Presentazione


Analisi, opinioni, fatti e (più di rado) arte da una prospettiva di classe.

04/07/2026

Si può essere comunisti e liberali?

Il sionismo si inserisce nelle contraddizioni dei Balcani occidentali

La storia contemporanea ci ha insegnato che non c’è stato “scontro internazionale” senza che una partita decisiva non sia stata giocata nei Balcani occidentali. L’attualità sembra confermare questo insegnamento.

Al centro della faccenda troviamo l’offensiva diplomatica di Israele, alla ricerca di un po’ di ossigeno nelle relazioni internazionali a seguito della manifestazione lampante, l’ennesima per la verità, del carattere coloniale e genocida del progetto della Grande Israele in Asia occidentale.

Il 27 giugno il sionismo ha portato a casa un’importante vittoria firmata Janez Janša, neoeletto primo ministro sloveno, che ha dichiarato al quotidiano israeliano Israel Hayom l’intenzione di voler trasferire l’Ambasciata slovena da Tel Aviv a Gerusalemme e di congelare il riconoscimento dello Stato di Palestina.

Come riportato da Jugocoord, Janša era accreditato di un forte sostegno dei servizi segreti israeliani durante la campagna elettorale. Un esempio sono i ripetuti viaggi effettuati nella scorsa primavera degli esperti della Black Cube, società ribattezzata il “Mossad del mondo degli affari”, per condurre una campagna contro l’ex primo ministro Robert Golob.

Golob aveva vietato l’esportazione di armi verso Israele, decisione già revocata dal nuovo esecutivo, e promuoveva nei fatti il rifiuto di collaborazione con lo Stato ebraico. La risposta del ministro israeliano per gli Affari della diaspora e la lotta contro l’antisemitismo Amichai Shikli non si è fatta attendere, definendo Janša “un vero amico di Israele”.

Pochi giorni prima, il 21 e il 22 giugno il premier israeliano Benjamin Netanyahu e il ministro degli Esteri Gideon Sa’ar avevano ricevuto a Gerusalemme Željka Cvijanović, membro serbo della presidenza tripartita della Bosnia-Erzegovina. L’incontro ha scatenato dure polemiche a Sarajevo, perché con la bandiera israeliana era presente solo quella della Republika Srpska e non quella della Bosnia-Erzegovina, violando di fatto il protocollo diplomatico.

Il ministro degli Esteri bosniaco Elmedin Konaković ha inviato una protesta formale a Israele per mancato rispetto della sovranità, dell’ordine costituzionale e dei simboli della Bosnia-Erzegovina. Anche qui, immediato il rilancio del ministro Sa’ar, che ha definito i serbi “veri amici di Israele”, a cui hanno fatto eco le parole forti di Milorad Dodik, ex presidente della Republika Srpska, che ha definito il suo Paese “l’Israele dei Balcani”.

Il tutto si inserisce in una escalation di tensioni e scelte dal profondo tenore strategico che stanno coinvolgendo la Serbia e i rissosi vicini. Negli ultimi mesi Belgrado ha annunciato una partnership strategica con lo Stato ebraico e l’avvio della produzione congiunta di droni da combattimento, mentre le esportazioni serbe di armi e armamenti verso Israele sono in aumento sensibile dall’ottobre del 2023.

Il sostegno al sionismo non ha tuttavia sopito le mire europee sulla Repubblica di Serbia, considerata ancora un importante proxy della Federazione Russa nell’area. Il ministro dell’Informazione e delle telecomunicazioni serbo Boris Bratina ha infatti rispedito al mittente le richieste della “demokratica” Unione Europea di chiudere i media russi nel Paese, considerandola un atto di censura “inaccettabile”.

Tornando in Bosnia, in questi giorni è esplosa la polemica sulle parole pronunciate in diretta tv dal capo dei musulmani bosniaci Bakir Izetbegovic, che ha dichiarato apertamente che Dodik è un problema che “deve essere risolto con la forza”. Vale la pena di ricordare che Bakir è il figlio di Alija Izetbegovic, il fondatore del gruppo “El Mujahid” in cui negli anni ‘90 confluirono islamisti radicali nell’ambito della guerra dichiarata dall’Occidente alla Federazione Jugoslava.

In definitiva, nelle crepe ancora sanguinanti dei Balcani occidentali gli attori regionali e globali tessono la loro tela nel tentativo di difendere i propri, per lo più sporchi, interessi economici e politici. L’offensiva sionista nell’area, secondo gli analisti di Middle East Eye, vorrebbe bilanciare l’influenza turca nella regione, portando la lunga coda delle guerre in Medio Oriente al di qua del Mar Egeo.

Le manovre serbe sembrano invece rispondere al suo isolamento causato da Usa e Ue, alle pulsioni belliche dell’asse croato-albanese-kosovaro e dalla lontananza fattuale della Russia, impegnata in Ucraina nel conflitto contro la Nato. Un insieme di spinte centrifughe e centripete che rendono la pentola a pressione balcanica, suo malgrado e ancora una volta, pienamente all’interno dello scontro politico, economico, diplomatico e militare in atto nello scacchiere internazionale.

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I titoli tecnologici non sono crollati “solo” per lo scetticismo verso l’intelligenza artificiale

di Alessandro Volpi

A giugno 2026 il settore Big Tech sta attraversando una fase di forte volatilità, con i titoli dei cosiddetti “Magnifici sette” (e nuovi protagonisti come SpaceX) che hanno registrato perdite significative, entrando ufficialmente in territorio di correzione con un calo superiore al 10% dai massimi. Segue una panoramica dei titoli più colpiti.

Partiamo da Nvidia. Dopo una corsa senza precedenti, il titolo ha subito cali giornalieri superiori al 4% a fine giugno. Gli investitori temono che la domanda di chip IA possa aver raggiunto un picco temporaneo. Vale la pena ricordare che questo titolo è presente in praticamente tutti i fondi pensione degli italiani.

Alphabet (Google) è in forte perdita (circa -5% in sessioni recenti) a causa di preoccupazioni interne alla divisione IA, acuite dalla partenza di ricercatori di alto profilo tra cui John Jumper, premio Nobel per la Chimica nel 2024, che ha lasciato per Anthropic.

Tesla continua a soffrire per il rallentamento della crescita nel settore dei veicoli elettrici e per margini di profitto ridotti, con il mercato scettico sulla velocità di realizzazione dei progetti su robotica e guida autonoma.

SpaceX, nonostante il debutto trionfale in Borsa il 12 giugno 2026, ha perso oltre il 16% del suo valore iniziale a causa dell’annuncio di una massiccia emissione di obbligazioni da 20 miliardi di dollari per finanziare l’infrastruttura IA e satellitare, alimentando timori sul debito. Meta e Microsoft, sebbene più resilienti, hanno subito vendite legate alla revisione delle spese in conto capitale.

Il mercato sta, di fatto, punendo le aziende che spendono miliardi in IA senza mostrare ritorni immediati e chiari.

Segue poi il “settore chip” (Micron, Samsung, SK Hynix) che ha subito perdite pesantissime (Micron -13%, Samsung -12%) a causa di una svendita globale che ha colpito l’intera catena di approvvigionamento dell’hardware IA.

Il ribasso non è dovuto a un singolo fattore ma a una “tempesta perfetta” di cause macroeconomiche e settoriali. Comincia a emergere sempre più uno scetticismo sul Ritorno dell’investimento (Roi) nell’IA. Dopo anni di euforia, gli investitori hanno iniziato a porsi una domanda critica: i profitti derivanti dall’intelligenza artificiale giustificheranno le centinaia di miliardi spesi in infrastrutture?

Pesa poi una politica monetaria restrittiva. Nonostante le speranze di tagli, l’inflazione persistente, soprattutto per effetto della guerra in Iran, ha spinto la Federal reserve (Fed) di Kevin Warsh verso un atteggiamento aggressivo. Il mercato ora, nonostante le dichiarazioni di Trump, scommette su ulteriori rialzi dei tassi di interesse entro la fine del 2026, un fattore che penalizza tipicamente i titoli tecnologici, a cui pare non bastare più la liquidità dei grandi fondi finanziari.

Ci sono poi, inevitabilmente, le tensioni geopolitiche. Il conflitto con l’Iran ha mantenuto alti i prezzi dell’energia (col petrolio Brent ancora sopra i 75 dollari), alimentando i timori di un’inflazione “appiccicosa” che frena i consumi e aumenta i costi operativi per le aziende tech.

Incide, altrettanto inevitabilmente, l’eccessiva concentrazione dei listini. Poiché solo sette aziende rappresentano circa il 30%-34% del valore totale dell’indice Standard & Poor (S&P) 500, qualsiasi segnale di debolezza in una di esse (come la crisi dei chip in Asia) provoca un effetto domino sull’intero mercato azionario globale.

Una considerazione a parte meritano gli Etf (Exchange traded funds) i prodotti finanziari venduti dai grandi fondi che replicano un indice e che giocano un ruolo fondamentale e amplificatore nell’attuale correzione delle Big Tech. Se una volta il “mercato” era guidato dalle scelte sui singoli titoli, oggi la prevalenza dell’investimento passivo ha cambiato le regole del gioco, trasformando gli Etf in una sorta di “benzina sul fuoco” durante i cali. Vale la pena esaminare come e quanto pesano questi strumenti finanziari in questa fase di mercato (a fine giugno 2026).

Un primo problema è costituito dalla cosiddetta “trappola della concentrazione”. Gli indici principali, come l’S&P 500 e il Nasdaq 100, sono pesati in base alla capitalizzazione di mercato. Questo significa che i giganti (Nvidia, Microsoft, Apple, Alphabet, Amazon, Meta e ora SpaceX) pesano per circa il 33%-35% dell’intero mercato azionario statunitense. Di conseguenza quando un investitore vende una quota di un Etf sull’S&P 500, il fondo è costretto a cedere proporzionalmente tutti i titoli sottostanti. Poiché le Big Tech pesano così tanto, una vendita generalizzata dell’indice si traduce automaticamente in una pioggia di vendite massicce proprio sui titoli tecnologici, a prescindere che l’azienda stia andando bene o male.

Esiste un secondo effetto chiamato “Feedback loop” (Circuito di retroazione). Gli Etf creano, infatti, un effetto domino pericoloso. Ha inizio con una prima fase di ribasso con un evento negativo (ad esempio i dubbi sul debito di SpaceX o i tassi alti della Fed) che fa scendere i titoli tech. Segue un calo dell’Etf: poiché il tech pesa il 30%, l’Etf scende visibilmente. Portando a un “Panic selling”: gli investitori retail e i fondi pensione, vedendo l’Etf in rosso, riscattano le loro quote. Segue una fase di vendite forzate: i gestori di questi prodotti finanziari (BlackRock, Vanguard, State Street) devono vendere le azioni sottostanti per rimborsare gli investitori, spingendo i prezzi ancora più in basso. Questo meccanismo è il motivo per cui le perdite di fine giugno sembrano così violente e repentine.

A pesare è anche il ribilanciamento di metà anno, un periodo di ribilanciamento dei portafogli. Molti Etf e fondi comuni hanno regole rigide che impediscono a un singolo settore o titolo di superare una certa percentuale del portafoglio. Dopo la corsa folle dell’IA nei primi mesi del 2026 il peso di Nvidia e Microsoft nei portafogli era diventato eccessivo. In queste settimane, i gestori stanno vendendo tech per comprare settori “rimasti indietro” (come utility, beni di consumo o obbligazioni), portando a una pressione in vendita tecnica che non dipende dai fondamentali delle aziende.

Un ruolo fondamentale è giocato dagli Etf a leva e inversi. Esistono Etf che scommettono al raddoppio o al triplo sull’andamento del Nasdaq o di singoli titoli come Nvidia. Quando il mercato scende, questi strumenti forzano chi li detiene a chiudere le posizioni rapidamente per evitare la liquidazione, accelerando la caduta dei prezzi. Al contrario, gli Etf short (che guadagnano quando il mercato scende) hanno visto afflussi record, attirando speculatori che scommettono contro le Big Tech, aumentando la pressione ribassista.

Nel mentre si scatena una fuga verso i “safe haven” (Etf obbligazionari). Con i tassi di interesse previsti ancora alti e l’incertezza geopolitica in Iran, i capitali stanno uscendo dagli Etf azionari tech per rifugiarsi in quelli monetari o obbligazionari a breve termine. Questo spostamento di massa di liquidità (migliaia di miliardi di dollari) svuota letteralmente i “serbatoi” che sostenevano le quotazioni delle Big Tech.

In sintesi: quanto pesano gli Etf? Il peso è determinante. Si stima che oltre il 60%-70% dei volumi di trading giornalieri sui mercati Usa sia ormai riconducibile ad algoritmi e flussi legati agli Etf.

In questo momento, le Big Tech non stanno cadendo solo perché “l’IA non convince” ma perché il veicolo che le ha portate in alto (l’investimento passivo in Etf) ora sta funzionando al contrario, smontando le posizioni con la stessa velocità con cui le aveva create. Metaforicamente, l’Etf è l’ascensore: quando tutti vogliono scendere contemporaneamente, la caduta è molto più rapida rispetto a “scendere dalle scale” (attraverso la vendita di singoli titoli).

Il messaggio che emerge da tutto ciò dovrebbe essere chiaro: affidare a questi meccanismi le sorti della formazione del reddito, le pensioni e la sanità di fasce crescenti di popolazione è una colossale follia perché i travolti dalle crisi saranno milioni di persone che non hanno, per le loro condizioni di reddito, capacità di resistere mentre i super-ricchi, proprio per le loro infinite risorse, sapranno cavalcare le bolle. E, soprattutto, dovrebbero essere evidente a tutti non esiste alcuna oggettività della finanza in grado di suffragare le tesi dei tecno-liberali.

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03/07/2026

La battuta comica che la Cina non può accettare

I meloniani di CGIL-CISL-UIL

di Giorgio Cremaschi

E così Giorgia Meloni ha fatto filotto.

Dopo l’invito al congresso della CGIL, non appena era stata eletta Presidente del Consiglio; dopo la calda accoglienza nel sindacato di casa, la CISL; ora Meloni ha raccolto grandi applausi dalla UIL. Ci sta.

Giorgia Meloni ha trionfalmente ricordato di essere l’unico capo di governo che è intervenuto in tutti i congressi dei tre sindacati confederali. E ha anche vantato che la piattaforma del governo sul “salario giusto” sia la stessa di CGIL-CISL-UIL. È proprio così.

I sindacati guidati da Landini, Fumarola e Bombardieri, al di là delle chiacchiere, stanno assieme al padronato e al governo nelle peggiori schifezze. Ultima è il sequestro del tfr dei nuovi assunti, a favore dei fondi pensione di cui CGIL-CISL-UIL sono promotori e cogestori.

Il segretario della UIL ha elogiato Meloni, affermando che mai il sindacato aveva ricevuto tanta positiva attenzione dal governo. È tutto reciproco.

Del resto CGIL-CISL-UIL da più di trent’anni firmano contratti al ribasso che non recuperano neanche l’inflazione; e ora propongono alle controparti imprenditoriali un altro patto sociale, che continui questa politica sindacale in perdita. In perdita per i lavoratori naturalmente, ma non per le burocrazie sindacali, che in cambio della loro complicità hanno raccolto ruolo e riconoscimento. E ora è arrivato anche il plauso di Giorgia Meloni.

In questo collaborazionismo confederale con padronato e governo, la posizione della CGIL è forse quella più penosa, perché da un lato fa proclami di lotta, dall’altro accetta tutto quello che passa il convento.

Così Meloni, mentre va in difficoltà su tutto, proprio con CGIL-CISL-UIL raccoglie ancora successi. E questo oramai non dovrebbe stupire nessuno.

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Il riarmo europeo crea lavoro... negli USA. Ma Meloni conferma i vincoli NATO

Rutte è l’esempio perfetto del servo che fa di tutto per ben apparire davanti al padrone. Nella politica odierna, per come è “raccontata” all’opinione pubblica delle “democrazie” occidentali, però, questo tipo di atteggiamento – oltre a mostrare una significativa inadeguatezza – diventa un problema politico, dato che finisce col mostrare le contraddizioni della propaganda imperialista, e le gerarchie internazionali, che si disinteressano di “diritti umani” e “voti democratici”.

In un’intervista al Financial Times, Mark Rutte ha svelato che il portafoglio ordini di armamenti che l’Europa e il Canada si sono impegnati ad acquistare dagli Stati Uniti nei prossimi due anni ammonta a ben 300 miliardi di dollari, sostenendo circa 195 mila posti di lavoro... ma oltreoceano.

Un argomento che il Segretario Generale della NATO ha cercato di sfruttare per convincere Trump che mantenere l’asse transatlantico sia conveniente per l’economia americana. Il risvolto della medaglia, per il Vecchio Continente, è però controverso. Il riarmo viene presentato dalle classi dirigenti europee come un viatico alla crisi industriale e alla deindustrializzazione, ma dalle parole del politico olandese risulta che ad avvantaggiarsene siano anzitutto gli States.

E tuttavia, l’Alleanza Atlantica viene ribadita come la cornice di riferimento di qualsiasi “difesa europea”. All’ormai vicino vertice NATO di Ankara, il prossimo 7 e 8 luglio, la Germania vuole portare un’idea di “NATO 3.0” in cui si confermino gli impegni sulla spesa militare al 5%, ma anche il sostegno a Kiev e la possibilità di ottenere le autorizzazioni dalla Casa Bianca per produrre in patria alcuni sistemi d’arma stelle-e-strisce.

Rutte il primo luglio ha preso parte ai lavori del Consiglio dei Ministri tedesco – prima volta nella storia per un Segretario Generale della NATO – e ha elogiato la postura della Germania, la quale sostiene che l’Alleanza Atlantica debba vedere maggior protagonismo europeo “non solo per la pressione di Trump, ma nel nostro stesso interesse”, ha detto il cancelliere Friedrich Merz.

Bisogna allora chiarire i termini della corsa al riarmo che abbiamo davanti. Rutte ha messo in evidenza, nella sua adulazione sfacciata, che la NATO è un’organizzazione pensata per fare gli interessi di Washington, e sempre Rutte ne ha anche svelato il tributo di sovranità che i suoi vincoli impongono.

Guido Crosetto, rispondendo a due interrogazioni alla Camera, ha certificato che sono stati 518 i voli militari statunitensi decollati dalle basi in Italia a partire da febbraio nell’ambito dell’aggressione all’Iran, proprio come aveva rivelato Rutte. Il ministro della Difesa italiano ha così smentito quel che ha detto il primo luglio il suo collega Antonio Tajani.

“Qualsiasi operazione militare che si è svolta in Iran anche da parte americana – ha detto il titolare della Farnesina – non era un’operazione nell’ambito della NATO quindi è difficile che il segretario generale Rutte potesse sapere cosa è accaduto in Italia. Le sue dichiarazioni sono state non soltanto improvvide ma anche non rispondenti al vero”.

Insomma, Crosetto ha smentito Tajani, che ha smentito Rutte. Se sul lato della politica interna nostrana questo mostra che c’è probabilmente un po’ di maretta all’interno dell’esecutivo (o che il ministro degli Esteri italiano non sa cosa succede nel suo paese, perché è lì come prestanome per Washington e Bruxelles), sul lato dei legami strategici del nostro paese è la rappresentazione plastica della gabbia dei vincoli atlantici, che ci impegnano nell’escalation bellica dell’imperialismo in crisi, a prescindere da chi sieda a Palazzo Chigi.

Immediatamente dopo questa scenetta piuttosto ridicola, Meloni ci ha tenuto a ribadire l’impegno a raggiungere il 5% del PIL in spese militari fissato dalla NATO. Di nuovo, se nell’immediato significa confermare le scelte prese al vertice dell’Aja, sul lungo termine vuol dire aderire consapevolmente a questo quadro in cui il riarmo europeo servirà a finanziare il complesso militare-industriale statunitense.

Con un obiettivo, in prospettiva, per il Vecchio Continente: quello di diventare anch’esso una grande potenza armata. Ma è così che i nodi vengono al pettine. Perché anche fosse che, un giorno, l’Europa si libererà dai vincoli NATO, lo farà solo in virtù della trasformazione in una completa macchina bellica impelagata in un conflitto continuo con mezzo mondo, come sono oggi gli USA.

La volontà di mandare una missione navale nello Stretto di Hormuz, nonostante la complicità nell’aggressione confermata da Rutte, l’impegno a sabotare ogni possibile soluzione diplomatica del conflitto in Ucraina, sempre più laboratorio e fabbrica del riarmo europeo, persino i legami con Israele, entità politica che sopravvive solo in quanto in uno stato di guerra senza soluzione di continuità, non sono più nemmeno scelte politiche.

Sono necessità strategiche imprescindibili per alimentare questo processo in cui, nella sua “innocenza” servile, Rutte ha sottolineato che a farla da padrone sono gli Stati Uniti, ma che rappresenta anche lo spazio di manovra entro cui l’Europa può pensare di tornare a essere attore globale. Ovviamente, con la forza delle armi, perché sul piano culturale e dei valori come su quello economico di prodotti e tecnologie non ha più molto da offrire.

Allora l’alternativa appare chiara: chiunque pensa ci possano essere compatibilità con la NATO, il riarmo e la difesa europea, ci sta condannando a percorrere una strada che ci condurrà necessariamente nel baratro della guerra. Chi cerca pace e giustizia sociale, sa che è arrivato il momento di mettere in dubbio i legami internazionali del nostro paese e la presenza delle basi militari stelle-e-strisce sul nostro territorio.

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La lunga genealogia della violenza di Stato

Ci sono libri che arrivano nel momento giusto e altri che arrivano quando sono necessari. Il nuovo lavoro di Turi Palidda, 25 anni dal G8: continuità militaresca della sicurezza e delle polizie dal 1860, appartiene decisamente alla seconda categoria.

A venticinque anni dal G8 di Genova, mentre si moltiplicano commemorazioni, iniziative pubbliche, pubblicazioni e tentativi di rilettura di quelle giornate, il sociologo siciliano sceglie una strada diversa da quella della memoria celebrativa o del semplice racconto testimoniale. Il suo obiettivo è molto più ambizioso: dimostrare che Genova non è stata un’eccezione, un incidente di percorso, un cedimento momentaneo della democrazia italiana, ma l’espressione di una lunga continuità storica che attraversa l’intera vicenda dello Stato unitario.

La tesi del libro è chiara fin dalle prime pagine: il governo della sicurezza e le polizie italiane sono state forgiate, fin dall’Unità d’Italia, da un’impronta profondamente militaresca e da una concezione dell’ordine pubblico che ha avuto come funzione principale la difesa dell’ordine sociale esistente e la repressione delle classi subalterne e dei movimenti di protesta.

È una tesi forte, destinata a suscitare discussione, ma sostenuta da una mole impressionante di riferimenti storici, documenti, dati e studi accumulati dall’autore in decenni di ricerca.

Genova come chiave di lettura del presente

Il G8 del 2001 rappresenta il punto di partenza e, allo stesso tempo, il punto di arrivo del libro.

Per Palidda le violenze della Diaz e di Bolzaneto, l’uccisione di Carlo Giuliani, i depistaggi, le false prove, la mancata collaborazione dei vertici di polizia con la magistratura e la successiva promozione di molti dei responsabili non costituiscono un’anomalia democratica. Sono invece il prodotto di una storia lunga, fatta di continuità istituzionali, culture autoritarie e pratiche repressive che hanno attraversato tutte le stagioni politiche italiane.

In questa prospettiva Genova assume un significato diverso. Non è semplicemente il luogo della più grave sospensione dei diritti democratici avvenuta in un paese occidentale dopo la Seconda guerra mondiale, secondo la definizione di Amnesty International.

È anche il momento in cui si rende visibile qualcosa che normalmente rimane nascosto: la persistenza di apparati dello Stato che continuano a concepire il conflitto sociale come una minaccia da neutralizzare e non come una dimensione fisiologica della democrazia.

Da qui deriva una delle intuizioni più importanti del volume: la continuità tra il G8 e ciò che è accaduto successivamente.

Le torture di Santa Maria Capua Vetere, le morti di Stefano Cucchi, Federico Aldrovandi, Riccardo Magherini, Giuseppe Uva, Davide Bifolco, Hasib Omerovic, le violenze documentate nelle carceri, i pestaggi nei CPR, i lacrimogeni sparati ad altezza d’uomo durante le manifestazioni, le lesioni permanenti inflitte a manifestanti come “Lince” a Bologna, non sono episodi separati. Sono tasselli di un quadro più ampio che interroga il rapporto tra democrazia, impunità e apparati coercitivi.

Una storia lunga 160 anni

L’elemento più originale del libro è però il suo respiro storico.

Palidda costruisce una vera e propria genealogia della sicurezza italiana che parte dal Risorgimento e arriva ai giorni nostri. Le repressioni delle rivolte popolari del XIX secolo, i massacri dei Fasci siciliani, la repressione del brigantaggio, il colonialismo italiano, il fascismo, la mancata epurazione degli apparati dopo il 1945, le stragi di Stato, le torture praticate durante la lotta al terrorismo, vengono letti come momenti differenti di una stessa storia.

Secondo l’autore, l’Italia repubblicana non ha mai realmente democratizzato il proprio sistema di sicurezza.

La mancata epurazione dei fascisti dagli apparati dello Stato, l’influenza statunitense nel dopoguerra, la conservazione di dispositivi normativi ereditati dal fascismo, la permanenza di una cultura gerarchica e militaresca all’interno delle forze di polizia avrebbero impedito la costruzione di un modello di sicurezza realmente democratico.

È un giudizio severo, ma che trova sostegno in una ricostruzione storica minuziosa e nella capacità dell’autore di tenere insieme processi apparentemente lontani tra loro.

Sicurezza per chi?

Uno dei contributi più interessanti del volume riguarda la critica al paradigma dominante della sicurezza.

Palidda rovescia la domanda che normalmente accompagna il dibattito pubblico. Non si chiede semplicemente come aumentare la sicurezza, ma di quale sicurezza stiamo parlando e chi viene effettivamente protetto dalle politiche securitarie.

L’autore mostra come l’ossessione per l’ordine pubblico e per la repressione della criminalità diffusa abbia progressivamente oscurato altre forme di insicurezza ben più gravi e mortali: le morti sul lavoro, le devastazioni ambientali, le contaminazioni tossiche, la povertà, il supersfruttamento, la precarizzazione delle condizioni di vita.

L’Italia, sostiene Palidda, è uno dei paesi europei più sicuri sotto il profilo della criminalità, ma al tempo stesso uno di quelli in cui le istituzioni si dimostrano meno capaci di affrontare le grandi insicurezze sociali.

La sicurezza, in questa prospettiva, diventa un dispositivo di governo delle classi popolari e delle marginalità più che uno strumento di tutela della collettività.

Immigrazione e razzializzazione della sicurezza

Particolarmente efficaci sono anche le pagine dedicate all’immigrazione.

Da anni Palidda lavora sul rapporto tra migrazioni, razzismo e pratiche di polizia e il libro riprende molte delle sue ricerche precedenti. L’autore mostra come gli immigrati e le persone marginalizzate costituiscano i principali bersagli dei controlli di polizia e denuncia l’esistenza di pratiche di profilazione razziale che contribuiscono a produrre una rappresentazione distorta del rapporto tra immigrazione e criminalità.

La costruzione del migrante come soggetto pericoloso diventa così uno degli strumenti attraverso cui il sistema di sicurezza legittima la propria espansione e la propria funzione repressiva.

È un’analisi che acquista ulteriore forza nell’attuale contesto europeo, segnato dalla crescita delle destre radicali, dalla diffusione di discorsi xenofobi e dalla trasformazione delle politiche migratorie in politiche di polizia.

Oltre la denuncia

Il libro non si limita però alla denuncia.

Nelle conclusioni Palidda propone una riflessione politica sulla necessità di ripensare radicalmente il rapporto tra sicurezza e democrazia. La sua proposta – che si colloca all’interno del dibattito internazionale sul defund the police e sulle prospettive abolizioniste – consiste nello spostamento di risorse dalle spese militari e di polizia verso la sanità, la scuola, i servizi sociali, la prevenzione, gli ispettorati del lavoro e le politiche pubbliche di tutela dei diritti sociali.

Si può condividere o meno questa prospettiva, ma il merito del libro è quello di costringere il lettore a interrogarsi su questioni troppo spesso rimosse dal dibattito pubblico.

Perché in Italia le richieste di trasparenza delle forze di polizia incontrano ancora forti resistenze?

Perché i meccanismi di accertamento delle responsabilità degli agenti continuano a mostrare enormi limiti?

Perché, a distanza di venticinque anni da Genova, il tema dell’impunità continua a essere così attuale?

Perché le politiche di sicurezza si espandono proprio mentre i dati sulla criminalità mostrano un andamento decrescente?

Un libro necessario

Il volume di Turi Palidda è, prima di tutto, un libro scomodo.

Perché rifiuta le letture consolatorie della storia repubblicana. Perché mette in discussione l’idea che la democratizzazione delle istituzioni coercitive sia un processo già compiuto. Perché mostra come la violenza di Stato non sia un residuo del passato ma una possibilità sempre presente all’interno delle democrazie contemporanee.

Soprattutto, il libro ci ricorda che Genova non appartiene al passato.

La Diaz e Bolzaneto non sono soltanto luoghi della memoria. Sono ancora oggi una chiave per comprendere il presente: la criminalizzazione del dissenso, l’espansione dei dispositivi securitari, la riduzione degli spazi democratici, l’impunità delle violenze istituzionali.

Ed è forse proprio questo il messaggio più importante che emerge dalle oltre ottanta pagine del volume: se vogliamo capire cosa è accaduto nel luglio del 2001 e perché continua a parlarci ancora oggi, dobbiamo smettere di considerare Genova un’eccezione.

Per Turi Palidda, e probabilmente anche per chi in questi venticinque anni ha continuato a interrogarsi su quelle giornate, Genova è stata piuttosto una rivelazione. Il momento in cui è diventata visibile una lunga storia italiana di repressione, continuità autoritarie e impunità che, sotto forme diverse, continua ancora a interrogare la qualità della nostra democrazia.

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Le ambiguità della “resistenza” iraniana all’estero. Intervista a Minoo Mirshahvalad

La rappresentazione della situazione politica iraniana offerta in questi anni dalla grande maggioranza dei media mainstream nel nostro Paese può essere facilmente accusata di superficialità.

Da un lato, si racconta, c’è una spietata “dittatura teocratica”; dall’altro un popolo oppresso e ostile, pronto a rovesciarla, magari anche grazie al generoso (e certo disinteressato) aiuto occidentale, e a instaurare finalmente uno Stato “democratico” e “laico”, pronto a stabilire rapporti cordiali (cioè di subalternità politica ed economica) con l’Occidente.

È una narrazione che, a chi voglia vedere, risulta evidentemente insostenibile anche alla luce dei recenti eventi legati alla guerra scatenata da Stati Uniti e Israele, che hanno mostrato l’esistenza di un rapporto molto più complesso tra Repubblica Islamica e popolo iraniano, e probabilmente hanno avuto l’effetto di aumentare il sostegno popolare allo Stato nato dalla Rivoluzione del 1979. Ma non per questo è dato assistere ad un significativo miglioramento dell’informazione nostrana sul tema.

In questa narrazione, un ruolo importante è giocato dalla diaspora iraniana, le cui voci – spesso molto critiche verso la Repubblica Islamica – in quanto funzionali alla narrazione che si vuole presentare, vengono amplificate oltre ogni misura, e presentate come quelle del “vero” popolo iraniano.

Il prediletto interprete di questa opposizione all’estero è stato, naturalmente, Reza Pahlavi, il figlio dell’impopolare – ma graditissimo all’Occidente – Scià deposto dalla rivoluzione khomeiniana del 1979, esule negli Stati Uniti, e negli ultimi mesi onnipresente nei media occidentali, come autoproclamato leader dell’Iran post regime-change.

Ma esistono anche altre forze che appaiono competere con i sostenitori dello Scià, per accreditarsi presso le potenze occidentali come il “cavallo giusto” su cui puntare, ossia la forza più credibile da sostenere per i disegni di regime-change e di egemonia sullo scacchiere mediorientale.

È il caso del MEK (acronimo di Mojahedin-e Khalq), organizzazione dal seguito pressoché nullo in Iran, ma attivissima in Occidente, particolarmente in Francia dove ha sede il Consiglio Nazionale della Sicurezza Iraniana, emanazione del MEK, e dove risiede la sua leader Maryam Rajavi.

L’organizzazione è attiva anche in Italia: a Roma si sono svolte negli anni diverse manifestazioni, e il 31 luglio 2025 si è tenuto il Free Iran World Summit, alla presenza fra gli altri dell’ex presidente del Consiglio europeo Charles Michel e di Matteo Renzi, noto “attivista per i diritti dei popoli e delle donne”, come testimoniato dalla stretta collaborazione con il principe saudita bin Salman.

Vi sono poi figure come Khosro Nikzat, che sul territorio di Cuneo conduce una febbrile attività politico-diplomatica per perorare e legittimare la causa di questa organizzazione, cercando ripetutamente di accostarla addirittura alla resistenza antifascista italiana.

Dal momento che in Italia pare che basti proclamarsi contro la dittatura iraniana, per ottenere acriticamente cittadinanza e legittimazione anche in ambienti “progressisti”, e poiché del MEK si sa poco, per Contropiano abbiamo rivolto alcune domande su questa organizzazione e sugli sviluppi della situazione alla studiosa iraniana Minoo Mirshahvalad, sociologa e ricercatrice in Studi islamici presso l’Università di Copenhagen.

La professoressa Mirshahvalad negli anni ha collaborato con università e centri di ricerca anche in Iran, Italia, Spagna e Stati Uniti; è studiosa della diaspora iraniana e attenta osservatrice delle dinamiche politiche e sociali di quel Paese, sulle quali svolge da tempo un prezioso lavoro di controinformazione, che invitiamo a seguire, sui propri canali e su vari media internazionali.

Ci può illustrare le origini storiche dell’organizzazione MEK? Quale rapporto esiste con il Consiglio Nazionale della Resistenza Iraniana?

Il MEK nasce negli anni ‘60 da un gruppo di studenti universitari di ideologia islamista-marxista. Negli anni ‘70 si schierano con il movimento palestinese e con l’Ayatollah Khomeini. Nell’Iran di allora, orchestrano attacchi terroristici contro generali e ufficiali statunitensi, uccidendone decine.

Dopo la vittoria della rivoluzione iraniana, nel novembre 1979, condividono la mossa degli studenti iraniani che assalgono all’ambasciata statunitense e prendono in ostaggio gli statunitensi per 444 giorni.

Nel 1980 il loro leader Massud Rajavi si trova però in conflitto con l’Ayatollah Khomeini sulla questione del potere politico. Quindi inizia una stagione di lotta armata dei MEK contro la neonata Repubblica Islamica. I MEK organizzano tante esplosioni negli uffici dello Stato iraniano e uccidono numerosi politici iraniani.

Khomeini ordina il loro arresto e quelli che non si dissociano dal MEK vengono giustiziati. Gli altri scappano a Parigi.

È a Parigi che adottano il nome d’arte di Consiglio Nazionale della Resistenza Iraniana. Dopo Parigi, si trasferiscono in Iraq e durante la guerra Iran-Iraq combattono per Saddam Hussein contro l’Iran e gli offrono servizi di spionaggio tramite le loro cellule rimaste in Iran.

Quali sono gli obiettivi perseguiti da questa organizzazione? ⁠Quali sono i rapporti con le altre forze dell’opposizione iraniana, in particolare con i sostenitori di Reza Pahlavi?

Il loro scopo, sin dagli inizi degli anni ’80, è ottenere il potere politico in Iran. Tra loro e i sostenitori di Reza Pahlavi vi è un odio viscerale. Si accusano a vicenda di essere mercenari di poteri stranieri.

Qual è stata la posizione assunta negli ultimi mesi, davanti all’aggressione all’Iran e ad altri Paesi della regione da parte di Stati Uniti e Israele? In generale che tipo di rapporti intercorrono con queste potenze?

A differenza dei sostenitori di Pahlavi, loro non hanno sostenuto Israele e gli USA in maniera palese. Tuttavia, ci sono documenti sul fatto che negli anni hanno ricevuto addestramento, finanziamento e le armi sia dalla CIA che dal Mossad.

Per esempio, mentre erano ancora nella lista delle organizzazioni terroristiche – inseriti da Clinton (dal 1997 al 2012) – sono stati addestrati in un campo sperduto a nord-ovest di Las Vegas per penetrare in Iran dal nord. Su questo punto ci sono le testimonianze dei giornalisti statunitensi d’inchiesta. Loro naturalmente negano tutto.

In quali modi questa organizzazione agisce all’estero per perorare la propria causa?

Spendono milioni di dollari per corrompere i politici statunitensi; il più famoso tra loro che li ha sostenuti è John Bolton, ma anche Mike Pompeo.

Anche in Europa, Maryam Rajavi, l’attuale leader del MEK, ottiene tante udienze presso i parlamenti europei. Si presentano come democratici, ma sono più una setta religiosa che un’organizzazione politica. Hanno varie pratiche strane come il voto dell’eterno celibato, il giuramento di fedeltà a Maryam Rajavi, e il culto della personalità del leader.

Qual è attualmente, in base alle informazioni disponibili, il seguito di quest’area politica in Iran? Si può dire che goda di un ampio sostegno popolare?

Non hanno alcun seguito in Iran. Sono molto odiati dagli iraniani per aver tradito il proprio Paese durante la guerra Iran-Iraq.

Allargando lo sguardo, come giudica l’andamento delle attuali trattative tra Usa e Iran in Svizzera? Vede la possibilità di un accordo reale?

L’accordo tra gli USA e l’Iran è possibile solo se Israele cessa le proprie ambizioni espansionistiche e toglie le truppe dal sud del Libano – cosa lontana dall’orizzonte. Inoltre, negli anni gli USA hanno mostrato di non essere affatto affidabili nelle loro trattative con l'Iran. Quindi non ci vedo tante possibilità.

Quali sono a suo giudizio le più realistiche prospettive per l’autodeterminazione del popolo iraniano?

Affinché il popolo iraniano possa determinare il proprio futuro ci devono essere condizioni sia a livello internazionale, che a livello nazionale.

Fuori del confine nazionale, il diritto internazionale non deve valere solo “fino a un certo punto”. Gli USA devono restituire gli asset congelati iraniani e rimuovere le sanzioni che hanno stroncato l’economia iraniana. E devono risarcire i danni che hanno fatto alle infrastrutture civili e industriali iraniane.

A livello nazionale, lo Stato deve porre fine alla corruzione del sistema politico, e, in parallelo deve migliorare la situazione economica dei cittadini, deve riconoscere la libertà di espressione per i cittadini.

Come giudica, nel complesso, il dibattito ed il livello di informazione fornito dai media mainstream occidentali, nello specifico italiani, sulle vicende iraniane?

È pessimo. Più che informazione è propaganda pura in sostegno dello status quo. Le donne iraniane, e in generale la questione dei diritti umani in Iran, sono diventate oggetto di una propaganda che non soltanto non sostiene i cittadini iraniani, ma giustifica la violazione dei loro diritti perpetrando le guerre e quindi il peggioramento dei diritti umani in Iran.

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