Presentazione
Analisi, opinioni, fatti e (più di rado) arte da una prospettiva di classe.
28/09/2026
Quarant’anni fa Cliff Burton lasciò un vuoto che non è mai stato riempito
Cliff Burton non fu il primo bassista dei Metallica: prima di lui c’era stato Ron McGovney, amico di James Hetfield, che conosceva dai tempi dei Leather Charm. Fu presente nei primi concerti e nei demo, compreso No Life ’til Leather, poi se ne andò perché, molto curiosamente, non sopportava Dave Mustaine. Già nel 1982 il gruppo era promettente e tecnicamente avanzato, soprattutto nella scrittura collettiva: precisione ritmica, cambi di tempo e una quantità insolita di idee. In quel mentre, Cliff Burton arrivò da un’altra strada. Era poco metallaro in senso stretto, ma molto musicista: aveva studiato il pianoforte fin da piccolo, era appassionato di musica classica e jazz, oltre che di rock in generale, poi era passato al basso elettrico, per il quale aveva maturato un proprio stile, chiaramente derivato dalla tradizione di Geezer Butler, combinato con quella di personalità come Lemmy, Stanley Clarke e Geddy Lee. Negli EZ-Street aveva suonato con i futuri Faith No More Jim Martin e Mike Bordin; con gli Agents of Misfortune si era dedicato a lunghe improvvisazioni fra hard rock, psichedelia e progressive. In un filmato del 1981 si ascoltano già parti di quello che poi diventerà (Anesthesia) – Pulling Teeth e il riff di basso di For Whom the Bell Tolls.
In Kill ’Em All, composto in gran parte prima del suo arrivo, Anesthesia fu la sua consacrazione come bassista virtuoso dell’allora metal estremo. Oltre a saper suonare benissimo, Cliff, rispetto agli altri membri del gruppo, aveva una preparazione musicale superiore tanto da fare loro da insegnante di teoria, al bisogno. Fu così che soprattutto grazie a lui, da Ride the Lightning in avanti, la consapevolezza generale dei Metallica cambiò: i brani divennero più complessi, apparvero delle aperture acustiche, le armonizzazioni si fecero più personali. Il terzo lavoro, Master of Puppets, rappresentò la sintesi di quello che erano diventati, con Orion al vertice. Alle tecniche consolidate del basso rock, Cliff univa un suono personale fatto in parte di distorsione, fuzz e wah, poi usava accordi, arpeggi, si spostava al bisogno nel registro acuto e adottava linee indipendenti dalle chitarre. Il suo basso era saturo e fisico, molto adatto allo stile dei primi Metallica; dietro quella grande energia c’erano però sia pensiero armonico che una grande cultura musicale, insieme a un ottimo senso della forma. Cliff aveva anche un’idea molto chiara della libertà artistica dei Metallica. Nel 1986, quando qualcuno li accusava già di essersi venduti perché avevano rallentato e ampliato la propria musica, rispondeva semplicemente:
Facciamo quello che vogliamo fare. Se per altri questo significa esserci venduti, allora… Pazienza! […]
O magari basta non suonare sempre a mille all’ora.
[intervista trascritta su Loudersound]
Lui era il vero musicista del gruppo, che esortava i Metallica a non avere confini, a creare e a percorrere una strada personale.
Il 27 settembre 1986, durante la tournée europea di Master of Puppets, l’autobus dei Metallica uscì di strada e si rovesciò nei pressi di Dörarp, in Svezia. Cliff venne sbalzato all’esterno e rimase schiacciato sotto il mezzo. La sua morte, a ventiquattro anni, arrivò quando il gruppo aveva appena realizzato il proprio capolavoro, nel pieno della loro fase classica. I Metallica persero un amico strettissimo e un musicista eccezionale, ma anche la personalità capace di tenere insieme le loro diverse tendenze e di opporre il proprio giudizio alle decisioni degli altri. La violenta scomparsa di Cliff Burton rappresentò un trauma per tutto il mondo heavy metal, che all’epoca stava vivendo una delle suoi momenti più creativi e pionieristici. Il gruppo riprese a suonare quasi immediatamente, senza avere realmente elaborato quanto era accaduto. Molti anni dopo Hetfield avrebbe riconosciuto che il dolore e la rabbia per la morte di Cliff furono riversati su Jason Newsted. Questo nuovo bassista era considerato da tutti un ottimo strumentista e dal vivo diventò presto una presenza formidabile, ma all’interno dei Metallica non gli venne concesso uno spazio paragonabile a quello del predecessore.
In queste circostanze …And Justice for All portò la precedente complessità dinamica verso un disco buio, rigido e ossessivo. Newsted partecipò alla scrittura di Blackened e registrò parti eccellenti, ma nel missaggio il suo strumento fu ridotto fino a diventare impercettibile. Quella cancellazione sonora, qualunque ne fosse la motivazione immediata, finì per rappresentare perfettamente ciò che era successo: i Metallica avevano trovato un nuovo bassista, ma non erano disposti a riconoscergli la posizione occupata da Cliff.
…And Justice for All fu così l’ultimo, cupissimo tentativo di proseguire lungo la strada aperta insieme a Burton e, contemporaneamente, l’amara conferma dell’impossibilità di farlo senza di lui. Dopodiché, i Metallica cambiarono per sempre, insieme al mondo che li circondava. Arrivarono strutture più semplici, una produzione enorme, un’immagine diversa, molto lontana dal thrash di pochi anni prima e una capacità strategica quasi senza paragoni nella storia del rock, con un finale che conosciamo tutti: diventarono il gruppo metal più famoso, potente e remunerato del mondo. Cliff Burton era un bassista compositore: aveva uno spazio importante dentro la musica dei Metallica, ma in più contribuiva a decidere che cosa quella musica potesse diventare. Con lui, la crescita del gruppo sembrava ancora una conseguenza della creatività. Dopo di lui, accadde l’esatto contrario: la musica divenne lo strumento della crescita. I Metallica non smisero di fare musica, naturalmente, ma le circostanze, le opportunità, le capacità imprenditoriali li fecero andare da una parte. Quella musica, che era stata costruita insieme a Cliff Burton, se ne andò con lui. (Stefano Mazza)
Data center in Lombardia, tra conoscenza tecnica, territorio e pianificazione
Il convegno organizzato il 26 settembre all’Arci Bellezza di Milano dalla Rete dei Comitati Stop Data Center ha avuto innanzitutto un merito: mettere nella stessa discussione problemi che, fino a quando vengono affrontati separatamente, possono apparire come conseguenze locali di singoli progetti, mentre assumono un significato diverso non appena vengono osservati nella loro relazione reciproca.
Il consumo di energia e di suolo, la disponibilità di acqua, la dissipazione del calore, le emissioni degli impianti di emergenza e la costruzione delle infrastrutture elettriche necessarie, non appartengono infatti a compartimenti fra loro stagni, ma concorrono tutti a determinare l’impronta che la rapida crescita della capacità di calcolo sta imprimendo sul territorio lombardo.
Anche la struttura della giornata seguiva, non casualmente, questo percorso. Dopo l’introduzione affidata all’attivista Pietro Cataldi, la mattinata ha affrontato gli effetti ambientali e sanitari con Federica Brenta, medico chirurgo dell’Istituto Nazionale dei Tumori di Milano; Fabiana Di Pino, attivista della Rete Stop Data Center; e Sergio Manera, fisico dell’Università di Pavia ed esperto di radioprotezione presso il Laboratorio Energia Nucleare Applicata dell’ateneo.
Nel pomeriggio lo sguardo si è allargato invece alle strategie di localizzazione e alle dimensioni assunte dal fenomeno attraverso gli interventi di Alice Franchina, ricercatrice del Dipartimento di Architettura e Studi Urbani del Politecnico di Milano e componente del gruppo di ricerca ProdAction; Marco Mazzotti, professore emerito di ingegneria di processo al Politecnico federale di Zurigo; ed Enrico Duranti, attivista del Comitato Ciarlasco per la tutela del territorio.
La parte conclusiva è stata quindi dedicata al confronto tra le differenti realtà territoriali e alla costruzione del coordinamento regionale.
Non si è trattato soltanto di una successione di relazioni, perché procedere dagli effetti del singolo impianto alla distribuzione territoriale dei progetti significa modificare progressivamente la domanda dalla quale si parte. Finché si osserva un solo data center, infatti, è possibile discutere se produca troppo rumore, quanta acqua impieghi, quale terreno occupi o se i sistemi di raffreddamento adottati siano più o meno efficienti, quando invece sulla stessa carta geografica vengono sovrapposti progetti differenti, che insistono sulle medesime reti energetiche e su territori contigui, il problema diventa necessariamente quello dell’effetto complessivo prodotto dalla loro concentrazione.
Uno degli aspetti più riusciti del convegno è stato, in questo senso, l’incontro tra competenze scientifiche ed esperienze maturate nei territori, che ha permesso di sottrarre il confronto tanto a una generica paura della tecnologia quanto alla rappresentazione dei data center come infrastrutture sostanzialmente immateriali.
Dietro la capacità di calcolo ritornano infatti immediatamente la fisica e l’ingegneria. Un data center deve essere alimentato in modo continuo, raffreddato e mantenuto operativo anche in condizioni di guasto, il che significa dimensionare reti, trasformatori, gruppi di continuità, generatori di emergenza e sistemi termici con livelli di affidabilità elevati.
Queste infrastrutture non sono elementi collaterali del progetto, ma fanno parte della condizione stessa che permette alla capacità computazionale di essere disponibile ventiquattro ore su ventiquattro.
Sul piano termico il problema appare con particolare chiarezza. Quasi tutta l’energia elettrica utilizzata dall’hardware viene infine convertita in calore e, per quanto sia possibile migliorare enormemente le tecnologie attraverso le quali questo viene trasferito all’esterno, ridurre il consumo dei sistemi ausiliari o recuperarne una parte per altri utilizzi, il bilancio energetico di fondo non scompare. Proprio per questo l’efficienza, pur essendo necessaria, non esaurisce la questione.
L’impiego di sistemi di raffreddamento più performanti permette di dissipare una determinata quantità di calore con minori consumi accessori, mentre il raffreddamento a liquido rende possibile concentrare nei rack potenze assai superiori rispetto alle configurazioni tradizionali ma se l’aumento dell’efficienza consente contemporaneamente di installare una quantità ancora maggiore di capacità di calcolo, la riduzione dell’impatto per unità di potenza non coincide necessariamente con una diminuzione dell’impatto complessivo.
Lo stesso vale per il recupero del calore, spesso indicato come una delle possibili forme di integrazione dei data center con il territorio. Collegare un impianto a una rete di teleriscaldamento può essere tecnicamente sensato, perché consente di utilizzare almeno in parte un flusso termico che altrimenti dovrebbe essere dissipato, ma affinché questo recupero sia effettivo occorrono reti e utenze sufficientemente vicine, temperature compatibili e una domanda capace di assorbire il calore disponibile.
Poiché la produzione termica del data center rimane sostanzialmente continua mentre il fabbisogno di riscaldamento varia fortemente durante l’anno, deve comunque essere prevista la possibilità di disperdere il calore quando non può essere utilizzato.
Più che dimostrare che non esistano soluzioni tecnologiche, questi esempi mostrano quindi la necessità di collocarle nella scala corretta: si può progettare meglio un singolo impianto, ma la tecnologia non può stabilire da sola quale quantità complessiva di capacità computazionale sia opportuno concentrare in una determinata area.
Lo stesso ragionamento riguarda le emissioni dei generatori di emergenza, il consumo idrico e le opere elettriche. Se ogni progetto viene valutato singolarmente, può risultare compatibile con determinati limiti, quando però nello stesso territorio vengono previsti diversi campus (cioè un’area costituita da più “edifici” datacenter), ciò che deve essere considerato è anche la sovrapposizione dei loro fabbisogni, delle sottostazioni e dei cavidotti necessari ad alimentarli, delle emissioni e delle trasformazioni del suolo che li accompagnano.
La questione degli effetti cumulativi, emersa come uno dei temi trasversali della giornata, costituisce perciò il punto nel quale il dato tecnico incontra direttamente quello politico: se l’oggetto da valutare è un sistema territoriale e non più semplicemente un edificio, anche il livello al quale vengono assunte le decisioni deve necessariamente allargarsi oltre i confini del singolo comune.
È qui che il contributo della sessione pomeridiana ha permesso di fare un passo ulteriore. Alice Franchina ha partecipato negli ultimi mesi al lavoro con cui il gruppo ProdAction del Politecnico di Milano ha mappato la localizzazione, le superfici e le potenze dei data center presenti, in costruzione o programmati nell’area metropolitana, cercando di leggere il fenomeno non soltanto come successione di immobili, ma come trasformazione territoriale.
La ricerca del Politecnico ha infatti censito 33 data center attivi nella Città metropolitana di Milano, ai quali si aggiungono strutture in costruzione e numerosi progetti in valutazione, mentre le dimensioni medie dei nuovi insediamenti risultano sensibilmente superiori a quelle della generazione precedente.
Quando la scala passa da impianti relativamente piccoli a campus da decine o centinaia di megawatt, la distinzione tra investimento privato e infrastruttura pubblica diventa progressivamente più difficile da sostenere nella sua forma più semplice, perché la realizzazione dell’investimento presuppone una disponibilità di rete, trasformazioni urbanistiche e opere energetiche che devono necessariamente essere programmate. La pianificazione, insomma, entra nella vicenda prima ancora che qualcuno decida di chiamarla così.
Il problema diventa allora capire da quale punto essa debba partire. Se un progetto da centinaia di megawatt viene assunto come dato iniziale, la discussione consiste inevitabilmente nel determinare quali infrastrutture siano necessarie per alimentarlo, come raffreddarlo, quali risorse possa utilizzare e quali mitigazioni debbano essere previste.
Se si rovescia l’ordine del ragionamento, invece, la prima domanda riguarda la quantità e la funzione della capacità computazionale che si vuole installare, mentre il dimensionamento delle infrastrutture viene soltanto dopo. Da un punto di vista ingegneristico il principio sarebbe persino banale: prima si definisce il requisito e successivamente si dimensiona il sistema necessario a soddisfarlo. Trasferito alla scala territoriale, però, lo stesso principio assume immediatamente una dimensione politica, perché stabilire il requisito significa decidere quale quantità di energia, acqua, suolo e infrastrutture debba essere destinata a una funzione piuttosto che a un’altra.
È precisamente su questa scala che il passaggio dai singoli comitati alla costruzione di una rete regionale rappresenta il risultato più significativo della giornata.
Le mobilitazioni nate nei mesi precedenti hanno necessariamente preso le mosse da situazioni molto concrete: un terreno destinato a cambiare funzione, una sottostazione prevista vicino alle abitazioni, un nuovo elettrodotto, il timore per il rumore o per l’utilizzo delle risorse.
Il convegno ha permesso di mettere in relazione queste esperienze, facendo emergere come problemi apparentemente locali siano spesso parti differenti dello stesso processo. Il manifesto attraverso il quale la rete si è presentata pubblicamente aveva già indicato questa direzione, proponendo che lo sviluppo delle infrastrutture digitali venisse sottoposto a una programmazione capace di considerare insieme interesse collettivo, ambiente, salute, lavoro e diritti delle comunità, anziché lasciare ai singoli territori il compito di confrontarsi separatamente con progetti arrivati spesso a uno stadio già avanzato.
La composizione iniziale della rete comprende realtà provenienti da numerosi comuni lombardi. Il passo compiuto il 26 settembre consiste quindi nel rendere più difficile trattare la crescita dei data center come la semplice sommatoria di vicende comunali indipendenti. Non significa che il convegno abbia prodotto una soluzione già definita alla questione, né che un coordinamento regionale possa sostituire immediatamente la pluralità delle esperienze territoriali; significa però che esiste oggi un luogo nel quale conoscenze, documentazione e pratiche maturate nelle singole vertenze possono essere confrontate, permettendo di osservare il fenomeno nella sua dimensione complessiva.
Finché ogni comunità deve ricostruire autonomamente procedure autorizzative, consumi previsti, opere connesse e caratteristiche tecniche del progetto che la riguarda, il rapporto con operatori e istituzioni rimane inevitabilmente asimmetrico. Mettere in comune queste conoscenze significa invece aumentare la capacità dei territori non soltanto di contestare un singolo impatto, ma di confrontare progetti differenti e riconoscere le dinamiche che li accomunano.
Il confronto milanese ha mostrato inoltre come, una volta allargata la scala, la discussione possa difficilmente fermarsi agli effetti ambientali immediati.
Dietro il raffreddamento compare la quantità di potenza installata; dietro la connessione elettrica compare la programmazione della rete; dietro la scelta del sito compare la destinazione del territorio.
Seguendo fino in fondo questa concatenazione, la domanda iniziale sul singolo impianto conduce inevitabilmente a quella su chi stabilisca priorità e dimensioni dello sviluppo della nuova infrastruttura digitale. Domande alle quali la politica ha difficoltà a rispondere, schiacciata dalle sue contraddizioni e del suo ruolo di “garante della profittabilità”.
Accade così che il tentativo di passerella del consigliere regionale PD Pierfrancesco Majorino abbia visto la piccata risposta, con conseguenti applausi dell’intera sala, di uno dei relatori che gli ricordava come il suo partito a livello nazionale avesse votato con la maggioranza tutte le norme di deregolamentazione.
Il prossimo passaggio di questo percorso è già fissato per sabato 10 ottobre alle 15 a Milano, quando la rete ha convocato una manifestazione regionale contro lo sviluppo incontrollato dei data center.
L’appuntamento era stato previsto nel manifesto insieme alla mobilitazione territoriale del 12 settembre e al convegno del 26, delineando così un percorso che dalle iniziative locali ha portato prima al confronto comune e ora a una mobilitazione regionale.
Il 26 settembre non si è semplicemente aggiunto un altro appuntamento alla lunga serie di assemblee sui singoli progetti: si è cominciato a costruire una scala comune alla quale discuterli.
Ed è proprio questa nuova scala a modificare la domanda.
Non soltanto se un determinato data center posso essere costruito in un determinato luogo, ma quale capacità computazionale debba essere realizzata, quali risorse sia ragionevole destinarle e attraverso quale processo collettivo debbano essere stabilite le priorità.
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Stretta UE sul greenwashing, ma silenzio sull’ipoteca ambientale posta dal riarmo
Si sta parlando della direttiva UE 2024/825 (Empowering Consumers for the Green Transition), che è stata recepita in Italia attraverso il decreto legislativo n. 30 del 20 febbraio 2026, e le cui disposizioni sono state integrate direttamente nel Codice del consumo. L’obiettivo di Bruxelles è quello di dare una definizione di greenwashing che possa rendersi operativa sul mercato.
Il greenwashing è indicato dai vertici europei come l’insieme delle “pratiche commerciali suscettibili di indurre in errore in merito alle caratteristiche ambientali e di sostenibilità dei prodotti”, e imporrà alle imprese un aggiornamento radicale delle pratiche di packaging, così come delle campagne pubblicitarie, siti web e cataloghi allegati.
Tra le principali novità figura il divieto esplicito di presentare un bene come a impatto zero o positivo per il clima qualora tale risultato sia ottenuto unicamente tramite meccanismi di compensazione delle emissioni di gas serra. Detto in maniera più semplice, piantare alberi o finanziare crediti di carbonio non potrà più essere equiparato all’effettiva riduzione dell’impronta emissiva del ciclo produttivo.
La legge sbarra la strada anche a un altro espediente diffuso: attribuire all’intero articolo un beneficio ecologico che riguarda soltanto un singolo componente, un imballaggio o una fase limitata del ciclo di produzione della merce. Chi promette traguardi futuri di sostenibilità, inoltre, dovrà esibire impegni circostanziati, realistici e accompagnati da un piano operativo di attuazione verificabile nel tempo.
Inoltre, i produttori saranno tenuti a fornire indicazioni chiare su durabilità, disponibilità effettiva dei pezzi di ricambio, costi e limitazioni per accedere alle riparazioni, e altre garanzie. Il provvedimento punta a mettere ordine nella giungla delle circa 230 etichette presenti nella UE che si definiscono “green”, pur senza reali criteri di controllo.
Il monitoraggio effettuato dagli uffici della Commissione Europea ha infatti segnalato che il 53,3% dei claim ambientali è vago se non del tutto infondato e ingannevole. Per fare un esempio, nel febbraio 2025 l’antitrust italiana ha inflitto una sanzione di 8 milioni di euro a tre società del gruppo GLS per messaggi ambigui relativi proprio alla tutela ambientale. Le nuove regole del Codice del consumo prevedono sanzioni amministrative che possono raggiungere i 10 milioni di euro.
Concludendo la disamina di questa iniziativa europea, verrebbe da dire che Bruxelles lavori davvero per la sostenibilità. Ma, tirando le somme, si tratta di misure legate più alla dimensione pubblicitaria, che a una vera e propria spinta verso la transizione ecologica. In un certo modo, si potrebbe dire che la direttiva europea stessa è una forma di greenwashing della svolta bellicista unioneuropeista.
Il Green Deal, che già era stato pensato per iniettare denaro nelle filiere in affanno e rafforzare la presenza europea in un settore ad alta competitività come quello delle tecnologie verdi, è scomparso dalle priorità continentali. L’esplosione delle contraddizioni con il conflitto in Ucraina e il genocidio dei palestinesi ha convinto le classi dirigenti europee che la via per assumere un ruolo nell’arena globale è quello di armarsi e tentare di imporre la propria proiezione strategica al Mondo.
Negli ultimi anni, sono state diverse le occasioni in cui Bruxelles ha fatto un passo indietro sugli impegni necessari a una reale transizione verde, ed ha anzi allargato le maglie delle regolamentazione che voleva imporre alla produzione. E anzi, ha proprio rimodellato la retorica green affinché sostenesse il riarmo, nonostante l’evidente incompatibilità.
L’organizzazione britannica Scientists for Global Responsibility ha calcolato che l’aumento della spesa militare previsto dai paesi NATO porterà altre 1.132 milioni di tonnellate di anidride carbonica nell’atmosfera, rispetto alle previsioni precedenti. Parliamo di un aumento di emissioni pari a tutte quelle del Brasile, la quinta nazione al mondo per produzione di gas climalteranti.
Uno studio del 2024 ha calcolato che, sommando le stime sul danno economico causato da ogni tonnellata di CO₂ emessa, il costo annuo del riarmo atlantico andrebbe da 116 a 264 miliardi di dollari. Senza considerare, ovviamente, le masse di persone costrette a scappare dalla propria terra per l’aumentare dei conflitti e i problemi che i vari armamenti creeranno, soprattutto a lungo termine, sulla salute delle popolazioni coinvolte.
Alla fine dello scorso anno, la UE aveva messo in chiaro che le velleità guerrafondaie vengono prima della salvezza delle condizioni di abitabilità dell’intero Pianeta, quando è stata impedita la messa al bando dei PFAS, una famiglia di composti inquinanti che sono però considerati insostituibili nelle filiere belliche.
Insomma, la lotta di Bruxelles al greenwashing... è solo greenwashing, mentre ipoteca il futuro delle nostre terre per cercare di garantire alle grandi multinazionali continentali un posto al sole nella competizione interimperialistica.
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Si scrive IA, si legge ristrutturazione produttiva
Il ricco e recente dibattito scaturito intorno alla questione dell’Intelligenza artificiale (IA) non può prescindere, oltre alle legittime domande sul “futuro dell’umanità”, dall’impatto che questa avrà direttamente sul mondo del lavoro e su chi del proprio lavoro vive e trae il proprio reddito.
L’introduzione dell’IA nei processi di lavoro equivarrà, infatti, a una ondata di automazione che allo stato attuale possiamo dire essere appena all’alba di una profonda ristrutturazione produttiva globale, molto probabilmente paragonabile per portata a quella che negli anni Settanta travolse l’industria manifatturiera occidentale, aprendo la strada a quella che sarebbe diventata la “seconda fase della globalizzazione”.
La ristrutturazione produttiva degli anni Settanta
Allora come oggi, la parola d’ordine era “competitività”. Con il salto tecnologico in termini informatici, comunicativi e logistici la produzione venne delocalizzata verso paesi a minor costo del lavoro, dove la deregolamentazione e l’assenza di vincoli ambientali promettevano margini di profitto maggiori. Nel cuore dell’imperialismo, la cosiddetta Rust Belt statunitense divenne il simbolo del declino economico, sociale e culturale.
In Italia, città come Genova o Torino persero il peso politico ed economico acquisito con il boom economico, conoscendo quartieri abbandonati, carenza di servizi e soprattutto una classe operaia che assieme al lavoro perdeva quell’identità collettiva costruita attorno alla fabbrica, che negli anni aveva portato avanti lotte e conquistato diritti, per tutte e tutti.
La ristrutturazione produttiva frammentò la classe sociale, divise i lavoratori e aumentò la disoccupazione, e oggi possiamo confermare che solo parzialmente è stata riassorbita dal settore terziario, a minor salario e garanzie, dando vita a quel “precariato” che da allora non ha mai smesso di espandersi.
L’impatto sul lavoro dell’Intelligenza artificiale
Oggi, con l’IA – a torto a volte chiamata “generativa” – ci troviamo di fronte a un ulteriore salto di qualità. La differenza cruciale è che le mansioni colpite non saranno solo quelle ripetitive e facilmente automatizzabili (l’operaio di linea, per intendersi), ma quelle più strettamente cognitive, complesse e qualificate.
Facendoci aiutare proprio dall’IA (!), secondo uno studio di Coface e dell’Observatoire des Métiers più di un quarto del contenuto lavorativo nel management, nell’amministrazione, nelle professioni creative, nel diritto e nella finanza risulta tecnicamente automatizzabile.
Altri studi affermano che con l’implementazione dell’IA nei processi produttivi circa il 15% dei mestieri avrebbe una soglia superiore del 30% di mansioni automatizzabili, considerata la linea oltre la quale il mestiere si trasforma profondamente.
“Colletti bianchi e blu”, tutti nel mirino dell’IA
I dati confermano che l’esposizione non risparmia i “colletti bianchi”. Un rapporto congiunto ILO-NASK rileva che l’esposizione è cresciuta in ruoli professionali e tecnici come analisti finanziari, sviluppatori web e programmatori. Lo stesso Mustafa Suleyman, CEO di Microsoft AI, ha dichiarato che “la maggior parte dei compiti dei cosiddetti colletti bianchi – avvocati, commercialisti, project manager, esperti di marketing – sarà completamente automatizzata dall’IA entro i prossimi 12-18 mesi”.
È molto probabile che gli avvocati junior non passeranno più le notti a leggere quaranta clausole contrattuali: l’IA lo fa in pochi secondi. Gli insegnanti vedono già oggi sistemi capaci di valutare elaborati e fornire feedback personalizzati. Il mondo delle “vere” partite IVA – consulenti, professionisti, freelance – usano già l’IA in massa: otto su dieci, secondo un’indagine Fiscozen, con un risparmio medio di oltre 260 ore lavorative all’anno.
La questione di classe
Le conseguenze di classe di questa trasformazione sono facilmente intuibili. L’IA diminuisce la quota di lavoro vivo nel processo produttivo, sposta il valore appropriato dalla parte del capitale, erode la sempre più residua base fiscale costruita sui redditi da lavoro e crea così potenziali nuove tensioni sui sistemi di welfare, già indeboliti da 40 anni di “rivoluzione neoliberale”.
Il nesso “più titolo di studio uguale più reddito e più sicurezza” si indebolisce così in modo ulteriore. La probabile proletarizzazione di ulteriori settori di società fino a oggi garantiti (i 40.000 di Torino del 1980!) aprirà scenari storicamente inediti, che chiameranno a nuova sfida le forze di classe di questo paese e non solo.
Come fare convergere in un’unica proposta politica gli interessi di quel che rimane del proletariato industriale e del prossimo proletariato cognitivo dinanzi ai costi sociali che il capitale si appresta a scaricare sul lavoro? Come ricomporre in questo scenario la frammentazione sociale nei servizi diffusi? Come mettere a sistema il portato di rottura dimostrato dal lavoro migrante in questi anni di fiacca mobilitazione operaia?
Non è un articolo che può rispondere a questa domanda, quanto piuttosto la sperimentazione sul campo di forme di organizzazione all’altezza dei tempi.
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Appello: Mattarella non firmi il decreto razzista sulla scuola
Il Governo Meloni porta al Consiglio dei Ministri un Decreto che impone un tetto del 30% agli alunni stranieri in classe, vieta niqab e burqa in aula e minaccia multe fino a 1.000 € ai genitori stranieri che non conoscono bene la lingua italiana, mentre la Lega arriva a proporre la revoca del permesso di soggiorno alle famiglie che non mandano le figlie a scuola.
È un provvedimento che classifica gli alunni e le alunne per cittadinanza e trasforma la scuola pubblica in un dispositivo di respingimento e in palcoscenico da campagna elettorale.
Lo abbiamo già scritto chiaramente e adesso lo ribadiamo: i numeri smentiscono l’allarme che il Governo agita. Le alunne che indossano il velo integrale sono solo circa 5/600 su tutto il territorio nazionale. Gli alunni con background migratorio sono circa 931 mila, l’11,6% del totale, e due terzi sono nati e cresciuti in questo Paese: sono italiani in tutto tranne che sulla carta.
Una circolare identica esiste dal 2010 ed è rimasta lettera morta, perché il problema non è mai stato di natura pedagogica: le famiglie vivono dove gli affitti costano meno, in periferie abbandonate dallo Stato. Infine, l’idea di colpevolizzare la lingua d’origine in famiglia è una vera e propria follia pedagogica, oltre che una misura punitiva e classista, nei fatti ipocrita e non applicabile.
Il Governo, invece di investire risorse su case, servizi e organici, scarica il conto sui bambini e le bambine nati o cresciuti in questo Paese con un decreto che – numeri alla mano – serve solo ad alimentare la caccia al ‘nemico interno’ invece che affrontare i veri problemi della scuola e del Paese.
Questo decreto non nasce da solo. È un altro pezzo della stessa deriva che spinge la scuola pubblica statale verso la logica della caserma e del controllo, la stessa che sindacati, associazioni, organizzazioni e collettivi studenteschi denunciano da tempo.
Chiediamo apertamente al Presidente della Repubblica Sergio Mattarella di non apporre la propria firma su questo Decreto.
Selezionare i bambini e le bambine per cittadinanza viola l’articolo 34 della Costituzione, che vuole la scuola aperta a tutti, e l’articolo 3, che vieta ogni distinzione di razza e condizione personale.
Non ci sarà tetto, muro o decreto capace di fermare la mobilitazione di chi nella scuola pubblica statale ci lavora e ci crede.
La nostra risposta a questo Governo è più organico, più docenti, più ATA, per un’integrazione vera di tutte e di tutti!
Per aderire o firmare l’appello scrivere a: mattarellanonfirmi@gmail.com
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Germania - La Linke cade nella trappola dell’antisemitismo e china la testa
Per la Linke, una domanda sembra sorgere dopo la vittoria elettorale a Berlino: andare avanti a testa alta o cedere alle sciocchezze degli avversari politici? Secondo tutte le indicazioni, la decisione è stata presa a favore di quest’ultima e anche prima del giorno delle elezioni.
Da sabato, la Commissione Arbitrale della Link di Berlino ha presentato una mozione di esclusione contro la militante del partito Hannah Bruns, che è solidale con la Palestina. Secondo un rapporto di martedì, il Tagenspiegel ne ha appreso la vicenda dagli ambienti del partito, anche se la stessa Bruns non è ancora stata informata del processo, ha detto a Junge Welt. La Commissione Arbitrale, su richiesta, ha confermato la ricezione della domanda.
Bruns è portavoce del Gruppo di Lavoro Statale sulla Solidarietà con la Palestina nel Partito della Sinistra di Berlino. Non sa esattamente chi abbia iniziato il processo di espulsione. Il Tagesspiegel inoltre non ha fornito alcuna informazione pubblica a riguardo. Tuttavia, il giornale è riuscito a citare alcune dichiarazioni dell’attivista. Durante una manifestazione, ad esempio, ha detto che la liberazione della Palestina sarebbe stata completa solo “quando Tel Aviv sarà tornata nelle mani della Palestina”, e si è anche rifiutata di rispondere al distanziamento da Hamas richiesto dagli agitatori filo-Israele.
Non è “un caso che la mozione per l’esclusione sia già stata presentata”, ha sottolineato Bruns in un’intervista sia a Junge Welt che a Springer’s ai quali aveva già riferito la preparazione della domanda all’inizio del mese.
I responsabili avevano affidato il processo al partito dei media ostili, ha ipotizzato Bruns. Il membro della Linke ha inserito il tentativo di espulsione – ora pubblico – nel contesto delle recenti richieste dei possibili partner di coalizione affinché il Partito della Sinistra agisca contro il presunto antisemitismo all’interno delle proprie fila.
La campagna diffamatoria contro il Partito della Sinistra – “fantasie di espropriazione” e “odio verso gli ebrei” – aveva ricevuto l’aggiunta dell’accusa di “legami con la criminalità dei clan” la stessa notte delle elezioni. Con diligenza, tutti parlano di una miscela selvaggia.
La leadership dell’SPD ha annunciato martedì attraverso Lars Klingbeil, Bärbel Bas e Tim Klüssendorf che: “La Linke non deve lasciare nemmeno un millimetro di spazio all’antisemitismo e ai criminali dei clan tra le sue fila”. Secondo Bild, il cancelliere Friedrich Merz (CDU) aveva avvertito l’SPD dell'“inferno” e aveva chiesto ai socialdemocratici “di rendere chiaro in modo inequivocabile che non formeranno una coalizione con questo Partito di Sinistra a Berlino”.
Il giorno prima, secondo il Berliner Morgenpost, ex funzionari dello SPD di Berlino hanno contribuito al dibattito con una “risoluzione” contro i colloqui esplorativi con la Linke, incluso l’ex sindaco di governo Michael Müller. Anche l’ex leader SPD Sigmar Gabriel ha espresso la sua opinione sulla ZDF: “Non formerei mai una coalizione con nessun partito antisemita”. Non era certo una coincidenza “che il capo del clan Remmo passasse alla festa elettorale”, lo sapeva.
Si era saputo che il deputato del Partito di Sinistra di Neukölln, Ferat Koçak, aveva comunicato con un figlio di Remmo tramite Instagram. Di conseguenza, vuole sospendere temporaneamente le sue funzioni parlamentari.
Questo non basta per i Verdi. La segretaria parlamentare Irene Mihalic ha chiesto l’espulsione di Koçak dal gruppo parlamentare e anche la “chiarezza che stiamo fermamente dalla parte di Israele”. Questo significa anche, se necessario, che devono cacciare le persone, ha annunciato martedì il primo ministro del Baden-Württemberg, Cem Özdemir.
Il desiderio è apparentemente un ordine per alcuni. La mozione contro la Bruns riguarda “la disciplina e la diffamazione delle forze solidali con la Palestina all’interno del partito”, ha sottolineato la stessa Bruns, che ha anche espresso solidarietà con Koçak. “Un partito che ha ottenuto una vittoria elettorale storica non deve camminare curvo”, ha detto. Mercoledì, la presidente della Fondazione Rosa Luxemburg almeno è uscita dalla difensiva ed ha definito la dichiarazione della leadership dell’SPD un'“impertinenza”: “La Linke non è un partito antisemita e lo sa”.
Ramsis Kilani, cacciato dalla Linke a causa delle sue dichiarazioni sul genocidio a Gaza ha detto a Junge Welt che “Era solo questione di tempo prima che la mia espulsione fosse seguita da altre”.
Il motivo è che “La destra del partito vuole rimuovere la solidarietà con la Palestina come ostacolo alla partecipazione del governo a Berlino e a livello federale”. La sinistra del partito deve subito intraprendere pubblicamente la lotta contro l’esclusione di Bruns, ha detto Kilani.
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Allarme rosso in base militare britannica utilizzata dagli USA. Terrorismo o false flag?
La polizia antiterrorismo britannica ha fatto scattare il massimo allarme intorno alla base militare di Fairford e dichiara di aver eseguito 5 arresti dopo il ritrovamento di materiale esplosivo a bordo di 3 furgoni sospetti nei pressi della base. Interi quartieri della zona di Whelford messi in sicurezza, circa 85 famiglie evacuate, mentre l‘esercito sta impiegando robot anti sabotaggio per bonificare i veicoli sospetti.
La polizia del Gloucestershire ha dichiarato di aver ricevuto una chiamata intorno alle 00:45 di domenica mattina relativa a “tre veicoli sospetti” che si dirigevano verso la base della RAF. In seguito a questa segnalazione sono stati arrestati cinque uomini (nella foto, verificata dalla BBC).
Chiunque venga arrestato ai sensi del Terrorism Act 2000 può essere detenuto fino a 14 giorni senza alcuna accusa formale, diversamente dal limite usuale di 24 ore per gli arresti standard.
Diversi residenti evacuati hanno raccontato alla BBC di essere stati svegliati nel cuore della notte dagli agenti di polizia che bussavano alle loro porte.
The Guardian riferisce che nelle ultime settimane i residenti della zona hanno notato un netto aumento delle misure di sicurezza della base militare, con i cancelli recentemente barricati. “Nelle scorse settimane hanno parcheggiato veicoli pesanti, anzi pesantissimi, davanti a tutti i cancelli”, ha detto un altro residente.
Relativamente ai fermati va segnalata una strana dichiarazione di Trump secondo cui gli “Stati Uniti tenevano d’occhio i cinque uomini da molto tempo e adesso sono stati presi”.
Occorre infatti sapere che la base militare della RAF di Fairford è una delle principali infrastrutture britanniche utilizzate dall’aviazione militare statunitense in Europa. Da quanto risulta è stata utilizzata anche per operazioni legate alla guerra scatenata dagli USA contro l’Iran
La base è della RAF (Royal Air Force) ma da molto tempo viene utilizzata in modo importante anche dall’US Air Force, secondo cui la base di Fairford ospita il quartier generale della 501st Combat Support Wing e il 420th Air Base Squadron ed è la principale base operativa in Europa per i bombardieri del Global Strike Command americano.
Questa base permette agli USA di portare in Europa velivoli capaci di effettuare missioni a grande distanza senza doverli schierare stabilmente sul continente.
Stando a quanto riferito dall’agenzia Reuters, il governo britannico ha autorizzato gli Stati Uniti a utilizzare la base di Fairford per le operazioni contro i siti missilistici iraniani. Le notizie a disposizione non dicono molto ma certamente il governo britannico – tra i più impegnati in una escalation guerrafondaia a tutto campo – avrebbe bisogno come il pane di un allarme terrorismo come quello in corso per recuperare consensi intorno alla propria politica bellicista, talmente bisogno che andrebbe bene anche una operazione false flag.
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