Presentazione


Analisi, opinioni, fatti e (più di rado) arte da una prospettiva di classe.

12/07/2026

Meno prodotto allo stesso prezzo. I paraculi della “shrinkflation”

Per non aumentare i prezzi, e dunque non alimentare l’inflazione, ti do meno prodotto allo stesso prezzo. Le aziende ricorrono a questo trucco per continuare a guadagnare anche in tempi di riduzione del potere d’acquisto di salari e pensioni, inoltre consentono ai governi di poter dire che i prezzi non sono aumentati e quindi anche l’inflazione non è salita. Il fenomeno infatti non è rilevato in modo specifico dall’Istat attraverso il monitoraggio dell’inflazione.

Il trucco si chiama shrinkflation, ed è una strategia che può far lievitare i costi al chilo o al litro fino al 200%. Dal detersivo per i piatti ai biscotti, dal bagnoschiuma ai salumi confezionati.

Il governo nel 2024 con il Ddl concorrenza era intervenuto contro la shrinkflation modificando il Codice del consumo italiano con l’introduzione dell’articolo 15-bis, il quale prevedeva l’obbligo temporaneo di indicare sulle etichette la riduzione quantitativa dei prodotti, in modo da informare correttamente i consumatori che acquistavano il prodotto “rimpicciolito”.

Ma nel marzo 2025 l’Ue aveva però avviato una procedura di infrazione nei confronti dell’Italia per aver violato la direttiva sulla trasparenza del mercato unico, costringendo il governo a fare un passo indietro e formulare un nuovo provvedimento.

Dal 15 luglio ci sarà il via libera alle nuove disposizioni contro la shrinkflation, ma le norme a favore dei consumatori appaiono assai poco incisive. In base al decreto del Mimit, infatti, scompare l’obbligo per i produttori di indicare in etichetta la dicitura “Questa confezione contiene un prodotto inferiore di X (unità di misura) rispetto alla precedente quantità”, il messaggio viene sostituito con un sistema di comunicazione lungo tutta la filiera commerciale che coinvolge distributori e rivenditori sia fisici sia online ed in cui sarà difficile rintracciare l’indicazione utile.

Anche l’obbligo informativo avrà una durata inferiore ai 6 mesi inizialmente previsti dal governo e verrà ridotto agli attuali tre mesi a partire dalla data di immissione in commercio del prodotto in quantità ridotta.

La furbata della shrinkflation riguarda il vastissimo mercato dei beni di largo consumo, che in Italia vale quasi 120 miliardi di euro annui, e che – secondo il Codacons – sta portando ad aumenti occulti dei prezzi in media tra il +10% e il +18%, con punte in alcuni casi del +40%, ma che, secondo Altroconsumo, per i consumatori vede i costi al chilo o al litro lievitare fino al 200%.

Intanto salari e pensioni restano sempre al palo, anzi perdono continuamente il loro potere d’acquisto rispetto all’inflazione reale. Con un governo e un sistema di aziende formato da paraculi c’è poco da sperare, andrebbero spazzati via per rimettere le cose nel giusto equilibrio, o meglio, nei giusti rapporti di forza.

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Il Parlamento Europeo approva il “Chat Control” e apre la strada alla sorveglianza di massa

La UE sta sdoganando la sorveglianza di massa, strumento molto utile per una classe dominante in crisi in tempi in cui l’unica promessa che è sicura di mantenere verso i popoli che governa è quella di cacciarli in un’escalation bellica senza fine. Ma nel voto appena avvenuto a Strasburgo ci sono anche altri due problemi: la libertà di manovra lasciata alle Big Tech e le modalità di votazione, che hanno palesato la natura delle istituzioni europee, che è tutto fuorché democratica.

Il 9 luglio, il Parlamento Europeo ha approvato la proroga di una norma temporanea già sostenuta dal Consiglio dell’Unione Europea, all’unanimità. Si tratta della misura definita come “Chat Control”, che ha sollevato un acceso dibattito perché, nei fatti, permette il controllo di una gran quantità di dati privati da parte delle aziende di messaggistica e posta elettronica.

Con la formula “Chat Control” si intende una norma che permette ai fornitori di servizi di analizzare, in maniera volontaria, i contenuti, e di rimuoverli e segnalarli nel caso dell’individuazione di materiale pedopornografico o di messaggi finalizzati all’adescamento. Tale misura era in scadenza, ma è stata appunto prorogata fino al 3 aprile 2028.

A rimanere in dubbio è perso l’ampiezza dei poteri da concedere alle aziende. Infatti, tramite emendamento, le comunicazioni protette dalla cosiddetta “crittografia end-to-end”, ovvero dal quel sistema crittografico che consente la lettura del contenuto inviato solo sui dispositivi del mittente e del destinatario, rimangono fuori da questo provvedimento.

Sarà un software a effettuare una prima disamina dei contenuti controllati. Se l’algoritmo troverà una corrispondenza o un’elevata probabilità di illecito, allora verrà fatta una segnalazione poi controllata da revisori umani, autorità nazionali, forze di polizia e, nel futuro impianto, un Centro adibito a questo compito.

C’è però un problema enorme. Il software, per il modo in cui riconosce casi passibili di finire sotto segnalazione, usa meccanismi che rischiano di provocare una gran quantità di errori (i file esaminati possono essere milioni e milioni al giorno), e a dirlo è il Garante europeo della protezione dei dati (EDPS).

Ma soprattutto, l’EDPS ha sottolineato che la norma approvata non definisce garanzie chiare sui limiti del monitoraggio delle imprese private, lasciando loro ampia discrezionalità. Questo potrebbe finire col colpire in particolare soggetti protetti da obblighi di riservatezza, come giornalisti, avvocati, e altri professionisti.

Il Garante ha infine criticato la possibilità che una norma nata in maniera eccezionale e temporanea nel 2021 diventa solida architettura della UE, nonostante l’impatto non chiarito sui diritti fondamentali dei suoi cittadini. Dietro il velo della lotta a crimini terribili, nei fatti un algoritmo metterà in mano a privati la gestione di una quantità enorme di dati riservati, che possono inoltre diventare anche strumento politico per una UE sempre più dedita alla censura, le sanzioni e la propaganda di guerra.

C’è poi la specifica di come il Parlamento Europeo ha votato tale proroga. Il testo era già stato respinto per ben due volte a marzo, ma la democraticissima presidente Roberta Metsola lo ha ripresentato ricorrendo a una procedura d’urgenza, così che al voto del 9 luglio fosse necessaria la maggioranza assoluta dell’Aula per respingere il provvedimento.

È così è accaduto che 314 parlamentari si sono espressi contro, e solo 276 a favore, ma alla fine il voto ha dato ragione a questi ultimi, perché a Metsola non andava giù l’opinione espressa dai colleghi precedentemente, per ben due volte. I due emendamenti decisivi per la tutela della crittografia hanno superato di poco la maggioranza assoluta richiesta (fissata a 360 voti), ottenendo rispettivamente 369 e 362 consensi.

Il provvedimento non è comunque entrato automaticamente in vigore. Il Consiglio deve decidere se accettare le modifiche inserite entro i prossimi tre mesi, e solo a quel punto il regolamento sarà adottato. Se invece il via libera non ci sarà, allora si aprirà un negoziato formale tra Parlamento e Consiglio per trovare un testo comune. Solo se questa mediazione non raggiungerà alcun risultato allora la proposta decadrà definitivamente.

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Fenomenologia di Marco Rizzo

Questo articolo ha ormai qualche mese, ma l’unico “cambiamento” intervenuto nel “percorso politico” di Rizzo è l’alleanza-sostegno a Vannacci. Ci sembra coerente con una storia incommentabile.

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Marco Rizzo è uno politico storico membro della sinistra radicale affermatosi tra la fine della Prima Repubblica e gli inizi della Seconda Repubblica. Nel 1982 entrò in contatto con Armando Cossutta, allora dirigente del partito, e conobbe anche gli ex comandanti partigiani Giovanni Pesce e Alessandro Vaia.

Aderì all’area cossuttiana di cui fu esponente fino allo scioglimento del PCI. È stato componente della Direzione Provinciale del Partito Comunista Italiano di Torino dal 1986 al 1991; oltre ad essere stato consigliere provinciale di Torino nel quadriennio 1991/1995.

È stato tra i fondatori di Rifondazione Comunista, legato all’area cossuttiana, e dal 1994 è il primo coordinatore nazionale dell’organizzazione giovanile del partito, i Giovani Comunisti, carica che copre per circa un anno. Dal 1995 al 1998 ricopre il ruolo di coordinatore della segreteria nazionale.

Fin dai primi tempi è stato un trascinatore di area del suo partito determinando una lunga storia di scissioni all’interno della sinistra radicale, oltre che al suo indebolimento. Nel 1998, durante la rottura definitiva fra Armando Cossutta e Fausto Bertinotti, Rizzo sostiene la linea contraria al ritiro del sostegno del PRC al Governo Prodi I propugnata da Cossutta.

Come tale è stato, nel 1998, uno dei principali organizzatori della scissione della cosiddetta “ala destra” del Partito della Rifondazione Comunista. Marco Rizzo contribuisce a fondare il Partito dei Comunisti Italiani (PdCI), di cui ricopre la carica di coordinatore della segreteria nazionale sino al 2004, diventando il numero “tre” tra i principali dirigenti (coordinatore della segreteria nazionale) dopo Cossutta e Diliberto.

Quando Bertinotti era stato costretto, a malincuore, a rompere col centrosinistra sfiduciando Prodi, i cossuttiani avevano rotto con lui per continuare a sostenere il governo; governo che in realtà era stato sostituito da Governo D’Alema I, in cui i cossuttiani erano entrati a pieno titolo, ottenendo il ministero della Giustizia, affidato a Diliberto, e quello degli affari regionali, a Katia Bellillo.

“Rizzo pelato, servo della NATO” era lo slogan apparso sui muri di Torino nel lontano 1999. Il motivo era allora chiaro: fu il Governo D’Alema I che nel 1999 partecipò alla guerra della NATO contro la Jugoslavia, bombardando Belgrado con aerei italiani, mentre tutti gli aerei NATO partivano dalla base italiana di Aviano.

Nonostante nella storia del suo Partito Comunista (PC) fondato nel 2014 si afferma che il rapporto tra lui e gli altri dirigenti del PdCI cominciò ad incrinarsi all’epoca della guerra del Kosovo cui egli «cercò inutilmente di opporsi», Rizzo non mosse un dito contro l’appoggio del suo partito al governo di guerra, anche quando una minoranza dei delegati del PdCI ad un congresso del partito sollevò obiezioni, salvo poi capitolare con il profondo argomento che tanto la guerra “stava per finire con la vittoria della NATO”.

Questo è stato il primo grande “peccato originale” di Marco Rizzo: aver rifiutato di ritirare la fiducia al governo Governo D’Alema I, sostenendo l’intervento militare italiano nella guerra del Kosovo nell’ambito dell’Operazione Allied Force della NATO.

Dopo la fine di questa guerra e, successivamente del Governo D’Alema I, Rizzo cercò di accreditarsi come il capo della cosiddetta “ala destra” del PdCI. Nel 2001 si pronunciò contro la partecipazione del PdCI alle manifestazioni contro il G8 a Genova sulla base del motivo per cui non erano presenti i lavoratori: dato assolutamente falso, dal momento che – nelle piazze dove si scontò la “la più grave sospensione dei diritti umani e democratici in un Paese occidentale dopo la seconda guerra mondiale” (definizione di Amnesty International) – erano presenti la CGIL, la FIOM in particolare e il grande movimento del sindacalismo di base.

Nel 2003, mentre si stava discutendo dell’ipotesi della costituzione di un “Partito del Lavoro”, in pieno Comitato Centrale del PdCI Rizzo affermò testualmente: «il Partito del lavoro c’è già, e Cofferati è il suo capo». Questo mentre Cofferati si pronunciava, insieme a governo e Confindustria, per il boicottaggio del referendum per l’estensione dell’articolo 18 dello Statuto dei lavoratori.

In quegli anni Rizzo era stato eletto alla Camera (dal 1994 al 2004), diventando nel 2001 anche presidente del gruppo parlamentare.

Nel 2004 viene eletto deputato del Parlamento europeo nella circoscrizione Nord-Ovest, ricevendo oltre 10.000 preferenze. Il PdCI aveva dato indicazione di voto per eleggere europarlamentari Armando Cossutta e Iacopo Venier, ma le preferenze li videro piazzarsi: Cossutta secondo nel Nord-Ovest, e Venier terzo nel Centro.

Rizzo non rinunciò al seggio guadagnato a favore del presidente del partito, cosa che fece Oliviero Diliberto rinunciando a favore del secondo, Umberto Guidoni. Rizzo si dimise quindi dalla Camera e s’iscrive al gruppo parlamentare della Sinistra Unitaria Europea/Sinistra Verde Nordica (GUE).

Nel 2005, al Parlamento europeo, insieme a Guidoni si distinse dal resto del gruppo della Sinistra Europea (GUE) per aver votato a favore dei trattati europei, mentre tutto il GUE, con un minimo di dignità, votava contro.

Dopo tutti questi strafalcioni politici, Rizzo inizia ad emergere – qui a ragione – come voce critica nei confronti del Governo Prodi II, rivendicando la necessità di rivedere il rapporto con il centrosinistra e di lavorare per l’unità delle forze comuniste e anticapitaliste e che non basta l’opposizione al berlusconismo per fare cose di sinistra.

In questo frangente però criticherà paradossalmente il referendum sul protocollo del welfare svoltosi fra l’8 e il 10 ottobre 2007, parlando di “referendum finto”: referendum che sarà vinto dai favorevoli all’accordo, con l’81,6% dei 5.041.810 voti validi.

Rizzo sarà contrario alla costruzione de La Sinistra l'Arcobaleno, l’alleanza nata nel 2007 tra i partiti di sinistra e sinistra radicale, esprimendo nettamente la propria contrarietà alla scelta di presentare un simbolo elettorale privo della “falce e martello”.

Il 19 dicembre 2007, infine, con una lettera aperta a Diliberto scritta insieme ad altri dirigenti locali, chiede di ritirare la delegazione del PdCI dal Governo Prodi. Alle elezioni politiche del 2008, con il mancato superamento dello soglia di sbarramento (del 4%) della lista elettorale La Sinistra l’Arcobaleno, sono la conferma, per Rizzo, dell’esigenza di un nuovo partito comunista, fortemente alternativo al neonato Partito Democratico.

Alla Direzione nazionale del PdCI del 18 aprile 2008, con Diliberto che si presenta dimissionario, Rizzo in polemica non partecipa al voto.

In vista delle elezioni europee del 2009 nasce la Lista Anticapitalista che raccoglie Rifondazione, Comunisti Italiani, Socialismo 2000 e, in un primo momento, i Consumatori Uniti. L’esito delle elezioni vedrà la seconda sconfitta ancora una volta sotto la soglia di sbarramento del 4%.

Dopo la sconfitta, il PdCI convoca l’Ufficio Politico il 9 giugno, dove Diliberto si presenta dimissionario. Alla fine della riunione l’UP vota contro le dimissioni con l’eccezione proprio di Marco Rizzo che vota a favore.

Alcuni dirigenti del partito invocano allora misure disciplinari contro Rizzo perché in campagna elettorale non avrebbe sostenuto la lista del partito, nonostante Rizzo fosse candidato alle amministrative come sindaco di Collegno (dove aveva ottenuto il 2,8% delle preferenze) e presidente della provincia di Grosseto (1,48% delle preferenze).

Il 22 giugno 2009, dopo un’audizione alla Commissione Nazionale di Garanzia, Rizzo viene espulso con l’accusa di aver fatto campagna elettorale per le europee a favore dell’Italia dei Valori e in particolare di un suo candidato, Gianni Vattimo (filosofo ed ex esponente dei Comunisti Italiani).

Rizzo contestò l’espulsione, accusando Diliberto di essere in rapporti con un ex iscritto alla P2 di Licio Gelli, Giancarlo Elia Valori. Per queste accuse Diliberto annunciò una querela contro Rizzo, che però non vi è stata; viene invece richiesta dal professore sardo una citazione danni per 1.000.000 di euro.

Il 3 luglio 2009 Rizzo annuncia la fondazione del movimento politico Comunisti Sinistra Popolare, rifacendosi ai principi del marxismo-leninismo, che diventerà poi nel gennaio 2012 Comunisti Sinistra Popolare – Partito Comunista, e infine, dal gennaio 2014, semplicemente Partito Comunista (PC). Con la nascita del suo Partito più volte farà elogi alla figura di Iosif Stalin e si dichiarerà “stalinista”.

È proprio da quell’anno che Rizzo si ricostruisce una verginità, sull’onda della sua opposizione al Governo Prodi II e alla degenerazione neoliberale del centro-sinistra sfociato nella fondazione del Partito Democratico (fondato dai lasciti di Margherita, Unione, Ulivo, DS ed ex-democristiani).

Dal 2014 in poi, anno della fondazione del Partito Comunista (PC), diventa un personaggio popolare e televisivo presente nei talk show come volto “alternativo” che offre una narrazione “alternativa” al sistema.

Da quegli anni inizia a diventare popolare soprattutto a quella fetta di popolazione italiana che per anni non era stata intercettata dalla vita politica, o che era insoddisfatta, o che non aveva mai conosciuto la storia politica di Marco Rizzo. Interessanti saranno, soprattutto in politica internazionale e geopolitica, le sue analisi molto lucide sulla guerra in Libia, in Siria, sugli attacchi imperialistici ai Paesi progressisti dell’America Latina (Cuba, Nicaragua, Venezuela, Argentina di Kirchner e Fernandez).

Inizia a criticare in modo molto più ferreo la grande finanza internazionale, la «gabbia euroatlantica» che lede «la sovranità dell’Italia», il signoraggio bancario, l’Euro come moneta senza Stato, l’Europa delle banche e dei poteri lobbyistici distruttrice dei diritti sociali, il neoliberismo e la globalizzazione capitalista, l’assolutismo del mercato, il fatto che ogni guerra ha origine economiche e quindi ha interessi imperialistici (soprattutto prendendo di mira l’imperialismo USA), oltre a prendere sempre più posizione per un’uscita unilaterale dell’Italia dall’UE, dall’Euro e dalla NATO.

Marco Rizzo diventa, da sostenitore dei Trattati europei, un feroce nemico della Troika (BCE, Commissione Europea, Fondo Monetario Internazionale).

In questo frangente inizia ad essere ospite di tv e canali della controinformazione alternativa, poiché veramente sembra dire qualcosa che pochi o nessuno afferma con chiarezza nel panorama politico italiano. È qui che l’autoreferenzialità inizia ad accrescere e il suo “stalinismo” lo porta a sostenere certe posizioni sovraniste che strizzano l’occhio ad una certa destra.

Inizia a battersi contro l’immigrazionismo, che sarebbe un’ideologia della potenti lobby finanziarie volta a pianificare l’immigrazione per importare nuovi schiavi da sfruttare. Si oppone all’arrivo dei migranti, tirando in ballo in modo decontestualizzato Marx, citando la sua teoria dell’esercito industriale di riserva.

Pur essendo uno dei pochissimi a criticare le politiche pandemiche, l’introduzione del Green Pass e l’obbligatorietà per i vaccini anti-Covid, negli ultimi anni ha preso posizioni di negazionismo riguardo l’origine antropica del cambiamento climatico attuale, sia nelle comparse in canali televisivi tramite la sua attività su social network definendo la questione una “balla”.

Il 10 maggio 2021 Marco Rizzo ha ottenuto una pagina intera sulla Verità di Maurizio Belpietro per esporre le proprie idee a proposito del ddl Zan e più in generale sui diritti civili.

L’intervistatore chiede: «come mai, con una pandemia in corso, il PD insiste così tanto sul ddl Zan?» La sua risposta è stata: «Se vogliamo dirla tutta, la mutazione genetica della sinistra italiana inizia negli anni settanta, con l’avvento del femminismo e dell’ecologismo da salotto. Nel nome dei diritti civili hanno buttato a mare i diritti sociali: il lavoro, la casa, la salute, la scuola»

Attribuire al ’68 e all’«avvento del femminismo» i colpi subiti dal lavoro è un distillato della vecchia cultura dominante e dei luoghi comuni più reazionari. Ma volendo essere seri, perché contrapporre i diritti sociali ai diritti civili?

Proprio l’esperienza degli anni ’70 dimostra l’opposto. Furono anni di grande avanzata del movimento operaio e delle sue conquiste sociali su tutti i terreni indicati: nel campo del lavoro (Statuto dei lavoratori), della casa (equo canone), della salute (riforma sanitaria del 1978), della scuola (scolarizzazione di massa). E proprio per questo, guarda caso, furono gli anni della conquista del divorzio, del diritto all’aborto, più in generale dei diritti delle donne.

Cosa dimostra questo se non che l’avanzata del movimento operaio porta con sé l’avanzata di tutti i diritti democratici più elementari?

La controprova è stata l’esperienza dei decenni successivi, quando l’arretramento del movimento operaio, per responsabilità delle direzioni politiche e sindacali della sinistra, ha finito col trascinare nel baratro o sotto processo i diritti democratici conquistati negli anni ’70, spianando la strada alla rivincita delle destre peggiori. Quelle che contrappongono i diritti sociali ai diritti civili. Quelle che vogliono abolire la legge 194 e i diritti delle persone LGBT, quelle che celebrano la vecchia cara famiglia patriarcale contro i guasti della modernità.

Nella stessa intervista il giornalista chiede a Rizzo: «Sta contestando la cosiddetta “ideologia gender”?». Rizzo risponde: «È un’ideologia piegata al consumo. Ci sono dati statistici oggettivi: due single presi separati consumano più di una coppia sotto lo stesso tetto».

Questa è un’assurdità in termini concettuali e analitici, poiché l'“ideologia gender” non è un concetto e non è una categoria analitica. L’espressione “ideologia gender” è un dispositivo retorico reazionario creato dal Vaticano, dalla destra teologica e dai movimenti ultra-integralisti cristiani dopo la Conferenza Onu delle donne di Pechino del 1995, con il fine di opporsi alle rivendicazioni dei diritti LGBTQ+ e al femminismo con il fine specifico di delegittimare gli studi di genere, etichettandoli come un’imposizione ideologica che minaccia l’“ordine naturale” uomo-donna, descrivendo l’ordine sessuale come non storico e non politico.

Come ha spiegato bene la sociologa Sara Garbagnoli, ricercatrice indipendente associata al centro di ricerca LEGS dell’Università Parigi 8 ed attivista femminista, l’ideologia gender è una “etichetta patacca” che esiste solamente nelle parole di chi la combatte.

Ma questo non è nulla in confronto alla degenerazione attuale. Nel 2022 alle elezioni politiche è uno dei promotori della lista Italia Sovrana e Popolare insieme ad altri movimenti come Ancora Italia di Francesco Toscano, Riconquistare l’Italia di Stefano D’Andrea, Azione Civile di Antonio Ingroia, Italia Unita di Francesco Nappi, Patria Socialista di Igor Camilli e Rinascita Repubblicana della ex-leghista Francesca Donato, che uscirà poco dopo dall’alleanza.

Il 21 gennaio 2023 il comitato generale del Partito Comunista elegge come suo nuovo segretario Alberto Lombardo, mentre a Rizzo viene affidato l’incarico di presidente onorario.

Due giorni dopo il Partito Comunista, Azione Civile, Fronte per la Sovranità Popolare e Ancora Italia fondano Democrazia Sovrana Popolare (DSP) per proseguire l’esperienza di ISP. A luglio 2023 vengono però espulsi dalla coalizione sia Azione Civile che il Fronte per la Sovranità Popolare.

DSP non riuscirà a raccogliere le firme necessarie per presentare le liste per le elezioni europee del 2024 in tutte le circoscrizioni, riuscendo, grazie al supporto di un suo “storico avversario politico” Gianni Alemanno (proveniente storicamente dal MSI), a presentarsi solo in quella centrale dove Rizzo da capolista raccoglie oltre 6.500 preferenze contribuendo allo 0,15% totale della lista.

Alemanno e Rizzo sostengono insieme il candidato di DSP del medico ex-forzista Daniele Giovanardi (1,40%) alle elezioni comunali di Modena e anche Patrizio Sgarra a Giaveno (1,59%).

In vista dei referendum popolari sul lavoro promossi dalla CGIL l’8 giugno 2025, Marco Rizzo invita all’astensione contro le proposte della CGIL, che in sostanza sostenevano tutte le conquiste sociali che lo stesso Rizzo fin dal 2014 ha sostenuto con fermezza.

Sicuramente ciò che più ha mostrato in questi anni la sua attuale ri-degenerazione politica è il suo sostegno alla Riforma della giustizia del Ministro Carlo Nordio (appartenente al Governo Meloni) e il suo sostegno esplicito al Sì al referendum costituzionale del 22 e del 23 marzo 2026.

Una presa di posizione totalmente vaga, di pancia, fatta di slogan di bassissimo livello senza mai entrare nel merito della riforma. Sui social, in sostegno al Sì, si è abbassato a parlare del caso di sua moglie derubata: un circo social-mediatico che gli ha fatto guadagnare clamore e visibilità (cosa che lui a quanto pare cerca in modo spasmodico, non avendo invece il corrispettivo in voti e consenso popolare).

È un fatto che Marco Rizzo sia stato per sedici anni (1992-2008) un fervente governista: prima a sostegno di Prodi (votando lavoro interinale, campi di detenzione per i migranti, il record delle privatizzazioni in Europa, i tagli sociali per entrare nell’Europa di Maastricht...); poi a sostegno dei governi D’Alema ed Amato (votando i bombardamenti della NATO in Serbia e la parificazione tra scuola pubblica e privata); poi nuovamente a sostegno del secondo governo Prodi, seppur con una postura più critica (detassazione massiccia dei profitti, missioni militari, nuovi tagli sociali, truffa sul TFR...).

Nella “sinistra radicale” italiana nessuno ha governato quanto Rizzo, a braccetto col centrosinistra e i liberali.

Ora – dopo le alleanze con il postfascista Alemanno e l’astensione ai referendum popolari sul lavoro del 2025 – con il Sì alla Riforma Nordio, mostra veramente ciò che è sempre stato.

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L’israelizzazione che reprime anche l’Italia

Il conflitto a Gaza non interroga soltanto il diritto internazionale. Interroga anche le democrazie occidentali, chiamate a scegliere tra tutela dei diritti e il primato della sicurezza.

Dalle analisi di Francesca Albanese alla vicenda della Freedom Flottilla, fino alle restrizioni del dissenso in Italia, un viaggio dentro quel paradigma che molti studiosi definiscono “israelizzazione”: l’estensione di pratiche securitarie che rischiano di comprimere progressivamente libertà, partecipazione e pluralismo.

Una studentessa ripiega la kefiah prima di entrare all’università. Un’associazione rinuncia a organizzare un incontro sulla Palestina. Un teatro cancella un evento dopo una campagna di polemiche. Un corteo viene autorizzato, ma sottoposto a prescrizioni sempre più stringenti. Presi singolarmente, questi episodi possono avere spiegazioni diverse. Considerati insieme, però, raccontano un clima che merita di essere discusso e interrogato.

“Il fatto che degli attivisti siano intercettati, in acque internazionale, a pochi chilometri dalla costa greca, è sovranità europea. Di fatto presi in ostaggio, senza che le istituzioni europee e nazionali si rivoltino, è gravissimo. C’è un israelizzazione in corso del nostro spazio sociale, civile ed è pericolosissimo”.

Sono alcune delle parole pronunciate, durante un’intervista a Taranto per il concerto del primo maggio, dalla relatrice speciale delle Nazioni Unite sui diritti umani nei Territori palestinesi occupati dal 1967, Francesca Albanese.

Nelle sue analisi, la Palestina non rappresenta soltanto il luogo di una guerra devastante e di una profonda crisi umanitaria: è anche il banco di prova della tenuta del diritto internazionale e uno specchio nel quale le democrazie occidentali sono chiamate a guardarsi.

Da questa prospettiva emerge un termine destinato a suscitare discussione: israelizzazione. Non è una categoria giuridica né una definizione universalmente condivisa. È una chiave di lettura utilizzata da alcuni studiosi, giuristi e osservatori per descrivere la diffusione di un paradigma nel quale la sicurezza tende a prevalere sui diritti, l’emergenza rischia di diventare permanente e il dissenso viene progressivamente trattato come un problema di ordine pubblico.

La riflessione di Albanese parte da un principio semplice: il diritto internazionale non può essere applicato in modo selettivo. Se le sue norme valgono soltanto quando non interferiscono con gli interessi geopolitici degli Stati, allora perdono la loro funzione di garanzia universale.

È una domanda che riguarda anche l’Italia.

Negli ultimi mesi il conflitto a Gaza ha attraversato il dibattito pubblico italiano. Manifestazioni di solidarietà con il popolo palestinese sono state, in alcuni casi, sottoposte a prescrizioni o limitazioni motivate dalle autorità con esigenze di sicurezza.

Nelle università, nei festival culturali e negli spazi pubblici si sono moltiplicate polemiche su convegni, interventi e iniziative dedicate alla Palestina. Parallelamente, associazioni, giuristi e organizzazioni per i diritti civili hanno espresso preoccupazione per il rischio che il confine tra tutela dell’ordine pubblico e compressione della libertà di espressione diventi sempre più sottile.

Uno degli episodi più significativi è stato quello della Freedom Flotilla.

Nel giugno 2025 la nave Madleen, partita con aiuti umanitari e dodici attivisti a bordo, è stata intercettata dalle autorità israeliane mentre era diretta verso Gaza. Israele ha sostenuto che l’operazione fosse legittimata dal blocco navale imposto alla Striscia. Francesca Albanese, altri esperti delle Nazioni Unite e numerose organizzazioni per i diritti umani hanno invece contestato questa interpretazione, sostenendo che il blocco e l’intercettazione sollevassero gravi questioni di diritto internazionale e chiedendo agli Stati di garantire la protezione della missione umanitaria.

La vicenda coinvolse cittadini europei e riaprì un interrogativo politico: quale deve essere il ruolo dell’Unione europea quando propri cittadini prendono parte a una missione civile di questo tipo?

Diversi osservatori hanno giudicato prudente o insufficiente la risposta delle istituzioni europee, mentre altri hanno sottolineato la necessità di gestire la vicenda attraverso i canali diplomatici. Al di là delle diverse valutazioni, il caso ha riportato al centro il tema della capacità dell'Europa di difendere il diritto internazionale e i propri cittadini in contesti di alta tensione.

Ma forse il cambiamento più profondo non è quello che si manifesta nelle piazze.

La repressione contemporanea può assumere forme meno visibili. Non agisce soltanto attraverso divieti o procedimenti giudiziari. Agisce anche producendo autocensura.

Quando un docente rinuncia a un seminario, quando un artista modifica un programma per evitare contestazioni, quando uno studente preferisce non esporsi per timore delle conseguenze, la limitazione della libertà si manifesta in modo silenzioso.

Non è più necessario vietare tutto: basta creare un clima in cui molte persone scelgono di limitarsi da sole.

È questo il rischio che Albanese richiama con insistenza.

Secondo la relatrice ONU, gli Stati hanno non solo il dovere di rispettare il diritto internazionale, ma anche quello di non contribuire a violazioni gravi commesse da altri soggetti. Per questo le sue critiche non riguardano esclusivamente Israele, ma anche la responsabilità degli Stati terzi, Italia compresa, rispetto agli obblighi derivanti dal diritto umanitario.

Le posizioni di Francesca Albanese hanno suscitato fortissime contestazioni, addirittura, alcuni governi e istituzioni le hanno considerate totalmente sbilanciate. Non solo le dichiarazioni, ma anche le sanzioni disposte a Francesca Albanese, da parte degli Stati Uniti, ci dimostrano quanto sia diventato difficile discutere del conflitto israelo-palestinese senza che il dibattito si trasformi in uno scontro identitario.

La questione, tuttavia, supera la figura di Francesca Albanese. Ma, riguarda il modello di democrazia che intendiamo difendere.

Ogni società democratica deve garantire la sicurezza dei propri cittadini. Ma la sicurezza non può diventare l’unico criterio attraverso cui leggere la realtà. Quando il diritto internazionale viene percepito come negoziabile, quando il dissenso viene guardato con crescente sospetto e quando la solidarietà verso una popolazione civile diventa motivo di delegittimazione, il rischio è quello di restringere progressivamente gli spazi della libertà democratica.

La Palestina, allora, non è soltanto un conflitto lontano. È una lente attraverso cui osservare trasformazioni che riguardano anche l’Europa: l’espansione delle logiche securitarie, la crescente pressione sul dissenso, la difficoltà di mantenere saldo il principio dell’università dei diritti.

Naturalmente questa lettura è oggetto di forte dibattito. C’è chi ritiene che il termine “israelizzazione” sia improprio e che le misure adottate dagli Stati europei rispondano a esigenze legittime di sicurezza e di contrasto all’antisemitismo. È un’obiezione che merita di essere ascoltata, perché il confronto democratico vive anche del dissenso.

Ma resta una domanda, e ci riguarda: che cosa accade a una democrazia quando la tutela dei diritti dipende sempre più dal contesto politico e sempre meno  all’università delle norme?

Che cosa accade quando la paura modifica il linguaggio pubblico, restringe gli spazi del confronto e induce all’autocensura?

Forse è proprio qui il significato più profondo della riflessione proposta da Albanese. La questione palestinese non riguarda soltanto il destino di un popolo. Interroga la credibilità delle democrazie che affermano di fondarsi sul diritto internazionale, sui diritti umani e sulla libertà di critica. È anche l’erosione, lenta ma concreta, della qualità della nostra stessa democrazia.

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Meno lavatrici e più carri armati a prezzi d’inflazione

Il “fascino” del riarmo

I padroni del mondo stanno modellando i mercati a loro immagine e somiglianza. E attraverso questa operazione, è ovvio, trasformano anche profondamente le società umane che alimentano il business planetario. La decisa “sterzata” delle democrazie industriali occidentali, negli ultimi 10 anni, è stata quella di riscoprire il fascino perverso del riarmo come “motore dello sviluppo”. Basta con le lavatrici. Avanti con i carri armati! Niente di nuovo sotto il sole. È già successo ai primi del ‘900, con la corsa accelerata alla costruzione delle flotte da battaglia tedesche e inglesi. Una “gara” che portò dritto filato alla Prima guerra mondiale. E che venne riproposto poi, negli anni Trenta, con il travolgente riarmo della Germania nazista, che si tirò appresso le altre nazioni europee. Tutti sappiamo come andò a finire. Oggi, però, le “specifiche” che guidano le cosiddette “politiche di sicurezza” sono legate fino a un certo punto a mere questioni di interesse nazionale. Gratta gratta, sotto la superficie di una storia che sta mettendo in crisi tutti i governi europei (che infatti rischiano di essere cacciati) però, c’è una cointeressenza di obiettivi più finanziari e commerciali che geopolitici. “Si vis pacem para bellum” oggi vale per le banche e per grandi speculatori finanziari. Per quelli che fanno “insider trading”, comprando con largo anticipo e a prezzi molto più bassi le azioni di aziende che produrranno “magicamente”, in futuro, armi, munizioni ed equipaggiamenti militari.

Sicurezza? No, dollari

Al vertice Nato in Turchia, i ponderosi endecasillabi sulle nuove tattiche strategiche che riguardano la geopolitica del Terzo millennio si sprecheranno. Tutto fumo. La sostanza, ridotta all’osso, è che Donald Trump non solo non vuole più sborsare un dollaro per gli alleati, ma in teoria vorrebbe pure essere pagato. L’operazione più importante che ha fatto è quella di accollare (praticamente) all’Europa quanto più sostegno possibile per Kiev. Col trucco. Perché il futuro ingresso dell’Ucraina nell’Unione Europea, significherà che della ricostruzione del martoriato Paese si dovrà fare carico in maggior misura proprio Bruxelles. Ma il problema grosso delle forniture militari, non riguarda solo il loro “funding”, cioè il reperimento delle risorse di bilancio destinate all’acquisto o alla loro fabbricazione. Il vero ostacolo insormontabile, come viene denunciato in esclusiva anche in un report del Wall Street Journal, è la “saturazione” della capacità produttiva. Detto in parole povere, rispetto alla richiesta (c’è un impazzimento generale) le fabbriche non riescono a stare dietro al ritmo della domanda. Sembra incredibile, ma continuando di questo passo, avremo un’inflazione “da missili e carri armati”, perché per una naturale legge economica i prezzi s’impenneranno.

WSJ: il rincaro delle bombe

Il Wall Street Journal riporta le dichiarazioni del Segretario generale della Nato, Mark Rutte, notoriamente molto accondiscendente con Trump. Rutte sostiene che il Presidente americano sarà sicuramente soddisfatto dagli incrementi di spesa militare, decisi dai Paesi europei. Bisogna tenere conto, scrive il Wall Street Journal, che “il prezzo di un proiettile di artiglieria da 155 mm, una delle munizioni più basilari della Nato, è più che quadruplicato dall’invasione russa dell’Ucraina nel 2022, a causa dell’aumento vertiginoso dei budget che ha colpito la limitata offerta, affermano funzionari sia della Nato che dell’industria. Ad Ankara, parallelamente agli incontri tra i leader, la Nato terrà un forum industriale per i dirigenti del settore della produzione di armi e i pianificatori governativi, al fine di discutere le modalità per accelerare ed espandere la produzione. I funzionari della Nato prevedono di annunciare, durante l’evento di martedì, contratti, accordi preliminari e accordi di produzione congiunta per miliardi di dollari”.

Mark Rutte soddisfatto

“Giovedì – ricorda il WSJ – in un post su Truth Social, Trump si è lamentato delle spese militari europee e ha affermato che gli Stati Uniti non traggono ‘alcun beneficio’ dall’appartenenza alla Nato. Durante una visita televisiva nello Studio Ovale con Trump, Rutte ha però elogiato l’aumento delle spese per la difesa da parte degli alleati europei e del Canada, che ha soprannominato il ‘Trilione di Trump’. Il suo messaggio: l’Europa ha fatto un passo avanti e ha risposto alle richieste degli Stati Uniti di fare di più, costruendo una Nato 3.0”.

Conclusioni

C’è la netta sensazione che gli Stati Uniti, in materia di consumo di scorte, abbiano fatto il passo più lungo della gamba. Hanno continuato a fornire missili, proiettili di artiglieria e sistemi d’arma di ogni tipo, con un flusso continuo, prima all’Ucraina e poi a Israele. Inoltre, con l’attacco all’Iran hanno continuato a “bruciare” preziose risorse militari di prima linea, tecnologicamente avanzate, ma soprattutto costosissime e di realizzazione industriale su scala relativamente ridotta. Insomma, si sono inguaiati. E ora se la pigliano con l’Europa.

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11/07/2026

Ho visto “Backrooms”

C’è una faglia tra noi e il campo largo

La contestazione al comizio del campo largo a Napoli e le polemiche politiche che ne sono scaturite, offrono materia di riflessione sulla “faglia” che separa l’opzione del centro-sinistra da quella di una alternativa politica a tutto campo.

La stessa organizzazione del comizio dei leader di Pd, M5S, AVS parla da sola, fin dalla scelta della piazza; non proprio enorme e per quasi metà occupata da lavori stradali. Non erano certo attese “le masse”...

Pochissima gente comunque, come si è visto anche nelle tv più “amichevoli”, nonostante la presenza di leader nazionali; una prevalenza di funzionari, addetti stampa e professionisti della politica, senza i segmenti sociali di una metropoli fortemente contraddittoria come Napoli.

La totale sorpresa nel venire invece messi a confronto con questo tipo di contraddizioni – dai disoccupati agli attivisti che da tempo e con dovizia di dettagli segnalano i buchi della governance del centro-sinistra sia a livello comunale che regionale (dove governa il “campo largo”, non la destra) – segnala piuttosto un’ormai mortifera abitudine a vivere “nel palazzo”, nelle sue regole, consuetudini, mediazioni senza visione né contatto col mondo popolare.

La somma di queste “manchevolezze” dice molto, quindi, sul fatto che il campo largo di CENTRO-sinistra (i rapporti di forza sono chiari...) stenta e stenterà parecchio a indicare una prospettiva attraente per la massa di persone che da tempo lo ritengono parte del problema, non la soluzione.

A ben poco, e a torto, valgono le accuse lanciate contro gli attivisti del Potere al Popolo di “fare un favore alla Meloni” o di “contestare il centro-sinistra invece che la destra”. Sulla seconda questione parlano le centinaia di denunce collezionate dagli attivisti di Potere al Popolo nelle mille manifestazioni contro il governo, i suoi ministri o gli esponenti sionisti. Manifestazioni da cui gli esponenti del campo largo si sono sempre tenuti a timorosa distanza.

Un riflesso condizionato, automatico, per chi nella testa e nell’anima ha introiettato il “bipolarismo obbligato” tra campi politici che, una volta al governo, devono soltanto seguire le indicazioni del “pilota automatico” inserito nei trattati europei e in quelli Nato.

Un automatismo che da 35 anni (crollo della Prima Repubblica e “discesa in campo” di Berlusconi) esclude qualsiasi ipotesi di alternativa dal novero delle possibilità concrete. Chi ci vive dentro non immagina più neanche che “fuori” le cose possano andare diversamente. Tutti allineati dietro il suprematismo europeo ed occidentale, tutti convinti di vivere nel “giardino”, felici di starci perché fuori “c’è la giungla”.

Certo, c’è qualche differenza tra centrodestra e centrosinistra. Un po’ di ambientalismo contro il negazionismo climatico assoluto, un po’ di diritti civili contro un bigottismo ipocrita e fuori tempo massimo, ma nulla di importante sulla condizione dei lavoratori, nessun limite allo strapotere delle imprese, nessuno scarto sui vincoli dei trattati internazionali.

È l’accettazione del mondo dopo l’illusione della “fine della storia”, della globalizzazione a guida statunitense, senza alternative (il “Tina” thatcheriano diventato “costituente”).

Eppure proprio quel mondo sta sfaldandosi sotto i nostri occhi. Gli scricchiolii che erano emersi con la fuga Usa/Nato dall’Afghanistan sono diventati tuoni con l’impasse contro l’Iran, la guerra in Ucraina, l’emersione del mondo multipolare.

Su questo non c’è nessun “pilota automatico” a indirizzare il ceto politico residuale. Che infatti si frantuma subito ad ogni domanda. Sì o no al riarmo? Sì o no al genocidio dei palestinesi? Sì o no alle guerre in Medio Oriente e contro la Russia? Per cosa dovrebbe spendere lo Stato? Restare o uscire dalle alleanze militari che preparano la guerra mondiale? Limitare o no il dispotismo delle aziende?

Invece di rispondere in modo “testardamente unitario”, il cosiddetto campo largo è un deserto di proposte, un cimitero di slogan innocui e impotenti o di proposte divaricanti. Tutta la prospettiva resta chiusa alla delimitazione di un “campo interno”, a livello nazionale, per tenere viva la possibilità di un’alternanza al governo che non diventerà mai un’alternativa.

Farglielo notare in piazza – l’unico luogo in cui il diritto di parola non può essere occultato neanche dal sistema mediatico-imprenditoriale – diventa così un’offesa personale. Come quando si indica che il re è nudo.

Il ritornello dell’“unità contro la destra”, anche e soprattutto “obtorto collo”, era inefficace già ai tempi dell’antiberlusconismo retorico che ha “suicidato” la sinistra. Riproporlo oggi, in un mondo in evoluzione veloce verso un radicale cambiamento d’epoca, ponendolo peraltro come unica motivazione valida per ingoiare il rospo, ha scarsissime possibilità di riuscita.

La logica del “meno peggio” non cattura più nessuno. L’astensionismo crescente lo dimostra ad ogni tornata elettorale.

La gente non voterà il campo largo solo per fare un dispetto a Meloni e al campo neofascista. Ne abbiamo avuto già parecchie prove. E “moderare” le istanze di cambiamento – il classico ruolo di Avs – non servirà ad attrarre voti “moderati”, ma solo ad allontanare interessi sociali che nessuno vuol rappresentare, se non per finta.

Sviluppare un’alternativa di sistema, paradossalmente, è l’unico tentativo concreto per invertire una tendenza che altrimenti sembra già segnata: crisi, dispotismo, guerra.

Su questo, pare chiaro, il “campo largo” reagirà sempre col terrore negli occhi.

La contestazione di Potere al Popolo di questo parla. Ed è stata persino condotta in modo civile, limitata a tutte le contraddizioni note del campo largo.

La Storia, quando bussa alla porta, è in genere assai meno educata.

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Una ricerca sulla finanziarizzazione del mercato immobiliare nella città di Milano

Per parlare di casa oggi bisogna per forza parlare anche di finanza, soprattutto se ci si trova a Milano. Da questa premessa Alberto Bortolotti, architetto e ricercatore del Politecnico, ha pubblicato sotto la supervisione del professore Gabriele Pasqui lo studio “La finanziarizzazione del mercato urbano. Il caso milanese”, presentato lo scorso 20 aprile nella sede del Centro di competenze territori AntiFragili (Craft). Nel rapporto Bortolotti evidenzia con un approccio quantitativo e qualitativo come il capitale finanziario influenzi lo sviluppo urbano e la gestione del patrimonio edilizio, con effetti sull’economia della città e sulla vita quotidiana di chi la abita.

Bortolotti partiamo dall’inizio. Che cosa si intende per finanziarizzazione?

Parliamo di un concetto ampio che appare nella letteratura già dagli anni Novanta e che vede interfacciarsi soggetti diversi. Possiamo definirlo come il dominio della finanza sull’economia reale: tutto ciò che ha a che vedere con parametri finanziari che influenzano lo stato, dall’economia all’istruzione. Nell’immobiliare questo si traduce nel trattamento di beni immobili come prodotti finanziari. Da questa definizione abbiamo deciso di inquadrare il fenomeno attraverso due mosse pratiche: la prima vedendo come la mobilitazione di strumenti finanziari impatti i grandi progetti e le aree circostanti; la seconda mappando – grazie al supporto del Mapping and urban data lab (Maudlab) e dei suoi Fabio Manfredini e Nilva Aramburu Guevara – tutti quegli immobili utilizzati come asset, cioè raggruppati all’interno di fondi o in società di investimento immobiliare.

Il rendimento di questi beni è dato dall’affitto?

L’affitto è la voce principale che genera un cespite per questo tipo di investimento. Tanto è vero che spesso si parla di build to rent, ovvero operatori che costruiscono immobili sapendo già che ci sarà un locatario che subentrerà per un certo numero di anni. In questi casi l’edificio può venire realizzato stipulando contratti prima della costruzione che servono a finanziare l’immobile, a soddisfare le esigenze dell’affittuario e a definire un rendimento atteso per i quotisti del fondo. Molto dipende dalla scala dell’operazione e dal numero di conduttori: le dinamiche possono variare ma il principio resta lo stesso. La questione dell’affitto è quindi centrale, anche perché alcuni dei primi strumenti della finanza di mercato applicati al settore immobiliare derivano dal mondo delle infrastrutture – come autostrade, ferrovie o grandi opere pubbliche – dove i ricavi sono stabili e prevedibili nel tempo. Alcune di queste tecniche sono poi state impiegate nei mercati immobiliari: pensiamo alla cartolarizzazione in cui si emettono titoli il cui rendimento dipende dagli affitti. In altre parole, non si valuta lo stabile in sé ma la sua capacità di generare reddito dalla locazione.

Nella ricerca si menzionano le prime dieci città europee per costo d’affitto mensile degli uffici prime, ovvero quelli nei business district (che nel caso di Milano sono Cordusio e Porta Nuova). Si parte da Londra, seguita da Parigi e Stoccolma. Milano è quarta, prima di Dublino, Lussemburgo e Francoforte. Quando e come è arrivata la finanziarizzazione nell’immobiliare italiano?

Dall’inizio degli anni Duemila e con la normativa sui fondi alla fine degli anni Novanta. Consideriamo che anche lo stato ha utilizzato tecniche di finanza e riorganizzazione immobiliare: durante i Governi Berlusconi, per esempio, sono state avviate operazioni di cartolarizzazione del patrimonio pubblico sugli immobili Inps, in cui stabili pubblici sono stati trasformati in strumenti finanziari da vendere per generare liquidità. Negli ultimi decenni è cambiato il modo di fare sviluppo immobiliare. Nel secondo Dopoguerra erano soprattutto grandi famiglie milanesi a possedere terreni e a realizzarci quartieri. Successivamente sono entrati in gioco gli sviluppatori, spesso ex costruttori che selezionavano aree strategiche da cui estrarre rendita, pensiamo a Milano 2 e Milano 3 sviluppate da Berlusconi. Per finanziare questi progetti gli operatori chiedevano soldi alle banche con mutui e quello che non riuscivano a vendere veniva cartolarizzato attraverso queste ultime. In Italia la cartolarizzazione nasce quindi come operazione legata ai crediti bancari problematici per trasformare flussi futuri in titoli finanziari assimilabili a obbligazioni. Le tecniche attuali per raccogliere credito sulla base di previsioni di reddito sono arrivate invece più tardi, mutuate dal sistema anglosassone, e come parte di un più ampio processo di finanziarizzazione dell’economia che ha progressivamente spostato il sistema da modello bancocentrico a uno dominato dalla finanza di mercato, anche in un Paese come il nostro che era fondato sulle banche e sulle casse di risparmio di territorio.

Che effetto ha avuto?

Quello a cui si è assistito è stato lo smantellamento progressivo degli istituti bancari. Tanto è vero che se oggi guardiamo le strutture societarie delle banche di territorio e delle casse di credito cooperativo vediamo che fanno riferimento ai tre maggiori gruppi bancari italiani. E questo accorpamento è dovuto, a mio parere, a una volontà della Banca d’Italia e della Banca centrale europea di creare strutture più grandi. In questo modo gli sviluppatori classici e gli spin-off bancari, cioè società di sviluppo legate ad alcuni investitori delle banche, hanno lasciato spazio ad attori più specializzati che lavorano in proprio, svincolati dai grandi intermediari.

Nella ricerca, attraverso i sistemi informativi dell’Agenzia dell’Entrate (Sister), avete individuato circa 4.054 immobili finanziarizzati tra Milano e la sua Città Metropolitana gestiti da 65 attori del mercato urbano. Tra questi spiccano Intesa Sanpaolo (702 beni), Ferrovie dello Stato (656), Arexpo (285), Lendlease (181), Mediobanca (171), EuroMilano (168), Kryalos (165), Investire (144), Generali (137), Redo (131), Bnp Paribas (125) e Prelios (106).

Esatto, anche se sicuramente ci è sfuggito qualcosa perché il catasto ha diversi problemi di affinamento. E poi è stato difficile ricostruire questi attori perché il 90% dei fondi immobiliari in Italia sono di tipo chiuso, quindi con un tempo di vita limitato e non quotati. Poi ci sono attori e attori: alcuni mobilitano capitali “pazienti”, come grandi fondi pensione bancari, che accettano rendimenti più bassi in una logica di diversificazione; altri sono più speculativi e operano nel breve periodo su operazioni più rischiose e ad alto rendimento. A Milano abbiamo entrambi ma forse prevalgono i soggetti ad alto rischio.

Le mappature presentate restituiscono una rappresentazione visiva della finanziarizzazione e la sua “clusterizzazione” nel centro storico e a Porta Nuova.

Nel mappare gli edifici abbiamo rilevato una concentrazione molto significativa. Mi ha sorpreso che tantissimi palazzi del centro storico siano asset dove la gente non vive. Questo porta a una riflessione: la presenza di uffici, hotel, negozi e centri commerciali nel centro ha probabilmente spinto molti abitanti fuori dalla prima cerchia, innescando a cascata altre gentrificazioni verso l’esterno. Anche nelle aree dei grandi progetti gli investimenti si estendono alle zone limitrofe: nell’ex scalo Farini, per esempio, dal 2020 al 2025 il volume d’affari sugli immobili non residenziali è passato da 2,4 a 18,5 milioni di euro, pari a una crescita del 960%.

Dal 2016 al 2023 le compravendite di uffici, negozi e centri commerciali a Milano sono passate da 2.403 a 2.703, mentre il residenziale da 21.978 a 24.832.

Le compravendite del residenziale sono in continuo aumento, probabilmente perché in Italia la casa è ancora un bene rifugio. Al di là che si tratti di soggetti finanziari o di privati, il residenziale è visto come una sicurezza e in un contesto di precarietà del lavoro ed esposizione finanziaria le famiglie più abbienti tendono a investirvi per tutelare il proprio stile di vita e proteggersi dalle turbolenze.

Spesso come giustificazione si dice che la finanziarizzazione c’è sempre stata.

Diciamo che bisogna intendere che cosa c’è sempre stato: il fatto che si realizzino degli immobili con capitale bancario preso a prestito o capitale finanziario, questo c’è sempre stato. Però una presenza così forte di soggetti finanziari all’interno delle società di sviluppo immobiliare mi sembra qualcosa di inedito. In passato abbiamo avuto degli imprenditori che hanno fatto importanti opere di sviluppo ma non avevano alle spalle fondi finanziari internazionali che operano anche nel campo dell’energia o della robotica.

Nella ricerca scrive che la finanziarizzazione ha cambiato il rapporto tra operatori immobiliari e pubblica amministrazione, con una dipendenza di quest’ultima dai primi a scapito della regia comunale.

Uno dei problemi è stato che pur di rigenerare delle parti di città “abbandonate” si è deciso di facilitare l’allocazione di capitali con alto rendimento per gli operatori privati senza richiedere le giuste compensazioni. Ne è conseguito che negli ultimi 40 anni c’è stato uno smantellamento significativo nelle amministrazioni di competenze tecniche – architetti, ingegneri, geologi, strutturisti – che prima c’erano e che invece in questo momento solo il privato può fornire. Il risultato è la tendenza alla dismissione del patrimonio pubblico.

Che cosa si potrebbe fare di diverso?

L’Europa potrebbe intervenire sul regolamento comunitario limitando, per esempio, gli investimenti nel comparto residenziale. Oppure si potrebbe valutare una tassazione progressiva su alcuni tipi di fondi, perché non è chiaro come mai in Italia ci sia un’aliquota fissa mentre la tassazione per le persone è progressiva: si tassa più il lavoro che i rendimenti delle grandi società. E poi si potrebbe decidere di alzare i tabellari degli oneri di urbanizzazione. Basti pensare a quanto è stato fatto di edilizia residenziale sociale negli anni – molto poco – a fronte dei tanti interventi di rigenerazione su vasta scala: è chiaro che c’è un problema. Mi sarei aspettato che l’amministrazione promuovesse strumenti di cattura della rendita più efficaci perché vi fosse un contrappeso non solo sull’edilizia abbordabile ma anche sui servizi carenti, come piscine pubbliche, parchi e strutture sportive. Gli oneri potrebbero essere modulati: aumentati quando il mercato tira – come oggi – e ridotti nelle fasi recessive, in base alla volontà del decisore pubblico.

Nello studio evidenziate che i processi di finanziarizzazione sono stati resi possibili da una politica del Comune iniziata nel 2011, sostenuta da dispositivi giuridici, fiscali e urbanistici abilitanti a livello nazionale ed europeo.

Forze dell’economia hanno progressivamente spinto affinché l’immobiliare divenisse una delle grandi classi di investimento all’interno dei mercati finanziari con la conseguenza che la finanziarizzazione è uno – non l’unico – dei fenomeni che genera la crisi abitativa.

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