Presentazione


Analisi, opinioni, fatti e (più di rado) arte da una prospettiva di classe.

26/05/2026

L’astensione trionfa, ma gli occhi restano chiusi

La piscina della partecipazione si va svuotando a velocità crescente, ma i pesci che la abitano sono contenti di essere ancora vivi.

Le elezioni comunali di fine maggio hanno fatto registrare un dato assolutamente certo, rimosso però dal dibattito da talk show: l’astensionismo è aumentato di un altro 5%.

Bisogna ricordare che le comunali sono “elezioni di prossimità”, quelle in cui candidati ed elettori si conoscono meglio e dove le abituali pratiche clientelari sono più consolidate perché facilmente verificabili.

Tradotto: se il candidato promette che farà finta di non vedere qualche piccolo abuso edilizio, un dehors più grande del dichiarato, una rottamazione delle contravvenzioni non pagate (adesso lo può fare anche un sindaco), erogare una facilitazione amministrativa di qualsiasi tipo, ecc. quel “voto di scambio” ha prospettive di realizzazione piuttosto concrete. Anche se sempre incerte.

Quindi in questa tipologia di elezioni è più facile organizzare la coorte di amici e parenti che portano il loro pacchetto di voti per “fare un favore” che potrebbe essere ripagato. Ergo la partecipazione aumenta.

Nonostante questo, è scesa del 5%.

Ma ai protagonisti non interessa affatto. Il sostanziale pareggio tra destra e “campo largo” ha permesso di trasformare la “riflessione post voto” nel solito balletto che alterna espressioni di giubilo immotivato e prese d’atto di “risultati non del tutto soddisfacenti”.

Il convitato di pietra non è stato neanche nominato. E dire che la destra lo temeva come la tempesta, mentre i sedicenti “progressisti” erano certi di venirne tonificati senza dover fare granché.

Lo “spirito delle giornate di ottobre”, con le mobilitazioni contro guerra e genocidio, poi materializzatosi anche come “lo spirito del referendum”, è rimasto molto distante dalle urne. I giovani – improvvisamente riscoperti come soggettività politica solo in quanto “difensori della Costituzione” (falsificandone così identità e aspettative) – idem.

E quindi la destra ha rinviato trionfalmente la propria caduta, mentre il “campo largo” ha scoperto la distanza abissale tra voglia di opposizione reale e squallore della rappresentanza politica corrente.

Il problema resta dunque intatto: come si fa a riversare quello “spirito di rottura complessiva” sul terreno politico? Come si fa a trasformare l’indignazione in forza, la contrarietà in progetto, il rifiuto in programma?

Lo strumento elettorale è parte di questo processo di degrado della politica politicante, che ormai rende untouchable qualsiasi cosa somigli al “solito gioco”. 

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Attacco Usa, da fuori di testa

“Stiamo sparando, ma con moderazione. Quindi non è una violazione del cessate il fuoco”. Lo stato zero dell’attendibilità degli Stati Uniti è certificato da questa breve sintesi, peraltro espressa da un portavoce ufficiale dell’esercito Usa.

Ancora una volta (ed è la quarta), nel mentre i negoziati con l’Iran “fanno progressi” – come dichiarato dal segretario di Stato “Narco” Rubio, dallo stesso Trump e dai mediatori – gli Stati Uniti hanno attaccato postazioni di Teheran nel Golfo Persico.

Bersagli dell’attacco un sito per il lancio di missili e imbarcazioni iraniane che, secondo gli yankee, cercavano di collocare mine. Da qui l’altra stupefacente affermazione per cui questa sarebbe un’azione “di autodifesa” (a 9.000 km da casa!).

Con la solita faccia tosta dei portavoce, il capitano Tim Hawkins, ha dichiarato: “Oggi, le forze statunitensi hanno effettuato attacchi difensivi nel sud dell’Iran per proteggere le nostre forze dalle minacce poste dalle forze iraniane. Continueremo a difendere le truppe pur se con moderazione durante il cessate il fuoco”.

In effetti, sembra il “comma 22” (“chiunque sia pazzo può chiedere di essere esentato dall’andare in guerra, ma chi chiede di essere esentato non è pazzo”) che ha fatto la fortuna di un grande gruppo di attori hollywoodiani, 50 anni fa.

L’azione, oltretutto, è avvenuta mentre il ministro degli esteri Araghci e il presidente del parlamento Ghalibaf – i due incaricati delle trattative – si trovavano in Qatar per approfondire i termini della futura riapertura dello Stretto di Hormuz. Sollevando insomma l’incertezza su possibili “estensioni” delle operazioni militari di Usa e Israele direttamente contro la delegazione trattante.

Sullo sfondo – per modo di dire – resta la spinta guerrafondaia di Israele, totalmente contraria a qualsiasi trattativa (la fine dell’invasione del Libano è il primo punto dell’eventuale accordo in discussione).

Le agenzie mediorientali in questi giorni stanno riferendo che diversi attacchi con droni contro gli Emirati Arabi Uniti erano stati in realtà condotti da Israele come parte di un’operazione di “false flag”. Lo scopo, trasparente, era quello di provocare una reazione emiratina tale da bloccare l’evoluzione della trattativa mediata dal Pakistan.

Alla base c’è ovviamente la preoccupazione di Netanyahu, che avrebbe esortato Trump a lanciare un’altra serie di attacchi contro l’Iran.

Non troppo ironicamente, l’agenzia di stampa iraniana Fars ha riferito che «durante lo scambio di messaggi tra Iran e Stati Uniti, diversi mediatori, così come funzionari americani coinvolti nei colloqui, hanno inviato un messaggio alla parte iraniana affinché non prestasse attenzione ai post pubblicati dal Presidente Trump». Andare in giro per il mondo a fare “gli egemoni che dettano legge”, a questo punto, diventa un tantino problematico...

Quella che vediamo all’opera è una logica bambinesca, o da cowboy, che di fronte all’evidente sconfitta – nessun obbiettivo è stato raggiunto – prova ad uscire dalla guerra tirando colpi a casaccio pur di poter rivendicare una “vittoria” che giustifichi la ritirata.

Una logica bambinesca che non tiene per niente conto, come normalmente fanno militari e diplomatici professionali, della possibile reazione dell’avversario. Il quale, avendo mantenuto quasi intatte le sue energie, può permettersi di dire senza apparire per nulla “sbrasone” che “Se verremo attaccati, i nostri attacchi saranno più duri, più intensi e più potenti. La nostra risposta andrà oltre la regione. L’obiettivo è già stato individuato ed è pronto. La risposta a qualsiasi nuova aggressione sarà diversa. Se impediranno le nostre esportazioni, l’Iran impedirà al petrolio di lasciare la regione”.

Se ciò avvenisse, chiaramente, la parola tornerebbe alle armi. Dunque bisogna sperare che a Teheran siano più responsabili e lungimiranti della controparte. Alla faccia dei leccapiedi di casa nostra, questa è la situazione. Ed è tutto dire...

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A Torino la polizia ha rischiato di uccidere

Tv e giornali parlano di “scontri” prima del derby della Mole tra Torino e Juventus. La formula è sempre la stessa: generica, comoda, rassicurante. Serve a mettere tutto nello stesso calderone, a cancellare responsabilità, a trasformare la violenza istituzionale in semplice disordine da stadio.

Ma il fatto centrale è un altro: un tifoso juventino di 45 anni è stato ricoverato in codice rosso dopo essere stato colpito alla testa da un lacrimogeno che, secondo le prime ricostruzioni, sarebbe stato sparato ad altezza persona dalla polizia. Alcune cronache riportano che alla base della protesta degli ultras bianconeri ci sarebbe proprio l’intervento degli agenti con lacrimogeni sparati ad altezza d’uomo, uno dei quali avrebbe colpito il tifoso, poi trasportato prima al Mauriziano e successivamente al CTO per un trauma cranico.

Ancora una volta, un atto pericolosissimo, vietato dagli standard internazionali sull’uso della forza e incompatibile con qualsiasi principio di proporzionalità, ha rischiato di trasformarsi in tragedia. I lacrimogeni non sono strumenti da puntare contro i corpi. Non sono proiettili da sparare contro teste, volti, occhi. Sono armi “meno letali” solo nella definizione burocratica: quando vengono usate ad altezza uomo possono mutilare, accecare, uccidere.

Eppure sta diventando una pratica sempre più ordinaria. Lo abbiamo visto nelle piazze, nei cortei, nelle manifestazioni per la Palestina, nelle proteste sociali, negli sgomberi, negli stadi. Negli ultimi mesi il caso di Lince, giovane manifestante bolognese colpita da un lacrimogeno durante una manifestazione per la Palestina, ha mostrato in modo drammatico cosa significhi questa violenza: un occhio perso, la vita cambiata per sempre. Lo stesso schema si è ripetuto con un lavoratore romano ferito da un lacrimogeno. Ora Torino.

E non è un dettaglio che accada proprio a Torino. Una città che il ministro Piantedosi ha trasformato in laboratorio permanente di militarizzazione: quartieri occupati dalle forze dell’ordine, gestione muscolare dell’ordine pubblico, uso massiccio di lacrimogeni, pressione continua sui luoghi del conflitto sociale. Dopo lo sgombero di Askatasuna, un intero pezzo di città è stato trattato come territorio nemico. Non come spazio urbano abitato da persone, ma come zona da presidiare, controllare, intimidire.

Il derby della Mole diventa così l’ennesimo episodio di una deriva più ampia. La questione non è difendere questa o quella tifoseria. La questione è impedire che la polizia possa usare strumenti potenzialmente letali come se fossero normali mezzi di gestione della folla. Perché quando un lacrimogeno viene sparato ad altezza persona, non siamo più davanti a una tecnica di contenimento: siamo davanti a un’aggressione.

La narrazione dominante, invece, assolve sempre lo stesso copione. Prima si parla di “scontri”. Poi si elencano oggetti lanciati, tensioni, fermati, feriti tra gli agenti. Infine scompare il punto decisivo: chi ha sparato? Con quale ordine? A quale altezza? Con quale traiettoria? Chi risponde se una persona finisce in codice rosso per un trauma cranico?

Sono domande che dovrebbero essere poste immediatamente da ogni redazione, da ogni istituzione, da ogni garante dei diritti. Invece il riflesso automatico è coprire la violenza della polizia dentro la parola magica “ordine pubblico”.

Ma ordine pubblico non significa licenza di colpire. Non significa impunità. Non significa poter trasformare un lacrimogeno in un proiettile contro il corpo di una persona. Se un tifoso, un manifestante, un lavoratore o una ragazza in corteo possono perdere un occhio, finire in ospedale o rischiare la vita per una scelta operativa della polizia, allora il problema non è più l’ordine pubblico. Il problema è la violenza di Stato.

La domanda, allora, è semplice: chi sono i violenti?

Quelli che manifestano, protestano, tifano, attraversano una piazza? O quelli che sparano lacrimogeni ad altezza persona, militarizzano interi quartieri e poi pretendono di chiamare tutto questo “sicurezza”?

#Tout le monde déteste la police.

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25/05/2026

Le Monografie di Frusciante: Arthur Penn (Settembre 2020)

Ancora bloccato a Sirte il Convoy per Gaza

I volontari del “Global Sumud Land Convoy”, l’altra missione internazionale di terra per rompere l’assedio di Gaza, si sono avvicinati al posto di blocco di Sirte per negoziare il passaggio.

Il convoglio terrestre della Flotilla sta provando ad aprire un varco umanitario a Gaza attraversando la Cirenaica per poi passare in Egitto e raggiungere il valico di Rafah.

Un gruppo di dieci attivisti che è andato a negoziare il passaggio è stato bloccato dai miliziani del generale Khalifa Haftar che governo la parte occidentale della Libia. Una corrispondenza di questa mattina dal Convoy afferma però che non si tratta di arresti ma di verifiche.

Secondo quanto riferito dalla Global Sumud Flotilla il convoglio di duecento persone aveva iniziato a muoversi verso Sirte nel primo pomeriggio di ieri intorno alle 14:30, con sette ambulanze e dieci camion umanitari. Quasi un’ora dopo le milizie della 604esima brigata affiliate a generale Haftar – che controlla l’est del Paese – si sarebbero schierate alla fine del varco della stessa città, schierando cecchini e veicoli armati con mitragliatrici.

A questo punto il gruppo di dieci persone con due auto e un’ambulanza – tra cui cittadini statunitensi, italiani, spagnoli, polacchi, portoghesi e greci – si sarebbe diretto verso il checkpoint per negoziare con le autorità, interrompendo la diretta streaming che fino ad allora era in corso. Il check point sarebbe stato superato, ma da allora non si avrebbero più notizie di loro nonostante i corrispondenti sul posto smentiscono che siano in arresto.

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Turchia - Erdogan “il mediatore” schiaccia l’opposizione

Nella giornata di ieri, la polizia turca ha fatto irruzione nella sede nazionale del CHP, il principale partito di opposizione al governo di Erdogan, con tanto di gas lacrimogeni e proiettili di gomma. Un’azione che ha lasciato molti senza parole, per la sua immediatezza e per l’audacia con cui il governo turco sta cavalcando la via dell’autocrazia.

Questo non è il primo attacco al partito kemalista, in un momento in cui le città turche si svuotano in concomitanza del Kurban Bayram, una delle feste popolari e religiose più sentite dalla popolazione. A marzo infatti il segretario del CHP, Ekrem İmamoğlu, era stato arrestato con l’accusa di corruzione e brogli (sempre in corrispondenza di un’altra importante festività turca, che si avviava a concludere il periodo di ramadan).

Questa volta il tribunale turco ha dichiarato nullo il congresso del CHP che aveva legittimato l’attuale presidente Imamoglu e l’attuale vice Ozgur Ozel, anche in questo caso denunciando presunti brogli.

Ma come mai questo accanimento e come mai proprio adesso?

Il governo di Erdogan gode, mai come in questo momento, di una posizione geopolitica estremamente favorevole dal momento in cui si erge, da un lato quale punto di riferimento più occidentale degli stati musulmani, dall’altro lato un governo amico di EU e USA che guardano con favore uno stato che ha uno degli eserciti più forti al mondo e che ha aumentato l'investimento militare più del 7% negli ultimi anni.

Forte di questi astrali internazionali, Erdogan si trova tuttavia una bella gatta da pelare in casa, perché da un lato l’attuale costituzione non gli consente di ricandidarsi, mentre dall’altro i consensi al suo partito stanno vacillando, complice l’inflazione e le politiche troppo conservatrici per un paese che nasce dalle ceneri di una guerra di indipendenza fortemente improntata al laicismo e al progresso sociale e culturale, in cui il voto alle donne è arrivato 10 anni prima rispetto all’Italia e a molti paesi europei.

Per rimanere al potere quindi, le strategie sono:
a) indire elezioni anticipate;
b) cambiare la costituzione.
In entrambi i casi serve avere una maggioranza che lo consenta e questa cosa, in tutto il mondo si fa in due modi: convincendo gli oppositori, o facendoli fuori, usando le buone (la magistratura) o le cattive (i lacrimogeni).

La prima strategia probabilmente ha avuto successo con il partito curdo HDP, terzo partito nel Paese: aver premuto per un accordo sulla liberazione dei prigionieri politici come Ocalan, destituendo i sindaci più radicali ma allentando la pressione sul PKK per convincerlo alla resa in favore di aperture parlamentari, non è escluso che abbia assicurato qualche favore all’attuale governo di Ankara.

Discorso diverso con il CHP, partito repubblicano di stampo socialdemocratico e kemalista che, sotto la nuova guida Imamoglu, ha conquistato il governo delle città più importanti della Turchia tra cui Istanbul.

Per questo partito, con le spalle più larghe del Partito curdo, è stato necessario usare prima la magistratura per poi arrivare ai vertici del partito. C’è chi dice che l’annullamento del congresso che ha cambiato la guida del partito nel 2025 non piaccia particolarmente ad Erdogan, il quale ha preferito re-insediare l’ex presidente Kemal Kilicdaroglu che, guarda caso, è stato a capo del partito per i 12 anni precedenti, e che per 4 elezioni ha permesso ad Erdogan di vincere.

Che sia questa una svolta autocratica di Erdogan non sorprende, soprattutto in un momento in cui nel mondo si stanno scardinando i principi base della diplomazia, del diritto internazionale e del rispetto delle libertà democratiche.

Vedremo nei prossimi giorni quanto di questa eccessiva mancanza di “metodi democratici” sarà occasione di indignazione dei governi europei, o se qualcuno – sotto sotto – guarderà invece con ammirazione al modo con cui, dall’altra sponda del Mediterraneo, i governanti danno prova di eliminazione “democratica” degli avversari.

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Bilbao scende in piazza contro gli abusi della polizia. E’ “il fronte interno”

Le immagini degli agenti della polizia autona basca Ertzaintza che pestano e poi arrestano al loro arrivo all’aeroporto di Loiu gli attivisti della Global Sumud Flotilla, hanno fatto il giro del mondo e hanno suscitato un’ondata di rabbia e indignazione popolare che ieri si è manifestata per le strade di Bilbao con manifestazioni di massa.

Anche perché nulla di simile è avvenuto agli aeroporti di Madrid e Barcellona dove sono rientrati altri attivisti della Flotilla in mezzo ad abbracci e festeggiamenti.

La stupida brutalità dei gendarmi della Ertzaintza, polizia autonoma che risponde al governo locale del Paese Basco in mano al PNV (partito di centro destra) ha suscitato polemiche e interrogativi sia in Euskadi che nello stato spagnolo, il cui governo – quello di Sanchez – è paradossalmente il più impegnato contro i crimini israeliani. Che quel trattamento brutale fosse riservato agli attivisti della Flotilla al loro rientro dopo aver subito le brutalità degli apparati israeliani, indubbiamente è stato uno shock per molti.

In primo luogo, come già indicato, occorre rammentare che la polizia autonoma basca risponde al governo del PNV e non a quello di Madrid.

Fino alla metà degli anni Ottanta, l’Ertzaintza era una polizia locale. Ma con il processo di militarizzazione per la repressione dell’indipendentismo in Euskadi è stata ristrutturata e la sua funzione in ordine pubblico è diventata via via sempre più pesante.

Fu uno shock vedere i caschi rossi degli agenti della polizia autonoma partecipare alle cariche contro le manifestazioni o gli atti di kale borroka (i blocchi stradali e le lotte di strade portate avanti dalla sinistra abertzale) insieme o per conto della Polizia Nazionale afferente al governo centrale.

Su quanto avvenuto all’aeroporto di Bilbao circolano informazioni che rilevano la penetrazione delle dottrine e degli apparati repressivi israeliani nella strumentazione e nelle regole di ingaggio degli agenti della polizia autonoma basca.

Non a caso, i giornali israeliani e della destra spagnola hanno ironizzato su questo grave episodio di violenza: “Si sono riconosciuti nei manganelli alzati e piombati sui corpi degli attivisti, in una sorta di fratellanza d’odio contro i movimenti pacifisti” scrive C.L. Dias. Con grande dimostrazione di cinismo e ipocrisia, il ministero degli Esteri israeliano ha convocato l’incaricato d’affari dell’ambasciata spagnola “per chiedere ragione al governo spagnolo dei maltrattamenti degli attivisti della Flottiglia di cui la Spagna aveva denunciato gli abusi da parte degli apparati repressivi israeliani”.

Il consigliere per la Sicurezza del governo dei Paesi Baschi, Bingen Zupiria, ha “lamentato” gli incidenti avvenuti sabato.

“Si trattava di permettere alle persone in arrivo di ricevere il saluto di chi le aspettava, e si trattava anche di permettere a chi stava lasciando l’aeroporto di farlo normalmente. Viste le immagini, è evidente che non siamo riusciti né nell’uno né nell’altro”, ha dichiarato Zupiria in un conferenza stampa.

“Lamento quello che è successo ieri, e lo lamento doppiamente. Lamento gli eventi, le cariche e le situazioni che si sono prodotte, e lo lamento in modo particolare perché era già concordato come avrebbe dovuto svolgersi tutto”, ha aggiunto il consigliere, concludendo che “non avrebbe dovuto succedere quello che è successo”. Domani, martedì, il “ministro” della sicurezza del governo autonomo basco riferirà nel parlamento locale su quanto avvenuto all’aeroporto.

Il giornalista Ahmed Shihab Eldin una sua tesi in proposito ce l’ha denunciando come l’Ertzaintza non sia solo una forza di polizia e soprattutto le sue connessioni con gli apparati israeliani.

La polizia autonoma, come moltissime in tutta Europa, ha acquistato infatti il suo sistema di intercettazioni dalla società israeliana Verint Systems, che ha legami con l’intelligence militare israeliana. Ha affidato la sicurezza di alcune strutture alla società israeliana ICTS. Ha ricevuto addestramento da Guardian Defense & Homeland Security, una società gestita da un ex agente del Mossad.

Ha acquistato giubbotti antiproiettile, telecamere di sorveglianza e dispositivi di ascolto israeliani. Nel 2021 ha firmato un contratto da 3.569,50 euro esclusivamente per la fornitura di lanciagranate stordenti e distraenti da fornitori israeliani. I suoi contratti totali con aziende israeliane superano 1,66 milioni di euro.

E, soprattutto, dietro a tutto questo si cela un sistema più ampio: la Scuola Tattica Israeliana, i Servizi di Protezione Internazionale e l’Accademia di Sicurezza dell’ISA addestrano le forze di sicurezza in tutta Europa. I loro istruttori provengono dallo Shin Bet. La dottrina che insegnano considera il dissenso una minaccia alla sicurezza.

“È necessario e urgente spiegare queste cose alla gente; altrimenti, ancora una volta, ci accontenteremo di un interesse fugace, alimentato da un’ondata di emozioni, e la questione finirà lì”, denuncia un attivista.

Ma la violenza dei metodi dell’Ertzaintza non una novità di queste ore. Il giornale Il Salto elenca una lunga serie di precedenti.

L’intervento brutale all’aeroporto di Loiu, scrive il giornale, si aggiunge a una lista di azioni della polizia che negli ultimi due anni hanno posto il modello di sicurezza del Governo basco al centro del dibattito pubblico.

Dalla morte di Eneko Valdés ad Astigarraga nel 2024, a seguito di un intervento della brigata Bizzor, l’Ertzaintza ha accumulato episodi gravi: Amaia Zabarte, ricoverata in terapia intensiva per un’emorragia cerebrale dovuta a un impatto di schiuma accanto allo stadio di Anoeta nel marzo 2024; Iker Arana, che ha perso un testicolo nell’aprile 2025 a causa di un colpo di arma da fuoco durante lo sfratto della gaztetxe de Errekalde; Aritz Ibarra, con la mascella fratturata da una schiuma sparata a distanza ravvicinata il 12 ottobre 2025 a Gasteiz, durante una carica della polizia che ha protetto un evento della Falange; o Karen Daniela Agredo, con gravi conseguenze dopo un arresto a Donostia che lo stesso consigliere Bingen Zupiria riconobbe avrebbe dovuto essere gestito diversamente.

A questo elenco si aggiungono le denunce sindacali per le accuse del 3 marzo 2024 a Gasteiz, una condanna per abusi sessuali su una vittima di violenza sessista e la conferma, nel febbraio 2026, della pena detentiva per un’ertzaina per la morte di Iñigo Cabacas nel 2012.

La Global Sumud Flotilla esprime “la sua profonda indignazione e condanna in seguito alla violenta aggressione perpetrata dalle Ertzaintza, la polizia basca, contro i partecipanti alla Flotilla appena rientrati all’aeroporto di Bilbao” e “chiede un’indagine internazionale immediata e indipendente sulla violenza coordinata scatenata all’aeroporto di Bilbao, che esamini esplicitamente come le forze di polizia regionali abbiano dato inizio a questi brutali pestaggi e come la polizia statale abbia facilitato gli arresti arbitrari dei sopravvissuti traumatizzati”.

Il problema che viene emergendo in tutti i paesi europei, ispirato sicuramente dai modelli repressivi israeliano e statunitense, è che i corpi di polizia vanno assumendo il carattere di una vera e propria forza armata concepita per la guerra sul “fronte interno”, in cui il nemico sono le proprie comunità.

La potente risposta popolare con le manifestazioni che ieri hanno attraversato le strade di Bilbao e di altre città basche, sono state una reazione che fa ben sperare.

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Confindustria piange, ma non capisce

Con il solito senso del “servizio”, o del servitore, la stampa italiana ha dato conto delle lamentazioni e delle richieste del presidente di Confindustria, Emanuele Orsini, al Festival dell’economia di Trento.

Pura trascrizione del ragionamento, senza alcuna domanda sulle scelte degli imprenditori italiani, come se lo sguardo indagatore della stampa fosse programmato per fermarsi ai cancelli delle fabbriche o ai portoni degli uffici. Come se ci si potesse occupare degli effetti di una crisi senza nulla voler sapere delle cause.

Vediamo un attimo qualche dettaglio. Interrogato sull’evidente crisi della produzione Orsini ha dato in primo luogo la colpa a cause esterne. «L’industria italiana è penalizzata dagli alti costi dell’energia, abbiamo un gap che ci vede al 27° posto nella Ue. Questo è un problema, speriamo che si riesca a trovare una soluzione per Hormuz e che il conflitto possa finire. Non vogliamo delocalizzare le nostre industrie e deindustrializzare il nostro Continente».

Sicuramente è un fattore rilevante, che dovrebbe far alzare la voce contro un governo incapace e un sistema europeo dei prezzi dell’energia – collegato automaticamente al prezzo più alto del gas, secondo un meccanismo delirante – chiedendo dunque una revisione veloce e drastica di una serie di decisioni che favoriscono solo la speculazione e i profitti delle società energetiche.

Nemmeno per sogno... «In un momento come questo l’Europa deve unirsi per poter varare politiche economiche vere a sostegno delle imprese. Imprese e lavoratori sono la stessa cosa, è in gioco la tenuta sociale dell’Italia e della UE. Ad oggi però le politiche europee sono deficitarie».

Le “politiche a sostegno delle imprese”, specie in Italia, sono state quasi sempre unilaterali e deflazionistiche. Ossia: orientate alla moderazione salariale (il costo del lavoro, come quello dell’energia, entra nella formazione del prezzo di tutte le merci, ma è quello considerato più semplice da ridurre per via politica) e alla riduzione del “salario sociale” (welfare, sanità, istruzione, servizi sociali).

Problema immediatamente derivante: salari deboli significano basso potere d’acquisto, quindi “domanda debole” per merci prodotte qui che devono cercarsi compratori altrove, sul mercato internazionale. Dove però incontrano – come anche sul piano nazionale – competitori molto ben attrezzati (cinesi o di altri paesi) oppure ferocemente “protetti” da dazi politicamente decisi (Stati Uniti, che però non riescono lo stesso ad essere “competitivi” ma si limitano a rendere più costose le importazioni, con effetti inflazionistici per i propri cittadini).

Tanto meno Confindustria mette in discussione la tendenza dei propri iscritti – le imprese industriali, appunto – a vendere l’attività e dedicarsi alla finanza oppure a business sussidiati (come la sanità “privata” garantita dai soldi pubblici).

Il resto è la solita solfa. Nell’automotive «non vogliamo fabbriche cacciavite, assemblando componenti dall’estero, dobbiamo salvaguardare tutta la filiera». “Purtroppo”, dice Orsini, bisogna fare i conti con la concorrenza cinese: «chi produce in Cina è sostenuto per il 30% dallo Stato per conquistare nuovi mercati. Senza la neutralità tecnologica abbiamo regalato un pezzo di automotive ai cinesi. Sono diventati i primi sull’automotive, sui televisori e sul bianco, e la UE è spettatore, facendo l’arbitro con il fischietto tra Usa e Cina».

Anche un osservatore superficiale nota che le auto cinesi si stanno conquistando un grande spazio ai danni di quelle europee, ora, non tanto per ragioni di prezzo quanto di qualità tecnologica e consumi. Le auto elettriche, infatti, nonostante il costo abnorme dell’energia, “consumano meno” di quelle ad idrocarburi (in euro per chilometro). Fin qui erano comunque svantaggiate dalla limitata autonomia (nell’ordine 3-400 km) e soprattutto dai lunghi tempi di ricarica. Il che ne confinava l’uso all’ambiente cittadino.

Ma con le nuove batterie – cinesi, of course – questi due limiti stanno venendo ampiamente superati, rendendo l’auto elettrica “competitiva” anche sui percorsi extraurbani più lunghi.

Chi, come i produttori europei e statunitensi, ad un certo punto ha preferito evitare gli investimenti indispensabili per il passaggio dalla motorizzazione ad idrocarburi verso l’elettrico – con le relative infrastrutture di rifornimento, ancora basate sull’assoluta prevalenza di gasolio e benzina – e farsi “difendere” dagli Stati o dalla UE con i dazi, o ulteriore deflazione salariale, si è invece scavato la fossa.

E non basta certo sposare le bufale del “negazionismo climatico” per creare un “ambiente favorevole” all’industria, qualunque essa sia.

Se, insomma, c’è un aspetto “inquietante” nelle giaculatorie confindustriali è proprio questa incapacità di individuare sia le cause della propria crisi che le possibili vie d’uscita. La “ricetta” è sempre la stessa: tariffe di favore (per l’energia, soprattutto), defiscalizzazione di molti oneri (quelli previdenziali, in primo luogo), blocco salariale, allungamento della giornata lavorativa e flessibilità totale sulle turnazioni, protezione dalla concorrenza estera.

Davanti c’è l’abisso della deindustrializzazione, verso cui ha spinto proprio quella “ricetta”. Ma si chiede di fare “un altro passo avanti” nella stessa direzione. Gli esisti sono certi... 

Il tutto senza neanche considerare – l’impresa privata non se ne cura, ma pretende di trovarsi le soluzioni già fatte a spese di altri, ossia del “pubblico” – l’effetto desertificante che quelle scelte hanno avuto sull’istruzione, i saperi, i talenti delle generazioni. Un processo diventato inarrestabile dai primi anni Novanta (con la caduta del “socialismo reale”), ma iniziato un decennio prima, con la revanche neoliberista avviata da Reagan e Thatcher.

Solo che quella “vittoria sul lavoro”, che indubbiamente gonfiava i profitti insieme al dispotismo sui dipendenti, ha eliminato ogni necessità – e competenza – relativa alla strategia di politica economica, industriale, sociale e dell’istruzione all’altezza dei tempi.

In altri termini, ha eliminato ogni capacità di affrontare “il mercato” secondo una logica di sistema, come se l’individualismo proprietario arraffone fosse sufficiente per navigare – a vista corta – per sempre.

A noi non sembra invece una cosa strana il fatto che in questo momento prevalgano in modo netto quei sistemi industriali che si sono sviluppati dentro una logica unitaria, “programmata” e “pianificata” sull’arco dei decenni invece che sui tempi sincopati della “trimestrale di cassa” su cui giocare la quotazione del titolo azionario.

Uscire da questo imbuto non sarà possibile finché continuerà a prevale quella logica miserabile dell’imprenditore “assistito”, che chiede “libertà d’azione” quando c’è da spremere o incassare, ma pretende “protezione pubblica” quando si tratta di fare i conti con il proprio fallimento.

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