Una delle interpretazioni più diffuse dell’ascesa industriale cinese
parte da una storia apparentemente molto semplice: Pechino avrebbe
aperto il proprio enorme mercato alle multinazionali straniere,
imponendo loro di entrare attraverso joint venture con partner cinesi e
utilizzando quell’accesso come leva per ottenere tecnologia. Le imprese
occidentali, attratte dai profitti e dalle prospettive di crescita,
avrebbero accettato ingenuamente il compromesso, trasferendo
progressivamente know-how, processi produttivi e competenze che la Cina
avrebbe poi utilizzato per costruire i propri campioni nazionali.
Ciò
che è accaduto è decisamente più complesso di così. Basti pensare che
le autorità cinesi a inizio anni 2000 definivano la strategia delle
joint venture come fallimentare nello sviluppo delle capacità di innovazione della Cina, ma l’ideazione di una nuova politica industriale ancora tardava.
Contemporaneamente però stavano nascendo nuovi attori nel panorama industriale cinese, sostenuti da soggetti inaspettati.
Nel 2002 un investitore americano di origine cinese decide di
investire in una società cinese che, all’epoca, quasi nessuno, in
Occidente o in Cina, considera particolarmente importante. La società si
chiama BYD e l’investitore si chiama Li Lu, ricercato dal governo cinese perché leader di primo piano nelle manifestazioni di Piazza Tiananmen del 1989.
Fuggito negli USA, dove negli anni ‘90 fonda la società di gestione degli investimenti Himalaya Capital, Li Lu non si è limitato a investire i propri soldi. Negli anni successivi porta BYD all’attenzione di Charlie Munger,
storico socio di Warren Buffett e vicepresidente di Berkshire Hathaway.
Munger convince a sua volta Buffett a guardare con attenzione
all’azienda cinese.
Quasi nello stesso periodo, nel porto di Tianjin, un funzionario
della dogana cinese viene chiamato a controllare una gigantesca partita
di componenti automobilistici provenienti dalla Corea del Sud. Sui
documenti doganali risultano essere semplici parti destinate
all’assemblaggio locale in una joint venture sino-coreana.
Quando
gli ispettori aprono i container, però, scoprono qualcosa di piuttosto
imbarazzante: le automobili sono praticamente già costruite, mancano
solo le ruote. Formalmente erano stati dichiarati come componenti
importati per l’assemblaggio; nella pratica, erano migliaia di vetture
quasi complete alle quali rimanevano da montare soltanto alcune parti
finali.
Il motivo di questo espediente era semplice: aggirare il costo molto più elevato dell’importazione di un’automobile completa.
In Cina, per anni, i veicoli completamente assemblati all’estero erano
sottoposti a dazi molto pesanti, proprio per proteggere l’industria
automobilistica nazionale e spingere i produttori stranieri a fabbricare
sul posto invece di limitarsi a esportare automobili finite.
Il sistema che Pechino aveva costruito dagli anni ‘80 ruotava, infatti, attorno alle joint venture sino-straniere.
Una multinazionale come Volkswagen, Hyundai o AMC poteva entrare
nell’enorme mercato cinese, ma associandosi a un’impresa statale locale e
assemblando le vetture in Cina. L’idea era che, attraverso la
localizzazione e la collaborazione industriale, la Cina sarebbe stata in
grado di costruire lentamente una propria capacità produttiva e
tecnologica.
Ancora oggi la vulgata più diffusa sostiene che l’ascesa industriale
cinese sia stata resa possibile soprattutto dalle joint venture con le
multinazionali straniere: le imprese occidentali sarebbero entrate in
Cina, avrebbero trasferito tecnologia, metodi produttivi e competenze
manageriali, e le aziende cinesi avrebbero progressivamente imparato
fino a diventare concorrenti autonome.
Ma i due episodi appena raccontati mostrano che, all’inizio degli anni Duemila, il modello joint venture stava mostrando tutti i suoi limiti.
Da una parte, al porto di Tianjin, un’automobile quasi completamente
costruita all’estero poteva essere fatta entrare come insieme di
componenti da assemblare localmente. Era la caricatura estrema di un
sistema nel quale “produrre in Cina” non significava necessariamente
possedere la tecnologia, il progetto o la capacità di sviluppare
autonomamente il prodotto.
Dall’altra, quasi nello stesso momento,
un’impresa come BYD stava crescendo fuori da quel sistema. Non era nata
come joint venture con una multinazionale straniera, non aveva
costruito la propria identità industriale assemblando automobili
progettate altrove e non aspettava che un partner occidentale le
consegnasse la generazione successiva di tecnologia. Oggi, a distanza di
più di vent’anni, l’ascesa tecnologica cinese è stata traghettata
proprio da imprese che hanno seguito il modello BYD.
Detto in
altre parole, all’inizio degli anni 2000 la grande strategia
automobilistica cinese costruita negli anni ‘80 e ‘90 era ormai entrata
in crisi e stava cedendo il posto a un nuovo modello industriale.
Attorno
al 2003 la Cina stava per diventare il quarto produttore
automobilistico mondiale: l’anno prima il paese aveva prodotto circa
3,25 milioni di veicoli, e si preparava a sfondare la quota dei 4
milioni. Le previsioni sostenevano che la produzione
automobilistica cinese avrebbe presto superato quella statunitense, per
poi diventare il più grande mercato automobilistico del mondo entro i
successivi 10 anni.
Ma questi numeri non rappresentavano affatto un trionfo. Come titolava nel luglio 2003 un articolo di 商务周刊, principale settimanale economico cinese, “Automobili cinesi: un dolore che dura da 50 anni”. Come riportava l’articolo:
Il 21 aprile, il giornalista di questa rivista ha visionato una valutazione conclusiva dell’attuazione della “Politica per l’industria automobilistica del 1994”,
contenuta in un rapporto di analisi interna della Commissione Nazionale
per lo Sviluppo e la Riforma, in cui si concludeva che la politica, che
aveva guidato lo sviluppo dell’industria automobilistica cinese per
quasi un decennio, era “praticamente inefficace” e che la politica di organizzazione industriale era sostanzialmente fallita.
La politica del 1994,
di cui 10 anni dopo si constatava il fallimento, aveva come obiettivo
fare dell’automobile un settore pilastro dell’economia cinese. Ma negli
anni ‘90 l’industria automobilistica cinese era un settore ancora
frammentato, piccolo e dipendente dall’estero, molto distante dal
rappresentare un’industria nazionale capace di reggere la competizione
internazionale.
La logica centrale di quella politica era la concentrazione.
Pechino voleva evitare la nascita di un mosaico di piccoli costruttori
nazionali in grado di produrre solo poche migliaia di veicoli ciascuno
con tecnologia arretrata. Voleva pochi grandi gruppi, abbastanza grandi
da raggiungere economie di scala e abbastanza forti da investire in
tecnologia.
La politica del 1994 vede nelle joint venture sino-straniere
uno dei mezzi principali per raggiungere questo obiettivo. Lanciate nel
corso degli anni ‘80, queste joint venture erano imprese costituite in
Cina da un partner cinese e uno straniero, che condividevano capitale,
rischi, profitti e gestione della società.
Nel settore automobilistico, il modello tipico vedeva una grande impresa statale cinese associarsi a una multinazionale straniera: la parte cinese offriva accesso al mercato, infrastrutture e capacità produttiva, mentre quella straniera portava capitale, marchio, tecnologia e know-how.
Queste joint venture dovevano quindi
servire a far entrare in Cina capitale, tecnologie, processi produttivi e
capacità manageriali delle grandi multinazionali occidentali, coreane e giapponesi, senza lasciare completamente nelle loro mani il controllo dell’industria automobilistica cinese.
Nelle
joint venture che producevano automobili, motociclette e motori, la
partecipazione del partner cinese non poteva scendere sotto il 50%. E le
joint venture dovevano avere un proprio centro di ricerca e sviluppo in
grado, almeno sulla carta, di sviluppare la generazione successiva di
prodotti.
Un ulteriore pilastro della politica del 1994 è la localizzazione in
Cina della componentistica intermedia. Il documento è molto netto: dopo
aver introdotto una tecnologia straniera, le joint venture avrebbero
dovuto aumentare la quota di utilizzo di componenti prodotti in Cina.
Per le autovetture vengono fissate soglie del 40%, 60% e 80% di
localizzazione, alle quali corrispondono trattamenti tariffari più
favorevoli per le joint venture che usano maggiormente l’indotto cinese.
Il progresso nella localizzazione diventa persino una condizione per
ottenere l’autorizzazione a sviluppare nuovi modelli di autoveicoli.
Fino
a quando l’industria cinese non avesse raggiunto una competitività
internazionale sufficiente, lo Stato avrebbe continuato a limitare le importazioni e a restringere le licenze di produzione per piccoli attori nazionali, proteggendo così un numero ristretto di joint venture dalla concorrenza estera e dall’ingresso di nuovi concorrenti interni.
Sulla
carta la strategia sembrava sensata, e sicuramente avrà il merito di
formalizzare ciò che già stava accadendo dalla metà degli anni ‘80.
Prima,
quando la Cina aveva bisogno di tecnologia occidentale, il modello più
naturale era quello dell’acquisto: comprare una linea produttiva,
importare macchinari, acquisire una licenza e tentare poi di riprodurre
internamente ciò che era stato acquistato.
Ma a causa delle
riserve valutarie estremamente limitate, delle limitate capacità
produttive e dell’arretratezza tecnologica, le cose non stavano andando
bene. Solo nel 1985, con l’apertura del mercato alle automobili
straniere, in un singolo anno la Cina si è trovata improvvisamente a
spendere per le importazioni di vetture più di quanto lo Stato avesse
investito nell’intera industria automobilistica nazionale nei trent’anni
precedenti.
Questo divenne presto un problema serio, suscitando il malcontento dell’opinione pubblica. Serviva una nuova logica.
La strategia basata sulle joint venture introduce qualcosa di diverso. Non era la semplice importazione di auto prodotte all’estero, ma significava permettere a un’impresa straniera di entrare stabilmente nel sistema produttivo cinese, investire capitale, partecipare alla gestione di un’impresa e produrre direttamente all’interno del paese insieme a un partner cinese. Rispetto alla Cina degli anni Settanta era un cambiamento enorme, non soltanto economico ma anche politico e ideologico.
La Cina possedeva qualcosa che le grandi
multinazionali occidentali desideravano: un bacino di manodopera a basso
prezzo e un mercato potenzialmente gigantesco, ancora quasi
completamente inesplorato. Le aziende straniere, invece, possedevano ciò
che alla Cina mancava: tecnologie industriali avanzate, capacità
progettuali, sistemi di gestione moderni, marchi affermati e decenni di
esperienza nella produzione di massa.
In cinese, questa strategia è chiamata 市场换技术 (Shìchǎng huàn jìshù), letteralmente “scambiare il mercato con la tecnologia”.
Ma
se l’incastro sembrava così perfetto, perché nel decennio successivo le
autorità cinesi cominciano a parlare del fallimento di questa
strategia?
Nei documenti programmatici di quel periodo, il
concetto di “mercato della tecnologia” veniva costantemente presentato
come finalizzato a due scopi: espandere la capacità produttiva e sviluppare competenze tecnologiche.
Il
primo scopo è stato sostanzialmente raggiunto: grazie alle joint
venture le aziende statali cinesi del settore automobilistico e delle
telecomunicazioni sono entrate a far parte delle reti produttive
globali. I benefici non si sono limitati agli assemblatori finali. Anche i fornitori si sono modernizzati seguendo lo stesso modello.
In
poche parole, le joint venture hanno portato a un netto miglioramento
delle condizioni di produzione e degli standard gestionali. Durante
questo periodo, le reti globali guidate dalle multinazionali hanno
garantito aspettative relativamente stabili sia sul fronte dell’offerta
sia su quello della domanda, consentendo a molte aziende cinesi di
crescere rapidamente.
Ma non bisogna confondere la capacità di produrre una tecnologia con la capacità di svilupparla autonomamente: produrre una tecnologia non significa necessariamente avere imparato a crearla.
Le joint venture modernizzarono enormemente la capacità produttiva cinese, ma contribuirono molto meno allo sviluppo di una capacità autonoma di innovare.
In
una prima fase, la multinazionale straniera produceva all’estero quasi
tutti i componenti della vettura. Poiché in Cina mancava un ecosistema
industriale maturo in grado di fornire componentistica intermedia,
l’auto veniva spedita smontata in kit (CKD, Completely Knocked Down) e
assemblata in Cina.
Ma quei kit non erano necessariamente venduti
al costo industriale che avrebbe sostenuto una fabbrica interna al
gruppo Volkswagen o ad American Motors Corporation (AMC). Era una
transazione tra il partner straniero e la joint venture cinese, e il
partner poteva applicare un margine elevato.
Beijing Jeep
è stata la prima joint venture automobilistica sino-straniera in Cina,
fondata nel 1984 dall’azienda statale cinese Beijing Automotive Group e
da AMC. Inizialmente AMC vendeva alla joint venture cinese il kit
smontato di una Cherokee a un prezzo paragonabile a quello di una
vettura completa venduta negli Stati Uniti. Per AMC la vendita dei kit
alla joint venture costituiva già di per sé un’importante fonte di
profitto.
Lo stesso accadde con Shanghai Volkswagen,
joint venture tra l’azienda statale cinese SAIC Motor e Volkswagen
Group fondata nel 1984. Già due anni dopo Volkswagen aveva incassato
circa 160 milioni di marchi dalla vendita
alla joint venture di 10.000 kit per l’assemblaggio del modello Santana,
l’auto derivata dalla Volkswagen Passat B2 introdotta in Cina nei primi
anni Ottanta e divenuta il modello simbolo della joint venture.
La cifra incassata era pari a circa quattro volte
l’investimento tedesco iniziale nella società. Inoltre il costo dei kit
sarebbe aumentato sensibilmente rispetto a quello concordato prima della
costituzione della joint venture, passando da 18.000 yuan per set a 32.500 yuan alla fine del 1986.
In
altre parole, nella prima fase le joint venture avevano sì risolto il
problema delle importazioni di auto, sostituendolo però con le
importazioni di kit per auto, mantenendo un deflusso di valuta estera
dalla Cina alle multinazionali: fino al 1987 Mercedes-Benz, Toyota,
Nissan, Ford, che in Cina avevano avviato la produzione di 200.000 berline,
contemporaneamente avevano incassato 200 milioni di dollari in
valuta estera dalla Cina, una cifra che all’epoca equivaleva
approssimativamente alla costruzione di due fabbriche automobilistiche
con una capacità produttiva annua di 300.000 auto.
A
questo si aggiungeva un secondo livello di profitto. Le multinazionali
non guadagnavano soltanto vendendo alla joint venture i kit e i
componenti necessari alla produzione, ma anche attraverso la propria
partecipazione azionaria nella joint venture stessa. In pratica, la stessa automobile poteva generare due flussi di ricavi per il partner straniero: prima attraverso la vendita dei componenti e poi attraverso la quota di utili spettante alla multinazionale come azionista.
Per
questo la politica del 1994 spinge per accelerare la localizzazione,
cioè il progressivo spostamento in Cina della produzione di componenti,
parti e lavorazioni che inizialmente venivano importati dall’estero,
così da ridurre la dipendenza dai kit stranieri e costruire una filiera
industriale nazionale.
Anche in questo ambito la Cina raggiunge
presto traguardi considerevoli. Nel caso della Santana, quando Shanghai
Volkswagen avvia la produzione nel 1985, la quota di componenti
realizzati in Cina era appena del 2,7%; meno di dieci anni dopo, nel
1993, aveva superato l’80%. Un percorso simile avvenne con la Beijing
Cherokee, che parte da un tasso di localizzazione di appena 1,75% nel
1985 e arriva a oltre l’80% entro il 1995.
Questo porta alla
nascita e al rapido rafforzamento di una vera rete nazionale di
fornitori: nel caso della Santana, dalle circa 130 imprese locali
iniziali si passa a oltre 400 fornitori di componenti, che acquisiscono
linee produttive, attrezzature, procedure operative, disegni e standard
industriali molto più avanzati. In questo senso, la localizzazione
rappresenta un successo reale: riducendo la dipendenza dai kit
importati, ha abbassato il fabbisogno di valuta estera e ha contribuito a
far crescere enormemente la capacità manifatturiera e la qualità della
componentistica cinese.
Ma questo successo produttivo nascondeva
un limite molto più profondo. Le imprese cinesi diventavano sempre più
capaci di produrre componenti, assemblare vetture e rispettare standard
industriali internazionali, ma il controllo delle tecnologie
fondamentali, dei disegni e soprattutto dello sviluppo dei nuovi
prodotti rimaneva in larga misura nelle mani dei partner stranieri.
In
altre parole, la Cina stava costruendo una poderosa capacità
manifatturiera, senza sviluppare allo stesso ritmo una capacità autonoma
di innovazione.
Per il partner straniero, del resto,
non esisteva un vero incentivo economico a trasformare la controparte
cinese in un futuro concorrente. Le multinazionali entravano nelle joint
venture per accedere al mercato cinese, vendere prodotti e componenti,
sfruttare i vantaggi produttivi locali e ottenere profitti. Trasferire
invece le competenze necessarie a progettare autonomamente nuovi
modelli, modificare le tecnologie o sviluppare una propria capacità di
ricerca significava rischiare di creare un’impresa cinese capace, in
prospettiva, di competere sullo stesso mercato. Per questo il partner
straniero aveva interesse a localizzare la produzione, ma molto meno a
trasferire il controllo del processo innovativo.
In alcuni casi,
le joint venture non si sono limitate a non favorire la crescita della
capacità innovativa cinese, ma hanno finito per ostacolarla
direttamente.
Secondo Feng Kaidong,
professore all’Università di Tsinghua, “durante il processo di joint
venture, le multinazionali hanno disarticolato l’innovazione tecnologica
all’interno delle joint venture in misura variabile”.
Ad
esempio, il contratto per la Beijing Jeep stabiliva chiaramente che le
due parti avrebbero istituito congiuntamente un centro di ricerca e
sviluppo. Tuttavia, dopo la costituzione formale della joint venture, la
parte americana ritardò ripetutamente il progetto per più di un
decennio. Il centro non fu istituito fino alla metà degli anni ‘90.
I disegni utilizzati nella produzione in joint venture erano solitamente di proprietà del partner straniero, e anche la più piccola modifica tecnica poteva risultare difficile da apportare per la parte cinese.
Col tempo, gli ingegneri cinesi impararono che le multinazionali non
avrebbero accettato alcuna modifica tecnica da parte cinese. Emblematico
il caso Volkswagen. Come scrive Feng:
Un
esempio ben noto nel settore automobilistico è l’incidente del rumore
proveniente dalle cerniere delle portiere posteriori della Santana,
avvenuto tra il 1985 e il 1986. Durante le prime fasi di assemblaggio
della Santana presso gli stabilimenti SAIC Volkswagen, le cerniere delle
portiere posteriori emettevano spesso un rumore anomalo all’apertura e
alla chiusura delle portiere. Gli ingegneri cinesi individuarono il
problema, lo segnalarono alla parte tedesca della joint venture e
proposero di eseguire una serie di test per risolverlo. I dirigenti
tedeschi, tuttavia, non diedero seguito alla proposta, lasciando il
problema irrisolto.
Alla fine, la parte cinese dovette sollevare la questione attraverso i canali diplomatici prima che venisse finalmente risolta. All’epoca, il premier cinese Zhu Rongji
supervisionava personalmente la localizzazione della produzione della
Santana e i leader del Consiglio di Stato seguivano da vicino il
progetto.
Dopo aver appreso che il problema della cerniera
non era ancora stato risolto, il premier e il vicepremier cinesi
affrontarono la questione direttamente con il cancelliere e il ministro
degli esteri tedeschi durante gli incontri diplomatici, sollecitando la
Germania ad agire più rapidamente. Solo sotto questa pressione di alto
livello la Volkswagen inviò una piccola squadra di ingegneri dalla
Volkswagen Brasile. Il team eseguì dei semplici test, discusse una
soluzione in Brasile, poi volò a Shanghai e risolse il problema in
brevissimo tempo.
Questo episodio mostra bene il problema di
fondo. La difficoltà tecnica non era particolarmente complessa, e
furono proprio gli ingegneri cinesi a individuarla per primi,
proponendosi di risolverla.
Il limite stava altrove: la controparte straniera non voleva che il personale tecnico di Shanghai Volkswagen assumesse la guida di un processo autonomo di miglioramento. Consentire agli ingegneri cinesi di analizzare i difetti, elaborare soluzioni, coordinare gruppi di lavoro e accumulare esperienza avrebbe infatti significato creare, all’interno della joint venture, una capacità locale di innovazione destinata a rafforzarsi nel tempo. Ed era precisamente questo tipo di autonomia tecnologica che il partner straniero non aveva interesse a favorire.
Se la
dirigenza cinese sperava che la joint venture non si limitasse a
trasformare la Cina in una semplice base di assemblaggio, ma
contribuisse a rafforzare la capacità dell’intero ecosistema industriale
nazionale di innovare autonomamente, la parte tedesca aveva invece una
priorità diversa: aumentare progressivamente la localizzazione della
Santana, mantenendone però sostanzialmente invariato il progetto.
Burkhard Welkener,
uno dei principali responsabili tedeschi di Shanghai Volkswagen,
puntava a ridurre progressivamente il costo dei componenti e della
produzione locale, ritenendo possibile arrivare, attorno al 2000, a
produrre la Santana per circa 5.000 dollari, trasformandola così in un
modello estremamente competitivo.
Un’auto che rimane
tecnologicamente invariata per anni difficilmente conquisterebbe i
consumatori di massa anche se il suo costo di produzione scendesse a
5.000 dollari per vettura, ma tralasciando questa considerazione, il problema
principale dal punto di vista cinese era che una strategia del genere
privilegiava l’efficienza produttiva molto più dell’apprendimento
tecnologico. Continuare per anni a perfezionare la produzione dello
stesso identico modello poteva abbassarne enormemente i costi, ma non
spingeva gli ingegneri locali a progettare nuove piattaforme, sviluppare
nuovi prodotti o assumere il controllo del processo di innovazione.
Proprio
qui emergeva la contraddizione della strategia del “mercato in cambio
di tecnologia”: la Cina poteva diventare sempre più efficiente nel
costruire automobili straniere senza diventare, allo stesso ritmo,
capace di progettare autonomamente le proprie.
Come prosegue Feng:
Cosa
succedeva quando la controparte cinese possedeva già un centro di
ricerca e sviluppo o un team tecnico? I partner stranieri spesso
introducevano vari “concetti di gestione avanzati” che giustificavano lo
smembramento di tali team. Una volta mi sono imbattuto in un’azienda di
elettronica e strumentazione elettrica a Xi’an. Negli anni ‘70, era una
delle più grandi aziende di strumentazione dell’Asia orientale e aveva
un team di ricerca di circa 300 persone. Dopo aver avviato una joint
venture con un’azienda giapponese, quei 300 ricercatori furono
riassegnati con l’obiettivo di “rafforzare il servizio post-vendita” e
“rafforzare il controllo qualità”. Furono trasferiti alle linee di
produzione, al servizio post-vendita e ad altri reparti. Alla fine, nel
team tecnico dell’azienda rimasero meno di 20 persone, il che rese
difficile realizzare uno sviluppo di prodotti e tecnologie efficace e
sistematico.
Il risultato di questo processo è stato che fino al 2001
dodici grandi multinazionali avevano creato diciannove joint venture in
Cina. Eppure quell’anno furono lanciati a livello nazionale solo
tredici nuovi modelli, circa uno per ogni multinazionale. Rispetto al
ritmo dell’innovazione nel mercato automobilistico cinese odierno, il
contrasto è impressionante: dal 2008 ogni anno vengono lanciati sul
mercato cinese oltre 200 nuovi modelli di autovetture. Il modello competitivo è cambiato radicalmente.
Come scrive Feng:
Durante
l’era del “mercato della tecnologia”, le aziende cinesi non avevano
sviluppato la capacità di creare nuovi prodotti o di padroneggiare
tecnologie complesse. Avevano inoltre scarso potere contrattuale nei
confronti delle multinazionali. Di conseguenza, le case automobilistiche
straniere potevano immettere sul mercato cinese modelli sviluppati più
di un decennio prima, e un singolo modello poteva dominare il mercato
cinese per molti anni.
Quello osservato nelle joint venture cinesi non era un fenomeno esclusivamente cinese. Già negli anni Ottanta alcuni studiosi avevano individuato dinamiche simili nei paesi del Sud-est asiatico.
Le imprese locali potevano essere integrate nelle catene produttive
delle multinazionali, imparare ad assemblare prodotti sempre più
complessi e migliorare enormemente le proprie capacità manifatturiere,
senza però acquisire necessariamente la capacità di sviluppare
autonomamente quei prodotti e le tecnologie che li rendevano possibili.
La globalizzazione poteva quindi trasferire produzione senza trasferire,
nella stessa misura, il controllo dell’innovazione.
Il risultato era che i paesi in via di sviluppo potevano credere di trovarsi su una strada che li avrebbe portati verso un approfondimento continuo dell’industrializzazione, quando in realtà rischiavano di rimanere intrappolati in un meccanismo ripetitivo: importare macchinari e tecnologie, localizzarne la produzione, accumulare un nuovo ritardo tecnologico e tornare quindi a importare dall’estero una generazione successiva di attrezzature e prodotti da localizzare.
In questo modo la capacità produttiva cresceva, ma la dipendenza tecnologica tendeva a riprodursi.
È
proprio da questa contraddizione che in Cina comincia a emergere un
modello diverso. Paradossalmente, però, i nuovi protagonisti
dell’industria cinese non nacquero perché lo Stato decise fin
dall’inizio di sostituire le joint venture con una nuova generazione di
campioni nazionali. Anzi, nel settore automobilistico il sistema
costruito negli anni ‘80 e ‘90 tendeva ancora a proteggere i grandi
gruppi esistenti e a scoraggiare l’ingresso di nuovi produttori. L’idea
alla base era quella definita dalla politica del 1994: meglio puntare su
pochi grandi gruppi che su un mosaico di piccoli attori.
Il caso di Geely
è emblematico. Li Shufu, il suo fondatore, disponeva già negli anni ‘90
di capitale, impianti e della capacità materiale di costruire
automobili, ma questo non bastava: per diventare legalmente un
costruttore bisognava entrare nel catalogo statale e ottenere la licenza
di produzione. Geely rimase per anni esclusa dal sistema e ottenne il
riconoscimento necessario soltanto nel 2001. La protezione accordata ai
grandi gruppi e alle joint venture finì quindi per ostacolare proprio
alcuni di quegli attori che avrebbero poi contribuito maggiormente alla
nascita dell’industria automobilistica cinese autonoma.
L’episodio
che ha contribuito a rendere evidente quanto fosse profondo il ritardo
accumulato è quello accaduto all’inizio degli anni 2000 nel porto di
Tianjin, dove le autorità doganali hanno scoperto una spedizione di
oltre duemila vetture praticamente complete provenienti dalla Corea del
Sud e dichiarate come semplici componenti da assemblare in Cina negli
stabilimenti della joint venture Beijing Hyundai.
La vicenda colpì
ancora di più perché coinvolgeva proprio la Corea del Sud. L’industria
automobilistica coreana era partita più tardi di quella cinese, eppure
all’inizio degli anni Duemila Hyundai e gli altri produttori coreani
arrivavano in Cina come rappresentanti di un’industria tecnologicamente
più avanzata. Per molti tecnici e dirigenti cinesi il paradosso era
difficile da ignorare: un paese che aveva iniziato dopo era riuscito a
costruire marchi, piattaforme e capacità di sviluppo proprie, mentre la
Cina continuava ancora in larga misura ad assemblare modelli progettati
altrove.
Così il sistema cominciò lentamente a modificarsi. La
Cina possedeva già moltissimi ingegneri e tecnici qualificati, ma il
problema era dove e come venivano utilizzati. Nelle joint venture molti
erano stati relegati alla localizzazione, al controllo qualità o
all’assistenza. Le nuove imprese iniziarono invece a recuperarli e a
rimetterli al centro dello sviluppo tecnologico.
Ad
esempio, più di 30 giovani designer che Citroën aveva formato per la
joint venture Dongfeng-Citroën hanno lasciato l’azienda per unirsi al
team di design di Chery. Il motivo è che,
al ritorno dal periodo di formazione in Francia, si sono resi conto che
in Dongfeng-Citroën non c’era un vero spazio per mettere in pratica ciò
che avevano imparato. La joint venture non aveva progetti di innovazione
tecnologica a lungo termine né programmi per lo sviluppo di nuovi
modelli. Per questi giovani ingegneri svolgere un lavoro significativo
significava uscire dagli schemi del “mercato per la tecnologia”. Anche
Geely attirò personale esperto dalle joint venture.
Il capitale umano esisteva già, ma doveva essere ricombinato dentro organizzazioni nuove.
In questo processo entra anche in gioco il complesso militare-industriale.
Con le riforme di Deng, alla difesa venne imposto di subordinarsi alle
esigenze dello sviluppo economico. La riduzione degli ordini militari e
la smobilitazione di un milione di soldati costrinsero numerosi istituti
di ricerca e imprese della difesa a cercare attività civili. Queste
organizzazioni disponevano però di qualcosa che molte imprese civili non
avevano ancora: ingegneri, capacità di progettazione, esperienza nei
sistemi complessi e una certa autonomia tecnica. Una parte di queste
competenze finì così direttamente nell’industrializzazione civile.
Il caso automobilistico più chiaro è Hafei.
La sua società madre, Harbin Aircraft Industry Group, costruiva
elicotteri. Quando gli ordini militari diminuirono, l’azienda trasferì
migliaia di persone verso la produzione automobilistica. Proprio
l’esperienza aeronautica aveva lasciato a Hafei competenze di
progettazione assistita al computer che erano ancora rare nell’industria
automobilistica cinese. Hafei collaborò con la famosa azienda di design
italiana Pininfarina, in un rapporto
molto diverso da quello delle vecchie joint venture: il team cinese
rimase cliente e responsabile del progetto, potendo chiedere
spiegazioni, intervenire sulle decisioni e apprendere direttamente il
processo di sviluppo.
Il risultato della collaborazione tra Hafei e Pininfarina è stato lo Hafei Zhongyi, un piccolo minivan arrivato sul mercato alla fine degli anni Novanta.
Ed è qui che cambia davvero il modello. La questione non era
più semplicemente ottenere tecnologia dall’estero, ma controllare
l’organizzazione attraverso cui quella tecnologia veniva sviluppata.
Chery, Geely, Hafei e poi BYD potevano ancora comprare macchinari,
assumere ingegneri stranieri o utilizzare componentistica
internazionale. Ma erano loro a decidere quale prodotto sviluppare, con
chi collaborare, quali modifiche introdurre e dove investire le proprie
risorse tecniche. Questa è la differenza fondamentale tra il vecchio
“mercato in cambio di tecnologia” e l’innovazione autonoma.
Questa
nuova generazione di imprese dovette inizialmente costruire quasi da
sola anche l’ecosistema che le circondava. Geely e Chery investirono
direttamente in decine di produttori di componenti e attorno a loro si
formarono reti di centinaia di fornitori. BYD seguì una strada simile,
internalizzando progressivamente batterie, materiali, componenti e
veicoli completi. Non erano quindi semplicemente nuove case
automobilistiche: stavano costruendo piccoli sistemi industriali
autonomi all’interno dell’economia cinese.
Quando nel 2002 Li Lu
investe in BYD, sta scommettendo su un’impresa che appartiene a questo
nuovo mondo: non una joint venture incaricata di produrre un’automobile
progettata altrove, ma un’azienda cinese determinata a costruire
internamente le tecnologie da cui dipenderà il proprio futuro. Vent’anni
dopo, sarà proprio quel tipo di impresa a cambiare gli equilibri
dell’industria automobilistica mondiale.
A conclusione di questo
processo, nel 2018 Pechino decide di eliminare ogni limite alla
partecipazione straniera nel settore dei veicoli a nuova energia: fino
ad allora, nella produzione automobilistica tradizionale, il partner
cinese doveva detenere almeno il 50% della joint venture. Per i veicoli
elettrici, invece, quella barriera viene rimossa.
Tesla è la prima
grande casa automobilistica straniera a sfruttare questa apertura. Nel
luglio 2018 firma con il governo di Shanghai l’accordo per costruire una
Gigafactory che rappresenterà uno degli stabilimenti di auto elettriche
più grandi ed efficienti al mondo. La differenza rispetto alla
Volkswagen degli anni Ottanta è radicale: Tesla non deve associarsi a
nessuna impresa statale cinese. La fabbrica di Shanghai è controllata
interamente da Tesla.
Negli anni ‘80 Pechino aveva bisogno delle
joint venture perché temeva che, lasciando entrare liberamente le
multinazionali, le imprese straniere avrebbero occupato il mercato senza
contribuire alla costruzione dell’industria nazionale. Trent’anni dopo,
la situazione è quasi rovesciata. La Cina dispone ormai di una
gigantesca filiera automobilistica, di produttori di batterie e
componenti, di migliaia di fornitori e soprattutto di concorrenti
nazionali capaci di sviluppare autonomamente nuovi veicoli.
La
conclusione, quindi, non è che lo Stato cinese avesse previsto tutto fin
dall’inizio, costruendo consapevolmente le joint venture come semplice
fase di passaggio verso Geely, Chery o BYD. La storia è stata molto meno
lineare. Il modello del “mercato in cambio di tecnologia” ha
contribuito a risolvere problemi reali, permettendo alla Cina di
costruire rapidamente fabbriche moderne, sviluppare una rete di
fornitori, aumentare enormemente la qualità della produzione e
sostituire una parte crescente delle importazioni. Ma quello stesso
sistema ha prodotto anche nuove rigidità, concentrando risorse e
opportunità nelle joint venture e lasciando poco spazio a chi voleva
seguire un percorso indipendente.
Non è nemmeno corretto
raccontare questa trasformazione come se le multinazionali straniere
avessero semplicemente trasferito alla Cina le tecnologie che poi
sarebbero state utilizzate contro di loro. Le joint venture hanno
trasmesso soprattutto capacità produttive, ma non il controllo sullo
sviluppo dei prodotti, sulle piattaforme tecnologiche e
sull’organizzazione dell’innovazione.
La grande trasformazione
dell’industria cinese non consiste dunque semplicemente nel passaggio da
tecnologia straniera a tecnologia cinese, ma è il passaggio da un
sistema in cui le imprese cinesi partecipavano alla produzione
organizzata da altri a un sistema in cui cominciano progressivamente a
organizzare esse stesse il processo di innovazione.
Quando le
autorità cinesi si accorgono dell’emersione dei nuovi campioni
nazionali, iniziano progressivamente a sostenerne la crescita con
incentivi e rimuovendo ostacoli al loro sviluppo. Ma questa è un’altra
storia.
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