Presentazione


Analisi, opinioni, fatti e (più di rado) arte da una prospettiva di classe.

18/02/2026

I mutanti della D’istruzione pubblica

di Luca Cangianti

Sta nascendo un nuovo essere umano, dice il filosofo e psicanalista Miguel Benasayag, ma non è una buona notizia. Il creatore di questo mutante infatti è il neoliberismo applicato alla scuola pubblica. Questa istituzione, che nel patto costituzionale avrebbe dovuto emancipare i cittadini rendendoli soggetti attivi, negli ultimi trent’anni è stata investita da una serie di riforme che ne hanno cambiato la finalità.

È questa la tesi argomentata nel nuovo documentario di Federico Greco e Mirko Melchiorre, due film maker che si sono fatti conoscere con opere come PIIGS, sulle politiche economiche d’austerità, e C’era una volta in Italia, sul servizio sanitario nazionale. Insieme a queste, D’istruzione pubblica, completa una trilogia critica sul capitalismo contemporaneo.

Il film, uscito a inizio febbraio, ha scatenato un dibattito divisivo. Alla prima romana, dopo alcuni interventi da parte degli spettatori e le repliche dei registi, i capannelli di discussione hanno tardato a sciogliersi e la sala è stata liberata con difficoltà. Mi è capitato di vedere qualcosa del genere solo all’uscita di Mulholland Drive: in questo caso nessuno ci aveva capito nulla; all’uscita di D’istruzione pubblica, invece, tutti sostenevano di aver capito, ma se le davano (verbalmente) di santa ragione. Nei giorni seguenti, le proiezioni nelle varie città italiane registravano un sold out dopo l’altro, mentre il dibattito si riversava sulla stampa e dilagava nei social – un fenomeno piuttosto inusuale per un film prodotto (Studio Zabalik) e distribuito (OpenDDB – Produzione dal Basso) indipendentemente grazie a una campagna di crowdfunding.

Greco e Melchiorre ormai hanno consolidato uno stile riconoscibile. La pellicola non è un reportage, ma una storia di vita intrecciata a una tesi forte. La prima riguarda Lorenzo Varaldo, dirigente dell’Istituto Comprensivo “Sibilla Aleramo” di Torino, e le sue battaglie: contro la riforma Berlinguer che prevedeva di accorpare elementari e medie in un ciclo unico; per la difesa del tempo pieno, dei programmi nazionali e della libertà di insegnamento. Si tratta di una vicenda di grande impatto emotivo, accompagnata dalla musica dei Pink Floyd, dalle testimonianze di docenti umiliati e pagati una miseria, dalle immagini degli edifici scolastici che cadono a pezzi, mentre i fondi del PNRR vengono usati in gran parte per progetti di digitalizzazione di dubbia finalità.

Accanto a questa microlinea narrativa, ce n’è un’altra macro: la demolizione dell’istruzione pubblica cominciata nel 1997 con la legge Bassanini e con l’autonomia scolastica, proseguita attraverso tutti i governi, sia di sinistra (impareggiabili alzatori di palla) che di destra (diligenti schiacciatori). Qui i registi montano velocemente interviste di insegnanti, psicanalisti ed economisti avvalendosi anche di animazioni. Infine il documentario sostiene la tesi che il neoliberismo si sia appropriato dei contenuti di alcune scuole di pensiero pedagogico sostituendo la didattica basata sull’apprendimento di saperi con quella delle competenze al servizio del mercato. Questo processo, in un contesto di definanziamento pubblico, ha costretto le scuole a competere le une con le altre, a fare attività promozionali, open day accattivanti per rendersi attrattive e raccogliere risorse economiche. Il risultato, indipendentemente dalle buone intenzioni di alcuni sostenitori della didattica per competenze, avrebbe prodotto un degrado generalizzato del livello culturale degli studenti e delle studentesse.

E qui veniamo all’acceso dibattito tuttora in corso. Alcuni hanno visto rappresentato nel documentario il proprio sconcerto di fronte a una vita scolastica grottesca, asservita a logiche di valutazione algoritmica, deprivata di qualsiasi aspetto realmente formativo. Altri hanno sostenuto che l’autonomia scolastica e la didattica per competenze non vanno a discapito della conoscenza, mentre il lavoro di Greco e Melchiorre contrapporrebbe un Eden scolastico degli anni Settanta e Ottanta al degrado del presente. Questa nostalgia, a detta dei critici, rischierebbe di fornire un assist alle pulsioni restaurazioniste e discriminatorie della destra politica e culturale.

La scuola è un’agenzia di socializzazione e quindi dev’essere funzionale (almeno sul lungo periodo) alla società che la circonda: non può esistere una scuola “socialista” in una società capitalista, né si costruisce il socialismo (qualsiasi cosa esso sia) a partire dalla sola scuola. La scuola del dopoguerra, in barba al dettato costituzionale, era ancora la scuola gentiliana, classista, selettiva e meritocratica. La sua funzione era formare una classe dirigente funzionale a un capitalismo molto diverso da quello contemporaneo. Le lotte sociali e il movimento studentesco, a partire dal Sessantotto e per tutti gli anni Settanta, incrinarono la funzionalità di questa istituzione: vasti strati di proletariato entrarono in aule che gli erano state precluse; per lungo tempo, anche dopo l’esaurirsi del decennio rivoluzionario, il corpo gentiliano dovette convivere con istanze critiche che non furono addomesticate nemmeno dal tentativo di istituzionalizzazione delle lotte concepito con i Decreti Delegati del 1974.

Da questo punto di vista gli attuali trend bipartisan in materia di politica scolastica possono esser letti in due sensi.

Da una parte come tentativo, più o meno maldestro, di rifunzionalizzazione della scuola alle necessità di una struttura produttiva italiana che dagli anni Novanta in poi ha perso progressivamente peso: gli investimenti in ricerca e sviluppo sono ormai residuali e la quota principale della manifattura nazionale è di tipo maturo. A questo capitale micragnoso servono poca filosofia e spirito critico, un po’ di tecnici di qualifica base e media, e tanto risparmio in formazione on the job.

D’altra parte, specularmente a quanto in corso nella sanità, per far posto a un mercato scolastico, dove possa trovar sbocco una parte dell’ingente massa di capitale finanziario accumulato e in pericolo di deterioramento, bisogna prima rendere residuale e di bassa qualità l’offerta pubblica.

Insomma, se a qualcuno la scuola del secolo scorso può apparire migliore di quella odierna non è certo per la pedagogia gentiliana, ma solo perché – per fare un esempio microstorico – ancora nel 1981 di fronte a un colpo di stato stalinista in Polonia, capitava che studenti e studentesse interrompessero la lezione di italiano per capire insieme che cosa stava accadendo nel mondo e quale contributo avrebbero potuto offrire. Loro, a quattordici anni.

Quando nel buio della sofferenza sogniamo un mondo migliore, può anche succedere di guardare al passato. I rivoluzionari francesi in fondo si facevano chiamare cittadini, sognavano la repubblica e indossavano il berretto frigio, ma la presa della Bastiglia non restaurò le istituzioni del mondo antico. Unico antidoto per non cadere nella trappola di un romanticismo nostalgico è rimanere in ascolto di chi esprime disagio e conflitto.

La rete capillare di contatti, le discussioni con docenti, sindacati di base e attivisti del mondo della scuola che stanno alle spalle di D’istruzione pubblica vanno in questa direzione. Poi ognuno giudichi per conto proprio. Per me è un film da vedere, se trovate posto.

Fonte 

La lezione dei rider parla a migliaia di lavoratori delle piattaforme

Lunedì 9 febbraio è stata resa pubblica un’indagine della Procura di Milano secondo la quale i rider della piattaforma di food delivery Glovo, trattati fino ad oggi come lavoratori autonomi a partita IVA, sarebbero in realtà a tutti gli effetti lavoratori subordinati.

Se confermati, i contenuti dell’inchiesta potrebbero avere un effetto dirompente sul sistema delle piattaforme, rafforzando le prospettive di lotta che da alcuni anni a questa parte stanno portando avanti in tutto il paese migliaia di rider organizzati dal sindacalismo conflittuale.

Per capire meglio i contorni di questa indagine, come è stato possibile arrivarci e quali sono le ulteriori prospettive che da qui si possono aprire, abbiamo incontrato Giulia Druetta e Elena Lott.

Giulia Druetta, è una avvocatessa di Torino impegnata da dieci anni nella tutela dei diritti dei lavoratori delle piattaforme di food delivery – tra gli altri nel 2020 ha difeso i riders di Foodora Italia nella causa che ha portato alla prima vittoria del settore, nel 2021-2022 si è occupata della tutela dei riders nel processo per caporalato contro i manager della Uber Italy e della FRC a Milano e dal 2023 assiste i/le riders di Glovo nelle cause per il riconoscimento della subordinazione.

Elena Lott è dell’esecutivo nazionale della Federazione del Sociale dell’USB, il sindacato che in questi anni, oltre a denunciare le condizioni di sfruttamento dei rider, ha dato vita a diversi scioperi e significativi momenti di lotta, riportando alcune prime importanti vittorie per la categoria.

A partire da alcune nostre domande, abbiamo fatto con loro una lunga chiacchierata, di cui riportiamo una sintesi, a margine dell’assemblea dei rider USB di venerdì scorso a Milano, che ha lanciato un appuntamento di mobilitazione per il 28 febbraio che avrà al centro delle rivendicazioni l’assunzione dei rider come lavoratori subordinati con il Contratto nazionale della Logistica.

Quali sono i contenuti che emergerebbero dall’indagine e come potrebbero incidere sulle prospettive di riconoscimento della subordinazione dei rider?

L’indagine conferma quanto hanno già detto i tribunali del lavoro, non solo in Italia, cioè che ai rider devono essere applicate le tutele della subordinazione, mentre oggi non solo Foodinho (ovvero Glovo) – che è quella sotto controllo giudiziario – ma tutte le piattaforme utilizzano contratti di prestazione occasionale e, superati i 5000 euro, impongono l’apertura della partita Iva, con tutti i costi annessi e senza il riconoscimento di tutele, ferie e turni di riposo.

Dall’indagine emerge, inoltre, un quadro inequivocabile di paghe bassissime, grandemente sotto la soglia di povertà, e di prestazioni connotate da lunghissimi momenti di attesa non retribuiti e da un controllo pervasivo attraverso algoritmi che hanno l’obiettivo di regolare ed efficientare il ciclo produttivo e di conoscere e risolvere i problemi che può avere ogni singolo rider per garantire tempi brevissimi di risposta nella prestazione.

L’altra novità rilevante è che finalmente interviene un organo istituzionale che non si limita a riconoscere il diritto, ma si occupa concretamente del fatto che le tutele non vengano rispettate e interviene affinché lo siano. Questo fa paura alle aziende, perché finora hanno semplicemente messo a bilancio il costo delle eventuali cause di lavoro, pagando differenze salariali solo quando costrette e non adeguandosi – in particolare Glovo e Deliveroo – a quanto stabilito, invece, da svariate sentenze.

Questa inchiesta, oltre a confermare quindi quanto denunciate da sempre, arriva significativamente a valle di anni di azioni legali e lotte sindacali, quali sono stati i passaggi più significativi?

Già nel 2016 si sono avuti i primi importanti momenti di lotta proprio contro il passaggio dalla paga oraria a quella a cottimo e il co.co.co. È importante ricordarlo perché cottimo e co.co.co. sono le soluzioni ipotizzate oggi da chi tenta di mediare un accordo al ribasso tra autonomia e subordinazione, spacciando come una vittoria un tipo di contratto contro cui i rider si ribellavano già dieci anni fa.

È proprio dopo questo passaggio dalla paga oraria al cottimo che nel 2017 inizia la battaglia sul piano legale, con la prima causa contro una piattaforma di food delivery, Foodora, nella quale, dopo una prima sconfitta in primo grado, viene ribaltato l’esito in appello e poi riconosciute tutte le tutele del lavoro subordinato in Cassazione nel 2020. Parallelamente, tra il 2018 e il 2019, emerge il caso Uber.

La Procura di Milano avvia un’indagine per caporalato, chiusa nel 2020, condannati nel 2021, accertando che la gestione dei rider era stata affidata a intermediari che reclutavano lavoratori, spesso in condizioni di bisogno, con contratti autonomi occasionali irregolari e paghe molto basse. Insomma, la situazione emersa in queste settimane non è quindi proprio una novità... 

È durante le assemblee nel corso del 2022 che hanno seguito questo processo che ci siamo incontrati (ndr: l’avvocata Druetta e USB) e abbiamo cominciato a collaborare per costruire la vertenza nei tribunali del lavoro sia per il danno subito, sia per le differenze retributive.

Sicuramente un salto importante per la crescita numerica e di consapevolezza di questo settore è stato il momento in cui Uber Eats (nuova veste di Uber Italy dopo la condanna del 2021) nel giugno 2023 comunica con una mail che, parafrasando davvero poco, diceva “È stato bello lavorare insieme, ma il mese prossimo Uber Eats lascia l’Italia. Grazie di tutto”.

Subire sulla propria pelle in modo inequivocabile la prima delle conseguenze dell’essere autonomo, ha dato una scossa e ha fatto percepire concretamente che questa lotta, portata nelle strade, nei tavoli istituzionali e in tribunale, non è meramente una questione di soldi.

Da lì ha preso corpo in modo più compiuto la nostra azione sindacale sul settore, fatta di più di mille vertenze sul piano legale, affiancate da presidi e mobilitazioni, avendo sempre come obiettivo non solo la subordinazione, ma l’inquadramento dei rider con il contratto subordinato del CCNL Logistica, dove già esiste la figura del rider, senza accordi peggiorativi di secondo livello come il c.d. Scoober di Just Eat e Cgil, Cisl e Uil.

Altro obiettivo importante, oltre il contratto, è quello che riguarda poi il mezzo di lavoro, che dev’essere un dispositivo di sicurezza fornito dall’azienda, mentre ora è in capo al lavoratore, per cui chi è più “fortunato” può permettersi, ad esempio, una bicicletta con la pedalata assistita, mentre altri sono costretti a lavorare con mezzi inadeguati con pesantissime ricadute in termini di logoramento fisico e infortuni.

Certamente quella dei rider è stata ed è una categoria difficile da sindacalizzare, anche perché sottoposta a frequente turnover e perché la forte composizione migrante del settore diventa spesso un fattore di ulteriore ricatto nei confronti dei lavoratori. Gli ultimi anni, però, ci hanno mostrato che, quando organizzati e rappresentati davvero nei loro interessi, i rider hanno capacità di mobilitazione.

Emerge un’azione legale e sindacale contrapposta alla prassi della concertazione di Cgil, Cisl e Uil. In questo senso che verifiche concrete avete avuto e, da qui, quali indicazioni per poter continuare a portare avanti con efficacia questo percorso?

Anche e soprattutto in questo settore gli strumenti della concertazione si sono rivelati inadeguati. Da una parte ci sono sindacati gialli come Ugl che si fanno strumento delle peggiori operazioni padronali; pensiamo alla funzione svolta da Ugl ai tempi della “Legge rider”, permettendo ad Assodelivery di sfilarsi dai tavoli.

Dall’altra Cgil, Cisl e Uil che si sono rivelati impotenti, non hanno mai dispiegato, come avrebbero potuto, la potenza di fuoco dei loro uffici legali e delle loro strutture, e rimangono inerti in attesa di un momento favorevole alla concertazione. Di più, la Cisl ha sostenuto la possibilità di ripensare il contratto dei rider con la completa autonomia, ma anche la stessa Cgil ha di fatto lasciato presto la linea della subordinazione, aprendo anche alla para-subordinazione e al co.co.co.

L’esempio concreto è il contratto collettivo Assogrocery sottoscritto da Cgil, Cisl e Uil per gli shopper – i rider che portano la spesa – dove si tiene il modello dell’autonomia, giustificato con qualche minima e insufficiente tutela in più rispetto al passato.

Per quanto riguarda i rider propriamente detti, rispetto a questi scenari, fortunatamente, l’indagine della Procura di Milano ha ributtato la palla al centro, ripercorrendo le decisioni già prese dai tribunali. È ironico e tragico che l’azione della Procura e i contenuti dell’indagine siano nettamente più avanzati di quelli di Cgil, Cisl e Uil.

L’indagine è fortunatamente stata resa pubblica prima che i tre sindacati concertativi potessero firmare un accordo al ribasso a cui stavano lavorando da mesi lontano dai riflettori e che riproponeva di fatto, attraverso il co.co.co., l’autonomia e non la subordinazione.

Per giustificare questa posizione, viene ripetuto che i rider non dicono di voler essere subordinati, ma solo di voler paghe più alte, tutele come la malattia, le ferie, il mezzo di lavoro, i dpi... ovvero la subordinazione!

Una parte importante, se non la più importante, della nostra azione legale e sindacale è quella di fare formazione, dare consapevolezza deli strumenti che in Italia i lavoratori dispongono per far valere i propri diritti e per comprendere cosa implicano concretamente le opzioni in campo per il futuro della categoria: la lotta è e deve essere emancipazione individuale e collettiva.

L’altra faccia della medaglia è la necessità di combattere la retorica dell’imprenditore “di se stesso” come unica uscita da un lavoro salariato coercitivo: noi dobbiamo, invece, ottenere il lavoro subordinato e, dentro questo, aprire sempre maggiori spazi di libertà e tutela.

Quella del rider è una figura emblematica di nuove modalità di sfruttamento che negli ultimi decenni hanno investito il mondo del lavoro. Questa inchiesta e le vostre iniziative possono quindi gettar luce e aprire nuove prospettive anche in relazione ad altre categorie e settori?

Quello dei rider è un banco di prova per vedere se con la scusa dei nuovi lavori e delle nuove tecnologie – dietro cui si nascondono i datori di lavoro per giustificare il superamento delle forme di tutela del lavoro storiche – sarà possibile estendere queste modalità anche ad altri settori.

Basterà a quel punto un’applicazione per non dover più pagare ad esempio i contributi previdenziali assicurativi. E già qui la questione non riguarda più solo i rider: mantenendo i rider come autonomi le aziende non versano i contributi nella stessa misura prevista per il lavoro subordinato. È un risparmio immediato per loro, ma un problema enorme per il sistema: se questo modello si generalizza, fra trent’anni ci troveremo con pensioni insufficienti o insostenibili. È la “pietra filosofale” del capitalismo di piattaforma: usare l’algoritmo per qualificare i lavoratori come autonomi e abbattere il costo del lavoro, scaricando però i costi sociali sull’intera collettività.

L’algoritmo, invece, non è uno strumento neutro e con questa presunta neutralità legata alla narrazione per cui a “lavori nuovi” sarebbero dovute corrispondere nuove modalità, di fatto si è tornati al cottimo, altro che novità: è un ritorno all’Ottocento. L’obiettivo delle piattaforme non è altro che quello di abbattere il costo del lavoro, nascondendosi dietro l’algoritmo e superando le tutele della subordinazione.

Se questo escamotage funziona, dilagherà in altri settori. E questo in realtà sta già succedendo perché sono dieci anni ormai che queste piattaforme fanno quello che vogliono. Basta pensare al già citato contratto collettivo Assogrocery, o al contratto Unirec, un altro in deroga all’art. 2, per i lavoratori dipendenti di compagnie che tramite applicazione fanno riscossione crediti su bollette o abbonamenti telefonici non pagati, sempre firmato da Cgil, Cisl e Uil, oppure nel settore della vigilanza privata, dove si sta facendo largo l’uso di piattaforme per l’organizzazione dei lavoratori. E sarebbe stata la fine che avrebbero fatto i rider senza le mobilitazioni, le cause legali e, in ultimo, l’intervento della Procura di Milano.

Mettere un argine all’iper-sfruttamento dei rider avrebbe un enorme valore anche simbolico perché è la categoria che più di tutte, anche nel senso comune, ha rappresentato prima la falsa narrazione e poi il vero volto dei lavori delle piattaforme. E, soprattutto, concretamente rappresenterebbe un precedente, anche dal punto di vista della giurisprudenza, che avrà e dovrà avere un impatto su tutto il mondo del lavoro; in un paese che vive da decenni pesanti processi di deindustrializzazione e, di contro, il dilagare del terziario a basso valore aggiunto per cui sempre più figure e categorie, vecchi e nuove, rischiano di essere investite da queste modalità di compressione di salario e tutele. La lotta per il riconoscimento del lavoro subordinato dei rider è una lotta a difesa del lavoro di tutti noi.

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283 miliardi di euro Ue all’Ucraina in agonia

L’Ucraina vera dietro quella che ci raccontano

La demolizione della rete elettrica e logistica dell’Ucraina. Le infrastrutture energetiche sono sull’orlo del collasso. Le promesse di elezioni presidenziali entro giugno di fatto imposte da Trump a Zelensky, ma decisamente improbabili da realizzare. Il caos di diverse incapacità politiche incrociate tra ‘buoni’ e ‘cattivi’.

Ucraina, l’inverno più duro

È l’inverno più lungo degli ultimi anni, in Ucraina. «L’inverno più duro, quello in cui tutto sembra stia capitolando nell’inevitabile solitudine, quello dell’abbandono». Sabato Angieri sul manifesto, «il tempo che passa inesorabile in Ucraina». Le temperature più basse degli ultimi dieci anni e a ogni nuovo bombardamento russo la situazione si aggrava. «Le tubature dell’acqua congelano e scoppiano, negli appartamenti si propagano incendi perché chi è disperato brucia qualche vecchio mobile per scaldarsi. Zelensky aveva detto che sarebbe stato «l’inverno più duro dall’inizio della guerra» e così è ancora adesso.

Resistere per arrivare a cosa?

Il tempo passa, la situazione peggiora e si diventa tutti meno resistenti e meno disposti a resistere, racconta il bravo inviato sul campo. «Ora le grandi città delle retrovie ucraine sperimentano un po’ della stessa sofferenza prolungata che gli abitanti del Donbass e del Kharkiv hanno provato fin dal 2022. Il che non pareggia nulla, non c’è nessun mezzo gaudio provocato dal mal comune, ma solo un generale e disastroso peggioramento delle condizioni di vita. A fasi alterne milioni di ucraini sono senza elettricità, senza gas e senza acqua e in questo inverno della civiltà che è la guerra – ogni guerra – chi è lontano dalle città riesce ad arrangiarsi un po’ meglio».

Le linee dei fronti

Fronte frastagliato e impreciso per oltre 1200 km. Alcuni villaggi ucraini si ritrovano circondati per tagliare le linee di rifornimento e costringerli alla resa. Gli assalti russi sono costanti solo in alcune zone del Donetsk, ma in generale la strategia resta quella di attaccare in punti diversi e distanti in modo da costringere gli ucraini, in inferiorità numerica, a spostare i reparti e a lasciare delle aree sguarnite. Ora però i soldati di Putin hanno una difficoltà in più: da quando Elon Musk ha tagliato l’uso clandestino di ‘Starlink’, le comunicazioni in prima linea sono diventate molto più difficili e l’offensiva, dicono diversi analisti, rallenta.

Offensiva e trattative

Gli incontri tra Usa, Russia e Ucraina ad Abu Dhabi finora hanno prodotto solo uno scambio di prigionieri di guerra ‘e tanta suggestione’, denuncia il severo Angieri. Il punto: «Il Cremlino vuole il Donbass e Zelensky non vuole darglielo a meno di ricevere garanzie di sicurezza inequivocabili che includano l’intervento armato degli Stati Uniti in caso di recrudescenza del conflitto e fondi per la ricostruzione». I Paesi europei e a Bruxelles insistono che ‘non si possono cambiare i confini con la forza’, quando il fatto è già avvenuto. Sal quel 20% di Donetsk che ancora manca per trovare un compromesso.

Ecatombe e nuova offensiva

Perdite altissime sui due fronti. «Per Zelensky circa 35mila uomini al mese, fonti Usa dicono 5mila uomini a settimana, in ogni caso un disastro». Ora i giornali ucraini sostengono che i russi «stanno preparando una nuova offensiva per l’estate». E addio alla «rapida risoluzione del conflitto» più volte invocata da Trump. I russi hanno sempre invitato a «non illudersi» in quanto i negoziati avrebbero richiesto tempo, ma sembrava parte della loro strategia per avanzare con i militari sul campo.

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Storia di drone triste supervera

Per chi se la fosse persa, questa storia di droni, laser e narcotrafficanti all’attacco di El Paso ha il sapore di una satira distopica. Riassunto. Un paio di giorni fa, a sorpresa, viene dichiarato chiuso lo spazio aereo fino diecimila metri sopra alla cittadina texana sul confine, dirimpetto a Ciudad Juarez. Così a sorpresa che il Pentagono non informa nemmeno la Federal Aviation Commission.

Le autorità locali cascano dalle nuvole, per non dire dei piloti, fermati mentre stanno per decollare, e quelli in arrivo dirottati in extremis. Motivazione ignota ma l’ordine parla di chiusura per dieci giorni (fate conto che l’11 settembre 2001 – l’ultimo provvedimento del genere era durato due giorni). In città sono sbigottiti, c’è panico, qualcuno carica in fretta i bagagli in auto.

Poi cominciano a trapelare notizie dal governo. Operazione speciale, un drone dei cartelli narcos in violazione dello spazio aereo USA abbattuto dal Border Patrol (si, quelli dei rastrellamenti assieme ad ICE). E poi come! CPB ha usato un cannone laser sperimentale supersegreto imprestato dal Pentagono (anche qui nessun avvertimento preventivo all’aviazione civile).

La ministra Bondi che in quel momento si da il caso sta nel mezzo di un’audizione/rissa alla commissione giustizia al Congresso, sbotta contro l’ennesimo congressman: “La pianti di chiedermi stronzate – mentre voi dite fesserie, noi intanto stiamo salvando la patria dagli attacchi dei narcos!?”.

Ma intanto passano solo alcune ore prima che la chiusura venga revocata. Inizialmente si parla di “missione compiuta” ma poco dopo esce la verità. Il “drone abbattuto” erano alcuni palloncini sfuggiti a qualche festa di compleanno.

A parte l’incompetenza e la spudoratezza delle menzogne, resta il fatto dell’arma laser sperimentale “prestata” ai pretoriani per giocarci sulle teste di una città. D’altra parte il Pentagono di Trump di questo vive, sparare prima, chiedere poi.

Anche nell’operazione Maduro è stato usato, come ha vantato lo stesso presidente, un'“arma sonica” sperimentale che Trump ha chiamato “discombobulator” (degli effetti “disorientanti” non si sa molto, a parte che l’operazione avrebbe fatto 75-80 vittime fra Cubani e Venezuelani della scorta presidenziale).

E l’altra cosa che rimane è proprio questa, la segretezza come sistema, milizie mascherate, norme costituzionali sospese, organi di controllo all’oscuro, fondi neri, operazioni militari anche su suolo americano... 

Per citare Gary Kasparov, lo scacchista russo esule sulla lista nera di Putin, uno che di regimi autocratici se ne intende: “Se pensate che negli Stati Uniti si stia costruendo un enorme gulag solo per gli immigrati clandestini, insieme a una forza paramilitare federale grande quanto i Marines, siete degli illusi. Adesso miliardi di dollari in contanti non contabilizzati provenienti dal petrolio venezuelano. Truppe d’assalto e campi di detenzione. Questa non è un’esercitazione”.

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Manovre militari congiunte Iran-Russia-Cina davanti alla flotta Usa

Vista da lontano, raccogliendo le informazioni disponibili sui media internazionali – meno su quelli italiani, fermi alla propaganda di derivazione Usa – le cose intorno all’Iran non sono molto tranquillizzanti.

Sappiamo tutti da settimane che una flotta militare statunitense è arrivata nell’oceano Indiano, al largo dello stretto di Hormuz, per “fare pressione” sull’Iran nel mentre si tengono colloqui indiretti inizialmente incentrati sul potenziale nucleare del paese. Il loro scopo è come sempre quello di impedire che l’Iran arrivi a possedere l’atomica e quindi fare da effettivo contraltare militare in Medio Oriente a Israele (che un arsenale nucleare lo ha costruito grazie all’Occidente e in barba ad ogni trattato internazionale di “non proliferazione nucleare”).

Strada facendo, però, l’amministrazione Trump ha preteso che si parlasse anche di missili convenzionali, che attualmente sono la principale forma di “deterrenza” nei confronti dell’aggressività israeliana e statunitense (come si è visto negli ultimi due anni). L'obiettivo su questo capitolo è chiaro: rendere Teheran incapace di rispondere ad eventuali attacchi, e quindi consegnarsi nuda a tutte le “cattive intenzioni” occidentali.

È un paese petrolifero come il Venezuela, altrettanto – ma molto diversamente – indipendente e geloso delle proprie prerogative. Fa gola ma rischia di andare per traverso. Meglio renderlo debole... 

La flotta statunitense verrà presto rinforzata dall’arrivo di una seconda portaerei (con annessa squadra di sostegno), la Gerald Ford, fin qui schierata proprio per effettuate l’attacco a Caracas e il rapimento di Maduro.

Non che il potenziale già schierato fosse di poco conto, comunque. Attualmente la portaerei USS Abraham Lincoln incrocia al largo della costa nord-orientale dell’Oman. La Lincoln è dotata tra l’altro di caccia F-18 e F-35, accompagnata da tre cacciatorpediniere, la Frank E. Petersen Jr., la Michael Murphy e la Spruance.

Nello Stretto di Hormuz operano fra l’altro altre due cacciatorpediniere statunitensi, la McFaul e la Mitscher. Altre tre unità navali da combattimento – la Santa Barbara, la Tulsa e la Canberra – si trovano a nord del Qatar, tra la costa meridionale della Repubblica islamica e la Penisola arabica.

Presso le basi di Al Kharj, in Arabia Saudita, Al Udeid, in Qatar, e Al Dhafrah, negli Emirati Arabi Uniti, gli Usa hanno posizionato droni, unità di sorveglianza aerea e cacciabombardieri. Altri 12 caccia F-15 statunitensi si trovano invece presso la base aerea di Muwaffaq Salti, in Giordania.

L’intenzione, secondo gli esperti militari, è trasparente: nel caso i colloqui fallissero – ossia se l’Iran rifiutasse di piegarsi completamente alle richieste Usa – Trump potrebbe ordinare un attacco di lunga durata, misurabile in settimane, pur senza mettere stabilmente gli “stivali sul terreno”. Al massimo qualche rapida incursione mirata, tipo quella di Caracas, perché già la fuga dall’Afghanistan aveva dimostrato che gli Usa non sono più in grado di sostenere conflitti di lunga durata, su più fronti, neanche contro un nemico assolutamente privo di mezzi militari corrispondenti.

La domanda che restava sospesa era: e l’Iran che fa?

Ma soprattutto: Cina e Russia, soci di Tehran nei Brics, assisteranno in silenzio a quest’altro colpo di mano Usa verso un alleato molto differente da sé ma comunque importantissimo nell’equilibrio generale di entrambi (la Cina è cliente per l’80% del petrolio iraniano)?

È passata quasi sotto silenzio, come una normale attività diplomatica, il fatto che Mosca e Pechino abbiano in questi giorni inviato navi da guerra per partecipare insieme all’Iran alle esercitazioni navali ‘Maritime Security Belt 2026’ nello Stretto di Hormuz.

Le esercitazioni trilaterali, avviate dalla Marina iraniana, mirano ufficialmente a “rafforzare la sicurezza marittima, migliorare la cooperazione contro la pirateria e il terrorismo marittimo e condurre operazioni di soccorso coordinate”, come confermato dal segretario del Consiglio di sicurezza della Federazione Russa, Nikolai Patrushev.

Durante queste esercitazioni, dice la tv pubblica iraniana Irib, “Parti dello Stretto di Hormuz saranno chiuse per rispettare i principi di sicurezza e navigazione”, senza specificare né la portata né la durata di questo provvedimento. È avvenuto ieri, comunque... 

Riassumendo: per lo stretto di Hormuz transita il 20% del traffico petrolifero mondiale, visto che ci passano le petroliere che fanno il pieno in Iraq, Iran, Kuwait, Emirati, Arabia Saudita, Bahrein, Qatar.

In questo “acquario” ad alta intensità di interessi strategici, due flotte non proprio in ottimi rapporti stanno in queste ore manovrando ognuna per proprio contro, facendo forse finta di ignorarsi ma restando in ascolto/osservazione continua di quel che combinano gli avversari. Non è questione di forza militare dispiegata in questo momento, ma di segnale politico.

Inutile dire che già l’Iran da solo rappresenta un osso non proprio tenero, anche se non all’altezza della potenza statunitense – non ha l’atomica, che sta ormai diventando per tutti una sorta di “assicurazione sulla vita” e sull’indipendenza reale – ma in grado di provocare danni seri ad un apparato militare che poggia al momento su un consenso popolare bassissimo per il “commander in chief”. Quello che ha bisogno di “vittorie a costo zero”, altrimenti l’equazione interna cambia...

Ovvio anche che Pechino e Mosca non intendono affatto “incrociare il ferro” in questo momento con Washington. Hanno i loro interessi e obbiettivi da salvaguardare, ma il fatto che abbiano confermato “le manovre congiunte” con Tehran – nel “linguaggio del corpo” tra superpotenze – ha un significato preciso: “stai superando la soglia della nostra pazienza”.

È poco? Ai “geopolitici da tastiera”, rivoluzionari o meno che si considerino, qualsiasi cosa in meno di uno scontro militare diretto appare una “resa”.

Dicevano così anche del “basso profilo” con cui Mosca aveva risposto al progressivo allargamento della Nato ad Est. Poi, però...

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Francia - Uno squadrista fascista muore “in azione” e diventa “vittima”

È deceduto sabato, a Lione, il militante di estrema destra Quentin Deranque. Sui media principali è stato subito lanciato l’allarme per lo “squadrismo di sinistra”: Deranque sarebbe stato ucciso in un pestaggio organizzato da militanti antifascisti, a margine di un evento con Rima Hassan, europarlamentare de La France Insoumise, presso l’Istituto di studi politici (Iep) di Lione (dedicato alle relazioni tra UE e i governi europei nel contesto del conflitto in Medio Oriente) contro il quale era stata convocata una “protesta” del collettivo “identitario” di estrema destra Némésis.

La ricostruzione dei fatti, fuori dagli ambienti mainstream, racconta invece esattamente l’opposto.

Prima di tutto una loro breve ricostruzione. Giovedì 12 febbraio, nel tardo pomeriggio, si stava svolgendo all’università di Lione una conferenza dell’europarlamentare che negli ultimi mesi ha difeso strenuamente la posizione filopalestinese. All’esterno, il collettivo di estrema destra Némésis, autodefinitosi però “femminista”, aveva organizzato un presidio di protesta.

Secondo le autorità francesi, Deranque si trovava sul posto insieme ad altri “camerati” per proteggere il presidio da eventuali attacchi, anche se non capisce da chi dovessero arrivare, visto che erano loro a “intervenire” su un evento altrui e quindi ad essere oggettivamente in posizione di “attacco”.

Secondo alcuni racconti riportati dai media, la situazione è precipitata quando un gruppo di circa venti persone, a volto coperto, avrebbe “assaltato” il presidio, strappando striscioni e scatenando una rissa. Ci sarebbe anche un video in cui quelli identificati come militanti antifascisti si sarebbero accaniti su tre persone a terra, una delle quali era Deranque.

Un trauma cranico gli è stato fatale. Il procuratore di Lione ha confermato lunedì l’apertura di un’indagine per “omicidio volontario”, anche se nessuno aveva il benché minimo “oggetto atto ad offendere” (zero bastoni, coltelli, pietre, ecc.).

Ma già il racconto della famiglia non coincide con la ricostruzione delle forze dell’ordine. I parenti, tramite il loro avvocato, hanno negato che Deranque facesse parte di un servizio d’ordine. E respinge l’ipotesi di una rissa, parlando invece di un “linciaggio” premeditato ma anche inspiegabile.

Delle due l’una, però: o Deranque era lì “a difesa” di Némésis, e faceva dunque parte di un servizio d’ordine (predisposto al “contatto” fisico), oppure non aveva giustificazione la sua presenza ad una iniziativa di “estrema sinistra”. Il presidio era infatti organizzato da un collettivo fascista contro la certamente legittima e pacifica conferenza della parlamentare della France Insoumise. Un’azione di disturbo dall’esterno, insomma.

La dinamica dei fatti riportata sul sito Contre Attaque riporta in effetti tutta un’altra storia. Si sarebbe trattato di un tipico episodio di squadrismo fascista (un assalto mirante a impedire la conferenza), sfociato in una rissa in cui stavolta i “camerati” hanno avuto la peggio e in cui Deranque ha riportato dei colpi o una caduta che gli sono stati infine fatali. Stando a quel che riportano comunque altri “camerati” del suo giro, Deranque era noto per la propensione a questo tipo di squadrismo, se non peggio.

Il collettivo neonazista Luminis Paris rivendica infatti, con un comunicato su Instragram in cui campeggia la croce celtica, Deranque come un militante modello “il cui impegno radicale andava ben oltre il ruolo di ‘guardia di sicurezza’ del Collectif Némesis”, per poi aggiungere che “le ultime parole di Quentin sono state: ‘Facciamolo di nuovo, ragazzi’. Come per lui, la lotta fino alla morte ci rende felici”.
Pacifici, aggrediti e non violenti, vero?

Infatti, c’è anche un elemento “cronologico” che non torna. I video mostrano che la rissa è avvenuta alla luce del giorno, ma Deranque è andato al pronto soccorso solo alle 19:40, a chilometri di distanza e quando ormai era già buio. Secondo alcune testimonianze raccolte da France Info, il giovane avrebbe inizialmente rifiutato le cure ospedaliere, tornando a casa con i propri amici. Probabile, insomma, una sottovalutazione dei danni riportati sia da parte sua che dei suoi “camerati”.

Tirando le somme, mentre sui media viene presentata una narrazione vittimistica di un “bravo cattolico” che difendeva “la libertà di espressione”, i suoi colleghi neonazisti rivendicano invece un’attività squadrista che in passato ha già portato all’uccisione di antifascisti francesi (vedi il caso di Clément Méric).

L’occasione è stata subito sfruttata per calcare nuovamente la mano sulla repressione degli antifascisti, e in generale del dissenso contro la deriva autoritaria e guerrafondaia della politica francese, peraltro già entrata in modalità elettorale, visto che i governi di Macron durano in genere poco più di una stagione...

A subire l’attacco è stata in particolare la Jeune Garde, identificata come l’organizzazione dietro la morte di Deranque. La Jeune Garde è un gruppo antifascista fondato da Raphaël Arnault, oggi deputato della France Insoumise, che è già stato sciolto a metà 2025 dal governo con l’accusa di “atti violenti”.

Oggi quel provvedimento è ancora sotto ricorso, e proprio per questo tutta la classe dirigente francese, in maniera bipartisan, sta calcando la mano contro di loro. La presidente dell’Assemblea Nazionale, Yaël Braun-Pivet, ha sospeso l’accesso al Parlamento a Jacques-Elie Favrot, assistente di Arnault, il cui nome è apparso nelle testimonianze sull’aggressione.

La portavoce del primo ministro, Maud Bregeon, ha attribuito alla France Insoumise una “responsabilità morale” per il clima di violenza. La leader del Rassemblement National, Marine Le Pen, ha alzato i toni, chiedendo che le “milizie di estrema sinistra” siano classificate niente meno che come “terroristiche”.

Raphaël Glucksmann, leader del Partito Socialista, ha dichiarato impossibile ogni futura alleanza con la France Insoumise per le presidenziali del 2027, citando l’insostenibilità della retorica del partito di Jean-Luc Mélenchon (è del resto tra coloro che hanno permesso l’attuale e precarissimo governo Lecornu, nonostante fosse stato eletto solo perché in coalizione con Mélénchon).

Sul fronte opposto, il presidente della France Insoumise ha duramente respinto ogni accusa, denunciando a sua volta le violenze subite dai suoi militanti da parte dei gruppi di estrema destra. Infatti, sedi del partito e dei sindacati sono state attaccate negli ultimi tempi, e l’impunità con cui agiscono gli squadristi fascisti rende preoccupante lo stato della “democrazia francese”.

Mathilde Panot, capogruppo della France Insoumise all’Assemblea Nazionale, ha chiesto che le manifestazioni del collettivo Némésis di fronte ai meeting della sinistra siano proibite, denunciando l’evidente intento provocatorio, con azioni squadriste che, quando vanno male, vengono poi rovesciate in modo vittimistico dalla politica nazionale.

L’obbiettivo politico è chiaro. Sia l’estrema destra sia le forze “liberali” di governo si alleano sulla necessità di togliere più consensi possibile alla France Insoumise, e più in generale di tappare la bocca al dissenso che ha visto animare le piazze francesi, come in Italia, soprattutto sui temi dell’antisionismo e dell’opposizione alla complicità genocidiaria di Parigi con Tel Aviv.

Come già accennato, Jeune Garde, così come il movimento Les Soulèvements de la Terre prima e Urgence Palestine poi, sono state sciolte con l’accusa di essere autori di violenze e, in sostanza, solidali col “terrorismo” palestinese. Un attacco che viene oggi rafforzato facendo leva su di un presunto “martire” fascista, con l’obiettivo di una ulteriore torsione autoritaria del dibattito pubblico.

Liberisti e fascisti, una sola faccia... Ovunque.

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Belgio - Operai della FN Herstal in sciopero contro la visita di un alto ufficiale israeliano

Gli operai della fabbrica del più grande produttore di armi del Belgio, la FN Herstal, giovedì della scorsa settimana hanno dato vita ad uno sciopero spontaneo, su iniziativa della sezione locale del sindacato FGTB (Federazione Generale dei Lavoratori) per protestare contro la presenza di un alto ufficiale dell’esercito israeliano in una delegazione di visitatori. Lo ha riferito la direzione dell’azienda.

La visita alla fabbrica FN Herstal, era stata organizzata dal ministero della difesa belga, era destinata agli addetti militari di stanza a Bruxelles e includeva il rappresentante israeliano, il colonnello Moshe Tetro.

Alla notizia che l’ufficiale israeliano stava visitando i locali, alcuni dipendenti della fabbrica hanno dichiarato uno sciopero spontaneo fermando la linea di produzione. Molti hanno manifestato fuori dalla fabbrica e i suoi cancelli sono rimasti chiusi fino a venerdì sera come parte dell’azione.

La FN Herstal impiega circa 2.800 persone nella regione di Liegi e nel mondo. Per più di un secolo, ha prodotto principalmente armi leggere (pistole, mitragliette, mitragliatrici, ecc.)

“È inaccettabile che i locali della fabbrica vengano utilizzati come luogo di incontro per il ministero della difesa al fine di promuovere obiettivi diplomatico-di sicurezza, quando tra i presenti c’è il rappresentante di un paese che viola palesemente il diritto internazionale”, ha affermato il sindacato.

Nel giro di poche ore, la direzione della fabbrica ha rilasciato una dichiarazione affermando di non aver ricevuto alcuna delegazione dall’IDF e di aver invece ospitato un gruppo di addetti militari su esplicita richiesta del ministero della difesa belga. La fabbrica ha inoltre osservato di non aver venduto armi o altri equipaggiamenti militari a Israele per diversi decenni.

Dyab Abou Jahjah, presidente della Hind Rajab Foundation con sede in Belgio, un gruppo legale che persegue i soldati delle IDF accusati di crimini di guerra durante i loro viaggi all’estero, ha elogiato lo sciopero e ha denunciato il colonnello Moshe Tetro come un “criminale di guerra”.

“È stato inviato un messaggio chiaro: nessuna complicità da parte di una fabbrica di armi mentre Gaza viene devastata”, ha scritto Abou Jahjah su X. “Se è confermato che l’ufficiale presente era l’addetto militare israeliano in Belgio, allora stiamo parlando di Moshe Tetro – implicato in attacchi agli ospedali e nella gestione della politica di fame imposta a Gaza”

La Hind Rajab Foundation ha chiesto al governo belga di espellere Tetro e ha presentato varie denunce nel dicembre 2024 contro l’ufficiale presso la Corte Penale Internazionale (CPI) per il suo ruolo nella supervisione del flusso di aiuti umanitari a Gaza durante la guerra.

La fondazione ha affermato che Moshe Tetro, nella sua precedente posizione di capo dell’Amministrazione di Coordinamento e Collegamento di COGAT con Gaza, fosse responsabile dell’attuazione di una politica di carestia nella Striscia.

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