Presentazione


Analisi, opinioni, fatti e (più di rado) arte da una prospettiva di classe.

03/10/2026

Xi-Trump, cosa dicono in Cina e in Asia

Bibi files: il lawfare in salsa kosher

Guardando il film Bibi files viene il sospetto che possa essere la componente mediatica di una sporca operazione di lawfare. Un qualcosa che per certi versi non è difforme dai tentativi di “regime change” che abbiamo visto in tanti paesi del mondo, in cui sono state usate inchieste giudiziarie (supportate dai media) per rimuovere dei personaggi politici.

La tesi del film è che Netanyahu abbia trascinato Israele in guerra per poter creare un clima di emergenza e unità nazionale che gli consentisse di non rispondere dei propri crimini economici (delle becere storie di corruzione). Il prossimo 27 ottobre in Israele ci saranno le elezioni e qualcuno vorrebbe togliersi di torno Netanyahu scaricando su di lui tutte le responsabilità del genocidio e assolvere così lo Stato d’Israele.

Dalle ricostruzioni del film appare plausibile che Netanyahu possa essere un corrotto, anche se si parla di regalìe di imprenditori per un totale di 250 mila dollari nell’arco di 10 anni, per lo più casse di champagne, scatole di sigari e qualche gioiello per la moglie. Nulla di così diverso da ciò che fanno tanti altri governanti in ogni parte del mondo.

Il film propone la mostrificazione di Netanyahu per aver preteso qualche dono e non per la mattanza che ha fatto a Gaza o in Libano. Questo è l’aspetto più stridente del film, il più inaccettabile.

Con tutte le critiche che si possono muovere a Netanyahu, non si può accettare una mostrificazione che non sia in primis per i crimini contro l’umanità.

In questa ottica risulta fastidioso anche il titolo che sembrerebbe ammiccare agli Epstein files. Con quella vicenda forse l’unico punto in comune è che non si tratta di normali inchieste giudiziarie, ma di operazioni di intelligence.

Tutto il film Bibi files si fonda su una serie di video degli interrogatori fatti a Netanyahu e alla sua corte. Video che non solo non potevano essere pubblicati, ma che soprattutto non potevano essere realizzati.

Si tratta di video fatti con telecamere nascoste nelle varie sale degli interrogatori e addirittura anche nello studio di Netanyahu – uno dei posti più vigilati al mondo ed in cui nessuno all’infuori dei servizi segreti potrebbe fare delle riprese – filmati in cui il Premier israeliano risponde anche su delicati temi di sicurezza nazionale.

In particolar modo in uno Stato come Israele – in cui operano alcune delle migliori agenzie di intelligence – non si può pensare che quelle riprese illegali non siano state fatte dai servizi segreti e che non siano state fatte uscire ad arte per interferire con le elezioni. Lì va quindi ricercato il senso dell’operazione.

Alla luce di ciò, si deve valutare come porsi rispetto al film, per scongiurare che in nome di una giusta rabbia ci si trasformi in strumento inconsapevole nelle mani del Mossad o parte di esso.

Giova anche segnalare che stando alla proposta di legge sull’antisionismo che è in discussione al Parlamento italiano, forse il film “Bibi files” potrebbe pure essere messo all’indice.

Infatti in un interrogatorio, il figlio di Netanyahu dice ai poliziotti che loro sono come la Gestapo. Risulta buffo dover dare ragione al figlio di Netanyahu, ma il paragone tra i sionisti e i nazisti è proprio una delle fattispecie che l’Italia vorrebbe vietare, etichettandola come antisemita.

Constatiamo che la stessa affermazione se la fa un sionista è legittima, ma se la fa un filo-palestinese no. Questo doppio standard riafferma l’ipocrisia di un provvedimento che non ha nulla a che fare con l’antisemitismo, ma è solo finalizzato a colpire chi critica lo stato di Israele e i suoi crimini.

Il film Bibi files sembrerebbe una operazione d’apparato che cerca di fare di Netanyahu il capro espiatorio dei crimini di Israele: toglierlo di scena per dare un grande colpo di spugna sul genocidio. Compito dei movimenti solidali con la Palestina è di ribadire che le responsabilità del genocidio sono dello Stato d’Israele e non di un singolo politico.

Dare visibilità a questo film può significare farsi usare in una operazione dei servizi segreti israeliani, pertanto sarebbe da non pubblicizzare almeno fino a dopo le elezioni. Cerchiamo di non fungere da strumento nelle mani dell’intelligence sionista.

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Zitti zitti stanno definendo un nuovo accordo sindacati-padroni. Non lasciamoli fare!

In sordina, con qualche trafiletto non troppo appariscente sui giornali, continua il confronto tra CGIL CISL e Uil, ricompattate dopo l’effimera stagione conflittuale di CGIL e UIL conclusa dalla firma sui contratti pubblici, e le associazioni datoriali su salari e rappresentanza.

Un tema che dovrebbe ricevere almeno la stessa attenzione che si sta, giustamente, riservando all’aumento dei prezzi in particolare a quello dei carburanti, perché la questione salariale è l’altra faccia della medaglia carovita. I prezzi salgono, i salari restano al palo, non da oggi, e aumentano così le disuguaglianze.

Il sindacato propone di garantire il reale recupero dell’inflazione attraverso una verifica annuale basata sull’IPCA NEI, cioè l’indice di aumento dei prezzi depurato dalla componente energetica importata.

Il padronato risponde che si deve tenere conto delle condizioni di ciascun settore.

Quindi da un lato si conferma la riduzione del contratto ad una mera funzione di recupero dell’inflazione, usando un indice che non rappresenta realmente l’aumento del costo della vita, dall’altro si risponde che non basta e che devono essere i padroni a decidere se ci sono le condizioni per consentire l’adeguamento.

Siamo di fronte ad una contrattazione al ribasso che parte da un presupposto, quello dei contratti pirata, chiaramente pretestuoso visto che riguarda circa 300mila lavoratori, meno del 2% del totale, e che garantisce il consolidamento del monopolio della rappresentanza sindacale in mano a CGIL CISL e UIL, ottenuto ancora una volta sulla pelle di lavoratrici e lavoratori

In sostanza un accordo che prosegue la lunghissima stagione della moderazione salariale, sancita nel 1993, e che avviene in una fase di grande accentuazione della concorrenza capitalista destinata a ridefinire gli equilibri globali. Con una differenza importante, però, rispetto al passato: mentre prima gli accordi erano a tre, governo, sindacati e padroni, e conservavano una parvenza di autonomia sindacale, ora l’accordo è tra padroni e sindacati che, in una sorta di nuovo patto tra produttori, poi si confrontano con la politica. È la vittoria definitiva dell’ideologia della CISL e del sindacato aconflittuale, completamente succube di una logica di pura collaborazione. Sindacati complici e padroni che si rappresentano, insieme, come controparte di lavoratrici e lavoratori, senza neanche la mediazione governativa, contro qualsiasi ipotesi di conflitto sociale.

La risultante, in assenza di un’adeguata opposizione sociale, sarà un ulteriore impoverimento di lavoratrici e lavoratori con conseguente drastico aumento delle disuguaglianze.

Non a caso la contropartita della blindatura della rappresentanza si sovrappone a quella prodotta dalla legge elettorale con l’aumento sproporzionato delle firme da presentare per la presentazione di nuove liste, nel chiaro intento di impedire l’accesso di nuove forze sindacali e politiche che siano interpreti del dissenso sociale nei luoghi della decisione. Una sostanziale sospensione delle agibilità democratiche che consegna definitivamente il Paese nelle mani della casta che lo ha portato allo stato in cui versa oggi.

Non lasciare che CGIL CISL e UIL svendano ancora una volta lavoratrici e lavoratori, è un imperativo. Per farlo serve una piattaforma alternativa che in un contesto di crisi strutturale come quello attuale abbia il coraggio di andare all’attacco:

  • Individuazione di un nuovo indice che “ripesi” le voci che compongono il paniere su cui viene calcolato l’aumento dei prezzi.
  • Istituire un meccanismo di adeguamento automatico dei salari all’aumento dei prezzi basato sul nuovo indice.
  • Affidare alla contrattazione il compito di riequilibrare le disuguaglianze attraverso l’aumento reale dei salari oltre il recupero dell’inflazione, partendo da una soglia salariale minima di 2mila euro netti in paga base e conseguente riproporzionamento.

Il momento è ora. Non lasciamoli fare.

Unione Sindacale di Base

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Il detonatore francese

Dopo 48 ore di scioperi e scontri persino i media italici, ormai tra i peggiori del mondo, si sono accorti che in Francia c’è una mobilitazione generale contro il governo. Nel nostro piccolo ce n’eravamo accorti subito, ma si sa, siamo “tendenziosi”.

Date a questi poveri servi ancora qualche giorno e si accorgeranno che la destra di Le Pen è completamente fuori da questo circuito di lotte, mentre “il centro” – il presidente uscente Macron, il premier Lecornu, i gollisti, i complici “socialisti” di Glucksmann, frattaglie varie – è ovviamente il bersaglio contro cui il popolo si va muovendo.

Lo si capisce per esclusione: tutti costoro hanno come nemico soltanto Jean-Luc Mélenchon e il suo partito-movimento, La France Insoumise. Il motivo è trasparente: ad aprile si vota per eleggere il nuovo presidente, e – per ora – non sembra poter essere un “centrista”.

Protagonisti delle mobilitazioni sono stati inizialmente i dipendenti pubblici, i cui salari sono fermi da tempo immemorabile. Al loro fianco sono scesi subito gli studenti delle superiori, soprattutto, alle prese con una scuola pubblica ormai fatiscente quasi quanto quella nostrana. Lo si capisce delle rivendicazioni: classi meno affollate, orario scolastico più breve, più risorse anche per l’aria condizionata.

Ma l’obiettivo principale resta il “Parcoursup”, un cervellone elettronico centralizzato che pretende di gestire il passaggio degli studenti dalle superiori all’università. Con un algoritmo sconosciuto che tende – ma guarda un po’ – a perpetuare le disparità sociali costringendo pressoché tutti i giovani “non benestanti” a restare in ambiti professionali di basso livello.

Alle proteste partecipano anche gli insegnanti, devastati da livelli salariali infimi (comunque superiori a quelli italiani…) e da una progressiva svalutazione del loro ruolo sociale.

Il governo ha reagito nel solito modo: scatenando la polizia, col risultato di brutalità contro i manifestanti e scontri durissimi in decine di città e circa 2.000 arresti, quasi tutti minorenni.

Quando qualcosa di simile avviene in Iran o in altri paesi “nemici”, sentiamo un coro unanime contro le “autocrazie che soffocano il desiderio di libertà”. Quando avviene nel “giardino europeo” sono i “nemici della libertà” che guiderebbero le rivolte.

Non vi sembra che sia ora di chiedersi della “libertà di chi” stiamo parlando?

Una mezza risposta arriva proprio dal governo francese, con Lecornu che deve elaborare una manovra finanziaria di fine anno pari a 54 miliardi, tra tagli al welfare e nuove tasse. Per i lavoratori, ovviamente…

Tra i primi obiettivi c’è come al solito il sistema pensionistico, con la previsione di un congelamento dell’indicizzazione al costo della vita. Né più né meno quel che già da molti anni avviene in Italia, ma ora i pensionati (e pensionandi) francesi vedranno dimagrire il portafoglio ad una velocità maggiore, perché il debito pubblico è arrivato al 119% del Pil e i rendimenti dei titoli di stato sono più alti di quelli italiani.

Facile prevedere che al fianco dei giovani e dei dipendenti pubblici vedremo presto in piazza anche gli ultrasessantenni. O, se non dovessero farcela fisicamente, se ne vedrà l’effetto sul voto alle presidenziali.

Un appuntamento che sembrava dall’esito già scritto, con Le Pen o Bardella (dipende dalla revisione o meno di una sentenza contro la “figlia di Vichy”) facilmente vincenti al ballottaggio contro chiunque, o addirittura al primo turno.

Che questo esito fosse comunque gradito all’establishment francese è diventato chiaro negli ultimi giorni, quando, preparando appunto “la legge di stabilità” per il 2027, ben quattro ministri – David Amiel, Roland Lescure, Stéphanie Rist e Jean-Pierre Farandou, e i funzionari al loro servizio – hanno insistito sul fatto che il testo della finanziaria è concepito in modo da poter essere rapidamente annullato o rivisto dopo le elezioni presidenziali.

Ammissione esplicita: “Si tratta di una libertà senza precedenti che desideriamo lasciare in eredità ai nostri successori, chiunque essi siano”, ha sottolineato David Amiel, Ministro dei Conti Pubblici. Strizzando l’occhio al Rassemblement National… Della serie: “potete promettere quel che volete, qualcosa potrete anche fare”. Tutto va bene, insomma, anche scassare ulteriormente i conti pubblici, pur di non mettere il potere politico nelle mani della sinistra insoumise.

Poi sono avvenute due cose impreviste. Della mobilitazione popolare e soprattutto giovanile si è appena detto. Ma altrettanto devastante rischia di essere la divisione dentro l’ultra-destra, innescata dalla pubblicazione – sulla testata Mediapart – di testi e messaggi antisemiti e complottisti prodotti proprio da Jordan Bardella, quando era ancora un giovane fascistello ai piani bassi del partito lepenista.

Le solite cose da fascisti non ancora convertiti al sionismo, come “gli ebrei controllano tutte le banche del pianeta”, oltre ad apprezzamenti per Alain Soral, teorico della “cospirazione” e “influencer” dei bassifondi. Bardella ha provato a smentire tutto, inseguito naturalmente dalle dichiarazioni indignate di quasi tutto il mondo politico francese.

Ma il problema principale viene dall’interno del suo stesso partito, dove gli avversari storici gli chiedono di “chiarire”, mentre monta il sospetto che dietro la “rivelazione” ci sia la stessa Marine Le Pen, che vorrebbe ridimensionare le ambizioni presidenziali di quello che figura come suo “delfino” e prendersi l’Eliseo.

Una spaccatura che, se si approfondirà, metterà in discussione le attese per le prossime elezioni. Una destra divisa, o comunque fortemente scossa nella credibilità “istituzionale” ed estranea ormai alla mobilitazione sociale, potrebbe non raccogliere i risultati sperati. Al tempo stesso, “al centro” ci sono più galli che elettori, tanto che nessuno al momento arriverebbe neanche al ballottaggio.

Sulla riva, o meglio sulla nave che cavalca la tempesta sociale, La France Insoumise (Lfi) va capitalizzando al massimo l’influenza sulla nuove generazioni e gli esordienti alle prossime elezioni. Oltre un terzo dei quali dichiara già apertamente di preferire Mélenchon…

Tra le buone intenzioni della Lfi c’è per esempio un ridimensionamento importante del potere dell’Unione Europea sullo Stato francese (fin qui parte integrante del “motore franco-tedesco”). Una sua vittoria, o un risultato tale da condizionare pesantemente chiunque vinca ad aprile, in quanto rappresentante politico del malessere sociale, sarebbe un detonatore potente contro un assetto antipopolare consolidato in oltre 30 anni (da Maastricht, 1992).

Sarà per questo che una parte consistente dell’establishment “macronista nel programma sociale” non vedrebbe male un’alleanza con la destra del Rassemblement National, deputato dall’”antisemita” Bardella (come se Marine Le Pen non venisse dalla stessa melma “culturale”).

Cento motivi, insomma, per tifare per il vecchio leone marsigliese...

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Romania - Tra ingovernabilità e ingerenze esterne, non russe ma statunitensi

I governi e le formazioni filo-UE non hanno consenso né vita facile in Romania. A maggio era stato sfiduciato il governo del leader liberale ed europeista Bolojan. Da allora il paese – alle prese con misure lacrime e sangue in nome dell’austerity imposta da Bruxelles – è diventato ingovernabile.

Anche il terzo incaricato dal presidente filo-UE Nicusor Dan di formare un nuovo governo non è riuscito nel compito. Il parlamentare europeo Siegfried Mureșan, non ce l’ha fatta a superare lo scoglio parlamentare.

Il 30 settembre scorso, Mureșan si è presentato all’aula con un “programma orientato alle riforme”, sostenuto dal suo Partito Nazionale Liberale (Pnl) di centro-destra, dal partito Unione Salva la Romania (Usr) e dal partito della minoranza ungherese Udmr. Ma non ha ottenuto i 233 voti necessari per ottenere la fiducia, anzi non ci si è nemmeno avvicinato.

Anche questa volta il Partito Socialdemocratico, che lo scorso maggio aveva fatto cadere il governo guidato dal liberale Ilie Bolojan, non lo ha sostenuto.

L’oligarchia romena filo Bruxelles continua a sperare in una collaborazione tra il Partito Liberale e il Partito Socialdemocratico come possibilità per evitare le elezioni anticipate che, nonostante le ingerenze esterne – e qui viene il bello – vedrebbero lo schieramento filo-Ue e filo Nato in seria difficoltà. Al momento il prossimo appuntamento elettorale per le legislative sarebbe nel 2028.

I socialdemocratici, al contrario, hanno dichiarato di non escludere più la possibilità di formare un governo con l’Aur (il partito nazionalista e antieuropeista) che a sua volta non ha detto ‘no’ a una collaborazione con i socialdemocratici pur chiedendo a gran voce di tornare alle urne.

Il presidente Dan, uomo di Bruxelles, sa bene che l’Aur nei sondaggi viene dato al 40%, e vuole scongiurare per questo le elezioni anticipate.

Difficile però passare sotto silenzio il fatto che la Romania ha già attraversato una fase politica piuttosto turbolenta a cavallo tra il 2024 e il 2025, quando vennero annullate dalla Corte Costituzionale le elezioni presidenziali vinte dal nazionalista filo-russo Călin Georgescu per le “interferenze di Mosca nel voto”.

Il “secondo turno” aveva poi visto vincere un fronte europeista guidato dal sindaco di Bucarest Nicușor Dan ma, in questo caso, le “interferenze” sul voto erano state europee, ma la Corte Costituzionale era riuscita a vedere – anche se non a dimostrare – solo quelle russe.

Adesso però è venuto fuori un vero e proprio colpo di scena. Le interferenze esterne sulla vita politica della Romania ci sono state ma sono quelle statunitensi.

A scuotere il vespaio sono state le parole dell’ambasciatrice statunitense Kimberley Guilfoyle, confidate al ministro dell’Energia greco Stravros Papastavrou durante una cena. Riferendosi all’imminente crollo del governo rumeno, l’ambasciatrice avrebbe dichiarato: “Possiamo farlo succedere dove vogliamo, anche qui”. A riferire il particolare sono stati sono il Wall Street Journal e il Financial Times, ripresi in Italia da un interessante articolo di Alex Lung su Quotidianonazionale.it.

Secondo l’articolo l’incontro avvenuto a fine marzo tra Guilfoyle e il leader dei socialdemocratici rumeni Sorin Grindeanu, riportato dall’emittente pubblica Tvr, assume contorni cupi.

“Lo scoop ha portato il caos nel panorama politico già turbolento della Romania, dove ora il Partito nazionale liberale e gli europeisti dell’Usr pretendono spiegazioni dagli ex alleati” – scrive Lung – “Grindeanu ha respinto ogni accusa, sostenendo che il governo sia stato sfiduciato (simbolicamente) dai cittadini rumeni: “Bolojan non è stato cacciato né dagli americani, né dai russi”. A gettare acqua sul fuoco anche il corpo diplomatico statunitense a Bucarest, che ha dichiarato di avere piena fiducia nella democrazia rumena, sottolineando che l’unico diplomatico autorizzato ad esprimersi sui rapporti con la Romania è l’ambasciatore”.

Su questo scenario pesano anche fattori economici rilevanti.

Da una parte la Romania rischia di vedersi tagliare il rating sui prestiti e deve decidere un piano di tagli e austerity per ridurre il deficit di bilancio, il più grande all’interno dell’Unione europea. In tal senso, come fu per la Grecia, il paese viene pressato pesantemente da Bruxelles per adottare misure “lacrime e sangue”. Il paese è stato attraversato da manifestazioni e proteste popolari contro l’austerity.

Dall’altra, l’ambasciatrice USA Guilfoyle (esponente del mondo Maga, ndr) è una aperta sostenitrice di un’infrastruttura strategica, un metanodotto che dovrebbe portare il gas naturale liquefatto statunitense dalla Grecia verso la Bulgaria, la Romania e l’Ucraina, con l’obiettivo di ridurre la dipendenza dalle forniture russe.

“Durante le sue visite nella regione” riporta Lung nel suo articolo – “l’ambasciatrice statunitense avrebbe spinto per la firma di contratti di fornitura a lungo termine e per l’inclusione nelle trattative di Christos Marafatsos, un consulente e lobbista della società greca Aktor”, la cui presenza costante al fianco della Guilfoyle ha sollevato dubbi e perplessità in molti ambienti romeni. Tra questi ci sarebbe anche il premier in crisi Bolojan, il quale pur non essendo contrario al Corridoio si era opposto all’acquisto di massicce quantità di gas liquefatto statunitense, puntando piuttosto sulle risorse di gas rumene presenti nel Mar Nero.

La Romania, il paese più grande e popoloso del quadrante sud est dell’Unione Europea, è dunque dentro una sorta di tempesta perfetta. Fino a ieri i mass media e i politici europeisti avevano sempre e solo indicato il dito (la Russia) come fonte di interferenze esterne sulla vita politica del paese. Adesso si scopre che in queste ingerenze c’è anche una Luna assai pesante (gli USA).

E la memoria storica ci rammenta che il “Grande Gioco” sui Corridoi energetici in questa regione è stato sempre pesantissimo e sanguinoso, in particolare nei Balcani.

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Giorgia Meloni a Praga e il teatrino sul mercato delle emissioni della UE

La presidente del Consiglio Giorgia Meloni, in vista dei prossimi vertici comunitari, è andata a Praga, a parlare con un altro governo che, nella narrazione europeista, viene tratteggiato come “anti-UE” e “filo-Trump” – in un’Europa in cui la cesura con la potenza oltreoceano è insanabile. E infatti tutti devono reinventarsi “europeisti”: non che non lo fossero, ma potevano contare anche su altre leve.

Ne è infatti uscita una linea di attacco frontale ai meccanismi del mercato delle emissioni (ETS) integrata dal ricorso al nucleare, per salvaguardare la competitività delle filiere europee, di fronte agli effetti disastrosi delle scelte guerrafondaie degli imperialisti occidentali tutti, che hanno fatto impennare i costi dell’energia mettendo un’ipoteca sui modelli produttivi europei già in crisi.

Andando ai fatti, la prima ministra italiana si è dunque recata a Praga dove, insieme al ministro dell’Economia Giancarlo Giorgetti, ha incontrato il primo ministro ceco Andrej Babis. Un bilaterale culminato con la firma del “Piano d’Azione Italia-Repubblica Ceca 2026-2030”, un’intesa che spazia dalla difesa alle infrastrutture, fino alla cooperazione sui flussi migratori sul modello dell’intesa tra Roma e Tirana.

Soprattutto, i due governi hanno promosso la collaborazione attorno al nucleare di nuova generazione e ai piccoli reattori modulari (SMR), settore in cui la Repubblica Ceca vanta investimenti avanzati e sul quale anche l’Italia ha riavviato il proprio percorso. Ma che, ricordiamo, non esistono a livello commerciale e non risolverebbero davvero la crisi energetica: sono solo il cavallo di Troia per spingere verso un’industria profondamente connessa col complesso militare.

Ma è soprattutto in vista del Consiglio Europeo di ottobre che Roma e Praga hanno deciso di saldare le forze: l’obiettivo comune è convincere gli altri membri a una radicale revisione del sistema ETS (Emissions Trading System), il meccanismo che fissa un tetto massimo alle emissioni e vincola le aziende all’acquisto di quote onerose di carbonio per avere il “diritto” a inquinare.

I due governi hanno formalizzato quattro proposte concrete di intervento:

  1. rimodulazione dei meccanismi di distribuzione delle quote ETS a tutela dei settori più esposti alla concorrenza estera;
  2. limitazione della trasmissione diretta dei costi di carbonio sui prezzi all’ingrosso dell’elettricità;
  3. potenziamento del monitoraggio e della vigilanza per arginare speculazioni sui titoli di emissione;
  4. rinvio dell’entrata in vigore del sistema ETS2, cioè della tariffazione del carbonio dei combustibili utilizzati per il riscaldamento domestico e per i trasporti.

Roma e Praga chiedono all’esecutivo comunitario di usare la Market Stability Reserve (MSR), cioè la riserva di certificati di emissione che, reimmessi in gran numero nelle compravendite, farebbero abbassare i costi di finanziamento di produzioni sottoposte a limiti di emissione. Una logica che era già stata fatta propria dalla revisione dell’ETS proposta dalla Commissione Europea stessa a luglio scorso.

Insomma, quello che ne viene fuori è un atteggiamento ancora più aggressivo (innanzitutto verso l’ambiente) di una tendenza che è già stata incorporata dalle politiche comunitarie. I governi Meloni e Babis ne propongono una riformulazione che punta in maniera ancora più spregiudicata sul nucleare e vuole abbandonare la “retorica verde”, dato che nei comparti relativi la sfida con la Cina è persa.

Nella ristrettezza di vedute della classe dirigente nostrana, comunque, questa pressione verso Bruxelles è legata soprattutto al modo con cui il governo arriverà alle prossime elezioni: aumento dell’inflazione, bollette in crescita, un declino industriale irreversibile che andrà peggiorando quando l’onda lunga della crisi dell’automotive tedesca arriverà nel Belpaese.

Tornata a Roma, infatti, la presidente del Consiglio ha rincarato la dose, criticando la timidezza di Bruxelles sulla revisione dell’ETS. E ha così annunciato l’invio di una lettera formale alla presidente della Commissione, Ursula von der Leyen, per chiedere che già all’Ecofin in Lussemburgo e al successivo Consiglio Europeo si torni a discutere di una maggiore flessibilità nei parametri di bilancio.

È, in sostanza, la riedizione del confronto che aveva portato alla revisione della clausola di salvaguardia per le spese sulla difesa, a cui è stata aggiunta la possibilità di essere adoperata anche per alcuni tipi di investimenti nel comparto energetico. E infatti Bruxelles, che ha ricevuto la lettera nella serata di ieri, ha già messo in chiaro che ha “già dato più flessibilità agli stati membri”.

Tornare di nuovo sui propri passi significherebbe, nei fatti, dichiarare che la gabbia dei vincoli europei è, se non infondata, quantomeno inadeguata alla fase storica che si vive. Ma in questo modo verrebbe meno anche la propaganda intorno all’austerità e allo smantellamento dello stato sociale, già messa a dura prova dal fatto che per le armi, invece, i soldi ci sono sempre.

Il nodo reale è che la classe dominante europea non ha altre idee, non ha altri modelli in testa, e non ha nemmeno gli strumenti, culturali e istituzionali, per pensarli. Intanto, un vertice a Palazzo Chigi si è riunito ieri per cominciare a discutere della prossima legge di bilancio. Abbiamo già scritto che la sua stesura sarà una grana per il governo, e la tempistica di questi eventi lo conferma. Allora, proprio su questo terreno e su quello del costo della vita, non bisognerà dare respiro all’esecutivo nei prossimi mesi.

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Caso Tesla: quando la finanza di Wall Street si scontra con la macchina industriale cinese

Il 24 settembre 2026, alla Casa Bianca, Donald Trump ha offerto una cena di Stato in onore di Xi Jinping. Il tavolo principale ha riunito il presidente americano e Melania Trump, Xi Jinping e Peng Liyuan. Ma insieme a loro c’erano alcuni degli uomini e delle donne più potenti dell’industria tecnologica americana, tra cui Jensen Huang di Nvidia, Lisa Su di AMD, Tim Cook di Apple. E poi Elon Musk, uno dei pochissimi imprenditori americani ammessi nel cuore della serata.

Appena il giorno prima Musk aveva concesso un’intervista alla televisione di Stato cinese CCTV. Alla domanda su Xi Jinping, lo ha definito un “grande leader”, sostenendo di aver osservato personalmente l’enorme trasformazione della Cina negli ultimi anni. Quando l’intervista ha toccato il tema della Tesla, Musk è stato ancora più esplicito: ha tessuto un elogio alla capacità manifatturiera cinese, ha parlato dei lavoratori del suo stabilimento di Shanghai come di persone talentuose, laboriose e affidabili, e ha definito la Gigafactory cinese una “gem”, un gioiello. 

Oggi la Gigafactory di Shanghai è diventata uno dei pilastri dell’intero sistema produttivo di Tesla. Secondo CCTV Finance, solo nella prima metà del 2026 la fabbrica ha consegnato quasi 468.000 automobili.

Dalla fine del 2019, quando sono iniziate le consegne dei veicoli prodotti nello stabilimento, ne sono usciti complessivamente più di 4,5 milioni, destinati non soltanto al mercato cinese ma anche all’Asia-Pacifico e all’Europa.

Le Model 3 vendute in Europa sono quasi tutte derivate dal Gigafactory di Shanghai.

La figura di Musk in Cina è molto conosciuta e ha ormai assunto una dimensione decisamente pop. Un esempio curioso è quello di sua madre, Maye Musk, diventata negli ultimi anni una piccola celebrità nel Paese.

Nel 2023 ha attraversato diverse città cinesi per promuovere l’edizione locale del suo libro, ha collaborato con marchi cinesi e ha raccolto centinaia di migliaia di follower sui social del Paese.

Shanghai, in particolare, compare spesso nei suoi viaggi. Nel febbraio 2024 Maye Musk ha pubblicato sui propri social le fotografie delle lanterne del Capodanno cinese allo Yuyuan Garden. La sua visita ha attirato talmente tanta attenzione che persino il sito ufficiale del governo municipale di Shanghai le ha dedicato un articolo, utilizzandola di fatto come testimonial per promuovere la città presso il pubblico internazionale.

Il rapporto tra Musk e Pechino continua ad apparire piuttosto particolare, proprio in un momento in cui tecnologia e catene industriali sono diventati i principali terreni di competizione tra Stati Uniti e Cina.

E il centro di questo rapporto è proprio Tesla.

La grande scommessa contro Tesla

Tra il 2018 e il 2019 Tesla stava attraversando uno dei momenti più delicati della propria storia: Musk cercava disperatamente di dimostrare che un’azienda nata nella Silicon Valley poteva trasformarsi in un vero produttore automobilistico di massa.

Fino a quel momento Musk aveva dimostrato di saper costruire automobili elettriche desiderabili, tecnologicamente avanzate e molto costose. La Model 3 doveva cambiare tutto: con un prezzo di partenza annunciato di 35.000 dollari, sarebbe stata l’automobile con cui Tesla avrebbe finalmente tentato di entrare nel mercato di massa.

Nel luglio 2017 Musk prevedeva una crescita rapidissima della produzione: 100 Model 3 in agosto, oltre 1.500 in settembre e addirittura 20.000 al mese entro dicembre.

Ma nello stesso momento, a Wall Street, una quantità enorme di denaro stava scommettendo esattamente sul contrario: sul fatto che Tesla non ce l’avrebbe fatta. Reuters riporta che in quel momento diversi analisti di Wall Street dubitavano fortemente che Tesla sarebbe mai riuscita ad avviare una produzione davvero di massa.

Inizialmente la realtà sembrava dare ragione a Wall Street. Nell’intero quarto trimestre del 2017 Tesla era riuscita a produrre appena 2.425 veicoli e a consegnarne 1.550. Non solo la produzione era stata molto più lenta del previsto, ma era iniziato quello che Musk stesso ha chiamato “production hell”, l’inferno della produzione.

Come scrive Elon Musk su X, tra il 2017 e il 2019 Tesla è stata a circa un mese dalla bancarotta. “La produzione della Model 3 è stata fonte di stress e sofferenza estremi per un lungo periodo, da metà 2017 a metà 2019. Un vero inferno per la produzione e la logistica”, aggiunge.

L’automazione che Musk aveva immaginato come uno dei grandi vantaggi di Tesla si stava rivelando in alcuni punti eccessivamente complessa; alcuni processi dovettero essere riprogettati e diversi colli di bottiglia rallentarono l’intera catena.

In altre parole, il problema non era inventare una buona automobile, ma produrne migliaia alla settimana mantenendo qualità, costi e tempi compatibili con un’industria automobilistica di massa.

Con il crescente clima di sfiducia che si diffondeva sul mercato, Tesla era diventata uno dei titoli preferiti dai ribassisti. Nell’agosto 2018 circa 35 milioni di azioni Tesla risultavano vendute allo scoperto: gli investitori ribassisti avevano preso in prestito e venduto sul mercato azioni Tesla che, ai prezzi di quel momento, valevano complessivamente oltre 10 miliardi di dollari, nella speranza di ricomprarle successivamente a un prezzo più basso e guadagnare sulla differenza.

Era una scommessa enorme contro l’azienda: Tesla era in quel momento uno dei titoli più venduti allo scoperto negli Stati Uniti. Tra i suoi avversari più celebri figuravano Jim Chanos, fondatore di Kynikos Associates, e David Einhorn, miliardario alla guida dell’hedge fund Greenlight Capital.

Le loro ragioni non erano completamente irrazionali. Tesla cresceva velocemente, ma consumava quantità enormi di capitale, faticava a rispettare le promesse sulla produzione e per anni aveva accumulato perdite. Alla fine di giugno 2018 disponeva di solo 2,24 miliardi di dollari in liquidità, mentre continuava contemporaneamente a finanziare l’espansione della Model 3, la Gigafactory del Nevada, la rete commerciale e i Supercharger, con investimenti complessivi per circa 2,5 miliardi di dollari.

La stessa Tesla avvertiva nei documenti depositati presso la Securities and Exchange Commission, l'ente federale statunitense preposto alla vigilanza delle borse valori, che ulteriori ritardi nella produzione della Model 3 avrebbero potuto danneggiare in modo significativo le sue condizioni finanziarie e le prospettive dell’azienda. Come si legge in quei documenti:

Abbiamo riscontrato e potremmo continuare a riscontrare ritardi nel raggiungimento delle tempistiche previste e degli obiettivi di costo e volume per la produzione e l’avvio della produzione del nostro veicolo Model 3, il che potrebbe danneggiare la nostra attività, le prospettive, la situazione finanziaria e i risultati operativi.

Il nostro futuro commerciale dipende in larga misura dalla nostra capacità di realizzare i piani di produzione, commercializzazione e vendita del modello Model 3, che offriamo a un prezzo inferiore e che produciamo in volumi significativamente più elevati rispetto ai modelli Model S e Model X. […]

Ad oggi, la nostra esperienza nella produzione di veicoli ad alti volumi, come quelli che abbiamo recentemente raggiunto e che prevediamo di incrementare ulteriormente con la Model 3, è limitata. [...] È inoltre prevedibile che si presentino ulteriori colli di bottiglia con l'ulteriore aumento della produzione, ed è fondamentale affrontarli tempestivamente.

Potremmo non essere in grado di rispettare i nostri crescenti piani di produzione, consegna e assistenza dei veicoli, il che potrebbe danneggiare la nostra attività e le nostre prospettive.

Nel documento, Tesla descrive con notevole precisione i problemi che avrebbe dovuto risolvere. L’eccessiva fiducia di Elon Musk nell’innovazione e nella sua formula “machine that builds the machine” aveva prodotto colli di bottiglia nella produzione, costringendo Tesla a reintrodurre lavorazioni semiautomatiche o manuali.

In più Tesla non aveva ancora una catena di fornitura particolarmente robusta o diversificata: un problema presso pochi fornitori chiave, come ad esempio Panasonic per le batterie, poteva rallentare la produzione, aumentare i costi e danneggiare i risultati finanziari. Come si legge nel documento:

Dipendiamo dai nostri fornitori, la maggior parte dei quali sono fornitori unici, e l’incapacità di questi fornitori di consegnare i componenti necessari ai nostri prodotti secondo le tempistiche previste e a prezzi, livelli di qualità e volumi per noi accettabili, o la nostra incapacità di gestire in modo efficiente tali componenti, potrebbe avere un impatto negativo significativo sulla nostra situazione finanziaria e sui nostri risultati operativi.

Abbiamo stipulato accordi a lungo termine con Panasonic, che sarà il nostro partner di produzione e fornitore di celle agli ioni di litio presso la Gigafactory 1 in Nevada e di celle e pannelli fotovoltaici presso la Gigafactory 2 a Buffalo, New York. Qualora dovessimo riscontrare difficoltà impreviste con fornitori chiave come Panasonic e non fossimo in grado di soddisfare tali esigenze con altri fornitori, potremmo subire ritardi nella produzione e una potenziale perdita di accesso a tecnologie e componenti importanti per la produzione, l’assistenza e il supporto dei nostri prodotti.

Inoltre, cambiamenti imprevisti nelle condizioni di mercato, nei prezzi dei materiali, nelle problematiche del lavoro, guerre, cambiamenti di governo, disastri naturali come i terremoti del marzo 2011 in Giappone e altri fattori al di fuori del nostro controllo e di quello dei nostri fornitori, potrebbero influire sulla capacità dei nostri fornitori di consegnarci i componenti nei tempi previsti.

La perdita di un fornitore unico o di un numero limitato di fornitori, o l’interruzione della fornitura di componenti da parte di questi fornitori, potrebbe comportare modifiche alla progettazione dei prodotti e ritardi nelle consegne ai nostri clienti, con conseguenti danni ai nostri rapporti con la clientela, pubblicità negativa, danni al nostro marchio e un impatto negativo significativo sulla nostra attività, sulle prospettive, sulla situazione finanziaria e sui risultati operativi.

Il problema non era quindi legato solo a Tesla, ma anche alla sua catena di rifornimento. Nel commentare uno dei tanti ritardi nel lancio della Model 3, Elon Musk ha affermato che in quell’occasione la produzione della berlina è stata rallentata da un fornitore che ha “completamente sbagliato tutto”.

Tesla alla fine riuscirà a centrare l’obbiettivo ridimensionato di 5.000 Model 3 a settimana entro la fine di giugno 2018. Ma Wall Street continuerà ad avere dei dubbi, chiedendosi se quei 5.000 veicoli fossero un ritmo industriale stabile oppure uno sprint eccezionale per chiudere il trimestre.

Come riportava Reuters: “secondo quanto riferito dai lavoratori, Tesla ha raggiunto l’obiettivo lavorando senza sosta e dirottando operai da altri progetti. L’azienda ha inoltre compiuto il passo senza precedenti di allestire una nuova linea di produzione all’interno di una tenda nel campus del suo stabilimento di Fremont”, un ritmo di produzione considerato non sostenibile né dal punto di vista operativo né da quello finanziario. Così le vendite allo scoperto sono proseguite.

All’inizio del 2019 sembrava che i ribassisti avessero avuto ragione. Tesla aveva bruciato circa 1,5 miliardi di dollari di cassa nel primo trimestre. Poche settimane dopo il titolo era sceso sotto i 200$ per la prima volta dalla fine del 2016. Secondo l’istituto finanziario S3 Partners, a quel punto chi aveva scommesso contro Tesla aveva accumulato nel 2019 circa 5,16 miliardi di dollari di guadagni.

Solo più tardi Musk avrebbe rivelato quanto fosse stata grave quella fase, raccontando come, nel momento peggiore tra la metà del 2017 e la metà del 2019, Tesla si fosse trovata a circa un mese dalla bancarotta.

Ma mentre a Wall Street infuriava la partita finanziaria, a Shanghai, invece, stava per cominciarne un’altra. Nessuno aveva programmato uno scontro tra questi due mondi, eppure, nel giro di appena due anni, la macchina industriale cinese avrebbe contribuito in modo decisivo a smentire la scommessa dei ribassisti: gli investitori che avevano puntato contro Tesla avrebbero accumulato perdite per quasi 40 miliardi di dollari, mentre Elon Musk sarebbe diventato l’uomo più ricco del mondo.

Entra in scena la Cina

Proprio mentre Wall Street aumentava le proprie puntate, dall’altra parte del Pacifico stava succedendo qualcosa che avrebbe modificato radicalmente i termini della scommessa. Il 7 gennaio 2019 Elon Musk si trovava in un terreno semi vuoto alla periferia di Shanghai per inaugurare la costruzione della prima Gigafactory Tesla fuori dagli Stati Uniti.

Sia ben chiaro, il governo cinese non aveva deciso di “salvare Elon Musk” e non esiste alcun elemento che faccia pensare che Pechino stesse elaborando una strategia contro i venditori allo scoperto americani.

La Cina aveva i propri interessi: attrarre investimenti stranieri, accelerare lo sviluppo dell’auto elettrica e utilizzare la concorrenza internazionale per trasformare la propria industria automobilistica.

Ma il risultato è stato che proprio mentre il mercato finanziario americano metteva in dubbio la capacità di Tesla di diventare un vero produttore di massa, la Cina le offriva le condizioni per tentare di dimostrare il contrario.

Nel 2017 Tesla trattava già con Shanghai per costruire automobili in Cina, ma la legislazione obbligava i costruttori automobilistici stranieri a creare una joint venture nella quale la partecipazione estera non poteva superare il 50%. Musk, invece, voleva mantenere il controllo completo della propria fabbrica.

Nell’aprile 2018 il governo cinese annunciò che proprio quell’anno avrebbe eliminato il limite alla partecipazione straniera per i produttori di veicoli a nuova energia, prima di estendere gradualmente l’apertura al resto dell’industria automobilistica. Non era una norma scritta esclusivamente per Musk, ma Tesla è stata la prima grande beneficiaria del cambiamento: il 10 maggio viene registrata Tesla (Shanghai) Co. Ltd. e due mesi dopo Musk firma con le autorità di Shanghai l’accordo per costruire il primo stabilimento automobilistico cinese interamente controllato da un produttore straniero.

La velocità con cui le decisioni successive sono state prese è forse ancora più sorprendente della decisione politica iniziale. Il 17 ottobre Tesla ottiene attraverso un’asta un terreno di circa 865.000 metri quadrati. Il 7 gennaio 2019, meno di tre mesi dopo, Musk è già a Shanghai per la cerimonia di posa della prima pietra. Da quel momento inizia quella che in seguito le stesse autorità municipali di Shanghai avrebbero chiamato “Tesla speed”.

I documenti del governo di Shanghai sono particolarmente interessanti perché permettono di capire che la velocità non dipese soltanto dagli operai che lavoravano giorno e notte, ma anche da una scelta precisa dell’amministrazione: invece di costringere il progetto ad adattarsi passivamente alle procedure esistenti, le procedure vennero riorganizzate attorno alle esigenze del progetto.

Il problema era enorme. Il governo di Shanghai racconta che quasi il 90% delle infrastrutture municipali necessarie doveva essere modificato o costruito: acqua, elettricità, gas e telecomunicazioni. Contemporaneamente Tesla continuava a modificare il progetto della fabbrica, tanto che progettazione, consultazione con le autorità e correzione dei piani procedevano in parallelo, invece di aspettare che ogni fase fosse completamente terminata prima di iniziare quella successiva.

E poi c’erano i soldi. In un momento in cui Tesla aveva bisogno di proteggere la propria liquidità, una parte importante dell’investimento di Shanghai non è stata finanziata drenando ulteriore capitale dagli Stati Uniti. Il 1° marzo 2019, Tesla Shanghai ha ottenuto una linea di credito fino a 3,5 miliardi di yuan da un consorzio formato da China Construction Bank, Agricultural Bank of China, Industrial and Commercial Bank of China e Shanghai Pudong Development Bank. Alla fine dell’anno, quando la fabbrica era ormai entrata in funzione, il finanziamento cinese sarebbe diventato ancora più grande: una linea fino a 9 miliardi di yuan per gli investimenti fissi e altri 2,25 miliardi di capitale circolante.

Questo non significa che la Cina stesse regalando una fabbrica a Musk. Il contratto sul terreno imponeva a Tesla obiettivi molto impegnativi: almeno 14 miliardi di yuan di investimenti fissi e, una volta raggiunta la produzione prevista, 2,23 miliardi di yuan all’anno di entrate fiscali. Era una transazione industriale nella quale entrambe le parti pretendevano qualcosa dall’altra.

Resta impressionante la combinazione di decisione politica e flessibilità amministrativa mostrata dal governo di Shanghai. Tanto che, una volta concluso il progetto, Shanghai arriva a considerare Tesla non semplicemente come un caso di successo aziendale, ma come modello amministrativo da replicare. Negli anni successivi i documenti ufficiali della città avrebbero parlato esplicitamente di “modello Tesla” e della necessità di rendere la “Tesla speed” una prassi normale per altri grandi investimenti industriali.

Naturalmente Shanghai non ha inventato dal nulla la capacità produttiva di Tesla. Fremont era stato il laboratorio nel quale Tesla aveva scoperto, spesso attraverso errori costosissimi, che costruire un prototipo tecnologicamente straordinario e produrre centinaia di migliaia di automobili sono due mestieri diversi.

E per sostenere una produzione davvero di massa serviva una catena di fornitura stabile, profonda e resiliente: esattamente il tipo di ecosistema industriale che la Cina era in grado di offrire.

Nell'agosto 2019, mentre Shanghai si preparava ad avviare la produzione, Reuters riferiva che Tesla per le batterie stava negoziando con LG Chem, che disponeva di capacità produttiva a Nanchino, e contemporaneamente valutava anche fornitori locali come CATL. Reuters descriveva esplicitamente la mossa come un tentativo di diversificare le fonti rispetto alla precedente dipendenza esclusiva da Panasonic.

Questo è esattamente il problema che Tesla aveva descritto alla SEC un anno prima: se Panasonic ha un problema, chi ci fornisce le celle? In Cina la domanda comincia ad avere più risposte possibili.

Nel giro di pochi anni il 95% dei componenti delle auto prodotte a Shanghai viene acquistato localmente, attraverso una rete di oltre 400 fornitori cinesi; più di 60 di questi sono stati successivamente incorporati anche nella supply chain globale di Tesla, una localizzazione profonda che ha contribuito sia ad abbassare i costi sia a ridurre l'esposizione alle interruzioni logistiche internazionali.

 La costruzione della gigafactory di Shanghai era cominciata nel gennaio 2019. A ottobre Tesla aveva già iniziato la produzione di prova. Bloomberg ha calcolato appena 168 giorni lavorativi tra l’ottenimento dei permessi e l’allacciamento della nuova fabbrica alla rete elettrica, una velocità eccezionale persino per gli standard cinesi.

La scommessa si rovescia

Tornando a Wall Street, il primo segnale che qualcosa stava cambiando arriva nell’ottobre del 2019. Soltanto quattro mesi prima il titolo Tesla era precipitato ai minimi da anni e i venditori allo scoperto stavano accumulando miliardi di dollari di guadagni.

Il 23 ottobre, invece, Tesla ha pubblicato il rapporto trimestrale che sorprende completamente Wall Street: nei risultati del terzo trimestre, contro le aspettative, la società di Elon Musk torna in utile: 143 milioni di dollari di profitto netto, 371 milioni di free cash flow e una liquidità salita a 5,3 miliardi.

Il dato era sorprendente perché non derivava da un’esplosione dei ricavi. Tesla stava piuttosto cominciando a risolvere proprio il problema che per anni aveva alimentato lo scetticismo degli investitori: produrre in massa senza dissanguarsi. Le consegne avevano raggiunto il record di 97.000 vetture, il costo di produzione della Model 3 continuava a diminuire e il margine automotive era risalito dal 18,9 al 22,8 per cento in appena tre mesi. Nel frattempo Musk aveva imposto una drastica cura dei costi: le spese operative erano scese al livello più basso dall’inizio della produzione della Model 3.

E proprio mentre Fremont cominciava finalmente a funzionare con maggiore efficienza, dall’altra parte del Pacifico Tesla poteva mostrare qualcosa di ancora più sorprendente. La Gigafactory di Shanghai, il cui cantiere era stato inaugurato appena dieci mesi prima, era già pronta per la produzione sperimentale. Secondo Tesla, realizzare quella capacità produttiva era costato circa il 65 per cento in meno rispetto alle linee della Model 3 costruite negli Stati Uniti. E, nel documento, Tesla specifica di avere anche un nuovo mercato a disposizione, il mercato cinese.

Wall Street si trova improvvisamente davanti a una Tesla diversa. Il giorno successivo il titolo balza di circa il 17 per cento, costringendo molti degli investitori che avevano scommesso contro Musk a ricomprare le azioni, alimentando ulteriormente il rialzo.

A questo punto la scommessa finanziaria iniziata poco tempo prima si era completamente rovesciata. Nel corso del 2020 le azioni Tesla aumentano del 743%. A dicembre la società è entrata addirittura nello S&P 500, il principale indice azionario americano, costringendo i fondi che lo replicano ad acquistare il titolo.

Per chi aveva scommesso sul contrario, il conto è stato devastante. Secondo i calcoli di S3 Partners riportati da Reuters, nel solo 2020 le posizioni ribassiste su Tesla hanno accumulato oltre 40 miliardi di dollari di perdite.

Cosa ha guadagnato la Cina?

Il governo cinese non ha messo a disposizione di Tesla credito, terreno, infrastrutture e una straordinaria flessibilità amministrativa per fare un favore a Elon Musk. La Cina aveva un proprio obiettivo industriale e, sotto questo aspetto, l’arrivo di Tesla rappresentava uno strumento perfettamente coerente con una trasformazione che Pechino aveva già deciso di accelerare.

Quando nel 2018 la Cina ha eliminato il limite alla partecipazione straniera per i produttori di veicoli a nuova energia, la misura non riguardava infatti soltanto Tesla. Faceva parte di una più ampia apertura del settore manifatturiero agli investimenti stranieri. Ma è interessante osservare come il governo stesso spiegava quella decisione. La Commissione nazionale per lo sviluppo e le riforme (NDRC) scriveva che la nuova apertura avrebbe contribuito ad “attrarre maggiormente gli investimenti stranieri, promuovere la concorrenza di mercato e rafforzare la capacità di innovazione”.

Poche settimane prima la stessa NDRC aveva affermato che l’obiettivo era consentire alle aziende cinesi e straniere di svilupparsi in un ambiente di concorrenza e favorire scambi più ampi di capitale, tecnologia, management e talenti.

 Già all’epoca in Cina si cominciava a utilizzare una metafora che negli anni successivi sarebbe diventata ricorrente: quella del 鲶鱼效应, l’effetto pesce gatto. L’idea è semplice: inserire in un ambiente relativamente tranquillo un concorrente estremamente aggressivo costringe tutti gli altri a muoversi più velocemente.

Questa pressione non era teorica. Una Model 3 prodotta localmente significava che Tesla poteva progressivamente ridurre costi, dazi e spese logistiche, diventando un concorrente molto più pericoloso per BYD, Nio, Xpeng e gli altri produttori cinesi. Nel 2020, quando Tesla ha cominciato a ridurre ripetutamente il prezzo della Model 3 cinese, il dibattito è diventato così acceso che alcuni osservatori hanno iniziato a chiedersi se Pechino avesse introdotto nel proprio mercato un “pesce gatto” o uno “squalo”.

Il timore era che, invece di stimolare le aziende locali, Tesla avrebbe potuto divorarne una parte. La lettura opposta era che proprio quella pressione avrebbe costretto le imprese cinesi a migliorare più rapidamente prodotti, tecnologia, costi e organizzazione.

C’era poi un secondo effetto, forse ancora più importante: la catena di fornitura. Tesla non era semplicemente un produttore americano che assemblava automobili in Cina utilizzando componenti importati dagli Stati Uniti. La Gigafactory ha iniziato molto rapidamente a localizzare la produzione. Secondo il governo di Shanghai, già nel 2022 oltre il 95% dei componenti utilizzati nello stabilimento era ormai di provenienza locale. Intorno alla fabbrica si è formato nel delta del Fiume Azzurro un ecosistema che comprende batterie, chip automobilistici, sistemi di guida intelligente, interni e lavorazioni di precisione. Le autorità di Shanghai affermano esplicitamente che l’arrivo di Tesla aveva favorito l’aggiornamento e l’innovazione della filiera automobilistica regionale.

Negli anni successivi l’effetto si sarebbe allargato ulteriormente. Tesla ha dichiarato di avere oltre 400 fornitori cinesi di primo livello, più di sessanta dei quali sono poi entrati anche nella sua catena di fornitura globale. Questo è forse il risultato industriale più interessante dell’intera vicenda: la Cina non aveva semplicemente attirato una fabbrica straniera; aveva inserito una delle aziende automobilistiche più innovative del mondo dentro un ecosistema produttivo cinese, permettendo contemporaneamente ai fornitori locali di entrare più profondamente nelle catene globali.

Parlare di un semplice “trasferimento di tecnologia” sarebbe eccessivo: Tesla rimane proprietaria delle proprie tecnologie e non ha un partner cinese nella società, ma concorrenza, localizzazione della fornitura, formazione dei lavoratori e integrazione produttiva hanno prodotto inevitabilmente conoscenze, standard e capacità industriali che sono andati ben oltre i cancelli della Gigafactory.

Wall Street e Shanghai, insomma, avevano fatto due scommesse opposte sulla stessa azienda. Alcuni investitori americani speravano di guadagnare dal fallimento di Tesla; la Cina sperava di guadagnare dal suo successo.

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Non si arriva a fine mese! Usb convoca lo stato di agitazione nazionale dell’industria

L’ USB Lavoro Privato ha proclamato lo stato di agitazione immediato dell’intera categoria. Il Coordinamento Nazionale Industria, convocato per il 2 ottobre, definirà il percorso di mobilitazione. La lotta partirà dalle fabbriche e uscirà dai cancelli, coinvolgendo tutti i lavoratori e i territori colpiti dalla crisi.

Prezzi dei carburanti, bollette, beni alimentari e beni essenziali aumentano ogni giorno ed hanno già eroso quei pochi euro di aumenti salariali che sono stati erogati dai CCNL. I salari quindi restano fermi e il loro potere d’acquisto continua a diminuire. Sempre più lavoratrici e lavoratori arrivano a fine mese con difficoltà, costretti a rinunciare a beni e servizi per sostenere il costo della vita.

Il Governo risponde con sconti temporanei e insufficienti, senza intervenire sulle cause reali dell’aumento dei prezzi. Nel frattempo, le grandi aziende energetiche continuano ad accumulare miliardi di profitti. Il conto della crisi viene scaricato ancora una volta sui lavoratori, sulle loro famiglie e sui servizi pubblici.

E mentre per salari, occupazione, servizi e industria ci dicono che non ci sono risorse, per il riarmo i soldi si trovano. Le priorità sono chiare: prima i profitti e le armi, poi i lavoratori. Non accettiamo che si chiedano sacrifici a chi vive del proprio salario mentre si continuano a finanziare spese militari e interessi economici che nulla hanno a che vedere con il benessere della maggioranza.

Nelle fabbriche la situazione non è diversa. Crisi, ristrutturazioni, cassa integrazione, esuberi e chiusure colpiscono la siderurgia, l’automotive, l’elettrodomestico e l’elettronica. Interi territori rischiano di perdere lavoro e prospettive, mentre manca una politica industriale capace di difendere l’occupazione, garantire investimenti e tutelare le produzioni strategiche. Si continua invece a pagare la crisi con il nostro lavoro, il nostro salario e il nostro futuro.

Non accettiamo più salari da fame, perdita del potere d’acquisto, bollette e carburanti fuori controllo. Non accettiamo cassa integrazione, esuberi e chiusure utilizzati come strumenti ordinari per scaricare sui lavoratori le scelte sbagliate delle aziende. Non accettiamo che si trovino risorse per il riarmo mentre vengono tagliati servizi, diritti e tutele. Non accettiamo, infine, che i profitti privati continuino a essere garantiti sulla pelle di chi lavora.

Per queste ragioni USB Lavoro Privato – Industria proclama lo “stato di agitazione immediato” su tutto il territorio nazionale. È necessario costruire una risposta collettiva, dentro e fuori le fabbriche, per rimettere al centro salari, occupazione, diritti e una vera politica industriale.

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