Presentazione
Analisi, opinioni, fatti e (più di rado) arte da una prospettiva di classe.
07/04/2026
L’ultimo bluff, verso l’atomica
La domanda è sollevata dall’ultima minaccia sparata da Donald Trump nel corso della conferenza stampa convocata per celebrare il salvataggio di entrambi i piloti del F-15E abbattuto nel sud-ovest dell’Iran – di cui si continuano a nascondere sia i nomi che i volti – nel caso Teheran non accetti le sue proposte entro stasera alle 20, ora di New York.
Le risposte possibili sono soltanto due.
1) Visto il dispositivo militare organizzato nel Golfo, che unisce le basi militari Usa lì presenti (tutte molto danneggiate e «di fatto inabitabili», secondo molti osservatori) e la flotta inviata nell’Oceano Indiano, più l’entusiastica partecipazione israeliana che concepisce lo sterminio come un «obbligo divino», l’escalation con armi convenzionali può consistere nella «riclassificazione degli obbiettivi legittimi». Ossia nel definire «dual use», e quindi bombardabile, qualsiasi infrastruttura civile che possa essere utilizzata anche dalle forze militari. Dunque ponti, centrali elettriche, impianti di desalinizzazione dell’acqua, università (oltre 30 quelle già bombardate) e via fantasticando.
Non è difficile capire che acqua, energia e cultura sono elementi di base della vita umana, che per forza di cose servono alla società e quindi anche alle sue strutture di difesa. Definirle «dual use» – per decisione unilaterale, fuori da ogni trattato internazionale e dalla Convenzione di Ginevra – è già di per sé un crimine di guerra. Un’intenzione genocida.
2) L’uso dell’arma atomica, che peraltro soltanto gli Stati Uniti hanno utilizzato (due volte, contro il Giappone nell’agosto del 1945) e che solo un Paese non vede l’ora di sganciare sull’Iran: Israele.
Al momento, tutti i media statunitensi riferiscono che il Pentagono sta velocemente procedendo alla prima ipotesi, aggiornando così l’elenco degli obbiettivi dei prossimi attacchi.
Del resto Pete Hegseth, lo psicopatico che ha assunto il ruolo di «ministro della guerra», aveva già licenziato buona parte del personale addetto a consigliare i generali sui limiti di legalità internazionale entro cui doveva svolgersi la loro attività. Ora possono «programmare» crimini di guerra senza problemi...
Le cosiddette «trattative»
Un punto chiave da capire è che la proposta di tregua “per 45 giorni” è partita dagli Stati Uniti. E che Teheran la rigettata.
Nonostante non siano stati resi noti i dettagli del «piano in 15 punti» proposto dagli Usa, si sa che in pratica sono una richiesta di resa senza condizioni. Cui Teheran, tramite il gruppo di Paesi mediatori guidato dal Pakistan, ha già risposto con un proprio «piano in 10 punti» sostanzialmente contrapposto. Distanze così grandi non fanno vedere possibilità di accordo in tempi così brevi (le 20 di stasera).
Dunque ci si deve attendere l’avvio degli attacchi tesi a «riportare l’Iran all’età della pietra». Cui Teheran ha già dimostrato di poter rispondere facendo quasi altrettanto con i paesi del Golfo che ospitano basi Usa, oltre che ovviamente con Israele.
Del resto, per usare il linguaggio da giocatore di poker usato abitualmente da Trump, «le carte in mano» sono sempre le stesse; ai suoi bluff Teheran ha sempre risposto con un «vedo» che costringeva gli Usa a rilanciare con un bluff ancora più grande.
Anche l’«asso nascosto» che doveva essere rappresentato dal sequestro-lampo dell’uranio arricchito nei laboratori di Isfahan gli si è bruciato in mano, lasciando nel deserto i resti di aerei ed elicotteri, oltre – secondo alcune fonti locali non confermate – qualche soldato.
Gli iraniani hanno mostrato in tv il documento bruciacchiato di tale Amanda M. Ryder, maggiore dell’US Air Force, con un permesso di soggiorno israeliano visto turistico B2, scaduto il 20 marzo 2026. Il Pentagono ha rifiutato di rispondere alle domande dei giornalisti in proposito.
Della “riapertura dello Stretto di Hormuz” quasi non si parla più, visto che in realtà è già aperto per i “paesi amici”, mentre per quelli neutrali – compresi Francia e Giappone – basta mettersi d’accordo e pagare un pedaggio di un dollaro per ogni barile di petrolio trasportato.
I possibili sviluppi
L’attuale amministrazione Usa è tatticamente imprevedibile. Si muove infatti fuori da ogni limitazione che era stata concepita per condurre anche la guerra nell’alveo delle attività «regolate». Fuori e contro ogni legislazione internazionale, vista come un ostacolo all’imposizione dei propri interessi.
Si è insomma creato uno scarto gigantesco tra ciò che una superpotenza in crisi di egemonia è «costretta a fare» sul piano strategico per cercare di arrestare il proprio declino, e il «come farlo». Ogni mossa di rilancio è una forzatura di regole ed equilibri, una violazione di «linee rosse» da cui non si può tornare indietro nemmeno volendo.
In cui anche la tattica del bluff – «o fate quel che dico o scatenerò l’inferno», in puro stile mafioso – ha un suo limite intrinseco: ripetuta troppe volte diventa un rumore di fondo cui è inutile dar credito, fino al momento in cui ci si gioca tutto per esser presi sul serio e uscire dall’impasse.
L’azzardo statunitense nell’aprire l’aggressione all’Iran è ora piuttosto evidente. I calcoli erano sbagliati, la resistenza e la capacità di reazione ampiamente superiori al previsto, la solidità del rapporto tra popolazione e regime politico (al di là delle ampie e note differenze di vedute) molto superiore a quella raccontata da media compiacenti e fondamentalmente ignoranti.
Ora, per Trump e gli Usa, è arrivato il momento di scegliere tra una sconfitta in qualche modo travestita da successo – sulla falsariga del «fallito furto dell’uranio» mascherato da «recupero vincente dei piloti» – ed escalation senza limiti. E senza garanzia di successo.
In fondo a questa successione di bluff ed attacchi più violenti (ossia indiscriminati) si comincia ad intravedere un fungo atomico. Di lì in poi la storia del mondo prende un’altra piega...
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Argentina - A 50 anni dall’ultimo golpe, Milei rievoca i fantasmi della dittatura
Mentre centinaia di migliaia di persone inondavano Plaza de Mayo per gridare “Nunca Más”, Milei rispondeva dalla Casa Rosada con un video ufficiale volto a riscrivere la storia, mettendo sullo stesso piano il terrorismo di stato e le azioni dei rivoluzionari argentini che operavano nel paese contro la violenza antioperaia e anticomunista delle autorità.
Non si può ignorare il fatto che, a guidare questa offensiva culturale e di piazza, ci sia la vicepresidente Victoria Villarruel, nota per le sue posizioni negazioniste rispetto ai crimini della dittatura di Videla. Tuttavia, la massiccia partecipazione alle celebrazioni del cinquantenario dimostra che, per la maggioranza della popolazione, il capitolo della dittatura non è chiuso, ma resta un monito contro le derive autoritarie del presente.
A rincarare le critiche contro questa manipolazione storica e l’indirizzo del governo c’è anche l’ultimo rapporto della Coordinadora contra la repressione policial e institucional (CORREPI). I numeri che riporta presentano un primato inquietante: in soli due anni con Milei al governo, l’esecutivo ha accumulato il 10% di tutte le morti per mano delle forze di sicurezza registrate dalla fine della dittatura, nel 1983.
Delle 10.181 vittime censite in 42 anni, ben 1.056 sono avvenute dopo l’insediamento di Milei nel dicembre 2023. Una “efficienza” repressiva che non ha precedenti nella storia recente argentina e che vede come bersaglio principale i giovani tra i 15 e i 25 anni (40% del totale). Per intensificare la repressione, è stato persino proposto di abbassare l’età della responsabilità penale. Il rapporto denuncia anche il ritorno sistematico del cosiddetto “gatillo fácil” (il grilletto facile), tutelato da protocolli che garantiscono impunità alle forze dell’ordine.
Dietro l’incremento della violenza istituzionale si scorge un disegno politico preciso. L’obiettivo dell’attuale presidenza sembra essere quello di condurre una vera e propria guerra interna contro i “nemici” sociali, ovvero le classi popolari, le loro organizzazioni e le persone che scendono in piazza contro le politiche di massacro sociale di Buenos Aires.
Non è un caso che la repressione si sia inasprita in parallelo a una riforma del lavoro che per vari analisti è volta ad annichilire il sindacalismo e il diritto allo sciopero. Oggi, la ricetta di Milei, fatta di austerità estrema e smantellamento dei diritti sociali, è stata accompagnata da un “regime penale” durissimo: 121.443 detenuti a fine 2024, un record storico.
È tuttavia evidente che Milei sta tirando molto la corda, rispetto a una linea che, anche sul piano internazionale, si vede completamente appiattita sull’amministrazione statunitense, senza concreti guadagni (basti pensare all’annuncio del ritiro argentino dall’OMS). Le proteste continueranno, mentre Buenos Aires rappresenta uno snodo cruciale del tentativo di Washington di riaffermare il proprio dominio sull’America Latina.
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Il fronte interno del Golfo. Proteste a sostegno dei palestinesi e dell’Iran
Dalla Siria all’Iraq, sono state molte le piazze che hanno mostrato la fragilità di un modello che si fonda sull’appropriazione dei proventi del petrolio da parte di una ristretta élite, che – per ora – lo scambia in un sistema che favorisce il dollaro come strumento di dominio imperialistico. Mentre intanto il popolo deve confrontarsi con autoritarie architetture istituzionali e sperimentare, così come hanno fatto i palestinesi, con il terrorismo sionista.
Non sembra ci sia in vista un rovesciamento totale, ma è chiaro che il fatto che Israele massacri i fratelli palestinesi dei popoli del Golfo, mentre Washington dimostra di non poter proteggere nemmeno le proprie infrastrutture regionali, sta sortendo pesanti effetti anche sui fronti interni di questi paesi.
In un certo senso, il Bahrain ne può essere considerato una cartina tornasole: paese minuscolo, con un ruolo centrale nell’architettura del Consiglio di Cooperazione del Golfo e grazie al quale si è salvato dall’ondata di mobilitazioni delle cosiddette “primavere arabe”, è anche il paese che sta premendo di più (anche all’ONU), insieme agli Emirati Arabi Uniti, per riaprire lo Stretto di Hormuz, anche con la forza. E intanto affronta denunce internazionali per violazioni significative dei diritti dei suoi cittadini.
Qui di seguito una panoramica degli ultimi eventi in vari paesi della regione.
Siria
In Siria, la rabbia popolare è esplosa non solo contro Israele, ma anche verso i partner regionali dell’entità sionista. A Damasco, i manifestanti hanno tentato di assaltare l’ambasciata degli Emirati Arabi Uniti, accusati di essere complici di Israele mentre la Knesset approva la pena di morte per i palestinesi che lottano contro l’occupazione.
Sembra che il governo di al-Sharaa abbia deciso di muoversi su una strada scivolosa: permettere le proteste per evitare di apparire asservito all’asse degli Accordi di Abramo, ma allo stesso tempo impedire ai civili di avvicinarsi al confine israeliano per scongiurare scontri diretti.
Nel frattempo, la tensione resta altissima a Quneitra, a ridosso delle alture del Golan occupate, dove fonti locali denunciano l’uccisione di un ragazzo di 17 anni, Oussama Fahad, colpito da un carro armato israeliano, insieme a nuove incursioni e chiusure stradali operate dalle forze di Tel Aviv.
Giordania
Il governo di Amman ha adottato una linea di blindatura del sistema, temendo che la protesta civile contro la nuova legge israeliana possa destabilizzare l’ordine interno. Il Ministero dell’Interno ha infatti annunciato il divieto assoluto di tutte le manifestazioni programmate contro la chiusura della moschea di Al-Aqsa e contro la nuova normativa razzista di Tel Aviv.
Emirati Arabi Uniti
Gli Emirati Arabi Uniti si trovano al centro di una dura controversia diplomatica a causa degli Accordi di Abramo. Accusati da diversi accademici e manifestanti regionali di agire come ariete per Israele nel mondo arabo, gli Emirati hanno reagito con fermezza ai disordini di Damasco.
Il Ministero degli Esteri ha ufficialmente condannato gli atti di vandalismo contro la propria sede diplomatica, richiamando le autorità siriane alle proprie responsabilità di protezione. Nel frattempo, già all’inizio della scorsa settimana il Wall Street Journal aveva parlato dei preparativi per una partecipazione diretta di Abu Dhabi alla guerra contro l’Iran, mentre si rafforzano le voci che affermano come ciò stia già accadendo.
Iraq
In Iraq, la mobilitazione ha assunto dimensioni di massa sotto la spinta delle guide religiose e politiche. A Baghdad come a Mosul, migliaia di persone sono scese in strada seguendo l’appello del leader sciita Sayyed Muqtada al-Sadr per denunciare l’aggressione all’Iran. I manifestanti hanno espresso solidarietà non solo ai palestinesi, ma anche ai popoli di Libano e Iran, trasformando il malcontento per la legge israeliana in un grido di resistenza regionale contro le influenze occidentali e israeliane in Medio Oriente.
Ricordiamo che le forze coagulate intorno a Muqtada al-Sadr e il movimento Sadrista rappresenta da vent’anni uno dei principali attori della resistenza irachena all’occupazione occidentale del paese, che in seguito all’aggressione all’Iran ha visto ritirare le forze della NATO. Intanto, continuano gli attacchi a sostegno di Teheran, contro la base di Erbil e quella di Victoria, che ha visto divampare un pesante incendio.
Bahrain
Nel Bahrain, la goccia che sta facendo traboccare il vaso è la morte in custodia di Mohamed al-Mousawi, un cittadino sciita il cui corpo è stato restituito alla famiglia con evidenti segni di tortura, è diventata un caso internazionale. Mentre il governo dichiara che si è trattato di un attacco cardiaco e giustifica i numerosi arresti con la necessità di difendere la sicurezza nazionale dallo spionaggio iraniano, varie organizzazioni per i diritti umani hanno già accusato il regno di utilizzare la guerra come pretesto per mettere a tacere il dissenso interno.
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La piazza incorporata
Nella tradizione del pensiero politico c’è una formula che spiega bene quei fenomeni nei quali il mutamento apparente serve da involucro alla conservazione e dove l’energia del conflitto viene canalizzata e restituita al sistema sotto forma di legittimazione rafforzata.
La formula è quella gramsciana della rivoluzione passiva che, mai come oggi, di fronte all’imponente mobilitazione planetaria “No Kings”, rivela la propria attualità analitica. Applicata non all’evento contingente ma alla struttura che lo organizza e lo contiene, risulta tanto più acuta quanto più il lessico della “resistenza dal basso” si è fatto senso comune di ogni piazza e degli editoriali che ne celebrano la vitalità.
Gramsci elaborava il concetto a partire da una constatazione tanto elementare quanto dirompente e cioè che le classi dirigenti, nei momenti di crisi, sono capaci di assorbire parte delle istanze delle classi subalterne svuotandole della loro carica eversiva, trasformandole in strumenti di modernizzazione conservatrice.
Sicché ciò che appare come conquista popolare è in realtà ristrutturazione del dominio, preservando la sostanziale asimmetria dei rapporti di forza. Il trasformismo costituiva per Gramsci il meccanismo operativo privilegiato di questo processo mediante il quale la classe dominante si rinnova incorporando frammenti di quella antagonista, producendo così l’impressione del cambiamento là dove si realizza nient’altro che la perpetuazione dell'esistente.
Ora, se si osserva l’architettura organizzativa e finanziaria del movimento No Kings attingendo all’approccio analitico che questa tradizione esige e rinunciando al compiacimento partecipativo che ha dominato la copertura mediatica dell’evento, ciò che emerge ha le caratteristiche di un caso paradigmatico di rivoluzione passiva su scala globale, forse il più sofisticato e il meglio finanziato che la storia recente abbia prodotto.
Al centro della macchina non c’è un’unica cabina di regia onnipotente, ma una coalizione larga che va dai sindacati ad Amnesty International, fino a una miriade di sigle territoriali dentro cui agisce Indivisible Project, organizzazione di social welfare operativa ai sensi dell’articolo 501(c)(4), classificazione che consente a lobby e comitati politici di operare senza rivelare i propri donatori al pubblico.
Secondo fonti qualificate, Indivisible è l’anima “organizzatrice” del movimento. Fondata nel 2016 da due ex assistenti parlamentari del Partito Democratico, Leah Greenberg ed Ezra Levin, Indivisible è passata nell’arco di un decennio da ente di “resistenza locale” a qualcosa che la rende più simile a un hub finanziario.
Tant’è che ha dichiarato per il 2023 ricavi per oltre 12,5 milioni di dollari, un dato che, da solo, basta a sottrarre il movimento alla favola dell’auto-organizzazione pura: non perché dimostri burattinai o piazze a pagamento, ma perché certifica l’esistenza di una macchina professionale, costosa e dotata di continuità amministrativa e capacità di coordinamento.
È attraverso Indivisible che transita il flusso di capitale più significativo dell’intera architettura, quello proveniente dalla grande filantropia liberal. Secondo dati disponibili su vari portali e confermati da dichiarazioni fiscali, le diverse entità riconducibili alla galassia Open Society Foundations di George Soros, ora presieduta dal figlio Alex, hanno erogato a Indivisible sovvenzioni per un totale di 7,6 milioni di dollari tra il 2017 e il 2023.
Insomma, la filantropia strategica che sostiene l’infrastruttura operativa del dissenso, pagando stipendi, affitti, piattaforme tecnologiche, senza finanziare direttamente la partecipazione individuale alle marce, rappresenta la forma più evoluta di quel trasformismo che Gramsci aveva identificato come il cuore della rivoluzione passiva, vale a dire l’incorporazione del conflitto dentro le strutture contabili del sistema che quel conflitto dovrebbe contestare. In definitiva, una voce di bilancio dentro l’economia della filantropia globale.
Accanto a questi meccanismi, la creazione di “Home of the Brave”, altra organizzazione no-profit, dedicata specificamente alla promozione mediatica del movimento, che ha investito complessivamente due milioni di dollari in due campagne pubblicitarie successive, l’una nell’ottobre 2025 su 185 quotidiani e l’altra nel marzo 2026 su oltre trecento, con inserzioni sul New York Times, sul Wall Street Journal e su USA Today, rappresenta il passaggio dalla filantropia politica alla produzione professionale di consenso e branding, secondo le medesime logiche di mercato che governano il lancio di un prodotto commerciale.
A questa infrastruttura promozionale si aggiunge l’iniziativa personale di Christy Walton, ereditiera della famiglia fondatrice di Walmart, che nel giugno 2025 ha acquistato un’inserzione a tutta pagina sul New York Times per promuovere la marcia No Kings del 14 giugno e che nel marzo 2026 ha ripetuto il gesto con un annuncio dedicato alla critica delle operazioni dell’ICE.
Il contesto nel quale questa generosità civica si manifesta merita di essere ricostruito. Infatti, i dazi imposti dall’amministrazione Trump sulle importazioni dalla Cina hanno colpito duramente i margini di profitto dei grandi distributori, al punto che lo stesso amministratore delegato di Walmart ha dichiarato che “le tariffe più elevate si tradurranno in prezzi più alti” per i consumatori.
Appare francamente ingenuo immaginare che l’ereditiera della fortuna distributiva globale più esposta alle politiche tariffarie finanzi la mobilitazione contro l’amministrazione che quelle tariffe ha imposto per mero impulso civico. Sulle orme della tradizione gramsciana, tale operazione configurerebbe una forma di assicurazione politica del capitale contro le proprie turbolenze interne.
A questa componente liberal-filantropica se ne aggiunge una, apparentemente disallineata, che rende il quadro ancora più significativo. Neville Roy Singham, imprenditore tecnologico statunitense che ha accumulato la propria fortuna con la vendita di ThoughtWorks e che risiede a Shanghai, è stato identificato da un’inchiesta del New York Times dell’agosto 2023 come finanziatore di una rete globale di organizzazioni che promuovono posizioni allineate al Partito Comunista Cinese.
Varie fonti riportano che Singham abbia erogato indirettamente a The People’s Forum oltre 20 milioni di dollari tra il 2017 e il 2022 attraverso società strumentali e fondi. Tale organizzazione insieme ad altre appartenenti alla stessa area di dissenso partecipano attivamente alle marce No Kings.
La triangolazione che ne risulta (la filantropia liberale di Soros che investe per preservare l’ordine democratico internazionale, il mecenatismo civico di Walton che si sovrappone alla difesa di un assetto commerciale globale minacciato dai dazi, la rete di Singham le cui organizzazioni portano nelle piazze una retorica rivoluzionaria finanziata con capitali dalle connessioni geopolitiche non così limpide) descrive una struttura nella quale tre frazioni del capitale globale, con obiettivi strategici radicalmente divergenti, convergono nel sostenere la medesima mobilitazione, ciascuna perseguendo i propri fini attraverso l’energia collettiva di una piazza che si percepisce come autonoma e che ignora, nella quasi totalità dei suoi partecipanti, la mappa dei flussi finanziari che la rendono possibile.
Non si ha alcuna simpatia per Fox News Digital, ma vale la pena ricordare quanto da questo canale riportato di recente per cui la coalizione comprenderebbe circa cinquecento organizzazioni con entrate annuali combinate stimate in tre miliardi di dollari. Una cifra che va intesa come il fatturato aggregato complessivo di tutti i soggetti aderenti, che hanno messo a disposizione risorse logistiche, database di donatori e personale e che evidentemente non coincide con il finanziamento diretto delle marce.
Anche tenendo conto dell’approssimazione inevitabile di una stima giornalistica e della fonte di parte che la produce, l’ordine di grandezza configura ciò che a ragione si è definito un “complesso industriale della protesta”, simmetrico e complementare al complesso militare-industriale che quella protesta dichiara di voler smantellare.
A questo punto, l’analisi di ispirazione gramsciana, pur nella sua capacità di evidenziare la struttura dei flussi finanziari e delle cooptazioni istituzionali, incontra un limite che esige un supplemento teorico di natura complementare.
La rivoluzione passiva spiega il come, cioè il meccanismo attraverso cui il dissenso viene incorporato ma fatica a rendere conto di un fenomeno altrettanto profondo e inquietante. E cioè il fatto che questa incorporazione avviene nella sostanziale inconsapevolezza dei soggetti coinvolti che partecipano alla piazza con autentica convinzione e vivono la loro protesta come atto di rottura nel momento stesso in cui stanno consolidando ciò che credono di contestare.
Per far luce su questo secondo strato occorre un altro strumento concettuale, che Mark Fisher ha formulato con una chiarezza che ha il merito della brutalità diagnostica: il realismo capitalista, inteso come l’incapacità strutturale di immaginare un’alternativa credibile al sistema vigente anche, e soprattutto, nel momento in cui lo si contesta.
Fisher, prima della sua morte nel 2017, aveva identificato con lucidità spietata il paradosso costitutivo della cultura contemporanea. Per l’autore inglese, protesta e controcultura sono state a tal punto assorbite nel tessuto del capitalismo globale da essere diventate una delle sue modalità di funzionamento ordinario, un ingrediente del suo ciclo di riproduzione. Il gesto ribelle è già incorporato nell’offerta di mercato sotto forma di brand.
Infatti, si acquista la maglietta del Che su Amazon, si posta lo slogan anticapitalista su una piattaforma che estrae valore pubblicitario da ogni interazione, si marcia contro il sistema lungo un percorso autorizzato dalla Questura e, magari, finanziato dagli stessi capitali che quel sistema amministra.
La contestazione è reale sul piano dell’esperienza soggettiva del manifestante e, al tempo stesso, funzionale sul piano della riproduzione sistemica. Questa coesistenza senza contraddizione apparente tra la sincerità dell’indignazione individuale e l’efficacia conservatrice dell’evento definisce il realismo capitalista come orizzonte insuperabile della politica contemporanea.
L’ecosistema No Kings incarna questa condizione a mo’ di paradigma. Le due campagne pubblicitarie di Home of the Brave da due milioni di dollari, investiti in centinaia di quotidiani con inserzioni a tutta pagina, utilizzano le stesse agenzie e le stesse metriche di efficacia di una campagna commerciale.
Il crowdfunding che alimenta le sezioni locali del movimento replica le dinamiche delle piattaforme di raccolta fondi con riscontri analitici e soglie psicologiche di donazione in tempo reale che trasformano l’atto politico in esperienza utente.
Le organizzazioni della coalizione utilizzano le mobilitazioni di piazza quale strumento per attrarre ulteriori donazioni da fondazioni importanti, in un ciclo autoalimentato nel quale la protesta genera finanziamenti che generano protesta che genera finanziamenti, e nel quale la distinzione tra azione politica e operazione di fundraising si fa irriconoscibile.
Ciò che Fisher avrebbe riconosciuto in questa struttura è che il problema non risiede nella malafede dei finanziatori o nella corruzione dei manifestanti, bensì nella struttura stessa del campo in cui entrambi operano: un campo dove ogni forma di opposizione è codificata come variante legittima del sistema e ogni energia antagonista è predisposta per essere convertita in merce o in funzione istituzionale.
E così la piazza protesta dentro le coordinate del mondo che contesta, con gli strumenti di quel mondo, nel linguaggio di quel mondo e il risultato più ottimistico è una versione leggermente più umana del medesimo ordine, ciò che la retorica progressista chiama “un mondo più giusto” intendendo esattamente lo stesso mondo governato dalle medesime strutture con un personale politico più gradevole e una distribuzione della ricchezza lievemente meno oscena.
La declinazione italiana della mobilitazione offre, in questo senso, un documento involontario di straordinaria eloquenza. La copertura giornalistica della marcia romana del 28 marzo, con stimate trecentomila persone da Piazza della Repubblica a San Giovanni, settecento sigle dalla CGIL ad Amnesty, ha oscillato tra il registro della celebrazione e quello dell’analisi tattica, non interrogandosi sulla struttura profonda dell’evento.
Si è celebrata la “tenuta” della piazza, la sua composizione plurale, l’avviso di sfratto inviato al governo, la convergenza tra anime diverse del mondo progressista e movimentista, con il tono soddisfatto di chi registra la vitalità del corpo democratico senza chiedersi se quella vitalità sia il sintomo della salute o della febbre, se il termometro che indica trentasei gradi e mezzo stia misurando la temperatura di un organismo sano o quella di un cadavere ancora tiepido.
Commenti più benevoli hanno celebrato come segno di maturità politica la consapevolezza che la strada verso un’alternativa sarebbe stata ancora lunga, formulazione che contiene in sé la confessione del proprio limite: l’alternativa come orizzonte perpetuamente differito.
La variegata composizione del corteo romano, dalla vertenza operaia alla solidarietà internazionalista, dalla rivendicazione salariale alla denuncia della militarizzazione, convergeva in una giornata che i commentatori hanno definito tappa o punto di ripartenza con un lessico che tradisce la logica della performance rituale destinata a ripetersi periodicamente senza che nessuna delle condizioni strutturali che la motivano venga minimamente intaccata.
La spesa militare italiana ha conosciuto una crescita progressiva sotto ogni governo, i contratti con Leonardo e Fincantieri si sono moltiplicati indipendentemente dal colore dell’esecutivo, il controllo NATO sul territorio nazionale si è espanso con un consenso bipartisan che attraversa l’intero arco parlamentare e l’export bellico italiano non ha conosciuto inversioni di tendenza sotto nessuna delle formule governative che il centrosinistra ha guidato o sostenuto nell’ultimo quarto di secolo.
La marcia dei migranti che ha anticipato il corteo principale, partendo dal Colosseo due ore prima della mobilitazione ufficiale, in nome dei morti nel Mediterraneo, dei lavoratori sfruttati nel comparto agricolo, delle persone recluse nei CPR, rappresenta forse l’unico momento in cui una verità strutturale ha fatto irruzione nella giornata e lo ha fatto nella forma paradossale dell’invisibilità dichiarata.
Coloro che il sistema oscura si rendono visibili in anticipo, fuori dalla cornice ufficiale, in un corteo che precede il corteo e che nessuna delle settecento sigle ha incorporato nella propria narrazione.
I giovani del Bangladesh che chiedono il permesso di soggiorno, braccianti sfruttati, operai senza documenti, gli occupanti di Spin Time che rischiano lo sgombero: questa umanità concreta, irriducibile allo slogan e alla piattaforma, attraversava le stesse strade che il corteo ufficiale avrebbe percorso due ore dopo e il fatto stesso che fosse necessaria una marcia separata, una partenza anticipata, un percorso distinto per renderla percepibile dice più sulla natura della mobilitazione di quanto qualunque analisi possa articolare.
Gramsci e Fisher, letti insieme e applicati alla medesima fattispecie, consentono di formulare una diagnosi che trascende la denuncia moralistica e attinge alla comprensione strutturale. La rivoluzione passiva descrive il meccanismo esterno: le classi dominanti, attraverso la filantropia strategica, l’infrastruttura giuridica del no-profit, la triangolazione dei capitali tra le diverse frazioni del blocco globale, assorbono l’energia del conflitto dentro le proprie strutture, la canalizzano, la rendono produttiva per la riproduzione dell’ordine vigente.
Il realismo capitalista descrive il meccanismo interno: la coscienza dei soggetti mobilitati è già formata dentro le coordinate del sistema, il loro immaginario politico appare già delimitato dall’orizzonte di ciò che il capitalismo consente di pensare e la loro protesta è già codificata come una delle opzioni previste dal menu del possibile.
La convergenza di questi due meccanismi, il primo che opera sulla struttura oggettiva dei flussi finanziari e delle forme giuridiche, il secondo che opera sulla struttura soggettiva della coscienza e dell’immaginazione politica, produce una neutralizzazione del dissenso con efficacia pressoché assoluta, trasformando la protesta in un evento che è simultaneamente autentico e innocuo.
Trecentomila persone attraversano Roma con la determinazione festosa di chi compie un atto politico significativo e al termine della giornata il sistema che contestano è esattamente identico a quello che esisteva il giorno prima, con l’unica differenza che adesso può esibire la prova della propria tolleranza o della propria solidità democratica confermata dalla libertà di dissenso che ha concesso e la concessione è il gesto sovrano per eccellenza.
La domanda che resta, l’unica che meriti di essere formulata al termine di questa ricognizione, riguarda la possibilità stessa di una politica che sfugga alla doppia cattura della rivoluzione passiva e del realismo capitalista, che si sottragga contemporaneamente alla cooptazione strutturale e alla colonizzazione dell’immaginario.
Fisher, prima di morire, aveva indicato nella costruzione di un “realismo anticapitalista” il compito decisivo della generazione presente.
Gramsci, nei Quaderni del carcere, aveva insistito sulla necessità di una riforma intellettuale e morale che precedesse e fondasse qualunque trasformazione politica, sulla centralità della lotta per l’egemonia culturale come condizione di possibilità di ogni cambiamento reale.
Entrambi, per vie diverse, convergevano sul fatto che la liberazione comincia dalla capacità di pensare ciò che il sistema dichiara impensabile, e che questa capacità esige un lavoro lungo, paziente, radicalmente diverso dalla mobilitazione periodica della piazza. Un lavoro che la piazza, con la sua urgenza e la sua generosità, con il suo bisogno di risultati immediati e la sua fame di visibilità, tende strutturalmente a rendere impossibile.
Prima di congedarsi con il conforto malinconico e improduttivo di chi ha descritto l’impasse senza indicare l’uscita, occorre fare i conti con ciò che il realismo capitalista tende strutturalmente a rimuovere. Esistono, nel presente storico, forme di resistenza che non hanno codice fiscale, che non hanno prodotto gadget né campagne pubblicitarie su trecento quotidiani e che, proprio per questo, il discorso dominante non riesce a incorporare se non attraverso la loro classificazione come terrorismo o irrazionalità subumana.
La resistenza palestinese, l’orgogliosa fermezza iraniana, la determinazione di Ansarallah, la lealtà di Hezbollah: questa costellazione viene sistematicamente presentata, nell’ecosistema mediatico in cui il movimento No Kings prospera e raccoglie fondi, con il disprezzo di superiorità di chi non ha mai avuto nulla di reale da perdere.
La riflessione che si impone è di ordine etico prima che teorico. Il sacrificio è la misura esatta della distanza tra la protesta come performance e la resistenza come atto: non perché il sacrificio sia un valore in sé, ma perché la sua assenza rivela la natura dell’azione che si compie.
Una società che mobilita la propria indignazione per l’istituzione della pena di morte da parte di un parlamento sedicente democratico e non ha ancora elaborato concettualmente cosa significhi genocidio messo in atto dall’apparato criminale di quello stesso legislatore non ha un problema di coerenza. Ha un problema di realtà: il suo immaginario morale è calibrato sulle violazioni dell’ordine simbolico, non su quelle dell’ordine dell’essere.
È in questo senso che il sacrificio di chi resiste senza rete filantropica è di un tenore etico infinitamente più elevato rispetto al merchandising No Kings: non perché la violenza sia preferibile alla pace, ma perché indica il punto esatto in cui il realismo capitalista si spezza, là dove l’alternativa non è più impensabile perché qualcuno l’ha già pagata di persona, con tutto.
Fonte
La follia e il potere prima del rozzo King Trump
L’imperatore Eliogabalo
Che Caligola fosse arrivato a nominare senatore il proprio cavallo, è un episodio molto noto, ma meno si ricorda invece la figura di Marco Aurelio Antonino Augusto, meglio conosciuto come Eliogabalo, imperatore di Roma dal 218 al 222 d.C. Di origine orientale e precisamente siriana, Eliogabalo era salito al trono sottraendolo a Macrino grazie ad una sollevazione militare suscitata da due false voci: la prima sosteneva che si trattasse di un figlio illegittimo dell’imperatore Caracalla, mentre la seconda, confidando nelle immense ricchezze della famiglia, assicurava premi generosi a chi lo avesse aiutato nell’impresa. Sempre per questioni familiari inoltre il giovane, prima di salire sul trono, aveva ricoperto il ruolo di sommo sacerdote di un culto solare che si celebrava a Emesa (oggi Homs, in Siria), tentando in seguito di portarlo a Roma per sostituire quello dell’antico Giove Capitolino.
L’operazione non riuscì, ma Eliogabalo fece di tutto: ad esempio collocò un proprio ritratto in Senato nelle vesti di sacerdote sopra la raffigurazione di una divinità romana in modo che, onorando la seconda, fosse venerato anche lui e soprattutto – cosa inaudita per i Romani – pretese che la madre assistesse con lui alle sedute del Senato. Un altro aspetto più scabroso riguardò i suoi costumi sessuali: sebbene i Romani ai tempi dell’impero praticassero meno assiduamente la ‘virtus’ repubblicana, riuscì a scandalizzare l’intera città raccogliendo a palazzo intorno a se meretrici di ogni sorta e chiamandole ‘amiche e sorelle’ e senza fare misteri della sua relazione con un auriga.
Non stupisce che l’irritazione della guardia pretoria arrivasse al culmine giungendo a manifestare apertamente a favore del cugino Alessandro: nonostante le minacce indirizzate ai rivoltosi, Eliogabalo alla fine fu assassinato assieme alla madre ed entrambi i corpi furono sfigurati e smembrati, mentre il Senato ribadì alle donne il divieto assoluto di entrarvi.
La ‘quasi’ follia di re Giorgio
Giorgio III, a dispetto della follia che gli fu poi attribuita, in realtà regnò dal 1760 al 1820, periodo piuttosto lungo, ma tutt’altro che facile per un monarca inglese visti gli avvenimenti che lo caratterizzarono. Per prima cosa la Guerra dei Sette anni (1756-1763) con la Francia, poi il distacco e la perdita delle prosperose colonie americane nel 1785 dopo una guerra durata dodici anni e infine le guerre della Rivoluzione Francese e quelle napoleoniche che si conclusero solo a Waterloo nel 1815.
Dopo una prima crisi passeggera intorno al 1765, a partire dal 1789 si parlò apertamente di problemi mentali: in pratica il sovrano parlava ininterrottamente per ore procurandosi seri problemi alla voce e dormiva pochissimo. La medicina del tempo rispondeva alla situazione suggerendo dei salassi per eliminare gli umori nocivi, ma ovviamente senza risolvere nulla. Nel frattempo, di fronte alle difficoltà del governo, si era acceso uno scontro tra il figlio – che rivendicava la reggenza – e il primo ministro che non voleva concederla, tanto più che non mancarono momenti di apparente normalità in cui il sovrano godette dell’appoggio popolare contro i suoi stessi ministri.
Sulla malattia si è discusso a lungo e oggi sembra che la spiegazione sia da ricercare in uno scompenso proteico che provocava gravi alterazioni nel comportamento, in estrema sintesi una malattia genetica. Studi molto recenti hanno infine confermato nei resti esaminati tracce di arsenico, probabile residuo di un farmaco rudimentale somministrato nei momenti di crisi. L’immagine popolare odierna più benevola nei confronti del re sottolinea invece la sua grande passione quasi maniacale per gli strumenti scientifici e in particolare astronomici: del resto senza la misura esatta del tempo e dei moti degli astri la marina di sua maestà britannica non avrebbe ‘misurato’ il globo e fondato l’impero.
Ludovico II di Baviera, tra stravaganze e romanticismo
Il regno di Baviera si trovava in un quadro geopolitico particolare: nel sud della Germania, a maggioranza cattolico e legato all’impero d’Austria, subiva però anche l’influenza del nord protestante e soprattutto della Prussia sempre più determinata a completare l’unificazione tedesca ridimensionando il ruolo austriaco. A metà del XIX secolo la guida della Prussia divenne comunque una realtà, ma rimasero con l’Austria legami politici, culturali e soprattutto familiari: l’imperatrice Elisabetta, principessa bavarese meno stravagante, ma altrettanto ‘originale’, aveva sposato ad esempio Francesco Giuseppe d’Asburgo ed era cugina di re Ludovico e la stessa madre dell’imperatore austriaco era un’altra principessa bavarese.
Sul piano internazionale il re cercò sempre di evitare le guerre, o meglio gli scontri diretti con stati tedeschi godendo per questo di una certa popolarità tra i suoi sudditi. Il vero problema del sovrano furono le spese folli e il mecenatismo. Costruì sontuose residenze ispirandosi alla reggia di Versailles, e al Re Sole che divenne un suo modello personale, ed esaudì tutti i desideri – o quasi – del compositore Richard Wagner che da un punto di vista finanziario si rivelò un pozzo senza fondo. Ad un certo punto, anche di fronte ad altre bizzarrie del sovrano come la passione per Lohengrin – il cavaliere del cigno dell’opera wagneriana – una commissione governativa lo prese ‘sotto tutela’ rinchiudendolo in un castello dal quale però scomparve la sera del 13 giugno 1886.
La sera il re fu trovato morto e le circostanze del ritrovamento diedero origine a diverse ipotesi: il corpo del re, presumibilmente annegato, fu ritrovato a poca distanza da quello dello psichiatra-carceriere von Gudden. Omicidio-suicidio? Il mistero resta, ma ancora oggi in Baviera si festeggia l’anniversario della nascita del re il 25 agosto.
Fonte
Le contraddizioni materiali alla base della crisi di consenso del Governo Meloni
Riprendiamo la storia lì dove le avevamo
lasciata: il Governo Meloni affannosamente impegnato a redigere la legge
finanziaria per il 2026 in forma tale da compiacere non uno, non due, ma ben tre padroni:
1) gli Stati Uniti, che impongono a tutti i Paesi NATO un aumento delle
spese militari per finanziare i loro rigurgiti imperiali;
2) l’Unione Europea, che pretende una rigida disciplina del bilancio pubblico da
parte di tutti gli Stati membri, per forzarne la transizione verso lo
stato minimo;
3) e infine la borghesia industriale italiana, che cerca
rifugio dalla sfrenata concorrenza internazionale elemosinando bonus
statali, crediti fiscali e altre agevolazioni a tutela dei propri
profitti.
Davanti a questo trilemma, il Governo Meloni ha disperatamente provato a non scontentare nessuno dei suoi padroni, e dunque ha scelto di non scegliere.
Si è impegnato con gli Stati Uniti ad aumentare le spese militari fino al 5% del PIL entro il 2035, ma con quali soldi?
Il problema lo pone il secondo padrone, l’Unione europea, perché il nuovo Patto di stabilità e crescita consente di scorporare le spese militari dall’applicazione dei vincoli di bilancio – dunque in sostanza di spendere liberamente per armi e munizioni fuori da qualsiasi disciplina di bilancio – solamente a quei Paesi che abbiano il deficit pubblico all’interno della soglia del 3% del PIL prevista dai Trattati. E l’Italia è sottoposta ad una procedura d’infrazione delle regole europee proprio perché fino ad oggi si trova al di sopra di quella soglia.
Per questa ragione, il Governo ha deciso di accelerare il percorso di rientro dalla procedura d’infrazione, provando ad abbattere il deficit sotto al 3% già per il 2025, imponendo sacrifici ai lavoratori e alle lavoratrici italiane nella speranza di centrare l’obiettivo di finanza pubblica e liberare così risorse a partire dal 2026, per sostenere le guerre USA in giro per il mondo.
Una scommessa che gli è costata una finanziaria di mancette agli imprenditori, in attesa di guadagnare qualche margine di bilancio per l’anno 2026, un anno cruciale in vista delle elezioni politiche previste per il 2027.
Tuttavia, e siamo all’oggi, l’equazione elaborata dal Governo Meloni per risolvere il trilemma inizia a scricchiolare. Comprendere la natura di questi scricchiolii ci sembra fondamentale non solo per mettere in luce le debolezze del governo in carica, ma anche per gettare uno sguardo alle debolezze strutturali che avrebbe qualsiasi governo, in Italia, che scelga di servire i tre padroni del Governo Meloni, schierandosi con gli Stati Uniti e la NATO, scegliendo la piena compatibilità con la disciplina fiscale europea e indirizzando la politica economica al mero sostegno dei profitti.
Il primo scricchiolio si è sentito il 2 marzo scorso, quando l’ISTAT ha pubblicato l’aggiornamento del dato sul deficit pubblico del 2025, stimato al di sopra delle aspettative del Governo, al 3,1% del PIL. Tale dato si dovrà consolidare nei prossimi giorni ma, ove fosse confermato, sancirebbe la permanenza dell’Italia sotto procedura d’infrazione per deficit eccessivo, e dunque determinerebbe il fallimento del rocambolesco piano immaginato dal Governo. Con il deficit sopra il 3% niente scorporo delle spese militari: ogni euro speso per obbedire agli ordini di Trump dovrebbe essere sottratto immediatamente a servizi pubblici, infrastrutture, sanità, scuola, pensioni, proprio nell’anno della campagna elettorale per le politiche del 2027.
Il secondo scricchiolio, sinistro, si è avvertito il successivo 26 marzo, quando il Segretario generale della NATO, Rutte, ha presentato i primi dati di monitoraggio dell’impegno assunto da tutti i Paesi dell’Alleanza Atlantica verso l’incremento della spesa militare. Secondo i dati ufficiali NATO, nel 2025 l’Italia avrebbe una spesa militare appena sufficiente per rispettare l’obiettivo del 2% stabilito nel documento di finanza pubblica e coerente con l’obiettivo di raggiungere il 5% del PIL entro il 2035. In realtà, la spesa militare in senso stretto era di poco superiore all’1,5% e pari a circa 35 miliardi di euro. Solo dopo essere uscito dalla procedura d’infrazione per deficit eccessivo con l’UE, il Governo si prodigherebbe alacremente per rimpolparla. Il risultato del 2% è stato, infatti, raggiunto in modo truffaldino, tramite la riclassificazione in “militari” di una serie di spese già presenti nel bilancio dello Stato. Si tratta di spese per infrastrutture, etichettate come “mobilità militare”, spese per la digitalizzazione della pubblica amministrazione, ammantate come “cybersicurezza”, ma anche – disperatamente – gettando nel mucchio le spese INPS ascrivibili alle pensioni del personale militare, un contributo davvero decisivo per le guerre in corso! Un esercizio di stile dai tratti tragicomici, che è stato tollerato dai vertici NATO solo a fronte dell’impegno assunto dal Governo Meloni nel medio e lungo periodo, che non solo punta ad aumentare la spesa militare al 5%, ma specifica anche che, di quella soglia, il 3,5% dovrà essere composto da vera spesa militare per armamenti, non autostrade, siti internet e pensioni.
La guerra, insomma, è una cosa seria e il tempo del gioco, per il Governo italiano è finito. Rutte stesso, a conclusione della presentazione del suo Rapporto sulle spese militari, è stato chiaro: «Mi aspetto che gli Alleati, al prossimo vertice Nato di Ankara, dimostrino di essere su un percorso chiaro e credibile verso l’obiettivo del 5%».
Il terzo scricchiolio, forse quello che ha avuto l’eco più forte nelle stanze governative perché la sua fonte è più vicina, ha risuonato poche ore dopo, sabato 28 marzo. È il giorno successivo di un Consiglio dei ministri che ha approvato un decreto-legge in materia fiscale che, tra le altre misure, annuncia un taglio delle risorse destinate ai cosiddetti “esodati” della misura Transizione 5.0, un credito d’imposta rivolto alle imprese che effettuano investimenti legati alla sostenibilità ambientale e la digitalizzazione. Contro questo taglio si è levato il grido di dolore dei padroncini italiani, che da sabato hanno iniziato a lagnarsi – a partire dal Presidente di Confindustria Orsini.
Il Governo aveva destinato 2,6 miliardi di euro del PNRR per finanziare questo ennesimo regalo alle imprese, Transizione 5.0. Il regalo era talmente ghiotto che le imprese si sono fiondate in massa su questa agevolazione, le risorse stanziate sono state esaurite e sono rimaste inevase richieste per oltre 1,6 miliardi di euro. Per far fronte a questa coda di richieste, il Governo aveva stanziato in legge di bilancio ulteriori 1,3 miliardi di euro, sperando che fossero sufficienti a soddisfare le domande tecnicamente ammissibili rispetto al monte di quelle comunicate.
Tuttavia, questo è il dettaglio centrale per capire la vicenda: secondo le regole contabili europee, i crediti fiscali non sempre pesano sui conti pubblici nell’anno in cui vengono materialmente erogati (in questo caso il 2026), ma possono essere imputati all’anno in cui gli investimenti sono stati effettuati (ovvero nel 2025, anno degli investimenti comunicati dalle imprese). In questa chiave, gli ulteriori 1,3 miliardi di euro previsti dal Governo in legge di bilancio potrebbero finire – almeno in parte – per incidere sul deficit del 2025, proprio quello che l’esecutivo cerca disperatamente di mantenere sotto controllo per compiacere, insieme, Stati Uniti e Unione Europea.
Quando l’ISTAT ha annunciato che siamo ancora sopra al 3%, il Governo è dovuto correre ai ripari, e in fretta. Da qui, evidentemente, la scelta – dolorosa per chi è abituato a obbedire a tutti gli ordini di Confindustria – di tornare sui propri passi e sottrarre qualche risorsa ai suoi padroncini più prossimi, quella borghesia industriale italiana che rappresenta il blocco sociale di riferimento dell’attuale maggioranza parlamentare e finanziare una temporanea e insufficiente riduzione del costo della benzina. Un’operazione marginale e demagogica, che tuttavia rivela le tensioni crescenti nel blocco sociale che sostiene l’esecutivo.
Servire tre padroni si sta rivelando impossibile. E i più attenti avranno notato che, nella ricostruzione delle crepe che si aprono ogni giorno nel Governo non abbiamo avuto bisogno di menzionare il risultato del referendum costituzionale in materia di giustizia, che pure – evidentemente – ha una posizione di rilievo.
Non ne abbiamo avuto bisogno perché gli esiti di quel referendum sembrano riconducibili più agli effetti che alle cause delle debolezze strutturali del Governo che abbiamo provato a mettere in luce. La vittoria del NO si configura come una crisi di consenso di un Governo che si è legato, mani e piedi, al progetto bellicista degli Stati Uniti, al disegno di macelleria sociale dell’Unione Europea e al tentativo di porre un argine in difesa del capitalismo italiano a fronte degli sconvolgimenti che stanno rivoluzionando i mercati internazionali, dall’energia ai traffici commerciali. Questa scelta politica sta producendo un progressivo impoverimento dell’Italia.
Il Governo Meloni si è insediato con un PIL che sfiorava il 5% nel 2022 (eravamo in piena ripresa post-Covid, l’UE aveva sospeso l’applicazione delle regole di bilancio per consentire di contrastare gli effetti della pandemia), e la sua politica economica – fatta di guerra, austerità e profitti – ha prodotto un inesorabile declino: 0,9% nel 2023, 0,7% nel 2024 e 0,5% nel 2025. Gli scricchiolii del Governo Meloni sono musica per le nostre orecchie, ma questa analisi vuole sottolineare un dato politico che va ben oltre l’attuale esecutivo.
Infatti, l’opposizione parlamentare è composta oggi da forze politiche che hanno sempre dimostrato, con i fatti quando erano al Governo prima ancora che con le dichiarazioni, di servire esattamente gli stessi padroni che stanno determinando la crisi di consenso della maggioranza odierna. Se l’attuale Governo sarà soppiantato dall’ennesimo esecutivo di centro-sinistra, siamo certi che non vi sarà alcun reale progresso per i lavoratori italiani e nessun futuro di pace per i giovani, che continueranno ad essere condannati all’orizzonte di guerra e precarietà che ci impongono Confindustria, Unione Europea e Stati Uniti.
Lavoro, salari dignitosi e un futuro di pace saranno possibili solo se l’opposizione sociale al Governo saprà tradurre la crisi di consenso dell’attuale maggioranza nel rifiuto radicale del terreno di compatibilità con l’Unione Europea, la NATO e Confindustria, un terreno condiviso da tutte le forze attualmente sedute in parlamento, dalla destra al centrosinistra.
06/04/2026
“Salvare il pilota” o “rubare l’uranio” di Teheran?
Andiamo con ordine, per aiutare i nostri lettori ad orizzontarsi il più possibile.
Il sito statunitense Axios, solitamente molto attendibile e con diverse «fonti anonime» nell’amministrazione Trump, ma considerato in Medio Oriente come un’agenzia di disinformazione manovrata dal Mossad, riferisce che «i mediatori stanno discutendo con le parti i termini di un accordo in due fasi; la prima fase consisterebbe in una potenziale tregua di 45 giorni durante la quale verrebbe negoziata una fine permanente della guerra».
Per la parte americana, primo problema, i «mediatori» sono sempre costituiti dalla “strana coppia” Kushner-Witkoff, indicati da tutti gli addetti ai lavori come «agenti israeliani», più che statunitensi. E dunque senza alcuna credibilità presso gli iraniani.
La questione è dunque come «costruire fiducia» sul fatto che qualsiasi accordo sarà poi rispettato sia da Washington che da Tel Aviv. Si tratta qui di offrire a Tehran garanzie concrete, ma allo stesso tempo con molta rapidità. L’ultimatum è stato per ora prorogato alle 20 (ora di Washington) di martedì 7 aprile.
Il timore esplicito è che si riproduca la situazione di Gaza e del Libano, dove ci sono da sempre «tregue» scritte sulla sabbia, in cui Israele attacca come e quando vuole e la cosiddetta «comunità internazionale» protesta solo quando la controparte, palestinese o libanese, reagisce agli attacchi.
Tutte le questioni di merito della trattativa – dalla riapertura completa dello Stretto di Hormuz, alla sorte dell’uranio arricchito, ecc. – sarebbero comunque rinviate alla «fase 2», ossia ai 45 giorni senza bombardamenti.
Ma da Teheran arriva la smentita: “Un cessate il fuoco temporaneo nell’aggressione militare israelo-americana, accompagnato dall’ombra della guerra e senza che l’Iran soddisfi le condizioni necessarie per porre fine all’offensiva, non fa altro che dare al nemico la possibilità di riorganizzarsi”.
Sul terreno le cose sono ancora più nebbiose.
Il pilota dell'F-15E abbattuto sembra sia stato effettivamente recuperato, anche se ferito. Primo «giallo»: inizialmente lo era «leggermente», nell’ultima comunicazione ufficiale è invece «abbastanza grave». In ogni caso non è stata diffusa neanche una sua foto, alimentando così le più diverse dietrologie.
L’operazione di recupero viene però definita un «fallimento» da parte iraniana, addirittura con irrisione: «tre vittorie come questa e gli Stati Uniti sono finiti».
Propaganda a parte, ci sono però alcuni punti niente affatto chiari. L’operazione, secondo la versione ufficiale Usa, è avvenuta nella provincia di Kohgiluyeh e BoyerAhmad, al confine con quella di Kuzestan, a circa 80 km dal mare. Per realizzarla sarebbero stati impiegati due aerei da trasporto HC-130, oltre a diversi tipi di velivoli (Dash-8 per il lancio di paracadutisti, elicotteri MH-60 Seahawk, droni Reaper, ecc.).
Una marea di uomini e mezzi sproporzionata per un’azione necessariamente “agile e rapida”, giocata sulla ricerca del segnale del gps a disposizione del militare in mezzo alle montagne.
I due C-130, peraltro, sono poi rimasti a terra e sarebbero stati fatti esplodere direttamente dalle truppe Usa per non farli restare a disposizione degli iraniani. Anche qui la versione ufficiale è cambiata nel corso delle ore. Prima perché sarebbero rimasti «impantanati nel fango», poi per un «guasto meccanico» (contemporaneo, su due aerei?).
Le cose che non tornano sono parecchie. Innanzitutto: gli Hercules C-130, per quanto modernizzati, sono grandi aerei da trasporto che possono portare un centinaio di soldati, ma anche mezzi per spostarsi a terra. Sono completamente inadatti a scendere tra le montagne, tanto più per recuperare un singolo militare ferito (presumibilmente non in grado di spostarsi su lunghe distanze) e hanno bisogno di piste di atterraggio.
E in effetti i video dei due C-130 distrutti mostrano una vecchia pista «agricola» ormai abbandonata (usata dagli aerei per irrorare i campi). Il problema è che quella pista, grazie proprio alla geolocalizzazione dei video, è alle porte di Isfahan. Ad oltre 200 km dal punto in cui il pilota – anzi: l’“addetto ai sistemi d’arma”, in pratica quello che sgancia le bombe – è stato recuperato. Sono 200 km verso l’interno dell’Iran come si vede dalla cartina, anziché verso il mare e quindi «la salvezza».
Insomma: l’esercito Usa aveva concentrato alcune centinaia di navy seals, o altri reparti speciali, ad Isfahan. Per fare cosa ?
A 35 km dalla città c’è notoriamente uno dei siti di arricchimento dell’uranio, che proprio il direttore dell’Aiea, Raphael Grossi, aveva visitato al tempo in cui l’Iran aderiva al trattato poi denunciato... da Trump durante il primo mandato. Lunedì scorso Grossi aveva confermato che «Quasi metà dell’uranio iraniano arricchito fino al 60% di purezza, un passo fondamentale per raggiungere il livello necessario alla produzione di armi nucleari, era stoccato in un complesso di tunnel a Isfahan e probabilmente si trova ancora lì».
Va ricordato come, nei primi giorni di guerra, lo stesso Trump aveva parlato di «esfiltrare» l’uranio iraniano, un’operazione che avrebbe però richiesto la costruzione di piste di atterraggio all’interno dell’Iran, in prossimità dei laboratori da attaccare. Operazione definita «impossibile» dai vertici militari, che infatti sono stati licenziati.
Appare quindi più probabile che sia stato fatto lo stesso il tentativo di irruzione e «furto», sfruttando la pista abbandonata non troppo lontana dall’obbiettivo (il che spiega anche l’uso di diversi elicotteri, droni, ecc., altrimenti «sovradimensionati» per una rapida operazione di salvataggio).
Evidente che sia questo il «fallimento» che ha provocato l’ironia iraniana e il vero cuore militare di tutto quanto è accaduto intorno alla lacrimevole storia del “pilota da salvare”.
Se fosse riuscita, Trump avrebbe potuto sventolare la sua «vittoria» e predisporsi ad una fine della guerra rapida.
Ma non è andata così. E questo spiega probabilmente anche il tono indecente, perfino per lui, con cui è andato poi minacciando Teheran – «Aprite il maledetto Stretto, pazzi bastardi, o vivrete all’inferno – VEDRETE!» – con la promessa di colpire “martedì” le centrali elettriche e i ponti. Ben sapendo, tra l’altro, che Teheran reagirebbe facendo altrettanto con gli impianti degli altri paesi nel Golfo ed anche con Israele.
Questa insistenza sulla distruzione delle infrastrutture civili, unita alle frequenti dichiarazioni sull’«abbiamo distrutto tutte le strutture militari che c’erano», sembra confermare indirettamente gli analisti militari che spiegano come, in effetti, gli iraniani si siano preparati a questa guerra predisponendo un gran numero di «esche» – vecchi camion travestiti da lanciamissile, capannoni apparentemente «militari» senza nulla dentro, ecc. – e nascondendo quasi tutto sottoterra, facilitati da un territorio montuoso e roccioso che offre opportunità in tal senso praticamente infinite.
Frustrazione, “gradimento” sceso al 31% (peggio di Biden quando inciampava, dicono tutti), necessità di finire la guerra e inesistenza di uno specchietto delle allodole adatto a far sembrare la ritirata come una vittoria. Brutta situazione. Che non fa presagire nulla di buono. Neanche mentre si finge di «trattare» (sarebbe la quarta volta, peraltro, che un «dialogo» nasconde un attacco).
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