Presentazione


Analisi, opinioni, fatti e (più di rado) arte da una prospettiva di classe.

13/04/2026

La flottiglia del “Sumud” sfida di nuovo il blocco di Gaza

Salperà da Barcellona il 13 aprile (inizialmente era il 12), dipenderà dalle condizioni del mare, la nuova missione della Global Sumud Flotilla, iniziativa civile coordinata che riporta al centro della scena internazionale il blocco imposto da Israele sulla Striscia di Gaza. Oltre 70 imbarcazioni e circa 3.000 partecipanti provenienti da 100 paesi prenderanno parte alla traversata, tra loro un migliaio di operatori sanitari impegnati in una flotta medica incaricata di trasportare forniture essenziali verso un sistema sanitario ormai al collasso.

L’iniziativa nasce in un contesto segnato da una crisi umanitaria estrema. Secondo dati delle Nazioni Unite, più del 60 per cento dei bambini sotto i due anni vive in condizioni di povertà alimentare, mentre migliaia di donne incinte o in allattamento soffrono di malnutrizione. A sei mesi dal cosiddetto cessate il fuoco dell’ottobre 2025, la riduzione dell’intensità degli attacchi non ha mutato la sostanza della situazione sul terreno: la popolazione civile continua a vivere in condizioni che organizzazioni internazionali e attivisti definiscono come deliberatamente imposte per compromettere la sopravvivenza stessa della società palestinese.

Israele mantiene severe restrizioni sull’ingresso di beni fondamentali nella Striscia. Alimenti, medicinali, attrezzature mediche e materiali per la ricostruzione entrano con il contagocce, mentre restano limitati anche strumenti indispensabili per la depurazione dell’acqua e la rimozione delle macerie e degli ordigni inesplosi. Non solo: Tel Aviv controlla anche la distribuzione degli aiuti, stabilendo quali organizzazioni possano operare sul terreno, riducendo ulteriormente la capacità di risposta umanitaria.

Nel frattempo, i dati sulle vittime continuano ad aggiornarsi. Dall’entrata in vigore del cessate il fuoco, almeno 723 palestinesi sono stati uccisi, in larga maggioranza civili. La quasi totalità della popolazione resta sfollata e le forze israeliane mantengono il controllo di circa il 60 per cento del territorio della Striscia, rendendo vaste aree di fatto inaccessibili.

In questo scenario, la Global Sumud Flotilla si propone come un atto di sfida e, al tempo stesso, come simbolo di solidarietà internazionale. Gli organizzatori chiedono alle autorità israeliane di garantire il passaggio sicuro delle imbarcazioni e di evitare il ripetersi di quanto accaduto nel 2025, quando diverse navi furono intercettate e sequestrate. Tra queste, la “Madleen”, il cui equipaggio fu sottoposto a detenzione e, secondo le testimonianze, a maltrattamenti.

La missione richiama anche obblighi giuridici precisi. In quanto potenza occupante, Israele è tenuto a garantire l’accesso senza ostacoli agli aiuti umanitari per la popolazione civile di Gaza. Tuttavia, secondo i promotori dell’iniziativa, tali obblighi continuano a essere disattesi, nonostante le misure provvisorie vincolanti adottate dalla Corte internazionale di giustizia.

La partenza della flottiglia rappresenta, in questo senso, anche un atto d’accusa nei confronti della comunità internazionale. Il protrarsi di missioni civili di questo tipo, sostengono gli organizzatori, evidenzia l’inerzia degli Stati di fronte a una crisi che richiede interventi politici e diplomatici ben più incisivi. La richiesta è chiara: esercitare pressioni concrete su Israele affinché ponga fine al blocco e garantire la protezione degli attivisti impegnati a sfidare quella che viene definita una situazione di impunità sistematica.

Il mare, ancora una volta, diventa così il teatro di una sfida asimmetrica: da una parte una mobilitazione civile globale, dall’altra un sistema di controllo militare su ogni aspetto della vita nella Striscia di Gaza. In mezzo, una popolazione stremata, per la quale anche l’arrivo di una nave carica di medicinali può rappresentare una fragile linea di sopravvivenza.

Gli obiettivi della Global Sumud Flotilla

Catalizzare l’azione globale dei cittadini: trasformare la flottiglia in un catalizzatore per mobilitazioni coordinate via terra e via mare, amplificando le voci palestinesi.

Contribuire a rompere l’assedio: contrastare direttamente il blocco illegale e affermare il diritto dei palestinesi ad accedere alle proprie coste e al mondo al di là di esse.

Sostenere la ricostruzione: squadre dedicate accompagnano i palestinesi nelle prime fasi della ricostruzione di case, scuole e ospedali.

Fornire aiuti salvavita: distribuire aiuti umanitari su larga scala, tra cui cibo, latte in polvere per neonati, materiale scolastico e medicinali.

Creare un corridoio marittimo popolare: realizzare una rotta marittima gestita da civili verso Gaza per garantire l’accesso senza ostacoli a cibo, medicinali e beni di prima necessità, e affermare la sovranità del popolo palestinese sulle proprie acque.

Contrastare la complicità: denunciare la complicità internazionale che rende possibile il blocco e mobilitare la società civile globale per chiedere giustizia.

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La logica dietro l’irrazionalità della guerra all’Iran

di Domenico Moro

Un fenomeno politico o economico può essere irrazionale quanto si vuole ma risponderà sempre a una sua logica interna. Se vogliamo contrastare tale fenomeno dobbiamo andare oltre l’apparente irrazionalità e scoprire la logica interna che lo muove. Questo è ancora più vero per la guerra, che, pur essendo fondamentalmente dannosa per l’umanità nel suo complesso, continua ad essere frequentemente praticata in forme sempre più distruttive.

La guerra mossa da Israele e Usa contro l’Iran esprime al massimo grado tale contraddizione tra irrazionalità e logica interna. In particolare, la guerra appare irrazionale, senza ragioni, dal punto di vista statunitense. Gli obiettivi della guerra sono apparsi piuttosto incerti. All’inizio, sembrava che, come in Venezuela, l’obiettivo di Trump fosse il regime change o almeno il cambio di leadership. Ma l’Iran non è il Venezuela e ha reagito alla decapitazione dei suoi vertici con decisione e senza intimorirsi. Al contrario di quello che molti analisti dicevano e diversamente da quanto aveva fatto in occasione di precedenti aggressioni, l’Iran questa volta non si è fatto scrupolo di reagire con la chiusura dello stretto di Hormuz, che ha mandato in tilt il commercio internazionale di merci fondamentali come il petrolio, il gas e i fertilizzanti.

Il carattere irrazionale della guerra appare evidente proprio a fronte del blocco di Hormuz. Infatti, il blocco dei rifornimenti e il conseguente aumento dei prezzi stanno colpendo duramente sia l’Asia orientale sia l’Europa, che si approvvigionano di materie prime dal Golfo Persico. Se la guerra proseguirà oltre aprile, l’Eurozona, secondo Standard & Poors, entrerà in recessione. La crisi energetica, conseguente alla guerra contro l’Iran, sarebbe peggiore di quella degli anni ’70 e, come allora, genererebbe una crisi dell’economia globale. Dunque, ora l’obiettivo bellico di Trump sembra essere diventato la riapertura dello stretto di Hormuz, che prima era aperto e che è stato chiuso solo a seguito della guerra che lui ha iniziato.

Altro risultato negativo della guerra contro l’Iran è la destabilizzazione dell’area del Golfo Persico e degli stati arabi che vi si affacciano e che sono alleati degli Usa. L’Iran non si è limitato a reagire colpendo Israele, ma sta colpendo anche le infrastrutture di questi paesi e le basi americane che ospitano. Teoricamente gli stati arabi dell’area si affidano per la loro sicurezza agli Usa: nel 1974 fecero un accordo con gli Usa, assicurando a questi ultimi che avrebbero venduto il petrolio in dollari in cambio della protezione delle Forze Armate statunitensi. Accade, però, non solo che gli Usa non sono in grado di proteggerli, ma che, con l’attacco all’Iran, sono gli Usa stessi ad averli messi in pericolo.

A questo si aggiunge il fatto che la guerra ha approfondito la spaccatura tra gli Usa e la Ue e la Gran Bretagna, già prodottasi con la politica dei dazi, la minaccia prima di lasciare la Nato, se gli europei non avessero aumentato le spese militari fino al 5% del Pil, e poi di annettersi la Groenlandia. I più stretti alleati europei degli Usa hanno rifiutato di partecipare alla guerra contro l’Iran e hanno preso le distanze dagli Usa molto più di quanto accadde durante la prima e la seconda guerra del Golfo dei Bush padre e figlio. Da qui la ripresa delle minacce di Trump di uscire dalla Nato. Infine, con l’attacco all’Iran, Trump si è messo in un cul de sac. Dopo un mese di bombardamenti dal cielo non ha ottenuto nulla, se non aver avvicinato il mondo alla recessione e aver attirato la distruzione sui paesi arabi del Golfo. Ora, l’alternativa è ritirarsi oppure insistere, passando a un attacco con truppe di terra. Nel primo caso l’Iran di fatto avrebbe vinto la sua guerra, semplicemente resistendo e non piegandosi. Nel secondo caso Trump contraddirebbe definitivamente le promesse fatte al suo elettorato di non coinvolgere gli Usa in una nuova guerra e si esporrebbe a un conflitto sanguinoso per le sue truppe e dagli esiti fallimentari come quelli ottenuti dai suoi predecessori nei conflitti in Vietnam, Iraq e Afghanistan.

Quindi, da tutto questo risulterebbe l’irrazionalità della guerra statunitense contro l’Iran. Per questa ragione, molti hanno affermato che in realtà la spiegazione della decisione di Trump di attaccare starebbe nella subordinazione degli Usa a Israele e alla lobby ebraica interna agli Usa stessi, che puntano all'eliminazione dell’Iran. In particolare, si ipotizza che Trump sia ricattato da Israele, che avrebbe documenti compromettenti legati alla vicenda di Epstein. Sinceramente non sappiamo se tali documenti esistano, ma riteniamo alquanto improbabile che un paese grande e potente come gli Usa possa essere manovrato da un paese piccolo e così dipendente dal suo aiuto come Israele. Soprattutto, riteniamo che ci siano delle ragioni economiche e politiche molto più importanti, legate alla natura stessa degli Usa, cioè al loro carattere imperialista. Piuttosto che rispolverare teorie quali l’esistenza di un complotto internazionale giudaico, sarebbe il caso di utilizzare gli strumenti della scienza economica e sociale. Devono esistere delle ragioni interne che spingono gli Usa alla guerra e all’uso della forza, per il quale – è l’unica differenza rispetto al passato – non si preoccupano più di trovare una giustificazione morale o ideologica, come la lotta contro il comunismo o contro il terrorismo e per l’esportazione della democrazia e il rispetto dei diritti umani.

Le ragioni della tendenza statunitense alla guerra, al di là di chi sia il presidente in un certo momento, sono certamente complesse e variegate. Per facilitare la comprensione di tali ragioni faremo riferimento a uno specifico indicatore economico, la posizione finanziaria netta verso l’estero o, in inglese, Net International Investment Position (NIIP). Tale prospetto statistico misura la differenza tra le attività (investimenti) e le passività (debiti) di un paese rispetto al resto del mondo. Se prevalgono le attività si dirà che il paese in questione è un creditore netto, al contrario se prevalgono i debiti si dirà che è un debitore netto. Per calcolare il NIIP si prendono in considerazione gli investimenti diretti esteri (Ide), cioè l’investimento a lungo termine in attività produttive con diritto di gestione, gli investimenti di portafoglio, cioè gli investimenti in azioni senza il controllo e la gestione delle aziende, e i derivati. La NIIP misura lo stock di questi investimenti sia in entrata che in uscita.

Ora, il punto è che la posizione netta degli Usa verso l’estero è abbondantemente negativa, vedendo la prevalenza dei debiti o passività nei confronti dell’estero rispetto alle attività o prestiti verso l’estero. Questa situazione si è verificata la prima volta nel 1972 e si è affermata stabilmente a partire dagli anni ’90 del secolo scorso. La prevalenza dell’importazione di capitale sulla esportazione di capitale distingue l’imperialismo statunitense da quello britannico nel suo apogeo tra la fine dell’Ottocento e il Novecento, come rileva lo storico Niall Ferguson[i]. Del resto, la prevalenza dell’esportazione di capitale su quella di merci era una delle caratteristiche dell’imperialismo, come fu teorizzato all’inizio del Novecento, da Hobson e Lenin. Questo, però, non impedisce che gli Usa siano anche il maggiore esportatore di capitale del mondo. Tuttavia, lo stock degli Ide verso l’estero delle multinazionali statunitensi, pur essendo largamente superiore a quello di qualsiasi altro paese, è inferiore a quello degli Ide verso gli Usa delle multinazionali straniere. Importante è anche notare la prevalenza degli investimenti di portafoglio sugli investimenti totali dall’estero. Si tratta, in questo caso, di investimenti nei mercati finanziari statunitensi, cioè nelle azioni di aziende quotate in borsa, che rimangono di proprietà statunitense. È in questo modo, che le big tech statunitensi, come Apple, Microsoft, Oracle, Meta, Alphabet, Amazon, ecc. ricavano gli immensi capitali, che gli sono necessari, ad esempio, per sviluppare l’intelligenza artificiale e incrementare i loro profitti.

Non è un caso, infatti, che, sebbene si tratti di una tendenza sorta da tempo e diventata stabile da una trentina di anni, la posizione negativa degli Usa si sia accentuata negli ultimi anni. Nel 2020 la posizione era negativa per circa 12mila miliardi di dollari, nel 2025 lo è diventata per 27,6mila miliardi, cifra che risulta dalla differenza tra le attività, pari a circa 43mila miliardi, e le passività, pari a 70,5mila miliardi[ii]. Questa situazione di indebitamento finanziario è aggravata dalla crescita del deficit anche nello scambio di beni e servizi con l’estero, che è passato dai 479 miliardi di dollari del 2016 ai 911,6 miliardi del 2025[iii]. Il deficit commerciale riflette un eccesso di consumi rispetto alla produzione nazionale, che deve essere finanziato attraverso l’indebitamento verso l’estero o la vendita di attività nazionali a investitori nazionali, peggiorando la NIIP.

Da quanto abbiamo detto si ricava che gli Usa sono il maggiore debitore mondiale e che per sostenere il loro debito si trovano nella necessità di finanziarlo continuamente attraverso il drenaggio di capitali dal resto del modo. Questo finanziamento avviene, però, soltanto se i titoli di stato (treasury) e le azioni statunitensi sono attrattivi. La domanda mondiale di treasury e azioni è garantita dal ruolo del dollaro come moneta di riserva, il che costituisce l’“esorbitante privilegio” che permette agli Usa di finanziarsi a tassi di interesse più bassi di quanto dovrebbero pagare in base al loro debito. Infatti, le banche centrali di tutto il mondo, dal momento che hanno bisogno di riserve in dollari, acquistano titoli di stato statunitensi. Questo, però, accade solo se il dollaro è valuta di riserva mondiale, ed è tale solo se è valuta di scambio internazionale, e se, quindi, tutte le banche mondiali richiedono dollari affinché i loro clienti possano acquistare merci quotate in dollari sui mercati mondiali. Per questa ragione gli scambi delle merci più importanti, come le materie prime energetiche (petrolio e gas), devono avvenire in dollari. Non è un caso che gli Usa abbiano stipulato un trattato con l’Arabia Saudita e poi con gli altri paesi del Golfo persico nel 1974, quando gli Usa passarono dall’essere creditori a debitori netti, stabilendo che il petrolio fosse venduto in dollari in cambio della sicurezza garantita dalle Forze Armate statunitensi. In questo modo, dagli anni ’70 nasce il “sistema del petrodollaro”, che sostiene il dollaro come valuta di transazione commerciale e quindi di riserva mondiale.

Ora, il sistema che garantisce agli Usa di finanziare il loro gigantesco debito sta mostrando delle crepe notevoli. In primo luogo, il petrolio, che fino a pochi anni fa veniva sempre pagato in dollari, oggi per un 15-20% dei volumi è acquistato in yuan cinesi, rubli russi, e rupie indiane. Inoltre, Arabia Saudita ed Emirati Arabi hanno aderito con la Cina e altri paesi a mBridge, una infrastruttura di pagamento al di fuori dal sistema del dollaro e dallo Swift, il sistema di pagamenti controllato dagli Usa[iv]. In secondo luogo, molte banche centrali stanno liberandosi dei treasury statunitensi. I treasury in custodia presso la Fed di New York per conto delle banche centrali di tutto il mondo erano a fine marzo 2025 pari a 2.933 miliardi di dollari ma ora sono scesi a 2.712 miliardi con una perdita in un solo anno di 221 miliardi. Il livello attuale è il più basso dal giugno 2012[v]. A liberarsi delle riserve in treasury e a spostarsi sull’oro, il cui valore è enormemente cresciuto nell’ultimo anno, sono stati soprattutto la Cina e il Giappone. In particolare, la Cina da un picco di 1.300 miliardi è scesa a fine 2025 a 700 miliardi[vi]. Secondo il Fondo monetario internazionale, le banche centrali di tutto il mondo hanno ridotto la quota in dollari delle loro riserve totali dal 70% del 2004 al 56,7% attuale.

Questi fenomeni, legati a una tendenza di lungo periodo connessa al declino dell’egemonia statunitense e all’ascesa della Cina, sono stati accentuati dalle politiche scelte recentemente dagli Usa. In primo luogo, dalla decisione di usare il dollaro e la piattaforma di transazioni finanziarie Swift come strumenti di sanzione contro i paesi avversari, a partire dalla Russia. Proprio per aggirare le sanzioni la Russia e l’Iran hanno venduto e vendono petrolio e gas a India e Cina in valute diverse dal dollaro, in rubli, rupie o yuan renmimbi. Anche il congelamento degli investimenti russi all’estero in dollari ha scosso la fiducia nel dollaro da parte di molti governi e banche centrali, soprattutto del Sud globale. In secondo luogo, la fuga dai Treasury è stata accentuata a partire dall’aprile del 2025 con l’introduzione di alti dazi sulle importazioni da parte dell’amministrazione Trump. I dazi hanno minato il meccanismo che regge da tempo i rapporti tra gli Usa e molti paesi, compresi quelli del Sud globale. In pratica, i paesi grandi esportatori, come la Cina, che realizzavano un importante surplus commerciale verso gli Usa, si impegnavano a reinvestire il loro surplus in treasury. In questo modo, gli Usa ottenevano due piccioni con una fava: semplicemente stampando dollaro finanziavano il loro deficit sia commerciale sia statale. Quindi, l’aumento dei dazi, riducendo le importazioni e innescando rappresaglie, in particolare da parte della Cina, ha contribuito a far calare le riserve in treasury.

La guerra all'Iran potrebbe aver accentuato ulteriormente questi processi. Infatti, da quando è scoppiata le banche centrali a livello mondiale hanno dismesso ben 82 miliardi di treasury. Inoltre, la guerra, secondo Deutsche Bank, potrebbe ulteriormente minare il petrodollaro e rappresentare l’inizio del petroyuan. In particolare, bisognerà vedere quello che faranno i paesi produttori di petrolio del Golfo persico, come l’Arabia Saudita, grazie ai quali si sosteneva il petrodollaro e che al contempo investivano gli enormi surplus commerciali derivati dall’esportazione di petrolio, gas, alluminio e fertilizzanti nell’acquisto di treasury. Questi paesi, che confidavano nella protezione statunitense, a seguito della guerra hanno avuto infrastrutture e pozzi danneggiati dai missili iraniani e hanno perso gli ingenti proventi dell’export per la chiusura dello stretto di Hormuz. Del resto, lo yuan, anche se è ancora lontano dal poter essere considerato una valuta di riserva alternativa al dollaro, sta internazionalizzandosi sempre di più. La Cina con una quarantina di banche centrali ha creato la più grande rete mondiale di accordi di swap valutario. In questo modo, le banche centrali possono scambiare valute locali, facilitando il commercio, garantendo la liquidità senza passare sotto le forche caudine del dollaro e riducendo così la loro dipendenza dagli Usa.

Ritornando alla logica della guerra, possiamo dire che questa va rintracciata nella natura socioeconomica degli Stati Uniti. Il settore dominate del capitale statunitense è quello finanziario. Tale capitale ha una natura fondamentalmente parassitaria nei confronti del resto del mondo. Gli Usa non si limitano a estorcere un extra-profitto dai lavoratori dei paesi del Sud globale, attraverso le loro multinazionali e il meccanismo dello “scambio ineguale”, ma attirano capitali da tutto il mondo verso i loro mercati finanziari, che rimangono i più importanti a livello mondiale, e verso le loro multinazionali che sono quotate presso le borse Usa. Gli Usa sono uno stato parassitario, perché sono il più grande debitore internazionale, e devono costringere il resto del mondo a finanziare questo debito. Gli Usa sono come un tossicodipendente che ha bisogno di sempre maggiori quantità della sostanza da cui dipende. Il debito statunitense, infatti, è sempre più grande e il suo stesso meccanismo di finanziamento lo accresce.

Il punto, quindi, è che il capitalismo nel suo stadio più avanzato, quello imperialista, si fonda inevitabilmente sul capitale finanziario e, quindi, diventa sempre più parassitario. Gli Usa sono arrivati al punto più alto di questo stadio imperialista. La guerra e la forza militare sono lo strumento per continuare ad alimentare l’afflusso di ricchezza dal resto del mondo. Il meccanismo di questo afflusso si basa in parte rilevante sul petrodollaro. Come abbiamo detto sopra, gli Usa, a differenza della Gran Bretagna di un secolo fa, sono importatori netti di capitali dall’estero. La verità, però, è che la Gran Bretagna risultava esportatrice netta di capitale, in quanto poteva beneficiare del trasferimento di ricchezze, oro e capitali dalle sue colonie, in particolare dall’India. L’imperialismo statunitense attuale, però, non potendosi fondare sulle colonie, deve fare affidamento sul petrodollaro. Per questa ragione, il peggioramento della posizione finanziaria negativa sull’estero, unita al processo di dedollarizzazione, cioè di erosione del ruolo mondiale del dollaro, ha spinto Trump a cercare di ristabilire il pieno controllo sull’area, quella mediorientale, dove ci sono le riserve di petrolio più vaste, di migliore qualità e più a buon mercato. Per raggiungere questo obiettivo bisognava, però, distruggere l’Iran come stato sovrano e indipendente dall’imperialismo. Il ruolo neocoloniale di Israele è funzionale e coerente con quello imperialista degli Usa. Sono le due facce della stessa medaglia. Ma non si può certo dire che gli Usa siano stati spinti in guerra da Israele più che dai loro meccanismi economici interni.

In una sorta di eterogenesi dei fini, le politiche di Trump, tese dichiaratamente a restaurare il pieno dominio mondiale statunitense, stanno producendo proprio l’effetto contrario, accentuando la contraddizione tra aumento dell’indebitamento e indebolimento dello strumento per finanziarlo. La politica dei dazi avrebbe dovuto permettere la reinternalizzazione delle produzioni manifatturiere negli Usa e la riduzione del debito, secondo le affermazioni di Trump. In realtà, una certa reinternalizzazione può probabilmente avvenire soltanto per quanto riguarda quelle produzioni che sono più strategiche o legate all’apparato militare-industriale. Il vero obiettivo dei dazi era quello di drenare capitali esteri negli Usa, scambiando l’abbassamento dei dazi con investimenti miliardari in attività produttive e finanziarie, come i treasury a lunga scadenza. Invece, come abbiamo visto, i dazi rischiano di inceppare il meccanismo stesso della domanda mondiale di treasury. L’esercizio della forza militare, dall’altro lato, avrebbe dovuto puntellare il petrodollaro e il dominio mondiale degli Usa, invece li sta indebolendo.

La verità è che il dominio della tecnologia, i bilanci militari miliardari, e la preponderanza dei mezzi di distruzione non sono sempre sufficienti a piegare l’avversario né risparmiano dal commettere errori marchiani. Trump, nel calcolo della equazione con cui avrebbe dovuto trovare la soluzione alla crisi americana, non ha considerato l’indisponibilità del cittadino medio americano a farsi trascinare nell’ennesima e sanguinosa avventura all’estero e, sopra ogni altro fattore, la determinazione e la capacità di resistenza dell’Iran e del suo popolo. Rimane il fatto che, per quanto cambino i loro presidenti, se gli Usa manterranno la propria natura imperialista, rimarrà sempre alto il pericolo dello scoppio di guerre tremendamente distruttive.

Note

[i] Niall Ferguson, Impero. Come la Gran Bretagna ha fatto il mondo moderno, Mondadori, Milano 2009, pp. 306-307.

[ii] Bureau of Economic Analysis (Us Department of Commerce), Us International Transactions and Investment Position, 4th quarter and Year 2025. https://www.bea.gov/news/2026/us-international-transactions-and-investment-position-4th-quarter-and-year-2025

[iii] Bureau of Economic Analysis (Us Department of Commerce), Us International Trade in Goods and Services. https://www.bea.gov/data/intl-trade-investment/international-trade-goods-and-services.

[iv] Sissi Bellomo, “La guerra incrina il sistema del petrodollaro”, il Sole24ore, 31 Marzo 2026.

[v] Morya Longo, “Le banche centrali vendono Treasury Usa: con la guerra scaricati 82 miliardi di dollari”, il Sole24ore, 1° aprile 2026.

[vi] Vito Lops, “Cina e Giappone riducono l’esposizione ai Treasury”, il Sole24ore, 3 dicembre 2025. Posted in Economia e LavoroTagged debito Usa, Guerra contro l'Iran, imperialismo, Israele, petrodollaro, Petrolio, usa

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12/04/2026

La ghigliottina del "dibattito" musicale

Immaginari non allineati al tempo di Margaret Thatcher

di Gioacchino Toni

Silvia Albertazzi, TINA. La cultura britannica al tempo di Margaret Thatcher, Machina libro, Bologna, 2026, pp. 243, € 18,00

“When they kick at your front door / How you going to come? / With your hands on your head / Or on the trigger of your gun?” (The Clash, The Guns of Brixton, 1979)

Parlamentare dal 1961, ministro della Pubblica Istruzione nel 1970, a capo del Partito Conservatore dal 1975, Margaret Thatcher si è insediata al numero 10 di Downing Street in veste di Primo Ministro per tre, infiniti, mandati consecutivi, dal maggio 1979 al novembre 1990. Nel corso di quel decennio, la Iron Lady in tailleur ha lavorato alacremente per cambiare il Paese facendo di tutto per smantellare, un pezzo alla volta, tutti quei legami sociali considerati d’impiccio a un sistema di sviluppo intento a spingere sempre più sull’acceleratore del libero mercato più cinico, del monetarismo e dell’individualismo più becero in nome della meritocrazia, della competitività e dell’orgoglio nazionale, riformulando la materialità e l’immaginario del proprio Paese erigendo lo slogan “There is no alternative” (TINA) a luogo comune astorico, indelebile e imprescindibile per tutte le classi sociali.

Per quanto sia innegabile anche in termini di immaginario il successo ottenuto dal thatcherismo all’insegna dell’infame adagio “la società non esiste. Esistono gli individui, gli uomini e le donne, ed esistono le famiglie. [...] È nostro dovere badare prima a noi stessi”, non sono mancate nel panorama culturale britannico forme di sottrazione o di aperta opposizione alla sua colonizzazione dell’immaginario collettivo. A ricordarle provvede il volume TINA (Machina libro, 2026) di Silvia Albertazzi passando in rassegna il panorama culturale che ha dato voce e immagine alle rivolte urbane, agli scioperi, alla vita nelle periferie ed a valori e stili di vita irriducibilmente altri rispetto a quelli thatcheriani.

Proclamando la povertà una colpa e la ricchezza un merito, guardando alle dottrine di Friedrich von Hayek e Milton Friedman, Margaret Thatcher ha finalizzato l’intera sua carriera politica a piegare ogni aspetto della vita sociale al libero mercato ponendo fine a quella politica di ricerca del consenso attraverso il welfare praticata dal suo stesso partito nel dopoguerra per fronteggiare il fronte laburista.

Alla dismissione dei pozzi carboniferi, che prende il via con la chiusura di Cortonwood Colliery nello Yorkshire, i minatori rispondono con uno sciopero di 51 settimane, tra il 1984 e il 1985, fronteggiato da una durissima repressione. Il nuovo corso è tracciato. È uno sporco lavoro, ma la “guerra contro le forze del male”, così la chiama Thatcher, deve essere portata a termine a tutti i costi. Se a testimoniare la brutalità repressiva e la determinazione della comunità dei minatori resta il reportage fotografico di Martin Shakeshaft che documenta, dall’interno, il lungo sciopero dei minatori di metà anni Ottanta, a immortalare le condizioni di vita dei quartieri più poveri di Newcastle di inizio decennio provvede il progetto fotografico Youth Unemployment di Trish Murtha, una giovane fotografa della zona che concentra il suo lavoro su «un’adolescenza disillusa, alienata dal mondo degli adulti, priva di prospettive e abbandonata a sé stessa» (p. 22). Situazione che caratterizza anche l’area di Machester ove, in un contesto di disoccupazione e tessuto sociale lacerato, la musica e le parole dei Joy Division testimoniano il senso di depressione di un’intera generazione che si sente privata di futuro.

Mentre alcuni gruppi musicali di successo dei primi anni Ottanta, come Duran Duran e New Romantic, indipendentemente dall’essere mossi da volontà apologetica o meno, si adeguano all’immaginario edonistico del decennio, a mostrare la superficialità, il cinismo e l’autodistruttività della corsa al successo propagandata dal thatcherismo provvedono il romanzo Money (Money: A Suicide Note, 1984) di Martin Amis e il film L’ambizione di James Penfield (The Ploughman’s Lunch, 1983) di Richard Eyre su scrittura di Ian McEwan.

Il welfare preso di mira dalle politiche thatcheriane non è stato soltanto quello sociale, ma anche quello culturale: il sistema di sostegno statale alle istituzioni culturali adottato a partire dal dopoguerra viene in larga misura dismesso in favore del mercato che, evidentemente, non ha alcuna intenzione di finanziare produzioni economicamente non redditizie o non in linea con i valori del nuovo corso. La cultura anziché elargita deve essere venduta producendo profitto per i privati, le istituzioni educative non devono contribuire a rafforzare consapevolezza critica nei giovani ma creare figure utili al mondo del lavoro, le scuole d’arte non devono formare potenziali artisti, ma professionisti utili all’industria artistica e culturale.

Il cinema inglese riesce a far fronte ai tagli ai finanziamenti pubblici grazie alle produzioni televisive e a piccole produzioni indipendenti che si dimostrano aperte alla realizzazione di film non allineati con l’immaginario thatcheriano. Da parte sua l’editoria, scarsamente sostenuta anche precedentemente, tende sempre più a subordinare le pubblicazioni alle previsioni di vendita, mentre le piccole librerie vengono  inghiottite dalle grandi catene di vendita. Se il nuovo corso lega sempre più la cultura al business, il prodotto culturale è tenuto, sopra ogni altra cosa, a risultare commerciabile a discapito di ogni altro discorso di originalità e sperimentazione: le classifiche di vendita divengono la misura del valore delle opere. Visto che il mercato premia chi vende, spetta soprattutto al mondo della comunicazione creare e dare visibilità a personaggi, eventi e opere spendibili sul mercato. Ad irridere un tale assoggettamento della cultura al mercato, ricorda Albertazzi, provvede il cantautore Billy Bragg con l’album Talking with the Taxman About Poetry (1986), il cui titolo riprende quello di una poesia di Majakovskji.

Che sia indubbiamente difficile sfuggire alle lusinghe dell’immaginario thatcheriano è testimoniato anche dal caso del Groucho Club di Soho fondato dalle editrici Liz Calder e Carmen Calill in risposta ai club per soli uomini, presto trasformatosi in una roccaforte dell’edonismo frequentata da artisti come Damien Hirst e i celebrati, quanto costruiti, Young British Artists, e scrittori come Martin Amis e Salman Rushdie, eletti a star writers dall’industria culturale a sancire come possano essere messi a profitto anche la trasgressione e posizioni politiche non allineate.

Gli anni Ottanta sono stati attraversati dal dibattito sul postmoderno e sull’incidenza di quest’ultimo sulla cultura del decennio. In ambito letterario Albertazzi si sofferma su una serie opere narrative britanniche che fanno ricorso a sperimentazioni metanarrative, a pratiche di revisione della storia e di decostruzione dell’illusione narrativa come: L’albergo bianco (Hotel, 1981) di D. M. Thomas; Il pappagallo di Flaubert (Flaubert’s Parrot, 1984) di Julian Barnes; Il paese dell’acqua (Waterland, 1983) di Graham Swift; Notti al circo (Nights at the Circus, 1984) di Angela Carter; The Great Fire of London (1982), Chatterton (1987), The Last Testament of Oscar Wilde (1983) e Hawksmoor (1985) di Peter Ackroyd.

In ambito cinematografico, invece, la studiosa guarda in particolare a: Brazil (1985) di Terry Gilliam, in cui lo statunitense trasferito in Inghilterra esalta il potere dell’immaginazione; i film di Peter Greenaway, da I misteri del giardino di Compton House (Draughtsman’s Contract, 1982) a Il cuoco, il ladro, sua moglie e il suo amante (The Cook, the Thief, His Wife and Her Lover, 1989), grottesca e dissacratoria allegoria del thatcherismo; l’opera di Derek Jarman che, in The Last of England (1987) mostra il degrado e l’abbandono dei docklands londinesi negli anni in cui la Iron Lady dimorava a Downing Street. Analogamente, lo sconforto, la disperazione, l’indigenza e la tossicodipendenza nelle comunità lacerate del Paese attraversano le canzoni degli scozzesi Waterboys.

Gli status simbol del successo e le prime avvisaglie di gentrificazione dei quartieri dell’Inghilterra thatcheriana non possono nascondere la disoccupazione, la disgregazione sociale, l’individualismo, l’odio, il sessismo, il razzismo e la violenza che attraversano i Paese. Se il cupo scenario post-punk degli anni Ottanta, che si manifesta soprattutto nelle vecchie città industriali in declino come Manchester, Liverpool e Sheffield, testimonia il senso di alienazione, inquietudine e rassegnazione della scena giovanile del Nord del Paese, a cavallo tra la fine degli anni Settanta e l’inizio degli Ottanta, dalla scena punk ibridata con le sonorità e l’immaginario reggae della capitale, gruppi come The Clash urlano la rabbia di chi, nei sobborghi, non accetta di essere messo con le spalle al muro: «Quando scalciano alla porta / come rispondi? / Con le mani sul capo / o sul grilletto della pistola?» (The Clash, The Guns of Brixton, 1979). Se i Clash guardano alla conflittualità delle comunità di immigrati come esempio per i giovani proletari e sottoproletari bianchi – «White riot / I wanna riot / White riot / a riot of my own / White riot / I wanna riot / White riot / a riot of my own» (The Clash, White riot, 1977) – la Thatcher propaganda la necessità di smembrare tali comunità trasformandole in individui che devono sapersi inserire nel competitivo mondo produttivo. Le rivendicazioni dei migranti, al pari di quelle dei minatori in sciopero e di chiunque osi contestare il disegno neoliberista, divengono il “nemico interno” da combattere con ogni mezzo.

Con tutte le contraddizioni del personaggio, il successo di Rushdie contribuisce a dare importanza alle letterature delle ex colonie introducendo nel decennio thatcheriano «una serie di revisioni romanzesche della storia imperiale da parte dei colonizzati, narrazioni spesso magiche per rivisitare la storia, raccontando i fatti dalla parte degli emarginati, dei soggetti coloniali, delle donne, dei bambini, degli omosessuali, dei perdenti, in breve, secondo il punto di vista di chi non ha mai voce nei manuali, di chi la storia la subisce soltanto» (p. 104). Su tale lunghezza d’onda è anche l’australiano Peter Carey, autore di Hillywhacker (1985).

Mentre nel 1985 numerosi musicisti si mobilitano con Live Aid per offrire sostengo dell’Etiopia colpita dalla carestia, con tutti i limiti di un’iniziativa che si presta a logiche di immagine e che “perde per strada” una parte non irrilevante di fondi raccolti, nelle sale cinematografiche britanniche esce My Beautiful Laundrette (1985) di Stephen Frears, su sceneggiatura dell’anglo-pakistano Hanif Kureishi, film prodotto inizialmente per il circuito televisivo che porta sul grande schermo la complessità della comunità asiatica britannica. Alcuni anni dopo, con Sammy e Rosie vanno a letto (Sammy and Rosie Get Laid, 1988), Frears e Kureishi affrontano il neoimperialismo interno thatcheriano mettendo in scena una realtà complessa popolata da molteplici figure di emarginati.

A dare testimonianza delle rivolte del 1985, in particolare di Handsworth, provvedono il documentario Handsworth Songs (1986) di John Akomfrah, tra i fondatori del Black Audio Film/Video Collective, e un reportage fotografico di Pogus Ceasar. A prendere di mira la realtà e l’immaginario thatcheriani dal punto di vista migrante è anche il romanzo I Versi satanici (The Satanic Verses, 1988) di Salman Rushdie: «la realizzazione più mirabolante di quello che per Rushdie è il compito dello scrittore migrante, in cui egli si identifica: inventare nuovi modi di rappresentazione del reale, per impedire che i suoi simili siano soffocati dalle descrizioni offerte dal potere dominante» (p. 117).

Nell’era thatcheriana, impregnata di rampantismo e di esaltazione del libero mercato, si assiste al declino della tradizionale narrativa working class britannica; al realismo sociale di matrice operaia le case editrici preferiscono le narrazioni critiche di stampo borghese votate al realismo magico alla Salman Rushdie o alla Graham Swift, oppure il realismo grottesco di Martin Amis. A differenza della narrazione operaia degli anni Sessanta, incentrata su storie di proletari orgogliosamente ostili alle classi abbienti, alle prese con l’alienazione sul lavoro e alla ricerca di vie di fuga nel sesso, nell’alcol o nello sport, quella dell’epoca thatcheriana privilegia vicende legate alla disoccupazione. La perdita del lavoro è al centro di numerosi film degli anni Novanta di Ken Loach, giunto alla fiction dopo aver lavorato in ambito documentaristico per la televisione, occupandosi in particolare della deriva intrapresa dei vertici laburisti. Per quanto la precarietà e il grigiore quotidiano di Lettera a Breznev (A Letter to Brezhnev, 1985) di Chris Bernard richiami l’estetica realista di Loach, a differenza di quest’ultimo, sottolinea Albertazzi, Bernard mette in scena i tentativi individuali di due ragazze dei sobborghi di Liverpool di trovare via d’uscita dalle miserie quotidiane sfruttando ogni occasione per ottenere un effimero momento di svago. Anche Rita, Sue e Bob in più (Rita, Sue and Bob too, 1986) di Alan Clarke celebra la sguaiata vitalità con cui due ragazze della working class cercano momenti di fuga dallo squallore a cui sono destinate.

Giovani disoccupati sono protagonisti di Shakespeare a colazione (Withnail and I, 1987) di Bruce Robinson, spassosa commedia che, sebbene ambientata negli anni Sessanta è ben lontana dalla swinging London del periodo e sembra riflettere la grigia condizione giovanile dell’Inghilterra thatcheriana. Il romanzo Il colore della memoria (The colour of memory, 1989) di Geoff Dyer, pur narrando di giovani disoccupati di fine anni Ottanta, riesce a offrire immedesimazione alle generazioni dei decenni successivi. «L’ufficio di collocamento, il sussidio di disoccupazione, l’ingresso nella schiera dei lavoratori autonomi miserrimi, come ricercatore di mercato freelance, e i lavoretti da imbianchino in nero per arrotondare i magri guadagni, sono altrettante tappe di una vita precaria al tempo della Thatcher, simili, in verità, a quelle del precariato giovanile ai nostri giorni» (p. 140).

A testimonianza di come la disoccupazione rappresenti uno dei problemi maggiori tra i giovani degli anni Ottanta, provvede la scelta di una band musicale, nata nel 1978, di chiamarsi UB40, come il modulo per la richiesta del sussidio di disoccupazione. Nelle sue canzoni, il gruppo prende di mira in maniera tutt’altro che velata Thatcher, chiamata Madam Medusa (1980), “Lady with the marble smile”, contestandola anche per il sostegno al regime dell’apartheid sudafricano in Little by Little (1980). Non sono poche le canzoni che attaccano Margaret Thatcher, tra queste l’autrice ricorda: Tramp the Dirt Down (1989) di Elvis Costello, Black Boys on Moped (1990) di Sinead O’ Connor, Margaret on the Guillotine (1988) di Morrissey e, ovviamente, numerosi pezzi di Billy Bragg, che non manca di prendersela anche con la guerra delle Falkland in Like Soldiers Do (1983) e Islands of No Return (1984). Insieme a Paul Weller e Jimmy Sommerville, Billy Bragg costituisce il collettivo di musicisti Red Wedge che supporta la campagna elettore laburista del 1987 avvalendosi, tra gli altri, del contributo di Madness, Prefab Sprout, The Smiths, Bananarama ed Elvis Costello. Avrebbero, forse, evitato il sostegno se avessero saputo cogliere la deriva a cui si era avviato il Partito Laburista.

La letteratura britannica degli anni Ottanta è caratterizzata anche dall’uscita di numerose opere scritte da donne intente soprattutto ad esplorare le identità sessuali. Con Union Street (1982), suo romanzo d’esordio, e con i successivi Blow Your House Down (1984) e The Century’s Daughter (1986) – ripubblicato nel 1996 con il titolo Liza’s England – la scrittrice Pat Barker, raccontando l’universo delle donne della classe operaia, caratterizzato da povertà, violenza e dal doversi rapportare con uomini incapaci di prendersi responsabilità, evidenzia efficacemente come la classe giochi un ruolo importante nella formazione dell’identità di genere. Il realismo sociale di Pat Barker, e quello magico della scrittrice Angela Carter, autrice di Notti al circo (Nights at the Circus, 1984), «propongono una medesima ideologia femminista, l’una nei modi e nelle tematiche della tradizionale working-class novel (i cui elementi di degrado, brutalità, miseria sono spinti all’estremo), l’altra inserendola in prospettiva fantastica, sempre e comunque non arretrando di fronte alle situazioni estreme» (p. 127).

Riferendosi a un’età vittoriana del tutto idealizzata, la retorica di Margaret Thatcher «sembra voler fare del Regno Unito una grande famiglia del tempo che fu, incardinata in un Vittorianesimo di maniera in cui i figli, grazie all’educazione rigida ricevuta, crescevano educati, onesti e grandi lavoratori; il governo era stabile e affidabile e la criminalità pressoché sconosciuta» (p. 154). Il volgere lo sguardo al passato si rivela funzionale all’evitare di guardare in faccia la realtà del presente. Anche la memoria imperiale viene utile per supportare la follia della guerra delle Falkland che giunge a ottenere grande consenso tra la popolazione sedotta dallo slogan “Make Britain Great Again”. Di fronte al dilagare della nostalgia imperiale, del materialismo thatcheriano e dell’opportunismo capitalista che ne è alla base, lo scrittore Bruce Chatwin decide di lasciare il Paese per intraprendere la via del nomadismo che lo conduce a guardare alle comunità aborigene alla ricerca di modalità di vita alternative derivandone Le vie dei canti (The Songlines, 1987).

In un tale clima nostalgico-patriottico, anche un film di successo come Momenti di gloria (Chariots of Fire, 1982) di Hugh Hudson, incentrato sul vittorioso team di atletica inglese alle olimpiadi parigine del 1924, «pur vituperando l’arroganza e i pregiudizi della classe dirigente britannica, e prendendo apertamente posizione per i diseredati, sembra esaltare ideali thatcheriani: il nazionalismo e l’amor di patria, prima di tutto, ma anche l’individualismo e l’idealismo dei singoli come base per la solidarietà del gruppo vincente» (p. 155). La pellicola di Hudson si inserisce a quel gruppo di heritage films che guardano nostalgicamente al glorioso passato britannico ricorrendo a un’estetica patinata che non permette possibilità di critica sociale fornendo una fantasia compensativa a un presente tutt’altro che idilliaco. Anche nei film in cui lo statunitense James Ivory, tra i maestri di tale filone cinematografico, inserisce questioni spinose e non allineate con la morale thatcheriana, come l’omosessualità, queste finiscono per essere soffocate dall’estetica patinata e dai sontuosi costumi della cara e vecchia Inghilterra.

Anche in Passaggio in India (A Passage to India, 1984) di David Lean, derivato dall’omonimo romanzo del 1924 di Edward Morgan Forster, la spinosa questione dell’impossibile rapporto tra inglesi e indiani sul suolo indiano al tempo dell’impero finisce per essere soffocata dall’estetica sfarzosa e da un adattamento incentrato su una vicenda di repressione sessuale di ambientazione esotica. Albertazzi fa notare come le omissioni delle parti del romanzo in cui gli inglesi sono messi in cattiva luce siano motivate da Lean con l’intento di “equilibrare” le posizioni antimperialiste e lo scarso interesse per le figure femminili che egli ravvisa nello scrittore. Gandhi (1982) di Richard Attenborough trasforma la storia di un personaggio tradizionalmente poco amato dagli inglesi in un film spettacolare capace di soddisfare il desiderio di esotismo con cui gli occidentali guardano l’India, mentre trasforma Gandi in una sorta di santino. Allo spirito heritage appartiene anche Quel che resta del giorno (The Remains of the Day, 1993) di James Ivory, trasposizione cinematografica dell’omonimo romanzo del 1989 dello scrittore nippo-britannico Kazuo Ishiguro. In questo caso il regista offusca deliberatamente la narrazione della decadenza del vecchio impero britannico sostituito dal potere statunitense del libro con uno sguardo nostalgico sul glorioso passato inglese.

L’immaginario thatcheriano prevede che la famiglia e la sessualità siano “normalizzate” accusando la liberazione sessuale degli anni Sessanta di avere condotto allo sfaldamento della prima, divenuta spesso monogenitoriale, e alla deriva della seconda, sdoganando l’omosessualità. L’astio conservatore nei confronti di quest’ultima, colpevolizzata per la diffusione dell’Aids, si palesa nella promulgazione nel 1988 della Section 28 (restata in vigore fino al 2003), legge che vieta la “promozione intenzionale” dell’omosessualità o anche solo la sua “accettabilità” nelle scuole.

A mostrare come dietro le visioni idealizzate della destra conservatrice si celino autoritarismo patriarcale, subalternità femminile, incomunicabilità tra genitori e figli, hanno provveduto soprattutto due registi provenienti dal depresso del Nord del Paese come Mike Leigh e Terence Davies. Il primo, con un registro ironico venato di sarcasmo, mostra le ricadute del thatcherismo sulla working class britannica a partire dai drammi familiari in film come Belle speranze (High Hopes, 1988), il secondo, adottando modalità espressive più visionarie e desolate, a partire da La Trilogia di Terence Davies (The Terence Davies Trilogy, 1980), in cui, ricorrendo anche ad elementi autobiografici, mette in scena i traumi familiari provocati dall’autoritarismo paterno e dall’educazione religiosa, tematiche che attraversano anche Voci lontane… sempre presenti (Distant Voices, Still Lives, 1988). Albertazzi sottolinea come, in controtendenza rispetto alla maggior parte dei film britannici del decennio, nelle opere di Davies ad essere centrali siano spesso i personaggi femminili. A palesare la crisi della famiglia propagandata dai conservatori provvede anche il citato Sammy e Rosie vanno a letto di Stephen Frears. In ambito narrativo a denunciare i lati oscuri della famiglia patriarcale è soprattutto lo scrittore Ian McEwan con romanzi come Bambini nel tempo (The Child in Time, 1987).

Una visione malinconica delle modalità con cui i ceti meno abbienti inglesi trovano modo di svagarsi in epoca di austerità viene offerta dal reportage fotografico The Last Resort (1986) realizzato nella spiaggia di New Brighton, nei pressi di Liverpool, da Martin Parr, capace di cogliere «i momenti imbarazzanti che nessuno vuole mostrare, i retroscena grotteschi della vita quotidiana» (p. 187) enfatizzando «la volgarità del mondo del consumismo, utilizzando colori saturi, luce artificiale e prestando attenzione a dettagli, gesti e stereotipi che di solito sono evitati dai suoi colleghi» (p. 188). Una simile attenzione malinconica all’ordinarietà, sostiene Albertazzi, la si ritrova anche nei The Smiths, band musicale che, sin dal nome, palesa la volontà di restare ancorata alla “normalità” della quotidianità in controtendenza rispetto alla ricerca di eccezionalità edonistica a cui si rifanno molti gruppi del momento.

L’ ultimo capitolo del volume è dedicato a quel che resta degli anni Ottanta nei decenni successivi. A tal proposito, vale la pena ricordare almeno la rilettura cruda e feroce dell’Inghilterra a cavallo tra gli anni Settanta e Ottanta che ne mette in luce la disgregazione sociale, la violenza e gli incubi che hanno caratterizzato il periodo, offerta dalla quadrilogia Red Riding Quartet di David Peace – composta dai romanzi Nineteen Seventy-Four, Nineteen Seventy-Seven, Nineteen Eighty e Nineteen Eighty-Three pubblicati tra il 1999 e il 2002 – ispirata ai crimini dello Squartatore dello Yorkshire sullo sfondo delle lotte dei minatori minuziosamente descritte. Le vicende dei minatori stroncati da Margaret Thatcher sono al centro del romanzo GB84 (2004) di Peace in cui, sottolinea Albertazzi, non si ritrova «il romanticismo della sconfitta o l’esaltazione sentimentale della solidarietà che di solito caratterizzano le narrazioni cinematografiche dedicate alle lotte della classe operaia inglese». Quello di Pece è piuttosto «un romanzo duro, scritto in uno stile frenetico, sincopato; un’appassionata e cruda resa narrativa di eventi che hanno portato a un radicale, negativo, cambiamento nel rapporto tra capitale e lavoro» (p. 217). Quello che esce da GB84 e da Red Riding Quartet è un impietoso ritratto dell’epopea thatcheriana, di un Paese che, comunque, ha il merito, rispetto ad altri, di avere scrittori, registi e musicisti che non si vergognano di chiamate le cose con il loro nome. La necessità di fare i conti con gli anni Ottanta la si ritrova anche in La linea della bellezza (The Line of Beauty, 2004) di Alan Hollinghurst, ma mentre il “cronachismo” di Peace mira a mostrare come il crimine sia parte integrante della società thatcheriana, scrive Albertazzi, il “neo-impressionismo” di Hollinghurst mostra la «collusione della bellezza con il potere» (p. 218).

Gli anni Ottanta thatcheriani, insomma, hanno talmente impattato sulla materialità e sull’immaginario britannici che, in un modo o nell’altro, continuano a far parlare di sé. Scevra dal romanticismo della sconfitta, con il suo volume, Silvia Albertazzi ha indubbiamente il merito di tratteggiare come, anche in ambito culturale, pur tra mille contraddizioni, si siano date forme di resistenza e tentativi di sottrazione all’immaginario spacciato da Margaret Thatcher. Lo slogan “There is no alternative” (TINA) fatto luogo comune astorico, indelebile e imprescindibile per tutte le classi sociali, necessita ancora di essere combattuto.

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Anthropic mette Claude al servizio della sicurezza delle big tech

Dopo aver testato l’ultima versione del proprio modello Claude, ‘Claude Mythos Preview’, su dei benchmark di sicurezza informatica, Anthropic si è resa conto della grande abilità del modello nello scovare vulnerabilità nel codice, quasi al livello dei più esperti analisti in carne ed ossa.

L’azienda quindi, preoccupata dell’impatto che tecnologie di questo tipo potranno avere nel futuro dei crimini informatici, ha messo su un consorzio – Project Glasswing – insieme ad altre grandi compagnie a stelle e strisce ed importanti attori del software libero: Amazon Web Services, Apple, Broadcom, Cisco, CrowdStrike, Google, JPMorganChase, la Linux Foundation, Microsoft, nVidia, e Palo Alto Networks.

Anthropic metterà a disposizione dei partner del consorzio la versione più recente del modello, che non verrà resa disponibile al pubblico, per rinforzare la sicurezza dei loro sistemi informatici e fornirà loro a titolo gratuito inizialmente un numero di accessi alla piattaforma per un totale di 100 milioni di dollari, offrendola poi ad un prezzo agevolato.

La compagnia si impegna inoltre a finanziare anche direttamente le fondazioni responsabili del mantenimento di alcuni progetti open source importantissimi per l’industria informatica, come Apache, affinché migliorino la sicurezza dei loro prodotti.

Nel comunicato di Anthropic che annuncia questa iniziativa sono stati pubblicate anche alcune vulnerabilità passate inosservate per decenni e scovate da Claude Mythos in alcuni dei software più utilizzati, come il kernel linux, il sistema operativo OpenBSD e la libreria per la gestione dei video ffmpeg.

È probabile che un’iniziativa del genere possa interessare anche gli apparati del dipartimento della difesa statunitense, che da anni attraverso la DARPA spinge per progetti che rafforzino la sicurezza dell’infrastruttura software della sicurezza nazionale, in linea anche con la strategia cyber pubblicata dall’amministrazione Trump.

Appare evidente da questa iniziativa come l’IA stia diventando sempre più rapidamente un asset starategico in questo momento di forti tensioni internazionali e che, nonostante siano in forte competizione, le aziende tech statunitensi siano disponibili a fare blocco comune contro eventuali minacce esterne, vere o presunte che siano.

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Libano: massacri, negoziati e un nuovo ordine

L’ultima guerra di Israele contro il Libano non viene combattuta solo dall’aria. Viene rinforzata politicamente dall’interno, mentre Beirut si muove in sintonia con gli sforzi statunitensi-israeliani per isolare Hezbollah e indebolire la posizione negoziale dell’Iran.

In un precedente articolo, abbiamo esaminato i sette messaggi che il Primo Ministro israeliano Benjamin Netanyahu ha cercato di comunicare attraverso gli omicidi di massa in Libano. Questi messaggi miravano a rimodellare le dinamiche regionali, a imporre la deterrenza e a forzare nuove realtà politiche sul terreno.

Quei massacri hanno già provocato centinaia di libanesi uccisi e più di mille feriti [circa 2.000, ad oggi, ndr], insieme a un’enorme distruzione delle infrastrutture civili, secondo i dati della protezione civile libanese. La scala e l’intensità della violenza, tuttavia, non sono state casuali. Erano pensate per creare urgenza, paura e, infine, sottomissione.

All’epoca, abbiamo sostenuto che le azioni di Israele facevano parte di un tentativo più ampio di imporre un nuovo ordine regionale attraverso il sangue. Da allora, nuovi sviluppi hanno confermato che questa escalation militare è stata coordinata con mosse politiche parallele – in particolare, uno sforzo per separare il percorso negoziale Iran-Stati Uniti in Pakistan dalla guerra contro il Libano.

Questa separazione non è un dettaglio tecnico. È il cuore dell’attuale lotta geopolitica.

Mentre le bombe israeliane continuano a cadere su tutto il Libano, Netanyahu ha annunciato di aver incaricato il suo governo di avviare negoziati diretti con il Libano “il prima possibile”, sottolineando che questi colloqui si concentreranno sul disarmo di Hezbollah e sull’instaurazione di “relazioni pacifiche”. Questo cambiamento non è avvenuto nel vuoto. Ha fatto seguito a una delle ondate più letali di attacchi israeliani contro il Libano degli ultimi anni, ed è arrivato in un momento in cui l’Iran aveva esplicitamente legato la sua partecipazione ai colloqui di Islamabad a un cessate il fuoco in Libano.

In altre parole, Israele ha intensificato l’azione militare mentre contemporaneamente apriva un canale politico progettato per aggirare le condizioni iraniane.

Ciò che rende questa strategia particolarmente significativa, tuttavia, non è solo il ruolo di Israele, ma la risposta di Beirut.

Dall’inizio della guerra israeliana contro il Libano, il governo del Primo Ministro Nawaf Salam ha intrapreso azioni che si allineano strettamente con gli obiettivi statunitensi e israeliani. Piuttosto che inquadrare il conflitto principalmente come un’aggressione israeliana, i funzionari libanesi chiave hanno sottolineato la necessità di tenere sotto controllo la resistenza, sollevando ripetutamente la questione delle armi di Hezbollah e la necessità di porre tutti gli armamenti sotto il controllo dello Stato.

Questa posizione non è neutrale. Riflette una scelta politica. Ancora più importante, crea il quadro stesso che Israele cerca di imporre: uno in cui il problema centrale non è più l’occupazione, l’aggressione o i massacri di civili, ma piuttosto la resistenza stessa.

La disponibilità del governo libanese a impegnarsi in negoziati diretti con Israele – cosa storicamente evitata al di fuori dello stretto quadro di contatti indiretti o mediati – segna un pericoloso precedente. Anche se inquadrato come condizionale o tattico, tale impegno costituisce un implicito riconoscimento politico di Israele in un momento in cui i civili libanesi sono ancora sepolti sotto le macerie dei raid israeliani.

Questa contraddizione non è persa sugli attori interni.

Secondo Al Mayadeen, figure legate a Hezbollah hanno criticato aspramente la direzione del governo, con alcuni che la descrivono come un tradimento di altissimo livello. La critica riflette la paura più profonda che il Libano venga trascinato in un percorso politico che finirà per delegittimare la resistenza e rimodellare gli equilibri di potere interni del paese.

Questa preoccupazione è rafforzata dalla stessa sequenza di eventi. Il Libano non ha ancora ricevuto una data formale dagli Stati Uniti per iniziare i negoziati, secondo il corrispondente di Al Mayadeen a Beirut. I funzionari libanesi hanno insistito sul fatto che un cessate il fuoco debba precedere qualsiasi colloquio, ma Israele ha chiarito che il suo obiettivo è esattamente l’opposto: usare i negoziati come strumento per imporre nuove realtà, incluso il disarmo di Hezbollah.

Nello stesso momento, l’Iran ha chiarito inequivocabilmente la sua posizione. La sua delegazione ha condizionato la partecipazione ai colloqui di Islamabad al collegamento di qualsiasi cessate il fuoco con un’interruzione totale delle operazioni israeliane in Libano. I funzionari iraniani sono andati oltre, sottolineando che nessun accordo a lungo termine è possibile senza porre completamente fine all’aggressione israeliana.

Questo crea uno scontro diretto di visioni politiche. Da un lato, l’Iran sta tentando di integrare il Libano in una soluzione regionale più ampia che preservi il ruolo della resistenza come attore centrale. Dall’altro lato, gli Stati Uniti, Israele e i loro alleati regionali stanno lavorando per frammentare quel quadro – isolando il Libano, emarginando Hezbollah e riaffermando un ordine guidato dagli Stati Uniti.

In questo contesto, il comportamento del governo libanese non può essere compreso come indipendente.

L’establishment politico di Beirut ha a lungo operato all’interno di un sistema plasmato da pressioni esterne, in particolare da Washington e dai suoi alleati regionali. Il momento attuale non fa eccezione. La spinta verso i negoziati, l’enfasi sul disarmo e la cornice politica del conflitto riflettono tutti un più ampio allineamento con il campo filo-americano.

Questo campo si trova ad affrontare un dilemma strategico. La sua incapacità di imporre un risultato decisivo all’Iran – sia militarmente che economicamente – ha già spostato l’equilibrio del potere. La crisi dello Stretto di Hormuz, la resilienza dello Stato iraniano e il fallimento nel neutralizzare Hezbollah hanno tutti esposto i limiti dell’influenza statunitense.

Permettere che il Libano sia incluso in un quadro negoziale guidato dall’Iran approfondirebbe questo spostamento. Emarginerebbe effettivamente gli attori filo-occidentali a Beirut e aprirebbe la porta a un nuovo assetto regionale in cui l’Iran detiene una leva significativa. Per Washington, Tel Aviv e i loro alleati, questo è un risultato inaccettabile.

Da qui la strategia attuale: bombardare il Libano, poi precipitarsi in negoziati con lo stesso governo libanese.

Questo duplice approccio non è contraddittorio. È deliberato. I massacri creano pressione. I negoziati creano un percorso politico alternativo – uno che esclude l’Iran e ridefinisce il conflitto attorno al disarmo e alla normalizzazione.

Fondamentalmente, sia Israele che segmenti dell’establishment politico libanese condividono un obiettivo comune: l’indebolimento e, infine, la sconfitta di Hezbollah. I colloqui diretti sono solo il primo passo.

Nello scenario ideale immaginato dagli Stati Uniti e da Israele, questo processo si evolverebbe in un consenso internazionale – possibilmente attraverso le Nazioni Unite – che delegittima formalmente Hezbollah e, per estensione, tutte le forme di resistenza armata. Un tale cambiamento non solo rimodellerebbe il Libano internamente, ma colpirebbe anche il cuore dell’asse di resistenza più ampio.

Ma tali scenari raramente si svolgono come pianificato.

L’ostacolo principale rimane l’insistenza dell’Iran nel collegare il Libano a qualsiasi accordo più ampio. Finché questo collegamento rimarrà, i tentativi di isolare il Libano incontreranno una significativa resistenza – non solo da Teheran, ma da attori all’interno dello stesso Libano.

L’esito di questa lotta non sarà confinato al Libano.

Determinerà se la regione si muoverà verso un ordine frammentato dominato da stati sostenuti dagli Stati Uniti, o verso un nuovo equilibrio in cui i movimenti di resistenza e i loro alleati manterranno un ruolo decisivo.

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L’accordo introvabile, la sconfitta inaccettabile

Niente accordo, dopo le prime 21 ore di confronto. O le ultime.

La differenza è chiaramente abissale, ma per intuire da quale parte penda l’ago della bilancia bisogna eliminare l’immensa massa di propaganda che avvolge tutto il contenzioso concreto tra Iran e Usa-Israele.

A prima vista, ascoltando le poche frasi pronunciate dal vicepresidente J.D. Vance – che era contrario alla guerra, ma se n’è stato zitto e buono – tutto o quasi è finito. “Questa è una cattiva notizia per l’Iran molto più di quanto sia una cattiva novità per gli Stati Uniti”, ha sottolineato. “Abbiamo chiarito molto quali sono le nostre linee rosse... e hanno scelto di non accettare le nostre condizioni”.

Già da questo si intuisce l’atteggiamento Usa: “vi facciamo una proposta, non potete rifiutare”, come ne Il padrino.

Secondo la versione di Vance, il punto essenziale su cui ci si è bloccati, è la mancanza di un “impegno affermativo” a lungo termine da parte dell’Iran a non cercare un’arma atomica o gli strumenti che permetterebbero di produrne una rapidamente. “Non l’abbiamo ancora visto, speriamo di vederlo”, ha detto Vance.

Porta quasi chiusa, ma uno spiraglio resta...

Da parte iraniana tira un’aria ufficialmente più rilassata e consona a una trattativa diplomatica che si sapeva difficile. Il portavoce del ministero degli Esteri, Esmaeil Baghaei, ha dichiarato che le due parti hanno raggiunto un’intesa su diverse questioni, pur rimanendo divergenti su due o tre punti. Ha aggiunto che peraltro nessuno si aspettava un accordo da un singolo incontro.

Del resto, viene ricordato, ci sono voluti due anni di negoziati sotto l’amministrazione di Barack Obama per raggiungere l’accordo concluso nel 2015. Ma che Trump, come è noto, ha poi cancellato durante il suo primo mandato.

Il termine stesso – «programma nucleare» – è decisamente vago, perché può comprendere sia le applicazioni militari che quelle civili, ossia dalla bomba atomica alle applicazioni mediche, passando per le centrali di produzione dell’elettricità.

Lo scomparso Ali Khamenei – Guida suprema fino al primo giorno di guerra, in cui è stato ucciso – aveva del resto emesso una fatwa contro la produzione di armi atomiche; è non è che da quelle parti si scherzi su certe cose... 

Ma le richieste statunitensi sul punto sono state giudicate «eccessive», secondo alcuni estese fino alle applicazioni mediche.

Altro nodo non sciolto la gestione dello Stretto di Hormuz, attualmente semi-chiuso (possono passare le navi dei paesi amici o neutrali, non quelle degli attaccanti). Trump pretende di «governarlo», magari insieme a Teheran, per estendere al Golfo il regime di controllo del greggio mondiale che sta cercando di realizzare aggredendo direttamente i paesi produttori (Venezuela e Nigeria, solo negli ultimi mesi) o sedendosi al «casello di passaggio» del Golfo Persico.

Tutto ciò è però fondato su «indiscrezioni» rilasciate da «fonti vicine alla trattativa». Il contenuto reale non è stato reso noto da entrambe le parti, come del resto è quasi consuetudine in ogni trattativa diplomatica di questo livello.

Anche fonti statunitensi sottolineano come il fatto che Vance se ne sia andato non significa necessariamente che i colloqui siano finiti. In fondo l’incontro di ieri è stato effettivamente “storico”, perché il primo di questo livello dal 1979.

Gli Stati Uniti hanno da allora negoziato indirettamente con l’Iran e questi colloqui possono proseguire anche a distanza. Abbandonare i negoziati potrebbe semplicemente essere una presa di posizione intransigente, necessaria per rientrare a Washington e consultarsi con The Donald e poi decidere come andare avanti.

Il punto fondamentale è ovviamente come andrà avanti l’America. Riaprire i bombardamenti, abbandonando il «cessate il fuoco» e seguendo perciò la linea che Netanyahu sta applicando contro il Libano, oppure preparare – nell’arco delle due settimane di tregua – un nuovo round di colloqui.

È noto che l’incontro di Islamabad è stato «caldeggiato» con molta discrezione dalla Cina, che sa benissimo come l’aggressività statunitense sia causata dai problemi giganteschi di ordine economico e politico che cova in seno, oltre che dall’ambizione genocida di Israele (con la spada di Damocle degli Epstein files sempre attiva), ma abbia anche una tempistica obbligata di breve periodo (a novembre negli Usa si vota, e meno di un terzo degli americani approva questa guerra che ha fatto volare inflazione e prezzo dei carburanti).

Il nodo vero resta dunque, per l’amministrazione Trump, come uscire dalla guerra senza apparire perdente, anzi... Sul piano militare, nonostante le sceneggiate hollywoodiane, è chiaro che l’Iran è fin qui sopravvissuto in misura ampiamente inattesa. Quindi un «colpo di teatro» per intestarsi la vittoria potrebbe essere o un boomerang (come nel caso del tentato «furto» dell’uranio ad Isfahan), o un innalzamento del livello di scontro, col rischio – già corso – che Israele lanci un’atomica che porterebbe il mondo intero sull’orlo dell’abisso.

La «vittoria» sul terreno diplomatico richiederebbe però tutt’altra sottigliezza che non mettere la pistola sul tavolo, alla texana, e dire «qui comando io». Subito dopo l’interruzione dei colloqui, Trump si è detto “indifferente” all’esito di questi negoziati perché “abbiamo già ottenuto una vittoria militare schiacciante”. Resta insomma concentrato sulla “narrazione”, non su una soluzione reale di lunga durata.

Se ne sono però accorti tutti, e qualche osservatore di buon livello fa notare che “Trump voleva rafforzare la narrazione secondo cui gli Stati Uniti sono in grado di impedire all’Iran di dotarsi di impianti nucleari e di riaprire lo Stretto di Hormuz, con o senza un accordo”.

Da qui il porre al centro il tema del nucleare (che era stato dichiarato “annientato” già nella guerra dei 12 giorni, nel giugno scorso) e lo Stretto (che era aperto a tutti prima del 28 febbraio di quest’anno; insomma, bastava non cominciare la guerra...).

Da qui, di conseguenza, anche il rimbalzare continuo tra dichiarazioni terrificanti e aperture al dialogo, peraltro sfruttate individualmente manovrando la reazione dei mercati finanziari.

Ma in questo modo l’accordo diventa introvabile, mentre tutti cominciano a vedere che Trump sta subendo una sconfitta, per l’America, inaccettabile.

Come già detto, l’impressione è che si andrà avanti, per qualche giorno almeno, senza riaprire le ostilità. Ma si cammina su un ghiaccio sottilissimo...

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Contrabbando di armi verso Israele denunciato in Belgio

RTL Info, telegiornale quotidiano belga, ha riportato ieri una caso di vero e proprio contrabbando di armi che ha interessato un carico proveniente dal Regno Unito e diretto verso Israele, attraverso una compagnia civile che ha sede a Malta e opera con un suo ramo direttamente nel paese europeo.

Il fatto è avvenuto a fine marzo, presso l’aeroporto di Liège-Bierset. I sospetti sono nati quando un camion proveniente dal Regno Unito ha consegnato un carico all’aeroporto, senza però che vi fosse alcun documento che ne rivelasse l’effettiva natura. Sulla base di una denuncia arrivata da una ONG specializzata nella sorveglianza dei flussi militari verso zone di guerra, le autorità di Liegi hanno dunque intercettato il carico.

In seguito a un controllo, sono state identificate e sequestrate 33 casse contenenti sistemi laser, mirini, sistemi di controllo del tiro e componenti per aerei da caccia. Il materiale era destinato a Israele tramite la Challenge Airlines, una compagnia israeliana specializzata in carichi non standard.

Il carico, però, non era stato correttamente dichiarato, e nessuna licenza di esportazione era stata richiesta, come previsto invece dalla legge belga. Ciò fa sorgere dubbi su altri carichi, dato che la compagnia ha operato con regolarità tra gli Stati Uniti e Israele negli ultimi mesi, facendo tappa proprio in Belgio.

Un’altra vicenda passata getta ulteriori ombre su come questa triangolazione fosse un contrabbando strutturato da tempo per rifornire in maniera nascosta le operazioni genocide delle IDF. Alla fine del 2024, la Challenge Airlines aveva già contestato un decreto federale e un decreto della Vallonia che limitavano le sue licenze per materiale pericoloso e impedivano l’esportazione e il transito di armi verso lo stato sionista.

Il Belgio ha visto un’importante serie di vicende riguardanti il divieto di commercio e anche del semplice transito di armi verso Israele, che ha raggiunto un nuovo traguardo lo scorso 16 marzo. La Corte d’Appello di Bruxelles ha messo nero su bianco la responsabilità di Bruxelles nel mancato controllo dei flussi di armi verso Israele.

La Corte ha stabilito che le Convenzioni di Ginevra e la Convenzione sul Genocidio non sono semplici dichiarazioni d’intenti, ma hanno “effetto diretto nel diritto interno”. Secondo i giudici, il Belgio non ha agito tempestivamente per impedire il trasferimento di materiale bellico che potrebbe essere utilizzato per crimini contro l’umanità.

Il Regio Decreto del 18 gennaio 2026, pur vietando il transito di armi, è considerato tardivo. E aggiungiamo noi che è anche incompleto, visto che la stessa sentenza sottolinea che non si applica a materiale dual use. Si tratta, ad ogni modo, di una vittoria importante per le organizzazioni che, il 22 luglio 2025, avevano intentato causa allo stato belga affinché rispettasse le disposizioni del diritto internazionale.

Droit pour Gaza, l’Associazione belga-palestinese (ABP), il Coordinamento nazionale per l’azione per la pace e la democrazia (CNAPD), SOS Gaza e due vittime palestinesi, che hanno finanziato l’iniziativa legale attraverso un crowdfunding, hanno dichiarato che la sentenza afferma che i “giudici possono obbligare uno Stato a rispettare i suoi obblighi di fronte a un genocidio, a un crimine di guerra o a un crimine contro l’umanità”.

Si tratta, ovviamente, anche di una vittoria importante per il movimento di solidarietà con la Palestina e con il popolo libanese bersagliati dalle forze israeliane, a cui deve essere data visibilità internazionale.

È possibile imporre ai propri governi di recidere i legami con lo stato genocida di Israele, e gli strumenti sono tanti: vanno usati tutti.

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