Presentazione


Analisi, opinioni, fatti e (più di rado) arte da una prospettiva di classe.

13/02/2026

Siria - Miliardi sauditi fra settarismi ed instabilità

Con la revoca del Caesar Act e l’entrata definitiva del regime qaedista sotto la tutela dell’Amministrazione USA, anche a scapito delle Forze Democratiche Siriane (FDS), i funzionari statunitensi – fra cui soprattutto l’ineffabile Barrack – dipingono il nuovo stato siriano con tratti fantasiosi: stato-nazione stabile, terra di opportunità, garanzia di piena cittadinanza per tutti. Sembra una descrizione simile alla fantomatica riviera di Gaza. Nella realtà, il paese resta un pantano di instabilità, violenze settarie contro le minoranze ed intere aree che sono terra di nessuno.

Ma il circo trumpiano è ormai partito. E chi sta provando ad inserirsi per fare affari – anche a proprio rischio e pericolo, visto i problemi ancora presenti – è l’Arabia Saudita.

Il Middle East Observer segnala che il regno ha firmato accordi per oltre dieci miliardi di dollari con il governo di Damasco, articolati in vari settori.

Nel settore dell’aviazione, il fondo di investimento Elaf s’impegna a modernizzare e gestire i due aeroporti di Aleppo, quello civile e quello militare, mentre la compagnia area Flynas costituirà, in joint venture l’Autorità Generale per l’Aviazione Civile Siriana, una compagnia aerea low cost che dovrebbe coprire tutto il Medio-Oriente.

Vi sono, poi, il settore delle comunicazioni, in cui sono previsti oltre un miliardo di dollari di investimenti per costruire una dorsale di cavi in fibra ottica di 4500 km, e quello estrattivo, in cui la saudita ACWA Power s’impegna a rimettere in sesto l’infrastruttura petrolifera e quella del gas nell’area orientale del paese, con l’aiuto anche di Chevron.

Insomma, progetti faraonici, che vorrebbero segnalare ai paesi e ai popoli della regione quanto è conveniente abbandonare i vecchi legami politici e ideologici con l’Asse della Resistenza, che portano solo guerre e sanzioni, a favore dell’allineamento agli USA e dei paesi dell’area cui questi ultimi decidono di affidare i propri interessi, nella fattispecie Arabia Saudita e Turchia.

Quello saudita, d’altronde, è un ingresso a tutto campo sullo scenario siriano: la promessa d’investire nei campi petroliferi della provincia di Deir-ez-Zor, infatti, è stato il principale detonatore – assieme ai legami di sangue – della ribellione delle tribù sunnite locali nei confronti delle Forze Democratiche Siriane; tali tribù, prevedibilmente, ora saranno chiamate a garantire la sicurezza delle opere e cominceranno ad agire come proxy di Ryad, demarcandone un’aria d’influenza. Del resto, si tratta di un naturale rapporto fra formazioni sociali simili, in quanto anche quelle che reggono l’Arabia Saudita sono tribù sunnite, al di là degli intenti di modernizzazione del principe Mohammed bin-Salman.

L’area d’influenza saudita, dunque, si va ad aggiungere all’area d’influenza turca, che si estende lungo il confine fra i due paesi, e a quella israeliana, che si estende nelle zone meridionali occupate direttamente o controllate dalle milizie druse. Il tutto a dispetto della fiducia e del riconoscimento nei confronti del presidente Al-Jolani e dell’integrità territoriale del paese che molti proclamano a parole.

In tal senso, il Capo di Stato Maggiore della Turchia ha dichiarato: “Non abbiamo intenzione di ritirarci, per ora. La decisione di ritirarci da lì spetta alla Repubblica di Turchia. Non terrà conto di ciò che altri dicono. Al momento non esiste una decisione del genere”.

La Siria, dunque, si appresta ad essere il nuovo terreno di sperimentazione delle relazioni fra Turchia e Arabia Saudita, ovvero due componenti essenziali di quella che è stata già ribattezzata “nuova NATO sunnita” in formazione, nonché degli equilibri fra quest’ultima e l’altro braccio statunitense nell’area – il principale – ovvero quello sionista. Un conto è trovare una convergenza nell’affrontare il tema dell’area autonomia curda, un conto è trovarla rispetto a temi di portata strategica.

Per quanto riguarda, appunto, l’influenza residua del progetto autonomista curdo, al momento si stanno attuando i punti dell’accordo sfavorevole firmato il 30 gennaio scorso con Damasco.

Le milizie affiliate all’esercito del governo centrale si stanno allontanando dalle linee del fronte con le FDS per stemperare la tensione; a sostituirli sono mezzi blindati, ma privi di artiglieria pesante, delle forze affiliate al Ministero dell’Interno, le quali sono entrate anche nei due maggiori centri controllati dalle Ypg/Ypj, ovvero al-Hasaka e Qamishlo. Qui dovrebbero rilevare il controllo delle principali infrastrutture e procedere all’integrazione al proprio interno della polizia curda. Alle FDS, come previsto, è stato assegnato il posto di governatore di Al-Hasaka nella persona di Noureddin Issa Ahmed, stretto collaboratore di Mazloum Abdi.

Questi passaggi segnano la fine concreta dell’autonomia curda sull’area per far posto ad una difficile coesistenza.

Un altro punto doloroso che la parte curda sta rispettando in silenzio è relativo all’esfiltrazione dei miliziani non siriani presenti nelle proprie fila. Secondo Al Monitor, i primi cento curdi non siriani hanno varcato i confini con l’Iraq e hanno raggiunto gli altri militanti del PKK nei rifugi sui monti Qandil, dove, nei piani di Ankara, ora sono in attesa di completare le procedure di disarmo. I registi dell’operazione sono gli esponenti del clan Barzani, ai quali ora tutti guardano come mediatori visti i buoni rapporti pregressi con tutte le potenze in gioco.

Su Kobane/Ain al Arab, invece, la situazione rimane critica: non vi è alcun accordo che decreti l’entrata della polizia di Damasco, per cui, per rivalsa e ricatto, la città viene tenuta a corto di corrente elettrica, risorse idriche, aiuti umanitari, provocando una crisi umanitaria.

In ogni caso, non basta mettere su carta accordi economici miliardari, decreti governativi (come quello che concede ai Curdi i diritti di nazionalità pieni) o dichiarazioni di principio di rispetto dell’integrità territoriale affinché si passi dalle parole ai fatti. La Siria attuale è ben lontana dal quadro di stabilità che Trump ed i suoi accoliti vogliono dipingere.

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Nella rete di Epstein c’erano decine di intellettuali e scienziati

Tra gli oltre tre milioni di file collegati a Jeffrey Epstein, pubblicati a fine gennaio dal Dipartimento di Giustizia degli Stati Uniti seppur con delle parti ancora secretate (a fronte di altri 3 milioni ancora del tutto indisponibili al pubblico), c’è anche un elenco di 30 tra scienziati e intellettuali di alto livello di fama internazionale.

Esaminando i file si evince che nessuno dei personaggi citati nelle conversazioni ha partecipato alle attività illegali del finanziere statunitense condannato per reati sessuali contro minori, ma appare ora evidente che tutti facevano parte di una cerchia di celebrità scientifiche che Epstein adulava e sponsorizzava per ripulire la sua immagine e fornire una legittimazione alle sue posizioni razziste, pedofile e misogine.

I personaggi più rilevanti della lista sono indubbiamente Noam Chomsky e Bill Gates, Nei documenti compare anche Lisa Randall, fisica teorica dell’Università di Harvard a Cambridge che in varie mail scherzava con Epstein sugli arresti domiciliari imposti al finanziere dopo il suo arresto nel 2008 per adescamento sessuale da parte di una minorenne.

Secondo la rivista Nature, i nuovi documenti – che includono anche Stephen Kosslyn, neuroscienziato di Stanford e Harvard, e Corina Tarnita, professoressa a Princeton – rivelano che i legami di Epstein con la comunità scientifica erano più profondi di quanto si pensasse in precedenza.

Dopo la sua condanna per reati sessuali nel 2008, Epstein mantenne contatti con eminenti scienziati, alcuni dei quali continuarono a frequentarlo e a ricevere finanziamenti dalle sue casse o semplicemente per godere della sua ospitalità e dei lussi che il finanziere metteva loro a disposizione.

In veste di filantropo, Epstein investì vari milioni di dollari in progetti di fisica teorica, biologia evolutiva e genetica presso istituzioni come Harvard, il MIT e l’Arizona State University. Finanziava anche ricerche e organizzava sontuose conferenze e feste di ricerca a cui parteciparono personaggi come i fisici Stephen Hawking e Kip Thorne.

I documenti appena pubblicati dimostrano che Jeffrey Epstein ha cercato il sostegno di una cerchia ancora più ampia di scienziati per convalidare idee e progetti controversi legati a razza, cognizione e genere, in cui i precetti suprematisti venivano trascesi, come la possibilità di migliorare il genoma umano e trasmettere determinati tratti per creare esseri umani superiori.

Attraverso agenti letterari come John Brockman e i contatti editoriali della sua compagna e stretta collaboratrice Ghislaine Maxwell, Epstein creò anche un club di incontri scientifici per soli uomini.

In questo “club maschile”, lo scambio privato di idee razziste e sessiste era frequente. Uno dei casi più eclatanti emersi è una serie di email del 2016 tra Epstein e lo scienziato cognitivo tedesco Joscha Bach, allora professore al MIT, in cui affermavano cose come “I bambini neri negli Stati Uniti potrebbero avere uno sviluppo cognitivo più lento” e discutevano di modifiche genetiche per “rendere le persone nere più intelligenti”. Lo stesso scambio affrontava anche la mancanza di capacità delle donne in “aree altamente astratte”.

L’ultima serie di documenti include anche uno scambio di messaggi del 2016 con il medico Peter Attia, in cui scherzano su una donna adulta che chiamano “merce”.

Epstein voleva anche investire nella ricerca per modificare geneticamente gli embrioni ed aveva pianificato di “seminare” il suo DNA fecondando 20 donne contemporaneamente, cosa di cui aveva discusso con diversi scienziati di alto livello.

Oltre a quelli che compaiono nell’elenco dei 30 scienziati del nuovo gruppo, i fascicoli di Epstein includono altri nomi di spicco nella cerchia di influenza che cercava di coltivare attorno a sé, che a volte assomigliava a una rete di supporto reciproco. È il caso di Lawrence Krauss, all’epoca fisico teorico presso l’Arizona State University, che ricevette sostegno finanziario da Epstein e gli chiese persino consiglio su come difendersi dalle accuse di molestie sessuali che alla fine portarono alla sua espulsione dall’università.

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La Francia si allinea al progetto genocidiario israeliano

La relatrice Onu per i territori palestinesi occupati Francesca Albanese è nuovamente sottoposta ad attacchi vergognosi, questa volta orchestrati dal governo francese, e prontamente cavalcati indegnamente da tutta la destra italiana, tutti uniti nel chiederne la “testa” e le dimissioni dall’Onu.

Ad essere prese a pretesto questa volta sono le parole definite “gravissime”, “vergognose”, addirittura “antisemite” (un accusa trita e ritrita usata a mo’ di anatema) che Francesca Albanese avrebbe pronunciato nel suo ultimo discorso di sabato scorso al forum organizzato da Al-Jazeera.

Se solo avessero avuto l’onestà di ascoltare il discorso integrale, avrebbero potuto rilevare che Francesca Albanese non ha detto nulla che non sia assolutamente condivisibile.

Ha ribadito che il genocidio a Gaza non è ancora finito, anzi, ora è ancora più pesante.

Ha smascherato le finte tregue e la pace inesistente del cosiddetto Piano Trump per Gaza.

Ha elencato le molteplici violazioni del diritto internazionale da parte di Israele.

Ma ha soprattutto denunciato il silenzio e la complicità di quasi tutti i governi occidentali, e qui ha evidentemente pestato la coda del serpente facendo scattare la reazione del governo francese.

Di tutto il suo intervento, inattaccabile in tutti i passaggi, hanno estrapolato solo quattro parole, cioè quando ha parlato di “Nemico comune dell’Umanità” ma senza citare Israele e indicando come questo sia piuttosto l’inerzia e il silenzio verso il genocidio.

Francesca Albanese ha detto testualmente:
“Il fatto che invece di fermare Israele la maggior parte del mondo l’abbia armato, gli abbia dato scusanti politiche, copertura politica, supporto economico e finanziario, questa è una sfida. Il fatto che la maggior parte dei media occidentali abbia amplificato la narrativa pro-apartheid e genocida è una sfida. E allo stesso tempo, è anche un’opportunità.
Se il diritto internazionale è stato pugnalato al cuore, è anche vero che mai prima d’ora la comunità globale aveva visto le sfide che tutti noi affrontiamo – noi che non controlliamo grandi quantità di capitali finanziari, algoritmi e armi. Ora vediamo che noi come umanità abbiamo un nemico comune, e le libertà, il rispetto delle libertà fondamentali, sono l’ultima strada pacifica, l’ultimo strumento pacifico che abbiamo per riguadagnare la nostra libertà”.
Quello di Francesca Albanese è stato dunque un discorso difficilmente equivocabile.

Il “nemico comune” di cui parla nel suo intervento non viene indicato in Israele in quanto tale, ma negli stessi che oggi la accusano, in totale malafede, di antisemitismo perchè Francesca Albanese sono mesi che gli mette davanti agli occhi le loro responsabilità.

Esprimiamo dunque la nostra totale solidarietà a Francesca Albanese, per quello che ha detto e per quello che ha fatto negli ultimi tre anni.

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Piccoli Epstein proliferano... in Israele

Riferisce la testata Jerusalem Post, che di certo non può essere classificata come media dell’opposizione “radicale”, che tale Itai Levy è stato condannato per “attività sessuali non consensuali con minori”. Se a qualcuno viene da sorridere pensando alla formula “attività sessuali non consensuali” in rapporto con la minorità è bene che sappia subito che i “minori” in questione comprendono anche bambini di 4 anni. Quattro anni.

Itali Levy ha confessato e si è dichiarato colpevole per quattro capi d’accusa separati di violenza sessuale su minore, nonché per atti indecenti su minore e violazione della privacy.

Ma Itai Levy non è soltanto un pedofilo violentatore qualsiasi, ma l’amministratore delegato dell’azienda di cybersecurity Kernelios, uno dei fiori all’occhiello della tecnologia israeliana in materia di cybersicurezza.

La Kernelios si vantava e si vanta ancora di aver formato il Cyber ​​Command Knowledge Center, un “centro impegnato a formare la futura generazione di esperti di sicurezza informatica del settore, offrendo loro la possibilità di imparare dai principali esperti israeliani, ponendo la massima enfasi sulla formazione pratica nei vari argomenti”.

Non si tratta soltanto di formazione professionale, evidentemente, visto che “La visione dei fondatori è quella di formare studenti che in seguito fungeranno da centro di conoscenza della sicurezza informatica nelle rispettive organizzazioni”

Per “rispettive organizzazioni” si deve necessariamente intendere sia società che Stati, in cui gli “ex studenti” potranno comodamente fare da “basisti” per l’acquisizione di ogni tipo di dato utile per la “casa madre”.

Non è del resto ignota la formazione dei principali membri della società, in cui possiamo trovare ex consulenti del ministero degli esteri, ex ufficiale dell’intelligence ed ex capi della polizia israeliana, nonché esperti di lungo corso in “operazioni di intelligence, gestione delle minacce e sviluppo”.

Sulla “stranezza” per cui confluiscono nelle stesse persone ricchezza, tecnologie da intelligence, pedofilia, disturbi psichici gravissimi, violenza e disprezzo per gli altri esseri umani... vi lasciamo fare le vostre considerazioni. Però, ad occhio, il suprematismo razziale (magari giustificato con chiacchiere sulla religione o la storia) dovrebbe avere un ruolo centrale.

Se voi foste al vertice dello Stato, vi fidereste ad assegnare contratti in materia di cybersicurezza a gente del genere?

P.s. L’Italia l’ha ovviamente già fatto, con Check Point Software Technologies, CyberArk, Palo Alto Networks, Rafael Advanced Defense Systems e naturalmente la ben nota Elbit Systems.

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Gaza - Le armi termobariche israeliane hanno “evaporato” migliaia di palestinesi

Israele ha usato armi termiche e termobariche proibite a livello internazionale, lasciando migliaia di corpi di palestinesi “evaporati” di conseguenza, ha rivelato un’indagine di Al Jazeera.

Le squadre di difesa civile a Gaza hanno documentato oltre 2.800 casi di palestinesi “scomparsi” dall’inizio della guerra genocida israeliana, secondo quanto riporta il programma arabo di Al Jazeera, The Rest of the Story.

Ciò che resta di questi corpi sono solo pezzi di carne, granelli di sangue o persino cenere.

Dall’inizio della guerra a Gaza nell’ottobre 2023, Israele ha annientato gran parte della Striscia di Gaza, riducendo interi quartieri, incluse scuole, attività commerciali e strutture mediche, in macerie.

Soldati israeliani e ingegneri da combattimento hanno piazzato esplosivi e provocato demolizioni controllate all’interno di innumerevoli abitazioni, mentre bulldozer corazzati hanno sistematicamente raso al suolo ogni cosa, edificio dopo edificio.

Oltre a semplici esplosivi, esperti e testimonianze hanno attribuito la vaporizzazione delle persone all’uso da parte di Israele di armi termiche e termobariche fornite dagli Stati Uniti, chiamate “bombe a vuoto” o “aerosol”, capaci di generare temperature superiori ai 3.500 gradi Celsius (6.332 gradi Fahrenheit).

Per dare un’idea, il punto di ebollizione dell’acqua è di 100 gradi Celsius (212 gradi Fahrenheit).

Il calore intenso è spesso generato dal tritonale, che è una miscela di TNT e polvere di alluminio utilizzata nelle bombe di fabbricazione americana.

Il portavoce della difesa civile Mahmoud Basal ha detto ad Al Jazeera che le squadre incrociano il numero noto di abitanti in una casa con i corpi recuperati.

“Se una famiglia ci dice che c’erano cinque persone dentro, e noi recuperiamo solo tre corpi intatti, trattiamo i restanti due come ‘evaporati’ solo dopo che una ricerca esaustiva non ha prodotto altro che tracce biologiche – spruzzi di sangue sui muri o piccoli frammenti come cuoi capelluti”, spiega Basal.

Il direttore generale del Ministero della Salute palestinese a Gaza, Munir al-Bursh, ha osservato che è “chimicamente inevitabile” che quando un corpo umano viene esposto ad alte temperature “vaporizzi e si trasformi in cenere” poiché siamo composti per l’80 percento d’acqua.

L’indagine ha identificato diverse munizioni di fabbricazione statunitense utilizzate a Gaza, tra cui la MK-84 “Hammer”, la BLU-109 bunker buster e la bomba GBU-39 di piccolo diametro.

Il bunker buster BLU-109 sarebbe stato usato in un attacco contro al-Mawasi, un’area che Israele aveva precedentemente dichiarato “zona sicura” per palestinesi sfollati con la forza nel settembre 2024, facendo evaporare 22 palestinesi.

Nel frattempo, si dice che il GBU-39 sia stato utilizzato in un attacco alla scuola al-Tabin nella parte orientale di Gaza City. Basal ha confermato il ritrovo di frammenti delle armi in luoghi dove i corpi erano scomparsi.

A fine novembre, Hamas ha chiesto a un comitato internazionale di indagare sull’uso di alcune armi da parte di Israele, sostenendo che i corpi erano “vaporizzati” a Gaza.

“Le terribili testimonianze fornite da cittadini e medici nel nord di Gaza dopo gli attacchi aerei e i massacri compiuti contro civili innocenti, e la conferma di casi di attacchi di armi e munizioni che portano alla vaporizzazione dei corpi indicano fortemente l’uso di armi internazionalmente vietate da parte dell’esercito terroristico di occupazione”, ha dichiarato il movimento palestinese.

A Gaza finora, Israele ha ucciso più di 72.037 persone e distrutto quasi il 90 percento delle infrastrutture del territorio.


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L'“altruista” che spaventa la finanza

Sembra una presa in giro attentamente studiata, più che l’antica ironia della Storia. Ma l’idea che un intero settore dell’“industria finanziaria” (altra definizione inconsapevolmente autoironica) possa entrare in fibrillazione quando appare all’orizzonte una semplice app prodotta da una startup che si chiama Altruist è davvero stimolante. Non è un Robin Hood digitale, ma minaccia un business sicuramente redditizio.

Sono ormai due giorni che le borse occidentali, già da mesi in allarme per la possibile esplosione della “bolla dell’intelligenza artificiale” – quotazione dei titoli relativi assurdamente alte pur in presenza di profitti al momento quasi inesistenti e un indebitamento da migliaia di miliardi – vedono il repentino crollo azionario delle società di risparmio gestito (sgr).

Queste ultime sono quelle branche di normali banche che si occupano di far fruttare i risparmi depositati da clienti, sfruttando la scarsa conoscenza dei meccanismi finanziari, la paura di perdere molto per inseguire il sogno preistorico di fare più soldi con i soldi. O anche soltanto di garantirsi una vecchiaia tranquilla.

Le sgr, in pratica, creano dei fondi comuni differenziati per il “profilo di rischio” in cui incanalare quei risparmi investendo in titoli azionari, obbligazioni di stato e societari, etf e altre “diavolerie” di natura imprecisata per il comune mortale.

Sono il rifugio obbligato di un ceto medio con un piccolo patrimonio messo da parte (risparmio, quando lo stipendio è o era alto, liquidazione a fine carriera, risarcimenti, eredità, ecc.), ma impossibilitato a gestire in autonomia l’investimento “sicuro”, “prudente” ma comunque almeno un po’ redditizio.

Le sgr, naturalmente, “grattano” una parte del reddito che ne viene fuori (anche quando le dinamiche di mercato producono invece delle perdite), come retribuzione di un’attività di intermediazione.

In questo mondo in fondo tranquillo è improvvisamente apparsa l’app “Hazel”, creata appunto da Altruist, ovvero un software di gestione patrimoniale basato sull’intelligenza artificiale e dotato di funzionalità di pianificazione fiscale dedicate ai “consulenti finanziari indipendenti”, ossia persone – non società né banche – che fanno lo stesso lavoro delle sgr.

È un tipo di figura professionale diffusa soprattutto negli Usa, da sempre “concorrenziale” con le sgr ma gravata dall’intrinseca debolezza degli individui rispetto a una “struttura organizzata” che concentra diverse competenze (legali, fiscali, borsistiche, ecc.). Hazel permette di bypassare gran parte di quelle competenze che in fondo si riducono alla conoscenza di regole, leggi, ecc., che sono codificate e quindi sono uguali per tutti.

L’intelligenza artificiale permette di interrogare tutta quella massa di codici in continuo aggiornamento/modificazione, facendo a meno degli “esperti” relativi. Anche il “consulente indipendente”, insomma, diventa davvero “competitivo” con una società con centinaia o migliaia di “gestori”.

Non è ancora un software in grado di eliminare anche questa figura, permettendo al singolo risparmiatore di gestirsi da solo (a meno che non abbia qualche esperienza lavorativa nel settore), ma di certo permette di abbassare moltissimo il costo della “cura del patrimonio”. Ossia la quota di profitto/reddito da lasciare alla sgr o al “consulente”.

Hazel, in pratica, è una piattaforma di IA per automatizzare e potenziare il lavoro quotidiano di un consulente o investitore privato. Elabora istantaneamente dichiarazioni dei redditi, buste paga, estratti conto e documenti legali senza dover fare l’inserimento manuale dei dati.

Genera “strategie personalizzate”, applicando una logica fiscale per identificare opportunità di risparmio e creare in pochi minuti piani pronti per il cliente, nonché tutte le possibilità relative al pensionamento, alla compravendita di case, ecc.. Di fatto, saltano quote impressionanti di lavoro (e di guadagno) per fiscalisti, commercialisti, consulenti di molti ambiti.

La “sussunzione del lavoro mentale” di basso e medio livello, basato su conoscenze standard e pubbliche, viene così ad interferire negativamente non solo sull’occupazione (tutti quelli che perderanno il posto di lavoro), ma anche sui profitti del capitale finanziario concentrato in società multinazionali. Quella riduzione di lavoro che dà sempre fa felice il mondo degli imprenditori in questo caso porta con sé anche una riduzione dei profitti, contrariamente al solito.

Una quota al momento difficilmente quantificabile, ma già sufficiente a far scattare allarme rosso in un sistema che da anni si aggira in cerca di una fase espansiva che non arriva mai. E anzi si annuncia grandine. Tanto che basta un “altruista” per scatenare il panico nel mondo degli egoisti...

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Petro scampato a un tentato omicidio. È il segno della “campagna elettorale” colombiana

Il 10 febbraio, durante una conferenza stampa, il presidente della Colombia Gustavo Petro ha denunciato il clima terroristico che vive nel suo paese, e un possibile tentativo di omicidio cui è scampato il giorno precedente. Nella notte di lunedì 9 febbraio, infatti, Petro si stava recando nel dipartimento di Cordoba, sulla costa caraibica, a bordo dell’elicottero presidenziale insieme ai suoi figli.

Secondo il racconto del capo di Stato, il velivolo non ha potuto atterrare alla destinazione prevista perché le luci della pista sono rimaste inspiegabilmente spente. La scorta, temendo un attacco armato da terra, ha ordinato una deviazione verso il mare aperto. Il presidente e la sua famiglia hanno volato per quattro ore sull’oceano prima di poter raggiungere in sicurezza una meta alternativa.

Non è la prima volta che Petro è messo nel mirino di attentati di questo tipo, e il dito è puntato contro le organizzazioni del narcotraffico. La conferenza stampa in questione si è tenuta dopo la scomparsa di una senatrice indigena, Aida Quilcué, poi ritrovata, che secondo le informazioni disponibili era stata sequestrata da gruppi armati locali legati al traffico di cocaina.

Minacce a Petro e conseguenti misure di sicurezza (oggi il presidente dovrebbe essere trasferito in una località alternativa rispetto alla sua abituale residenza) risalgono già alla campagna elettorale del 2022, e si sono susseguite anche negli scorsi anni. Giusto per rendere l’idea della falsità delle accuse trumpiane riguardo alla presunta “connivenza” del governo colombiano con il commercio di stupefacenti.

Il clima di violenza politica si fa sempre più incandescente mentre la Colombia si avvicina a tappe elettorali cruciali: le parlamentari di marzo e le presidenziali di maggio. Questi sono passaggi fondamentali per il mantenimento della traiettoria politica impressa al paese da Petro negli ultimi anni.

Non si tratta solo di questioni sociali interne e della lotta al narcotraffico, ma anche e soprattutto del posizionamento internazionale. Petro è stato uno dei più coerenti capi di Stato che si è adoperato per la denuncia e la rottura dei rapporti con Israele; alla Conferenza delle Parti sui temi ambientali ha proposto la creazione di una rete elettrica panamericana, quale strumento di emancipazione dei popoli latinoamericani; e ha annunciato il ritiro della Colombia dal partenariato che il paese aveva firmato con la NATO negli anni della destra al potere.

Il suo sostegno alle esperienze di alternativa in America Latina, a partire dal Venezuela, fa capire perché è diventato uno dei bersagli privilegiati di Washington. E getta dubbi anche su quali interessi facciano davvero riferimento i tentativi di eliminare fisicamente Petro. Le prossime elezioni si confermano come un passaggio centrale per il futuro non solo della Colombia, ma anche di chiunque non voglia sottostare al dominio statunitense nelle Americhe.

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