Presentazione
Analisi, opinioni, fatti e (più di rado) arte da una prospettiva di classe.
18/07/2026
La notte dei giustizieri della notte
L’elenco è infinito (guerra, inflazione, bollette, carburanti, treni che non partono né arrivano più, salari di merda e lavoretti da schiavi, ecc.), e persino nelle vicende che riguardano soltanto gli affari loro – vedi la legge elettorale – riescono a fare figure da squali che si mordono reciprocamente.
Una via classica è prendere un fatto di cronaca, eleggerlo ad alfa e omega di una visione del mondo, e giocare la carta del forcaiolismo, se possibile con qualche venatura razzista.
Ma anche fare i forcaioli è diventato complicato, perché devono sostenere contemporaneamente il diritto all’omicidio per vendetta e il rispetto della legalità che vale, utilizzando il gergo tajanesco, “fino ad un certo punto”. Se poi non si trova bell’e pronto un immigrato borderline, allora bisogna arrampicarsi sugli specchi.
Per capirci, abbiamo negli stessi giorni diversi casi illuminanti.
Per il crollo del Ponte Morandi e i 43 morti che ha determinato, per l’assenza di manutenzione anche in presenza di degrado delle strutture portanti, l‘ex ad di Autostrade (allora in concessione a Benetton) Giovanni Castellucci è stato condannato a 12 anni e altri dirigenti a pene ancora minori.
Responsabilità oggettiva, si dice, ma non è che li hanno uccisi materialmente loro... Un po’ di comprensione ci vuole, no? In fondo erano dei manager di successo, risparmiavano sulle riparazioni per far crescere i profitti... Chi non farebbe lo stesso?
Invece Alfredo Cospito, per un petardone fatto esplodere in un cassonetto che, forse, non ha ferito neanche i topi in cerca di cibo, è stato condannato prima all’ergastolo e poi a 23 anni, da scontare in 41 bis. Coerente, no?
Difficile fare i forcaioli “legge e ordine” e pretendere l’assoluzione completa dei propri “eroi”, ma ci provano lo stesso.
La condanna a Mario Roggero, gioielliere cuneese che ha ucciso due rapinatori dopo che si erano già allontanati dal suo negozio, è sembrata l’occasione giusta per parlar d’altro facendo finta di volere una “giustizia giusta”, ma che non passi dalle aule di un tribunale. Da giustizieri della notte, magari...
Gli argomenti usati sono diversi e vanno smontati uno per uno.
Il primo fa appello all’empatia con un “povero vecchio, un nonno, con figli e nipoti” (Salvini dixit), tacendo dei due morti e un ferito lasciati per strada. Se venisse chiesta contemporaneamente la liberazione di tutti gli ultrasettantenni chiusi nelle galere si potrebbe persino ritenerlo giusto. Ma perché uno solo sì e tutti gli altri, a cominciare magari da chi non ha ammazzato nessuno, no?
Il più abusato è però quello per cui, avendo subito una rapina e visto minacciare anche sua moglie, Roggero sarebbe stato preso da un raptus in fondo comprensibile.
I giudici di tre tribunali diversi, per i tre gradi di giudizio, hanno in effetti accolto tutti questa “attenuante” prevista dalla legge, comminando 14 anni di carcere invece dell’ergastolo o 30 anni.
Ma l’analisi del video del post-rapina mostra Roggero che spara e insegue i tre rapinatori, con una mira eccellente per un uomo anziano “sotto stress emotivo” (due morti e un ferito con soli cinque colpi), prende uno di loro persino a calci in testa dopo averli ridotto in fin di vita. Era sempre in preda al raptus, dicono...
Ma lo si vede anche entrare nell’auto abbandonata dai rapinatori, prendere il sacchetto col bottino e tornare verso il negozio. Poi si ferma, torna indietro e rimette il sacchetto dove lo aveva trovato.
Quelli che sanno di legge dicono che ha manipolato due volte “la scena del delitto”. E lo ha fatto perché deve aver pensato, con una notevole freddezza, che senza quel sacchetto nell’auto qualcuno avrebbe potuto dubitare che la rapina ci fosse stata.
Se si riesce a pensare una cosa del genere si stanno calcolando i costi e i benefici nel sicuro processo che ci sarà dopo. Perché due morti sono lì per terra, per mano tua e della tua pistola. Niente raptus, insomma...
Il terzo argomento chiama in causa la legge che regola la “legittima difesa”, la cui ultima versione è stata opera proprio della Lega e degli altri che avrebbero voluto, per questo solo caso, l’assoluzione piena.
Quella legge dice, prudentemente, che per definire la difesa “legittima” – e quindi non punibile – deve esserci un “pericolo attuale” e la difesa deve essere “necessaria e proporzionata”. Unità di tempo e di luogo, proporzione tra danno ricevuto e quello provocato (la morte, in questo caso). Altrimenti chiunque può sparacchiare in giro dicendo di essersi sentito in pericolo per un insulto o qualche giorno prima...
Tradotto: se Roggero avesse usato l’arma dentro il negozio, sotto la minaccia delle pistole dei rapinatori (che erano “giocattolo”, ma non poteva ovviamente saperlo), l’assoluzione sarebbe stata sicura e anche “giusta”.
Ma se spari dopo, quando gli aggressori sono ormai in fuga, in un altro ambiente, il pericolo non c’è più. E neanche la “difesa necessaria e proporzionata”. Bastava la denuncia e, grazie alle telecamere, sarebbero stati certamente individuati e arrestati, venendo poi condannati in proporzione al reato (rapina a mano armata, da 6 a 20 anni).
Il “momento” e il luogo della reazione sono insomma decisivi. Facciamo un esempio semplice: se tamponi un’altra auto, sei nel torto (come i rapinatori), e quindi devi pagare i danni. Ma se l’altro guidatore esce dalla macchina col cric in mano e comincia a tempestare di colpi te e la tua auto, mandandoti all’ospedale, allora deve pagare anche lui. Indipendentemente dallo “shock emotivo” subito perché magari era appena uscito tutto orgoglioso dal concessionario.
Altro argomento, che invece indichiamo noi. Il signor Roggero nel 2005 si presentò di notte a casa dell’allora fidanzato della figlia, lo colpì e minacciò con una pistola sia lui che i suoi genitori. Se avessero avuto anche loro una pistola avrebbero potuto “legittimamente” farlo fuori finché era in casa, ma per fortuna (loro) non è accaduto.
Per quella vicenda Roggero fu condannato per lesioni e minaccia a mano armata e gli fu ritirato il porto d’armi.
Lasciamo perdere il suo carattere iracondo o una certa propensione all’uso della violenza, e facciamo la domanda più banale: se non aveva più il porto d’armi, a che titolo possedeva una pistola? Non ci sono altri “permessi” legali...
Si potrebbe andare avanti, ma non serve.
Tutta la discussione su questo caso di cronaca è falsata dall’inizio. Tra quelli che gridano alla “grazia per Roggero”, immaginando già di candidarlo alle elezioni, non gliene frega niente di avere una “giustizia giusta” o qualsiasi altra cosa utile.
Quel che conta è soltanto poter agitare qualcosa che non faccia pensare all’infinita lista dei problemi veri di ogni persona che vive in questo paese senza essere “abboffata di soldi”.
Manca ormai qualsiasi “terreno comune”, fatto di concetti e valori riconosciuti. Conta solo il “mi è utile” o “mi viene contro”. Stanno “performando” una cultura che prevede l’arbitrio e la libertà per se stessi, “legge e ordine” per tutti gli altri, a seconda di chi sono. Un mondo dove i proprietari – commercianti, imprenditori, manager, ecc. – possono fare quel che gli pare, anche sparare per uccidere, e nessuno deve giudicarli. Anzi, bisogna identificarsi con loro, anche e soprattutto se non si ha quasi nulla...
Le premesse logiche di ogni guerra, insomma. Civile o generale che sia.
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Il welfare usato come carburante per la finanza
di Alessandro Volpi
Provo a mettere insieme una considerazione molto generale.
Le politiche europee e dei singoli Stati del Vecchio Continente, Italia in primis stanno privatizzando il sistema pensionistico, quello della sanità e quello dei servizi essenziali.
Privatizzazione significa finanziarizzazione. Tutto ciò che non viene più garantito dallo Stato deve essere oggetto di assicurazione privata, tramite la creazione di fondi, polizze etc.
La finanziarizzazione per funzionare – al di là delle enormi disuguaglianze che genera – ha bisogno di “mercati” finanziari sempre euforici e con rendimenti significativi, in grado di reggere l’inflazione e di ridurre al minimo le scosse.
Ma gli attuali mercati sono davvero capaci di sostituire lo Stato sociale, pur con tutti i suoi limiti?
Per rispondere è necessario tenere presente alcuni elementi.
1) Esiste una bolla gigantesca costruita sull’intelligenza artificiale e sulla tecnologia, che ha bisogno di costante liquidità e di un’enorme quantità di energia.
La liquidità viene raccolta con il risparmio globale che sta però erodendosi per le difficoltà produttive di gran parte del Pianeta.
Soprattutto gli enormi investimenti nelle società dell’IA hanno bisogno, in un arco di tempo ragionevole, di produrre utili e, rispetto a ciò, il limite più grande è l’evidente mancanza di energia.
I data center consumano quantità di energia che non sono compatibili con le esigenze complessive delle società “occidentali”.
2) Esiste un quadro geopolitico non certo favorevole alla stabilità finanziaria.
Le guerre in corso faranno impennare proprio il costo dell’energia (la chiusura di Hormuz, di Bab el Mandeb, la dipendenza dal GNL, le tensioni su Suez e lo Stretto di Malacca, le sanzioni) con conseguenze inflazionistiche pesanti che determineranno un aumento dei tassi e del costo del denaro, rendendo ancora più difficile la tenuta delle società dell’IA perché avranno utili più bassi del debito che devono pagare.
3) La finanziarizzazione del riarmo; l’idea che la finanza sia alimentata dalla spesa pubblica per il riarmo si scontra con le pessime condizioni dei debiti degli Stati, costretti per il rialzo dei tassi a destinare quote crescenti del proprio bilancio in tale direzione.
4) La crisi del debito Usa, diventato spaventoso per dimensioni, e la perdita di credibilità del dollaro come valuta sicura stanno togliendo all’inventario degli strumenti finanziari elementi ritenuti storicamente garantiti.
Allora, pensare di mettere le pensioni, la sanità, l’istruzione sul mercato finanziario, fidando sulle sue capacità miracolistiche, appare davvero una responsabilità politica di cui le classi dirigenti – e non solo quelle politiche – dovrebbero essere chiamate a rispondere.
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“Il mio partito Laburista non era antisemita” Corbyn dà il benservito a Starmer
L’ex leader laburista Jeremy Corbyn ha condannato il suo successore, il primo ministro dimissionario Keir Starmer, di aver ancora una volta dichiarato falsamente che il partito laburista fosse “istituzionalmente antisemita” durante la sua leadership.
In una intervista Starmer ha ricordato il suo periodo alla Camera dei Comuni come leader dell’opposizione affermando che: “Avevamo appena perso le elezioni generali del 2019, che hanno quasi fatto cadere il mio partito”, ha detto. “Siamo stati trovati istituzionalmente antisemiti. Ho preso in mano il nostro partito. Ho promesso di eliminare l’antisemitismo dal mio partito e l’ho fatto”.
Rispondendo a Starmer, Jeremy Corbyn ha detto a Middle East Eye: “Il primo ministro oggi ha falsamente affermato che il Labour è stato ritenuto ‘istituzionalmente antisemita’ sotto la mia guida. Non c’è stata alcuna conclusione del genere, e Keir Starmer dovrebbe avere la decenza di correggere le sue affermazioni”.
“È la seconda volta nelle ultime settimane che avanza una falsa accusa contro il Partito Laburista sotto la mia guida (l’ultima volta riguardo a una bancarotta finanziaria inventata) per rafforzare il suo pessimo curriculum”, ha detto Corbyn.
“Rappresentazioni errate e iniziative fallite sono purtroppo parte di un modello sotto la sua guida, che ha portato al crollo del sostegno pubblico e alla fine del suo mandato da primo ministro”, ha detto il leader parlamentare della nuova formazione di sinistra “Your Party”, ribadendo che “Continuerò a fare campagna per la giustizia sociale, i diritti umani e la pace. Questo include la vera portata della complicità istituzionale di questo governo nel genocidio”.
Corbyn era stato costretto a dimettersi da leader laburista dopo aver perso le elezioni generali del 2019 contro il Partito Conservatore di Boris Johnson.
Il suo periodo alla guida del partito le varie fazioni del Labour si contendevano il controllo e settori del partito cercavano di minare la leadership di Corbyn veicolando e amplificando le accuse di antisemitismo.
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Il riarmo europeo procede a velocità record
Gli stati europei si stanno armando a velocità record. È questo la conclusione è cui è giunta una nuova indagine dell’Agenzia Europea per la Difesa (EDA) e resa pubblica dal quotidiano economico tedesco Handelsblatt.
Secondo quanto riferito dal rapporto dell’EDA, nel 2025 sono stati spesi 1000 euro per ogni cittadino UE per le spese militari. Dieci anni prima, nel 2014, erano 500 euro.
La spesa di tutti gli Stati membri dell’UE è aumentata del 20 percento, raggiungendo i 418 miliardi di euro nel 2025 rispetto all’anno precedente. Questo corrisponde al 2,2 percento del prodotto interno lordo (PIL) combinato dell’UE.
Nel frattempo, l’obiettivo della quota di spese militari nei paesi NATO è stato aumentato al cinque percento del PIL. Nel 2025, secondo l’EDA, i paesi dell’UE hanno speso circa 297.000 euro per soldato attivo, rispetto ai 253.000 euro del 2024.
Secondo le previsioni la spesa militare dovrebbe crescere ulteriormente nel 2026: al 2,4 percento del PIL, cioè a 454 miliardi di euro. Dall’escalation della guerra in Ucraina nel 2022, si tratta di una crescita del 47 percento.
Il 36 percento della spesa totale per la difesa probabilmente fluirà verso i cosiddetti investimenti in armi ossia nell’acquisto di attrezzature e nella ricerca e sviluppo. Nel 2025, gli investimenti nella difesa rappresentavano già il 32,2 percento della spesa totale del bilancio per la difesa.
Una ricerca svizzera del Dipartimento Federale per gli Affari Internazionali prevede che nel 2029, gli stati europei potrebbero arrivare a spendere 547 miliardi di euro in spese militari.
Il riarmo degli Stati membri dell’UE sta quindi progredendo più velocemente di quanto la FDFA avesse previsto in passato.
L’85 percento degli investimenti in armi – 115 miliardi di euro – è stato destinato all’acquisto di attrezzature nel 2025, mentre negli anni precedenti la guerra in Ucraina, meno soldi erano stati destinati al settore militare.
Un miglioramento strutturale delle capacità belliche è rimasto in ritardo: la spesa per la ricerca e lo sviluppo della difesa è salita a 17 miliardi di euro, ma ha rappresentato solo il quattro percento della spesa totale. Le spese per il personale militare, invece, sono aumentate solo del 3,8 percento.
Ed anche la cooperazione intereuropea sembra procedere più lentamente del previsto. Per aumentare la loro capacità gli stati dell’UE ritengono di dover investire più congiuntamente che individualmente. Tuttavia, l’analisi della FDFA mostra che nel 2025 solo il 24 percento delle armi è stato acquisito congiuntamente con partner UE o paesi terzi. Le collaborazioni puramente europee rappresentavano solo l’11%.
Del resto sia il segretario della Nato Rutte che la Von der Leyen continuano a fare ponti d’oro all’acquisto di armamenti statunitensi, consentendo agli azionisti dei cosiddetti “campioni europei” di decidere ancora sulla base dei dividendi economici e non delle ambizioni politiche globali della Ue. È una contraddizione interna al sistema da cui non riescono a uscire.
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Il problema della ricerca Europea
Un recente articolo di Nature fotografa molto bene il dibattito attuale: l’Europa può approfittare della crisi della ricerca negli Stati Uniti per diventare una superpotenza scientifica? La risposta dell’autrice è forse, ma solo a determinate condizioni.
L’articolo parte dalla decisione della Commissione Europea di lanciare il programma Choose Europe, nato dopo i tagli e le interferenze politiche dell’amministrazione Trump. L’obiettivo è attrarre ricercatori internazionali offrendo maggiore stabilità, libertà accademica e finanziamenti. L’UE ha destinato circa 900 milioni di euro all’iniziativa, accompagnata da un centinaio di programmi nazionali.
La Commissione propone di aumentare il bilancio di Horizon Europe fino a 175 miliardi di euro nel periodo 2028-2034 (alcuni chiedono addirittura 200 miliardi). Inoltre il programma si sta aprendo a paesi extraeuropei come Canada, Giappone, Corea del Sud, Australia e Nuova Zelanda, trasformandosi in una rete scientifica globale con l’Europa al centro.
Tuttavia secondo i dati riportati:
- Stati Uniti e Cina investono oltre 1.000 miliardi di dollari l’anno in R&S (pubblica + privata);
- l’Europa investe circa 750 miliardi.
Il grafico mostra chiaramente che negli ultimi vent’anni Cina e Stati Uniti hanno accelerato molto più rapidamente.
L’articolo sottolinea però che l’Europa mantiene punti di forza importanti:
- produce più articoli scientifici degli Stati Uniti (anche se meno della Cina);
- ospita infrastrutture scientifiche di livello mondiale (CERN, EMBL, ecc.);
- mantiene un impatto scientifico elevato;
- è molto più internazionale nelle collaborazioni rispetto a Stati Uniti e Cina.
Secondo Nature, l’Europa produce ottima scienza ma la trasforma male in innovazione economica. Le criticità evidenziate sono:
- le imprese investono meno in ricerca rispetto a USA e Cina;
- il venture capital è insufficiente;
- pochi risultati scientifici diventano brevetti;
- mancano grandi aziende tecnologiche comparabili ad Apple, Google o Huawei.
- gli Stati Uniti stanno attraversando una fase di instabilità politica;
- la Cina cresce rapidamente ma collabora meno con il resto del mondo;
- l’Europa può proporsi come ambiente stabile, aperto e internazionale.
Abbiamo discusso il declino tecnologico europeo in un precedente post e alla luce di quella discussione l’articolo presenti un limite importante. L’autrice identifica il problema principalmente con la quantità di investimenti in ricerca, mentre dedica molto meno spazio alla questione della capacità industriale e tecnologica.
Ad esempio, non discute quasi per nulla che l’Europa:
- non produce semiconduttori avanzati su larga scala;
- non ha piattaforme digitali globali;
- è marginale nei grandi modelli di IA;
- dipende fortemente da Stati Uniti e Cina nelle tecnologie strategiche;
- ha perso quasi completamente la leadership nell’elettronica di consumo.
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Sette storie per non dormire: autostrade e ferrovie
Questa penultima “storia per non dormire” tratta di due vicende distinte, ma accomunabili per argomento: l’ingresso dei privati nel settore del trasporto viario e ferroviario.
La rete autostradale costituiva un tipico esempio di monopolio naturale. Ciò avrebbe dovuto far apparire privo di senso l’affidamento a privati della sua gestione persino ai cantori delle virtù del libero mercato che infestavano l’Italia degli anni Novanta; ma proprio questa sua caratteristica rendeva una simile attività grandemente appetibile agli occhi dei nostri imprenditori, in quanto fonte di profitti sicuri, ragion per cui non sorprende che anche le società che la svolgevano siano state oggetto di privatizzazione.
Alla fine del 1999 fu posta in vendita la società Autostrade: una parte del capitale venne offerta al pubblico e un'altra (il 30 per cento) fu ceduta a una cordata comprendente, fra i soci italiani, una finanziaria della famiglia Benetton, la Cassa di Risparmio di Torino, le Assicurazioni Generali, l’Unicredit, l’INA e vari operatori privati di minor rango. La vendita fruttò poco meno di 6,7 miliardi di euro: una somma elevata (anche tenendo presente che alle banche d’affari cui lo stato affidò la gestione delle privatizzazioni furono sempre riconosciute ingenti commissioni, che erosero i proventi che da esse effettivamente derivarono), ma che comunque non giustificava l'alienazione di titoli che fruttavano dividendi sicuri, decisamente cospicui e per di più in ulteriore e rapida ascesa (dai 130 miliardi di lire annui del periodo 1994-97 s'era passati ai 140,5 milioni di euro del 1999).
L'elevata redditività dell’azienda al momento della privatizzazione derivava dal fatto che la convenzione vigente fra ANAS e Autostrade consentiva a quest'ultima di ricavare, tramite l'esazione dei pedaggi, somme assai elevate in rapporto alle spese di gestione e agli investimenti stabiliti dal piano finanziario allegato alla convenzione stessa. Dopo il 1999 tale convenzione fu prima modificata (nel 2002) e poi sostituita da un nuovo accordo (nel 2007), ma in entrambi i casi questo orientamento assai generoso in materia di tariffe fu confermato e addirittura rafforzato: e infatti nel solo periodo 1999-2013 si ebbe un incremento dei pedaggi pari al 66 per cento, a fronte di un'inflazione del 37,4 per cento.
I nuovi proprietari, inoltre, ebbero la possibilità di accrescere ulteriormente i propri profitti, mediante il semplice espediente di effettuare solo una piccola parte degli investimenti loro imposti. Difatti nel periodo 1998-2002 la somma da essi spesa equivalse ad appena il 10 per cento di quella prevista dal piano relativo a quegli anni (vero è che in compenso realizzarono altri investimenti, non previsti dal piano; ma anche considerando questi ultimi il totale delle somme spese non arriva che al 24 per cento degli investimenti dovuti). Il piano successivo impose allora l’adempimento entro il 2007 di quegli stessi obblighi, nonché l’effettuazione di ulteriori interventi; ma ancora nel 2006 i lavori rispondenti al vecchio piano risultavano completati soltanto nella misura del 30 per cento e quelli stabiliti dal nuovo appena per l'8. Evidentemente, quegli investitori erano sicuri di poter contare su un atteggiamento acquiescente del ceto politico nei riguardi di queste mancanze, che avrebbe consentito loro di non subire per esse alcuna sanzione; e a posteriori si può affermare che avessero pienamente ragione.
I nostri governanti favorirono gli acquirenti della Autostrade anche per altre due vie. L’esecutivo in carica nel 1997, dopo avere deliberato la privatizzazione, prolungò di un ventennio la durata della concessione che incaricava la società della costruzione e dell'esercizio delle tratte autostradali, spostandone il termine dal 2018 al 2038. Inoltre vendette la rete in blocco, quando avrebbe potuto dividerla in tronchi da affidare a soggetti diversi: questa soluzione era stata caldeggiata dall'Autorità Garante della Concorrenza e del Mercato, secondo la quale essa non avrebbe comportato perdite di efficienza per gli operatori (giacché in seno a ciascun tronco sarebbero state comunque conseguibili delle economie di scala) e avrebbe consentito al governo di effettuare comparazioni fra differenti gestioni, utili ai fini di una vantaggiosa definizione dei contratti di concessione e delle tariffe.
Sulla base di quanto detto sinora, si potrebbe concludere che l'acquisto di Autostrade sia risultato assai conveniente per la citata cordata; ma in realtà parlare di mera convenienza sarebbe eufemistico, in quanto i cospicui benefici economici derivanti dal suo possesso furono ottenuti a fronte di un esborso nullo. I protagonisti della privatizzazione riuscirono infatti a scaricarne l'intero onere sulla stessa società acquistata. In che modo ciò poté avvenire? Per cominciare, quasi metà della somma che gli acquirenti dovettero corrispondere per il 30 per cento inizialmente acquisito (1,2 miliardi su 2,5 totali) fu reperita tramite il ricorso a prestiti bancari, che essi poterono progressivamente rendere estraendo risorse dall'azienda in forma di dividendi (dal 2000 al 2009 ne ricavarono 1,4 miliardi). Una volta acquisito il controllo della società, essi riuscirono poi a rafforzare ulteriormente la loro posizione non soltanto senza spendere alcunché, ma addirittura ricavando da tale operazione un profitto che li ripagò della spesa iniziale di cui avevano dovuto farsi carico. Fra il 2002 e il 2003, infatti, la Schema28 (ossia la società attraverso cui aveva operato la cordata acquirente) creò una propria controllata (chiamata Newco28), la quale lanciò un'offerta pubblica di acquisto sulle azioni che erano state collocate sul mercato. L'OPA di Newco28 fu finanziata interamente a debito; ma il debito contratto – pari a quasi 6,5 miliardi di euro – non ricadde sulla sua controllante, bensì su Autostrade, dal momento che questa, subito dopo la riuscita dell'OPA, fu incorporata in Newco28 (che assunse poi il nome della società assorbita). Agendo in tal modo, Schema28 giunse a possedere il 62 per cento del capitale di Autostrade, salendo a tale quota dal 30 senza alcun esborso. Infine, la stessa Schema28 vendette la quota di capitale in esubero rispetto al 51 per cento che le serviva per avere il pieno controllo di Autostrade, guadagnando per questa via 1,2 miliardi, ovvero una somma pari all’incirca a quanto la cordata acquirente aveva versato di tasca propria all’IRI.
Riassumendo, l'acquisto della Autostrade fu interamente finanziato – a posteriori – dalla stessa Autostrade; il che equivale a dire che venne finanziato dai suoi utenti.
A proposito di tale operazione, va sottolineato che il governo avrebbe potuto opporsi ad essa, dal momento che mirava a trasferire la concessione rilasciata dall'ANAS alle Autostrade ad un diverso soggetto giuridico. Invece, lungi dal contrastare quella manovra speculativa, addirittura operò in modo da renderla ancora più profittevole, in quanto pochi mesi dopo l’effettuazione dell’OPA deliberò una revisione al rialzo delle tariffe che determinò un forte incremento del valore di borsa della società, incremento che si rifletté sul prezzo al quale risultarono collocabili le azioni che Autostrade poi rivendette.
Trattando della rete autostradale, non si può non parlare del crollo del ponte Morandi nel 2018. La responsabilità della strage (43 vittime) è indubbiamente da addebitare alla scelta dei proprietari di perseguire la crescita dei dividendi (dal 2000 al 2019 furono distribuiti alla totalità degli azionisti oltre 10 miliardi di euro) a scapito degli interventi di manutenzione (che dal 2009 diminuirono in termini assoluti e ancor più in rapporto al fatturato, malgrado il progressivo invecchiamento della rete). Lo sdegno suscitato da quell’evento impose all’esecutivo di attivarsi, per sottrarre ai privati il controllo della Autostrade; ma a quel punto emerse l’impossibilità di agire in tal senso senza riconoscere un cospicuo indennizzo ai responsabili della strage. Infatti una convenzione fra ANAS e Autostrade siglata nel 2007 (all’epoca in cui al potere era la sinistra) aveva stabilito che tale indennizzo fosse dovuto anche nel caso in cui la revoca della concessione fosse stata motivata da inadempienze del concedente: una clausola che rendeva ininfluente la mancata effettuazione degli investimenti dovuti, che altrimenti sarebbe stato possibile far valere quale motivazione per una revoca non seguita da risarcimento. Nel 2008 un decreto (anch’esso varato da un governo di sinistra, ma poi convertito in legge dalla maggioranza parlamentare di destra emersa dalle elezioni nel frattempo tenutesi) aveva quindi approvato tutte le convenzioni con l’ANAS vigenti in quel momento, dando forza di legge alle medesime. Infine, nel 2011 il governo tecnico appena insediatosi (retto da partiti di destra e di sinistra) si era affrettato a confermare quella disposizione con un ulteriore decreto.
La nostra classe politica, insomma, si era premurata di porre i proprietari di Autostrade al riparo dalle conseguenze delle loro azioni.
Per effetto di quest’accorta opera di tutela, nel 2021 la società Atlantia (la holding controllata dai Benetton che in quel momento era la detentrice delle azioni a suo tempo acquisite da questi e dai loro soci) poté vendere la propria quota di Autostrade a un prezzo di oltre 9 miliardi di euro, e cedere con essa anche 11 miliardi di debiti. Si trattò senz’altro di un ottimo affare per i venditori, i quali poterono liberarsi di una società il cui valore era diminuito (proprio a causa dei mancati interventi sulla rete, che conferivano a molti suoi punti una vita residua presumibilmente breve), per di più ottenendo dallo stato una grossa somma di denaro (di fatto oltre 20 miliardi, considerando anche la cessione dei debiti: vale a dire un premio di oltre 465 milioni di euro per ogni persona da loro assassinata...). Lo stato incaricò dell’acquisto la Cassa Depositi e Prestiti, la quale tuttavia agì assieme a due fondi d’investimento stranieri, i quali acquisirono complessivamente il 49 per cento del capitale passato di mano. L’assetto proprietario così determinatosi è quello tuttora vigente; e ai lettori non sfuggirà che esso pone una seria ipoteca sulla gestione futura della società. La persistenza al suo interno di un forte azionariato privato, difatti, le imporrà di continuare a ricercare elevati profitti, e dunque di perseverare nella propria politica di risparmi sul fronte della manutenzione. Considerati l’invecchiamento di molte strutture e gli effetti della prolungata incuria pregressa, è facile prevedere che un simile orientamento sortirà effetti pesanti sulla funzionalità e sulla sicurezza della rete.
Accanto alla società Autostrade operavano altre concessionarie, che pure furono oggetto di privatizzazione (parziale o totale a seconda dei casi). Esse erano proprietarie di porzioni assai più ristrette della rete autostradale, che tuttavia prese nel loro insieme ne costituivano comunque una parte rilevante. Al 2006, infatti, la Autostrade non controllava che il 61 per cento della rete totale; quasi il 20 per cento di essa faceva invece capo a concessionarie appartenenti al gruppo Gavio (interamente privato), mentre il rimanente 20 era suddiviso fra altre società, controllate da enti locali ma annoveranti comunque, fra i propri soci, anche dei privati, il cui peso all'interno delle compagini azionarie era spesso rilevante (se non in termini assoluti quantomeno in senso relativo, per effetto dell'elevata frammentazione che tendeva a connotare le partecipazioni pubbliche, le quali in molte concessionarie erano ripartite fra diversi enti).
Come abbiamo appena constatato, il principale beneficiario della privatizzazione delle concessionarie minori risultò il gruppo Gavio. Questo svolgeva in origine modeste attività di costruzione e di trasporto; ma quando, nel 1995, riuscì ad assumere il controllo della società che gestiva una tratta autostradale piemontese ebbe inizio la sua ascesa. Sfruttando le risorse e la capacità di ottenere credito di tale società, infatti, Gavio poté acquisire il controllo di un'altra concessionaria, responsabile della tratta Torino-Milano; e da questa nuova acquisizione ricavò le risorse necessarie per rilevare altre partecipazioni. In sintesi, per impossessarsi di quasi mille chilometri di autostrade il gruppo Gavio non dovette sostenere che un esiguo esborso iniziale, in quanto le somme successivamente impiegate gli furono fornite dalle stesse società che andò acquisendo.
È da sottolineare che la capacità di tali concessionarie di generare utili e di ripagare prestiti derivò dalla generosità dello stato, che consentì anche ad esse, così come alla Autostrade, per un verso di esigere pedaggi elevati e crescenti nel tempo e per l'altro di trascurare l'effettuazione di investimenti. Meritevoli di segnalazione risultano pure alcuni specifici momenti del processo di crescita del gruppo Gavio, giacché da essi emerge con chiarezza ancora maggiore la subordinazione del potere politico agli interessi di tale operatore. Per esempio, nel 2005 esso cedette a una società controllata dalla Provincia di Milano il 15 per cento della Milano-Serravalle, in cambio di 238 milioni di euro; ma appena due anni prima, per rafforzare la propria partecipazione, aveva acquisito il 4,5 per cento di quella concessionaria per una somma dieci volte inferiore (23,7 milioni). L'acquirente pubblico aveva dunque attribuito alla società un valore triplo di quello che le era stato riconosciuto poco tempo addietro. Questa valutazione fu giustificata adducendo il fatto che la Provincia, rilevando quel pacchetto di azioni, giungeva ad avere il controllo della concessionaria; ma una simile motivazione appare pretestuosa, in quanto la somma delle partecipazioni detenute da essa e dal Comune di Milano già costituiva una quota ampiamente maggioritaria del capitale di tale società, e alla prima bastava pertanto coordinarsi con la seconda per avere pieni poteri al suo interno. Ancora più significativa è però la successiva vicenda della Asti-Cuneo, la cui costruzione fu affidata a una società mista Gavio-ANAS, prevedendo la partecipazione del gruppo privato al 7,5 per cento delle spese di realizzazione dell'opera, ma al 65 per cento degli utili che essa avrebbe generato nei suoi primi 23 anni di esistenza.
Diversamente da quella autostradale, la rete ferroviaria non fu interessata da una privatizzazione della sua gestione. Ciò si spiega, naturalmente, col fatto che questa era talmente onerosa da non poter risultare profittevole neppure se effettuata con tutta la trascuratezza verso la sua efficienza e sicurezza di cui senz’altro i nostri imprenditori si sarebbero dimostrati capaci. Nel corso degli anni, tuttavia, si è avuta una rilevante penetrazione dei privati nella gestione dei servizi di trasporto e delle stazioni ferroviarie, due ambiti nei quali, invece, sussistevano rilevanti margini di guadagno.
Nel 1991 una delibera del commissario straordinario delle FS aveva dato il via alla realizzazione della rete ferroviaria ad alta velocità. Quella stessa delibera aveva stabilito che l’utilizzo di tale nuova infrastruttura sarebbe stato riservato all'ente ferroviario pubblico: una decisione quanto mai opportuna, dal momento che la sua realizzazione avrebbe richiesto investimenti ingentissimi, che le FS dovevano essere poste in condizione di poter recuperare. Undici anni più tardi, tuttavia, una legge introdusse nel settore dei servizi ferroviari a media e lunga percorrenza il principio della competizione fra operatori, imponendo la loro messa a gara: una decisione che l’andamento dei lavori per la costruzione della rete ad alta velocità certamente non giustificava, dal momento che nel periodo di tempo trascorso dall’inizio dei medesimi i relativi costi, lungi dal rivelarsi inferiori a quelli ufficialmente preventivati, li avevano largamente superati.
Quattro anni dopo l’approvazione di quella legge, dunque nel 2006, quattro imprenditori fondarono la Nuovo Trasporto Viaggiatori (dotandola d'un capitale di un milione di euro), con l'intento di offrire servizi di trasporto passeggeri proprio sulla nuova linea ad alta velocità. La società non possedeva né materiale rotabile, né dipendenti (e quindi neppure competenze), ma ottenne ugualmente dal governo la licenza di operatore ferroviario e l'accesso alla rete. Ciò, oltretutto, avvenne in spregio a quella stessa legge del 2002, la quale, come detto, per la selezione dei nuovi operatori aveva previsto l'indizione di gare. Tale norma fu poi cambiata, ma naturalmente la modifica non poteva avere effetto retroattivo, sicché la decisione governativa non cessò per questo di essere illegittima, così come illegittima rimase l’attività di NTV (la revisione normativa, pertanto, non costituì altro che un patetico tentativo di cancellare le tracce di quell’abuso di potere).
Acquisiti licenza e accesso alla rete, NTV era divenuta di colpo una società appetibile, a dispetto della sua persistente mancanza di risorse tecniche e umane; i suoi fondatori poterono così procurarsi nuovi soci (quali l'IMI, le Assicurazioni Generali e le ferrovie francesi) e cedere a carissimo prezzo una quota della propria partecipazione, col duplice risultato di finanziare con danaro altrui l'acquisizione dei mezzi di cui necessitavano e di lucrare un fortissimo guadagno (7,5 milioni di euro per una società cui era stato conferito un pacchetto di azioni pari ad appena il 5 per cento del capitale che la NTV era giunta ad avere). Dell’azienda essi si disfecero poi del tutto nel 2018, quando si profilò un’occasione di guadagno ancora più allettante: all’epoca buona parte del capitale venne infatti rilevato dal fondo statunitense Global Infrastructure Partners, che accettò di pagare per esso quasi 2 miliardi di euro. L’azienda da allora è rimasta in mani straniere, pur cambiando ancora una volta proprietario: alla fine del 2023 il 50 per cento di essa è stato infatti acquisito dal gruppo MSC della famiglia svizzera Aponte, che ne è così divenuto il principale azionista.
Ulteriori occasioni d'intervento sorsero per i privati, sulla rete ferroviaria ordinaria, in conseguenza della scomparsa di servizi a media e finanche a lunga percorrenza di cui le FS si resero responsabili. L'operatore pubblico, gravemente indebolitosi sul piano finanziario a causa della realizzazione della costosissima linea ad alta velocità, fu infatti costretto a ridurre il proprio impegno sulle tratte non remunerative, dismettendo collegamenti che nondimeno interessavano ampi bacini di utenti. Le amministrazioni dei territori colpiti da questa politica di tagli, nella misura in cui avevano le risorse per farlo, reagirono indicendo gare d’appalto per l’effettuazione di quei servizi non più garantiti dalle FS. Questa situazione consentì l’ingresso nel settore di nuovi operatori, il cui raggio d’azione poté giungere sino alla copertura di tratte interregionali e transfrontaliere.
A partire dal 2000 si ebbe inoltre la privatizzazione di diverse società facenti capo alle Ferrovie dello Stato. Fra di esse spiccavano Grandi Stazioni e Centostazioni, alle quali era stata conferita la gestione rispettivamente delle tredici (in seguito quattordici) principali stazioni ferroviarie italiane e di un centinaio fra quelle di minore importanza. Di Grandi Stazioni fu ceduto il 40 per cento, a beneficio di una cordata costituita da Pirelli, Benetton e Francesco Caltagirone. Nel 2015 la società venne divisa in tre, per separare la gestione delle aree commerciali e degli spazi pubblicitari, quella degli immobili e quella dei servizi di manutenzione, pulizia e sicurezza. L’azienda operante nel primo di tali ambiti (GS Retail) venne posta in vendita: in questo modo le Ferrovie, dopo avere già ceduto a privati parte dei guadagni sicuri che derivavano dalla gestione del complesso delle attività condotte in quelle stazioni, compirono un ulteriore passo avanti, privatizzando completamente quelle più redditizie. Nel 2016 GS Retail venne così assegnata, tramite asta, a una cordata comprendente un socio italiano e un fondo infrastrutturale francese, la quale aveva offerto 953 milioni di euro (in realtà 762, più l’accollo di 191 milioni di debiti che erano stati trasferiti alla nuova società). L’operazione fu giustificata con la necessità di ridurre l’indebitamento delle FS (un’eredità degli enormi investimenti per l’alta velocità); ma va ricordato che dei 762 milioni di guadagno il 40 per cento – pari a 305 milioni – andò ai soci privati. Questi ultimi erano entrati nel 2000 pagando 200 milioni di euro, che peraltro nel frattempo avevano già in buona parte recuperato, grazie ai profitti garantiti dalla società (nel solo 2014 l’utile netto di Grandi Stazioni era stato di 20 milioni). La proprietà di GS Immobiliare, ch’era comunque dedita a un’attività assai proficua (la gestione del patrimonio immobiliare di quelle stazioni, per l’appunto) rimase invece condivisa fra FS e gli originali acquirenti privati di Grandi Stazioni; mentre GS Rail, cui facevano capo le attività meno profittevoli, alla fine del 2018 tornò ad essere interamente controllata da Rete Ferroviaria Italiana.
Centostazioni visse una vicenda analoga. Dopo una parziale privatizzazione, nel 2017 tale società tornò ad essere interamente posseduta dalle FS; una parte di essa tuttavia fu scissa, andando a costituire la nuova CS Retail, cui venne attribuito il diritto di sfruttare in esclusiva gli spazi commerciali e pubblicitari di cinque importanti scali ferroviari. Ovviamente quest’ultima venne destinata alla privatizzazione. Nel 2019 la totalità del suo capitale passò così nelle mani della francese Altarea Cogedim.
Possiamo quindi concludere che lo sbandierato obiettivo del risanamento dei conti delle Ferrovie fu perseguito dal nostro ceto politico lasciando alle medesime le attività da cui derivavano soprattutto oneri, e ponendo invece nelle mani di privati quelle che procuravano cospicui introiti.
Tiriamo le somme. In questi ultimi tre decenni, le infrastrutture autostradali e ferroviarie sono state oggetto di decisioni di segno differente, ma comunque rispondenti alla medesima logica. La proprietà delle società autostradali è stata ceduta in massima parte a soggetti privati, i quali ne hanno estratto profitti sacrificando i necessari interventi di manutenzione, col risultato che oggi il paese (e lo stato, tornato azionista di primo piano) si ritrova con una rete invecchiata, a detrimento dell’efficienza e della sicurezza della stessa. La rete ferroviaria, invece, è sempre rimasta pubblica; ma lo stato ha ceduto a privati le attività più lucrose ch’era possibile condurre per mezzo di essa (come il trasporto passeggeri ad alta velocità e la gestione di spazi commerciali nelle stazioni), privandosi di risorse che sarebbero state di grande utilità per finanziare quelle meno redditizie. Anche l’efficienza e la sicurezza del trasporto su rotaia sono andate così degradandosi. D’altronde, la missione storica di cui la classe politica della seconda Repubblica si sentiva investita era proprio quella di rendere possibile ai rappresentanti del potere economico, al cui servizio essa s’era posta, il saccheggio del patrimonio dello stato.
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Hamas e la crisi dello Stato-nazione palestinese
Il ruolo svolto da Hamas in Palestina e nella regione è difficile da comprendere se ridotto a una semplice dicotomia: resistenza contro l’occupazione o movimento islamico contro un’autorità nazionale.
L’ascesa, la persistenza e l’influenza regionale di Hamas possono essere spiegate solo come il prodotto di una crisi più profonda – la crisi del progetto nazionale palestinese stesso – e al contempo come uno dei fattori che hanno contribuito ad aggravare e perpetuare questa crisi.
Hamas non è emerso dal nulla. È sorto alla fine degli anni ’80 in un momento in cui il movimento nazionale palestinese stava attraversando una crisi complessa. L’occupazione israeliana continuava, il progetto di liberazione guidato dall’OLP era entrato in una fase di logoramento e declino, e il divario tra la retorica nazionale e la realtà vissuta dai palestinesi si stava ampliando.
Poi è arrivata l’era dell’Autorità Palestinese, che ha esacerbato la crisi. Invece di condurre a uno stato indipendente, si è trasformato in un’autorità dai poteri limitati, appesantita da corruzione, burocrazia e divisioni interne, e incapace di soddisfare le aspirazioni palestinesi di libertà e indipendenza.
In questo contesto, Hamas si è presentato come un’alternativa morale, organizzativa e politica. Non era semplicemente una fazione armata, ma una rete sociale, di difesa dei diritti, educativa e caritatevole con un elevato grado di capacità organizzativa e una notevole disciplina istituzionale.
La sua legittimità derivava da tre fonti principali: il suo discorso di resistenza contro l’occupazione, la sua immagine di alternativa più onesta alle élite esistenti e la sua capacità di fornire servizi e costruire profondi legami sociali all’interno della società palestinese.
Tuttavia, l’ascesa di Hamas non è stata solo il risultato della sua forza. Si è verificata anche in un contesto di crescente sfiducia nel progetto politico rappresentato dall’Autorità Palestinese.
L’Autorità, nata dopo gli Accordi di Oslo, portava con sé la storica promessa di trasformare la fase di transizione in uno stato indipendente, ma questa promessa si è scontrata con ostacoli interni ed esterni che ne hanno impedito la realizzazione.
Sul piano esterno, l’Autorità Palestinese ha continuato a operare nella realtà dell’occupazione, senza piena sovranità su territorio, confini e risorse. Inoltre, la continua attività di insediamento, soprattutto con l’ascesa della destra israeliana, ha indebolito la fiducia nella possibilità di raggiungere una soluzione politica basata sulla creazione di uno Stato palestinese indipendente.
Con lo stallo dei negoziati e il ripetersi delle crisi, ampi settori della popolazione palestinese hanno iniziato a credere che il processo negoziale non fosse più in grado di raggiungere gli obiettivi nazionali promessi.
Anche gli attentati suicidi compiuti da Hamas e dalla Jihad islamica in Israele a metà degli anni ’90 hanno contribuito a indebolire la posizione dell’Autorità Palestinese e a ostacolarne il progetto politico.
In quel periodo, l’Autorità stava cercando di consolidare la propria legittimità come partner degli Accordi di Oslo, mentre questi attentati minavano la fiducia israeliana in tale processo e rafforzavano la retorica delle forze israeliane contrarie agli accordi politici.
Contemporaneamente, l’Autorità Palestinese si trovò di fronte a un difficile dilemma: dal punto di vista della sicurezza, era tenuta a fermare gli attacchi suicidi e a rispettare i propri impegni politici, ma internamente doveva affrontare le accuse di essere diventata uno strumento per proteggere un processo negoziale che non aveva prodotto i risultati sperati dai palestinesi.
Pertanto, il conflitto tra l’opzione del negoziato e quella della resistenza armata acuì la divisione palestinese e indebolì la capacità dell’Autorità di costruire un’ampia legittimità nazionale.
Sul fronte interno, l’Autorità soffrì di crisi strutturali che ne minarono la legittimità. Molti la percepivano come associata alla burocrazia, alla corruzione e alla monopolizzazione del potere decisionale. Inoltre, la sua forte dipendenza dal sostegno esterno e la dipendenza delle sue capacità amministrative e finanziarie dalle circostanze politiche circostanti portarono alcuni a considerarla più un organo amministrativo limitato che uno Stato pienamente sovrano.
Si creò così un vuoto politico e morale: l’Autorità Palestinese non riuscì a realizzare lo Stato promesso e le forze nazionali tradizionali non riuscirono a proporre un’alternativa convincente. In questo vuoto, Hamas è riuscito a presentarsi come un movimento di resistenza dotato di chiarezza ideologica e capacità organizzativa, capitalizzando sulla frustrazione popolare e sul calo di fiducia nel processo politico esistente.
Tuttavia, il successo di Hamas rifletteva anche il fallimento del progetto nazionale palestinese di trasformarsi in uno Stato funzionante. Quanto più il progetto di costruzione dello Stato vacillava e quanto più la legittimità delle istituzioni nazionali si erodeva, tanto maggiore era la propensione verso movimenti che si presentavano come portatori di significato, identità e resistenza.
Il paradosso, tuttavia, ha cominciato a emergere con l’ingresso di Hamas nell’arena politica e la successiva presa del potere nella Striscia di Gaza nel 2007.
Il movimento, che aveva beneficiato della crisi dello Stato palestinese, si è trovato di fronte a un interrogativo a cui non riusciva a dare una risposta definitiva: è un movimento di resistenza o un’autorità di governo? Fa parte di un progetto nazionale palestinese o di un progetto islamico transnazionale? Trae la sua legittimità dal popolo palestinese e dalle sue istituzioni, o dall’idea di resistenza e dalla comunità ideologica?
Tali questioni non erano meramente teoriche; si riflettevano nella realtà pratica della vita palestinese. Emersero due sistemi politici distinti: l’Autorità Palestinese in Cisgiordania e il governo guidato da Hamas nella Striscia di Gaza.
Invece di istituzioni nazionali che diventassero un quadro unificante per i palestinesi, la scena palestinese si trasformò in uno spazio diviso politicamente, istituzionalmente e geograficamente. Pertanto, il movimento che si affermò a causa dell’assenza di uno Stato divenne parte integrante del dilemma stesso della costruzione dello Stato.
La tensione tra la logica del movimento e la logica dello Stato non si limitò alla divisione palestinese. Hamas, in virtù delle sue radici ideologiche, appartiene a una concezione dell’Islam politico che trascende gli stretti confini nazionali. Di conseguenza, è sempre esistita una tensione tra la priorità di costruire uno Stato palestinese come Stato di cittadini e la priorità del progetto di resistenza come progetto ideologico aperto a una più ampia sfera islamica e regionale.
Questa tensione ha conferito ad Hamas una significativa presenza regionale. Il movimento non è più semplicemente un attore palestinese, ma piuttosto parte di una complessa rete regionale di alleanze, rivalità e polarizzazioni. La causa palestinese stessa è spesso diventata un’arena in cui calcoli regionali e identità transnazionali si intersecano con gli obiettivi nazionali palestinesi immediati.
Ma l’esperienza ha anche rivelato i limiti di questo modello. I movimenti ideologici possono acquisire una notevole legittimità come movimenti di protesta e resistenza, ma la costruzione di uno Stato stabile e moderno solleva questioni diverse: come si può governare una società eterogenea? Come si distribuisce il potere? Come si costruiscono le istituzioni? Come si prendono le decisioni cruciali? E come si può conciliare la logica della resistenza con la vita quotidiana di milioni di civili?
La recente guerra a Gaza ha messo in luce in modo drammatico questo dilemma. Il movimento si è impegnato in un importante scontro sotto la bandiera della resistenza, mentre la società palestinese si è trovata ad affrontare una profonda catastrofe umanitaria e infrastrutturale.
Indipendentemente dalle diverse opinioni sulle cause e le responsabilità della guerra, l’esito ha nuovamente evidenziato la fragilità della situazione palestinese: un popolo senza uno Stato sovrano, istituzioni nazionali divise e un movimento di resistenza che governa una parte del territorio ma non possiede gli attributi di uno Stato né la capacità di proteggere la società dalle conseguenze del conflitto.
Qui risiede il paradosso fondamentale. Hamas è salito al potere proprio perché uno Stato palestinese non si è ancora concretizzato e perché ampi segmenti della popolazione palestinese hanno perso fiducia nelle élite e nelle istituzioni esistenti.
Tuttavia, in quanto movimento che combina la logica della resistenza, la logica di un gruppo ideologico e la logica di governo, è diventato anche parte integrante del processo stesso di riproduzione della crisi. Più debole è lo Stato, maggiore è la sua influenza; e maggiore è la sua influenza, più difficile diventa costruire uno Stato palestinese unificato, capace di monopolizzare il potere decisionale e gli armamenti e di rappresentare tutti i palestinesi.
La difficile situazione palestinese non risiede unicamente nella presenza di Hamas, né unicamente nel fallimento dell’Autorità Palestinese, né tantomeno unicamente nelle divisioni interne. Le radici di questa difficile situazione affondano molto più in profondità. Si tratta di una crisi di un popolo che non è ancora riuscito a trasformare la propria identità nazionale in uno Stato funzionante, dotato di legittimità, istituzioni e sovranità. In questo vuoto, continuano a emergere movimenti messianici e le alternative, col tempo, diventano parte della stessa crisi che avrebbero dovuto risolvere.
Spezzare questo ciclo richiede non solo la sostituzione di una fazione politica con un’altra, ma la ricostruzione del progetto nazionale stesso sulle fondamenta dello Stato, delle sue istituzioni e della cittadinanza.
La resistenza non deve sostituirsi allo Stato, né lo Stato deve essere uno strumento per gestire l’occupazione. Piuttosto, deve essere un quadro politico che tuteli i diritti del popolo, ne accolga la diversità e gli garantisca un futuro che trascenda la logica delle crisi ricorrenti.
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17/07/2026
Trump evoca il “complotto” e accusa l’intelligence di lavorare per la Cina
Washington, abbiamo un problema... molto serio e tutto interno agli Stati Uniti.
Il discorso alla nazione pronunciato ieri sera da Donald Trump è stato di fatto una dichiarazione di guerra interna rivolta genericamente contro il «deep state», ovvero l’insieme di agenzie, strutture amministrative di vario livello, media, militari, servizi segreti, ecc., che avrebbero collaborato con una “potenza straniera” per far perdere a Trump le elezioni presidenziali del 2020, vinte poi da Biden.
La potenza straniera sarebbe la Cina, e già questo può aprire un conflitto diplomatico parecchio complicato, visto che Pechino è pubblicamente impegnata nel sostegno allo sforzo pakistano e qatariota di portare avanti una trattativa che ponga fine alla guerra contro l’Iran.
Ma è il «fronte interno» quello su cui il tycoon spara le bordate più devastanti, tali da compromettere in modo serio la tenuta dei poteri su cui si regge la potenza statunitense. Il filo conduttore del discorso è in definitiva quasi lineare: la Cina avrebbe interferito nelle elezioni del 2020 e le agenzie di intelligence statunitensi hanno insabbiato la vicenda.
Come «prova» ha detto di avere documenti da cui risulta che “nell’arco di diversi anni, a partire dal ciclo elettorale del 2020, Pechino ha portato avanti quello che si ritiene essere la più grande compromissione di dati elettorali della storia, con il risultato che la Cina ha acquisito illegalmente 220 milioni di file di elettori statunitensi”.
Già qui c’è una discrepanza seria con la realtà, visto che nel 2020 c’erano solo 213,8 milioni di elettori registrati, di cui 209,0 milioni attivi (attualmente sono cresciuti fino a 234,5 milioni, di cui 211,1 milioni attivi).
Peggio ancora. Tra i documenti pubblicati giovedì sera sul sito della Casa Bianca c’è un rapporto dei servizi interni di inizio 2020 che affermava la difficoltà di manipolare l’esito di un’elezione.
“Valutiamo che i sistemi che tabulano, trasmettono o visualizzano i risultati elettorali siano vulnerabili a sfruttamenti localizzati, ma sarebbero difficili da manipolare su scala abbastanza ampia da alterare l’esito elettorale”.
Ma a Trump non gliene può fregare di meno. Se la realtà e i documenti non corrispondono alla sua tesi, vuol dire che qualcuno ha provato ad ingannarlo. E questo qualcuno sarebbe addirittura l’FBI.
“L’intelligence grezza ottenuta dall’FBI nel 2020, ma insabbiata da burocrati fuori controllo, affermava che le attività della Cina includevano persino un tentativo di fabbricare schede elettorali illegali per Joe Biden”, ha detto.
“I documenti mostrano che durante questo periodo, decine di rapporti significativi della CIA e della NSA sul targeting elettorale della Cina sono stati esclusi dal briefing presidenziale. Questi erano briefing che ricevevo quasi ogni giorno”.
“È stato escluso tutto ciò che era importante. Un’email tra analisti dell’intelligence ammetteva di aver deliberatamente ‘rimaneggiato’ il briefing quotidiano presidenziale per nascondere informazioni riguardanti le attività cinesi legate alle elezioni”.
“Un altro funzionario all’interno dell’FBI ha scritto che stava gestendo quello che ha definito un ‘governo ombra’ per impedire che le informazioni sull’interferenza cinese nelle elezioni diventassero pubbliche”.
Roba da condanna a morte o all’ergastolo, se solo ci fosse una prova minima...
Ma secondo una valutazione del National Intelligence Council del marzo 2021, le diverse comunità spionistiche statunitensi avevano concluso con “alta fiducia” che Pechino non aveva tentato di influenzare l’esito delle elezioni, perché riteneva che né una vittoria di Trump né una di Biden fosse sufficientemente vantaggiosa da giustificare i rischi di essere scoperti a interferire.
Lo scopo politico immediato di questo megagalattico delirio complottistico è, esplicitamente, far approvare il «SAVE America act» in discussione al Congresso, che implica una revisione completa dei sistemi elettorali e di registrazione degli elettori americani. In base a questa legge, infatti, verrebbe drasticamente mutata la base elettorale escludendo tutta una serie di figure che peraltro coincidono o confinano con quelle perseguite militarmente dall’ICE nelle strade d’America.
“Il Congresso deve approvare il SAVE America Act – quanto è facile farlo, a meno che non vogliate imbrogliare”, ha detto infatti il POTUS. “L’unica ragione per non farlo è che volete imbrogliare perché le vostre politiche sono così pessime e i vostri candidati così patetici che non potete farla franca o essere eletti in altro modo”.
È un obbiettivo simile ma assai più radicale a quello dello «stabilicum» meloniano appena approvato dalla Camera in Italia, perché non riguarda la legge elettorale, ma addirittura chi ha diritto a votare – e quindi determinare in infinitesima misura quale dovrà essere la guida politica degli Usa (decisive sono invece le centinaia di milioni di dollari messi a disposizione dai vari fondi tipo Aipac e simili...) – escludendo le categorie «sospettate» di preferire i «democratici» rispetto ai repubblicani.
Ma anche per il sistema dei media saranno tempi bui. Nella sua intemerata contro chiunque lo ostacoli, Trump ha anticipato che dovrebbero essere revocate le licenze di trasmissione – ossia far chiudere d’autorità, da un giorno all’altro – alle emittenti televisive che non hanno trasmesso in diretta il suo discorso in prima serata. Stiamo parlando di colossi come CNN, ABC e NBC, non di una radio “di movimento”.
Chiaro che dopo questo discorso la credibilità stessa delle procedure democratiche statunitensi è distrutta dall’interno. Così come quella delle agenzie di intelligence che permettono agli Usa di controllare la vita nazionale e la maggior parte delle relazioni internazionali, mantenendo quell’«egemonia» sul mondo che appare non da ora in profonda crisi.
Solo che risulta veramente difficile capire come si possa pretendere di «governare il mondo» mentre si destabilizzano gli strumenti – di intelligence, sia civile che militare – con cui fin qui lo si è fatto. Anche «manipolando le elezioni» altrui, come accaduto nelle scorse settimane in Colombia, dove il risultato è stato determinato da un milioni di voti... provenienti dagli Stati Uniti.
Washington, abbiamo un problema. Potenzialmente esplosivo...
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