Presentazione


Analisi, opinioni, fatti e (più di rado) arte da una prospettiva di classe.

04/03/2026

La guerra in Medio Oriente “eccita” anche i governi europei, Italia inclusa

Le onde lunghe del conflitto in Medio Oriente scatenato dall’aggressione israelo-statunitense all’Iran, sono arrivate rapidamente e fragorosamente anche in Europa.

Tacendo o toccando lievemente la violazione del diritto internazionale da parte di Washington e Tel Aviv, i governi europei si sono però schierati contro il paese aggredito – l’Iran – e a difesa delle petromonarchie del Golfo ritenute alleati strategici sia sulle forniture energetiche che sul piano geopolitico. Dopo il disastro sulla guerra in Ucraina i “volenterosi guerrafondai” europei sembrano orientati a produrne uno ulteriore. Adesso lo slogan sembra diventato: “Morire per Cipro!”

Il presidente francese Emmanuel Macron e il cancelliere tedesco Friedrich Merz hanno annunciato un rafforzamento della cooperazione nel campo militare in funzione “deterrente” rispetto alla guerra in corso in Medio Oriente e al blocco dello stretto di Hormuz.

Macron ha dichiarato che: “Prendiamo l’iniziativa di varare una coalizione per riunire le risorse, anche militari, per ripristinare e mettere in sicurezza il traffico attraverso le vie marittime essenziali all’economia mondiale”.

Il presidente francese ha annunciato che la portaerei Charles de Gaulle sarà dispiegata nel Mediterraneo orientale, precisando che la Francia “ha abbattuto dei droni per legittima difesa nelle prime ore del conflitto, per difendere lo spazio aereo dei nostri alleati”. Inoltre ha annunciato lo spiegamento di caccia Rafale, di sistemi di difesa antiaerea e l’invio della fregata Languedoc verso Cipro.

La Gran Bretagna, che tuttora possiede una base militare sul territorio di Cipro colpita nei giorni scorsi da alcuni droni iraniani, ha inviato sull’isola dei jet militari, supportati da un aereo cisterna Voyager ed ha fatto sapere di aver già abbattuto droni iraniani sul territorio giordano e nello spazio aereo iracheno. A Cipro sono già arrivati due elicotteri Wildcat, armati con missili Martlet progettati per abbattere droni e bersagli aerei a bassa quota.

Londra sta mandando inoltre il cacciatorpediniere Hms Dragon, specializzato nella difesa aerea, equipaggiato con il sistema Sea Viper dotato di missili Aster 15 e Aster 30 per intercettare droni, missili da crociera e aerei.

Starmer, però, deve affrontare anche un altro problema: il “fronte interno”. Un sondaggio realizzato da YouGov, pubblicato lunedì, ha mostrato che i cittadini britannici si oppongono all’operazione contro l’Iran in una percentuale di 49 contro 28. Il 50% della popolazione, poi, si oppone anche all’autorizzazione data agli USA di usare le basi del Regno Unito, e solo il 30% la sostiene.

La presidente della Commissione europea Ursula von der Leyen ha convocato un Collegio straordinario dei commissari dedicato alla sicurezza, a due giorni dall’inizio degli attacchi sulla base militare britannica a Cipro.

Sul piano europeo, l’attacco dei droni iraniani apre il dossier dell’articolo 42, comma 7, del Trattato sull’Ue, che prevede una clausola di difesa reciproca– un “aiuto e assistenza con tutti i mezzi in proprio possesso” –, in caso di aggressione di uno Stato membro.

In agenda anche una task force sull’energia, prevista per il 5 marzo, con la partecipazione dei rappresentanti dell’esecutivo Ue e degli Stati membri.

L’Italia si appresta a inviare armamenti anche nel Golfo

Sono quattro i Paesi arabi del Golfo che hanno chiesto aiuti militari al governo italiano. Si tratta di Kuwait, Emirati Arabi Uniti, Qatar e Bahrein, i quali hanno inoltrato al nostro esecutivo una richiesta urgente di forniture di difesa, in primo luogo droni e sistemi antimissile Samp-T, gli stessi forniti all’Ucraina.

Lo Stato Maggiore sta facendo una ricognizione rapida di quello che l’Italia è in grado di inviare dopo quattro anni in cui ha messo mano ai propri arsenali per rifornire Kiev. E sembra che sia una decisione da prendere in fretta perché le riserve di armamenti delle petromonarchie del Golfo sono in via di esaurimento.

Ma inviare armi in un’altra guerra dopo quanto già accaduto in Ucraina non è un passaggio così semplice. Il governo Meloni è già sotto botta per le figuracce dei propri ministri Tajani e Crosetto. La marginalizzazione internazionale sia da parte degli Stati Uniti che degli altri europei, sta sgretolando tutta la narrazione della Meloni sul prestigio acquisito dal paese nelle relazioni internazionali.

Difficile immaginarsi un sussulto dignità dal governo come quello espresso invece dall'esecutivo spagnolo. Al contrario, mentre emerge che ancora una volta la base Usa di Sigonella ha avuto un ruolo nell’aggressione militare all’Iran, la pessima abitudine di mettere le basi italiane a disposizione delle operazioni militari statunitensi non sembra affatto messa in discussione. Anche contro il servilismo si andrà in piazza il prossimo 14 marzo a Roma.

Il governo sta valutando le modalità di un passaggio parlamentare sugli aiuti militari ai paesi del Golfo che l’ufficio legislativo di Palazzo Chigi sta definendo sulla base di diverse opzioni (una risoluzione parlamentare o un decreto del governo), ma quello che sembra certo è che ragioni di opportunità, prima ancora che giuridiche, fanno propendere la Meloni verso un passaggio alle Camere in caso di ulteriori aiuti militari italiani in un secondo teatro di guerra oltre all’Ucraina.

È opportuno ricordare che l’Italia ha quasi 2.500 militari già dislocati in Medio Oriente tra Libano, Iraq, Kuwait. C’è poi la partecipazione delle navi militari italiane alle missioni Aspides e Atalanta a ridosso del Mar Rosso. Inoltre c’è la fregata “Virginio Fasan” già posizionata nel Mediterraneo orientale, verso Cipro.

I miliziani yemeniti houthi hanno annunciato ma ancora non hanno ripreso la loro attività di interdizione del passaggio di navi nello stretto di Bab el Arab come avevano fatto in solidarietà con i palestinesi di Gaza.

Se questa interdizione avvenisse contestualmente al blocco dello Stretto di Hormuz, praticamente verrebbe bloccato l’intero traffico commerciale su navi dall’Oceano Indiano verso nord, a meno di non dover circumnavigare l’Africa con allungamento enorme dei tempi e dei costi commerciali.

I paesi europei sono riusciti a “suicidarsi” economicamente e politicamente già nella guerra in Ucraina, l’impressione è che intendano continuare a rotolare sullo stesso piano inclinato anche nella guerra in Medio Oriente.

Paradossalmente, rispetto ai parametri economici e geopolitici di una guerra, nei governi europei sembra prevalere quello che Graham Allison (1) definisce come il fattore de “L’onore”, ossia la reputazione. È il rotolare su una politica dei fatti compiuti per salvare la faccia e che poi impedisce di rettificare il tiro per non perderla. Una trappola, appunto.

Note

(1) Graham Allison: “Destinati alla guerra. La trappola di Tucicide”

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Trump minaccia lo stop al commercio con la Spagna, Merz gli dà corda

Il livello di prevaricazione della seconda amministrazione Trump, e quello di sudditanza delle classi dirigenti europee è stato confermato plasticamente dall’incontro che ieri il tycoon ha avuto col cancelliere tedesco Friedrich Merz. Al primo incontro ufficiale con un leader straniero dall’inizio dell’aggressione condotta insieme a Israele contro l’Iran, il presidente degli Stati Uniti ha usato l’occasione per distribuire “pagelle” agli alleati europei.

Il bersaglio principale di Trump è stata la Spagna. Madrid ha negato l’uso delle basi militari di Rota (Cadice) e Morón de la Frontera (Siviglia) per le operazioni belliche contro Teheran, invocando le clausole dei trattati bilaterali che consentono la chiusura delle infrastrutture in caso di conflitto non concordato.

“La Spagna è un alleato terribile”, ha dichiarato Trump senza giri di parole. “Ci hanno detto che non possiamo usare le loro basi, ma nessuno può dirci cosa fare. Potremmo semplicemente volare lì e usarle se volessimo”. Che il diritto valesse “fino a un certo punto” anche per The Donald era evidente a tutti, ma qui si sta parlando di una violazione di sovranità non indifferente, che mostra la realtà dietro le basi militari: sono strumenti di un’occupazione, non il risultato di un’architettura di sicurezza condivisa.

Trump ha anche annunciato una ritorsione economica immediata, ordinando al Segretario al Tesoro, Scott Bessent, di tagliare tutte le relazioni commerciali con Madrid. Trump ha criticato la Spagna per essersi rifiutata di raggiungere l’obiettivo del 5% del PIL in spese militari, raggiunto nell’Alleanza Atlantica.

Al contrario della Spagna, la Germania di Merz è stata promossa a pieni voti. Il cancelliere ha confermato la piena sintonia con Washington sull’obiettivo di un regime change a Teheran. Il politico tedesco è stato in imbarazzato silenzio durante la sfuriata di Trump contro il governo Sánchez (con cui ricordiamo condivide non solo il mercato unico, ma anche organismi di direzione politica, un parlamento, e così via), ma alla fine è stato messo alle strette dalla domanda di una giornalista.

Merz, invece di condannare l’attacco scomposto alla dirigenza spagnola, oltre che quello al rispetto di accordi e sovranità altrui, ha fatto da sponda all’inquilino alla Casa Bianca. “Stiamo cercando di convincere la Spagna a raggiungere il 3% o il 3,5% [di spese prettamente militari, a cui va aggiunto l’1,5% nel settore della sicurezza in generale, ndr] su cui siamo d’accordo in ambito NATO”, ha detto Merz.

“La Spagna – ha continuato – è l’unica che non è disposta ad accettarlo e stiamo cercando di convincerla che questo fa parte della nostra sicurezza comune, che tutti dobbiamo rispettare questi numeri”. Insomma, il governo spagnolo è come un bambino da educare, e per fortuna ci sono Washington e Berlino che gli stanno facendo capire cosa è meglio per il paese iberico. A suon di ricatti commerciali e minacce alla sovranità.

Sul fronte dei dazi, Merz ha ribadito che il dossier viene trattato in maniera centralizzata da Bruxelles, e che “non esiste alcuna possibilità di trattare la Spagna peggio degli altri: arriveremo a un risultato comune, e in quel risultato sarà compresa anche la Spagna”. Una magra consolazione, tra l’altro promossa per cercare di fare massa sulle decisioni di Trump, e per evitare ulteriori scompensi nel mercato unico (di cui magari qualche paese – e in questo caso non la Germania – potrebbe avvantaggiarsi).

La risposta del governo spagnolo non si è fatta attendere. Fonti istituzionali hanno ribadito che la Spagna è un “membro chiave della NATO”, che contribuisce in modo significativo alla difesa europea, ma che l’uso delle basi deve essere conforme alla Carta delle Nazioni Unite. Il ministro degli Esteri, José Manuel Albares, ha chiarito che non verranno prestati asset per operazioni non previste dai trattati.

Stamattina, inoltre, Sánchez ha rilasciato una dichiarazione molto netta. Ha affermato che il suo paese è dalla parte della legalità internazionale, e ha evocato il disastro dell’Iraq per far capire che il suo governo ha capito la lezione. Quel conflitto, ha detto, “ha portato a un mondo più insicuro e a una vita peggiore”, e quello attuale “non poterà a un ordine internazionale più giusto, né salari più alti, né migliori servizi pubblici, né un ambiente più sano”.

Nel frattempo, la Commissione ha reso pubblico un primo commento sulle minacce a Madrid, e per quanto abbia espresso solidarietà con il paese che ne è parte, ci ha tenuto a ricordare che “salvaguardare questa relazione, in particolare in un momento di turbolenze globali, è più importante che mai ed è chiaramente nell’interesse di entrambe le parti”. Un po’ come a voler elomosinare agli USA che non ne facciano una leva di una guerra commerciale che ha colpito innanzitutto proprio i “fratelli” europei.

Non è solo la UE a subire – e ad accettare – un trattamento da “zerbino”. Anche il Regno Unito non è uscito indenne dal vertice. Trump si è scagliato contro il primo ministro Keir Starmer, che aveva preso la decisione di far assumere al suo paese solo un atteggiamento difensivo in relazione al conflitto con l’Iran, impedendo inizialmente l’uso, da parte delle forze statunitensi, della base di Diego Garcia, nell’Oceano Indiano.

“Non abbiamo a che fare con Winston Churchill”, ha ironizzato Trump, e ha poi aggiunto: “ci abbiamo messo tre-quattro giorni per capire dove potessimo atterrare”. Di nuovo, una base militare altrui, e dunque un luogo dove neanche un normale cittadino di quello stesso stato può entrare senza le dovute autorizzazioni, viene trattata come un asset statunitense da parte degli USA. E ancora una volta gli europei annuiscono in silenzio.

Non può non saltare agli occhi come, certo, gli imperialisti europei ancora considerino la NATO come vettore fondamentale della loro politica estera, nonostante il ridimensionamento continuo di Trump. E del resto, la cornice di sicurezza atlantica è un ottimo “vincolo esterno” da sbandierare, da una parte per legittimare il riarmo e la transizione verso un’economia di guerra, dall’altra per scaricare le responsabilità intorno alla riduzione conseguente delle spese sociali.

Non si può però ignorare anche il fatto che la NATO non solo è ridimensionata nell’impegno profusovi da Washington, ma è anche usata come strumento di ricatto dalla Casa Bianca per indirizzare le decisione sovrane degli stati “alleati”. Insomma, Trump sta mostrando che non esiste alcuna politica alternativa ai desideri degli Stati Uniti finché si è dentro la NATO.

In tutto ciò, la UE non solo non è pervenuta, ma alcuni dei suoi governanti si fanno immortalare accanto a The Donald, mentre trovano motivi per legittimare la sua prevaricazione. Le divergenze politiche e materiali tra i suoi paesi, aumentano, e i proclami di sudditanza non fanno che allargarle. È difficile immaginare che la UE assurga a grande potenza globale, mentre i suoi governi si pugnalano l’un l’altro alle spalle.

È più probabile che, a lungo andare, peggiorino ulteriormente le asimmetrie interne. Allora, ai vincoli da rompere per costruire una qualsiasi alternativa, e anche per la semplice difesa della sovranità popolare e dell’autodeterminazione dei popoli, per chi ha ancora a cuore questi principi, va aggiunta, oltre alla NATO, anche la sclerotizzata integrazione europea, avviata definitivamente sulla strada del riarmo.

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No Sociale, verso la manifestazione del 14 marzo, si comincia venerdi a Roma

Il percorso del No Sociale al referendum del 22/23 marzo sulla controriforma costituzionale della giustizia varata dal governo Meloni sta entrando nel vivo del suo percorso, mentre le adesioni continuano ad aumentare. In molti hanno dunque colto la sfida, che è insieme politica e democratica, che troverà il suo momento culmine nella manifestazione nazionale del 14 marzo, a Roma, prima di lavorare pancia a terra fino alla votazione referendaria.

Dopo il flash mob e la conferenza stampa sotto Montecitorio, lo scorso mercoledì, si avvicinano tre appuntamenti centrali della campagna per il NO sociale al referendum. Il primo è l’assemblea pubblica organizzata a Piazza Vittorio, a Roma, venerdì 6 marzo. Seguono poi Napoli, il giorno successivo, con un’altra assemblea all’Istituto di Studi Filosofici (ore 10:30, via Monte di Dio 14), e Milano lunedì 9 marzo (ore 16:30, viale Monza 140).

Nel comunicato di lancio dell’assemblea romana, gli organizzatori ricordano che chi sta oggi costruendo il No Sociale, contro il governo Meloni e le sue politiche, portate avanti in maniera bipartisan (basta guardare i governi locali della finta opposizione parlamentare), sono oggi quelle stesse persone che pochi mesi fa hanno animato le piazze del “Blocchiamo Tutto”, e ancora oggi rivendicano un modello (dalla scuola ai posti di lavoro, passando per i quartieri) che si fondi sugli interessi popolari e non sulle esigenze di un’economia di guerra. 

“Ci sentiamo impegnati in prima persona in un referendum – si legge nel testo di lancio dell’assemblea del 6 – che deve sbarrare la strada ad un governo autoritario, antidemocratico e antipopolare. Sconfiggere il governo diventa un obiettivo da praticare e far crescere in ogni ambito sociale, politico, culturale del paese. Questo governo ha chiarito in più occasione di essere espressione degli interessi neocorporativi e di classe di imprenditori, affaristi, faccendieri, ceti sociali ad alto reddito.
Per far ingoiare al resto della società le disuguaglianze sociali e l’insopportabile concentrazione delle ricchezze, l’aumento delle spese militari e della logica di guerra, il controllo sui mass media e sulle possibilità di espressione politica, il governo Meloni sta instaurando lo stato di polizia e la criminalizzazione di chi manifesta per le strade non avendo a disposizione altri strumenti di espressione democratica. Con l’intimidazione e la paura vogliono ricacciare tutte e tutti dentro casa, in silenzio e subalterno”.

I nodi della guerra esterna ed interna dettano l’agenda politica del paese, mentre il No Sociale guarda a un cambio di rotta radicale, che ponga al centro di un governo di alternativa “tutte le esigenze sociali sul piano dei salari e degli interessi dei lavoratori, del diritto all’abitare, delle libertà politiche”, che sul terreno della battaglia referendaria e della manifestazione nazionale del prossimo 14 marzo “devono poter convergere” perché non riguardano “più solo i rapporti di subalternità tra magistratura ed esecutivo”.

Il No Sociale rilancia dunque una campagna capillare di informazione e organizzazione sui territori, con al centro tre punti:
1) il NO alle controriforme istituzionali che stanno portando praticamente alla decostituzionalizzazione della vita politica e democratica del paese, così come è un no allo stato di polizia voluto dal governo che vuole spazzare via le libertà di manifestazione ed espressione e accanirsi ulteriormente contro gli immigrati;
2) il NO alla guerra sociale del governo contro i poveri, i salari dei lavoratori, i senza casa, le esigenze popolari;
3) il NO all’economia di guerra e al militarismo, alla complicità con Israele sul quale il governo intende trascinarci per nascondere disuguaglianze sociali ormai crescenti e insopportabili.

Come abbiamo scritto ieri, la manifestazione nazionale del 14 marzo “diventa inevitabilmente anche un appuntamento generale contro la guerra e un governo servile verso Usa, Israele e la Nato”. Il percorso di avvicinamento diventa, dunque, ancora più importante, in quanto dovrà rappresentare quella che, è evidente, è l’unica reale opposizione di questo paese. Partiamo da Roma, ci si vede il 6 marzo in Piazza Vittorio.

Ricordiamo che per aderire al Comitato No Sociale si può scrivere a nosociale2026@gmail.com

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Iran - Tra le bombe, nominata la nuova “guida suprema”

Smentendo clamorosamente le dichiarazioni trionfalistiche di Tel Aviv, ieri, secondo cui l’intera “Assemblea degli esperti” sarebbe state annientata in un bombardamento a Qom, mentre sceglieva la nuova “guida suprema”, la stessa assemblea ha individuato in Mojtaba il successore. Evidentemente stavolta il Mossad è stato “depistato” e qualche suo terminale sarà in questo momento in cattive acque.

Smentita dell’ennesima “decapitazione” a parte, si tratta di una scelta forte soprattutto sul piano simbolico. Il che, trattandosi di una istituzione religiosa con ruolo “istituzionale”, ha grande rilevanza nel segnalare la continuità del sistema di governo anche nel pieno della guerra.

Mojtaba Hosseini, cinquantasei anni, è infatti il figlio secondogenito di Ali Khamenei. Nato a Mashhad nel 1969, aveva partecipato alla guerra contro l’Iraq dal 1987 al 1988 (quando Saddam, da alleato degli Stati Uniti, aveva provato a far cadere l’ancor giovane “repubblica islamica”).

Le fonti controllate dall’Arabia Saudita e dalla Cia, come l’agenzia Iran International con base a Londra, lo avevano indicato tra i più probabili successori già quando Khamenei aveva superato gli 80 anni. Negli ultimi giorni era stato ipotizzato che fosse stato ucciso o gravemente ferito assieme al padre.

Inutile dire che a questo punto diventa il primo obbiettivo dello Stato-killer votato al genocidio perenne... 

The Economist: il consumo quotidiano di missili intercettori supera la produzione annuale Usa

La rivista britannica The Economist ha riferito che gli stati del Golfo utilizzano quotidianamente, o ogni due giorni, un numero di missili intercettori superiore a quello che gli Stati Uniti possono produrre annualmente.

La rivista afferma che questi paesi avrebbero potuto consumare circa 800 missili intercettori PAC-3 o THAAD in due giorni. E ha fatto notare che la Lockheed Martin produce circa 600 missili intercettori PAC-3 all’anno.

Texas. Talarico vince le primarie “dem” e potrebbe rovesciare il voto di midterm

Il deputato statale James Talarico, 36 anni, ex insegnante di scuola media che si è costruito una reputazione nazionale unendo politica progressista e fede cristiana, ha vinto le primarie democratiche per il Senato degli Stati Uniti in Texas.

Da segnalare che anche l’altra candidata, Jasmine Crockett, appartiene all’ala “progressista”, a conferma del fatto che il vecchio establishment “dem” non ha più alcuna possibilità di tornare in sella neanche se Trum finisse sotto impeachment.

Le primarie repubblicane sono invece destinate a un duro ballottaggio tra il senatore in carica John Cornyn e il procuratore generale dello stato Ken Paxton, una figura chiacchierata per parecchie controversie legali e personali.

Gli strateghi di entrambi gli schieramenti riconoscono che un ballottaggio prolungato e duro potrebbe lasciare i repubblicani divisi in vista dell’autunno. Un colpo, eventualmente, per “l’armada” di Trump al Congresso, dove già ora mettere insieme una maggioranza è diventato complicato.

In fiamme il consolato Usa a Dubai

Il consolato Usa a Dubai è stato colpito nella tarda notte di martedì 3 marzo da un presunto drone iraniano. I video geolocalizzati e verificati dalla Cnn mostrano una colonna di fumo nero che si alza sopra l’edificio del consolato, visibile da una distanza considerevole.

Stretto di Hormuz bloccato, gli Usa si propongono come “assicurazione a pagamento”

Le Guardie Rivoluzionarie iraniane hanno annunciato il “controllo totale” dello Stretto di Hormuz, minacciando di bloccare una delle rotte petrolifere più vitali del Pianeta, attraverso la quale transita un quinto del greggio mondiale.

La risposta di Washington chiarisce quali siano “i valori” degli Usa: il presidente Donald Trump ha spiegato che le unità della Marina USA sono pronte a scortare le petroliere per garantire la continuità dei flussi energetici. Pagando una “polizza assicurativa” piuttosto consistente, ovvio... 

Israele attacca il Libano... per occuparlo

Il Libano è diventato il secondo fronte critico di questa guerra totale. Hezbollah ha intensificato il lancio di razzi e droni contro Israele dopo che l’Idf aveva unilateralmente attaccato. “Avvisi urgenti” di evacuazione estesi a 16 località nel sud del Paese, costringendo la popolazione ad abbandonare le proprie case che saranno attaccate subito dopo.

Le bombe hanno colpito anche aree precedentemente risparmiate dal conflitto, inclusi edifici residenziali a Baalbek, Aramoun e Saadiyat, oltre a un hotel nel cuore di Beirut.

Il ministero della salute libanese ha riportato la morte di decine di civili, tra cui tre paramedici dell’OMS, mentre l’ONU stima che oltre 30.000 persone siano già state costrette ad abbandonare le proprie case.

Cacciatorpediniere Usa colpito da missili

Un cacciatorpediniere degli Stati Uniti che stava facendo rifornimento da una nave cisterna americana nell’Oceano Indiano, a circa 650 chilometri al largo delle coste del sud iraniano, è stato colpito da Qadr-360 e dai missili Talaeiyeh della Marina dell’IRGC, si legge nel comunicato dell’Irgc. Secondo i rapporti dell’intelligence, c’è stato un ampio incendio sui ponti delle due navi, inviando pennacchi di fumo nel cielo dell’oceano.

Tracollano le borse asiatiche

Il whatever it takes di Donald Trump è distruttivo. Alla riapertura delle borse, stamattina, le parole in libertà del tycoon – “la guerra durerà quanto necessario” – hanno messo in moto un’ondata di vendite travolgente, visto che le prospettive di crescita, già scarse, con una guerra prolungata nel cuore della produzione di petrolio diventano impossibili da realizzare. La borsa di Seul perde addirittura il 12%, che si aggiunge al -8% di lunedì, mentre quella di Tokyo lascia sul terreno un altro 3,6%. Più tranquilla la borsa di Shangai (-0,6%).

In aggiornamento

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Nasce la Rete di Resistenza Legale contro vecchi e nuovi dispositivi della repressione

La questione penale e la sua valenza simbolica hanno assunto da tempo un ruolo centrale nell’ordinamento ed in generale nel discorso pubblico dove il diritto penale è progressivamente diventato lo strumento ordinario di governo dei conflitti sociali.

La tendenza a legiferare, non in chiave generale ed astratta, ma sulla base di contingenze e presunte emergenze, si traduce oggi in un flusso di incessante e sempre più ravvicinata produzione di provvedimenti legislativi di natura penale, su tutti i decreti sicurezza che attraverso uno sproporzionato e ingiustificato rigore punitivo moltiplicano le fattispecie di reato e aumentano le sanzioni creando un sistema penale altamente diseguale e lesivo dei diritti fondamentali dei cittadini.

La consapevolezza della fase regressiva che stanno subendo i diritti fondamentali, in particolare il diritto al dissenso, ha spinto da circa un anno e mezzo una serie di avvocate e avvocati a coordinarsi e a ragionare collettivamente su come opporsi all’attuale torsione autoritaria in ambito giudiziario, soprattutto in riferimento ai processi legati alla conflittualità e alla protesta sociale.

A partire dallo scambio di informazioni e punti di vista sulle rispettive situazioni territoriali, si sono tenuti incontri e sono stati predisposti degli strumenti, tra cui una piattaforma informatica per la condivisione di materiale di studio, finalizzando il confronto collettivo alla prospettiva concreta di avviare iniziative comuni, prima tra tutte, quella delle questioni di costituzionalità sulle norme dei decreti sicurezza.

La “Rete di Resistenza Legale” comprende ad oggi quasi un centinaio di avvocate e avvocati e ha deciso di promuovere una prima occasione di confronto nazionale a Torino, il prossimo 14 marzo, con un convegno dal titolo “Vecchi e nuovi dispositivi della repressione penale: l’uso dei reati associativi contro i movimenti sociali”.

L’incontro, che si terrà dalle 14 alle 19 presso la sede dell’associazione Volere la luna, in via Trivero n. 16, vuole porre a confronto alcuni casi processuali paradigmatici che hanno visto indagati centinaia di attiviste e attivisti: le associazioni, asseritamente a delinquere, finalizzate ad occupazioni di case nel quartiere Giambellino a Milano, quelle in Giudecca a Venezia, quelle romane, ma anche i sindacati di base scambiati per un sodalizio criminoso, i comitati dei disoccupati a Napoli, il reato associativo usato a piene mani contro i circuiti anarchici, fino all’emblematico caso del centro sociale Askatasuna a Torino.

All’incontro parteciperanno, oltre ad alcuni docenti universitari, le avvocate e gli avvocati della Rete che hanno seguito i processi e le attiviste e gli attivisti imputati.

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I congiurati della banda Trump

«Ci troviamo in una situazione di cui il Presidente è consapevole: ci sono interessi stranieri che interferiscono nei nostri processi elettorali. Questo crea un’emergenza nazionale che il Presidente deve essere in grado di gestire».

Questa asserzione, priva d’ogni ambiguità quanto alla volontà di instaurare lo Stato d’emergenza nazionale durante le prossime «Midterm Elections», è stata riportata, il 26 febbraio, dal Washington Post e proviene da Peter Ticktin, un intimo del Presidente Trump.

Avvocato affermato, installato in Florida, Ticktin conosce Trump fin dai tempi in cui frequentavano insieme l’accademia militare di New York e da allora non sembra si siano mai troppo persi di vista.

Nel 2022 ritroviamo l’avvocato nel team legale che, senza successo, aveva attaccato il Partito Democratico accusandolo di cospirazione per avere denunciato l’esistenza di collusioni fra la Russia e il clan Trump durante la campagna elettorale del 2016.

Sarà poi sempre l’avvocato Ticktin ad assumere la difesa di Tina Peters, l’ex «county clerk» del partito Repubblicano nella contea del Colorado, appassionata ammiratrice di Donald e che sta scontando, attualmente, una condanna a nove anni di prigione per violazione del sistema elettorale e mancato rispetto delle normative del Segretario dello Stato del Colorado.

Nel 2021 la segretaria della Contea aveva esercitato pressioni su un pubblico ufficiale tentando di fabbricare prove – false – per giustificare l’esistenza di un complotto, immaginario, che avrebbe manipolato le elezioni a svantaggio di Trump.

Sempre presente, l’avvocato Ticktin, visibilmente ferratissimo in questioni e manovre elettorali, fa parte oggi di «un circolo di attivisti» perfettamente coordinati con la Casa Bianca. «Stanno facendo circolare una bozza di ‘executive order’ di 17 pagine» alla cui redazione ha partecipato ampiamente l’inevitabile Ticktin e in cui si sostiene «che la Cina sia intervenuta nelle elezioni del 2020» scrive Isaac Arnsdorf sul Washington Post.

Questo postulato, assente ogni prova concreta, viene però utilizzato «come base per dichiarare un’emergenza nazionale che sbloccherebbe, in materia di voto, uno straordinario potere presidenziale», precisa ancora il Washington Post.

Il 19 febbraio al Homer Building, nel pieno centro di Washington, si è tenuta una tavola rotonda che riuniva «30 leader», il centro nevralgico del famoso «circolo di attivisti», per discutere di «Integrità elettorale».

L’evento è stato organizzato da Michael Flynn, ex consigliere per la sicurezza nazionale di Trump e oggi presidente del Gold Institute for International Strategy, istituto privato ultraconservatore, che ha generosamente sponsorizzato l’incontro.

«Noi, il popolo, vogliamo elezioni eque e sappiamo che, visto l’attuale contesto politico negli Stati Uniti, c’è una sola sede nel paese che può far sì che ciò accada». Flynn ha sintetizzato così, rivolgendosi via social direttamente al “Presidente Donald”, la posizione dei partecipanti.

Noi, il popolo vogliamo... lo stato d’emergenza, questo è il messaggio perfettamente chiaro di Flynn. Ma a chi si riferisce, quando scrive «noi» e «popolo»?

Alla tavola rotonda, oltre ad alti funzionari federali, secondo le informazioni pubblicate dal giornale investigativo ProPublica, erano presenti: Kurt Olsen, uno degli avvocati della Casa Bianca, Heather Honey, funzionaria del Dipartimento per la Sicurezza Nazionale, Cleta Mitchell, direttrice dell’Election Integrity Network, un network talmente integerrimo che deve la sua notorietà per avere già distillato false accuse di frode elettorale rivolte agli avversari di Trump.

Una bella collezione di «esperti», professionisti in “legge, ordine, sicurezza e disciplina”, insieme a funzionari di elevato rango. Una squadra composta da elementi fidati e capaci di inserirsi nel meccanismo elettorale, per tentare di plasmarlo secondo gli interessi esclusivi dell’attuale presidente.

Trump sta infatti esercitando forti pressione sui Repubblicani affinché approvino una legge, la Save America Act, che modificherebbe sostanzialmente le norme per la registrazione degli elettori sulle liste.

Obbiettivo: purgare le liste elettorali di alcune «categorie di votanti» ritenute avverse al Tycoon che regna, per il momento ancora, su Washington.

Approvata alla Camera, la Save America Act, incontra però seri ostacoli al Senato dove sono proprio i leader Repubblicani ad essersi opposti alla richiesta presidenziale di modificare il regolamento per fare anticipare il voto e trasformarlo così, in fretta e furia, in legge.

Il tempo stringe, mentre Donald nei sondaggi crolla. E non sarà certo la nuova carneficina della più che incerta avventura bellica iraniana a placare il malcontento della sua base MAGA. Si era del resto fatto eleggere promettendo che avrebbe tirato fuori l’America dal pantano delle guerre scatenate dalla congrega Biden-Clinton-Obama. Le cose sono andate molto diversamente.

Trump avrebbe dovuto iniziare fermando la guerra sul fronte Russo-Ucraino, un «affare» che – ipse dixit – si sarebbe concluso in poche ore non appena installato di nuovo sul trono della Casa Bianca... E adesso?

Lo si vede addirittura lanciarsi, a testa bassa, in una guerra di conquista e predazione, un conflitto intenso dalle conseguenze che possono risultare infinite.

Le sabbie mobili sono sicuramente un percorso più stabile e anche la sua base elettorale comincia, almeno, a sospettarlo.

Sicuri che ormai la situazione sia più che critica, disperata, «diversi attivisti hanno lasciato l’incontro all’Homer Building di Washington convinti che Trump dovrebbe dichiarare l’emergenza nazionale, un passo che, a loro avviso, permetterebbe al Presidente di aggirare la direttiva costituzionale secondo cui le elezioni dovrebbero essere gestite dagli Stati», si legge nell’inchiesta realizzata da ProPublica.

Aggirare il dettato della Costituzione. Non è cosa da poco. Nessuna Costituzione prevede il suo “legittimo” aggiramento, il suo sconvolgimento, il suo... sovvertimento.

Il gruppo dei «fedeli attivisti» si è peraltro diviso, dopo l’incontro di Washington, in due fazioni. Lo sottolinea ancora il media investigativo: «coloro che volevano perseguire una strategia legale e legislativa più graduale e coloro che volevano che Trump dichiarasse l’emergenza nazionale»

Dobbiamo ben riconoscere lo straziante dilemma che tormenta il clan Trump: prefiggersi una strategia formalmente legale o... cambiare drasticamente direzione? Prendere direttamente «il controllo delle elezioni», come ha dichiarato recentemente lo stesso tycoon in un’intervista rilasciata al podcaster estremista MAGA Dan Bongino, un ex vicedirettore dell’FBI.

Trump si è decisamente lasciato andare anche col Washington Post; senza deviare le domande, ha invece tenuto a evidenziare che «se il disegno di legge dovesse fallire, agirà unilateralmente per imporre le modifiche per le le prossime ‘Midterm Elections’»

Imporre. Come, se non con la forza?

Il senatore Mark R. Warner, principale esponente democratico della Commissione Intelligence del Senato, contattato dal «WaPo», non utilizza mezzi termini: «Abbiamo lanciato l’allarme per settimane sugli attacchi del presidente Trump alle nostre elezioni e ora stiamo vedendo dei rapporti che delineano come potrebbero pianificare di farlo. Si tratta di un complotto per interferire con la volontà degli elettori e minare sia lo stato di diritto che la fiducia del pubblico nelle nostre elezioni».

Proprio l’altro ieri potevamo leggere su Contropiano: “il Tycoon rischia di trovarsi davanti ad un bivio decisamente divaricato, o il golpe interno o la sconfitta”.

Sicuramente, almeno per il «circolo dei fedeli attivisti» che trama nell’ombra a Washington, il dilemma non sembra esistere.

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Si aprono scenari da perfetta Civil war.

03/03/2026

Salto nel buio (1987) di Joe Dante - Minirece

Guerra. Per una nuova antropologia politica

di Gioacchino Toni

Silvano Cacciari, Guerra. Per una nuova antropologia politica, McGraw-Hill Education, Milano 2025, pp. 158, € 19,00

Il volume di Silvano Cacciari si apre facendo riferimento a opere cinematografiche che hanno saputo mostrare come sia cambiata la guerra rispetto a come la si era conosciuta e messa in scena in passato. Se Apocalypse Now (1979) di Francis Ford Coppola aveva saputo mostrare una guerra ormai indirizzata ad autoalimentarsi priva di scopo e indipendente dalle forze che si proponevano di controllarla, più recentemente il film russo Best in Hell (2022) di Andrey Batov, prodotto dai mercenari del Gruppo Wagner, ha evidenziato lo stato di assoluta incontrollabilità raggiunto dalla guerra. «La grammatica delle immagini della guerra contemporanea, dai film strutturati all’universo di video postati sui social, propone un processo di significazione della crisi radicale del télos, della finalità politica che Clausewitz poneva a fondamento della razionalità bellica» (p. IX).

Dalla fine del secolo scorso la guerra si è fatta sempre più tecnologica, permanente, ibrida, senza limiti e basata su «una violenza tanto radicale da sembrare ancestrale, quanto innovativa da sembrare magica» (p. IX). Delle guerre tradizionali il conflitto non dichiarato in atto condivide la portata globale e il carattere totale, ma li esprime in forme nuove: globale è la connessione dei piani di conflitto (finanziario, commerciale, economico, informativo-cognitivo, cibernetico, tecnologico ecc.), totale è la «molteplicità di domini globali connessi tra loro, sinergici con guerre locali e guerre non militari che alimentano l’instabilità planetaria proprio perché moltiplicano i piani di battaglia esistenti». Insomma, scrive Cacciari, si tratta di «guerre che, in forma nuova, sono globali nella loro portata e totali nei loro metodi» (pp. X-XI). La sfera bellica si è allargata ben oltre gli Stati, coinvolgendo una pluralità di attori che agiscono globalizzando le crisi locali, conferendo loro effetti planetari e, in quanto guerra non dichiarata, questa evita di confrontarsi con le conseguenze politiche, legali ed economiche proprie di una guerra dichiarata. In un tale scenario la politica non detta la logica della guerra ma si adegua ad essa. «La politica è, ora, la continuazione della guerra ibrida con altri mezzi, questo è il marchio, a caratteri indelebili, del campo di forza antropologico che si è creato» (p. XI).

Cacciari individua nell’Actor-Network Theory lo strumento analitico che consente di definire una nuova microfisica del potere: «con la sua ostinata attenzione per le associazioni concrete, per l’ordine del discorso e le pratiche degli attanti umani e non-umani, permette di “seguire” un algoritmo, di mappare la rete che lega una piattaforma social a una campagna di disinformazione, un drone a una decisione politica, o un flusso finanziario a una crisi sociale» (pp. XII-XIII).

Guerra ibrida e intelligenza artificiale – che rappresenta una mutazione ontologica nel suo essere a tutti gli effetti un attante operativo nelle reti del potere – hanno nell’incontrollabilità la normale e specifica modalità di funzionamento. Nonostante l’arrogarsi il diritto al monopolio della violenza per contenere e addomesticare la guerra, lo Stato, attraverso la propria spinta all’innovazione tecnologica e strategica, sostiene Cacciari, ha finito per scatenare una forma di guerra talmente potente, reticolare e autonoma che agisce al di fuori del suo controllo politico.

Non è più la politica, come istanza sovrana e deliberativa, a decidere sull’eccezione della guerra, ma è la logica della guerra ibrida a dettare i tempi, i modi e persino gli obiettivi dell’agire politico. Il terrore ancestrale della guerra che sfugge al controllo delle azioni umane, è tornato in abito tecnologico. [...] Il politico, in questo campo di forza antropologico, anche quando formalmente è l’architetto del conflitto, non è che uno degli attanti, spesso nemmeno il più importante, costretto ad adattarsi e a sopravvivere in un ecosistema sociale e tecnologico le cui regole non scrive più (p. XV).

A partire da tali premesse, Cacciari indaga il campo di forza antropologico, «il terreno su cui si definiscono le relazioni e le gerarchie tra gli attanti – umani e non-umani –, in cui si scontrano le logiche sistemiche e dal quale emergono incessantemente le dinamiche di ordine e caos che caratterizzano il nostro scenario» (p. XVI), al fine di delineare una nuova antropologia politica.

In questo campo di forza antropologico, non si assiste a una dialettica tra pace (la norma) e guerra (l’eccezione), ma a uno stato di emergenza senza fine su molteplici livelli e a un moltiplicarsi dei piani di realtà che si fanno guerra [...] In questo ambiente, la politica si scopre strutturalmente incapace di esercitare la sua prerogativa sovrana: la decisione. La decisione sull’eccezione le è, infatti, sottratta dalla velocità dei processi tecnologici, dall’opacità degli attori che operano nella rete e dalla complessità emergente del sistema che dovrebbe governare. Il politico non decide più sullo stato di eccezione: è lo stato di eccezione che ritaglia gli spazi di decisione del politico. Se un sovrano esiste ancora, non è più un’istituzione o tantomeno una persona, ma è la logica tecnologicamente mediata della guerra ibrida stessa ad essere diventata un “sovrano senza corona” (pp. XVII-XVIII).

Cacciari guarda al mito e l’anomia, tecnologicamente accelerati, come al “software” culturale e affettivo del campo di forza antropologico. Riprendendo il pensiero di Franz Boas e gli strumenti analitici dell’Actor-Network Theory e dell’Agent-Based Modeling, l’autore indaga la funzione del mito contemporaneo e la sua connessione con le logiche di potere e di conflitto della guerra ibrida. «Se la guerra ha esteso i propri piani operativi ben oltre il campo di battaglia tradizionale, infiltrandosi nella finanza, nel cyberspazio, nell’informazione e nel diritto, si deve all’intreccio con il piano della realtà simbolica e mitopoietica» (p. 31). I miti contemporanei (le narrazioni che creano consenso per il conflitto o per introdurre misure di sicurezza, che polarizzano la società ecc.) «non si limitano a descrivere il mondo, ma contribuiscono a crearlo, fornendo le mappe cognitive e le giustificazioni emotive che orientano l’azione. Consolidano la logica del conflitto come unica cornice interpretativa della realtà e contribuiscono attivamente a marginalizzare la politica basata sulla deliberazione razionale e la ricerca di compromessi fondati su una realtà condivisa» (p. 32).

«Quando il caos della guerra determina il paradigma della politica, la società esiste in modo difficilmente controllabile e come strumento della pratica di weaponization of everything tipico della guerra ibrida. Disconnessa dalla politica, essa perde di centralità sistemica e diviene strumento di guerra» (p. 36). In un contesto contraddistinto da «una comunicazione emotiva, frammentata e tecnologicamente mediata da piattaforme algoritmiche che privilegiano l’engagement istantaneo e la reazione affettiva, rispetto alla deliberazione razionale e al confronto argomentato» è difficile che si formi un senso collettivo condiviso, una volontà generale o una guida politica legittimata e in grado di confrontarsi con sfide sistemiche e globali.

Se la società produce incessantemente piani di realtà irriducibili tra loro, la guerra ibrida conduce questa moltiplicazione di piani sul terreno della guerra permanente.
La politica, intesa come continuazione della guerra ibrida con altri mezzi, opera all’interno di queste fratture, sfruttando l’anomia, alimentando la polarizzazione e legittimando emozioni e narrazioni per raggiungere i propri obiettivi di potere e di sopravvivenza. Allo stesso tempo, si innesta in una società che è terreno di sviluppo della guerra ibrida, in quanto altamente specializzata, caotica ed entropica.
La società stessa, quindi, non è solo il “contesto” della guerra ibrida, ma ne diviene una componente attiva, come un campo di battaglia e, in ultima analisi, una vittima (p. 53).

In uno scenario in cui la società diviene un «piano di complessità che esiste tra una dimensione ridotta di ordine e una prevalente di caos» (p. 55), prende piede un pensiero magico aggiornato che non si oppone alla tecnologia, ma deriva da essa. Dalla saldatura tra la dimensione magico-operativa di matrice tecnologica e la guerra deriva un immaginario collettivo in cui la politica è relegata al ruolo di comparsa tenuta ad adattarsi a linguaggi costruiti altrove.

Il contesto tecno-magico della guerra ibrida, sottolinea Cacciari, tende a piegare il futuro sul presente imponendo uno scenario distopico vissuto come normalità. Anziché consolidare un ordine sociale condiviso, come avveniva in passato, i miti contemporanei si fanno «veicoli di narrazioni magiche che legittimano il potere, creano “tribù” identitarie in perenne conflitto e offrono spiegazioni semplicistiche a un mondo percepito come caotico» (p. 70). Insomma, il vuoto creato dall’anomia viene riempito dal pensiero tenco-magico strumentalizzato dalla politica-guerra che priva la politica della prerogativa di decidere lo stato d’eccezione: la guerra ibrida non si presenta come un’eccezione ma come uno stato di emergenza permanente che ha delegato il potere alla capacità di connettere le reti e orientare le percezioni.

Alla luce della marginalità riservata all’attante umano nei conflitti contemporanei, la politica che si fa continuazione della guerra ibrida necessita che gli individui interiorizzino non solo la propensione a collaborare con i sistemi tecnologici, ma persino a sottomettersi ad essi.

In questo scenario, la politica non solo perde il controllo operativo sulla guerra, ma anche la sua capacità di renderla un oggetto di dibattito pubblico significativo e di decisione democratica. Essa può solo commentare, reagire, subire o, nel peggiore dei casi, utilizzare lo spettacolo della guerra per i propri effimeri fini di consenso interno. Di fronte allo spettacolo della violenza tecnologicamente potenziata e la sua subordinazione alla guerra ibrida, la politica trova la sua eclissi forse definitiva (p. 94).

Dal momento in cui la politica si è fatta la continuazione della guerra ibrida con altri mezzi, sostiene Cacciari, il capitalismo politico si è trasformato/potenziato in tecnocapitalismo politico: un sistema in cui l’alleanza tra le élite politiche e quelle economiche si fonda soprattutto sul controllo e lo sviluppo delle infrastrutture tecnologiche, i nuovi strumenti di potere e di controllo sociale e militare. Il nuovo legame sociale che si viene a creare integra i gruppi sociali «insieme agli attanti tecnologici, in una rete performativa la cui funzione ultima è la perpetuazione di uno stato di competizione e di conflitto permanente. La società non è più il fine della politica, ma il suo terreno operativo, la sua risorsa strategica e, in definitiva, il suo principale campo di battaglia» (p. 108).

Cacciari conclude il volume guardando alla crisi che attraversa l’istituzione universitaria, un tempo funzionale alla stabilizzazione e al progresso della società industriale e dello Stato-nazione fornendogli le competenze scientifiche, tecniche e umanistiche necessarie alla governamentalità.

Nel momento in cui questa istituzione entra in una crisi così profonda, travolta dalle stesse forze tecnologiche, economiche e culturali che alimentano la guerra ibrida, diventa strutturalmente incapace di supportare la politica [...], non può più fornire alla politica quegli strumenti di analisi, di visione a lungo termine e di legittimazione razionale di cui avrebbe disperatamente bisogno per affrontare la complessità dello scenario contemporaneo. [...] La rottura sistemica della vecchia università è, in definitiva, la condizione che sancisce e rende forse irreversibile la trasformazione della politica nella mera continuazione della guerra ibrida con altri, sempre più immateriali, potenti e inumani, mezzi (p. 126-128).

Con la rottura sistemica dell’università tradizionale la civiltà viene privata di una fonte importante di auto-riflessione critica. La sfida per una nuova antropologia politica, conclude Cacciari, è quella «di fornire una “grammatica” per decifrare questo nuovo campo di forza, nominare i nuovi attanti e comprendere le nuove forme di potere, come primo, indispensabile, passo per pensare la possibilità di una politica che non sia la continuazione della guerra» (p. 129).

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