Presentazione


Analisi, opinioni, fatti e (più di rado) arte da una prospettiva di classe.

05/05/2026

Le Monografie di Frusciante: Elio Petri Pt.I (Febbraio 2018)

Le sirene del riarmo per una Torino in crisi industriale cronica

Sono meno di dieci chilometri in linea d’aria quelli che a Torino separano la “Porta 2”, storico ingresso del fu stabilimento Fiat nel Sud della città, dalla cancellata che circonda la sede da oltre 116mila metri quadrati della Leonardo Spa, in Corso Francia. In questi due luoghi si “vedono” localmente tante dinamiche che si osservano anche su scala globale.

Il capoluogo piemontese, simbolo della crisi dell’automotive e del rilancio del settore militare, è un punto di osservazione privilegiato per analizzare gli effetti quotidiani del declino produttivo sul tessuto sociale e per studiare come quel “pubblico” svuotato di risorse provi a stringere alleanze con il privato per sopravvivere. Ma è anche un territorio che subisce decisioni prese a centinaia di chilometri di distanza. C’è tutto questo, oggi, nella città che vive una crisi industriale senza precedenti.

Oltre quella “Porta 2” dello stabilimento di Mirafiori la situazione è infatti drammatica. Dalla fusione tra Peugeot société anonyme (Psa) e Fca in Stellantis del 2021 le fuoriuscite di personale sono state più di seimila con bonus fino ai 100mila euro lasciando in attività poco più di 12mila lavoratori e lavoratrici, di cui circa 5.500 impiegati. Lo stesso vale per l’indotto: si stima in vent’anni un crollo di 30mila lavoratori solo per il settore meccanico. “La fine è vicina: se Stellantis non annuncerà la produzione di nuovi modelli in meno di due anni servirà di nuovo la cassa integrazione”, spiega Gianni Mannori, sindacalista della Fiom Cgil. In poco più di cinquant’anni il cuore industriale del capoluogo piemontese ha ridotto dell’80% le persone impiegate rispetto al picco di 60mila operai del 1971.

Ma non è l’unica strategia messa in atto da Exor Nv, società della famiglia Agnelli e socia di riferimento di Stellantis, che ha avuto impatto sul territorio. A metà luglio 2025 il colosso di diritto olandese ha venduto per 3,8 miliardi di euro la divisione veicoli di Iveco Group, che vede attivi a Torino oltre seimila dipendenti, all’indiana Tata Motors. Il loro posto è “salvo” per due anni – l’accordo di vendita prevede per questo periodo il divieto di riorganizzazione aziendale – ma il futuro è incerto. Ed è in questo contesto che il presente in città ha un nome ben identificabile: Leonardo, che conta in totale quattromila addetti divisi tra i 2.200 nella sede di Caselle e i restanti nello stabilimento cittadino di Corso Francia.

A questi si aggiungono, secondo i dati comunicati dalla società stessa ad Altreconomia, 1.200 dipendenti a Cameri (NO) e circa 1.100 addetti di Thales Alenia Space (joint venture tra Leonardo e la società francese Thales Sa che opera nel settore spaziale), mentre non è noto quanti siano gli impiegati diretti di Mbda Spa, uno dei più importanti consorzi europei che costruisce missili e tecnologie per la difesa di cui Leonardo detiene il 25% della proprietà insieme ad Airbus e Bae systems. Proprio da Mbda arriva il nuovo amministratore delegato Lorenzo Mariani, al posto di Roberto Cingolani.

Per quanto riguarda l’impatto territoriale Leonardo stima per il Piemonte 400 piccole e medie imprese coinvolte nella produzione, per un totale di 14.500 addetti tra diretti, indiretti e indotto. Tra gennaio 2024 e agosto 2025 Leonardo ha assunto in Piemonte 766 persone, di cui 395 laureati (per la grande maggioranza in discipline Stem, ovvero scienza, tecnologia, ingegneria e matematica), mentre i restanti sono “in larga parte profili sperimentati grazie alla collaborazione strutturata con gli istituti tecnici del territorio piemontese”, tecnici ad alta e altissima specializzazione. La “presa” della società sui giovani è forte.

“Garantiscono stipendi iniziali altissimi per fidelizzarli e questo ha creato, tra l’altro, malcontento anche tra chi ha una certa anzianità”, racconta un lavoratore dell’azienda che preferisce mantenere l’anonimato. Fidelizzazione che sembra essere comunque necessaria: Leonardo ci ha infatti comunicato che, tra il 2024 e il 2025 (al 31 dicembre), gli addetti erano aumentati di 400 unità ma le assunzioni in 20 mesi sono quasi il doppio.

“C’è una narrazione che sta cercando di convincere la città che l’aerospazio e il militare possano sostituire l’industria dell’automotive. Combattiamo questa disinformazione perché non è vero e questi numeri lo dimostrano”, ha sottolineato Ugo Bolognesi, responsabile della Fiom Torino, durante un dibattito pubblico svoltosi nel capoluogo lo scorso 9 aprile presso il Centro studi Sereno Regis, in cui rappresentanti della politica, dei sindacati e delle Università si sono confrontati proprio sul tema della produzione di armi in città.

Il sito di Caselle, a circa 20 chilometri da Torino, “si è evoluto in un vero e proprio centro di ingegneria, ricerca e sviluppo” ed è il luogo dove “si sta costruendo il futuro delle tecnologie aeronautiche di nuova generazione”. Leonardo cita nei dati comunicati ad Altreconomia il Global combat air programme (Gcap), un programma multinazionale congiunto tra Italia, Regno Unito e Giappone per sviluppare entro il 2035 un nuovo caccia e il “Clean Sky” che mira a ridurre gli impatti ambientali dell’aviazione.

Dal punto di vista ingegneristico nel polo di Caselle la società rivendica una produzione di 125 Eurofighter, oltre a 650 semi-ali dello stesso velivolo, a cui si aggiungono 90 C-27J Spartan (aereo da trasporto tattico) e 21 velivoli Atr special mission per clienti nazionali e internazionali. E poi più di 80 sistemi Atos (Airborne tactical observation system) venduti in dieci Paesi per supportare operazioni militari e di sicurezza nazionale.

Cameri è invece il “fulcro della partecipazione italiana al programma F-35, essendo stato scelto da Lockheed Martin, società statunitense leader nel settore della Difesa, come unica linea di assemblaggio e di collaudo finale in Europa e come centro per le attività di manutenzione, revisione e aggiornamento (Mro&U) dei velivoli F-35 destinati a operare nell’area mediterranea/europea”. Nei 124mila metri quadrati dello stabilimento novarese, che presto diventeranno quasi 180mila, si producono 18 velivoli F-35 e 55 assiemi ala (ovvero, tutte le parti che compongono l’ala di un velivolo) della versione F-35A all’anno: in totale sono già stati consegnati 75 velivoli, realizzate duemila parti di ali industrializzate e più di 300 ali complete.

Queste forniture sono proprio il punto in cui il globale si incrocia con il locale a Torino. “Quando da dentro lo stabilimento vedevo i manifestanti lanciare addosso alle nostre macchine i fumogeni, mi sono chiesto che cosa stessi facendo”, racconta un altro lavoratore di Leonardo – che sceglie l’anonimato –, ricordando il pomeriggio del 3 ottobre 2025 quando durante una manifestazione per la Palestina alcuni attivisti hanno lanciato contro lo stabilimento di Corso Francia pietre e fumogeni. “Spesso non ci rendiamo neanche conto del prodotto finale – aggiunge, in linea con quanto già riportato da un altri dipendenti dell’azienda ad Altreconomiama certo vedere rappresentanti delle aziende militari israeliane che facevano avanti e indietro dallo stabilimento per attività di manutenzione sui caccia mi ha fatto riflettere”. Secondo entrambi i lavoratori il tema della mancata interruzione delle collaborazioni con Israele non trova dal punto di vista numerico grande seguito all’interno dell’azienda, soprattutto tra i neoassunti.

C’è poi il capitolo ricerca e sviluppo. Leonardo ha comunicato ad Altreconomia che gli investimenti della società in questo settore rappresentano quasi il 10% della spesa totale in ricerca delle imprese sul territorio, per un totale di 232 milioni di euro (dati al 2021).

“L’azienda è impegnata in Piemonte nello sviluppo di nuove tecnologie abilitanti per la crescita e la competitività del settore aerospazio e Difesa, anche attraverso collaborazioni con le principali realtà del mondo della formazione accademica e della ricerca, a partire dal Politecnico e dall’Università di Torino, l’Istituto tecnico superiore Aerospazio Piemonte e il Competence center per il manufacturing avanzato Cim 4.0, il distretto Aerospaziale Piemonte e la Fondazione AI4I”. Il Cim 4.0 è un centro promosso dal ministero delle Imprese e del Made in Italy che si occupa di trasformazione tecnologica, mentre la Fondazione AI4I gestisce a Torino il Centro italiano per l’intelligenza artificiale, anche grazie al contributo di 20 milioni di euro l’anno dal ministero dell’Economia.

A questo si aggiungono anche i “Leonardo innovation labs”, situati nelle Officine grandi riparazioni (Ogr) dietro la stazione di Porta Susa, incubatori tecnologici che “supportano trasversalmente l’ingegneria delle aree di business di Leonardo nella ricerca e sviluppo delle tecnologie di frontiera”. Infine presso lo stabilimento di Corso Francia è stato sviluppato il “fiore all’occhiello della Leonardo Hi-Tech”: il Product capability and concept laboratory (Pc2Lab), un luogo “dove, grazie all’utilizzo dei cosiddetti ‘gemelli digitali’ (in inglese, digital twins) e sofisticate sperimentazioni algoritmiche all’interno di scenari operativi simulati, è possibile controllare il complesso processo di sviluppo dei sistemi aerei di futura generazione e svilupparne caratteristiche e configurazioni ben prima che possano essere sperimentati in volo”.

In questo contesto la relazione con il mondo universitario ricopre sicuramente un aspetto centrale, soprattutto con il Politecnico di Torino su cui però la multinazionale nega informazioni dettagliate: “Non è disponibile un dato pubblico consolidato sul numero complessivo dei singoli progetti attivi né sul valore economico totale delle commesse, che varia nel tempo in funzione dei programmi”. L’assenza di trasparenza continua.

Intanto l’apice della collaborazione pubblico-privato troverà casa nella Città dell’Aerospazio. Le informazioni sono scarse e frammentate ma i lavori sono in ritardo rispetto alla tabella di marcia. Corso Francia è però pronto ad accogliere un luogo in cui, grazie a Regione e Comune, l’Ateneo e Leonardo diventeranno coinquilini. “Un cambio di paradigma importante non solo per gli enti coinvolti ma per la città intera – sottolinea il geografo Michele Lancione, professore del Politecnico di Torino –. Viene creato uno spazio fisico e relazionale in cui far funzionare una dimensione ‘politica’ prima ancora che industriale: si costruisce il sapere da utilizzare e mettere al servizio di un’economia piegata al militare”.

Leonardo dichiara che “dopo aver registrato 20mila nuove assunzioni tra il 2023 e il 2025” prevede in Italia tra quest’anno e il 2030 “28mila nuovi ingressi di cui il 55% giovani under30, il 70% profili Stem e il 30% donne”. Non è noto, invece, il dato specifico sulle assunzioni che interesseranno Torino. Intanto il cardinale Roberto Repole, vescovo di Torino, in occasione del primo maggio ha indirizzato una lettera aperta alla città. “Dobbiamo fermarci e riflettere se sia umano darci tanto da fare per attrarre e sviluppare fabbriche di armi – si legge –. So che si preferisce parlare di industria della Difesa ma è inutile girarci attorno: il mercato degli ordigni di morte sta fiorendo e sta distribuendo ricchi profitti agli azionisti solo perché le armi vengono usate in altre parti del mondo per uccidere e devastare. Credo che non possiamo cercare la vita con una mano e toglierla con l’altra, non possiamo disgiungere pace e lavoro. Vogliamo affidare alla guerra le speranze del nostro territorio?”.

Il 9 agosto 1956 il caccia Fiat G-91, prodotto dall’azienda aeronautica italiana Fiat Aviazione (divenuta poi Aeritalia), decollava per la prima volta dall’aeroporto di Caselle Torinese. Settant’anni dopo quel luogo si candida a diventare nuovamente crocevia centrale della produzione militare.

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Cuba sotto assedio, ma non piegata: la risposta della Rivoluzione alle minacce di Trump

C’è un’immagine che più di tutte restituisce il senso storico del momento: oltre mezzo milione di persone riunite alla Tribuna Antimperialista José Martí, all’Avana, nel giorno dei lavoratori. Non una semplice celebrazione, ma una dimostrazione politica, consapevole, collettiva. Un popolo che si stringe attorno alla propria storia e al proprio futuro mentre si intensificano minacce e pressioni esterne, in particolare dagli Stati Uniti guidati da Donald Trump e sostenuti da settori della diaspora cubana a Miami rappresentati dal segretario di Stato Marco Rubio.

La risposta di Cuba non è ambigua. È ferma, articolata, profondamente politica. E passa attraverso le parole del presidente Miguel Díaz-Canel e del ministro degli Esteri Bruno Rodríguez Parrilla, che in questi giorni hanno delineato con chiarezza il quadro: non solo un inasprimento del blocco, ma una vera e propria escalation che sfiora il terreno della minaccia militare.

Rodríguez Parrilla non usa mezzi termini: “Respingiamo con fermezza le recenti misure coercitive unilaterali adottate dal governo degli Stati Uniti”, denunciando quello che definisce apertamente “un castigo collettivo al popolo cubano”.

Ma è nella sua lunga relazione all’incontro internazionale di solidarietà che emerge la profondità della crisi: “Viviamo un periodo particolarmente pericoloso per l’umanità e per Cuba, la proliferazione delle misure coercitive unilaterali riporta il mondo in una crisi multidimensionale e minaccia Cuba, che è nel mirino dell’imperialismo”.

Non si tratta, dunque, di una semplice disputa bilaterale. È un modello di pressione globale, che colpisce la sovranità degli Stati e ridefinisce i rapporti internazionali. Il ministro cubano ricorda il famigerato Memorandum Mallory, denunciando una continuità storica inquietante: “Provocare fame, disperazione e il rovesciamento del governo. Questa resta, ancora oggi, l’essenza della politica statunitense contro Cuba”.

L’elemento più grave, oggi, è il cosiddetto “blocco energetico”, che L’Avana considera senza esitazioni “un atto di guerra”. Le sanzioni contro chi esporta combustibile a Cuba rappresentano un salto qualitativo: “Quando il governo degli Stati Uniti perseguita il combustibile... si colpiscono i servizi medici... si danneggia la vita di milioni e milioni di persone... si tenta di seminare la disperazione”.

Eppure, è proprio su questo terreno che emerge la forza strutturale del sistema cubano. Rodríguez Parrilla lo sottolinea con chiarezza: “Cuba è uno Stato assediato, Cuba è uno Stato aggredito, non è uno Stato inefficiente”. Una frase che smonta una delle principali narrazioni occidentali e che trova conferma nella resilienza quotidiana del popolo cubano.

La risposta politica è altrettanto netta. Cuba è disponibile al dialogo, ma pone limiti invalicabili: “Non discuteremo mai con gli Stati Uniti questioni che riguardano esclusivamente la sovranità... e la libera determinazione dei cubani”. È il cuore della questione: non solo resistenza, ma autodeterminazione.

Le dichiarazioni di Trump, riportate dallo stesso ministro, segnano un ulteriore salto di qualità nella retorica aggressiva: l’ipotesi di “entrare e distruggere tutto” o l’immagine provocatoria di una portaerei a 90 metri dalle coste cubane. Parole che, seppur inserite in un contesto mediatico, hanno un peso geopolitico reale. La risposta cubana non è di paura, ma di deterrenza: “Cuba sarebbe un vespaio... una trappola mortale... lo scenario della guerra di tutto il popolo se l’imperialismo statunitense osasse attaccarci”.

Non meno importante è il richiamo alla dimensione globale della solidarietà. Oltre 800 delegati internazionali presenti all’Avana, rappresentanti di decine di Paesi e organizzazioni, testimoniano che Cuba non è isolata. Anzi, come sottolinea Rodríguez Parrilla, si sta consolidando “un fronte multipolare di solidarietà internazionale”.

Il presidente Díaz-Canel, dal canto suo, ha ribadito in più occasioni che la risposta cubana si fonda su unità e continuità rivoluzionaria. La mobilitazione di oltre 5 milioni di cittadini in tutto il Paese è il segnale più evidente: la legittimità del progetto socialista non è un residuo ideologico, ma una realtà viva.

In questo quadro, appare evidente anche il ruolo della diaspora più radicale di Miami, politicamente rappresentata da Rubio, che continua a esercitare un’influenza significativa nella definizione delle politiche statunitensi verso Cuba. Una diaspora che, come denuncia L’Avana, è stata storicamente “compromessa con il terrorismo” e che oggi si inserisce in una strategia più ampia di pressione e destabilizzazione.

Ma la vera questione, oggi, è un’altra: fino a che punto può spingersi questa escalation? E quale sarà la risposta della comunità internazionale? Rodríguez Parrilla pone una domanda che risuona ben oltre Cuba: “Quale giustificazione potrebbe avere... un atto barbaro... che provocherebbe distruzione e sofferenza?”.

È una domanda che chiama in causa non solo Washington, ma l’intero sistema internazionale.

Cuba, intanto, resta ferma sulla sua linea: “Cuba non minaccia nessuno... Cuba si difende, si difende con le idee e si difenderà con le armi”. Una dichiarazione che riassume sessant’anni di storia e che oggi torna a essere drammaticamente attuale.

Nel mondo instabile e frammentato del 2026, l’isola caraibica continua a rappresentare un punto di resistenza simbolica e politica. Non un relitto del passato, ma un laboratorio vivente di sovranità, giustizia sociale e conflitto globale.

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A piccoli passi nel delirio

Se la guerra si trasforma in una gara sui social media diventa impossibile capire quello che sta veramente accadendo, sia sul campo che sul terreno diplomatico. Guardando i grandi media di tutto l’Occidente si vede chiaramente che non sanno nulla. Per necessità di riempire lo spazio che si sono conquistati si buttano a pubblicare un po’ di tutto, ovviamente con i tweet di Trump come “driver”, alternando così informazioni terrorizzanti a speranze di pace.

Visto che per una volta giochiamo tutti alla pari, proviamo a spiegare quel che abbiamo capito noi in questo guazzabuglio.

Fatto numero uno. La “liberazione” dello Stretto di Hormuz annunciata da Trump, e che sarebbe iniziata ieri, si limita per ora all’indicazione – per le navi che intendono uscire dal Golfo Persico – di una “rotta consigliata”, il più vicino possibile alle coste dell’Oman. Niente “scorta armata” delle navi militari statunitensi. In pratica, le navi possono provarci, ma a proprio rischio e pericolo (anche perché la “nuova rotta” passa su fondali rocciosi assai meno profondi). Stando ai dati satellitari di tracciamento marittimo, comunque, sembra che nessuna nave abbia attraversato lo Stretto; l’unica affermazione positiva, relativa al passaggio di una nave Maersk non è stata ancora confermata ufficialmente.

Fatto numero due. L’Iran per ora minaccia di colpire le navi che provano a transitare senza aver ottenuto l’autorizzazione da Teheran, ma al momento solo una nave sudcoreana lamenta un’esplosione con successivo incendio a bordo. Identica minaccia è rivolta alle navi militari Usa che dovessero invece entrare nello Stretto – sono stati pubblicati video con lanci di missile, ma non se ne vede l’effetto pratico –. Teheran assicura di averne colpita una, al largo del porto di Jask (ben prima dello Stretto vero e proprio), costringendola a tornare indietro.
Washington naturalmente smentisce, come sempre, data la pretesa di presentarsi come “invulnerabile” – al pari di Israele – ma stavolta sembra un po’ credibile. Se non altro perché risulta evidente che l’intenzione dell’amministrazione Trump è cercare semmai un “incidente” che consenta di far partire una nuova offensiva aerea generalizzata dandone la colpa all’Iran, e neutralizzare così – nella misura del possibile – la reazione negativa dell’elettorato Usa, per i due terzi ormai completamente contrario a questa guerra.
Anche la pubblicazione, da parte Usa, di foto di imbarcazioni iraniane bombardate, non sembra proprio una “prova decisiva”, dato che risulta impossibile verificare luogo e data di quei “colpi”. Potrebbero benissimo risalire alle prime sei settimane di guerra vera e propria, insomma, o addirittura alla “guerra dei dodici giorni” del giugno scorso. E dopo aver rivisto in tv “Sesso e potere” – film di 30 anni fa che sembra una cronaca di questi giorni – chiunque dovrebbe diffidare di quel che arriva da Washington, anche se non prodotto con l’intelligenza artificiale.
Ma una imbarcazione – denuncia Teheran – è stata effettivamente affondata. Portava a bordo civili e non era della marina militare.

Fatto numero tre. Le pre-trattative diplomatiche stanno proseguendo, fuori dai riflettori e dai tweet della Casa Bianca. “Gli eventi a Hormuz chiariscono che non esiste una soluzione militare a una crisi politica. Poiché i colloqui stanno facendo progressi grazie al cortese sforzo del Pakistan, gli Stati Uniti dovrebbero guardarsi dall’essere trascinati di nuovo in un pantano da parte di malintenzionati. Lo stesso dovrebbero fare gli Emirati Arabi Uniti”. Lo scrive su X il ministro degli Esteri iraniano Abbas Araghchi, dopo che Teheran ha smentito di aver preso di mira i dirimpettai di Dubai.

Fatto numero quattro. Il prezzo del petrolio torna a salire, la speculazione (anche e soprattutto della “banda Trump”) continua a far soldi sulle oscillazioni continue, l’economia asiatica sta soffrendo oltremisura (è la prima destinataria del greggio proveniente dal Golfo), al punto che il Giappone ha ricevuto la prima fornitura di petrolio... russo.

Il resto sono chiacchiere e distintivo, con la ripresa delle sparate trumpiane (“Se attaccano le nostre navi, l’Iran sarà spazzato via dalla faccia delle Terra”) a coprire crescenti problemi interni e lo stallo in cui è impigliato.

Tra i fatti si dovrebbe aggiungere il contrasto crescente tra l'amministrazione e le forze armate statunitensi, e in particolare la Marina (l’arma più utilizzata e sotto stress negli ultimi mesi), fortemente contrariate da una conduzione della guerra fuori da ogni schema consolidato.

Non è che al Pentagono – già shokkato dall’essere alle dipendenze di un cretino come Hegseth – siano diventati tutti “pacifisti”. La loro è una dissidenza completamente “tecnica”, che però non è un’opinione qualunque, visto che sono loro a dover fare quel che ordina il Commander in chief più lunatico di sempre.

La situazione appare così tutta appesa a decisioni che vorrebbero essere “di portata limitata” (come “aprire un corridoio”, anziché riprendere l’offensiva generale), ma che sono sempre sul punto di scatenare l’esatto opposto. Con Israele che scalpita per l’Armageddon finale, ma inciampa ogni giorno nella resistenza di Hezbollah nel piccolo Libano.

Del resto è così che si sprofonda nel pantano e ogni soluzione si allontana... 

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La Sumud Flotilla sotto sorveglianza pre-attacco

Riceviamo e ovviamente pubblichiamo.

Le forze israeliane stanno provando ad intercettare le imbarcazioni della Freedom Flotilla Coalition al largo della Grecia; aerei e droni statunitensi Lockheed Martin sorvolano le navi FFC.

La Global Sumud Flotilla segnala di essere sotto sorveglianza e l’avvicinamento di navi non identificate; crescono i timori di torture e rapimenti illegali dopo il trattamento riservato ai partecipanti GSF.

4 maggio 2026, MAR MEDITERRANEO — La Global Sumud Flotilla (GSF) ha ricevuto preoccupanti messaggi dalla missione che confermano che la flotta della Freedom Flotilla Coalition (FFC), attualmente al largo della Grecia per unirsi alla GSF in una missione congiunta verso Gaza, è sottoposta a sorveglianza militare attiva e intimidazioni.

Cronologia dell’escalation:

– 19:27 (orario palestinese): quattro imbarcazioni FFC segnalano un elicottero militare che sorvola la loro posizione.

– 21:53 (orario palestinese): i partecipanti riferiscono la presenza di tre droni e di una nave non identificata in lontananza, con le luci di navigazione volutamente spente.

– Sorveglianza tattica: i dati di Marine Traffic confermano che un aereo statunitense Lockheed Martin ha sorvolato direttamente la flotta poco prima dell’ultima escalation.

– Stato attuale: i partecipanti segnalano ora imbarcazioni non identificate e luci bianche che si avvicinano alla flotta FFC da poppa.

Richieste urgenti di responsabilità

La Global Sumud Flotilla esprime grave preoccupazione per l’incolumità fisica di tutti i partecipanti. Alla luce delle prove di torture e abusi subiti da volontari GSF — inclusi maltrattamenti, minacce di morte e privazione sensoriale attualmente inflitti agli attivisti Saif Abukeshek e Thiago Ávila sotto custodia israeliana — cresce il timore che queste manovre tattiche rappresentino il preludio a ulteriori rapimenti illegali.

– Messaggio GSF al governo greco: il vostro mancato intervento per garantire la sicurezza di imbarcazioni civili umanitarie nelle vostre acque costituisce una violazione del diritto del mare e un atto di complicità. Chiediamo un intervento immediato per proteggerle da interferenze militari straniere.

– Alla comunità internazionale: chiediamo garanzie di sicurezza per tutto l’equipaggio. La presenza di aerei militari di produzione statunitense e di navi non identificate “sospetto” suggerisce uno sforzo coordinato per reprimere una missione umanitaria pacifica attraverso paura e forza.

– Prevenzione della tortura: ricordiamo a tutte le parti coinvolte che la detenzione arbitraria e i maltrattamenti di civili — inclusi pestaggi, bendature e isolamento — costituiscono crimini di guerra secondo il diritto internazionale.

– Responsabilità: il regime israeliano e le nazioni coinvolte devono essere ritenuti responsabili di questi recenti crimini di guerra, così come del genocidio in corso a Gaza e della pulizia etnica in Cisgiordania.

Questo attacco coordinato contro la Freedom Flotilla Coalition e la Global Sumud Flotilla rappresenta un tentativo disperato dell’occupazione israeliana di mantenere il proprio blocco illegale e genocida su Gaza. Il mondo non può restare a guardare mentre imbarcazioni civili vengono inseguite in acque internazionali e regionali da elicotteri e droni, in violazione continua del diritto internazionale e umanitario.

Invitiamo l’opinione pubblica a mobilitarsi e a chiedere ai propri governi di intervenire per fermare questa forma di pirateria e garantire il passaggio sicuro degli aiuti e dei difensori dei diritti umani.

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A chi serve il “Piano Casa” del governo Meloni

Nel presentare il “Piano Casa” varato lo scorso 30 aprile, la presidente del Consiglio Meloni ha voluto affermare in prima persona che la casa è un “bene primario” e che il Governo ha deciso di mettere a disposizione le risorse necessarie per garantirlo.

Dietro i roboanti annunci di 100mila nuovi alloggi a prezzi accessibili, in realtà, si celano tre punti principali:
– la mancanza di nuove risorse economiche;
– la decisione di privilegiare la fascia grigia sui ceti sociali già in crisi abitativa;
– l’apripista ai grandi e piccoli privati che lucrano sul mattone attraverso l’ingresso di fondi immobiliari esteri nella gestione del patrimonio edilizio (alla faccia del sovranismo!) e la predisposizione di un disegno di legge per sfratti e sgomberi sprint (e a sorpresa).

A chi e cosa serve, dunque, il Piano Casa del governo Meloni?

Lo diciamo subito, prima di entrare nel merito dei singoli provvedimenti: non certo a liberare quei prigionieri del mattone, i cui redditi ormai in tutta Italia sono gravati da spese per l’abitare ben oltre la soglia di sostenibilità convenzionalmente fissata al 30 percento del reddito disponibile (post-tassazione) e il cui diritto all’abitare è minato da un mercato completamente deregolamentato.

Innanzitutto, partiamo dalle risorse. A fronte di tanta enfasi retorica, il Piano Casa appena varato conferma lo stanziamento di 970 milioni di euro in quattro anni, pari a 150/200 milioni l’anno fino al 2030, in attesa di ulteriori risorse che dovrebbero provenire dalla riprogrammazione dei Fondi di Coesione Europei.

Complessivamente, parliamo di 5 miliardi di euro ipotizzati e così suddivisi: 970 milioni dal ministero infrastrutture, 1,1 miliardi dalla revisione di medio termine dei fondi di coesione da far approvare all’intesa in Conferenza Stato/Regioni e, infine, 3 miliardi dal Fondo per il clima per la riqualificazione energetica, la transizione e il contenimento dei consumi. Tutto questo in dieci anni, attraverso decreti attuativi ancora decisamente lontani. Peraltro, da quanto si legge nel DL, i 970 milioni non saranno a fondo perduto, ma soldi che i comuni dovranno rimborsare con un tasso di interesse al 2%.

Con suddetti importi, dovrebbe avvenire il presunto recupero di circa 60mila alloggi popolari (ERP) oggi non assegnabili perché inagibili. Cosa che, a detta del magnifico Salvini, dovrebbe avvenire addirittura nel giro di un anno. Contestualmente, i (pochi) stanziamenti disponibili al momento saranno orientati anche al recupero di alloggi da destinare a quella fascia grigia che, evidentemente, Meloni e compagnia considerano più solvibile e attrattiva sia dal punto di vista economico sia da quello elettorale, avendola definita da tutelare e su cui legiferare in via prioritaria. Si parla, per capirci, di nuclei familiari i cui redditi arrivano fino a 60mila euro.

Poco e niente si prevede per tutelare quel 40 percento di nuclei familiari che non superano i 15mila euro annui, e 5 milioni di persone sprofondate sotto la soglia della povertà, e che in diverse città si confrontano con canoni di locazione che si sono impennati fino a sfiorare i 20 euro medi a metro quadro. Vuol dire che, per un appartamento di 50 mq, il canone di locazione arriva a 1000 euro, senza contare le spese per le utenze, in continuo aumento a causa della guerra. Lo stesso conflitto, peraltro, sta sconvolgendo anche il mercato dei mutui, tradizionalmente considerato molto più conveniente dell’affitto per le poche persone “fortunate” di avere i requisiti per accenderne uno.

Al contrario, queste fasce sociali per il governo Meloni devono essere messe per strada ancora più rapidamente, e senza passare per le formalità che le già criticabili distinzioni in merito alla “fragilità sociale” richiedevano finora. La parte più odiosa del Piano è stata inserita in un disegno di legge, le cui tempistiche non sono ancora note. I contenuti, invece, sono ormai di pubblico dominio.

Salutato da Confedilizia con grande letizia, il DDL (nato da proposte di deputati leghisti e di Fratelli d’Italia) prevede il cosiddetto “sfratto breve” con decreto di rilascio entro 15 giorni dal ricorso del proprietario, esecuzione senza previa notifica e una penale dell’1% del canone per ogni giorno di mancata esecuzione, chiaramente a carico dell’inquilino.

Infine, vengono sanciti una stretta ideologica sulle morosità incolpevoli (rendendo praticamente impossibile sanarle), il rafforzamento dello strumento della finita locazione per accelerare gli sfratti e una restrizione decisa su quei pochi criteri che finora rendevano rinviabile l’esecuzione (come la presenza nel nucleo di persone anziane, disabili e minori, tanto per citarne alcuni). Insomma, un vero e proprio regalo ai proprietari che smaniano per sbarazzarsi degli inquilini nel minor tempo possibile, raggranellando consenso sulla pelle di chi non ce la fa a conciliare le spese per la casa con la sopravvivenza.

Infine, arriviamo al vero cuore del Piano Casa, il più gradito a Confindustria, Confcommercio, Legacoop, Federcasa, Consap e fondi immobiliari vari (gli unici portatori di interesse ad essere stati interpellati sui contenuti del Piano, detto per inciso). Come illustrato sopra, i 970 milioni stanziati dovranno servire per 100mila alloggi da recuperare e mettere a disposizione, anche attraverso meccanismi di rigenerazione urbana e di recupero del patrimonio pubblico attualmente inutilizzato.

Chi deciderà quali progetti siano degni di essere realizzati? Un commissario di governo, dotato di un ampio pacchetto di deroghe giustificate dall’interesse strategico (il Modello Giubileo docet), che coordinerà la costituzione di un nuovo fondo immobiliare denominato “Housing Coesione”. Partecipato da Invitalia, Invimit, e finanziato con risorse di Cassa Depositi e Prestiti, vedrà come principali decisori due fondi immobiliari: il fondo sovrano degli Emirati Arabi Uniti Mudabala Investment, e nel ruolo di general partner e strategic advisor il fondo texano Hines.

Quest’ultimo è salito agli “onori” delle cronache per le vicissitudini del suo braccio italiano, COIMA, implicato nel governo Milano, nonché per le opere realizzate in occasione delle Olimpiadi invernali Milano-Cortina, per il coinvolgimento nella speculazione sui Mercati Generali in predicato di essere realizzato a Roma e per la compartecipazione di capitali israeliani.

La cabina di regia dell’operazione, guidata dal commissario governativo di cui sopra, sarà composta dal commissario e da tre funzionari. La struttura, finanziata solo fino al 2028, potrà operare con lo strumento di “autorizzazione unica” che avrà valore di variante al piano regolatore in quanto di interesse strategico e godrà attraverso una semplice SCIA che avrà valore autorizzativo per l’inizio delle attività con semplificazioni urbanistiche, potrà utilizzare patrimonio pubblico e realizzare alloggi in edilizia convenzionata per il 70% del totale costruito stipulando un atto convenzionale con il Comune interessato.

In teoria, il soggetto che dovrebbe accedere a questa tipologia deve avere un ISEE superiore a 20mila euro e accettare un patto di futura vendita, il famoso ‘rent to buy’. Anche i notai sono chiamati a fare la loro parte, con un dimezzamento dei costi per la stipula di tali contratti, sempre con la giustificazione dell’interesse strategico di ciò che viene realizzato. Infine l’articolo 5 del DL prevederà una ulteriore vendita di case popolari comune ed ex-IACP senza fissare un limite; per aggiungere la beffa al danno, il ricavato delle vendite non andrà ai comuni per politiche abitative, ma ad ammortizzare i titoli di stato: insomma, a pagare gli interessi sul debito pubblico.

In definitiva, appare chiaro a chi serve il Piano Casa del Governo Meloni: a chi lucra sulla dimensione sistemica dell’emergenza abitativa, non certo a chi avrebbe bisogno di un intervento sociale deciso, di edilizia residenziale pubblica sovvenzionata, di norme che calmierino il mercato, di redditi e salari decenti (che di certo non verranno realizzati con l’ennesimo, propagandistico provvedimento presentato, non a caso, il 1 maggio). Di fronte a tutto questo, è necessario rinnovare la capacità di mobilitazione sociale in modo che la vicenda casa sia rappresentata al giusto livello.

Dietro la patina di un piano che, come Renzi prima di loro, hanno l’ardire di definire “Casa”, si cela la continuità con la tendenza di trattare l’emergenza abitativa come un mero problema di ordine pubblica, ad allargare il divario tra esigibilità del diritto proprietario e difesa del diritto all’abitare, e a privatizzare quel poco che resta dell’edilizia residenziale pubblica. Possiamo rompere tutto questo organizzandoci, ma dobbiamo farlo ora! Contro questa via senza ritorno, che potrebbe portare centinaia di migliaia di persone in mezzo alla strada in poco tempo.

Fonte

La truffa del salario giusto

di Mario Sommella

Esiste un modo molto efficace per mascherare un attacco al lavoro: chiamarlo difesa del lavoro. Esiste un modo ancora più sofisticato per cancellare un diritto costituzionale: dichiarare che lo si sta finalmente attuando. Il decreto-legge approvato dal Consiglio dei ministri il 28 aprile 2026, varato a tempo di marcia in vista del Primo Maggio e rilanciato dalla propaganda di Palazzo Chigi sotto l’etichetta beffarda di «salario giusto», è esattamente questa operazione: una contro-riforma travestita da intervento solidale, una cessione di sovranità retributiva camuffata da garanzia, un trasferimento di un miliardo di euro dalle casse pubbliche alle imprese spacciato come tutela dei più deboli.

Conviene osservarlo con calma, perché è in questi passaggi – quando le parole vengono usate per nascondere il loro contrario – che si misura la qualità democratica di un governo.

Il decreto stanzia poco meno di un miliardo distribuito su tre annualità: secondo i dati pubblicati dal Sole 24 Ore sulla bozza approvata, parliamo di 109,7 milioni nel 2026, 252,4 milioni nel 2027 e 135,4 milioni nel 2028 per il bonus assunzioni, più ulteriori 26, 60 e 34 milioni nelle stesse annualità per le aree ZES. Bene.

Si guardi adesso, in questa lunga colonna di numeri, dove finiscono i soldi. Non in busta paga. Non nelle tasche dei lavoratori. Non nei contratti collettivi scaduti. Vanno integralmente alle imprese, sotto forma di esonero contributivo fino al 100% per le assunzioni a tempo indeterminato di donne, giovani sotto i 35 anni e disoccupati di lungo periodo, con un tetto di 500 euro mensili che sale a 650 nelle Zone Economiche Speciali del Mezzogiorno e a 800 per le donne residenti nella ZES.

È la reiterazione, ormai trentennale, della stessa illusione: la decontribuzione presentata come un regalo, mentre in realtà è un buco scavato sotto i piedi dell’INPS, ovvero nei diritti previdenziali futuri di chi quei contributi non li versa più.

I soldi non sono regalati: sono solo spostati dal pilastro della pensione pubblica a quello del profitto privato.

La presidente del Consiglio ha detto in conferenza stampa che il provvedimento serve a «ringraziare gli italiani». Era difficile trovare una formula più rivelatrice: gli italiani vengono ringraziati con i loro stessi soldi, prelevati dalla loro stessa contribuzione, dirottati sui margini delle aziende che li assumono.

E qui finisce la parte che si potrebbe chiamare, con un eufemismo, «occupazionale». Comincia adesso quella che merita il nome più crudo di lesione costituzionale. Perché il decreto non si limita a finanziare le imprese: ridefinisce in modo autoritativo, e a beneficio del datore di lavoro, il significato stesso di retribuzione equa.

Il punto non è secondario. Da settantotto anni l’articolo 36 della Costituzione stabilisce che «il lavoratore ha diritto a una retribuzione proporzionata alla quantità e qualità del suo lavoro e in ogni caso sufficiente ad assicurare a sé e alla famiglia un’esistenza libera e dignitosa». Sufficiente. In ogni caso.

Sono parole pesate al milligrammo dai costituenti del 1947, e da settant’anni la Corte di Cassazione le tratta come precetto direttamente vincolante: la retribuzione deve garantire dignità, e questa dignità non è una variabile di trattativa fra le parti sociali – è un parametro giuridico sovraordinato, un minimo costituzionale che nessun contratto può legittimamente comprimere.

La sentenza che il governo vuole cancellare

Per capire la portata dell’operazione meloniana bisogna risalire al 2 ottobre 2023, alle sentenze gemelle della sezione lavoro della Cassazione numeri 27711, 27713 e 27769. In quel pronunciamento – che ha rappresentato uno spartiacque della giurisprudenza italiana sul lavoro povero – la Suprema Corte ha stabilito un principio limpido: il giudice del lavoro, nell’attuare l’articolo 36, deve partire dalla retribuzione fissata dai contratti collettivi nazionali firmati dalle organizzazioni comparativamente più rappresentative, ma può e deve discostarsene anche d’ufficio quando quella retribuzione si riveli incompatibile con i criteri costituzionali di proporzionalità e sufficienza.

Tradotto: nemmeno la firma di CGIL, CISL e UIL su un contratto nazionale lo mette automaticamente al riparo da una verifica di costituzionalità. Esiste un salario minimo costituzionale, e i magistrati italiani ne sono i custodi in via giudiziaria, in attesa che il legislatore si decida ad attuare l’articolo 39 sulla rappresentanza sindacale e a fissare un minimo legale degno di questo nome.

Quel principio non era astratto. Aveva nomi e cognomi. Aveva, soprattutto, paghe orarie miserabili scritte nero su bianco in contratti regolarmente sottoscritti. Il Tribunale di Milano, nelle sue sentenze più note, ha dichiarato incostituzionali retribuzioni di 4,40 e 3,96 euro lordi all’ora previste dal CCNL Vigilanza privata e servizi fiduciari – un contratto firmato proprio da CGIL e CISL, non da sigle pirata.

Il Tribunale di Torino ha annullato analoghe tariffe per gli operatori di vigilanza. La Corte d’appello di Milano ha confermato. La Cassazione, nel 2023 e ancora nel marzo 2026 con una pronuncia che ha ribadito la coerenza dell’indirizzo, ha cristallizzato l’orientamento.

Migliaia di lavoratori – secondo le stime delle associazioni che li hanno assistiti, almeno centomila in tutta Italia, fra cooperative di servizi, addetti alle pulizie, portierato, vigilanza non armata, multiservizi – hanno cominciato a vedere riconosciuto, nei tribunali, il diritto a una paga umana. Non una rivoluzione, ma una breccia. La giurisprudenza stava svolgendo, in supplenza di un legislatore inadempiente, la funzione che un parlamento serio avrebbe dovuto assolvere con una legge sul salario minimo.

È esattamente questa breccia che il decreto Primo Maggio chiude. Il governo, con un colpo di spugna travestito da chiarimento, stabilisce che l’accesso agli incentivi contributivi è subordinato al rispetto del cosiddetto Trattamento Economico Complessivo (TEC) previsto dai contratti collettivi nazionali firmati dalle organizzazioni «comparativamente più rappresentative».

Detto così sembra ragionevole: si pretende che chi prende soldi pubblici applichi i contratti di settore, escludendo dai benefici i contratti pirata. Ma sotto questa formula apparentemente innocua si nasconde un capovolgimento giuridico gravissimo: il «salario giusto» diventa, per definizione legislativa, quello deciso dalla concertazione fra sindacati confederali e organizzazioni datoriali.

Si trasforma cioè un parametro contrattuale – meramente presuntivo, e da sempre soggetto a verifica giudiziale ai sensi dell’articolo 36 – in un parametro normativo. Si dà alle parti sociali il potere di definire “il giusto”, sottraendolo al sindacato del giudice e al precetto costituzionale. Si vende come anti-salario-pirata una norma che, in realtà, immunizza i CCNL ufficiali dalle contestazioni di incostituzionalità.

Non è un caso che la segretaria generale della CISL Daniela Fumarola abbia commentato la mossa governativa in tono entusiastico, con la solita formula del «mosaico di misure da comporre uniti».

Il decreto consegna alla concertazione un assegno in bianco. Riconosce alle confederazioni storiche un monopolio normativo che la stessa Cassazione, con le sentenze del 2023, aveva incrinato. È, per farla breve, un patto: voi sindacati firmate quello che vi diciamo di firmare, anche al ribasso, e in cambio noi mettiamo la firma collettiva al riparo dalle pretese di un giudice che potrebbe ancora rifarsi all’idea ingombrante che la dignità venga prima della trattativa.

Il segretario della CGIL Maurizio Landini ha colto subito il punto: «il governo fa propaganda, spaccia per aumento dei salari un decreto in cui i soldi vanno alle imprese, non ai cittadini». Ha ragione, ma il problema è che la sua stessa CGIL, in sede di rinnovi più recenti – dal CCNL Sanità Pubblica 2022-2024 firmato il 27 ottobre 2025 da CISL FP, FIALS, Nursind e Nursing Up con la sola dissociazione di FP CGIL e UIL FPL, fino al CCNL Funzioni Locali siglato il 23 febbraio 2026 – si trova dentro un sistema di contrattazione in cui la dissociazione è, troppo spesso, un atto simbolico privo di conseguenze reali sui salari di chi lavora.

Il premio a chi non firma

Concessa l’immunità costituzionale al contratto firmato, il decreto si premura di concedere alle imprese anche la convenienza a non firmarlo. Sembra paradossale, ma è la struttura concreta del provvedimento.

Per i contratti collettivi non rinnovati da più di dodici mesi, il governo introduce un meccanismo di adeguamento automatico: i datori di lavoro dovrebbero corrispondere ai dipendenti un’indennità pari al 30 per cento della rivalutazione salariale calcolata sull’indice IPCA – l’indice dei prezzi al consumo armonizzato dell’Eurozona, già largamente penalizzante perché depurato dei costi energetici, vera pietra di scandalo nell’ondata inflattiva 2022-2023.

Una simulazione pubblicata nei giorni scorsi mostra l’ordine di grandezza: con un IPCA all’1,9 per cento, il 30 per cento equivale a uno 0,57 per cento; su uno stipendio lordo mensile di 1.500 euro l’aumento automatico è di 8 euro e 55 centesimi; nel comparto della sanità privata, su 1.953 euro lordi, l’incremento mensile sfiora gli 11 euro. Sono cifre che non coprono nemmeno l’aumento del costo del pane di una settimana.

Ma è qui che il dispositivo diventa interessante per chi paga gli stipendi: più a lungo l’azienda riesce a tirare la trattativa, meno deve sborsare per recuperare l’inflazione.

Il governo aveva annunciato, mesi fa, una norma di segno opposto: alla firma di un contratto nuovo le imprese avrebbero dovuto versare gli arretrati a partire dalla scadenza di quello vecchio, qualunque fosse il ritardo accumulato. Era una proposta ragionevole, persino virtuosa, capace di mettere pressione sul tavolo della trattativa: firmi dopo due anni? In ogni caso paghi tutto dal primo giorno di vacanza contrattuale.

Quella norma è stata abbandonata. Al suo posto è arrivato il dispositivo dell’indennità ridotta al 30% dell’IPCA decurtato, che produce esattamente l’effetto contrario: più tardi le imprese si siedono al tavolo, meno costa loro la rivalutazione. È il manuale del moral hazard contrattuale, scritto direttamente dal governo.

E i numeri della contrattazione italiana fotografano una situazione drammatica: secondo l’ISTAT, alla fine di settembre 2025 il 45,4 per cento dei contratti collettivi monitorati era in attesa di rinnovo, e con l’inizio del 2026 la quota ha superato il cinquanta per cento. Si tratta di oltre cinque milioni e seicentomila lavoratori in Italia, fra pubblico e privato, che attendono un aggiornamento delle paghe in un contesto in cui ogni mese di ritardo è un trasferimento netto di reddito dal lavoro al capitale.

La catastrofe sociale dei salari italiani

Il decreto Primo Maggio non viene approvato nel vuoto. Atterra su una situazione salariale che è, semplicemente, una catastrofe sociale. La pesatura ufficiale dei numeri lo dimostra senza margini di interpretazione.

Secondo il Rapporto annuale ISTAT 2025, i salari reali italiani fra il 2019 e il 2024 hanno perso il 10,5% del loro potere d’acquisto a causa della rincorsa dei prezzi. La perdita aveva toccato un picco del 15% alla fine del 2022, è scesa fino a sfiorare l’8,7% nel febbraio 2025, è risalita al 10% nel marzo successivo.

A settembre 2025 i salari reali risultavano ancora inferiori di 8,8 punti percentuali rispetto a gennaio 2021, secondo i dati pubblicati dall’ISTAT a dicembre. L’indice cumulativo elaborato dall’Indeed Hiring Lab – che misura il potere d’acquisto associato ai salari pubblicati negli annunci di lavoro – fissa la perdita italiana a gennaio 2026 all’11,1% sul livello di partenza del gennaio 2021.

La Fondazione Di Vittorio ha calcolato che fra il 2021 e il 2024 ogni lavoratore del settore privato ha perso in media quasi 6.400 euro di potere d’acquisto, e ogni dipendente pubblico circa 5.700 euro. L’Ufficio parlamentare di bilancio prevede che, anche nel migliore degli scenari, alla fine del 2027 i salari reali saranno ancora oltre due punti percentuali sotto i livelli del 2021.

L’OCSE ha segnalato che la riduzione dei salari reali italiani dopo il 2021 è stata fra le più marcate fra le grandi economie avanzate.

Specularmente, la quota dei profitti sul valore aggiunto nazionale è cresciuta in modo significativo: il celebre studio di Mediobanca su 1.905 grandi società italiane mostra utili in espansione mentre i salari arretravano. Non c’è inflazione che possa spiegare questo scarto. C’è una scelta politica, sistematica e bipartisan, di redistribuire al contrario.

Si dirà: l’economia è ripartita, l’occupazione cresce, l’Italia ha oltre un milione e duecentomila occupati in più. Lo dice la presidente del Consiglio nei suoi tweet, lo ripetono i giornali. È vero solo in parte, e solo a costo di tacere il resto.

Il Censis ha calcolato che oltre l’80% dei nuovi occupati nel biennio 2023-2024 ha più di cinquant’anni – un fenomeno determinato in larga misura dalla stretta sui pensionamenti anticipati e dall’invecchiamento demografico. Significa che il «miracolo» occupazionale è in larga parte la conseguenza del fatto che i sessantenni sono costretti a restare al lavoro perché non possono andare in pensione e perché il loro reddito da solo non basta a mantenere la famiglia.

Significa che le ore lavorate per dipendente sono in calo, sostituite da una proliferazione di contratti più brevi e più precari. Significa, soprattutto, che il mercato del lavoro italiano cresce in quantità e si impoverisce in qualità: più persone occupate, salari più bassi, più ore di sfruttamento per pagare la stessa spesa. La nuova questione sociale italiana – il working poor, il lavoratore povero – non è un’emergenza statistica. È il risultato programmato di una politica salariale durata trent’anni.

Lo Stato datore di lavoro: il caso della sanità pubblica

La rappresentazione meloniana del decreto Primo Maggio si scioglie del tutto se si guarda allo Stato non come legislatore ma come datore di lavoro. Il caso della sanità pubblica è esemplare. Il CCNL del Comparto Sanità per il triennio 2022-2024 è stato sottoscritto il 27 ottobre 2025 – con quasi tre anni di ritardo sulla scadenza naturale – e prevede aumenti medi attorno ai 172 euro lordi mensili per tredici mensilità, con arretrati stimati fra i 900 e i 1.270 euro a seconda del profilo professionale.

Su una retribuzione media del comparto, l’incremento si traduce in un aumento nominale di poco superiore al 6% spalmato su tre anni. Nello stesso periodo, l’inflazione cumulata ha eroso il potere d’acquisto dei lavoratori della sanità di circa il 12%. È un contratto che, in termini reali, riduce le retribuzioni: paga meno la fatica del 2024 di quanto pagasse quella del 2021.

Eppure è stato firmato dalle stesse confederazioni sindacali – CISL FP fra le altre – che il governo si appresta ora a investire del titolo costituzionale di «autorità salariale». La FP CGIL e la UIL FPL non hanno aderito, motivando la dissociazione proprio con l’insufficienza dell’incremento, ma il contratto è in vigore comunque, e a breve si è già aperto presso l’ARAN il tavolo per il rinnovo 2025-2027 sulla base di un atto di indirizzo che mette in campo 968 milioni a regime dal 2027 – risorse, anche queste, lontane anni luce da ciò che servirebbe per riallineare gli stipendi alla dignità.

La sanità non è un’eccezione: è un paradigma. Mostra che cosa significa, nel concreto, lasciare la determinazione del «salario giusto» alle parti sociali, in un contesto in cui la parte datoriale è lo Stato stesso. Significa firmare contratti che ufficializzano l’impoverimento. Significa trasformare il sindacato in mediatore di sconfitte.

Significa, infine, raccontare ai lavoratori che il loro nemico è il «contratto pirata» mentre si fa firmare loro un contratto pubblico che li porta più vicini alla soglia di povertà. Lo Stato che si presenta come arbitro è in realtà uno dei principali incassatori della politica dei bassi salari. La differenza fra il privato che sottopaga e il pubblico che firma riduzioni reali è solo di dignità formale.

La strage rimossa: i morti sul lavoro fuori dal decreto

C’è una parola che il decreto Primo Maggio del governo Meloni non scrive: morti. Non la scrive perché di morti, in questo provvedimento sbandierato come la grande risposta alla questione del lavoro, semplicemente non si parla. Si parla di «salario giusto». Si parla di sgravi contributivi e di Trattamento Economico Complessivo. Si parla di rider e di caporalato digitale. Non si parla di chi, mentre il governo discuteva la bozza in Consiglio dei ministri il 28 aprile, è uscito di casa la mattina e non è più tornato.

Eppure i numeri ci sono, ufficiali, pubblicati dall’INAIL e dal suo Osservatorio statistico-attuariale: nel 2025 in Italia sono morti sul lavoro 1.093 lavoratori e lavoratrici. Sono 792 i decessi avvenuti in occasione di lavoro – in fabbrica, in cantiere, sui mezzi, nei campi – più 293 nel tragitto casa-lavoro e otto studenti coinvolti in percorsi di alternanza. Nel 2024 erano stati 1.090, nel 2023 erano stati 1.041.

È, cifra dopo cifra, una stabilità nella catastrofe: una media di tre morti al giorno, sabati, domeniche e festivi compresi, che si ripete da anni con la regolarità di un metronomo, mentre le denunce complessive di infortunio salgono a quota 597.710 nel 2025 (più 1,4 per cento sull’anno prima) e le malattie professionali toccano un nuovo massimo storico con 98.463 casi denunciati, in aumento dell’11,3 per cento. Chi parla di «difesa del lavoro» e omette questi numeri commette una rimozione politica.

Vale la pena entrare nei dettagli, perché dentro il dato aggregato si nasconde la geografia sociale dello sfruttamento. I settori in cui si muore di più sono, da decenni, gli stessi: costruzioni con 148 morti nel 2025, manifatturiero con 117, trasporto e magazzinaggio con 110, commercio con 68.

Sono i comparti dell’edilizia in subappalto, della logistica frantumata in cooperative spurie, della catena di montaggio cronometrata, del trasporto di merci a cottimo: i luoghi in cui la combinazione fra precarietà contrattuale, ritmi imposti dall’algoritmo e formazione scaricata sul fondo della catena produttiva trasforma l’incidente in evento statisticamente prevedibile.

La dimensione di genere e nazionalità completa il quadro. I lavoratori stranieri muoiono molto più spesso degli italiani: l’incidenza del rischio mortale è di 72,4 decessi per milione di occupati per gli stranieri contro 28,8 per gli italiani, oltre il doppio.

Le donne pagano un prezzo specifico nel tragitto casa-lavoro, dove avviene il 54,3 per cento dei loro decessi sul lavoro – un dato che racconta del peso del doppio carico domestico-professionale e della mobilità su lunghi tragitti per raggiungere posti di lavoro a bassa remunerazione.

Oltre il 37% delle morti in occasione di lavoro riguarda lavoratori fra i 55 e i 64 anni: gli stessi sessantenni che la legge Fornero costringe a restare al lavoro fino allo sfinimento e che le leggi successive non hanno alleviato. Si muore vecchi, si muore stranieri, si muore precari. Si muore, in larghissima parte, dove la sicurezza è stata progettata come un costo da ridurre invece che come un diritto da garantire.

In questo paesaggio di sangue, l’assenza del decreto Primo Maggio è insostenibile. Perché il governo Meloni, pur disponendo dei dati INAIL aggiornati, ha scelto deliberatamente di non aprire neppure un capitolo del decreto sulla salute e sicurezza sui luoghi di lavoro.

Non un euro stanziato per il potenziamento dell’Ispettorato nazionale del lavoro, che dispone oggi di un numero di ispettori effettivamente attivi sul territorio inferiore a quello che la stessa direttiva europea sull’ispezione del lavoro indica come adeguato.

Non una norma sulla responsabilità solidale lungo le filiere del subappalto, dove si concentra la quota maggiore degli infortuni mortali in edilizia. Non una misura di rafforzamento dei rappresentanti dei lavoratori per la sicurezza, in particolare nelle imprese sotto i quindici dipendenti che restano fuori dall’obbligo del RLS aziendale. Non una linea di finanziamento dedicata alla bonifica del rischio amianto, che continua a uccidere migliaia di lavoratori l’anno per patologie con tempi di latenza decennali.

Non un ritocco – neppure simbolico – del Testo Unico 81 del 2008, che attende da diciotto anni un aggiornamento serio. La pretesa risposta del governo sarebbe il decreto-legge 159 del 31 ottobre 2025, già convertito in legge, che ha introdotto il «badge di cantiere», la revisione delle aliquote di oscillazione INAIL premianti e l’estensione di alcune sanzioni.

Misure non disprezzabili in linea di principio, ma di portata irrisoria rispetto alla scala del fenomeno e – soprattutto – costruite intorno alla logica del «datore virtuoso» premiato fiscalmente, non intorno alla logica della prevenzione sistemica e della responsabilità penale.

Né il DL 159 né il decreto Primo Maggio toccano il punto vero: la combinazione fra appalti al massimo ribasso, frammentazione della filiera produttiva, formazione esternalizzata a società consulenziali e ispezioni a campione produce, ogni anno, un numero di morti che nessun Paese serio considererebbe una variabile fisiologica del proprio sistema produttivo.

La presidente del Consiglio, nel suo messaggio del 1° maggio, ha rivendicato fra i meriti del proprio governo «gli interventi sulla sicurezza sul lavoro». La frase è doppiamente sbagliata. È sbagliata perché, alla prova dei dati INAIL, dopo tre anni e mezzo di governo Meloni i morti sul lavoro restano sostanzialmente fermi alle stesse cifre del 2023, e ogni eventuale miglioramento dell’incidenza per centomila occupati è dovuto al denominatore – l’aumento dell’occupazione – più che al numeratore.

È sbagliata, soprattutto, perché il decreto Primo Maggio 2026 – l’atto politico che il governo ha scelto di intestare alla Festa del Lavoro – non contiene una sola norma sostanziale di prevenzione, di rafforzamento ispettivo, di investimento nella sicurezza. È un decreto sul lavoro che dimentica di parlare delle vite di chi lavora.

È, per questo, anche un decreto che mente. Mentire sul numero dei morti, o tacerli mentre si scrivono provvedimenti che si proclamano «per i lavoratori», è una forma specifica di violenza simbolica: la rimozione istituzionale di chi paga per il funzionamento del sistema il prezzo più alto.

Le due dimensioni – bassi salari e morti sul lavoro – non sono, del resto, due capitoli separati dello stesso libro. Sono lo stesso capitolo. Dove il salario è basso, la pressione a chiudere un occhio sulla sicurezza è massima; dove il subappalto frammenta la filiera, l’interesse a investire in formazione e dispositivi di protezione individuale crolla a ogni passaggio della catena; dove la concorrenza fra imprese si gioca al ribasso sui costi del lavoro, il primo costo a essere compresso è quello dei tempi di lavorazione e quindi delle pause, delle verifiche, dei controlli incrociati che salvano vite.

Un Paese che decide di non fissare un salario minimo legale e di non investire seriamente nella sicurezza del lavoro sta facendo, di fatto, due scelte coerenti: in entrambi i casi, sta accettando di scaricare sul corpo dei lavoratori il costo della propria competitività.

L’articolo 36 della Costituzione – quello sulla retribuzione «sufficiente» – non vive isolato. Sta in dialogo con l’articolo 32 sulla salute, con l’articolo 41 che subordina l’iniziativa economica al non recare danno «alla sicurezza, alla libertà, alla dignità umana», con l’articolo 4 che parla del lavoro come fondamento della Repubblica.

Una lettura integrata di questi articoli porta a una conclusione che il decreto Primo Maggio si rifiuta di trarre: la dignità del lavoro non è solo questione di stipendio, è questione di vita. E il governo che dimentica i morti, mentre celebra la Festa del Lavoro, sta semplicemente confermando che, nel suo ordine di priorità, le vite dei lavoratori vengono dopo i bilanci delle imprese.

Le complicità storiche e la regia europea

Sarebbe ingeneroso, e politicamente miope, scaricare l’intera responsabilità sull’attuale governo. La politica italiana dei bassi salari ha radici trentennali e una matrice precisa: l’accordo di concertazione del luglio 1993, sottoscritto dal governo Ciampi con CGIL, CISL e UIL, che abolì la scala mobile e introdusse il modello della contrattazione a due livelli ancorato al cosiddetto «tasso di inflazione programmato».

Da quell’accordo in avanti – sotto governi di ogni colore, con qualche frammentaria eccezione – i salari italiani sono stati progettati per non crescere. La promessa era che, in cambio della rinuncia al meccanismo di adeguamento automatico, sarebbe arrivata produttività, contrattazione di secondo livello, redistribuzione. Non è arrivato nulla di tutto questo.

La produttività è ferma da vent’anni allo 0,3% medio annuo, contro l’1,2% europeo. La contrattazione di secondo livello copre meno di un terzo dei lavoratori. La redistribuzione è andata nel senso opposto, dai salari ai profitti. L’unico effetto reale del modello concertativo è stato l’indebolimento sistemico del mondo del lavoro: senza scala mobile, senza salario minimo legale, senza meccanismi di indicizzazione automatica, ogni shock inflattivo si scarica integralmente sulle retribuzioni reali. La fiammata del 2022-2023 ha fatto il resto.

Su questo sfondo si innesta la regia europea. La Direttiva UE 2022/2041 sui salari minimi adeguati – che la Cassazione, nelle sentenze del 2023, ha richiamato come parametro interpretativo dell’articolo 36 – chiede agli Stati membri di garantire una copertura della contrattazione collettiva di almeno l’ottanta per cento e, dove insufficiente, di introdurre un salario minimo legale.

L’Italia ha la copertura nominalmente più ampia d’Europa ma, per la combinazione fra contratti pirata, contratti scaduti e tariffe minime ben sotto la soglia di povertà ISTAT, è in realtà uno dei Paesi dove la rete della contrattazione collettiva produce, paradossalmente, lavoro povero.

Anziché trasporre la direttiva con coraggio – riconoscendo che il modello del «salario contrattuale come retribuzione costituzionalmente sufficiente» è clinicamente morto – il governo Meloni ha lasciato scadere il 18 aprile la delega parlamentare, e ora con il decreto Primo Maggio fa l’opposto: riafferma che basta il contratto firmato dalle confederazioni più rappresentative per non avere problemi giuridici. È, sul piano della scelta di campo, una posizione lucidissima: meglio salari bassi sotto controllo concertativo, che salari più alti imposti per legge.

Cosa significa rompere davvero

Da questo quadro emerge un punto che la sinistra di governo ha smesso di pronunciare e che la sinistra sociale deve riprendere a dire con chiarezza: non si può uscire dalla catastrofe salariale e dalla strage quotidiana sui luoghi di lavoro senza una rottura.

Una rottura politica, anzitutto, contro un governo che ha eletto a propria bandiera il principio di non disturbare i profitti. Una rottura culturale, contro la trentennale narrazione neoliberale per cui i salari devono adeguarsi alla produttività e mai viceversa, mentre la produttività dovrebbe stranamente sgorgare da lavoratori precari, mal pagati, infelici e – quando la sicurezza viene meno – uccisi.

Una rottura sindacale, contro un modello concertativo che ha smesso di proteggere chi lavora e ha cominciato a gestire ordinatamente la sua sconfitta. Senza questa triplice rottura, ogni discussione sul «salario giusto» è un’operazione cosmetica.

Le piattaforme rivendicative serie esistono e sono note. Un salario minimo legale di almeno dodici euro lordi all’ora, agganciato dinamicamente al costo della vita reale, in linea con i parametri della Direttiva UE 2022/2041 e con le indicazioni della Cassazione del 2023. Il ripristino di un meccanismo di indicizzazione automatica delle retribuzioni – qualcuno dovrà spiegare ai più giovani perché si chiamava «scala mobile» e perché abolirla è stato l’atto fondativo del precariato salariale italiano.

Una retribuzione netta media non inferiore ai duemila euro mensili, soglia sotto la quale, alle condizioni di prezzo del 2026, parlare di «esistenza libera e dignitosa» diventa una crudeltà semantica.

La piena attuazione dell’articolo 39 della Costituzione, con una legge sulla rappresentanza sindacale che metta finalmente fine al far west dei contratti pirata e dei contratti firmati al ribasso da sigle minoritarie. La detassazione vera e strutturale degli aumenti contrattuali, non delle briciole previste dalla legge di bilancio 2026 al cinque per cento sulle sole tranche erogate nell’anno e al di sotto dei trentamila euro di reddito. La conversione delle decontribuzioni alle imprese in investimenti pubblici diretti, con vincoli stringenti su occupazione stabile, salario minimo e pari opportunità.

Sul fronte parallelo della sicurezza sul lavoro, la piattaforma è altrettanto chiara. Il raddoppio dell’organico ispettivo dell’INL – oggi del tutto insufficiente alla scala del tessuto produttivo italiano – e il vincolo legale di un’ispezione effettiva annuale per ogni cantiere edile sopra una certa soglia di valore.

La responsabilità solidale e penale lungo l’intera filiera del subappalto, con la fine della finzione giuridica per cui il committente principale può scaricare ogni colpa sull’ultimo anello della catena produttiva.

Un nuovo Testo Unico della sicurezza, costruito intorno al principio per cui la prevenzione è un diritto soggettivo del lavoratore esigibile in giudizio, non una concessione del datore. Il rafforzamento dei rappresentanti dei lavoratori per la sicurezza, con la generalizzazione dell’obbligo anche nelle imprese sotto i quindici dipendenti, dove oggi si concentra la zona grigia.

L’introduzione del reato di omicidio sul lavoro come fattispecie autonoma, distinta dall’omicidio colposo generico, con pene proporzionate alla gravità di una catastrofe sociale che fa più morti delle stragi di mafia.

Tutto questo non è in alcun modo presente nel decreto Primo Maggio 2026 del governo Meloni. Anzi, il decreto si colloca all’estremo opposto: cementa il modello concertativo, premia la decontribuzione, riduce l’indennità di vacanza contrattuale, scarica sulla magistratura ogni residua difesa dell’articolo 36, dimentica di scrivere una sola riga sulle vite spezzate dei lavoratori. È, in tutto e per tutto, l’esatto contrario di ciò che servirebbe.

È un Primo Maggio rovesciato: la festa del lavoro celebrata con un atto contro il lavoro e con un silenzio sui morti che è di per sé una posizione politica.

Il coraggio che manca, l’urgenza che resta

Resta una domanda, che non riguarda Giorgia Meloni e nemmeno questo singolo decreto: che cosa intende fare il sindacato confederale di fronte all’evidenza che il modello concertativo, dopo trent’anni, ha consegnato ai lavoratori italiani la più consistente perdita di potere d’acquisto fra le grandi economie avanzate e la stabile, ininterrotta strage quotidiana sui luoghi di lavoro?

Che cosa intende fare il centrosinistra istituzionale di fronte a un governo che usa il Primo Maggio per regalare un miliardo alle imprese, per cancellare per via legislativa una giurisprudenza progressiva costruita in due anni di lavoro nei tribunali e per dimenticare di nominare i mille morti dell’anno precedente?

Che cosa intendono fare le opposizioni sociali, i comitati, le associazioni civiche, i movimenti per la giustizia costituzionale che ancora credono che gli articoli 4, 32, 36 e 41 siano un programma politico e non clausole di stile?

La verità è che questo Primo Maggio segna uno spartiacque. O si ricostruisce un blocco sociale capace di pretendere – non chiedere – un salario minimo costituzionale, una scala mobile aggiornata al ventunesimo secolo, un’intransigenza rivendicativa nuova nei confronti delle imprese e delle istituzioni che le proteggono, e con essa una battaglia pari per la sicurezza del lavoro che metta i corpi dei lavoratori al centro e non al margine; oppure i salari italiani continueranno a sprofondare e i morti continueranno a essere conteggiati con la stessa burocratica precisione con cui li conta l’INAIL, mentre i comunicati governativi parleranno d’altro. La scelta non è fra moderazione e radicalità: è fra accettazione e rottura.

Fra l’idea che il lavoro debba mendicare il proprio prezzo e la propria sopravvivenza e l’idea che la dignità retributiva e l’incolumità fisica siano due soglie non negoziabili, scritte nella Costituzione antifascista e ribadite dalla Cassazione.

Quando la legge ordinaria si mette di traverso a questi principi, il dovere democratico è, citando il motto del nostro lavoro, ribellarsi. Non a parole. Non per slogan. Ma con la costruzione paziente, faticosa e necessaria di un fronte sociale e costituzionale capace di rovesciare il tavolo.

Il decreto del 28 aprile 2026 va impugnato sul piano politico, contestato sul piano costituzionale, smontato pezzo per pezzo nelle aule giudiziarie da sindacati di base e legali del lavoro che continueranno – perché continueranno – a invocare l’articolo 36 come parametro vivo.

E nelle piazze del Primo Maggio va detto, senza i toni unitaristici di facciata, che il «salario giusto» dichiarato dal governo è una truffa, e che il silenzio del governo sui morti del 2025 è un’infamia.

La giustizia salariale e la sicurezza del lavoro, in Italia, cominciano oltre Palazzo Chigi e oltre il tavolo della concertazione. Cominciano ricordando che il lavoro non è una merce e che la sua retribuzione non è una variabile di bilancio, ma un diritto costituzionale che otto decenni di politica neoliberale hanno tentato di smantellare. Cominciano, soprattutto, ricordando i nomi e i cognomi di chi quel decreto non ha voluto vedere: i 1.093 lavoratori e lavoratrici morti nel 2025 perché un Paese che voglia ancora chiamarsi democratico ha il dovere di rimettere le loro vite, e quelle di chi ancora oggi rischia di seguirli, al centro della propria coscienza pubblica.

Fonti

1. Consiglio dei ministri, comunicato del 28 aprile 2026 sull’approvazione del decreto-legge « Disposizioni urgenti in materia di salario giusto, di incentivi all’occupazione e di contrasto del caporalato digitale » (Decreto Primo Maggio 2026).

2. Il Sole 24 Ore, « Decreto Lavoro, via libera del Consiglio dei ministri », 28 aprile 2026.

3. Il Post, « Cosa c’è nel nuovo decreto sul lavoro del governo », 28 aprile 2026.

4. Sky TG24, « Lavoro, via libera Cdm a decreto 1° maggio. Meloni: stanziato 1 miliardo per incentivi », 28 aprile 2026.

5. Adnkronos, « 1 Maggio. Meloni: con decreto lavoro difendiamo l’occupazione. Landini: governo fa propaganda », 1 maggio 2026.

6. Contropiano, « Il decreto Primo Maggio è contro i lavoratori », 1 maggio 2026.

7. Lavoro e Diritti, « Cosa prevede il Decreto Primo Maggio 2026: tutte le novità in arrivo su lavoro e buste paga », 28 aprile 2026.

8. Business Online, « CCNL e contratti nazionali: le nuove misure per favorire rinnovi e miglioramenti nel decreto 1 maggio 2026 », 30 aprile 2026.

9. ISTAT, Rapporto annuale 2025, capitolo sulle dinamiche retributive 2019-2024 (perdita del 10,5% dei salari reali).

10. ISTAT, Report « Le prospettive per l’economia italiana 2025-2026 », dicembre 2025 (salari reali a settembre 2025 inferiori di 8,8 punti rispetto a gennaio 2021).

11. ISTAT, Report « Contratti collettivi e retribuzioni contrattuali, III trimestre 2025 ».

12. Indeed Hiring Lab, Indice cumulativo dei salari reali, gennaio 2021 – gennaio 2026 (perdita 11,1%).

13. Ufficio parlamentare di bilancio, Nota di congiuntura, gennaio 2026.

14. Fondazione Giuseppe Di Vittorio, Rapporto sulla perdita salariale 2021-2024 (privato: 6.400 euro; pubblico: 5.700 euro).

15. OCSE, Employment Outlook 2025, capitolo sulle retribuzioni reali nei Paesi OCSE.

16. Mediobanca Area Studi, « Dati Cumulativi di 1.905 società italiane », 2025.

17. Censis, Rapporto sulla situazione sociale del Paese 2025.

18. Banca d’Italia, Bollettino economico, aprile 2026.

19. INAIL, Bollettino trimestrale gennaio-dicembre 2025 sulle denunce di infortunio e malattia professionale, pubblicato a febbraio 2026 (1.093 morti totali, 792 in occasione di lavoro, 597.710 denunce di infortunio, 98.463 malattie professionali).

20. INAIL, Periodico statistico « Dati Inail 1/2026 — Andamento infortunistico 2025 », Consulenza statistico attuariale.

21. Osservatorio Sicurezza sul Lavoro e Ambiente di Vega Engineering, Report nazionale e regionale sui morti sul lavoro 2025.

22. Il Fatto Quotidiano, « Incidenti sul lavoro, 1.093 morti nel 2025: i dati Inail », 3 febbraio 2026.

23. Collettiva.it (CGIL), « 432 in sette mesi i morti sul lavoro denunciati all’Inail », settembre 2025.

24. Eurostat, Indicatori standardizzati di incidenza degli infortuni sul lavoro per 100.000 occupati, dati 2023.

25. Decreto-legge 31 ottobre 2025, n. 159 « Misure urgenti per la tutela della salute e della sicurezza sui luoghi di lavoro e in materia di protezione civile », convertito in legge a inizio 2026.

26. Ministero del Lavoro e delle Politiche Sociali, D.M. n. 20/2026 « Piano integrato per la salute e la sicurezza nei luoghi di lavoro per l’anno 2026 ».

27. Decreto legislativo 9 aprile 2008, n. 81 « Testo Unico in materia di tutela della salute e della sicurezza nei luoghi di lavoro », e successive modifiche.

28. Corte di cassazione, sezione lavoro, sentenze nn. 27711, 27713 e 27769 del 2 ottobre 2023 (salario minimo costituzionale).

29. Corte di cassazione, sezione lavoro, sentenza marzo 2026 (conferma indirizzo 2023).

30. Tribunale di Milano, sentenze sul CCNL Vigilanza privata e servizi fiduciari (paghe orarie di 4,40 e 3,96 euro lordi dichiarate non conformi all’articolo 36 della Costituzione).

31. Tribunale di Torino, Tribunale di Catania, Tribunale di Bari, sentenze sul salario minimo costituzionale 2022-2024.

32. Corte costituzionale, sentenze nn. 30/1960, 106/1962, 74/1966, 559/1987, 51/2015 (sull’art. 36 come norma immediatamente precettiva).

33. Direttiva UE 2022/2041 del Parlamento europeo e del Consiglio sui salari minimi adeguati nell’Unione europea.

34. Questione Giustizia, « Il salario minimo costituzionale nella giurisprudenza di legittimità », 2024.

35. Welforum.it, « La Corte di cassazione e il salario minimo adeguato costituzionale », novembre 2023.

36. ARAN, Atto di indirizzo per il rinnovo del CCNL Sanità Pubblica 2025-2027, febbraio 2026.

37. CISL FP, « CCNL Sanità Pubblica 2022-2024: firma definitiva del 27 ottobre 2025 » e dichiarazioni di Roberto Chierchia e Daniela Fumarola.

38. FP CGIL, « Tabelle CCNL Sanità 2022-2024 », ottobre 2025.

39. CGIL, comunicato di Maurizio Landini sul decreto Primo Maggio 2026, 1 maggio 2026.

40. Bollettino ADAPT, « Salari, inflazione e produttività: due piani di un problema ancora aperto », novembre 2025.

41. Osservatorio sui Conti Pubblici Italiani, Università Cattolica del Sacro Cuore, « Retribuzioni, inflazione e distribuzione del reddito in Italia », ottobre 2025.

42. Costituzione della Repubblica Italiana, articoli 4, 32, 36, 39 e 41.

Fonte

“Il sionismo ha portato al genocidio. Deve scomparire”

Nel maggio 2024, lo storico di origine israeliana Omer Bartov concluse che ciò a cui stava assistendo a Gaza corrispondeva alla definizione di Genocidio secondo la Convenzione delle Nazioni Unite del 1948. Non era una conclusione a cui avrebbe voluto giungere.

Bartov aveva pubblicamente evitato di usare la parola, nonostante le critiche dei colleghi. Quando lo fece, suscitò scalpore non solo nel mondo accademico, ma anche nelle comunità ebraiche e in Israele. Bartov è nato a Ein HaHoresh, un kibbutz nell’Israele centrale, figlio dell’acclamato scrittore israeliano Hanoch Bartov. Ha combattuto nella guerra dello Yom Kippur e, dopo aver conseguito lauree all’Università di Tel Aviv e ad Oxford, si è trasferito negli Stati Uniti nel 1989. Dal 2000 insegna all’Università Brown di Providence, nel Rhode Island, dove occupa la cattedra di Studi sull’Olocausto e il Genocidio.

Oggi, Bartov è uno degli studiosi dell’Olocausto più citati al mondo. I suoi studi hanno sfatato il mito della “Wehrmacht pulita”, dimostrando che i soldati tedeschi di truppa hanno partecipato attivamente agli orrori dell’Olocausto; hanno cambiato la storiografia militare tedesca.

È autore di diversi libri sulla Seconda Guerra Mondiale e sul Genocidio perpetrato dai soldati tedeschi. Il suo libro del 2018 “Anatomia Di Un Genocidio: Vita e Morte Di Una Città Chiamata Buczacz” ha vinto il Premio Nazionale del Libro ebraico e il Premio Internazionale Yad Vashem per la ricerca sull’Olocausto.

Nel suo nuovo libro, “Israele: Cosa è Andato Storto”, nato da saggi scritti dopo il 7 ottobre, Bartov si interroga su come lui, e Israele, siano arrivati a questo punto.

Haaretz lo ha intervistato nella sua casa di Cambridge, Massachusetts, alla vigilia della Giornata della Memoria israeliana, e un giorno prima dell’uscita del suo nuovo libro.

Domanda: Il suo nuovo libro verrà tradotto in ebraico?

Omer Bartov: Il libro uscirà in otto lingue, persino in cinese. In Israele ho contattato molte persone che conosco, che mi hanno messo in contatto con case editrici, comprese quelle cosiddette di sinistra. Una mi ha scritto: ‘Non credo che questo sia il momento giusto‘. Altre hanno detto ‘sì, controlleremo, lo leggeremo‘, e poi sono sparite.

La stessa cosa è successa in Germania. Due editori di sinistra mi hanno risposto dicendo che il libro era interessante, ma che non erano d’accordo su tutto. Uno ha suggerito di pubblicarlo insieme a un altro libro che avrebbe “bilanciato il tutto”.

Questo potrebbe non sorprendere: lei è nato in Israele, ha prestato servizio nelle Forze di Difesa Israeliane e il libro è personale e caustico. Ci sono sempre più voci, soprattutto dopo la guerra di Gaza nella sinistra antisionista, che sostengono che il progetto sia marcio fin dall’inizio. È questa la sua conclusione?

Omer Bartov: Non sono antisionista. Sono cresciuto in una famiglia Sionista. Per me era ovvio che Israele fosse il mio posto. Non sono contrario all’esistenza dello Stato di Israele. Ma il Sionismo come ideologia non ha semplicemente esaurito il suo corso. È diventato qualcosa che non riconosco. È diventato l’ideologia dello Stato. E non è diventato solo militarista ed espansionista, ma anche razzista, estremamente violento e, in definitiva, un’ideologia che danneggia profondamente sia l’individuo che la collettività. Un’ideologia del genere non ha posto.

È ironico e tragico che un movimento nato come tentativo di liberare gli ebrei dalla persecuzione, di dare loro un posto tutto loro, un processo di emancipazione, liberazione, aspirazione umanitaria, finisca il suo cammino in modo razzista e violento.

Pensa che fosse inevitabile?

Omer Bartov: Non credo in quel tipo di storia in cui alla fine si dice ‘abbiamo sempre saputo che sarebbe andata a finire così‘. Forse alcuni profeti lo avevano predetto fin dall’inizio. Non credo fosse inevitabile.

Il capitolo più importante del libro, che non è apparso da nessun’altra parte, riguarda la mancanza di una costituzione in Israele. Non che nel 1948 le cose si siano mosse in una sola direzione. Ma è diventato sempre più probabile che, senza una costituzione che tuteli i diritti di tutti, il Sionismo, una volta diventato l’ideologia di uno Stato, avrebbe rinunciato all’opzione di diventare uno Stato normale per i suoi cittadini.

C’erano delle ragioni, come il pragmatismo di David Ben-Gurion nei confronti dei religiosi e degli arabi. Ma il risultato finale è stato che il Sionismo è diventato qualcos’altro.

Ci sono stati tentativi di reindirizzare il processo. Il più importante è arrivato all’inizio degli anni ’90 con gli accordi di Oslo. Quel tentativo fu bloccato, in modo molto aggressivo, con l’incoraggiamento di Benjamin Netanyahu, con l’assassinio di Rabin. Non si parla abbastanza del fatto che il sangue di Yitzhak Rabin è sulle mani di Netanyahu. Netanyahu è stato il principale beneficiario di uno degli omicidi politici di maggior successo del ventesimo secolo.

Dove si colloca ora il sionismo?

Omer Bartov: Israele non può esistere come Stato normale sotto l’ideologia del Sionismo. Il Sionismo deve scomparire. Lo Stato rimarrà. Non andrà da nessuna parte. La questione è che tipo di Stato sarà. Deve cambiare radicalmente. Sotto l’ideologia Sionista, non può farlo.

Se non la abbandona e non diventa qualcos’altro, sarà uno Stato di Apartheid a tutti gli effetti, una democrazia illiberale nella migliore delle ipotesi, molto violenta, che alla fine perderà gran parte della sua élite più istruita. La maggior parte della popolazione rimarrà; le popolazioni restano sempre.

Diventerà uno Stato reietto, isolato. Perderà il sostegno dei suoi alleati più importanti, l’Europa, gli Stati Uniti, e delle comunità ebraiche di tutto il mondo, che lo vedono sempre più come una minaccia piuttosto che come un protettore.

Sembra anche che la parola “Sionismo” abbia perso il suo significato. Nel 2015, Isaac Herzog, candidato come erede di Rabin, definì il suo partito “il campo Sionista”. Itamar Ben-Gvir si definisce Sionista, così come gli ebrei americani e altri come Joe Biden. Non è forse l’ideologia che stai descrivendo già morta, assorbita dall’apparato statale?

Omer Bartov: Il Sionismo è nato molto prima dell’Olocausto. Ma l’Olocausto è stato retrospettivamente considerato la più forte giustificazione per il Sionismo e per la creazione dello Stato di Israele. L’argomentazione era: se ci fosse stato uno Stato, più ebrei si sarebbero salvati. Probabilmente è vero.

L’Olocausto, gradualmente, dal processo Eichmann in poi e soprattutto dalla fine degli anni ’70 agli anni ’80, è diventato il collante che tiene unita la società israeliana. Un evento storico si è trasformato in una minaccia imminente: non qualcosa accaduto in passato, ma qualcosa di sempre prossimo a verificarsi nuovamente. Ci sarà un altro Olocausto se non affrontiamo ogni minaccia con tutta la nostra forza e non la estirpiamo alla radice.

Dopo il 7 ottobre 2023, queste due cose si sono fuse. L’attacco di Hamas è stato inquadrato come un atto simile all’Olocausto: Hamas è nazista. Criticare le azioni di Israele è antisemitismo.

Guardiamo la questione da un’altra prospettiva: se il Sionismo ha condotto al Genocidio a Gaza, non può più essere considerato un’ideologia valida. Altre ideologie nella storia che hanno giustificato il Genocidio non hanno più ragione di esistere. E se Israele si è sempre definito la risposta all’Olocausto e ha usato l’Olocausto per giustificare ogni cosa, non è possibile che la risposta all’Olocausto sia un altro Genocidio.

Questi due pilastri hanno perso la loro giustificazione morale. Quando parliamo di Israele che sta diventando uno Stato reietto, non è il risultato dell’antisemitismo. È il risultato delle azioni di Israele. Queste azioni hanno fatto crollare le argomentazioni esistenziali su cui Israele si fondava.

La contro argomentazione è stata: guardate cosa ha fatto Hamas il 7 ottobre. Gli autobus esplosi durante le Intifada. I loro stessi dirigenti dicono che ripeteranno il 7 ottobre ancora e ancora.

Quello che Hamas ha fatto il 7 ottobre è stato un Crimine di Guerra. Potrebbe facilmente essere definito un Crimine Contro l’Umanità. Avrei preferito vedere i capi di Hamas catturati e processati insieme ad alcuni dirigenti israeliani. Quello sì che sarebbe stato un processo degno di essere seguito. Invece, Israele ha fatto quello che Israele fa di solito e li ha uccisi.

Ma c’è un altro problema. Quando il Segretario Generale delle Nazioni Unite Guterres ha affermato che l’attacco di Hamas non è avvenuto nel vuoto, è stato immediatamente definito antisemita. Ma il contesto è importante. La Resistenza all’Occupazione, all’assedio, al tentativo di controllare un popolo che cerca di esprimere l’autodeterminazione nazionale è legittima.

Le milizie sioniste pre-statali Haganah, Etzel e Lehi lo hanno fatto. La Resistenza francese. La Resistenza in Germania. I partigiani. La rivolta del ghetto di Varsavia. La Resistenza armata è assolutamente legittima, anche secondo il Diritto Internazionale.

In Israele non vogliono parlarne perché nessuno vuole parlare di cosa succederà ai palestinesi. Ogni volta che c’è Resistenza, la risposta è: Cos’è questo? Dobbiamo schiacciarlo.

Il diritto di resistere a un’occupazione non dà il diritto di commettere massacri. Così come il diritto all’autodifesa, che Israele rivendica sempre, non dà il diritto di commettere massacri.

Resistenza all’Occupazione, d’accordo. Ma era questo l’obiettivo di Hamas?

Omer Bartov: I capi di Hamas sono morti, ma hanno raggiunto il loro scopo. Israele ha distrutto Gaza, ma non ha eliminato Hamas. L’obiettivo della dirigenza di Hamas era quello di rompere l’assedio uscendo dalla sfera in cui Netanyahu ‘gestiva’ il conflitto e a nessuno importava: né agli Stati arabi, né alla comunità internazionale, né alle campagne elettorali israeliane.

Hamas ha trasformato il conflitto in una questione regionale. Israele ora combatte in Libano, Siria, Iran, Yemen, Gaza, Cisgiordania. Dal punto di vista dell’ala estremista di Hamas, che in realtà è piuttosto simile al pensiero di Bezalel Smotrich e Ben-Gvir, hanno raggiunto il loro obiettivo. Sapevano che il prezzo sarebbe stato altissimo. Ma per gli attori messianici, il prezzo è accettabile.

***** 

Dopo il 7 ottobre, Bartov scrisse due articoli di opinione per il New York Times a distanza di oltre un anno l’uno dall’altro.

Nel novembre 2023 scrisse che ciò che stava accadendo a Gaza non era ancora un Genocidio, sebbene la situazione stesse precipitando. L’articolo suscitò critiche da parte di colleghi, come l’esperto israeliano-americano dell’Olocausto Raz Segal, il quale riteneva che un Genocidio fosse già in atto. Altri definirono l’affermazione di Bartov secondo cui Israele si stava avviando verso il Genocidio “incendiaria e pericolosa“.

Nel luglio 2025, dichiarò pubblicamente una nuova posizione: “Sono uno studioso del Genocidio. Lo riconosco quando lo vedo”.

*****

Il Genocidio viene compreso dal pubblico a diversi livelli. C’è un livello storico, un concetto giuridico e un concetto morale. Come si possono conciliare questi aspetti?

Omer Bartov: Comincio dal livello giuridico non perché io sia un avvocato, non lo sono, ma perché la Convenzione del 1948 sulla prevenzione e la repressione del Crimine di Genocidio è l’unica definizione valida secondo il Diritto Internazionale. Non esiste una convenzione analoga sui Crimini Contro l’Umanità. La Convenzione sul Genocidio è firmata dalla maggior parte dei Paesi, tra cui Israele, Germania, Francia, Gran Bretagna e Stati Uniti. È l’unica definizione che conta di fronte alla Corte Internazionale di Giustizia.

È nata dalla risposta della comunità internazionale alla catastrofe della Seconda Guerra Mondiale, non solo degli ebrei. Ricordiamo che circa 26 milioni di cittadini sovietici morirono in quella guerra.

Ho insegnato Genocidio comparato per 25 anni. Retrospettivamente, ciò che i tedeschi fecero nell’Africa Sud-Occidentale, l’attuale Namibia, è considerato il primo Genocidio del ventesimo secolo. Rifletto sull’argomento su tutti e tre questi livelli.

Ci spieghi il suo processo di pensiero. 

Omer Bartov: Nel novembre 2023 il Times ha dato al mio primo articolo un titolo che suggeriva che stessi dicendo che non si trattava di Genocidio. Non è quello che ho scritto. Ho scritto che c’erano già Crimini di Guerra, probabilmente Crimini Contro l’Umanità, e che se non si fossero fermati si sarebbero trasformati in Genocidio.

Speravo che l’amministrazione Biden avrebbe fatto qualcosa. Biden e l’allora Segretario di Stato Antony Blinken non hanno fatto nulla. Avrebbero potuto porre fine a tutto questo facilmente. Avrebbero potuto dire a Netanyahu: “Hai due settimane, chiudi tutto, altrimenti te ne andrai”. Si sarebbe fermato nel giro di poche ore.

Nel maggio del 2024 è diventato chiaro: la condotta sul campo era la distruzione sistematica di Gaza, la cui logica era la Pulizia Etnica. Ma la Pulizia Etnica non poteva avvenire, a differenza del 1948, perché non c’era nessun posto dove fuggire.

Come in molti casi precedenti, incluso l’Olocausto, quando un tentativo di allontanare un gruppo etnico da un territorio sotto il proprio controllo fallisce perché non possono andarsene, la soluzione diventa ucciderli. Questo è Genocidio.

Si dice che Hamas usi scudi umani, ed è questo che causa le vittime civili.

Il Genocidio non ha giustificazioni. Non si può dire: ‘Sì, ho commesso un Genocidio, ma non avevo scelta perché si nascondevano‘. Non è un argomento legale, né morale, né politico. Anche se ci fossero dieci volte più combattenti di Hamas nascosti sotto ogni ospedale, ciò non giustificherebbe il Genocidio.

Hamas è un movimento estremista. Ha usato metodi brutali non solo contro Israele, ma anche contro la popolazione di Gaza. Sì, hanno costruito una città sotterranea. La vera domanda è: come si combatte una cosa del genere? Si fa quello che hanno fatto i russi a Grozny, radendo al suolo tutto? Questo è ciò che ha fatto l’IDF, il che è in realtà contrario alla sua stessa filosofia.

E i combattimenti a Gaza saranno ricordati come un fiasco, insieme al fiasco del 7 ottobre. Dal punto di vista militare, la campagna di Gaza è stata un fallimento. Sono entrati da Nord e hanno spinto la gente verso Sud, sperando che l’Egitto li lasciasse entrare, sperando che l’Eritrea, l’Indonesia o il Somaliland li accogliessero. È stata una follia. Ciò che ha prodotto è stata una distruzione sistematica.

Ma la contro argomentazione è che l’obiettivo dichiarato non era una guerra contro i palestinesi, bensì contro Hamas, che avrebbe potuto arrendersi, restituire gli ostaggi e disarmarsi.

All’inizio di questa guerra, c’erano due tipi di dichiarazioni. Una sembrava razionale: distruggere Hamas, liberare gli ostaggi. L’altra era Genocida: niente acqua, niente cibo, niente elettricità, sono animali umani, Amalek.

Il secondo tipo era un incitamento al Genocidio.

Anche il tipo razionale conteneva una contraddizione: per negoziare con Hamas è necessario che sia intatto.

In ogni caso, entro maggio 2024, era chiaro che l’obiettivo non era distruggere Hamas e liberare gli ostaggi. L’obiettivo era rendere sistematicamente invivibile Gaza. La distruzione di ospedali, scuole, università, impianti di desalinizzazione dell’acqua, infrastrutture energetiche, interi quartieri residenziali: questo era un tentativo di garantire che i palestinesi di Gaza non potessero più esistere come gruppo.

Persone come Ben-Gvir e Smotrich, e ben presto anche Netanyahu, hanno visto in questo un’opportunità. Se il conflitto non poteva essere gestito, poteva essere risolto. Persino Bogie Ya’alon ex Capo di Stato Maggiore delle Forze di Difesa Israeliane e Ministro della Difesa di Netanyahu lo ha affermato, e non fa parte del mio schieramento politico.

C’era chi lo diceva fin dall’inizio. Raz Segal ha pubblicato: “Un Caso da Manuale di Genocidio” su Jewish Currents il 13 ottobre 2023. Cosa ne pensa?

Omer Bartov: Conosco Raz da anni, ma pensavo fosse troppo presto. Ora mi chiedono: perché ci hai messo fino a luglio 2025?

La parola ‘Genocidio’ viene usata come ‘fascismo’: qualcuno che non ti piace è un fascista, un Paese che fa cose che disapprovi sta commettendo un Genocidio. Israele ha fatto molte cose che meritavano dure critiche, ma che non erano Genocidio.

Quindici anni fa ho discusso con il sociologo britannico Martin Shaw sulla questione se la Nakba fosse un Genocidio. Io dissi di no, che si trattava di Pulizia Etnica. Lo penso ancora, perché Gaza avrebbe potuto essere una ripetizione della Nakba se i confini fossero stati aperti. Non lo erano. Volevo essere cauto.

Ecco perché insisto sulla definizione specifica della Convenzione delle Nazioni Unite. Raz aveva ragione nel senso che si trattò di un Genocidio, e già all’epoca in cui scrisse c’erano incitamenti al Genocidio. Pensavo che fosse in anticipo sui tempi.

Quando ha avuto la prima percezione che Israele si stesse dirigendo verso una situazione da cui non sarebbe più potuto tornare indietro?

Omer Bartov: Ho iniziato a riflettere su questo aspetto in termini politici durante la Prima Intifada. Avevo conseguito il dottorato nel 1983, pubblicato un libro sull’esercito tedesco nel 1985, e nel dicembre del 1987 iniziò l’Intifada. Ero un ufficiale riservista e Rabin ci diceva di spezzare loro braccia e gambe.

Ho scritto una lettera a Rabin, dicendogli che avevo notato comportamenti nelle Forze di Difesa Israeliane (IDF) che avevo riconosciuto dalle mie ricerche sulla Wehrmacht (le forze armate della Germania Nazista). Con mia sorpresa, mi rispose. Era arrabbiato perché paragonavo i soldati delle IDF ai soldati tedeschi.

Più o meno nello stesso periodo, il mio professore, Yehuda Elkana, pubblicò un articolo intitolato “Elogio dell’oblio” su Haaretz nel 1988.

Elkana, sopravvissuto all’Olocausto, sosteneva che il modo in cui ai giovani israeliani veniva insegnato a ricordare l’Olocausto, in modo ossessivo, senza che ne apprendessero realmente la storia, stava generando una dinamica di vendetta e violenza, visibile nella brutalità inflitta dai soldati israeliani. Naturalmente fu attaccato per averlo scritto.

Da allora la situazione è peggiorata di molto. Ero a Gaza nel 1974-'75. Già allora era un posto terribile: 350.000 persone, disperate e tristi. Oggi sono 2 milioni. L’esercito di allora e quello di oggi, la struttura di comando, sono completamente diversi. Gran parte delle unità combattenti sono ora composte da religiosi. Quando ero nell’IDF, esistevano persone del genere, ma non indossavano l’uniforme. Non imbracciavano armi ultramoderne. Non si filmavano.

I resoconti che ho letto da Gaza descrivono quelle che di fatto sono milizie interne all’esercito: unità che operano sotto l’influenza del comandante locale, il quale impartisce loro ordini quotidiani di stampo messianico. Pregano prima della battaglia, e le preghiere non sono particolarmente umane: “Distruggete Amalek”.

Non si tratta solo di un cambiamento ai vertici. È un cambiamento che parte dal basso. C’è stata una significativa radicalizzazione religiosa della società israeliana. Lo stesso schema si è insinuato nello Shin Bet, e certamente nella polizia.

Sembra esserci una dimensione religiosa che non esisteva in altre società.

Nazismo e fascismo avevano un rapporto complesso con la religione istituzionale. Volevano il monopolio dell’autorità, non volevano condividerlo con il Papa o le chiese protestanti. Ma si trasformarono esse stesse in religioni politiche, con un Duce o un Führer al vertice, inviato dalla provvidenza, come amava dire Hitler.

In Israele, accadde qualcosa di parallelo: una radicale trasformazione dell’ebraismo stesso in una religione politica, intrecciata con una certa interpretazione del Sionismo. Non la versione di Ben-Gurion, ma un’ideologia messianica ebraica le cui radici risalgono a Rav Abraham Isaac Kook.

Non mi piace definire fascismo ciò che sta accadendo in Israele. È qualcosa di diverso, così come ciò che è accaduto in Ungheria, Polonia, Turchia o Russia non è esattamente fascismo. In Israele, la versione specifica ha di fatto prodotto una legittimazione divina o rabbinica per il Genocidio.

Questo sta creando una profonda e crescente frattura con l’ebraismo mondiale, soprattutto con quello americano, che non può accettarlo. Non si può essere una minoranza ebraica liberale negli Stati Uniti ed essere allo stesso tempo d’accordo con ciò che Israele sta facendo.

Questa guerra ideologica non si combatte solo a Gaza o all’interno di Israele, ma anche qui, nei plessi universitari americani, in politica, dove le definizioni stesse stanno cambiando. Lei scrive in particolare della definizione di antisemitismo dell’Associazione Internazionale per la Memoria dell’Olocausto. Come vede l’evoluzione del concetto di antisemitismo?

Omer Bartov: Ci sono due processi che corrono in direzioni opposte. Il primo è iniziato ben prima del 7 ottobre 2023, ma ha subito un’accelerazione in seguito: il tentativo da parte di Israele, e dei suoi sostenitori in tutto il mondo, di identificare qualsiasi critica a Israele con l’antisemitismo. Questo è ciò che fa la definizione dell’Associazione Internazionale per la Memoria dell’Olocausto.

È più un elenco di esempi che una definizione, e serve agli interessi della destra israeliana. Dopo il 7 ottobre è stata ampiamente utilizzata per etichettare le proteste contro la guerra come antisemite. Certo, alcune espressioni antisemite sono comparse durante quelle proteste, ma non era questa la motivazione della maggior parte di coloro che le guidavano. E parte dell’interpretazione era pura assurdità, come ad esempio l’idea che “dal fiume al mare” sia un appello palestinese a distruggere gli ebrei. “Dal fiume al mare” è in realtà uno slogan ebraico in origine. I revisionisti cantavano “La Giordania ha due rive, questa è nostra, anche l’altra”.

Tuttavia, l’effetto è stato reale: silenziamento nei plessi scolastici, intimidazione di studenti, docenti e personale amministrativo. La tendenza non è quella che Netanyahu afferma di volere. È il silenziamento delle voci critiche, non solo su Israele.

Il processo opposto è che questa strumentalizzazione diventi la migliore copertura possibile per un antisemitismo reale. L’antisemitismo ideologico è sempre stato di destra, non di sinistra. Esistono singoli antisemiti di sinistra, ma come politica, il Massacro di Massa degli ebrei, sia da parte dei Nazisti che, prima, in Ucraina, è stato perpetrato da forze conservatrici, razziste e nazionaliste.

Aggiungiamo poi la destra MAGA (Fare l’America di Nuovo Grande) e i suoi cugini europei, la destra populista e rivoluzionaria di Tucker Carlson e Nick Fuentes, che sostiene che Israele e i rappresentanti ebrei nel mondo della finanza e dell’élite accademica siano alla radice di tutti i mali delle loro società. Questo è antisemitismo classico. E Israele, affermando di essere il rappresentante più autentico dell’ebraismo mondiale, si sta offrendo il miglior pretesto per questa rinascita.

Questo potrebbe avere enormi ripercussioni politiche a lungo termine. Trump non ha vere opinioni; è un bigotto nella sua essenza. Ma chiunque gli succederà all’interno del suo movimento potrebbe essere genuinamente anti-israeliano, come Carlson o il vicepresidente J.D. Vance. Potrebbero recidere lo stretto legame tra Israele e gli Stati Uniti. A quel punto, i limiti del potere di Israele tornerebbero dove dovrebbero essere: Gerusalemme, non Washington.

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