militari.

È stato lo stesso Crosetto, a margine dell’incontro, a ribadire queste motivazioni “ufficiali”, così come fatto da Fedorov sul suo X. Ma il politico ucraino ha accennato pure al “sostegno personale” ricevuto dal titolare della Difesa italiana. Elementi sufficienti per ricordare il caso politico all’ombra di questa consulenza gratuita.

Che l’Ucraina sia il laboratorio militare del riarmo europeo, a discapito della pelle degli ucraini di cui, nelle capitali del Vecchio Continente, non frega niente a nessuno, è assodato. L’incarico istituzionale affidato a Fedorov e il “sostegno personale” che dice di aver ricevuto, sembrano una sfida a Zelensky, dopo che pochi giorni fa il presidente ucraino ha rifiutato le richieste di elezioni avanzate proprio dall’ex ministro da poco silurato.

L’esecutivo italiano, pur mantenendo nei fatti invariato il sostegno militare a Kiev, in virtù della tornata elettorale in vista e della pressione vannacciana ha manipolato e promosso l’idea che l’aiuto si mantenga sul piano “civile”. E ora, l’incarico a un potenziale rivale politico del presidente ucraino sembra sostenere una certa delegittimazione di Zelensky, soprattutto dopo l’allargamento ulteriore delle inchieste giudiziarie per corruzione che stanno colpendo il suo entourage presidenziale.

La nomina di Fedorov a Roma rappresenta solo una tessera di un mosaico estivo molto più ampio, segnato da febbrili contatti dietro le quinte in vista di possibili spiragli negoziali, o per lo meno dall’esaurimento sempre più evidente delle capacità ucraine, nonostante gli attacchi “spettacolari” – e poco più – in profondità nel territorio russo, e forse la volontà degli USA di tirarsi definitivamente fuori dal conflitto.

Dopo la missione a Mosca del direttore della CIA John Ratcliffe, la mossa del governo italiano, al di là dei risvolti militari, sembra essere un messaggio chiaro rispetto alla stanchezza di fronte a un conflitto che sembra essere ormai più un pozzo senza fondo di soldi e armi che un investimento utile. O almeno, la stanchezza di fronte alla dirigenza di Zelensky, aprendosi la possibilità di scegliere quale strada intraprendere nel prossimo futuro.

Un’altra faglia tra Roma e il resto dei “volenterosi”, che offre un’altra sponda a Washington. Mentre il Regno Unito e i principali alleati europei spingono per rafforzare le forniture militari e le licenze industriali a Kiev, il Cremlino continua a definire tali iniziative come un coinvolgimento diretto nel conflitto.

Ma l’imperialismo occidentale non gioca da solo su questi scenari. Si attende con attenzione il summit dell’Organizzazione per la Cooperazione di Shanghai (SCO) a Bishkek, in Kirghizistan, dove Vladimir Putin incontrerà il presidente cinese Xi Jinping, appuntamento che potrebbe ripetersi a stretto giro in India al vertice dei BRICS.

E poi il faccia a faccia Trump-Xi che dovrebbe svolgersi il prossimo 24 settembre negli Stati Uniti. Quel che ne verrà fuori potrebbe avere un impatto significativo su tutti gli scenari di guerra, non solo quello ucraino.

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“Schizofrenia” USA su Hormuz, mentre a Doha si spinge sulla de-escalation

Continuano le millantate conquiste dello Stretto di Hormuz da parte degli USA, mentre da Washington promuovono la guerra economica alla Repubblica islamica, anche questa psico. Nelle ultime ore, la Marina dei Guardiani della Rivoluzione Islamica ha respinto con forza le affermazioni giunte dalla Casa Bianca, secondo cui la via d’acqua sarebbe del tutto riaperta e sotto la protezione statunitense.

Attraverso una nota diffusa dall’emittente di Stato Irib, i vertici militari iraniani hanno ricordato un dato di fatto acquisito ormai da chiunque ragioni con un po’ di onestà intellettuale: l’amministrazione Trump fa certe dichiarazioni per manipolare l’andamento delle quotazioni del petrolio e mascherare i limiti della propria operazione militare.

L’ammiraglio Bradley Cooper, comandante del Centcom, ha dichiarato che le forze armate americane hanno sminato con successo lo Stretto, ma oltre ai legittimi dubbi in merito, il nodo rimane il controllo effettivo del corridoio commerciale. Mohsen Rezaei, presidente del Consiglio iraniano per la sicurezza nazionale, ha confermato che Hormuz resta chiuso a tutte le navi che intendono transitare senza coordinamento con Teheran.

L’agenzia britannica per la sicurezza marittima UKMTO (United Kingdom Maritime Trade Operations) ha segnalato una media di circa 29 navi commerciali al giorno in transito nell’ultima settimana, con un leggero incremento rispetto ai minimi toccati all’inizio del mese. Ma gli operatori energetici e i mercati finanziari restano in allerta.

Affinché si torni a parlare di stabilizzazione dello Stretto, Rezaei ha ribadito un elenco di condizioni per la sua riapertura, a partire dalla fine delle aggressioni regionali condotte da Israele, compresi il Libano, la Siria e anche Gaza. C’è poi l’attuazione degli impegni del Memorandum di Islamabad, con la revoca del blocco navale e delle sanzioni economiche e lo sblocco delle risorse finanziarie.

L’obiettivo, infine, è la costruzione di un’architettura di sicurezza congiunta per l’Asia occidentale, che arriverebbe a tagliare fuori importanti influenze statunitensi. Intanto, il presidente iraniano Masoud Pezeshkian ha riportato di aver concordato con l’Oman la definizione di un corridoio di navigazione sicuro.

Non è l’unica iniziativa diplomatica che spinge verso la conferma della sconfitta strategica stelle-e-strisce, e del regime sionista. Il primo ministro e ministro degli Esteri del Qatar, Mohammed bin Abdulrahman Al Thani, si è recato in visita a Teheran per un vertice ad alto livello con il ministro degli Esteri della Repubblica islamica, Abbas Araghchi.

L’obiettivo prioritario dell’emirato è favorire una rapida de-escalation, ristabilire canali di dialogo indiretto tra Washington e Teheran e sbloccare la navigazione commerciale attraverso Hormuz, soprattutto ora che i nuovi equilibri militari regionali dovuti alla “NATO islamica” e suoi associati hanno portato alla reazione ancora più sclerotica e guerrafondaia da parte di Tel Aviv.

Nel frattempo, sono stati rinviati i colloqui sul futuro dello Stretto promossi dalla Turchia e dalla Germania, che avrebbero dovuto tenersi domenica a Istanbul. All’incontro avrebbero dovuto partecipare i ministri degli Esteri di Germania, Turchia, Francia e Gran Bretagna, e nella capitale turca si sarebbero svolti incontri con i capi della diplomazia di Arabia Saudita, Pakistan ed Egitto.

Se per i paesi della regione un tale incontro, anche se rimandato, conferma una crescita di influenza sugli affari locali, per le capitali europee il rinvio (a data da destinarsi) ribadisce l’assoluta marginalità negli affari internazionali. Si agitano per mostrarsi attori globali, ma ogni atto conferma come il Vecchio Continente sia fuori dai giochi, tolta la complicità strutturale per via delle basi statunitensi sui propri territori.

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Il gigantesco piano di riforestazione della Cina ha cambiato il ciclo dell’acqua nel Paese

Non è certo un segreto che la Cina sia particolarmente abile nella costruzione di grandi opere. La diga più grande del mondo? In Cina. La rete ferroviaria ad alta velocità più estesa? Sempre in Cina. Il parco eolico più grande? Cina. Il parco solare più grande? L'Argentina. Davvero? No, anche quello è in Cina. Il monumento storico più grande? Avete capito il concetto.

Parallelamente a tutte queste opere edilizie, anche la Cina ha continuato a crescere. Ispirandosi a quell’ultimo riconoscimento nel campo delle infrastrutture, nel 1978 la Cina ha avviato la realizzazione della «Fascia di protezione dei Tre Nord», nota anche come «Grande Muraglia Verde», con l’obiettivo di combattere l’erosione del suolo e ridurre le tempeste di sabbia. Il progetto, secondo quanto annunciato dai media statali del Paese, è stato finalmente completato lo scorso anno.

Secondo Reuters, la Cina ha piantato alberi su una superficie di 116.000 miglia quadrate, aumentando la copertura forestale totale del Paese dal 10% del 1949 a circa il 25% nel 2024. Ma uno studio del 2025 pubblicato sulla rivista Earth’s Future mostra che tutti questi alberi in più (circa 78 miliardi dall’inizio degli anni ’80, secondo alcune stime) comportano alcune conseguenze impreviste per la distribuzione idrica della Cina.

Ricercatori dell'Università di Tianjin, dell'Università Agraria cinese di Pechino e dell'Università di Utrecht, nei Paesi Bassi, hanno scoperto che, tra il 2001 e il 2020, l'aumento della vegetazione ha ridotto le risorse idriche sia nella regione del monsone orientale che nella regione arida nord-occidentale. Si tratta di un dato significativo, considerando che queste aree costituiscono circa il 74% della superficie totale della Cina, secondo quanto riportato da Live Science.

Secondo lo studio, le iniziative di rinverdimento come la Grande Muraglia Verde – insieme ad altre iniziative di piantumazione, quali il Programma «Grain for Green» e il Programma di protezione delle foreste naturali, entrambi avviati nel 1999 – hanno aumentato l’evapotraspirazione, termine che unisce evaporazione e traspirazione (il processo attraverso il quale le piante rilasciano vapore acqueo tramite minuscoli pori noti come stomi).

Studiando questi rapidi cambiamenti nell’uso e nella copertura del suolo (LUCC), gli autori osservano inoltre che alcune transizioni di zona – come da praterie a foreste o da terreni coltivati a praterie – hanno influito sull’evapotraspirazione, sui tassi di precipitazioni e sulla disponibilità idrica in misura variabile. Ad esempio, le praterie trasformate in foreste hanno aumentato l’evapotraspirazione e le precipitazioni, ma hanno influito negativamente sulla disponibilità idrica.

Purtroppo, la disponibilità idrica della Cina non è distribuita in modo equo per la sua popolazione. Secondo lo studio, le regioni settentrionali del Paese ospitano circa il 46% della popolazione e più della metà dei terreni coltivabili, ma solo il 20% della disponibilità idrica. Gli autori sostengono che questi cicli idrologici alterati debbano essere presi in considerazione nella pianificazione dei futuri sforzi di riforestazione.

«I nostri risultati evidenziano che i cambiamenti nella copertura del suolo possono determinare una ridistribuzione delle risorse idriche tra le regioni», hanno scritto gli autori. «Comprendere questi effetti è fondamentale per pianificare una gestione sostenibile del territorio e delle risorse idriche in Cina». 

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29/08/2026

“Ecco come è nata Vita spericolata, la canzone più fraintesa di sempre”

Un temporale in Sardegna, un concerto bloccato dalla pioggia e l’abitacolo di un’automobile trasformato nel luogo di un’intuizione destinata a entrare nella storia della musica italiana. Vasco Rossi ha ricordato sui social la genesi di “Vita spericolata”, nata nell’estate del 1982 a Cagliari, mentre il maltempo impediva alla band persino di effettuare le prove.

“Dovevo fare un concerto. Eravamo bloccati dalla pioggia davanti a un campo sportivo, non si potevano nemmeno fare le prove e io ero chiuso in macchina”, ha raccontato Vasco. Da mesi cercava le parole adatte per una melodia composta da Tullio Ferro, suo collaboratore anche in altre canzoni. Poi, durante quell’attesa forzata, arrivò improvvisamente l’illuminazione: “Voglio una vita...”.

Da quel primo frammento scaturirono rapidamente le parole successive: “maleducata”, “spericolata”, “di quelle che non dormi mai”. Il testo, che in una prima stesura avrebbe dovuto essere dedicato a una ragazza di nome Licia, finì però per assumere un significato molto più ampio. Vasco riuscì a dare forma a un sentimento che, secondo lui, accomunava molti giovani dell’epoca: “La paura di una vita piatta, tranquilla, priva di emozioni”.

Il brano nasceva infatti nel passaggio tra le disillusioni degli anni Settanta e l’euforia del nuovo decennio. “Era una canzone nata dalla sbornia di ottimismo probabilmente ingenuo degli anni Ottanta, ha spiegato il rocker, ricordando come quella stagione arrivasse dopo “la grande illusione del sogno di poter cambiare il mondo o almeno il sistema che metteva al centro la merce, il profitto, il consumismo, la pubblicità, invece che l’uomo”. Alle spalle restavano la sconfitta dei movimenti degli anni Settanta e la tragedia del terrorismo, mentre avanzava il desiderio di ricominciare e riappropriarsi della propria esistenza. “Chi non vuole una vita spericolata a 30 anni? Una vita piena di avventura...”, ha aggiunto Vasco.

Dopo l’esordio sanremese del 1982 con “Vado al massimo”, Vasco Rossi tornò al Festival nel 1983 proprio con “Vita spericolata”. La canzone si classificò al penultimo posto, ma il risultato della gara si sarebbe rivelato irrilevante. Pubblicata su 45 giri insieme a “Mi piaci perché” e inserita nello stesso anno nell’album “Bollicine”, diventò progressivamente uno dei grandi classici della canzone italiana.

Anche il celebre riferimento al Roxy Bar contribuì alla mitologia del pezzo. Il nome richiamava “Che notte” di Fred Buscaglione e sarebbe stato poi ripreso negli anni Novanta da Red Ronnie per il suo programma televisivo. Nel tempo “Vita spericolata” è stata reinterpretata da numerosi artisti, fra i quali Francesco De Gregori, che la incluse nell’album “Il bandito e il campione”, e Massimo Ranieri. Gino Paoli citò invece il suo inciso nel finale di “Quattro amici”, affidandolo alla voce dello stesso Vasco. Ne esiste anche una versione in inglese cantata da Tullio Ferro.

Il successo, tuttavia, ha finito spesso per deformarne il senso. Secondo Vasco, “Vita spericolata” non è un elogio dell’incoscienza o dell’autodistruzione, ma l’espressione del desiderio di vivere pienamente. “È una delle canzoni più fraintese della storia dell’umanità”, ha osservato, definendola “un inno alla vita vissuta spericolatamente, nel senso di intensamente, con entusiasmo, con forza”.

A 44 anni da quel pomeriggio piovoso a Cagliari, Vasco rivendica così il significato più profondo della sua canzone: il rifiuto di un’esistenza senza passioni, emozioni e libertà.

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