Presentazione


Analisi, opinioni, fatti e (più di rado) arte da una prospettiva di classe.

19/04/2026

Billy Bragg - Lullaby for the working class

Con il Capitale di Marx in mano e il soul della Motown nel cuore, il Bardo di Barking è assurto a eroe della classe operaia britannica negli anni delle feroci battaglie contro Margaret Thatcher. Ma dietro il ruvido impegno politico si nasconde un raffinato autore di musica pop, tra storie d’amore e ritratti intimistici. Alla scoperta di "Big Ol’ Nose", il socialista dal volto umano.

di Lorenzo Barbieri

Quando un artista folk sale sul palco con la sua chitarra,
può pensare di essere James Taylor o Bob Dylan.
Quando ci salgo io, penso ancora di essere i Clash
(Billy Bragg a Nme, 1984)

In Gran Bretagna, gli anni Ottanta sono stati percorsi da diverse correnti di pensiero, unite nello spirito di protesta contro le politiche liberiste dell’era Thatcher. Una folta schiera di oppositori al governo dei conservatori, che ha visto coinvolti anche numerosi artisti e che guardava con preoccupazione lo smantellamento dello stato sociale messo in atto dalla “Lady di ferro”. Billy Bragg, nell’ambito della musica pop, è stato forse il musicista più autorevole nella battaglia ideologica contro il thatcherismo, intorno alla quale ha elaborato la propria visione e azione politica di matrice socialista. Oltre a opporsi con una significativa mole di canzoni e parole, il Bardo di Barking (la cittadina dove è nato e ha vissuto da ragazzo) ha contribuito anche in modi diversi a supportare le proprie cause politiche. Per la lucida analisi, ma anche per la tenerezza, mischiata all’ironia dei suoi testi, i suoi brani sono stati accostati ai film di Ken Loach o di Mike Leigh e, sempre nell’immaginario collettivo, più volte, la sua chitarra “ammazzafascisti”, suonata come fosse un “unico membro dei Clash”, ha evocato il fantasma di Woody Guthrie.

Subito accompagnato da un quasi mistico alone “marxista”, Big Ol’ Nose (come da anni, a causa del grosso naso, viene simpaticamente soprannominato) fu “gettato” dalla critica dentro al cosiddetto movimento anti-folk e negli anni a seguire i viaggi e i concerti nei paesi dell’Est - compresa l’Unione Sovietica - prima del crollo del Muro e dell’America Latina, gli conferirono lo status, non provo di strascichi polemici, di musicista da “propaganda”. Ancora oggi, i suoi album hanno un prezzo consigliato, spesso i suoi concerti pieni di energia si trasformano in piccoli comizi e, come un tempo, i detrattori non mancano. Diversi commentatori e alcuni esponenti dell’estrema destra inglese lo hanno più volte accusato di incoerenza fra il proprio stile di vita (risiede in una specie di appartato podere nel tranquillo Dorset) e i suoi ideali. E sono gli stessi che non hanno gradito l’iniziativa del comune di Barking di dedicargli una via cittadina o che guardano storto quando lo vedono partecipare ai dibattiti tv sull’immigrazione e sulla società multiculturale.

Tutto questo esplosivo mix può essere fatale per il riconoscimento del valore di un artista. In effetti, con Bragg questo rischio c’è e c’è stato. Un errore frutto della stessa miopia di chi vuole lasciarlo prigioniero del contesto che gli ha dato prestigio e notorietà. Vale a dire: gli anni Ottanta (“ma si può uscire vivi dagli anni ’80?”). Bragg, in realtà, non solo è stato capace di scrivere belle canzoni politiche (o belle canzoni e basta), oltre quella decade (ne è un esempio il suo capolavoro Don’t Try This At Home, il superbo sottovalutato Ep The Internationale o il lavoro con i Wilco), ma è da sempre un songwriter di razza, capace di raccontare e di raccontarsi anche con una notevole vena intimista, uno stile pennellato e melodico, quasi raffinato a dispetto della rozzezza che a volte gli è stata ingiustamente attribuita. Piuttosto, stupisce la tipicità del suo repertorio, denso di sfumature, di fronte a un canzoniere così ricco e variegato, che va ben oltre la sfera della tradizione folk di protesta.

Bragg è un musicista completo e, a volte, anche raffinato autore di musica pop. E se il “ruvido impegno politico” di questo soulboy arrabbiato della working class è il suo sudato marchio di fabbrica, altri contrappunti ci deliziano: storie d’amore e ritratti intimistici di rara bellezza che hanno il merito di aver reso la sua discografia un prezioso diario in divenire, fra pubblico e privato.

Proprio la sua opera omnia, nel 2006 ha subito un vero e proprio restyling (brutta ma efficace parola, sulla quale il Nostro farebbe qualche britannica battuta...). Sono stati pubblicati due monumentali e ottimi box set, Volume I e Volume II, il cui contenuto - 15 cd e 1 dvd - è acquistabile anche separatamente (esclusi i due dvd bonus From The West Down To The East - che contiene il live al South Bank Show del marzo dell’85 e il prezioso concerto a Berlino Est dell’agosto dell'86 e If You’ve Got A Guest List, dove spicca il pregevole live del ’91 "At The Town & Country Club", messi a disposizione soltanto con il cofanetto). Si tratta delle ristampe rimasterizzate di quasi tutti gli album (fanno eccezione i due Mermaid Avenue, le outtake di Bloke On Bloke, Reaching The Converted e il terzo cd extra della raccolta Must I Paint A Picture), con tanto di bonus cd zeppi di inediti, demo, b-side, alternate take, live che cercano di mettere ordine nel complicato universo bragghiano fra cambi di etichetta, raccolte di dischi ed Ep.

Nel lavoro di riedizione a parte i dischi sopra-citati non manca proprio nulla, anche se c’è qualche piccola ovvia lacuna (ad esempio la famosa cover dei Beatles “She’s Leaving Home”). Tutte le nuove edizioni sono consigliate, non solo per la cura con cui sono stati ristampate e per la difficile reperibilità di alcuni dei suoi lavori, ma anche per i dischetti bonus che, pur non stravolgendo gli ascolti, arricchiscono il materiale. Questo discorso di rivisitazione dell’autore fa il paio con la pubblicazione del suo esordio come scrittore: "The Progressive Patriot", una sorta di confessione politica e morale o, come suggerisce il sottotitolo, una ricerca per l’Appartenenza. Un libro dove Bragg amplia i concetti già espressi nel suo album England, Half English, ovvero l’Inghilterra multiculturale e come i socialisti non debbano lasciare la questione del patriottismo alla destra. Tale abbondanza di materiali, oltre a ridestare l'attenzione del pubblico sulla sua figura, offre lo spunto per una riflessione sulla sua vita e sulla sua musica.

Dopo aver lasciato la scuola senza troppo clamore, Stephen William Bragg, nato nel dicembre del 1957 in una famiglia della working class di Barking, nell’Essex, si esercita alla chitarra con Wiggy, il vicino di casa, che lo accompagnerà per quasi tutto il percorso della sua carriera. Al contrario di quello che si è soliti pensare, non è stato il punk, né il folk a formare l’orecchio di Bragg. I suoi ascolti adolescenziali sono vari, ma è lui stesso ad ammettere con una dose di humour una forte influenza, anche extra-musicale, della soul-music: “Non solo Smokey e i Tops (Four, ndr ), hanno fatto di me un vero amatore, ma mi hanno anche politicizzato. Essere un soulboy non significava ascoltare musica d’evasione senza per questo avere la capacità di coglierne la voce di eguaglianza e libertà”.

Il termine soulboy qui è usato da Bragg con precisione: ai tempi della sua educazione sentimentale e musicale, alla fine degli anni Sessanta fino alla fine del decennio successivo, una persona di quel tipo faceva parte di un gruppo nella cultura giovanile del Regno Unito. Era un individuo cresciuto con la musica mainstream dei grandi cantanti pop-soul, la gente della Tamla/Motown e della Stax, Curtis Mayfield, gli Impressions e gli Isley Brothers, tutti personaggi che avevano già avuto una pesante influenza sul stereotipo dei mod, i padri putativi di questa nuova generazione. Quando afferma che “Antonio Gramsci è lo Smokey Robinson del marxismo”, Bragg ci svela un mondo. Un universo parallelo che sta nel cuore e nell’animo di una gioventù britannica approdata ormai nelle secche del rock, giovani che sognano un’utopia da realizzare all’interno della pop-culture, un’area che assorbe correnti politico-culturali diverse e da accostamenti disparati, ma molto affini. In questo senso il movimento dei diritti civili, Martin Luther King e la scelta socialista diventano nell’adolescenza inquieta di Billy Bragg, l’unica lente possibile attraverso cui leggere la storia del proprio paese, ex-impero, originaria culla del capitalismo mondiale e ormai avviato verso una società multietnica.

Ma il Nostro non è solo “pane e Motown”, e sul lato B della cassetta dei primi ascolti ci piazza i songwriter: cita Simon and Garfunkel fra le sue contaminazioni e propone un approccio folk. All’età di 12-13 anni, infatti, scoraggiato dall’impossibilità di replicare con la chitarra le raffinate atmosfere delle ballate soul (solo in seguito e in certe composizioni della maturità riuscirà nell’intento di fondere i richiami della black music nel suo repertorio), si mette a scrivere pezzi in chiave folk. Col passare del tempo fanno capolino le band classiche del rock inglese, ascolti più smaliziati e accattivanti: Small Faces, Rolling Stones, Faces. Poi, d’un tratto, arriva il punk. Ed è una botta per tutti.

Migliaia di ragazzi formano una band, alcuni riprendono a suonare. L’Inghilterra è in fermento, il baricentro di un grande palco-enclave dove la creatività sembra essere tornata in mano al popolo. Londra brucia, i Clash diventano, più dei Sex Pistols, il riferimento “classico” di formazione, il manuale al quale abbeverarsi.

Nel 1977 Bragg e Wiggy formano il loro gruppo punk/pub rock, i Riff Raff, e fanno il giro dei club e dei locali londinesi. Provano in una fattoria a Northamptonshire e relizzano una serie di singoli, fra i quali spicca il curioso "I Wanna Be Cosmonauts". Le cose, però, non vanno bene e il gruppo si scioglie in men che non si dica. Frustrato dall’esperienza fallimentare dei Riff Raff, Bragg nel maggio del 1981 si unisce all’Esercito Britannico. Quattro mesi dopo, si rende conto che quella della carriera militare non è la strada che fa per lui. A casa, con 175 sterline in mano, lo aspetta la madre e, soprattutto, la sua musica. Mentre lavora come commesso in un negozio di dischi, comincia a scrivere brani di suo pugno, accompagnandosi con la chitarra elettrica, iniziando a costruire quella che diventerà la sua più tipica e originale cifra espressiva. Compone seguendo la tradizione delle protest song , ispirato dai padri del genere, Woody Guthrie e Phil Ochs, ma anche e, soprattutto, dalla corrosiva ascendenza del Clash-sound. Questa coesione di stili è originale, funziona e convince l’autore ad andare avanti nonostante le difficoltà dell’essere un signor nessuno.

Sono i momenti duri della gavetta, che lo vedono spendersi in solitaria nei più disparati contesti: dai piccoli concerti nei club alle strimpellate nei parchi e nelle strade con tanto di cappello per raccogliere qualche spicciolo. In quello stesso periodo riesce a produrre un demo-tape con le sue prime incisioni soliste, ma senza aver alcun particolare riscontro. Pur di farsi notare, si traveste da tecnico riparatore di tv e fa breccia nell’ufficio di Peter Jenner, A&R della Charisma Records, che apprezza la trovata e garantisce di ascoltare il materiale. E' un incontro fondamentale per l’ex leader dei Riff Raff. Nel giro indie , Pete Jenner gode di gran prestigio: ha seguito come manager i Pink Floyd e le brevi apparizioni di Syd Barrett, Marc Bolan, Roy Harper (di cui è stato anche produttore) e niente meno che il gruppo di Joe Strummer e Mick Jones. A tutt’oggi, Jenner, che ha firmato un commosso commento al box Volume II (quello del Volume I porta la firma dell’ inseparabile amico Wiggy), è considerato l’uomo più importante dietro al fenomeno Bragg. Sicuramente è stato quello che più di tutti ha creduto in lui e l’ha aiutato a ritagliarsi uno spazio nello show-business.

In quegli anni, Billy è un perfetto sconosciuto, ma Pete intuisce subito che il ragazzo, con quelle sue canzoni così arrabbiate e dirette, può arrivare lontano. La Charisma, sull’orlo della bancarotta, non permette al manager di ottenere il budget per un contratto, però gli concede la possibilità di fargli registrare un disco, che lo stesso artista penserà a promuovere con una serie di concerti.

Nel luglio del 1983 esce il fragoroso Ep Life’s A Riot With Spy Vs Spy, per la sotto-etichetta Utility: un piccolo capolavoro minimale che contiene in sé già molti semi del linguaggio musicale di Bragg: solo voce e chitarra elettrica, riverberi accentuati, ritmica ruvida, scarna, ma precisa, marcato accento dell’Essex (che è un po’ un misto fra il Cockney dell’East London e quello delle regioni dell’East Anglia). Sette canzoni per un semi-debuttante che alla fine del 23° minuto è già un songwriter -promessa. A cominciare dall’apertura fulminante: “Milkman of Human Kindess”, il cui riff, roboante e ultra-amplificato, viene utilizzato come biglietto da visita. Il cantato stridente e imperfetto beneficia della combinazione con accordi potenti, ma spogli, ricchi di un immediato appeal . A volte, le migliori combinazioni pop funzionano in questi modi bizzarri. La seconda traccia è un altro must del canzoniere: quella “To Have And To Have Not” che entra in aperta critica con il sistema thatcheriano , dove il vestito con cui un disoccupato si presenta nel mondo del lavoro è ancora l’uniforme dell’appartenenza di classe: “Solo perché sei migliore di me/ non vuol dire che io sia pigro/ Solo perché mi vesto così/ non vuol dire che io sia un comunista”.
 
Ma è con un altro numero, “A New England”, che Billy Bragg va dritto al cuore del Paese. Il brano si trasforma immediatamente nel suo manifesto. "Non voglio cambiare il mondo/ non sto cercando una nuova Inghilterra/ sto solo cercando un'altra ragazza". E’ una canzone sui sentimenti, ma in qualche modo assume i connotati di un connubio fra amore e politica: le due facce classiche dell’impianto narrativo bragghiano, il gusto per l’ironia e il dolore delle vite private mischiate alle tematiche delle canzoni di protesta e alle voci della piazza. Un connubio di non semplice gestione che Billy riuscirà a integrare brillantemente per tutto il resto della carriera, smorzando gli inevitabili effetti retorici. “A New England” non fa solo la fortuna del suo ideatore: viene infatti ripresa dalla cantante Kirsty MacColl e svetta al numero uno delle top chart nel 1985 (da ricordare che, da quando la vocalist è morta prematuramente, Bragg canta sempre la versione estesa del brano con l’extra verse che scrisse a quei tempi apposta per lei).

L’album, seppur breve, viene accolto come una ventata di freschezza nel panorama dei giovani autori. Ma non basta, Bragg sa che deve battere il chiodo finché è caldo e si presenta ancora a sorpresa davanti a un’altra autorità della musica pop. Si tratta del dj della Bbc, John Peel, talent scout lungimirante, che durante una trasmissione fa una strana richiesta gastronomica. Bragg ascolta e provvede presentandosi con ferrea determinazione negli studi di registrazione con il cibo e la sua cassetta in mano. Manco a dirlo, Peel s’innamora del Billy-style. Nel giro di qualche mese, cambia lo scenario: la Charisma finisce in pasto alla Virgin, Jenner viene licenziato e diventa il manager ufficiale di Bragg. Andy Macdonald, ex ufficio stampa della Stiff Records, ristampa per la sua etichetta Go! Disc l’Ep.

Il secondo lavoro, Brewing Up With Billy Bragg (1984), il suo primo vero Lp, svela un musicista nel pieno della maturazione. Anche se il modo di scrivere si muove su registri non troppo dissimili a quello del primo Ep, si possono notare elementi di maggiore presa. Soprattutto la messa a punto in fase di produzione è a un livello più professionale: qualche sovra-incisione, spizzichi di organo e fiati qua e là garantiscono all’ascoltatore una rinnovata attenzione alle composizioni. I titoli che entrano nel cuore sono “It Says Here” (contro la disinformazione della stampa di regime), ma c’è anche spazio per i sentimenti: “Love Gets Dangerous”, “A Lover Signs”, l’amore non corrisposto di “The Saturday Boy” e la superba ballata intimista “St. Swithin’s Day”. Il polemista si fa ancora sentire con pezzi ispirati alla tragedia della guerra delle Falklands (“Island Of No Returns”, “Like Soldiers Do”).

Alla fine del disco, si arriva però un po' stanchi: Bragg rischia di annoiare a causa di un impianto stilistico troppo monocorde. Un limite che lo stesso musicista rivedrà a cominciare dal disco successivo.

Il 1984 è l’inizio dell’impegno politico come artista: dall’incondizionato appoggio pubblico allo sciopero dei minatori arriva l’accorato Ep pubblicato l’anno successivo, Between The Wars, contenente alcune perle, come la stupenda ballata della title track che lo lancia nella Top 20 e con cui si presenta per la prima volta a Top of The Pops (Ho pagato i sindacati/ quando i tempi si sono fatti più duri/ Ho sperato che il governo aiutasse i lavoratori/ Ma loro hanno portato la prosperità nell'armeria/ Ci stiamo armando per la pace, ragazzi/ In mezzo alle guerre), la cover di “Which Side Are You On?” di Florence Reece e “The World Turned Upside Down” di Leon Rosselson.

Il “battesimo” politico di Billy Bragg continua l’anno successivo quando prende forma il Red Wedge, un’iniziativa coadiuvata con Paul Weller degli Style Council e Jerry Dammers degli Specials e condivisa con alcuni artisti britannici (fra cui spiccano, tra gli altri, gli Smiths, Jimmy Sommerville, i The The del sulfureo Matt Johnson, Junior Giscombe e i Madness), che durante il biennio ‘86/87 supporta il Labour Party e il suo leader, Neil Kinnock, in vista delle elezioni nazionali del 1987, con un’intensa “campagna live” dai palchi di mezzo Regno Unito. Ma la Lady di ferro regge anche l’urto della propaganda del collettivo di musicisti e porta a casa l’ennesimo successo elettorale.

Nonostante la sconfitta, il bardo di Barking non si dà per vinto e continua le sue battaglie compresa quella nel Charter 88, un movimento di pressione che punta a una riforma del sistema politico britannico. Nel frattempo, mantiene livellati i prezzi dei dischi e dei concerti e rifiuta di commercializzare i suoi lavori nell’Africa dell’apartheid.

A livello musicale, però, il momento della svolta arriva con Talking With The Taxman About Poetry (1986), il “difficile terzo album” come s’ironizza sulla cover dell’Lp. Il canto si fa più sicuro, i testi e le canzoni scorrono che è un piacere e a sostenere le composizioni, più incisive e mature. C’è il suono “pieno” di una band in cui si mette in evidenza uno dei più importanti eroi del pop inglese: Johnny Marr, direttamente dagli Smiths. Dalla frizzante ballata “Greetings To The New Brunette” (come fai a stare sdraiata e pensare all’Inghilterra/ quando non sai nemmeno chi c’è nella squadra/ Shirley, la tua politica sessuale/ mi ha messo nei pasticci), al blues viscerale di “Train Train”, ai fiati maestosi di “The Marriage”, al Dylan che incontra i Clash in “Ideology” (le richieste della gente/ cadono inascoltate/ i nostri politici sono tutti carrieristi), fino al capolavoro: "Levi’s Stubb Tears", ispirata all’epopea soul del leggendario leader dei Four Tops.

Tutto l’album, il cui titolo proviene da un poema del poeta russo Vladimir Majakovsky, risplende di una luce lirica che recupera il senso del passato, come nell'azzeccato vaudeville di “Honey, I’m A Big Boy Now”. Non manca il richiamo agli ideali di “There Is Power in The Union” e “Help Save The Youth Of America” (Una nazione con i congelatori pieni/ Sta danzando sulle proprie poltrone/ Mentre fuori un'altra nazione/ Sta morendo di fame per strada), che recupera più o meno velatamente “Rudie Can’t Fail” cantata da Joe Strummer. L’album entra nella Top Ten.

L’anno seguente esce sul mercato Back To Basics, una raccolta che comprende i primi due album e l’Ep Between The Wars. Sempre nello stesso periodo Bragg trova un’insolita collaborazione con i Gang dei fratelli Severini, assieme ai quali canta per il loro secondo album la cover dei Clash “Junco Partners”.

Nel maggio del 1988 raggiunge il suo primo e - finora - unico numero 1 in classifica: è il magnifico remake di “She’s Leaving Home” dei Beatles, con Cara Tivey al piano, inserita in un album tributo di vari artisti e nel singolo estratto ripubblicato poi solo nella raccolta Reaching To The Converted (1999).

Pochi mesi dopo, arriva Workers Playtime, l’Lp, prodotto dal mitico Joy Boyd (Fairport Convention, Nick Drake) che scopre il lato “privato” dell’artista, agguerrito nei sentimenti come in piazza. E’ un disco d’orientamento soul, bello e pieno di pianoforti e organi, che disorienta i fan, ma nel disagio che esprime raggiunge discrete vette d’ispirazione, sottolineando l’acuta sensibilità del musicista. Il “Tempo libero dei lavoratori” segna uno momento particolare nella produzione di Bragg, che si concede lo spazio per una riflessione di carattere quasi filosofico. Una spiegazione ce la suggerisce la citazione di Gramsci in calce alla vecchia edizione dell’Lp. "Quante volte mi sono domandato se legarsi a una massa era possibile quando non si era mai voluto bene a nessuno, neppure ai propri parenti, se era possibile amare una collettività se non si era mai amato profondamente delle singole creature umane. Non avrebbe ciò isterilito e ridotto a un puro fatto intellettuale, a un puro calcolo matematico la mia qualità di rivoluzionario?”. Pensieri che gli provocano una sottile identificazione con il filosofo e militante di origine sarda. Come per Antonio Gramsci, l'innamoramento diviene per Billy Bragg momento di riflessione sul politico. Quindi amore e politica, pubblico e privato non vissuti come dicotomia, ma come parte del Tutto. Su questa scia obliqua, più interiorizzata che espressa, si muovono brani come la ballata “She’s Got A New Spell”, la souleggiante “Must I Paint You A Picture”, apice del suo songwriting e amatissima dall’autore (non a caso scelta come titolo della raccolta più significativa di Bragg, pubblicata 15 anni dopo), l'a cappella “Tender Comrade”, una delle canzoni più commoventi del suo repertorio, “The Short Answer”, che contiene un memorabile attacco lirico (Nel dizionario/ fra Marx e il marzapane/ c’era Mary/ fra il Profondo Mare Blu e il diavolo c’ero io). Da segnalare anche “The Price I Pay”, “Valentine Day Is Over”, ma anche “The Only One”, impreziosita da un delicato arpeggio. Cala il sipario con “Waiting For The Great Leap Forwards”, che ci sbatte in faccia tutte le contraddizioni dell’impegno politico ("The Revolution/ is just a t-shirt away").

Il disco verrà successivamente abbinato a Taxman (con l’esclusione di “Train Train”), nella raccolta Victim of Geography (1993).

Bragg entra nel nuovo decennio un po’ a sorpresa con il disco più militante della sua discografia: The Internationale, dove riprende diverse composizioni del canzoniere popolare di diversi paesi, a cominciare dall’inno dell’Internazionale Socialista di cui adatta il testo. In parte sottovalutato a causa dell’alone ideologico che lo percorre, l’Ep si presenta come un’autentica gemma, che alterna musiche molto arrangiate con tanto di brass band a pezzi solo vocali. Le lodi si sprecano: dall’omaggio a cappella a Phil Ochs (“I Dreamed I Saw Phil Ochs Last Night”), all’America Latina di “Nicaragua Nicarguita” di Carlos Mejia Godoy, a “The Marching Song Of The Covert Battalions”. Ma i veri due capolavori che conferiscono un’aura di classicità al lavoro sono la ballata pianistica “Blake’s Jerusalem” e l’affresco antimilitarista da brividi “My Youngest Son Came Home Today”, scritto dall’autore scozzese Eric Bogle.

A valorizzare ulteriormente l’Ep provvederà la successiva ristampa del 2006 (forse, fra tutte, la migliore), che comprende l’Ep agit-prop in vista delle presidenziali Usa del 1988 Help Save The Youth Of America: Live & Dubious, un manciata d’inediti (fra cui spiccano “Joe Hill” di Ochs che potrebbe benissimo figurare sulle "Seeger Sessions" di Springsteen, l’immortale “This Land Is Your Land” di Woody Guthrie) e un bonus dvd con esibizioni del periodo ‘86/’88 estratte dai concerti a Berlino Est, Nicaragua e Lituania. Fra i brani non pubblicati, unico neo, la stonata cover di "A Change Is Gonna Come" di Sam Cooke: la canzone della cultura black che più ha inciso nella storia del movimento dei diritti civili frana dolorosamente nel paragone con l’originale.

Ormai considerato un autore completo, Bragg firma il suo capolavoro. E' il doppio vinile Don’t Try This At Home (1991), che lo proietta nell'olimpo dei songwriter . A fargli compagnia assieme alla sua nuova backing band, i Red Stars, ci sono alcuni amici-ospiti: mezzi Rem (Peter Buck e Michael Stipe, che duetta nella countreggiante “You Woke Up My Neighborhood”) e sempre Johnny Marr. L’ensemble “gira” bene e i brani sembrano tutti azzeccati. Dal pop-rock arrabbiato di “Accident Waiting To Happen” alla bucolica “Everywhere”, ballata antibellica scritta da Sid Griffin e Greg Trooper, al pop etereo di “Cindy Of Thousands Lives”. “North Sea Bubbole”, “Body Of Water” e l’hit single “Sexuality”, scritta con Marr, sprizzano energia da tutti i pori. Ma è la parte più “lenta” di Don’t Try... che conquista il cuore. Canzoni come “God's Footballer”, “Trust”, “Rumors Of War”, “Dolphins” di Fred Neil, ma soprattutto, “Tank Park Salute” (uno struggente addio al padre scomparso) e “Moving The Goalposts” (un’impossibile colonna sonora scritta da Burt Bacharach per un film mai scritto di Mike Leigh), sono il respiro profondo di un album a cui ci si affeziona ascolto dopo ascolto. Questi ultimi due brani, toccanti e quasi onirici, segnano uno degli apici della scrittura di Bragg.

Fra le perle del bonus disc della versione 2006, segnaliamo la superba ballata “The Gulf Between Us” e le B-side “Party Of God” con i 10,000 Maniacs di Natalie Merchant, “Just One Victory” di Todd Rundgren e "Bread & Circus" sempre in coppia con la Merchant.
La major Elektra, con cui Bragg firma un milionario contratto spinto dai boss della Go! Disc, studia una campagna promozionale, con tanto di video per Mtv, per l’ultimo lavoro dell’artista, con lo scopo di farne una star, ma gli sforzi non sortiscono gli effetti sperati. Sempre nel 1991, viene dato alle stampe l’album live in studio con John Peel: The Peel Sessions, di cui si era già avuta un’anticipazione qualche anno prima.

Passano cinque anni, Bragg ha messo su famiglia e con il suo nuovo lavoro, William Bloke, mette a nudo il suo nuovo io. Che, in sostanza, si può sintetizzare in: meno idealismo, più senso pratico. Sorprende il pubblico con l’ironia quando canta in una versione modificata del suo cavallo da battaglia “A New England”: Sto solo cercando un’altra ragazza/ per far da babysitter al bambino. Intanto è andato a vivere nel Dorset dove, nelle elezioni del 2001 (www.votedorset.net), organizzerà vere e proprie battaglie sistematiche per cambiare il voto nelle diverse zone della regione. Il disco è considerato un anello debole della sua discografia, ma in realtà è un lavoro ben fatto e piacevole. “From Red To Blue” è una discreta ballata, mentre “Upfield”, in cui il Nostro ci racconta di aver trovato il “socialismo del cuore”, è addirittura travolgente, gioioso. “Everybody Loves You Babe” è divertente e raffinata. Tra le tracce più riuscite di Don’t Try, si segnala “Brickbat”. Non sfigurano neanche “The Space Race Is Over” e “The Fourteenth Frebuary”, mentre “Goalhanger” è un inaspettato e un po’ leggerino “quasi-ska”. “Sugardaddy” impone un relax che non t’aspetteresti in un suo disco. Il resto? Ordinaria (deboluccia) amministrazione.

Piace di più ai fan la successiva raccolta di outtake dello stesso periodo ribattezzata, citando il Dylan di "Blonde On Blonde", Bloke On Bloke, che celebra anche la vittoria sui Tories e l’ascesa di Tony Blair. Una spanna sopra, “The Boy Done Good” e il j'accuse in salsa irish-folk di “Thatcherites”.

Fra il 1998 e il 2000 esce in due parti Mermaid Avenue, un progetto d’interpretazioni di alcune liriche originali messe a disposizione per musicarle dalla figlia di Woody Gutrhire, Nora, che Billy, assieme ai Wilco di Jeff Tweedy esegue con spunti originali. I due album, che sono sostanzialmente alla pari per qualità, ottengono un discreto successo commerciale. Anche se alcuni sostengono che la presenza di Billy risulta meno incisiva di quella dei Wilco, per il songwriter inglese è una riaffermazione.

In realtà, il risultato è equamente diviso a metà. Ognuno fa la sua parte in un lavoro atipico, capace di parlare alle nuove generazioni e agli appassionati, nonostante un’ispirazione e un gusto musicale lontani da quella del popolare folksinger. Fa anche una bella comparsa l'amica Natalie Merchant.

Reduce dal successo di Mermaid Avenue , che ha ottenuto nomination ai Grammy Awards, Bragg torna in pista con i Blokes, il suo nuovo gruppo di supporto, nelle cui fila troviamo anche Ian Mc Lagan, mitico tastierista degli Small Faces, band di culto osannata dal cantautore britannico.

Nel 2002 esce l’ultimo lavoro in ordine di tempo, questa volta accreditato anche a The Blokes. Si tratta di England, Half English, un album che tenta di raccontare il nuovo tessuto sociale di un’Inghilterra sempre più irriconoscibile, fra spinte alla globalizzazione e diritti negati. La musica risente molto del lavoro del gruppo, che appare però non sempre in linea con l’ispirazione del cantante. Alcune contaminazioni con certi generi (il pastiche della title track o il reggae di “Dreadbelly”), proprio non sembrano in sintonia con la forma mentis di Billy, che in “Take Down The Union Jack” rispolvera la chitarra per suonare “alla sua maniera”. Incompleta “Some Days I See The Point”, mentre è curiosa "NPWA", una traccia “tirata” che sembra uscita fuori dal repertorio dell’ultimo Paul Weller.

Giunto al traguardo dei cinquant'anni e con una sostanziosa discografia alle spalle, Bragg si rimette in gioco con Mr. Love & Justice (2008), un disco che però non aggiunge granché a quanto già detto in passato.

L'inizio è promettente, la ballata "I Keep Faith" con l'apporto minimo ma fondamentale dell'ospite Robert Wyatt, "I Almost Killed You", ritmata a battimani e fisarmonica, e "M For Me", con le sue dolcezze di fiati e piano, sono canzoni fatte di mestiere ma anche di passione e sentimenti veri.

Godibili senza essere eccezionali sono pure la cavalcata anti-folk "The Beaches Are Free", il soul corale di "Sings Their Souls Back Home", la blueseggiante "Farm Boy" e il triste canto rassegnato di "O'Freedom", ma il resto del disco si spegne in una insipidità piuttosto evidente e anche in episodi con temi scottanti quali il tabagismo ("The Johnny Carcinogenic Show") Bragg non riesce a imprimere la verve di un tempo.

Con gli ultimi dischi il discorso in canzoni di Bragg ha perso un po' di spessore e di credibilità musicale, ma dal punto di vista delle idee è più che mai attuale e parla ancora una lingua tagliente e ironica, capace di suscitare emozioni, pensieri e critiche su alcuni dis-valori della nostra epoca.

Il 2013 ci consegna un Bragg da meditazione, insolito, yankee. Uno “Sherpa of Heartbreak”, come lui stesso si è definito. Attento alle fratture emotive e alle difficoltà relazionali. Nell’ultimo biennio il Progressive Patriot ha concesso una licenza illimitata ai fidati Blokes, coi quali sembrava aver perso mordente. E’ tornato a fare la spola in solitaria tra un piccolo club e l’altro, coronando con l’estemporaneo progetto Pressure Drop il vecchio sogno del teatro-canzone: un po’ comizio, un po’commedia, installazione d’arte e concerto, con pochi ritocchi rispetto a quelle mitragliate di aneddoti e ironia che sono i suoi folgoranti spettacoli. Quindi è volato a Pasadena per registrare questo Tooth & Nail (2013), il suo disco da navigato alfiere dell’Americana.

La scelta di Joe Henry in guisa di produttore e coautore chiarisce le nuove coordinate meglio di tutte le note stampa di questo mondo, mentre le pennate di pedal steel griffate Greg Leisz o l’elegante impronta Delta di “Handyman Blues” valgono come sbaffi di evidenziatore sul taccuino per rimarcare l’assunto. Dietro l’ispida corteccia esibita nelle foto promozionali s’impone uno sguardo accigliato à-la Johnny Cash, e nasconde un sorriso. Sarà la sicurezza grandiosa con cui abbraccia un songwriting dal taglio smaccatamente classicista, con esiti felici quantomeno spiazzanti, oppure il piglio del cantastorie pauperista di “January Song”, tutta sostanza e disillusione.

All’improvviso l’irruenza della gioventù è davvero molto, molto lontana. Bragg non è più il portavoce di un disagio sociale. Le ombre di oggi sono un’esclusiva del suo spirito, ma non prevaricano. Con la saggezza della misura, questo nuovo Billy ricorda a tratti l’omonimo Principe oldhamiano, perfino ottimista se visto in controluce. La convinzione è che i giorni a venire saranno comunque migliori, e che eventuali rese dei conti rimarranno eccezioni prive di strascichi. Come le sonorità elettriche in questo disco, rare e mai esasperate, perfette per accompagnarsi con una voce invecchiata ma ancora magnificamente evocativa. Oltre il velo di malinconia, nessuna traccia di autocompiacimento e anzi un ultimo sibillino messaggio che profuma d’orgoglio: “Conservo ancora l’entusiasmo di chi si innamora di tutto”. Ora che la Lady di ferro è entrata ufficialmente nell’album dei ricordi, dovrebbe riuscirgli anche più semplice.

Dopo aver registrato nel 2016 Shine A Light: Field Recordings From The Great American Railroad nelle stazioni degli Stati Uniti e il mini-Lp del 2017 “Bridges Not Walls”, nel 2021 Billy Bragg torna a cantare Londra e il suo paese, un’Inghilterra alle prese con una realtà amara tra Brexit e pandemia.
 
In The Million Things That Never Happened (2021), un album fuori dai trend, l’artista, come di consuetudine, si mette a nudo mostrando la sua visione dell’attualità, ma anche suoi dubbi e le sue vulnerabilità. La pandemia è al centro della narrazione, con le sue mancanze descritte nella title track, le sensazioni di solitudine, le depressioni, come pure il ruolo della Rete durante il lockdown: utile come strumento di comunicazione e informazione   ma anche “eroina per autodidatti” come è definita in “Ten Mysterious Photos That Can't Be Explained”.
 
A livello musicale, siamo sul classico: tante ballate midtempo con largo uso di moog, mellotron e chitarre dobro, che grazie alla mano delicata di Dave Izumi e Romeo Stodart alla produzione, unita alla voce sempre più educata di Bragg, conferiscono un clima caldo e avvolgente a tutta l’opera. E’ presente qualche rimando al country del recente passato ("Freedom Doesn't Come For Free"), alcune canzoni con il piano a sottolineare i passaggi più sofferti ("Lonesome Ocean", "I Will Be Your Shield"), archi per quelli più struggenti ("The Million Things That Never Happened"), ma figurano anche banjo, violino e coretti da pub ("Freedom Doesn't Come For Free") e rigeneranti momenti acustici per sospensioni bucoliche alla Nick Drake ("Reflections On The Mirth Of Creativity").

“I Will Be Your Shield”, la toccante “The Million Things That Never Happened”, sulle privazioni che abbiamo dovuto accettare durante la pandemia, e la saltellante “Ten Mysterious Photos That Can't Be Explained”, scritta insieme al figlio Jack Valero, possono avanzare di diritto la loro candidatura per diventare dei classici del già ricco repertorio di Billy Bragg.
 
Contributi di Lorenzo Montefreddo ("The Million Things That Never Happened")

Note

La traduzione della citazione di Gramsci è a cura Francesco Scalambrino, autore di “Un uomo sotto la mole”. Biografia di Antonio Gramsci, Editrice Il Punto, Torino, 1998.
 
Alcune trascrizioni delle frasi dei brani di Billy Bragg sono tratte dal lavoro di Salvatore Patti sull’autore pubblicato su musicboom.it

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Declino economico italiano tra nanismo aziendale e sussidi alle imprese

Indagine conoscitiva sulla competitività del sistema Italia, sulle dinamiche del PIL nel periodo 1992-2025 in rapporto alla media UE e sulle leve di intervento sui settori produttivi per sostenere la crescita economica: Emiliano Brancaccio, professore di economia politica presso l’Università degli studi di Napoli Federico II.

Il video dell'audizione.

Francia - Vittoria popolare contro la Legge Yadan su antisemitismo e antisionismo

Giovedì, all’Assemblea Nazionale, i macronisti fautori della proposta di legge Yadan hanno deciso di ritirare il testo. Una mossa che è al contempo una vittoria per le mobilitazioni contro il disegno, ma anche una rincorsa per il governo macronista.

La legge, sostenuta dal novembre 2024 da Caroline Yadan – ex membro del partito Rinascimento e attuale membro di ‘Insieme per la Repubblica’ – avrebbe introdotto nuovi tipi di reati equiparabili a quello di apologia e glorificazione del terrorismo, portando l’operazione di equiparazione tra antisemitismo e antisionismo ad un nuovo livello giudiziario, sul modello tedesco.

Il testo proponeva infatti di ampliare i concetti di “incitamento ad atti terroristici”, includendo anche forme di provocazione “implicita”, perseguibili fino a cinque anni di reclusione e 75.000 euro di ammenda.

Una formulazione che, secondo i critici, avrebbe potuto trasformare slogan come “dal fiume al mare” in potenziali capi d’accusa. Inoltre, chiunque avesse espresso “negazione, minimizzazione o banalizzazione” di tali atti – o messo in discussione la legittimità dello Stato di Israele – avrebbe potuto esporsi al rischio di procedimenti giudiziari.

Di fronte all’evidente natura liberticida del disegno, la mobilitazione è stata consistente, sviluppandosi su diversi piani: un’iniziativa di petizione cittadina contro la legge, che è arrivata a raccogliere 700.000 firme, e la mobilitazione degli studenti che hanno occupato le università, dalla Sorbona a Science Po, a una settimana dalla discussione del disegno di legge, sono state incorniciate dal sostegno istituzionale della France Insoumise, che il 16 aprile in Assemblea Nazionale ha fatto ostruzione alla discussione sul testo.

La risposta alla mobilitazione è stata esemplare: repressione poliziesca sugli studenti in lotta, organizzati nei comitati per la Palestina e in diverse organizzazioni studentesche, e dall’altra parte l’interruzione della petizione da parte della Commissione di Diritto il 15 aprile, nonostante le 700.000 firme, che aprivano la possibilità di esaminare la petizione in sessione pubblica all’Assemblea Nazionale.

Esattamente come accaduto per i 2 milioni di firmatari della petizione lanciata questa estate contro la legge Duplomb sui pesticidi, il governo macronista ha mostrato tutto il suo disprezzo per la partecipazione democratica dei cittadini alla vita politica del paese.

Nella patria del “citoyen” della Rivoluzione francese, i meccanismi centralizzatori della V Repubblica e le politiche UE hanno corroso anche i principi più basilari delle democrazie liberali, desuete vestigia da invocare all’occorrenza in funzione anti “barbarie” extra-occidentali.

Nonostante gli sgambetti antidemocratici, giovedì il testo è stato ritirato all’Assemblea Nazionale. Risentendo dell’ostruzionismo fatto fin dall’inizio da La France Insoumise e dalle proteste nelle università, i macronisti hanno optato per una modifica della proposta, ancora da definire, nella speranza che quando la legge verrà ripresentata per la discussione a giugno, possa ottenere un appoggio omogeneo da più fronti politici.

Infatti, la legge non disponeva di una maggioranza chiara. Una parte consistente dei gruppi parlamentari si era espressa contro o aveva chiesto il ritiro della proposta, mentre anche tra i sostenitori emergevano riserve su alcuni aspetti, come la definizione di “apologia del terrorismo”.

Il Partito socialista (PS, 69 deputati) avrebbe respinto il progetto “quasi all’unanimità”, secondo quanto affermato dal leader Olivier Faure. Il partito mette in guardia soprattutto contro il “flou juridique” del testo, ritenuto incapace di centrare l’obiettivo e accusato di creare una “essentialisation entre les juifs de France et l’État d’Israël”, come spiegato all’AFP dal portavoce Romain Eskenazi.

Il MoDem, alleato del governo, ha invitato a rinviare l’esame del provvedimento. “La situazione geopolitica non è distesa e su questi temi serve calma”, ha dichiarato la portavoce Perrine Goulet, e il 14 aprile il gruppo (37 deputati) ha ufficializzato la decisione di non sostenere il testo. Analoga richiesta di ritiro è arrivata anche dal gruppo centrista Liot.

Tra i favorevoli non mancano comunque perplessità. Philippe Juvin (LR, 48 deputati) ha riconosciuto l’utilità dell’iniziativa, ma ha segnalato criticità, in particolare riguardo alla nozione di “implicito” nel reato di apologia del terrorismo.

Resta centrale la posizione del Rassemblement national (RN), che avrebbe potuto risultare decisiva. Il partito (122 deputati) si è detto “molto probabilmente” favorevole, sottolineando l’“urgenza” di intervenire contro l’antisemitismo, pur ammettendo che il testo “non è buono”. Tuttavia, all’interno del RN non c’è piena convergenza: secondo il deputato Julien Odoul, la legge “non permetterà di far arretrare l’odio contro gli ebrei in Francia”. Un segnale delle divisioni interne, prima che il governo decidesse di rinviare il dibattito a fine giugno.

Sul piano numerico, anche ipotizzando il sostegno dei deputati macronisti (91), de la Droite républicaine (71) e degli alleati di Horizons (35), i voti favorevoli si sarebbero fermati a 197, insufficienti per l’approvazione. Solo con l’appoggio del RN – e dei Ciottistes (UDR, 17 deputati) – si sarebbe raggiunta una maggioranza di 336 voti.

I contrari, tra cui LFI, Gauche démocrate et républicaine, Ecologistes, PS, MoDem e Liot, non avrebbero avuto i numeri per bloccare il testo.

La France insoumise (LFI, 71 deputati), ha appoggiato l’iniziativa popolare contro la legge, diffusa nell’ultimo mese insieme all’iniziativa cittadina europea per la sospensione dell’accordo di associazione tra Israele e UE, che ha recentemente raggiunto 1.000.000 di firme.

Come avvenuto per altre recenti proposte di leggi, come quella per la nazionalizzazione di Acelor Mittal, LFI ha ricostruito una dinamica di dialogo tra il dibattito parlamentare e le mobilitazioni di piazza. Accompagnati da un presidio di fronte all’Assemblea, i deputati insoumis hanno raccolto quanto seminato dagli studenti che hanno occupato le università, ottenendo di fatto il ritiro del testo, per quanto temporaneamente, e nella stessa sessione parlamentare, ottenendo la soppressione della legge per ridurre la durata dell’indennità di disoccupazione in caso di risoluzione consensuale del rapporto di lavoro. Dopo la vittoria popolare, l’augurio di chi si è mobilitato contro la ‘loi Yadan’ è che l’attenzione rimanga alta da qua a giugno.

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Guerra o pace, appese a un filo oscillante

La guerra ha una logica stringente, che funziona come una lama di rasoio. Il che sconsiglia i tentativi di “cavalcarla” improvvisando logiche diverse, che obbediscono ad esigenze fuori dalla dinamica oggettiva della guerra, così come le “narrazioni” che sempre l’avvolgono.

La guerra scatenata contro l’Iran e il Libano dal duo più odiato del mondo – Usa/Israele – non sfugge alle leggi quasi fisiche del conflitto. E si può capirlo meglio seguendo i fatti, anziché le dichiarazioni ai media.

È evidente che tutti i protagonisti hanno bisogno di metter fine ai combattimenti, ed è questo ad aver permesso un pre-accordo sufficiente a far partire un cessate il fuoco. Ed è evidente anche che solo l’insistenza dell’Iran sul considerare il Libano come parte integrante del contenzioso ha costretto gli Stati Uniti ad “ordinare” ad Israele di fermare gli attacchi contro il Paese dei Cedri.

Come al solito Tel Aviv interpreta i “cessate il fuoco” in modo esclusivo: valgono solo per gli altri, non per il proprio esercito. Ed anche l’operazione “falsa bandiera” condotta attaccando una pattuglia francese dell’Unifil – benevolmente accolta da Macron dandone la colpa ad Hezbollah – rientra pienamente in questo modus operandi. Basterebbe ricordare che tutti gli attacchi al contingente Onu, da tempo immemorabile, sono sempre avvenuti da parte dell’Idf.

Ma è sul fronte principale che le cose diventano, se possibile, trasparenti.

I nodi della trattativa tra Tehran e Washington riguardano la gestione dello Stretto di Hormuz e la sorte dei 400 kg di uranio arricchito in mano iraniana. Ricorderete certamente che lo Stretto era completamente libero prima della guerra e che quello stock di uranio era stato dichiarato “distrutto” da Trump già alla fine della “guerra dei 12 giorni”, nel giugno scorso.

I due problemi, insomma, sono stati o causati direttamente dall’aggressione oppure sono una conseguenza del modo “fantasioso” di trattare una materia così incandescente come la guerra e il materiale nucleare (per quanto non arricchito al punto da permettere di costruire una bomba).

In ogni caso, Iran e Usa hanno continuato a trattare anche dopo il prevedibile fallimento del primo incontro a Islamabad arrivando a definire un quadro tale da permettere un secondo round di colloqui con prospettive migliori.

Ovviamente non sappiamo cosa esattamente abbiano messo sul tavolo, ma la “narrazione” trumpiana presenta – un giorno sì, l’altro no – come “cosa fatta” una resa senza condizioni da parte iraniana. E qui la “narrazione” – a fini chiaramente interni – fa inciampare il processo diplomatico reale.

Non è la prima volta. È uno stile, un modello fisso, ripetuto nel tempo (come dimostra quello stock di uranio che era stato dato per distrutto un anno fa).

Nelle ultime 48 ore, di conseguenza, lo Stretto è stato riaperto completamente da parte iraniana, per lo meno alle navi commerciali e per il periodo di durata della tregua.

Ma è rimasto “virtualmente chiuso” per effetto del controblocco Usa (parziale, visto che diverse navi sono passate lo stesso), come prova della forza statunitense e quindi convalida della “narrazione” sul fatto che Teheran si stava arrendendo.

Inevitabilmente l’Iran tornava sui suoi passi, ripristinando il proprio blocco selettivo – verso le navi di paesi nemici – e sbugiardando la “narrazione” della Casa Bianca. Che oltretutto era stata così densa di “ricchi premi e cotillons” da delineare quasi un trionfo: l’Iran aveva “acconsentito a tutto”, “Scenderemo e prenderemo l’uranio insieme a loro, e poi lo porteremo via”, che “la nostra gente, insieme agli iraniani, lavorerà insieme” per recuperare il materiale e portarlo negli Stati Uniti. E così via.

Una smentita con effetti pratici immediati, però. “Teheran respinge le dichiarazioni statunitensi definendole ‘bugie’ e condiziona ulteriori colloqui alla fine del blocco e a impegni più ampi per il cessate il fuoco”.

La “narrazione” statunitense è diventata insomma un ostacolo per la trattativa reale.

È qui che le leggi quasi fisiche della guerra diventano evidenti. Ogni conflitto finisce al tavolo delle trattative, dove si trasformano in accordi i concretissimi risultati militari raggiunti sul terreno. La “resa senza condizioni” è un caso limite, che coincide con la distruzione totale di una delle due forze in campo – per esempio, la Germania nazista nel 1945. Altrimenti si tira la corda sui termini di un compromesso “accettabile” per entrambi, costretti a soppesare costi e benefici di una prosecuzione delle ostilità.

L’amministrazione Usa, insomma, ha disegnato un disallineamento troppo ampio tra il messaggio politico (la “narrazione”) e la realtà operativa. Ed è precisamente questo disallineamento che rende l’attuale momento così incerto.

Perché, se si fanno dipendere le decisioni politico-militari dalla narrazione piuttosto che dai fatti (i risultati militari dell’azione), quelle decisioni saranno necessariamente plasmate dalla necessità di sostenere l’illusione del “successo trionfale”

La mossa dell’Iran su Hormuz, in questo senso, non è un’escalation tattica. È un rifiuto di permettere a quell’illusione di reggere. Un invito pressante ad essere seri.

Siamo sempre allo stesso punto: l’America deve metter fine alla guerra ma ha bisogno di uno straccio di “conquista” per poter cantare vittoria e tornarsene a casa. Israele ha l’esigenza opposta di far continuare la guerra agli Usa per indebolire al massimo l’Iran.

Quest’ultimo ha ovviamente tutto l’interesse a tornare alla normalità, ma pretende garanzie di non ritrovarsi tra un anno nella stessa situazione. Ha pagato un prezzo pesante in termini di uccisioni di dirigenti, danni alle infrastrutture industriali e alla popolazione civile. Ed è continuamente attaccato – con bombardamenti o “omicidi mirati” – da parte di uno Stato genocida e terrorista che dichiara apertamente di voler distruggere quel Paese e qualsiasi classe dirigente che non si pieghi ai suoi ordini, anche utilizzando l’arma atomica che ha costruito in barba ad ogni trattato e diritto internazionale, senza che l’Occidente abbia mai mosso un sopracciglio.

Non ha spazio per arretrare, deve per forza resistere.

E gli Stati Uniti devono decidere se agire per tener viva una sceneggiatura hollywoodiana decisamente non credibile, riaprendo una guerra che finora hanno dimostrato di non poter vincere. Oppure adeguare la “narrazione” alla realtà. Facendola finita e mettendo la museruola al “cane pazzo” di Tel Aviv. Hanno cavalcato spensieratamente la guerra come un cowboy di cartone, ora la lama di rasoio pretende il suo dazio.

Le sorti del Mondo – economiche e non – stanno appese a questa scelta. Il problema è che le teste che devono scegliere non sembrano in possesso delle piene facoltà mentali. Ma se “un sistema di potere” ha selezionato per la guida quelle teste lì, quel sistema sta davvero male...

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Ungheria - Magyar invita Netanyahu, tutto come prima

Il nuovo leader ungherese Peter Magyar ha confermato l’alleanza strategica con Israele ed ha formalizzato l’invito a Netanyahu per una visita di Stato in occasione delle celebrazioni della rivolta antisovietica del 1956. Lo si apprende da un comunicato del 15 aprile rilasciato dal gabinetto di governo israeliano e pubblicato dall’agenzia israeliana Ynet news.

Dunque pur essendo “europeista” Magyar non intende rivedere i legami con Israele e torna a sfidare la Corte Penale Internazionale e la conformazione alla sua giurisdizione nei paesi dell’Unione Europea.

Va infatti ricordato che Viktor Orbán aveva già ospitato Netanyahu nell’aprile 2025, sfidando apertamente la Corte e dichiarando che il mandato d’arresto non avrebbe avuto “alcun effetto” in Ungheria.

L’invito di Magyar a Netanyahu conferma che, nonostante il cambio di governo, la politica estera verso Israele rimane un “binario preferenziale” che ignora i vincoli delle istituzioni del diritto internazionale.

Eppure solo due giorni prima dell’invito al premier israeliano incriminato dalla Corte Penale Internazionale, Peter Magyar aveva dichiarato pubblicamente di voler riportare l’Ungheria nel pieno della giurisdizione della CPI, invertendo il processo di uscita avviato da Orbán nel 2025.

Invitando Netanyahu in Ungheria (su cui pende un mandato d’arresto della CPI dal novembre 2024) Magyar sta di fatto sospendendo l’applicazione di quel trattato proprio mentre afferma di volerlo onorare.

Se Netanyahu accetterà l’invito e il volo atterrerà a Budapest senza conseguenze legali, il messaggio sarà chiaro: il diritto internazionale è diventato un’opzione facoltativa.

Perché Peter Magyar, appena eletto con la promessa di un’Ungheria più moderna, ha scelto questa strada? La risposta risiede nella necessità di accreditarsi politicamente come un “nuovo Orbán” ma con una facciata diversa e magari più gradita a Bruxelles ma soprattutto a Trump.

Garantendo sicurezza a Netanyahu, Magyar invia un segnale a Washington e ai repubblicani americani: l’Ungheria resta il baluardo del sovranismo reazionario contro gli organismi sovranazionali. Peter Magyar ha vinto le elezioni promettendo un nuovo corso, ma le sue radici affondano profondamente nel sistema che ha appena finto di sconfiggere alle urne.

Con buona pace di Bruxelles e delle anime belle che hanno festeggiato per l’esito delle elezioni in Ungheria che hanno portato il paese dalla padella alla brace.

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Il governo Meloni ha deciso di non rinnovare il memorandum con Israele perché è in difficoltà

Lunedì 13 aprile 2026 l’Italia avrebbe dovuto rinnovare automaticamente il memorandum militare con Israele. Ma non l’ha fatto. Una buona notizia per chiunque pensi si debba fare qualunque cosa per fermare il genocidio israeliano in Palestina, oggi allargato al Libano. Ma la domanda è: perché il Governo Meloni ha preso questa decisione? E soprattutto: perché oggi?

Tra i Paesi europei l’Italia è quello in cui più ci si è mobilitati per la Palestina e contro il genocidio nel corso dell’ultimo anno. Nell’estate 2025 un sondaggio YouGov per misurare “il sostegno pubblico e la simpatia per Israele” mostrava che solo il 6% degli intervistati rispondeva sì alla domanda “Israele aveva il diritto di inviare truppe a Gaza dopo il 7 ottobre 2023?”. Nello stesso periodo, secondo Eurotrack, solo il 9% degli intervistati in Italia considerava giustificate le operazioni militari israeliane a Gaza.

A settembre 2025 queste posizioni si sono trasformate in piazze piene e porti e stazioni ferroviarie bloccate. Nasceva l’“equipaggio di terra” che accompagnava la Global Sumud Flotilla che intanto aveva dispiegato le vele per portare aiuti umanitari a Gaza e rompere il blocco imposto da Israele fin dal 2007 (altro che “tutto inizia il 7 ottobre 2023”).

Secondo un sondaggio SWG di fine settembre 2025, il 62% degli italiani sosteneva l’iniziativa della Flotilla, con un favore significativo, seppur minoritario, anche all’interno dei sostenitori delle destre al governo (37%). Questo dato ci offre un’indicazione importante: il sentimento di solidarietà con la Palestina vive anche all’interno di settori del blocco sociale ed elettorale dell’ultradestra al Governo.

Rimane però ancora aperta la domanda: perché la sospensione del memorandum arriva solo ora e non prima? Il parlamentare di Fratelli d’Italia Donzelli ha spiegato: “Israele, che noi continuiamo a difendere, che noi continuiamo a ritenere nazione amica, di questo non cambia niente; cambia se poi dopo Israele spara sui soldati italiani e le missioni Unifil”.

Non c’entrano i più di 72mila palestinesi ammazzati e nemmeno i duemila libanesi uccisi dal 28 febbraio; c’entra invece che Israele non deve permettersi di sparare contro soldati con la bandiera tricolore. Ma sarà davvero così? All’inizio di questo mese Israele ha sparato contro militari italiani della missione Unifil. Ma non è la prima volta.

Il 10 e l’11 ottobre 2024, truppe dell’Israel Defence Force (Idf) hanno colpito diverse posizioni Unifil, prendendo di mira anche l’ingresso del bunker in cui si rifugiavano soldati italiani. Ad aprile 2025, un anno fa, sempre in Libano l’Idf ha prima sparato contro un mezzo italiano della missione Unifil per poi, dopo le proteste del governo Meloni, tornare a speronare con un tank ben due mezzi militari Unifil.

E allora perché nel 2024 e nel 2025 il Governo Meloni non è andato oltre proteste formali e ora assume una posizione concreta? La verità è che oggi il Governo Meloni è in grande difficoltà. Il consenso su cui credeva di poggiare si sta rivelando assai più friabile di quanto pensassero dai banchi dell’ultradestra.

Meloni inizia a temere che il “tocco” di Netanyahu e del suo principale sponsor, Donald Trump, si stia rapidamente trasformando nel più classico “bacio della morte”. È sulla difensiva e la prima preoccupazione diventa impedire che si sfaldi il proprio blocco. Un blocco che ha a cuore la retorica nazionalista, fatta propria da un governo che a parole esalta di continuo il coraggio dei militari italiani, che tesse le lodi del prestigio che essi apportano alla “Nazione”.

Per l’ultradestra i militari italiani sotto il fuoco israeliano contano più dei palestinesi o dei libanesi ammazzati. Non vuole né può dare l’impressione di non essere in grado di difenderli e lasciare che Israele spari loro addosso impunemente. Ma ancora: perché oggi e non nel 2024 o nel 2025? Perché per il Governo Meloni sono suonati in rapidissima successione numerosi campanelli d’allarme.

– 28 febbraio: la guerra Usa-israeliana contro l’Iran, che sta facendo schizzare i prezzi anche qui in Italia.
– 23 marzo: la sconfitta nel referendum costituzionale.
– 7 aprile: il fuoco israeliano sui soldati italiani.
– 12 aprile: la sconfitta di Viktor Orban in Ungheria.

Il 13 arriva così la decisione della sospensione del referendum. Ma non è finita lì. Perché poche ore dopo, il 14 aprile, Trump apre uno scontro nientemeno che con il Papa. Meloni si vede divisa tra la fedeltà a Washington e quella alla Chiesa cattolica. Giorgia, “donna, madre e cristiana” cattolica, presidente del Consiglio nel Paese cattolico per eccellenza, deve scegliere la Chiesa, una delle istituzioni dotate di maggior potere culturale al mondo.

Dietro la sospensione del memorandum con Israele ci sono quindi contraddizioni – nazionali e internazionali – interne al blocco dell’ultradestra. Su cui agire, per farle venire alla luce, per renderle pubbliche e per allargare le crepe.

Ma c’è anche una crisi di consenso che non si è prodotta dall’oggi al domani: si basa sul peggioramento delle condizioni materiali di vita di ampie fette di classe lavoratrice, con un’accelerazione dovuta alla nuova esplosione dei prezzi; si basa sulle mobilitazioni popolari di questi anni, che sono servite innanzitutto a costruire senso comune per cui oggi denunciare il “genocidio” israeliano non è più tabù, ma anche sulla denuncia della subalternità di un governo “sovranista” che finora ha ceduto su tutto a Washington e Tel Aviv: dalla complicità con il genocidio all’aumento al 5% del Pil in armi, come ordinato da Trump alla Nato.

Benoit Bréville sul numero di aprile di Le Monde Diplomatique scrive che “conquistare il sostegno dell’opinione pubblica, accelerare un ritiro militare, pesare su delle elezioni… In un’epoca che privilegia l’immediatezza, questi progressi lenti, indiretti e talvolta invisibili fanno fatica a galvanizzare”. Non per questo, però, sono meno necessari. Anzi. Senza lavoro costante e quotidiano non si producono trasformazioni reali.

La sospensione del memorandum non è però sufficiente nel bel mezzo di un genocidio. È solo un passo di un percorso ancora lungo. Che deve continuare con la cancellazione dell’accordo di Associazione Ue-Israele, per la quale ha già firmato più di un milione di cittadini europei e con la rottura delle relazioni militari.

In una fase più “gelatinosa” di quanto si potesse credere fino a poco fa si aprono spazi di possibilità. Non è il tempo per una politica di piccolo cabotaggio che si concentra sulle primarie, ma per una visione di profonda trasformazione anche della collocazione internazionale del nostro Paese.

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“Reborn”. Farsa taumaturgica a Hormuz

Se non tutti l’hanno visto, una delle ultime di Trump è una sua foto realizzata con IA, una specie di santino postato su Truth in cui lui, ieratico ed emanante luce, vestito da nuovo Messia (a suo dire un medico!) è un guaritore che pone la mano su un malato, e dietro una bandiera a stelle e strisce, adoranti di pelle bianca e aerei.

Dopo essersi fatto raffigurare da re, ora da Dio, sembra ormai non poter aspirare a una dimensione superiore del proprio ego. Al di là dell’ironia o dell’oscenità, blasfemia o quant’altro, sembra essere stata una sorta di risposta più assertiva dell’attacco solo verbale contro il Papa, quale forma di scarico d’ira e soprattutto di depistaggio dopo il fallimento delle trattative in Pakistan con l’Iran.

Nel libro di Marc Bloch I re taumaturghi, pubblicato nel 1924, si informa su una “gigantesca notizia falsa” dei re cristiani di Francia e Inghilterra, che, sin dall’anno mille fino a tutto il 1830, contribuirono a segnare il confine tra la credulità medievale popolare e la ragione illuminista che ha provveduto a dissolverla.

E a siffatta credulità questo Cristo a stelle e strisce, quale ripetizione storica farsesca, dovrebbe o vorrebbe ricondurre gli americani, almeno i Maga che ormai bruciano i cappellini rossi in chiave di dissenso dalla sua politica, avendo anche lui col tocco della mano la capacità soprannaturale di guarire la “scrofolosi” o adenite tubercolare, detto una volta “mal reale”, “the King’s evil”.

Storicamente, per chi non lo ricorda, dopo l’introduzione nel rito della preghiera al momento del tocco, veniva fissata una formula “Il re ti tocca. Dio ti guarisce”, secondo cui il sovrano diventava solo uno strumento della potenza divina.

Con Trump siamo decisamente oltre, nella sua immagine d’onnipotenza in prima persona, costretta a ripescare le più retrive falsificazioni dalla storia, da cui prelevare la sua continua ascesa verso sconfitte ripetute, instancabilmente gabellate per strabilianti vittorie.

Rammentiamo però un altro episodio ancora, prima di procedere alla ricerca del senso di tutto ciò, in cui a gennaio di quest’anno il Papa si permise di affermare che “a una diplomazia che promuove il dialogo e ricerca il consenso di tutti, si va sostituendo una diplomazia della forza, dei singoli o di gruppi di alleati” e che “un fervore bellico sta dilagando”. Convocato al Pentagono il nunzio apostolico negli Usa pochi giorni dopo, quest’ultimo fu avvisato del fatto per cui siccome le forze militari statunitensi erano in grado di fare qualunque cosa, “la Chiesa avrebbe fatto bene a schierarsi dalla loro parte”.

Inoltre, un funzionario trumpiano alluse pure alla “cattività avignonese” del papato, quella avvenuta tra il 1309 e 1377 in seguito al conflitto di allora tra Filippo il Bello di Francia e Bonifacio VIII, si immagina facilmente con quale intento.

Il vero motivo dello scontro attuale non è certo da ricercare nella cultura religiosa o nelle indipendenti parole di Leone XIV, ma nelle loro probabili conseguenze: molti cattolici in divisa americani, per giunta Maga, potrebbero rifiutarsi di sparare in guerra per questioni di ordine morale su ordini illegali, avendone la piena legittimazione.

Riassicurarsi poi del controllo di questa maggioranza di voti cattolici credibilmente dirottabili dalle direttive del trono di Pietro, val bene ogni intimidazione e accuse pesanti a quello considerato solo un capo di stato vaticano.

A febbraio papa Prevost ha rifiutato l’invito negli Usa per il 4 luglio, giorno in cui si recherà invece a Lampedusa, convintamente ripercorrendo il primo viaggio di papa Bergoglio nel 2013, in cui denunciò la “globalizzazione dell’indifferenza” di fronte ai mancati salvataggi in mare dei migranti annegati.

E l’attacco della polizia agli stranieri che si rifugiano nelle chiese americane unisce così le due sponde dell’oceano, sulla protezione e denuncia esplicita da parte religiosa dell’emarginazione della povertà di etnie diverse solo da “remigrare”.

La diffida, in ultimo, da parte di Prevost, a usare Dio per giustificare la guerra, e l’invocare la pace contro “l’occupazione imperialistica del mondo”, chiudono al momento questo scontro imprevisto da Trump, che ha creduto di aver fatto votare il papa americano per agganciarlo al suo carro di trionfo.

Quale l’importanza allora di questo contrasto? Gli Usa stanno mostrando al mondo il fallimento a tappe della protervia nello scatenare guerre rincorrendo poi obiettivi variabili per giustificarle.

Gli insuccessi diplomatici, deliberati o meno, rinviano all’unica soluzione militare di cui sono sicuri di detenere la supremazia. Regime change, impedimento dell’arricchimento dell’uranio, riapertura dello stretto di Hormuz, ora blocco navale alle navi che vi transitano, fallito endorsement di Vance a Orban, condotto per impedire la sconfitta più che prevedibile del governo ungherese che aiutava all’affossamento dell’Europa, sembrano tutti obiettivi mancati.

Il governo iraniano ne risulta rafforzato, il diritto all’uranio per motivi civili per ora è ribadito dagli iraniani, Hormuz era aperto e ora chiuso, anche per parte americana, o con pedaggio dopo l’intervento bellico, intanto passano comunque navi non solo cinesi, Orban eliminato.

Il Vangelo che predica la pace e la fratellanza è sempre più pericolosamente credibile, misurato in voti di Midterm, metà mandato a novembre della presidenza Usa.

L’identità religiosa, si è riscoperto ultimamente, determina comportamenti di obbedienza basati, non più sulla paura ma sulla fede, che però va guidata verso il predominio di leggi che non devono creare giustizia, ma esclusivamente tutela dei propri interessi a preservare la supremazia dei potenti sui deboli.

Una volta scalzata l’identità di classe che potrebbe chiarire materialmente proprio quest’antagonismo reale e irriducibile, l’identità religiosa, che per i più riguarda un’appartenenza trasversale basata su ideologie e narrazioni funzionali agli scopi dei poteri, offre la possibilità di sfuggire alla necessità degli eventi, direzionando a piacimento il consenso sociale su cui sempre il dominio, soprattutto quello dispotico, deve basarsi.

Ad alimentare il declino della credibilità americana si è aggiunta ultimamente una proposta di pace cinese in seguito anche all’invito dello spagnolo Pedro Sanchez, rilevante per il rafforzamento del sistema multilaterale e per la differenziazione del sistema valutario, come si è detto in altri momenti, oltre alla possibile fine dei conflitti in corso.

Questa proposta consta di 4 punti espressi in termini di rispetto. Da intendersi probabilmente questa parola ripetuta 4 volte anche come minaccia ineludibile alla sua possibile sottovalutazione: rispetto della coesistenza pacifica, rispetto della sovranità nazionale, rispetto del diritto internazionale, rispetto del coordinamento tra sviluppo e sicurezza.

La distanza misurabile in parole tra Cina e Usa riflette i valori e la conduzione imperialistica antitetica delle due potenze mondiali, e quindi un possibile boomerang dell’aggressione iraniana da parte americana che potrebbe verificarsi all’intensificazione prolungata della produzione bellica, la cui indispensabile fornitura di terre rare rafforzerebbe poi la pacifica posizione cinese che ne dispone e gliela vende.

Inoltre, i cinesi si sono posti allo studio dell’uso dell’IA in ambito militare, per la prima volta con impiego massiccio da parte israelo-statunitense, ponendosi il problema di come mantenere il processo decisionale delle operazioni all’essere umano, entro una competizione tecnologica relativamente al sottosuolo e allo spazio, come mostrato nella guerra-laboratorio fin qui condotta dagli aggressori, basata sull’uso di software come Maven e Claude prodotti da Palantir di Peter Thiel e Anthropic degli Amodei con Kaplan, Clark e altri.

La Cina può resistere alla crisi energetica avendo differenziato le risorse di approvvigionamento e accumulato le proprie riserve con oltre 1 miliardo di barili di petrolio, equivalenti a 140 giorni di importazione di questa risorsa, oltre ad un piano quinquennale ‘26-’30 per investimenti nell’elettrificazione automobilistica e nelle energie rinnovabili.

È ormai la prima potenza mondiale in crescita e riceverà alla metà di maggio il presidente americano, se questi non rinvierà ulteriormente l’incontro.

La sua posizione di maggior forza di resistenza rispetto agli incerti bellici, evidenzia ancor più la decadenza americana visibile anche dall’inedito scontro di Trump col papa cattolico, forse favorito anche dall’indebita semplificazione della stessa appartenenza nazionale dei due. Evidente lo scarto culturale tra chi affida alla lettura biblica la certezza di profezie che favoriranno i propri progetti egemonici, e chi invece vi indaga le parole che condurranno alla ricerca del divino in ambito spirituale.

Il sionismo cristiano americano in guerra permanente cerca di mantenere sotto controllo i propri seguaci anche nella frammentazione di micro-identità della loro subcultura, arrivando a ritenere che Trump sia stato unto da Gesù, che l’esercito ritenga di combattere una prima fase dell’Armageddon, col ritorno di Cristo, e che conseguentemente sarà la fine del mondo, secondo anche le inclinazioni evangeliche.

Forse in Europa una razionalità emersa dall’illuminismo impedisce di considerare come reali le forze oscure di tipo religioso fondamentalista su cui altrove si basano scelte economiche, politiche, militari, strategiche, da cui non ne è esente neppure Pete Hegseth, Segretario della ex difesa, ora della guerra Usa, apparentemente distante dall’islamico Khamenei ex guida suprema dell’Iran.

In tal senso ci sentiamo più vicini alla Cina di Xi, senza bisogno di depistare alcunché, e impegnata invece in un secondo round di colloqui di pace da tenersi forse ancora a Islamabad, in Pakistan, entro la data del cessate-il-fuoco del 21 aprile, se anche questa non sarà rinviata.

Un timore da parte dell’Arabia Saudita della possibile chiusura dello stretto di Bab el-Mandeb per conto yemenita, dietro richiesta iraniana, ha spinto al ritorno ai negoziati Washington per revocare il doppione americano del blocco di Hormuz.

Al tentativo Usa di inviare poi altre navi da guerra a protezione delle rotte marittime, il governo cinese ha negato questa possibilità nel continuo impegno al non uso della forza nelle crisi internazionali, come per una non riapertura forzata dello stretto, il cui pedaggio ai pasdaran sarà pagato in stablecoin o in yuan cinesi, come realtà della de-dollarizzazione in atto.

Restiamo in attesa della riduzione o fine degli attacchi israeliani in Libano, come richiesto anche da Trump, resosi conto finalmente della sua prossima rovina proprio per mano del biblico alleato.

La tregua per gli iraniani comprendeva anche il Libano, in cui per Trump si sono invece svolte “schermaglie separate” con più di 200 morti e 1000 feriti, cifre ormai per difetto, ma funzionali alla strategia israeliana di indebolire o eliminare Hezbollah in Libano e poi ritornare sull’Iran da una posizione di forza, nel proseguimento della guerra infinita.

Le conseguenze internazionali di questo conflitto sono al momento imprevedibili. I costi per ora sostenuti da Usa e alleati ammontano tra i 25 e i 35 mld $ e aumenteranno per ogni giorno di guerra. Compagnie petrolifere e sodali trumpiani ringraziano.

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18/04/2026

The Twilight Sad (2026) It's The Long Goodbye

di Gianfranco Marmoro

Un silenzio assordante, sette anni di estenuante lotta contro le avversità ma anche contro le gioie della vita. James Graham ha dovuto affrontare la perdita della madre afflitta dalla demenza, proprio mentre assaporava le gioie di un nuovo matrimonio e della paternità, un periodo di contrasti emotivi che ha risvegliato vecchi problemi di salute mentale.
Assaporato un discreto successo di classifica e al seguito dei Cure in un trionfale tour, per gli scozzesi The Twilight Sad non è stato facile assorbire il duro colpo dello stop forzato a seguito delle condizioni del leader, solo Andy McFarlane è rimasto al fianco di Graham, amico fedele e unico membro dell'attuale formazione della band. La sofferenza per la perdita della madre e le caliginose notti scozzesi rivivono in tutti gli anfratti sonori e lirici di "It's The Long Goodbye", opera che è una commovente e viscerale dichiarazione di vulnerabilità. Graham affronta il dolore con la consapevolezza di chi vive una situazione nella quale chiunque può identificarsi, la condivisione diventa elemento catartico, l'epica graffiante del post-punk diventa linguaggio di purificazione emotiva e rinascita spirituale.

Diretto come un treno ad alta velocità sia musicalmente che nei testi, "It's The Long Goodbye" dispensa distorsione e sordida rabbia già dal primo respiro di "Get Away From It All": ogni accordo di chitarra e ogni frase sono scandite con dolore e potenza, riecheggiando fino a creare un muro del suono che gronda sudore, sangue e lacrime: "Sei mia madre perché mi stai lasciando".

È un'energia già assaporata con il singolo "Waiting For The Phone Call", una delle tre tracce che si avvalgono del contributo di Robert Smith. Graham lotta con l'oscurità incurante di quello che si nasconde dietro l'ignoto, i riff chitarristici sono possenti, quasi impenetrabili eppure pronti a lasciar trasparire una straniante dolcezza.

Trovarsi al cospetto della morte, guardarla negli occhi mentre ti porta via gli affetti più cari è non solo drammatico ma sconvolgente, la risposta è spesso aspra, in un mix di emozioni sonore che evocano sia i My Bloody Valentine più oscuri ("Atttempt A Crash Landing-Theme"), sia i Cure di "Pornography" ("Dead Flowers"). Sofferenza e ispirazione: un binomio che potrebbe suonare usuale, ma per i Twilight Sad questo sesto album non è per nulla facile. Le cupe sonorità dark-folk e le laceranti sonorità della chitarra in "The Ceiling Underground" riecheggeranno a lungo nella memoria di James Graham – "Perché sembra che niente sia reale?, la mia testa è piena di altre cose che mi mancheranno": una riflessione che pesa come un macigno.

Sia ben chiaro, il nuovo album dei Twilight Sad non rinnova le direttive della band, gli elementi sono quelli già noti – un'enfasi shoegaze, la malinconia noir, l'elettronica stridente, il cantato intenso e dal peculiare accento scozzese – ma è tutto più viscerale, sentito. E le canzoni sono tra le più potenti mai scritte. Anche i due membri assoldati per le registrazioni concorrono al risultato finale, David Jeans (ex-Arab Strap) e Alex Mackay (Mogwai), ma è Robert Smith il collante che consolida il progetto.

È un'energia post-punk aspra e graffiante l'elemento che tiene insieme la febbrile urgenza di "Designed To Lose" con la liturgia funebre della splendida "TV People Still Throwing TVs At People" o con la rabbiosa denuncia di "Inhospitable/Hospital", una delle tracce più immediate del disco.

La musica dei Twilight Sad è come un raggio di luce che frantuma le tenebre ("Chest Wound To The Chest"), è una struggente dichiarazione di affetto e sofferenza: "Non avrei mai dovuto essere in questo posto... voglio solo rivederti...", canta James Graham, per poi rifugiarsi nei ricordi nella più tenue "Back To Fourteen" ("madre, posso sdraiarmi e piangere").

"It's The Long Goodbye" è un disco da maneggiare con cura, una raccolta di canzoni che scavano sotto pelle e accarezzano l'anima. Non meravigliatevi se una lacrima solcherà il vostro viso, i Twilight Sad hanno scritto una pagina importante della loro carriera e questo è uno dei pochi album che vi terrà compagnia a lungo nei vostri ascolti.



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