Presentazione


Analisi, opinioni, fatti e (più di rado) arte da una prospettiva di classe.

04/06/2026

Soldati e missili israeliani negli Emirati contro l’Iran

La visita rinnegata

Assolutamente preziosa (per gli interessati), ma anche chiaramente imbarazzante. Parliamo della visita-lampo di Netanyahu negli Emirati Arabi, che avrebbe dovuto essere tenuta supersegreta, confinata nelle stanze della diplomazia, per ragioni di “realpolitik”. Ma che, invece, due settimane fa è deflagrata come notizia-bomba, proprio nel momento in cui agli israeliani faceva comodo. E che, invece, nel Paese del Golfo ha sollevato un’immediata cortina fumogena di smentite. Nessuno ha visto nessuno, insomma, dicono ad Abu Dhabi. “Netanyahu non l’ho mai incontrato”, ha dichiarato con lo sguardo sfuggente il Presidente, sceicco Mohamed bin Zayed al-Nahyan. E lo capiamo. Si, perché pur comprendendo gli interessi nazionali (non tanto patriottici, quanto piuttosto finanziari) che agitano i sonni degli emiri, si fa fatica a pensare che degli arabi sunniti abbiano srotolato il tappeto rosso sotto i piedi dello “sterminatore di Gaza”. Eppure è così, perché la guerra contro l’Iran, che sembra studiata apposta a tavolino, per destabilizzare irrimediabilmente ciò che resta dei fragili equilibri della regione, ha rimescolato le alleanze. O, meglio, ha pericolosamente accelerato divergenze (e ‘convergenze’) che non promettono nulla di buono. Così, gli israeliani hanno praticamente stretto un patto di ferro, benedetto da Trump, con gli Emirati in funzione anti-Iran. Usando il Paese, assieme agli americani, come utile testa di ponte per attaccare il regime degli ayatollah.

Truppe e missili di Tel Aviv

Dunque, secondo il Wall Street Journal, il dado è tratto: l’intesa tra Tel Aviv e Abu Dhabi, fin qui formalizzata solo attraverso i Patti di Abramo, ora ha fatto un salto di qualità. In un certo senso è diventata una partnership militare. “La guerra con l’Iran – scrive il giornale – ha portato a una notevole espansione dei legami, con Israele che si è spinto fino a schierare truppe e sistemi di difesa missilistica nel Paese del Golfo, per proteggerlo da eventuali attacchi iraniani. Ma un viaggio segreto negli Emirati Arabi Uniti, che il Primo ministro israeliano ha affermato di aver compiuto, e la rapida smentita da parte degli Emirati Arabi Uniti, rivelano i rischi politici che ancora incombono sulle relazioni” tra i due Paesi. Smentite, giri di valzer diplomatici, cosmesi politica, sforzi (maldestri) di negare l’evidenza: comunque sia, tutto il circo Barnum di indiscrezioni che ruotano intorno al vertice “rinnegato” testimonia che Emirati e Israele hanno discusso, in profondità, di come attaccare l’Iran. E per sottolineare l’importanza che gli analisti danno a quella che ormai può essere considerata, a tutti gli effetti, come un’alleanza strategica, sempre il Journal scrive che “durante la guerra, Israele ha inviato batterie Iron Dome e truppe a difesa degli Emirati Arabi Uniti, e diverse decine di soldati sono tuttora di stanza in un complesso militare nel Paese del Golfo, secondo quanto riferito da una fonte a conoscenza dei fatti. Numerosi alti funzionari israeliani, oltre al Primo Ministro Benjamin Netanyahu, al capo del Mossad, al capo dello Shin Bet e al capo di Stato maggiore israeliano, si sono recati segretamente negli Emirati durante il conflitto, per coordinare le attività contro l’Iran”.

Un ruolo bellico segreto

L’escalation della crisi, nel caso dell’attuale Guerra del Golfo, è determinata dalla strategia iraniana della “guerra di logoramento” a bassa intensità. Mano a mano che la dottrina israeliana della “decapitazione” andava avanti, a Teheran si è rafforzata la corrente degli “intransigenti”. In sostanza, ha vinto una linea di conduzione del conflitto che punta al suo allargamento e alla massimizzazione dei danni collaterali, tali da coinvolgere anche i Paesi non belligeranti. La dottrina Hormuz è il caposaldo di questo ragionamento, che tende a strangolare le rotte mondiali di approvvigionamento energetico. Allora, se prima della guerra, i Paesi del Golfo avevano dichiarato che non avrebbero permesso l’utilizzo del loro spazio aereo o delle loro basi per attacchi contro il regime degli ayatollah, dopo è cambiato tutto. Quando, cioè, l’Iran ha deciso di bombardare porti e infrastrutture di stati neutrali. Gli Emirati Arabi – sostiene il WSJ – hanno subito il peso maggiore di questi attacchi, poiché l’Iran li ha presi di mira con oltre 2.800 tra missili e droni, un numero di gran lunga superiore a quello utilizzato contro qualsiasi altro Paese, Israele compreso.

Attacchi congiunti con Israele

Forse l’aspetto più significativo dell’alleanza tripartita Usa-Emirati-Israele sono le operazioni di bombardamento compiute assieme. Tra gli obiettivi sono stati segnalati le isole di Qeshm e Abu Musa nello Stretto di Hormuz; Bandar Abbas, la raffineria di Lavan e il grande impianto petrolchimico di Asaluyeh. “L’entità della risposta aggressiva degli Emirati Arabi Uniti – conclude il WSJha esacerbato le divisioni all’interno del Golfo. All’inizio di aprile, l’Arabia Saudita si è lamentata con gli Stati Uniti del fatto che gli attacchi degli Emirati stessero aumentando il rischio che le infrastrutture energetiche regionali potessero essere prese di mira dall’Iran, cosa che avrebbe potuto far impennare i prezzi del petrolio e scuotere i mercati globali”.

“I sauditi volevano che gli Stati Uniti facessero pressione sugli sceicchi affinché interrompessero gli attacchi di rappresaglia e si unissero agli sforzi diplomatici dei Paesi della regione”.

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Israele continua la sua guerra contro studenti e ricercatori palestinesi

Tra il primo e il due giugno, le forze israeliane hanno lanciato una nuova campagna della loro guerra genocida contro il popolo palestinese. A essere presi di mira sono stati studenti e ricercatori, tanto nella Striscia quando in Cisgiordania. Sono state decine le persone fermate, e di almeno cinque appartenenti al mondo universitario non si hanno ad ora notizie.

Partiamo dalla West Bank. I militari israeliani hanno condotto vari arresti in tutta la regione, e hanno fatto irruzione nei dormitori dell’Università di Birzeit, dove hanno preso in custodia Jolan Abu Awwad, Natali Abu Daya, e Sama Safi. Un’altra studentessa, Leila Khalil, è stata arrestata durante un’irruzione nella casa di famiglia a Beitunia. Il giorno prima, le forze sioniste erano entrate anche all’interno del campus dell’Università di Al-Quds, nell’occupata Gerusalemme Est.

Passiamo ora allo scenario di Gaza. Lo scorso 1° giugno oltre 20 studiosi palestinesi stavano venendo evacuati dalla Striscia, per dirigersi verso l’Italia, dove avrebbero dovuto godere di borse di studio. Due di loro, però, sono stati arrestati dalle forze israeliane, senza che ne venissero chiarite le motivazioni.

Una studentessa è stata rilasciata poco dopo, ma il ricercatore Mahmoud Talal al-Najjar è scomparso al valico di Kerem Abu Salem, e di lui non si sa più nulla, stando a quel che riferisce il fratello ed è riportato dalla piattaforma palestinese Quds News Network, al-Najjar era finalmente riuscito a ottenere i permessi di viaggio necessari per lasciare la Striscia dopo mesi di estenuanti tentativi e ostacoli burocratici. Avrebbe continuato i suoi studi all’Università Tor Vergata di Roma.

La vicenda risulta ancora più angosciante – ed è espressione plastica del terrorismo sionista – per il fatto che al-Najjar è l’unico superstite della sua famiglia. Il 25 ottobre 2024, infatti, un raid aereo israeliano aveva preso di mira la sua casa a Jabalia, nel nord di Gaza, uccidendo sul colpo sua moglie e i loro quattro figli. Nello stesso attacco hanno perso la vita anche altri suoi parenti.

Nessuna dichiarazione è per ora arrivata né dall’Università italiana, né dal ministro degli Esteri Antonio Tajani. Del resto, la Farnesina, per bocca del suo massimo responsabile, ha fatto presente che gli sta bene il fatto che, in occasione del trattamento ricevuto dagli attivisti della Flotilla, la richiesta formale di scuse sia caduta nel vuoto. Figurarsi se si muove qualcosa per un “semplice” accademico.

Nemmeno la ministra dell’Università Anna Maria Bernini ha speso una parola in merito. Appena una ventina di giorni fa, la “ministra somaro”, come è stata soprannominata nelle mobilitazioni studentesche, si era fregiata dell’accoglienza negli atenei nostrani di altri 72 studenti gazawi, mentre l’esecutivo continua a sostenere il governo israeliano che ha raso al suolo il tessuto universitario della Striscia.

Tali ennesimi atti criminali sono stati condotti in un contesto di perdurante instabilità. Nelle stesse ore, Tel Aviv ha continuato a mietere vittime a Gaza, con il conteggio diffuso dal ministero della Salute che ha raggiunto i 935 morti e 2.860 feriti dall’inizio del “cessate il fuoco”, nell’ottobre scorso. Le operazioni di demolizione continuano nelle aree orientali di Khan Yunis e di Gaza City.

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L’opzione delle armi nucleari USA si riaffaccia in Europa, Italia inclusa

Il Financial Times ha rivelato in un articolo che gli Stati Uniti starebbero pensando di nuovo alla installazione di armi nucleari in Europa, riavviando così quella che fu la famosa “Direttiva 39” della fine degli anni Settanta e che portò all’installazione degli euromissili nel continente europeo. Anche l’Italia venne coinvolta nell’operazione ospitando nel 1983 i missili Cruise con testate nucleari nella base di Comiso, in Sicilia. Gli altri paesi europei coinvolti furono Germania, Belgio e Paesi Bassi.

La Polonia non ha fatto mistero di essere pronta ad ospitare le armi nucleari Usa sul proprio territorio, dunque a ridosso dei confini russi.

Il Financial Times scrive che “Il segretario generale della Nato, Mark Rutte, ha dichiarato dopo una riunione dei ministri degli Esteri dell’Alleanza il mese scorso, che c’era “un’intesa comune sul fatto che, mentre gli Stati Uniti si orienteranno maggiormente verso altri teatri operativi... la deterrenza e la difesa complessive in Europa devono rimanere invariate”. “Voglio essere assolutamente chiaro... Se qualcuno fosse così sciocco da attaccarci, la risposta sarebbe devastante”, ha affermato Rutte”.

Il rilancio del riarmo nucleare in Europa, segna la conclusione definitiva dei negoziati avviati alla fine degli anni Ottanta (c’era ancora l’URSS) e che portò alla riduzione degli arsenali atomici dislocati in Europa.

Nella fase storica più recente, nel 2010 Obama e l’allora presidente russo Medvedev firmarono a Praga il trattato New Start, che evolveva i precedenti accordi Start sulle armi nucleari strategiche. Il trattato fissava un limite di 1.550 testate nucleari strategiche dispiegate per ciascuna delle due superpotenze.

Ma solo due anni dopo la firma del trattato, nel 2012, l’amministrazione Obama chiedeva nuovi investimenti per rafforzare il sistema di deterrenza nucleare statunitense. La prima amministrazione Trump (2026) ne avrebbe accelerato la modernizzazione. Contestualmente la Russia aveva avviato un vasto programma di aggiornamento del proprio arsenale nucleare già nel decennio 2011-2020, seguito da un nuovo piano ancora in attesa di compimento.

A livello mondiale subito dopo Stati Uniti e Russia si collocano Cina, Francia e Regno Unito, riconosciuti come Stati nucleari dal Trattato di non proliferazione (TNP).  Pechino possiede circa 600 testate, un numero in crescita costante. La Francia dispone di circa 290 testate nucleari, mentre il Regno Unito ne possiede circa 225.

In Asia ci sono poi India e Pakistan che possiedono rispettivamente circa 180 e 170 testate nucleari. Infine ci sono Israele che si stima detenga circa 90 testate e la Corea del Nord che dispone oggi di un numero stimato in circa 30 e 50 testate nucleari.

La Russia investe annualmente circa 8,5 miliardi di dollari nel settore nucleare militare, mentre gli Stati Uniti spendono in questo settore oltre 35 miliardi, quattro volte di più. La Russia possiede circa 6.370 testate atomiche. Gli Stati Uniti ne possiedono tra le 5.000 e le 6.000 a seconda delle metodologie di conteggio.

Di queste armi nucleari USA, più di un centinaio risultano ancora dislocate in Europa, e tra queste alcune decine – i dati sono però discordanti – sono stoccate in Italia, nelle basi militari di di Aviano e Ghedi.

Eppure, in teoria, l’Italia non potrebbe ospitare armi nucleari in base al Trattato di non proliferazione nucleare che ha firmato il 2 maggio del 1975. In particolare, l’articolo II del TNP è estremamente chiaro e vincolante per i Paesi che, come l’Italia, non possedevano armi atomiche al momento della firma.

L’articolo II recita testualmente: “Ciascuno degli Stati militarmente non nucleari, che sia Parte del Trattato, si impegna a non ricevere da chicchessia armi nucleari”. Questo impegno implicava il divieto non solo di produrre, ma anche di ricevere e ospitare sul proprio territorio ordigni nucleari di qualsiasi tipo. La sottoscrizione di questo trattato avrebbe dovuto, in teoria, rendere il suolo italiano completamente libero da tali armamenti, ma come abbiamo visto non è affatto così.

La base aerea di Aviano, in provincia di Pordenone, ospita circa 50 testate (tra le 20 e le 30 secondo fonti diverse, ndr), mentre la base aerea di Ghedi, in provincia di Brescia, ospiterebbe il rimanente arsenale, quantificato in circa 20-40 bombe. Si tratta di ordigni nucleari B61-12 di esclusiva proprietà e controllo degli Stati Uniti, presenti nel nostro Paese nell’ambito della NATO. La base militare di Ghedi, situata a circa 25 chilometri da Brescia, è sede di una flotta di 30 cacciabombardieri F-35, velivoli progettati per il trasporto e il lancio di armamenti nucleari.

Mentre imperversano i dott. Stranamore de noantri, diventa sempre più prioritario porre il problema dell’allontanamento di queste armi nucleari dal territorio italiano in ogni agenda di politica internazionale che riguardi il nostro paese.

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Le banche italiane investono su Rheinmetall e Leonardo

“Non si chiami ‘difesa’ un riarmo che aumenta tensioni e insicurezza, depaupera gli investimenti in educazione e salute, smentisce fiducia nella diplomazia, arricchisce élite cui nulla importa del bene comune”. Saranno fischiate le orecchie ad Armin Papperger, amministratore delegato della multinazionale militare tedesca Rheinmetall, dopo che Leone XIV ha detto le cose come stanno? “Che mondo stiamo lasciando?”, ha aggiunto Prevost intervenendo alla Sapienza il 14 maggio.

“Un mondo purtroppo storpiato dalle guerre e dalle parole di guerra. Si tratta di un inquinamento della ragione, che dal piano geopolitico invade ogni relazione sociale”. Quarantotto ore prima del discorso all’Università, Papperger, incoronato “miglior Ceo” del 2025 dal sempre ossequioso Economist, era intervenuto all’assemblea dei soci salutando l’avvio della produzione in serie di un sistema di droni kamikaze (FV-014) nello stabilimento di Neuss, vicino a Düsseldorf, un tempo dedicato all’automotive oggi in dismissione. Commesse pubbliche milionarie portano oggi in Europa alla realizzazione non di servizi pubblici essenziali ma di “munizioni circuitanti” in grado di volare in aria fino a 70 minuti per poi lanciarsi contro un bersaglio ed esplodere. Qualcuno ci svegli.

Le scelte pro armamenti della Commissione europea e degli Stati membri continuano a ingigantire il valore dei titoli azionari, tra le altre, di Rheinmetall e Leonardo, e i risparmi dei cittadini ci finiscono sopra. Abbiamo chiesto agli analisti di Profundo l’elenco di chi investe oggi (marzo 2026, tra azioni e bond) sui due campioni europei: per l’Italia troviamo Intesa Sanpaolo (inclusi i veicoli Eurizon, Fideuram), Mediolanum, Fineco, Bper (con Arca Fondi Sgr), Banca popolare di Sondrio (ormai Bper), Anima, Generali, Credito emiliano, Azimut, Banca Sella, Mediobanca, Cassa lombarda, Iccrea – cioè la capogruppo del Gruppo Bcc – e la lista è lunga.

Mentre “noi” investiamo più o meno consapevolmente sul “riarmo” a misura di Papperger, i civili yemeniti restano senza giustizia. Ad aprile, infatti, dopo oltre sei anni di indagini preliminari, l’Ufficio del procuratore della Corte penale internazionale (Cpi) ha fatto sapere che non avvierà alcuna inchiesta sulla responsabilità dei governi europei e delle aziende produttrici di armi in relazione a presunti crimini di guerra commessi in Yemen.

Nel 2019 il Centro europeo per i diritti costituzionali e umani (Ecchr), Mwatana for human rights, Amnesty International, Campaign against arms trade, il Centro Delàs e la Rete italiana pace disarmo, avevano predisposto una documentata “comunicazione congiunta” di 350 pagine con la quale si chiedeva alla Corte di indagare se “soggetti aziendali e governativi” di Germania, Francia, Italia, Spagna e Regno Unito “avessero aiutato e favorito i presunti crimini di guerra commessi dall’Arabia Saudita e dagli Emirati Arabi Uniti in Yemen attraverso la vendita di armi”. Erano stati accertati 26 attacchi aerei effettuati dalla coalizione saudita-emiratina contro case, scuole, mercati, ospedali, musei. Le prove raccolte mostravano l’utilizzo di Eurofighter, Tornado, bombe MK 80, e lungo la filiera si risaliva ad Airbus, BAE Systems, Dassault, Leonardo, Rheinmetall.

“Nonostante casi chiaramente documentati di attacchi indiscriminati e sproporzionati, le aziende produttrici di quei Paesi hanno continuato a fornire ai membri della coalizione armi, munizioni e supporto logistico. Ministri e funzionari governativi hanno facilitato queste esportazioni concedendo le licenze”, hanno denunciato gli autori della comunicazione, promotori anche di contenziosi strategici nei singoli Paesi (Italia inclusa). La Cpi, come detto, ha respinto la comunicazione senza fornire alcuna spiegazione, circostanza che le organizzazioni hanno pubblicamente “deplorato” in un duro comunicato dell’11 maggio. Lo stesso giorno in cui Leonardo ha dato conto della risoluzione consensuale del rapporto di lavoro con “il prof. Roberto Cingolani” (il nostro Papperger): 4.483.250 euro di umile buonuscita, nessun “vincolo di non concorrenza” e i “migliori auguri per un futuro ricco di nuove soddisfazioni”. Siluramenti d’élite.

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L’invasione del Libano non è “un pasto gratis” per Israele

L’invasione del Libano comincia a presentare un alto costo per Israele. L’esercito israeliano ha infatti confermato che altri due soldati sono stati uccisi in combattimento nel sud del Libano, aggiungendosi ad un bilancio in aumento. Altri quattro erano stati uccisi domenica.

Le morti arrivano mentre Washington ha avanzato alcune proposte per fermare gli attacchi israeliani su Beirut e ridurre il volume di fuoco di Hezbollah contro Israele. L’agenzia Reuters riporta che i combattimenti nel sud del Libano sono continuati anche mentre si discutevano le ipotesi di de-escalation parziale.

La Difesa Civile libanese ha dichiarato che sei persone sono state uccise in due attacchi con droni israeliani nell’area di Al-Hawsh nel distretto di Tiro, mentre il Ministero della Salute libanese ha riferito che cinque persone sono morte e 48 ferite, tra cui un medico e operatori sanitari presso l’ospedale Tebnine, dopo quasi 24 ore di attacchi israeliani nell’area di Bint Jbeil. Ulteriori attacchi e bombardamenti sono stati segnalati anche a Siddqin, Arzoun, Blat, Dibbine e Deir Qanoun-Ras al-Ain, mentre le operazioni militari israeliane continuano nel sud del Libano.

Hezbollah ha dichiarato di aver compiuto 13 attacchi contro le forze israeliane nel sud del Libano, prendendo di mira concentrazioni di truppe, veicoli militari e postazioni di comando con razzi, artiglieria, missili guidati e droni d’attacco. Alcuni dei combattimenti più intensi si sono svolti a Haddatha e nell’area di al-Balou’, dove Hezbollah ha affermato di aver colpito diversi carri armati Merkava e di aver fatto esplodere un ordigno esplosivo contro un veicolo militare, costringendo le truppe israeliane a fermare l’avanzata e a ritirarsi sotto copertura aerea israeliana.

Hezbollah ha inoltre segnalato attacchi contro posizioni israeliane vicino al Castello di Beaufort e a Biyyada, affermando che salve di razzi e missili guidati hanno preso di mira i quartieri generali del comando e le unità corazzate.

Questo divario tra diplomazia e realtà sul campo è diventato uno degli elementi chiave della crisi attuale. Pubblicamente, i leader parlano di moderazione e calma graduale. Sul terreno invece continuano i combattimenti.

Reuters ha riferito che Israele ha già subito vittime militari e civili nel nuovo scontro, e ogni nuova morte aumenta i dubbi su quanto la campagna stia producendo veri vantaggi strategici.

La stessa agenzia riferisce che la proposta americana di tregua puntava prima di tutto a fermare gli attacchi contro Beirut e i suoi sobborghi meridionali in cambio della fine degli attacchi di Hezbollah contro Israele.

In un intervento durante una riunione governativa, Netanyahu ha affermato che le misure di fortificazione che si estendono fino a 7 km dal confine libanese sono “un’aggiunta alla sicurezza” israeliana.

Il portavoce del Dipartimento di Stato USA, Tommy Pigott, ha dichiarato che le delegazioni israeliane e libanese hanno concluso un altro ciclo di negoziati diretti a Washington DC, focalizzati sul raggiungimento di un accordo politico e di sicurezza globale, aggiungendo che un altro ciclo di colloqui è previsto per oggi, mercoledì.

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La propaganda sui dati dell’occupazione e la realtà della deindustrializzazione

Negli ultimi giorni il governo Meloni, e in particolare la ministra del Lavoro Calderone, si sono fregiati dei dati diffusi il 29 maggio dall’Istat, relativi al numero di occupati ad aprile 2026. L’istituto di statistica ha infatti fatto sapere che, sull’anno, il numero di lavoratori è aumentare di quasi 270 mila unità.

Ma soprattutto, le percentuali che hanno imbaldanzito l’esecutivo sono tre: il tasso disoccupazione ha raggiunto il minimo dal 2004 (5,1%), il numero degli occupati il massimo dallo stesso anno (24 milioni e 337 mila lavoratori), mentre il tasso di inattività è sceso a 33,4%. Che comunque ci posiziona all’ultimo posto in Europa, ma questo viene spesso e volentieri omesso.

Ad ogni modo, è stato facile per Meloni e compagnia assumersi una vittoria sul terreno del mondo del lavoro. Ed è perciò altrettanto utile smontare la propaganda governativa, e non ci vuole molto: basta leggere attentamente il corposo Rapporto annuale 2026, sempre dell’Istat, a cui abbiamo già dedicato un articolo.

Già qualche settimana fa, anche se solo con accenni, avevamo fatto capire che le narrazioni sul numero degli occupati, presi per com’erano, non spiegavano davvero il baratro in cui questa incapace classe dominante ha gettato il Paese. Ma visto che il governo è tornato alla carica è bene approfondire la questione, usando la sezione del Rapporto intitolata “L’evoluzione della struttura economica”.

Dal documento si evince che, certo, tra il 2007 e il 2024 il mercato del lavoro ha visto l’ingresso di 1,4 milioni di occupati in più. Tuttavia, se i dati vengono analizzati in base alle Unità di Lavoro equivalenti a tempo pieno (ULA), il quadro cambia. Le ULA sono un parametro tecnico che non conta semplicemente il “numero di teste”, ma calcola quanti lavoratori a tempo pieno servirebbero per coprire il totale delle ore effettivamente lavorate.

In questi termini, la crescita del numero dei lavoratori è stata più modesta (+2,4%, pari a 600 mila unità). Ma questo numero potrebbe ancora essere rivendicato come una vittoria, e bisogna perciò andare ancora più nel dettaglio. L’industria in senso stretto (la manifattura) ha perso 700 mila ULA, il commercio ne ha perse 300 mila e la Pubblica Amministrazione 225 mila.

Il terziario ha assorbito questa forza lavoro, con l’inserimento di 500 mila ULA nella sanità e nell’assistenza sociale, oltre 400 mila nelle attività professionali e scientifiche e altre 400 mila nei servizi di alloggio e ristorazione (ricettività). Il problema emerge quando si va a contare il valore aggiunto che viene prodotto per ora di lavoro da queste altre occupazioni.

In Italia la riallocazione ha visto lavoratori espulsi da settori ad altissima produttività per trasferirsi in massa verso comparti a bassa produttività oraria (come la ristorazione, l’alberghiero e i servizi di cura). Quasi tutto l’aumento di produttività avvenuto nel commercio e nella manifattura è stato mangiato dai settori che hanno fatto la parte del leone nell’aumento dell’occupazione.

Bisogna inoltre sottolineare che l’Istat calcola che l’industria in senso stretto abbia perso il 21% delle imprese, il commercio il 17%, mentre sono state aperte ben 650 mila nuove partite IVA nei servizi (le attività professionali e scientifiche sono balzate a un +33%, la sanità a un +63%). Partite IVA che spesso sono in realtà lavoratori dipendenti solo “tributariamente” autonomi.

Una conseguenza fisiologica riguarda le occupazioni che trovano i laureati. L’innalzamento dei livelli di studio non è stato accompagnato da un’adeguata crescita dei ruoli qualificati. La quota di specialisti e tecnici sul totale dell’occupazione è cresciuta di appena 2 punti percentuali dal 2011, circa un terzo del totale. Al contrario, in Francia e Germania il numero di ruoli ad alta qualifica è cresciuto del 43% nello stesso arco di tempo.

La situazione italiana è quella che si verifica quando una classe padronale parassitaria e una classe politica senza visione strategica si fanno compartecipi nella distruzione del tessuto industriale del Paese, alla ricerca della facile rendita finanziaria e dell’aumento dei profitti per mezzo della riduzione dei salari e dell’aumento dello sfruttamento intensivo di chi lavora.

L’incidenza della spesa in Ricerca e Sviluppo (R&S) sul PIL in Italia è cresciuta di appena 3 decimi di punto dal 2007, restando inchiodata sotto la soglia critica dell’1,5% (contro l’1,5% della Spagna, il 2,2% della Francia e il 3,1% della Germania). Questo stallo è causato soprattutto dal blocco della spesa pubblica in ricerca (università ed enti scientifici), ferma allo 0,55% del PIL dal 2007 (la quota più bassa d’Europa).

Ma anche nel settore privato l’intensità di R&S sul valore aggiunto delle imprese è inferiore allo 0,9%, contro l’1,6% dei francesi e il 2,3% dei tedeschi. L’Italia tiene il passo dei partner europei solo in alcuni comparti, come l’aerospazio, la cantieristica navale, l’automotive e l’elettronica.

Tutti settori oggi messi a disposizione del riarmo, non come volano di un cambio di modello di cui possa avvantaggiarsi la maggioranza della popolazione. A dimostrazione che pur di non migliorare le condizioni dei lavoratori, la classe dirigente è disposta a farla morire in una carneficina. Altro che successo sull’occupazione.

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03/06/2026

Come funziona il Partito Comunista in Cina

Trump parla da solo, nel Golfo si spara

Il tasso di credibilità della superpotenza che ha controllato il mondo si misura innanzitutto dalla presa che ha sui propri alleati. Che i “nemici” siano in varia misura tentati od obbligati a cercare di sottrarsi a quel dominio è naturale. Ma gli alleati, specie quelli di prima fascia, devono stare pubblicamente al guinzaglio accontentandosi di esprimere le proprie esigenze in via riservata e diplomatica.

Misurando dunque la credibilità degli Usa con il comportamento di Israele, bisogna ammettere che questa è ridotta a zero. Qualsiasi cosa dica o faccia Trump in una direzione che a Tel Aviv non piace – un faticoso memorandum di intesa con l’Iran per avviare trattative di pace, che prevede come inizio la cessazione dell’invasione del Libano – il governo Netanyahu fa tutto quel che è possibile fare per rendere impossibile ogni trattativa.

Con le azioni (bombardamenti sempre più intensi) e con le parole (“il regime di Teheran deve scomparire e ci penseremo noi”) viene platealmente disfatto ogni filo di dialogo. Quel che dice Trump, nel suo fiume di tweet quotidiani, non conta assolutamente niente. E neanche gli insulti per telefono...

Ma se la superpotenza non è credibile per gli alleati, ancora meno può esserlo per gli avversari. A cominciare da quelli già impegnati sul piano militare con un attacco a freddo oltre tre mesi fa.

Teheran aveva dichiarato interrotte le comunicazioni con l’amministrazione Usa proprio a causa dell’irrefrenabile impulso genocida di Israele anche verso il Libano. E l’impotenza disperata dei vertici statunitensi è apparsa chiara quasi per sbaglio, in un titolo del Corriere della Sera online che ne dava notizia: “L’Iran sospende i contatti con Washington. Trump: ‘È falso’”.

Il che è come ammettere che Trump (gli Usa) sta trattando con se stesso, ricevendo schiaffi da Tel Aviv e quindi anche da Teheran, inascoltato da tutti.

Da una situazione del genere solo un idiota può pensare di uscire sparando per “far vedere chi comanda”. E Washington l’ha fatto.

L’aviazione statunitense ha colpito una torre radio nell’isola di Qeshm, al centro dello Stretto di Hormuz, dopo aver sparato contro una nave mercantile diretta in un porto iraniano.

Proporzionale e simmetrica la risposta, con droni e missili lanciati contro le basi militari Usa in Kuwait e Bahrein, da cui era partito l’attacco, e contro una nave “israelo-americana” chiamata Panaya.

Israele, nel frattempo, continuava la sua mattanza in Libano, incontrando però un resistenza più dura del previsto.

Il nuovo scambio di colpi tra Usa e Iran non appare tale da mettere definitivamente fine alla ricerca di una via diplomatica. Entrambe le parti – anche nei comunicati diramati dopo le azioni – hanno usato toni “limitativi”, anche se ovviamente “fermi e bellicosi”.

Ma è chiaro che in questa partita a tre il soggetto “debole” sono proprio gli Stati Uniti, che non hanno mai avuto in questo conflitto obbiettivi chiari e quindi una strategia credibile. Attaccare convinti che bastasse “decapitare” parte della dirigenza iraniana per veder alzarsi la bandiera bianca su Teheran era chiaramente un sogno da cowboy, venduto come plausibile dal suo “alleato-vampiro”.

Una volta preso atto che non era cambiato granché e che l’escalation militare – invasione di terra – era sconsigliata da chi l’avrebbe dovuta portare a termine (l’esercito, peraltro già a corto di missile anti-missile e scottato dal fallimento di Isfahan), il gioco è apparso in pura perdita.

L’Iran ha fatto il suo: difendersi con ordine, accettare di discutere attraverso Pakistan e Qatar, allargare il conflitto a tutto il Golfo e chiudere Hormuz per creare una situazione internazionale favorevole alla rapida conclusione della guerra, sostenere i propri alleati (a cominciare da Hezbollah). In poche parole resistere e sopravvivere, anche sotto la minaccia del lancio di un’atomica. È già un successo.

Israele ha invece una strategia e obbiettivi chiari, ancorché deliranti: conquistare territori in mezzo Medio Oriente (per ora) ed eliminare l’unico antagonista strategico nell’area (l’Iran, anche se subito dopo arriverebbe la Turchia), facendo fare la guerra principalmente agli Stati Uniti, finché saranno così stupidi da farlo.

C’è naturalmente da chiedersi perché una superpotenza accetti di essere usata come braccio armato da uno stato-terrorista di piccole dimensioni. Ma qui la risposta va cercata forse soprattutto negli Epstein files e nel ruolo dell’Aipac nella selezione della classi politica statunitense.

E già questo la dice lunga su quanto la “credibilità” americana sia precipitata nella melma.

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