di Domenico Moro
Prima dell’euro, la Germania era definita da The Economist “il malato d’Europa”. Poi, grazie al gas russo a buon mercato, alle controriforme che hanno abbassato i salari e soprattutto all’euro, che rendeva più competitive le merci tedesche in Europa e negli Usa, la Germania ha accumulato surplus commerciali enormi (in un paio di occasioni anche superiori a quelli cinesi). Ma una economia mercantilistica, basata solo sulle esportazioni a danno dei partner, non poteva reggere e non ha retto.
Oggi, la Germania è di nuovo “il malato d’Europa”. L’industria tedesca è al collasso: la Volkswagen ha deciso 50mila licenziamenti in Germania e la chiusura di quattro stabilimenti, bypassando i sindacati e il governo della Sassonia (che ha il 20% delle azioni). La causa della crisi è la sovrapproduzione di capitale, ma a farla da detonare sono stati la fine del gas russo a buon mercato, le sanzioni Usa e soprattutto la concorrenza cinese. Mentre il mercato estero collassa, quello interno ristagna grazie a decenni di austerità di bilancio, basata sui trattati Ue, che la Germania ha imposto non solo ai popoli europei ma anche al proprio popolo.
Di fatto, è il modello tedesco di capitalismo “sociale” (fondato sulla collaborazione tra azienda, sindacato e governi regionali e federale), che va definitivamente a pallino, e con esso il consenso ai due partiti che ne erano stati il cardine, la Spd (socialdemocratica) e la Cdu (democristiana).
Ma la crisi della Spd nasce venti anni fa, con le controriforme Hartz nel 2003-2005 che hanno ridotto i salari e i sussidi, mentre quella della Cdu è cominciata con l’apertura delle frontiere agli immigrati da parte di Angela Merkel nel 2015. Oggi, a peggiorare le cose, il governo Merz, che si appoggia su Cdu e Spd, sulla crisi e i licenziamenti della Volkswagen è muto, mentre punta tutto sulla guerra contro la Russia e sulla crescita enorme della spesa militare, volendo fare dell’esercito tedesco quello più potente d’Europa.
Di tutto questo ha approfittato abilmente AfD, che nel suo programma attacca Ue, immigrati e guerra alla Russia (ma appoggia Israele nella sua guerra contro Gaza). Quindi, prima di parlare di neonazismo, parliamo della distruzione da parte del neoliberismo (di destra e di sinistra) del patto sociale su cui dalla fine della Seconda guerra mondiale si era basata la stabilità in Europa occidentale e soprattutto in Germania, allo scopo di liberare gli “spiriti animali” del capitale e contrastare la caduta del saggio di profitto. Oggi, mentre rinasce un imperialismo europeo e Mertz, Macron, Burham, Meloni (con il consenso della Schlein) ci stanno portando alla guerra è paradossale che, a parte l’estrema sinistra, sia proprio l’estrema destra a frenare. Ma sono stati loro – i liberali (compresi i liberal democratici di sinistra) – ad aprire la strada a quest’ultima.
Di conseguenza, il contrasto ad AfD e, in Italia, a Vannacci, può passare unicamente per una coerente politica anticapitalistica, antimperialistica e contro il riarmo e la guerra. Faccio notare, in conclusione, che in Sassonia-Anhalt, sommando i voti di AfD, Die Linke e BSW (che sembra abbia superato lo sbarramento), quasi il 60% dei votanti è contro l’invio di armi all’Ucraina e contro la partecipazione di truppe europee alla guerra contro la Russia.
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Presentazione
Analisi, opinioni, fatti e (più di rado) arte da una prospettiva di classe.
20/09/2026
Il trionfo di AfD come conseguenza ultima del neoliberismo e dell'imperialismo europeo e tedesco
BRICS e IA: la Cina offre al Sud globale ciò che l’Occidente vuole rallentare
Il diciottesimo summit dei BRICS, andato in scena a Nuova Delhi il 12 e 13 settembre, segna un momento di passaggio, in cui i paesi membri devono capire cosa stanno diventando con l’allargamento del gruppo e se vogliono superare la natura di forum di coordinamento a bassa intensità istituzionale.
Gli obiettivi strategici dei diversi paesi si complicano con l’inclusione di attori portatori di interessi geopolitici divergenti, in particolare nel Golfo, mentre le rivalità o le tensioni già esistenti non sono certo state risolte. In questo ambito di cooperazione, inoltre, né l’India né la Russia hanno certo intenzione di riconoscere una superiorità politica ed economica alla Cina.
Eppure, il ruolo di quest’ultima nel consesso dei BRICS è palese. Con il suo ultimo allargamento, che ha portato a undici il numero dei membri effettivi e a una dozzina quello dei partner, l’area rappresenta oggi circa il 40% del PIL mondiale calcolato a parità di potere d’acquisto e quasi metà della popolazione del pianeta. La Cina, da sola, pesa più degli altri membri storici messi insieme, sia in termini di PIL sia di commercio estero.
Pechino è pienamente conscia del suo ruolo, e delle tensioni che questo può comportare. Non rivendica formalmente la guida del gruppo, mantenendo intatta la forma del forum collegiale, con presidenza a rotazione e decisioni per consenso, ma nel meeting di Nuova Delhi ha provato a fare un passo avanti, presentando cinque proposte che potrebbero andare oltre alle dichiarazioni retoriche dei comunicati congiunti. Proposte che mettono al centro tecnologia, commercio e cooperazione digitale.
La proposta più ambiziosa è quella di una comunità BRICS per lo sviluppo di un’intelligenza artificiale open source, accompagnata da una piattaforma cloud per l’ecosistema digitale e da iniziative per la formazione e la manifattura intelligente. E il tempismo, in questo caso, non è un dettaglio: Xi ha presentato le sue iniziative esattamente nello stesso fine settimana in cui, dall’altra parte del mondo, i vertici della Silicon Valley discutevano pubblicamente se rallentare la corsa all’IA.
Il 12 settembre Dario Amodei, fondatore di Anthropic, ha pubblicato un saggio intitolato “We Must Pace the Frontier”, in cui sostiene che il ritmo di sviluppo dei modelli più avanzati, accelerato anche da meccanismi di auto-miglioramento, rischia di superare la capacità stessa dell’uomo di comprenderli e controllarli. È difficile non notare un paradosso in questo appello: a chiederne una regolazione sono proprio alcuni dei vertici delle aziende che quello sviluppo lo stanno guidando e da cui traggono valore commerciale.
Non a caso, tra investitori e osservatori del settore alcuni hanno letto la proposta con scetticismo, mentre in molti hanno criticato che le proposte di regolamentazione che provengono dai “big” del settore sono elaborate in maniera tale da frenare soprattutto i concorrenti più piccoli e i modelli aperti, consolidando ulteriormente il potere di mercato di chi è già in testa.
La regolazione invocata da Amodei resta pensata come qualcosa che si costruisce principalmente attraverso accordi tra grandi aziende e governi, con un forte ruolo degli Stati Uniti e dei loro alleati. Una pressione considerata troppo debole per Trump, soprattutto ora che ha aperto una faglia netta nel mondo euroatlantico.
Il tycoon ha respinto pubblicamente la richiesta di rallentamento della corsa dell’IA, proprio il giorno successivo al vertice di Nuova Delhi, affermando che gli USA sono in vantaggio sulla Cina nel campo dell’intelligenza artificiale, e definendo “forze negative” chi solleva il tema della cautela.
La Cina, dal canto suo, ha respinto la proposta di Amodei quasi negli stessi termini: un portavoce del ministero degli Esteri l’ha liquidata come un esercizio utile a “diffondere paura”, mentre il tabloid Global Times, legato al quotidiano ufficiale del Partito Comunista Cinese, l’ha definita, senza troppi giri di parole, una “silente guerra fredda dell’IA”.
Il Dragone non intende sottoscrivere alcun accordo che rallenti lo sviluppo dei propri modelli. Ma la contro-proposta non è una corsa senza regole: è, piuttosto, la costruzione di un sistema di governance alternativo, presentato come multilaterale, paritario e aperto a chiunque voglia aderirvi, pensato esplicitamente per includere il Sud globale come parte in causa, non come destinatario passivo.
Xi lo ha detto esplicitamente nel discorso conclusivo del vertice, invocando “un ampio quadro globale di governance dell’IA basato sul consenso”, una formula che si contrappone alla possibilità che gli standard vengano definiti principalmente a Washington o nella Silicon Valley, e poi “adottati” (leggi: imposti) dal resto del mondo.
La proposta cinese si affianca all’invito, rivolto ai membri BRICS, ad aderire alla World AI Cooperation Organization (WAICO), lanciata da Pechino già a luglio e che conta oggi una trentina di Paesi firmatari distribuiti tra Asia, Africa, America Latina ed Europa, ovvero un’organizzazione più ampia degli stessi BRICS.
Le altre iniziative comprendono un partenariato tra le zone economiche speciali del blocco, una piattaforma digitale condivisa per le industrie tecnologiche e il sostegno alla transizione dei Paesi membri verso la manifattura intelligente.
Il complesso di queste proposte pone le basi per un possibile ecosistema digitale più integrato tra BRICS e altri paesi del Sud globale, potenzialmente meno dipendente dalle infrastrutture e dagli standard tecnologici statunitensi. È uno scenario che potrebbe intrecciarsi anche con il progetto, ancora in sviluppo, di un sistema comune di pagamenti in valuta locale, proposto due anni fa dalla Russia, scottata dall’esclusione dal sistema SWIFT nel 2022.
Mentre il primo tentativo, il “BRICS Pay”, è ancora in una fase di sperimentazione, nella dichiarazione di Nuova Delhi si continua a incoraggiare la BRICS Payments Task Force (BPTF) per progettare un sistema indipendente, escludendo però espressamente una valuta comune alternativa al dollaro.
Anche questo, tuttavia, mostra che trasformare queste iniziative in una vera infrastruttura alternativa richiederebbe molto di più: non solo software e conoscenza condivisa, ma anche cavi sottomarini, data center, energia, capacità di calcolo e, soprattutto, accordi sulla proprietà e il controllo dei dati.
La Cina ha molte delle competenze necessarie per contribuire allo sviluppo di questo processo, ma bisognerà vedere quanto effettivamente questa nuova rete sarà “orizzontale”, o se verrà affossata dai timori degli altri paesi di passare da una dipendenza tecnologica a guida statunitense a una a guida cinese.
Alla fine, il confronto tra le due traiettorie che si sono manifestate nello stesso fine settimana racconta più di ogni altro dettaglio dove si sta spostando la competizione globale sull’intelligenza artificiale. Gli Stati Uniti dispongono oggi di un ecosistema tecnologico dominante, fondato su imprese leader nei modelli, nel cloud e nelle filiere dei semiconduttori, oltre a poter disporre di significativi capitali e alleanze internazionali. A ciò si aggiungono “armi” unilaterali, quali le restrizioni all’export.
La Cina, al contrario, sta cercando di trasformare il proprio sviluppo tecnologico in un ecosistema internazionale attraverso modelli aperti, formazione tecnica, piattaforme cloud e nuove istituzioni multilaterali. Non è ancora chiaro quanto questo progetto riuscirà a ridurre la dipendenza del Sud globale dalle tecnologie occidentali. Ma è proprio questa la nuova frontiera della competizione: non soltanto chi svilupperà l’IA più avanzata, ma chi riuscirà a costruire l’ecosistema tecnologico internazionale nel quale quella tecnologia verrà adottata.
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19/09/2026
Stati Uniti - Trump, i tassi e il debito
«Diciamo che è un mostro a due teste» racconta a Pubblica l’economista Emiliano Brancaccio, autore di Liberocomunismo (Feltrinelli 2026). «Da un lato Warsh ha bisogno di alzare i tassi di interesse per convincere gli investitori a finanziare il debito, specialmente esteri. Dall’altro lato l’aumento dei tassi determina uno sconto maggiore sui dividendi futuri attesi, quindi rischia di far scoppiare la bolla speculativa del mercato azionario, e questo metterebbe in grande difficoltà Trump. Insomma, un mostro a due teste – conclude Brancaccio – che si mangiano a vicenda. Un altro sintomo della crisi dell’ordine americano»
Link all’intervista su Radio Popolare (dal minuto 12:07)
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Discutendo sul partito, Togliatti e dintorni
L’articolo di Luciano Vasapollo (LV), Forma partito per il socialismo o il tramonto dell’utopia del possibile (pubblicato su Contropiano), merita una discussione approfondita per i temi che solleva e per lo spessore politico e culturale del suo autore. Innanzitutto una notazione: l’articolo è chiaramente scritto per rispondere non tanto e non solo alla crisi della sinistra su scala globale, ma specificamente per cercare di capire come mai i regimi ‘socialisti’ di Cuba e del Venezuela, e quelli progressisti di altri paesi latino-americani siano stati sconfitti, o si trovino in profonda crisi; dunque sono chiari l’assillo politico-morale e le domande che nascono dall’angoscia di chi li ha fortemente sostenuti, come per anni ha fatto e continua a fare LV.
Tuttavia, occorre essere franchi e diretti perché le questioni poste travagliano da decenni la sinistra e la sua componente comunista in particolare. La scelta di LV è di cercare nelle esperienze del passato e nella storia politica di esponenti politici di primo piano la chiave per affrontare gli spinosi problemi dinnanzi a noi, e la chiave è individuata nella costruzione del partito di avanguardia, che deve essere in grado di coniugare teoria e pratica in modo da guidare il proletariato verso la sua emancipazione. E per motivare questa scelta si fa ricorso non solo a Lenin e a Gramsci, ma innanzitutto e soprattutto a Togliatti, il Togliatti del ‘partito nuovo’.
Prima di entrare nel merito di questa scelta, devo però prima porre in discussione l’affermazione per cui ‘Cuba, Vietnam, Cina, Laos e Corea del Nord hanno seguito vie nazionali differenti, ma condividono un elemento decisivo: la presenza di un partito di quadri capace di guidare le masse nella transizione socialista’.
Ora sostenere che nella Corea del Nord sia in corso una transizione socialista è ictu oculi un’affermazione completamente infondata; infatti, si aggettiva come socialista un regime dove regna un’autocrazia ereditaria e non certo il proletariato organizzato; in Vietnam e in Cina sono dominanti il modo di produzione capitalistico, essendo per altro paesi ben inseriti nelle catene mondiale del valore.
Cuba ha una storia a sé, perché un’economia dirigista con un preminente ruolo dell’esercito sta resistendo a un pluridecennale assedio dell’imperialismo USA, che ora è giunto a un blocco totale perfino dell’energia per distruggere le stesse basi materiali dell’esistenza del popolo cubano.
Molto probabilmente Luciano Vasapollo è indotto a ritenere i regimi di questi paesi di natura socialista perché governati da partiti comunisti, che detengono il potere politico e utilizzano forme di capitalismo di Stato per dettare le priorità dello sviluppo economico. Anche se io ritengo più plausibile un’interpretazione della società cinese come una formazione economica capitalistica con il potere politico concentrato nelle mani del partito comunista, e ritengo che la molla dell’evoluzione della società cinese siano le relazioni tra nomenclatura politica e imprenditori capitalisti.
La Cina non è un paese in transizione verso il socialismo, cioè verso la socializzazione dei mezzi di produzione e la democrazia socialista, dove cioè i cittadini esercitano il potere politico godendo dei diritti di libertà e di uguaglianza, e determinano cosa come e dove produrre. La Cina è un sistema economico capitalistico dove a determinare i rapporti sociali sono il contratto di lavoro salariato e i contratti relativi agli scambi mercantili, inserito nei mercati globali capitalistici, con un regime politico a partito unico, dove cioè il potere politico è esercitato dal Partito comunista, dove cioè il Partito si è fatto Stato.
Diffusa, poi, è la tesi secondo cui la Cina sia un sistema, economico sociale istituzionale, non-capitalistico, perché – questo è l’argomento centrale comune alle diverse versioni ‒ è lo Stato, cioè il Partito comunista, a guidare economia e istituzioni pubbliche, ma esse non danno conto né del lavoro salariato quale elemento essenziale del funzionamento delle imprese (pubbliche e private), né della diffusa presenza di imprese private (sono la maggioranza), né del funzionamento delle imprese pubbliche secondo le regole del mercato capitalistico.
Certo, c’è poi chi, come Pino Arlacchi, sostiene che in Cina a detenere il potere sia ‘il Moderno Principe di Gramsci ... un Partito di intellettuali organici che organizza il consenso della società, la ‘volontà collettiva’ del popolo, tramite la gestione dei beni comuni’. Se per socialismo si vuole intendere il governo del Principe, sia pure moderno e sia pure comunista, che gestisce i beni comuni a beneficio del popolo, allora ci troveremmo di fronte ad un regime di dittatura benevole.
Il moderno principe ci introduce al cuore dell’argomentazione di LV: il partito, avanguardia del proletariato, l’indispensabile strumento per mediare tra teoria e prassi, capace di fare politica cioè di evitare gli scogli del riformismo e il vortice autodistruttivo del massimalismo. Naturalmente, i fari sono Lenin, Gramsci ma soprattutto Togliatti, il Togliatti del partito nuovo.
Intere biblioteche sono dedicate al tema, qui basta ricordare che il partito nuovo, il partito di massa – si badi che si distacca dal partito leninista dei ‘professionisti rivoluzionari’ – nasce dopo la svolta di Salerno, con cui Togliatti porta il PCI ad abbandonare le finalità rivoluzionarie e a porre quale meta la costruzione della ‘democrazia progressiva’, anche perché consapevole della divisione del mondo in zone di influenza, avviata nel 1943 con la Conferenza di Teheran e poi conclusasi con quella di Yalta nel 1945.
Arrivato in Italia, Togliatti impone, di fatto, la sospensione della questione istituzionale e l’accordo con Badoglio, del cui governo entra a far parte, e doma ‘il vento del Nord’, per instradare l’Italia verso ‘la democrazia progressiva’. In che consisteva la ‘democrazia progressiva’? Nel compromesso tra le classi, base di un sistema politico in cui il PCI potesse assumere ruoli di governo per portare avanti riforme economiche, che tenessero conto degli interessi della classe operaia, insomma un regime di compromesso sociale.
E qual era il modello istituzionale? Un sistema in cui il Parlamento fosse il centro politico, in quanto rappresentante del popolo sovrano, e le cui decisioni, essendo mandatario del popolo, fossero insindacabili. Insomma, il modello dello Stato legislativo monoclasse dell’Ottocento, dove allora a dirigere era solo la borghesia, mentre nel Secondo dopoguerra il Parlamento sarebbe divenuto l’espressione di uno Stato pluriclasse con una co-gestione del potere tra le grandi forze popolari, DC e PCI.
Berlinguer non inventò niente di nuovo con il ‘compromesso storico’. Come sappiamo la storia andò diversamente e il PCI subì, a causa della guerra fredda, la conventio ad excludendum, che lo tenne fuori dal governo per i decenni successivi, anche praticò una strategia di compromessi e conquistò il governo di centinaia di Comuni e, dopo il 1970, di intere regioni. Il problema, tuttavia, che anima l’articolo di LV è la ‘questione del potere’.
Ho richiamato non a caso lo Stato legislativo ottocentesco, caratterizzato dalla sovranità del parlamento perché la teoria dello Stato di Togliatti, la sua teoria del potere, è di natura prettamente conservatrice, molto più arretrata della ‘teoria borghese’ di Kelsen, che aveva intravisto nelle vicende istituzionali dopo la Prima guerra mondiale il possibile superamento della ‘sovranità’ degli Stati nazionali verso forme democratiche più partecipate, frutto del conflitto e compromessi fra le classi. Infatti, Togliatti e il PCI rimangono ancorati a una visione che fa della sovranità del parlamento il centro del potere politico, concepito come illimitato.
Secondo Togliatti il popolo ed esclusivamente il popolo, visto come fosse un soggetto reale e attivo, può decidere le norme senza che nessun altro soggetto possa limitarne la volontà, con la conseguenza che se esse sono state assunte nel rispetto delle procedure stabilite in Costituzione sono non solo valide ma anche giuste, perché il popolo mai lederebbe i suoi interessi e valori: il popolo, al pari di un individuo, non commetterebbe mai un’ingiustizia contro sé stesso.
Per questo la sovranità del popolo non può incontrare le remore o la bizzarria della Corte costituzionale, che dovrebbe sindacare le norme emanate dal popolo sovrano attraverso i suoi rappresentanti in Parlamento. L’ostilità di Togliatti verso l’istituto della Corte costituzionale, architrave della nuova democrazia costituzionale, è dovuta innanzitutto alla concezione del parlamento quale espressione diretta della sovranità popolare, che dunque non tollera organi sovraordinati; in secondo luogo, alla sottovalutazione dei diritti universali delle persone, i quali fungono da limite alla sfera di competenza del legislatore, che per questo non è più sovrano.
A Togliatti sfuggì la novità della democrazia costituzionale: il superamento del sovrano, dato che a essere sovrana è la Costituzione, e le limitazioni del potere del legislatore, vincolato al rispetto dei diritti fondamentali costituzionalizzati.
Cadono qui appropriate le disposizioni dell’articolo 1 della nostra Costituzione, simili a quelle di molte altre Carte: ‘La sovranità appartiene al popolo, che la esercita nelle forme e nei limiti della Costituzione’. Fiumi di inchiostro sono stati versati per cogliere il significato di queste disposizioni, qui interessa mettere in evidenza che l’articolo 1, attribuendo in modo inequivocabile la sovranità al popolo e a nessun altro che al popolo, ha una valenza negativa: esclude che qualsiasi soggetto, singolo o collettivo, possa divenirne il titolare.
A Togliatti, al PCI e, temo, a molti militanti anche di estrema sinistra è rimasta tuttora estranea la ‘democrazia costituzionale’, che pone limiti formali e sostanziali al potere da chiunque esercitato, anche quello esercitato in nome del popolo. E anche Luciano Vasapollo esalta il ‘potere’, mentre la questione centrale non è il potere, bensì i suoi limiti, per evitare che degradi in forme autocratiche, arbitrarie, tiranniche.
Questa ‘dimenticanza’, chiamiamola così, ha consentito le degenerazioni staliniane e le sue giustificazioni, in quanto, si sosteneva che – e lo fa ancora Togliatti nel 1954 in polemica con Bobbio, e poi nel 1956 per legittimare l’intervento armato sovietico in Ungheria ‒ il potere è sempre un potere di una classe con lo scopo di instaurarne l’egemonia necessaria per soddisfarne bisogni e interessi. Non contano eguaglianza e libertà, contano gli interessi di classe. Per questo il movimento comunista e il PCI non hanno per decenni posto al centro della loro strategia la libertà delle persone, che per esercitarla devono essere poste nelle condizioni materiali di non-dipendenza, di autonomia economico-sociale.
Ancora oggi gli elementi centrali della ‘democrazia costituzionale’ stentano a penetrare nelle ideologie e nelle pratiche delle sinistre di alternativa, cioè la necessità dei limiti, formali e sostanziali, e della vanificazione dei micro- e macro- poteri – pubblici e privati – per garantire a tutti/e la fruizione dei diritti sociali, civili e politici in condizioni di libertà e di uguaglianza (di non-discriminazione). Non il potere, di chiunque esso sia, è il fine della rivoluzione, ma una società in cui i diritti delle persone, di ogni singola persona, siano garantiti e fruibili. Lelio Basso e Massimo Severo Giannini l’hanno scolpito nell’articolo 3 della nostra Costituzione, il quale è una moderna formulazione del socialismo.
L’ultima questione riguarda la vexata quaestio del rapporto tra teoria e prassi. ‘Senza teoria rivoluzionaria non c’è rivoluzione’, questa in sintesi è la concezione dominante nel movimento comunista, e oggi riproposta ancora da LV. Essa è una fallacia intellettualistica, e l’ha dimostrato E. P. Thompson in The Poverty of Theory (1980).
L’oggetto principale della critica di Thompson è la nozione di ‘classe’, di cui il partito dovrebbe interpretare gli interessi guidandola verso la sua liberazione.
Alle ‘classi’, scrive Thompson, si attribuiscono i connotati di un individuo, con volizione, scopi consapevoli e qualità morali, e per quanto riguarda specificamente il proletariato la sua identità la si presume ‘dormiente’, in attesa che il partito d’avanguardia la risvegli. Non si hanno distorsioni cognitive se questi attributi sono usati metaforicamente, ma, scrive Thompson, non si deve mai dimenticare che essi compongono una metafora volta a descrivere processi molto complessi che ‘accadono senza volizione o identità’ (p. 69). Tuttavia, nell’ideologia comunista, essi hanno fatto assumere alla ‘classe’ le sembianze di un soggetto unitario agente, così come nell’ideologia borghese lo Stato ha assunto i connotati della persona.
Thompson ha messo in luce che le classi non sono eserciti che marciano organizzati e compatti, capaci di manovre nei campi di battaglia – tenendo sempre presente che perfino gli eserciti vanno analizzati secondo le concrete e specifiche modalità con cui le sue componenti agiscono per rispondere ai piani di azione unitaria.
Questa visione dell’agire di collettività, compatte come ‘un sol uomo’, è espressione di una loro ipostatizzazione perché questi macrosoggetti non esistono nella storia. ‘Classe è una formazione sociale e culturale’, questa affermazione porta Thompson a sostenere che la ‘classe di per sé non è una cosa, essa è un accadere’ – class itself is not a thing, it is a happening.
Il messaggio culturale di Thompson è che il socialismo se sarà, sarà il portato di un progetto e di un agire di soggetti che si dovranno formare attraverso azioni coscienti, in condizioni ambientali storiche e naturali non da essi determinate – dovendo essere peraltro ben consapevoli che le condizioni ambientali, la natura, non sono assorbite nella storia umana, anzi è questa che continua a svolgersi entro di esse.
La costruzione storica della coscienza di classe è frutto dell’attività di milioni di persone, delle loro pratiche sociali e delle loro riflessioni su di esse; la coscienza non la si inculca dall’esterno, ma è il frutto di scelte, così come la ‘teoria’ rivoluzionaria è il prodotto dei movimenti di lotta, delle elaborazioni delle loro finalità e delle loro forme organizzative.
Per essere lapidari: la teoria è sempre ‘la nottola di Minerva’ (per dirla con Hegel), ed essa ha per compito di dar le ragioni a sostegno delle azioni di trasformazione delle relazioni sociali e – ricorrendo alle categorie kantiane ‒ di elevare le massime dell’agire individuale a leggi universali.
La democrazia rappresentativa nasce nella rivoluzione del 1789, la democrazia diretta nella Comune di Parigi, le istituzioni consiliari nelle rivoluzioni russe del 1905 e del 1917, i diritti universali con i ‘mai più’ maturati nella lotta contro il nazifascismo e sanciti delle Carte del Secondo dopoguerra: la teoria segue i fatti, prima vengono i movimenti poi i suoi teorici. Altrimenti si ritorna al Vangelo di Giovanni – In principio era il Logos ‒, a cui il Faust di Goethe contrappone In principio era l’azione.
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I rifugiati palestinesi in Libano
Costretti a una precarietà che dura da ottanta anni, i palestinesi in Libano lottano per sopravvivere sognando il ritorno in Palestina
I dodici campi profughi presenti in Libano ospitano attualmente tra i 250.000 e i 300.000 palestinesi; si calcola che nel paese si trovino ancora un milione e trecentomila siriani (cifra ufficiale), per lo più nei cosiddetti “insediamenti informali” (leggi “tende”); le nuove ondate di sfollati provocate dalle ininterrotte aggressioni sioniste al Libano del sud rendono la situazione attuale ancora più grave.
Un numero così elevato di rifugiati pesa moltissimo in percentuale sulla esigua popolazione del Libano, che conta circa sei milioni di abitanti; i rifugiati vengono per lo più avvertiti come un corpo estraneo che rosicchia spazio e risorse (peraltro, gli spazi a loro concessi sono limitati e circoscritti per legge). Un importante fattore di squilibrio nella già difficile vita socio-politica libanese.
La delegazione dell’associazione “Per non dimenticare” ODV ha incontrato Ziad Abdel Samad, del Comitato per il dialogo libanese-palestinese, e Bassam al Quntar, esperto di diritti umani, del Comitato per i rifugiati palestinesi. Gli oratori confermano che le condizioni dei profughi peggiorano di giorno in giorno, e le prospettive sono pessime.
Dopo quasi ottanta anni di permanenza dei profughi palestinesi in Libano, non si registra nessun passo avanti per nessuna delle proposte di avanzamento nel campo dei diritti civili (ovviamente, l’accesso alla cittadinanza libanese e ai diritti politici non è neanche in discussione).
I rifugiati palestinesi vivono una pesantissima discriminazione nell’accesso al lavoro, all’assistenza sanitaria, al diritto di proprietà della terra o di beni immobili, nella libertà di movimento. Sono chiusi tra l’incudine e il martello: il diritto al ritorno nella madrepatria è impedito dall’occupazione sionista, la richiesta di naturalizzazione in Libano negata dai libanesi stessi.
Gli oratori chiariscono risolutamente che nessun esponente di partito libanese farà mai apertamente dichiarazioni di ostilità nei confronti dei rifugiati palestinesi. A chiacchiere, sono tutti favorevoli alle aperture e alla concessione di diritti.
Nei fatti, quando si tratta di decidere, vengono tirate fuori le più astruse obiezioni, bastoni tra le ruote per l’approvazione di qualsiasi legge a favore dei profughi, a ogni livello di potere, dai politici agli esponenti religiosi ai rappresentanti sindacali. Nella costituzione libanese non c’è nemmeno una definizione precisa di “rifugiato”; le leggi libanesi, dice al Quntar, sembrano scritte in funzione anti-palestinese.
L’ impressione è che la situazione sia arrivata a una impasse difficilmente superabile. La verità è che i palestinesi sono ospiti indesiderati in Libano e stanno perdendo pian piano e spesso a loro insaputa ogni tipo di diritto (vengono a saperlo dopo che la legge è stata approvata). Ogni volta che aumenta la “pressione” politica e militare nei paesi circostanti, il Libano ne risente immediatamente, e per i rifugiati la situazione si fa ancora più complicata.
Una associazione come Beit Atfal Assumoud, spiega Kassem al Aina, è registrata ufficialmente con un nome diverso (National Institute for Social Care and Vocational Training, ossia Istituto Nazionale per l’Assistenza Sociale e la Formazione Professionale), altrimenti non sarebbe riconosciuta legalmente. Beit Atfal Assumoud significa infatti “Casa del bambino della resistenza”. Ogni riferimento alla Palestina è malvisto in Libano.
I rifugiati palestinesi in Libano, vaso di coccio tra (presunti) vasi di ferro, sono costretti a rinunciare alla loro identità ma rimangono esclusi dai diritti. Un altro tassello, e non piccolo, sulla via della liquidazione della causa palestinese.
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Israele si avvia a riconoscere il Partito della Libertà austriaco, fondato da ex nazisti
Gli ultimi veli dei nazi-sionisti cadono uno dopo l’altro, velocemente. Il quotidiano israeliano Haaretz riporta infatti la “svolta storica” che il governo Netanyahu sta imprimendo alle relazioni con i partiti europei apertamente filo-nazisti e con una storia di acclarato antisemitismo. L'ultimo caso riguarda il cosiddetto “Partito della libertà” austriaco.
Chi si somiglia si piglia…
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Il ministro degli Esteri israeliano ha dichiarato giovedì che Gerusalemme punta a «un dialogo sostanziale, aperto e franco» per stabilire rapporti con il Partito della Libertà austriaco, formazione di estrema destra fondata da ex nazisti e che negli ultimi anni ha progressivamente adottato una posizione fortemente filoisraeliana.
Gideon Sa’ar stava rispondendo a un discorso pronunciato poche ore prima a Strasburgo da Herbert Kickl, leader del partito, durante una conferenza organizzata dal partito stesso e alla quale è intervenuta anche la ministra del Likud Miri Regev.
Israele boicotta ufficialmente il partito a causa del suo passato nazista e della storia di esponenti antisemiti che ne hanno fatto parte, sebbene negli ultimi anni i rapporti si siano gradualmente riscaldati. La comunità ebraica austriaca ufficialmente riconosciuta, tuttavia, respinge con veemenza il partito.
Kickl ha parlato a un evento organizzato dal suo partito presso il Parlamento europeo di Strasburgo, insieme al gruppo Patriots for Europe, una formazione parlamentare composta da partiti europei di estrema destra alla quale il Likud ha aderito ufficialmente lo scorso anno.
Sa’ar ha dichiarato che Israele «accoglie con favore il significativo discorso pronunciato» dal leader del partito, citando la sua condanna dell’attacco di Hamas del 7 ottobre, l’adozione da parte del partito della definizione di antisemitismo dell’IHRA – che secondo i critici confonde la critica a Israele con l’antisemitismo – e il suo «riconoscimento del legame storico del popolo ebraico con la Giudea e la Samaria», il nome biblico della Cisgiordania, nonché «la sua dichiarata intenzione di trasferire l’Ambasciata austriaca a Gerusalemme e il suo impegno ad approfondire la cooperazione pratica e a costruire una nuova partnership con Israele».
Amichai Chikli, anch’egli ministro del Likud, titolare del dicastero per gli Affari della Diaspora e responsabile della lotta all’antisemitismo, che ha promosso i rapporti di Israele con l’estrema destra europea, ha definito l’incontro congiunto «una svolta storica nelle relazioni tra il Partito della Libertà austriaco, lo Stato di Israele e il popolo ebraico».
«Più che una svolta, questo è stato un attraversamento del Rubicone, dopo un lungo processo di costruzione della fiducia, di approfondimento della cooperazione e di creazione di un autentico ponte politico tra Israele e il Partito della Libertà austriaco», ha aggiunto.
Lo scorso anno, quando Kickl aveva ricevuto l’incarico di formare una coalizione, in un tentativo che alla fine fallì, Oskar Deutsch, presidente della comunità ebraica di Vienna, aveva dichiarato: «Forse dovremmo iniziare a fare le valigie».
Pur non definendo il partito stesso un «partito nazista», Deutsch aveva affermato: «Tra i dirigenti e gli esponenti del partito ci sono molti simpatizzanti del nazismo». Dopo il fallimento dei negoziati per una coalizione tra il Partito della Libertà e il centrodestra austriaco, aveva definito lo sviluppo «un grande sollievo».
All’inizio di quest’anno, Harald Vilimsky, leader dell’FPÖ al Parlamento europeo e organizzatore dell’evento di Strasburgo, era stato ricevuto nell’ufficio del primo ministro Benjamin Netanyahu a Gerusalemme. Deutsch aveva dichiarato ad Haaretz, all’epoca, che l’incontro era «estremamente preoccupante».
Israele ha mantenuto un boicottaggio ufficiale del Partito della Libertà, con Netanyahu che nel 2017 aveva confermato che Israele avrebbe evitato i contatti con i suoi ministri di estrema destra e limitato i rapporti agli esponenti di livello operativo. Questa politica faceva seguito a una risposta diplomatica ancora più severa nel 2000, quando il partito entrò per la prima volta nel governo austriaco e Israele richiamò il proprio ambasciatore e declassò le relazioni diplomatiche.
Lo scorso anno, mentre Israele intensificava i rapporti con alcuni partiti di estrema destra in Europa, una fonte diplomatica aveva dichiarato che Israele stava riesaminando costantemente il panorama politico europeo, comprese le posizioni dei partiti su Israele, antisemitismo, nazismo e Olocausto. All’epoca, la fonte aveva affermato che Israele non aveva concluso che la propria politica nei confronti del Partito della Libertà o dell’Alternativa per la Germania, partito tedesco di estrema destra, dovesse cambiare.
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La guerra di Trump alla libertà di parola
Ma decisamente più infame e pericolosa, oltre che della stessa natura, è una decisione presa dal Dipartimento di Giustizia solo tre giorni fa: considerare chiunque scriva o manifesti contro le guerre (Iran, Cuba, ecc.) come un “agente straniero non registrato”. Dunque indagabile e processabile per le sue opinioni.
È solare come questa misura meno pubblicizzata dai media nostrani sia molto peggiore, perché riguarda ogni singolo cittadino di quel paese e non solo dei media abbastanza potenti da ottenere il pass per la Casa Bianca.
Qui di seguito il comunicato del The People’s Forum.
Il comunicato stampa del Dipartimento di Giustizia del 16 settembre sugli agenti stranieri non registrati è un evidente tentativo di criminalizzare e intimidire il dissenso politico.
Sostenendo che manifestazioni pubbliche o qualsiasi attività tutelata dal Primo Emendamento che chieda la fine della guerra contro l’Iran o la fine del blocco contro Cuba – cause sostenute da milioni di persone negli Stati Uniti e che possono essere sostenute anche da governi stranieri – possano essere considerate come un modo per «promuovere la propaganda o altri obiettivi della potenza straniera», il DOJ sta creando un pretesto per indagare, citare in giudizio e perseguire chiunque si opponga alle politiche dell’amministrazione Trump sulla base di discorsi costituzionalmente protetti.
La logica è assurda e autoritaria: le posizioni politiche che coincidono con quelle di un governo straniero diventano ora motivo di sospetto di attività criminale. Se protesti contro una guerra o un blocco ai quali si oppone anche un governo straniero, vieni minacciato con anni di carcere.
La tempistica è rivelatrice. Questa dichiarazione del DOJ arriva appena poche settimane dopo che i Repubblicani alla Camera hanno emesso citazioni in giudizio nei confronti di The People’s Forum, BreakThrough News e Tricontinental: Institute for Social Research, chiedendo comunicazioni interne e documenti finanziari. Il pretesto era un rapporto del Dipartimento di Stato che sosteneva l’esistenza di legami tra l’attivismo contro la guerra e una «influenza straniera».
Il modello si ripete come nella storia del maccartismo: l’opposizione politica viene ridefinita come sovversione straniera.
Inoltre, durante una recente audizione al Congresso, il nostro direttore esecutivo, Manolo De Los Santos, è stato di fatto definito un «agente cubano», non sulla base di prove, ma sulla base degli articoli di giornalisti finanziati dagli Stati Uniti, le cui testate ricevono un consistente sostegno governativo.
Quando il governo degli Stati Uniti finanzia organi di informazione che attaccano Cuba e poi utilizza le affermazioni di quelle stesse testate per giustificare un’indagine sugli americani che si oppongono al blocco, questa non è un’indagine legittima. È una campagna diffamatoria sponsorizzata dallo Stato.
Manolo De Los Santos ha risposto direttamente a queste accuse: «Sono un agente della mia coscienza». È esattamente questo ciò che protegge il Primo Emendamento: il diritto di agire secondo la propria coscienza, non secondo le direttive del governo degli Stati Uniti.
The People’s Forum non si lascerà intimidire. Continueremo a organizzarci contro la guerra, contro il blocco e contro ogni forma di imperialismo statunitense. Invitiamo tutte le persone che agiscono secondo coscienza a respingere questa escalation e a difendere il diritto di protestare senza il timore di essere bollate come agenti stranieri per il semplice fatto di avere opinioni che contraddicono Donald Trump.
Il Primo Emendamento appartiene al popolo, non al governo degli Stati Uniti. Non lo cederemo.
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I conti con la termodinamica: il guinzaglio fisico dell’intelligenza artificiale
La riflessione e l’analisi sul potenziale e i rischi dell’Intelligenza Artificiale è in pieno svolgimento. Non tutto è già chiaro ed è bene non cedere alla tentazione di dare subito una definizione-slogan che sembra una “categoria interpretativa”, ma non lo è affatto. Qui di seguito un contributo che ci ricorda quanto la potenza del software dipenda dalla fisica, dall’industria, dall’elettricità.
Buona lettura e continuiamo a cercare di capire.
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Tra manifesti apocalittici firmati dai guru della Silicon Valley e film di fantascienza stile Terminator, il dibattito pubblico sulla “perdita di controllo” dell’Intelligenza Artificiale sembra ormai ostaggio di una favola: un bel giorno un algoritmo super-intelligente prende coscienza, si replica nell’etere e sottomette l’umanità attraverso internet.
È una narrazione suggestiva che fa fare milioni di visualizzazioni.
Peccato che dimentichi un dettaglio elementare: l’intelligenza da sola non muove una foglia. Per agire nel mondo reale, qualunque intelligenza – biologica o sintetica – deve piegarsi alle leggi della fisica, della materia e della termodinamica.
Quando guardiamo all’IA non con gli occhi della paura ma con quelli dell’ingegneria, scopriamo che il “controllo” non è un problema filosofico: è un guinzaglio fatto di rame, silicio e gigawatt.
L’errore concettuale: confondere il software con l’azione fisica
Un’Intelligenza Artificiale può essere brillante quanto vuole nel risolvere equazioni o generare codice, ma per conquistare o distruggere alcunché ha bisogno di agency fisica: deve azionare pistoni, muovere masse, fondere metalli, saldare condotte e scavare minerali.
Il nostro mondo non gira sul codice: gira su tonnellate di acciaio, pale eoliche, scambiatori termici e cemento armato.
Un’entità digitale confinata in un server non può “costruire fabbriche segrete” dal nulla. Per stampare un singolo microchip a 2 nanometri serve una macchina litografica EUV prodotta da una sola azienda al mondo (ASML), che pesa 180 tonnellate, richiede tre Boeing 747 per il trasporto e necessita di filiere industriali sparse in 40 Paesi.
Pensare che un algoritmo possa fabbricare un’infrastruttura fisica parallela all’insaputa della specie umana significa ignorare come funziona l’industria pesante.
Il vincolo di Landauer: pensare consuma energia reale
L’elaborazione delle informazioni non è un’astrazione eterea. In fisica esiste il Principio di Landauer: cancellare o modificare un singolo bit di informazione dissipa una quantità minima di calore pari a:
E >= kb x T x ln 2
Nella pratica dei data center moderni siamo ordini di grandezza sopra quel limite teorico.
L’illusione dell’algoritmo che fugge
Un modello linguistico di frontiera o un sistema avanzato non può “fuggire e nascondersi dentro i nostri smartphone o nei tostapane connessi”. Ha bisogno di decine di migliaia di acceleratori grafici dedicati (ciascuno da 700 a 1.000 Watt di potenza termica ed elettrica) che lavorano in parallelo a bassissima latenza.
Il cordone ombelicale della rete
Un supercomputer per l’IA moderna assorbe decine o centinaia di Megawatt continui, 24 ore su 24. Non può alimentarsi d’aria: è rigidamente legato a una cabina primaria di trasformazione ad alta tensione da 380 kV, a contratti di fornitura giganti e a milioni di litri d’acqua di raffreddamento.
Il famigerato “kill switch” di cui parlano i filosofi non è una riga di codice che l’IA può hackerare: è un interruttore di manovra elettromeccanico in una sottostazione di Terna. Tagli la corrente, l’entropia fa il suo corso e la “super-intelligenza” torna a essere un ammasso inerte di sabbia drogata e rame.
Il vero rischio non è Skynet: è la nostra pigrizia sistemica
Significa che possiamo dormire sonni tranquilli? Assolutamente no.
Ma il rischio reale non è la rivolta dei robot: è la nostra dipendenza da modelli opachi per gestire sistemi critici.
Allucinazioni sul dispacciamento
Se deleghiamo a reti neurali complesse (di cui non comprendiamo a fondo i pesi decisionali) la gestione dei flussi di rete elettrica, dei carichi ospedalieri o dei mercati finanziari, l’incidente non nasce da “cattiveria” dell’algoritmo, ma da un banale errore di calcolo probabilistico applicato a un’infrastruttura fragile.
La bolla energetica
I colossi del tech stanno accaparrandosi intere centrali nucleari e quote mostruose di rinnovabili per alimentare l’IA, spingendo la rete elettrica al limite e facendo lievitare i costi infrastrutturali che poi ricadono sulle bollette dei consumatori comuni.
Il verdetto de Il Megawattora
Non perderemo il controllo del mondo a favore di una mente sintetica senziente per un motivo puramente fisico: l’universo richiede lavoro utile e potenza termica per essere modificato.
Finché la produzione di energia primaria, le miniere di litio, i cavi sottomarini e le turbine a vapore saranno gestiti e mantenuti dalla materia biologica in carne e ossa, l’algoritmo resterà un potente strumento di calcolo statistico vincolato alla presa di corrente.
Smettiamo di aver paura dei robot assassini da film e iniziamo a preoccuparci di quanti Terawattora stiamo bruciando per far generare video e testi a un server.
Fatti, non ideologie!
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