Presentazione


Analisi, opinioni, fatti e (più di rado) arte da una prospettiva di classe.

01/11/2026

Inflazione italiana al 5,4%, oltre 50 milioni di europei senza riscaldamento

I dati provvisori diffusi dall’Istat per ottobre 2026 evidenziano un brusco rialzo dell’inflazione, che schizza al 5,4% su base annua (dal 4,2% di settembre), toccando i massimi da oltre tre anni. A spingere il dato, ancora una volta, è l’incremento dei prezzi energetici, mentre la crescita si azzera.

Nel terzo trimestre, infatti, il PIL italiano ha registrato una variazione nulla. L’impasse gela le speranze del governo di raggiungere una crescita dell’1% a fine anno, considerando che il dato acquisito per il 2026 si ferma allo 0,8%. L’indice dei prezzi ai massimi dall’agosto del 2023 è “una drammatica conseguenza” dell'“impatto delle guerre sulle materie prime energetiche”, e a dirlo è lo stesso ministro dell’Economia Giorgietti.

Il politico della Lega si scorda di dire che la responsabilità di quelle guerre è in capo agli alleati di Washington e di Tel Aviv, e che il territorio italiano è stato usato come piattaforma bellica per questi conflitti. Come al solito, la guerra “cade dal cielo” nella narrazione della classe dirigente, come non potesse farci nulla.

I beni legati all’energia segnano un balzo del 31,4%, con un picco enorme per le bollette sul mercato regolamentato, in crescita del 59,5%. Il “carrello della spesa” – beni alimentari e quelli per la cura della casa e della persona – accelera e passa da +1,5% a +2,5%, con gli alimentari non lavorati che raggiungono un +7,5%.

L’Istat conferma poi che le retribuzioni contrattuali non stanno al passo dell’inflazione, con il potere d’acquisto che rimane tuttora inferiore di oltre il 9% rispetto ai livelli del 2021. Associazioni come Confesercenti hanno lanciato l’allarme sull’ennesima fiammata inflattiva che potrebbe arrivare a bruciare fino a 1,4 miliardi di euro di vendite nell’ultimo trimestre, quello fondamentale degli acquisti natalizi.

La situazione ha spinto persino il Presidente della Repubblica, Sergio Mattarella, a esprimere preoccupazione sul tenore di vita dei cittadini, salvo poi firmare qualsiasi provvedimento che criminalizza le proteste sul tema e sostiene le politiche guerrafondaie.

Alle voci preoccupate si è aggiunta anche quella del Governatore della Banca d’Italia, Fabio Panetta, che richiama l’attenzione sulla possibilità di tornare ad alzare i tassi di interesse per frenare l’inflazione, scaricando ancora i costi di questa politica monetaria sui mutui pagati dai lavoratori. A segnalare il vicolo cieco in cui è incastrata questa fallimentare classe dirigente.

Il contesto nazionale si presenta come ancor più critico nel confronto con l’Eurozona. L’inflazione in Francia sale al 3,4%, in Spagna resta stabile al 4,9%, in Germania scende leggermente, ma rimane al 2,8%. Anche sul fronte della crescita il nostro paese resta fanalino di coda, facendo peggio della media europea (+0,4%). Ma la situazione è piuttosto critica ovunque, come si può evincere anche da recenti incontri europei.

Il commissario europeo all’Energia e all’Edilizia abitativa, Dan Jørgensen, a margine del Consiglio dell’Unione Europea nel formato Energia tenutosi in Lussemburgo il 29 ottobre, ha lanciato un allarme che, nonostante la portata, è passato un in sordina: oltre 50 milioni di cittadini comunitari rischiano di non poter riscaldare adeguatamente le proprie abitazioni a causa dei costi elevati di gas e petrolio.

Jørgensen ha evidenziato come i paesi membri si trovino oggi in una posizione strutturalmente più solida rispetto allo shock energetico del 2022. I consumi complessivi di gas sono stati ridotti del 18%, la dipendenza dalla Russia è stata largamente ridimensionata e i livelli di stoccaggio continentali sono sicuri.

La crisi attuale non riguarda dunque l’approvvigionamento, bensì il potere d’acquisto. I salari vengono mangiati dall’inflazione, gli affitti sono insostenibili come dimostrano le proteste in tanti paesi europei, e i prezzi energetici e dei carburanti stanno dando il colpo di grazia ai settori popolari di mezzo continente.

Le continue tensioni sui mercati internazionali create dalle guerre imperialiste hanno portato a un petrolio che continua a gravitare intorno sopra i 100 dollari a barile, mentre anche il gas ha ormai sforato i 100 euro a megawattora. Ed è da qui che deriva l’impossibilità di scaldarsi quest’inverno.

Per contrastare la volatilità dei mercati nel lungo periodo, la strategia indicata da Bruxelles è quella di un abbandono accelerato dei combustibili fossili. Peccato che sia stata la stessa UE a smantellare il proprio Green Deal, ad annacquare la spinta verso la mobilità elettrica e a piegare la propria legislazione ambientale al riarmo.

Per bocca di Jørgensen, la Commissione ha esortato i paesi UE ad adottare misure di welfare energetico mirate e temporanee per proteggere le famiglie a basso reddito. Ovviamente, però, interventi del genere sono legati a margini di bilancio che i membri non hanno, o che, se presenti, stanno spendendo nell’industria militare.

Insomma, i vertici europei hanno fatto di tutto per negare la responsabilità politica della crisi energetica, relegando a misure residuali e palliative qualche sollievo, senza dubbio inadeguato. E così le fasce più vulnerabili della popolazione si trovano sempre più spesso a dover scegliere tra l’acquisto di beni di prima necessità e il riscaldamento domestico.

L’azione della UE si è fermata qui. Ha annunciato che più di un cittadino su dieci dei suoi paesi membri dovrà patire il freddo, e questo per la classe dirigente continentale è il “giardino” in cui tutti dovrebbero sognare di vivere. L’unica priorità rimane il riarmo, nonostante la politica guerrafondaia abbia dimostrato di portare solo danni.

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“I Diavoli”, la tensione tra “celeste” e “terreno”, e la classe dominante di oggi

È uscito negli scorsi giorni nelle sale la versione restaurata e integrale del film del 1971 “I Diavoli” di Ken Russell. Il film narra la storia realmente accaduta di Urbain Grandier, prelato della Chiesa di San Pietro di Loudun, in Francia, bruciato al rogo nel 1634 per stregoneria. Ovviamente, come ogni condannato a morte dell’epoca, c’è una vicenda dietro ben più profonda.

Nel film, appaiono subito le contraddizioni della figura di Grandier: appena arrivato nella città, per sostituire il governatore morto di peste, mette incinta la figlia di un magistrato locale, mentre si innamora della giovane Madeleine, che conosce nel tentativo di salvare la madre dalla peste. Nel frattempo, la sua figura scatena il desiderio delle suore orsoline, in particolare nella Madre Superiore Jeanne des Anges, che verrà poi accusata di essere posseduta, in un clima di totale repressione sessuale nel convento.

A questo punto, Grandier reindirizza il proprio tormento interno con Dio, causato dal suo mancato celibato, verso l’esterno, intestandosi la battaglia popolare contro la demolizione delle mura della città, voluta dal Cardinale Richelieu e commissionata al Barone Laubardemont.

Battaglia che a suo tempo fu degli Ugonotti, i quali avevano interesse a tenere su le mura in quanto rappresentanti della nascente borghesia locale francese, ma che finirono per essere liquidati ed espulsi dalla Francia e costretti a cercare fortuna per il mondo (i loro eredi avrebbero costruito il sistema di apartheid in Sud Africa).

In mancanza di una vera e propria borghesia, la nobiltà si dà il compito di finire di costruire l’assolutismo in Francia e Grandier ne diventa nemico di punta. Appare quindi la figura del padre esorcista Barré, incaricato dal Barone di tirare fuori accuse nei confronti di Grandier. Barré prima tortura Jeanne e, in mancanza di accuse da parte di questa verso Grandier, scatena, nel momento clou, un rituale a sfondo sessuale con le giovani suore. Al termine, Jeanne rivelerà falsamente che Grandier l’ha posseduta tramite il demonio.

A questo punto, Grandier, che nel frattempo si era allontanato per sposare Madeleine, promettendo a Dio di salvare la popolazione di Loudun dalla tirannia, torna in città e viene prima processato, davanti a una corte composta dai propri nemici, che lo accusa delle azioni da loro stessi compiuti, tra cui le possessioni delle suore, e infine lo brucia al rogo.

Significativa è una delle ultime battute di Grandier, che incalzato da Padre Barré nel pentirsi, dice alla folla manipolata “Sarete tutti schiavi”. Mentre finisce di bruciare al rogo, il Barone fa esplodere le mura, decretando il dominio dell’assolutismo sulla città. Il film, che all’epoca poteva sembrare una satira nei confronti del potere ecclesiastico, può essere oggi rivisto come una critica al lampante dominio delle élite nei confronti della maggioranza della popolazione.

Grandier, che nel suo piccolo è tormentato dall’amore di una donna, cerca di trovare la propria via verso Dio, prima tramite il sesso e poi nella salvezza della città dalla tirannia, mentre l’aristocrazia locale si concede qualsiasi tipo di piacere affinché possa abbattere il proprio nemico, autoassolvendosi con la sua uccisione.

Con gli occhi di oggi, potremmo fare un parallelo con il mondo che ci viene rivelato dagli Epstein Files: un vaso di Pandora scatenato dagli istinti più brutali di una classe dominante che non deve rendere più conto a nessuno, se non a se stessa. Una classe che ha fatto di tutto in questi anni per demonizzare il proprio nemico, sfruttando qualsiasi strumento della guerra cognitiva, dai meme fino alla più lurida violenza pornografica.

Ma proprio ora che tutte le contraddizioni del sistema capitalistico, a poco a poco, vengono alla luce, vediamo che ampi settori della società portano avanti battaglie per una migliore e più serena vita personale: dagli studenti e studentesse che richiedono ore di educazione sessuo-affettiva a scuola a donne di ogni età che chiedono la fine dei femminicidi, passando per la fine di ogni discriminazione razzista e contro le persone LGBTQIA+.

Se quindi un monaco nel Seicento si era posto, in solitudine, la questione di risolvere le contraddizioni tra il terreno (i propri istinti e la propria vita personale) e il celeste (i fini ultimi a livello sociale), tutto ciò può essere risolto collettivamente tramite una vera alternativa sociale.

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31/10/2026

Under my thumb

Un mezzo colpo di stato in Polonia

In Europa la crisi politica è indubbiamente più profonda di quanto sia visibile nei mass media ufficiali.

La polizia polacca ha impedito l’accesso all’edificio della Corte Costituzionale ai parlamentari dell’opposizione (di destra nazionalista), ad alcuni giudici della corte stessa e – pare – allo stesso Presidente della Repubblica che è dovuto rientrare precipitosamente da un viaggio all’estero.

Una folla si è riunita davanti all’edificio presidiato dai poliziotti inviati dal governo di destra liberale ma “euroatlantista”.

“Tutte le persone che partecipano a queste azioni commettono il reato di colpo di stato”, ha scritto la Corte Costituzionale sul suo profilo X, mentre alcuni manifestanti hanno gridato “Tusk traditore”, contestando il governo del primo ministro Donald Tusk. 

Venerdì la giudice Anna Korwin-Piotrowska ha annunciato la sospensione per un mese del presidente della Corte Costituzionale polacca Bohdan Święczkowski e del suo vice, Bartłomiej Sochanski. I due vengono accusati di aver ostacolato l’attività dei nuovi giudici eletti dal parlamento dopo l’insediamento della coalizione di Tusk al potere.

In seguito all’appello della giudice Korvin-Piotrovskaya, la polizia si è schierata davanti alla Corte Costituzionale. In serata i manifestanti dell’opposizione al governo di Tusk, tra cui il presidente della Corte Svenchkovsky, hanno tentato di sfondare il blocco, ma sono stati fermati dagli agenti.

In Polonia è in corso da tempo un braccio di ferro tra il governo e l’opposizione.

Dal 2016, le forze di destra/destra del partito “Diritto e Giustizia” (PiS) – costrette all’opposizione nelle elezioni di tre anni fa – esprimono la maggioranza nella Corte Costituzionale, con 8 giudici su 15.

La Corte Costituzionale polacca è spesso entrata in contrasto con l’Unione Europea rivendicando la preminenza della legislazione polacca rispetto a quella europea. Per questo motivo la Polonia, insieme all’Ungheria, è stata soggetta a procedure di infrazione da parte di Bruxelles, ma con la guerra in Ucraina e il posizionamento guerrafondaio di Varsavia, le sanzioni europee rimasero valide solo per l’Ungheria di Orban e si “persero per strada” quelle contro la Polonia che nel frattempo passava nelle mani dell’”europeista” Tusk.

Nel 2023 la destra nazionalista perse le elezioni politiche e al governo è andato il partito di destra “euroatlantista” di Donald Tusk, ma la presidenza della repubblica rimane ancora in mano al partito di destra nazionalista che aveva vinto le presidenziali.

Qualche settimana fa, uno dei giudici ha dato le dimissioni e il Parlamento, violando le procedure e i requisiti formali, ha eletto un ex ministro del governo in carica, nonché stretto amico dell’attuale Primo Ministro Donald Tusk, come giudice della Corte Costituzionale.

Il Presidente della Repubblica si è rifiutato di accettare il suo giuramento e di riconoscere queste elezioni, adducendo la violazione delle procedure stabilite.

A quel punto il governo di Donald Tusk ha organizzato una cerimonia di giuramento fittizia davanti al Presidente del parlamento e ha deciso di ignorare il Presidente della Repubblica.

Da settimane i militanti dei partiti conservatori e nazionalisti hanno cominciato a protestare davanti alla Corte Costituzionale, ma il governo ha deciso di usare la mano dura costringendo il Presidente della Corte Costituzionale ad accettare il diktat del governo e inviando la polizia a presidiare l’edificio.

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È morto Guglielmo Carchedi, un nostro prezioso compagno di strada

È deceduto ad Amsterdam Guglielmo Carchedi, uno degli studiosi marxisti più preziosi con cui abbiamo avuto l’onore di lavorare in questi ultimi decenni.

Con Guglielmo Carchedi, “Mino”, abbiamo iniziato a lavorare insieme già dai primi passi della Rete dei Comunisti e in particolare nella preparazione del forum su “Il piano inclinato del capitale” del 2003 che ha segnato un punto di svolta nell’analisi sull’imperialismo nel XXI Secolo.

Da allora il confronto è stato sistematico e i contributi di Guglielmo alla nostra elaborazione è stato costante e indubbiamente prezioso.

Guglielmo è stato rigoroso e coerente nel tempo non solo sull’attualizzazione e rivendicazione dell’analisi marxista sulla teoria del valore e l’imperialismo, ma anche nella critica profonda a quelle che ha sempre considerato tesi fuorvianti come quella su “L’Impero” o l’operaismo. Così come ha da sempre individuato nell’imperialismo europeo un elemento di cui tenere conto nella definizione dei nemici strategici contro cui lottare.

La sua analisi – per molti aspetti anticipata nel lavoro “Sulle orme di Marx. Lavoro mentale e classe operaia” – sarebbe stata utilissima nella fase di avvento dell’intelligenza artificiale come ultimo passaggio del modo di produzione capitalistico. Nell’archivio di Contropiano troverete ampi materiali della discussione sviluppatasi intorno a questo contributo.

Con Guglielmo perdiamo un amico, un comunista, un compagno di strada insostituibile.

Che la terra ti sia lieve caro Mino.

Qui sotto una conferenza di Guglielmo Carchedi dedicata al lavoro mentale, un contributo che rimane di straordinaria utilità.


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Le piazze accecano chi non le vuol vedere

Se il giornalismo fosse davvero un’indagine e un racconto aderente alla realtà il mondo dei media italiani, tra ieri e stamattina (tra i tg, i talk show e i “cartacei” che arrivano il giorno dopo), avrebbe dovuto fare un salto sulla scrivania e mostrare se non altro profondo stupore per quanto accaduto. E cominciare a sfornare resoconti attraversati da interrogativi pressanti.

Parliamo della dimensione della partecipazione alle manifestazioni, naturalmente, calcolata anche dai fogli più ostili in “centinaia di migliaia”, se non proprio il milione e mezzo complessivo registrato da diversi media stranieri.

Ma il giornalismo italiano non è più – da un pezzo, diciamo quasi 50 anni – lo specchio più o meno fedele del mondo reale. Il problema è ovviamente la proprietà dei diversi media, quasi sempre di soggetti economici che fanno i soldi in altri business e ne sacrificano una piccola parte per mantenere un megafono per far pesare i propri interessi. Soggetti che hanno bisogno di condizionare le scelte dei governi, non di raccontare come va il mondo.

Poi c’è la Rai, che dipende ormai integralmente dal governo (ma anche quando dipendeva dal Parlamento non è che offrisse un’informazione migliore...) e quindi è altrettanto inattendibile, se non di più.

A scorrere le prime pagine (e spesso neanche in quelle) un lettore ricaverebbe la conclusione che in fondo non è successo niente. Il Corriere della Sera – organo istituzionalizzato del salotto sdrucito della borghesia italiana – applica lo schema deformante messo a punto negli ultimi anni: delle mobilitazioni (e delle loro ragioni) non si parla affatto, soltanto gli “scontri” fanno notizia.

Anche quelli, però, ieri sono mancati e quindi i poveri cronisti sguinzagliati dietro i plotoni di polizia hanno potuto segnalare solo qualche mini-tafferuglio a Roma (ma in serata, dopo che le quasi centomila persone presenti in piazza erano già a casa, o attendati sotto il Colosseo come i movimenti per l’abitare), e una carica delle “forze dell’ordine” a Torino, raccontata come al solito (“antagonisti cattivi vs poliziotti indifesi”).

Zero parole sull’USB che aveva indetto lo sciopero generale, una menzione di malanimo per gli studenti. Impagabile, su questa linea, il Tg di Enrico Mentana su La7, che è riuscito nell’impresa davvero considerevole di confezionare un’edizione in cui si sono viste solo camionette della polizia e “scontri” che hanno interessato un numero sparuto di persone.

Niente invece sulle centinaia di migliaia di cittadini e cittadine che hanno riempito le strade e le piazze d’Italia, ossia la vera “notizia” e novità della giornata. Se ne va a Natale, ha anticipato, ma è fuori (di cranio) già da un pezzo...

Qualcosa di più osa Repubblica (l’aver perso il guinzaglio di Molinari e centinaia di migliaia di copie in edicola devono aver consigliato un atteggiamento meno censorio...), che almeno recepisce a tutta pagina “Vita cara, piazze piene”, cogliendo una parte del dato sociale ma cercando di tenere insieme i dati dell’Istat sull’inflazione e le preoccupazioni di Mattarella in proposito.

La logica è chiara: “c’è un problema oggettivo (i prezzi che volano), c’è malessere, ma siamo comunque in buone mani, non vi preoccupate...”.

La Stampa di Torino – parzialmente liberata dal guinzaglio della famiglia Agnelli per infilare il collo in quello del gruppo SAE – coglie come fosse normalità il dato numerico (“un milione”) e la butta subito in politica (“La protesta assedia i palazzi”) ignorando completamente almeno metà dello slogan che riassume la protesta: “giù le armi, su i salari”. Si vede che la guerra è un tabù intoccabile.

Inutile dar conto dei foglietti di ultradestra, che conducono una loro guerra contro tutto e tutti, ormai inutili persino a chi li finanzia.

Resta Il Fatto Quotidiano, che registra positivamente il milione in piazza (è anche l’unico quotidiano senza finanziamenti pubblici né un padrone che ripiani le perdite, quindi ha un interesse oggettivo a trovare nuovi lettori), preferendo però contrapporla agli arresti a ‘pen di segugio’ fatti nei giorni scorsi: “Un milione in piazza: arrestate pure questi”.

Imbrocca il titolo – come da decenni gli accade – il manifesto: “Compagni di classe”, cogliendo la comunanza di radice tra lavoratori, studenti, questione razziale e libertà civili come una “questione di classe”, appunto. Ma subito svilisce tutto con un editoriale del direttore dove si esalta l’indubbia spontaneità che si è raccolta ieri, si svalutano gli organizzatori della giornata (come se bastasse ormai un account per riempire le piazze e tenerle insieme), e si ripete il vecchio schema del “come sarebbe bello se il centrosinistra raccogliesse questa spinta e questi voti potenziali”.

Addirittura considerando Mattarella un interprete quasi naturale delle loro “ragioni” (prova provata che non sono state affatto capite).

TG e talk show hanno mostrato due facce non complementari. I servizi degli inviati nelle piazze sono stati in genere pervasi dalla sorpresa, sia per i numeri che per l’allegra serietà dei manifestanti, a prescindere dalle diverse generazioni che si sono fuse.

I riassunti e i commenti dei “professionisti della gestione della notizia” hanno invece risentito pesantemente della necessità di “ricondurre l’ignoto al noto”, ossia di far rientrare l’interpretazione della giornata negli schemi utilizzati fin qui. Un po’ come il Corriere, insomma.

Se non ci sono “scontri” da stigmatizzare non si sa che dire, se non sciocchezze sulla “sinistra” (intesa come PD) che dovrebbe far qualcosa per catturare questa che a tutti gli effetti è invece una rottura sociale tra la popolazione e la classe dirigente (sia “aziendale” che politica, insomma). Come si vede del resto con il crescere dell’astensionismo ad ogni elezione...

Specie nei talk show sta diventando evidente il fatto che i cosiddetti “giornalisti” che si occupano di politica sono ormai dei commensali fissi alle cene dei “politici”. Per loro il mondo inizia e finisce lì. Tutto ciò che avviene fuori di quel circuito è un elemento di disturbo che va ricondotto al silenzio il prima possibile; con le buone se si può, con le mazzate se resiste...

La dimensione quantomeno europea delle mobilitazioni di questi mesi – addirittura mondiale con lo sciopero dei portuali di ieri –  sfugge completamente, i guasti prodotti per quasi 40 anni dal neoliberismo restano invisibili (o da nascondere), il crescere di soggetti sociali e politici alternativi un pericolo da scongiurare.

È l’atteggiamento che ha sagomato l’informazione finora: le manifestazioni e gli scioperi non sono che un fastidio da ridurre, l’opposizione sociale non esiste se pacifica e va menzionata solo se diventa – o viene fatta diventare – “un problema di ordine pubblico”. Da risolvere ovviamente con gli strumenti dell’“ordine pubblico”.

C’è un filo logico che collega strettamente – quasi come una catena d’acciaio – l’esplodere di molte crisi diverse nel capitalismo occidentale (da quella ambientale alle guerre, dalla crescita azzerata all’esplodere delle bolle finanziarie – è appena partita quella dell’intelligenza artificiale, con i tracolli di Google e Intel), l’inesistenza di strumenti utilizzabili dalla “politica” (l’intervento pubblico nell’economia è vietato e maledetto) e l’impossibilità dell’informazione di dar conto della realtà in modo attendibile.

Simul stabunt, simul cadent... La crescita delle mobilitazioni sarà anche la crescita delle alternative politiche all’esistente. E il sistema dei media ne uscirà a pezzi.

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I brasiliani sconfiggono la “Madre di tutte le guerre ibride”

Senza quel ritmo brasiliano, tutto ciò non avrebbe senso. La posta in gioco non poteva essere più alta: era una questione di vita o di morte. Così i brasiliani sono scesi in piazza – e si sono recati alle urne – e ne sono usciti vittoriosi.

Non hanno fatto altro che domare la “Madre di tutte le guerre ibride” e sconfiggere, seppur momentaneamente, una coalizione potente e tossica che comprendeva l’intera forza dell’amministrazione della “Dottrina Donroe”; il tecnofeudalesimo della Silicon Valley dispiegato soprattutto grazie a Meta; Wall Street e la Dea del Mercato; i molteplici tentacoli del Sionismo; le vecchie élite reazionarie – e i loro organi di informazione; le nuove élite “bling-bling”; la demenza evangelica; e, ultimo ma non meno importante, una mediocre dinastia neofascista intenzionata a trasformare il Brasile in una neocolonia estrattiva a beneficio della “Voce del Suo Padrone”.

L’effetto – rassicurante – è simile a quello di un inno bossa nova di Antônio Carlos Jobim cantato da Frank Sinatra. Sì, il Brasile è troppo grande – e troppo selvaggio – per essere il cortile di casa di qualcuno. E che svolta sorprendente, soprattutto per Lula personalmente: la geopolitica non vedeva una rimonta del genere dalla battaglia di Stalingrado.

Abbiamo perso: quindi le elezioni sono state truccate

Il giorno delle elezioni si è tenuto in un clima di grande tensione, ma con Flávio Bolsonaro che aveva ancora l’82% di probabilità di vincere, secondo Polymarket,il favorito della DARPA. È come se il deep state conoscesse l’esito in anticipo, proprio come al primo turno.

Tuttavia, alla fine, Lula ha vinto con 4,4 milioni di voti di scarto. Non senza molti colpi di scena. Poco prima della chiusura dei seggi, un giudice della Corte Suprema – che in precedenza era stato l’avvocato personale di Lula durante il caso di corruzione “Lava Jato” – ha esteso di due ore l’orario di voto in tutto il paese. Il tribunale elettorale avrebbe dovuto pronunciarsi su questo punto. Non l’ha fatto perché un altro giudice della Corte Suprema, nominato da Bolsonaro, stava temporeggiando.

La proroga è stata cruciale perché a quel punto era stato dimostrato che i sindaci allineati a Bolsonaro stavano deliberatamente ostacolando il trasporto pubblico, soprattutto gli autobus, nelle roccaforti di Lula come Salvador, in Bahia: una tattica presa direttamente dal manuale del sabotaggio oligarchico, usata per sopprimere il voto popolare.

Il punto fondamentale è che entrambe le campagne avevano richiesto una proroga dell’orario di voto. E questo smonta completamente le affermazioni degli imbecilli sostenitori di Bolsonaro e di coloro che sono legati al movimento MAGA, secondo cui le elezioni sarebbero state “truccate”.

Come c’era da aspettarsi, Flávio Bolsonaro si rifiuta di ammettere la sconfitta e vuole l’annullamento delle elezioni. Questo non accadrà, secondo lo stesso giudice nominato da Bolsonaro che, fin dall’inizio, ha tergiversato sulla questione.

Al secondo turno, Lula ha aumentato il suo totale di voti di oltre 10,1 milioni, mentre Bolsonaro ne ha guadagnati solo 3,6 milioni in più. A questo si aggiunge un dato quasi incredibile: ci sono stati oltre 1,8 milioni di voti nulli in meno rispetto al primo turno, e la stragrande maggioranza è andata a Lula.

Diverse ragioni spiegano il risultato del “ragazzo del ritorno” – o del “nonno”. A cominciare da una massiccia mobilitazione popolare: l’astensione è scesa dal 21,08% al 19,21%. Quasi tre milioni di persone in più si sono recate alle urne.

Lula ha ampliato i suoi margini dove era forte – nel Nord-Est – e ha ridotto le perdite nel prospero Sud-Est

La campagna di Lula ha fatto una significativa autocorrezione: invece di concentrarsi sul passato – sui risultati concreti della sua amministrazione – ha iniziato a parlare delle gravi realtà del presente: l’economia familiare; gli enormi livelli di debito; il costo della vita; i salari; e ha persino presentato proposte concrete per i prossimi quattro anni.

La campagna di mobilitazione digitale è stata degna di nota, con un’arma letale scatenata su WhatsApp: il canale “L’Esercito di Lula”, che è passato da circa 50.000 follower all’impressionante cifra di 10 milioni in meno di tre settimane: una vera e propria fanteria digitale. Il Brasile è una delle nazioni più connesse del pianeta.

Guidata dal neoeletto deputato André Janones, la campagna ha dimostrato come Lula abbia sconfitto l’egemone tecno-feudale Meta sul suo stesso terreno: la strategia sarà studiata negli annali della scienza politica per generazioni.

E poi c’è la sconcertante incompetenza di Flávio Bolsonaro: un mix letale di arroganza e ignoranza che semplicemente non poteva essere spacciato per un’alternativa moderata.

Appena due giorni prima del ballottaggio, durante l’ultimo e cruciale dibattito, Bolsonaro, in diretta televisiva, davanti all’intera nazione e a milioni di elettori indecisi, ha chiamato Lula “quello dalle nove dita”, deridendo la sua disabilità fisica.

Lula ha preparato la sua replica in tempo reale, come un cobra. Ha ricordato come ha perso il mignolo a 19 anni in una pressa di metallo, vittima della precarietà e della mancanza di sicurezza di cui soffrono milioni di lavoratori in Brasile: “Una situazione ben diversa dalla tua, Bolsonaro, che non hai mai lavorato”.

Questo è stato il colpo di grazia: il mignolo perso come simbolo definitivo di dignità di fronte al privilegio.

La situazione si farà davvero critica

Governare il Brasile sarà un’impresa titanica per il quarto mandato di Lula. Il Senato (81 seggi) è controllato dall’estrema destra (48 seggi): una maggioranza assoluta. Al Congresso, l’estrema destra detiene 303 seggi (ben al di sopra della maggioranza di 257), il centro ne ha 86 e la sinistra solo 124. Qualsiasi riforma, bilancio o legge si scontrerà con un muro di ferro.

Si può dire che la migliore definizione di Lula fu offerta a suo tempo dal compianto e grande Comandante Fidel Castro: “Non è mai stato un estremista di sinistra, né ha raggiunto lo status di rivoluzionario per posizioni filosofiche, bensì per quelle di un lavoratore di umili origini e di fede cristiana, che ha lavorato duramente creando plusvalore per altri”.

Lula, ora ottantenne, sembra aver ritrovato quella scintilla. Non c’è dubbio che sappia benissimo come questa schiacciante sconfitta per Trump, il movimento “Make America Great Again” (MAGA) e la Dottrina Donroe lo costringeranno a mobilitare tutte le sue forze: organizzare il Brasile contenendo al contempo la furia incontrollata dell’Impero.

Quali che siano i risultati delle elezioni di metà mandato degli USA nella prossima settimana, Trump intensificherà inevitabilmente le sanzioni e/o i dazi contro il Brasile e continuerà a fare tutto il possibile, lanciando operazioni sporche per destabilizzare il Paese. La CIA e il “deep state” sono profondamente radicati nella realtà brasiliana e sono in grado di scatenare innumerevoli sporchi trucchi.

Lula lo sa: la situazione si farà molto brutta

In breve, si potrebbe dire che Lula personifica un Brasile cattolico, tradizionalista, di lingua portoghese, meticcio e progressista.

Questo si scontra frontalmente con l’asse reazionario, evangelico, neopentecostale e sionista anglo-americano. In definitiva, i neopentecostali difendono la lunatica teologia della Fine dei Tempi che ha plasmato il sionismo cristiano anglo-americano.

Flávio Bolsonaro, come tutti i membri del clan, aveva promesso di trasferire l’ambasciata del Brasile a Gerusalemme; ha definito i BRICS come “fortemente ideologici”; e ha attaccato i rapporti di Lula con l’Iran (anch’esso membro dei BRICS). Flávio, un guscio vuoto, potrebbe aver perso le elezioni, ma la macchina infernale che lo sostiene non si arrenderà mai.

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Anche la Germania è preoccupata dalla “Generazione Z”

La Junge Union di Berlino (organizzazione giovanile della CDU, ndr) ha paura. Grande paura. Ed ha chiesto persino alla Bundeswehr assistenza amministrativa per agire contro le proteste studentesche previste per questo sabato.

“Parigi ha mostrato cosa fanno gli odiatori del mondo libero e democratico. Chiediamo che la Bundeswehr venga convocata come misura precauzionale per difendere il nostro ordine liberale. Per prevenire un terrore come quello di Parigi”.

L‘organizzazione giovanile dei Cristiano-Democratici si è agitata su Instagram domenica scorsa. Ma anche la stampa borghese e i governanti stanno alimentando paure e creando scenari apocalittici.

Nel frattempo, anche le associazioni giovanili di sinistra non sono sicure se mobilitarsi per il 31 ottobre.

Per questo sabato, “La Gen Z governa” sta invitando a proteste in molte città del paese. Ma molte cose sembrano poco chiare. Chi o cosa c’è dietro le “regole della Generazione Z”?

Sul sito web del gruppo informale si può cliccare su una mappa della Repubblica Federale per vedere quando e dove si terranno le manifestazioni in quale città.

Nelle cinque città più grandi, “Gen Z regolare” dice di organizzare contenuti e processi. Altre città sono “associate all’iniziativa”. Ma le manifestazioni non sono ancora stata formalizzate in tutte le città.

“Qui a Berlino, per sabato alle 14:00 presso la Porta di Brandeburgo c’è stata una richiesta della ‘Generazione Z regolare’, ma i promotori hanno annullato nuovamente la manifestazione”, ha dichiarato Moritz Roos dall’ufficio stampa della polizia di Berlino lunedì mattina, in un’intervista a Junge Welt. Non poteva escludere che ne sarebbe seguita un’altra richiesta di manifestazione.

A Colonia, Monaco, Lipsia e Stoccarda le manifestazioni sono state autorizzate, come rivelato dall’inchiesta di Junge Welt.

A Francoforte sul Meno, sono state richieste due manifestazioni contemporaneamente, una da parte di “Gen Z regulates” sotto il motto “Manifestazione Gen Z – Giovani e Giovani Adulti attirano l’attenzione sulle loro preoccupazioni e si schierano per il loro futuro”, un’altra da parte della “Youth Initiative Generation Awakening” con il tema “Il nostro futuro. La nostra voce. La nostra decisione – Per giustizia sociale, trasparenza, codeterminazione democratica e contro il servizio militare obbligatorio”.

La domanda è a quale delle due il gruppo principale sia più propenso ad unirsi. “Le informazioni sono preliminari e non ancora definitive”, ha sottolineato Ulrike Wiedenfels dell’ufficio dell’ordine pubblico di Francoforte.

Anche la polizia di Stoccarda sta costruendo uno scenario di minaccia. Ci sono indicazioni che potrebbero esserci blocchi, ha riferito lunedì il quartier generale della polizia all’agenzia Dpa. Non è chiaro quale intensità ci si possa aspettare. Ma sembra siano molto ben preparati.

“Mi sono ritirato dall’organizzazione delle proteste del 31 ottobre e mi sono dimesso dal mio ruolo di portavoce per ‘La Generazione Z regolare‘”, ha annunciato Gianni Matheja domenica sul suo canale Instagram “Gianni studied”. Il ventunenne è stato stagista presso la conduttrice televisiva Caren Miosga e lavora per la RBB e ZDF.

I suoi studi sono finanziati dalla Fondazione Accademica Nazionale Tedesca con una borsa di studio. “Nel frattempo, diversi gruppi si stanno unendo sotto il nome ‘Gen Z regulate’, le cui idee su obiettivi e forme di protesta divergono. In queste circostanze, non vedo più un quadro pacifico comune sufficientemente sicuro”, afferma Matheja, spiegando così il suo ritiro.

A prima vista, le richieste elencate sul sito web non sembrano molto radicali: “Soldi per le scuole, aiuti per le dipendenze e psicoterapia invece dei tagli”, “Una vita accessibile. Le preoccupazioni delle persone dovrebbero essere in cima all’agenda” e “No alla coscrizione”. “Nessuno decide il nostro futuro senza di noi”, spiegano, tra le altre cose.

Responsabile del sito web è un certo Akram Selo, che è anche responsabile della chiamata per le donazioni sulla piattaforma “Go Fund Me”. Secondo la piattaforma, la pagina “Gen Z regulate” è stata creata da un’agenzia web svizzera. Per quanto riguarda i dettagli di contatto forniti, fino ad ora non c’è stata alcuna reazione alle richieste di Junge Welt.

E cosa dice questa “Generazione Z”? “In quanto socialisti, partecipiamo alle proteste giovanili perché riteniamo importante arricchire questa consapevolezza spontanea dei giovani e il generale rifiuto della politica attuale con prospettive concrete”, ha detto lunedì una portavoce di “Young Struggle” a Junge Welt.

La loro principale preoccupazione non è di considerare solo la richiesta di un’istruzione migliore o di annullare la coscrizione militare, “ma collegare la militarizzazione generale in Germania ai tagli sociali e alla crisi in cui si trovano vari governi europei”.

Golo Kirsch, portavoce del Kiel School Strike Committee, è piuttosto riservato. “Noi come sciopero studentesco sosteniamo le richieste delle “regole della Gen Z”, ma non chiamiamo una protesta per il 31 ottobre e non siamo in contatto con l’organizzazione. Siamo in sciopero in tutta Europa il 20 novembre”. ha detto Kirsch. 

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