Presentazione
Analisi, opinioni, fatti e (più di rado) arte da una prospettiva di classe.
17/05/2026
Le banche italiane continuano a macinare profitti di natura finanziaria. Chi ne beneficia?
I numeri relativi ai profitti delle banche italiane sono sempre più strabilianti. Si tratta di un fenomeno che si ripete ormai da tempo ma che sta acquisendo proporzioni enormi. Nel primo trimestre del 2026 questi profitti hanno superato i 7,5 miliardi di euro, distribuiti per l’80% circa agli azionisti, dunque in dividendi. Una situazione del genere suggerisce una considerazione e una duplice proposta.
La considerazione consiste nel fatto che, a fronte di risultati così eclatanti, è evidente la pressoché assoluta assenza di legami con l’economia reale del nostro Paese. Le banche guadagnano 7,5 miliardi in tre mesi e l’economia non cresce affatto, anzi arretra a un misero 0,4%: il credito non è l’elemento portante dei profitti bancari perché non dipendono dall’erogazione di prestiti al sistema produttivo e alle famiglie ma da attività di commissione e di acquisto di titoli finanziari. Peraltro, quando il credito viene erogato i tassi sono decisamente alti e i destinatari attentamente selezionati lasciando fuori la stragrande maggioranza dei soggetti che hanno bisogno di finanziamenti.
I profitti bancari sono quindi di natura finanziaria e, bisogna aggiungere, pagano un carico fiscale che non è realmente proporzionato a risultati così eclatanti. Il tax rate, l’aliquota reale, è infatti per le banche, anche dopo i timidi interventi del Governo Meloni, ferma a poco meno del 34% beneficiando tuttora della deducibilità degli interessi passivi. Ora pagare il 33%, che scende al 31% in condizioni ordinarie, nell’ambito di un settore beneficiario, di fatto, di un monopolio per effetto della straordinaria concentrazione consentita dalla normativa e quindi dalla politica, pare davvero poco soprattutto se l’attività bancaria non apporta un reale beneficio all’economia del Paese.
È chiaro invece chi sono i beneficiari. BlackRock che è il principale azionista di Unicredit e il terzo di Intesa Sanpaolo, nel 2025 ha guadagnato dal settore bancario italiano un miliardo di euro in dividendi, 1,5 miliardi nella rivalutazione delle proprie partecipazioni e quasi due miliardi dalla vendita alle banche italiane, di cui è azionista, dei propri prodotti finanziari per un totale, tondo, di oltre 4,5 miliardi in un anno solo. Ma su questo la politica ha ben poco da dire.
La proposta è duplice. In primo luogo, è evidente in queste condizioni che l’Italia ha bisogno di una banca pubblica. Per questo sarebbe necessario riportare Cassa depositi e prestiti (Cdp), di cui lo Stato detiene già oltre l’80%, alla originaria funzione di banca pubblica che fa credito ai Comuni e alle piccole e medie imprese praticando tassi in grado di abbattere il costo del denaro e abbandonando le attuali tendenze immobiliari e finanziarie. Per farlo Cdp dispone di circa 350 miliardi di euro di risparmi e può usufruire delle garanzie pubbliche.
Nella stessa logica dovrebbe integrarsi con Poste italiane, nella sua parte bancaria, per costituire davvero un colosso pubblico che, oltre a incidere veramente sull’economia reale, potrebbe assolvere anche alle funzioni di vero regolatore del mercato facendo concorrenza alle grandi banche private. In tal senso occorrerebbe incentivare anche l’emissione da parte della nuova banca pubblica, nata dall’integrazione tra Cdp e Poste, di obbligazioni da destinare ai fondi in cui i risparmiatori italiani mettono le loro risorse legandole a progetti di investimento produttivo e ambientale nel nostro Paese. Naturalmente è obbligatorio scongiurare la privatizzazione di Poste italiane.
Il secondo aspetto della proposta riguarda la necessità di alcune regole e, soprattutto di controlli veri – come forse non è avvenuto nel caso Mps-Mediobanca di cui Altreconomia ha largamente parlato – per evitare le concentrazioni delle proprietà bancarie in pochissime mani, presenti peraltro nell’azionariato di istituti che dovrebbero farsi concorrenza, riservando una maggiore attenzione normativa sull’utilizzo dei risparmi italiani. In questo modo uno dei temi centrali delle difficoltà italiane potrebbe trovare una soluzione.
Fonte
Palestina, la radicalizzazione algoritmica
di Silvano Cacciari
Le dinamiche della comunicazione sono segnate da una trasformazione strutturale profonda nei meccanismi di formazione dell’opinione pubblica e di costruzione della legittimità politica. Questo mutamento non rappresenta una semplice evoluzione tecnologica, ma un cambio di paradigma che ha ridefinito i rapporti di forza sul terreno del soft power internazionale. Il conflitto israelo-palestinese, a partire dall’escalation del 2021 e in modo dirompente dopo gli eventi dell’ottobre 2023, funziona come laboratorio primario per osservare come la radicalizzazione algoritmica operi come un ariete capace di scardinare egemonie comunicative decennali. Mentre lo stato di Israele continua a esercitare un vantaggio militare convenzionale e tecnologico schiacciante sulla Palestina e a dominare i canali diplomatici tradizionali, la sua capacità di influenzare il “feed” della comunicazione globale è in una fase di declino accelerato, superata da flussi informativi orizzontali e decentralizzati che privilegiano l’immediata mobilitazione di massa.
1.
Nei processi di comunicazione la transizione dalla centralità dei
gatekeeper tradizionali (giornalisti, editori, esperti istituzionali) a
un ecosistema mediatico governato da algoritmi di raccomandazione ha
alterato la gerarchia della visibilità e quindi del peso politico.
Storicamente, la diplomazia pubblica israeliana, nota come Hasbara, ha
operato con successo influenzando i media mainstream e i decision-maker
politici attraverso narrazioni centralizzate e controllate. Tuttavia, la
nuova struttura dell’opinione pubblica si fonda su piattaforme come
TikTok, Instagram e YouTube, che bypassano completamente questi filtri.
Non si tratta più solo di una dinamica generazionale che coinvolge gli
under-35; i dati indicano che anche la maggioranza degli over-35 si
informa ora primariamente attraverso contenuti visuali e social media,
segnando una rottura definitiva con il consumo mediatico del XX secolo.
2.
L’architettura dei social media promuove un flusso informativo
orizzontale in cui la credibilità non è più concessa dall’autorità
istituzionale, ma dall’engagement e dalla percezione di autenticità. In
questo contesto, Israele si trova in una posizione di svantaggio
strutturale: controlla il territorio e l’accesso fisico dei giornalisti a
Gaza, ma non possiede più gli strumenti per arginare il flusso di
immagini e storie che emergono dal basso. La narrazione istituzionale,
spesso percepita come “costruita” o “inautentica”, fatica a competere
con la potenza emotiva di video brevi sui social, meme e testimonianze
dirette che si allineano perfettamente con le logiche algoritmiche.
Questo spostamento dell’asse dei processi di comunicazione ha
trasformato il campo di battaglia della legittimità politica
internazionale. Se Israele vince sui telegiornali della sera grazie a
relazioni consolidate con le élite mediatiche, perde sistematicamente
nei feed di TikTok, dove risiede l’attenzione della nuova opinione
pubblica globale. Gli algoritmi non sono intrinsecamente schierati per
una parte politica, ma sono programmati per massimizzare e monetizzare
il tempo di visualizzazione e l’interazione; di conseguenza, premiano i
contenuti che generano forti reazioni emotive come l’indignazione
morale, la protesta radicale e l’empatia verso le vittime civili.
3.
La radicalizzazione algoritmica non deve essere intesa come un processo
di conversione ideologica lineare, ma come una condizione di
“intensificazione affettiva”. Le piattaforme monitorano il comportamento
dell’utente a livello micro – replay, like, commenti e tempo di
permanenza su un frame – per inferire interessi e regolare le
raccomandazioni di visualizzazione. Durante il conflitto a Gaza, questo
design ha permesso la creazione di un pubblico che si mobilita attorno a
narrazioni emotivamente cariche.
La logica della piattaforma privilegia quello che può essere definito
“arousal emotivo”. I contenuti pro-palestinesi, spesso caratterizzati da
immagini di sofferenza umana, resistenza grassroots e simbolismo visivo
potente, performano meglio secondo le metriche di engagement rispetto
alle dichiarazioni istituzionali o ai video di operazioni militari
tecniche. Questa dinamica crea una circolarità: l’utente che
interagisce con un contenuto di protesta riceve dosi sempre più massicce
di contenuti simili, rinforzando una specifica visione del conflitto e
marginalizzando i punti di vista israeliani, di fatto privi di appetibilità algoritmica.
La ricerca di Laura Edelson della Northeastern University evidenzia una disparità quantitativa e qualitativa senza precedenti nella distribuzione dei contenuti su TikTok: l’analisi di questi dati rivela un’intuizione profonda: mentre il post pro-Israele mediano riceve leggermente più visualizzazioni (indicando una base di supporto stabile ma limitata), quella che possiamo chiamare lotteria della viralità è dominata in modo schiacciante dalla causa palestinese. Avendo 17 volte più “biglietti della lotteria” (post), la probabilità che un contenuto pro-palestinese diventi virale e raggiunga milioni di utenti è esponenzialmente molto più alta. Inoltre, i tassi di engagement (like e condivisioni) sono significativamente superiori per la narrazione palestinese, suggerendo che quest’ultima risuoni in modo più efficace con le strutture psicologiche incentivate dall’algoritmo.
4.
Il processo di piattaformizzazione dei media ha reso le multinazionali
tecnologiche (Meta, ByteDance, Google) i nuovi regolatori della
sovranità informativa. Questo ha portato a ciò che alcuni analisti
chiamano colonialismo dei dati, dove le attività giornalistiche e di
attivismo diventano prigioniere di economie estrattive che ottimizzano
la visibilità basandosi su logiche commerciali e non su valori
democratici o di verità. In questo scenario, la Hasbara israeliana ha
cercato di adattarsi attraverso investimenti massicci in pubblicità
mirata e intelligenza artificiale, ma tali sforzi sono spesso percepiti
come tentativi di manipolazione del mercato dell’attenzione piuttosto
che come espressioni credibili.
Lo stato di Israele ha storicamente fondato la propria legittimità su
una narrazione di vittimismo storico unita a un’eccezionalità morale e
tecnologica. Con lo scoppio della guerra nel 2023, questa strategia è
entrata in collisione con un ambiente informativo che premia la velocità
e la trasparenza radicale. Le autorità israeliane hanno iniziato a
definire la situazione come una guerra di conoscenza, cercando di
superare il concetto ormai logoro di Hasbara. Tuttavia, il passaggio a
una gestione centralizzata della propaganda governativa ha mostrato
limiti evidenti di fronte alla fluidità delle reti decentralizzate.
Per contrastare la perdita di egemonia, il governo israeliano ha
lanciato iniziative sofisticate come il Progetto Esther. Questo progetto
non deve essere confuso con l’omonima iniziativa della Heritage
Foundation negli Stati Uniti, sebbene condividano obiettivi simili di
contrasto al movimento pro-palestinese. Il Progetto Esther guidato da
Israele è una campagna di propaganda digitale segreta che utilizza
influencer pagati e tecnologie IA per influenzare l’opinione pubblica
americana.
Nonostante la sofisticazione tecnica, queste campagne non risultano
credibili: il tentativo di presentare un volto moderno e democratico di
Israele attraverso influencer sponsorizzati si scontra violentemente con
le immagini di distruzione documentate in tempo reale da cittadini e
attivisti a Gaza. Mentre gli influencer del Progetto Esther producono
contenuti patinati ed embedded con l’esercito, il feed globale viene
inondato da video grezzi e non filtrati che l’algoritmo identifica come
più autentici e quindi meritevoli di maggiore visibilità.
Immediatamente dopo il 7 ottobre 2023, migliaia di cittadini israeliani e
professionisti dell’hi-tech si sono mobilitati spontaneamente per
creare war room digitali. Sono state mappate inoltre circa 120 sale
operative e 40 organizzazioni dedicate allo sviluppo di strumenti
tecnologici per rendere la Hasbara più efficace. Tuttavia, queste
iniziative sono declinate rapidamente. Molti volontari hanno percepito i
propri sforzi come una goccia nell’oceano rispetto allo tsunami della
narrazione pro-palestinese mondiale. Inoltre, molta di questa attività
ha finito per risuonare quasi esclusivamente all’interno della società
israeliana, creando una camera dell’eco domestica che non è riuscita a
scalfire le percezioni internazionali.
5.
La lezione fondamentale emersa dal conflitto è che i sostenitori della
causa palestinese hanno mostrato una maggiore fluidità nell’uso del
linguaggio algoritmico. Mentre Israele ha combattuto una guerra di
comunicazione del XX secolo – basata sul controllo dei messaggi e sulla
narrazione istituzionale – la controparte ha utilizzato un fiume di
formati nativi del XXI secolo: meme, template virali e audio trending
che si adattano perfettamente ai criteri di selezione degli algoritmi.
L’uso di TikTok da parte dei palestinesi e dei loro sostenitori
rappresenta un caso studio di “attivismo ludico”. Questa pratica non si
limita alla protesta seria, ma utilizza la cultura dell’imitazione e
della competizione tipica della piattaforma (sfide, duetti, lip-syncing)
per veicolare messaggi politici profondi. Analizzando i video sotto
l’hashtag #gazaunderattack, diversi analisti hanno identificato tre
template memetici principali che alimentano flussi affettivi di
contenuti audiovisivi tra cui il Lip-syncing: Utilizzo di audio virali
per narrare l’esperienza dell’occupazione o della guerra, rendendo il
messaggio politico facilmente digeribile e imitabile; i duetti (Duets),
funzione che permette agli utenti di reagire visivamente ai video
provenienti da Gaza, creando un senso di comunità e testimonianza
condivisa; il Point-of-View (POV), formato che mette lo spettatore nei
panni di chi vive il conflitto, massimizzando l’empatia e l’impatto
emotivo.
Queste pratiche trasformano gli utenti ordinari in nodi di distribuzione
attivi, amplificando narrazioni emotivamente risonanti in cerca di
validazione sociale. In contrasto, i tentativi istituzionali di Israele
di utilizzare influencer spesso falliscono perché percepiti come cringe o
palesemente orchestrati, mancando di quella spontaneità che l’algoritmo
premia con la portata organica.
Un esempio brillante di fluidità algoritmica è l’adozione dell’emoji
dell’anguria come simbolo di solidarietà palestinese. Questo fenomeno,
noto come algospeak, nasce dalla necessità di bypassare la censura
automatizzata e lo shadowbanning su piattaforme come Meta, che tendono a
limitare la visibilità di post contenenti termini come “Gaza” o
“Palestine”.
L’anguria, avendo gli stessi colori della bandiera palestinese (rosso,
verde, bianco e nero), è diventata un simbolo di resistenza che
trascende le lingue e le culture. Questo codice segreto permette di
mantenere la visibilità del messaggio politico ingannando gli algoritmi
di moderazione che non possono facilmente penalizzare l’emoji di un
frutto senza apparire arbitrari. È un caso esemplare di come la
radicalizzazione politica sappia confrontarsi consapevolmente con la
radicalizzazione algoritmica, volgendone a proprio favore i meccanismi
di funzionamento.
Possiamo avanzare una similitudine tra questo fenomeno e il boom del
mercato musicale e dell’editoria a cavallo del 1968. In quegli anni, la
controcultura trovò un alleato potente nell’espansione dei prodotti
culturali (dischi, libri, giornali) che, pur essendo merci
capitalistiche, permettevano la diffusione di idee radicali su scala di
massa. Allo stesso modo, oggi gli algoritmi dei social media fungono da
veicolo per la radicalizzazione politica contemporanea.
Come sappiamo, esiste un pregiudizio culturale profondo che vede le
culture di sinistra spesso diffidenti nei confronti degli algoritmi,
considerati inautentici in quanto macchinici e artificiali, a differenza
dei libri o dei dischi, che non solo altro che tecnologie, percepiti
come oggetti autentici. Questa visione, un po' troppo influenzata dalla
vecchia teoria critica, impedisce di comprendere che la radicalizzazione
politica ha un futuro solo se saprà confrontarsi con la
radicalizzazione algoritmica. I sostenitori della Palestina lo hanno
fatto trasformando la sofferenza e la resistenza in un prodotto
culturale virale che si adatta perfettamente alle logiche di consumo
rapido di TikTok. Mentre la Hasbara israeliana cerca ancora di
“spiegare” (Hasbara significa letteralmente spiegazione), la causa
palestinese ha scelto di influenzare attraverso il sentimento,
comprendendo che nell’economia dell’attenzione contemporanea, l’emozione
precede sempre la ragione.
6.
Israele si trova in un paradosso geopolitico: possiede un’enorme
superiorità tecnologica e militare e controlla fisicamente il territorio
(comprese le infrastrutture di comunicazione di Gaza), ma non controlla
più il flusso delle storie. Questa asimmetria è amplificata dalle nuove
tecnologie di monitoraggio open-source (OSINT). Le azioni militari che
un tempo potevano essere giustificate o oscurate attraverso la nebbia
della guerra sono ora monitorate dallo spazio in tempo reale.
Ricercatori come Lina Eklund dell’Università di Lund utilizzano immagini
satellitari radar (Sentinel-1) per analizzare settimana dopo settimana
la distruzione degli edifici a Gaza.
Questa trasparenza forzata, amplificata dai social della
radicalizzazione algoritmica, è un nemico mortale per la diplomazia
tradizionale basata sulla gestione accurata dell’informazione. Israele
può impedire ai giornalisti internazionali di entrare a Gaza, ma non può
spegnere i satelliti né impedire che i dati grezzi vengano trasformati
in mappe virali e contenuti di denuncia sui social media. La
radicalizzazione moderna non avviene in uno spazio puramente digitale
separato dalla realtà fisica. Si svolge in quello che il filosofo
Luciano Floridi definisce spazio “onlife”, dove l’online e l’offline si
integrano senza soluzione di continuità.
La canzone ‘Leve Palestina’ (Lunga vita alla Palestina) della band
Kofia, composta nel 1976, è diventata infatti un fenomeno internazionale
nel 2023 proprio grazie a questa dinamica ibrida. Questo esempio
dimostra come la radicalizzazione algoritmica non sia finta o virtuale,
ma sia un motore di mobilitazione reale che si nutre della velocità e
della capacità di superare i confini nazionali tipica delle piattaforme.
Israele, cercando di combattere questa ondata con il Progetto Esther o
con la censura diretta, non fa altro che confermare la propria natura di
superato gatekeeper del XX secolo agli occhi di una popolazione globale
che percepisce la libertà di espressione digitale come un diritto
fondamentale.
7.
In ultima analisi, bisogna ribadire che l’algoritmo non è
intrinsecamente “pro-Palestina” o “pro-Israele”. La sua unica lealtà è
verso la viralità, l’engagement e la monetizzazione. Tuttavia, nel
contesto specifico del conflitto mediorientale, le caratteristiche
strutturali della narrazione palestinese (grassroots, emotiva, visuale,
resistente) si allineano meglio con i criteri algoritmici rispetto alla
narrazione israeliana (istituzionale, giustificativa, tecnologica,
statale).
Israele ha perso il controllo del flusso delle immagini perché ha
continuato a investire in un’egemonia comunicativa basata sull’influenza
delle élite, mentre il potere si è spostato orizzontalmente verso il
“feed”. La radicalizzazione algoritmica è l’ariete che ha abbattuto le
mura della Hasbara non perché l’algoritmo abbia scelto una parte, ma
perché una parte ha saputo abitare lo spazio digitale con maggiore
fluidità, trasformando la propria lotta in un contenuto nativo del XXI
secolo.
Per i movimenti politici del futuro, la sfida non è resistere
all’algoritmo in nome di una purezza autodefinitasi autentica, ma capire
che la battaglia per la legittimità politica si vince o si perde nella
capacità di tradurre le proprie istanze nel linguaggio della
radicalizzazione algoritmica. Il caso Palestina insegna che il controllo
del territorio militare è una vittoria parziale, e forse effimera, se
non si possiede la fluidità necessaria per navigare le correnti
affettive che oggi governano l’opinione pubblica globale.
Il futuro della politica globale sarà sempre più determinato da questa
capacità di sincronizzare la radicalizzazione politica con le
architetture di engagement delle piattaforme. Chi rimane ancorato ai
modelli comunicativi del secolo scorso, pur avendo il vantaggio delle
armi, e persino della IA come principale arma militare, rischia di
trovarsi isolato in un mondo che non si informa più attraverso i
telegiornali, ma attraverso lo scorrere infinito di uno schermo che
premia l’indignazione e la mobilitazione veloce.
Silvano Cacciari, autore di Guerra. Per una nuova antropologia politica (McGraw-Hill 2025)
La banda della Uno bianca/2. Un capitolo della “guerra a bassa intensità”
In un momento in cui, prima e dopo la vicenda della Banda Uno bianca, la gestione dell’ordine pubblico ha assunto alcuni connotati che, mutatis mutandis ritroviamo ancora oggi, invitiamo caldamente alla lettura di una testimonianza importante pubblicata più di una decina di anni fa su Carmilla.
Chi ha vissuto da attivista quegli anni ben ricorda fatti e fattacci di chi si trovava nei ruoli apicali della Bologna “rossa di vergogna”, come cantavano in Stop al Panico gli Isola Rossa Posse All Stars.
Tornando a quelli che sono i tre avvenimenti di cronaca strettamente collegati alla vicenda della Banda della Uno bianca, e ad un possibile “nuovo” filone connesso, anche se non direttamente, a quelle vicende, riteniamo che tale filone risulti essere intrecciato al fatto che i neo-fascisti agirono fino agli anni Novanta probabilmente come killer di una parte del blocco di potere.
Il primo avvenimento è l’arresto a metà febbraio di Corrado Pizzoli, un 85enne di Bologna cui è stato scoperto un arsenale presso la sua abitazione. Centinaia di armi, munizioni, persino tritolo. Pizzoli è l’uomo che ha rilevato l’armeria di via Volturno nel 1992, qualche mese dopo l’omicidio, per mano della Banda della Uno bianca, della titolare Licia Ansaloni e dell’uomo che lavorava con lei, Pietro Capolungo, carabiniere in pensione. Il sospetto è che fosse proprio lui, il vero obiettivo.
Nessuno sembra che si sia mai sentito in dovere di monitorare questa figura che aveva nel suo appartamento di San Donato una Santa Barbara di armi detenute illegalmente non si sa a quali fini e che per “pochi spiccioli” aveva acquistato una lucrosa attività commerciale.
Il secondo avvenimento è la fine del “lungo silenzio” di Roberto Savi con l’intervista di Francesca Fagnani per Belve Crime ad inizio maggio.
È stata annunciata inoltre un’altra intervista, oltre a quella del 5 maggio scorso, per il 24 maggio a Rete 4 sempre ad uno dei fratelli Savi
Le cose più rilevanti dell'intervista a Belve Crime, al netto dei dubbi sulle finalità delle dichiarazioni e sulla loro complessiva attendibilità, sarebbero legate alla presunta finalità dell’azione sotto copertura per una parte dei servizi segreti dell’epoca, ai fondi di cui disponeva la Banda e alla rete protettiva con ramificazioni all’estero.
Ragione per cui – sia detto per inciso – non sarebbe peregrino pensare a quelle strutture parallele di cui disponeva la NATO in tutta l’Europa Occidentale e a quella “galassia” nera che sarà corresponsabile dell’operazione Blue Moon, come magistralmente spiegato nel documentario “Operazione Blue Moon – Eroina di stato” diretto da Peter D’Angelo e Manuela Virdis, e delle uccisioni extra-giudiziarie come nel caso dei militanti indipendentisti baschi da parte dei GAL.
Illazioni? Aspettiamo che qualcuno ci smentisca.
È inquietante che quell’intervista fatta nel carcere di Bollate in cui è detenuto Savi sia avvenuta dopo il “suicidio” di Pietro Gugliotta, un altro membro della Banda dell’Uno bianca nella casa di un paesino di Pordenone dove abitava dopo avere scontato la propria pena. Anche lui ex-poliziotto definito “gregario” dai giornalisti, si sarebbe tolto la vita a gennaio ma il fatto è stato reso noto solo sabato 9 maggio, 4 giorni dopo l’intervista a Savi e ben quattro mesi dopo il fatto.
Ricordiamo che sarebbe il secondo “suicidio”, quanto meno sospetto, nelle vicende che potrebbero essere collegate all’Uno bianca, dopo quello di Claudio Bravi che prestava servizio in Questura a Bologna, trovato morto nella sua auto il 29 marzo del 1989.
Così riporta Nicoletta Tempera su Il Resto del Carlino in un articolo di alcuni giorni fa che ricorda quella morte sospetta: “una vicenda archiviata come suicidio, malgrado i dubbi sollevati subito dai familiari dell’agente” e con i particolari che stridono con la versione ufficiale, oltre a quelli su cui distrattamente non si seppe o non si volle indagare.
Sia detto per “dovere di cronaca” che Alberto Savi, il più giovane dei fratelli che facevano parte della Banda, è in semi-libertà a Padova dove sconta l’ergastolo e lavora presso gli uffici di una cooperativa All’Opera per poi rientrare in carcere dei Due Palazzi.
L’altro fratello, Fabio Savi, quello a cui Roberto non parla perché lo accusa di avere spifferato tutto alla sua amante, detenuto nello stesso carcere è quello che pronunciò la celebre frase: “Dietro la Uno bianca c’è soltanto la targa, i fanali e il paraurti” che di fatto è diventata l’interpretazione ufficiale.
Un’affermazione tipica di chi conosce bene gli ambienti dove vige la regola del ricatto e del silenzio, ed è meglio portarsi i segreti nella tomba piuttosto che scavarsela da soli.
In ultimo, il filone riaperto dalle inchieste di Report – contro cui si è scagliato l’attuale esecutivo – sul possibile coinvolgimento di neo-fascisti di spicco nelle vicende degli attentati “mafiosi” dei primi anni Novanta di cui si è occupato anche recentemente Il Fatto Quotidiano con l’articolo di Giuseppe Pipitone il quale riprende le parole del magistrato Vittorio Teresi: “Paolo si interessò al pentito della pista nera”.
Per chiarezza, Vittorio Teresi è l’ex Pm che indagava sui “mandanti occulti” delle stragi, su cui l’avvocato di Salvatore Borsellino – fratello del celebre magistrato Paolo – ha depositato un vecchio verbale, mentre il “pentito” in questione è Alberto Lo Cicero.
Ci auguriamo che le nuove indagini aperte rispetto alla Banda della Uno bianca e sulle stragi di mafia si trasformino in nuovi processi tesi a fare luce ulteriormente sui buchi e le storture evidenti a cui la verità giudiziaria è fino ad ora giunta.
Però come Redazione pensiamo che sia un “dovere civico e politico” essere strumento di promozione di momenti pubblici che facciano emergere – non solo tra “gli addetti ai lavori” – il groviglio di questioni che la Banda dell’Uno bianca solleva e che si vada molto oltre le poche parole di circostanza – o veri e propri silenzi – fin qui sentite dalle istituzioni politiche a tutti i livelli.
Vogliamo, per quanto sia possibile, “collegare i puntini” di quello che già dopo la Liberazione è stato definito Il latte nero del terrore dispensato alle classi subalterne in chiave smaccatamente reazionaria.
A questa necessità di “verità e giustizia” cercheremo di contribuire al meglio nelle prossime settimane, facendoci co-promotori di momenti pubblici di approfondimento e di denuncia politica su quello che pensiamo essere un episodio della lunga strategia della tensione che ha coinvolto trame nere, gruppi neofascisti, settori di carabinieri e polizia, la parte più filo-atlantica dei servizi segreti, ed una parte non irrilevante della borghesia italiana, la quale – come noto – ha finanziato le stragi e ordito piani golpisti, sognando una soluzione “greca” o “cilena” nei confronti del movimento operaio e democratico e facendo una guerra spietata al movimento rivoluzionario.
Pesa, però, come un macigno la responsabilità diretta di quelle forze politiche della sinistra, ed i corpi intermedi ad esse collegate, che – a differenza della strage del 2 agosto 1980 – non ha fatto delle vicende legate alla Banda della Uno bianca una battaglia politica, affinché la verità emergesse in tutta la sua tragica chiarezza e venisse in parte ricucita una ferita che come stiamo vedendo ancora sanguina.
Forse perché, come scriveva Pasolini a metà degli anni Settanta: “Il coraggio intellettuale della verità e la pratica politica sono due cose inconciliabili in Italia”.
Per parte nostra continueremo a cercare di coniugarli con le nostre modeste forze, aperti a chiunque avverta la stessa necessità.
Vedi la prima parte: La banda della Uno bianca/1. È l’ora della verità
Fonte
Moro e gli archivi britannici, le distorsioni flop di Fasanella
di Paolo Persichetti
Era la primavera del 2020, il periodo più
buio della crisi pandemica scatenata dalla diffusione del Covid-19,
quando una indagine del Copasir (il comitato parlamentare per il controllo
della sicurezza della Repubblica) elaborava un rapporto sulla
“Infodemia”, ovvero su una presunta campagna di disinformazione diffusa
da potenze straniere e sulla presenza di una forte ondata di fake news
sul tema del coronavirus. Notizie allarmanti che spinsero la commissione
esteri ad avviare una «indagine conoscitiva sulle eventuali
interferenze straniere nel sistema delle relazioni internazionali
dell’Italia», che prenderà avvio nel giugno successivo. Ad occuparsene
fu la terza commissione presieduta da Piero Fassino. Il primo audito,
nella seduta del 18 giugno, fu l’editorialista del Corriere della sera,
Maurizio Caprara. A ruota seguirono Anna Zefesova, giornalista e
saggista russa naturalizzata italiana, e il primo luglio Giovanni
Fasanella, indicato come «autore di numerosi libri sulla storia
«invisibile» italiana, dal 1975 al 1987».
Nella sua intensa produzione pubblicistica a cui dedichiamo una nota [1], Fasanella aveva sostenuto l’esistenza di pesanti influenze straniere, inizialmente soprattutto francesi (Che cosa sono le Br, intervista ad Alberto Franceschini e poi con l’allora magistrato Rosario Priore, Intrigo internazionale. Perché la guerra in Italia. Le verità che non si sono mai potute dire)
per poi operare una brusca virata e puntare il dito contro l’influenza
inglese in un percorso a ritroso che dal sequestro Moro, passando per la
morte di Enrico Mattei, l’osteggiata nascita della Repubblica, i
rapporti con Mussolini, il Risorgimento, ha tralasciato soltanto lo
scisma religioso di Enrico VIII e il Vallo di Adriano: Il golpe inglese. Da Matteotti a Moro: le prove della guerra segreta per il controllo del petrolio e dell’Italia; Il puzzle Moro: Da testimonianze e documenti inglesi e americani desecretati, la verità sull’assassinio del leader Dc; Igor Markevic. Il direttore d’orchestra del caso Moro; Colonia Italia. Giornali, radio e tv: così gli Inglesi ci controllano. Le prove nei documenti top secret di Londra; Le menti del doppio Stato. Dagli archivi angloamericani e del Servizio segreto del Pci il perché degli anni di piombo; Il
libro nero della Repubblica italiana. La guerra clandestina e la
strategia della tensione dalla fine del fascismo all’omicidio di Aldo
Moro; Nero di Londra. Da Caporetto alla marcia su Roma: come l’intelligence militare britannica creò il fascista Mussolini; La
maledizione italiana. La guerra di Churchill contro De Gasperi, le
trame per il controllo del Medio Oriente e del Canale di Suez, la lunga
storia di una ribellione stroncata e ultima la nuova postfazione che sostituisce quella di Priore in Che cosa sono le Brigate rosse.
L’ammissione di Giovanni Fasanella: «Il piano B, la diversa azione sovversiva, non l’abbiamo mai trovato»
Quando
venne ascoltato dalla Commissione Esteri, dopo aver ripercorso l’azione
di influenza britannica sulla nascente repubblica italiana, Fasanella
utilizzando alcuni documenti britannici desecretati si sofferma sulle
interferenze pianificate alla vigilia delle elezioni politiche del 20
giugno 1976 e dopo aver introdotto, come vedremo meglio più avanti, un
arbitrario piano A e piano B, e aver spiegato che il primo, «cioè il colpo di Stato militare da attuare in Italia per bloccare la politica di Aldo Moro, venne accantonato»,
fece un’ammissione importante, a nostro avviso un decisivo momento di
sincerità. Riconobbe che il fantomatico piano B, cioè l’appoggio a una
diversa azione sovversiva, non fu mai trovato: «Cereghino non trovò questo documento».
In
effetti dalla lettura dei suoi volumi e dai documenti in essi
riportati, di questa fantasiosa «diversa azione sovversiva» non esiste
traccia. Mai i documenti tratti dall’archivio di Stato britannico o da
altri archivi enunciano l’esistenza di due piani alternativi
denominandoli A e B. Si tratta di una interpretazione distorsiva che
Fasanella introduce nella sua narrazione, separando indebitamente una
frase contenuta in un documento che letta per intero recita: «Action in support of a coup d’Etat or other subversive action».
Locuzione che in un precedente elaborato nel quale si esponevano
analiticamente le diverse opzioni di scuola possibili (elencandone
vantaggi e svantaggi), davanti alla possibile vittoria elettorale del
Pci, veniva indicata come «intervento sovversivo o militare contro il
Pci». Fasanella opera una manipolazione linguistica e interpretativa dei
documenti inglesi per puntellare una tesi priva di riscontri. Senza
dimenticare che la lingua inglese non conosce la distinzione presente in
quella italiana tra sovversivo ed eversivo. Il primo inteso come
radicale cambiamento, sovvertimento, politico e sociale promosso dal
basso, subvertere, riferito dunque all’azione cospirativa (nel
significato blanquista ottocentesco) e rivoluzionaria dei ceti sociali
oppressi; il secondo indirizzato ad un distacco violento dall’alto, una
separazione dalle istituzioni o da una loro parte, ex-vertere, per opera o con l’appoggio di apparati interni alle istituzioni stesse (colpi di stato, trame eversive). [2]
Gli archivi del Kew Gardens e l’anticipazione di Cossiga
Nel
1976 davanti al rischio che il partito comunista italiano divenisse la
prima forza politica del Paese, accedendo così al governo dopo la
storica avanzata alle amministrative dell’anno precedente che gli
avevano permesso di conquistare cinque regioni e guidare le più
importanti città italiane, le cancellerie occidentali iniziarono a
temere per la salvaguardia dei segreti militari dell’alleanza atlantica,
in particolare sulla dislocazione e la custodia degli ordigni nucleari.
Il Pci, nonostante la scelta riformista ed europeista intrapresa e le
tesi sulla «terza via», veniva visto ancora come una forza sotto
influenza sovietica, fortemente infiltrata da Kgb e Gru, per questa
ragione un suo eventuale ingresso al governo restava fonte di notevoli
preoccupazioni. Mentre l’amministrazione Nixon e il suo segretario di
Stato Kissinger inviavano segnali di pericolo imminente, paventando
scenari catastrofici, in Europa l’ufficio di programmazione del
ministero degli Esteri britannico, il «Planning Staff», era stato
incaricato di pianificare una serie di possibili scenari di azione a
tutela degli interessi dell’Occidente di fronte alla eventuale vittoria
dei comunisti italiani: «Italy and the communists: options for the West».
Trentadue
anni più tardi i documenti del «Planning Staff» furono desecretati, era
il gennaio del 2008. Il primo a darne notizia fu l’ex presidente della
repubblica Francesco Cossiga in una lettera inviata al Corriere della Sera e pubblicata il 16 gennaio che iniziava così: «È stato scritto che dalle carte dell’archivio del Foreign Office, oggi
desecretate, risulterebbe che gli alleati della Nato avrebbero anche
pensato di promuovere in Italia un colpo di Stato per impedire
l’ingresso del partito comunista nel Governo del nostro Paese».
L’ambasciatore Sergio Romano, che curava la rubrica, fornì una prima
interpretazione di quella documentazione spiegando che alla vigilia
delle elezioni politiche italiane del 1976 l’ufficio programmazione del
Foreign Office aveva fatto il suo mestiere, delineando la situazione
italiana e proponendo degli scenari possibili, cercando in questo modo
di rispondere ai dubbi e agli interrogativi mossi dal governo
britannico. Tra le varie opzioni prese in esame ci si chiedeva anche se «Sarebbe
stato utile e opportuno prevedere un colpo di Stato che avrebbe
impedito ai comunisti, in caso di vittoria, l’arrivo al potere?».
Eravamo nell’epoca della «dottrina Sonnenfeldt» (Helmut Sonnenfeldt era
consigliere di Kissinger al dipartimento di Stato) e del cosiddetto
«fattore K», che prevedevano l’emarginazione della forze comuniste
occidentali, il loro confinamento parlamentare. L’Italia restava un
paese sotto osservazione e tutela per la presenza del maggiore partito
comunista d’Occidente e la situazione interna di forte agitazione
sociale. Ma anche il progetto Mitterrandiano di alleanza delle sinistre,
incluso il Pcf, non era visto con favore. L’ipotesi del golpe –
sottolineava Romano – venne presa in considerazione ma risolutamente
scartata con argomenti tanto più convincenti quanto più realistici: «Ben
difficilmente un regime autoritario (…) sarebbe meglio accetto
all’opinione democratica occidentale di un governo formato con la
partecipazione del Pci».
2008, il lungo reportage di Repubblica sui documenti dell’archivio di Stato inglese
Grazie
al lavoro dell’archivista Mario José Cereghino che aveva raccolto
questa nuova documentazione messa a disposizione dei ricercatori, nel
luglio del 2008 Repubblica dedicava tre lunghe puntate ai
contenuti delle carte anticipati da Cossiga. Gli specialisti del Western
European Department del Foreign Office – riassumeva Filippo Ceccarelli,
autore dei tre articoli – elaborarono un dossier nel quale si metteva
in campo la strategia operativa anticomunista graduandone le mosse a
seconda dei vari scenari.
Primo scenario, l’azione preventiva
La
prima preoccupazione era ovviamente quella di impedire, nei limiti del
possibile, la vittoria elettorale del Pci e il suo accesso al governo.
Le mosse indicate dagli analisti non apparivano una grossa novità. Erano
le stesse messe in campo fin dal secondo dopoguerra per osteggiare la
presenza politica e l’avanzata elettorale delle forze socialcomuniste
prima e dei comunisti più avanti, attraverso: il finanziamento delle
altre forze politiche, l’orchestrazione di campagne stampa sul pericolo
comunista, l’attacco alla credibilità delle Botteghe Oscure e moniti ai
sovietici. Nell’analizzare l’eventuale vittoria del Pci, i diplomatici
inglesi valutarono tuttavia, con molta perspicacia, anche gli aspetti
positivi che un simile scenario avrebbe prodotto per l’Occidente
liberale, sottolineando come ciò avrebbe accresciuto la diffusione delle
idee «riformiste dei comunisti italiani in Russia e nell’Europa
dell’Est», incrinando l’ortodossia di quei sistemi politici.
Gli
Inglesi avevano ben chiaro cosa fosse il Pci di Berlinguer e più in
generale quello che allora andava sotto il nome di «eurocomunismo», che
definivano una vera e propria «eresia revisionista». È opportuno
ricordare che il 15 giugno del 1976 a pochi giorni dal voto, il
segretario del Pci Enrico Berlinguer consapevole dei timori che
circolavano nelle cancellerie occidentali rispose riconoscendo, in una
intervista apparsa sul Corriere della Sera, il valore protettivo dell’ombrello Nato: «Io
voglio che l’Italia non esca dal Patto Atlantico “anche” per questo, e
non solo perché la nostra uscita sconvolgerebbe l’equilibrio
internazionale. Mi sento più sicuro stando di qua, ma vedo che anche di
qua ci sono seri tentativi per limitare la nostra autonomia […] il
sistema occidentale offre meno vincoli. Però stia attento. Di là,
all’Est, forse, vorrebbero che noi costruissimo il socialismo come piace
a loro. Ma di qua, all’Ovest, alcuni non vorrebbero neppure lasciarci
cominciare a farlo, anche nella libertà».
Gli analisti del
Foreing Office si mostravano consapevoli che un eventuale sbocco
governativo del Pci avrebbe influenzato in modo decisivo il dibattito
teorico marxista, per questo ritenevano che anche i sovietici avessero
buone ragioni per temere il «contagio» di un «comunismo alternativo» al
potere in occidente. Analisi che anticipava di qualche anno la
successiva politica dell’amministrazione Carter e in particolare modo la
strategia utilizzata del nuovo segretario di Stato che prenderà il
posto di Kissinger: Zbigniew Brzezinski. Dopo la vittoria alla
presidenziali Usa di Carter, avvenuta il 2 novembre 1976, il vecchio
«contenimento» kissingeriano dell’influenza sovietica che prevedeva il
congelamento delle forze comuniste occidentali venne sostituito con un
più offensivo utilizzo delle correnti riformiste occidentali,
allacciando rapporti (contatti con esponenti comunisti occidentali
tramite Cia e diplomatici, inviti negli Usa, si veda in proposito il
viaggio progettato di Berlinguer negli Usa e quello realizzato da
Napolitano nelle settimane del sequestro Moro) [3] e
non interferendo più sulla crescita dell’eurocomunismo occidentale, con
l’idea che questo avrebbe minato l’influenza di Mosca sui paesi
satelliti del campo sovietico, accrescendo dissidenza e spinte
riformiste disgregatrici.
Nonostante questa intuizione, spiega
Ceccarelli, gli analisti britannici ritennero che in quella fase per
l’URSS, su un piano più immediatamente geopolitico e militare, i
vantaggi dell’arrivo al potere del Pci «supererebbero di gran lunga gli svantaggi, specie in relazione all’indebolimento della Nato».
I timori insomma non erano rivolti alle conseguenze di eventuali misure
economiche di stampo inevitabilmente riformista e di politica interna
che un un governo a guida Pci avrebbe attuato, ma riguardavano la
politica estera, l’ingresso di ministri comunisti nella Nato, temuto per
le ragioni di infiltrazione prima accennate.
Secondo scenario, cinque possibili risposte all’arrivo al governo del Pci
Esaurite
tutte le possibili soluzioni preventive, gli analisti passarono al
vaglio degli scenari di contenimento, isolamento o repressione nei
confronti di una vittoria elettorale del Pci. Ciascuno esaminato sulla
base dei vantaggi o degli svantaggi che portavano. Siamo di fronte a
modelli, ipotesi di scuola, che poi i membri del governo avrebbero
dovuto calare nella «realtà effettuale della cosa», come avrebbe detto
Machiavelli.
L’opzione uno, la linea più morbida – sintetizzava sempre Ceccarelli – era il «Business as Usual», ovvero «continuare le relazioni come se nulla fosse cambiato».
Seguivano l’opzione due e tre
in ordine di gravità: «misure di ordine pratico-amministrativo» per
«salvaguardare i segreti e i processi decisionali dell’Alleanza
atlantica», come esclusione dal Nuclear Planning Group.
Anche in presenza di un eventuale governo di coalizione, senza ministri
comunisti alla Difesa e agli Esteri, si riteneva che un’Italia
governata dal Pci andava comunque esclusa dai tavoli decisionali della
Nato, per impedire che informazioni decisive sulla collocazione dei siti
militari nucleari e dei target venissero a conoscenza del campo
sovietico.
C’erano poi le classiche ritorsioni economiche: come il
varo di sanzioni a fine persuasivo e ricattatorio da applicare
attraverso la Comunità europea e il Fondo monetario internazionale (con
l’esclusione da incarichi internazionali, da benefici e prestiti).
Sanzioni attive fino a quando il Pci non avesse abbandonato il governo.
Saltiamo
per un momento l’opzione numero quattro che ha fatto la fortuna
pubblicistica di Fasanella, per analizzare l’opzione ritenuta più
estrema, la numero cinque, ovvero «l’espulsione
dell’Italia dalla Nato». Questa scelta, osservavano gli analisti
inglesi, avrebbe certo tutelato i segreti militari, eliminando «la possibilità che l’Italia comprometta l’alleanza dall’interno», ma al tempo stesso avrebbe portato alla «chiusura di tutte le basi nel paese, destinato a diventare neutrale con un orientamento verso l’occidente» col rischio che «l’Italia
potrebbe anche evolversi in una sorta di Yugoslavia. Al limite,
potrebbe anche offrire agevolazioni di tipo militare all’URSS in cambio
di denaro». Una scelta troppo drastica che avrebbe eliminato una postazione decisiva della Nato nel Mediterraneo e avrebbe reso «necessaria
una revisione della strategia difensiva della Nato sul fianco Sud. La
Sesta Flotta ne sarebbe danneggiata. Grecia e Turchia potrebbero
chiedersi se valga la pena continuare a far parte dell’alleanza». Insomma una soluzione facile a dirsi ma non a farsi.
L’opzione numero quattro, «intervento sovversivo o militare contro il Pci»
Veniamo
all’opzione sulla quale Fasanella ha costruito la sua narrazione
distorsiva: bisogna fare innanzitutto attenzione alle date e alle parole
impiegate nei documenti. L’ipotesi di intervento repressivo, militare o
eversivo che fosse, non sono intese in modo alternativo, espressione di
due piani o strategie distinte, come suggerisce Fasanella, ma soltanto
come una sfumatura della medesima opzione diretta contro il Pci e non
contro altre forze politiche o esponenti di altri partiti. Il contenuto
della opzione numero quattro era stato elaborato da un
gruppo di specialisti del Western European Department del Foreign Office
in un dossier del 13 aprile 1976. Ecco l’incipit: «Questa opzione
copre una serie di possibilità: dalle operazioni di basso profilo al
supporto attivo delle forze democratiche (finanziario o di altro tipo)
con l’obiettivo di dirigere un intervento a sostegno di un colpo di
Stato incoraggiato dall’esterno». A leggerla sembra quasi
ripercorrere il famoso «golpe Bianco» progettato dall’ex partigiano
monarchico e liberale Edgardo Sogno, antifascista e anticomunista.
Progetto che intendeva modificare la costituzione italiana con
l’obiettivo di sostituire il regime parlamentare con quello
presidenziale e che secondo la magistratura venne ideato nel 1970 e
tentato nell’agosto del 1974. Gli analisti, ovviamente non si limitavano
alla sola proposta ma ne valutano effetti positivi e le conseguenze
negative: «Tali misure – scrivevano – possono aiutare a rimuovere il Pci dal governo» ma «vi
sono immense difficoltà pratiche per portare a compimento questo tipo
di operazione. Vista la situazione italiana, è estremamente improbabile
che un’operazione coperta rimanga segreta a lungo. La sua rivelazione
può danneggiare gli interessi dell’Occidente e aiutare il Pci a
giustificare in maniera più decisa il suo controllo sulla macchina del
governo. Inoltre, la pubblica opinione dei paesi occidentali potrebbe
prenderla male col risultato di creare tensioni all’interno della Nato,
soprattutto fra Usa e alleati europei, nel caso gli americani assumano
il comando dell’iniziativa». Conclusione: «Anche se
l’intervento esterno servisse a rimuovere il Pci dal potere, la
situazione politica italiana rimarrebbe instabile, rafforzando così
l’influenza comunista e quella dell’URSS sul lungo periodo».
Ipotesi sconsigliata dunque, come a dire “non fatevi venire strane idee
del genere perché finirebbe male per noi occidentali”.
Lo stesso tema
del colpo di Stato e di altro intervento sovversivo era stato preso in
considerazione in un ulteriore elaborato datato 6 maggio successivo:
«All’inizio di pagina 14» – scrive sempre Ceccarelli – dopo aver
ripercorso una serie di opzioni preventive già indicate in precedenza,
si leggeva in maiuscolo: «Action in support of a coup d’Etat or other subversive action».
Attenzione a questa frase che va messa in relazione con la precedente
del 13 aprile, «intervento sovversivo o militare contro il Pci».
Si
tratta di un passaggio importante e dirimente per comprendere l’uso
distorto e falsificatorio che ne ha fatto Fasanella nei suoi volumi,
lasciando intendere che «l’azione di supporto a un colpo di Stato» o «altra azione sovversiva»,
fossero due progetti distinti e alternativi, contenuti ed elaborati in
documenti (piano A e piano B) diversi tra loro anziché parte di una
medesima opzione racchiusa in una unica frase ed esclusa insieme. La
manipolazione linguistica e successivamente interpretativa ha permesso a
Fasanella di inventare la presenza di una interferenza inglese nel
rapimento del presidente del consiglio nazionale della Democrazia
cristiana, Aldo Moro, da parte delle Brigate rosse. Rapimento che a suo
dire sarebbe la prova della «altra azione sovversiva» indicata nelle
carte del governo britannico.
Come abbiamo visto in precedenza
l’assenza documentale del piano B è stata ammessa dallo stesso Fasanella
quando venne ascoltato dalla Commissione Esteri nel luglio del 2020,
tanto che per puntellare la sua tesi è dovuto ricorrere a documenti che
riferiscono in prevalenza le attività coperte britanniche nell’ultima
fase del secondo conflitto mondiale e nel primo periodo post bellico,
quando la Gran Bretagna viveva gli ultimi splendori della sua potenza
mondiale e coloniale: «Cereghino non trovò questo documento [il
piano B, la other subversive action], ma dopo ulteriori ricerche abbiamo
trovato una serie di documenti sulla riorganizzazione dei servizi
segreti clandestini della Gran Bretagna nell’immediato dopoguerra e
abbiamo ricostruito tutto il dibattito che comincia nel 1944 e si
conclude nel 1948 con delle decisioni».
La storia non è un ordito del complotto
Uno
dei documenti scovati sarebbe un rapporto del settembre 1969 stilato da
Colin McLaren, un alto funzionario dell’Ird (Information research
departement), una struttura operativa della propaganda occulta del
ministero degli Esteri di cui vedremo meglio tra poco. Nel documento si
accennava al ricorso ad «altri metodi», oscurati nel resto del testo,
visto che la propaganda occulta non era riuscita a contrastare la
crescita del ruolo dell’Italia nel Mediterraneo. Procedendo a ritroso
Fasanella cita anche l’irritazione della British Petroleum verso Mattei e
l’espansione dell’Eni verso i paesi arabi, presente in un documento del
1962. L’Ird, creato nel 1948 in avvio di guerra fredda, era un
dipartimento segreto di propaganda anticomunista del ministero degli
Esteri britannico che doveva fornire supporto e informazioni a politici,
accademici e scrittori anticomunisti strumentalizzando informazioni,
diffondendo disinformazione e fake news. Nata inizialmente come apparato
ideologico antisovietico, riorientò la sua attività nella propaganda
filo-coloniale contro le rivoluzioni pro-indipendenza in Asia, Africa,
Irlanda e Medio Oriente. Non era dunque una struttura operativa di tipo
militare ma uno strumento per finanziamenti e corruzione occulta,
comprava opinion maker o leader, sosteneva mezzi di informazione,
orientava il consenso verso gli interessi britannici. Tra i suoi
collaboratori troviamo scrittori del calibro di George Orwell e Arthur
Koestler. Ma ciò che qui importa è il fatto che Fasanella dimentica di
avvisare i suoi lettori che l’Ird venne fortemente ridimensionata nel
corso degli anni '70 (bilancio e personale dimezzato nel 1973) e chiusa
nel 1977 [4]. Non esisteva più quando le Brigate rosse rapirono Aldo Moro.
Note
1
L’odiata Parigi cede il passo alla perfida Albione. Nel 2004 e poi nel
2010, in compagnia dell’allora giudice Rosario Priore, Fasanella aveva
pubblicato due volumi, Che cosa sono le Br? (ripubblicato recentemente in una nuova edizione, ne abbiamo scritto qui) e Intrigo internazionale. Perché la guerra in Italia. Le verità che non si sono mai potute dire,
nei quali sostanzialmente puntava il dito accusatorio contro la Francia
per aver promosso, diretto e poi protetto, fornendo riparo ai
latitanti, il fenomeno della lotta armata in Italia durante gli anni 70 e
80. L’accusa, sostenuta in particolare da Priore, era rivolta alla
presenza di «un terzo protagonista – come riassume lo stesso Fasanella
nel corso dell’audizione – esterno delle vicende italiane rispetto ai
due grandi giocatori, il blocco americano e il blocco sovietico. Un
terzo giocatore plurale, perché era costituito da una serie di medie
potenze, anche amiche e alleate dell’Italia, che avevano un interesse
specifico a indebolire il nostro Paese per le ragioni che ho detto
prima, cioè la guerra petrolifera». Tra questi Paesi, Priore indicava
«in modo particolare la Francia e la Gran Bretagna», ritenendo tuttavia
la Francia centrale poiché a Parigi si sarebbe tenuto il tavolo dove si
incontravano e cospiravano i servizi occidentali. L’anno successivo,
2011, Priore aveva precisato ulteriormente le proprie idee in un volume
scritto con Silvano De Prospo, Chi manovrava le Brigate
rosse? Storia e misteri dell’Hyperion di Parigi, scuola di lingue e
centrale del terrorismo internazionale. Tesi del libro: le
Br non avrebbero agito in autonomia perché dietro il gruppo agiva un
reticolo di interessi legato al terrorismo internazionale, agli apparati
dello Stato italiano e al lavorio incessante dei principali servizi
stranieri. Il centro di coordinamento occulto delle Brigate rosse, si
sarebbe trovato a Parigi, nella sede della scuola di lingue Hyperion,
coacervo di intrighi, manipolazioni e influenze dei servizi occidentali e
non solo. Nel frattempo Fasanella aveva iniziato a maturare una idea
diversa che non vedeva più nella Francia l’inviolabile santuario della
lotta armata, centro propulsore del complotto. La nuova visione era
scaturita dalla lettura degli articoli di Filippo Ceccarelli, da noi
ampiamente citati. E così, sempre nel 2011, dava alle stampe proprio con
l’archivista Mario José Cereghino, Il golpe inglese. Da Matteotti a Moro: le prove della guerra segreta per il controllo del petrolio e dell’Italia. Poi a ruota, nel 2018 usciva sempre in compagnia di Cereghino, Il puzzle Moro: Da testimonianze e documenti inglesi e americani desecretati, la verità sull’assassinio del leader Dc, intervallato da un volume uscito sempre nello stesso anno con Giuseppe Roca sulla storia di Igor Markevic. Il direttore d’orchestra del caso Moro,
anch’esso orientato contro la perfida Albione di cui il musicista
sarebbe stato, secondo Fasanella, un agente segreto. Nel 2019, accanto
ormai all’inseparabile Cereghino, pubblica Colonia Italia. Giornali, radio e tv: così gli Inglesi ci controllano. Le prove nei documenti top secret di Londra; l’anno successivo, Le menti del doppio Stato. Dagli archivi angloamericani e del Servizio segreto del Pci il perché degli anni di piombo; nel 2021,
Il libro nero della Repubblica italiana. La guerra clandestina e la
strategia della tensione dalla fine del fascismo all’omicidio di Aldo
Moro.
L’affiatatissima coppia (Cereghino sforna
documenti dai fondi archivistici del Kew Gardens e Fasanella si occupa
della «costruzione delle ipotesi investigative» che disegnano teoremi
complottisti) nel 2024 pubblica l’ennesimo, Nero di Londra. Da Caporetto alla marcia su Roma: come l’intelligence militare britannica creò il fascista Mussolini e nel 2025, La
maledizione italiana. La guerra di Churchill contro De Gasperi, le
trame per il controllo del Medio Oriente e del Canale di Suez, la lunga
storia di una ribellione stroncata, fino alla riedizione odierna di Che cosa sono le Brigate rosse,
dove l’ormai sorpassata postfazione di Priore, è sostituita da un
intervento della coppia anglofoba che accusa apertamente il governo
britannico di complottato «per bloccare la politica di Aldo Moro»
portando a termine una «diversa azione sovversiva».
2. I due termini hanno una base comune derivata dal latino «vertere», rivoltare, rovesciare. «Eversivo» da ex-vertere, distacco violento da una parte, separazione sediziosa di componenti istituzionali o apparati dallo Stato preesistente. «Sovversivo» da sub-vertere, sotto-vertere, rovesciare, abbattere, sovvertire, che rinvia all’azione tradizionale dal basso dei ceti oppressi o estranei al potere statuale. La voce Treccani, ricorda anche «la cronologia “rivoluzionaria”, essendo attestato per la prima volta nella nostra lingua nel 1793 – proviene dall’adattamento dell’aggettivo francese subversif (dal 1780 in francese), a sua volta derivato dal latino. Come sostantivo, sovversivo ‘chi tenta di rovesciare le istituzioni statali’ è attestato nell’italiano scritto dal 1922. Eversivo “che intende rovesciare o abolire qualcosa’, è invece attestato in italiano dal 1748». Eversivo – prosegue la voce Treccani – «si è caricato con più forza di sfumature negative di significato, collegandosi all’idea di oscure trame organizzate contro lo Stato anche da settori facenti parte delle istituzioni stesse».
3. Cf. https://insorgenze.net/2020/04/22/maggio-1978-il-viaggio-mancato-di-berlinguer-negli-usa-1/; https://insorgenze.net/2020/04/25/il-viaggio-negli-usa-di-napolitano-in-pieno-sequestro-moro-3/. Per una più generale comprensione dei rapporti del Pci con gli Usa negli anni 70, si veda https://insorgenze.net/2020/04/23/il-pci-e-gli-amici-americani-2/.
4. Lashmar, Paul e Oliver, James, Britain’s Secret Propaganda War 1948-1977, Phoenix Mill Sutton, 1999 e David Leigh, The Guardian, «Death of the department that never was», 27 gennaio 1978.
16/05/2026
Criminali di guerra israeliani con passaporto tedesco. Berlino complice
Tale azione fa seguito all’ingiustificata archiviazione di una denuncia penale presentata dalla HRF nel giugno 2025 contro Shimon Avichai #Zuckerman, cittadino con doppia cittadinanza israeliana e tedesca, per crimini di guerra, crimini contro l’umanità e genocidio.
La HRF ha inoltre presentato ricorso contro la decisione e ha depositato una nuova relazione investigativa di 164 pagine che descrive dettagliatamente la sua condotta criminale.
L’archiviazione rappresenta un atto deliberato di complicità statale. Zuckerman non è semplicemente un sospettato; è un cittadino tedesco pienamente consapevole dei crimini di cui è accusato e ha apertamente chiesto allo stato israeliano di proteggerlo dal processo. Accettando le sue affermazioni senza verifiche indipendenti e rifiutandosi di avviare un’indagine, le autorità tedesche agiscono di fatto come un’estensione di quello scudo.
La Germania non si limita a non agire. È complice del genocidio, continuando la sua politica di lunga data di difesa di Israele e dei suoi assassini, creando così un rifugio sicuro per i cittadini tedeschi accusati dei più gravi crimini internazionali…
Shimon Avichai Zuckerman, membro dell’8219° Battaglione dell’esercito israeliano, è un cittadino tedesco accertato. HRF possiede e ha presentato documentazione ufficiale inconfutabile che ne prova la nazionalità. Ai sensi dell’articolo 1 del Codice tedesco sui crimini contro il diritto internazionale (VStGB), lo Stato tedesco ha il dovere imprescindibile e non discrezionale di indagare e perseguire i propri cittadini per crimini internazionali commessi ovunque nel mondo.
Nonostante questo chiaro mandato legale, il procuratore federale tedesco ha archiviato il caso l’8 aprile 2026. La decisione si è basata sulla dichiarazione rilasciata da Zuckerman al Washington Post, in cui ammetteva di aver partecipato ad atti di distruzione a Gaza, ma sosteneva che fossero leciti. Si è basata anche su valutazioni giuridiche speculative, in particolare riguardo alla legittimità della distruzione dell’intero villaggio di Khuza’a ai sensi del diritto internazionale umanitario.
Il comportamento di Zuckerman dimostra una chiara consapevolezza della sua responsabilità penale. Egli sfrutta attivamente la sua doppia cittadinanza e le sue connessioni politiche, chiedendo specificamente protezione allo stato israeliano per sottrarsi alla giustizia.
Zuckerman ha documentato personalmente il suo coinvolgimento nella demolizione di Gaza attraverso numerosi video, pubblicati sui social media, che lo ritraggono mentre prepara cariche esplosive, fa il conto alla rovescia per le detonazioni e osserva con orgoglio la distruzione degli edifici che aveva minato. In questi video, si è taggato e si è vantato esplicitamente della sua partecipazione con terzi e organi di stampa.
Gli specifici atti di distruzione attribuiti a Zuckerman includono:
L’area del Corridoio di Netzarim, lungo via Al-Rashid (novembre-dicembre 2023);
I quartieri di Sheikh Ajlin e Tel Al Hawa a Gaza City (novembre 2023);
Il quartiere di Shuja’iyya a Gaza City (dicembre 2023);
L’edificio di Euro-Med Human Rights Monitor a Gaza City;
Khuza’a, durante l’Operazione Oz e Nir (dicembre 2023-gennaio 2024), che ha portato alla completa distruzione del villaggio;
Khan Younis (gennaio 2024).
La decisione del Procuratore Federale di archiviare il caso senza indagini viola il principio di legalità e il principio di indagine ufficiale. Accettando la versione dei fatti fornita da un sospettato a propria discolpa come base per l’archiviazione, il Procuratore ha abdicato al dovere dello Stato di accertare la verità e ha trasformato l’ufficio della Procura Federale da garante della giustizia in scudo per il genocidio.”
Fonte
Draghi torna alla carica sull’autonomia strategica della UE
Nel ricevere il simbolo del cosiddetto asse franco-tedesco, Draghi ha avanzato una serie di valutazioni che danno il segno del cambiamento di fase sia all’interno dell’Unione Europea sia nelle relazioni della Ue con gli Stati Uniti.
Sulla prima questione l’ex presidente della Bce ed ex premier italiano è tornato sull’accelerazione dei processi decisionali parlando di “federalismo pragmatico” per la Ue, ma soprattutto ha picchiato su un tasto dolente per la Germania.
Parlando infatti davanti ad alcuni esponenti della Ue ma soprattutto al cancelliere tedesco Friedrich Merz, Draghi è tornato indirettamente a parlare di nuovo debito in comune a livello europeo: “La precedente stima di circa 800 miliardi di euro l’anno di spesa strategica aggiuntiva (contenuta nel Rapporto Draghi del 2024, ndr) è salita, con gli impegni in materia di difesa degli ultimi anni, a quasi 1.200 miliardi di euro l’anno in media”.
Sul piano politico, Mario Draghi ha ribadito invece quella che ha definito l’idea del federalismo pragmatico, mentre prende quota la proposta di passare dall’unanimità al voto a maggioranza in seno al Consiglio Europeo ossia l’organismo dei capi di Stato della Ue. “I paesi con la volontà di agire dovrebbero approfondire la cooperazione in aree concrete”. Ricordando i risultati ottenuti dall’euro e il modello dell’Eurogruppo, ha aggiunto che i governi “devono ora decidere se sono disposti a mettere la sostanza prima del processo, e a scegliere gli strumenti che possono realizzarla, nei campi dell’energia, della tecnologia, della difesa”.
Ma è sui rapporti con gli Stati Uniti che Draghi si è lasciato alle spalle le buone relazioni con Washington che lo avevano caratterizzato fino a qualche anno fa, affermando che “la nuova aggressiva postura americana deve essere agli occhi dell’Europa un momento di rivelazione”.
È Il Sole 24 Ore a ricordarci che in passato Mario Draghi aveva avuto nei confronti degli Stati Uniti “un atteggiamento accomodante”, vuoi per realismo politico vuoi per frequentazioni culturali. “Oggi il clima è cambiato, tanto più che gli Stati Uniti potrebbero essere diventati una minaccia”.
Draghi ha messo esplicitamente in guardia i partner europei sulla possibilità che Washington ignori “le regole delle quali gli Stati Uniti un tempo si facevano paladini”. In pratica il paradigma su cui si è basato per anni lo sviluppo europeo – apertura commerciale, garanzia di sicurezza fornita dagli Stati Uniti, stabilità dell’ordine internazionale – non reggono più e il continente si trova ora di fronte a un mondo “più duro”, in cui per la prima volta, ha affermato saremmo “davvero soli insieme”.
Draghi sa di rappresentare la punta di lancia di quella costituenda ma contraddittoria borghesia europea che da tempo guarda non solo all’autonomia strategica – dagli USA soprattutto – ma anche ad accelerare i processi decisionali e di centralizzazione del capitalismo in Europa per potersi proiettare come un polo imperialista a tutto tondo nella competizione globale.
È un processo che ha accumulato passi avanti e bruschi stop e che vorrebbe cogliere ogni crisi come occasione per procedere rapidamente, ma che oggi si trova di fronte ad una vera e propria “scelta esistenziale”.
Fonte
Dalla Cina con disorientamento
Certo, Pechino auspica che lo Stretto di Hormuz torni attraversabile liberamente e senza pedaggi, ma Xi ci ha tenuto a ricordare che era già così prima che Usa e Israele, l’ultimo giorno di febbraio, cominciassero “una guerra che non doveva iniziare”.
In ogni caso, la Cina ignora palesemente le “sanzioni” statunitensi. All’inizio di maggio il governo di Pechino ha ordinato alle sue raffinerie petrolifere che acquistano greggio da Teheran di non rispettare né applicare le sanzioni statunitensi sul petrolio iraniano.
E in questi giorni il Ministero del Commercio cinese ha confermato che tali sanzioni “non dovrebbero essere riconosciute, attuate o rispettate“, considerandole misure unilaterali prive di fondamento nel diritto internazionale. Subito dopo la CNN ha riferito che Donald Trump ha annunciato di stare valutando la possibilità di revocare le sanzioni contro le aziende cinesi che acquistano petrolio iraniano.
Certo, cala anche la tensione su Taiwan, ma Trump si è in qualche modo impegnato a ripensare la promessa vendita di armi a Taipei per 14 miliardi di dollari. E a dichiararsi contrario a che l’isola dei nazionalisti, sconfitti da Mao nel ‘49, si dichiari indipendente. Di fatto un siluramento del Partito progressista democratico (DPP) di Lai, al potere a Taipei. Non proprio una vittoria, diciamo…
Del resto, come fanno osservare testimoni italiani dalla Cina, si sono confrontati “uno statista che esprime il minimo indispensabile della cortesia protocollare e dell’eloquenza orientale, e un mercante che usa un linguaggio semplice di luoghi comuni ed espressioni di marketing di basso livello (thank you thank you great honor fantastic day magnificent welcome)”.
Mismatch notevole, perché lo statista ragiona sui secoli, o almeno sui decenni, mentre il mercante si regola sulla tempistica tipica della “trimestrale di cassa”. Nel caso di The Donald dilatata al massimo alle prossime elezioni di midterm (meno di sei mesi).
Non era del resto il primo incontro tra i due, ma dal primo sono passati nove anni. In mezzo c’è stata la parentesi-continuità di Biden, con le sue guerre non strillate ma pericolosissime (l’Ucraina, in primo luogo).
Soprattutto, Cina e America sono cambiate parecchio in quanto a peso delle rispettive economie nel mercato mondiale. “Nel 2017, Trump ha incontrato Xi come leader di una Cina in ascesa; nel maggio 2026, sta incontrando il leader di una Cina che si vede come una superpotenza sicura e uguale”, ha sintetizzato Heidi Crebo-Rediker, senior fellow presso il Council on Foreign Relations.
Numeri alla mano, nel 2025, la Cina è stata un partner commerciale più importante degli Stati Uniti in ben 157 paesi, ossia il 67% delle 233 aree geografiche tracciate da Trade Data Monitor.
Mentre la Cina, insomma, espande la sua influenza pacifica in tutto il mondo, riduce anche la propria esposizione commerciale e finanziaria rispetto agli Stati Uniti, mitigando così l’impatto di qualsiasi tariffa venga in testa al tycoon. Nel primo trimestre del 2026, gli Stati Uniti hanno rappresentato solo il 10% delle esportazioni totali della Cina, in calo rispetto al 18,2% del 2016 prima della prima guerra commerciale di Trump, secondo i dati doganali cinesi.
Nel frattempo, la Cina è stata quest’anno la destinazione per il 4,5% delle esportazioni totali statunitensi, in calo rispetto all’8% del 2016.
Con una sottigliezza che svuota ancor più l’impatto dei dazi Usa. Il calo dell’interdipendenza diretta tra gli Stati Uniti e la Cina è stato in parte compensato dall’aumento di canali che portano comunque merci cinesi in America ma attraverso paesi terzi. La quota del Messico come intermediario è passata dal 6,7% nel 2000 al 24% nel 2020, mentre la quota del Vietnam è passata dallo 0,3% al 7,9%. Ironicamente, forse, Xi ha portato Trump a visitare la “fabbrichetta” dove si producono anche i berretti “Maga”, vendendone milioni… negli Usa.
Non è del resto una novità storica che quando si usano sanzioni o tariffe, si indeboliscono simmetricamente le relazioni commerciali che davano “leva”, ossia possibilità di influire, sul paese partner-concorrente.
Lo dimostra anche la rarefazione degli investimenti diretti (IDE) tra i due paesi, in seguito a divieti imposti dagli Usa all’acquisto di asset ritenuti strategici (ad esempio alcuni porti) da parte di aziende cinesi. Cui sono ovviamente seguite misure analoghe nei confronti a imprese Usa.
Ma è rispetto al resto del mondo che la differenza appare notevole. Nel 2016, gli Stati Uniti sopravanzavano la Cina quanto a investimenti diretti in 56 economie, mentre Pechino era in vantaggio in appena 24 paesi.
L’anno scorso c’è stato quasi il pareggio per quanto riguarda la massa totale degli investimenti, anche se resta ancora un piccolo vantaggio nel numero dei Paesi (42 per gli Usa, 30 per la Cina).
Inoltre proprio la guerra contro l’Iran ha posto la Cina in una posizione migliore. Aggressività militare a parte, la chiara spinta statunitense per il controllo delle residue riserve petrolifere del pianeta (attacco al Venezuela, bombardamenti in Nigeria, caos nel Golfo) e quindi per una base energetica “old style”, facilita enormemente “La posizione dominante della Cina sulla tecnologia dell’energia pulita […] mentre i paesi cercano di migliorare la loro sicurezza energetica”.
L’erosione dell’egemonia è lenta, ma inesorabile.
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