Nel 1976 i Genesis dimostrano di essere un gruppo in grado di far fronte alle peggiori avversità. Al tempo stesso mettono in atto quello che è un inizio di “normalizzazione”. Una normalizzazione che darà vita ad album comunque straordinari (tutti quelli fino a “Duke”), senza però un quid particolare, qualcosa che fino a quel momento li aveva resi un gruppo realmente fuori dal comune. Qualcuno dirà: è lampante, era venuta a mancare la presenza magnetica di Peter Gabriel, la sua voce, il suo istrionismo, i travestimenti. Anche, ma non solo. Gabriel incarnava un mondo realmente alieno, al quale i restanti quattro non avevano accesso. Per sensibilità, spirito avventuroso e carattere, Peter rappresentava la parte malata dei Genesis. Era colui che rovistava nell'animo umano per tirarne fuori il peggio e il meglio, che scavava nelle paure, nei sogni, nella più fervida (e a volte perversa) immaginazione. E questo rendeva la musica tremendamente interessante, unica.
Fino all'abbandono del cantante la proposta dei Genesis era
stata un coacervo di sensazioni disparate: c'era l'aspetto favolistico,
certo, ma anche quello grottesco, brutale, surreale, morboso, a tratti
sgradevole (vogliamo parlare del vecchio lascivo di “The Musical Box”?).
Tutto questo e molto altro aveva reso i dischi del periodo Gabriel
simboli di un rock che si smarcava dai suoi stereotipi per inglobare
universi letterari, gotici, oscuri e luminosi. Gabriel forniva ai
Genesis fisicità, storie, testi, teatralità. I suoi sguardi magnetici e
temibili, l'ironia, la serietà e il misticismo (“Supper's Ready”) lo
avevano trasformato in una rockstar fuori dai cliché, ma enormemente
seduttiva.
Il culmine era stata la saga di “The Lamb Lies Down On Broadway”,
nella quale il cantante era diventato unico autore di una storia oltre
ogni logica nel suo spaziare tra problemi di ego, mutazioni sessuali,
castrazioni, esseri impacchettati nella plastica, donne serpente e tutto
il delirante immaginario. In “The Lamb” la mente di Peter era esplosa,
complice la visione dei capolavori di Alejandro Jodorowsky. Regista
visionario, psichedelico, anche lui malato. Nel frattempo Tony Banks, Mike Rutherford, Steve Hackett e Phil Collins
suonavano da par loro, e osservavano, senza capire il teatro che il
loro cantante aveva messo in atto. Specie tastierista e bassista, non
esenti da un poco di puzza sotto il naso. Amavano lanciarsi in grandi
affreschi sonori ma tutto quello scavo psicologico, quelle ambiguità,
quella freak parade non la comprendevano.
Hackett e Collins stavano un po' nel mezzo. Phil in quel momento era totalmente dentro la musica, suonava con chiunque gli capitasse a tiro e gli interessava crescere come strumentista, cosa che stava facendo, a livelli stellari. Steve era forse il più vicino a Gabriel per interessi comuni e maggiore empatia. Ma era costantemente schiacciato da Banks e Rutherford che lo relegavano sempre ai margini dei mix. Lui se ne stava, fino al punto in cui non ce l'avrebbe più fatta.
Così si giunge al 13 febbraio 1976, data d'uscita di “A Trick Of The Tail”... Peter Gabriel ha abbandonato portando con sé tutto il suo bagaglio di particolarità. La nave Genesis si ritrova a essere guidata principalmente dai soliti Tony e Mike per un album registrato in tempi relativamente rapidi che restituisce l’immagine di una band che ha ritrovato compattezza, che suona con piacere, quasi con sollievo. È un disco che non cerca più di disturbare, ma di affascinare e avvolgere. La magia non è più nell’eccesso, ma nell’equilibrio, in una scrittura che punta a donare emozioni piacevoli più che a lasciare cicatrici. Lo si capisce già dalla copertina, al bando le inquietanti visioni di Rael e via a una sfilata di personaggi (ce n'è uno per ogni canzone) volta per volta simpatici, bizzarri, buffi, teneri. Mai disturbanti.
S'intenda, “A Trick Of The Tail” è un disco comunque straordinario. Lasciate da parte le stranezze di “The Lamb” (che addirittura ospitava accenni funky e paesaggi ambient) i quattro si sentono liberi di tornare alle atmosfere fatate di “Selling England By The Pound”. Ma questo conteneva comunque grandi visioni gabrieliane, specie nei calembour di “Dancin' With The Moonlit Knight” e nell'epopea tra cronaca locale e Monty Python di “The Battle Of Epping Forest”. Ora invece tutto si fa più accessibile, chiaro, in qualche modo comodo. Le vere novità sono rappresentate dagli inediti – ed esaltanti – accenni jazz rock (“Dance On A Volcano”, “Los Endos”) e da “Squonk”, con il suo ritmo tosto che Collins ha mutato, per sua stessa ammissione, da John Bonham.
Per il resto si torna alle atmosfere acustico-incantate a base di 12 corde arpeggiate (“Entangled”, “Ripples”), alle cavalcate in tempi dispari (il solo di tastiere in 13/8 di “Robbery, Assault & Battery”) e fa capolino anche un po' di ironia favolistica/beatlesiana (“A Trick Of The Tail”). A ergersi come punta di diamante una composizione banksiana degna dell'Olimpo come “Mad Man Moon” con una melodia vocale e dei passaggi armonici in stato di grazia divina. Lo stesso Tony sembra prendere definitivamente possesso dello spazio sonoro: Mellotron e ARP Pro Soloist non sono più soltanto strumenti evocativi, ma veri motori narrativi, capaci di sostenere interi brani e di guidarne le dinamiche emotive. In “Dance On A Volcano” e “Los Endos” le tastiere dialogano con la batteria in un gioco di tensioni che conferma una nuova centralità ritmica nel gruppo. Anche Rutherford costruisce fondamenta elastiche che consentono alla musica di muoversi con naturalezza tra i cambi di tempo.
In generale la bellezza si spreca, ma è una bellezza più pulita, patinata, da bravi ragazzi del rock progressivo. Non c'è più il sangue tra i denti, non c'è più il sesso malsano, le visioni di mondi altri, non ci sono Jodorowsky, il macabro vittoriano, le nursery rhymes da incubo e le visioni apocalittiche. Liberi dalle zavorre, i nostri si permettono di girare anche dei video piacevolmente trash, specie quello di “Robbery, Assault & Battery”, con i quattro protagonisti di un'improbabile vicenda di guardie e ladri volutamente sopra le righe. Un gioco autoironico quasi liberatorio: come se finalmente i Genesis potessero permettersi di ridere di sé stessi.
In tutto ciò la grande
rivoluzione: Collins ha esordito come cantante. E anche qui, a livello
tecnico nulla da dire, anzi, il batterista si dimostra anche più abile
del suo predecessore. Però manca qualcosa, manca il ruvido, lo sporco,
il tecnicamente imperfetto ma di grande presa emozionale. Con “A Trick
Of The Tail” i Genesis si danno una bella ripulita. Hanno abbandonato
le intuizioni gabrieliane ma hanno guadagnato in scioltezza
strumentale. I brani hanno perso qualsiasi velleità sperimentale e sono
diventati più godibili, più adatti al pubblico mainstream dell'epoca. Dal punto di vista commerciale, infatti, “A Trick Of The Tail” venderà più di tutti i dischi dei Genesis
fino a quel momento. Una bella iniezione di fiducia per i quattro e un
bel dito medio a chi pensava che fossero finiti con l'abbandono del frontman. Ma tale successo sarà un'arma a doppio taglio.
Ringalluzziti dai
risultati Banks, Rutherford e Collins vorranno sempre più mettersi al
servizio della pop song tout court. I risultati li conosciamo tutti, nel bene e nel male.

