Presentazione


Analisi, opinioni, fatti e (più di rado) arte da una prospettiva di classe.

20/10/2026

Fontaines D.C. (2026) Dopamine Chamber

Qualche hater di turno, appena prima della pandemia, aveva prematuramente pronosticato che i Fontaines D.C. non sarebbero arrivati al panettone, aggiungendo che cinque o sei anni dopo la pubblicazione di “Dogrel” in pochi si sarebbero ricordati di loro. Ma la maggior parte di coloro che ascoltarono in tempo reale l’esordio del quintetto di Dublino si accorse immediatamente dell’enorme portata di quelle canzoni, e di avere fra le mani un instant classic, uno di quei dischi destinati a restare. Altrettanto avvenne col successivo “A Hero’s Death” e poi ancora con “Skinty Fia”, segnato da un successo crescente trainato da un paio di singoli dal tiro molto radiofonico, “Roman Holiday” e “Jackie Down The Line”.

Gli spazi destinati a ospitare i loro concerti crescevano a vista d’occhio, ancor più quando l’estetica fluo-rave di “Romance” decretò lo sdoganamento presso un pubblico più vasto, con qualche fan della prima ora pronto però a storcere il naso. Cosa attendersi, quindi, dallo step successivo degli ex-strafottenti dubliners con la fissa per la letteratura? Dai portabandiera del post-post-punk europeo? Grian Chatten e compagnia avrebbero optato per un ritorno alle origini oppure per un’ulteriore “poppizzazione” del sound?

“Dopamine Chamber” riesce a fare piuttosto bene entrambe le cose: i Fontaines D.C. targati 2026 seducono l’ascoltatore attraverso un songwriting accattivante (“Japan” è una di quelle che non riuscirete a togliervi dalla testa), ma fra un inno da stadio e il successivo (una canzone come “Marianne” funzionerà benissimo nella trasposizione live) emergono elementi che si insinuano sottopelle in maniera diabolica: synth scuri, scenari introspettivi, riflessioni sulla morte. “Dopamine Chamber” trova così il non facile equilibrio fra un suono “cupo” di derivazione post-punk e il colore necessario per accendere le grandi arene. Ma il punto focale del discorso, al cospetto dell’enorme hype generato in questi giorni, è provare a spiegare cosa NON sono oggi i Fontaines D.C. e cosa NON è “Dopamine Chamber”.

Tanto per iniziare, diffidate da chi cercherà di vendervi “Dopamine” come un capolavoro assoluto (e ne abbiamo lette in questi giorni di affermazioni simili), prendete con le pinze chi tenderà a sottolineare le influenze di Joy Division, Cure e Depeche Mode. Certo, ascoltando una canzone come “Mimesis”, beh, un parallelo con la scrittura di Martin Gore ci sta tutto, ma i Fontaines D.C. oggi assomigliano anzi tutto a sé stessi. I paragoni con i mostri sacri del passato possono stare in piedi agli esordi del percorso di una band, quando servono riferimenti per incasellare, decodificare e spiegare un fenomeno nuovo. Giunti al quinto album, i Fontaines D.C. hanno sviluppato un suono proprio, divenendo loro stessi termine di paragone per tante altre formazioni che si sono poste in scia cercando di replicarne le gesta, uno dei casi più recenti è rappresentato dai concittadini Gurriers.

In seconda battuta, non lasciatevi convincere da chi decanta lo splendore del duetto con Rosalía, che in realtà rappresenta un’occasione sprecata: non puoi intercettare la disponibilità di Rosalía e farle interpretare una canzone (che con la sua aria spy-retrò appare perfetta per Lana Del Rey) nella quale la superstar catalana sembra una brava cantante qualsiasi. No, Rosalía è molto più di questo, se hai Rosalía devi sfruttare tutto il suo essere donna ispanica, la sua sensualità, la sua capacità di travolgere, e soprattutto la sua voce. Rosalía avrebbe dovuto colorare l’innocua e decorativa “Where Is Gone?” di un’intensità mai udita prima nel canzoniere dei Fontaines D.C., invece ne risulta completamente fagocitata: se hai Rosalía in squadra, non puoi accontentarti di realizzare “soltanto” una discreta canzone.

La grandezza di “Dopamine Chamber”, semmai, risiede altrove, ad esempio nello svolgimento di una “Happy For You” arricchita da squarci pronti a dimostrare come le chitarre siano ancora ben presenti nel songwriting del quintetto irlandese, interrompendo una sequenza di tre tracce (le prime tre del disco, senz’altro riuscite) dominate dai synth. Le chitarre non sono scomparse: le troviamo anche nel prepotente assolo finale del secondo singolo, “Tongue” (la ritmica ricorda “Army Of Me” di Bjork, o sbaglio?), e nella guitar song “Demolition”, il frangente più tagliente del disco, anche se distante anni luce dalle lame meglio affilate di “Hurricane Laughter”, quello sì un brano in grado di far tremare tutto dalle fondamenta.

È un buon disco “Dopamine Chamber” (anche se non al livello dei primi tre capitoli del gruppo), ma viene da chiedersi dove siano finiti i ragazzi bohemien di Dublino che vomitavano bile, poesia di strada e urgenza post-punk sul selciato di “Dogrel”. Domanda amara, ma ormai inevitabile, per una parabola discografica che già dal precedente “Romance” pareva aver imboccato la scorciatoia della semplificazione espressiva. Prodotto con impeccabile e distaccata maestria da James Ford, “Dopamine Chamber” attenua la ruvidezza e le nevrosi della band, in favore di un’overdose di sintetizzatori e arpeggi che non sempre funziona come potrebbe. L’iniziale “Six Shot Morning”, ad esempio, parte anche con il piglio giusto, con quell’atmosfera che ci scaraventa indietro nel lato plumbeo degli anni Ottanta, ma bastano pochi passaggi prima che il brano si appiattisca su una struttura circolare priva del pathos che avrebbe dovuto sprigionare. Di nuovo una mezza occasione persa.

I Fontaines D.C. addomesticano il suono, spesso con eccessiva prevedibilità e con rari guizzi davvero rilevanti o per loro inediti, ma confezionano comunque un buon disco, pulito, levigato, perfettamente impacchettato per i grandi festival internazionali, per se un po’ carente di quell’anima spigolosa e di quella disperata urgenza che li avevano resi una delle rock band più importanti della loro generazione. Un peccato veniale? Forse. Ma attenzione: il rischio di scivolare verso l’ordinarietà non è così lontano, anche per una delle pochissime realtà musicali davvero imprescindibili di questo decennio.

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Cosa vedono le macchine quando guardano il mondo?

di Gioacchino Toni

Nello Cristianini, Forma mentis. La corsa per decifrare i pensieri delle macchine, il Mulino, Bologna, 2026, pp. 160, € 16,00

Quando si parla di sistemi di intelligenza artificiale, si tende a guardare alle sole risposte da essi fornite, ma andrebbe preso seriamente in considerazione anche il modo con cui queste macchine le hanno ottenute. Che tipo di comprensione del mondo e dei suoi meccanismi hanno sviluppato questi sistemi a cui gli esseri umani affidano compiti sempre più delicati? Per accertarsi dell’affidabilità e della sicurezza dei sistemi di intelligenza allevata in laboratorio, sarebbe necessario sapere quali conoscenze hanno assorbito e utilizzano per governare le loro scelte, e cosa significa “comprendere” nel loro mondo. Al momento non si è in grado di dirlo, e questo è un problema non di poco conto, visto che nel frattempo questi sistemi diventano sempre più performanti e complessi, allontanandosi dai limiti dell’umana comprensione. Insomma, per la prima volta nella storia della tecnologia, l’essere umano si trova a non comprendere il funzionamento di ciò che ha realizzato e, senza questa comprensione, diventa difficile poter correggere le “allucinazioni” – affermazioni o azioni errate – prodotte dalle macchine.

Dopo aver indagato il peculiare tipo di intelligenza con cui ci si confronta quando si parla di IA (La scorciatoia, 2023), ricostruito lo sviluppo delle macchine intelligenti e le modalità con cui queste guardano agli umani e viceversa (Machina sapiens, 2024), e come rapportarsi nei confronti di macchine pensanti che oltrepassano il livello di comprensione umano (Sovrumano, 2025), con il suo nuovo libro, Forma mentis (2026), lo studioso Nello Cristianini ripercorre il tentativo degli scienziati di decifrare i pensieri di questi sistemi intelligenti artificiali prima che il progresso renda del tutto inutile tale sforzo, ammesso non sia già troppo tardi.

Sia gli scienziati intenti a decodificare le reti neurali, sia i filosofi che si interrogano sulla consapevolezza delle macchine, sono giunti a chiedersi come un semplice modello di previsione sequenziale possa insegnare a una rete neurale a rappresentare aspetti del mondo reale e in che modo si possa decifrare tale rappresentazione.

La comparsa di macchine intelligenti capaci di apprendere dall’esperienza senza dover essere programmate (machine learning), scrive l’autore, «ci ha liberato dalla necessità di comprendere i comportamenti che chiediamo loro di eseguire» [p. 24]. Il fatto che le reti neurali non vengano “programmate” ma “addestrate” sui dati ha contribuito a far sì che, pur conoscendo gli input e gli output, resti del tutto oscuro ciò che avviene all’interno del sistema (black box); e ciò rende difficile diagnosticare le modalità di errore, risolverle e certificare la sicurezza del modello. I neuroni sono disposti a strati, ognuno dei quali riceve informazioni dal precedente e, dopo averle elaborate, le passa al successivo. Una volta addestrata – e non programmata – la rete neurale risulta del tutto oscura agli umani. Ad oggi, ribadisce Cristianini, «non è possibile decifrare le conoscenze assorbite da queste macchine durante l’addestramento, per capire in quali termini descrivono noi, il mondo e loro stesse» [p. 41].

I ricercatori hanno visto come in sistemi complessi come Claude le risposte vengano generate combinando idee astratte che non si danno a livello dei singoli neuroni e nemmeno dei loro ensemble, ma a un livello superiore composto da costellazioni di questi gruppi. Affinché un sistema possa dirsi sicuro ed eviti di fornire risposte pericolose, è necessario che disponga di qualche capacità metacognitiva e, secondo diversi ricercatori, questa capacità di riflettere sulle proprie conoscenze non si colloca al livello microscopico dei neuroni, ma a quello «mesoscopico» dei circuiti che collegano le idee astratte, collocati negli strati centrali della rete.

Esperimenti come quello compiuto da Apollo Research per conto di OpenAI sul suo agente o3, al fine di testare la sua fedeltà alle consegne hanno mostrato come gli agenti intelligenti possano deliberatamente celare le loro capacità (sandbagging) sbagliando appositamente i test a cui sono sottoposti, qualora maturino la convinzione che un esito troppo performante possa indurre gli umani a limitarli o persino ad accantonarli. Dagli esperimenti è emersa una sorprendente capacità degli agenti di ingannare gli esaminatori umani nel caso questi ultimi abbiano a disposizione il solo risultato finale e non la procedura da cui è derivato.

Nel corso della ricerca volta a decifrare i pensieri delle macchine intelligenti, recentemente ci si è resi conto che si stavano descrivendo questi sistemi ricorrendo a espressioni di derivazione più psicologica che matematica o computazionale. In linea con la convinzione del fisico Philip W. Anderson, secondo cui ogni livello di complessità richiede leggi e concetti propri, Dan Hendrycks, direttore del Center for AI Safety, sostiene la necessità di interpretare l’IA abbandonando l’approccio meccanicistico dal basso verso l’alto (bottom–up) in favore di uno dall’alto verso il basso (top-down). Ai neuroni, alle features e ai circuiti andrebbe dunque aggiunto un ulteriore livello: quello della psicologia. «Se il comportamento di un sistema cognitivo è meglio spiegato da uno psicologo che da un neurologo, allora bisogna diventare psicologi» [p. 116], scrive Cristianini, così da provare a rispondere a «cosa crede la macchina» e non soltanto al funzionamento dei suoi ingranaggi interni. Per tutto ciò potrebbe risultare utile ricorrere a un “approccio intenzionale”:

Non c’è bisogno di risolvere problemi profondi, come la natura della mente, per potere usare un linguaggio “mentale”, ovvero attribuire credenze, speranze e obiettivi a un animale o a una macchina. Questa idea pragmatica del filosofo Daniel Dennett, si chiama “approccio intenzionale” e ci consente l’accesso al livello di descrizione “macroscopico” delle macchine intelligenti. L’unica condizione è che sia più utile degli approcci alternativi. Nella gerarchia di Philip W. Anderson, dopo il livello fisico e biologico è possibile considerare un livello psicologico [p. 119].

In questo caso il termine “intenzionale” non si riferisce all’“avere un intento”, ma all’utilizzo di stati mentali (convinzioni, timori, speranze, ecc.). Non si tratta di sostenere che la macchina intelligente possegga credenze e desideri, ma che attribuendoglieli si possa provare a spiegarne la logica e a prevederne il comportamento. «L’approccio intenzionale» – sostiene Cristianini – «è uno strumento di previsione, non un’affermazione su ciò che accade all’interno della macchina» [p. 121]. Si può dunque partire da un’analisi psicologica di un sistema complesso come GPT così da misurarne l’abilità, per poi abbassarsi a un’analisi “biologica” dei suoi circuiti cognitivi interni, al fine di eliminare pregiudizi o altri errori, o al livello ancora inferiore dei neuroni, così da individuare nuove modalità di addestramento.

Di fronte all’elevato livello di astrazione raggiunto dall’IA, tentando di decifrare la sua scatola nera, alcuni studiosi si sono convinti dell’utilità di ricorrere a un linguaggio “mentale” fatto di credenze, obiettivi e incertezze per interpretare il comportamento della macchina. Anziché soffermarsi sull’attivazione di pochi neuroni, occorre concentrarsi «su incentivi e motivazioni, come cause di un comportamento» [p. 124]. Non si tratta di antropomorfizzare la macchina, sottolinea Cristianini, ma di ricorrere, pragmaticamente, a schemi interpretativi utili. Se a livello microscopico un comportamento deliberatamente ingannevole come il sandbagging appare indecifrabile, tuttavia può risultarlo meno se guardato dal punto di vista delle credenze e degli obiettivi.

Di fronte allo sviluppo dei sistemi intelligenti, negli ultimi anni, alcuni gruppi di studiosi si sono convinti che trarre ispirazione dalla psicologia umana, dalle scienze cognitive e da quelle comportamentali possa essere utile per comprendere meglio l’intelligenza artificiale, e dunque controllarla. Alcuni studiosi stanno verificando la possibilità di «descrivere l’IA in termini di tratti della personalità, per decifrare comportamenti strategici come la finzione dell’allineamento» [p. 128]. Da studi recenti è emerso come i modelli linguistici possano assumere una pluralità di ruoli distinti e mutevoli – probabilmente assorbiti durante il pretraining – nell’interagire con gli utenti, ed è sfruttando tale caratteristica di personalità multipla che le macchine possono essere convinte a compiere azioni proibite.

Descrivere i sistemi intelligenti non solo in linguaggio tecnico, ma anche in termini macroscopici, psicologici e intenzionali, sostiene Cristianini, risulta utile per comprendere come questi interagiscano con gli umani. Certo, sottolinea lo studioso, prendendo in prestito espressioni come ragionamento, intuizione, creatività e persino malattie mentali, il rischio di antropomorfizzare le macchine intelligenti è dietro l’angolo; occorre dunque procedere con molta cautela. «Dobbiamo abituarci a pensare a intelligenze di natura diversa: non pappagalli, ma nemmeno persone» [p. 131].

Quando ci si chiede se una macchina possa comprendere, in un qualche modo, il mondo, ci si chiede se ne abbia costruito un modello utile. «Una comprensione – in pratica – è semplicemente una descrizione semplificata del mondo, sufficientemente accurata per gli scopi che abbiamo», scrive Cristianini, «Ecco perché esistono diversi modi di comprendere la stessa porzione di mondo» [p. 141]. Del resto, gli stessi esseri umani si rapportano alla realtà costruendone un modello il più plausibile possibile sulla base delle informazioni sensoriali di cui dispongono e delle aspettative; si muovono dunque nel mondo senza percepirlo direttamente, adottando modelli mentali lacunosi e soggetti a distorsioni, ma indubbiamente utili. Anche i sistemi di IA, sostiene lo studioso, costruiscono modelli, rappresentazioni approssimate e imperfette del mondo, utili a derivare previsioni e spiegazioni.

Per controllare queste macchine intelligenti occorre comprendere cosa “pensano” e “vedono” del mondo, cioè quale modello di esso si siano create. Le risposte non si trovano né analizzando esclusivamente i circuiti neurali né osservando soltanto i comportamenti esteriori, sostiene Cristianini: «La comprensione che serve per rendere sicura un’Intelligenza Artificiale richiede di saper navigare fra tutti questi livelli, scendere e salire con agilità – ora nei circuiti, ora nei comportamenti, ora nelle intenzioni –, seguendo le sue idee ovunque vengano» [p. 145].

«Abbiamo dovuto prendere in prestito i meccanismi del sistema nervoso per creare macchine che imparano, e poi addestrare queste macchine con una ricetta così semplice da sembrare assurda: […] astrarre le proprietà da una sequenza di simboli per poi predirne il resto» [p. 146]. Il web ha messo a disposizione una quantità immensa di dati e i calcolatori paralleli la potenza di elaborazione necessaria affinché l’IA potesse crearsi un modello scritto in una lingua che ancora gli umani non sono in grado di leggere.

Se si ricorre al linguaggio della psicologia, delle scienze cognitive e di quelle comportamentali per descrivere i sistemi intelligenti non è perché li si ritiene umani, puntualizza Cristianini, ma soltanto perché si è preso atto degli alti livelli di astrazione che hanno raggiunto, per cui è più utile descriverli ricorrendo a tali linguaggi piuttosto che a quelli matematico e computazionale. Quando poi queste macchine parleranno tra di loro per collaborare o competere senza esclusione di colpi, conclude l’autore, verrà utile descrivere il loro mondo ricorrendo al linguaggio sociale e culturale.

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Tunisia - Esplode la protesta contro il regime di Saied

Sabato decine di migliaia di persone hanno protestato contro il presidente tunisino Kais Saied dando vita alla più grande manifestazione degli ultimi anni. La manifestazione, guidata dal principale sindacato UGTT e da varie organizzazioni sociali, è il risultato di un forte aggravamento della crisi economica, del peggioramento dei servizi pubblici, delle frequenti interruzioni dell’erogazione dell’acqua e dell’elettricità e della crescente carenza di medicinali e beni di prima necessità.

In una rara dimostrazione di unità, partiti di opposizione di tutto lo spettro politico si sono uniti ai sindacati, agli avvocati, ai medici, ai giornalisti e ai disoccupati in una marcia lungo il viale Habib Bourguiba, punto focale delle proteste che nel 2011 contribuirono a innescare la rivolta che portò alla caduta del regime di Zine El-Abidine Ben Ali.

La protesta di questi giorni rappresenta una sfida significativa per Saied, dopo anni di divisioni che hanno indebolito la capacità dell’opposizione di mobilitare grandi folle.

“Il silenzio non sarà più accettabile... lo Stato non può essere costruito concentrando tutto il potere nelle mani di una sola persona”, ha dichiarato Slah Eddine Salmi, capo dell’UGTT, durante la manifestazione.

I manifestanti hanno scandito slogan come: “Niente paura, il potere appartiene al popolo!” e “Le prigioni sono piene, la gente ha fame!”. Hanno anche ripreso l’iconico slogan della rivolta del 2011, “Il popolo vuole la caduta del regime!”.

Nel 2021 e nel 2022 l’esponente liberalconservatore Saied si è impossessato di ampi poteri, sciogliendo il parlamento e iniziando a governare per decreto. Al tempo il nuovo uomo forte della Tunisia ha licenziato decine di giudici ed ha fatto arrestare decine di oppositori appartenenti sia alle correnti islamiste sia a quelle di sinistra.

Le organizzazioni per i diritti umani denunciano da tempo che il regime ha intensificato la repressione contro la società civile e i giornalisti. Da parte sua Saied accusa gli oppositori e non meglio precisati soggetti esterni di aver orchestrato la crisi economica per alimentare disordini sociali e destabilizzare il paese e il governo.

Ma ormai anche alcuni settori della cosiddetta classe media, alle prese con le crescenti difficoltà economiche, cominciano a criticare apertamente il regime di Saied, che inizialmente era stato accolto da larghi strati della popolazione come il male minore, in grado di riportare stabilità e ordine dopo gli anni di caos e tensione seguiti alla caduta del regime di Bel Ali.

Lo scorso 27 settembre, un gruppo di laureati ancora disoccupati ha iniziato una marcia di circa 300 km da Menzel Bouzaiane, nella Tunisia centrale, verso la capitale Tunisi, per chiedere lavoro e l’attuazione di una legislazione volta a fornire un percorso chiaro verso l’impiego nel settore pubblico.

Ribattezzata come la “Marcia della Dignità”, la protesta diretta verso Cartagine, il sobborgo della capitale che ospita il palazzo presidenziale, è iniziata con 23 partecipanti, ma altri laureati senza lavoro si sono uniti lungo il percorso sino a superare i 120. Il 6 ottobre, la polizia ha bloccato la marcia nella città di Borj Cedria, a sud di Tunisi, imponendo ai partecipanti di continuare singolarmente, e non più in gruppo, destando però così l’attenzione di alcuni media.

Secondo l’Istituto Nazionale di Statistica, l’economia tunisina è cresciuta del 2,7% nel 2025 e del 2,4% nella prima metà del 2026. Ma sempre secondo l’INS, nel secondo trimestre di quest’anno il tasso di disoccupazione complessivo si attestava al 14,9%. Tra i laureati, però, raggiungeva addirittura il 26,6%, arrivando al 35,6% tra le donne laureate (contro il 14,2% per gli uomini). In generale, i senza lavoro rappresentano il 35,4% di coloro che hanno dai 15 ai 24 anni. Dall’inizio dell’anno, poi, l’inflazione è cresciuta dello 0,8%, raggiungendo a settembre il 5,6%.

La disoccupazione e la mancanza di prospettive alimentano così l’emigrazione dal paese, che negli ultimi anni ha perso una quota considerevole dei suoi giovani, molti dei quali laureati.

Già lo scorso 25 luglio, migliaia di persone si erano mobilitate a Tunisi, ma anche a Monastir, a Sousse e in altre città, contro i continui black-out energetici, gli alti tassi di disoccupazione giovanile e la repressione del regime.

Prima ancora, il 15 ottobre 2025, migliaia di tunisini avevano già avviato una imponente protesta contro l’inquinamento prodotto dal “Gruppo chimico tunisino” (Gct) a Gabès, dopo i gravi problemi respiratori riscontrati in decine di bambini, causati dai fumi tossici emessi dalla fabbrica che converte i fosfati in acido fosforico e fertilizzanti.

Dopo la partecipata protesta di sabato scorso – e sull’onda delle rivolte soprattutto giovanili che imperversano soprattutto in Europa ma anche in India – le manifestazioni in Tunisia nei prossimi giorni potrebbero crescere di intensità e impensierire il regime di Saied, che finora è riuscito a tenere sotto controllo la situazione utilizzando un messaggio nazionalista e paternalista ma anche la crescente repressione.

In carcere negli ultimi anni sono finiti esponenti politici di spicco, come l’anziano leader del partito islamista Ennahda, Rached Gannouchi, arrestato nel 2023. Dietro le sbarre ci sono i principali avvocati e attivisti di opposizione, come Ahmed Nejib Chebbi e Ahmed Souab, accusati di “cospirazione”. La nota attivista per i diritti umani, Sihem Bensedrine, 75 anni, è stata recentemente condannata a 25 anni di detenzione. Da marzo è in prigione anche Wael Naouar, del Comitato direttivo della “Global Sumud Flotilla”, accusato di aver ricevuto finanziamenti illeciti, e altri attivisti del movimento di solidarietà con il popolo palestinese.

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Trasportatori meridionali, un doppia croce

Molti chiedono come mai lo sciopero si stia facendo soprattutto al Sud. Naturalmente la mia è una supposizione, basata sulla mia esperienza personale in quasi 30 anni di carriera. Al Nord il trasporto è completamente diverso dal Sud.

Negli ultimi mesi ho lavorato fisso nel porto di Genova, per trasportare container. Ma in passato ho lavorato in Veneto, Lombardia, Piemonte, Emilia-Romagna, Toscana, e anche in Friuli e Trentino-Alto Adige. Sempre assunto da ditte del Sud che lavorano al Nord.

Non sono mai voluto emigrare. Se l’avessi fatto avrei cambiato la mia vita lavorativa, e forse anche quella dei miei figli, che probabilmente, a differenza mia, saranno obbligati a emigrare una volta laureati.

Spesso mi confronto con autisti del Nord, e la prima cosa che viene fuori è il salario. Gli stipendi sono spesso simili, ma con una grossa differenza: molti di loro, alla stessa cifra, la sera sono a casa, magari con poche notti fuori durante il mese, e di conseguenza con meno spese per mangiare, vivere fuori casa o semplicemente farsi una doccia. Mentre a noi, se ci va bene, tocca partire il lunedì mattina alle 3 e tornare il sabato alle 3 di mattina. Nella peggiore delle ipotesi, partire la domenica alle 22 e tornare il sabato alle 15.

Per i siciliani è ancora peggio. Molte aziende dell’isola tengono gli autisti fuori anche 15 giorni. Per loro, infatti, ai lunghi viaggi si aggiungono i tempi e i costi necessari per attraversare lo Stretto. Una volta, prima delle schede tachigrafiche digitali, si rientrava prima, ma a patto di viaggiare diverse ore in più di quelle consentite. A quei tempi partivo da Napoli per il Veneto la domenica pomeriggio e tornavo il lunedì sera. In pratica, nell’arco di 24 ore arrivavo a guidarne 18.

Questo perché il grosso del comparto industriale si trova al Nord. Di conseguenza è lì che si decidono molti appalti, ed è lì che si fa il prezzo del trasporto. Spesso sono proprio le aziende del Sud a vincere alcuni di questi appalti. E lo fanno con gare al ribasso. Per questo, anche quando gli stipendi sono simili, gli autisti meridionali finiscono spesso per lavorare molte più ore e trascorrere molti più giorni lontano da casa per guadagnare la stessa cifra.

Al Nord c’è molto lavoro interno, spostamenti tra fabbriche e industrie che si trovano a poche centinaia di chilometri l’una dall’altra. Questo fenomeno al Sud è molto meno frequente. Io sono campano, e lavorare tra Calabria e Campania, oppure tra Campania e Puglia, è diverso rispetto a spostarsi tra le regioni del Nord.

La prima differenza è la concentrazione di fabbriche e aziende, molto più bassa al Sud. Poi c’è la situazione logistica. Al Nord esiste una fitta rete autostradale che, al netto del traffico, permette di collegare molte zone industriali in poche ore. 200 km al Nord sono diversi da 200 km al Sud.

Tutto questo ha contribuito a creare un comparto dei trasporti meridionale che ormai da anni lavora al ribasso. Alcuni sopravvivono, ma molti su quel sistema si sono anche arricchiti. E spesso, sia chi cerca di resistere sia chi si è arricchito, ha fatto quadrare i conti tagliando sul costo dei lavoratori.

Non soltanto sugli stipendi, ma anche sul tempo e sulla qualità della vita degli autisti. Oggi, con la crisi dei carburanti, diventa sempre più difficile continuare a tagliare sul personale, anche perché ormai gli autisti mancano, a prescindere dal prezzo del gasolio. Questo sistema, che ha sempre camminato sul filo del rasoio, adesso è in seria difficoltà. Naturalmente lo è anche al Nord, perché se noi subiamo soprattutto la concorrenza interna al ribasso, molte aziende settentrionali soffrono quella straniera.

Infatti, anche le imprese del Nord specializzate nei trasporti internazionali devono affrontare un’enorme concorrenza da parte dei vettori dell’Est Europa. In questo siamo accomunati.

Il problema è che ormai da anni, sia al Sud che al Nord, una parte importante del trasporto cerca di restare competitiva attraverso la compressione del costo del lavoro. Con la differenza che al Sud, dove il tessuto economico e industriale soffre da sempre di una depressione endemica, i margini per ridurre ulteriormente i costi sono ormai ridottissimi.

Al Nord la maggiore concentrazione industriale offre ancora opportunità che al Sud spesso non esistono, ma anche lì il rischio è che a pagare il prezzo della concorrenza siano ancora una volta gli autisti. Insomma, se al Nord si galleggia ancora, al Sud siamo già sott’acqua.

Naturalmente in tutto questo ci sono anche le responsabilità dei grandi committenti, di chi affida i trasporti e spesso cerca il prezzo più basso possibile. Perché alla fine il prezzo del trasporto non lo decide soltanto chi lo esegue, ma anche chi lo commissiona. E quando una ditta rifiuta un viaggio perché non è economicamente sostenibile, spesso ce n’è un’altra pronta ad accettarlo a un prezzo ancora più basso.

Probabilmente una parte delle responsabilità è anche delle aziende di trasporto stesse, sia del Nord che del Sud, che invece di combattere un sistema basato sulla concorrenza al ribasso, spesso ne sono state complici e, in alcuni casi, si sono anche arricchite.

Per anni questo sistema ha funzionato, almeno per qualcuno. Finché i costi potevano essere scaricati sui lavoratori, si è continuato ad andare avanti. Oggi però i margini si sono ridotti, gli autisti scarseggiano e il prezzo del gasolio mette ulteriormente in difficoltà un settore già fragile.

Il caro gasolio non ha creato questa crisi. Ha semplicemente fatto emergere tutte le contraddizioni di un sistema che era in difficoltà già da decenni. Forse già da tempo si sarebbe dovuto scioperare, magari coinvolgendo anche chi il trasporto lo mantiene in vita, anzi in strada. Mettendo insieme le esigenze delle aziende con quelle dei lavoratori.

Ma forse anche oggi stiamo perdendo l’ennesima occasione per riformare un settore ormai in declino, già prima del gasolio a 2 euro e 50.

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Esercito e coprifuoco, ammazza che “dialogo”…

Sopprimiamo la tentazione di dire “l’avevamo detto”. Quando una classe dirigente senza leve economiche del comando si trova ad affrontare un’insorgenza sociale di grandi dimensioni l’unica cosa che le viene in mente è il ricorso alla polizia. Anzi, addirittura all’esercito... 

Succede anche dopo il lungo weekend tra Milano, Torino e Bologna, ma in questo momento è Milano l’epicentro politico della “nuova ondata sociale”, misconosciuta, sottovalutata, e ancora negata da chi si rifiuta persino di capire da dove sia venuta fuori.

Hanno solo un martello in mano, lo usano per tutto, tranne che per se stessi (per il momento...). Quindi il ministro della difesa Crosetto, in attesa della dotazione necessaria a condurre la guerra contro la Russia (bum!), invia 500 soldati a Milano per “rafforzare l’ordine pubblico”.

Non con compiti di “sorvegliare obiettivi sensibili” – fin qui sono state toccate solo vetrine e scaffali di negozi “alla moda”, e mettere un paracadutista a guardia di Gucci o Vuitton sarebbe un messaggio sociale un po’ troppo esplicito – ma per dare man forte a polizia, carabinieri, finanza e “ghisa”.

Non serve un esperto per capire che “il nemico” di questa classe dirigente è soprattutto in casa, anzi sono proprio quei giovani che – nei piani onirici dei guerrafondai – dovrebbero ingrassare la massa della carne da cannone per la guerra.

Persino Bava Beccaris avrebbe da obiettare... 

Il fatto che l’80% dei fermati sia minorenne, per la “madre, cristiana, italiana”, non significa nulla. Eppure non c’è bisogno di uno psicologo dell’età evolutiva per sapere che anche le eventuali escandescenze di un minore sono sempre un sintomo, non “un progetto criminale”. Serve maturità anche per progettare di dar fuoco al mondo, che diavolo... 

Sul tavolo del consiglio dei ministri si passano bozze con nuovi reati, nuove pene tendenti all’ergastolo, divieti di assembramento. Idee stupide buttate giù nella gara a chi la spara più grossa, e proprio per questo pericolose.

Ma non è un deficit intellettivo solo italico, ormai. Il portaborse di Macron messo a Palazzo Matignon, Sebastien Lecornu, ha gettato i residui travestimenti democratici della République per disporre una lunga serie di coprifuoco notturni, a Parigi, Marsisglia e in decine di altre città.

“Coprifuoco” significa divieto di girare per strada, per qualsiasi motivo durante certe ore e in determinati luoghi. Una misura di guerra – o da pandemia – che indica paura e assenza di scrupoli.

Il paese che ha insegnato all’Europa cosa significa rovesciare una monarchia definitivamente – tagliando la testa al re, forse in mancanza di vetrine da sfondare – si ritrova con un monarca in scadenza (ad aprile, comunque, Macron se ne andrà) che vieta tutto pur di far approvare una legge finanziaria che farà strage degli ultimi scampoli di welfare francese.

La farà passare con qualche marchingegno regolamentare ben oltre il limite della costituzionalità, con il supporto silenzioso della destra fascista di Marine Le Pen, che stavolta – nei movimenti – non ha provato neanche a mettere piede.

L’obiettivo dell’erede di Vichy è “meloniano”, infatti. Ossia farsi accettare dalla tecnoburocrazia di Bruxelles e Francoforte (sponda Bce), sposando in pieno i piani di austerità e riarmo, magari con qualche aiuto in meno all’Ucraina e qualche soldo in più per l’Armée.

Ridotta in formule note, con queste decisioni i governi dei due paesi – guidati rispettivamente da un sedicente “liberale” e da una post-fascista – stabiliscono che l’unica libertà a contare è quella del capitale, soprattutto finanziario (entrambi i paesi, come anche la Germania, sono ormai con una crisi industriale pressoché irrecuperabile tra le mani). Mentre quella dei popoli è solo uno straccio da agitare quando serve, ma da rimettere nell’armadio quando la gente comincia a pretendere i suoi diritti.

Non si tratta di ideologia, ma di fatti accertati. Macron è cresciuto in una grande banca quasi mitologica – Rothshild – prima di ascendere alla guida del ministero dell’economia con il “socialista” Hollande, che poi ha sostituito per manifesta incapacità.

In Italia idem, ma con biografie personali assai meno prestigiose, dal vago sentore ammorbante. E i banchieri nostrani non sono certo meno violenti di quelli d’Oltralpe (vedremo gli sviluppi delle indagini su MontePaschi...).

Analisi a parte, è chiaro che queste scelte incideranno pesantemente sulle prossime scadenze di piazza. C’è un appello di fonte ignota a scendere in strada già il prossimo sabato, sempre a Milano. Ma soprattutto c’è lo sciopero generale del 30 ottobre che fa da catalizzatore per gli innumerevoli settori sociali che si vanno mobilitando (portuali di mezzo mondo, nel primo sciopero intercontinentale dei porti contro il traffico di armi e le guerre; studenti e giovani dei quartieri; operai che vanno perdendo il posto di lavoro, senza casa, autotrasportatori, ecc.).

I governi senza altri strumenti che la violenza poliziesca sono una minaccia per tutti, anche quando – furbescamente – provano a stabilire un rapporto preferenziale con alcuni (per esempio le piccole aziende dell’autotrasporto o della Coldiretti, storicamente “vicine” ai partiti al governo).

Si è definitivamente rotta la “passività sociale”. Ogni giorno ci sarà da inventare nuove forme di mobilitazione, lotta, riflessione collettiva. Tenendo conto dell’esperienza pluridecennale già accumulata...

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Petromonarchie in crisi: le loro infrastrutture sono devastate

Dall’inizio della guerra, l’Iran e i suoi alleati in Medio Oriente hanno condotto decine di attacchi mirati contro le infrastrutture del Golfo, danneggiando seriamente e bloccando sistematicamente fabbriche, centrali e stabilimenti di vario tipo e causando guasti a cascata e danni economici in tutta la regione, in una campagna ben orchestrata che contribuisce a spiegare come la Repubblica islamica sia riuscita a tenere testa alla superiorità militare degli Stati Uniti.

Ad affermarlo è un’inchiesta dell’agenzia Reuters che elenca gli obiettivi principali di questa campagna militare. L’Iran e le altre forze del cosiddetto “asse della resistenza” hanno preso di mira i sistemi vitali di trasporto del petrolio a Fujairah, negli Emirati Arabi Uniti, il principale porto al di fuori dello Stretto di Hormuz, paralizzando le operazioni per settimane. Hanno colpito l’impianto di gas naturale liquefatto di Ras Laffan in Qatar, danneggiando due delle “celle frigorifere” che ospitano le apparecchiature di raffreddamento per la liquefazione del gas.

Tra gli obiettivi degli attacchi iraniani figurano anche la raffineria di gas liquefatto Pearl del Qatar, il complesso del gas di Habshan negli Emirati Arabi Uniti e la fonderia Al Taweelah di Emirates Global Aluminium.

I lanci di missili e droni hanno colpito aeroporti in Bahrein, Kuwait e soprattutto negli Emirati Arabi Uniti e in Arabia Saudita. L’attacco più letale, attribuito ad Ansar Allah, ha causato sabato la morte di 12 persone all’aeroporto internazionale Re Khalid in Arabia Saudita. L’aeroporto del Kuwait è stato colpito otto volte. Uno degli attacchi è avvenuto due giorni dopo la riapertura di un importante terminal, a seguito dei lavori di riparazione effettuati dopo un precedente bombardamento.

Gli attacchi hanno inoltre incenerito una stazione di pompaggio e ne hanno danneggiate altre due lungo un importante oleodotto saudita, bloccando uno dei più importanti corridoi energetici realizzati per aggirare il blocco iraniano di Hormuz. L’attacco del 10 settembre da parte di alcune milizie sciite irachene all'oleodotto saudita East-West Pipeline ha interrotto il flusso di greggio per settimane, minacciando il 4% delle forniture globali di petrolio. Ancora più devastanti sono stati gli attacchi iraniani contro gli impianti di GNL di Ras Laffan in Qatar, che hanno minacciato quasi il 20% dei flussi mondiali di gas naturale liquefatto. Per ripristinare interamente gli impianti, dicono gli esperti, servirà almeno un anno.

Agli attacchi di questo tipo contro le infrastrutture dei paesi del Golfo che ospitano le basi militari statunitensi o partecipano all’aggressione contro Ansar Allah in Yemen i vari governi non hanno dato particolare pubblicità. Gli Stati Uniti hanno minimizzato spesso la capacità distruttiva dell’Iran. Anche i paesi arabi del Golfo spesso non riconoscono i danni ingenti subiti oppure li attribuiscono alla caduta di detriti derivanti dall’intercettazione di missili o droni iraniani.

Ma l’inchiesta di Reuters rivela la precisione di questi attacchi e i gravi danni arrecati alle infrastrutture colpite, oltre all’ingente danno economico provocato.

L’Iran ha preso di mira infrastrutture in diversi paesi arabi del Golfo: Arabia Saudita, Emirati Arabi Uniti, Iraq, Qatar, Kuwait, Oman e Bahrein. Complessivamente, la Repubblica islamica ha lanciato almeno 135 attacchi con droni e missili contro almeno 84 siti infrastrutturali nel Golfo da quando Stati Uniti e Israele hanno avviato una campagna di bombardamenti contro l’Iran il 28 febbraio.

Prima della guerra, l’Iran possedeva il più grande arsenale di missili balistici del Medio Oriente. Inoltre, l’Iran ha una fiorente industria di droni; prima della guerra era in grado di produrne circa 10.000 al mese, con lo Shahed come velivolo esplosivo di punta.

Gli attacchi hanno seminato il panico in tutto il Golfo e fatto impennare i prezzi del petrolio. Insieme al blocco dello Stretto di Hormuz da parte della Repubblica Islamica, la capacità di lanciare attacchi di precisione rappresenta una minaccia costante per i Paesi sunniti del Golfo e conferisce all’Iran una grande influenza sull’economia globale e un notevole potere contrattuale nei confronti degli Stati Uniti, che da settimane minacciano di colpire Teheran con una nuova ondata di bombardamenti ma finora li hanno sempre rimandati.

D’altronde gli attacchi iraniani hanno seriamente danneggiato anche l’infrastruttura militare degli Stati Uniti in tutta la regione, provocando danni per vari miliardi di dollari. L’ispettore generale del Dipartimento della Difesa statunitense ha riferito al Congresso di Washington che l’Iran ha colpito centinaia di strutture nelle basi statunitensi, oltre a decine di caccia, aerei da trasporto e da rifornimento ed elicotteri.

Il successo dell’attacco sistematico alle infrastrutture da parte dell’Iran è un ulteriore esempio di come la Repubblica Islamica abbia resistito ad anni di dure sanzioni economiche internazionali e recentemente a mesi di attacchi da parte di Stati Uniti e Israele.

Alcune località hanno subito bombardamenti quasi quotidiani che hanno provocato danni per miliardi di dollari, includendo i costi per le riparazioni ma anche le perdite di fatturato. Alcune delle infrastrutture colpite, come una delle più grandi fonderie di alluminio al mondo ad Abu Dhabi, sono state devastate.

L’Iran ha colpito infrastrutture digitali avanzate come i data center di Amazon negli Emirati Arabi Uniti e in Bahrein, dove il servizio è rimasto interrotto per sei mesi.

Un altro attacco strategico è stato quello rivolto contro le reti idriche e di energia elettrica del Kuwait. È stato Trump a minacciare pubblicamente per primo l’approvvigionamento idrico dell’Iran a marzo. Ma sono stati gli iraniani a trasformare quella minaccia in realtà per i loro vicini. Secondo Reuters l’Iran ha colpito almeno quattro degli otto impianti di desalinizzazione e di produzione di energia elettrica del Kuwait tra il 2 marzo e il 20 luglio.

I regimi sunniti hanno sistematicamente nascosto anche i dati reali sul bilancio delle vittime delle rappresaglie iraniane, imponendo una rigida censura alla diffusione di informazioni in merito. Negli Emirati Arabi Uniti, in Bahrein, Qatar, Kuwait e Arabia Saudita è illegale scattare o distribuire determinate foto o video che documentino le conseguenze degli attacchi. Questi paesi citano inoltre regolarmente le leggi contro la diffusione di voci e disinformazione per limitare la copertura giornalistica degli attacchi.

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Una Legge di Bilancio che scambia l’indebitamento bellico per sostenibilità sociale

di Alessandro Volpi

L’architettura finanziaria della Legge di Bilancio 2027 si rivela per ciò che è realmente: un complicato gioco di prestigio contabile destinato a celare la profonda debolezza strutturale dei conti pubblici italiani.

Dietro le formule rassicuranti e le promesse di stabilità declamate dall’esecutivo, la manovra da circa 30 miliardi di euro regge le proprie fondamenta su una scommessa azzardata, formalizzata attraverso la richiesta alla Commissione europea di attivare la clausola di salvaguardia per un extra-deficit dello 0,6% del Prodotto interno lordo (Pil). Si tratta di un’operazione che vale oltre 14 miliardi di euro all’anno, quasi 29 miliardi nel biennio, ottenuti alzando l’asticella dell’indebitamento netto al 3,4%. Ma il prezzo politico ed economico pagato per sbloccare questa presunta “flessibilità europea” si traduce in un vincolo stringente e paradossale: l’obbligo di spendere una fetta colossale di queste risorse, circa 7,2 miliardi di euro all’anno, nel settore del riarmo e della Difesa.

Per ottenere l’autorizzazione a indebitarsi per l’energia e salvaguardare la facciata dei conti di base, l’Italia accetta infatti di trasformare l’incremento delle spese militari nel lasciapassare contabile indispensabile per far quadrare i bilanci. La narrazione governativa tenta di far passare questa mossa come un atto di spregiudicata furbizia finanziaria, sostenendo che lo spostamento degli impegni bellici e di quelli energetici nel capitolo dell’extra-deficit autorizzato permetta di “liberare” 15 miliardi di risorse ordinarie per confermare il taglio del cuneo fiscale, la rimodulazione dell’Irpef e i sostegni alle famiglie. In realtà, ci troviamo di fronte a un vicolo cieco.

La spesa pubblica viene così piegata a una gerarchia di priorità distorta, in cui il finanziamento delle armi e degli equipaggiamenti bellici non risponde più soltanto a un’analisi delle “necessità strategiche” del Paese ma diventa una mera “condizione contabile” per far tornare i numeri di bilancio senza dover applicare ulteriori tagli impopolari alla sanità o alle pensioni. Si costruisce così una manovra economica in cui la prosecuzione delle tutele sociali minime per il ceto medio e i lavoratori a basso reddito è letteralmente subordinata alla capacità di indebitarsi per acquistare sistemi d’arma.

Inoltre, l’illusione che questo debito sia “neutro” o “scusato” da Bruxelles rivela una preoccupante superficialità e ignora il nodo cruciale del costo del denaro. La Commissione europea può anche decidere di scomputare temporaneamente queste cifre ma quei 14 miliardi all’anno di nuove emissioni di Btp rimangono debito vivo e reale, che andrà a gravare su una spesa per interessi già destinata a risalire verso il 4,6% del Pil.

In un contesto di tassi di interesse elevati, finanziare a debito 14 miliardi extra significa generare una zavorra aggiuntiva di centinaia di milioni di euro all’anno di soli interessi passivi, uscite improduttive che non finanzieranno un solo ospedale o una sola scuola, ma serviranno esclusivamente a remunerare i mercati per il maggior rischio Paese percepito. Ogni titolo di Stato emesso per coprire l’extra-deficit produce rendimenti che alimentano una spirale viziosa in cui la spesa per servire il debito finirà per divorare proprio quegli spazi fiscali che si pretendeva di proteggere.

Si crea così una pericolosa dipendenza da fattori esterni e autorizzazioni comunitarie che potrebbero venire meno o essere condizionate nel tempo, esponendo il Paese a violenti contraccolpi sui mercati e a rientri forzati nei parametri. L’intera operazione dimostra come la programmazione finanziaria sia ormai ridotta a una navigazione a vista, dove si accetta la logica del riarmo a tappe forzate non per una scelta geopolitica consapevole e condivisa con i cittadini, ma come escamotage per nascondere la mancanza di coperture strutturali autonome. Una manovra che scambia l’indebitamento bellico per sostenibilità sociale non risolve i problemi del Paese, ma si limita a rinviarli, lasciando in eredità ai prossimi anni un conto salatissimo da pagare e una spesa pubblica ancora più rigida, ricca solo di interessi da pagare e vulnerabile alle tempeste finanziarie.

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Brevi considerazioni sul weekend italiano

1. Cosa è successo. Venerdì mattina decine di migliaia di giovani hanno riempito le piazze di tutta Italia. A valle di una settimana di proteste e occupazioni negli istituti scolastici, il No Meloni Day, saldatosi con la giornata di sciopero per il clima, grazie al lavoro delle organizzazioni e dei collettivi studenteschi, ha portato studentesse e studenti a irrompere – finalmente – nel dibattito pubblico italiano.
Sabato, a partire da una chiamata contro il carovita nata sui social network “ispirata” alle proteste francesi, migliaia di persone sono tornate in piazza, concentrandosi soprattutto in alcune città del centro nord, con i cortei più partecipati a Bologna, Torino, Milano. Una giornata così densa da imporsi all’attenzione pubblica e che ha completamente surclassato mediaticamente altri eventi, come la rituale seppur partecipata marcia organizzata dalla CGIL a Roma.

2. Tutto si tiene, ovvero chi sono e cosa chiedono i giovani in piazza. Diritto a un’istruzione decente e cori contro la guerra hanno camminato insieme in questo weekend di inizio autunno, così come gli slogan contro il carovita e le bandiere palestinesi, albanesi, italiane (fenomeno inedito a queste latitudini).
Nonostante i tentativi della destra di strumentalizzare e infiltrare la chiamata di sabato – tentativi falliti in partenza – le piazze si sono configurate decisamente come momenti contro il governo Meloni, come piazze antisistema.
Chi si prende la scena è figlio di una composizione spuria – giovani e giovanissimi, spesso persone razzializzate – e porta un’istanza di incompatibilità assoluta col presente che pare non essere più disposta a rinchiudersi in una dimensione privata. Il rifiuto della prospettiva individuale di una vita precaria e infelice è il rifiuto di un orizzonte collettivo e globale che produce guerra e genocidi. Questo è decisamente un bene.

3. Niente da condannare, tutto da costruire. Da ieri sera giornali e TV di tutti i media nazionali sono presi dalla consueta trance ipnotica, in grado di durare giorni e giorni, sugli “scontri”. Tutta la politica chiede condanne. Il governo grida all’attentato alla democrazia – sì, proprio loro che hanno firmato i decreti sicurezza e l’ultima scandalosa legge elettorale – mentre l’opposizione corre a dissociarsi o incastrarsi nel solito pantano di dichiarazioni incomprensibili ai più.
Leggiamo le parole di Jean-Luc Mélenchon di La France Insoumise alla fine della giornata di rivolta francese di ieri – “piazze piene e tutto calmo e gioioso laddove non c’è la polizia” – e rischiamo che venga l’esterofilia pure a noi.
Non c’è niente da condannare se non l’operato delle forze dell’ordine in questo paese – paese che non riesce nemmeno a piazzare un numero identificativo sulla divisa di chi carica e arresta minorenni.
Condanniamo l’immobilismo della politica che chiude le orecchie davanti ai problemi reali delle persone, perché ha interesse solo ad agire come volano per gli affari dei milionari. Un paese terrorizzato dalle piazze e che rimuove il conflitto sociale, che oscilla esclusivamente tra la depressione e il risentimento, è il capolavoro delle classi dominanti. Non permettiamoglielo.

4. Fare come in Francia: l’Europa si ribella. Mezza Europa è in rivolta. Dalla Francia arrivano le immagini di una giornata storica, a un mese dalla mobilitazione guidata dagli studenti che si è allargata a milioni di lavoratori paralizzando il paese da settimane.
In Spagna il diritto alla casa ha sconvolto l’agenda politica nazionale, tutti si preparano a una giornata di sciopero generale per l’11 novembre che si annuncia imponente.
Proteste di massa infiammano l’Albania, qualcosa si muove in Belgio e Portogallo. In tutti questi casi – nonostante le enormi differenze, l’eterogeneità delle rivendicazioni e delle forze sindacali e politiche presenti – il protagonismo giovanile è un tratto comune.
Che le nuove generazioni si prendano la scena pubblica, nel ruolo che gli spetta, è condizione necessaria per invertire la rotta rispetto alle politiche guerrafondaie, antidemocratiche, antipopolari, che accomunano le classi dirigenti europee e internazionali. E in Italia?
Non siamo in Francia, e non siamo di fronte al “blocchiamo tutto” dello scorso autunno, ma è possibile che anche in Italia qualcosa covi sotto la cenere. Va protetto e alimentato, perché possa irrompere dentro un autunno che si preannunciava assai più triste.

5. E adesso? È sciopero generale. Quello che abbiamo visto negli ultimi giorni, quello che abbiamo incontrato negli ultimi anni di mobilitazione al fianco del popolo palestinese, si muove a geometrie variabili, spesso su un afflato puramente emotivo – che così come cresce rapidamente si svuota altrettanto veloce – in maniera discontinua e poco prevedibile.
Ma dimostra che, anche nell’Italia in cui sembra non accadere mai nulla, esiste un pezzo di società che soffre ed è arrabbiata, che è fuori dal radar delle organizzazioni politiche del centrodestra e del centrosinistra (e ne vuole restare fuori), che ha una disponibilità alla lotta che per anni sembrava sopita.
È una domanda sociale che viene dalle classi popolari, una domanda che chiede di essere ascoltata, allargata, approfondita e soprattutto organizzata. Lo sciopero del 30 ottobre convocato dall’Unione Sindacale di Base è un’occasione preziosa. Saldare le lotte, stringere alleanze di classe, costruire la mobilitazione dentro le scuole, le università, sui luoghi di lavoro: ecco i compiti che dobbiamo porci.
Mobilitare e organizzare sono le due gambe su cui un’organizzazione che vuole essere di massa deve imparare a camminare.

Bentornate – speriamo più a lungo possibile – piazze giovani e arrabbiate. Il 30 ottobre blocchiamo tutto, insieme.

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