Presentazione


Analisi, opinioni, fatti e (più di rado) arte da una prospettiva di classe.

16/10/2026

Fascisti a Milano. Li avevano visti arrivare, ma niente di più

In una città dove sempre più spesso si annunciano “Remigration day” come quello del 17 ottobre e dove si moltiplicano i tentativi di entrare nelle scuole per intercettare il malcontento studentesco, la notte tra lunedì 29 e martedì 30 settembre uno studente è stato, com’è noto, vigliaccamente aggredito – 12 contro 1 e una frattura cranica operata d’urgenza – dai neofascisti di Blocco studentesco davanti al liceo di via Einstein a Milano.

Ironia della sorte, la domenica successiva, a una manciata di metri di distanza dal luogo dell’aggressione, Fratelli d’Italia e la sua giovanile commemoravano – alla presenza del Presidente del Senato La Russa – Norma Cossetto nei giardini a lei dedicati: “Norma Cossetto, martire delle foibe e vittima dei comunisti”, ovvero giovane attivista fascista e figlia del podestà fascista di Visinada, Istria.

Arriviamo a martedì e il corteo antifascista, partito da via Einstein in risposta all’aggressione, lascia dietro di sé la targa dei giardini “Cossetto” imbrattata. Seguono, il mercoledì, piagnistei e spugnette dei meloniani.

Ironia della sorte, appunto. Ma la casualità e la geografia cittadina hanno intrecciato accidentalmente due questioni distinte che a ben guardare, però, sono tutt’altro che separate. Questioni da prendere molto seriamente, se è vero che la ricerca di agibilità politica da parte di questi gruppuscoli neofascisti – di per sé numericamente e politicamente irrilevanti – non sono che uno dei tanti sintomi di un fenomeno ben evidente, e di scala continentale, di ripresa delle peggiori destre fasciste, sioniste e reazionarie.

Perché in questi trent’anni tutti “li hanno visti arrivare”, ma qualcuno – mentre gridava “al lupo” in cambio del voto utile – ha steso loro un tappeto nero, fatto non solo di austerità, macelleria sociale, guerra e riarmo; non solo di scientifica disgregazione di quello che era il patrimonio antifascista, militante e di classe, radicato nei quartieri e nei posti di lavoro; ma anche di accettazione e legittimazione – quando non di collaborazione attiva – del peggior revisionismo storico.

C’è stato, in sostanza, anche un lavorio intellettuale e culturale da parte delle istituzioni e dell’intera classe politica italiana – con non pochi “insospettabili” fiancheggiatori dal basso e a lato, diretti e non, consapevoli e meno – che, tramite quello che potremmo sintetizzare come il mito della “memoria condivisa”, ha oggettivamente aperto uno spazio, ideologico prima ancora che politico, alle forze più reazionarie. E queste a quello spazio ci hanno lavorato e, naturalmente, non si accontentano dei risultati fin qui raggiunti, ma continuano a rilanciare, perché dall’altra parte la porta è sempre più spalancata.

Certe domande bisogna allora cominciare a farle all’antifascismo da salotto e da campagna elettorale, che già vediamo all’opera in vista delle scadenze elettorale dell’anno prossimo; e forse ancora di più vanno rivolte a chi ancora gli va dietro: ad esempio, perché è stata scelta e accettata la figura della fascista Norma Cossetto – emblema del revisionismo e della più becera falsificazione storica – per intitolarle nel 2020 un luogo in città? Perché il sindaco Sala – che, anche se a molti ora sembra sfuggire, non ha governato due mandati da solo – ha benedetto, sempre nel 2020, l’inaugurazione di un monumento ai “martiri delle foibe” in piazza della Repubblica? Sono scelte e responsabilità politiche che lasciano un segno.

Come quella di partecipare istituzionalmente alle commemorazioni per Sergio Ramelli, sdoganata già con Pisapia e trasformata poi da Sala in un appuntamento fisso per sindaco e istituzioni. Di morti per la Resistenza e poi nelle lotte politiche e sociali del dopoguerra, da commemorare o cui dedicare vie e giardini, ne potremmo elencare a decine; e tanti luoghi a loro intitolati e celebrazioni già c’erano e ci sono per fortuna, ma lì il sindaco e il PD spesso e volentieri marcano visita.

Ma se per la “sinistra” – e addentellati vari – di questa città la memoria è una memoria condivisa, non bisogna sorprendersi se poi qualcuno si sente legittimato a inventarsi qualsiasi tipo di commemorazione, fino ad arrivare all’equiparazione tra partigiani e nazisti; in questo senso le risoluzioni votate a larga maggioranza dal Parlamento europeo che equiparano comunismo e nazismo hanno certamente aperto la strada.

È accaduto così che lo scorso agosto anche i morti civili per l’attentato dell’8 agosto 1944 in viale Abruzzi 77 a Milano – operazione mai rivendicata dai Gap di Pesce e che oggi definiremmo “false flag” da parte dell’occupante nazista per quella che sarebbe stata poi la rappresaglia e l’eccidio di piazzale Loreto del 10 agosto successivo – sono stati ricordati come “vittime dei comunisti” da un improbabile presidio promosso da Assoarma, ma subito raccolto da La Russa per invocarne una commemorazione istituzionale.

Per non parlare di qual è la memoria tramandata sul conflitto politico e sociale degli anni Settanta, a cominciare da come viene ricordata ogni 12 dicembre da istituzioni e partiti la strage di Stato di piazza Fontana. L’elenco sarebbe lungo, ma ci ripromettiamo in ogni caso di ritornarci.

I risvolti politici di tutto questo e lo sdoganamento di qualsiasi revisionismo o soggetto politico, lì vediamo qui e ora in tutta la loro portata. Da quelli apparentemente più grotteschi – come il figlio di La Russa e la Sardone che possono fare a gara come “influencer dei navigli” per chiedere la cancellazione del grande murales antifascista e per la Palestina della Darsena – a quelli decisamente più seri, come le piazze sioniste, nazi-ucraine o pro-scià.

Piazze a cui uno come De Corato non manca mai – impegnato a saldarne la convergenza e stabilizzarne l’asse con le destre di governo – ma dove sono ben presenti anche il solito assortimento di liberali guerrafondai capeggiati, si fa per dire, da Calenda o “Sinistra per Israele”: variamente prodotti, interlocutori, se non direttamente ex o tutt’ora rappresentanti del Partito Democratico, con buona pace dei suoi “compagni” di viaggio.

Parliamo della stessa internazionale nera che se non ha sfilato serenamente nel corteo istituzionale dell’ultimo 25 aprile è stato solamente perché l’esasperazione di larga parte del corteo ha avuto la meglio sulla direzione degli organizzatori.

Ma come si è arrivati a questo punto? Basti ricordare che sono proprio gli organizzatori di quella piazza ad aver sdoganato le bandiere della Nato, dell’Unione Europea e dell’Ucraina, oltre che di Israele, che ormai da almeno tre anni hanno piena cittadinanza nel 25 aprile istituzionale milanese; e sempre pronti, nonostante tutto, a ritendere la mano a questi soggetti, vedi il comunicato congiunto di luglio Anpi-Ucei.

Quindi la memoria è un campo di battaglia che non può e non dev’essere separato dalla politica. È compito importante quindi unire tutti i punti e trovare le forme di intervento anche sui territori, dove il recupero e la riaffermazione della memoria storica, in particolare del movimento comunista e di classe e del contributo popolare e di massa alla lotta al nazi-fascismo riacquistino significato dentro le battaglie odierne. Una via né facile né scontata, ma necessaria per ricostruire un tessuto politico e sociale che è l’unico vero “argine alle destre”.

Fonte

Cosa c’è dietro le rivolte giovanili in Francia e gli altri sommovimenti in Europa?

di Domenico Moro 

Da quasi un mese gli studenti liceali francesi sono in rivolta come mai da 50 anni a questa parte, cioè dal famoso maggio 1968. I liceali si erano sollevati per protestare contro le pessime condizioni in cui versa la scuola francese. Ma la repressione da parte della polizia ha scatenato una rivolta violenta con le scene di guerriglia urbana che abbiamo visto in Tv. In appoggio agli studenti sono scesi, nelle tantissime manifestazioni tenutesi in Francia, i genitori, gli insegnanti, gli universitari, i sindacati dei lavoratori, a partire dalla CGT, e diversi partiti politici. In realtà, quello francese non è l’unico sintomo di una crisi europea che si è espressa in questi ultimi tempi anche in Spagna, con le gigantesche manifestazioni spontanee contro gli sfratti e per la casa, e in Germania, con il trionfo della AfD e il crollo dei due partiti tradizionali principali, i democristiani e i socialdemocratici. Negli ultimi giorni, poi, le proteste dei giovani e dei sindacati si sono estese anche al Belgio.

Lo sfaldamento del tessuto sociale e la fine del patto sociale postbellico

La radice comune alla base di questi sintomi è lo sfaldamento del tessuto sociale per la crisi del modello europeo di stato sociale. In sostanza, viene meno il patto tra il capitale e il lavoro salariato, su cui si era basata la stabilità del sistema sociale e politico europeo occidentale dalla fine della Seconda guerra mondiale. Tale crisi è in gestazione da molto tempo, ma ora sta arrivando a un punto critico. Vediamo quali sono le cause più profonde e strutturali, specialmente in Francia. Ciò è importante, perché la Francia, nonostante sia in decadenza, rimane la settima economia mondiale e la seconda dell’Ue, all’interno della quale è la sola potenza a disporre di una deterrenza nucleare autonoma e ad avere un seggio permanente al Consiglio di sicurezza dell’Onu con diritto di veto. L’esagono è, quindi, un paese le cui vicende sono fondamentali per le sorti della Ue.

In primo luogo, va notato che, mentre i giovani francesi si rivoltano e chiedono più fondi pubblici per le loro scuole, Marine Le Pen, la leader del partito di estrema destra Rassemblement national, ha dichiarato, con tempismo perfetto, di voler abbracciare l’austerità di bilancio, allineandosi alle direttive Ue. Eppure, lei era stata per molti anni un’aspra critica dell’integrazione europea. Il fatto è che la Le Pen è in testa ai sondaggi per le elezioni presidenziali francesi. E ora sta cercando di accreditarsi presso il capitale finanziario francese ed europeo, in modo da avere il via libera per l’Eliseo.  Il programma della Le Pen prevede, infatti, risparmi per 140 miliardi di euro nei cinque anni di mandato, con l’obiettivo di ridurre il debito pubblico del 10%. Nel solo 2027 prevede riduzioni delle tasse di 53,7 miliardi e tagli alle uscite statali di ben 85,5 miliardi, attraverso tagli ai dipendenti pubblici (mentre gli studenti chiedono più docenti), alla previdenza sociale e alle pensioni, mentre alle imprese verranno tagliati 20 miliardi di imposte.

Alla base di queste misure e di quelle che il governo francese in carica, guidato da Lecornue, sta prendendo già oggi ci sarebbe l’enorme aumento del debito e del deficit pubblici francesi, arrivati rispettivamente nel 2026 al 119,3% e al 5,4% sul Pil, ben distanti dai limiti, stabiliti dalla Ue per i paesi dell’euro, del 60% e del 3%. A causa di questa crescita, i tassi di interesse sui titoli di Stato francesi a 10 anni sono saliti al 5%. Si tratta del tasso massimo dal 2002 e maggiore dei tassi pagati ora da Italia e Grecia, le economie Pigs per eccellenza. In più, lo spread con i titoli della Germania, il benchmark per i paesi dell’euro, è arrivato ai massimi dalla crisi del debito sovrano del 2011 e 2012. Il problema è che l’aumento dei tassi sui titoli di stato, oltre a rendere più oneroso il rifinanziamento anche del vecchio debito, influenza il costo del denaro, alzando i tassi d’interesse sui mutui e sui prestiti alle imprese, e rallentando così l’economia. Dunque, oggi il “malato d’Europa” è la Francia, che rischia col suo debito di trascinare l’economia europea in una crisi del debito sovrano come quella del 2011 e 2012. Con l’importante differenza che allora il problema era la Grecia, che pesa sul Pil Ue appena l’1,3%, mentre la Francia ne rappresenta il 15,9% ed è molto più importante da tutti i punti di vista. Dunque, l’equilibrio della Ue, specialmente dell’eurozona, sarebbe sconvolto molto di più da una crisi del debito francese. Da qui la richiesta pressante di Ue e mercati finanziari ai governi francesi di ridurre debito e deficit e la messa in cantiere di tagli draconiani della spesa pubblica. Nel 2011 e 2012 la Grecia fu sottoposta a una vera e propria macelleria sociale e l’Italia subì una cura da cavallo, gestita da Mario Monti, col quale la Ue commissariò la penisola. Ora, sembrerebbe arrivato il turno della Francia, che teoricamente sarebbe un paese core, centrale, opposto ai paesi “periferici” della Ue, come la Grecia, la Spagna e l’Italia.

Il debito non è solo quello pubblico

Però, la Francia non ha solo un grande debito e un elevato deficit pubblico. Ha anche un importante deficit commerciale, anche se questo dal 2022 al 2025 si è quasi dimezzato dai 202,8 miliardi di dollari ai 103,4 miliardi. Segno che anche in Francia le politiche restrittive stanno facendo effetto, come quindici anni fa in Italia, dove, con la contrazione salariale e i tagli della spesa sociale del governo Monti, sono aumentate le esportazioni e diminuite le importazioni, arrivando a un surplus commerciale 2025 di 57,8 miliardi. Ma, in generale, la Francia è un paese fortemente indebitato con l’estero. La Net international investment position (Niip) della Francia, indicatore che misura la differenza tra crediti e debiti dei residenti di un paese verso il resto del mondo, è negativa per 1.040 miliardi di dollari (-29,6% sul Pil)[i], aumentata in modo consistente negli ultimi dieci anni. Nella Niip sono calcolati anche il debito pubblico detenuto all’estero e il deficit commerciale, insieme ad altri flussi come gli investimenti diretti all’estero in entrata e in uscita. Si tratta di due indicatori importanti, perché i mercati finanziari, quando definiscono il rendimento dei titoli di stato di un paese, guardano anche allo stato di salute complessivo e alla capacità di uno Stato di far fronte ai propri debiti (cioè alla sua solvibilità).

La verità, però, è che l’indebitamento, soprattutto quello pubblico e delle imprese, sta crescendo in tutto il mondo. Ma non dappertutto nello stesso modo. Sta crescendo soprattutto nei paesi avanzati o, per usare un’altra definizione, nei paesi del centro del sistema imperialista mondiale, la cosiddetta Triade, il Nord America (Usa e Canada), la gran parte dell’Europa occidentale, e il Giappone. Consideriamo, in particolare, i paesi centrali più importanti riuniti nel G7 (Usa, Germania, Giappone, Uk, Francia, Italia e Canada). Per quanto riguarda il debito pubblico 2026, tutti questi paesi superano il 100% sul Pil, dal Giappone con il 204%, agli Usa con il 125,8% al Canada con il 110,7%, al Regno Unito con il 103,6%, con la sola eccezione della Germania con il 64,6%[ii]. Per quanto riguarda la bilancia commerciale 2025, tutti i paesi sono in deficit, tranne la solita Germania (+226,8 miliardi di dollari) e, come già detto, l’Italia. I paesi messi peggio sono gli Usa (-1.325,9 miliardi), il Regno Unito (-393,4 miliardi) e, come abbiamo già visto, la Francia[iii]. Se guardiamo al Niip 2025 la situazione è più varia, tre paesi sono debitori netti verso l’estero, gli Usa per la cifra stratosferica di 21,8 trilioni di dollari, seguiti dalla Francia per 1,04 trilioni (con una economia circa 10 volte più piccola) e dal Regno Unito con 142 miliardi. Gli altri hanno una posizione positiva, soprattutto la Germania per 4,3 trilioni, ed anche l’Italia per 385 miliardi[iv].

Secondo Kristalina Georgieva, la numero uno del Fondo monetario internazionale, i paesi avanzati devono riportare in fretta sotto controllo il debito pubblico, rigonfiato anche dagli elevati tassi di interesse. I debiti eccessivi sono un fattore di crisi, insieme all’aumento del costo dell’energia, e i paesi avanzati necessitano di azioni, anche immediate, per alleggerire la politica monetaria, che ha visto l’innalzamento recente del costo del denaro da parte delle banche centrali degli Usa, dell’eurozona e persino del Giappone. La Georgieva, infatti, pensa, come molti altri (tra cui Trump), che l’alto costo del denaro sia la causa decisiva del rallentamento economico, perché frena la richiesta di prestiti e quindi gli investimenti. Ma c’è un altro dato che è anche più importante, ossia che, mentre in altre epoche storiche il debito pubblico aumentava per contrastare le crisi cicliche del capitalismo o per finanziare guerre importanti e poi con la ripresa economica si riduceva, oggi il debito dei paesi avanzati aumenta anche quando l’economia non è in recessione e non si riesce a farlo scendere neanche quando le cose parrebbero andare meglio. Quale ne è la ragione?

Perché il debito dei paesi avanzati non cala?

La ragione è che siamo in quella che Larry Summers, segretario al Tesoro Usa sotto il presidente Bill Clinton, definì “stagnazione secolare” nel 2008, in occasione dello scoppio della crisi dei mutui subprime. In pratica, l’economia sarebbe entrata in un lungo periodo di crescita molto lenta del Pil e di scarso utilizzo degli impianti produttivi, nonostante un costo del denaro molto basso. Infatti, l’elemento che influenza gli investimenti non è tanto il costo del denaro e la mancanza di liquidità o la riduzione delle tasse ai ricchi e alle imprese, bensì il livello del saggio di profitto o l’aspettativa di profitto futura. Nel modo di produzione attuale i capitalisti investono solo se e dove realizzano un certo livello di profitto. Se vogliamo spiegare la “stagnazione secolare” utilizzando Marx, possiamo dire che il movimento del capitale, arrivato ad un alto livello di sviluppo, necessariamente presenta una tendenza al calo del saggio di profitto. A questa tendenza il capitale reagisce in diversi modi, tra i quali la riduzione del salario (diretto, indiretto, cioè il welfare, e differito, cioè le pensioni) e, nel periodo della globalizzazione, lo spostamento della produzione dai paesi avanzati a quelli emergenti, dove il costo del lavoro e il salario sono più bassi e il saggio di profitto è più alto.

Infatti, la stagnazione secolare non si presenta in tutto il mondo, ma soprattutto (o quasi esclusivamente) nella maggior parte dei paesi avanzati, dove si è realizzata una sovraccumulazione di capitale, cioè un eccesso di capitale rispetto al profitto che si è in grado di generare. La sovraccumulazione era stata superata con la globalizzazione della produzione manifatturiera dalla fine degli anni ’80, ma ora si è ripresentata. Il calo del saggio di profitto riduce gli investimenti e questi riducono la produzione e quindi la crescita del Pil. Infatti, nel 2025 le principali economie Ue hanno realizzato una crescita del Pil asfittica, la Francia dello 0,9%, l’Italia dello 0,54% e la Germania dello 0,17%. In Giappone, poi, il Pil è in stagnazione da decenni. A fare eccezione nel G7 sembrano essere i soli Stati Uniti. Ma la crescita di questi ultimi, oltre che all’apparato militare-industriale sovvenzionato dallo Stato e alla crescita del prezzo del suo gas e petrolio per via delle guerre scatenate sempre dallo Stato, è dovuta soprattutto a un solo settore, quello delle imprese giganti del Big Tech.

Alla base ci sono gli enormi investimenti per l’IA, che drenano capitali da tutto il mondo verso gli Usa. Il problema è che questi investimenti sono motivati non da profitti reali, ma da aspettative future di profitti, che, però, sembrano allontanarsi a mano a mano che gli investimenti diventano sempre più grandi. Se, alla fine, i profitti della IA non dovessero rispettare le aspettative, come pare probabile, quella che è una vera bolla speculativa scoppierebbe, con gravi ripercussioni anche in Europa. Ma già ora stiamo osservando una sovraccumulazione di capitale, che i top manager, come Dario Amodei di Anthropic, stanno cercando di contrastare, provando a imporre un rallentamento dell’innovazione (e degli investimenti), che viene motivato con il timore che l’IA sfugga al controllo umano. Problema che esiste, ma che viene esagerato ad arte.

Tutto questo c’entra molto con la crescita del debito e del deficit pubblici. Infatti, questi vengono calcolati in percentuale sul Pil. Quindi, essi crescono o non diminuiscono, malgrado gli sforzi a tagliare la spesa statale, a causa del fatto che il denominatore, cioè il Pil, ristagna. Inoltre, il debito si accresce anche per l’innalzamento dei tassi di interesse sui titoli di Stato. Se questi crescono è soprattutto perché le imprese Big Tech raccolgono capitali, più che sul mercato azionario, su quello dei bond. In questo modo, entrano in concorrenza con i titoli di Stato, e gli Stati sono costretti a promettere tassi di interesse più alti se vogliono collocare tutto il proprio debito. Per la Francia c’è anche il problema che ha una quota di debito pubblico detenuta da investitori esteri, del 57,5%, molto maggiore di quella degli altri paesi del G7. Ad esempio, l’Italia presentava, nel primo trimestre 2026, una quota del 35,9%. Un debito detenuto da investitori esteri è più problematico, perché questi sono molto più pronti a liberarsi del debito rispetto a quelli interni, e, se il tasso di crescita nominale del Pil è inferiore al tasso d’interesse sul debito, il paese debitore trasferisce ricchezza all’estero.

Infine, anche la delocalizzazione contribuisce alla crescita del debito complessivo di un paese. Da una parte, perché la perdita di produzione industriale (spesso di maggiore valore aggiunto rispetto a molti servizi) rallenta la crescita del Pil e, dall’altra parte, perché, riducendo le esportazioni e aumentando le importazioni di beni, si accresce il deficit commerciale. Questo problema si presenta con maggiore acutezza negli Usa, in Francia e nel Regno Unito, le cui multinazionali hanno massicciamente delocalizzato nei decenni scorsi, e si sono deindustrializzati. A questo proposito, va citato anche lo spostamento della sede fiscale di molte grandi società, specie europee, in paradisi fiscali e la gara dei governi sempre europei a ridurre le imposte sui profitti nel tentativo di attrarre o di non perdere investimenti industriali. In questo modo, si sono perse molte entrate, che hanno contribuito alla crescita del debito pubblico.

C’è poi un’altra questione. I paesi avanzati, in particolare quelli del G7, hanno sempre drenato ricchezza dai paesi periferici in vari modi, ma ce ne è uno che è molto importante per il discorso da cui siamo partiti, cioè la crisi della Francia. I paesi del G7 hanno monete che, essendo valute di riserva a livello internazionale, aiutano ad attrarre capitali dal resto del mondo. Questo vale soprattutto per gli Usa che hanno il dollaro, che è valuta di transazione internazionale, specie per materie prime molto importanti, e principale valuta di riserva, per cui molti paesi sono spinti a comprare titoli di Stato Usa e azioni o bond in dollari sui mercati finanziari statunitensi. Ma il vantaggio si pone, pur in misura molto minore, anche per quanto riguarda l’euro, che è la seconda valuta mondiale, dopo il dollaro.

A godere del vantaggio valutario è stata, però, soprattutto la Francia, che ha controllato, tramite il franco CFA, una buona parte dell’Africa subsahariana, in genere le ex colonie francesi. Il franco CFA ha un cambio fisso con l’euro (prima col franco francese) e i paesi che lo adottano devono conservare la metà delle loro riserve valutarie estere nella Banca di Francia. Inoltre, le multinazionali francesi hanno goduto di particolari privilegi, importando a bassi prezzi le materie prime africane, a partire dall’uranio, necessario per le centrali nucleari. Questo dominio neocoloniale della Francia sui paesi africani, che riproduce, su una scala più piccola, quello statunitense a livello mondiale, sta, però, perdendo pezzi. Negli ultimi anni, diversi paesi africani si sono svincolati dal controllo diretto della Francia, cacciandone anche le forze militari e rivolgendosi per aiuti militari ed economici ad altri paesi, soprattutto alla Russia e alla Cina.

Dietro il debito: crisi del capitale e crisi di egemonia imperialista

Il debito eccessivo, quindi, non è una causa di crisi economica, e può essere al massimo un fattore di innesco. Al contrario, la crescita del debito è causata dalla stagnazione economica, e, più precisamente, dalla crisi del modo di produzione capitalistico. Questo non riesce più, da diverso tempo, ad andare avanti se non con i sussidi statali, erogati in molte forme diverse. Ora, la novità è che neanche in questo modo riesce ad andare avanti. Le soluzioni utilizzate dal capitale per superare la sua crisi di redditività, ossia lo spostamento di investimenti di capitale verso la speculazione finanziaria e verso paesi periferici a basso costo del lavoro e ad alto sfruttamento, mettono in difficoltà quella crescita, che sarebbe necessaria per contenere il debito pubblico, e vi aggiungono la crescita del deficit commerciale e la creazione di bolle speculative, che, quando scoppiano, trascinano in recessione l’economia internazionale.

Gli Usa e la Francia, come abbiamo visto, sono i paesi del G7 che manifestano queste caratteristiche in modo più evidente. La Francia, però, ha meno possibilità degli Usa, per il momento ancora la potenza mondiale egemone, di farsi sostenere dall’estero. Da qui, la contraddizione tra la decisione dei governi francesi di applicare una drastica politica di austerità di bilancio e le aspettative di molta parte della popolazione, che sta deflagrando in questi giorni. Si tratta, però, di una scelta politica di classe, perché ci sarebbero altre vie per contrastare la stagnazione, ma queste richiederebbero di mettere in secondo piano o ignorare il profitto più alto possibile come unica finalità della produzione e dell’investimento economico.

Tuttavia, ad essere in difficoltà non è solo la Francia, ma anche il Giappone, il Regno Unito e gli altri paesi Ue del G7. Infatti, anche due economie, come l’Italia e soprattutto la Germania, che avevano conservato un certa base industriale e che hanno posizioni degli investimenti con l’estero positive, vedono aggiungersi alla sovraccumulazione di capitale la temibile concorrenza della Cina, che compete non più solo sul costo del lavoro ma anche sull’innovazione tecnologica. L’esempio più lampante è la crisi dell’auto, il settore industriale più importante della Germania che sta andando incontro a una nuova fase di delocalizzazione. Del resto, l’economia tedesca è negli ultimi anni quella che più ristagna tra i maggiori paesi Ue. Per rilanciarla il governo tedesco (Cdu e Spd) di Merz, avendo un debito pubblico tra i più bassi d’Europa, ha varato un piano di forti investimenti pubblici infrastrutturali e soprattutto militari, ma al tempo stesso ha deciso tagli alla spesa sociale, per esempio riformando il sistema pensionistico. Scelte che hanno eroso il gradimento pubblico di Merz e dei partiti che lo sostengono a favore di AfD.

E, a questo punto, saliamo a un livello superiore. Il debito non è solo una spia della crisi del modo di produzione capitalistico, ma lo è anche della crisi del sistema imperialista mondiale che si basa sullo sfruttamento e sulla subalternità finanziaria, politica e militare dei paesi cosiddetti avanzati su quelli cosiddetti in via di sviluppo, o, in altri termini, del centro imperialista sulla periferia. Le difficoltà dei paesi del G7 mostrano che gli equilibri di potere stanno cambiando a favore di quella parte della periferia che viene definita degli “emergenti”, a partire dalla Cina e, in misura minore, dalla Russia, che, in qualche modo, se ne fanno capofila. Infatti, in molti di questi paesi (nei Brics[v], ad esempio) la crescita del Pil è maggiore e il debito pubblico è più contenuto, rispetto al G7. Per quanto riguarda il debito pubblico (2026), nel G7 arriva al 123,7% sul Pil, mentre nei paesi in via di sviluppo ed emergenti è al 77,2%[vi]. Invece, per quanto riguarda il Pil a prezzi costanti, negli ultimi 10 anni (2015-2025) quello dei Brics è cresciuto del 60%, salendo dal 24% al 29% del Pil mondiale, mentre quello del G7 è cresciuto del 19%, scendendo dal 48% al 43% del Pil mondiale[vii].

Tuttavia, il Pil non è un indicatore preciso della ricchezza prodotta da un paese. Infatti, si basa sul valore aggiunto calcolato ai prezzi vigenti, e, dal momento che i prezzi dei paesi avanzati sono molto più alti di quelli di paesi in via di sviluppo, il valore reale creato dai primi è sovrastimato e quello dei secondi sottostimato. Inoltre, una parte del valore creato nella periferia viene “catturato” dai paesi avanzati (e incluso nelle loro statistiche del Pil e del commercio estero), attraverso le catene del valore, dominate dalle multinazionali occidentali[viii]. Per questo, anche se possiamo parlare di crisi del capitalismo, perché i G7 sono la massima espressione del capitale mondiale, non possiamo parlare di crisi mondiale. Bensì di crisi del sistema imperialista, dominato dagli Usa e dall’Occidente in generale.

La crisi economica e debitoria dei paesi del G7 è aggravata dalla loro crisi di egemonia sui paesi periferici, di cui sono segnali la cacciata della Francia da una parte dell’Africa, i processi, seppure molto lenti, di dedollarizzazione e di fuga dai Treasury bond Usa e l’efficace resistenza dell’Iran agli attacchi israelo-statunitensi. I paesi del G7, e gli Usa in particolare, stanno anche per essere raggiunti (e superati) sul piano tecnologico dalla Cina, anche sulla IA. Ad ogni modo, negli ultimi anni diversi paesi periferici (o ex periferici), in particolare dell’Asia e dell’Africa, non sono più disposti a subire il dominio unipolare degli Usa e della Triade in generale. Naturalmente, tra i paesi periferici, ossia quelli che possiamo includere nel Sud globale, ci sono molte differenze sul modello economico e politico adottato e sul grado di sviluppo economico.

Molti sono ancora i vincoli che li legano all’Occidente, a cui molti paesi del Sud continuano a essere subordinati. Tuttavia, sta crescendo una tendenza, guidata dalla Cina e dalla Russia, verso il multipolarismo, che mette in discussione il dominio economico, valutario, tecnologico, politico e militare non solo degli Usa ma di tutto l’Occidente. Potremmo dire che siamo in una fase in cui il Sud globale sta passando, pur tra mille contraddizioni e difficoltà, dalla decolonizzazione formale, avvenuta tra gli anni ’50 e ’70 del '900, che manteneva e anzi rafforzava lo sfruttamento della periferia da parte del centro, a una decolonizzazione reale. Ciò rappresenta una discontinuità importante nella storia mondiale degli ultimi 500 anni, dominata dalle potenze europee e, nell’ultimo secolo, da quella che è una loro emanazione, gli Usa.

La risposta dell’imperialismo in crisi: violenza dentro e guerra fuori dei suoi confini

L’imperialismo, come evoluzione parassitaria e monopolistica del capitalismo, non è ispirato alla libertà ma al dominio, al fine di aumentare l’accumulazione di capitale (cioè il saggio e la massa di profitto). Dunque, il tentativo di contrastare la sua decadenza comprende il ricorso alla violenza, all’esterno ma anche all’interno delle cittadelle imperialiste. All’interno, come abbiamo visto, c’è l’attacco alle condizioni di vita della maggioranza dei lavoratori e la risposta poliziesca e securitaria alle lotte sociali. All’esterno, come già accaduto nelle precedenti crisi dell’imperialismo nel corso del 900, assistiamo al ricorso alla guerra o alla minaccia e alla preparazione della guerra, che comportano l’aumento delle spese militari a detrimento della spesa sociale e a vantaggio dei profitti dell’industria bellica e in parte civile.

La guerra aperta l’abbiamo vista recentemente nelle aggressioni degli Usa di Trump al Venezuela e all’Iran, per controllare il mercato mondiale del petrolio e conservare il dominio del dollaro. Ma anche nello strenuo appoggio al neocolonialismo, perennemente in guerra, di Israele, l’alleato strategico dell’imperialismo statunitense in quel quadrante. Mentre l’ex presidente Biden è corresponsabile nell’aver spinto alla guerra Russia e Ucraina nel 2022, allo scopo di trarne un vantaggio geopolitico e strategico per gli Usa. In questo modo, in collaborazione con altre potenze minori, gli Usa stanno destabilizzando ampi settori continentali e ponendo le basi per uno scontro bellico di grandi dimensioni.

Invece, la preparazione alla guerra la vediamo in UE, dove, alimentando la paura di una invasione russa dell’Europa fino a Lisbona, si sta attuando un riarmo massiccio e la militarizzazione della società, anche introducendo nuove forme di arruolamento militare, per ora volontario, sia in Francia che in Germania. Esemplificative sono le dichiarazioni fatte dal ministro della Difesa tedesco, Pistorius: “Dobbiamo riabituarci all’idea che in Europa possa esserci il pericolo di una guerra” (2023), dal capo di stato maggiore della Difesa francese, generale Fabien Mandon: “La Francia e le famiglie francesi devono essere pronte a perdere i nostri figli” (novembre 2025) e, infine, dal presidente francese Macron, il quale ha affermato che l’Europa deve essere pronta a difendere la propria libertà “a costo del sangue, se necessario” (discorso alle Forze armate, luglio 2026).

Non meraviglia che i politici e i militari francesi siano in prima linea nel soffiare sul fuoco di uno scontro con la Russia, proprio perché la Francia, come abbiamo visto, è forse il paese centrale che è maggiormente in decadenza, anche in considerazione del suo storico ruolo colonialista e imperialista. Senza dimenticare che la Francia in Africa subisce la presenza sempre più forte della Russia. Ma una situazione simile c’è anche negli altri paesi dell’Europa occidentale, dal Regno Unito, che spinse l’Ucraina a non accettare l’accordo proposto dai russi all’inizio della guerra[ix], alla Germania e anche all’Italia.

Le rivolte dei giovani francesi nascono da tutto questo, dalla saldatura dell’attacco allo stato sociale con i sempre più chiari preparativi di guerra, visto che sarebbero proprio i giovani a dover combattere in prima linea un eventuale conflitto. Tale situazione è stata ben sintetizzata da uno dei leader degli studenti francesi in lotta: “Siamo una generazione che non ha voglia di andare a morire in guerra, ma di studiare. I soldi vadano all’istruzione pubblica e non alle spese miliari”. Parole sagge, che andrebbero riprese in tutta Europa. Anche perché nei decenni seguiti alla fine della guerra fredda gli europei si sono baloccati con le “missioni fuori area”, dove era facile prendersela con le militarmente deboli popolazioni del Sud del mondo (ma anche lì un costo umano lo si è dovuto pagare). Ben diverso sarebbe fare una vera guerra contro una superpotenza militare, di dimensioni gigantesche e ricca di ogni tipo di risorse, e che soprattutto ha a sua disposizione il maggiore arsenale nucleare al mondo.

Note

[i] International monetary fund.

[ii] International monetary fund.

[iii] Unctad, Data Centre, International Trade, Trade Balance.

[iv] International Monetary Fund. Data. International investment position.

https://data.imf.org/en/Data-Explorer?datasetUrn=IMF.STA:IIP(13.0.0)

[v] Nei Brics abbiamo Brasile, Russia, India, Cina, Sud Africa, a cui recentemente si sono aggiunti Indonesia, Iran, Emirati arabi uniti, Egitto ed Etiopia.

[vi] International monetary fund, World economic outlook (2026), General government gross debt.

[vii] Unctad, Data Centre, National Accounts, Gross domestic product, Us dollars at constant price (2020). I calcoli sono miei.

[viii] John Smith, Imperialism & The Globalization of Production, 2010.

[ix] Ad aprile 2022 Boris Johnson, allora primo ministro britannico, si recò in Ucraina da Zelensky, al quale garantì il pieno sostegno finanziario e militare. Poco dopo, gli ucraini abbandonarono i colloqui con i russi in Turchia, durante i quali erano arrivati vicinissimi alla pace, come è riportato in un articolo di Foreign Affairs del 2024, firmato da S. Radchenko e S. Charap. Il problema è che l’imperialismo britannico ha sempre avuto una forte rivalità con la Russia sin dall’800. Il padre britannico della geopolitica, Halford Mackinder, ai primi del 900, ha sostenuto che il controllo del Mondo passava per quello della Russia europea, che allora comprendeva l’Ucraina. Una posizione ribadita nel 1997 in La grande scacchiera da Zbigniew Brzezinski, già consigliere per la sicurezza nazionale del presidente Usa Jimmy Carter, secondo il quale si sarebbe dovuta estendere la Nato all’Ucraina. Proprio la decisione con cui, insieme alla guerra mossa dall’Ucraina alla popolazione russofona del Donbass, Putin ha sempre giustificato la sua “Operazione militare speciale”. Uno dei sogni dell’imperialismo britannico e occidentale è sempre stato la fine della Russia come grande stato unitario e la sua frammentazione in molti piccoli stati, che non fossero in grado di impedire il saccheggio delle risorse dell’immenso territorio russo.

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15/10/2026

La prima dinastia cinese, i Qin

Genova non si militarizza, la sicurezza è sociale!

L’accordo annunciato ieri tra la sindaca Salis e il ministro dell’interno Piantedosi segna un ulteriore avvicinamento del centrosinistra alla destra sul tema della sicurezza nel centro storico: più risorse alle forze dell’ordine, una postazione di polizia fissa in via Prè, nuovi alloggi per gli agenti e il potenziamento dei cosiddetti «Falchi», copiati dallo squadrone della Polizia Locale istituito da Bucci e Gambino.

È una scelta politica che contestiamo. La sicurezza non si risolve con la repressione, né militarizzando il centro storico. Spaccio, aggressioni e marginalità richiedono risposte concrete, ma non si affrontano ignorando le condizioni sociali in cui questi fenomeni si sviluppano.

I soldi per intervenire ci sono, ma questo nuovo Patto non risolve il problema: al massimo lo sposta di qualche vicolo.

Gli agenti consegneranno farmaci e beni di prima necessità per chi non può reperirli in autonomia? Accompagneranno anziani e disabili ai servizi ospedalieri? Svolgeranno attività di mediazione culturale e aiuteranno gli abitanti dei quartieri a districarsi nella burocrazia, o a ottenere un alloggio popolare?
Oppure faranno qualche arresto e sposteranno il giro di droga in un vicolo limitrofo o in un altro quartiere popolare?
Le risorse ci sono e possono essere spese per potenziare servizi e competenze già esistenti, a partire dal portierato di quartiere e dal Servizio Educativo Adulti. Servono operatori stabili, risorse adeguate e una rete pubblica capace di lavorare insieme a chi conosce quotidianamente il territorio.

Il Comune e lo Stato trovano i soldi per militarizzare Genova, ma non per l’edilizia popolare: così resta irrisolta la crisi abitativa. Senza alloggi popolari, servizi sociali e spazi restituiti alla collettività, gli interventi di assistenza si inceppano, l’abbandono continua e l’insicurezza cresce.

La Salis insegue la destra, noi proponiamo un’altra direzione: investire nelle persone, nei servizi pubblici e nel diritto alla casa.

Quanti servizi avremmo potuto garantire ai quartieri con queste nuove risorse?

La sicurezza non è una gara a chi schiera più agenti. È una scelta sulle priorità della città: più servizi, più personale sociale, più case popolari e più spazi restituiti a chi li vive. 

Servono meno agenti di polizia e più assistenti sociali; meno militari e più educatori; meno polizia locale e più mediatori culturali. I luoghi fisici nelle vie del centro storico devono essere assegnati a questi operatori sociali, non alle forze di polizia.

Non altri reparti da esibire, ma una politica concreta, che affronti il problema sicurezza alla radice e reintegri i quartieri e le persone, anziché emarginarli.

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La non-strategia del governo Meloni per la finanziaria

Chi vivrà (alla gabbia dell’Unione Europea) vedrà. È questa la sintesi che si può fare delle ultime 36 ore della politica italiana, tra il Consiglio dei ministri del 13 sera e le comunicazioni di Giorgia Meloni al Senato nella giornata di ieri, in vista del Consiglio Europeo che si svolgerà tra oggi e domani e in cui è in discussione il bilancio pluriennale della UE.

Un tour de force che è partito con un piccolo caso giornalistico. Inizialmente, all’ordine del giorno del Consiglio dei ministri era apparso un punto riguardante la legge di bilancio 2027, per poi sparire poche ore dopo. La riunione del governo ha in realtà varato unicamente il Documento Programmatico di Bilancio (Dpb) contenente i saldi della finanziaria ma il cui dettaglio spetta al testo della manovra.

Il Dpb andava licenziato immediatamente perché oggi è la scadenza entro la quale inviarlo all’Unione Europea. Per la legge di bilancio effettiva c’è ancora un po’ di tempo, e come chiarito dal ministro dell’Economia, Giancarlo Giorgetti, il rinvio di una vera e propria bozza non è frutto di disorganizzazione, ma di una precisa attesa strategica.

L’esecutivo ha infatti bloccato i cantieri della legge per conoscere prima l’esito del Consiglio Europeo e del prossimo Ecofin. Questo perché senza garanzie sui margini di spesa concessi dall’Europa, definire le coperture della manovra, dove e a chi togliere per decidere dove e a chi dare, diventa difficile. Roma sta provando un altro braccio di ferro con Bruxelles.

Infatti, che le risorse a disposizione del governo – stretto ancora nella procedura di infrazione europea – siano molte poche, lo conferma il fatto che, pur non sapendo molto nemmeno del Dpb, dalle indiscrezioni uscite negli ultimi giorni sembra sarà una mini-finanziaria, per un valore stimato tra i soli 7 e 8 miliardi di euro. Il governo ha dunque assoluto bisogno di una mano.

La partita si gioca su due richieste di flessibilità indirizzate alla Commissione: Roma sta spingendo di nuovo per un uso flessibile della clausola di salvaguardia per le spese militari, a cui è stato aggiunto un corollario riguardante le spese per la sicurezza energetica, proprio in seguito a pressioni italiane. Meloni e compagnia vorrebbero utilizzare questo spazio fiscale per il taglio delle bollette e delle accise.

Intanto, arrivano dichiarazioni sia comunitarie sia italiane che confermano come si stia lavorando a uno spostamento della tassazione ETS per i produttori di elettricità con il gas verso le bollette dei consumatori. È una scommessa con la quale si spera che l’aggiustamento di mercato dovuto ai minori prezzi all’ingrosso sia maggiore del rincaro in bolletta.

In pratica, significa farci pagare di più e sperare che gli operatori di mercato non si approprino di altri extraprofitti. Il contemporaneo cannoneggiamento avvenuto oggi sugli ETS da parte di Confindustria, Confcommercio e l’amministratore delegato di ENI, Descalzi, non lasciano presagire nulla di buono.

Il governo, poi, chiede di poter ignorare gli aumenti di spesa pubblica generati puramente dall’inflazione e di poter impiegare le maggiori entrate dovute all’extragettito IVA – conseguente di nuovo all’aumento dei prezzi – per finanziare altre misure, mentre le regole europee vorrebbero che questo tipo di entrate straordinarie vengano usate obbligatoriamente per la riduzione del debito.

In questa battaglia, l’Italia potrebbe essere sostenuta anche da altri governi: anche il cancelliere tedesco Merz e il premier belga De Wever hanno chiesto di ridurre ulteriormente la burocrazia e stabilire procedimenti più favorevoli per investimenti strategici e per misure pensate per migliorare la competitività europea, mettendo sotto pressione il quadro delle regole comunitarie.

Riassumiamo, dunque, tutte le poste in gioco. Senza queste concessioni, la finanziaria pre-elezioni finirebbe con l’essere un “fantasma”: finisce in pericolo il taglio dell’Irpef per alzare il tetto del penultimo scaglione di reddito, da 50 a 60 mila euro (con una differenza del 10% di imposta sul reddito tra i due scaglioni), e in generale il governo non avrebbe granché da offrire al suo elettorato.

Paradossalmente, Meloni sta chiedendo alla UE quello che i vertici europei hanno mostrato di non saper fare: adattare la propria politica ai profondi cambiamenti della fase storica che stiamo vivendo. Nel farlo, usa come leva anche il via libera al bilancio europeo, sotto attacco da parte della Germania e altri paesi. Un nodo che delegittima ulteriormente l’operato di von der Leyen.

Ovviamente, l’unica cosa che non viene messa in discussione è il riarmo. La prima ministra ha provato ad affrontare di petto il tema delle spese militari al Senato, affermando che “non sono soldi tolti alla sanità o alla scuola” perché “se non li spendessimo per la difesa non potremmo spenderli in altro”. Confermando che non finanziare il welfare o l’aumento dei salari è una scelta politica, non tecnica: i soldi si possono pure spendere, ma è impedito spenderle per qualcosa che non siano strumenti di morte.

Insomma, il governo ribadisce che il problema rimane nella gabbia dei vincoli europei, conclusione politica che le opposizioni si guardano bene dal trarre. Nel frattempo, proprio perché la deriva guerrafondaia è una scelta politica, pochi giorni fa è arrivato l’ok da parte della Commissione UE sugli 8 miliardi del programma SAFE richiesti da Roma.

Si tratta di uno strumento che vincola il bilancio in varie voci militari per anni, rendendo la scelta del riarmo non contendibile politicamente. Eppure, è stato presentato come una manna dal cielo, perché nel rispetto degli obiettivi NATO il SAFE potrebbe far risparmiare qualche miliardo, in quanto prestiti agevolati garantiti da Bruxelles.

Una manipolazione della realtà che nasconde i fatti: tutta la classe dirigente continentale condivide la prospettiva guerrafondaia e non c’è alternativa all’interno dei vincoli UE e NATO. A Roma e Bruxelles discutono su come dividersi quel che rimane, ma dovranno fare i conti con le mobilitazioni che attraversano il Vecchio Continente... potrebbero sconquassare il loro quadro politico.

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Israele, per la Cia, rischia la guerra civile e il collasso

I servizi segreti statunitensi esprimono timori di disordini civili e di un collasso dello Stato in Israele in vista delle elezioni del 27 ottobre.

Israele rischia una guerra civile o il collasso dello Stato, avverte una valutazione classificata della CIA, poiché anni di Genocidio a Gaza e guerre in Libano e Iran acuiscono le fratture politiche, economiche e sociali all’interno del Paese.

Il rapporto di agosto, intitolato “Fracture From Within” (Frattura dall’Interno), è stato redatto da esperti della Red Cell della CIA, secondo quanto riferito da due fonti statunitensi. La Red Cell, l’unità responsabile delle “analisi alternative” all’interno dell’Agenzia, ha prodotto la valutazione combinando informazioni di pubblico dominio con dati dei servizi segreti statunitensi.

La valutazione sembra riferirsi solo ai cittadini ebrei di Israele e non prende in considerazione i cittadini palestinesi, che rappresentano circa il 20% della popolazione israeliana e che vivono sotto varie forme di discriminazione che Amnesty International e altre organizzazioni per i diritti umani hanno definito parte di un più ampio Sistema di Apartheid. La CIA non ha risposto a una richiesta di commento.

Gli esperti della CIA hanno evidenziato una combinazione esplosiva di pressioni convergenti in vista delle elezioni israeliane del 27 ottobre: ​​crisi economica e spese militari alle stelle; veterani pesantemente armati di ritorno da lunghi periodi di combattimento, molti dei quali affetti da gravi traumi psicologici; crescente rabbia per gli uomini ultraortodossi esentati dal servizio militare; intensificazione della violenza dei coloni nella Cisgiordania Occupata; e il Primo Ministro israeliano Benjamin Netanyahu che lottando per rimanere al potere innesca una crisi costituzionale.

Le “Unità Red” della CIA hanno il compito di sviluppare analisi e idee che mettano in discussione le ipotesi prevalenti e smascherino il pensiero di gruppo o i punti ciechi che possono radicarsi all’interno dell’apparato di spionaggio.

“Gli autori di questo documento sono esperti di Israele”, ha osservato una fonte della comunità dei servizi, “non si tratta di un’ipotesi fantasiosa: con le imminenti elezioni e le fratture in Israele, dovremmo prendere sul serio la loro conclusione che Israele è a un passo da un vero e proprio conflitto interno”.

Una delle fratture più profonde nella politica israeliana non è emersa a causa dell’opposizione ai Crimini di Guerra del Paese, bensì a causa della questione di chi è tenuto a combattere e chi ne è esentato.

Gli uomini ultraortodossi hanno storicamente beneficiato di ampie esenzioni dal servizio militare, pur continuando a ricevere sussidi statali, un accordo che è diventato sempre più controverso a seguito delle ripetute mobilitazioni delle riserve. Il loro rifiuto collettivo di prestare servizio militare non è radicato nell’opposizione alle guerre di Israele, poiché i leader ultraortodossi sostengono che il servizio militare minaccia la vita religiosa e il loro obbligo di studio della Torah.

Ma dopo anni in cui i riservisti sono stati ripetutamente richiamati dai loro lavori e dalle loro famiglie, l’esenzione è diventata una potente fonte di risentimento nella società israeliana. Le famiglie hanno anche dovuto sopportare il costo delle politiche bellicose di Israele. I prezzi dei generi alimentari hanno raggiunto livelli record, con un aumento del 9,5% del costo della vita, compresi frutta e verdura fresca, negli ultimi due anni, aggravando una crisi del costo della vita già grave dopo anni di guerra.

Eppure gran parte dell’opposizione a Netanyahu non è rivolta alla brutalità di Israele contro i palestinesi, ma alla rabbia per il modo in cui l’ha gestita. I principali partiti sionisti anti-Netanyahu sono a loro volta divisi sulla dirigenza e sulla strategia di coalizione, mentre una delle principali critiche mosse a Netanyahu riguarda la sua responsabilità nel fallimento della sicurezza il 7 ottobre 2023.

Sondaggi recenti hanno mostrato che sia il blocco Netanyahu che quello anti-Netanyahu faticano a raggiungere i 61 seggi necessari per governare.

Le fonti hanno avvertito che la combinazione di frammentazione politica e una popolazione crescente di veterani traumatizzati e pesantemente armati ha dei precedenti storici. “È noto che i Freikorps tedeschi erano composti da veterani affetti da disturbo da stress post-traumatico, armati e assetati di sangue”, ha affermato. “Non sto dicendo che Israele dopo Gaza sia la Germania dopo la Prima Guerra Mondiale, ma ci sono certamente degli aspetti che mi sembrano simili”.

Israele si trova inoltre ad affrontare un crescente isolamento all’estero, compresa un’erosione del sostegno negli Stati Uniti che gli stessi funzionari israeliani hanno privatamente considerato una minaccia a lungo termine. Il rapporto di agosto indicava la progressiva trasformazione di Israele in uno “Stato emarginato” come un fattore che potrebbe portare al collasso dello Stato.

Secondo un’altra valutazione della CIA, riportata da Capital & Empire a luglio, i funzionari israeliani ritengono che le basi politiche americane su cui si fonda il consenso dell’alleanza si stiano sgretolando e che la continua dipendenza da miliardi di dollari di aiuti militari diretti statunitensi potrebbe alla fine diventare politicamente insostenibile.

La loro risposta è stata quella di cercare una maggiore integrazione nell’apparato militare, di spionaggio e di difesa americano, legami che sarebbero difficili da sciogliere per i governi futuri. Entro la primavera di quest’anno, il 60% degli americani aveva un’opinione sfavorevole di Israele, rispetto al 53% dell’anno precedente, secondo un sondaggio del Centro di Ricerca Pew.

Questo deterioramento del sostegno è sempre più visibile anche all’interno dell’apparato di sicurezza nazionale statunitense. “La comunità delle agenzie di sicurezza, come gli Stati Uniti, come le forze armate, come ovunque, è sempre più frustrata dal capitale reale e politico speso per sostenere Israele”, ha affermato la fonte.

“Mentre procediamo con un’ulteriore integrazione delle nostre capacità militari e industriali con quelle israeliane, c’è una profonda frustrazione nel constatare che lo stiamo facendo per un Paese che ci ha trascinato in una guerra che stiamo perdendo, un Paese che ci spia”.

Il rapporto della CIA ha anche cercato di delineare come queste pressioni potrebbero interagire se la crisi interna di Israele si aggravasse: come una singola scintilla potrebbe trasformare una frattura politica in un conflitto civile aperto e cosa ne conseguirebbe.

Tra gli scenari ipotizzati figurano il ritiro di investimenti o personale da parte di aziende straniere del settore tecnologico e dell’Intelligenza Artificiale, con conseguente ulteriore erosione di un’economia già in difficoltà, la riconsiderazione da parte dei governi regionali del valore politico e strategico di una maggiore normalizzazione delle relazioni con Israele e lo sfruttamento da parte di Hamas o Hezbollah di un periodo di debolezza interna. Secondo le fonti, il rapporto ha utilizzato specificamente il termine “conflitto civile”.

Per decenni, il potere di Israele non si è basato solo sulle armi e sul sostegno americano, ma anche sulla proiezione di una superiorità militare, di un vantaggio in termini tattici e di coesione interna che rendevano lo Stato di fatto indistruttibile.

Tuttavia, come avvertiva la valutazione, al di sotto di questa proiezione di forza schiacciante, Israele sta accumulando contraddizioni economiche, politiche e sociali che la sola potenza militare potrebbe non essere in grado di contenere.

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“Deve scapparci il morto”. È in preparazione una operazione “False flag” per fare la guerra alla Russia?

Inizialmente è stato un articolo di giovedì 8 ottobre del giornale Politico.eu a rivelare che l’Unione Europea “di fronte all’escalation delle operazioni ibride russe” si stia preparando all’eventualità che, prima o poi, queste azioni provochino delle vittime in Paesi Ue o Nato.

Una riunione di diplomatici della Ue svoltasi a porte chiuse, senza telefonini e senza assistenti, ha valutato il rischio di attacchi gravi, “capaci di provocare vittime su larga scala”. Se diversi cittadini di Paesi membri dell’UE o della NATO venissero uccisi in quello che sembra essere un attacco, “la pressione ad agire sarebbe enorme per entrambe le istituzioni” riferiva una fonte diplomatica europea a Politico. A dare un quadro d’insieme della possibile azione della Nato contro la Russia era stato qualche giorno prima il segretario dell’alleanza Mark Rutte.

Poi, l’11 ottobre, è arrivato il Financial Times a suscitare l’allarme “wet work”, una espressione che indica operazioni murder or assassination, in particolare omicidi su commissione. Secondo il FT l’allarme è alto tra le intelligence occidentali sull’intensificarsi di sforzi da parte della Russia per assassinare i responsabili della difesa europei.

La stessa Ansa registra come “la coincidenza vuole che proprio nelle scorse ore il primo ministro polacco Donald Tusk abbia dichiarato che un uomo accusato di aver minacciato un attentato contro di lui e il suo ministro della Difesa è stato arrestato”. Ignota ovviamente sia l’origine della minaccia che l’identità dell’uomo arrestato.

Il Financial Times, dopo aver sentito funzionari di cinque diverse agenzie di intelligence, fa riferimento ad assassinii di obiettivi civili europei. In sostanza si tratterebbe degli amministratori delegati, dei Ceo e di altri dipendenti di alto livello di aziende impegnate nel settore militare come obiettivi degli agenti del Cremlino.

Nel mirino ci sarebbero anche i dirigenti delle aziende più piccole, soprattutto quelli delle imprese impegnate nella produzione di droni o dei loro componenti.

Si tratta di accuse pesantissime e allarmanti contro la Russia, fatte di illazioni, ipotesi, congetture e senza ulteriori prove a sostenerle, ma che creano la cornice dentro cui può accadere di tutto – da un omicidio a una strage – che può essere strumentalizzato ai fini della propaganda di guerra o diventare lo stesso casus belli che si va cercando da tempo. In sostanza stanno creando il clima per una o più operazioni False flag (1).

A conferma di questa ipotesi ci sono già le operazioni False flag sul territorio britannico, in questo caso però in funzione anti-iraniana.

Il 27 settembre ci sono stati i cinque uomini – poi diventati sette – arrestati vicino alla base aerea di Fairford – appartenente alla Raf inglese ma in concessione agli Usa per il traffico dei bombardieri che hanno bombardato l’Iran – che non erano affatto “terroristi persiani”, visto che si trattava di giovani inglesi scarcerati dopo poche ore. Aggiornamenti su questa strana vicenda sono ormai introvabili anche sui mass media britannici da almeno quindici giorni.

Non contenti di questo primo fiasco, i britannici si sono ripetuti qualche giorno dopo. L’8 ottobre altri due uomini vengono arrestati all’interno però della base militare di Molesworth, anch’essa della Raf ma ospitante hub di intelligence statunitensi e della NATO.

Al contrario dei cinque poveretti di cui sopra sorpresi e arrestati ad una certa distanza dalla base militare di Fairford, questi due erano proprio dentro, visto che non erano passati dagli ingressi ufficiali ma erano entrati da un buco nella recinzione perimetrale della base.

Il problema è che si tratta di due lettoni, ossia di due cittadini europei di un paese membro della Nato e alleato della Gran Bretagna, tra i più determinati e guerrafondai in Europa nello scatenare la guerra contro la Russia. La notizia di questi arresti ormai è scomparsa dai mass media britannici e occidentali da almeno cinque giorni.

In compenso sappiamo che il 12 ottobre è stato convocato l’ambasciatore iraniano a Londra per chiarire che “la Gran Bretagna non tollererà minacce sul nostro territorio” dopo l’incidente dello scorso mese alla RAF Fairford.

Il ministro degli Esteri britannico Milliband ha affermato che i “continui tentativi” dell’Iran di minare la sicurezza del Regno Unito “attraverso le sue reti criminali, gruppi per procura e attività maligne sostenute dallo Stato sono inaccettabili”.

Anche qui senza alcuna prova viene accusato un paese, ma è l’accusa stessa – nonostante la fattualità si sia smontata da sola – a fare da volano alla propaganda di guerra.

Ci assumiamo la responsabilità di mettere sull’avviso i nostri lettori sin da adesso. L’escalation in corso nei paesi europei verso lo scontro con la Russia è seria.

L’unico ostacolo che stanno incontrando i governi guerrafondai – e le classi dominanti di cui sono espressione – è il fatto che la maggioranza dell’opinione pubblica non intende affatto “morire per Kiev”, è contraria al riarmo e alla guerra, non trova alcun motivo per continuare a sostenere militarmente ed economicamente l’Ucraina e la prosecuzione del conflitto.

E questo fattore da un lato rende isterici i governi guerrafondai, dall’altro crea la cornice per rendere necessario “un fatto scioccante” – una strage, uno o più omicidi – che scuota e destabilizzi l’opinione pubblica cercando di piegarla a dare consenso alla guerra. Magari cominciando con qualche avventura militare sul territorio russo di Kalinigrad o inviando contingenti militari europei sul territorio ucraino per “testare la capacità di reazione nemica”.

In Italia purtroppo abbiamo una lunga esperienza di come le stragi di stato o alcuni omicidi siano serviti a tale scopo sul “fronte interno”.

In termini militari si chiamano – in inglese – operazioni False flag, in termini storici – in latino – vengono definiti come casus belli, le loro conseguenze, come noto, sono le guerre che la gente non voleva combattere.

Note

(1) Le operazioni di False flag (falsa bandiera) sono delle tattiche usate in ambito militare e di intelligence; l’obiettivo è quello di, una volta compiuta una certa azione, far ricadere la colpa su un altro soggetto. L’operazione, quindi, consiste nel tentativo di un agente A che, dopo aver portato a compimento una certa azione, cerca di addossare la colpa ad un agente B.

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Una “restaurazione mainstream”

“Nel ‘95 Hall sosteneva un’aliquota di prelievo fiscale unica, uguale per tutti, ricchi e poveri, con buona pace della progressività. Di recente Hall ha ammesso che le disuguaglianze di questi anni rendono un po’ più complicata l’applicazione della sua “flat tax”. E quindi ha proposto di salire a due aliquote, bontà sua: il massimo della progressività che questo Nobel è disposto ad accettare. Insomma, diciamo che i Nobel per l’economia 2026 esprimono una sorta di ‘restaurazione’. Una ‘restaurazione mainstream’…” (Emiliano Brancaccio intervistato da Radio Popolare, 12 ottobre 2026)

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