Presentazione


Analisi, opinioni, fatti e (più di rado) arte da una prospettiva di classe.

30/06/2026

Venezuela: la doppia catastrofe

di Atilio Boron

Nei primi mesi del 2026, il Venezuela è stato vittima di due eventi traumatici.

Il primo, il 3 gennaio, l’attacco militare denominato “Operazione Risoluzione Assoluta” lanciata dal governo degli Stati Uniti contro Caracas e, marginalmente, altre città come La Guaira.

Secondo trauma: il doppio terremoto di mercoledì scorso.

Ma procediamo per ordine. L'amministrazione Trump supponeva che con quell’audace manovra si sarebbero create le condizioni necessarie per far precipitare un’insurrezione popolare contro il governo chavista e, in questo modo, ottenere l’agognato “cambio di regime” che Washington insegue senza sosta dal momento stesso in cui Hugo Rafael Chávez Frías trionfò nelle elezioni presidenziali del dicembre 1998.

L’operazione in questione ottenne un risultato parziale ma importante: il rapimento del presidente Nicolás Maduro Moros e di sua moglie, la deputata Cilia Flores. Ma nonostante il suo nome pomposo, l'operazione fu un fallimento monumentale dal punto di vista militare e politico, così come lo fu l'“Operazione Furia Epica”, l’attacco di USA e Israele contro l’Iran. Nonostante l’aspetto minaccioso dei loro nomi, in entrambi i casi il “regime” – in questo caso il governo chavista – rimase in piedi, così come il suo omologo a Teheran.

Parliamo di fallimento perché basta confrontare l’enorme dispiegamento di oltre 150 aeromobili, tra aerei ed elicotteri, una portaerei, un sottomarino nucleare e una corazzata utilizzati per devastare il territorio venezuelano, più i 15.000 effettivi mobilitati per il combattimento e il comando di 200 uomini della Delta Force incaricata dell'“estrazione” (eufemismo per non dire rapimento) di Maduro, con le squadre e le truppe utilizzate il 2 maggio 2011 per catturare nientemeno che Osama bin Laden, presumibilmente nascosto nella città pakistana di Abbottabad: 23 membri del Comando Seal con il supporto di un totale di cinque elicotteri e una portaerei, per concludere che la significativa sproporzione tra le attrezzature e il personale utilizzato in entrambe le iniziative dimostra eloquentemente che l'“Operazione Risoluzione Assoluta” aveva obiettivi molto più ampi del rapimento di Maduro.

E andò male. Il governo chavista rimase al potere, il “regime” non crollò e le masse non invasero le strade chiedendo la testa dei loro governanti. Tuttavia, la transizione ordinata sotto la minaccia mortale esplicitamente comunicata dalla Casa Bianca al governo bolivariano, delegò il comando a Delcy Rodríguez come “presidente incaricata”, lasciando il governo chavista e l’economia venezuelana in una condizione di radicale subordinazione agli ordini provenienti da Washington.

Si parla infatti di un protettorato informale o di una condizione semicoloniale di fatto che si manifesta nel furto sfacciato e impunito del petrolio venezuelano, poiché il ricavato della sua vendita viene depositato in un conto speciale del Dipartimento del Tesoro degli Stati Uniti e solo una minima parte viene inviata a Caracas; o nel mantenimento delle quasi 1.100 “misure coercitive unilaterali” che ancora oggi, cinque giorni dopo il doppio terremoto che ha devastato La Guaira e parte di Caracas, rimangono in vigore; o nei visibili cambiamenti nell’agenda della politica estera della Repubblica Bolivariana, soprattutto dopo il ripristino delle relazioni diplomatiche con gli Stati Uniti, interrotte per sette anni.

Ma, attenzione!: siamo di fronte a eventi “in pieno svolgimento”, come soleva dire Walter Martínez, e non solo in America Latina e nei Caraibi ma a livello mondiale. Per questo il tempo dirà se questo travolgimento della sovranità nazionale venezuelana è un’inevitabile opzione tattica difensiva – “per ora”, come direbbe Chávez – o se, purtroppo, si tratta di una capitolazione definitiva. Confidiamo che sia la prima. È incoraggiante che Washington non sia riuscita a raggiungere i suoi obiettivi massimi, “cambiare il regime”; ma bisogna riconoscere che ciò che è rimasto in piedi ha poche somiglianze con il chavismo originale.

Passiamo al secondo evento traumatico. La tragedia sociopolitica perpetrata dal trumpismo si è moltiplicata esponenzialmente a causa del doppio sisma del 24 giugno, quando un potente terremoto di magnitudo 7,2 è stato seguito, appena 39 secondi dopo, da un altro ancora più intenso, che ha raggiunto 7,5 sulla scala logaritmica di Richter.

Non si è trattato di una scossa di assestamento, assicurano gli esperti, ma di due terremoti distinti, il secondo precipitato dal primo e con una violenza due volte e mezzo superiore. Nel loro insieme, questi due terremoti hanno avuto un’intensità senza precedenti nella storia venezuelana: è stato trenta volte superiore – ripeto: trenta volte superiore – a quello che scosse fin nelle fondamenta la città di Caracas nel 1967.

La devastazione materiale è sotto gli occhi di tutti e con essa l’elevato numero di vittime umane, le cui cifre difficilmente si conosceranno con certezza prima delle prossime settimane.

Nonostante ciò, la destra mondiale, fedele al suo carattere reazionario e necrofilo e al suo tradizionale disprezzo per la verità, ora accusa il governo di Delcy Rodríguez di non disporre degli elementi necessari per assistere adeguatamente le vittime e i sopravvissuti della terribile catastrofe.

Da qui piovono le denunce contro il chavismo come presunto “stato fallito”, ma le canaglie omettono di dire che se ci sono stati problemi nell’affrontare le conseguenze del doppio terremoto – mancanza di attrezzature come ruspe o altri macchinari pesanti, forniture mediche, ospedali ben riforniti, eccetera – ciò è dovuto ai dieci anni di sanzioni e ostacoli commerciali e finanziari di ogni tipo con cui il Venezuela è stato aggredito dal momento in cui nel marzo del 2015 il falso Premio Nobel per la Pace 2009 Barack Obama proclamò, con imperdonabile perfidia, che il governo bolivariano rappresentava una “minaccia inusuale e straordinaria per la sicurezza nazionale e la politica estera degli Stati Uniti”.

Le conseguenze di questa politica, aggravata durante la prima amministrazione Trump (2017-2021), furono catastrofiche, nel senso più stretto della parola. Le restrizioni imposte alla commercializzazione del greggio e i veti all’importazione di attrezzature e pezzi di ricambio per l’industria petrolifera hanno prodotto un crollo senza precedenti delle entrate generate dalla statale PDVSA.

Se nel 2012 le esportazioni petrolifere avevano raggiunto un picco di 93 miliardi di dollari, dopo le sanzioni iniziate da Barack Obama e potenziate dal primo Trump, queste scesero nel 2020 a 4,2 miliardi di dollari, cioè meno del 5 per cento di quanto ottenuto 8 anni prima! La guerra economica condotta con spietata intensità ha gravemente colpito le entrate dello Stato, indispensabili per finanziare le politiche pubbliche e naturalmente il benessere collettivo della società e il reddito dei lavoratori. Gli sforzi e la creatività del governo chavista presieduto da Nicolás Maduro sono riusciti in parte a mitigare questa situazione, portando il livello delle esportazioni a circa 18 miliardi di dollari, ben al di sotto della tendenza storica precedente al blocco ordinato da Washington.

Questo criminale attacco economico ha prodotto il definanziamento dei servizi sociali forniti dallo stato chavista in materia di salute, istruzione e settori correlati e il conseguente deterioramento del livello medio di retribuzione salariale del pubblico impiego.

Uno studio sull’impatto delle sanzioni economiche in Venezuela condotto da Mark Weisbrot e Jeffrey Sachs nell’ambito del Center for Economic and Policy Research di Washington DC conclude che le sanzioni “hanno causato più di 40.000 morti tra il 2017 e il 2018”. Queste sanzioni, proseguono gli autori, “rientrerebbero nella definizione di punizione collettiva della popolazione civile” e non solo violano la legalità internazionale ma anche la stessa legislazione statunitense.

Per concludere, è ovvio che un governo attaccato con tanta ferocia e per così tanto tempo incontri difficoltà nell’affrontare una mostruosa combinazione di due tremendi terremoti.

Ma bisogna guardare alle cause e queste risiedono, fondamentalmente, negli effetti devastanti del blocco che il governo degli Stati Uniti ha decretato contro il Venezuela e, da oltre sei decenni, contro Cuba. Il blocco è genocidio, pulizia etnica, crimine contro l’umanità, qualcosa che i sinistri e mendaci pappagalli mediatici della destra e dell’imperialismo si incaricano di nascondere per poter così incolpare le vittime degli orrori inflitti loro dai propri carnefici.

Confidiamo che prima o poi sia il Venezuela che Cuba possano voltare pagina su questo orribile capitolo della storia dell’imperialismo.

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La rete israeliana che controlla i minerali congolesi

Non è un mistero che Jeffrey Epstein, il finanziere pedofilo morto suicida in una cella di Manhattan nel 2019, fosse molto più di un semplice miliardario con un’isola privata e un giro di prostituzione minorile.

Da tempo, su InsideOver, abbiamo raccontato i suoi profondi legami con l’intelligence israeliana, con l’ex premier Ehud Barak e con quell’universo di potere che incrocia servizi segreti, finanza e politica internazionale.

Oggi, un’inchiesta esplosiva di Drop Site News getta nuova luce su un aspetto finora rimasto nell'ombra: il ruolo di Epstein e della sua rete israeliana nel plasmare il commercio di minerali di una delle regioni più insanguinate del mondo, la Repubblica Democratica del Congo, uno dei paesi più ricchi al mondo per risorse minerarie, tra cui Cobalto, Rame, Coltan.
 
Epstein, Barak e il Congo

Documenti pubblicati dal Dipartimento di Giustizia statunitense e una serie di email hackerate dalla casella di posta di Barak, pubblicate dall’organizzazione no-profit Distributed Denial of Secrets, rivelano che l’ex primo ministro israeliano e il finanziere pedofilo hanno collaborato strettamente, dopo le dimissioni di Barak da ministro della Difesa nel 2013, per mettere le mani sulle risorse minerarie, petrolifere e del gas dell’Africa.

Epstein non era solo un facilitatore di incontri tra potenti. Come abbiamo già documentato, era un asset, un freelance al servizio di Tel Aviv. Nella transizione di Barak dal mondo militare istituzionale a quello privato, Epstein giocò un ruolo chiave, confezionando servizi di intelligence privati e vendendoli a Stati di polizia in tutto il mondo.

Insieme, i due uomini commercializzavano prodotti di sorveglianza e sicurezza a governi stranieri impegnati a «stabilizzare» conflitti civili. E quale terreno migliore dell’Africa, dilaniata da guerre e ricca di materie prime, per trasformare il caos in flusso di cassa?

Come scrisse lo stesso Epstein a Barak in un’email del 2014: «Con i disordini civili che esplodono in Ucraina, Siria, Somalia, Libia e la disperazione di chi è al potere, non è questo perfetto per te?». Barak rispose: «Hai ragione in un certo senso. Ma non è semplice trasformarlo in un flusso di cassa». Eppure, quel flusso di cassa arrivò. E arrivò dai conflitti stessi.

“Tier One Strike Force” israeliana

Barak, secondo quanto riporta Drop Site News, attinse alla sua rete di contatti nell’intelligence israeliana per espandere i propri affari in Africa, coinvolgendo un nome di peso: Danny Yatom, ex direttore del Mossad (1996-1998), divenuto in seguito consulente per la sicurezza di Barak e poi parlamentare dello Yisrael Beiteinu fino al 2008.

Dopo la politica, Yatom è diventato un contractor privato, consulente per diverse società di sicurezza, tra cui la Global Strategic Group, una piccola società attiva in Africa centrale e guidata da veterani dei servizi segreti israeliani.

Ed è proprio la Global Strategic Group ad essere al centro della vicenda congolese. Una proposta per una «Night Warfare Special Operations Unit», contenuta nella posta di Barak e marcata come classificata, rivela che l’azienda di Yatom addestrò un’unità di forze speciali d’élite nelle regioni orientali della Repubblica Democratica del Congo, ricche di minerali, nel 2013.

Il programma creò una Tier One Strike Force di 150 uomini, addestrata per incursioni notturne, imboscate, antiterrorismo, salvataggio di ostaggi, operazioni di cecchinaggio e azioni dirette. Un’unità che, secondo Yatom, contribuì a ribaltare le sorti del conflitto contro il ribelli dell'M23 (Movimento 23 Marzo) nel Kivu settentrionale.

La diplomazia parallela delle risorse

Mentre le forze israeliane addestravano i militari congolesi nelle colline del Kivu, un altro canale si apriva. Le email mostrano che Epstein chiese al suo stretto collaboratore emiratino, Sultan Ahmed bin Sulayem, presidente del colosso logistico DP World, di organizzare un incontro con l’allora presidente congolese Joseph Kabila.

L’obiettivo? Investimenti in miniere, petrolio, gas e infrastrutture di trasporto. «Vuole darci investimenti in miniere, petrolio e gas» scrisse Sulayem a Epstein nel maggio 2013.

Epstein, insomma, non si limitava a fare da tramite per Barak. Era un attore a tutto tondo, in grado di muovere fili che andavano dalla sicurezza militare agli affari multimiliardari. Nel 2018, l’anno prima della sua morte, era già coinvolto in una complessa diplomazia parallela sulle sanzioni del Tesoro americano contro un magnate minerario israeliano, Dan Gertler.

Ma come abbiamo già osservato su InsideOver, i legami tra Epstein e l’apparato di sicurezza israeliano – e in particolare con Barak – non si fermano al cuore dell’Africa. Una serie di email, sempre rese pubbliche dal Dipartimento di Giustizia, rivela che il governo israeliano ha installato e gestito un sistema di sicurezza e sorveglianza in un appartamento di Manhattan al 301 East 66th Street, un edificio di proprietà di una società legata al fratello di Epstein, Mark, ma di fatto controllato da Jeffrey. L’appartamento era utilizzato frequentemente dall’ex premier Ehud Barak durante i suoi soggiorni a New York.

L’operazione, partita all’inizio del 2016 e protrattasi per almeno due anni, ha visto funzionari della missione permanente israeliana alle Nazioni Unite coordinarsi direttamente con lo staff di Epstein. Rafi Shlomo, allora responsabile della protezione presso la missione israeliana e capo della sicurezza di Barak, gestiva personalmente l’accesso all’appartamento, effettuando controlli su visitatori, addetti alle pulizie e dipendenti di Epstein.

Le email mostrano scambi dettagliati: la moglie di Barak, Nili Priell, discuteva con l’assistente di Epstein l’installazione di sensori sulle finestre e sistemi di controllo remoto. E lo stesso Epstein autorizzò personalmente i lavori, bucando i muri per installare le apparecchiature. Come scrisse l’assistente di Epstein: «Jeffrey dice che non gli danno fastidio i buchi nei muri, va tutto bene!».

L’inchiesta di Drop Site News sugli affari in Africa di Epstein conferma ciò che su InsideOver abbiamo sempre sostenuto: Jeffrey Epstein non era un semplice finanziere e predatore sessuale con molti soldi. Era un uomo di potere con un rapporto organico con lo Stato di Israele e il suo apparato di sicurezza.

Non necessariamente un agente del Mossad, come alcuni hanno ipotizzato, ma sicuramente un asset, un facilitatore, un uomo di fiducia sempre pronto a mettere la sua rete di contatti e la sua intelligenza finanziaria al servizio di Barak, uno degli uomini più potenti di Tel Aviv.

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«Poveri ma bellici»: il gran pasticcio della discussa corsa al riarmo

Bruxelles, la guerra sulla difesa

«Il caos scoppiato ieri a Bruxelles sul programma di riarmo «Safe» ha messo a nudo un intruglio micidiale di incertezze burocratiche e tensioni politiche che sta dividendo sia la Commissione Europea che il governo italiano, in particolare il ministro della Difesa Guido Crosetto e il titolare dell’Economia Giancarlo Giorgetti». L’accusa del Manifesto è netta e senza scorciatoie. Il Governo, che aveva prenotato 14,9 miliardi nell’agosto 2025, non ne ha ancora deciso l’attivazione. Ora l’Unione europea bottegaia: l’Italia ha ancora «un mese di tempo» per decidere cosa vuole fare dei fondi del programma e poi quel denaro verrà ridistribuito tra gli altri partecipanti. Ma anche sulla difesa, l’Italia litiga in casa.

Cos’è SAFE, Security Action For Europe

Una invenzione politico finanziaria Ue per mettere in campo fino a 150 miliardi in prestiti per l’industria militare (15 ne ha chiesto l’Italia, poi ridotti a 5), ma il faraonico progetto di riarmo appena alla sua nascita sembra sia precipitato in un paradosso in cui nemmeno il commissario agli Affari economici Valdis Dombrovskis ne conosce con esattezza i termini e le scadenze, l’accusa. Interpellato ieri il commissario ha ammesso: «Devo fare un controllo con i colleghi sulla scadenza specifica per questi programmi che sono già in corso di definizione e i Paesi stanno già firmando accordi». Eppure, sul sito ufficiale della Commissione la data limite per quantificare le richieste è fissata al 29 luglio, mentre fonti comunitarie hanno avvertito che senza una firma rapida i 14,9 miliardi ‘opzionati dall’Italia’ verranno indirizzati altrove.

Bruxelles ora preme su Roma

Dombrovskis incerto non sa bene cosa stia accadendo, ma il portavoce Ue Thomas Regnier alza il tiro su Roma: «Il tempo è essenziale. Incoraggiamo tutti gli Stati membri che ancora non l’hanno fatto, compresa l’Italia, a procedere rapidamente alla firma degli accordi di prestito. Perché dobbiamo aiutare l’industria europea della difesa ad aumentare il ritmo». Ed ecco che per il governo nazionale la spinta europea verso l’economia di guerra è un’altra insidia che si aggiunge a Donald Trump che attacca la premier anche sul piano personale con la sua ormai tipica grossolanità maleducata. Ma un contro sono i proclami politici, e altro i conti economici veri. La tenaglia dei rigidi vincoli di finanza pubblica imposti dal patto di stabilità.

Il riarmo diventa ferita politica

Giorgetti chiarisce che, mentre Crosetto spinge per non perdere i prestiti Ue, ogni aumento di spesa strutturale richiede passaggi complessi: «È diverso il tema dell’aumento delle spese della difesa che richiedono uno scostamento di bilancio che non può essere deciso solo dal governo, né dal ministro dell’economia, ma come dice la Costituzione dal parlamento ed è quello che sarà fatto nei prossimi mesi, a settembre presumibilmente». Altro rinvio, scivolando verso ‘data da destinarsi’ e – speranza politica di una parte governativa –, verso l’oblio. Con un colpo di coda ‘scorpionesco’: «Come ministro devo valutare se questi 15 miliardi di Safe come debito costano di più o di meno rispetto al rendimento dei titoli di Stato (Btp). Se costano meno li prendo».

Per i colossi delle armi?

Per i colossi delle armi gli affari continuano anche senza i fondi Ue, sottolinea la stampa internazionale anche per contro della parte italiana del settore. E Leonardo esce allo scoperto con Lorenzo Mariani, nuovo amministratore delegato: «Noi ci tariamo sempre su quello che è il bilancio della difesa e sappiamo che abbiamo determinati progetti già in corso e coperti dai fondi ordinari. Se il Safe sarà qualche cosa in più, sono sicuro che ci saranno dei programmi che potranno essere addirittura anticipati, altrimenti continuiamo sulla linea dei programmi già lanciati. Partendo da Michelangelo Dome».

Spunta il ‘Michelangelo Dome’

Tra fantascienza tecnica e fantapolitica. Michelangelo Dome: «Sistema difensivo che vede la cooperazione di forze di terra, mare, aria, spazio e cybersicurezza interconnessi da satelliti che vengono coordinati da personale militare con il supporto dell’intelligenza artificiale», provano a spiegare, non rassicurando. Proposta Leonardo come sistema di difesa comunitario dell’Unione Europea per operare con ‘la costellazione satellitare IRIS’, con future basi spaziali, con il futuro programma di stazione orbitante europea e il progetto di base lunare permanente in cui Leonardo è direttamente coinvolta.

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Congresso Antisionista a Dublino. “Decolonizzare la Palestina”

Aprendo il suo discorso programmatico al Secondo Congresso Ebraico Antisionista a Dublino, lo storico israeliano Ilan Pappé ha ammesso che, dopo più di quattro decenni di attivismo, si era spesso chiesto se un movimento antisionista specificamente ebraico fosse davvero necessario.

Dopo tutto, ha riflettuto, la lotta per la Palestina non dovrebbe mai dipendere dall’identità religiosa o etnica.

“Ciò di cui abbiamo bisogno è una voce universale per la Palestina”, ha detto Pappé durante il suo intervento. “A chi importa se sei ebreo, musulmano o cristiano? Se sei un essere umano con un briciolo di decenza, come puoi rimanere indifferente alla sofferenza del popolo palestinese?”

Eppure, ha riconosciuto, i recenti sviluppi politici lo hanno convinto che una distinta voce ebraica antisionista rimanga indispensabile – non perché gli ebrei abbiano una responsabilità morale maggiore degli altri, ma perché il giudaismo continua a essere invocato per giustificare le politiche di Israele e mettere a tacere le critiche nei loro confronti.

Facendo riferimento alla nomina di un importante lobbista filoisraeliano come consigliere capo del prossimo primo ministro britannico, Pappé ha sostenuto che se queste reti di lobbying possiedano o meno l’influenza straordinaria che spesso viene loro attribuita è quasi secondario. Ciò che conta politicamente, ha detto, è che i governi credano che ce l’abbiano.

Questa percezione, ha sostenuto, continua a plasmare la politica occidentale, dove le accuse di antisemitismo vengono sistematicamente strumentalizzate per proteggere Israele da qualsiasi responsabilità, nonostante le prove schiaccianti che documentano occupazione, apartheid e genocidio.

“Questo è anormale”, ha detto Pappé. “È ingiusto. È immorale”.

Per questa ragione, ha sostenuto, gli ebrei antisionisti hanno una responsabilità particolare nel demolire l’idea che il sionismo rappresenti il giudaismo stesso.

“Se non riusciamo a sfidare l’idea che il sionismo rappresenti l’unica espressione autentica del giudaismo”, ha avvertito, “non dovremmo sorprenderci se altri alla fine concluderanno che questo è ciò che il giudaismo stesso rappresenta”.

La solidarietà inizia dall’ascolto

Sebbene gran parte del suo intervento si sia concentrato sullo sfidare le narrazioni politiche dominanti, Pappé è tornato ripetutamente a un principio più semplice: la solidarietà inizia dall’ascolto dei palestinesi, piuttosto che dal parlare per loro.

“Questo Congresso è dedicato all’azione”, ha detto, riferendosi al suo tema, Dalle parole ai fatti. “La solidarietà non consiste nel dire ai palestinesi di cosa hanno bisogno”.

Invece, ha sostenuto, sono gli stessi palestinesi a dover definire le priorità del movimento di solidarietà internazionale.

“Il nostro ruolo è ascoltare”, ha detto Pappé, esprimendo preoccupazione che anche all’interno dei circoli progressisti, le autentiche voci palestinesi siano ancora troppo spesso emarginate da quelle che ha descritto come persistenti presupposti coloniali – e talvolta islamofobi.

“Il palcoscenico appartiene ai palestinesi”, ha insistito, “non solo per descrivere la loro sofferenza – ma per articolare la loro visione politica”.

Questa responsabilità, ha sostenuto, si estende oltre il lavoro di solidarietà immediato.

Gli ebrei antisionisti devono anche continuare a smantellare due narrazioni che rimangono profondamente radicate nelle società occidentali: l’affermazione che il sionismo sia l’espressione naturale del giudaismo e l’asserzione che l’antisionismo sia intrinsecamente antisemita.

Entrambe, ha detto, richiedono un’educazione storica sostenuta piuttosto che slogan politici.

“Questo richiede pazienza”, ha osservato Pappé. “Richiede educazione. Richiede lavoro storico”.

Queste conversazioni, ha sostenuto, devono andare oltre il pubblico già favorevole alla Palestina e raggiungere le persone comuni la cui comprensione del conflitto è stata in gran parte plasmata da decenni di mitologia politica.

Andando oltre il presente, Pappé ha dedicato gran parte del suo intervento a quella che ha descritto come la responsabilità storica irrisolta dell’Europa nei confronti della Palestina.

L’ordine internazionale stabilito dopo la Seconda Guerra Mondiale, ha sostenuto, si presentava come universale attraverso istituzioni come le Nazioni Unite e la Dichiarazione Universale dei Diritti Umani. Eppure le persone che hanno progettato quell’ordine erano quasi esclusivamente rappresentanti delle potenze coloniali, mentre il mondo colonizzato è rimasto assente dal dialogo.

Questa omissione, ha suggerito, è diventata decisiva quando l’Europa ha affrontato quella che chiamava “la questione ebraica”.

“Quando quegli stessi leader hanno affrontato quella che chiamavano ‘la questione ebraica’, quasi nessuno di loro ha proposto la soluzione ovvia”, ha detto Pappé. “Quasi nessuno ha detto: ‘Invitiamo gli ebrei d’Europa a tornare in Europa’”.

Invece, ha sostenuto, i governi europei hanno abbracciato la colonizzazione sionista in Palestina, trasferendo le conseguenze di secoli di antisemitismo europeo su un popolo che non aveva alcuna responsabilità per quei crimini.

La Germania, ha detto, occupa un posto centrale in questa storia.

Contrariamente alla narrazione dominante del dopoguerra, Pappé ha sostenuto che la Germania “non è stata denazificata” in alcun senso politico significativo. Invece, ha detto, la relazione del paese con Israele è diventata un sostituto per affrontare le strutture più profonde che avevano prodotto il nazismo e l’antisemitismo.

Secondo Pappé, le riparazioni del dopoguerra fecero più che compensare i sopravvissuti all’Olocausto. Aiutarono anche a costruire l’apparato militare israeliano, mentre il successivo sostegno politico e militare tedesco – incluso l’assistenza che rafforzò le capacità strategiche di Israele – cementò una relazione che continua a plasmare la politica europea odierna.

“Questa relazione storica plasma ancora la politica contemporanea”, ha detto, sostenendo che l’Europa “non ha mai veramente fatto i conti con le conseguenze dell’esportazione dei propri crimini storici sul popolo palestinese”.

Per Pappé, riconoscere questa storia non significa immaginare che gli ebrei israeliani dovrebbero in qualche modo tornare in Europa. Piuttosto, richiede che l’Europa riconosca che i palestinesi hanno pagato il prezzo per crimini commessi in un altro continente.

Recuperare un’altra storia dimenticata, ha continuato, è altrettanto importante.

Molto prima del sionismo, la Palestina faceva parte di un più ampio mondo arabo in cui musulmani, cristiani ed ebrei vivevano insieme nonostante le inevitabili tensioni e disuguaglianze.

“C’era una presenza ebraica in Palestina”, ha ricordato Pappé. “C’erano ebrei arabi”. Quasi nessuno, ha detto, credeva che il futuro richiedesse uno stato esclusivamente ebraico.

Questa storia di convivenza fu frantumata dal colonialismo e dal sionismo, ma rimane ancora oggi una delle sfide più forti ai fondamenti ideologici dello stato israeliano.

“Recuperare la storia della vita ebraica araba”, ha sostenuto, “è uno dei modi più potenti per smantellare la mitologia sionista”, perché dimostra che la convivenza esisteva prima dell’intervento coloniale – e quindi può esistere di nuovo.

Tornando al tema centrale del suo intervento, Pappé ha respinto l’idea che il nazionalismo o la supremazia etnica possano mai costituire una risposta significativa a secoli di antisemitismo.

“La più grande risposta all’antisemitismo oggi”, ha concluso, “è la decolonizzazione della Palestina”.

Questo, ha sostenuto, richiede lo smantellamento del sionismo “come progetto politico coloniale” consentendo ai palestinesi di vivere come persone libere “sulla propria terra”.

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Berlino-Kiev-Tel Aviv: triangolo bellicista per produrre missili a lungo raggio

La Germania del cancelliere Merz ha detto di voler sviluppare l’esercito più potente d’Europa (che non ci stancheremo mai di ribadire essere cosa diversa dal costruire un esercito europeo), prima di consegnarlo probabilmente nelle mani dei fascisti di AfD, alle prossime elezioni. La sua logica di riarmo unisce perfettamente il cuore dell’imperialismo europeo con due stati che hanno fatto della guerra due elementi costitutivi.

Infatti, secondo documenti interni del ministero della Difesa tedesco visionati da Politico, Berlino ha avviato contatti diretti con startup e aziende sia israeliane che ucraine per l’acquisizione rapida di missili da crociera a lungo raggio e a basso costo. La decisione risponde alla necessità emersa dopo che il presidente statunitense Donald Trump ha deciso di bloccare il dispiegamento pianificato di una propria unità militare equipaggiata con missili Tomahawk sul suolo tedesco.

Il pantano in cui si è cacciata la Casa Bianca in Iran ha sostanzialmente drenato le scorte di armamenti e munizioni stelle-e-strisce: stando alle analisi del Washington Post, nell’aggressione alla Repubblica Islamica sarebbero stati usati a oggi 850 Tomahawk. Berlino ha allora deciso di guardare altrove, e di approfittarne per sviluppare un programma missilistico nazionale, autonomo dagli Stati Uniti.

Quel che insegnano queste indiscrezioni è che qualsiasi avanzamento sul terreno del riarmo da parte europea è strettamente collegato con l’economia israeliana del genocidio e con la continuazione della guerra sulla pelle degli ucraini. Del resto, questi due teatri di conflitto rappresentano un ottimo terreno di sperimentazione diretta di nuove tecnologie e soluzioni belliche, a cui Berlino è felice di attingere.

Tra i prodotti su cui le autorità tedesche avrebbero messo gli occhi ci sono due sistemi già sviluppati e testati sul campo dall’Ucraina, in attacchi in profondità nel territorio russo: il FP-5 Flamingo, prodotto dalla società di Kiev Fire Point (coinvolta nella profonda corruzione dei vertici ucraini), con una portata dichiarata di 3 mila chilometri, e i droni-missili Bars.

Secondo quel che ha riportato il Financial Times, il colosso della difesa tedesco Diehl Defence, noto per il sistema di difesa aerea IRIS-T, ha già avviato trattative preliminari con Fire Point per produrre il Flamingo direttamente in Germania (così da immettere anche un po’ di linfa produttiva nel sistema industriale tedesco in crisi).

Il vero punto di forza di queste armi è il prezzo: circa 500 mila dollari a unità, ossia un quinto rispetto ai 2,5 milioni necessari per un singolo Tomahawk. Un vantaggio competitivo enorme, dato che l’esperienza delle ultime guerre imperialiste ha mostrato come i sistemi a basso costo siano uno strumento fondamentale per saturare le difese aeree e anti-missile dell’avversario.

Berlino però non intende slegarsi completamente dal complesso militare-industriale statunitense, anche solo per il fatto che anch’esso è sempre più integrato con quello israeliano. Infatti, la Germania avrebbe presentato una richiesta formale anche a Covenant, una startup israeliana di tecnologia militare fondata nel 2024 da Michael Kaufman, ex investitore di Thiel Capital.

Politico scrive che l’impresa è stata creata proprio con “l’obiettivo di costruire un ecosistema di fornitura europeo autonomo e linee di produzione in Germania e nel Regno Unito”, ma allo stesso tempo Covenant ha raccolto centinaia di milioni di dollari di investimenti da colossi della Silicon Valley, compreso il Founders Fund guidato proprio da Peter Thiel.

La startup sta sviluppando un sistema missilistico denominato Anthem, i cui test sul campo in Israele vedranno la partecipazione diretta di osservatori militari tedeschi. Quello che viene ovviamente taciuto è che tali tecnologie sono sviluppate dallo stato sionista come parte del suo progetto di continua espansione a discapito dei suoi vicini.

La diversificazione dei fornitori, per la Germania, si inserisce in un piano più ampio del ministero della Difesa per dotare la Bundeswehr di capacità di attacco in profondità entro i prossimi dieci anni, che dovrebbe vedere anche lo sviluppo di un missile da crociera ad alte prestazioni da produrre insieme con il Regno Unito.

Al solito, la motivazione portata a giustificazione di questa corsa al riarmo è lo sbandieramento propagandistico del “pericolo” russo, che è rappresentato dai missili Iskander e Oreshnik. Ma la realtà è quella di un riarmo pensato esattamente come strumento per un salto di qualità europeo nella competizione globale.

Questo passo in avanti è strettamente connesso alla trasformazione dell’Ucraina in un grande laboratorio e stabilimento bellico, soluzione gradita anche a Zelensky per salvarsi da una pace che decreterebbe la sua fine. Per quanto riguarda Israele, è stato lo stesso ministro della Difesa Israel Katz a dirlo: l’export militare è uno strumento per “promuovere gli obiettivi di politica estera” dello stato genocida. Servono altri motivi per lottare contro il riarmo europeo?

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29/06/2026

Le Monografie di Frusciante: Oliver Stone (Luglio 2024)

Israele demolisce accordi e case, Usa nel pallone

Non è complicato capire perché il processo di de-escalation in Medio Oriente sembra essersi bloccato nuovamente dopo la firma del “memorandum of understanding” in Svizzera.

Sul piano strettamente militare c’è stato un “colpo non identificato” che ha raggiunto una nave in transito nello Stretto di Hormuz. Gli Stati Uniti ne hanno attribuito la responsabilità all’Iran, che però non ha rivendicato, contrariamente al solito.

Tanto è bastato a Washington per lanciare una serie di attacchi aerei contro postazioni iraniane intorno a Hormuz. Tehran ha risposto come da manuale con missili e droni contro le basi Usa in Bahrein (c’è la sede della Quinta Flotta) e in Kuwait.

Seguono minacce tonitruanti di Trump e gelide avvertenze iraniane, che hanno però il merito di far capire l’oggetto del contendere.

Dopo aver ricordato che “qualsiasi interferenza da parte di soggetti diversi dall’Iran nella gestione dello stretto comporterà un ritardo nella sua riapertura e un aumento del livello di tensione nella regione”, il ministro degli esteri Araghci – in visita a Baghdad – ha invitato gli Stati Uniti “a frenare l’entità sionista, che continua la sua aggressione contro il Libano”, sottolineando che, secondo il primo punto del memorandum d’intesa tra Iran e Stati Uniti, Washington deve “convincere” Tel Aviv a ritirarsi dal Libano in tempi accettabili.

Gli Usa, però, hanno condotto una trattativa ridicola con alcuni esponenti libanesi dichiaratamente sionisti, oltre che con lo stesso Israele, raggiungendo un presunto “accordo” che lascia le cose come stanno ora e dichiara esplicitamente di voler “disarmare Hezbollah”. Che non è soltanto l’unica forza in grado di opporre una resistenza all’espansionismo di Tel Aviv, ma anche la principale componente sociale e politica che sembra interessata sul serio a garantire la sovranità del Paese. Ma che proprio per questo non è stata neanche consultata.

Il sito statunitense Axios – che affida sempre la narrazione sul conflitto mediorientale all’ex ufficiale della famigerata Unità 8200 dell’Idf, Barak Ravid – ammette che il presunto “accordo libanese” “sembra anche contraddire alcuni degli intendimenti raggiunti tra Stati Uniti e Iran in Svizzera, e potrebbe quindi complicare quella fragile tregua”.

Ma il problema sarebbe stato causato dall’altro accordo – il “MoU” tra Usa e Iran – con cui Teheran “è riuscito a inserire la situazione in Libano nelle sue trattative con gli Stati Uniti nelle ultime settimane”.

Un testo che l’ambasciatore israeliano Yechiel Leiter – incaricato di gestire i rapporti con Washington sulla questione libanese – ha definito subito “un disastro ferroviario”.

La ragione è semplice: quel “memorandum invita le parti a rispettare un cessate il fuoco in Libano e a garantire l’integrità territoriale del paese, che è invece attivamente minata dall’occupazione israeliana in corso nel Libano meridionale”.

In parole povere: Israele non ha alcuna intenzione di ritirarsi dal territorio libanese sotto il suo controllo ed anzi vorrebbe spingersi ancora più in là, come del resto sta facendo in Siria, occupando ora anche le campagne intorno alla città di Daraa.

Una volta precisato il contesto e gli interessi contrastanti non ci vuole molto ad immaginare che il “colpo non identificato” che ha messo in moto il doppio scambio di cortesie militari tra Iran e Usa intorno ad Hormuz abbia un responsabile chiaro: il governo Netanyahu, che peraltro aveva già spedito un po’ di truppe negli Emirati Arabi Uniti e largheggia in operazioni false flag.

Quel che rende la gestione statunitense della “doppia trattativa” un delirio senza capo né coda è esattamente la “condiscendenza” nei confronti di Israele, che diventa insormontabile al tavolo libanese e invece “riducibile” su quello iraniano.

Sembra evidente che a Washington non c’è alcuna chiarezza strategica e quindi si sovrappongono posizioni e iniziative decisamente contraddittorie.

Sembrano pesare anche le differenti ambizioni e posizioni del segretario di Stato “Narco” Rubio – che ha prodotto materialmente il pasticcio libanese – e del vicepresidente J.D. Vance, esponente autentico dell’immaginario “Maga” che considerava la guerra all’Iran quanto meno una stupidaggine ma, soprattutto, considera Israele un alleato come tanti altri (gli europei, per esempio) e quindi da rimettere al suo posto quando gli interessi Usa entrano in contraddizione con quelli di Tel Aviv.

Una confusione che facilita ovviamente ogni manovra diversiva che abbia come obbiettivo il prolungamento della guerra sull’intero scenario mediorientale. La tela tessuta da Pakistan e Qatar con l’Iran viene sciolta di notte nel lavorio mafioso tra la Casa Bianca e Tel Aviv, con il popolo libanese costretto a pagarne il prezzo.

Fin quando gli Stati Uniti non sceglieranno con chiarezza tra una qualche pace in Medio Oriente (per garantire che l’economia mondiale non subisca altri colpi, non certo per bontà d’animo) e l’appoggio incondizionato all’espansionismo illimitato di Israele – unico Stato al mondo a non avere e non volere confini certi, riconosciuti internazionalmente –, pateticamente giustificato con “verità bibliche”, la situazione non potrà cambiare.

La pace implica l’imbavagliamento duraturo del sionismo genocida, il contrario significa guerra senza limiti. Già ad aprile, ricordiamo, la frustrazione israelo-statunitense nel non riuscire a raggiungere gli obbiettivi dichiarati aveva fatto balenare in quelle teste pazze la possibilità di usare anche l’arma nucleare.

Come se fosse possibile farlo senza conseguenze...

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Gli italiani e la guerra in Ucraina. Guerrafondai in minoranza

La campagna guerrafondaia tesa ad aumentare l’impegno militare italiano a sostegno dell’Ucraina ha guadagnato qualche punto di consenso ma resta ancora minoritaria nell’opinione pubblica. A rivelarlo è un sondaggio curato dall’Ispi (Istituto per gli Studi di Politica Internazionale).

Rispetto alle rilevazioni di dicembre 2025, il 34% degli intervistati sostiene ancora che Bruxelles e Washington dovrebbero convincere Kiev ad accettare un accordo di pace con Mosca, anche a costo di rinunciare a parte del proprio territorio. A questi va aggiunto il 15% che è addirittura a favore di una totale interruzione del sostegno italiano all’Ucraina.

A queste posizioni si contrappongono il 23% che dichiara che Kiev vada sostenuta fino in fondo, fino alla riconquista dei propri territori, si tratta di una percentuale ancora minoritaria ma in aumento visto a dicembre era il 15%.

Contestualmente, c’è il 51% degli intervistati che vorrebbe ripristinare le forniture di gas dalla Russia, sia dopo un eventuale cessate il fuoco (27%) che senza (25%).

Coloro che invece si oppongono al ripristino delle forniture del gas russo sono solo il 28%, divisi tra quelli che negano in qualsiasi caso questa opzione (11%) e quelli che lo subordinano al ritiro delle truppe russe dall’Ucraina (17%).

Raccoglie entusiasmi relativi anche l’opzione dell’adesione rapida dell’Ucraina all’Unione Europea. Il 41% è a favore dell’ingresso, anche se tre quarti sostengono che per l’Ucraina non si dovrebbero fare favoritismi e si dovrebbero invece rispettare le regole e le tempistiche previste anche per gli altri aspiranti paesi membri.

Il fronte del “no” incalza però da vicino con il 34% degli intervistati che sostengono come l’adesione dell’Ucraina all’UE rappresenterebbe un rischio per i paesi membri, nonché un costo economico significativo.

Insomma, per la banda Calenda & Picierno e di tutti i volenterosi guerrafondai italiani sono risultati pesanti.

Il sondaggio dell’Ispi riguarda anche altri temi dell’agenda internazionali, dai quali emerge che nella guerra tra Usa e Iran i vincitori sarebbero i primi per il 14% e il secondo per il 22%. La grande maggioranza – il 55% – ritiene invece che non ci siano stati né vinti né vincitori.

Interessante il dato per cui il 36% ritiene che Usa e Ue dovrebbero “ostacolare il governo israeliano” mentre solo il 6% pensa invece che questo andrebbe sostenuto.

Il sondaggio rileva come solo il 6% ritenga che gli Stati Uniti siano oggi il principale alleato dell’Italia e il 38% pensa che “dovremmo essere più autonomi”.

E infine c’è la Cina, ritenuta dagli intervistati come un partner economico e geopolitico per il 48% e il 45% rispettivamente, mentre è ritenuta una minaccia economica dal 28% e geopolitica dal 32%.

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