Presentazione
Analisi, opinioni, fatti e (più di rado) arte da una prospettiva di classe.
15/05/2026
Rutte propone di triplicare gli aiuti NATO all’Ucraina, ma anche in Europa si storce il naso
Soprattutto ora che Zelensky appare sempre più coinvolto nel pesante scandalo dell’inchiesta Midas, e a Bruxelles si comincia a discutere di chi sarà il rappresentante europeo al tavolo delle trattative. Che è in sostanza il passo precedente a discutere una via d’uscita da un conflitto che ha davvero poco da offrire ormai alle mire europee (mentre probabilmente comincia ad apparire più interessante la ricostruzione una volta chiusa la guerra).
Alcuni paesi dell’Est Europa, però, ancora spingono sul sostegno militare, e Rutte li segue nel suo solito tentativo di assecondare tutto e tutti, e di riaffermare la centralità dell’Alleanza mentre le fratture interne si allargano. Il Segretario Generale della NATO ha proposto agli alleati di destinare lo 0,25% del proprio PIL all’Ucraina: ciò significherebbe circa 143 miliardi di dollari, a fronte dei 45 in aiuti per la sicurezza ricevuti da Kiev l’anno scorso.
La proposta è arrivata nella capitale della Romania, dove si è tenuto il vertice del formato Bucarest 9 (B9), il gruppo creato nel 2015 che riunisce i Paesi NATO dell’Europa Orientale: i padroni di casa, Polonia, Bulgaria, Ungheria, Slovacchia, Repubblica Ceca, i baltici. Al centro dell’incontro c’è stato proprio il rafforzamento della capacità di deterrenza dell’Alleanza, l’aumento delle spese militari e il consolidamento degli aiuti a Kiev.
Ad aprire i lavori sono stati il presidente romeno, Nicusor Dan, e quello polacco, Karol Nawrocki. Mentre Dan ha sottolineato l’esigenza di trasformare i budget per la difesa in capacità operative, ricordando in particolare il ruolo strategico del Mar Nero e rinnovando il supporto all’Ucraina e alla Moldavia, Nawrocki ha rincarato la dose in vista del summit di Ankara, chiedendo un rafforzamento permanente del fianco orientale.
Non a caso è arrivato a Bucarest anche Zelensky, per partecipare a consultazioni e incontri bilaterali. Nel suo intervento, il presidente ucraino ha affermato: “dobbiamo dimostrare che la NATO è forte e non si disgregherà”. Una dichiarazione segnata dalla franchezza di chi è alla guida di un paese in guerra e sa che mantiene la propria poltrona solo per questo, e che si presenta come un campanello d’allarme sulle divisioni interne dell’Alleanza e sui costi del sostegno alla causa persa dell’Ucraina.
Stanno infatti emergendo, in maniera sempre più plateale, importanti tensioni sulla ripartizione degli oneri economici degli aiuti a Kiev, esacerbate dalla decisione di Donald Trump di bloccare quasi tutti i nuovi flussi statunitensi, lasciando così l’intero peso militare sulle spalle dei paesi europei e di altri alleati.
La proposta di Rutte nasce anche in risposta a questa situazione, ma il risultato è stato quello di far esporre in senso contrario alcuni dei paesi più importanti d’Europa. Francia e Regno Unito hanno espresso scetticismo, rendendo improbabile il passaggio della proposta nella sua forma attuale, che necessiterebbe del consenso di tutti i membri della NATO.
Una complicazione ulteriore deriva dal fatto che alcuni alleati, membri anche dell’UE, chiedono che i loro contributi al recente prestito europeo da 90 miliardi di euro per l’Ucraina vengano tenuti in considerazione nei futuri calcoli dell’Alleanza, ha detto un diplomatico della NATO al giornale Politico. La questione sarà verosimilmente discussa in occasione della riunione dei ministri degli Esteri della NATO, prevista per la prossima settimana nella città svedese di Helsingborg.
Attualmente, le nazioni nordiche e baltiche, i Paesi Bassi e la Polonia stanno donando una percentuale del proprio PIL in aiuti militari di gran lunga superiore rispetto ad altri alleati. Al contrario, il Kiel Institute ha evidenziato come l’Europa meridionale rimanga un donatore minore rispetto ad altre aree. Se l‘obiettivo è quello di arrivare al vertice di Ankara con un risultato concreto che metta d’accordo tutti, per ora sembra che i guerrafondai europei siano ancora in alto mare.
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La banda della Uno bianca/1. È l’ora della verità
Quegli avvenimenti sono una doppia ferita ancora aperta sia per chi ne è stato suo malgrado protagonista – come i familiari ed i conoscenti delle 24 vittime delle azioni della banda (e gli oltre cento feriti) – sia coloro che ingiustamente hanno conosciuto il carcere a causa di indagini basate su veri e propri depistaggi, o piste giudiziarie che si sono rivelate assolutamente infruttuose.
Sia i depistaggi, in seguito accertati, che le strampalate linee investigative, furono sposate da buona parte dei media che in quelle vicende hanno abbondantemente abdicato ad un minimo di autonomia di giudizio critico.
Giornali e televisioni hanno preferito “sbattere il mostro in prima pagina”, oppure uccidere due volte le vittime – come nel caso dei lavoratori immigrati o dei “Rom” – le cui uccisioni sono state considerate regolamenti di conti mentre veniva scartata l’ipotesi del movente razzista.
Una prassi simile a quella applicata cosiddetta “Banda del Kebab” in Germania che si è poi scoperta essere un gruppo neo-nazista coperto dai servizi segreti tedeschi.
È una “Doppia ferita” perché di quella vicenda, come sembrano ulteriormente dimostrare i recenti fatti di cronaca su cui torneremo, non si è saputo – o meglio non voluto – fare luce fino in fondo, trattandola per lo più come una crime story riguardante una banda particolarmente efferata e sadica (e lo fu) composta prevalentemente da membri delle forze di polizia, alcuni con ruoli di rilievo alla Questura di Bologna.
Se per una parte dei fatti delittuosi della lunga scia di sangue di cui è stata protagonista la Banda dei fratelli Savi e compagnia, le vicende giudiziarie hanno fatto luce attribuendo precise responsabilità penali, su alcuni fatti dirimenti è caduto il silenzio e si è preferito rimuoverli sperando che “i vecchi morissero ed i giovani dimenticassero”.
Così non è stato.
I legittimi dubbi di chi già ai tempi aveva inquadrato la vicenda con un approccio contro-informativo – cioè ben prima dell’arresto dei Savi nel 1994 – indicando la pista da seguire, ora stanno emergendo con la forza di un geyser, perché la verità è a volte come un fiume carsico che ha bisogno di strada per affiorare in superficie.
La Banda aveva altri membri? Come hanno fatto ad agire senza che nessuno sapesse nulla nell’ambito lavorativo in cui la gran parte dei protagonisti accertati lavorava? Di che tipo di coperture godevano negli apparati di potere?
Soprattutto agivano per conto proprio, o come in altri episodi della lunga strategia della tensione e della guerra a bassa intensità che ha caratterizzato il nostro Paese, erano mercenari ben pagati al soldo di una parte di quel blocco di potere che ha usato qualsiasi mezzo extralegale per influenzare il corso politico italiano e mantenere intatta la propria rendita di posizione ed inscalfibili i propri privilegi di classe?
Poco meno di un anno fa, per l’anniversario della strage del 2 agosto del 1980 alla stazione di Bologna, pubblicammo un dossier a cura della Rete dei Comunisti dal titolo: “La Uno bianca ed altre storie. Nell’ultima fase della strategia della tensione” che ricostruiva le vicende mettendole in parallelo a quelle della Falange Armata e mostrandone i numerosi punti di contattato, e cercava di analizzare una serie di questioni che all’oggi non sono state risolte.
Quel dossier – che in una versione aggiornata diventerà prossimamente un libro – nasce dalla necessità di fare luce su una vicenda che, dopo le dichiarazioni di Amato al quotidiano La Repubblica sulla Strage di Ustica del 2 settembre 2023, era tornata impellente e di fornire un contributo a quelle nuove generazioni a cui non era stata trasmessa memoria adeguata di quelle tragiche vicende, se non per alcuni delitti.
Pensiamo sia stato particolarmente stucchevole volere fare vittime di serie A e di serie B in quella vicenda, scordandosi che fu proprio la Banda dell’Uno bianca a iniziare la pratica degli omicidi mirati contro persone che oggi si definirebbero “razzializzate”: membri dei popoli romaní che vivevano nei cosiddetti campi nomadi, lavoratori nord e centro africani, componenti della società che ai tempi erano divenute il bersaglio di attacchi da parte di quella rinvigorita galassia dell’estrema destra e che poi vedrà la Lega Nord e il MSI – poi Alleanza Nazionale – divenire principali imprenditori politici del razzismo.
Inoltre, nel dossier, si accennava al processo di criminalizzazione di alcuni quartieri popolari bolognesi – in particolare del Rione del Pilastro e la Barca – e delle fasce sociali che li abitavano, i quali hanno subìto per anni una stigmatizzazione negativa difficile da scrollarsi di dosso, un fattore che ancora li caratterizza secondo quello che era lo stereotipo con cui la borghesia ha sempre guardato il proletariato: classe laborieuses classe dangereuses.
Chi si è occupato seriamente di quei quartieri e delle persone che li hanno vissuto e ne ha ricostruito la storia, è riuscito a dare una visione assai diversa da quella che si è voluta riprodurre nell’immaginario collettivo bolognese, come lo racconta ad esempio il magnifico documentario di Roberto Beani, Il Pilastro, o l’altrettanto bello A tu lado – scritto da Cristiano Regina, Ruggero Tantulli e dalla sceneggiatrice cubana Nuri Duarte – un lavoro che ci descrive la vita dell’allenatore di boxe bolognese (barcaolo e cittadino cubano allo stesso tempo) Samuel Fabbri, e della sua palestra pugilistica popolare a l’Avana sotto il bloqueo.
Non interpretare in una città rossa e operaia, come fu Bologna, ciò che successe anche in termini di classe e “razziali” sarebbe un errore fatale, e lo sarebbe soprattutto non cogliere il carattere di tentativo di disarticolazione con il terrore di un tessuto politico-sociale che caratterizzava le classi popolari e l’allora movimento antagonista in un momento di grandi trasformazioni e di tumultuosi cambiamenti politici.
Fine prima parte.
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Gran Bretagna - Attivisti di Palestine Action condannati per terrorismo, all’insaputa della giuria
Bisognerebbe già chiedersi in che razza di democrazia un processo pubblico (non un’operazione di intelligence) possa finire coperta da limitazione al diritto all’informazione, ma tralasciando questo “dettaglio”, è ancora più grave che sia stata emessa una condanna, e che in sede di scrittura della sentenza, la corte tenterà di aggiungerci fattispecie di reato non previste.
Brevemente i fatti. Martedì, presso la Woolwich Crown Court, i giurati hanno dichiarato colpevoli Leona Kamio (30 anni), Samuel Corner (23), Fatema Rajwani (21) e Charlotte Head (29) di ‘danneggiamento criminale’ in relazione a un raid avvenuto il 6 agosto 2024 contro lo stabilimento della Elbit Systems (produttore di armi israeliano) nei pressi di Bristol. Altri due attivisti, Jordan Devlin e Zoe Rogers, sono stati assolti.
La giuria non è stata però informata che al suo verdetto la corte cercherà di aggiungere la qualifica di “connessione con il terrorismo”, in sede effettiva di condanna. “In sede di condanna – si legge sul The Guardian – verrà emessa una sentenza separata, basata sullo standard probatorio penale, per stabilire se sussisteva o meno un collegamento con il terrorismo”.
Il giudice, Justice Johnson, aveva già affermato in un’udienza preparatoria nel marzo 2025 che l’azione poteva rientrare nei parametri del Terrorism Act 2000, in particolare la sezione 1(2)(b) che include il “grave danno alla proprietà” se compiuto per influenzare un governo o un’organizzazione internazionale.
Se il tribunale confermerà la “connessione con il terrorismo” durante l’udienza del 12 giugno, le conseguenze per i quattro giovani saranno pesantissime. In genere, i detenuti comuni (come quelli per reati di danneggiamento) scontano circa il 40% della pena, mentre per casi legati al “terrorismo” è molto più difficile ottenere riduzioni della pena dal comitato per la libertà vigilata.
I condannati potrebbero essere inoltre registrati come terroristi a vita. Ciò comporta l’obbligo di comunicare alla polizia ogni nuovo conto bancario, indirizzo email, dispositivo elettronico o relazione personale, pena il ritorno in carcere. In pratica, una vita “commissariata” per aver danneggiato dei droni che sarebbero stati usati in una conclamata pulizia etnica.
Il caso ha sollevato forti critiche per le restrizioni imposte durante il dibattimento. Ai difensori è stato vietato di utilizzare termini come “genocidio” o di citare le azioni militari di Israele a Gaza come giustificazione morale. Il giudice ha impedito alla difesa di invocare la “scusante legittima”, che prevede la giustificazione del danneggiamento, se commesso per prevenire crimini più gravi.
Un portavoce di Defend Our Juries, un gruppo di attivisti che si occupa di casi legali nati da azioni portate avanti per motivi umanitari e, più in generale, di coscienza, ha espresso sconcerto: “L’opinione pubblica rimarrà sbalordita nell’apprendere che nel sistema giudiziario britannico un manifestante può essere condannato per danneggiamento doloso per aver interrotto l’attività di una fabbrica di armi e poi essere condannato come “terrorista” senza essere stato effettivamente condannato per reati di terrorismo e con tutto ciò tenuto nascosto alla giuria”.
I quattro attivisti hanno già trascorso 18 mesi in custodia cautelare in attesa del processo. Nel frattempo, l’Alta Corte del Regno Unito si è espressa contro la messa al bando di Palestine Action per terrorismo, anche se il governo ha presentato ricorso.
Questo e altri eventi si sommano in un mosaico di delegittimazione pesante dell’esecutivo Starmer, soprattutto dopo la sonora sconfitta alle elezioni locali del 7 maggio. La condanna per terrorismo potrebbe innescare significative reazioni nell’opinione pubblica, come indicato da Defend Our Juries.
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USA - Un giudice sospende le sanzioni contro Francesca Albanese
Le misure adottate dall’amministrazione Trump impedivano ad Albanese di entrare negli Stati Uniti e di aprire conti bancari nel paese. Un provvedimento che, secondo la relatrice speciale delle Nazioni Unite, aveva effetti concreti e pesanti sulla sua vita quotidiana. Nel ricorso presentato lo scorso febbraio, il marito e la figlia di Albanese, cittadina statunitense, avevano denunciato che le sanzioni stavano “di fatto privandola dell’accesso ai servizi bancari” e rendendo quasi impossibile affrontare le necessità quotidiane.
Alla base dello scontro vi sono le posizioni espresse da Albanese sul conflitto israelo-palestinese. La relatrice ONU ha raccomandato alla Corte penale internazionale di avviare procedimenti per crimini di guerra contro cittadini israeliani e americani coinvolti nelle operazioni militari nella Striscia di Gaza. Accuse che avevano provocato la dura reazione dell’amministrazione Trump e di ambienti statunitensi vicini a Israele.
Nella sua ordinanza, il giudice Richard Leon ha affermato che il fatto che Albanese viva fuori dagli Stati Uniti non annulla le tutele garantite dal Primo Emendamento della Costituzione americana. Secondo il magistrato, vi sono elementi sufficienti per ritenere che l’amministrazione abbia cercato di limitare la libertà di espressione della funzionaria ONU a causa del “messaggio o delle idee espresse”. Una formulazione che colpisce direttamente il cuore politico della vicenda e che potrebbe avere conseguenze più ampie sui rapporti tra Washington e le istituzioni internazionali.
Albanese ha accolto la decisione come un primo passo importante ma ha insistito sul carattere politico delle sanzioni. A suo giudizio, le misure adottate dagli Stati Uniti fanno parte di una strategia più ampia volta a indebolire i meccanismi di responsabilità internazionale e a scoraggiare le indagini sui possibili crimini commessi nei territori palestinesi occupati.
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14/05/2026
Memoria selettiva e riscrittura del passato nella Russia contemporanea
di Gioacchino Toni
Gian Piero Piretto, Il Paese di Putin. 20 parole russe al servizio della propaganda, Raffaello Cortina Editore, Milano 2026, pp. 240, € 19,00
«C’erano una volta parole che raccontavano l’identità di un popolo. Sobórnost’, l’unione spirituale tra individui, prostór, lo spazio sconfinato che attraeva e respingeva con la sua immensità, stabíl’nost’, la stabilità e l’attendibilità di un sistema governativo. Per secoli questi concetti hanno improntato di sé letteratura, filosofia e memoria collettiva russa. Oggi quelle parole parlano un’altra lingua. Con sottile violenza la propaganda del potere le ha svuotate, travisate, trasformate in slogan. La spiritualità è diventata moralismo di Stato. L’identità popolare è stata ridotta a nazionalismo. La memoria si è ristretta a un mito glorioso, utile al presente». Così, in quarta di copertina, viene presentato il volume Il Paese di Putin (2026) in cui Gian Piero Piretto, analizzando una serie di parole chiave della cultura russa, indaga come, sfruttando le disillusioni che non hanno tardato a manifestarsi nella Russia postsovietica, gli attuali detentori del potere abbiano operato un recupero selettivo del passato e una sua riscrittura al servizio della costruzione di un immaginario loro utile.
Non si tratta di un processo del tutto nuovo, avverte Piretto. Mentre la cultura nel periodo rivoluzionario sovietico, intenzionata a creare un nuovo mondo, si era focalizzata sulla cancellazione del passato senza operare un vero e proprio processo di riscrittura, sotto Stalin si è data una vera e propria rivisitazione della storia, contemplante una riscrittura dalla stessa rivoluzione volta a neutralizzarne diverse componenti utopistiche, ricorrendo ad aspetti della cultura russa pererivoluzionaria utili al nuovo corso politico. Analogamente, la politica putinina ha operato una ripresa e una riscrittura di termini e concetti chiave della cultura russa, sia sovietica che presovietica, a proprio uso e consumo.
Nel volume Piretto passa in rassegna venti termini di cui indaga il processo di ripresa e risignificazione dedicandovi altrettanti capitoli: Prostór (Spazio sconfinato); Juródivyj (Folle in Cristo); Stránnik (Pellegrino eterno); Rússkaja dušá (Anima russa); Toská (Malinconia, struggimento, angoscia); Chandrá (Spleen, male di vivere); Sobórnost’ (Unità nella molteplicità); Smirénie (Remissiva accettazione, umiltà interiore); Ikóna (Icona); Rússkaja idéja (Idea russa); Rússkij mir (Mondo, pace, comunità russa); Póšlost’ (Volgarità etica, banalità); Chámstvo (Arroganza gratuita); Nostal’gíja (Nostalgia per il passato); Pobéda (Vittoria); Byt (Peso della quotidianità, atteggiamento comportamentale); Stabíl’nost’ (Stabilità); Monumentál’nyj patriotízm (Patriottismo monumentale); O glávnom (A proposito di ciò che conta); Bátjuška (Caro padre (padrone)).
L’intenzione dell’autore, come lui stesso tiene a sottolineare, non è decretare quali di questi termini siano “autentici” e quali “mistificati”, tantomeno proporre una sorta di controdizionario della Russia attuale, bensì «mostrare come alcune parole della tradizione culturale russa siano oggi diventate dispositivi di potere, strumenti attraverso cui il linguaggio organizza il consenso, legittima la violenza e normalizza l’autoritarismo» (p. 227).
Nel capitolo dedicato al concetto di nostal’gíja, nostalgia per il passato, Piretto riporta alcuni esempi di come nella Russia contemporanea il potere abbia cavalcato il sentimento di nostalgia che ha coinvolto soprattutto la componente meno giovane della società alle prese con le disillusioni per il nuovo corso postsovietico. Del periodo sovietico, sottolinea Piretto, il rimpianto non riguarda l’ideologia comunista in sé, quanto piuttosto la stabilità, la sicurezza sociale e la prevedibilità che esso garantiva. Di fronte all’insoddisfazione per il dilagare di prodotti materiali e culturali occidentali estranei alla tradizione russa non ha tardato a farsi strada, tra i più anziani, un immaginario votato all’autarchia teso a rifugiarsi nel passato.
A testimonianza del rifugio nella nostalgia, l’autore riporta la messa in onda a cavallo del cambio di millennio di programmi televisivi musicali votati al recupero di vecchie canzoni e la riposizione di marchi e prodotti alimentari del passato preoccidentalizzato in cui alle preferenze estetiche si sovrappongono nostalgie emotive derivanti sopratutto dall’insoddisfazione per il presente. Il potere putiniano ha saputo sfruttare tale clima giocando la carta del recupero selettivo e risignificato tanto della vecchia Russia zarista quanto di quella sovietica, in questo ultimo caso piegando il senso di nostalgia non all’ideologia comunista ma alla sua estetica rassicurante in un clima di incertezza come quello attuale. In tal senso può essere letta la scelta del ministro degli Esteri Lavróv di presentarsi all’incontro Trump-Putin in Alaska con una felpa recante la scritta CCCP. Al mito trumpiano del recupero della grandezza di un tempo da parte statunitense, si affianca quello putiniano del recupero della grandezza della Russia di età sovietica. In entrambi i casi si è di fronte a forme di nostalgia costruite su un passato mitizzato al servizio dell’esercizio del potere contemporaneo.
Nostalgia per un ordine allegorico perduto, contro il caos e l’indeterminatezza del presente. Grande investimento sulla retorica dei “nonni che hanno vinto la guerra”, come aveva fatto Stalin nel 1941 (rispetto alla guerra civile) per legittimare le politiche correnti con il recupero del modello di uno Stato forte e centralizzato, rivalutando i meriti di Stalin, sostenendo e investendo in un rimpianto per la potenza perduta e la stabilità simbolica, evitando però di recuperare il comunismo (soprattutto in chiave leniniana) (p. 138).
Nella Russia contemporanea in preda all’incertezza, l’URSS è divenuta un «contenitore simbolico fluido» in cui rifugiarsi, sia che la si pieghi a mito eroico o a feticcio estetico da rielaborare con ironia. Il ricorso a categorie tradizionali è utile al discorso ufficiale per reinventare un “senso comune”; il passato diviene mero arsenale simbolico da cui attingere per prospettare il futuro come un ritorno. «Gli individui provano nostalgia non per l’URSS reale o per la Russia imperiale, ma per la promessa di un futuro migliore che le rappresentazioni mitologiche di quelle realtà raffigurano» (p. 139).
A proposito del lemma pobéda, vittoria, Piretto tratteggia come è cambiata nel tempo la parata del 9 maggio introdotta da Stalin con cui, a partire dal 1945, viene celebrata la vittoria nella Grande guerra patriottica. Tornata per volere dello stesso Stalin giornata lavorativa già nel 1947, la festività viene reintrodotta nel 1965 aggiungendo l’esposizione sulla Piazza Rossa del vessillo della vittoria posto trionfalmente sul Reichstag di Berlino. Il protocollo introdotto da Stalin che prevede che il leader assista alla parata militare senza tradire emotività dall’alto della tribuna del Mausoleo di Lenin viene sostanzialmente mantenuto sino al 1985, quando Gorbačëv adotta atteggiamenti meno austeri nei confronti delle autorità straniere presenti.
A infrangere decisamente la tradizione è invece Putin nel 2005 quando, oltre a conferire un inedito significato nazionalistico al nastro di san Giorgio con i colori coincidenti con quelli del tricolore russo, si concede, insieme alla moglie, di sfilare con passo misurato su di un tappeto rosso steso sulla piazza palesando un atteggiamento di superiorità nei confronti degli ospiti stranieri allineati ad attenderlo, inaugurando una strategia di esibizione ripetuta nel corso dei suoi insediamenti presidenziali. Nonostante le modifiche al cerimoniale tradizionale, la parata di Putin può dirsi a tutti gli effetti all’insegna della nostalgia sovietica, con tanto di canti, uniformi e bandiere del periodo della guerra ed esibizione dei pochi veterani ancora in vita. Una messa in scena studiata per omaggiare la potenza della vecchia Unione sovietica e coloro che erano stati umiliati e dimenticati dal crollo del regime socialista. Soprattutto a partire dalla metà degli anni Dieci del nuovo millennio, per quanto all’insegna di una certa sobrietà, i festeggiamenti si sono via via impregnati di quel nazionalismo e di quella esaltazione del sacrificio in guerra che si sarebbero palesati in maniera amplificata nel 2022 in una vera e propria mitologizzazione del “popolo vincitore”, alle prese con nuove prove.
A proposito del monumentál’nyj patriotízm, patriottismo monumentale, Piretto ricorda come la “propaganda monumentale” lanciata da Lenin nei primi anni di potere sovietico, finalizzata a rifondare l’immaginario collettivo in senso rivoluzionario con l’abbattimento dei vecchi miti imperiali, sia stata ripresa, con scopi parzialmente differenti, da Stalin negli anni Trenta. A sua volta lo stesso Putin ha ripreso la variante staliniana piegandola a un patriottismo che «si presenta come una forma depurata e istituzionalizzata di nazionalismo, funzionale al controllo sociale e all’espansione geopolitica» (p. 173). A differenza del nazionalismo classico, però, sottolinea Piretto, in questo caso non si tratta soltanto di rivendicare «la superiorità del popolo russo, ma anche la centralità dello Stato come polo morale, storico e spirituale» (p. 174).
Nel 2005 il metropolita Kiríll, futuro patriarca, istituisce la giornata dell’Unità nazionale con riferimento alla storica liberazione del Cremlino dai polacchi del 1612 istituendo un parallelo con la vittoria della Grande guerra patriottica alla luce della comune spinta eroica e di massa e della solidarietà di fronte alle minacce di un nemico mortale enfatizzando la componente religiosa della festività volta a ricordare come il popolo russo abbia sempre combattuto con il sostegno di Dio. Una fusione tra religiosità e Stato all’insegna di una sorta di “teologia della guerra” «in cui sia la discesa in campo sia la vittoria sono percepite come convalide divine» (p. 175).
Sostanzialmente la nuova solennità del 4 novembre fu istituita per mettere in ombra la festività sovietica della Grande rivoluzione socialista d’ottobre che storicamente cadeva pochi giorni più tardi, il 7 dello stesso mese. La ricorrenza del 7 novembre non fu annullata, ma venne dedicata non già all’anniversario dell’ottobre 1917, bensì alla parata organizzata in quella ricorrenza da Stalin nel 1941 quando, nell’URSS già occupata da Hitler, i soldati sfilarono al suo cospetto sulla Piazza Rossa marciando verso il fronte (p. 175).
La vittoria sovietica contro i nazisti ha assunto un ruolo centrale nell’ideologia putiniana di grandezza russa con la figura di Stalin posta a simbolo di eroe di guerra per eccellenza.
Nel 2021, in occasione dell’inaugurazione a Pskov di un monumento ad Aleksánder Névskij, santo della Chiesa Ortodossa a cui si lega la vittoria contro gli svedesi nel 1240 e quella sui cavalieri teutonici del 1242, Putin ha parlato di lui come di un sovrano patriota custode della fede, delle tradizioni, della forza spirituale e morale del popolo. La figura di Névskij era stata celebrata anche da Stalin che aveva paragonato la sua guerra contro i cavalieri teutonici a quella condotta contro il nazismo rivendicando la «superiorità morale e identitaria della Russia rispetto al corrotto Occidente» (p. 177).
Piretto evidenzia come anche la roboante colonna sonora di Prokóf’ev composta per il film di Éjzenštéjn del 1938, commissionato da Stalin, dedicato alla figura di Névskij, sia stata utilizzata in chiave propagandistica contemporanea: il perentorio invito al popolo – “Levatevi, genti russe!” –, ripreso dalle parole della versione russa dell’Internazionale, lo si ritrova non solo nell’incipit di uno dei canti più importanti della Grande guerra patriottica contro il nazismo, risuonante ad ogni parata della vittoria putiniana, ma anche in una canzone di Shamán, celebrità del pop mistico-nazionalistico russo attuale, in cui si miscelano ortodossia religiosa, folklore e militarismo con espliciti rifermenti a sostegno dell’Operazione militare speciale in Ucraina. «Apologia della belligeranza e macabro culto glamour della morte: guerra e sacrificio della vita unificati nello spirito di una dimensione sacrale» (p. 179).
Putin crede nell’eccezionalità del “mondo russo” a partire dalla conversione ortodossa di Vladímir il Grande nel 988. Disprezza l’ideologia marxista, convinto che la rivoluzione leninista abbia distrutto l’Impero russo. Da una decina d’anni, in occasione delle manifestazioni sulla Piazza Rossa, il Mausoleo di Lenin viene mimetizzato con strutture e pannelli scenografici spesso finalizzati a ospitare la tribuna d’onore e, al contempo, a dissimulare la presenza del monumento (p. 180).
Mentre si è appropriato, selettivamente, di componenti dell’estetica sovietica, Putin ha fatto di tutto, scrive Piretto, per deideologizzare Lenin, in quanto simbolo del comunismo sovietico, a favore di Stalin e di altre figure del passato remoto russo. Non è pertanto un caso se, in Russia, dal Duemila a oggi sono state erette più di cento statue in onore di Stalin e si sono moltiplicati gli omaggi a personaggi impresentabili del passato come nel caso dell’enorme monumento a Iván il Terribile innalzato a Vólogda il 4 novembre del 2025, in occasione del giorno della festa per l’unità nazionale. Il tono assertivo di questi monumenti volti a celebrare personalità del passato russo, sostiene Piretto, mostra il procedere per semplificazioni della storia attraverso operazioni di decontestualizzazione e ricontestualizzazione di eventi e personaggi ad uso del presente e di chi lo governa.
A dare il senso dell’utilizzo politico propagandistico delle religione è il processo di risignificazione dell’ikóna, icona, a cui si assiste da qualche tempo in Russia. Per quanto, puntualizza Piretto, il particolare rapporto nei confronti delle icone che caratterizza l’universo russo non fosse venuto meno nemmeno durante l’epoca sovietica, indubbiamente con la fine dell’URSS la Chiesa ortodossa, insieme all’amor di patria, ha assunto sempre più il ruolo di custode della tradizione e dell’identità russe facendo di essa un interlocutore privilegiato della politica contemporanea di matrice smaccatamente nazionalistica.
La pratica religiosa nella Russia di oggi, strizza l’occhio alla gestione governativa, alimenta una religiosità popolare facile da gestire e carica di simbolismo che oppone, ancora una volta, l’unicità della “Russia spirituale” all’Occidente secolarizzato. Emozione, pàthos e orgoglio nazionale: il sacro diventa strumento emotivo e performativo (p. 96)
La Chiesa ortodossa guidata dal patriarca Kiríll, con le sue concessioni a forme di religiosità legate alla superstizione popolare non in linea con la teologia ufficiale, in cui si accavallano elementi pagani al credo cristiano, ha assunto un ruolo politico sempre più importante nella Russia contemporanea, non a caso le argomentazioni teologiche e morali a sostegno dell’intervento russo in Ucraina portate dal patriarca – che ha esplicitamente parlato di “guerra santa” e di “lotta spirituale” a difesa della fede – sono state riprese dallo stesso Putin che, in occasione del Natale ortodosso del 2026, ha esplicitamente fatto riferimento alla “missione sacra per conto del Signore” portata avanti, da sempre, dai soldati russi. In un tale contesto il culto delle icone ha acquisito valenze politiche ben distanti da quelle primigenie, piegandosi al rafforzamento del potere temporale fino a suggerire che «la leadership di Putin sia non solo politica ma anche spiritualmente ratificata» (p. 102). Frequentemente a fare da sfondo ai comizi politici e agli spettacoli patriottici troneggiano gigantografie di antiche icone così da «ribadire il legame di quanto succede sul palco con la sacralità della nazione e di chi la rappresenta» (p. 102).
Concludendo, stando al volume di Piretto, l’operazione di eclettica riscrittura di termini/concetti tradizionali in funzione della propaganda contemporanea, li ha allontanati dalle radici storiche, materiali, politiche e culturali da cui sono sorti e dalla stratificazione che li ha plasmati nel corso del tempo, riducendoli, spesso, a slogan grossolani, volti a preservare il potere, che parlano all’emotività di un popolo che, paradossalmente, anziché riappropriarsi della storia materiale e culturale che gli è stata sottratta, attraverso tale processo, ne viene ulteriormente privato.
Affaristi vs statisti, il tavolo di Pechino
Non c’è osservatore nel mondo che ignori quanto sia pericoloso – per tutto il Pianeta, non solo per Cina e Usa – che le due principali superpotenze entrino in conflitto. Ma ben pochi sanno cosa si può fare per evitarlo. Non è un problema di intelligenza, ma di modelli di pensiero. Chi è cresciuto con il dogma della “competitività” nella testa difficilmente può superare, o concretamente evitare, l’esito bipolare nascosto nelle premesse: vincere o morire. Il che, trattandosi di potenze nucleari, non è per nulla auspicabile.
A Pechino, però, il mismatch tra le due delegazioni è davvero impietoso. Da un lato i padroni di casa, quasi tutti ingegneri, frutto di una selezione severa fondata su criteri che collegano la prassi dei partiti comunisti con l’esperienza millenaria di “armoniosa amministrazione” confuciana. Dall’altra una banda di affaristi improvvisati come “statisti”, convinti che il miglior affare si fa quando riesci a fregare l’altro, o a cancellarlo dalla faccia della Terra.
Lo sconforto della ragione si fa strada quando Xi Jinping sciorina concetti per nulla nuovi, ma che assumono una maggiore profondità quando sono accompagnati – come in questo caso – dalla possibilità di fare quello che si dice (al contrario, insomma, di commentatori anche molto preparati, ma senza alcun potere).
“Se la Cina e gli Stati Uniti riusciranno a superare la cosiddetta trappola di Tucidide e ad inaugurare un nuovo paradigma nelle relazioni tra le grandi potenze; se saremo in grado di unire le forze per affrontare le sfide globali e infondere maggiore stabilità nel mondo; se saremo in grado di rispondere al benessere dei nostri due popoli e al futuro e al destino dell’umanità, e di creare insieme un futuro radioso per le relazioni bilaterali: queste, si potrebbe dire, sono domande di storia, domande del mondo e domande dei popoli. Sono anche le risposte della nostra epoca, a cui io e voi, in quanto leader di grandi nazioni, dobbiamo rispondere insieme”.
Il senso della Storia a fronte dell’insider trading di borsa per speculare sulle proprie stesse dichiarazioni, pochi minuti prima di aprire bocca e fare cambiare l’orientamento di giornata dei “mercati”. Squilibrio assoluto, che solo un miracolo potrebbe sanare.
Lo si capisce dallo sguardo sperduto di “Narco” Rubio che, come quello di un turista intimidito, vaga per il soffitto istoriato della Grande Sala del Popolo di Pechino. Inutile cercare qualcosa in quello abitualmente vuoto o invasato di Hegseth, oppure di Trump, più volte sull’orlo della “pennica”.
La Cina di Xi Jinping, però, a sua volta non ha alternative. O riesce a “far ragionare” questa amministrazione Usa “comprendendo” i suoi interessi e le sue mosse all’interno della propria visione strategica di lungo periodo, oppure sarà costretta ad un futuro di conflitti che non vuole perché non le servono.
L’approccio win-win, reciprocamente vantaggioso, che Pechino propone a tutti i partner con cui stringe accordi viene insomma offerto anche agli Stati Uniti. Nella speranza che venga capito, o che almeno gli accordi concreti e i contratti che verranno firmati costituiscano una cornice capace di trattenere i peggiori “spiriti animali” della superpotenza che vede sfuggirsi di mano molti primati.
Xi ha citato ovviamente il nodo di Taiwan come ostacolo che potrebbe far deragliare il treno della “collaborazione” tra i due paesi (e sistemi di vita). L’isola è dal 1949 “l’altra Cina”, rifugio dei nazionalisti del Kuo Mintang sconfitti sulla terraferma, nel tempo trasformatasi in propaggine statunitense con grande specializzazione nella produzione di chip. Pechino non ha mai smesso di considerarla una “frattura” da ricomporre, come avvenuto per Hong Kong (protettorato britannico fin dai tempi della “guerra dell’oppio”), possibilmente con le buone.
Ma i problemi che possono crescere sono numerosi, a partire ovviamente dalla guerra scatenata da Usa e Israele contro l’Iran, paese che esporta buona parte del suo petrolio proprio in Cina, entrato a far parte dei Brics+ e con cui Pechino ha da poco inaugurato una ferrovie di oltre 10.000 chilometri per moltiplicare l’interscambio accorciando tempi di trasporto e molteplici “strozzature” (lo stretto di Malacca, oltre quello di Hormuz) politicamente incerte.
Trump si è portato dietro una pattuglia di amministratori delegati finanziari e delle Big-Tech – Musk, Tim Cook (Apple), Larry Fink (BlackRock), Dina Powell McCormick (Meta), ‘Mr Nvidia’ Jensen Huang e altri – alcuni dei quali hanno contenziosi aperti con Pechino (acquisizioni reciprocamente negate di società ritenute “strategiche”). E chiede apertura del mercato cinese per i loro prodotti e servizi.
Ma è partito inseguito dal lamento disperato dei produttori di automobili: “Se alle case automobilistiche cinesi fosse consentito di spedire le loro scorte in eccesso negli Stati Uniti, la nostra catena di approvvigionamento automobilistica collasserebbe sotto il peso di questi veicoli invenduti”, ha dichiarato Scott Paul, presidente dell’AAM (Alliance for American Manifacturing).
Ottenere “aperture” proponendo “chiusure” protezionistiche non sembra proprio conseguente... Anche se l’automobile non è certamente il settore decisivo per la competizione futura, resta pur sempre rilevante per i livelli occupazionali interni e forse soprattutto per l’immaginario dell’“identità” americana. Già hanno fatto fatica a digerire le auto giapponesi e coreane, con quelle cinesi potrebbe arrivare la mazzata finale.
L’unico accordo pressoché fatto, prima del vertice, riguardava l’acquisto da parte cinese di un discreto quantitativo di aerei Boeing per l’aviazione civile. Qualche affare, nessuna visione strategica – persino “egemonica” – in grado di provare a guidare il mondo. Questa è l’America degli ultimi 30 anni.
E la Storia, come sempre, fa valere una sua antica legge: il dominante, nel momento del suo declino, seleziona la classe dirigente peggiore. Quella che ne accelera la caduta. Purtroppo non sono soltanto “affari suoi”, ma di tutto il mondo.
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Navi militari italiane pronte a partire per Hormuz. L’Iran non gradisce
Lo stesso tono è stato usato nella medesima audizione in commissione dal ministro degli Esteri Tajani. “Non siamo qui per chiedere di autorizzare una nuova missione militare nel Golfo”, ha chiarito subito il ministro degli Esteri. L’obiettivo, spiega Tajani, è “condividere con il Parlamento, nel quadro di un confronto aperto e trasparente, l’impegno del Governo per la pace” e il percorso che “potrebbe portare a un nostro impegno nella coalizione internazionale per il ripristino della libertà di navigazione nello Stretto”. Ma lo stesso Tajani ha precisato che tale impegno potrà concretizzarsi “solo dopo la cessazione definitiva delle ostilità”.
Durante l’audizione Crosetto è sceso nel dettaglio sulle prossime mosse. Il ministro della Difesa ha spiegato che l’Italia sta predisponendo il pre-posizionamento di due unità cacciamine più vicine allo Stretto di Hormuz. Inizialmente saranno nel Mediterraneo orientale e poi nel Mar Rosso, nell’ambito delle missioni già in corso, come Mediterraneo Sicuro e Aspides, e “sempre rigorosamente all’interno del quadro delle missioni internazionali autorizzate per l’Italia”.
L’obiettivo dichiarato è di “avvicinarci a quell’area, pur rimanendo a distanza di sicurezza”.
Intanto, però, risulta che le due navi cacciamine “Rimini” e “Crotone”, al momento ormeggiate a La Spezia, salperebbero già entro le prossime 48 ore visti i tempi lunghi di percorrenza (circa tre settimane) per raggiungere la base militare italiana di supporto a Gibuti, nel Mar Rosso. Le altre due navi che verrebbero impiegate sono il pattugliatore d’altura “Montecuccoli” e la nave di supporto logistico “Atlante”.
Navi già pronte a partire dunque e con un passaggio in Commissione e neanche in Parlamento che entrambi i ministri hanno ricordato essere una gentile concessione e non un atto dovuto.
Il sito specializzato Analisi Difesa sottolinea però come la missione al momento non sembrerebbe essere molto popolare. Alla domanda: “L’Italia, a suo avviso, deve rendere i propri cacciamine disponibili per la bonifica di Hormuz?” Il 57,2 % degli intervistati da un sondaggio dell’istituto ‘Only Numbers'(Ghisleri) si è detto non favorevole contro il 28,1% di favorevoli (meno della metà dei contrari) e il 14,7% che non sa o non risponde.
Un rapporto del Pentagono al Congresso, riferito dal Washington Post, ha valutato che potrebbero essere necessari fino a sei mesi per liberare completamente dalle mine lo stretto di Hormuz e che è improbabile che un’operazione del genere possa essere svolta prima della fine della guerra tra Usa e Iran. Ma sulla fine della guerra le incognite sono ancora enormi.
Nel frattempo i “volenterosi europei” spedirebbero già la loro flotta nell’area di Hormuz.
Occorre ricordare che il 22 aprile scorso i “volenterosi” paesi europei, dopo un vertice politico a Parigi a metà aprile, si sono riuniti operativamente a Northwood (vicino Londra) per dare vita a una missione navale a Hormuz per “l’immediato e incondizionato ripristino della libertà di navigazione” una volta che il conflitto nel Golfo Persico sarà terminato.
La Gran Bretagna e Francia hanno già messo in navigazione la portaerei Prince of Wales e la portaerei Charles De Gaulle verso lo stretto di Hormuz in direzione del Golfo.
L’Iran ha però già avvertito Gran Bretagna e Francia che le sue forze armate lanceranno una “risposta decisa e immediata” verso qualsiasi nave da guerra che verrà inviata nello Stretto di Hormuz. “Ricordiamo loro che sia in tempo di guerra che in tempo di pace, solo la Repubblica Islamica dell’Iran può garantire la sicurezza in questo stretto e non permetterà a nessun Paese di interferire in tali questioni”, ha scritto il viceministro degli Esteri Kazem Gharibabadi.
Andare a Hormuz in contrasto con l’Iran non sembra proprio una grande prospettiva né una buona idea.
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