Presentazione


Analisi, opinioni, fatti e (più di rado) arte da una prospettiva di classe.

01/05/2026

L’America del caos

Il bollitore è sulla fiamma del gas e l’impressione è che possa esplodere in qualsiasi momento in modo del tutto imprevisto.

I problemi – alcuni irrisolvibili, altri solo temporanei – si vanno accumulando senza che alla Casa Bianca ci sia uno straccio di idea su come provare a impostare una soluzione.

La guerra all’Iran raggiunge oggi il 60esimo giorno e,secondo la Costituzione Usa, dovrebbe essere il Congresso a votarne l’eventuale prosecuzione. Ma pur disponendo di una maggioranza repubblicana nelle due Camere, Trump non può essere certo di un voto favorevole perché parte del suo battaglione di parlamentari “Maga” è in grosse difficoltà con la base elettorale, cui era stato promesso “mai più lunghe guerre lontane” e “prima l’America”.

Mentire, nella politica imperialista, è prassi quotidiana, ma quando si avvicinano le elezioni – e ormai quelle di midterm sono distanti solo sei mesi – il rischio di pagarla cresce. Parecchi repubblicani potrebbero perdere il seggio... 

Anche altri presidenti si erano trovati nelle stesse condizioni e hanno egualmente continuato la guerra, trovando qualche escamotage legale. Nessuno, però – a parte la guerra in Vietnam, che comunque aveva ottenuto il via libera dal Congresso – aveva dovuto registrare un’opposizione popolare interna così diffusa. Non fortissima sul piano delle mobilitazioni, certo, ma sufficientemente estesa da garantire una sconfitta elettorale.

L’escamotage immaginato da quell’invasato di Hegseth, “ministro della guerra” costretto a un confronto in Senato, è di dichiarare chiusa la guerra con l’Iran per poi poterla riprendere come se fosse una nuova. Una sorta di time out chiamabile a piacere.

In alternativa, considerare il time out già chiamato il 7 aprile (ultimo giorno di bombardamenti prima del cessate il fuoco) e quindi al 40esimo giorno di guerra. Ne resterebbero così venti in cui cercare di piazzare qualche colpo “risolutivo”, dichiarare la vittoria e richiamare (in parte) le truppe.

Truppe che peraltro mostrano qualche pesante segnale di stress. La mitica portaerei Ford, “la più grande del mondo”, dopo essere stata ritirata dal golfo di Oman in seguito ad un ammutinamento con tanto di sabotaggio (intasamento dei bagni, incendio della lavanderia), al punto da essere costretta a riparazioni in Croazia, dopo aver appena attraversato il Canale di Suez per rientrare in zona operativa ha nuovamente invertito la marcia per rientrare in qualche porto amico.

Ne restano comunque due, col loro codazzo di cacciatorpediniere e navi di sostegno, ma rimangono a rispettosa distanza dalle coste iraniane, guardandosi bene dall’entrare nello Stretto di Hormuz, dove droni, missili e motoscafi veloci potrebbero provocare danni seri con la tattica “a sciame”.

Nelle relazioni internazionali le cose vanno però anche peggio. La guerra ha portato al blocco dello Stretto e quindi alla riduzione della disponibilità mondiale di petrolio nell’ordine del 20%. Analoga carenza si registra per il gas (soprattutto qatariota ed iraniano), ma anche per i fertilizzanti e il cherosene per aerei (diverse raffinerie specializzate sono nel Golfo ed alcune sono state anche danneggiate), con le compagnie aeree che ormai non garantiscono voli certi a partire dalla seconda metà di questo mese. Domattina, insomma.

Le carenze energetiche riguardano un po’ meno gli Stati Uniti (su cui pesa comunque il forte aumento di prezzo dei carburanti), che hanno una produzione superiore ai consumi interni e possono persino esportare, ma in modo serio l’Europa e l’Asia, che già ora sta protestando vivacemente chiedendo all’unisono che venga tolto il blocco allo Stretto. Blocco in questo momento quasi unicamente statunitense, visto che l’Iran lascia passare tutte le navi meno quelle israeliane e statunitensi.

Ma questo blocco, nella cosiddetta “strategia” trumpiana è l’unica misura alternativa ai bombardamenti per “pressare” Teheran e costringerla a “dichiarare la resa” (ha detto proprio così, ieri, straparlando con la stampa). Eventualità che il resto del mondo considera piuttosto improbabile, diciamo, visto che fin qui l’Iran si è difeso piuttosto efficacemente e non mostra chiari segnali di cedimento. Anzi...

Tra le pressioni internazionali su Washington le più importanti sono certamente quelle cinese e russa. L’incontro con Xi Jinping a Pechino, già più volte rimandato proprio a causa della guerra e ancora formalmente fissato per il 14 e 15 maggio, sta diventando una chimera. L’80% del petrolio iraniano, infatti, è acquistato dalla Cina e per quanto ne possa arrivare via ferrovia (entrata in funzione meno di un anno fa) o facendo ricorso alle immense riserve strategiche accumulate, è chiaro che la guerra Usa dà fastidio soprattutto a Pechino.

Putin, da parte sua, ha messo sul piatto – durante una telefonata di un’ora e mezza – sia la carota che il bastone. Da un lato l’offerta di cessate in fuoco in Ucraina per il 9 maggio, festa per la fine della seconda guerra mondiale e la sconfitta del nazifascismo, e dall’altra uno “sconsiglio” ad immaginare “operazioni di terra” in Iran.

Il fatto che il Pentagono abbia voluto segnalare a Trump che da Mosca arriva all’Iran una lunga serie di aiuti di varia natura fa parte del pacchetto di “argomenti dissuasivi” rispetto all’ipotesi di ulteriori “attacchi intensi ma brevi” contro Teheran. Farli sarebbe certamente possibile, per gli Stati Uniti; che possano risultare “decisivi”, e senza risposte che prolungherebbero oltre lo sperato i combattimenti, è praticamente impossibile.

Se l’America vuole chiuderla in tempi brevi, insomma, deve chiuderla anche senza poter vantare chissà quale “vittoria”. Dev’essere per questo che proprio stanotte Trump ha cominciato a recitare questa narrazione fantasiosa. “Abbiamo già vinto ma voglio vincere con un margine più ampio”, ha detto in un’intervista alla rete conservatrice Newsmax. L'“unico modo per far finire la guerra” è che Teheran “rinunci al nucleare”.

Alla domanda della giornalista, a cui l’inviato della Casa Bianca Steve Witkoff avrebbe detto che gli Usa hanno offerto all’Iran di usare uranio arricchito per scopi medici, Trump ha risposto: “Beh, io non lo avrei approvato. Non darò loro niente”.

C’è una valanga di proverbi in tutte le lingue che mettono in guardia dal volere troppo, ci dev’essere una ragione... 

Così Trump va avanti dichiarando da un lato che “la tempesta è inevitabile” (ma se hai “già vinto”, a che serve?) e dall’altra calpestando ogni vecchio “alleato” (“sto valutando il ritiro delle nostre truppe da Spagna e Italia, non ci hanno aiutato per niente”, idem per la Germania).

E intanto il bollitore fischia...

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Le piazze si riempiono di nuovo in tutta Italia. Per la Flotilla e non solo

Ultim’ora. Thiago Avila e Saif Abu Keshek della Flotilla sono stati portati in Israele a differenza degli altri attivisti I circa 175 attivisti della Global Sumud Flotilla per Gaza che erano stati sequestrati nella notte tra mercoledì e giovedì dalle forze israeliane in acque internazionali nel Mediterraneo sono stati sbarcati sull’isola di Creta. Al momento gran parte dei partecipanti è stato rilasciato a Creta con l’eccezione di Thiago Avila e Saif Abu Keshek che potrebbero invece essere incarcerati in Israele. Libertà per Thiago e Saif!!

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Migliaia di persone sono scese in piazza ieri in numerose città italiane a sostegno degli attivisti della Global Sumud Flotilla attaccati dai militari israeliani in acque internazionali. L’ennesimo atto di pirateria da parte di Israele ha suscitato ancora una volta un indignazione popolare che non accenna ad attenuarsi dopo le grandi manifestazioni di settembre e ottobre.

Nel cuore della Capitale, in migliaia hanno dato vita a una manifestazione che ha attraversato alcuni dei luoghi simbolo di Roma, dal Colosseo ai Fori Imperiali, fino a Piazza Venezia e via IV Novembre. Un corteo partecipato e compatto, caratterizzato da una forte presenza delle delle associazioni di solidarietà con il popolo palestinese e delle realtà della sinistra di classe e dei sindacati di base.

A guidare la mobilitazione, le parole d’ordine “giù le mani dalla flottiglia” e “blocchiamo tutto”, in risposta al sequestro delle imbarcazioni dirette verso Gaza. I manifestanti hanno denunciato con forza quella che definiscono una violazione del diritto internazionale e un’escalation nelle azioni militari e politiche dello Stato di Israele. Al centro della protesta, anche la richiesta di interrompere ogni forma di complicità politica ed economica da parte dei governi europei.

Anche nelle altre città ci sono state poderose manifestazioni he hanno riempito le piazze denunciando l’attacco alla Flotilla e l’arroganza di Israele che molti striscioni definiscono ormai “un pericolo per il mondo”.

Ancora una volta è emerso che in Italia la società sa da che parte stare.

I circa 175 attivisti della Global Sumud Flotilla per Gaza che erano stati sequestrati nella notte tra mercoledì e giovedì dalle forze israeliane in acque internazionali nel Mediterraneo sono stati sbarcati sull’isola di Creta. Al momento gran parte dei partecipanti è stato rilasciato a Creta con l’eccezione di Thiago Avila e Saif Abu Keshek che potrebbero invece essere incarcerati in Israele.

Fonte e foto dalle manifestazioni nelle varie città

L’Europa alla conquista dell’orbita. Politica spaziale e autonomia strategica

Nel 2026 la politica spaziale europea non può più essere considerata un semplice settore della ricerca scientifica o dell’innovazione tecnologica. Lo spazio è diventato uno dei terreni centrali della competizione globale tra potenze, un’infrastruttura strategica decisiva per il controllo economico, militare e politico del Pianeta. Satelliti, telecomunicazioni, sistemi di navigazione, osservazione terrestre, cybersicurezza, dati climatici, internet orbitale, tecnologie dual use e programmi lunari costituiscono ormai una parte essenziale dell’architettura del potere contemporaneo.

Per comprendere la traiettoria della politica spaziale europea occorre allora inserirla dentro la trasformazione storica in corso: la crisi della globalizzazione liberista e il ritorno della competizione tra blocchi imperiali.

Per circa trent’anni l’Unione Europea ha rappresentato soprattutto un gigantesco spazio economico integrato all’interno dell’ordine occidentale guidato dagli Stati Uniti. La sua funzione principale era quella di polo commerciale e finanziario del capitalismo globale, fondato sulla liberalizzazione dei mercati, sulle catene internazionali del valore, sulla dipendenza energetica esterna e sulla subordinazione strategica alla NATO. In quella fase lo spazio appariva soprattutto come terreno di cooperazione scientifica e sviluppo industriale.

La situazione cambia radicalmente con l’accelerazione delle contraddizioni geopolitiche mondiali: guerra commerciale USA-Cina, crisi energetica, pandemia, guerra in Ucraina, militarizzazione tecnologica, frammentazione delle filiere globali, competizione sui semiconduttori e sulle infrastrutture digitali. Dentro questa transizione, l’Unione Europea scopre improvvisamente la propria vulnerabilità strategica.

La guerra in Ucraina ha avuto un ruolo decisivo in questa presa di coscienza. Il conflitto ha mostrato che le infrastrutture spaziali sono ormai parte integrante della guerra contemporanea. Starlink, la rete satellitare di SpaceX, è diventata uno strumento fondamentale per le comunicazioni militari ucraine, per il coordinamento tattico, per i droni e per la trasmissione dati. Per la prima volta una corporation privata americana ha esercitato un’influenza diretta sugli equilibri operativi di una guerra interstatale.

Per le classi dirigenti europee questo episodio ha rappresentato uno shock geopolitico enorme. È emersa con chiarezza la dipendenza europea dagli Stati Uniti nelle infrastrutture spaziali, digitali e satellitari. Da quel momento la questione dello spazio è diventata una questione di sovranità.

La svolta politica si formalizza col Regolamento (UE) 2021/696, che istituisce il Programma Spaziale dell’Unione Europea per il periodo 2021-2027. Per la prima volta Bruxelles integra dentro un’unica cornice Galileo, EGNOS, Copernicus, GOVSATCOM e Space Situational Awareness (SSA), con un budget superiore ai 14 miliardi di euro. Ma il dato decisivo non è soltanto finanziario.

È il linguaggio politico del regolamento: autonomia strategica, resilienza, sicurezza, protezione delle infrastrutture critiche, competitività. Lo spazio viene ufficialmente inserito dentro la costruzione della potenza europea.

Galileo rappresenta uno dei casi più significativi di questa trasformazione. Presentato ufficialmente come sistema civile di navigazione satellitare, Galileo nasce in realtà da un’esigenza geopolitica precisa: ridurre la dipendenza europea dal GPS americano, controllato dal Pentagono. In caso di crisi internazionale, Washington può degradare il segnale, limitarne l’uso o militarizzarne l’accesso. Per una potenza che aspira a una propria autonomia strategica questa dipendenza è strutturalmente inaccettabile.

Nel 2026 Galileo è ormai una delle infrastrutture fondamentali dell’economia europea. La sua funzione non riguarda soltanto la navigazione. Il sistema è essenziale per la logistica, i trasporti, le telecomunicazioni, la sincronizzazione bancaria, le reti energetiche, l’agricoltura di precisione e le applicazioni industriali. Come quasi tutte le tecnologie spaziali contemporanee, Galileo è contemporaneamente civile, commerciale e militare. È proprio questa convergenza tra funzioni economiche e strategiche a caratterizzare il capitalismo contemporaneo.

Ancora più rilevante è Copernicus, il programma europeo di osservazione terrestre. Attraverso la costellazione Sentinel, l’Unione Europea produce una quantità gigantesca di dati su atmosfera, oceani, territorio, infrastrutture, attività agricole e movimenti marittimi. Formalmente Copernicus viene presentato come strumento di monitoraggio climatico e sostenibilità ambientale. Ma il controllo dei dati territoriali rappresenta oggi una delle forme fondamentali del potere geopolitico.

Chi controlla i dati satellitari controlla:
- rotte commerciali,
- sicurezza energetica,
- gestione delle crisi,
- controllo migratorio,
- osservazione militare,
- pianificazione industriale,
- intelligence geografica.

Non è casuale che Copernicus venga sempre più integrato nelle politiche europee di sicurezza e sorveglianza mediterranea. Le immagini satellitari non sono neutrali: sono strumenti di controllo del territorio globale.

La vera svolta geopolitica arriva però con il Regolamento (UE) 2023/588, che istituisce il programma europeo di connettività sicura IRIS². Qui l’Unione Europea dichiara apertamente la necessità di costruire una propria infrastruttura orbitale sovrana. IRIS² nasce come risposta diretta a Starlink e al monopolio americano delle telecomunicazioni satellitari.

La Commissione Europea parla apertamente di “secure connectivity”, “governmental services” e “resilience”. Dietro il linguaggio tecnico il significato politico è chiarissimo: l’UE vuole una rete orbitale indipendente dagli Stati Uniti. IRIS² prevede una costellazione multi-orbitale di circa 290 satelliti destinati a fornire telecomunicazioni sicure a governi, infrastrutture critiche, apparati strategici e servizi dual use. Il programma coinvolge colossi come Airbus, Thales Alenia Space, SES, Eutelsat, Leonardo e OHB. Si sta cioè costruendo un vero complesso industriale spaziale europeo.

Parallelamente Bruxelles tenta di centralizzare il settore attraverso la proposta di EU Space Act presentata nel 2025. L’obiettivo ufficiale è armonizzare le normative europee sulla sicurezza, la sostenibilità e la resilienza spaziale. Ma il significato storico della proposta è molto più ampio. L’Unione Europea cerca di costruire un vero mercato unico spaziale, centralizzando regole, standard e capacità industriali. Ogni polo imperialista, storicamente, costruisce:
- un mercato integrato,
- un sistema normativo centralizzato,
- una politica industriale strategica,
- un’infrastruttura autonoma.

La politica spaziale europea segue esattamente questa traiettoria.

Attraverso Horizon Europe, il programma CASSINI, InvestEU e il Fondo Europeo della Difesa, Bruxelles finanzia inoltre la formazione di un ecosistema capitalistico spaziale continentale. Nel gennaio 2026 la Commissione Europea ha selezionato 27 progetti spaziali per circa 138 milioni di euro nel quadro Horizon Europe. CASSINI punta a mobilitare fino a un miliardo di euro per startup e imprese New Space europee. L’obiettivo è evidente: costruire una borghesia tecnologica continentale capace di competere con SpaceX, Blue Origin e il settore privato statunitense.

Ma la politica spaziale europea non può essere separata dalla militarizzazione dell’orbita.

Attraverso GOVSATCOM, SSA, IRIS² e il Fondo Europeo della Difesa, l’UE integra progressivamente telecomunicazioni, cybersicurezza, sorveglianza satellitare e infrastrutture strategiche dentro una futura architettura di difesa continentale. La Francia guida apertamente questo processo. Dal 2019 Parigi considera lo spazio una dimensione militare autonoma attraverso il Commandement de l’Espace. Dopo la Brexit, la Francia è rimasta l’unica potenza nucleare dell’UE e vede nella costruzione di un polo strategico europeo il modo per mantenere il proprio rango globale.

Qui emerge la contraddizione fondamentale dell’Unione Europea. Da una parte Bruxelles tenta chiaramente di costruire:
- autonomia tecnologica,
- capacità militare,
- sovranità digitale,
- indipendenza industriale,
- infrastrutture strategiche autonome.

Dall’altra l’Europa resta:
- militarmente subordinata alla NATO,
- dipendente da tecnologie americane,
- politicamente frammentata,
- priva di uno Stato federale reale.

La partecipazione europea al programma Artemis rivela perfettamente questa ambiguità. L’ESA fornisce il European Service Module della capsula Orion – propulsione, energia, supporto vitale – e in cambio ottiene accesso al Lunar Gateway e missioni per astronauti europei. Ma la governance del programma resta saldamente americana.

Gli Artemis Accords rappresentano infatti il tentativo statunitense di costruire un ordine giuridico occidentale nello spazio, definendo regole sulle risorse lunari, sulle infrastrutture extraterrestri e sulla futura economia cislunare. L’Europa aderisce pienamente a questa architettura. Artemis mostra quindi il carattere incompiuto dell’autonomia strategica europea: l’UE tenta di emanciparsi dagli Stati Uniti, ma continua a muoversi dentro l’ordine geopolitico costruito da Washington.

Il confronto con Stati Uniti, Cina e Russia chiarisce ulteriormente la natura della trasformazione europea.

Gli Stati Uniti dominano il settore attraverso la fusione tra:
- Pentagono,
- NASA,
- Big Tech,
- finanza,
- complesso militare-industriale.

SpaceX rappresenta probabilmente la forma più avanzata del capitalismo imperialista contemporaneo: un soggetto privato finanziato e integrato strategicamente dentro la potenza statunitense.

La Cina segue invece una logica differente. Il programma spaziale cinese è direttamente subordinato alla pianificazione statale e agli obiettivi geopolitici. Tiangong, Chang’e e il programma lunare cinese fanno parte di una strategia nazionale di lungo periodo che integra industria, tecnologia, prestigio e potenza militare.

La Russia, pur indebolita economicamente, mantiene ancora capacità fondamentali:
- tecnologia missilistica,
- esperienza astronautica,
- capacità antisatellite,
- infrastrutture orbitali.

L’Europa invece si trova in una posizione intermedia: possiede capacità tecnologiche avanzate ma manca ancora di una piena centralizzazione politica e strategica. Ed è proprio qui che la politica spaziale europea rivela il suo significato storico più profondo.

Lo spazio è il laboratorio in cui il capitalismo europeo tenta di trasformarsi da semplice spazio economico integrato in polo imperialista autonomo. La questione centrale non riguarda soltanto razzi, satelliti o missioni lunari. Riguarda la costruzione materiale della sovranità europea nella nuova fase della competizione globale.

Da una prospettiva marxista, l’attuale corsa allo spazio non rappresenta il trionfo neutrale della scienza, ma una nuova fase dello sviluppo delle forze produttive dentro le contraddizioni del capitalismo globale. Marx aveva individuato nella tendenza all’espansione continua del capitale una dinamica strutturale del modo di produzione capitalistico. Il capitale è costretto ad allargare incessantemente:
- mercati,
- infrastrutture,
- processi di accumulazione,
- controllo tecnologico,
- spazi di valorizzazione.

Nel XXI secolo questa espansione investe ormai direttamente l’orbita terrestre e lo spazio circumterrestre. L’infrastruttura spaziale costituisce oggi una gigantesca “condizione generale della produzione”, cioè una delle basi materiali necessarie al funzionamento del capitalismo contemporaneo. Satelliti, telecomunicazioni, dati, osservazione terrestre e navigazione orbitale sono parte integrante della circolazione del capitale globale. Senza infrastrutture spaziali non esisterebbero:
- finanza algoritmica,
- logistica globale just-in-time,
- piattaforme digitali,
- controllo energetico,
- reti militari contemporanee,
- economia dei dati.

Lo spazio diventa quindi una nuova frontiera dell’accumulazione capitalistica. Ma nella fase della crisi strutturale del capitalismo globale questa espansione assume inevitabilmente caratteri sempre più militarizzati e predatori. L’orbita terrestre non viene occupata in nome di una generica “umanità”, ma attraverso la competizione tra grandi concentrazioni di capitale e apparati statali. Le mega-costellazioni satellitari, le missioni lunari, il controllo dei dati e le future risorse extraterrestri si inseriscono dentro la lotta tra poli imperialisti per il controllo delle infrastrutture globali.

La politica spaziale europea va dunque interpretata come parte della crisi storica dell’ordine unipolare americano e del tentativo europeo di costruire una propria capacità autonoma di accumulazione e proiezione strategica. Ma questa trasformazione resta profondamente contraddittoria.

L’Unione Europea tenta di costruire un’infrastruttura imperialista comune senza possedere ancora una piena unificazione politica, militare e statale. Per questo lo spazio europeo appare contemporaneamente:
- avanzato tecnologicamente,
- incompleto politicamente,
- subordinato strategicamente,
- aggressivo economicamente.

La corsa europea allo spazio mostra così una delle contraddizioni fondamentali del capitalismo continentale contemporaneo:  la necessità storica della centralizzazione della potenza e l’impossibilità, almeno per ora, di completarla pienamente dentro le strutture attuali dell’Unione Europea. Proprio in questa contraddizione si riflette il carattere instabile della nuova fase imperialista mondiale.

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Vendetta di Stato. Nordio rinnova il 41bis a Cospito

Il 41 bis è tortura. Il suo rinnovo contro Alfredo Cospito è una scelta politica punitiva che conferma il carcere come strumento di annientamento.

Il ministro della Giustizia Carlo Nordio ha deciso di rinnovare il 41 bis ad Alfredo Cospito. Il provvedimento, atteso entro il 4 maggio, è stato notificato al difensore Flavio Rossi Albertini e conferma la linea più dura possibile: nessun arretramento, nessuna revisione, nessun dubbio. Non è un atto tecnico. Non è routine amministrativa. È una scelta politica deliberata che va chiamata con il suo nome: vendetta.

Il 41 bis non è una semplice misura restrittiva. È isolamento prolungato, privazione dei contatti, compressione della parola, rarefazione della vita sociale fino al limite della sopportazione. È un regime che svuota la persona, che riduce l’esistenza a sopravvivenza controllata. Per questo, da anni, giuristi, osservatori e organizzazioni lo indicano come una forma di tortura. Non una metafora: una descrizione.

Il caso di Alfredo Cospito ha costretto il Paese a guardare dentro questo dispositivo. Sei mesi di sciopero della fame, tra il 2022 e il 2023, hanno rotto il silenzio. Hanno mostrato cosa significa vivere sotto quel regime: isolamento quasi totale, relazioni ridotte al minimo, controllo continuo. Hanno posto una domanda semplice e radicale: può uno Stato costituzionale infliggere tutto questo? La risposta di Nordio è stata altrettanto semplice: sì, e ancora.

Eppure il dato resta lì, inchiodato alla realtà. Cospito è sottoposto al massimo regime carcerario per un attentato – quello del 2006 a Fossano – che non ha provocato morti né feriti. La sproporzione non è un dettaglio: è il cuore del problema. Perché il 41 bis, qui, non serve a impedire collegamenti operativi. Serve a lanciare un messaggio. A dimostrare che lo Stato non arretra. A usare il corpo di un detenuto come terreno di affermazione del potere.

Non è giustizia. È esemplarità punitiva. Nel 41 bis l’uscita non è un percorso rieducativo. È una resa. È la collaborazione, la dissociazione, la rinuncia a sé. Questo è il meccanismo reale: non correggere, ma piegare. Non reinserire, ma spezzare.

E mentre si rinnova questo regime, si aggiungono ulteriori privazioni. A Cospito viene negata perfino la possibilità di leggere liberamente o ascoltare musica. Anche il pensiero, anche l’immaginazione, anche lo spazio interiore diventano oggetto di controllo. È la logica dell’annientamento che si fa totale.

Tutto questo collide frontalmente con l’Articolo 27 della Costituzione italiana. Non come formula astratta, ma come principio concreto: la pena non può consistere in trattamenti contrari al senso di umanità e deve tendere alla rieducazione. È difficile sostenere che un regime fondato sull’isolamento prolungato e sulla compressione sistematica delle relazioni possa avere una funzione rieducativa.

La verità è che il caso Cospito è diventato un banco di prova. E il governo ha scelto da che parte stare. Nordio sta difendendo e rafforzando il 41bis. Sta dicendo che questo modello di carcere non solo è legittimo, ma è necessario. Sta spostando il confine di ciò che è accettabile, rendendo normale ciò che normale non dovrebbe essere.

Il punto non è più solo Cospito. Il punto è lo Stato che usa la pena per annientare, che risponde al dissenso con l’isolamento estremo, che confonde sicurezza e vendetta, sta già scivolando fuori dal perimetro costituzionale. E quando questo accade, non è il detenuto a essere sotto processo. È il sistema.

Il rinnovo del 41 bis non chiude nulla. Conferma tutto. Conferma che il carcere duro, in Italia, non è uno strumento eccezionale. È diventato un linguaggio politico. Un messaggio. Un avvertimento. E questo, in uno Stato di diritto, dovrebbe essere inaccettabile.

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Il “decreto Primo Maggio” è contro i lavoratori

di Giorgio Cremaschi

Il cosiddetto decreto Primo Maggio del governo Meloni è una truffa e una doppia lesione, anche costituzionale, dei diritti del lavoro.

È una truffa perché non stanzia un solo centesimo per i lavoratori, mentre finanzia le imprese con circa un miliardo di euro, distribuito su tre anni. L’unica spesa del decreto è costituita dai soldi che vengono donati alle imprese che assumono o che confermano a tempo indeterminato i giovani e i lavoratori del mezzogiorno.

È la solita esenzione contributiva che in realtà viene pagata dagli stessi lavoratori, cui vengono a mancare i fondi per l’Inps. E forse abbiamo sbagliato a dire che il governo non dà nulla ai lavoratori, in realtà il governo Meloni toglie un miliardo ai lavoratori per finanziare le imprese.

Questa è la truffa, poi ci sono due gravissime lesioni a danno delle retribuzioni dei lavoratori, che il governo ha titolato sotto il nome beffardo di “salario giusto”.

La prima, gravissima, è lo stravolgimento dell’articolo 36 della Costituzione.

Il testo costituzionale recita che la retribuzione dei lavoratori debba essere: “…in ogni caso sufficiente ad assicurare a sé e alla famiglia un’esistenza libera e dignitosa”. Ed è proprio rifacendosi a questo principio costituzionale che molte sentenze della magistratura hanno annullato accordi e contratti con salari da fame.

Così ha fatto il tribunale di Milano per lavoratori che avevano paghe inferiori ai quattro euro all’ora, a seguito di regolari contratti sottoscritti da CGILCISLUIL. Anche la Corte di Cassazione ha ribadito che il principio della “equa retribuzione” non coincide affatto con quello della contrattazione e viene prima di essa.

Invece il governo Meloni ha ribaltato questo dettato costituzionale, come del resto ha fatto per diversi principi della costituzione antifascista, e ha affermato che i contratti, purché firmati da sindacati “comparativamente più rappresentativi”, siano già un’equa retribuzione. Quindi sono gli accordi firmati da CGILCISLUIL a definire cosa sia un salario giusto. Non è un caso che la segretaria della CISL abbia ringraziato il governo per il regalo incostituzionale ricevuto.

La seconda lesione ai diritti del lavoro è una correzione della prima. Infatti se a CGILCISLUIL viene concesso il potere di fare contratti che valgono come la Costituzione, alle imprese viene offerta la convenienza a non firmare gli accordi.

Il governo Meloni ha stabilito che se un contratto non venisse rinnovato da più di dodici mesi, allora le imprese dovrebbero pagare ai lavoratori un’indennità del 30% della rivalutazione delle paghe dovuta all’indice IPCA dell’inflazione. A parte che questo indice è già penalizzante per i lavoratori e CGILCISLUIL sono anche riusciti a peggiorarlo, eliminando da esso i costi del petrolio e del gas, con questo decreto si incentivano le imprese a non firmare.

Se non firmano il contratto, devono pagare meno di un terzo del già poco dovuto per recuperare l’aumento dei prezzi. Più allunghi il tempo del contratto, meno paghi.

Diverso sarebbe stato se il governo avesse approvato la norma, annunciata in precedenza, secondo la quale alla firma del contratto le imprese avrebbero dovuto pagare tutti gli arretrati dalla data di scadenza del contratto stesso. Firmi dopo due anni? In ogni caso mi paghi tutto fin dal primo giorno. Era una buona proposta che avrebbe messo pressione sulle aziende, era strano che fosse venuta a Meloni, che infatti l’ha abbandonata.

Cosi mentre i dati ufficiali ISTAT ci fanno sapere che i lavoratori dal 2021 hanno perso più del 7% per l’inflazione, quasi un mese di salario, il Governo Meloni incentiva il moderatismo rivendicativo di CGILCISLUIL e l’intransigenza contrattuale delle imprese.

Cosi il precipizio verso il basso dei salari sarà ancora più rapido. E anche come imprenditore il governo Meloni colpisce i salari. Nella sanità pubblica il governo offre un aumento dei salari attorno al 6%, di fronte ad una perdita di potere d’acquisto dei lavoratori del 12%. Un contratto che riduce le retribuzioni, con CGILCISLUIL che si dichiarano disponibili.

Ci vogliono un salario minimo di almeno 12 euro all’ora, il ripristino della scala mobile, una retribuzione effettiva di almeno 2000 euro netti al mese, per far uscire il mondo del lavoro dalla catastrofe sociale nella quale è affondato. Il decreto del Governo Meloni invece incentiva a continuare come nel passato e peggio del passato e il moderatismo contrattuale di CGILCISLUIL di tutto questo è complice.

Ci vuole una rottura sociale vera, prima di tutto contro il Governo Meloni, poi contro la trentennale politica dei bassi salari, infine per rovesciare la concertazione sindacale; altrimenti le paghe dei lavoratori continueranno a sprofondare. Questo è il messaggio che deve venire da questo Primo Maggio.

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30/04/2026

Le Monografie di Frusciante: M. Night Shyamalan (Febbraio 2017)

Gli Stati Uniti hanno perso il mondo arabo

Praticamente ogni abitante del Medio Oriente è stato toccato, direttamente o indirettamente dopo il 7 ottobre 2023. Da allora, decine di migliaia di persone, in larga maggioranza palestinesi della Striscia di Gaza, sono state uccise, milioni sfollate e intere aree urbane ridotte in macerie. È in questo contesto che si è prodotta una frattura profonda nelle percezioni collettive della regione, destinata a lasciare tracce durature.

A documentarlo sono i sondaggi condotti dall’Arab Barometer, progetto di ricerca internazionale che negli ultimi anni ha monitorato l’evoluzione dell’opinione pubblica in diversi paesi arabi. Le rilevazioni effettuate tra agosto e novembre 2025 in Egitto, Iraq, Giordania, Libano, Marocco, territori palestinesi, Siria e Tunisia confermano che il cambiamento registrato dopo il 7 ottobre non è stato episodico, ma strutturale. La fiducia in un ordine regionale guidato dagli Stati Uniti è quasi del tutto erosa.

La percezione diffusa è che Washington e molti dei suoi alleati europei abbiano adottato un approccio selettivo al diritto internazionale, risultando faziosi e moralmente compromessi. Alla domanda su quali paesi difendano maggiormente le libertà, contribuiscano alla sicurezza regionale e sostengano la causa palestinese, gli intervistati indicano sempre più spesso Cina, Russia e Iran piuttosto che Stati Uniti ed Europa. Non si tratta, tuttavia, di una piena adesione ai modelli politici di queste potenze, quanto piuttosto di un rigetto del ruolo occidentale.

La guerra a Gaza rappresenta il punto di rottura. La reputazione degli Stati Uniti è precipitata e non si è più ripresa. I dati sono eloquenti: solo il 12% degli intervistati in Giordania e nei territori palestinesi esprime un giudizio positivo sulla politica estera del presidente Donald Trump, percentuali che salgono appena al 24% in Iraq e al 21% in Libano. Fanno eccezione Marocco e Siria, dove il consenso resta più alto per ragioni specifiche legate a decisioni politiche favorevoli a Rabat e al nuovo governo siriano.

Nel complesso, però, prevale un giudizio negativo. Tra il 47% e il 66% degli intervistati nei vari paesi ritiene che la politica di Trump sia peggiore di quella del suo predecessore Joe Biden. Un dato che riflette non solo la gestione dell’offensiva israeliana contro i palestinesi, ma anche il coinvolgimento americano nella guerra con l’Iran e l’instabilità crescente che ne è derivata.

In parallelo, cresce il consenso verso la Cina, percepita come potenza emergente e meno compromessa. I livelli di approvazione di Pechino oscillano tra il 37% in Siria e il 69% in Tunisia. Anche la Russia, nonostante l’invasione dell’Ucraina, registra un aumento significativo del favore, superando gli Stati Uniti in molti paesi della regione. Più complesso il quadro relativo all’Iran, che continua a essere visto come una minaccia, soprattutto per il suo programma nucleare e la sua influenza regionale, ma beneficia di un crescente sostegno grazie alla sua opposizione a Israele.

Emblematico è il caso dell’ex Guida Suprema iraniana Ali Khamenei (assassinato da Israele e Usa con l’attacco del 28 febbraio), la cui immagine è migliorata sensibilmente. In diversi paesi, la percezione della sua politica estera è passata da negativa a più sfumata, in un contesto in cui l’ostilità verso Israele e i suoi alleati occidentali tende a ridefinire le gerarchie di consenso.

Il nodo centrale resta infatti la questione palestinese. Secondo i dati dell’Arab Barometer, tra il 58% e l’86% degli intervistati nei vari paesi arabi considera gli Stati Uniti schierati con Israele contro i palestinesi. Anche l’Unione Europea è vista in larga misura come favorevole a Tel Aviv, sebbene con differenze tra i singoli paesi: Spagna e Irlanda godono di una percezione più positiva, mentre la Germania è spesso associata a un sostegno più netto a Israele.

Questa percezione si estende alle istituzioni internazionali. Una quota significativa di intervistati ritiene che anche le Nazioni Unite siano sbilanciate a favore di Israele, segno di una crisi più ampia di fiducia nell’intero sistema multilaterale. Non sorprende, in questo quadro, che Israele risulti il paese meno popolare in assoluto: in quasi tutti gli stati analizzati, meno del 5% della popolazione esprime un’opinione favorevole.

Eppure, nonostante la radicalizzazione delle posizioni, l’opinione pubblica araba non appare completamente chiusa a soluzioni diplomatiche. La maggioranza degli intervistati continua a sostenere la prospettiva dei due Stati.

Sul piano geopolitico, i dati dell’Arab Barometer lanciano un avvertimento chiaro: il declino di credibilità degli Stati Uniti rischia di tradursi in un progressivo allontanamento anche dei governi arabi, tradizionalmente legati a Washington. Pur essendo in gran parte autoritari, questi regimi non possono ignorare completamente l’opinione pubblica, soprattutto di fronte al rischio di proteste.

Segnali in questa direzione sono già visibili. Alcuni paesi del Golfo hanno espresso apertamente preoccupazione per l’escalation con l’Iran e valutano una diversificazione delle loro alleanze economiche e militari, rafforzando i legami con Cina e Russia. Allo stesso tempo, cresce la cautela nel mostrare apertamente cooperazione con gli Stati Uniti.

Il futuro, tuttavia, non è ancora scritto. L’esperienza della Francia dimostra che un cambio di posizione può produrre effetti tangibili: il riconoscimento ufficiale dello Stato palestinese nel settembre 2025 ha contribuito a migliorare sensibilmente la sua immagine nella regione.

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Sumud Flotilla bloccata da Israele a sud della Grecia

Nelle acque a sud della Grecia, a centinaia di chilometri dalla Striscia di Gaza, la notte si è riempita del ronzio dei droni e del rumore dei motori militari. Intorno alle 21.30 italiane, le imbarcazioni della Global Sumud Flotilla, partite il 26 aprile dal porto siciliano di Augusta con l’obiettivo dichiarato di portare aiuti umanitari alla popolazione palestinese, sono state intercettate e circondate da unità navali israeliane in acque internazionali, a ovest di Creta.

Le immagini diffuse sui canali Telegram della Flotilla mostrano una scena di grande tensione: attivisti disarmati, raccolti sul ponte con le mani alzate, mentre un militare israeliano armato sale a bordo. È il momento in cui i contatti con la base operativa italiana si sono interrotti.

Secondo le ricostruzioni fornite dall’organizzazione, le imbarcazioni erano state inizialmente sorvolate da droni, quindi raggiunte da almeno due navi della Marina militare israeliana e da diversi gommoni. Tra le prime unità prese di mira vi sarebbe la nave italiana Bianca. Gli attivisti a bordo hanno attivato le procedure di emergenza previste in caso di abbordaggio, salendo sul ponte e rendendosi visibili. In alcuni casi, riferiscono, i militari avrebbero intimato agli equipaggi di stendersi a terra sotto la minaccia di armi e puntatori laser.

Da Tel Aviv hanno confermato l’operazione, spiegando che, a causa delle dimensioni della Flotilla – oltre cento navi e circa mille persone secondo questa versione – si è deciso di intervenire a grande distanza dalle coste israeliane. Una giustificazione che non ha placato le reazioni degli organizzatori e degli attivisti, che parlano di una grave violazione del diritto internazionale.

Sono 22 le imbarcazioni della GSF bloccate con la forza con 175 persone a bordo, tra cui diversi cittadini palestinesi. Altre 36 barche hanno trovato rifugio a Creta.

“Si tratta di pirateria”, afferma la Global Sumud Flotilla in una nota diffusa nella notte, denunciando “il sequestro illegale di esseri umani in alto mare, vicino a Creta”. Un’accusa accompagnata dalla richiesta ai governi di tutto il mondo di intervenire immediatamente per garantire la sicurezza delle oltre 400 persone a bordo e per “ritenere Israele responsabile delle sue azioni”.

Sulla stessa linea Gur Tsabar, addetto stampa della Flotilla, che in dichiarazioni ad Al Jazeera sottolinea come le imbarcazioni fossero civili, disarmate e lontane centinaia di chilometri da Gaza. “Israele non ha giurisdizione in queste acque”, afferma, definendo l’eventuale abbordaggio “una detenzione illegale, potenzialmente un rapimento in alto mare”.

In Italia la vicenda ha suscitato una reazione immediata. Maria Elena Delia, portavoce della Global Sumud Italia, parla di “una ulteriore escalation del metodo repressivo” e si interroga sul ruolo delle istituzioni internazionali: “La Ue è al corrente di quanto sta accadendo? La prossima volta verranno ad arrestarci direttamente a casa?”.

Non è la prima volta che una missione della Flotilla viene fermata. Già lo scorso autunno, alcuni attivisti erano stati arrestati e trasferiti nel carcere israeliano di Ketziot, denunciando successivamente maltrattamenti e vessazioni. Tra loro anche il giornalista Saverio Tommasi. Su quei fatti la Procura di Roma ha recentemente aperto un’inchiesta contestando il reato di tortura, un passaggio giuridico significativo e senza precedenti nei rapporti tra Italia e Israele.

La Flotilla, composta da decine di imbarcazioni e centinaia di volontari tra medici, operatori sanitari e insegnanti, non si proponeva soltanto di consegnare beni di prima necessità, ma anche di restare a Gaza per contribuire direttamente alle attività sul campo a sostegno della popolazione che vive una catastrofe umanitaria.

Aggiornamento ore 18

”In coordinamento con il governo greco, le persone trasferite dalle imbarcazioni della flottiglia alla nave israeliana saranno fatte sbarcare in Grecia nelle prossime ore”. Lo ha afferma il ministro degli Esteri israeliano Gideon Sa’ar.

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