Presentazione


Analisi, opinioni, fatti e (più di rado) arte da una prospettiva di classe.

20/07/2026

Soldati morti e prezzo della benzina in salita, l’incubo di Trump

Ogni tragedia porta con sé dettagli ridicoli e atteggiamenti patetici. Ma l’America trumpiana sembra voler battere tutti i record in materia, rovesciano tonnellate di frasi sconclusionate sulla lava rovente dei bombardamenti.

In assenza di una strategia coerente, di obbiettivi credibili (cambiano in continuazione, visto che non vengono raggiunti), ora tocca alle «ragioni emotive», come direbbe un Lele Adani in telecronaca o una Meloni che si identifica in un gioielliere omicida.

Al nono giorno di bombardamenti sull’Iran Donald Trump ha voluto mettere le perdite subite tra i suoi soldati come motivazione dei raid più recenti. Dopo aver negato per un paio di giorni di aver subito perdite il CentCom statunitense ha ammesso che la risposta di Teheran – droni e missili sulle basi Usa nei paesi del Golfo, ma anche in Giordania – hanno provocato la morte di tre soldati in Giordania e un altro nel nord dell’Iraq (ultime basi ancora attive dopo la guerra del 2003).

In totale i soldati Usa morti dalla fine di febbraio sono diventati 18. Poca cosa rispetto alle perdite iraniane, tra militari e civili, ma «pesanti» sull’opinione pubblica di casa, sempre più contraria alla prosecuzione di un avventura bellica dal senso incomprensibile.

Il tycoon ha voluto comunque mostrarsi «addolorato» per queste perdite sproloquiando tra una battuta con il servizievole Infantino ed altri mostri di cui ama circondarsi. “Ci sentiamo molto male, ma, sapete, quelle grandi persone, quei grandi patrioti, erano là fuori a combattere perché l’Iran non possa avere un’arma nucleare”, ha detto dimenticando le sue stesse affermazioni oltre un anno fa («abbiamo azzerato il loro programma nucleare»).

Visto che c’era ha sparato anche la solita rivendicazione di «successo» pressoché definitivo – “L’Iran è stato danneggiato molto, molto gravemente. Hanno perso quasi tutto militarmente. È rimasto loro molto poco. Hanno qualche missile. Hanno qualche drone. Hanno una certa capacità produttiva, non molta. Noi controlliamo lo stretto. Loro non controllano nulla”.

Se non fosse che Trump ripete questa fesseria ogni due giorni, forse qualche scemo ci potrebbe anche credere. La verifica sta proprio nei colpi che le basi Usa continuano a ricevere come risposta ai bombardamenti, anche perché le difese anti-missile sono da tempo alle prese con una carenza di «munizioni» (i missili Patriot e Thaad). 

Ma il fronte più importante per l’impero statunitense resta quello economico, che già in aprile aveva costretto Trump a definire «finita» questa stessa guerra, dando il via libera alla mediazione pakistana e qatariota in quel di Islamabad.

Il prezzo del petrolio è tornato in un attimo sopra i 90 dollari al barile, e continua a salire.

Da un lato pesa il rischio che la nuova chiusura totale di Hormuz si traduca in tempi più o meno stretti in scarsità di rifornimenti a livello mondiale (il 20% in meno è una botta pesante per un mercato rigido come quello petrolifero). Le contromisure adottate finora, tra cui il rilascio di parte delle riserve strategiche di quasi tutti i paesi, sono in via di rapido esaurimento, come è ovvio che sia (se «svuoti la tanica», ma non hai modo di riempirla di nuovo, prima o poi finisce).

Ma pesa anche la contemporanea crisi dei prodotti raffinati derivati dal greggio, «grazie» alla contemporanea guerra in Ucraina. Dove i colpi di Kiev sulle infrastrutture energetiche russe, glorificati dai guerrafondai occidentali, hanno provocato la più scontata delle reazioni: il blocco delle esportazioni di diesel e altri prodotti. Qui le “sanzioni” occidentali hanno poco peso, visto che la stragrande maggioranza del mondo non le applica.

Negli Usa è peraltro iniziata la stagione delle vacanze, quando la gente si mette in macchina e fa centinaia di chilometri. Il prezzo dei carburanti è di nuovo intorno alla «soglia psicologica» dei quattro dollari al gallone (poco meno di un dollaro al litro; un sogno per gli europei, un incubo per gli yankee). Com’è noto, gli automobilisti votano... E hanno anche loro molta «sensibilità emotiva», quando devono aprire il portafoglio.

Il primo martedì di novembre, data delle elezioni di midterm per rinnovare metà del Congresso, è sempre più vicino. Trump ha davvero poco tempo per continuare a pasticciare sul fronte mediorientale.

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Primo accordo di cooperazione internazionale sull’IA. Senza l’Occidente

Ventinove paesi hanno firmato giovedì a Shanghai un accordo per la creazione dell’Organizzazione Mondiale per la Cooperazione sull’Intelligenza Artificiale (WAICO).

Secondo l’accordo, la WAICO sarà un’organizzazione internazionale intergovernativa indipendente con sede a Shanghai.

Il ministro degli Esteri cinese Wang Yi, che è anche membro dell’Ufficio Politico del Comitato Centrale del Partito Comunista, ha firmato l’accordo a nome del governo cinese.

Rappresentanti dei 29 paesi, tra cui Kazakistan, Laos, Pakistan, Russia e Indonesia, hanno firmato l’accordo, rendendo i loro paesi membri fondatori della WAICO. Il Segretario generale delle Nazioni Unite, António Guterres, era tra i rappresentanti di paesi e organizzazioni internazionali presenti alla cerimonia della firma.

Secondo l’accordo, l’organizzazione sosterrà i principi della Carta delle Nazioni Unite, si impegnerà a favore di ampie consultazioni e contributi congiunti per un beneficio condiviso e aderirà a un approccio incentrato sulle persone.

L’obiettivo è promuovere la cooperazione internazionale e la governance globale sull’IA, garantendo che l’IA sia benefica, sicura ed equa, favorendo così il suo sviluppo sano e ordinato a beneficio di tutta l’umanità.

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La cinese Moonshot riduce il divario con i rivali statunitensi

Kimi K3, il più grande modello AI open-weight mai realizzato, è ora al primo posto per lo sviluppo web front-end

di Alex Irwin-Hunt

La startup cinese Moonshot ha rilasciato un nuovo modello linguistico di grandi dimensioni con prestazioni simili a quelle dei rivali statunitensi in diversi benchmark e con più parametri di qualsiasi altro sistema AI open-weight.

Kimi K3, lanciato dal laboratorio con sede a Pechino il 16 luglio, ha ridotto il divario con i laboratori statunitensi all’avanguardia come Anthropic e OpenAI nei test indipendenti sulla sua efficacia nel completare attività come la programmazione.

Moonshot ha dichiarato che Kimi K3 è il suo “modello di punta più capace fino ad oggi” con 2.800 miliardi di parametri, ed è stato progettato per il lavoro intellettuale, la programmazione e i compiti di ragionamento. I rivali cinesi DeepSeek V4 Pro e Longcat 2.0 in precedenza detenevano congiuntamente il primo posto con 1.600 miliardi di parametri, secondo la società di benchmarking Artificial Analysis.

I laboratori AI cinesi hanno concentrato i loro sforzi sui modelli open-weight, che sono gratuiti per gli sviluppatori da scaricare e modificare, con l’obiettivo di aumentarne l’adozione.

I loro rivali statunitensi hanno mantenuto chiusi e proprietari la maggior parte dei loro modelli con le prestazioni più elevate, mentre spendono miliardi di dollari per costruire e ottenere accesso alla capacità di calcolo nei data center.

I rilasci precedenti di Moonshot, tra cui Kimi K2 Thinking nel novembre 2025, hanno fatto notizia dopo aver ridotto il divario con OpenAI e Anthropic in diversi settori. I pesi completi del modello Kimi K3, che determinano come elabora le informazioni, saranno rilasciati il 27 luglio.

Arena AI, una società di benchmarking creata da ricercatori dell’UC Berkeley, ha rilevato che Kimi K3 è ora il miglior modello per i compiti di sviluppo web front-end con 1.679 punti, superando i modelli Anthropic Fable 5 (1.631) e OpenAI GPT 5.6 (1.618). Kimi K3 si classifica ancora al nono posto in tutti i compiti nei benchmark di Arena, dietro ai modelli di Anthropic, Meta e Google.

Reazioni del settore tecnologico

Kimi K3 ha suscitato scalpore negli ambienti tecnologici, mentre gli sviluppatori hanno iniziato a testarne le capacità e i costi rispetto ai modelli concorrenti. Il rilascio arriva un mese dopo che i modelli Fable e Mythos di Anthropic sono stati ritirati dal governo statunitense per motivi di sicurezza.

“Kimi K3 merita attenzione”, ha scritto Paul Cirstean, responsabile dell’innovazione presso Yonder, una società di consulenza IT con sede a Cluj-Napoca, in Romania. “Il divario tra modelli aperti e proprietari si sta riducendo”, ha aggiunto, sottolineando i minori costi di Kimi K3 per i token in input e output.

Alex Finn, CEO con sede a Palo Alto della startup AI Henry Intelligent Machines, ha scritto su X che “questo cambia fondamentalmente per sempre la corsa all’IA”, dato che Kimi K3 ottiene prestazioni migliori di ChatGPT 5.6 e Fable 5 in specifici benchmark.

“Se le persone possono iniziare a eseguire Fable 5 sulla loro scrivania, illimitato e gratuito, non pagheranno migliaia di dollari per abbonamenti”, ha aggiunto.

Le aziende negli Stati Uniti e in Europa utilizzano sempre più i modelli AI cinesi mentre cercano di ridurre i costi crescenti della tecnologia e diminuire la dipendenza da pochi laboratori statunitensi all’avanguardia.

OpenRouter, un’azienda che monitora l’utilizzo dei modelli linguistici di grandi dimensioni, mostra che l’uso di modelli cinesi come Tencent Hy3 (gratuito), Xiaomi Mimo-V2.5 e Z.ai GLM-5.2 è aumentato vertiginosamente nella settimana a partire dal 6 luglio.

I modelli AI cinesi stanno spingendo importanti investitori tecnologici a mettere in discussione la narrazione prevalente secondo cui sarebbero ancora indietro di otto-dodici mesi rispetto ai rivali statunitensi in termini di prestazioni.

Marc Andreessen, socio accomandatario del venture capital statunitense Andreessen Horowitz, ha scritto in un post su X il 27 giugno che GLM-5.2 sviluppato da Z.ai “è il primo modello AI cinese a eguagliare e spesso superare i modelli AI pubblici dei grandi laboratori americani senza compromessi”.

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Bologna. Muore durante l’intervento dei poliziotti al Pilastro

Si chiamava Abderrahim Fakir, era un uomo di 43 anni di origine marocchina ed è morto mentre gli agenti di polizia lo tenevano bloccato a terra dopo avergli spruzzato dello spray al peperoncino.

Questo è quanto avvenuto in via Italo Svevo nel periferico quartiere del Pilastro a Bologna. Alcuni abitanti avevano chiamato la polizia dopo che l’uomo gridava in mezzo alla strada ma senza minacciare nessuno.

Secondo gli agenti l’uomo avrebbe dato dei colpi alla volante della polizia. Gli agenti in presenza anche di alcuni operatori sanitari, avrebbero spruzzato all’uomo spray urticante e schiacciato terra per immobilizzarlo – con una pratica che sta procurando decessi in Italia come negli Stati Uniti e che andrebbe finalmente vietata – e gli hanno messe le fascette ai polsi. A quel punto l’uomo avrebbe accusato un malore ed è deceduto.

Tra i residenti del Pilastro è circolato un video degli ultimi istanti di vita del 43enne. L’uomo griderebbe: “Aiuto, basta, basta” e implora la polizia di non infierire. Nelle immagini si vedrebbero due agenti che lo bloccano a faccia in giù, portandogli le mani dietro la schiena nel tentativo di ammanettarlo. Un terzo uomo, probabilmente un abitante del quartiere, aiuta gli agenti tenendogli le caviglie mentre gli operatori sanitari non sono intervenuti e sono rimasti a guardare. Dopo qualche minuto l’uomo ha smesso di dimenarsi.

L’uomo avrebbe dato in escandescenze all’interno dell’area dei garage di via Svevo creando una situazione di agitazione ma non di pericolo, affermano gli abitanti del quartiere.

“Lui sempre chiedeva aiuto. Non ha fatto niente chiedeva solo aiuto. Era un po’ agitato, chiedeva aiuto, aiuto, aiuto”. A riferirlo ai giornalisti è un abitante dei palazzi di via Svevo.

Dell’episodio circolerebbe anche un video di cinque minuti, filmato dai residenti della zona. Adesso saranno le indagini e gli esami medico-legali a stabilire le cause del decesso e a verificare nel dettaglio tutte le fasi dell’intervento, compreso l’eventuale ruolo avuto dalle tecniche di contenimento adottate dagli agenti.

La deputata Ilaria Cucchi ha annunciato la presentazione di una interrogazione parlamentare su quanto accaduto.

In serata al Pilastro si è tenuta una assemblea popolare (vedi il video) spontanea che ha denunciato quanto accaduto ed ha invocato giustizia per Fakir.

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Verità e giusizia per Fakir!

Come Comitato Popolare Pilastro rilanciamo l’appuntamento per il presidio di questa sera chiamato dalla famiglia, alle ore 20:30 via Panzini all’angolo Italo Svevo.

Oggi al Pilastro si è verificata l’ennesima tragedia che vede coinvolte le delle forze dell’ordine mentre agiscono un fermo spropositato su un uomo cardiopatico, asmatico e in evidente stato di difficoltà la cui unica “colpa” è stata quella di chiedere aiuto sotto un condominio: Fakir purtroppo è stato raggiunto dalla polizia, invece che da un’ambulanza.

Chiediamo immediatamente che vengano accertate le responsabilità sulla morte di Fakir, riguardanti l’operato delle FF.OO, del civile che ha agito tenendolo fermo e degli operatori sanitari che, giunti sul posto, sono rimasti fermi a guardare. Fatti di questo tipo non sono più tollerabili in alcun modo.

Ci stringiamo alla famiglia, e ribadiamo la richiesta di verità e giustizia immediata.

Come ormai vediamo sempre più di frequente nelle nostre città e nei nostri quartieri, fatti gravi di questo tipo non sono isolati: la militarizzazione dei nostri quartieri, il razzismo che imperversa nel paese e anche nelle forze dell’ordine porta poi a questo.

Con rabbia e con dolore, ci vediamo stasera per ricordare Fakir e chiedere verità e giustizia

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Fakir come George Floyd: a Bologna è assassinio di stato

Verità e giustizia per Abderrahim Fakir,

Invitiamo tutte e tutti a partecipare all’appuntamento chiamato dalla famiglia alle 20:30 in via Panzini, all’angolo con via Svevo

Oggi è morto a 43 anni durante un intervento di polizia al Pilastro Abderrahim Fakir, fermato e ammanettato dalla polizia mentre chiedeva aiuto durante un malore. Ci stringiamo alla famiglia e alle persone care di Abdrrahim Fakir e a tutto il Pilastro ed esprimiamo tutta la nostra vicinanza alla famiglia in questo momento atroce che sconvolge il rione e tutta la città.

Il video che circola in rete e le testimonianze immortalano la dinamica del fermo e ci riportano alla scena agghiacciate dell’omicidio di George Floyd e di “I can’t breth” e alla morte Ramy all’età di soli 19 anni a Milano Corvetto, con metodi non diversi dalla polizia fascista dell’ICE americana.

Il fatto gravissimo di oggi non è infatti isolato, ma si inserisce in una scia di omicidi da parte delle forze dell’ordine nei quartieri del paese, da Milano a Bologna: questo è anche il frutto dell’attacco ai quartieri popolari che si sta portando avanti, a colpi di tagli ai servizi, militarizzazione con le forze dell’ordine e guerra ai più poveri.

In tutta Europa stiamo assistendo ad un ritorno di politiche e discorsi xenofobi, che danno ulteriore adito a violenze di questo tipo. Si parla di sicurezza, di maggiore presenza di forze dell’ordine e non si interviene minimamente sui problemi che riguardano i quartieri popolari. Sentiamo invece invocare alla remigrazione, alla difesa senza se e senza ma della violenza poliziesca, all’attacco continuo verso le comunità immigrate presenti nei nostri quartieri. Il nostro Governo ha attuato queste politiche a partire dagli ultimi decreti sicurezza inaugurati proprio al Pilastro.

A Bologna, come in tutta Italia, le politiche non sono diverse. Se il governo Meloni spinge sulla repressione e sul controllo poliziesco delle periferie, attaccando i giovani e gli immigrati, il centrosinistra non è diverso da tutto questo. Non solo l’assassinio di oggi, ma poche settimane fa veniva inaugurato l’ennesimo presidio di polizia in Bolognina proprio da Lepore e Piantedosi. La stessa Bologna è stata la prima città ad applicare le zone rosse. Anche qui si diffonde sempre di più la propaganda che vede la forza pubblica (quando non direttamente la violenza sommaria privata) come unico modo di gestire qualunque questione. Lo dimostra una lunga sequenza dall’introduzione del taser fino alle notti cilene del Pilastro.

Al di là di quelle che saranno le “verità giudiziarie”, c’è una verità politica evidente: la canea della deportazione, la distruzione di ogni tessuto preventivo, l’abbandono dei quartieri, producono quotidianamente situazioni che possono finire come oggi al Pilastro.

Saremo a fianco della famiglia e del Pilastro, tra chi lotta per un mondo più giusto in cui non si debba più piangere e urlare per la morte di persone nelle mani dello stato. L’unica sicurezza per i nostri quartieri è quella sociale.

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Il prezzo sporco del bel gioco. Così il monopolio del calcio sta danneggiando tifosi e giocatori

Quando Stati Uniti, Messico e Canada hanno presentato la candidatura congiunta per i Mondiali di calcio, gli organizzatori avevano assicurato che i biglietti per la fase a gironi sarebbero partiti da 21 dollari. Dopo le oscure edizioni in Russia e in Qatar, il calcio sarebbe finalmente tornato vicino alle persone, era la promessa. È andata diversamente.

Il 19 luglio si gioca infatti la finale della Coppa del mondo tra Spagna e Argentina e i tifosi che vorranno assistere alla partita dagli spalti del MetLife Stadium non lontano da New York dovranno spendere per un posto ritenuto scadente almeno 4.185 dollari. Mentre il prezzo minimo necessario per vedere dal vivo tutte le partite della competizione si è aggirato intorno ai 6.900 dollari.

Briciole in ogni caso in confronto ai costi raggiunti dai biglietti messi in rivendita sulla piattaforma ufficiale della Fifa, dove i posti più prestigiosi hanno toccato i 2,3 milioni di dollari. Un meccanismo che non riguarda solamente la Coppa del mondo ma che sta trovando sempre più spazio in campionati e competizioni internazionali, rendendo la possibilità di assistere dal vivo a quello che un tempo era lo sport popolare per eccellenza un’esperienza sempre più esclusiva.

Il Balanced economy project, realtà non profit che si batte contro i monopoli e per un’economia realmente democratica, ha messo in fila alcuni numeri sulla crescita esponenziale del costo dei biglietti, collegandola al monopolio della Fifa e all’utilizzo di un sistema di prezzo “dinamico”.

“Lo sport è uno dei settori più redditizi che abbiamo in Europa e il calcio è lo sport più importante in assoluto – ha spiegato Rasmus Andresen, eurodeputato impegnato in diverse iniziative contro il monopolio nel mondo del calcio in un’intervista al Balanced economy project –. Trovo strano che da un lato si parli di determinati settori e si concordi sulla necessità di contrastare i comportamenti anticoncorrenziali ma dall’altro, quando si tratta di calcio, questa consapevolezza sembri mancare”.

Con riferimento ai Mondiali la Fédération internationale de football association guidata da Gianni Infantino ha infatti utilizzato un sistema di “pricing dinamico” in cui i prezzi si adeguano in tempo reale alla domanda e alle disponibilità residue. Di conseguenza con l’avvicinarsi degli eventi la disponibilità si riduce e i prezzi salgono alle stelle. Non solo: la Fifa controlla sia l’assegnazione iniziale dei biglietti sia la piattaforma di rivendita, su cui applica una commissione del 15%, e quindi trae profitto direttamente da questo aumento incontrollato. Il sistema è progettato per creare artificialmente la scarsità e accaparrarsi il sovrapprezzo che ne deriva, è la denuncia del Balanced economy project.

Una pratica che non ha riguardato appunto solo il costo dei biglietti. “Si possono notare molti aspetti del torneo che sono interamente dettati dal profitto: a cominciare dalle ‘pause per l’idratazione’, effettuate indipendentemente dalla temperatura o dalle condizioni meteorologiche all’interno dello stadio, che sono chiaramente pensate per favorire le inserzioni pubblicitarie a scapito delle partite stesse”, ha lamentato ancora Andresen. Una posizione ribadita da Harry Brown, ricercatore presso l’Heat and health research centre dell’Università di Sydney, in un suo editoriale sulla rivista scientifica Nature, dove criticava la mancanza di una solida base scientifica dietro gli “hydration break”.

Qualcosa comunque si è mosso. Nel marzo di quest’anno un gruppo di 23 parlamentari europei ha sollecitato la Commissione von der Leyen a indagare sulle pratiche di vendita dei biglietti della Fifa, denunciando l’abuso di posizione dominante nel mercato. Hanno chiesto inoltre se i consumatori possano prendere decisioni di acquisto informate quando non dispongono di “alcun modo chiaro per conoscere il prezzo finale prima di mettersi in coda”. Questa iniziativa ha fatto seguito a una denuncia presentata sempre nel marzo 2026 da Football supporters Europe (FSE) e dall’organizzazione per i diritti dei consumatori Euroconsumers, che esprimeva le stesse preoccupazioni. Negli Stati Uniti i procuratori generali di New York e del New Jersey hanno avviato un’indagine separata sulle pratiche della Fifa. “La pressione normativa proviene da diverse giurisdizioni e prospettive, con le autorità di regolamentazione sia europee sia statunitensi che si stanno attivando – fa sapere il Balanced economy project –. Questi sforzi dimostrano che esistono i presupposti giuridici e politici per un intervento. La questione è se le autorità di regolamentazione provvederanno a farlo rispettare”.

Tuttavia il monopolio dei padroni del pallone non si limita alla Fifa ma coinvolge anche le leghe nazionali europee. A partire dai cinque maggiori campionati – Inghilterra, Spagna, Francia, Italia e Germania – dove quasi il 42% di tutte le società fa capo a un regime di un multi-club ownership, ovvero un singolo investitore o entità societaria detiene partecipazioni in diverse squadre contemporaneamente. Ad esempio Red Bull possiede l’Rb Leipzig in Germania, l’Rb Salzburg in Austria e i New York Red Bulls negli Stati Uniti. Mentre il City football group controlla il Manchester City, il New York City, il Girona in Spagna e il Melbourne City in Australia.

In questa struttura societaria i club più piccoli vengono utilizzati solamente per “allevare” i talenti per le squadre più blasonate, permettendo a queste ultime di controllare il “calciomercato”. I giovani calciatori, spesso provenienti da Paesi a reddito medio-basso, vengono quindi individuati e convogliati attraverso queste reti, per poi essere rivenduti quando la loro “quotazione di mercato” è al massimo, realizzando così profitti. Uno schema che non solo danneggia la competizione ma mette gli obiettivi finanziari e i profitti a breve termine davanti allo sviluppo dei talenti e ai valori dello sport. “Ritengo che nel calcio non si debbano più consentire le proprietà multiple, perché anche se si regolamentassero questi modelli la competizione non sarebbe più equa, dato che metterebbe a confronto i grandi club con quelli più piccoli che non hanno le stesse possibilità in campo”, è l’opinione di Andresen.

La più evidente conseguenza di questa politica è l’aumento del costo dei biglietti per le partite dei campionati. Un fenomeno che diventa particolarmente evidente per quanto riguarda la massima competizione inglese, la Premier league. Nel 1990 assistere a un incontro del campionato di calcio più antico del mondo ad Anfield, Liverpool, uno dei palcoscenici più prestigiosi per questo sport, aveva un costo minimo di quattro sterline. Dopo 35 anni lo stesso biglietto ha raggiunto le 39 sterline (pari a 46 euro), un aumento dell’859%. Inoltre tra i “big six” della Premier league – Arsenal, Chelsea, Liverpool, Manchester City, Manchester United e Tottenham Hotspur – il prezzo medio di un biglietto per una partita è ora di 74 sterline (87 euro). Se si aggiungono i costi di cibo e trasporti si arriva a un totale di 500 sterline (quasi 600 euro) per una famiglia di quattro persone, una spesa intorno al reddito settimanale di una famiglia inglese di “fascia bassa”.

In parallelo i diritti di trasmissione della Premier sono stati venduti per cinque miliardi di sterline (quasi sei miliardi di euro) per il ciclo 2022-2025. Un esborso che si riversa sui costi degli abbonamenti: l’emittente Sky sports addebita ad esempio circa 264 sterline (310 euro) all’anno e Tnt sports richiede tariffe simili. Ne consegue che una famiglia della classe operaia che un tempo guardava la propria squadra dagli spalti acquistando un biglietto a prezzi accessibili ora è costretta a seguire le partite da casa pagando abbonamenti televisivi spesso proibitivi.

Per il parlamentare europeo Rasmus Andresen esiste tuttavia un modello positivo da cui prendere esempio. La Bundesliga tedesca applica la “regola del 50+1”, secondo la quale i tifosi devono detenere almeno il 50% più uno dei diritti di voto del club. Riuscendo di conseguenza a mantenere contenuto il costo di biglietti e abbonamenti. Il prezzo medio dei biglietti nella Bundesliga era di 29 euro per la stagione 2024-2025, meno della metà dell’equivalente della Premier league. Il Borussia Dortmund, una delle squadre più titolate, offre un abbonamento in piedi per tutte le partite casalinghe di campionato a 260 euro, una cifra inferiore al costo di tre biglietti medi per una giornata di campionato della Premier league. Un modello che riesce ad attirare numerosi spettatori. La scorsa stagione il calcio professionistico tedesco ha stabilito il suo record storico di affluenza con quasi 21 milioni di biglietti venduti nelle due serie principali. L’affluenza media a partita è stata di 34.288 spettatori, la più alta di tutti i tempi. Anche nella stagione precedente la media delle vendite di biglietti a partita aveva superato i dati della Serie A italiana e della Premier league inglese.

“Credo che l’opzione tedesca sia la migliore. Sarebbe opportuno applicare una norma del genere in tutto il calcio europeo, in modo che gli investitori stranieri non possano acquisire il controllo di una squadra – ha concluso Andresen –. Le squadre di calcio hanno un impatto sulla società e sul territorio. Non si tratta solo di una manciata di calciatori professionisti ma anche dello sviluppo della comunità e del coinvolgimento dei giovani”.

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Cascina Spiotta e non solo: quando le condanne sono a vita

di Vincenzo Scalia

Fabrizio De Andrè, nella Ballata degli Impiccati, cantava che “il prezzo fu la vita/per il male commesso in un’ora”. Un verso che, fatte le debite proporzioni, si può applicare all’Italia odierna, in particolare in relazione ai fatti relativi alla lotta armata degli anni Settanta, che vedono coinvolti militanti di formazioni di sinistra.

Se, a differenza degli impiccati di De Andrè, i protagonisti di quelle vicende non vengono soppressi fisicamente, non si può, dall’altro lato, notare come il prezzo che stanno pagando è una vera e propria “pena di vita”. Una formula che venne utilizzata in passato per definire l’ergastolo, ma che può funzionare anche per chi è libero e compì la scelta di militare in formazioni armate.

In particolare, la pena di vita, si articola in tre direzioni: la prima è quella della stigmatizzazione individuale. La seconda è quella della damnatio memoriae, che riguarda tutto il periodo storico in oggetto. La terza dimensione, al contrario delle altre due, non è retroversa, bensì protesa in avanti, e riguarda i militanti presenti e gli eventuali attivisti futuri. Si tratta di andarle ad eviscerare tutte e tre e discuterle in profondità.

Il processo tenutosi per i fatti della Cascina Spiotta, in provincia di Alessandria, il 5 giugno 1975, quando i Carabinieri fecero irruzione per liberare l’industriale Vittorio Vallarino Gancia, costituisce un esempio della prima direzione. Nel corso del blitz, si verificò una sparatoria, in cui rimasero vittime il brigadiere Giovanni D’Alfonso e Margherita “Mara” Cagol, una delle fondatrici delle BR.

Malgrado una sentenza di prescrizione, poi persa tra i flutti dell’alluvione, la denuncia del figlio di D’Alfonso per accertare le dinamiche in modo più approfondito ha portato ad una riapertura del processo, conclusosi con la condanna a 6 anni di Lauro Azzolini, che ha ammesso di essere stato presente nel corso della sparatoria, e della prescrizione per Renato Curcio e Mario Moretti, ritenuti non colpevoli dell’omicidio del brigadiere.

Insomma, tanto tuonò che non piovve. O forse sì. Mario Moretti ha 80 anni, è in semilibertà, quindi continua a dormire in carcere. Renato Curcio ha qualche anno in più, è un uomo libero, padre di famiglia, editore, intellettuale. Che senso ha portare a processo due ottantenni per fatti avvenuti mezzo secolo fa, in un contesto politico e sociale diverso? Tanto più che non siamo di fronte a persone che non si sono mai proclamate innocenti.

I due leader brigatisti hanno sempre rivendicato la loro scelta di militare in una formazione armata, e hanno pure proclamato, pubblicamente, nel 1987, la fine di questo tipo di lotta. Lo hanno fatto sul piano politico, non su quello penale. Arrivando a chiedere una soluzione politica per tutte le persone coinvolte, a vario titolo, in quella storia.

Una posizione che stona con la lettura degli anni Settanta che predomina, in particolare a livello di apparato statale, per quanto in modo contraddittorio. Da un lato, si insiste sul carattere criminale delle formazioni armate che operarono in Italia negli anni Settanta, facendo riferimento alla violenza politica. Sicuramente, molte di quelle scelte, furono discutibili, ancorché sterili, a lungo termine, sul piano politico. Provocando lutti inutili, insensati, e lacerando ulteriormente la società italiana, la classe operaia e i movimenti sociali, in un periodo in cui non ce n’era bisogno.

Dall’altro lato, l’utilizzo di legislazioni speciali, di carceri di massima sicurezza, di torture, di leggi premiali, evidenziano il fatto che la lotta armata non fu un fenomeno criminale. Quantomeno, non fu solamente quello. Fu un fenomeno politico, che coinvolse centinaia di migliaia di persone, tra regolari, irregolari, simpatizzanti.

Un aspetto che Curcio, Moretti, insieme a migliaia di altri reduci di quella stagione, non smettono di ricordare e di rivendicare e ricordare. E di cui tutti, a vario titolo, siamo consapevoli. Anche lo Stato. Che però, sulle vicende della lotta armata, si costruì uno spazio di rilegittimazione che dura tutt’oggi.

Quindi, chi ricorda il carattere politico della lotta armata e non sceglie la via di un pentimento che è, di solito, più giudiziario che esistenziale, spesso ispirato dai maltrattamenti o dalla paura di subirlo, continua ad essere considerato un delinquente. Ad essere messo al bando dalla società. Meritevole di essere messo sotto processo anche in età avanzata.

La patina del delinquente non la grattano via né periodi lunghi di detenzione, magari in condizioni disumane, né l’ammissione delle proprie responsabilità, se declinate in senso politico. Anche per questo, nel corso del processo, non è stata fatta luce sulla morte di Mara Cagol, laddove le perizie presentate dalla difesa mostrino che la brigatista sia stata uccisa dopo che si era arresa. Era una delinquente, per la vulgata dominante. Quindi, indegna di giustizia.

Un’impostazione autoritaria, che ha ispirato la cattura in Bolivia dell’ex-militante del PAC, oggi scrittore, Cesare Battisti. Che ispira l’accanimento del governo a volere richiedere l’estradizione dall’Argentina, dopo 47 anni, di Leonardo Bertulazzi. Che spinge il ministro degli esteri a chiedere l’estradizione di un brigatista dal Nicaragua dopo 46 anni, senza curarsi del rischio di crisi diplomatiche.

L’accanimento verso i reduci della stagione della lotta armata, tuttavia, non avrebbe senso se non si inserisse nel progetto collettivo della damnatio memoriae che iniziò negli anni Ottanta, nel periodo del riflusso, e prosegue tuttora. Si parla di “anni di piombo”, usando impropriamente il titolo di un film di Margarethe Von Trotta, a sottolineare la centralità di quelle esperienze per definire in negativo il decennio compreso tra il 1970 e il 1979.

Un’impostazione superficiale, o, se vogliamo, intellettualmente disonesta. Per due motivi.

Gli anni Settanta furono gli anni della chiusura dei manicomi, della riforma penitenziaria, dello statuto dei lavoratori, della scala mobile, dell’aborto e del divorzio legalizzati, della riforma del diritto di famiglia, della soggettività femminista, del decentramento, della valorizzazione dei servizi territoriali, della secolarizzazione. Anni di profondo rinnovamento, che impressero dinamismo alla società italiana.

Non è casuale che la nascita dei populismi e la crescita di una destra parafascista siano direttamente proporzionali all’arretramento o alla messa in discussione di quei diritti, in particolare sul fronte del lavoro. Non si può dimenticare che i processi di emancipazione sono il punto terminale di un ciclo di lotte, di mobilitazioni collettive.

In secondo luogo, se proprio si vuole associare gli anni Settanta con la violenza politica, allora bisognerebbe parlare di anni di tritolo. Da Piazza Fontana (1969) a Bologna (1980), si fanno i conti ancora oggi con eventi tragici, veri e propri crimini di Stato, che coinvolgono la destra eversiva e attori stranieri, di cui non si conosce la verità, oppure si è alle prese con sentenze che ancora oggi non convincono.

Eppure Franco Freda, che contesta lo Stato di diritto, si avvale del principio del ne bis in idem, che gli permette di fare l’editore e l’agitatore di estrema destra, e non gli fa dare conto del suo coinvolgimento in quegli eventi. Stefano Delle Chiaie e Giovanni Ventura sono morti nel loro letto. Delfo Zorzi fa l’imprenditore in Giappone, paese di cui è cittadino. Senza avere il coraggio di rientrare in Italia e comparire davanti a una corte. E di assumersi una responsabilità, anche minima, del suo essere stato militante di un’organizzazione di estrema destra come Ordine Nuovo, che si prefiggeva di rovesciare la Repubblica nata dalla Resistenza antifascista.

La differenza tra questi figuri e gli imputati del processo alla cascina Spiotta, sotto questa luce, è evidente, e si richiama all’assunzione di responsabilità.

La damnatio memoriae, tuttavia, non si limita al passato, ma si protende minacciosa verso il presente. Seguendo una scia minacciosa che ha avuto origine già a Genova nel 2001, ogni volta che i fermenti sociali denotano segni di radicalizzazione, si adotta la strategia della repressione di piazza e della criminalizzazione attraverso il riferimento alle vicende degli anni Settanta.

Processi come quelli sulla Cascina Spiotta, contengono un monito sinistro: chi prova a radicalizzarsi verrà criminalizzato, anche in modo improprio, e sottoposto a processi e condanne che varranno per una vita. Non soltanto sul piano penale, ma anche su quello politico e della memoria collettiva. Come uno di quei film dell’orrore in cui la realtà si sovrappone allo schermo.

È ora di rompere quello schermo.

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Il pilota automatico nelle prossime elezioni presidenziali francesi

In un intervento pubblicato su Le Monde quattro importanti economisti francesi mettono il dito nella piaga dei conti pubblici d’Oltralpe, affermando che stabilizzare in maniera durevole il debito presupporrebbe “un aggiustamento di 125 miliardi alla fine del prossimo quinquennio”, ossia l’equivalente del doppio del budget dell’educazione nazionale, per avere un termine di paragone.

Il  quinquennato è del resto l’arco temporale della presidenza della Repubblica, le cui le elezioni si terranno il prossimo anno (primo turno il 18 aprile e ballottaggio il 2 maggio), segnando la fine dei due mandati di Macron.

L’elezione diretta del Presidente è un architrave della V Repubblica, avviata da de Gaulle nel 1958 con un colpo di mano costituzionale in piena Guerra d’Algeria; dal 2002 si svolge ogni 5 anni, invece di sette.

Di fatto, in particolare sotto Macron, il Presidente è contemporaneamente Capo dello Stato e un premier “informale”, che attua il suo programma attraverso dei capi dell’esecutivo di sua scelta, usati come “fusibili” di fronte all’opinione pubblica nei momenti di crollo del consenso, sia davanti  a poderosi movimenti sociali che di fronte alla sfiducia del Parlamento.

Questi poteri gli sono stati conferiti più per la consuetudine politica che si è instaurata – con il beneplacito della UE – ma non farebbero parte delle sue prerogative costituzionali, mentre il “rischio di ingovernabilità” è sempre dietro l’angolo se un esecutivo, come in questo caso, non gode di una solida maggioranza parlamentare.

Come afferma Armel Le Divellec, professore di diritto pubblico, in un dibatto su cosa bisognerà attendersi dalle presidenziali, ospitato da Le Monde: “Certo, può nominare un governo, ma questo resta politicamente responsabile di fronte ai deputati, che possono rovesciarlo, come hanno sperimentato, Michel Barnier e François Bayrou, a qualche mese di distanza”, (rispettivamente nel dicembre 2024 e nel settembre 2025).

Teoricamente, l’attuale composizione parlamentare – se il prossimo presidente della Repubblica non indirà elezioni – potrebbe durare fino all’estate del 2029, ma è un’ipotesi piuttosto improbabile.

Il nuovo presidente o la prima presidente donna sarà praticamente costretto/a ad indire nuove elezioni politiche con tutti i rischi del caso, così come fece Mitterand nel 1981 e nel 1988.

Come ha sperimentato sulla sua pelle Macron dal 2022 – ma i francesi molto più di lui – non è affatto detto che una maggioranza parlamentare coerente possa emergere dalle elezioni politiche, né che il governo abbia uno straccio di maggioranza parlamentare su cui appoggiarsi, dovendo perciò applicare di volta in volta ogni tattica per stare a galla, magari cooptando pezzi importanti di personale politico dei partiti “a vocazione governativa” con generose offerte di poltrone, come avvenuti con i gollisti.

Data la situazione – instabilità istituzionale permanente,  accresciuta polarizzazione politica, estrema frammentazione del quadro della rappresentanza – è chiaro che l’attuale blocco di potere e le oligarchie dell’Unione Europea, al di là di chi sceglieranno come candidato, hanno bisogno di sfruttare la “solidità” del regime presidenziale, preparando sin da subito il terreno per l’accettazione di una sorta di “pilota automatico”.

La loro necessità è infatti blindare a livello pluriennale le scelte strategiche della Francia con una sorta di “commissariamento preventivo”, auspicando che – prima alle presidenziali e poi alle politiche – i francesi e le francesi non esprimano un voto davvero di rottura con questo tipo di corso politico, in perfetta  continuità con la Macronie.

La Francia è una dei Paesi più inguaiati dell’Unione Europea, con un deficit pubblico superiore al 5% del PIL, con una crescita economica piuttosto modesta divenuta ormai cronica ed una accelerata propensione alla conversione bellica.

I quattro economisti intervenuti su Le Monde – N.Valla, X. Ragot, X. Jaravel e J.L. Tavernier – quando affrontano la questione delle spese pubbliche, allertano sul previsto incremento di quelle sanitarie dovute all’invecchiamento della popolazione e all’innovazione medica – con un preoccupante panorama di desertificazione sanitaria – così come quelle pensionistiche, oltre a quelle militari che seguono “una traiettoria ormai risoluta, decisa per la legge di programmazione”.

Escludono che si possa usare la “leva fiscale”, anche se è bene ricordare che il ripristino della patrimoniale  – eliminata dal “presidente dei ricchi” nel suo primo mandato – è stata una delle richieste della sinistra e dei movimenti politico-sociali che hanno caratterizzato l’Esagono, e che una imposizione fiscale progressiva sia uno dei principi basilari per una ridistribuzione più equa degli oneri fiscali e una maggiore capacità di spesa pubblica.

Prospettano quindi la risoluzione di una difficile equazione politico-economica che metta mano all’efficienza dei conti pubblici, “senza rimettere in causa gli obiettivi di solidarietà che fondano il nostro modello sociale”. Una menzogna pura e semplice.

Un modello sociale che Macron ha ridotto a “carta straccia” nonostante l’opposizione di una serie di poderosi movimenti sociali, soprattutto durante il suo primo mandato, partito dalla lotta alle privatizzazioni ferroviarie fino a quella contro l’innalzamento dell’età pensionistica, passando per i Gilets Jaunes.

Rinviare la soluzione del problema non sembra essere una decisione auspicabile: “posticipare gli aggiustamenti non li renderà meno dolorosi, ma semplicemente più brutali”.

Insomma il quartetto – composto tra l’altro dai direttori di due delle maggiori istituzioni francesi di analisi e strategia economica, nonché da un ex direttore dell’INSSE – è chiaro: una vera e propria mannaia dovrà abbattersi sui conti pubblici ed i francesi devono abituarsi alla catastrofe.

Ma non si tratta di una collaborazione occasionale per scrivere una propria opinione su un quotidiano. Questo quartetto era già stato selezionato dagli attuali ministri Lescure e Amiel – rispettivamente all’economia e alla spesa pubblica – per un rapporto indipendente lanciato a fine maggio per “chiarire le traiettorie di revisione delle finanze pubbliche”.

La loro previsione, particolarmente pessimista sui conti pubblici da qui al 2030, è quindi finalizzata ad indirizzare le scelte già di questo governo nell’affrontare il budget per il prossimo anno.

Insomma la “cura da cavallo” dovrebbe iniziare già quest’anno e guardare agli anni prossimi, per così dire blindando le scelte dei prossimi governi e, di fatto, dare un indirizzo ferreo al dibattito su questioni strategiche per la campagna elettorale, delegittimando qualsiasi altro orientamento che metta in discussione lo smantellamento di ciò che rimane dello Stato sociale, propugni una tassazione progressiva o auspichi uno sbocco politico diverso da una sostanziale riconversione bellica dell’apparato produttivo.

Stando ad un più limitato lasso di tempo, l’attuale governo Lecornu – che non gode di una maggioranza all’Assemblea nazionale – si riserva di adottare qualsiasi leva istituzionale per fare passare quella che sarà la prossima legge di bilancio, anche ricorrendo al famigerato articolo 49.3 che consente l’approvazione di una legge senza voto, ma con il rischio concreto di vedersi poi sfiduciati e costretti alle dimissioni.
L’attivazione del 49.3, infatti, rende più agevole la possibilità di richiedere una “mozione di sfiducia”.

L’intervento dei quattro economisti segue peraltro quello di Olivier Blanchard, ex capo economista del Fondo Monetario Internazionale, sempre su Le Monde.

Blanchard definisce “fallimentare” il processo budgetario, che accrescerebbe così il rischio di una crisi del debito.

Auspica una “riforma in profondità” che dovrebbe essere al centro delle proposte dei candidati alle elezioni presidenziali.

In maniera complementare ai suoi colleghi, Blanchard, propone sei principi ispiratori:

  1. un budget pluriennale che “blindi” la politica economica dell’esecutivo, che si doti di uno strumento per valutare i rischi prefigurando gli scenari e le ricadute immediate e future delle manovre effettuate;
  2.  e ne consenta eventuali rettifiche, ma non di nomina governativa;
  3.  un organismo “indipendente” che ne valuti l’efficacia, un sorta di conseil budgétaire, autonomo dall’esecutivo;
  4. la stabilizzazione pluriennale del debito al fine di ridurlo. Si noti che la cifra di questo aggiustamento pluriennale (120 miliardi), è praticamente identica a quella indicata dagli altri economisti.
  5. una certa duttilità nell’applicazione dei principi in periodi straordinari, presupponendo scelte che in parte mettono in discussione alcuni orientamenti già decisi. Si vede qui che il costante ritorno del “Cigno Nero”, al di là delle previsioni effettuate, avrà lasciato qualche segno anche nell’approccio degli analisti economici liberisti;
  6. una rimodulazione del rapporto tra investimenti pubblici e debito, separando chiaramente gli investimenti dalle altre spese (una riedizione del “debito buono” contro quello “cattivo”, di Mario Draghi).

Afferma il professore parigino, peraltro e membro del Peterson Institute for International Economics di Washington, che “la Francia non solo deve ridurre il proprio deficit, ma anche investire massicciamente, dalla difesa alla lotta contro il cambiamento climatico”.

Per l’ex capo-economista del FMI (dal 2008 al 2015), non c’è bisogno di stravolgimenti costituzionali ma della revisione della legge organica relativa alle leggi finanziarie. Un’ipotesi che l’attuale esecutivo ha scartato per quest’anno, ma che è chiaramente al centro del dibattito sugli strumenti di gestione economica della spesa pubblica, che forse – aggiungiamo noi, con un pizzico di malizia – giace probabilmente come bozza in un cassetto di qualche esperto, o gruppo di esperti, propensi a “salvare il Paese dal tracollo economico”.

Insomma l’esecutivo dovrebbe limitate capacità di manovre ogni anno, rispetto a scelte di fondo che andranno pianificate e monitorate da organismi non di espressione governativa “tecnici”, insomma. Cioè obbedienti ad altre volontà, estranee a quella “popolare”.

Torneremo, con altri contributi, sull’attuale “offerta politica” riguardo alle presidenziali, specie per ciò che concerne la sinistra radicale.

Per ora il quadro dei possibili candidati/e è piuttosto affollato, ma sono solo due quelli che hanno annunciato la candidatura ed hanno la concreta possibilità di andare al ballottaggio. Si tratta dello storico leader de La France Insoumise, Jean-Luc Mélenchon, che a 74 anni ha lanciato per la quarta volta la sua candidatura all’Eliseo, fin dal 3 maggio di quest’anno, e Marine Le Pen che – nonostante le sue note vicende giudiziarie (ormai affidate alla Cassazione) ha annunciato la sua candidatura il 7 di luglio.

Difficile, ma non impossibile, pensare che nel quadro convulso delle altre formazioni politiche e di generale delegittimazione delle due “storiche” polarità francesi – “socialisti” e gollisti –  la sfida tra la sinistra radicale e l’estrema destra non sia l’unico campo di gioco delle elezioni presidenziali (e probabilmente poi politiche) sullo sfondo di un crisi organica nel cuore della UE.

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La guerra degli Stretti “gemelli”

di Alberto Negri

È possibile che Casa Bianca e cancellerie europee precipitino in una nuova crisi di nervi e petrolio, quella che viene adesso dalla Porta delle Lacrime, Bab el Mandeb, la rotta vitale per il Canale di Suez.

Nella guerra dei mondi voluta il 28 febbraio dal presidente americano e da Netanyahu attaccando l’Iran, Trump e l’Occidente devono aggiungere come protagonisti gli Houthi yemeniti, alleati di Teheran nell’asse della resistenza, che minacciano di chiudere questo Stretto sul Mar Rosso, insieme a Hormuz, di cui è l’unica rotta alternativa, il secondo canale di esportazione dell’oro nero del Golfo e del Medio Oriente (12% del traffico mondiale).

Pochi conoscono gli Houthi e li hanno incontrati. Quando mi apparvero davanti nel dicembre 2009 erano dei giovanissimi guerriglieri con le piume colorate infilate nei turbanti e dei sandali scassati ai piedi, sbucarono con vecchi kalashnikov da santuari di roccia scura e affilata, protetti da crateri e fortificazioni millenarie che conoscevano alla perfezione e dove applicavano la tattica del “mordi e fuggi”.

Mai allora avrei immaginato che nel 2014 avrebbero conquistato la capitale Sanaa, eliminato sull’onda delle primavere arabe il presidente Saleh e sarebbero diventati i padroni dello Yemen, resistendo alla coalizione militare guidata dai sauditi e a una delle più devastanti crisi umanitarie mondiali.

Ora sono pure i “guardiani” del nostro petrolio.

Nel viaggio dentro la guerra del Golfo tra sciiti iraniani, Hezbollah libanesi e seguaci dello zaydismo come gli Houthi forse è meglio sorvolare sui particolari che Trump e l’Occidente ascoltano malvolentieri perché “esotici”.

Qui si capiscono – non sempre – solo i rapporti di forza. Eccoli allora. Il capo degli Houthi, Abdul Malik al-Houthi (la leadership deriva da una sola famiglia), al comando di 100mila uomini, ha minacciato l’escalation contro l’Arabia Saudita con missili e droni se Riad continua a colpire le basi aeree yemenite mentre l’Iran ha chiesto al movimento alleato di tenersi pronto a bloccare la rotta petrolifera del Mar Rosso se gli Stati Uniti dovessero colpire le infrastrutture energetiche iraniane e quelle civili come ha cominciato a fare Trump (ieri 8 morti): ponendo quindi una nuova e concreta minaccia agli approvvigionamenti energetici globali.

Il gruppo yemenita ha completato i preparativi per attaccare le navi mercantili schierando missili e droni vicino allo stretto di Bab el-Mandeb, la rotta d’accesso al Mar Rosso, sfruttando gli altipiani yemeniti che sovrastano Hodeidah e il Golfo di Aden.

Non sono minacce vane. Gli Houthi hanno già lanciato missili contro l’Arabia Saudita dopo aver accusato il regno wahabita di aver bombardato un aeroporto sotto il loro controllo, rompendo così una tregua di quattro anni.

Considerato che l’Arabia Saudita dopo la crisi di Hormuz ha dirottato il 70% delle sue esportazioni energetiche attraverso il porto di Yanbu sul Mar Rosso, contribuendo a calmierare le quotazioni petrolifere in Europa, qualsiasi attacco diretto in quella zona rappresenterebbe un grave problema anche per i mercati petroliferi. E gli Houthi hanno già attaccato gli impianti energetici sauditi due volte, nel 2019 e nel 2022, bloccando metà della produzione di Riyad.

Non sono solo i sauditi a temerli: il Pakistan, che ha fatto da mediatore tra Iran e Usa con ambizioni evidenti di ampliare la sua influenza regionale, ha le sue truppe schierate al confine tra Arabia Saudita e Yemen, per mantenere una tregua che appare sempre più fragile.

Come si vede gli Houthi, scesi dalle insidiose montagne del Nord dello Yemen come trasandati guerriglieri adolescenti ignorati da tutti, non scherzano. Dopo l’attacco di Hamas contro Israele del 7 ottobre 2023 e la devastante campagna genocidaria israeliana a Gaza, gli Houthi hanno iniziato a sparare contro Israele e contro le navi nel Mar Rosso, affermando di farlo a sostegno dei palestinesi.

Gli attacchi, terminati dopo la «tregua» a Gaza, hanno devastato il trasporto nel Mar Rosso, costringendo le più importanti compagnie a deviare le rotte intorno all’Africa, un percorso molto più lungo e costoso.

Nel Mar Rosso ci sono già tutti i presupposti per una escalation militare. Una missione guidata dagli Stati Uniti, Prosperity Guardian, per ripristinare la navigazione nel Mar Rosso ha comportato ripetuti attacchi contro obiettivi Houthi e una campagna aerea che ha abbattuto centinaia di droni e missili, colpendo anche basi yemenite sulla costa.

A quella Usa si aggiunge la missione Aspides della Ue per proteggere il naviglio mercantile dagli attacchi yemeniti. Sotto comando italiano e quartier generale in Grecia, ha natura strettamente difensiva ma non è detto che possa essere sottoposta a un “riesame strategico”.

Ma cosa succede sull’altro Stretto “gemello” a Hormuz? Al centro c’è il rifiuto dell’Iran di consentire alle navi di transitare per le acque dell’Oman senza il suo via libera. Teheran non vuole rinunciare al controllo sullo stretto di Hormuz e rivendica i diritti di passaggio.

Washington si oppone categoricamente mentre la repubblica islamica non vuole allentare la presa su questa via marittima strategica, da cui prima della guerra passava quasi il 20% del commercio mondiale di idrocarburi. Finché la questione non sarà risolta qualsiasi accordo Usa-Iran sembra fuori portata.

Certo resta l’incognita più pesante: cosa vuole Trump?. “Se intende raggiungere un accordo con l’Iran dovrà accettare che non ci sia, realisticamente, un ritorno alle condizioni nello stretto di Hormuz precedenti al 28 febbraio”, sottolinea Danny Citrinowicz, ricercatore all’Istituto di studi sulla sicurezza nazionale dell’università di Tel Aviv.

Insomma, non può pretendere la libera circolazione – convenzione del mare del resto mai ratificata da Usa e Iran. Ma se vuole ripristinare quello status quo il conflitto appare inevitabile. E con Hormuz potrebbe incendiarsi anche Bab el Mandeb.

È la guerra degli Stretti “gemelli”.

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