Presentazione


Analisi, opinioni, fatti e (più di rado) arte da una prospettiva di classe.

14/07/2026

R.I.P Sam Neil

Se ne è andato così de botto, senza senso, Sam Neill, attore neozelandese tra i volti più noti e trasversali del cinema degli ultimi quarant’anni. De botto e senza senso perché nel 2023 aveva annunciato di essere affetto da un linfoma al terzo stadio, aveva trascorso gli ultimi tre anni a raccontare la quotidianità della malattia e poi, non più tardi di tre mesi fa, aveva annunciato la completa guarigione. Nel comunicato pubblicato dalla “whānau of Sam Neill” si parla di dipartita improvvisa, circondato dai propri cari, al St Vincent’s Private Hospital di Sydney e viene sottolineato esplicitamente che l’attore “remained cancer free”. Sbrigata la mera cronaca, resta il dispiacere per la perdita di un grande attore, uno di quello che il grande pubblico associa subito ad un ruolo – Alan Grant, il paleontologo che sfidava i T-Rex con un fumogeno – e che in mezzo secolo di carriera ha attraversato quasi ogni genere possibile.

Neozelandese senza esserlo del tutto (nato in Irlanda del Nord da madre inglese e padre neozelandese), Sam senza essere Sam (registrato all’anagrafe come Nigel, cambiò nome perché non lo riteneva abbastanza d’impatto per lavorare nel cinema), attore a trent’anni dopo una laurea in letteratura inglese e una carriera come regista e montatore di documentari, Neill ha vissuto un paio di sliding door decisive tra gli anni ’80 e ’90 che avrebbero potuto cambiargli radicalmente la carriera: nel 1986 si ritrovò tra i papabili per succedere a Roger Moore nel ruolo di James Bond, insieme a Pierce Brosnan e Timothy Dalton mentre qualche anno dopo, grazie al rifiuto di Harrison Ford, venne scelto da Spielberg in Jurassic Park.

007 e dinosauri a parte, per chi frequenta questo sito Neill dovrebbe risultare familiare soprattutto per la sua militanza nell’horror e nel thriller. Nel 1981 interpretò il ruolo di Damien adulto nel terzo capitolo della serie The Omen ma, soprattutto, prese parte a quel capolavoro allucinante che è Possession di Andrzej Żuławski, girato in una Berlino ancora divisa dal Muro: nel memoir uscito poco prima di morire, Neill ha raccontato che il regista polacco gli chiese di schiaffeggiare per davvero Isabelle Adjani in una scena, lui si rifiutò (“non ho mai alzato le mani su un altro essere umano”), e fu la stessa Adjani a convincerlo a farlo. Definì Żuławski “un bullo travestito da regista, ma con una vera visione” e ammise di essere uscito da quel set “con la sanità mentale a malapena intatta”.

Nel 1994, all’apice del successo dopo il doppio trionfo di critica e pubblico di Jurassic Park e Lezioni di piano, si cimentò nel doppiaggio di un episodio dei Simpson (interpreta Molloy, il ladro gentiluomo, in uno dei migliori episodi della serie) e venne scelto da John Carpenter, che lo volle protagonista di In the Mouth of Madness. Nel più lovecraftiano tra i film non direttamente tratti dai racconti dello scrittore di Providence, Neil interpreta il ruolo di un investigatore assicurativo chiamato a ritrovare lo scrittore Sutter Cane. 

Nei panni di John Trent, ridefinisce i confini dell’horror vent’anni prima che l’horror decidesse di diventare “elevated”, tratteggiando un personaggio complesso, la cui lucida razionalità va a farsi benedire una volta messo faccia a faccia con l’abisso. Una parte che avrebbe riportato nello spazio tre anni dopo, in quel grandissimo what if che è Event Horizon. Paul W.S. Anderson lo scelse apposta in contrasto con la sua immagine pubblica – “l’uomo a cui affideresti di più i tuoi figli, insieme a Tom Hanks” – per assegnargli la parte dello scienziato che finisce per strapparsi gli occhi con le mani. Fu lui, tra l’altro, a suggerire di sostituire la Union Jack con la bandiera aborigena sulla sua uniforme da astronauta australiano, ipotizzando che nel 2047, anno in cui è ambientato il film, la bandiera del suo paese sarebbe potuta cambiare.

Fuori dal cinema era diventato protagonista su Twitter/X come vignaiolo e fattore, con la sua Two Paddocks e dava ai suoi animali da fattoria i nomi dei colleghi più famosi – Laura Dern la gallina, Kylie Minogue l’anatra – “così non sono tentato di mangiarli”, spiegava, salvo poi ammettere candidamente che “Meryl Streep è stata uccisa da una faina di recente”. Ci mancherà. (Matteo Ferri)

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Germania - Un progetto di legge contro chi nega il diritto all’esistenza di Israele

Il Bundesrat, la Camera bassa tedesca, ha adottato a maggioranza un progetto di legge presentato dal land dell‘Assia, considerato incostituzionale da numerosi avvocati che minaccia chi sostiene pubblicamente la negazione del diritto di Israele a esistere con pene detentive fino a cinque anni. Se dovesse entrare in vigore, verrebbe creato un reato speciale contrario alla Legge Fondamentale tedesca.

Secondo questo progetto di legge, un nuovo paragrafo 4 deve essere inserito nel paragrafo 130 del Codice Penale (istigazione all’odio).

Il pasticcio legale – una mozione simile è fallita al Bundestag all’inizio del 2024 – deriva dalla crescente tendenza dell’establishment politico tedesco a sospendere i diritti fondamentali. Questo viene già praticato contro le manifestazioni di solidarietà con la Palestina, con brutali violenze della polizia contro i manifestanti.

La libertà di espressione, stampa e riunione è stata di fatto sospesa più e più volte dal 2023. Ciò è giustificato dal concetto svuotato di antisemitismo.

Nel 2019, il Bundestag ha classificato la campagna BDS per il boicottaggio economico, accademico e culturale di Israele come “antisemita”.

La giustificazione del governo dell’Assia per il nuovo reato aggrava ulteriormente questa situazione. Tra i fattori di incriminazione ci sono “l’uso dello slogan ‘Dal fiume al mare, la Palestina sarà libera’ o la presentazione di mappe del Medio Oriente in cui Israele è sostituito da uno ‘stato palestinese’ all’interno dei confini di Israele, della Striscia di Gaza e della cosiddetta Cisgiordania” – cioè le mappe che Benjamin Netanyahu presenta pubblicamente da anni senza la Palestina.

Secondo i proponenti del progetto di legge tutto questo relativizza l'“Olocausto” e approva la violenza contro gli ebrei tramite la “comunicazione deviante” e contiene un “significato subliminale”.

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Israele spara a Marwan Barghouti in carcere

Marwan Barghouti è stato ferito a una gamba da un proiettile di gomma sparato da una guardia carceraria israeliana.

Il “Mandela palestinese” ha scritto in una lettera al suo avvocato che il colpo gli ha causato una ferita molto dolorosa. “Una delle guardie ha sparato alla gamba di Marwan, provocandogli una ferita dolorosa e facendolo sanguinare”, ha denunciato con un post su Facebook la moglie, Fadwa Barghouti. “È stato un altro episodio delle numerose aggressioni in corso contro di lui”, ha aggiunto il figlio Arab, il quale ha specificato che l’attacco è avvenuto la scorsa settimana nel carcere di Ganot, nel deserto del Negev.

La famiglia ne è stata informata dall’avvocato Avigdor Feldman, che ha riferito di non aver ricevuto notizie su cure mediche prestate al detenuto. L’AFP ha visionato la lettera di Marwan. Il servizio carcerario israeliano ha respinto l’accusa.

Non è il primo episodio denunciato dalla famiglia. Nel settembre 2025 Barghouti è stato picchiato durante un trasferimento, riportando quattro costole rotte e ferite alla testa. Poche settimane prima, un video aveva mostrato il ministro israeliano di estrema destra Itamar Ben Gvir minacciarlo in carcere, mentre il leader palestinese appariva visibilmente debilitato.

La Lega Araba ha chiesto l’istituzione di una commissione internazionale d’inchiesta sui “ripetuti assalti” contro Barghouti.

In carcere da oltre vent’anni, Barghouti gode di enorme stima e sostegno politico e umano tra i palestinesi. Quest’anno è stato rieletto nel Comitato centrale di Fatah ottenendo il maggior numero di voti.

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“Il pappone” va alla guerra, dice...

Per evitare di fare discorsi sconclusionati quanto quelli della stampa occidentale, totalmente concentrata sulle parole che a getto continuo esondano dalla bocca di Trump, sarà bene tenere separati i fatti dalle dichiarazioni. Ossia la guerra dalla “comunicazione”.

Il primo fatto è la lettera inviata dall’amministrazione Trump al Congresso tre giorni fa in cui comunica che gli attacchi iniziati il ​​7 luglio rappresentano “un’azione militare coerente con la mia responsabilità di proteggere gli americani e gli interessi degli Stati Uniti sia in patria che all’estero”.

La lettera mostra anche la preoccupazione di non escludere esiti diversi dalla guerra totale descrivendo gli attacchi più recenti come “limitati, misurati, pianificati ed eseguiti in modo da ridurre al minimo le vittime civili”.

Con ciò l’amministrazione statunitense più folle della storia ha formalmente rispettato l’obbligo di legge secondo cui il presidente deve riferire al Congresso entro 48 ore dall’inizio di qualsiasi azione militare. Qualsiasi azione iniziata senza l’approvazione del Congresso deve infatti essere interrotta entro 60 giorni.

In realtà la guerra va avanti ormai da quattro mesi e mezzo, con intervalli e precarissimi “cessate il fuoco” che hanno permesso la mediazione di Pakistan e Qatar che ha portato ai colloqui di Islamabad e poi al Memorandum firmato in Svizzera. Trump ha insomma già aggirato la legge dichiarando “finita” la guerra dopo due mesi, ma riprendendola con attacchi ogni volta che era in difficoltà interna.

Sul piano strettamente militare l’aviazione statunitense ha colpito rampe di lancio missilistiche intorno allo Stretto di Hormuz, nonché droni marini ormeggiati e altre strutture militari.

La risposta iraniana è stata quella classica: missili e droni contro le basi militari statunitensi in Kuwait, Bahrein, Emirati, Oman e Giordania. Secondo un comunicato della Guardia rivoluzionaria iraniana “Alcuni depositi logistici di armi, un centro per le comunicazioni satellitari e l’edificio residenziale delle forze statunitensi sono stati presi di mira da missili e droni in Bahrein”.

Mentre “Nel secondo ciclo di attacchi missilistici e con droni, l’Iran ha colpito la Quinta flotta della Marina statunitense in Bahrein, danneggiando un deposito di carburante, un radar Patriot, un radar di controllo aereo e un sistema radar di allarme C-Ram. Il centro di controllo e monitoraggio per le imbarcazioni a guida autonoma è stato completamente distrutto”.

Il tutto accompagnato da video che sembrano dimostrare che i colpi sono arrivati a segno nonostante i tentativi di intercettarli.

Inoltre sono stati lanciati droni contro due petroliere emiratine che provavano a passare per la rotta “protetta dagli Stati Uniti”, ossia il cosiddetto “corridoio omanita-americano”, leggermente più vicino alla costa sud dello Stretto, invece che per il canale più utilizzato.

Come si vede, non serve molto per rendere sconsigliabile l’attraversamento dello Stretto senza il benestare iraniano. Mentre lo sforzo militare per impedire quel controllo richiede decine di aerei e missili, senza peraltro garantire risultati apprezzabili, data la conformazione del terreno e le reti di tunnel in cui sono collocati i depositi.

Le parole a ruota libera

Quasi imbarazzante, invece, doversi occupare delle parole. Se uno dovesse dar credito a Trump, infatti,

“Li stiamo colpendo duramente. E continueremo, vedremo cosa succederà. Stiamo neutralizzando tutta la loro capacità offensiva e stiamo controllando lo stretto. Stiamo ripristinando il blocco” per tutte le navi dirette nei porti iraniani.

– La ripresa del conflitto con l’Iran “sarà molto veloce”.

– Nonostante questo “un accordo è ancora possibile”, anche se il Memorandum sembra seppellito dalla svalutazione a semplice “test” per saggiare Teheran.

Tutto e il contrario di tutto, insomma.

Ma la dichiarazione più fuori di testa è stata un’altra, e ha ovviamente scosso anche la fiducia dei “mercati” nella serietà di questa amministrazione Usa. “Stiamo proteggendo una parte molto ricca del mondo. Stiamo spendendo soldi. E quindi, quello che abbiamo fatto è che saremo rimborsati per la protezione” dai Paesi del Golfo. Una guerra per fare “il pappone”, insomma, o al massimo il “vigilante”...

La percentuale – o “dazio” – pretesa sarebbe addirittura il 20 percento del fatturato a bordo di ciascuna nave. Calcolando che “la tariffa di passaggio” introdotta da Tehran, in pratica di circa un dollaro a barile per le petroliere (col greggio stabilmente sopra i 70 dollari), era stata definita “devastante” per le aziende che commerciano nel Golfo, quella di Trump appare una sparata priva di senno.

Il New York Times è andato subito a ritrovare le dichiarazioni di J.D.Vance e “Narco” Rubio, poche settimane fa, che spiegavano come “nessun Paese” dovrebbe pretendere di riscuotere pedaggi o tariffe per il transito in quella via d’acqua vitale per l’economia mondiale. Neanche gli Stati Uniti, dunque...

Anche Alex Vatanka, ricercatore senior presso il Middle East Institute, l’ha sostanzialmente messa tra le tante cazzate che il tycoon ama sparare per restare al centro della scena.

Ovviamente l’idea non ha “alcun fondamento nel diritto internazionale”, ma, peggio ancora, “potrebbe irritare gli alleati degli Stati Uniti nel Golfo”, già sotto stress da mesi per una guerra che sta colpendo soprattutto i loro interessi commerciali.

“Al presidente Trump piace rilasciare dichiarazioni eclatanti. Non so quanto il suo staff abbia riflettuto a fondo su questa commissione del 20%”, ha detto Vatanka ad Al Jazeera.

“Non è questo l’accordo che gli Stati del Golfo hanno sottoscritto quando hanno scelto gli Stati Uniti come loro garante della sicurezza. Quindi, se ritengono di essere sfruttati in questa situazione, lo faranno sapere, e questo potrebbe anche influenzare le decisioni del Presidente Trump su come procedere con questa idea”. Facendo cioè la classica marcia indietro che gli è valsa la qualifica di “Taco” (Trump Always Chickens Out, ossia ‘Trump si tira sempre indietro’).

La decisione di puntare nuovamente – e ottusamente – sulla pressione militare sembra insomma motivata soprattutto dalla necessità di trovare almeno uno straccio di “vittoria” prima di gettare la spugna e sottoscrivere un accordo che rispecchi la sconfitta strategica subìta.

Far riaprire Hormuz “senza condizioni e pedaggi” appare il miraggio che lo guida e non paradossalmente vorrebbe arrivarci ponendo lui stesso un “pedaggio mostruoso” che si vanterebbe poi di aver eliminato.

Un po’ come per tutta la vicenda dello Stretto, che era completamente libero e gratuito al transito fino al 28 febbraio, giorno dell’attacco israelo-statunitense.

Nella guerra delle parole, bisogna dire, gli iraniani si dimostrano un tantino più sottili e ironici. A proposito del dazio pari al 20%, infatti, hanno fatto notare sorridendo che con loro gli affari sarebbero molto più vantaggiosi (praticamente soltanto l’1%).

Ma la vera coltellata retorica è arrivata sull’autoproclamazione di “Angelo Custode” dello Stretto. La nota dal ministero degli esteri di Teheran recita infatti “sappiamo custodirlo da soli, non ci servono lavoratori stranieri per questo”. Rovesciando in un colpo solo sulla Casa Bianca tutta la narrazione suprematista e razzista che domina da quelle parti.

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La posta in gioco con la nuova legge elettorale

Truccare continuamente le regole del gioco per consentire la vittoria sempre agli stessi interessi. Sembra essere questa la principale preoccupazione alla base della ennesima nuova legge elettorale, la quarta da quando è stata imposta la fine del sistema proporzionale su cui si era retta la definizione della rappresentanza politica nella Prima Repubblica.

Poi, su indicazione dei poteri forti, in nome della governabilità a tutti i costi e della cosiddetta alternanza, era stato introdotto il sistema maggioritario (lo stesso della ‘Legge Acerbo’ introdotta dal fascismo con la complicità dei liberali). Emblematicamente, questo cambiamento della legge elettorale compariva tra le priorità anche del progetto della P2 di Licio Gelli.

Era il 1993 quando venne approvato il Mattarellum che consentì a Berlusconi di vincere nel 1994 le prime elezioni con il nuovo sistema elettorale che porta il nome dell’attuale Presidente della Repubblica (il che non va certo a suo onore), un sistema che introduceva il maggioritario, eliminava le preferenze e il sistema proporzionale, alzava al 4% la soglia di sbarramento per accedere al Parlamento che prima era del 1,5%.

La rappresentanza democratica assicurata dalla Prima Repubblica veniva così smantellata in nome della cosiddetta “modernizzazione” del sistema imposto dalla gerarchizzazione a livello europeo.

L’obiettivo era costringere i partiti a formare delle coalizioni e consegnare una ampia maggioranza a quella vincente, eliminando la possibilità per i cittadini di poter indirizzare il proprio voto alle liste o ai candidati preferiti, costringendoli a votare per quelli indicati dai partiti nei vari collegi.

Poi venne il Porcellum nel 2005 o, significativamente, la “Porcata”, come la definì il suo estensore, il leghista Calderoli. Prevedeva un premio di maggioranza e liste bloccate, ma venne dichiarata parzialmente incostituzionale nel 2014.

Questa legge elettorale doveva consentire alla coalizione di destra guidata da Berlusconi di rimanere al governo di fronte ai sondaggi negativi, operazione che non riuscì solo per un soffio nelle elezioni del 2006 che portarono al secondo governo Prodi. La soglia di sbarramento veniva confermata al 4% per i partiti esterni alle coalizioni.

Il Porcellum venne sostituito dal Rosatellum nel 2017 che prende il nome dal suo relatore Ettore Rosato – senatore renziano niente affatto malvisto né dalla destra né dal Pd – entrata in vigore per le elezioni politiche del 4 marzo 2018 con un sistema misto maggioritario-proporzionale e la ridefinizione di tutti i collegi elettorali.

Con il Rosatellum la soglia di sbarramento per le liste indipendenti dalle coalizioni è scesa dal 4 al 3%. Questa legge elettorale – attualmente in vigore – si è rivelata un vero e proprio rompicapo il cui unico scopo era ridurre gli effetti dell’avanzata elettorale del M5S.

Il Rosatellum ha diviso l’Italia in centinaia di piccole zone, assegnando a ognuna un seggio. I votanti di quella zona eleggono un candidato e chi ottiene la maggioranza, anche relativa, si prende tutto. La coalizione di destra nel 2022 ha potuto approfittare del fatto che centrosinistra e M5S si sono presentati divisi e ha potuto così prendersi decine di seggi ottenendo in alcuni casi poco più del 35% dei voti.

Se oggi si votasse ancora con il Rosatellum, il timore della destra al governo è quella di una situazione di sostanziale pareggio con la coalizione del campo largo o, stando agli ultimi sondaggi, una vittoria del centrosinistra. Per chiarezza occorre dire che è fondamentalmente impossibile prevedere il numero di seggi assegnati con il Rosatellum attraverso i sondaggi a disposizione, proprio per il peso dei collegi uninominali.

Ora, solo otto anni dopo il Rosatellum, vogliono imporre appositamente una nuova legge elettorale che sta per concludere il suo percorso parlamentare. Il testo è arrivato alla Camera nella giornata di ieri e il dibattito in aula riprende oggi 14 luglio, dopo che è scaduto il termine per presentare gli ultimi emendamenti.

Al momento il problema da risolvere, per la maggioranza, rimane la divergenza sulle preferenze, su cui Lega, Fratelli d’Italia e Forza Italia non sono d’accordo.

Questa legge prevede un premio di maggioranza di coalizione al 42%, pari al massimo al 55% dei seggi; un proporzionale puro, senza collegi uninominali; una soglia di sbarramento sempre al 3% per le liste indipendenti e al 10% per le coalizioni; l’indicazione del candidato presidente del Consiglio. Su questi punti non ci sono divergenze all’interno della maggioranza di governo.

Nel frattempo occorre rammentare che la stupidità iconoclasta del M5S ha portato nel 2020 alla riforma costituzionale che ha visto la riduzione del numero di parlamentari che possono essere eletti, senza risparmi apprezzabili sui costi della politica ma, “in compenso”, con una ulteriore riduzione della rappresentanza.

Dunque negli ultimi trenta anni il sistema politico di potere ha continuamente modificato – o, per meglio dire, truccato – le regole del gioco elettorale nel nostro Paese. Lo ha fatto in nome del dogma della “governabilità” ma in realtà lo ha fatto in obbedienza al “pilota automatico” introdotto dai vincoli esterni e dai trattati internazionali – dalla Nato alla Ue – in materia di economia e politica estera.

È un sistema gerarchico dall’alto contro il basso che non prevede e non cerca più il consenso popolare, al contrario.

Di conseguenza c’è ormai un convitato di pietra che tutti rimuovono, ossia il fatto che da quando è stata introdotta la nuova legge elettorale nel 1993, il numero di partecipanti alle elezioni ha cominciato a diminuire costantemente e sistematicamente, fino ad arrivare al dato che solo la metà scarsa degli elettori si reca ormai alle urne, violando così profondamente ogni principio di rappresentanza democratica.

Giocare con e contro queste regole truccate non è affatto facile, è bene saperlo.

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Il campo del “ma anche”

Giuseppe Provenzano, fedelissimo di Elly Schlein e responsabile della politica estera del PD, ha dovuto riaffermare sul Corriere della Sera la posizione del suo partito su riarmo e guerra.

Dopo il bombardamento mediatico contro Conte, che aveva osato affermare che la minaccia russa è una invenzione del partito delle armi e della guerra, il PD, che ha una posizione opposta, non poteva tacere.

È vero che la tattica che Schlein ha in comune con Giorgia Meloni è quella dei sommergibili: inabissarsi subito di fronte a ciò che può essere una minaccia, ma stavolta la pressione del palazzo era troppo forte. Volete governare ? Allora dovete garantire che quelle di Conte siano solo parole. Le stesse che ogni tanto borbotta Salvini, per poi obbedire a Meloni.

Così è toccato a Provenzano ribadire che la Russia è sicuramente una minaccia e le armi in guerra si devono inviare. Poi ci deve essere anche la diplomazia , ma intanto si spara.

Quanto al riarmo, l’esponente PD ha detto che il 5% del PIL è insostenibile, lo afferma anche Giorgetti, ma l’alternativa non è il disarmo, bensì “la difesa comune europea”. Cioè un debito comune europeo che finanzi tante belle cose, ma anche le armi se serve.

E per non restare troppo nel fumo, Provenzano ha affermato che il PD è per ricorrere al famigerato SAFE, il prestito europeo per comprare armi che persino il Governo Meloni finora ha cercato di evitare.

Insomma Provenzano ha ribadito le ragioni per cui il PD in Europa vota sempre come Giorgia Meloni su riarmo e guerra.

Quanto al M5S di Conte, è evidente che per il PD deve fare ciò che fa la Lega: affermare un cosa, ma anche votare il suo esatto opposto.

Vi ricordate quando il PD fu fondato da Valter Veltroni con una fila di “ma anche” su cui imperversò la satira? Ecco, il campo largo è allo stesso punto: noi vogliamo la pace, ma siamo anche per la guerra. Solo così stanno assieme, nel centrosinistra come a destra, con il “ma anche”.

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Francia - Rinviato a ottobre il processo contro l’europarlamentare Rima Hassan

È stato rinviato al 19 e 20 ottobre il processo contro la europarlamentare di France Insoumise Rima Hassan accusata di apologia di terrorismo.

Rima Hassan è stata fermata il 2 aprile 2026 e tenuta in custodia per alcune ore, con l’accusa di “apologia di terrorismo” per aver citato in suo post su X una frase del militante dell’Armata Rossa giapponese Kozo Okamoto, che fu fra gli autori dell’attentato all’aeroporto di Tel Aviv del 30 maggio 1972. L’accusa nasceva dalla denuncia esposto di un deputato della destra lepenista Matthias Renault.

La prima udienza del processo era stata fissata per martedì 7 luglio ma il tribunale ha accolto la richiesta di rinvio degli avvocati della difesa, motivata dalla tardiva comunicazione di numerose carte d’accusa portate dalle numerosissime associazioni filo sioniste e filo israeliane che si sono costituite parte civile, tanto da condurre alla costituzione di uno staff dell'accusa composto da ben 12 avvocati.

In occasione della prima udienza quasi 300 persone solidali con Rima Hassan si sono radunate davanti al tribunale di Parigi per sostenere la rappresentante di La France Insoumise. Sul palco allestito per l’evento spiccava uno striscione con scritto: “Difendere la Palestina non è un reato”

In aula e davanti al tribunale erano presenti molti militanti solidali, fra cui il leader di LFI Jean-Luc Mélenchon.

Le parti civili, rappresentanti dei gruppi sionisti e filo-sionisti, hanno contestato il rinvio del processo in cui viene messa sotto accusa qualsiasi forma di contestazione e denuncia dei crimini di Israele.

Questo processo avrebbe dovuto essere il primo a coinvolgere una figura politica accusata di apologia del terrorismo. L’udienza è stata infine rinviata al 19 e 20 ottobre per “garantire che il procedimento potesse svolgersi in un clima sereno”, secondo quanto dichiarato dal giudice presidente del Tribunale penale di Parigi. 

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