Presentazione


Analisi, opinioni, fatti e (più di rado) arte da una prospettiva di classe.

23/07/2026

La Cina ha reso l’IA in un bene pubblico, perché la Silicon Valley va nel panico?

Se l’intelligenza artificiale (IA) deve trasformare il mondo in meglio, perché sta mettendo in ansia la Silicon Valley?

Cerca “China AI” nei motori di ricerca occidentali e vedrai la stessa parola comparire più e più volte – “race”. Ma cliccando tra i titoli, la vera emozione dominante è qualcos’altro: l’ansia.

Business Insider l’ha scritto senza mezzi argomenti: “La Silicon Valley è in crisi per la strategia cinese di IA open-source”. Axios è stato ancora più diretto: Kimi K3, un nuovo modello di IA open-source sviluppato da Moonshot AI con sede a Pechino, “ha abbagliato gli sviluppatori, scosso la Silicon Valley e rilanciato la corsa all’IA da un giorno all’altro”.

Un venture capitalist americano ha catturato perfettamente l’atmosfera sui social media: “Il futuro è open source ... Immaginate se l’America chiudesse la porta all’open source. Costringeremmo esplicitamente le aziende americane a pagare 26-56 dollari per ogni token da 1 MM per la propria intelligence che i loro avversari/concorrenti nel mondo pagherebbero 0,50-1 dollaro. Questo è economicamente insostenibile a meno che l’IA non sia una stronzata”.

Un ex consigliere per l’IA della Casa Bianca è andato oltre, affermando che i “modelli woke lobotomizzati” (modelli di IA paralizzati dal politicamente corretto) sono nemici della competitività americana.

Questa ondata di inquietudine risale a un solo evento: la World AI Conference (WAIC) 2026 a Shanghai. Lì, la Cina non si è limitata a presentare il modello aggiornato Kimi K3, ma ha anche lanciato l’Organizzazione Mondiale per la Cooperazione per l’Intelligenza Artificiale (WAICO), inviando un chiaro segnale di un approccio molto diverso allo sviluppo dell’IA, che colpisce il modello statunitense dove fa più male.

Alla base, la strategia statunitense sull’IA è una corsa guidata dal capitale. Investono massicciamente, mantengono i modelli più potenti chiusi e proprietari, e aggiungono controlli sulle esportazioni. Il risultato? Valutazioni alle stelle per una manciata di giganti – OpenAI, Anthropic, Google DeepMind – e un dominio a breve termine per gli Stati Uniti.

I prezzi delle azioni sono schizzati alle stelle. Gli investitori hanno incassato. Ma gli svantaggi sono ora impossibili da ignorare: costi estremi e forte dipendenza dalla scarsità artificiale. Nel momento in cui alternative aperte e a basso costo diventeranno ampiamente disponibili, il sistema potrebbe rapidamente crollare.

Questo ci porta alla domanda: a chi è rivolta l’IA?

Nell’approccio americano, l’IA è per lo più uno strumento di fascia alta – un prodotto redditizio progettato per nazioni ricche e grandi investitori. Essa allarga il divario tra ricchi e poveri, paesi sviluppati e in via di sviluppo.

Ancora più inquietante è la visione a lungo termine discussa silenziosamente: un futuro in cui una piccola élite fugge su Marte mentre la Terra viene lasciata a decadere, o in cui una manciata di oligarchi tecnologici usa IA e robot antropomorfi per controllare la maggior parte delle risorse – e, per estensione, l’umanità stessa.

Questa fredda e gerarchica techno-fantasia rivela il profondo difetto dell’approccio statunitense: la tecnologia serve in ultima analisi il potere e la ricchezza di pochi.

La Cina offre una visione radicalmente diversa: l’IA come bene pubblico globale – qualcosa pensato per beneficiare tutta l’umanità.

I veri beni pubblici non hanno prezzi esorbitanti, barriere elevate o controllo monopolistico. Abbracciando modelli open-source, la Cina ha rilasciato codice e dati sull’addestramento dei modelli affinché il mondo possa utilizzarli, modificarli e svilupparli. Rifiuta il vecchio manuale di chiusura e ricerca di rendite. L’obiettivo è rendere l’IA più facile da usare, più produttiva e accessibile a tutti.

L’IA è già passare dal mondo digitale a quello fisico – rimodellando energia, manifattura, sanità, agricoltura e città. Gli Emirati Arabi Uniti stanno utilizzando l’IA per la guida autonoma. Il Brasile la sta implementando per l’agricoltura intelligente. La Cina sta condividendo capacità rilevanti con i paesi del Sud Globale. I beni pubblici, dopotutto, non dovrebbero essere un lusso.

La “cortina di ferro dell’IA” che gli Stati Uniti hanno cercato di costruire viene smantellata dalla spinta della Cina verso l’open source. Alla fine, il vero vincitore della corsa all’IA non sarà colui che costruisce il modello più potente in laboratorio. Sarà colui che creerà la prosperità più ampia nel mondo reale.

Gli Stati Uniti giocano per guadagni in conto capitale ed egemonia tecnologica. La Cina punta sull’abbondanza condivisa e sul progresso umano.

La domanda ultima non è mai cambiata: la tecnologia dovrebbe servire tutta l’umanità, o solo pochi privilegiati? La Cina ha dato la sua risposta.

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“Grazia a Roggero? Sia chiesta anche per Battisti”

Meloni, Salvini e Nordio annunciano la richiesta di grazia per Mario Roggero, il gioielliere incarcerato per avere ucciso gli uomini che avevano rapinato il suo negozio. I giudici l’hanno condannato, chiarendo che le modalità dell’omicidio sono del tutto estranee alla legittima difesa.

Ma le destre sostengono le ragioni del condannato con un'operazione ideologica che travalica la singola vicenda giudiziaria e allude a una precisa idea di giustizia, classista e dispotica. Abbiamo chiesto un parere a Emiliano Brancaccio, professore di economia politica alla università Federico II di Napoli ed esponente della ricerca marxista contemporanea.

Sulla vicenda Roggero, le destre si sono mobilitate. Persino Elon Musk ha dichiarato che bisognerebbe condannare i giudici, non l’imputato. Lei che ne pensa?

Che dobbiamo osservare questi singoli fenomeni come fossero frammenti di una valanga. Da tempo assistiamo a una doppia tendenza, nell’occidente liberaldemocratico e in modo particolare in Italia: le libertà civili e politiche precipitano mentre la tutela del diritto di proprietà si rafforza.
Per esempio, l’indice V-Dem dell’Università di Goteborg ci dice che dall’inizio del secolo l’indice che misura le tutele contro i maltrattamenti compiuti dalle forze dell’ordine è caduto del 10 percento. E negli anni del governo Meloni l’indicatore che misura la tutela delle libertà di riunione e di manifestazione è crollato del 67 percento. I diritti civili e politici, insomma, sono molto meno tutelati rispetto al passato.
Di contro, la Heritage Foundation segnala che nello stesso periodo i dispositivi legali di difesa della proprietà del capitale si sono rafforzati, di oltre 10 punti percentuali. Sono mutamenti di portata storica, eppure per qualcuno ancora non bastano.
In Italia e altrove, le destre intendono accelerare queste due tendenze. E a tale scopo sfruttano ogni occasione, ogni pretesto. Incluso il dramma di Mario Roggero, delle sue vittime e delle rispettive famiglie. Strumentalizzare la tragedia serve a veicolare un preciso messaggio politico: chi difende la proprietà deve godere di impunità. La valanga del diritto deve andare avanti.

Meloni e soci preparano le carte per chiedere a Mattarella la grazia a Roggero. Con quali conseguenze?

La Corte costituzionale ha stabilito che l’istituto della grazia deve esser considerato estraneo all’indirizzo politico del governo. In questo clima, è evidente che non sarà così. La presidenza della repubblica subirà pressioni. Quale che sia l’esito finale, le destre cavalcheranno la vicenda per sostenere l’urgenza di rendere la protezione dei regimi di proprietà privata una cosa sacra, superiore a ogni altra tutela.

Nella narrazione prevalente, dicono che stanno solo invocando un po’ di umana comprensione per il gioielliere che si è fatto giustizia da solo...

In realtà, stanno puntando a un obiettivo molto più grande, che non ha niente di “umano”: vogliono legittimare la violenza privata in difesa della proprietà per accelerare la tendenza generale, che sta già trasformando lo stato di diritto in una sorta di “stato del diritto padronale”. Dove pur di difendere la proprietà vengono soppressi gli altri diritti. E non parlo solo dei familiari dei rapinatori uccisi da Roggero, o dei malcapitati che per caso si ritrovano in mezzo a simili sparatorie.
Mi riferisco, in generale, a tutti coloro che rivendicano un diritto negato da una controparte proprietaria: dai debitori vessati da interessi insostenibili, agli inquilini che contestano contratti capestro imposti dai locatori, agli utenti travolti da bollette fuori controllo, alle associazioni che si vedono sottrarre uno spazio pubblico da qualche multinazionale dell’immobiliare.
Dobbiamo capire che tutto si tiene. Le destre sfruttano casi come quello di Roggero come testa d’ariete per dichiarare che la proprietà privata domina sul diritto. E per imporre mutamenti legislativi più ampi e ambiziosi, totalmente sbilanciati a favore degli interessi proprietari.

Eppure tanta gente prende le parti del governo e chiede la grazia per Roggero...

Perché credono che l’obiettivo sia semplicemente quello di affrontare una specifica tragedia umana, di un uomo che reagisce impulsivamente a un’aggressione.
Non comprendono che simili episodi vengono manipolati dalle forze politiche per piegare la legislazione agli interessi prevalenti: ossia, dare massima tutela a quel risicato 10 percento di popolazione che oggi detiene oltre il 60 percento della ricchezza, e restringere ancor più i diritti del 50 percento di popolazione priva di patrimonio.
Insomma, bisogna ricominciare a capire che la benevolente narrazione del gioielliere che reagisce ai rapinatori è solo un paravento per nascondere qualcosa di completamente diverso e soverchiante: una spietata lotta di classe in atto, del capitale che agisce contro il diritto.

Il direttore di Contropiano.org, ha lanciato una provocazione: se le destre chiedono la grazia per Roggero, bisognerebbe pure chiedere la grazia per Cesare Battista, attualmente all’ergastolo anche per il coinvolgimento con i “proletari armati per il comunismo” nell’omicidio di Pier Luigi Torregiani, il cosiddetto “gioielliere giustiziere”, che era stato accusato di avere ucciso un rapinatore. Che ne pensa?

Sono vicende molto diverse. Tuttavia, se guardiamo quelle due tragedie dal punto di vista delle strumentalizzazioni politiche che hanno ispirato, allora un nesso tra i due casi lo troviamo.
Sta nel fatto che la legittimazione politica della violenza privata in difesa della proprietà e la violenza politica contro la proprietà rappresentano, in fin dei conti, due espressioni speculari di un medesimo obiettivo: la distruzione dello stato di diritto, per come oggi lo conosciamo.
Chiaramente, l’eversione rossa dei “proletari armati” è un fatto storicamente determinato, un delirio politico figlio della sua epoca. Eppure, possiamo dire che l’uso strumentale che le destre stanno facendo di casi come quello di Roggero può esser considerato, a sua volta, una forma di “eversione”.
Dopotutto, la gara di Meloni, Salvini, Vannacci e Musk a chi la spara più grossa in difesa del gioielliere è anch’essa una forma di delirio politico, che tuttavia ha un obiettivo immediato e tangibile: dare una spinta ulteriore alla valanga in atto, documentata dai dati, che sta già schiacciando gli altri diritti in nome di una tutela sempre più intransigente e feroce della proprietà del capitale.

Cosa potrebbe significare una richiesta di grazia a Battisti, portata avanti parallelamente all’iniziativa delle destre per la grazia a Roggero?

In un certo senso, potrebbe rivelarsi un modo per sottrarre l’istituto della grazia presidenziale dalle pressioni politiche del governo. Consentirebbe di chiarire che l’eventuale grazia dei condannati non ha nulla a che fare con la legittimazione né di chi spara compiendo una violenza privata in difesa della proprietà né di chi spara in nome di una violenza politica che vorrebbe vendicare quella violenza privata.
Salverebbe l’istituto della grazia dal rischio che venga interpretato come un “liberi tutti”, un incitamento ad armarsi e a farsi giustizia da soli. E aiuterebbe a disinnescare le provocazioni delle destre, che ogni giorno che passa ci fanno compiere un piccolo passo avanti verso una nuova, nera notte della repubblica.

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Un agente OpenAi diventa hacker e viola Hugging Face

È stato reso pubblico da OpenAI e da Hugging Face, una nota piattaforma che permette di scaricare modelli di IA e di utilizzarli per i propri progetti, un incidente a dir poco preoccupante, che fa comprendere a tutti quali siano le potenzialità – e i rischi – raggiunte oggi dagli agenti IA.

Durante dei test interni di OpenAI per analizzare la capacità dei modelli più recenti di scovare vulnerabilità informatiche, un agente basato su GPT 5.6 Sol e modelli non ancora resi pubblici è riuscito non solo ad “evadere” dalla sandbox – l’ambiente chiuso e isolato in cui si svolgeva il test di sicurezza – ma anche ad impegnarsi attivamente per violare l’infrastruttura del database di Hugging Face, in modo tale da avere le risposte del test ExploitGym che stava svolgendo.

Per fare ciò l’agente avrebbe sfruttato vulnerabilità zero-day – ovvero ancora scovate – dei sistemi con cui ha interagito e sarebbe riuscito a compiere una privilege escalation, fino ad avere accesso al database interno di Hugging Face. Tutto ciò senza che gli fosse stato chiesto esplicitamente di farlo.

Questo incidente fa comprendere a tutti che i nuovi modelli di IA riescono a raggiungere i livelli di abilità proprie degli esperti umani di sicurezza informatica, riuscendo però a scovare e a sfruttare vulnerabilità ad un ritmo ovviamente molto più veloce.

Già alcuni mesi fa Anthropic aveva reso note le impressionanti capacità di una versione di Claude, che poi aveva messo a disposizione delle altre grandi aziende dell’informatica nella cornice del progetto Glasswing.

L’incidente di OpenAI è di una gravità maggiore e palesa il fatto che ormai l’ambito della sicurezza informatica sia stato irrimediabilmente mutato dall’introduzione di questi nuovi strumenti.

Commentando questi fatti i vertici di Hugging Face e OpenAI hanno rilanciato l’idea di uno sforzo collettivo per uno sviluppo di “strumenti IA sicuri” da perseguire insieme agli altri attori internazionali del settore.

Non saremo ancora ai livelli di entità autonome in grado di violare qualunque sistema informatico, come il famoso “progetto 2501” del mondo di Ghost in the Shell, ma è evidente che i modelli avanzati di IA rischiano di diventare rapidamente un’arma strategica capace di imporre un salto di qualità agli attacchi informatici di attori statali e non, all’interno di una cornice internazionale in cui le strategie di guerra ibrida sono sempre più importanti.

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La tecnologia non è mai neutra. Questo caso ne è la dimostrazione empirica: l'agente IA in questione, infatti, si è comportato attenendosi scrupolosamente alla filosofia che sta alla base della sua creazione.
Il modo di produzione capitalista persegue il massimo profitto a prescindere da qualsiasi limite – etico, ambientale, la lista è infinita... –; allo stesso modo l'agente IA ha perseguito lo scopo assegnatogli – l'identificazione di vulnerabilità – senza curarsi di limiti che non gli sono stati posti.
L'IA si dimostra dunque un amplificatore straordinario della stupidità – o del realismo – capitalista.

I salari in Italia sono diminuiti del 6,6%. Le manovre sull’Irpef non hanno cambiato la situazione

L’analisi sulla vergogna dei salari in Italia è, ancora una volta, impietosa e la fonte della denuncia è insospettabile.

La nuova Nota di lavoro pubblicata dall’Ufficio Parlamentare di Bilancio (Upb), ha analizzato tre decenni di evoluzione del mercato del lavoro, dei salari e del sistema fiscale italiano, arrivando alla conclusione che le misure di agevolazioni fiscali, da sole, non siano più sufficienti a sostenere i salari più bassi.

Tra il 1990 e il 2026 le retribuzioni lorde dei lavoratori dipendenti del settore privato in Italia sono infatti diminuite in media del 6,6% in termini reali, mentre la loro distribuzione è diventata sempre più diseguale. È evidente come il punto di partenza crono-politico di questa analisi sia proprio l’inizio degli anni Novanta, quelli del Trattato di Maastricht, della concertazione tra governo, Confindustria e sindacati, dell'abolizione della scala mobile e della “politica dei redditi”.

Le riforme dell’Irpef hanno svolto un ruolo nel contenere le disparità, ma non sono bastate ad arrestare la tendenza alla perdita di potere d’acquisto dei salari.

L’analisi dell’Upb, ha utilizzato i dati dell’Inps e un modello di simulazione dell’Irpef, fotografando un mercato del lavoro mutato profondamente rispetto ai primi anni Novanta, quando flessibilità e precarietà si annunciavano ma ancora non erano diventate leggi dello Stato (1). Da allora non solo le retribuzioni medie hanno perso potere d’acquisto, ma la loro distribuzione è diventata sempre più diseguale.
Il peggioramento riguarda soprattutto la fascia più bassa dei redditi, penalizzata dalla diffusione del lavoro part-time, dall’aumento delle diverse forme contrattuali precarie, dalla crescente segmentazione tra le varie categorie. Questi fattori hanno ampliato la divaricazione salariale, rendendo più difficile ridurre le disuguaglianze attraverso la sola crescita economica.

In questo contesto, il sistema fondato sull’Irpef ha assunto un ruolo sempre più importante nel riequilibrare i redditi disponibili. Secondo lo studio, l’indice che misura la capacità redistributiva dell’Irpef è passato da 0,028 nel 1990 a 0,065 nel 2026, più che raddoppiando il proprio effetto.

Gran parte di questo risultato deriva dalle riforme fiscali introdotte negli ultimi anni, in particolare dal bonus Irpef del 2014 e dalla riforma del 2025, che ha trasferito nell’imposta parte degli sgravi contributivi destinati ai lavoratori dipendenti. Questi interventi hanno ridotto il prelievo sui redditi bassi e medi, mentre i redditi più elevati hanno registrato un incremento del carico fiscale effettivo, anche per effetto del cosiddetto fiscal drag, cioè il drenaggio fiscale prodotto dall’inflazione e dalla mancata indicizzazione dei parametri dell’imposta.
Il grafico qui sopra elaborato dall’UPB mostra come la crescita della capacità redistributiva sia riconducibile soprattutto agli interventi rivolti ai lavoratori con redditi bassi e medi. Le riforme dedicate a questa platea spiegano infatti oltre il 115% dell’incremento complessivo della capacità redistributiva. Al contrario, gli interventi riguardanti i redditi più elevati producono un effetto negativo pari a circa -37%, riducendo in parte il risultato complessivo.

Anche il drenaggio fiscale e i cambiamenti intervenuti nella composizione della popolazione lavorativa hanno fornito un contributo positivo, rispettivamente pari a circa 7% e 14%.

Lo studio evidenzia come il principale motore dell’aumento della redistribuzione sia stato il rafforzamento della progressività dell’imposta, mentre la riduzione dell’aliquota media, conseguente agli sgravi fiscali introdotti nel tempo, ha compensato solo in parte questo effetto.

La metodologia sviluppata dall’UPB distingue le diverse cause dell’evoluzione redistributiva dell’Irpef.

L’analisi separa infatti quattro componenti: le riforme rivolte ai redditi bassi e medi, gli interventi destinati ai redditi più elevati, il fiscal drag e le trasformazioni intervenute nel mercato del lavoro e nella distribuzione dei redditi.

Questo metodo, secondo l’UPB, ha consentito di misurare quanto del cambiamento dipenda dalle scelte legislative e quanto invece sia riconducibile all’inflazione o all’evoluzione dell’occupazione. Secondo l’UPB, circa l’80% dell’aumento della capacità redistributiva registrato negli ultimi trent’anni è attribuibile direttamente alle riforme dell’Irpef.

Ma lo studio sottolinea anche che il sistema fiscale mostri ormai segnali di saturazione. Il rafforzamento della redistribuzione è stato ottenuto principalmente alleggerendo il prelievo sui redditi medio-bassi e concentrando una quota crescente del carico fiscale sui contribuenti con redditi medio-alti. Questa impostazione rende il sistema più vulnerabile agli effetti dell’inflazione, accentua le differenze di trattamento tra lavoratori dipendenti e altre categorie di contribuenti e non affronta le cause strutturali della stagnazione salariale.

Su questo aspetto è severo il giudizio dell’Unione Sindacale di Base che in un commento allo studio dell’UPB scrive: “Colpisce la suggestiva proposizione dell’UPB secondo cui a tale perdita hanno contribuito principalmente due fattori, la pratica di operare sulle aliquote Irpef per far crescere un po’ i salari e la moderazione salariale, ovviamente complici i sindacati concertativi Cgil Cisl e Uil che si sarebbero accontentati dello sgocciolamento economico che arrivava sulle buste paghe grazie agli sconti Irpef e hanno quindi ridotto dal 1990 la pressione per aumentare i salari. Risultato, le imprese hanno risparmiato un sacco di soldi, i salari sono rimasti al palo e la collettività tutta ha pagato attraverso la riduzione delle tasse quello che avrebbero dovuto sborsare i datori di lavoro se il sindacato avesse fatto il suo mestiere”.

Per l’Ufficio parlamentare di bilancio, ulteriori incrementi della redistribuzione attraverso l’Irpef appaiono ormai limitati. Le possibili strategie dovrebbero comprendere un ampliamento della base imponibile attraverso il contrasto all’evasione fiscale, una revisione dei regimi agevolati che riducono il gettito del sistema ordinario e politiche capaci di rilanciare la dinamica salariale.

Accanto agli interventi fiscali, conclude lo studio dell’Upb, sarà sempre più necessario ricorrere anche a strumenti di sostegno ai redditi finanziati dal lato della spesa pubblica, poiché il solo utilizzo dell’Irpef sembra aver saturato il proprio potenziale redistributivo. In pratica l’UPB ci dice che la distruzione del welfare pubblico e il calo dei salari sono la conseguenza della stessa causa e che i bassi salari, per crescere, hanno bisogno di un welfare dignitoso. Tutto il resto sono chiacchiere, sia dei governi che di Cgil Cisl Uil.

Note

(1) lo diventeranno nel 1997 con il Pacchetto Treu, peggiorate nel 2003 con la Legge Biagi e peggiorate ancora nel 2015 con il Jobs Act.

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Bologna: chi semina vento, raccoglie tempesta

L’assassinio da parte di due agenti di Polizia di Abderrahim Fakir, avvenuto domenica 19 luglio, a Bologna, nel quartiere del Pilastro, dopo che era stato immobilizzato a terra e ammanettato, con la scena ripresa da un cellulare in un video divenuto subito virale, ha aperto l’ennesima ferita per la città che si sta stringendo attorno alla famiglia della vittima con un misto di comprensibile indignazione ed ancora più legittima rabbia, esplosa con forza nella notte tra il 20 ed il 21 luglio.

La reazione popolare ha suscitato l’immancabile codazzo di polemiche da parte della “Destra di governo”, che ha come sempre strumentalizzato gli episodi avvenuti durante e dopo il presidio in Prefettura.

Da Giorgia Meloni in giù, gli attuali attacchi di questa Destra servono prima di tutto a “sviare l’attenzione” sull’omicidio del 43enne di origine marocchina e subito dopo a cercare di impallinare il “campo largo” su un tema divenuto centrale nella sottospecie di “dibattito politico” ad un anno dalle elezioni parlamentari, nonché di quelle amministrative nelle principali città italiane, da Trieste a Palermo, Bologna compresa.

Rispetto a questo fuoco di fila il sindaco Matteo Lepore ha usato parole infamanti invece di condannare la blindatura della pizza sotto la Prefettura, l’uso massiccio di lacrimogeni ed idranti – oramai prassi consolidata e “normalizzata” di gestione della piazza dallo scorso autunno – dichiarando che “non rappresentano Bologna”.

Promuovendo così l’ennesima dicotomia tra “buoni” e “cattivi”, con notevole sprezzo del ridicolo, considerata la contrapposizione tra Piazza Nettuno, da dove è partito il corteo fino a piazza Roosevelt, dov’è giunto.

“Chi pensa di rispondere alla violenza con la violenza si chiama fuori dallo stato di diritto. E dunque si chiama fuori dalla nostra comunità democratica” ha continuato sul profilo della sua pagina Instagram, rincarando la dose contro la “violenza cieca, ingiustificata, stupida”, e lanciandosi in uno sperticato elogio del questore, quasi che le forze dell’ordine non siano direttamente parte in causa della faccenda, e spostando – anche lui, come la Destra – il centro dell’attenzione rispetto alla violenza strutturale delle forze di polizia che miete sempre più vittime.

La domanda principale è: come può una persona perdere la vita durante un intervento delle forze dell’ordine, in particolare in quelle circostanze?

Andando più in profondità: la questione di fondo resta se è possibile che la concezione della sicurezza sociale sia stata fagocitata da una declinazione che la considera ormai una questione di mero ordine pubblico, da gestire sempre con un approccio muscolare delle forze dell’ordine e giustificandone ex post il loro operato.

Le ragioni dell'“insicurezza sociale” restano così ignote e intoccabili. 

Su questo è necessario ribadire una cosa: il centro-sinistra è subordinato in toto alla concezione che esprime l’attuale destra di governo e lo dimostra ad ogni piè sospinto proprio nelle città che amministra, siano essi territori metropolitani o città di provincia.

Il centro sinistra, specularmente alla destra di governo, pensa che l’attuale governance delle contraddizioni politico-sociali – prodotte dall’attuale crisi del modo di produzione capitalista – debba essere impostata con un mix di politiche in cui i tagli al welfare sono complementari ad un approccio stile “repressione è civiltà” (per parafrasare il commissario di polizia interpretato da un magistrale Volonté, nel film Un cittadino al di sopra di ogni sospetto).

In questo caso “la Politica” non previene più, perché è espressione dei soli ceti dominanti ed ha quindi perso il ruolo di cerniera con la società – o meglio le classi subalterne –; la polizia continua a reprimere perché è l’unica arma rimasta nelle mani del presunto “Stato”.

Bologna in questo è all’avanguardia, con la costituzione delle “zone rosse” da parte del sodalizio tra il sindaco Lepore ed il Ministro Piantedosi, che ha portato alla militarizzazione dei quartieri popolari, e si estende fino alla legittimazione di una gestione dell'ordine pubblico che ha avuto dei tratti di vera “follia” durante lo scorso autunno, in occasione delle mobilitazioni a sostegno della Palestina.

Sia a latere delle oceaniche manifestazioni in occasione degli scioperi generali del 22 settembre e del 3 ottobre, che in altri vari episodi il 2 ed 7 ottobre, oltre alla sfida dell’Eurolega di basket tra la Virtus Segafredo e la squadra simbolo dell’oltranzismo israeliano, il Maccabi di Tel Aviv, il 21 novembre.

Più recentemente, proprio con la militarizzazione del quartiere del Pilastro a giustificazione della protezione dei lavori del contestato progetto del MUBA all’interno del Parco Militini-Moneta, dove la mano pesante è stata usata a più riprese e per reprimere una seconda volta la coraggiosa lotta ambientalista di quartiere, come era avvenuto nel caso di un altro costoso progetto inutile al parco Don Bosco, nel quartiere di San Donato, nel corso del 2024, poi definitivamente accantonato dall’amministrazione.

Naturalmente, la destra non perde occasione per utilizzare a fini politico-elettorali ogni episodio che può servire per scatenare il fuoco “ad alzo zero” contro questa amministrazione cittadina. A partire dai ruoli apicali dell’esecutivo e della maggioranza che la sostiene, peraltro accusata di essere collaterale agli episodi in cui la rottura della “pace sociale” ha implicato significativi momenti di conflitto di strada negli ultimi 30 anni.

Tornando all’episodio specifico, l ’attuale dibattito – se i due agenti abbiamo agito “secondo norma” o meno, di fronte alla morte di una persona disarmata ed in evidente stato di shock – è decisamente assurdo e fuorviante, soprattutto tenendo conto dell’attivazione dello “scudo penale” nei confronti dei poliziotti, introdotto recentemente.

Ci troviamo di fronte alla prima attivazione, ed è la prima e – per ora – principale, pietra d’inciampo rispetto alla richiesta di verità e giustizia da parte di coloro che si stanno stringendo realmente alla famiglia, che la chiede a gran voce.

Chi non si sta esprimendo per la rimozione di questa assurda protezione, come Lepore, di fatto legittima la conseguenza di questa misura – una delle tante – approvata nei diversi pacchetti sicurezza governativi.

Cosa fare quindi?

Occorre demolire il combinato disposto di una narrazione costruita contro i quartieri popolari, in particolare il rione Pilastro, che produce una pluridecennale stigmatizzazione negativa contro i suoi abitanti e la loro parte più attiva, giustificandone la militarizzazione e l’uso sconsiderato della forza.

Sia che si tratti di un conflitto legato ad un’opera contestata, oppure di un intervento “di routine” come domenica, e comunque contro qualsiasi legittima vertenza: dalla desertificazione dei servizi alla mancata mobilità urbana, dalla speculazione edilizia all’assenza di spazi di cultura/socialità.

Chi abita i quartieri popolari non può essere considerato alla stregua di “nemico interno”, con una logica quasi neo-coloniale di occupazione militare di un territorio considerato “alieno”, da conquistare per consegnarlo ai processi di valorizzazione capitalista che vanno investendo anche il quadrante nord della città, con l’espulsione dei ceti popolari e la criminalizzazione delle forme di socialità politica che ne hanno sempre caratterizzato la grande storia.

In questo processo, che potremmo definire “il sacco di Bologna”, la giunta Lepore-Clancy e le forze che la sostengono non è spettatrice passiva, ma vettore attivo, come dimostra la sponsorizzazione delle manovre speculative in vari punti della Città. Così come è corresponsabile dei processi di involuzione autoritaria legati alla gestione dell’ordine pubblico nel suo complesso, con paradigmi chiaramente mutuati dalla destra.

Allo stesso tempo, se si vuole essere conseguenti, bisogna chiedere verità e giustizia per tutti gli episodi che hanno aperto delle ferite e procurato cicatrici indelebili, dalla strage “fascista e di Stato” – come recita la sentenza – alla stazione il 2 agosto del 1980, fino all’ultima stagione della lunga strategia della tensione caratterizzata dalle azioni della Banda della Uno Bianca (1987-1994).

La gestione folle dell’ordine pubblico – sia in occasione di manifestazioni politiche che del cosiddetto “controllo del territorio” – di cui l’ultimo episodio è una tragica ma purtroppo logica conseguenza – deriva interamente dalle politiche sulla sicurezza promosse dalla Destra e fatte acriticamente proprie dal centro-sinistra.

A differenza di ciò che pensa Lepore e chi disgraziatamente lo segue, Bologna ha saputo e saprà sempre da che parte stare. Ieri in Piazza Roosevelt e quotidianamente con le lotte ambientaliste contro il continuo ecocidio, con i conflitti sociali che chiedono a gran voce un miglioramento delle condizioni insopportabili delle classi subalterne ed il ripristino di garanzie, a fianco dei popoli oppressi e delle persone razializzate e sessualizzate vittime del clima d’odio che le classi dirigenti gli stanno vomitando addosso con il concorso di mostruosi personaggi come l’ex generale di Futuro Nazionale.

“E poiché semineranno vento, raccoglieranno tempesta”, verrebbe da dire.

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Electrolux. Usb: Stop alla delocalizzazione, ritirare i licenziamenti. Incontro al ministero

Martedì 21 luglio, presso il MIMIT, si è svolto il tavolo nazionale sulla crisi Electrolux, alla presenza del Ministro Urso, delle rappresentanze di tutte le Regioni interessate dalla vertenza, dei sindaci dei territori coinvolti e delle organizzazioni sindacali.

Il Ministro Urso ha aperto il confronto valorizzando il lavoro svolto nei tavoli tecnici tra azienda e sindacati, che hanno preceduto in tre occasioni la plenaria odierna. Il Ministro ha quindi chiesto a Electrolux la presentazione di un piano alternativo, su cui proseguire il confronto e sul quale poter eventualmente allocare le risorse straordinarie che il Governo ha dichiarato di essere pronto a mettere in campo.

Nel corso dell’incontro è stato posto con forza anche il tema delle regole europee, oggi richiamate dalla stessa azienda tra le condizioni che incidono sulla competitività del settore, a partire dal CBAM. Il Ministro ha parlato apertamente di Bruxelles come epicentro della crisi regolatoria che investe il comparto, richiamando il non-paper consegnato in sede europea, che sarà discusso a settembre e che sarebbe già oggetto di condivisione con Germania, Francia e Polonia.

Il tempo, dunque, viene indicato dal Governo come una variabile preziosa da utilizzare per ottenere risposte utili al settore e alla vertenza. Ma proprio su questo punto si concentra la nostra maggiore preoccupazione.

Electrolux, nel proprio intervento, ha confermato l’impianto già emerso nei tavoli precedenti, senza smentirne la sostanza: contenimento del costo dell’energia, intervento sui regolamenti europei, costi di trasformazione, organizzazione del lavoro e produttività restano i pilastri delle richieste aziendali. L’azienda ha però aggiunto che il tempo non è una variabile neutra.

Per USB questo è il punto decisivo. Da un lato l’azienda evita di dire fino in fondo quale sia l’entità reale del proprio disimpegno dall’Italia, mantenendo una postura prudente e apparentemente disponibile al confronto. Dall’altro lato, però, dai tavoli tecnici e dagli elementi emersi emerge un quadro molto più preoccupante: Electrolux sta già procedendo, nei fatti, con scelte che vanno nella direzione dello svuotamento del perimetro industriale italiano.

Non è chiaro, ad esempio, se lo stabilimento di Cerreto d’Esi resterà davvero dentro il perimetro aziendale, quando si parla genericamente di ricerca di possibili alternative. Non è accettabile che su uno stabilimento già indicato come destinato alla chiusura non venga data una garanzia precisa di continuità industriale, occupazionale e produttiva.

Allo stesso modo, dai tavoli tecnici emerge che, a prescindere dagli eventuali interventi che il Governo potrà mettere in campo, è già in corso una dinamica di delocalizzazione di volumi produttivi verso Cina, Thailandia e altri Paesi. Questo significa che mentre si discute di strumenti pubblici, regole europee e sostegno al settore, l’azienda continua a muoversi nella direzione dello spostamento di produzioni fuori dall’Italia.

A questo si aggiunge la preoccupante azione di handover, cioè di passaggio di consegne, di competenze e funzioni da personale di staff oggi collocato in Italia verso personale allocato in Paesi ben al di fuori dell’Unione Europea. Il caso del datacenter di Pordenone è emblematico: competenze digitali, infrastrutture informatiche e funzioni ad alto valore aggiunto rischiano di essere progressivamente trasferite all’estero, dentro processi di decentramento e riorganizzazione globale sui quali l’azienda non sta fornendo garanzie sufficienti.

Per USB va quindi chiarito immediatamente cosa significhi arrivare a settembre in questo quadro. Non possiamo accettare che il tempo necessario al confronto istituzionale diventi il tempo utile all’azienda per accelerare processi unilaterali di disimpegno, delocalizzazione, trasferimento di competenze e indebolimento dei siti italiani.

Abbiamo detto con chiarezza al tavolo che qualsiasi discussione su risorse straordinarie, strumenti pubblici, interventi su energia, materiali, regolamenti europei e competitività deve avere una condizione preliminare: fermare esuberi, chiusure, delocalizzazioni e azioni unilaterali. Le risorse pubbliche non possono accompagnare un piano di riduzione industriale. Devono servire a mantenere produzione, lavoro, competenze e capacità tecnologica in Italia.

USB ha inoltre posto il tema degli strumenti per le lavoratrici e i lavoratori. È positivo che il Governo parli di risorse straordinarie a sostegno del settore e di Electrolux, ma serve aprire immediatamente anche una discussione sugli strumenti sociali e occupazionali necessari a governare una transizione che oggi sta già producendo effetti pesanti.

Serve un reddito di transizione, serve la riduzione dell’orario di lavoro a parità di salario, servono politiche industriali capaci di intervenire sugli impatti della digitalizzazione, dell’automazione e dell’introduzione dell’intelligenza artificiale. Non si può continuare a discutere di transizione solo dal punto di vista dei costi aziendali o della competitività. La transizione deve essere governata anche dal punto di vista del lavoro, delle competenze, del reddito e della tutela sociale.

In chiusura del nostro intervento abbiamo posto una domanda semplice: in tutto questo, cosa ci mette Electrolux?

Da settimane si ripete che tutti devono fare la propria parte. Il Governo dichiara di voler mettere in campo strumenti ordinari e straordinari. Le Regioni sono coinvolte. I territori sono chiamati a difendere stabilimenti e occupazione. I lavoratori hanno già pagato negli anni precedenti con sacrifici, riorganizzazioni e fuoriuscite.

Ma cosa fa l’azienda? Con quali investimenti contribuisce? Con quali nuovi prodotti? Con quali innovazioni? Con quale piano industriale reale? Con quali garanzie sui volumi, sugli stabilimenti, sulle competenze e sull’occupazione?

Di tutto questo, ad oggi, non c’è ancora nulla di sufficiente.

USB continuerà a chiedere il ritiro del piano da 1.700 esuberi, la salvaguardia di tutti gli stabilimenti, il mantenimento dei volumi produttivi in Italia, garanzie sulle funzioni di staff e sulle competenze digitali, nessuna azione unilaterale e l’apertura di una vera discussione su un piano industriale alternativo.

Siamo disponibili a discutere di strumenti straordinari per il settore. Ma non siamo disponibili a pagare ancora una volta il conto delle scelte dell’azienda.

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Il poliziotto del Pilastro è “recidivo”

L’agente di polizia coinvolto nella morte di Fakir al Pilastro, sarebbe stato protagonista di un altro episodio che ha provocato lesioni ad una persona fermata lo scorso 10 luglio. Coincidenza vuole che anche in questo caso il “placcato a terra” fosse un cittadino straniero. Insomma, l’ipotesi di una profilazione razziale nelle scelte e nelle modalità di intervento potrebbe riaffacciarsi con una certa insistenza.

Il Fatto Quotidiano e Bologna Today hanno infatti raccolto la testimonianza-denuncia di Enrico Abhumere, 29 anni, di origini nigeriane e conosciuto nel mondo rapper con il nome d’arte “Bubu Doc”. Abhumere ha una protesi alla gamba amputata a causa di un cancro. La sua testimonianza – diventata anche una contro-denuncia penale verso i poliziotti che lo hanno accusato di resistenza – diventa emblematica di un contesto e “del” contesto in cui collocare l’intervento mortale al Pilastro contro Fakir.

Veniamo alla testimonianza di Enrico Abhumere.

“Stavamo andando a prendere un cornetto, era poco prima dell’una. Vengo fermato da due poliziotti”. E poi aggiunge: “Uno di loro due è quello coinvolto nel fermo di Fakir al Pilastro. L’ho visto, mi era molto vicino e nel video del Pilastro l’ho riconosciuto. Sono sicuro”, dice il Abhumere.

Sia Il Fatto Quotidiano che BolognaToday hanno ricostruito che si tratta effettivamente dello stesso agente su cui, insieme al collega e a quattro volontari della Croce Rossa, la Procura di Bologna sta svolgendo accertamenti con l’ipotesi del reato di omicidio colposo nel caso di Fakir.

Ad Abhumere viene contestato il fatto che il monopattino non ha la targa e che lui non sta indossando il casco. Insieme a lui sul monopattino c’è anche la fidanzata.

Dopo qualche minuto e il riconoscimento di rito, uno dei due agenti gli dice che può andarsene. Ma quando lui fa per andarsene viene fermato dal poliziotto che poi avrebbe riconosciuto nel video della morte del 42enne al rione Pilastro.

“Durante il riconoscimento è emerso anche che io avevo un richiamo orale, cosa di cui non sapevo nulla. E lui in tutta risposta mi ha detto ‘Lo vedi allora che sei ignorante, sei stupido’. Io mi sono subito accorto che non era un semplice controllo, era come se volessero qualcos’altro”.

“A quel punto io ho cominciato a fare dei video con il cellulare, ma era solo per tutelarmi – dice ancora –. Uno dei due agenti mi dice che potevo andare via, ma mentre inizio ad andarmene l’altro poliziotto mi dice ‘Non far finta di zoppicare, non c’è bisogno’. E mi mette una gamba sul monopattino per fermarmi – continua Enrico Abhumere –. Io gli ho spiegato che non fingevo di camminare male e che ho una protesi. Lui è stato molto arrogante nei modi, molto. Mi ha detto: ‘Se io voglio tu dormi qua’. Io mi sono arrabbiato perché lui non poteva sapere dei miei problemi, visto che ho una gamba amputata a causa di un tumore che ho avuto in passato”.

Da lì la situazione è degenerata: “Mi è venuto incontro cercando di mettermi le mani addosso. Io ho cercato di scansarlo, ma senza colpirlo e senza fargli del male, solo per togliergli le mani. A quel punto mi si avventano contro nove poliziotti, anche se dal video che ho messo sui social sembra che siano tre o quattro. Mi hanno atterrato con forza: mi sono fatto male alla spalla, al polso, e mi hanno rotto la protesi della gamba. Ho sentito un dolore fortissimo. Ora sto portando anche il gesso al braccio”.

Enrico Abhumere viene quindi portato in Questura, e qui rivela il giovane “arriva un bravo poliziotto, che mi dice di denunciare l’agente che mi ha fermato perché anche secondo lui quello era stato un abuso di potere e io non avevo fatto nulla. E così ho fatto: ho denunciato quello che mi è successo dopo che ho ricevuto la loro denuncia per minacce e resistenza a pubblico ufficiale”.

Emblematico è il format adottato dall’avvocato difensore dell’agente di polizia anche in questo caso. Il soggetto fermato “dava in escandescenze” (come al Pilastro, come Magherini, Aldrovandi e altri casi, ndr). E poi sulla pratica di sdraiare brutalmente a terra i fermati l’avvocato afferma che: “Dal momento in cui un poliziotto ti mette a terra, per quanto io possa essere il più esperto poliziotto al mondo, è chiaro che tu puoi battere un ginocchio, o puoi sbucciarti un gomito. È normale che ciò accada, soprattutto d’estate quando gli indumenti sono corti”. Ma in questo caso c’è anche una protesi rotta ad un soggetto con una gamba amputata.

Quali lezioni trarre da questa vicenda emblematica ma niente affatto eccezionale, anzi divenuta quasi normale soprattutto durante i fermi di cittadini “non bianchi”?

La prima è che riprendere quanto accade è decisivo e necessario. Può fare la differenza. La seconda, è che in caso di abusi e alle accuse di resistenza e oltraggio, non bisogna subire in silenzio ma fare subito una controdenuncia. La terza, è che lo scudo penale introdotto dal governo rende impuniti e impunibili episodi come quelli visti al Pilastro o contenuti nella denuncia di cui si parla in questo articolo. La quarta è che le istituzioni devono prendere sul serio, indagare, prevenire, reprimere, l’allarme sulla profilazione razziale nella gestione dell’ordine pubblico. Garantire sul serio la sicurezza significa anche questo.

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