Presentazione


Analisi, opinioni, fatti e (più di rado) arte da una prospettiva di classe.

13/05/2026

A chi serve il ‘nuovo’ IIT?

Due premesse.

Pur condividendo le critiche che provengono da più parti del mondo accademico sulla nascita e sull’attuale conduzione dell’Istituto Italiano di Tecnologia, riteniamo che un ente di ricerca pubblico – compreso IIT e tutti gli enti finanziati prevalentemente dallo Stato – abbia sempre motivo di esistere.

E riteniamo, soprattutto, che il Personale che vi lavora rappresenti un insieme di professionalità che la ricerca italiana non deve perdere. Anzi, potrebbe e dovrebbe transitarle nell’alveo Pubblico portando alte professionalità nelle università e negli enti di ricerca.

Definito questo perimetro, ci chiediamo se l’IIT, per come sta evolvendo, sia veramente necessario al Paese. Ci poniamo il quesito a partire dallo stato generale della ricerca in Italia e in Europa in raffronto al resto del Mondo.

Appare chiaro che la Cina ha rapidamente recuperato l’arretratezza che scontava un trentennio fa e lo ha fatto con un modello organizzativo nazionale (i piani quinquennali) che hanno previsto e portato a compimento, a partire da una assoluta preminenza della ricerca e dell’innovazione, la predominanza nel settore energetico verde e la competizione nell’intelligenza artificiale e nella robotica con gli Stati Uniti, o meglio la ridotta oligarchia dei big tech, che attualmente detengono le chiavi del settore attraverso sistemi proprietari e sempre meno “open source”.

La domanda che poniamo sorge nel momento in cui, in brevissimo tempo, sono nate due nuove realtà: la prima – AI4I – è una Fondazione “dedicata” all’IA apparentemente indipendente (sebbene il lavoro tuttora compiuto nell’alveo IIT sia evidentissimo); la seconda – Generative Bionics – è una start-up che di fatto ha “assorbito” proprietà intellettuale, know-how e personale di IIT.

Quindi, due vere e proprie strutture in competizione con IIT su temi, lo abbiamo accennato, che meriterebbero ben altra attenzione e ben altri strumenti, di livello europeo non nazionale. Chiaro che AI4I e Generative Bionics abbiano direttamente ed indirettamente drenato anche fondi dall’ambito di IIT. Infatti, mentre per Human Technopole, i precedenti governi non avevano eroso finanziamenti a IIT, in questi due casi il Governo ha usato la Fondazione con sede a Genova come uno sfascia carrozze farebbe con un'auto incidentata.

La cosa è particolarmente evidente osservando Generative Bionics, che ambisce alla leadership – italiana e non solo – nella progettazione e produzione di robot umanoidi AI-driven. Nella start-up sono confluite quasi per intero alcune linee di ricerca e personale tecnico/amministrativo originariamente in forze a IIT, includendo diversi Dirigenti di ricerca e, come ovvia conseguenza, una quantità considerevole di know-how realizzato in oltre 20 anni di attività interna a IIT.

La portata di queste perdite, a nostro avviso, è tale da poter essere identificata al pari di una cessione di ramo d'azienda, e come tale avrebbe dovuto essere riconosciuta, in primo luogo dalla governance della Fondazione.

MA UNA FONDAZIONE PUBBLICA, FINANZIATA DAL PUBBLICO, per giunta rivolta alla ricerca e alla disseminazione, HA LA LEGITTIMITÀ DI ‘CEDERE’ A SUE SPESE PROPRIETÀ INTELETTUALE E PROFESSIONALITÀ?

Quello che ad oggi riscontriamo, è una gestione che lascia in estrema incertezza e sofferenza ciò che rimane dei reparti attivi nella robotica umanoide. L'impressione che ricaviamo è quella di un’operazione poco trasparente, che potenzialmente può portare alla scomparsa delle linee di ricerca in questione. Infatti, i processi di sostituzione del personale sono stati caratterizzati da notevole lentezza e riduzione dell’organico rispetto ai numeri precedenti la nascita della start-up. Di conseguenza non è stato possibile attuare un adeguato passaggio di consegne per preservare quella conoscenza che noi consideriamo un asset pubblico.

Quindi, anche al di là delle considerazioni sulla presunta utilità di fondare due nuove aziende su tematiche complementari a quelle storicamente sviluppate in IIT, ci chiediamo: il “modello” di trasferimento di conoscenza previsto per IIT era veramente questo? Verso soggetti concorrenti creati anche su nuove figure dirigenti? O era piuttosto l’impresa privata “vera” e non un intermediario ulteriore, come ci pare stia avvenendo per entrambe le strutture in questione?

E allora questo IIT “liberato” da ambiti di ricerca ritenuti di punta, riuscirà a sopravvivere alla compressione dei fondi statali? Saprà reagire in maniera diversa da come la dirigenza scientifica ha fatto nell’ultima finanziaria, quando il taglio di 15 milioni è stato assunto passivamente dai vertici mentre il personale entrava in mobilitazione? Taglio che, peraltro, sembra correlato con l’investimento di 15 milioni nel centro di calcolo di AI4I…

Va registrato che nel frattempo IIT ha cambiato narrazione. È passata dalla questua prima della legge di Bilancio, che ha indotto il personale a “scendere in campo” per chiedere interventi sia al Comune di Genova che alla Regione Liguria, alla recentissima e assolutamente contraddittoria proclamazione a mezzo stampa della grande capacità di attrazione di finanziamenti che caratterizzerebbe la Fondazione.

È in questo contesto che il 24 marzo scorso, IIT è stata oggetto di uno sciopero con livelli di adesione che non si riscontrano spesso nel settore e superiori al 50% del personale, che ha scioperato perché l’Istituto sostiene di non essere economicamente in grado di offrire condizioni salariali dignitose ai lavoratori, mentre le ha offerte ai dirigenti, come si evince analizzando l’andamento del costo del lavoro dettagliato nelle relazioni della Corte dei Conti degli ultimi anni.

Successivamente, durante una trattativa in cui l’ente si dichiarava ancora ‘nullatenente’, tanto da non poter approvare nemmeno aumenti in grado di coprire l’inflazione galoppante, sempre il personale riceveva l’invito ad una festa aziendale il primo luglio prossimo...

Delle due l’una, o l’IIT gode di un bilancio sanissimo tanto che lo devia su nuove iniziative imprenditoriali oppure è stressato dai tagli e, come tutta la ricerca italiana, sopravvive. Di questa mancanza di chiarezza la vittima è chiaramente il Personale.

Dunque, rispondere alla domanda sull’effettiva funzione di IIT è, ora, più che mai necessario e indissolubilmente legato alle richieste del Personale tecnico-amministrativo. Senza dimenticare il Personale di ricerca contraddistinto quasi per intero dall’essere in formazione o consulente para-subordinato. E anche su questo è ora di cominciare ad indagare meglio se sia lecito avere centinaia di autonomi in un ente di ricerca.

Ci auguriamo che siano gli stessi organi di controllo a porsi questi quesiti.

Come USB continueremo a sorvegliare attentamente l’ente, impedendo che a essere sacrificati siano ancora una volta i dipendenti e i precari!

USB PI Ricerca
USB Lavoro Privato


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Donald Trump andrà in Cina portandosi dietro una montagna di problemi (e di debiti)

di Alessandro Volpi

Il 14 e il 15 maggio Donald Trump dovrebbe recarsi a Pechino per incontrare Xi Jinping. Si tratta della prima visita di un presidente degli Stati Uniti in Cina da dieci anni: e l’ultima volta era stato lo stesso Trump.

In previsione di questa visita il segretario al Tesoro statunitense, Scott Bessent, ha chiesto alla Cina, dopo aver criticato il suo appoggio a uno “Stato terrorista” come l’Iran, di aiutare gli Stati Uniti nella risoluzione della crisi. Al di là della retorica, è molto probabile che una simile richiesta sia un atto non banale che rivela le profonde difficoltà della presidenza Trump alle prese, in primo luogo, con un debito esplosivo.

La gigantesca montagna di circa 40mila miliardi di dollari è infatti ormai in larghissima parte posseduta da americani. Il 20% fa capo ai fondi pensione dei cittadini statunitensi, il 18% alla Fed che lo sta vendendo, il 25% ai grandi gestori Usa, il 5% alle banche e il 10% ai ricchissimi cittadini statunitensi.

Il capitale estero detiene meno del 25%, il minimo storico: i rendimenti alti, dunque, servono a pagare i cittadini statunitensi, che vedono però deprezzarsi il valore dei loro titoli. È evidente che si tratta di una situazione difficilmente sostenibile: gli interessi costano troppo e il debito si svaluta rischiando di trascinare a fondo l’economia Usa. In questo quadro la guerra è troppo onerosa, Trump ha bisogno di chiuderla ma anche di ritrovare la fiducia dei compratori internazionali del debito federale per ridurre i tassi e alleggerire l’esposizione, enorme, degli statunitensi.

Ma il presidente ha un secondo problema: la corsa delle Borse Usa è garantita dai grandi fondi – quelli che hanno in portafoglio il 25% del debito federale – che forniscono liquidità ai listini statunitensi, dove dirottano i risparmi mondiali per far sovrappesare le azioni delle grandi società tecnologiche nei loro Etf, con cui, in un circolo vizioso, raccolgono quegli stessi risparmi.

L’impressione evidente è che siamo di fronte a un complicato e pericoloso gioco di moltiplicazione dei pani e dei pesci che gli Stati Uniti non possono reggere senza una almeno parziale legittimazione cinese, destinata a riparare i canali mondiali di acquisto del debito Usa e di mantenimento in vita del dollaro, grazie al quale tornare a finanziare lo stesso debito: una legittimazione che i cinesi non sembrano ormai più disposti a dare, oppure a concederla a carissimo prezzo.

La condizione degli Stati Uniti è, peraltro, aggravata dal quadro energetico globale rispetto al quale non sono affatto tranquilli. In questo momento molti dei gasdotti e degli oleodotti utilizzati negli ultimi decenni in Europa sono chiusi: l’approvvigionamento via terra passa dalla Norvegia, dall’Azerbaijan e dall’Algeria, che sono naturalmente oggetto di contesa fra i vari Paesi europei.

A questa insufficienza si sta provando a far fronte con il trasporto marittimo che è però difficilissimo per tre ragioni. La prima è la scarsità assoluta di navi da trasporto, la seconda è la difficoltà estrema di trovare chi assicura quelle navi e la terza, più importante, è costituita dalle pochissime rotte aperte. In pratica l’unica veramente sicura è quella atlantica che, naturalmente rende l’Europa ancora più dipendente dagli Stati Uniti ma che sconta, peraltro, le difficoltà di trasporto interno all’Europa stessa. Hormuz è chiuso, Yemen-Gibuti ridottissimo, Suez ridotto, Panama in difficoltà e Malacca intasatissimo.

Ciò significa un’enorme difficoltà nel trasporto anche del gas “naturale” liquefatto (Gnl) statunitense e nell’approvvigionamento del mercato delle benzine, centrale per gli Stati Uniti, dovuto all’insufficiente capacità di raffinazione degli stessi USA a cui, con il blocco dei trasporti, viene messa in crisi la decisiva possibilità di importazione.

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12/05/2026

Tool: dal migliore al peggiore

Ancora guerra o ritirata, sbagliando comunque

Che fare? Sicuramente l’amministrazione statunitense non vede in questa domanda l’ombra del leninismo, ma altrettanto certamente ne sono in questi giorni ossessionati.

Ieri Trump ha riunito il vertice operativo per analizzare le possibili opzioni dopo la risposta iraniana al suo “memorandum”; il vicepresidente JD Vance, l’inviato della Casa Bianca Steve Witkoff, il segretario di Stato Marco Rubio, il segretario alla Difesa Pete Hegseth, il capo di stato maggiore congiunto generale Dan Caine, il direttore della CIA John Ratcliffe e altri alti funzionari.

Pressoché inutile – come al solito – soffermarsi sulle dichiarazioni altalenanti del “Commander in chief”, capace di passare in due minuti dal definire “in coma” il cessate il fuoco, appeso “all’1% di probabilità di sopravvivere”, all’affermazione opposta per cui ci sarebbero “molte buone possibilità di far avanzare le trattative” mediate dal Pakistan.

Al solito, ha infilato dentro menzogne palesi che – se fosse un leader da prendere sul serio – farebbero deragliare qualsiasi trattativa diplomatica. Tipo che gli iraniani avevano accettato di consegnare il proprio uranio arricchito, “ma poi hanno fatto i furbi e cambiato idea”.

A scanso di equivoci da Teheran, oltre a smentire seccamente, il portavoce della Commissione parlamentare, Ebrahim Rezaei, ha promesso che una delle risposte dell’Iran in caso di un altro attacco statunitense-israeliano sul suo territorio “potrebbe essere l’arricchimento dell’uranio al 90%”. Ossia molto vicino al livello con cui sarebbe possibile produrre davvero una bomba atomica. Cosa che invece Trump afferma di voler assolutamente evitare... 

Domani il tycoon è atteso a Pechino, la cui pressione per far finire la guerra è silenziosa ma costante. Dunque appare difficile che Trump possa presentarsi davanti a Xi Jinping cavalcando un’escalation dalle conseguenze molto pericolose. Se anche nella riunione di ieri fossero state decise nuove opzioni militari, insomma, saranno tentate successivamente al vertice in Cina.

Il blocco dello Stretto di Hormuz – praticato sia dall’Iran che dagli Usa, ovviamente con criteri selettivi opposti – sta infatti incidendo pesantemente sulle economie asiatiche, anche se proprio la Cina è al momento quella che ne risente meno, grazie a grandi riserve strategiche di petrolio e ad una produzione di elettricità sempre più affidata a risorse rinnovabili.

Ma per gli altri paesi industrializzati del continente non è così. Il Giappone, che pure resta il principale alleato regionale Usa, ha ripreso a comprare petrolio dalla Russia, teoricamente ancora sottoposto a sanzioni.

Ancora più grave la situazione nelle forniture di fertilizzanti, un terzo dei quali prodotti proprio nel Golfo.

Un funzionario delle Nazioni Unite avverte del rischio di una “grave crisi umanitaria”. Decine di milioni di persone potrebbero infatti trovarsi presto ad affrontare la fame e la carestia se non verrà consentito in tempi rapidi il transito di fertilizzanti attraverso lo Stretto di Hormuz.

“Abbiamo a disposizione alcune settimane per prevenire quella che probabilmente si trasformerà in un’enorme crisi umanitaria”, ha dichiarato in un’intervista all’AFP Jorge Moreira da Silva, direttore esecutivo dell’Ufficio delle Nazioni Unite per i servizi di progetto (UNOPS).

Per tutto il Mondo è chiaro che la responsabilità di questa situazione è interamente sulle spalle di Usa e Israele. Prima del loro attacco all’Iran, infatti, qualsiasi nave, con a bordo qualsiasi prodotto, transitava liberamente attraverso lo Stretto. Dunque la pressione internazionale, che pure Trump afferma di non sentire, si sta facendo più intensa. Spingendo alla ricerca di soluzioni che possono essere anche molto diverse, ma che comunque devono essere rapide.

A suo modo – da autentico reazionario statunitense – Robert Kagan ha sintetizzato in un articolo su The Atlantic la trappola che Trump ha costruito con le proprie mani: qualsiasi cosa faccia ora con l’Iran è sbagliata.

L’esponente neocon – marito di quell’altra iena guerrafondaia di Victoria Nuland, protagonisti insieme del golpe di majdan in Ucraina, nel 2014 – è ovviamene preoccupato del futuro dell’America, e non nutre assolutamente alcuna simpatia per “la pace” o il “diritto internazionale”.

Però “La sconfitta nell’attuale confronto con l’Iran avrà una natura completamente diversa [rispetto ad altri conflitti disastrosi per gli Usa, ndr]. Non potrà essere né riparata né ignorata. Non ci sarà un ritorno allo status quo ante, nessun trionfo americano definitivo che possa annullare o superare il danno arrecato. Lo Stretto di Hormuz non sarà più'”aperto’ come un tempo.
Con il controllo dello stretto, l’Iran emerge come attore chiave nella regione e uno degli attori chiave nel mondo. Il ruolo di Cina e Russia, in quanto alleati dell’Iran, si rafforza; quello degli Stati Uniti, si riduce sostanzialmente.
Lungi dal dimostrare la potenza americana, come hanno ripetutamente affermato i sostenitori della guerra, il conflitto ha rivelato un’America inaffidabile e incapace di portare a termine ciò che ha iniziato. Questo innescherà una reazione a catena in tutto il mondo, mentre amici e nemici si adatteranno al fallimento dell’America”
.

È in parte – o allo stadio iniziale – quello che sta accadendo con l’Unione Europea, costretta suo malgrado a ripensarsi “orfana” dell’alleanza con gli Usa. E persino con i Paesi del Golfo, che hanno verificato l’inconsistenza della “protezione” statunitense. 

Certo si può tentare di aprire un’altra (breve) offensiva militare, per cercare di uscire dalla trappola senza dover fare la figura degli sconfitti, ma neanche questo cambierà l’equazione strategica al termine della partita.

Spiega Kagan: “Anche se Trump volesse bombardare l’Iran come parte di una strategia di uscita – mostrandosi intransigente per mascherare la sua ritirata – non potrebbe farlo senza rischiare questa catastrofe. Se non è scacco matto, ci va molto vicino”

In un attacco di pochi giorni, infatti, anche se insieme ad Israele riuscisse a colpire obbiettivi politicamente pesanti come alcuni dei nuovi dirigenti di Teheran, non sarebbe comunque possibile ottenere nessuno dei risultati “strategici” alla radice della guerra.

“Il potere di bloccare o controllare il flusso di navi attraverso lo stretto è maggiore e più immediato del potenziale teorico del programma nucleare iraniano. Questa leva consentirà ai leader di Teheran di costringere le nazioni a revocare le sanzioni e a normalizzare le relazioni, pena l’applicazione di sanzioni.
Israele si troverà più isolato che mai, mentre l’Iran si arricchisce, si riarma e preserva la possibilità di dotarsi di armi nucleari in futuro. Potrebbe persino trovarsi nell’impossibilità di colpire i gruppi alleati dell’Iran: in un mondo in cui l’Iran esercita un’influenza sull’approvvigionamento energetico di così tante nazioni, Israele potrebbe subire enormi pressioni internazionali per non provocare Teheran in Libano, a Gaza o altrove”


Detto da un sionista americano “senza se e senza ma” come Kagan, insomma, è quasi una sentenza.

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Electrolux licenzia 1700 lavoratori. Oggi e domani sciopero in tutti gli stabilimenti

La multinazionale svedese degli elettrodomestici Electrolux ha annunciato 1.700 esuberi in Italia su un totale nazionale di circa 4mila addetti. La comunicazione è arrivata ieri.

Il piano di riduzione del personale non risparmierà nessuno degli stabilimenti italiani del gruppo. La decisione più pesante riguarda la fabbrica di Cerreto d’Esi, in provincia di Ancona, dove Electrolux ha annunciato la chiusura dell’impianto. Nello stabilimento marchigiano lavorano circa 170 persone. Nel 2024 Electrolux aveva gestito 373 esuberi in Italia, con uscite incentivate e accordi sindacali. Ora i numeri annunciati sono molto più alti e tutti gli stabilimenti sono coinvolti

La riduzione degli organici, secondo quanto riferito dai sindacati, riguarderà l’intera presenza produttiva italiana di Electrolux.

Il gruppo svedese è presente in Italia con gli stabilimenti di Forlì, Porcia, Susegana, Solaro e Cerreto d’Esi.

La pesante ristrutturazione si inserisce in quella avviata da Electrolux a livello globale. Nelle scorse settimane Electrolux ha comunicato la chiusura dello stabilimento di Jászberény, in Ungheria, dove sono occupati circa 600 lavoratori. L’impianto produce frigoriferi da incasso e a libera installazione e dovrebbe cessare l’attività entro la fine del 2026.

Il gruppo ha anche avviato una partnership strategica con la cinese Midea per il mercato statunitense, con nuove joint venture legate alla produzione e vendita di elettrodomestici. Secondo l’agenzia Reuters, l’operazione rientra nel più ampio piano di ristrutturazione del gruppo, alle prese con domanda debole e forte concorrenza sui prezzi.

Tutti gli stabilimenti Electrolux si fermano per lo sciopero tra oggi e domani a partire quindi dal 12 maggio. I sindacati Fiom Fim Uilm hanno chiesto al governo un immediato intervento con una convocazione urgente al Mimit.

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Le sanzioni UE a Israele? Molta fuffa e poca sostanza

Alla fine sono stati sanzionato undici coloni israeliani e undici esponenti palestinesi. La montagna non ha partorito neanche un topolino ma il nulla, anzi una odiosa simmetria.

I ministri degli Esteri dell’Unione europea, da mesi sotto pressione delle proprie opinioni pubbliche e incalzati da alcuni governi, alla fine hanno trovato un accordo per sanzionare non gli apparati di Israele ma singoli esponenti dei coloni che aggrediscono le comunità palestinesi in Cisgiordania. Si parla di congelamento dei beni in Europa e di divieto di ingresso nell’Ue.

L’intesa era stata preannunciata dalla responsabile della politica estera della Ue Kaja Kallas, prima di una riunione dei ministri degli Esteri dell’Unione. Non è stata invece raggiunta l’intesa su eventuali dazi sui prodotti degli insediamenti illegali nei Territori occupati sulla quale manca ancora la necessaria maggioranza qualificata. «Abbiamo valutato queste misure venerdì scorso – ha ammesso la stessa Kallas – ma al momento pare che non abbiamo la maggioranza necessaria».

Rimangono infatti al palo misure più incisive verso Israele di cui si parla da mesi. Anzitutto azioni contro i prodotti delle colonie israeliane nei Territori palestinesi occupati, sostenute soprattutto da Francia e Svezia. Sul tavolo principalmente due opzioni: un vero e proprio bando (che richiederebbe l’unanimità) o invece classiche misure commerciali, anzitutto dazi (dove basterebbe la maggioranza qualificata). La Svezia avrebbe voluto andare oltre, sanzionando i ministri dell’estrema destra nel governo israeliano come Ben Gvir e Smotrich che promuovono l’espansione delle colonie.

La coalizione pro-Israele in seno all’Unione Europea costituisce una minoranza di blocco, di cui fanno parte Italia, Germania, Austria, Ungheria e Repubblica Ceca. Se l’Italia dovesse cambiare posizione, la maggioranza potrebbe invece esserci. L’Ungheria di Péter Magyar, appena subentrato a Viktor Orban, ha tolto il veto contro le misure, sulle quali era necessaria l’unanimità.

A ben guardare l’ipocrisia della Ue sulle sanzioni contro Israele è fin troppo evidente. Le sanzioni che verranno comminate dall’Ue ad alcuni esponenti del movimento dei coloni che attaccano le comunità palestinesi in Cisgiordania sono “un importante passo avanti” ha detto Antonio Tajani. Ma la realtà dice una cosa ben diversa e del tutto inadeguata rispetto alla posta in gioco e la gravità dei crimini commessi dagli apparati statali di Israele e non solo dai coloni.

Ad aprile del 2024 erano infatti stati sanzionati quattro coloni e due organizzazioni dell’estrema destra israeliana. Con queste nuove misure i coloni colpiti dovrebbero essere sette, ma il via libera alle sanzioni ai coloni nel contempo ha sbloccato anche quelle contro Hamas e ben undici dei suoi leader. Si parla di congelamento dei beni in Europa e di divieto di ingresso nell’Ue.

Abbiamo così le sanzioni europee contro undici coloni israeliani e undici rappresentanti palestinesi. Una simmetria perfetta e totalmente ipocrita.

Il problema infatti non è sanzionare i coloni – o solo i coloni – ma la catena di comando statale israeliana che ha realizzato il genocidio contro i palestinesi a Gaza e migliaia di morti in Libano. Ad esempio è fin troppo evidente in centinaia di video e fotografie la complicità dei soldati israeliani con le aggressioni dei coloni contro i palestinesi.

Sulla Russia non hanno sanzionato solo i contractors della Wagner ma capi di stato, ministri, generali. Per questo le sanzioni della Ue verso Israele sono una vergognosa ipocrisia che ripropone pienamente sia il doppio standard che la complice inerzia delle istituzioni europee verso il terrorismo di stato israeliano.

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Hantavirus: il disinteresse per la salute collettiva è alla base del contagio

Torna la paura della pandemia con il focolaio di Hantavirus recentemente scoppiato sulla nave da crociera Hondius, battente bandiera olandese. I media aggiornano costantemente il numero di contagiati e le misure sanitarie internazionali, ma non si sente commentare il nodo centrale: il disinteresse alla salute collettiva in virtù della “libertà” personale che è alla base delle falle sul contenimento del contagio.

In parte, era già successo con il Covid-19. Chi si scorda la campagna social “Milano non si ferma” del sindaco meneghino, Giuseppe Sala, che ha messo davanti alla tutela della comunità la necessità che la quotidianità della circolazione delle persone e del capitale (nel caso dell’Hantavirus, quello della crociera) non si fermasse?

Con il focolaio della Hondius si sono ripresentate tracce di un atteggiamento che rappresenta un problema strutturale, una logica sbagliata, non un errore casuale. Partiamo dal patogeno: si tratta di un virus zoonotico, che può passare cioè dall’animale all’uomo. La riserva animale è costituita da roditori, e si trasmette attraverso urina, saliva o altri liquidi corporei, si legge sul sito dell’OMS.

Il contagio avviene per contatto con ambienti contaminati, e nel caso specifico, ovvero quello del ceppo Andes (tipico del Sud America, da dove era partita la Hondius il primo aprile), registra anche la capacità, seppur considerata limitata, di trasmissione interumana attraverso l’esposizione prolungata, facilitata da ambienti chiusi.

Il ceppo andino provoca una malattia respiratoria con possibili risultati fatali, ed è quello che, per ora, è successo in un totale di 3 casi su 10 confermati, si legge sul sito dell’Istituto Superiore di Sanità, aggiornato a ieri 11 maggio. Questo è lo scenario della malattia, ma ora è necessario discutere lo scenario politico annesso.

L’11 aprile il primo malato è morto sulla Hondius, ma ci sono volute tre settimane prima che l’OMS ricevesse una notifica ufficiale di un focolaio di una malattia respiratoria grave attraverso le autorità britanniche, con la conferma da test condotti in Sudafrica. Proprio in quest’ultimo paese è deceduta una donna di 69 anni, che il 25 aprile ha condiviso, anche se per poco tempo, il volo Klm – compagnia di bandiera olandese – anche con 4 italiani.

La cronologia degli eventi palesa l’elefante nella stanza: nonostante un decesso per una malattia di cui i servizi sanitari a bordo non erano stati in grado di identificarne la causa, si è permesso ad alcuni passeggeri di muoversi liberamente, senza tutti i controlli necessari per tutelare la salute pubblica.

La logica che ha prevalso è stata quella di non associare al nome della compagnia olandese Oceanwide Expeditions, proprietaria della Hondius, un focolaio che poteva creare allarmismo e danneggiare gli affari. La scelta è stata dunque quella di non imporre a passeggeri che hanno pagato tra i 16 e i 25 mila euro (dunque non proprio proletari che campano alla giornata...) le garanzie per la tutela della salute di tutte le persone che avevano intorno.

Questo avrebbe imposto la limitazione dei movimenti e la quarantena nelle varie forme – e non senza contrasti, ci mancherebbe – come succede dai tempi della Peste Nera nel XIV secolo. Non bisogna dare adito all’allarmismo, certo, ma il silenzio sulla malattia durato settimane è la causa di un focolaio che oggi preoccupa le autorità di vari paesi.

E la motivazione dietro il silenzio è il tentativo di non disturbare la vita “as usual” di chi aveva speso migliaia e migliaia di euro in una compagnia che assicurava viaggi da sogno. Del resto, le attività turistiche annesse, compresa quella del birdwatching che sembrerebbe essere all’origine del primo contagio, sono svolte in aree di cui è risaputo il rischio biologico.

Infine, anche aver lasciato all’auto-tutela la gestione di possibili nuovi casi rappresenta la preminenza della logica “individualista” su quella della salute pubblica. La quarantena fiduciaria prevista per i contatti ad alto rischio dal Ministero della Salute significa, si legge su Il Fatto Quotidiano: “utilizzare una stanza propria, mantenere una distanza di almeno due metri dai membri della famiglia, non utilizzare le stesse stoviglie, aprire le finestre per garantire la ventilazione”.

Il monitoraggio sarà quotidiano per 42 giorni. Ma perché lasciare al singolo, e non a personale formato, il controllo delle condizioni di quarantena? A ciò si aggiungono le preoccupazioni sul fatto che negli Stati Uniti, dove c’è un caso confermato, sembra che le autorità sanitarie non abbiano imposto la quarantena ai 17 passeggeri di ritorno dalla Hondius.

L’incensamento acritico di un’errata concezione della “libertà personale” rappresenta un pericolo per la collettività. In una società complessa ci deve essere un’ordine di preminenza, e ci deve essere, senza dubbio, anche una classe dirigente e delle istituzioni in grado di ottenere la fiducia da parte della cittadinanza. Bisogna sperare che il risultato prodotto da questo “buco” non sia un altro danno globale.

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Giuli silura alcuni collaboratori e mostra lo scontro interno al governo

Il Ministero della Cultura continua a essere nell’occhio del ciclone. Il ministro Alessandro Giuli ha deciso di usare il pugno di ferro, revocando con effetto immediato gli incarichi a due figure chiave del suo staff: Emanuele Merlino, responsabile della segreteria tecnica, ed Elena Proietti, a capo della segreteria personale.

Il primo era sopravvissuto allo scandalo Sangiuliano, e in un certo senso, proprio con Proietti, secondo molti rappresentava lo zoccolo duro di Fratelli d’Italia al Ministero. Dietro la decisione di Giuli ci sarebbero varie motivazioni, alcune più “superficiali”, altre più profonde. Tutte mostrano che, però, nel governo c’è tutt’altro che un idillio.

Emanuele Merlino, uomo vicinissimo al sottosegretario Giovanbattista Fazzolari, avrebbe pagato caro il caso del documentario su Giulio Regeni, diretto da Simone Mainetti. Al film erano stati negati i fondi ministeriali, una decisione di cui Giuli si è detto all’oscuro e che ha definito inaccettabile.

Per quanto riguarda Elena Proietti, ex assessora di Terni, la goccia che ha fatto traboccare il vaso sarebbe stata di natura organizzativa, ma non meno grave agli occhi del Ministro: la sua mancata presenza in aeroporto per la missione ufficiale a New York lo scorso mese. Giuli deve aver visto l’azione come una sorta di delegittimazione del suo operato alla guida del dicastero.

Queste sarebbero le motivazioni esplicite, anche se non ufficiali. Francesco Lollobrigida, figura di spicco di Fd’I, si è affrettato a calmare le acque: “il ministro Giuli ha ritenuto, come è d’altronde suo diritto, modificare l’assetto della sua segreteria” a seconda delle sue esigenze funzionali. “Anche per questo – ha aggiunto – la legge consente modifiche basate esclusivamente sul rapporto fiduciario nell’incarico specifico”.

Ma le turbolenze create nel principale partito di maggioranza non sono poche. Secondo alcune indiscrezioni, il ministro avrebbe avvisato Arianna Meloni, capa della segreteria politica, solo a decreti già firmati. Per molti, Giuli rappresenta una fronda meno legata al partito, ma a cui il partito ha dato fiducia. Altre voci riportate dai giornali italiani parlano anche di un altro possibile siluramento, quello di Valentina Gemignani, attuale capo di gabinetto.

Per altri, addirittura, ci sarebbe un legame tra Giuli e il Quirinale, che vorrebbe mantenere una sponda istituzionale che sia indipendente dalla coalizione, facendo così leva sul governo. Per quanto tutto sia possibile, c’è una dinamica palese di scontro interno alla maggioranza che già di per sé è sufficiente a spiegare la maretta in cui naviga il governo, e che ha a che fare strutturalmente con i vincoli esterni in cui è stato incatenato il nostro Paese.

Giuli si è appena scontrato con Matteo Salvini, segretario della Lega, sul caso della Biennale di Venezia. Il presidente della Fondazione che gestisce la mostra, Pietrangelo Buttafuoco, sarebbe stato colpevole di aver riaperto il padiglione della Russia, con conseguente visita ministeriale che avrebbe portato alle dimissioni della giuria internazionale.

Il vicepresidente del Consiglio Salvini ha invece difeso la scelta di Buttafuoco, dopo aver discusso in Consiglio dei ministri proprio con Giuli riguardo al ruolo delle soprintendenze nel nuovo Piano Casa. Secondo alcuni, il motivo era nella riduzione del controllo politico sul mantenimento dei fasci littori ancora scolpiti su alcune facciate.

Sullo sfondo, si consuma anche lo scontro sulla legge elettorale, con Salvini che vorrebbe procedere dritto su una formula decisa autonomamente dalla maggioranza, e Tajani che vorrebbe invece dialogare per cercare un compromesso di massima con le opposizioni. Su alcuni articoli si può leggere che ciò nasconderebbe anche la diversa opinione sul deficit da sostenere: più lasca la Lega, più rigorosa Forza Italia.

In realtà, tutti questi attori rimangono perfettamente ligi, e anzi imbrigliati nei dettami europei. Il leghista Giorgetti, all’Economia, ha minacciato uno scostamento di bilancio, nonostante la conferma della procedura di infrazione sul deficit per l’Italia. Ma le minacce stanno a zero se non si denuncia l’adesione al Patto di Stabilità: si può aprire un momento di tensione all’interno della UE, ma lo scotto verrà pagato in seguito, l’anno successivo.

Difatti, le mosse di Salvini, quelle plateali e le motivazioni sottostanti, sembrano funzionali piuttosto a delineare una propria “alterità” dal resto dei partiti di maggioranza, in previsione di presentarsi più appetibile all’elettorato che si contenderà con la Meloni alla prossima tornata elettorale, nel 2027. Il Piano Casa, del resto, propone solo sfratti, altra speculazione, e zero risorse.

Il secondo governo più lungo della storia della Repubblica non ha fatto in pratica nessuna grande riforma. Ha puntato tutto su due cavalli di battaglia che riguardano l’assetto dello stato più che il rilancio dell’economia: l’Autonomia Differenziata, che è stata azzoppata dalla Consulta, e la riforma della giustizia, sonoramente cassata dal voto referendario dello scorso marzo.

I soldi non ci sono, o comunque non ce ne sono abbastanza per mettere in campo misure serie, soprattutto ora che ogni centesimo dovrà essere speso per calmierare i prezzi energetici e dei carburanti, e il Referendum del 22-23 marzo ha di fatto chiuso la legislatura del governo Meloni. Ora, quel che rimane è scornarsi sugli equilibri interni, e sulla legge elettorale da rifare per garantirsi più seggi possibili alle prossime elezioni.

In questo frangente, sembrerebbe quasi che la Meloni stia facendo l’equilibrista tra varie pressioni, forse preoccupata che qualcuno possa tentare lo strappo prima della riforma elettorale. Giuli potrebbe rappresentare chi non è molto contento di questo atteggiamento. L’incontro di ieri tra il ministro della Cultura e la presidente del Consiglio si è svolto nella fiducia reciproca, ma staremo a vedere come evolve la situazione.

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