Trump è famoso per il suo spregiudicato disprezzo della verità. Perciò, noi in Corea del Sud dovremmo esaminare le sue parole e le sue affermazioni in modo critico. In effetti, molte delle dichiarazioni del suo recente discorso del 1° aprile (ora statunitense) sono false e costituiscono disinformazione. Cerchiamo quindi di fare chiarezza nella nebbia della guerra.
Bugia numero uno: gli Stati Uniti stanno vincendo la guerra contro l’Iran.
Gli Stati Uniti potrebbero avere la superiorità aerea e navale, ma il controllo iraniano dello Stretto di Hormuz offre a Teheran un punto strategico chiave per fare pressione su USA e Israele. Inoltre, mentre gli Stati Uniti combattono una guerra voluta, il regime iraniano combatte una guerra per la propria sopravvivenza, il che gli conferisce un livello qualitativamente diverso di determinazione. Dopo aver speso oltre 38 miliardi di dollari per 33 giorni di guerra, il tasso di approvazione di Trump è sceso al 35% poiché il conflitto sta colpendo l’economia.
Bugia numero due: il petrolio bloccato nello Stretto di Hormuz non ha impatto sugli Stati Uniti.
La chiusura dello Stretto di Hormuz non colpisce solo i paesi che importano petrolio da quella via. Fa aumentare il prezzo globale del petrolio, contribuendo alle pressioni inflazionistiche e rallentando la crescita in tutto il mondo, compresi gli Stati Uniti. La guerra ha fatto salire i prezzi della benzina e ha fatto crollare la borsa americana.
Bugia numero tre: l’accordo dell’era Obama per denuclearizzare l’Iran è stata una perdita di tempo.
L’accordo dell’era Obama avrebbe limitato l’arricchimento dell’uranio iraniano al 3,67%, sufficiente per l’energia nucleare, per 15 anni. Quando Trump si ritirò dall’accordo nel 2018, pose fine a tutti questi impegni. Oggi, proprio mentre erano in corso i negoziati di pace tra USA e Iran, Trump ha attaccato l’Iran in malafede, accusandolo di un attacco imminente nonostante la mancanza di prove di intelligence. Se c’è qualcosa che le azioni arbitrarie di Trump hanno rafforzato, è la logica per cui “se hai la bomba, non vieni bombardato”.
Bugia numero quattro: eliminare gli “impianti di produzione di energia elettrica” dell’Iran farebbe vincere la guerra.
Non solo ciò costituirebbe un crimine di guerra contro milioni di civili, ma provocherebbe una massiccia rappresaglia iraniana contro i paesi esportatori di energia della regione, facendo sprofondare l’economia globale in una crisi energetica senza precedenti.
Una verità: i paesi dovrebbero garantire un accesso sicuro allo Stretto di Hormuz.
Ma dovrebbero farlo NON seguendo Trump in guerra. Persino un pragmatista convinto esiterebbe di fronte all’affermazione che le fregate sudcoreane possano garantire l’accesso con la forza quando nemmeno la potente marina statunitense ci riesce.
In realtà, dovremmo prenderne le distanze da questa guerra voluta, con i suoi atroci crimini di guerra. Il Giappone ha respinto le richieste di Trump di inviare navi nello Stretto di Hormuz e ha assicurato il transito attraverso negoziati diretti con l’Iran. Allo stesso modo, Cina, India e Pakistan hanno ottenuto l’accesso.
In definitiva, nonostante Trump sostenga che tutto ciò sia volto a beneficio del popolo iraniano, la sua guerra voluta sta semplicemente provocando uccisioni insensate e la distruzione del paese. Qualunque sia l’opinione sul governo iraniano, bombe e minacce non lo faranno crollare. Anzi, alimentano la resistenza e il martirio.
Così, nonostante l’affermazione di Trump secondo cui le missioni iniziali di decapitazione avrebbero avuto successo, l’Iran si era preparato con una struttura di leadership a quattro livelli di profondità. Se un capo del governo viene ucciso, un altro subentra immediatamente.
Negli Stati Uniti, la popolazione si sta sollevando contro la supremazia bianca di Trump, in patria e all’estero. Ora è arrivato il momento che i popoli di tutto il mondo chiedano ai propri governi di opporsi all’avventurismo militare di Trump. Per noi in Corea del Sud, questo dovrebbe iniziare con un deciso no all’invio di fregate sudcoreane per unirsi alla guerra di Trump.
Fonte
Presentazione
Analisi, opinioni, fatti e (più di rado) arte da una prospettiva di classe.
06/04/2026
05/04/2026
Referendum, la radicalizzazione algoritmica come ariete per la vittoria del NO
di Silvano Cacciari
L’esito del referendum, culminato in una netta vittoria del NO, aiuta ad entrare con forza nelle dinamiche tecnologiche di formazione della polarizzazione politica e della mobilitazione sociale. Non ci troviamo infatti di fronte all’ormai classica cesura sistemica tra la rappresentazione dell’opinione pubblica dei media tradizionali e le correnti di mobilitazione che si sviluppano attraverso le piattaforme digitali. Da questa dimensione di analisi emerge piuttosto l’importanza della radicalizzazione algoritmica nello spostamento del consenso in politica. La radicalizzazione algoritmica è il processo per cui i sistemi di raccomandazione dei contenuti delle piattaforme social ottimizzano e massimizzano il tempo di visione dei post, amplificando contenuti ad alta attivazione emotiva (rabbia, indignazione) e favorendo la migrazione degli utenti verso percorsi di polarizzazione cognitiva.
Analizzando il referendum la Actor-Network Theory (ANT) emerge come un modello antropologico capace di spiegare la radicalizzazione algoritmica. Attraverso questa lente teorica, l’analisi procede a decostruire la scatola nera (black box) algoritmica, quella che suggerisce i contenuti agli utenti, mappando le intricate reti di attori umani e non umani che hanno determinato il successo del fronte del NO. Emerge inoltre l’economia dell’attenzione come primario motore della esigenza di radicalizzazione degli utenti, evidenziando il suo impatto dirompente sull’evoluzione dei movimenti sociali contemporanei.
L’Actor-Network Theory (ANT) offre infatti un approccio teorico e metodologico che ridefinisce radicalmente il concetto stesso di “sociale” e di “agire” (agency). Il principio fondativo dell’ANT è l’ontologia piatta (flat ontology), un postulato secondo cui tutto ciò che esiste nel mondo sociale e naturale è il risultato di reti di relazioni in costante mutamento e negoziazione. In questo paradigma decostruttivista, non esistono forze sociali astratte, macro-strutture o sovrastrutture ideologiche preesistenti che possano essere utilizzate per spiegare i fenomeni a priori; al contrario, la “società” è concepita esclusivamente come un effetto generato, una conseguenza performativa dell’interazione continua e precaria tra entità eterogenee. La teoria impone il rigoroso principio della “simmetria generalizzata”, rifiutando categoricamente di privilegiare gli esseri umani rispetto agli oggetti non umani nell’analisi delle reti sociali.
Applicando questo framework alla campagna referendaria, la dicotomia tradizionale tra “mezzo” e “messaggio”, o tra “utente” e “strumento”, decade irrimediabilmente. Le piattaforme digitali, i software di apprendimento automatico, gli hashtag, le interfacce utente e le metriche di engagement non sono intermediari passivi o canali inerti utilizzati dai comitati elettorali per veicolare contenuti. Si configurano invece come veri e propri “actanti” (actants) – entità semiotico-materiali dotate della autonoma capacità di agire, di fare la differenza, di imporre vincoli e di modificare il corso degli eventi all’interno del network relazionale. Questa prospettiva simmetrica permette di superare le visioni riduzioniste e strumentali che considerano gli algoritmi come entità neutrali o passivi anche se non neutrali, riconoscendoli invece come co-partecipanti attivi e decisivi nella regolazione delle interdipendenze politiche e nella produzione di mondi sociali complessi. John Law descrive l’ANT come una “semiotica materiale”, in quanto mappa relazioni che sono simultaneamente fattuali (tra cose fisiche o righe di codice) e concettuali (tra idee o affetti politici). Nel contesto della consultazione referendaria, il voto non è l’espressione di una volontà individuale isolata o di gruppi sociali “puri”, ma l’esito finale dell’allineamento di questa immensa rete ibrida.
Nel contesto del referendum, la mobilitazione a favore del NO ha preso forma attraverso un “assemblaggio” (assemblage) eterogeneo estremamente resiliente ed efficace. Per comprendere come si è strutturata questa rete vittoriosa, è essenziale capire che non si tratta di qualcosa fatto di tecnologia human-free che usa le persone come terminali di un potere scuro oppure, al contrario, una rete di comunità, technology-free che spesso vengono immaginate.
Il successo della campagna del NO risiede nella capacità (spesso emergente e non centralizzata) di creare un allineamento sinergico tra questi nodi, tecnologici e umani. L’agire umano – come ad esempio la creazione di un contenuto sarcastico o indignato contro i promotori del SÌ – e l’agire non umano – l’algoritmo che individua il contenuto, ne calcola il potenziale di ritenzione dell’attenzione (attention retention) e lo distribuisce nei feed di milioni di utenti – si sono intrecciati in un’unica entità ibrida, potenziando la diffusione del messaggio oltre ogni limite fisico o barriera editoriale tradizionale.
Nell’ottica dell’ANT, il potere non è una proprietà intrinseca o un possesso stabile di un gruppo politico, bensì l’effetto temporaneo e precario di una “traduzione” riuscita. Michel Callon definisce la traduzione come il processo processuale mediante il quale un attore problematizza una specifica questione, allinea progressivamente gli interessi degli altri attori, li rende interdipendenti e li arruola (enrollment) nella propria rete di influenza, assegnando loro ruoli specifici. La traduzione comporta la definizione dei problemi in modo tale che la soluzione proposta diventi l’unico punto di passaggio obbligato.
Nel caso del referendum, i promotori del NO hanno saputo tradurre le loro istanze politiche nei linguaggi formali e computazionali richiesti dagli attori non umani. L’algoritmo di una piattaforma social non comprende la politica in senso semantico o ideologico, ma legge esclusivamente segnali matematici di interazione e permanenza. Formulando messaggi che suscitavano forti reazioni emotive (indignazione, paura, derisione), il network umano ha arruolato spontaneamente il network algoritmico come alleato formidabile. La piattaforma, programmata nativamente per massimizzare la ritenzione dell’attenzione ai fini della profilazione pubblicitaria, ha agito da cassa di risonanza automatizzata e seriale. Essa è diventata di fatto il principale “portavoce” (spokesperson) e promotore materiale del NO. Questa cooperazione ibrida ha generato una struttura di contenuti solida, trasformando argomentazioni politiche in immutable mobiles – artefatti informativi che mantengono la loro forma e il loro potere di persuasione mentre viaggiano attraverso la rete.
Per comprendere appieno la pervasività del fronte del NO sui social media, superando le analisi superficiali limitate al solo calcolo elettorale, si deve sviluppare un modello antropologico politico. Un modello che spiega come i media algoritmici non si limitino a riflettere l’opinione pubblica preesistente, ma contribuiscano attivamente alla sua modellazione e alla sua radicalizzazione. Gli algoritmi devono infatti essere indagati sociologicamente sia come artefatti socio-culturali riflettenti le visioni del mondo, e la rete di interessi, dei loro programmatori, sia come agenti sociali dotati di autonomia all’interno dei paradigmi del capitalismo della sorveglianza (Shoshana Zuboff) e del colonialismo dei dati (Nick Couldry e Ulises A. Mejias).
L’ecosistema dei social media è ontologicamente fondato sull’economia dell’attenzione, un modello di business estrattivo in cui il tempo, le reazioni psicologiche e il coinvolgimento cognitivo degli utenti vengono costantemente analizzati, quantificati, pacchettizzati e venduti come merci agli inserzionisti. Affinché questo estrattivismo algoritmico sia massimamente efficiente, l’architettura digitale è progettata per premiare sistematicamente e amplificare i contenuti che catalizzano le reazioni più immediate e persino viscerali.
La ricerca empirica, dalla psicologia cognitiva all’analisi computazionale, ha ampiamente dimostrato che i contenuti connotati da un’emotività “high-arousal” (ad alta attivazione fisiologica e psicologica) possiedono un intrinseco e incolmabile vantaggio di propagazione online. Emozioni ad alta intensità – siano esse positive come lo stupore o il timore reverenziale (awe), ma soprattutto negative come la rabbia acuta, l’indignazione morale, la paura o la schadenfreude il piacere provato per le sfortune e le umiliazioni dei rivali politici – fungono da vettori ottimali per la viralità. Studi su dataset massivi, comprendenti decine di milioni di post, hanno confermato che i contenuti ad alta attivazione generano un tasso di condivisione esponenzialmente superiore, trasformando l’affetto in visibilità e interazione. Che cosa è quindi un NO in questa dimensione algoritmica che estende messaggi in tempo reale? Un contenuto ad alta attivazione ottimale per gli inserzionisti pubblicitari.
Nel contesto della dialettica referendaria, la denigrazione degli avversari, la sensazione collettiva dell’oltraggio alla costituzione, il discredito verso l’esecutivo, e le narrazioni preoccupate, distopiche e persino apocalittiche si propagano con una velocità e una capillarità nettamente superiori rispetto alle narrazioni del SI, orientate alla denigrazione ma di non immediata comprensione (legare la pedofilia al referendum sulle carriere non era di facile intuizione, nda). La fazione del NO ha beneficiato in modo strutturale, quasi ecologico, della dimensione algoritmica della comunicazione. Mentre quella del SÌ si affida alternativamente a narrazioni istituzionali, tecniche, rassicuranti come a quelle denigranti e allarmistiche, senza un convincente filo logico unitario. È risultato così facile per la narrativa del NO definirsi strutturalmente attraverso campagne di decostruzione emotiva, meme sarcastici ad alto impatto visivo e allarmi sui presunti pericoli letali della riforma. Gli algoritmi di raccomandazione hanno captato il rapido picco di engagement generato da queste emozioni “high-arousal” del NO e hanno innescato un “ciclo di amplificazione emotiva” (emotional amplification loop), alimentando in modo massiccio il NO nei feed degli utenti.
La radicalizzazione algoritmica non deve essere banalmente intesa come un processo unidirezionale di lavaggio del cervello imposto dalle macchine ad automi umani passivi. Piuttosto, rappresenta una complessa dinamica di co-evoluzione mediata da sofisticate tecniche di intelligenza artificiale. Piattaforme egemoni come Facebook, YouTube, X (precedentemente Twitter) e TikTok impiegano architetture di reinforcement learning (apprendimento per rinforzo). In questo modello matematico, l’algoritmo agisce come un agente che esplora un ambiente (il social network), compie azioni (raccomanda un video o un post) e riceve una ricompensa (l’utente clicca, commenta o guarda il video fino alla fine) o una penalizzazione (l’utente chiude l’app).
Il modello antropologico rivela in questo snodo una dialettica simbiotica: gli algoritmi si adattano ai bias e alle vulnerabilità psicologiche umane, ma contemporaneamente gli esseri umani modellano il proprio comportamento sociale, la propria identità e la propria espressione politica per adattarsi a ciò che l’algoritmo ricompensa. Se un attivista o un creatore di contenuti nota che un post caratterizzato da toni moderati viene ignorato, mentre una dichiarazione radicale riceve un’impennata di visibilità, conferme sociali (sotto forma di validazione quantitativa dei like) e status, sarà psicologicamente e socialmente incentivato a riprodurre narrazioni forti. Questo feedback loop ricorsivo addestra simultaneamente la macchina (a suggerire narrazioni forti per trattenere l’utente) e l’utente umano (a produrre narrazioni forti per ottenere capitale sociale e visibilità), normalizzando e consolidando posizioni politiche intransigenti e polarizzate. La radicalizzazione algoritmica emerge quindi non come un’anomalia, ma come un’abitudine cibernetica, un comportamento alimentato e messo a profitto dalle interfacce digitali.
Per analizzare la profonda dinamica che ha immunizzato l’elettorato del NO da qualsiasi argomentazione avversa, è indispensabile chiarire una tassonomia concettuale spesso confusa nel dibattito giornalistico e pubblico. Il filosofo contemporaneo C. Thi Nguyen fornisce una distinzione analitica e dirimente tra bolle epistemiche (epistemic bubbles) e camere dell’eco (echo chambers).
Durante la dinamica referendaria, l’infrastruttura tecnologica non si è limitata a confinare gli utenti in bolle epistemiche derivanti dall’omofilia di rete; ha fornito il sostrato materiale e la metrica per l’edificazione di vere e proprie echo chambers impenetrabili. In questi ambienti fiduciari chiusi, le posizioni a favore del SÌ non erano del tutto assenti, ma venivano introdotte unicamente per essere sbeffeggiate, decostruite o esposte al pubblico ludibrio, vaccinando preventivamente l’elettorato del NO contro qualsiasi retorica avversaria attraverso l’effetto del preemptive evidencing.
A coronamento e cristallizzazione di questa dinamica di chiusura vi è il fenomeno che la filosofia dell’informazione definisce “cattura epistemica” (epistemic capture). Questo concetto diagnostica il processo attraverso cui individui, gruppi o istituzioni cedono la propria autorità conoscitiva, la propria indipendenza di indagine e il proprio giudizio critico agli output algoritmici, considerati fideisticamente come espressione di una verità oggettiva o di una presunta saggezza della folla. Nelle echo chambers del NO, l’algoritmo ha smesso di fungere da semplice distributore di notizie, assurgendo al ruolo di arbitro della realtà nonostante il tentativo dei media tradizionali di delegittimare il NO come il terreno delle fake news.
Questa architettura tecno-capitalista ha un impatto ontologico profondo sulla genesi, la riproduzione, le prassi e la longevità dei movimenti sociali, modificando l’antropologia stessa della protesta collettiva. I movimenti contemporanei, paradigmaticamente esemplificati dalla coalizione coagulatasi attorno al NO, abbandonano le lente logiche organizzative, i rituali di reclutamento fisico e i vincoli antropologici tipici delle teorie tradizionali della mobilitazione (come la Resource Mobilization Theory), evolvendosi in forme ibride, connesse e disintermediate.
Gli algoritmi non si limitano a narrare i movimenti sociali, ma “intercettano e riproducono” la loro essenza comunicativa, fungendo da tessuto connettivo cognitivo e da acceleratore logistico. La mobilitazione assume le fattezze di un'“azione connettiva” (un termine che supera quello classico di azione collettiva), dove il singolo partecipante interviene personalizzando il proprio frame attraverso la creazione di meme, l’uso di hashtag e la pubblicazione di video brevi. Questi micro-contributi vengono poi fusi, incanalati e ordinati dal software in un’unica corrente di visibilità globale, capace di esercitare pressioni formidabili in tempi ridottissimi. Tuttavia, questo modello infrastrutturale espone i movimenti a rischi di volatilità immensi. Essendo totalmente sottomessi alle affordance delle piattaforme e alle spietate metriche di estrazione del valore, essi diventano vulnerabili al ciclo di vita accelerato, frammentato e schizofrenico dell’informazione digitale.
Ciò produce movimenti spesso definiti dalla sociologia della sicurezza con l’acronimo MUU (Mixed, Unclear, Unstable): forme di aggregazione e radicalizzazione contemporanea prive di chiari confini sociali, basate sull’indignazione istantanea, altamente fluide e difficilmente inquadrabili dalla politica partitica tradizionale. Nel vasto fronte del NO, abbiamo assistito precisamente all’emersione di una dirompente convergenza MUU: una coalizione asimmetrica e temporanea di libertari, militanti anti-sistema, opinionisti conservatori ma fedeli alla costituzione, giovani e cittadini precedentemente apolitici o astensionisti. Questa massa critica non è stata fusa da un progetto prefigurativo unitario, organico o proattivo, bensì connessa dall’invisibile mano dell’algoritmo, che ha matematicamente allineato la loro frammentata ostilità e alienazione nei confronti dell’establishment istituzionale, rendendo il rifiuto un comune denominatore virale.
Un nodo euristico cruciale per comprendere l’esito del referendum risiede nella palese e documentata discrepanza registrata tra le rilevazioni dell’Agcom e i dati di monitoraggio del traffico digitale e dell’open source intelligence. Se la televisione, in termini di allocazione degli spazi, presenze fisiche e narrazione complessiva, registrava un chiaro vantaggio istituzionale e una predominanza formale per il fronte del SÌ, i social network pullulavano di comitati virtuali, pagine autogestite, bot network e sciami di utenti ferocemente schierati per il NO. Spiegare questo differenziale richiede un’analisi comparativa profonda delle differenze strutturali, demografiche e cognitive tra i due ecosistemi mediali.
Televisione e social media non costituiscono semplicemente canali comunicativi reciprocamente alternativi su cui spalmare il medesimo messaggio; rappresentano ambienti ecologici a sé stanti, retti da ontologie, regole economiche, legislazioni e grammatiche spazio-temporali radicalmente opposte e incommensurabili.
La televisione è sostanzialmente un ambiente di sorveglianza top-down che favorisce fisiologicamente lo status quo o le iniziative di riforma governative e istituzionali (nel nostro caso, il SÌ). Le élite politiche e gli intellettuali a loro organici possiedono le risorse, le competenze retoriche, l’abito formale e l’autorità istituzionale per dominare questi format codificati dei talk show, delle interviste in studio e dei telegiornali, muovendosi a proprio agio in un ecosistema basato sul riconoscimento della loro esclusiva autorità.
Tuttavia, l’apparente egemonia e l’influenza prescrittiva della televisione incontrano due limiti fatali nel sistema ibrido dei media. In primo luogo, vi è un insuperabile limite demografico: la rigidità del medium televisivo fatica a intercettare l’attenzione dei gruppi anagraficamente più giovani o delle fasce sociali profondamente disaffezionate e emotivamente ciniche verso la politica istituzionale. In secondo luogo, emerge il fenomeno della saturazione del format. Il dibattito televisivo, vincolato da tempi istituzionali, linguaggi ingessati, entro il modello del simulacro del pluralismo, genera disinteresse e assuefazione. Tale modello (si fa per dire) espressivo è cognitivamente incapace di competere con il costante e intermittente rilascio di dopamina fornito dai dispositivi mobili, dalle notifiche push e dalle dinamiche di gamification politica introdotte dai social network, che trasformano l’attivismo in una quotidiana gratificante crociata personale e collettiva.
Il dominio schiacciante del NO sui social media non è stato, dunque, semplicemente il riflesso speculare di un’opinione maggioritaria preesistente e silente, tenuta ai margini dalla televisione. È stato, piuttosto, il risultato di una formidabile convergenza antropologico-tecnologica tra istanze di protesta e l’infrastruttura estrattiva delle piattaforme. Come ampiamente analizzato, la narrativa della negazione, del sospetto endemico verso le élite, della ribellione contro l’establishment e dello smantellamento ironico delle narrazioni dominanti si adatta in modo mimetico, quasi perfetto, alle intime richieste di un algoritmo progettato per premiare questo genere di contenuti.
Questo ecosistema non si limita a favorire una fazione, ma genera un vantaggio persuasivo quantificabile con estrema precisione scientifica. Ricerche empiriche su vasta scala condotte dallo psicologo comportamentale Robert Epstein e dal suo team sul Search Engine Manipulation Effect (SEME) e sui sistemi di classificazione video (YME) e dei social media, hanno introdotto il fondamentale parametro del Vote Manipulation Power (VMP). Il VMP misura la percentuale esatta di incremento nella propensione di voto degli elettori indecisi (una fascia demografica cruciale che spesso decide l’esito di un referendum a ridosso del voto) verso uno specifico candidato o una fazione, in seguito all’esposizione a contenuti posizionati fortemente emotivi (biased rankings) all’interno di motori di ricerca, feed di piattaforme social o assistenti vocali.
Attraverso complessi esperimenti randomizzati e controllati condotti su campioni rappresentativi (ad esempio, coinvolgendo 1.488 elettori indecisi statunitensi simulando interfacce reali), le indagini di Epstein dimostrano inequivocabilmente che cambiare la gerarchia dei risultati o il ranking dei post può spostare le preferenze di voto in modo impressionante. Una singola esposizione a un feed fortemente emozionale può generare un VMP superiore al 20%, e l’effetto mutazione si amplifica ulteriormente in specifici gruppi demografici.
Ancor più rilevante e dirimente per spiegare la schiacciante campagna del NO sui social è la scoperta dell’effetto di esposizione multipla (Multiple Exposure Effect – MEE). Esposizioni ripetute, sequenziali e cumulative a messaggi politicamente polarizzati e omogenei – una condizione che riproduce esattamente la dieta informativa quotidiana di chi naviga all’interno delle echo chambers digitali descritte da C. Thi Nguyen – innescano incrementi progressivi e formidabili del VMP. Nei test di Epstein, il VMP per il motore di ricerca (simulatore Google) è cresciuto dal 14,3% dopo la prima ricerca, al 20,2%, fino al 22,6% con le ricerche successive. Nel simulatore di microblogging (X/Twitter), l’incremento è stato ancora più impressionante, passando dal 49,7% al 61,8%, raggiungendo il 69,1%. Sui simulatori di assistenti vocali (Alexa), il VMP è schizzato dal 72,1% fino al 98,6%. Fenomeni collaterali come il Platform Messaging Effect (PME), ovvero l’invio di promemoria algoritmici per il voto mirati selettivamente a specifici target (go-vote reminders), e l’Opinion Matching Effect (OME) contribuiscono ulteriormente a ingegnerizzare il consenso.
Questi dati matematici certificano che la presunta superiorità della televisione è ormai solo un’illusione ottica. Considerando l’elevata densità di interazione, il tempo di permanenza sullo schermo e la fedeltà degli utenti schierati per il NO alle loro nicchie virtuali, la continua esposizione a video raccomandati, meme sarcastici e post indignati ha garantito una radicalizzazione capillare e uno spostamento del VMP tale da stravolgere qualsiasi equilibrio. La televisione istituzionale, col suo palinsesto rigido, intermittente e scarsamente ingaggiante a livello emotivo, non possiede le armi cognitive né l’algoritmica per scalfire questo assedio digitale. Sapendo quantificare il numero di elettori indecisi dotati di accesso a internet, i teorici dell'online manipulation (espressione che va intesa in senso ampio) affermano che tali deviazioni algoritmiche (SEME, MEE) permettono di calcolare, e potenzialmente determinare, i margini di vittoria in consultazioni sul filo del rasoio, rendendo la tecnologia l’invisibile kingmaker della politica contemporanea.
L’esito del referendum, culminato con la netta, inequivocabile vittoria del fronte del NO, non è una transitoria ondata di insoddisfazione popolare inquadrabile con le lenti della società industriale e nemmeno con quella degli anni ’90. Attraverso l’ applicazione dell‘Actor-Network Theory, emerge l’evidenza inconfutabile che le preferenze elettorali contemporanee sono il prodotto emergente di un reticolo ibrido, un macro-attore instabile in cui la volontà umana, l’architettura delle interfacce e l’infrastruttura di calcolo agiscono in un intreccio simbiotico, inestricabile e profondamente performativo. L’ontologia piatta ha dimostrato senza sconti come un hashtag virale, una metrica di engagement o un feed di raccomandazione addestrato mediante reinforcement learning abbiano esercitato sulla consultazione elettorale un impatto politico materiale analogo, se non di gran lunga superiore, a quello di un leader di partito tradizionale, di un editoriale accademico o di un comitato promotore ufficiale.
La spiegazione sociologica e antropologica di tale vittoria risiede nel trionfo schiacciante della logica algoritmica strutturata sull’estrazione di emozioni “high-arousal”. Questa ecologia dell’attenzione si è rivelata intrinsecamente ostile e avversa alla lentezza del dibattito istituzionale promosso dall’esecutivo (il SÌ), risultando invece strutturalmente e fisiologicamente allineata a istanze dicotomiche, oppositrici e indignate (il NO). Il processo di apprendimento per rinforzo co-evolutivo ha intrappolato milioni di cittadini in echo chambers impermeabili alle smentite esterne, generando vasti e allarmanti fenomeni di cattura epistemica dove la validità argomentativa e il pluralismo sono stati soppiantati dalla viralità emotiva e dalla fiducia tribale. Questo modello estrattivo ha trasformato irreversibilmente la protesta e la mobilitazione sociale, facendola evolvere in un aggregato MUU (Mixed Unclear Unstable), un’entità liquida, socialmente frammentata, ma dotata di un potere d’urto cinetico formidabile e imprevisto.
Infine, l’incongruenza strutturale tra il rassicurante primato del SÌ nelle metriche televisive e la marea montante e inarrestabile del NO sui social media testimonia in via definitiva il tramonto irreversibile dell’egemonia democratica del medium broadcast. Certifica il passaggio a una fase di colonialismo dei dati governato dalle architetture oscure delle Big Tech. L’entità del “Vote Manipulation Power” (VMP) teorizzato e misurato da Epstein, derivante dagli effetti di esposizione multipla (MEE) e dall’alterazione dei ranking informativi, ha rivelato come il posizionamento emozionale dei contenuti possa alterare massicciamente e silenziosamente le intenzioni degli elettori indecisi.
I maldestri tentativi di mitigazione e di controllo editoriale operati a posteriori dalle stesse piattaforme, mirabilmente rappresentati dal cortocircuito censorio occorso nel caso Barbero durante la campagna referendaria, si sono dimostrati non solo inefficaci per limitare la portata del NO, ma disastrosamente controproducenti. Hanno confermato agli occhi degli attori mobilitati l’ipotesi di un sistema truccato, alimentando l’effetto boomerang e fortificando il network oppositivo.
In ultima istanza, la dinamica referendaria sancisce che l’ingegneria algoritmica, la quantificazione dell’affetto e l’infrastruttura cibernetica, quando inserite nel tessuto di una società iper-connessa, disillusa e polarizzata, non sono più meri strumenti di comunicazione politica, ma costituiscono il vero, e incontrastato arbitro sovrano dello scontro politico. Adesso sta ai movimenti fare un uso coordinato di queste dinamiche.
Fonte
L’esito del referendum, culminato in una netta vittoria del NO, aiuta ad entrare con forza nelle dinamiche tecnologiche di formazione della polarizzazione politica e della mobilitazione sociale. Non ci troviamo infatti di fronte all’ormai classica cesura sistemica tra la rappresentazione dell’opinione pubblica dei media tradizionali e le correnti di mobilitazione che si sviluppano attraverso le piattaforme digitali. Da questa dimensione di analisi emerge piuttosto l’importanza della radicalizzazione algoritmica nello spostamento del consenso in politica. La radicalizzazione algoritmica è il processo per cui i sistemi di raccomandazione dei contenuti delle piattaforme social ottimizzano e massimizzano il tempo di visione dei post, amplificando contenuti ad alta attivazione emotiva (rabbia, indignazione) e favorendo la migrazione degli utenti verso percorsi di polarizzazione cognitiva.
Analizzando il referendum la Actor-Network Theory (ANT) emerge come un modello antropologico capace di spiegare la radicalizzazione algoritmica. Attraverso questa lente teorica, l’analisi procede a decostruire la scatola nera (black box) algoritmica, quella che suggerisce i contenuti agli utenti, mappando le intricate reti di attori umani e non umani che hanno determinato il successo del fronte del NO. Emerge inoltre l’economia dell’attenzione come primario motore della esigenza di radicalizzazione degli utenti, evidenziando il suo impatto dirompente sull’evoluzione dei movimenti sociali contemporanei.
L’Actor-Network Theory (ANT) offre infatti un approccio teorico e metodologico che ridefinisce radicalmente il concetto stesso di “sociale” e di “agire” (agency). Il principio fondativo dell’ANT è l’ontologia piatta (flat ontology), un postulato secondo cui tutto ciò che esiste nel mondo sociale e naturale è il risultato di reti di relazioni in costante mutamento e negoziazione. In questo paradigma decostruttivista, non esistono forze sociali astratte, macro-strutture o sovrastrutture ideologiche preesistenti che possano essere utilizzate per spiegare i fenomeni a priori; al contrario, la “società” è concepita esclusivamente come un effetto generato, una conseguenza performativa dell’interazione continua e precaria tra entità eterogenee. La teoria impone il rigoroso principio della “simmetria generalizzata”, rifiutando categoricamente di privilegiare gli esseri umani rispetto agli oggetti non umani nell’analisi delle reti sociali.
Applicando questo framework alla campagna referendaria, la dicotomia tradizionale tra “mezzo” e “messaggio”, o tra “utente” e “strumento”, decade irrimediabilmente. Le piattaforme digitali, i software di apprendimento automatico, gli hashtag, le interfacce utente e le metriche di engagement non sono intermediari passivi o canali inerti utilizzati dai comitati elettorali per veicolare contenuti. Si configurano invece come veri e propri “actanti” (actants) – entità semiotico-materiali dotate della autonoma capacità di agire, di fare la differenza, di imporre vincoli e di modificare il corso degli eventi all’interno del network relazionale. Questa prospettiva simmetrica permette di superare le visioni riduzioniste e strumentali che considerano gli algoritmi come entità neutrali o passivi anche se non neutrali, riconoscendoli invece come co-partecipanti attivi e decisivi nella regolazione delle interdipendenze politiche e nella produzione di mondi sociali complessi. John Law descrive l’ANT come una “semiotica materiale”, in quanto mappa relazioni che sono simultaneamente fattuali (tra cose fisiche o righe di codice) e concettuali (tra idee o affetti politici). Nel contesto della consultazione referendaria, il voto non è l’espressione di una volontà individuale isolata o di gruppi sociali “puri”, ma l’esito finale dell’allineamento di questa immensa rete ibrida.
Nel contesto del referendum, la mobilitazione a favore del NO ha preso forma attraverso un “assemblaggio” (assemblage) eterogeneo estremamente resiliente ed efficace. Per comprendere come si è strutturata questa rete vittoriosa, è essenziale capire che non si tratta di qualcosa fatto di tecnologia human-free che usa le persone come terminali di un potere scuro oppure, al contrario, una rete di comunità, technology-free che spesso vengono immaginate.
Il successo della campagna del NO risiede nella capacità (spesso emergente e non centralizzata) di creare un allineamento sinergico tra questi nodi, tecnologici e umani. L’agire umano – come ad esempio la creazione di un contenuto sarcastico o indignato contro i promotori del SÌ – e l’agire non umano – l’algoritmo che individua il contenuto, ne calcola il potenziale di ritenzione dell’attenzione (attention retention) e lo distribuisce nei feed di milioni di utenti – si sono intrecciati in un’unica entità ibrida, potenziando la diffusione del messaggio oltre ogni limite fisico o barriera editoriale tradizionale.
Nell’ottica dell’ANT, il potere non è una proprietà intrinseca o un possesso stabile di un gruppo politico, bensì l’effetto temporaneo e precario di una “traduzione” riuscita. Michel Callon definisce la traduzione come il processo processuale mediante il quale un attore problematizza una specifica questione, allinea progressivamente gli interessi degli altri attori, li rende interdipendenti e li arruola (enrollment) nella propria rete di influenza, assegnando loro ruoli specifici. La traduzione comporta la definizione dei problemi in modo tale che la soluzione proposta diventi l’unico punto di passaggio obbligato.
Nel caso del referendum, i promotori del NO hanno saputo tradurre le loro istanze politiche nei linguaggi formali e computazionali richiesti dagli attori non umani. L’algoritmo di una piattaforma social non comprende la politica in senso semantico o ideologico, ma legge esclusivamente segnali matematici di interazione e permanenza. Formulando messaggi che suscitavano forti reazioni emotive (indignazione, paura, derisione), il network umano ha arruolato spontaneamente il network algoritmico come alleato formidabile. La piattaforma, programmata nativamente per massimizzare la ritenzione dell’attenzione ai fini della profilazione pubblicitaria, ha agito da cassa di risonanza automatizzata e seriale. Essa è diventata di fatto il principale “portavoce” (spokesperson) e promotore materiale del NO. Questa cooperazione ibrida ha generato una struttura di contenuti solida, trasformando argomentazioni politiche in immutable mobiles – artefatti informativi che mantengono la loro forma e il loro potere di persuasione mentre viaggiano attraverso la rete.
Per comprendere appieno la pervasività del fronte del NO sui social media, superando le analisi superficiali limitate al solo calcolo elettorale, si deve sviluppare un modello antropologico politico. Un modello che spiega come i media algoritmici non si limitino a riflettere l’opinione pubblica preesistente, ma contribuiscano attivamente alla sua modellazione e alla sua radicalizzazione. Gli algoritmi devono infatti essere indagati sociologicamente sia come artefatti socio-culturali riflettenti le visioni del mondo, e la rete di interessi, dei loro programmatori, sia come agenti sociali dotati di autonomia all’interno dei paradigmi del capitalismo della sorveglianza (Shoshana Zuboff) e del colonialismo dei dati (Nick Couldry e Ulises A. Mejias).
L’ecosistema dei social media è ontologicamente fondato sull’economia dell’attenzione, un modello di business estrattivo in cui il tempo, le reazioni psicologiche e il coinvolgimento cognitivo degli utenti vengono costantemente analizzati, quantificati, pacchettizzati e venduti come merci agli inserzionisti. Affinché questo estrattivismo algoritmico sia massimamente efficiente, l’architettura digitale è progettata per premiare sistematicamente e amplificare i contenuti che catalizzano le reazioni più immediate e persino viscerali.
La ricerca empirica, dalla psicologia cognitiva all’analisi computazionale, ha ampiamente dimostrato che i contenuti connotati da un’emotività “high-arousal” (ad alta attivazione fisiologica e psicologica) possiedono un intrinseco e incolmabile vantaggio di propagazione online. Emozioni ad alta intensità – siano esse positive come lo stupore o il timore reverenziale (awe), ma soprattutto negative come la rabbia acuta, l’indignazione morale, la paura o la schadenfreude il piacere provato per le sfortune e le umiliazioni dei rivali politici – fungono da vettori ottimali per la viralità. Studi su dataset massivi, comprendenti decine di milioni di post, hanno confermato che i contenuti ad alta attivazione generano un tasso di condivisione esponenzialmente superiore, trasformando l’affetto in visibilità e interazione. Che cosa è quindi un NO in questa dimensione algoritmica che estende messaggi in tempo reale? Un contenuto ad alta attivazione ottimale per gli inserzionisti pubblicitari.
Nel contesto della dialettica referendaria, la denigrazione degli avversari, la sensazione collettiva dell’oltraggio alla costituzione, il discredito verso l’esecutivo, e le narrazioni preoccupate, distopiche e persino apocalittiche si propagano con una velocità e una capillarità nettamente superiori rispetto alle narrazioni del SI, orientate alla denigrazione ma di non immediata comprensione (legare la pedofilia al referendum sulle carriere non era di facile intuizione, nda). La fazione del NO ha beneficiato in modo strutturale, quasi ecologico, della dimensione algoritmica della comunicazione. Mentre quella del SÌ si affida alternativamente a narrazioni istituzionali, tecniche, rassicuranti come a quelle denigranti e allarmistiche, senza un convincente filo logico unitario. È risultato così facile per la narrativa del NO definirsi strutturalmente attraverso campagne di decostruzione emotiva, meme sarcastici ad alto impatto visivo e allarmi sui presunti pericoli letali della riforma. Gli algoritmi di raccomandazione hanno captato il rapido picco di engagement generato da queste emozioni “high-arousal” del NO e hanno innescato un “ciclo di amplificazione emotiva” (emotional amplification loop), alimentando in modo massiccio il NO nei feed degli utenti.
La radicalizzazione algoritmica non deve essere banalmente intesa come un processo unidirezionale di lavaggio del cervello imposto dalle macchine ad automi umani passivi. Piuttosto, rappresenta una complessa dinamica di co-evoluzione mediata da sofisticate tecniche di intelligenza artificiale. Piattaforme egemoni come Facebook, YouTube, X (precedentemente Twitter) e TikTok impiegano architetture di reinforcement learning (apprendimento per rinforzo). In questo modello matematico, l’algoritmo agisce come un agente che esplora un ambiente (il social network), compie azioni (raccomanda un video o un post) e riceve una ricompensa (l’utente clicca, commenta o guarda il video fino alla fine) o una penalizzazione (l’utente chiude l’app).
Il modello antropologico rivela in questo snodo una dialettica simbiotica: gli algoritmi si adattano ai bias e alle vulnerabilità psicologiche umane, ma contemporaneamente gli esseri umani modellano il proprio comportamento sociale, la propria identità e la propria espressione politica per adattarsi a ciò che l’algoritmo ricompensa. Se un attivista o un creatore di contenuti nota che un post caratterizzato da toni moderati viene ignorato, mentre una dichiarazione radicale riceve un’impennata di visibilità, conferme sociali (sotto forma di validazione quantitativa dei like) e status, sarà psicologicamente e socialmente incentivato a riprodurre narrazioni forti. Questo feedback loop ricorsivo addestra simultaneamente la macchina (a suggerire narrazioni forti per trattenere l’utente) e l’utente umano (a produrre narrazioni forti per ottenere capitale sociale e visibilità), normalizzando e consolidando posizioni politiche intransigenti e polarizzate. La radicalizzazione algoritmica emerge quindi non come un’anomalia, ma come un’abitudine cibernetica, un comportamento alimentato e messo a profitto dalle interfacce digitali.
Per analizzare la profonda dinamica che ha immunizzato l’elettorato del NO da qualsiasi argomentazione avversa, è indispensabile chiarire una tassonomia concettuale spesso confusa nel dibattito giornalistico e pubblico. Il filosofo contemporaneo C. Thi Nguyen fornisce una distinzione analitica e dirimente tra bolle epistemiche (epistemic bubbles) e camere dell’eco (echo chambers).
Durante la dinamica referendaria, l’infrastruttura tecnologica non si è limitata a confinare gli utenti in bolle epistemiche derivanti dall’omofilia di rete; ha fornito il sostrato materiale e la metrica per l’edificazione di vere e proprie echo chambers impenetrabili. In questi ambienti fiduciari chiusi, le posizioni a favore del SÌ non erano del tutto assenti, ma venivano introdotte unicamente per essere sbeffeggiate, decostruite o esposte al pubblico ludibrio, vaccinando preventivamente l’elettorato del NO contro qualsiasi retorica avversaria attraverso l’effetto del preemptive evidencing.
A coronamento e cristallizzazione di questa dinamica di chiusura vi è il fenomeno che la filosofia dell’informazione definisce “cattura epistemica” (epistemic capture). Questo concetto diagnostica il processo attraverso cui individui, gruppi o istituzioni cedono la propria autorità conoscitiva, la propria indipendenza di indagine e il proprio giudizio critico agli output algoritmici, considerati fideisticamente come espressione di una verità oggettiva o di una presunta saggezza della folla. Nelle echo chambers del NO, l’algoritmo ha smesso di fungere da semplice distributore di notizie, assurgendo al ruolo di arbitro della realtà nonostante il tentativo dei media tradizionali di delegittimare il NO come il terreno delle fake news.
Questa architettura tecno-capitalista ha un impatto ontologico profondo sulla genesi, la riproduzione, le prassi e la longevità dei movimenti sociali, modificando l’antropologia stessa della protesta collettiva. I movimenti contemporanei, paradigmaticamente esemplificati dalla coalizione coagulatasi attorno al NO, abbandonano le lente logiche organizzative, i rituali di reclutamento fisico e i vincoli antropologici tipici delle teorie tradizionali della mobilitazione (come la Resource Mobilization Theory), evolvendosi in forme ibride, connesse e disintermediate.
Gli algoritmi non si limitano a narrare i movimenti sociali, ma “intercettano e riproducono” la loro essenza comunicativa, fungendo da tessuto connettivo cognitivo e da acceleratore logistico. La mobilitazione assume le fattezze di un'“azione connettiva” (un termine che supera quello classico di azione collettiva), dove il singolo partecipante interviene personalizzando il proprio frame attraverso la creazione di meme, l’uso di hashtag e la pubblicazione di video brevi. Questi micro-contributi vengono poi fusi, incanalati e ordinati dal software in un’unica corrente di visibilità globale, capace di esercitare pressioni formidabili in tempi ridottissimi. Tuttavia, questo modello infrastrutturale espone i movimenti a rischi di volatilità immensi. Essendo totalmente sottomessi alle affordance delle piattaforme e alle spietate metriche di estrazione del valore, essi diventano vulnerabili al ciclo di vita accelerato, frammentato e schizofrenico dell’informazione digitale.
Ciò produce movimenti spesso definiti dalla sociologia della sicurezza con l’acronimo MUU (Mixed, Unclear, Unstable): forme di aggregazione e radicalizzazione contemporanea prive di chiari confini sociali, basate sull’indignazione istantanea, altamente fluide e difficilmente inquadrabili dalla politica partitica tradizionale. Nel vasto fronte del NO, abbiamo assistito precisamente all’emersione di una dirompente convergenza MUU: una coalizione asimmetrica e temporanea di libertari, militanti anti-sistema, opinionisti conservatori ma fedeli alla costituzione, giovani e cittadini precedentemente apolitici o astensionisti. Questa massa critica non è stata fusa da un progetto prefigurativo unitario, organico o proattivo, bensì connessa dall’invisibile mano dell’algoritmo, che ha matematicamente allineato la loro frammentata ostilità e alienazione nei confronti dell’establishment istituzionale, rendendo il rifiuto un comune denominatore virale.
Un nodo euristico cruciale per comprendere l’esito del referendum risiede nella palese e documentata discrepanza registrata tra le rilevazioni dell’Agcom e i dati di monitoraggio del traffico digitale e dell’open source intelligence. Se la televisione, in termini di allocazione degli spazi, presenze fisiche e narrazione complessiva, registrava un chiaro vantaggio istituzionale e una predominanza formale per il fronte del SÌ, i social network pullulavano di comitati virtuali, pagine autogestite, bot network e sciami di utenti ferocemente schierati per il NO. Spiegare questo differenziale richiede un’analisi comparativa profonda delle differenze strutturali, demografiche e cognitive tra i due ecosistemi mediali.
Televisione e social media non costituiscono semplicemente canali comunicativi reciprocamente alternativi su cui spalmare il medesimo messaggio; rappresentano ambienti ecologici a sé stanti, retti da ontologie, regole economiche, legislazioni e grammatiche spazio-temporali radicalmente opposte e incommensurabili.
La televisione è sostanzialmente un ambiente di sorveglianza top-down che favorisce fisiologicamente lo status quo o le iniziative di riforma governative e istituzionali (nel nostro caso, il SÌ). Le élite politiche e gli intellettuali a loro organici possiedono le risorse, le competenze retoriche, l’abito formale e l’autorità istituzionale per dominare questi format codificati dei talk show, delle interviste in studio e dei telegiornali, muovendosi a proprio agio in un ecosistema basato sul riconoscimento della loro esclusiva autorità.
Tuttavia, l’apparente egemonia e l’influenza prescrittiva della televisione incontrano due limiti fatali nel sistema ibrido dei media. In primo luogo, vi è un insuperabile limite demografico: la rigidità del medium televisivo fatica a intercettare l’attenzione dei gruppi anagraficamente più giovani o delle fasce sociali profondamente disaffezionate e emotivamente ciniche verso la politica istituzionale. In secondo luogo, emerge il fenomeno della saturazione del format. Il dibattito televisivo, vincolato da tempi istituzionali, linguaggi ingessati, entro il modello del simulacro del pluralismo, genera disinteresse e assuefazione. Tale modello (si fa per dire) espressivo è cognitivamente incapace di competere con il costante e intermittente rilascio di dopamina fornito dai dispositivi mobili, dalle notifiche push e dalle dinamiche di gamification politica introdotte dai social network, che trasformano l’attivismo in una quotidiana gratificante crociata personale e collettiva.
Il dominio schiacciante del NO sui social media non è stato, dunque, semplicemente il riflesso speculare di un’opinione maggioritaria preesistente e silente, tenuta ai margini dalla televisione. È stato, piuttosto, il risultato di una formidabile convergenza antropologico-tecnologica tra istanze di protesta e l’infrastruttura estrattiva delle piattaforme. Come ampiamente analizzato, la narrativa della negazione, del sospetto endemico verso le élite, della ribellione contro l’establishment e dello smantellamento ironico delle narrazioni dominanti si adatta in modo mimetico, quasi perfetto, alle intime richieste di un algoritmo progettato per premiare questo genere di contenuti.
Questo ecosistema non si limita a favorire una fazione, ma genera un vantaggio persuasivo quantificabile con estrema precisione scientifica. Ricerche empiriche su vasta scala condotte dallo psicologo comportamentale Robert Epstein e dal suo team sul Search Engine Manipulation Effect (SEME) e sui sistemi di classificazione video (YME) e dei social media, hanno introdotto il fondamentale parametro del Vote Manipulation Power (VMP). Il VMP misura la percentuale esatta di incremento nella propensione di voto degli elettori indecisi (una fascia demografica cruciale che spesso decide l’esito di un referendum a ridosso del voto) verso uno specifico candidato o una fazione, in seguito all’esposizione a contenuti posizionati fortemente emotivi (biased rankings) all’interno di motori di ricerca, feed di piattaforme social o assistenti vocali.
Attraverso complessi esperimenti randomizzati e controllati condotti su campioni rappresentativi (ad esempio, coinvolgendo 1.488 elettori indecisi statunitensi simulando interfacce reali), le indagini di Epstein dimostrano inequivocabilmente che cambiare la gerarchia dei risultati o il ranking dei post può spostare le preferenze di voto in modo impressionante. Una singola esposizione a un feed fortemente emozionale può generare un VMP superiore al 20%, e l’effetto mutazione si amplifica ulteriormente in specifici gruppi demografici.
Ancor più rilevante e dirimente per spiegare la schiacciante campagna del NO sui social è la scoperta dell’effetto di esposizione multipla (Multiple Exposure Effect – MEE). Esposizioni ripetute, sequenziali e cumulative a messaggi politicamente polarizzati e omogenei – una condizione che riproduce esattamente la dieta informativa quotidiana di chi naviga all’interno delle echo chambers digitali descritte da C. Thi Nguyen – innescano incrementi progressivi e formidabili del VMP. Nei test di Epstein, il VMP per il motore di ricerca (simulatore Google) è cresciuto dal 14,3% dopo la prima ricerca, al 20,2%, fino al 22,6% con le ricerche successive. Nel simulatore di microblogging (X/Twitter), l’incremento è stato ancora più impressionante, passando dal 49,7% al 61,8%, raggiungendo il 69,1%. Sui simulatori di assistenti vocali (Alexa), il VMP è schizzato dal 72,1% fino al 98,6%. Fenomeni collaterali come il Platform Messaging Effect (PME), ovvero l’invio di promemoria algoritmici per il voto mirati selettivamente a specifici target (go-vote reminders), e l’Opinion Matching Effect (OME) contribuiscono ulteriormente a ingegnerizzare il consenso.
Questi dati matematici certificano che la presunta superiorità della televisione è ormai solo un’illusione ottica. Considerando l’elevata densità di interazione, il tempo di permanenza sullo schermo e la fedeltà degli utenti schierati per il NO alle loro nicchie virtuali, la continua esposizione a video raccomandati, meme sarcastici e post indignati ha garantito una radicalizzazione capillare e uno spostamento del VMP tale da stravolgere qualsiasi equilibrio. La televisione istituzionale, col suo palinsesto rigido, intermittente e scarsamente ingaggiante a livello emotivo, non possiede le armi cognitive né l’algoritmica per scalfire questo assedio digitale. Sapendo quantificare il numero di elettori indecisi dotati di accesso a internet, i teorici dell'online manipulation (espressione che va intesa in senso ampio) affermano che tali deviazioni algoritmiche (SEME, MEE) permettono di calcolare, e potenzialmente determinare, i margini di vittoria in consultazioni sul filo del rasoio, rendendo la tecnologia l’invisibile kingmaker della politica contemporanea.
L’esito del referendum, culminato con la netta, inequivocabile vittoria del fronte del NO, non è una transitoria ondata di insoddisfazione popolare inquadrabile con le lenti della società industriale e nemmeno con quella degli anni ’90. Attraverso l’ applicazione dell‘Actor-Network Theory, emerge l’evidenza inconfutabile che le preferenze elettorali contemporanee sono il prodotto emergente di un reticolo ibrido, un macro-attore instabile in cui la volontà umana, l’architettura delle interfacce e l’infrastruttura di calcolo agiscono in un intreccio simbiotico, inestricabile e profondamente performativo. L’ontologia piatta ha dimostrato senza sconti come un hashtag virale, una metrica di engagement o un feed di raccomandazione addestrato mediante reinforcement learning abbiano esercitato sulla consultazione elettorale un impatto politico materiale analogo, se non di gran lunga superiore, a quello di un leader di partito tradizionale, di un editoriale accademico o di un comitato promotore ufficiale.
La spiegazione sociologica e antropologica di tale vittoria risiede nel trionfo schiacciante della logica algoritmica strutturata sull’estrazione di emozioni “high-arousal”. Questa ecologia dell’attenzione si è rivelata intrinsecamente ostile e avversa alla lentezza del dibattito istituzionale promosso dall’esecutivo (il SÌ), risultando invece strutturalmente e fisiologicamente allineata a istanze dicotomiche, oppositrici e indignate (il NO). Il processo di apprendimento per rinforzo co-evolutivo ha intrappolato milioni di cittadini in echo chambers impermeabili alle smentite esterne, generando vasti e allarmanti fenomeni di cattura epistemica dove la validità argomentativa e il pluralismo sono stati soppiantati dalla viralità emotiva e dalla fiducia tribale. Questo modello estrattivo ha trasformato irreversibilmente la protesta e la mobilitazione sociale, facendola evolvere in un aggregato MUU (Mixed Unclear Unstable), un’entità liquida, socialmente frammentata, ma dotata di un potere d’urto cinetico formidabile e imprevisto.
Infine, l’incongruenza strutturale tra il rassicurante primato del SÌ nelle metriche televisive e la marea montante e inarrestabile del NO sui social media testimonia in via definitiva il tramonto irreversibile dell’egemonia democratica del medium broadcast. Certifica il passaggio a una fase di colonialismo dei dati governato dalle architetture oscure delle Big Tech. L’entità del “Vote Manipulation Power” (VMP) teorizzato e misurato da Epstein, derivante dagli effetti di esposizione multipla (MEE) e dall’alterazione dei ranking informativi, ha rivelato come il posizionamento emozionale dei contenuti possa alterare massicciamente e silenziosamente le intenzioni degli elettori indecisi.
I maldestri tentativi di mitigazione e di controllo editoriale operati a posteriori dalle stesse piattaforme, mirabilmente rappresentati dal cortocircuito censorio occorso nel caso Barbero durante la campagna referendaria, si sono dimostrati non solo inefficaci per limitare la portata del NO, ma disastrosamente controproducenti. Hanno confermato agli occhi degli attori mobilitati l’ipotesi di un sistema truccato, alimentando l’effetto boomerang e fortificando il network oppositivo.
In ultima istanza, la dinamica referendaria sancisce che l’ingegneria algoritmica, la quantificazione dell’affetto e l’infrastruttura cibernetica, quando inserite nel tessuto di una società iper-connessa, disillusa e polarizzata, non sono più meri strumenti di comunicazione politica, ma costituiscono il vero, e incontrastato arbitro sovrano dello scontro politico. Adesso sta ai movimenti fare un uso coordinato di queste dinamiche.
Fonte
I capolavori del neoliberalismo
di Alessandro Volpi
In Italia fino agli anni Novanta le raffinerie erano di proprietà statale. Poi si è affermata la religione neoliberale della privatizzazione, che muoveva dall’assunto secondo cui nulla è più “strategico” del mercato, e le raffinerie sono state privatizzate.
Almeno in parte, perché alcune erano rimaste in mano all’Eni, che però poi è stata privatizzata. Oggi, esistono in Italia 11 raffinerie principali, di cui 5 sono in mano ad Eni – dove lo Stato ha ormai solo il 32% – una è nella mani di Vitol, una di Trafigura, una di Sonatrach, la compagnia di Stato algerina, due di Ip e una di Iplom.
Nell’attuale crisi questa proprietà privata potrebbe costituire un problema serio perché le società proprietarie delle raffinerie potrebbero importare petrolio e gas e rivenderli a realtà che pagano di più non considerando il “mercato” italiano e dunque privando il sistema paese di energia o facendogliela pagare decisamente di più. A poco servirebbero in tal caso il Golden Power o i richiami alle riserve “strategiche”.
I consumatori italiani pagheranno di più. Punto. E allora serviranno nuovi decreti di riduzione del prezzo alla pompa che non saranno in alcun modo in grado di frenare i prezzi e toglieranno risorse pubbliche ad altre destinazioni.
Draghi spese oltre 7 miliardi, con il “consenso” europeo, ora Meloni-Giorgetti hanno già speso quasi 2 miliardi che non sono riusciti a lenire gli effetti dell’aumento dei prezzi, con Arera che annuncia un ulteriore aumento delle tariffe del gas del 19,2%.
Forse, meglio di buttare tutti questi soldi sarebbe utile pensare ad una rinazionalizzazione del settore energetico, con buon pace dei “mercatasti” alla Marattin: con i prezzi attuali la nazionalizzazione si pagherebbe con i dividendi non distribuiti ai privati e utilizzati per ripagare il debito contratto per nazionalizzare e, al contempo, si potrebbe davvero procedere ad una politica di riduzione delle tariffe interne, senza destinare ogni anno miliardi per pagare di più l’energia privata.
Fonte
In Italia fino agli anni Novanta le raffinerie erano di proprietà statale. Poi si è affermata la religione neoliberale della privatizzazione, che muoveva dall’assunto secondo cui nulla è più “strategico” del mercato, e le raffinerie sono state privatizzate.
Almeno in parte, perché alcune erano rimaste in mano all’Eni, che però poi è stata privatizzata. Oggi, esistono in Italia 11 raffinerie principali, di cui 5 sono in mano ad Eni – dove lo Stato ha ormai solo il 32% – una è nella mani di Vitol, una di Trafigura, una di Sonatrach, la compagnia di Stato algerina, due di Ip e una di Iplom.
Nell’attuale crisi questa proprietà privata potrebbe costituire un problema serio perché le società proprietarie delle raffinerie potrebbero importare petrolio e gas e rivenderli a realtà che pagano di più non considerando il “mercato” italiano e dunque privando il sistema paese di energia o facendogliela pagare decisamente di più. A poco servirebbero in tal caso il Golden Power o i richiami alle riserve “strategiche”.
I consumatori italiani pagheranno di più. Punto. E allora serviranno nuovi decreti di riduzione del prezzo alla pompa che non saranno in alcun modo in grado di frenare i prezzi e toglieranno risorse pubbliche ad altre destinazioni.
Draghi spese oltre 7 miliardi, con il “consenso” europeo, ora Meloni-Giorgetti hanno già speso quasi 2 miliardi che non sono riusciti a lenire gli effetti dell’aumento dei prezzi, con Arera che annuncia un ulteriore aumento delle tariffe del gas del 19,2%.
Forse, meglio di buttare tutti questi soldi sarebbe utile pensare ad una rinazionalizzazione del settore energetico, con buon pace dei “mercatasti” alla Marattin: con i prezzi attuali la nazionalizzazione si pagherebbe con i dividendi non distribuiti ai privati e utilizzati per ripagare il debito contratto per nazionalizzare e, al contempo, si potrebbe davvero procedere ad una politica di riduzione delle tariffe interne, senza destinare ogni anno miliardi per pagare di più l’energia privata.
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Guerra all'Iran - Recuperato il pilota, perso un altro aereo
Chissà se a questo punto l’amministrazione Usa potrebbe dichiarare «vittoria» (sarebbe la sesta volta in 36 giorni...) e finalmente chiudere la guerra di aggressione all’Iran…
In fondo Trump è riuscito ora ad ottenere un «successo» significativo: recuperare il pilota dell’F-15 abbattuto durante i bombardamenti nell’ovest della Persia.
La dinamica è abbastanza chiara, vista l’abbondanza di film sul tema. Il pilota – un colonnello, peraltro ferito quando è stato raggiunto dalla contraerea – è rimasto nascosto in qualche anfratto ad una certa distanza dal luogo in cui l’aereo era caduto, mandando segnali per farsi individuare dai suoi connazionali.
L’aviazione Usa, una volta individuato con precisione il luogo (niente di miracoloso, basta un rilevatore gps, sia pure criptato), hanno bombardato le aree circostanti per rendere difficile l’arrivo dei reparti dei Pasdaran e delle pattugli di civili armati partiti alla sua ricerca. Teheran aveva peraltro subito messo in chiaro che non avrebbe torto un capello: “Non faremo come gli americani a Guantanamo”.
L’azione è stata facilitata da due fattori: la zona è quasi al confine con l’Iraq ed è quasi del tutto desertica. Quindi abbastanza semplice da raggiungere partendo dalle basi irachene o kuwaitiane, concentrando per poche ore una quantità importante di forze tra aerei, droni ed elicotteri, ma contemporaneamente piuttosto difficile da percorrere via terra. Il vantaggio relativo di truppe aviotrasportate è insomma abbastanza ovvio.
Mentre le forze Usa stavano convergendo verso di lui, comunque, è scoppiato uno scontro a fuoco, secondo quanto poi riferito da due ex alti ufficiali militari a conoscenza delle dinamiche dell’operazione.
Una volta recuperato il pilota, però, due degli aerei da trasporto che avrebbero dovuto condurre le truppe in salvo sono rimasti colpiti e danneggiati in misura tale da non poter ripartire e, sempre secondo fonti militari Usa, sarebbero stati fatti esplodere per evitare che cadessero in mani nemiche. A quel punto, altri tre velivoli sono stati inviati per recuperare il personale militare.
Uno pari, si potrebbe dire… Ma un portavoce delle Guardie Rivoluzionarie afferma che le forze iraniane hanno distrutto due aerei militari C-130 e due elicotteri Black Hawk statunitensi nella zona meridionale di Isfahan.
Lasciamo da parte i lanci della propaganda bipartisan e occupiamoci dell’andamento della guerra partendo dalle poche cose certe.
L’ennesimo penultimatum trumpiano per chiedere la riapertura dello Stretto di Hormuz scade domani sera, ovviamente lanciato in stile Gladiatore («altrimenti scatenerò l’inferno», come se finora avesse bombardato per scherzo).
In realtà lo Stretto è aperto per i paesi «neutrali o amici» dell’Iran, e chiuso solo per i nemici. La definizione è stata esemplificata del resto con il via libera dato non solo a navi cinesi ma anche navi francese, giapponesi e omanite, che hanno pagato in yuan cinesi il pedaggio richiesto – un dollaro per ogni barile trasportato. Una nave legata ad Israele è stata invece raggiunta da un drone.
Lo scambio tra bombardamenti israelo-statunitensi e missili iraniani prosegue anzi pare intensificarsi. Israele è stata raggiunta da diverse ondate di droni e missili, registrando quasi 200 feriti solo nella notte (niente morti, loro sono «invulnerabili» per diritto divino...), e per la prima volta in oltre un mese il sostegno popolare alla guerra – comunque ancora maggioritario – risulta in calo.
Del resto passare le giornate entrando e uscendo dai rifugi sta compromettendo anche le capacità produttive del paese, stressato oltretutto da una spesa militare mostruosamente in crescita.
Straordinariamente pezzente è invece la decisione statunitense di revocare la cittadinanza prima, e arrestare immediatamente dopo, due donne parenti di Qassem Soleimani, generale che aveva guidato la forza Quds delle Guardie della Rivoluzione, ucciso in Iraq dagli americani su ordine di Trump, quando era al primo mandato.
La decisione sarebbe stata presa personalmente da «Narco» Rubio, segretario di Stato (ministro degli esteri). Citando articoli di stampa e post sui social media, il Dipartimento di Stato ha descritto Soleimani Afshar come “una sostenitrice dichiarata del regime totalitario e terroristico in Iran”. In pratica, alcuni post o commenti social sarebbero stati sufficienti per decidere l’arresto di due donne che comunque avevano scelto di vivere nel paese che aveva assassinato il loro congiunto.
La notizia è ancora sub judice, però, visto che la figlia di Soleimani, Zeinab Soleimani, dall’Iran avrebbe negato che le due donne arrestate avessero alcun legame con il defunto leader della Forza Quds.
“Le persone arrestate negli Stati Uniti non hanno alcun legame con il martire Soleimani e l’affermazione del Dipartimento di Stato americano è falsa”, ha dichiarato Zeinab.
Ogni guerra è anche guerra di informazione. E gli Usa non sono più in grado di dare lezioni a nessuno, neanche su questo versante...
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In fondo Trump è riuscito ora ad ottenere un «successo» significativo: recuperare il pilota dell’F-15 abbattuto durante i bombardamenti nell’ovest della Persia.
La dinamica è abbastanza chiara, vista l’abbondanza di film sul tema. Il pilota – un colonnello, peraltro ferito quando è stato raggiunto dalla contraerea – è rimasto nascosto in qualche anfratto ad una certa distanza dal luogo in cui l’aereo era caduto, mandando segnali per farsi individuare dai suoi connazionali.
L’aviazione Usa, una volta individuato con precisione il luogo (niente di miracoloso, basta un rilevatore gps, sia pure criptato), hanno bombardato le aree circostanti per rendere difficile l’arrivo dei reparti dei Pasdaran e delle pattugli di civili armati partiti alla sua ricerca. Teheran aveva peraltro subito messo in chiaro che non avrebbe torto un capello: “Non faremo come gli americani a Guantanamo”.
L’azione è stata facilitata da due fattori: la zona è quasi al confine con l’Iraq ed è quasi del tutto desertica. Quindi abbastanza semplice da raggiungere partendo dalle basi irachene o kuwaitiane, concentrando per poche ore una quantità importante di forze tra aerei, droni ed elicotteri, ma contemporaneamente piuttosto difficile da percorrere via terra. Il vantaggio relativo di truppe aviotrasportate è insomma abbastanza ovvio.
Mentre le forze Usa stavano convergendo verso di lui, comunque, è scoppiato uno scontro a fuoco, secondo quanto poi riferito da due ex alti ufficiali militari a conoscenza delle dinamiche dell’operazione.
Una volta recuperato il pilota, però, due degli aerei da trasporto che avrebbero dovuto condurre le truppe in salvo sono rimasti colpiti e danneggiati in misura tale da non poter ripartire e, sempre secondo fonti militari Usa, sarebbero stati fatti esplodere per evitare che cadessero in mani nemiche. A quel punto, altri tre velivoli sono stati inviati per recuperare il personale militare.
Uno pari, si potrebbe dire… Ma un portavoce delle Guardie Rivoluzionarie afferma che le forze iraniane hanno distrutto due aerei militari C-130 e due elicotteri Black Hawk statunitensi nella zona meridionale di Isfahan.
Lasciamo da parte i lanci della propaganda bipartisan e occupiamoci dell’andamento della guerra partendo dalle poche cose certe.
L’ennesimo penultimatum trumpiano per chiedere la riapertura dello Stretto di Hormuz scade domani sera, ovviamente lanciato in stile Gladiatore («altrimenti scatenerò l’inferno», come se finora avesse bombardato per scherzo).
In realtà lo Stretto è aperto per i paesi «neutrali o amici» dell’Iran, e chiuso solo per i nemici. La definizione è stata esemplificata del resto con il via libera dato non solo a navi cinesi ma anche navi francese, giapponesi e omanite, che hanno pagato in yuan cinesi il pedaggio richiesto – un dollaro per ogni barile trasportato. Una nave legata ad Israele è stata invece raggiunta da un drone.
Lo scambio tra bombardamenti israelo-statunitensi e missili iraniani prosegue anzi pare intensificarsi. Israele è stata raggiunta da diverse ondate di droni e missili, registrando quasi 200 feriti solo nella notte (niente morti, loro sono «invulnerabili» per diritto divino...), e per la prima volta in oltre un mese il sostegno popolare alla guerra – comunque ancora maggioritario – risulta in calo.
Del resto passare le giornate entrando e uscendo dai rifugi sta compromettendo anche le capacità produttive del paese, stressato oltretutto da una spesa militare mostruosamente in crescita.
Straordinariamente pezzente è invece la decisione statunitense di revocare la cittadinanza prima, e arrestare immediatamente dopo, due donne parenti di Qassem Soleimani, generale che aveva guidato la forza Quds delle Guardie della Rivoluzione, ucciso in Iraq dagli americani su ordine di Trump, quando era al primo mandato.
La decisione sarebbe stata presa personalmente da «Narco» Rubio, segretario di Stato (ministro degli esteri). Citando articoli di stampa e post sui social media, il Dipartimento di Stato ha descritto Soleimani Afshar come “una sostenitrice dichiarata del regime totalitario e terroristico in Iran”. In pratica, alcuni post o commenti social sarebbero stati sufficienti per decidere l’arresto di due donne che comunque avevano scelto di vivere nel paese che aveva assassinato il loro congiunto.
La notizia è ancora sub judice, però, visto che la figlia di Soleimani, Zeinab Soleimani, dall’Iran avrebbe negato che le due donne arrestate avessero alcun legame con il defunto leader della Forza Quds.
“Le persone arrestate negli Stati Uniti non hanno alcun legame con il martire Soleimani e l’affermazione del Dipartimento di Stato americano è falsa”, ha dichiarato Zeinab.
Ogni guerra è anche guerra di informazione. E gli Usa non sono più in grado di dare lezioni a nessuno, neanche su questo versante...
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Bankitalia: la guerra in Iran riduce il PIL e aumenta l’inflazione
Secondo le ultime proiezioni macroeconomiche diffuse il 3 aprile dalla Banca d’Italia, l’aggressione all’Iran e le tensioni che ne derivano sui mercati rappresentano la principale minaccia per la stabilità del paese. L’incertezza delle proiezioni, dice l’istituto, è elevata, ma il peso della guerra della coalizione Epstein sarà comunque significativo. Nello scenario peggiore, il 2027 potrebbe essere un anno di recessione.
Bankitalia ha già rivisto al ribasso le stime di crescita rilasciate lo scorso dicembre. Lo scenario di base preso in considerazione dagli analisti vede il prezzo del petrolio attestarsi a 103 dollari al barile e quello del gas a 55 al megawattora, nel corso del secondo trimestre di quest’anno. Dati che ci si aspetta di avere se il conflitto non si protrarrà troppo a lungo e i suoi effetti saranno tamponati.
Per l’anno in corso e per il prossimo le previsioni, nello scenario migliore, vedono una crescita pari allo 0,5% del PIL, mentre a dicembre era stimata allo 0,6% per il 2026 e allo 0,8% per il 2027. L’inflazione è maggiore di un punto percentuale rispetto alle precedenti stime: si dovrebbe collocare al 2,6% per l’anno in corso, ma viene sottolineato che saranno soprattutto i beni energetici e quelli alimentari a pesare sulla media.
“Lo scoppio del conflitto e il repentino innalzamento dei prezzi energetici – si legge nella nota – incidono negativamente sulle prospettive a breve termine, comprimendo la domanda interna nel trimestre in corso e nei due successivi. L’attività tornerebbe a rafforzarsi a partire dall’inizio del 2027, in concomitanza con l’attenuazione delle pressioni inflazionistiche”.
Ci si deve attendere, dunque, una nuova ondata inflazionistica che andrà a peggiorare ulteriormente il reddito reale delle famiglie italiane. Gli investimenti rallenteranno, anche a causa delle ridotte prospettive della domanda, tanto quella interna quanto quella estera: “il contributo della domanda estera netta alla crescita del prodotto è negativo quest’anno e pressoché nullo nel prossimo biennio”. In ogni caso, l’istituto segnala che il tasso di disoccupazione “aumenta leggermente nel corso del triennio”, cioè tra il 2026 e il 2028.
Nell’analisi di Bankitalia, però, viene previsto anche uno scenario peggiore. Se il conflitto dovesse protrarsi più a lungo delle previsioni e vi fossero “danni rilevanti alle infrastrutture energetiche nell’area mediorientale”, ipotesi che è stata confermata in maniera indiretta da Christine Lagarde in un’intervista al The Economist, il risultato sarebbe un’inflazione maggiore e più persistente, e possibili turbolenze sui mercati finanziari.
Se il petrolio balzasse stabilmente sopra i 150 dollari al barile e il gas intorno ai 120 euro al megawattora, il PIL rimarrebbe fermo nell’anno in corso (0,0% di crescita), per poi ridursi dello 0,6% nel 2027. Se lo scenario è già di base quello della stagflazione, se non si pone subito fine all’aggressione imperialista le prospettive sono quelle di una vera e propria recessione.
Il problema, però, è strutturale. Il governatore di Bankitalia, Fabio Panetta, intervenendo alla conferenza annuale tra il suo istituto e il Ministero degli Esteri, ha sottolineato che lo shock energetico “non apre una nuova fase, la sta semplicemente accelerando”, mentre le previsioni BCE sull’inflazione dell’Eurozona per il secondo trimestre del 2026 indicano un +3,1%. Lui stesso ammette che, anche finisse immediatamente il conflitto, il ritorno alla normalità produttiva sarebbe lento.
Proprio perché la fase non è nuova, torna anche il tema degli extraprofitti. I ministri dell’Economia di Italia, Germania, Spagna, Portogallo e Austria hanno inviato una lettera al commissario UE per il Clima, Wopke Hoekstra, ribadendo una richiesta che dicono di aver fatto all’Eurogruppo del 27 marzo: “sviluppare rapidamente uno strumento contributivo a livello UE, basato su una solida base giuridica” e finanziato con la tassazione degli extraprofitti.
“Una soluzione europea”, scrivono nella lettera, “fungerebbe da segnale per i cittadini e per l’economia, dimostrando che siamo uniti e in grado di agire”. Questi paesi fanno leva su una situazione di crisi per implementare ulteriormente l’integrazione europea, ma nascondono il fatto che i vari governi avrebbero già i poteri per agire e calmierare i prezzi.
Uno degli ostacoli principali, semmai, è il Patto di Stabilità, che Bruxelles ha ribadito non voler sospendere. Non potendo mettere risorse per alleviare l’aumento dei prezzi, viene stabilito politicamente che la crisi dovranno essere ancora lavoratori e pensionati a pagarla.
Fonte
Bankitalia ha già rivisto al ribasso le stime di crescita rilasciate lo scorso dicembre. Lo scenario di base preso in considerazione dagli analisti vede il prezzo del petrolio attestarsi a 103 dollari al barile e quello del gas a 55 al megawattora, nel corso del secondo trimestre di quest’anno. Dati che ci si aspetta di avere se il conflitto non si protrarrà troppo a lungo e i suoi effetti saranno tamponati.
Per l’anno in corso e per il prossimo le previsioni, nello scenario migliore, vedono una crescita pari allo 0,5% del PIL, mentre a dicembre era stimata allo 0,6% per il 2026 e allo 0,8% per il 2027. L’inflazione è maggiore di un punto percentuale rispetto alle precedenti stime: si dovrebbe collocare al 2,6% per l’anno in corso, ma viene sottolineato che saranno soprattutto i beni energetici e quelli alimentari a pesare sulla media.
“Lo scoppio del conflitto e il repentino innalzamento dei prezzi energetici – si legge nella nota – incidono negativamente sulle prospettive a breve termine, comprimendo la domanda interna nel trimestre in corso e nei due successivi. L’attività tornerebbe a rafforzarsi a partire dall’inizio del 2027, in concomitanza con l’attenuazione delle pressioni inflazionistiche”.
Ci si deve attendere, dunque, una nuova ondata inflazionistica che andrà a peggiorare ulteriormente il reddito reale delle famiglie italiane. Gli investimenti rallenteranno, anche a causa delle ridotte prospettive della domanda, tanto quella interna quanto quella estera: “il contributo della domanda estera netta alla crescita del prodotto è negativo quest’anno e pressoché nullo nel prossimo biennio”. In ogni caso, l’istituto segnala che il tasso di disoccupazione “aumenta leggermente nel corso del triennio”, cioè tra il 2026 e il 2028.
Nell’analisi di Bankitalia, però, viene previsto anche uno scenario peggiore. Se il conflitto dovesse protrarsi più a lungo delle previsioni e vi fossero “danni rilevanti alle infrastrutture energetiche nell’area mediorientale”, ipotesi che è stata confermata in maniera indiretta da Christine Lagarde in un’intervista al The Economist, il risultato sarebbe un’inflazione maggiore e più persistente, e possibili turbolenze sui mercati finanziari.
Se il petrolio balzasse stabilmente sopra i 150 dollari al barile e il gas intorno ai 120 euro al megawattora, il PIL rimarrebbe fermo nell’anno in corso (0,0% di crescita), per poi ridursi dello 0,6% nel 2027. Se lo scenario è già di base quello della stagflazione, se non si pone subito fine all’aggressione imperialista le prospettive sono quelle di una vera e propria recessione.
Il problema, però, è strutturale. Il governatore di Bankitalia, Fabio Panetta, intervenendo alla conferenza annuale tra il suo istituto e il Ministero degli Esteri, ha sottolineato che lo shock energetico “non apre una nuova fase, la sta semplicemente accelerando”, mentre le previsioni BCE sull’inflazione dell’Eurozona per il secondo trimestre del 2026 indicano un +3,1%. Lui stesso ammette che, anche finisse immediatamente il conflitto, il ritorno alla normalità produttiva sarebbe lento.
Proprio perché la fase non è nuova, torna anche il tema degli extraprofitti. I ministri dell’Economia di Italia, Germania, Spagna, Portogallo e Austria hanno inviato una lettera al commissario UE per il Clima, Wopke Hoekstra, ribadendo una richiesta che dicono di aver fatto all’Eurogruppo del 27 marzo: “sviluppare rapidamente uno strumento contributivo a livello UE, basato su una solida base giuridica” e finanziato con la tassazione degli extraprofitti.
“Una soluzione europea”, scrivono nella lettera, “fungerebbe da segnale per i cittadini e per l’economia, dimostrando che siamo uniti e in grado di agire”. Questi paesi fanno leva su una situazione di crisi per implementare ulteriormente l’integrazione europea, ma nascondono il fatto che i vari governi avrebbero già i poteri per agire e calmierare i prezzi.
Uno degli ostacoli principali, semmai, è il Patto di Stabilità, che Bruxelles ha ribadito non voler sospendere. Non potendo mettere risorse per alleviare l’aumento dei prezzi, viene stabilito politicamente che la crisi dovranno essere ancora lavoratori e pensionati a pagarla.
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Nuova rogna in casa Anthropic: il codice di Claude pubblicato per errore
L’azienda fondata da Dario Amodei e sua sorella torna sulle prima pagine dei giornali alcune settimane dopo la vicenda dell’annullamento dei contratti col Pentagono, ma stavolta per una svista madornale commessa da qualcuno dei dipendenti.
Infatti, un errore in una delle ultime versioni di Claude Code, l’assistente IA di Anthropic per programmare, ha permesso agli utenti di estrarre tutto il codice sorgente dell’applicazione, si parla di circa 2000 file e 500 mila righe di codice.
Inutile dire che il codice dell’applicazione caricato su internet da un utente ha rapidamente fatto il giro del mondo, essendo stato scaricato milioni di volte.
Questa fuoriuscita di informazioni – leak nel gergo della sicurezza informatica – rappresenta un duro colpo per l’azienda americana che si è sempre rifiutata di rendere pubblico il codice dei suoi prodotti.
Nel codice trapelato sono presenti varie funzionalità del programma ancora in fase di sviluppo, oltre che tutti i commenti lasciati nel codice dai programmatori.
Vedremo che impatto avrà questo avvenimento nel panorama dell’industria dell’IA. Infatti, Claude Code è in questo momento considerato il migliore assistente IA per la programmazione e le altre aziende del settore sicuramente faranno tesoro dei segreti industriali resi pubblici nei giorni scorsi.
Fonte
Infatti, un errore in una delle ultime versioni di Claude Code, l’assistente IA di Anthropic per programmare, ha permesso agli utenti di estrarre tutto il codice sorgente dell’applicazione, si parla di circa 2000 file e 500 mila righe di codice.
Inutile dire che il codice dell’applicazione caricato su internet da un utente ha rapidamente fatto il giro del mondo, essendo stato scaricato milioni di volte.
Questa fuoriuscita di informazioni – leak nel gergo della sicurezza informatica – rappresenta un duro colpo per l’azienda americana che si è sempre rifiutata di rendere pubblico il codice dei suoi prodotti.
Nel codice trapelato sono presenti varie funzionalità del programma ancora in fase di sviluppo, oltre che tutti i commenti lasciati nel codice dai programmatori.
Vedremo che impatto avrà questo avvenimento nel panorama dell’industria dell’IA. Infatti, Claude Code è in questo momento considerato il migliore assistente IA per la programmazione e le altre aziende del settore sicuramente faranno tesoro dei segreti industriali resi pubblici nei giorni scorsi.
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Alla Casa Bianca saltano teste. Trump “frustrato”
La frustrazione di Trump sia sul piano internazionale che sul piano interno sta cominciando a far saltare le teste nell’amministrazione della Casa Bianca.
La prima, quella più clamorosa, è la destituzione di Pam Bondi da attorney general (il nostro ministro di Giustizia, ndr), ma le orecchie stanno fischiando anche al Segretario al Commercio Howard Lutnick e alla Segretaria al Lavoro Lori Chavez-DeRemer.
Il mese scorso era saltata la testa di Kristi Noem segretaria alla Sicurezza Interna. Il presidente del Centro nazionale per l’Antiterrorismo, Joe Kent, invece si era dimesso da solo.
Anche il Segretario alla Guerra (così è stato ridefinito il dipartimento della Difesa degli Stati Uniti, sic!) Pete Hegseth, ha avanzato la richiesta del ritiro immediato dal servizio del generale Randy George, attuale capo di stato maggiore dell’esercito.
“Il Presidente è molto arrabbiato e sposterà le persone”, ha detto a Politico un funzionario dell’amministrazione in condizioni di anonimato e a conoscenza delle dinamiche.
Se Trump procederà con una serie più ampia di cambiamenti nell'amministrazione, questo potrebbe rappresentare un importante tentativo di reset per una Casa Bianca che si trova di fronte a un scenario politico inquietante.
Il ruvido segretario al Commercio, Lutnick ha affrontato richieste bipartisan di dimettersi già all’inizio di quest’anno, quando il suo nome era emerso nei fascicoli Epstein. Lutnick finora non è stato accusato di illeciti in relazione ai crimini di Epstein.
Indubbiamente il fracasso maggiore lo ha provocato la destituzione di Pam Bondi dal ruolo di procuratore generale, ma questo potrebbe aumentare ancora di più le difficoltà di Trump con il Congresso. Il 14 aprile – data dell’audizione di Pam Bondi sugli Epstein Files – si avvicina e con esso il momento in cui la ex legale di Trump ed ora ex procuratrice generale dovrà rendere conto delle sue azioni.
Il presidente della Camera per la Supervisione e la Riforma del Governo, James Comer, ha emesso il mese scorso un mandato di comparizione per la testimonianza di Bondi, per obbligarla a deporre per l’indagine su Jeffrey Epstein della commissione del Congresso. La richiesta è stata sostenuta da un voto bipartisan.
Immediatamente dopo il suo licenziamento da parte di Trump, i membri del comitato hanno dichiarato di volerla ancora sentire, e Comer non ha escluso questa possibilità.
Tra l’altro il voto che ha portato alla convocazione della Bondi è stato guidato da una deputata repubblicana, Nancy Mace della Carolina del Sud, affiancata da altri quattro congressisti repubblicani e da tutti i Democratici della commissione presenti. Dopo la notizia del licenziamento del procuratore generale, Mace ha pubblicato un’immagine drammatica del volto di Bondi sovrapposta alla parola “LICENZIATO”.
“Bondi ha gestito i Dossier Epstein in modo terribile e ha seriamente minato il presidente Trump”, ha detto Mace nel suo post sui social media. “Ha bloccato ogni sforzo per ritenere i colpevoli responsabili”.
“Ha usato il Dipartimento di Giustizia come arma per proteggere Donald Trump e ha messo in pericolo i sopravvissuti esponendo le loro identità”, ha rincarato la dose il deputato democratico della California Robert Garcia “Non sfuggirà alla responsabilità e rimane legalmente obbligata a comparire davanti al nostro Comitato sotto giuramento”.
Una Pam Bondi senza più vincoli di fedeltà con Trump e che è costretta a deporre al Congresso sugli Epstein files può riservare molte sorprese.
Fonte
La prima, quella più clamorosa, è la destituzione di Pam Bondi da attorney general (il nostro ministro di Giustizia, ndr), ma le orecchie stanno fischiando anche al Segretario al Commercio Howard Lutnick e alla Segretaria al Lavoro Lori Chavez-DeRemer.
Il mese scorso era saltata la testa di Kristi Noem segretaria alla Sicurezza Interna. Il presidente del Centro nazionale per l’Antiterrorismo, Joe Kent, invece si era dimesso da solo.
Anche il Segretario alla Guerra (così è stato ridefinito il dipartimento della Difesa degli Stati Uniti, sic!) Pete Hegseth, ha avanzato la richiesta del ritiro immediato dal servizio del generale Randy George, attuale capo di stato maggiore dell’esercito.
“Il Presidente è molto arrabbiato e sposterà le persone”, ha detto a Politico un funzionario dell’amministrazione in condizioni di anonimato e a conoscenza delle dinamiche.
Se Trump procederà con una serie più ampia di cambiamenti nell'amministrazione, questo potrebbe rappresentare un importante tentativo di reset per una Casa Bianca che si trova di fronte a un scenario politico inquietante.
Il ruvido segretario al Commercio, Lutnick ha affrontato richieste bipartisan di dimettersi già all’inizio di quest’anno, quando il suo nome era emerso nei fascicoli Epstein. Lutnick finora non è stato accusato di illeciti in relazione ai crimini di Epstein.
Indubbiamente il fracasso maggiore lo ha provocato la destituzione di Pam Bondi dal ruolo di procuratore generale, ma questo potrebbe aumentare ancora di più le difficoltà di Trump con il Congresso. Il 14 aprile – data dell’audizione di Pam Bondi sugli Epstein Files – si avvicina e con esso il momento in cui la ex legale di Trump ed ora ex procuratrice generale dovrà rendere conto delle sue azioni.
Il presidente della Camera per la Supervisione e la Riforma del Governo, James Comer, ha emesso il mese scorso un mandato di comparizione per la testimonianza di Bondi, per obbligarla a deporre per l’indagine su Jeffrey Epstein della commissione del Congresso. La richiesta è stata sostenuta da un voto bipartisan.
Immediatamente dopo il suo licenziamento da parte di Trump, i membri del comitato hanno dichiarato di volerla ancora sentire, e Comer non ha escluso questa possibilità.
Tra l’altro il voto che ha portato alla convocazione della Bondi è stato guidato da una deputata repubblicana, Nancy Mace della Carolina del Sud, affiancata da altri quattro congressisti repubblicani e da tutti i Democratici della commissione presenti. Dopo la notizia del licenziamento del procuratore generale, Mace ha pubblicato un’immagine drammatica del volto di Bondi sovrapposta alla parola “LICENZIATO”.
“Bondi ha gestito i Dossier Epstein in modo terribile e ha seriamente minato il presidente Trump”, ha detto Mace nel suo post sui social media. “Ha bloccato ogni sforzo per ritenere i colpevoli responsabili”.
“Ha usato il Dipartimento di Giustizia come arma per proteggere Donald Trump e ha messo in pericolo i sopravvissuti esponendo le loro identità”, ha rincarato la dose il deputato democratico della California Robert Garcia “Non sfuggirà alla responsabilità e rimane legalmente obbligata a comparire davanti al nostro Comitato sotto giuramento”.
Una Pam Bondi senza più vincoli di fedeltà con Trump e che è costretta a deporre al Congresso sugli Epstein files può riservare molte sorprese.
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