Presentazione


Analisi, opinioni, fatti e (più di rado) arte da una prospettiva di classe.

31/07/2026

Sorvegliare e punire con l’intelligenza artificiale

Uno-due. Il decreto legislativo che recepisce il regolamento europeo sull’intelligenza artificiale e lo rende una questione di polizia accelera e, con ogni probabilità, già oggi verrà licenziato. Nel frattempo Fratelli d’Italia presenta la sua proposta di legge per far sì che chi scende in piazza a manifestare possa essere accusato di associazione a delinquere.

Il primo caso è il più clamoroso, perché è destinato a finire in Gazzetta ufficiale prestissimo. Direttamente da palazzo Chigi, su impulso del sottosegretario Alfredo Mantovano, è discesa l’indicazione alle commissioni affari costituzionali, giustizia e affari europei di Camera e Senato di dare nel minor tempo possibile il proprio parere allo schema di decreto legislativo che dovrebbe armonizzare le leggi italiane alle disposizioni europee «sull’intelligenza artificiale, in materia di utilizzo dei sistemi di intelligenza artificiale per l’attività di polizia e di responsabilità penale e civile».

I punti caldi sono due: gli articoli 8 e 10. Uno parla dell’identificazione facciale «in tempo reale», l’altro la consente addirittura «a posteriori».

L’articolo 8 dice che «in casi di urgenza» (minacce di terrorismo, persone scomparse) la polizia può utilizzare i dati biometrici raccolti con l’IA integrati con i sistemi di videosorveglianza presenti nelle città attraverso una semplice «comunicazione, anche orale» al pubblico ministero, senza cioè dover passare per l’autorizzazione di un giudice.

L’articolo 10 è pure peggio: per «il contrasto dei reati» sarà infatti possibile effettuare una raccolta preventiva della durata di sette giorni dei dati biometrici di tutte le persone che accedono a un dato luogo. In sostanza, se in una strada o in una piazza è prevista una manifestazione, si potranno registrare ad esempio i tratti del viso e l’iride di chiunque passi di lì durante la settimana precedente. Tutto materiale che poi, eventualmente, sarà a disposizione dell’autorità giudiziaria.

«Siamo al grande fratello d’Italia», dice al manifesto il senatore del PD Filippo Sensi, che, oltre ad aver trovato la battuta giusta, ieri mattina in commissione affari europei di Palazzo Madama per primo si è accorto dell’enormità della faccenda e, con i colleghi dell’opposizione, ha vanamente cercato di opporsi al colpo di mano della maggioranza.

Ma nessuna discussione è stata concessa: il testo è blindato, le possibilità di rivederlo sono pressoché nulle e anche la controfirma del presidente della Repubblica sarà un atto sostanzialmente formale, avendo lui già concesso la delega al governo. Al limite, potrà prima o poi intervenire la Corte costituzionale, ma siamo nel campo delle ipotesi senza data di scadenza.

«Di tutto l’Ai Act europeo, che è un provvedimento enorme, qui si è deciso di occuparsi solo della parte che riguarda la polizia – prosegue Sensi –. Vogliono raccogliere dati a strascico e poi verificare se c’è o no un reato. È una forma di sorveglianza indiscriminata, peraltro in aperto contrasto con lo stesso regolamento europeo».

Se qui siamo dalle parti dei peggiori incubi degli scrittori di fantascienza, con la proposta di Fratelli d’Italia sull’allargamento delle maglie dell’associazione a delinquere per includere chiunque partecipi a una protesta, invece, si realizzano i sogni più proibiti di ogni inquisitore.

La nuova norma riguarderebbe chiunque «partecipa ad un gruppo composto da tre o più persone che, pur privo dei requisiti di stabilità e di struttura gerarchica, si costituisce o si coordina, anche mediante strumenti di comunicazione elettronica o in occasione di manifestazioni pubbliche» per commettere una serie di reati: resistenza a pubblico ufficiale, devastazione e saccheggio, attentati a impianti di pubblica utilità, lesioni personali, danneggiamento.

Le tipiche accuse che vengono contestate quando le manifestazioni finiscono a tafferugli. Fatti ora equiparati a quelli di mafia e terrorismo, dalla cui legislazione deriva anche l’idea di confiscare i beni usati per commettere il reato.

La misura, spiegano da FdI, è stata studiata al volo dopo gli scontri avvenuti a Bologna e in Val di Susa la settimana scorsa per tutelare sia «i lavori democraticamente approvati», sia i rappresentanti delle forze dell’ordine (120 i feriti, secondo la questura di Torino).

«Tolleranza zero» è l’espressione – un po’ abusata – con cui il primo gruppo parlamentare ha annunciato la sua iniziativa, ieri pomeriggio alla Camera. La cosa divertente della conferenza stampa è stata che tutti gli intervenuti, dal capogruppo Galeazzo Bignami in giù, hanno candidamente ammesso che di questa legge non ce ne sarebbe alcun bisogno se i soliti giudici non avessero in più circostanze bocciato i teoremi delle procure che già ipotizzavano l’associazione a delinquere per i fatti di piazza.

Molte indagini sono in effetti cominciate così (l’ultima famosa è quella sul centro sociale Askatasuna di Torino: l’accusa è caduta in primo grado, il giudizio d’appello è in corso), ma poi non è mai stata emessa una sentenza di condanna per associazione a delinquere nei confronti chi si è scontrato con la polizia, ha sfondato una vetrina o danneggiato qualche arredo urbano.

Se questa proposta diventerà infine legge dello stato, potrà invece succedere e nascerà ufficialmente il concetto di «eversione di piazza», antico pallino dei sindacati di polizia più reazionari e di qualche procura particolarmente attiva sul fronte della repressione dei movimenti sociali.

Nel piano di FdI, per chiudere, c’è anche un’ultima novità. Che suona quasi come un monito: sarà punito per favoreggiamento, con una pena da uno a quattro anni, chi «dà rifugio o fornisce vitto, ospitalità, mezzi di trasporto, strumenti di comunicazione a taluna delle persone che partecipano al gruppo». Invitare a cena un No Tav, in pratica, può portare dritti in galera.

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La favola tragica del riarmo a costo zero

di Emiliano Brancaccio

Come in un tetro copione shakespeariano, la corsa al riarmo dell’Italia prosegue inarrestabile. Per bocca del ministro Tajani, il governo abbandona le vecchie ritrosie e dichiara l’adesione al fondo “Safe” con una richiesta di prestito di 14,9 miliardi destinati al riarmo.

È l’ultimo anello di una ferrea catena di eventi passata per l’impegno assunto dalla premier ad Ankara, con Trump e gli alleati Nato: elevare la spesa militare al 5 percento del Pil. L’obiettivo implicherà un enorme carico per il bilancio pubblico. Se dunque i prestiti europei possono alleviare lo sforzo, sarà bene smettere di indugiare e chiederli subito.

Così, dopo Polonia, Cipro, Lituania, Croazia e Grecia, l’Italia si inserisce nel gruppo di testa dei paesi che hanno scelto di indebitarsi con l’Europa per armarsi.

I guerrafondai nostrani festeggiano e ci rassicurano. A loro avviso, il ricorso al prestito “Safe” è estremamente vantaggioso e dimostra pure che non c’è nessuna scelta politica da compiere tra burro e cannoni: per finanziare il riarmo non serviranno nuovi tagli alla sanità, alla scuola o allo stato sociale.

Nel campionario di falsità dei cocchieri della guerra, questa rientra senza dubbio tra le più ardite. La realtà del “Safe”, infatti, è ben più infida di quanto venga in queste ore narrato.

Innanzitutto, esaminiamo i presunti vantaggi del prestito europeo. Il tasso d’interesse che l’Italia pagherà dovrebbe risultare di 40 punti base inferiore alla media degli oneri solitamente pagati sui titoli nazionali, con un risparmio conseguente di circa 60 milioni annui.

Ma questo minuscolo sconto cambia solo di una virgola l’aggravio sui conti pubblici. Infatti, per rimborsare il “Safe”, l’Italia dovrà tirar fuori mezzo miliardo all’anno già a partire dal prossimo anno e un miliardo all’anno in futuro, quando bisognerà rimborsare anche il capitale. Tutto si può dire eccetto che le armi saranno gratis.

Quanto alla presunta capacità del finanziamento europeo di evitare che la spesa bellica sia coperta sacrificando altre voci di bilancio, anche qui i conti della vulgata guerrafondaia non tornano. Il prestito “Safe” rappresenta appena il 15 percento dell’impegno preso da Meloni ad accrescere di oltre 100 miliardi la spesa militare entro il 2035.

Sommando gli oneri del rimborso, mancano all’appello almeno 90 miliardi all’anno. Dove potranno mai esser trovati, se non da compressioni ulteriori del welfare? Si capisce che l’avvento di un’austerity bellica è tutt’altro che scongiurato.

L’adesione al “Safe” europeo richiederà l’approvazione del parlamento. Lo snodo potrebbe aiutare a capire se l’impulso alla guerra sia in grado di scompaginare le attuali alleanze. In effetti, nella maggioranza, qualcuno già scalpita contro il prestito. Se nel blocco meloniano dovessero contarsi defezioni, è facile prevedere un appello del governo a una «opposizione responsabile». Del resto, tra gli avversari di Meloni, c’è chi non vede l’ora di votare il “Safe”. Non è implausibile che spunti una rinnovata maggioranza pro-riarmo.

All’appuntamento sarà bene giungere con idee chiare. A partire da una constatazione decisiva, finora trascurata nel dibattito prevalente. Il boom della spesa bellica imposto in sede Nato ha ben poco a che fare con gli sbandierati obiettivi di difesa contro potenziali aggressioni esterne.

In larga misura, infatti, risulta associato a impegni militari situati oltre i confini dei paesi membri: dal dominio delle vie commerciali e dei transiti marittimi, all’impossessamento delle fonti di energia del nemico, al controllo finanziario di paesi terzi. Si tratta, in sintesi, di riarmo classicamente “imperiale”.

A questa funesta impostazione il fondo “Safe” europeo aderisce in pieno. Una ragione cristallina per cui va respinto.

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Mandato d’arresto per Evo Morales, continua la persecuzione dopo le proteste

La Procura del dipartimento di Santa Cruz ha emesso un nuovo mandato di arresto nei confronti dell’ex presidente Evo Morales, accusandolo di terrorismo, sollevazione armata contro la sicurezza e la sovranità dello Stato e attentato alla sicurezza dei trasporti. Il provvedimento origina da una denuncia presentata dal gruppo conservatore Comité pro Santa Cruz, poi fatta propria dal Ministero dell’Interno.

Sotto la lente degli inquirenti ci sono i 53 giorni di blocchi stradali e imponenti mobilitazioni che tra maggio e giugno hanno paralizzato ampie zone del paese. Assieme a Morales sono stati incriminati diversi leader sindacali, tra cui Juan Carlos Huarachi, ex segretario della Central Obrera Boliviana (COB).

Le mobilitazioni di inizio estate sono state l’apice dell’attivazione di piazza dovuta a un largo malcontento sociale. Autotrasportatori, contadini e varie altre categorie di lavoratori hanno manifestato per settimane contro la grave crisi economica, l’inflazione e i tagli ai sussidi sui carburanti promossi dal presidente Rodrigo Paz, insediatosi alla guida del Paese con un programma economica nettamente neoliberista.

Secondo gli inquirenti, le proteste sarebbero state ordinate e coordinate da Morales con l’obiettivo di destabilizzare e far cadere il governo. Ovvero scambiano il possibile risultato politico della perdita di sostegno di massa per la mancata approvazione delle richieste di piazza con l’obiettivo politico dei movimenti popolari che hanno combattuto strenuamente le scelte economiche dell’esecutivo.

Attraverso i suoi canali social, Morales ha affermatoche “non ci faremo intimidire”. L’ex presidente ha qualificato le accuse come una manovra giudiziale di persecuzione politica orchestrata dal governo Paz per distogliere l’attenzione pubblica dalla drammatica crisi che vivono ampie fette del paese e nascondere la propria incapacità di gestione. “Continueremo a lottare al fianco del popolo, con la convinzione che la Bolivia meriti un cammino differente: fatto di dignità, sovranità e giustizia sociale”, ha aggiunto.

Morales si trova attualmente nella regione del Trópico de Cochabamba (nel Chapare), roccaforte dei suoi più fedeli sostenitori. La zona è presidiata da migliaia di contadini e volontari delle Seis Federaciones, che hanno istituito checkpoint, barricate e ronde di sorveglianza per impedire che il mandato d’arresto venga eseguito. Il paese si trova già evidentemente di fronte a una frattura profonda, con il rischio di sfociare in un’altra escalation dello scontro interno.

Il nuovo affondo della magistratura alza ulteriormente la temperatura di un clima politico già rovente, spingendo la Bolivia verso l’incertezza politica aggravata dall’ondata repressiva del governo, mentre l’economia annaspa. Le accuse rivolte a Morales, per cui la sua azione avrebbe tratti terroristici, segnala la volontà di fare definitivamente i conti con l’esperienza di governo popolare rappresentata dall’ex sindacalista.

Le scelte di Paz e le inchieste degli inquirenti risultano parte della più generale ondata reazionaria che, su spinta – e fondi – di Washington e anche Israele, ha condotto un attacco frontale alle opzioni popolari che negli ultimi 20 anni hanno conteso con forza il potere agli schieramenti della destra latinoamericana, sempre allineata ai voleri della Casa Bianca.

Per ora Morales rimane protetto, ma la situazione ecuadoriana rappresenta un tassello di un processo continentale. Con il recente lancio da parte del presidente argentino Milei del figlio di Bolsonaro, Flávio, nella sfida a Lula per le presidenziali brasiliane, viene fatto un ulteriore passo nell’aggressione imperialista statunitense nelle Americhe, che trova ancora oggi Cuba come il più strenuo baluardo dell’alternativa necessaria. Ma la situazione è grave, e l’attenzione verso gli eventi dall’altra parte dell’Atlantico deve rimanere alta.

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Acciaierie d’italia, il governo propone una resa di stato

Per Usb servono nazionalizzazione e tutele straordinarie per tutti i lavoratori

Il tavolo convocato oggi [ieri, ndr] dal Governo sul futuro di Acciaierie d’Italia si è aperto con l’annuncio di una resa politica e industriale.

Di fronte al decreto della Corte d’Appello di Milano, che impone la sospensione entro 90 giorni delle attività dell’area a caldo di Taranto, il Governo ha dichiarato di voler riperimetrare la gara sugli impianti a freddo e sulle attività che potranno continuare. Una prospettiva presentata senza indicare cosa si produrrà, con quali volumi, con quali investimenti e soprattutto con quanti lavoratori.

Questa non è una soluzione industriale. È la gestione amministrativa della progressiva dismissione del gruppo.

Il problema non è quanto deciso dalla magistratura. Siamo di fronte alla sesta pronuncia consecutiva e al risultato di quattordici anni di errori, rinvii, deroghe e scelte sbagliate compiute dalla politica e dai diversi Governi che si sono succeduti.

La magistratura non può diventare l’ennesimo alibi dietro il quale nascondere l’assenza di una strategia per l’acciaio, per Taranto e per l’intero sistema industriale nazionale.

Il Governo ha affermato di avere avuto pronta, fino a ieri, una soluzione industriale. Oggi sostiene invece che tutto sarebbe stato cancellato dalla decisione della Corte d’Appello. Una ricostruzione che non convince e che conferma l’assoluta fragilità del percorso seguito fino a questo momento.

Da mesi vengono prospettate soluzioni tra loro contraddittorie, mentre si continua a trattare con soggetti privati che hanno già dichiarato di non voler investire risorse proprie. Nel frattempo, sui lavoratori diretti, sugli addetti degli appalti e sui dipendenti di Ilva in amministrazione straordinaria vengono scaricati tutti i costi degli errori commessi dallo Stato e dalla politica.

La riperimetrazione della gara sull’area a freddo, senza un progetto produttivo definito, rischia di rappresentare soltanto un ulteriore passaggio verso lo spezzettamento del gruppo e la cancellazione della produzione primaria di acciaio in Italia.

Per USB resta necessaria una scelta chiara: la nazionalizzazione di Acciaierie d’Italia.

Il Governo sostiene che la proprietà pubblica non avrebbe modificato gli effetti del provvedimento giudiziario. La questione posta da USB è un’altra: la nazionalizzazione serve per assumere il controllo delle decisioni industriali, programmare gli interventi ambientali, garantire gli investimenti, difendere la produzione nazionale di acciaio e tutelare l’occupazione.

È quanto è stato fatto nel Regno Unito di fronte al rischio di fermata di British Steel e alla possibile perdita della capacità nazionale di produrre acciaio. Quando è in discussione un settore strategico, uno Stato interviene direttamente e non si limita ad attendere le decisioni dei privati.

Acciaierie d’Italia dispone già di lavoratori, tecnici e professionalità in grado di garantire la gestione e la ripartenza degli impianti. Manca una decisione politica all’altezza della situazione.

Accanto alla nazionalizzazione, è necessario aprire immediatamente un confronto su strumenti straordinari di tutela per tutti i lavoratori, senza distinzioni tra diretti, appalti e Ilva in amministrazione straordinaria. Servono garanzie occupazionali, continuità salariale e strumenti nuovi, capaci di accompagnare una vera transizione industriale e ambientale senza scaricarne i costi sulle persone.

Qualora il Governo abbia invece deciso di chiudere l’area a caldo e rinunciare alla produzione di acciaio a Taranto, deve dirlo apertamente e assumersi la responsabilità politica, industriale e sociale di questa scelta. In quel caso, Taranto e i lavoratori dovranno ricevere compensazioni straordinarie e garanzie reali, non nuovi ammortizzatori sociali destinati ad accompagnare la perdita dei posti di lavoro.

Dopo gli interventi delle organizzazioni sindacali, il Governo ha proposto l’avvio immediato di un tavolo tecnico per definire un “piano straordinario”, coinvolgendo i ministeri interessati, le organizzazioni sindacali, la Regione Puglia e il Comune di Taranto.

La proposta di aprire una discussione tecnica trova USB favorevole. È necessario verificare nel merito tutte le ricadute del provvedimento giudiziario, le prospettive industriali, gli investimenti possibili e gli strumenti straordinari necessari per tutelare l’intero perimetro occupazionale.

Questa disponibilità non comporta però alcun arretramento. Per USB la nazionalizzazione resta lo strumento principale per garantire il controllo pubblico delle scelte industriali, la continuità della produzione siderurgica, gli investimenti ambientali e la salvaguardia di tutti i lavoratori.

Il piano straordinario non può ridursi alla ricerca di nuovi investitori privati, alla riconversione delle aree liberate o alla gestione delle conseguenze della fermata. Deve prevedere un ruolo diretto dello Stato e affrontare immediatamente il tema delle garanzie occupazionali e salariali per i lavoratori diretti, degli appalti e di Ilva in amministrazione straordinaria.

USB parteciperà al confronto tecnico, ma con un presupposto politico preciso: nessuna soluzione potrà essere considerata credibile se rinuncia alla produzione di acciaio, spezza il gruppo o scarica ancora una volta sui lavoratori il costo delle scelte compiute dalla politica.

Per USB la tregua è finita. Non sono più accettabili scuse legate alla magistratura, all’Europa o alle decisioni degli enti locali.

Il Governo deve avere il coraggio di compiere la scelta necessaria per salvaguardare produzione e occupazione: nazionalizzare la fabbrica, garantire tutti i lavoratori e costruire un vero piano pubblico per l’acciaio in Italia.

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Migliaia di migranti dal Marocco sfondano le barriere dell’enclave spagnola di Ceuta

Migliaia di persone provenienti dal Marocco hanno attraversato i frangiflutti di confine verso Ceuta, l’enclave spagnola sul territorio marocchino. Si tratta di ingressi che si vanno ad aggiungere a centinaia di altri arrivati a nuoto negli ultimi giorni e contro i quali il governo spagnolo sta operando per la loro “riconsegna” al Marocco.

Tra 1.500 e 2.000 persone hanno varcato la barriera negli ultimi dieci giorni e altre migliaia si sono diretti ieri, giovedì, verso la frontiera tra Castillejos (Marocco) e Ceuta per tentare di oltrepassare il muro che separa le due città.

Le barriere di protezione non erano presidiate in quel momento da agenti di polizia, e i migranti hanno avuto accesso al territorio spagnolo mentre gli agenti delle forze ausiliarie marocchine, che si occupano della sicurezza a terra, si ritiravano al passaggio dei giovani. Nel pomeriggio di giovedì, le persone continuavano ad entrare nel territorio spagnolo.

Gli agenti di sicurezza interpellati dall’agenzia spagnola EFE hanno dichiarato di non conoscere il motivo del massiccio raduno di giovani per oltrepassare il valico, che coincide con la celebrazione della Festa del Trono in Marocco.

I governi di Spagna e Marocco hanno concordato di attuare misure per la riconsegna “il prima possibile” di “tutte” le persone migranti che sono entrate illegalmente a Ceuta nei giorni scorsi, e in particolare giovedì, quando hanno superato in massa la barriera attraverso il molo di El Tarajal.

Fonti del Ministero dell’Interno hanno indicato questo giovedì che i due paesi hanno concordato di “rafforzare il coordinamento e gli sforzi per far fronte a questi flussi e si sono impegnati a rivedere e attuare misure per la riconsegna, il prima possibile, di tutte le persone che sono entrate illegalmente” nella città autonoma.

Le Forze Armate spagnole stanno rafforzando la Guardia Civile nella città di Ceuta dopo il massiccio e improvviso arrivo dei migranti.

Il governo italiano ha scelto di strumentalizzare l’episodio chiedendo di sospendere gli accordi di Shengen per la Spagna (ripristinando cioè i controlli di frontiera su merci e persone).

Una mossa che sembra convalidare i sospetti, da più parti sollevati, sui possibili “input esterni” ed interni (di fatto il governo di Rabat ha spalancato le porte abbandonando i valichi di frontiera) a questa improvvisa ondata migratoria dal Marocco.

Ossia da uno dei paesi arabi più schierato con l’Occidente,  mentre il governo Sanchez ha mantenuto una certa differenza su diverse questioni di grande rilevanza (uso delle basi e dello spazio aereo per la guerra all’Iran, critiche radicali ad Israele per il genocidio a Gaza e l’attacco al Libano, ecc.).

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“Bibi” a Washington, la guerra all’Iran ricomincia

Un altro giro di giostra, l’ennesimo dopo una “visita” di Netanyahu a Washington (schivando New York, stavolta, e possibili incidenti diplomatici). Ci si potrebbe quasi regolare l’orologio, vista la sistematica connessione tra i due movimenti...

Questa volta, però avevano contribuito già gli iraniani colpendo una base Usa in Giordania (ufficialmente – e come sempre – “tutti i missili sono stati abbattuti”, la quantificazione dei danni verrà dopo), mentre aerei Usa e sauditi (la vera novità di questi giorni) colpivano le milizie sciite in Iraq, i coloni israeliani invadevano una zona della Siria vicino Quneitra, spalleggiati dall’esercito che poi bombardava l’area da cui sarebbe potuta arrivare un’eventuale (ma fortemente improbabile) risposta delle milizie qaediste del nuovo presidente-terrorista, “Al Jolani”.

Israele in effetti ha liberato i suoi cani anche in Libano (dove continua la distruzione delle abitazioni civili per impedire qualsiasi ritorno dei profughi), e ovviamente a Gaza e in Cisgiordania, incrementando la contabilità dei morti.

È sempre meno chiaro invece lo scopo degli attacchi statunitensi. “Decine di obbiettivi” sono stati attaccati con missili da crociera, danneggiando e uccidendo. Ma per ottenere cosa?

Se lo scopo è una maggiore arrendevolezza da parte di Teheran, sembra scontato dire che oltre un anno di guerra “a rate” e cinque mesi di “stop & go” l’hanno dimostrato utopistico. Il presidente eletto, Masoud Pezeshkian, cardiochirurgo laico e quindi considerato “moderato”, ha definito la resistenza iraniana “un modello senza precedenti di fermezza contro la coercizione e l’oppressione. Allo stesso modo, non possiamo costringere o opprimere il popolo, perché questi due approcci sono contraddittori”. Chiudendo dunque tutte le porte a una possibile divisione interna ai diversi gruppi dirigenti.

Ma se l’indebolimento della capacità missilistica e la divisione interna risultano una chimera, perché continuare a bombardare creando una situazione che l’economia mondiale dimostra di temere come la peste? Perché insistere per qualche giorno e poi di nuovo “tregua”, consumando un altro po’ delle riserve sempre più ridotte di missili intercettori?

Sul punto, la convergenza degli analisti è ormai un coro unanime. Anche Ryan Bohl, “analista senior per il Medio Oriente presso RANE Network”, sentito da Al Jazeera, spiega che questi missili “sono munizioni di difesa aerea di alta gamma, come il THAAD, le cui scorte si stanno esaurendo rapidamente, e sappiamo da diverse fonti che molti strateghi del Pentagono sono seriamente preoccupati per la loro disponibilità futura”.

Naturalmente gli Usa dispongono di molti altri mezzi offensivi, ma ognuno con qualche problema “collaterale”. Per esempio, spiega Bohl, “dispongono di una scorta pressoché illimitata di bombe non guidate che potrebbero usare contro gli iraniani”.

Purtroppo, però, questo tipo di bombe “all’antica” devono essere sganciate dagli aerei, sorvolando il territorio iraniano, che è molto esteso (oltre cinque volte l’Italia). Soprattutto, ricorda Bohl, “abbiamo già visto un F-15 abbattuto. Abbiamo visto un F-35 colpito dalla difesa aerea iraniana. E non credo che questa amministrazione sia particolarmente desiderosa di utilizzare quei sistemi più semplici che comportano un rischio maggiore, a causa della minaccia militare che la difesa aerea iraniana rappresenta per loro”.

Sembra perciò obbligatorio concludere che questa situazione continuerà almeno fino alla doppia scadenza elettorale di inizio autunno, quando sia Israele che (per metà) gli Stati Uniti rinnoveranno i rispettivi Parlamenti.

Ma mentre per Tel Aviv cambierà quasi nulla (anche se “Bibi” dovesse essere finalmente messo da parte, anzi in galera), visto che “l’opposizione” appare persino più guerrafondaia e genocida, per gli Usa potrebbe esserci comunque uno shock.

La sconfitta dei trumpiani sembra abbastanza probabile e questo apre due possibili scenari.

Il primo, più “normale”, prevede una maggioranza democratica al Congresso, con rafforzata presenza di “socialisti” (“con caratteristiche statunitensi”, ovvio) e in generale di deputati insofferenti per l’attuale legame con Israele. In tal caso ogni iniziativa di Trump sarebbe da gennaio in poi fortemente compromessa dal veto parlamentare, rendendolo la classica “anatra zoppa” fino alla fine del mandato (tra due anni).

Il secondo scenario prevede invece un mezzo “colpo di stato” all’interno della superpotenza, con Trump e il mondo “Maga” che rifiutano di riconoscere i risultati elettorali ed aprono uno scontro di potere dalle conseguenze semplicemente imprevedibili.

Entrambi gli scenari, però, non sono quelli più adatti a confermare la possibilità di condurre “guerre infinite” su tutto il globo.

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Senza controllo delle infrastrutture, la scienza aperta è solo un’illusione

Per molti anni il dibattito sulla scienza aperta si è concentrato soprattutto su una domanda: come rendere gli articoli accessibili gratuitamente ai lettori? La nuova Scholarly Communication Policy del Centre for Science and Technology Studies (CWTS) dell’Università di Leiden parte invece da una domanda più radicale: chi controlla realmente la comunicazione scientifica?

La risposta non è scontata. Anche quando un articolo è disponibile in open access, può continuare a essere ospitato, gestito e monetizzato da grandi editori commerciali. Per questo motivo il CWTS propone di spostare l’attenzione dall’accesso alla governance, sostenendo che il futuro della scienza dipende non soltanto da ciò che viene pubblicato, ma anche dalle infrastrutture che rendono possibile la pubblicazione stessa.

Il documento può essere letto come un vero e proprio manifesto politico per la comunicazione scientifica. L’obiettivo dichiarato è costruire un sistema in cui ricercatori, università, biblioteche e istituzioni pubbliche tornino a esercitare un ruolo centrale nel governo della conoscenza, riducendo progressivamente la dipendenza da soggetti guidati principalmente da logiche commerciali.

Questa visione si traduce in un principio molto concreto: ogni scelta di pubblicazione dovrebbe essere valutata non solo in base alla reputazione della rivista o alla sua visibilità, ma anche considerando chi si vuole raggiungere, quanto il canale scelto sia aperto e quali siano i costi economici e sociali associati. In altre parole, pubblicare diventa una decisione che riguarda l’interesse collettivo della ricerca, non soltanto la strategia individuale del singolo autore.

Non sorprende quindi che la policy attribuisca un ruolo centrale ai preprint. Secondo il CWTS, depositare un lavoro in un archivio aperto prima della pubblicazione formale rappresenta oggi il metodo più rapido ed efficace per condividere risultati scientifici senza attendere i lunghi tempi della revisione tradizionale. La diffusione immediata della conoscenza viene considerata un valore in sé, soprattutto in un sistema in cui i processi editoriali possono richiedere mesi o persino anni.

Anche il tema della valutazione scientifica viene affrontato con notevole chiarezza. La policy sostiene apertamente modelli di open peer review, nei quali i commenti dei revisori sono pubblici e il processo di valutazione diventa trasparente. L’idea è che una revisione aperta possa migliorare la qualità del dibattito scientifico e rendere visibili contributi che oggi rimangono nascosti dietro procedure opache e spesso poco comprensibili agli stessi autori.

Uno dei passaggi più interessanti riguarda il rapporto con i grandi editori. Il documento evita toni polemici, ma non rinuncia a un’analisi critica. Il CWTS osserva infatti che alcuni grandi gruppi editoriali continuano a limitare la disponibilità dei metadati delle pubblicazioni, rendendo più difficile la circolazione dell’informazione scientifica e ostacolando lo sviluppo di infrastrutture aperte per l’analisi della ricerca. Per questo la policy richiama esplicitamente i principi della Barcelona Declaration on Open Research Information, che promuove l’apertura e condivisione dei dati bibliografici e delle informazioni sulla ricerca.

La stessa logica viene applicata ai dati della ricerca e al software. Dataset, codice e materiali di supporto non sono considerati semplici allegati degli articoli, ma veri e propri prodotti della ricerca che meritano di essere condivisi, documentati e preservati. Repository pubblici come Zenodo, DataverseNL o le DANS Data Stations vengono indicati come infrastrutture preferibili rispetto a servizi controllati da grandi aziende.

È interessante notare che la policy estende questa riflessione persino agli strumenti di sviluppo software. GitHub viene riconosciuto come una piattaforma ampiamente utilizzata, ma il documento ricorda che si tratta di un servizio controllato da una società privata e che, per la conservazione a lungo termine del software scientifico, infrastrutture pubbliche come Zenodo o Software Heritage offrono maggiori garanzie.

Ancora più significativa è la posizione sui costi della pubblicazione. In un momento in cui molte istituzioni investono milioni di euro negli accordi trasformativi, il CWTS mantiene una posizione prudente. Pur riconoscendo l’utilità (solo temporanea e limitata nel tempo) dei contratti Read & Publish, il documento sottolinea che tali accordi rischiano di consolidare la dipendenza dagli stessi attori che dominano il mercato editoriale da decenni, e andrebbero considerati con molta attenzione soprattutto rispetto al valore scientifico di ciò che si pubblica all’interno di questi contratti, per altro non più sostenibili nel lungo termine. Per questo si dichiara esplicitamente che i fondi interni dell’istituto non saranno utilizzati per pagare APC in riviste ibride.

La sensazione, leggendo il testo, è che il CWTS stia cercando di andare oltre una concezione dell’open access come semplice tema di accesso ai contenuti. La questione diventa quella della sovranità della conoscenza: chi possiede le infrastrutture, chi controlla i dati, chi definisce le regole e chi beneficia economicamente del lavoro della comunità scientifica.

È probabilmente questo l’aspetto più innovativo del documento. La policy afferma infatti che scegliere dove pubblicare non è soltanto una scelta di carriera. È una forma di azione collettiva. Ogni articolo, ogni dataset, ogni software depositato in una determinata infrastruttura contribuisce a rafforzare un modello di comunicazione scientifica piuttosto che un altro.

In un contesto in cui il dibattito sull’Open Science rischia talvolta di ridursi a questioni tecniche o amministrative, il CWTS riporta al centro una domanda fondamentale: che tipo di sistema della conoscenza vogliamo costruire? La risposta proposta dal centro di Leiden è chiara: un sistema aperto, comunitario, non profit e fondato sulla responsabilità collettiva di chi produce e condivide la ricerca.

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30/07/2026

Dai fatti di Porzûs a Gladio e oltre, sino alla strage di Bologna

Alessandra Kersevan, autorevole storica delle vicende del confine orientale durante la seconda guerra mondiale e negli anni successivi, si ripresenta ai lettori con un nuovo libro relativo agli accadimenti del 7 febbraio 1945 sul monte Topli Uorch, più noti in seguito come i fatti di Malga Porzûs.

Il libro Porzûs 1945. Prove di Gladio sul confine orientale (ed. Kappavu, pag. 1108, €40) è frutto di oltre trent’anni di lavoro e segue, ampliandone documentazione e analisi storiche, il precedente Porzûs: dialoghi sopra un processo da rifare, pubblicato nel 1995.

Colpisce, nel lavoro di Kersevan, la grande profondità dell’indagine ma ancor più la capacità dell’autrice di collocare i fatti di Topli Uorch nel loro contesto storico specifico, nella coscienza, tuttavia, che essi possono costituire un’efficace chiave di comprensione più generale del Novecento europeo e italiano, come è chiarito già nell’introduzione: “Porzûs, la sua intera vicenda, è in sintesi una storia dell’Europa e del Novecento; racchiude la Seconda guerra mondiale in tante sue implicazioni e sfumature; annuncia la guerra fredda contro il comunismo; anticipa tanti dei misteri d’Italia” (pag. 7).

Quei fatti del febbraio 1945 divennero e sono ancora tra i più citati per screditare il ruolo dei comunisti e dei partigiani garibaldini nella lotta di liberazione quando sono ricordati come un’azione di ‘combattenti rossi filo-sloveni’ che avrebbero assassinato dei ‘sinceri patrioti’ appartenenti alla Brigata partigiana Osoppo.

Un elemento geo-politico specifico del Friuli e della Venezia Giulia è che dopo l’armistizio dell’8 settembre queste regioni non furono incorporate nella repubblica di Salò bensì annesse dal Terzo Reich all’interno della cosiddetta OZAK-Operationzone Adriatisches Künstenland (Zona d’Operazioni Litorale Adriatico) con capitale Trieste e retta da un Gauleiter, cioè un governatore, nella persona del nazista carinziano Friedrich Rainer.

In seguito a questa decisione, la regione, che comprendeva le provincie di Udine, Gorizia, Trieste, Pola, Fiume e anche Lubiana, in caso di vittoria tedesca non sarebbe mai tornata all’Italia.

Come si può notare, la OZAK comprendeva regioni italiane ma anche territori strappati alla Jugoslavia e questa situazione particolare determinò che al suo interno si trovassero a operare, durante gli ultimi anni di guerra, forze di orientamento e di provenienza assai diversa.

Oltre agli occupanti tedeschi, sostenuti dalla X Mas, e ai partigiani garibaldini, erano infatti presenti la cosiddetta Resistenza “bianca”, esponenti del “governo del Sud”, dei servizi segreti italiani, tedeschi, inglesi e americani, e infine i partigiani sloveni. Come vedremo, inoltre, un ruolo significativo in funzione anticomunista fu giocato anche dalla Chiesa, segnatamente nella persona del vescovo di Udine, Giuseppe Nogara.

Questo intersecarsi di protagonisti e di situazioni è proprio ciò che fa compiere alla storia di Porzûs il salto storico da vicenda locale a evento paradigmatico di come allora e nel dopoguerra si siano dipanate le trame anticomuniste, eversive o esplicitamente golpiste che hanno segnato la storia europea e soprattutto italiana, ordite da personaggi direttamente provenienti dal fascismo, come Junio Valerio Borghese, Giovanni De Lorenzo, Giovanni Messe, oppure ambiguamente presenti anche nella Resistenza monarchica e bianca, come Edgardo Sogno e Mario Argenton.

Proprio queste situazioni motivano il sottotitolo del libro di Alessandra Kersevan “prove di Gladio sul confine orientale”, sia come senso politico generale ma anche, più concretamente, perché diversi personaggi coinvolti nelle vicende del confine orientale negli anni di occupazione tedesca fecero parte in seguito di Gladio (nome usato forse non a caso visto che il gladio era il simbolo repubblichino della X MAS).

Ancor più, il giudice Carlo Mastelloni, che si occupò del “Piano Solo”, cioè del tentativo di colpo di stato ordito nel 1964 dal generale De Lorenzo, dimostrò la continuità tra le organizzazioni anticomuniste e antislave sorte in Friuli Venezia Giulia – in particolare l’Organizzazione “O”, costituita nel dopoguerra da reduci della “Osoppo” – e Gladio, e come tali strutture fossero state utilizzate per propaganda, provocazioni e, appunto anche tentativi di golpe.

Non a caso, i depositi di armi dell’organizzazione “O” furono ceduti direttamente, al suo scioglimento, alla nascente Stay Behind-Gladio.

Così, seguendo il filo di tali vicende si risale sino ai tentativi golpisti di Borghese e alla P2 di Licio Gelli, notoriamente implicata anche nelle stragi nere e in particolare quella della stazione di Bologna.

All’interno di questo quadro generale, il lavoro di Kersevan ritorna sugli atti del processo che vide pesantemente condannati, nel 1952, quarantuno partigiani comunisti, con tre ergastoli e 704 anni di prigione.

Il libro dimostra come tale processo sia stato costruito, negli anni del dopoguerra, in chiave pregiudizialmente anticomunista, sotto uno stretto controllo politico e tenendo conto solo delle testimonianze contrarie ai garibaldini, anche se discutibili sino al falso evidente.

Kersevan ricostruisce minuziosamente il processo ai garibaldini, mettendone in luce tutte le contraddizioni e le ombre, consulta nuovi documenti e anche le carte desecretate recentemente dei servizi segreti anglo-americani.

Il quadro che esce da tale lavoro documentale fa chiarezza su quali furono i reali contrasti tra brigate garibaldine e osovane, dimostrando come queste ultime si erano opposte a qualunque direzione comune (come invece disponeva il CLNAI) e avevano anzi accentuato il loro orientamento anticomunista emarginando anche la componente azionista.

Inoltre, alcune testimonianze attribuiscono agli osovari l’uccisione di partigiani garibaldini in precedenza imputate ai tedeschi. In pratica, per gli osovani, il sentimento anticomunista e la volontà di togliere qualunque spazio a una ipotetica occupazione comunista slovena, erano diventati guida prevalente dell’azione.

Mentre il CLNAI sosteneva esplicitamente la collaborazione tra Resistenza italiana e slovena, gli osovari vi si opponevano, giungendo a incontrare esponenti della X MAS e persino nazisti, patteggiando con loro.

Se non fu un caso che partigiani dell’Osoppo arrestati dai nazisti fossero rimessi in libertà, mentre ai garibaldini toccò la fucilazione, ancor più importante dal punto di vista storico sono i progetti per un’incorporazione di X MAS e Brigata Osoppo e di costruzione di un fronte comune nazionalista antislavo e anticomunista che si sviluppavano nell’inverno 1945, anche sotto la regia del già citato vescovo di Udine, Nogara e che avrebbe dovuto avere il punto di non ritorno in un assalto osovano alla postazione partigiana slovena di Robedeschis.

Appare inutile sottolineare che in un tale contesto, le presenza e l’azione di provocatori, spie e doppiogiochisti era quotidiana, e probabilmente fu proprio per comprendere quali fossero le vere intenzioni degli osovani e cercare le prove dei loro patteggiamenti con fascisti e nazisti che i partigiani garibaldini guidati da Mario Toffanin “Giacca” salirono, quel 7 febbraio 1945, al monte Topli Uorch.

Prova di tale intenzione è che l’archivio della Brigata Osoppo fu sequestrato dai garibaldini. Sullo sviluppo dell’azione che portò all’uccisione del capo della Osoppo, Francesco De Gregori “Bolla” (già facente parte delle Frecce Nere fasciste in Spagna), e di altri sedici osovari, influì certamente anche il fatto che nella malga sede della Osoppo fu riconosciuta Elda Turchetti, già denunciata da Radio Londra come spia dei nazisti, che da qualche tempo ci viveva, con un ruolo che non è mai stato completamente chiarito (spia, prigioniera, improbabile convertita alla Resistenza?).

Ciò che è chiaro, in questa vicenda che dopo ottanta anni ancora non finisce di riservare sorprese, è che fu ampiamente e strategicamente strumentalizzata a fini anticomunisti e antigaribaldini. Non è un caso che le ultime parole del libro siano una citazione di Vanni Padoan, garibaldino e storico, che ebbe a dire che “se Porzûs non ci fosse stata l’avrebbero inventata”.

Purtroppo, ritornando alle parole di Kersevan, “Chi poi ha pagato con la galera, l’esilio, l’emigrazione, la gogna sociale e mediatica in aeternum sono stati i comunisti friulani e i garibaldini; e i gappisti, 42 partigiani contadini e operai, la cui salita alle malghe, per quanto condotta in modo irriflessivo, con esiti di una tragicità non prevista di fronte a complicazioni che Giacca non fu in grado di affrontare, era stata motivata dalla conoscenza di trattative e accordi osovani con il nemico, tra i quali il dissennato piano di attacco a Robedeschis che avrebbe creato il “pretesto” per giustificare l’attivazione di un “fronte unico”, patrocinato dall’arcivescovo Nogara, tra Osoppo, repubblichini, X Mas e ambienti nazisti.” (p. 1031).

La lettura di questo libro non è sempre facile, la mole di documenti, nomi e fatti citati è enorme e così anche la quantità di osservazioni e valutazioni dell’autrice, tanto che a tratti è complicato orientarvisi, ma si tratta di un testo importante e utile, come ho scritto, non solo per la conoscenza dei fatti specifici discussi, ma per la comprensione dello scenario europeo e italiano durante la guerra, la Resistenza e gli anni a seguire.

Un testo non solo da leggere, ma che per la sua ampiezza si può tornare a consultare come fonte storica dei fatti del confine orientale, delle trame eversive italiane, ma anche per rendersi conto di quanto siano false e dannose le ricostruzioni agiografiche della Resistenza che la descrivono come un movimento privo di contraddizioni e di conflitti interni.

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