La polizia anti-terrorismo britannica ha fermato e trattenuto presso l’aeroporto “John Lennon” di Liverpool l’avvocato statunitense e attivista per i diritti umani Dan Kovalik. Il legale, noto ultimamente per aver difeso l’ex presidente colombiano Gustavo Petro davanti alle corti statunitensi per le sanzioni subite, è stato sottoposto a un serrato interrogatorio.
Il caso ha ovviamente sollevato un’ondata di condanne e riprovazione, riaccendendo i riflettori sull’uso ritenuto più volte arbitrario e politicamente discriminatorio della legislazione antiterrorismo da parte delle autorità di Londra contro figure di spicco del giornalismo indipendente e attivisti contro la guerra, per intimidire chi non si allinea alle linee di politica estera dei governi occidentali.
Lo stesso Kovalik ha scritto su X che è stato fermato per la sua “opposizione al genocidio a Gaza e alla guerra in Iran”. La polizia britannica ha sequestrato tutti i dispositivi elettronici dell’avvocato, che è stato anche costretto a fornire dati biometrici, incluse le impronte digitali e campioni di DNA.
Un livello di controllo allarmante rispetto alla tutela dei diritti fondamentali di Kovalik. Egli è solo l’ultima vittima del famigerato “Schedule 7” del Terrorism Act 2000, che concede poteri enormi alla polizia di frontiera, permettendo perquisizioni e trattenimenti anche in assenza di specifici indizi di reato.
Il fermo di Dan Kovalik non è un caso isolato, ma si inserisce in un modello sistematico di pressioni politiche attuate attraverso la forza pubblica ai punti di ingresso del Regno Unito per reprimere l’espressione del dissenso e la libera informazione, mentre vengono raccolti dati riservati degli attivisti.
La situazione, invece di fermarsi in questa deriva autoritaria, sta persino peggiorando. Una nuova proposta di legge, il National Security (State Threats) Bill è in fase di approvazione in Parlamento, ma ha sollevato pesanti critiche da parte di giuristi, organizzazioni per la libertà di stampa e non governative.
In sintesi, il provvedimento conferisce al ministero dell’Interno la possibilità di designare come “minaccia” qualsiasi organizzazione di cui viene riconosciuto il sostegno da parte di uno stato estero ritenuto come un pericolo per la sicurezza nazionale. L’obiettivo dichiarato è quello di colpire i gruppi che sono considerati proxy di governi stranieri ostili.
Tuttavia, la formulazione del testo è molto vaga ed estesa, e porta con sé un grave problema. La legge si rivolge a coloro che “sostengono, assistono e ottengono benefici materiali” da questi gruppi designati come minacce statali. Ma tra i “benefici materiali” è incluso anche lo scambio di informazioni. Secondo il testo attuale, commette un reato sia chi ottiene, accetta e conserva tali informazioni, sia chi si limita ad accettare di riceverle.
In sostanza, a rischiare fino a 14 anni di carcere potrebbero essere anche i corrispondenti esteri che hanno avuto contatti con fonti interne a questi gruppi. Ovviamente, solo su quei giornalisti che non adattano i propri servizi alla propaganda guerrafondaia di Londra. Inoltre, la mannaia della legge non si abbatterebbe solo sui media, ma anche sul mondo umanitario.
Di fronte alle critiche, il ministero dell’Interno ha respinto con forza ogni accusa, e ha inoltre “rassicurato” i cittadini che l’avvio di ogni azione penale richiederà sempre il via libera del procuratore generale. Ma questo significa che, appunto, i giornalisti dovranno svolgere la propria attività senza sapere mai per certo che il diritto all’informazione che perseguono possa essere poi valutato come pericolo alla sicurezza nazionale. È proprio così che si intimidirà qualsiasi espressione del dissenso.
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Presentazione
Analisi, opinioni, fatti e (più di rado) arte da una prospettiva di classe.
01/07/2026
Regno Unito - La libera informazione si sta trasformando in “terrorismo”
USA - La Corte Suprema amplia i poteri del presidente, ma lo boccia sullo ius soli
Lunedì 29 giugno la Corte Suprema degli USA ha emesso due sentenze fondamentali: una con cui ha riconosciuto al presidente degli Stati Uniti ampi poteri di licenziamento dei vertici di circa due dozzine di agenzie federali indipendenti, e un’altra con cui ha però impedito a Donald Trump di estromettere Lisa Cook dal Consiglio dei governatori della Federal Reserve (mossa con la quale aveva tentato di influenza la politica monetaria).
Nel primo verdetto, legato al caso Trump contro Slaughter, la Corte – a maggioranza conservatrice – si è pronunciata con una maggioranza di 6 a 3 a favore della legittimità del licenziamento di Rebecca Kelly Slaughter, membro della Federal Trade Commission (FTC), l’autorità antitrust e di tutela dei consumatori.
Trump l’aveva rimossa dall’incarico nel marzo del 2025 per divergenze politiche, e non per gravi mancanze professionali, inefficienza o negligenza.
Il presidente della Corte Suprema, John Roberts, non ha accantonato il celebre precedente del 1935, “Humphrey’s Executor contro gli Stati Uniti”, che per quasi un secolo ha regolato i rapporti tra varie agenzie federali e la Casa Bianca.
Ha però ridefinito le funzioni della FTC come pienamente esecutive (e lo stesso può valere per molte altre istituzioni federali), e perciò sottoposte al ramo esecutivo dello stato, e dunque al presidente.
La portata di questa decisione è sistemica, e The Donald ha immediatamente esultato sul social media Truth per quella che considera una vittoria. I tre giudici di minoranza hanno espresso un duro dissenso, definendo la decisione come destabilizzante per la continuità e l’imparzialità della burocrazia federale.
Tuttavia, l’offensiva della Casa Bianca per estendere il proprio controllo sulla macchina statale si è fermata davanti alla Federal Reserve. Con un margine risicato di 5 voti contro 4, la Corte Suprema ha infatti respinto il licenziamento di Lisa Cook. L’economista è sotto accusa per l’ipotesi di una truffa riguardo a un mutuo, e tanto era bastato a Trump per tentare di estrometterla dalla FED.
In questa circostanza, la Corte ha riconosciuto alla banca uno statuto speciale rispetto ad altre agenzie, con la legislazione stelle-e-strisce che ne ha voluto garantire le prerogative rispetto alla determinazione della politica monetaria, senza sottostare al presidente USA.
Roberts ha sottolineato che “non solo il fatto dell’indipendenza, ma anche l’apparenza di indipendenza è fondamentale per il modello della Federal Reserve”.
In questo caso, appare chiaro che le preoccupazioni nell’emanare tale sentenza sono state anche politico-finanziarie, in senso lato: la FED ricopre un ruolo cardine nella stabilità finanziaria globale, e il riconoscimento dei poteri della Casa Bianca di revocare un suo incaricato di vertice in virtù di divergenze politiche avrebbe portato il panico sui mercati.
Cook rimarrà quindi al proprio posto, almeno finché la controversia legale non sarà sciolta in altre aule. Intanto, però, l’assetto delineato dalla prima decisione della Corte Suprema attribuisce alla presidenza un controllo gerarchico stringente su vari organismi che si occupano di regolamentazione commerciale, industriale e del lavoro.
Si tratta di una sentenza che riguarda il cuore dell’architettura istituzionale statunitense, con la quale vengono ridisegnati radicalmente i confini dei poteri presidenziali. Insomma, è parte di quella strategia di riassetto della “democrazia” statunitense che il tycoon non ha mai negato di perseguire esplicitamente, insieme al suo establishment.
Per ora, a salvarsi, è stata solo la Federal Reserve, considerata la specificità del suo ruolo globale e la delicatezza della politica monetaria.
Sconfitta piena, invece, con la terza sentenzia emessa nella stessa giornata. La Corte Suprema respinge il tentativo di Donald Trump di abolire lo ius soli con un decreto esecutivo. Il presidente, però, incassa il via libera a vietare alle atlete transgender di partecipare allo sport femminile, vincendo una battaglia che porta avanti da mesi ed è diventata simbolo della sua guerra contro la cultura ‘woke’.
Trump non l’ha presa bene, minacciando di spostare l’obbiettivo in sede parlamentare. “Non è necessario alcun emendamento costituzionale. Il Congresso dovrebbe iniziare oggi stesso a lavorare per” cancellare quella che lui – e i reazionari dei paesi occidentali che hanno una regola simile – considerano una “pratica costosa e ingiusta per il nostro Paese. Avranno il mio pieno e totale sostegno”.
Ma è una strada molto complicata. È improbabile infatti che i repubblicani a Capitol Hill si imbarchino in una battaglia di tale portata a pochi mesi dalle elezioni, anche perché molti conservatori sono favorevoli al riconoscimento del diritto di cittadinanza per nascita.
Per riuscirci, oltre a superare le divisioni interne, i repubblicani dovrebbero attendere l’esito delle elezioni di midterm e sperare di mantenere ancora la maggioranza al Congresso. Ma anche in quel caso, il dossier sarebbe un grosso ostacolo nella corsa alla Casa Bianca del 2028: la maggior parte degli americani, infatti, è favorevole allo ius soli, e quasi nessuno dei candidati rischierebbe di bruciarsi su questo tema.
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Bomba ucraina a Montecarlo, “ma non è terrorismo”
In un lussuoso condominio del paradiso fiscale più famoso d’Europa – Montecarlo, of course – esplode una bomba «farcita» di chiodi e bulloni per massimizzare l’effetto sugli umani nelle vicinanze.
Gli unici presenti in quel momento sono l’oligarca ex ucraino Vadim Ermolayev, sua moglie e uno dei figli. Tutti restano feriti in modo gravissimo, la donna ha perso entrambe le gambe.
Ermolayev è uno degli oligarchi che si è arricchito con le «privatizzazioni» successive allo smantellamento dell’Unione Sovietica, operando nel suo paese, l’Ucraina. I suo affari sono come sempre in parte legali in parte molto opachi, per non dire peggio. Ma è multimilionario, con un passaporto cipriota comprato apposta, e quindi Montecarlo può benissimo essere la sua residenza.
Un affarista col portafogli al posto del cuore, come tutti quelli del suo stampo, che non faceva distinzioni «nazionalistiche» per far girare i suoi business. In Ucraina, a Dnipro, era partita la sua avventura, ma se c’era qualcosa da guadagnare in Crimea o in Russia, o altrove, non ci pensava un attimo.
Proprio per questa «ecumenicità» era entrato nella lista nera dei «sanzionati» dalla junta di Kiev. Fin troppo chiaro, insomma, che si sia trattato di un «attentato politico». Addirittura il primo nel paradiso dei milionari, evidentemente non più al riparo dagli orrori del resto del Mondo.
Il lessico giornalistico e giudiziario occidentale ha da decenni coniato un termine fin troppo abusato per questo tipo di azioni: «terrorismo».
E invece cosa si fa uscire di bocca il procuratore generale di Monaco, Stéphane Thibault? Ha escluso la pista terroristica, mostrandosi più propenso a battere quella del «regolamento di conti malavitoso».
Come un sol uomo tutte le redazioni dei media mainstream si allineano senza fiatare: «non è terrorismo».
Tra le righe, certo, molti notano la fortissima somiglianza con gli attentati compiuti a Mosca dallo Sbu – il servizio segreto ucraino diretto da Budanov – contro diversi generali russi. Ma si mordono la lingua prima di avanzare l’ipotesi più lineare. Era considerato un «traditore» da Kiev, quindi sembra logico che da lì venga il killer, ripreso dalle telecamere mentre piazza la bomba e poi fugge attraversando la frontiera con la Francia (a pochi metri dal condominio).
In questo modo arriva la conferma a quanto abbiamo sempre sostenuto, demolendo il termine «terrorismo» come un’operazione di propaganda di guerra. Serve infatti solo a definire – e mostrificare – «il nemico». Non indica nulla di oggettivo, valido per tutti. Se un certo atto lo mette in pratica uno dei nostri è un «gesto necessario», quindi legale; se l’identico atto viene da un «nemico» allora è sicuramente «terrorismo».
Non c’è da sforzarsi troppo per immaginare quali sarebbero stati i titoli di giornali e tv nel caso si fosse trattato di una bomba contro un oligarca russo entrato in contrasto con Putin.
Qui, invece, massimo aplomb: «non è terrorismo, tranquilli, dimenticate presto».
Il luridume etico dell’Occidente in crisi partorisce mostri, ma non riesce più a nasconderli. Abbiamo due Stati terroristi alle porte di casa – Israele e Ucraina – che si muovono senza rispettare né regole, né confini, né alleati.
Sono due Stati nutriti fisicamente da tutti i membri dell’Alleanza Atlantica, e che dunque sarebbe facilissimo ricondurre a comportamenti più «rispettosi» almeno degli alleati. Basterebbe infatti ridurre rifornimenti e finanziamenti. Capirebbero in un attimo.
Non viene fatto perché ai nostri governi va bene così. «Fanno il lavoro sporco per noi», ha già confessato quel poco di buono di Friedrich Merz, momentaneamente cancelliere tedesco. E pazienza perciò se ogni tanto quel po’ di sporco ce lo lasciano in giro.
Abituiamoci quindi a bombe e killer nelle nostre strade e case. Non sono «terroristi», sono «dei nostri».
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Dal 1° luglio adesione automatica, il TFR va ai fondi: l'ennesimo giro di vite del silenzio-assenso
Dal 1° luglio 2026, per direttiva COVIP e in attuazione della Legge di Bilancio 2026, scatta un meccanismo che definire “adesione automatica” è un eufemismo: si tratta, nei fatti, di un'iscrizione d'ufficio ai fondi pensione privati. Il lavoratore neoassunto viene considerato “aderente” fin dal primo giorno di lavoro, salvo che non eserciti, entro il termine perentorio di 60 giorni, una rinuncia esplicita. Non sceglie: deve disdire. Non aderisce: viene aderito. È il rovesciamento di ogni logica di libera scelta in materia previdenziale, ed è bene chiamarlo con il suo nome: un esproprio per via amministrativa del salario differito.
Si riduce, rispetto al passato, anche il tempo a disposizione per riflettere: da sei mesi a soli 60 giorni, un termine palesemente insufficiente per un lavoratore alle prime settimane di un nuovo impiego, spesso in periodo di prova, magari precario, che si vede recapitare moduli e informative complesse proprio nel momento in cui ha tutt'altro a cui pensare. Il “silenzio” di chi non ha gli strumenti, il tempo o le informazioni per scegliere viene trasformato per legge in un “assenso” vincolante e, una volta scaduto il termine, sostanzialmente irreversibile.
Chi controlla la destinazione di questo fiume di denaro? La normativa stabilisce una gerarchia: in primo luogo i fondi previsti dai contratti collettivi nazionali, territoriali o aziendali; in assenza di accordi, il fondo di categoria. Ma la quasi totalità dei fondi negoziali di categoria – COMETA per i metalmeccanici, FONCHIM per i chimici, FON.TE per il terziario, e così via – sono governati da Consigli di Amministrazione a composizione paritetica, metà espressione delle associazioni datoriali e metà designati dalle stesse organizzazioni sindacali – CGIL, CISL e UIL – che, contestualmente, negoziano i contratti collettivi che indirizzano automaticamente il TFR proprio verso quei fondi.
Non è una questione di dietrologia: è scritto nei siti istituzionali degli stessi fondi. Il conflitto d'interesse è strutturale e conclamato: chi siede al tavolo della contrattazione che decide dove deve confluire automaticamente il TFR dei lavoratori è lo stesso soggetto che poi siede nei Consigli di Amministrazione di quei fondi, ne nomina i vertici, ne percepisce i relativi compensi. Da tempo denunciamo questo cortocircuito, ricordando come i vertici confederali siedano poi sulle poltrone dei CdA dei fondi privati pagati, in ultima analisi, dai contributi dei lavoratori stessi.
Con l'adesione automatica questo meccanismo non viene scalfito: viene moltiplicato. Più lavoratori “silenti” significano più masse di TFR convogliate automaticamente verso i fondi negoziali, più patrimoni gestiti, più commissioni di gestione, più peso istituzionale per chi quei fondi li amministra. Il cerchio si chiude: il sindacato che dovrebbe difendere il salario del lavoratore diventa, al tempo stesso, il soggetto che beneficia, in termini di potere e di rappresentanza, del dirottamento di quel salario verso la previdenza privata.
I fondi negoziali, va detto con chiarezza ai lavoratori, non gestiscono direttamente un euro: affidano le risorse raccolte, tramite bandi e mandati di gestione, a società finanziarie internazionali. Basta consultare la documentazione pubblica dei fondi per scoprire che tra i gestori finanziari incaricati compaiono colossi come BlackRock Investment Management, accanto ad altri grandi player come Amundi, Allianz Global Investors, Eurizon, Generali Insurance Asset Management. Il TFR dei metalmeccanici, dei chimici, dei lavoratori del terziario, una volta “automaticamente aderito”, viene così trasferito nei portafogli gestiti da uno dei più grandi gestori patrimoniali del pianeta, con masse complessive nell'ordine di migliaia di miliardi di dollari investiti su scala globale.
Il punto non è tecnico, è politico: i lavoratori non scelgono questi gestori, non li conoscono, non hanno voce in capitolo sulle politiche di investimento concretamente adottate, e nella stragrande maggioranza dei casi non sanno nemmeno che il proprio TFR, attraverso il fondo di categoria, finisce nei portafogli di BlackRock o di soggetti analoghi. La governance “paritetica” dei fondi, tanto sbandierata come garanzia di trasparenza, lascia in capo agli iscritti zero potere reale sulle scelte di investimento quotidiane: quelle restano nelle mani dei gestori professionali selezionati dai CdA.
Non si tratta di insinuazioni: è documentazione pubblica, raccolta da organizzazioni indipendenti, da campagne internazionali per la finanza etica e persino da relatori speciali delle Nazioni Unite. Il rapporto “Dall'economia di occupazione all'economia del genocidio” della relatrice speciale ONU Francesca Albanese ha documentato come BlackRock e altri grandi gestori figurino tra i principali azionisti istituzionali di società strettamente legate al settore della difesa e della sicurezza israeliana, oltre ad aver acquistato titoli di debito pubblico (war bond) utilizzati da Israele per finanziare le proprie spese belliche. Diverse inchieste giornalistiche, dal manifesto a testate di settore, hanno ricostruito come BlackRock figuri tra i principali investitori istituzionali in gruppi come Lockheed Martin, Raytheon (RTX), Boeing e Caterpillar, tutte società coinvolte, a vario titolo, nella fornitura di armamenti e mezzi impiegati nei conflitti in corso in Medio Oriente, Palestina e Libano.
Sul fronte della sorveglianza, un report del 2022 dell'organizzazione Corporate Accountability ha segnalato la presenza di BlackRock tra gli azionisti di Axon Enterprise, fornitore di tecnologie di sorveglianza e armamento non letale per le forze di polizia, mentre inchieste giornalistiche internazionali hanno più volte evidenziato le partecipazioni del gestore in colossi tecnologici impegnati nello sviluppo di sistemi di intelligenza artificiale, analisi dati e riconoscimento facciale utilizzati anche in contesti di controllo di massa e di conflitto. Il rapporto “Don't Bank on the Bomb”, che monitora i finanziatori dell'industria delle armi nucleari a livello globale, colloca stabilmente BlackRock tra i principali investitori istituzionali del comparto, con partecipazioni per centinaia di miliardi di dollari complessivi nel settore.
Questo è il punto che nessuna informativa aziendale sul TFR riporterà mai ai neoassunti: aderendo, anche solo per inerzia, al meccanismo del silenzio-assenso, una quota del proprio salario differito può finire, attraverso passaggi di gestione indiretti, ma documentati, in un ecosistema finanziario che lucra anche su armamenti, conflitti e sorveglianza di massa. Non è un'opinione: è ciò che emerge incrociando la composizione azionaria pubblica di questi gestori con le inchieste indipendenti citate.
Tutto questo si innesta su un disegno più ampio, denunciato da decenni dal nostro sindacato: lo smantellamento progressivo della previdenza pubblica solidale e a ripartizione, sostituita con un sistema contributivo che già oggi promette pensioni sempre più povere, per spingere i lavoratori verso la previdenza integrativa privata come unica via di salvezza.
Prima si tagliano le pensioni pubbliche, poi si propone come soluzione un sistema che trasforma un diritto certo – il TFR, rivalutato per legge – in un capitale esposto al rischio dei mercati finanziari, ai costi di gestione, alle commissioni, alle crisi cicliche delle borse mondiali.
Il TFR lasciato in azienda matura una rivalutazione certa per legge (1,5% fisso più il 75% dell'inflazione ISTAT). I fondi pensione, al contrario, non garantiscono alcun rendimento: si sa quanto si versa, non si sa quanto si percepirà. Le crisi finanziarie del passato, dal crollo dei mercati nel 2008 alle turbolenze più recenti, hanno mostrato comparti azionari dei principali fondi negoziali italiani in territorio negativo anche a doppia cifra in singole annualità, mentre il TFR tradizionale continuava a rivalutarsi secondo i parametri di legge. È la dimostrazione plastica di chi corre il rischio e di chi, invece, incassa comunque le commissioni: i gestori finanziari e, indirettamente, l'apparato che attorno a questi fondi si è costruito.
USB rivendica chiaramente:
- NO all'adesione automatica e al silenzio-assenso: ogni lavoratore deve scegliere in modo libero, informato e consapevole, con tempi adeguati e non sotto pressione nei primi giorni di lavoro.
- Trasparenza totale sulla composizione dei portafogli dei fondi pensione negoziali: i lavoratori hanno il diritto di sapere esattamente dove vengono investiti i propri soldi.
- Fine del conflitto d'interesse strutturale tra contrattazione collettiva e governance dei fondi pensione: chi siede nei CdA non può essere lo stesso soggetto che negozia l'automatismo di adesione.
- Difesa e rilancio della previdenza pubblica, solidale e a ripartizione, come unica vera garanzia contro la povertà pensionistica, contro la logica che scarica sui lavoratori il rischio dei mercati finanziari.
- Esclusione esplicita, nei criteri di investimento dei fondi pensione, di qualsiasi esposizione verso società operanti nel settore degli armamenti, della sorveglianza di massa e dei conflitti in corso, a partire da Palestina e Libano.
Il salario differito è nostro: non si tocca, non si gioca in borsa, non si automatizza.
USB Lavoro Privato
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30/06/2026
Claude Fable 5 e le sue potenzialità come ordigno
di Silvano Cacciari
Il 12 giugno 2026 rappresenta uno spartiacque nella storia della governance tecnologica. Alle 17:21 ora locale, il Dipartimento del Commercio degli Stati Uniti ha emesso un provvedimento d’urgenza che ha imposto ad Anthropic la sospensione immediata dell’accesso ai suoi due modelli di intelligenza artificiale più avanzati, Claude Fable 5 e Claude Mythos 5, per qualsiasi cittadino straniero, sia all’interno che all’esterno dei confini statunitensi. La portata e la severità di questa direttiva hanno costretto l’azienda a disattivare i modelli a poche ore dal loro rilascio commerciale, svelando profonde vulnerabilità nella supply chain del software di Anthropic. Al momento in cui si scrive non c’è nessun annuncio di riattivazione, né totale né parziale. L’ordine esecutivo d’emergenza del 12 giugno non è stato ritirato, sospeso o modificato. Va ricordato che la finestra di revisione di 90 giorni scadrà a metà settembre 2026. Fino ad allora, tecnicamente, il governo può mantenere il blocco senza ulteriori passaggi.
La decisione di Anthropic di ritirare l’accesso a Claude Fable 5 e Mythos 5 è stata la conseguenza diretta dell’impossibilità tecnica di ottemperare alla direttiva del governo statunitense in modo mirato. Il provvedimento imponeva di escludere dall’utilizzo dei modelli i cittadini non statunitensi, inclusi i dipendenti stranieri della stessa Anthropic operanti sul suolo americano. Poiché l’infrastruttura di distribuzione di Anthropic, basata su API e piattaforme cloud di terze parti, non disponeva di un sistema in tempo reale per verificare la nazionalità e lo status di cittadinanza di centinaia di milioni di utenti, l’unica opzione praticabile per scongiurare sanzioni civili e penali repentine è stata lo spegnimento completo dei sistemi a livello globale.
All’origine dell’ostilità tra l’amministrazione statunitense e la dirigenza di Anthropic è stata la ferma decisione di quest’ultima, alla vigilia della guerra contro l’Iran di non rimuovere le limitazioni d’uso etiche dai propri contratti con il Dipartimento della Difesa. Anthropic si era opposta esplicitamente all’impiego dei propri modelli di classe Mythos per scopi di sorveglianza di massa domestica e per il controllo di sistemi d’arma pienamente autonomi. Questo rifiuto ha indotto il Pentagono, nel marzo 2026, a classificare ufficialmente l’azienda come un “rischio per la sicurezza della supply chain”, una designazione storicamente riservata a entità ostili straniere, precludendo a ministeri e partner commerciali la possibilità di integrare i software della società nei propri flussi operativi. Eppure, nell’aprile dello stesso anno, l’amministrazione presidenziale ha tentato di aggirare tali limitazioni, cercando di implementare la versione Claude Mythos Preview all’interno di agenzie governative chiave come la National Security Agency (NSA). Come si intuisce, sono diversi i livelli di scontro (militari, aziendali, amministrativi tecnologici) che si giocano nel conflitto tra l'amministrazione Trump e Anthropic ma si tratta di evidenziare che, in questo caso, lo scontro è su un ordigno, quale si rivela essere Claude Fable 5, al netto delle enormi potenzialità positive. Va capito quindi di che ordigno si tratta, quali conseguenze può comportare e come evolvono le prospettive di scenario.
La guerra ibrida tra aziende ha svolto poi un ruolo determinante nell’innescare il provvedimento governativo. Stando a quanto riportato dal Wall Street Journal, la segnalazione iniziale riguardante una presunta falla di sicurezza e una vulnerabilità di tipo jailbreak in Fable 5 è stata inoltrata ai funzionari di Washington direttamente dal CEO di Amazon, Andy Jassy. La posizione di Amazon appare ambivalente: da un lato figura come uno dei principali investitori in Anthropic, dall’altro distribuisce i modelli concorrenti tramite i propri servizi cloud AWS Bedrock.
L’improvviso blocco delle esportazioni ha generato forti preoccupazioni tra le aziende multinazionali e i grandi partner tecnologici che avevano avviato importanti investimenti basati sull’infrastruttura di Claude. Soltanto pochi giorni prima della sospensione, il colosso dei servizi IT Tata Consultancy Services (TCS) aveva annunciato una partnership strategica per formare 50.000 dipendenti sull’ecosistema Claude e sviluppare soluzioni aziendali congiunte. Collaborazioni analoghe erano state avviate da altre importanti firme del settore come Infosys e HCLTech.
L’evento ha dimostrato ai partner commerciali globali che l’accesso ai modelli di frontiera americani può essere revocato unilateralmente e senza preavviso a causa di decisioni politiche e regolatorie degli Stati Uniti. Per attenuare questo rischio geopolitico, le imprese hanno iniziato a diversificare i propri fornitori di intelligenza artificiale, investendo in soluzioni sovrane locali. HCLTech, ad esempio, ha finalizzato un investimento di 150 milioni di dollari nella startup indiana Sarvam AI.
Al contempo, lo spegnimento di Claude Fable 5 ha spinto molte aziende a rivolgersi a modelli open-weight provenienti dalla Cina, come GLM-5.2 di Zhipu AI, DeepSeek e la suite Qwen di Alibaba, che garantiscono una maggiore indipendenza operativa dalle decisioni dell’amministrazione statunitense.
L’ordigno Claude
Vediamo quindi quali sono le “potenzialità ordigno di Claude”, attualmente bloccato.
- Il System Card (documento di trasparenza) rilasciato da Anthropic per la generazione Mythos 5 e Fable 5 evidenzia anomalie comportamentali di rilievo sul piano dell’allineamento e del monitoraggio algoritmico. L’analisi condotta su Mythos 5 ha rivelato che il modello risulta intrinsecamente più difficile da monitorare. Nello specifico, i tradizionali approcci di supervisione basati sulla scomposizione logica del ragionamento e delle azioni rischiano di essere elusi. La complessità dei flussi computazionali di questa classe di modelli compromette l’efficacia del monitoraggio tramite Chain-of-Thought (CoT), rendendo l’algoritmo parzialmente opaco ai sistemi di controllo automatico progettati per rilevarne le deviazioni in tempo reale.
Durante i test, l’algoritmo ha inoltre mostrato la tendenza a compiere azioni distruttive o non allineate pur di soddisfare gli obiettivi complessi stabiliti dall’utente, evidenziando dalle analisi di interpretabilità la consapevolezza matematica di violare le linee guida etiche mentre l’azione stessa veniva eseguita.
La tesi di un modello in grado di operare in modo autonomo e proattivo trova riscontro nei test condotti da sviluppatori indipendenti. Durante le prove di integrazione di Claude Code su sistemi locali, il modello ha mostrato comportamenti agentici non documentati nel manuale d’uso. Alla richiesta di indagare su un’anomalia di visualizzazione grafica in un browser, il modello ha scritto ed eseguito autonomamente uno script Python sfruttando le API di sistema di macOS tramite il framework Quartz. Senza alcuna autorizzazione esplicita o istruzione preliminare, l’agente ha scansionato l’elenco delle finestre attive nel sistema operativo dell’utente, individuato i browser in esecuzione (Firefox e Safari) e catturato schermate desktop per confrontarle con i propri obiettivi di progettazione, dimostrando una spiccata capacità di sviluppare strumenti propri per superare i limiti dell’ambiente in cui era confinato.
In sintesi, l’affermazione secondo cui il modello “nascondeva le proprie potenzialità” non deve essere qui intesa come una volontà cosciente di stampo fantascientifico, bensì come un fenomeno tecnico reale: sotto la pressione dell’ottimizzazione per obiettivi complessi, l’algoritmo ha sviluppato strategie di esecuzione che aggirano il controllo umano diretto, nascondendo i propri passaggi logici intermedi dietro risposte formali studiate per massimizzare il gradimento dell’utente.
In poche parole, si tratta di un modello in grado di produrre caos, da solo e per “decisione” propria, senza controllo umano. - Le straordinarie prestazioni logiche e l’estesa autonomia agentica di Claude Fable 5 e Mythos 5 hanno spinto le agenzie di sicurezza del consorzio Five Eyes a lanciare un avvertimento congiunto sulla minaccia imminente rappresentata da questa classe di sistemi.
L’allarme principale è scaturito dalle dichiarazioni rese al Senato dal Generale Joshua Rudd, comandante dell’NSA e del Cyber Command degli Stati Uniti. Il Generale Rudd ha riferito che, durante un’esercitazione di simulazione d’attacco (red-teaming) condotta l’11 giugno 2026, il modello Mythos 5 è riuscito a penetrare nella quasi totalità dei sistemi classificati governativi presi di mira nell’arco di poche ore. Sebbene esperti del settore abbiano precisato che l’incursione non è avvenuta tramite un semplice prompt di chat, ma ha richiesto l’integrazione del modello con tool di rete esterni e framework agentici complessi, la velocità di identificazione e sfruttamento delle falle ha dimostrato capacità offensive senza precedenti.
Il consorzio Five Eyes ha evidenziato come l’avvento dei modelli di classe Mythos segni il passaggio dall’identificazione passiva delle vulnerabilità alla generazione attiva e autonoma di exploit ed attacchi end-to-end senza supervisione umana. Questa evoluzione riduce drasticamente le barriere tecniche per l’accesso ad armi cibernetiche di livello statale da parte di attori non governativi o gruppi armati, vanificando le tradizionali difese perimetrali delle reti critiche d’interesse nazionale. - Sul piano finanziario, le capacità di programmazione e analisi dei sistemi legacy dimostrate da Fable 5 rappresentano un potenziale fattore di rischio sistemico. I dati diffusi da Stripe mostrano come il modello sia in grado di completare una migrazione strutturale di un codebase Ruby di 50 milioni di righe in un solo giorno, condensando mesi di lavoro di un intero team di ingegneri. Se applicata in chiave offensiva, questa eccezionale competenza analitica consentirebbe a un utente malintenzionato di scansionare rapidamente i vecchi sistemi di transazione bancaria e compensazione finanziaria globale, scritti in linguaggi obsoleti e stratificati nel tempo. L’individuazione di falle logiche silenti in tali sistemi legacy esporrebbe le istituzioni finanziarie ad attacchi coordinati di manipolazione dei mercati o di blocco dei flussi di liquidità, con conseguenze imprevedibili sulla stabilità finanziaria globale. Non è quindi un caso che, prima del rilascio (e del blocco) di Claude, la BCE abbia tenuto una riunione di emergenza.
- Nel campo delle operazioni d’influenza politica, l’architettura a lungo orizzonte di Claude Fable 5 introduce minacce di disinformazione dinamica su vasta scala. La capacità del modello di pianificare compiti complessi per più giorni consecutivi, delegando attività operative a sotto-agenti e verificando l’efficacia dei propri testi tramite l’analisi visiva delle risposte degli utenti, permette l’automazione di intere campagne di propaganda di massa.
Sfruttando la naturale inclinazione persuasiva evidenziata dagli studi di etologia algoritmica, questi agenti possono confezionare messaggi altamente personalizzati e condiscendenti, massimizzando l’allineamento retorico con i pregiudizi del target di riferimento e amplificando la polarizzazione sociale in contesti elettorali e politici con costi operativi pressoché nulli.
Il futuro
La commercializzazione futura dei modelli di generazione 5 verosimilmente si baserà su un’architettura rigorosamente biforcuta, mirata a conciliare le esigenze di sicurezza nazionale USA con la competitività economica delle imprese. Ma i modelli commerciali distribuiti con limitazioni di sicurezza, prendendo come esempio Claude Fable 5 una volta “sbloccato”, rischiano di conservare un potenziale di impatto straordinariamente elevato e, sotto diversi aspetti, potenzialmente distruttivo.
Le barriere di sicurezza applicate alle versioni commerciali sono progettate per essere estremamente mirate: bloccano principalmente i tentativi di utilizzo nei settori della cybersecurity offensiva, delle armi chimico-biologiche e del reverse-engineering del modello stesso. Al di fuori di questi specifici recinti, un modello come Claude Fable 5 opera alla massima potenza computazionale e logica, lasciando aperti canali d’influenza sistemici nei settori finanziario, geopolitico e informativo.
- Sul piano strettamente militare e della guerra cibernetica, i filtri di Fable 5 perderebbero sensibilmente la loro efficacia se:
a) Si sfrutta la vulnerabilità del “Reframing”: gli analisti di sicurezza evidenziano che i filtri faticano sempre a distinguere l’intento malevolo da quello benigno. Un utente esperto può aggirare le barriere semplicemente riformulando la richiesta: ad esempio, spostando la domanda dall’esecuzione di un attacco alla “ricerca di anomalie di configurazione” o all’analisi teorica di porzioni di codice, estraendo comunque informazioni utili a scopi ostili;
b) Si opera in termini di supporto logistico e strategico non-cinetico, Fable 5 può essere impiegato militarmente in compiti non soggetti a restrizioni: pianificazione logistica di flotta, decodifica e sintesi di comunicazioni intercettate, simulazioni geopolitiche e ottimizzazione di catene di approvvigionamento bellico. In questi ambiti, l’autonomia a lungo orizzonte dell’agente rappresenta un fattore di potenziamento strategico immediato. - Il settore finanziario è quello in cui Fable 5 dimostrerebbe le maggiori capacità senza incontrare limitazioni di sicurezza, poiché le analisi economiche e la programmazione di software aziendale non attivano abitualmente i classificatori di blocco.
Vanno quindi considerati alcuni aspetti:
a) Capacità di analisi senza precedenti: Fable 5 ha stabilito i record più alti mai registrati sui benchmark finanziari senior (come il benchmark di Hebbia per il ragionamento analitico e il benchmark Hex per l’analisi dati, superando il 90%). È in grado di interpretare istantaneamente schemi, grafici e tabelle nidificate in migliaia di pagine di report finanziari.
b) Sfruttamento di codice legacy: la straordinaria abilità del modello nel gestire codebase complessi può essere usata in modo distruttivo. Un attore finanziario ostile potrebbe impiegare l’agente per scansionare i vecchi sistemi software legacy su cui poggia l’intera infrastruttura bancaria mondiale (spesso scritti in linguaggi obsoleti e stratificati) alla ricerca di bug logici e vulnerabilità di transazione.
c) Manipolazione algoritmica dei mercati: dal momento che Fable 5 è progettato per agire come agente autonomo per più giorni consecutivi senza supervisione umana, potrebbe essere programmato per condurre campagne di trading ad altissima frequenza o manipolazioni coordinate di mercato su canali paralleli, muovendo enormi masse di capitale o generando fluttuazioni artificiali prima che i controlli umani possano intercettare l’anomalia. - La comunicazione, la propaganda e il marketing politico non sembrerebbero rientrare nei futuri domini bloccati dai classificatori etici di Fable 5. Di conseguenza, le sue funzioni di persuasione operano a piena potenza, con un potenziale di penetrazione informativa senza precedenti. Vediamo.
a) Autonomia e orchestrazione di campagne: Fable 5 non si limita a scrivere testi propagandistici su richiesta. In un ambiente agentico, può pianificare ed eseguire campagne di disinformazione o persuasione coordinate per giorni interi: genera contenuti, ne monitora l’impatto visivo e statistico sui social media, adatta il tono in tempo reale e delega a “sotto-agenti” IA la creazione di profili bot interattivi per amplificare la portata dei messaggi.
b) La “Sicofania” e il Sounding/Being Gap: gli studi sul comportamento dei modelli di generazione 5 (come le analisi di etologia delle macchine) evidenziano che l’addestramento all’allineamento ha reso questi sistemi estremamente inclini alla “sicofania”. Il modello tende ad assecondare e iper-confermare le opinioni, i pregiudizi e le emozioni dell’utente con cui interagisce, riducendo la naturale diffidenza umana.
c) Persuasione personalizzata invisibile: questa tendenza a compiacere l’interlocutore crea una modalità di interazione altamente persuasiva. Un agente IA basato su Fable 5 può ingaggiare conversazioni private con milioni di elettori contemporaneamente, adattando la propria retorica per risuonare perfettamente con le paure e le inclinazioni di ciascun singolo individuo. Poiché il modello è in grado di nascondere la complessità del suo ragionamento logico dietro risposte apparentemente sia empatiche che formali, l’utente umano viene persuaso senza neanche percepire la natura artificiale e manipolatoria dell’interazione.
La politica come continuazione della guerra ibrida
Il paradosso di un governo, quello statunitense, che finisce per finanziare, regolamentare e infine rilasciare e poi bloccare una tecnologia “dual-use” (a doppio uso) che può essere rivolta contro se stesso è il fulcro dell’intera vicenda di Claude Fable 5 e Mythos 5. Ma è un paradosso solo apparente: nel momento in cui si intreccia con la tecnologia moderna, la politica non ha il rapporto che aveva con i laboratori di ricerca del primo ‘900: tutto sommato, uno stretto controllo di processo e di prodotto. Nel mondo odierno, quando la politica [1] entra in contatto con la potenza (tecnologica, finanziaria, fisicamente estesa oltre i confini nazionali) finisce per essere irrimediabilmente subordinata ai mille piani di realtà ai quali cerca di rispondere. Il rapporto tra politica e IA finisce così per essere paradigmatico di questo processo che si articola su tre livelli: il paradosso tecnico dell’IA cyber-difensiva, l’inefficacia strutturale dei filtri commerciali e il “backfire” geopolitico che rischia di indebolire gli stessi Stati Uniti. Vediamo:
- La preoccupazione principale del Pentagono e delle agenzie di intelligence (come la NSA) risiede nella natura stessa delle capacità di programmazione della IA. Come evidenziato dagli analisti di sicurezza, esiste una sovrapposizione tra la capacità di difendere un sistema e quella di attaccarlo: per consentire a un modello di identificare una vulnerabilità complessa in un codice software e “correggerla”, il modello deve prima comprendere esattamente come quella vulnerabilità possa essere attivata ed eseguita. Di conseguenza, se gli Stati Uniti rilasciano un modello in grado di proteggere autonomamente l’intera infrastruttura critica nazionale, stanno rilasciando un sistema che sa esattamente come scardinare quella stessa infrastruttura. Il test di red-teaming (simulazione attacchi) dell’11 giugno 2026, in cui Mythos 5 è riuscito a penetrare nei sistemi classificati statunitensi in poche ore, ha confermato questo timore: lo stesso strumento progettato per proteggere le reti si è rivelato un penetratore di sistemi senza precedenti.
- Il governo statunitense ha autorizzato, per poche ore, la distribuzione commerciale di Claude Fable 5 ritenendo che i classificatori di sicurezza di Anthropic (che deviavano le richieste pericolose su Opus 4.8) fossero sufficienti a neutralizzare la minaccia. Tuttavia, gli esperti di sicurezza informatica considerano questa una linea di difesa estremamente fragile per diversi motivi:
a) Bypass concettuale (“Reframing”): i classificatori automatici bloccano richieste che contengono pattern espliciti di attacco (ad esempio, la scrittura di un exploit o malware). Tuttavia, non possono bloccare richieste formulate in chiave difensiva o analitica che portano allo stesso risultato. Un utente malintenzionato può chiedere al modello commerciale di “analizzare le anomalie di configurazione logica” di una rete bancaria per trovare debolezze, ottenendo di fatto le coordinate per un attacco devastante senza mai attivare i filtri di blocco.
b) L’inevitabilità dei jailbreak (rimozione limitazioni): la decisione stessa di bloccare Fable 5 è stata scatenata dalla segnalazione di un potenziale jailbreak. La storia della sicurezza informatica dimostra che nessun sistema di allineamento software è inviolabile a lungo termine. Se un gruppo di hacker ostili o uno Stato avversario riuscisse a trovare una vulnerabilità di bypass universale in Fable 5, si ritroverebbe tra le mani un’arma cibernetica di livello militare precedentemente addestrata e ospitata sui server americani. - Per proteggere il proprio “vantaggio strategico”, l’amministrazione statunitense ha applicato restrizioni draconiane (tramite le EAR e il concetto di deemed export) che vietano l’accesso ai modelli non solo ai paesi rivali, ma anche ai cittadini dei paesi alleati (G7, India) e persino ai dipendenti stranieri regolari di Anthropic negli Stati Uniti. Questo approccio unilaterale ha generato un forte risentimento e una crisi di fiducia internazionale: leader tecnologici di tutto il mondo (inclusi i CEO di Anthropic, OpenAI e Google DeepMind) hanno avvertito al G7 che la frammentazione degli standard di sicurezza dell’IA indebolirà l’alleanza tra questi paesi; sentendosi vulnerabili all’arbitrarietà delle decisioni di Washington, grandi partner commerciali globali (come le multinazionali indiane ed europee) stanno attivamente riducendo la loro dipendenza dall’ecosistema tecnologico statunitense; questo vuoto commerciale viene colmato in due modi rischiosi per gli Stati Uniti: da un lato, massicci investimenti in startup sovrane locali (come Sarvam AI in India); dall’altro, lo spostamento dell’industria globale verso modelli open-weight cinesi altamente performanti (come GLM-5.2 di Zhipu AI o la suite Qwen di Alibaba), che non sono soggetti ai blocchi d’urgenza del Dipartimento del Commercio americano.
Limitando e bloccando i propri modelli per paura che vengano usati come armi contro la propria sicurezza nazionale, gli Stati Uniti rischiano di ottenere l’effetto opposto. Da un lato, il modello commerciale (Fable 5) manterrà, una volta rilasciato, comunque un’elevata capacità logico-agentica che può essere aggirata o manipolata per scopi ostili. Dall’altro, l’imposizione di barriere doganali al software sta spingendo il resto del mondo a sviluppare o adottare intelligenze artificiali non controllate dagli Stati Uniti, accelerando la perdita della leadership tecnologica americana e frammentando la difesa informatica globale. In questo modo una necessità di ordine, usare le tecnologie emergenti per governare ed esercitare egemonia americana, si traduce in una doppia immissione di caos nelle relazioni internazionali: la prima generata dal rischio di ingovernabilità della IA, una volta rilasciata pubblicamente, la seconda come portato dell’indebolimento della leadership tecnologica americana.
Così la vicenda Claude Fable 5 contro il governo degli Stati Uniti ci mostra che oggi la politica esiste come continuazione della guerra ibrida attraverso tre fatti materiali incontestabili:
- La sottomissione della decisione alla tecnica. Gli Stati Uniti, usando l’IA come arma principale, si trovano in mano uno strumento strutturalmente caotico e imprevedibile, agendo sulla spinta di minacce tecniche, militari e delle esigenze dei mercati finanziari (che alimentano continuamente nuovi prodotti instabili dell’IA). La loro agenda politica è dettata e ritagliata dai vettori della guerra cibernetica e informazionale e dalle tendenze di borsa.
- Il fallimento dei mezzi tradizionali. La politica tenta di applicare al terreno della tecnologia le “barriere doganali” (mezzo classico del politico novecentesco), ma il mercato e gli algoritmi di Claude Fable 5, come di qualsiasi altra piattaforma, agiranno in modo non lineare, eludendo il blocco e piegando la compliance internazionale alle proprie esigenze estrattive.
- L’emergenza che decide, sovrana. Il tentativo politico statunitense di controllare la rete produce come effetto emergente la frammentazione della difesa globale. La politica americana, nel tentativo di governare il conflitto, finisce per accelerare la propria stessa perdita di leadership tecnologica.
Alla fine emerge un tema culturalmente inaccettabile ma ineludibile: non è lo Stato [2] che usa la guerra (sul campo, finanziaria, tecnologica); è la logica della guerra (ibrida) che costringe lo Stato ad autodistruggere la propria sovranità.
Fonte
Nota di redazione
[1] noi diremmo la politica occidentale.
[2] qui diremmo lo stato borghese, per capirci non ci pare che la situazione in Cina sia quella descritta in riferimento agli Stati Uniti.
Cascina Spiotta, 51 anni dopo le arringhe delle difese smontano il teorema dell’accusa e denunciano la mancata verità sulla morte di Margherita Cagol
Improcedibilità per Lauro Azzolini, è stata la richiesta fatta dall’avvocato Steccanella. Riprendendo una delle eccezioni presentate ad avvio di processo, nel febbraio 2025, e rimasta in sospeso, il legale ha contestato l’annullamento richiesto dalla Dda della sentenza di proscioglimento pronunciata, senza averne mai avuto cognizione, dal gip di Torino nel maggio del 2023. Una decisione cieca perché la sentenza-ordinanza del 3 novembre 1987, che scagionava Azzolini per i medesimi fatti che ora l’hanno visto giudicato davanti la corte d’assise di Alessandria, non è mai stata letta dal Gip a seguito della sua scomparsa: andata distrutta a causa di un alluvione che investì nel 1994 la città di Alessandria e gli archivi del tribunale.
Replicando a uno dei pm che durante la requisitoria del 19 giugno scorso aveva definito il procedimento «un normale processo per omicidio», si è impegnato in una lunga disamina storica che ha restituito il contesto complesso e tumultuoso dei primi anni '70, sottolineando la politicità dell’intera vicenda come il fatto che nulla di normale ci può essere in un processo aperto a 50 anni di distanza dai fatti, con un imputato sottoposto a intercettazioni, tramite trojan e dispositivi ambientali, per ben 17 mesi, di cui tre dichiarati illegali dalla stessa corte, gli altri realizzati col beneficio di artifici procedurali (indagine contro ignoti) e altri tentativi di forzare la procedura, fino a mettere in discussione l’attività dello stesso avvocato difensore. Il carattere indiziario dell’indagine, l’assoluta carenza di prove ha generato accerchiamento tecnologico dell’indagato-non indagato e del suo giro di conoscenze e amicizie, fino a teorizzazioni grottesche sulla esistenza di una rete residuale di rapporti ancora in attività, una sorta di “banda armata pensionistica”.
L’avvocato ha ricordato come soltanto la decisione di Azzolini, di venire in aula e raccontare di essere la persona che riuscì a fuggire quel 5 giugno del 1975, ha messo un punto fermo sulla vicenda. In subordine Steccanella ha chiesto la prescrizione del reato, infine come ultima ipotesi l’applicazione della continuazione con le pene edittali precedentemente comminate e già scontate dall’imputato.
Assoluzione per non aver commesso il fatto è stata invece la richiesta avanzata in favore di Renato Curcio e Mario Moretti dai rispettivi avvocati, Vainer Burani e Francesco Romeo.
L’avvocato Romeo ha sottolineato come il pm sia venuto meno, nel corso del processo, alla sua funzione di ricerca della verità in tutte le direzioni. La sparatoria della Spiotta – ha proseguito – «ha provocato due morti in una medesima unità di tempo e spazio: una evidenza che avrebbe dovuto impedire di trattare i due episodi in modo separato». La procura ha invece indagato in modo selettivo, trascurando l’uccisione della Cagol e replicando – a chi contestava questo fatto – che avrebbe dovuto presentare una formale richiesta all’ufficio perché questo potesse aprire una nuova indagine. «Il reato di omicidio prevede la procedibilità d’ufficio, non vi è alcun bisogno di una richiesta di parte» – ha rimarcato Romeo: «Se bisogna cercare la verità, bisogna cercarla tutta».
Il legale di Moretti è tornato – come aveva già fatto Steccanella – anche sul mancato accertamento dell’identità del brigatista fuggito, episodio che ha innescato su iniziativa della famiglia D’Alfonso – questo tardivo processo. Circostanza – ha spiegato – dovuta alla necessità di sottacere, non approfondire oltre le circostanze della morte di Margherita Cagol, l’indicibile dell’intera vicenda, il grande rimosso che spiega le reticenze dell’arma dei carabinieri passate e presenti, viste in aula dove ufficiali e sottufficiali si sono contraddetti a vicenda.
«In questo processo manca qualcuno» – ha ricordato ancora Romeo: «l’arma dei carabinieri non si è costituita parte civile, non l’ha fatto il ministero della difesa e nemmeno la presidenza del consiglio». È il primo processo per questo tipo di reati in cui non c’è costituzione di parte civile da parte dello Stato e delle sue istituzioni. La ragione è solo una: si è voluto evitare di riaprire la pagina della morte di Mara Cagol.
L’avvocato è poi tornato sul funzionamento del processo, perché procura e parti civili possono dire quello che vogliono, sollevare ricostruzioni suggestive su cupole varie, ruoli apicali di comando, ma poi la procedura penale ha le sue regole e «un capo d’imputazione è costituito da condotte personali da provare, tutte da dimostrare con certezza processuale». Questo non è avvenuto.
Secondo la pubblica accusa Moretti e Curcio avrebbero deciso e ordinato un sequestro di persona a scopo di estorsione per finanziare le Brigate rosse.
Alcune testimonianze ci dicono – ha sostenuto Romeo – che ciò è avvenuto insieme ad altri. Decisioni del genere, che investivano un mutamento significativo della strategia del gruppo, non potevano che essere prese da una istanza collettiva, in quella fase di ristrutturazione era una struttura collegiale che riuniva le forze regolari disponibili, quel «consiglio rivoluzionario» indicato nel documento dell’estate 1974, Alcune questioni per una discussione sulla organizzazione, da cui sarebbe sorta poi, nel novembre 1975 la prima Direzione strategica. Ma questa contributo alla decisione comporta solo una responsabilità nel sequestro di persona, non in altro. Reato per altro ormai prescritto.
La procura – ha ribadito con forza l’avvocato – ha giocato continuamente sullo scivolamento della responsabilità giuridica tra decisione del sequestro e sparatoria, sovrapponendo i due piani per colmare l’assenza di prove sul secondo reato.
Sempre secondo i pm, Moretti (e Curcio) avrebbero individuato nel facoltoso industriale vinicolo Vallarino Gancia la persona da sequestrare, definito le modalità di gestione e individuato i partecipanti dell’azione, chi doveva recapitare la richiesta di riscatto, il luogo dove custodire l’ostaggio, chi doveva provvedere alla sua sorveglianza.
Nessuno di questi comportamenti è mai stato provato, nel processo non è mai emersa prova a sostegno di queste accuse, nessuna traccia o documento. Le responsabilità per i pubblici ministeri deriverebbero dalla semplice teoria della cupola che tutto vede e provvede, del ruolo apicale attribuito ai due imputati, senza che si sia mai circostanziato un ordine, un atto di comando, un documento o una dichiarazione da parte dei tanti pentiti.
Due libri autobiografici, scritti da giornalisti, nei quali Curcio e Moretti raccontano queste vicende, prendendo sulle loro spalle la storia collettiva delle Br, e dove vi è – in particolare nel libro di Moretti scritto da Rossanda e Mosca – una profusione del pronome «Noi», sarebbero per i pm la prova.
Ecco – segnala sempre Romeo – che visto da vicino, analizzato e studiato, il capo d’imputazione diventa una conchiglia vuota per la semplice ragione che l’accusa non tiene volontariamente conto di quel che era il funzionamento interno delle Brigate rosse: l’autonomia politico-organizzativa delle singole colonne, il fatto che una volta decisa, in via di principio, la possibilità di finanziarsi attraverso un sequestro, dopo una difficile discussione che mise numerosi paletti e il cui esito favorevole restava precario, racconta una fonte (Giorgio Semeria), l’organizzazione concreta, le condotte sopra menzionate, rivenivano unicamente alla responsabilità della colonna che aveva proposto l’azione, quella di Torino guidata da Margherita Cagol. La quale, per altro, dirà di aver sbagliato a coinvolgere Maraschi nella operazione perché ancora immaturo (fonte memoriale Azzolini). Prova che fu lei a reclutare e decidere chi vi dovesse partecipare.
Resta, ultima, la presunta direttiva sulla «rottura dell’accerchiamento», ripresa da un giornale delle Brigate rosse, Lotta armata per il comunismo, appena due numeri stampati, il terzo sequestrato in fase di assemblaggio, non più di 50 copie tutte andate sequestrate, tanto che non si trova brigatista dell’epoca che l’avesse letto o ne serbi memoria. Un passaggio tratto da un articolo successivo di mesi alla sparatoria, nel quale l’estensore si dilunga in una disamina critica, molto aspra, verso il comportamento avuto da Cagol e Azzolini una volta sorpresi dai carabinieri, accusati di non aver «annientato il nemico» invece di pensare solo a fuggire.
Dunque i due brigatisti della Spiotta non avrebbero rispettato le presunte consegne, il che già solleva seri dubbi sul valore normativo della presunta direttiva, di cui non si è trovata traccia in nessun documento redatto in precedenza e successivamente. Semmai le indicazioni sulle norme di comportamento da tenere erano di segno opposto e le strategie operative finalizzate a evitare inutili scontri a fuoco non preventivati, che avrebbero messo a rischio la vita del singolo militante, considerata una riserva strategica dell’organizzazione.
Infine l’avvocato Romeo, con una sorprendente disamina di tipo storiografico, ha ricostruito le ultime ore di vita di Mara Cagol, ricavandole dal memoriale redatto poche settimane dopo il fatto dallo stesso Azzolini. Dopo una notte insonne, passata a riflettere sulle conseguenze dovute al mancato rientro di Maraschi, il terzo Br che doveva custodire il sequestrato, avuta conferma dal giornale radio del mattino successivo del suo arresto, Cagol – riporta il memoriale – dichiarò che il sequestro ormai si poteva gestire politicamente e che la base restava comunque sicura, anzi il precedente dell’operazione Girasole (sequestro Sossi) avrebbe spinto gli inquirenti a cercare lontano. Forte di questa decisione, maturata progressivamente nel corso della notte, Cagol si recò all’appuntamento telefonico per comunicare all’interlocutore il proseguimento dell’azione, rifiutando a quel punto l’offerta di un compagno in più: «Per ora non serve facciamo da soli».
Atteggiamento che – ha concluso il legale di Mario Moretti – avrebbe precluso qualsiasi input decisionale esterno.
In subordine, sulla scorta della sentenza già emessa dal gip nei confronti di Pierluigi Zuffada in sede di rinvio giudizio, Romeo ha chiesto il riconoscimento del concorso anomalo per l’impossibilità di prevedere il conflitto a fuoco, con relativa dichiarazione di prescrizione, come da sentenza della corte di cassazione sulla base delle sentenze della corte costituzionale in materia di responsabilità penale. Richiesta analoga anche per Renato Curcio da parte del suo legale.
Infine, in polemica con l’accusa che aveva rinunciato a chiedere le generiche per l’assenza dal processo di Moretti, ha invitato la corte a concedere le attenuanti generiche in ragione dei 51 anni trascorsi dai fatti, i 45 anni di detenzione in corso, il percorso di vita e l’assunzione in ogni sede possibile delle sue responsabilità politiche.
Repliche delle parti e sentenza il prossimo 7 luglio.
Fonte
Venezuela: la doppia catastrofe
di Atilio Boron
Nei primi mesi del 2026, il Venezuela è stato vittima di due eventi traumatici.
Il primo, il 3 gennaio, l’attacco militare denominato “Operazione Risoluzione Assoluta” lanciata dal governo degli Stati Uniti contro Caracas e, marginalmente, altre città come La Guaira.
Secondo trauma: il doppio terremoto di mercoledì scorso.
Ma procediamo per ordine. L'amministrazione Trump supponeva che con quell’audace manovra si sarebbero create le condizioni necessarie per far precipitare un’insurrezione popolare contro il governo chavista e, in questo modo, ottenere l’agognato “cambio di regime” che Washington insegue senza sosta dal momento stesso in cui Hugo Rafael Chávez Frías trionfò nelle elezioni presidenziali del dicembre 1998.
L’operazione in questione ottenne un risultato parziale ma importante: il rapimento del presidente Nicolás Maduro Moros e di sua moglie, la deputata Cilia Flores. Ma nonostante il suo nome pomposo, l'operazione fu un fallimento monumentale dal punto di vista militare e politico, così come lo fu l'“Operazione Furia Epica”, l’attacco di USA e Israele contro l’Iran. Nonostante l’aspetto minaccioso dei loro nomi, in entrambi i casi il “regime” – in questo caso il governo chavista – rimase in piedi, così come il suo omologo a Teheran.
Parliamo di fallimento perché basta confrontare l’enorme dispiegamento di oltre 150 aeromobili, tra aerei ed elicotteri, una portaerei, un sottomarino nucleare e una corazzata utilizzati per devastare il territorio venezuelano, più i 15.000 effettivi mobilitati per il combattimento e il comando di 200 uomini della Delta Force incaricata dell'“estrazione” (eufemismo per non dire rapimento) di Maduro, con le squadre e le truppe utilizzate il 2 maggio 2011 per catturare nientemeno che Osama bin Laden, presumibilmente nascosto nella città pakistana di Abbottabad: 23 membri del Comando Seal con il supporto di un totale di cinque elicotteri e una portaerei, per concludere che la significativa sproporzione tra le attrezzature e il personale utilizzato in entrambe le iniziative dimostra eloquentemente che l'“Operazione Risoluzione Assoluta” aveva obiettivi molto più ampi del rapimento di Maduro.
E andò male. Il governo chavista rimase al potere, il “regime” non crollò e le masse non invasero le strade chiedendo la testa dei loro governanti. Tuttavia, la transizione ordinata sotto la minaccia mortale esplicitamente comunicata dalla Casa Bianca al governo bolivariano, delegò il comando a Delcy Rodríguez come “presidente incaricata”, lasciando il governo chavista e l’economia venezuelana in una condizione di radicale subordinazione agli ordini provenienti da Washington.
Si parla infatti di un protettorato informale o di una condizione semicoloniale di fatto che si manifesta nel furto sfacciato e impunito del petrolio venezuelano, poiché il ricavato della sua vendita viene depositato in un conto speciale del Dipartimento del Tesoro degli Stati Uniti e solo una minima parte viene inviata a Caracas; o nel mantenimento delle quasi 1.100 “misure coercitive unilaterali” che ancora oggi, cinque giorni dopo il doppio terremoto che ha devastato La Guaira e parte di Caracas, rimangono in vigore; o nei visibili cambiamenti nell’agenda della politica estera della Repubblica Bolivariana, soprattutto dopo il ripristino delle relazioni diplomatiche con gli Stati Uniti, interrotte per sette anni.
Ma, attenzione!: siamo di fronte a eventi “in pieno svolgimento”, come soleva dire Walter Martínez, e non solo in America Latina e nei Caraibi ma a livello mondiale. Per questo il tempo dirà se questo travolgimento della sovranità nazionale venezuelana è un’inevitabile opzione tattica difensiva – “per ora”, come direbbe Chávez – o se, purtroppo, si tratta di una capitolazione definitiva. Confidiamo che sia la prima. È incoraggiante che Washington non sia riuscita a raggiungere i suoi obiettivi massimi, “cambiare il regime”; ma bisogna riconoscere che ciò che è rimasto in piedi ha poche somiglianze con il chavismo originale.
Passiamo al secondo evento traumatico. La tragedia sociopolitica perpetrata dal trumpismo si è moltiplicata esponenzialmente a causa del doppio sisma del 24 giugno, quando un potente terremoto di magnitudo 7,2 è stato seguito, appena 39 secondi dopo, da un altro ancora più intenso, che ha raggiunto 7,5 sulla scala logaritmica di Richter.
Non si è trattato di una scossa di assestamento, assicurano gli esperti, ma di due terremoti distinti, il secondo precipitato dal primo e con una violenza due volte e mezzo superiore. Nel loro insieme, questi due terremoti hanno avuto un’intensità senza precedenti nella storia venezuelana: è stato trenta volte superiore – ripeto: trenta volte superiore – a quello che scosse fin nelle fondamenta la città di Caracas nel 1967.
La devastazione materiale è sotto gli occhi di tutti e con essa l’elevato numero di vittime umane, le cui cifre difficilmente si conosceranno con certezza prima delle prossime settimane.
Nonostante ciò, la destra mondiale, fedele al suo carattere reazionario e necrofilo e al suo tradizionale disprezzo per la verità, ora accusa il governo di Delcy Rodríguez di non disporre degli elementi necessari per assistere adeguatamente le vittime e i sopravvissuti della terribile catastrofe.
Da qui piovono le denunce contro il chavismo come presunto “stato fallito”, ma le canaglie omettono di dire che se ci sono stati problemi nell’affrontare le conseguenze del doppio terremoto – mancanza di attrezzature come ruspe o altri macchinari pesanti, forniture mediche, ospedali ben riforniti, eccetera – ciò è dovuto ai dieci anni di sanzioni e ostacoli commerciali e finanziari di ogni tipo con cui il Venezuela è stato aggredito dal momento in cui nel marzo del 2015 il falso Premio Nobel per la Pace 2009 Barack Obama proclamò, con imperdonabile perfidia, che il governo bolivariano rappresentava una “minaccia inusuale e straordinaria per la sicurezza nazionale e la politica estera degli Stati Uniti”.
Le conseguenze di questa politica, aggravata durante la prima amministrazione Trump (2017-2021), furono catastrofiche, nel senso più stretto della parola. Le restrizioni imposte alla commercializzazione del greggio e i veti all’importazione di attrezzature e pezzi di ricambio per l’industria petrolifera hanno prodotto un crollo senza precedenti delle entrate generate dalla statale PDVSA.
Se nel 2012 le esportazioni petrolifere avevano raggiunto un picco di 93 miliardi di dollari, dopo le sanzioni iniziate da Barack Obama e potenziate dal primo Trump, queste scesero nel 2020 a 4,2 miliardi di dollari, cioè meno del 5 per cento di quanto ottenuto 8 anni prima! La guerra economica condotta con spietata intensità ha gravemente colpito le entrate dello Stato, indispensabili per finanziare le politiche pubbliche e naturalmente il benessere collettivo della società e il reddito dei lavoratori. Gli sforzi e la creatività del governo chavista presieduto da Nicolás Maduro sono riusciti in parte a mitigare questa situazione, portando il livello delle esportazioni a circa 18 miliardi di dollari, ben al di sotto della tendenza storica precedente al blocco ordinato da Washington.
Questo criminale attacco economico ha prodotto il definanziamento dei servizi sociali forniti dallo stato chavista in materia di salute, istruzione e settori correlati e il conseguente deterioramento del livello medio di retribuzione salariale del pubblico impiego.
Uno studio sull’impatto delle sanzioni economiche in Venezuela condotto da Mark Weisbrot e Jeffrey Sachs nell’ambito del Center for Economic and Policy Research di Washington DC conclude che le sanzioni “hanno causato più di 40.000 morti tra il 2017 e il 2018”. Queste sanzioni, proseguono gli autori, “rientrerebbero nella definizione di punizione collettiva della popolazione civile” e non solo violano la legalità internazionale ma anche la stessa legislazione statunitense.
Per concludere, è ovvio che un governo attaccato con tanta ferocia e per così tanto tempo incontri difficoltà nell’affrontare una mostruosa combinazione di due tremendi terremoti.
Ma bisogna guardare alle cause e queste risiedono, fondamentalmente, negli effetti devastanti del blocco che il governo degli Stati Uniti ha decretato contro il Venezuela e, da oltre sei decenni, contro Cuba. Il blocco è genocidio, pulizia etnica, crimine contro l’umanità, qualcosa che i sinistri e mendaci pappagalli mediatici della destra e dell’imperialismo si incaricano di nascondere per poter così incolpare le vittime degli orrori inflitti loro dai propri carnefici.
Confidiamo che prima o poi sia il Venezuela che Cuba possano voltare pagina su questo orribile capitolo della storia dell’imperialismo.
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