Presentazione
Analisi, opinioni, fatti e (più di rado) arte da una prospettiva di classe.
13/06/2026
Verso un accordo, tra trappole e sfiducia
Dato che le “speculazioni dei media” si basano al 99% sul compulsivo twittare di Trump, in pratica “il presidente degli Stati Uniti” ha ammesso di essere un fattore di depistaggio e confusione.
Ironia a parte, c’è agitazione nell’amministrazione e nelle ambasciate europee come quando un “pezzo grosso” sta per muoversi. L’indiziato è il vice, J.D.Vance, mentre il luogo dello storico appuntamento tra nemici potrebbe essere Ginevra, un tempo abituata a svolgere questa funzione.
La domanda che non ha risposta è: ma cosa prevede, intanto, questo “memorandum di intesa”? La segretezza, in diplomazia, fa parte dello stile di lavoro comunemente accettato. Da parte Usa, con le pagliacciate del tycoon, si giustifica ora piuttosto con la preoccupazione di avere davvero qualcosa da vendere ai media – ad uso interno – come una “vittoria” in una guerra perduta.
Senza entrare nelle speculazioni, è chiaro che questa “vittoria” non può essere la riapertura dello Stretto di Hormuz, che era perfettamente attraversabile da chiunque fino al giorno dell’attacco israelo-americano (il 28 febbraio). Neanche nelle soap opera si riuscirebbe a spacciare per un “successo” il ritorno alla situazione precedente.
È difficile che lo sia la “fine del programma nucleare” iraniano, o almeno la consegna dei 440 kg di uranio arricchito che sarebbero in qualche laboratorio sotterraneo.
Sulla pretesa di ottenere un “regime change” meglio stendere una lapide, visto che ora la società iraniana, con tutte le contraddizioni di un popolo colto e differenziato (per cultura, status sociale, etnia, ecc.), è ora più compatta di prima intorno alle proprie istituzioni, piacciano o no, “grazie” all’intollerabile aggressione straniera.
Diverse fonti giornalistiche convergono nell’asserire l’esistenza di una “bozza in 14 punti” su cui starebbero ancora lavorando i negoziatori e i mediatori (Pakistan e Qatar).
L’agenzia palestinese Yafa News riferisce di aver ottenuto informazioni attendibili secondo cui la bozza proposta prevede la cessazione permanente e immediata delle ostilità su tutti i fronti, compreso quello libanese, unitamente all’impegno degli Stati Uniti a non interferire negli affari interni iraniani e a rispettare la sovranità della Repubblica Islamica.
Ovviamente ci sarebbe la revoca del “controblocco navale” Usa imposto all’Iran entro un periodo non superiore a 30 giorni, il ritiro delle forze statunitensi dalle sue vicinanze e la riapertura dello Stretto di Hormuz.
Sul piano economico, la bozza prevederebbe la sospensione delle sanzioni relative alla vendita di petrolio e prodotti petrolchimici, garantendo all’Iran il pieno accesso alle proprie entrate finanziarie, e lo sblocco di 24 miliardi di dollari di fondi iraniani congelati, di cui metà da erogare prima dell’inizio dei negoziati finali.
I quali dovrebbero durare almeno 60 giorni nel tentativo di raggiungere un accordo definitivo sul programma nucleare iraniano e la revoca delle sanzioni statunitensi e delle relative risoluzioni del Consiglio di Sicurezza delle Nazioni Unite, riaffermando al contempo l’impegno di Teheran nei confronti del Trattato di non proliferazione nucleare e la promessa di non perseguire lo sviluppo di armi nucleari.
La bozza includerebbe l’istituzione di un meccanismo di monitoraggio per supervisionare l’attuazione degli accordi, l’adozione dell’accordo finale tramite una risoluzione del Consiglio di Sicurezza delle Nazioni Unite e piani per la ricostruzione dell’economia iraniana del valore di non meno di 300 miliardi di dollari.
Per quanto riguarda invece il programma missilistico iraniano e il sostegno ai movimenti di resistenza – ovvero i punti di forza che hanno consentito a Teheran di reggere il confronto militare con Israele e Usa – sarebbero esclusi dall’agenda dei negoziati finali.
Da parte statunitense, le indiscrezioni lasciate filtrare sono alquanto più “restrittive”, a partire dallo sblocco dei fondi e delle sanzioni.
Le incognite sono più delle certezze, come sempre. L’Iran cerca una “pace duratura” che non pregiudichi la sua autonomia strategica. Gli Stati Uniti di Trump devono tirarsi fuori da questo conflitto per il peso crescente che ha sull’economia e l’opinione pubblica (l’inflazione interna, a cominciare dal prezzo dei carburanti, alimenta una contrarietà di massa alla guerra), così come devono alleggerire la propria presenza in Europa per concentrare le forze militari su altri scenari, peraltro non definiti.
Israele vorrebbe la guerra perenne per allargarsi ancora, senza limiti né di spazio né di strumenti (il genocidio è “normalizzato” e rivendicato, dall’intera sua classe politica); e l’Iran, ma anche la Turchia, per ora “intoccabile”, è l’ostacolo più robusto al suprematismo nazisionista. E infatti continua a bombardare il Libano per impedire qualsiasi pace.
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Afghanistan, la prossima guerra per procura dell’America
La Cina viene accusata di estrarre minerali grezzi dall’Afghanistan per lavorarli altrove – un processo che, secondo l’articolo, equivarrebbe a un furto delle risorse naturali afghane da parte della Cina, lasciando deliberatamente il paese in uno stato di perpetua indigenza.
Ciò che l’articolo omette deliberatamente è la presenza di estremisti armati che attaccano gli investimenti cinesi, le missioni diplomatiche e il personale in tutto il paese, rendendo fisicamente impossibile per la Cina investire e consentire all’Afghanistan – per ora – di lavorare internamente questa ricchezza mineraria grezza ed esportare input industriali a maggior valore aggiunto e con profitti maggiori.
I tentativi della Cina di collaborare con l’Afghanistan – fornendo un reddito immediato e disperatamente necessario per ricostruire la nazione – arrivano dopo 20 anni di occupazione militare e abusi statunitensi, uniti – dal 2021 in poi – al sequestro da parte degli USA di oltre 9,5 miliardi di dollari di beni afghani e all’uso di estremisti appoggiati dagli USA per sabotare qualsiasi tentativo di stabilizzare, ricostruire e forse persino sviluppare il paese dell’Asia centrale.
Gli Stati Uniti, avendo creato la morte, la distruzione e la povertà sotto cui gli afghani soffrono attualmente, attraverso i loro organi di propaganda tentano di spostare la colpa su nazioni come la Cina che cercano di collaborare con l’Afghanistan nonostante le sfide create deliberatamente proprio dagli USA.
La lunga storia di Washington nell’uso di estremisti per destabilizzare altri
Mentre gli USA conducono guerre ad alta visibilità e guerre per procura in tutto il mondo – dall’attacco al Venezuela in America Latina all’attacco alle strutture di produzione, stoccaggio ed esportazione di energia russa, attribuendolo all'“Ucraina” in Europa, e la sua continua guerra di aggressione contro l’Iran in Medio Oriente – gli USA stanno anche conducendo numerose guerre sporche in tutti i luoghi intermedi.
Questo include l’attraversamento dello stato centroasiatico dell’Afghanistan – devastato da decenni di guerra provocata dagli USA – sia la sua guerra per procura contro l’Unione Sovietica negli anni ’80, sia la sua invasione e occupazione dell’Afghanistan dal 2001 al 2021.
Nonostante l’abbandono ufficiale dell’Afghanistan, gli analisti all’epoca avvertirono sulle reti di retroguardia di terroristi che gli USA avevano armato e avrebbero continuato ad armare e sostenere, impedendo all’Afghanistan di raggiungere qualsiasi tipo di stabilità socio-politica o economica e vanificando i tentativi dei vicini dell’Afghanistan di collaborare e aiutare a creare uno stato-nazione funzionante e un’economia capace di provvedere al proprio popolo a casa e commerciare con i partner all’estero.
Questo riguarda soprattutto la Cina.
Per realizzare questa destabilizzazione, gli USA hanno utilizzato la loro politica decennale di armare e sostenere estremisti attraverso una rete globale di intermediari e usarli come forza di spedizione dove le normali forze USA non possono permettersi di andare politicamente o sono incapaci di farlo militarmente.
Gli USA hanno notoriamente usato tali estremisti come parte della loro guerra per procura contro l’Unione Sovietica in Afghanistan, specificamente.
Nel 2007, Seymour Hersh, nel suo articolo “The Redirection”, avvertì:
“Per minare l’Iran, che è prevalentemente sciita, l’Amministrazione Bush ha deciso, in effetti, di riconfigurare le sue priorità in Medio Oriente. In Libano, l’Amministrazione ha cooperato con il governo dell’Arabia Saudita, che è sunnita, in operazioni clandestine volte a indebolire Hezbollah, l’organizzazione sciita sostenuta dall’Iran. Gli USA hanno anche preso parte a operazioni clandestine contro l’Iran e la Siria, sua alleata. Un sottoprodotto di queste attività è stato il rafforzamento di gruppi estremisti sunniti che abbracciano una visione militante dell’Islam e sono ostili all’America e simpatizzanti di Al Qaeda”.Dopo la “Primavera Araba” del 2011, ammettiamolo, ingegnerizzata dagli USA, questi hanno iniziato a mobilitare proprio quelle reti di estremisti preparate per provocare guerre per procura, poi guidate dagli USA contro nazioni come Libia, Siria, Yemen e Iraq.
Dal 2011 in poi, mentre questi conflitti iniziavano a distruggere l’intero mondo arabo, pubblicazioni statunitensi come il New York Times e il Washington Post ammisero che gli USA stavano spendendo miliardi di dollari per armare e addestrare quelli che all’epoca venivano chiamati “ribelli moderati”.
Tuttavia, già nel 2014, era abbondantemente chiaro che tali “ribelli moderati” non esistevano. I media statunitensi iniziarono a costruire narrazioni secondo cui gli estremisti avevano in qualche modo “superato” i ribelli moderati sostenuti dagli USA, e che era così che la stragrande maggioranza delle loro armi, veicoli e attrezzature era finita nelle mani di organizzazioni terroristiche elencate dagli USA come gli affiliati di Al Qaeda, Jabhat Al-Nusra, aka Hayat Tahrir al-Sham (HTS), e il cosiddetto “Stato Islamico” (ISIS).
In realtà, non c’erano mai stati “ribelli moderati” fin dall’inizio. Come Seymour Hersh riportò già nel 2007, il piano americano era sempre stato quello di usare estremisti per riordinare il mondo arabo prima di una guerra più ampia contro l’Iran (e infine la Cina).
Dopo aver rovesciato con successo i governi di Libia, Yemen e Siria dal 2011 al 2024, gli USA stanno ancora impiegando queste organizzazioni estremiste in tutto il Mondo.
Gli USA hanno ufficialmente rimosso HTS dalla lista delle organizzazioni terroristiche straniere designate dagli USA e ora riconoscono il suo capo, Abu Mohammad al-Jolani (ora chiamato Ahmed al-Sharaa), come presidente di fatto della Siria.
Altre organizzazioni terroristiche sono ancora utilizzate dagli USA con questo metodo di “negabilità plausibile”, incluso l’ISIS, che a sua volta ha dato origine a numerose filiali specializzate nel promuovere gli interessi geopolitici statunitensi oltre il Medio Oriente, incluso lo Stato Islamico del Khorasan, o ISIS-K.
È proprio l’ISIS-K che gli USA stanno usando per attaccare e minare la stabilità dell’Afghanistan prendendo di mira funzionari governativi, edifici e infrastrutture, nonché il personale, le missioni diplomatiche e gli investimenti di nazioni vicine amiche come la Cina, che condivide un breve tratto di confine (92 km) con l’Afghanistan nella sua regione occidentale dello Xinjiang.
Solo una delle molte guerre sporche che gli USA conducono in questo modo...
La posizione dell’Afghanistan è stata centrale prima per le ambizioni imperiali britanniche e successivamente per quelle americane. Confinante con Iran, Pakistan e Cina mentre si trova nel ‘vicinato’ della Russia, mantenere l’Afghanistan come un focolaio destabilizzato e disfunzionale di estremisti capaci di esportare terrorismo e instabilità attraverso l’Eurasia, è stato centrale per la ricerca decennale dell’America del predominio sull’Eurasia.
Non solo gli USA possono bloccare qualsiasi tipo di sviluppo positivo tra Cina e Afghanistan, minando la sicurezza regionale e creando minacce perpetue per entrambe le nazioni, ma possono anche usare questa violenza esportata per prendere di mira e minare il vicino Pakistan e i suoi progetti congiunti con la Cina. Questo include l’Iniziativa Belt and Road (BRI) della Cina e il Corridoio Economico Cina-Pakistan (CPEC).
Il CPEC è diventato un bersaglio regolare del terrorismo sostenuto dagli USA, nel tentativo di interromperne la costruzione prendendo di mira e uccidendo ingegneri cinesi, minando la stabilità politica ed economica dei progetti stessi attaccando e uccidendo le forze di sicurezza locali pakistane, nonché attaccando diplomatici cinesi di alto livello, come nel caso del tentato assassinio dell’ambasciatore cinese in Pakistan, a Quetta, nel 2021.
Oltre l’Asia centrale e meridionale, gli USA hanno riutilizzato questo stesso processo – sebbene con un marchio di estremisti completamente diverso – in particolare nel paese del sud-est asiatico, il Myanmar.
Qui, gli USA hanno usato militanti e partiti di opposizione per contestare il potere del governo centrale e dei militari del Myanmar. In mezzo a anni di combattimenti, i militanti sostenuti dagli USA hanno preso di mira specificamente gli investimenti cinesi in tutto il paese, nonché il gasdotto Myanmar-Cina costruito specificamente per consentire alla Cina di bypassare qualsiasi potenziale blocco navale statunitense imposto sullo Stretto di Malacca – l’arteria marittima più essenziale della Cina per importare energia ed esportare beni.
I documenti politici statunitensi hanno specificamente discusso non solo di chiudere lo Stretto di Malacca per strangolare economicamente la Cina, ma anche di attaccare militarmente il gasdotto Myanmar-Cina per impedire alla Cina di bypassare il blocco marittimo statunitense.
Nel documento del 2018 della Naval War College Review degli USA intitolato “A Maritime Oil Blockade of China”, il documento suggerisce:
“Un blocco a distanza dovrebbe anche interdire il gasdotto Myanmar-Cina, che alla fine potrebbe spostare fino a 440 kbd di petrolio greggio da Kyaukpyu, nella costa del Myanmar, alla provincia dello Yunnan, nella Cina sud-occidentale. Impedire alle petroliere di scaricare al terminal di Kyaukpyu richiederebbe poche, se non nessuna, piattaforma navale ferma in loco.È chiaro che gli USA hanno deciso di usare lo stesso tipo di proxy armati con cui hanno già riordinato il mondo arabo per lanciare attacchi ai progetti cinesi della BRI senza necessitare di una propria azione militare diretta – avanzando così i loro obiettivi geopolitici e mantenendo al contempo una negabilità plausibile.
L’area potrebbe essere dichiarata ‘zona di esclusione’ per la durata di un conflitto e, se le autorità del Myanmar non dovessero conformarsi, l’impianto potrebbe essere reso inabile tramite attacchi aerei, mining aereo o altre azioni cinetiche.
In breve, le forze statunitensi sarebbero probabilmente in grado di neutralizzare rapidamente le rotte terrestri della Cina per le importazioni di petrolio via mare per evitare lo Stretto di Malacca e altri colli di bottiglia più a est e impedire loro di deviare le forze necessarie per sigillare altre vie di ingresso marittime”.
Lo schema emergente è una serie di guerre sporche ingegnerizzate dagli USA lanciate lungo tutte le periferie della Cina specificamente per danneggiare il flusso di energia, materie prime e esportazioni finite via terra. Allo stesso tempo, gli USA stanno ora imponendo apertamente un blocco marittimo in espansione contro gli alleati russi e iraniani della Cina, che a sua volta prende di mira e blocca direttamente la Cina stessa – considerando che entrambe le nazioni considerano Pechino il loro partner economico e commerciale più stretto e importante.
Una volta compresa questa realtà, rileggendo l’articolo dell'“Interpreter” sull’Afghanistan che “rinuncia” al suo futuro a favore della Cina, diventa chiaro quanto deliberatamente moralistico sia non solo questo specifico articolo ma l’intero establishment di politica estera occidentale che rappresenta, ossia chi ha fin dall’inizio creato queste condizioni in Afghanistan e ora sta sfruttando la propria fortunata campagna per bloccare la ricostruzione dell’Afghanistan attraverso l’uso di organizzazioni terroristiche, incolpando le poche nazioni che corrono un rischio nel tentativo di rimediare a questi decenni di danni.
Sfortunatamente, la maggior parte di coloro che leggono titoli come quello dell'“Interpreter” non metterà in discussione le accuse contro la Cina – persino tra coloro che sono critici verso la politica estera occidentale – a causa di pregiudizi profondamente radicati contro la Cina e l’Asia in generale.
In definitiva – se la vera natura del problema rimane offuscata dalla propaganda occidentale, o spostata il focus interamente su altre nazioni, in questo caso la Cina – diventerà difficile, se non impossibile, in primo luogo risolvere il problema.
Nazioni come l’Afghanistan hanno pochi mezzi per raggiungere il pubblico internazionale con la verità a causa del controllo USA sullo spazio informativo globale – e la capacità della Cina di aiutare l’Afghanistan continuerà a essere “riscritta” attraverso quello stesso spazio informativo controllato come “sfruttamento”.
Se i singoli individui sono in ultima analisi il mattone più importante della civiltà umana e della direzione che prende, allora il controllo sulle informazioni che vedono e cui credono è il mezzo più basilare e fondamentale per controllare la direzione della civiltà umana.
Profondi investimenti nello sviluppo militare ed economico da parte di nazioni come la Cina, ignorando al contempo il dominio informativo degli USA, consentono agli USA di continuare a definire la realtà nelle menti delle persone, non importa quanto divergente sia dalla realtà effettiva.
A un certo punto, in futuro, questo distacco potrebbe creare un collasso catastrofico del potere e dell’influenza degli USA in tutto il Mondo – ma per ora continua a essere tra le sue “super armi” più efficaci e potenti.
Per l’Afghanistan – a causa della capacità degli USA di determinare ciò che merita attenzione e ciò che va completamente dimenticato – la persistente campagna di Washington per ostacolare la sua ripresa verso la pace e la prosperità non solo continuerà, ma continuerà quasi completamente oscurata.
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Restano detenuti in Libia gli attivisti del Convoy per Gaza. Riportiamoli a casa
È ormai dal 24 maggio che dieci attivisti del Land Convoy della Global Sumud Flotilla sono stati sequestrati in Libia mentre cercavano di raggiungere Gaza con aiuti umanitari via terra. Durante le trattative all’ultimo check point a Sirte sono stati catturati.
Tra loro ci sono anche Dina Alberizia e Domenico Centrone, ancora in prigionia a Bengasi senza accuse formalizzate, senza garanzie legali adeguate e con accesso consolare estremamente limitato. L’udienza prevista tre giorni fa è stata fatta saltare dalle autorità giudiziarie della Libia dell’ovest per un errore di comunicazione.
Dina e Domenico dunque restano in prigionia a Bengasi insieme alle altre otto persone coinvolte nel sequestro. Da settimane sono trattenuti senza accuse formalizzate, senza garanzie, senza libertà e tutela legale appropriata.
Dina Alberizia e Domenico Centrone non hanno commesso alcun crimine. Sono persone che lottano per i diritti civili e così il resto del convoglio. La loro unica colpa è aver provato a raggiungere Gaza con aiuti umanitari.
Il 10 giugno alla Sala Stampa della Camera dei Deputati si è tenuta la conferenza “Siamo tutte Convoy”, per chiedere la liberazione immediata degli attivisti e delle attiviste del Global Sumud Land Convoy detenuti illegalmente in Libia. Vi hanno preso parte Sara Surace, tornata dal Land Convoy due settimane fa, Giulio Cavalli, Tony La Piccirella, Maria Elena Delia e con i politici del M5S Stefania Ascari, Dario Carotenuto e Marco Croatti, oltre al team legale della Global Sumud Flotilla e familiari di Domenico e Dina.
“L’elefante nella stanza è che i governi europei, compreso quello italiano, ormai da anni costruiscono relazioni politiche e economiche con paesi che sistematicamente violano il diritto, perché in uno stato di non-diritto è molto più facile disporre delle vite e delle terre altrui” – afferma Tony La Piccirella – “Su questo fatto si basa l’amicizia a cui si appella il nostro Ministro degli Esteri, un’amicizia che non è neanche abbastanza forte per chiedere il rilascio di persone che non hanno commesso alcun reato perché facevano parte di un convoglio umanitario. Questa amicizia non funziona perché è basata su altri presupposti. Noi chiediamo al Governo un cambio di direzione: costruire un’amicizia basata su rispetto del diritto internazionale e tutela della vita. Di questo hanno bisogno le nostre compagne e i nostri compagni”.
Facciamo rumore, facciamo pressione, facciamo quello che i governi continuano a non fare: sosteniamo il popolo palestinese, riportiamo il convoglio a casa.
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In Cisgiordania numero record di morti, e Tel Aviv finanzia 61 nuovi insediamenti
Sulla base dei dati delle Nazioni Unite, l’organizzazione no-profit ha calcolato che tra il 2006 e il 2022 sono stati registrati 1.036 morti, tra cui 225 bambini, nella West Bank. Ma nei tre anni successivi, la conta è arrivata a 1.244 morti, di cui 268 erano bambini. A dimostrazione che il problema non è Hamas (che lì non governa), ma è un ragionato progetto di pulizia etnica che colpisce tutto il popolo palestinese.
L’attenzione internazionale è rimasta focalizzata sulla striscia di Gaza, data anche la ferocia del genocidio in atto, ma in Cisgiordania si è consumata un’altrettanto violenta ondata di occupazioni e omicidi che non ha precedenti. Amnesty International e diverse altre ONG non hanno esitato a definire l’azione nella West Bank come un “progetto di Stato” volto alla pulizia etnica e all’annessione di quei territori.
Ci sono altri dati che danno la misura dei crimini israeliani. Su un arco di vent’anni, il 22% delle vittime palestinesi (più di una su cinque) è composto da minorenni. Oltre alle perdite umane, la Cisgiordania è sottoposta a una continua frammentazione del territorio: sono 925 le barriere e i checkpoint, permanenti o temporanei, un dato superiore del 43% rispetto alla media annuale degli ultimi vent’anni.
Tel Aviv procede anche alla diretta distruzione dei mezzi di sussistenza della popolazione locale, e a una “nakba” su più piccola scala, ma sempre più estesa. Negli ultimi tre anni, quasi 46 mila palestinesi sono stati sfollati a causa di operazioni militari, demolizioni di case e violenze dei coloni. Una cifra impressionante se paragonata ai 13 mila sfollati complessivi dei 14 anni precedenti.
Nei primi mesi del 2026 questa tendenza ha vissuto una drammatica accelerazione della pulizia etnica. Nel primo trimestre dell’anno in corso sono stati registrati oltre 540 attacchi da parte dei coloni, che hanno causato 33 morti. Più di 2.200 persone sono state costrette ad abbandonare le proprie terre, mentre sono state distrutte oltre 60 infrastrutture idriche e igienico-sanitarie, compromettendo l’accesso all’acqua in 32 comunità palestinesi.
Bushra Khalidi, responsabile delle politiche umanitarie di Oxfam International, ha denunciato che questi numeri rappresentano “il costo umano dell’impunità, della violenza e della crudeltà israeliana, che si manifestano sotto gli occhi di tutti, mentre i leader mondiali distolgono lo sguardo”.
Non è solo Oxfam a denunciare il pericolo per la pace e i diritti umani rappresentato dal sionismo internazionale. L’ultimo rapporto di Explosive Weapons Monitor, organizzazione che monitora l’effetto delle armi esplosive nel mondo, l’IDF è responsabile di oltre la metà di tutte le morti civili causate da questo tipo di armamenti nel 2025.
Lo studio evidenzia che l’uso di armi esplosive negli attacchi contro gli aiuti umanitari è aumentato del 52% nel 2025, e il 90% di essi è avvenuto nei territori palestinesi, con il chiaro obiettivo di affamare sistematicamente la loro popolazione. L’organizzazione denuncia la progressiva normalizzazione delle sofferenze inflitte ai civili nei conflitti odierni.
Intanto, Tel Aviv è in procinto di approvare uno stanziamento di 350 milioni di dollari per creare 61 nuovi insediamenti illegali nella West Bank. Dietro questo piano di colonizzazione c’è ovviamente il ministro delle Finanze Smotrich, e le nuove strutture sono pensate per dare continuità territoriale all’occupazione sionista, e per mettere un’ulteriore pietra tombale su qualsiasi ipotesi di stato palestinese.
A rimarcare che il primo nemico di qualsiasi soluzione pacifica della questione palestinese, secondo la formula di “due popoli, due stati”, è proprio Israele.
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Un’Europa in crisi cerca i suoi nuovi capri espiatori, come negli anni '30 del '900
Le fiamme di Belfast dopo i tumulti razziali di Southampton mandano un segnale che va ben compreso.
Quanto accaduto in Gran Bretagna, dove gli stranieri (europei inclusi) sono circa 13 milioni su 70 milioni di abitanti, sembra voler anticipare lo scenario al quale prepararci anche in Francia, Germania, Italia, Spagna.
Strumentalizzando e utilizzando come una clava la questione degli immigrati, le “destre di sistema” e le “destre antisistema”, messe insieme diventano “sistema”, convergendo sempre più sistematicamente in molti ambiti nella individuazione degli immigrati come “capro espiatorio” per la profonda crisi economica, sociale e civile che attanaglia l’Europa.
Questa convergenza tra liberali e fascisti in materia di immigrazione, l’abbiamo vista spesso in sede di Parlamento europeo, mentre si manifesta come “competizione a tempo” nei periodi pre-elettorali.
E la vediamo agire e funzionare nelle sedi istituzionali europee proprio perché l’Unione Europea ha cessato da tempo di essere un antidoto contro razzismo e guerre per diventarne invece una incubatrice seriale.
Del resto “la bestia” è rimasta ancora feconda proprio qui, nel cuore dell’Europa, esattamente in quel quadrante che ne è stato, appunto, l’incubatore negli anni Trenta.
Anche un secolo fa (o quasi) l’Europa era alle prese con le pesanti conseguenze economiche e sociali della crisi del 1929 e prima ancora delle ferite irrisolte della Prima Guerra Mondiale a causa del Trattato di Versailles. Anche allora, come oggi, sull’Europa incombeva un clima di guerra che di lì a pochi anni si sarebbe scatenata in tutto il continente.
Negli anni Trenta, al rancore e al malessere della piccola borghesia quanto delle classi popolari, per anni venne dato in pasto il capro espiatorio degli ebrei, e non solo in Germania.
Tutti i problemi venivano addebitati alla finanza ebraica o agli insegnanti, medici, commercianti o artigiani di origine ebraica.
L’antiebraismo viveva e agiva sottotraccia in tutte le società europee, alimentato da pregiudizi e dicerìe assai diffusi anche nella popolazione cattolica o protestante.
Bastò poco per far sì che questo diventasse “il problema” e quindi la causa di tutto da dare in pasto a società impoverite, rancorose, incerte sul futuro, alla ricerca di un responsabile dei propri guai che non fossero i ricchi, ben protetti dalla gendarmeria e viventi in mondi, quartieri, circoli separati dal resto della società.
Il “nemico sociale” contro cui accanirsi era quello più a portata di mano, che aveva il negozio nello stesso quartiere, i figli a scuola con i propri, che abitava spesso nello stesso caseggiato.
Il “nemico politico” allora erano i comunisti, non a caso accomunati dalla propaganda delle destre e dei movimenti nazifascisti, ai “giudei”. Tant’è che furono i primi a finire nei lager nazisti.
Oggi contro gli immigrati extracomunitari in Europa si sta respirando un’aria fetida e fin troppo simile a quella degli anni Trenta.
Gli immigrati oggi sono un nemico facile da dare in pasto al rancore, sul quale è facile poter disporre o creare artificiosamente pretesti per reazioni feroci e di massa. Innanzitutto perché hanno un colore diverso e ben identificabile. Oggi, diversamente dagli anni Trenta, gli ebrei sono ormai considerati “bianchi”, occidentali, convergenti con le destre in quanto anti-islamici. Al momento c’è un altro capro espiatorio su cui accanirsi, ancora più facilmente rispetto a quello antico.
Secondo perché sono troppi gli immigrati che vengono lasciati allo sbando in mezzo alla strada senza uno straccio di tetto o di prospettiva, se non quella di poter tornare al proprio paese.
Terzo, appunto, gli immigrati sono “a portata di mano”. Spesso invisibili sul piano di soluzioni dignitose o almeno decenti, ma ben visibili sui territori, nelle città e nelle periferie, spesso ridotti a vivere sulla strada e in quanto tali percepiti come più molesti.
Ai telegiornali “ansiogeni” (pubblici e privati), che ormai vivono quasi esclusivamente sulla paura e la cronaca nera, si sono aggiunti schiere di improbabili influencer, abili nello squadrismo mediatico e nell’allarmismo di bassa lega sui social media, utili per alimentare ossessioni e seminare discordia, decisivi nella diffusione di notizie incendiabili, spesso false, esagerate, manipolate.
Quando non è un fatto di cronaca “vera” – che provoca il dovuto orrore e ripudio di per sé – la leva razziale prova sempre a fare capolino e a disegnarne i contorni, magari per essere smentita il giorno dopo. Ma spesso il lavoro sporco è più semplice e la verità arriva tardivamente.
Seminare l’allarme e le paure è un gioco facile, ripristinare i fattori di razionalità in un’epoca caratterizzata dagli shock emotivi e dall’analfabetismo di ritorno è molto più difficile.
Infine, l’altra leva su cui agisce il sistema convergente delle “destre di sistema e di quelle antisistema”, è indicare oggi – come negli anni Trenta si faceva con i comunisti – “la sinistra” come la responsabile della presenza di immigrati nelle nostre città.
Ed è così che di fronte alle contraddizioni sostanziali, alle crescenti ingiustizie e disuguaglianze sociali, all’immiserimento crescente dovuto ai bassi salari o alla scarsità di abitazioni e servizi, il tema principale dell’agenda politica – e sul quale la destra vuole inchiodare il dibattito pubblico – diventa sempre quello della “sicurezza” e, di conseguenza, di quegli immigrati che ne rappresentano il capro espiatorio a portata di mano, che consentono di fare gruppo – o meglio, branco – perché facilmente identificabili e di prossimità.
Le forze di classe, i sindacati, le organizzazioni di una sinistra degna di questo nome, hanno di fronte un problema enorme.
Le destre in Europa hanno trovato oggi una parola d’ordine e una sintesi che può funzionare a livello di massa: la “remigrazione”.
Ideata di recente dai tedeschi di Alternative fur Deutschland, (che incredibile coincidenza!!) è stata ripresa dai movimenti di destra nel resto del continente, Italia inclusa.
Contrapporre a questa parola d’ordine i crismi della razionalità (ruolo ormai decisivo dei lavoratori stranieri in molti settori del mondo del lavoro, argine alla denatalità e alla crisi demografica, il fatto che ci sono più italiani che emigrano all’estero che immigrati che arrivano in Italia etc.) non ha altrettanta efficacia.
Il nemico ha “fatto sistema” e costruito una narrazione semplificata che ostacola ogni ragionamento o argomentazione basata sul senso, rendendo risibili anche i richiami religiosi che si rivelano inefficaci davanti alla percezione – per quanto distorta – di una materialità dei propri interessi e della propria condizione di vita.
Del resto i tagli al welfare voluti dall’Europa, hanno reso l’accessibilità ai servizi o alle abitazioni più scarsa, innescando una “competizione in basso” sul poco rimasto o il sempre meno a disposizione: dalle prestazioni sociali alle case popolari.
Appellarsi ancora all’accoglienza, all’integrazione, alla pace o alle meraviglie dell’interculturalità non regge più al confronto/scontro con la narrazione razzista e a quella suprematista che ormai ispira anche le “guerre di civiltà” che contrappongono l’Occidente al resto del Mondo.
La soluzione o le soluzioni non potranno usufruire della invidiabile categoria della semplicità, ma dovranno prevedere di mettere in campo tutte le opzioni: da quelle relative alla gestione razionale dei flussi migratori e dell’esistenza dignitosa per chi è già arrivato nel paese (da un contratto regolare di lavoro a un tetto sulla testa) fino all’affrontamento con i gruppi razzisti e neofascisti, perché non basterà solo la battaglia delle idee.
Infine, e non certo per importanza, chi oggi vuole costringere con la forza gli immigrati alla “remigrazione”, sono gli stessi che hanno creato o accettato le condizioni affinché milioni di giovani italiani emigrassero all’estero. Hanno una visione meramente regressiva, adatta solo per un paese in declino. E su un contributo dalle istituzioni europee sarà bene non farsi illusioni, al contrario. Per questo vanno contrastati, affrontati... e fermati.
Nota
In termini percentuali, in media, circa il 6,4% dei residenti in un Paese dell’UE è cittadino di un Paese extracomunitario, si tratta di quasi 29 milioni di persone su 450 milioni di abitanti dei paesi aderenti all’Unione Europea.
Gli immigrati “irregolari” secondo le stime Eurostat a gennaio 2026 erano circa 1 milione. Le stime ottenute con altri sistemi di rilevamento sono più alte. La stima tra 2,6 e 3,2 milioni di irregolari in 12 paesi europei (tra cui Italia, Francia, Germania e Spagna) proviene dal progetto MIrreM (Measuring Irregular Migration and related Policies) .
Questo progetto, coordinato dall’Università di Oxford viene co-finanziato dall’Unione Europea. MIrreM stima il fenomeno presunto (tutti gli irregolari, intercettati e non). Il suo dato (2,6-3,2 milioni) è più completo come concetto, ma è meno preciso perché frutto di un calcolo indiretto.
Fonte
Minority Report è legge. Tutti sorvegliati, tutti sospetti
Il riconoscimento facciale entra nelle mani delle questure: la nuova frontiera della sicurezza è il controllo biometrico della popolazione
Per anni ci hanno detto che era fantascienza. Che il mondo di Minority Report, dove gli individui vengono controllati, profilati e sospettati prima ancora di aver commesso un reato, apparteneva soltanto al cinema. Oggi non è più così. Con i decreti legislativi approvati dal Consiglio dei ministri per attuare il regolamento europeo sull’intelligenza artificiale, il governo Meloni compie un salto di qualità nella costruzione dello Stato della sorveglianza.
L’annuncio è arrivato direttamente dal ministro dell’Interno Matteo Piantedosi. Le forze di polizia potranno utilizzare sistemi di intelligenza artificiale e tecnologie di identificazione biometrica remota negli spazi pubblici non soltanto per individuare gli autori di reati già commessi, ma anche per finalità preventive. In altre parole, il controllo algoritmico delle persone entra ufficialmente tra gli strumenti ordinari della sicurezza pubblica.
Formalmente il ricorso al riconoscimento biometrico sarà limitato a situazioni specifiche e dovrà essere autorizzato da un giudice per periodi fino a quindici giorni. Ma è proprio qui che si nasconde la novità più inquietante: nei casi ritenuti urgenti, la polizia potrà attivare questi strumenti senza autorizzazione preventiva, limitandosi a comunicare successivamente l’iniziativa all’autorità giudiziaria, che avrà tre giorni per convalidarla.
Tradotto in termini concreti, saranno le stesse questure a decidere quando esiste una minaccia tale da giustificare l’attivazione di sistemi di riconoscimento facciale e monitoraggio biometrico della popolazione. Solo successivamente un giudice potrà intervenire per verificare la legittimità dell’operazione.
Il problema non è soltanto giuridico. È profondamente politico.
Negli ultimi anni abbiamo assistito a una continua espansione dei poteri di polizia: decreti sicurezza, zone rosse, Daspo urbani, videosorveglianza diffusa, controllo preventivo dei movimenti sociali, raccolta massiva di dati personali. Ora a questo arsenale si aggiunge l’intelligenza artificiale.
L’obiettivo dichiarato è prevenire il crimine. Ma chi decide cosa rappresenta una minaccia? Chi stabilisce quando un comportamento deve essere monitorato? E soprattutto: quali cittadini finiranno più facilmente dentro i radar degli algoritmi?
La letteratura scientifica internazionale fornisce una risposta molto chiara. I sistemi di intelligenza artificiale utilizzati per finalità predittive tendono a riprodurre e amplificare i pregiudizi presenti nei dati con cui vengono addestrati. Se le banche dati riflettono pratiche discriminatorie, controlli selettivi e profilazioni razziali già esistenti, l’algoritmo non farà altro che rafforzarle.
È ciò che è accaduto negli Stati Uniti con diversi software di predictive policing. Quartieri poveri, comunità afroamericane, migranti e minoranze etniche sono stati identificati come aree o soggetti “a rischio” non perché più inclini a commettere reati, ma perché già maggiormente controllati dalla polizia. Il risultato è un circolo vizioso: più controlli producono più dati, più dati alimentano gli algoritmi, più algoritmi giustificano nuovi controlli.
Con l’introduzione del riconoscimento biometrico preventivo il rischio è ancora più grave. Non si tratta più soltanto di osservare comportamenti, ma di identificare persone in tempo reale attraverso il volto, trasformando lo spazio pubblico in un ambiente permanentemente monitorato.
Le conseguenze per il diritto al dissenso sono evidenti. Basterà partecipare a una manifestazione? Essere presenti in una piazza considerata “sensibile”? Frequentare un contesto monitorato dalle autorità? In un paese dove negli ultimi anni la parola “sicurezza” è stata utilizzata per restringere gli spazi di protesta, il rischio di derive arbitrarie appare tutt’altro che teorico.
Il governo assicura che saranno rispettati i principi di proporzionalità, non discriminazione e trasparenza. Ma qui emerge un ulteriore paradosso. Le moderne reti neurali funzionano come vere e proprie scatole nere. Nemmeno gli sviluppatori sono spesso in grado di ricostruire con precisione il percorso logico che conduce l’algoritmo a individuare un soggetto come sospetto.
E allora come potrà un cittadino difendersi da una decisione algoritmica? Come sarà possibile contestare un sospetto se non si conoscono i criteri che lo hanno generato? Come si esercita il diritto di difesa contro una macchina che non spiega le proprie conclusioni?
Non serve evocare Orwell. Non serve nemmeno Spielberg. Basta osservare la traiettoria politica degli ultimi anni. Dalla criminalizzazione del dissenso all’espansione dei poteri preventivi, dalle zone rosse alla sorveglianza tecnologica, il governo Meloni sta progressivamente sostituendo il principio di libertà con quello del sospetto.
L’intelligenza artificiale non è neutrale. Inserita dentro apparati già segnati da opacità, profilazione e uso estensivo dei poteri di controllo, rischia di trasformarsi nell’ennesimo strumento di selezione, discriminazione e repressione.
La promessa è quella della sicurezza. Il risultato potrebbe essere una società in cui tutti sono osservati e alcuni vengono sospettati prima ancora di aver fatto qualcosa.
La fantascienza, questa volta, è diventata politica.
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12/06/2026
I mondiali del razzismo e del suprematismo, specchio dell’imperialismo
Riportiamo i contributi in merito delle organizzazioni giovanili comuniste Cambiare Rotta e Osa, e di Calcio e Rivoluzione, rilanciando una rivista da loro recentemente pubblicata proprio sui Mondiali 2026.
L’arbitro somalo Artan, eletto tra gli altri migliore arbitro della CONCACAF 2025, interrogato 11 ore e clamorosamente respinto dagli USA. La nazionale senegalese per ore perquisita e umiliata sulla pista d’atterraggio. Il calciatore iracheno Hussein interrogato 7 ore e a cui hanno negato il visto. La nazionale iraniana defenestrata in Messico con l’obbligo di entrare e uscire dagli USA per solo il tempo delle partite.
Il Mondiale di calcio 2026 deve ancora cominciare (sono cominciati ieri, ndr) ma, quello che doveva essere il grande circo propagandistico di Trump in crisi di consensi, interni e internazionali, si è trasformato nella sua cartina al tornasole. Un Mondiale che è già una pagina storica della vergogna razzista e suprematista dell’imperialismo USA in crisi, che prova agonizzante a prolungare il proprio dominio sul Mondo in maniera sempre più violenta.
I fatti di questi giorni sono solo gli ultimi esempi che si uniscono al feroce assedio genocida a Cuba che resiste eroicamente, e ad anni di ferrea complicità con Israele terrorista nel genocidio in Palestina e nell’escalation in tutto il Medioriente, dal Libano allo Yemen all’Iran.
È ancora più grave il pieno silenzio e complicità della FIFA dell’affarista Infantino – che pochi mesi fa ha consegnato il premio FIFA per la pace proprio a Donald Trump – e di tutte le organizzazioni internazionali calcistiche e sportive, che non hanno esitato un secondo a escludere la Russia e gli atleti russi da tutte le competizioni, ma tacciono davanti ai crimini occidentali, al genocidio del popolo palestinese, che tra le altre atrocità ha anche ammazzato centinaia di sportivi e tesserati Fifa e nega da anni a un intero popolo il diritto allo sport, fino agli scandali per le centinaia di operai morti nelle frettolose costruzioni delle strutture e la corruzione per i miliardi intascati per i mondiali in Qatar.
Mentre CIO, FIFA, UEFA e tutti gli altri organismi sportivi, teoricamente superpartes e sovranazionali, negli ultimi anni hanno levato la maschera dimostrando a pieno la loro funzione di cane da guardia a difesa degli interessi e dell’egemonia dell’imperialismo occidentale, qualcosa si muove: negli ultimi anni sono ormai centinaia in tutto il Mondo, e anche in Italia, gli episodi di dissenso contro guerra, genocidio in Palestina e disuguaglianze portati avanti da sportivi, tifoserie organizzate e squadre di sport popolare che indicano la strada nella solidarietà, organizzazione e lotta.
Cambiare Rotta – OSA
Tra qualche ora (ieri sera, ndr) cominceranno i Mondiali di calcio maschile. Un’edizione che si preannuncia tra le più controverse di sempre: dalle politiche migratorie e xenofobe di Trump agli attacchi contro i diritti delle donne e della comunità LGBTQI+ sembra sempre più evidente quanto sia impossibile separare il calcio dalla politica.
Tanto più per chi, come noi, crede che il calcio sia un fenomeno sociale di massa, specchio della società e terreno di lotta per l’egemonia politica e culturale. Da qui nasce “Il Mondo è tondo come un pallone”, una rivista collettiva, uno spazio di analisi e confronto per raccontare i Mondiali nella loro dimensione politica, economica e culturale.
La rivista può essere scaricata gratuitamente qui. Illustrazione: Sara Liguori in arte Sarita Graphic.
Calcio e Rivoluzione
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