Presentazione
Analisi, opinioni, fatti e (più di rado) arte da una prospettiva di classe.
22/07/2026
Prima di processare il morto. Dieci risposte sul caso di Abderrahim Fakir
Le domande sembrano prudenti. Quasi tutte spostano l’attenzione dalla condotta di chi esercitava la forza alla presunta indegnità di chi l’ha subita.
Proviamo a rispondere con ordine.
1. I precedenti di Fakir non autorizzano nulla
Alcune testate hanno scritto che Fakir aveva «precedenti di polizia», senza precisare per quali fatti e con quali esiti. Questa formula può comprendere denunce e segnalazioni alle quali non sia seguita una condanna; definirlo «pregiudicato» sarebbe al momento scorretto.
Il lungo elenco di rapine, spaccio, ricettazione e lesioni che viene copiato nei commenti non compare, per quanto ho potuto verificare, in alcuna fonte giornalistica identificabile. Le cronache disponibili si limitano alla stessa indicazione generica. (Sky TG24, Corriere di Bologna)
Anche qualora tutte quelle accuse risultassero vere, il punto rimarrebbe intatto. La pena per lo spaccio o per la resistenza a pubblico ufficiale viene stabilita da un tribunale. Nessuna sentenza italiana prevede il soffocamento sull’asfalto. Fakir era a terra e chiedeva aiuto.
Il suo casellario giudiziale, qualunque contenuto avesse, non poteva respirare al posto suo.
2. La chiamata dei residenti spiega l’arrivo della polizia, non la morte
Alcuni abitanti di via Svevo erano spaventati e hanno fatto ciò che ritenevano necessario. Fakir appariva fortemente agitato e, secondo la ricostruzione della Questura, avrebbe colpito un’automobile. La telefonata al 113 può dunque essere stata perfettamente legittima.
Da quel momento comincia la responsabilità dello Stato. La polizia viene chiamata affinché controlli una situazione pericolosa, riducendo il danno e consegnando la persona viva all’autorità giudiziaria o ai sanitari. Chi ha telefonato chiedeva un intervento. Nessuno ha conferito agli agenti il potere di arrivare a qualunque esito.
3. L’agitazione di Fakir aumentava il rischio medico
Si ripete che l’uomo fosse «fuori controllo», quasi che questa espressione potesse assolvere in anticipo qualsiasi tecnica di contenimento. Dal punto di vista clinico vale il ragionamento opposto. Una persona che ha lottato, respira affannosamente ed è stata esposta allo spray urticante presenta un rischio maggiore durante l’immobilizzazione prona.
Lo sforzo aumenta la produzione di anidride carbonica e può provocare acidosi. Se la posizione a faccia in giù e la pressione esercitata sul tronco impediscono una ventilazione adeguata, la funzione cardiaca può deteriorarsi rapidamente.
La letteratura forense descrive questo possibile decorso come prone restraint cardiac arrest. Sarà l’autopsia a stabilire se sia avvenuto nel caso di Fakir; il pericolo della tecnica era già conosciuto prima del suo fermo. (Journal of Forensic Sciences)
4. Danneggiare un’automobile non sospende il principio di proporzione
Fakir avrebbe sferrato alcuni calci alla volante. Il condizionale resta necessario, dato che stiamo riportando la versione della polizia. Se il danneggiamento verrà confermato, si trattava di un reato da contestare nelle forme previste dalla legge.
Un’automobile può essere riparata. Una morte resta irreversibile. Ricordarlo non significa giustificare il comportamento dell’uomo, bensì mantenere una proporzione elementare tra il fatto contestato e l’esito dell’intervento. La forza pubblica possiede strumenti più estesi di quelli concessi al cittadino proprio perché il suo uso è sottoposto a limiti più severi.
5. «Chiedono tutti aiuto quando vengono arrestati» è una risposta clinicamente irresponsabile
Può accadere che una persona immobilizzata invochi aiuto pur continuando a respirare normalmente. Per questo esistono professionisti addestrati a valutare il respiro, la coscienza e i cambiamenti improvvisi del comportamento. Non si stabilisce lo stato clinico di un fermato attraverso il fastidio provato nell’ascoltarlo.
Nel video Fakir ripete «aiuto» e «basta». Poi diventa immobile. Il passaggio dalla resistenza al silenzio deve essere considerato un allarme, perché la perdita di reattività può precedere un arresto cardiaco.
Le indicazioni operative sulla contenzione raccomandano di ridurre il tempo trascorso a terra, evitare pressioni sulla schiena e controllare continuamente la respirazione. Il sollievo dell’agente perché la persona ha cessato di divincolarsi non può sostituire una valutazione medica.
6. La presenza del 118 non certifica la correttezza dell’intervento
Nel filmato si vedono due operatori sanitari. La loro presenza viene adoperata come una sorta di assoluzione indiretta: se fossero esistiti pericoli, si dice, sarebbero intervenuti. È precisamente ciò che l’indagine interna dell’Ausl dovrà accertare.
Secondo la cronologia comunicata dal 118, l’ambulanza arrivò alle 12:30. Sei minuti dopo vennero richiesti il consulto medico e l’automedica, che giunse alle 12:53 e constatò il decesso. Il filmato diffuso non mostra una rianimazione immediata, anche se può non contenere l’intera sequenza.
Occorre stabilire quando Fakir abbia perso coscienza, chi abbia controllato il respiro e quali manovre siano state eseguite. (DIRE)
La presenza dei sanitari amplia le domande. Non le cancella.
7. «Ha avuto un malore» non è una spiegazione
Malore indica che una persona si è sentita male. Non chiarisce il processo fisiologico che ha condotto alla morte, né permette di separarlo dalle condizioni in cui il decesso è avvenuto.
L’autopsia potrebbe rilevare una patologia cardiaca o la presenza di sostanze. Dovrà comunque accertare se lo sforzo, la posizione prona e la pressione esterna abbiano contribuito all’esito. Una condizione preesistente rende la persona più fragile e accresce la cautela necessaria.
Lo Stato custodisce esseri umani reali, con cuori imperfetti e corpi che possono cedere. Il diritto alla vita non è riservato agli organismi clinicamente impeccabili.
8. Aspettare l’autopsia vale anche per chi ha già assolto gli agenti
L’attribuzione delle responsabilità penali richiede l’autopsia, l’esame delle bodycam e le testimonianze. Nessuna persona seria dovrebbe inventare un nesso causale definitivo prima di questi accertamenti. Le immagini già disponibili consentono però di porre domande fondate sulla tecnica impiegata e sulla rapidità dei soccorsi.
Galeazzo Bignami, capogruppo di Fratelli d’Italia alla Camera, ha dichiarato che l’intervento risulterebbe condotto «con professionalità e modalità consone». La sua assoluzione è arrivata prima degli esami medico-legali. (ANSA)
La prudenza reclamata alla famiglia e a chi guarda il video sparisce quando deve essere applicata al partito di governo. L’autopsia viene invocata per sospendere le critiche, mentre la difesa della polizia può procedere senza attendere nulla.
9. Le bodycam accese non dimostrano l’innocenza
Qualcuno sostiene che gli agenti non avrebbero causato una morte sapendo di essere ripresi. Questo argomento confonde l’intenzione omicida con tutte le altre possibili responsabilità. Una condotta può produrre un esito letale attraverso imperizia, imprudenza o violazione delle procedure. Nessuna di queste ipotesi richiede che una persona cominci il proprio turno con il progetto di uccidere.
Le bodycam servono a documentare. La loro esistenza non rende automaticamente corretta l’azione registrata. Sarà necessario esaminare l’intervento nella sua interezza e comprendere quanto sia durata la contenzione, quale pressione sia stata esercitata e quando gli agenti abbiano riconosciuto la perdita di coscienza.
10. Pretendere una polizia democratica non significa odiare la polizia
Gli agenti svolgono un lavoro difficile e possono trovarsi davanti a persone violente. Proprio questa difficoltà rende indispensabili una formazione adeguata e un controllo indipendente. Consegnare a qualcuno armi e autorità, sottraendolo poi all’esame pubblico, significa abbandonare anche gli agenti alla cattiva formazione e alla protezione politica interessata.
Nel gennaio 2026 la Corte europea dei diritti dell’uomo ha condannato l’Italia per la morte di Riccardo Magherini, mantenuto prono per circa venti minuti anche dopo essere diventato inerte. La Corte ha rilevato carenze nella preparazione delle forze dell’ordine e nell’indagine successiva. (ANSA)
Parlare di fascistizzazione significa osservare il ‘privilegio morale’ concesso alla divisa, considerata innocente prima ancora che i fatti siano conosciuti, mentre il morto viene processato attraverso voci incontrollate. Una polizia sottoposta alla legge rafforza la democrazia. Una forza pubblica difesa a prescindere protegge anzitutto il potere politico che se ne serve.
Fakir era vivo quando lo Stato ha assunto il controllo del suo corpo. Ne è uscito morto. Questo basta a pretendere che lo Stato risponda.
Fonte
Crepe sulle sanzioni alla Russia: esenzioni in UE, rischi per il dollaro e shock energetico globale
Negli Stati Uniti, riporta il New York Times, c’è più di una voce nell’amministrazione Trump che esprime dubbi su di un nuovo pacchetto di sanzioni presentato al Congresso contro la Russia. Il testo, proposto dal defunto senatore Lindsey Graham, prevede l’imposizione di dazi del 100% sui paesi che acquistano energia da Mosca, cosa che potrebbe minare in profondità varie relazioni commerciali.
Ma la preoccupazione ancora più grande arriva intorno agli effetti collaterali che ne potrebbero derivare: l’uso intensivo del dollaro come strumento di pressione geopolitica potrebbe spingere molti governi a ridurne l’utilizzo, minando il ruolo del “biglietto verde” come valuta principale nei pagamenti internazionali.
Il New York Times cita anche una nota analitica del National Bureau of Economic Research, secondo cui i paesi colpiti da restrizioni occidentali stanno mostrando una spiccata tendenza a passare allo yuan cinese, alle criptovalute e in generale a sistemi di pagamento alternativi. Come è già successo in precedenti occasioni, il pericolo è che il tentativo di sfruttare il dolalro quale sistema di pressione verso altri paesi, possa determinare un maggiore utilizzo della valuta cinese nelle transazioni commerciali globali.
Sul tema è intervenuto anche il ministro delle Finanze, Scott Bessent, sottolineando che il predominio globale del dollaro nel sistema dei pagamenti è di fondamentale importanza per gli Stati Uniti. Bessent ha avvertito che le sanzioni più efficaci sono quelle mirate e con scadenze precise, mentre quelle che non producono risultati per anni possono avere conseguenze a lungo termine del tutto imprevedibili.
Parallelamente, a Bruxelles il fronte della solidarietà europea con Kiev mostra evidenti segni di cedimento. Secondo quanto riportato dal Financial Times, non sono più i vari ungheresi, cechi o bulgari e basta a porre veti e critiche: il sostegno agli ennesimi provvedimenti contro la Russia è diminuito notevolmente, con richieste di esenzioni che sono arrivate da più parti in funzione di tutela delle filiere nazionali.
Durante i negoziati sull’ultimo pacchetto di sanzioni, stando al quotidiano britannico anche Grecia, Francia, Italia, Germania, Austria e Portogallo si sarebbero espresse a favore di specifiche deroghe. Fonti diplomatiche hanno confidato alla testata che dietro la retorica della fermezza e della solidarietà, le capitali europee cominciano a frenare le misure per paura degli effetti disastrosi che alcune di esse potrebbero avere sulle economie già in difficoltà del Vecchio Continente.
A complicare ulteriormente lo scenario internazionale si aggiunge la situazione sul mercato energetico, fortemente scosso dalla campagna militare di Kiev. Gli attacchi dei droni ucraini contro le raffinerie di petrolio russe hanno portato Mosca a vietare la maggior parte delle esportazioni di diesel.
Stando ai dati dell’Agenzia Internazionale dell’Energia, dall’agosto 2025 sono stati colpiti almeno 100 impianti di raffinazione russi, con un’intensificazione delle operazioni negli ultimi mesi che ha coinvolto quasi tutte le principali strutture della Russia occidentale. Questa contrazione dell’offerta ha innescato un’impennata dei prezzi del carburante su scala globale.
Secondo un’analisi di JPMorgan, la carenza di carburante non si limita più al solo settore automobilistico, ma sta colpendo duramente anche l’agricoltura, i trasporti, la logistica e altri comparti strategici. Gli effetti si fanno sentire pesantemente anche negli Stati Uniti, dove i prezzi del diesel hanno superato la soglia dei 5 dollari al gallone, evidenziando come le ripercussioni della guerra sul campo stiano presentando un conto salatissimo ai mercati globali, e a Trump che deve fare i conti con le prossime elezioni di medio termine.
Fonte
Il caso Roggero. E allora si chieda la grazia anche per Cesare Battisti
A questo punto – e in modo relativamente paradossale – sarebbe legittimo chiedere la grazia anche per Cesare Battisti, scombinando lo schema di gioco che abbiamo davanti agli occhi e buttando la questione tra i piedi della destra e dei forcaioli, costringendoli a balbettare e ad arrampicarsi sugli specchi.
È decisivo precisare che non stiamo parlando di una campagna sui prigionieri politici, come molti potrebbero equivocare. Si tratta di altra cosa. Per quella è dal 1984 che sosteniamo l’ipotesi di una amnistia per i prigionieri come fatto politico.
Stiamo parlando di un’altra questione e cioè di come non piegarsi alle onde lunghe della invasiva e aggressiva propaganda della destra in questa materia, di non limitarci a ripiegare continuamente sugli interstizi della difesa della legalità e dello stato di diritto di fronte a forze che se ne fregano dell’una e dell’altro, ma sul come invece scombinare le carte anche sul loro melmoso terreno.
Se qualche pezzo della sinistra o dell’intellettualità in Italia trovasse il coraggio politico di giocare d’attacco su questo terreno, potremmo assistere a scenari inediti e ai quali la destra – abituata a passarla liscia troppo facilmente – si troverebbe in difficoltà, in Parlamento come nei dibattiti televisivi, negli incontri pubblici come nei bar di quartiere.
Il contesto dei casi Roggero-Battisti parla infatti di gioiellieri condannati perché hanno sparato e ucciso e di chi è stato condannato per aver ideato di sparare e uccidere i gioiellieri che sparano e uccidono. Nel caso Torreggiani Battisti infatti è stato condannato per aver ideato il delitto del gioielliere milanese ma non per averlo commesso materialmente.
A ben guardare si tratta di una montagna di merda comunque la si guardi e di due casi diversi tra loro che non hanno certo provocato simpatie diffuse.
La destra, forcaiola oltre misura nei confronti di Cesare Battisti, cerca invece di creare consenso e simpatia per il gioielliere omicida Roggero, sparando paradossi assurdi e addirittura proposte di legge per far ottenere la grazia a Roggero.
Piuttosto che balbettare di fronte a queste paradossali e vergognose argomentazioni, sarebbe più efficace gettarne altrettante tra i piedi della destra, costringendo loro – in questo caso – a dover fare le precisazioni, a rifugiarsi dietro le sentenze, a fare i distinguo tra caso e caso, a balbettare, in ogni modo a doversi mettere sulla difensiva per affermare che la loro grazia a Roggero sarebbe giusta e quella a Battisti no. E sui doppi standard sappiamo che la partita la perdono.
Con questa destra non si può più giocare pulito né, soprattutto, giocare sulla difensiva.
Come spieghiamo nel nostro editoriale siamo ormai entrati nell’epoca della barbarie, influenzata indubbiamente da una logica suprematista e da un clima di guerra incombente – che dunque prevede sia un fronte esterno che un fronte interno – ma anche dal degrado della stessa civilizzazione capitalistica così come l’abbiamo conosciuta.
Dunque, per dirla con Pertini, “a brigante, brigante e mezzo”.
Fonte
L’offensiva ideologica di Washington e il ritorno del maccartismo
di Luciano Vasapollo
“Stanno promuovendo alleanze dell’estrema destra che ricordano il fascismo hitleriano”. “Tentano di criminalizzare le idee di sinistra e i movimenti progressisti”. “Vogliono imporre una nuova caccia alle streghe contro chiunque metta in discussione il loro modello”.
Sono parole del presidente cubano Miguel Díaz-Canel che ha replicato con fierezza alle dichiarazioni del segretario di Stato statunitense Marco Rubio, il quale aveva accusato Cuba di alimentare l’estremismo di sinistra nelle Americhe. Una risposta dura che denuncia il ritorno di pratiche politiche e ideologiche che richiamano il maccartismo e la persecuzione del dissenso.
L’offensiva ideologica di Washington e il ritorno del maccartismo
Le parole pronunciate dal presidente cubano Miguel Díaz-Canel non rappresentano soltanto la difesa della sovranità di Cuba. Esse costituiscono una denuncia politica che chiama in causa la deriva sempre più autoritaria degli Stati Uniti e della loro politica estera.
Quando Díaz-Canel afferma che Washington sta promuovendo “alleanze dell’ultradestra che ricordano il fascismo hitleriano”, non ricorre a una provocazione retorica. Indica una tendenza concreta: la costruzione di un blocco ideologico internazionale che demonizza qualsiasi alternativa al neoliberismo, criminalizza il pensiero socialista e tenta di assimilare ogni esperienza progressista a una minaccia per la sicurezza occidentale.
Marco Rubio, nel tentativo di rilanciare una nuova guerra fredda contro Cuba, arriva ad attribuire all’Avana la responsabilità della nascita dell’“estrema sinistra” negli Stati Uniti e nel continente americano.
È una narrazione che ripropone gli schemi più cupi del maccartismo, quando bastava un sospetto di simpatia socialista per essere perseguitati, esclusi dalla vita pubblica o considerati nemici interni.
Una campagna di stigmatizzazione politica che non colpisce soltanto Cuba
Condivido pienamente la denuncia di Díaz-Canel secondo cui gli Stati Uniti stanno alimentando una campagna di stigmatizzazione politica che non colpisce soltanto Cuba, ma ogni forza che si oppone alle guerre, al riarmo, al colonialismo economico e all’imperialismo.
Non è casuale che, mentre Washington intensifica sanzioni e blocchi economici contro l’isola caraibica, costruisca parallelamente una narrazione destinata a presentare il socialismo come una forma di terrorismo ideologico.
Questa offensiva non riguarda esclusivamente Cuba. Colpisce il Venezuela bolivariano, il Nicaragua sandinista, i Paesi dei BRICS e tutti quei governi che cercano di costruire un ordine internazionale multipolare fondato sulla cooperazione anziché sulla subordinazione agli interessi di Washington.
Le accuse rivolte da Rubio appaiono tanto più paradossali se si considera la storia delle interferenze statunitensi in America Latina: colpi di Stato, embarghi, guerre per procura, sostegno a dittature militari e continue operazioni di destabilizzazione.
È proprio questa memoria storica che Díaz-Canel richiama quando denuncia la volontà degli Stati Uniti di riesumare le logiche del fascismo e del maccartismo per colpire ogni forma di dissenso.
Cuba resta nel mirino di Washington: non per ciò che possiede, ma per ciò che rappresenta
La Rivoluzione cubana continua invece a rappresentare, nonostante oltre sessant’anni di blocco economico e di aggressioni, un simbolo di autodeterminazione dei popoli. Per questo Cuba resta nel mirino di Washington: non per ciò che possiede, ma per ciò che rappresenta. L’esistenza stessa di un Paese che difende la propria indipendenza e propone un modello alternativo costituisce una sfida politica e culturale all’egemonia statunitense.
Per queste ragioni considero fondate le parole di Díaz-Canel. Oggi assistiamo al tentativo di costruire un nuovo nemico ideologico globale, funzionale alla militarizzazione delle relazioni internazionali, alla repressione del dissenso e alla giustificazione di nuove sanzioni e nuove guerre.
Difendere Cuba significa allora difendere il diritto dei popoli a scegliere liberamente il proprio destino, senza ricatti economici, senza campagne di delegittimazione e senza le antiche pratiche imperiali che, sotto nuove forme, continuano a minacciare la pace, la giustizia sociale e il diritto internazionale.
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Porte aperte da Tel Aviv per la marcia dei coloni che vogliono occupare Gaza
Un lungo e fitto serpentone di auto e persone, molte delle quali armate, si è diretto il 19 luglio verso Gaza. Era la “Marcia delle Migliaia verso Gaza”, dei coloni israeliani che hanno l’obiettivo di rivendicare la piena occupazione della Striscia e che infatti si è svolta sotto lo slogan del “ritorno a casa dopo 21 anni” – in riferimento al ritiro deciso nel 2005 dall’enclave palestinese.
L’iniziativa è stata organizzata da Nachala, un movimento fascista e suprematista di coloni guidato da Daniela Weiss, diventata famosa per la promozione delle più terribili violenze contro i palestinesi della Cisgiordania. Ma in prima fila c’erano anche decine di parlamentari e il Ministro della Sicurezza Nazionale Itamar Ben-Gvir e quello delle Finanze Bezalel Smotrich, a dimostrazione che è tutto fuorché un’iniziativa marginale.
Su X, i toni usati dal profilo del gruppo per la manifestazione di un paio di giorno fa non lasciano spazio a interpretazioni: “oggi marceremo tutti insieme con una richiesta chiara: insediamoci nel Libano del Nord – ancora prima delle elezioni! Mettiamo il sigillo sul confine – insediamoci a Gaza ora!” L’orizzonte è dunque quello della “Grande Israele”, dell’espansionismo continuo dell’entità sionista.
Teoricamente, per tentare di contenere la situazione ed evitare ingressi illegali nell’enclave, l’IDF aveva dichiarato l’area periferica di Gaza una “zona militare chiusa”, un provvedimento temporaneo volto a blindare il territorio da Yad Mordechai, a nord, fino a Kerem Shalom, nell’estremo sud. Nei fatti, i coloni sono stati fatti passare senza troppe difficoltà attraverso i checkpoint militari, arrivando a ridosso del muro di filo spinato e delle telecamere che delimitano il confine con la Striscia.
A colpire, oltre alla macabra dimostrazione di cosa sia il colonialismo sionista che promuove esplicitamente la deportazione dei palestinesi, è soprattutto la sponda politica di cui gode la marcia. Non solo i ministri già citati, ma questa volta c’è stata anche l’adesione formale del Likud, il partito del primo ministro Benjamin Netanyahu.
“Bibi” continua a evitare i suoi problemi legali solo grazie alla tenuta di un governo che si regge sulla continuazione del genocidio con ogni mezzo necessario. Smotrich ha recentemente invitato il movimento dei coloni a mobilitarsi in vista delle prossime elezioni, sostenendo che il cambio delle forze al governo andrebbe a compromettere i risultati ottenuti durante l’attuale legislatura in materia di espansione degli insediamenti.
Intanto, continua l’assordante silenzio delle “democrazie” occidentali di fronte alla rottura continua del cessate il fuoco da parte delle forze di occupazione israeliane, che hanno anche allargato la propria zona di controllo nella Striscia ben oltre ciò che era stato pattuito. Sono una decina i morti palestinesi negli ultimi giorni, ma nessuna condanna si è sentita dai governi occidentali.
Parallelamente, la tensione è riesplosa anche in Cisgiordania, dove i coloni, protetti dall’IDF, hanno intensificato gli attacchi contro i villaggi palestinesi. Perché l’istanza genocida e coloniale è un progetto politico radicato e ampiamente rappresentato, non solo all’interno della maggioranza di governo di Tel Aviv, ma nella stessa società israeliana. Non c’entra nulla Hamas, non c’entra la strumentalizzazione delle passate persecuzioni: riguarda il suprematismo reso bandiera del paese.
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Il senso dell'“ordine” suprematista
Gli episodi di cronaca sono rivelatori del «senso comune» vigente nella società, anche quando proprio il senso è andato smarrito fino a non essere più «comune» a tutti.
È relativamente facile vedere il legame infame tra i morti causati dalla polizia – ultimo quello di Abderrahim Fakir, al quartiere Pilastro di Bologna, già teatro delle «gesta» della «banda della Uno bianca», in odor di servizi segreti per nulla «deviati» – e il gioielliere-giustiziere della notte.
Una miriade di casi simili mettono infatti in luce il non detto alla base delle infinite prese di posizione giustificazioniste, riduzioniste, «comprensive» o addirittura «incitanti» a fare di più e di peggio: la vita di un essere umano conta solo se si «è qualcuno» (un possidente, un membro dell’upper class, un gioielliere, una con il Suv, un professionista, un borghese insomma).
Altrimenti quell’essere umano diventa uno «scarto» – avrebbe detto Papa Francesco – che va soltanto accompagnato in discarica. Un «costo passivo», per i contabili del neoliberismo, da cancellare.
Non ci sono argomenti da contrapporre a chi sostiene una visione del genere. Manca infatti il «terreno comune» per avviare un confronto. Se devo spiegare ad un essere presuntamente umano che ogni persona su questa Terra, per il solo fatto d’esser nato, ha diritto a vivere, capite bene che non ci sono parole adatte a farglielo capire. Magari due pizze in faccia aiuterebbero un po’...
Ma non inganniamo noi stessi. Non è che chi non vuole capire sia cretino. Semplicemente non vuole. O meglio, ha capito benissimo – non stiamo parlando dei «giustizieri da tastiera», subumani per incapacità di scelta – e ha deciso che una certa quota di popolazione «inservibile» per produrre, fosse pure temporaneamente (uno «sballo» o un deficit di equilibrio capitano un po’ a tutti, o quasi), può essere eliminata. Il loro problema è costruire una narrazione che lo giustifichi.
E lo stanno facendo.
Di fronte ad un omicidio registrato secondo per secondo, chi oppone il fatto che la vittima avesse «precedenti», oppure che «sono state eseguite in modo corretto tutte le procedure», sta affermando che si possono sopprimere senza problemi persone «marchiate» o no da qualche errore minore, registrato o meno dalla magistratura, o che «la tecnica» usata per l’omicidio sia formalmente «legale» (lo sostiene il governo Meloni).
Il che ricorda quella famosa battuta «l’intervento è perfettamente riuscito, purtroppo il paziente è morto».
Il primo caduto di questa linea «narrativa» è il fondamento del diritto in qualsiasi paese moderno: «la legge è uguale per tutti».
Dietro i tifosi del gioielliere-giustiziere o della ricca investitrice con il Suv c’è lo spettro omicida del diritto differenziato, con un codice penale ufficiale valevole solo per i disgraziati (il 95% della società), per cui valgono in esclusiva «legge, ordine e manganello», e con un altro diritto, non codificabile, fatto di eccezioni su basi di classe. Eccezioni tanto più rilevanti quanto più grande è il patrimonio.
Non a caso Elon Musk si è sentito in dovere di partecipare al coro con il suo «peso»...
Un po’ come è avvenuto per i frequentatori dell’isola di Jeffrey Epstein, compresi alcuni presidenti Usa, che trovavano «normale» vivere in una bolla esente da regole e morale, e contemporaneamente prescrivere – a base di leggi e «ordini esecutivi» – come dovesse vivere il resto della popolazione. Da schiavi, ovviamente...
Ma anche questo degrado degradante non sarebbe possibile se l’edificio valoriale, e quindi anche legale, dell’Occidente capitalistico stesse ancora in piedi. Per quanto fasullo, ipocrita, finto, quel regno del «doppio standard» aveva fissato qualche limite. Incerto e modificabile, certo, ma codificato e appellabile, che costringeva in qualche misure il potere del più forte e «non esagerare» oppure ad assumere su di sé il disonore, pubblico e internazionale.
Ma l’Occidente capitalistico ha ormai sdoganato la legittimità del genocidio e in contemporanea l’impossibilità di una critica a chi lo sta mettendo in pratica.
Il fondamento di questa distorsione irreparabile non è più un diritto razionale «uguale per tutti», né un insieme di valori che convergono nella definizione di ciò che è umano e ciò che non può esserlo.
Il fondamento può essere solo un suprematismo con pretese «metafisiche», di ordine divino per chi si crede un «popolo eletto», o di puro potere per chi – manipolando piattaforme in mano a miliardari che controllano miliardi di persone – ritiene di poter ormai ammettere che «la democrazia è incompatibile con la libertà». Perché la condivisione del potere politico («l’interesse generale») intralcia per forza di cose il «libero esercizio della libera impresa».
Siamo di nuovo nel buco nero che conduce alla guerra, sia civile che internazionale. Ed è ovvio che in guerra la vita «dei nostri» vale molto, quella del nemico nulla. Basta guardare un telegiornale per verificarlo.
Fonte
21/07/2026
Nostalgie horror contemporanee tra desiderio di un altrove e riemersioni perturbanti
di Gioacchino Toni
Marco Malvestio, Nostalgia dell’orrore. L’horror contemporaneo e i fantasmi di un futuro passato, Meltemi, Milano, 2026, pp. 274, € 22,00
Seppure schematicamente, si può dire che all’insoddisfazione che si prova per il presente si può rispondere o proiettandosi verso un’idea di futuro alternativo al qui ed ora o recuperando un passato, più o meno lontano, quale modello a cui fare ritorno, quasi a volersi rifugiare in una realtà precedente il “deragliamento” che ha condotto all’indigesta attualità. In ambito artistico-culturale si sono avuti sia fenomeni di “rinascenza”, in cui è prevalso il sentimento della nostalgia volto a individuare in un lontano passato l’antidoto alle brutture del periodo con cui ci si è trovati a fare i conti, sia stagioni caratterizzate da una propensione avanguardista verso un futuro tutto da immaginare, così da allontanarsi velocemente dall’odiato presente e con esso dal passato da cui è derivato.
Questa sorta di alternanza tra corse in avanti e nostalgici recuperi, tra velleità di cambiamento radicale e rappel à l’ordre, caratterizza anche la scena politica: alle stagioni mosse dal desiderio di proiettarsi verso il sol dell’avvenire, verso un futuro alternativo allo stato di cose presente, se ne sono alternate altre in cui, di fronte alle brutture del presente, ci si è nostalgicamente rifugiati nel passato. A riprova di come l’attualità politica sia attraversata da questa seconda opzione, basti pensare al mito MAGA trumpiano, fondato sul recupero della grandezza di un tempo, e al corrispondente putiniano, volto al costante richiamo ai fasti sia sovietici che zaristi. Evidentemente, come per i fenomeni di rinascenza artistico-culturale, anche questi indirizzi politici palesano forme di nostalgia costruite su un passato mitizzato in cui rifugiarsi per fuggire da una realtà difficilmente governabile e da un futuro che proprio non si riesce a prospettare.
A cogliere come il discorso pubblico e i prodotti culturali del presente siano intrisi di nostalgia, sia in risposta ai genuini desideri di alterità rispetto all’esistente sia per incanalarli verso sterili rievocazioni più immaginarie che reali, con relative ricadute sulle modalità con cui ci si rapporta al passato storico e al futuro, è il volume Nostalgia dell’orrore (Meltemi, 2026) di Marco Malvestio.
L’autore sceglie l’horror contemporaneo come chiave di lettura per interpretare il presente, un horror che nel suo rispecchiamento distorto della realtà palesa in tutta evidenza sia come questo primo scorcio del nuovo millennio si dia all’insegna della nostalgia per un passato mitizzato vissuto come rifugio rassicurante, sia il riemergere di fantasmi, di rimossi e di repressi, di qualcosa di perturbante di cui si aveva l’illusione di essersi sbarazzati definitivamente. In un contesto mediatizzato come l’attuale, sottolinea l’autore, l’horror contemporaneo non può che mettere in scena i fantasmi che popolano gli spazi mediali ormai divenuti parte integrante della realtà quotidiana. Anziché limitarsi a tematizzare la dimensione perturbante delle tecnologie e dei media, l’horror del nuovo millennio la incorpora nell’aspetto formale della messa in scena. Inoltre, sottolinea l’autore, proprio alla luce dell’attuale contesto mediatizzato e interattivo, occorre saper leggere l’opera allargando lo sguardo oltre il mero dato testuale, prendendo in esame il particolare contesto mediatico-culturale in cui questo agisce e viene agito.
Essendo la paura in larga misura un prodotto culturale, indagare ciò che oggi spaventa significa guardare alla società e alla cultura di questi tempi e ai relativi rimossi ed è proprio a questi che guardano, dando loro forme mostruose, molti horror contemporanei costruiti sul ritorno: ritorno a un passato idealizzato e ritorno del represso. Se il passato a cui si guarda nostalgicamente è un passato mai vissuto, allora, sostiene lo studioso, la nostalgia contemporanea non è soltanto un desiderio di ritorno ma anche, e soprattutto, un desiderio di un altrove, di una realtà spazio-temporale altra che, per quanto immaginaria e per quanto possa rivelarsi inquietante, rappresenta pur sempre una via di fuga dalla realtà quotidiana vissuta negativamente. Nel passato idealizzato costruito dalla nostalgia contemporanea si cerca di riconquistare il controllo sulla realtà in un periodo in cui si percepisce di averlo perso.
Ad accentuare la dimensione nostalgica nei media contemporanei concorre la loro propensione alla rimediazione, all’ossessiva riproposizione di frammenti mediatici appartenenti ad altre età tecnologico-mediatiche, e ciò contribuisce a creare negli individui una memoria mediata. Nella prima parte del volume Malvestio guarda proprio al rapporto tra la nostalgia (e dunque trauma storico e personale) e la tendenza dei nuovi media a riproporre i vecchi, riferendosi in particolare al found footage e ai creepypasta. Nel primo caso – in cui viene ripreso il topos del manoscritto ritrovato caro alla tradizione gotica, aggiornandolo a una società ipermediatizzata e sempre più interattiva disseminata di riprese amatoriali, registrazioni di telecamere di sorveglianza, archivi personali ecc. – l’autore si sofferma su esempi paradigmatici di found footage come The Blair Witch Project (1999) di Daniel Myrick e Eduardo Sánchez e Paranormal Activity (2007) di Oren Peli, oltre che su alcune opere horror in cui il ritrovamento di un filmato ricopre un ruolo centrale nella vicenda, come The Ring, nelle sue diverse versioni, e Sinister (2012) di Scott Derrickson.
Nel cinema horror del nuovo millennio, la rappresentazione del cambio del panorama mediale va insieme a una risemantizzazione perturbante del passato e del movimento nostalgico verso l’infanzia […]. I bambini mostruosi e omicidi al centro di The Ring e Sinister stanno a significare esattamente questo: l’impossibilità di un ritorno alla purezza senza tempo dell’infanzia; anzi, che questa purezza non è mai esistita, perché l’infanzia viene mostrata chiaramente come uno spazio ora di dolore, ora di minaccia. Allo stesso tempo, l’interazione di questi bambini con media spettrali indica come questa impossibilità sia da applicare in senso più ampio ai cambiamenti occorsi nei media contemporanei. Dietro l’asetticità e la neutralità dell’eterno presente dei media digitali, The Ring e Sinister mostrano il ritorno traumatico dei media del passato (p. 65).
Per quanto riguarda i creepypasta – racconti orrorifici creati e diffusi in internet – Malvestio indaga l’universo espanso di Slender Man, il celebre Candle Cove, indugiando in particolare sulla serie televisiva che ne è stata tratta (Channel Zero, 2016) – prestando attenzione al nesso tra trauma infantile e riproposizione fantasmatica di media tradizionali – e il romanzo Mandíbula (2018) di Mónica Ojeda, come esempio di ricorso all’immaginario dell’orrore digitale in ambito letterario.
Nella seconda parte del volume lo studioso si sofferma sui luoghi dell’horror contemporaneo passando in rassegna alcuni esempi di folk horror e di abitazioni infestate. Nel passare in rassegna il classico The Wicker Man (1973) di Robin Hardy, i più recenti The Village (2004) di M. Night Shyamalan, Kill List (2011) di Ben Wheatley, The VVitch (2015) di Robert Eggers e la narrativa di Andrew Michael Hurley, l’autore evidenzia l’ambiguità del folk horror e il suo particolare rapporto con la nostalgia, proponendo di guardare al passato, alla “tradizione”, che esso propone come a una proiezione del desiderio di un’alternativa alla modernità. Pertanto, secondo Malvestio, il folk horror dovrebbe essere letto non in rapporto alla tradizione, ma piuttosto alla globalizzazione, da cui si cerca rifugio in una tradizione immaginaria che mai si è data.
L’enfasi sugli spazi del folk horror ne fa un mezzo privilegiato per commentare i processi di urbanizzazione occorsi nella seconda metà del ventesimo secolo. In questo senso, il folk horror ha al centro il ritorno di un rimosso, ossia il ritorno fantasmatico e perturbante della tradizione e della ruralità in un mondo in cui la maggior parte degli individui vive ormai in centri urbani e in cui l’agricoltura si è trasformata in un’attività prevalentemente meccanizzata, che impiega sempre meno persone. Questo contrasto è legato in maniera fondamentale alla rappresentazione spaziale e all’opposizione tra luoghi (la città e la campagna, il centro abitato e la natura selvaggia) che sono riassunti nell’opposizione tra mobilità e stasi (p. 121).
Il ritorno promesso dal folk horror è un ritorno nostalgico per chi, vedendo smarrire il senso di comunità attorno a sé, ne proietta un’idealizzazione nel passato.
Il folk horror è un genere “globalgotico” nel momento in cui risponde alle ansie e ai traumi della globalizzazione, e tenta di risolverli attraverso un’operazione di maquillage culturale molto articolata. In questo senso, il folk horror permette di immaginare un ritorno a una località isolata che è in aperto contrasto con i meccanismi della globalizzazione, opponendo stasi e lunga durata a mobilità e frenesia; anzi, il fatto che le tradizioni in questione siano inventate, o libere riscritture di elementi folklorici poco noti, costruisce “un senso di tradizione che permette al pubblico di immaginare tradizioni e identità nazionali o regionali che si allontanano dalle versioni contemporanee di quelle categorie” (p. 126).
Di fronte alla fluidità e all’immagine effimera dell’era digitalizzata, scrive Malvestio, «il folk horror offre un immaginario in cui qualcosa resta invece solido, intatto dalle dinamiche di dissoluzione del capitalismo globalizzato: un immaginario dunque che è animato da tensioni spaventose, ma anche sinistramente nostalgico» (p. 127). Per quanto nel folk horror possa essere vista una risposta, nostalgica e allo stesso tempo perturbante, alla globalizzazione, secondo lo studioso risulta evidente anche come, in molte opere, le realtà locali non tentino nemmeno più di ancorare la loro nostalgia, per quanto immaginaria, alla cultura locale, accontentandosi di applicare quella globale.
Circa invece il topos dell’infestazione domestica, caro al gotico settecentesco, l’autore mette in luce come questo sia ancora ben presente nell’horror contemporaneo. La casa continua infatti ad essere luogo intimo, privato, in cui non mancano di andare a confluire elementi pubblici ed eventi storici. Come avviene per le località altre del folk horror, anche la casa viene ad assumere un ruolo di rifugio dalla realtà circostante, ma al contempo manifesta inquietudini perturbanti che hanno a che fare con le dinamiche familiari e identitarie. Malvestio esamina opere come Babadook (2014) di Jennifer Kent ed Hereditary (2018) di Ari Aster, in cui la dimensione al contempo pubblica e privata dell’abitazione rimanda a questioni legate all’identità e al ruolo sociale, The Conjuring (2013) di James Wan, caratterizzato da una fantasia regressiva e nostalgica, Lunar Park (2025) di Bret Easton Ellis ed Horrorstör (2014) di Grady Hendrix, ove vengono denunciate le logiche speculative del mercato immobiliare, His House (2020) di Remi Weekes, opera imperniata sulla mancanza di radici imposta dall’emigrazione, richiamata anche da Us (2019) di Jordan Peele.
L’ultima parte di Nostalgia dell’orrore è invece dedicata al rapporto tra horror e costruzione/messa in discussione dell’identità e la sua relazione con la nostalgia. L’horror del nuovo millennio si dimostra ossessionato dal corpo, intendendolo come spazio di contesa tra istanze psicologiche e sociali diverse in cui la spettralità trova manifestazioni tangibili e viscerali. Nell’insistenza con cui l’horror contemporaneo guarda al corpo nella sua fisicità, già manifestata dal body horror e dallo splatterpunk degli anni Ottanta, non è difficile scorgere la nostalgia per una realtà fisica sempre più negata dalla virtualità contemporanea. «Tornare al corpo significa, almeno in una certa misura, tornare a un momento in cui la realtà era ancora reale, in cui la smaterializzazione portata dai media digitali ancora non si è verificata» (p. 187).
A mostrare la centralità del corpo in un universo mediale che ne sta imponendo la dematerializzazione ha provveduto, già nei primi anni Ottanta, Videodrome (1983) di David Cronenberg: per quanto il film denunci la progressiva subordinazione del reale all’iperrealtà televisiva, ad inquietare davvero, suggerisce Malvestio, sono le modalità assolutamente fisiche con cui ciò avviene. Il regista canadese è stato tra i primi a fare del corpo, insieme alla mente, un vero e proprio campo di battaglia.
Hostel (2005) di Eli Roth viene indicato dallo studioso sia come esempio di “globalgotico”, per il suo manifestare come le specificità locali vengano azzerate dalla pervasività della globalizzazione, sia come esempio di film in cui si manifesta la nostalgia per il mondo precedente la deriva assunta dagli Stati Uniti dopo l’11 settembre. «In Hostel, è l’America stessa come potenza imperialistica a essere punita nella figura dei turisti, le cui torture sono le uniche che il film mostra estesamente; e in fondo i turisti americani subiscono dai membri di questa misteriosa organizzazione esattamente quello che i soldati statunitensi andavano infliggendo ai civili iracheni» (p. 197).
In un universo condannato alla derealizzazione dai media, come Videodrome, anche «Hostel si aggrappa alla carne, attraverso la sua violazione e l’incontrollabilità dei suoi fluidi (il sangue, il vomito) come all’ultima cosa che continua a essere reale – l’unica cosa, anzi, il cui contenuto di realtà non può essere contraddetto». Esattamente come era accaduto nel film di Cronenberg, si è messi di fronte a «una reazione contraddittoria, che afferma (trasformando la tortura in spettacolo) quanto cerca di negare; ma al cui cuore sta comunque una torsione nostalgica, di ritorno a un mondo dove questa spettacolarizzazione non si dà» (p. 198).
All’insegna della nostalgia sono i franchise come Hellraiser, che si trascina dalla sua prima apparizione nel lontano 1987 ad opera di Clive Barker, ma anche opere che agli effetti speciali digitali preferiscono quelli tradizionali, che adottano un’estetica di altri tempi, come Midnight Mass (2021) di Mike Flanagan, o film che si proiettano in un futuro pervaso da un dolente clima rétro, come Crimes of the Future (2022) di David Cronenberg, in cui ancora una volta, il corpo diviene il vero teatro di guerra. «Le tecnologie di Crimes of the Future sono dunque allo stesso tempo una anticipazione di un futuro possibile, e un rifiuto del futuro come si prospetta davanti a noi, in favore invece di un futuro nostalgico di ritorno al corpo» (p. 210). Ancora una volta il regista canadese mostra la centralità del corpo attraverso la messa in scena dell’impotenza con cui si assiste al suo dolente processo di disintegrazione.
L’elemento corporale si manifesta con particolare violenza anche negli slasher incentrati sulle gesta di qualche serial killer; a differenza dei film di questo sottogenere risalenti agli anni Settanta, Ottanta e Novanta, quelli del nuovo millennio, segnala lo studioso, si caratterizzano spesso per un’ambientazione rivolta al passato.
È come se l’offesa al corpo potesse darsi solo nel passato, e non appartenesse più al presente: come se, in altre parole, la cultura contemporanea fosse tanto estraniata dalla materialità e dalla corporeità che queste possano essere recuperate soltanto in un passato dell’immaginario, non reale ma reso mitologico da innumerevoli rimediazioni (gli universi finzionali dei franchise slasher, prodotti di fiction e non fiction sulle gesta dei serial killer) (pp. 199-200).
Il capitolo finale del libro è dedicato al far capolino, in forma spettrale, delle identità queer a lungo rimosse dalla società. Qui Malvestio fa riferimento in particolare alla serie The Haunting of Bly Manor (2020), nel suo amplificare e complicare il contenuto queer latente dell’opera di Henry James, oltre che al film I Saw the TV Glow (2024) e ai romanzi Lunar Park e The Little Stranger di Sarah Waters (2009), ove la presa di coscienza della sessualità diventa un elemento perturbante.