Presentazione
Analisi, opinioni, fatti e (più di rado) arte da una prospettiva di classe.
25/06/2026
Venezuela - Due potenti terremoti hanno colpito il paese
I terremoti di magnitudo 7,2 e 7,5 sono stati avvertiti anche in altri Paesi, con edifici evacuati in aree lontane come l’Amazzonia brasiliana, a circa 1.700 chilometri da Caracas.
In un breve discorso alla nazione tenuto mercoledì sera, la presidente ad interim Delcy Rodríguez ha affermato che i terremoti hanno causato danni in diversi stati, ma non ha fornito cifre sul numero di case ed edifici colpiti, né sul numero di feriti o vittime.
I terremoti hanno danneggiato gravemente il principale aeroporto del Paese, l’aeroporto internazionale Simón Bolívar, al punto da provocarne la chiusura, ha affermato, aggiungendo che le lezioni scolastiche sono state sospese per diversi giorni.
“Esortiamo la nostra popolazione a mantenere la calma”, ha detto Rodríguez. “Esortiamo all’unità”. Rodríguez ha inoltre chiesto a tutti gli operatori sanitari del Paese di presentarsi negli ospedali per prestare assistenza a chiunque fosse rimasto ferito. Il Ministero dell’Istruzione ha dichiarato mercoledì sera che alcune scuole sarebbero state utilizzate come rifugi e centri di raccolta donazioni.
L’US Geological Survey inizialmente aveva indicato una magnitudo di 7,1 per il primo terremoto, salvo poi correggerla a 7,2. L’epicentro si trovava a ovest della località di Morón, situata lungo la costa caraibica del paese, a circa 168 chilometri a ovest di Caracas. La profondità del sisma era di 22 chilometri.
L’USGS ha segnalato un terremoto ancora più forte, di magnitudo 7,5, appena un minuto dopo. Il secondo sisma ha avuto una profondità di 10 chilometri e il suo epicentro si trovava a 16 chilometri a sud-ovest di Morón.
I terremoti, tra i più forti che abbiano colpito il Venezuela in oltre un secolo, si sono verificati poco dopo le 18:00. Gli abitanti hanno evacuato gli edifici che oscillavano nella capitale Caracas, molti visibilmente scioccati nel vedere interi muri crollati, con mobili visibili dalla strada. Colonne di polvere erano visibili anche in due quartieri della capitale, solitamente frequentati da ristoranti e altre attività commerciali.
La gente è rimasta per le strade per ore, anche dopo il tramonto. Alcuni sedevano per terra abbracciando i loro animali domestici mentre la polvere si accumulava intorno a loro. Edifici crollati, pali della luce abbattuti e detriti bloccavano le strade. In alcune zone della capitale è mancata la corrente elettrica e il segnale dei telefoni cellulari.
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Albania - Continuano le proteste. Nel mirino c’è tutta la classe dirigente
Partite dalla critica ambientalista riguardante la svendita del patrimonio naturale del paese alla speculazione immobiliare guidata dal genero di Donald Trump, Jared Kushner, ormai le piazze sono arrivate a denunciare un sistema di corruzione e di povertà strutturale, di cui il primo responsabile viene individuato nel governo di Edi Rama.
Nell’ultima settimana, decine di migliaia di manifestanti hanno accerchiato il palazzo del governo a Tirana e occupato la spiaggia di Zvërnec a Valona, esigendo lo stop immediato dei progetti edilizi e le dimissioni irrevocabili del primo ministro.
Sotto lo slogan “l’Albania non è in vendita”, la miccia delle proteste, o la goccia che ha fatto traboccare il vaso, è stato il mega-progetto che viene promesso porterà 4 miliardi di investimenti per la turistificazione di zone significative dell’Adriatico albanese.
Si tratta dell’isola di Sazan, dove si trova un’ex base militare di proprietà statale, e la laguna protetta di Vjosa-Narta. È qui che fanno tappa i fenicotteri (e non solo loro) da cui il nome del movimento: “la Rivoluzione dei Fenicotteri”. Ad oggi, sono state ben quarantuno le organizzazioni ambientaliste internazionali a sottoscrivere una dura lettera aperta indirizzata a Rama per richiedere la sospensione immediata delle concessioni.
Ma ciò che fa davvero paura al governo è che sotto accusa c’è anche la legge con la quale, nel 2024, l’esecutivo ha allentato i vincoli di tutela ambientale, aprendo le porte al progetto di Kushner. Su questa scelta si allunga l’ombra della corruzione per alcuni terreni legati alle nuove costruzioni, in una fase in cui il tema è al centro del dibattito politico, dopo che alla fine dello scorso anno il braccio destro di Rama è stato incriminato per l’utilizzo di fondi pubblici a favore di alcune imprese private nel corso di gare d’appalto.
Nonostante l’accerchiamento dei palazzi di potere e la crescente pressione internazionale (ricordiamo che varie manifestazioni si sono svolte anche nelle comunità albanesi in giro per l’Europa, molte in Italia), il premier Edi Rama mantiene una linea di assoluta fermezza, rifiutando ogni ipotesi di arretramento. Del resto, dare ragione alle piazze significherebbe decretare il fallimento (e la caduta) del proprio governo.
Se da una parte Rama ci ha tenuto a sottolineare che “le proteste sono parte organica di una società libera e democratica”, e il fatto che ci siano è per lui un segnale di buona salute della dialettica politica del paese, ha anche affermato con nettezza che “non c’è nessuna possibilità che questo investimento si fermi finché sono io qui”.
Quanto ai presunti favoritismi verso la famiglia Trump, Rama ha minimizzato, specificando che i primi contatti con Kushner risalgono a un periodo in cui non si sapeva se Donald Trump “sarebbe finito alla Casa Bianca o in prigione”, definendo l’accordo un affare esclusivamente economico e bollando le critiche online come un “ciclone digitale” passeggero. Rama presenta il progetto immobiliare e turistico come un’occasione di modernizzazione del paese.
Questa viene vista come fondamentale per raggiungere i requisiti necessari a entrare nella UE. Tuttavia, il Parlamento Europeo, discutendo dell’allargamento nei Balcani della scorsa settimana, ha approvato a larga maggioranza (483 voti a favore, 103 contrari e 70 astensioni) una relazione positiva sugli sforzi di Tirana, ma ha chiesto esplicitamente “l’abrogazione delle modifiche apportate nel 2024 alla legge sulle aree protette”.
Nonostante appaia come una mossa pensata più contro la “filiera Trump” che contro la devastazione ambientale, ciò complica ulteriormente la posizione di Rama. Anche perché le piazze albanesi si sono trasformate nel catalizzatore di un malcontento sociale generalizzato, esasperato dall’inflazione e dalla corruzione percepita come endemica. Molti dei manifestanti denunciano condizioni di vita insostenibili, con salari medi e pensioni minime ridotte al lumicino a fronte di un costo della vita schizzato alle stelle.
Anche per questo va sottolineato che, nonostante l’opposizione di centro-destra di Sali Berisha stia cercando di cavalcare l’onda del malcontento per dare una spallata a Rama, i manifestanti si difendono bene dalle strumentalizzazioni. Nelle proteste, si alzano cori che inneggiano alla prigione tanto per Berisha quanto per l’attuale capo del governo.
La critica viene mossa all’intero sistema politico e al modello che ha costruito in questi decenni di svendita del paese. Del resto, Berisha era inizialmente favorevole al progetto di Kushner, per poi ribaltare le sue idee quando ha visto che montava un’opposizione concreta all’iniziativa turistica.
Una svolta fondamentale si è avuta poi il 22 giugno, quando il gruppo di coordinamento della protesta ha reso pubblico un comunicato in cui avanza una piattaforma politica chiara, un vero e proprio terremoto in cinque punti per Tirana:
- Le dimissioni non negoziabili del Primo Ministro Edi Rama e dell’intero gabinetto di governo.
- La creazione di un governo tecnico di transizione, che sarà apartitico e avrà un mandato chiaro di 12 mesi.
- Redigere una nuova Costituzione che garantisca la piena uguaglianza dei cittadini di fronte alla legge, da sottoporre all’approvazione di un referendum popolare. Questa riforma costituzionale prevede: la modifica del Codice elettorale; la modifica della legge sul finanziamento dei partiti e delle organizzazioni politiche; la limitazione del mandato del Primo Ministro a un massimo di due mandati (interi o parziali) nell’arco dell’intera vita politica di un individuo.
- Non si rinuncia alle richieste economiche e ambientali iniziali, che richiedono con urgenza: l’annullamento delle modifiche alla legge sulle “Aree protette”; l’annullamento delle modifiche alla legge sul “Patrimonio culturale”; l’abrogazione del pacchetto legislativo noto come “Pacchetto Montagne”; l’abrogazione dello status e del quadro giuridico per gli “Investimenti strategici”.
- Un nuovo contratto sociale tra cittadini e Stato, che verrà elaborato attraverso consultazioni con intellettuali, esperti tecnici e cittadini apartitici proposti direttamente dalla piazza della protesta.
La politicizzazione del malcontento emerso dal progetto Kushner ha prodotto una piattaforma, bisognerà vedere ora se riuscirà a fare le pressioni adeguate affinché si concretizzi.
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“Bambini a Gaza presi di mira deliberatamente, è parte del genocidio”
Le autorità e le forze di sicurezza israeliane hanno deliberatamente preso di mira i bambini palestinesi, perpetrando atti che equivalgono a genocidio, crimini contro l’umanità e crimini di guerra nella Striscia di Gaza, oltre a gravi crimini di guerra nella Cisgiordania occupata.
È la durissima e dettagliata accusa formulata dalla Commissione internazionale indipendente d’inchiesta delle Nazioni Unite sui territori palestinesi occupati e Israele, all’interno di un nuovo e corposo rapporto interamente focalizzato sulle violazioni sistematiche contro i minori dal 7 ottobre 2023 a oggi.
Secondo gli investigatori dell’ONU, l’uccisione intenzionale di minori non rappresenta un danno collaterale delle operazioni militari, bensì un elemento cardine della strategia bellica sionista, dalla quale risulta l’esistenza di un vero e proprio intento genocidario da parte dei vertici di Tel Aviv.
La commissione evidenzia come i bambini siano stati colpiti direttamente e sistematicamente anche in contesti teoricamente protetti: durante le evacuazioni forzate, all’interno dei rifugi, nelle zone dichiarate “sicure”, presso i centri di distribuzione degli aiuti umanitari e persino successivamente all’entrata in vigore dell’accordo di cessate il fuoco nell’ottobre del 2025.
“Le prove dimostrano che i bambini palestinesi sono stati deliberatamente presi di mira e uccisi dalle forze di sicurezza israeliane”, ha dichiarato Srinivasan Muralidhar, presidente della Commissione d’inchiesta, a commento della pubblicazione. Muralidhar ha poi aggiunto: “prendendo di mira i bambini, Israele attacca la capacità stessa del popolo palestinese di esistere e di determinare il proprio futuro”.
La chiarezza dell’intento genocidiario è in un qualche modo confermata anche dal fatto che, in questa escalation, i minori uccisi sono stati molto più delle pur sempre sanguinose operazioni di massacro degli anni precedenti. Il superamento delle soglie statistiche dei precedenti conflitti viene attribuito dalla Commissione ONU all’uso sistematico e continuativo di munizioni ad altissimo potenziale distruttivo ed esplosivi a largo raggio d’azione in quartieri residenziali a densità abitativa estrema.
Si tratta, dunque, di un modus operandi che dimostra la ricerca del massimo danno ai civili, o in altre parole la volontà di commettere una strage. Gli investigatori ritengono che i minori siano stati presi di mira collettivamente poiché le forze israeliane considerano l’intera popolazione civile di Gaza come intrinsecamente associata e complice di Hamas e degli altri gruppi armati.
Oltre alla violenza delle armi, il rapporto descrive condizioni di vita intollerabili imposte deliberatamente alla popolazione civile, configurando il crimine di sterminio e l’uso della fame come arma di guerra. Il blocco quasi totale degli aiuti umanitari, del cibo e dei medicinali essenziali ha provocato una malnutrizione diffusa e patologie gravi, traducendosi in traumi psicologici permanenti e decessi del tutto prevenibili.
Sotto la lente dell’ONU sono finiti anche gli attacchi incessanti contro le infrastrutture sanitarie e i reparti di maternità, che hanno stroncato sul nascere la sopravvivenza dei neonati, provocando al contempo un picco drammatico nel tasso di aborti spontanei tra le donne incinte. Sul fronte educativo, la distruzione o il grave danneggiamento di oltre il 97% delle scuole della Striscia ha di fatto cancellato il diritto all’istruzione per un’intera generazione.
Il dossier delle Nazioni Unite non si limita a Gaza, ma estende la denuncia alla Cisgiordania occupata e a Gerusalemme Est, dove si registra una spaventosa escalation di violenze perpetrate dai coloni israeliani e dall’esercito ai danni dei minori palestinesi. La Commissione ha raccolto prove documentali e testimonianze dirette di torture sistematiche, abusi fisici e violenze sessuali o di genere durante le campagne di arresti di massa e la detenzione.
Moltissimi adolescenti, in particolare ragazzi, sono stati sottoposti a trattamenti degradanti continui, tra cui denudamenti forzati, percosse brutali e privazione del cibo. Condotte che, secondo le conclusioni dei giuristi internazionali, integrano a tutti gli effetti i crimini contro l’umanità di tortura e altri atti disumani volti a causare gravi sofferenze fisiche e mentali.
Ovviamente, la reazione propagandistica di Israele è stata immediata. La missione diplomatica dello Stato sionista presso le Nazioni Unite ha respinto in toto le conclusioni del testo, definendolo come un ennesimo rapporto diffamatorio di un organismo giudicato di parte. Per Israele le conclusioni della Commissione sono una calunnia, mentre Tel Aviv continua a millantare di impegnarsi nel ridurre al minimo i danni verso i minori.
La colpa, ancora una volta, viene fatta ricadere su Hamas e sull’utilizzo di scudi umani. Basterebbe ricordare che questo tipo di violenze sono continuate anche durante il cessate il fuoco per smontare la debole posizione israeliana. Dalle cancellerie occidentali, invece, rimane ancora assordante il silenzio, anche di fronte a questa nuova indagine.
Già nel settembre 2025 la Commissione d’inchiesta aveva decretato la sussistenza del crimine di genocidio a Gaza. Oggi questo dato di fatto viene riportato all’attenzione internazionale con un focus sulla presa di mira sistematica dei bambini. La mancanza di misure concrete esplicita, se mai ce ne fosse ancora bisogna, la complicità di chi sta ancora sostenendo e armando Israele.
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Bugie e mezze verità sull’uso delle basi militari in Italia da parte statunitense
È fin troppo evidente come l’incidente sia avvenuto per un eccesso di zelo servilista di Rutte verso Trump, il quale aveva rimproverato gli alleati europei della Nato di non averlo aiutato nella guerra in Medio Oriente.
Nel dettaglio Rutte ha poi sottolineato che le basi militari in Italia hanno svolto un ruolo “massiccio” a sostegno dell’operazione Epic Fury in Iran, con 500 aerei Usa decollati dal territorio italiano, suscitando inevitabilmente uno scontro politico tra governo e opposizione.
Il ministero della Difesa italiano, decisamente irritato, ha respinto la ricostruzione del segretario generale della Nato Mark Rutte sull’uso delle basi italiane nell’ambito della guerra Usa contro l’Iran, ribadendo che l’Italia ha autorizzato esclusivamente attività “tecniche e logistiche, non cinetiche” nell’ambito delle procedure previste dagli accordi esistenti – si legge nella nota del ministero della Difesa – “Le volte in cui si è prospettata una richiesta che esulava da questo perimetro, come è noto, l’Italia non ha concesso l’autorizzazione”.
Delle due l’una: o ha mentito il segretario della Nato o ha mentito il governo italiano che nei mesi scorsi ha sempre negato di aver concesso le basi militari per le operazioni militari statunitensi.
Il governo afferma di aver solo autorizzato operazioni previste dai trattati bilaterali tra USA e Italia del 1957, ma il cui contenuto continua a rimanere in gran parte secretato.
Più volte abbiamo denunciato come in base agli automatismi previsti in questi trattati internazionali firmati nei decenni scorsi dai governi italiani, molto spesso l’Italia si è ritrovata coinvolta in conflitti anche senza dichiarazioni formali se non discussioni postume – e quindi inefficaci – in Parlamento.
In secondo luogo, che da Sigonella siano partiti aerei militari statunitensi è impossibile negarlo. Uno dei droni partiti dalla base militare in Sicilia, tra l’altro, risulta essere stato abbattuto sui cieli del Golfo durante i combattimenti tra statunitensi e iraniani.
Il giornalista Antonio Mazzeo, che monitora da una vita le attività militari nella base di Sigonella, ricorda come nelle ore immediatamente precedenti l’attacco su Teheran, dalla base di Sigonella sarebbe decollato un velivolo da pattugliamento marittimo Boeing P-8 Poseidon, utilizzato anche per attività di intelligence e guerra elettronica.
Ma non c’è solo Sigonella. Anche dalla base militare di Aviano, in Friuli, sono arrivati e partiti aerei militari statunitensi impegnati nella guerra contro l’Iran.
Nel furbesco linguaggio del ministero della Difesa italiano, queste non sarebbero “attività cinetiche”, come se “fare il pieno” di carburante o di munizioni agli attaccanti fosse un un normale “servizio pubblico” neutrale.
Ma anche una fonte della Nato ha provato a mettere furbescamente una toppa su quanto affermato da Rutte: “Il segretario Generale ha sottolineato come gli Alleati, inclusa l’Italia, abbiano rispettato gli accordi bilaterali esistenti in materia di basi e sorvoli. Il punto chiave è che il Segretario Generale non ha detto nulla riguardo alle armi cinetiche, ha affermato che gli Alleati hanno onorato i loro impegni, non che siano andati oltre”.
Nel linguaggio militare, “attività cinetica” è un termine tecnico che, nella stragrande maggioranza dei casi, è un eufemismo per indicare il combattimento e l’uso della forza letale.
Il termine “cinetico” nel gergo militare ha subito un’evoluzione. Il suo significato si è ampliato per indicare le operazioni di guerra convenzionale e di combattimento, specialmente dopo l’11 settembre, per distinguerle da forme di conflitto più moderne. Il termine è stato talvolta usato anche in contesti più ampi per descrivere operazioni di forza, come le recenti azioni militari statunitensi in Venezuela in occasione del sequestro del presidente Maduro.
Commentando le dichiarazioni del segretario della Nato, l’ex comandante del Comitato Operativo Interforze, gen. Bartolini, ha affermato che “Durante l’operazione Epic Fury è stato attuato un ponte aereo che è transitato dalle basi americane in tutta Europa verso i paesi della penisola araba, attraversando gli spazi aerei di tutto il vecchio continente. Il che non significa assolutamente che da dette basi siano partite missioni operative contro l’Iran che siano andate oltre ai normali trasporti aerei per l’area, che si svolgono a fini vari, ad esempio logistici, e non legati direttamente alle operazioni”.
Insomma, quando si parla dell’uso delle basi militari in Italia da parte degli Stati Uniti si precipita in una zona paludosa di mezze bugie e mezze verità (in linguaggio burocratico-militare) che però non riescono più a nascondere la sostanza del problema: occorre mettere fine ai vincoli e agli automatismi previsti dai trattati internazionali, per evitare che il nostro paese si ritrovi in guerra senza neanche essersene reso conto.
Si tratta di un crimine e di una responsabilità in più delle nostre classi dirigenti.
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Domenico e Dina liberi grazie alle lotte!
È di oggi la notizia della liberazione di Domenico Centrone e Dina Alberizia, gli attivisti arrestati illegalmente in Libia il 24 maggio. Dopo oltre un mese di detenzione, domani faranno finalmente ritorno in Italia.
Ancora una hanno vinto le mobilitazioni degli ultimi mesi, perché la solidarietà internazionalista è scesa in piazza e ha strappato questo risultato con la lotta qui in Italia, nel cuore dell’Occidente complice con il sionismo.
Il caso di Domenico, Dina e degli altri attivisti fermati durante le diverse missione di solidarietà verso Gaza è soltanto un esempio della repressione che da anni colpisce il popolo palestinese e chiunque scelga di schierarsi al suo fianco. La loro liberazione rappresenta un piccolo ma importante risultato delle mobilitazioni costruite nelle nostre città e in tutto il Paese.
Ma non basta. Occorre mettere in discussione tutti i rapporti di complicità che i nostri atenei, le nostre scuole e le nostre istituzioni intrattengono con le realtà sioniste e con la militarizzazione crescente della società.
Anche l’Università di Bari, di cui Domenico è un docente, a parole si esprime per la pace tra i popoli e la cooperazione internazionale, ma in verità è complice del sionismo, visto che continua ad avere accordi con la filiera bellica legata ad Israele, nel quadro della crescente militarizzazione che attraversa tutta l’Europa.
È necessario continuare a organizzarsi e mobilitarsi contro l’imperialismo e contro l’escalation bellica verso cui ci stanno trascinando le potenze occidentali.
Le conseguenze delle politiche di guerra le viviamo ogni giorno sulla nostra pelle: tra tagli alla sanità e all’istruzione, assistiamo allo smantellamento progressivo non solo delle scuole e delle università, ma del nostro stesso futuro, sempre più segnato dalla guerra, dalla violenza e dall’oppressione dei popoli.
Per questo non smetteremo di lottare. Continueremo a scendere in piazza ribadendo la nostra totale opposizione all’imperialismo, al sionismo e alla militarizzazione della società.
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24/06/2026
Gli Usa navigano in acque incognite
La constatazione appare controintuitiva, visto che mai come ora c’è un’amministrazione apparentemente “decisionista”, costantemente oltre i confini – e le relative lentezze – della democrazia parlamentare. Ma se uno si sofferma sulla singole decisioni non può che registrare il loro carattere altalenante, in linea con le esternazioni orarie di Donald “Taco” Trump.
I punti focali sono come sempre le guerra e l’economia. Le prime sono state fin qui un disastro. Quelle ereditate – in primis l’Ucraina, preparata lungo gli anni dai democrats prima ancora del golpe di majdan, 2014 – non si riesce a chiuderle.
Anzi, diverse fonti “anonime” e analisti militari in chiaro spiegano che dietro la recente ondata di missili e droni ucraini in territorio russo, fino a Mosca e San Pietroburgo, ci sia non solo l’ottusità guerrafondaia dei “volenterosi” europei, ma anche un via libera dato da Trump ai costruttori di armi statunitensi, ansiosi di “testare” i loro nuovo prodotti sul campo. E nessun terreno di battaglia – a parte forse il Medio Oriente – si presta così bene alla sperimentazione gratuita. Tanto a pagare saranno comunque quelli di Kiev (la popolazione, non certo i nazisti corrotti che lì comandano)...
La chiave interpretativa sembra sempre la solita: “accentuare la pressione” su Mosca, nella speranza di ammorbidirne la posizione negoziale. Dal che si vede che a Washington mancano ormai esperti di cose russe, altrimenti quell’idea non sarebbe neanche venuta in testa.
Le guerre agite in proprio, Venezuela a parte, sono state anche più disastrose. Con l’Iran, alla Casa Bianca, sperano di chiudere al più presto, mollando tutto quel che è possibile ma cercando di raccontarla come una “vittoria”.
La ragione è principalmente macroeconomica, ma in parte anche militare. Fare guerra aperta nel Golfo Persico, sia pure per poche settimane, ha messo il mondo intero a rischio scarsità di greggio e gas (la produzione di entrambi è sempre stata ai massimi possibili, e se si blocca il 20% delle forniture che transitano per Hormuz non ci sono alternative in grado di sopperire, anche dando fondo – com’è avvenuto – alle riserve strategiche).
Se ne sono accorti subito gli automobilisti americani, che hanno l’indubbio potere di votare laggiù e far pesare la propria incazzatura in modo diretto.
Il testo del memorandum firmato con Teheran è abbastanza sconfortante, per un suprematista bianco occidentale. “Riapre Hormuz”, certo, ma era sempre stato aperto, prima della guerra di cui, quindi, non si vede l’utilità.
“L’Iran accetta controlli dell’Aiea sul programma nucleare”, forse, ma dopo che la questione sarà discussa nei negoziati. Era già così con l’accordo siglato da Obama nel 2015 e poi disdetto da Trump – nel 2018 – nel corso del suo primo mandato. Ovvio che dopo, visto che era stato unilateralmente annullato, l’Iran abbia chiuso le porte dei propri laboratori agli ispettori.
Sulla questione nucleare, nell’area, c’è semmai l’elefante nella stanza rappresentato dall’arsenale nucleare israeliano, con Tel Aviv che non ha mai sottoscritto il trattato di non proliferazione, dunque non ha mai accettato ispezioni Aiea, nega di avere testate nucleari e contemporaneamente minaccia di usarle!
Ovvio anche qui che, se l’accordo verrà raggiunto, Teheran dovrà aprire di nuovo l’accesso ai controlli – come del resto faceva già prima – ma questo segna una sconfitta completa della “bellicosità” trumpiana nei suoi confronti (una guerra per tornare al punto di partenza di otto anni fa non può essere definita un successo). Ma proprio questo renderà nuovamente visibile – e intollerabile – la licenza di delinquere concessa a Israele dall’intero Occidente imperialista.
Al fondo di tutta la navigazione in acque pericolose c’è però l’economia. È noto che buona parte della relatività stabilità mantenuta dall’economia stelle-e-strisce durante la “campagna persiana” era fondato sul rally del mercato azionario guidato dall’intelligenza artificiale. Ma ora sta vacillando.
Le azioni delle maggiori società quotate sul Nasdaq, l’indice azionario dedicato al settore tecnologico, hanno subito un calo nell’ultimo mese, e le perdite si sono accentuate questa settimana, a causa della crescente diffidenza degli investitori verso i potenziali rischi derivanti dai massicci piani di spesa per l’intelligenza artificiale.
I paesi più ricchi di produttori di chip e attrezzature relative, come la Corea del Sud, hanno subito crolli di borsa paurosi (anche del 10% in un giorno solo).
La ragione è semplice: nel loro complesso le società che guidano la corsa dell’IA occidentale hanno programmi di investimento per oltre 700 miliardi di dollari, ma i profitti registrati nel settore sono fin qui irrilevanti a confronto dei costi. Le attese sono stratosferiche, ma si reggono su ipotesi, non su certezze.
Dunque la loro valutazione azionaria soffre ora il sospetto di essere esagerata. Anche perché i soldi per investire dovranno essere chiesti “ai mercati”, aumentando così la portata del debito complessivo.
Contemporaneamente, l’aumento notevole dell’inflazione – anche a causa della guerra, che ha fatto esplodere i prezzi energetici, che entrano nella formazione del prezzo di tutte le merci, al pari e forse più del lavoro umano – sta spingendo il nuovo presidente della Federal Reserve (scelto peraltro da Trump per abbassare i tassi di interesse) a prendere in esame invece un rialzo dei tassi. Il che aumenterebbe il “servizio del debito”, ossia gli interessi da pagare restando sempre in attesa dei “guadagni” che per ora non si vedono.
Per capire la portata del problema basta ricordare che ad inizio anno la notizia per cui Deepseek, società cinese, aveva elaborato un modello di IA molto più “leggero” in termini di risorse hardware richieste, ma egualmente performante, si era tramutato in panico per i produttori di chip sempre più potenti (Nvidia) e soprattutto le società IA statunitensi (ChatGpt, Gemini, Palantir, ecc.).
Tutte queste “nuvole”, che potrebbero presto prendere la consistenza di “cigni neri”, dovranno essere affrontate da un’amministrazione repubblicana profondamente divisa, con i repubblicani al Congresso costretti a votare a favore della fine della guerra con l’Iran, dunque ad approvare intanto il Memorandum of understanding. Ma contemporaneamente a pretendere informazioni chiare sullo stato delle cose, magari con un briefing dove i ministri di turno (Rubio ed Hegseth) verrebbero messi sulla graticola.
Pesa infatti l’ormai prossimo voto di midterm per rinnovare metà del Congresso, e i sondaggi – pur sempre fallibili e rovesciabili nel giro di 4 mesi – sono per il momento impietosi con il Grand Old Party.
E non aiutano le pretese della Casa Bianca di “riformare”, con la legge “Save Act”, le procedure di registrazione elettorale nonché i criteri per votare. In pratica diventerebbe obbligatoria l’esibizione di un documento d’identità e una prova di cittadinanza, imponendo al contempo nuove restrizioni al voto per corrispondenza.
Criteri in uso da decenni nel resto dell’Occidente, e che certo mettono in dubbio l’attendibilità del voto Usa passato. Ma “sconvolgenti” per il cittadino statunitense, al punto che il senatore repubblicano John Thune ha obiettato: “A volte, quando qualcosa non viene fatto da 100 anni, c’è un motivo”.
Forse peggio va in campo democratico, storica roccaforte residua dell’establishment da quando Trump ha fagocitato l’area omologa tra i repubblicani. Qui le primarie stanno devastando il campo, perché sempre più spesso vengono scelti addirittura candidati “socialisti”, sostenuti apertamente dal neosindaco di New York, Zorhan Mamdani, nonché dal vecchio Bernie Sanders e altre neoeletti in città anche importanti.
Ieri il deputato Dan Goldman ha perso la rielezione in modo schiacciante contro l’ex revisore dei conti di New York, il progressista Brad Lander, che martedì sera tardi era in vantaggio di oltre 30 punti percentuali.
Il deputato Adriano Espaillat, presidente del gruppo ispanico al Congresso, ha invece perso le primarie per un margine appena più ristretto contro la socialista democratica Darializa Avila Chevalier.
Nella corsa per succedere alla deputata uscente Nydia Velázquez, sempre nello Stato di New York, la socialista democratica Claire Valdez ha ottenuto una comoda vittoria con un margine a doppia cifra sul presidente del distretto di Brooklyn Antonio Reynoso, storico esponente “bideniano”.
La portaerei Usa va. Ma non sa bene dove...
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la crisi di Hormuz ha già colpito i Paesi ostaggio del debito
Tutti gli occhi sono di nuovo puntati sullo Stretto di Hormuz, formalmente riaperto e poi richiuso nell’arco di pochi giorni. Il memorandum d’intesa tra Stati Uniti e Iran, firmato a metà giugno e già in bilico, prevedeva lo sblocco completo del passaggio entro un mese, ma più osservatori hanno già avvertito che tempistiche simili risultano irrealistiche; anche se la tregua tenesse è probabile che i volumi del traffico non tornino ai livelli pre-conflitto almeno fino al 2027 a causa delle oltre 80 mine presenti nel tratto, dei pedaggi che l’Iran potrebbe imporre dopo i primi 60 giorni e dei prezzi delle assicurazioni commerciali ora alle stelle.
Coloro che non possono calcolare a breve termine le conseguenze della crisi innescata dai bombardamenti israelo-statunitensi – oltre, ovviamente, alle decine di migliaia di civili in Iran e in Libano – sono gli Stati già sovraindebitati dell’impropriamente detto Sud globale. A richiamare l’attenzione sul punto è l’organizzazione Debt justice, impegnata da quasi trent’anni in campagne per l’abolizione o il ridimensionamento del debito estero, uno dei lasciti contemporanei del colonialismo.
La Ong inglese ha messo in fila le numerose ripercussioni materiali patite, notando però che si tradurranno sicuramente in effetti finanziari di lungo corso perché i tassi di interesse sono aumentati nel tentativo di contenere l’inflazione futura. Tim Jones, policy director di Debt justice, spiega che la maggior parte dei Paesi ha una certa quota di debito privato a tasso di interesse variabile (floating rate) e dunque l’importo da pagare cresce immediatamente; aggiungendo inoltre che questa forma di debito non obbligazionario è molto poco trasparente, quindi non si dispone di informazioni sufficienti per quantificare l’impatto dell’aumento dei tassi.
Oltre a ciò, ci sono Paesi che sono stati costretti ad accendere nuovo debito – che di default ha tassi di interesse maggiori rispetto a quello contratto prima della guerra in Iran –- per far fronte alle criticità. In questo modo si instaura un circolo vizioso tra mancanza di materie essenziali importate e ristrettezze economiche dovute al pagamento del debito che possono provocare disordini e sofferenze su larga scala.
In questa categoria, spiega Jones ad Altreconomia, rientrano ad esempio la Repubblica democratica del Congo che ha preso in prestito 650 milioni di dollari, con scadenza a 11 anni, a un tasso d’interesse del 9,5%; la Repubblica del Congo che ha preso in prestito 828 milioni di dollari, con scadenza a 10 anni, a un tasso d’interesse del 9,5%; e l’Angola che si è indebitata per altri 1,5 miliardi di dollari, suddivisi tra scadenze a 5 e 11 anni, rispettivamente a tassi d’interesse dell’8,25% e del 9,5%.
Questi tassi estremamente elevati avranno conseguenze gravi che vanno a sommarsi ad altri shock recenti, in primis la pandemia da Covid-19 e la crisi dopo l’invasione russa dell’Ucraina; inoltre, gli effetti non sono compensabili dalla vendita a prezzo maggiorato del petrolio per gli Stati produttori, come Congo e Angola. Quest’ultima, infatti, è già un caso limite della peggior crisi del debito mondiale registrata dal 1994: negli ultimi due anni ha dovuto destinare in media il 63% delle proprie entrate annuali al rimborso dei creditori esteri, riducendo del 55% gli investimenti in sanità, istruzione ed edilizia.
In un’analisi pubblicata a inizio giugno sul New York Times – e prontamente ripresa anche in Italia – l’ex consigliere dell’amministrazione Obama, Christopher Smart, ha elogiato la resilienza dei mercati di fronte a simili crisi energetiche: pur riconoscendo che gli “aggiustamenti raramente sono indolori” ha spronato a considerarli con ottimismo, come transitori. Per dimostrare la flessibilità del sistema ha portato gli esempi più disparati: dallo stop all’importazione di petrolio in Cina per alcune settimane all’allentamento da parte di Trump delle sanzioni alla Russia, dalla scelta dei consumatori di utilizzare meno l’auto fino al limite a quattro giorni di lavoro in ufficio per i dipendenti pubblici filippini (con il conseguente razionamento dell’aria condizionata).
Debt justice prova invece a riportare l’attenzione sugli effetti reali che possono avere queste misure in Paesi dalle situazioni finanziarie già critiche. Per fare un esempio, lo Zambia, solo uno dei tanti duramente colpiti dall’impennata dei costi energetici globali, ha sospeso le accise sulle importazioni di benzina e diesel per tre mesi a partire dal primo aprile con lo scopo di attutire l’impatto della guerra su famiglie e imprese. Ha perso 200 milioni di dollari di entrate, l’equivalente del 15% della spesa in ambito sanitario.
Gli Stati, inoltre, devono tamponare non solo i prezzi dei carburanti ma anche la carenza dei fertilizzanti (come ha già fatto notare Nicoletta Dentico su Altreconomia), il 10% dei quali è prodotto proprio nel Golfo Persico. Anche in questo caso la crisi colpisce in modo diseguale: secondo la conferenza delle Nazioni Unite sul commercio e lo sviluppo (Unctad) nel 2024 il Sudan, dove è in corso la più grave crisi umanitaria del Pianeta, riceveva via nave da Paesi del Golfo ben il 54% di questi prodotti. Altro che “resilienza”.