Le prime ore del mattino del 3 gennaio 2026 hanno segnato un punto di svolta nella lotta secolare del Venezuela e dell’America Latina per l’autodeterminazione e l’indipendenza.
L’Operazione “Risoluzione Assoluta”, ordinata dall’amministrazione Trump, ha costituito l’assalto militare più brutale e diretto a uno stato sovrano nella regione degli ultimi tempi. In un’operazione scioccante che ha lasciato centinaia di morti, il presidente Nicolás Maduro e la first lady Cilia Flores sono stati illegalmente rapiti dal suolo venezuelano e trasportati negli Stati Uniti, dove ora affrontano accuse inventate in un centro di detenzione federale a New York.
Nei due mesi successivi a questo atto di guerra, un torrente di speculazioni è emerso da cosiddetti esperti e opinionisti in tutto lo spettro politico. Questo ha seguito tre linee principali:
1) Il successo dell’operazione indicava tradimento ai più alti livelli della Rivoluzione Bolivariana.
2) La presidente ad interim Delcy Rodríguez e la restante leadership hanno abbandonato il progetto bolivariano e la trasformazione socialista, consegnando il paese, la sua economia e le sue risorse all’imperialismo statunitense.
3) Nelle relazioni estere, la leadership venezuelana ha abbandonato il suo storico anti-imperialismo.
Nell’insieme, queste affermazioni equivalgono a una proclamazione che il cambio di regime è riuscito in Venezuela.
Sono tutte false, e riflettono un approccio amatoriale e superficiale alla politica, reazioni impulsive ai fatti (‘hot takes’) piuttosto che una vera analisi o indagine, che fornisce un’eco di sinistra alla stessa narrazione di Trump. Comprendere l’attuale traiettoria di Caracas richiede una valutazione sobria di ciò che è accaduto il 3 gennaio, uno sguardo attento ai fatti della situazione finanziaria e commerciale del Venezuela e una valutazione onesta del rapporto di forze internazionale in cui il Venezuela opera. Richiede la comprensione di ciò che è cambiato in questa nuova situazione. Per districare la complicata realtà del presente, certi esempi nella storia degli stati socialisti possono servire da guida.
Uno sguardo attento ai fatti dimostrerà che ciò a cui stiamo assistendo non è una resa, ma una ritirata tattica di fronte a una forza soverchiante, per la quale esistono chiare analogie nella storia rivoluzionaria.
Le principali affermazioni che presumibilmente rivelano il “tradimento” sono esaminate e confutate di seguito, ma prima di iniziare, è necessario fare un’importante distinzione teorica tra governo e potere statale.
Gli uffici e i ministeri del governo definiscono ed eseguono una serie di politiche, emanano dichiarazioni e così via, e temporaneamente passano di mano da ‘sinistra’ a ‘destra’. Le istituzioni permanenti del potere statale (i militari, i tribunali e la polizia) rappresentano il potere reale in ogni società.
Quasi tutti i governi di sinistra della regione sono stati eletti per ricoprire cariche negli ultimi anni, ma non detenevano il potere statale. Presiedendo alla politica ma con lo stesso stato capitalista in atto (specialmente nei militari), c’è un chiaro limite a quanto questi governi possano effettivamente contestare l’ordine capitalista e trasformare la realtà sociale.
Il progetto bolivariano è emerso anch’esso come movimento elettorale, con Chávez che inizialmente deteneva solo una carica governativa, ma con una differenza importante. Decenni di tentativi di colpo di stato finanziati dagli Stati Uniti, lotte interne e altre crisi hanno portato passo dopo passo alla sostituzione delle forze fedeli al vecchio ordine nella magistratura, polizia e militari con forze formate e fedeli alla Rivoluzione Bolivariana.
Il Partito Socialista Unito mantiene la sua missione di promuovere il potere della classe operaia e costruire il socialismo. La lotta può procedere a zig-zag, avanzate e ritirate, in base al rapporto di forze, ma in ogni fase, il partito lavora per preservare i suoi guadagni e minimizzare le sue perdite.
Questo è importante perché le concessioni del Venezuela vengono fatte principalmente a livello di governo, non a livello di Stato e partito.
Affermazione n. 1: Il successo dell’operazione statunitense del 3 gennaio indicava un tradimento ai più alti livelli della Rivoluzione Bolivariana.
Le cosiddette ‘prove’
Nessun militare statunitense è morto nell’operazione che ha rapito Nicolas Maduro e Cilia Flores.
Più di 150 aerei statunitensi hanno penetrato lo spazio aereo venezuelano senza essere abbattuti dalle avanzate difese aeree del paese ottenute dalla Russia.
La cattura ‘pacifica’ di Maduro e Flores sarebbe potuta avvenire solo grazie alla ‘collaborazione’ della cerchia ristretta di Maduro. Non c’è stata una immediata contro-escalation militare da parte dei venezuelani.
La realtà: resistenza difronte alla soverchiante superiorità militare
Oggi si sa molto di più sugli eventi del 3 gennaio di quanto non fosse chiaro inizialmente. Contrariamente alla narrazione imposta dai media occidentali e ripetuta senza pensiero da alcuni a sinistra, ci fu resistenza. Le testimonianze dei sopravvissuti e le dichiarazioni dello stesso presidente Trump confermano che la scorta presidenziale, insieme a unità militari venezuelane e a un contingente di combattenti internazionalisti cubani, ingaggiarono un conflitto a fuoco con le forze attaccanti. Trentadue combattenti cubani caddero insieme a più di 50 venezuelani delle forze di sicurezza e della guardia presidenziale, che difesero il presidente con le loro vite.
In primo luogo, i sistemi di guerra elettronica statunitensi hanno completamente disabilitato le difese aeree del paese e le infrastrutture di comunicazione. Secondo il ministro della difesa venezuelano, Vladimir Padrino Lopez, gli Stati Uniti hanno usato il Venezuela come ‘laboratorio’ per tecnologie belliche mai usate prima.
Padrino è ben noto come il leader militare che ha costantemente esposto gli sforzi statunitensi per corrompere e comprare i militari affinché voltassero le spalle a Maduro e alla Rivoluzione Bolivariana, così come i precedenti tentativi di assassinio degli Stati Uniti. Egli ha impersonificato l'“unione civico-militare” del paese che ha contrastato anni di sforzi per il cambio di regime sotto la bandiera di ‘sempre leali, mai traditori’.
Una versione ufficiale venezuelana del 3 gennaio non è stata ancora rilasciata, dato che il paese rimane militarmente circondato (ne parleremo più avanti). Ma rapporti non ufficiali di testimoni e sopravvissuti supportano le dichiarazioni di Padrino. Raccontano che, con tutte le comunicazioni e le difese aeree fuori uso e l’elettricità tagliata nell’area, le forze militari venezuelane sono state colpite da droni e da una sorta di arma sonica che ha reso inabili i soldati. Istantaneamente, sono stati sottoposti a una potenza di fuoco rapida e soverchiante che ha provocato un massacro unilaterale, anche mentre rispondevano al fuoco.
Nel suo discorso sullo Stato dell’Unione, Trump ha onorato il pilota del primo elicottero Chinook, che è atterrato nel complesso presidenziale, trasportando le unità d’élite dei Delta Force che hanno poi condotto l’operazione di terra e rapito il presidente. L’elicottero ha subito pesanti colpi, che hanno ferito gravemente il pilota. Gli Stati Uniti hanno anche ammesso che ci sono state ulteriori vittime statunitensi, sebbene nessun morto.
In preparazione a quest’operazione, è stato successivamente rivelato che il raid era stato provato su una replica in scala reale ed esatta del complesso di Nicolás Maduro, costruita in Kentucky. Per settimane, i commandos della Delta Force si sono esercitati a ‘sfondare porte d’acciaio a velocità sempre maggiori’ e a memorizzare la disposizione di corridoi e stanze blindate. Poiché era noto che Maduro si spostava tra diverse località, hanno lanciato l’operazione solo dopo aver avuto la conferma che si trovava in quel sito specifico. L’aviazione notturna specializzata è stata fornita da un gruppo noto come i ‘Night Stalkers’.
La violenza, comunque, non è semplicemente finita. In comunicazioni trapelate che sono state successivamente confermate da molteplici fonti, Delcy Rodríguez ha rivelato che dai primi momenti di contatto il 3 gennaio, l’amministrazione Trump ha emesso un ultimatum. Rodríguez ha dichiarato: “Le minacce sono iniziate nel momento in cui hanno rapito il presidente. Hanno dato a Diosdado, Jorge e a me 15 minuti per rispondere, o ci avrebbero uccisi”.
Qualsiasi rifiuto di negoziare, ha detto, avrebbe comportato non solo il rapimento, ma la decapitazione e l’annientamento della restante leadership dello stato venezuelano. Fu anche detto loro che i militari statunitensi avrebbero continuato a circondare il paese. Ogni loro dichiarazione e decisione sarebbe stata scrutinata come segno di conformità o resistenza, e le loro vite avrebbero potuto essere stroncate in qualsiasi momento.
Questa era una negoziazione sotto la minaccia delle armi, letteralmente, e non è ancora finita. Il momento richiedeva una leadership capace di effettuare una necessaria ritirata per salvare la rivoluzione, senza fratturarne l’unità interna.
Gli Stati Uniti non hanno avuto successo il 3 gennaio a causa di un tradimento della leadership venezuelana. Hanno avuto successo perché, dopo oltre 25 anni di falliti tentativi di colpo di stato, guerra economica e campagne di destabilizzazione, l’imperialismo ha infine dispiegato la sua arma più potente: l’intervento militare diretto supportato da una superiorità tecnologica che nessun paese indipendente del mondo in via di sviluppo può attualmente contrastare con successo.
Analisi: L’attacco di guerra ibrida soverchiante non può superare le realtà politiche
Gli Stati Uniti hanno raggiunto l’obiettivo di catturare Maduro, ma non hanno raggiunto l’obiettivo di rovesciare il governo o lo Stato. La restante leadership, la vicepresidente Delcy Rodríguez, il ministro dell’Interno Diosdado Cabello, il ministro della Difesa Vladimir Padrino, il presidente dell’Assemblea Nazionale Jorge Rodríguez e il nucleo del Partito Socialista Unito del Venezuela (PSUV) e delle forze armate bolivariane, si sono mossi immediatamente per stabilizzare le istituzioni e mantenere la continuità del comando.
Gli Stati Uniti non hanno pianificato un’occupazione più ampia a causa della prevista resistenza e della mobilitazione armata di milioni di venezuelani. L’appello del presidente Maduro ad espandere massicciamente le Milizie Bolivariane ha visto oltre otto milioni di cittadini armarsi. Combinato con i militari professionisti venezuelani, che non si sono sbandati, questo ha creato uno scenario in cui qualsiasi invasione di terra sarebbe degenerata in una prolungata guerra popolare, con costi politici e materiali inaccettabili per gli Stati Uniti.
Rimane una forte base di supporto per il Chavismo, cosa che l’amministrazione Trump ha tacitamente ammesso quando ha detto che ci deve essere ‘realismo’ nel riconoscere che la destra venezuelana manca del sostegno per guidare il paese.
L’amministrazione Trump ha invece eseguito un attacco chirurgico di straordinaria precisione, come un modo per spostare il rapporto di forze e guadagnare influenza sul governo venezuelano, che ha dovuto riconoscere di non poter rovesciare. Nessuna quantità di vanterie da parte di Trump e Rubio sul ‘cambio di regime’ può superare questo fatto fondamentale.
Ma quando Delcy Rodríguez, ora presidente facente funzioni, ha accettato di avviare un dialogo con l’amministrazione Trump dopo l’attacco, molti a sinistra hanno reagito con confusione e sgomento. Sì, Maduro e la leadership avevano promesso una guerra popolare e, se necessario, una lotta di guerriglia sulla falsariga del Vietnam. Ma il fatto è che i commandos statunitensi se n’erano andati; non c’era una forza di occupazione contro cui combattere. Questo dovrebbe essere inteso come una caratteristica della forza duratura della rivoluzione, non una sua debolezza.
Allora, come poteva la Rivoluzione Bolivariana sedersi al tavolo con le stesse forze che avevano appena assassinato i suoi difensori e rapito il suo presidente? La risposta risiede nelle condizioni materiali di sopravvivenza e in una corretta comprensione della strategia rivoluzionaria.
La base sociale organizzata della rivoluzione e l’unità militare rappresentavano una sorta di deterrente per l’occupazione straniera, ma quel deterrente non può espellere le enormi forze militari che ancora la circondano, imponendo un blocco navale totale del suo petrolio mentre puntano armi avanzate alle loro teste. Il 3 gennaio, il governo ha riconosciuto la realtà militare e ha preso una decisione tattica per mantenere le istituzioni del potere statale sotto il proprio controllo, per guadagnare tempo e vivere per combattere un altro giorno.
Questa decisione ha chiaramente richiesto alcune concessioni all’Impero, ma anche questo richiede un esame più attento. Proprio come le false accuse di tradimento del 3 gennaio sono ora facilmente confutabili, lo sono anche le accuse di tradimento nei due mesi successivi.
Affermazione 2: “La presidente ad interim Delcy Rodríguez e la restante leadership hanno abbandonato il progetto bolivariano, consegnando il paese, la sua economia e le sue risorse all’imperialismo statunitense”.
Le cosiddette ‘prove’
Il Venezuela ha effettivamente aperto le sue vaste riserve petrolifere allo sfruttamento e alla vendita privata straniera.
Il Venezuela ha avviato un processo di ‘riconciliazione’ con l’opposizione di destra, inclusa la liberazione di 2.500 prigionieri condannati per forme di tradimento e violenza.
Funzionari statunitensi sono stati accolti nel Palazzo di Miraflores con sorrisi e accompagnamento musicale, tipicamente riservati ad alleati e amici.
La realtà: un nuovo rapporto di forze
Dal 3 gennaio, il rapporto di forze è stato fondamentalmente alterato. La più grande flotta regionale nella storia della Marina statunitense è rimasta posizionata al largo delle coste del Venezuela.
Nessuno sta venendo in aiuto del Venezuela. Guardando alla regione, infatti, troviamo governi di destra in Argentina, Paraguay, Ecuador, El Salvador, Perù e Bolivia che hanno apertamente celebrato l’attacco. I governi progressisti in Brasile, Colombia e Messico hanno offerto poco più di una condanna retorica. Il sostegno strategico da Russia e Cina, sebbene significativo negli anni precedenti, si è rivelato insufficiente a dissuadere l’aggressione imperialista ed è stato anch’esso principalmente retorico.
Ogni paese ha le proprie priorità militari strategiche. L’intervento diretto comporta anche il rischio di una guerra mondiale e, data la loro grande distanza, non avrebbero forze militari nella regione per sostenere un tale conflitto.
Gli accordi che stanno prendendo forma tra Caracas e Washington rappresentano un compromesso amaro, ma necessario. Secondo i suoi termini, il Venezuela ha concesso agli Stati Uniti un controllo significativo sulle sue esportazioni di petrolio, tornando a un modello di licenze simile a quello precedentemente gestito da Chevron e altre compagnie prima dell’inasprimento del blocco.
Dopo aver acquisito le loro licenze, le compagnie petrolifere straniere non dovranno più cedere una quota di maggioranza allo stato come nelle precedenti joint venture; le tasse saranno ridotte e saranno libere di vendere il loro petrolio sul mercato estero senza venderlo alla compagnia statale venezuelana PDVSA.
Invece, il Dipartimento dell’Energia statunitense ha iniziato a commercializzare il greggio venezuelano con l’assistenza di commercianti di materie prime e banche, e Washington ha rivendicato l’autorità di determinare quali compagnie possano partecipare alla ricostruzione dell’infrastruttura energetica del paese. Secondo questo accordo, per la prima volta in decenni e senza alcuna voce in capitolo, si dice che il petrolio venezuelano venga persino spedito da navi cisterna straniere verso Israele, un paese con cui non ha alcuna relazione.
In cambio, il Venezuela ha ottenuto l’accesso ai ricavi delle sue vendite di petrolio attraverso due fondi sovrani all’estero, effettivamente controllati dagli Stati Uniti. Questi fondi, sebbene soggetti alla supervisione statunitense, forniscono qualcosa che è stato negato al paese per anni sotto il regime di sanzioni: risorse per investimenti in salute, istruzione e infrastrutture. L’accordo è di sfruttamento e umiliante, e il Segretario di Stato Marco Rubio lo ha apertamente descritto come gli Stati Uniti che ‘prendono tutto il petrolio‘. Ma mantiene in vita lo stato venezuelano.
È questa una negazione della sovranità del Venezuela sulle sue decisioni in materia di petrolio? In una certa misura, sì. Ma le caratteristiche fondamentali dell’accordo corrispondono effettivamente al desiderio di lunga data del Venezuela di ricostruire le sue esportazioni di petrolio verso gli Stati Uniti e assomigliano a ciò che lo stesso Maduro, secondo quanto riferito, stava offrendo nei negoziati con l’amministrazione Trump.
Ciò includeva un’offerta per concedere nuovamente lo sfruttamento e la proprietà del petrolio agli Stati Uniti in cambio della rimozione delle sanzioni. Ciò corrisponde anche ai resoconti del giornalista brasiliano Breno Altman. Sulla base di discussioni con il figlio di Maduro, Nicolas Maduro Guerra, Altman ha riferito: “[Maduro] è informato, e il suo messaggio è sempre di sostegno alla presidente facente funzioni, Delcy Rodríguez”.
Il fatto è che l’infrastruttura petrolifera del Venezuela è stata costruita in origine principalmente per servire il mercato statunitense, e l’infrastruttura di raffinazione statunitense nel sud degli Stati Uniti è stata in gran parte costruita per processare il greggio venezuelano. Da un punto di vista puramente economico, questi paesi rimangono partner commerciali “naturali” nonostante l’opposizione ideologica.
Anche sotto Chávez, gli Stati Uniti acquistavano il 60% delle esportazioni di petrolio del Venezuela per gran parte della sua presidenza, e questo costituiva la maggior parte delle entrate del paese. Persino l’espropriazione dei progetti petroliferi venezuelani di proprietà straniera fu adottata da Chávez non come questione di principio, ma come reazione ai tentativi di sabotaggio e al deterioramento delle relazioni con quelle compagnie che rifiutarono le sue condizioni e lasciarono il paese.
In sostanza, gli Stati Uniti stavano già schiacciando l’industria petrolifera venezuelana con effetti devastanti. Prima le compagnie petrolifere avevano bloccato la vendita di parti uniche e tecnologie per mantenere la loro infrastruttura abbandonata. Poi arrivò un decennio di sanzioni finanziarie e commerciali, il sequestro dei suoi conti all’estero (alcuni dei quali rimangono, ridicolmente, nelle mani di Juan Guaidó) e infine un blocco petrolifero letterale.
L’economia venezuelana nel suo insieme era stata fortemente colpita da questa perdita di entrate, con un’inflazione alle stelle, una carenza di valuta forte e il collasso di una serie di altre industrie. Questa è la vera fonte dell’emigrazione venezuelana.
Il rilascio di miliardi di entrate nell’economia venezuelana, anche in queste ingiuste condizioni di assedio, porterà senza dubbio a un miglioramento delle condizioni di vita. Milioni di persone dovrebbero partecipare alla consultazione popolare in Venezuela l’8 marzo, votando per selezionare 36.000 iniziative guidate dai comuni, che vanno da ristrutturazioni di servizi pubblici a iniziative economiche, per il finanziamento governativo.
L’accordo con l’amministrazione Trump ha anche portato il Venezuela a concedere l’amnistia a oltre 5.000 persone e a rilasciare migliaia di prigionieri. Ciò include circa 800 individui condannati per vari crimini associati al tentativo di rovesciare il governo, inclusi atti violenti. Coloro che sono stati condannati per omicidio e ‘gravi violazioni dei diritti umani’ o ‘crimini contro l’umanità’ non saranno rilasciati.
Questa amnistia, denunciata in alcuni ambienti come la liberazione di ‘prigionieri politici’, è meglio intesa come decompressione strategica. Rimuove ulteriormente un pretesto per l’intervento umanitario, isola i settori più intransigenti dell’opposizione di estrema destra e dimostra che lo stato bolivariano mantiene l’autorità di definire l’approccio ai propri processi giudiziari.
Possiamo supporre che il governo venezuelano speri anche che questo porti al proprio riconoscimento da parte di altri governi della regione e del mondo. Dalle elezioni del 2024, il governo non è stato in grado di mantenere normali relazioni politiche e commerciali con la maggior parte dei governi della regione al di fuori di Cuba, Nicaragua e alcune piccole nazioni caraibiche.
Negoziazione sotto la minaccia delle armi: la Brest-Litovsk nei Caraibi
Qui la storia della Rivoluzione bolscevica fornisce una lezione indispensabile. Nel 1918, la giovane Repubblica Sovietica affrontò l’avanzata dell’esercito imperiale tedesco con forze armate distrutte e nessuna capacità di resistenza effettiva. Vladimir Lenin, contro le obiezioni dei cosiddetti ‘comunisti di sinistra’ che chiedevano una ‘guerra rivoluzionaria’ per difendere l’intero territorio, guidò il giovane stato rivoluzionario a firmare l’umiliante Trattato di Brest-Litovsk.
Quell’accordo cedeva vasti territori, inclusa tutta l’Ucraina, e il quaranta percento della base industriale russa all’imperialismo tedesco. Fu, con qualsiasi metro di misura, una sconfitta massiccia.
I critici di Lenin chiamarono questo un “tradimento della rivoluzione”, e specialmente di tutti i lavoratori, contadini e nazionalità oppresse nei territori ceduti che avevano combattuto e sacrificato tutto nel 1917, solo per essere restituiti al capitalismo con il trattato di pace di Brest-Litovsk.
Eppure Lenin capì ciò che i suoi critici non capivano: l’obiettivo non era morire splendidamente, ma preservare lo strumento politico della rivoluzione. Come rifletté il compianto Comandante Hugo Chávez dopo il fallimento della ribellione del 1992, “Dobbiamo ritirarci oggi per avanzare domani”.
Il trattato fornì lo spazio di respiro necessario per consolidare lo Stato sovietico, costruire l’Armata Rossa e infine sconfiggere non solo l’Impero tedesco, ma le forze combinate della controrivoluzione e dell’intervento straniero. Coloro che denunciarono Lenin come traditore nel 1918 furono smentiti dalla storia. I territori ceduti finirono tutti di nuovo all’URSS pochi anni dopo.
Tuttavia, questa non fu la fine delle ritirate e dei compromessi. Affrontando le condizioni di carestia causate principalmente dalla guerra civile, Lenin accettò gli aiuti umanitari dalle organizzazioni benefiche capitaliste statunitensi, stabilì relazioni con i paesi che lo avevano appena invaso e ristabilì profondi legami economici e commerciali con l’imperialismo tedesco.
Abbandonando il ‘comunismo di guerra‘, guidò lo Stato verso la reintroduzione di rapporti economici di mercato e invitò compagnie straniere. Ciò gettò le basi, per esempio, affinché lo stato sovietico firmasse accordi con la Ford Motor Company (guidata dal simpatizzante fascista Henry Ford) per aprire stabilimenti.
Ciò che il governo venezuelano, attraverso Delcy Rodríguez, esegue oggi dovrebbe essere visto in questa luce. Sedersi di fronte al Segretario all’Energia statunitense Chris Wright, ricevere il direttore della CIA John Ratcliffe a Miraflores, non sono atti di capitolazione, ma di sopravvivenza in condizioni di estrema difficoltà. Che lei sorrida o scambi lo stesso benvenuto cerimoniale riservato ad altre visite di stato è irrilevante.
L’obiettivo è rinunciare a ciò che può essere temporaneamente sacrificato (controllo del petrolio, accesso al mercato, persino 800 persone condannate per crimini violenti) per preservare ciò che non deve essere sostituito: lo Stato rivoluzionario, il partito e la vita dei suoi quadri dirigenti che hanno svolto un ruolo indispensabile nel rendere coeso l’intero progetto bolivariano. Con queste fondamenta preservate, una ritirata ora può diventare un passo avanti in seguito.
Affermazione n. 3: Nelle relazioni estere, la leadership venezuelana ha abbandonato il suo storico anti-imperialismo.
Le cosiddette ‘prove’
Quando le forze statunitensi-israeliane hanno attaccato l’Iran il 28 febbraio 2026, il Ministero degli Esteri venezuelano ha emesso una dichiarazione attentamente formulata che, pur condannando l’aggressione, condannava anche le rappresaglie ‘indebite’ compiute dall’Iran contro gli stati del Golfo che ospitano basi statunitensi. La dichiarazione è stata successivamente cancellata.
Delcy Rodriguez ha pubblicato una dichiarazione che esprimeva ‘solidarietà’ al Qatar dopo una telefonata con il suo Emiro, uno stretto alleato statunitense. Non sono state emesse dichiarazioni di solidarietà con l’Iran.
La realtà: il Venezuela rimane sotto tiro e vuole preservare le sue relazioni con il Qatar
Questa critica dimentica che la relazione con il Qatar ha giocato un ruolo particolarmente importante per il Venezuela negli ultimi anni. Il Qatar ha effettivamente ospitato i fondi sovrani del Venezuela e quindi controlla l’accesso del Venezuela ai suoi stessi ricavi petroliferi. Il Qatar è stato anche il mediatore e l’ospite degli ultimi round di negoziati USA-Venezuela. Il Venezuela aveva pubblicamente ringraziato il Qatar in particolare per il suo ruolo nell’ottenere il rilascio del prigioniero politico Alex Saab dalle prigioni statunitensi.
Più di ogni altra cosa, questa critica dimentica che il Venezuela rimane sotto la minaccia diretta dell’annientamento americano. Ogni parola e dichiarazione rimane sotto lo scrutinio più stretto, con le poste in gioco più alte. Il direttore della CIA Ratcliffe ha personalmente avvertito i funzionari venezuelani che qualsiasi accordo sarà tolto dal tavolo se serve come ‘rifugio sicuro’ per gli avversari degli Stati Uniti. In una situazione del genere, la diplomazia non è una professione di fede genuina, ma uno strumento per preservare l’esistenza sovrana.
Le relazioni formalmente strette tra Caracas e Teheran rimangono intatte, ma proclamare solidarietà all’Iran contro gli Stati Uniti in questa guerra massiccia non solo interromperebbe una relazione con il Qatar che è diventata piuttosto consequenziale; fornirebbe a Washington un pretesto per una seconda serie di attacchi, di gran lunga più devastanti.
Chi è veramente Delcy Rodriguez?
Gran parte della narrazione del ‘tradimento’ si è concentrata sulla persona della presidente facente funzioni Delcy Rodríguez. Ciò manca di qualsiasi prova reale, appare totalmente falso ed è una tattica classica nella strategia militare statunitense e nelle operazioni psicologiche.
Le credenziali rivoluzionarie della famiglia Rodríguez sono incise nella lotta e nel sangue. Il padre di Delcy e di suo fratello Jorge (il presidente dell’Assemblea Nazionale) era Jorge Antonio Rodríguez, un leader della Lega Socialista, un’organizzazione marxista-leninista, che ricevette addestramento a Cuba. Fu torturato e assassinato dal regime del Punto Fijo nel 1976, in stretta coordinazione con la CIA, quando Delcy aveva sette anni.
Sia Delcy che suo fratello Jorge emersero da questa tradizione di lotta clandestina e di massa per il socialismo. Lo stesso presidente Maduro era un quadro di quella organizzazione. Dopo che Delcy Rodriguez è tornata in Venezuela dagli studi all’estero, si è immersa nel movimento Chavista e nel governo insieme a suo fratello, ed entrambi divennero i migliori consiglieri di Maduro e tra i suoi negoziatori e rappresentanti più fidati nelle questioni interne e internazionali più delicate.
Dichiarò che costruire la rivoluzione bolivariana sarebbe stata la vendetta per l’omicidio di suo padre, una forma di giustizia. Suggerire un loro tradimento, o una capitolazione nata dalla codardia o dall’opportunismo ignora quattro decenni di formazione politica condivisa e di sacrifici.
Nel suo primo discorso del 3 gennaio, Trump ha insinuato che Delcy Rodríguez avesse espresso la volontà di cooperare con gli Stati Uniti e soddisfare le loro richieste. Alcuni a sinistra gli hanno creduto, interpretando questo come un segno di capitolazione.
La sua conferenza stampa quello stesso giorno ha ribadito la sovranità del Venezuela e le sue stesse richieste agli Stati Uniti, incluso il rilascio del presidente Maduro. Il giorno successivo, dopo aver guidato una riunione della dirigenza di partito e di Stato, durante la quale è stata ribadita anche l’unità dei militari, ha pubblicato un messaggio in cui invitava il governo statunitense a lavorare insieme al Venezuela verso la pace e lo sviluppo, ma nel quadro della sovranità e dell’uguaglianza.
Questa dichiarazione faceva eco a ogni dichiarazione fatta da Maduro in passato e durante gli anni di tensioni con gli Stati Uniti. Lo stesso Maduro ha costantemente chiesto diplomazia e negoziazione diretta ad alto livello per evitare una guerra totale, e aveva già offerto di negoziare accordi economici globali con gli Stati Uniti per le risorse petrolifere e minerarie del Venezuela.
Qualsiasi accordo del genere sarebbe stato senza dubbio condizionato al ridimensionamento e alla minimizzazione delle alleanze strategiche con i cosiddetti ‘avversari degli Stati Uniti’, inclusi Iran, Russia e Cina. Possiamo presumere che ciascuno di questi paesi lo capirebbe, dato che hanno chiaramente preso decisioni tattiche difficili simili nella storia recente al servizio dell’autoconservazione e degli interessi nazionali. Ciononostante Delcy Rodriguez ha ripetutamente affermato che il Venezuela continuerà a sviluppare relazioni con i popoli di tutti i paesi.
Se il governo venezuelano sotto Delcy Rodriguez dovesse firmare un accordo simile a quello offerto da Maduro, ma ora con Maduro rapito, ciò non costituirebbe tradimento. Solleva ovviamente la questione del perché Trump abbia deciso di rapire Maduro, ma questo ha più a che fare con il mantenimento della sua reputazione di ‘duro’ che con una differenza politica sostanziale.
Nelle settimane precedenti il 3 gennaio, settori dei media della classe dirigente stavano particolarmente prendendo in giro Trump come un ‘perdente’ se fosse giunto a un accordo che lasciasse Maduro al potere. Trump aveva bisogno di un trofeo e voleva apparire come il leader forte che poteva dettare le condizioni a chiunque. Trump sta rivendicando la vittoria, il ‘noi comandiamo‘. Lo fa principalmente per scopi politici interni. Ma questo non lo rende reale. Incapace di realizzare un vero cambio di regime, sta essenzialmente usando le parole per dichiarare falsamente che ‘il regime è cambiato‘.
Da parte sua, Delcy Rodriguez ha dichiarato che il ritorno di Maduro e Flores rimane l’obiettivo centrale dei negoziati con gli Stati Uniti.
Neutralizzare la Destra e cercare relazioni normalizzate
Una conseguenza involontaria ma significativa di questa negoziazione è stata una massiccia battuta d’arresto politica per l’opposizione di lunga data sostenuta dagli Stati Uniti, che è stata usata per privare il Venezuela di normali relazioni internazionali.
María Corina Machado, che ha passato anni a chiedere l’intervento militare straniero e a celebrare le sanzioni che hanno devastato il popolo venezuelano, è stata resa irrilevante dal 3 gennaio. Non ha ottenuto nulla da un’amministrazione Usa che ora tratta direttamente con il governo di Miraflores.
Stabilendo relazioni dirette Stato-Stato basate sull’unica merce che l’imperialismo statunitense apprezza veramente – il petrolio – la leadership bolivariana ha superato in astuzia l’opposizione. Gli Stati Uniti, nel loro brutale pragmatismo, hanno scelto di negoziare con l’unica forza che controlla effettivamente territorio e risorse, piuttosto che con figure in esilio che non dispongono di un potere reale.
Nella loro frettolosa ritirata, Rubio e Trump sono arrivati al punto di screditare pubblicamente la loro figura di opposizione scelta a tavolino, riconoscendo di fatto lo Stato bolivariano come unico soggetto governante. Una piena normalizzazione delle relazioni e il riconoscimento del governo venezuelano sono ancora lontani, e potrebbero richiedere ancora più ritirate tattiche e concessioni, ma se avverrà, sarà considerata una vittoria strategica per il progetto bolivariano.
Il compito della solidarietà internazionale
Per le forze di sinistra fuori dal Venezuela, il momento attuale richiede chiarezza su cosa significhi solidarietà. Non significa approvare o difendere ogni singola dichiarazione del governo venezuelano, data la situazione in cui ora opera. Ma non significa nemmeno chiedere che la leadership venezuelana commetta un suicidio in un gesto di purezza o onore rivoluzionario. Non significa fare eco alla propaganda statunitense su ‘divisioni’ e ‘traditori’ senza prove. Non significa misurare ogni decisione tattica secondo uno standard astratto che nessun progetto rivoluzionario nella storia ha mai soddisfatto.
Solidarietà significa capire che Delcy Rodríguez, seduta faccia a faccia con i rappresentanti di un impero che ha preso di mira la sua stessa famiglia per lungo tempo, è impegnata nel tipo più difficile di lavoro rivoluzionario: la sopravvivenza in condizioni di massima difficoltà, con il futuro di 30 milioni di persone in gioco.
Il suo obiettivo è preservare un progetto che ha trasformato lo Stato venezuelano, ripristinato l’indipendenza del Venezuela, istituito impressionanti riforme sociali, creato un settore comunale e ha resistito a un assalto imperialista economico, militare e politico sostenuto in un contesto di isolamento globale e in un’era di controrivoluzione. Impegnarsi in un martirio rivoluzionario in questo contesto non porterebbe a nulla, se non alla liquidazione della sinistra venezuelana e alla retrocessione della rivoluzione per generazioni.
La rivoluzione non è finita. Si è temporaneamente ritirata, si è riorganizzata e sta combattendo con altri mezzi. Lo spazio di respiro acquisito attraverso questi negoziati, per quanto costoso, fornisce le condizioni per futuri progressi.
Nicolás Maduro rimane il legittimo presidente del Venezuela, anche mentre siede ingiustamente in una cella di prigione, privato persino della capacità di pagare le sue spese legali. Il petrolio che scorre verso nord secondo questo accordo non è un tributo, ma un riscatto, pagato per garantire la vita del popolo venezuelano e la continuità dello stato socialista. Quando il rapporto di forze cambierà, e cambierà, il Venezuela lotterà per riconquistare ciò che l’imperialismo ha temporaneamente fatto proprio.
Il punto non è morire per la rivoluzione, ma vivere per essa.
Fonte
Presentazione
Analisi, opinioni, fatti e (più di rado) arte da una prospettiva di classe.
09/03/2026
Colombia - La sinistra prima forza politica, si consolida il Pacto Historico
Il risultato delle elezioni legislative svoltesi in Colombia mandano un chiaro messaggio al mondo con oltre 4,5 milioni di voti in sostegno al progetto progressista, rendendo il Pacto Historico la prima forza politica nel Congresso colombiano, con un distacco di oltre un milione e mezzo di voti rispetto i rappresentanti della destra uribista del “Cambio Radicale”.
Per anni le élite politiche e mediatiche hanno descritto la vittoria del presidente Petro come un incidente della storia, una parentesi destinata a chiudersi rapidamente. Il voto di oggi dimostra esattamente il contrario.
Le richieste di riforma sociale, redistribuzione della ricchezza, riforma agraria, transizione energetica, consolidamento della pace, non sono slogan momentanei. Sono la risposta politica a problemi strutturali che la Colombia si porta dietro da decenni.
Dopo quattro anni di governo segnati da tensioni istituzionali, resistenze parlamentari e una forte polarizzazione politica, molti osservatori avevano previsto, o sperato, un arretramento della sinistra. Questo non è avvenuto. Il progressismo non è più una forza marginale o di protesta, ma è diventato uno dei pilastri del sistema politico colombiano.
Nonostante l’alto numero di voti ricevuti, la distribuzione dei seggi nel Congresso renderà comunque obbligatorie delle alleanze per portare avanti l’agenda di governo, così come avvenuto durante tutto l’arco del governo Petro. Limitando quindi in molti aspetti l’impatto dell’agenda progressista o rallentandone l’applicazione.
Resta indubbio il segnale di voler avanzare nelle riforme progressiste da una parte consistente e in crescita dell’elettorato colombiano, volontà che dovrà trovare una seconda conferma nelle elezioni presidenziali del prossimo 31 maggio, in cui dovrà emergere il candidato del Pacto Historico, Ivan Cepeda.
Sul fronte opposto, il Centro Democrático, il partito fondato dall’ex presidente Álvaro Uribe, riesce ancora a mantenere una presenza parlamentare significativa. Ma il dato politico centrale è un altro: l’epoca dell’egemonia uribista è finita.
Per quasi vent’anni la politica colombiana è stata organizzata attorno alla leadership di Uribe e alla sua agenda “securitaria”. Esecutore tra il 2002 e 2010 del tristemente famoso Plan Colombia, guidò il governo durante il periodo più violento della storia recente del Paese durante il quale lo Stato, con l’aiuto degli Stati Uniti, si appoggiò a gruppi paramilitari per sconfiggere la guerriglia colombiana, generando nel contempo anche la repressione di movimenti sociali e sindacali. Strategia contro-insorgente che portò la Colombia a tristi primati con oltre il 10% della popolazione vittima del conflitto, 7 milioni di sfollati interni e oltre 6 mila casi di “falsi positivi”.
Oggi quella stagione sembrerebbe lontana, tanto che Uribe si ritrova addirittura a perdere il proprio seggio in Senato.
In questo vuoto del campo conservatore si inserisce la figura di Abelardo de la Espriella, che tenta di capitalizzare il malcontento con una retorica aggressiva e polarizzante. Il suo discorso politico ricorda quello dell’estrema destra che prova a crescere nel continente: ordine, mano dura, demonizzazione della sinistra.
Ammiratore di Trump, Netanyahu e Bukele è stato avvocato difensore di paramilitari e narcotrafficanti, accumulando ampie ricchezze sulle quali pende il dubbio della provenienza dal riciclaggio di denaro.
Nonostante la sua marginalità politica ha ottenuto ampio spazio nei media nazionali, presentandosi come l’“outsider antisistema” che con il pugno di ferro può risolvere i problemi del Paese. Nonostante l’ampio spazio mediatico e i forti investimenti nella campagna elettorale nelle legislative ha ottenuto meno del 4% dei voti, ma resta una figura che cercherà di capitalizzare i voti della destra nelle presidenziali di maggio.
Per anni le élite politiche e mediatiche hanno descritto la vittoria del presidente Petro come un incidente della storia, una parentesi destinata a chiudersi rapidamente. Il voto di oggi dimostra esattamente il contrario.
Le richieste di riforma sociale, redistribuzione della ricchezza, riforma agraria, transizione energetica, consolidamento della pace, non sono slogan momentanei. Sono la risposta politica a problemi strutturali che la Colombia si porta dietro da decenni.
Dopo quattro anni di governo segnati da tensioni istituzionali, resistenze parlamentari e una forte polarizzazione politica, molti osservatori avevano previsto, o sperato, un arretramento della sinistra. Questo non è avvenuto. Il progressismo non è più una forza marginale o di protesta, ma è diventato uno dei pilastri del sistema politico colombiano.
Nonostante l’alto numero di voti ricevuti, la distribuzione dei seggi nel Congresso renderà comunque obbligatorie delle alleanze per portare avanti l’agenda di governo, così come avvenuto durante tutto l’arco del governo Petro. Limitando quindi in molti aspetti l’impatto dell’agenda progressista o rallentandone l’applicazione.
Resta indubbio il segnale di voler avanzare nelle riforme progressiste da una parte consistente e in crescita dell’elettorato colombiano, volontà che dovrà trovare una seconda conferma nelle elezioni presidenziali del prossimo 31 maggio, in cui dovrà emergere il candidato del Pacto Historico, Ivan Cepeda.
Sul fronte opposto, il Centro Democrático, il partito fondato dall’ex presidente Álvaro Uribe, riesce ancora a mantenere una presenza parlamentare significativa. Ma il dato politico centrale è un altro: l’epoca dell’egemonia uribista è finita.
Per quasi vent’anni la politica colombiana è stata organizzata attorno alla leadership di Uribe e alla sua agenda “securitaria”. Esecutore tra il 2002 e 2010 del tristemente famoso Plan Colombia, guidò il governo durante il periodo più violento della storia recente del Paese durante il quale lo Stato, con l’aiuto degli Stati Uniti, si appoggiò a gruppi paramilitari per sconfiggere la guerriglia colombiana, generando nel contempo anche la repressione di movimenti sociali e sindacali. Strategia contro-insorgente che portò la Colombia a tristi primati con oltre il 10% della popolazione vittima del conflitto, 7 milioni di sfollati interni e oltre 6 mila casi di “falsi positivi”.
Oggi quella stagione sembrerebbe lontana, tanto che Uribe si ritrova addirittura a perdere il proprio seggio in Senato.
In questo vuoto del campo conservatore si inserisce la figura di Abelardo de la Espriella, che tenta di capitalizzare il malcontento con una retorica aggressiva e polarizzante. Il suo discorso politico ricorda quello dell’estrema destra che prova a crescere nel continente: ordine, mano dura, demonizzazione della sinistra.
Ammiratore di Trump, Netanyahu e Bukele è stato avvocato difensore di paramilitari e narcotrafficanti, accumulando ampie ricchezze sulle quali pende il dubbio della provenienza dal riciclaggio di denaro.
Nonostante la sua marginalità politica ha ottenuto ampio spazio nei media nazionali, presentandosi come l’“outsider antisistema” che con il pugno di ferro può risolvere i problemi del Paese. Nonostante l’ampio spazio mediatico e i forti investimenti nella campagna elettorale nelle legislative ha ottenuto meno del 4% dei voti, ma resta una figura che cercherà di capitalizzare i voti della destra nelle presidenziali di maggio.
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L’articolo dedicato da Vijay Prashad a Griselda Lobo Silva, guerrigliera Farc candidata al Senato
Bisogna immaginare cosa deve aver significato per Griselda Lobo Silva, nata e cresciuta in una fattoria a La Paz (Colombia), vedere quei giovani attraversare la sua terra quando era una ragazzina. Sua madre si era ammalata e Griselda fu quella che dovette lasciare la scuola per prendersi cura dei suoi diciassette fratelli e sorelle. La fattoria era modesta e la loro vita era dura.
Ma ecco arrivare questa banda di ribelli, armati e disciplinati, con un leader che era una donna. Griselda li osservava affascinata. Trattavano i suoi fratelli con cura e non rubavano nella fattoria nonostante fossero armati. Il suo fascino per quegli uomini e quelle donne non fece che crescere. Griselda Lobo Silva oggi e quando era al fianco di Manuel Marulanda Vélez, il leggendario “Tirofijo”, fondatore e capo delle Farc
All’età di sedici anni, quando altri fratelli poterono subentrare nel suo lavoro a casa, Griselda si unì a quei combattenti che facevano parte delle Forze Armate Rivoluzionarie della Colombia (FARC). Prese il nome di Sandra Ramírez e trascorse i successivi trentacinque anni in combattimento per rendere il suo paese un luogo più equo, un posto migliore.
Nel 2018, Sandra – la ragazza di campagna, ora ex combattente – prese il suo posto come una dei dieci senatori e membri del Congresso nominati in base all’accordo di pace del 2016. Al Senato, Sandra ha lottato per le stesse cose per cui aveva speso la vita combattendo nelle foreste.
L’accordo ora giunge al termine, e così Sandra – ora membro di Comunes, un partito politico di sinistra nato dal movimento di guerriglia – sta lottando per riconquistare il suo seggio al Senato colombiano. Abbiamo parlato con Sandra mentre era in campagna elettorale in vista delle elezioni che si terranno domenica 8 marzo.
Quando l’accordo di pace veniva negoziato all’Avana (Cuba) a partire dal 2012, Sandra fu inviata dalle FARC come loro rappresentante. Dall’accordo di pace del 2016, Sandra ha detto, “abbiamo portato la voce della riconciliazione e della verità”. Grazie all’accordo e con il seggio nella legislatura che ne è derivato, Sandra afferma di essere riuscita “ad essere più attiva in tutto il paese, a conoscere i problemi che varie comunità affrontano quotidianamente e a cercare di trovare soluzioni, insieme alle istituzioni statali, a questi immensi problemi, specialmente in relazione alla terra”.
Tuttavia, Sandra sottolinea con tristezza che, dall’accordo, oltre cinquecento dei suoi compagni che avevano firmato l’accordo di pace sono stati assassinati e altri compagni sono stati sfrattati dai territori a causa della mancanza di sicurezza per loro e le loro famiglie. I media, che sono stati ostili alla sua campagna, hanno continuato a stigmatizzare gli ex combattenti che “in buona fede” hanno firmato l’accordo di pace.
Una volta entrati gli ex combattenti in Congresso, si sono trovati circondati dalla destra. Questa configurazione del Congresso, ci ha detto Sandra, non ha presentato “alcuna legislazione nell’interesse della società colombiana”. Ciononostante, Sandra e i suoi compagni “sono riusciti a fare progressi”, ad esempio lottando per far sì che il ceto contadino fosse riconosciuto come soggetto con diritti costituzionali.
La lotta per il ceto contadino, ci ha detto, riguardava la necessità di tribunali agrari nella Colombia rurale per risolvere il problema della terra. Lo scopo di questa lotta era risolvere i problemi di proprietà e accesso all’acqua. “La terra è stata brutalmente sottratta ai contadini, e oggi ha altri proprietari, e questo deve essere risolto in un tribunale agrario”.
La sinistra, nella legislatura, ha fatto progressi molto lenti, sebbene su altri temi – come i diritti del lavoro e la riforma delle pensioni – i progressi siano stati più rapidi. Ci sono stati progressi nell’istruzione e nella sanità, ma pochissimi nelle infrastrutture. Le strade, ha detto, “sono i vasi sanguigni che si collegano alle arterie”, ma poiché “non abbiamo vasi sanguigni, esiste un grande deficit nel paese”.
Non basta distribuire la terra e chiamarla riforma agraria. Ciò di cui c’è bisogno in Colombia, ha detto Sandra, è “una riforma rurale integrale, il che significa che la terra non è nuda ma è collegata a strade, istruzione, salute, alloggi e credito”.
Le abbiamo chiesto della sostituzione delle colture, dalla coltivazione di piante come la coca ad altre materie prime. L’Accordo dell’Avana, che ha contribuito a formulare, aveva come primo punto la riforma rurale integrale con sedici piani che includevano il non permettere che la terra fosse nuda. Senza riforma rurale non ci può essere sostituzione delle colture.
La sinistra si è data da fare nelle terre che sono state cedute per costruire cooperative e unioni di solidarietà – tutto per creare un’economia popolare e solidale. Non dovrebbe esserci sostituzione forzata ma solo volontaria, in altre parole, gli agricoltori devono riunirsi in assemblee e concordare la via da seguire, senza essere bombardati per smettere di coltivare coca.
Tutto ciò è giusto, ma ha sottolineato, “la comunità internazionale deve assumersi una certa responsabilità riguardo alla domanda di consumo”. Gli Stati Uniti e l’Europa hanno decine di milioni di consumatori di droga che guidano la domanda economica per queste colture. “C’è bisogno di una conferenza internazionale sulla politica delle droghe che prenda in considerazione tutti questi aspetti”, ha detto.
Sotto questi temi ci sono state le violazioni dei diritti umani durante la lunga guerra per la terra e per la dignità. Lo stato e le sue istituzioni, ha detto Sandra, “non sono stati chiamati a risponderne. Non è stato chiesto loro di riconoscere la propria responsabilità nel conflitto colombiano“. Poiché il governo del presidente Gustavo Petro ha ritardato l’attuazione dell’accordo dell’Avana, ha detto Sandra, è stato difficile “ottenere statistiche sui progressi dell’accordo”.
Le elezioni in Colombia sono fondamentalmente importanti non solo a livello locale ma anche a livello presidenziale. Il presidente degli Stati Uniti Donald Trump ha cercato di interferire in Colombia, ma ha incontrato la resistenza di Petro. Un presidente di destra accoglierebbe con favore l’interferenza di Trump.
Sandra ci ha detto che il suo partito difende l’autodeterminazione e l’autonomia delle persone. “Qui in Colombia, abbiamo deciso di avere un presidente con le qualità umane di Gustavo Petro, e lo riconosciamo in ogni momento. Non possiamo tollerare un presidente che ceda il nostro destino”.
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Appunti sugli indirizzi di politica estera cinese
Dal 5 al 12 marzo si svolgono le “due sessioni” cinesi, appuntamento fondamentale della vita politica del Dragone. Con “due sessioni” si intendono le plenarie annuali di due organi centrali dell’architettura istituzionale della Repubblica Popolare, ovvero l’Assemblea Nazionale del Popolo e la Conferenza Consultiva del Popolo.
Per 8 giorni, migliaia di delegati sono chiamati a discutere gli indirizzi politici della Cina, e in questa occasione ad approvare il piano quinquennale delineato dal Plenum del Partito Comunista a fine ottobre 2025, per il periodo 2026-2030. Significa che, in questi giorni, saranno discussi vari temi, dalla crescita allo sviluppo delle “nuove forze produttive”, fino all’autosufficienza tecnologica.
In questo frangente di escalation bellica dovuta all’aggressione imperialista all’Iran da parte di USA e Israele, risulta utile fare il punto su ciò che è stato presentato e dichiarato in merito ai settori della sicurezza, della difesa e della politica estera che vuole seguire Pechino. Il primo elemento è sicuramente l’aumento delle spese per la difesa del 7%, in linea con gli anni precedenti. In queste spese, bisogna tenere presente anche il rafforzamento dell’arsenale nucleare come forma di deterrenza.
Per quanto riguarda il primo dossier di politica estera del Dragone, ovvero Taiwan, il ministro degli Esteri Wang Yi, durante la conferenza stampa tenuta a margine dei lavori, ha affermato: “Taiwan non è mai stato, non è e mai sarà un paese. Il suo ritorno alla Cina è il risultato vittorioso della guerra di resistenza del popolo cinese contro l’aggressione giapponese e della Seconda guerra mondiale”.
Yi ha richiamato una lunga serie di strumenti legali internazionali che sanciscono la politica di “una sola Cina”. Non bisogna inoltre dimenticare che, lo scorso 3 febbraio, si è svolto a Pechino il forum dei think tank del Partito Comunista Cinese e del Kuomintang di Taiwan, oggi all’opposizione e meno propenso all’inasprimento delle tensioni, al contrario della maggioranza guidata dal Partito Progressista Democratico.
Il richiamo all’ultimo conflitto mondiale e all’imperialismo giapponese torna in un duro attacco mosso da Yi contro Tokyo. Ricordando l’appena trascorso 80esimo anniversario della vittoria nella Seconda guerra mondiale, il politico del Dragone ha criticato le dichiarazioni giapponesi che vogliono una “crisi di Taiwan” come una “situazione che minaccia la sopravvivenza del Giappone”.
Pechino critica la rivendicazione di una possibile attivazione della “difesa collettiva”, invocata dalla leadership nipponica. “Gli affari di Taiwan sono affari interni della Cina – ha detto il ministro degli Esteri – che diritto ha il Giappone di intervenire invocando l’autodifesa?” Yi ha ricordato anche che la costituzione giapponese impedisce di avventurarsi in imprese militari esterne: la prima ministra Takaichi vuole esplicitamente modificare l’articolo in merito, e così la Cina critica l’evidente propensione bellicista del Sol Levante.
Il politico cinese, sempre l’8 marzo, ha parlato anche del rapporto con gli Stati Uniti, definendo il 2026 come un “anno cruciale” per le relazioni bilaterali. Yi ha affermato: “nessuna delle due parti può rimodellare l’altra, ma possiamo scegliere come vogliamo interagire, ovvero impegnarci in uno spirito di reciproco rispetto, mantenere la linea di fondo della coesistenza pacifica e lottare per una prospettiva di cooperazione vantaggiosa per entrambe le parti”.
Fra un mese Trump visiterà la Cina, ed è evidente come i dossier sul tavolo saranno resi più delicati dall’andamento dell’aggressione all’Iran. In merito, Wang Yi ha ribadito la condanna dell’attacco statunitense e israeliano, ma cosa stia facendo davvero Pechino è oggetto di dibattito.
La CNN parla di fonti di intelligence sicure che la Cina sia pronta a fornire aiuti finanziari e militari a Teheran, altri analisti hanno parlato di un “sostegno orbitale”. Allo stesso tempo bisogna sottolineare che il gigante dell’Estremo Oriente si rifornisce di greggio per il 50% dai paesi arabi, e nell’anno appena passato ha importato più petrolio dai sauditi che dagli iraniani.
Se la guerra all’Iran ha come ultimo obiettivo la Cina, per la Cina è innanzitutto fondamentale mantenere buoni rapporti con tutti i paesi del Golfo. Ma lo Stretto di Hormuz è un corridoio fondamentale per il petrolio di tutti questi paesi, e anche per i prezzi globali del greggio. Le tensioni in questo settore avranno ripercussioni dirette anche sull’economia cinese.
È invece più interessante nell'ottica in una trasformazione generale della governance globale, che può attirare tanto l’Iran quanto i paesi del Golfo, la visione espressa sullo sviluppo di un nuovo multilateralismo. Questo appare lo strumento prediletto attraverso cui minare definitivamente, anche senza sostituirla ancora, l’egemonia globale stelle-e-strisce, evitando il coinvolgimento in scontri più o meno diretti.
La Cina ha rilanciato la sua Global Governance Initiative, che ha già raccolto il sostegno di oltre 150 tra paesi e organizzazioni internazionali, ha dichiarato Wang Yi. L’iniziativa cinese punta a un rafforzamento del ruolo cardine delle Nazioni Unite, opponendosi fermamente alla creazione di blocchi esclusivi o strutture parallele.
Da una parte, dunque, l’attacco è tanto all’unilateralismo trumpiano, quanto alla creazione di organismi di “sicurezza” selettivi come sono il QUAD e l’AUKUS, alleanze palesemente create da Washington in funzione anti-cinese. Dall’altra, c’è la volontà di rivitalizzare il sistema di agenzie costruito intorno alla Carta delle Nazioni Unite, ma riformandolo in maniera che rifletta in maniera più aderente la realtà del terzo millennio (compreso il peso e gli interessi dei paesi in via di sviluppo).
Il sunto delle indicazioni di politica estera è questo, ma è chiaro che, per quanto Pechino giochi una complessa partita storica con l’imperialismo, gli sviluppi del conflitto in Iran non potranno non inficiare gli scenari che si troverà a discutere con Trumpd il prossimo aprile.
Fonte
Per 8 giorni, migliaia di delegati sono chiamati a discutere gli indirizzi politici della Cina, e in questa occasione ad approvare il piano quinquennale delineato dal Plenum del Partito Comunista a fine ottobre 2025, per il periodo 2026-2030. Significa che, in questi giorni, saranno discussi vari temi, dalla crescita allo sviluppo delle “nuove forze produttive”, fino all’autosufficienza tecnologica.
In questo frangente di escalation bellica dovuta all’aggressione imperialista all’Iran da parte di USA e Israele, risulta utile fare il punto su ciò che è stato presentato e dichiarato in merito ai settori della sicurezza, della difesa e della politica estera che vuole seguire Pechino. Il primo elemento è sicuramente l’aumento delle spese per la difesa del 7%, in linea con gli anni precedenti. In queste spese, bisogna tenere presente anche il rafforzamento dell’arsenale nucleare come forma di deterrenza.
Per quanto riguarda il primo dossier di politica estera del Dragone, ovvero Taiwan, il ministro degli Esteri Wang Yi, durante la conferenza stampa tenuta a margine dei lavori, ha affermato: “Taiwan non è mai stato, non è e mai sarà un paese. Il suo ritorno alla Cina è il risultato vittorioso della guerra di resistenza del popolo cinese contro l’aggressione giapponese e della Seconda guerra mondiale”.
Yi ha richiamato una lunga serie di strumenti legali internazionali che sanciscono la politica di “una sola Cina”. Non bisogna inoltre dimenticare che, lo scorso 3 febbraio, si è svolto a Pechino il forum dei think tank del Partito Comunista Cinese e del Kuomintang di Taiwan, oggi all’opposizione e meno propenso all’inasprimento delle tensioni, al contrario della maggioranza guidata dal Partito Progressista Democratico.
Il richiamo all’ultimo conflitto mondiale e all’imperialismo giapponese torna in un duro attacco mosso da Yi contro Tokyo. Ricordando l’appena trascorso 80esimo anniversario della vittoria nella Seconda guerra mondiale, il politico del Dragone ha criticato le dichiarazioni giapponesi che vogliono una “crisi di Taiwan” come una “situazione che minaccia la sopravvivenza del Giappone”.
Pechino critica la rivendicazione di una possibile attivazione della “difesa collettiva”, invocata dalla leadership nipponica. “Gli affari di Taiwan sono affari interni della Cina – ha detto il ministro degli Esteri – che diritto ha il Giappone di intervenire invocando l’autodifesa?” Yi ha ricordato anche che la costituzione giapponese impedisce di avventurarsi in imprese militari esterne: la prima ministra Takaichi vuole esplicitamente modificare l’articolo in merito, e così la Cina critica l’evidente propensione bellicista del Sol Levante.
Il politico cinese, sempre l’8 marzo, ha parlato anche del rapporto con gli Stati Uniti, definendo il 2026 come un “anno cruciale” per le relazioni bilaterali. Yi ha affermato: “nessuna delle due parti può rimodellare l’altra, ma possiamo scegliere come vogliamo interagire, ovvero impegnarci in uno spirito di reciproco rispetto, mantenere la linea di fondo della coesistenza pacifica e lottare per una prospettiva di cooperazione vantaggiosa per entrambe le parti”.
Fra un mese Trump visiterà la Cina, ed è evidente come i dossier sul tavolo saranno resi più delicati dall’andamento dell’aggressione all’Iran. In merito, Wang Yi ha ribadito la condanna dell’attacco statunitense e israeliano, ma cosa stia facendo davvero Pechino è oggetto di dibattito.
La CNN parla di fonti di intelligence sicure che la Cina sia pronta a fornire aiuti finanziari e militari a Teheran, altri analisti hanno parlato di un “sostegno orbitale”. Allo stesso tempo bisogna sottolineare che il gigante dell’Estremo Oriente si rifornisce di greggio per il 50% dai paesi arabi, e nell’anno appena passato ha importato più petrolio dai sauditi che dagli iraniani.
Se la guerra all’Iran ha come ultimo obiettivo la Cina, per la Cina è innanzitutto fondamentale mantenere buoni rapporti con tutti i paesi del Golfo. Ma lo Stretto di Hormuz è un corridoio fondamentale per il petrolio di tutti questi paesi, e anche per i prezzi globali del greggio. Le tensioni in questo settore avranno ripercussioni dirette anche sull’economia cinese.
È invece più interessante nell'ottica in una trasformazione generale della governance globale, che può attirare tanto l’Iran quanto i paesi del Golfo, la visione espressa sullo sviluppo di un nuovo multilateralismo. Questo appare lo strumento prediletto attraverso cui minare definitivamente, anche senza sostituirla ancora, l’egemonia globale stelle-e-strisce, evitando il coinvolgimento in scontri più o meno diretti.
La Cina ha rilanciato la sua Global Governance Initiative, che ha già raccolto il sostegno di oltre 150 tra paesi e organizzazioni internazionali, ha dichiarato Wang Yi. L’iniziativa cinese punta a un rafforzamento del ruolo cardine delle Nazioni Unite, opponendosi fermamente alla creazione di blocchi esclusivi o strutture parallele.
Da una parte, dunque, l’attacco è tanto all’unilateralismo trumpiano, quanto alla creazione di organismi di “sicurezza” selettivi come sono il QUAD e l’AUKUS, alleanze palesemente create da Washington in funzione anti-cinese. Dall’altra, c’è la volontà di rivitalizzare il sistema di agenzie costruito intorno alla Carta delle Nazioni Unite, ma riformandolo in maniera che rifletta in maniera più aderente la realtà del terzo millennio (compreso il peso e gli interessi dei paesi in via di sviluppo).
Il sunto delle indicazioni di politica estera è questo, ma è chiaro che, per quanto Pechino giochi una complessa partita storica con l’imperialismo, gli sviluppi del conflitto in Iran non potranno non inficiare gli scenari che si troverà a discutere con Trumpd il prossimo aprile.
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La nuova “guida suprema”, una sfida nella continuità
Siamo a dieci, per ora. I giorni passano e l’aggressione all’Iran non conosce
sosta, anche se non mancano le sorprese e l’informazione occidentale fatica
persino a capirle (o a restituirle).
Partiamo dalle novità politiche, visto che quel che avviene davvero sul terreno o nell’aria è schermato da due propagande opposte, al punto che conviene attenersi ai pochi dati che corrispondono, magari involontariamente.
Il Consiglio degli esperti, che riunisce gli ayatollah più importanti dell’Iran, ha scelto la nuova Guida Suprema e si confermano le indicazioni della vigilia: si tratta di Mojtaba Khamenei, secondogenito di Ali, ucciso a 87 anni nel primo giorno di guerra.
Sono da segnalare alcune cose secondo noi importanti. In primo luogo stavolta il Mossad non è riuscito a sapere modalità e luogo della riunione e quindi non ha potuto indirizzare l’ennesimo attacco aereo teso a “decapitare” il vertice religioso dell’Islam sciita. Sembra quindi che la rete di spie che aveva indirizzato gli omicidi mirati di giugno e del primo giorno di questa nuova guerra sia stata “accecata” o messa nelle condizioni di non nuocere.
In secondo luogo, al di là dei per noi ignoti meriti del prescelto (siamo atei, com’è noto), il clero sciita ha deciso per dare una continuità anche simbolica, a testimoniare un indirizzo che non cambia neanche sotto una pressione criminale e terribile.
In terzo luogo, più “stuzzicante” per gli analisti occidentali, il nome scelto è esattamente quello che Trump aveva escluso dal novero di quelli che avrebbe accettato. Non perché avesse un qualsiasi titolo per “essere coinvolto” nella selezione del massimo dirigente di un paese sotto attacco, ma per significare un proprio e inesistente potere assoluto – di vita e di morte – sull’Iran.
E in effetti l’unico suo commento alla decisione del Consiglio è stata la prevedibile “condanna” a morte dell’erede di Khamenei: “non durerà”. Stessa solfa per Israele, che in ogni caso avrebbe detto la stessa cosa chiunque fosse stato nominato.
Si apre dunque un periodo di “caccia all’uomo” all’interno di una guerra ben poco “chirurgica” da parte sionista-statunitense, affidata principalmente alle rispettive intelligence, ma condotta secondo logiche e strategie militari profondamente diverse, come si è provato a spiegare in quest’altro articolo.
Ma la minaccia più interessante – all’interno di una retorica trumpiana più trionfalistica e sregolata del solito – è stata quella di produrre una “escalation” per costringere Tehran alla “resa incondizionata”. Una minaccia simile indica almeno due cose:
a) le cose non stando andando così “meravigliosamente” come rivendicato o comunque c’è una certa fretta per chiudere anche questa guerra con un grido di “vittoria” a prescindere dai risultati reali (come nel giugno scorso, insomma). Gli analisti militari più seri elencano i problemi (rapido esaurimento dei missili anti-missile nei magazzini statunitensi, distruzione dei radar dedicati nell’area del Golfo, impossibilità di ottenere un regime change per via soltanto aerea, ecc.), anche se non è facile poi trarne delle conclusioni certe.
b) mettere come obbiettivo della guerra la “resa incondizionata” non significa soltanto ammettere che non si ha alcuna strategia per il “dopo”, se non la “libertà di decidere” sulle spoglie del vinto, ma è anche il modo – per forza di cose inconsapevole, per ignoranza dell’abc della guerra – di rendere la guerra stessa potenzialmente “infinita”. Se non ci sono “concessioni parziali” che possano accontentare l’aggressore, infatti, all’aggredito non resta che battersi fino all’ultimo uomo. E con una popolazione di 92 milioni, peraltro con una percentuale di laureati superiore a molti paesi europei (non solo “personale di fanteria”, insomma, ma teste pensanti con competenze scientifiche serie), il rischio di andare alle calende greche è davvero alto.
Ma una lunga durata del conflitto è insostenibile sia per Israele che per gli Stati Uniti (oltre che per i Paesi del Golfo e l’economia internazionale). I criminali genocidi di Tel Aviv devono infatti fare i conti con uno “scudo” antimissile che mostra già ora parecchi limiti (ed è accertato che finora l’Iran abbia lanciato soprattutto missili di vecchio tipo, meno veloci ed efficienti, ma in gran numero), ma con un sistema di vita che sopporta solo brevi shock, non l’incubo quotidiano riservato agli “inferiori” che di solito Israele aggredisce.
Per gli Usa, nonostante i disegni di golpe istituzionale ormai quasi dichiarati, c’è un serio deficit di consenso che attraversa la popolazione e ormai sta divaricando anche il mondo “Maga”, ossia il nocciolo duro della presa elettorale di Trump, simbolicamente rappresentato in questa immagine di “pastorievangelici” che sembrano usciti dai peggiori incubi di un esorcista.
In aggiornamento
Pezeshkian si congratula con la nuova Guida Suprema
A smentire seccamente ogni speculazione su “divisioni” al vertice dell’Iran il presidente Masoud Pezeshkian – laico, medico, considerato un riformista – si è congratulato con l’ayatollah Seyed Mojtaba Khamenei per la sua elezione come terzo leader della rivoluzione islamica, ha giurato fedeltà al nuovo leader e ha delineato il significato di questo momento fondamentale per la nazione iraniana.
Ha evidenziato che il voto decisivo e ponderato da parte dell’Assemblea degli esperti segna una nuova era di dignità e potere per il popolo iraniano. Questa selezione, ha detto il presidente, riflette la volontà della comunità islamica di rafforzare l’unità nazionale, che funge da robusta barriera contro i complotti degli avversari.
Pezeshkian ha riconosciuto i risultati del defunto leader della rivoluzione islamica, l’ayatollah Seyed Ali Khamenei, nel salvaguardare il sistema e nell’elevare la rivoluzione, sottolineando che questi risultati hanno gettato solide basi per il futuro dell’Iran.
Il presidente ha espresso fiducia che sotto la guida dell’Ayatollah Seyed Mojtaba Khamenei, l’Iran raggiungerà un orizzonte luminoso caratterizzato da indipendenza sostenibile, progresso scientifico e tecnologico e sviluppo completo.
Ha osservato che nel corso della sua storia, l’Iran islamico ha dimostrato resilienza di fronte alle sfide e ha superato gli ostacoli più difficili attraverso la saggezza collettiva, la fede e lo sforzo continuo. Pezeshkian ha affermato che oggi, basandosi su questi beni preziosi e sfruttando le capacità di diverse élite, giovani coraggiosi e manager dedicati, l’Iran navigherà attraverso le attuali avversità.
Il presidente ha sottolineato che nonostante la palese aggressione del regime sionista e degli Stati Uniti criminali, con le basi strategiche poste dal Leader appena ucciso e la notevole resistenza della nazione iraniana accanto alla determinazione delle sue Forze Armate, saranno raggiunti progressi ed efficacia.
Infine, Pezeshkian ha espresso la sua ferma convinzione che il superamento delle sfide attuali sarebbe possibile sotto la saggia leadership dell’ayatollah Seyed Mojtaba Khamenei, promuovendo un ambiente costruito sulla fiducia, la solidarietà, la partecipazione e la diffusa resistenza pubblica.
Una guerra senza strategia
Il giornalista Nick Turse, di The Intercept, cita quattro funzionari governativi informati sui briefing riservati relativi agli attacchi all’Iran. Il quadro che emerge dalle loro testimonianze è durissimo. Uno di loro afferma che l’amministrazione «non ha la minima idea» di quale sia la logica reale dell’operazione, né di quali debbano esserne gli esiti politici. Un altro riassume la linea di fondo con una formula brutale: non esiste un vero progetto di regime change coordinato, ma solo l’idea di “bombardarli finché non saranno meno pericolosi”.
Il segretario di Stato Marco Rubio, nei briefing riservati, avrebbe spiegato che gli Stati Uniti potrebbero intervenire a favore del “popolo iraniano” solo se si presentasse un’occasione favorevole, ma che per il momento Washington resta concentrata su obiettivi tattici limitati, cioè il degrado della potenza militare iraniana. In altre parole: bombardamenti sì, ma nessuna idea chiara su ciò che dovrebbe nascere dalle macerie.
L’inchiesta insiste molto sul tema del “blowback”, il contraccolpo storico delle operazioni clandestine e delle guerre imperiali. Un funzionario avverte che le conseguenze di questa guerra potrebbero farsi sentire per decenni, proprio come avvenne dopo il colpo di Stato contro Mossadegh. La frase più significativa riportata nell’articolo è forse questa: “Tu e io saremo morti, e anche Trump, ma questo attacco all’Iran avrà una lunghissima emivita. Generazioni intere”.
Il quadro che emerge dall’inchiesta è quindi quello di una guerra improvvisata sul piano politico, devastante sul piano umano e potenzialmente gravida di conseguenze storiche di lungo periodo. Non una strategia ordinata di trasformazione del quadro regionale, ma un uso della forza privo di una visione sul dopo. E proprio questo, suggerisce l’articolo, è forse l’aspetto più inquietante.
L’intelligence Usa esclude la possibilità di un “regime change” a Teheran
Il Wall Street Journal (WSJ), sabato, ha reso noto un rapporto classificato del Consiglio Nazionale di Intelligence degli Stati Uniti (NIC) in cui si spiega che “che anche un attacco su larga scala all’Iran lanciato dagli Stati Uniti difficilmente riuscirebbe a spodestare l’establishment militare e clericale radicato della repubblica islamica”.
Gli stessi funzionari dell’intelligence hanno detto al WSJ di vedere “pochi segni, almeno finora, di una rivolta popolare di massa in Iran o di significative fratture all’interno del governo o delle forze di sicurezza che porteranno a un nuovo regime”.
Ma la bastonata più dura arriva dalla risposta di Mohammad Bagher Qalibaf, Presidente del Parlamento iraniano: “Il destino del caro Iran, che è più prezioso della vita, sarà determinato solo dalla fiera nazione iraniana, non dalla banda di Jeffrey Epstein”.
La bufala israeliana sugli Emirati partecipanti agli attacchi contro l’Iran
Come avevamo intuito persino noi, i media israeliani che avevano dato la notizia sugli Emirati Arabi Uniti che avrebbero colpito un impianto di desalinizzazione iraniano, nel loro primo attacco di ritorsione contro droni e missili iraniani, era completamente falsa. Lo ha riportato il Jerusalem Post, da “una fonte informata”.
Un alto funzionario degli Emirati Arabi ha spiegato che “Si tratta di fake news. Quando facciamo qualcosa, abbiamo il coraggio di annunciarlo”, aggiungendo che gli Emirati “non metteranno mai il popolo iraniano sullo stesso piano del regime iraniano”.
La bufala diramata da Israele non era però una svista innocente nel caos di un’informazione in tempi di guerra. Vi era evidentemente il desiderio che i Paesi arabi del Golfo – in prevalenza sunniti, ma con una forte componente sciita – venissero arruolati tra le forze belligeranti.
In particolare proprio gli Emirati che, fra l’altro, hanno da decenni sottoscritto un accordo militare con la Francia sulla difesa del paese, tanto da concedere a Parigi una base sul proprio territorio. Se dunque Dubai fosse diventata parte della “coalizione Epstein” – magari grazie ad un’intensificazione della risposta iraniana contro le basi Usa sul suo territorio, come conseguenza di questa “notizia” – anche la Francia sarebbe dovuta correre in suo soccorso. Ma la Francia è parte centrale dell’Unione Europea, che in definitiva sarebbe stata coinvolta quasi “obbligatoriamente” nella guerra.
Le menti criminali si vedono da certi dettagli...
Fonte
Partiamo dalle novità politiche, visto che quel che avviene davvero sul terreno o nell’aria è schermato da due propagande opposte, al punto che conviene attenersi ai pochi dati che corrispondono, magari involontariamente.
Il Consiglio degli esperti, che riunisce gli ayatollah più importanti dell’Iran, ha scelto la nuova Guida Suprema e si confermano le indicazioni della vigilia: si tratta di Mojtaba Khamenei, secondogenito di Ali, ucciso a 87 anni nel primo giorno di guerra.
Sono da segnalare alcune cose secondo noi importanti. In primo luogo stavolta il Mossad non è riuscito a sapere modalità e luogo della riunione e quindi non ha potuto indirizzare l’ennesimo attacco aereo teso a “decapitare” il vertice religioso dell’Islam sciita. Sembra quindi che la rete di spie che aveva indirizzato gli omicidi mirati di giugno e del primo giorno di questa nuova guerra sia stata “accecata” o messa nelle condizioni di non nuocere.
In secondo luogo, al di là dei per noi ignoti meriti del prescelto (siamo atei, com’è noto), il clero sciita ha deciso per dare una continuità anche simbolica, a testimoniare un indirizzo che non cambia neanche sotto una pressione criminale e terribile.
In terzo luogo, più “stuzzicante” per gli analisti occidentali, il nome scelto è esattamente quello che Trump aveva escluso dal novero di quelli che avrebbe accettato. Non perché avesse un qualsiasi titolo per “essere coinvolto” nella selezione del massimo dirigente di un paese sotto attacco, ma per significare un proprio e inesistente potere assoluto – di vita e di morte – sull’Iran.
E in effetti l’unico suo commento alla decisione del Consiglio è stata la prevedibile “condanna” a morte dell’erede di Khamenei: “non durerà”. Stessa solfa per Israele, che in ogni caso avrebbe detto la stessa cosa chiunque fosse stato nominato.
Si apre dunque un periodo di “caccia all’uomo” all’interno di una guerra ben poco “chirurgica” da parte sionista-statunitense, affidata principalmente alle rispettive intelligence, ma condotta secondo logiche e strategie militari profondamente diverse, come si è provato a spiegare in quest’altro articolo.
Ma la minaccia più interessante – all’interno di una retorica trumpiana più trionfalistica e sregolata del solito – è stata quella di produrre una “escalation” per costringere Tehran alla “resa incondizionata”. Una minaccia simile indica almeno due cose:
a) le cose non stando andando così “meravigliosamente” come rivendicato o comunque c’è una certa fretta per chiudere anche questa guerra con un grido di “vittoria” a prescindere dai risultati reali (come nel giugno scorso, insomma). Gli analisti militari più seri elencano i problemi (rapido esaurimento dei missili anti-missile nei magazzini statunitensi, distruzione dei radar dedicati nell’area del Golfo, impossibilità di ottenere un regime change per via soltanto aerea, ecc.), anche se non è facile poi trarne delle conclusioni certe.
b) mettere come obbiettivo della guerra la “resa incondizionata” non significa soltanto ammettere che non si ha alcuna strategia per il “dopo”, se non la “libertà di decidere” sulle spoglie del vinto, ma è anche il modo – per forza di cose inconsapevole, per ignoranza dell’abc della guerra – di rendere la guerra stessa potenzialmente “infinita”. Se non ci sono “concessioni parziali” che possano accontentare l’aggressore, infatti, all’aggredito non resta che battersi fino all’ultimo uomo. E con una popolazione di 92 milioni, peraltro con una percentuale di laureati superiore a molti paesi europei (non solo “personale di fanteria”, insomma, ma teste pensanti con competenze scientifiche serie), il rischio di andare alle calende greche è davvero alto.
Ma una lunga durata del conflitto è insostenibile sia per Israele che per gli Stati Uniti (oltre che per i Paesi del Golfo e l’economia internazionale). I criminali genocidi di Tel Aviv devono infatti fare i conti con uno “scudo” antimissile che mostra già ora parecchi limiti (ed è accertato che finora l’Iran abbia lanciato soprattutto missili di vecchio tipo, meno veloci ed efficienti, ma in gran numero), ma con un sistema di vita che sopporta solo brevi shock, non l’incubo quotidiano riservato agli “inferiori” che di solito Israele aggredisce.
Per gli Usa, nonostante i disegni di golpe istituzionale ormai quasi dichiarati, c’è un serio deficit di consenso che attraversa la popolazione e ormai sta divaricando anche il mondo “Maga”, ossia il nocciolo duro della presa elettorale di Trump, simbolicamente rappresentato in questa immagine di “pastorievangelici” che sembrano usciti dai peggiori incubi di un esorcista.
In aggiornamento
Pezeshkian si congratula con la nuova Guida Suprema
A smentire seccamente ogni speculazione su “divisioni” al vertice dell’Iran il presidente Masoud Pezeshkian – laico, medico, considerato un riformista – si è congratulato con l’ayatollah Seyed Mojtaba Khamenei per la sua elezione come terzo leader della rivoluzione islamica, ha giurato fedeltà al nuovo leader e ha delineato il significato di questo momento fondamentale per la nazione iraniana.
Ha evidenziato che il voto decisivo e ponderato da parte dell’Assemblea degli esperti segna una nuova era di dignità e potere per il popolo iraniano. Questa selezione, ha detto il presidente, riflette la volontà della comunità islamica di rafforzare l’unità nazionale, che funge da robusta barriera contro i complotti degli avversari.
Pezeshkian ha riconosciuto i risultati del defunto leader della rivoluzione islamica, l’ayatollah Seyed Ali Khamenei, nel salvaguardare il sistema e nell’elevare la rivoluzione, sottolineando che questi risultati hanno gettato solide basi per il futuro dell’Iran.
Il presidente ha espresso fiducia che sotto la guida dell’Ayatollah Seyed Mojtaba Khamenei, l’Iran raggiungerà un orizzonte luminoso caratterizzato da indipendenza sostenibile, progresso scientifico e tecnologico e sviluppo completo.
Ha osservato che nel corso della sua storia, l’Iran islamico ha dimostrato resilienza di fronte alle sfide e ha superato gli ostacoli più difficili attraverso la saggezza collettiva, la fede e lo sforzo continuo. Pezeshkian ha affermato che oggi, basandosi su questi beni preziosi e sfruttando le capacità di diverse élite, giovani coraggiosi e manager dedicati, l’Iran navigherà attraverso le attuali avversità.
Il presidente ha sottolineato che nonostante la palese aggressione del regime sionista e degli Stati Uniti criminali, con le basi strategiche poste dal Leader appena ucciso e la notevole resistenza della nazione iraniana accanto alla determinazione delle sue Forze Armate, saranno raggiunti progressi ed efficacia.
Infine, Pezeshkian ha espresso la sua ferma convinzione che il superamento delle sfide attuali sarebbe possibile sotto la saggia leadership dell’ayatollah Seyed Mojtaba Khamenei, promuovendo un ambiente costruito sulla fiducia, la solidarietà, la partecipazione e la diffusa resistenza pubblica.
Una guerra senza strategia
Il giornalista Nick Turse, di The Intercept, cita quattro funzionari governativi informati sui briefing riservati relativi agli attacchi all’Iran. Il quadro che emerge dalle loro testimonianze è durissimo. Uno di loro afferma che l’amministrazione «non ha la minima idea» di quale sia la logica reale dell’operazione, né di quali debbano esserne gli esiti politici. Un altro riassume la linea di fondo con una formula brutale: non esiste un vero progetto di regime change coordinato, ma solo l’idea di “bombardarli finché non saranno meno pericolosi”.
Il segretario di Stato Marco Rubio, nei briefing riservati, avrebbe spiegato che gli Stati Uniti potrebbero intervenire a favore del “popolo iraniano” solo se si presentasse un’occasione favorevole, ma che per il momento Washington resta concentrata su obiettivi tattici limitati, cioè il degrado della potenza militare iraniana. In altre parole: bombardamenti sì, ma nessuna idea chiara su ciò che dovrebbe nascere dalle macerie.
L’inchiesta insiste molto sul tema del “blowback”, il contraccolpo storico delle operazioni clandestine e delle guerre imperiali. Un funzionario avverte che le conseguenze di questa guerra potrebbero farsi sentire per decenni, proprio come avvenne dopo il colpo di Stato contro Mossadegh. La frase più significativa riportata nell’articolo è forse questa: “Tu e io saremo morti, e anche Trump, ma questo attacco all’Iran avrà una lunghissima emivita. Generazioni intere”.
Il quadro che emerge dall’inchiesta è quindi quello di una guerra improvvisata sul piano politico, devastante sul piano umano e potenzialmente gravida di conseguenze storiche di lungo periodo. Non una strategia ordinata di trasformazione del quadro regionale, ma un uso della forza privo di una visione sul dopo. E proprio questo, suggerisce l’articolo, è forse l’aspetto più inquietante.
L’intelligence Usa esclude la possibilità di un “regime change” a Teheran
Il Wall Street Journal (WSJ), sabato, ha reso noto un rapporto classificato del Consiglio Nazionale di Intelligence degli Stati Uniti (NIC) in cui si spiega che “che anche un attacco su larga scala all’Iran lanciato dagli Stati Uniti difficilmente riuscirebbe a spodestare l’establishment militare e clericale radicato della repubblica islamica”.
Gli stessi funzionari dell’intelligence hanno detto al WSJ di vedere “pochi segni, almeno finora, di una rivolta popolare di massa in Iran o di significative fratture all’interno del governo o delle forze di sicurezza che porteranno a un nuovo regime”.
Ma la bastonata più dura arriva dalla risposta di Mohammad Bagher Qalibaf, Presidente del Parlamento iraniano: “Il destino del caro Iran, che è più prezioso della vita, sarà determinato solo dalla fiera nazione iraniana, non dalla banda di Jeffrey Epstein”.
La bufala israeliana sugli Emirati partecipanti agli attacchi contro l’Iran
Come avevamo intuito persino noi, i media israeliani che avevano dato la notizia sugli Emirati Arabi Uniti che avrebbero colpito un impianto di desalinizzazione iraniano, nel loro primo attacco di ritorsione contro droni e missili iraniani, era completamente falsa. Lo ha riportato il Jerusalem Post, da “una fonte informata”.
Un alto funzionario degli Emirati Arabi ha spiegato che “Si tratta di fake news. Quando facciamo qualcosa, abbiamo il coraggio di annunciarlo”, aggiungendo che gli Emirati “non metteranno mai il popolo iraniano sullo stesso piano del regime iraniano”.
La bufala diramata da Israele non era però una svista innocente nel caos di un’informazione in tempi di guerra. Vi era evidentemente il desiderio che i Paesi arabi del Golfo – in prevalenza sunniti, ma con una forte componente sciita – venissero arruolati tra le forze belligeranti.
In particolare proprio gli Emirati che, fra l’altro, hanno da decenni sottoscritto un accordo militare con la Francia sulla difesa del paese, tanto da concedere a Parigi una base sul proprio territorio. Se dunque Dubai fosse diventata parte della “coalizione Epstein” – magari grazie ad un’intensificazione della risposta iraniana contro le basi Usa sul suo territorio, come conseguenza di questa “notizia” – anche la Francia sarebbe dovuta correre in suo soccorso. Ma la Francia è parte centrale dell’Unione Europea, che in definitiva sarebbe stata coinvolta quasi “obbligatoriamente” nella guerra.
Le menti criminali si vedono da certi dettagli...
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L’impatto della guerra all'Iran sui prezzi dell’energia
La guerra Stati Uniti-Israele contro l’Iran potrebbe far sì che consumatori e imprese di tutto il Mondo debbano affrontare settimane o mesi di prezzi del carburante più alti anche se il conflitto, ora al suo ottavo giorno, dovesse finire rapidamente, poiché i fornitori sono alle prese con impianti danneggiati, logistica interrotta e rischi elevati per le spedizioni.
Le prospettive rappresentano una minaccia economica globale e una vulnerabilità politica per il presidente degli Stati Uniti Donald Trump in vista delle elezioni di medio termine, con gli elettori sensibili alle bollette energetiche e sfavorevoli agli impicci all’estero.
I prezzi globali del petrolio sono aumentati di oltre il 25 percento dall’inizio della guerra, facendo salire i prezzi dei carburanti per i consumatori di tutto il mondo.
Il prezzo medio nazionale della benzina ha raggiunto i 3,41 dollari al gallone (0,9 dollari al litro) sabato, secondo l’American Automobile Association (AAA), con un aumento di 0,43 dollari nell’ultima settimana. Goldman Sachs ha avvertito che i prezzi del petrolio potrebbero salire sopra i 100 dollari al barile se le interruzioni delle spedizioni dovessero continuare.
Per capire la dimensione dell’impatto di questo prezzo sui consumatori Usa bisogna ricordare che “2 dollari al gallone” è considerato quasi un “diritto costituzionale”, su cui si misura la popolarità o meno di qualsiasi presidente. Specie se la guerra non è stata “imposta dall’esterno” (come per Pearl Harbour o altre situazioni credibilmente “montate” come “attacchi nemici” ad alleati strategici), ma è stata una decisione unilaterale del presidente.
Il greggio statunitense ha chiuso venerdì appena sotto i 91 dollari al barile – il suo più grande guadagno settimanale mai registrato nei dati dal 1983 ad oggi, indicando che i prezzi potrebbero continuare a salire.
“Il mercato sta passando dalla valutazione del puro rischio geopolitico alla gestione di tangibili interruzioni operative, poiché le chiusure delle raffinerie e i vincoli alle esportazioni iniziano a compromettere la lavorazione del greggio e i flussi di approvvigionamento regionali”, hanno affermato gli analisti di JP Morgan all’inizio di questa settimana.
A determinare l’aumento, insomma, è solo in parte “la paura” per le forniture future; sono soprattutto gli incagli concreti che già oggi – dopo una sola settimana – la “catena di lavorazione degli idrocarburi” sta incontrando.
Il conflitto ha già portato alla sospensione di circa un quinto dell’offerta globale di greggio e gas naturale, poiché Teheran prende di mira le navi nel vitale Stretto di Hormuz tra le sue coste e l’Oman, e attacca le infrastrutture energetiche in tutta la regione.
Una chiusura quasi completa dello stretto significa che i principali produttori di petrolio della regione – Arabia Saudita, Emirati Arabi Uniti, Iraq e Kuwait – hanno dovuto sospendere le spedizioni di ben 140 milioni di barili di petrolio – pari a circa 1,4 giorni della domanda globale – verso le raffinerie di tutto il mondo.
Più dell’80 percento del commercio globale si muove via mare, secondo la Banca Mondiale, il che significa che le interruzioni nella via d’acqua potrebbero aumentare i costi di trasporto e ritardare le consegne delle merci. Si tratta di un ciclo continuo di estrazione/trasporto/lavorazione/distribuzione che non prevede “fermi in magazzino” troppo consistenti.
Gli impianti di stoccaggio in tutte le “stazioni di passaggio” sono dimensionati su pochi giorni di accumulo per ragioni assolutamente fisiche (dove si mettono decine di milioni di barili?). È una merce non comprimibile con volumi colossali e in costante aumento, vista anche la contemporanea rinuncia dell’Occidente a continuare sulla strada della decarbonizzazione a causa della resistenza delle imprese.
Come risultato di questi sviluppi, lo stoccaggio di petrolio e gas negli impianti del Golfo sta rapidamente raggiungendo i limiti fisici, costringendo i giacimenti petroliferi in Iraq e Kuwait a ridurre o fermare la produzione di petrolio. Gli Emirati Arabi Uniti, che oltretutto hanno partecipato per la prima volta ad attacchi aerei contro l’Iran, probabilmente taglieranno a breve, hanno detto a Reuters analisti, trader e fonti.
“Ad un certo punto, presto, tutti fermeranno la produzione se le navi non arriveranno”, ha preannunciato una compagnia petrolifera statale della regione che ha chiesto di non essere nominata.
Ma una volta fermata la produzione non è immediato ricominciare ad estrarre. La metafora della “pompa di benzina”, col rubinetto che si apre e si chiude a comando, vale appunto solo per gli impianti di distribuzione al consumo.
I pozzi di petrolio prevedono procedure e tempi assai meno istantanei. E i giacimenti petroliferi in tutto il Medio Oriente, se costretti a fermare la produzione a causa delle interruzioni delle spedizioni, potrebbero impiegare del tempo per tornare alla normalità.
“Il conflitto potrebbe finire anche domani, ma potrebbero volerci giorni, settimane o mesi, a seconda del tipo di giacimenti, dell’età del giacimento, del tipo di fermata che hanno dovuto effettuare, prima di poter riportare la produzione ai livelli precedenti”, ha detto il responsabile in loco di una multinazionale del settore.
Le forze iraniane, nel frattempo, per ovvia reazione agli attacchi ai propri depositi (vedi quelli di Tehran, ieri), stanno prendendo di mira le infrastrutture energetiche regionali, comprese raffinerie e terminali, costringendole anch’esse alla chiusura. Si tratta di impianti più o meno danneggiati, che avranno bisogno di riparazioni di diversa entità, ma comunque importanti.
Il Qatar, principale esportatore di gas, ha dichiarato ieri l’arresto della produzione per cause di forza maggiore dopo gli attacchi dei droni iraniani. Potrebbe essere necessario almeno un mese per tornare ai normali livelli di produzione, hanno detto alcune fonti a Reuters. Il Qatar fornisce il 20 percento del gas naturale liquefatto (GNL) globale.
Nel frattempo, l’enorme raffineria e terminale di esportazione di greggio Ras Tanura di Saudi Aramco è stata anch’essa chiusa a causa degli attacchi, senza dettagli sui danni. Il che non è un buon segno...
Gli economisti, che com’è noto prevedono solo il passato, concludono che la situazione potrebbe creare “una combinazione di prezzi più alti e crescita più lenta”. Nessuno l’avrebbe mai pensato, vero?
Interessante vedere, come nel grafico qui di fianco, l’enorme differenza tra “riserve accertate” e “introiti da estrazione” tra i diversi produttori di petrolio. Per ragioni decisamente politiche alcuni grandi possessori di riserve hanno fin qui avuto un ruolo marginale sul mercato globale (clamoroso il caso del Venezuela, praticamente primo e ultimo nelle due diverse classifiche), mentre altri paesi – a cominciare guarda caso dagli Stati Uniti – stanno ormai fisicamente “raschiando il fondo” dei loro giacimenti ricorrendo alla costosissima – in termini sia ambientali che economici – tecnica del fracking per estrarre comunque greggio anche dalle sabbie bituminose e dalle rocce di scisto.
L’aggressività militare statunitense ha insomma ragioni “fisiche” decisamente chiare. Che l’imperialismo yankee in versione “dem” mascherava in vario modo (esportazione della democrazia, “diritti umani”, “libertà delle donne”, ecc.). Mentre quello “maleducato” e arraffone dei cowboys “Maga” rinuncia a qualsiasi pretesto, presentandosi col classico grido di guerra colonialista: “Fermi tutti! questa è una rapina!”
Ultim’ora. Sulle piazze asiatiche, alla riapertura dei mercati, il prezzo del petrolio è arrivato a sfiorare i 120 dollari al barile. Di fatto il doppio di dieci giorni fa, prima che iniziasse l’aggressione sionista e statunitense.
Fonte
Le prospettive rappresentano una minaccia economica globale e una vulnerabilità politica per il presidente degli Stati Uniti Donald Trump in vista delle elezioni di medio termine, con gli elettori sensibili alle bollette energetiche e sfavorevoli agli impicci all’estero.
I prezzi globali del petrolio sono aumentati di oltre il 25 percento dall’inizio della guerra, facendo salire i prezzi dei carburanti per i consumatori di tutto il mondo.
Il prezzo medio nazionale della benzina ha raggiunto i 3,41 dollari al gallone (0,9 dollari al litro) sabato, secondo l’American Automobile Association (AAA), con un aumento di 0,43 dollari nell’ultima settimana. Goldman Sachs ha avvertito che i prezzi del petrolio potrebbero salire sopra i 100 dollari al barile se le interruzioni delle spedizioni dovessero continuare.
Per capire la dimensione dell’impatto di questo prezzo sui consumatori Usa bisogna ricordare che “2 dollari al gallone” è considerato quasi un “diritto costituzionale”, su cui si misura la popolarità o meno di qualsiasi presidente. Specie se la guerra non è stata “imposta dall’esterno” (come per Pearl Harbour o altre situazioni credibilmente “montate” come “attacchi nemici” ad alleati strategici), ma è stata una decisione unilaterale del presidente.
Il greggio statunitense ha chiuso venerdì appena sotto i 91 dollari al barile – il suo più grande guadagno settimanale mai registrato nei dati dal 1983 ad oggi, indicando che i prezzi potrebbero continuare a salire.
“Il mercato sta passando dalla valutazione del puro rischio geopolitico alla gestione di tangibili interruzioni operative, poiché le chiusure delle raffinerie e i vincoli alle esportazioni iniziano a compromettere la lavorazione del greggio e i flussi di approvvigionamento regionali”, hanno affermato gli analisti di JP Morgan all’inizio di questa settimana.
A determinare l’aumento, insomma, è solo in parte “la paura” per le forniture future; sono soprattutto gli incagli concreti che già oggi – dopo una sola settimana – la “catena di lavorazione degli idrocarburi” sta incontrando.
Il conflitto ha già portato alla sospensione di circa un quinto dell’offerta globale di greggio e gas naturale, poiché Teheran prende di mira le navi nel vitale Stretto di Hormuz tra le sue coste e l’Oman, e attacca le infrastrutture energetiche in tutta la regione.
Una chiusura quasi completa dello stretto significa che i principali produttori di petrolio della regione – Arabia Saudita, Emirati Arabi Uniti, Iraq e Kuwait – hanno dovuto sospendere le spedizioni di ben 140 milioni di barili di petrolio – pari a circa 1,4 giorni della domanda globale – verso le raffinerie di tutto il mondo.
Più dell’80 percento del commercio globale si muove via mare, secondo la Banca Mondiale, il che significa che le interruzioni nella via d’acqua potrebbero aumentare i costi di trasporto e ritardare le consegne delle merci. Si tratta di un ciclo continuo di estrazione/trasporto/lavorazione/distribuzione che non prevede “fermi in magazzino” troppo consistenti.
Gli impianti di stoccaggio in tutte le “stazioni di passaggio” sono dimensionati su pochi giorni di accumulo per ragioni assolutamente fisiche (dove si mettono decine di milioni di barili?). È una merce non comprimibile con volumi colossali e in costante aumento, vista anche la contemporanea rinuncia dell’Occidente a continuare sulla strada della decarbonizzazione a causa della resistenza delle imprese.
Come risultato di questi sviluppi, lo stoccaggio di petrolio e gas negli impianti del Golfo sta rapidamente raggiungendo i limiti fisici, costringendo i giacimenti petroliferi in Iraq e Kuwait a ridurre o fermare la produzione di petrolio. Gli Emirati Arabi Uniti, che oltretutto hanno partecipato per la prima volta ad attacchi aerei contro l’Iran, probabilmente taglieranno a breve, hanno detto a Reuters analisti, trader e fonti.
“Ad un certo punto, presto, tutti fermeranno la produzione se le navi non arriveranno”, ha preannunciato una compagnia petrolifera statale della regione che ha chiesto di non essere nominata.
Ma una volta fermata la produzione non è immediato ricominciare ad estrarre. La metafora della “pompa di benzina”, col rubinetto che si apre e si chiude a comando, vale appunto solo per gli impianti di distribuzione al consumo.
I pozzi di petrolio prevedono procedure e tempi assai meno istantanei. E i giacimenti petroliferi in tutto il Medio Oriente, se costretti a fermare la produzione a causa delle interruzioni delle spedizioni, potrebbero impiegare del tempo per tornare alla normalità.
“Il conflitto potrebbe finire anche domani, ma potrebbero volerci giorni, settimane o mesi, a seconda del tipo di giacimenti, dell’età del giacimento, del tipo di fermata che hanno dovuto effettuare, prima di poter riportare la produzione ai livelli precedenti”, ha detto il responsabile in loco di una multinazionale del settore.
Le forze iraniane, nel frattempo, per ovvia reazione agli attacchi ai propri depositi (vedi quelli di Tehran, ieri), stanno prendendo di mira le infrastrutture energetiche regionali, comprese raffinerie e terminali, costringendole anch’esse alla chiusura. Si tratta di impianti più o meno danneggiati, che avranno bisogno di riparazioni di diversa entità, ma comunque importanti.
Il Qatar, principale esportatore di gas, ha dichiarato ieri l’arresto della produzione per cause di forza maggiore dopo gli attacchi dei droni iraniani. Potrebbe essere necessario almeno un mese per tornare ai normali livelli di produzione, hanno detto alcune fonti a Reuters. Il Qatar fornisce il 20 percento del gas naturale liquefatto (GNL) globale.
Nel frattempo, l’enorme raffineria e terminale di esportazione di greggio Ras Tanura di Saudi Aramco è stata anch’essa chiusa a causa degli attacchi, senza dettagli sui danni. Il che non è un buon segno...
Gli economisti, che com’è noto prevedono solo il passato, concludono che la situazione potrebbe creare “una combinazione di prezzi più alti e crescita più lenta”. Nessuno l’avrebbe mai pensato, vero?
Interessante vedere, come nel grafico qui di fianco, l’enorme differenza tra “riserve accertate” e “introiti da estrazione” tra i diversi produttori di petrolio. Per ragioni decisamente politiche alcuni grandi possessori di riserve hanno fin qui avuto un ruolo marginale sul mercato globale (clamoroso il caso del Venezuela, praticamente primo e ultimo nelle due diverse classifiche), mentre altri paesi – a cominciare guarda caso dagli Stati Uniti – stanno ormai fisicamente “raschiando il fondo” dei loro giacimenti ricorrendo alla costosissima – in termini sia ambientali che economici – tecnica del fracking per estrarre comunque greggio anche dalle sabbie bituminose e dalle rocce di scisto.
L’aggressività militare statunitense ha insomma ragioni “fisiche” decisamente chiare. Che l’imperialismo yankee in versione “dem” mascherava in vario modo (esportazione della democrazia, “diritti umani”, “libertà delle donne”, ecc.). Mentre quello “maleducato” e arraffone dei cowboys “Maga” rinuncia a qualsiasi pretesto, presentandosi col classico grido di guerra colonialista: “Fermi tutti! questa è una rapina!”
Ultim’ora. Sulle piazze asiatiche, alla riapertura dei mercati, il prezzo del petrolio è arrivato a sfiorare i 120 dollari al barile. Di fatto il doppio di dieci giorni fa, prima che iniziasse l’aggressione sionista e statunitense.
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Guerra all’Iran. L’Aeronautica militare italiana vola in Medio Oriente
Sette volte avanti e indietro dalla grande base di Pratica di Mare (Roma) alle infrastrutture aeroportuali di Riyadh (Arabia Saudita), Dubai e Abu Dhabi (Emirati Arabi Uniti).
Da mercoledì 4 ad oggi 7 marzo, l’Aeronautica Militare italiana ha effettuato diverse missioni nell’area del Golfo dove si estende a macchia d’olio il conflitto bellico generato dall’attacco di USA e Israele contro l’Iran.
Secondo quanto rivelato dagli analisti di ItaMilRadar ci sono stati perlomeno 14 voli (sette di andata e sette di ritorno) tra l’Italia ed Arabia Saudita ed Emirati. Nello specifico sono stati impiegati due grandi aerei cisterna Boeing KC-767A (numeri di registrazione MM62227 ed MM62229) in forza al 14° Stormo dell’Aeronautica Militare di Pratica di Mare.
Gli scopi delle missioni non sono stati specificati dalla Difesa italiana ma è presumibile che con i velivoli si sia consentito il trasferimento e/o il rimpatrio di una parte dei militari italiani dislocati in alcune basi militari del Golfo, sotto attacco dei droni e dei missili iraniani.
“Il tracciato delle rotte dei voli degli ultimi due giorni mostra un consistente movimento a navetta operato da due aerei cisterna KC-767A”, scrive ItaMilRadar. “Fin dall’inizio della settimana, l’aereo aveva effettuato diversi viaggi di andata e ritorno da Pratica di Mare a diverse destinazioni del Golfo Persico, principalmente Riyadh, Dubai ed Abu Dhabi. La flotta degli aerei KC-767A dell’Aeronautica italiana è normalmente impiegata per missioni di rifornimento in volo e trasporto strategico. Tuttavia, oltre alle operazioni di rifornimento di carburante, questo aereo può trasportare anche passeggeri e carichi vari, rendendolo adatto per la movimentazione rapida del personale durante situazioni di emergenza”.
Data la frequenza dei voli, gli analisti ritengono che si sia trattato di uno sforzo operativo di natura logistica più che di un’attività di trasporto rutinaria.
“L’Italia mantiene diverse presenze militari nell’area e periodi altissima tensione regionale possono aver condotto ad una movimentazione precauzionale del personale”, conclude ItaMilRadar.
Intanto stamani è atterrato nello scalo di Trapani Birgi un aereo C130 dell’Aeronautica con a bordo alcuni piloti italiani provenienti dal Kuwait. Dalla fine di gennaio, i militari erano impegnati in attività di addestramento presso la base aerea di Ali al Salem, colpita dagli attacchi iraniani che avevano danneggiato due edifici e due hangar che ospitavano alcuni caccia Eurofighter Typhoon in dotazione al 37° Stormo, reparto delle forze aeree di stanza proprio nello scalo siciliano.
Fonte
Da mercoledì 4 ad oggi 7 marzo, l’Aeronautica Militare italiana ha effettuato diverse missioni nell’area del Golfo dove si estende a macchia d’olio il conflitto bellico generato dall’attacco di USA e Israele contro l’Iran.
Secondo quanto rivelato dagli analisti di ItaMilRadar ci sono stati perlomeno 14 voli (sette di andata e sette di ritorno) tra l’Italia ed Arabia Saudita ed Emirati. Nello specifico sono stati impiegati due grandi aerei cisterna Boeing KC-767A (numeri di registrazione MM62227 ed MM62229) in forza al 14° Stormo dell’Aeronautica Militare di Pratica di Mare.
Gli scopi delle missioni non sono stati specificati dalla Difesa italiana ma è presumibile che con i velivoli si sia consentito il trasferimento e/o il rimpatrio di una parte dei militari italiani dislocati in alcune basi militari del Golfo, sotto attacco dei droni e dei missili iraniani.
“Il tracciato delle rotte dei voli degli ultimi due giorni mostra un consistente movimento a navetta operato da due aerei cisterna KC-767A”, scrive ItaMilRadar. “Fin dall’inizio della settimana, l’aereo aveva effettuato diversi viaggi di andata e ritorno da Pratica di Mare a diverse destinazioni del Golfo Persico, principalmente Riyadh, Dubai ed Abu Dhabi. La flotta degli aerei KC-767A dell’Aeronautica italiana è normalmente impiegata per missioni di rifornimento in volo e trasporto strategico. Tuttavia, oltre alle operazioni di rifornimento di carburante, questo aereo può trasportare anche passeggeri e carichi vari, rendendolo adatto per la movimentazione rapida del personale durante situazioni di emergenza”.
Data la frequenza dei voli, gli analisti ritengono che si sia trattato di uno sforzo operativo di natura logistica più che di un’attività di trasporto rutinaria.
“L’Italia mantiene diverse presenze militari nell’area e periodi altissima tensione regionale possono aver condotto ad una movimentazione precauzionale del personale”, conclude ItaMilRadar.
Intanto stamani è atterrato nello scalo di Trapani Birgi un aereo C130 dell’Aeronautica con a bordo alcuni piloti italiani provenienti dal Kuwait. Dalla fine di gennaio, i militari erano impegnati in attività di addestramento presso la base aerea di Ali al Salem, colpita dagli attacchi iraniani che avevano danneggiato due edifici e due hangar che ospitavano alcuni caccia Eurofighter Typhoon in dotazione al 37° Stormo, reparto delle forze aeree di stanza proprio nello scalo siciliano.
Fonte
Guerra in ucraina quattro anni dopo
di Michael Roberts
Il 24 febbraio ricorre il quarto anniversario dell'inizio della guerra tra Ucraina e Russia. Dopo quattro anni, l'invasione russa dell'Ucraina ha causato danni incalcolabili alla popolazione e all'economia ucraina. Le stime sul numero di morti e feriti nella guerra, così come sulle vittime civili, variano notevolmente. Da parte ucraina e occidentale, si sostiene che siano morti oltre un milione di russi, ma meno di 100.000 ucraini. I russi sostengono il rapporto opposto, con circa 300.000 ucraini uccisi o feriti solo nel 2025. L'ultima stima di Mediazona, un'agenzia con sede in Ucraina, si colloca a metà strada: 160.000 morti in Russia e un numero leggermente superiore in Ucraina.
Qualunque sia la verità, la guerra ha causato una crisi umanitaria in Ucraina, soprattutto durante questo inverno, con i sistemi energetici e di riscaldamento delle principali città in gran parte distrutti dai missili russi. In quattro anni di guerra, milioni di persone sono fuggite all'estero e molti altri milioni sono stati sfollati dalle loro case all'interno dell'Ucraina. La popolazione ucraina è diminuita del 37% dal crollo dell'Unione Sovietica e del 20% dall'inizio della guerra. Il PIL reale è diminuito del 37% dal 1991 e del 21% dall'inizio della guerra.
I danni fisici e mentali subiti da coloro che sono rimasti in Ucraina sono stati immensi. Particolarmente preoccupante è il calo del rendimento scolastico dei bambini ucraini. Gli studi dimostrano che una guerra durante i primi cinque anni di vita di una persona è associata a un calo di circa il 10% dei punteggi relativi alla salute mentale quando questa raggiunge i 60-70 anni. Quindi il problema non sono solo le vittime della guerra e l'economia, ma anche i danni a lungo termine subiti dagli ucraini che sono rimasti nel Paese.
Nonostante la guerra, negli ultimi due anni si è registrata una certa ripresa economica in Ucraina, almeno in termini di PIL. I porti ucraini sul Mar Nero sono ancora funzionanti e il commercio scorre verso ovest lungo il Danubio, ma in misura minore per ferrovia. Nel frattempo, l'agricoltura ha registrato una modesta ripresa. Ciononostante, la produzione di ferro e acciaio rimane ancora a una frazione del livello prebellico, passando da 1,5 milioni di tonnellate al mese prima della guerra a soli 0,6 milioni al mese. Alla fine del 2025, la produzione industriale in Ucraina è diminuita del 3,5% su base annua.
L'Ucraina ha sempre meno persone abili al lavoro o alla guerra. Analisi indipendenti mostrano un tasso di disoccupazione instabile ma costantemente alto, che ha raggiunto il picco del 22,8% alla fine del 2025. Oltre l'80% dei disoccupati sono donne, dato che gli uomini sono stati per lo più arruolati nelle forze armate. E la metà dei giovani (sotto i 35 anni) non ancora arruolati non lavora. C'è una grave carenza di personale qualificato, che ha per lo più lasciato il Paese. Il governo è così disperato nel reclutare uomini per l'esercito che ha fatto ricorso a “bande di reclutatori” che vagano per le strade giorno e notte per catturare persone e costringerle ad andare al fronte.
L'Ucraina dipende ancora totalmente dal sostegno dell'Occidente. Ha bisogno di almeno 40 miliardi di dollari all'anno per sostenere i servizi governativi, aiutare la popolazione e mantenere la produzione. Inoltre, ha bisogno di altri 40 miliardi di dollari all'anno per sostenere le forze armate. Dall'inizio dell'invasione su larga scala da parte della Russia, oltre la metà del bilancio statale, pari al 26% del PIL, è stata spesa per la difesa. L'Ucraina ha fatto affidamento sull'UE per i finanziamenti civili, mentre si è affidata agli Stati Uniti per tutti i finanziamenti militari: una vera e propria “divisione dei compiti”. Ma da quando l'amministrazione Trump è entrata in carica nel 2025, gli Stati Uniti hanno drasticamente ridotto i loro aiuti militari diretti e hanno invece esortato gli europei a prendere il testimone, sia per i finanziamenti civili che militari.
Nel 2025 gli aiuti europei sono aumentati in modo significativo, con un incremento del 67% degli aiuti militari e del 59% degli aiuti finanziari e umanitari. La quota degli aiuti civili totali dell'UE è salita dal 50% circa all'inizio della guerra, al 90%. Tuttavia, a causa del ritiro degli Stati Uniti, nel 2025 gli aiuti militari sono diminuiti complessivamente del 13% e i finanziamenti civili sono diminuiti del 5% in termini reali.
Gli aiuti militari dell'Europa dipendono solo da alcuni paesi dell'Europa occidentale, principalmente Germania e Regno Unito, che hanno rappresentato circa i due terzi degli aiuti militari dell'Europa occidentale tra il 2022 e il 2025. L'UE è ora bloccata nel tentativo di trovare fondi per l'Ucraina. Il suo piano di utilizzare le attività valutarie russe congelate è fallito perché i detentori di tali attività, Euroclear in Belgio, temevano pesanti perdite nei tribunali internazionali. Un nuovo piano dell'UE per fornire circa 100 miliardi di dollari attraverso l'emissione di titoli di Stato è ancora in sospeso.
Il FMI e la Banca Mondiale hanno offerto assistenza monetaria, ma in questo caso l'Ucraina deve dimostrare di avere “sostenibilità”, ovvero di essere in grado, prima o poi, di rimborsare eventuali prestiti. Quindi, se i prestiti bilaterali da parte degli Stati Uniti e dei paesi dell'UE (e si tratta principalmente di prestiti, non di aiuti a fondo perduto) non si concretizzeranno, l'FMI non potrà estendere il suo programma di prestiti. Una nuova rata di prestito di circa 8 miliardi di dollari sta per essere annunciata dall'FMI per il 2026.
Tutto ciò ci riporta alla questione di cosa accadrà all'economia ucraina, se e quando la guerra con la Russia giungerà al termine. Secondo le ultime stime della Banca Mondiale, ipotizzando che la guerra finisca quest'anno, i costi per il recupero e la ricostruzione dell'Ucraina ammonteranno a 588 miliardi di dollari nei prossimi dieci anni. Si tratta di una cifra pari a tre volte il suo attuale PIL. Tuttavia, anche questa stima potrebbe essere sottostimata. La stessa Ucraina stima che saranno necessari 1.000 miliardi di dollari, di cui quasi 400 miliardi per la ricostruzione del settore energetico, 300 miliardi per gli alloggi e le infrastrutture urbane, 200 miliardi per i corridoi di trasporto e la logistica e 100 miliardi per i servizi sociali e le istituzioni pubbliche. Questo totale equivale a sei anni del precedente PIL annuale dell'Ucraina. Si tratta di circa il 2,0% del PIL annuo dell'UE, o dell'1,5%, per cinque anni, del PIL del G7. Anche se la ricostruzione procedesse bene e supponendo che tutte le risorse dell'Ucraina prebellica fossero ripristinate (l'industria e i minerali dell'Ucraina orientale sono ora nelle mani della Russia), l'economia (PIL) sarebbe comunque inferiore del 15% rispetto al livello prebellico. In caso contrario, la ripresa sarà ancora più lunga.
La Commissione Europea ha annunciato un European Flagship Fund (fondo equity europeo per la ricostruzione), presumibilmente un “veicolo di capitale” congiunto sostenuto dall'UE, dall'Italia, dalla Germania, dalla Francia, dalla Polonia e dalla Banca Europea per gli Investimenti, con lo scopo di mobilitare investimenti pubblici e privati su larga scala per la ricostruzione postbellica dell'Ucraina. In effetti, ciò significherebbe l'acquisizione dell'economia e delle risorse dell'Ucraina da parte degli investitori occidentali. Allo stato attuale, gran parte delle risorse ucraine rimaste (quelle non annesse dalla Russia) sono già state vendute ad aziende occidentali. Complessivamente, il 28% dei terreni coltivabili dell'Ucraina è ora di proprietà di un mix di oligarchi ucraini, società europee e nordamericane, nonché del fondo sovrano dell'Arabia Saudita. Nestlé ha investito 46 milioni di dollari in un nuovo stabilimento nella regione occidentale di Volyn, mentre Bayer, il gigante tedesco dei farmaci e dei pesticidi, prevede di investire 60 milioni di euro nella produzione di semi di mais nella regione centrale di Zhytomyr. MHP, la più grande azienda avicola ucraina, è di proprietà di un ex consigliere del presidente ucraino Poroshenko. Negli ultimi anni, MHP ha ricevuto più di un quinto di tutti i prestiti concessi dalla Banca europea per la ricostruzione e lo sviluppo (BERS). MHP impiega 28.000 persone e controlla circa 360.000 ettari di terreno in Ucraina, un'area più grande del Lussemburgo, membro dell'UE.
Il governo ucraino è impegnato in una soluzione di “libero mercato” per l'economia del dopoguerra che includerebbe ulteriori fasi di deregolamentazione del mercato del lavoro, al di sotto persino degli standard minimi dell'UE, ovvero condizioni di sfruttamento dei lavoratori, tagli drastici alle imposte sulle società e sul reddito, insieme alla completa privatizzazione dei beni statali rimanenti. Tuttavia, le pressioni di un'economia di guerra hanno, per ora, costretto il governo a mettere queste politiche in secondo piano, dando priorità alle esigenze militari.
L'obiettivo del governo ucraino, dell'Unione Europea, del governo degli Stati Uniti, delle agenzie multilaterali e delle istituzioni finanziarie americane ora incaricate di raccogliere fondi e destinarli alla ricostruzione, è quello di ripristinare l'economia ucraina come una specie di zona economica speciale, con denaro pubblico a copertura di eventuali perdite del capitale privato. L'Ucraina sarà priva di sindacati, di qualsiasi regime fiscale e normativa severa per le imprese e di qualsiasi altro ostacolo importante agli investimenti di capitale occidentale in alleanza con gli ex oligarchi ucraini.
Russia: l'economia di guerra
E la Russia? Per un certo periodo, all'inizio del 2022, l'invasione russa dell'Ucraina per conquistare le quattro province di lingua russa nel Donbass, ha paradossalmente dato una spinta all'economia. La Russia è riuscita a superare le sanzioni occidentali, investendo quasi un terzo del suo bilancio nella spesa per la difesa. Nonostante fosse stata tagliata fuori dai mercati energetici europei, è riuscita a diversificare i propri approvvigionamenti verso la Cina e l'India, utilizzando, in parte, una flotta “ombra” di petroliere (cioè non assicurate dall'Occidente) per aggirare il tetto dei prezzi che i paesi occidentali speravano avrebbe ridotto le risorse belliche del paese. La Cina ora assorbe il 45% di tutte le esportazioni petrolifere russe e la Russia è diventata il principale fornitore di petrolio della Cina.
Le importazioni cinesi in Russia sono aumentate di oltre il 60% dall'inizio della guerra, e sono cresciute del 26% nel 2025, poiché la Cina ha fornito alla Russia un flusso costante di merci, tra cui automobili e dispositivi elettronici, colmando il vuoto lasciato dalle importazioni occidentali.
Tuttavia, la guerra ha intensificato una grave carenza di manodopera all'interno della Russia. Come l'Ucraina, anche la Russia è ora alla disperata ricerca di personale, sebbene per ragioni diverse. Anche prima della guerra, la forza lavoro russa era in calo a causa di naturali fattori demografici. Poi, all'inizio della guerra nel 2022, circa 450.000 lavoratori russi e stranieri, appartenenti alla classe media nei settori delle Tecnologie informatiche, della finanza e della gestione, hanno lasciato il Paese. Nel frattempo, l'esercito russo deve reclutare tra i 10.000 e i 30.000 soldati ogni mese, sottraendo manodopera alla produzione interna. Per potenziare le forze armate, la Russia ha reclutato detenuti e altre persone con contratti a tempo determinato. La spinta iniziale all'economia e ai salari, derivante dall'enorme spesa per la difesa, ha cominciato a diminuire. Inoltre, i prezzi globali del petrolio sono scesi ben al di sotto del livello di pareggio per le entrate petrolifere russe.
Le entrate della Russia derivanti dal petrolio e dal gas, che rappresentano fino al 50% delle entrate statali, sono diminuite del 27% su base annua. L'inflazione è intorno all'8%, in calo rispetto ai picchi a doppia cifra, ma la banca centrale russa mantiene ancora i tassi di interesse al 16%, rendendo impossibile a famiglie e imprese di contrarre prestiti per investire o acquistare beni di grande valore. Ora la spesa bellica supera il 7% del PIL annuale. Nonostante l'aumento della tassazione, il forte aumento del deficit di bilancio per finanziare la guerra sta prosciugando il fondo sovrano russo, costringendo le autorità monetarie a prendere in considerazione la monetizzazione dei deficit.
Tuttavia, la Russia dispone ancora di ingenti riserve valutarie e di un basso rapporto tra debito pubblico e PIL. Anche se le entrate da esportazione dovessero crollare, il sistema bancario, in gran parte di proprietà statale, dispone di ingenti riserve di liquidità che potrebbero essere utilizzate, e le banche potrebbero anche essere indirizzate ad acquistare titoli di Stato, come è avvenuto alla fine del 2024. Se tutto il resto fallisse, la banca centrale potrebbe acquistare titoli di Stato, monetizzando così il debito, anche se ciò comporterebbe un forte deprezzamento del rublo e quindi un aumento dell'inflazione.
L'economia russa è entrata più debole nel 2026 rispetto all'anno precedente, con una crescita in calo e prezzi del petrolio ben al di sotto delle previsioni di bilancio.
Gli indici relativi ai servizi e alle attività manifatturiere (PMI - Piccole e Medie Imprese) hanno registrato un forte calo e sono ora in recessione. Le stime relative alla crescita reale del PIL per l'intero anno sono state riviste al ribasso, portandole a meno dell'1% per il 2025. L'Istituto di previsioni economiche dell'Accademia russa delle scienze prevede una crescita dello 0,7% nel 2025 e dell'1,4% nel 2026, con una crescita fino a circa il 2% nel 2027. Il Fondo Monetario Internazionale prevede una crescita dello 0,6% nel 2025 e dell'1% nel 2026.
In effetti, l'economia russa, come molte altre nell'OCSE, è in una fase di “stagflazione” (in cui l'inflazione dei prezzi rimane alta, ma la produzione ristagna). Il “keynesismo militare” della Russia non sta più dando i risultati sperati, come in passato. Di conseguenza, qualsiasi opposizione alla guerra viene repressa senza pietà. Il dissidente antimilitarista più famoso è il marxista Boris Kagarlitsky, arrestato nel luglio 2023 e condannato a cinque anni in una colonia penale. Ma ce ne sono altri. Nel novembre 2025, i membri di un piccolo circolo di studio marxista della città di Ufa sono stati condannati a 24 anni, accusati di “terrorismo” e “cospirazione per rovesciare il governo” per aver letto le opere di Marx.
Tuttavia, nonostante queste pressioni sull'economia russa e la crescente austerità per il popolo russo, non ci sarà alcun collasso finanziario come sostengono molti commentatori occidentali. Questo pio desiderio è stato all'ordine del giorno di molti “esperti” occidentali durante tutti e quattro gli anni di guerra. Ma l'economia russa è sopravvissuta ed ha tutte le prospettive di essere sufficientemente forte per continuare la guerra fino al 2026 e oltre. A differenza dell'Ucraina, la Russia può aumentare il debito perché ha un stock del debito [debito commerciale residuo] relativamente basso e le tasse possono ancora aumentare. La banca centrale può stampare moneta e il governo può continuare a nazionalizzare le imprese per rafforzare l'economia di guerra.
Sarà diverso se e quando la guerra finirà. La produzione bellica è fondamentalmente improduttiva per l'accumulazione di capitale nel lungo periodo. L'economia russa tornerà all'accumulazione di capitale civile quando la guerra finirà. A quel punto i settori produttivi della Russia saranno esposti. È molto probabile che si verifichi una recessione postbellica. L'economia russa rimane fondamentalmente legata alle risorse naturali. Si basa sull'estrazione piuttosto che sulla produzione manifatturiera. La Russia rimane tecnologicamente arretrata e dipendente dalle importazioni di alta tecnologia. La Russia non è un attore di rilievo in nessuna delle tecnologie all'avanguardia: dall'intelligenza artificiale alla biotecnologia. Al di là delle armi e dell'energia nucleare, deve ancora produrre tecnologie adatte a un mercato di esportazione competitivo, con le prime già soggette a sanzioni e le seconde sul punto di esserlo.
Il calo demografico, il declino della qualità dell'istruzione universitaria, la rottura dei legami con le scuole internazionali e la fuga dei cervelli aggravano questi problemi. Il divario tecnologico è destinato ad aumentare, con la Russia che dipenderà sempre più dalle importazioni cinesi e dal reverse engineering (copying). La crescita potenziale del PIL reale della Russia non supererà probabilmente l'1,5% all'anno, poiché la crescita è limitata dall'invecchiamento, dal calo della popolazione e dai bassi tassi di investimento e produttività. Il messaggio di fondo è che la Russia rimarrà economicamente debole per il resto di questo decennio.
E la pace?
A mio avviso, ci sono poche prospettive di un accordo di pace nel prossimo futuro. Quando è entrato in carica lo scorso anno, il presidente Trump ha dichiarato che avrebbe risolto la guerra in Ucraina entro una settimana. Ora, nel 2026, continuano negoziati interminabili senza alcun segno di accordo. L'attuale leadership ucraina si oppone a qualsiasi accordo che comporti la perdita di territori (compresa la Crimea) e qualsiasi veto sulla futura adesione alla NATO. I leader europei hanno dichiarato che sosterranno l'Ucraina, continueranno a finanziare la guerra e a fornire sostegno militare. I russi rifiutano di fare concessioni sulle loro posizioni raggiunte – secondo cui il Donbass e la Crimea fanno ora parte della Russia – sostengono che i russofoni all'interno dell'Ucraina devono essere protetti dalla repressione e dalla discriminazione, che l'Ucraina deve rinunciare ad aderire alla NATO e che le sue forze armate devono essere ridotte a livelli puramente difensivi. A loro volta, gli europei minacciano di inviare truppe in Ucraina per sostenere un presunto “cessate il fuoco”.
Si tratta di una situazione di stallo simile alla guerra di Corea degli anni '50 (che ufficialmente non è ancora finita!). La guerra sembra destinata a risolversi sul fronte, piuttosto che con la diplomazia. Quindi continuerà con altre migliaia di soldati vittime, privazioni per gli ucraini e un peggioramento del tenore di vita per la maggior parte dei russi.
La guerra non solo ha distrutto l'Ucraina, ma ha anche indebolito gravemente l'economia europea, poiché i costi di produzione sono saliti alle stelle con la perdita delle importazioni di energia a basso costo dalla Russia. Ad esempio, il Regno Unito ha ora i costi dell'elettricità e dell'energia più alti al mondo (con la Germania non molto indietro)! Da un recente sondaggio della Confederazione britannica delle imprese (CBI) è emerso che il Regno Unito ha prezzi industriali superiori di quasi due terzi della media dei paesi dell'Agenzia internazionale per l'energia (AIE), e i più alti tra i membri del G7. I prezzi dell'elettricità nel Regno Unito sono circa il doppio della media dell'UE. Le imprese britanniche devono attualmente sostenere costi dell'elettricità superiori di circa il 70% rispetto a quelli pre-crisi, mentre i costi del gas sono superiori di oltre il 60%. Inoltre, di conseguenza, quattro aziende su dieci hanno sostenuto che intendono ridurre gli investimenti.
Ma sembra che i leader europei vogliano continuare la guerra anche se Trump alla fine si dovesse ritirare. Essi sostengono che se l'Ucraina venisse sostenuta ancora per un po', le perdite russe sarebbero più ingenti, l'economia russa crollerebbe e Putin sarebbe costretto a chiedere la pace, per poi essere, forse, destituito. I russi la pensano diversamente: ritengono che l'Ucraina sia in ginocchio e non possa resistere ancora a lungo.
Gli europei ritengono che la Russia sia debole e vicina alla sconfitta, ma allo stesso tempo pensano che invaderà l'Europa una volta sconfitta l'Ucraina: un'analisi davvero contraddittoria. Ma questa argomentazione giustifica un massiccio raddoppio della spesa per la difesa: fino al 5% del PIL delle principali economie europee nei prossimi dieci anni, in modo da potersi “difendere” dall'imminente invasione russa. Ciò è ridicolmente giustificato dal fatto che la spesa per la ‘difesa’ «è il più grande beneficio pubblico di tutti», secondo Bronwen Maddox (che promuove il punto di vista dei Servizi di Sicurezza britannici). La sua conclusione è stata che: «il Regno Unito potrebbe dover contrarre ulteriori prestiti per pagare la spesa per la difesa di cui ha così urgentemente bisogno. Nel prossimo anno e oltre, i politici dovranno prepararsi a recuperare denaro attraverso tagli alle indennità di malattia, alle pensioni e all'assistenza sanitaria... Infine, i politici dovranno persuadere gli elettori a rinunciare ad alcuni dei loro benefici per pagare la difesa».
Ciò comporterà un enorme dirottamento degli investimenti dai servizi pubblici e dalle prestazioni sociali (di cui c'è grande bisogno) e dagli investimenti tecnologici, verso un'improduttiva e distruttiva produzione di armi. Ciò getta un'enorme incertezza sul futuro dell'Europa come entità economica di primo piano per il resto di questo decennio e oltre.
Fonte
Il 24 febbraio ricorre il quarto anniversario dell'inizio della guerra tra Ucraina e Russia. Dopo quattro anni, l'invasione russa dell'Ucraina ha causato danni incalcolabili alla popolazione e all'economia ucraina. Le stime sul numero di morti e feriti nella guerra, così come sulle vittime civili, variano notevolmente. Da parte ucraina e occidentale, si sostiene che siano morti oltre un milione di russi, ma meno di 100.000 ucraini. I russi sostengono il rapporto opposto, con circa 300.000 ucraini uccisi o feriti solo nel 2025. L'ultima stima di Mediazona, un'agenzia con sede in Ucraina, si colloca a metà strada: 160.000 morti in Russia e un numero leggermente superiore in Ucraina.
Qualunque sia la verità, la guerra ha causato una crisi umanitaria in Ucraina, soprattutto durante questo inverno, con i sistemi energetici e di riscaldamento delle principali città in gran parte distrutti dai missili russi. In quattro anni di guerra, milioni di persone sono fuggite all'estero e molti altri milioni sono stati sfollati dalle loro case all'interno dell'Ucraina. La popolazione ucraina è diminuita del 37% dal crollo dell'Unione Sovietica e del 20% dall'inizio della guerra. Il PIL reale è diminuito del 37% dal 1991 e del 21% dall'inizio della guerra.
I danni fisici e mentali subiti da coloro che sono rimasti in Ucraina sono stati immensi. Particolarmente preoccupante è il calo del rendimento scolastico dei bambini ucraini. Gli studi dimostrano che una guerra durante i primi cinque anni di vita di una persona è associata a un calo di circa il 10% dei punteggi relativi alla salute mentale quando questa raggiunge i 60-70 anni. Quindi il problema non sono solo le vittime della guerra e l'economia, ma anche i danni a lungo termine subiti dagli ucraini che sono rimasti nel Paese.
Nonostante la guerra, negli ultimi due anni si è registrata una certa ripresa economica in Ucraina, almeno in termini di PIL. I porti ucraini sul Mar Nero sono ancora funzionanti e il commercio scorre verso ovest lungo il Danubio, ma in misura minore per ferrovia. Nel frattempo, l'agricoltura ha registrato una modesta ripresa. Ciononostante, la produzione di ferro e acciaio rimane ancora a una frazione del livello prebellico, passando da 1,5 milioni di tonnellate al mese prima della guerra a soli 0,6 milioni al mese. Alla fine del 2025, la produzione industriale in Ucraina è diminuita del 3,5% su base annua.
L'Ucraina ha sempre meno persone abili al lavoro o alla guerra. Analisi indipendenti mostrano un tasso di disoccupazione instabile ma costantemente alto, che ha raggiunto il picco del 22,8% alla fine del 2025. Oltre l'80% dei disoccupati sono donne, dato che gli uomini sono stati per lo più arruolati nelle forze armate. E la metà dei giovani (sotto i 35 anni) non ancora arruolati non lavora. C'è una grave carenza di personale qualificato, che ha per lo più lasciato il Paese. Il governo è così disperato nel reclutare uomini per l'esercito che ha fatto ricorso a “bande di reclutatori” che vagano per le strade giorno e notte per catturare persone e costringerle ad andare al fronte.
L'Ucraina dipende ancora totalmente dal sostegno dell'Occidente. Ha bisogno di almeno 40 miliardi di dollari all'anno per sostenere i servizi governativi, aiutare la popolazione e mantenere la produzione. Inoltre, ha bisogno di altri 40 miliardi di dollari all'anno per sostenere le forze armate. Dall'inizio dell'invasione su larga scala da parte della Russia, oltre la metà del bilancio statale, pari al 26% del PIL, è stata spesa per la difesa. L'Ucraina ha fatto affidamento sull'UE per i finanziamenti civili, mentre si è affidata agli Stati Uniti per tutti i finanziamenti militari: una vera e propria “divisione dei compiti”. Ma da quando l'amministrazione Trump è entrata in carica nel 2025, gli Stati Uniti hanno drasticamente ridotto i loro aiuti militari diretti e hanno invece esortato gli europei a prendere il testimone, sia per i finanziamenti civili che militari.
Nel 2025 gli aiuti europei sono aumentati in modo significativo, con un incremento del 67% degli aiuti militari e del 59% degli aiuti finanziari e umanitari. La quota degli aiuti civili totali dell'UE è salita dal 50% circa all'inizio della guerra, al 90%. Tuttavia, a causa del ritiro degli Stati Uniti, nel 2025 gli aiuti militari sono diminuiti complessivamente del 13% e i finanziamenti civili sono diminuiti del 5% in termini reali.
Gli aiuti militari dell'Europa dipendono solo da alcuni paesi dell'Europa occidentale, principalmente Germania e Regno Unito, che hanno rappresentato circa i due terzi degli aiuti militari dell'Europa occidentale tra il 2022 e il 2025. L'UE è ora bloccata nel tentativo di trovare fondi per l'Ucraina. Il suo piano di utilizzare le attività valutarie russe congelate è fallito perché i detentori di tali attività, Euroclear in Belgio, temevano pesanti perdite nei tribunali internazionali. Un nuovo piano dell'UE per fornire circa 100 miliardi di dollari attraverso l'emissione di titoli di Stato è ancora in sospeso.
Il FMI e la Banca Mondiale hanno offerto assistenza monetaria, ma in questo caso l'Ucraina deve dimostrare di avere “sostenibilità”, ovvero di essere in grado, prima o poi, di rimborsare eventuali prestiti. Quindi, se i prestiti bilaterali da parte degli Stati Uniti e dei paesi dell'UE (e si tratta principalmente di prestiti, non di aiuti a fondo perduto) non si concretizzeranno, l'FMI non potrà estendere il suo programma di prestiti. Una nuova rata di prestito di circa 8 miliardi di dollari sta per essere annunciata dall'FMI per il 2026.
Tutto ciò ci riporta alla questione di cosa accadrà all'economia ucraina, se e quando la guerra con la Russia giungerà al termine. Secondo le ultime stime della Banca Mondiale, ipotizzando che la guerra finisca quest'anno, i costi per il recupero e la ricostruzione dell'Ucraina ammonteranno a 588 miliardi di dollari nei prossimi dieci anni. Si tratta di una cifra pari a tre volte il suo attuale PIL. Tuttavia, anche questa stima potrebbe essere sottostimata. La stessa Ucraina stima che saranno necessari 1.000 miliardi di dollari, di cui quasi 400 miliardi per la ricostruzione del settore energetico, 300 miliardi per gli alloggi e le infrastrutture urbane, 200 miliardi per i corridoi di trasporto e la logistica e 100 miliardi per i servizi sociali e le istituzioni pubbliche. Questo totale equivale a sei anni del precedente PIL annuale dell'Ucraina. Si tratta di circa il 2,0% del PIL annuo dell'UE, o dell'1,5%, per cinque anni, del PIL del G7. Anche se la ricostruzione procedesse bene e supponendo che tutte le risorse dell'Ucraina prebellica fossero ripristinate (l'industria e i minerali dell'Ucraina orientale sono ora nelle mani della Russia), l'economia (PIL) sarebbe comunque inferiore del 15% rispetto al livello prebellico. In caso contrario, la ripresa sarà ancora più lunga.
La Commissione Europea ha annunciato un European Flagship Fund (fondo equity europeo per la ricostruzione), presumibilmente un “veicolo di capitale” congiunto sostenuto dall'UE, dall'Italia, dalla Germania, dalla Francia, dalla Polonia e dalla Banca Europea per gli Investimenti, con lo scopo di mobilitare investimenti pubblici e privati su larga scala per la ricostruzione postbellica dell'Ucraina. In effetti, ciò significherebbe l'acquisizione dell'economia e delle risorse dell'Ucraina da parte degli investitori occidentali. Allo stato attuale, gran parte delle risorse ucraine rimaste (quelle non annesse dalla Russia) sono già state vendute ad aziende occidentali. Complessivamente, il 28% dei terreni coltivabili dell'Ucraina è ora di proprietà di un mix di oligarchi ucraini, società europee e nordamericane, nonché del fondo sovrano dell'Arabia Saudita. Nestlé ha investito 46 milioni di dollari in un nuovo stabilimento nella regione occidentale di Volyn, mentre Bayer, il gigante tedesco dei farmaci e dei pesticidi, prevede di investire 60 milioni di euro nella produzione di semi di mais nella regione centrale di Zhytomyr. MHP, la più grande azienda avicola ucraina, è di proprietà di un ex consigliere del presidente ucraino Poroshenko. Negli ultimi anni, MHP ha ricevuto più di un quinto di tutti i prestiti concessi dalla Banca europea per la ricostruzione e lo sviluppo (BERS). MHP impiega 28.000 persone e controlla circa 360.000 ettari di terreno in Ucraina, un'area più grande del Lussemburgo, membro dell'UE.
Il governo ucraino è impegnato in una soluzione di “libero mercato” per l'economia del dopoguerra che includerebbe ulteriori fasi di deregolamentazione del mercato del lavoro, al di sotto persino degli standard minimi dell'UE, ovvero condizioni di sfruttamento dei lavoratori, tagli drastici alle imposte sulle società e sul reddito, insieme alla completa privatizzazione dei beni statali rimanenti. Tuttavia, le pressioni di un'economia di guerra hanno, per ora, costretto il governo a mettere queste politiche in secondo piano, dando priorità alle esigenze militari.
L'obiettivo del governo ucraino, dell'Unione Europea, del governo degli Stati Uniti, delle agenzie multilaterali e delle istituzioni finanziarie americane ora incaricate di raccogliere fondi e destinarli alla ricostruzione, è quello di ripristinare l'economia ucraina come una specie di zona economica speciale, con denaro pubblico a copertura di eventuali perdite del capitale privato. L'Ucraina sarà priva di sindacati, di qualsiasi regime fiscale e normativa severa per le imprese e di qualsiasi altro ostacolo importante agli investimenti di capitale occidentale in alleanza con gli ex oligarchi ucraini.
Russia: l'economia di guerra
E la Russia? Per un certo periodo, all'inizio del 2022, l'invasione russa dell'Ucraina per conquistare le quattro province di lingua russa nel Donbass, ha paradossalmente dato una spinta all'economia. La Russia è riuscita a superare le sanzioni occidentali, investendo quasi un terzo del suo bilancio nella spesa per la difesa. Nonostante fosse stata tagliata fuori dai mercati energetici europei, è riuscita a diversificare i propri approvvigionamenti verso la Cina e l'India, utilizzando, in parte, una flotta “ombra” di petroliere (cioè non assicurate dall'Occidente) per aggirare il tetto dei prezzi che i paesi occidentali speravano avrebbe ridotto le risorse belliche del paese. La Cina ora assorbe il 45% di tutte le esportazioni petrolifere russe e la Russia è diventata il principale fornitore di petrolio della Cina.
Le importazioni cinesi in Russia sono aumentate di oltre il 60% dall'inizio della guerra, e sono cresciute del 26% nel 2025, poiché la Cina ha fornito alla Russia un flusso costante di merci, tra cui automobili e dispositivi elettronici, colmando il vuoto lasciato dalle importazioni occidentali.
Tuttavia, la guerra ha intensificato una grave carenza di manodopera all'interno della Russia. Come l'Ucraina, anche la Russia è ora alla disperata ricerca di personale, sebbene per ragioni diverse. Anche prima della guerra, la forza lavoro russa era in calo a causa di naturali fattori demografici. Poi, all'inizio della guerra nel 2022, circa 450.000 lavoratori russi e stranieri, appartenenti alla classe media nei settori delle Tecnologie informatiche, della finanza e della gestione, hanno lasciato il Paese. Nel frattempo, l'esercito russo deve reclutare tra i 10.000 e i 30.000 soldati ogni mese, sottraendo manodopera alla produzione interna. Per potenziare le forze armate, la Russia ha reclutato detenuti e altre persone con contratti a tempo determinato. La spinta iniziale all'economia e ai salari, derivante dall'enorme spesa per la difesa, ha cominciato a diminuire. Inoltre, i prezzi globali del petrolio sono scesi ben al di sotto del livello di pareggio per le entrate petrolifere russe.
Le entrate della Russia derivanti dal petrolio e dal gas, che rappresentano fino al 50% delle entrate statali, sono diminuite del 27% su base annua. L'inflazione è intorno all'8%, in calo rispetto ai picchi a doppia cifra, ma la banca centrale russa mantiene ancora i tassi di interesse al 16%, rendendo impossibile a famiglie e imprese di contrarre prestiti per investire o acquistare beni di grande valore. Ora la spesa bellica supera il 7% del PIL annuale. Nonostante l'aumento della tassazione, il forte aumento del deficit di bilancio per finanziare la guerra sta prosciugando il fondo sovrano russo, costringendo le autorità monetarie a prendere in considerazione la monetizzazione dei deficit.
Tuttavia, la Russia dispone ancora di ingenti riserve valutarie e di un basso rapporto tra debito pubblico e PIL. Anche se le entrate da esportazione dovessero crollare, il sistema bancario, in gran parte di proprietà statale, dispone di ingenti riserve di liquidità che potrebbero essere utilizzate, e le banche potrebbero anche essere indirizzate ad acquistare titoli di Stato, come è avvenuto alla fine del 2024. Se tutto il resto fallisse, la banca centrale potrebbe acquistare titoli di Stato, monetizzando così il debito, anche se ciò comporterebbe un forte deprezzamento del rublo e quindi un aumento dell'inflazione.
L'economia russa è entrata più debole nel 2026 rispetto all'anno precedente, con una crescita in calo e prezzi del petrolio ben al di sotto delle previsioni di bilancio.
Gli indici relativi ai servizi e alle attività manifatturiere (PMI - Piccole e Medie Imprese) hanno registrato un forte calo e sono ora in recessione. Le stime relative alla crescita reale del PIL per l'intero anno sono state riviste al ribasso, portandole a meno dell'1% per il 2025. L'Istituto di previsioni economiche dell'Accademia russa delle scienze prevede una crescita dello 0,7% nel 2025 e dell'1,4% nel 2026, con una crescita fino a circa il 2% nel 2027. Il Fondo Monetario Internazionale prevede una crescita dello 0,6% nel 2025 e dell'1% nel 2026.
In effetti, l'economia russa, come molte altre nell'OCSE, è in una fase di “stagflazione” (in cui l'inflazione dei prezzi rimane alta, ma la produzione ristagna). Il “keynesismo militare” della Russia non sta più dando i risultati sperati, come in passato. Di conseguenza, qualsiasi opposizione alla guerra viene repressa senza pietà. Il dissidente antimilitarista più famoso è il marxista Boris Kagarlitsky, arrestato nel luglio 2023 e condannato a cinque anni in una colonia penale. Ma ce ne sono altri. Nel novembre 2025, i membri di un piccolo circolo di studio marxista della città di Ufa sono stati condannati a 24 anni, accusati di “terrorismo” e “cospirazione per rovesciare il governo” per aver letto le opere di Marx.
Tuttavia, nonostante queste pressioni sull'economia russa e la crescente austerità per il popolo russo, non ci sarà alcun collasso finanziario come sostengono molti commentatori occidentali. Questo pio desiderio è stato all'ordine del giorno di molti “esperti” occidentali durante tutti e quattro gli anni di guerra. Ma l'economia russa è sopravvissuta ed ha tutte le prospettive di essere sufficientemente forte per continuare la guerra fino al 2026 e oltre. A differenza dell'Ucraina, la Russia può aumentare il debito perché ha un stock del debito [debito commerciale residuo] relativamente basso e le tasse possono ancora aumentare. La banca centrale può stampare moneta e il governo può continuare a nazionalizzare le imprese per rafforzare l'economia di guerra.
Sarà diverso se e quando la guerra finirà. La produzione bellica è fondamentalmente improduttiva per l'accumulazione di capitale nel lungo periodo. L'economia russa tornerà all'accumulazione di capitale civile quando la guerra finirà. A quel punto i settori produttivi della Russia saranno esposti. È molto probabile che si verifichi una recessione postbellica. L'economia russa rimane fondamentalmente legata alle risorse naturali. Si basa sull'estrazione piuttosto che sulla produzione manifatturiera. La Russia rimane tecnologicamente arretrata e dipendente dalle importazioni di alta tecnologia. La Russia non è un attore di rilievo in nessuna delle tecnologie all'avanguardia: dall'intelligenza artificiale alla biotecnologia. Al di là delle armi e dell'energia nucleare, deve ancora produrre tecnologie adatte a un mercato di esportazione competitivo, con le prime già soggette a sanzioni e le seconde sul punto di esserlo.
Il calo demografico, il declino della qualità dell'istruzione universitaria, la rottura dei legami con le scuole internazionali e la fuga dei cervelli aggravano questi problemi. Il divario tecnologico è destinato ad aumentare, con la Russia che dipenderà sempre più dalle importazioni cinesi e dal reverse engineering (copying). La crescita potenziale del PIL reale della Russia non supererà probabilmente l'1,5% all'anno, poiché la crescita è limitata dall'invecchiamento, dal calo della popolazione e dai bassi tassi di investimento e produttività. Il messaggio di fondo è che la Russia rimarrà economicamente debole per il resto di questo decennio.
E la pace?
A mio avviso, ci sono poche prospettive di un accordo di pace nel prossimo futuro. Quando è entrato in carica lo scorso anno, il presidente Trump ha dichiarato che avrebbe risolto la guerra in Ucraina entro una settimana. Ora, nel 2026, continuano negoziati interminabili senza alcun segno di accordo. L'attuale leadership ucraina si oppone a qualsiasi accordo che comporti la perdita di territori (compresa la Crimea) e qualsiasi veto sulla futura adesione alla NATO. I leader europei hanno dichiarato che sosterranno l'Ucraina, continueranno a finanziare la guerra e a fornire sostegno militare. I russi rifiutano di fare concessioni sulle loro posizioni raggiunte – secondo cui il Donbass e la Crimea fanno ora parte della Russia – sostengono che i russofoni all'interno dell'Ucraina devono essere protetti dalla repressione e dalla discriminazione, che l'Ucraina deve rinunciare ad aderire alla NATO e che le sue forze armate devono essere ridotte a livelli puramente difensivi. A loro volta, gli europei minacciano di inviare truppe in Ucraina per sostenere un presunto “cessate il fuoco”.
Si tratta di una situazione di stallo simile alla guerra di Corea degli anni '50 (che ufficialmente non è ancora finita!). La guerra sembra destinata a risolversi sul fronte, piuttosto che con la diplomazia. Quindi continuerà con altre migliaia di soldati vittime, privazioni per gli ucraini e un peggioramento del tenore di vita per la maggior parte dei russi.
La guerra non solo ha distrutto l'Ucraina, ma ha anche indebolito gravemente l'economia europea, poiché i costi di produzione sono saliti alle stelle con la perdita delle importazioni di energia a basso costo dalla Russia. Ad esempio, il Regno Unito ha ora i costi dell'elettricità e dell'energia più alti al mondo (con la Germania non molto indietro)! Da un recente sondaggio della Confederazione britannica delle imprese (CBI) è emerso che il Regno Unito ha prezzi industriali superiori di quasi due terzi della media dei paesi dell'Agenzia internazionale per l'energia (AIE), e i più alti tra i membri del G7. I prezzi dell'elettricità nel Regno Unito sono circa il doppio della media dell'UE. Le imprese britanniche devono attualmente sostenere costi dell'elettricità superiori di circa il 70% rispetto a quelli pre-crisi, mentre i costi del gas sono superiori di oltre il 60%. Inoltre, di conseguenza, quattro aziende su dieci hanno sostenuto che intendono ridurre gli investimenti.
Ma sembra che i leader europei vogliano continuare la guerra anche se Trump alla fine si dovesse ritirare. Essi sostengono che se l'Ucraina venisse sostenuta ancora per un po', le perdite russe sarebbero più ingenti, l'economia russa crollerebbe e Putin sarebbe costretto a chiedere la pace, per poi essere, forse, destituito. I russi la pensano diversamente: ritengono che l'Ucraina sia in ginocchio e non possa resistere ancora a lungo.
Gli europei ritengono che la Russia sia debole e vicina alla sconfitta, ma allo stesso tempo pensano che invaderà l'Europa una volta sconfitta l'Ucraina: un'analisi davvero contraddittoria. Ma questa argomentazione giustifica un massiccio raddoppio della spesa per la difesa: fino al 5% del PIL delle principali economie europee nei prossimi dieci anni, in modo da potersi “difendere” dall'imminente invasione russa. Ciò è ridicolmente giustificato dal fatto che la spesa per la ‘difesa’ «è il più grande beneficio pubblico di tutti», secondo Bronwen Maddox (che promuove il punto di vista dei Servizi di Sicurezza britannici). La sua conclusione è stata che: «il Regno Unito potrebbe dover contrarre ulteriori prestiti per pagare la spesa per la difesa di cui ha così urgentemente bisogno. Nel prossimo anno e oltre, i politici dovranno prepararsi a recuperare denaro attraverso tagli alle indennità di malattia, alle pensioni e all'assistenza sanitaria... Infine, i politici dovranno persuadere gli elettori a rinunciare ad alcuni dei loro benefici per pagare la difesa».
Ciò comporterà un enorme dirottamento degli investimenti dai servizi pubblici e dalle prestazioni sociali (di cui c'è grande bisogno) e dagli investimenti tecnologici, verso un'improduttiva e distruttiva produzione di armi. Ciò getta un'enorme incertezza sul futuro dell'Europa come entità economica di primo piano per il resto di questo decennio e oltre.
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