Presentazione


Analisi, opinioni, fatti e (più di rado) arte da una prospettiva di classe.

13/06/2026

In Cisgiordania numero record di morti, e Tel Aviv finanzia 61 nuovi insediamenti

Mettendo subito in chiaro che non c’è un numero “razionale” di vittime del terrorismio sionista, è sicuramente significativo lo studio da poco rilasciato da Oxfam, che sottolinea come tra il 2023 e la fine del 2025 l’esercito e i coloni israeliani hanno ucciso più palestinesi di quanti ne siano stati uccisi nei 17 anni precedenti messi insieme.

Sulla base dei dati delle Nazioni Unite, l’organizzazione no-profit ha calcolato che tra il 2006 e il 2022 sono stati registrati 1.036 morti, tra cui 225 bambini, nella West Bank. Ma nei tre anni successivi, la conta è arrivata a 1.244 morti, di cui 268 erano bambini. A dimostrazione che il problema non è Hamas (che lì non governa), ma è un ragionato progetto di pulizia etnica che colpisce tutto il popolo palestinese.

L’attenzione internazionale è rimasta focalizzata sulla striscia di Gaza, data anche la ferocia del genocidio in atto, ma in Cisgiordania si è consumata un’altrettanto violenta ondata di occupazioni e omicidi che non ha precedenti. Amnesty International e diverse altre ONG non hanno esitato a definire l’azione nella West Bank come un “progetto di Stato” volto alla pulizia etnica e all’annessione di quei territori.

Ci sono altri dati che danno la misura dei crimini israeliani. Su un arco di vent’anni, il 22% delle vittime palestinesi (più di una su cinque) è composto da minorenni. Oltre alle perdite umane, la Cisgiordania è sottoposta a una continua frammentazione del territorio: sono 925 le barriere e i checkpoint, permanenti o temporanei, un dato superiore del 43% rispetto alla media annuale degli ultimi vent’anni.

Tel Aviv procede anche alla diretta distruzione dei mezzi di sussistenza della popolazione locale, e a una “nakba” su più piccola scala, ma sempre più estesa. Negli ultimi tre anni, quasi 46 mila palestinesi sono stati sfollati a causa di operazioni militari, demolizioni di case e violenze dei coloni. Una cifra impressionante se paragonata ai 13 mila sfollati complessivi dei 14 anni precedenti.

Nei primi mesi del 2026 questa tendenza ha vissuto una drammatica accelerazione della pulizia etnica. Nel primo trimestre dell’anno in corso sono stati registrati oltre 540 attacchi da parte dei coloni, che hanno causato 33 morti. Più di 2.200 persone sono state costrette ad abbandonare le proprie terre, mentre sono state distrutte oltre 60 infrastrutture idriche e igienico-sanitarie, compromettendo l’accesso all’acqua in 32 comunità palestinesi.

Bushra Khalidi, responsabile delle politiche umanitarie di Oxfam International, ha denunciato che questi numeri rappresentano “il costo umano dell’impunità, della violenza e della crudeltà israeliana, che si manifestano sotto gli occhi di tutti, mentre i leader mondiali distolgono lo sguardo”.

Non è solo Oxfam a denunciare il pericolo per la pace e i diritti umani rappresentato dal sionismo internazionale. L’ultimo rapporto di Explosive Weapons Monitor, organizzazione che monitora l’effetto delle armi esplosive nel mondo, l’IDF è responsabile di oltre la metà di tutte le morti civili causate da questo tipo di armamenti nel 2025.

Lo studio evidenzia che l’uso di armi esplosive negli attacchi contro gli aiuti umanitari è aumentato del 52% nel 2025, e il 90% di essi è avvenuto nei territori palestinesi, con il chiaro obiettivo di affamare sistematicamente la loro popolazione. L’organizzazione denuncia la progressiva normalizzazione delle sofferenze inflitte ai civili nei conflitti odierni.

Intanto, Tel Aviv è in procinto di approvare uno stanziamento di 350 milioni di dollari per creare 61 nuovi insediamenti illegali nella West Bank. Dietro questo piano di colonizzazione c’è ovviamente il ministro delle Finanze Smotrich, e le nuove strutture sono pensate per dare continuità territoriale all’occupazione sionista, e per mettere un’ulteriore pietra tombale su qualsiasi ipotesi di stato palestinese.

A rimarcare che il primo nemico di qualsiasi soluzione pacifica della questione palestinese, secondo la formula di “due popoli, due stati”, è proprio Israele.

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Un’Europa in crisi cerca i suoi nuovi capri espiatori, come negli anni '30 del '900

Le fiamme di Belfast dopo i tumulti razziali di Southampton mandano un segnale che va ben compreso.

Quanto accaduto in Gran Bretagna, dove gli stranieri (europei inclusi) sono circa 13 milioni su 70 milioni di abitanti, sembra voler anticipare lo scenario al quale prepararci anche in Francia, Germania, Italia, Spagna.

Strumentalizzando e utilizzando come una clava la questione degli immigrati, le “destre di sistema” e le “destre antisistema”, messe insieme diventano “sistema”, convergendo sempre più sistematicamente in molti ambiti nella individuazione degli immigrati come “capro espiatorio” per la profonda crisi economica, sociale e civile che attanaglia l’Europa.

Questa convergenza tra liberali e fascisti in materia di immigrazione, l’abbiamo vista spesso in sede di Parlamento europeo, mentre si manifesta come “competizione a tempo” nei periodi pre-elettorali.

E la vediamo agire e funzionare nelle sedi istituzionali europee proprio perché l’Unione Europea ha cessato da tempo di essere un antidoto contro razzismo e guerre per diventarne invece una incubatrice seriale.

Del resto “la bestia” è rimasta ancora feconda proprio qui, nel cuore dell’Europa, esattamente in quel quadrante che ne è stato, appunto, l’incubatore negli anni Trenta.

Anche un secolo fa (o quasi) l’Europa era alle prese con le pesanti conseguenze economiche e sociali della crisi del 1929 e prima ancora delle ferite irrisolte della Prima Guerra Mondiale a causa del Trattato di Versailles. Anche allora, come oggi, sull’Europa incombeva un clima di guerra che di lì a pochi anni si sarebbe scatenata in tutto il continente.

Negli anni Trenta, al rancore e al malessere della piccola borghesia quanto delle classi popolari, per anni venne dato in pasto il capro espiatorio degli ebrei, e non solo in Germania.

Tutti i problemi venivano addebitati alla finanza ebraica o agli insegnanti, medici, commercianti o artigiani di origine ebraica.

L’antiebraismo viveva e agiva sottotraccia in tutte le società europee, alimentato da pregiudizi e dicerìe assai diffusi anche nella popolazione cattolica o protestante.

Bastò poco per far sì che questo diventasse “il problema” e quindi la causa di tutto da dare in pasto a società impoverite, rancorose, incerte sul futuro, alla ricerca di un responsabile dei propri guai che non fossero i ricchi, ben protetti dalla gendarmeria e viventi in mondi, quartieri, circoli separati dal resto della società.

Il “nemico sociale” contro cui accanirsi era quello più a portata di mano, che aveva il negozio nello stesso quartiere, i figli a scuola con i propri, che abitava spesso nello stesso caseggiato.

Il “nemico politico” allora erano i comunisti, non a caso accomunati dalla propaganda delle destre e dei movimenti nazifascisti, ai “giudei”. Tant’è che furono i primi a finire nei lager nazisti.

Oggi contro gli immigrati extracomunitari in Europa si sta respirando un’aria fetida e fin troppo simile a quella degli anni Trenta.

Gli immigrati oggi sono un nemico facile da dare in pasto al rancore, sul quale è facile poter disporre o creare artificiosamente pretesti per reazioni feroci e di massa. Innanzitutto perché hanno un colore diverso e ben identificabile. Oggi, diversamente dagli anni Trenta, gli ebrei sono ormai considerati “bianchi”, occidentali, convergenti con le destre in quanto anti-islamici. Al momento c’è un altro capro espiatorio su cui accanirsi, ancora più facilmente rispetto a quello antico.

Secondo perché sono troppi gli immigrati che vengono lasciati allo sbando in mezzo alla strada senza uno straccio di tetto o di prospettiva, se non quella di poter tornare al proprio paese.

Terzo, appunto, gli immigrati sono “a portata di mano”. Spesso invisibili sul piano di soluzioni dignitose o almeno decenti, ma ben visibili sui territori, nelle città e nelle periferie, spesso ridotti a vivere sulla strada e in quanto tali percepiti come più molesti.

Ai telegiornali “ansiogeni” (pubblici e privati), che ormai vivono quasi esclusivamente sulla paura e la cronaca nera, si sono aggiunti schiere di improbabili influencer, abili nello squadrismo mediatico e nell’allarmismo di bassa lega sui social media, utili per alimentare ossessioni e seminare discordia, decisivi nella diffusione di notizie incendiabili, spesso false, esagerate, manipolate.

Quando non è un fatto di cronaca “vera” – che provoca il dovuto orrore e ripudio di per sé – la leva razziale prova sempre a fare capolino e a disegnarne i contorni, magari per essere smentita il giorno dopo. Ma spesso il lavoro sporco è più semplice e la verità arriva tardivamente.

Seminare l’allarme e le paure è un gioco facile, ripristinare i fattori di razionalità in un’epoca caratterizzata dagli shock emotivi e dall’analfabetismo di ritorno è molto più difficile.

Infine, l’altra leva su cui agisce il sistema convergente delle “destre di sistema e di quelle antisistema”, è indicare oggi – come negli anni Trenta si faceva con i comunisti – “la sinistra” come la responsabile della presenza di immigrati nelle nostre città.

Ed è così che di fronte alle contraddizioni sostanziali, alle crescenti ingiustizie e disuguaglianze sociali, all’immiserimento crescente dovuto ai bassi salari o alla scarsità di abitazioni e servizi, il tema principale dell’agenda politica – e sul quale la destra vuole inchiodare il dibattito pubblico – diventa sempre quello della “sicurezza” e, di conseguenza, di quegli immigrati che ne rappresentano il capro espiatorio a portata di mano, che consentono di fare gruppo – o meglio, branco – perché facilmente identificabili e di prossimità.

Le forze di classe, i sindacati, le organizzazioni di una sinistra degna di questo nome, hanno di fronte un problema enorme.

Le destre in Europa hanno trovato oggi una parola d’ordine e una sintesi che può funzionare a livello di massa: la “remigrazione”.

Ideata di recente dai tedeschi di Alternative fur Deutschland, (che incredibile coincidenza!!) è stata ripresa dai movimenti di destra nel resto del continente, Italia inclusa.

Contrapporre a questa parola d’ordine i crismi della razionalità (ruolo ormai decisivo dei lavoratori stranieri in molti settori del mondo del lavoro, argine alla denatalità e alla crisi demografica, il fatto che ci sono più italiani che emigrano all’estero che immigrati che arrivano in Italia etc.) non ha altrettanta efficacia.

Il nemico ha “fatto sistema” e costruito una narrazione semplificata che ostacola ogni ragionamento o argomentazione basata sul senso, rendendo risibili anche i richiami religiosi che si rivelano inefficaci davanti alla percezione – per quanto distorta – di una materialità dei propri interessi e della propria condizione di vita.

Del resto i tagli al welfare voluti dall’Europa, hanno reso l’accessibilità ai servizi o alle abitazioni più scarsa, innescando una “competizione in basso” sul poco rimasto o il sempre meno a disposizione: dalle prestazioni sociali alle case popolari.

Appellarsi ancora all’accoglienza, all’integrazione, alla pace o alle meraviglie dell’interculturalità non regge più al confronto/scontro con la narrazione razzista e a quella suprematista che ormai ispira anche le “guerre di civiltà” che contrappongono l’Occidente al resto del Mondo.

La soluzione o le soluzioni non potranno usufruire della invidiabile categoria della semplicità, ma dovranno prevedere di mettere in campo tutte le opzioni: da quelle relative alla gestione razionale dei flussi migratori e dell’esistenza dignitosa per chi è già arrivato nel paese (da un contratto regolare di lavoro a un tetto sulla testa) fino all’affrontamento con i gruppi razzisti e neofascisti, perché non basterà solo la battaglia delle idee.

Infine, e non certo per importanza, chi oggi vuole costringere con la forza gli immigrati alla “remigrazione”, sono gli stessi che hanno creato o accettato le condizioni affinché milioni di giovani italiani emigrassero all’estero. Hanno una visione meramente regressiva, adatta solo per un paese in declino. E su un contributo dalle istituzioni europee sarà bene non farsi illusioni, al contrario. Per questo vanno contrastati, affrontati... e fermati.

Nota

In termini percentuali, in media, circa il 6,4% dei residenti in un Paese dell’UE è cittadino di un Paese extracomunitario, si tratta di quasi 29 milioni di persone su 450 milioni di abitanti dei paesi aderenti all’Unione Europea.

Gli immigrati “irregolari” secondo le stime Eurostat a gennaio 2026 erano circa 1 milione. Le stime ottenute con altri sistemi di rilevamento sono più alte. La stima tra 2,6 e 3,2 milioni di irregolari in 12 paesi europei (tra cui Italia, Francia, Germania e Spagna) proviene dal progetto MIrreM (Measuring Irregular Migration and related Policies) .

Questo progetto, coordinato dall’Università di Oxford viene co-finanziato dall’Unione Europea. MIrreM stima il fenomeno presunto (tutti gli irregolari, intercettati e non). Il suo dato (2,6-3,2 milioni) è più completo come concetto, ma è meno preciso perché frutto di un calcolo indiretto.

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Minority Report è legge. Tutti sorvegliati, tutti sospetti

Il riconoscimento facciale entra nelle mani delle questure: la nuova frontiera della sicurezza è il controllo biometrico della popolazione

Per anni ci hanno detto che era fantascienza. Che il mondo di Minority Report, dove gli individui vengono controllati, profilati e sospettati prima ancora di aver commesso un reato, apparteneva soltanto al cinema. Oggi non è più così. Con i decreti legislativi approvati dal Consiglio dei ministri per attuare il regolamento europeo sull’intelligenza artificiale, il governo Meloni compie un salto di qualità nella costruzione dello Stato della sorveglianza.

L’annuncio è arrivato direttamente dal ministro dell’Interno Matteo Piantedosi. Le forze di polizia potranno utilizzare sistemi di intelligenza artificiale e tecnologie di identificazione biometrica remota negli spazi pubblici non soltanto per individuare gli autori di reati già commessi, ma anche per finalità preventive. In altre parole, il controllo algoritmico delle persone entra ufficialmente tra gli strumenti ordinari della sicurezza pubblica.

Formalmente il ricorso al riconoscimento biometrico sarà limitato a situazioni specifiche e dovrà essere autorizzato da un giudice per periodi fino a quindici giorni. Ma è proprio qui che si nasconde la novità più inquietante: nei casi ritenuti urgenti, la polizia potrà attivare questi strumenti senza autorizzazione preventiva, limitandosi a comunicare successivamente l’iniziativa all’autorità giudiziaria, che avrà tre giorni per convalidarla.

Tradotto in termini concreti, saranno le stesse questure a decidere quando esiste una minaccia tale da giustificare l’attivazione di sistemi di riconoscimento facciale e monitoraggio biometrico della popolazione. Solo successivamente un giudice potrà intervenire per verificare la legittimità dell’operazione.

Il problema non è soltanto giuridico. È profondamente politico.

Negli ultimi anni abbiamo assistito a una continua espansione dei poteri di polizia: decreti sicurezza, zone rosse, Daspo urbani, videosorveglianza diffusa, controllo preventivo dei movimenti sociali, raccolta massiva di dati personali. Ora a questo arsenale si aggiunge l’intelligenza artificiale.

L’obiettivo dichiarato è prevenire il crimine. Ma chi decide cosa rappresenta una minaccia? Chi stabilisce quando un comportamento deve essere monitorato? E soprattutto: quali cittadini finiranno più facilmente dentro i radar degli algoritmi?

La letteratura scientifica internazionale fornisce una risposta molto chiara. I sistemi di intelligenza artificiale utilizzati per finalità predittive tendono a riprodurre e amplificare i pregiudizi presenti nei dati con cui vengono addestrati. Se le banche dati riflettono pratiche discriminatorie, controlli selettivi e profilazioni razziali già esistenti, l’algoritmo non farà altro che rafforzarle.

È ciò che è accaduto negli Stati Uniti con diversi software di predictive policing. Quartieri poveri, comunità afroamericane, migranti e minoranze etniche sono stati identificati come aree o soggetti “a rischio” non perché più inclini a commettere reati, ma perché già maggiormente controllati dalla polizia. Il risultato è un circolo vizioso: più controlli producono più dati, più dati alimentano gli algoritmi, più algoritmi giustificano nuovi controlli.

Con l’introduzione del riconoscimento biometrico preventivo il rischio è ancora più grave. Non si tratta più soltanto di osservare comportamenti, ma di identificare persone in tempo reale attraverso il volto, trasformando lo spazio pubblico in un ambiente permanentemente monitorato.

Le conseguenze per il diritto al dissenso sono evidenti. Basterà partecipare a una manifestazione? Essere presenti in una piazza considerata “sensibile”? Frequentare un contesto monitorato dalle autorità? In un paese dove negli ultimi anni la parola “sicurezza” è stata utilizzata per restringere gli spazi di protesta, il rischio di derive arbitrarie appare tutt’altro che teorico.

Il governo assicura che saranno rispettati i principi di proporzionalità, non discriminazione e trasparenza. Ma qui emerge un ulteriore paradosso. Le moderne reti neurali funzionano come vere e proprie scatole nere. Nemmeno gli sviluppatori sono spesso in grado di ricostruire con precisione il percorso logico che conduce l’algoritmo a individuare un soggetto come sospetto.

E allora come potrà un cittadino difendersi da una decisione algoritmica? Come sarà possibile contestare un sospetto se non si conoscono i criteri che lo hanno generato? Come si esercita il diritto di difesa contro una macchina che non spiega le proprie conclusioni?

Non serve evocare Orwell. Non serve nemmeno Spielberg. Basta osservare la traiettoria politica degli ultimi anni. Dalla criminalizzazione del dissenso all’espansione dei poteri preventivi, dalle zone rosse alla sorveglianza tecnologica, il governo Meloni sta progressivamente sostituendo il principio di libertà con quello del sospetto.

L’intelligenza artificiale non è neutrale. Inserita dentro apparati già segnati da opacità, profilazione e uso estensivo dei poteri di controllo, rischia di trasformarsi nell’ennesimo strumento di selezione, discriminazione e repressione.

La promessa è quella della sicurezza. Il risultato potrebbe essere una società in cui tutti sono osservati e alcuni vengono sospettati prima ancora di aver fatto qualcosa.

La fantascienza, questa volta, è diventata politica.

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12/06/2026

Massive Attack: dal migliore al peggiore

I mondiali del razzismo e del suprematismo, specchio dell’imperialismo

È cominciata ieri la Coppa del Mondo di calcio maschile, uno degli eventi internazionali più attesi e dietro cui si mascherano flussi economici tali da poter rappresentare perfettamente gli indirizzi generali presi dal capitale. E se i tempi sono quelli del suprematismo genocidiario e dell’imperialismo sempre più esplicitamente predatorio, la massima competizione mondiale di uno degli sport più “commercializzati” e allontanati dalle classi popolari non poteva che esprimere questo collasso sociale, economico, e culturale.

Riportiamo i contributi in merito delle organizzazioni giovanili comuniste Cambiare Rotta e Osa, e di Calcio e Rivoluzione, rilanciando una rivista da loro recentemente pubblicata proprio sui Mondiali 2026.

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L’arbitro somalo Artan, eletto tra gli altri migliore arbitro della CONCACAF 2025, interrogato 11 ore e clamorosamente respinto dagli USA. La nazionale senegalese per ore perquisita e umiliata sulla pista d’atterraggio. Il calciatore iracheno Hussein interrogato 7 ore e a cui hanno negato il visto. La nazionale iraniana defenestrata in Messico con l’obbligo di entrare e uscire dagli USA per solo il tempo delle partite.

Il Mondiale di calcio 2026 deve ancora cominciare (sono cominciati ieri, ndr) ma, quello che doveva essere il grande circo propagandistico di Trump in crisi di consensi, interni e internazionali, si è trasformato nella sua cartina al tornasole. Un Mondiale che è già una pagina storica della vergogna razzista e suprematista dell’imperialismo USA in crisi, che prova agonizzante a prolungare il proprio dominio sul Mondo in maniera sempre più violenta.

I fatti di questi giorni sono solo gli ultimi esempi che si uniscono al feroce assedio genocida a Cuba che resiste eroicamente, e ad anni di ferrea complicità con Israele terrorista nel genocidio in Palestina e nell’escalation in tutto il Medioriente, dal Libano allo Yemen all’Iran.

È ancora più grave il pieno silenzio e complicità della FIFA dell’affarista Infantino – che pochi mesi fa ha consegnato il premio FIFA per la pace proprio a Donald Trump – e di tutte le organizzazioni internazionali calcistiche e sportive, che non hanno esitato un secondo a escludere la Russia e gli atleti russi da tutte le competizioni, ma tacciono davanti ai crimini occidentali, al genocidio del popolo palestinese, che tra le altre atrocità ha anche ammazzato centinaia di sportivi e tesserati Fifa e nega da anni a un intero popolo il diritto allo sport, fino agli scandali per le centinaia di operai morti nelle frettolose costruzioni delle strutture e la corruzione per i miliardi intascati per i mondiali in Qatar.

Mentre CIO, FIFA, UEFA e tutti gli altri organismi sportivi, teoricamente superpartes e sovranazionali, negli ultimi anni hanno levato la maschera dimostrando a pieno la loro funzione di cane da guardia a difesa degli interessi e dell’egemonia dell’imperialismo occidentale, qualcosa si muove: negli ultimi anni sono ormai centinaia in tutto il Mondo, e anche in Italia, gli episodi di dissenso contro guerra, genocidio in Palestina e disuguaglianze portati avanti da sportivi, tifoserie organizzate e squadre di sport popolare che indicano la strada nella solidarietà, organizzazione e lotta.

Cambiare Rotta – OSA

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Tra qualche ora (ieri sera, ndr) cominceranno i Mondiali di calcio maschile. Un’edizione che si preannuncia tra le più controverse di sempre: dalle politiche migratorie e xenofobe di Trump agli attacchi contro i diritti delle donne e della comunità LGBTQI+ sembra sempre più evidente quanto sia impossibile separare il calcio dalla politica.

Tanto più per chi, come noi, crede che il calcio sia un fenomeno sociale di massa, specchio della società e terreno di lotta per l’egemonia politica e culturale. Da qui nasce “Il Mondo è tondo come un pallone”, una rivista collettiva, uno spazio di analisi e confronto per raccontare i Mondiali nella loro dimensione politica, economica e culturale.

La rivista può essere scaricata gratuitamente qui. Illustrazione: Sara Liguori in arte Sarita Graphic.

Calcio e Rivoluzione

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La quotazione in Borsa di SpaceX presenta numerose insidie

di Alessandro Volpi

Il 12 giugno è il giorno del più grande collocamento in Borsa della storia. Si tratta dell’ingresso al Nasdaq di SpaceX, la società guidata da Elon Musk. Il battage pubblicitario e la narrazione dei media di questo evento sono incalzanti: il dato comune è riassumibile nell’immagine del nuovo geniale padrone dello spazio e dell’intelligenza artificiale che approda in Borsa, facendo e facendo fare miliardi di dollari a tutti.

Il racconto quotidiano è intessuto di grandi temi, costituiti dalla celebrazione della totale dipendenza degli Stati Uniti e del mondo “libero” dai satelliti di Musk, a cui si aggiungono i mirabolanti viaggi su Marte, la creazione di stazioni permanenti in giro per l’Universo, l’imbattibile produzione di auto elettriche, la scoperta di infinite applicazioni dell’intelligenza artificiale, il tutto costantemente condito da aneddoti sulla singolarità del personaggio.

Certo, l’operazione ha bisogno di una grande attenzione mediatica perché è davvero imponente, almeno nelle attese. La quotazione di SpaceX (Space exploration technologies corp) prevede infatti che le azioni saranno scambiate sul listino Nasdaq (e sul Nasdaq Texas) con il simbolo “SPCX”. La società debutterà come “controlled company”, il che significa che Elon Musk manterrà una solida maggioranza del potere di voto. Il prezzo delle azioni è fissato a 135 dollari e l’operazione punta a una capitalizzazione di mercato di circa 1,75mila-1,78mila miliardi di dollari.

Un simile dato la posiziona immediatamente tra le prime dieci aziende più “preziose” al mondo, superando colossi come Meta e Amazon. SpaceX punta a raccogliere circa 75 miliardi di dollari, il che la rende la più grande Offerta pubblica iniziale (Ipo) della storia, battendo il record precedentemente detenuto da Saudi Aramco.

Una delle caratteristiche più insolite di questa quotazione è l’attenzione agli investitori privati. SpaceX ha riservato una quota eccezionalmente alta, circa il 30% dell’offerta, agli investitori retail (piccoli risparmiatori). Di solito, nelle grandi Ipo tecnologiche, questa quota non supera il 10%. È previsto poi l’accesso tramite piattaforme come Goldman Sachs (capofila dell’operazione), ma anche broker accessibili al pubblico (come XTB, eToro o Fidelity) che hanno aperto canali per permettere agli utenti di richiedere l’allocazione delle azioni prima del debutto.

Siamo di fronte quindi a una colossale impresa finanziaria che ha bisogno di rastrellare, davvero, una massa di risparmiatori e investitori gigantesca. Qui si pone il punto critico. La quotazione in Borsa di SpaceX anticipa quelle di Anthropic e OpenAI che avverranno entro la fine dell’anno e dovrebbero mobilitare circa quattromila miliardi di dollari. Queste quotazioni sono rese inevitabili dal bisogno per gli investitori, Musk in primis, di avere un ritorno finanziario dei propri massicci investimenti e di poter collocare i titoli delle società nei listini in modo da poterli vedere inseriti negli strumenti finanziari, a partire dagli Etf, fondamentali per i grandi gestori del risparmio globale, come nel caso di BlackRock.

Il problema è però costituito dal fatto che tre Ipo di tali dimensioni devono trovare spazio in un mercato obbligazionario intasato dalla gigantesca mole di titoli del debito pubblico Usa da piazzare, con scadenze molto ravvicinate, e in un mercato azionario caratterizzato dalla ipervalutazione proprio dei titoli già quotati del settore dell’intelligenza artificiale: a tutto ciò si aggiungono gli effetti restrittivi di tassi alti e destinati a salire per l’emergere dell’inflazione.

Il rischio vero, quindi, è che le quotazioni avvengano a prezzi più bassi rispetto a quelli attesi, con un’accelerazione dello sgonfiamento della bolla, su cui grava anche il livello di indebitamento non banale che colpisce tutto il settore dell’IA e che proprio il rialzo dei tassi potrebbe far fibrillare come nel caso, ben più ridotto, dei mutui subprime.

Per essere ancora più chiari le aspettative di prezzi azionari molto alti nel caso di queste Ipo, oggetto di una vera e propria narrazione mirabolante e quasi miracolistica, potrebbero essere incrinate se l’adesione del risparmio globale non ci fosse e soprattutto se i grandi gestori del risparmio si trovassero a fare delle scelte perché è sempre più difficile alimentare un “mercato” azionario che vale quasi 160mila miliardi di dollari (erano 94mila miliardi nel 2019) e uno obbligazionario che supera i 142mila miliardi di dollari (erano 105mila nel 2019). Dunque, il più grande spettacolo dopo il Big Bang risulta davvero insidioso, soprattutto per i milioni di risparmiatori in giro per il mondo che hanno le loro polizze e i loro fondi pensione imbottiti di titoli statunitensi.

Proprio la partita dei grandi gestori è decisiva, di nuovo, a riguardo. BlackRock ha guidato la domanda istituzionale con un ordine record stimato tra i cinque e i dieci miliardi di dollari di future azioni SpaceX, puntando a diventare il primo azionista istituzionale esterno e cercando di replicare il peso che ha in Tesla (circa il 7%). Vanguard entrerà massicciamente non tanto durante l’Ipo quanto nella fase di inclusione negli indici. Poiché SpaceX (SPCX) entrerà nel Nasdaq-100 intorno al 7 luglio di quest’anno, Vanguard sarà obbligata ad acquistare decine di miliardi di dollari in azioni per i suoi Etf (come il VOO o il VGT). Si stima che, entro la fine del 2026, i fondi istituzionali (BlackRock, Vanguard, State Street e Fidelity) arriveranno a controllare circa il 20%-25% del capitale, agendo da stabilizzatori contro la volatilità tipica dei titoli legati a Musk.

Ma tutto questo dipende, come ricordato, dalla tenuta complessiva di un sistema che è sempre più stressato e ha un bisogno famelico di risparmiatori spesso impoveriti dalla fine dell’economia reale, dei loro redditi da lavoro e intossicati dalla dipendenza dalla rendita finanziaria.

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La guerra è finita, almeno per oggi

Buona la quarantesima. Forse. L’ennesimo annuncio trumpiano sul raggiungimento di un “fantastico accordo” con l’Iran sembra avere qualche concretezza in più degli innumerevoli precedenti. Ma i margini di incertezza sono ancora molti e quasi tutti provocati dell’identico, ondivago, “metodo Trump”, che alterna minacce di guerra totale e pace già fatta (ad uso dei mercati e del “fronte interno”) mentre nelle trattative cambia di continuo le carte in tavola.

L’accusa degli iraniani – confermata in qualche misura dai mediatori – è che si pretendono spesso “correzioni” sui punti già concordati per poi rimetterle in discussione con altre “correzioni”.

Da Washington il tycoon spara il milionesimo post trionfale su Truth: “Dal momento che le discussioni con la Repubblica Islamica dell’Iran sono state portate al più alto livello della leadership iraniana e approvate, io, in qualità di Presidente degli Stati Uniti d’America, ho cancellato gli attacchi e i bombardamenti programmati contro l’Iran per questa sera”, ha scritto.

I punti finali dell’accordo sono stati, “sia nel concetto che nei dettagli, approvati da tutte le parti coinvolte”, inclusi Stati Uniti, Israele, Arabia Saudita, Emirati Arabi Uniti, Qatar, Turchia, Pakistan, Bahrein, Kuwait, Giordania ed Egitto. “Il blocco navale rimarrà pienamente in vigore fino alla finalizzazione di questa intesa. Il luogo e l’ora della firma saranno annunciati a breve”. Probabilmente in Europa, forse domenica, con la presenza di J.D. Vance ma non di Trump.

Qualche verità e tantissima propaganda. Israele, tanto per cominciare, nega di essere coinvolta nella trattativa. Il che significa che si sente svincolata da qualsiasi impegno preso in quella sede. Tradotto: continuerà ad attaccare il Libano e tentare di conquistare più territorio possibile con la scusa di un “cuscinetto di sicurezza” che probabilmente – nella testa di Netanyahu & co. – potrebbe arrivare fino ad Oslo e oltre...

Ma proprio questo punto – il ritiro di Tel Aviv dal Libano – nell’agenda di Tehran figura al primo posto, come “premessa” ad ogni possibile accordo.

Soprattutto l’Iran conferma – sì – che la trattativa ha fatto passi in avanti, ma che “il meccanismo decisionale in Iran è chiaro e che le autorità competenti del paese devono giungere a una conclusione definitiva in merito a tutti i dettagli e gli aspetti dell’accordo”. In pratica, si sta attendendo che la Guida Suprema, Mojtaba Khamenei, dia il suo ok.

L’elemento che conforta le speranze di pace sta tutto nel fatto che il testo in via di approvazione è quello proposto dall’Iran, anche se “il problema risiede nelle dichiarazioni e nelle posizioni contraddittorie degli Stati Uniti”.

Arriviamo infatti al termine di una settimana in cui il lavoro dei diplomatici è stato accompagnato da due giorni di bombardamenti Usa – cui Teheran ha risposto colpendo tra l’altro il comando della Quinta Flotta, di stanza in Bahrein – e da minacce ripetute di riprendere la guerra su vasta scala, a partire dalla “conquista dell’isola di Kharg”, per “prendere il controllo del petrolio iraniano”.

Gli analisti militari ed economici hanno presto smontato questa ipotesi. Non perché sia impossibile, ma perché inutile. Anzi, dannosa.

In primo luogo Kharg è un terminale di oleodotti provenienti da diversi giacimenti, non un luogo di produzione. Quindi sarebbe sostituibile, con qualche sforzo, da altri terminali minori o costruibili in un certo lasso di tempo.

Soprattutto l’operazione richiederebbe la presenza di truppe di terra per mantenere il controllo del territorio, mettendo a rischio altre “vite americane” in una guerra profondamente impopolare. Conquistarla sarebbe fattibile in tempi anche rapidi, ma “rimanervi per un periodo prolungato renderebbe vulnerabili le truppe”, ha affermato un anonimo funzionario dell’amministrazione.

Secondo gli analisti economici, distruggere l’impianto di esportazione non avrebbe alcuno scopo tattico che il blocco statunitense delle petroliere iraniane non stia già perseguendo. Ridurre Kharg in macerie probabilmente causerebbe soltanto un ulteriore aumento dei prezzi del petrolio.

“Li stiamo già bloccando”, ha affermato Jason Bennett, responsabile dei progetti globali dello studio legale Baker Botts. “Non vedo cosa otterremmo facendo saltare in aria l’impianto, se non convincere i mercati internazionali che non arriverà petrolio iraniano per cinque anni. Questo sarebbe un problema a lungo termine”.

Fuori dalle chiacchiere, dunque, resta il merito su cui è andata avanti la trattativa. Secondo il sito Axios – sempre tramite i pezzi scritti da Barak Ravid, ex ufficiale della famigerata Unità 8200 dell’esercito israeliano – i punti ancora incerti sarebbe tre:

1) “Il meccanismo per il rilascio dei beni iraniani congelati – la questione più importante per gli iraniani.

2) Le modalità per la riapertura dello Stretto di Hormuz durante il periodo di cessate il fuoco di 60 giorni.

3) Come condurre i negoziati sul programma nucleare iraniano durante il periodo di cessate il fuoco di 60 giorni.”
Come si vede, si tratta di un “accordo quadro”, mentre nel merito si rinvia a colloqui ulteriori della durata minima di due mesi. Un arco di tempo in cui, con un’amministrazione così squinternata, può accadere di tutto.

Al momento, dunque, possiamo soltanto dire che Trump sembra aver trovato – o si sia accontentato – di una “vittoria” ben misera: due giorni di bombardamenti, fatti stando bene attenti a non provocare troppi danni, da gettare sui titoli di giornale per poter rivendicare di “aver obbligato Teheran a firmare senza perdere altro tempo”.

Un po’ pochino per chi era partito puntando ad un “cambio di regime”, il “sequestro dell’uranio arricchito” e il “controllo del petrolio iraniano”.

Contento lui, comunque...

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Potere al Popolo: “La proposta è un campo politico indipendente”

Una lunga e articolata intervista con i due portavoce nazionali di Potere al Popolo – Marta Collot e Giuliano Granato – alla vigilia della assemblea nazionale del 14 giugno per costruire un “Campo politico Indipendente”.

Il prossimo 14 giugno ci sarà una assemblea nazionale a Roma per confrontarsi sulla costruzione di quello che definite un “campo politico indipendente”. Cosa intendete definire con questa proposta?

Marta Collot: Questo termine – “campo politico indipendente” – non è affatto generico. Quando parliamo di indipendenza, non intendiamo una semplice autonomia di manovra all’interno del sistema. Noi vogliamo rompere in modo netto e definitivo con due grandi blocchi di potere che si sono alternati al governo in questi decenni, ogni volta promettendo di cambiare le cose quando invece hanno sostanzialmente portato avanti le stesse politiche.
Da un lato, per noi l’indipendenza è dalle forze politiche. Non solo ovviamente da quelle di governo, ma anche da quelle che si dichiarano di opposizione. Che però, quando governano, accettano le regole del gioco: dall’austerità alla guerra, fino alla repressione del dissenso. Nessuna alleanza con il Partito Democratico, nessuna “corsia preferenziale” per il centrosinistra, nessuna subalternità al cosiddetto “campo largo”, nessun compromesso in cambio di qualche posto in qualche lista elettorale.
Dall’altro lato, rivendichiamo anche l’indipendenza dalle sigle sindacali complici. Lo dico senza mezzi termini: troppe volte i grandi sindacati confederali hanno firmato contratti che hanno peggiorato le condizioni dei lavoratori. Negli ultimi anni, hanno accettato il Jobs Act e lo smantellamento dei servizi pubblici. Hanno fatto da pompiere ai conflitti veri, quando non li hanno traditi apertamente. Per noi, un “campo politico indipendente” deve avere il coraggio di dire che i sindacati che hanno non solo accettato, ma teorizzato la pace sociale, non sono nostri alleati.
Quindi, per rispondere in modo diretto: il campo politico indipendente che proponiamo è uno spazio di rottura, è un progetto di classe che rifiuta le mediazioni al ribasso. Di questo vogliamo parlare domenica all’hotel Hive, con tutti quelli che credono serva costruire una reale alternativa.

Giuliano Granato: Quando pensiamo a quel che non funziona in questo Paese non ragioniamo semplicemente sulla classe politica al governo e all’opposizione, su quella che qualcuno definiva la “casta”.
Pensiamo, piuttosto, a un campo di interessi di cui oltre al potere politico, fanno parte potere economico, potere culturale, potere ideologico.
Un blocco di interessi e di potere che spesso si rivela politicamente trasversale a destre e centrosinistra.
Un esempio concreto: per la America’s Cup che si terrà a Napoli nel 2027 esulta tanto la giunta del campo largo di Manfredi (che riposa su una maggioranza che va da transfughi di Forza Italia a esponenti di AVS) quanto le destre. Non è un caso che la minoranza in Consiglio Comunque abbia scritto una lettera di sostegno al Sindaco piuttosto che fare opposizione in merito al “grande evento”.
I due schieramenti politici condividono l’ideologia/propaganda dei “grandi eventi” che sarebbero vettore di sviluppo. Alle spalle di entrambi ci sono pezzi di quel potere economico che costituisce la colonna vertebrale di tutti e due questi campi politici. E i media cittadini fanno il resto: esaltazione delle enormi opportunità che deriverebbero dalla America’s Cup e minimizzazione dei rischi, nonché occultamento/criminalizzazione delle proteste.
Per questo quando poniamo all’attenzione del dibattito e del confronto la necessità (e gli strumenti) per la costruzione di un “campo politico indipendente”, intendiamo la necessità di un campo che sia politico in senso ampio – laddove “politico” non si restringe né diventa mero sinonimo di “elettorale” – e sappia disputare ogni spazio: politico, sociale, economico, culturale, ideologico.

In questo campo politico indipendente quanto c’è delle mobilitazioni di autunno e quanto c’è del crescente disagio e rabbia sociale?

Marta Collot: L’autunno che abbiamo vissuto non è stato un normale ciclo di proteste. È stato un movimento radicale nei contenuti – rottura netta con ogni complicità verso Israele, sostegno esplicito a tutte le forme di resistenza del popolo palestinese, critica senza peli sulla lingua al governo Meloni e al suo sostegno al genocidio – ma anche radicale nelle pratiche. Per la prima volta dopo anni, abbiamo rivisto blocchi fisici del paese, scioperi che non erano rituali ma interruzioni reali della produzione e della logistica, assemblee permanenti nei territori. Insomma, abbiamo ripreso il vero significato della parola “sciopero”: non una bandierina rituale, ma un’arma in mano ai lavoratori e alle lavoratrici.
Noi di Potere al Popolo eravamo in quelle piazze e all’assemblea di domenica abbiamo invitato tutti i soggetti che le hanno animate: i lavoratori portuali dell’USB, le realtà palestinesi e gli attivisti della Global Sumud Flotilla, gli studenti e le studentesse che hanno occupato scuole e università.
Quindi il campo politico indipendente che stiamo costruendo non è un riflesso pallido o una traduzione elettorale di quelle mobilitazioni. È il tentativo di farle diventare permanenti, organizzate, capaci di colpire quando serve. Perché la rabbia sociale e il disagio già ci sono – basta pensare ai temi caldi di bollette, case, salari, sanità – ma manca una rappresentanza politica degna di questo nome. Noi non vogliamo addomesticare il movimento autunnale. Vogliamo costruire insieme le gambe per camminare tutto l’anno a venire e anche i prossimi.

Giuliano Granato: Disagio e rabbia sociale sono sentimenti che viviamo quotidianamente. E che vive un’enorme maggioranza del Paese. Un disagio che non ha dimensione solo materiale, ma anche psicologica, come registra l’aumento della sofferenza che si palesa in ansia e angoscia, ormai quasi “tratti psicologici” del presente.
Il disagio si accompagna a una rabbia genuina che, però, il blocco di potere esistente è al momento capace di canalizzare verso “nemici inventati” (vedi gli immigrati) o di trasformare in senso di impotenza, che dà vita a una profonda frustrazione.
In questa dinamica le mobilitazioni dell’autunno sono state una potente inversione di tendenza.
L’opposizione al genocidio israeliano in Palestina, alle complicità del nostro governo, che insieme agli alleati statunitensi ed europei lo rendono possibile; la solidarietà con il popolo e la resistenza palestinese, sono diventati il catalizzatore di quel disagio e di quella rabbia sociale.
Se la destra al Governo cercava di delegittimare quelle piazze e quelle giornate, sostenendo si trattasse di una mera manovra antigovernativa della “sinistra”; se il centrosinistra si affrettava a rinculare e a circoscriverle all’interno di un perimetro “umanitario”; noi abbiamo provato a capire le ragioni profonde che hanno spinto milioni di persone a mobilitarsi, a manifestare e a scioperare in tutto il Paese (oltre che contribuire a organizzare quelle giornate): la Palestina è diventata il punto di caduta del nostro “scontento”.
L’autunno scorso è nodo ineludibile per chiunque voglia tirare su un progetto trasformativo perché è all’interno di quelle mobilitazioni che si trovano chiavi ed energie per il futuro di breve e medio periodo.

Il campo largo del centro-sinistra non ha saputo raccogliere né l’onda lunga delle mobilitazioni né il voto di protesta giovanile del referendum costituzionale. Pensate che ci sia ancora possibilità di “capitalizzazione” o l’astensionismo è ormai irrecuperabile?

Giuliano Granato: Il centrosinistra è strutturalmente incapace di “raccogliere”, prima ancora che per le posizioni che esprime per il riflesso pavloviano di ridurre tutto e immediatamente al piano elettorale. Ha guardato alle mobilitazioni autunnali e al voto al referendum vedendo solo i possibili voti che avrebbe potuto catturare.
Significa disconoscere il senso profondo di piazze e urne, che non sono riducibili all’“andiamo a votare per cacciare la destra cattiva”. Nelle mobilitazioni autunnali e nel no al referendum c’è per tanti versi un rifiuto assai più ampio e profondo, che investe gli stessi partiti del centrosinistra e che allo stesso tempo sembra segnalare una disponibilità all’impegno in prima persona per questioni etiche, di senso profondo, che troppo spesso spariscono nella disputa politico elettorale del giorno dopo giorno.
Accanto a questo pezzo, ne esiste un altro: una metà del Paese che non solo non si reca alle urne, ma rinuncia alla partecipazione politica in senso lato. Sono due pezzi che quasi non parlano, che si allontanano sempre più.
In molti è penetrato quel presunto “buon senso” del “tanto non cambia niente”. Che in parte è reale, considerato che chiunque vinca le elezioni, a prescindere dalle promesse elettorali, nulla (o quasi) cambia nella vita quotidiana delle classi popolari.
In parte, però, questo disimpegno è il prodotto di un processo di passivizzazione spinto dall’alto: se il protagonismo popolare può trasformare la realtà, il blocco di potere fa molta attenzione a che non si diano le condizioni per tale attivazione. Non è un destino scontato. Anche questo è spazio di disputa: di senso, di possibilità. E non bastano le parole, serve ricostruire un tessuto di relazioni prima ancora che organizzativo, serve riuscire a rianimare la speranza attraverso vittorie anche piccole ma che incidano nella quotidianità dei nostri e delle nostre, anche di coloro che non partecipano alla vita politica.

Marta Collot: Parto da un fatto che per noi è pacifico: il campo largo non solo non ha saputo raccogliere, ma non avrebbe potuto farlo. Perché chi scende in piazza per bloccare il paese, per sostenere la resistenza palestinese senza se e senza ma, è oggettivamente inconciliabile con una sinistra che va a genuflettersi al Quirinale, che vota i finanziamenti alla guerra, che discute di “responsabilità di unità nazionale”.
Quindi non è un problema di capacità tecnica di capitalizzazione. È un problema politico di fondo: il campo largo non ci rappresenta e non ci ha mai rappresentati. E i giovani – la generazione Gaza, quelli che hanno votato No al referendum costituzionale – lo hanno capito benissimo. Hanno detto no nelle urne di quel referendum perché non era una riforma innocua: era un taglio della democrazia, un accentramento di potere, ma soprattutto era un voto politico contro il Governo Meloni.
Ora, veniamo all’astensionismo. C’è chi dice che è un processo irreversibile, che la popolazione non crede più in nessuna opzione politica. Noi non siamo così fatalisti, ma neanche ingenui. Diciamo una cosa chiara: esiste una differenza fondamentale tra spazio politico e spazio elettorale. La sinistra tradizionale ha sempre sbagliato a sovrapporli, pensando che fare politica significasse rincorrere voti con false promesse, dimenticandosi di costruire davvero un’alternativa nel quotidiano, nei conflitti, nei territori.
Il risultato è che oggi larghe parti della popolazione – e soprattutto i giovani – sono disilluse. Non credono più alle nostre parole? No: non credono più alle false promesse. Ed è giusto così. L’astensionismo non è pigrizia: è l’istinto di chi ha capito che andare a votare per scegliere tra due padroni non cambia nulla.
Allora cosa facciamo? Ci rassegniamo? No. La nostra scommessa è un’altra: ricostruire credibilità politica prima ancora di chiedere voti. Lo spazio politico esiste – l’autunno lo ha dimostrato. Le lotte esistono, i sogni esistono, i bisogni di chi non arriva a fine mese e non si accontenta esistono. Lo spazio elettorale non è scontato. Può esistere solo se è in connessione organica con quello politico – non come una scorciatoia. Se saremo capaci di costruire un’alternativa reale, credibile, combattiva, allora anche il voto potrà arrivare. Ma non sarà mai un fine. Sarà un effetto collaterale positivo di una pratica politica che oggi, in Italia, semplicemente non esiste più.

Il radicamento sociale e territoriale rimane ancora un fattore decisivo oppure la comunicazione ha preso definitivamente il sopravvento nella lotta politica?

Giuliano Granato: La comunicazione viene spesso considerata come mero spazio di trasmissione dei propri contenuti e delle proprie posizioni. Invece, a maggior ragione in epoca di ipertrofia della comunicazione, diventa spazio di esercizio di potere ideologico e, al contempo, di costruzione dei soggetti. È pertanto un fronte di battaglia su cui dovremmo lavorare più e meglio e partire dal riconoscere che anche su questo terreno le destre hanno costruito un vantaggio notevole.
Ciò però non intacca l’importanza del lavoro di organizzazione, radicamento, sedimentazione. Che è anche quello un lavoro di “comunicazione” se vogliamo, quello in cui il medium principale diventa il proprio stesso corpo, la propria stessa presenza.
Senza un intenso lavoro organizzativo non disporremo mai della forza necessaria a conseguire le trasformazioni per cui ci battiamo.

Marta Collot: Il radicamento sociale e territoriale rimane un fattore decisivo e insostituibile. Nessuna strategia comunicativa, per quanto efficace, può sostituire la presenza concreta nei luoghi di lavoro, nei quartieri, nelle scuole, nelle università e dentro i conflitti sociali. La comunicazione può amplificare un messaggio, renderlo più visibile, ma da sola non costruisce rapporti di fiducia, organizzazione e forza collettiva.
Negli ultimi decenni si è cercato spesso di accreditare l’idea che la politica potesse ridursi alla comunicazione, alla leadership mediatica o alla gestione dei social network. Abbiamo visto, come conseguenza, da un lato la proliferazione di “generali senza esercito”: coloro che hanno lanciato il loro partito o proposta politica, pensando che il carisma del singolo potesse essere una scorciatoia per il lavoro quotidiano necessario a costruire una forza di rappresentanza politica.
Dall’altro, la ricerca spasmodica del centrosinistra di nuovi astri nascenti, per poter supplire alla e nascondere l’impresentabilità del Partito Democratico e, oggi, del “campo largo”: la santificazione di Silvia Salis è l’ultimo esempio di una lunga lista.
Parallelamente, è stata demonizzata l’organizzazione collettiva, mentre venivano colpiti tutti quei luoghi in cui si costruisce partecipazione dal basso: i posti di lavoro, i quartieri popolari, le strutture associative e sindacali. Il risultato è stato un indebolimento della capacità delle classi popolari di difendere i propri interessi.
Per noi il radicamento non è un elemento accessorio, ma la condizione necessaria per incidere realmente nella società. È dal lavoro quotidiano nei territori e nelle lotte che nasce la forza necessaria per portare avanti idee, rivendicazioni e progetti di trasformazione. Senza organizzazione, le idee restano opinioni. Quando invece trovano radicamento sociale diventano una forza materiale capace di cambiare i rapporti di forza esistenti.
Questa è l’unica via percorribile, soprattutto se si pensa che i canali in cui avviene la comunicazione oggi sono truccati. Sono in pratica tutti dominati da multinazionali che usano la comunicazione come strumento per creare un “mercato” politico in cui ogni alternativa viene silenziata.
Per noi, la comunicazione è importante, fondamentale anche, ma deve essere al servizio dell’organizzazione, non il suo sostituto. Una politica che esiste solo sugli schermi è destinata a essere fragile, mentre una politica che vive nei territori e nei conflitti sociali può invece costruire consenso, resistenza e cambiamento duraturo.

Potere al Popolo ormai ha quasi otto anni di età. Che bilancio traete dall’esperienza fin qui realizzata? Quanto ha pesato o pesa ancora “l’ansia da prestazione” nel conseguimento degli obiettivi?

Marta Collot: Intanto c’è un dato che consideriamo tutt’altro che scontato: dopo quasi otto anni Potere al Popolo esiste ancora, è presente nei territori e continua a crescere. Se guardiamo a ciò che è accaduto a molti cartelli elettorali della sinistra nati negli ultimi decenni, spesso dissoltisi dopo una o due tornate elettorali, questo risultato non solo non era scontato, ma esprime proprio lo scopo con cui siamo nati: mettere fine a quel tipo di politica.
Fin dall’inizio abbiamo scelto di non ridurci a un progetto costruito esclusivamente attorno alle scadenze elettorali. Abbiamo investito sul radicamento sociale, aprendo decine di Case del Popolo, sostenendo vertenze territoriali, partecipando alle lotte dei lavoratori, dei migranti e degli studenti, e promuovendo campagne nazionali su temi concreti come il salario minimo, la sicurezza sul lavoro e il contrasto al carovita.
Insieme ad altre organizzazioni, come l’USB, abbiamo anche sostenuto la battaglia per l’introduzione del reato di omicidio sul lavoro e la legge di iniziativa popolare per l’introduzione di un salario minimo.
Abbiamo animato dal primo momento le lotte contro la guerra, contro il progetto di riarmo o difesa comune europea e l’aumento delle spese militari, legandole con il contrasto allo scivolamento verso un’economia di guerra e animando diverse manifestazioni nazionali negli ultimi anni. Siamo stati in prima linea nella lotta contro l’imperialismo, nella difesa del popolo palestinese e delle sue legittime resistenze, nel sostegno alla rivoluzione di Cuba socialista contro il criminale bloqueo statunitense.
Naturalmente non pensiamo di essere arrivati. La strada è ancora lunga se vogliamo costruire una presenza davvero capillare nel Paese e riconquistare la fiducia delle classi popolari, dimostrando nei fatti di essere qualcosa di diverso e di alternativo a chi negli anni ha tradito le loro aspettative e i loro interessi.
Quanto “all’ansia da prestazione”, direi che non ha mai segnato la nostra azione. Sappiamo che non esistono scorciatoie. La costruzione di un’organizzazione politica popolare richiede tempo, pazienza, continuità e capacità di resistere anche quando i risultati non sono immediatamente visibili.
Per questo, per misurare l’efficacia del nostro lavoro, certo non ignoriamo i termini elettorali, ma guardiamo soprattutto alla capacità di costruire organizzazione, coscienza e rapporti di forza reali nella società.

Giuliano Granato: Già il fatto di aver spento le candeline per il compleanno numero 8 è in sé un piccolo miracolo. Anzi, miracolo è il termine sbagliato perché fa pensare a qualcosa di trascendente: invece, se dopo 8 anni siamo qui con migliaia di militanti, decine di case del popolo e una presenza che, a macchia di leopardo, copre un po’ tutto il Paese e raggiunge anche l’estero, è solo grazie al lavoro quotidiano di chi, dal primo giorno a oggi, ha lavorato affinché questa organizzazione politica non fosse l’ennesima meteora elettorale, ma diventasse un progetto politico con l’ambizione altissima di trasformare nel profondo il nostro Paese (e non solo). È grazie al lavoro paziente di migliaia e migliaia di militanti se siamo all’ottava candelora.
Siamo nati e cresciuti in tempi difficili, tutt’altro che alle nostre spalle. Crescendo, abbiamo imparato a non drammatizzare eccessivamente passi falsi, a non montarci la testa per qualche vittoria. Viviamo in tempi di montagne russe emotive, in cui cioè si alternano esaltazione e depressione, su e giù anche dall’oggi al domani; sarebbe strano se come militanti non ne fossimo in qualche modo toccate/i anche noi, abbiamo perciò bisogno di dotarci di una tranquillità rivoluzionaria, necessaria a un progetto che si pensa e si costruisce per il medio-lungo periodo e non solo per le incursioni di breve periodo.

Nel vostro appello per un campo politico indipendente, c’è un passaggio significativo quanto impegnativo quando affermate di “percepirvi e agire come parte di un movimento per e verso il Socialismo”. Potete spiegare meglio questo passaggio?

Giuliano Granato: C’è chi si batte per migliorare la situazione all’interno del quadro dato e che, quando tocca i limiti, si ritrae, per paura, incapacità, mancanza di volontà.
Noi, al contrario, crediamo che le battaglie della quotidianità si debbano accompagnare e inserire in una lotta più ampia che lavori proprio per abbattere i limiti strutturali della logica del sistema in cui viviamo.
Se l’obiettivo diventa la soddisfazione dei bisogni delle nostre e dei nostri non ci possiamo certo fermare davanti ai vincoli di bilancio o alla paura di scatenare reazioni nelle classi dominanti.
Lavoriamo, cioè, per la transizione a un altro sistema che, per l’appunto, chiamiamo socialismo: un orizzonte che consideriamo necessario perché la logica del capitale si dimostra giorno dopo giorno distruttiva, tanto dell’ambiente quanto della vita umana.
Ai suoi albori il movimento socialista e comunista aveva l’enorme forza del futuro dalla sua: in maniera a volte anche ingenua, prometteva attraverso la lotta non solo qualche soldo in più in busta paga, ma la trasformazione dei rapporti di potere, un domani che per tanti versi si presentava come negazione completa del presente e suo ribaltamento. Questo orizzonte è come se si fosse rotto, viviamo in un eterno presente e il futuro spesso ci si staglia di fronte come perdita più che come conquista. È il frutto avvelenato di una sconfitta storica. Ma la storia non finisce e le guerre si possono vincere anche in seguito a brucianti sconfitte.
Lavorare come parte di un movimento internazionale per e verso il socialismo significa anche uscire dall’ottica meramente “reattiva” e ricostruire invece questo orizzonte, una traiettoria di liberazione collettiva.

Marta Collot: Quando affermiamo di percepirci e agire come parte di un movimento per e verso il Socialismo, non stiamo facendo un richiamo nostalgico. Stiamo partendo da un’analisi molto concreta della realtà che abbiamo di fronte.
La barbarie di questo sistema è sotto gli occhi di tutti. Lo vediamo nelle guerre che si moltiplicano, nel sostegno economico, militare e diplomatico che l’Occidente continua a garantire al genocidio dei palestinesi, nei bombardamenti che devastano tutto il Vicino Oriente, nella subalternità della politica italiana alle scelte della NATO e agli interessi geopolitici delle grandi potenze. Non è aggiungendo al loro novero anche la UE che si risolverebbe la questione: si aggiungerebbe solo un altro attore a questo gioco macabro.
La barbarie la vediamo anche nella vita quotidiana delle persone: salari che non permettono di arrivare alla fine del mese, precarietà, sfratti, smantellamento dei servizi pubblici, devastazione ambientale e crisi climatica, razzismo e violenza di genere. Ogni aspetto della vita viene subordinato alla logica della sopraffazione sull’altro e del profitto.
Ma c’è un altro elemento che ci spinge a parlare di Socialismo: questo sistema non è soltanto ingiusto, è sempre più incapace di rispondere ai bisogni fondamentali della maggioranza della popolazione. La ricchezza cresce, ma si concentra nelle mani di pochi; aumentano le possibilità tecnologiche e produttive, ma peggiorano le condizioni di vita di milioni di persone.
Per questo riteniamo che oggi non basti un maquillage del sistema, qualche correzione marginale o una stagione di piccole riforme. Serve la capacità di indicare un orizzonte alternativo, una prospettiva di trasformazione profonda della società, che sia fondata sulla proprietà collettiva delle risorse strategiche, sulla pianificazione democratica dell’economia, sulla pace, sulla giustizia sociale e ambientale.
In questo senso guardiamo con interesse e rispetto a tutte quelle esperienze che hanno cercato e cercano di costruire modelli alternativi alla logica del capitale. Pensiamo, ad esempio, alla resistenza di Cuba, che da decenni affronta un blocco economico durissimo senza rinunciare a principi di solidarietà internazionale che il mondo ha conosciuto attraverso l’invio di medici e personale sanitario, non di eserciti e bombardieri. “Medici e non bombe” non è soltanto uno slogan: è una diversa idea di relazioni internazionali e di società.
Quando parliamo di Socialismo, quindi, parliamo della necessità di costruire un’alternativa reale a un sistema che riesce a produrre solo guerra, disuguaglianza e devastazione. Non una semplice gestione più “umana” dell’esistente, ma un progetto di trasformazione generale e strutturale, capace di mettere al centro i bisogni delle persone e non i profitti di una minoranza.

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