Presentazione


Analisi, opinioni, fatti e (più di rado) arte da una prospettiva di classe.

10/07/2026

Il perimetro infame del capitalismo italiano

di Alessandro Volpi

Esiste un perimetro inviolabile per i principali esponenti del capitalismo italiano.

Si tratta della ferma ostilità verso ogni ipotesi di imposta sui grandi patrimoni, di riforma fiscale in grado di tassare le rendite finanziarie e gli extra profitti da monopoli, di limitazione del finanziamento pubblico delle testate giornalistiche nelle mani degli stessi capitalisti, di riduzione degli incentivi statali alle grandi società, di concepimento di forme di indicizzazione salariale, di ripubblicizzazione dei servizi essenziali, di norme che limitino la possibilità di trasferire le sedi legali in paradisi fiscali.

A difesa di questo perimetro, i grandi capitalisti italiani allevano nuovi leader che devono tacciare di comunismo tutti coloro che provano a violarlo.

Piersilvio Berlusconi loda il grande comunicatore Vannacci, che non a caso è una presenza fissa delle Reti Mediaset, Confindustria coltiva il fenomeno Cruciani per renderlo il vate del Generale, mentre La7 sforna trasmissioni edificate sulla retorica del politicamente corretto per far brillare il rude ex militare.

Ma, naturalmente, i difensori del perimetro, a cui dare massima visibilità, sono anche altri; l’onnipresente Renzi, irriducibile battutista contro il fisco, il liberale da guerra Calenda, secondo uno schema in cinemascope dove si marcia divisi per colpire uniti.

Poi, il perimetro ha dei veri e propri legionari nelle coorti di Paolo Mieli, Federico Rampini, Aldo Cazzullo, Galli Della Loggia e numerosi altri combattenti in nome della difesa della “fortezza”.

Tutto ciò mi ricorda un precedente storico, quando una parte significativa della “nuova” politica, dai reduci, ai conservatori, alle gerarchie ecclesiastiche, ai giornalisti e agli intellettuali si schierò a difesa dello Stato monarchico contro la Rivoluzione.

Era il 1922, anno a cui seguirono vent’anni di assoluto predominio di un capitalismo “italiano”.

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Medio Oriente: gli attacchi dell’Iran hanno causato miliardi di euro di danni alle basi Usa

Secondo un’inchiesta pubblicata nei giorni scorsi dal quotidiano statunitense “Wall Street Journal”, gli attacchi sferrati con missili e droni dall’Iran tra febbraio e giugno scorsi, in risposta all’aggressione militare di Washington e Tel Aviv, hanno causato danni molto più gravi di quanto sinora ammesso dal Pentagono ad almeno 20 diverse installazioni militari statunitensi in Medio Oriente, incluso il quartier generale della Quinta Flotta della Marina statunitense in Bahrein.

Proprio presso quest’ultima base, secondo l’inchiesta, sono stati distrutti o gravemente danneggiati il quartier generale, una dozzina di edifici e due terminali per comunicazioni satellitari. Il Pentagono ha affermato che non vi sono state vittime nella base e che le operazioni non sono state compromesse in modo significativo, pur avendo evacuato gran parte del personale. Secondo le stime riportate dal giornale, però, la ricostruzione degli edifici danneggiati in Bahrein costerebbe circa 400 milioni di dollari.

Complessivamente, secondo uno studio realizzato dal “Center for Strategic and International Studies”, i danni subiti da tutte le basi statunitensi nella regione ammonterebbero a una cifra compresa tra i 2,2 e i 5,1 miliardi di dollari.

L’inchiesta conclude che il conflitto ha evidenziato l’eccessiva vulnerabilità delle installazioni militari tradizionali di fronte alle minacce rappresentate dai moderni missili e droni di precisione in dotazione alle forze armate iraniane.

Stando ad alcune fonti citate dal “Wall Street Journal”, il dipartimento della Guerra Usa sta valutando una revisione della propria presenza nella regione, con l’ipotesi di ridurre il personale in Kuwait e in Arabia Saudita, spostare alcune funzioni più a ovest e rafforzare o interrare i centri di comando per renderli meno sensibili ad eventuali nuovi attacchi. Il Pentagono starebbe addirittura pensando di spostare alcune delle sue basi mediorientali in territorio israeliano.

A citare la necessità di mettere al riparo le proprie basi in territorio israeliano è stato l’ex capo del Comando Centrale degli Stati Uniti (CentCom), il generale Frank McKenzie. «Nessuno sano di mente metterebbe mai il quartier generale avanzato del Centcom a 160 km dall’Iran, [in Qatar], eppure è proprio lì che si trova», ha dichiarato l’ex comandante al Jewish Institute for National Security of America, riferendosi alla base militare di al-Udeid.

McKenzie, che è stato il più alto ufficiale militare responsabile delle forze statunitensi in Medio Oriente dal marzo del 2019 all’aprile del 2022, ha affermato che lui e altri funzionari dissero all’amministrazione Biden che la costellazione di basi statunitensi intorno a Emirati Arabi Uniti, Kuwait, Qatar e Bahrein era vulnerabile agli attacchi iraniani e che le forze statunitensi avrebbero dovuto essere dislocate in Occidente, incluso Israele. «Abbiamo proposto all’amministrazione Biden di valutare la possibilità di spostare le basi militari in Israele e in Egitto», ha raccontato McKenzie aggiungendo che l’amministrazione Biden ha respinto “categoricamente” l’idea. Ora però almeno una parte dell’establishment militare e politico statunitense sarebbero maggiormente inclini a ristrutturare lo schieramento militare di Washington in Medio Oriente dopo i gravi danni provocati dalle rappresaglie iraniane.

La Repubblica islamica ha preso ripetutamente di mira il Bahrein – sede della Quinta Flotta statunitense – il Qatar – sede del quartier generale del Comando Centrale degli Stati Uniti – e le basi aeree in Kuwait e negli Emirati Arabi Uniti. Sono state colpite anche altre basi, comprese quelle in Iraq e in Arabia Saudita.

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Il nuovo disordine mondiale / 39 – Mamma, mi si è ristretto l’Occidente (e allargato l’Atlantico)

di Sandro Moiso

Mario De Pizzo, Tempesta. Reykjavik, Brest, Rabat, New York e la battaglia per l’Atlantico, prefazione di Giampiero Massolo, Luiss University Press, Roma maggio 2026, pp. 100, 16 euro

Forse un titolo migliore per questo testo pubblicato dalla LUISS University Press avrebbe potuto essere Un grande avvenire dietro le spalle, rubato all’autobiografia di Vittorio Gassman e, come quella, con un sottotitolo dedicato non tanto alla vita, agli amori e ai miracoli di un grande mattatore, ma ai drammi, alle contraddizioni e gli attuali sinistri di un’ex-grande alleanza. Quella atlantica per l’appunto.

Un elemento che Giampiero Massolo, nella sua prefazione, mette in rilievo fin da subito, parlando di un libro che «mette nero su bianco, con lucidità e senza retorica, quello che un diplomatico vede ogni giorno sul campo: il ritorno brutale della Storia, la fine di un ordine liberale che credevamo eterno e la necessità di ragionare con un principio di realtà ferreo»1.

Quello che l’autore mette, per così dire, in scena è un dramma che si svolge su un palco definito da quattro ben identificate città: Reykjavik, New York, Brest e Rabat. Quattro luoghi apparentemente lontani, ma tutti al centro di una delle tempeste geopolitiche attuali più importanti, fatta di tensioni, interessi e rivalità che agitano i mari, i fondali, i cieli e le cancellerie di tutto il mondo.

De Pizzo che durante la compilazione della sua indagine non ha fatto in tempo ad aggiungere le conseguenze delle guerra scatenata per il controllo dello stretto di Hormuz, che non hanno certo giovato all’alleanza che da sempre porta il nome dell’oceano protagonista dei conflitti anticipati o riassunti nel suo libro, molto probabilmente è stato spinto a rivolgere l’attenzione agli stessi a partire dalla “crisi groenlandese” tra Stati Uniti ed Europa sviluppatasi a partire dagli ultimi mesi del 2025 e dagli effetti geopolitici scatenati dal cambiamento climatico in atto.

Cambiamento climatico che, mentre scioglie i ghiacci dell’Artico, porta alla luce nuove risorse minerarie, permettendo allo stesso tempo l’apertura di rotte commerciali inedite tra le coste settentrionali della Russia e quei ghiacci un tempo quasi insuperabili. Mentre, allo steso tempo, alimenta conflitti antichi per il possesso e il controllo di risorse strategiche che sembrano dare vita ad una gigantesca battaglia navale, di cui la sempre suggestiva grafica delle copertine dei testi editi dalla LUISS rende bene l’idea.

Battaglia navale certo non rinviabile alle immagini d’Épinal riferibili alle battaglie navali dell’epoca dei velieri, ma neppure a quelle di Leyte e Midway, considerato che anche dal secondo conflitto mondiale in poi molta acqua, non solo di mare, è passata sotto i ponti della Storia. Sia dal punto di vista tecnologico, soprattutto grazie allo sviluppo e alla diffusione dei droni guidati dall’intelligenza artificiale sia nei cieli che in mare, ma anche da quello delle forme sempre più ibride con cui il conflitto per il controllo dei mari e delle coste si presenta. Affiancando ai silenziosi duelli tra sottomarini russi, cinesi e americani che si osservano, si inseguono e si studiano in un equilibrio precario fatto di deterrenza e ombre, sui fondali dell’Atlantico, una guerra spesso sfuggente, combattuta non solo con missili e flotte, ma attraverso sabotaggi, attacchi ai cavi sottomarini e offensive cibernetiche.

Mario De Pizzo è giornalista del TG1 ed è stato conduttore di edizioni speciali e inviato al seguito di diversi presidenti del Consiglio nei principali vertici internazionali. Dal 2023 è membro dell’Atlantic Council, uno dei più noti think thank americani che si occupano di geopolitica, così nel testo appena pubblicato per Luiss University Press naviga tra le sponde dell’Atlantico raccontando luoghi e protagonisti di questa nuova competizione globale di cui le quattro città elencate nel sottotitolo sembrano definire un piano di gioco in cui tutte le contraddizioni geopolitiche, economiche e militari del presente sembrano avvicinarsi, nemmeno troppo lentamente, ad un punto di non ritorno.

A partire proprio, e in maniera sempre più evidente dopo l’avvento della presidenza Trump, dallo sfilacciamento progressivo del legame storico tra Europa e Stati Uniti che scricchiola paurosamente sotto la pressione delle potenze rivali e delle divisioni interne sempre più profonde.

“Contro la fame, la povertà, la disperazione e il caos”. Camminando su Rue de Rivoli, prima che questa bellissima strada ceda la scena a Place de la Concorde e si apra la vista sulla Senna e sul cuore di Parigi, ci si imbatte in queste parole, iscritte su una semplice lastra di marmo, sull’Hotel de Talleyrand. È la targa commemorativa del Piano Marshall, sul palazzo, elegantissimo, intitolato a uno degli artefici del Congresso di Vienna. La curva nella memoria di due tentativi, seppur diversi e lontani quasi un secolo e mezzo, di dare ordine al caos.
Nelle stanze in cui Talleyrand tesseva la sua tela, si insediò dopo la Seconda guerra mondiale l’amministrazione del piano di investimenti e prestiti con il quale gli Stati Uniti strinsero un patto con l’Europa nel 1948. Washington avrebbe prestato i capitali per la ripresa economica di Paesi dilaniati dalla guerra, che non avrebbero così ceduto al richiamo dell’influenza dell’Unione Sovietica. Inoltre, con la nascita dell’Alleanza Atlantica, gli Stati Uniti avrebbero fornito anche l’assistenza militare, per evitare che l’Armata Rossa tornasse oltre la Cortina di ferro.
[…] Con il piano Marshall e la Nato, nel 1949 nasceva l’Occidente politico. Un’idea, un’entità che oggi si sono sgretolate, già prima della scelta di Donald Trump di praticare un’egemonia predatoria e ridurre l’emisfero occidentale al solo continente americano. Dopo la caduta del Muro di Berlino il patto tra le due sponde dell’Oceano e le sue architetture non hanno tenuto il passo della Storia2.

Il riferimento a Talleyrand rinvia al più grandioso tentativo fallito di restaurazione dell’ordine precedente in un’Europa che era stata sconvolta dalla Rivoluzione francese e dalle successive guerre napoleoniche, a cui la primavera di popoli del 1848, sia con i moti rivoluzionari che con la nascita e il contemporaneo rafforzamento di ideali sia patriottici che socialisti, avrebbe posto fine, nonostante i sussulti che avrebbero ancora accompagnato l’agonia dell’Ancien Régime.

Nel contesto in cui si muovono sia De Pizzo con la sua analisi che i fatti a noi contemporanei, comprese le accuse rivolte da Donald Trump, anche in occasione del vertice di Ankara, agli alleati europei, Italia In primis, per non aver fino ad ora speso a sufficienza per la difesa e non aver collaborato per le operazioni militari nel Golfo Persico, tale riferimento assume una valenza simbolica certo non indifferente. Soprattutto nel senso negativo cui si è appena accennato.

Tralasciando per ora tale discorso, che sarà comunque ripreso in chiusura, e tornando alle città elencate come cardini su cui si articola l’attuale tempesta atlantica, De Pizzo ci ricorda che:

Brest è la base dei sommergibili nucleari dell’unica potenza atomica d’Europa, la Francia. Un’infrastruttura segretissima, oggetto addirittura di una minaccia ibrida sul finire del 2025 […]. Da quello che succederà sulle rive di questa cittadina a ovest di Parigi dipenderanno sia le sorti della difesa dell’Europa come spazio geografico e politico, e della sua capacità di risposta [militare], sia la possibilità per l’Europa di stabilire una maggior autonomia dalla difesa degli Stati Uniti, che rappresenta ancora la garanzia di tutela reale del Vecchio continente. La guerra ibrida, la proliferazione vertiginosa di armamenti nucleari e l’avvento di armi autonome con sistemi di intelligenza artificiale richiedono nuove forme di multilateralismo3.

Una parola quest’ultima che, come ci avverte ancora l’autore, suona ormai desueta, soprattutto tra le fila occidentali ed europee; dove tra mugugni, rivalità economiche e tecnologiche e difficoltà politiche interne, proprio il progetto di una difesa comune appare sempre più difficile da realizzare. Considerato anche che quando De Pizzo ha scritto il suo libro Keir Starmer era ancora saldamente al governo, cosa che lo poneva al centro di ogni iniziativa della cosiddetta “coalizione di volenterosi”, essendo anche a capo del governo dell’unica altra potenza nucleare europea, mentre oggi le sue dimissioni e il possibile risultato delle future elezioni politiche nel Regno Unito potrebbero rimettere in discussione le prospettive politiche e militari su cui poggiavano le sue iniziative.

Così come nell’italietta meloniana lo stesso governo deve destreggiarsi tra promesse di solidarietà all’Ucraina, attenzione a non sforare il bilancio con spese militari tendenti a compromettere ulteriormente una spesa pubblica già fortemente ridotta a tutto svantaggio dei cittadini e l’emergere di una nuova forza di destra che dell’opposizione alla partecipazione, anche indiretta, al conflitto ucraino ha fatto uno dei suoi punti di forza, insieme al sempiterno motivo del razzismo, presente oggi nel dibattito politico pubblico sotto le spoglie della “remigrazione” e della sicurezza pubblica.

Due punti, questi ultimi, che accomunano sia il Rassemblement National di Marine Le Pen e Jordan Bardella, in Francia, che la tedesca Alternative für Deutschland, il partito di estrema destra che sembra far traballare sempre più la coalizione politica su cui si basa il governo di Friedrich Merz in Germania. Governo che dopo aver fatto storcere il naso agli alleati per sue pretese nucleari e di gigantesca espansione della spesa militare, oggi deve fare comunque i conti con la minaccia di centomila licenziamenti e la possibile chiusura di quattro grandi stabilimenti industriali da parte del gruppo automobilistico Volkswagen/Audi.

Un panorama politico ed economico mozzafiato per chiunque si fosse precedentemente adagiato sulle promesse di un europeismo e di un atlantismo senza fine, cui la crisi irreversibile della Nazioni Unite aggiunge un ulteriore tassello di incertezza.

A New York le Nazioni Unite, simbolo della speranza che le potenze mondiali potessero sempre cercare la strada del dialogo, languono. Così come sono messe a dura prova tutte le istituzioni costruite nel secondo Novecento, di fronte a una volontà di potenza che scuote il mondo anziché proteggerlo, sfaldando gli organismi di quell’Occidente politico che può sopravvivere al caos solo ripartendo dalla sua legge fondamentale: l’idea che il potere non possa non avere un limite4.

Per l’autore, all’opposto, Reykjavík e Rabat potrebbero invece rappresentare «le opportunità di un’intesa rinnovata nella comunità occidentale», soprattutto la seconda. Vediamone ancora i possibili motivi.

La diffusione delle infrastrutture critiche rende vulnerabile anche la potenza più forte, anzitutto sul proprio terreno: gli scudi spaziali non bastano a contenere minacce che corrono via mare, aria, terra e sulle vie digitali.
[…] Cina, Russia, Iran, Corea del Nord, contendono terre rare e materie prime, dall’Artico al Sahel. Sommergibili, droni, accordi economici, attacchi ibridi e cyber, ingerenza e destabilizzazione nella vita delle società di Paesi sensibili e fake news sono le armi di un conflitto globale già in atto. Il controllo dello Giuk Gap, lo stretto tra Groenlandia, Islanda e Regno Unito, è essenziale ancor più oggi che durante la Guerra fredda; per non lasciare l’Artico e le sue risorse alla Cina e alla Russia e per impedire a Pechino e Mosca di muovere i propri sottomarini nell’Atlantico e minacciare Stati Uniti ed Europa.
A sud, l’Occidente deve ricostruire un rapporto con i Paesi africani, per non consegnarli all’instabilità, alle bande terroristiche e alle milizie guidate dalle potenze ostili che possono rappresentare una minaccia reale soprattutto per l’Europa. I margini dell’Atlantico del Nord, dall’Africa all’Artico, diventano il luogo in cui ricostruire la relazione tra vecchio e nuovo continente attorno a un bene comune: la pace, la sicurezza. [...] una nuova frontiera che difenda l’ordine liberale, la democrazia, lo Stato di diritto, la cooperazione.
John Fitzgerald Kennedy, il presidente americano, ucciso tragicamente a Dallas nel 1963 [...] terminò il suo discorso all’Università di Washington con parole che nel 2026 sembrano eretiche per un presidente degli Stati Uniti, ma che racchiudono la missione dell’Occidente e propongono il miglior antidoto al caos dei giorni che viviamo: “Faremo anche la nostra parte per costruire un mondo di pace in cui i deboli siano sicuri e i forti siano giusti. Non siamo privi di risorse rispetto a questo compito, né privi di speranze circa il suo successo. Fiduciosi e senza timore continueremo a lavorare: non per una strategia di annientamento, ma per una strategia di pace”5.

Ecco, allora, giunto il momento di sottolineare quando i progetti alla Talleyrand iniziano a fallire, fin da subito, ovvero dal sogno e dal desiderio di riportare tutte le istituzioni politiche, le alleanze militari e le condizioni economiche a com’erano state prima. Prima della Rivoluzione francese, prima di Napoleone, prima dello sviluppo di nuove società industriali ed economiche come la Cina e l’India, prima della caduta del muro di Berlino e dell’URSS, l’altro principale garante del condominio mondiale russo-americano su cui si era fondato l’ordine successivo alla seconda guerra mondiale.

Un “prima” idealizzato e forse mai davvero esistito, sia nel XVIII secolo che nel XX e che certo non avrebbe potuto tornare nel XIX e che non potrà farlo nemmeno nel XXI secolo. Non per scelta o volontà degli individui o dei singoli governi, sempre più limitati nelle loro opzioni dalle necessità imposte dalle leggi dell’accumulazione del capitale, sia all’Ovest che all’Est o al Sud e al Nord, sia tra i paesi ancora aderenti all’Occidente che ai BRICS. Una competizione sempre più drammatica rispetto alla quale il problema non è tanto quello di ritrovare o perseguire vecchi ideali per superarla, quanto piuttosto di cambiare il paradigma economico, sociale, ambientale e politico affidandosi al quale l’Occidente si è ristretto e l’Atlantico si è allargato distanziando tra di loro a dismisura tutti gli ormai ex-alleati che si affacciano sulle sue sponde. Rispetto a cui, guarda caso, l’unica via per il suo restringimento e riavvicinamento tra gli stessi sembra essere costituito, ancora una volta e come sempre, dalla creazione di un nemico o da un male assoluto cui occorrerebbe opporsi, sia militarmente che politicamente.

Proprio in questo senso, la consultazione del testo di De Pizzo, ricco di dati ed informazioni, può risultare utile, soprattutto per i giovani lettori vista anche la sua maneggevolezza e sinteticità. Considerate anche le parole spese da Massolo in chiusura della sua prefazione: «Questo libro non è dunque un requiem per l’Occidente. È una carta nautica per navigare la tempesta. Leggetelo con attenzione. Perché la tempesta non è alle porte: è già qui»6.

Note

  1. G. Massolo, Prefazione a M. De Pizzo, Tempesta. Reykjavik, Brest, Rabat, New York e la battaglia per l’Atlantico, Luiss University Press, Roma maggio 2026, p.11. 
  2. M. De Pizzo, Introduzione aTempesta, op. cit., pp. 13-14.
  3. Ivi, p. 14.
  4. Ivi, p. 14.
  5. Ivi, pp. 14-15.
  6. G. Massolo, op. cit., p. 12.

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La sicurezza dei lavoratori è a rischio alla BRT

Dieci giorni fa un lavoratore è morto per “incidente” nel magazzino BRT di Settimo Torinese, mercoledì c’è stato il rogo in un magazzino del milanese, e questo dopo che USB da mesi denuncia le condizioni di scarsa sicurezza sul lavoro negli impianti della multinazionale francese.

USB ha richiesto misure strutturali (ventilatori e impianti di raffreddamento) e organizzative (diminuzione dei carichi di lavoro e aumento delle pause retribuite) per contrastare il caldo estremo che sta massacrando l’Italia e rende proibitive le condizioni di lavoro nei capannoni e nei magazzini

Ma la BRT se ne frega e questi sono i risultati.

“Chiediamo inoltre alle autorità competenti di indagare e verificare circa il trasporto illecito di materiali pericolosi (gli scoppi che si sentono e vedono nel filmato sono davvero inquietanti)” denuncia Usb in un comunicato.

“Vogliamo lavorare in sicurezza, la BRT spenda un po’ dei suoi profitti per garantire ai suoi lavoratori di tornare vivi e vegeti a casa dopo ore di sfruttamento”.

Prepariamoci alla mobilitazione per rivendicare diritto alla sicurezza, diritto alla salute, diritto alla vita.

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La piazza di Napoli fa chiarezza

Impazzano le polemiche sulla contestazione di ieri pomeriggio nella piazza di Napoli dove le forze del “campo largo” si erano date appuntamento con i loro leader nazionali Schlein, Conte, Bonelli, Fratoianni. Eppure, nonostante la presenza dei big, a piazza del Gesù c’erano al massimo 300 persone, e a ben vedere in larghissima parte erano funzionari e addetti stampa.

In realtà gli slogan e la contestazione sono partiti quando a prendere la parola sono stati Roberto Fico attualmente presidente della Regione Campania e il sindaco di Napoli Manfredi, e quindi i responsabili istituzionali delle scelte amministrative locali e interlocutori delle domande sociali del territorio.

A contestarli sono stati i disoccupati del movimento 7 novembre che stanno manifestando da tempo intorno alla vertenza dei tirocinanti, i comitati per l’acqua pubblica ed anche i militanti di Potere al Popolo che hanno una internità riconosciuta e riconoscibile in tutte le vertenze sociali metropolitane.

La rabbia dei disoccupati nasce dallo scandalo del progetto “Disoccupati e inoccupati di lunga durata Napoli”. Una vicenda che fotografa perfettamente l’approssimazione con cui le istituzioni locali gestiscono la vita delle persone. Circa 500 disoccupati avevano finalmente iniziato i tirocini in uffici comunali, municipalità e aziende partecipate. Altri 700 aspettavano solo il nulla osta. Un ossigeno vitale per millecento famiglie. Ma dopo appena quattro settimane il primo luglio, come una scure, è arrivata la sospensione ufficiale da parte del Ministero.

A Napoli i militanti di Potere al Popolo sono di casa nei conflitti sociali metropolitani, per cui solo chi non conosce la piazza napoletana può ritenere strumentale la loro presenza in questa iniziativa di contestazione.

Già nei giorni scorsi in un comunicato di merito, Potere al Popolo aveva sottolineato come “La tanto sbandierata delibera comunale sul salario minimo si è rivelata una truffa mediatica, utile solo a guadagnare titoli di giornale ma inesistente nella realtà”, in sostanza il salario minimo dichiarato non viene poi applicato nelle aziende comunali, mentre sulla questione generale e riferendosi al campo largo, PaP segnalava come “la stessa loro proposta di salario minimo di 9 euro lordi orari è del tutto inadeguata: insufficiente a garantire una retribuzione dignitosa, priva di un meccanismo di aggancio all’inflazione per proteggere il potere d’acquisto e, per di più, dotata di un meccanismo di salvaguardia degli imprenditori che prevede che parte degli aumenti venga pagata dallo Stato”. Il problema infatti non è quello di fare buone dichiarazioni ma di attuarle concretamente quando poi si è al governo.

Come noto Potere al Popolo ha dichiarato in una assemblea nazionale lo scorso giugno la sua “alterità” rispetto al campo largo del centro-sinistra.

E possiamo dire che le contraddizioni tra governo locale del centro-sinistra (Regione e Comune) e i conflitti sociali locali a Napoli sono altamente emblematici della contraddizione generale tra l’ipotesi del campo largo e quella di una alternativa di classe e di sinistra a partire dai temi reali come salari, reddito, servizi sociali, prevalenza degli interessi privati rispetto a quelli pubblici.

Ovviamente mass media e politica hanno preferito sottolineare questo aspetto rispetto agli altri. In qualche modo “fa più sangue” ma ancora una volta non coglie la materia della divaricazione tra le ipotesi in campo.

Nel video alcuni momenti di confronto verbale in piazza.

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09/07/2026

Ho Visto "Iddu - L'ultimo padrino"...

Killer israeliani “in vacanza” vandalizzano Cagliari

Da Cagliari arrivano notizie di inaudita gravità sulle vacanze dei sionisti genocidari in Italia.

Nei giorni scorsi, al Parco di Monte Claro, è stata gravemente danneggiata la targa che ricorda le vittime dell’eccidio di Sabra e Shatila: più di 3000 palestinesi, in gran parte donne, anziani e bambini, martirizzate a Beirut nel settembre 1982 dall’esercito israeliano e dai falangisti collaborazionisti cristiano-maroniti. Con colpi d’arma da fuoco, coltelli e asce. Eccidio rivendicato orgogliosamente dagli stessi occupanti israeliani, assassini di massa.

Il danneggiamento è stato denunciato alle autorità.

Negli stessi giorni, in Piazza del Carmine, una coppia con una bandiera palestinese è stata minacciata da due persone che si sono dichiarate israeliane. Hanno intimato loro di ritirare la bandiera gridando “terroristi di Hamas andatevene a casa”.

Questi episodi caratterizzano le vacanze dei riservisti dell'Idf in Italia. Ospitati spesso in resort (come in Sardegna), sotto scorta, a spese dei cittadini di questo disgraziato Paese, delle forze dell’ordine.

Le autorità italiane non paiono interessate a compiere ciò che è previsto dal diritto internazionale, dalla Corte Penale Internazionale, oltre che dal buon senso e dalla costituzione italiana: ossia verificare se, tra chi entra in Italia da “Israele”, siano presenti assassini di massa raggiunti da mandati di arresto o con accertate responsabilità per crimini di guerra o contro l’umanità.

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Bombardo, dunque sono... l’America in versione mono

Se l’unico strumento che hai a disposizione è un martello, tutto comincerà a sembrarti un chiodo.

La politica Usa è ridotta sostanzialmente a questo. Il martello può prendere la forma dei dazi o dei bombardamenti, del sequestro di un presidente eletto o della manipolazione palese dei processi elettorali in diversi paesi, ma la logica è una sola: l’unico accordo buono è quello che certifica la volontà degli Stati Uniti, ossia del cerchio magico trumpiano. Se no, guerra. Cancellata ogni pretesa di giustificare “legalmente”, e tanto meno “moralmente”, la propria famelica pretesa di comando.

Sull’Iran si è scatenata la seconda ondata di attacchi aerei e missilistici, che hanno preso di mira una novantina di postazioni. Stavolta gli obbiettivi non erano soltanto quelli militari intorno allo Stretto di Hormuz, giustificati con la volontà di interrompere attacchi di incerta paternità alle navi di passaggio, ma anche la ferrovia tra Teheran e Mashhad, nel nord est del paese.

La linea in questi giorni è la via principale per il traffico di fedeli che seguono il percorso della salma di Alì Khamenei (ieri a Kerbala, in Iraq), che dovrà essere portata proprio a Mashhad, sua città natale.

Ma quel tratto ferroviario è anche una sezione della nuovissima via di collegamento con la Cina, attraverso Turkmenistan, Uzbekistan e Kazakistan. E quindi sembra chiaro l’intento Usa di rendere meno efficiente il traffico merci con il Dragone.

Le agenzie locali riportano comunque che le squadre di riparazione sono già al lavoro, come peraltro avvenuto per altri ponti interrotti durante la guerra di marzo-aprile, grazie alla predisposizione di depositi contenenti i “ricambi” indispensabili (piloni, rotaie, tratti di viadotto, ecc.) lungo i percorsi.

Come avvenuto la notte scorsa, la reazione iraniana ha preso di mira le basi Usa, in particolare Camp Arifjan, la base Ali Al-Salem in Kuwait e le basi di Juffair e Sheikh Isa in Bahrain. Come sempre, le fonti Usa dichiarano che “tutti i droni e i missili sono stati abbattuti” (mai dire all’elettore statunitense che si sono subiti danni...), mentre le agenzie locali riferiscono di numerose esplosioni ed incendi, compresa la base della Quinta Flotta in Bahrein.

Le sirene sono state azionate anche nella base Usa di Muwaffaq al-Salti, nella regione di Azraq nella Giordania orientale.

Manca ancora una ragione chiara per questa svolta che sembra chiudere ogni possibilità ulteriore di trattativa, anche se contemporaneamente i paesi mediatori – Qatar e Pakistan – continuano a fare la spola da entrambe le parti.

Il cuore del contendere si è progressivamente spostato dal “programma nucleare” iraniano alla “riapertura dello Stretto di Hormuz”. E già qui l’irrazionalità è palese, visto che lo Stretto era liberamente attraversabile da chiunque prima del 28 febbraio, data di inizio dell’aggressione israelo-statunitense.

Fare una seconda tranche di guerra per riportare la situazione al punto di partenza è già un’ammissione di fallimento strategico.

Innumerevoli analisti, di diversi paesi e anche di opposta visione geostrategica, concordano sul fatto che il Memorandum of understanding firmato in Svizzera sia una sostanziale vittoria di Teheran. E a quanto pare qualcuno è riuscito a farlo capire anche a Trump. Che ha reagito nell’unico modo rimasto all’America più stupida della storia: usando il martello.

Le conseguenze immediate sono quelle ben note: impennata dei prezzi di petrolio e gas, crollo generalizzato delle borse (ma quella di Shangai sale...), riduzione drastica delle stime di crescita economica un po’ in tutto il mondo (Stati Uniti compresi), nuova risalita delle pressioni inflazionistiche.

Quest’ultima conseguenza minaccia direttamente proprio gli Usa, alle prese con un debito pubblico monstre che riescono a rinnovare solo grazie a tassi d'interesse molto alti (4,6% sul Treasury decennale).

Un’inflazione più alta potrebbe insomma indurre la Federal Reserve ad alzare i tassi, invece di diminuirli, comprimendo così ancora di più le prospettive di crescita e aumentando ancora il costo del “servizio del debito” per gli Usa.

In una situazione economica di fatto mondializzata e multipolare, in altri termini, la pretesa statunitense di risolvere i contenziosi a colpi di “martello unilaterale” comporta sempre la certezza che qualcuna delle martellate si scarichi sul proprio stesso corpo.

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