Presentazione


Analisi, opinioni, fatti e (più di rado) arte da una prospettiva di classe.

15/06/2026

Banda della uno Bianca: “fare la guerra anche a Bologna”

Ripercorriamo le ultime importanti rivelazioni rispetto alla nuova inchiesta sulla ‘Banda della uno bianca’ che concernono i rapporti tra il “capo”, Roberto Savi, ed i Servizi segreti.

Smanioso di lasciare la noia della routine quotidiana, un ex-poliziotto – sentito più volte dai PM, ora diventato una sorta di super-teste nella nuova inchiesta sulla banda – avrebbe confessato all’allora collega Savi di volere fare qualcosa in più, come ad esempio la Legione Straniera.

Savi, che allora lavorava come agente in forza alla questura di Bologna – 5 dei 6 membri finora accertati per via processuale della Banda erano poliziotti – gli avrebbe risposto che non c’era bisogno di andare lontano per arruolarsi, perché poteva farlo anche qui a Bologna.

Savi l’avrebbe apostrofato dicendo che ‘se voleva fare la guerra poteva farla anche a Bologna, in mondo diverso’ e gli disse che lo avrebbe accompagnato da una persona che poteva reclutarlo.

Quella di Savi – se riferita alla Banda – è tutto fuorché una metafora perché la guerra la fecero davvero, non solo a Bologna, ma anche in Romagna e nelle Marche. Questa operò – stando alle risultanze processuali – in un lasso di tempo che va dal 1987 al 1994, provocando almeno 24 vittime e più di un centinaio di feriti, compiendo più di cento azioni criminali tra cui numerose stragi, effettive o solo sfiorate, come la tentata rapina all’ufficio postale di via Mazzini, il 15 gennaio del 1990, dove i feriti furono ben 67.

Accettando l’insolita proposta del collega, i due agenti si recarono nella sede della Volante, secondo la testimonianza del super-teste, al secondo piano di un edificio in Porta Lame, nel centro del capoluogo emiliano-romagnolo.

Il colloquio, effettuato con un uomo corpulento di mezza età, sembra non sia andato a buon fine e, dalle indiscrezioni fatte trapelare ai quotidiani, non emergono per ora altri particolari.

Tranne per ciò che riporta Il Resto del Carlino, riproducendo l’identikit dell’uomo dei Servizi, “molto simile” a quello “di uno dei complici non identificati della banda, visto in azione con i Savi nel ’91 a Santarcangelo di Romagna”.

Il riferimento del quotidiano sembra essere alla tentata rapina a un distributore di benzina in quel comune, nella provincia di Rimini, del 5 maggio di quell’anno. Un annus horribilis in cui la Banda compì una trentina di atti criminali, tra cui svariate rapine dal modestissimo bottino a distributori e uffici postali, iniziando il 3 gennaio con la cosiddetta “strage del Pilastro” in cui perirono – in un vero e proprio agguato – 3 membri dell’Arma dei Carabinieri.

Una coincidenza piuttosto straordinaria, quella riferita dal super-teste, pensando alle parole pronunciate da Roberto Savi (sempre da prendere con le pinze perché mischia costantemente realtà e finzione) nel ‘96 che aveva parlato di una sua frequentazione di un ufficio dei servizi in zona via Lame.

Più recentemente, aveva affermato che si sarebbe recato una volta alla settimana a Roma per incontrare i servizi, oltre a riferire sulle ingenti disponibilità economiche di cui avrebbero goduto e delle basi all’estero.

Sono tutte illazioni? Vedremo.

In quella zona, i giornalisti andarono effettivamente a verificare e trovarono sui campanelli i nomi di società di copertura del Sisde, in particolare la Gattel Srl.

La “Gattel” e la “Gus”, furono due società di “copertura” che vennero liquidate dopo lo scoppio dello scandalo dei “fondi neri” del Sisde nei primi Anni Novanta – di cui i quotidiani che hanno riportato la notizia legata alla testimonianza del super-teste sembrano dimenticarsi – che mise in luce le cifre astronomiche utilizzate in maniera arbitraria dai servizi, probabilmente con il beneplacito della classe politica nella fase crepuscolare della Prima Repubblica.

Da ciò che sembra emergere, Roberto Savi, poliziotto di lungo corso alla questura di Bologna, sarebbe stato una specie di “antenna” che studiando i propri colleghi avrebbe fatto da interfaccia con il Sisde, con un rapporto quindi di strutturata fiducia da parte di questa branca dei servizi segreti che gli affidava la funzione di scouting.

Insomma, non proprio un collaboratore occasionale... 

La domanda sorge quindi spontanea: quale rapporto ci fu tra la Banda dell’uno bianca ed i servizi, in questo caso il Sisde?

In maniera più esplicita: l’attività terroristica della Banda era parte integrante dell’iniziativa degli apparati in quella che è stata definita “ultima fase della strategia della tensione” di cui Bologna è stata centro, o meglio vittima?

Sono le domande che stiamo ponendo, facendo si che le faccende legate alla Banda e le loro implicazioni diventino di dibattito pubblico ed emergano come fatti dalla valenza nazionale per capire meglio l’azione degli apparati nella tumultuosa fase tra fine Anni Ottanta e prima metà degli Anni Novanta, su cui c’è bisogno di un supplemento di analisi politica oltreché di indagini giudiziarie.

Ora se è ipotizzabile una regia di questo ramo dei servizi per ciò che concerne l’attività della Banda, od almeno in una fase della loro attività criminosa, bisogna ricordare che è certa l’attività del Sismi (la branca “estera” dei servizi) nel tentativo di depistaggio sulla strage alla stazione del 2 agosto del 1980 per conto della Loggia massonica P2, ai cui vertici c’era quel Licio Gelli – ex gerarca fascista – condannato in via definitiva nel cosiddetto “processo ai mandanti”.

Gelli era uno dei relais transcontinentali con la parte più oltranzista dell’atlantismo, finalizzata ad una pura subordinazione dell’Italia ai desiderata di Washington, oltre ad essere espressione della parte più reazionaria del blocco di potere disposta a mantenere a tutti i costi i propri privilegi di classe e piuttosto allergica alla democrazia rappresentativa.

Alcuni esponenti di spicco dei Servizi e dell’Arma, per così dire, svolsero un’opera di alto livello nel depistare le indagini sulla Strage di Bologna, in buona compagnia di alcuni esponenti della stampa e alcuni politici che ancora oggi perseverano con le narrazioni tossiche su fantomatiche “piste internazionali” artefatte dagli stessi servizi sostanzialmente con tre “variazioni sul tema”.

Le condanne definitive in cassazione nel novembre 1995 per depistaggio sono state comminate tra l’altro a Pietro Musumeci e Giuseppe Belmonte del Sismi, oltre che al faccendiere e collaboratore dei servizi Francesco Pazienza; mentre Federigo Mannucci Benincasa, a capo del centro controspionaggio di Firenze dal 1971 al 1991 (un caso più unico che raro), ha goduto della prescrizione per il reato di depistaggio nonostante l’accertata condotta in tal senso nel terzo processo per la strage.

Piergiorgio Segatel, carabiniere del nucleo investigativo di Genova, completa il quadro: è stato anche lui condannato a sei anni in via definitiva per depistaggio il 1 luglio 2025 ed è attualmente ai domiciliari.

Se sommiamo i depistaggi sulla Strage sui cieli di Ustica, di cui si stanno svolgendo ora le udienza per l’opposizione all’archiviazione, il quadro è abbastanza completo.

Insomma, non sembra peregrino che il “grumo di potere” attorno al Sisde fosse altrettanto marcio di quello attorno al Sismi, come dimostrano le certo non limpidissime figure di Grassini e di Malpica, entrambi ai vertici, in periodi diversi, del Sisde.

Torniamo ai Savi.

Roberto Savi, dopo le parole profuse ad uso di telecamere nell’intervista resa a Belve crime, si è recentemente avvalso della facoltà di non rispondere alle domande dei magistrati Lucia Russo e Andrea de Feis, andati al carcere di Bollate insieme al procuratore capo Paolo Guido.

Una specie di “inversione dei ruoli” da parte dei fratelli-coltelli, con Fabio Savi – “il lungo” – che invece ha parlato per circa due ore di fronte ai magistrati, probabilmente per dare un primo segno tangibile di collaborazione, ma in cambio di una riabilitazione propedeutica all’ottenimento dei benefici. Il “lungo”, in un’intervista televisiva, aveva ribadito che di fatto la Banda dell’uno bianca fosse composta solo da efferati criminali che si erano fatti prendere troppo la mano dalla spirale violenta che avevano innescato.

Il comportamento di Roberto Savi è interpretabile all’interno proprio di quella “comunicazione perversa” tipica degli apparati, probabilmente tesa a mandare messaggi con una logica di stop-and-go, come a far intendere: “so, potrei parlare in maniera più circostanziata, ma scelgo il silenzio di fronte ai giudici”.

Occorre ora, andare un po’ a ritroso per capire un po’ meglio il quadro dei Servizi presuntamente “riformati”, almeno di facciata, e come agissero.

La legge n.801 del 24 ottobre 1977 approva una “riforma dei servizi”, ultima e assolutamente non lineare tappa di un processo avviato dagli scandali che avevano travolto il Sifar, istituendo due organismi con il Sisde che diviene dipendente – in via teorica – dal Ministro dell’interno e con compiti di «sicurezza democratica» entro i confini nazionali.

Alla testa del Sismi viene nominato Giulio Grassini, generale dei Carabinieri, che ha svolto svariati ruoli tra cui – tra il ’67 ed il ’71 – la direzione del reparto speciale interforze costituito per il contrasto del terrorismo in Alto Adige, un’attività che avviene con particolare “spregiudicatezza” e che verrà poi per certi versi riutilizzata con la guerra sporca a bassa intensità scatenata contro il nascente movimento rivoluzionario.

Grassini, è bene ricordarlo, si era impegnato con una memoria scritta in un’inchiesta militare interna sui fatti del 1964 in difesa del generale golpista De Lorenzo, alla faccia delle “credenziali democratiche”.

Nel biennio ’76-’77 si occupa a Padova del contrasto all’attività antagonista della città epicentro dell’Autonomia Operaia veneta, che verrà colpita duramente, due anni dopo, dalla operazione repressiva del 7 aprile 1979 basata sul cosiddetto “Teorema Calogero”.

La nomina di Grassini, ai tempi, destò stupore rispetto a altri nomi papabili, come Carlo Alberto della Chiesa (altro iscritto alla P2, il cui fratello Romolo era tra i “congiurati del Piano Solo”) che aveva guidato il nucleo speciale antiterrorismo tra il ’74 ed il ’75, od il questore Emilio Santillo, alla guida dell’Igat (poi SdS) fin dalla sua creazione.

Ai tempi venne fuori anche il cugino del generale, Franco Grassini, un senatore della DC di area moderata, nonché dirigente d’industria, ma il vero sponsor della sua nomina era stato proprio Licio Gelli.

Per la cronaca, come vice di Grassini era stato nominato Silvano Russomanno, regista della macchinazione per la criminalizzazione degli anarchici a cui vengono attribuiti l’ondata di attentati della primavera-estate del 1969, organizzati in realtà dai neo-fascisti Freda e Ventura.

Era stato uomo centrale, anche a livello europeo, della strategia di lotta al movimento rivoluzionario in Europa, tra le sue “credenziali” vi era quella di aver combattuto in giovane età durante la Resistenza direttamente in un battaglione nazista!

La scoperta, risalente alla primavera del 1981, che entrambi i capi di servizio erano affiliati alla P2 proietta una luce sinistra sulla regia “occulta” di alcune scelte che ne portarono alla nomina e segnalano una catena di fedeltà immutata nonostante la volontà, comunque parziale, di riformare i servizi e limitarne lo strapotere discrezionale. Possiamo parlare di una continuità operativa con modalità immutate che arrivò, nonostante i numerosi cambi ai vertici del Sisde, fino agli anni Novanta.

È bene ricordare che la scoperta “parziale” dell’elenco degli affiliati alla P2 generò il capovolgimento dei vertici militari più ampio dopo Caporetto: 179 figurano nella lista di Gelli, poco meno di 1 su 5 della lista dei “fratelli” noti era un militare, tra cui molti posti in posizione apicali nei servizi.

Come emergerà poi, la prima volta, nello scandalo sui “fondi neri”, i servizi potevano disporre di una notevole quantità di risorse di fatto senza che ci fosse alcun controllo: dai 41,5 miliardi del 1979 che saranno circa 3 volte tanto 3 anni dopo, nella previsione di bilancio dello stato.

È in questo “ambiente resiliente” dei servizi, dotato di grandi disponibilità economiche da usare discrezionalmente, rapporti strutturali con il neo-fascismo e le strutture che erano state create durante il picco della guerra fredda nei circoli atlantisti, che maturò l’“Operazione Uno Bianca”.

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Ponte sullo Stretto. La corruzione è arrivata ancora prima dei cantieri

Non è ancora stato posato un solo pilone. Non è stato scavato un solo metro di cantiere. Eppure sul Ponte sullo Stretto si parla già di corruzione, favori e tentativi di condizionare gli organismi di controllo.

Le notizie emerse dall’inchiesta della Procura di Roma, che dovrà naturalmente accertare ogni responsabilità, riguardano presunti tentativi di influenzare il giudizio della Corte dei Conti sul progetto del Ponte. Secondo gli inquirenti, attorno all’iter dell’opera si sarebbe mosso un sistema di relazioni e promesse finalizzato a ottenere un esito favorevole nei controlli istituzionali.

Il fatto che un’inchiesta per corruzione sfiori già il progetto prima ancora dell’apertura dei cantieri è di per sé un segnale allarmante e racconta un fatto politico incontestabile: attorno al Ponte continua a muoversi quel sistema di interessi, relazioni e affari che da sempre accompagna le grandi opere calate dall’alto.

Non siamo sorpresi.

Da tempo denunciamo che il Ponte sullo Stretto non nasce per risolvere i problemi della Calabria e della Sicilia. Nasce per alimentare un gigantesco flusso di denaro pubblico verso consulenze, appalti, subappalti e profitti privati.

Salvini continua a vendere il Ponte come la soluzione a tutti i problemi del Sud. Ma mentre il governo investe miliardi in questa ennesima cattedrale nel deserto, i calabresi continuano a fare i conti con una sanità pubblica al collasso, trasporti ferroviari indegni di un paese moderno, scuole abbandonate e territori devastati dal dissesto idrogeologico.

La domanda è semplice: perché si trovano miliardi per il Ponte e non si trovano risorse per garantire il diritto alla salute, alla mobilità, all’istruzione e al lavoro?

La risposta è altrettanto semplice: le opere pubbliche, ormai, di pubblico hanno soltanto i finanziamenti. I benefici finiscono nelle mani di grandi gruppi economici, mentre alle popolazioni restano gli espropri, il consumo di suolo, la devastazione ambientale e il peso dei debiti.

L’inchiesta di queste ore rappresenta l’ennesimo campanello d’allarme attorno a un’opera che viene presentata come inevitabile e salvifica, mentre continuano a crescere dubbi, contestazioni e interrogativi sulla gestione dell’intero progetto.

Per questo ribadiamo il nostro NO al Ponte sullo Stretto.

Vogliamo investimenti nelle ferrovie, nella sanità pubblica, nella messa in sicurezza del territorio, nelle scuole e nella creazione di lavoro stabile e utile socialmente.

Vogliamo che siano le comunità a decidere del proprio futuro, non i comitati d’affari che da decenni si contendono una delle più grandi mangiatoie della storia repubblicana.

Per questo saremo presenti anche a Messina l’8 agosto, alla grande manifestazione contro il Ponte sullo Stretto promossa dai movimenti e dalle realtà territoriali che da anni si oppongono a questo progetto. Un appuntamento di lotta per ribadire che le priorità del Sud sono altre: sanità, scuola, lavoro, tutela dell’ambiente e messa in sicurezza del territorio.

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Il 12 giugno della Russia e l’accerchiamento euro-atlantico

Il 12 giugno si celebra in Russia la festa nazionale con cui si evoca la data in cui, nel 1990, il primo Congresso dei Deputati del Popolo della RSFSR adottava la Dichiarazione di Sovranità nei confronti dell’URSS: prima tappa dei passi che avrebbero portato alla fine dell’Unione Sovietica, con la Bielorussia di Stanislav Šuškevič che decretava la propria “sovranità” il successivo 27 luglio, seguita il 24 agosto dall’Ucraina di Leonid Kravčuk.

Nel dicembre 1991, riuniti nella Belovežskaja pušča, Boris Eltisn, Stanislav Šuškevič e Leonid Kravčuk decretavano a tavolino la fine dell’URSS.

Sempre il 12 giugno, ma nel 1991, Boris Eltsin diventava il primo presidente della RSFSR. Ma, dato che larga parte dei russi aveva un atteggiamento negativo verso la dichiarazione di “sovranità” che, secondo loro, era alla base della liquidazione dell’URSS, il 12 giugno 1998 Eltsin decise di ridenominare la giornata in Festa della Russia.

In altre parole, il 12 giugno la Russia celebra la cosiddetta “parata delle sovranità” che, dopo la Russia, avrebbe via via investito le altre Repubbliche dell’URSS e portato alla distruzione dello stato socialista sovietico.

Si celebrano dunque con ciò stesso, tutt’oggi, anche senza dirlo apertamente, la “terapia shock” formulata da Egor Gajdar, l’iperinflazione, la miseria e la disoccupazione che avrebbero caratterizzato gli anni ’90 e si sarebbero rivelati esiziali per molti milioni di russi, portando a un pauroso decremento della popolazione, che raggiunse la cifra di un milione in meno all’anno.

Si contarono oltre 20 milioni di russi, tra morti e non nati negli anni ’90, grazie alle “riforme eltsiniane”.

A corredo, in quegli anni, il cosiddetto “far west” del primo capitalismo e della “accumulazione originaria” del capitalismo russo: diffusa criminalità economica, omicidi su commissione per accaparrarsi il controllo sulle aziende statali messe all’incanto con la privatizzazione della proprietà socialista avviata da Anatolij Čubajs.

Proprio come l’accumulazione originaria nell’Inghilterra dei secoli XV e XVI, descritta da Marx come fondata su sangue, violenza, privazione dei mezzi di sussistenza di milioni di contadini e appropriazione fraudolenta delle proprietà comuni, così nella Russia di quegli anni si assistette alla rapina “legalizzata” delle proprietà statali, tramite i cosiddetti “voucher di privatizzazione”, con cui pezzi dell’apparato di partito e dello stato misero le mani sulle imprese, lasciando sul lastrico milioni di lavoratori.

A seguire: deindustrializzazione, scadimento della ricerca scientifica e tecnologica, “ottimizzazione” delle sfere sociali come istruzione e servizi sanitari, innalzamento di cinque anni dell’età pensionabile, secondo i dettami del FMI. Il 1 giugno 1992 il governo Eltsin-Gajdar sottoscriveva col FMI una “Lettera di intenti” con cui si impegnava, nel passaggio all’economia di mercato, ad adottare solo norme, codici e Costituzione dettati dal FMI.

Non si può dimenticare come colui che oggi viene spesso citato a proposito di quello che dovrebbe essere il corretto atteggiamento nei confronti della Russia, l’economista americano Jeffrey Sachs, fosse all’epoca alla testa delle centinaia di funzionari yankee che “indicavano” alla squadra eltsiniana come tradurre in pratica il programma di “Passaggio al mercato” della Russia, acclamato dalle “democrazie” euro-atlantiche come “nuova era della civiltà”, dopo la “fine del comunismo”.

Un’era in cui scoppiarono in Russia conflitti armati regionali, con centinaia di migliaia di morti e milioni di profughi.

Passato il periodo del cosiddetto capitalismo selvaggio e assestatesi gradualmente le proprietà delle immense ricchezze privatizzate, soprattutto nei diversi rami dell’industria estrattiva e mineraria, lo stato russo tornava poi gradualmente a controllare lo sviluppo del nuovo (nuovo, nel senso del ritorno alla vecchia formazione sociale pre-sovietica) ordine socio-economico capitalistico.

Ma, perché sia chiara la contrapposizione tra due epoche, ecco che anche nella ricorrenza del 12 giugno e della proclamata “sovranità”, come avviene da anni con la parata del 7 Novembre – in cui si celebra non la data della Rivoluzione d’ottobre, ma la sfilata militare del 1941 – sulla piazza Rossa si copre “pudicamente” il mausoleo di Lenin con schermi e pannelli disegnati coi colori della nuova (anche qui: “nuova” riprendendo i colori della Russia zarista) bandiera russa.

Un chiaro simbolismo, dicono i comunisti russi, del confronto tra due sistemi sociali e di quale dei due, socialista o borghese, testimoni della realtà russa attuale, a dispetto di alcune affermazioni della leadership del Cremlino, forse troppo frettolosamente interpretate da alcuni come “ritorno al passato sovietico”.

Tutto questo non significa che non si debbano adottare oggettivi atteggiamenti nei confronti della “nuova” Russia capitalista, impegnata a difendere il proprio spazio dalle mire aggressive delle compagini guerrafondaie euro-atlantiste, bramose di mettere le mani su quelle ricchezze che nel 1991 sembravano così a portata di mano per i capitali occidentali e che, invece, il Cremlino si è impegnato a preservare per i capitali russi.

In questo senso, senza soffermarsi particolarmente sulle “cose della guerra” in Ucraina, di cui peraltro parliamo pressoché quotidianamente, si può notare che le radici e le cause del conflitto “per interposta Ucraina”, scatenato da USA-NATO-UE ai danni della Russia, affondano ben lontano nel tempo, anche molto prima del golpe nazional-nazista del 2014 a Kiev.

Se quest’ultimo ha condotto l’ex Repubblica sovietica sulla definitiva strada del confronto armato, è però sin dagli anni ’50 – si è scritto ripetutamente – che la CIA aveva individuato in determinate regioni ucraine i “punti di forza” di un assalto anche armato all’Unione Sovietica e, successivamente, si sia continuato a puntare sulle spinte nazionaliste attive nel paese sin da inizi ‘900, per fomentare quei sentimenti che poi sarebbero stati ben sfruttati negli anni ’90, sfociando appunto nel famigerato golpe nazista del 2014.

L’accerchiamento militare anti-russo portato dalla NATO sin dai primi anni ’90, con l’assorbimento via via degli ex stati socialisti dell'Europa orientale, completa il quadro del concreto retroterra alla base della guerra guerreggiata in corso dal 2022, in vista dello scontro militare diretto per il quale le cancellerie europee non si reputano ancora sufficientemente pronte.

Ecco dunque che quando il signor Marco Imarisio, sul solito Corriere della Sera del 12 giugno, scrive che «Da una scintilla, l’immane incendio», intendendo paragonare, par di capire, “l’improvviso” scoppio del conflitto in Ucraina nel 2022 a quello che, sin dai tempi di scuola, viene presentato come “l’inatteso” «attentato di Sarajevo all’arciduca Francesco Ferdinando» e, poi, sembrerebbe voler paragonare «le sofferenze dei soldati in trincea» nella guerra del 1914-’18 e «l’enormità dell’accaduto, un massacro senza senso e senza una vera causa che non fosse un pretesto», al conflitto in Ucraina, non resta che ricordare a certi articolisti alcune considerazioni degli analisti militari che, di guerre, se ne intendevano abbastanza.

Non è necessario affrontare il tema del paragone tra i massacri degli assalti alla baionetta, dei gas mortali, delle decimazioni contro i contadini in uniforme che non ne volevano sapere di esser mandati al macello, da un lato, e le vittime dell’attuale conflitto in Ucraina: ogni singola vita ha valore e il massacro non si conta sui numeri.

Non è questo il punto. E lasciamo alla coscienza del signor Imarisio anche il paragone tra il macello imperialista delle trincee del 1914, voluto dalle potenze contrapposte dell’Intesa e dell’Alleanza per la spartizione delle sfere coloniali e dei profitti del capitale finanziario, da una parte e i motivi addotti, a detta dell’articolista, da «chi ha scatenato questa nuova carneficina», cioè il conflitto in Ucraina, dall’altra.

Perché, evidentemente, secondo questa gente solo Vladimir Putin avrebbe scatenato la guerra, facendo quindi scoccare “la scintilla” di un conflitto mondiale, proprio come con l’attentato di Sarajevo. Quello che c’è stato prima del 2022 non conta più: i rapporti tra mire del capitale occidentale e ricchezze russe non contano più, come non esiste più l’accerchiamento militare NATO a partire dagli anni ’90.

Fermiamoci qui. Ci permettiamo solo di citare le osservazioni di Carl von Clausewitz, secondo cui «Tutti sanno che le guerre sono innescate solo dai rapporti politici tra governi e popoli; ma generalmente si rappresentano la questione come se con l’inizio della guerra quei rapporti cessino e si presenti una situazione del tutto diversa, subordinata solo a proprie leggi speciali. Noi sosteniamo il contrario: la guerra non è altro che la continuazione dei rapporti politici con l’intervento di altri mezzi».

La bramosia del capitale occidentale per le ricchezze della Russia e l’accerchiamento militare del paese danno il quadro di quei «rapporti politici tra governi e popoli» di cui parlava Clausewitz. A quel punto, conta solo molto relativamente chi abbia “attaccato per primo” e solo nelle rappresentazioni liberal-confessionali si continua a piangere per “l’aggredito” e a maledire “l’aggressore”, diffondendo la novella di una supposta precedente “armonia”, della “concordia” tra le nazioni, proditoriamente infrante da qualcuno improvvisamente preso da “mire imperiali”.

La “scintilla” evocata dal signor Imarisio somiglia a quella situazione irrisa da Vladimir Lenin con il famoso aforisma secondo cui alcuni rappresentano l’inizio della guerra «in maniera infantile e ingenua, del tipo che di notte qualcuno abbia agguantato un altro per la gola e i vicini debbano salvare la vittima dell’aggressione... come dire: vivevano in pace, poi uno ha attaccato e l’altro si è difeso».

Dire che Putin abbia acceso “la scintilla”, scatenando la guerra in Ucraina senza alcun motivo, serve gli interessi di chi, secondo i piani bellicisti euroatlantisti, è impegnato a preparare la militarizzazione delle società europee in vista della guerra programmata dalle cancellerie continentali per il 2030.

«Vivevano in pace i popoli», scriveva ancora Lenin; «poi si sono azzuffati! Come fosse vero! Davvero si può spiegare la guerra senza metterla in relazione con la precedente politica di quello stato, di quel sistema di stati, di quelle classi?».

P.S.: Quando il signor Imarisio scrive che «Putin ha eluso ogni problema che la sua scelta di invadere l’Ucraina si porta dietro... i moscoviti non si recano più nelle loro dacie per paura dei droni», si tratta di una constatazione alquanto soggettiva. Altrettanto soggettivamente, si può osservare che non pochi moscoviti vivono in dača ormai da anni, praticamente dall’epoca del Covid-19 e vi trascorrono in permanenza tutti i 12 mesi, recandosi in città solo per acquisti o necessità urgenti. Va da sé che ciò dipende dalle possibilità economiche e lavorative individuali e anche da come la dača sia attrezzata per sopportare il clima russo e consentire di svernarvi.

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Martedi a Genova udienza decisiva per Mohammed Hannoun e i palestinesi detenuti in Italia

Il 16 giugno 2026, davanti al Tribunale di Genova, si aprirà un capitolo decisivo sulla montatura che ha portato in carcere Mohammed Hannoun ed altri rappresentanti palestinesi in Italia.

Dal 27 dicembre 2025, quattro famiglie vivono questa attesa sospesa: Hannoun, Dawoud, Yasser e Ryad sono ancora rinchiusi in carcere in custodia cautelare.

A maggio la Corte di Cassazione, accogliendo uno dei motivi di ricorso sollevati dalle difese, ha motivato l’annullamento delle ordinanze del Tribunale del riesame di Genova sulla custodia cautelare degli indagati nell’inchiesta genovese sui presunti finanziamenti ad Hamas attraverso enti di solidarietà con il popolo palestinese.

La Corte, in sostanza, ha affermato che il giudice può fondare la decisione solo su materiale acquisito in contraddittorio e di provenienza accertata: le “fonti aperte” indeterminate, prive di indicazione dell’origine e di vaglio di attendibilità, non equivalgono al “fatto notorio” e sono inutilizzabili (al pari del materiale proveniente dai servizi segreti israeliani). La mancata specificazione della fonte e della sua qualità ed attendibilità ne preclude l’utilizzabilità.

Contestualmente, la Corte ha depositato le motivazioni con cui ha dichiarato inammissibile il ricorso della Procura, che insisteva per l’utilizzabilità del materiale di provenienza bellica. 

L’udienza è prevista alle 9 del mattino e durerà fino al pomeriggio. “Chiediamo a chiunque possa esserci, di aggregarsi davanti a quel tribunale” afferma l’API (Associazione dei Palestinesi in Italia) – “Per questo rivolgiamo un appello ad associazioni, gruppi, movimenti, a tutte le realtà e a tutte le persone che credono nella dignità umana e nella vicinanza concreta: portate la vostra presenza, la vostra voce, il vostro simbolo di solidarietà. Unitevi a noi davanti al Tribunale di Genova il 16 giugno, per trasformare la paura in comunità e l’attesa in resistenza condivisa”.

Hannoun, Dawoud, Yasser e Ryad hanno bisogno di sentire che fuori da quelle mura qualcuno li aspetta davvero. Che non sono un numero, non sono un fascicolo. Sono figli, fratelli, compagni, amici. Sono pezzi di vita di qualcuno. “A chi non potrà essere lì fisicamente, lo sia con un pensiero, con un gesto, con un messaggio alle famiglie”.

Ci auguriamo che il 16 giugno venga fatta giustizia e siano scarcerati Hannoun, Dawoud, Yasser e Ryad.

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Un accordo fragile, con sabotaggio incluso

L’accordo stavolta c’è, annunciano da Washington col solito contorno di mirabolanti successi yankee.

L’accordo stavolta c’è, annunciano da Tehran con la consueta – e giustificata – diffidenza di chi ha imparato sulla propria pelle che degli americani non bisogna fidarsi mai.

“Quale accordo? Non ne sappiamo niente, anzi neanche ne parliamo”, mugugnano a Tel Aviv.

I dettagli confermati dalle prime due parti sono pochi, ma danno l’idea di un tentativo finalmente serio di “memorandum di intenti”, che apra la strada a 60 giorni di trattative dirette sulle questioni più scottanti, a cominciare dalla sorte dell’uranio arricchito prodotto fin qui dall’Iran.

Nel comunicato del Consiglio Supremo di Teheran, infatti, si dichiara che “in base agli accordi raggiunti, la guerra e le operazioni militari su tutti i fronti, compreso il Libano, cesseranno immediatamente e definitivamente a partire da questa sera, e il blocco navale imposto all’Iran terminerà immediatamente e completamente”.

Il dettaglio più importante, per come era andata la giornata di ieri, riguarda proprio il Libano. Israele ha preteso fino alla mezzanotte di ieri di considerarlo “affare proprio”, svincolato dalla trattativa “di teatro” condotta da Washington e Teheran. E lo aveva concretamente dimostrato bombardando i quartieri meridionali di Beirut, prevalentemente abitati dagli sciiti, violando quella “linea rossa” che poco più di una settimana fa aveva spinto l’Iran a lanciare missili di “avvertimento” verso l’entità sionista.

Per tutta la giornata da Teheran erano arrivati avvisi chiarissimi: “stiamo per rispondere”, attaccando Israele. Solo la frenetica attività dei mediatori (Pakistan e Qatar), e la strombazzata incazzatura di Trump con Netanyahu (“Che c... stai facendo?”) fermava la frana all’ultimo metro.

Nessuno – men che mai a Teheran – crede che si tratti di un contrasto “strategico”, ma il fatto di dover così chiaramente differenziare gli interessi Usa da quelli sionisti dà la misura dei contrasti in corso.

Lo sblocco reciproco dello Stretto di Hormuz dovrebbe partire da subito, mentre la questione della sovranità sul braccio di mare – condivisa da Iran e Oman, con conseguente diritto al pagamento di “servizi di navigazione” come risarcimento dei danni di guerra – è rinviata allo sviluppo delle trattative di pace vere e proprie.

L’appuntamento per la firma del memorandum è fissato per venerdì a Ginevra, se non ci saranno altri sabotaggi sionisti nel frattempo.

Il viceministro degli esteri Kazem Gharibabadi ha spiegato che “Abbiamo incluso tutte le nostre posizioni fondamentali e importanti nel memorandum d’intesa, e il testo integrale del memorandum sarà pubblicato dopo la sua firma ufficiale”, sottolineando che la popolazione sarà informata dell’entità dei risultati ottenuti in relazione agli impegni assunti.

Come giudizio di merito, ha sottolineato che “l’entità degli impegni assunti dall’Iran è incomparabile rispetto all’entità dei progressi e dei risultati conseguiti”. Ha aggiunto anche che il memorandum “non significa riporre fiducia nel nemico, ma è stato formulato in uno stato di diffidenza nei suoi confronti”, sottolineando che l’attuazione dei suoi impegni e dei termini dell’accordo sarà verificata entro venerdì.

Propaganda, certo, in discreta misura. Ma sembra quasi coincidere con il commento del più serio giornalista israeliano, Gideon Levi, secondo cui un accordo tra Stati Uniti e Iran viene visto in Israele come “la sconfitta di Israele e la sconfitta personale di Netanyahu”. La distruzione dell‘Iran era infatti il “progetto di vita” di Netanyahu; ora, invece, Israele è stato “totalmente escluso dai negoziati” e può solo ricorrere al sabotaggio.

Ed è questo, per tutti gli osservatori, il punto chiave su cui può crollare in un attimo tutto il cosiddetto “processo di pace”.

Levi ha inserito giustamente nei tentativi di sabotaggio “gli attacchi ridicoli e infantili” lanciati contro Beirut e i bombardamenti sul Sud del Libano, proseguiti fino alla mezzanotte di ieri. Ma ora, ha aggiunto, “è chiarissimo che Israele ha solo perso in questa partita”.

Ripetiamo: non perché sia in qualche modo interrotta la solidissima alleanza tra Usa e Tel Aviv, visto che la prova dell’impegno di Trump nel contenere Israele “deve ancora arrivare”. Netanyahu resta intenzionato a far fallire un accordo di cessate il fuoco che non soddisfi le principali priorità israeliane (“la distruzione dell’Iran” o quanto meno un “cambio di regime”), ma per il momento deve ingoiare questo rospo.

Non a caso, dopo aver riunito il Consiglio di guerra in un bunker – sperando fino all’ultimo che Teheran lanciasse qualche missile – lui e tutto il suo governo si sono chiusi in un minaccioso silenzio, meditando disastri.

“È una situazione molto, molto fragile. E credo che una delle maggiori sfide dell’accordo con l’Iran sia la situazione in Libano”, conclude Levi, “Perché gli iraniani sono riusciti a creare un legame totale tra il Libano e l’accordo, e ora, sinceramente, non vedo come possa funzionare, dato che Israele è ancora in Libano, non ha intenzione di ritirarsi e finché le truppe saranno lì non ci sarà un ‘cessate il fuoco totale’, perché ci sarà sempre resistenza all’occupazione israeliana del Libano”.

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Accordo raggiunto da Usa e Iran, include il Libano

Dopo settimane di tensioni, minacce reciproche e scontri indiretti, Stati Uniti e Iran ieri hanno raggiunto un accordo che potrebbe ridisegnare gli equilibri del Medio Oriente. L’annuncio è arrivato dal primo ministro pakistano Shehbaz Sharif, che ha confermato il raggiungimento di un’intesa per la «cessazione immediata e permanente delle operazioni militari su tutti i fronti, incluso il Libano». La firma ufficiale dell’accordo è prevista per il 19 giugno in Svizzera. Nelle prossime ore dovrebbero entrare in vigore le prime misure concordate.

La notizia è stata confermata anche da Teheran. Il viceministro degli Esteri Kazem Gharibabadi ha annunciato che la guerra tra Stati Uniti e Israele da una parte e Repubblica islamica dall’altra è destinata a concludersi immediatamente. Una missione diplomatica iraniana in India ha rilanciato le sue dichiarazioni, aggiungendo che è finito il blocco navale imposto dagli Stati Uniti contro l’Iran.

Determinante è stata la scelta compiuta dalla leadership iraniana nelle ultime ore. Secondo il New York Times, Teheran aveva preparato una nuova serie di attacchi missilistici contro Tel Aviv in risposta al bombardamento israeliano di domenica contro la periferia meridionale di Beirut. Tuttavia, dopo intense discussioni interne e l’intervento diretto di Donald Trump, la Repubblica islamica avrebbe deciso di sospendere l’operazione militare.

Secondo funzionari citati dal quotidiano americano, una parte significativa dell’establishment iraniano era convinta che una rappresaglia avrebbe favorito gli interessi del governo israeliano, offrendo a Benyamin Netanyahu il pretesto per sabotare il dialogo in corso con Washington e trascinare nuovamente la regione verso una guerra più ampia.

Trump ha celebrato l’intesa come un successo personale. Ha dichiarato che l’accordo è «completo» e ha annunciato l’immediata riapertura dello Stretto di Hormuz, chiuso dall’Iran durante la crisi. Parallelamente, Washington porrà fine al blocco dei porti iraniani. In cambio, secondo quanto affermato dalla Casa Bianca, Teheran avrebbe accettato di non sviluppare armi nucleari.

Tuttavia la questione del programma nucleare iraniano sul quale batte da anni il premier israeliano Netanyahu, resta aperta. Trump ha minimizzato il problema, affermando che non esiste alcuna urgenza di intervenire sulle scorte e sui materiali nucleari della Repubblica islamica. «Ce ne occuperemo più avanti, quando saremo pronti», ha detto, lasciando intendere che la questione sarà affrontata in una fase successiva.

Prima dell’annuncio dell’accordo, un alto funzionario iraniano ha dichiarato che gli Stati Uniti hanno accettato di sbloccare subito 25 miliardi di dollari di beni iraniani congelati da anni. L’amministrazione Trump aveva precedentemente affermato che qualsiasi sblocco di fondi iraniani sarebbe avvenuto solo dopo che l’Iran avesse soddisfatto determinate condizioni previste da un accordo di pace.

Il viceministro degli esteri iraniano, Kazem Gharibabadi, ha dichiarato che un accordo più ampio, che includerà l’allentamento delle sanzioni contro l’Iran, sarà negoziato durante un periodo di cessate il fuoco di 60 giorni. Trump ha dichiarato che lo Stretto di Hormuz, l’importante rotta marittima per le forniture globali di petrolio e gas che l’Iran ha di fatto bloccato per mesi, sarebbe stato riaperto venerdì e di aver ordinato la fine del blocco statunitense dei porti iraniani. “Navi del mondo, accendete i motori. Che il petrolio scorra!” ha scritto Trump. I prezzi del petrolio sono crollati in seguito alla notizia.  I futures del Brent sono scesi del 4% nelle prime contrattazioni di lunedì, mentre il West Texas Intermediate statunitense ha perso oltre il 4,6%. Le borse asiatiche hanno registrato un rialzo.

L’accordo include un cessate il fuoco in Libano, elemento particolarmente delicato. Secondo fonti americane, Israele conserverebbe il diritto di reagire militarmente in caso di attacchi provenienti dal territorio libanese. Una formula che cerca di conciliare le pressioni israeliane con la necessità di fermare un conflitto che ha fatto migliaia di vittime e ingenti distruzioni in Libano.

Israele nelle ultime settimane ha ignorato gli appelli a cessare gli attacchi nel paese dei cedri – di cui occupa un’ampia porzione di territorio meridionale – attacchi ai quali Hezbollah ha risposto lanciando razzi e droni verso la Galilea. In una dichiarazione, la segreteria del Consiglio supremo per la sicurezza nazionale iraniano ha affermato che la guerra e le operazioni militari su tutti i fronti, compreso il Libano, cesseranno definitivamente a partire da lunedì sera.

Non c’è stata alcuna reazione immediata all’annuncio da parte di Israele, che ha affermato di non essere parte dei colloqui tra Stati Uniti e Iran. Al governo israeliano l’accordo non piace. Netanyahu si sarebbe opposto fin dall’inizio al compromesso raggiunto tra Washington e Teheran. Il premier ritiene che la Repubblica islamica non sia stata costretta a concessioni sufficientemente significative e continua a sostenere la necessità di mantenere una forte pressione militare.

Le critiche arrivano sia dagli alleati sia dagli oppositori del governo. Molti esponenti della destra nazionalista accusano gli Stati Uniti di limitare la libertà d’azione di Israele in Libano e di aver accettato condizioni troppo favorevoli all’Iran. Prima del bombardamento di Dahiyeh a Beirut, il ministro delle Finanze Bezalel Smotrich aveva pubblicamente invitato Netanyahu a colpire direttamente Beirut, posizione condivisa da altri esponenti dell’estrema destra.

Anche in Iran non mancano anche voci contrarie all’accordo. Un piccolo ma influente gruppo di critici, affiliato al Fronte per la Stabilità della Rivoluzione Islamica (Paydari), si oppone fermamente a qualsiasi accordo con gli Stati Uniti e avverte che il contenuto dell’accordo suggerisce che l’Iran stia rinunciando a una reale influenza in cambio di vane promesse.

Alcuni “falchi” non hanno fatto mistero della loro disapprovazione per l’accordo. Il parlamentare Mahmoud Nabavian ha affermato di aver esaminato il testo dell’accordo e di aver concluso che è “più dannoso” e include maggiori concessioni iraniane rispetto alle bozze precedenti. In una serie di tweet, un altro deputato, l’ultraconservatore Amir Hossein Sabeti, ha criticato figure chiave del team negoziale, tra cui Araghchi e il capo negoziatore Qalibaf. Sabeti ha chiesto l’impeachment di Araghchi, ha avvertito Qalibaf che sarebbe stato responsabile dell’esito dell’accordo e ha affermato che l’intesa “viola le linee rosse” stabilite dalla Guida Suprema Mojtaba Khamenei.

Il commentatore politico Foad Izadi ha apertamente esortato le autorità a “non firmare l’accordo” e a pubblicare un elenco delle principali infrastrutture energetiche e idriche della regione che l’Iran dovrebbe distruggere in caso di un nuovo attacco.

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14/06/2026

Le Monografie di Frusciante: Wong Kar-Wai (Aprile 2022)

Baxeicò. Una storia del basilico

di Camillo Acquilino

Ho conosciuto Camillo Acquilino alpinista, mio istruttore severo e paziente alla Scuola del CAI, oltre quaranta anni fa. Oggi ho conosciuto Camillo Acquilino scrittore, attento osservatore del lavoro, letterato con una grande attenzione alla storia della sua comunità. Ligure di quelli inerpicati sulle fasce, lì dove le famiglie contadine hanno costruito le serre per il basilico, diventato alpinista e tecnico, la sua scrittura è meticolosa, segnata dalla precisione richiesta dal lavoro (e anche dalla pratica dell’alpinismo), essenziale ma ricca di particolari. Con Baxeicò inizia la pubblicazione di tre suoi racconti dedicati al tema del lavoro. [dg]

    Alle cugine Gaggero
    che di basilico ne sanno
    e a Lorenzo Ferrando
    che ancora lo coltiva!

Nel 1958 ero alle prese con le prime parole della lingua madre: il dialetto genovese nella versione in uso presso i contadini voltresi. Come concesso a tutti i bambini, nel primo apprendimento semplificavo alcune parole ed è così che il nome del mio gemello Luigi è diventato Gigi (Giggi in genovese) e ancora oggi, che è un omone di cinquantacinque anni, un uomo buono dalle spalle larghe, anche in senso figurato, si porta appresso il nome Gigi con orgoglio, quasi fosse un nome di battaglia. Mio nonno Camillo era un patriarca, ma io, che ne avevo ereditato il nome, per un po’ di tempo ho potuto chiamarlo “Nonnu Billu”. Mi dicevano poi che un’altra delle primissime parole che ho pronunciato è stata “bicò” una semplificazione di baxeicò, il basilico.

Nella mia infanzia ho visto il basilico come l’oggetto della mobilitazione dei grandi che mi circondavano poiché, a vari livelli di coinvolgimento, erano tutti impegnati nella sua produzione. Un continuo movimento, consumato dall’alba fino a oltre il tramonto di ogni giorno, caratterizzava l’esistenza dei membri di questa famiglia contadina. Potete immaginarli operosi come un nugolo di api, solo che nell’arnia, al posto del miele, depositavano i mazzetti di basilico.

La nonna Marinin si occupava da sempre della vendita al mercato all’ingrosso del basilico e di altre verdure. Aveva iniziato a vendere da bambina al Mercato dello Statuto, credo, o forse, ancora prima di quello, all’aperto in una piazza di Genova. Negli anni Sessanta partiva da Voltri con il primo tram del mattino per raggiungere, assieme ad altri contadini della zona, il mercato di Corso Sardegna dove assisteva il piazzista nella vendita dei prodotti raccolti il giorno precedente e tradotti nottetempo al mercato per mezzo di un camioncino.

Il piazzista Carmelin era un bravo mediatore così come lo era diventata sua figlia Lisetta. All’epoca le notizie sull’andamento delle vendite al mercato genovese arrivavano a Voltri portate dalla stessa nonna che, prima di ogni altra incombenza casalinga, si preoccupava di informare tutto il parentado sui risultati ottenuti a Corso Sardegna e orientare così il lavoro in corso d’opera. La relazione era rapida come una sentenza: “Ghè vendia” oppure, drammaticamente, “A l’è molla”.

Dopo che avevamo installato il telefono l’annuncio arrivava direttamente dalla signora Lisetta la quale, con la sua cantilena bisagnina, quando le vendite andavano male diceva: “Prontoo... sun a Lizeettaa (con la z di Zena)... a l’è mollaa!”.

Vendere poco è spiacevole per tutti, ma con il basilico coltivato in serra la situazione diventa critica. Se non si vende non si raccoglie nemmeno, ma le piantine continuano a crescere perdendo inesorabilmente e in breve tempo la misura giusta per realizzare il pesto più delicato. Perciò, quando il mercato non “tira”, ben presto tutto il raccolto perde valore e, in pochi giorni, può essere compromesso il risultato di settimane di lavoro: roba da villèn! roba da contadini!

Quando invece c’era vendita tutti, grandi e piccini, erano subito mobilitati freneticamente a soddisfare le richieste della piazza.

Dopo aver indirizzato la produzione, la nonna riferiva anche varie notizie su quello che succedeva nella vita degli altri contadini e, perché no, sulle attività e iniziative intraprese dai concorrenti diretti come, ad esempio, i Laviosa di Coronata (I Laviùsa de Cuunà). Una particolare attenzione era riservata alle clienti più assidue, e casann-e, per le quali erano sempre accantonati i prodotti migliori della giornata.

Tutto questo si concludeva a metà mattinata, giusto per dare il tempo alla nonna di mettersi ai fornelli vicino ai quali dimostrava di essere una cuoca valente, nel senso che riusciva a rendere ottimi anche i piatti più semplici, a consolazione di chi lavorava tanto.

La località Chiappa si trova sulle pendici meridionali della collina che sovrasta il quartiere di Sant’Ambrogio di Voltri. In alcune delle sue fasce, intorno al 1920, furono costruite delle stüffe pe u baxeicò, le serre. Queste costruzioni furono realizzare con criteri di massima economia. La copertura aveva un solo spiovente che a monte si appoggiava, tramite una piccola soletta calpestabile in cemento, al muro di contenimento di un terrazzamento. L’altezza della serra, sopra i camminamenti interni, era sufficiente al passaggio di una persona in piedi, ma non era mai eccessiva in maniera da limitare al minimo i volumi da riscaldare durante l’inverno. I terrazzamenti, che nella lingua ligure sono nominati fasce, all’interno della stüffa prendono il nome più delicato di èaa (area). Sono superfici coltivabili, lunghe e orizzontali, larghe poco più di due metri, contornate sul lato lungo dai tubi dell’impianto di riscaldamento i quali sono anche usati come sostegno delle tavole di legno che, come dirò, si utilizzano per la raccolta delle piantine. Per sfruttare al massimo il volume riscaldato della serra si approfittava anche dello spazio verticale del muro di contenimento sul quale erano state costruite due solette, larghe meno di un metro e riempite della terra sufficiente per la semina del basilico. Le chiamavano càntie, cioè cassetti.

Dotare la serra di un impianto di riscaldamento è un requisito indispensabile per la coltivazione invernale della pianta di basilico. I primi allestimenti erano autarchici, costruiti quasi interamente con pezzi di recupero e... tanta sapienza. Erano realizzati con tubi di due pollici di diametro, alcuni dei quali costruiti in ghisa e muniti di alette per favorire la dispersione del calore e recuperati da qualche essiccatoio da cartiera, che contornavano le èee e che erano allacciati a una caldaia a carbone. L’impianto di riscaldamento sfruttava il ciclo naturale dell’acqua calda e, quindi, per il suo funzionamento non serviva l’energia elettrica. Nelle lunghe notti invernali, quelle più rigide, si era costretti a frequenti ricariche del focolaio, tanto che il nonno Camillo spesso vegliava la caldaia in compagnia di qualche libro da leggere preso in prestito dalla biblioteca del vicino palazzo padronale del quale era il custode.

In pieno inverno però il basilico teme il freddo anche nella radice e non cresce, nonostante che il tepore della serra ne protegga lo stelo e le foglie. L’eccellenza del coltivatore di basilico era così sancita dalla capacità di mettere in atto un espediente con il quale risolvere questo problema ed era premiata dalla disponibilità del prodotto nel periodo dell’anno in cui era più raro e, quindi, meglio pagato. Già dalla fine dell’estate bisognava preparare ciò che serviva per metterlo in atto; era un lavorone quello e richiedeva l’impegno di tutta la famiglia. Ad una filanda della Val di Susa si ordinava un carico degli scarti della pulitura del cotone grezzo. Questo materiale, contenuto in grossi sacchi di iuta, arrivava a Voltri su di un camion grande con il quale non si poteva raggiungere la destinazione del trasporto. Bisognava così trasbordare i sacchi, alcuni dei quali superavano il quintale, su di un motocarro che, con numerosi viaggi lungo un percorso di circa un chilometro su strada sterrata, li trasferiva alla partenza di una piccola teleferica. Questa, in alto, terminava proprio vicino al magazzino in cui andavano stivati i sacchi; u baracun da püa. Sì, della polvere, perché ogni movimento dei sacchi provocava una copiosa dispersione della parte più fine degli scarti di cotone attraverso la trama grossolana del tessuto in iuta. Questa polvere, assieme alla fatica, caratterizzava la giornata di lavoro e si depositava su tutto, sulle ciglia, sulle sopraciglia, nelle mucose nasali, s’impastava con il sudore, entrava nella canottiera, nei calzoni, nelle scarpe, dappertutto. Al termine della giornata, con in mano un bicchiere di vino bianco del nostro, ci osservavamo reciprocamente ridendo ognuno della sporcizia dell’altro, soddisfatti però di aver completato assieme il lavoro.

Prima della semina di dicembre il nonno o lo zio Ton, artisti nel manipolare la terra, ne asportavano alcuni centimetri dalla superficie dell’èaa, stendevano uno strato di cinque dita di polvere di cotone che compattavano battendolo ripetutamente con un attrezzo realizzato con una tavola fissata inclinata su un lungo manico. Ricoprivano poi il cotone con la terra prima rimossa.

È sorprendente vedere come vecchie mani indurite possano essere capaci e delicate. Abili nello spargere uniformemente la giusta quantità di semi, anche se minuscoli come quelli del basilico, nel manovrare il rastrello per interrare i semini quel tanto che basta per farli germogliare, nel premere il pollice contro l’estremità della manichetta e realizzare così un ventaglio nebulizzato d’acqua, adatto ad annaffiare senza far danni.

Dopo le prime irrigazioni il cotone iniziava una fermentazione che riscaldava dal basso le radici del basilico per tutto il periodo della crescita e, nello stesso tempo, produceva un prezioso concime naturale.

La manutenzione della copertura delle serre rappresentava l’immancabile impegno di ogni estate. In realtà le coperture erano rimesse in ordine ogni due anni, ma la sensata laboriosità dei contadini si preoccupava di riservare metà delle serre per la produzione estiva del basilico e metà per le riparazioni. Scoperchiare una serra era un altro di quei lavori che mobilitavano tutti. Si trattava di rimuovere uno a uno i telai con i vetri, e arve, e accatastarli nel luogo destinato alla loro riparazione. Lo zio Ton, in piedi su una sedia con intelaiatura in ferro, per rispetto della sua mole corporea, schiodava i quattro agguanti, tiranti costituiti da filo di acciaio zincato attorcigliato, che avevano due chiodi alle estremità e che servivano a fissare la testa e il fondo del telaio alla struttura portante della serra. Quindi sollevava l’arva e, ruotandola, la “scendeva” porgendola a chi aveva il compito di trasportarla. Eravamo tutti in fila ad aspettare il nostro turno per il trasporto e ogni carico era accompagnato dalla raccomandazione di non farsi male e di non rompere i vetri. Da notare che la serra più grande era ricoperta da più di trecento telai.

Le arve erano costruite con criteri di uniformità. Il loro telaio, due metri per ottanta centimetri, serviva a sostenere due file parallele di cinque vetri larghi trentaquattro e alti trentanove centimetri e dello spessore di tre millimetri. Erano realizzate con legno di peackpine, in genovese piccepaine, il più adatto a sopportare il logorio dell’ambiente umido della serra. Nel legno risiedeva il valore dell’oggetto, il più pregiato era quello recuperato dalle demolizioni delle navi dato che aveva già dimostrata l’attitudine alla sopravvivenza negli ambienti umidi più impegnativi. Spesso si riconosceva perché mostrava degli intarsi con i quali erano stati chiusi i fori che erano serviti a fissare il legname nel suo impiego primitivo.

Gli elementi principali del telaio erano la testata, il fondo, le longherine e il bastetto centrale ed erano fissati fra loro per mezzo di incastri e caviglie in legno. I chiodi erano utilizzati per fissare i due bastetti trasversali, che irrigidivano il telaio e servivano come maniglie da trasporto, e la foderina collocata sopra la longherina di destra, che serviva da coprigiunto fra le due arve contigue. C’erano inoltre quelli necessari a tenere in sede i vetri prima del loro fissaggio con lo stucco masticote. Un componente fondamentale, utile per la durata dell’arva, era l’olio di lino con il quale si imbeveva per bene il legno prima della coloritura e funzionava anche come diluente della pittura. L’effetto serra, auspicato per il miglior sfruttamento dell’energia termica fornita dal sole, era favorito dal fatto che i telai erano colorati con pittura verde scuro sulla faccia esterna e con pittura bianca su quella interna.

La manutenzione di ogni arva iniziava con la raschiatura del legno, necessaria a rimuovere le sfogliature della pittura. Spesso questo lavoro preliminare si faceva quando essa si trovava ancora in piedi nel posto in cui era stata accatastata. L’arva era poi adagiata orizzontale su due cavalletti di legno dove veniva esaminata per valutare, prima della pitturazione, se erano necessarie delle riparazioni importanti, come la sostituzione di un componente in legno o la riparazione di un vetro. Prima di arrivare a decidere di sostituire un vetro si tentavano tutti i modi possibili per rabberciare il danno poiché il vetro nuovo lo si doveva comprare e ciò contrastava con la politica di economia autarchica che vigeva allora. Intanto bisognava stare molto attenti nella rimozione di quelli rotti perché lo stucco, con il tempo e l’esposizione al sole, si induriva e non era facile toglierlo senza estendere il danno ai vetri vicini. A questo proposito ricordo di aver assistito lo zio Ton, uomo generalmente molto paziente e parsimonioso, mentre era intento a smontare uno dei vetri in fondo al telaio. Chino sull’arva, con lievi colpi di martello battuti sullo scalpello, lavorava alla rimozione dello stucco. Come faceva spesso quando era impegnato, mostrava la lingua stretta fra i denti al lato della bocca. È stato un attimo, non proprio di disattenzione, ed è partita una venatura sul vetro vicino. Solo un sospiro, poi ha iniziato a levare lo stucco, maledettamente duro, anche da quel vetro. Lavorava ancora concentrato alla delicata rimozione dello stucco in prossimità del vetro successivo, ma anche questo, quasi beffardo, si è spaccato. Lo zio ha rialzato la schiena, è stato un attimo immobile dopo di che ha cominciato a impartire una serie di violente martellate su tutti i vetri rimanenti della fila che sono andati in frantumi. Ancora un momento di silenziosa sosta e ha ripreso a lavorare.

La pittura verde, quella esterna, doveva essere stesa sotto le continue raccomandazioni di “tirare” il pennello alla lunga. Solo in quella maniera il nuovo velo protettivo si stendeva aderendo per bene su tutta la superficie e non rischiava di formare bolle che si sarebbero staccate ben presto. Girato sottosopra il telaio si passava alla pittura bianca, che era la più noiosa da stendere perché da quel lato fra il legno e il vetro non c’era lo stucco ed era così più facile imbrattare i vetri. L’arva passava finalmente nella catasta delle “fatte” e riceveva l’ultimo ritocco sui bastetti trasversali che si erano impugnati per manovrarla: una di meno!

Protetti da una tenda parasole, ci si dedicava a quest’attività nelle ore più calde della giornata, quando non si potevano fare altri lavori faticosi, ma quando sarebbe stato anche bello rimanere in ozio. La terra attorno ai cavalletti era calpestata fino a diventare un solco polveroso cosparso di croste di vecchia pittura. Tutto intorno imperava l’odore di olio di lino, misto a quello del masticote, che aumentava l’effetto soffocante del caldo e imponeva, per resistere, l’adozione di un atteggiamento di rassegnata pazienza.

Molta di quella pazienza la metteva il signor Cesare, un anziano vicino di casa, oramai in pensione dopo aver lavorato come falegname alla riparazione dei tram genovesi, che si dedicava alla manutenzione delle arve per intere giornate senza dire una parola. A lui erano riservate le lavorazioni più complesse, come la sostituzione dei componenti del telaio, per le quali adoperava i suoi utensili che custodiva gelosamente in un’apposita cassetta in legno. Naturalmente a noi giovani era precluso l’uso di quegli attrezzi. Aveva un singolare tic che lo costringeva a sputacchiare a labbra strette, come se si dovesse continuamente liberare di un pelucco rimasto fra le labbra. Chissà cosa pensava mentre lavorava per ore in silenzio.

Per ricoprire la serra, ovviamente, si procedeva in modo inverso da quello della scopertura con l’aggiunta di una non trascurabile attenzione rivolta ai numerosi nidi di vespa che, durante l’estate, si erano insediati lungo la sua intelaiatura. Erano lavori duri, ma per identificarli si usavano i termini descrüvì e crüvì, scoprire e coprire, pronunciati attribuendo loro anche il significato dell’accudimento, perché il basilico coltivato in serra ha bisogno di essere accudito.

La prima evoluzione del sistema di coltivazione del basilico è arrivata nel 1964 con l’introduzione dell’impianto di riscaldamento a nafta. Era ancora in vita il nonno Camillo il quale, forse più di tutti, ha seguito con molto interesse l’installazione delle nuove caldaie in ghisa Ideal Standard e degli innovativi bruciatori Riello.

La zona in cui c’erano le serre era raggiungibile solo a piedi e, per alleviare la fatica del trasporto a spalla, esisteva la teleferica. Devono aver installato questo sistema di trasporto nell’immediato dopoguerra e per farlo, naturalmente, hanno utilizzato tutti pezzi di recupero, compresa la fune portante in trefoli d’acciaio. Questa era ancorata a valle ad una putrella affogata in un basamento di cemento interrato, era sostenuta da due cavalletti intermedi e da quello di arrivo e terminava avvolta in un tamburo che serviva a dare alla stessa la giusta tensione. Il carrello era sostenuto da due ruote a quattro razze munite di una gola adatta ad abbracciare il cavo portante, unite fra loro da un telaio. Su di esso era fissata l’estremità della fune di traino e due tondini rigidi, sagomati opportunamente per sostenere il piano di carico. Il fondo del piano poteva essere sganciato da un lato quando si doveva scaricare il carbone che serviva per le calderine. Il verricello di traino era munito, dal lato esterno, di un semplice tamburo sul quale agiva un freno a nastro azionato da una leva. La trasmissione del movimento fra il motore elettrico, che era molto grosso nonostante erogasse la potenza di un solo cavallo vapore, e il verricello era garantita da una cinghia di cuoio. Sostanzialmente la sicurezza del sistema era affidata all’abilità del manovratore il quale doveva regolare la velocità di discesa per mezzo del freno ed essere pronto, al termine della salita, a bloccare il freno non appena disinserita l’alimentazione elettrica. L’interruttore destinato all’azionamento del motore, naturalmente anche questo di recupero, aveva la leva di manovra ricostruita con un legnetto e la protezione dei contatti elettrici realizzata con robusta carta straccia. L’autorizzazione a manovrare la teleferica ha costituito per me un passo importante nel percorso verso l’età adulta.

Gli elementi in ghisa delle nuove caldaie e tutto ciò che è stato necessario per rinnovare l’impianto di riscaldamento sono stati i trasporti più impegnativi della teleferica. Ma l’eccellenza nel suo impiego è stata raggiunta con la risalita delle lamiere necessarie alla costruzione del serbatoio della nafta. L’artefice del progetto di questo serbatoio, comprensivo della soluzione adottata per il trasporto dei suoi componenti, è stato mio papà. Specialista di trasporti ferroviari e progettista tuttofare di casa (già da sedicenne in tempo di guerra, ad esempio, aveva disegnato il tracciato del rifugio sotterraneo antiaereo) con il serbatoio aveva dato prova del meglio di sé.

Per trasportare lamiere lunghe quattro metri e larghe un metro e settantacinque, del peso di oltre tre quintali, come quelle utilizzate per realizzare il serbatoio di acciaio, il progettista ha stupito tutti. Aveva stimato la larghezza massima delle lamiere fidando di poterle fare passare inclinate secondo la diagonale dei portali che sostenevano il cavo portante della teleferica e aveva poi azzeccato il calcolo della posizione dei punti in cui sostenere la lamiera per ottenere l’inclinazione voluta. Per questo trasporto, come per altri impegnativi, si era rinunciato all’azionamento motorizzato del verricello, ma per il traino del carrello si era fatto ricorso alla manovella manovrata da braccia robuste.

Il cantiere di lavoro per la costruzione del nuovo impianto era equipaggiato con strumenti che ora sarebbero a dir poco insoliti. L’acetilene per la saldatura, ad esempio, era prodotto sul posto per mezzo di un vecchio gasogeno a carburo di calcio. Anche l’operaio che lo utilizzava era in sintonia con i propri attrezzi. Per via dell’ambiente disagiato in cui doveva operare, alcune lavorazioni non gli riuscivano alla perfezione, ma lui le sistemava dicendo semplicemente al committente: “Nu v’arragè Tognu”.

La proficua stagione dei nuovi bruciatori è stata coronata da mio papà con la costruzione di telecomandi con i quali, il quasi ottantenne nonno Camillo, negli ultimi due anni della sua vita, ha potuto sovraintendere da casa e con molta soddisfazione la buona conduzione delle due caldaie messe in opera.

La saggia sensibilità del contadino di un tempo era orientata principalmente alla sorveglianza di quello che succedeva per potere, possibilmente, tentare di porre rimedio all’imprevisto. Nel caso delle nuove caldaie, per esempio, si era sempre pronti a rimettere in funzione velocemente quelle vecchie a carbone, lasciate prudentemente ancora allacciate ai nuovi impianti. Allora, più di adesso, si sapevano apprezzare i risultati della buona stagione, consapevoli del rischio sempre presente di incappare in quella grama. Sulla porta della cantina, il cui uso era condiviso da più famiglie contadine della zona, qualcuno aveva scritto, con il pennello intriso nel minio e manovrato con incerta grafia: “1929 ano di miseria”. L’ilarità che suscitava in noi quell’enne mancante era ben presto compensata dal monito che trasmetteva una frase così disperata.

Negli ultimi trent’anni le vecchie serre sono state sostituite con strutture moderne, costruite con acciaio zincato e grossi e luminosi vetri. La necessità della manutenzione ordinaria si è quasi azzerata, ma bisogna ricordare che alcuni anni orsono, una grandinata di pochi minuti, ha “regalato” la necessità di alcuni mesi di lavoro imprevisto, necessari per sostituire un migliaio di vetri andati in frantumi e per bonificare l’area di coltivazione, rimasta cosparsa da infiniti frammenti.

Anche l’impianto di riscaldamento è stato modificato con l’introduzione di scaldiglie interrate che rendono superfluo in inverno l’impiego della polvere di cotone. Però l’attuale esorbitante costo del gasolio ha imposto il recente ritorno all’uso della legna da ardere.

Bisogna ancora tenere conto che il lavoro, un tempo eseguito anche da una decina di persone, oggi è affrontato da sole tre; tuttavia la raccolta del basilico migliore per la preparazione del pesto alla genovese è l’unica operazione che nel tempo non è cambiata e, quindi, richiede sempre la stessa pazienza e fatica. Il campo di basilico pronto al raccolto è una distesa fitta di piantine alte dai dieci ai quindici centimetri. Non sarebbe possibile entrarvi senza far danni per cui non si deve mai calpestarlo. Ogni raccoglitore utilizza una tavola di legno appoggiata trasversalmente all’èaa sui tubi di riscaldamento e che si trova così una ventina di centimetri sopra le piante di basilico. Egli si deve inginocchiare su questa tavola sulla quale deve anche appoggiare il gomito sinistro che gli servirà a controllare la propria posizione rispetto all’area di raccolta e ne utilizzerà la mano per impugnare il mazzetto in formazione di piantine appena estirpate. La semina del basilico è molto fitta e fa sì che le prime piantine che germogliano crescano più rapidamente di quelle che rimangono sottomesse. La raccolta avviene quindi “schiumando” le piantine più alte, cioè estirpando solo quelle e avendo cura di lasciare intatte le altre, le quali, una volta guadagnata l’esposizione alla luce, cresceranno e saranno raccolte a loro volta in successive passate. Per fare questo il pollice e l’indice della mano destra devono serrare alla base il gambo di una sola piantina alla volta e, con un colpo deciso del polso, estirparla, completa delle radici, lasciando sul posto le piantine circostanti. La raccolta prosegue così per ore, con una serie infinita di piccoli gesti, condotti in rapida successione come il pittare di una gallina.

La raccolta del basilico inizia prestissimo la mattina poiché deve finire prima che faccia troppo caldo, nel rispetto di chi deve lavorare in serra, ma, ancora prima, della fragranza del basilico. Per questo nella serra si preparano dei mazzi grossi che contengono tante piantine quante ne stanno nella mano. Questi, via via che si producono, sono trasportati nel locale nel quale si confezionerà definitivamente il prodotto. Nell’attesa di questa lavorazione i mazzi sono adagiati su di un tavolo con le radici appoggiate su di un sacco di iuta imbevuto d’acqua. Inoltre un lenzuolo bagnato ricoprirà le foglie.

Generalmente nel pomeriggio, seduti attorno al tavolo dove erano stati depositati i mazzi, con un lavoro paziente quanto ripetitivo, questi si scompongono e le piantine sono raccolte in mazzetti più piccoli. La radice e il gambo sono quindi avvolte con erba inumidita e fasciate con un foglio di carta che è chiuso per mezzo di un elastichino. Il mazzetto così preparato è depositato, ancora provvisoriamente, in una cesta. Un tempo per chiudere i mazzetti si usava la fibra delle foglie di canna che era legata con il caratteristico tortiglione; da qui il termine antico “ligà u baxeicò” con il quale era chiamata questa lavorazione. Prima di sera ogni lavoratore arriva a confezionare anche più di un migliaio di mazzetti.

A turno, per alleviare la noia della legatura, ci si alza, per “incorbà u baxeicò”. Prima si prepara una cassetta, un tempo si usava una corba, fasciandone l’interno con fogli di carta disposti in una specifica maniera. Al centro, nel senso più lungo della cassetta, si adagia una striscia di carta straccia imbevuta d’acqua e si iniziano a depositare, contandoli, i mazzetti, avendo cura di sistemarli su due file, con le chiome a contatto fra loro nel centro. In ogni cassetta ci stanno cinque o sei decine di mazzetti. Dopo aver depositato anche sulla parte superiore della chioma del basilico un’altra striscia di carta bagnata, la cassetta è chiusa con i lembi dei fogli di carta utilizzati per il rivestimento interno in modo da sigillare il prezioso prodotto.

Un tempo il marchio di fabbrica era siglato direttamente sulla carta panciuta che copriva la cassetta con un pennellino intinto nell’inchiostro. Ad esempio “Merello 5” voleva dire cinquanta mazzi di basilico dei Merello della Chiappa.

Il viaggio delle cassette iniziava la sera sulla teleferica, proseguiva sul camion sgangherato di Gaspare, assieme ai prodotti degli altri contadini della zona, approdava al posteggio du Carmelin Caneva dal quale, con buona fortuna, era avviato alla cucina di qualche brava cuoca genovese, possibilmente per tramite di una negoziante “bunn-a Casann-a”.

L’attuale produzione condotta con sistema tradizionale, per la quale rimane invariata la necessità di una totale dedizione degli addetti, è mortificata da una concorrenza che invade il mercato con un prodotto che non è altro che un surrogato del basilico verace da pesto. La principale caratteristica dei tempi in cui viviamo, che è quella di considerare solo l’apparenza delle cose, porta generalmente ad acquistare il basilico sulla base del suo minor prezzo se non a comprare il pesto già fatto da chissà chi e chissà dove. Fra le coltivazioni più economiche del basilico vi è quella idroponica. È realizzata in vasche riempite d’acqua, con disciolti i necessari elementi nutritivi, sulla quale galleggiano contenitori di polistirolo che diventano il supporto di semina e crescita delle piantine fino al momento della raccolta. La zappa è sostituita dal contagocce, ma ne vale la pena?

Il rischio maggiore adesso è che il sapore del nuovo pesto crei una tendenza mutante del gusto che in poco tempo possa fare dimenticare quello tradizionale e porti al fallimento della coltivazione del basilico da pesto di Pra e Voltri.

Nei momenti migliori della sua storia, l’uomo ha ricondotto le pratiche necessarie alla propria alimentazione alla sfera della cultura. Coltivare il basilico secondo il rito che ho tentato di descrivere è soprattutto un fatto culturale. I contenuti di questo sapere sono stati tramandati fra le generazioni con raffinati metodi d’insegnamento orali e pratici e credo che, onestamente, nessuno possa improvvisarli.

Racconto pubblicato in una prima versione su Nuova Prosa, Greco Editori.

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