Presentazione


Analisi, opinioni, fatti e (più di rado) arte da una prospettiva di classe.

15/02/2026

A Trick Of The Tail, i 50 anni del primo atto dei Genesis post-Gabriel

Nel 1976 i Genesis dimostrano di essere un gruppo in grado di far fronte alle peggiori avversità. Al tempo stesso mettono in atto quello che è un inizio di “normalizzazione”. Una normalizzazione che darà vita ad album comunque straordinari (tutti quelli fino a “Duke”), senza però un quid particolare, qualcosa che fino a quel momento li aveva resi un gruppo realmente fuori dal comune. Qualcuno dirà: è lampante, era venuta a mancare la presenza magnetica di Peter Gabriel, la sua voce, il suo istrionismo, i travestimenti. Anche, ma non solo. Gabriel incarnava un mondo realmente alieno, al quale i restanti quattro non avevano accesso. Per sensibilità, spirito avventuroso e carattere, Peter rappresentava la parte malata dei Genesis. Era colui che rovistava nell'animo umano per tirarne fuori il peggio e il meglio, che scavava nelle paure, nei sogni, nella più fervida (e a volte perversa) immaginazione. E questo rendeva la musica tremendamente interessante, unica.

Fino all'abbandono del cantante la proposta dei Genesis era stata un coacervo di sensazioni disparate: c'era l'aspetto favolistico, certo, ma anche quello grottesco, brutale, surreale, morboso, a tratti sgradevole (vogliamo parlare del vecchio lascivo di “The Musical Box”?). Tutto questo e molto altro aveva reso i dischi del periodo Gabriel simboli di un rock che si smarcava dai suoi stereotipi per inglobare universi letterari, gotici, oscuri e luminosi. Gabriel forniva ai Genesis fisicità, storie, testi, teatralità. I suoi sguardi magnetici e temibili, l'ironia, la serietà e il misticismo (“Supper's Ready”) lo avevano trasformato in una rockstar fuori dai cliché, ma enormemente seduttiva.

Il culmine era stata la saga di “The Lamb Lies Down On Broadway”, nella quale il cantante era diventato unico autore di una storia oltre ogni logica nel suo spaziare tra problemi di ego, mutazioni sessuali, castrazioni, esseri impacchettati nella plastica, donne serpente e tutto il delirante immaginario. In “The Lamb” la mente di Peter era esplosa, complice la visione dei capolavori di Alejandro Jodorowsky. Regista visionario, psichedelico, anche lui malato. Nel frattempo Tony Banks, Mike Rutherford, Steve Hackett e Phil Collins suonavano da par loro, e osservavano, senza capire il teatro che il loro cantante aveva messo in atto. Specie tastierista e bassista, non esenti da un poco di puzza sotto il naso. Amavano lanciarsi in grandi affreschi sonori ma tutto quello scavo psicologico, quelle ambiguità, quella freak parade non la comprendevano.

Hackett e Collins stavano un po' nel mezzo. Phil in quel momento era totalmente dentro la musica, suonava con chiunque gli capitasse a tiro e gli interessava crescere come strumentista, cosa che stava facendo, a livelli stellari. Steve era forse il più vicino a Gabriel per interessi comuni e maggiore empatia. Ma era costantemente schiacciato da Banks e Rutherford che lo relegavano sempre ai margini dei mix. Lui se ne stava, fino al punto in cui non ce l'avrebbe più fatta.

Così si giunge al 13 febbraio 1976, data d'uscita di “A Trick Of The Tail”... Peter Gabriel ha abbandonato portando con sé tutto il suo bagaglio di particolarità. La nave Genesis si ritrova a essere guidata principalmente dai soliti Tony e Mike per un album registrato in tempi relativamente rapidi che restituisce l’immagine di una band che ha ritrovato compattezza, che suona con piacere, quasi con sollievo. È un disco che non cerca più di disturbare, ma di affascinare e avvolgere. La magia non è più nell’eccesso, ma nell’equilibrio, in una scrittura che punta a donare emozioni piacevoli più che a lasciare cicatrici. Lo si capisce già dalla copertina, al bando le inquietanti visioni di Rael e via a una sfilata di personaggi (ce n'è uno per ogni canzone) volta per volta simpatici, bizzarri, buffi, teneri. Mai disturbanti.

S'intenda, “A Trick Of The Tail” è un disco comunque straordinario. Lasciate da parte le stranezze di “The Lamb” (che addirittura ospitava accenni funky e paesaggi ambient) i quattro si sentono liberi di tornare alle atmosfere fatate di “Selling England By The Pound”. Ma questo conteneva comunque grandi visioni gabrieliane, specie nei calembour di “Dancin' With The Moonlit Knight” e nell'epopea tra cronaca locale e Monty Python di “The Battle Of Epping Forest”. Ora invece tutto si fa più accessibile, chiaro, in qualche modo comodo. Le vere novità sono rappresentate dagli inediti – ed esaltanti – accenni jazz rock (“Dance On A Volcano”, “Los Endos”) e da “Squonk”, con il suo ritmo tosto che Collins ha mutato, per sua stessa ammissione, da John Bonham.

Per il resto si torna alle atmosfere acustico-incantate a base di 12 corde arpeggiate (“Entangled”, “Ripples”), alle cavalcate in tempi dispari (il solo di tastiere in 13/8 di “Robbery, Assault & Battery”) e fa capolino anche un po' di ironia favolistica/beatlesiana (“A Trick Of The Tail”). A ergersi come punta di diamante una composizione banksiana degna dell'Olimpo come “Mad Man Moon” con una melodia vocale e dei passaggi armonici in stato di grazia divina. Lo stesso Tony sembra prendere definitivamente possesso dello spazio sonoro: Mellotron e ARP Pro Soloist non sono più soltanto strumenti evocativi, ma veri motori narrativi, capaci di sostenere interi brani e di guidarne le dinamiche emotive. In “Dance On A Volcano” e “Los Endos” le tastiere dialogano con la batteria in un gioco di tensioni che conferma una nuova centralità ritmica nel gruppo. Anche Rutherford costruisce fondamenta elastiche che consentono alla musica di muoversi con naturalezza tra i cambi di tempo.

In generale la bellezza si spreca, ma è una bellezza più pulita, patinata, da bravi ragazzi del rock progressivo. Non c'è più il sangue tra i denti, non c'è più il sesso malsano, le visioni di mondi altri, non ci sono Jodorowsky, il macabro vittoriano, le nursery rhymes da incubo e le visioni apocalittiche. Liberi dalle zavorre, i nostri si permettono di girare anche dei video piacevolmente trash, specie quello di “Robbery, Assault & Battery”, con i quattro protagonisti di un'improbabile vicenda di guardie e ladri volutamente sopra le righe. Un gioco autoironico quasi liberatorio: come se finalmente i Genesis potessero permettersi di ridere di sé stessi.

In tutto ciò la grande rivoluzione: Collins ha esordito come cantante. E anche qui, a livello tecnico nulla da dire, anzi, il batterista si dimostra anche più abile del suo predecessore. Però manca qualcosa, manca il ruvido, lo sporco, il tecnicamente imperfetto ma di grande presa emozionale. Con “A Trick Of The Tail” i Genesis si danno una bella ripulita. Hanno abbandonato le intuizioni gabrieliane ma hanno guadagnato in scioltezza strumentale. I brani hanno perso qualsiasi velleità sperimentale e sono diventati più godibili, più adatti al pubblico mainstream dell'epoca. Dal punto di vista commerciale, infatti, “A Trick Of The Tail” venderà più di tutti i dischi dei Genesis fino a quel momento. Una bella iniezione di fiducia per i quattro e un bel dito medio a chi pensava che fossero finiti con l'abbandono del frontman. Ma tale successo sarà un'arma a doppio taglio. 

Ringalluzziti dai risultati Banks, Rutherford e Collins vorranno sempre più mettersi al servizio della pop song tout court. I risultati li conosciamo tutti, nel bene e nel male.

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Rubio alla Conferenza di Monaco come il Marchese del Grillo

Realtà e chiacchiere per nasconderla... Il rapporto dei media italiani – e occidentali in genere – con la verità è ormai un conflitto senza mezzi termini. Il discorso del segretario di Stato, Marco Rubio, a Monaco era molto atteso.

Dopo la raffica devastante di accuse lanciate all’Unione Europea lo scorso anno dal vice-presidente Vance, e i discorsi “indipendentisti” del cancelliere tedesco Friedrich Merz e del presidente francese Macron, arrivati a porsi l’obiettivo di un arsenale nucleare europeo, c’era il timore che la rottura diventasse esplosiva. Mettendo soprattutto Giorgia Meloni, ultima rappresentante del fragilissimo “ponte” con l’amministrazione Trump, nella scomoda posizione di “dissidente” pro Usa dentro la UE.

Così tutti i media, senza eccezioni, di destra estrema come di “centro liberale” – stranamente chiamato “sinistra” – hanno scelto con cura le frasi più “potabili” del solitamente scorbutico rappresentante Usa, cucinando una serie di titoli, tutti virati sull’aggettivo “tranquillizzante”.

Un cronista esperto, ma soprattutto professionalmente onesto come Ennio Remondino, inviato di guerra della Rai ai tempi della guerra alla Jugoslavia, ora in pensione, ci dà un quadro piuttosto diverso, concentrando sui toni e sull’atteggiamento generale dell’indisponente “Narco Rubio” (soprannome meritato come esponente dei “gusanos” ex-cubani della Florida, a partire dal cognato con cui ha anche vissuto da giovane). E anche sulle frasi più tranchant che i nostalgici dell’euro-atlantismo hanno fatto finta di non sentire...

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Rimediare dopo Vance

La sostanza del Marchese del Grillo. Ovviamente noi europei obbediamo per cambiare assieme rotta. «Vogliamo un’Europa forte, nostri destini sono legati». «Nel dopoguerra illusione, errore fatto insieme da risolvere insieme».  ‘Il come, ve lo diremo noi’, è il sottinteso di Rubio.

‘Illusione dopoguerra’

«L’euforia di questo trionfo ci ha portato alla pericolosa illusione di essere entrati nella ‘fine della storia’ e che ogni nazione fosse una democrazia liberale, che i legami formati dal commercio e solo dal commercio avrebbero sostituito la nazionalità, che l’ordine globale basato sulle regole, un termine abusato, avrebbe sostituito l’interesse nazionale e che saremmo vissuti in un mondo senza confini, dove tutti sarebbero diventati cittadini del mondo».

«Questa era un’idea folle che ignorava sia la natura umana», ha detto. Ed è passato alle relazioni transatlantiche, i conflitti internazionali e l’Ucraina, con al centro ovviamente e sempre al centro «Gli Stati Uniti nel mondo». 

Ma il Marchese parla chiaro

«Gli Usa non vogliono dividere l’alleanza ma rivitalizzarla», dice lui. E insiste a farsi credere: «Gli Stati Uniti non cercano di dividere, ma di rivitalizzare una antica amicizia». «Non vogliamo che gli alleati razionalizzino lo status quo in crisi, piuttosto che fare i conti con ciò che è necessario per risolverlo».

Poi, i desideri, ma soprattutto le intenzioni: «Gli Stati Uniti vogliono un’alleanza rinvigorita che riconosca che ciò che ha afflitto le nostre società non è solo un insieme di cattive politiche, ma un malessere di disperazione e autocompiacimento». 

Onu da buttare

«Non dobbiamo abbandonare il sistema di cooperazione internazionale che abbiamo creato, né smantellare le istituzioni globali del vecchio ordine che insieme abbiamo costruito. Ma queste devono essere riformate. Devono essere ricostruite. Ad esempio, le Nazioni Unite hanno ancora un enorme potenziale per essere uno strumento per il bene del mondo, ma non possiamo ignorare che oggi, sulle questioni più urgenti che ci troviamo ad affrontare, non hanno risposte e non hanno svolto praticamente alcun ruolo». E già che fanno poco, cancelliamo anche quello. 

Colpe planetarie e meriti Usa

«Le Nazioni Unite non sono riuscite a risolvere la guerra a Gaza. Al contrario, è stata la leadership americana a liberare i prigionieri dai barbari e a instaurare una fragile tregua. Non hanno risolto la guerra in Ucraina, ci sono voluti la leadership americana e la partnership con molti dei Paesi qui presenti oggi solo per portare le due parti al tavolo delle trattative alla ricerca di una pace ancora sfuggente.
Sono state impotenti nel limitare il programma nucleare dei religiosi sciiti radicali a Teheran. Ciò ha richiesto 14 bombe sganciate con precisione dai bombardieri americani B-2.
E non sono state in grado di affrontare la minaccia alla nostra sicurezza rappresentata dal dittatore anarco-terrorista in Venezuela. Invece, ci sono volute le forze speciali americane per consegnare questo fuggitivo alla giustizia».

«In un mondo perfetto, tutti questi problemi e altri ancora sarebbero risolti dalla diplomazia e da risoluzioni forti. Ma non viviamo in un mondo perfetto», insiste Rubio. E quindi sempre più sotto con il ‘triumpismo planetario’. Checché ne dica il povero Merz. 

Addio all’Asse Roma-Berlino

Rubio Marchese, a Monaco conferma la frattura con gli alleati su sicurezza e guerra in Ucraina e litiga col Cancelliere tedesco su quanto la sua Europa ancora conti realmente. Aprendo i lavori, il cancelliere Friedrich Merz ha rivolto un appello diretto a Washington per «riparare e rilanciare insieme la fiducia transatlantica».

Negli ultimi mesi le relazioni transatlantiche hanno attraversato una ‘fase complessa’ (eufemismo), segnata da tensioni commerciali e interrogativi sull’impegno americano nella NATO.

Con l’Italia del governo Meloni che nella scelta tra Berlino e Washington, non ha esitazioni, e subito, il proclamato ‘nuovo Asse strategico Ue’ tra Roma e Berlino, si riduce a dichiarazioni da conferenza stampa per qualche vanteria inutile in più.

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Crollano le vendite dei giornali in Italia. Manipolare o insultare non paga

A dicembre, secondo gli ultimi dati diffusi dall’Ads sulla diffusione totale dei giornali nel nostro paese (sia nell’edizione cartacea che in quella digitale), i quotidiani registrano un quadro in prevalenza negativo rispetto a novembre: molte testate arretrano nelle vendite.

Tra le perdite più pesanti, si segnalano quelle de la Repubblica, i cui titoli sulla guerra in Ucraina o il Venezuela fanno spesso raddrizzare i capelli, la quale perde oltre 7 mila copie. A dicembre è scesa a 123.119 rispetto alle 130.708 di novembre (-5,8%). Un calo netto che la colloca in testa alla lista dei giornali che perdono lettori.

Ma le brutte notizie riguardano anche i giornali di destra del gruppo Angelucci, quotidiani che hanno fatto dell’aggressività e delle «iperbole» la loro caratteristica. I dati vedono arretrare Libero, il quale passa da 18.114 a 16.728 copie (-7,7%), mentre in caduta appare anche La Verità di Maurizio Belpietro con 22.790 copie vendute a dicembre contro le 23.733 di novembre (-4,0%). In controtendenza, e la cosa onestamente non ci fa piacere, c’è Il Giornale, che è passato da 25.530 a 25.894 copie (+1,4%).

Non va meglio a Il Messaggero, in mano al gruppo Caltagirone, che scende a 53.762 copie dalle 55.798 del mese precedente (-3,6%). Un leggero segno meno anche per La Stampa (67.180 contro 67.761, -0,9%), mentre il Corriere della Sera, resta sostanzialmente stabile ma comunque in calo: 207.963 copie rispetto alle 209.175 di novembre (-0,6%)

In positivo invece il dato più evidente è quello del Fatto Quotidiano, che a dicembre è salito a 57.983 copie dalle 54.437 di novembre, con un incremento di 3.546 copie (+6,5%).

Aumento di vendite anche per il quotidiano economico Il Sole 24 Ore, che è cresciuto leggermente da 115.387 a 116.195 copie (+0,7%).

Dunque crescono un giornale di opposizione e un giornale costretto spesso all’oggettività perchè parla di economia (e lì tante stupidaggini non si possono dire per non depistare gli investitori, ndr), mentre chi usa il giornale come un manganello mediatico o sceglie la propaganda di guerra invece di fare informazione perde punti e vende meno.

In Italia non saranno più tantissimi i lettori di giornali, ma almeno sembrano avere le idee chiare.

Nel nostro piccolo, quello di un quotidiano online gratuito e indipendente – per di più dichiaratamente comunista – le cose stanno andando decisamente bene, anche al di là delle nostre aspettative. Ci soddisfa la verifica positiva nello svolgere una funzione utile di informazione, analisi e orientamento in tempi decisamente turbolenti come quelli che stiamo vivendo.

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Cuba manda un messaggio al Sud Globale. E a noi

In una recente conferenza stampa di oltre due ore tenuta a La Avana, il Presidente cubano Diaz-Canel ha risposto a diverse domande delineando con chiarezza la situazione di Cuba, le misure che il governo sta implementando e quelle che intende introdurre, in un messaggio di unità rivolto, in primo luogo, al popolo cubano e con parole d’ordine chiare di fronte all’idea trumpiana del “collasso” e dello “stato fallito”: Resistenza, difesa delle idee della Rivoluzione e fiducia nella vittoria. Parole d’ordine forti, che non negano i tempi duri che si stanno attraversando e che potrebbero durare a lungo.

È evidente che quanto accaduto nei mesi scorsi, e in particolare il 3 gennaio con il rapimento del Presidente Maduro e di Cilia Flores in Venezuela, l’inasprimento del blocco economico e le minacciose dichiarazioni di Donald Trump, prospettano tempi bui per l’isola, già provata dall’uragano Melissa, dalla carenza di combustibile e dai problemi sulla rete elettrica, oltre alle prolungate difficoltà nel settore turistico.

Oltre a rispondere nel merito delle questioni più cogenti per il paese, dalla situazione energetica a quella dei carburanti, Diaz-Canel espone i punti sui quali il Partito e le istituzioni devono compiere dei salti qualitativi di fronte ai due enormi problemi dell’asfissia economica e della possibilità di un intervento militare statunitense.

Il suo intervento però si spinge oltre e rende chiara la lettura che Cuba dà della situazione e delle relazioni internazionali, profilando anche un messaggio di avvertimento all’intero Sud Globale sui tempi a venire.

Non si può pensare infatti che quanto sta avvenendo in America Latina e cioè la riaffermazione e l’aggiornamento della Dottrina Monroe, siano fatti che riguardano esclusivamente i governi progressisti o rivoluzionari per semplice contrapposizione ideologica.

Il richiamo è a leggere la dinamica generale di strategia aggressiva dell’imperialismo in crisi, che partendo dalla ridefinizione dei rapporti all’interno del blocco occidentale, guarda alla sua riaffermazione su scala globale.

Nel mirino c’è il multilateralismo, l’emergere di nuovi attori, la necessità di una ridefinizione più equilibrata dei rapporti internazionali. Nessuno, nel Sud Globale, può ritenersi “al sicuro”. Agli strumenti di strangolamento economico, di blocco unilaterale, di sanzioni e dazi, si accompagnano anche gli strumenti tecnologici e militari.

Per raggiungere i propri obiettivi però, afferma Diaz-Canel, occorre comprendere che c’è di più, e che gli Stati Uniti stanno conducendo una vera e propria “guerra di quarta generazione”.

Una guerra che si svolge sul piano politico ma anche ideologico, con il tentativo di “imporre la visione del mondo della più grande potenza imperialista rendendola egemone su tutti”; sul piano culturale, perché “per affermare quell’ideologia è necessario distruggere il legame tra i popoli e le proprie radici, rendendo ai loro occhi la propria cultura e la propria storia obsoleta, qualcosa di cui vergognarsi, da rinnegare”; ed è anche una guerra mediatica, “come è stato dimostrato chiaramente nell’escalation e nell’aggressione verso il Venezuela, con la manipolazione dell’opinione pubblica internazionale attraverso la stampa e i social media: pressione psicologica volta a rompere l’unità, a instillare dubbi e titubanze, come si sta facendo oggi contro Cuba”.

È importante notare quindi che nella visione della dirigenza cubana c’è una concezione della dinamica complessiva che è in atto e una consapevolezza dei nuovi orizzonti e con quale profondità l’imperialismo agisca per disarticolare la possibile opposizione alle sue mire e alla sua egemonia, il che implica impedire l’affermazione di ogni concreta idea di trasformazione della società e degli equilibri.

Se, come afferma Diaz-Canel, i BRICS e altri formati internazionali offrono una prospettiva al Sud Globale, è vero anche che questa prospettiva rischia di non poter essere approfondita senza questa visione complessiva, che sia cosciente di tutti i piani su cui l’attacco viene condotto, e che produca forme più avanzate di unità e cooperazione tra i popoli.

Da questo punto di vista “la mobilitazione anti egemonica deve avere una caratteristica: deve essere antifascista”. Può apparire sorprendete questo richiamo all’antifascismo come elemento di unità e di forza nella lotta antimperialista a livello mondiale, ma il richiamo è dovuto al fatto che di fronte alla crisi sempre più profonda l’imperialismo assume atteggiamenti sempre più violenti e che in politica internazionale assumono le forme e i metodi che il fascismo e il nazismo hanno utilizzato quando diedero il via alla Seconda Guerra Mondiale.

Quello dell’isola caraibica è quindi un monito a tutto il Sud Globale: l’attacco a Cuba non è solo un affare cubano e della sua Rivoluzione, che da oltre 60 anni resiste ad ogni tipo di attacco, ma è affare di chiunque voglia affermare i principi dell’autodeterminazione dei propri popoli, la possibilità di deciderne il futuro, l’emancipazione.

Che Cuba resista o meno è quindi affare di tutti. Anche nostro, aggiungiamo noi. Perché la stretta autoritaria, antipopolare e classista che vediamo alle nostre latitudini, così come il riarmo e la tendenza generale alla guerra che si vanno profilando nel Vecchio Continente vanno di pari passo con l’attacco ai popoli del mondo e alle esperienze di Cuba e Venezuela: sono infatti anch’esse effetto della corsa sullo stesso piano inclinato e che occorre contrastare.

Il video completo della conferenza stampa del presidente cubano Diaz Canel:


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Foibe - Hanno paura di un libro

Un libro che dimostra in maniera incontrovertibile che ci fanno vivere da 22 anni in una bolla di menzogna di Stato.

Altrimenti un vicepresidente del consiglio dei ministri e un presidente di giunta regionale non si prenderebbero la briga di diffamare in discorsi ufficiali e in interviste televisive, uno storico, Sandi Volk, e il suo libro: “Solo perché italiani? Un ricordo truccato. I primi venti anni di riconoscimenti agli infoibati”.

Stanno perdendo le staffe perché si sono impelagati da soli con l’art. 3 della legge del giorno del ricordo, che prevede di dare un’onorificenza in forma di targa ai parenti degli “infoibati”.

Dopo vent’anni di “premiazioni” in tutte le prefetture d’Italia e al Quirinale, i nomi dei “premiati” sono 823. Non milioni, non centinaia di migliaia, non decine di migliaia. Neppure migliaia. Solo 823. Questo lo dicono i numeri forniti dal governo, che poi dà i nomi e i dati anagrafici, e basta. Non spiega perché e percome queste 823 persone siano state degne di un’onorificenza. Forse è imbarazzante spiegarlo?

Ma Sandi Volk con una enorme ricerca documentale ha ricostruito le biografie di questi 823, rivelando del tutto la falsificazione prodotta dalla legge e addirittura contro la legge: infatti la gran parte di questi 823 non avrebbero potuto essere premiati neppure in base alle larghe maglie previste della legge, perché non “infoibati”, ma morti in combattimento, o in luoghi diversi dal confine orientale, o macchiatisi di efferati delitti riconosciuti da processi, situazioni espressamente escluse dalla legge. Nella parte restante si trovano persone che non c’entrano niente in tutta questa vicenda, partigiani uccisi dai tedeschi, altri morti in campi di concentramento nazisti o sotto bombardamenti alleati; di un certo numero non si trova nulla, in nessuna fonte.

Ma a parte queste incongruenze ed errori o mistificazioni, in cosa consiste il trucco di cui si parla nel libro?

Dall’analisi delle figure dei “premiati” emerge che il 70 per cento furono in vita militi fascisti nel territorio dell’Adriatisches Küstenland, al tempo praticamente annesso al III Reich, e quindi furono collaborazionisti dei nazisti che giurarono fedeltà ad Hitler: ciò tra l’altro viola un’altra delle disposizioni di legge che dice che non possono essere premiati coloro che operarono in formazioni “non al servizio dell’Italia”.

Ma evidentemente era una disposizione inserita come specchietto per le allodole, sapendo che sarebbe stata ampiamente violata.

Perché i collaborazionisti di Hitler chi può avere il coraggio di definirli “al servizio dell’Italia”? E poi di quale Italia si parla? Del Regno del Sud? Della RSI? Il Friuli e la Venezia Giulia erano stati praticamente annessi al Reich. I repubblichini, la X Mas, il Reggimento Alpini Tagliamento che operarono sul confine orientale lo fecero agli ordini di Hitler. Imbarazzante spiegarlo, per questo governo e quelli che lo hanno preceduto dal 2004, di centro-destra e di centro-sinistra.

Quindi con questa legge si è non solo raggiunta la parificazione tanto agognata dai fascisti tra repubblichini e partigiani, ma si è andati molto oltre, con i partigiani diffamati e i collaborazionisti dei nazisti ascesi a vittime, premiati dalla Repubblica italiana nata dalla Resistenza. Un naufragio dell’antifascismo italiano.

Ma non è troppo tardi per reagire. Basta capire il ruolo che questa legge ha avuto e smettere di sostenerla, e denunciarne con forza l’imbroglio. Il libro di Sandi Volk, e tutti i libri del gruppo di Resistenza Storica, prodotti da più di trent’anni, offrono le informazioni storico-documentali necessarie per affrontare la menzogna di Stato.

Documentazione che nessun propugnatore della narrazione “foibologica” ha mai né consultato né tenuto in considerazione in ricerche che dovrebbero essere alla base di qualunque legge di un paese democratico.

A questo link il servizio del TGR di ieri sera con gli interventi di Salvini e Fedriga

L’immagine qui sopra è l’articolo uscito oggi sul Giornale in cui vengo personalmente nominata all’interno della “pattuglia negazionista”.

di Alessandra Kersevan, storica. Autrice di “Lager italiani. Pulizia etnica e campi di concentramento fascisti per civili jugoslavi 1941-1943”; “Un campo di concentramento fascista: Gonars (1942-1943)”.

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Processo Spiotta, in aula il capo dei Ros ammette, «sulla morte di Cagol non abbiamo indagato»

Corre veloce il processo di Alessandria per la sparatoria del 5 giugno 1975 davanti la cascina Spiotta, dove era stato nascosto l’imprenditore vinicolo Vallarino Gancia, rapito dalla colonna torinese della Brigate rosse per autofinanziare l’organizzazione e nella quale morirono la fondatrice della Brigate rosse Margherita Cagol e alcuni giorni dopo, a seguito delle ferite riportate, l’appuntato dei carabinieri Giovanni D’Alfonso.

Nell’ultima udienza di martedì 10 febbraio, con l’esame del colonnello Brogliaccino, capo del Ros di Torino e responsabile dell’indagine che ha portato all’incriminazione di tre ex appartenenti alle Brigate rosse, Lauro Azzolini, Renato Curcio e Mario Moretti, è terminato l’esame dei testi indicati dalla pubblica accusa. I pm hanno rinunciato agli altri quattro testimoni (tutti carabinieri) indicati all’inizio. Anche le parti civili, diversamente da quanto annunciato in avvio di processo, dove avevano promesso un’agguerrita battaglia, hanno assunto lo stesso sbrigativo atteggiamento. Il prossimo dieci marzo verranno esaminati i testi proposti delle difese e i cui nomi si conosceranno nei prossimi giorni.

Il nodo dei consulenti storici

Nella stessa udienza la corte dovrà sciogliere il nodo rilevante dei consulenti. L’avvocato Francesco Romeo, difensore di Mario Moretti, ha chiesto la testimonianza dello storico Marco Clementi, autore di diversi volumi e studi sulla storia politica del brigatismo rosso, per approfondire un aspetto centrale lungamente esaminato nel processo, ovvero le modalità operative e la storia della struttura organizzativa delle Brigate rosse. Un anno fa, quando venne proposto il nome di Clementi ci fu una levata di scudi dei pubblici ministeri Gatti e Santoriello, nonché delle parti civili, che alla fine proposero come «controprova» l’ex pubblico ministero Armando Spataro (ne abbiamo scritto qui). Un richiesta sorprendente perché avanzata dall’avvocato Guido Salvini, ex giudice istruttore e poi gip, ex collega e acerrimo avversario di Spataro che in un recente libro, Tiro al piccione, una storia del Palazzo di Giustizia, definisce più volte suo «persecutore» (insieme a «Borrelli, D’Ambrosio, Casson e ultima arrivata Grazia Pradella, oltre ai consiglieri del CSM che aprirono la procedura di incompatibilità ambientale»). Il presidente Paolo Bargero, che sta conducendo in maniera impeccabile il processo, dovrà dirimere la questione insieme alla corte.

Si tratta di un tema per nulla secondario e che è ritornato anche nel corso del lungo esame del colonnello Bogliaccino, che proprio in avvio di udienza ha sottolineato l’approccio multidisciplinare dell’indagine. I cinque decenni di distanza dai fatti hanno inevitabilmente richiesto – ha spiegato il dirigente del Ros del capoluogo sabaudo – un notevole lavoro archivistico, con raccolta dei fascicoli processuali nelle sedi giudiziarie, negli archivi interni dei Ros e nelle sedi archivistiche istituzionali, come gli archivi di Stato, che hanno impegnato l’intera metà, forse più, della inchiesta. Al punto che è stato necessario l’aiuto di elementi del Ros di Roma non per le tipiche attività di intercettazione e pedinamento, o per l’acquisizione di prove scientifiche, ma per il reperimento e l’elaborazione dell’enorme quantità di documentazione scritta.

Indagini di polizia, ricerca storica o polizia della storia?

Caratteristiche tipiche di una indagine storica più che di una inchiesta giudiziaria. Il colonnello ha ammesso che è stato condotto un enorme lavoro interpretativo della letteratura coeva prodotta dalle Brigate rosse. Chiara ammissione del fatto che ai carabinieri si è chiesto anche di fare gli storici.

Questo intreccio sbilanciato tra ricerca storica, su una quantità importante di materiali documentali, ed elementi forensi tradizionali, più scarsi, come l’individuazione di tracce dattiloscopie, biologiche e grafologiche o lo studio della ex scena del crimine, molto meno l’analisi balistica perché i reperti sono stati distrutti nel frattempo, l’abnorme attività di intercettazione telefonica e ambientale in buona parte illegittima (come stabilito dalla stessa corte), hanno contraddistinto l’indagine e le udienze. 

Altri aspetti richiamati dal colonnello del Ros e dai pm, come le similitudini operative e logistiche col precedente sequestro Sossi, oppure la presunta natura verticistica della struttura organizzativa brigatista, dipinta come un monolite, un mitologico cubo d’acciaio, hanno mostrato i limiti di rappresentazioni prive di temporizzazione storica. Un processo inevitabilmente sbilenco perché la storia fa fatica a restare costretta all’interno di una trama processuale e perché il teorema accusatorio, con il quale si chiede la condanna di Curcio e Moretti, è fondato unicamente sull’interpretazione di documenti dell’organizzazione e su libri da loro scritti.

Non esisteva ancora un esecutivo


Più interessante è stata la fase del controesame: dopo aver per tutto il tempo indicato la presenza continuativa di un «esecutivo» e di una «direzione strategica» già nel 1974-'75 (rappresentazione funzionale al teorema che designa Curcio e Moretti come i registi a distanza del sequestro e quindi anche della sparatoria, tutto ciò ai fini della dimostrazione del loro concorso morale), retrodatando fino alle origini aspetti organizzativi successivi, davanti alle contestazioni dell’avvocato Romeo, il colonnello ha dovuto convenire che nel giugno '75 non c’era un «esecutivo» ma un «nazionale». Quando gli è stato chiesto dove avesse ricavato la presenza in quella fase di un esecutivo, ha risposto: «dall’esame dei documenti prodotti e dai libri stessi dei Br». Dunque da valutazioni soggettive e interpretazioni personali. Quando gli è stato chiesto quale termine viene impiegato nei libri degli imputati, ha riconosciuto che utilizzano la parola «nazionale». Davanti alle contestazioni mosse dall’avvocato Steccanella ha ammesso anche la differenza tra sequestro Sossi e Gancia per poi rispondere a una precisa domanda dell’avvocato Romeo che, nonostante il ritrovamento del bossolo vicino il corpo di Mara Cagol (leggi qui), non è stato sviluppato alcun ulteriore approfondimento investigativo perché le circostanze della morte della Cagol non hanno interessato l’inchiesta.


Ma dovrebbero interessare il processo rimettendo al centro tutto quello che accadde sulla collina della Spiotta quel 5 giugno di cinquantuno anni fa.

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Chi perseguirà i criminali di guerra italiani a Gaza con doppio passaporto?



Migliaia di britannici, americani, francesi, italiani, russi, tedeschi e ucraini con doppio passaporto fanno parte dell’esercito israeliano. Una ricerca di Declassified UK ha rilevato che oltre 50.000 soldati israeliani hanno la cittadinanza di Israele e di almeno un altro Paese.

In Gran Bretagna alcuni avvocati hanno chiesto che i cittadini britannici che hanno combattuto durante il genocidio israeliano a Gaza siano indagati per violazione del diritto internazionale. In Francia altrettanto.

E in Italia? Ben 828 di questi, come si desume dalla tabella, hanno anche il passaporto italiano e hanno prestato servizio in questi due anni nell’esercito israeliano.

Come spiega il sito ufficiale delle Forze di Difesa Israeliane (Idf), gli uomini sono tenuti a restare nell’esercito per un periodo minimo di trentadue mesi, mentre per le donne i mesi previsti sono ventiquattro. L’obbligo riguarda anche chi vive all’estero o ha il doppio passaporto.

Quando è iniziata l’operazione militare israeliana a Gaza, tra gli addetti ai lavori ha fatto scalpore un servizio di Al Jazeera che si chiedeva: “Perché ci sono italiani che combattono nelle fila dell’esercito israeliano?” 

Nel video, tradotto dall’Adnkronos, si citano anche alcuni servizi televisivi andati in onda sulle reti italiane nei giorni scorsi. In particolare si riporta un servizio del Tg5 sulla “presenza degli italiani nell’Idf” e, con scritte in sovrimpressione in arabo, si citano “media italiani secondo i quali sono migliaia gli italiani con doppia cittadinanza che si sono recati in Israele per unirsi al suo esercito, che sta conducendo una guerra a Gaza”.

Sempre citando “il servizio del Tg5”, l’emittente scrive in arabo di “tre paracadutisti italiani convocati dall’esercito israeliano per prestare il servizio di riserva, oltre ad altri militari che non hanno la cittadinanza israeliana”.

In una intervista a La Stampa, alcune di queste soldatesse italiane riserviste delle forze armate israeliane hanno spiegato perché sono andate a combattere a Gaza.

Il ministro degli Esteri Tajani si lasciò sfuggire già a ottobre 2023 che ce n’erano un migliaio. Adesso i conti tornano, ma i conti con la giustizia?

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