Presentazione
Analisi, opinioni, fatti e (più di rado) arte da una prospettiva di classe.
07/06/2026
Israele costruisce nuovi avamposti nella Striscia, l’occupazione vuole essere permanente
Un’indagine condotta dall’Open Source Unit di Al Jazeera conferma quello che già altre inchieste avevano rivelato negli ultimi mesi. Attraverso l’analisi di immagini satellitari aggiornate a maggio 2026, l’agenzia panaraba ha dimostrato che le forze israeliane stanno consolidando una presenza permanente nell’enclave attraverso postazioni militari pesantemente fortificate.
L’analisi ha identificato ben 40 avamposti militari israeliani all’interno della Striscia. Di questi, otto sono stati costruiti interamente da zero dopo l’entrata in vigore del cessate il fuoco dell’ottobre 2025, e un ulteriore sito è tuttora in fase di edificazione. La stessa denuncia era arrivata da Forensic Architecture, un gruppo di ricerca basato a Londra, che aveva parlato addirittura di 13 nuovi avamposti dopo la firma della tregua.
Il radicamento armato a Gaza rispecchia le dichiarazioni di Benjamin Netanyahu, il quale ha recentemente confermato la volontà di prendere il controllo del 70% della Striscia, in aperta violazione dei termini del cessate il fuoco. E di fronte a chi chiedeva l’occupazione completa, il primo ministro israeliano ha risposto: “andiamo un passo alla volta. Prima di tutto, il 70%. Iniziamo con quello”.
I dati satellitari analizzati da Al Jazeera mostrano uno sforzo sistematico volto alla creazione di un’infrastruttura militare a lungo termine che, tra l’altro, fa aperto vilipendio della vita civile dei palestinesi. Uno degli avamposti, infatti, è sorto direttamente sulle rovine del Cimitero Orientale di Khan Younis.
I lavori di livellamento sono iniziati a novembre 2025, e a maggio il sito era perfettamente attrezzato, presentando persino strutture presumibilmente destinate all’alloggio delle truppe e a riunioni operative. Un simile modello di militarizzazione è visibile a Beit Lahiya, nel nord di Gaza.
A ciò si aggiunge la fortificazione di postazioni preesistenti all’interno della “Linea Gialla”. A est di Gaza City, un avamposto militare ha espanso la propria superficie di circa il 70% tra ottobre 2025 e maggio 2026. Al centro della Striscia, i satelliti hanno rilevato lo scavo di profonde trincee difensive attorno a un’installazione: un’opera del genere viene sviluppata se si guarda a una permanenza a lungo termine.
La rete dei 40 avamposti, collegata da argini di terra, trincee e strade militari interne, circonda i centri abitati palestinesi, limitando la libertà di movimento dei civili per rendere di fatto impossibile il ritorno alle proprie case. Il parallelismo con la situazione nei territori occupati della Cisgiordania viene naturale.
Intanto, Tel Aviv continua a uccidere palestinesi, e a bombardare il Libano. Ribadendo nei fatti di essere la principale causa di destabilizzazione della regione.
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Gli USA strumentalizzano i fondi ONU per colpire la Cina
Ma il quotidiano statunitense presenta la questione come se ci fosse una concorrenza di responsabilità tra i due maggiori debitori, ovvero Cina e gli stessi USA, quando in realtà la situazione è ben differente. Non solo dal punto di vista dell’ammontare dovuto, ma anche e in virtù della strumentalizzazione che la Casa Bianca vuole fare dei debiti che ha con le Nazioni Unite.
Le due principali economie mondiali, insieme, valgono il 42% del budget di base dell’ONU (il 22% Washington e il 20% Pechino). Gli Stati Uniti sono di gran lunga il debitore maggiore, con 4,28 miliardi di dollari dovuti che sono in ritardo. Nel dettaglio, Washington deve circa 2 miliardi per il bilancio ordinario – su cui poggia la tenuta dell’intera agenzia – e 2,2 miliardi per le operazioni di peacekeeping, più 44 milioni per il funzionamento dei tribunali internazionali.
Il presidente Donald Trump non ha mai nascosto la sua ostilità verso il multilateralismo e le agenzie ONU, considerate uno spreco di denaro e avverse agli interessi stelle-e-strisce. All’inizio del 2026, la Casa Bianca ha ordinato il ritiro statunitense da 66 organizzazioni internazionali (circa la metà legate all’ONU), tra cui l’Organizzazione Mondiale della Sanità (OMS).
Trump ha persino tentato di promuovere organismi paralleli, come il Board of Peace per Gaza, un progetto che ha già mostrato tutti i suoi limiti (e non era difficile prevederlo). Ad ogni modo, se gli arretrati dovuti supereranno i due anni, si rischia di perdere il diritto di voto all’Assemblea Generale, e ciò potrebbe accadere agli States nel 2027, se non regolarizzeranno la propria posizione.
La Cina, dal canto suo, deve alle Nazioni Unite circa 455 milioni di dollari, dopo che qualche giorno fa, in concomitanza con una riunione del Consiglio di Sicurezza presieduta dal ministro degli Esteri Wang Yi, ha sbloccato circa 850 milioni di fondi. Fu Cong, l’ambasciatore cinese all’ONU, ha garantito che Pechino salderà i suoi debiti, come del resto ha sempre fatto, seppur in periodi diversi dell’anno.
Qui emerge la grande differenza tra i due paesi. Tolto il fatto che, per quanto riguarda il bilancio ordinario, anche il Giappone deve oltre 150 milioni, e che dunque non può essere ridotto tutto ai soli due paesi più in vista quando si tratta di arretrati, gli Stati Uniti hanno messo in chiaro che il pagamento avverrà solo a specifiche condizioni, tra cui una esplicitamente anti-cinese.
Washington, già a fine aprile, aveva fatto circolare due note diplomatiche, stando a quel che riporta la piattaforma mediatica Devex, citata da Reuters, nel quale venivano indicate nove riforme che le Nazioni Unite avrebbero dovuto intraprendere, tra cui ulteriori tagli alle spese operative e, soprattutto, il rifiuto di accettare finanziamenti cinesi al fondo discrezionale gestito dall’ufficio del Segretario Generale.
Questo tipo di finanziamenti viene visto come uno strumento per rafforzare l’influenza del Dragone nel consesso multilaterale. E però, storicamente sono stati gli stessi Stati Uniti a favorire la riduzione del bilancio ordinario per favorire lo sviluppo di programmi finanziati a discrezione di singoli contributori... perché all’epoca erano gli unici che potevano permettersi investimenti di questo tipo.
Ora, mettono le Nazioni Unite sotto scacco, in barba ai suoi funzionamenti interni e a un processo concordato per la loro modifica, ricattando l’agenzia con il blocco dei fondi affinché si trasformi in uno strumento di lotta contro la Cina e di garanzia per l'egemonia stelle-e-strisce ormai in crisi.
Gli effetti di questo congelamento non sono perciò a responsabilità condivisa, che ricade invece tutta sulle spalle di Washington. Già il bilancio ordinario dell’ONU per il 2026, approvato a fine 2025, era stato fissato a 3,45 miliardi di dollari, con un taglio del 7% rispetto all’anno precedente. E le stime parlano del fatto che sarà anche minore.
Si prevede che l’agenzia continuerà sul trend di taglio del personale, che ha seguito già negli ultimi anni. Ma il risultato non riguarda solo l’organico: le Nazioni Unite hanno accelerato il ritiro delle truppe di peacekeeping dalla Repubblica Democratica del Congo e hanno sospeso o ritardato i pagamenti ai paesi che forniscono soldati a simili missioni, come nel caso del Nepal e del Bangladesh.
Il Segretario Generale António Guterres non ha nascosto un vero e proprio pericolo bancarotta, con l’impossibilità di pagare gli stipendi da agosto. Anche perché, in prospettiva, la crisi finanziaria dell’ONU potrebbe finire in un circolo vizioso: l’agenzia deve restituire agli stati membri i fondi non spesi per specifici programmi alla fine dell’anno.
Ma poiché manca la liquidità, i programmi non possono nemmeno partire. Le difficoltà economiche andrebbero così incancrenendosi, e ne risentirebbe anche la legittimità di tutto il sistema multilaterale. Proprio come vuole l’establishment statunitense, a meno che le Nazioni Unite non si pieghino a essere in tutto e per tutto uno strumento dell’imperialismo yankee.
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L’UE approva lo sforamento di bilancio per l’energia, in Italia passa il dl sul nucleare
Due giorni fa (4 giugno, ndr), a esattamente 15 anni dal giugno 2011 in cui la popolazione italiana si espresse per la seconda volta contro la costruzione delle centrali a fissione in Italia, la Legge Delega sul “nucleare sostenibile” è stata approvata alla Camera dei deputati.
Un testo di legge dai tratti fumosi, pieno di retorica e ambiguità, che non ci consegna alcuna risposta alla crisi energetica e al rincaro delle bollette – frutto della guerra in cui ci stanno conducendo le nostre classi dirigenti e della totale assenza di controllo statale sul mercato – ma che raccoglie il favore di tutto quel padronato (da Orsini di Confindustria a Cingolani di Leonardo) che spera di ricavare il proprio appalto nel grande cantiere della rinuclearizzazione.
D’altra parte, se è vero che il Governo è in affanno anche sul contenimento dei prezzi del carburante, è vero anche che l’idea del ritorno al nucleare in Italia (da Cingolani a Pichetto-Fratin) ha sempre avuto alle spalle i progressivi adeguamenti normativi, strumenti economici e sostegno politico dell’Unione Europea. Infatti, proprio lo stesso giorno, il Commissario Europeo per l’Economia Valdis Dombrovskis ha annunciato l’apertura dell’UE all’ampliamento della clausola di salvaguardia del Patto di stabilità anche all’energia.
La “clausola di salvaguardia” prevista come parte del piano ReArm Europe/Prontezza per il 2030 proposto dalla Commissione europea nel marzo 2025, era stata attivata nel luglio 2025 dalla Commissione Europea per permettere uno scostamento del bilancio dell’1,5% del PIL a causa della “crescente esigenza di intensificare la capacità di produzione dell’industria europea della difesa”, col “fine di rafforzare la difesa collettiva dell’UE”.
Questa clausola viene estesa ora al “rafforzamento della resilienza strutturale del sistema energetico europeo e per accelerare la transizione fuori dai combustibili fossili”, prevedendo un ulteriore sforamento fino allo 0,3% del PIL ogni anno. Ma qual è l’exit strategy europea dai fossili?
Da che è stata approvata nel 2023 la tassonomia europea delle fonti sostenibili che ha re-introdotto la fissione nucleare come fonte che “non arreca danno significativo”, fino ad arrivare al RePowerEU sull’indipendenza energetica e le materie prime critiche, è chiaro che l’UE utilizza il paravento della sostenibilità solo come ulteriore leva per perseguire il proprio rafforzamento strategico, insieme alla difesa.
Lo stesso risvolto militare del nucleare inizia ad essere sempre meno uno spettro e sempre più un obiettivo, a cominciare dal proposito di Macron di mettere l’arsenale francese a disposizione di un ombrello atomico europeo, proposito a cui si sono uniti per ora altri otto Paesi.
“Per essere liberi, bisogna essere temuti, e per essere temuti bisogna avere potenza” – questo afferma il Presidente Francese pochi giorni prima che la Von der Leyen, durante il Nuclear Energy Summit scelga un taglio più sobrio “Credo che sia stato un errore strategico da parte dell’Europa voltare le spalle a una fonte di energia affidabile, economica e a basse emissioni”.
Il teatrino quindi è chiaro: siamo lontani anni luce dal proposito di aiutare le famiglie in difficoltà per il caro-bollette e soprattutto dal voler davvero contrastare la crisi climatica sempre più tangibile. Governo Meloni e Unione Europea dichiarano guerra all’ambiente, nascondendo queste politiche guerrafondaie ed ecocide dietro una finta transizione ecologica.
Smascheriamo questa bugia e organizziamoci per contrastarli! Ci vediamo il 20 giugno a Bologna per il convegno nazionale in cui approfondiremo questi temi e rilanceremo la mobilitazione ambientalista contro il Governo.
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Francia - Abolito il “codice nero”, dopo 341 anni!
Della storia di un Paese che ha impiegato 341 anni per togliere dal proprio diritto un testo che dichiarava gli esseri umani “biens meubles” (beni mobili), come un tavolo, come un bue, come un campo di canna da zucchero. Un testo che stabiliva con la precisione burocratica di un contabile che lo schiavo fuggitivo alla prima fuga si vedeva tagliare le orecchie e marchiare a fuoco con il giglio di Francia sulla spalla, alla seconda, il tendine del ginocchio, alla terza, la morte.
Un testo redatto da Colbert la cui statua, con imperdonabile sfacciataggine, continua a vegliare davanti all’Assemblea Nazionale mentre i deputati si asciugavano le lacrime.
Trecentoquarantuno anni. Due guerre mondiali. La Dichiarazione Universale dei Diritti dell’Uomo. Il processo di Norimberga. Decenni di filosofi, intellettuali, premi Nobel che hanno scritto fiumi di parole sull’universalismo, sulla dignità umana, sulla civiltà occidentale come faro del mondo. Paesi bombardati, invasi, distrutti in nome della democrazia e dei diritti umani.
E nel frattempo, nel ventre del diritto francese, dormiva tranquillo un codice schiavista che nessuno aveva mai formalmente abrogato.
Non per dimenticanza. Per indifferenza strutturale.
Le leggi di Norimberga furono smantellate, perseguite, insegnate, trasformate in paradigma assoluto dell’orrore giuridico. La Germania fu sconfitta militarmente e costretta a fare i conti con se stessa. Non per maturazione morale spontanea, per rapporti di forza.
Il Codice Nero invece non fu mai impugnato con quella stessa urgenza, quella stessa ferocia, quella stessa assolutezza. Perché le sue vittime erano africane. Perché l’Africa non ha eserciti di occupazione. Perché il dolore nero non pesava abbastanza sulla bilancia dell'“universalismo” europeo.
E c’è un altro articolo del Codice Nero che merita di essere letto ad alta voce oggi, nel 2026, in Francia. L’articolo 3: è vietato qualsiasi esercizio pubblico di una religione diversa da quella cattolica, apostolica e romana. Gli schiavi devono essere battezzati a forza nella fede cristiana. Chi non si conforma è punito come ribelle. Lo schiavo deve avere l’anima del padrone ma non ha anima giuridica.
Questo articolo è del 1685. Ma la Francia che nel 2026 si asciuga le lacrime in Parlamento è la stessa Francia che da decenni combatte una crociata permanente contro l’Islam, contro il velo delle donne, contro la “visibilità religiosa” nei luoghi pubblici. La stessa Francia che impone alla donna musulmana di scegliere tra la sua fede e la spiaggia, tra il suo corpo e la Repubblica. La stessa Francia che chiama tutto questo laicità.
Il Codice Nero imponeva il battesimo cattolico allo schiavo africano strappato alla sua terra, alla sua lingua, alla sua famiglia, alla sua fede.
La Repubblica francese vieta alla nipote di quello schiavo di coprirsi i capelli.
Il nome è cambiato. La logica è la stessa: il corpo nero e musulmano deve conformarsi, deve rendersi accettabile, deve farsi leggibile secondo i codici del padrone che oggi non si chiama più padrone, si chiama République une et indivisible.
Louis Sala-Molins – uno dei rarissimi filosofi francesi ad aver guardato in faccia questo testo – lo disse con un’amara lucidità nel 1987, quando pubblicò Le Code Noir ou le calvaire de Canaan, il primo studio filosofico serio su questo documento: “Abbiamo una filosofia che si occupa di universalismo, di sovranità, della grandezza del soggetto. Ma quando si tratta di schiavitù, non c’è nessuno”.
Nessuno. Per secoli.
Montesquieu, Rousseau, Voltaire, Diderot – le stelle fisse del firmamento illuminista, i padri fondatori dei diritti universali – guardarono la tratta, guardarono le piantagioni, guardarono il Codice Nero e trovarono sempre una ragione per non chiederne l’abolizione immediata. La filosofia delle Lumières è nata con questo testo nel corpo come un parassita che nessuno voleva nominare.
L’universalismo europeo è universale per chi conta. Per gli altri, c’è sempre una clausola, un’eccezione, un “bisogna aspettare i tempi maturi”.
I tempi maturi sono arrivati nel 2026.
E allora la cerimonia di ieri è riuscita in qualcosa di straordinario: ha trasformato una vergogna plurisecolare in un momento di orgoglio repubblicano. Il Parlamento si è congratulato con se stesso per aver finalmente eliminato ciò che avrebbe dovuto non esistere mai o almeno scomparire nel 1848, o nel 1945, o nel 1948 con la Dichiarazione Universale, o nel 2001 con la Legge Taubira, o in uno qualsiasi degli innumerevoli “momenti storici” in cui la Francia ha proclamato di essere la patria dei diritti umani.
Invece no. Bisognava aspettare il 2026. E bisognava votarlo.
Votarlo. Come si vota una legge sul traffico stradale. Come si vota un provvedimento fiscale. Sessantuno articoli che codificavano la negazione assoluta dell’umanità di milioni di persone e per cancellarli dal diritto ci vuole una proposta di legge, una commissione, un dibattito parlamentare, il sostegno di Macron, e infine 254 voti favorevoli.
Nemmeno uno contrario. Grande unanimità. Grande Repubblica.
La statua di Colbert è ancora lì.
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Le nuove aziende israeliane per manipolare ChatGPT e Claude
Brad Parscale è stato il capo della campagna elettorale di Donald Trump nel 2020. Oggi gestisce diverse aziende di comunicazione digitale ed è direttore strategico di Salem Media Group, un grande conglomerato mediatico conservatore americano che ospita commentatori di punta della destra, figure paragonabili, per capirci, ai soliti opinionisti che negano il genocidio palestinese o minimizzano i bombardamenti in Libano nei salotti televisivi italiani.
Il governo israeliano ha assoldato Parscale per condurre una vasta operazione di influenza tra i conservatori americani, in particolare tra i giovani evangelici, una fascia demografica sempre più critica verso Israele.
Il dato che preoccupa Tel Aviv è inequivocabile: il 57% dei repubblicani tra i 18 e i 49 anni ha oggi un’opinione sfavorevole di Israele, secondo un sondaggio Pew del marzo 2026.
Per invertire questa tendenza, come ho già scritto su questa pagina, il governo Netanyahu ha più che quadruplicato il proprio budget per la “diplomazia pubblica”: da 150 milioni di dollari nel 2025 a 730 milioni nel 2026.
L’inchiesta pubblicata da The Intercept dal titolo “Ex-Trump Campaign Chief Funneled Millions of Israeli Government Money to His Longtime Allies’ Companies” ha svelato nuove aziende, finora sconosciute, che lavorano per condurre questa operazione.
Una di loro è la SparkFire Technologies, azienda di chatbot basati sull’intelligenza artificiale, che ha ricevuto la fetta più consistente dei fondi israeliani canalizzati da Parscale.
Il suo sistema, chiamato “flywheel”, letteralmente “volano”, è progettato per operare su scala industriale mantenendo l’apparenza di una conversazione personale. Funziona in più fasi:
1. Primo contatto. Il bot raggiunge l’utente via SMS, presentandosi come rappresentante di un’organizzazione per la pace. Il messaggio iniziale è calibrato per sembrare spontaneo, un’apertura di dialogo. L’utente non sa di stare ricevendo un messaggio automatizzato, né che dietro c’è un contratto con il governo israeliano.
Conversazione adattiva. Una volta che l’utente risponde, l’IA analizza il tono, le parole usate, le eventuali obiezioni. Non replica con un messaggio preconfezionato, ma genera una risposta su misura: più empatica se l’utente è diffidente, più informativa se sembra curioso, più emotiva se sembra coinvolto. È questa capacità di adattamento in tempo reale che distingue SparkFire da un semplice chatbot di risposta automatica.
2. Inserimento dei contenuti. Nel corso della conversazione, il bot inserisce link a siti web e video prodotti da Parscale per conto di Israele, presentati come fonti indipendenti. Uno di questi è il canale YouTube “Allies for Peace”, che arriva a sostenere che le immagini delle sofferenze a Gaza siano state fabbricate.
3. Raccolta dati. Ogni conversazione viene analizzata e archiviata. SparkFire costruisce un profilo dell’utente: quanto è ricettivo, quali argomenti funzionano, quali no, usando questi dati per affinare i messaggi successivi, sia verso quello stesso utente che verso persone con caratteristiche simili. Chi non è stato persuaso al primo contatto diventa il bersaglio di un approccio più mirato.
4. Il ciclo si autoalimenta. I dati raccolti migliorano il sistema, che diventa più efficace, e raccoglie dati migliori. È questo il senso del termine “flywheel”: un meccanismo che, una volta avviato, accelera da solo.
Il risultato dichiarato (45% di tasso di “conversione”) va letto in questo contesto. Non si tratta di persone che hanno visto un annuncio e hanno cambiato idea, ma di persone che hanno avuto quella che credevano fosse una conversazione autentica con un essere umano, su un tema emotivamente sensibile, condotta da un sistema progettato per trovare e premere i tasti giusti.
La scala potenziale è enorme: SparkFire dichiara di poter raggiungere milioni di persone. Con 6 milioni di dollari di fondi israeliani a disposizione, e un sistema che si autoaffina a ogni interazione, l’operazione ha tutte le caratteristiche di una campagna di persuasione di massa: invisibile, personalizzata e attribuibile, almeno in apparenza, a nessuno.
I siti web e i video pro-Israele creati per questa iniziativa sono pensati anche per influenzare piattaforme di intelligenza artificiale come ChatGPT e Claude che raccolgono contenuti da internet.
I siti web di Parscale includono una dichiarazione legale che indica che sono stati creati per conto del governo israeliano. Per identificare il collegamento con la propaganda pro-Israele a pagamento, gli utenti di ChatGPT e Claude dovrebbero chiedere al chatbot le fonti, cliccare sui link ai siti di Parscale e scorrere fino in fondo alle pagine per vedere che stanno ricevendo informazioni da un contractor di Israele.
È una forma di inquinamento delle fonti con caratteristiche uniche: è scalabile e automatizzata, difficile da rilevare, e ha effetti duraturi. A differenza di un annuncio che scompare, i contenuti web restano e continuano a influenzare i modelli nel tempo.
Il paese che usa l’IA più di tutti al Mondo
L’operazione Parscale va letta insieme a un dato strutturale che la rende ancora più significativa: Israele è il paese al mondo che usa l’intelligenza artificiale più intensamente, secondo l’indice di utilizzo pubblicato da Anthropic stesso, la società che produce Claude, uno dei principali chatbot mondiali.
Con un punteggio di 4,9x (dove 1x rappresenta l’utilizzo “atteso” in proporzione alla popolazione attiva) Israele supera Singapore (4,19x), gli Stati Uniti (3,69x) e tutti gli altri paesi misurati.
Il 95% dei lavoratori tech israeliani usa l’IA regolarmente, il 78% ogni giorno. Il paese conta 342 startup di IA generativa che hanno raccolto complessivamente oltre 20 miliardi di dollari.
In altre parole: il governo israeliano non sta solo usando l’IA per fare propaganda, ma sta operando in un ecosistema in cui l’IA è già infrastruttura nazionale, compresa e padroneggiata meglio che altrove.
Chi ha progettato questa operazione sa esattamente come funzionano questi sistemi, come vengono addestrati e come influenzarli.
È un’operazione costruita da chi vive nell’IA ogni giorno. E si vede.
Fonti
1. The Intercept: “Ex-Trump Campaign Chief Funneled Millions of Israeli Government Money to His Longtime Allies’ Companies” (28/05/2026)
2. AI News: “Israele ha pagato l’ex stratega digitale di Trump per modellare la narrativa dell’AI in suo favore” (06/05/2026)
3. ICT Security: “Brad Parscale, Israele e l’AI: il contratto da 9 milioni per orientare le risposte di ChatGPT, Claude e Gemini” (30/04/2026)
4. ITA: “IA: Israele leader nell’uso di Claude, ma resta il nodo degli investimenti” (21/04/2026)
Fonte
06/06/2026
Micro carceri
Le comunità accreditate al SSN e non solo quelle autorizzate, che già svolgono questo servizio, saranno le strutture residenziali e semi residenziali dove potranno scontare la pena detenuti tossicodipendenti e alcol dipendenti. Un proliferare di strutture, difficilmente monitorabili, che svolgerà “a cottimo” questo nuovo servizio che dovrebbe svuotare le carceri e recuperare i tossico dipendenti.
Detenuti poveri e senza domicilio, spesso drogati e alcolizzati, in attesa di strutture di housing dove potranno scontare i domiciliari, potranno usufruire di questa detenzione differita. A certificare la dipendenza sarà una “commissione”, così come un neanche celato “obbligo terapeutico” darà diritto a questo trattamento.
Sintesi maldestra del decreto 94 ter e 94 quater e, più in generale, del sentire del palazzo nei confronti della “emergenza carcere”, che vede nei quasi 70.000 detenuti una percentuale altissima, oltre la metà, di rei per reati connessi o causati dalla droga e, più in generale, dal binomio marginalità/dipendenza. Si crea, si tenderà a creare molto oltre la singola legge, una esecuzione della pena non carceraria, ma altrettanto detentiva, per rei con condanne fino ad 8 anni.
Le micro carceri che, con un costo di oltre 100 euro al giorno a detenuto e una platea sempre più ampia di potenziali pecorelle smarrite, si tratta di decine di migliaia di rei, rappresenteranno l’ennesimo business per gli eserciti della bontà: sono oltre 35.000 euro annui a detenuto, cifra con la quale si potrebbe comprare una casetta dove auto scontare la pena.
L'auto disciplina è, secondo molti studiosi, l'unico strumento per emanciparsi dai cicli infantilizzanti e omologanti sia del carcere che dai limbi esistenziali delle presunte disintossicazioni. Proprio perché, una volta usciti dall’astrazione della comunità, ci si reimmerge nella società e, molto spesso, si ricade negli stessi meccanismi che hanno portato alla dipendenza.
Una specie di ergastolo intermittente che, dentro e fuori strutture e dipendenze, condanna senza sentenza scritta a reclusioni e auto reclusioni infinite, ma determina anche un PIL, una potenzialità eterna di estrarre ricchezza da questi latenti fine pena mai.
Che cosa è la dipendenza? Difficilissimo da sintetizzare senza passare per fesso, ma “il fare sempre le stesse cose, aspettandosi risultati diversi”, ci va molto vicino. Come se ad un bisogno lecito, alla sua domanda legittima, una forza oscura fornisse una risposta sbagliata, eternamente nuova ed eternamente uguale. Istinti naturali deformati, esattamente come il richiamo del cervello che crea un’ansia misteriosa che, ogni ora, ci fa accendere una sigaretta.
L’ansia è legittima, la risposta, attraverso la sigaretta, inutile oltre che dannosa. Una spirale che non si spezza per decreto o per disciplina imposta, altrimenti basterebbe “un ti fa male” per risolvere il 90% dei problemi della Umanità.
Sostanze, alcol, sesso, gioco sono talmente molteplici le strade e i meccanismi che determinano il triangolo “uso, abuso, ossessione” che rimango stupito ad immaginare commissioni burocratiche che determinano il tasso di dipendenza altrui. Anche perché con il crescente fenomeno delle pluridipendenze si tratta più di individuare una “predisposizione emotiva” che rilevare quella o quell’altra sostanza attraverso analisi o colloqui.
Teniamo conto che in Italia si inventa una droga alla settimana e che gli stessi mark delle analisi spesso non intercettano le nuove sostanze. Gli occasionali, che si fanno saltuariamente ma campano in funzione della dose del sabato sera. I latenti, quelli che passando da un’ossessione ad un’altra sommano dipendenze che, singolarmente, non sono diagnosticabili. Gli “omeopatici” quelli che utilizzano quotidianamente sostanze e alcol in una dose minima, ma costante, come un’automedicazione al mal di vivere.
Nelle vite di margine, poi, un po’ come la volpe e l’uva non si capisce dove inizi la dipendenza e dove, invece, la marginalità. I clochard hanno spesso accanto un cartone di vino: sono barboni perché bevono, o bevono perché sono barboni?
Non è un caso che molti detenuti tossici siano anche marginali e che molti detenuti tossici e marginali siano anche portatori di disturbi psichiatrici, più o meno gravi. Una matassa incasinata.
La stessa idea di “volontà” alla base di quasi tutte le ricette dei recuperi, seppur espressa, è dato complicato nel caso dei detenuti, per il semplice fatto che è come estorta. Potrebbe essere frutto della volontà di non stare in cella, piuttosto che dalla voglia di disintossicarsi. Oppure espressione falsata dalla volontà di assecondare i desideri di parenti e amici, ma non propria.
O, ancora, frutto dell’ennesimo sprofondo emotivo che, però, spesso precede e segue ad altri sprofondi emotivi. Fatto sta che il binomio carcere/dipendenza apre talmente tante strade avverse che è inutile avventurarsi.
Uscire da una dipendenza “per obbligo” è una illusione farisea perché, proprio in quanto fenomeno difficilmente comprensibile, non ci sono ricette certe. Trauma fatto, subito; educazione rigida, assenza di educazione; personalità brillante, intellettualmente sotto la media; opulenza o povertà estrema...
Una platea che, come specchio della società, vede tutto e il contrario di tutto. Uscire da una dipendenza diventa possibile solo quando l’interessato è disperatamente, oltre che veritieramente deciso a farlo e, le stesse ricette che funzionano, sembrano a loro volta antitetiche. Entrare in una nuova dimensione esistenziale e tagliare i legami con il proprio passato, per alcuni, ma anche l’esatto contrario per altri.
Insomma: se non esiste un identikit del tossico attivo, non ci sta neanche quello del recuperato. Esistono tantissime strade attraverso le quali un dipendente si allontana dalla sostanza. Ma nessuna di esse è sancita da un vero o sottaciuto “obbligo di cura” che, anzi, può sortire l’effetto opposto di una “sospensione dalla dipendenza” abbinata cronologicamente alla sospensione della pena, per poi tornare sulle giostre di sempre.
Poi, con l’uso massiccio degli psicofarmaci, la stessa sospensione dalla dipendenza è puramente identitaria, nel non frequentare i contesti drogosi, anche perché detenuti, ma non chimica: nella alterazione perenne del proprio equilibrio cerebrale attraverso la pasticca magica.
È il “modello” che, anche se si è forzatamente astinenti, lega l’individuo alla sostanza: un legame assoluto che, alle volte, finisce a sovrapporre l’individuo con quello che si fa. Una volta usciti, così, si va diretti dal pusher e a commettere reati per farsi.
Un recupero coatto, poi, potrebbe incidere negativamente su chi, invece, con enorme fatica sta tentando di tirarsi fuori. Una coabitazione tra motivazioni così diverse non può far altro che annientare entrambe: il detenuto che cerca solo una condizione carceraria meno dura e quello che, invece, cerca il difficile cammino del recupero. Fatto di astinenza, vero, ma anche di un tortuoso iter con sé stessi, a volte contro sé stessi: si è come convalescenti e uno sguardo sbagliato, può aprire voragini dove si annulla ogni sforzo. Due forze che finiscono per azzerarsi o azzannarsi.
Alla fine dei conti questa legge sarà sollievo “narrativo” alla emergenza carcere, prima di tutto perché creerà emergenza micro carcere, dove standard detentivi difficilmente monitorabili e discrezionali potrebbero non migliorare per niente la situazione dei singoli, basti pensare ai CPR che hanno appalti simili.
Poi perché pensare di tirare fuori dalle sabbie mobili un malcapitato, è scienza sperimentata e studiata, non può essere esercizio di bruta forza: il “precipitato” nelle sabbie mobili si vedrebbe la schiena spezzata. Deve essere esercizio dove si assecondano i movimenti dei piedi di chi è caduto. Si ammorbidisce così l’impasto di sabbia, acqua e argilla che imprigiona e con l’ausilio degli altri se ne esce fuori. Una forza dolce e costante fatta di opportunità, oltre che di sostegno professionale.
In tal senso è una politica di housing quella che manca e che, guarda caso, sarebbe meno appetibile per gli eserciti della bontà: la cronicizzazione della marginalità è estrazione di valore dalla sofferenza e, se variabile fissa, diventa business di pecunia e visibilità eterna. Sembra complottismo, ma a risolvere i problemi si guadagna molto meno che a tenerli semplicemente a bada.
Solo con opportunità di decenza e di speranza, aspettando che sia lo stesso tossico a decidere di non esserlo più o di esserlo senza minare la convivenza civile e quella dei suoi ambiti di riferimento si può intervenire con servizi di supporto medico, psicologico o di auto mutuo aiuto, ma mai calati dall’alto.
Kintsugi è un’antica arte giapponese che consiste nel riparare le ceramiche rotte, unendo frammenti di lacca urushi e polvere d’oro, argento o platino. Letteralmente “riparare con l’oro”, ossia dare valore alto alle fratture delle crepe. È strada maestra per aggiustare le vite rotte.
Un iter dove forma e sostanza diventano una sola cosa, donando una luce e un valore ad ogni singolo pezzettino scassato dalla caduta, trasformando la fragilità in altezza e non nell’ennesimo campo di lividi interessi corporativi e cronicizzanti.
Fonte
Libia - Ancora detenuti gli attivisti del Convoy per Gaza. Sono in sciopero della fame
Sono detenuti in Libia ormai da 13 giorni, con pochissime informazioni chiare e nessuna possibilità di comunicare liberamente con le proprie famiglie.
Questo è il trattamento riservato dalle autorità libiche dell’ovest agli attivisti disarmati e pacifici che trasportavano aiuti umanitari destinati alla popolazione palestinese di Gaza negoziando un passaggio che, secondo quanto riportato, era stato precedentemente concordato con le autorità locali.
Tra loro ci sono medici, giornalisti, attivisti e attiviste impegnate in una missione umanitaria. Due di loro, Dina Alberizia e Domenico Centrone, sono italiani.
La loro detenzione è stata prorogata ancora.
Secondo il diritto internazionale si tratta di detenzione arbitraria. Alcune delle persone fermate hanno iniziato uno sciopero della fame per chiedere accesso legale, contatti con le famiglie e informazioni certe sulla propria situazione. Lo stato psicologico e di salute è in rapido deterioramento.
Nel silenzio quasi totale delle istituzioni e dell’informazione.
“Chiediamo ai governi coinvolti, compreso quello italiano, di pretendere accesso consolare immediato e il rilascio delle persone detenute” afferma in una nota la Global Sumud Flotilla.
Gli attivisti del Sumud Convoy detenuti illegalmente sono al sesto giorno di sciopero della fame e della sete (senza cibo né acqua) e le loro condizioni sono preoccupanti.
Da lunedì, i dieci attivisti detenuti a Bengasi stanno rifiutando il cibo, e molte anche l’acqua, per protestare contro una detenzione illegale prolungata, i maltrattamenti e il fatto di non avere accesso a un avvocato. Alcune sono state costrette a interrompere lo sciopero, ma molte continuano nonostante il peggioramento delle loro condizioni di salute.
Le loro vite sono in pericolo. Non hanno ricevuto alcuna assistenza medica e vengono trattenute in “black sites”, luoghi di detenzione segreti o sconosciuti.
“Chiediamo il loro rilascio immediato e abbiamo bisogno che vi mobilitiate subito” – scrive in un appello la Global Sumud Flotilla – “Chiamate. Pubblicate. Fate pressione sulle autorità.
Condividete questo aggiornamento il più possibile”.
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