Presentazione


Analisi, opinioni, fatti e (più di rado) arte da una prospettiva di classe.

06/10/2026

Una democrazia punitiva. Mutazione antropologica e consenso reazionario

Il saggio di Italo Di Sabato “La democrazia punitiva. Stato penale, mutazione antropologica e consenso reazionario” (Momo edizioni) propone una lettura radicale delle trasformazioni politiche e sociali degli ultimi decenni, mostrando come il sistema penale sia diventato una forma ordinaria di governo delle società contemporanee.

Il libro parte da una tesi precisa: la crescita della repressione non è una risposta all’aumento della criminalità, ma il risultato del progressivo smantellamento dello Stato sociale. Dove arretrano i diritti, avanzano la polizia, il carcere e la legislazione d’emergenza. In questo processo, la sicurezza diventa il linguaggio attraverso cui si amministrano le disuguaglianze prodotte dal capitalismo neoliberale.

Attraverso una genealogia che va da Tangentopoli alla trasformazione dei sistemi elettorali, dalla centralità dei media alla costruzione della paura, fino alla normalizzazione della violenza poliziesca e all’espansione del carcere, il saggio ricostruisce la nascita dello Stato penale come paradigma politico. Un paradigma che non si limita a reprimere, ma produce consenso, ridefinisce la cittadinanza e trasforma il conflitto sociale in questione di ordine pubblico.

Al centro dell’analisi vi è la mutazione antropologica che attraversa la società: l’interiorizzazione della logica punitiva, la trasformazione dei cittadini in giudici permanenti, la costruzione di un blocco sociale che, pur essendo colpito dalle politiche neoliberali, finisce per difenderle in nome della sicurezza e dell’ordine.

È in questo terreno che si afferma un consenso reazionario di massa, che rende possibile la normalizzazione di politiche autoritarie all’interno di regimi formalmente democratici.

Il carcere, le istituzioni di controllo e la guerra stessa vengono letti non come eccezioni, ma come dispositivi strutturali di un modello di governo fondato sulla paura, sulla selezione e sulla punizione. In questo senso, la democrazia punitiva non rappresenta una deriva, ma una forma storica della democrazia contemporanea.

Contro questa trasformazione, il libro apre una prospettiva abolizionista non come utopia astratta, ma come critica concreta del presente e come orizzonte politico di ricostruzione del conflitto sociale, della giustizia e della democrazia.

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Non indossano uniformi, ma questi colossi Usa combattono per l’Ucraina

Quest’estate, Microsoft ha annunciato che “estenderà la fornitura di supporto tecnologico all’Ucraina fino alla fine del 2027”, offrendo tecnologia, supporto per la sicurezza informatica e altra assistenza per “aiutare l’Ucraina a mantenere i servizi digitali essenziali durante la guerra”. Non solo le armi statunitensi, ma numerose aziende tecnologiche americane sono entrate in guerra in Ucraina. Tra queste, PayPal, oggi uno dei più grandi sistemi di pagamento online multinazionali al mondo, che si è unita al conflitto bloccando l’accesso a tutti i conti russi quando Mosca ha invaso l’Ucraina nel febbraio 2022.

Inizialmente Palantir ha offerto i suoi servizi all’Ucraina gratuitamente. Nel frattempo, ha sfruttato la guerra in Ucraina come banco di prova per la sua tecnologia emergente, collaborando con l’Ucraina per sviluppare l’intelligenza artificiale per analizzare e vagliare le informazioni sul campo di battaglia e per pianificare e coordinare operazioni di attacco in profondità. Ora l’intelligenza artificiale si estende al controllo di sciami di droni e all’identificazione dei bersagli. Palantir ha stretto partnership con numerosi ministeri ucraini, tra cui un importante accordo annunciato a maggio per ampliare l’uso dell’IA in tutte le operazioni di difesa, sia militari che civili. Nel 2022 la capitalizzazione di mercato di Palantir era inferiore a 25 miliardi di dollari, oggi si avvicina ai 450 miliardi di dollari.

Nel frattempo, i sistemi satellitari Starlink di Elon Musk consentono alle forze armate ucraine di comunicare, tracciare i movimenti delle truppe russe e selezionare gli obiettivi. Nel suo libro “La guerra russo-ucraina: le follie dell’impero”, Richard Sakwa afferma che la disponibilità di tale capacità “è stata cruciale per il successo iniziale dell’Ucraina nel respingere l’avanzata russa su Kiev”.

Sebbene Musk si sia opposto all’utilizzo di Starlink da parte dell’esercito ucraino per attacchi in profondità in Russia – una posizione che ha ribadito ad agosto – l’impiego di Starlink da parte dell’Ucraina per i droni impiegati negli attacchi ha chiaramente trasformato la guerra. Jennifer Kavanagh, Senior Fellow e Direttrice dell’Analisi Militare presso Defense Priorities, ha dichiarato a Rolling Stone che “l’Ucraina non sarebbe in grado di condurre la sua attuale campagna militare senza il supporto di Starlink”.

L’anno scorso, Musk ha affermato che “l’intera linea del fronte dell’esercito ucraino crollerebbe se lo disattivassi”.

Fornire servizi satellitari gratuiti all’Ucraina si è rivelato oneroso per Musk. Dopo un anno e mezzo di guerra, Musk minacciò di interrompere i servizi se il governo statunitense non si fosse fatto carico delle spese. E così fu. Anche il governo polacco ha dichiarato di contribuire al finanziamento dei servizi Starlink in Ucraina, versando 50 milioni di dollari all’anno.

La mobilitazione di Microsoft per l’Ucraina è stata molto più discreta. La maggior parte di noi pensava che la guerra fosse iniziata il 24 febbraio 2022. Secondo il presidente di Microsoft, Brad Smith, è iniziata il giorno prima. “È stato allora che abbiamo assistito a 300 attacchi informatici coordinati dalla Russia, tutti volti a destabilizzare il governo ucraino”. Ed è stato allora che, per usare le parole del New York Times, “Microsoft si è gettata nel mezzo di una guerra di terra in Europa”.

Secondo quanto si racconta, un malware “wiper” tentò di cancellare i dati da centinaia di server appartenenti al governo ucraino. Il Threat Intelligence Center di Microsoft fu il primo a individuarlo, stando a quanto riportato da Henry Farrell e Abraham Newman nel loro libro “Underground Empire: How America Weaponized the World Economy”. Separati da un oceano, i dipendenti di Microsoft “prestano servizio in prima linea in Ucraina”. Condivisero rapidamente le informazioni con i funzionari ucraini della sicurezza informatica e, nel giro di poche ore, i sistemi antivirus ucraini furono aggiornati e il codice malevolo bloccato.

Microsoft, scrivono Farrell e Newman, aveva stretto “un rapporto più stretto con il governo ucraino e con i consiglieri e il team per la sicurezza nazionale presenti sul territorio”. Erano diventati lo “scudo… dell’Ucraina contro le ondate di attacchi”.

Come se si trattasse della propria nazione, Microsoft ha annunciato di “condannare questa invasione ingiustificata, immotivata e illegale da parte della Russia” e di “sospendere immediatamente tutte le nuove vendite di prodotti e servizi Microsoft in Russia”.

Nel 2022, il New York Times scrisse di come dirigenti del settore tecnologico, inclusi quelli di Microsoft, avessero ottenuto autorizzazioni di sicurezza e partecipato a briefing riservati della NSA e del Comando Cibernetico degli Stati Uniti. Microsoft e Google erano le fonti della maggior parte delle informazioni condivise e utilizzabili. All’epoca, Microsoft aveva istituito la “condivisione 24 ore su 24, 7 giorni su 7, di informazioni sulle minacce” in modo che, “lavorando a stretto contatto con i funzionari del governo ucraino e il personale addetto alla sicurezza informatica”, potessero “identificare e contrastare le attività dannose contro le reti ucraine” e “difendersi dagli attacchi”.

In un’intervista rivelatrice di quattro anni fa, il presidente di Microsoft, Brad Smith, affermò che la prima cosa che Microsoft aveva fatto era stata, francamente, sostenere e difendere l’Ucraina. Dichiarò che Microsoft aveva collaborato con il governo per trasferire 16 dei 17 ministeri ucraini sul cloud. Usando un’analogia militare, Smith parlò come un generale della guerra cibernetica, paragonando la situazione a una classica manovra militare: “bisogna disperdere le proprie risorse difensive in modo che non siano vulnerabili a un singolo attacco”.

Secondo un rapporto di Microsoft del giugno 2026, il colosso tecnologico ha speso più di 700 milioni di dollari per fornire all’Ucraina tecnologia e sicurezza informatica. Se Microsoft fosse un Paese, si classificherebbe tra i primi 25 sostenitori dell’Ucraina.

La guerra russo-ucraina ha cambiato la natura del conflitto. Fucili e carri armati, osserva il Wall Street Journal, stanno “facendo la fine dei duelli con la spada e delle cariche di cavalleria” ora che “i pollici sui joystick hanno in gran parte sostituito le dita sui grilletti e si combatte sempre più spesso sugli schermi e sempre meno nelle trincee”[questa è una sonora stupidaggine, lo dimostra proprio il conflitto in questione -ndR].

Sebbene Brad Smith affermi che Microsoft sia “un’azienda e non un governo o uno Stato”, ha “chiarito”, secondo il New York Times, che “non è neutrale”. Grandi aziende tecnologiche, come Microsoft, SpaceX e Palantir hanno scelto da che parte stare diventando partner essenziali in un campo di battaglia trasformato. La tecnologia che queste aziende hanno inviato all’Ucraina è stata importante quanto le armi fornite dagli Stati alleati.

“La vostra capacità di individuare la tecnologia giusta e di implementarla determinerà ciò che accadrà sul campo di battaglia”, ha dichiarato nel 2023 Alex Karp, CEO di Palantir, aggiungendo che Palantir è “responsabile della maggior parte delle attività di targeting in Ucraina”. Nello stesso anno ha affermato di essere “favorevole a una posizione di forza in America” e che Palantir desidera persone che vogliano stare dalla parte dell’Occidente, contribuendo a rendere l’Occidente una società migliore, più capace di difendersi.

Quando la Russia ha invaso l’Ucraina, gli Stati Uniti e i paesi alleati hanno inviato armi. Colossi tecnologici come Microsoft, SpaceX e Palantir hanno fornito tecnologia, espresso la loro lealtà ideologica all’Ucraina e si sono schierati dalla sua parte nella guerra. Molti potrebbero pensare che un simile comportamento sia naturale, soprattutto quando la causa è considerata giusta nel proprio paese.

Altri potrebbero ritenere che si oltrepassi un limite, che si contribuisca a prolungare una guerra distruttiva che alla fine non si vincerà sul campo di battaglia, aumentando al contempo i profitti degli azionisti e gli stipendi dei dirigenti aziendali. In qualche modo, non mi sembra giusto.

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La finanza elimina il lavoro

di Alessandro Volpi

A lungo almeno una parte della riflessione economica si è nutrita della convinzione che la ricchezza aziendale fosse il risultato diretto del lavoro umano e che al crescere del valore di un’impresa corrisponda inevitabilmente un incremento delle persone da essa impiegate.

La cruda realtà dei mercati finanziari ha smentito questo paradigma dimostrando l’esistenza di una profonda e pericolosa scissione tra la forza lavoro e la produzione di valore.

Sulle schermate di Borsa, la capitalizzazione di mercato misura la ricchezza finanziaria attribuita dagli investitori a una società, rispondendo a logiche del tutto avulse dall’impatto occupazionale diretto, come emerge chiaramente dall’analisi dei colossi del listino milanese FTSE MIB, dove il divario tra il valore di Borsa e il numero di dipendenti assume dimensioni vertiginose e dimostra quantitativamente la frattura in atto.

Il caso più emblematico del listino italiano è rappresentato da Ferrari, la cui capitalizzazione di Borsa sfiora i 60 miliardi di euro a fronte di un organico di poco superiore ai 5.200 dipendenti, il che significa che in termini finanziari ogni singolo lavoratore “incarna” o sostiene una quota di valore aziendale pari ad oltre 11,5 milioni di euro.

All’estremo opposto si colloca Poste Italiane, che rappresenta il principale datore di lavoro privato del Paese con circa 118.000 lavoratori ma registra una capitalizzazione di mercato di circa 37 miliardi di euro, facendo scendere il valore di Borsa per singolo addetto a poco più di 313.000 euro, ovvero meno di un trentaseiesimo rispetto a Ferrari pur garantendo un assorbimento occupazionale immensamente superiore.

Un’analoga sproporzione si riscontra nei colossi del settore bancario ed energetico come UniCredit e Intesa Sanpaolo, che hanno superato i 110 miliardi di euro di valore azionario ciascuno pur contando rispettivamente circa 72.000 e 93.000 dipendenti (con un valore per lavoratore che oscilla tra 1,2 e 1,6 milioni di euro), o come Enel, che si attesta su 89 miliardi di capitale azionario con 61.000 addetti (circa 1,45 milioni di euro per lavoratore), fino a STMicroelectronics che con 50.000 dipendenti vale circa 45 miliardi di euro (900.000 euro a testa).

Questa drammatica sproporzione, che peraltro genera una sproposita creazione di valore per ogni singolo occupato, non è casuale ma rivela la pericolosa scissione strutturale tra chi produce fisicamente beni e servizi e i meccanismi con cui la finanza estrae e riconosce il valore.

Nelle metriche degli analisti di mercato, infatti, l’aumento dei ricavi nei settori ad alto margine o a forte contenuto tecnologico e di brand avviene in modo altamente scalabile senza richiedere nuova manodopera, mentre nei settori tradizionali l’automazione e la digitalizzazione permettono di gestire volumi crescenti di beni o servizi riducendo costantemente la quantità di lavoro necessaria.

In questo contesto, il lavoro umano cessa di essere considerato un fattore primario di creazione della ricchezza e viene trattato dai mercati alla stregua di una voce di costo fisso da contenere o tagliare, con la conseguenza che piani industriali basati su riduzioni d’organico, chiusure di filiali o esternalizzazioni vengono frequentemente premiati dalla Borsa con un rialzo immediato dei titoli azionari.

A drammatizzare ulteriormente questa frattura interviene il ruolo sistematico delle operazioni di buyback, ovvero il riacquisto e l’annullamento di azioni proprie da parte delle società, un meccanismo attraverso il quale le grandi aziende e i gruppi bancari drenano decine di miliardi di euro di liquidità anziché destinarli a investimenti produttivi, ricerca e sviluppo o nuove assunzioni.

Poiché il buyback riduce il numero complessivo di azioni in circolazione, esso determina un aumento matematico dell’Utile per Azione anche a parità di fatturato e di occupati, spingendo artificialmente verso l’alto il valore del titolo in Borsa e garantendo ai vertici aziendali il raggiungimento dei parametri legati alle stock option.

Tramite il buyback si compie così il definitivo cortocircuito dell’economia finanziaria, che ricompensa il capitale concentrato e autorigenerante sottraendo risorse vitali all’economia reale e trasformando la crescita della ricchezza azionaria in un indicatore del tutto scollegato dalla tenuta occupazionale e dal benessere sociale del Paese.

La finanza non vuole sottopagare il lavoro, lo vuole proprio eliminare.

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La politica tedesca soffia sulla guerra contro la Russia, ma la gente scende in piazza per la pace

“La Germania corre il pericolo di entrare in conflitto violento con la Russia”. Questo è quanto ha dichiarato lunedì il direttore del Servizio Federale di Intelligence (BND), Martin Jaeger, durante un’audizione pubblica al Bundestag.

Il quotidiano tedesco Handesblatt riferisce che secondo il capo dei servizi di intelligence tedeschi “Il confronto che stiamo vivendo con la Russia ha una qualità nuova, più pericolosa”.

Nella stessa audizione il capo dell’altro servizio tedesco di intelligence (BVF) Sinan Selen, riferendosi ai droni all’aeroporto di Lipsia ha dichiarato che “Le tracce portano molto chiaramente alla Russia”.

Infine anche il capo del terzo servizio di intelligence (MAD) Martina Rosemberg ha dichiarato che la situazione sta ulteriormente peggiorando, motivo per cui i servizi segreti tedeschi devono adeguare le proprie capacità a quelle delle altre agenzie partner europee. Con una dichiarazione minacciosa chiaramente rivolta al fronte interno, la Rosemberg ha affermato che “le forze armate tedesche sono minacciate da diversi pericoli provenienti sia dall’esterno che dall’interno”.

Per il capo del BND Jaeger la leadership russa vuole “garantire che in futuro non vengano prese decisioni politiche contro Mosca a Berlino e nelle altre capitali europee”, sottolineando che il Cremlino ha l’obiettivo di interrompere il sostegno europeo all’Ucraina.

È evidente che il riferimento dei capi dei servizi segreti tedeschi sulla minaccia “interna” a questo punto sia esplicito almeno quanto quello sulla minaccia “esterna”. E questo è un grave sintomo sia dell’isteria che delle pulsioni autoritarie contro chi si oppone alla guerra e al militarismo, in Germania come negli altri paesi europei.

La scorsa settimana migliaia di studenti tedeschi erano scesi in piazza contro la leva militare e la reintroduzione della coscrizione.

Sabato invece decine di migliaia di persone hanno partecipato alle manifestazioni contro la guerra e il militarismo che si sono svolte nelle principali città della Germania.

“Antimilitaristi e anticapitalisti giovani e vecchi hanno manifestato insieme il loro ‘no’ alla guerra e al riarmo in strada nel fine settimana” scrive Junge Welt il giornale della sinistra alternativa tedesca. Le proteste hanno visto mobilitazioni a livello nazionale a Berlino e Stoccarda. “Migliaia di persone hanno raccolto l’appello dell’iniziativa “Mai più guerra – Deponete le armi” e di altre organizzazioni”.

I mass media ufficiali e guerrafondai tentano di minimizzare e criminalizzare la crescente ondata antimilitarista in Germania, ma il tono delle dichiarazioni dei capi dei servizi di intelligence tedeschi confermano la crescente preoccupazione del governo e dei sostenitori del “Partito della Guerra”.

E le preoccupazioni della leadership tedesca si spiegano molto chiaramente. Friedrich Merz era arrivato domenica mattina a Kiev con un treno speciale per una visita non annunciata pubblicamente. Nella delegazione erano presenti anche la ministra federale dell’Economia Katherina Reiche e dieci rappresentanti di aziende tedesche degli armamenti e dell’energia.

Il governo tedesco ha annunciato di aver varato un nuovo pacchetto di aiuti per l’Ucraina del valore di oltre 1,3 miliardi di euro. Ma il consenso nei confronti del cancelliere federale Friedrich Merz è sceso a un nuovo minimo nei sondaggi.

Solo il 15 per cento dei tedeschi si dichiara soddisfatto del suo operato, mentre il 79 per cento è insoddisfatto. Per il governo federale il sostegno è ancora più basso, al 14 per cento: anche in questo caso il 79 per cento valuta negativamente il lavoro dell’esecutivo. Più di quattro intervistati su dieci ritengono che il sostegno militare tedesco all’Ucraina sia eccessivo.

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Spagna: la grande rivolta contro la turistificazione

In Spagna è nata la prima ribellione di massa contro l’industria turistica selvaggia che è diventata il simbolo del caro vita diffuso. Assistiamo infatti a una rivolta aperta che ha come detonatore la critica assoluta a un modello economico speculativo, estrattivo, devastatore. I cittadini si ribellano alla gentrificazione, alla trasformazione delle città in parchi a tema per il consumo globale.

La bocciatura parlamentare di due decreti d’emergenza sulla casa ha fatto saltare ogni argine e la “protesta delle chiavi” ha portato in piazza più di mezzo milione di persone. Lo slogan è chiaro: le città appartengono a chi le vive, non ai mercati finanziari.

Città come Barcellona, Valencia e Palma di Maiorca sono diventate porti di sbarco per navi sproporzionate, l’impatto ambientale è catastrofico, i motori delle navi da crociera rimangono accesi anche in porto, inquinano senza sosta e tutto questo in cambio di: zero ricchezza, ma massimo consumo. Croceristi e aribnb sono ormai i simboli di un’industria turistica cannibale, nefasta.

Le mega crociere consumano risorse pubbliche e intascano i soldi dei biglietti. In sintonia con gli speculatori edilizi distruggono il tessuto sociale, colonizzano i quartieri, sostituiscono le popolazioni. E così i centri urbani si omologano. I negozi di prossimità spariscono.

Al loro posto nascono catene di fast food e negozi di souvenir. Tutti uguali. È la fine della storia, della singolarità, delle diverse originali identità. Interi quartieri popolari in tutti i più bei porti del Mediterraneo vengono acquistati da grandi fondi d’investimento multinazionali.

I centri storici sono diventati prodotti finanziari. La redditività degli affitti brevi tramite grandi piattaforme ha drogato il mercato immobiliare; i canoni d’affitto superano ormai i salari medi locali. I giovani non possono emanciparsi e sempre più lavoratori regolari sono costretti a vivere in auto o in una tenda.

Di fronte a questa situazione di totale degrado la protesta diffusa che dilaga sempre più, non è guidata dai partiti, ma da reti sociali nate dal basso.

Il Sindicato de Inquilinas (Sindacato degli Inquilini) in testa alla mobilitazione di Madrid e Barcellona, chiede il blocco totale delle licenze turistiche e l’espropriazione dei “Fondos buitre”, i fondi avvoltoi, i grandi fondi d’investimento speculativi che “volano” sopra le città in crisi per fare incetta di case a prezzi stracciati.

Stanno organizzandosi per giungere a un obbiettivo strategico: uno sciopero generale degli affitti per bloccare l’economia della rendita speculativa.

Nelle isole, il collettivo Menys Turisme, Més Vida (Meno Turismo, Più Vita) pratica la resistenza civile. Occupano le spiagge e i porti per opporsi al sovraffollamento. Chiedono una moratoria sui voli e sugli sbarchi delle navi da crociera.

A difesa dei quartieri opera la rete Stop Desahucios (Stop Sfratti). Creano barriere umane per difendere le famiglie dall’espulsione.

Nelle piazze risuona il coro: “Vecina despierta, hay buitres en tu puerta” (Vicina svegliati, ci sono gli avvoltoi alla tua porta). La Spagna sta tracciando una linea rossa globale. Le città devono tornare a essere comunità vive, non merci da vendere al miglior offerente.

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L’Occidente vuole che Netanyahu se ne vada, per silenziare il genocidio

La visita lampo di Benjamin Netanyahu negli Stati Uniti la scorsa settimana per intervenire all’Assemblea Generale delle Nazioni Unite è stata un’ulteriore prova che il primo ministro israeliano è ormai un paria universale.

Viene abbandonato persino dai suoi alleati più stretti.

Non sorprende forse che 77 nazioni, tra cui alcuni stati europei, abbiano abbandonato l’aula per protestare contro il fatto che a un sospettato di crimini di guerra ricercato dalla Corte penale internazionale (CPI) fosse stata data la possibilità di parlare sul palcoscenico più importante del mondo.

Molto più degno di nota è ciò che è accaduto – o meglio, non è accaduto – lontano dal podio. Netanyahu ha trascorso solo otto ore negli Stati Uniti prima di tornare in Israele. È difficile credere che sia stata una sua scelta.

Gli è stato negato il suo consueto momento di gloria con Donald Trump alla Casa Bianca, e non è riuscito nemmeno a ottenere un incontro con il Segretario di Stato Marco Rubio.

Non ha ricevuto alcun invito a parlare al Congresso degli Stati Uniti, e con esso le solite scene di legislatori che celebrano con entusiasmo la sua istigazione anti-palestinese.

L’ex ambasciatore israeliano a Washington, Michael Oren, ha dichiarato a Reuters: “Non ricordo un’occasione in cui il primo ministro sia venuto negli Stati Uniti senza incontrare il presidente”.

L’ostracismo nei confronti di Netanyahu contrastava nettamente con l’accoglienza riservata a Xi Jinping. Il leader cinese è stato accolto personalmente all’aeroporto da Trump con un tappeto rosso e un sorvolo militare.

Avvertenze ignorate

La visita di Netanyahu all’ONU è stata sfruttata da entrambe le parti – dai funzionari israeliani e dai leader occidentali – per promuovere i propri obiettivi distinti e contrastanti.

Manca un mese alle elezioni generali, in cui Netanyahu si troverà ad affrontare una competizione serrata e, per la prima volta, i suoi fallimenti nel prevenire l’attacco di Hamas del 7 ottobre 2023 saranno oggetto di un’attenta analisi.

Secondo un numero crescente di recenti rapporti, Netanyahu sarebbe stato avvertito dai leader egiziani e del Golfo di un evento di grande portata – un “terremoto” – proveniente da Gaza nei giorni e nelle settimane precedenti lo sfondamento di Hamas, ma non avrebbe agito.

Netanyahu aveva programmato il suo discorso all’ONU in prima serata in Israele, per attirare il maggior numero possibile di spettatori nazionali. Ha colto l’occasione per definire gli altri leader mondiali “codardi morali” e “ipocriti”.

Come fa notare l’analista israeliano Jonathan Ofir, Netanyahu ha anche sfruttato la piattaforma delle Nazioni Unite per introdurre di nascosto una frase biblica in ebraico, pensata, per gli ascoltatori in patria, come un messaggio in codice: un incitamento a Israele a perpetrare il genocidio fino alla fine.

L’obiettivo di Netanyahu era dimostrare agli elettori di essere ancora una figura di spicco sulla scena internazionale e di essere l’unico in grado di proteggere Israele da un mondo presumibilmente intriso di sentimenti “antisemiti” e anti-israeliani.

I leader occidentali, al contrario, desiderano dimostrare esattamente l’opposto, sperando di spingere Netanyahu a lasciare l’incarico suggerendo agli israeliani che il loro leader è ormai una forza esaurita, che si è spinto troppo oltre.

È ora di sbarazzarsi di lui.

Potrebbe non essere una questione semplice. Netanyahu è il grande sopravvissuto politico, avendo ricoperto la carica di primo ministro del suo paese per quasi vent’anni, un record, persino più a lungo del padre fondatore di Israele, David Ben Gurion. Ha sfruttato questo tempo per aizzare gran parte della società israeliana verso un fervore ultranazionalista e genocida sempre maggiore.

Responsabilità politica

L’attuale antipatia nei confronti di Netanyahu delle capitali occidentali non si basa certamente su alcuna valutazione etica delle recenti azioni di Israele: tre anni di sanguinosa violenza a Gaza; la violenta espansione degli insediamenti ebraici e la pulizia etnica nella Cisgiordania occupata; i bombardamenti e la pulizia etnica del Libano meridionale; e il ruolo di primo piano del leader israeliano, insieme agli Stati Uniti, nel lancio di una guerra catastrofica contro l’Iran, le cui conseguenze hanno destabilizzato l’economia globale.

Washington, con l’appoggio dei suoi stati clienti europei, è stata un’ardente complice di questi crimini, fornendo munizioni, informazioni e influenza diplomatica per aiutare Israele a perpetrarli.

Ma Netanyahu ora sembra essere un peso politico, persino per Trump. Il presidente americano, in picchiata nei sondaggi, ha bisogno di un capro espiatorio, e il primo ministro israeliano sembra l’unico adatto al ruolo.

L’antagonismo è, in parte, personale. Numerosi rapporti recenti indicano che Netanyahu ha fatto di tutto per convincere Trump, contro il parere dei suoi generali, a lanciare una guerra non provocata e illegale contro l’Iran.

La promessa di una vittoria decisiva convinse Trump di potersi assicurare un posto nei libri di storia come il presidente che “ha rimodellato il Medio Oriente”. Una volta eliminato l’Iran dalla scena, gli Stati Uniti avrebbero goduto di un controllo incontrastato sul petrolio della regione.

E tutto ciò sarebbe presumibilmente avvenuto settimane dopo che Trump aveva consolidato il suo controllo sul petrolio venezuelano, in seguito a un’operazione illegale all’inizio dell’anno culminata con il rapimento del presidente Nicolás Maduro.

Con la sconfitta dell’Iran e la sottomissione del Venezuela, la rivale economica Cina si troverebbe dipendente dagli Stati Uniti per l’accesso al principale motore dell’economia globale. Trump potrebbe evitare uno scontro militare diretto con Pechino, piegandola semplicemente minacciando di interrompere le forniture di petrolio.

Ma, ovviamente, nulla di tutto ciò si è avverato.

Washington è ora impegnata in una guerra persa in partenza con l’Iran, che ha chiarito a Teheran la portata del suo potere sullo Stretto di Hormuz e del potere parallelo di Ansar Allah, i suoi alleati in Yemen, sullo Stretto di Bab al-Mandab. Insieme, possono infliggere danni incalcolabili all’economia mondiale.

L’impennata dei prezzi della benzina presso i distributori statunitensi rischia di essere un fattore determinante nel crollo del voto repubblicano alle elezioni di medio termine di novembre e nella probabile perdita di entrambe le Camere a favore dei Democratici, trasformando Trump in un presidente azzoppato.

Nel frattempo, la guerra ha insegnato agli stati clienti di Washington nel Golfo che sono estremamente vulnerabili a qualsiasi rappresaglia da parte di Teheran e dello Yemen, un fatto che viene loro ricordato ogni volta che Trump ordina un’altra sconsiderata serie di attacchi contro l’Iran.

Nonostante la sua potenza militare, Washington ha dimostrato di non essere in grado di difendere i suoi alleati del Golfo.

Di fronte a una resa dei conti

Ma Netanyahu non dovrà rendere conto delle sue azioni solo per il suo ruolo nell’organizzazione di una disastrosa guerra contro l’Iran.

Nonostante i migliori sforzi compiuti dalla classe politica e mediatica occidentale negli ultimi tre anni, la realtà della distruzione di Gaza da parte di Israele – e l’uccisione e il ferimento di decine di migliaia di bambini palestinesi – è diventata sempre più difficile da nascondere o giustificare.

Anche tra quella parte dell’opinione pubblica poco interessata agli affari internazionali, la verità sta gradualmente prendendo piede, favorita dalle battaglie che si sono svolte negli spazi culturali mainstream e che si sono schierate in modo decisivo contro Israele.

NAZA , un nuovo documentario su Gaza realizzato da cineasti israeliani, ha ricevuto una standing ovation record di 25 minuti al Festival del Cinema di Venezia dello scorso mese. Nel film, soldati e ufficiali dell’intelligence israeliani, rimasti anonimi, documentano nel dettaglio come hanno orchestrato il genocidio nella piccola enclave. La sua disponibilità in streaming gratuita è prevista per novembre.

La nazionale irlandese, costretta a giocare contro Israele nella UEFA Nations League lo scorso fine settimana, non ha nascosto il proprio disappunto. I giocatori hanno indossato fasce nere al braccio in segno di solidarietà con le vittime israeliane a Gaza e si sono rifiutati di stringere la mano agli avversari. Il capitano irlandese Dara O’Shea si è impegnato a devolvere il suo compenso per la partita a cause umanitarie a Gaza.

La superstar della musica Ed Sheeran si è ritrovata inaspettatamente dipinta come il cattivo per non aver difeso il suo artista di supporto, il rapper Macklemore, in seguito ai commenti di quest’ultimo contro il genocidio a Gaza.

Come prevedibile, di fronte alle minacce dei proprietari degli stadi filo-israeliani di annullare il tour, Sheeran ha ceduto e ha escluso Macklemore dalla tournée. Ma Sheeran sta subendo le conseguenze di una diffusa ondata di critiche che lo ha chiaramente colto di sorpresa.

E importanti politici britannici, come l’ex primo ministro Keir Starmer e i ministri degli esteri David Cameron e David Lammy, si trovano per la prima volta ad affrontare un serio esame critico da parte dei media tradizionali per la loro condotta nei confronti di Gaza.

La scorsa settimana, un documentario di Channel 4, intitolato “I segreti della Gran Bretagna a Gaza smascherati”, ha rivelato che i funzionari britannici avevano imposto una metodologia profondamente viziata, apparentemente per poter ignorare le crescenti prove di crimini di guerra sistematici israeliani a Gaza.

Di conseguenza, sono riusciti a sottrarsi ai loro obblighi legali di intraprendere azioni contro Israele, tra cui la cessazione della vendita di armi.

Ondata di repulsione

Le capitali occidentali si stanno finalmente rendendo conto che questa crescente ondata di indignazione per il genocidio di Gaza non può essere arginata.

Negli Stati Uniti, dove i legami con Israele vengono invariabilmente descritti dai politici come “indissolubili”, il 62% degli intervistati da Pew a luglio ha dichiarato di avere un’opinione negativa del governo di Netanyahu.

Nel frattempo, un sondaggio del mese scorso ha rilevato che il 60% degli ebrei americani desidera che il primo ministro israeliano venga destituito alle prossime elezioni.

Come ha osservato il quotidiano israeliano Haaretz: “Trump è ben consapevole del costante e vertiginoso calo del sostegno a Israele tra gli americani”.

Ecco perché lui e altri politici occidentali sono disperati nel voler ridefinire la discussione. Puntare il dito contro Netanyahu per le atrocità israeliane a Gaza non li scagiona, perché è fin troppo evidente la loro collaborazione in ogni fase del processo.

I leader occidentali, invece, vogliono spostare l’attenzione sulla Cisgiordania, dove il loro ruolo è più facilmente occultabile e le violazioni della legge da parte di Netahyahu sono inequivocabili.

Dall’ottobre 2023, lui, insieme al suo ministro delle Finanze, Bezalel Smotrich, che si autodefinisce fascista, ha concesso maggiore libertà sia alle violente milizie di coloni ebrei sia all’esercito israeliano di terrorizzare le famiglie palestinesi e costringerle ad abbandonare le proprie terre in preparazione all’annessione della Cisgiordania.

Nella nuova narrativa, dettata da interessi personali, dell’Occidente, Netanyahu non è un paria perché è ricercato dalla Corte penale internazionale per crimini contro l’umanità, in particolare per aver causato la fame nella popolazione di Gaza.
Né perché la Corte Internazionale di Giustizia sta attualmente indagando sul suo governo per accuse “plausibili” di genocidio nell’enclave.
Né perché il suo governo ha supervisionato l’uccisione di oltre 21.000 bambini in quel luogo, e molto probabilmente di molti di più.
Né perché continua a violare un finto “cessate il fuoco”, nel quale Israele ha ucciso più di 1.400 palestinesi intrappolati tra le rovine della loro enclave da quando i combattimenti sarebbero dovuti cessare. Altri 4.900 residenti di Gaza sono rimasti mutilati nello stesso periodo.

No, Netanyahu non è un emarginato agli occhi dei leader occidentali a causa di nessuno di questi crimini efferati, crimini nei quali sono stati pienamente complici.

La sua colpa – quella su cui ora sono determinati a concentrare l’attenzione – è il ruolo svolto da Netanyahu dall’ottobre 2023 nell’intensificare la costruzione e l’espansione degli insediamenti illegali in Cisgiordania per espellere i palestinesi dalle loro terre.

Ma questa narrazione funziona solo se i politici e i media occidentali ignorano volutamente il contesto: ovvero che per oltre mezzo secolo tutti i governi israeliani hanno promosso l’espansione degli insediamenti, con l’obiettivo di attuare una pulizia etnica nei confronti della popolazione palestinese.

Netanyahu non è un caso isolato in questo. Ha semplicemente sfruttato l’opportunità di accelerare le espulsioni dalla Cisgiordania, facendo leva sulla solidarietà internazionale dopo l’attacco di un solo giorno perpetrato da Hamas nell’ottobre del 2023.

‘Pulizia etnica’

La spiegazione più plausibile del perché la Gran Bretagna e altri 11 Stati occidentali, tra cui Francia e Canada, abbiano dichiarato il mese scorso l’intenzione di imporre sanzioni agli insediamenti in Cisgiordania è che, per la prima volta, avevano ricevuto segnali dall’amministrazione Trump che indicavano l’assenza di gravi ripercussioni in tal senso.

Il nuovo governo britannico guidato da Andy Burnham ha persino osato definire “pulizia etnica” ciò che Israele ha fatto ai palestinesi della Cisgiordania. Significativamente, e paradossalmente, il Regno Unito ha evitato di usare il termine per descrivere la ben più sfacciata pulizia etnica perpetrata da Israele a Gaza, una campagna di espulsioni fin troppo chiaramente agevolata dai bombardamenti e dalla logistica occidentali.

Secondo alcune fonti, i funzionari guidati da Mike Huckabee, l’ambasciatore statunitense in Israele noto per le sue posizioni fortemente partigiane, avrebbero redatto una dura replica in preparazione all’annuncio delle sanzioni da parte del Regno Unito. Nella lettera, Londra veniva accusata di replicare il “manuale del movimento antisemita di boicottaggio, disinvestimento e sanzioni (BDS)”.

Quella linea d’attacco prevedibile, favorita dai gruppi di pressione israeliani, è stata presumibilmente la ragione per cui Ed Miliband, il ministro degli esteri britannico, si è spinto a tali estremi per prendere pubblicamente le distanze dal movimento BDS con la sua nuova politica.

In realtà, però, non si è concretizzato alcun attacco da parte dell’amministrazione Trump. Al contrario, Marco Rubio, omologo statunitense di Miliband, ha dichiarato innocuamente: “Al momento non ho commenti da fare in merito [alla politica sulle sanzioni]”.

Il giorno successivo, Trump sembrò prendere tempo con una risposta insolitamente evasiva : “Voglio scoprire perché all’improvviso è successo questo [l’annuncio delle sanzioni contro il Regno Unito]”.

Trump e Rubio non hanno aggiunto altro di sostanziale sulla questione.

Poi c’è la recente ondata di notizie mediatiche che suggeriscono che Netanyahu personalmente non abbia dato ascolto ai molteplici avvertimenti provenienti da Egitto ed Emirati Arabi Uniti, secondo i quali un attacco senza precedenti da Gaza era imminente nei giorni precedenti la rivolta di Hamas del 7 ottobre 2023.

Netanyahu ha chiesto ad Abu Dhabi di smentire le fughe di notizie, ma finora non ha fornito alcun aiuto in tal senso.

I due paesi, tra gli stati clienti più vicini a Washington nella regione, sono sempre sembrati ansiosi di evitare di sfidare apertamente un Trump notoriamente vendicativo.

Teatro della distrazione

Nel suo discorso alle Nazioni Unite, Burnham ha evidenziato il dilemma che i governi occidentali si trovano ad affrontare: “Viviamo in un’epoca di scarsa fiducia nella politica. Se continuassimo a parlare della soluzione dei due Stati, senza però dare seguito a queste parole con i fatti, la fiducia calerebbe ulteriormente, e i nostri nemici cercherebbero di sfruttare l’alienazione che ne deriverebbe”.

Burnham sembra ignaro della realtà: uno dei motivi per cui la fiducia è così bassa è che una successione di governi britannici non solo ha collaborato al genocidio di Gaza, ma ha anche arrestato i critici del genocidio accusandoli di essere sostenitori del terrorismo.

Miliband ha dimostrato proprio quel tipo di ipocrisia che, secondo Burnham, sta allontanando l’opinione pubblica, quando questa settimana, durante la conferenza del Partito Laburista, ha dichiarato – tra gli applausi – che “milioni di persone in questo Paese”, contrarie al genocidio, “avevano ragione”.

Il giorno precedente, decine di manifestanti erano stati arrestati fuori dal luogo della conferenza per aver esposto in silenzio cartelli con la scritta: “Mi oppongo al genocidio. Sostengo Palestine Action”.

Burnham e Miliband vorrebbero la botte piena e la moglie ubriaca. Nessuno dei due ha dato alcun segno di voler abrogare la decisione del precedente governo di applicare le leggi antiterrorismo contro chiunque esponga un cartello del genere, o abbia “ragione”, come ora ammette Miliband.

Ciò in cui sono impegnati i leader occidentali è qui il cinico teatro della distrazione.

Le dichiarazioni “Avevi ragione” e “Comprendiamo il tuo dolore”, le promesse di sanzioni e gli appelli urgenti per la soluzione dei due Stati, non sono altro che una dimostrazione di buonismo. Sono concepite per deviare l’indignazione pubblica per le atrocità commesse da Israele dalla complicità delle capitali occidentali e indirizzarla esclusivamente contro Netanyahu.

La nuova interpretazione suggerisce che i fanatici religiosi armati negli insediamenti della Cisgiordania, che da oltre mezzo secolo – sotto i successivi governi israeliani – sono diventati sempre più violenti e potenti politicamente, siano una creazione esclusiva di Netanyahu.

La nuova interpretazione sostiene che la crescente sicurezza di questi autori di pogrom, che da tempo collaborano a stretto contatto con l’esercito israeliano, non abbia nulla a che vedere con il sostegno incondizionato che l’Occidente ha fornito a Israele nel corso di molti decenni.

Tutto come al solito

Nel tentativo di assolversi, tuttavia, i leader occidentali stanno necessariamente creando una nuova menzogna per ingannare il loro pubblico: una menzogna che suggerisce che i “terroristi coloni” siano una sorta di milizia personale di Netanyahu, la cui sopravvivenza dipende dal suo mandato di primo ministro.

L’implicazione di questa nuova narrazione è che, qualora Netanyahu venisse estromesso dal potere, emergerebbe una leadership più empatica, che le potenze occidentali potrebbero sostenere per raggiungere la pace con i palestinesi.

Sono tutte sciocchezze.

Come l’opinione pubblica israeliana, anche i leader di tutto lo stretto spettro politico sionista e suprematista etnico di Israele condividevano la logica genocida che ha portato avanti la distruzione di Gaza negli ultimi tre anni.

Nessuno dissentì. Tutti si impegnarono nell’incitamento al genocidio.

Non c’è speranza che si raggiunga la pace con i palestinesi sotto occupazione illegale quando i leader israeliani non permettono nemmeno ai propri “cittadini” palestinesi – una minoranza fortemente oppressa che rappresenta un quinto della popolazione israeliana – di avere voce in capitolo nelle elezioni generali del mese prossimo.

La commissione elettorale centrale, un organismo politico i cui membri provengono dai principali partiti israeliani, ha votato per escludere dalla competizione elettorale tutte e quattro le fazioni che rappresentano la minoranza palestinese.

Chiunque vinca le elezioni del mese prossimo, che sia Netanyahu di nuovo o uno dei suoi rivali, manterrà il Paese sulla stessa strada di supremazia etnica che Israele percorre da decenni. Trump, Burnham, Macron e altri leader occidentali lo sanno bene.

Vogliono che Netanyahu si tolga di mezzo non per un vero cambiamento, ma semplicemente per poter tornare alla normalità pre-genocidio di Gaza: un ritmo più lento e graduale verso lo sterminio del popolo palestinese.

Vogliono poter ridefinire il genocidio di Gaza come la follia storica di un singolo uomo, una tragica catastrofe irreversibile ma mitigabile con la sua scomparsa.

Vogliono che guardiamo risolutamente avanti, verso gli affari immobiliari e una lontana soluzione a due Stati, non indietro: al loro ruolo attivo nel radere al suolo le case di oltre due milioni di persone, perlopiù con munizioni statunitensi che hanno sprigionato una forza esplosiva otto volte superiore a quella delle bombe atomiche che distrussero Hiroshima e Nagasaki.

L’amministrazione Trump ha già autorizzato la spedizione di un gran numero di queste megabombe per rifornire le scorte israeliane, ancor prima che si conosca l’esito delle elezioni israeliane.

È significativo notare che la stessa amministrazione Trump che ha permesso a Netanyahu, sospettato di crimini di guerra, di recarsi alle Nazioni Unite a New York, ha impedito al presunto leader palestinese, Mahmoud Abbas, di fare lo stesso.

Nell’annunciare la sua nuova politica di sanzioni contro gli insediamenti illegali israeliani, Miliband ha tenuto a sottolineare che non avrebbe in alcun modo intaccato la condivisione di informazioni di intelligence con Israele, quel tipo di coordinamento che ha visto gli aerei britannici condurre operazioni di sorveglianza su Gaza durante il genocidio.

E sebbene Miliband avesse promesso un “doppio blocco contro le esportazioni di armi” verso Israele nell’ambito del pacchetto di sanzioni del Regno Unito, in pratica da allora non è stata revocata o sospesa nemmeno una singola licenza di esportazione di armi esistente.

Credibilità in declino

La lotta attuale non è contro uno stato israeliano genocida o per un illusorio stato palestinese, tanto meno per la giustizia per il popolo palestinese, incessantemente vessato.

Si tratta di attuare un riassetto in cui l’Occidente riporti al potere la vecchia guardia israeliana.

I leader occidentali sono rimasti imbarazzati dalle farneticazioni del governo di Netanyahu. Questa settimana Smotrich ha esortato Israele a scatenare le sue politiche genocidarie contro Gaza anche in Cisgiordania, presumibilmente usando proprio le bombe che Trump sta per inviare loro.

Ha dichiarato ai media israeliani: “Dovremmo fare lì quello che abbiamo fatto a Gaza”.

I leader occidentali temono le conseguenze che ciò avrebbe sulla loro già precaria credibilità. E hanno alleati in Israele, tra l’opposizione, la cui visione – almeno per il momento – non coincide con quella di Smotrich di una distruzione della Cisgiordania in stile Gaza.

Piuttosto, la loro visione è quella di proseguire sulla traiettoria attuale, trasformando gradualmente i piccoli ghetti palestinesi sopravvissuti in Cisgiordania, intrappolati in un mare di insediamenti ebraici illegali, in mini-campi di concentramento: piccole repliche di Gaza prima della sua distruzione.

Queste sono le visioni contrastanti tra gli israeliani riguardo alla Cisgiordania: la reclusione assoluta dei palestinesi in una serie di gabbie contro il loro sterminio.

Questo è ciò che è veramente in gioco, nient’altro, nella lotta dell’Occidente per spodestare Netanyahu e difendere la sua leggendaria soluzione a due Stati.

Fonte

05/10/2026

Venom - The Evil One

La canzone che Jimmy Page e Robert Plant hanno rinnegato

Molti musicisti hanno un rapporto conflittuale con i propri brani, anche quelli di maggior successo. Nel caso dei Led Zeppelin, è nota ad esempio l’avversione di Robert Plant proprio per il brano al quale il loro nome è stato legato in maniera indissolubile, ovvero “Stairway To Heaven”. Ma non è l’unico caso, anzi, c’è un altro brano del loro repertorio che è stato praticamente rinnegato dalla band. O quantomeno dai suoi autori: il duo Robert Plant-Jimmy Page. Trattasi di “Living Loving Maid (She’s Just a Woman)”, pezzo incluso in “Led Zeppelin II”, che conserva un primato piuttosto singolare: nonostante la lunga fortuna radiofonica, non è mai stato eseguito dal vivo dalla formazione inglese. A impedirgli di entrare nelle scalette fu soprattutto Jimmy Page, che non ha mai nascosto la propria avversione per una canzone evidentemente poco amata anche da Robert Plant.

Pubblicata nel 1969 e firmata proprio da Page e Plant, “Living Loving Maid” segue “Heartbreaker” nella scaletta del secondo album dei Led Zeppelin. La vicinanza tra i due pezzi contribuì a creare un’associazione destinata a durare: molte radio cominciarono infatti a trasmetterli uno dopo l’altro, quasi fossero un’unica sequenza, una consuetudine rimasta viva per decenni nelle emittenti classic rock.

Musicalmente il brano poggia su uno dei riff più immediati di Page, registrato utilizzando anche una Vox a 12 corde, lo stesso strumento impiegato in “Thank You”. Proprio il lavoro chitarristico è stato spesso rivalutato negli anni: Goldmine, ad esempio, ha definito il riff particolarmente moderno per il 1969, accostandolo a una versione più sofisticata di quello di “Communication Breakdown”.

Tutto questo, però, non è mai bastato a convincere il suo autore. Il chitarrista Robbie Gage, che ebbe occasione di suonare con Page durante una jam nel 1991, ha raccontato che il leader dei Led Zeppelin si disse disponibile a eseguire praticamente qualsiasi brano tranne “Living Loving Maid”, aggiungendo che la detestava.

Page non ha mai fornito una spiegazione definitiva della sua avversione. Nel tempo sono circolate diverse interpretazioni: il carattere troppo pop del pezzo, la sensazione che fosse un episodio minore inserito per completare l’album oppure il fastidio per l’abitudine delle radio di saldarlo a “Heartbreaker”. Resta il fatto che, durante l’intera carriera dei Led Zeppelin, “Living Loving Maid” non entrò mai realmente nelle loro scalette live.

Non meno severo nei confronti del brano è stato anche il suo co-autore Robert Plant. Interrogato in passato sulle canzoni che avrebbe preferito non aver scritto, il cantante indicò proprio “Living Loving Maid” tra le prime, definendola “terribile” e giudicandone “pessimo” il testo.

I versi raccontano una donna eccentrica, descritta tra ombrello viola e cappello da cinquanta centesimi; secondo alcune ricostruzioni, il personaggio sarebbe stato ispirato da una donna che frequentava insistentemente l’ambiente della band nei suoi primi anni. Il testo risente inoltre di quel machismo che caratterizzava parte dell’immaginario rock dell’epoca e che, a distanza di anni, contribuì probabilmente all’imbarazzo di Plant nei confronti della canzone.

Il cantante, tuttavia, fu meno intransigente di Page sul versante dal vivo. Negli anni Settanta, infatti, accennò in qualche occasione il primo verso di “Living Loving Maid” durante “Heartbreaker”, senza però arrivare a eseguirla per intero. Per ascoltarla davvero dalla sua voce su un palco si sarebbe dovuto aspettare il 1990, quando Plant la recuperò come bis durante il tour solista di “Manic Nirvana”.

Con il passare degli anni, lo stesso Plant ha finito per riconoscere al brano un ruolo nel mosaico musicale dei Led Zeppelin. Ripensando alla storia del gruppo, il cantante ha sottolineato proprio la capacità del quartetto di non fissarsi mai su una formula, passando da pezzi diretti come “Living Loving Maid” a composizioni molto diverse quali “Four Sticks” e “In The Light”.

Così, a quasi sessant’anni dalla pubblicazione, una delle canzoni meno amate dal duo Page-Plant continua paradossalmente a sopravvivere come classico radiofonico, ancora spesso trasmesso immediatamente dopo “Heartbreaker”: l’abbinamento dal quale l’avversione dei suoi autori non riuscì mai a liberarla.

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