Presentazione


Analisi, opinioni, fatti e (più di rado) arte da una prospettiva di classe.

25/04/2026

Le scaramucce di cartapesta: Meloni e Schlein duellano sulla pelle dei lavoratori

Ad ascoltare il battibecco tra la leader del PD Elly Schlein e la presidente del Consiglio Giorgia Meloni viene spontaneo pensare al verso del poeta che, nella sua ultima opera, scrive: «non so se il riso o la pietà prevale». È lo stesso sentimento che suscita la mancanza di pudore delle due presunte rivali della scena politica del Paese, entrambe impegnate a occultare la realtà e, senza esitazione, a tirare la corta coperta della narrazione sul mercato del lavoro ora da un lato ora dall’altro. A rimanere scoperti e indifesi, di fronte ai venti di guerra e a una precarizzazione ormai di lungo periodo, sono invece proprio i lavoratori e le lavoratrici di questo Paese. Come non ci stanchiamo mai di dire, tuttavia, i fatti hanno la testa dura e, anche in questo caso, non possono che inchiodare entrambi gli schieramenti alle loro responsabilità decennali. La segretaria del PD, in sfregio alla decenza, ha accusato il Governo di aver accentuato la precarietà. Proprio lei, che guida il partito che ha animato la trentennale disarticolazione del mercato del lavoro, anche raccogliendo il lascito dei partiti che l’hanno preceduto. Pronta la replica della Presidente del Consiglio che, approfittando della sciatteria dell’opposizione parlamentare, ha sottolineato come sotto il suo governo si sia registrato un aumento di circa 1,5 milioni di lavoratori a tempo indeterminato a fronte di una riduzione di circa mezzo milione di lavoratori a tempo determinato. Tutto vero, se non fosse che il diavolo si annida nei dettagli. Guardiamo quindi cosa è accaduto all’occupazione in questo Paese negli ultimi anni.

Se si osserva l’andamento complessivo, nel periodo successivo alla pandemia, l’occupazione è effettivamente cresciuta, anche se in misura moderata e con un evidente rallentamento negli anni più recenti. Dal 2022 al 2025 il numero totale di occupati è aumentato di poco meno di un milione di unità, passando da circa 23,3 a poco più di 24,1 milioni. Si tratta di una crescita reale ma contenuta, concentrata soprattutto nella fase di espansione post-Covid e dovuta alla crescita del PIL, sostenuta in quegli anni da programmi di spesa fiscali possibili grazie alla temporanea sospensione delle regole europee di bilancio. Ma siccome l’austerità è un tratto distintivo dell’UE, e non potrebbe essere altrimenti, dal 2023, con il ritorno in vigore del Patto di stabilità, si è assistito al rallentamento della crescita economica e dunque anche della dinamica occupazionale. Già da ciò, dovrebbe emergere che la premier ha ben pochi meriti da attribuirsi.

Prima di procedere nel dettaglio, vale la pena chiarire un punto: anche nella visione più ottimistica (o ingenua), sarebbe più corretto parlare di “recupero” piuttosto che di “aumento” dell’occupazione, perchè, se allarghiamo un po’ di più l’orizzonte temporale e prendiamo in considerazione il numero di ore lavorate  (in modo da neutralizzare anche l’effetto degli accresciuti part-time più o meno involontari), i dati EUROSTAT indicano un ammontare di 44.837.909 ore nel 2007 (prima dello scoppio della crisi finanziaria) e 44.560.823 nel 2023 (ultima annualità disponibile). In mezzo, le ore lavorate sono state sempre di meno, per cui anche considerando un qualche ulteriore aumento nell’ultimo biennio (nel quale, come detto, la dinamica è comunque rallentata) si tratta, sostanzialmente e finalmente, solo degli stessi numeri di 20 anni fa.

Ma andiamo avanti. Scomponendo i più recenti dati ISTAT, emerge che l’aumento riguarda prevalentemente il lavoro dipendente. Tra il quarto trimestre del 2022, subito dopo l’insediamento del governo, e il quarto del 2025, gli occupati dipendenti sono cresciuti di circa 600 mila unità, mentre gli autonomi pur aumentando in misura più limitata (+240 mila), hanno comunque raggiunto la cifra record di 5 milioni e duecentomila. È dunque all’interno del lavoro dipendente che si concentra la dinamica recente. Ed è proprio qui che la narrazione governativa prova a trovare un appiglio: nello stesso periodo, infatti, i contratti a tempo determinato diminuiscono in modo quasi continuo, passando da circa 3 milioni a poco meno di 2,5 milioni, mentre i contratti a tempo indeterminato aumentano di oltre un milione, superando i 16,4 milioni. La quota di occupati stabili sul totale dei dipendenti cresce quindi in modo significativo. 

Prima di addentrarci nell’analisi, ricordiamo anzitutto un elemento spesso rimosso nel dibattito pubblico: il contratto a tempo indeterminato oggi non coincide più con quello "tradizionale". Con il Jobs Act, introdotto nel 2014 dal governo guidato dal Partito Democratico, il contratto a tutele crescenti ha di fatto ridefinito il tempo indeterminato, riducendo in modo significativo le garanzie contro il licenziamento senza giusta causa. Si tratta quindi di una stabilità solo formale.

Questa evoluzione si inserisce in una traiettoria di lungo periodo che, a partire dalla metà degli anni Novanta, ha progressivamente deregolamentato il mercato del lavoro italiano. Dal pacchetto Treu alla legge Biagi, fino alle riforme degli anni successivi e al Jobs Act, la direzione è stata quella di ampliare la flessibilità in entrata e in uscita e di ridurre i vincoli al licenziamento. Sotto tutti i governi che si sono susseguiti – di centro sinistra, di centro destra, tecnici – l’attacco al mercato del lavoro è stato sistematico e, addirittura, se si guardano gli indicatori OCSE, l’Italia emerge come il paese che più di tutti ha precarizzato il mercato del lavoro. In questo contesto, l’aumento recente dei contratti a tempo indeterminato non segnala un rafforzamento delle tutele, ma si colloca all’interno di un assetto istituzionale in cui il tempo indeterminato stesso ha perso gran parte della sua funzione originaria di protezione contro la precarietà.

Chiarito questo, torniamo al decantato aumento del numero di lavoratori dipendenti a tempo indeterminato e chiediamoci da che dipende.

Dipenderà forse da un intervento deciso del Governo contro la precarietà? La risposta è presto data. No, tutt’altro!

A nostro avviso, sono due i fattori che spiegano questa dinamica.

Innanzitutto, è necessario guardare alla composizione dell’occupazione per età. L’aumento dei contratti a tempo indeterminato è infatti fortemente concentrato nelle classi di lavoratori più anziane, anche in conseguenza dell’innalzamento dell’età pensionabile, che ha determinato una maggiore permanenza in attività di lavoratori già occupati stabilmente. Questo produce un incremento quasi meccanico della quota di lavoratori a tempo indeterminato, per il semplice fatto che i lavoratori che restano più a lungo nel mercato del lavoro sono, nella grande maggioranza dei casi, già titolari di contratti stabili.

La crescita degli indeterminati, infatti, deriva in larga parte – per circa l’85 per cento – dall’aumento dell’occupazione tra gli over-50, e in particolare tra gli over-60, mentre le classi centrali risultano sostanzialmente stabili e quelle più giovani contribuiscono solo marginalmente. Nella fascia tra i 35 e i 49 anni si osserva addirittura una riduzione. La composizione dell’occupazione si sposta quindi verso lavoratori con maggiore anzianità lavorativa, che hanno una probabilità molto più elevata di essere occupati con contratti a tempo indeterminato.

In altre parole, una parte rilevante dell’aumento degli indeterminati non deriva da un cambio di passo delle politiche del governo in materia di precarietà, ma dal semplice fatto che una quota significativa della nuova domanda di lavoro, stimolata dalla crescita del PIL, sia stata assorbita dalla permanenza in attività dei lavoratori più anziani. Il loro peso relativo all’interno della forza lavoro dipendente, infatti, è aumentato in modo significativo, determinando un effetto di composizione che contribuisce a spiegare la crescita dei contratti stabili.

Una seconda componente rilevante è rappresentata dalle decontribuzioni per le assunzioni a tempo indeterminato, una delle varie forme di regali e sconti alle imprese che da decenni vengono costantemente approvati dai governi di ogni colore di questo paese. Negli ultimi anni, diversi interventi hanno ridotto il costo contributivo del lavoro stabile, incentivando trasformazioni contrattuali e nuove assunzioni formali a tempo indeterminato. Se ne trova ampia traccia sul sito del Ministero del Lavoro per quanto riguarda gli interventi di riduzione degli oneri contributivi, mentre più di recente il Governo ha optato per maxideduzioni a fini fiscali dei costi per il lavoro dipendente. Anche questo fattore contribuisce alla ricomposizione osservata nei dati, spingendo le imprese verso rapporti di lavoro nominalmente più stabili perché più economici. Si tratta, si badi bene, di una rivisitazione della mai abbastanza maledetta teoria del cuneo fiscale, secondo cui il problema dei bassi salari e della bassa occupazione starebbe nella differenza fra il costo che pagano le imprese e il netto che finisce nelle tasche dei lavoratori, su cui davvero non vale la pena tornare ancora, tanto è stata smentita dalla teoria e dai fatti. Ma stavolta c’è anche un altro aspetto: il Governo negli ultimi anni ha continuamente prodotto nuove misure di sostegno alle imprese (ad esempio: IRES premiale, iper ammortamenti, crediti d’imposta di varie natura e specie), talvolta di breve durata, alla ricerca della forma perfetta (cioè quella preferita dai padroni) per sostenere le imprese; gli interventi di agevolazione del lavoro dipendente sono solamente uno dei tanti modi con cui si è alimentato questo flusso.

Inoltre, soffermandosi sulla composizione della forza lavoro, essa ha effetti anche sulla dinamica dei salari reali. Abbiamo più volte sottolineato la difficile situazione distributiva del Paese. Anche l’OCSE e l’ILO hanno evidenziato come l’Italia rappresenti un caso problematico per l’andamento dei salari reali, con livelli che nel lungo periodo risultano stagnanti se non addirittura in riduzione.

Si potrà, tuttavia, sentire il Governo rivendicare aumenti salariali superiori alla media degli ultimi decenni e, anche in questo caso, occorrerà guardare con attenzione ai dati. È vero che, dopo la forte perdita di potere d’acquisto legata alla crisi inflazionistica del 2022, i salari reali in Italia hanno mostrato una lieve risalita. Tuttavia, questa ripresa resta modesta, inferiore a quella osservata nella maggior parte delle altre economie avanzate, e soprattutto insufficiente a riportare i salari sui livelli precedenti allo shock inflazionistico.

Guardando ai dati AMECO sulla compensazione reale per dipendente, si osserva infatti una riduzione significativa nel 2023, seguita da un recupero molto graduale: i salari reali crescono di circa l’1,4 per cento nel 2024, dello 0,9 per cento nel 2025 e dello 0,9 per cento nel 2026. Si tratta di incrementi assai contenuti e insufficienti a compensare la perdita subita durante la fase inflazionistica così che, anche nel 2025, i salari reali sono restati inferiori ai livelli pre-crisi. Parte di questi incrementi è stata inoltre annullata dal fiscal drag (cioè l’aumento del peso fiscale reale a causa dello spostamento verso scaglioni d’imposta con aliquota più alta in occasione di rinnovi contrattuali). Ed è esattamente in questa situazione che ci troviamo in una fase in cui l’inflazione prevedibilmente tornerà a crescere, a causa dell’aggressione statunitense all’Iran.

C’è ancora un ulteriore elemento: anche l’aumento dei salari medi, infatti, risente del cambiamento nella composizione della forza lavoro. La maggiore permanenza in attività dei lavoratori più anziani, che percepiscono retribuzioni mediamente più elevate, tende infatti a far crescere il salario medio anche in assenza di incrementi diffusi delle retribuzioni individuali. I differenziali per età sono rilevanti e relativamente stabili: guardando ai dati ISTAT fino al 2023 (ultimo dato disponibile), i lavoratori tra 30 e 49 anni guadagnano in media circa il 9-10 per cento in più rispetto ai 15-29 anni, mentre per gli over-50 il divario rispetto ai giovani supera il 15 per cento. L’aumento del peso relativo di queste classi contribuisce quindi a sostenere il salario medio aggregato, senza che ciò corrisponda necessariamente a un miglioramento generalizzato delle condizioni salariali.

Il triste teatrino della politica parlamentare, dunque, ci restituisce l’immagine di un’accozzaglia unanimemente impegnata in schermaglie demagogiche e baruffe sulla pelle dei lavoratori e delle lavoratrici, quando, al contrario, dovrebbe assumersi la responsabilità di un turpe e ben meno rivendicabile primato: quello di aver progressivamente smantellato tutte le tutele del mercato del lavoro, fiaccato da continue deregolamentazioni e da una dinamica della domanda aggregata strutturalmente anemica. Ancora una volta, quindi, per uscire da queste secche, occorre cambiare tutto.

Fonte

24/04/2026

Le Monografie di Frusciante: Terry Gilliam (Luglio 2016)

Sette storie per non dormire: Olivetti

La terza “storia per non dormire” che intendiamo raccontare è quella della Olivetti, l’azienda che per alcuni decenni consentì all’Italia di avere una presenza importante nell’industria informatica.

Negli anni Cinquanta Adriano Olivetti pose in essere un’iniziativa imprenditoriale lungimirante, inserendosi nel settore dei calcolatori elettronici quando questo genere di attività era appena sorto. L’investimento, tuttavia, si rivelò troppo oneroso per un’impresa a controllo familiare quale era la Olivetti, per di più impegnata anche in una costosa politica di espansione oltreoceano (nel 1959 rilevò l’americana Underwood). Da tale iniziativa, oltretutto, essa non fu in grado di ricavare da subito dei profitti apprezzabili, giacché gli sbocchi commerciali immediatamente reperibili per i calcolatori erano limitati dal disinteresse del governo italiano verso l’informatizzazione della pubblica amministrazione e dal ridotto numero di grandi imprese nazionali (la propensione di un’azienda a dotarsi di calcolatori dipendeva infatti dalle sue dimensioni, in ragione dell’elevato costo dei medesimi e del fatto che la loro utilità risultava tanto maggiore quanto più complessi erano i processi produttivi e amministrativi da essa gestiti).

Quando nel 1960 Adriano morì, la Olivetti versava pertanto in cattive condizioni. Questa situazione di crisi si protrasse per quattro anni, venendo poi risolta dall’intervento di una cordata che annoverava alcuni dei nomi di maggiore spicco dell’industria e della finanza nazionali (FIAT, Pirelli, la società finanziaria Centrale della famiglia Orlando, Mediobanca, IMI). La ritrovata stabilità finanziaria, tuttavia, non venne sfruttata per dare seguito alle iniziative intraprese dal defunto proprietario, in quanto il neocostituito gruppo di controllo preferì disfarsi della divisione elettronica piuttosto che immettervi ulteriori risorse. A sostenere con forza la necessità di uscire dal settore informatico fu il presidente della FIAT Vittorio Valletta, per il quale nessuna azienda italiana poteva affrontare gli investimenti necessari per operare in esso; il suo punto di vista, che pure non era supportato da alcuno studio sull’argomento, fu accettato senza obiezioni dagli altri esponenti della cordata, inclusi i rappresentanti dei due istituti finanziari pubblici (Mediobanca e IMI), i quali pertanto non apportarono alcun contributo positivo sul fronte gestionale.

(E qui mi tocca di nuovo rammentare quanto rivendicato da John Elkann in Parlamento: “Se non ci fosse Stellantis non ci sarebbe l'auto italiana, come l'informatica italiana è scomparsa dopo l'Olivetti o la chimica con la Montedison”. Chissà se qualcuno gliel'ha poi spiegato, il ruolo della sua famiglia nella scomparsa dell'informatica italiana...). 

L’abbandono delle attività informatiche avvenne gradualmente, ma comunque in tempi brevi. Nel 1964 la Olivetti Divisione Elettronica venne ceduta alla General Electric. L’anno successivo, tuttavia, la casa madre presentò un innovativo calcolatore da tavolo, sviluppato dai tecnici rimasti al suo interno (anche sulla base del lavoro compiuto dalla divisione elettronica prima della sua alienazione). Esso riscosse in principio un notevole successo, ma nel volgere di pochi anni l’affermazione delle calcolatrici giapponesi, che offrivano prestazioni simili a prezzi assai inferiori, ne decretò l’uscita dal mercato. Dacché la proprietà dell’azienda non aveva nel frattempo promosso la creazione di un nuovo prodotto, avente caratteristiche superiori, il fallimento di questa nuova esperienza segnò sostanzialmente la cessazione dell’impegno della Olivetti nella progettazione di calcolatori. Parallelamente, la sua scorporata divisione elettronica andò incontro a un rapido declino, non soltanto perché era divenuta un ramo periferico di una grande azienda straniera, ma anche perché quest’ultima si rivelò incapace di gestirla proficuamente; l’intera esperienza italiana in quell’ambito subì pertanto un arresto definitivo.

La vicenda della Olivetti sino al passaggio proprietario del 1964, a ben guardare, costituisce un caso analogo a quello della Montecatini: come quest’ultima, l’azienda di Ivrea era una società dotata di grandi capacità di ricerca e innovazione, non sorrette però da un’adeguata dotazione di risorse finanziarie. La carenza di capitali, tuttavia, non può essere fatta valere per spiegare, oltre alla crisi da cui fu investita sotto la gestione della famiglia fondatrice, anche le decisioni della successiva cordata proprietaria. Ci esprimiamo in tal senso non tanto in ragione del fatto che tale cordata assommava tre nomi di primo piano dell’imprenditoria nazionale (considerazione cui si potrebbe obiettare che gli Agnelli, i Pirelli e gli Orlando dovevano comunque immettere risorse anche nelle altre società di cui erano a capo, oltre che nella neoacquisita Olivetti), quanto piuttosto perché la sua capacità d’intervento era accresciuta dalla possibilità di mobilitare cospicue risorse pubbliche (quelle detenute dalle due banche controllate dallo stato che pure erano presenti al suo interno e quelle elargite dal governo alla Centrale in forma di indennizzi per le sue attività elettriche, nazionalizzate alla fine del 1962). La cessione della divisione elettronica e la successiva mancata valorizzazione delle competenze ancora presenti in azienda stanno quindi a testimoniare, più che l’impossibilità della grande impresa privata di operare nel settore, il suo disinteresse a farlo, riconducibile a una ristrettezza di vedute che la rendeva incapace di valutare le potenzialità di crescita dell’informatica (e quindi di comprendere i ritorni economici che a lungo termine avrebbero garantito gli impieghi di danaro in tale ambito) e che più in generale la induceva a prediligere strategie di sviluppo tese a minimizzare i rischi (e quindi a contenere gli investimenti).

A determinare il cattivo esito della crisi della Olivetti, comunque, fu anche l’inazione dello stato, che non volle intervenire da protagonista nel salvataggio dell’azienda e neppure cercò di orientare le decisioni del gruppo di controllo attraverso i soggetti pubblici in esso presenti. L’indifferenza degli uomini di governo verso le sorti dell’azienda potrebbe essere spiegata semplicemente attribuendo loro la medesima incomprensione dell’importanza futura dell’informatica imputabile al ceto imprenditore e manageriale; è bene tuttavia non fermarsi alla conclusione più ovvia. Il fatto che lo stato sia intervenuto in soccorso della Olivetti, in concorso però con degli operatori privati e mantenendosi in una posizione ancillare nei riguardi di questi ultimi, contrasta difatti con l’orientamento di cui diede prova in altre occasioni nel corso del decennio, nelle quali non esitò a farsi carico direttamente del salvataggio di imprese in crisi. Appare perciò verosimile che nel frangente in esame l’atteggiamento governativo sia stato dettato non tanto dall’indifferenza verso le attività più innovative dell’azienda, quanto piuttosto dalla volontà di non interferire con il disegno degli investitori privati d’impegnarsi soltanto in quelle più tradizionali e in quel momento più redditizie (la produzione di macchine per ufficio). In breve, come già era avvenuto e continuava ad avvenire in altri comparti (come in quello chimico, da noi già preso in esame), l’iniziativa pubblica in un importante settore industriale fu condizionata e limitata dalla subalternità del potere politico a quello economico.

La trattazione delle vicissitudini della Olivetti, tuttavia, non sarebbe completa se non accennassimo anche alle supposte responsabilità statunitensi. Anni orsono, uno studioso ha interpretato il comportamento dei nuovi proprietari della Olivetti riconducendolo a pressioni che il governo USA avrebbe esercitato su di loro, pressioni che sarebbero state recepite in ragione della riconoscenza nutrita dai maggiori imprenditori italiani nei confronti di quel paese, da cui avevano ricevuto cospicui aiuti economici nella fase postbellica (cfr. Marco Pivato, Il miracolo scippato, Donzelli, 2011). L’idea che degli imprenditori, nel prendere una decisione d’importanza strategica per il futuro di una propria società, si siano fatti condizionare da sentimenti di riconoscenza anziché dai loro interessi ci sembra tuttavia assai meno verosimile della spiegazione da noi concepita, consistente nella preferenza di tali soggetti per una strategia di sviluppo connotata da bassi investimenti. Se davvero la gestione del gruppo di controllo succeduto alla famiglia Olivetti scontò un’ingerenza nordamericana, è più plausibile che questa abbia assunto la forma di una pressione esercitata sull’esecutivo, cui sarebbe stato chiesto di non adoperarsi per rilanciare l’azienda. In merito a una simile ipotesi, però, va rimarcato in primo luogo che non vi sono evidenze che tale pressione vi sia stata, in quanto la passività di Mediobanca e IMI può essere spiegata anche adducendo influenze esercitate sui politici unicamente da forze nazionali (ossia dai soci privati della cordata rilevataria), e in secondo luogo che, se essa vi fu, potrebbe comunque non avere avuto un ruolo determinante nell’orientare gli eventi, in quanto potrebbe avere agito in combinazione con le spinte interne appena menzionate.

Al governo statunitense, in verità, sono state addebitate anche responsabilità più gravi dell’interferenza nelle scelte della nuova proprietà dell’azienda: si è infatti supposto che siano stati dei suoi agenti a provocare l’incidente stradale nel quale perse la vita, poco dopo la scomparsa di Adriano Olivetti, il capo della squadra di progettisti elettronici dell’azienda (cfr. sempre Pivato e anche Meryle Secrest, Il caso Olivetti, Rizzoli, 2020), e c’è chi si è spinto persino ad avanzare sospetti sulla morte dello stesso Olivetti, all’epoca imputata a una emorragia cerebrale (cfr. Secrest e anche Bruno Amoroso e Nico Perrone, Capitalismo predatore, Castelvecchi, 2014). Neppure tali ipotesi, però, risultano suffragate da elementi di prova o anche soltanto indiziari.

Questa presunta ostilità degli USA nei confronti della Olivetti è stata ricondotta a motivazioni di ordine sia economico che politico. Il governo di Washington, cioè, avrebbe agito per evitare che la Olivetti ascendesse al rango di serio concorrente dell’industria informatica statunitense, intaccandone così la posizione dominante a livello mondiale, oppure (ma si può anche pensare “e anche”) per scongiurare il rischio che tale impresa trasferisse a dei regimi socialisti le tecnologie che stava sviluppando, le quali, accrescendo enormemente la potenza di calcolo a disposizione, risultavano di grande utilità nel campo della ricerca militare. Tale trasferimento sarebbe potuto avvenire tramite la vendita dei propri prodotti oppure tramite attività di collaborazione; e a quest’ultimo riguardo va rilevato che il citato capo dei progettisti elettronici della Olivetti, l’ingegnere Mario Tchou, era italo-cinese, e che secondo un suo collega questi era stato contattato proprio dall’ambasciata cinese, in conseguenza del desiderio di quel paese di avviare propri studi nel settore informatico.

In assenza di elementi di prova, di queste teorie si può dare soltanto un giudizio inerente la loro plausibilità. La nostra opinione è che non si possa liquidarle come inverosimili, ma anche che neppure si possa dare per scontato che le possibilità di affermazione della Olivetti sul mercato internazionale fossero tali da minacciare il primato statunitense nel settore, o che paesi del blocco comunista avrebbero ricavato dall’intessitura di rapporti commerciali e di ricerca con l’azienda e i suoi uomini benefici non ottenibili altrimenti. Le potenzialità di crescita della Olivetti, infatti, a nostro avviso erano limitate all’origine dal fatto che essa non poteva contare su un committente dal peso paragonabile a quello del complesso industriale, amministrativo e militare statunitense. Quanto alla necessità dei paesi comunisti di rivolgersi ad essa per sviluppare un’industria informatica, il fatto che l’Unione Sovietica del 1960 avesse raggiunto importanti traguardi in settori tecnologicamente avanzati, quali l’aerospaziale e il nucleare, induce a ritenere non soltanto che potesse fare altrettanto in ambito informatico, ma anche che l’avesse già fatto, giacché simili realizzazioni presupponevano la disponibilità di un’elevata potenza di calcolo. Inoltre, l’URSS era disposta a condividere i frutti delle proprie ricerche con gli altri paesi comunisti: ad esempio, proprio la Cina poté contare sul supporto sovietico per lo sviluppo della propria tecnologia nucleare.

Qualunque posizione si assuma in merito a queste ipotesi, ci sembra comunque scorretta una visione che riconduca il fallimento dell’avventura informatica della Olivetti alla scomparsa di due sole figure, pur così importanti: abbiamo constatato che il passaggio dell’azienda dalle mani della famiglia al nuovo gruppo di controllo fu un evento in sé positivo, poiché la fece uscire da una situazione di crisi finanziaria, e che il suo gruppo di tecnici, pur gravemente depauperato (non soltanto a causa della morte di Tchou, ma anche in seguito alla cessione della divisione elettronica alla General Electric), riuscì a creare ancora un prodotto all’avanguardia. Tale fallimento, pertanto, scaturì essenzialmente dalla conduzione di politiche non lungimiranti da parte di soggetti nazionali, sia imprenditoriali che governativi; e dal momento che queste politiche sono riconducibili agli interessi di breve periodo dei nostri principali attori economici e alla subalternità a questi ultimi della classe di governo, altrettanto scorretta ci sembra una interpretazione di esso che faccia discendere gli eventi che lo determinarono prioritariamente o addirittura esclusivamente da manovre ordite oltreoceano. Del mancato sviluppo della fragile, ma promettente iniziativa di Adriano Olivetti va considerata perciò responsabile essenzialmente la classe dirigente nazionale.

Abbiamo scritto che il cattivo esito delle vicende narrate pose fine all’esperienza italiana nella progettazione di calcolatori. La Olivetti, tuttavia, fece ancora un tentativo di affermarsi quale costruttrice dei medesimi. Negli anni Ottanta, quando ne era divenuto proprietario Carlo De Benedetti, l’azienda si inserì con successo nel settore dei moderni personal computer. I buoni risultati conseguiti, però, si rivelarono effimeri, in quanto la concorrenza asiatica finì presto per porre fuori mercato i suoi prodotti, potendo contare su costi di produzione più bassi di quelli italiani. A tale concorrenza l’azienda d’Ivrea avrebbe potuto resistere soltanto qualora si fosse differenziata da essa sul piano della qualità dei prodotti e dei servizi ad essi collegati (in particolare, investendo nella realizzazione di programmi informatici e nell’assistenza ai clienti); ma ciò non poteva avvenire, in quanto la Olivetti operava, al pari delle rivali asiatiche, come semplice assemblatrice di componenti ideate e realizzate da altre imprese, essendo ormai venuta meno l’attività di ricerca che in passato le aveva consentito di proporre dei prodotti innovativi. Anche quel tentativo si risolse pertanto in un fallimento; e anche stavolta fu un fallimento figlio più della politica aziendale seguita che di una carenza di capitali, in quanto in quel decennio il gruppo De Benedetti fu in grado di effettuare cospicui investimenti, i quali però presero la forma non di un rafforzamento della Olivetti, bensì di acquisizioni di altre aziende, operanti in settori estranei l’uno all’altro. Evidentemente, De Benedetti preferì puntare a conseguire facili guadagni nell’immediato, sfruttando la capacità di creare ricchezza che le nuove aziende che acquisiva già avevano, piuttosto che impegnarsi nel rafforzamento di quelle di cui era già entrato in possesso. Questo atteggiamento, peraltro, negli anni Ottanta caratterizzò anche altri esponenti della nostra maggiore imprenditoria (a cominciare dagli Agnelli, i quali in quel decennio avviarono un processo di diversificazione che un po’ alla volta li avrebbe portati a disinteressarsi del settore automobilistico), sicché può essere ricondotto a più una generale tendenza del capitalismo privato italiano a rifuggire dalle strategie più impegnative (investimenti in ricerca e sviluppo, elevazione della qualità del prodotto, incremento della produttività degli impianti), benché fossero quelle suscettibili di risultare maggiormente proficue a lungo termine.

I nodi vennero al pettine all’inizio degli anni Novanta: l’Olivetti venne a trovarsi in una situazione di grave crisi finanziaria, che le impose una ristrutturazione delle proprie attività. Per sopravvivere, decise di spostarsi in un settore a bassa concorrenza quale quello della telefonia, nel quale le politiche di privatizzazione e di liberalizzazione stavano facendo sorgere inedite possibilità di azione. A metà del decennio diede vita alla Omnitel, un operatore di telefonia mobile; e nel 1997 acquisì i diritti di utilizzo della rete telefonica e telematica delle Ferrovie dello Stato, intorno alla quale creò un’azienda di telefonia fissa (Infostrada). Nel 1999 le due società furono vendute alla tedesca Mannesmann, mentre Olivetti acquisiva, ricoprendosi di debiti, Telecom Italia (e la sua controllata TIM, attiva nella telefonia mobile). Nel frattempo la proprietà dell’azienda passava da De Benedetti ad altri soggetti, i quali l’avrebbero poi ceduta a Pirelli e Benetton. Nel 2002 la Olivetti incorporò Telecom Italia, assumendo il nome di quest’ultima. Il nome Olivetti sopravvisse in una controllata del gruppo, che proseguiva la tradizionale attività di produzione di macchine per ufficio. L’azienda, comunque, aveva ormai cessato di fondare la propria esistenza sull’innovazione tecnologica: assumendo la comoda posizione di operatore telefonico, era divenuta una società dedita all’estrazione di rendite.

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Trump consegna il Libano al genocidio. E la trattativa al fallimento

Per un giorno il focus della guerra Usa-Israele contro l’Iran e il mondo sciita si sposta dal Golfo al Libano. Ma fino ad un certo punto...

Alla Casa Bianca l’incontro tra gli ambasciatori di Tel Aviv e Beirut, sotto l’occhiuta sorveglianza dei “Narco” Rubio e Donald Trump, ha prodotto il prolungamento del cosiddetto “cessate il fuoco” per altre tre settimane.

Sul terreno, però, le cose vanno molto diversamente, perché Israele considera che “cessate il fuoco” significa che gli altri smettono di sparare, ma l’Idf continua. Anche se con un’intensità leggermente minore. Infatti, aerei da guerra israeliani hanno preso di mira la città di Khirbet Salem, nel sud. I serial killer hanno diffuso anche un video con l’esecuzione, tramite un drone, di una presunta “cellula di Hezbollah”, in mezzo ad un campo. Azioni che fanno seguito agli omicidi mirati di una giornalista molto nota, addirittura con un “triplo attacco” che ha coinvolto infine anche i soccorritori.

Al tavolo della cosiddetta trattativa, nel frattempo, era completamente sparita la richiesta del presidente Aoun sul ritiro dell’esercito israeliano dal Sud del paese.

L’intento è esplicito. Separare completamente la “guerra al Libano” dalla più complessiva guerra agli sciiti (in prima fila l’Iran, ovviamente), in modo da dare a Israele la possibilità di compiere un altro genocidio in stile Gaza e impossessarsi del territorio libanese.

La tattica di Tel Aviv è del resto da 80 anni sempre la stessa: “dobbiamo difenderci, abbiamo bisogno di un cuscinetto di sicurezza” e così, un pezzo dopo l’altro, questo Stato genocida senza confini dichiarati si allarga con il silenzio-assenso degli Usa e dell’intero Occidente imperialista.

La sigla del “nemico” mostrificato cambia sempre (dall’Olp ad Hamas, ad Hezbollah, agli ayatollah, ecc.), il risultato mai: genocidio, pulizia etnica, rapina di terra e risorse naturali (sia il Libano che la Palestina avrebbero diritti sui giacimenti di gas in mare, davanti alle loro coste).

L’intento israeliano è in questo caso apertamente condiviso da Trump: “Gli Stati Uniti lavoreranno con il Libano per aiutarlo a proteggersi da Hezbollah”. Per farlo – visto che quel movimento e milizia armata è parte integrante della popolazione sciita, sorto peraltro in seguito all’invasione israeliana del 1982 – si procederà con il massacro risparmiando forse i cristiani e i sunniti.

Del resto il presidente Aoun è un cristiano e il suo clan è tristemente famoso per via del generale maronita che nel 1976 guidò il massacro dei palestinesi nel campo profughi di Tal el Za’tar. Agendo ovviamente da braccio armato collaborazionista dell’esercito israeliano... 

Inutile dire che questo sporco gioco al massacro in Libano, concertato tra Trump e Netanyahu con la complicità servile di Aoun è già ora un ostacolo gigantesco sulla strada dell’accordo che dovrebbe porre fine alla guerra contro l’Iran. Il dossier Libano, infatti, faceva e fa parte integrante del “piano in dieci punti” presentato da Teheran e considerato dallo stesso Trump “workable”. Pensare che la consegna del sud del Libano ai macellai di Tel Aviv non abbia conseguenze per le trattative con Teheran è fuori dal mondo.

Anche a Washington se ne stanno rendendo conto. Ma per ora nel senso opposto allo sperabile. Diversi media statunitensi riportano preparativi in corso per un eventuale attacco militare nella zona di Hormuz con l’idea di imporre una propria “sovranità” sullo Stretto.

Se è davvero questo il “piano B”, dopo aver fatto fallire la trattativa, prepariamoci a qualche stagione di alimentazione a pane e cipolle, con zero vacanze... O peggio.

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Libano - Israele uccide la giornalista Amal Khalil

Mentre stava documentando i raid israeliani nel sud del Libano, insieme alla fotografa Zeinab Faraj, la nota giornalista libanese Amal Khalil è stata presa di mira dai militari israeliani. Il fuoco è stato diretto prima contro l’automobile su cui viaggiava, poi sulla casa in cui si era rifugiata e infine persino sull’ambulanza che stava arrivando per soccorrerla.

La fotografa Faraj è stata portata in salvo, mentre il corpo della giornalista Amal Khalil è stato recuperato senza vita nella notte. Amal è stata uccisa perché raccontava la verità sul campo dell’ultima invasione israeliana del Libano.

Amal Khalil, 43 anni, giornalista del quotidiano libanese Al Akhbar, e la fotografa freelance Zeinab Faraj che era con lei, stavano documentando gli sviluppi delle operazioni israeliane nei pressi della città di Tiri, nel distretto meridionale di Beint Jbeil, area da settimane sotto il fuoco dell’esercito israeliano, quando un attacco ha colpito il veicolo che precedeva quello sul quale viaggiavano. A quel punto le due giornaliste si sono rifugiate in un’abitazione, che è stata poi centrata da un secondo attacco.

È stata uccisa per lo stesso motivo per cui sono stati uccisi circa 300 giornalisti palestinesi a Gaza, dove è stato vietato l’accesso a tutti giornalisti e osservatori internazionali. In Libano lo scorso 28 marzo le forze israeliane avevano ucciso altre tre giornalisti delle testate Al Manar e Al Mayadeen.

Israele pratica il terrorismo di stato per paura della verità su quanto avviene sul terreno, continuando a commettere crimini di guerra e contro l’umanità nella completa impunità.

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La flotta europea dei “volenterosi” salperà per il Golfo della guerra

Ancora una volta le scelte delle potenze del gruppo dei “volenterosi” non saranno quelle che avrebbero voluto ma quelle che sono costrette a fare. In tal senso l’invio di una flotta europea nello Stretto di Hormuz dove gli USA e Israele hanno scatenato la guerra all’Iran, appare inevitabile.

Il vertice europeo di Cipro ma soprattutto quelli allargati alla Gran Bretagna svoltisi prima a Parigi e poi a Londra, hanno delineato uno scenario in cui i paesi europei non possono – e per molti aspetti non vogliono – sottrarsi dall'infilarsi in un secondo conflitto, questa volta in Medio Oriente, dopo quello in Ucraina.

Le potenze europee sono da sempre quelle più vulnerabili ai rifornimenti energetici dalla regione mediorientale e dallo Stretto di Hormuz in particolare. Gli Usa non hanno questi problemi, ma solo quelli di affiancare Israele nella sua escalation regionale e di mantenere il dollaro come moneta egemone per tutte le transazioni sugli idorcarburi.

Andiamo per ordine.

“Francia e Regno Unito cercano di riempire un vuoto, o almeno di mostrare che esiste ancora una capacità europea di agire nei grandi dossier di sicurezza internazionale senza essere soltanto il riflesso delle decisioni americane” segnala il sito Analisi Difesa“È un messaggio rivolto a Washington, a Teheran, ai mercati e anche all’opinione pubblica interna: l’Europa non resta immobile mentre il 20 per cento del petrolio mondiale passa da uno stretto diventato detonatore di una crisi energetica e finanziaria”.

Gli europei hanno già subito un primo shock energetico interrompendo con le sanzioni le forniture di gas e petrolio dalla Russia. In parte lo hanno fatto unilateralmente – e in modo suicida, aggiungiamo noi – in parte vi sono stati costretti dalle pesantissime ingerenze statunitensi come il sabotaggio che ha messo fuori uso il gasdotto North Stream.

Il risultato, come è noto, è stata l’acutizzazione della recessione economica in Europa, a cominciare da quella tedesca, già intuibile nel 2019, ancora prima della pandemia di Covid-19, che si è rapidamente estesa alle economie di tutta l’area europea.

Un secondo shock energetico come quello provocato dalla guerra israelo-statunitense contro l’Iran e il blocco dello Stretto di Hormuz, sarebbe del tutto insopportabile – se non fatale – per le economie capitaliste dell’Europa.

Riaprire i rubinetti energetici del Golfo e lo Stretto di Hormuz, è dunque una questione “esistenziale” per l’Unione Europea, così come è lo è stato – e potrebbe tornare ad esserlo in caso di estensione del conflitto – il blocco del traffico marittimo nello Stretto di Bab el Mandeb in direzione del Canale di Suez e del Mediterraneo.

In questo secondo caso l’Unione Europea ha già reso operativa da due anni la missione navale militare Aspides all’imbocco del Mar Rosso. Di una sua possibile estensione come missione anche nello Stretto di Hormuz si era già parlato nei giorni scorsi, anche perché essendo una missione europea già operativa potrebbe bypassare la copertura dell’ONU che è stata ad esempio già “relativizzata” dal ministro della Difesa italiano Crosetto.

L’amministrazione Trump ha chiesto a quattro Paesi europei – Gran Bretagna Italia, Germania e Olanda – di mettere a disposizione i propri cacciamine per garantire la sicurezza della navigazione nello Stretto di Hormuz.

Il Capo di Stato Maggiore della Marina Militare, Giuseppe Berutti Bergotto ha già indicato le unità navali disponibili all’operazione. Il contributo italiano prevede un gruppo basato su due cacciamine, un cacciatorpediniere antimissili come unità di scorta e una unità logistica.

“Ovviamente non andiamo da soli” – ha dichiarato Berutti Bergotto – “andiamo all’interno di una coalizione internazionale e anche le altre nazioni manderanno cacciamine. In Europa le hanno Francia, Inghilterra e un gruppo congiunto tra l’Olanda e il Belgio”.

Quindi della partita non sarebbero solo paesi membri della Ue ma anche la Gran Bretagna, materializzando così la sostituzione decisionale ed operativa da parte del formato dei “volenterosi” rispetto a quella più farraginosa dell’Unione Europea, un formato al quale ha esplicitamente parlato nei giorni scorsi il responsabile della Difesa della Commissione europea Kubilius accennando alla creazione di un Trattato ad hoc per le questioni militari.

Ma anche su questo, diventano decisive per la missione navale dei volenterosi non solo le regole di ingaggio della flotta quanto i suoi obiettivi strategici in un conflitto dalla geometria bellica mutevole.

“Macron insiste sulla neutralità della missione. Ma proprio questo è il nodo più debole dell’intera costruzione” scrive ancora Analisi Difesa. “Una missione occidentale, guidata da due potenze storicamente coinvolte nella sicurezza del Golfo, non sarà mai letta da Teheran come un semplice dispositivo tecnico. Anche se separata formalmente dai belligeranti, essa incide sul rapporto di forze, consolida una certa cornice di sicurezza marittima e manda un segnale politico preciso: l’Europa intende impedire che la leva di Hormuz resti nelle mani di chi può usarla come strumento di pressione strategica”.

Ne deriva dunque che non siamo davanti a una neutralità sostanziale, ma a una neutralità dichiarata per rendere “politicamente digeribile” un’operazione che ha implicazioni chiaramente geopolitiche per la proiezione internazionale dei paesi europei “volenterosi” e per i loro rapporti con i paesi del Medio Oriente, a cominciare dall’Iran e dalle petromonarchie del Golfo, ma non solo. E l’Iran ha già fatto sapere di non gradire affatto una flotta europea ritenuta ostile a Hormuz.

In Italia il governo aveva parlato della cornice di una Risoluzione dell’Onu come condizione preliminare della missione navale nello Stretto di Hormuz. Ma il ministro Crosetto ha già fatto capire che così potrebbe non essere e che la missione andrà fatta comunque.

L’opposizione finora si è trincerata dietro la copertura dell’ONU come condizio sino qua non, ma di fronte ad “una missione di guerra dentro uno scenario di guerra” potrebbe non bastare affatto. Esattamente come era avvenuto per la guerra in Ucraina o per la missione Aspides nel Mar Rosso. Adesso serve il coraggio politico di mettersi per traverso, sul serio.

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Carburante aerei, tra poco in aria solo i caccia bombardieri?

Fino a maggio si vola, dopo non si sa

O’Leary rassicura i Paesi europei: «Non ci saranno rischi sicuramente a maggio e probabilmente a giugno perché si riforniscono di carburante da Norvegia, Africa Occidentale, Stati Uniti e Russia, anche se non si può dire». «Unica possibile area a rischio mancanza di carburante – dice – è la Gran Bretagna che prende il combustibile dal Kuwait». L’Unione europea prova a rassicurare: «Mercato carburanti aerei tirato, ma non sono previste cancellazioni voli». Forse. «Il 70% del cherosene è prodotto in Europa e il 30% è importato, di cui solo la metà viene dal Golfo Persico». Ieri l’annuncio di un Osservatorio sui carburanti. Comunque sempre a danno dell’utente: «In ogni caso non potranno essere rimborsati voli cancellati per carenza carburante». Affermazioni su cui litigare da subito.

I dati di fatto e le furberie

Ottimismo di maniera, e la mani avanti sulle probabili cause per danni. «Non sono previste grandi cancellazioni voli nelle prossime settimane», la nuova versione, con la rivelazione chiave a seguire. «Le linee o i voli annullati a causa degli alti prezzi del carburante». Risparmi a danni dei passeggeri, riconosce lo stesso commissario Ue ai Trasporti, Apostolos Tzitzikostas, che prova a giustificare le compagnie aeree. «Dall’inizio della crisi in Medio Oriente, i prezzi del carburante per aerei sono più che raddoppiati, e questo ha spinto molte compagnie a ridurre, o addirittura a tagliare, alcune linee, che non avevano alcun senso dal punto di vista finanziario. Le linee che erano sul punto di diventare redditizie non lo sono più, quindi la cancellazione di linee o voli non ha nulla a che vedere con la presunta mancanza di carburante per aerei».

L’Europa in volo o a terra?

L’Ue delle promesse. «I carburanti per gli aerei, come sapete sono parte di un mercato globale che coinvolge produzione, importazioni e scorte. L’Europa ha anche una capacità di raffinazione interna rilevante: il 70% del cherosene è prodotto in Europa e il restante 30% è importato, di cui solo la metà viene dal Golfo Persico». E allora? «Ora i mercati dei carburanti per aeronautica sono più tirati del normale (ma và!). Stiamo monitorando la situazione molto da vicino assieme ai paesi membri per ogni parte industriale, ma lasciatemi rilevare che l’Europa mantiene scorte di emergenza e che queste scorte possono essere e saranno rilasciate solo se necessario. A questo stadio il mercato sta gestendo la pressione e non ci sono prove di penurie», prosegue Tzitzikostas. E i voli cancellati perché non più convenienti per il concessionario del volo?

Va tutto bene, «ma comunque»

«Tuttavia dobbiamo essere preparati. Domani delineeremo i nostri piani per mettere a riparo l’Europa dall’impatto della crisi sui combustibili fossili, e qui il coordinamento è cruciale. Domani annunceremo la creazione di un nuovo osservatorio sui carburanti che monitorerà le forniture di carburanti e, ovviamente, cominceremo con i carburanti per l’aeronautica». Domani di ieri, sperando sia davvero oggi.

‘Accelerare su transizione green’

Tornano i buoni proposti cancellati dalle pessime convenienze del recente passato (compiacere il Trump fossile e petrolifero). «Dobbiamo accelerare l’attuazione del piano di investimenti per i trasporti sostenibili, perché è evidente che dobbiamo accelerare la nostra transizione: non si tratta solo di proteggere l’ambiente, ma la nostra autonomia strategica dipende da questo». Scusi Commissario, lei e la Commissione, dove eravate prima della follia di Trump-Netanyahu in Iran? E il neo virtuoso Tzitzikostas, ricorda di aver scritto alle capitali a inizio mese per esortarle a «incrementare rapidamente la produzione di carburanti sostenibili per l’aviazione e il trasporto marittimo in Europa, accelerando anche l’elettrificazione del trasporto su strada». L’invocazione di un futuro lontano col valore di una invocazione. Per la Commissione Europea – l’acqua calda brucia – «la disponibilità di carburante per gli aerei è una priorità». Lo ha detto la portavoce dell’esecutivo Ue Eva Hrncirova, a Bruxelles. «In questo momento non ci sono carenze di carburanti nell’UE, ma la situazione non è ideale». Applauso.

No ai rimborsi per carenza di ‘jet fuel’

La carenza di carburante è ‘una circostanza straordinaria’ e, per questo, non da ‘necessariamente diritto al risarcimento in caso di cancellazione del volo. Diversamente, se un volo viene annullato a causa dell’eccessivo costo di jet fuel, il diritto al risarcimento sussiste, non essendo quest’ultima una circostanza straordinaria. Così Tzitzikostas al termine della ‘videocall’ dei ministri dei 27. Il commissario ha anche aggiunto un dato: «In questa fase il mercato gestisce la pressione e non ci sono indicazioni di ammanchi veri e propri di jet fuel». Vedremo presto chi la vince tra passeggeri e compagnie aeree, con Remocontro che teme di conoscere già adesso la risposta che verrà.

L’esibizione delle ovvietà

La portavoce Ceca ha difesa il ruolo della Commissione. «Prepararsi per diversi scenari. Anche se “abbiamo una capacità significativa di raffinazione del petrolio (ma non sufficiente a coprire l’intero fabbisogno, ndr). Tutto dipende da come si svilupperà la situazione nel Medio Oriente». Altra affermazione da applausi. Hrncirova ha poi ricordato le regole Ue sulla tutela dei passeggeri aerei. Il problema delle possibili carenze di carburante per gli aerei in vista delle vacanze estive riguarda molte persone: l’incertezza al riguardo sta già avendo effetti tangibili sulle prenotazioni in vista dell’estate (la compagna scandinava Sas ha annunciato la cancellazione di un migliaio di voli a causa del caro carburante). Ancora rassicurazioni ottimistiche?

Il capo dell’Agenzia Internazionale dell’Energia Fatih Birol ha detto due settimane fa, in una intervista all’Ap, che l’Europa dispone di carburante per gli aerei «solo per sei settimane e ha definito la situazione globale davvero critica».

Basta favole

Dopo gli aerei, a rischio navi e traghetti, avverte il ministro cipriota dei trasporti, Alexis Vafeades, al Consiglio Ue a Bruxelles. «L’Europa potrebbe trovarsi ad affrontare un problema a breve termine di approvvigionamento di carburante e un problema di domanda sul medio e lungo termine”, ha aggiunto il ministro, che rappresenta la presidenza Ue. Ma allora, chi ha ragione? Chi minimizza e rassicura o chi lancia l’allarme e sottolinea i rischi? Il presidente dell’Associazione spagnola delle compagnie aeree, Javier Gandara, ha affermato che «in Spagna la fornitura di cherosene per gli aerei è garantita». Ma il trasporto aereo è una ragnatela planetaria interconnessa, e nessun mercato può ritenersi immune. Sarà una difficile estate, sperando non accada a di peggio.

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Il dilemma dell’egemonia statunitense alla base del conflitto tra Stati Uniti, Israele e Iran

di Chen Wenxin

Da quando gli Stati Uniti e Israele hanno lanciato attacchi militari contro l’Iran il 28 febbraio 2026, la situazione in Medio Oriente ha continuato a inasprirsi. Washington sperava di replicare lo schema del suo attacco contro il Venezuela all’inizio dell’anno, tentando di raggiungere i propri obiettivi attraverso una serie di attacchi aerei “a basso costo”.

Tuttavia, il conflitto non ha portato alla rapida vittoria che Washington si aspettava. A causa dell’efficace contrattacco iraniano, i costi della guerra per gli Stati Uniti hanno continuato a salire e si sono estesi alla sfera economica e persino a quella geopolitica, alimentando l’insoddisfazione dell’opinione pubblica e lasciando gli Stati Uniti in un dilemma.

Qual è, esattamente, la natura del coinvolgimento tra gli Stati Uniti e l’Iran? Perché l’attuale amministrazione statunitense ha insistito nel lanciare attacchi militari contro l’Iran? E cosa porterà il conflitto agli Stati Uniti?

I

L’Iran si trova nella regione cruciale del Medio Oriente, controlla lo Stretto di Hormuz a sud e si affaccia sulla Russia e su altri paesi al di là del Mar Caspio a nord. Le sue riserve petrolifere rappresentano circa il 10% del totale mondiale ed esercitano un’influenza considerevole sulla sicurezza e la stabilità dei mercati energetici globali.

L’Iran esercita inoltre una forte influenza sulle questioni religiose ed etniche in Medio Oriente, il che lo colloca in una posizione di eccezionale importanza all’interno dell’architettura egemonica statunitense nella regione.

Quando gli Stati Uniti emersero dalla Seconda Guerra Mondiale come potenza leader, la loro politica nei confronti dell’Iran si intrecciò sempre più con la loro strategia globale di contendere e difendere l’egemonia – passando attraverso fasi di sostegno ai propri alleati, contenimento globale, impegno e bilanciamento, e massima pressione.

Il rapporto tra Stati Uniti e Iran è passato dall’alleanza all’inimicizia mortale, dall’intimità allo scontro armato. Durante la Seconda guerra mondiale, gli Stati Uniti inviarono truppe in Iran e rivendicarono le risorse petrolifere iraniane: questo fu il punto di partenza dell’ingerenza americana in Iran.

Nel 1951, il parlamento iraniano votò per nazionalizzare le risorse petrolifere allora detenute dalla Gran Bretagna, cercando di rivendicare la ricchezza petrolifera del paese. Ciò scatenò una forte reazione anglo-americana. Nel 1953, gli Stati Uniti e il Regno Unito rovesciarono congiuntamente il governo di Mosaddegh, che aveva sostenuto la nazionalizzazione, e orchestrarono la restaurazione del regime di Mohammad Reza Pahlavi.

Il regime di Pahlavi perseguì una politica estera estesamente filo-americana, dando inizio a una luna di miele di quasi un quarto di secolo nelle relazioni tra Stati Uniti e Iran.

Durante quel periodo, l’Iran aiutò attivamente gli Stati Uniti a mantenere l’egemonia in Medio Oriente e oltre, e gli Stati Uniti a loro volta fornirono ogni tipo di sostegno al regime di Pahlavi: l’amministrazione Eisenhower esportò tecnologia nucleare civile in Iran nell’ambito del programma “Atomi per la pace”, e l’amministrazione Nixon lanciò la politica dei “due pilastri”, designando l’Iran e l’Arabia Saudita come alleati chiave degli Stati Uniti per l’egemonia regionale e autorizzando l’Iran ad acquistare armi americane avanzate, trasformandolo nel “proxy” di Washington nel Golfo.

Il governo statunitense ha inoltre appoggiato la “Rivoluzione Bianca” laica del regime di Pahlavi – una riforma che ha completamente ignorato le tradizioni religiose interne dell’Iran, ha prodotto risultati ben al di sotto delle aspettative popolari e ha permesso al sentimento anti-americano all’interno dell’Iran di covare sotto la cenere.

Nel 1979 scoppiò in Iran la Rivoluzione Islamica; il leader religioso Khomeini guidò l’istituzione della Repubblica Islamica e perseguì una linea risolutamente anti-americana, spazzando via decenni di influenza statunitense nel Paese.

Quel novembre scoppiò la “crisi degli ostaggi in Iran”, che cristallizzò la rabbia popolare iraniana per l’ingerenza degli Stati Uniti negli affari interni del paese: l’ambasciata degli Stati Uniti a Teheran fu presa d’assalto due volte, 52 membri del personale diplomatico furono tenuti in ostaggio per 444 giorni e l’operazione militare per salvarli fu interrotta dopo la perdita di otto militari.

Quell’episodio fu il punto di svolta fondamentale nelle relazioni tra Stati Uniti e Iran. L’Iran passò dall’essere un ex alleato degli Stati Uniti a un paese che rappresentava “una minaccia straordinaria per la sicurezza nazionale, l’economia e la diplomazia degli Stati Uniti”. Il 7 aprile 1980, gli Stati Uniti interruppero formalmente le relazioni diplomatiche con l’Iran e imposero sanzioni economiche.

Dopo la fine della Guerra Fredda e della Guerra del Golfo, l’amministrazione Clinton varò una politica di “doppio contenimento” nei confronti dell’Iran e dell’Iraq, caratterizzata da pressioni intransigenti, isolamento e blocco, che si concretizzò in un divieto totale di commercio e investimenti tra Stati Uniti e Iran.

Dopo l’11 settembre, anche se l’Iran intraprese una serie di azioni concrete a sostegno dello sforzo antiterrorismo statunitense, l’amministrazione di George W. Bush nominò comunque l’Iran nel suo discorso sullo stato dell’Unione del 2002 come parte del cosiddetto “asse del male”. Nello stesso anno, gli impianti nucleari iraniani furono classificati come minaccia e la questione nucleare divenne il fulcro della contesa tra Stati Uniti e Iran.

Washington ha legato lo smantellamento del programma nucleare iraniano all’obiettivo del cambio di regime, ha spinto la comunità internazionale a imporre successive ondate di sanzioni, ha apertamente sostenuto l’opposizione iraniana e ha cercato di distruggere completamente il regime iraniano: il confronto tra Stati Uniti e Iran è entrato in una fase di profonda opposizione ideologica e di sicurezza.

Dopo l’insediamento dell’amministrazione Obama nel 2009, nel tentativo di alleviare l’eccessivo impegno strategico statunitense in Medio Oriente e di promuovere il proprio riequilibrio nell’Asia-Pacifico, gli USA hanno posto l’accento su una combinazione di strumenti politici, economici e diplomatici e hanno attuato una politica di “impegno più contenimento” nei confronti dell’Iran.

Da un lato, ciò ha segnalato proattivamente la propria buona volontà, ha aperto un dialogo diretto tra Stati Uniti e Iran attraverso canali pubblici e segreti per rompere decenni di isolamento ai vertici ed ha gettato le basi politiche per i negoziati sul nucleare. Dall’altro lato, ha intensificato la raccolta di informazioni e le infiltrazioni, ha lanciato attacchi informatici per rallentare lo sviluppo nucleare dell’Iran e ha spinto l’ONU e l’UE a inasprire le sanzioni finanziarie e petrolifere, restringendo lo spazio negoziale dell’Iran.

Allo stesso tempo, gli USA hanno guidato i colloqui tra il P5+1 (i cinque membri permanenti del Consiglio di Sicurezza dell’ONU più la Germania) e l’Iran sulla questione nucleare, giungendo nel 2015 al Piano d’Azione Congiunto Globale (JCPOA, noto anche come accordo nucleare iraniano).

In base all’accordo, l’Iran avrebbe ridotto drasticamente il numero delle sue centrifughe, limitato i livelli di arricchimento dell’uranio e accettato una rigorosa verifica internazionale, in cambio di un alleggerimento graduale delle sanzioni occidentali, ponendo la questione nucleare sotto il controllo istituzionale dell'AIEA.

Questa svolta dell’era Obama è stata un tentativo di scambiare l’alleggerimento delle sanzioni con la moderazione nucleare attraverso la diplomazia, ma non è riuscita a risolvere le profonde contraddizioni tra Stati Uniti e Iran; i disaccordi ideologici e di egemonia regionale tra le due parti sono rimasti.

Nel 2017, l'amministrazione Trump, subito dopo l’insediamento, ha esplicitamente respinto l’accordo sul nucleare, definendolo un “accordo cattivo e ingiusto”, sostenendo che l’allentamento delle sanzioni avesse dato all’Iran un respiro. Gli USA si sono ritirati unilateralmente dal JCPOA e hanno reintrodotto le cosiddette “sanzioni unilaterali più dure”, con l’obiettivo di azzerare le esportazioni di petrolio iraniano e recidere la linea di vita finanziaria dell’Iran.

Sebbene l’amministrazione Biden abbia cercato di tornare al JCPOA, ha mantenuto le sanzioni originali aggiungendone di nuove e ha continuato a fare affidamento su alleati regionali come Israele per contenere l’Iran. La reciproca sfiducia si è accentuata e i colloqui tra Stati Uniti e Iran si sono ripetutamente arenati.

Nel 2025, dopo l’insediamento della seconda amministrazione Trump, la pressione sull’Iran si è ulteriormente intensificata. Nel giugno di quell’anno, il governo statunitense ha annunciato di aver “colpito con successo” ed “eliminato completamente” tre impianti nucleari iraniani, segnando l’ingresso delle relazioni tra Stati Uniti e Iran in una nuova fase di confronto militare diretto.

In sintesi, l’evoluzione delle relazioni tra Stati Uniti e Iran fino ai giorni nostri è strettamente legata alla geopolitica, agli interessi petroliferi, ai sistemi politici, all’ideologia e alle rivendicazioni storiche, ma a tutto ciò si intreccia la necessità degli Stati Uniti di mantenere l’egemonia regionale e globale.

II

Il 17 febbraio 2026, Iran e Stati Uniti hanno tenuto il un round di colloqui formali sul nucleare a Ginevra, in Svizzera. Nonostante i progressi concreti nei negoziati, l’attuale amministrazione statunitense ha comunque portato avanti gli attacchi militari contro l’Iran.

Qual era la motivazione di fondo? In primo luogo, questo conflitto è guidato dalla necessità degli Stati Uniti di preservare il sistema del petrodollaro e consolidare la propria egemonia finanziaria.

Dopo che il dollaro è stato sganciato dall’oro negli anni Settanta, gli Stati Uniti hanno stretto un accordo con l’Arabia Saudita, il più grande produttore mondiale di petrolio, nel 1974: gli USA avrebbero fornito protezione militare, armi e sostegno politico, in cambio tutte le esportazioni petrolifere saudite sarebbero state valutate e regolate in dollari statunitensi, con le eccedenze di dollari risultanti reinvestite da Riad in titoli del Tesoro statunitense.

Con l’Arabia Saudita, “capofila” dell’OPEC a dare l’esempio, altri Stati membri dell'organizzazione seguirono presto la stessa strada, utilizzando il dollaro per le transazioni petrolifere. Il dollaro è diventato strettamente legato al petrolio, creando il circolo vizioso petrolio-dollaro-Treasury. Questo circolo ha permesso agli Stati Uniti di contrarre prestiti a basso costo, sostenere ingenti deficit fiscali nel lungo periodo e mantenere saldamente il dollaro come valuta di riserva mondiale.

Prima dello scoppio del conflitto tra Stati Uniti, Israele e Iran, tuttavia, il sistema del petrodollaro era sottoposto a pressioni strutturali su più livelli. Da un lato, la rivoluzione del petrolio e del gas di scisto ha garantito agli Stati Uniti l’indipendenza energetica, rendendo il Paese indipendente petrolio mediorientale.

I dati della Deutsche Bank indicano che l’85% del greggio mediorientale viene venduto all’Asia, con una quota in costante aumento regolata in valute diverse dal dollaro. I principali produttori di petrolio hanno ridotto le loro riserve di titoli del Tesoro statunitense. I dati del FMI mostrano che la quota del dollaro nelle riserve valutarie globali è scesa al 56,77% nel 2025 e il sistema del petrodollaro ha mostrato un declino strutturale.

Dall’altro lato, il debito pubblico statunitense è cresciuto “a dismisura”, passando da 20.000 miliardi di dollari nel settembre 2017 a 39.000 miliardi di dollari nel marzo 2026; si prevede che nei prossimi decenni gli interessi sul debito diventeranno la voce in più rapida crescita nel bilancio federale, e il debito del Tesoro statunitense ha già subito un declassamento del grado di affidabilità da parte di tutte e tre le principali agenzie di rating.

Colpendo militarmente l’Iran, gli Stati Uniti possono, in primo luogo, dimostrare ai paesi del Medio Oriente la propria capacità di proteggere la sicurezza e rafforzare le fondamenta militari del sistema del petrodollaro; e, in secondo luogo, prolungare la vita di quel sistema controllando i flussi di petrolio, poiché senza il monopolio denominato in dollari sulla struttura energetica globale non esiste il “petrodollaro” – e le fondamenta dell’egemonia finanziaria statunitense verrebbero allora messe in discussione.

Dopo lo scoppio di questo conflitto tra Stati Uniti, Israele e Iran, il presidente Trump ha affermato che “ciò che desidero maggiormente è impadronirmi del petrolio iraniano”, sottolineando l’intenzione di rilanciare il sistema del petrodollaro. Il conflitto riflette anche l’esigenza degli Stati Uniti di controllare risorse strategiche fondamentali e corridoi strategici, nonché di ridefinire il proprio assetto strategico globale.

Da quando l’attuale amministrazione statunitense è entrata in carica, si è dedicata in particolare al “mantenimento dell’egemonia a basso costo”. Fedele al credo “America First” e abituata a prendere decisioni sulla base di un’analisi “costi-benefici”, essa pone l’accento sulla concentrazione verso gli interessi nazionali fondamentali e sull’evitare un eccessivo allargamento strategico.

A suo avviso, gli Stati Uniti non hanno bisogno di posizionarsi su vasta scala in tutto il Mondo; devono solo controllare le risorse, i siti strategici e i corridoi strategici chiave per continuare a mantenere l’egemonia. Questa è la logica che permea le ripetute dichiarazioni dell’amministrazione secondo cui prenderà il controllo del Canale di Panama, acquisterà la Groenlandia e trasformerà il Canada nel 51° stato degli Stati Uniti.

L’Iran possiede la risorsa fondamentale del petrolio, si trova in una posizione strategica fondamentale e può controllare lo stretto di Hormuz, di importanza cruciale. La nuova Strategia di Sicurezza Nazionale degli Stati Uniti identifica i propri obiettivi strategici in Medio Oriente nel garantire che l’approvvigionamento energetico del Golfo non cada in mani ostili, nel mantenere aperto lo stretto di Hormuz e nel mantenere navigabile il Mar Rosso.

Colpire l’Iran e rafforzare la presa sul Medio Oriente è quindi un anello importante nello sforzo degli Stati Uniti per rimodellare il proprio assetto strategico globale e ottenere un vantaggio nella rivalità tra grandi potenze.

Lo scoppio del conflitto sottolinea anche l’influenza di Israele sulla politica statunitense in Medio Oriente. Israele è il più importante alleato di Washington nella regione, un perno chiave per gli interessi regionali degli Stati Uniti e un avamposto per l’egemonia regionale statunitense. Negli ultimi anni, Israele ha costantemente trattato l’Iran come una grave minaccia esistenziale, con preoccupazioni di sicurezza in forte aumento e una particolare diffidenza nei confronti delle capacità missilistiche balistiche e nucleari dell’Iran.

Washington vede l’Iran come il principale sfidante alla sua egemonia in Medio Oriente e ha bisogno dell’aiuto di Israele per rafforzare tale egemonia. Presentando il conflitto come un passo necessario per “eliminare una minaccia imminente” e “prevenire la proliferazione nucleare”, Washington sta sostenendo Israele mentre reprime l’Iran e l'“Asse della Resistenza” da esso guidato, preservando la propria supremazia strategica in Medio Oriente. Anche Israele influenza indirettamente la politica statunitense nei confronti dell’Iran.

Negli Stati Uniti ci sono circa 7,6 milioni di ebrei, una comunità che nel complesso gode di uno status sociale elevato e di un notevole potere economico e che esercita una forte influenza sulla politica americana; la sua principale preoccupazione politica è eliminare la minaccia nucleare iraniana e difendere la sicurezza di Israele.

Di conseguenza, per molti anni il discorso politico americano è stato saturo di discorsi sul contenimento e la deterrenza dell’Iran, con poche voci a favore del dialogo e della pace, e la politica di linea dura nei confronti dell’Iran è diventata la corrente dominante. In un certo senso, attraverso la rete lobbistica ebraico-americana, Israele ha svolto il ruolo decisivo di “spinta” in questo conflitto, “costringendo” gli Stati Uniti alla guerra per eliminare una volta per tutte la minaccia iraniana nei confronti di Israele.

Questi fattori si sono intrecciato, spingendo gli Stati Uniti sulla via della guerra. L’egemonia americana è attualmente in una fase di declino e la contrazione strategica sarebbe la linea di condotta razionale. Ma l’ansia per il petrodollaro, l’ambizione per le risorse, l’intrappolamento nelle alleanze e l’impulso politico interno spingono gli USA l’espansione. Lo strappo tra le due è un sintomo evidente della difficile situazione egemonica degli Stati Uniti.

III

Il conflitto tra Stati Uniti, Israele e Iran dura ormai da più di un mese. Grazie alla mediazione del Pakistan e di altri paesi, gli Stati Uniti e l’Iran hanno recentemente raggiunto un accordo di cessate il fuoco temporaneo, ma l’andamento della guerra rimane altamente incerto. Combattere e fermarsi a turno, combattere mentre si negozia, diventerà probabilmente la caratteristica fondamentale della prossima fase del conflitto.

La guerra, che doveva essere breve e decisiva, si è di fatto protratta – e ha già prodotto molteplici forme di contraccolpi per gli Stati Uniti. Sul fronte economico, lanciando la guerra contro l’Iran gli Stati Uniti intendevano “spendere poco per ottenere molto”: acquisire il controllo di risorse, siti e corridoi strategici chiave a un costo relativamente basso e trarne maggiori vantaggi economici.

Ma le stime di Washington sui costi del conflitto si sono rivelate completamente errate. All’inizio di aprile, i costi totali avevano superato i 42 miliardi di dollari. Man mano che la guerra si protraeva, gli investimenti bellici statunitensi hanno continuato ad aumentare.

Per sostenere i combattimenti, poco dopo l’inizio della guerra il Pentagono ha richiesto con urgenza un bilancio supplementare di 200 miliardi di dollari, e all’inizio di aprile la Casa Bianca ha proposto un bilancio della difesa record di 1,5 trilioni di dollari per il prossimo anno fiscale – entrambi questi provvedimenti faranno aumentare ulteriormente il debito degli Stati Uniti.

I costi nascosti a lungo termine sono ancora più consistenti di queste spese a breve termine. La professoressa di Harvard Linda Bilmes ha avvertito che l’enorme spesa attuale finirà per essere eclissata da costi ancora più ingenti, come le indennità ai veterani e gli interessi pagati per finanziare la guerra.

Mentre la spesa militare è salita alle stelle, l’aumento dei prezzi ha compresso i consumi delle famiglie e il potere d’acquisto. Nell’ultimo mese, il prezzo medio nazionale della benzina è aumentato di circa il 30%; i prezzi dell’energia, dei fertilizzanti e dei generi alimentari hanno continuato a salire, aumentando drasticamente la probabilità di una “trappola della stagflazione”. Moody’s Analytics stima che la probabilità che l’economia statunitense entri in recessione nei prossimi dodici mesi sia salita al 48,6%.

Il conflitto non ha risanato le fondamenta economiche già malconce dell’egemonia statunitense; potrebbe invece renderle ancora più fragili. Sul fronte diplomatico, il conflitto ha allentato il sistema di alleanze degli Stati Uniti e ha distrutto la credibilità dell’egemonia americana.

A differenza della Guerra del Golfo o della Guerra in Iraq, quando gli Stati Uniti mobilitarono molti alleati per combattere al loro fianco, questi attacchi militari sono stati condotti solo dagli Stati Uniti con Israele, senza consultazione con gli alleati. Dopo lo scoppio del conflitto, la maggior parte degli alleati degli Stati Uniti non ha offerto sostegno.

Regno Unito, Francia e Germania hanno esplicitamente rifiutato di partecipare agli attacchi militari o alle operazioni di scorta, e la Spagna ha impedito alle forze statunitensi di utilizzare le sue basi per colpire l’Iran. Gli alleati statunitensi del Golfo si trovano in un dilemma – dipendono dalle garanzie di sicurezza americane ma non vogliono essere trascinati nel conflitto – e la loro fiducia negli Stati Uniti è notevolmente diminuita.

Gli alleati dell’Asia-Pacifico, come la Corea del Sud, si sono lamentati del fatto che gli Stati Uniti stiano ritirando i sistemi di difesa anti-missile e le forze lì presenti per sostenere la guerra in Medio Oriente. Elizabeth Saunders, ricercatrice presso la Brookings Institution, sostiene che la guerra con l’Iran eroderà ulteriormente la fiducia degli alleati nell’affidabilità strategica degli Stati Uniti e, in ultima analisi, danneggerà la posizione e l’influenza internazionale degli Stati Uniti.

Sul fronte strategico, il conflitto ha messo a dura prova le risorse strategiche statunitensi e potrebbe lasciare Washington nell’impossibilità di avanzare o ritirarsi. Secondo la nuova Strategia di Sicurezza Nazionale degli Stati Uniti, gli Stati Uniti cercano di impedire alle forze ostili di dominare il Medio Oriente, le sue riserve di idrocarburi e i relativi punti nevralgici di trasporto, evitando al contempo di essere trascinati in una costosa “guerra senza fine” nella regione.

Ma allo stato attuale delle cose, lo Stretto di Hormuz è stato bloccato dall’Iran; gli Stati Uniti temono di ripetere gli errori commessi in Iraq e in Afghanistan e non possono accettare la realtà che i loro obiettivi non possano essere raggiunti, il che li lascia in una situazione di stallo.

Nel frattempo, la guerra non ha raggiunto i suoi obiettivi principali di “distruggere la capacità nucleare dell’Iran” o di “cambiare il regime”; al contrario, ha spinto l’Iran ad accelerare il suo programma nucleare, ha aggravato l’insicurezza di molti altri paesi e ha ulteriormente peggiorato la situazione della sicurezza regionale.

“Quella statunitense è diventata un’egemonia predatoria. Una politica coerente di egemonia predatoria causerà il declino dell’influenza globale dell’America – gradualmente, e poi all’improvviso”, afferma il professore di Harvard Stephen Walt. In quanto grande potenza, gli Stati Uniti sono ossessionati dalla ricerca e dal mantenimento dell’egemonia, impegnandosi in attività di sovversione e infiltrazione e scatenando guerre alla minima occasione.

Il risultato è portare il caos in Medio Oriente, danneggiare se stessi e nuocere alla comunità internazionale. Ricorrere alla forza in ogni occasione non dimostra la propria forza. La Cina si è sempre opposta all’egemonismo e alla politica di forza in tutte le sue forme e si è opposta all’ingerenza negli affari interni di altri paesi.

Le grandi potenze dovrebbero comportarsi come tali: dovrebbero difendere l’equità e seguire la retta via, contribuendo con maggiore energia positiva alla pace e allo sviluppo in Medio Oriente. La Cina ha sempre sostenuto che tutte le parti dovrebbero tornare al tavolo dei negoziati il prima possibile, risolvere le divergenze attraverso un dialogo paritario, lavorare per la sicurezza comune e ripristinare al più presto la pace e la stabilità in Medio Oriente.

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