Presentazione


Analisi, opinioni, fatti e (più di rado) arte da una prospettiva di classe.

21/04/2026

L’Istat pubblica dati incompleti sulla violenza di genere. Emerge il verminaio sulle esternalizzazioni

Una grossa rogna è esplosa sulle rilevazioni statistiche dell’ISTAT e su come vengono rilevate le risposte sulle quali si eseguono poi le elaborazioni.

L’indagine sulla violenza di genere in Italia prodotta da ISTAT a novembre 2025 è stata pubblicata in maniera parziale escludendo i dati sulle donne migranti. Stando a quanto dichiara, infatti, la società in appalto CSA Research incaricata dell’indagine, ha fornito questionari falsificati proprio legati alle donne migranti.

Le irregolarità sono state segnalate e verificate, portando l’Istat a sanzionare pesantemente Csa Research, azienda che ha in appalto diverse rilevazioni dell’Istituto nazionale di statistica. La società ha respinto le accuse e presentato delle controdeduzioni che, secondo quanto appreso da Fanpage.it, non sono state ritenute sufficienti. E l’Istat avrebbe quindi deciso di mantenere la sanzione.

L’ISTAT dichiara, inoltre, che la società a cui è stata appaltata l’indagine sulla violenza di genere in Italia è stata multata, ma la stessa società ha appalti per altre indagini, a causa della falsificazione proprio delle condizioni di lavoro e salario riservate a lavoratrici e lavoratori incaricati di svolgere l’indagine. Infatti il questionario per le donne migranti può essere somministrato solo in forma cartacea, idealmente per superare le barriere linguistiche.

“Quanto accaduto non riguarda “solamente” l’affidabilità di Istat ma un ulteriore lontananza dello Stato dai reali problemi e necessità che riguardano tutte e tutti noi” hanno sottolineato le Donne di Borgata in un comunicato – “Riguarda chi utilizza quei dati per elaborare analisi, teorie e politiche pubbliche: se la base è compromessa, lo è anche tutto ciò che ne deriva”.

Non si può costruire una conoscenza seria sulla violenza di genere sfruttando il lavoro delle rilevatrici e ignorando le condizioni reali delle donne intervistate.

Il problema che emerge non è solo l’inattendibilità di dati così rilevati ma anche quello delle pessime condizioni lavorative dei rilevatori e rilevatrici per conto dell’Istat.

L’USB in una nota denuncia “Lavoro a cottimo e bassa retribuzione, carburante rimborsato solo sopra i 30km di percorrenza e spese interamente a carico di lavoratrici e lavoratori. Pagamento: 28€ lorde solo se il questionario è interamente compilato. Un lavoro importantissimo pagato una miseria a causa, come sempre, di esternalizzazioni di Stato e appalti al ribasso”.

E anche in questo caso, benché ISTAT voglia girare la colpa su lavoratrici e lavoratori, è proprio lo Stato complice di un taglio delle retribuzioni del 30%, e di un meccanismo che scarica i costi e i rischi sulle spalle di tutti e tutte attraverso salari da schifo nonostante tasse altissime.

Discriminazioni e sfruttamento proprio per mano di chi dovrebbe tutelare il lavoro e, nel caso specifico, fornici una fotografia reale e attuale della violenza di genere nel nostro paese.

Un danno enorme considerando anche che le indagini ISTAT hanno un peso importante nel nostro paese e che influenzano le politiche sociali future.

“Continuare a esternalizzare non è più accettabile” denuncia l’USB “lo abbiamo detto migliaia di volte, gli appalti sono stati e continuano ad essere una piaga per il nostro Paese, serve un rapido processo di eliminazione degli stessi e la riacquisizione di tutti i processi pubblici nelle mani dello Stato”.

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Una linea gialla anche per il Libano. Israele si appropria del gas libanese

Il cessate il fuoco in Libano vacilla come sempre, quando c’è di mezzo l’occupazione sionista. Come era giusto che fosse, migliaia di libanesi stavano tornando verso le loro case, nonostante i divieti israeliani. Tel Aviv ha “risolto” la questione istituendo una “linea gialla” nel sud del paese, simile a quella definita a Gaza.

Non si tratta di un confine vero e proprio, quanto piuttosto di una linea che si muove insieme ai carri armati e ai bulldozer usati per radere al suolo case ed edifici in quest’area del paese dei cedri. Le forze armate sioniste sta portando avanti una distruzione sistematica dei villaggi di confine, applicando strategie di demolizione già collaudate nella Striscia di Gaza, come aveva promesso il ministro della Difesa Katz.

Un’inchiesta del quotidiano israeliano Haaretz ha gettato luce sulla logistica dietro queste operazioni. Decine di appaltatori privati e i loro mezzi sono coinvolti nell’attività di demolizione, e anzi verrebbero retribuiti in base al numero di strutture abbattute: un vero e proprio sistema “a cottimo” applicato all’opera di pulizia etnica del sud del Libano.

Molti di questi operatori avrebbero già maturato esperienza proprio nella Striscia. Un’altra indagine, questa volta del quotidiano israeliano The Marker, ha rivelato che gli addetti ai bulldozer impegnati in operazioni simili a Gaza possono arrivare a guadagnare fino a 30.000 shekel al mese (circa 9.000 dollari).

Con la scusa di creare una “fascia di sicurezza”, Israele ha esportato il genocidio in Libano, ma la sua azione predatoria non si ferma qui. Come l’imperialismo statunitense e occidentale in generale si avvia sempre di più sulla strada della spoliazione esplicita e del ladrocinio rivendicato, anche il suo braccio sionista sta facendo lo stesso col gas al largo del paese dei cedri.

Parallelamente alle demolizioni terrestri, infatti, Israele ha esteso unilateralmente il proprio controllo operativo anche sulle acque antistanti a quella che ha autodichiarato come “Zona di Difesa Avanzata”. Quel tratto di mare include il giacimento di gas di Qana. L’esperto di ricerca OSINT Ahmad Baydoun sottolinea come questa mossa costituisca una violazione degli accordi marittimi del 2022, mediati dagli Stati Uniti.

Sebbene, secondo tali accordi, al Libano fossero riconosciuti i diritti su quella fonte di gas offshore, la nuova postura militare israeliana si sta risolvendo anche nell’appropriazione delle risorse energetiche di Beirut. E il giacimento di Qana non è un dettaglio minore: vi si stimano circa 100 miliardi di metri cubi di gas naturale, con un valore economico che oscilla tra i 20 e i 40 miliardi di dollari.

Oltre al carattere predatorio che il sionismo ha sempre presentato, e che oggi viene esplicitato anche dall’imperialismo occidentale, questa mossa serve anche a cancellare qualsiasi capacità di costruire una realtà statale autonoma a nord delle terre palestinesi occupate.

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20/04/2026

Le Monografie di Frusciante: Robert Rodriguez

[Contributo al dibattito] - Keynes e i 90 anni della sua “Teoria generale”

di Tonino Perna

Novant’anni fa veniva pubblicata la “Teoria generale dell’occupazione, dell’interesse e della moneta” di John Maynard Keynes. Un’opera fondamentale nella storia del pensiero economico, nota come “la rivoluzione keynesiana”.

La definizione è corretta se viene letta alla luce di quello che ci ha insegnato Thomas Kuhn nel suo “La struttura delle rivoluzioni scientifiche” (1962), vale a dire: la sostituzione di un paradigma con un altro. Infatti, il mainstream della teoria economica fino agli anni Trenta del secolo scorso si basava su un assioma: il mercato capitalistico si autoregola ottimizzando tutte le risorse disponibili.

Bastava che lo Stato lasciasse operare liberamente le forze della domanda e dell’offerta che tutti i fattori della produzione trovavano la loro massima utilizzazione possibile. Dal 1870, anno in cui Walras-Menger-Jevons pubblicarono le loro opere, questa visione ha avuto anche un battesimo scientifico con un largo uso di equazioni matematiche che ne consacravano la validità. Questa teoria economica divenne egemone sia a livello accademico sia a livello politico. Il ruolo dello Stato è ridotto al minimo, essenzialmente l’amministrazione dell’ordine pubblico e le infrastrutture, la spesa pubblica vincolata al pareggio di bilancio.

Negli anni Trenta, dopo il crollo di Wall Street, i Paesi occidentali entrarono in un tunnel recessivo con un crescente numero di disoccupati. Il meccanismo di autoregolazione del mercato apparve con evidenza non funzionare. I governi dei Paesi industrializzati rimasero inerti di fronte a un impoverimento allarmante della popolazione, le proteste sociali montarono in tutti gli Stati occidentali, ma la politica aspettò che l’economia si riprendesse e guardò incredula alla spirale recessiva: le imprese fallivano licenziando milioni di operai che a loro volta non consumavano più provocando un’ulteriore caduta della domanda e quindi altre chiusure di aziende e nuovi licenziamenti.

È in questo clima depressivo che irrompe la “Teoria generale” con un’altra visione del rapporto economia-società-istituzioni a diversi livelli. La prima cosa che Keynes mette in discussione è la capacità del sistema economico capitalistico di ritrovare la strada per la piena occupazione dei fattori della produzione. Certo, sosteneva Keynes, l’equilibrio tra domanda e offerta si trova sempre a un certo punto, ma è un equilibrio di sottoccupazione. Non c’è nessun automatismo che possa riportare il sistema a una ripresa economica che porti alla piena occupazione.

Da questa analisi ne deriva la netta indicazione keynesiana che infrangeva un tabù consolidato nei secoli: il pareggio di bilancio dello Stato. In una situazione di recessione come quella che viveva l’Occidente negli anni Trenta del secolo scorso, Keynes propose di usare il deficit di bilancio dello Stato per finanziare opere pubbliche che non facessero concorrenza alle imprese private già in gravi difficoltà (da qui le famose “buche keynesiane” che erano solo un esempio e non una indicazione di politica economica).

L’assunto keynesiano non veniva fuori da un’ideologia, bensì dall’analisi della curva del reddito rispetto a quella dei consumi. In breve, Keynes aveva osservato che man mano che aumentava il reddito pro-capite nel Regno Unito la domanda di beni di consumo non cresceva allo stesso modo, con lo stesso passo, producendo di fatto un incremento del risparmio. La scienza economica fino a quel momento aveva sostenuto che il risparmio che si formava nei Paesi industrializzati andava ad alimentare gli investimenti che, a loro volta, avrebbero aumentato l’occupazione e la ricchezza di un determinato Paese. Ed è su questo aspetto, dato per scontato, che Keynes introduce per la prima volta la complessità della psicologia umana nella teoria economica.

I “classici” avevano fondato il comportamento dei risparmiatori e degli imprenditori su una base razionale che si basava su una piena conoscenza delle componenti del mercato, della formazione dei prezzi, una libera concorrenza e una totale trasparenza. Viceversa, Keynes introduce la categoria delle aspettative in un clima di incertezza, che è congenito allo sviluppo capitalistico, che determinano tanto il comportamento dei consumatori quanto gli investimenti degli imprenditori. Sul lato della domanda il comportamento dei cittadini in quanto consumatori-risparmiatori risente dell’incertezza del futuro nel decidere quanto risparmiare e dove collocare il risparmio. Oggi, per esempio, vivendo in un momento di grandi incertezze molti risparmiatori preferiscono la liquidità non cedendo alle lusinghe dei promotori finanziari, con il risultato che nella UE il denaro sui conti correnti è arrivato a circa 12mila miliardi di euro.

Mentre i classici dell’economia, da Ricardo a Marshall, teorizzavano investimenti legati a un calcolo razionale, per Keynes gli “animal spirits” del capitalismo agiscono in base a una componente emotiva e intuitiva, basata spesso sul “contesto” del tempo in cui vivono. Per questo scrisse la famosa frase “non c’è cosa più difficile che alzare il morale degli operatori di Borsa quando è depresso”.

L’attuale ed ennesima crisi del petrolio ci mostra chiaramente il ruolo della speculazione finanziaria nel determinare le altre macrovariabili: reddito, occupazione, inflazione, bilancia commerciale, etc.. Oggi è evidente più che in passato che il sistema capitalistico avanzato è alla ricerca degli “extra-profitti” come motore degli investimenti, che in gran parte sono legati a situazioni di oligopolio e/o speculativi.

Ancora più evidente rispetto al secolo scorso è il ruolo che rivestono i leader politici nell’influenzare gli investimenti speculativi a breve termine nelle Borse (ne abbiamo avuto un’inconfutabile dimostrazione con l’attuale presidente Usa).

In breve, l’aver introdotto il ruolo determinante della psicologia nei comportamenti degli imprenditori quanto dei consumatori ha aperto la strada a studi sempre più approfonditi di quella che è stata chiamata la scuola post-keynesiana.

Se Keynes è considerato il più importante economista del XX secolo per la sua “Teoria generale”, non molti conoscono le altre opere e il suo impegno politico, nonché la sua ricerca e visione di un’altra economia.

Fra i tanti impegni politici il più rilevante fu la sua partecipazione agli accordi di Bretton Woods del 1944 dove si decisero le sorti del nuovo sistema monetario internazionale. Il presidente degli Stati Uniti, in qualità di superpotenza occidentale vincitrice dalla Seconda guerra mondiale, impose il dollaro come moneta di riserva internazionale con un cambio fisso con l’oro, malgrado le proteste di Keynes che si batté perché venisse istituito il “bancor” una unità di conto a cui sarebbe stato assegnato un valore ottenuto dalla media delle principale valute di allora. A distanza di oltre ottant’anni è quanto oggi propongono i Brics (l’alleanza di “economie emergenti” guidata da Brasile, Russia, India, Cina, Sudafrica e non solo) per mettere in soffitta la “signoria del dollaro” e creare un nuovo ordine monetario multipolare.

Una visione nettamente controcorrente è quella rispetto al rapporto tra progresso tecnologico e orario di lavoro. In “Prospettive per i nostri nipoti” del 1930, Keynes proponeva per le future generazioni una netta riduzione dell’orario settimanale di lavoro data la continua crescita della produttività del lavoro dovuta all’automazione: “Turni di tre ore e settimana lavorativa di quindici ore possono tenere a bada il problema per un buon periodo di tempo. Tre ore di lavoro al giorno, infatti, sono sufficienti per soddisfare il vecchio Adamo che è in ciascuno di noi”. Purtroppo, siamo ancora rimasti alle otto ore che furono ottenute dal movimento sindacale un secolo fa.

E sempre guardando al futuro Keynes credeva che avremmo dovuto avere il coraggio di assegnare al denaro il suo vero valore. Si domandava, come spesso facciamo ancora oggi, che senso ha per un miliardario continuare ad accumulare denaro, che cosa gli cambia nella vita? “L’amore per il denaro come possesso, e distinto dall’amore per il denaro per godere dei piaceri della vita, sarà riconosciuto per quello che è: una passione morbosa, un po’ ripugnante, una di quelle propensioni a metà tra il criminale e il patologico che di solito si consegnano con un brivido allo specialista di malattie mentali”.

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L’equilibrismo di Tajani in Cina, tra il Made in Italy e l’ombra di Trump

Tajani allunga la lista di politici europei che, nelle ultime settimane, sono andati in Cina a portare avanti gli interessi di politica estera e commerciale dei propri paesi e, in parte, anche comunitari. Nei fatti, però, sono andati col cerino in mano a chiedere al Dragone di aiutarli a sostenre le economie del Vecchio Continente e, a volte, anche a fare quello che la UE non può fare, perché non vuole e perché non ha le carte giuste: controbilanciare l’aggressività statunitense.

Alla fine del 2023 il Belpaese è uscito dagli accordi sulla Nuova Via della Seta, unico paese del G7 che vi aveva aderito. Ma lo scambio commerciale e gli investimenti tra l’Italia e la Cina rimangono importanti. Pechino è rimasta coerente nella porpria visione dei rapporti internazionali, mentre la UE gioca su un terreno strumentale, passando dalla guerra totale sotto la copertura del padrino stelle-e-strisce e cercando il riassorbimento dei punti di frizione, ora che deve confrontarsi con l’imprevedibilità di Washington.

Ormai persino la “vassalla di ferro”, Giorgia Meloni, è stata posta sotto accusa da Trump, e allora la visita di Tajani assume un peso maggiore. Per Pechino, accogliere il ministro italiano con tutta la disponibilità possibile è l’occasione perfetta per mostrare al Mondo il contrasto con l’approccio muscolare della Casa Bianca, e discutere di alcuni dossier comunque significativi.

Tajani, in un’intervista a Il Sole 24 Ore, pubblicata anche sul sito della Farnesina, ha ricordato che la Cina è “il nostro quarto partner commerciale nel mondo e il primo in Asia, ma il nostro deficit commerciale continua ad aumentare, siamo a 46 miliardi”. Per un paese in cui quasi il 40% del PIL proviene dall’export, come ha ricordato lo stesso Tajani, è un nodo imprescindibile.

In questo momento, sono 1.500 le aziende italiane che operano nel Dragone, con un fatturato di 33 miliardi di euro. Il distretto di Suzhou rimane il principale polo produttivo italiano fuori dall’UE. Ma quei 46 miliardi di euro di passivo sulla bilancia commerciale preoccupano, anche perché si allargano.

Il riequilibrio viene cercato chiedendo l’allentamento delle maglie e delle regolamentazioni del mercato interno, facilitando l’ingresso di prodotti Made in Italy. Eppure, quello che può offrire Roma a Pechino, oltre a un po’ di meccanica, sono soprattutto i beni agroalimentari e la gioielleria. A ricordare come solo il brand Italia ha ancora un po’ di attrattiva, avendo distrutto il tessuto industriale del nostro paese.

Sulle questioni davvero spinose, è la Cina ad avere il pallino del gioco in mano. Bloomberg riferisce che Tajani ha chiesto un più facile accesso alle terre rare cinesi, e Pechino, da parte sua, ha chiesto conto dell’esercizio del Golden Power del governo Meloni su Pirelli. Appena una decina di giorni fa il governo Meloni aveva blindato la governance del gruppo, limitando numeri e peso di Sinochem, primo socio di Pirelli.

Tajani ha rassicurato che si tratta di un’operazione che è servita unicamente a tutelare la presenza dell’azienda sul mercato statunitense, e che non danneggerà i soci cinesi. Ma già di per sé ha mostrato l’equilibrismo con cui il governo si muove tra i due maggiori attori globali. Per ora, il ministro italiano porta a casa tre intese strategiche (settori industriale e legno-arredo) per un valore di 360 milioni di euro, ma quanto può durare?

Se questo equilibrismo, sul breve periodo, può fare contenti tutti con bilanci più gonfi, sul lungo periodo ignora la politicizzazione sempre crescente della competizione globale. Insomma, ancora una volta un paese europeo si mostra incapace di portare avanti una linea politica autonoma, sempre condizionato dal tentativo di guadagnare su ogni tavolo. Una strategia che per ora ci tiene a galla, ma che in futuro ci porterà a picco.

Ad ogni modo, si sono discussi anche i temi geopolitici più caldi. Tajani ha chiesto all’omologo cinese, Wang Yi, di usare il suo peso su Mosca e Teheran per fermare i conflitti in Ucraina e Medio Oriente. Dunque, come già aveva fatto pochi giorni fa il primo ministro spagnolo, la UE non condanna mai le aggressioni dei propri alleati, e chiede agli altri di fare il lavoro diplomatico a cui hanno rinunciato. Anche in questo caso, questo gioco non può durare a lungo.

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La lunga attesa ad Islamabad

Uscire da una guerra è molto più complicato che entrarvi. Se poi non hai una strategia chiara, obbiettivi ben definiti, autonomia decisionale, risultati tangibili da sbandierare, la procedura d’uscita si trasforma in un gioco dell’oca.

L’America in versione trumpiana è nel pieno di questo gorgo. Ancora una volta le dichiarazioni ufficiali sono così contraddittorie da non permettere una sintesi affidabile.

Da un lato si assicura che le trattative mediate dal Pakistan “stanno andando molto bene” e che tra oggi e domani si svolgeranno gli incontri decisivi ad Islamabad. Dall’altra si mantiene il blocco alle navi iraniane (molto) al largo dello Stretto di Hormuz, arrivando ad abbordarne e sequestrarne una.

Conseguenza immediata: l’agenzia di stampa iraniana IRNA ha smentito domenica sera le notizie pubblicate in merito allo svolgimento del secondo round di negoziati a Islamabad, affermando che erano “inesatte”. In dettaglio, ha riferito che “le ambizioni americane” tradotte in “richieste irragionevoli, insieme al protrarsi del blocco navale e alle minacce, hanno contribuito a ostacolare finora i progressi dei negoziati”.

Ha inoltre sottolineato che “le notizie diffuse dagli Stati Uniti non sono altro che giochi mediatici, che si inseriscono nel contesto di uno scambio di accuse e di pressioni sull’Iran”.

Il tutto accompagnato dall’annuncio – da parte del comando delle Guardie della Rivoluzione – di una “risposta” a breve termine all’abbordaggio.

L’esigenza trumpiana di mostrarsi “dominante” nel conflitto, presso il proprio elettorato, sbatte costantemente con l’impossibilità – fin qui – di trovare almeno un “successo militare” che giustifichi la dichiarazione di “vittoria” con cui chiudere una guerra che sta rovinando l’America, il Mondo e la sua stessa possibilità di continuare a dirigere la superpotenza statunitense.

Ma – come appreso all’inizio della sua carriera di affarista da un criminale sionista della peggiore specie – nel suo modus operandi non è prevista la marcia indietro e l’ammissione, almeno implicita, di una sconfitta o un pareggio.

Ergo, non resta che la continua escalation verso il trionfo o la catastrofe totale.

Pensare di presentarsi ad un incontro diplomatico difficile, ma tutto sommato decisivo, con un biglietto da visita come quello che segue è semplicemente da squilibrati. Rendendo noto il sequestro della nave iraniana, infatti, Trump ha scritto il solito post strabordante di suprematismo: “Oggi, una nave mercantile battente bandiera iraniana chiamata ‘Tosca’, lunga circa 270 metri e con un peso paragonabile a quello di una portaerei, ha tentato di forzare il nostro blocco navale, senza riuscirci”

Una nave portacontainer è in effetti un lento bestione di grandi dimensioni, ma completamente disarmato e con pochissime persone di equipaggio. Sarebbe sequestrabile, insomma, anche da un motoscafo con tre uomini armati. Enfatizzarne la grandezza serve solo a glorificare un altrimenti spregevole atto di pirateria internazionale.

Trump ha pure aggiunto: “Il cacciatorpediniere lanciamissili USS Spruance ha intercettato la nave nel Golfo dell’Oman e le ha intimato formalmente di fermarsi. Tuttavia, l’equipaggio iraniano si è rifiutato di obbedire, quindi la nostra nave da guerra l’ha immediatamente fermata aprendo una falla nella sala macchine. Ora i Marines statunitensi hanno preso il controllo della nave”

Sottolineature necessarie. Il “glorioso” atto di pirateria è avvenuto nel golfo dell’Oman, praticamente nell’Oceano Indiano, a rispettosa distanza dallo Stretto di Hormuz e dai missili iraniani.

Di per sé, militarmente parlando, dimostra soltanto l’intenzione statunitense di attaccare navi civili battenti bandiera iraniana ovunque nel Mondo. Cosa possibile, certamente, in base ai mezzi di cui dispongono gli Usa, ma sicuramente non presentabile come “legale” o fondativa di un “nuovo ordine internazionale”. Non contenti dell’idiozia commessa, gli Usa hanno anche diffuso il video in cui hanno registrato l'“eroico” assalto militare ad una nave civile, un po’ come le baby gang che filmano le proprie aggressioni in strada e poi le postano in rete.

Se ogni potenza paragonabile si mettesse a fare altrettanto, finirebbe in un attimo il commercio internazionale, l’economia mondiale e – ovviamente – anche quel tanto di pace che sopravvive tra potenze nucleari.

In ogni caso, non si può pretendere che quella sia una “base di discussione” con cui presentarsi ad Islamabad per “seri accordi di pace”. Al massimo può servire a recitare la solita parte del mafioso hollywoodiano – “questa è la mia proposta che non puoi rifiutare”, perché “qui comando io” – che non ci sembra abbia fin qui impressionato la controparte.

Praticamente. Islamabad stamattina appare pronta ad accogliere le delegazioni trattanti. Quella statunitense sembra già arrivata, guidata dal vicepresidente J.D. Vance (i soliti Witkoff e Kushner, pur presenti, non hanno alcuna credibilità, per gli iraniani, in quanto considerati più “agenti israeliani” che non inviati della Casa Bianca).

Un Boeing C-17 Globemaster III – l’enorme aereo da trasporto che in questi casi trasporta le auto blindate per la delegazione e la scorta – è ora parcheggiato sulla pista. Due dei principali alberghi della città sono stati requisiti e “sgomberati” dai loro ospiti.

Tutto è effettivamente pronto per l’attesissimo incontro.

Manca solo la delegazione iraniana. Che, in una trattativa seria per arrivare alla pace, sembra sia proprio indispensabile.

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Intervista a Miguel Díaz-Canel

“Non ci piace la guerra, promuoviamo la solidarietà e la cooperazione tra i popoli, ma siamo pronti a difendere questa pace”.

In un contesto di massima tensione diplomatica e crisi energetica, il leader cubano offre in questa intervista una risposta netta alle recenti minacce provenienti da Washington. Rispondendo alle domande, Díaz-Canel analizza la sovranità dell’isola, la possibilità di un conflitto armato e la complessa situazione sociale che attraversa il popolo cubano sotto il peso del blocco.

Presidente Díaz Canel, benvenuto a Meet the Press.

Molte grazie, grazie a voi per l’opportunità e grazie per essere a Cuba.

Grazie per averci invitato nel vostro bel paese, è un onore.

Per noi è un piacere che siate qui.

Grazie, moltissime grazie. Io vorrei cominciare con il presidente Trump. Egli ha detto di avere piani per prendere Cuba in qualche modo. Ha detto: “Credo di poter fare quello che voglio con Cuba”. Lei prende sul serio le minacce di Trump?


Io credo che negli ultimi giorni siano state dette molte cose non solo dal Presidente, ma anche da altri funzionari del Governo degli Stati Uniti, che denotano realmente un linguaggio e una retorica aggressiva verso Cuba.
Bisogna conoscere la storia del nostro paese. Il nostro è un paese che nella sua identità ha molto radicati i valori della sovranità e dell’indipendenza. Per 150 anni Cuba ha lottato, prima per liberarsi dalla colonia e poi dalla neocolonia. E con la Rivoluzione Cubana, con il suo trionfo nel gennaio del 1959, sono state cancellate tutta una serie di dipendenze, si è cancellato l’assoggettamento, la subordinazione a una potenza straniera, e questo ha portato tutta una serie di conseguenze per il paese a beneficio delle quali il popolo cubano non è disposto a rinunciare.
C’è uno dei generali più brillanti delle nostre guerre di indipendenza, Antonio Maceo, che disse: “Chi tenti di impossessarsi di Cuba raccoglierà solo la polvere del suo suolo intriso di sangue, se non perisce nella lotta”.
Noi siamo un paese di pace. Noi non promuoviamo la guerra, non ci piace la guerra, favoriamo la solidarietà, la cooperazione tra i popoli, ma siamo disposti a difendere quella pace che vogliamo; pertanto, non ci lasciamo intimidire, e non vogliamo che ci colga né la sorpresa né la sconfitta.
Questa è una delle interpretazioni che si possono dare a questa minaccia e su quale sia la posizione di Cuba. L’altra interpretazione che si può dare è quando parlano del fatto che Cuba cadrà da sola, e cercano di metterci un’etichetta di Stato fallito o di paese che sta per collassare, il che è smentito dalla realtà: come può un paese come questo aver sopportato in 67 anni ogni tipo di pressione, di aggressione e, persino, per più di sessant’anni, il blocco più prolungato della storia, che è un blocco criminale, genocida?
Ci sarebbe molto da parlare su questi temi, ma vi dico che il popolo cubano, la Rivoluzione Cubana, è disposta a difendersi.

Passiamo alla prossima domanda. Il presidente Trump vuole prendere Cuba come ha fatto con il presidente Maduro in Venezuela, come ha fatto in Iran dove ha ucciso il Leader Supremo. Lei pensa che potrebbe essere arrestato o assassinato dal Governo degli Stati Uniti?

È una domanda molto interessante. A me non piace mai che si facciano parallelismi tra Cuba e altre nazioni, perché noi abbiamo una storia propria, ci muoviamo in una circostanza propria, ed è anche ignorare un po’ la nostra storia, la forza della nostra unità e la forza delle nostre istituzioni.
Noi che assumiamo responsabilità all’interno della Rivoluzione abbiamo un impegno con la Rivoluzione e, soprattutto, con il nostro eroico popolo. E in quel senso di responsabilità è inclusa la convinzione che siamo disposti a dare la vita per la Rivoluzione, per la causa che difendiamo.
Pertanto, per me questa non è una preoccupazione. Se arrivasse il momento, non credo ci sia giustificazione affinché gli Stati Uniti provochino un’aggressione a Cuba o affinché gli Stati Uniti trattino di dare un colpo chirurgico o il sequestro di un presidente a Cuba. Se si producesse, c’è combattimento, c’è lotta. Ci difenderemo, e se ci tocca morire, moriremo, perché come dice il nostro Inno Nazionale: “Morire per la Patria è vivere”.
Ma qui si confonde qualcosa, ed è che si personalizza sempre la direzione della Rivoluzione Cubana con una persona. In un momento si personificò con il Comandante in Capo, in un altro momento con il Generale d’Esercito, ora cercano di personificarla con me; il punto è che noi abbiamo una direzione collettiva nella quale c’è un’unità, una coesione, un’unità ideologica anche, e c’è una disciplina rivoluzionaria.
Pertanto, eliminare una persona all’interno della struttura di direzione della Rivoluzione non risolve nessun problema, al contrario, ci sono centinaia di persone che sono in condizioni di occupare quella responsabilità e di decidere in maniera collettiva. E siamo preparati ad affrontare qualunque tipo di situazione.

Quello che lei dice ha molta forza, ma ha timore per se stesso, per la sua famiglia? È preparato, come lei dice, a fare l’ultimo sacrificio se fosse attaccato?

Non ho timore, sono disposto a dare la vita per la Rivoluzione. Ovviamente, non mi piacerebbe che questa fosse l’attitudine del Governo degli Stati Uniti. Non credo che il popolo nordamericano, che è un popolo sensibile, permetterebbe o vedrebbe bene che il proprio paese, il proprio Governo invada una piccola isola che non riporta nessuna preoccupazione in materia di sicurezza nazionale per il Governo degli Stati Uniti; un’isola che vuole pace, un’isola che vuole dialogare, un’isola dove il suo popolo vuole avere una relazione diretta con il popolo nordamericano.
E poi, quale sarebbe la giustificazione per fare questo? Ma, inoltre, un’aggressione a Cuba avrebbe costi per entrambi i paesi in perdite di vite umane inutilmente, che possono essere evitate; avrebbe costi materiali; influenzerebbe la sicurezza e la stabilità degli Stati Uniti, di Cuba e della regione.
Io credo che bisogna vedere le cose con molta responsabilità quando si prende la decisione su un fatto di quella portata. E, soprattutto, quando prima di prendere quella decisione, che è totalmente illogica e irrazionale, c’è una logica che è più giusta, che è quella di dialogare, di discutere, di dibattere e di trattare di arrivare ad accordi che ci allontanino dall’affrontamento militare.

Cuba si sta preparando attivamente di fronte alla possibilità di un attacco da parte degli Stati Uniti?

Guarda, come ho sempre espresso in altri incontri, in altre interviste, anche quando parliamo al popolo cubano, è evidente che c’è una minaccia, è nella retorica del Governo degli Stati Uniti. Cuba non ha fatto nulla che offenda gli Stati Uniti. Cuba non ha proposto in nessun momento di aggredire gli Stati Uniti, né di intromettersi negli affari interni degli Stati Uniti. Tuttavia, costantemente si sta dicendo che Cuba è la prossima, che si aggredirà Cuba, che ci sono uscite per Cuba, che prenderanno Cuba.
Pertanto, questo, dalla posizione di responsabilità nella direzione del paese, è un allerta e dobbiamo responsabilmente proteggere il nostro popolo, proteggere il nostro progetto, proteggere il nostro paese.
Allora, sì, ci prepariamo per la difesa. Ora, qual è il concetto della nostra preparazione per la difesa? Noi abbiamo una dottrina militare che è totalmente difensiva, non è aggressiva, non implica un pericolo per nessuno; è semplicemente una dottrina che si conosce come “Guerra di Tutto il Popolo”, che è stata costruita collettivamente con l’esperienza della nostra storia, e si è finiti di concepire, si è finiti di strutturare precisamente in una tappa molto dura della nostra storia dove eravamo molto minacciati anche dal Governo degli Stati Uniti.
E si basa sulla partecipazione popolare: ogni cubana e ogni cubano ha una missione, ha un proposito, ha un obiettivo da difendere, ha un luogo e una posizione da occupare nella difesa. E si fa sulla base della partecipazione popolare, della partecipazione volontaria e, naturalmente, comprende la preparazione per la difesa di tutti gli scaglioni e di tutti gli anelli che conformano la nostra difesa territoriale; ma è una concezione totalmente difensiva e non aggressiva.
E, inoltre, partiamo anche da un fatto: che preparandoci per difenderci è la maniera migliore per evitare la guerra ed è la maniera migliore per preservare la pace.
Ti dirò di più, io credo che quello che merita tanto il popolo nordamericano quanto il popolo cubano, nella loro relazione, non è un’aggressione né è un linguaggio di guerra. Quello che meritano il popolo nordamericano e il popolo cubano è la pace, una pace che ci permetta di avere un ambiente di fiducia, di cooperazione, di collaborazione, anche di solidarietà e, naturalmente, di intesa.

Pensa che l’esercito cubano possa aver successo in un confronto contro gli Stati Uniti, se questo si producesse?

Quando parliamo di difesa di Cuba, parliamo delle nostre gloriose Forze Armate Rivoluzionarie, ma anche del nostro popolo, che è strutturato in differenti anelli di quella difesa territoriale. Sì, avremmo successo, sì, possiamo avere successo. Non c’è nemico che non possa essere sconfitto.

Ma contro gli Stati Uniti, la potenza maggiore del mondo?

Gli Stati Uniti hanno una loro concezione del fare la guerra. Il nostro concetto di difesa territoriale si basa su una guerra irregolare, asimmetrica, dove potrebbero avere successi in un determinato momento; ma si renderebbe loro insostenibile invadere e occupare il suolo cubano, perché c’è una decisione, e quella decisione, quella convinzione la rimando nuovamente alla frase di Maceo: “raccoglierà solo la polvere del suo suolo intriso di sangue, se non perisce nella lotta”.
E non è una consegna, non è uno slogan. Se ora esci in strada e commenti o mostri la prima parte di quella frase a un bambino, a un anziano, a un cubano, a un giovane, te la completerà immediatamente, perché così ci siamo formati, e questo è nei nostri sentimenti. Ti ripeto che non è quello che desideriamo. Non desideriamo una guerra, non desideriamo un confronto. Avrebbe un costo molto alto per tutti.

Bene, le chiedo su questo momento straordinario. Gli Stati Uniti hanno sospeso le forniture di combustibile a Cuba; ma la Russia le ha riprese. Lei pensa che i russi abbiano ottenuto il permesso per aiutare Cuba? Come ha funzionato questo?

Io credo che mai un fatto così comune, come può essere il commercio tra due paesi, fosse stato così seguito dai mezzi di stampa e dalla popolazione, in differenti confini del mondo, come l’arrivo della nave russa con combustibile, che è venuta con un concetto di aiuto umanitario. Ossia, non è stata una relazione commerciale.
Io credo che Cuba abbia il diritto, come qualunque paese, di importare petrolio. E tutti i paesi hanno il diritto di esportare petrolio a Cuba. Pertanto, è molto ingiusto questo blocco energetico che inasprisce ancora di più il blocco degli Stati Uniti verso Cuba. Ossia, aver dichiarato il blocco energetico a Cuba dimostra ancora una volta che c’è tutta un’aggressione multidimensionale da parte del Governo degli Stati Uniti a Cuba.
Con una guerra economica che è durata 67 anni, con un blocco che è durato più di 60 anni, con un blocco che nell’anno 2019 con la prima amministrazione Trump si inasprì, che fu mantenuto dall’amministrazione Biden anche in condizioni di COVID-19, e che ora, nuovamente, ha un’espressione di massima pressione che provoca danni devastanti nella popolazione cubana col blocco energetico.
La Federazione Russa ha potuto inviare quella nave in un concetto di aiuto umanitario. Gli Stati Uniti hanno persistito nel mantenere il blocco energetico, pertanto, noi non abbiamo la sicurezza di quando possa entrare un’altra nave carica di petrolio a Cuba, anche se a noi corrisponde il diritto di poterlo ottenere. E questa nave che è arrivata neppure deve sollevare false aspettative, sebbene sia un aiuto importante in un momento come questo, che riconosciamo, ma copre solo la terza parte della domanda di combustibile di un mese a Cuba. Ossia, neppure ora possiamo credere che questo abbia già salvato la situazione.
È un greggio che ora dobbiamo raffinare, che dobbiamo distribuire per tutto il paese, che dedicheremo in parte importante a sfruttare una capacità di generazione elettrica di più di 1.200 megawatt che è stata inutilizzata per quattro mesi e potrebbe darci una migliore situazione nella fornitura di energia, e anche per appoggiare alcune attività dell’economia.

Per quanto tempo potrete sopravvivere fino al prossimo carico di petrolio dalla Russia?

È una domanda sommamente interessante e bisogna rispondere in un momento molto difficile. Nessun paese al mondo può sviluppare un’economia che avanza, prospera, senza combustibile. Per questo dico che c’è un elemento di perversione, di cattiveria, quando una potenza che gioca un ruolo aggressivo sottomette a una situazione come questa una piccola nazione che viene costantemente aggredita.
Ma noi non siamo rimasti con le braccia incrociate. A cosa abbiamo puntato? Abbiamo tutta una Strategia e un Programma di rivitalizzazione del tema energetico nel paese: primo, passare dalla dipendenza delle importazioni al greggio nazionale.
A Cuba abbiamo giacimenti di petrolio, non bastano per coprire tutte le necessità; ma noi possiamo e di fatto stiamo incrementando la produzione di petrolio, stiamo esplorando più giacimenti; siamo aperti per l’investimento straniero a Cuba in perforazione ed esplorazione di pozzi di petrolio. Sarebbe un’opportunità per anche imprenditori nordamericani se potessero partecipare a Cuba in investimenti nel tema energetico.
Quello che succede è che il blocco è l’elemento che lo impedisce, ma Cuba riceverebbe imprese nordamericane che volessero partecipare nel business energetico in Cuba, senza nessun tipo di pregiudizio. Quella è una linea.
D’altra parte, abbiamo fatto ricorso alla scienza e all’innovazione. I nostri scienziati hanno trovato tecnologie, hanno sviluppato tecnologie affinché quel greggio cubano, che è molto pesante perché ha un alto contenuto di zolfo, possa essere raffinato.
Pertanto, se aumentiamo la produzione, potremmo avere una determinata disponibilità, che non coprirebbe tutta la nostra domande; ma una determinata disponibilità, che non abbiamo oggi, di prodotti che uscirebbero dalla raffinazione del greggio cubano.
E d’altra parte, abbiamo sviluppato tutta una strategia di transizione energetica con l’uso più intensivo delle fonti rinnovabili di energia e, naturalmente, anche con una strategia di efficienza energetica. Tutto questo combinato ci porterà o ci sta portando a una situazione distinta. È ancora complessa, richiede tempo, ma potremo resistere.
 
Ma che si può dire sulla forza del regime cubano in questi momenti che ha bisogno dell’appoggio della Russia per sopravvivere?

Noi abbiamo bisogno, innanzitutto, del nostro popolo e delle nostre capacità. Io credo che la prima cosa che bisogna evidenziare è la creatività con cui il nostro popolo ha affrontato le avversità che gli impone il blocco, il blocco inasprito, e ora il blocco energetico.
Io descrivo sempre l’attitudine del nostro popolo, del quale mi sento totalmente orgoglioso, perché costantemente sta dando lezioni di resistenza, una resistenza creativa. Il popolo cubano non resiste tenendo botta, sopportando in maniera umiliata. Al contrario, resiste e cresce, è capace di innovare, è capace di creare, e con questo può sorpassare l’avversità.
Pertanto, è il popolo, e la nostra forza è nel nostro popolo e nell’unità che abbiamo con quel popolo.
Ora, per noi, benvenuto sia l’aiuto della Russia, l’aiuto della Cina, l’aiuto del Vietnam, l’aiuto del Messico, l’aiuto di altri paesi. Gli Stati Uniti potrebbe avere anche loro un’altra visione verso Cuba che non sia quella del confronto, l’aggressione e il blocco, e potrebbe aiutare Cuba. Cosa pregiudica che Cuba si sviluppi?

Il presidente Trump dice che Cuba è un paese sull'orlo del collasso.

È molto curioso, perché nelle relazioni tra Cuba e Stati Uniti, soprattutto in momenti di tensione, si ricorre molto alle costruzioni mediatiche, alle costruzioni rappresentative di stereotipi, e persino, per l’opinione pubblica mondiale, quasi vengono impongono determinate visioni. E in questo caso c’è quella del collasso.
Io chiederei, quale paese al mondo sarebbe capace, come ha fatto Cuba, come ha fatto il popolo cubano, di sopportare 67 anni di aggressione mantenuta, sostenuta, della potenza più poderosa del mondo, con più di 60 anni di blocco, con gli ultimi sei o sette anni con blocco inasprito, e ora con blocco energetico, senza collassare?
Noi non siamo collassati, noi manteniamo un paese organizzato, un paese con armonia. In 67 anni di Rivoluzione abbiamo conquistato molti traguardi nel sociale; a volte siamo criticati sotto l’aspetto economico, ma abbiamo dovuto affrontare un’economia di guerra, e in mezzo a quella economia di guerra la nostra economia è stata capace di sopportare e avanzare in progetti sociali.
Noi abbiamo più di 32 progetti sociali per assistere vulnerabilità, disuguaglianze. Sessantasette anni di Rivoluzione hanno permesso che il paese non collassasse, e non collasserà!
Il paese ha sviluppato conquiste. Noi abbiamo un sistema universale di salute, che arriva gratuita per tutta la popolazione. Abbiamo un sistema di educazione, dall’insegnamento generale fino all’insegnamento universitario, che include tutti ed è anch’esso gratuito. Abbiamo traguardi nella cultura e nello sport, siamo uno dei paesi con la migliore proporzione di medaglie olimpiche per abitante. Abbiamo sviluppato le risorse umane, e abbiamo un potenziale anche di forza lavoro qualificata, di scienziati. Abbiamo sviluppato la scienza e l’innovazione. Si conoscono gli avanzamenti della biotecnologia e dell’industria biofarmaceutica cubana. Abbiamo ottenuto equità, giustizia, uguaglianza.
Abbiamo una società dove si respira tranquillità, una società sicura; una società che non ammette la corruzione, il narcotrafico, il crimine organizzato; una società che è capace di offrire solidarietà ad altri popoli a partire dalle sue potenzialità.
E questo non lo si può vedere come un collasso. Cercano di imporci la matrice del collasso quando per una politica aggressiva, per una politica genocida di blocco, ci portano a vivere una situazione complessa. Noi stiamo vivendo una situazione complessa, il nostro popolo vive cose molto dure tutti i giorni, che sono nell’ambito del nazionale, ma lo possiamo portare all’ambito del familiare. Ma non è collassato il nostro paese.

Nessuno metterebbe in discussione il fatto che il blocco o l’embargo abbiano avuto impatto, ma discutiamo qualcosa sulla situazione qui a Cuba. Il popolo di Cuba sta soffrendo, c’è scarsità di energia, di alimenti. Ha lei qualche responsabilità per la sofferenza che sperimenta il popolo in questi momenti? Come Presidente, lei non si sente responsabile di ciò?

Vediamo, il popolo cubano sta soffrendo. E quella sofferenza, come ti dicevo, lo possiamo vedere in due ambiti: nell’ambito del nazionale e nell’ambito del familiare, perché tutto è nella quotidianità. Ora, qual è la causa fondamentale di quel sofferenza? Sono stati gli errori che possa aver commesso io, o, come ti dico, una direzione collettiva?

O il Governo?

O il Governo. Oppure quella sofferenza si deve innanzitutto alla politica di blocco inasprita, mantenuta e sostenuta dagli Stati Uniti? Io credo che la risposta la può dare il popolo, la maggioranza del nostro popolo è sottoposto a quella politica di ostilità permanente del Governo degli Stati Uniti.
Guarda, a livello nazionale: siamo un paese che dopo l’anno 2019, quando ci inasprirono il blocco, quando l’amministrazione del Governo degli Stati Uniti applicò 240 misure che inasprirono quel blocco e inoltre ci incluse in una lista spuria, dove accusano Cuba di essere un paese che “appoggia il terrorismo”, ci sono state tagliate tutte le fonti di finanziamento esterno.
Noi non riceviamo crediti da nessuna banca. C’è una persecuzione finanziaria ed energetica. A chiunque venga a fare un’operazione commerciale, finanziaria, bancaria con Cuba applicano misure coercitive, applicano pressioni. Lo stesso fanno con le compagnie di navigazione, lo fanno con le agenzie petrolifere.
Hanno fatto pressione e preso misure per tagliare il turismo a Cuba. Per esempio, un cittadino europeo dispone di un visto che si chiama visto ESTA per visitare gli Stati Uniti; se quel cittadino europeo viene in visita a Cuba come turista, gli Stati Uniti automaticamente gli ritirano il visto ESTA. Ossia, sono tutto un gruppo di situazioni che non si applicano a nessun paese al mondo.
A noi manca finanziamento per acquisire alimenti; per acquisire input per le nostre principali produzioni e servizi; per avere i medicinali di cui abbiamo bisogno; per le riparazioni che abbiamo bisogno di fare al nostro sistema elettrico nazionale e alla nostra base industriale. Ora, come si sta riflettendo questo nel nostro popolo.
E ciò nonostante il popolo di Cuba dice che può incolpare gli Stati Uniti sul perché durante gli ultimi dieci anni l’economia è andata in declino. Ci sono migliaia di persone che hanno abbandonato il paese.
Ti dicevo allora, questo nella vita familiare oggi, come si traduce? C’è scarsità di alimenti, c’è scarsità di medicinali; le mattine diventano mattine faticose perché, quando tu passi 20 ore senza energia elettrica prodotto di un blocco, non dell’incapacità di un governo, a quell’ora devi fare i doveri di casa.
 
Ma questo è stato prima del blocco, la gente soffriva anche prima del blocco.

No, no, no, ti spiegherò. Lì c’è una confusione di approccio, lì c’è una confusione di approccio! Noi già vivevamo sotto le condizioni di blocco, ma questo si inasprisce e ottiene una qualità distinta nel secondo semestre dell’anno 2019, con queste 240 misure e con l’inclusione di Cuba in una lista di paesi che si sospetta appoggino “il terrorismo”.
Pertanto, tutto si inasprì. E qui c’è l’effetto del blocco preesistente a cui si cumula l’effetto del suo inasprimento, più l’effetto dell'attuale blocco energetico.
Te lo dico responsabilmente, non è colpa del Governo cubano. Non è colpa del Governo cubano! Ha anche creato malessere, perché vivere gli ultimi 10 anni che hanno vissuto sotto quelle condizioni, che sono estreme in comparazione con un altro momento... 
Il popolo cubano ha frustrazioni, il popolo cubano ha fastidi, il popolo cubano soffre situazioni molto complesse; ma la maggioranza del popolo cubano non addossa quella colpa al Governo. Ci sono state anche molte manipolazioni nelle reti mediatiche, si cerca di ignorare gli effetti che ha avuto quel blocco in tutti questi anni.
E ti commenterò con esempi concreti, perché tu veda la brutalità di quel blocco e quello che ha implicato nel popolo cubano, e, tuttavia, quale è stata la risposta di quel Governo che vorrebbero condannare come colpevole. E mi riferisco ai momenti del COVID-19.
Durante la pandemia, quando la COVID-19 entrò nel nostro paese, già all’inizio ci rendemmo subito conto che non avremmo avuto accesso al mercato dei vaccini nel mondo, che era dominato dalle grandi transnazionali, e, pertanto, con le restrizioni economiche che già vivevamo a seguito dell'inasprimento del blocco, non avevamo il denaro necessario per acquisire quei vaccini. Pertanto, per noi era negata l’acquisizione di vaccini.
Abbiamo dovuto ricorrere alla scienza cubana. Questo Governo “condannato” da alcuni ha dedicato tutti i suoi sforzi a proteggere la vita delle cubane e dei cubani. Abbiamo fatto appello ai nostri scienziati e i nostri scienziati in poco tempo sono stati capaci di sviluppare vaccini cubani che ci permisero di avere uno dei livelli di miglior effetto nel confronto alla COVID19.
I nostri indicatori di confronto alla COVID19, in efficienza, sono migliori di quelli degli Stati Uniti, che è una potenza che non è bloccata da nessuno. Dopo abbiamo avuto una crisi per una rottura nell’impianto di produzione di ossigeno medicale. Il Governo degli Stati Uniti in quel momento negò che le imprese potessero venderci ossigeno, il che è una cosa totalmente criminale. Ma con la solidarietà internazionale e anche con tutta un’operazione organizzativa siamo riusciti a superare quel momento.
E quando abbiamo dovuto aumentare le sale di terapia intensiva, il Governo degli Stati Uniti proibì che si vendessero ventilatori polmonari a Cuba. Abbiamo fatto ricorso a giovani scienziati e quegli scienziati hanno sviluppato i ventilatori polmonari.
Ora, tu sai che per fare un ventilatore polmonare si ha bisogno di pezzi e componenti nordamericani. Il blocco impedisce che un’attrezzatura con più di un 10% di componenti nordamericani possa essere venduta a Cuba. Allora, c’è stato bisogno di uscire in differenti paesi a comprare un pezzettino, a comprare un conduttore, a comprare un servomotore per ottenere quelle cose. Quegli ostacoli non li hanno imposti a nessun altro al mondo.
Il blocco è molto aggressivo, è davvero genocida. E allora è ingiusto, è ingiusto incolpare un Governo che tutto quello che ha è una vocazione per il suo popolo, per consegnarsi al suo popolo, per cercare giustizia sociale, per trovare soluzioni, e in situazioni complesse le andiamo trovando, non incolparlo di quei mali.
Io credo che il Governo degli Stati Uniti debba rivedere quanto è stato crudele verso Cuba e verso il popolo cubano. E che non venga a presentarsi come salvatore della situazione cubana; non ha quel diritto, né ha la statura morale per farlo!

Ma abbiamo visto con i nostri occhi quello che il popolo cubano sta sperimentando, ci sono persone che stanno soffrendo nelle strade dell’Avana, la capitale. Non è ora che Cuba si assuma la responsabilità, che si guardi allo specchio e cambi il proprio sistema economico in favore delle persone che stanno soffrendo?

Noi facciamo sempre analisi molto autocritiche delle nostre realtà e costantemente stiamo lavorando per trasformare, per rivoluzionare quello che facciamo, cercando di perfezionarlo. Ma questo non ha a che vedere con il sistema politico. Il nostro sistema politico non abbraccia l’impossibilità di avanzare. Ti ripeto che il responsabile è il blocco che ha esercitato il Governo degli Stati Uniti.
Quello stesso popolo che oggi soffre quelle situazioni e che, per una parte importante, comprende chi è il vero colpevole. È il popolo che ha approvato, in vari esercizi di consultazione popolare e di referendum, il sistema politico che noi difendiamo. Il nostro sistema politico è in funzione delle persone, è in funzione della giustizia sociale, è in funzione del fatto che tutti avanziamo.
E sembra che dia fastidio ad altri nel mondo per quello che potrebbe rappresentare, perché è un sistema per noi, non è un sistema che vogliamo imporre a nessuno, e allora lo bloccano in quella maniera; perché, guarda, non solo stiamo parlando di un blocco, stiamo parlando di un blocco che è inusuale, è stato il più prolungato nella storia dell’umanità, il più severo.
Un blocco che, inoltre, non è solo contro il popolo cubano, è anche contro il popolo nordamericano. E, inoltre, si è internazionalizzato. Gli imprenditori nordamericani non possono investire a Cuba. Perché? I cittadini nordamericani non possono visitare liberamente Cuba, perché? I cittadini di altri paesi, gli imprenditori di altri paesi sono sottomessi anche a sanzioni.

Ma voi potete commerciare con altri paesi...

Noi possiamo commerciare, ma con molte limitazioni, davvero molte limitazioni! Perché le leggi del blocco si sono internazionalizzate da quando si applica il Titolo III della Legge Helms-Burton. Bisogna cercare molto, bisogna documentarsi molto, perché la narrativa che c’è nei media e le narrative che ci sono nelle reti sociali stanno promuovendo l’odio e confondendo le persone, ma non sono realistiche.
Credo che su questo dobbiamo avere anche uno sguardo critico. E noi continuiamo ad avere disposizione nel nostro Governo insieme al nostro popolo per trasformarlo e per avanzare, persino per superare queste situazioni.

Cina e Vietnam hanno abbracciato il sistema unipartitico e hanno fatto cambiamenti. Perché Cuba non potrebbe fare lo stesso?

Cina e Vietnam sono paesi che costruiscono il socialismo, come Cuba. Bisogna dire che ho studiato molto le riforme di Cina e Vietnam e le abbiamo prese come riferimento per Cuba. In un certo momento si ebbero le conseguenze di misure coercitive, sanzioni da parte degli Stati Uniti, e rimasero bloccati; blocchi che durarono meno tempo, approssimativamente un decennio.
Quando uscirono da quei blocchi ebbero però tutta la possibilità di sviluppare le loro capacità di costruzione socialista. Applicarono un gruppo di riforme e con quelle riforme hanno dimostrato che il socialismo, con un unico partito a capo, è vitale e riesce a dimostrare importanti sviluppi economici, sociali, tecnologici.
Oggi la Cina è una potenza importante nel mondo. Noi abbiamo uno scambio permanente, siamo paesi fratelli, i nostri partiti hanno una relazione interpartitica profonda, e scambiamo costantemente informazioni sui nostri processi.
Quello che succede però è che Cuba ha anche le sue peculiarità. Cuba è uno stato insulare, Cuba è un paese a 90 miglia dagli Stati Uniti. Cuba è stata un paese aggredito al quale non hanno tolto il blocco, per più di sessant’anni, come ti dicevo; pertanto, noi non abbiamo potuto costruire quello che abbiamo sognato né quello che avremmo voluto essere.
Abbiamo molte cose pendenti perché il blocco le ha impedite, ma ci sono persone che non lo capiscano. Quando uno studia i momenti di riforma in cui Cina e Vietnam hanno potuto svilupparsi di più, vede che sono partiti da una situazione meno favorevole in materia di infrastruttura, in materia di sviluppo, di quelli che forse abbia Cuba nell’attualità.
Allora bisognerebbe dire al Governo nordamericano: toglimi il blocco e vediamo come va! Venite a vedere se Cuba, con tutte quelle potenzialità che ha, anche se bloccata è stata capace di ottenere traguardi, perché siamo stati capaci persino di dare solidarietà pur essendo sotto blocco.
Perché gli Stati Uniti devono spendere milioni? Se siamo così incapaci, se siamo così sciocchi come ci vogliono vedere, se siamo così chiusi, se siamo così poco innovatori, perché allora si sono impegnati durante tanti anni a spendere milioni – milioni di dollari dei contribuenti, ossia, il popolo nordamericano – per piani sovversivi, per blocchi, per schiacciare la Rivoluzione Cubana?
Perché non ci lasciano cadere da soli, se è quello che loro credono succederà? O forse non sarebbero disposti ad apprezzare che Cuba senza blocco sarebbe capace di avere livelli di sviluppo economico e sociale di ampio impatto e dimostrare che altre soluzioni sono possibili nel mondo?

Parliamo del futuro. Ci sono state conversazioni tra Cuba e gli Stati Uniti. Lei crede sia fattibile arrivare a un accordo con il presidente Trump, con gli Stati Uniti?

Io credo che possiamo avere un approccio che parte da quello che è possibile e da quello che è difficile. Credo che il dialogo e gli accordi con il Governo degli Stati Uniti siano possibili, ma sono difficili.
La possibilità dove sta? Cuba, in tutti gli anni della Rivoluzione, ha sempre avuto la disponibilità ad avere una relazione civilizzata come vicini con gli Stati Uniti, che ci permetta in tutto un gruppo di settori di avere cooperazione, scambi, relazioni normali. E quello che abbiamo sempre chiesto è che quella relazione bisogna costruirla da una posizione di rispetto, di uguaglianza, senza imporre, senza condizionare; perché condizionare non porta al dialogo, imporre non porta alla negoziazione.
Perché ci sia una conversazione, perché ci sia un dialogo, perché si possa arrivare a un accordo negoziato, deve esserci capacità di dialogare e di ascoltare da entrambe le parti, deve esserci rispetto, onestà e deve esserci riconoscimento reciproco. Pertanto, ci sono tutte le condizioni e tutte le possibilità, se entrambe le parti siamo d’accordo, di avere quel dialogo.
Quali sono le cose che rendono difficile quel dialogo? In primo luogo, in questi 67 anni, la politica degli Stati Uniti verso Cuba è stata totalmente ostile. Gli Stati Uniti hanno sempre assunto, come potenza, una posizione agguerrita e Cuba ha dovuto assumere la posizione, come piccola isola, di aggredita.
In vari momenti – e questo è un altro dei precedenti che facilita possa esserci un dialogo – si sono avuti accordi, un dialogo con differenti amministrazioni degli Stati Uniti e si è arrivati a impegni. Cuba ha sempre adempiuto i suoi impegni. Gli Stati Uniti invece ne hanno lasciati inadempiuti molti.
Gli Stati Uniti, per esempio, anche di questi tempi, sono stati in trattativa con altri paesi ma in mezzo a quelle conversazioni li hanno aggrediti. Tutto questo crea molta diffidenza. E sappiamo che negli Stati Uniti ci sono forze che, costantemente, ogni volta che vedono un momento in cui ci sono possibilità di dialogare, cercano di boicottare quel negoziato.
Ma, insisto, confido nel fatto che possiamo conversare con rispetto, con onestà; nel fatto che possiamo trovare, per la via del dialogo, soluzione alle nostre differenze bilaterali; nel fatto che possiamo trovare aree di cooperazione nelle quali si possono sviluppare progetti.
Ci sono molti temi sui quali possiamo lavorare, dal narcotraffico al terrorismo, sulle questioni migratorie, sulla lotta al crimine transnazionale. Possiamo progredire in negoziati, possiamo avere investimenti e affari di imprenditori nordamericani dentro Cuba.
Esiste una comunità cubana residente negli Stati Uniti alla quale dobbiamo anche facilitare le attività tanto negli Stati Uniti quanto nel nostro paese; il popolo nordamericano che potrebbe visitare Cuba. Possiamo avere scambio culturale, sportivo, sanitario.
Tutto questo ci permetterebbe allora di costruire spazi di intesa, che ci allontanino dalla contrapposizione, che garantiscano la pace e la sicurezza non solo di Cuba e degli Stati Uniti, ma anche dell’area dell’America Latina e dei Caraibi. Quello è il futuro cui noi aspiriamo, avere una relazione di buoni vicini, una relazione civilizzata, indipendentemente dalle nostre differenze ideologiche. Io credo che sarebbe un’opportunità, è quello che meritano i nostri popoli. Ti racconterò un aneddoto.

Mi dicono che ci scade il tempo.

È un peccato, un vero peccato!

Per favore, ci lasci finire con le domande.

È un peccato che ci scada il tempo, perché abbiamo molto di cui parlare. Pertanto, ti propongo che in un altro momento possiamo riprendere. Intanto, ti racconterò due aneddoti.

Va bene. Abbiamo molte più domande. Volevo darle il tempo e darle la risposta perché la ascoltino il popolo cubano e quello degli Stati Uniti.

Sono d’accordo.

Va bene.

Due aneddoti che danno l’idea di quanto entrambi i popoli potrebbero guadagnare se arrivassimo ad accordi e realizzazioni comuni, a spazi che lo permettano. Un ente cubano di scienza, tecnologia e biotecnologia farmaceutica da anni porta avanti un test clinico inseme ad un prestigioso ente di ricerca sul cancro negli Stati Uniti. Un test clinico su un vaccino cubano contro il cancro polmonare. E sono già quasi dieci anni che dura questo test clinico. E bisogna dire che i risultati di questo test clinico sono sommamente incoraggianti.
Tanto la parte nordamericana quanto la parte cubana hanno una grande fiducia nel successo di questo test e in quello che potrebbe rappresentare per la salute negli Stati Uniti e a Cuba. Di recente, tutte le settimane ho avuto incontri con scienziati cubani perché cerchiamo di affrontare con la scienza e l’innovazione la soluzione ai problemi del paese, e mi hanno presentato i risultati che sta avendo anche un test clinico su un medicinale cubano, molto innovativo, per combattere l’Alzheimer.
In quel test c’è una collaborazione con una clinica del Colorado, negli Stati Uniti, da dove vengono pazienti nordamericani per ricevere il trattamento a Cuba, dopo tornano negli Stati Uniti e continuano lì il trattamento. Bisogna vedere in che termini il Direttore di quella clinica in Colorado parla di come i suoi pazienti sono migliorati e hanno avuto risultati superiori a qualunque altro medicinale.
Allora, non si può privare con una politica di blocco – che risponde ad interessi di minoranze, di una élite – il rapporto che potrebbero avere i nostri due popoli.
Questo è quello che io esorto, che ci sia comprensione, che ci sia sensibilità, che vediamo le opportunità nei nostri rapporti. Non incoraggiamo la contrapposizione, la guerra e l’aggressione.

Vorrei continuare a parlare sul futuro dei negoziati. Lei ha fiducia nel fatto che il presidente Trump possa arrivare ad un accordo?

Beh, noi se siamo entrati in un dialogo è perché aspiriamo a che si possa arrivare a un accordo. Arrivare a un accordo dipende dalla disposizione delle due parti a trovare le aree di collaborazione e cooperazione; a costruire spazi di intesa, ad affrontare il problema con sensibilità, con responsabilità e anche con molta serietà.

Signor Presidente, lei si sta confrontando direttamente con il segretario di Stato, Marco Rubio? Ha lei fiducia in lui?

Noi ci confrontiamo e ci confronteremo, sempre che gli Usa siano disposti, con il rappresentante del Governo degli Stati Uniti. I processi di confronto sono processi complessi. Sono processi dove prima si stabiliscono i canali di dialogo; dopo bisogna costruire agende che permettano di dibattere e conciliare interessi comuni.

Ma lei ha parlato con il segretario Rubio?

No, io non ho parlato con il segretario Rubio, non lo conosco ancora. Dopo aver costruito agende e dibattuto, se c’è disposizione, si può arrivare agli accordi. Ma questi sono processi che bisogna condurre con molta sensibilità, con molta responsabilità, con molta onestà e discrezione, per non creare false aspettative, perché non si manipoli l’informazione, perché non si manipolino i propositi. Pertanto, preferisco non dare dettagli su questi temi.

Parliamo di alcune delle domande chiave degli Stati Uniti: il riconoscimento della stampa libera, la liberazione dei prigionieri politici, la celebrazione di elezioni giuste.

In questi momenti nessuno ci ha fatto domande su quei punti, e noi abbiamo stabilito che l’ordine interno, l’ordine costituzionale cubano, il rispetto al nostro sistema politico sono temi che non vengono negoziati né sottoposti a discussione con gli Stati Uniti. E credo, Kristen, che bisogna superare tutto universo di concetti fasulli riguardo a Cuba, sulla democrazia, i diritti umani, se siamo tirannia o dittatura oppure no, sulla libertà di espressione, l’esistenza di sindacati.
Questioni sui quali c’è molta manipolazione e molti pregiudizi che io credo dobbiamo superare, e porterebbe via ora molto tempo. Ma noi abbiamo tutti gli argomenti per dimostrare quanto e come siamo democratici, come è il sistema delle elezioni a Cuba, che è un sistema che viene dalla base; su come esercitiamo il potere insieme al popolo, come siamo difensori dei diritti umani, come non siamo una dittatura.
Dovrei spiegarlo in molto più tempo e ti chiedo in un altro momento di riprendere a parlare di queste cose. Ma c’è molto pregiudizio che bisogna oltrepassare e che bisogna eliminare.

Due domande in più. Ci sono più di 1.200 prigionieri politici in Cuba. Maykel Osorbo, per esempio, è prigioniero e ha vinto due Grammy latini.

Questo è un altro dei temi sui quali ci sono quei pregiudizi. Si parla di prigionieri politici a Cuba. Qui, come tu stessa dicevi, il popolo vive una situazione difficile; non tutta la popolazione è a favore della Rivoluzione, ci sono persone che non accolgono la Rivoluzione, e che tutti i giorni manifestano in differenti forme contro la Rivoluzione e non sono prigioniere.
Quell’immagine che hanno creato, secondo cui chiunque parli contro la Rivoluzione noi lo mettiamo in prigione ed è un prigioniero politico, è una menzogna, una calunnia, fatta per screditare, per collocarci fuori dal mondo, per demonizzare e “assassinare” la reputazione della Rivoluzione Cubana.
Ora, cosa accade? A Cuba, per esempio, si creano manifestazioni, soprattutto quando ci sono blackout lunghi, quando ci sono problemi di fornitura. La gente, quando manifesta, cosa fa? Vanno dalle istituzioni del nostro Governo, alle istituzioni dello Stato, e lì condividono i problemi con dirigenti che li attendono, spiegano loro perché ci sono quei problemi, provano a risolverli o si danno argomenti per capire. Quello è un esercizio totalmente democratico e nessuno finisce prigioniero per questo.
Molte altre volte, invece, si promuove la confusione e si stimolano persone che hanno una determinata avversione o un determinato scontento perché commettano atti vandalici o che alterano il nostro ordine costituzionale, o che alterano anche l’ordine interno, o aggrediscono la tranquillità cittadina. Persino, a volte, finanziate da organizzazioni terroristiche, tramite programmi di agenzie del Governo nordamericano che stimolano la sovversione contro Cuba; a volte istruiti, persino direttamente dall’Ambasciata degli Stati Uniti in Cuba.
E quelle persone, allora, non sono prigioniere perché hanno manifestato. Sono prigioniere, come lo sarebbero in qualunque luogo del mondo che imponga il rispetto della propria Costituzione e i propri processi legali, per atti vandalici e azioni che sono condannabili in qualunque luogo del mondo. Non ci sono prigionieri politici a Cuba, te lo assicuro.

Devo mettere fine all’intervista. Devo farle questa ultima domanda. Sarebbe lei disposto a dimettersi pur di salvare Cuba, il popolo di Cuba?

Tu che sei una giornalista importante, riconosciuta, hai fatto questa domanda a qualche altro presidente nel mondo?

Se glielo chiedessero gli Stati Uniti, perché è una delle condizioni che sta imponendo gli Stati Uniti...

Ti ripeto, tu avresti fatto questa domanda a un altro presidente nel mondo? L’hai fatta a un altro presidente? Lo potresti domandare a Trump?

Io faccio domande molto difficili al presidente Trump...

È una domanda tua o è una domanda del Dipartimento di Stato o del Governo degli Stati Uniti?

La mia domanda è a lei, perché è una delle cose che abbiamo sentito dal Governo degli Stati Uniti. Se glielo chiedessero.

Per la tua sincerità assumerò che la poni precisamente per questo.
Primo: a Cuba le persone che sono alla guida e nelle responsabilità di Governo non le sceglie il Governo degli Stati Uniti, né le ha mandate il Governo degli Stati Uniti. Noi siamo uno Stato sovrano, libero. Noi abbiamo autodeterminazione, noi abbiamo indipendenza e non ci sottomettiamo a nessun disegno del Governo degli Stati Uniti.
D’altra parte, non arriviamo a diventare dirigenti cubani perché rappresentiamo un’élite di potere. Potresti vedere le mie origini, dove sono nato, nel seno di quale famiglia sono nato, quello che ho fatto nella vita. È il popolo quello che ci sceglie, sebbene ci sia una matrice che cerca di ignorarlo.
Qualunque di noi, per occupare un posto di responsabilità, deve essere scelto nella base, in un distretto elettorale, da migliaia di cubani, e dopo i rappresentanti così eletti nell’Assemblea Nazionale del Potere Popolare scelgono le persone per le cariche in una votazione indiretta, come avviene in altri paesi del mondo!
Noi abbiamo un sistema anche di elezioni che è totalmente basato sulla partecipazione popolare. Pertanto, quando noi assumiamo una responsabilità, non lo facciamo né per ambizione personale, né per ambizione corporativa, né persino per una posizione di partito, perché il nostro Partito non è elettorale.
Lo facciamo per un mandato del popolo, e nel concetto dei rivoluzionari non c’è l’arrendersi. Se il popolo cubano ritiene che sono incapace, che non sono alla sua altezza, che non lo rappresento, quello deve decidere se io debba essere nella direzione, occupare la carica di Presidente oppure no.
Inoltre, si ricordi che non possono focalizzare la direzione del paese, la direzione della Rivoluzione e la continuità della Rivoluzione in una sola persona. Qui c’è una direzione collegiale ed è una direzione collegiale che ha un ampio vincolo con il popolo.
Ma non sono gli Stati Uniti quelli che ci possono imporre né ci possono chiedere un cambiamento. Il Governo degli Stati Uniti, che ha portato quella politica ostile contro Cuba, non ha il diritto morale di esigere nulla da Cuba. Non ha diritto, persino, di dire che “loro sono preoccupati” per la situazione del popolo cubano o che il Governo cubano è quello che ha portato Cuba a questa situazione, quando sono proprio loro ad avere hanno tutta la responsabilità della situazione.
Io credo che la cosa più importante sia che assumano una posizione critica, una posizione sincera, vedendo quanto è costato quello che hanno fatto politicamente contro il popolo di Cuba in sofferenza e limitazioni. Quanto hanno privato il popolo nordamericano di una relazione normale con Cuba. E si dispongano, come abbiamo chiesto e sollecitato, a dialogare, a dibattere su qualunque tema, senza pretendere di condizionare, senza esigere cambiamenti del nostro sistema, così come noi non esigeremmo cambiamenti del sistema nordamericano sul quale abbiamo un’infinità di dubbi e un’infinità di critiche.
Ci concentriamo su quello che ci può unire, su quello che ci può facilitare spazi di intesa, e ancora una volta, ripeto, per evitare la contrapposizione e avere un futuro di benefici, di relazione, di amicizia e anche di solidarietà per entrambi i popoli.

Presidente Díaz Canel, grazie.

Molte grazie a te, per averci dato questa opportunità di parlare per il popolo nordamericano. E siete permanentemente invitati, voi, per poter parlare su altri temi e con più ampiezza.

Grazie.

Grazie a voi.

Speriamo che possiamo avere più interviste per continuare la discussione.

Così sarà.

È un onore.

Grazie a te.

Fonte

Bulgaria - In testa il candidato meno gradito da Bruxelles

I seggi in Bulgaria hanno chiuso alle ore 19. Si è registrato un aumento dell’affluenza al voto (fino al 55%). Stando agli exit poll, in testa ci sarebbe il partito di nuova formazione “Bulgaria progressista” guidato dall’ex presidente Radev con circa il 38% dei voti. Al secondo posto si conferma il partito conservatore ed europeista Gerb dell’ex premier Borissov, che però è sceso a circa il 16%.

Il Gerb era parte della maggioranza di governo guidata da Rossen Zhelyazkov, esponente del Gerb, che governava in coalizione con i socialisti (Bsp) e con il partito populista ‘C’è un popolo come questo’ (Itn). Ma la coalizione non disponeva di una maggioranza in parlamento e ha dovuto spesso fare affidamento sul sostegno esterno di uno dei due partiti della minoranza turca, il partito ‘Movimento per diritti e libertà – Nuovo inizio’ (Dps-Nn).

Il Gerb aveva tra i suoi obiettivi dichiarati quello dell’entrata della Bulgaria nell’euro per il 1 gennaio di quest’anno, obiettivo raggiunto ma che ha avuto un impatto pesante sui prezzi e il carovita, anche se l’inflazione formalmente non ha subito impennate.

Questa tornata elettorale, quindi, potrebbe consegnare la vittoria all’ex presidente Radev, considerato vicino a Mosca.

Radev, ex pilota militare ed euroscettico, si oppone al sostegno militare all’Ucraina contro Mosca, è anche un critico dell’adesione della Bulgaria all’euro, sostenendo che la nuova valuta ha alimentato l’inflazione. Si è dimesso dalla presidenza a gennaio per candidarsi alle elezioni.

L’Associated Press sottolinea come durante la sua campagna, Radev ha parlato di migliorare i rapporti con Mosca e riprendere il libero flusso di petrolio e gas russi verso l’Europa. “Non è chiaro quanto ciò influenzerà la politica estera della Bulgaria, membro della NATO e dell’Unione Europea che è entrato nell’area euro a gennaio, una mossa criticata da Radev”.

Per la Bulgaria si tratta delle ottave elezioni in soli 5 anni: dal 2021 il Paese ha avuto ben 7 primi ministri ma nessuno è riuscito a portare a termine un mandato completo. Il paese a febbraio e a dicembre dello scorso anno era stato investito da manifestazioni e scontri di piazza contro la corruzione e i governi che si succedevano senza assicurare alcuna stabilità.

Il leader del Gerb, Boyko Borissov, aveva governato il Paese nel passato per quasi dieci anni. La terza forza nel Parlamento bulgaro sarebbe il partito liberale “Continuiamo il cambiamento” (Pp) con il 13,6% dei voti. Poi ci sarebbero il “Dps-Nuovo inizio”, partito della minoranza turca con 7,5%. Mentre al quinto posto si collocherebbe il partito nazionalista Vazrazhdane (Rinascita) con il 5,1% dei voti.

L’altra novità sono i socialisti: il partito Bsp, nonostante le previsioni, sarebbe riuscito a superare lo sbarramento al 4% per entrare in Parlamento raccogliendo il 4,1% dei voti. Anche il Bsp faceva parte della coalizione di governo insieme al Gerb.

L’edizione europea del giornale Politico ritiene che la grande domanda è se Radev cercherà di formare una maggioranza con i riformisti liberali pro-UE (circa il 14 percento), oppure se si alleerà con il Partito Socialista (circa il 4 percento) e i nazionalisti (circa il 5 percento).

In un intervento subito dopo il voto, Radev ha lasciato intendere di poter trovare un terreno comune con il campo filo-Bruxelles riguardo al problema della corruzione della magistratura, ma si rifiuta di entrare in coalizione con i due politici più importanti della Bulgaria – l’ex primo ministro Boyko Borissov del partito GERB e Delyan Peevski, leader del partito DPS-Nuovo Inizio – accusandoli di essere al vertice della “piramide oligarchica” che governa lo stato mafioso.

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