Ovviamente, la giustificazione viene trovata nella solita propaganda imperialista che non ha un briciolo di verità. Il bersaglio delle misure che diventano effettive oggi è il conglomerato pubblico Gaesa, nato nelle e gestito dalle Forze Armate Rivoluzionarie. A Gaesa non potranno arrivare pagamenti in dollari, e l’impresa pubblica non potrà interfacciarsi con persone fisiche e giuridiche statunitensi.
Le sue attività finiscono sotto lo scrutinio dell’OFAC (Office for Foreign Asset Control). Intanto, proprio ieri, l’amministrazione Trump ha inserito nella lista delle persone considerate ostili agli interessi USA il presidente cubano Miguel Díaz-Canel e la moglie, il figlio e il nipote di Raúl Castro, e sono stati sanzionati il Ministero delle Forze Armate Rivoluzionarie (MINFAR), i Comitati di Difesa della Rivoluzione (CDR), l’Istituto Cubano di Amicizia con i Popoli (ICAP), e altre società.
Sulla propaganda relativa a Gaesa abbiamo già pubblicato un’intervista a Luciano Vasapollo, che chiarisce la mistificazione imperialista usata da Washington (e sostenuta dal New York Times) per bersagliare il conglomerato pubblico, e le attività che ha diretto in uno dei pochi settori che ai cubani ha garantito un po’ di respiro rispetto alle violente pressioni stelle-e-strisce: quello del turismo.
L’escalation di sanzioni iniziata a gennaio, e proseguita con altri provvedimenti il primo maggio, oggi giunge al culmine colpendo uno dei pilastri della pianificazione socialista dell’Avana, e dunque tutto il modello rivoluzionario e tutta l’economia del paese. Infatti, il monito lanciato dal Dipartimento di Stato lo scorso 7 maggio alle istituzioni finanziarie e ai soggetti non statunitensi che operano sull’isola coglie ora i suoi frutti.
Chi fa affari con Gaesa rischia di subire le sanzioni secondarie americane e l’interdizione dalle attività negli Stati Uniti. Yahoo Finance ha eseguito una fotografia di chi ha annunciato di lasciare Cuba: le compagnie europee di spedizione container Cma-Cgm e Hapag-Lloyd; la società mineraria Sherritt e il gruppo alberghiero Blue Diamond Resorts, entrambi canadesi; la catena spagnola di hotel Iberostar.
Un altro colosso spagnolo del mondo ricettizio, Meliá Hotels International, ha annunciato il 3 giugno la cessazione delle attività turistiche, che riguardavano ben 15 strutture. I dati parlano del fatto che, solo nei primi due giorni di giugno, quasi trenta strutture alberghiere hanno interrotto le proprie operazioni a Cuba.
Inoltre, la Banca Centrale di Cuba ha annunciato che a partire dal 6 giugno verranno sospesi i pagamenti effettuati tramite Mastercard e Visa. È l’effetto della decisione della banca estera che gestisce tale tipo di transizioni sull’isola, banca che ha però deciso di troncare i rapporti con l’istituto finanziario cubano Fincimex.
La Banca Centrale, ad ogni modo, ha sottolineato che rimangono operativi altri mezzi di pagamento in valuta estera, oltre i contanti, come le carte prepagate nazionali e le carte internazionali Mir (russa) e UnionPay (cinese). Ma al di là di questo, il disegno statunitense è chiaro: vista l’importanza di Gaesa nelle varie attività economiche cubane, tante imprese e istituzioni stanno ora recidendo ogni rapporto con l’isola, rendendo ancora più difficile la vita della sua popolazione.
L’amministrazione USA vuole il collasso del sistema e del popolo cubano, per impartire una lezione esemplare a chi, per oltre 65 anni, non ha mai piegato la testa ai soprusi dell’imperialismo yankee. Ma continua a doversi confrontare con l’ostinazione di chi difende una sovranità conquistata attraverso una lista infinita di difficoltà, e che continua a ricevere una larga solidarietà internazionale. Il 7 giugno verrà ribadita anche in Italia, con un’importante assemblea nazionale.
Qui un articolo del 2 giugno in merito alla vicenda apparso sul Granma, organo di informazione del Comitato Centrale del Partito Comunista di Cuba.
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