Presentazione
Analisi, opinioni, fatti e (più di rado) arte da una prospettiva di classe.
24/06/2026
Gli Usa navigano in acque incognite
La constatazione appare controintuitiva, visto che mai come ora c’è un’amministrazione apparentemente “decisionista”, costantemente oltre i confini – e le relative lentezze – della democrazia parlamentare. Ma se uno si sofferma sulla singole decisioni non può che registrare il loro carattere altalenante, in linea con le esternazioni orarie di Donald “Taco” Trump.
I punti focali sono come sempre le guerra e l’economia. Le prime sono state fin qui un disastro. Quelle ereditate – in primis l’Ucraina, preparata lungo gli anni dai democrats prima ancora del golpe di majdan, 2014 – non si riesce a chiuderle.
Anzi, diverse fonti “anonime” e analisti militari in chiaro spiegano che dietro la recente ondata di missili e droni ucraini in territorio russo, fino a Mosca e San Pietroburgo, ci sia non solo l’ottusità guerrafondaia dei “volenterosi” europei, ma anche un via libera dato da Trump ai costruttori di armi statunitensi, ansiosi di “testare” i loro nuovo prodotti sul campo. E nessun terreno di battaglia – a parte forse il Medio Oriente – si presta così bene alla sperimentazione gratuita. Tanto a pagare saranno comunque quelli di Kiev (la popolazione, non certo i nazisti corrotti che lì comandano)...
La chiave interpretativa sembra sempre la solita: “accentuare la pressione” su Mosca, nella speranza di ammorbidirne la posizione negoziale. Dal che si vede che a Washington mancano ormai esperti di cose russe, altrimenti quell’idea non sarebbe neanche venuta in testa.
Le guerre agite in proprio, Venezuela a parte, sono state anche più disastrose. Con l’Iran, alla Casa Bianca, sperano di chiudere al più presto, mollando tutto quel che è possibile ma cercando di raccontarla come una “vittoria”.
La ragione è principalmente macroeconomica, ma in parte anche militare. Fare guerra aperta nel Golfo Persico, sia pure per poche settimane, ha messo il mondo intero a rischio scarsità di greggio e gas (la produzione di entrambi è sempre stata ai massimi possibili, e se si blocca il 20% delle forniture che transitano per Hormuz non ci sono alternative in grado di sopperire, anche dando fondo – com’è avvenuto – alle riserve strategiche).
Se ne sono accorti subito gli automobilisti americani, che hanno l’indubbio potere di votare laggiù e far pesare la propria incazzatura in modo diretto.
Il testo del memorandum firmato con Teheran è abbastanza sconfortante, per un suprematista bianco occidentale. “Riapre Hormuz”, certo, ma era sempre stato aperto, prima della guerra di cui, quindi, non si vede l’utilità.
“L’Iran accetta controlli dell’Aiea sul programma nucleare”, forse, ma dopo che la questione sarà discussa nei negoziati. Era già così con l’accordo siglato da Obama nel 2015 e poi disdetto da Trump – nel 2018 – nel corso del suo primo mandato. Ovvio che dopo, visto che era stato unilateralmente annullato, l’Iran abbia chiuso le porte dei propri laboratori agli ispettori.
Sulla questione nucleare, nell’area, c’è semmai l’elefante nella stanza rappresentato dall’arsenale nucleare israeliano, con Tel Aviv che non ha mai sottoscritto il trattato di non proliferazione, dunque non ha mai accettato ispezioni Aiea, nega di avere testate nucleari e contemporaneamente minaccia di usarle!
Ovvio anche qui che, se l’accordo verrà raggiunto, Teheran dovrà aprire di nuovo l’accesso ai controlli – come del resto faceva già prima – ma questo segna una sconfitta completa della “bellicosità” trumpiana nei suoi confronti (una guerra per tornare al punto di partenza di otto anni fa non può essere definita un successo). Ma proprio questo renderà nuovamente visibile – e intollerabile – la licenza di delinquere concessa a Israele dall’intero Occidente imperialista.
Al fondo di tutta la navigazione in acque pericolose c’è però l’economia. È noto che buona parte della relatività stabilità mantenuta dall’economia stelle-e-strisce durante la “campagna persiana” era fondato sul rally del mercato azionario guidato dall’intelligenza artificiale. Ma ora sta vacillando.
Le azioni delle maggiori società quotate sul Nasdaq, l’indice azionario dedicato al settore tecnologico, hanno subito un calo nell’ultimo mese, e le perdite si sono accentuate questa settimana, a causa della crescente diffidenza degli investitori verso i potenziali rischi derivanti dai massicci piani di spesa per l’intelligenza artificiale.
I paesi più ricchi di produttori di chip e attrezzature relative, come la Corea del Sud, hanno subito crolli di borsa paurosi (anche del 10% in un giorno solo).
La ragione è semplice: nel loro complesso le società che guidano la corsa dell’IA occidentale hanno programmi di investimento per oltre 700 miliardi di dollari, ma i profitti registrati nel settore sono fin qui irrilevanti a confronto dei costi. Le attese sono stratosferiche, ma si reggono su ipotesi, non su certezze.
Dunque la loro valutazione azionaria soffre ora il sospetto di essere esagerata. Anche perché i soldi per investire dovranno essere chiesti “ai mercati”, aumentando così la portata del debito complessivo.
Contemporaneamente, l’aumento notevole dell’inflazione – anche a causa della guerra, che ha fatto esplodere i prezzi energetici, che entrano nella formazione del prezzo di tutte le merci, al pari e forse più del lavoro umano – sta spingendo il nuovo presidente della Federal Reserve (scelto peraltro da Trump per abbassare i tassi di interesse) a prendere in esame invece un rialzo dei tassi. Il che aumenterebbe il “servizio del debito”, ossia gli interessi da pagare restando sempre in attesa dei “guadagni” che per ora non si vedono.
Per capire la portata del problema basta ricordare che ad inizio anno la notizia per cui Deepseek, società cinese, aveva elaborato un modello di IA molto più “leggero” in termini di risorse hardware richieste, ma egualmente performante, si era tramutato in panico per i produttori di chip sempre più potenti (Nvidia) e soprattutto le società IA statunitensi (ChatGpt, Gemini, Palantir, ecc.).
Tutte queste “nuvole”, che potrebbero presto prendere la consistenza di “cigni neri”, dovranno essere affrontate da un’amministrazione repubblicana profondamente divisa, con i repubblicani al Congresso costretti a votare a favore della fine della guerra con l’Iran, dunque ad approvare intanto il Memorandum of understanding. Ma contemporaneamente a pretendere informazioni chiare sullo stato delle cose, magari con un briefing dove i ministri di turno (Rubio ed Hegseth) verrebbero messi sulla graticola.
Pesa infatti l’ormai prossimo voto di midterm per rinnovare metà del Congresso, e i sondaggi – pur sempre fallibili e rovesciabili nel giro di 4 mesi – sono per il momento impietosi con il Grand Old Party.
E non aiutano le pretese della Casa Bianca di “riformare”, con la legge “Save Act”, le procedure di registrazione elettorale nonché i criteri per votare. In pratica diventerebbe obbligatoria l’esibizione di un documento d’identità e una prova di cittadinanza, imponendo al contempo nuove restrizioni al voto per corrispondenza.
Criteri in uso da decenni nel resto dell’Occidente, e che certo mettono in dubbio l’attendibilità del voto Usa passato. Ma “sconvolgenti” per il cittadino statunitense, al punto che il senatore repubblicano John Thune ha obiettato: “A volte, quando qualcosa non viene fatto da 100 anni, c’è un motivo”.
Forse peggio va in campo democratico, storica roccaforte residua dell’establishment da quando Trump ha fagocitato l’area omologa tra i repubblicani. Qui le primarie stanno devastando il campo, perché sempre più spesso vengono scelti addirittura candidati “socialisti”, sostenuti apertamente dal neosindaco di New York, Zorhan Mamdani, nonché dal vecchio Bernie Sanders e altre neoeletti in città anche importanti.
Ieri il deputato Dan Goldman ha perso la rielezione in modo schiacciante contro l’ex revisore dei conti di New York, il progressista Brad Lander, che martedì sera tardi era in vantaggio di oltre 30 punti percentuali.
Il deputato Adriano Espaillat, presidente del gruppo ispanico al Congresso, ha invece perso le primarie per un margine appena più ristretto contro la socialista democratica Darializa Avila Chevalier.
Nella corsa per succedere alla deputata uscente Nydia Velázquez, sempre nello Stato di New York, la socialista democratica Claire Valdez ha ottenuto una comoda vittoria con un margine a doppia cifra sul presidente del distretto di Brooklyn Antonio Reynoso, storico esponente “bideniano”.
La portaerei Usa va. Ma non sa bene dove...
Fonte
la crisi di Hormuz ha già colpito i Paesi ostaggio del debito
Tutti gli occhi sono di nuovo puntati sullo Stretto di Hormuz, formalmente riaperto e poi richiuso nell’arco di pochi giorni. Il memorandum d’intesa tra Stati Uniti e Iran, firmato a metà giugno e già in bilico, prevedeva lo sblocco completo del passaggio entro un mese, ma più osservatori hanno già avvertito che tempistiche simili risultano irrealistiche; anche se la tregua tenesse è probabile che i volumi del traffico non tornino ai livelli pre-conflitto almeno fino al 2027 a causa delle oltre 80 mine presenti nel tratto, dei pedaggi che l’Iran potrebbe imporre dopo i primi 60 giorni e dei prezzi delle assicurazioni commerciali ora alle stelle.
Coloro che non possono calcolare a breve termine le conseguenze della crisi innescata dai bombardamenti israelo-statunitensi – oltre, ovviamente, alle decine di migliaia di civili in Iran e in Libano – sono gli Stati già sovraindebitati dell’impropriamente detto Sud globale. A richiamare l’attenzione sul punto è l’organizzazione Debt justice, impegnata da quasi trent’anni in campagne per l’abolizione o il ridimensionamento del debito estero, uno dei lasciti contemporanei del colonialismo.
La Ong inglese ha messo in fila le numerose ripercussioni materiali patite, notando però che si tradurranno sicuramente in effetti finanziari di lungo corso perché i tassi di interesse sono aumentati nel tentativo di contenere l’inflazione futura. Tim Jones, policy director di Debt justice, spiega che la maggior parte dei Paesi ha una certa quota di debito privato a tasso di interesse variabile (floating rate) e dunque l’importo da pagare cresce immediatamente; aggiungendo inoltre che questa forma di debito non obbligazionario è molto poco trasparente, quindi non si dispone di informazioni sufficienti per quantificare l’impatto dell’aumento dei tassi.
Oltre a ciò, ci sono Paesi che sono stati costretti ad accendere nuovo debito – che di default ha tassi di interesse maggiori rispetto a quello contratto prima della guerra in Iran –- per far fronte alle criticità. In questo modo si instaura un circolo vizioso tra mancanza di materie essenziali importate e ristrettezze economiche dovute al pagamento del debito che possono provocare disordini e sofferenze su larga scala.
In questa categoria, spiega Jones ad Altreconomia, rientrano ad esempio la Repubblica democratica del Congo che ha preso in prestito 650 milioni di dollari, con scadenza a 11 anni, a un tasso d’interesse del 9,5%; la Repubblica del Congo che ha preso in prestito 828 milioni di dollari, con scadenza a 10 anni, a un tasso d’interesse del 9,5%; e l’Angola che si è indebitata per altri 1,5 miliardi di dollari, suddivisi tra scadenze a 5 e 11 anni, rispettivamente a tassi d’interesse dell’8,25% e del 9,5%.
Questi tassi estremamente elevati avranno conseguenze gravi che vanno a sommarsi ad altri shock recenti, in primis la pandemia da Covid-19 e la crisi dopo l’invasione russa dell’Ucraina; inoltre, gli effetti non sono compensabili dalla vendita a prezzo maggiorato del petrolio per gli Stati produttori, come Congo e Angola. Quest’ultima, infatti, è già un caso limite della peggior crisi del debito mondiale registrata dal 1994: negli ultimi due anni ha dovuto destinare in media il 63% delle proprie entrate annuali al rimborso dei creditori esteri, riducendo del 55% gli investimenti in sanità, istruzione ed edilizia.
In un’analisi pubblicata a inizio giugno sul New York Times – e prontamente ripresa anche in Italia – l’ex consigliere dell’amministrazione Obama, Christopher Smart, ha elogiato la resilienza dei mercati di fronte a simili crisi energetiche: pur riconoscendo che gli “aggiustamenti raramente sono indolori” ha spronato a considerarli con ottimismo, come transitori. Per dimostrare la flessibilità del sistema ha portato gli esempi più disparati: dallo stop all’importazione di petrolio in Cina per alcune settimane all’allentamento da parte di Trump delle sanzioni alla Russia, dalla scelta dei consumatori di utilizzare meno l’auto fino al limite a quattro giorni di lavoro in ufficio per i dipendenti pubblici filippini (con il conseguente razionamento dell’aria condizionata).
Debt justice prova invece a riportare l’attenzione sugli effetti reali che possono avere queste misure in Paesi dalle situazioni finanziarie già critiche. Per fare un esempio, lo Zambia, solo uno dei tanti duramente colpiti dall’impennata dei costi energetici globali, ha sospeso le accise sulle importazioni di benzina e diesel per tre mesi a partire dal primo aprile con lo scopo di attutire l’impatto della guerra su famiglie e imprese. Ha perso 200 milioni di dollari di entrate, l’equivalente del 15% della spesa in ambito sanitario.
Gli Stati, inoltre, devono tamponare non solo i prezzi dei carburanti ma anche la carenza dei fertilizzanti (come ha già fatto notare Nicoletta Dentico su Altreconomia), il 10% dei quali è prodotto proprio nel Golfo Persico. Anche in questo caso la crisi colpisce in modo diseguale: secondo la conferenza delle Nazioni Unite sul commercio e lo sviluppo (Unctad) nel 2024 il Sudan, dove è in corso la più grave crisi umanitaria del Pianeta, riceveva via nave da Paesi del Golfo ben il 54% di questi prodotti. Altro che “resilienza”.
Bolivia - Nulla tornerà come prima
La notte del 19 giugno sarà ricordata come il momento in cui la leadership della Centrale dei Lavoratori boliviani (COB) ha consumato il suo tradimento, firmando un patto alle spalle delle basi popolari indigene e spezzando il blocco di resistenza.
La pretesa di istituire uno stato liberale con sogni “libertari” (nell’accezione di Milei, ndt) che non è ancora nato, dimostrandone la totale incapacità di generare egemonia, è ricorso alla corruzione aperta: buoni diesel per i trasportatori, bonus di 5.000 miliardi per mettere a tacere i settori minerari e promesse di impiego precario a El Alto. Immediatamente dopo, il 20 giugno, il regime ha scatenato la sua macchina coercitiva dichiarando lo Stato di Emergenza e militarizzando il paese.
Di fronte a questo tradimento e al pericolo imminente di violenza statale, l’avanguardia indigena-nativa ha eseguito una manovra tattica impeccabile: una ritirata strategica. Le masse non sono state sconfitte, sono semplicemente passate alla resistenza passiva per riorganizzare le loro forze di fronte al logoramento e al tradimento.
Il presidente Paz ha mantenuto la sua carica, ma è stato ridotto alla condizione di amministratore di un “governo autolesionista”, paralizzato dal terrore di fronte a una mobilitazione che sa di non poter contenere due volte. La vera tragedia di questo regime risiede nelle contraddizioni insormontabili verso i suoi finanziatori e alleati. Paz non è il proprietario della sua agenda; è ostaggio degli impegni strutturali che ha assunto.
Per sopravvivere, il governo è costretto a cedere al capitale transnazionale. I suoi patti con l’asse di estrema destra (legami con Donald Trump e promesse di accelerazione estroattivista a figure come Elon Musk) gli impongono di rispettare la consegna del litio boliviano, la più grande riserva al mondo.
Allo stesso tempo, deve onorare il proprio debito verso l'“Asse Agroindustriale” delle lobby e degli imprenditori di Santa Cruz, che chiedono di consolidare l’attuazione della abrogata Legge 1740 per avanzare sui territori indigeni e sulle foreste amazzoniche
Ancora più soffocanti sono le condizioni imposte dalla Banca Mondiale e dal Fondo Monetario Internazionale (FMI). Per rendere validi i prestiti che sostengono il suo fragile modello, Paz è costretto a eseguire una terapia d’urto neoliberale:
- Privatizzazione delle imprese pubbliche e alienazione delle risorse nazionali strategiche.
- Riduzione dell’intervento statale, che implica licenziamenti massicci, tagli sociali e flessibilità del lavoro che ha già cercato di imporre (e su cui è dovuto tornare indietro) con il Decreto 5503.
- Svalutazione ufficiale della valuta, trascinata giù dalla forte pressione per legalizzare un tasso di cambio di 30 bs/dollaro, distruggendo il potere d’acquisto della classe operaia.
Qui risiede l’impasse del regime. Rodrigo Paz cerca di imporre sogni “libertari”, nello stile di Milei o Trump, ma si scontra frontalmente con la realtà istituzionale del paese.
L’architettura della Costituzione Politica dello Stato (CPE), istituita nel periodo della Rivoluzione Democratica e Popolare, ha definito la Bolivia come uno “Stato Sociale di Diritto” e una democrazia basata sul popolo, che oggi rappresenta una barriera legale di contenimento contro lo smantellamento del paese. La CPE garantisce la proprietà statale delle risorse strategiche (Litio, Gas, Miniere, Acqua) e ferma sul nascere le aspirazioni di privatizzazione.
Tuttavia, la vera trincea di quell’epoca non è fatta di carta. E oltre all’inchiostro e ai margini del testo costituzionale, sono le strade che sono state istituzionalizzate come il fattore di veto politico definitivo. Le strade bloccate, le assemblee territoriali e la mobilitazione di massa non sono più anomalie congiunturali, ma sono emerse come la vera sovrapotenza del paese.
Nella Bolivia del 2026, il Palazzo del Governo può redigere decreti di privatizzazione e firmare patti con capitali stranieri, ma l’ultima parola è dettata dall’asfalto. L’esperienza accumulata in 50 giorni di paralisi nazionale ha lasciato una lezione irreversibile: il blocco sostenuto è stato perfezionato come arma strategica per eccellenza e contrappeso socio-politico assoluto al tradimento dello Stato.
Conclusione: Governare la Bolivia trasformata del 2026 con i manuali di esclusione e obbedienza degli anni ’90 è un suicidio politico.
La contraddizione centrale di questo catastrofico stallo ha raggiunto il punto di rottura: se il governo non si conforma alle richieste del FMI, dell’asse “libertario” internazionale e dell’agrobusiness, crolla finanziariamente. Ma se tenta di compiere anche solo un passo per rendere efficaci queste misure (decretare un aumento della benzina, una svalutazione ufficiale o privatizzare il litio), farà esplodere istantaneamente la polveriera sociale.
Qualsiasi di queste misure massificherà la protesta. L’attuale smobilitazione è solo una pausa tattica.
Qualsiasi tentativo del governo di rispettare i suoi patti neoliberisti sarà il catalizzatore che trasformerà questo ritiro in una mobilitazione assoluta, segnando l’inevitabile scontro finale con un regime che ha già esaurito il suo tempo nella storia.
Come avvertì il leader aymara e protomartire Túpac Katari di fronte al giogo coloniale prima di essere giustiziato: “Uccideranno solo me, ma domani tornerò e sarò milioni”.
Oggi, quei milioni sono il soggetto politico ineludibile di questa nuova era, trasformato nel veto popolare definitivo che attende, pazientemente e organizzato, il momento esatto per dare vita alla nuova Bolivia.
Fonte
Gli israeliani invadono il Libano, ma lamentano perdite
Da tutta questa melodrammatica sceneggiata e da questo vittimismo teatrale, si potrebbe pensare che i quattro israeliani siano stati uccisi nei loro letti a Tel Aviv, e non durante un viaggio in carro armato attraverso un paese straniero che avevano invaso.
Come ha detto Ryan Grim: “Non ho mai sentito parlare di un paese che invade un paese vicino e poi si lamenta che i suoi soldati siano morti durante l’invasione. Non credo che nessun altro paese abbia mai pensato di fare una simile lamentela”.
Con una mossa che non ha sorpreso assolutamente nessuno, Israele ha nuovamente bombardato senza pietà il Libano, mentre Netanyahu continuava a insistere sul fatto che l’esercito israeliano avrebbero proseguito la sua vasta occupazione del territorio libanese.
Le azioni di Israele hanno portato Teheran ad annullare i colloqui di pace programmati con Washington, ma ora giungono notizie di un nuovo accordo di cessate il fuoco tra Israele e Hezbollah.
Israele non ha mai rispettato gli accordi di cessate il fuoco in Libano, ma vedremo cosa succederà.
Un fattore determinante in questo nuovo sviluppo potrebbe essere stata la minaccia dell’Iran di bombardare Israele senza preavviso se Trump non farà pressione su Netanyahu affinché ponga fine alla guerra in Libano, come abbiamo appreso da un recente rapporto di Drop Site News.
Il presidente Trump e il vicepresidente JD Vance hanno creato contenuti virali con toni duri sulla necessità che Israele raggiunga la pace e smetta di uccidere persone in Libano, ma in questo caso ciò che conta sono i fatti. O sono disposti a usare la loro influenza su Israele per garantire che questo accordo di pace si concretizzi, oppure no.
Se Israele continuerà a sabotare l’accordo senza subire gravi conseguenze da parte di Washington, potremo tranquillamente concludere che l’amministrazione Trump si è limitata alle parole.
E nel caso qualcuno non l’avesse capito, Trump non si meriterà mai alcun “merito” per aver fatto la pace con l’Iran, anche se alla fine dovesse spingere Israele a rispettare l’accordo. Non si ricevono elogi per aver iniziato una guerra di aggressione non provocata e poi averla persa. Non è una cosa che si possa fare.
Nel frattempo, invece di attaccare Trump per non aver fatto abbastanza per raggiungere la pace, i Democratici lo definiscono un debole e codardo per non aver continuato la guerra e per aver accettato di garantire 300 miliardi di dollari di finanziamenti per la ricostruzione.
“L’Iran ha raggirato Trump con questo cosiddetto accordo”, ha dichiarato giovedì il leader della minoranza al Senato , Chuck Schumer, aggiungendo: “I miei colleghi dell’altra parte dell’emiciclo sono disposti a inviare all’Iran 300 miliardi di dollari quando le esigenze economiche qui in patria sono così gravi? È quello che Trump vuole che facciano”.
“Con 300 miliardi di dollari potremmo porre fine al problema dei senzatetto, finanziare la ricerca sul cancro per 40 anni e offrire a ogni bambino l’asilo nido gratuito per oltre 7 anni. Invece, Trump li sta mandando all’Iran”, ha twittato la senatrice Amy Klobuchar.
“In sostanza, questo accordo prevede questo: l’Iran non fa alcuna concessione e gli Stati Uniti permettono all’Iran di commerciare petrolio gratuitamente, impegnandosi inoltre a versargli 300 miliardi di dollari di risarcimento”, ha dichiarato il senatore Chris Murphy.
“Trump sta sbandierando un ‘accordo’ che promette di revocare tutte le sanzioni, consentire all’Iran di esportare petrolio e potenzialmente imporre pedaggi, e consegnare più di 300 miliardi di dollari a quel paese”, ha affermato il senatore Adam Schiff, aggiungendo che l’accordo “sembra più una resa”.
Questi importanti esponenti democratici fanno sembrare che Trump stia semplicemente prendendo 300 miliardi di dollari dai contribuenti americani, quando, secondo Reuters, il finanziamento dell’accordo “sarà costituito interamente da fondi del settore privato”.
I democratici stanno essenzialmente riproponendo la stessa falsa accusa “Obama ha dato all’Iran bancali di contanti” che i repubblicani usavano per criticare l’accordo sul nucleare iraniano del 2015.
Ancora più significativo, quanto è rivelatore il fatto che questi guerrafondai fanatici improvvisamente fingano di preoccuparsi di quanto 300 miliardi di dollari potrebbero aiutare i cittadini americani comuni?
Ogni volta che qualcuno cerca di spostare il partito di un centimetro a sinistra su temi come l’assistenza sanitaria universale o altro, si vedono i funzionari del Partito Democratico che puntano il dito contro di loro, dicendo che non ci sono soldi per simili fantasie irrealizzabili, ma non appena si presenta l’occasione di promuovere nuove guerre, si affrettano a dire che potrebbero usare tutti quei soldi destinati alla pace per porre fine al problema dei senzatetto. Tutto ciò, ovviamente, verrà completamente ignorato al momento di votare il prossimo bilancio militare da 1.500 miliardi di dollari.
I democratici sono dei bugiardi insopportabili. La loro meschinità è superata solo dai sostenitori di Trump che affermano che il loro presidente meriti il Premio Nobel per la Pace per aver perso una guerra che lui stesso ha iniziato.
Comunque, la situazione è un disastro. Vedremo come si evolverà il tutto.
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Piano Casa. Confedilizia, Ance e fondi immobiliari ringraziano il governo Meloni
Un dispositivo chiamato Piano casa e propagandato come strumento di contrasto all’emergenza abitativa. Un’emergenza che conta un milione di famiglie in difficoltà e un altro milione della famosa fascia grigia in sofferenza abitativa, parliamo di circa 8 milioni di persone coinvolte.
Il piano si articola su tre gambe, una molto corta e traballante, con finanziamenti irrisori sostanzialmente legati a precedenti leggi di bilancio e che ammontano a 970 milioni di euro per l’intero paese e che verranno ripartiti su 5 anni dal 2026 al 2030, con l’obiettivo di risanare 61.300 alloggi popolari oggi non assegnabili perché inagibili (dati Federcasa).
Se la matematica non è un opinione, calcolando che per ogni alloggio da sistemare serviranno 25mila euro, il conto finale arriva ad un miliardo e mezzo di euro, alla fine forse verranno rese assegnabili poco più di trentamila unità abitative, anche perché il fondo sociale per il clima impone che le somme siano utilizzate solo per l'efficientamento energetico e il fondo per la rigenerazione urbana è già operativo dal 2020 e praticamente esaurito. Questa è l’unica gamba che prende in considerazione l’edilizia residenziale pubblica sovvenzionata ed è decisamente inadeguata, anche perché la messa in vendita del patrimonio pubblico continua senza sosta.
Ingente il compenso per il commissario nominato per gestire la parte del piano orientato sulle case popolari. Felice Squitieri, un architetto vicino alla Lega e commissario VIA e VAS del ministero dell’ambiente, riceverà 493mila euro per un anno e mezzo di lavoro che terminerà a fine 2027. Lavorerà con Milano Cortina e Invitalia e avrà ampi poteri per derogare alle norme ordinarie. È stato nominato con un decreto della presidenza del consiglio firmato da Mantovano e Salvini. Avrà a disposizione una struttura di tre unità e potrà nominare un sub commissario, stipulare convenzioni e nominare degli esperti.
Dove invece l’interesse per gli investitori privati cresce è nella seconda gamba, decisamente più solida e invitante. Qui parliamo di immobili pubblici dismessi e di un Fondo housing coesione gestito da Invimit, che sta preparando il regolamento entro la fine di giugno e un applicativo che darà vita ad una piattaforma sulla quale far convergere gli immobili da valorizzare e le quote di investimento provenienti in parte dal Dipartimento per la coesione e il resto da operazioni private, con la possibilità di coinvolgere anche SGR terze.
In questo modo si crea un fondo di fondi dove la parte privata facilmente sommergerà la parte pubblica, condizionando inevitabilmente il progetto finale di ogni ipotesi rigenerativa. Questo è già accaduto a Milano e in parte sta accadendo a Roma. Un modello che viene santificato anche da una legge dello Stato.
Ancora più spaventosa la terza gamba, con i cosiddetti programmi infrastrutturali di edilizia integrata che dovrebbero offrire una nuova offerta abitativa a canoni e prezzi calmierati con una ripartizione, fortemente già messa in discussione dagli investitori privati, del 70% di edilizia convenzionata e un 30% a libero mercato. Già il soggetto più importante ne svela le caratteristiche, ADD Capital diretto da Mario Abbadessa (ex manager Hines) sarà il veicolo finanziario con già un miliardo in cassa e fondi sovrani degli Emirati Arabi che camminano insieme a Cassa Depositi e Prestiti con due fondi dedicati.
Questa operazione verrà incentivata con deroghe urbanistiche, premi di cubatura fino al 35%, benefici sui costi di bonifica perché l’intero piano viene considerato di interesse strategico e le molte premialità per i grandi progetti di edilizia convenzionata sono giudicate un male necessario, compresa la possibilità che la superficie destinata all’edilizia convenzionata non pesi sulla Superficie Utile Lorda e che i costi di bonifica vadano a scomputo degli oneri di urbanizzazione. Soprattutto se i progetti supereranno la quota di un miliardo di euro di investimenti anche grazie all’apporto di capitali esteri. Tutto questo sarà gestito con poteri commissariali da una conferenza dei servizi in forma semplificata e asincrona entro 30 giorni. Una super corsia preferenziale per cambi di destinazione d’uso in deroga, agevolazioni sugli standard, incrementi volumetrici e onorari notarili dimezzati per le compravendite.
Questo mostro può mettere in moto una gigantesca operazione dove la rendita può saccheggiare ancora una volta il patrimonio pubblico e consumare suolo senza remore per la qualità della vita degli abitanti, soprattutto delle giovani generazioni che per l’ottanta per cento non sono in grado di lasciare le abitazioni dove sono nati e che quando studiano lontano dalla propria città d’origine non trovano le strutture residenziali necessarie. Questo piano ha stanziato la risibile somma di 8,5 milioni di euro per tutta Italia per il fondo affitti per gli studenti fuori sede con ISEE non superiore a 20mila euro.
In sede di conversione, poi, la coda velenosa di un ordine del giorno approvato dalla maggioranza e presentato da Francesco Filini (fratelli d’Italia) che impegna il governo a valutare l’opportunità di assegnare le unità immobiliari del Piano Casa prioritariamente a cittadini italiani.
Questa provocazione fa il paio con il Disegno di legge n. 1896/2026 che interviene sulla disciplina degli sfratti accelerando i termini di grazia per l’esecuzione del provvedimento di rilascio dell’alloggio, eliminando l’avviso dell’ufficiale giudiziario e concedendo un solo differimento in caso di disabilità gravi o malattie terminali. Per cui sfratti eseguibili dopo 15 giorni dal decreto di rilascio e delegabili a soggetti istituzionali terzi e di vigilanza privata in caso di mancanza di personale delle forze dell’ordine per eseguire la liberazione dell’alloggio. Con un’aggravante rappresentata dal fatto che la presenza di minori non è più ostativa all’esecuzione dello sfratto così come la presenza di animali o beni personali presenti nell’alloggio da liberare.
Se questo è un intervento per contrastare seriamente l’emergenza abitativa lo lasciamo giudicare a chi legge. Sicuramente non siamo pentiti di aver portato la nostra rabbia sotto le finestre del ministero delle infrastrutture e aver indicato il ministro Salvini e il governo Meloni come il nemico di classe da combattere con ogni mezzo necessario. Senza tregua!
Fonte
“La nostra guerra contro la Russia”. L’ammissione nell’anniversario dell’Operazione Barbarossa
Nel suo ultimo numero, scrive la Frankfurter Allgemeine Zeitung (FAZ), la rivista “Der Spiegel” si propone di informare i lettori sui crimini commessi dai tedeschi nell’Europa orientale durante la Seconda Guerra Mondiale. Purtroppo, si rammarica il quotidiano conservatore, il titolo della rivista “si rivela una manna dal cielo per la propaganda russa”.
Il titolo incriminato dice infatti “La nostra guerra contro la Russia” e pare aver buon gioco la FAZ a constatare come, nel 1941, la Germania nazista non avesse intrapreso una guerra contro la “Russia”, bensì contro l’URSS, così che equiparare la Russia all’Unione Sovietica “distorce la realtà storica”.
Ma, soprattutto, e qui sta il “peccato mortale” commesso da Der Spiegel, ai fini della narrazione europeista, quel titolo rischia di compromettere “la percezione dell’attuale guerra che il Cremlino sta conducendo contro l’Ucraina da dodici anni”. Scrivere di una “nostra guerra contro la Russia” significa quasi ammettere che la “nostra Europa” è oggi in guerra contro la Russia.
Perché, sia chiaro: le coordinate esatte dettate dalle cancellerie europee e a cui devono attenersi le sacrestie editoriali sono, da una parte, che c’è un “aggredito” e un “aggressore” e, dall’altra, per spiegare ai lettori la ragione per cui si è passati dal parlare di “attacco improvviso e immotivato” del secondo nel 2022, a un conflitto che va avanti dal 2014, si deve dire non che i golpisti che presero il potere a Kiev nel febbraio di dodici anni fa scatenarono un’aggressione con carri armati e bombardieri contro la propria popolazione del Donbass, ma che invece furono “i russi” a muovere guerra all’Ucraina nel 2014.
È per questo che oggi l’intera Europa “democratica e libera” è dalla parte di Kiev e “lavora per la pace”, anche se, per diretta ammissione della ex cancelliera tedesca Angela Merkel e dell’ex presidente francese Francois Hollande, “mediatori” ai due colloqui di Minsk del 2014 e 2015, il loro obiettivo non era altro che quello di guadagnare tempo per consentire all’esercito di Kiev di riarmarsi dopo le batoste di Ilovajsk e Debaltsevo inflittegli dalle milizie di DNR e LNR.
D’altronde, il ruolo di “mediatore”, l’Europa lo ha volontariamente perso nel momento in cui ha convalidato il colpo di stato violento del 2013-2014 e, del resto, come ha detto proprio in questi giorni il “consigliori” golpista Mikhail Podoljak intervistato dal Corriere della Sera, l’Europa “non può essere un mediatore neutrale: la guerra si combatte contro un Paese europeo, sul continente europeo, e pone una sfida diretta alla sicurezza dell’Europa”.
Da questo punto di vista, dunque, il titolo di Der Spiegel può davvero considerarsi un’aperta ammissione, per quanto quasi certamente involontaria e casuale, della guerra che l’Europa delle cancellerie liberali, schierate a difesa degli interessi del capitale finanziario e del complesso militare-industriale, sta conducendo contro la Russia e di cui Moskva è da tempo più che consapevole, tanto che ormai apertamente editorialisti e alti esponenti politici ammettono che l’Operazione militare speciale in Ucraina è finita e al suo posto è in corso una guerra voluta e condotta dalla UE e dalla NATO contro la Russia.
Il politologo e direttore del portale “La Russia nella politica globale”, Fëdor Luk’janov scrive sostanzialmente che Europa e Ucraina, sotto molti aspetti, si sono in gran parte fuse, sia politicamente che nel complesso militare-industriale. L’Ucraina è diventata un banco di prova per le armi occidentali e l’Europa punta sul suo successo, agendo in solidarietà con Kiev.
Oggi, dice “si stanno sviluppando progetti congiunti e vengono creati impianti di produzione, trasformando l’Europa in una retrovia dell’Ucraina. Al tempo stesso, si sta sviluppando anche una nuova produzione ucraina”. L’Europa, afferma Luk’janov, “sostiene pienamente l’Ucraina, punta sul suo successo e ha già iniziato a discutere una posizione negoziale unitaria. L’Europa e gli Stati Uniti hanno seguito strade diverse, ma ora l’Europa è unita all’Ucraina... Proporrei di considerare l’Europa e l’Ucraina come un unico soggetto, o oggetto, a seconda della prospettiva“.
E ora, dice il politologo, l’obiettivo di Bruxelles e di Zelenskij è quello di convincere Donald Trump che l’Ucraina “non stia perdendo”: hanno cercato di farlo anche al vertice del G7, volendo dimostrare a Trump l’erroneità della sua precedente visione, secondo cui “la Russia sta vincendo la guerra e l’Ucraina perderà comunque, quindi è meglio raggiungere un accordo ora piuttosto che aspettare il peggio”.
Ora, dunque, Kiev e i suoi sostenitori devono dimostrare che l’Ucraina non stia perdendo e che le sue possibilità stiano migliorando e che, quindi, si debba aiutare l’Ucraina a rafforzare le proprie posizioni, in modo che “la situazione penda ancora di più a favore di Kiev. Solo allora potremo parlare di un qualche tipo di accordo di pace”.
Da qui, il fervore con cui sia Kiev che i media europeisti si danno a “dimostrare” che l’Ucraina è in grado di assestare colpi sempre micidiali alla Russia, le cui difese non riescono a intercettare l’enorme quantità di droni che l’Europa riesce a sfornare e fornire ai nazigolpisti e che, dunque, la situazione si è decisamente e definitivamente capovolta a favore del “paese aggredito” e occorre ancora solo qualche ulteriore sforzo da parte dei paesi europei a sostegno di Kiev e la guerra si concluderà con la vittoria certa dei nazisti, difensori dei “valori e delle libertà” europeiste.
Tutti coloro che si azzardano a mettere in dubbio tale “verità” meritano la gogna mediatica, quali negazionisti del “verbo divino”. Si arriva al punto, come è il caso del signor Roberto Gressi sul Corriere della Sera del 21 giugno, di sforzarsi di essere “più ucraini degli ucraini”, tentando di eguagliare il famigerato sito nazista ucraino “Mirotvorets” e condannando al “pubblico scherno” tutti quei “disfattisti” che, in Italia, osano proclamare che “l’Ucraina ha già perso”. Vade retro.
Tra una declamazione e l’altra su “Putin, il suprematista bianco che somma su di sé il peggio dell’imperialismo zarista e di quello sovietico, annaspa” ed è ormai sul punto di affogare; un ave maria per “l’idea che popoli liberi possano essere schiacciati sotto il tallone del più forte”, dove non ci si dà pena di specificare in cosa e da chi siano “liberi” quei popoli soggiogati dal profitto capitalista, ecco allora che si fanno nomi e cognomi – per eguagliare “Mirotvorets” mancano gli indirizzi di casa – di coloro che, direttamente o indirettamente, gettano “discredito” sulla verità rivelata della “autocrazia che aggredisce” e la “libera democrazia che si difende” e, con ciò stesso, difende l’intera Europa dalle “mire imperialiste” dei barbari iperborei.
Da Gianfranco Pagliarulo, a Vito Petrocelli, a Lucio Caracciolo, fino ai disfattisti Marco Tarquinio e Cecilia Strada che “sono critici sulle armi”. Non possono ovviamente mancare Marco Travaglio e Tomaso Montanari, che mettono in dubbio la vittoria ucraina, fino ai rei intenzionali di recarsi in Russia, come Pupo, Francesco Totti o Al Bano. Per essere al passo coi tempi e uguagliare in tutto “Mirotvorets” manca solo lo spazio in cui mettere, al momento dovuto, la spunta “Eliminato”.
La verità della fede è dunque che Kiev “vince e vincerà” e chi lo mette in dubbio è un traditore dell’Europa. Ora, scrive Elena Karaeva su RIA Novosti, con l’attentato terroristico di Brjansk contro i bambini bielorussi, dopo l’attacco di centinaia di droni su Moskva, è risultato chiaro che i russi dispongano di contromisure contro i droni ucraini. Mentre Kiev non ne ha contro i missili balistici russi. The New York Times, non certo simpatizzante della Russia, ha scritto che in un conflitto reale, la superiorità militare e la vittoria incondizionata sono garantite da un arsenale di missili balistici e da una difesa aerea che funzioni come un orologio.
Agli incontri di Evian, Ramstein o Bruxelles, tale constatazione è stata oscurata “da uno spesso strato di trucco mediatico… per trasformare la guerra contro la Russia, che la NATO sta perdendo, in un nuovo Blitzkrieg vittorioso… mentre il presidente del Consiglio europeo, il portoghese dai capelli grigi Costa, veniva afferrato per i risvolti e scosso, nel tentativo di costringerlo a confessare di “aver chiamato Moskva” e di essere un “agente di Moskva””. Questo, da un lato.
Dall’altro, è facile ricordare come, negli ultimi trent’anni, il Cremlino non abbia fatto altro che cercare di negoziare con Europa, Occidente e NATO, mentre questi interlocutori non hanno fatto altro che mentire e violare gli accordi, a cominciare dalla riunificazione delle due Germanie, quando fu pubblicamente giurato che la NATO non si sarebbe spostata “di un pollice verso est”.
Poi, invece, venne l’annuncio, al vertice NATO di Bucarest del 2008, dell’adesione dell’Ucraina all’Alleanza, con Moskva che reagì immediatamente alla possibilità di tale associazione, avvertendo che le “linee rosse” non dovevano essere oltrepassate. Ma a Ovest hanno sempre finto di non sentire, dato che l’obiettivo non era quello di recepire le preoccupazioni russe sulla minaccia esistenziale al paese, bensì quello di sferrare un colpo preventivo e fatale.
E per tale attacco, ricorda Karaeva, è stato stanziato un budget stratosferico di oltre mezzo trilione di dollari, mentre si blaterava di “negoziati” al solo scopo di prendere tempo, finanziare la distruzione della Russia, uccidere quanti più russi possibile durante il periodo di “cessate il fuoco”.
Perché, come ha scritto il Ministro degli esteri russo Serghej Lavrov, in un articolo inizialmente destinato a Politico Europa, ma poi pubblicato (Politico lo ha ignorato) sul sito del Ministero degli Esteri, l’intera “esperienza dei negoziati con l’Europa, in quanto parte del “Occidente collettivo”, negli ultimi 20 anni indica una sola cosa: i negoziati con la Russia sono una tattica ingannevole, una copertura diplomatica per l’espansione geopolitica dell’Occidente e delle sue istituzioni, principalmente la NATO e l’Unione Europea, verso est, in direzione dei confini della Russia”.
L’unione Sovietica non c’è più da oltre trent’anni. Al posto della Germania nazista e del Blitzkrieg tedesco, sostenuto da eserciti regolari e volontari provenienti da quasi tutti i paesi europei, c’è però oggi una volontà di guerra che avvolge l’intera Europa dei monopoli, in cerca di una via d’uscita militare dalla crisi sempre più profonda.
E, al posto di un singolo ministero della propaganda nazista, c’è un intero apparato mediatico impegnato a convincere le masse popolari della necessità, per il “loro stesso bene”, di essere militarizzate, soggiogate ancora di più agli interessi del capitale e, al momento decisivo, essere vestite dell’uniforme per marciare contro “il nemico”, asiatico, barbaro o iperboreo che sia.
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Minacciosa relazione contro il diritto di sciopero della Commissione di Garanzia
Un vero e proprio schiaffo che l’Italia ha indirizzato al Consiglio d’Europa, il cui pronunciamento non viene nemmeno preso in considerazione.
La CGSSE non si è limitata ad ignorare il pronunciamento del CEDS, ma marcia spedita in direzione esattamente contraria. Armata della clava del “contemperare” i diversi diritti costituzionali, la CGSSE rivendica il diritto ad allargare progressivamente la sfera di attuazione della legge, di pari passo con l’evoluzione del conflitto sociale.
L’anno 2025 ha messo in evidenza “la diffusione di scioperi di natura politica caratterizzati da una forte impronta transnazionale, in cui il conflitto in Palestina e la critica alla cosiddetta economia di guerra sono emersi come potenti catalizzatori di mobilitazioni trasversali”.
“Si è assistito – continua la CGSSE – a piattaforme rivendicative ibride, capaci di mescolare temi contrattuali (salari, sicurezza) con richieste radicali di politica estera, come la rescissione di memorandum internazionali o il recesso dagli impegni militari in ambito Ue e Nato”.
Questo utilizzo dello sciopero generale contro la guerra rappresenta per la CGSSE fonte di forte preoccupazione per cui “è stato avviato uno specifico percorso istruttorio volto all’adeguamento del quadro regolatorio”.
Tanto gli scioperi contro il traffico delle armi come l’obiezione di coscienza contro l’economia di guerra, quanto gli scioperi generali volti ad esprimere il massimo del dissenso contro le scelte guerrafondaie, costituiscono perciò la nuova frontiera sulla quale la CGSSE si predispone ad intervenire, per restringere ulteriormente il diritto di sciopero.
A nulla sono valse le considerazioni di eminenti giuristi, oltre che del buon senso comune, circa l’evidente incongruenza tra le armi, tanto più se destinate verso teatri attivi di guerra, e i servizi essenziali.
Per la CGSSE, chi blocca il traffico delle armi, con la sua azione genera “ripercussioni sull’operatività e la sicurezza della logistica nazionale, determinando ritardi e disservizi a catena per l’utenza”, per cui va sanzionato.
Né è giustificato ricorrere allo sciopero immediato come reazione a eventi di politica internazionale, come è il caso del genocidio in Palestina da parte dello stato terrorista di Israele e dello sciopero del 3 ottobre scorso, sul quale la CGSSE rivendica l’applicazione delle sanzioni verso le organizzazioni che hanno trasgredito.
Nella Relazione si menziona anche l’estensione al settore della logistica dell’applicazione della legge 146, che viene rivendicato come “un atto di chiarezza normativa”, pur riconoscendo che la logistica van ben oltre l’approvvigionamento di beni di prima necessità.
In questo caso, l’intervento della Commissione si è configurato come l’ennesimo abuso di poteri che non gli competono, non potendo essere demandata alla CGSSE la scelta di determinare cosa è “servizio essenziale” o cosa deve restarne necessariamente fuori.
Se la CGSSE avesse tenuto in considerazione il pronunciamento del CEDS, è bene ricordarlo, avrebbe dovuto modificare completamente l’indirizzo della sua azione e intervenire sui tre principi della Carta Sociale Europea che il CEDS ha riconosciuto violati dalla legge antisciopero in vigore in Italia:
1) un allargamento eccessivo del concetto di servizi essenziali e quindi della sfera di applicazione della legge;
2) l’obbligo di preavvisare il termine dell’agitazione, che il CEDS ha riconosciuto come un fattore di forte indebolimento del diritto di sciopero;
3) l’abuso dei periodi di franchigia e del concetto di rarefazione, che hanno fortemente compresso i tempi in cui è effettivamente possibile proclamare lo sciopero.
Il fatto che la CGSSE abbia deliberatamente deciso di ignorare tutto ciò è il segno che il diritto di sciopero è sotto attacco e che nuovi inasprimenti della legge 146 sono già pronti nel cassetto.
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