“Non ci piace la guerra, promuoviamo la solidarietà e la cooperazione tra i popoli, ma siamo pronti a difendere questa pace”.
In un contesto di massima tensione diplomatica e crisi energetica, il leader cubano offre in questa intervista una risposta netta alle recenti minacce provenienti da Washington. Rispondendo alle domande, Díaz-Canel analizza la sovranità dell’isola, la possibilità di un conflitto armato e la complessa situazione sociale che attraversa il popolo cubano sotto il peso del blocco.
Presidente Díaz Canel, benvenuto a Meet the Press.
Molte grazie, grazie a voi per l’opportunità e grazie per essere a Cuba.
Grazie per averci invitato nel vostro bel paese, è un onore.
Per noi è un piacere che siate qui.
Grazie, moltissime grazie. Io vorrei cominciare con il presidente Trump. Egli ha detto di avere piani per prendere Cuba in qualche modo. Ha detto: “Credo di poter fare quello che voglio con Cuba”. Lei prende sul serio le minacce di Trump?
Io credo che negli ultimi giorni siano state dette molte cose non solo dal Presidente, ma anche da altri funzionari del Governo degli Stati Uniti, che denotano realmente un linguaggio e una retorica aggressiva verso Cuba.
Bisogna conoscere la storia del nostro paese. Il nostro è un paese che nella sua identità ha molto radicati i valori della sovranità e dell’indipendenza. Per 150 anni Cuba ha lottato, prima per liberarsi dalla colonia e poi dalla neocolonia. E con la Rivoluzione Cubana, con il suo trionfo nel gennaio del 1959, sono state cancellate tutta una serie di dipendenze, si è cancellato l’assoggettamento, la subordinazione a una potenza straniera, e questo ha portato tutta una serie di conseguenze per il paese a beneficio delle quali il popolo cubano non è disposto a rinunciare.
C’è uno dei generali più brillanti delle nostre guerre di indipendenza, Antonio Maceo, che disse: “Chi tenti di impossessarsi di Cuba raccoglierà solo la polvere del suo suolo intriso di sangue, se non perisce nella lotta”.
Noi siamo un paese di pace. Noi non promuoviamo la guerra, non ci piace la guerra, favoriamo la solidarietà, la cooperazione tra i popoli, ma siamo disposti a difendere quella pace che vogliamo; pertanto, non ci lasciamo intimidire, e non vogliamo che ci colga né la sorpresa né la sconfitta.
Questa è una delle interpretazioni che si possono dare a questa minaccia e su quale sia la posizione di Cuba. L’altra interpretazione che si può dare è quando parlano del fatto che Cuba cadrà da sola, e cercano di metterci un’etichetta di Stato fallito o di paese che sta per collassare, il che è smentito dalla realtà: come può un paese come questo aver sopportato in 67 anni ogni tipo di pressione, di aggressione e, persino, per più di sessant’anni, il blocco più prolungato della storia, che è un blocco criminale, genocida?
Ci sarebbe molto da parlare su questi temi, ma vi dico che il popolo cubano, la Rivoluzione Cubana, è disposta a difendersi.
Passiamo alla prossima domanda. Il presidente Trump vuole prendere Cuba come ha fatto con il presidente Maduro in Venezuela, come ha fatto in Iran dove ha ucciso il Leader Supremo. Lei pensa che potrebbe essere arrestato o assassinato dal Governo degli Stati Uniti?
È una domanda molto interessante. A me non piace mai che si facciano parallelismi tra Cuba e altre nazioni, perché noi abbiamo una storia propria, ci muoviamo in una circostanza propria, ed è anche ignorare un po’ la nostra storia, la forza della nostra unità e la forza delle nostre istituzioni.
Noi che assumiamo responsabilità all’interno della Rivoluzione abbiamo un impegno con la Rivoluzione e, soprattutto, con il nostro eroico popolo. E in quel senso di responsabilità è inclusa la convinzione che siamo disposti a dare la vita per la Rivoluzione, per la causa che difendiamo.
Pertanto, per me questa non è una preoccupazione. Se arrivasse il momento, non credo ci sia giustificazione affinché gli Stati Uniti provochino un’aggressione a Cuba o affinché gli Stati Uniti trattino di dare un colpo chirurgico o il sequestro di un presidente a Cuba. Se si producesse, c’è combattimento, c’è lotta. Ci difenderemo, e se ci tocca morire, moriremo, perché come dice il nostro Inno Nazionale: “Morire per la Patria è vivere”.
Ma qui si confonde qualcosa, ed è che si personalizza sempre la direzione della Rivoluzione Cubana con una persona. In un momento si personificò con il Comandante in Capo, in un altro momento con il Generale d’Esercito, ora cercano di personificarla con me; il punto è che noi abbiamo una direzione collettiva nella quale c’è un’unità, una coesione, un’unità ideologica anche, e c’è una disciplina rivoluzionaria.
Pertanto, eliminare una persona all’interno della struttura di direzione della Rivoluzione non risolve nessun problema, al contrario, ci sono centinaia di persone che sono in condizioni di occupare quella responsabilità e di decidere in maniera collettiva. E siamo preparati ad affrontare qualunque tipo di situazione.
Quello che lei dice ha molta forza, ma ha timore per se stesso, per la sua famiglia? È preparato, come lei dice, a fare l’ultimo sacrificio se fosse attaccato?
Non ho timore, sono disposto a dare la vita per la Rivoluzione. Ovviamente, non mi piacerebbe che questa fosse l’attitudine del Governo degli Stati Uniti. Non credo che il popolo nordamericano, che è un popolo sensibile, permetterebbe o vedrebbe bene che il proprio paese, il proprio Governo invada una piccola isola che non riporta nessuna preoccupazione in materia di sicurezza nazionale per il Governo degli Stati Uniti; un’isola che vuole pace, un’isola che vuole dialogare, un’isola dove il suo popolo vuole avere una relazione diretta con il popolo nordamericano.
E poi, quale sarebbe la giustificazione per fare questo? Ma, inoltre, un’aggressione a Cuba avrebbe costi per entrambi i paesi in perdite di vite umane inutilmente, che possono essere evitate; avrebbe costi materiali; influenzerebbe la sicurezza e la stabilità degli Stati Uniti, di Cuba e della regione.
Io credo che bisogna vedere le cose con molta responsabilità quando si prende la decisione su un fatto di quella portata. E, soprattutto, quando prima di prendere quella decisione, che è totalmente illogica e irrazionale, c’è una logica che è più giusta, che è quella di dialogare, di discutere, di dibattere e di trattare di arrivare ad accordi che ci allontanino dall’affrontamento militare.
Cuba si sta preparando attivamente di fronte alla possibilità di un attacco da parte degli Stati Uniti?
Guarda, come ho sempre espresso in altri incontri, in altre interviste, anche quando parliamo al popolo cubano, è evidente che c’è una minaccia, è nella retorica del Governo degli Stati Uniti. Cuba non ha fatto nulla che offenda gli Stati Uniti. Cuba non ha proposto in nessun momento di aggredire gli Stati Uniti, né di intromettersi negli affari interni degli Stati Uniti. Tuttavia, costantemente si sta dicendo che Cuba è la prossima, che si aggredirà Cuba, che ci sono uscite per Cuba, che prenderanno Cuba.
Pertanto, questo, dalla posizione di responsabilità nella direzione del paese, è un allerta e dobbiamo responsabilmente proteggere il nostro popolo, proteggere il nostro progetto, proteggere il nostro paese.
Allora, sì, ci prepariamo per la difesa. Ora, qual è il concetto della nostra preparazione per la difesa? Noi abbiamo una dottrina militare che è totalmente difensiva, non è aggressiva, non implica un pericolo per nessuno; è semplicemente una dottrina che si conosce come “Guerra di Tutto il Popolo”, che è stata costruita collettivamente con l’esperienza della nostra storia, e si è finiti di concepire, si è finiti di strutturare precisamente in una tappa molto dura della nostra storia dove eravamo molto minacciati anche dal Governo degli Stati Uniti.
E si basa sulla partecipazione popolare: ogni cubana e ogni cubano ha una missione, ha un proposito, ha un obiettivo da difendere, ha un luogo e una posizione da occupare nella difesa. E si fa sulla base della partecipazione popolare, della partecipazione volontaria e, naturalmente, comprende la preparazione per la difesa di tutti gli scaglioni e di tutti gli anelli che conformano la nostra difesa territoriale; ma è una concezione totalmente difensiva e non aggressiva.
E, inoltre, partiamo anche da un fatto: che preparandoci per difenderci è la maniera migliore per evitare la guerra ed è la maniera migliore per preservare la pace.
Ti dirò di più, io credo che quello che merita tanto il popolo nordamericano quanto il popolo cubano, nella loro relazione, non è un’aggressione né è un linguaggio di guerra. Quello che meritano il popolo nordamericano e il popolo cubano è la pace, una pace che ci permetta di avere un ambiente di fiducia, di cooperazione, di collaborazione, anche di solidarietà e, naturalmente, di intesa.
Pensa che l’esercito cubano possa aver successo in un confronto contro gli Stati Uniti, se questo si producesse?
Quando parliamo di difesa di Cuba, parliamo delle nostre gloriose Forze Armate Rivoluzionarie, ma anche del nostro popolo, che è strutturato in differenti anelli di quella difesa territoriale. Sì, avremmo successo, sì, possiamo avere successo. Non c’è nemico che non possa essere sconfitto.
Ma contro gli Stati Uniti, la potenza maggiore del mondo?
Gli Stati Uniti hanno una loro concezione del fare la guerra. Il nostro concetto di difesa territoriale si basa su una guerra irregolare, asimmetrica, dove potrebbero avere successi in un determinato momento; ma si renderebbe loro insostenibile invadere e occupare il suolo cubano, perché c’è una decisione, e quella decisione, quella convinzione la rimando nuovamente alla frase di Maceo: “raccoglierà solo la polvere del suo suolo intriso di sangue, se non perisce nella lotta”.
E non è una consegna, non è uno slogan. Se ora esci in strada e commenti o mostri la prima parte di quella frase a un bambino, a un anziano, a un cubano, a un giovane, te la completerà immediatamente, perché così ci siamo formati, e questo è nei nostri sentimenti. Ti ripeto che non è quello che desideriamo. Non desideriamo una guerra, non desideriamo un confronto. Avrebbe un costo molto alto per tutti.
Bene, le chiedo su questo momento straordinario. Gli Stati Uniti hanno sospeso le forniture di combustibile a Cuba; ma la Russia le ha riprese. Lei pensa che i russi abbiano ottenuto il permesso per aiutare Cuba? Come ha funzionato questo?
Io credo che mai un fatto così comune, come può essere il commercio tra due paesi, fosse stato così seguito dai mezzi di stampa e dalla popolazione, in differenti confini del mondo, come l’arrivo della nave russa con combustibile, che è venuta con un concetto di aiuto umanitario. Ossia, non è stata una relazione commerciale.
Io credo che Cuba abbia il diritto, come qualunque paese, di importare petrolio. E tutti i paesi hanno il diritto di esportare petrolio a Cuba. Pertanto, è molto ingiusto questo blocco energetico che inasprisce ancora di più il blocco degli Stati Uniti verso Cuba. Ossia, aver dichiarato il blocco energetico a Cuba dimostra ancora una volta che c’è tutta un’aggressione multidimensionale da parte del Governo degli Stati Uniti a Cuba.
Con una guerra economica che è durata 67 anni, con un blocco che è durato più di 60 anni, con un blocco che nell’anno 2019 con la prima amministrazione Trump si inasprì, che fu mantenuto dall’amministrazione Biden anche in condizioni di COVID-19, e che ora, nuovamente, ha un’espressione di massima pressione che provoca danni devastanti nella popolazione cubana col blocco energetico.
La Federazione Russa ha potuto inviare quella nave in un concetto di aiuto umanitario. Gli Stati Uniti hanno persistito nel mantenere il blocco energetico, pertanto, noi non abbiamo la sicurezza di quando possa entrare un’altra nave carica di petrolio a Cuba, anche se a noi corrisponde il diritto di poterlo ottenere. E questa nave che è arrivata neppure deve sollevare false aspettative, sebbene sia un aiuto importante in un momento come questo, che riconosciamo, ma copre solo la terza parte della domanda di combustibile di un mese a Cuba. Ossia, neppure ora possiamo credere che questo abbia già salvato la situazione.
È un greggio che ora dobbiamo raffinare, che dobbiamo distribuire per tutto il paese, che dedicheremo in parte importante a sfruttare una capacità di generazione elettrica di più di 1.200 megawatt che è stata inutilizzata per quattro mesi e potrebbe darci una migliore situazione nella fornitura di energia, e anche per appoggiare alcune attività dell’economia.
Per quanto tempo potrete sopravvivere fino al prossimo carico di petrolio dalla Russia?
È una domanda sommamente interessante e bisogna rispondere in un momento molto difficile. Nessun paese al mondo può sviluppare un’economia che avanza, prospera, senza combustibile. Per questo dico che c’è un elemento di perversione, di cattiveria, quando una potenza che gioca un ruolo aggressivo sottomette a una situazione come questa una piccola nazione che viene costantemente aggredita.
Ma noi non siamo rimasti con le braccia incrociate. A cosa abbiamo puntato? Abbiamo tutta una Strategia e un Programma di rivitalizzazione del tema energetico nel paese: primo, passare dalla dipendenza delle importazioni al greggio nazionale.
A Cuba abbiamo giacimenti di petrolio, non bastano per coprire tutte le necessità; ma noi possiamo e di fatto stiamo incrementando la produzione di petrolio, stiamo esplorando più giacimenti; siamo aperti per l’investimento straniero a Cuba in perforazione ed esplorazione di pozzi di petrolio. Sarebbe un’opportunità per anche imprenditori nordamericani se potessero partecipare a Cuba in investimenti nel tema energetico.
Quello che succede è che il blocco è l’elemento che lo impedisce, ma Cuba riceverebbe imprese nordamericane che volessero partecipare nel business energetico in Cuba, senza nessun tipo di pregiudizio. Quella è una linea.
D’altra parte, abbiamo fatto ricorso alla scienza e all’innovazione. I nostri scienziati hanno trovato tecnologie, hanno sviluppato tecnologie affinché quel greggio cubano, che è molto pesante perché ha un alto contenuto di zolfo, possa essere raffinato.
Pertanto, se aumentiamo la produzione, potremmo avere una determinata disponibilità, che non coprirebbe tutta la nostra domande; ma una determinata disponibilità, che non abbiamo oggi, di prodotti che uscirebbero dalla raffinazione del greggio cubano.
E d’altra parte, abbiamo sviluppato tutta una strategia di transizione energetica con l’uso più intensivo delle fonti rinnovabili di energia e, naturalmente, anche con una strategia di efficienza energetica. Tutto questo combinato ci porterà o ci sta portando a una situazione distinta. È ancora complessa, richiede tempo, ma potremo resistere.
Ma che si può dire sulla forza del regime cubano in questi momenti che ha bisogno dell’appoggio della Russia per sopravvivere?
Noi abbiamo bisogno, innanzitutto, del nostro popolo e delle nostre capacità. Io credo che la prima cosa che bisogna evidenziare è la creatività con cui il nostro popolo ha affrontato le avversità che gli impone il blocco, il blocco inasprito, e ora il blocco energetico.
Io descrivo sempre l’attitudine del nostro popolo, del quale mi sento totalmente orgoglioso, perché costantemente sta dando lezioni di resistenza, una resistenza creativa. Il popolo cubano non resiste tenendo botta, sopportando in maniera umiliata. Al contrario, resiste e cresce, è capace di innovare, è capace di creare, e con questo può sorpassare l’avversità.
Pertanto, è il popolo, e la nostra forza è nel nostro popolo e nell’unità che abbiamo con quel popolo.
Ora, per noi, benvenuto sia l’aiuto della Russia, l’aiuto della Cina, l’aiuto del Vietnam, l’aiuto del Messico, l’aiuto di altri paesi. Gli Stati Uniti potrebbe avere anche loro un’altra visione verso Cuba che non sia quella del confronto, l’aggressione e il blocco, e potrebbe aiutare Cuba. Cosa pregiudica che Cuba si sviluppi?
Il presidente Trump dice che Cuba è un paese sull'orlo del collasso.
È molto curioso, perché nelle relazioni tra Cuba e Stati Uniti, soprattutto in momenti di tensione, si ricorre molto alle costruzioni mediatiche, alle costruzioni rappresentative di stereotipi, e persino, per l’opinione pubblica mondiale, quasi vengono impongono determinate visioni. E in questo caso c’è quella del collasso.
Io chiederei, quale paese al mondo sarebbe capace, come ha fatto Cuba, come ha fatto il popolo cubano, di sopportare 67 anni di aggressione mantenuta, sostenuta, della potenza più poderosa del mondo, con più di 60 anni di blocco, con gli ultimi sei o sette anni con blocco inasprito, e ora con blocco energetico, senza collassare?
Noi non siamo collassati, noi manteniamo un paese organizzato, un paese con armonia. In 67 anni di Rivoluzione abbiamo conquistato molti traguardi nel sociale; a volte siamo criticati sotto l’aspetto economico, ma abbiamo dovuto affrontare un’economia di guerra, e in mezzo a quella economia di guerra la nostra economia è stata capace di sopportare e avanzare in progetti sociali.
Noi abbiamo più di 32 progetti sociali per assistere vulnerabilità, disuguaglianze. Sessantasette anni di Rivoluzione hanno permesso che il paese non collassasse, e non collasserà!
Il paese ha sviluppato conquiste. Noi abbiamo un sistema universale di salute, che arriva gratuita per tutta la popolazione. Abbiamo un sistema di educazione, dall’insegnamento generale fino all’insegnamento universitario, che include tutti ed è anch’esso gratuito. Abbiamo traguardi nella cultura e nello sport, siamo uno dei paesi con la migliore proporzione di medaglie olimpiche per abitante. Abbiamo sviluppato le risorse umane, e abbiamo un potenziale anche di forza lavoro qualificata, di scienziati. Abbiamo sviluppato la scienza e l’innovazione. Si conoscono gli avanzamenti della biotecnologia e dell’industria biofarmaceutica cubana. Abbiamo ottenuto equità, giustizia, uguaglianza.
Abbiamo una società dove si respira tranquillità, una società sicura; una società che non ammette la corruzione, il narcotrafico, il crimine organizzato; una società che è capace di offrire solidarietà ad altri popoli a partire dalle sue potenzialità.
E questo non lo si può vedere come un collasso. Cercano di imporci la matrice del collasso quando per una politica aggressiva, per una politica genocida di blocco, ci portano a vivere una situazione complessa. Noi stiamo vivendo una situazione complessa, il nostro popolo vive cose molto dure tutti i giorni, che sono nell’ambito del nazionale, ma lo possiamo portare all’ambito del familiare. Ma non è collassato il nostro paese.
Nessuno metterebbe in discussione il fatto che il blocco o l’embargo abbiano avuto impatto, ma discutiamo qualcosa sulla situazione qui a Cuba. Il popolo di Cuba sta soffrendo, c’è scarsità di energia, di alimenti. Ha lei qualche responsabilità per la sofferenza che sperimenta il popolo in questi momenti? Come Presidente, lei non si sente responsabile di ciò?
Vediamo, il popolo cubano sta soffrendo. E quella sofferenza, come ti dicevo, lo possiamo vedere in due ambiti: nell’ambito del nazionale e nell’ambito del familiare, perché tutto è nella quotidianità. Ora, qual è la causa fondamentale di quel sofferenza? Sono stati gli errori che possa aver commesso io, o, come ti dico, una direzione collettiva?
O il Governo?
O il Governo. Oppure quella sofferenza si deve innanzitutto alla politica di blocco inasprita, mantenuta e sostenuta dagli Stati Uniti? Io credo che la risposta la può dare il popolo, la maggioranza del nostro popolo è sottoposto a quella politica di ostilità permanente del Governo degli Stati Uniti.
Guarda, a livello nazionale: siamo un paese che dopo l’anno 2019, quando ci inasprirono il blocco, quando l’amministrazione del Governo degli Stati Uniti applicò 240 misure che inasprirono quel blocco e inoltre ci incluse in una lista spuria, dove accusano Cuba di essere un paese che “appoggia il terrorismo”, ci sono state tagliate tutte le fonti di finanziamento esterno.
Noi non riceviamo crediti da nessuna banca. C’è una persecuzione finanziaria ed energetica. A chiunque venga a fare un’operazione commerciale, finanziaria, bancaria con Cuba applicano misure coercitive, applicano pressioni. Lo stesso fanno con le compagnie di navigazione, lo fanno con le agenzie petrolifere.
Hanno fatto pressione e preso misure per tagliare il turismo a Cuba. Per esempio, un cittadino europeo dispone di un visto che si chiama visto ESTA per visitare gli Stati Uniti; se quel cittadino europeo viene in visita a Cuba come turista, gli Stati Uniti automaticamente gli ritirano il visto ESTA. Ossia, sono tutto un gruppo di situazioni che non si applicano a nessun paese al mondo.
A noi manca finanziamento per acquisire alimenti; per acquisire input per le nostre principali produzioni e servizi; per avere i medicinali di cui abbiamo bisogno; per le riparazioni che abbiamo bisogno di fare al nostro sistema elettrico nazionale e alla nostra base industriale. Ora, come si sta riflettendo questo nel nostro popolo.
E ciò nonostante il popolo di Cuba dice che può incolpare gli Stati Uniti sul perché durante gli ultimi dieci anni l’economia è andata in declino. Ci sono migliaia di persone che hanno abbandonato il paese.
Ti dicevo allora, questo nella vita familiare oggi, come si traduce? C’è scarsità di alimenti, c’è scarsità di medicinali; le mattine diventano mattine faticose perché, quando tu passi 20 ore senza energia elettrica prodotto di un blocco, non dell’incapacità di un governo, a quell’ora devi fare i doveri di casa.
Ma questo è stato prima del blocco, la gente soffriva anche prima del blocco.
No, no, no, ti spiegherò. Lì c’è una confusione di approccio, lì c’è una confusione di approccio! Noi già vivevamo sotto le condizioni di blocco, ma questo si inasprisce e ottiene una qualità distinta nel secondo semestre dell’anno 2019, con queste 240 misure e con l’inclusione di Cuba in una lista di paesi che si sospetta appoggino “il terrorismo”.
Pertanto, tutto si inasprì. E qui c’è l’effetto del blocco preesistente a cui si cumula l’effetto del suo inasprimento, più l’effetto dell'attuale blocco energetico.
Te lo dico responsabilmente, non è colpa del Governo cubano. Non è colpa del Governo cubano! Ha anche creato malessere, perché vivere gli ultimi 10 anni che hanno vissuto sotto quelle condizioni, che sono estreme in comparazione con un altro momento...
Il popolo cubano ha frustrazioni, il popolo cubano ha fastidi, il popolo cubano soffre situazioni molto complesse; ma la maggioranza del popolo cubano non addossa quella colpa al Governo. Ci sono state anche molte manipolazioni nelle reti mediatiche, si cerca di ignorare gli effetti che ha avuto quel blocco in tutti questi anni.
E ti commenterò con esempi concreti, perché tu veda la brutalità di quel blocco e quello che ha implicato nel popolo cubano, e, tuttavia, quale è stata la risposta di quel Governo che vorrebbero condannare come colpevole. E mi riferisco ai momenti del COVID-19.
Durante la pandemia, quando la COVID-19 entrò nel nostro paese, già all’inizio ci rendemmo subito conto che non avremmo avuto accesso al mercato dei vaccini nel mondo, che era dominato dalle grandi transnazionali, e, pertanto, con le restrizioni economiche che già vivevamo a seguito dell'inasprimento del blocco, non avevamo il denaro necessario per acquisire quei vaccini. Pertanto, per noi era negata l’acquisizione di vaccini.
Abbiamo dovuto ricorrere alla scienza cubana. Questo Governo “condannato” da alcuni ha dedicato tutti i suoi sforzi a proteggere la vita delle cubane e dei cubani. Abbiamo fatto appello ai nostri scienziati e i nostri scienziati in poco tempo sono stati capaci di sviluppare vaccini cubani che ci permisero di avere uno dei livelli di miglior effetto nel confronto alla COVID19.
I nostri indicatori di confronto alla COVID19, in efficienza, sono migliori di quelli degli Stati Uniti, che è una potenza che non è bloccata da nessuno. Dopo abbiamo avuto una crisi per una rottura nell’impianto di produzione di ossigeno medicale. Il Governo degli Stati Uniti in quel momento negò che le imprese potessero venderci ossigeno, il che è una cosa totalmente criminale. Ma con la solidarietà internazionale e anche con tutta un’operazione organizzativa siamo riusciti a superare quel momento.
E quando abbiamo dovuto aumentare le sale di terapia intensiva, il Governo degli Stati Uniti proibì che si vendessero ventilatori polmonari a Cuba. Abbiamo fatto ricorso a giovani scienziati e quegli scienziati hanno sviluppato i ventilatori polmonari.
Ora, tu sai che per fare un ventilatore polmonare si ha bisogno di pezzi e componenti nordamericani. Il blocco impedisce che un’attrezzatura con più di un 10% di componenti nordamericani possa essere venduta a Cuba. Allora, c’è stato bisogno di uscire in differenti paesi a comprare un pezzettino, a comprare un conduttore, a comprare un servomotore per ottenere quelle cose. Quegli ostacoli non li hanno imposti a nessun altro al mondo.
Il blocco è molto aggressivo, è davvero genocida. E allora è ingiusto, è ingiusto incolpare un Governo che tutto quello che ha è una vocazione per il suo popolo, per consegnarsi al suo popolo, per cercare giustizia sociale, per trovare soluzioni, e in situazioni complesse le andiamo trovando, non incolparlo di quei mali.
Io credo che il Governo degli Stati Uniti debba rivedere quanto è stato crudele verso Cuba e verso il popolo cubano. E che non venga a presentarsi come salvatore della situazione cubana; non ha quel diritto, né ha la statura morale per farlo!
Ma abbiamo visto con i nostri occhi quello che il popolo cubano sta sperimentando, ci sono persone che stanno soffrendo nelle strade dell’Avana, la capitale. Non è ora che Cuba si assuma la responsabilità, che si guardi allo specchio e cambi il proprio sistema economico in favore delle persone che stanno soffrendo?
Noi facciamo sempre analisi molto autocritiche delle nostre realtà e costantemente stiamo lavorando per trasformare, per rivoluzionare quello che facciamo, cercando di perfezionarlo. Ma questo non ha a che vedere con il sistema politico. Il nostro sistema politico non abbraccia l’impossibilità di avanzare. Ti ripeto che il responsabile è il blocco che ha esercitato il Governo degli Stati Uniti.
Quello stesso popolo che oggi soffre quelle situazioni e che, per una parte importante, comprende chi è il vero colpevole. È il popolo che ha approvato, in vari esercizi di consultazione popolare e di referendum, il sistema politico che noi difendiamo. Il nostro sistema politico è in funzione delle persone, è in funzione della giustizia sociale, è in funzione del fatto che tutti avanziamo.
E sembra che dia fastidio ad altri nel mondo per quello che potrebbe rappresentare, perché è un sistema per noi, non è un sistema che vogliamo imporre a nessuno, e allora lo bloccano in quella maniera; perché, guarda, non solo stiamo parlando di un blocco, stiamo parlando di un blocco che è inusuale, è stato il più prolungato nella storia dell’umanità, il più severo.
Un blocco che, inoltre, non è solo contro il popolo cubano, è anche contro il popolo nordamericano. E, inoltre, si è internazionalizzato. Gli imprenditori nordamericani non possono investire a Cuba. Perché? I cittadini nordamericani non possono visitare liberamente Cuba, perché? I cittadini di altri paesi, gli imprenditori di altri paesi sono sottomessi anche a sanzioni.
Ma voi potete commerciare con altri paesi...
Noi possiamo commerciare, ma con molte limitazioni, davvero molte limitazioni! Perché le leggi del blocco si sono internazionalizzate da quando si applica il Titolo III della Legge Helms-Burton. Bisogna cercare molto, bisogna documentarsi molto, perché la narrativa che c’è nei media e le narrative che ci sono nelle reti sociali stanno promuovendo l’odio e confondendo le persone, ma non sono realistiche.
Credo che su questo dobbiamo avere anche uno sguardo critico. E noi continuiamo ad avere disposizione nel nostro Governo insieme al nostro popolo per trasformarlo e per avanzare, persino per superare queste situazioni.
Cina e Vietnam hanno abbracciato il sistema unipartitico e hanno fatto cambiamenti. Perché Cuba non potrebbe fare lo stesso?
Cina e Vietnam sono paesi che costruiscono il socialismo, come Cuba. Bisogna dire che ho studiato molto le riforme di Cina e Vietnam e le abbiamo prese come riferimento per Cuba. In un certo momento si ebbero le conseguenze di misure coercitive, sanzioni da parte degli Stati Uniti, e rimasero bloccati; blocchi che durarono meno tempo, approssimativamente un decennio.
Quando uscirono da quei blocchi ebbero però tutta la possibilità di sviluppare le loro capacità di costruzione socialista. Applicarono un gruppo di riforme e con quelle riforme hanno dimostrato che il socialismo, con un unico partito a capo, è vitale e riesce a dimostrare importanti sviluppi economici, sociali, tecnologici.
Oggi la Cina è una potenza importante nel mondo. Noi abbiamo uno scambio permanente, siamo paesi fratelli, i nostri partiti hanno una relazione interpartitica profonda, e scambiamo costantemente informazioni sui nostri processi.
Quello che succede però è che Cuba ha anche le sue peculiarità. Cuba è uno stato insulare, Cuba è un paese a 90 miglia dagli Stati Uniti. Cuba è stata un paese aggredito al quale non hanno tolto il blocco, per più di sessant’anni, come ti dicevo; pertanto, noi non abbiamo potuto costruire quello che abbiamo sognato né quello che avremmo voluto essere.
Abbiamo molte cose pendenti perché il blocco le ha impedite, ma ci sono persone che non lo capiscano. Quando uno studia i momenti di riforma in cui Cina e Vietnam hanno potuto svilupparsi di più, vede che sono partiti da una situazione meno favorevole in materia di infrastruttura, in materia di sviluppo, di quelli che forse abbia Cuba nell’attualità.
Allora bisognerebbe dire al Governo nordamericano: toglimi il blocco e vediamo come va! Venite a vedere se Cuba, con tutte quelle potenzialità che ha, anche se bloccata è stata capace di ottenere traguardi, perché siamo stati capaci persino di dare solidarietà pur essendo sotto blocco.
Perché gli Stati Uniti devono spendere milioni? Se siamo così incapaci, se siamo così sciocchi come ci vogliono vedere, se siamo così chiusi, se siamo così poco innovatori, perché allora si sono impegnati durante tanti anni a spendere milioni – milioni di dollari dei contribuenti, ossia, il popolo nordamericano – per piani sovversivi, per blocchi, per schiacciare la Rivoluzione Cubana?
Perché non ci lasciano cadere da soli, se è quello che loro credono succederà? O forse non sarebbero disposti ad apprezzare che Cuba senza blocco sarebbe capace di avere livelli di sviluppo economico e sociale di ampio impatto e dimostrare che altre soluzioni sono possibili nel mondo?
Parliamo del futuro. Ci sono state conversazioni tra Cuba e gli Stati Uniti. Lei crede sia fattibile arrivare a un accordo con il presidente Trump, con gli Stati Uniti?
Io credo che possiamo avere un approccio che parte da quello che è possibile e da quello che è difficile. Credo che il dialogo e gli accordi con il Governo degli Stati Uniti siano possibili, ma sono difficili.
La possibilità dove sta? Cuba, in tutti gli anni della Rivoluzione, ha sempre avuto la disponibilità ad avere una relazione civilizzata come vicini con gli Stati Uniti, che ci permetta in tutto un gruppo di settori di avere cooperazione, scambi, relazioni normali. E quello che abbiamo sempre chiesto è che quella relazione bisogna costruirla da una posizione di rispetto, di uguaglianza, senza imporre, senza condizionare; perché condizionare non porta al dialogo, imporre non porta alla negoziazione.
Perché ci sia una conversazione, perché ci sia un dialogo, perché si possa arrivare a un accordo negoziato, deve esserci capacità di dialogare e di ascoltare da entrambe le parti, deve esserci rispetto, onestà e deve esserci riconoscimento reciproco. Pertanto, ci sono tutte le condizioni e tutte le possibilità, se entrambe le parti siamo d’accordo, di avere quel dialogo.
Quali sono le cose che rendono difficile quel dialogo? In primo luogo, in questi 67 anni, la politica degli Stati Uniti verso Cuba è stata totalmente ostile. Gli Stati Uniti hanno sempre assunto, come potenza, una posizione agguerrita e Cuba ha dovuto assumere la posizione, come piccola isola, di aggredita.
In vari momenti – e questo è un altro dei precedenti che facilita possa esserci un dialogo – si sono avuti accordi, un dialogo con differenti amministrazioni degli Stati Uniti e si è arrivati a impegni. Cuba ha sempre adempiuto i suoi impegni. Gli Stati Uniti invece ne hanno lasciati inadempiuti molti.
Gli Stati Uniti, per esempio, anche di questi tempi, sono stati in trattativa con altri paesi ma in mezzo a quelle conversazioni li hanno aggrediti. Tutto questo crea molta diffidenza. E sappiamo che negli Stati Uniti ci sono forze che, costantemente, ogni volta che vedono un momento in cui ci sono possibilità di dialogare, cercano di boicottare quel negoziato.
Ma, insisto, confido nel fatto che possiamo conversare con rispetto, con onestà; nel fatto che possiamo trovare, per la via del dialogo, soluzione alle nostre differenze bilaterali; nel fatto che possiamo trovare aree di cooperazione nelle quali si possono sviluppare progetti.
Ci sono molti temi sui quali possiamo lavorare, dal narcotraffico al terrorismo, sulle questioni migratorie, sulla lotta al crimine transnazionale. Possiamo progredire in negoziati, possiamo avere investimenti e affari di imprenditori nordamericani dentro Cuba.
Esiste una comunità cubana residente negli Stati Uniti alla quale dobbiamo anche facilitare le attività tanto negli Stati Uniti quanto nel nostro paese; il popolo nordamericano che potrebbe visitare Cuba. Possiamo avere scambio culturale, sportivo, sanitario.
Tutto questo ci permetterebbe allora di costruire spazi di intesa, che ci allontanino dalla contrapposizione, che garantiscano la pace e la sicurezza non solo di Cuba e degli Stati Uniti, ma anche dell’area dell’America Latina e dei Caraibi. Quello è il futuro cui noi aspiriamo, avere una relazione di buoni vicini, una relazione civilizzata, indipendentemente dalle nostre differenze ideologiche. Io credo che sarebbe un’opportunità, è quello che meritano i nostri popoli. Ti racconterò un aneddoto.
Mi dicono che ci scade il tempo.
È un peccato, un vero peccato!
Per favore, ci lasci finire con le domande.
È un peccato che ci scada il tempo, perché abbiamo molto di cui parlare. Pertanto, ti propongo che in un altro momento possiamo riprendere. Intanto, ti racconterò due aneddoti.
Va bene. Abbiamo molte più domande. Volevo darle il tempo e darle la risposta perché la ascoltino il popolo cubano e quello degli Stati Uniti.
Sono d’accordo.
Va bene.
Due aneddoti che danno l’idea di quanto entrambi i popoli potrebbero guadagnare se arrivassimo ad accordi e realizzazioni comuni, a spazi che lo permettano. Un ente cubano di scienza, tecnologia e biotecnologia farmaceutica da anni porta avanti un test clinico inseme ad un prestigioso ente di ricerca sul cancro negli Stati Uniti. Un test clinico su un vaccino cubano contro il cancro polmonare. E sono già quasi dieci anni che dura questo test clinico. E bisogna dire che i risultati di questo test clinico sono sommamente incoraggianti.
Tanto la parte nordamericana quanto la parte cubana hanno una grande fiducia nel successo di questo test e in quello che potrebbe rappresentare per la salute negli Stati Uniti e a Cuba. Di recente, tutte le settimane ho avuto incontri con scienziati cubani perché cerchiamo di affrontare con la scienza e l’innovazione la soluzione ai problemi del paese, e mi hanno presentato i risultati che sta avendo anche un test clinico su un medicinale cubano, molto innovativo, per combattere l’Alzheimer.
In quel test c’è una collaborazione con una clinica del Colorado, negli Stati Uniti, da dove vengono pazienti nordamericani per ricevere il trattamento a Cuba, dopo tornano negli Stati Uniti e continuano lì il trattamento. Bisogna vedere in che termini il Direttore di quella clinica in Colorado parla di come i suoi pazienti sono migliorati e hanno avuto risultati superiori a qualunque altro medicinale.
Allora, non si può privare con una politica di blocco – che risponde ad interessi di minoranze, di una élite – il rapporto che potrebbero avere i nostri due popoli.
Questo è quello che io esorto, che ci sia comprensione, che ci sia sensibilità, che vediamo le opportunità nei nostri rapporti. Non incoraggiamo la contrapposizione, la guerra e l’aggressione.
Vorrei continuare a parlare sul futuro dei negoziati. Lei ha fiducia nel fatto che il presidente Trump possa arrivare ad un accordo?
Beh, noi se siamo entrati in un dialogo è perché aspiriamo a che si possa arrivare a un accordo. Arrivare a un accordo dipende dalla disposizione delle due parti a trovare le aree di collaborazione e cooperazione; a costruire spazi di intesa, ad affrontare il problema con sensibilità, con responsabilità e anche con molta serietà.
Signor Presidente, lei si sta confrontando direttamente con il segretario di Stato, Marco Rubio? Ha lei fiducia in lui?
Noi ci confrontiamo e ci confronteremo, sempre che gli Usa siano disposti, con il rappresentante del Governo degli Stati Uniti. I processi di confronto sono processi complessi. Sono processi dove prima si stabiliscono i canali di dialogo; dopo bisogna costruire agende che permettano di dibattere e conciliare interessi comuni.
Ma lei ha parlato con il segretario Rubio?
No, io non ho parlato con il segretario Rubio, non lo conosco ancora. Dopo aver costruito agende e dibattuto, se c’è disposizione, si può arrivare agli accordi. Ma questi sono processi che bisogna condurre con molta sensibilità, con molta responsabilità, con molta onestà e discrezione, per non creare false aspettative, perché non si manipoli l’informazione, perché non si manipolino i propositi. Pertanto, preferisco non dare dettagli su questi temi.
Parliamo di alcune delle domande chiave degli Stati Uniti: il riconoscimento della stampa libera, la liberazione dei prigionieri politici, la celebrazione di elezioni giuste.
In questi momenti nessuno ci ha fatto domande su quei punti, e noi abbiamo stabilito che l’ordine interno, l’ordine costituzionale cubano, il rispetto al nostro sistema politico sono temi che non vengono negoziati né sottoposti a discussione con gli Stati Uniti. E credo, Kristen, che bisogna superare tutto universo di concetti fasulli riguardo a Cuba, sulla democrazia, i diritti umani, se siamo tirannia o dittatura oppure no, sulla libertà di espressione, l’esistenza di sindacati.
Questioni sui quali c’è molta manipolazione e molti pregiudizi che io credo dobbiamo superare, e porterebbe via ora molto tempo. Ma noi abbiamo tutti gli argomenti per dimostrare quanto e come siamo democratici, come è il sistema delle elezioni a Cuba, che è un sistema che viene dalla base; su come esercitiamo il potere insieme al popolo, come siamo difensori dei diritti umani, come non siamo una dittatura.
Dovrei spiegarlo in molto più tempo e ti chiedo in un altro momento di riprendere a parlare di queste cose. Ma c’è molto pregiudizio che bisogna oltrepassare e che bisogna eliminare.
Due domande in più. Ci sono più di 1.200 prigionieri politici in Cuba. Maykel Osorbo, per esempio, è prigioniero e ha vinto due Grammy latini.
Questo è un altro dei temi sui quali ci sono quei pregiudizi. Si parla di prigionieri politici a Cuba. Qui, come tu stessa dicevi, il popolo vive una situazione difficile; non tutta la popolazione è a favore della Rivoluzione, ci sono persone che non accolgono la Rivoluzione, e che tutti i giorni manifestano in differenti forme contro la Rivoluzione e non sono prigioniere.
Quell’immagine che hanno creato, secondo cui chiunque parli contro la Rivoluzione noi lo mettiamo in prigione ed è un prigioniero politico, è una menzogna, una calunnia, fatta per screditare, per collocarci fuori dal mondo, per demonizzare e “assassinare” la reputazione della Rivoluzione Cubana.
Ora, cosa accade? A Cuba, per esempio, si creano manifestazioni, soprattutto quando ci sono blackout lunghi, quando ci sono problemi di fornitura. La gente, quando manifesta, cosa fa? Vanno dalle istituzioni del nostro Governo, alle istituzioni dello Stato, e lì condividono i problemi con dirigenti che li attendono, spiegano loro perché ci sono quei problemi, provano a risolverli o si danno argomenti per capire. Quello è un esercizio totalmente democratico e nessuno finisce prigioniero per questo.
Molte altre volte, invece, si promuove la confusione e si stimolano persone che hanno una determinata avversione o un determinato scontento perché commettano atti vandalici o che alterano il nostro ordine costituzionale, o che alterano anche l’ordine interno, o aggrediscono la tranquillità cittadina. Persino, a volte, finanziate da organizzazioni terroristiche, tramite programmi di agenzie del Governo nordamericano che stimolano la sovversione contro Cuba; a volte istruiti, persino direttamente dall’Ambasciata degli Stati Uniti in Cuba.
E quelle persone, allora, non sono prigioniere perché hanno manifestato. Sono prigioniere, come lo sarebbero in qualunque luogo del mondo che imponga il rispetto della propria Costituzione e i propri processi legali, per atti vandalici e azioni che sono condannabili in qualunque luogo del mondo. Non ci sono prigionieri politici a Cuba, te lo assicuro.
Devo mettere fine all’intervista. Devo farle questa ultima domanda. Sarebbe lei disposto a dimettersi pur di salvare Cuba, il popolo di Cuba?
Tu che sei una giornalista importante, riconosciuta, hai fatto questa domanda a qualche altro presidente nel mondo?
Se glielo chiedessero gli Stati Uniti, perché è una delle condizioni che sta imponendo gli Stati Uniti...
Ti ripeto, tu avresti fatto questa domanda a un altro presidente nel mondo? L’hai fatta a un altro presidente? Lo potresti domandare a Trump?
Io faccio domande molto difficili al presidente Trump...
È una domanda tua o è una domanda del Dipartimento di Stato o del Governo degli Stati Uniti?
La mia domanda è a lei, perché è una delle cose che abbiamo sentito dal Governo degli Stati Uniti. Se glielo chiedessero.
Per la tua sincerità assumerò che la poni precisamente per questo.
Primo: a Cuba le persone che sono alla guida e nelle responsabilità di Governo non le sceglie il Governo degli Stati Uniti, né le ha mandate il Governo degli Stati Uniti. Noi siamo uno Stato sovrano, libero. Noi abbiamo autodeterminazione, noi abbiamo indipendenza e non ci sottomettiamo a nessun disegno del Governo degli Stati Uniti.
D’altra parte, non arriviamo a diventare dirigenti cubani perché rappresentiamo un’élite di potere. Potresti vedere le mie origini, dove sono nato, nel seno di quale famiglia sono nato, quello che ho fatto nella vita. È il popolo quello che ci sceglie, sebbene ci sia una matrice che cerca di ignorarlo.
Qualunque di noi, per occupare un posto di responsabilità, deve essere scelto nella base, in un distretto elettorale, da migliaia di cubani, e dopo i rappresentanti così eletti nell’Assemblea Nazionale del Potere Popolare scelgono le persone per le cariche in una votazione indiretta, come avviene in altri paesi del mondo!
Noi abbiamo un sistema anche di elezioni che è totalmente basato sulla partecipazione popolare. Pertanto, quando noi assumiamo una responsabilità, non lo facciamo né per ambizione personale, né per ambizione corporativa, né persino per una posizione di partito, perché il nostro Partito non è elettorale.
Lo facciamo per un mandato del popolo, e nel concetto dei rivoluzionari non c’è l’arrendersi. Se il popolo cubano ritiene che sono incapace, che non sono alla sua altezza, che non lo rappresento, quello deve decidere se io debba essere nella direzione, occupare la carica di Presidente oppure no.
Inoltre, si ricordi che non possono focalizzare la direzione del paese, la direzione della Rivoluzione e la continuità della Rivoluzione in una sola persona. Qui c’è una direzione collegiale ed è una direzione collegiale che ha un ampio vincolo con il popolo.
Ma non sono gli Stati Uniti quelli che ci possono imporre né ci possono chiedere un cambiamento. Il Governo degli Stati Uniti, che ha portato quella politica ostile contro Cuba, non ha il diritto morale di esigere nulla da Cuba. Non ha diritto, persino, di dire che “loro sono preoccupati” per la situazione del popolo cubano o che il Governo cubano è quello che ha portato Cuba a questa situazione, quando sono proprio loro ad avere hanno tutta la responsabilità della situazione.
Io credo che la cosa più importante sia che assumano una posizione critica, una posizione sincera, vedendo quanto è costato quello che hanno fatto politicamente contro il popolo di Cuba in sofferenza e limitazioni. Quanto hanno privato il popolo nordamericano di una relazione normale con Cuba. E si dispongano, come abbiamo chiesto e sollecitato, a dialogare, a dibattere su qualunque tema, senza pretendere di condizionare, senza esigere cambiamenti del nostro sistema, così come noi non esigeremmo cambiamenti del sistema nordamericano sul quale abbiamo un’infinità di dubbi e un’infinità di critiche.
Ci concentriamo su quello che ci può unire, su quello che ci può facilitare spazi di intesa, e ancora una volta, ripeto, per evitare la contrapposizione e avere un futuro di benefici, di relazione, di amicizia e anche di solidarietà per entrambi i popoli.
Presidente Díaz Canel, grazie.
Molte grazie a te, per averci dato questa opportunità di parlare per il popolo nordamericano. E siete permanentemente invitati, voi, per poter parlare su altri temi e con più ampiezza.
Grazie.
Grazie a voi.
Speriamo che possiamo avere più interviste per continuare la discussione.
Così sarà.
È un onore.
Grazie a te.
Fonte
Presentazione
Analisi, opinioni, fatti e (più di rado) arte da una prospettiva di classe.
20/04/2026
Intervista a Miguel Díaz-Canel
Bulgaria - In testa il candidato meno gradito da Bruxelles
Il Gerb era parte della maggioranza di governo guidata da Rossen Zhelyazkov, esponente del Gerb, che governava in coalizione con i socialisti (Bsp) e con il partito populista ‘C’è un popolo come questo’ (Itn). Ma la coalizione non disponeva di una maggioranza in parlamento e ha dovuto spesso fare affidamento sul sostegno esterno di uno dei due partiti della minoranza turca, il partito ‘Movimento per diritti e libertà – Nuovo inizio’ (Dps-Nn).
Il Gerb aveva tra i suoi obiettivi dichiarati quello dell’entrata della Bulgaria nell’euro per il 1 gennaio di quest’anno, obiettivo raggiunto ma che ha avuto un impatto pesante sui prezzi e il carovita, anche se l’inflazione formalmente non ha subito impennate.
Questa tornata elettorale, quindi, potrebbe consegnare la vittoria all’ex presidente Radev, considerato vicino a Mosca.
Radev, ex pilota militare ed euroscettico, si oppone al sostegno militare all’Ucraina contro Mosca, è anche un critico dell’adesione della Bulgaria all’euro, sostenendo che la nuova valuta ha alimentato l’inflazione. Si è dimesso dalla presidenza a gennaio per candidarsi alle elezioni.
L’Associated Press sottolinea come durante la sua campagna, Radev ha parlato di migliorare i rapporti con Mosca e riprendere il libero flusso di petrolio e gas russi verso l’Europa. “Non è chiaro quanto ciò influenzerà la politica estera della Bulgaria, membro della NATO e dell’Unione Europea che è entrato nell’area euro a gennaio, una mossa criticata da Radev”.
Per la Bulgaria si tratta delle ottave elezioni in soli 5 anni: dal 2021 il Paese ha avuto ben 7 primi ministri ma nessuno è riuscito a portare a termine un mandato completo. Il paese a febbraio e a dicembre dello scorso anno era stato investito da manifestazioni e scontri di piazza contro la corruzione e i governi che si succedevano senza assicurare alcuna stabilità.
Il leader del Gerb, Boyko Borissov, aveva governato il Paese nel passato per quasi dieci anni. La terza forza nel Parlamento bulgaro sarebbe il partito liberale “Continuiamo il cambiamento” (Pp) con il 13,6% dei voti. Poi ci sarebbero il “Dps-Nuovo inizio”, partito della minoranza turca con 7,5%. Mentre al quinto posto si collocherebbe il partito nazionalista Vazrazhdane (Rinascita) con il 5,1% dei voti.
L’altra novità sono i socialisti: il partito Bsp, nonostante le previsioni, sarebbe riuscito a superare lo sbarramento al 4% per entrare in Parlamento raccogliendo il 4,1% dei voti. Anche il Bsp faceva parte della coalizione di governo insieme al Gerb.
L’edizione europea del giornale Politico ritiene che la grande domanda è se Radev cercherà di formare una maggioranza con i riformisti liberali pro-UE (circa il 14 percento), oppure se si alleerà con il Partito Socialista (circa il 4 percento) e i nazionalisti (circa il 5 percento).
In un intervento subito dopo il voto, Radev ha lasciato intendere di poter trovare un terreno comune con il campo filo-Bruxelles riguardo al problema della corruzione della magistratura, ma si rifiuta di entrare in coalizione con i due politici più importanti della Bulgaria – l’ex primo ministro Boyko Borissov del partito GERB e Delyan Peevski, leader del partito DPS-Nuovo Inizio – accusandoli di essere al vertice della “piramide oligarchica” che governa lo stato mafioso.
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Ennesima sconfitta legale del governo USA sul controllo delle liste elettorali
La sentenza rappresenta l’ultimo di una serie di insuccessi legali per la Casa Bianca, impegnata in una battaglia campale per centralizzare il controllo sulle liste elettorali, gestite a livello nazionale. Il DOJ ha già citato in giudizio almeno 30 Stati, sostenendo che l’acquisizione di liste elettorali non oscurate sia necessaria per garantire la sicurezza delle elezioni, contro possibili brogli.
Al momento, almeno 12 Stati hanno ceduto alle richieste, ma molti altri si sono opposti, poiché ciò rappresenterebbe una grave violazione della privacy e dell’autonomia costituzionale riconosciuta ai singoli stati nella gestione del voto. Quello del Rhode Island è il quinto caso in cui la magistratura stelle-e-strisce si esprime contro le richieste di Washington, dopo quelli della California, del Massachusetts, del Michigan e dell’Oregon.
Il giudice distrettuale Mary McElroy si è schierata con i funzionari statali e le associazioni per i diritti civili, affermando che il DOJ non possiede l’autorità per condurre quella che ha definito una fishing expedition (una spedizione di pesca) nei database statali. Gregg Amore, Segretario di Stato del Rhode Island, ha accolto con favore la decisione, lanciando un duro monito contro quelli che definisce come sconfinamenti costituzionali dell’esecutivo federale.
L’amministrazione Trump ha alzato il tiro nelle ultime settimane con diverse mosse coordinate. Il 31 marzo The Donald ha firmato un ordine esecutivo per creare un database nazionale dei cittadini, incrociando i dati sull’immigrazione ottenuti dal Dipartimento di Sicurezza (DHS) con quelli della previdenza sociale.
A ciò si accompagna la pressione sul Congresso per l’approvazione del SAVE America Act: una proposta per rendere più severi gli standard di documentazione per l’iscrizione nelle liste elettorali e per dimostrare la cittadinanza al momento del voto. Bisogna riconoscere che il sistema di voto statunitense è tutto fuorché inattaccabile (alla faccia del cuore della democrazia...), ma Trump sta evidentemente portando avanti una battaglia strumentale.
Il tycoon continua a sostenere, senza prove, che il sistema sia piagato da frodi diffuse e dal voto di non-cittadini. Tuttavia, i dati sembrano smentire l’allarme: su 60 milioni di nomi controllati dallo scorso aprile, attraverso il sistema SAVE (Systematic Alien Verification for Entitlements) offerto dallo stesso DHS, solo lo 0,035% (21 mila persone) è risultato potenzialmente sospetto, con vari casi che sono stati poi attribuiti a mancanza di aggiornamenti o cambi di nome.
Insomma, il problema c’è, ma è marginale e non ci sono le condizioni perché possa incidere davvero sulle elezioni di metà mandato. Ma il vero obiettivo di Trump e compagnia non è “dire la verità”, quanto piuttosto costruire una narrazione che possa giustificare un intervento di Washington sulle liste elettorali in maniera preventiva, e inculcare un messaggio nell’opinione pubblica affinché, nel caso in cui alla fine i risultati non siano a proprio favore, poter denunciare l’illegittimità dei risultati.
Appare chiaro che queste manovre sono pensate come uno strumento utile per qualsiasi scenario si presenterà, e intanto servono per la ridefinizione dell’equilibrio tra i poteri statunitensi. Ma questo tipo di salti in avanti non sono facili da condurre mentre il consenso interno crolla, anche nel proprio elettorato MAGA a causa della fallimentare aggressione all’Iran. I risvolti futuri non si possono prevedere, ma quel che è certo è che l’ennesima sconfitta in tribunale polarizzerà ancora di più il panorama politico.
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Anche Confindustria torna a parlare di gas russo e di miopia della UE
A convincere di questa necessità Descalzi è stata la dura realtà dei numeri e dei mercati. E ora, a fargli eco, è arrivato anche il presidente di Confindustria, Emanuele Orsini, che è arrivato a fare affermazioni piuttosto pesanti: “questa miopia [della UE, ndr] veramente mi spaventa. Forse dobbiamo cambiare chi ci sta governando in Europa”.
Il numero uno di Confindustria ha posto la questione del gas durante un convegno a Genova, legandola ai pericoli di una prosecuzione del conflitto con l’Iran. Ma su queste formule, diciamo così, “politiche” di come lanciare l’allarme alla classe politica non bisogna cadere in errore. Il fatto stesso che la messa al bando è prevista fra più di sette mesi e se ne parli ora fa capire che ci sono nodi strutturali con cui bisognerà fare i conti, e sono quelli delle capacità effettive e dei costi.
Il fatto che sia stata annunciata la riapertura dello Stretto di Hormuz, di per sé, non risolve affatto la situazione. Anche perché c’è una certezza diffusa sul fatto che, qualora le attuali trattative portassero davvero a una normalizzazione della situazione in Asia Occidentale, le forniture non potranno essere ripristinate come nulla fosse successo: i danni materiali sono tanti, e richiedono tempo e soldi per essere aggiustati.
C’è poi il problema dei costi (senza considerare che, d’ora in poi, non è escluso ci possa essere un pedaggio per attraversare lo Stretto di Hormuz). “Prima dello scoppio del conflitto tra Russia e Ucraina – ha detto Orsini – il costo dell’energia era a 28 euro al megawattora, oggi siamo a 160 euro al megawattora”. Un aumento che mette fuori gioco la competitività italiana, e che rischia di provocare una recessione, e anche l’accelerazione della deindustrializzazione del Paese.
Orsini ha accennato a possibili problemi con i viaggi aerei e col reperimento di alcuni prodotti sugli scaffali siciliani, e ha criticato la UE perché non ha misure pronte, perché sta “parlando ancora di aiuti di Stato e non di debito pubblico”. Tradotto: perché si preoccupa ancora delle sue regole inadeguate alla crisi e alla fase storica che viviamo, piuttosto di interventi sensati e concreti sulle condizioni della produzione.
Questo pressing degli imprenditori sta facendo divergere le anime del governo, con Giorgia Meloni cauta e aderente ai dettami europei, mentre Salvini parla di mettere in sicurezza ora le forniture energetiche per il futuro. Anche se ciò non significa necessariamente rompere con il blocco del gas russo, dato che si hanno davanti mesi e mesi: per ora, è soprattutto retorica per differenziarsi e far finta di rispondere alle esigenze di padroni e padroncini.
C’è un’altra voce dell’imprenditoria italiana che sembra tentare di calmare le acque, ma che in realtà sta rivelando lo spostamento della dipendenza strutturale dell’Italia (e in prospettiva della UE) da Mosca a Washington, con grandi guadagni per quest’ultima e grandi perdite per i nostri portafogli. È Edison, titolare del principale contratto italiano con Doha, che fa il punto dei circa 1,4 miliardi di metri cubi di gas previsti tra aprile e giugno, e venuti a mancare.
A salvare la situazione è stato il GNL made in USA: la società è già riuscita a rimpiazzare sette dei dieci carichi mancanti attingendo dal mercato statunitense, grazie anche alla recente pace siglata con Venture Global dopo un lungo arbitrato. Ma nonostante l’ottimismo di Nicola Monti, amministratore delegato, il prezzo da pagare è alto: il gas spot costa molto di più di quello pre-crisi e le nuove normative europee sulla certificazione delle emissioni di metano rischiano di tradursi in pesanti penali per gli importatori.
In sostanza, cominciano a essere i “rappresentati” da questo governo (e anche dalla finta opposizione del campo largo, in parte) a lamentarsi del suicidio strategico della UE. Voci che a Roma come a Bruxelles devono tenere di conto, e mostrano la schizofrenia di un progetto imperialistico che si sta dimenando nella sua incapacità di assumere una direzione sensata.
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19/04/2026
Billy Bragg - Lullaby for the working class
di Lorenzo Barbieri
Quando un artista folk sale sul palco con la sua chitarra,
può pensare di essere James Taylor o Bob Dylan.
Quando ci salgo io, penso ancora di essere i Clash
(Billy Bragg a Nme, 1984)
In
Gran Bretagna, gli anni Ottanta sono stati percorsi da diverse correnti
di pensiero, unite nello spirito di protesta contro le politiche
liberiste dell’era Thatcher. Una folta schiera di oppositori al governo
dei conservatori, che ha visto coinvolti anche numerosi artisti e che
guardava con preoccupazione lo smantellamento dello stato sociale messo
in atto dalla “Lady di ferro”. Billy Bragg, nell’ambito della musica
pop, è stato forse il musicista più autorevole nella battaglia
ideologica contro il thatcherismo, intorno alla quale ha
elaborato la propria visione e azione politica di matrice socialista.
Oltre a opporsi con una significativa mole di canzoni e parole, il Bardo
di Barking (la cittadina dove è nato e ha vissuto da ragazzo) ha
contribuito anche in modi diversi a supportare le proprie cause
politiche. Per la lucida analisi, ma anche per la tenerezza, mischiata
all’ironia dei suoi testi, i suoi brani sono stati accostati ai film di
Ken Loach o di Mike Leigh e, sempre nell’immaginario collettivo, più
volte, la sua chitarra “ammazzafascisti”, suonata come fosse un “unico
membro dei Clash”, ha evocato il fantasma di Woody Guthrie.
Subito
accompagnato da un quasi mistico alone “marxista”, Big Ol’ Nose (come
da anni, a causa del grosso naso, viene simpaticamente soprannominato)
fu “gettato” dalla critica dentro al cosiddetto movimento anti-folk e
negli anni a seguire i viaggi e i concerti nei paesi dell’Est - compresa
l’Unione Sovietica - prima del crollo del Muro e dell’America Latina,
gli conferirono lo status, non provo di strascichi polemici, di
musicista da “propaganda”. Ancora oggi, i suoi album hanno un prezzo
consigliato, spesso i suoi concerti pieni di energia si trasformano in
piccoli comizi e, come un tempo, i detrattori non mancano. Diversi
commentatori e alcuni esponenti dell’estrema destra inglese lo hanno più
volte accusato di incoerenza fra il proprio stile di vita (risiede in
una specie di appartato podere nel tranquillo Dorset) e i suoi ideali. E
sono gli stessi che non hanno gradito l’iniziativa del comune di
Barking di dedicargli una via cittadina o che guardano storto quando lo
vedono partecipare ai dibattiti tv sull’immigrazione e sulla società
multiculturale.
Tutto questo esplosivo mix può essere fatale per
il riconoscimento del valore di un artista. In effetti, con Bragg
questo rischio c’è e c’è stato. Un errore frutto della stessa miopia di
chi vuole lasciarlo prigioniero del contesto che gli ha dato prestigio e
notorietà. Vale a dire: gli anni Ottanta (“ma si può uscire vivi dagli
anni ’80?”). Bragg, in realtà, non solo è stato capace di scrivere belle
canzoni politiche (o belle canzoni e basta), oltre quella decade (ne è
un esempio il suo capolavoro Don’t Try This At Home, il superbo sottovalutato Ep The Internationale o il lavoro con i Wilco), ma è da sempre un songwriter
di razza, capace di raccontare e di raccontarsi anche con una notevole
vena intimista, uno stile pennellato e melodico, quasi raffinato a
dispetto della rozzezza che a volte gli è stata ingiustamente
attribuita. Piuttosto, stupisce la tipicità del suo repertorio, denso di
sfumature, di fronte a un canzoniere così ricco e variegato, che va ben
oltre la sfera della tradizione folk di protesta.
Bragg è un musicista completo e, a volte, anche raffinato autore di musica pop. E se il “ruvido impegno politico” di questo soulboy arrabbiato della working class
è il suo sudato marchio di fabbrica, altri contrappunti ci deliziano:
storie d’amore e ritratti intimistici di rara bellezza che hanno il
merito di aver reso la sua discografia un prezioso diario in divenire,
fra pubblico e privato.
Proprio la sua opera omnia, nel 2006 ha subito un vero e proprio restyling
(brutta ma efficace parola, sulla quale il Nostro farebbe qualche
britannica battuta...). Sono stati pubblicati due monumentali e ottimi
box set, Volume I e Volume II, il cui contenuto - 15 cd e 1 dvd - è acquistabile anche separatamente (esclusi i due dvd bonus From The West Down To The East - che contiene il live al South Bank Show del marzo dell’85 e il prezioso concerto a Berlino Est dell’agosto dell'86 e If You’ve Got A Guest List, dove spicca il pregevole live
del ’91 "At The Town & Country Club", messi a disposizione soltanto
con il cofanetto). Si tratta delle ristampe rimasterizzate di quasi
tutti gli album (fanno eccezione i due Mermaid Avenue, le outtake di Bloke On Bloke, Reaching The Converted e il terzo cd extra della raccolta Must I Paint A Picture), con tanto di bonus cd zeppi di inediti, demo, b-side, alternate take, live che cercano di mettere ordine nel complicato universo bragghiano fra cambi di etichetta, raccolte di dischi ed Ep.
Nel
lavoro di riedizione a parte i dischi sopra-citati non manca proprio
nulla, anche se c’è qualche piccola ovvia lacuna (ad esempio la famosa
cover dei Beatles
“She’s Leaving Home”). Tutte le nuove edizioni sono consigliate, non
solo per la cura con cui sono stati ristampate e per la difficile
reperibilità di alcuni dei suoi lavori, ma anche per i dischetti bonus
che, pur non stravolgendo gli ascolti, arricchiscono il materiale.
Questo discorso di rivisitazione dell’autore fa il paio con la
pubblicazione del suo esordio come scrittore: "The Progressive Patriot",
una sorta di confessione politica e morale o, come suggerisce il
sottotitolo, una ricerca per l’Appartenenza. Un libro dove Bragg amplia i
concetti già espressi nel suo album England, Half English,
ovvero l’Inghilterra multiculturale e come i socialisti non debbano
lasciare la questione del patriottismo alla destra. Tale abbondanza di
materiali, oltre a ridestare l'attenzione del pubblico sulla sua figura,
offre lo spunto per una riflessione sulla sua vita e sulla sua musica.
Dopo aver lasciato la scuola senza troppo clamore, Stephen William Bragg, nato nel dicembre del 1957 in una famiglia della working class
di Barking, nell’Essex, si esercita alla chitarra con Wiggy, il vicino
di casa, che lo accompagnerà per quasi tutto il percorso della sua
carriera. Al contrario di quello che si è soliti pensare, non è stato il
punk, né il folk a formare l’orecchio di Bragg. I suoi ascolti
adolescenziali sono vari, ma è lui stesso ad ammettere con una dose di
humour una forte influenza, anche extra-musicale, della soul-music: “Non
solo Smokey e i Tops (Four, ndr ), hanno fatto di me un vero amatore, ma mi hanno anche politicizzato. Essere un soulboy non significava ascoltare musica d’evasione senza per questo avere la capacità di coglierne la voce di eguaglianza e libertà”.
Il termine soulboy
qui è usato da Bragg con precisione: ai tempi della sua educazione
sentimentale e musicale, alla fine degli anni Sessanta fino alla fine
del decennio successivo, una persona di quel tipo faceva parte di un
gruppo nella cultura giovanile del Regno Unito. Era un individuo
cresciuto con la musica mainstream dei grandi cantanti
pop-soul, la gente della Tamla/Motown e della Stax, Curtis Mayfield, gli
Impressions e gli Isley Brothers, tutti personaggi che avevano già
avuto una pesante influenza sul stereotipo dei mod, i padri
putativi di questa nuova generazione. Quando afferma che “Antonio
Gramsci è lo Smokey Robinson del marxismo”, Bragg ci svela un mondo. Un
universo parallelo che sta nel cuore e nell’animo di una gioventù
britannica approdata ormai nelle secche del rock, giovani che sognano
un’utopia da realizzare all’interno della pop-culture, un’area che
assorbe correnti politico-culturali diverse e da accostamenti disparati,
ma molto affini. In questo senso il movimento dei diritti civili,
Martin Luther King e la scelta socialista diventano nell’adolescenza
inquieta di Billy Bragg, l’unica lente possibile attraverso cui leggere
la storia del proprio paese, ex-impero, originaria culla del capitalismo
mondiale e ormai avviato verso una società multietnica.
Ma il Nostro non è solo “pane e Motown”, e sul lato B della cassetta dei primi ascolti ci piazza i songwriter: cita Simon and Garfunkel
fra le sue contaminazioni e propone un approccio folk. All’età di 12-13
anni, infatti, scoraggiato dall’impossibilità di replicare con la
chitarra le raffinate atmosfere delle ballate soul (solo in seguito e in
certe composizioni della maturità riuscirà nell’intento di fondere i
richiami della black music nel suo repertorio), si mette a
scrivere pezzi in chiave folk. Col passare del tempo fanno capolino le
band classiche del rock inglese, ascolti più smaliziati e accattivanti:
Small Faces, Rolling Stones, Faces.
Poi, d’un tratto, arriva il punk. Ed è una botta per tutti. Migliaia
di ragazzi formano una band, alcuni riprendono a suonare. L’Inghilterra
è in fermento, il baricentro di un grande palco-enclave dove la
creatività sembra essere tornata in mano al popolo. Londra brucia.
Nel
1977 Bragg e Wiggy formano il loro gruppo punk/pub rock, i Riff Raff, e
fanno il giro dei club e dei locali londinesi. Provano in una fattoria a
Northamptonshire e relizzano una serie di singoli, fra i quali spicca
il curioso "I Wanna Be Cosmonauts". Le cose, però, non vanno bene e il
gruppo si scioglie in men che non si dica. Frustrato dall’esperienza
fallimentare dei Riff Raff, Bragg nel maggio del 1981 si unisce
all’Esercito Britannico. Quattro mesi dopo, si rende conto che quella
della carriera militare non è la strada che fa per lui. A casa, con 175
sterline in mano, lo aspetta la madre e, soprattutto, la sua musica.
Mentre lavora come commesso in un negozio di dischi, comincia a scrivere
brani di suo pugno, accompagnandosi con la chitarra elettrica,
iniziando a costruire quella che diventerà la sua più tipica e originale
cifra espressiva. Compone seguendo la tradizione delle protest song
, ispirato dai padri del genere, Woody Guthrie e Phil Ochs, ma anche e,
soprattutto, dalla corrosiva ascendenza del Clash-sound. Questa
coesione di stili è originale, funziona e convince l’autore ad andare
avanti nonostante le difficoltà dell’essere un signor nessuno.
In quegli anni, Billy è un perfetto sconosciuto, ma Pete intuisce subito che il ragazzo, con quelle sue canzoni così arrabbiate e dirette, può arrivare lontano. La Charisma, sull’orlo della bancarotta, non permette al manager di ottenere il budget per un contratto, però gli concede la possibilità di fargli registrare un disco, che lo stesso artista penserà a promuovere con una serie di concerti.
Nel luglio del 1983 esce il fragoroso Ep Life’s A Riot With Spy Vs Spy, per la sotto-etichetta Utility: un piccolo capolavoro minimale che contiene in sé già molti semi del linguaggio musicale di Bragg: solo voce e chitarra elettrica, riverberi accentuati, ritmica ruvida, scarna, ma precisa, marcato accento dell’Essex (che è un po’ un misto fra il Cockney dell’East London e quello delle regioni dell’East Anglia). Sette canzoni per un semi-debuttante che alla fine del 23° minuto è già un songwriter -promessa. A cominciare dall’apertura fulminante: “Milkman of Human Kindess”, il cui riff, roboante e ultra-amplificato, viene utilizzato come biglietto da visita. Il cantato stridente e imperfetto beneficia della combinazione con accordi potenti, ma spogli, ricchi di un immediato appeal . A volte, le migliori combinazioni pop funzionano in questi modi bizzarri. La seconda traccia è un altro must del canzoniere: quella “To Have And To Have Not” che entra in aperta critica con il sistema thatcheriano , dove il vestito con cui un disoccupato si presenta nel mondo del lavoro è ancora l’uniforme dell’appartenenza di classe: “Solo perché sei migliore di me/ non vuol dire che io sia pigro/ Solo perché mi vesto così/ non vuol dire che io sia un comunista”.
L’album, seppur breve, viene accolto come una ventata di freschezza nel panorama dei giovani autori. Ma non basta, Bragg sa che deve battere il chiodo finché è caldo e si presenta ancora a sorpresa davanti a un’altra autorità della musica pop. Si tratta del dj della Bbc, John Peel, talent scout lungimirante, che durante una trasmissione fa una strana richiesta gastronomica. Bragg ascolta e provvede presentandosi con ferrea determinazione negli studi di registrazione con il cibo e la sua cassetta in mano. Manco a dirlo, Peel s’innamora del Billy-style. Nel giro di qualche mese, cambia lo scenario: la Charisma finisce in pasto alla Virgin, Jenner viene licenziato e diventa il manager ufficiale di Bragg. Andy Macdonald, ex ufficio stampa della Stiff Records, ristampa per la sua etichetta Go! Disc l’Ep.
Il secondo lavoro, Brewing Up With Billy Bragg (1984), il suo primo vero Lp, svela un musicista nel pieno della maturazione. Anche se il modo di scrivere si muove su registri non troppo dissimili a quello del primo Ep, si possono notare elementi di maggiore presa. Soprattutto la messa a punto in fase di produzione è a un livello più professionale: qualche sovra-incisione, spizzichi di organo e fiati qua e là garantiscono all’ascoltatore una rinnovata attenzione alle composizioni. I titoli che entrano nel cuore sono “It Says Here” (contro la disinformazione della stampa di regime), ma c’è anche spazio per i sentimenti: “Love Gets Dangerous”, “A Lover Signs”, l’amore non corrisposto di “The Saturday Boy” e la superba ballata intimista “St. Swithin’s Day”. Il polemista si fa ancora sentire con pezzi ispirati alla tragedia della guerra delle Falklands (“Island Of No Returns”, “Like Soldiers Do”).
Alla fine del disco, si arriva però un po' stanchi: Bragg rischia di annoiare a causa di un impianto stilistico troppo monocorde. Un limite che lo stesso musicista rivedrà a cominciare dal disco successivo.
Il 1984 è l’inizio dell’impegno politico come artista: dall’incondizionato appoggio pubblico allo sciopero dei minatori arriva l’accorato Ep pubblicato l’anno successivo, Between The Wars, contenente alcune perle, come la stupenda ballata della title track che lo lancia nella Top 20 e con cui si presenta per la prima volta a Top of The Pops (Ho pagato i sindacati/ quando i tempi si sono fatti più duri/ Ho sperato che il governo aiutasse i lavoratori/ Ma loro hanno portato la prosperità nell'armeria/ Ci stiamo armando per la pace, ragazzi/ In mezzo alle guerre), la cover di “Which Side Are You On?” di Florence Reece e “The World Turned Upside Down” di Leon Rosselson.
Il “battesimo” politico di Billy Bragg continua l’anno successivo quando prende forma il Red Wedge, un’iniziativa coadiuvata con Paul Weller degli Style Council e Jerry Dammers degli Specials e condivisa con alcuni artisti britannici (fra cui spiccano, tra gli altri, gli Smiths, Jimmy Sommerville, i The The del sulfureo Matt Johnson, Junior Giscombe e i Madness), che durante il biennio ‘86/87 supporta il Labour Party e il suo leader, Neil Kinnock, in vista delle elezioni nazionali del 1987, con un’intensa “campagna live” dai palchi di mezzo Regno Unito. Ma la Lady di ferro regge anche l’urto della propaganda del collettivo di musicisti e porta a casa l’ennesimo successo elettorale.
Nonostante la sconfitta, il bardo di Barking non si dà per vinto e continua le sue battaglie compresa quella nel Charter 88, un movimento di pressione che punta a una riforma del sistema politico britannico. Nel frattempo, mantiene livellati i prezzi dei dischi e dei concerti e rifiuta di commercializzare i suoi lavori nell’Africa dell’apartheid.
A livello musicale, però, il momento della svolta arriva con Talking With The Taxman About Poetry (1986), il “difficile terzo album” come s’ironizza sulla cover dell’Lp. Il canto si fa più sicuro, i testi e le canzoni scorrono che è un piacere e a sostenere le composizioni, più incisive e mature. C’è il suono “pieno” di una band in cui si mette in evidenza uno dei più importanti eroi del pop inglese: Johnny Marr, direttamente dagli Smiths. Dalla frizzante ballata “Greetings To The New Brunette” (come fai a stare sdraiata e pensare all’Inghilterra/ quando non sai nemmeno chi c’è nella squadra/ Shirley, la tua politica sessuale/ mi ha messo nei pasticci), al blues viscerale di “Train Train”, ai fiati maestosi di “The Marriage”, al Dylan che incontra i Clash in “Ideology” (le richieste della gente/ cadono inascoltate/ i nostri politici sono tutti carrieristi), fino al capolavoro: "Levi’s Stubb Tears", ispirata all’epopea soul del leggendario leader dei Four Tops.
Tutto l’album, il cui titolo proviene da un poema del poeta russo Vladimir Majakovsky, risplende di una luce lirica che recupera il senso del passato, come nell'azzeccato vaudeville di “Honey, I’m A Big Boy Now”. Non manca il richiamo agli ideali di “There Is Power in The Union” e “Help Save The Youth Of America” (Una nazione con i congelatori pieni/ Sta danzando sulle proprie poltrone/ Mentre fuori un'altra nazione/ Sta morendo di fame per strada), che recupera più o meno velatamente “Rudie Can’t Fail” cantata da Joe Strummer. L’album entra nella Top Ten.
L’anno seguente esce sul mercato Back To Basics, una raccolta che comprende i primi due album e l’Ep Between The Wars. Sempre nello stesso periodo Bragg trova un’insolita collaborazione con i Gang dei fratelli Severini, assieme ai quali canta per il loro secondo album la cover dei Clash “Junco Partners”.
Nel maggio del 1988 raggiunge il suo primo e - finora - unico numero 1 in classifica: è il magnifico remake di “She’s Leaving Home” dei Beatles, con Cara Tivey al piano, inserita in un album tributo di vari artisti e nel singolo estratto ripubblicato poi solo nella raccolta Reaching To The Converted (1999).
Pochi mesi dopo, arriva Workers Playtime, l’Lp, prodotto dal mitico Joy Boyd (Fairport Convention, Nick Drake) che scopre il lato “privato” dell’artista, agguerrito nei sentimenti come in piazza. E’ un disco d’orientamento soul, bello e pieno di pianoforti e organi, che disorienta i fan, ma nel disagio che esprime raggiunge discrete vette d’ispirazione, sottolineando l’acuta sensibilità del musicista. Il “Tempo libero dei lavoratori” segna uno momento particolare nella produzione di Bragg, che si concede lo spazio per una riflessione di carattere quasi filosofico. Una spiegazione ce la suggerisce la citazione di Gramsci in calce alla vecchia edizione dell’Lp. "Quante volte mi sono domandato se legarsi a una massa era possibile quando non si era mai voluto bene a nessuno, neppure ai propri parenti, se era possibile amare una collettività se non si era mai amato profondamente delle singole creature umane. Non avrebbe ciò isterilito e ridotto a un puro fatto intellettuale, a un puro calcolo matematico la mia qualità di rivoluzionario?”. Pensieri che gli provocano una sottile identificazione con il filosofo e militante di origine sarda. Come per Antonio Gramsci, l'innamoramento diviene per Billy Bragg momento di riflessione sul politico. Quindi amore e politica, pubblico e privato non vissuti come dicotomia, ma come parte del Tutto. Su questa scia obliqua, più interiorizzata che espressa, si muovono brani come la ballata “She’s Got A New Spell”, la souleggiante “Must I Paint You A Picture”, apice del suo songwriting e amatissima dall’autore (non a caso scelta come titolo della raccolta più significativa di Bragg, pubblicata 15 anni dopo), l'a cappella “Tender Comrade”, una delle canzoni più commoventi del suo repertorio, “The Short Answer”, che contiene un memorabile attacco lirico (Nel dizionario/ fra Marx e il marzapane/ c’era Mary/ fra il Profondo Mare Blu e il diavolo c’ero io). Da segnalare anche “The Price I Pay”, “Valentine Day Is Over”, ma anche “The Only One”, impreziosita da un delicato arpeggio. Cala il sipario con “Waiting For The Great Leap Forwards”, che ci sbatte in faccia tutte le contraddizioni dell’impegno politico ("The Revolution/ is just a t-shirt away").
Il disco verrà successivamente abbinato a Taxman (con l’esclusione di “Train Train”), nella raccolta Victim of Geography (1993).
Bragg entra nel nuovo decennio un po’ a sorpresa con il disco più militante della sua discografia: The Internationale, dove riprende diverse composizioni del canzoniere popolare di diversi paesi, a cominciare dall’inno dell’Internazionale Socialista di cui adatta il testo. In parte sottovalutato a causa dell’alone ideologico che lo percorre, l’Ep si presenta come un’autentica gemma, che alterna musiche molto arrangiate con tanto di brass band a pezzi solo vocali. Le lodi si sprecano: dall’omaggio a cappella a Phil Ochs (“I Dreamed I Saw Phil Ochs Last Night”), all’America Latina di “Nicaragua Nicarguita” di Carlos Mejia Godoy, a “The Marching Song Of The Covert Battalions”. Ma i veri due capolavori che conferiscono un’aura di classicità al lavoro sono la ballata pianistica “Blake’s Jerusalem” e l’affresco antimilitarista da brividi “My Youngest Son Came Home Today”, scritto dall’autore scozzese Eric Bogle.
A valorizzare ulteriormente l’Ep provvederà la successiva ristampa del 2006 (forse, fra tutte, la migliore), che comprende l’Ep agit-prop in vista delle presidenziali Usa del 1988 Help Save The Youth Of America: Live & Dubious, un manciata d’inediti (fra cui spiccano “Joe Hill” di Ochs che potrebbe benissimo figurare sulle "Seeger Sessions" di Springsteen, l’immortale “This Land Is Your Land” di Woody Guthrie) e un bonus dvd con esibizioni del periodo ‘86/’88 estratte dai concerti a Berlino Est, Nicaragua e Lituania. Fra i brani non pubblicati, unico neo, la stonata cover di "A Change Is Gonna Come" di Sam Cooke: la canzone della cultura black che più ha inciso nella storia del movimento dei diritti civili frana dolorosamente nel paragone con l’originale.
Ormai considerato un autore completo, Bragg firma il suo capolavoro. E' il doppio vinile Don’t Try This At Home (1991), che lo proietta nell'olimpo dei songwriter . A fargli compagnia assieme alla sua nuova backing band, i Red Stars, ci sono alcuni amici-ospiti: mezzi Rem (Peter Buck e Michael Stipe, che duetta nella countreggiante “You Woke Up My Neighborhood”) e sempre Johnny Marr. L’ensemble “gira” bene e i brani sembrano tutti azzeccati. Dal pop-rock arrabbiato di “Accident Waiting To Happen” alla bucolica “Everywhere”, ballata antibellica scritta da Sid Griffin e Greg Trooper, al pop etereo di “Cindy Of Thousands Lives”. “North Sea Bubbole”, “Body Of Water” e l’hit single “Sexuality”, scritta con Marr, sprizzano energia da tutti i pori. Ma è la parte più “lenta” di Don’t Try... che conquista il cuore. Canzoni come “God's Footballer”, “Trust”, “Rumors Of War”, “Dolphins” di Fred Neil, ma soprattutto, “Tank Park Salute” (uno struggente addio al padre scomparso) e “Moving The Goalposts” (un’impossibile colonna sonora scritta da Burt Bacharach per un film mai scritto di Mike Leigh), sono il respiro profondo di un album a cui ci si affeziona ascolto dopo ascolto. Questi ultimi due brani, toccanti e quasi onirici, segnano uno degli apici della scrittura di Bragg.
Fra le perle del bonus disc della versione 2006, segnaliamo la superba ballata “The Gulf Between Us” e le B-side “Party Of God” con i 10,000 Maniacs di Natalie Merchant, “Just One Victory” di Todd Rundgren e "Bread & Circus" sempre in coppia con la Merchant.
La major Elektra, con cui Bragg firma un milionario contratto spinto dai boss della Go! Disc, studia una campagna promozionale, con tanto di video per Mtv, per l’ultimo lavoro dell’artista, con lo scopo di farne una star, ma gli sforzi non sortiscono gli effetti sperati. Sempre nel 1991, viene dato alle stampe l’album live in studio con John Peel: The Peel Sessions, di cui si era già avuta un’anticipazione qualche anno prima.
Passano cinque anni, Bragg ha messo su famiglia e con il suo nuovo lavoro, William Bloke, mette a nudo il suo nuovo io. Che, in sostanza, si può sintetizzare in: meno idealismo, più senso pratico. Sorprende il pubblico con l’ironia quando canta in una versione modificata del suo cavallo da battaglia “A New England”: Sto solo cercando un’altra ragazza/ per far da babysitter al bambino. Intanto è andato a vivere nel Dorset dove, nelle elezioni del 2001 (www.votedorset.net), organizzerà vere e proprie battaglie sistematiche per cambiare il voto nelle diverse zone della regione. Il disco è considerato un anello debole della sua discografia, ma in realtà è un lavoro ben fatto e piacevole. “From Red To Blue” è una discreta ballata, mentre “Upfield”, in cui il Nostro ci racconta di aver trovato il “socialismo del cuore”, è addirittura travolgente, gioioso. “Everybody Loves You Babe” è divertente e raffinata. Tra le tracce più riuscite di Don’t Try, si segnala “Brickbat”. Non sfigurano neanche “The Space Race Is Over” e “The Fourteenth Frebuary”, mentre “Goalhanger” è un inaspettato e un po’ leggerino “quasi-ska”. “Sugardaddy” impone un relax che non t’aspetteresti in un suo disco. Il resto? Ordinaria (deboluccia) amministrazione.
Piace di più ai fan la successiva raccolta di outtake dello stesso periodo ribattezzata, citando il Dylan di "Blonde On Blonde", Bloke On Bloke, che celebra anche la vittoria sui Tories e l’ascesa di Tony Blair. Una spanna sopra, “The Boy Done Good” e il j'accuse in salsa irish-folk di “Thatcherites”.
Fra il 1998 e il 2000 esce in due parti Mermaid Avenue, un progetto d’interpretazioni di alcune liriche originali messe a disposizione per musicarle dalla figlia di Woody Gutrhire, Nora, che Billy, assieme ai Wilco di Jeff Tweedy esegue con spunti originali. I due album, che sono sostanzialmente alla pari per qualità, ottengono un discreto successo commerciale. Anche se alcuni sostengono che la presenza di Billy risulta meno incisiva di quella dei Wilco, per il songwriter inglese è una riaffermazione.
In realtà, il risultato è equamente diviso a metà. Ognuno fa la sua parte in un lavoro atipico, capace di parlare alle nuove generazioni e agli appassionati, nonostante un’ispirazione e un gusto musicale lontani da quella del popolare folksinger. Fa anche una bella comparsa l'amica Natalie Merchant.
Reduce dal successo di Mermaid Avenue , che ha ottenuto nomination ai Grammy Awards, Bragg torna in pista con i Blokes, il suo nuovo gruppo di supporto, nelle cui fila troviamo anche Ian Mc Lagan, mitico tastierista degli Small Faces, band di culto osannata dal cantautore britannico.
Nel 2002 esce l’ultimo lavoro in ordine di tempo, questa volta accreditato anche a The Blokes. Si tratta di England, Half English, un album che tenta di raccontare il nuovo tessuto sociale di un’Inghilterra sempre più irriconoscibile, fra spinte alla globalizzazione e diritti negati. La musica risente molto del lavoro del gruppo, che appare però non sempre in linea con l’ispirazione del cantante. Alcune contaminazioni con certi generi (il pastiche della title track o il reggae di “Dreadbelly”), proprio non sembrano in sintonia con la forma mentis di Billy, che in “Take Down The Union Jack” rispolvera la chitarra per suonare “alla sua maniera”. Incompleta “Some Days I See The Point”, mentre è curiosa "NPWA", una traccia “tirata” che sembra uscita fuori dal repertorio dell’ultimo Paul Weller.
Giunto al traguardo dei cinquant'anni e con una sostanziosa discografia alle spalle, Bragg si rimette in gioco con Mr. Love & Justice (2008), un disco che però non aggiunge granché a quanto già detto in passato.
L'inizio è promettente, la ballata "I Keep Faith" con l'apporto minimo ma fondamentale dell'ospite Robert Wyatt, "I Almost Killed You", ritmata a battimani e fisarmonica, e "M For Me", con le sue dolcezze di fiati e piano, sono canzoni fatte di mestiere ma anche di passione e sentimenti veri.
Godibili senza essere eccezionali sono pure la cavalcata anti-folk "The Beaches Are Free", il soul corale di "Sings Their Souls Back Home", la blueseggiante "Farm Boy" e il triste canto rassegnato di "O'Freedom", ma il resto del disco si spegne in una insipidità piuttosto evidente e anche in episodi con temi scottanti quali il tabagismo ("The Johnny Carcinogenic Show") Bragg non riesce a imprimere la verve di un tempo.
Con gli ultimi dischi il discorso in canzoni di Bragg ha perso un po' di spessore e di credibilità musicale, ma dal punto di vista delle idee è più che mai attuale e parla ancora una lingua tagliente e ironica, capace di suscitare emozioni, pensieri e critiche su alcuni dis-valori della nostra epoca.
Il 2013 ci consegna un Bragg da meditazione, insolito, yankee. Uno “Sherpa of Heartbreak”, come lui stesso si è definito. Attento alle fratture emotive e alle difficoltà relazionali. Nell’ultimo biennio il Progressive Patriot ha concesso una licenza illimitata ai fidati Blokes, coi quali sembrava aver perso mordente. E’ tornato a fare la spola in solitaria tra un piccolo club e l’altro, coronando con l’estemporaneo progetto Pressure Drop il vecchio sogno del teatro-canzone: un po’ comizio, un po’commedia, installazione d’arte e concerto, con pochi ritocchi rispetto a quelle mitragliate di aneddoti e ironia che sono i suoi folgoranti spettacoli. Quindi è volato a Pasadena per registrare questo Tooth & Nail (2013), il suo disco da navigato alfiere dell’Americana.
La scelta di Joe Henry in guisa di produttore e coautore chiarisce le nuove coordinate meglio di tutte le note stampa di questo mondo, mentre le pennate di pedal steel griffate Greg Leisz o l’elegante impronta Delta di “Handyman Blues” valgono come sbaffi di evidenziatore sul taccuino per rimarcare l’assunto. Dietro l’ispida corteccia esibita nelle foto promozionali s’impone uno sguardo accigliato à-la Johnny Cash, e nasconde un sorriso. Sarà la sicurezza grandiosa con cui abbraccia un songwriting dal taglio smaccatamente classicista, con esiti felici quantomeno spiazzanti, oppure il piglio del cantastorie pauperista di “January Song”, tutta sostanza e disillusione.
All’improvviso l’irruenza della gioventù è davvero molto, molto lontana. Bragg non è più il portavoce di un disagio sociale. Le ombre di oggi sono un’esclusiva del suo spirito, ma non prevaricano. Con la saggezza della misura, questo nuovo Billy ricorda a tratti l’omonimo Principe oldhamiano, perfino ottimista se visto in controluce. La convinzione è che i giorni a venire saranno comunque migliori, e che eventuali rese dei conti rimarranno eccezioni prive di strascichi. Come le sonorità elettriche in questo disco, rare e mai esasperate, perfette per accompagnarsi con una voce invecchiata ma ancora magnificamente evocativa. Oltre il velo di malinconia, nessuna traccia di autocompiacimento e anzi un ultimo sibillino messaggio che profuma d’orgoglio: “Conservo ancora l’entusiasmo di chi si innamora di tutto”. Ora che la Lady di ferro è entrata ufficialmente nell’album dei ricordi, dovrebbe riuscirgli anche più semplice.
Dopo aver registrato nel 2016 Shine A Light: Field Recordings From The Great American Railroad nelle stazioni degli Stati Uniti e il mini-Lp del 2017 “Bridges Not Walls”, nel 2021 Billy Bragg torna a cantare Londra e il suo paese, un’Inghilterra alle prese con una realtà amara tra Brexit e pandemia.
“I Will Be Your Shield”, la toccante “The Million Things That Never Happened”, sulle privazioni che abbiamo dovuto accettare durante la pandemia, e la saltellante “Ten Mysterious Photos That Can't Be Explained”, scritta insieme al figlio Jack Valero, possono avanzare di diritto la loro candidatura per diventare dei classici del già ricco repertorio di Billy Bragg.
Note
La traduzione della citazione di Gramsci è a cura Francesco Scalambrino, autore di “Un uomo sotto la mole”. Biografia di Antonio Gramsci, Editrice Il Punto, Torino, 1998.
Fonte
