Presentazione
Analisi, opinioni, fatti e (più di rado) arte da una prospettiva di classe.
04/04/2026
Supremazia Usa nel settore militar-tecnologico: antidoto al declino della dell’egemonia unipolare americana o canto del cigno?
Nel corso del tempo, la guerra ha cambiato natura. E non può essere altrimenti, perché la guerra è sempre stata dipendente dall’evoluzione del progresso tecnologico. E, oggi, in un ambito in cui lo spirito capitalistico di mercificazione e di accumulazione si è esteso sino a innervare le nostre stesse vite e non solo il tempo di lavoro, lo è ancora di più. L’intelligenza artificiale (il divenire pseudo umano del macchinico), insieme ai sistemi informatici e hardware, ha assunto un ruolo sempre più centrale e cruciale. Non si tratta più soltanto di disporre di informazioni riservate sugli obiettivi da colpire, ma di governare e selezionare tali obiettivi attraverso un’integrazione crescente tra tecnologie digitali, satelliti e apparati militari tradizionali – quella “ferraglia” incaricata della distruzione materiale. La guerra all'Iran, così come le operazioni condotte dall’IDF, non è più determinata dalla semplice deterrenza basata su aerei, soldati, carri armati, elicotteri, missili o droni. A fare la differenza è la conoscenza che guida questi strumenti di morte: un sapere tecnologico, integrato e strategico.
Muovendo dalle stimolanti osservazioni di Dario Guarascio in Imperialismo digitale (2026), Roberto Romano (in un articolo su Il Domani: 12 marzo 2026) ha provato a delineare i contorni dell’apparato militar-tecnologico includendo, oltre all’aerospazio e alla difesa in senso stretto, anche i settori del software e dell’hardware. L’analisi si basa sui dati della EU Scoreboard, che monitora circa duemila multinazionali a livello globale in termini di ricerca e sviluppo, vendite, investimenti, valore di mercato, profitti e occupazione (dati 2024). A questo è stata affiancata una ricostruzione della distribuzione geografica della spesa militare mondiale.
Sebbene tra il 2022 e il 2024 la spesa militare globale, a prezzi costanti, sia cresciuta del 16 per cento (dati SIPRI), con un aumento dell’8 per cento negli Stati Uniti e del 18 per cento in Europa, la sua distribuzione relativa è mutata. La quota statunitense è scesa dal 40 al 37 per cento; quella cinese è rimasta stabile intorno al 12 per cento; la Russia è passata dal 4 al 5,5 per cento. Nei paesi europei, nonostante l’aumento della spesa in valore assoluto, il peso relativo sul totale globale è rimasto stabile o si è ridotto. In sintesi, tutti aumentano gli investimenti nella difesa, ma gli equilibri complessivi cambiano poco. Fa eccezione la Germania, che registra un incremento significativo, pur restando lontana dalle grandi potenze globali, e guadagna posizioni in ambito europeo, soprattutto rispetto alla Francia (vedi tabella in fondo all’articolo)
Se le risorse destinate alla difesa riflettono le scelte strategiche degli Stati, ancora più rilevante è osservare la struttura industriale del settore militar-tecnologico allargato, includendo le multinazionali del software e dell’hardware.
Da questo punto di vista, i numeri sono impressionanti. Il peso del settore della difesa in senso stretto passa dall’1,7 per cento sul totale a ben il 41 per cento sul totale della sola ricerca e sviluppo; dal 2,2 al 20 per cento sul totale delle vendite; dall’1 al 26 per cento sul totale degli investimenti; dall’1 al 30 per cento sul totale dei profitti; dal 2 al 46 per cento nel valore di mercato; dal 3 al 18 per cento nell’occupazione. Pur trattandosi di un’aggregazione costruita su tre settori NACE, essa restituisce con chiarezza la dimensione attuale del comparto militar-tecnologico rispetto ad altri settori chiave, come l’energia o il farmaceutico.
Viene così confermato come negli ultimi anni l’apparato militare-industriale allargato alla comunicazione e alla sorveglianza sia diventato uno dei perni del processo di accumulazione del capitalismo contemporaneo delle piattaforme. Un ruolo che si avvicina a quello oggi svolto dalle industrie legate alla riproduzione della vita, dai settori privatizzati del welfare (previdenza, istruzione, sanità) alle biotecnologie, alla farmaceutica e alla prevenzione sanitaria, sino ai big data. Tecnologie di morte e tecnologie di vita, in una macabra danza, sono oggi la base della valorizzazione odierna.
Nel campo militare, se questo “nuovo livello” è già di per sé significativo, lo è ancora di più la sua distribuzione internazionale. Il predominio degli Stati Uniti appare come un vero e proprio monopolio: nel 2024 essi concentrano il 70 per cento della ricerca e sviluppo, il 62 per cento delle vendite, il 67 per cento degli investimenti, l’81 per cento del valore di mercato e il 51 per cento dell’occupazione[1] (vedi istogramma in fondo all’articolo)
Solo la Cina occupa una posizione rilevante, ma con un divario ancora troppo ampio per ipotizzare una reale competizione: il 13 per cento della ricerca e sviluppo, il 15 per cento delle vendite, il 13 per cento degli investimenti, l’8 per cento dei profitti e il 4 per cento del valore di mercato – dato, quest’ultimo, legato alla prevalenza della proprietà pubblica nei settori strategici – oltre al 20 per cento degli occupati.
L’Europa, invece, resta distante: il 7 per cento nella ricerca e sviluppo e nelle vendite, il 4 per cento negli investimenti e nei profitti, il 5 per cento del valore di mercato e l’11 per cento dell’occupazione.
La dimensione del settore militar-tecnologico allargato non restituisce soltanto la sua forza rispetto ad altri comparti – spesso più direttamente utili al benessere sociale – ma evidenzia il mantenimento da parte degli Stati Uniti di una egemonia ancora oggi rilevante. Al momento, non sembra emergere alcun attore politico in grado di contrastarne davvero la supremazia, se non in forma marginale.
Se ciò vale per il comparto militare, nonostante alcune défaillance recenti sul campo (vedi Somalia e Afghanistan), non altrettanto si può dire per il settore della logistica e dei brevetti tecnologici non militari. In questi due ambiti la concorrenza della Cina e più in generale dei paesi BRICS+ si sta facendo sempre più forte. La penetrazione commerciale-logistica della Cina e del Sudafrica nel continente subsahariano dell’Africa è in continuo rafforzamento. La recente apertura di un grande hub portuale-logistico cinese a 70 km a nord di Lima in Perù (sul modello di quello di Gibuti in Africa Orientale) apre la via commerciale trans-pacifica verso il continente sudamericano, dove il Brasile al momento sembra dettare la linea, nonostante la svolta filo Trump della nuova amministrazione argentina di Milei. Anche sul piano del controllo delle materie prime strategiche (non quelle energetiche, dalle quali la Cina rimane dipendente) – dal litio ai metalli rari – la Cina gode di una posizione di vantaggio a livello globale.
Rimane aperta la sfida sul piano del controllo dei mercati finanziari. Crediamo che sia qui che si stia giocando la partita principale. E a questo riguardo la supremazia dell’apparato militare industriale statunitense può giocare un ruolo rilevante, non soltanto per recuperare quel ritardo tecnologico che negli ultimi anni gli Usa, sotto l’amministrazione Biden, hanno accumulato nei confronti della Cina[2], ma per favorire la stabilità del dollaro. Si tratta, quest’ultima, di una condizione esistenziale per l’economia Usa. Se il dollaro non si svaluta eccessivamente, i movimenti di capitali hanno un saldo positivo, le borse americane sono in grado di attrarre investimenti dall’estero, consentendo così di finanziare il crescente debito interno ed estero.
Nell’ultimo anno, il dollaro si è svalutato tra il 10% e il 13% con diverse valute: ma l’attacco Usa-Israele contro l'Iran ha consentito, provvisoriamente, una rivalutazione del 2%. Ma basterà lo sforzo militare a invertire la tendenza? Ne dubitiamo, perché nel frattempo, su un crinale del tutto diverso da quello bellico (ma comunque ad esso collegato), si intravvedono segni di turbolenza sul mercato finanziario Usa. In questo periodo di elevata volatilità (come spesso avviene in condizioni di crescente incertezza), due forze sembrano operare in direzione opposta nell’influenzare i listini di borsa.
Da un lato, le società energetiche e dell’apparato militare-industriale traggono beneficio dall’attuale tensione bellica e dall’aumento dei prezzi energetici. Si tratta di una dinamica che non è attiva solo negli Usa ma che riguarda anche alcune borse asiatiche, in particolare quella cinese. Ad esempio, nei giorni seguenti all’attacco contro l’Iran, due società cinesi, la CNOOC e la PetroChina, hanno registrato una crescita del loro titolo del 22 e del 15% sulla borsa di Hong Kong dove sono quotate e una crescita più limitata (per imposizioni istituzionali) sulla borsa di Shangai.
Dall’altro, una parte rilevante del mercato finanziario, quella che fa riferimento ai fondi di private equity e private capital Usa[3], si trova in una situazione di sofferenza per l’eccessiva esposizione sul settore del software, che si trova in crisi di profittabilità a causa della concorrenza dell’IA. I primi effetti si sono già fatti sentire: dall’inizio del 2026, solo 26 dollari ogni 100 investiti nei fondi azionari globali sono finiti negli Stati Uniti. Erano 73 dollari ogni 100 nel 2024 (qui la fonte). Tale riduzione dei movimenti di capitale verso le borse Usa può avere ripercussioni sulla solvibilità del debito estero e anche, indirettamente, se il dollaro accentua la svalutazione già in atto, sulla tenuta del debito interno.
Resta allora una domanda cruciale: il potere così pervasivo e determinante per gli equilibri globali detenuto nella capacità di controllo dell’apparato militare-industriale Usa, che utilizza questa guerra per un suo ulteriore consolidamento, è in grado di invertire il processo di declino dell’egemonia unipolare americana? O può incontrare una resistenza significativa, al netto di quella, ancora incompleta, della Cina, che tuttavia si muove su forme competitive meno legate all’industria militare?
Note
[1] Nel fare comparazioni tra Stati, occorre tenere presente che i dati in questione sono riferiti al solo capitale privato che opera nei settori militari allargati. Nel caso di Russia e Cina non si tiene conto quindi delle imprese pubbliche che operano in tali settori. È probabile quindi che per queste due nazioni i dati siano sottostimati.
[2] La Cina è il paese leader mondiale nel deposito di brevetti, superando nettamente Stati Uniti e Giappone, con oltre 1,5 milioni di domande all’anno, pari a circa la metà del totale globale. A livello aziendale, colossi cinesi come Tencent, Ping An Insurance e Baidu guidano la classifica, con un dominio netto specialmente nell’intelligenza artificiale generativa (dati 2014).
[3] I fondi di private equity (ovvero, fondi azionari privati) sono uno strumento rilevante per sostenere le imprese, perché investono in aziende che di solito non sono quotate in Borsa acquisendo molto spesso la maggioranza (o anche una minoranza) del capitale. Dopo un po’ di anni, tendenzialmente cinque, rivendono la società a un altro fondo o la quotano in Borsa. Ormai si tratta di un mercato gigantesco, che negli Stati Uniti ha raggiunto un valore di4mila miliardi di dollari. I fondi di private credit (fondi di credito privato), invece, finanziano le imprese sostituendosi alle banche. Il problema è che questo mercato, negli Stati Uniti, negli ultimi anni è cresciuto molto sia perché spinto da un’elevata concorrenza, sia per costante aumento degli indici di borsa che hanno favorito laute plusvalenze per la speculazione. Circa un terzo degli investimenti di private equity e private capital è verso società di software il cui valore è crollato, per la concorrenza delle nuove tecnologie legate all’IA.
Fonte
Sovranità satellitare
Lo scorso 4 febbraio 2026, un report del Financial Times ha acceso i riflettori sulle attività di spionaggio da parte dei russi ai danni di alcuni satelliti europei. La denuncia, resa nel corso di un’intervista dal generale di divisione Luftwaffe della Bundeswehr tedesca Michael Traut, riguarda operazioni che hanno portato due satelliti russi di classe Luch-1 e Luch-2 a posizionarsi nelle vicinanze di quelli europei, con il possibile obiettivo di intercettare i dati trasmessi o, addirittura, di avviare attività che potrebbero portare al sabotaggio dei satelliti stessi.
Stando a quanto riporta il quotidiano, attività di questo tipo non sono una novità. Nel nuovo contesto geopolitico, l’attenzione per la sicurezza delle infrastrutture di telecomunicazione satellitari è però cresciuta enormemente e a contribuirvi è stata sia la centralità di questi sistemi emersa nel conflitto russo-ucraino, sia le tensioni nei rapporti tra Stati Uniti ed Europa, che hanno messo in luce la pericolosa dipendenza del vecchio continente dalle infrastrutture USA.
Non è solo una questione di sicurezzaLa rinnovata attenzione per il ruolo delle costellazioni satellitari in orbita intorno al Pianeta non ha soltanto motivazioni legate al settore militare, e il riferimento al concetto di “guerra ibrida” nel caso delle operazioni russe lo conferma. I satelliti interessati sono infatti di tipo “dual use”, hanno cioè funzioni sia legate alle comunicazioni militari, sia a quelle civili.
Un’eventuale azione di spionaggio o sabotaggio avrebbe conseguenze su entrambi i piani e non è detto che quello militare sia necessariamente il più sensibile. Oltre alla gestione delle telecomunicazioni, i satelliti forniscono infatti servizi critici anche in altri settori.
I satelliti dedicati alla geolocalizzazione, per esempio, rappresentano un’infrastruttura fondamentale per la gestione del traffico aereo civile, ma non solo. Gli orologi atomici – impiegati per calcolare la posizione esatta di velivoli, battelli e semplici dispositivi commerciali come navigatori e smartphone – vengono infatti utilizzati anche da molti istituti di credito per certificare la data e ora esatta delle transazioni finanziarie. Un eventuale black out dei sistemi di localizzazione satellitare provocherebbe, quindi, anche il blocco di una parte del sistema bancario. Lo stesso vale per le reti telefoniche mobili e numerosi altri servizi.
Un discorso simile vale per le reti di comunicazione satellitari, che rappresentano il principale backup delle infrastrutture terrestri. È infatti sempre il caso della guerra russo-ucraina ad aver acceso i riflettori sull’importanza di poter contare su un sistema che sia in grado di garantire le comunicazioni in caso di conflitto.
Lo stato dell’arte del sistema di geolocalizzazionePer quanto riguarda la geolocalizzazione basata su satelliti (GNSS – Global Navigation Satellite System), l’Europa può fare affidamento sulla collaudata ed efficiente costellazione Galileo, composta da oltre 24 satelliti operativi e perfettamente sovrapponibile ai sistemi statunitense (GPS), russo (GLONASS) e cinese (BeiDou). Le quattro reti sono liberamente accessibili da chiunque per usi civili e forniscono anche servizi criptati per usi governativi e militari.
In termini di sovranità, l’Europa può quindi considerarsi “coperta”. Come le costellazioni concorrenti, Galileo è in costante aggiornamento (l’ultimo lancio di satelliti è stato effettuato lo scorso 17 dicembre 2025) e può contare sulla sinergia con EGNOS (European Geostationary Navigation Overlay Service). Quest’ultimo è un sistema basato su satelliti geostazionari che fornisce un servizio di correzione dei dati per sistemi come Galileo e GPS, assicurando una maggiore precisione.
A differenza delle controparti statunitensi, russe e cinesi, Galileo è gestito da un soggetto civile: l’Agenzia per il Programma Spaziale Europeo (EUSPA). Lo sviluppo e l’ingegnerizzazione dei satelliti è invece affidato all’Agenzia Spaziale Europea (ESA).
Sotto questo aspetto, i paesi europei possono quindi dormire sonni relativamente tranquilli. Anche nell’ipotesi di un’eventuale balcanizzazione dei servizi legata a conflitti o tensioni geopolitiche, il vecchio continente avrebbe comunque a disposizione un GNSS autonomo e affidabile.
Ulteriore tassello è quello della sovranità tecnologica che caratterizza il progetto. Sotto l’aspetto della componentistica hardware, software e di integrazione, l’Europa riveste infatti un ruolo di primo piano con una partecipazione al mercato GNSS del 25%, seconda solo a quella degli Stati Uniti (30%). Nella progettazione e produzione dei satelliti della costellazione Galileo, ESA si allinea al concetto di European first, ricorrendo cioè a tecnologie per quanto possibile “nostrane”.
Il tasto dolente delle comunicazioni strategicheDove l’Europa sconta un ritardo importante è nel settore delle comunicazioni satellitari. Parlare di un vero e proprio “sistema satellitare europeo” in senso stretto, a oggi, rischia addirittura di essere fuorviante. Le costellazioni che fanno riferimento all’Agenzia Spaziale Europea (ESA) sono solo il già citato Galileo e Copernicus, dedicato all’osservazione del pianeta con obiettivi scientifici.
Per il settore delle comunicazioni, i governi europei fanno invece affidamento su progetti nazionali o cooperazioni che coinvolgono altre nazioni del vecchio continente, ma non tutta l’Unione Europea. Soprattutto nel settore della difesa, per il momento vige una forma di “autarchia” con satelliti prodotti e gestiti dai singoli paesi e che vede tra i più attivi Francia, Germania, Italia e Spagna. Le cose, però, potrebbero cambiare rapidamente.
L’iniziativa che mira a unificare questo quadro frammentato è GOVSATCOM, un progetto avviato nel 2026 che ha l’obiettivo di “mettere in rete” i satelliti esistenti, aprendo l’accesso ai servizi di comunicazione a tutti i paesi europei. L’operazione dovrebbe coinvolgere la rete Syracuse francese, l’italiana SICRAL e la spagnola Spainsat NG. Si tratta però di satelliti in orbita geostazionaria a quota elevata (GEO), che permettono di ottenere una grande copertura ma scontano limiti a livello di banda e di latenza.
Insomma: questo tipo di reti può permettere di sostenere comunicazioni governative e in situazioni di emergenza come guerre o calamità naturali, ma non può rappresentare un’alternativa credibile come backup delle strutture terrestri. Anche il prossimo lancio dei due satelliti SICRAL 3, affidato a una partnership italo-francese, non cambierà di molto la situazione.
La nuova frontiera è infatti quella delle costellazioni satellitari Low Earth Orbit (LEO) sul modello di Starlink, che detiene un’indiscussa supremazia nel settore con 9.800 satelliti. L’unica considerabile come “europea” è OneWeb, rete controllata dalla francese Eutelsat, che conta circa 600 satelliti a bassa orbita.
Non è un caso che, come ha riportato l’Espresso nel gennaio 2025, l’ambasciata italiana a Teheran abbia utilizzato Starlink per garantirsi l’accesso a Internet aggirando le restrizioni messe in atto dal governo iraniano alla vigilia dell’attacco israeliano-statunitense.
Il cambio di passo per l’Europa nel settore dovrebbe avvenire con Iris2, la rete satellitare la cui operatività era stata originariamente programmata per il 2030 e alla quale l’Unione ha recentemente impresso un’accelerazione.
Come l’UE sta preparando il terreno per Iris2Nonostante il ritardo rispetto ad altri progetti del genere, Iris2 promette di offrire una rete di comunicazione indipendente e, soprattutto, tecnologicamente avanzata. Il progetto, nella sua ultima evoluzione, ha imboccato con decisione la via della sovranità tecnologica. Prevede infatti l’utilizzo di tecnologie e componenti di produzione esclusivamente europea, con investimenti a bilancio di 2,4 miliardi di euro. Altri capitali, nelle intenzioni della Commissione, dovrebbero arrivare dalle partnership con soggetti privati.
Dal punto di vista tecnologico, prevede l’implementazione di crittografia di nuova generazione e, in particolare, l’integrazione con una rete di comunicazione a uso governativo denominata Euro QCI, che sfrutta sistemi basati sulla fisica quantistica. La tecnologia alla base del sistema è la Quantum Key Distribution (QKD), sviluppata attraverso il progetto OPENQKD.
I 290 satelliti che comporranno Iris2 non avranno però un uso solo a scopo governativo o militare. Il progetto prevede infatti di fornire anche la connettività necessaria in ambiti commerciali come i trasporti, l’energia, il settore bancario, le attività industriali offshore, l’erogazione di servizi sanitari a distanza e la connettività rurale. La copertura prevista comprende l’Europa, la regione artica e l’Africa.
In sostanza, Iris2 rappresenterebbe un’infrastruttura in grado di garantire l’indipendenza di tutte quelle attività “critiche” per i membri dell’Unione e non solo. Ai membri UE si aggiungerà infatti probabilmente anche la Norvegia, già coinvolta in altri programmi dell’ESA come Galileo e Copernicus.
Teologia dello sterminio
Il primo aspetto riguarda invece soltanto Israele e la sua popolazione, che fin dal primo momento ha fatto ricorso alla violenza più feroce contro la popolazione palestinese ed araba in generale, prima ancora che questa si rendesse pienamente conto della sventura che il mondo le aveva fatto precipitare addosso decidendo di far nascere in Palestina lo Stato di Israele.
Una violenza inspiegabile con il preteso “diritto ad esistere”, intanto perché esercitata a prescindere dalla reazione palestinese o araba (sempre, semmai, successiva all’insediamento e ai suoi crimini), ma soprattutto perché sempre totalmente sproporzionata rispetto ai danni subiti. Vista da un osservatore esterno Israele agisce con la logica di un Kesselring che ordina una rappresaglia non di dieci, ma di cento o mille contro uno.
L’adesione della popolazione israeliana a questa logica non è ovviamente totale, ma un recente sondaggio ha registrato che per il 91,5 per cento le scelte genocide e guerrafondaie del governo Netanyahu sono “giuste”. Anzi: sacre agli occhi della popolazione.
E del resto ben difficilmente si è visto tra i soldati o i riservisti dell’Idf – uomini e donne, senza distinzioni – un rigetto delle pratiche più atroci. Fin dalle magliette stampate con lo slogan “un colpo, due centri” con cui rivendicano l’omicidio di donne palestinesi incinte.
Chi, tra loro, non regge a tanto orrore consuma la propria crisi in privato – con la depressione o il suicidio – ma non con l’opposizione attiva al genocidio.
Al fondo di una propensione di massa allo sterminio del “nemico”, cui non viene riconosciuta alcuna legittimità ad esistere e vivere, addirittura da prima di nascere, non ci può essere soltanto un “interesse nazionale” o una brama di possesso territoriale fuori misura.
In fondo la modernità, con tutti i suoi massacri, aveva raggiunto lo stadio del reciproco riconoscimento del nemico come un altro soggetto con opposti interessi, ma simile a noi, e con cui si poteva stare in guerra o in pace. Non solo tra “capi di stato” che ben si conoscevano e frequentavano, spesso imparentati, ma anche tra la “carne da cannone” (celebri alcune tregue spontanee tra truppe contrapposte in occasione del Natale o della Pasqua, nella Prima guerra mondiale).
Solo nella pratica e nel pensiero coloniale era sopravvissuto, o si era imposta, la concezione dell’altro come res nullius, animale da soma da sfruttare o, se ribelle, sterminare. Solo nel colonialismo per la sostituzione etnica – la nascita e la creazione degli Stati Uniti, dell’Australia, in parte del Sudamerica – il genocidio era diventato “pratica normale”, ma comunque occultata, negata, minimizzata.
Da dove vien fuori, dunque, questa riduzione di intere popolazioni a bestia eliminabile? Con tanto di rivendicazione spudorata?
La mente corre immediatamente al nazismo, alla sua partizione dell’umanità in un “popolo eletto” – gli “ariani”, bianchi, possibilmente biondi – e untermenschen, ossia slavi, rom, ebrei, neri, minoranze “devianti” o nemici ideologici, come i comunisti.
Ma anche in questo caso la “fondazione valoriale” della partizione era affidata a miti misterici, riti esoterici, teorie pseudoscientifiche facilmente smentite. Infame e pericoloso, insomma, ma circoscrivibile, sradicabile, prima con le cattive e poi con una cultura di massa degna di questo nome.
Il sionismo genocida è oltre. La fondazione sul Vecchio Testamento riporta i ragionamenti a un mondo scomparso da duemila anni e più. A un libro collazionato con gli scritti di invasati vissuti in periodi diversi, ma tutti convinti di mettere nero su bianco gli ordini deliranti di un unico dio creatore dell’universo, ma che in tutta quella creazione ha a cuore solo alcune tribù di un territorio semidesertico che oggi sappiamo essere parte infinitesima di un pianeta minore in un sistema solare periferico, ai margini di una galassia altrettanto periferica dentro un cosmo che ne conta a milioni. Un dio piuttosto strambo, diciamo la verità...
Favole e “leggi” per pecorai di 3.000 anni fa, per i quali il mondo coincideva con quello che i loro occhi potevano vedere e i loro piedi avvicinare. In un tempo in cui l’universo era fatto di stelle fisse, con una Terra al centro, neanche ben conosciuta, e i popoli conosciuti forse qualche decina.
È chiaro come il sole che rispolverare queste cazzate senza senso nel terzo millennio è un modo sbrigativo di legittimare “divinamente” una pretesa suprematista e razzista comunque inaccettabile per l’umanità.
Ma è anche chiaro come il sole che chi fa questa operazione sa benissimo di sparare palle buone per i gonzi, riparandosi dietro l’orrore dell’Olocausto per ripeterne modalità e finalità. Solo che ora lo si fa su qualcun altro, che con quell’orrore non c’entra nulla (pure la storia del Gran Mufti filonazista è storicamente un falso, dato che era stato scelto, nominato e imposto dagli inglesi).
Eppure quel fantasy senza senso è invocato come fondazione di un diritto divino a sputare in faccia a tutta l’umanità. Perché i palestinesi e poi gli arabi sono soltanto il “nemico di oggi”, il più vicino e quello con i territori che fanno gola ora. Ma nessun essere umano è considerato in questo “pensiero” come “amico”. Lì dentro ci sono solo servi o nemici, a parte il “popolo eletto”.
Si dirà che però questa follia biblica è in fondo anche il fondamento della cultura ebraica, e in parte anche di quella cristiana. È parzialmente vero, ma è un falso.
Il cristianesimo si è caratterizzato fin da subito – come poi l’Islam – come religione potenzialmente universale. Chiunque poteva diventare cristiano, nessuno era escluso per principio, tutti erano e sono “recuperabili”. Nessuna comunità era “eletta”. Ed anche la perversione avvenuta con il potere temporale e poi il colonialismo non riuscì a cancellare completamente questa universalità.
La cultura ebraica della diaspora, da parte sua, pur conservando la tradizione, si era evoluta convivendo – spesso in modo difficile e discriminato – con innumerevoli culture differenti. Era diventata in maggioranza per forza di cose “internazionalista”, dando vita e spessore al pensiero socialista o comunista in misura persino superiore alla quota proporzionale degli ebrei coinvolti nei movimenti politici.
Un merito, certamente, di cui bisogna esser loro grati. Da lì venivano anche Marx, Rosa Luxemburg, Karl Liebknecht, il controverso Trotski, lo stalinista Kaganovic, Joe Slovo (comunista lituano diventato capo dell’ala militare dell’Anc nel Sudafrica dell’apartheid), Primo Levi, e migliaia di altri compagni che continuano ad insegnarci moltissimo.
E poi tanti scrittori, musicisti, registi, attori, scienziati (l’immenso Einstein su tutti, non a caso fermamente antisionista).
Questo mondo che puntava alla liberazione di tutta l’umanità, anche con la Rivoluzione, sembra oggi quasi scomparso, divorato da un sionismo che, una volta ricevuta una “nazione” come compensazione dell’Olocausto, si è velocemente trasformato nell’etnonazionalismo più integralista e razzista che ci sia mai stato. Col genocidio nel dna, ma “per ordine divino”.
Conoscere i fondamenti di questo delirio genocida è necessario, anche perché il conoscerlo spazza via molte fantasiose ipotesi di risoluzione diplomatica della questione mediorientale. Bisogna sapere con chi si ha a che fare, per definire le scelte politiche realistiche.
Questa ricerca “biblico-giornalistica” di Lavinia Marchetti, a cavallo tra testi “sacri” e dichiarazioni politiche degli attuali ministri di Israele, permette di soppesare quanto di quel che ognuno di noi sa o pensa di Israele e quel che invece, e purtroppo, è.
Buona lettura.
Teologia dello sterminio - Breve vocabolario del messianismo sionista contemporaneo
di Lavinia Marchetti
Premessa
L’indagine sulle radici profonde del conflitto (perpetuo) che logora la terra tra il Giordano e il Mediterraneo impone di guardare oltre la superficie dei rapporti di forza militari. Se l’osservatore si limita a contare i battaglioni, i fronti di guerra aperti da Israele, rischia di smarrire il nucleo che orienta le scelte di una parte consistente della leadership e della base sociale israeliana.
Esiste un sistema di significati che ha smesso di appartenere esclusivamente alle accademie rabbiniche per farsi prassi politica e giustificazione morale per l’esercizio della forza estrema.
Questo sistema trasforma la contesa territoriale in una vicenda cosmica. Le parti in causa perdono la loro fisionomia umana per assumere ruoli prestabiliti in un disegno di redenzione che ammette poche mediazioni.
Il massacro del 7 ottobre 2023, pur nella sua atroce concretezza, è stato assorbito dentro questa struttura concettuale. Ha agito come un acceleratore per processi di radicalizzazione che erano già operativi nel profondo della società israeliana.
La comprensione di termini quali Gog e Magog, Amalek o Erev Rav permette di decifrare una realtà in cui la prudenza diplomatica si fa colpa e la distruzione totale dell’avversario viene percepita come un dovere assoluto.
Ovviamente questo breve testo è solo un accenno al tema, un tema complesso che investe più di duemila anni di storia. Però, per orientarsi in categorie per molti sconosciute, può essere un punto di partenza per poi approfondire ulteriormente.
Gog e Magog
“Siamo i figli della luce, mentre loro sono i figli delle tenebre; l’umanità contro la legge della giungla. Realizzeremo la profezia di Isaia e la battaglia sarà vinta non solo per noi, ma per l’intera civiltà contro le forze del male che cercano di riportarci in un’era di oscurità” [Benjamin Netanyahu, Discorso all’apertura della sessione invernale della Knesset, Gerusalemme, 16 ottobre 2023, Ministero degli Affari Esteri d’Israele]
La profezia contenuta nei capitoli trentotto e trentanove del libro di Ezechiele costituisce il fulcro di questa trasposizione bellica.
Il testo biblico evoca la figura di Gog, principe supremo di Mesec e Tubal, che muove dal settentrione alla testa di una schiera sterminata per assalire un Israele restituito alla propria terra. Il profeta descrive un assalto condotto sul finire degli anni contro un popolo radunato dalle nazioni che abita fiducioso in villaggi privi di sbarre.
La ricerca accademica di Lydia Lee sottolinea come gli attributi letterari di questo nemico riflettano quelli precedentemente assegnati agli alleati politici di Giuda, suggerendo una natura composita dell’avversario.
Mentre alcuni studiosi identificano Gog come un codice per il re babilonese Nabucodonosor, critici contemporanei come Klein leggono in lui una personificazione di tutte le potenze ostili che si parano dinanzi al cammino nazionale.
Questa lettura biblica nomina esplicitamente la Persia accanto a popoli come l’Etiopia o Put, fornendo la base per la sovrapposizione ideologica con l’attuale Repubblica Islamica.
Nel vocabolario del messianismo sionista contemporaneo, l’Iran cessa di essere un attore politico regionale con interessi strategici per diventare l’incarnazione di questo antagonista finale. L’identificazione di Gog con l’Iran moderno permette di depoliticizzare il conflitto. Lo eleva a un piano dove svanisce la possibilità di negoziazione.
Se l’avversario è il nemico predetto dai profeti, la guerra non è guerra in quanto tale, ma un consequenziale passaggio obbligato verso “la salvezza”.
La tradizione rabbinica e cristiana ha ciclicamente adattato queste categorie ai propri avversari, passando dai Romani ai Mongoli fino alla Russia sovietica. Oggi l’enfasi sulla minaccia sciita serve a dare un senso redentivo alla violenza subita e inflitta. Il dolore viene allora interpretato come segnale del “parto messianico” (come vedremo successivamente) e non come un male da arginare.
Quando i missili solcano il cielo, la lettura messianica suggerisce che queste siano le doglie necessarie perché nasca un ordine nuovo. In tale scenario il nemico viene disumanizzato, non è un popolo che fa rivendicazioni territoriali ma “il” nemico che fa diventare la guerra lo strumento di un evento epocale in cui Dio manifesta la propria potenza attraverso la catastrofe dell’aggressore (una delle letture del 7 ottobre 2023 che in qualche modo spiega anche il lassismo negli interventi di protezione e soccorso).
“Mi fu rivolta questa parola del Signore: Figlio dell’uomo, volgi la faccia verso Gog nel paese di Magog, principe supremo di Mesec e Tubal, e profetizza contro di lui. Dirai: Così dice il Signore Dio: Eccomi contro di te Gog, principe supremo di Mesec e Tubal. Ti volterò, ti metterò ganci alle mascelle e ti trascinerò con tutto il tuo esercito” (Ezechiele 38, 1-4, La Sacra Bibbia)
Kiddush HaShem
“I nostri eroici soldati hanno un unico obiettivo supremo: distruggere il nemico omicida e garantire la nostra esistenza nella nostra terra. I valorosi soldati dell’esercito si uniscono a una catena di eroi d’Israele che prosegue da tremila anni, agendo per la nostra sopravvivenza e per il bene dell’umanità” (Benjamin Netanyahu, Dichiarazione alla nazione sull’avvio dell’offensiva di terra, Tel Aviv, 28 ottobre 2023, Ufficio del Primo Ministro).
Il concetto di Kiddush HaShem, ovvero la santificazione del Nome divino, rappresenta uno dei nuclei più profondi dell’etica ebraica, ma la sua interpretazione ha subito una mutazione radicale nel passaggio dalla diaspora alla sovranità statale.
In epoca medievale, il termine era indissolubilmente legato alla dimensione del martirio e della purezza religiosa. Gli studi evidenziano una divergenza significativa tra il modello sefardita di Maimonide, propenso a preservare la vita in contesti di persecuzione, e quello aschenazita dell’epoca delle Crociate.
In quest’ultimo ambito, la santificazione si esprimeva nel sacrificio estremo, con tradizioni che prevedevano l’uso delle vesti dei martiri per confezionare i paramenti sacri delle sinagoghe. Era un tempo in cui l’ebreo onorava Dio morendo per non abiurare alla Legge.
Con l’ascesa del sionismo religioso, specialmente dopo il 1967, questa categoria ha abbandonato la passività del martirio per farsi dottrina della conquista territoriale.
Rav Soloveitchik sostenne che la nascita dello Stato di Israele rappresentasse di per sé una santificazione del Nome dinanzi al mondo cristiano, ribaltando secoli di narrazioni sulla debolezza ebraica.
La santificazione non passa più per la condotta morale del singolo credente, ma investe la storia come campo di prova collettivo. La forza armata diventa lo strumento privilegiato per dimostrare che il tempo dell’esilio è terminato.
La torsione più violenta giunge con Meir Kahane. Nel suo saggio del 1976, Kahane sostiene che lo Stato ebraico sia sorto non come premio per gli ebrei, ma come punizione inflitta da Dio ai Gentili per le persecuzioni passate.
In questa prospettiva, la forza militare è un atto devozionale. La vittoria sul campo di battaglia e il timore suscitato negli avversari diventano la prova suprema della gloria divina. La violenza si trasforma in un’affermazione di potere che non ammette mediazioni umane, liberando il soldato dalla responsabilità individuale e iscrivendo i suoi gesti in una missione di purificazione del mondo.
“Osserverete dunque i miei comandi e li metterete in pratica. Io sono il Signore. Eviterete di profanare il mio santo nome, perché io sia santificato in mezzo agli Israeliti. Io sono il Signore che vi santifica” (Levitico 22, 31-32, La Sacra Bibbia)
Hillul HaShem
“Smettere di pregare sul Monte perché abbiamo timore delle minacce arabe costituisce un enorme Hillul HaShem, un’umiliazione inaccettabile per il Dio d’Israele. Dobbiamo dimostrare chi siano i padroni di casa in questo luogo sacro senza mostrare esitazioni” (Itamar Ben-Gvir, Ministro della Sicurezza Nazionale, Intervista a Radio Kol Berama, Gerusalemme, 24 agosto 2023).
Il contrappeso speculare della santificazione è Hillul HaShem, la profanazione del Nome divino. In senso classico, questo termine designa qualunque comportamento che reca vergogna alla comunità o che disonora la Legge.
Nel lessico del nazionalismo estremo, la profanazione viene riempita di contenuti politici e territoriali inediti. La ritirata da un insediamento, il compromesso sui confini o la rinuncia all’annientamento del nemico sono interpretati come segni di debolezza che umiliano la divinità davanti alle nazioni.
Tale mentalità spiega come la teologia penetri direttamente nel fare la guerra. La prudenza politica viene degradata come una colpa religiosa, rendendo impraticabile qualsiasi forma di moderazione strategica. Se cedere una porzione della terra promessa significa profanare il Nome, allora la pace diventa un atto di apostasia.
Meir Kahane sostenne con vigore che ciascuna affermazione di forza israeliana risultava necessaria per lavare l’offesa della Shoah. L’assassinio di Yitzhak Rabin nel 1995 trova le sue radici in questo clima di intolleranza sacralizzata.
Definire un leader politico come un profanatore del Nome permette di trasformare immediatamente il sui omicidio politico in un dovere religioso. Quando il nemico esterno non basta più a sostenere la tensione messianica, il marchio di Hillul HaShem viene rivolto verso l’interno. Esso colpisce chiunque cerchi di fermare la macchina della guerra o proponga soluzioni di convivenza, espellendo il dissenziente dal perimetro della legittimità nazionale.
“Non avrai altro Dio fuori di me... Perché io, il Signore, sono il tuo Dio, un Dio geloso, che punisce l’iniquità dei padri nei figli fino alla terza e alla quarta generazione di coloro che mi odiano” (Esodo 20, 3-5, La Sacra Bibbia)
Chevlei Mashiah
“La guerra all’interno della Striscia di Gaza sarà lunga e faticosa, ma noi siamo pronti a ciascuna prova. Questa rappresenta la nostra seconda guerra di indipendenza e porterà a una vittoria del bene sul male, affinché la vita prevalga finalmente sulla morte” (Benjamin Netanyahu, Dichiarazione alla nazione, Tel Aviv, 28 ottobre 2023, Ufficio del Primo Ministro).
L’espressione Chevlei Mashiah indica i dolori del parto messianico, la fase di tribolazione estrema che precede la fine dei tempi. Si tratta di un’immagine che descrive un mondo in preda al caos, alle guerre e alla carestia.
Se nelle fonti rabbiniche questa idea suscitava paura, nel sionismo messianico contemporaneo viene usata per dare un senso provvidenziale alla sofferenza. Il collasso dell’ordine e il dolore dei civili diventano passaggi obbligati verso la redenzione.
Questa lettura trasforma la catastrofe in un segno di speranza paradossale. Più la situazione peggiora, più si crede che la salvezza sia vicina. La violenza non è un sintomo di fallimento o qualcosa da “evitare”, anzi è l’annuncio che il vecchio mondo sta morendo per lasciare spazio al regno di Dio sulla terra.
Questa ideologia della catastrofe disarma l’opposizione morale alla guerra, perché suggerisce che ogni tentativo di alleviare il dolore sia un ostacolo al compimento del piano divino.
La sofferenza dei palestinesi, ridotti a semplici spettatori o vittime di questo travaglio, viene completamente cancellata. Essi non sono considerati esseri umani con diritti, ma semplici elementi di un paesaggio che deve essere purificato.
La violenza inflitta a Gaza diventa allora solo un sintomo della ferocia necessaria perché il nuovo ordine possa finalmente manifestarsi. Così, la destra israeliana giustifica il genocidio.
“Come una donna incinta che sta per partorire si contorce e lancia lamenti nei dolori, così siamo stati noi di fronte a te, Signore. Abbiamo concepito e abbiamo sentito i dolori come se dovessimo partorire” (Isaia 26, 17-18, La Sacra Bibbia)
Mashiach Ben Yosef
“Abbiamo fiducia nel nostro cammino e sconfiggeremo queste bestie umane con piena forza fino a cancellarle. La spada di Davide è stata estratta dal fodero e l’arco di Gionata non tornerà indietro finché la missione non sarà compiuta” (Benjamin Netanyahu, Discorso ai soldati della 98a Divisione IDF, 12 ottobre 2023, Ufficio del Primo Ministro).
La tradizione mistica e rabbinica parla di due figure messianiche distinte. Mashiach ben Yosef è il redentore precursore, incaricato della preparazione materiale, della raccolta degli esuli e della guerra contro i nemici. La sua opera è terrena, politica e spesso segnata dal sacrificio. Mashiach ben David appartiene invece al compimento spirituale e alla sovranità definitiva.
Il rabbino Abraham Isaac Kook ha riletto il sionismo laico come la manifestazione di Mashiach ben Yosef. Anche se i pionieri non erano osservanti, il loro lavoro di costruzione dello Stato e di difesa del territorio era iscritto in un disegno sacro.
Questa interpretazione ha permesso di unire il nazionalismo moderno con la speranza religiosa, dando una consacrazione teologica all’esercito e alle istituzioni civili. La forza armata non è allora una necessità contingente, ma una fase preliminare della redenzione finale.
In questo quadro si inserisce il testo Kol HaTor, che propone una visione attiva della salvezza. La redenzione avviene attraverso un accumulo di atti storici e politici, i famosi 999 passi.
La vittoria militare diventa la prova del favore divino e un anticipo della gloria futura. La politica della forza viene così sottratta al giudizio umano e consegnata alla teleologia, rendendo ogni avanzata territoriale un passo avanti verso il regno messianico.
“Il suo re sarà più grande di Agag e il suo regno sarà celebrato. Dio, che lo ha fatto uscire dall’Egitto, è per lui come le corna del bufalo. Egli divora le genti che lo avversano e spezza le saette scagliate contro di lui” (Numeri 24, 7-8, La Sacra Bibbia)
Amalek
“Dovete ricordare ciò che Amalek vi ha fatto, dice la nostra Sacra Bibbia. E noi ricordiamo, e stiamo combattendo. I nostri valorosi soldati si uniscono a una catena di eroi d’Israele che prosegue da tremila anni con l’obiettivo di distruggere il nemico” (Benjamin Netanyahu, Dichiarazione alla nazione sull’avvio dell’offensiva di terra, Tel Aviv, 28 ottobre 2023, Ufficio del Primo Ministro).
La categoria di Amalek rappresenta nel sistema dottrinale del messianismo coloniale lo strumento di legittimazione suprema per l’eliminazione fisica dell’avversario. Nella Bibbia, Amalek è la nazione che attacca gli israeliti in cammino nel deserto, colpendo i più deboli e gli esausti che chiudono la carovana.
Questo gesto istituisce un comando divino di ostilità perpetua che non prevede tregua. Il testo di Samuele è esplicito nel prescrivere lo sterminio totale, ingiungendo di non risparmiare nessuno e di mettere a morte uomini e donne, fanciulli e lattanti.
Si tratta di un nemico archetipico che la ricerca accademica di Atalia Omer definisce attraverso il processo di “Amalekizzazione”, ovvero la trasformazione di un popolo contemporaneo nella personificazione metafisica del male assoluto.
Il richiamo a questa figura è uscito dalle dispute esegetiche ed è diventato discorso pubblico di governo. Il 28 ottobre 2023, Benjamin Netanyahu ha dichiarato solennemente: «Dovete ricordare ciò che Amalek vi ha fatto», citando il comando del Deuteronomio nel momento dell’avvio dell’offensiva di terra su Gaza.
Questo riferimento fissò una precisa istruzione operativa rivolta a un esercito in cui la presenza di gruppi ultranazionalisti è in crescita costante. Nel vocabolario dei soldati sul campo, l’identificazione dei palestinesi con Amalek serve a superare ciascuna barriera morale verso l’uso della forza indiscriminata.
Il saggio di Yagil Levy documenta come questo nuovo discorso violento coltivi la vendetta come giustificazione sufficiente, trasformando lo sterminio in un comando religioso che libera l’esecutore da qualunque rimorso.
L’analisi di Carl Schmitt sull’archetipo del nemico assoluto trova in questa riattivazione di Amalek un riscontro concreto. Se l’avversario è il male in quanto tale, allora la sua distruzione è l’unico modo per ristabilire la santità del mondo.
La letteratura accademica evidenzia come questa lettura produca una licenza per il genocidio (al-ibada\ al-jama’iya), poiché l’esistenza stessa dell’altro è percepita come una minaccia alla divinità e dunque allo Stato che in massimo grado la rappresenta.
Netanyahu ha ribadito questo concetto più volte, parlando di una lotta tra “i figli della luce” e “i figli delle tenebre”, iscrivendo il massacro di Gaza in una sequenza di giustizia divina. La deumanizzazione che ne deriva è totale. I civili scompaiono per lasciare posto a parassiti o animali umani destinati all’eradicazione.
In questo scenario la politica si fa teologia della morte, rendendo le avanzate militari un rito di purificazione della terra sacra attraverso il sangue dei nemici, compresi i bambini. Se non capiamo questo continueremo a chiederci: “Ma come fanno a uccidere neonati?”. Semplice, sono educati a vederli come forme del male. Dissimili da loro. Demoni.
“Ora va’ e colpisci Amalek, e vota allo sterminio tutto ciò che gli appartiene. Evita di risparmiarli, ma uccidi uomini e donne insieme ai bambini e ai lattanti, arrivando ai buoi e alle pecore fino ai cammelli e agli asini” (Samuele 15, 3, La Sacra Bibbia)
Ishmael
“I palestinesi costituiscono un’invenzione dell’ultimo secolo e la loro pretesa su questa terra rappresenta una ribellione contro il decreto divino. Siamo impegnati in un processo di purificazione che ristabilirà la sovranità ebraica negando qualunque legittimità a chi occupa abusivamente il suolo dei nostri padri” (Bezalel Smotrich, Ministro delle Finanze, Intervento pubblico a Parigi, 19 marzo 2023).
La figura di Ishmael, figlio di Abramo e Hagar, è stata storicamente associata al mondo arabo e musulmano. In molte esegesi tardoantiche e medievali, Ishmael entra nel quadro escatologico come la forza che opprime Israele prima della redenzione.
Nel vocabolario del nazionalismo religioso, questa figura viene irrigidita in un antagonista perenne, destinato alla sottomissione. Il conflitto attuale viene riletto come l’episodio terminale della lotta con Ishmael.
La resistenza palestinese e la presenza musulmana nei luoghi santi sono viste come afflizioni necessarie che precedono il compimento finale. L’Islam viene descritto come un regno di argilla destinato a crollare davanti alla forza di ferro dello Stato ebraico, secondo una lettura parziale del libro di Daniele.
Questa tipizzazione riduce la complessità storica a una faida familiare millenaria, dove la vittoria di Isacco deve essere ristabilita attraverso la sottomissione di Ishmael.
La teologia entra così nella pianificazione urbana e nella gestione dei territori occupati. Ogni tentativo palestinese di mantenere un legame con la propria terra è visto come un atto di ribellione contro il decreto divino. La sovranità israeliana deve manifestarsi in modo assoluto per dimostrare che il tempo della sottomissione ebraica è finito.
La lotta per la terra si trasforma in una lotta per la legittimità religiosa, dove l’esistenza stessa dell’altro è percepita come una minaccia all’ordine sacro.
“L’angelo del Signore le disse ancora: Ecco, sei incinta e partorirai un figlio e lo chiamerai Ismaele. Egli sarà come un onagro; la sua mano sarà contro tutti e la mano di tutti contro di lui, e abiterà di fronte a tutti i suoi fratelli” (Genesi 16, 11-12, La Sacra Bibbia)
Erev Rav
“Mentre combattiamo i nemici esterni, dobbiamo guardarci dai traditori interni che continuano a incitare contro il governo e la nazione. Questi elementi rappresentano una piaga che inquina la nostra purezza e ostacola il cammino verso la redenzione collettiva” (Estratto dalle osservazioni diffuse dai circoli vicini alla presidenza del Consiglio, citato in report sulla polarizzazione interna, YNet, 14 ottobre 2023).
L’espressione Erev Rav indica la moltitudine mista che scelse di seguire gli israeliti durante la fuga dall’Egitto. Se nel testo dell’Esodo la definizione appare neutra, la sapienza rabbinica e la letteratura mistica hanno trasformato questo gruppo nel corpo estraneo responsabile delle peggiori cadute morali e politiche.
Il Zohar individua in tali anime l’origine dell’idolatria del vitello d’oro, descrivendole come manipolatori che cercarono di deviare il popolo dalla retta via fin dal primo istante. Attraverso l’acronimo “nega ra”, ovvero una piaga maligna, il testo descrive cinque specie di intrusi che inquinano la purezza nazionale: i caduti, i superbi, coloro che seminano disordine, i traditori e gli eredi di Amalek.
La dottrina della reincarnazione suggerisce che simili esseri ritornino in ciascuna epoca, infiltrandosi nelle posizioni di comando per ostacolare il cammino verso la redenzione.
Nelle visioni contenute nel Kol HaTor, attribuito ai discepoli del Gaon di Vilna, lo scontro con l’Erev Rav viene descritto come la sfida più amara della fine dei giorni. Essi sono accusati di agire attraverso l’inganno, ponendosi come falsi amici per poi spezzare il legame tra le figure messianiche.
Nel panorama politico israeliano contemporaneo, specialmente tra le frange dell’ultranazionalismo religioso, questa categoria serve a teologizzare la guerra civile simbolica. La dirigenza laica, i movimenti liberali e i fautori dell’universalismo vengono additati come la manifestazione odierna dell’Erev Rav.
Definire un avversario interno in questi termini permette di spogliarlo di legittimità umana, trasformando il dissenso in un peccato contro Dio. L’uso di tale espressione apre una via verso l’esclusione sociale radicale. Se l’altro viene percepito come un intruso annidato nel corpo della nazione, allora la sua repressione diventa un dovere per garantire la salvezza collettiva.
La massima del profeta Isaia, secondo cui i distruttori provengono dall’interno, viene invocata per giustificare la caccia al nemico che abita nelle stesse città. Questa retorica ha alimentato la delegittimazione di esponenti dello Stato considerati troppo inclini al compromesso o critici verso l’uso della forza, identificandoli come un corpo estraneo da purificare per permettere il compimento del piano redentivo.
In tal modo la fede si trasforma in uno strumento di epurazione che rifiuta il pluralismo, pretendendo una uniformità che espelle chiunque sia ritenuto insufficientemente fedele.
“Gli Israeliti partirono da Ramesse alla volta di Succot, in numero di circa seicentomila uomini adulti, senza contare i bambini. Anche una folla mista di gente di ciascuna specie salì con loro” (Esodo 12, 37-38, La Sacra Bibbia)
Geulah
“L’insediamento in ciascuna porzione della terra d’Israele costituisce la redenzione stessa, poiché realizza il piano divino che ci riporta a essere un popolo sovrano. La nostra missione supera il semplice calcolo politico per insediarsi nel compimento della promessa eterna” (Bezalel Smotrich, Ministro delle Finanze, Intervento alla Conferenza di Katif, Gerusalemme, 7 agosto 2023).
Geulah, ovvero redenzione, trasmuta il suo significato originario da invocazione escatologica a categoria operativa. Se nella tradizione ebraica classica la redenzione appariva come un orizzonte metafisico, un riscatto affidato interamente all’iniziativa divina per liberare il popolo d’Israele dall’umiliazione storica della dispersione (Galut), nell’ottica del sionismo religioso essa subisce un ribaltamento concettuale radicale.
La Geulah smette di essere un’attesa per farsi “lettura del presente”, scendendo dalle regioni eteree dell’attesa divina, per informare l’esercito, le istituzioni e la gestione dei confini. Si assiste, dunque, a una vera e propria secolarizzazione invertita.
Il sacro non si uniforma al mondano, ma il mondano viene sussunto integralmente entro una cronologia sacra che non ammette pause o arretramenti. Il concetto di redenzione, inteso come riapertura di un vincolo spezzato tra popolo, terra e promessa, diviene nel contesto israeliano attuale un dispositivo di interpretazione della storia in atto.
Non siamo davanti a un tempo lineare, storico e se vogliamo “astratto”, ma a quello che Walter Benjamin definiva Jetztzeit, un tempo “pieno” di “adesso”, in cui ogni evento politico porta in sé un indice segreto che lo rinvia alla redenzione.
In questa prospettiva, la sovranità riacquistata è l’evidenza empirica di un processo teologico inarrestabile. La Geulah, dunque, si “attacca ai fatti”, trasformando il bulldozer e il posto di blocco in strumenti di una prassi che non riconosce più la distinzione tra ordine del profano e ordine del sacro.
“Io ristabilirò la sorte del mio popolo Israele: riedificheranno le città desolate e vi abiteranno, pianteranno vigne e ne berranno il vino, coltiveranno giardini e ne mangeranno il frutto. Li pianterò nella loro terra e non saranno mai più sradicati dal suolo che io ho dato loro” (Amos 9, 14-15, La Sacra Bibbia)
Atchalta de Geulah
“L’inizio della redenzione sta avvenendo indubbiamente davanti ai nostri occhi e gli occhi di ciascun individuo dotato di spirito devono elevarsi verso questa realtà. La mano di Dio dirige gli eventi storici verso un fine che non ammette arretramenti né compromessi territoriali” (Rabbi Zvi Yehuda Kook, citato come riferimento dottrinale dai ministri del sionismo religioso, Londra, 1917).
L’espressione aramaica Atchalta de Geulah, ovvero “l’inizio della redenzione”, rappresenta il nucleo pulsante di questa nuova teologia politica. In certi ambienti religiosi nazionalisti, lo Stato d’Israele non è visto come un rifugio perseguitato, ma come l’apertura effettiva del tempo redentivo.
Questa formula agisce come un convertitore alchemico dove ogni avanzata militare, dalla vittoria del 1967 alla colonizzazione della Cisgiordania, cessa di appartenere alla cronaca bellica. Viene letteralmente assorbita nella cronologia messianica.
Se lo Stato è l’inizio della redenzione, allora la sovranità ebraica è un valore metafisico indisponibile. Ogni atto di governo è investito di una sacralità che scavalca la dialettica democratica e il diritto internazionale, ponendo l’azione statale sotto l’egida di un mandato divino inappellabile.
La potenza di questa visione risiede nella sua capacità di neutralizzare il “fallimento” come categoria storica. Se la storia è governata dalla necessità redentiva, ogni arretramento o concessione territoriale diviene una “ferita teologica”. La politica non è altro che l’esecuzione di un piano escatologico.
Questo approccio si scontra frontalmente con il monito di Yeshayahu Leibowitz, il quale avvertiva che l’attribuzione di valore religioso a un’istituzione politica come lo Stato avrebbe inevitabilmente condotto all’idolatria del potere.
Per i sostenitori dell’Atchalta de Geulah, invece, è proprio la mancanza di questa lettura a costituire un’apostasia, una riduzione della missione d’Israele a una banale esistenza nazionale tra le altre.
In questa cornice, il tempo non scorre più in modo lineare, ma è scandito da “segni” redentivi. La presa di possesso del territorio diventa facilmente una “restituzione” di qualcosa di Sacro perso e ritrovato. Il linguaggio diplomatico, basato sulla trattativa e sul compromesso, appare dunque intrinsecamente menzognero, poiché tenta di frammentare ciò che la divinità ha dichiarato integro.
La formula Atchalta de Geulah crea un regime di verità in cui l’evidenza dei fatti, l’esercito, il controllo, la forza, diventa la prova definitiva della correttezza della lettura teologica. Si assiste a una “stasiologia del sacro”, dove il conflitto con l’esterno e con il nemico interno è la condizione stessa del manifestarsi della redenzione.
“Il Signore tuo Dio ti ricondurrà nel paese che i tuoi padri avevano posseduto e tu lo possederai; Egli ti farà del bene e ti moltiplicherà più dei tuoi padri” (Deuteronomio 30, 5, La Sacra Bibbia)
Reshit Tzemichat Geulatenu
“Il ritorno del popolo ebraico alla sua terra ancestrale costituisce un miracolo senza precedenti nella storia umana. Questo rappresenta il primo germoglio di una rinascita che prosegue attraverso la nostra forza militare e la nostra fede ostinata nella missione assegnataci” (Benjamin Netanyahu, Discorso per il 75° Giorno dell’Indipendenza, Gerusalemme, 26 aprile 2023).
Accanto alla formula dell’inizio, compare l’immagine vegetale di Reshit tzemichat geulatenu: “il primo germogliare della nostra redenzione”. Questa metafora è decisiva per comprendere come il messianismo sionista giustifichi la fase attuale di transizione e conflitto.
La redenzione “cresce” organicamente e si radica nella terra, nelle istituzioni, nella continuità della presenza armata e amministrativa. Questa immagine del germoglio permette di interpretare la violenza e le asperità del presente come fasi necessarie di uno sviluppo vitale. Ciò che per l’osservatore laico è una contingenza storica, per questi ambienti è già un processo sacro in via di maturazione.
Questa visione produce un’idea del tempo storico che educa il soggetto a vedere l’invisibile nel visibile. Il colono che edifica un avamposto illegale si vede come colui che irriga il germoglio della Geulah. Le istituzioni statali, pur nella loro attuale imperfezione laica, sono i vasi attraverso cui scorre la linfa del sacro. Si osserva qui una singolare coincidenza tra materialismo e misticismo.
La redenzione ha bisogno di pietre, di strade, di acqua e di leggi per manifestarsi. È una “metafisica concreta” che trasforma l’amministrazione del territorio in una pratica di salvezza collettiva.
“In quel giorno, il germoglio del Signore crescerà in onore e gloria e il frutto della terra sarà a magnificenza e ornamento per gli scampati di Israele” (Isaia 4, 2, La Sacra Bibbia).
Eretz Yisrael Hashlema
“Gaza appartiene interamente alla Terra d’Israele e verrà il giorno in cui vi faremo ritorno per stabilirvi nuovamente gli insediamenti. Non possiamo negoziare l’assoluto né rinunciare a ciò che la divinità ha dichiarato integro e indivisibile” (Orit Strock, Ministro delle Missioni Nazionali, Intervista televisiva a Channel 7, Gerusalemme, maggio 2024).
Il sintagma Eretz Yisrael HaShlema – la Terra d’Israele integra o completa – segna il punto in cui la geografia si carica di assoluto. Dopo la guerra del 1967, luoghi come Hebron, Nablus, Betlemme e la valle del Giordano smettono di essere semplici coordinate cartografiche per diventare frammenti di un corpo sacro indivisibile.
Questa visione investe il territorio di un valore che “travolge il linguaggio diplomatico” e supera le categorie del diritto internazionale. Cedere anche un solo palmo di terra equivale, in questa prospettiva, a mutilare la promessa divina e ad amputare il corpo stesso della redenzione.
La trattativa territoriale non è dunque un atto politico, ma un sacrilegio, un tradimento della storia sacra. La terra, per intenderci, non è un oggetto di possesso, ma un soggetto di appartenenza. La “completezza” della terra è la condizione della completezza del popolo.
Ne consegue che ogni presenza estranea che pretenda sovranità su queste terre è percepita come un’intrusione nel corpo stesso della nazione/identità. L’idea di Eretz Yisrael HaShlema agisce come un dispositivo di bloccaggio contro ogni possibile compromesso.
Se la terra è un “tutto” indisponibile, la diplomazia non ha più spazio di manovra, poiché non si può negoziare l’assoluto. La geografia diventa così il tribunale ultimo della verità teologica e di riflesso il colonialismo è un atto dovuto alla divinità che li ha eletti. Il “Grande Israele” ne è consequenziale.
“In quel giorno il Signore concluse un’alleanza con Abram dicendo: Alla tua discendenza io do questo paese, dal fiume d’Egitto fino al grande fiume, il fiume Eufrate” (Genesi 15, 18, La Sacra Bibbia)
Yishuv e Mitzvat Yishuv Haaretz
“Conquistare la terra e stabilirvi lo Stato ebraico rappresenta il nazionalismo più autentico, coincidente con il precetto religioso di popolare il suolo sacro. Abitare ogni collina costituisce un obbligo che si pone sopra il calcolo politico ordinario” (Bezalel Smotrich, Ministro delle Finanze, Manifesto politico “Il piano decisivo”, Gerusalemme, 2017).
L’atto di abitare la terra, Yishuv Eretz Yisrael, nel lessico sionista religioso supera di gran lunga la semplice residenza per configurarsi come un “compito storico” e una “missione collettiva”. È il gesto che inscrive il corpo ebraico nella terra promessa, trasformando la colonizzazione in una veste insieme agricola e militare e infine, teologica. Case, strade e uliveti sono atti di compimento della Geulah.
La prassi insediativa diventa così una “teologia del bulldozer”, dove la trasformazione fisica del suolo è l’unico linguaggio efficace contro le pretese degli altri. Quando l’insediamento entra nel dominio del comandamento (Mitzvat Yishuv HaAretz), l’obbligo religioso consacra definitivamente l’azione politica e diventa una mitzvah, un precetto divino dove il passaggio dal testo sacro alla recinzione elettrificata, dalla visione profetica al posto di blocco, diviene fluido e inarrestabile.
L’insediamento ottiene una giustificazione che si pone “sopra il calcolo politico ordinario”, rendendo la figura del colono quella di un esecutore della volontà trascendente. In questo slittamento, la morale convenzionale viene sospesa in favore di un rigore che pretende di rispondere solo a Dio.
La trasformazione dell’abitare in comandamento implica che ogni ostacolo a tale abitare sia un’offesa alla divinità. La forza militare, allora, sarà lo strumento attraverso cui la mitzvah viene realizzata.
In questo contesto, il dialogo con l’alterità palestinese è strutturalmente impossibile, infatti non si può mediare tra un comando divino e una rivendicazione umana. Il risultato è una radicalizzazione che vede nella devastazione del nemico un atto di santificazione del Nome.
“Prenderete possesso del paese e vi abiterete, perché io ho dato a voi il paese in possesso. Vi spartirete il paese a sorte secondo le vostre famiglie” (Numeri 33, 53-54, La Sacra Bibbia)
Har Habayit e Beit Hamikdash
“Il Monte del Tempio costituisce il luogo più importante per il popolo d’Israele e noi siamo gli unici padroni di casa su questa montagna sacra. La nostra presenza qui manifesta la sovranità che non accetta minacce né compromessi con chi vorrebbe scacciarci” (Itamar Ben-Gvir, Ministro della Sicurezza Nazionale, Dichiarazione durante la visita ad Har HaBayit, Gerusalemme, 3 gennaio 2023)
Il Monte della Casa, Har HaBayit, rappresenta nella coscienza messianica contemporanea il luogo di massima saturazione simbolica. Un tempo confinato nell’attesa rituale, oggi è diventato un “detonatore politico di prim’ordine”.
Parlare del Monte significa parlare di sovranità totale, di accesso rituale inteso come possesso politico, di una gerarchia confessionale che non ammette parità. Il sito concentra in pochi metri quadrati l’intreccio esplosivo tra archeologia sacralizzata, nazionalismo armato e desiderio di supremazia.
Le preghiere sulla spianata diventano una “sovranità in atto”, una provocazione calcolata per ribadire chi sia il signore della storia. Il riferimento al Terzo Tempio, Beit HaMikdash, agisce come l’orizzonte ultimo di questa restaurazione.
Per le correnti più radicali, il Tempio incarna un programma concreto che richiede attivismo e pressione costante contro lo status quo. La redenzione si salda a un progetto di sovranità totale sulla memoria stessa delle pietre. Il Tempio diventa il simbolo di una “fine della storia” che deve essere forzata dall’azione umana, un punto di rottura messianica che non tollera più la presenza dell’Altro.
“Alla fine dei giorni, il monte del tempio del Signore sarà eretto sulla cima dei monti e sarà più alto dei colli; ad esso affluiranno tutte le genti” (Isaia 2, 2, La Sacra Bibbia)
Kahanismo
“Dobbiamo espellere i nemici dalla nostra terra per ripulirla dalle contaminazioni che minacciano la nostra santità. La forza costituisce l’unico linguaggio che i nostri avversari comprendono e noi la useremo per stabilire la supremazia totale del popolo eletto” (Dottrina politica di Meir Kahane, rivendicata e applicata nelle politiche di segregazione dai ministri dell’attuale coalizione, Gerusalemme, 2023-2024).
Il kahanismo, dal nome di Meir Kahane, rappresenta la traduzione più brutale di queste figure escatologiche in un programma di governo fondato sul suprematismo e sull’espulsione. Questa matrice è penetrata profondamente nella destra di governo e nell’immaginario dei coloni.
Il kahanismo eleva la forza pura a sola lingua storicamente efficace e giustifica la devastazione come “autodifesa assoluta” dove la figura del Messia si sovrappone a quella del vincitore dell’Anticristo, e il nemico è chiunque si opponga alla supremazia ebraica. Si inscrive in un vero è proprio insegnamento alla disuguaglianza.
Il kahanista ordina il mondo in cerchi concentrici di valore. In questo sistema, la vita dell’ebreo e quella del non-ebreo non hanno lo stesso statuto ontologico. La violenza diventa una forma di “pietas” verso il proprio popolo, un rigore che pretende di “pulire” la terra promessa dalle “contaminazioni” morali e intellettuali esterne (e ci ricorda tempi storici non molto diversi da questa prospettiva).
Questa visione trasforma il conflitto in una condizione cronica e necessaria. La pace è vista come un’apostasia, poiché implicherebbe il riconoscimento di un’uguaglianza che la teologia messianica nega alla radice.
“Ecco un popolo che si leva come leonessa e si erge come un leone; non si accovaccia, finché non abbia divorato la preda e bevuto il sangue degli uccisi” (Numeri 23, 24, La Sacra Bibbia)
Goy e Goyim
“In questo scontro saremo saldi e uniti, certi della giustizia della nostra causa davanti al mondo. Chi tra le nazioni ci accusa di crimini di guerra manifesta un’ipocrisia priva di qualunque briciolo di moralità, poiché noi rispondiamo solo alla nostra storia” (Benjamin Netanyahu, Dichiarazione alla nazione, Tel Aviv, 28 ottobre 2023, Ufficio del Primo Ministro).
La disamina del termine Goy (Goyim al plurale) è essenziale per comprendere la struttura identitaria del messianismo sionista. Sebbene in origine significasse semplicemente “nazione”, nell’uso contemporaneo ha assunto una connotazione marcatamente gerarchica.
I Goyim sono la massa indistinta degli “esterni”, privi di elezione e di piena legittimità storica. Nel lessico messianico radicale, i Goyim diventano il “teatro umano” davanti al quale Israele deve manifestare la propria eccezione e il proprio mandato. È contro i Goyim che la vittoria militare assume il valore di una prova teologica definitiva.
Questa trasformazione dell’alterità in categoria politica serve a giustificare un vero e proprio insegnamento alla disuguaglianza che ordina il mondo secondo il grado di prossimità al sacro. Il non-ebreo cessa di essere un soggetto storico tra gli altri per diventare una figura dell’esteriorità da dominare o espellere.
Nei momenti di massima radicalizzazione, la parola Goy serve a stabilire un confine invalicabile: chi non appartiene al popolo eletto non ha diritto di parola sulla terra promessa. La figura del Goy è dunque lo sfondo necessario su cui si staglia la “luce” dell’eccezione israeliana, un’alterità ridotta a pura funzione del processo redentivo.
“Il Signore ti metterà per gloria, rinomanza e splendore sopra tutte le nazioni che ha fatte e tu sarai un popolo consacrato al Signore tuo Dio com’egli ha promesso” (Deuteronomio 26, 19, La Sacra Bibbia).
Fonte
Assalto al trono di Nvidia
A prima vista, le cose per Nvidia non potrebbero andare meglio. Il colosso statunitense delle GPU detiene oggi il 92% di questo specifico settore e una quota pari al 70-75% del più complessivo mercato dei chip impiegati nell’ambito IA. Nel 2025, la società fondata da Jensen Huang ha messo a segno ricavi per circa 200 miliardi di dollari (oltre il doppio di quanto fatturato nell’anno precedente), ha ottenuto guadagni per 32 miliardi nel corso di un unico trimestre e può vantare al momento la maggiore capitalizzazione di mercato al mondo (4.600 miliardi di dollari, contro i 3.900 della seconda classificata Apple).
Un dominio quasi inevitabile, per l’azienda che con le sue GPU – processori nati per l’elaborazione grafica dei videogiochi, ma che si sono dimostrati estremamente efficienti per l’addestramento e l’utilizzo dei sistemi d’intelligenza artificiale – ha reso possibile la rivoluzione del deep learning ed è oggi praticamente l’unica azienda in grado di guadagnare dal complicato, dal punto di vista economico, settore dell’IA generativa.
Il ruolo di Nvidia è talmente centrale che, lo scorso novembre, gli occhi di tutti gli operatori finanziari erano puntati proprio sui suoi risultati trimestrali, perché si temeva che una crescita anche solo leggermente inferiore alle attese avrebbe fatto scoppiare la bolla dell’intelligenza artificiale (pericolo per il momento scongiurato o almeno rinviato).
In questa fase, Nvidia può addirittura farsi carico dell’espansione infrastrutturale del settore dell’IA generativa, essendo diventata il fulcro di un complicatissimo meccanismo di prestiti e finanziamenti che ha ovviamente l’obiettivo finale di vendere un numero sempre maggiore di GPU. Nonostante alcuni inciampi (com’è il caso del promesso investimento in OpenAI, recentemente ritirato), questo meccanismo può essere sintetizzato così: Nvidia presta o investe capitale in startup e grandi sviluppatori di modelli, che utilizzano quei fondi per acquistare infrastruttura di calcolo – spesso proprio GPU Nvidia – alimentando una domanda che in parte contribuisce essa stessa a creare.
Se tutto ciò non bastasse, Jensen Huang ha ultimamente messo in atto la più classica pratica da monopolista della Silicon Valley, iniziando a inglobare le startup che potrebbero in futuro minacciarne la posizione dominante. È il caso del maxi-accordo da 20 miliardi di dollari con cui ha acquistato gli asset tecnologici e ha assunto parte del team di Groq, società che produce chip specializzati – in termini tecnici ASIC – nella fase di inferenza dell’intelligenza artificiale (vale a dire il carico di lavoro svolto durante l’utilizzo dei sistemi generativi).
Basterà tutto ciò a mettere al riparo Nvidia da un numero crescente di concorrenti sempre più agguerriti, che puntano a ridurre la loro dipendenza dalle GPU di Jensen Huang, a produrre chip specializzati dalle prestazioni ancora più elevate (in termini computazionali o di efficienza energetica) e a consentire alla seconda superpotenza tecnologica – la Cina – di liberare tutte le proprie potenzialità?
La minaccia di Google“C’è la sensazione strategica, tra i clienti e nel mercato complessivo, che la dipendenza da Nvidia, e dai suoi prezzi elevati, debba essere interrotta”, ha spiegato, parlando con El País, l’analista Fernando Maldonado. “Tutti i principali fornitori di servizi cloud stanno progettando i loro specifici chip per compiti differenti. Più in là nel tempo, la quota di mercato di Nvidia potrebbe iniziare a ridursi”.
Dei vari concorrenti che stanno scaldando i motori nessuno è più minaccioso di Google: azienda storicamente leader nel campo dell’intelligenza artificiale, che ha reso possibile l’avvento dei large language model, sviluppando nel 2017 l’architettura Transformer, e che per il loro addestramento sfrutta da sempre una combinazione di GPU Nvidia e delle sue TPU (Tensor Processing Unit), ovvero acceleratori hardware progettati internamente, in collaborazione con Broadcom, e ottimizzati per il calcolo delle reti neurali.
Questa coabitazione di GPU e TPU potrebbe presto giungere al termine: Gemini 3 – il più avanzato large language model di Google – è stato infatti addestrato utilizzando esclusivamente le TPU prodotte dal colosso di Mountain View, prefigurando quindi un futuro in cui Nvidia potrebbe perdere uno dei suoi più importanti clienti. Ma c’è altro: Google ha infatti iniziato a stringere accordi commerciali che consentono a varie società del settore di utilizzare le proprie TPU al posto delle GPU di Nvidia.
Il più importante di questi accordi è stato stipulato a ottobre 2025 e prevede che Anthropic – una delle principali realtà dell’intelligenza artificiale e sviluppatrice di Claude – spenda “decine di miliardi di dollari” per accedere fino a un milione delle TPU di Google. Un accordo simile, ma su scala più ridotta, è stato siglato con la startup Safe Superintelligence (fondata dall’ex di OpenAI Ilya Sutskever).
Fino a oggi, gli sviluppatori di intelligenza artificiale potevano accedere alle TPU soltanto attraverso i data center di proprietà di Google, rendendoli così dipendenti dal suo ecosistema cloud e consentendo una flessibilità molto inferiore rispetto alle GPU di Nvidia, che si acquistano invece fisicamente e poi si sfruttano a piacimento (al netto della lunghissima lista d’attesa). Adesso la situazione è cambiata: Google ha da pochissimo iniziato, secondo le ultime notizie, a vendere direttamente i propri acceleratori.
Tra i clienti troviamo ancora una volta Anthropic (con un acquisto completato da dieci miliardi di dollari e un secondo ordine da 11 miliardi già concordato) e secondo le indiscrezioni anche Meta, che collocherebbe fisicamente le TPU nei propri data center, dove fino a oggi avevano trovato spazio soprattutto le GPU di Nvidia. È questa evoluzione di Google, che si sta quindi trasformando in un vero e proprio produttore di chip, ad aver fatto salire le sue azioni quasi del 50% negli ultimi sei mesi, mentre quelle di Nvidia hanno fatto registrare soltanto un +5%.
“La capitalizzazione di mercato è cresciuta di quasi mille miliardi a partire dall’ottobre scorso, anche grazie alla decisione di Warren Buffett di acquistare 4,9 miliardi di azioni durante il terzo trimestre del 2025 e al più generale entusiasmo di Wall Street per le iniziative di Google nel campo dell’intelligenza artificiale”, si legge su Bloomberg. “Google è sempre stato il vero outsider nella corsa dell’intelligenza artificiale. Un gigante per qualche tempo dormiente, ma che adesso si è pienamente risvegliato”.
Amazon e non soloGoogle è sicuramente il rivale più temibile per Nvidia, ma non è l’unico. Ormai da qualche tempo, Amazon (per la precisione AWS) ha iniziato a sviluppare acceleratori per l’intelligenza artificiale – chiamati Trainium – e dall’anno scorso li sta usando nei propri data center, vendendo l’accesso a svariate realtà del settore. Tra queste troviamo ancora una volta Anthropic, la società di “data intelligence” Databricks, l’azienda giapponese di servizi per l’assistenza clienti Karakuri e parecchie altre. Stando alle dichiarazioni del CEO di Amazon Andy Jassy, gli introiti garantiti dai chip Trainium e Graviton (classiche CPU usate internamente in ambito cloud) sono oggi di “circa 10 miliardi di dollari” e crescono “a tripla cifra” anno dopo anno.
Come spiega il New York Times, “sebbene non siano potenti come quelli di Google o Nvidia, Amazon sta installando il doppio dei suoi chip all’interno di ciascun data center, nella speranza di offrire maggiore potenza computazionale usando la stessa quantità di energia” (grazie alla loro migliore efficienza energetica, ndA). Al momento, Anthropic è l’unico vero grande cliente dei Trainium di Amazon, ma in futuro le cose potrebbero cambiare: “Gli esperti ritengono che una partnership di questo calibro possa prefigurare cambiamenti ancor più importanti: quando Anthropic utilizza i chip di Amazon o di Google mostra al resto del mercato che le GPU di Nvidia non sono l’unica opzione”.
Al contrario: le alternative continuano ad aumentare. La CEO di AMD, Lisa Su, aveva annunciato qualche mese fa l’intenzione di centrare la produzione aziendale sull’IA generativa, scommettendo che la “domanda insaziabile di capacità di calcolo” non si sarebbe esaurita nel giro di pochi trimestri. Finora i numeri sembrano darle ragione: la capitalizzazione di mercato di AMD è quasi quadruplicata, superando i 350 miliardi di dollari, e l’azienda ha firmato accordi rilevanti per fornire chip a OpenAI e Oracle.
Anche Broadcom si sta ritagliando uno spazio crescente grazie alla produzione di chip – le cosiddette XPU – progettati per compiti di calcolo specifici, oltre a hardware di rete indispensabile per collegare tra loro i giganteschi rack di server che popolano i data center dell’IA. Intel, uno dei nomi storici della Silicon Valley, ha clamorosamente mancato la prima ondata dell’I Agenerativa, ma sta adesso investendo massicciamente sia nella progettazione sia nella produzione di processori avanzati per i data center, nel tentativo di recuperare terreno. E infine c’è Qualcomm, tradizionalmente associata ai chip per smartphone e automobili, ma che nell’ottobre scorso ha annunciato il lancio di due nuovi acceleratori per l’intelligenza artificiale, l’AI200 e l’AI250, caratterizzati da un’attenzione particolare all’efficienza energetica.
L’ascesa delle startupLa scommessa è quindi duplice: da una parte che la richiesta di processori da utilizzare nell’ambito dell’intelligenza artificiale continuerà ad aumentare; dall’altra che si aprano maggiori opportunità per chi produce hardware specializzato, laddove fino a oggi hanno dominato i processori programmabili e generalisti di Nvidia. “Se si osserva il tasso di crescita del settore, si vede [aumentare la domanda] di hardware specializzato”, ha spiegato Alex Davies, CTO della società finanziaria Jump. “È sempre stato così in tutta la storia dell’ingegneria: si inizia con qualcosa di più generico, poi si cresce a grandissima velocità e alla fine qualcuno capisce che non si può avere un unico prodotto per tutto”.
Fino a questo momento, la versatilità delle GPU ha rappresentato il principale vantaggio di Nvidia, che attraverso la piattaforma software CUDA consente di programmare i suoi processori in base alle specifiche esigenze aziendali, fidelizzando inoltre una vastissima schiera di programmatori. I chip di uso generale hanno però i loro svantaggi: “C’è un costo energetico da pagare, perché ci sono parti del processore che non si utilizzano per ciò che serve ma consumano comunque energia”, ha spiegato ancora Maldonado a El País.
Considerando quanto sta crescendo il mercato, c’è sicuramente spazio per tutte le soluzioni: dai processori generalisti e programmabili di Nvidia fino alle architetture ASIC più specifiche. Nel complesso, si stima che il giro di affari degli acceleratori per sistemi d’intelligenza artificiale dovrebbe crescere del 16% su base annua fino a raggiungere i 604 miliardi di dollari nel 2033: “Certo, Nvidia continuerà a controllare una parte significativa del mercato, ma anche una piccola percentuale può valere miliardi di dollari”, ha spiegato al New York Times l’analista Jordan Nanos.
Mentre i colossi si riorganizzano per aumentare la loro presenza in questo ricchissimo mercato, una serie di startup ambisce a conquistare una fetta della torta, presentando nuove soluzioni: Cerebras è una startup californiana, guidata da Andrew Feldman, che progetta processori creati esclusivamente per l’intelligenza artificiale. Processori, tra l’altro, dalle dimensioni inusuali: “Il nostro chip è grande quanto un piatto da tavola, mentre quello di una GPU ha le dimensioni di un francobollo”, ha spiegato Feldman parlando con l’Economist.
Potrebbe sembrare una mossa controintuitiva, visto che il progresso tecnologico è sempre stato anche una corsa alla miniaturizzazione. Eppure, Cerebras permette di usare un solo, enorme chip laddove con le GPU di Nvidia bisogna collegarne un gran numero. Questo permette alle connessioni tra i vari core presenti nel chip di operare migliaia di volte più rapidamente di quanto avviene con le connessioni tra GPU separate.
Il suo Wafer-Scale Engine 3 (WSE-3) – il più grande chip per IA mai costruito, con circa 4mila miliardi di transistor e 900mila core – è attualmente impiegato da OpenAI (per Codex-Spark, un LLM ottimizzato per la generazione di codice), Mistral, Perplexity e anche dai laboratori scientifici statunitensi (che lo hanno impiegato, per esempio, nell’ambito della “simulazione molecolare dinamica”). Una lista di clienti impressionante, che ha convinto gli investitori a finanziare Cerebras con un miliardo di dollari per una valutazione da 23 miliardi.
Cerebras non è però l’unica startup che partecipa alla grande corsa per ritagliarsi uno spazio nel mondo degli acceleratori per IA. Un’altra realtà californiana, fondata da ex ingegneri di Google, è MatX, che sta sviluppando processori che mirano a fare piazza pulita di tutti gli elementi delle GPU non necessari per l’addestramento degli LLM. In poche parole, MatX punta a creare processori che facciano meno cose, ma in maniera più efficiente. La startup nata nel 2022 ha appena raccolto oltre 500 milioni di dollari in un nuovo round di finanziamento e punta a completare il design del suo chip nel 2026, con spedizioni previste nel 2027. L’elenco delle startup include anche le statunitensi d-Matrix e SambaNova, l’israeliana Hailo, la britannica Graphcore (acquistata nel 2024 da SoftBank), la canadese-statunitense Tenstorrent e tantissime altre.
La Cina punta all’autosufficienzaLe maggiori sorprese per Nvidia potrebbero però arrivare dall’altro lato del Pacifico. Non è un caso che Jensen Huang abbia pubblicamente espresso la sua contrarietà alle sanzioni che impediscono la vendita delle GPU più avanzate alla Cina (per quanto recentemente allentate), argomentando che questa politica rischia di accelerare la corsa della Repubblica Popolare per rendersi del tutto autonoma dai processori statunitensi (e quindi intaccando il fatturato di Nvidia, proveniente per il 13% dal mercato cinese).
Che la Cina sia dietro agli Stati Uniti soltanto di “pochi nanosecondi” – come affermato dallo stesso Huang – è un’esagerazione, ma i progressi fatti dai produttori di chip del colosso asiatico sono molto significativi. Al momento, le prestazioni del modello H20 – il chip più potente che Nvidia può vendere in Cina, variante dell’H200 – sono già state ampiamente superate da numerosi processori cinesi, tra cui l’Ascend 910C di Huawei e il BW1000 di Hygon (per capacità di calcolo grezza e al netto di un maggiore consumo energetico).
Probabilmente proprio allo scopo di aumentare l’adozione di chip autoctoni, Pechino sta adesso a sua volta ostacolando l’acquisto dei chip Nvidia da parte delle aziende cinesi, complicando ulteriormente una situazione già molto difficile. In sintesi: al momento gli Stati Uniti hanno riammesso la vendita dei processori H20, ma è ora la Cina che ne blocca l’acquisto da parte delle sue aziende, adducendo ragioni di sicurezza nazionale.
La situazione è caotica e in continua evoluzione, ma l’impressione è che la Cina voglia approfittare della guerra commerciale per aumentare la quota dei suoi campioni nazionali (Huawei, Hygon, Cambricon, MetaX), che oggi detengono il 40% del mercato – per un valore di circa 38 miliardi di dollari – e che potrebbero crescere fino al 50% nel giro di un paio d’anni. Dal punto di vista tecnologico, un aiuto importante potrebbe giungere dai progressi fatti dalla Semiconductor Manufacturing International Corporation (SMIC): l’azienda cinese che si occupa di fabbricare concretamente i chip progettati da Huawei e dagli altri.
SMIC è oggi il cuore della strategia industriale cinese nel campo dei processori. Secondo alcuni report, l’azienda sarebbe ormai in grado di produrre anche chip a 5 nanometri, seppur con costi più elevati e rese inferiori rispetto a quelli realizzati dal colosso taiwanese TSMC per i marchi occidentali, le cui dimensioni hanno da poco raggiunto la soglia dei 2 nanometri. Allo stesso tempo, Huawei starebbe investendo per dare vita a delle proprie strutture produttive, diventando quindi un concorrente di SMIC con l’obiettivo di far progredire ulteriormente la capacità cinese di produrre chip avanzati.
Ci vorrà ancora parecchio tempo prima che le prestazioni dei chip cinesi possano effettivamente raggiungere quelle statunitensi, ma i timori di Jensen Huang sono fondati: SMIC, Huawei e gli altri campioni di Pechino o Shenzhen stanno facendo rapidi e importanti passi avanti. E un domani potrebbero contribuire ad allargare le crepe del dominio di Nvidia.
03/04/2026
Il trionfo del kitsch
di Gioacchino Toni
Vincenzo Susca, Bello da morire. L’arte e il pubblico dal kitsch al wow, Mimesis, Milano-Udine, 2026, pp. 250, € 20,00
Noi affermiamo che la magnificenza del mondo si è arricchita di una bellezza nuova: la bellezza della velocità. Un automobile da corsa col suo cofano adorno di grossi tubi simili a serpenti dall’alito esplosivo… un automobile ruggente, che sembra correre sulla mitraglia, è più bello della Vittoria di Samotracia (F.T. Marinetti, Manifesto del Futurismo, 1909).
Nell’individuare la bellezza del mondo contemporaneo nella velocità di un veicolo a motore, piuttosto che in qualche antica reliquia marmorea, a inizio Novecento, la poetica futurista ha dichiarato guerra ai musei. Se da un lato l’arte, a partire dalle avanguardie storiche, ha rivendicato il diritto di prescindere dalla bellezza, dall’altro quest’ultima si è diffusa oltre l’ambito artistico dando luogo a un processo di estetizzazione diffusa. L’estetica si è emancipata dalle istituzioni artistiche incarnandosi in ambiti inattesi.
La ricerca del sublime, scrive Vincenzo Susca in Bello da morire (Mimesis, 2026), ha lasciato il posto all’ordinario estetizzato: «una bellezza contaminata, ibrida, affettiva, virale e proliferante. Il nuovo paesaggio sensibile si popola di soggetti spaesati e relazioni fluide, di immagini ibride e suoni intermittenti, di mode passeggere e idoli effimeri» (p. 27). L’ordinarietà, la vita senza qualità, si è rovesciata in una spettacolarizzazione diffusa. Intrecciando sociologia dell’immaginario, mediologia, estetica e filosofia, Susca spiega come la tecnica, la comunicazione, l’immaginario e l’arte attuali siano giunti a essere plasmati dal kitsch attraverso un lungo processo di sedimentazione di tensioni, fratture e contaminazioni.
Una genealogia estetica di siffatta portata è indispensabile per comprendere i paesaggi digitali, urbani e post-urbani che ci circondano, o meglio nei quali affondiamo: Instagram, Snapchat, BeReal, Genshin Impact, Fortnite, il Metaverso, Grinder, Tinder, ma anche le parate queer, gli after senza fine, le crew di skater o gli youtuber di periferia. Tutti questi fenomeni non sono mere mode, ma micromondi simbolici, sorgenti di atti estetici e transpolitici che, nel caos e nell’effimero, concorrono a ridisegnare l’immaginario collettivo. Essi non si limitano a distruggere l’arte: la oltrepassano, la ricreano, la rendono porosa e ubiqua. [...] Nel passaggio dal museo alla piattaforma digitale, dalla galleria alla home page, dalla sala espositiva al feed, la soglia tra arte ed esistenza sfuma, favorendo l’avvento di un’estetica diffusa, relazionale, performativa, in cui ogni gesto [...] può assumere qualità estetiche, emotive e narrative. [...] La cultura contemporanea affiora dunque come un campo estetico aperto e dilatato, dove ogni atto può essere espressione e ogni espressione è estetizzata (pp. 27-29).
Il diffondersi di pratiche di riappropriazione simbolica e di rielaborazione connettiva non sancisce la morte dell’arte, sottolinea Susca, ma la sua dispersione in un quotidiano fatto di strade e di reti digitali, in un con-fondersi di conformismo e dissenso privo di ambizioni emancipatorie in cui il soggetto si dissolve nello spettacolo che lo espone come opera d’arte.
Se la modernità artistica occidentale apertasi con il Rinascimento, nonostante l’inclinazione alla mimesi, ha a lungo relegato l’ordinarietà ai margini della scena, trattando la vita concreta «come forza lavoro, pubblico da educare e, nel migliore dei casi, da distrarre nelle pause della produzione economica e della riproduzione sociale» (p. 37), è con la fotografia, una volta emancipatasi dall’idea di dover inseguire la pittura, che il bello si sposta nel quotidiano aprendo la strada ai contributi in tal senso del cinema, della televisione e dei media digitali. L’avvento del sistema-fabbrica realizza la commistione tra umano e macchina subordinando i soggetti agli oggetti aprendo la strada a una contemporaneità sempre più dipendente da dispositivi non umani priva di «dialettica tra oppressori e oppressi, barbarie e civiltà, capitale e lavoro» in cui il potere si è fatto al contempo invisibile e capillare e l’opposizione tende a manifestarsi «sotto forma di passività, astensione e disturbo: ironia, satira, meme, distorsioni» (p. 64), incapace di svilupparsi in rivoluzione.
Il kitsch che secondo Susca plasma la tecnica, la comunicazione e l’arte attuali è sorto a metà Ottocento da «una borghesia priva di saldi riferimenti estetici e affamata di prestigio e benessere attraverso il bello», per poi diffondersi anche tra le «fasce sociali annoiate dal folclore tradizionale e sedotte dalle promesse e dalle attrazioni della modernità», finendo per farsi egemone, imponendosi come «l’anima della società del consumo, l’arma delle avanguardie storiche, la grammatica dell’industria culturale e, infine, l’essenza degli algoritmi [della] intelligenza artificiale generativa» (p. 71). L’industria culturale tardo ottocentesca e novecentesca ha canonizzato la messa in scena della vita quotidiana, l’appropriazione della bellezza, sottratta alle élite artistiche, sociali e intellettuali, da parte dei parvenu, sotto l’egida del kitsch.
La macchina del capitale – tanto nella struttura quanto nella sovrastruttura – si rivela capace di tradurre, inglobare e infine divorare sogni e stili di vita delle classi emergenti e marginali, trasformandoli in ideologia, merci e spettacoli. L’immaginario capitalista è battezzato nello spirito del consumo e raggiunge l’apogeo con la società dello spettacolo, animata, secondo Abruzzese, dall’ideologia della felicità, un piacerino kitsch. Essa si erge sulle spalle del reale, in quanto simulacro del reale, a spese del reale. Come le fabbriche e i vampiri, che del capitalismo industriale sono la più tetra e potente metafora, si nutre dei vivi e delle loro attività eleggendole a materie prime del mondo nuovo (pp. 90-91).
Il mondo dei media, degli spettacoli e dei paradisi artificiali richiede/impone sempre maggiore complicità ai soggetti-consumatori fagocitandoli all’interno dello splendore di un progresso da cui non sembrano potere/volere sottrarsi.
Il la della metamorfosi che oggi vede tutte e tutti come oggetti e soggetti, produttori e prodotti, imprenditori e merci, ovvero il primo passo di una condizione estetica nella quale, tramite una pluralità di profili, selfie, post, reel, mention o story, la vita quotidiana è l’opera d’arte più significativa, e più in/significante del nostro tempo – giacché portatrice di senso, avvolta da un’aura sacra e al tempo stesso neutralizzata, reificata e replicabile – è collocato esattamente nel periodo in cui personalità goffe e dai buoni sentimenti, oppure sprezzanti e superbe, a metà Ottocento, mossero i primi passi nel reame della bellezza, con le maschere del bricoleur, del dilettante o del flâneur per le prime categorie, del dandy o del collezionista rispetto alle seconde. Nell’uno e nell’altro caso, si trattava di constatare prima, invogliare dunque, e trasferire in seguito, la pulsione edonistica e ludica, quindi il principio di un piacere sensuale e sensibile, dalla vita privata e domestica al mercato del consumo, dalle situazioni urbane quali fiere, balli, giochi di società e feste al palcoscenico dello spettacolo (pp. 92-93).
Le masse e le figure eccentriche emergono dapprima con il sistema del consumo, dunque con l’industria culturale. «L’interazione tra mercato e piazza, fra le istituzioni e la gente comune, in tutte le loro declinazioni dall’Ottocento a oggi, si palesa come una danza virtuosa, un accordo di ritmi e seduzioni che orienta reciprocamente le parti in causa verso una morfologia e una direzione condivise» (p. 109). Prescindendo sempre più dai principi utilitari, razionali e materiali, il reciproco alimentarsi di produzione e consumo si è via via sempre più estetizzato. Il processo di vetrinizzazione a cui l’individuo contemporaneo è sottoposto, e si sottopone, palesa una sempre più marcata indistinzione tra corpo e media, organico e inorganico. Pur trattandosi di un processo che ha origini lontane, mai come oggi le ibridazioni tra organico e inorganico, tra corpo e media, plasmano i corpi e gli immaginari degli individui, come mostrano, tra gli altri, i film: Tetsuo (1989) di Shin’yaTsukamoto, Titane (2021) di Julia Ducurnau, Substance (2024) di Coralie Fargeat e, soprattutto, Videodrome (1983), eXistenZ (1999) e buona parte della produzione di David Cronenberg.
Lo spettacolo della merce ha via via conquistato il mondo, dai passage ottocenteschi, alle grandi esposizioni temporanee celebranti il progresso e le scoperte/appropriazioni colonialiste, sorte come spazi ludici, seduttivi, partecipativi e immersivi autonomi rispetto alle città, anticipando le esperienze virtuali tardonovecentesche. «Da allora in poi, le merci non saranno più soltanto merci, e le persone non saranno più semplicemente persone: le une e le altre convolano in un solo grande spettacolo» (p. 121) emancipandosi dall’utilità e dall’efficienza per proporsi come opere d’arte. Siamo all’avvento dei simulacri.
La fotografia introduce la possibilità per tutti di trasformarsi in esseri spettacolari, di costruirsi un’identità, inaugurando un tragitto che condurrà ai selfie e alle story, tutto ciò, ricorda Susca, al prezzo della perdita dell’autenticità.
La posa fotografica suggella il debutto dell’attuale – trionfante, totalizzante – mediatizzazione dell’esistenza, una condizione in cui la scena mediatica, da Instagram a Twitch passando per Tumblr, non solo precede la vita materiale, ma la eccede e la governa. Solletica i capricci del corpo sociale, esercitandolo al gusto, agli onori e agli oneri della celebrità. Nel processo di divenire immagine che lo investe, infatti, si cela anche l’ombra della reificazione: un lavoro oscuro, un massaggio invisibile, che attraverso scatti spettacolari plasma il soggetto come oggetto a disposizione, conforme all’iconografia mediatica, all’altezza della merce (p. 131).
Spetta al cinema il compito di «costruire il pubblico», di plasmare, insieme al lavoro in fabbrica, ciò che sino ad allora si presentava come folla anonima, ricavandone spettatori e forza lavoro. «Una trama comune, infatti, associa inestricabilmente le catene della produzione industriale alle fantasmagorie dell’industria culturale, rendendole parti inscindibili dello stesso magnifico spettacolo: lo spettacolo della produzione, la produzione dello spettacolo» (p. 136). Il percorso di seduzione e di coinvolgimento che ha preso il via con la fotografia, passando per il cinema e la televisione, è giunto sino all’universo del web capace, al contempo, di far coincidere spettatore e forza lavoro, consumo e produzione, portando alle estreme conseguenze il processo di alienazione più o meno volontaria.
In ambito artistico, ricorda Susca, Marcel Duchamp ha saputo cogliere con lucidità la portata dei cambiamenti materiali e immaginari che caratterizzano i primi decenni del Novecento. Se da un lato il suo ricorso al fascino del quotidiano – si pensi ai suoi ready made – apre le porte a un pubblico allargato, dall’altro la complessità interpretativa delle sue opere contrae la schiera di chi è davvero in grado di confrontarsi con esse. Quel che è certo, però, è che ricorrendo al détournement, all’irriverenza e allo spirito ludico, l’artista fa parlare di sé, più ancora che delle sue opere. «Duchamp preconizza un clima sociale e un atteggiamento estetico che incanteranno le masse e le avanguardie, nutrendo le visioni e le pratiche dei situazionisti, del punk, della street art, delle arti digitali e di tutto l’arcipelago del web nella sua perenne e appassionata produzione e diffusione di immagini virali» (p. 152).
A consegnare l’arte all’industria culturale, e viceversa, sostiene Susca, è invece Andy Warhol che, eliminata la portata concettuale delle opere duchampiane, eleva la merce e il processo di mercificazione degli stessi esseri umani a icona di cui godere consumando. Se Duchamp ha spostato l’aura dall’opera al gesto concettuale, Wahrol la precipita «nel qui e ora della vita ordinaria, dai vertici rarefatti dell’arte alle viscere affollate del quotidiano» (p. 160). L’universo della Factory, costruito sull’equivalenza tra arte e superficialità dell’immagine, opera la spettacolarizzazione dell’intera esistenza. «È un crollo epico: l’opera abdica al suo splendore monolitico per diffondersi nelle pieghe del vissuto, mentre gli attori sociali, elevati al rango di protagonisti mediatici, ricevono il dono della notorietà. Come le star» (p. 160). «Vivere è posare. Esistere è apparire. Il soggetto è una maschera», questo è il lascito di Wahrol ai social contemporanei. Nulla resta escluso dallo spettacolo, dall’estetizzazione, dalla mediatizzazione e dalla mercificazione dell’esperienza, nemmeno la morte, come testimoniano le Death and Disaster Series dell’artista di Pittsburgh e Segreti sepolti (The Shrouds, 2024) di David Cronenberg.
«Se il kitsch è l’omicidio dell’arte, tentato e mai completamente consumato, in nome della bellezza spettacolare del quotidiano, inscenato in un’atmosfera giocosa, ironica, sensuale e festiva, per congedare l’eterno in ossequio all’effimero», scrive Susca, «il wow è il suo apogeo ebbro, la sua apoteosi porno, il suo delirio estetico» (p. 174). Da categoria estetica la bellezza si è fatta «un dovere sociale: un imperativo atmosferico sfuggente alla ragione e al giudizio, che avvolge il mondo nei suoi veli, plasma ogni forma e pensa a noi più di quanto siamo in grado di pensarla. Ci usa e ci consuma» (p. 187).
Il processo di smaterializzazione e di vetrinizzaizone introdotto dalla fotografia a fine Ottocento raggiunge il suo apogeo con i media digitali che hanno un ruolo importante nel plasmare l’immaginario collettivo indirizzandolo verso l’identificazione della vita con la performance e rendere la bellezza un dovere, a costo della perdita dell’io proprio nel momento di sua massima esaltazione. Così si è giunti all’attuale danza macabra a cui siamo chiamati a danzare e da cui siamo danzati. «Nonostante tutto, malgrado l’oppressione e la reificazione, le crisi economiche e gli sfruttamenti di massa, l’alienazione volontaria e l’obsolescenza delle controculture», scrive Susca, resta la possibilità di «riattualizzare un pensiero radicale, che attinga cioè alle radici e sappia cogliere cosa sta affiorando tra le rovine e le catastrofi del mondo moderno» (p. 65). Insomma, l’immaginario si palesa sempre più come un terreno di battaglia da affrontare con la necessaria radicalità se ci si vuole sottrarre alla colonizzazione dei sogni e dei desideri, a quella che Valerio Evangelisti ha definito come la “dittatura più insinuante, senza scrupoli e invasiva che la storia ricordi”.

