Presentazione


Analisi, opinioni, fatti e (più di rado) arte da una prospettiva di classe.

13/09/2026

Dopo lo scioglimento delle FDS: dove va la questione curda?

La scena del Palazzo del Popolo: la fine di un’esperienza e l’inizio di una domanda 

Il 25 agosto 2026 Mazloum Abdi ha annunciato dal Palazzo del Popolo, a Damasco, la fine della missione delle Forze Democratiche Siriane (FDS) e il loro scioglimento come forza militare autonoma, insieme allo scioglimento dell’Amministrazione Autonoma e delle formazioni a essa collegate e alla loro integrazione nelle istituzioni dello Stato siriano. L’annuncio è arrivato dopo l’ampia operazione militare del gennaio 2026, nella quale le FDS hanno perduto vaste aree della loro influenza e che si è conclusa con un accordo complessivo di integrazione.

Vedo in questo un fatto positivo, perché riduce la probabilità di guerre nazionaliste distruttive le cui prime vittime sono i lavoratori delle diverse nazionalità. Gli accordi successivi, tuttavia, dal marzo 2025 fino all’annuncio dello scioglimento, sono rimasti privi di qualsiasi clausola su ciò per cui lottiamo come forze di sinistra: i diritti delle donne, la laicità dello Stato, la fine delle privatizzazioni, la tutela del settore pubblico, i diritti delle lavoratrici e dei lavoratori manuali e intellettuali e libere elezioni democratiche per tutte le cariche.

Il modello delle FDS, presentato da un’ampia parte della sinistra curda e mondiale come una rivoluzione sociale, femminista e democratica dal basso, si è concluso con una decisione calata dall’alto e annunciata da un palazzo presidenziale, senza referendum popolare né alcuna decisione delle comuni che erano state presentate al mondo come titolari della sovranità effettiva.

E gli Stati Uniti, che sono stati il sostegno militare e politico fondamentale delle FDS e al tempo stesso si sono impegnati a sostenere il percorso del nuovo potere a Damasco, sono stati una parte essenziale nel determinare il corso della guerra e poi quello della sua composizione. Questo da solo rivela dove si collocasse la decisione e quali siano i limiti della scommessa sulle grandi potenze capitalistiche.

Ciò che colpisce è la distribuzione dei costi. Il nuovo Stato ha assorbito una parte dell’élite militare e di partito delle FDS, nonostante il suo carattere classista, religioso e autoritario, poiché molti dei suoi dirigenti sono stati nominati a incarichi militari e amministrativi e sono così entrati a far parte della sua struttura di classe, mentre le lavoratrici e i lavoratori manuali e intellettuali curdi, arabi e siriaci sono rimasti davanti agli stessi problemi che precedevano la guerra e che dopo di essa si sono moltiplicati.

Parallelamente sono stati emanati decreti che hanno riconosciuto i curdi come parte essenziale del popolo siriano, insieme alla lingua curda e al Newroz come festa nazionale, e sono stati cancellati gli effetti dell’ingiusto censimento di Hasaka del 1962. Si tratta di conquiste reali per le quali intere generazioni hanno lottato, sebbene il riconoscimento sia arrivato dopo la definizione dei rapporti di forza e non prima, e ciò che viene concesso con un decreto può essere ritirato con un contro-decreto.

Occorre trasformarle in testi costituzionali vincolanti nel quadro di una transizione politica complessiva. E questo avvertimento raddoppia sotto un potere che non ha offerto garanzie vincolanti sulla laicità dello Stato, sui diritti delle donne o sulle libertà pubbliche, e il cui curriculum di repressione e violazioni fa temere un nuovo autoritarismo con copertura religiosa.

Ciò che va messo a verbale e ciò che non si può seppellire

L’obiettività impone di registrare anche gli aspetti positivi. Nella Regione del Kurdistan iracheno è stato accolto un gran numero di sfollati e sono state protette minoranze dal pericolo di sterminio durante l’ascesa dell’Isis, nel nord e nell’est della Siria le FDS hanno svolto un ruolo efficace nella lotta contro l’Isis pagando un prezzo altissimo in vite umane, mentre si è realizzato un progresso relativo nella partecipazione delle donne, raro nel contesto della regione.

Per converso, le organizzazioni internazionali per i diritti umani hanno documentato nella Regione violazioni gravi e sistematiche: l’arresto e la tortura di giornalisti e difensori dei diritti umani, la repressione delle manifestazioni contro la disoccupazione, la corruzione e i salari non erogati, a volte con munizioni vere, e gravi lacune nella protezione delle donne dalla violenza, accanto ad abusi più ampi documentati anno dopo anno.

Nel nord e nell’est della Siria sono state documentate estese violazioni commesse dalle FDS: il reclutamento di minori di diciotto anni in contrasto con i loro ripetuti impegni, la detenzione arbitraria e la tortura nei centri di reclusione, la repressione delle proteste e accuse di violazioni e trasferimenti forzati ai danni di abitanti arabi. Questi dossier non si sono chiusi con l’integrazione, dato che le conseguenze umanitarie dei combattimenti restano in piedi e la commissione internazionale d’inchiesta rimane l’organo incaricato di accertare le responsabilità.

La contraddizione tra la narrazione e la pratica, e la scommessa sull’America

La sinistra, sia locale sia mondiale, affronta una sfida complessa: come difendere i diritti legittimi del popolo curdo mantenendo criteri critici fermi verso tutti i poteri senza eccezione? La solidarietà con i popoli oppressi è una posizione di principio della sinistra, che però non si fonda su un allineamento incondizionato e deve distinguere tra il sostegno al diritto dei popoli alla dignità e all’autodeterminazione, e l’appoggio assoluto a partiti nazionalisti il cui coinvolgimento in violazioni documentate è accertato, partiti che hanno praticato gli omicidi, la detenzione arbitraria e la tortura contro i propri oppositori, molti dei quali provenienti dalle file della sinistra.

Una gran parte della sinistra si è lasciata attrarre dal «confederalismo democratico» e dalle teorie di Abdullah Öcalan, adottate dall’Amministrazione Autonoma come alternativa allo Stato nazione.

La pratica ha però rivelato una contraddizione acuta: mentre si parlava di comuni e di democrazia dal basso, la decisione militare e finanziaria si concentrava nelle mani di quadri non eletti che si muovevano con una mentalità rigidamente centralista. Quanto all’uso dei concetti di ecologia, femminismo e assenza di Stato come copertura retorica davanti all’opinione pubblica occidentale, al servizio di un potere che collaborava strettamente con le istituzioni di sicurezza statunitensi e ne riceveva finanziamenti, a mio parere ciò svuota il pensiero di sinistra del suo contenuto.

Che movimenti i quali si presentano come rivoluzionari dipendano dalle risorse finanziarie e militari statunitensi non è una questione tattica passeggera, poiché lega la loro permanenza alla continuità del sostegno internazionale più che al proprio bacino di massa, e quando cambiano le priorità dei soggetti finanziatori, la fragilità viene allo scoperto tutta insieme. È esattamente ciò che è accaduto: Washington ha revocato le sanzioni contro Damasco e ha ricevuto Ahmed al-Sharaa alla Casa Bianca nel 2025, poi è arrivata la campagna del 2026 con intese statunitensi e turche.

L’inviato statunitense Tom Barrack ha dichiarato che il suo Paese non sostiene il federalismo e che lo scopo originario di quelle forze si era di fatto esaurito, mentre un ex inviato statunitense ha rifiutato di definire l’accaduto un tradimento, chiarendo che Washington aveva sempre guardato a quell’alleanza come a qualcosa di temporaneo, tattico e strumentale.

Questa non è una conclusione che avanzo oggi, a esperienza delle FDS conclusa, dato che scrivevo in questa direzione già diversi anni fa.

In un articolo pubblicato nel 2018 scrivevo che l’esperienza della sinistra nazionalista curda in Siria, per quanto si sviluppasse, non sarebbe andata oltre riforme simili alle esperienze della sinistra nazionalista in altri Paesi, trasformatesi tutte in regimi dittatoriali corrotti. Nello stesso articolo mettevo in guardia sulla natura dell’alleanza con gli Stati Uniti, e scrivevo:
«L’America è nota per abbandonare i propri alleati una volta esaurito il loro compito, o quando questi entrano in conflitto con la sua agenda, e di ciò abbiamo molti altri esempi; i suoi interessi strategici con la Turchia sono i più importanti e i fondamentali, e la faccenda è soltanto questione di tempo, nulla di più».
Cricche nazionaliste simili tra loro in lingue diverse

Ho già osservato in testi precedenti che non vi sono differenze sostanziali tra le cricche nazionaliste al potere, nella Regione del Kurdistan iracheno o tra quelle che governavano il nord e l’est della Siria, e nemmeno tra esse e i regimi e le borghesie nazionaliste di Baghdad, Damasco o Ankara. La divergenza tra loro riguarda quote, influenza e risorse, e non la natura del governo né gli interessi delle classi lavoratrici, e tutte partecipano, in misura diversa, all’impoverimento delle masse e alla repressione delle libertà.

Per questo non basta che la sinistra dichiari la propria solidarietà con «il popolo curdo» in astratto. I popoli non sono blocchi omogenei. Sono formazioni di classe nelle quali le contraddizioni nazionali si intrecciano con quelle di classe. La sinistra deve sciogliere il proprio nodo: con quale classe del popolo curdo si schiera? Con una borghesia rentier e con élite di partito che monopolizzano il potere e la ricchezza, oppure con le lavoratrici e i lavoratori manuali e intellettuali curdi, arabi, turcomanni e delle altre nazionalità, che soffrono l’autoritarismo, la povertà e la disoccupazione, e che da soli pagano il prezzo delle guerre nazionaliste con il proprio sangue e con il futuro dei propri figli?

Questa revisione non riguarda soltanto i nazionalisti curdi, dato che una parte della sinistra nel mondo arabo ha difeso per anni regimi dittatoriali, tra cui i regimi baathisti in Iraq e in Siria. Ciò che serve non è abbandonare la solidarietà con i popoli e con il loro diritto all’autodeterminazione. Ciò che serve è ripensare il rapporto della sinistra con i partiti e i regimi nazionalisti autoritari, e liberare la solidarietà dalla giustificazione acritica delle violazioni, quale che sia l’identità di chi le commette.

L’alternativa: lo Stato di cittadinanza e la giustizia sociale

Pur essendo pienamente convinto del diritto all’autodeterminazione di tutti i popoli oppressi, le realtà attuali non consentono la formazione di uno Stato nazionale curdo indipendente in un orizzonte prevedibile, e non esiste un sostegno internazionale serio per questa strada.

Gli avvenimenti del 2026 ne hanno dato una prova evidente, quando un’entità quasi statale sostenuta dalla maggiore potenza imperialista del mondo è di fatto giunta al termine nel giro di pochi mesi, non appena sono mutati i calcoli di chi la finanziava. Ed è possibile che questi sviluppi si riflettano anche sulla Regione del Kurdistan iracheno, in base al mutare degli interessi statunitensi e dei rapporti di forza.

L’alternativa, a mio giudizio, non riguarda soltanto la questione curda, poiché rappresenta una cornice per affrontare i diversi nodi nazionali e religiosi della regione: lo Stato di cittadinanza democratica, fondato su una costituzione che si appoggia alle convenzioni sui diritti umani, sulla neutralizzazione della nazionalità e della religione rispetto allo Stato, sulla garanzia dell’uguaglianza nazionale e culturale per tutte le componenti, su un sistema federale decentrato con basi geografiche e amministrative eque che consenta un ampio autogoverno all’interno di uno Stato unitario, su elezioni corrette, indipendenza della magistratura, libertà di stampa e di organizzazione sindacale, e su una rottura completa con l’autoritarismo, l’ereditarietà del potere e il governo familiare. E non si compie senza una giustizia sociale che tuteli il settore pubblico e respinga il neoliberismo che impoverisce le masse.

La causa curda è una causa giusta che merita una solidarietà autentica e fondata su principi. La solidarietà autentica, però, non significa concedere ai partiti e alle élite nazionaliste un’immunità politica o morale. Significa sostenere la lotta del popolo curdo e degli altri popoli della regione per i loro diritti, le loro libertà, la loro dignità e la loro giustizia sociale.

Da qui, criticare le FDS non è criticare i diritti del popolo curdo, criticare i partiti al governo nella Regione non è criticare la causa curda, e respingere lo Stato nazionale non è respingere l’identità e i diritti nazionali. È una posizione di sinistra che chiama a liberare la solidarietà nazionale dalla subordinazione alle élite, a legare l’emancipazione nazionale alla lotta per la democrazia, l’uguaglianza e la giustizia sociale, e all’unità di lotta delle lavoratrici e dei lavoratori manuali e intellettuali di tutte le nazionalità.

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Il “colpo gobbo” degli Houthi yemeniti. Conquistata città strategica. Petrolio sopra i 100 dollari

Il movimento yemenita Ansarallah, più noto in occidente come “gli Houthi”, ha preso il controllo della strategica città di Mocha, a pochi chilometri dal Mar Rosso, dopo giorni di combattimenti contro le truppe mercenarie pagate dall’Arabia Saudita. In pochissimi giorni i prezzi del petrolio sono già tornati sopra i 100 dollari al barile.

Fonti militari yemenite hanno confermato all’agenzia Reuters che i mercenari sauditi si sono ritirati anche dall’isola di Perim, dove le forze di Ansarallah sono sbarcate via mare, completando così la conquista di posizioni che dominano lo stretto di Bab al Mandeb, strategica porta d’accesso alla rotta che collega Asia ed Europa attraverso il Mar Rosso e il Canale di Suez. Mocha era l’ultimo porto occidentale rimasto in mano al governo yemenita “ufficiale”, e la sua perdita arriva all’indomani della più intensa ondata di combattimenti mai registrati dall’entrata in vigore della tregua mediata dalle Nazioni Unite nell’aprile 2022.

La posizione geografica di Mocha rende la sua conquista una questione di rilevanza strategica. La città si trova infatti a 75 chilometri da Bab al-Mandeb, la ‘Porta delle Lacrime’ che collega il Mar Rosso al Golfo di Aden. Attraverso questa transita ogni anno tra il 10 e il 12% del commercio marittimo globale, tra cui petrolio e materie prime.

Anche l‘isola di Perim che divide lo stretto nel suo punto più angusto in due corridoi di navigazione, è stata espugnata dai combattenti di Ansarallah. Per anni le forze militari saudite (nella stragrande maggioranza truppe mercenaria) avevano cercato di impedirne la conquista da parte degli Houthi.

Secondo molti analisti la caduta di Perim, segna il completamento della conquista da parte del movimento Ansarallah sull’intero Stretto.

Tra Hormuz e Bab al-Mandeb transita oltre un quarto del commercio mondiale di greggio via mare, mentre dal Mar Rosso transita quasi un terzo del traffico globale di container.

Il fronte militare nello Yemen – con le sue conseguenze internazionali – aveva registrato una escalation durante l’estate. Il 3 luglio un raid saudita aveva colpito la pista dell’aeroporto di Sana’a per impedire l’atterraggio di un volo proveniente da Teheran, riaccendendo lo scontro diretto con gli Houthi. Il 20 luglio il movimento Ansarallah aveva risposto dichiarando il blocco navale contro i porti sauditi nel Mar Rosso e colpendo impianti di estrazione.

Il 3 settembre scorso gli Houthi avevano lanciato un’offensiva a largo spettro verso Taiz, Hodeidah e Mocha.

È evidente come la crisi e la guerra nello Yemen rischia di innescare un’ulteriore escalation nella regione già alle prese con la guerra scatenata dagli USA contro l’Iran.

Con Bab al-Mandeb sotto il controllo di Ansarallah e lo Stretto di Hormuz controllato dall’Iran, le due arterie energetiche ai lati opposti della penisola arabica vengono sottratte al controllo USA e dei suoi alleati regionali. Ma lo scontro in Yemen potrebbe anche diventare il teatro per testare il nuovo accordo militare tra Arabia Saudita, Pakistan e Turchia, il Mecca Joint Defence Agreement recentemente firmato dai tre paesi.

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Come la Cina vince le guerre lanciate dagli Stati Uniti

Una caratteristica interessante del sistema elettorale statunitense è la propensione ad accusare l’avversario di essere strumento di un nemico straniero.

Durante la campagna elettorale del 2016, Hillary Clinton accusò Trump di essere un burattino della Russia. Lui, a sua volta, definì Joe Biden “Beijing Biden” [n.d.t.: Biden di Pechino] nella campagna elettorale del 2020.

Nessuno dei due è ciò di cui furono accusati, sebbene entrambi siano pedine di un’altra potenza straniera il cui nome non è consentito pronunciare nella politica USA, se non in adorazione.

“Tel Aviv Donald” e “Israeli Joe” sarebbero stati soprannomi perfetti, ma ovviamente nessun media mainstream negli Stati Uniti avrebbe mai riconosciuto una verità così lampante.

In Cina, gli utenti dei social media sarcasticamente chiamano Donald Trump “川建国” (ovvero “Trump il costruttore della nazione”), in quanto le sue politiche sembrano effettivamente promuovere lo sviluppo della Cina.

La sua guerra commerciale ha costretto la Cina a diversificare i propri scambi commerciali con il resto del mondo.

La sua guerra tecnologica ha spinto la Cina a investire nei punti deboli della sua catena di approvvigionamento tecnologica.

La sua guerra finanziaria ha aiutato la Cina a rendere la propria economia immune alle sanzioni e a perseguire con urgenza la de-dollarizzazione.

Pertanto, quando Trump ha attaccato l’Iran all’inizio di quest’anno, noi in Cina ci aspettavamo naturalmente un ulteriore sostegno da parte del “costruttore della nazione”.

Non siamo rimasti delusi.

Il commercio cinese ha avuto un boom come conseguenza diretta della guerra

Nei primi sette mesi dell’anno, il valore degli scambi commerciali esteri della Cina ha raggiunto i 4.460 miliardi di dollari, registrando un’espansione del 17% rispetto allo stesso periodo dell’anno precedente. Solo a luglio si è assistito a un’impennata del 24%.

Per contestualizzare la cifra, il volume degli scambi commerciali è superiore al PIL del Giappone per l’intero anno 2025.

Oltre alla rapida crescita, l’espansione commerciale della Cina ha visto un massiccio spostamento delle partnership geografiche, dai tradizionali mercati occidentali verso il Sud Globale.

Gli scambi commerciali della Cina con l’ASEAN sono cresciuti del 35%. Anche i suoi scambi commerciali con Russia, Africa e America Latina sono cresciuti più rapidamente rispetto a quelli con Europa e Stati Uniti.

Gli scambi commerciali con gli Stati Uniti rappresentano solo l’8,8% del commercio estero totale della Cina, in calo rispetto al quasi 25% di quando Trump vinse le sue prime elezioni nel 2016.

La crescita degli scambi commerciali nel 2026 è trainata dall’esplosione della domanda globale di energia verde e tecnologie avanzate cinesi.

L’interruzione delle forniture energetiche del Golfo ha contribuito in modo significativo all’adozione di prodotti di energia verde cinese, dai veicoli elettrici ai pannelli solari.

Le esportazioni di veicoli elettrici hanno registrato un aumento del 71,2% su base annua in termini di valore, trainato dalla domanda di veicoli a basso consumo energetico a seguito dell’aumento dei prezzi del petrolio dovuto alla chiusura di Hormuz.

Analogamente, le esportazioni cinesi di batterie al litio sono aumentate del 36%, poiché l’accumulo di energia è diventato fondamentale durante la crisi.

Le esportazioni di turbine eoliche sono cresciute del 35% su base annua. Le spedizioni di impianti solari sono aumentate del 24%.

La necessità di elettrificare l’economia globale, dovuta sia alla crisi energetica derivante dalla guerra sia all’enorme domanda proveniente dai centri dati dell’IA, ha determinato una crescita del 32% delle esportazioni cinesi di apparecchiature elettriche, come i trasformatori.

Lo sviluppo delle infrastrutture per l’intelligenza artificiale a livello globale ha innescato un’impennata senza precedenti delle esportazioni di prodotti elettronici.

Il valore totale delle esportazioni cinesi di semiconduttori è quasi raddoppiato.

Inoltre, la guerra ha anche reindirizzato la domanda globale verso i fornitori cinesi per materiali di base come alluminio e urea, poiché i tradizionali fornitori del Golfo, come Emirati Arabi Uniti e Qatar, sono stati tagliati fuori dalla catena di approvvigionamento globale.

Conseguenze indesiderate della guerra degli Stati Uniti contro l’Iran

Lo scoppio della guerra ha rappresentato un enorme impulso economico per le esportazioni industriali cinesi.

Mentre la guerra ha prosciugato le risorse occidentali e alimentato l’inflazione interna negli USA, la Cina ha sfruttato strategicamente il conflitto per accelerare la crescita attraverso tre canali principali. 

1. Accelerazione della transizione globale verso l’energia verde

La chiusura dello Stretto di Hormuz tramite blocchi militari ha innescato un enorme shock energetico globale legato agli idrocarburi e ai combustibili fossili.

Con l’impennata dei prezzi globali del petrolio e il collasso della sicurezza energetica tradizionale, i mercati internazionali hanno accelerato drasticamente i tempi di transizione verso le rinnovabili.

Poiché la Cina possiede la capacità produttiva più ampia e dominante al mondo nel settore delle tecnologie verdi, è diventata il beneficiario globale per eccellenza.

2. Collo di bottiglia della rete dell’IA e sostituzione del materiale di base

La guerra ha gravemente compromesso le catene di approvvigionamento industriali specializzate a valle nel Golfo Persico, danneggiando in particolare importanti impianti di trasformazione regionali come l’Emirates Global Aluminum.

Poiché la regione del Golfo forniva in precedenza circa il 21% dell’alluminio primario degli USA e il 19% di quello dell’UE, i produttori occidentali del settore aerospaziale, automobilistico ed elettronico si sono trovati ad affrontare immediate carenze strutturali.

La Cina ha occupato questo vuoto, diventando il principale esportatore di materiali di riempimento per metalli lavorati e materiali industriali.

Contemporaneamente, l’intensa espansione globale delle infrastrutture dell’IA si è scontrata con enormi limitazioni della rete elettrica a causa degli elevati costi energetici.

La Cina ha sfruttato questa situazione fornendo infrastrutture elettriche cruciali a supporto delle reti elettriche internazionali sovraccariche.

3. Buffer energetici a forte sconto e de-dollarizzazione

Mentre le nazioni occidentali soffrivano una grave inflazione causata dalla guerra e per l’aumento dei prezzi al dettaglio dei carburanti, la Cina ha protetto la propria base industriale mediante una rigorosa pianificazione strategica.

Prima del conflitto, Pechino aveva accumulato una riserva strategica di petrolio senza precedenti, pari a 1,8 miliardi di barili, acquistando massicciamente greggio iraniano e russo a prezzi scontati a causa delle sanzioni occidentali.

Questa enorme ed economica riserva energetica ha mantenuto bassi i costi di produzione nelle fabbriche cinesi, mentre i concorrenti occidentali si trovavano ad affrontare costi operativi insostenibili.

Inoltre, per aggirare i sempre più stringenti blocchi marittimi e le sanzioni bancarie USA, l’Iran ha iniziato a consentire il transito delle petroliere attraverso lo Stretto di Hormuz a condizione che le transazioni fossero regolate direttamente in RMB [ndt: renminbi] cinese.

La guerra ha di fatto accelerato l’obiettivo geopolitico a lungo termine della Cina, ovvero quello di ridurre il predominio del dollaro USA nel commercio globale delle materie prime.

La Cina sarà la maggiore vincitrice della ricostruzione postbellica in Iran 

Nessuno sa quando si raggiungerà una pace duratura nel Golfo Persico. Ma è quasi certo che ci sarà un’enorme espansione degli scambi commerciali tra Cina e Iran nel dopoguerra.

Una soluzione formale al conflitto sbloccherebbe immediatamente una sinergia commerciale senza precedenti tra Pechino e Teheran.

La ricostruzione postbellica

L’Iran del dopoguerra avrà bisogno di miliardi di dollari in rapide iniezioni di capitale per ricostruire le sue infrastrutture energetiche, marittime, logistiche e civili devastate.

Le aziende occidentali continueranno a essere soggette a restrizioni legali o a esitazioni strutturali nell’entrare nel mercato iraniano; le imprese cinesi sono quindi pronte ad agire come appaltatori principali e di default.

Questo incremento verrà assorbito senza problemi dal programma di cooperazione venticinquennale Cina-Iran preesistente, firmato nel marzo 2021.

Nell’ambito di questo piano da 400 miliardi di dollari, la Cina ha già pianificato ingenti investimenti postbellici per modernizzare le reti di trasporto, gli impianti petroliferi, i porti, i centri manifatturieri e le telecomunicazioni 5G dell’Iran.

Normalizzazione del condotto energetico

Sebbene l’attuale blocco navale statunitense abbia temporaneamente bloccato le esportazioni di petrolio via mare, la Cina rimane la principale fonte di sostentamento economico per l’Iran.

Un accordo di pace permanente eliminerà le minacce marittime nello Stretto di Hormuz, consentendo al petrolio greggio iraniano di tornare a fluire a pieno regime verso la base industriale cinese.

I giganti energetici statali cinesi avranno accesso prioritario allo sviluppo del vasto giacimento di gas di South Pars, ancora poco sfruttato, e dei principali blocchi petroliferi iraniani, assicurandosi contratti energetici a lungo termine a tariffe estremamente favorevoli, tipiche del dopoguerra.

Istituzionalizzazione del renminbi e de-dollarizzazione

La guerra in corso ha costretto l’Iran a recidere completamente la sua residua dipendenza dall’architettura finanziaria occidentale.

Durante il conflitto, Teheran ha iniziato a canalizzare i suoi scambi commerciali di materie prime esclusivamente attraverso il renminbi cinese (RMB) per aggirare le sanzioni bancarie USA.

Una volta terminata la guerra, questo sistema non tornerà al dollaro statunitense.

Il boom commerciale del dopoguerra sarà regolato tramite il Sistema di pagamenti interbancari transfrontalieri cinesi (CIPS), vincolando l’Iran all’orbita economica globale di Pechino.

Sblocco degli assets congelati per soddisfare la domanda immediata dei consumatori

Durante tutto il conflitto, una parte significativa delle entrate petrolifere dell’Iran si è accumulata in conti esteri.

Quando la guerra finirà, questi miliardi saranno sbloccati.

È altamente probabile che l’Iran converta direttamente queste riserve in linee di credito immediate per acquistare macchinari, elettronica di consumo, attrezzature per la produzione industriale e tecnologie mediche di produzione cinese.

In sintesi, gli Stati Uniti hanno lanciato una guerra criminale contro l’Iran e sono stati sonoramente sconfitti.

Hanno esaurito il loro arsenale di armi e la poca credibilità che l’esercito USA aveva conservato dal passato. E questo ha contribuito ad accelerare gli obiettivi economici della Cina.

Si è rivelato, come direbbe Trump, “un ottimo affare”. Il “maestro” dell'“arte della negoziazione” si merita appieno il suo soprannome cinese “川建国”.

Sarebbe ingiusto accusare Trump di essere il solo ad aver aiutato la Cina con la sua belligeranza e stupidità.

Prima di lui, le provocazioni di Biden nei confronti della Russia con la guerra per procura in Ucraina avevano consolidato la partnership energetica tra Cina e Russia.

Oggi la Russia esporta la maggior parte del suo petrolio e del suo gas in Cina, anziché nell’Europa occidentale.

Analogamente, le guerre interminabili di George W. Bush e Obama in Medio Oriente hanno visto la Cina emergere come principale beneficiaria della ricostruzione irachena.

Il precedente iracheno della vittoria della Cina nelle guerre di aggressione USA

Sebbene l’invasione statunitense del 2003 abbia rovesciato Saddam Hussein, le principali compagnie petrolifere americane si sono in gran parte ritirate dall’Iraq negli ultimi due decenni.

In loro assenza, Pechino è intervenuta in modo aggressivo, trasformando di fatto l’Iraq in un pilastro della propria sicurezza energetica.

Gli analisti stimano che tra il 50% e il 65% dell’intera produzione petrolifera irachena provenga attualmente da giacimenti in cui operano, investono o forniscono servizi di ingegneria aziende cinesi.

L’uscita degli USA e l’entrata della Cina

Dopo la guerra, corporations americane come ExxonMobil si aggiudicarono inizialmente lucrosi diritti per lo sviluppo dei mega-giacimenti iracheni.

Tuttavia, a causa dei bassi margini di profitto imposti dal governo iracheno, delle complesse realtà in materia di sicurezza e del cambiamento delle priorità aziendali verso lo shale oil [ndt: gas di scisto] nazionale, le società USA si sono ritirate.

ExxonMobil si è ritirata completamente dall’Iraq, cedendo le operazioni del vasto giacimento di West Qurna 1.

Al di fuori della regione autonoma del Kurdistan iracheno, le compagnie statunitensi detengono una quota inferiore al 2% nei progetti petroliferi e del gas in Iraq.

Al contrario, le aziende cinesi hanno acquisito la quota maggiore di licenze straniere per l’estrazione di petrolio e gas in Iraq (7,27%), seconde solo allo Stato iracheno stesso.

Dominio a monte e gare d’appalto 2024-2026

La presenza cinese spazia da colossi statali come PetroChina e CNOOC, a imprese private indipendenti, altamente aggressive e agili.

Durante le principali tornate di licenze irachene, la “Quinta+” e la “Sesta”, le aziende cinesi si sono aggiudicate quasi tutti i contratti per l’esplorazione e lo sfruttamento di oltre 10 nuovi giacimenti di petrolio e gas, mentre l’interesse degli Stati Uniti è stato praticamente inesistente.

Società private cinesi come Geo-Jade Petroleum, United Energy Group e ZPEC stanno investendo miliardi in Iraq. Attualmente, sono sulla buona strada per raddoppiare la loro produzione indipendente di petrolio iracheno, portandola a 500.000 barili al giorno (bpd) entro il 2030.

A metà del 2025, l’Iraq ha firmato un accordo integrato da 848 milioni di dollari con Geo-Jade per espandere il giacimento petrolifero di Tuba da 20.000 a 100.000 barili al giorno, parallelamente alla costruzione di imponenti raffinerie a valle.

Il mega-accordo “Petrolio in cambio di costruzioni”

Il predominio della Cina va ben oltre le semplici trivellazioni. È intrinseco alla ricostruzione nazionale dell’Iraq attraverso un accordo quadro formale ventennale “Petrolio in cambio di costruzione”.

In base a questo meccanismo, l’Iraq invia obbligatoriamente 100.000 barili di petrolio greggio al giorno direttamente in Cina.

In cambio, Pechino finanzia e realizza imponenti progetti infrastrutturali nazionali.

Grazie a questo accordo, le aziende cinesi hanno costruito oltre 1.000 scuole e ospedali in tutto l’Iraq, edificato un importante aeroporto civile a Dhi Qar e sviluppato enormi città residenziali.

Nell’aprile del 2026, il Primo Ministro Mohammed Shia al-Sudani ha approvato uno stanziamento di 1,5 miliardi di dollari nell’ambito di questo accordo per finanziare l’attesissimo oleodotto Bassora-Haditha, del valore di 5 miliardi di dollari.

Inoltre, la China Petroleum Pipeline Engineering Co. si è aggiudicata un contratto da 2,5 miliardi di dollari per la costruzione del gigantesco progetto iracheno di approvvigionamento idrico marino comune, necessario per far fronte alla pressione esercitata dai giacimenti petroliferi.

Cliente principale nel settore energetico e influenza geopolitica

La Cina importa quotidianamente circa 1,2-1,4 milioni di barili di petrolio iracheno, assorbendo costantemente circa il 35% dell’intera produzione nazionale irachena e affermandosi come il suo principale cliente mondiale.

A differenza di Washington, Pechino adotta una rigida politica di “non interferenza” per quanto riguarda la politica locale e la governance interna irachena.

Questo approccio conferisce alle aziende energetiche cinesi un vantaggio costante rispetto alle controparti occidentali nelle gare d’appalto per contratti statali a lungo termine.

Lo schema è lo stesso in Afghanistan: ovunque gli USA intraprendano guerre, la Cina acquisisce influenza 

In Afghanistan sta accadendo la stessa cosa.

Nonostante i persistenti rischi per la sicurezza nel paese, la Cina ha già tratto vantaggio dalla ricostruzione postbellica grazie all’accesso economico strategico.

Estrazione di minerali critici ed energia

Il principale vantaggio economico consiste nell’ottenere un accesso preferenziale alle vaste e incontaminate risorse naturali dell’Afghanistan, il cui valore è stimato in oltre 1.000 miliardi di dollari.

Le società minerarie cinesi hanno cercato con aggressività di ottenere l’accesso agli enormi giacimenti di litio e terre rare dell’Afghanistan.

La Cina detiene inoltre un accordo di estrazione a lungo termine per il giacimento di rame di Mes Aynak, uno dei più grandi giacimenti di rame non sfruttati al mondo.

Nel bacino dell’Amu Darya, nel nord dell’Afghanistan, la Xinjiang Central Asia Petroleum and Gas Co (CAPEIC) si è aggiudicata un accordo di estrazione petrolifera da 540 milioni di dollari, che consentirà alla Cina di pompare petrolio direttamente dal territorio afghano.

Espansione geopolitica e infrastrutturale (CPEC 2.0)

Il ritiro delle truppe statunitensi e della NATO ha permesso alla Cina di integrare l’Afghanistan nella sua iniziativa “Belt and Road” (BRI) senza un coinvolgimento militare.

La Cina ha esteso il Corridoio Economico Cina-Pakistan (CPEC) direttamente in territorio afghano.

La Cina ha concesso all’Afghanistan un trattamento tariffario a zero sul 100% delle sue linee tariffarie. Questa eliminazione dei dazi doganali stimola significativamente gli scambi bilaterali, consentendo l’afflusso di macchinari manifatturieri cinesi a Kabul in cambio di materie prime afghane.

Influenza diplomatica

Mentre le nazioni occidentali hanno congelato gli attivi afghani e chiuso le proprie ambasciate in seguito alla riconquista del potere da parte dei talebani nel 2021, la Cina ha mantenuto aperta la propria ambasciata.

Posizionandosi come uno dei principali contributori alla ricostruzione pacifica attraverso contratti nelle infrastrutture (come la costruzione di ospedali e complessi residenziali), Pechino si è assicurata il monopolio dell’influenza diplomatica sulla leadership talebana.

La formula cinese per vincere le guerre degli Stati Uniti

I costanti vantaggi economici e geopolitici che Pechino ottiene dagli interventi militari guidati dagli Stati Uniti sono il risultato di una strategia di ampio respiro, deliberata e strutturata.

Mentre gli Stati Uniti affrontano i conflitti globali attraverso un approccio basato sull’intervento militare e sul cambio di regime, la Cina opera secondo un modello di mutuo beneficio economico, integrazione infrastrutturale a lungo termine e rigorosa neutralità politica.

Posizionandosi come “costruttore di ultima istanza”, Pechino eredita naturalmente il panorama economico una volta che la situazione si è stabilizzata in seguito a un conflitto.

Questo beneficio sistematico è determinato da diverse dinamiche strutturali. 

1. Il vantaggio della “non interferenza”

Il principio cardine della politica estera cinese è l’assoluta non interferenza negli affari interni di altre nazioni.

Quando gli Stati Uniti scatenano una guerra o spingono per un cambio di regime, spesso subordinano gli aiuti, gli scambi commerciali e il riconoscimento diplomatico a successive rigide condizioni politiche, minando di solito direttamente la sovranità dello stato bersaglio.

Al contrario, Pechino non impone alcuna condizione politica o ideologica ai suoi partner.

Per le nazioni devastate dalla guerra e desiderose di ricostruirsi, le imprese cinesi rappresentano un’alternativa estremamente attraente.

Offrono uno sviluppo infrastrutturale immediato – strade, ponti, aeroporti e scuole – senza richiedere un allineamento politico, consentendo alle élite locali di mantenere il potere mentre stabilizzano rapidamente le proprie economie.

2. Asimmetria del rischio: sangue contro capitale

Quando inizia una guerra, Washington si fa carico degli immensi e gravosi costi finanziari e umani del conflitto: migliaia di miliardi di dollari in spese militari, logistica, intelligence e operazioni di combattimento attive.

La Cina evita completamente il campo di battaglia. Aspetta invece che il conflitto si concluda o si stabilizzi, per poi impiegare capitali statali per acquisire asset a prezzi fortemente scontati.

In Iraq, mentre gli Stati Uniti spendevano oltre 2 trilioni di dollari per lo sforzo bellico, le aziende cinesi hanno riempito il vuoto lasciato dalle principali compagnie petrolifere americane che si ritiravano dal paese.

Pechino si è assicurata contratti petroliferi dominanti a monte della filiera senza perdere un solo soldato né sparare un colpo, trasformando di fatto una campagna militare statunitense in una fonte sicura di energia per la Cina.

3. Capitalizzare le sanzioni occidentali e de-dollarizzare

Quando gli Stati Uniti intraprendono una guerra economica o militare contro un Paese, la loro arma principale consiste nell’isolare quella nazione dal sistema finanziario occidentale attraverso il blocco dei conti bancari SWIFT e le sanzioni commerciali.

Costringendo le aziende occidentali ad abbandonare un Paese bersaglio (come l’Iran o la Russia), gli Stati Uniti eliminano involontariamente ogni concorrenza di mercato per la Cina.

La Cina diventa l’unica grande economia globale disposta e in grado di acquistare le materie prime di quel paese isolato.

Ciò conferisce a Pechino un enorme potere contrattuale per acquistare risorse vitali, come il petrolio greggio iraniano e russo, a prezzi estremamente inferiori a quelli di mercato, riducendo drasticamente i costi operativi della base manifatturiera nazionale cinese.

Inoltre, poiché queste nazioni sanzionate non possono più commerciare in dollari USA, sono costrette a regolare le transazioni in RMB cinesi, accelerando rapidamente l’obiettivo strategico a lungo termine della Cina di de-dollarizzare il commercio globale delle materie prime.

4. Distrazione geopolitica

Ogni importante intervento militare USA agisce come un enorme diversivo strategico, distogliendo l’attenzione, le risorse e il capitale politico di Washington dalla competizione diretta con la Cina nella regione dell’Asia-Pacifico.

L’invasione dell’Afghanistan nel 2001 e la guerra in Iraq nel 2003 hanno di fatto garantito alla Cina “due decenni d’oro” di incontrastata crescita economica.

Mentre gli USA erano impantanati nella guerra di controinsurrezione in Medio Oriente, la Cina ha silenziosamente sviluppato i suoi settori tecnologici interni, si è assicurata il monopolio della catena di approvvigionamento globale di energia verde e ha portato avanti la sua imponente iniziativa “Belt and Road”.

I conflitti e le guerre per procura guidati dagli Stati Uniti a metà degli anni 2020 continuano questa tendenza.

Mentre Washington esaurisce le sue scorte di munizioni, mette a dura prova il suo bilancio e distoglie l’attenzione dalla politica interna per gestire le guerre all’estero, la Cina rimane libera di espandere sistematicamente le sue reti commerciali in tutta l’ASEAN, l’America Latina, il Medio Oriente e l’Africa.

Conclusione

In un linguaggio che i capitalisti possono comprendere: la conquista e l’occupazione militare semplicemente non producono un ritorno positivo sugli investimenti nel mondo moderno.

La divergenza strutturale tra Stati Uniti e Cina negli ultimi decenni rappresenta un chiaro caso di studio concreto che dimostra perché la diplomazia commerciale e pacifica sia di gran lunga più redditizia e sostenibile dell’imperialismo militarista.

L’imperialismo militarista statunitense si basa su sanzioni, blocchi e distruzione fisica, tutti elementi che riducono la torta economica globale.

Viceversa, la diplomazia pacifica e il commercio cinesi creano mercati.

L’iniziativa cinese “Belt and Road” si basa sul presupposto che un Paese dotato di una nuova ferrovia, un porto o una rete 5G costruiti dalla Cina diventi un consumatore a lungo termine di beni cinesi.

Non si possono vendere veicoli elettrici ad alta tecnologia, hardware per l’intelligenza artificiale o beni di consumo a un paese che è stato bombardato fino al collasso economico.

Grazie alla diplomazia, che mantiene aperte e stabili le rotte commerciali, la Cina garantisce la crescita dei mercati globali, alimentando così la propria economia trainata dalle esportazioni.

Infine, nelle relazioni internazionali, la buona volontà e la prevedibilità sono risorse economiche di grande valore.

La posizione diplomatica della Cina, rigorosamente orientata al business e priva di pregiudizi, la rende un partner sicuro e senza attriti per i paesi del Sud del Mondo.

Questa reputazione apre le porte a lucrosi appalti infrastrutturali e ad accordi commerciali a lungo termine, che sono preclusi alle nazioni occidentali.

In definitiva, l’ultimo quarto di secolo ha dimostrato una lezione inequivocabile di grande strategia: la ricchezza si genera costruendo fabbriche, integrando le catene di approvvigionamento e dominando le rotte commerciali, non conducendo guerre o cambiando regimi con la forza.

Scegliendo la via della diplomazia commerciale anziché quella dell’espansione militare, la Cina ha di fatto ottenuto i vantaggi economici del XXI secolo senza pagare il prezzo devastante della guerra.

In definitiva, l’atteggiamento bellicoso degli Stati Uniti ha direttamente favorito l’espansione commerciale della Cina in tutto il mondo.

In una giravolta ironica del destino, gli sforzi del regime statunitense per sottomettere altri paesi e contenere la Cina gli si sono completamente ritorti contro: gli Stati Uniti sopportano i costi delle loro guerre e Pechino ne raccoglie i frutti.

È uno scherzo solo a metà il fatto che i cinesi chiamano Trump “川建国”.

Pechino è diventata la più grande vincitrice delle guerre dell’America.

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Esce a ottobre “Il Grido. I settecento giorni di Gaza”

I settecento giorni di Gaza sono raccontati da un film che qualcuno avrebbe voluto far tacere. “Il Grido” è film nato per aprire uno squarcio nel muro di silenzio costruito attorno all’assedio di Gaza. E ieri, quel muro ha ceduto un altro pezzo: tutti i principali giornali hanno riportato in prima pagina, con grande risalto, che Netanyahu era stato avvertito dell’attacco di Hamas del 7 ottobre e non fece nulla.

Chi ha visto in anteprima “Il Grido” lo sapeva già da mesi. Sul primo cartello del film, girato ben prima di questa rivelazione, si legge: “Il 7 ottobre 2023 i militanti di Hamas lanciano un attacco contro Israele prendendo 220 ostaggi e uccidendo più di 1200 persone. Avvertito in anticipo dai servizi segreti di paesi arabi del pericolo di un attacco, Benjamin Netanyahu e l’esercito non fanno nulla”. Non era una congettura, non era un’ipotesi azzardata del regista Giancarlo Bocchi, era il frutto di due anni di ricerca meticolosa, di fatti verificati uno per uno.

La cronaca, oggi, gli dà ragione. Eppure, nei festival internazionali e in molti eventi locali, su questo film è calato un silenzio colpevole. Perché “Il Grido” mostra una realtà molto più dura e tragica di quella raccontata in televisione, e in parte anche sui giornali.

Per impedire che questa verità emergesse, il governo israeliano ha bandito la stampa internazionale da Gaza e ha commesso il crimine di guerra di assassinare più di 260 giornalisti locali.

Ma la verità, quando qualcuno la cerca con ostinazione, trova sempre una crepa da cui filtrare.

Nei primi mesi del conflitto, superando ogni ostacolo della censura israeliana, il regista è riuscito a contattare giovani filmmaker dentro Gaza, ragazzi che, sfidando la propria sorte, gli inviavano clandestinamente, giorno dopo giorno, le loro riprese, cercando faticosamente di notte un segnale internet instabile che arrivava dal mare. Non erano scampoli di pochi secondi buoni per un telegiornale. Erano sequenze lunghe, intere, di eventi tragici e disastrosi, la vita vera, non filtrata, non tagliata.

Da quel materiale è nato “Il Grido”, un film documentario che diventa documento storico sulla vita, l’umanità, la resilienza, le sofferenze, i pensieri di un popolo. Un film senza censure e senza silenzi, che ha un solo, vero protagonista: un popolo intero. Giancarlo Bocchi non è nuovo a queste battaglie. Ha alle spalle una lunga esperienza di documentari sui conflitti, due dei quali girati in Palestina. Nel 2001, con “Un giorno a Gaza”, aveva documentato la vicenda del piccolo Mohammed Al Dura, la cui uccisione per mano dell’esercito israeliano fece esplodere la Seconda Intifada. Per aver osato smontare la tesi della propaganda sionista, che con perizie artefatte tentava di coprire le responsabilità israeliane, i soldati gli spararono a Ramallah. Nel 2006 era tornato sul campo per filmare il conflitto tra Israele e Libano nel documentario “WARS”, occupandosi anche di un sinistro protagonista della cosiddetta “Brigata ebraica”.

La vicenda di questo film è, in fondo, lo specchio di una situazione che non riguarda solo l’Italia, ma molti altri paesi dove alla libertà d’espressione vengono imposti bavagli più o meno occulti.

Bocchi lo dice senza mezzi termini: “Cosa direbbero due miei grandi amici con i quali ho lavorato anni fa, due grandi artisti ebrei, Wolf Vostell del gruppo Fluxus e Boris Lurie della No Art, entrambi scampati ai campi di sterminio nazisti, che avevano fatto della libertà d’espressione il centro del loro lavoro? Oppure Gustav Kanhweiler, amico e mercato d’arte ebreo tra i primi al mondo di artisti come Henry Moore e Pablo Picasso, donerebbe ancora la sua grande collezione al Museo di Tel Aviv dopo il genocidio a Gaza?
Se si vuole punire il neonazismo e il negazionismo bastano le leggi esistenti; promulgare invece una legge sull’antisemitismo nelle forme che sappiamo, è un grave pregiudizio alla libertà d’espressione e al diritto di critica. Con questa legge anche “Il Grido”, che è basato solo su immagini della realtà, ovvero vere, potrebbe essere colpito. Invece sarebbe indispensabile una legge contro il sionismo paramilitare, per smascherare finalmente i suoi servitori che si annidano in Italia nelle istituzioni e nei media.”


E mentre in Italia si discute di leggi bavaglio contro chi denuncia, c’è un dettaglio che nessuno sembra voler guardare in faccia: in questo paese si vendono ancora “armi non letali” agli israeliani.

In che film esistono “armi non letali”? Anche un giubbotto antiproiettile per la legge è un’arma. “Armi non letali” è una definizione che non regge alla prova dei fatti, uno specchietto retorico per continuare a fare affari mentre si guarda altrove. Non è che i criminali di guerra israeliani abbiano ancora, in Italia, dei complici occulti?

Per non subire censure di nessun genere, “Il Grido” uscirà con una distribuzione indipendente.

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Gli USA pressano gli alleati NATO per abbandonare la Corte Penale Internazionale

Secondo quanto rivelato da un’inchiesta di Politico, gli Stati Uniti hanno chiesto agli alleati della NATO di ritirarsi dal trattato istitutivo della Corte Penale Internazionale (CPI) e di collaborare per depotenziarne l’operato a livello globale. La richiesta è stata avanzata a porte chiuse a Bruxelles, durante una riunione tra i rappresentanti permanenti dei 32 paesi membri dell’alleanza.

Come ormai d’abitudine per l’amministrazione Trump, non sono mancate minacce velate. L’inviato statunitense, Matthew Whitaker, avrebbe chiuso il proprio discorso dicendo ai partner: “osserveremo attentamente chi si schiera dalla parte dell’America”. Come per l’aggressione all’Iran, la Casa Bianca sta usando attivamente la propria posizione dominante nella filiera occidentale come leva per riallineare i “vassalli” europei ai propri interessi.

Parallelamente al vertice, la delegazione stelle-e-strisce ha fatto circolare un documento programmatico molto netto. Washington dichiara l’intenzione di voler smantellare sistematicamente le capacità della CPI. “Vi chiediamo con fermezza di adottare immediatamente le misure necessarie per il ritiro”, affermerebbe il testo statunitense.

L‘amministrazione Trump sollecita le capitali alleate ad avviare immediatamente le procedure di recesso dallo Statuto di Roma, il trattato del 1998 su cui si fonda la Corte, a interrompere ogni sostegno materiale, finanziario e logistico all’istituzione dell’Aja, e a condannare pubblicamente i presunti “abusi di potere” dell’organismo internazionale, definito una minaccia alla sovranità nazionale.

L’offensiva diplomatica rappresenta il culmine di una linea dura condotta dal Segretario di Stato americano Marco Rubio, che neanche troppo dietro le quinte vede pure Israele impegnato nello smantellamento del diritto internazionale. Una vittoria sostanziale è stata raggiunta con la destituzione del procuratore della Corte Penale Internazionale Karim Khan.

Washington contesta i mandati di arresto nei confronti del primo ministro israeliano Benjamin Netanyahu e dell’ex ministro della Difesa Yoav Gallant, emessi per i crimini commessi a Gaza. Ad ogni modo, è sin dall’amministrazione Clinton che gli USA hanno ostacolato le attività dell’Aja. Anche Biden, pur togliendo le sanzioni imposte ai giudici durante la prima amministrazione Trump, ha ribadito la tutela dei cittadini statunitensi contro le accuse mosse in relazione ai crimini compiuti durante la guerra in Afghanistan.

Stando alle informazioni raccolte da Politico attraverso tre funzionari rimasti anonimi, di fronte a questa nuova offensiva contro la CPI sono stati la Francia e i Paesi Bassi a esprimere la più netta contrarietà alle richieste statunitensi. Ma come detto, non è Washington ad aver cambiato atteggiamento. In realtà, è proprio in seno alla UE che diversi paesi hanno nei fatti disconosciuto e delegittimato i mandati dell’Aja.

L’aereo di Netanyahu è passato più volte nello spazio aereo greco e italiano, e a inizio del 2026 ha sorvolato anche il territorio francese. Roma ha evidentemente mancato di adempiere agli obblighi dello Statuto di Roma anche nel caso Almasri. Insomma, di facciata i paesi del Vecchio Continente si dicono a tutela del diritto internazionale, ma nei fatti se ne disinteressano quando ciò va in conflitto con i propri interessi imperialistici.

Per questo appare evidente che la questione CPI, in questo frangente, viene trasformato in un ulteriore teatro di attrito tra le due sponde dell’Atlantico. Da parte sua, la Corte ha risposto confermando che l’istituzione continuerà a svolgere il proprio lavoro, dicendosi pronta a resistere a ogni tentativo di interferenza e delegittimazione.

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Naza. La tecnica fredda del genocidio

Siamo andati a vedere Naza, il film più atteso e più importante del concorso veneziano, pensando che il titolo fosse un gioco di parole fra “Gaza” e “Nazi”. Sapevamo, come tutti, che è diretto da due registi che avevano già lavorato al documentario No Other Land (vincitore dell’Oscar), Yuval Abraham e Rachel Szor. E sapevamo che nel film parlano 24 esponenti dell’esercito e dell’intelligence israeliani, nelle modalità che ora vi descriveremo.

Abbiamo scoperto dalle primissime battute del film che il termine “naza” è invece un acronimo che indica in ebraico i “danni collaterali”, le persone innocenti che potrebbero essere uccise nel momento in cui viene colpito un “obiettivo”, ovvero un militante (o presunto tale) di Hamas attivo nella striscia di Gaza.

Ma può darsi che il gioco di parole da noi ipotizzato, sotto sotto, ci sia: e il fatto che l’IDF e il Mossad definiscano così i morti palestinesi rende il tutto doppiamente sinistro.

No Other Land era un documentario sulla Cisgiordania, sulle violenze dei coloni. Era diretto da quattro registi: oltre ai due citati, Basel Adra e Hamdan Ballal, palestinesi. Era dunque un raro e coraggioso esempio di collaborazione fra cineasti israeliani e palestinesi.

Naza è firmato dai soli Abraham e Szor ed è facile capire perché: solo degli israeliani, probabilmente, potevano convincere dei militari a sbottonarsi in quel modo.

Prima di ogni altra cosa crediamo sia giusto riportarvi le loro parole, dal catalogo della mostra: “Abbiamo realizzato questo film spinti dal dovere di usare la nostra posizione di israeliani per analizzare i sistemi dietro all’uccisione di massa di civili palestinesi di cui il nostro Paese è responsabile. Durante le riprese negli ultimi tre anni, ci siamo trovati a porci le stesse domande della generazione dei nostri nonni e di tutto il Novecento: come può un gruppo di persone permettere la totale disumanizzazione di un altro? Come funziona dall’interno un sistema del genere?”.

È inoltre fondamentale aggiungere alcune informazioni sulla produzione. Le interviste montate negli 80 minuti di film sono già state pubblicate sul quotidiano britannico The Guardian, che co-produce il film e che le ha realizzate in collaborazione con due organi di stampa indipendenti, +972 Magazine e Local Call.

Fra i produttori figura Jonathan Glazer, il regista di La zona d’interesse (il film su Auschwitz), e magari può essere interessante sapere che Glazer, nato a Londra, è un ebreo ashkenazita.

Il Guardian è per così dire il “garante giornalistico” del film. È importante dirlo perché vedendo il film potrebbe sorgere il sospetto della messinscena: una didascalia iniziale ci informa che i volti dei testimoni sono volutamente invisibili e le loro voci sono state digitalmente alterate, per renderli non identificabili. Per cui qualcuno potrebbe alzare il ditino e chiedere: chi ci assicura che siano veri? Lo assicura il Guardian, uno dei giornali più seri del mondo.

Naza è tutto girato di notte. I volti degli intervistati sono sempre al buio. Le interviste avvengono sul tetto di un palazzo di Tel Aviv: si vede tutta la città, i televisori accesi nelle case, il traffico, l’edificio dove ha sede il comando dell’IDF, l’esercito israeliano.

Tel Aviv fa da controcanto alle dichiarazioni. Che sono spaventose. A un certo punto Abraham – che invece è riconoscibile come intervistatore – chiede a uno dei tecnici dell’IDF se pensa che a Gaza sia in corso un genocidio. “Ovviamente sì”, è la risposta.

Poi l’uomo, che è un tecnico video, di quelli che osservano Gaza attraverso i droni, racconta di quando i palestinesi sono accorsi a migliaia a una distribuzione di cibo. “C’era questa fiumana di persone, e ogni tanto qualcuno usciva dallo spazio prestabilito dove potevano camminare, e i nostri cecchini avevano l’ordine di abbatterli, chiunque fossero, anche bambini. Ne avranno ammazzati a decine”.

E tu cosa provavi a vedere queste cose? “Beh, era divertente. Sembrava un videogioco. Era incredibilmente divertente”.

Vanno dette due cose. Nessuno degli intervistati è un soldato che lavorava – diciamo così – sul campo. Sono tutti addetti alla sorveglianza video e audio, alle intercettazioni, all’individuazione del “nemico”. E questo è importante: non è gente che ha ammazzato qualcuno, e gli va riconosciuto il coraggio di testimoniare.

Ma l’altra cosa da dire è che nessuno di loro sembra particolarmente sconvolto da ciò che ha visto e che ha contribuito a fare. Tre o quattro di loro lo dicono chiaramente: “Io sono un tecnico. Io individuo un terrorista nel suo appartamento e dico all’autorità militare che intorno a lui ci sono dieci, venti, cento naza, possibili vittime collaterali. Poi è l’ufficiale che decide se sparare o no. Sono le regole. Io obbedisco alle regole”.

Più o meno quello che diceva Eichmann nel famoso processo raccontato da Hannah Arendt.

Uno dei passaggi più impressionanti, ma anche più illuminanti del film è la descrizione dell’operazione Lavender – l’hanno chiamata così, “lavanda”, come un profumo. È una pura operazione di intelligence. IDF e Mossad, secondo questi testimoni, controllano TUTTI i telefoni cellulari attivi a Gaza. Possono entrarci, vedere le foto, leggere i messaggi. Basta che un telefono comunichi una volta con il telefono di un militante di Hamas perché quella persona diventi a sua volta un potenziale terrorista.

Ovviamente i telefoni sono localizzati. Quando si decide di eliminare un esponente di Hamas, lo si individua attraverso il cellulare, possibilmente a casa, di notte, mentre dorme: “È più sicuro”.

Uno dei testimoni racconta che una volta si sono assicurati che il cellulare fosse nello stesso punto da un po’ di tempo, poi hanno colpito: “Il giorno dopo abbiamo scoperto che l’uomo era uscito e aveva dimenticato il telefono a casa. Abbiamo ammazzato tutti i suoi familiari e i suoi vicini e lui se l’è cavata. Dal punto di vista professionale è stato uno smacco”.

Un altro confessa che Lavender funziona all’85%. Quindi – chiede Abraham – nel 15% dei casi ammazzate gente che non c’entra nulla. “Sì”. Il testimone non lo dice, ma si capisce chiaramente che – dal punto di vista dell’esercito israeliano – a Gaza non esistono persone “che non c’entrano nulla”.

Naza è il film più terribile e spaventoso che abbiate mai visto. Perché è “freddo”. Non gioca sull’emotività. Questa gente non piange né si emoziona raccontando queste cose. È il loro lavoro. Sono i volonterosi carnefici di Netanyahu.

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Lettera ad un cittadino statunitense, dopo l’11 settembre

di Gabriel Garcia Màrquez

Cosa si prova? Cosa si prova quando l’orrore divampa nel tuo cortile e non nel soggiorno del vicino?

Cosa si prova davanti a quella paura che ti attanaglia il petto, a quel panico incorniciato nel rumore assordante, alle fiamme senza controllo, ai palazzi che crollano, a quello spaventoso fetore che trafigge i polmoni, davanti agli occhi degli innocenti che camminano coperti di sangue e di ceneri?

Cosa si prova, quando arriva nella tua casa l’incertezza su quello che potrebbe succedere? Come si esce da questo stato di shock? Lo stesso nel quale deambulavano immersi, nell’agosto del 45’, i sopravvissuti di Hiroshima.

Nulla è rimasto in piedi dopo che il bombardiere nord-americano Enola Gay ebbe scaricato la bomba. Nel giro di pochi secondi morivano 80.000 uomini, donne e bambini. Altrettanti sarebbero deceduti negli anni che seguirono, a causa delle radiazioni.

Ma quella era una guerra lontana e non c’era nemmeno la televisione.

Come ti senti oggi, quando le terribili immagini della televisione ti dicono che quel che sta succedendo non accadde in una terra lontana ma nella tua casa?

Un altro undici di settembre, ma di 28 anni fa, fu assassinato un Presidente di nome Salvador Allende, mentre resisteva ad un colpo di stato organizzato dai tuoi governanti.

Furono anch’essi tempi di orrore, ma succedevano in un posto molto distante dalla tua linea di confine, in un’ignota repubblichetta sudamericana.

Queste repubblichette sostavano nel tuo cortile interno e non ti sei mai preoccupato quando i tuoi marines entravano in esse, mettendo tutto a ferro e fuoco, per imporre i tuoi punti di vista.

Lo sapevi che tra il 1824 e il 1994 il tuo paese portò a termine 73 invasioni in paesi dell’America Latina? Le vittime furono Puerto Rico, Messico, Nicaragua, Panamà, Haitì, Colombia, Cuba, Honduras, Repubblica Dominicana, Isole Vergini, El Salvador, Guatemala e Granada.

È da quasi un secolo che i tuoi governanti sono in guerra. Dall’inizio del ventesimo secolo, non c’è stato un conflitto armato nel Mondo nel quale il tuo Pentagono non fosse coinvolto. Certo, le bombe allora esplodevano sempre al di fuori del tuo territorio, con la sola eccezione di Pearl Harbor, quando l’aviazione giapponese bombardò la settima flotta, nel 1941.

Ma l’orrore è rimasto sempre lontano.

Quando le Torri Gemelle sono crollate, quando hai visto le immagini dalla televisione o hai ascoltato le grida quella mattina, hai pensato per un solo secondo a quello che sentirono quotidianamente i contadini del Vietnam attraverso i lunghi anni della guerra? A Manhattan la gente cadeva dall’alto dei grattacieli come tragiche marionette. In Vietnam, la gente correva tra urla strazianti perché il Napalm continuava a bruciare la carne per molto tempo e la morte che seguiva era spaventosa, tanto quanto quella di chi si è lanciato in un salto disperato verso il vuoto.

La tua aviazione non ha lasciato una fabbrica in piedi né un ponte in Jugoslavia. In Iraq furono 500.000 i morti. (Nella prima campagna - NdT.) Mezzo milione di anime fu il bottino dell’operazione “Tempesta nel Deserto”, incalcolabili i corpi dilaniati in luoghi esotici quali Vietnam, Iraq, Iran, Afganistan, Libia, Angola, Somalia, Congo, Nicaragua, Repubblica Dominicana, Cambogia, Sudan, Jugoslavia e, a continuare, la lista sarebbe interminabile.

In ognuno di questi paesi, la gente veniva massacrata da proiettili fabbricati nel tuo paese, sparati dai tuoi ragazzi, da gente iscritta nel libro paga del tuo Dipartimento di Stato, solo e soltanto affinché tu potessi continuare a godere del tuo proverbiale stile di vita americano.

Da quasi un secolo il tuo paese è in guerra col mondo.

Curiosamente, i tuoi governanti scatenano i loro Cavalieri dell’Apocalisse in nome della libertà e della democrazia. Ma dovresti sapere che per molti popoli del mondo (di questo Pianeta nel quale muoiono quotidianamente 24.000 persone vittime della fame o di malattie altrove guaribili) gli Stati Uniti non rappresentano la libertà ma un nemico lontano e terribile che semina soltanto guerra, fame, paura e distruzione.

Sono sempre stati conflitti bellici lontani per te, ma per chi abita quei luoghi sono una dolorosa realtà quotidiana, una guerra nella quale i palazzi vengono molto frequentemente giù e dove la gente va spesso incontro ad una morte raccapricciante.

E le vittime sono sempre, per il 90 per cento, civili. Donne, anziani, bambini.

Effetti collaterali.

Come ci si sente quando l’orrore bussa alla tua porta, anche solo per un istante, per un singolo giorno?

Come ci si sente quando si pensa che le vittime di New York sono segretarie, operatori di borsa o impiegati delle pulizie che pagavano regolarmente le loro tasse e non avevano mai fatto male neanche ad una mosca?

Com’è la paura ?

Come ci si sente, cittadino americano, quando si pensa che la lunga guerra è finalmente sbarcata a casa propria?

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12/09/2026

Lo Spirito Continua, i quarant’anni del più grande disco hardcore italiano

Quando uscì, luglio 1986, Lo Spirito Continua io non avevo ancora compiuto due anni di età, per cui no, è inutile che mi chiediate se c’ero. Ovvio, non ho vissuto nulla in diretta di quelle schegge impazzite dell’hardcore italiano di quarant’anni fa. Con tutti i limiti possibili (il tempo passato, la sua natura reietta e refrattaria) è una storia che è stata comunque documentata diffusamente e celebrata, a beneficio anche di chi, come appunto il sottoscritto, non c’era. Mica rose e fiori: eroina, disagio a dosi industriali, una società che oscillava tra le bombe nei treni e i culi in televisione. Unica prospettiva concreta: entrare come ingranaggio a un certo punto della catena di montaggio.

Non volessimo pensare anche al contesto, la vitalità confusa ma devastante di Negazione, Indigesti, Nerorgasmo, Raw Power, I Refuse It, C.C.M., Wretched, Kina e cento altri basterebbe per lasciare sbigottiti, oggi. Senza soldi, senza produzioni, senza locali, promoter. Eppure in centinaia (in Italia, in altre migliaia nel mondo) sono riusciti comunque a lasciare incise cicatrici formidabili sulla pelle, sui muri, sul vinile. Se ci sono riusciti penso fosse perché non si trattava solo di musica. Non era arte, figuriamoci se era intrattenimento. Era semplicemente il modo migliore che avessero per sentirsi vivi, in mezzo alle macerie. Lo Spirito Continua è giustamente considerato da molti il disco fondamentale di quella stagione, poi ognuno ha la sua opinione, come è giusto che sia.

Con tutte le differenze del caso, l’album di recente è stato oggetto di mostre fotografiche e libri, come successo pure ai C.C.C.P.. Con tutte le differenze del caso: se i reggiani sono un’operazione totalmente (o quasi) cerebrale, i torinesi sono viscere e carni dilaniate. Non ne è seguita in questo caso una reunion, come ritengo giusto che sia, forse non solo per la scomparsa di Marco Mathieu. In verità non stava a loro, a gente di cinquanta e passa anni di cicatrici sulle spalle, ravvivare quello spirito ancora una volta. Credo che non sarebbe stata mai la stessa cosa, semplicemente perché l’energia istintiva di un disco del genere non la puoi replicare, la puoi solo trasmettere. Lasciare come un testimone. Come loro hanno già fatto quarant’anni fa. Risuonare la scaletta su un palco di un festival estivo con qualche bravo turnista, una volta più di tutte, sarebbe stato probabilmente altro. Lo Spirito Continua, se vuoi celebrarlo, lo fai andando a cercare chi oggi cerca di esprimere in qualche misura un’energia e una vitalità paragonabili, non necessariamente solo nel punk.

Quando uscì Lo Spirito Continua i quattro Negazione avevano su per giù tra i venti e i ventidue anni. Ed erano al primo disco intero, dopo split e singoli già leggendari come Tutti Pazzi. Eppure resta un disco che fa categoria a sé, qualcosa di talmente compiuto, a suo modo perfetto, che è difficile confrontarlo con qualcos’altro, anche fossero le uscite precedenti e successive dello stesso gruppo. Musicalmente straordinario, un punk convulso e metallico, selvaggio e hardcore. Che, per dire, riviste americane come Flipside e Maximum R’n’R ai tempi definivano come “thrash”. Non thrash metal, non come lo si intende, ma comunque lì, da qualche parte in direzione di quel crossover tra thrash metal e hardcore che in America era già qualcosa, al tempo. Da qui forse le sneakers, le bandane e quell’aspetto esteriore meno ascetico della media delle band hardcore italiane. Ritmi quasi sempre velocissimi, cambi di tempo repentini, riff feroci, intricati, sempre cangianti e sorprendenti. Urla. Non riesci ad ascoltarlo senza che ti venga il fiatone, anche a farlo comodamente seduto in poltrona. Musicalmente eccezionale, energico, avventuroso e vivo, Lo Spirito Continua però si distingue rispetto ad altri dischi straordinari punk e metal dei tempi anche e soprattutto per le parole. Io non so giudicare se siano poesia o ingenuità di ventenni, ma i testi di queste canzoni sono sicuramente schiaffi che bruciano ancora, bruciano sempre.

Non sprecare parole e sorrisi per me
Io conosco gia’ la fine del libro
Non mi serve addolcire il dolore
Perche’ io ho perso
Ho gia’ scelto la sconfitta
La vittoria della sconfitta
Quante volte ancora mi mostrerete
Che questo posto non e’ il mio
In ogni istante, ad ogni occhiata
In ogni pensiero, ad ogni azione
Sempre, fino a quando crepero’
Davanti a qualche vostro palazzo
In ginocchio, con il corpo distrutto
Ma con la mente attiva
Perche’ l’odio rimane
Quando mi chiedete perche’
Mi fate ancora piu’ schifo
Io odio la vostra ipocrisia
Io voglio e non chiedo perche’
Conosco gia’ la risposta
Troppe volte il bello diventa brutto
Troppe volte soffro, troppe volte…
Non sprecare sorrisi e parole per me…

La prima metà del disco è nichilismo radicale, rivendicato con orgoglio, a viso aperto. La Vittoria della Sconfitta, Lasciami Stare, Diritto Contro un Muro e Niente sono forsennate e recidono immediatamente qualsiasi possibilità di mediazione, di compromesso. Anche se sempre o quasi in modalità urlo, le parole di Zazzo sono quasi tutte intelligibili, non lasciano scampo. Il lato B è invece quello della riconciliazione, quello che sostituisce l’Io con il Noi, che trasforma l’odio in cambiamento, come un’alchimia. Subito Un Amaro Sorriso segna il cambio di prospettiva con quel “lucidi guerrieri pronti a vendicare la vita”. La presa di coscienza che il rifiuto delle istituzioni, dei dogmi e della coercizione non preclude la voglia di vivere e l’empatia per chi condivide la sofferenza e forse la lotta. Lotta di ogni giorno, personale, che è politica anche se qualcuno forse, nel decennio precedente, l’avrebbe bollata come qualunquismo, perché la dimensione politica precluderebbe quella personale.

Ma negli anni ‘80 ormai anche quella narrativa del decennio precedente stava venendo spazzata via da trasmissioni televisive e manovre ben più subdole e permanenti. Certi veli ormai erano caduti del tutto o quasi. E poi, se gli ideali si trasformano essi stessi in prigioni o chiese, non c’è da sorprendersi se vengono rifiutati. La musica de Lo Spirito Continua è politica, come lo era ai tempi crearsi un circuito da zero, entrando in relazione con gente anche lontana, evitando qualsiasi compromissione, per condividere il proprio modo di stare al mondo. Ironico forse che la conclusione di un disco così inizi proprio con una chitarra folk. Potrebbe benissimo essere quella di una vecchia canzone di protesta. Poi folate elettriche ed epiche e accelerazioni furenti. È la stessa Lo Spirito Continua, conclusione e insieme apice di un disco formativo come pochissimi altri. Almeno per il sottoscritto. Si chiude il cerchio iniziato meno di mezz’ora prima con La Vittoria della Sconfitta:

Lo spirito continua….
…continua…lo spirito…
Dietro lamenti melodiosi
Risuona la voce di un vecchio
A raccontare il senso di una vita
Collezione di attimi
Per le sensazioni più belle
Ma lo spirito continua!
Leggo di me negli occhi di gente sconosciuta
Leggo di me in loro
E non sono ostili
Ma il ricordo puo’ uccidere il bisogno…
…non ho paura di quel rumore
C’è un lampo nei tuoi occhi
Che non potrò mai spiegarti
Mentre ti alzi e te ne vai
Guardo verso una parola lontana…
…Il gioco di immagini è riuscito
Esplode una risata sensuale…
Io sorrido sopra il mio odio
Scoprendomi dentro un amore spesso negato
Scopro te nel mio corpo
Non voglio ucciderti
Devi solo imparare a conoscermi
Io farò lo stesso
E forse allora anche la ferita
Farà meno male
Lo spirito continua
Potremo davvero essere vecchi e forti 

Avevano venti, ventidue anni al massimo i Negazione quando è uscito Lo Spirito Continua. Come Negazione esistevano da solo due anni. In quei due anni si erano fatti conoscere nel giro hardcore d’Italia e d’Europa pubblicando questi ventotto minuti formidabili. E in questi ventotto minuti soltanto sono stati capaci di trasformare l’odio in una energia (pro)positiva. Una lezione, una fiaccola che da quarant’anni non si spegne. (Lorenzo Centini)


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