Presentazione


Analisi, opinioni, fatti e (più di rado) arte da una prospettiva di classe.

02/11/2026

Il “setaccio” delle Questure sulle manifestazioni di venerdi

Somiglia maledettamente al discorso del capo dell’ufficio politico della Questura interpretato da un grandissimo attore, Gianmaria Volontè, in un film cult degli anni Settanta diventato leggendario.

Un migliaio di manifestanti identificati, qualche decina denunciati, sessanta perquisiti già dalla mattina. Questo è il consuntivo del “bollettino” delle varie Questure diffuso a seguito delle manifestazioni e di alcuni lievi incidenti avvenuti lo scorso venerdì in diverse città italiane in occasione dello sciopero generale.

Una volta li avrebbero chiamati rastrellamenti, pattuglioni, pesca a strascico. Adesso, con un anglismo che sembra sempre voler minimizzare la gravità delle cose, viene definito “kettling” o “coralling” (ovvero circondare, ammucchiare, identificare, denunciare i manifestanti).

A Roma 369 giovani sono stati identificati e sette denunciati. Due devono rispondere di resistenza aggravata a pubblico ufficiale, altre due di travisamento in luogo pubblico e porto di oggetti atti a offendere. Le restanti riguardano blocco stradale, porto di oggetti atti a offendere e travisamento. Sotto esame anche il blocco della circolazione in viale Aventino, dove un gruppo di manifestanti si è seduto sulla carreggiata ma, paradossalmente, proprio a causa delle procedure di identificazione da parte della polizia che li aveva completamente circondati con la tecnica del “kettling”.

A Bologna sono state identificate circa 300 persone ed è stato eseguito un fermo preventivo in applicazione della recente normativa introdotta dall’ultimo decreto sicurezza.

A Torino sono 256 gli identificati e 11 i denunciati, con ipotesi di reato tra le quali resistenza e lesioni a pubblico ufficiale.

La mattina la Digos e la Polizia postale avevano eseguito 60 perquisizioni in 23 città tra le quali Bari, Bergamo, Bologna, Brescia, Cagliari, Firenze, Napoli, Perugia, Reggio Emilia, Roma, Siracusa, Torino, nei confronti di soggetti che, secondo la Polizia “nelle chat e nelle piattaforme social avevano incitato a compiere violenze nelle recenti manifestazioni di piazza”. Inutile sottolineare che le perquisizioni hanno trovato poco o nulla.

Del resto tutti i video o le foto scattate, restituiscono in gran parte dei casi l’immagine di giovani spesso a mani nude e alzate che avanzano e poi fronteggiano gli agenti in tenuta antisommossa, buscandosi gragnuole di manganellate. Gli scontri che talvolta ne seguono vedono in larga parte l’utilizzo di materiali trovati in strada (bottiglie, materiale di risulta etc.), in rari casi qualche petardo ma non attrezzi per fare uno scontro di piazza vero e proprio.  Una immagine ben diversa dagli anni passati in cui gli scontri prevedevano su entrambi i fronti le “dotazioni del caso”.

Eppure gli starnazzatori dell’ordine pubblico non sembrano – o non vogliono – cogliere le differenze. Vivono di fantasmi e alimentano fantasmi, parlando continuamente di “violenze” da cui  prendere le distanze e da stigmatizzare in modo bipartisan (come invocato dal ministro Piantedosi nell’intervista al Corriere della Sera), con un modo un po' furbetto – ma ormai poco credibile – per omettere le emergenze sociali per loro ingestibili.

“Gli agenti del caos sono sparsi nella società. Hanno sponde nei partiti, nei sindacati, nei movimenti. Cercano il punto dove una protesta può diventare blocco permanente. Ogni problema è combustibile. Il salario, la guerra, una decisione giudiziaria” scrive un giornale di destra che vive ormai come un ossessione tutto ciò che contesta le scelte del governo e vede ovunque – tranne che nelle proprie file – le minacce eversive.

E poi questa mattina le fanfare mediatiche hanno annunciato una maxi operazione della polizia, ma questa volta, secondo la versione ufficiale “per contrastare la delinquenza giovanile in tutta Italia”. 644 gli arresti, tra loro 69 minorenni. E quasi 1700 i ragazzi denunciati, in larga parte individuati attraverso le immagini sui loro profili social.

Il solerte dirigente di polizia nel film in questione, ci tiene a sottolineare che a suo avviso tra reati politici e reati comuni non ci sia alcuna differenza, perchè “dietro ogni criminale c’è un sovversivo e dietro ogni sovversivo c’è un criminale”, entrambi “minacciano l’ordine sociale”.

Dunque, come dicevamo in apertura, sembra proprio che alla contestazione a tutto campo che da settimane mette sulla graticola le responsabilità dell'intera classe dirigente di questo paese – e senza sconti per nessuno – queste stesse classi dirigenti, i loro funzionari, i loro pennivendoli – non sappiano rispondere molto diversamente da come il funzionario della Questura interpretato da Gian Maria Volontè conclude il suo discorso: “Repressione è civiltà!”

Ma è proprio questa ottusa pervicacia nel voler imporre al paese un modello di società-caserma – a puntello e deterrenza contro un disagio sociale non più sopportabile per molti – che dimostra la debolezza dell’esecutivo e le contraddizioni di un sistema in via di fallimento.

Come chicca per comprendere il presente e un futuro (da stravolgere), riproduciamo qui sotto un pezzo del film. Per i nostri lettori più stagionati sarà un tuffo nella memoria storica, per i più giovani è un documento e una visione del mondo che vale la pena conoscere.


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Decolla l’IA made in China

Sono passati solo sei mesi da quando, la primavera scorsa, Jensen Huang avvertì in un’intervista che se DeepSeek fosse riuscita a ottimizzare i suoi modelli di intelligenza artificiale in modo da addestrarli e farli girare con chip Huawei, questo avrebbe rappresentato un «esito terribile per la nostra nazione».

Ebbene sembra che il presagio di sventura dell’amministratore delegato della gallina dalle uova d’oro della Silicon Valley (5.200 miliardi di dollari di market cap) si stia materializzando. Secondo un recente report di SemiAnalysis infatti «dai risultati software ottenuti finora e dai test su 950PR, il divario tra gli ecosistemi si è decisamente ridotto, grazie al contributo di DeepSeek al lavoro già svolto da Huawei. L’incubo di Jensen sta cominciando a diventare realtà».

SemiAnalysis è una società statunitense indipendente di ricerca e analisi specializzata nei semiconduttori e nelle infrastrutture per l’intelligenza artificiale, considerata tra le fonti più autorevoli. I dettagli tecnici dell’analisi su quella che ha definito la “simbiosi tra Huawei e DeepSeek” si possono trovare a questo link.

Secondo SemiAnalysis, la stretta collaborazione che si è instaurata negli ultimi mesi tra la startup di Hangzhou e il colosso di Shenzhen, in particolare tra il linguaggio di programmazione TileLang di Deepseek e gli acceleratori grafici Ascend 950PR di Huawei sarebbe in grado di dare una spinta decisiva alla rimonta della Cina nell'IA.

DeepSeek ha confermato che «la versione di TileLang per Ascend può contribuire a promuovere un ecosistema software nazionale per le unità di elaborazione grafica (GPU) più indipendente e controllabile». Il ritardo della Cina non si misura infatti solo sulla potenza dei chip, ma anche sul complesso dell’ecosistema IA, tanto che i software DeepSeek finora si appoggiavano a (erano disegnati per) quello Nvidia.

La nuova versione di TileLang per Ascend, potenzialmente, cambia tutto. Il percorso d’integrazione – continua SemiAnalysis – potrebbe essere portato a termine nel 2027 o 2028, «soprattutto alla luce delle pressioni, esterne e interne, per costruire un ecosistema tecnologico interamente cinese».

DeepSeek sta testando sull’infrastruttura hardware e software Ascend carichi di lavoro specifici per i propri modelli di intelligenza artificiale. La startup di Liang Wenfeng ha inoltre consentito a Huawei di accedere in anticipo ai modelli stessi, e ciò ha permesso al gruppo fondato da Ren Zhengfei di annunciare che i suoi chip erano già in grado di far funzionare i nuovi modelli di intelligenza artificiale fin dal giorno del loro rilascio, compresi aggiornamenti importanti come DeepSeek V4 e V4.1. Si tratta di processori destinati a utilizzare modelli già addestrati, non ad addestrarli: un passaggio ulteriore che resta da compiere.

Quanto sta accadendo nell’ecosistema dell’intelligenza artificiale made in China spiega il mantenimento dei controlli sulle importazioni di chip Nvidia da parte di Pechino, nonostante il via libera di Donald Trump alle esportazioni e la corte che Huang ha fatto negli ultimi mesi alla leadership cinese, incontrata a tavola sia a Pechino sia a Washington in occasione dei viaggi di stato dei rispettivi presidenti.

L’intelligenza artificiale made in China scommette di potersi avvicinare a quella a stelle e strisce con le proprie forze, risparmiando sull’importazione di microchip molto più costosi di quelli prodotti in patria e sostenendo lo sviluppo di un ecosistema nazionale, al riparo da tensioni geopolitiche e commerciali. Per questo le importazioni di prodotti Nvidia devono rimanere limitate, per non rallentare l’avanzata delle concorrenti nazionali.

Varate inizialmente da Washington, le restrizioni all’export di GPU Nvidia, stanno facendo perdere terreno all’azienda di Wang, che le ritiene responsabili di averlo costretto a rinunciare a 50 miliardi di dollari di fatturato nel mercato cinese.

Secondo i dati di International Data Corporation, nei primi sei mesi dell’anno Nvidia ha esportato in Cina 678.000 acceleratori per AI, il 44 per cento in meno rispetto allo stesso periodo del 2025. Nello stesso semestre, Huawei ha consegnato 572.000 acceleratori per l’intelligenza artificiale, quasi il doppio dei 300.000 dell’anno precedente, conquistando una quota del 28 per cento del mercato complessivo. E la percentuale di chip Nvidia nei data center cinesi è scesa al 34 per cento. Il resto è appannaggio di compagnie nazionali: Huawei, Cambricon e Kunlunxin (Baidu) soprattutto.

Nonostante i progressi, secondo SemiAnalysis l’Ascend 950PR, presentato da Huawei a marzo, resta inferiore, in termini di prestazioni complessive, all’H100, che Nvidia ha iniziato a distribuire nel lontano 2022. Tuttavia, gli ingegneri di Huawei stanno ottenendo risultati significativi: i kernel Ascend più efficienti raggiungono il 99,7 per cento del limite teorico di prestazioni.

E Huawei – candidata a diventare la Nvidia cinese – ha recentemente presentato un portfolio di undici nuovi microchip per l’intelligenza artificiale.

Il rapporto di SemiAnalysis non nasconde i problemi ancora da risolvere. I chip Ascend di Huawei potrebbero infatti incontrare difficoltà di compatibilità quando vengono installati in server diversi da quelli utilizzati da DeepSeek, con possibili ripercussioni sulla diffusione della tecnologia presso altri operatori del settore.

Finora, la maggior parte delle ottimizzazioni è stata sviluppata per i supernode di DeepSeek: grandi sistemi di calcolo che riuniscono centinaia di chip specializzati nell’intelligenza artificiale e li fanno lavorare insieme. Restano invece da risolvere diversi problemi per utilizzare gli acceleratori Ascend in normali server dotati di cpu Intel o AMD, basati sull’architettura x86, anziché sulle piattaforme hardware sviluppate da Huawei.

La collaborazione tra le due aziende potrebbe però produrre benefici crescenti anche in futuro. «Altri operatori che offrono servizi basati su DeepSeek potranno riutilizzare i kernel e le procedure di distribuzione già sviluppati, mentre altri laboratori potranno creare nuovi modelli sfruttando le funzionalità condivise del compilatore», scrivono gli analisti di SemiAnalysis. «Se questi utilizzatori contribuiranno a loro volta con correzioni e ottimizzazioni, i progressi potranno accumularsi e amplificarsi nel tempo».

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Sorvegliare e punire: la costruzione politica del soggetto giovanile

Se volete avere la possibilità di condurre delle vite dignitose, allora dovete sapere come stanno le cose, e saperle fino in fondo. [...] Le vostre vite sono già state programmate. Diventerete adulti, poi, prima di invecchiare, ancor prima di diventare persone di mezza età, comincerete a donare i vostri organi vitali. Ecco per cosa siete stati creati, ciascuno di voi. Non siete come gli attori che vedete nei film, non siete neanche come me. Siete stati portati in questo mondo con uno scopo preciso, e il vostro futuro, il futuro di ognuno di voi, è già stato deciso. Quindi smettetela di parlare in questo modo.

K. Ishiguro, Non lasciarmi, Einaudi, Torino, 2006, p. 42.

Quando Miss Lucy rivela agli abitanti di Hailsham il motivo della loro esistenza – ovvero fungere da utile ricambio vivente per futuri trapianti di organi – non sta solo presentando loro un dramma individuale e bioetico ma, filosoficamente, sta ponendo un problema culturale di prim’ordine: quale rapporto va definendosi tra la società umana e gli individui generati da essa?

Fin dalla nascita, il soggetto si trova irretito in tutta una serie di nodi che ne definiscono le possibilità e le libertà, connesse a doppio filo con le aspettative che una data cultura proietta sugli stessi individui che la società contribuisce a costruire. Tale rapporto responsabilizza il soggetto al rispetto di tutto un insieme di norme che, su un doppio livello, garantirebbero tanto la riproduzione sana dell’individuo, quanto una perpetuazione “virtuosa” della società alla quale appartiene.

Un presupposto simile si regge su una profonda idea di corresponsabilità: la realtà sociale aiuta l’individuo a crescere, così che quest’ultimo possa ricambiare lo sforzo e fare lo stesso con la società. Ciò comporta che il soggetto sia costruito come una sorta di investimento a lungo termine formato all’interno di una strana sovrapposizione tra le logiche date dalle aspettative culturali e quelle relative all’ineluttabilità del futuro, incrocio che riproduce sull’individuo una narrazione tanto morale, quanto finalistica.

L’idea che esista un lieto fine individuale e sociale, e che questo sia raggiungibile attraverso tutta una serie di indicazioni, procedure e dispositivi è un elemento narrativo profondamente radicato nella costruzione tanto dell’idea di soggetto, quanto di quella di società.

Una tale prospettiva organicista della società di massa prevede necessariamente il montare incessante di sensazioni di ansia ed urgenza verso il meccanismo di produzione e crescita dei propri individui che, in un’ottica simile, vengono vissuti, allora, come il crocevia perfetto tra i sogni dell’utopia e gli incubi della distopia. Se non si interviene in tempo e con durezza, viene detto, il soggetto rischia di “degenerare” e di infettare, così, l’intera società coi suoi “germi”, inquinandone la potenza ed annacquandone irrimediabilmente il futuro.

Negli ultimi anni, tali sono le caratteristiche narrative che definiscono le modalità entro cui si ragiona e si agisce sulla gioventù[1], la quale viene studiata, costruita, narrata ed agita come fosse il fegato degli aruspici. Questo perché un paese come l’Italia, sorretto sul paradigma emergenziale, non può che affidarsi alle divinazioni, per affrontare i problemi che lo affliggono.

Un paradigma tipico italiano, nel quale si declina il dato strutturale sul piano emergenziale, affrontabile attraverso l’impiego di decreti-legge o stanziamenti economici speciali che, a mo’ di formula magica, avrebbero il compito di cancellare decenni di malgoverno ed inezie. Non a caso il numero di “emergenze” evocate dalla politica appare come direttamente proporzionale ai fatti di cui questa dovrebbe occuparsi in ottica preventiva, strutturale e quotidiana – “emergenza abitativa”, “emergenza migranti”, “emergenza climatica”, e così via.

A questi esempi sembra essersi aggiunta, soprattutto a partire dagli ultimi anni, una vera e propria “emergenza giovani”, la cui costruzione simbolico-discorsiva ruota tutta attorno a diversi elementi centrali nel dibattito pubblico e nella produzione di testi e norme, come la salute mentale, il rapporto con la tecnologia e la – presunta – assenza di valori e norme.

Una sorta di tacita santa alleanza è stata realizzata tra certi membri dell’expertise medica, di quella umanistica e di quella legale al fine di ragionare sul “tema giovani”, e i discorsi prodotti da questo crocevia di esperti declinano la gioventù come sofferente, debole o inquieta.

Ne consegue che il soggetto giovanile venga ordinariamente e pubblicamente percepito entro questa lente, spesso suffragata da studi e statistiche che hanno il solo ruolo di rendere neutrale e “scientifica” una tale determinazione apocalittica calata sulla soggettività giovanile.

Il problema centrale si colloca negli stretti rapporti stabiliti tra sapere e potere, in quanto la costruzione di un certo archetipo giovanile – pigro, distratto, violento, e così via – lascia spazio alla possibilità di costruire politiche adeguate a tale interpretazione, che agiscano su un soggetto costruito ad hoc e, quindi, intrinsecamente depoliticizzato e privato della possibilità di agency politica e, di conseguenza, allontanato anche solo dalla prospettiva del confronto.

Il desiderio sociale di costruire un soggetto “sano” prevede, così, la destituzione della sua stessa soggettività ed autonomia e, quindi, la sua trasformazione in “oggetto” su cui agire o, detta ancora meglio, in progetto da definirsi sul futuro. La stessa retorica adottata nei confronti della gioventù che è scesa in piazza in questi giorni prevede attivamente il non ascolto delle pratiche e delle analisi poste in essere dalla gioventù stessa, relegandole al grado di rivoluzionario utopismo o, peggio, distopica violenza.

D’altra parte, la politica sostituisce il dialogo verso la gioventù reale con la costruzione di un soggetto giovanile immaginario al quale riferirsi nei discorsi che, ovviamente, corrisponde all’idea di gioventù ideale che la stessa politica contribuisce a produrre nell’immaginario collettivo[2].

Il soggetto reale finisce così per essere sostituito da un archetipo immaginario, che sia questo positivo – sano, virtuoso, produttivo – o negativo – violento, debole, improduttivo. Difatti, la conseguenza di una tale prospettiva è la deumanizzazione del soggetto giovanile, il quale viene rappresentato semanticamente come in balia di una sorta di inferno dantesco nel quale, per contrappasso o analogia, l’individuo giovanile affronta i propri demoni personali.

La figura dell’esperto, come novello Dante, si affaccia all’inferno e, con sguardo contrito – e, a volte, schifato – inquadra il malessere di turno: a quel punto, senza interrogarne davvero la sofferenza, ne enuncia la soluzione, spesso talmente distante dai reali bisogni dei soggetti da risultare più frutto del ragionamento iniziale – quindi, di un “a priori”, un bias – che delle reali condizioni osservate.

Il fatto che ogni sguardo “esperto” posato sulla gioventù la osservi come un prodotto finalizzato costituisce di per sé un atto politico che istituisce il soggetto giovanile come un individuo intrinsecamente sofferente, debole o deviato e che la politica e la società devono, per via di pedagogismi e sanzioni, raddrizzare e normalizzare.

Ciò appare autoevidente se si analizzano le reazioni alle proteste in piazza, nelle quali l’opinionismo si concentra più sul fattore “giovanile” che sulle istanze presentate nel corso delle manifestazioni, in una formula politica – e strategica – che giunge, progressivamente, ad una delegittimazione a priori di quanto individuato come problematico dalla gioventù stessa.

Redarguire il mezzo e la persona senza comprendere che l’obiettivo sia il contenuto è un chiaro modello di esclusione politica, una sorta di argumentum ad hominem che prevede di smontare indirettamente l’obiettivo per via di una critica riferita, paradossalmente, a chi lo promuove, senza smontare direttamente l’obiettivo in sé.

D’altra parte, il lessico che ad oggi si ascolta nei telegiornali, nei salotti e nelle “sale della politica” non fa che emulare e riprodurre tale paradigma, concentrando l’attenzione su dati quali la nazionalità, l’età o la provenienza sociale di chi partecipa alle proteste, invece di riconoscere a queste una dimensione collettiva, generale e trasversale di critica e sollevazione verso lo stato di cose presenti.

Inoltre, la critica alla gioventù si muove spesso per vie intellettuali, classiste ed elitarie, nelle quali il giovane è declinato come una figura intrinsecamente non in grado di confrontarsi con i problemi della vita, sia per un’assenza quantitativa di esperienza, sia per una debolezza qualitativa relativa alle nozioni accumulate: detto in parole più semplici, “giovani e ignoranti”.

La conseguenza di tale presupposto implica un terribile ridimensionamento dell’agibilità politica del soggetto giovanile in quanto, intrinsecamente, questo viene declinato come non in grado di intendere o di volere; o, anche peggio, che dovrebbe intendere o volere esclusivamente ciò che viene indicato come sano, utile e virtuoso all’interno della narrazione pubblica.

Su questo piano, allora, la violenza assume la forma di una delle poche risposte politiche “dal basso” in grado di ritagliare agibilità politica, mettendo in discussione direttamente col proprio corpo le scelte di una politica che figura come troppo alta e lontana per essere influenzata attraverso un sistema democratico le cui maglie risultano ormai troppo distanziate sul piano del rapporto tra società, individuo, legislazione, dimensione esecutiva e rapporto tra capitale, lavoro e classi.

Nel caso della violenza, l’intero discorso viene declinato sul versante della salute mentale, implicando un’individualizzazione del disagio che, inevitabilmente, comporta un intervento parcellizzato che favorisce metodologicamente l’esame della dimensione “interiore” della soggettività personale, e non delle condizioni materiali e storiche del contesto generale.

Costruendo così l’intervento, la questione non fa che mantenersi sul piano squisitamente soggettivo, nel quale si adopera eminentemente il campo semantico e concettuale interno all'idea assai complessa e abusata di “salute”. In questa prospettiva, il disagio rischia di diventare sempre individuale, e mai politico.

Il fatto è che un tale approccio è in grado di far circolare innumerevoli fondi, merci e persone al fine di intervenire sul disagio individuale, senza trarne aspetti di critica strutturale alla cultura o al sistema economico[3]. Si ragiona sul prodotto, e non sul processo produttivo, presupposto ideologico caro tanto al capitalismo, quanto allo sguardo umanitario, quanto alla funzione disciplinare.

D’altra parte, se il soggetto giovanile è il crocevia di tutti i possibili futuri utopici e distopici dell’immaginario sociale, allora costituirlo come “infantile educando” risulta necessario al fine di perseguire certi tracciati e progetti politici.

La persecuzione del benessere mentale deve essere centrale ad ogni operazione di tutela dell’individuo, questo è corretto; l’idea che, di per sé, la centralizzazione della salute mentale sia un mezzo attraverso cui giungerne agli esiti positivi risulta, invece, ingenuamente ideologico.

In primo luogo, sarebbe necessario, come vera e propria operazione politica, riconnettere la dimensione del disagio individuale con il piano delle scelte politiche ed economiche che lo investono.

Così facendo, la categoria di “malessere giovanile” non rimarrebbe una monade isolata, usuale vittima dei crescenti processi di medicalizzazione e disciplinamento tutti interni alla gestione della “devianza”: al contrario, essa assumerebbe il ruolo di riflesso inevitabile dei poteri che le decisioni politiche esercitano sui corpi e sulle vite degli individui stessi.

Reinterpretare il dolore all’interno della sola sfera interiore si traduce in una deresponsabilizzazione delle teorie e delle pratiche politiche che, sistematicamente, lo generano. Politicamente, l’invito è a rifiutare e smontare tutto quel lessico che vorrebbe il piano psicologico come “dimensione interiore pura”: la tristezza è sempre politica.

Eppure, la patologizzazione del disagio giovanile ha assunto, nell’ultimo periodo, dimensioni eclatanti: su Spotify, il colosso della riproduzione musicale utilizzato quotidianamente da migliaia di giovani, tra una canzone e l’altra è possibile imbattersi nella pubblicità del servizio psicologico in rete Uno Bravo.

Questa pubblicizzazione continua dei servizi di “cura”, verificabile ovunque, non solo rende la salute mentale un prodotto pubblicizzabile, vendibile e riproducibile, ma assume anche il ruolo di vera e propria propaganda ai danni dell’analisi critica. Con il continuo ricorso alla semantica del disagio ed alla pervasione del simbolo, si diffonde la convinzione che ogni sofferenza o debolezza siano di per sé collegate alla dimensione psicologica, assunto che depotenzia l’agibilità civica e politica dei soggetti convinti da tale distorsione discorsiva.

Tale narrazione funge da presupposto fondamentale entro cui la politica assume la possibilità di relegare la legittima presa di posizione – anche materialmente violenta – della gioventù ad una “semplice” espressione di disagio psichico congiunturale. Ciò provoca un’ulteriore interiorizzazione del disagio attraverso la quale si indebolisce tanto il linguaggio dell’odio quanto quello della rabbia, i quali risultano entrambi, comunque, elementi di partecipazione e manifestazione politica.

Declinare la partecipazione politica giovanile in una chiave di debolezza mentale strutturale o di cieco ribellismo, senza però toccarne realmente i gangli materiali, risulta nell’esercizio di una funzione compensativa, e mai risolutiva. Se da una parte emerge un atteggiamento che assume tinte pietiste, che declina la questione giovanile su un piano di sofferenza e debolezza, d’altra parte si evince anche un utilizzo non commisurato della prospettiva normativa e disciplinare.

Nello specifico, appare chiaro come il governo Meloni abbia individuato nel soggetto giovanile un avversario ad hoc, uno spauracchio per eccellenza, da colpire duramente. La possibilità di intervenire sulla gioventù in chiave punitiva parte dal presupposto che questa non venga individuata come un soggetto agente quanto, invece, come un oggetto agito.

La sfilza di decreti prodotti dal governo Meloni in merito alla “sicurezza” punta a colpire proprio questo presunto difetto di disciplina giovanile, tra “anti-rave”, “anti-maranza”, e quant’altro, con prassi a metà tra la spettacolarità dell’effetto punitivo e la retorica della funzione pedagogica. Il punto è cogliere la stretta connessione tra il processo di costruzione pubblica di un soggetto giovanile psicologicamente debole e deviato e la realizzazione di decreti, norme, circolari, leggi e consuetudini volte a disciplinarne l’azione.

Assumendo la fragilità come caratteristica intrinseca delle nuove generazioni, ogni loro azione può essere rappresentata e performata solo all’interno di questa cornice: si tratta di una sorta di ricatto ab origine che, vittimizzando la gioventù, ne tenta di rendere impotenti tanto le teorie quanto le pratiche.

All’interno di una prospettiva di classe, la fragilità mentale non è che lo specchio di un sistema tanto incapace di far fronte ai bisogni fondamentali e ai desideri delle singole soggettività, quanto in grado di realizzare, di converso, continue fonti di disagio per gli individui – dalla precarietà abitativa a quella lavorativa, dall’assenza di prospettive allo spettro della guerra, dall’inabitabilità delle città alla debolezza delle reti relazionali.

D’altra parte, invece di indirizzare fondi alla risoluzione di questi problemi strutturali, i capitali vengono reindirizzati in attività che intervengono in ottica supplettiva, o in progetti per cooptare la gioventù in veri e propri schemi politici. Ne sono un esempio gli innumerevoli casi d’ingresso delle forze dell’ordine nelle scuole denunciati dalle realtà anti-militarizzazione – l’Osservatorio contro la militarizzazione delle scuole e delle università, la campagna La conoscenza non marcia, Cambiare Rotta, solo per citarne alcune.

Costruire l’immagine di una gioventù intrinsecamente bisognosa di attenzione e cura istituisce di pari passo la possibilità di costruire le istituzioni che siano deputate ad esercitare potere su di essa.

Non è insolito sentire, all’interno del dibattito pubblico, voci che evocano la leva militare come panacea essenziale all’inadeguatezza giovanile; lo stesso vale per il divieto posto ai minori verso l’utilizzo di Internet – in fase di concretizzazione prima attraverso il decreto “Caivano”[4], ora con la proposta del Kids Act europeo. Per dirla con Foucault, una certa dimensione normativa è tutta intenta a costruire il soggetto ed il discorso entro cui tali pratiche diventano legittime e, quindi, possibili.

Il solo fatto che nel dibattito sia andata concretizzandosi l’idea di un fermo preventivo ai danni dei minori implica limpidamente le chiare modalità entro cui la politica abbia deciso di “prevenire la violenza”: non con la costruzione di un hummus sociale, economico e culturale sostenibile per l’individuo, bensì con la repressione sistematica e preventiva del dissenso – e quindi, in potenza, predittiva, altro tema centrale tra esercizio del potere ed impiego politico della “salute”.

Politicamente, per affrontare con serietà e progettualità reale i diversi problemi che affliggono la realtà giovanile sarebbe necessario, in primo luogo, riconsegnare al soggetto giovanile la propria dimensione materiale, agentiva e di classe:
  • materiale, perché ogni individuo è frutto di una cornice definita dalle contingenze e dalle condizioni;
  • agentiva, perché la gioventù venga interpretata come un soggetto attivo, con un ruolo ed una coscienza, e non esclusivamente come frutto “in potenza” marcio o virtuoso “investimento” sul futuro;
  • di classe, perché si riconosca come la realtà giovanile sia agita tanto dal moto di produzione e circolazione di capitali e merci, quanto dalla pervasività perpetrata dalla morale borghese.
In questo senso, combattere l’uso di un linguaggio che cerca sistematicamente di trasformare qualsivoglia malessere sociale e disagio individuale in trauma psichico o diagnosi medica è il primo passo per restituire un ruolo reale alla dimensione giovanile, decostruendo l’idea che questa sia solo frutto passivo di traumi psico-familiari e individuali.

D’altra parte, oltre all’expertise “psy” – per citare Robert Castel – anche certi personaggi attivi in ambito umanistico hanno fatto dei soggetti giovanili i propri personaggi “kafkiani”, romanticizzandone il dolore e trasformandone la rabbia politica in espressione di stanchezza, come se fosse inderogabilmente necessario essere stanchi o stanche per provare rabbia.

In poche parole, sulla dimensione giovanile viene quotidianamente calato un discorso a doppia tenaglia, il cui contenuto si regge tra la presenza di una debolezza psichica e l’assenza di una disciplina sociale: o si sorveglia con l’impiego di funzionari della “cura”, forze dell’ordine e metal detector, o si punisce con decreti, divieti e pene.

Il filosofo Albert Camus, alla fine del suo Mito di Sisifo, ragionando sull’assurdità della vita, afferma che si dovrebbe «immaginare Sisifo felice»[5], mentre è intento a spingere l’iconica pietra, fardello assegnatogli dagli Dei. Più che compatire Sisifo, si dovrebbe puntare il dito agli Dei che hanno inferto a lui la pena, per poi trarne una morale pacificata. Forse, ora come ora, più che immaginare Sisifo felice, sarebbe meglio immaginarlo incredibilmente arrabbiato.

Note

[1] All’interno dello spazio pubblico, inoltre, non è ben chiaro a quale fascia di età ci si riferisca quando si parla di “giovani”. Tale ambiguità contribuisce a costruire un soggetto agibile volubile, mobile e “liquido”, che si presta perfettamente ad un abuso trasversale di una categoria assai complessa, la gioventù, che andrebbe in realtà compresa all’interno delle specificità definite intorno ad elementi dirimenti quali l’età, l’appartenenza di classe, la condizione sociale, lo sviluppo psico-sessuale, la dimensione educativa, e così via.

Continuare ad utilizzare questo termine – “gioventù” – in maniera tanto imprecisa e senza fare distinzioni peculiari è parte di un più ampio processo di classificazione e gestione che può essere utilizzato dal potere al fine di esercitare in maniera trasversale la propria governance sui corpi e sulle differenti componenti sociali. Nel corso del testo, col termine “gioventù” ci si riferisce proprio a tale dispositivo discorsivo per come prodotto e agito dal sapere e dal potere.

[2] Guardando ai margini del socio-politico, un esempio pratico del piano discorsivo in atto sulla gioventù si rintraccia nella critica alle “aura battle” organizzate nell’ultimo periodo nelle piazze o nelle scuole. Questi eventi, che consistono in un momento di socialità, convivialità e divertimento, sono stati bersaglio di profonde critiche che ne hanno evidenziato il carattere di inutilità o “stupidità”. Queste accuse partono implicitamente dall’idea che la gioventù non sia in grado di costruire in autonomia il proprio orizzonte di senso pratico-simbolico, ma debba necessariamente rifarsi a quello che le viene offerto dalle passate generazioni, dai teorici del sapere e dall’ambiente politico.

[3] Il finanziamento di politiche di “salute pubblica” – categoria tutt’altro che apolitica, per quanto raccontata come tale – potrebbe raggiungere al meglio il proprio obiettivo preventivo se intervenisse sulle cause strutturali e generali del “disagio”. Il Piano nazionale per la salute mentale, varato nell’aprile di quest’anno dal ministro Schillaci, è un esempio perfetto di come fondi che potrebbero essere impiegati per la risoluzione di problematiche strutturali – mancanza di sicurezza e penuria di personale – vengano utilizzati, invece, per rendere la scuola un presidio clinico.

Lo storico della scienza Giorgio Israel espresse già nel 2013 quanto ancora andrebbe ribadito oggi: «Salvare la scuola italiana significa anche – non soltanto, ma anche – cacciare fuori dal tempio la congrega di ciarlatani affaristi che si sta precipitando sul tema delle malattie da apprendimento come mosche sul miele». G. Israel, ADHD e DSA: come trasformare educazione e istruzione in malattie, Blog di Giorgio Israel, 1 dicembre 2013.

[4] Non è un caso che nell’articolo 13 bis, in merito al divieto della pornografia, si ragioni nei seguenti termini:
«dignità […] benessere fisico e mentale […] problema di salute pubblica», salvo poi lasciare irrisolto il nodo dell’educazione sessuo-affettiva nelle scuole.

[5] A. Camus, Il mito di Sisifo, Bompiani, 2017, p. 121.

Fonte

Evadere con classe: la moralità pubblica al servizio del capitale

In tempi di manovra di bilancio e in clima ormai pre-elettorale la recente pubblicazione delle nuove stime del tax gap elaborate dal Ministero dell’Economia e delle Finanze ha fatto tracimare dalle acque di un dibattito politico stanco e ripetitivo il sempreverde tema dell’evasione fiscale.

Il tax gap, ovvero la differenza tra il gettito fiscale che si sarebbe raccolto se tutte le attività in essere fossero regolarmente registrate, e quello che effettivamente viene raccolto, è l’indice che misura l’evasione fiscale stimata. Quest’ultima include sia i mancati versamenti tributari (tasse e imposte) sia quelli contributivi (contributi sociali versati all’INPS).

Del resto, l’evasione è senza dubbio uno degli elementi più appariscenti delle numerose contraddizioni e storture del sistema fiscale italiano ed è il tipico tema che stimola discussioni molto accese e polarizzanti dove tuttavia tutte le parti coinvolte nascondono quasi sempre gli elementi fondamentali del contesto di sfondo.

L’evasione fiscale stimata in Italia ammontava secondo le stime del MEF e di ISTAT nel 2023 (ultimo dato disponibile) a circa 110-113 miliardi, un valore pari al 5,1%/5,3% del PIL. Tale ammontare viene calcolato a partire da una stima dell’economia sommersa ovvero quella parte di attività economiche legali ma volontariamente non registrate in tutto o in parte e che quindi non danno luogo (o danno luogo soltanto parzialmente) a versamenti tributari e contributivi. L’economia sommersa nel 2023 era stimata a circa 198 miliardi di euro pari al 9,2% del PIL. La gran parte dell’evasione è di natura tributaria (circa il 90%) mentre il restante 10% consiste di contributi sociali non versati all’ente previdenziale.

A titolo comparativo rispetto agli altri paesi europei il peso relativo dell’evasione in Italia è mediamente assai più elevato collocandosi su livelli medio-alti: circa il doppio della Germania, quasi il doppio rispetto alla Francia e al Regno Unito, su valori di poco superiori alla Spagna e al Portogallo e allineata a paesi dell’est Europa come Polonia e Ungheria.

È evidente che l’evasione fiscale si configura come un fenomeno di rilevante portata che oltre a rompere un patto legale e sociale che vincola lo Stato ai cittadini, conduce a due gravi conseguenze: una riduzione della capacità di gettito per lo Stato e gli enti locali e una redistribuzione del reddito regressiva.

Se il minor gettito incassato incide sulla capacità degli Stati di fare spesa pubblica – capacità vessata dai vincoli europei e dalle rigide regole su deficit e debito pubblico – le conseguenze distributive dell’evasione sono ancor più evidenti nello sbilanciamento delle fonti di reddito da cui deriva. La stragrande maggioranza dell’evasione è infatti attribuibile a lavoro autonomo e attività d’impresa, mentre soltanto una piccola parte (stimabile a non oltre il 10%) può essere attribuita a lavoro dipendente. Il motivo è semplice: i dipendenti anche se volessero non potrebbero evadere poiché i versamenti fiscali li effettua per loro conto il datore di lavoro come sostituto d’imposta. E in effetti anche quel 10% di evasione legata al lavoro dipendente è attribuibile essenzialmente a lavoratori in nero, che certo non sono tali per loro scelta. Insomma, l’evasione a conti fatti danneggia in modo preminente le fasce di reddito più basso e il lavoro dipendente.

Fatta questa premessa, è indispensabile fare un passo ulteriore, per far uscire la questione dell’evasione da un discorso sulla “moralità pubblica” nel quale viene spesso, e in modo interessato, confinato, come è accaduto nella recente puntata della trasmissione diretta da Corrado Augias “La Torre di Babele” appositamente dedicata all’evasione fiscale.

In particolare, la forte impressione che spesso si ha quando si discute di falle del nostro sistema tributario è che concentrare l’attenzione sull’evasione fiscale sia un efficace espediente per non parlare del sistema stesso e delle sue macroscopiche storture e ingiustizie che, a differenza dell’evasione sono invece perfettamente legali, legalizzate e addirittura incentivate. Ingiustizie e distorsioni create con pervicace coerenza da molti decenni che hanno letteralmente stravolto in senso regressivo la struttura dei tributi nel nostro paese.

In primo luogo, vi è un rilevante tema distributivo interno allo stesso fenomeno dell’evasione. Si calcola che circa l’80% del valore dell’evasione in Italia sia attribuibile a micro e piccole imprese e lavoro autonomo, mentre il restante 20% a medie e grandi imprese. Ciò è dovuto sia alla peculiarità del tessuto produttivo italiano, fatto in larghissima parte di piccole e piccolissime imprese (95% delle imprese esistenti), sia alla forte presenza di sacche di attività informali di difficile monitoraggio nel mondo delle micro-attività. A questo mondo il Governo ha offerto in questi anni il “concordato preventivo biennale”, cioè un accordo fra Stato e imprese sulle imposte da pagare nei due anni successivi, a prescindere dal reddito effettivo: in altre parole, qualunque guadagno ulteriore a quello previsto non era tassato per nulla.

Naturalmente, comunque, anche la grande impresa evade e quando evade lo fa su cifre pro-capite infinitamente più consistenti. Tuttavia, il vero tema, di cui si parla molto meno, è che le imprese oltre ad evadere, eludono. E l’elusione è tipica della grande impresa e tipicissima delle grandi imprese multinazionali.

Per elusione si intende l’insieme di operazioni legali prive di qualsiasi ratio economica che non sia il mero risparmio di imposta. In sostanza un raggiro a tutti gli effetti, ma pienamente legalizzato. Anche qui esiste la piccola elusione e la grande elusione. La prima sfrutta gli spazi e le aporie concesse dal sistema tributario nazionale, la seconda, ben più corposa e accessibile per lo più alle grandi imprese, sfrutta l’ingegneria dei sistemi fiscali internazionali adottando tecniche quali i prezzi di trasferimento, il trasferimento dei profitti, la sottocapitalizzazione, la manipolazione di interessi passivi e royalites ed altri sofisticati sistemi. L’elusione, a differenza dell’evasione, non è un’anomalia tollerata o sfuggente, ma è un pezzo costitutivo del sistema per come lo si è deciso di disegnare e dell’architettura di concorrenza fiscale globale plasmata in 4 decenni di neo-liberismo. Non un incidente, dunque, ma una precisa strategia, come dimostra l’ultimo pacchetto Tax Omnibus attualmente in discussione in sede europea che, come tutti i pacchetti Omnibus lanciati in questi anni, fa della ulteriore deregolamentazione la chiave per un presunto rilancio dell’economia europea.

L’altro aspetto generale che l’attenzione univoca sull’evasione nasconde, oltre allo scandalo dell’elusione, è quello della struttura complessiva del sistema tributario nel suo insieme, la sua stessa base costitutiva.

Molti dei commentatori che, giustamente, demonizzano l’evasione fiscale ma ingiustamente, la additano a sola a causa di tutti i mali, dimenticano di ricordare cosa è successo al sistema tributario italiano dagli anni ’80 ’90 dello scorso secolo. La tendenza di fondo è ben sintetizzabile in pochi e cruciali direzioni: la drastica diminuzione della progressività dell’imposta sui redditi (passata da 32 a 3 scaglioni dal 1974 ad oggi con una vertiginosa riduzione della distanza tra redditi afferenti al primo e all’ultimo scaglione di reddito); l’introduzione di regimi separati agevolati e non progressivi per una parte dei redditi da capitale (redditi da affitti, da attività finanziaria, redditi di società di capitali) e per il piccolo lavoro autonomo (regime forfettario fino a 85.000 euro) con conseguente estrema frammentazione caotica dei regimi fiscali; e infine l’approdo ad un sistema di libera circolazione di merci e capitali che ha consentito la libera delocalizzazione produttiva e fiscale dando libero corso a tutti quei meccanismi elusivi di cui beneficia il grande capitale produttivo e finanziario a caccia di paradisi fiscali o trattamenti agevolati.

Meccanismi che hanno, nel loro insieme, ridotto programmaticamente il sistema tributario ad un meccanismo selettivo di estrazione di risorse a carico quasi esclusivo del lavoro dipendente, dei pensionati e di una piccola porzione di imprese, per giunta con un ridottissimo livello di progressività residua.

Discutere di evasione fiscale è allora sacrosanto. Ma usarla come facile capro espiatorio a legittimazione implicita di un sistema fiscale la cui unica pecca sarebbe quella di non funzionare correttamente per la disonestà dei contribuenti, non soltanto è sbagliato, ma è molto pericoloso perché finisce per incanalare la critica degli aspetti distributivi del carico fiscale soltanto sulle anomalie attuative di un sistema e non sulla sua struttura del sistema stesso.

L’eterna dialettica superficiale tra una destra politica che strizza l’occhio all’evasione fiscale per conquistare il cuore e il voto dei piccoli evasori confondendo la micro-evasione con il furto programmatico di milioni e milioni di euro all’erario da parte di una classe benestante, e un centro-sinistra che erge, a parole, la lotta all’evasione a pilastro morale della propria visione del mondo ma non mette in alcun modo in discussione i fondamenti stessi della gigantesca ingiustizia fiscale nel neo-liberismo (sbilanciamento assoluto del carico tributario sul lavoro, libera circolazione del capitale, delocalizzazione produttiva, mortificazione della progressività), è una dialettica marcia. Ed è una dialettica funzionale alla riproduzione di un sistema profondamente e intrinsecamente iniquo che, da un lato, limita la possibilità di spesa da parte dello Stato e dunque la sua capacità di offrire servizi e politiche per la piena occupazione tramite espansioni della spesa pubblica in deficit, dall’altro risulta basato su una crescente e ormai intollerabile disuguaglianza dove una piccola élite non soltanto si arricchisce a priori a dismisura a discapito della maggioranza, ma elude a posteriori sistematicamente il fisco attraverso esenzioni, agevolazioni, elusioni e fughe di capitali.

All’azione del Governo di questi anni, che fra l’altro ha garantito diversi condoni chiamati pudicamente “rottamazioni”, non si risponde quindi con una critica basata esclusivamente sul piano della moralità. Soltanto attraverso una critica radicale dell’impianto del sistema tributario e fiscale è possibile affrontare in modo serio e credibile la lotta all’evasione come tassello (tra i molti) di un sistema profondamente iniquo ritagliato per i privilegi di pochi.

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01/11/2026

A proposito dell’aumento dell’aliquota Ires al 30% per le banche nella Legge di Bilancio

di Alessandro Volpi

Il pacchetto di interventi fiscali a carico del comparto bancario e finanziario è uno dei punti centrali, in termini di coperture, della manovra di bilancio, senza il quale sarebbe davvero difficile tenerla in piedi.

Si tratta di un’operazione complessa, articolata tra misure di liquidità temporanee e inasprimenti d’imposta a carattere strutturale. Nel dettaglio, la misura è stata concepita dal Governo Meloni per “chiedere un contributo finanziario” al settore creditizio, evitando al contempo uno specifico prelievo forzoso sugli extra-profitti in favore di un’architettura che combina il differimento delle deduzioni con la revisione delle aliquote ordinarie.

Sulle entrate complessive previste per circa cinque miliardi di euro dal mondo finanziario all’interno del Documento programmatico di bilancio, la parte del leone è rappresentata dalla rinuncia temporanea all’utilizzo dei crediti fiscali e dal blocco delle deduzioni sulle imposte anticipate (Deferred tax assets, Dta) e sulle svalutazioni dei crediti, misura di cassa pura che pesa per circa il 70% dell’incasso complessivo, pari a 3,5 miliardi di euro. Dunque, ancora una volta, il vero asse portante dell’entrate a copertura della Legge è costituito dall’accettazione, da parte delle grandi banche, della rinuncia a beneficiare dei propri crediti fiscali, questa volta però, a differenza di quanto avvenuto nel 2026, senza un accordo con l’Associazione bancaria italiana (Abi).

Per questa parte Giorgia Meloni conta sulla scelta dei grandi banchieri di non aggredire il governo di centrodestra in vista delle prossime elezioni. In pratica, una richiesta molto politica di sostegno. Per quanto concerne la componente di prelievo fiscale vero e proprio, l’aumento dell’aliquota Ires al 30% –attuato tramite l’innalzamento dell’addizionale specifica riservata alle banche e agli enti finanziari fino al 6% complessivo sul valore base del 24% – contribuisce invece in maniera strutturale e permanente incidendo direttamente sugli utili prima delle imposte, coprendo una quota stimabile attorno al 20% delle maggiori entrate attese dal comparto, corrispondente a circa un miliardo di euro.

A completare l’architettura delle entrate vi è poi la riduzione delle deduzioni ai fini Irap e la contestuale rimodulazione del tributo regionale sulle attività produttive, unito ad altri ritocchi contigui come l’adeguamento delle aliquote sulle transazioni finanziarie (Tobin tax), interventi che pesano unitamente per il restante 10% del totale, pari a circa 500 milioni di euro. Inquadrando l’operazione nel bilancio dello Stato, i cinque miliardi assicurati dal settore bancario assumono un rilievo determinante, arrivando a garantire oltre il 48% delle coperture dirette del valore complessivo della Legge di Bilancio.

Da un simile punto di vista la presidente del Consiglio abbina le esigenze stringenti di copertura alla volontà di intercettare il malessere diffuso nei confronti degli alti dividendi bancari a fronte di un sistema di erogazione del credito molto faticoso e costoso. In estrema sintesi siamo di fronte a un obbligato esercizio di equilibrismo che mette però alle strette il “campo largo” che non ha ancora formato una propria, chiara proposta fiscale.

Una considerazione a parte merita l’origine dei crediti fiscali delle banche; le imposte anticipate (Dta) sono state introdotte e normate in modo organico nel 2011 con il decreto legge 225/2010 (decreto milleproroghe) coordinato con il decreto legge 83/2015.

Nascono infatti dal disallineamento tra i criteri contabili e fiscali, trasformando le perdite pregresse e le svalutazioni sui crediti non performanti accumulate dagli istituti in veri e propri crediti d’imposta convertibili, nati originariamente per mettere in sicurezza i bilanci bancari e incentivare le aggregazioni e mantenuti in vita anche quando i bilanci bancari sono diventati assai più floridi. Tuttavia, il prolungato utilizzo da parte del Governo Meloni di questo meccanismo come riserva di liquidità per lo Stato comporta un costo differito rilevante: congelando l’uso delle Dta per incassare immediatamente, la misura non cancella il debito fiscale dello Stato verso le banche ma si limita a rinviarlo nel tempo.

Questo anticipo, già ampiamente sfruttato dall’esecutivo, peserà pesantemente sui bilanci pubblici futuri, trasformandosi in una perdita d’imposta e in minori entrate fiscali strutturali a partire dal triennio successivo, quando le banche torneranno a scomputare i crediti accumulati riducendo drasticamente il gettito Ires/Irap futuro.

È bene specificare, in chiusura, che, per quanto riguarda l’impatto sul capitale e sulla remunerazione degli azionisti, l’insieme di queste misure produce una contrazione diretta ma contenuta della profittabilità degli istituti di credito: l’aumento dell’aliquota Ires riduce la massa utile netta, mentre il congelamento delle Dta impatta sulla cassa e sull’assorbimento di capitale di vigilanza (Cet1). L’effetto combinato di queste disposizioni si riflette in una riduzione stimata dei dividendi bancari distribuiti nell’ordine del 3-5%, una flessione che penalizza i rendimenti degli azionisti senza tuttavia intaccare in modo critico la solidità patrimoniale complessiva del sistema bancario.

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Due soldi di austerità: la finanziaria di guerra contro cui abbiamo scioperato

Il Governo ha inviato a Bruxelles il Documento Programmatico di Bilancio (DPB), con cui la Commissione controlla che i conti restino nei binari del nuovo Patto di stabilità. E il Governo Meloni ci resta con zelo.

Secondo la tabella delle misure, nel 2027 la manovra muove 23,5 miliardi, circa l’1% del PIL. Troppo poco per famiglie strette tra inflazione, caro energia e salari fermi, e per un’economia che non crescerà mai più dell’1%. Il deficit, cioè la differenza tra tutte le spese, interessi compresi, e le entrate, scende dal 3,1% del PIL nel 2025 al 2,9% nel 2026, risale al 3,4% nel 2027 e poi cala fino al 2,3% nel 2029. Può superare il 3% solo perché il Governo ha attivato la clausola di salvaguardia nazionale, che fino al 2028 consente di spendere di più per difesa e sicurezza energetica. Secondo Giorgetti, al netto della clausola, il deficit resterebbe sotto il 3% per tutto il periodo di previsione, e la procedura per deficit eccessivo potrebbe chiudersi già quest’anno.

Per armi ed energia, insomma, i soldi si trovano, mentre per tutto il resto vale l’austerità di sempre. Lo mostra l’avanzo primario, cioè quanto le entrate superano le spese senza contare gli interessi. Nel 2027, anche con la spesa in deroga, resta allo 0,9% del PIL, poi risale fino al 2,4% nel 2029, il doppio del 2026. Vuol dire che lo Stato toglierà all’economia oltre 20 miliardi nel 2027 e circa 55 nel 2029. Germania e Francia fanno l’opposto e, anche senza contare gli interessi, spendono più di quanto incassano. L’Italia invece stringe la cinghia, come i governi che l’hanno preceduta, dal centrosinistra a Draghi, accettando i vincoli europei come unica scelta politica.

Nel nuovo Patto conta ancora di più la spesa netta, cioè la spesa pubblica senza considerare gli interessi. Ogni Paese ha concordato con Bruxelles di quanto può farla crescere rispetto all’anno prima, e per l’Italia nel 2027 il limite è l’1,9%, per arrivare poi a un valore obiettivo dell’1,5%. Con la clausola il tasso di crescita sale al 3,3%, poi scende all’1,7% nel 2028 e crolla allo 0,2% nel 2029. Sono però tassi nominali, e se i prezzi salgono più della spesa lo Stato offrirà meno servizi. Con l’inflazione all’1,8% prevista dal Governo, nel 2029 la spesa netta calerebbe di circa l’1,6% in termini reali. Se poi i prezzi continuassero a correre al 4,2% di settembre, in tre anni perderebbe circa il 7% del suo valore reale.

Il Governo promette di tutelare «il potere di acquisto delle famiglie». In effetti, a guardare le singole voci, sembrerebbe che nel 2027 la parte più consistente di risorse andrà a famiglia e spesa sociale. Ma raggruppando le voci, come nella tabella qui sotto, già nel 2027 difesa e infrastrutture superano sanità e famiglie, e nel 2028 la distanza si allarga (8,6 miliardi contro 4,9). Nel 2028 crescono anche le misure fiscali, da 2,2 a 5,2 miliardi, ma il documento non dice a chi andranno. E anche contandole tutte come aiuti alle famiglie, il totale sociale passa da 9,6 a 10,1 miliardi nel 2028 e poi scende a 8,6 nel 2029.


Il documento non dice nemmeno dove finiscano i soldi della clausola. Nella tabella del DPB difesa e infrastrutture valgono lo 0,32% del PIL, contro lo 0,6% consentito, eppure nella sicurezza energetica il Governo fa rientrare perfino scuole, ospedali, università e impianti sportivi. Misure come i trasporti per gli studenti, gli aiuti alle imprese energivore e l’ecobonus, che secondo Margin rientrano nella clausola, possono comparire nella tabella come spesa sociale. Una parte di ciò che sembra sostegno alle famiglie potrebbe quindi essere spesa per l’emergenza energetica, destinata a finire con la clausola.

Sul fronte delle entrate, la voce principale del 2027 sono le «misure a carico del settore finanziario», circa 5 miliardi, che dal 2028 vengono superate da altre entrate non meglio precisate. Non si sa se siano nuove tasse su banche e assicurazioni o imposte solo anticipate, come in passato. Non c’è invece nessun prelievo sugli extraprofitti delle imprese energetiche, che se la sono cavata con un tetto volontario e poco oneroso ai prezzi alla pompa. Eppure, a Bruxelles, è proprio il Governo a chiedere una tassa europea sugli extraprofitti. La Commissione risponde che gli Stati possono farlo da soli, ma il Governo, in casa propria, non lo fa. Infine c’è il fiscal drag, un aumento delle tasse senza bisogno di nessun voto formale. Quando i prezzi salgono, salari e pensioni crescono in termini monetari ma non in potere d’acquisto, mentre scaglioni e detrazioni dell’Irpef restano fermi. Così si paga un’aliquota più alta su un reddito che in termini reali non è cresciuto. Secondo Lavoce, nel solo 2027 il drenaggio vale circa 3,4 miliardi.

La legge di bilancio conferma l’adesione del Governo a un’austerità europea che non ha subito, ma ha negoziato e votato. E il conto più salato arriverà dopo. Gli impegni presi con la NATO spingeranno la spesa militare a crescere per anni, e dal 2029, a clausola finita, dovrà stare dentro il tetto alla spesa netta come ogni altra spesa. Per farle posto bisognerà tagliare ancora di più altrove o alzare le tasse, e a pagare saranno di nuovo i lavoratori. Per questo lo sciopero generale del 30 ottobre indetto dall’USB, contro la guerra e il carovita, per il lavoro e per il diritto di sciopero, riguarda tutti. È da lì che bisogna ripartire.

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La vittoria brasiliana di Lula: unità della sinistra e autonomia digitale

Il leader di sinistra Luiz Inácio Lula da Silva ha ottenuto una storica vittoria alle elezioni presidenziali brasiliane del 25 ottobre 2026. Il risultato è arrivato in mezzo a un’intensa polarizzazione politica e sociale e alla crescente influenza dell’estrema destra in Brasile e in tutta l’America Latina, sostenuta dall’estrema destra statunitense guidata da Donald Trump.

Il significato di questa vittoria elettorale va oltre il fatto che Lula abbia ottenuto un quarto mandato. Risiede anche nell’esperienza politica e organizzativa che l’ha resa possibile, soprattutto nella capacità di diverse forze di sinistra e progressiste, con programmi e visioni ideologiche differenti, di forgiare una vasta alleanza elettorale attorno a un terreno comune nel confronto con l’estrema destra.

Una vasta alleanza di sinistra e progressista nonostante le differenze

Lula ha affrontato le elezioni con il sostegno dell’alleanza “Brasile pronto per di più”, composta da sette partiti di sinistra e progressisti organizzati in due federazioni di partiti e due partiti separati. La federazione “Brasile della speranza” ha riunito il Partito dei Lavoratori di Lula, il Partito Comunista del Brasile e il Partito Verde. La seconda federazione ha unito il Partito Socialismo e Libertà, che include correnti socialiste e della sinistra radicale, con la Rete della Sostenibilità. Anche il Partito Socialista Brasiliano e il Partito Laburista Democratico si sono uniti all’alleanza, insieme a movimenti sociali e sindacati di sostegno. Lula si è candidato con Geraldo Alckmin del Partito Socialista Brasiliano come candidato vicepresidente.

L’importanza di questa alleanza risiede nella sua capacità di riunire comunisti, socialisti, sinistra radicale, socialdemocratici e Verdi nonostante i loro disaccordi sul capitalismo, sul ruolo dello Stato e sui limiti della riforma sociale. Queste forze hanno concordato obiettivi elettorali comuni preservando le proprie identità e autonomia organizzativa.

Questa è una delle lezioni più importanti dell’esperienza brasiliana. L’unità della sinistra non richiede uniformità ideologica o organizzativa. Significa essere in grado di lavorare insieme su un terreno comune rispettando il pluralismo e le differenze. I disaccordi sulle politiche economiche e sociali di Lula persisteranno naturalmente, anche tra le forze che lo hanno sostenuto alle urne.

L’unità non significa abbandonare la critica o l’autonomia

L’esperienza brasiliana solleva una questione importante per le forze di sinistra in tutto il mondo. Perché le differenze ideologiche e organizzative diventano ostacoli alla cooperazione, nonostante tanto terreno comune, anche quando queste forze affrontano sfide politiche e di classe condivise?

Il pluralismo tra comunisti, socialdemocratici, sinistra radicale, correnti ambientaliste e femministe e sinistra indipendente può essere una fonte di forza e di ricchezza intellettuale e politica, a condizione che sia gestito democraticamente e costruttivamente, senza monopolizzazione, esclusione o pretese di possedere la verità assoluta. L’unità non richiede di abbandonare la critica o di offrire un’accettazione incondizionata delle politiche dei governi guidati da alleanze di sinistra e progressiste.

Confrontarsi con il capitalismo e l’estrema destra richiede un ampio fronte sociale

La vittoria ha dimostrato l’importanza di collegare la difesa della democrazia, dei diritti e delle libertà con le rivendicazioni economiche e sociali delle classi lavoratrici e delle comunità povere e marginalizzate.

Lula ha ottenuto un ampio sostegno dai gruppi a basso reddito e ha proposto di espandere l’assistenza sociale, migliorare le condizioni di vita e difendere le istituzioni democratiche.

Confrontarsi col capitalismo e l’estrema destra non può quindi essere confinato alle elezioni e alle alleanze di partito. Richiede organizzazioni di massa sostenute nei luoghi di lavoro, nei quartieri, nelle università, nei sindacati e nei movimenti sociali, insieme a politiche che affrontino la disuguaglianza di classe e migliorino la vita della maggioranza della popolazione.

Autonomia digitale: il quinto pilastro dell’indipendenza della sinistra

Le elezioni brasiliane hanno rivelato la crescente importanza della sfera digitale nella lotta politica. Le piattaforme dei social media, gli algoritmi e l’intelligenza artificiale sono diventati potenti strumenti nelle mani degli interessi capitalistici per plasmare la coscienza pubblica e orientare il dibattito politico.

Durante la campagna, i sostenitori di Lula hanno presentato reclami e prove a sostegno delle accuse secondo cui Meta, la società che possiede Facebook, Instagram e altre piattaforme, mostrava un pregiudizio digitale a favore del suo avversario. L’azienda ha riconosciuto “problemi tecnici”. La disputa è arrivata al tribunale elettorale brasiliano, che ha emesso una sentenza che obbligava Meta ad applicare standard uguali ai candidati.

Il problema non è limitato al Brasile. Durante le più recenti elezioni presidenziali in Colombia nel 2026, indagini giornalistiche hanno scoperto account coordinati e video falsi generati dall’IA rivolti al campo di sinistra, nonché carenze e pregiudizi nella supervisione delle piattaforme sulla pubblicità politica e sui contenuti.

In Germania, Elon Musk, il proprietario di X, ha pubblicamente appoggiato l’estrema destra Alternativa per la Germania (AfD) durante le elezioni del 2025. Ha usato la sua piattaforma per promuovere le posizioni del partito e ospitare i suoi leader, mentre diversi studi hanno rilevato un chiaro pregiudizio nella portata dei contenuti del partito sulla piattaforma.

Dimostrare un pregiudizio algoritmico deliberato è difficile perché gli algoritmi proprietari danno alle corporazioni capitalistiche il controllo esclusivo sulle informazioni, su come funzionano e su come i contenuti sono classificati, amplificati o limitati. Senza trasparenza, supervisione pubblica e legale indipendente e accesso ai dati necessari per le indagini, è difficile determinare se il pregiudizio derivi dalla progettazione dell’algoritmo o da un intervento deliberato. Le aziende possono facilmente attribuire tali problemi a un “glitch tecnico”!

L’esperienza brasiliana ha anche evidenziato l’importanza di combinare tre arene interconnesse di lotta: la lotta di massa sul terreno, l’azione legale per ritenere responsabili le piattaforme digitali e regolamentare le loro operazioni e l’attivismo digitale organizzato. La mobilitazione di massa nelle strade è stata accompagnata da sfide legali contro Meta e dallo sviluppo di una vasta campagna digitale che ha utilizzato efficacemente i social media per raggiungere milioni di elettori. Questa esperienza mostra che la lotta digitale della sinistra non può sostituire la lotta di base. Può rafforzarla e completarla.

È qui che l’autonomia digitale emerge come il quinto pilastro dell’indipendenza della sinistra, accanto all’autonomia ideologica, organizzativa, finanziaria e mediatica. La genuina indipendenza politica non è più possibile senza un grado significativo di autonomia sugli strumenti digitali, sulle piattaforme e sulle infrastrutture, sulla protezione dei dati e sulla capacità di comunicazione e organizzazione di massa libera dal controllo monopolistico delle corporazioni capitalistiche e delle grandi potenze.

L’autonomia digitale non significa ritirarsi dalle piattaforme digitali. Significa usarle oggi con una consapevolezza critica e progressista, lavorando allo stesso tempo per sviluppare alternative digitali open-source e governate democraticamente e per costruire e rafforzare capacità tecniche indipendenti all’interno della sinistra.

Una sinistra che non riesce a sviluppare la propria autonomia digitale e i propri strumenti tecnologici rimarrà alla mercé dei suoi avversari di classe in una delle arene più importanti della lotta politica e sociale contemporanea.

Lezioni per la sinistra in tutto il mondo

L’esperienza brasiliana non può essere riprodotta meccanicamente. Ogni società ha le proprie condizioni e il proprio equilibrio di forze di classe e politiche. L’approccio brasiliano alla costruzione di alleanze e al lavoro insieme può comunque offrire lezioni preziose.

L’unità di cui la sinistra ha bisogno non è né un partito unico né una leadership centralizzata che impone la propria visione a tutti. È una cooperazione flessibile e democratica tra forze diverse, fondata su programmi comuni, rispetto dell’autonomia e del pluralismo e partecipazione significativa delle basi, dei giovani e delle donne.

Tale cooperazione può essere sviluppata a livello locale, regionale e globale attraverso diversi fronti e alleanze di sinistra sul terreno, nonché reti digitali di sinistra e internazionali che contribuiscano allo scambio di esperienze, coordinino iniziative e lotte condivise e lavorino verso alternative digitali progressive.

La vittoria di Lula offre un’esperienza che vale la pena studiare e da cui imparare. Dimostra la possibilità di cooperazione tra le forze di sinistra nonostante le loro differenze, riconoscendo al contempo gli altri fattori che hanno contribuito al risultato.

La sinistra non ha bisogno di cancellare la propria diversità per unirsi. Ha bisogno di trasformare quella diversità in una forza organizzata ed efficace, rafforzare la propria indipendenza attraverso tutti e cinque i pilastri e perseguire la lotta per la libertà, l’uguaglianza e la giustizia sociale sviluppando alternative socialiste democratiche e umaniste al capitalismo.

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Orientamenti francesi

Questo editoriale apparso su Le Monde Diplomatique è importante sul piano strettamente teorico-politico perché, nel bel mezzo di una mobilitazione conflittuale estremamente aspra, in Francia, pone il problema di “dove e come si vuole andare” con il complesso dei movimenti.

È una domanda che si impone qualsiasi siano le preferenze politiche o ideologiche (individuali, collettive, di gruppo organizzato, ecc.), spaziando dal far crescere sempre esponenzialmente il tono del confronto col governo fino alla canalizzazione politico-istituzionale, ovviamente di estrema sinistra relativamente alla geografia parlamentare.

E qui emerge la prima grande differenza con il nostro paese, perché in Francia una sponda parlamentare seria esiste – La France Insoumise – mentre in Italia no (e con la nuova legge elettorale pretendono di impedire che possa nascere).

Al livello teorico classico è il problema di definizione della strategia del movimento di classe e dei suoi alleati di fase e quindi anche delle tattiche conseguenti, uscendo dalle trappole logiche autocentrate tipiche dello spontaneismo e da quelle del parlamentarismo “senza se e senza ma”.

Il convitato di pietra sono i rapporti di forza complessivi tra le classi in un paese capitalistico avanzato (quindi la questione riguarda tutti i paesi occidentali, il nostro compreso), cui partecipano oggettivamente tutti i soggetti sociali e politici di un paese (oltre che i poteri esterni che hanno un peso sui singoli paesi), andando decisamente al di là della presenza numerica in piazza (un elemento dell’equazione complessiva, ma non certo l’unico né quello decisivo) e rimandando allo Stato come “forza concentrata del dominio di classe”.

Che è poi la questione dei corpi militari, oltre che di quelli polizieschi (i parà a guardia dei negozi del lusso, a Milano, sono una pagliacciata che allude però a ben altri scenari possibili, nel paese di Piazza Fontana e della stazione di Bologna).

Nonché delle loro culture e fedeltà reali in un assetto istituzionale che ormai va liquidando come “inefficiente” la democrazia parlamentare e soprattutto lo stato di diritto, i contrappesi e le libertà elementari. In tutto l’Occidente capitalistico, a partire dagli Usa e – qui in Europa – dalla Francia. Ovvero dai paesi in cui la “democrazia moderna” è nata.

Diciamo che la discussione a questo livello è stata abbandonata, nella sinistra radicale, oltre 40 anni fa.

Se oggi torna non è per una curiosità intellettuale, ma sotto la pressione della Storia. Che notoriamente se ne frega dei “mi piacerebbe che...”

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Già solo per il fatto che la velocità degli eventi in corso ci fa irresistibilmente pensare a quella frase di Lenin secondo cui “ci sono settimane in cui accadono più cose che in un decennio”, sappiamo esattamente in che tipo di periodo siamo entrati: stra-ordinario.

La saturazione della mente non è il minore dei suoi pericoli. Per camminare in eventi di tale densità, serve una linea (strategica, ndr). Il problema qui è che ce ne sono diverse: due. Di cui bisogna prima dispiegare le logiche, per poterne trovare una terza, che le riconcili.

Linea 1 – Lo straripamento dilaga: così sia

Che straripi, è per così dire nel suo concetto. Che cosa travolge lo straripamento? Il quadro istituzionale. Per una ragione delle più semplici: quello ha totalmente fallito. Dalle manifestazioni-salsiccia alle elezioni più ufficiali, passando per i referendum carta-igienica, i grandi dibattiti monologanti, le convenzioni cittadine pantomima o i quaderni di doglianze preimballati in sacchi della spazzatura, ha fallito.

A meno che non sia riuscito come la finta parvenza che “era sempre-già stata” così. Un simulacro di “vi ascoltiamo”, che nasconde la realtà di “faremo ciò che vogliamo”.

Si riconosce indubitabilmente l’imbecillità borghese dalle deplorazioni della “brutalizzazione”. In un ordine borghese i cui valori la impregnano, più o meno, la popolazione generale non ha infine altro desiderio che di vivere tranquillamente la propria vita materiale. Perché, su questo fondo di aspirazione alla tranquillità, essa arrivi a innervosirsi, significa che le sono state fatte considerevoli violenze in precedenza.

Detto altrimenti: che è stata brutalizzata. Brutalizzata, la società – borghesia esclusa – non ha cessato di esserlo da tre decenni, in un crescendo di aggressioni che non poteva mancare di produrre i suoi effetti. Perché c’è un’economia generale della violenza.

L’economia generale della violenza funziona secondo il principio fondamentale della reciprocità: negativo. Alla prima brutalizzazione risponderà prima o poi una violenza di ritorno.

È un’idea a cui l’editorialismo borghese, la cui vita materiale non ha mai registrato il minimo scossone, è incapace di accedere. È dunque, senza sorpresa, il primo a fare coro dietro le eruzioni dei demagoghi – e a ripetere dietro Darmanin “brutalizzazione” e “bordellizzazione”.

Piaccia al cielo che l’Assemblea sia stata bordellizzata (anche poco): almeno è un segno che non è ancora del tutto estranea alla vita del paese. Che vi arrivino, che vi si esprimano, gli echi, già molto attutiti, della bordellizzazione prima, la bordellizzazione sociale e politica governativa poi, è pur sempre il minimo.

Ma precisamente: viene un tempo in cui le espressioni “attutite” non bastano più. Se “fare i conti” non è dire troppo poco. Perché la realtà è che l’incredibile cumulo di brutalizzazioni neoliberiste ha portato il corpo sociale al suo punto di rabbia. Quando un insieme collettivo è stato portato a un punto di rabbia, non ci si deve stupire che faccia cose da arrabbiati.

Si noterà, per esempio, che oltre alle famose scarpe da ginnastica, del resto trovate interessanti persino dai poliziotti stessi (una volta sul posto...), alcuni supermercati sono stati saccheggiati: per mangiare. Avvertimento di passaggio al governo: quando la popolazione è stata portata, da violenze successive, a non poter più mangiare a sazietà, allora quel governo deve prepararsi a giorni difficili: agitati. Non ci si mette di traverso a un popolo che chiede da mangiare: è irresistibile, travolge tutto.

Segnaliamo, sempre di passaggio, che in materia di grandi superfici con saracinesca volatilizzata per ragioni alimentari, non si è ancora visto nulla. Perché tutto questo accade mentre la crisi finanziaria, la crisi economica, la crisi energetica, e soprattutto la crisi alimentare, non sono nemmeno ancora arrivate.

Il “quadro istituzionale” che, non contento di aver prodotto questo, ha metodologicamente soppresso ogni via di ricorso, merita solo la rovina, e se questa rovina deve essere violenta, così sia – economia generale della violenza.

Linea 2 – troppi pericoli fuori dalle soluzioni istituzionali

I processi a carattere insurrezionale, potenzialmente rivoluzionari – perché è in una tale zona che stiamo entrando – questi processi, con tutta la loro parte di violenza, devono essere colti da uno sguardo da fisico (1).

All’opposto dell’inanità moralistica, propria del pensiero borghese, da Le Monde a Mediapart passando per France Inter, che non ha altra vista sulle cose che attraverso “i valori”, il metodo materialista – il solo che permetta di avere qualche intelligenza delle situazioni storiche – è un punto di vista da fisico: analizza rapporti di forza, individua i processi di induzione che ne fanno sorgere di nuovi, ne reperisce i gradi di libertà, ne misura le latitudini strategiche, ne esamina i rapporti reciproci – e senza raccontarsi storie: senza prendere il proprio desiderio per la realtà.

Qui, la fisica non dimentica di vedere le forze della reazione. Di cui si sa fin dove sono capaci di arrivare in situazioni storiche simili. Dunque immaginiamo: lo straripamento è riuscito. L’insurrezione ha trionfato, il regime è a terra. E poi?

E poi c’è la possibilità del ritorno di manovella reazionario. Sotto forma di putsch. Queste forze che non si vedono molto – e per forza: sono sullo sfondo dell’evento – queste forze non sono per questo scomparse. Sono anch’esse arrabbiate, ma di tutt’altra rabbia, sono armate (numero di fucili nelle campagne), hanno tutta la connivenza dell’apparato di forza, la polizia e l’esercito.

Che cosa dire dell’esercito, appunto? – in generale l’attore putschista per eccellenza, e per buona ragione, sempre la stessa questione di ultima istanza: le armi, quelli che le hanno, e quelli che non le hanno. In uno dei suoi recenti “Moments politiques”, Jean-Luc Mélenchon, partito proprio per strigliare una polizia degenerata, sottolinea per contrasto la lealtà “repubblicana” dell’esercito. È davvero degno di fiducia come lui crede?

È ben certo, all’opposto dei malati aggrappati al potere, che l’esercito – qui da intendere: lo stato maggiore – rifiuterebbe che le forze siano impegnate nel mantenimento dell’ordine altrimenti che sotto forma di gestualità a fini di intimidazione. L’esercito non ne ha né la vocazione, né gli strumenti, né i metodi. La sua alternativa è delle più semplici: o resta passivo o spara col fucile d’assalto, non dispone di alcun terzo termine.

Per ora – clausola da tenere a mente – per ora, dunque, lo stato maggiore è costituito da gente di alto livello di formazione intellettuale, razionale, e infine, anche se è un paradosso, tutto fuorché guerrafondaia. Per una ragione del resto delle più semplici: loro sanno cos’è la guerra, in condizioni di scontro relativamente simmetriche, o di fronte ci sono armi anche lì – e questo all’opposto delle brutture poliziesche che si mettono in quattro su un ragazzino di quindici anni.

Detto ciò, si è fatto il giro de “l’esercito” per questo? Non proprio. Come potrebbe infatti il processo di fascistizzazione che, dall’alto, scende progressivamente in tutti gli strati dello Stato, prefetti, commissari, rettori, direttori di ospedali, servizio di intelligence, presidenti di università, presidi stessi, che si vedono sempre più numerosi avallare, talvolta persino anticipare le soluzioni repressive e liberticide, come potrebbe questo processo non lavorare anche l’esercito?

Lo lavora. Nei bassifondi della truppa si portano svastiche tatuate e nelle camerate si tende il braccio alla prima occasione. Nessuna illusione da farsi: nell’esercito, la marea bruna non fa che cominciare a salire, in tutta impunità macroniana del resto (promemoria: ministro della difesa, Lecornu). È contenuta dai piani alti, ma fino a quando? Non si avrebbe senza dubbio alcuna difficoltà a trovare qualche alto graduato con idee, diciamo, non proprio “repubblicane”. Per ora minoritari (?).

Riassumiamo: l’esercito, nelle sue condizioni presenti, non andrà – realisticamente – al mantenimento dell’ordine, non sparerà sulla folla. Ma quando venga a crollare completamente il regime, cioè l’ordine istituzionale nel suo insieme, e si apra il vertiginoso vacuum che segue questi crolli, comincerà forse a porsi nuove domande.

In tempi ordinari, l’esercito prende le istituzioni come gli si danno: stabilite, consolidate. Ma nulla è più estraneo alla psiche militare del vuoto istituzionale e del suo disordine. È il momento in cui “l’esercito”, e questa volta ufficiali superiori compresi, si ricorda di avere le proprie vedute sul mondo sociale e che, se vuoto istituzionale c’è, è urgente colmarlo. In adeguamento con le sue idee – poiché ne ha la possibilità e l’occasione.

Le idee politiche e sociali dell’esercito in generale sono progressiste? Vediamo, riflettiamo – boh. Si sa perfettamente dove lo portano spontaneamente le sue inclinazioni per l’ordine, e se la reazione entra nella battaglia post-caduta, la raggiungerà. Con le sue armi. Questa volta, pronta a servirsene. Poiché si tratterà di difendere il suo ordine.

Per quanto spiacevoli, bisogna pensare a queste possibilità. E a un modo per evitarle se venissero a presentarsi. Modi al plurale, in questo caso: ce ne sono due – ma due soltanto.

Primo modo: un processo rivoluzionario non ha la minima possibilità a meno che: 1) l’apparato di forza dell’ordine rovesciato sia stato esso stesso interamente distrutto – e le sue armi recuperate; o 2) un apparato di forza alternativo sia costituito quasi immediatamente, lui fedele alla rivoluzione, e sufficientemente potente e sufficientemente in fretta per dissuadere i resti dell’ordine antico.

Caso di applicazione: 1917, Trotsky, Armata rossa. Che questa storia sia (in parte) poi finita male non è la questione. La questione è ciò di cui una rivoluzione è capace in materia di creazione istituzionale “flash” per perseverare nel suo essere. Per non parlare nemmeno delle illusioni liriche (bookchiniane o altre) delle “comuni libere”, le teorie del “doppio potere” sono amabili fantasticherie finché non pensano le loro condizioni di possibilità, condizioni che hanno essenzialmente a che vedere con i mezzi di forza per resistere alla forza della reazione – alla sua forza armata.

Guardiamo le cose un po’ freddamente: queste condizioni sono state raramente riunite – la rivoluzione spagnola, e le sue brigate internazionali, che si sarebbero potute mettere a confronto con l’esempio precedente, sono lì per attestare che la condizione necessaria talvolta non è affatto sufficiente.

Se dunque le condizioni sufficienti, e nemmeno le necessarie, non sono riunite, che fare? La risposta è: il secondo modo. Tanto vale dirlo subito: il secondo modo è deludente. Il secondo modo dice: quando la situazione è tale che non si hanno i mezzi per ri-creazioni istituzionali immediate atte a proteggere la rivoluzione, si mira meno in alto della rivoluzione. Ritorno alla nicchia istituzionale. Ritorno penoso all’anima, ma ritorno razionale alla mente – perché non è razionale abbandonarsi alla passione rivoluzionaria se è per finire schiacciati a colpo sicuro.

Applicazione nella situazione presente: la nicchia istituzionale razionale si chiama LFI. Bisogna essere deficienti come un “morocrate” (2) da talk show per trasformare Jean-Luc Mélenchon in un piromane pronto a incendiare tutto, quando è così visibilmente un uomo delle istituzioni, e anche un uomo dell’ordine.

Nella turbolenza in corso di accelerazione, LFI tiene la sua linea strategica senza sforzo: gli basta lasciarsi andare alle tendenze del suo habitus istituzionale. LFI, fondamentalmente istituzionale, non ha difficoltà a essere ben posizionata in una situazione in cui non c’è soluzione che istituzionale.

Linea 3 – spingere per aiutare a “fare meglio”

Incontestabilmente, la linea istituzionale ha razionalità per sé. Ha anche la sua parte di ipocrisia. Perché, in realtà, è lo straripamento, e solo lui, che crea la situazione. Blocchi, scontri con una polizia odiata, invasioni dei bei quartieri, auto-riduzioni (o la sovversione della società dei consumi presa sul serio nei suoi stessi valori): nient’altro saprebbe produrre la messa in tensione che fa la situazione politica presente.

Ce ne stiamo accorgendo al contrario nel momento in cui ci troviamo in procinto di tornare alle ripetitive manifestazioni-mostro tanto mostruose quanto innocue – “Una giornata senza incidenti maggiori” si rallegra Le Monde, si rallegra Nuñez, a proposito della mobilitazione del 24 ottobre.

Schema più volte sperimentato, in particolare durante il movimento delle pensioni del 2023 quando, campione puro della stupidità istituzionale, l’Intersindacale-CFDT immaginò di far piegare Macron con una tranquilla dimostrazione simbolica del numero – il genere di argomento a cui una psiche come quella di Macron, installata al vertice dei poteri della V Repubblica, non aveva alcuna possibilità di arrendersi mai.

Se il movimento presente non vuole conoscere lo stesso triste destino, avrà bisogno di nuovo degli “incidenti”: unico motore del progresso della situazione. O sarà l’insabbiamento e la stanchezza – alleati di sempre del potere che ha per sé tutte le forze dell’inerzia.

La “soluzione istituzionale” in fin dei conti ha il pregio di avere per sé la sua razionalità strategica, dovrebbe entrarvi altrettanto bene il lasciar fare, il che gli permetterà – diciamo le cose – di recuperare qualcosa piuttosto che niente.

Combinazione mutuamente vantaggiosa, perché, comunque, la nicchia istituzionale, così com’è, ha un leggero sapore amaro. Quando si presentano aperture del formato degli eventi attuali, è normale volerne “di più” – cioè voler andare il più lontano possibile prima di tornare alla nicchia.

Detto altrimenti: come avvicinare linea 1 e linea 2, e persino tenerle un po’ insieme? Anche qui, non 36 risposte. Nemmeno due, una soltanto: l’entrata in scena della classe lavoratrice. Che si dice spesso un po’ troppo in fretta “scomparsa”. Ma le cui “grandi occasioni” aiutano a ricordare che è ancora lì.

La sua mobilitazione è ora l’imperativo strategico del momento. La reazione non può nulla contro lo sciopero, purché sia generale e riconducibile – oppure deve passare tutti i punti di svolta del pinochettismo.

Lo sciopero di massa è un operatore politico di una potenza folle. Cadendo sulla situazione presente, le sue proprietà propulsive sono fantastiche. Installa un nuovo registro di “incidenti”, meno rischioso per i protagonisti, più inarrestabile per il potere. In breve, modifica l’atmosfera del tutto, e tanto più in quanto la crisi presente, all’opposto di ciò che fu il Maggio '68, ha per proprietà di unire trasversalmente tutte le componenti del movimento per le loro comuni condizioni di esistenza materiale.

Che si sia dovuto tornare sulla tesi dei “due Maggio '68”, quello degli studenti e quello degli operai, che ci siano stati contatti tra questi due gruppi, è certissimo. E tuttavia i motivi rispettivi restavano largamente eterogenei.

È infinitamente meno il caso adesso. Operai, studenti, agricoltori, funzionari, camionisti, utenti avranno meno difficoltà a ritrovarsi in quanto sono tutti nella stessa merda.

Allora adesso, immaginiamo – di nuovo. Se il regime cade, ma su questa base – la base di una situazione di cui lo sciopero generale, con la sollevazione della gioventù, avrà occupato il centro – tutto differisce considerevolmente. Non c’è semplice ritorno alla nicchia istituzionale-elettorale. Perché un nuovo rapporto di forza è stato posto. E niente di ciò che seguirà potrà fare come se nulla fosse successo.

Il dibattito politico cambia radicalmente perché ci troviamo in una situazione nuova. I rapporti di produzione – cioè il modo in cui sono organizzati il lavoro e l’economia –tornano al centro della discussione, nonostante la repubblica capitalista abbia sempre cercato di evitare che se ne parlasse. Questa situazione, nata da una storica sconfitta della borghesia, potrebbe finalmente dare voce a ciò che l’ha resa possibile.

Che cosa potrebbe accadere dopo? Dipende da quanto lontano il movimento riuscirà a spingersi prima di essere ricondotto entro i limiti delle istituzioni. In particolare, conta se lo sciopero riuscirà a mettere apertamente in discussione i rapporti sociali di produzione: in altre parole, a esprimere l’idea che i lavoratori non vogliono più accettare un rapporto di lavoro fondato sulla subordinazione, come la definisce anche il diritto del lavoro.

Dai “gilets jaunes” alle pensioni passando per la rivolta Nahel, tutto è fallito fino ad ora. Ma tutto ha costruito, tutto ha lasciato tracce. Ormai unite le une alle altre. Così che oggi “tutto” può riuscire.

“Tutto”, cosa? Si tratta di proferirlo a voce bassa. Al punto in cui siamo, è da tempo che abbiamo superato la soglia delle “rivendicazioni”. Questa faccenda non si risolverà con un aumento del Salario minimo, con “revisioni” di Parcoursup o con promesse di crediti evidentemente mendaci per l’edilizia scolastica.

Questo potere è andato troppo oltre. Deve pagare. Deve cadere.

Note

(1) A chi, con una certa presunzione epistemologica, potrebbe obiettare che «la fisica è una scienza esatta e che il mondo sociale rientra nelle scienze sociali», precisiamo che qui si parla di fisica nel senso di Spinoza.

(2) dal greco mōros, “sciocco”, e kratos, “potere”, definisce un sistema di governo o di gestione istituzionale caratterizzato dal dominio degli stolti o degli incompetenti.

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