La Cina sta rispondendo ufficialmente su due binari paralleli alla guerra del Cartello Epstein, o israelo-americano, contro l’Iran, tramite un portavoce diplomatico e un portavoce militare.
Traduzione: la Cina vede la guerra sia come un’estrema tensione politico-diplomatica sia come una minaccia militare.
Il portavoce militare cinese, un Colonnello dell’Esercito Popolare di Liberazione, parla per metafore. È stato lui ad affermare esplicitamente che gli Stati Uniti sono “dipendenti dalla guerra”, con appena 250 anni di storia e solo 16 anni di pace. Presenta chiaramente gli Stati Uniti come una minaccia globale. E chiaramente, anche come una minaccia morale, a mio avviso.
Il Presidente cinese Xi Jinping è fermamente intenzionato a stabilire un legame duraturo tra marxismo e confucianesimo. Il contributo fondamentale di Confucio al pensiero politico risiede nell’uso preciso del linguaggio. Solo chi parla con metafore precise e con un forte peso morale è in grado di governare una nazione.
Pertanto, la Cina sta elaborando con cura una solida critica morale ed etica alla guerra statunitense contro l’Iran, sottolineando come si tratti di un attacco perpetrato da una nazione che ha perso la propria bussola morale. Il Sud del mondo comprende appieno questo messaggio.
Inoltre, i fatti sul campo di battaglia dimostrano come la Cina abbia anche cambiato le regole della guerra in Iran.
La rete iraniana è ora completamente connessa al sistema satellitare BeiDou. Questo spiega la precisione con cui l’Iran colpisce e come ogni mossa della coalizione USA-Israele si scontri con un muro digitale di tecnologia cinese (oltre 40 satelliti BeiDou in orbita). Ciò spiega l’eccellente precisione dei missili iraniani e la loro maggiore resistenza alle interferenze.
Nell’ambito del loro Partenariato Strategico Globale, della durata di 25 anni, la Cina ha anche fornito all’Iran radar a lungo raggio integrati con sistemi satellitari. Il risultato principale è il tempo di reazione dell’Iran, ora molto più breve rispetto alla Guerra dei Dodici Giorni.
La Russia, parallelamente, ha fornito il suo aiuto, consentendo all’Iran di applicare ampiamente quanto appreso in Ucraina sui sistemi occidentali come Patriot e IRIS-T. Non si tratta solo di tattiche di saturazione con droni; si tratta di apprendere il metodo russo di coordinare sciami di droni con raffiche di missili balistici. Ed è proprio questo che sta avendo un effetto devastante nelle ultime fasi dell’Operazione Vera Promessa Quattro.
Partita a Go: tutto ruota intorno al petroyuan
Ora concentriamoci sulla cruciale mossa dello Stretto di Hormuz. La mossa chiave è che l’Iran consente il transito solo alle petroliere il cui carico è stato pagato in petroyuan. Niente dollari. Niente euro. Solo yuan.
In realtà, la Cina aveva già iniziato a smantellare il sistema del petrodollaro nel dicembre 2022, quando Pechino invitò le petromonarchie del Consiglio di Cooperazione del Golfo a negoziare petrolio e gas alla Borsa di Shanghai. Ora, aggiungiamo a tutto ciò il 15° Piano Quinquennale cinese, appena discusso e approvato a Pechino.
Si tratta di una visione sistemica davvero approfondita.
In modo olistico, i pianificatori di Pechino hanno fissato una crescita del PIL al 4%; l’economia digitale al 12,5% del PIL; le soluzioni energetiche verdi al 25%; la qualità delle acque superficiali all’85%; una valanga di brevetti di alto valore; e tutto questo e molto altro, con obiettivi precisi da raggiungere e indicatori vincolanti fino al 2030.
Ciò significa che i cinesi considerano economia, sicurezza energetica, ecologia, istruzione e sanità come organi di un unico corpo. Ecco come l’urbanizzazione alimenta la produttività: ingenti investimenti in ricerca e sviluppo alimentano un numero sempre maggiore di brevetti; i brevetti alimentano l’economia digitale; e le soluzioni di energia verde alimentano l’indipendenza strategica.
L’ultimo Piano quinquennale mostra in modo inequivocabile come la Cina stia pianificando meticolosamente il proprio primato nel futuro tecnologico. E questo va ben oltre il 2030, fino alla metà del secolo.
Non c’è da stupirsi che la distruzione del petrodollaro giochi un ruolo chiave in questo processo di cambiamento dell’attuale sistema di relazioni internazionali. L’Iran lo sta ora offrendo su un piatto d’argento alla Cina, sostituendo il petrodollaro con il petroyuan nel punto di strozzatura più critico del pianeta, attraverso il quale transita il 20% di tutto il petrolio mondiale.
La mossa dell’Iran non è militare; è finanziariamente nucleare, a mio avviso. A rendere il tutto più semplice è il fatto che l’Iran sta già offrendo il modello da seguire per il resto del Sud del mondo: quasi il 90% delle esportazioni di greggio di Teheran viene regolato in yuan tramite il Sistema di Pagamento Interbancario Transfrontaliero (CIPS).
Il Sud del mondo potrebbe alla fine adottare un modello molto semplice. Teheran non sta dicendo che lo Stretto di Hormuz è bloccato. È bloccato solo per l’ostile Cartello Epstein, gli Stati Uniti, e i suoi scagnozzi che commerciano in petrodollari. Le rotte marittime si stanno trasformando in tempo reale in filtri politici. Man mano che il Sud del mondo migra verso il petroyuan, il petrodollaro – egemonico dal 1974 – morirà.
Ormai ogni mercante del pianeta sa come funziona il petrodollaro. Dopo lo shock petrolifero del 1973, il Consiglio di Cooperazione del Golfo e l’OPEC si accordarono nel 1974 affinché il petrolio potesse essere scambiato solo in dollari statunitensi.
I Paesi esportatori di petrolio devono necessariamente reinvestire i profitti in dollari in titoli di Stato e azioni statunitensi. Ciò rafforza il ruolo del dollaro statunitense come valuta di riserva; finanzia gli investimenti tecnologici statunitensi; finanzia il conglomerato militare-industriale e le sue guerre infinite; e soprattutto, finanzia di fatto il debito pubblico statunitense, che è insostenibile.
Cina, Russia e Iran, in quanto membri dei BRICS+, si trovano in prima linea nella promozione di sistemi di pagamento alternativi; in particolare, ciò include l’eliminazione del petrodollaro.
Quindi, si tratta di qualcosa di ben più importante del semplice controllo del petrolio, la presunta motivazione alla base della caotica e improvvisata “incursione” (terminologia di Trump) in Iran.
A tutti gli effetti, i fatti sul campo indicano già un fallimento clamoroso. È la controffensiva ad essere di tutt’altro livello.
Le Guardie della Rivoluzione iraniane si ispirano a Sun Tzu
Armare lo Stretto di Hormuz è Sun Tzu (L’Arte della Guerra), rivisitato dal Corpo delle Guardie della Rivoluzione Islamica iraniane. Sia un corridoio di collegamento, lo Stretto di Hormuz, sia una valuta, lo yuan, sono ora armi di distruzione imperiale. Chi ha bisogno di una bomba nucleare?
Ciò che è in gioco è il controllo del sistema finanziario globale, ben oltre il 2030, fino alla metà del secolo e oltre. Quello a cui stiamo assistendo in tempo reale è la partita a scacchi giocata dai persiani, in cui eccellono, ma con elementi del Weiqi (“Go”) cinese (gioco da tavolo di strategia).
Il Go è organico. Quando le piccole pedine si uniscono, modellano la forma e il controllo a lungo termine dell’intera scacchiera. Nel nostro caso, la scacchiera geopolitica/geoeconomica. Tutto ruota attorno al posizionamento, alla pazienza, all’accumulo di vantaggi e alla gestione della strategia.
Questo è il “segreto” del perché la guerra contro l’Iran offra ora alla Cina la mossa decisiva. Pechino ha plasmato la scacchiera per anni con infinita pazienza: creando una serie di istituzioni multilaterali; giocando un ruolo chiave nei BRICS+ e nell’Organizzazione per la Cooperazione di Shanghai; costruendo la Nuova Via della Seta; investendo in sistemi di insediamento alternativi; potenziando la sua diplomazia.
Il Go è estremamente razionale. Se si modella la scacchiera correttamente, non si fallisce. Il gioco si gioca da solo. Ed è qui che ci troviamo ora. Ed è per questo che il Vociferatore Imperiale, insieme ai suoi adulatori, complici e vassalli, è attonito e pietrificato: prigioniero del suo stesso pantano di arroganza.
Fonte
Presentazione
Analisi, opinioni, fatti e (più di rado) arte da una prospettiva di classe.
17/03/2026
Mai pestare un nido di vespe
Propaganda e realtà, in guerra, sono sistematicamente agli antipodi. Eppure tutti i soggetti in campo continuano a produrre una “realtà inventata” a prescindere dalla sua credibilità.
C’è però un limite, come scoprì “Alì il comico”, il ministro dell’informazione di Saddam Hussein, che continuava a vantare grandi successi irakeni anche mentre l’esercito Usa era fisicamente dietro l’angolo da cui lui parlava.
Non era però mai accaduto – a nostra memoria – che lo stesso produttore di propaganda sfornasse in contemporanea due “realtà inventate” che facevano a cazzotti l’una con l’altra. Trump e la sua amministrazione hanno stabilito questo nuovo record.
Al 17° giorno di guerra, senza altri risultati clamorosi oltre l’omicidio dell’imam Ali Khamenei, il tycoon ha prima assicurato che la vittoria è praticamente già stata conseguita – “Abbiamo essenzialmente decimato l’Iran... Non hanno marina, nessuna contraerea, nessuna aeronautica, è tutto sparito. L’unica cosa che possono fare è creare un po’ di problemi mettendo una mina in acqua. Una seccatura...” – e contemporaneamente ha chiesto una “coalizione” internazionale per eliminare la “seccatura” ed assicurare la navigazione attraverso lo Stretto di Hormuz.
Se fosse vera la prima affermazione, sarebbe sufficiente impegnare un paio di navi dragamine, che costano pure poco...
Ironia a parte, lo stallo strategico appare chiaro. Nella guerra sono ufficialmente impegnate tre forze con obbiettivi strategici diversi.
Gli Stati Uniti di Trump volevano un’altra vittoria rapida e indolore per cementare l’immagine di superpotenza senza pari, in grado e in diritto di governare il mondo sulla base della sola forza, si trattasse di dazi o di petrolio.
Israele vuole come sempre la distruzione dell’Iran, unico ostacolo di rilievo nel Medio Oriente (in attesa di vedersela con la Turchia), perché nella visione strategica del suprematismo sionista qualsiasi soggetto diverso può solo scegliere tra sottomissione e genocidio.
L’Iran, con suo particolare sistema sociale-politico-religioso, vuole sopravvivere e vedersi definitivamente riconosciuto il proprio diritto ad esistere.
Quarto protagonista decisivo è l’economia mondiale, che dipende anche dal flusso di petrolio e gas che passa per lo Stretto di Hormuz e chiaramente sta soffrendo per l’aumento del prezzo già maturato e per quello che si annuncia col proseguimento del conflitto.
Quinto protagonista, ma non ultimo, il popolo americano in pieno subbuglio da quando Trump è tornato alla Casa Bianca, al punto che persino un Federico Rampini è costretto a riconoscere che “mezza America tifa per la sconfitta in questa guerra”. Tirando in ballo il paragone col Vietnam, quando appunto il dissenso interno – esploso con l’alto numero di perdite di un esercito di leva – aveva demolito la possibilità stessa di continuare a combattere.
Con così tanti e diversi soggetti in campo, l’unica possibilità reale di uscirne vincente era quella fornita da una vittoria rapida, poco costosa in termini economici ed umani. E quella non c’è.
Si fa così strada l’idea che oltre ad un’assenza di strategia e di motivazione razionale (perché è stato attaccato l’Iran mentre si stava conducendo una trattativa sul nucleare?), da parte statunitense non si sia proprio capito – né studiato – con chi si aveva a che fare.
L’Iran degli ultimi 50 anni è un sistema molto diverso da quello occidentale. Gli equilibri tra clero, Stato, popolazione, esercito, milizie (Guardie della Rivoluzione, Basiji) obbediscono a logiche e ad una cultura che “non è la nostra”.
L’idea del blitzkrieg che decapitava il vertice e precipitava perciò “il regime” nella confusione, nelle faide di potere interne, fino a ipotetiche rivolte popolari e “cambi di regime”, era disegnata sui “nostri” parametri occidentali. Ma risulta inefficace nei confronti di un “mondo altro”.
Produce danni, morti, dolore – certo – ma non scuote un insieme che ha in 4.000 anni di Storia persiana e nell’Islam sciita due pilastri che escono non solo confermati dall’ostilità dell’Occidente imperialista, che dura da oltre un secolo, ma che includono anche la sofferenza come “prova” dell’essere nel giusto.
Non siamo esperti di religione, ma molti analisti mediorientali spiegano lucidamente questa radicale differenza di impianto e di valori.
A tale proposito scrive Tahar Lamri: “Stati Uniti e Israele hanno fatto il regalo più grande: hanno creato il pantheon. Soleimani, Nasrallah, Khamenei: ogni eliminazione mirata che pensavano risolvesse un problema strategico ha prodotto un martire che moltiplica la coesione della rete. Nella teologia sciita la morte del leader giusto per mano dell’oppressore non è una sconfitta: è la conferma della sua giustizia. È la struttura narrativa di Karbala. Un generale vivo può sbagliare, può deludere, può invecchiare. Un martire è eterno e perfetto. Hanno riscritto, con i loro missili, il copione che l’altra parte aspettava”.
Con questa dinamica secolare alle spalle, si è creato “un internazionalismo religioso che non è un’alleanza tra stati, non è un’Internazionale leninista, ma una rete transnazionale tenuta insieme da una grammatica esistenziale comune che non ha bisogno di un centro di comando esplicito per coordinarsi”.
La guerra in cui si va impantanando Trump assomiglia perciò in qualche modo al Vietnam perché vede in campo opposto sia un esercito regolare che “movimenti guerriglieri”, in Iran come altrove (Iraq, Siria, Libano, Yemen, con consistenti presenze potenziali anche negli stati arabi del Golfo).
Paradossalmente ma non troppo, è più semplice abbattere o mutilare uno Stato simil-occidentale che non un insieme decentrato e ulteriormente “decentralizzabile”, unificato idealmente da un credo comune e da una figura di riferimento – l’imam, il clero in genere – che funziona da collante identitario-culturale, più che da governo militare o amministrativo.
Non hanno capito con che cosa avevano a che fare perché il suprematismo occidentale – soprattutto in versione apertamente razzista e sionista – vede tutti gli altri sistemi come “copie imperfette” del proprio. Quindi attaccabili come si attaccherebbe un proprio simile, disposto secondo gli stessi schemi e valori. Ma il suprematismo acceca, non vede né prevede differenze che sono anche ostacoli.
Non sappiamo se Trump e i suoi, a questo punto, comincino a sentire il “rimorso dell’investitore” – il rammarico di aver comprato un titolo che scende, invece di salire – ma di certo serpeggia ormai il dubbio di aver poggiato il piede su un gigantesco nido di vespe. Puoi ammazzarne tante, ma non puoi vincere davvero, se non andando via. E di corsa.
Fonte
C’è però un limite, come scoprì “Alì il comico”, il ministro dell’informazione di Saddam Hussein, che continuava a vantare grandi successi irakeni anche mentre l’esercito Usa era fisicamente dietro l’angolo da cui lui parlava.
Non era però mai accaduto – a nostra memoria – che lo stesso produttore di propaganda sfornasse in contemporanea due “realtà inventate” che facevano a cazzotti l’una con l’altra. Trump e la sua amministrazione hanno stabilito questo nuovo record.
Al 17° giorno di guerra, senza altri risultati clamorosi oltre l’omicidio dell’imam Ali Khamenei, il tycoon ha prima assicurato che la vittoria è praticamente già stata conseguita – “Abbiamo essenzialmente decimato l’Iran... Non hanno marina, nessuna contraerea, nessuna aeronautica, è tutto sparito. L’unica cosa che possono fare è creare un po’ di problemi mettendo una mina in acqua. Una seccatura...” – e contemporaneamente ha chiesto una “coalizione” internazionale per eliminare la “seccatura” ed assicurare la navigazione attraverso lo Stretto di Hormuz.
Se fosse vera la prima affermazione, sarebbe sufficiente impegnare un paio di navi dragamine, che costano pure poco...
Ironia a parte, lo stallo strategico appare chiaro. Nella guerra sono ufficialmente impegnate tre forze con obbiettivi strategici diversi.
Gli Stati Uniti di Trump volevano un’altra vittoria rapida e indolore per cementare l’immagine di superpotenza senza pari, in grado e in diritto di governare il mondo sulla base della sola forza, si trattasse di dazi o di petrolio.
Israele vuole come sempre la distruzione dell’Iran, unico ostacolo di rilievo nel Medio Oriente (in attesa di vedersela con la Turchia), perché nella visione strategica del suprematismo sionista qualsiasi soggetto diverso può solo scegliere tra sottomissione e genocidio.
L’Iran, con suo particolare sistema sociale-politico-religioso, vuole sopravvivere e vedersi definitivamente riconosciuto il proprio diritto ad esistere.
Quarto protagonista decisivo è l’economia mondiale, che dipende anche dal flusso di petrolio e gas che passa per lo Stretto di Hormuz e chiaramente sta soffrendo per l’aumento del prezzo già maturato e per quello che si annuncia col proseguimento del conflitto.
Quinto protagonista, ma non ultimo, il popolo americano in pieno subbuglio da quando Trump è tornato alla Casa Bianca, al punto che persino un Federico Rampini è costretto a riconoscere che “mezza America tifa per la sconfitta in questa guerra”. Tirando in ballo il paragone col Vietnam, quando appunto il dissenso interno – esploso con l’alto numero di perdite di un esercito di leva – aveva demolito la possibilità stessa di continuare a combattere.
Con così tanti e diversi soggetti in campo, l’unica possibilità reale di uscirne vincente era quella fornita da una vittoria rapida, poco costosa in termini economici ed umani. E quella non c’è.
Si fa così strada l’idea che oltre ad un’assenza di strategia e di motivazione razionale (perché è stato attaccato l’Iran mentre si stava conducendo una trattativa sul nucleare?), da parte statunitense non si sia proprio capito – né studiato – con chi si aveva a che fare.
L’Iran degli ultimi 50 anni è un sistema molto diverso da quello occidentale. Gli equilibri tra clero, Stato, popolazione, esercito, milizie (Guardie della Rivoluzione, Basiji) obbediscono a logiche e ad una cultura che “non è la nostra”.
L’idea del blitzkrieg che decapitava il vertice e precipitava perciò “il regime” nella confusione, nelle faide di potere interne, fino a ipotetiche rivolte popolari e “cambi di regime”, era disegnata sui “nostri” parametri occidentali. Ma risulta inefficace nei confronti di un “mondo altro”.
Produce danni, morti, dolore – certo – ma non scuote un insieme che ha in 4.000 anni di Storia persiana e nell’Islam sciita due pilastri che escono non solo confermati dall’ostilità dell’Occidente imperialista, che dura da oltre un secolo, ma che includono anche la sofferenza come “prova” dell’essere nel giusto.
Non siamo esperti di religione, ma molti analisti mediorientali spiegano lucidamente questa radicale differenza di impianto e di valori.
A tale proposito scrive Tahar Lamri: “Stati Uniti e Israele hanno fatto il regalo più grande: hanno creato il pantheon. Soleimani, Nasrallah, Khamenei: ogni eliminazione mirata che pensavano risolvesse un problema strategico ha prodotto un martire che moltiplica la coesione della rete. Nella teologia sciita la morte del leader giusto per mano dell’oppressore non è una sconfitta: è la conferma della sua giustizia. È la struttura narrativa di Karbala. Un generale vivo può sbagliare, può deludere, può invecchiare. Un martire è eterno e perfetto. Hanno riscritto, con i loro missili, il copione che l’altra parte aspettava”.
Con questa dinamica secolare alle spalle, si è creato “un internazionalismo religioso che non è un’alleanza tra stati, non è un’Internazionale leninista, ma una rete transnazionale tenuta insieme da una grammatica esistenziale comune che non ha bisogno di un centro di comando esplicito per coordinarsi”.
La guerra in cui si va impantanando Trump assomiglia perciò in qualche modo al Vietnam perché vede in campo opposto sia un esercito regolare che “movimenti guerriglieri”, in Iran come altrove (Iraq, Siria, Libano, Yemen, con consistenti presenze potenziali anche negli stati arabi del Golfo).
Paradossalmente ma non troppo, è più semplice abbattere o mutilare uno Stato simil-occidentale che non un insieme decentrato e ulteriormente “decentralizzabile”, unificato idealmente da un credo comune e da una figura di riferimento – l’imam, il clero in genere – che funziona da collante identitario-culturale, più che da governo militare o amministrativo.
Non hanno capito con che cosa avevano a che fare perché il suprematismo occidentale – soprattutto in versione apertamente razzista e sionista – vede tutti gli altri sistemi come “copie imperfette” del proprio. Quindi attaccabili come si attaccherebbe un proprio simile, disposto secondo gli stessi schemi e valori. Ma il suprematismo acceca, non vede né prevede differenze che sono anche ostacoli.
Non sappiamo se Trump e i suoi, a questo punto, comincino a sentire il “rimorso dell’investitore” – il rammarico di aver comprato un titolo che scende, invece di salire – ma di certo serpeggia ormai il dubbio di aver poggiato il piede su un gigantesco nido di vespe. Puoi ammazzarne tante, ma non puoi vincere davvero, se non andando via. E di corsa.
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In Libano è guerra e pulizia etnica. L’ossessione israeliana per Khiam
Poco prima dell’alba i carri armati israeliani e i soldati della 91a divisione sono entrati nel Libano del Sud. Ma appena entrati hanno subito incontrato la resistenza dei combattenti di Hezbollah, soprattutto nell’area orientale appena dopo il confine. Sull’asse occidentale sarebbero invece avanzati di quattro km.
Nella città di Khiam in particolare, le truppe israeliane stanno incontrando una forte resistenza. Domenica sera, Israele ha bombardato questa località con il fosforo bianco. Khiam ha un alto valore simbolico essendo stato il luogo in cui i mercenari del colonnello Haddad al servizio degli israeliani imprigionavano e torturavano i prigionieri della resistenza libanese fino al 2000, quando vennero cacciati militarmente dal paese.
Il giornale The Cradle sottolinea quella che definisce “la fissazione israeliana per Khiam”. E la spiega con i riferimenti biblici che ispirano la vera e propria ossessione per una collina contesa in decenni di scontri nel Libano meridionale.
Secondo la tradizione biblica, il patriarca Giacobbe piantò le sue tende sulla piana di Khiam – un nome che significa letteralmente “le tende”. Millenni dopo, la stessa collina è diventata un campo di battaglia ricorrente nel tempo.
“Lo Stato di occupazione che invoca l’eredità di Giacobbe come giustificazione storica da decenni cerca di conquistare questa collina, senza mai riuscire a mantenerla” – scrive The Cradle – “Oggi, con la forza d’élite Radwan di Hezbollah ridispiegata tra le rovine e le squadre anticarro Kornet posizionate all’interno dei resti di un ex complesso di detenzione dove migliaia di libanesi furono torturati sotto la supervisione israeliana, l’esercito di occupazione sta spingendo ancora una volta verso Khiam – un campo di battaglia che non riuscì a controllare nel 1978, nel 2000, nel 2006 e nel 2024. A guidare questa insistenza non è una necessità operativa. È la dottrina religiosa”.
Il giornale libanese l’Orient le Jour sottolinea come l’offensiva di terra israeliana rischia di far salire pesantemente il bilancio delle vittime libanesi, che ieri era già cresciuto a 886 morti mentre si registrano già quasi un milione di profughi.
Israele ha ammassato sei divisioni, composte da circa 100.000 soldati, lungo il confine.
Dall’inizio dell’incursione di terra, Hezbollah ha impegnato le truppe israeliane in combattimenti feroci, lanciando contemporaneamente attacchi transfrontalieri contro le posizioni militari di Israele. La resistenza libanese afferma di aver anche colpito nuovi avamposti istituiti da Tel Aviv dopo l’inizio della tregua del 2024.
Domenica due funzionari israeliani hanno affermato che Israele e Libano potrebbero tenere colloqui nei prossimi giorni con l’obiettivo di un cessate il fuoco duraturo e il disarmo di Hezbollah. Una fonte libanese ha però definito poco probabile l’eventualità di colloqui in questi giorni di pesanti bombardamenti e di offensiva militare israeliana in Libano.
Le condizioni che Israele ha posto al governo libanese per fermare l’offensiva sono pesanti: una zona cuscinetto sotto controllo israeliano a sud del fiume Litani, la fine della presenza politica effettiva di Hezbollah in Libano e l’avvio di relazioni diplomatiche a partire dall’apertura di un ufficio di rappresentanza israeliano a Beirut.
Il ministro della Difesa israeliano Katz ha inoltre dichiarato che “i residenti sciiti del Libano meridionale che hanno lasciato o stanno lasciando le loro case non faranno ritorno alle proprie abitazioni a sud della zona del Litani finché non sarà garantita la sicurezza degli abitanti del nord di Israele”.
Questa dichiarazione è forse quella che va analizzata con maggiore attenzione. In essa infatti si evoca la pulizia etnica del Sud del Libano fino al fiume Litani, ripristinando quello che era il controllo israeliano su quell’area fino al 2000, quando i miliziani pagati da Israele del col. Haddad e le stesse truppe israeliane di supporto, furono costretti a ritirarsi dal Libano sotto l’incalzare della resistenza libanese.
La conquista del Libano meridionale è da sempre tra gli obiettivi dell’allargamento territoriale di Israele a discapito del paese confinante.
“La spinta strategica verso il fiume Litani non ha origine nei recenti dibattiti sulla sicurezza. Ha una lunga storia leggibile nei documenti” rammenta The Cradle – “Nel 1919, il leader sionista Chaim Weizmann sostenne di fronte al primo ministro britannico David Lloyd George che i confini di una futura patria ebraica avrebbero dovuto estendersi a nord, in profondità nel Libano, sottolineando il valore economico e strategico delle risorse idriche. Il Litani, suggerì, era indispensabile”.
Fonte
Nella città di Khiam in particolare, le truppe israeliane stanno incontrando una forte resistenza. Domenica sera, Israele ha bombardato questa località con il fosforo bianco. Khiam ha un alto valore simbolico essendo stato il luogo in cui i mercenari del colonnello Haddad al servizio degli israeliani imprigionavano e torturavano i prigionieri della resistenza libanese fino al 2000, quando vennero cacciati militarmente dal paese.
Il giornale The Cradle sottolinea quella che definisce “la fissazione israeliana per Khiam”. E la spiega con i riferimenti biblici che ispirano la vera e propria ossessione per una collina contesa in decenni di scontri nel Libano meridionale.
Secondo la tradizione biblica, il patriarca Giacobbe piantò le sue tende sulla piana di Khiam – un nome che significa letteralmente “le tende”. Millenni dopo, la stessa collina è diventata un campo di battaglia ricorrente nel tempo.
“Lo Stato di occupazione che invoca l’eredità di Giacobbe come giustificazione storica da decenni cerca di conquistare questa collina, senza mai riuscire a mantenerla” – scrive The Cradle – “Oggi, con la forza d’élite Radwan di Hezbollah ridispiegata tra le rovine e le squadre anticarro Kornet posizionate all’interno dei resti di un ex complesso di detenzione dove migliaia di libanesi furono torturati sotto la supervisione israeliana, l’esercito di occupazione sta spingendo ancora una volta verso Khiam – un campo di battaglia che non riuscì a controllare nel 1978, nel 2000, nel 2006 e nel 2024. A guidare questa insistenza non è una necessità operativa. È la dottrina religiosa”.
Il giornale libanese l’Orient le Jour sottolinea come l’offensiva di terra israeliana rischia di far salire pesantemente il bilancio delle vittime libanesi, che ieri era già cresciuto a 886 morti mentre si registrano già quasi un milione di profughi.
Israele ha ammassato sei divisioni, composte da circa 100.000 soldati, lungo il confine.
Dall’inizio dell’incursione di terra, Hezbollah ha impegnato le truppe israeliane in combattimenti feroci, lanciando contemporaneamente attacchi transfrontalieri contro le posizioni militari di Israele. La resistenza libanese afferma di aver anche colpito nuovi avamposti istituiti da Tel Aviv dopo l’inizio della tregua del 2024.
Domenica due funzionari israeliani hanno affermato che Israele e Libano potrebbero tenere colloqui nei prossimi giorni con l’obiettivo di un cessate il fuoco duraturo e il disarmo di Hezbollah. Una fonte libanese ha però definito poco probabile l’eventualità di colloqui in questi giorni di pesanti bombardamenti e di offensiva militare israeliana in Libano.
Le condizioni che Israele ha posto al governo libanese per fermare l’offensiva sono pesanti: una zona cuscinetto sotto controllo israeliano a sud del fiume Litani, la fine della presenza politica effettiva di Hezbollah in Libano e l’avvio di relazioni diplomatiche a partire dall’apertura di un ufficio di rappresentanza israeliano a Beirut.
Il ministro della Difesa israeliano Katz ha inoltre dichiarato che “i residenti sciiti del Libano meridionale che hanno lasciato o stanno lasciando le loro case non faranno ritorno alle proprie abitazioni a sud della zona del Litani finché non sarà garantita la sicurezza degli abitanti del nord di Israele”.
Questa dichiarazione è forse quella che va analizzata con maggiore attenzione. In essa infatti si evoca la pulizia etnica del Sud del Libano fino al fiume Litani, ripristinando quello che era il controllo israeliano su quell’area fino al 2000, quando i miliziani pagati da Israele del col. Haddad e le stesse truppe israeliane di supporto, furono costretti a ritirarsi dal Libano sotto l’incalzare della resistenza libanese.
La conquista del Libano meridionale è da sempre tra gli obiettivi dell’allargamento territoriale di Israele a discapito del paese confinante.
“La spinta strategica verso il fiume Litani non ha origine nei recenti dibattiti sulla sicurezza. Ha una lunga storia leggibile nei documenti” rammenta The Cradle – “Nel 1919, il leader sionista Chaim Weizmann sostenne di fronte al primo ministro britannico David Lloyd George che i confini di una futura patria ebraica avrebbero dovuto estendersi a nord, in profondità nel Libano, sottolineando il valore economico e strategico delle risorse idriche. Il Litani, suggerì, era indispensabile”.
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La guerra all’Iran: alleati immorali, falsi e inutili massacri
Quando gli esuli iraniani che vivono in Occidente celebrano la morte del leader supremo, sventolando le bandiere israeliana e americana e gridando grazie a Netanyahu e Trump, districare emozioni e saggezza politica nelle lotte per la giustizia è, come sempre, un compito arduo.
Il leader assassinato era a capo di un sistema di oppressione e spietatezza che ha causato la morte di molti iraniani nell’ultimo anno circa. Questi sistemi, purtroppo, prevalgono ancora, siano essi teocratici o laici, in molte altre parti del mondo. Chiunque abbia un minimo di decenza mostrerà solidarietà a coloro che chiedono giustizia e libertà sotto questi sistemi.
L’attuale campagna, mascherata da lotta per la democrazia, la giustizia economica e sociale, è portata avanti da un’amministrazione americana e da un governo israeliano che violano quotidianamente questi principi e hanno apertamente dimostrato la loro mancanza di rispetto e la loro palese ostilità nei confronti del diritto internazionale e dei principi di sovranità e del diritto all’autodeterminazione degli altri popoli del mondo.
Indossare una bandiera israeliana mentre si manifesta per la libertà in Iran è una farsa: questa bandiera oggi rappresenta uno stato genocida guidato da criminali di guerra. Allo stesso modo, sventolare la bandiera americana dimostra identificazione con un’amministrazione che attua politiche violente ispirate da avidità economica, islamofobia, razzismo e imperialismo palese.
Posso capire le alleanze pragmatiche. Non è sempre possibile essere puristi quando si costruisce un’alleanza contro l’ingiustizia, ma devono esserci delle linee rosse che non possono essere oltrepassate nemmeno di fronte alla calamità. Scegliere alleati poco raccomandabili in una lotta per la giustizia è già abbastanza grave, glorificarli nel processo è incomprensibile.
La credibilità di questa alleanza dovrebbe essere ulteriormente messa in discussione quando sappiamo che il suo principale sostenitore è il figlio dell’ex Scià, rampollo di una monarchia oppressiva quanto il regime che l’ha sostituita.
Perché è stato scelto? Potrebbe trattarsi di una questione di amnesia storica. Il regime di Reza Shah Pahlavi era autoritario e repressivo, sostenuto da una crudele polizia segreta che terrorizzava, torturava e giustiziava i dissidenti. Era afflitto da corruzione e politiche di discriminazione economica e sociale. I suoi migliori alleati erano gli Stati Uniti e Israele. Difficilmente un’eredità di cui essere orgogliosi, a meno che non si accompagni bene all’affidamento di Netanyahu in Israele e Trump in America per la salvezza.
La sua scelta può anche indicare l’assenza di un’opposizione organizzata. Dopotutto, la Repubblica islamica non sarebbe nata senza l’aiuto di una coalizione organizzata che includeva intellettuali di sinistra, sindacalisti e studiosi islamici riformisti che collaboravano con estremisti come l’Ayatollah Khomeini.
L’Iran è una società eterogenea – ideologicamente, socio-economicamente ed etnicamente – che non desidera necessariamente riportare in auge la monarchia né condividere le stesse visioni per il futuro. Può solo costruire una coalizione dall’interno del Paese, piuttosto che affidarsi all’intervento americano, motivato dall’avido desiderio di Trump di estrarre maggiori dividendi dalla quota iraniana delle riserve petrolifere mondiali, tanto quanto dal suo desiderio di una tregua dalle sue fortune politiche in declino. Ha un alleato perfetto in Netanyahu, che cerca una distrazione dalle sue prove e dal disagio derivante dal trauma in corso in Israele dopo l’attacco del 7 ottobre.
Ecco uno scenario probabile: poiché questi sono gli individui coinvolti nella gestione dell’operazione di “salvataggio” degli iraniani e che affrontano la presunta minaccia esistenziale per Israele, gli Stati Uniti e l’Occidente, è molto probabile che, una volta cessati i bombardamenti reciproci che si stanno diffondendo in tutta la regione, tutti i soggetti coinvolti dovranno affrontare le stesse sfide di prima dell’attacco americano-israeliano all’Iran.
La Palestina e i palestinesi continueranno a essere la questione più importante che Israele e i suoi alleati dovranno affrontare nella regione e nel mondo. Gli americani si ritroveranno con un presidente che distruggerà la loro economia, la loro reputazione internazionale e la loro coesione sociale, ed è molto probabile che l’Iran sarà ancora governato dallo stesso regime, sia esso indebolito o più in difficoltà. La mappa politica della regione non cambierà molto, né le sue difficoltà sociali ed economiche.
Questo scenario non è quello offerto dalla narrazione ufficiale diffusa dai media pro-Shah in esilio o da coloro che hanno intonato inni di lode sia per Bibi che per Donald. Sembrano credere che la scellerata alleanza che stanno coltivando tra un massiccio movimento per il cambiamento interno, Israele e l’amministrazione Trump avrà successo.
Non meno preoccupanti sono alcuni degli esperti che compaiono sui media mainstream britannici. Condividono il disagio generale dei Democratici americani e della maggior parte dei governi dell’UE per una simile violazione del diritto internazionale. Ciononostante, allo stesso tempo, loro e parecchi esponenti della destra britannica ed europea appoggiano acriticamente due false affermazioni avanzate da Israele e dall’amministrazione Trump.
La prima affermazione è che gli Stati Uniti e Israele fossero intervenuti per favorire un cambio di regime nell’interesse del popolo e delle sue libertà. La seconda è che Israele abbia lanciato un attacco preventivo per impedire un imminente attacco iraniano contro Israele, nell’ambito del desiderio della Repubblica di distruggere lo Stato ebraico.
Quindi, in primo luogo, dobbiamo accettare che la tempistica dell’attacco israeliano-americano sia stata una risposta a una richiesta urgente di aiuto da parte dei manifestanti iraniani. Le richieste precedenti non sono state ascoltate; né da coloro che hanno manifestato nel 1999, nel 2009 né nel 2019. Solo coloro che hanno manifestato ora meritavano il coinvolgimento degli israeliani americani.
Sembra più ragionevole sostenere che la tempistica fosse legata ai problemi interni affrontati sia da Trump che da Netanyahu. Trump ha programmato questo attacco nel giorno in cui avrebbe potuto essere politicamente devastato dalle rivelazioni pubblicate nei file di Epstein e Netanyahu aveva bisogno di una guerra di qualsiasi tipo, dato che stava perdendo significativamente popolarità a causa dei suoi precedenti penali e della sua responsabilità agli occhi della società per il traumatico attacco di Hamas del 2023.
Anche al di là del ristretto mondo di Trump e Netanyahu, sia Israele che gli Stati Uniti (e a volte anche la Gran Bretagna) si preoccupano molto di più della lealtà di un regime alleato che della sua situazione in materia di diritti umani. Ci siamo già trovati in quella situazione quando i politici americani e britannici ci hanno spiegato perché fosse necessario invadere e distruggere l’Iraq.
Tuttavia, almeno questa volta possiamo trarre un po’ di ottimismo in mezzo a questo brutto episodio dal fatto che l’opinione pubblica americana bipartisan non sostiene questa impresa, pur rimanendo di umore meno ottimista quando ci rendiamo conto che la società israeliana sostiene pienamente Netanyahu, compresa la cosiddetta opposizione, il che non fa ben sperare per le elezioni del 2026 in Israele, indipendentemente da chi ne uscirà vincitore.
Quanto alla seconda affermazione, secondo cui l’attacco è avvenuto all’ultimo momento, prima che l’Iran distruggesse Israele e l’Occidente, è bene attenersi ai fatti. Tutti gli scontri a fuoco tra Iran e Israele sono stati avviati da Israele. Non sottovaluto la gravità della paura esistenziale che le presunte armi nucleari dell’Iran potrebbero suscitare tra gli israeliani, soprattutto se accompagnata da un discorso sulla necessità di distruggere Israele.
Allo stesso modo, non si può sottovalutare il pericolo per l’Iran e la regione rappresentato da un Israele che, a differenza dell’Iran, possiede già un numero enorme di armi nucleari. Un Israele che, al momento, è governato da un’élite ideologicamente messianica che non conosce confini morali nel suo tentativo di resuscitare un immaginario regno biblico sulla Palestina storica e ben oltre i suoi confini. Disposto, nel processo, a commettere un genocidio dei palestinesi nella Striscia di Gaza, a purificare eticamente coloro che vivono in Cisgiordania e a terrorizzare i cittadini israeliani. E nel farlo, non risparmia nemmeno la vita delle persone nel Libano meridionale.
Questo Israele, armato fino ai denti con armi convenzionali e non convenzionali, non è realmente preoccupato di un Iran nucleare quanto piuttosto di una minaccia esistenziale: le sue forze armate sono lì per sorvegliare i milioni di palestinesi sotto il suo controllo. Gli stati arabi confinanti sono entrati in guerra per la Palestina nel 1948, ma da allora non lo sono più stati.
Gli attacchi immotivati all’ambasciata iraniana a Damasco e l’assassinio di leader e scienziati in Iran sono stati difficilmente ricambiati dall’Iran. Quando l’Iran ha reagito, lo ha fatto in modo simbolico, come segnale di avvertimento e deterrenza contro la continuazione di queste politiche. L’Iran si accontentava di guerre fasulle; Israele brama la guerra vera.
La guerra contro l’Iran è una battaglia israeliana per l’egemonia regionale, così come lo è il programma nucleare israeliano che produce centinaia di bombe atomiche. A differenza di Israele, l’Iran era disposto a partecipare ai tentativi di attenuare il pericolo di nuclearizzazione nella regione; uno sforzo promosso da Obama nel 2015, ma sventato da Netanyahu e Trump.
Israele sostiene che l’Iran minacci la sua sicurezza anche attraverso gruppi per procura come Hezbollah e Hamas. Questi due movimenti non sono stati storicamente impegnati in una lotta contro Israele a causa delle direttive iraniane. Hezbollah ha iniziato la sua attività in una campagna per porre fine all’occupazione israeliana del Libano, e Hamas è emerso come alternativa al fallimento del movimento laico di liberazione palestinese nel porre fine alla colonizzazione e all’occupazione israeliane.
Questi movimenti non godono dello stesso sostegno internazionale di cui Israele gode da parte degli Stati Uniti e dell’Occidente, né possiedono un’industria militare altamente sviluppata. Quindi, si sono affidati a chiunque potessero, prima la Siria, a volte la Turchia, ma soprattutto l’Iran. C’è un’affinità religiosa tra Hezbollah sciita e l’Iran, ma va ricordato che Hamas è un’organizzazione islamica sunnita; pertanto, l’idea che si tratti di un piano sciita per conquistare il Medio Oriente è inverosimile.
Israele non è affatto l’unica minaccia alla stabilità e alla pace della regione. Accanto a un Israele fanatico, ci sono altri destabilizzatori. L’Iran fondamentalista, le ali militanti dei legittimi movimenti di liberazione, un presidente americano megalomane, le ciniche multinazionali, le industrie militari e di sicurezza, i leader suprematisti islamofobi bianchi e i loro movimenti sono tutti esempi di come la decolonizzazione non si sia ancora pienamente sviluppata in Medio Oriente.
Al centro del problema c’è ancora la Palestina. Una soluzione giusta e duratura ai 120 anni di colonizzazione della Palestina e alla progressiva espropriazione e oppressione del suo popolo ridurrà significativamente qualsiasi impulso dell’Iran a usare la Palestina come pretesto per l’oppressione o l’aggressione, qualsiasi impulso degli americani a interferire in modo distruttivo negli affari del regime e qualsiasi impulso dei regimi autoritari a giustificare il loro governo autocratico.
Una simile svolta consentirà inoltre al Mashreq – il Levante in arabo – di costruire un nuovo assetto politico basato sulla giustizia economica e sociale, sostituendo il traballante sistema politico costruito dalle potenze coloniali dopo la prima guerra mondiale.
La natura di questa soluzione avrà un impatto sulle sue possibilità di influenzare l’intera regione. Solo una Palestina democratica, decolonizzata e de-sionizzata, promossa e costruita dal movimento nazionale palestinese e organicamente ricollegata al Mashreq, potrà raggiungere questo obiettivo. Gli alleati di questa visione non saranno contaminati dall’immoralità e dal cinismo di chi ora afferma di voler salvare il Medio Oriente.
Fonte
Il leader assassinato era a capo di un sistema di oppressione e spietatezza che ha causato la morte di molti iraniani nell’ultimo anno circa. Questi sistemi, purtroppo, prevalgono ancora, siano essi teocratici o laici, in molte altre parti del mondo. Chiunque abbia un minimo di decenza mostrerà solidarietà a coloro che chiedono giustizia e libertà sotto questi sistemi.
L’attuale campagna, mascherata da lotta per la democrazia, la giustizia economica e sociale, è portata avanti da un’amministrazione americana e da un governo israeliano che violano quotidianamente questi principi e hanno apertamente dimostrato la loro mancanza di rispetto e la loro palese ostilità nei confronti del diritto internazionale e dei principi di sovranità e del diritto all’autodeterminazione degli altri popoli del mondo.
Indossare una bandiera israeliana mentre si manifesta per la libertà in Iran è una farsa: questa bandiera oggi rappresenta uno stato genocida guidato da criminali di guerra. Allo stesso modo, sventolare la bandiera americana dimostra identificazione con un’amministrazione che attua politiche violente ispirate da avidità economica, islamofobia, razzismo e imperialismo palese.
Posso capire le alleanze pragmatiche. Non è sempre possibile essere puristi quando si costruisce un’alleanza contro l’ingiustizia, ma devono esserci delle linee rosse che non possono essere oltrepassate nemmeno di fronte alla calamità. Scegliere alleati poco raccomandabili in una lotta per la giustizia è già abbastanza grave, glorificarli nel processo è incomprensibile.
La credibilità di questa alleanza dovrebbe essere ulteriormente messa in discussione quando sappiamo che il suo principale sostenitore è il figlio dell’ex Scià, rampollo di una monarchia oppressiva quanto il regime che l’ha sostituita.
Perché è stato scelto? Potrebbe trattarsi di una questione di amnesia storica. Il regime di Reza Shah Pahlavi era autoritario e repressivo, sostenuto da una crudele polizia segreta che terrorizzava, torturava e giustiziava i dissidenti. Era afflitto da corruzione e politiche di discriminazione economica e sociale. I suoi migliori alleati erano gli Stati Uniti e Israele. Difficilmente un’eredità di cui essere orgogliosi, a meno che non si accompagni bene all’affidamento di Netanyahu in Israele e Trump in America per la salvezza.
La sua scelta può anche indicare l’assenza di un’opposizione organizzata. Dopotutto, la Repubblica islamica non sarebbe nata senza l’aiuto di una coalizione organizzata che includeva intellettuali di sinistra, sindacalisti e studiosi islamici riformisti che collaboravano con estremisti come l’Ayatollah Khomeini.
L’Iran è una società eterogenea – ideologicamente, socio-economicamente ed etnicamente – che non desidera necessariamente riportare in auge la monarchia né condividere le stesse visioni per il futuro. Può solo costruire una coalizione dall’interno del Paese, piuttosto che affidarsi all’intervento americano, motivato dall’avido desiderio di Trump di estrarre maggiori dividendi dalla quota iraniana delle riserve petrolifere mondiali, tanto quanto dal suo desiderio di una tregua dalle sue fortune politiche in declino. Ha un alleato perfetto in Netanyahu, che cerca una distrazione dalle sue prove e dal disagio derivante dal trauma in corso in Israele dopo l’attacco del 7 ottobre.
Ecco uno scenario probabile: poiché questi sono gli individui coinvolti nella gestione dell’operazione di “salvataggio” degli iraniani e che affrontano la presunta minaccia esistenziale per Israele, gli Stati Uniti e l’Occidente, è molto probabile che, una volta cessati i bombardamenti reciproci che si stanno diffondendo in tutta la regione, tutti i soggetti coinvolti dovranno affrontare le stesse sfide di prima dell’attacco americano-israeliano all’Iran.
La Palestina e i palestinesi continueranno a essere la questione più importante che Israele e i suoi alleati dovranno affrontare nella regione e nel mondo. Gli americani si ritroveranno con un presidente che distruggerà la loro economia, la loro reputazione internazionale e la loro coesione sociale, ed è molto probabile che l’Iran sarà ancora governato dallo stesso regime, sia esso indebolito o più in difficoltà. La mappa politica della regione non cambierà molto, né le sue difficoltà sociali ed economiche.
Questo scenario non è quello offerto dalla narrazione ufficiale diffusa dai media pro-Shah in esilio o da coloro che hanno intonato inni di lode sia per Bibi che per Donald. Sembrano credere che la scellerata alleanza che stanno coltivando tra un massiccio movimento per il cambiamento interno, Israele e l’amministrazione Trump avrà successo.
Non meno preoccupanti sono alcuni degli esperti che compaiono sui media mainstream britannici. Condividono il disagio generale dei Democratici americani e della maggior parte dei governi dell’UE per una simile violazione del diritto internazionale. Ciononostante, allo stesso tempo, loro e parecchi esponenti della destra britannica ed europea appoggiano acriticamente due false affermazioni avanzate da Israele e dall’amministrazione Trump.
La prima affermazione è che gli Stati Uniti e Israele fossero intervenuti per favorire un cambio di regime nell’interesse del popolo e delle sue libertà. La seconda è che Israele abbia lanciato un attacco preventivo per impedire un imminente attacco iraniano contro Israele, nell’ambito del desiderio della Repubblica di distruggere lo Stato ebraico.
Quindi, in primo luogo, dobbiamo accettare che la tempistica dell’attacco israeliano-americano sia stata una risposta a una richiesta urgente di aiuto da parte dei manifestanti iraniani. Le richieste precedenti non sono state ascoltate; né da coloro che hanno manifestato nel 1999, nel 2009 né nel 2019. Solo coloro che hanno manifestato ora meritavano il coinvolgimento degli israeliani americani.
Sembra più ragionevole sostenere che la tempistica fosse legata ai problemi interni affrontati sia da Trump che da Netanyahu. Trump ha programmato questo attacco nel giorno in cui avrebbe potuto essere politicamente devastato dalle rivelazioni pubblicate nei file di Epstein e Netanyahu aveva bisogno di una guerra di qualsiasi tipo, dato che stava perdendo significativamente popolarità a causa dei suoi precedenti penali e della sua responsabilità agli occhi della società per il traumatico attacco di Hamas del 2023.
Anche al di là del ristretto mondo di Trump e Netanyahu, sia Israele che gli Stati Uniti (e a volte anche la Gran Bretagna) si preoccupano molto di più della lealtà di un regime alleato che della sua situazione in materia di diritti umani. Ci siamo già trovati in quella situazione quando i politici americani e britannici ci hanno spiegato perché fosse necessario invadere e distruggere l’Iraq.
Tuttavia, almeno questa volta possiamo trarre un po’ di ottimismo in mezzo a questo brutto episodio dal fatto che l’opinione pubblica americana bipartisan non sostiene questa impresa, pur rimanendo di umore meno ottimista quando ci rendiamo conto che la società israeliana sostiene pienamente Netanyahu, compresa la cosiddetta opposizione, il che non fa ben sperare per le elezioni del 2026 in Israele, indipendentemente da chi ne uscirà vincitore.
Quanto alla seconda affermazione, secondo cui l’attacco è avvenuto all’ultimo momento, prima che l’Iran distruggesse Israele e l’Occidente, è bene attenersi ai fatti. Tutti gli scontri a fuoco tra Iran e Israele sono stati avviati da Israele. Non sottovaluto la gravità della paura esistenziale che le presunte armi nucleari dell’Iran potrebbero suscitare tra gli israeliani, soprattutto se accompagnata da un discorso sulla necessità di distruggere Israele.
Allo stesso modo, non si può sottovalutare il pericolo per l’Iran e la regione rappresentato da un Israele che, a differenza dell’Iran, possiede già un numero enorme di armi nucleari. Un Israele che, al momento, è governato da un’élite ideologicamente messianica che non conosce confini morali nel suo tentativo di resuscitare un immaginario regno biblico sulla Palestina storica e ben oltre i suoi confini. Disposto, nel processo, a commettere un genocidio dei palestinesi nella Striscia di Gaza, a purificare eticamente coloro che vivono in Cisgiordania e a terrorizzare i cittadini israeliani. E nel farlo, non risparmia nemmeno la vita delle persone nel Libano meridionale.
Questo Israele, armato fino ai denti con armi convenzionali e non convenzionali, non è realmente preoccupato di un Iran nucleare quanto piuttosto di una minaccia esistenziale: le sue forze armate sono lì per sorvegliare i milioni di palestinesi sotto il suo controllo. Gli stati arabi confinanti sono entrati in guerra per la Palestina nel 1948, ma da allora non lo sono più stati.
Gli attacchi immotivati all’ambasciata iraniana a Damasco e l’assassinio di leader e scienziati in Iran sono stati difficilmente ricambiati dall’Iran. Quando l’Iran ha reagito, lo ha fatto in modo simbolico, come segnale di avvertimento e deterrenza contro la continuazione di queste politiche. L’Iran si accontentava di guerre fasulle; Israele brama la guerra vera.
La guerra contro l’Iran è una battaglia israeliana per l’egemonia regionale, così come lo è il programma nucleare israeliano che produce centinaia di bombe atomiche. A differenza di Israele, l’Iran era disposto a partecipare ai tentativi di attenuare il pericolo di nuclearizzazione nella regione; uno sforzo promosso da Obama nel 2015, ma sventato da Netanyahu e Trump.
Israele sostiene che l’Iran minacci la sua sicurezza anche attraverso gruppi per procura come Hezbollah e Hamas. Questi due movimenti non sono stati storicamente impegnati in una lotta contro Israele a causa delle direttive iraniane. Hezbollah ha iniziato la sua attività in una campagna per porre fine all’occupazione israeliana del Libano, e Hamas è emerso come alternativa al fallimento del movimento laico di liberazione palestinese nel porre fine alla colonizzazione e all’occupazione israeliane.
Questi movimenti non godono dello stesso sostegno internazionale di cui Israele gode da parte degli Stati Uniti e dell’Occidente, né possiedono un’industria militare altamente sviluppata. Quindi, si sono affidati a chiunque potessero, prima la Siria, a volte la Turchia, ma soprattutto l’Iran. C’è un’affinità religiosa tra Hezbollah sciita e l’Iran, ma va ricordato che Hamas è un’organizzazione islamica sunnita; pertanto, l’idea che si tratti di un piano sciita per conquistare il Medio Oriente è inverosimile.
Israele non è affatto l’unica minaccia alla stabilità e alla pace della regione. Accanto a un Israele fanatico, ci sono altri destabilizzatori. L’Iran fondamentalista, le ali militanti dei legittimi movimenti di liberazione, un presidente americano megalomane, le ciniche multinazionali, le industrie militari e di sicurezza, i leader suprematisti islamofobi bianchi e i loro movimenti sono tutti esempi di come la decolonizzazione non si sia ancora pienamente sviluppata in Medio Oriente.
Al centro del problema c’è ancora la Palestina. Una soluzione giusta e duratura ai 120 anni di colonizzazione della Palestina e alla progressiva espropriazione e oppressione del suo popolo ridurrà significativamente qualsiasi impulso dell’Iran a usare la Palestina come pretesto per l’oppressione o l’aggressione, qualsiasi impulso degli americani a interferire in modo distruttivo negli affari del regime e qualsiasi impulso dei regimi autoritari a giustificare il loro governo autocratico.
Una simile svolta consentirà inoltre al Mashreq – il Levante in arabo – di costruire un nuovo assetto politico basato sulla giustizia economica e sociale, sostituendo il traballante sistema politico costruito dalle potenze coloniali dopo la prima guerra mondiale.
La natura di questa soluzione avrà un impatto sulle sue possibilità di influenzare l’intera regione. Solo una Palestina democratica, decolonizzata e de-sionizzata, promossa e costruita dal movimento nazionale palestinese e organicamente ricollegata al Mashreq, potrà raggiungere questo obiettivo. Gli alleati di questa visione non saranno contaminati dall’immoralità e dal cinismo di chi ora afferma di voler salvare il Medio Oriente.
Fonte
L’incubo delle armi nucleari nella guerra in corso in Medio Oriente
Ci sono troppi “dettagli” che non quadrano nelle ripetute, ossessive e inaccettabili dichiarazioni dei governi occidentali sul fatto che l’Iran “non deve avere la bomba atomica” e che Israele ha quindi diritto “di bombardarlo per difendersi”.
Queste posizioni evitano accuratamente di soffermarsi su un convitato di pietra che è invece l’architrave della questione: l’arsenale nucleare israeliano, sul quale da Washington a Parigi e da Roma a Londra fanno tutti i finti tonti.
Tel Aviv mantiene infatti una politica di ambiguità strategica riguardo il possesso o meno di armi nucleari, ma il Bulletin of Atomic Scientists del 2022 stimava in circa 90 le testate in mano israeliana.
Bisogna ricordare che Israele è uno dei soli quattro paesi al mondo a non aver firmato il Trattato di non proliferazione nucleare (TNP) ed ha sempre ostacolato i controlli dell’Agenzia Internazionale per l’Energia Atomica (AIEA). Interrogata sui lavori nel centro nucleare di Dimona, nel deserto del Negev, l’Agenzia che ha ripetutamente ispezionato i siti nucleari iraniani ha ribadito che Israele “non è obbligato a fornire informazioni su altri impianti nucleari nel Paese” al di fuori del reattore di ricerca Soreq.
L’AIEA ha mostrato fin troppa condiscendenza con le omissioni di Israele in materia di armi nucleari.
Ma l’escalation bellica che Israele ha provocato in tutto il Medio Oriente, e l’evidente doppio standard e asimmetria rispetto al programma nucleare iraniano, ora che è scattato l’allarme per l’eventuale uso di armi nucleari sull’Iran, impone di far venire alla luce il pericolo che rappresenta la minaccia israeliana per tutta la regione, e non solo.
Assistiamo dunque ad una distorsione narrativa e analitica secondo cui “la minaccia” sarebbe l’Iran che ancora non possiede l’arma nucleare, ma non lo sarebbe Israele che invece già possiede le armi nucleari – anche se non lo dichiara – e che in due anni ha mosso guerra ai palestinesi, al Libano, alla Siria, all’Iran, allo Yemen e per non farsi mancare nulla ha anche bombardato Doha, capitale del Qatar, per uccidere i negoziatori di Hamas.
Siccome è del tutto improbabile che questo “dettaglio” lo sentiremo evocare nei dibattiti parlamentari o nei talk show televisivi, sarebbe utile che cominciasse a circolare nel dibattito pubblico e nelle iniziative di denuncia e mobilitazione contro la guerra in Medio Oriente.
È evidente che il pericolo per la stabilità della regione è rappresentato soprattutto da Israele e dall’imperialismo occidentale che lo sostiene. Sono costoro infatti che hanno tutto l’interesse a destabilizzare un’area strategica del mondo per mantenerne il controllo a tutti i costi.
Il riequilibrio della deterrenza che Teheran ha cercato di realizzare in questi anni, ha origine proprio nell’ambiguità israeliana in materia di armamenti nucleari e nell’impossibilità di fidarsi di qualsiasi trattato stipulato con l’Occidente che non preveda anche un controllo in tal senso su Israele. Tutte le proposte di tenere una Conferenza regionale sul disarmo nucleare in Medio Oriente (ultima quella proposta dal governo finlandese nel 2012) sono state respinte da Tel Aviv.
Questa asimmetria va denunciata con forza, ed è chiaro come sia necessaria una forte pressione internazionale affinché anche Israele venga posta sotto osservazione internazionale riguardo, ad esempio, ai nuovi edifici nel centro nucleare di Dimona documentati dall’Associated Press pochi mesi fa.
Non è più tollerabile che vi sia accondiscendenza riguardo al possesso di armi atomiche da parte di uno Stato guidato da una visione “messianica” e che pratica apertamente il terrorismo di stato e il genocidio contro gli altri popoli e paesi della regione.
Contestualmente, stanno suscitando grandi preoccupazioni in tutto il Medio Oriente e a livello internazionale anche alcune dichiarazioni dell’amministrazione Trump su “armi decisive” in un conflitto in cui gli Usa sono alle prese con serissime difficoltà nel piegare l’Iran con i pur potentissimi e ipertecnologici armamenti convenzionali di cui già dispone.
Queste posizioni evitano accuratamente di soffermarsi su un convitato di pietra che è invece l’architrave della questione: l’arsenale nucleare israeliano, sul quale da Washington a Parigi e da Roma a Londra fanno tutti i finti tonti.
Tel Aviv mantiene infatti una politica di ambiguità strategica riguardo il possesso o meno di armi nucleari, ma il Bulletin of Atomic Scientists del 2022 stimava in circa 90 le testate in mano israeliana.
Bisogna ricordare che Israele è uno dei soli quattro paesi al mondo a non aver firmato il Trattato di non proliferazione nucleare (TNP) ed ha sempre ostacolato i controlli dell’Agenzia Internazionale per l’Energia Atomica (AIEA). Interrogata sui lavori nel centro nucleare di Dimona, nel deserto del Negev, l’Agenzia che ha ripetutamente ispezionato i siti nucleari iraniani ha ribadito che Israele “non è obbligato a fornire informazioni su altri impianti nucleari nel Paese” al di fuori del reattore di ricerca Soreq.
L’AIEA ha mostrato fin troppa condiscendenza con le omissioni di Israele in materia di armi nucleari.
Ma l’escalation bellica che Israele ha provocato in tutto il Medio Oriente, e l’evidente doppio standard e asimmetria rispetto al programma nucleare iraniano, ora che è scattato l’allarme per l’eventuale uso di armi nucleari sull’Iran, impone di far venire alla luce il pericolo che rappresenta la minaccia israeliana per tutta la regione, e non solo.
Assistiamo dunque ad una distorsione narrativa e analitica secondo cui “la minaccia” sarebbe l’Iran che ancora non possiede l’arma nucleare, ma non lo sarebbe Israele che invece già possiede le armi nucleari – anche se non lo dichiara – e che in due anni ha mosso guerra ai palestinesi, al Libano, alla Siria, all’Iran, allo Yemen e per non farsi mancare nulla ha anche bombardato Doha, capitale del Qatar, per uccidere i negoziatori di Hamas.
Siccome è del tutto improbabile che questo “dettaglio” lo sentiremo evocare nei dibattiti parlamentari o nei talk show televisivi, sarebbe utile che cominciasse a circolare nel dibattito pubblico e nelle iniziative di denuncia e mobilitazione contro la guerra in Medio Oriente.
È evidente che il pericolo per la stabilità della regione è rappresentato soprattutto da Israele e dall’imperialismo occidentale che lo sostiene. Sono costoro infatti che hanno tutto l’interesse a destabilizzare un’area strategica del mondo per mantenerne il controllo a tutti i costi.
Il riequilibrio della deterrenza che Teheran ha cercato di realizzare in questi anni, ha origine proprio nell’ambiguità israeliana in materia di armamenti nucleari e nell’impossibilità di fidarsi di qualsiasi trattato stipulato con l’Occidente che non preveda anche un controllo in tal senso su Israele. Tutte le proposte di tenere una Conferenza regionale sul disarmo nucleare in Medio Oriente (ultima quella proposta dal governo finlandese nel 2012) sono state respinte da Tel Aviv.
Questa asimmetria va denunciata con forza, ed è chiaro come sia necessaria una forte pressione internazionale affinché anche Israele venga posta sotto osservazione internazionale riguardo, ad esempio, ai nuovi edifici nel centro nucleare di Dimona documentati dall’Associated Press pochi mesi fa.
Non è più tollerabile che vi sia accondiscendenza riguardo al possesso di armi atomiche da parte di uno Stato guidato da una visione “messianica” e che pratica apertamente il terrorismo di stato e il genocidio contro gli altri popoli e paesi della regione.
Contestualmente, stanno suscitando grandi preoccupazioni in tutto il Medio Oriente e a livello internazionale anche alcune dichiarazioni dell’amministrazione Trump su “armi decisive” in un conflitto in cui gli Usa sono alle prese con serissime difficoltà nel piegare l’Iran con i pur potentissimi e ipertecnologici armamenti convenzionali di cui già dispone.
Per avere un’idea delle preoccupazioni che si agitano nella regione, pubblichiamo qui di seguito un recentissimo articolo del giornale arabo Athabat sui rischi di utilizzo di armi nucleari da parte degli USA nella guerra in corso in Medio Oriente.
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Iran. Il conto alla rovescia per l’ora zero nucleare si avvicina?
Iran. Il conto alla rovescia per l’ora zero nucleare si avvicina?
Parlare della bomba nucleare americana B61-13 (a gravità) non è solo una dimostrazione di forza, ma un segnale di possesso della “chiave” in grado di distruggere anche i siti iraniani più fortificati. Ci troviamo di fronte ad una fase che ha superato il linguaggio della diplomazia per approdare al linguaggio della deterrenza nucleare tattica.
1) Cos’è la bomba B61 e da dove deriva la sua potenza? Si tratta di una “bomba nucleare a gravità” in servizio dagli anni ’60, ma l’ultima versione, la B61-13, è una bestia tecnologica completamente diversa. È un bunker buster che si basa su una caduta libera guidata ad alta precisione. Vanta una potenza distruttiva di circa 360 kilotoni (equivalente a 24 volte la potenza della bomba di Hiroshima) ed è progettata per penetrare prima nel terreno e poi esplodere in profondità nel sottosuolo, generando un’onda sismica che distrugge le gallerie.
2) Perché è considerata il peggior incubo per l’impianto di Fordow? Gli impianti nucleari iraniani come Fordow non si trovano in superficie, ma piuttosto è una “città sotto le montagne”, protetta da centinaia di metri di roccia. La bomba B61, nelle sue versioni potenziate, è stata progettata specificamente per questo scopo; non colpisce semplicemente la superficie, ma “scava” nel sottosuolo per garantire la distruzione dei reattori situati sotto, vanificando così il vantaggio di nascondersi sotto le montagne.
3) I messaggi politici dietro l’arma: Washington non si limita a inviare bombe, ma sta anche inviando un messaggio al regime iraniano: l’ombrello nucleare è pronto ad essere attivato se l’arricchimento dell’uranio supera le linee rosse.
La presenza di portaerei e i recenti test missilistici Minuteman-3 confermano che ci troviamo di fronte a un piano globale, non a una minaccia passeggera.
4) L’equilibrio del terrore e la pericolosa deriva: mentre l’America brandisce la B61, Teheran è consapevole che qualsiasi utilizzo di quest’arma significherebbe un cambiamento radicale delle regole d’ingaggio internazionali. Il pericolo qui non risiede solo nella distruzione di un sito, ma nello scivolamento verso un vero e proprio scontro regionale, in mezzo agli avvertimenti internazionali secondo cui l’uso di “armi nucleari tattiche” spalancherebbe le porte dell’inferno, che non si chiuderebbero facilmente.
5) Conclusione: La regione sta vivendo una “crisi missilistica cubana” nella sua versione mediorientale. Le opzioni si stanno esaurendo e la B61 è l’ultima carta da giocare per ottenere importanti concessioni o per uno scontro che cambierà per sempre il volto della regione.
Fonte
Per liberare il lavoro, serve pure l’IA
Credo che una delle poche persone, su queste pagine, che si sia posta la questione della riduzione dell’orario di lavoro, del “lavoro liberato”, dell'“illusione keynesiana”, della fine dello Stato Sociale sia stato Leo Essen.
Lo ha fatto molto crudamente, secondo il suo stile, ma ha posto questioni che erano marxiane, tratte dalla lettura di Giovanni Mazzetti.
Qui si pone davanti a noi, nell’epoca dell’IA, del controllo, di una repressione sempre più sottile, di idee censurate, o nascoste, dell’appropriazione dei mezzi di produzione... la questione, stringente, dell’autogestione simil-jugoslava, che non a caso misero fuori.
Qui si pone, nelle epoche di guerre imperialiste, segno di scarsa profittabilità capitalistica, della composizione organica del capitale che toglie il lavoro salariato, e che per questo, causa una caduta del saggio di profitto, senza avere controtendenze ad esse – in termini posti a suo tempo da Grossmann – il tema del proletariato e delle cure.
Troppa geopolitica fa male, troppo moralismo fa male... ci fa perdere l’Orizzonte di una transizione verso il socialismo, che con l’IA sarebbe sempre più a portata di mano. E per farlo ci vuole “formazione”, “studio”, “mobilitazione”, inchiesta operaia, come faceva Raniero Panzieri e i Quaderni Rossi, in vista di una lotta sindacale, politica, di massa, nel segno del “lavoro liberato” di un “Prometeo Liberato”.
Insomma, non dobbiamo provare sconforto, ma esser coscienti, avere coscienza di classe, avere quella parola scandalosa che si chiama ideologia socialista.
In fondo, tutto ciò che ha fatto la cosiddetta Seconda Repubblica, aggrappata agli Usa (non importa quale fronte) e all’Ue (che ha origine nel “Piano Werner” del 1967 e, prima ancora, nel “Piano Funk” nazista del 1941), è stato quello di “rallentare”, “impedire” che il lavoro liberato – la riduzione dell’orario di lavoro, giornaliero, mensile, annuale, di vita (vi ricordo la Riforma Fornero), il pluslavoro assoluto, non degno del XXI secolo – si affacciasse nelle menti del proletariato italiano, disperso, frantumato, alienato, individualizzato, che si scanna ancora oggi l’uno contro l’altro, per non pensare a chi sta in “alto” (e non parlo di “politici”, quelli non contano niente, ma di capitale finanziario).
In fondo la Cina ha dato l’IA a tutta la popolazione... insomma, ha dato le armi, e in risposta all’automazione della produzione sempre più spinta, crea “altri settori lavorativi”, guarda caso di cura, di sanità, di educazione, e altro.
Non credo che i cinesi pensino al “lavoro liberato”, ma tentano vie diverse dalle nostre, fatte di miseria, di disoccupazione, di lavori servili e altro.
Fonte
Lo ha fatto molto crudamente, secondo il suo stile, ma ha posto questioni che erano marxiane, tratte dalla lettura di Giovanni Mazzetti.
Qui si pone davanti a noi, nell’epoca dell’IA, del controllo, di una repressione sempre più sottile, di idee censurate, o nascoste, dell’appropriazione dei mezzi di produzione... la questione, stringente, dell’autogestione simil-jugoslava, che non a caso misero fuori.
Qui si pone, nelle epoche di guerre imperialiste, segno di scarsa profittabilità capitalistica, della composizione organica del capitale che toglie il lavoro salariato, e che per questo, causa una caduta del saggio di profitto, senza avere controtendenze ad esse – in termini posti a suo tempo da Grossmann – il tema del proletariato e delle cure.
Troppa geopolitica fa male, troppo moralismo fa male... ci fa perdere l’Orizzonte di una transizione verso il socialismo, che con l’IA sarebbe sempre più a portata di mano. E per farlo ci vuole “formazione”, “studio”, “mobilitazione”, inchiesta operaia, come faceva Raniero Panzieri e i Quaderni Rossi, in vista di una lotta sindacale, politica, di massa, nel segno del “lavoro liberato” di un “Prometeo Liberato”.
Insomma, non dobbiamo provare sconforto, ma esser coscienti, avere coscienza di classe, avere quella parola scandalosa che si chiama ideologia socialista.
In fondo, tutto ciò che ha fatto la cosiddetta Seconda Repubblica, aggrappata agli Usa (non importa quale fronte) e all’Ue (che ha origine nel “Piano Werner” del 1967 e, prima ancora, nel “Piano Funk” nazista del 1941), è stato quello di “rallentare”, “impedire” che il lavoro liberato – la riduzione dell’orario di lavoro, giornaliero, mensile, annuale, di vita (vi ricordo la Riforma Fornero), il pluslavoro assoluto, non degno del XXI secolo – si affacciasse nelle menti del proletariato italiano, disperso, frantumato, alienato, individualizzato, che si scanna ancora oggi l’uno contro l’altro, per non pensare a chi sta in “alto” (e non parlo di “politici”, quelli non contano niente, ma di capitale finanziario).
In fondo la Cina ha dato l’IA a tutta la popolazione... insomma, ha dato le armi, e in risposta all’automazione della produzione sempre più spinta, crea “altri settori lavorativi”, guarda caso di cura, di sanità, di educazione, e altro.
Non credo che i cinesi pensino al “lavoro liberato”, ma tentano vie diverse dalle nostre, fatte di miseria, di disoccupazione, di lavori servili e altro.
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Debito Usa e prezzo del petrolio: le due variabili che dettano tempo e natura della guerra all'Iran
di Alessandro Volpi
Il governo iraniano sembra intenzionato ad aprire lo Stretto di Hormuz solo a Paesi che accettino di pagare in yuan, una decisione che aggraverebbe ulteriormente la condizione del dollaro, privato del sostegno dei “petrodollari”. Donald Trump ha deciso, più o meno contemporaneamente, di bombardare l’isola di Kharg per sventare ogni rischio di aperture unilaterali di Hormuz.
È evidente che la partita iraniana è sempre più una questione tra Stati Uniti e Cina, prima di tutto in termini di tenuta della dollarizzazione e di collocamento del gigantesco debito Usa. In questo senso si può leggere anche il tentativo dello stesso Trump di spingere la Russia in rotta di collisione con la Cina, creando le condizioni di una maggiore dipendenza cinese dal gas e dal petrolio russo. Vale la pena ricordare che la Russia è sempre più fondamentale per gli Stati Uniti rispetto agli approvvigionamenti dell’uranio: nonostante la normativa introdotta da Joe Biden nel maggio del 2024 di limitazione degli acquisti di uranio da Mosca, dal 2024 e all’inizio del 2026, questa ha continuato a fornire circa il 20% dell’uranio arricchito utilizzato dai reattori commerciali statunitensi.
Non sembra sia sufficientemente chiaro nelle narrazioni ricorrenti che questa guerra è la prima in cui gli Stati Uniti, in grande crisi – il Prodotto interno lordo (Pil) annualizzato del 2026 è allo 0,7% – devono fare i conti con due altri attori internazionali, Cina e Russia appunto, che hanno un peso decisamente rilevante, molto di più di quanto ne abbiano avuto dal crollo dell’Unione Sovietica. Peraltro ogni giorno l’operazione “Epic Fury” costa in media agli Stati Uniti circa 1,88 miliardi di dollari. Nei primi giorni del conflitto, i costi hanno toccato picchi di oltre 2,2 miliardi di dollari in 24 ore, principalmente a causa dell’uso massiccio di munizioni di precisione e della perdita di mezzi costosi (come droni MQ-9 e caccia F-15). Al tempo stesso, il Tesoro statunitense deve pagare ogni giorno circa 8 miliardi di dollari per finanziare il gigantesco debito federale. Solo per pagare gli interessi sul debito esistente Washington spende circa 2,8 miliardi di dollari ogni 24 ore.
Ciò significa, in termini puramente finanziari, che la guerra pesa per circa un quarto di tutto il deficit federale che gli Stati Uniti accumulano quotidianamente in questo periodo.
Una condizione che non può durare molto. Per questo Trump cerca affannosamente una via d’uscita e soprattutto spera che l’aumento del prezzo del petrolio e del gas favorisca le esportazioni statunitensi, rafforzando anche il dollaro, per rendere almeno in parte sostenibile il costo della guerra. In estrema sintesi, la durata e la natura della guerra dipendono da due variabili: l’insostenibilità del debito Usa e l’aumento del prezzo del petrolio.
Trump ha dei vincoli strettissimi che, nel caso del debito, ha già superato. Non a caso il comandante in capo, dopo aver dichiarato che l’aumento del prezzo del petrolio renderà gli Stati Uniti più ricchi, si è affrettato ad approvare una deroga d’emergenza sul divieto di acquisto di petrolio dalla Russia per evitare che i prezzi alla pompa di benzina, aumentati di 60 centesimi in un mese soltanto, crescano troppo. Nella stessa logica sembra intenzionato a rimuovere la vecchia normativa, risalente al 1920, per cui il petrolio americano può essere trasportato solo da navi americane, aprendo di nuovo all’utilizzo delle più economiche navi di altri Paesi, Russia compresa. Allo stesso tempo, ha deciso che la deroga all’embargo russo valga anche per l’India e per altri Paesi alle prese altrimenti con un crollo degli approvvigionamenti e dunque in grado di scatenare una recessione globale. È evidente alla luce di ciò che, con il blocco di Hormuz e le sue conseguenze, le esportazioni Usa certo non bastano a evitare il disastro economico.
Fonte
Il governo iraniano sembra intenzionato ad aprire lo Stretto di Hormuz solo a Paesi che accettino di pagare in yuan, una decisione che aggraverebbe ulteriormente la condizione del dollaro, privato del sostegno dei “petrodollari”. Donald Trump ha deciso, più o meno contemporaneamente, di bombardare l’isola di Kharg per sventare ogni rischio di aperture unilaterali di Hormuz.
È evidente che la partita iraniana è sempre più una questione tra Stati Uniti e Cina, prima di tutto in termini di tenuta della dollarizzazione e di collocamento del gigantesco debito Usa. In questo senso si può leggere anche il tentativo dello stesso Trump di spingere la Russia in rotta di collisione con la Cina, creando le condizioni di una maggiore dipendenza cinese dal gas e dal petrolio russo. Vale la pena ricordare che la Russia è sempre più fondamentale per gli Stati Uniti rispetto agli approvvigionamenti dell’uranio: nonostante la normativa introdotta da Joe Biden nel maggio del 2024 di limitazione degli acquisti di uranio da Mosca, dal 2024 e all’inizio del 2026, questa ha continuato a fornire circa il 20% dell’uranio arricchito utilizzato dai reattori commerciali statunitensi.
Non sembra sia sufficientemente chiaro nelle narrazioni ricorrenti che questa guerra è la prima in cui gli Stati Uniti, in grande crisi – il Prodotto interno lordo (Pil) annualizzato del 2026 è allo 0,7% – devono fare i conti con due altri attori internazionali, Cina e Russia appunto, che hanno un peso decisamente rilevante, molto di più di quanto ne abbiano avuto dal crollo dell’Unione Sovietica. Peraltro ogni giorno l’operazione “Epic Fury” costa in media agli Stati Uniti circa 1,88 miliardi di dollari. Nei primi giorni del conflitto, i costi hanno toccato picchi di oltre 2,2 miliardi di dollari in 24 ore, principalmente a causa dell’uso massiccio di munizioni di precisione e della perdita di mezzi costosi (come droni MQ-9 e caccia F-15). Al tempo stesso, il Tesoro statunitense deve pagare ogni giorno circa 8 miliardi di dollari per finanziare il gigantesco debito federale. Solo per pagare gli interessi sul debito esistente Washington spende circa 2,8 miliardi di dollari ogni 24 ore.
Ciò significa, in termini puramente finanziari, che la guerra pesa per circa un quarto di tutto il deficit federale che gli Stati Uniti accumulano quotidianamente in questo periodo.
Una condizione che non può durare molto. Per questo Trump cerca affannosamente una via d’uscita e soprattutto spera che l’aumento del prezzo del petrolio e del gas favorisca le esportazioni statunitensi, rafforzando anche il dollaro, per rendere almeno in parte sostenibile il costo della guerra. In estrema sintesi, la durata e la natura della guerra dipendono da due variabili: l’insostenibilità del debito Usa e l’aumento del prezzo del petrolio.
Trump ha dei vincoli strettissimi che, nel caso del debito, ha già superato. Non a caso il comandante in capo, dopo aver dichiarato che l’aumento del prezzo del petrolio renderà gli Stati Uniti più ricchi, si è affrettato ad approvare una deroga d’emergenza sul divieto di acquisto di petrolio dalla Russia per evitare che i prezzi alla pompa di benzina, aumentati di 60 centesimi in un mese soltanto, crescano troppo. Nella stessa logica sembra intenzionato a rimuovere la vecchia normativa, risalente al 1920, per cui il petrolio americano può essere trasportato solo da navi americane, aprendo di nuovo all’utilizzo delle più economiche navi di altri Paesi, Russia compresa. Allo stesso tempo, ha deciso che la deroga all’embargo russo valga anche per l’India e per altri Paesi alle prese altrimenti con un crollo degli approvvigionamenti e dunque in grado di scatenare una recessione globale. È evidente alla luce di ciò che, con il blocco di Hormuz e le sue conseguenze, le esportazioni Usa certo non bastano a evitare il disastro economico.
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