Giovedì 22 ottobre, circa 50 mila persone, tra studenti, docenti, ricercatori e personale accademico, hanno sfilato per le vie centrali di Vienna per manifestare contro i previsti tagli ai fondi destinati all’istruzione superiore e alla ricerca scientifica. La mobilitazione, sotto lo slogan “Allarme Rosso – #SaveTheUniversities!”, è partita nel pomeriggio di giovedì dall’Università della Tecnologia di Vienna (TU Wien).
La manifestazione, che rappresenta certamente una delle più imponenti proteste del mondo dell’istruzione della storia recente del paese, è stata organizzata dall’Unione degli Studenti Austriaci (ÖH), un organismo piuttosto particolare e atipico rispetto al panorama a cui siamo abituati in Italia. Si tratta di un’organizzazione a cui ogni studente dell’alta formazione del paese è iscritto di diritto, e che è poi governato tramite organi eletti ogni due anni tra diverse liste.
Al centro delle rivendicazioni c’è il piano di finanziamento universitario per il triennio 2028-2030. Il governo federale ha annunciato lo stanziamento di 16 miliardi di euro. Tuttavia, la Conferenza delle Università Austriache ha lanciato l’allarme, precisando che per compensare l’aumento dei costi legato all’inflazione e mantenere gli standard attuali servirebbero almeno 18 miliardi di euro.
Una differenza di due miliardi che, in percentuale, significa un definanziamento effettivo di oltre il 10% del bilancio stanziato per università e ricerca. Secondo i manifestanti, questo rischia di paralizzare il sistema accademico nazionale e le sue prospettive future. Persino molti rettori si sono opposti al taglio delle risorse.
Nonostante le richieste, l’esecutivo ha ribadito di voler considerare come definitiva la cifra di 16 miliardi. I primi effetti di questa scelta sono già visibili. Ad esempio, proprio alla TU Wien, da dove è partito il corteo, gli orari di apertura delle biblioteche sono stati drasticamente ridotti, mentre il rettore Jens Schneider ha imposto un blocco precauzionale delle nuove assunzioni già dalla metà di giugno.
Ci sono almeno due elementi che sicuramente suscitano attenzione per questa mobilitazione. La prima è che l’ÖH è in questo momento governato da un’alleanza di due liste vicine – o che guardano – una ai verdi e l’altra al Partito Socialdemocratico Austriaco, attualmente al governo insieme al centro-destra. Insomma, sono i primi riferimenti politici di una parte importante degli studenti che sono scesi in piazza ad essere sul banco degli imputati.
Il secondo elemento da tenere presente è che, anche in questo caso così come in Francia e in Italia, la lotta ha strabordato oltre i confini categoriali. Infatti, il sindacato del servizio pubblico ha organizzato trasporti speciali per permettere a medici universitari e dipendenti degli atenei di altre città di unirsi al corteo viennese. Non certo una generalizzazione del conflitto, ma di certo un segnale importante della solidarietà con le proteste.
La mobilitazione austriaca non va dunque pensata come un fenomeno isolato, ma si inserisce in un quadro di forte malcontento giovanile che sta attraversando tutto il Vecchio Continente. La difesa del finanziamento a università e ricerca sta già facendo penetrare nel dibattito pubblico il tema del futuro del sistema formativo, dell’equità sociale e dell’accesso reale al diritto allo studio. E non sono mancate le bandiere palestinesi al corteo viennese...
Bisognerà ora vedere quale sarà la reazione del governo, ben consapevole che la sollevazione degli studenti, per quanto riferita allo specifico del bilancio dell’istruzione pubblica, è sintomo di una crisi più generale dell’intero modello di governance “lacrime-e-sangue” europeo.
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Presentazione
Analisi, opinioni, fatti e (più di rado) arte da una prospettiva di classe.
24/10/2026
La protesta studentesca esplode anche in Austria
23/10/2026
Quando Vasco Rossi disse basta alla vita spericolata
Per Vasco Rossi, la vita spericolata non era solo il titolo della sua canzone di maggior successo degli anni Ottanta. Era un programma quotidiano, fatto di eccessi, notti insonni, cocaina e anfetamine, concerti vissuti come se non dovesse esserci un domani. Nei primi anni del decennio, il cantautore di Zocca aveva sempre spinto al massimo, fino a trasformarsi nel personaggio più controverso della scena musicale italiana. Il successo di “Bollicine”, dopo le apparizioni a Sanremo con “Vado al massimo” e “Vita spericolata”, l’aveva trasformato in una star. Ma il prezzo cominciava a essere insostenibile.
L’arresto nel 1984
Il punto di rottura arrivò il 20 aprile 1984. Due carabinieri in borghese lo avvicinarono al Variety, un locale di Bologna. La perquisizione proseguì a Casalecchio di Reno, nel capannone dove viveva e lavorava con i musicisti della sua band, tra sala prove e comune rock. Vasco consegnò agli agenti 26 grammi di cocaina. Finì nel carcere di Rocca Costanza, a Pesaro, dove rimase per 22 giorni, cinque dei quali in isolamento.
Fu un risveglio traumatico. Il cantautore emiliano avrebbe ricordato il tentativo di rifugiarsi nel sonno, il sollievo momentaneo al risveglio, quando tutto sembrava un incubo, e subito dopo la consapevolezza di essere davvero dietro le sbarre. Fuori, intanto, i fan si radunavano in segno di solidarietà e Marco Pannella gli mandava un telegramma. A fargli visita arrivarono anche Fabrizio De André e Dori Ghezzi.
Rimesso in libertà provvisoria il 12 maggio, Vasco dovette affrontare ciò che il successo aveva contribuito a nascondere. Tornò a Zocca e, secondo il suo racconto, vi rimase per otto mesi, cercando di disintossicarsi senza entrare in una comunità. Avrebbe descritto il carcere anche come un’occasione per azzerare tutto e ricominciare. Scrivere e registrare nuove canzoni significava così tentare di recuperare una direzione.
I 40 anni di “Cosa succede in città”
Da quella confusione nacque “Cosa succede in città”, pubblicato il 9 giugno 1985. Il suo quarantennale, celebrato da Carosello con la ristampa “40th Rplay Edition”, ha riportato l’attenzione su un disco spesso schiacciato tra l’esplosione di “Bollicine” e la consacrazione di “C’è chi dice no”. Il cofanetto comprende l’album rimasterizzato dai nastri originali, una nuova versione di “Bolle di sapone” e un libro-intervista curato da Gianni Poglio, con foto d’epoca. Un’occasione per riascoltare il momento in cui Vasco cominciò a cambiare pelle.
L’apertura di “Cosa c’è” mette subito in scena il ritorno: il protagonista si ritrova davanti agli sguardi, alle domande e alle battute di chi lo ha visto cadere. L’ironia sopravvive, ma sotto si avverte una vulnerabilità nuova. La spinta rock sembra riallacciare il discorso interrotto; nel resto dell’album, però, il paesaggio si allarga a un pop-rock più levigato, con tastiere e sintetizzatori sempre più presenti accanto alle chitarre. La Steve Rogers Band accompagna un autore che conserva l’insofferenza, mentre perde parte della spavalderia. Anche lo sguardo sull’esterno si fa più sospettoso. La canzone che dà il titolo al disco osserva il disordine, la maleducazione, l’ossessione per il denaro di un’Italia lanciata nell’ottimismo consumista. Vasco ne coglie le stonature: dietro la festa affiorano egoismo e smarrimento. È una sensibilità che troverà uno sviluppo ancora più netto in “C’è chi dice no” e “Liberi liberi”.
Accanto alla critica sociale cresce l’intimità. “Toffee”, impreziosita dalla chitarra di Dodi Battaglia, “Una nuova canzone per lei” e “Dormi, dormi” mostrano il lato fragile di colui che andava al massimo. “T’immagini”, pensata per un possibile ritorno a Sanremo nel 1984 e poi rimasta fuori dal Festival, conserva invece il gusto della sfida. Sono nove canzoni che raccontano un equilibrio ancora da trovare, tra sarcasmo, stanchezza e fragilità.
Il pubblico seguì quella trasformazione. L’album superò le 600 mila copie e rimase in classifica per 29 settimane, senza singoli estratti su 45 giri. Il rocker che aveva spaventato i benpensanti cominciava a parlare a una platea più ampia. Gli stadi sarebbero arrivati dopo.
L’accusa di un fan
Quell’evento traumatico del 1984, tuttavia, non ha mai smesso di proiettare la propria ombra. A riaprire la vicenda, la scorsa estate, è stato un utente di Facebook, presentatosi come un fan e come una persona detenuta nello stesso periodo, che ha accusato Vasco Rossi di aver indicato il proprio fornitore di cocaina per uscire prima dal carcere. Un’accusa alla quale il cantautore di Zocca ha reagito con un post durissimo: “Ti rispondo con chiarezza perché questa storia, oltre a essere falsa, ribalta completamente la realtà: io non ho fatto arrestare nessuno – ha scritto – Sono stato invece denunciato da un infame che raccontò al Pubblico Ministero di avermi venduto 30 grammi di cocaina. Sulla base di quelle dichiarazioni vennero emessi un mandato di cattura e una perquisizione e fui portato direttamente in carcere. Ho passato cinque giorni in totale isolamento e 22 giorni complessivi di detenzione prima che venisse chiarito che non avevo niente a che fare con la banda di spacciatori alla quale ero stato associato”. Quindi, ha aggiunto Vasco, “no: non sono uscito prima perché avrei fatto nomi o accusato qualcuno per risparmiarmi il carcere. È successo esattamente il contrario: qualcuno fece il mio nome e io finii in galera. Purtroppo questa voce continua a girare e mi infastidisce parecchio”. Più tardi, in una storia su Instagram, Vasco Rossi ha annunciato di volere mettere tutto in mano agli avvocati. “Giro il tuo commento ai miei avvocati perché procedano nei tuoi confronti trattandosi di una diffamazione tanto infondata quanto calunniosa. L’oro ricavato, dal risarcimento lo lascerò a chi ha sofferto ingiustamente in carcere”.
Mali - Esercito e mercenari russi riconquistano terreno
L’esercito del Mali ha annunciato ieri di essere entrato nella importante città settentrionale di Kidal, conquistata ad aprile dai separatisti tuareg e dai jihadisti del “Gruppo di sostegno all’Islam e ai musulmani” (Jnim), che hanno annunciato il ritiro delle proprie forze.
In una dichiarazione diffusa nelle ore precedenti e riportata sui media locali, lo Stato maggiore maliano aveva affermato per la prima volta di aver condotto “operazioni aeree e terrestri su larga scala nella regione di Kidal” insieme ai suoi “partner russi”, con l’obiettivo di “neutralizzare i gruppi armati terroristici”, “distruggere i loro rifugi” e “ripristinare in modo duraturo la sicurezza della popolazione” e la sua “libertà di movimento”. La riconquista di Kidal rappresenta un risultato di forte valore simbolico per la giunta militare del paese, dopo la sconfitta subita lo scorso aprile.
Il Fronte di liberazione dell’Azawad (Fla), organizzazione separatista tuareg, ha annunciato in una dichiarazione di aver “deciso di effettuare un ritiro strategico e controllato delle proprie forze dalla città di Kidal”, dopo averla conquistata durante gli attacchi di aprile condotti insieme a gruppi jihadisti alleati, con l’obiettivo di indebolire le autorità militari al potere in Mali. Mohamed Elmaouloud Ramadane, portavoce dell’Fla, ha precisato che la ritirata è temporanea e si è svolta «senza scontri diretti sul terreno» per evitare vittime civili.
A partire dalla fine di aprile, il Jnim e l’Fla hanno condotto una serie di attacchi, conquistando Kidal e uccidendo il ministro della Difesa del Mali.
All’inizio di luglio, i due gruppi avevano inoltre conquistato temporaneamente la città di Anefis, al termine di intensi combattimenti, oltre a condurre altre offensive.
Il Mali è alle prese dal 2012 con una grave crisi di sicurezza, alimentata in particolare dalle violenze di gruppi affiliati ad al Qaeda e allo Stato islamico, oltre che da bande criminali locali e gruppi separatisti. Dopo due colpi di Stato, nel 2020 e nel 2021, il Paese è governato dai militari, saliti al potere con la promessa di ripristinare la sicurezza e che dopo aver rotto con la Francia si sono affidati, ormai da cinque anni, ai contractor russi inquadrati nella compagnia “Africa Corps”.
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Milano, dove il governo va a “parà”
Purtroppo c’è ben poco da scherzare. La classe politica più reazionaria e più incompetente di sempre ha tirato un altro pacchetto sicurezza – l’ottavo in quattro anni, segno che neanche uno è mai servito a nulla – e l’impiego di 500 paracadutisti con “funzioni di supporto” alle altre polizie, la “massima mobilità sul territorio”, con funzioni di pubblica sicurezza: “il personale delle Forze armate non appartenente all’Arma dei Carabinieri agisce con le funzioni di agente di pubblica sicurezza e può procedere alla identificazione e alla immediata perquisizione sul posto di persone e mezzi di trasporto”.
L’unica cosa che non potranno fare, insomma, è formalizzare un arresto. Per quello dovranno portare i fermati in questura, dove un poliziotto metterà il timbro sul rapporto di consegna.
È un salto di qualità pesante rispetto all’operazione “Strade sicure”, vecchio ormai di anni e infilato tra le misure “antiterrorismo”. Lì i soldati stazionavano davanti ad “obiettivi sensibili” come le istituzioni nazionali o di altri paesi (ambasciate, ecc.), in funzione di deterrenza visibile, con possibilità di entrare in azione solo davanti ad un evidente “attacco”.
A Milano invece gireranno di pattuglia con il potere di fermare chiunque e “perquisirlo”, possibilmente con le buone, altrimenti... Del resto, metterli davanti alle vetrine di Vuitton o Gucci sarebbe stato un po’ pacchiano.
Il target principale sono ovviamente i giovani e giovanissimi, con felpa e cappuccio, preferibilmente coloured o dall’aspetto sud-mediterraneo (rischiano molto calabresi, siciliani, pugliesi, sardi, ecc.). In attesa di andare alla guerra contro i russi si faranno la mano con i pischelli dei quartieri...
Ma l’ironia non serve più. Il segnale è esplicito. Quando metti in campo l’esercito, anzi una “forza speciale”, per di più – come gongola Salvini – “parà della Folgore, con un’età media superiore ai 40 anni e che hanno fatto esperienze all’estero” (ossia in combattimento), significa che il nemico è la popolazione civile. Segnatamente quella povera, che in centro città è meglio non si faccia proprio vedere.
Pensare che degli specialisti della guerra “rodati” sul campo debbano “ingaggiare battaglia” con ragazzini di 12-16 anni che fuggono con le scarpe in mano è da criminali.
È quasi il passaggio ufficiale dal conflitto sociale anche aspro, gestito e combattuto dentro i confini della “democrazia liberale”, alla guerra civile su basi di classe, con tanto di enclave proibite agli “estranei”.
Il tutto, bisogna notare, senza uno straccio di analisi condivisa almeno all’interno del governo. Ci sono quelli che indicano “influenze esterne da guerra ibrida” (Crosetto, dopo Mattarella e innumerevoli altri), quelli che “non vedono evidenze in tal senso” (servizi segreti e Piantedosi), quelli che se la prendono con “l’islamizzazione” (i leghisti per Trump). Ma nell’incertezza... parà.
E “l’opposizione”? A casa tutti bene, grazie... Il sindaco Sala è contentissimo di ospitare i reparti di Mathieu, così finalmente anche i grattacieli spuntati al posto di qualche capannone “da ristrutturare” avranno una protezione blindata (fin qui se n’era occupata solo la magistratura, ma con intenzioni opposte). Due parole in più sul fatto che servirebbero anche “misure sociali”, ma giusto per distinguersi un po’...
Sulla CGIL e il PD meglio stendere una lapide, visto quel che hanno partorito in loco.
A questo punto la giornata di sabato 24, che secondo alcuni appelli anonimi avrebbe dovuto bissare lo scorso weekend, diventa vuota. I reazionari peggiori ancora blaterano di una possibile invasione di “maranza, anarchici e pro-pal”, ma nessuna aggregazione nota sembra ansiosa di infilare la testa nel cappio preparato dal governo.
E del resto, dopo le prime e stucchevoli fantasie sulla “novità” degli appuntamenti fissati via social, anche nelle teste meno abituate a farsi domande è cominciato a circolare l’interrogativo “ma chi c... sono quelli che ci invitano a farci menare col miraggio di un paio di scarpe fighe?”
Vedremo se e in quanti abboccheranno, ma il gioco è diventato per tutti così tetro e teso da sconsigliare avventure romantiche.
Questi governi europei – dalla Francia alla Grecia, che si è svegliata proprio ieri – hanno molto in comune. Sono tutti privi di autonomia finanziaria, inchiodati ai “parametri europei” che impongono la riduzione del debito pubblico e lo smantellamento della spesa sociale, sostituita da quella per il riarmo in vista della guerra ormai prossima.
Di fronte al crescere del malessere sociale – salari bassi, servizi pubblici e sociali quasi estinti, infrastrutture fatiscenti, arbitrio impositivo sui prezzi da parte delle imprese (prime fra tutte quelle energetiche e le banche), ecc. – la via maestra del secolo scorso era mollare qualche carota, accompagnandola con diverse bastonate.
Ma anche le carote costano, aumentano la spesa pubblica. E dunque restano solo le bastonate.
Lo si è visto ieri plasticamente con autotrasportatori e agricoltori, cui si erano aggiunti all’ultimo momento anche i pescatori. Sono categorie “spurie”, che mescolano nello stesso calderone grandi imprese, piccole aziende e dipendenti salariati, dove da sempre lo “spirito corporativo” prevale su quello di classe (salariati e imprenditori non hanno mai gli stessi interessi), e quindi hanno rappresentato storicamente una parte del “blocco sociale” conservatore.
A queste categorie il governo Meloni aveva separatamente promesso, mesi fa, ristori e concessioni fiscali per quasi un miliardo di euro, in modo da compensare almeno in parte le perdite dovute al caro carburanti. Ieri, a Palazzo Chigi, è stato redatto un decreto che libera risorse per un centinaio di milioni appena.
Una carotina appassita e ammuffita accompagnata però da nodose minacce. Giustificate furbescamente con “infiltrazioni della malavita organizzata” soprattutto tra le ditte di autotrasporto. Come dire: o togliete i blocchi subito o procediamo per via poliziesca e giudiziaria, stroncando non solo la protesta immediata ma la stessa possibilità di operare economicamente.
Non conosciamo nei dettagli, ovviamente, su quali basi si fondi questa accusa, che in alcune regioni può apparire anche plausibile. Ma delle due l’una. O questa “infiltrazione” è vera, ed era nota alle forze politiche di governo che ne accoglievano volentieri il voto di scambio, oppure è campata in aria e quindi doppiamente infame.
Sulla veridicità dei partiti di destra, del resto, fa testo per sempre il fatto che hanno tutti votato in Parlamento per assicurare che “Ruby” era davvero la nipote di Mubarak...
Mentitori seriali, insomma. Ma anche pericolosi, per la loro vicinanza storica al terrorismo stragista (prima e dopo Piazza Fontana).
Una vicinanza che si è concretizzata, per esempio proprio a Milano, alla morte di Nico Azzi, terrorista del giro fascista La Fenice-Ordine Nuovo, rimasto ferito dalla bomba che stava piazzando su un treno, a Genova, nel 1973, alla vigilia del “giovedì nero di Milano”. Una strage fortunatamente mancata che era anche un’operazione false flag, perché concepita in modo che la responsabilità fosse attribuita a Lotta Continua.
Quando morì fu messa a sua disposizione nientemeno che la basilica di Sant’Ambrogio, alla presenza di numerosi “gerarchi” dell’ex Movimento Sociale, tra cui Romano La Russa.
Il fronte dei settori sociali in lotta cresce di giorno in giorno, le soluzioni disponibili sono sempre meno. Unire i puntini per disegnare la direzione verso cui stiamo marciando non è complicatissimo...
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Lo sciopero internazionale dei portuali contro la guerra. 100 porti, 17 Paesi e 4 continenti
Le adesioni alla seconda Giornata internazionale di azione dei lavoratori portuali, in programma il 30 ottobre, sono in aggiornamento: continuano ad arrivare manifestazioni di sostegno da parte dei sindacati di vari Paesi, portando il totale a oltre 100 porti in quattro continenti, una cifra impensabile fino a pochi mesi fa.
Tra gli ultimi a unirsi all'iniziativa figurano la sezione locale 10 dell'ILWU nei porti di San Francisco e Oakland, negli Stati Uniti, l'Unión de Estibadores e Jornaleros nel porto di Veracruz, in Messico, e la sezione dei lavoratori portuali di Amburgo del sindacato ver.di, in Germania. Mercoledì, inoltre, abbiamo ricevuto l'importante notizia che il Consiglio europeo dei lavoratori portuali (EDC) ha deciso di partecipare all'azione.
Al momento, gli scioperi interesseranno un tratto di costa che va dalla Francia sud-occidentale al Pireo, per un totale di quasi 1.100 miglia nautiche, mentre i sindacati coinvolti sin dall’inizio gestiscono il 40% di tutto il traffico di container nel Mediterraneo.
Sono coinvolti alcuni dei più grandi hub di trasbordo, come Tangeri, Marsiglia, il Pireo, Gioia Tauro, Genova e Mersin, oltre ai principali porti del Nord Europa, del Messico e dell’India. Secondo un primo calcolo lo sciopero potrebbe bloccare 40.000 container per un giorno.
Questa giornata di mobilitazione dimostra il potere della classe operaia organizzata nell’opporsi alla guerra. Condanniamo il genocidio del popolo palestinese, perpetrato dallo Stato di Israele con il sostegno degli Stati Uniti, della NATO, dell’UE e dei governi che collaborano con esso, nonché il vergognoso blocco contro Cuba e le altre aggressioni imperialiste.
Basta con la militarizzazione delle banchine e l’automazione che causa tagli occupazionali.
In molti Paesi sono stati proclamati scioperi per il 30 ottobre, in Italia sarà uno sciopero generale contro guerra e carovita.
I lavoratori portuali non lavorano per la guerra!
Nessun lavoratore dovrebbe lavorare per la guerra!
Lotta unitaria dei lavoratori di ogni Paese e settore contro la guerra e lo sfruttamento!
La giornata internazionale è stata promossa da CGT Ports and Docks (Francia), ENEDEP (Grecia), LAB (Paesi Baschi), Liman-İş (Turchia), ODT (Marocco), USB e Orsa Porti (Italia) contro i traffici di armi nei porti.
In Italia al momento le città portuali in cui si terrà la mobilitazione sono: Genova, Livorno, Trieste, Civitavecchia, Ancona, Ravenna e Gioia Tauro, ma ci aspettiamo ulteriori adesioni prima della giornata di sciopero.
In allegato la mappa con tutte le mobilitazioni previste ad oggi.
Unione Sindacale di Base
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“Vogliamo più gendarmi”. Il silenzioso fiasco della piazza Pd-Cgil a Milano
Un presidio silenzioso: solo la lettura di un comunicato all’inizio dal camion CGIL, poi musica e qualche slogan... Meglio evitare rischi.
Più che un presidio, si è trattato di fatto di una conferenza stampa, tra bandiere di PD, CGIL e Cinque stelle, che ha visto protagonisti, oltre al segretario generale CGIL Stanzone, il sindaco Sala e gran parte della platea di possibili candidati a Palazzo Marino; presenti infatti Majorino, Calabresi, l’attuale vice di Sala Scavuzzo, ma anche Carlotta Cossutta.
Oltre Italia Viva, senza bandiere anche AVS che ingaggiano lo “scontro” con la casa madre per mezzo social, proseguendo così nel solco dell’atteggiamento polemico – ma mai di rottura con la maggioranza comunale, ovviamente – un modello comodamente sperimentato in questi anni attorno alla questione palestinese.
Assente la federazione milanese di Rifondazione, scelta applaudita dal segretario nazionale Acerbo. Motivo? “Aver preso atto che non sarà possibile intervenire”...
Scrivevamo mercoledì su questo giornale che le parole d’ordine e i contenuti della chiamata CGIL in Piazza della Scala lasciavano poco spazio alla fantasia, e così è stato.
Il sindaco Sala ha benedetto l’arrivo dei militari, “disciplinato” però da Mattarella. Poi Stanzone, Majorino e Scavuzzo fanno il controcanto alle dichiarazioni di Calabresi, con parole sostanzialmente sovrapponibili: il governo è responsabile (giusto!), non sottovalutare il disagio delle nuove generazioni (stavolta forse ci siamo) e perciò... Non ci servono i militari, vogliamo più polizia!
Di più, per Majorino, l’astro “nascente” dell’alternativa a sinistra a Sala, il modello da seguire è quello indicato dell’ex capo della polizia Gabrielli.
Se qualcuno si aspettava una risposta minimamente degna contro quanto questo governo criminale sta mettendo in campo in fretta e furia – vedi i 500 parà della Folgore e i blindati dell’esercito a Milano e un nuovo decreto-sicurezza – resterà ampiamente deluso. E infatti non erano molti a nutrire queste speranze, almeno a giudicare dai numeri della piazza, di cui qualche decina erano, per altro, giornalisti e fotografi.
Siamo in presenza di misure pensate per aumentare ancora il livello di repressione e la chiusura dei residui spazi democratici di questo paese, che meritano risposte assai più decise, mirate e determinate.
Decisamente diversi, invece, i contenuti dell’appuntamento promosso in Duomo da Non una di meno con lo slogan “Ci volete in casa, saremo in piazza. Definiamo violenza”. Anche se la scelta di promuovere l’iniziativa a pochi metri e un’ora dopo quella di piazza Scala – con la Cossutta pontiera tra i due appuntamenti – non è apparsa delle più felici se l’intenzione era quella di marcare una cesura netta con la piazza di CGIL e PD.
A margine, in via Torino si riuniva nelle stesse ore un’improbabile decina di vannacciani, a fare da controcanto al presidio di lunedì delle destre di governo. Per decenza, lasciamo immaginare ai lettori il tenore degli interventi.
Per fortuna Milano non è solo questa. Ventiquattr’ore prima eravamo in una assemblea cittadina di costruzione della giornata di sciopero generale del 30 ottobre promossa dall’USB.
Tanti interventi determinati e con le idee chiare, anche sui fatti dello scorso fine settimana: raccogliere e organizzare la rabbia che sempre più forte sale da tanti settori della società continuare a costruire un’opposizione degna e conflittuale al governo della guerra e del carovita, bloccare come l’autunno scorso il paese.
Nell’assemblea si sono confrontati organizzazioni politiche e giovanili indipendenti, centri sociali, lavoratori della cultura, studenti e insegnanti de “La conoscenza non marcia”, Bds, “Donne contro guerra e genocidio”, circoli Anpi coraggiosi come quello di Crescenzago e associazioni e realtà cittadine autorganizzate.
Verso il 30 ottobre l’appuntamento lanciato è per questo sabato davanti alla sede Arera, la cosiddetta Autorità di controllo sui prezzi dell’energia. Le parole d’ordine sono esplicite: “Il carovita è un crimine. Fermiamo guerrafondai e speculatori”. L’appuntamento è alle ore 11:00. Quello originario era alle 14:00 la la Questura ha posto una prescrizione.
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Serbia al voto, una partita che travalica i Balcani occidentali
Le elezioni serbe del 25 ottobre si inseriscono in una fase di forte tensione sociale e politica, segnata dalle proteste contro il governo, dalla contestazione delle istituzioni e da un confronto sempre più acceso sul futuro internazionale del Paese.
La competizione elettorale non riguarda soltanto gli equilibri interni, ma investe anche i rapporti con l’Unione europea, la NATO, la Russia e la Cina, e comprende ovviamente le delicate questioni “interne” del Kosovo e della Republika Srpska.
Due schieramenti principali si contendono la guida del Paese: da una parte il blocco guidato dal Partito Progressista Serbo (SNS), legato ad Aleksandar Vučić; dall’altra la “Lista degli Studenti–Gli studenti vincono”, nata nel contesto della mobilitazione di protesta e sostenuta da un ampio insieme di forze di opposizione.
Il fronte governativo: sovranità e politica di equilibrio
La coalizione vicina a Vučić riunisce forze politiche diverse, dai socialisti dell’SPS ai radicali del SRS, fino a movimenti nazionalisti, organizzazioni minori e partiti legati a una visione nazionalista della Serbia.
Un’alleanza eterogenea, attraversata da contraddizioni e differenze ideologiche, che trova nella continuità della leadership e nella difesa dell’autonomia nazionale il principale elemento di coesione.
Il suo orientamento internazionale si fonda sulla ricerca di un equilibrio tra le relazioni con Bruxelles e i rapporti consolidati con Mosca e Pechino. Belgrado continua a perseguire l’integrazione europea, ma finora ha resistito alle richieste di allineamento alle sanzioni occidentali contro la Russia.
Parallelamente, la cooperazione energetica con Mosca e gli investimenti cinesi rappresentano componenti importanti della strategia economica serba.
Per i sostenitori di Vučić, la priorità è preservare la capacità del Paese di decidere autonomamente le proprie politiche, evitando che l’adesione all’Unione europea comporti rinunce considerate inaccettabili sulla questione del Kosovo e nei rapporti con la Russia.
Il sostegno espresso da Vladimir Putin, Xi Jinping e dal primo ministro slovacco Robert Fico rafforza simbolicamente questa impostazione. Anche Milorad Dodik, figura di riferimento della Republika Srpska in Bosnia-Erzegovina, si è schierato a favore del blocco governativo, richiamando i legami politici e nazionali tra i serbi delle due sponde della Drina.
Tale sostegno internazionale assume anche un significato elettorale: Vučić punta a presentarsi come il garante della stabilità e della continuità diplomatica, capace di mantenere aperti più canali di cooperazione in un contesto europeo sempre più polarizzato.
L’opposizione: la mobilitazione studentesca e le divisioni politiche
Sul fronte opposto si colloca la Lista degli Studenti–Gli studenti vincono, espressione politica di una ormai lunga mobilitazione di massa contro il governo.
La protesta ha contribuito a riportare al centro del dibattito pubblico temi quali la responsabilità delle istituzioni, la trasparenza e il funzionamento democratico del sistema politico.
La lista presenta una composizione più ampia e controversa di quanto suggerisca il nome. Accanto ai protagonisti delle proteste studentesche figurano esponenti della società civile, intellettuali, personalità dello sport e della cultura, oltre a rappresentanti delle tradizionali forze di opposizione, molte delle quali favorevoli a un più deciso orientamento europeo.
Questa eterogeneità costituisce contemporaneamente una risorsa e un limite. Da un lato, consente di aggregare settori sociali diversi e di trasformare il malcontento in una proposta elettorale competitiva; dall’altro, rende più difficile definire un programma comune su economia, politica estera, rapporti con la NATO e relazioni con la Russia.
Il principale elemento unificante resta l’opposizione alla leadership di Vučić. Rimane invece da verificare fino a che punto le diverse componenti possano convergere su una strategia condivisa una volta superata la fase della mobilitazione.
Le dichiarazioni di sostegno alla protesta provenienti da esponenti e ambienti politici occidentali, tra cui il lobbista atlantista Günter Fehlinger, sono state utilizzate dal fronte governativo per alimentare il sospetto di interferenze esterne.
Per una parte dell’elettorato, questi appoggi rafforzano i timori di un possibile spostamento della Serbia verso un orientamento più strettamente euro-atlantico; per altri, non modificano la centralità delle rivendicazioni interne che hanno alimentato le proteste.
Il nodo geopolitico: Unione europea, Russia e Cina
La dimensione internazionale rappresenta uno degli aspetti più sensibili della competizione. La Serbia si trova da anni in una posizione intermedia: candidata all’adesione all’Unione europea, mantiene contemporaneamente rapporti politici, economici ed energetici con la Russia e una crescente cooperazione con la Cina.
Il governo Vučić ha cercato di preservare questa pluralità di relazioni, pur tra concessioni, tensioni e ambiguità. Una sua eventuale sconfitta potrebbe aprire una fase di ridefinizione della politica estera, ma non comporterebbe automaticamente una rottura con Mosca o Pechino: molto dipenderebbe dagli equilibri interni alla nuova maggioranza e dalle scelte concrete della futura leadership.
Al centro del confronto rimangono il possibile allineamento alle sanzioni europee contro la Russia, il percorso di adesione all’UE, la cooperazione con la NATO e la questione del Kosovo e della Metohija.
A questi temi si aggiunge la preoccupazione per le ripercussioni sugli equilibri della Bosnia-Erzegovina, in particolare sulla Republika Srpska.
Il ministro degli Esteri russo Sergej Lavrov ha denunciato le pressioni esercitate su Belgrado affinché riconosca l’indipendenza del Kosovo e si allinei alle misure europee contro Mosca.
Si tratta della lettura del governo russo, che interpreta il percorso europeo della Serbia come uno strumento di pressione geopolitica. Bruxelles, dal canto suo, lega il processo di adesione al rispetto dei criteri europei e alla normalizzazione dei rapporti con il Kosovo.
La contrapposizione tra queste interpretazioni riflette il dilemma strategico di Belgrado: avvicinarsi all’Europa senza compromettere le relazioni con i partner tradizionali, oppure accelerare l’integrazione occidentale accettando un cambiamento più profondo della propria collocazione internazionale e del modello sociale interno.
La collaborazione militare con Israele
Un aspetto significativo della politica estera di Vučić è il rafforzamento della cooperazione militare con Israele, soprattutto nel settore degli armamenti e delle tecnologie per la difesa, come la produzione di droni o lo scambio di informazioni in materia di sicurezza.
Una partnership che esprime una contraddizione evidente, tra le rivendicazioni di Belgrado su sovranità nazionale, multipolarismo e autodeterminazione dei popoli, e il consolidamento dei rapporti lo Stato genocidario.
Una competizione che va oltre il risultato elettorale
La posta in gioco non si esaurisce nella vittoria di una coalizione. Le elezioni rappresentano un passaggio importante per comprendere se la Serbia manterrà una politica estera fondata sul contraddittorio equilibrio tra interlocutori diversi oppure imboccherà una strada più nettamente orientata verso l’Occidente.
Il blocco governativo si presenta come garante della sovranità nazionale, della stabilità e della continuità dei rapporti con Russia e Cina.
L’opposizione, sostenuta dalla mobilitazione studentesca, punta invece a trasformare la contestazione al governo in un cambiamento politico, pur dovendo ancora dimostrare la propria capacità di elaborare una linea comune sulle questioni strategiche.
In una società attraversata da forti tensioni, entrambe le prospettive devono confrontarsi con problemi concreti: il funzionamento delle istituzioni, le condizioni economiche, la fiducia pubblica e la gestione delle controversie territoriali.
Il risultato sarà quindi rilevante non soltanto per gli equilibri parlamentari, ma anche per il futuro dei rapporti tra Belgrado e Bruxelles, per la cooperazione con Mosca e Pechino e per la stabilità dei Balcani occidentali.
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Ultima chiamata per l’Italia
Fin dalla nascita dello Stato unitario, i poli opposti dello scontro politico nel nostro Paese sono sempre stati, da una parte, le classi «pericolose», vessate ed emarginate, e dall’altra un potere governativo ostile alle istanze popolari.
Questa contrapposizione si è riproposta, attraverso i decenni, fino ai giorni nostri. La differenza rispetto al passato è che, per effetto della crisi strutturale del capitalismo nazionale, i settori sociali che sostengono gli attuali governi sono diventati sempre più ristretti e parassitari. Di conseguenza, i loro privilegi appaiono sempre più indifendibili agli occhi del popolo. Su questo si è già scritto molto efficacemente su Contropiano e non mi pare ci sia molto da aggiungere.
Può essere invece utile proporre un’ulteriore riflessione sulle cause della suddetta crisi. Non è un caso che il conflitto sociale nel nostro Paese abbia raggiunto il suo apice negli anni Settanta. Grazie all’impetuoso sviluppo industriale del dopoguerra, le componenti operaie e giovanili rappresentavano allora una parte della società molto più consistente rispetto a oggi e, forti del proprio peso, rivendicavano con decisione il diritto di determinare la direzione politica del Paese.
La sconfitta di quel movimento ha posto le basi della società odierna, svuotata di energie dopo decenni di crisi industriale, sociale e demografica che l’hanno resa, in misura prevalente, vecchia, depressa e incarognita.
Eppure, nonostante il loro peso numerico si sia progressivamente ridotto, sono ancora i giovani proletari e gli operai a rappresentare l’incubo politico dei governi italiani. La ragione è che i giovani incarnano necessariamente il desiderio di imparare e di trasformare in meglio la realtà, così come la classe operaia incarna necessariamente la capacità di tradurre la conoscenza in lavoro concreto per costruire una realtà migliore.
Se questo basta a rendere questi gruppi sociali indesiderabili agli occhi dei governi italiani, la loro soppressione ha però lo spiacevole effetto collaterale di azzerare quel poco di dinamismo che la società italiana è ancora in grado di esprimere.
Penalizzando per decenni le voci migliori della società, la classe dirigente ha finito per compromettere le stesse basi dello sviluppo del Paese. Ne consegue che lo scontro politico che ci attende nei prossimi anni determinerà se il popolo italiano sarà costretto ad assistere al proprio definitivo declino o troverà la via per rinascere.
L’Italia può rinascere se la valorizzazione del desiderio di apprendere e di impegnarsi a beneficio di tutti diventerà finalmente una priorità dell’azione di governo, e questo accadrà quando i governi stessi non avranno più motivo di temere la rabbia popolare perché, come dovrebbe accadere in una vera democrazia, il loro compito sarà quello di aiutare tutto il popolo a migliorare la propria condizione, anziché imporre la volontà di una minoranza privilegiata a scapito degli interessi della maggioranza.
Oltre l’orizzonte di questo autunno, che vogliamo caldo il più a lungo possibile, si profila minacciosa la reazione del “partito dell’ordine”, pronto, secondo copione, a condannare e reprimere con violenza ancora maggiore del passato.
Di fronte all’abisso che si profila, non possono bastare le sole forze della nostra migliore gioventù e della parte più combattiva della classe operaia.
Occorrono una rinnovata consapevolezza e uno scatto di dignità da parte dei settori ancora sani, presenti in tutti gli strati della società italiana.
Occorre che la maggioranza del popolo comprenda che la strada del fascismo risorgente conduce all’autodistruzione definitiva e che l’unica via possibile per risollevare l’Italia passa attraverso la democrazia, la giustizia sociale e la pace.
Non lasciamo solo chi lotta, perché ne va del nostro comune futuro.
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