Due notizie ci danno da pensare, una è quella della prima decisione del neo premier britannico Burnham di togliere l’IVA dalle bollette delle famiglie garantendo così un risparmio medio di circa 45 sterline annue, la seconda è la relazione dell’Ufficio Parlamentare di Bilancio italiano che certifica quello che tutti noi sappiamo da tempo, cioè la perdita secca dei salari italiani dal 1990 ad oggi di fronte ad una crescita di oltre il 35% nei Paesi OCSE.
In particolare colpisce la suggestiva proposizione dell’UPB secondo cui a tale perdita hanno contribuito principalmente due fattori, la pratica di operare sulle aliquote Irpef per far crescere un po’ i salari e la moderazione salariale, ovviamente complici i sindacati concertativi Cgil Cisl e Uil che si sarebbero accontentati dello sgocciolamento economico che arrivava sulle buste paghe grazie agli sconti Irpef e hanno quindi ridotto dal 1990 la pressione per aumentare i salari.
Risultato, le imprese hanno risparmiato un sacco di soldi, i salari sono rimasti al palo e la collettività tutta ha pagato attraverso la riduzione delle tasse quello che avrebbero dovuto sborsare i datori di lavoro se il sindacato avesse fatto il suo mestiere.
Intanto siamo alla vigilia di un nuovo Patto di luglio. I segretari confederali Landini, Fumarola e Bombardieri dopo aver ritrovato repentinamente e magicamente l’unità fra loro, omaggiando, chi prima chi dopo, il governo Meloni che non è più nemico per nessuno, nemmeno per la Cgil, hanno proposto ai padroni di vedersi il 30 di luglio per concludere e sottoscrivere un nuovo Patto.
Oggi il pericolo viene dalla scricchiolante egemonia nelle relazioni sindacali a cui bisogna correre ai ripari chiedendo a gran voce nuove norme sulla rappresentanza sindacale e datoriale che blindi una volta e per sempre il loro ruolo di unici tenutari del diritto alla negoziazione.
Che in quell’occasione qualcuno alzi il ditino per proporre sommessamente la questione salariale è fuori discussione. Non si disturba il manovratore, soprattutto quando i padroni sono lì a brindare a champagne. Per i padroni, avere la certezza che ai tavoli di fronte a loro avranno sempre e solo CgilCislUil che non si sognano nemmeno lontanamente di scomodarsi a parlare di soldi è quanto di meglio possa capitare per continuare a lucrare sui salari.
USB da tempo sostiene l’esigenza di istituire un salario minimo orario, con salari e stipendi che debbano garantire almeno 2000 euro netti in paga base per tutti, da incrementare con la contrattazione e il ripristino di un meccanismo di adeguamento vero all’inflazione; allo stesso modo abolire l’IVA dai beni di prima necessità, che è un’imposta indiretta e di fatto regressiva, potrebbe restaurare in parte il principio di progressività nel sistema fiscale previsto dalla Costituzione.
Forse in questo modo le famiglie avrebbero un po’ di respiro, i soldi tornerebbero a circolare e l’economia ne trarrebbe giovamento; di certo serve un vero nuovo autunno di lotte con al centro il diritto a salari, stipendi e pensioni adeguate.
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Presentazione
Analisi, opinioni, fatti e (più di rado) arte da una prospettiva di classe.
24/07/2026
Salari in perdita da trent’anni: serve un salario minimo e abolire l’Iva sui beni necessari
Entrare in una nuova era del genocidio
Come finiscono i genocidi? Nella maggior parte dei casi, esistono due possibilità. Gli autori raggiungono il loro obiettivo, oppure una forza militare li ferma e segue l’accertamento delle responsabilità.
Nel 1904 l’esercito imperiale tedesco avviò una campagna che quasi sterminò i popoli herero e nama in quella che allora era l’Africa Tedesca del Sud-Ovest, oggi Namibia, attraverso espulsioni letali nel deserto, la reclusione in campi di lavoro forzato e uccisioni vere e proprie. Nessuno intervenne.
Nel 1915 l’Impero ottomano uccise direttamente un gran numero di armeni che intendeva rimuovere dal cuore dell’Anatolia, oppure ne provocò la morte mediante marce forzate. I deboli tentativi di chiamare a rispondere gli ex capi di Stato ottomani furono rapidamente abbandonati. Ancora oggi la Turchia nega il genocidio.
Al contrario, poiché il regime nazista fu sconfitto nella Seconda guerra mondiale, il genocidio degli ebrei e gli altri crimini di massa furono giudicati a Norimberga.
Anche altri genocidi conclusi con la sconfitta militare dei loro autori – come in Cambogia nel 1979, in Ruanda nel 1994 e in Bosnia nel 1995 – culminarono tutti in una qualche forma di resa dei conti, per quanto tardiva e incompleta. Negare ciò che era accaduto divenne quindi impossibile.
Nel primo caso, quello dei genocidi che ebbero «successo» grazie all’impunità del momento o all’assenza di un successivo accertamento delle responsabilità, lo Stato responsabile continuò a trarre vantaggio dalle proprie azioni criminali. L’invenzione e la codificazione del concetto di genocidio dopo la Seconda guerra mondiale avevano lo scopo di impedire il perpetuarsi di questa dinamica di impunità e profitto.
Quanto abbiamo visto svolgersi a Gaza, dove Israele è accusato davanti alla Corte internazionale di giustizia di avere commesso un genocidio a seguito degli attacchi di Hamas del 7 ottobre 2023, sembra preannunciare un nuovo futuro per questo crimine.
È un futuro nel quale altre nazioni o altri leader potrebbero essere incentivati a perseguire politiche genocide, sapendo di poterla fare franca anche dopo avere ucciso e perfino di poterne trarre vantaggio. È un futuro nel quale i Paesi e le organizzazioni internazionali che si erano impegnati a fermare e punire il genocidio potrebbero consentirne il ripetersi.
Da quando l’attuale cessate il fuoco a Gaza è entrato in vigore il 10 ottobre 2025 e il piano in venti punti del presidente Trump è stato approvato dal Consiglio di Sicurezza il 17 novembre, più di mille civili palestinesi sono stati uccisi da attacchi israeliani.
Le IDF controllano ormai quasi il 70 per cento della Striscia. Due milioni di palestinesi, che in precedenza vivevano in una delle aree più densamente popolate del mondo, sono ora confinati in un terzo della Striscia, dove cercano di sopravvivere in zone devastate e prive delle più elementari infrastrutture umanitarie.
Dopo il cessate il fuoco e lo scambio degli ostaggi israeliani con i prigionieri palestinesi, a metà gennaio 2026 è cominciata la Fase 2 del piano di Trump, che mira alla completa smilitarizzazione e ricostruzione della Striscia, da affidare a un organismo palestinese tecnocratico di transizione. A supervisionare il processo è un Consiglio di Pace internazionale presieduto da Trump.
Sul lungo periodo, l’amministrazione Trump ha parlato della creazione di una futuristica «Nuova Gaza» da molti miliardi di dollari e, secondo quanto riferito, sta progettando una grande base militare e per il personale delle forze multinazionali. Questo relegherà inevitabilmente i palestinesi di Gaza al ruolo di lavoratori edili e fornitori di servizi per i ricchi che abiteranno quella che un tempo era la loro terra.
Come siamo arrivati a questo punto?
La leadership politica e militare israeliana ha condotto a Gaza un’operazione che ha ucciso almeno 70.000 persone – come ora ammesso dalle stesse forze armate israeliane – in maggioranza civili; ne ha ferite quasi 200.000 e ha provocato indirettamente la morte di moltissime altre persone attraverso la totale distruzione delle strutture sanitarie, delle abitazioni e delle infrastrutture, oltre che mediante la privazione di cibo e acqua potabile.
Come scrissi nel luglio 2025, in qualità di studioso del genocidio ritengo che si sia trattato di un tentativo concertato di distruggere i palestinesi di Gaza, in tutto o in parte, e che l’operazione abbia quindi raggiunto l’elevata soglia fissata dalla definizione di questo crimine contenuta nella Convenzione sul genocidio del 1948.
Israele difficilmente sarà chiamato a rendere conto delle proprie azioni. La Corte penale internazionale ha emesso mandati d’arresto contro Netanyahu e il suo ex ministro della Difesa Yoav Gallant per crimini di guerra e crimini contro l’umanità, oltre che contro un esponente di Hamas, risultato poi già ucciso.
Gli Stati Uniti hanno cercato di indebolire la Corte e Netanyahu si è recato ripetutamente alla Casa Bianca anche per cercare, secondo quanto riferito, di persuadere Trump a lanciare il suo attacco contro l’Iran.
Israele potrebbe infine essere riconosciuto colpevole di genocidio dalla Corte internazionale di giustizia, presso la quale il Sudafrica ha avviato un procedimento distinto contro Israele. Le conseguenze di una simile sentenza restano incerte finché Israele conserva il sostegno statunitense in seno al Consiglio di Sicurezza dell’ONU, che agisce come organo esecutivo della Corte internazionale di giustizia.
È quindi probabile che i leader israeliani non saranno chiamati a rispondere delle proprie azioni, salvo che un giorno vengano consegnati alla Corte penale internazionale da un nuovo governo israeliano deciso a evitare un processo in Israele e desideroso di ripristinare la posizione internazionale della nazione. Questa possibilità è remota.
Il piano in venti punti di Trump aggira di fatto ogni possibile accertamento delle responsabilità o punizione degli autori di questo crimine, promettendo un futuro radioso a tutte le persone coinvolte. Le richieste di restituire ai palestinesi una parvenza di normalità difficilmente susciteranno molta solidarietà mentre Israele e i suoi alleati sono impegnati nella costruzione di una città ideale. Che senso avrebbe risollevare vecchie accuse quando sta per sorgere un mondo nuovo?
È vero che Israele sta sperimentando un crescente isolamento globale e la disapprovazione degli americani di ogni area dello spettro politico. Proprio questo, tuttavia, i patinati progetti per una nuova Gaza potrebbero attenuare o perfino capovolgere ribaltare la percezione dei fatti, convincendo opinioni pubbliche distratte, in un mondo tormentato, che la questione di Gaza è stata risolta con soddisfazione di tutti.
Il piano di Trump, qualora la sua visione venisse realizzata, comporterebbe che il governo statunitense o gli uomini d’affari americani operanti per suo conto venderebbe diritti di locazione e costruzione su terreni espropriati ai legittimi abitanti, il cui valore è destinato a salire alle stelle.
Un gruppo di magnati immobiliari, comprendente forse Jared Kushner, Steve Witkoff e lo stesso Trump, oppure società da loro promosse, ricaverebbe in questo modo una fortuna finanziaria per imprese e investitori, trasformando la cancellazione della Striscia in un’opportunità internazionale di investimento.
Il litorale sarebbe dominato da immobili di pregio costituiti da torri a uso misto, apparentemente destinate ad acquirenti stranieri e al turismo, garantendo profitti agli imprenditori immobiliari. I palestinesi saranno quasi certamente esclusi dal mercato delle abitazioni su quella che un tempo era la loro terra.
Il piano cancellerà quasi completamente la storia e la società di Gaza e trasformerà la Striscia in un’economia di libero mercato al servizio di società straniere, alle quali saranno offerte «straordinarie opportunità di investimento», per usare le parole di Kushner.
La costruzione della cosiddetta Riviera di Trump dipenderebbe dalla disponibilità dell’Arabia Saudita e degli Stati del Golfo a mettere a disposizione ingenti somme di denaro, in cambio della promessa di legami strategici ed economici ancora più stretti con gli Stati Uniti.
Per il momento, l’Arabia Saudita e il Qatar, insieme a Turchia, Egitto e Indonesia, hanno manifestato il proprio interesse aderendo al Consiglio di Pace di Trump. Mentre il Consiglio consoliderebbe il proprio controllo e Gaza verrebbe ricostruita, Israele compirebbe un altro passo verso il proprio obiettivo di lungo periodo: cancellare le speranze palestinesi di porre fine all’occupazione israeliana dei loro territori.
Anche altre nazioni, scegliendo di evitare che Israele sia chiamato a rispondere delle proprie azioni, ne trarranno beneficio.
La Germania è il secondo maggiore fornitore di armamenti a Israele dopo gli Stati Uniti e ha firmato importanti contratti per acquistare tecnologia militare israeliana. La Germania si sta difendendo davanti alla Corte internazionale di giustizia dalle accuse del Nicaragua di avere facilitato il genocidio a Gaza finanziando Israele e tagliando gli aiuti all’agenzia delle Nazioni Unite per i rifugiati palestinesi, l’UNRWA. Ha quindi ogni interesse politico ed economico a togliere la questione dal tavolo. La Germania ha respinto le accuse.
Si ritiene che il Regno Unito abbia utilizzato le proprie basi militari a Cipro per sostenere Israele e sta lavorando per migliorare i rapporti con gli Stati Uniti. La Francia cerca di conservare la propria influenza politica nel Levante e di lasciarsi alle spalle la questione del genocidio a Gaza, che, secondo il presidente Emmanuel Macron, sarà stabilita «dagli storici, a tempo debito».
Anche Israele trae profitto dalla situazione. Sebbene alcuni governi europei abbiano annullato accordi sugli armamenti e imposto sanzioni alle aziende israeliane della difesa in risposta alla violenza israeliana a Gaza, gli affari dell’industria bellica israeliana sono rimasti floridi. Le vendite israeliane di armamenti all’estero sono aumentate del 30 per cento lo scorso anno rispetto al 2024, raggiungendo la cifra record di 19,2 miliardi di dollari, secondo il sito israeliano di informazione finanziaria Calcalist.
Il collaudo in battaglia dei sistemi d’arma a Gaza costituisce un argomento di vendita, ha riferito Calcalist. In altre parole, seminare distruzione produce profitti.
Per il momento, l’impunità di Israele consentirà ai suoi cittadini ebrei di continuare a ignorare il genocidio. Le conseguenze saranno un degrado sempre più profondo dell’etica e della morale israeliane, l’erosione dello Stato di diritto, la violenza poliziesca interna contro i cittadini palestinesi ed ebrei dello Stato e l’indebolimento di quel che resta della democrazia israeliana.
Oltre a essere private di qualunque forma di giustizia e di accertamento delle responsabilità per le proprie sofferenze, le vittime di Gaza delle azioni israeliane continueranno a vivere in condizioni drammatiche, sotto sorveglianza militare e con prospettive future estremamente limitate.
Da quando il ministro della Difesa Israel Katz dichiarò, secondo quanto riferito, nel luglio scorso che Israele progettava di istituire una «città umanitaria» nella parte meridionale della Striscia di Gaza, le condizioni effettive sul terreno hanno continuato a peggiorare.
Appare plausibile che il piano di Trump venga agevolato da una forza internazionale, assistita dal personale di sicurezza palestinese e dalle IDF, incaricata di confinare la popolazione in città di questo genere. Da queste città la popolazione potrebbe uscire esclusivamente per prestare servizio ai ricchi abitanti della cosiddetta Nuova Gaza. Nelle vaste parti della Striscia rimaste sotto il controllo israeliano verranno probabilmente impiantati nuovi e prosperi insediamenti ebraici.
Trump ha affermato che il Consiglio di Pace alla base di questa trasformazione collaborerà, a un certo punto, con le Nazioni Unite. Molti temono che finirà per indebolire l’organizzazione mondiale.
Uno degli effetti di questo cambiamento dell’ordine postbellico sarebbe lo svuotamento del diritto internazionale umanitario e delle due corti internazionali istituite per tutelarlo, facendo sì che ogni speranza di portare i responsabili politici israeliani davanti alla giustizia resti una chimera e segnalando alle altre nazioni che anche per loro l’impunità sarà un’opzione.
Alcuni potrebbero sostenere che il caso di Gaza sia unico, poiché Israele gode di una posizione internazionale particolare grazie alla sua stretta alleanza con gli Stati Uniti e alla possibilità di fare affidamento sull’eredità dell’Olocausto. Forse altri Stati non possono aspettarsi di essere ricompensati e potrebbero perfino essere puniti per un genocidio.
Eppure quanto vediamo oggi stabilisce un precedente straordinario, capace di minare l’intero fondamento dell’idea di genocidio quale crimine punibile secondo il diritto internazionale del secondo dopoguerra.
Se i progetti attualmente elaborati per Gaza andranno avanti, alcune nazioni potrebbero arrivare a considerare il genocidio una continuazione legittima e redditizia della politica con altri mezzi. Quanto meno, le nazioni che avranno tratto qualche vantaggio dal genocidio potrebbero essere meno inclini a chiamare a rispondere i futuri autori.
Raphael Lemkin, l’uomo che coniò il termine nel 1944 e che si batté per l’adozione, quattro anni dopo, della Convenzione per la prevenzione e la repressione del delitto di genocidio, sperava di impedire proprio questo esito. Potrebbe davvero essere il futuro del genocidio.
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Si allarga il mosaico nucleare in Medio Oriente. Israele, Iran e ora l’Arabia Saudita
Al mosaico della questione nucleare in Medio Oriente si sta aggiungendo una nuova tessera: l’Arabia Saudita.
Secondo quanto riportato dal Wall Street Journal, Stati Uniti e l’Arabia Saudita, avrebbero concluso un accordo triennale per potenziare la cooperazione in materia di energia nucleare.
L’accordo prevederebbe condivisione e trasferimenti tecnologici in materia di nucleare civile. Inutile dire che questo accordo avrà un effetto potenzialmente dirompente per la regione. Innanzitutto per Israele che dopo essersi opposta anche militarmente al nucleare iraniano guarda ora con preoccupazione all’accordo sul nucleare tra USA e Arabia Saudita, al quale si è sempre opposta.
L’accordo, noto come “1-2-3 Agreement”, permetterebbe all’Arabia Saudita di sviluppare un programma nucleare civile che includerà, dopo uno studio congiunto sulla fattibilità economica, la possibilità di arricchire uranio o riprocessare plutonio sul proprio suolo. E’ stato sottoscritto dal principe saudita Bin Salman e dal Segretario all’Energia statunitense Chris Wright.
In realtà l’ambizione nucleare di Riad era scritta nero su bianco da anni, ed era stata posta come una delle condizioni per l’eventuale firma degli Accordi di Abramo con Israele. Così come è difficile sorvolare sul fatto che l’atomica pakistana sia stata finanziata dall’Arabia Saudita già dagli anni Settanta e che proprio il recente accordo tra i due paesi preveda la copertura nucleare pakistana a Riad in caso di minacce da parte di altre potenze atomiche.
Insomma l’Arabia Saudita non nasconde di vedere l’opzione e semmai anche la deterrenza nucleare nel proprio orizzonte.
La Casa Bianca però dovrà ora tenere conto del parere del Congresso su questo accordo con l’Arabia Saudita. L’accordo non include il principio definito impropriamente Gold Standard, una clausola “che impedirebbe al regno di arricchire l’uranio e riprocessare il combustibile nucleare esaurito, entrambe potenziali vie per la produzione di armi nucleari”.
Questa clausola venne invece imposta nel 2009 agli Emirati Arabi Uniti per la costruzione della loro prima centrale nucleare.
Ma questa limitazione nelle possibilità di arricchimento dell’uranio è anche il fattore principale dell’eventuale accordo sul nucleare iraniano.
L’unico Stato della regione a non esser sottoposto a limitazioni e controlli in materia di nucleare militare è ancora Israele, ravvivando così un doppio standard sempre meno accettabile, in particolare dall’Iran, ma adesso, forse, anche dall’Arabia Saudita.
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È scattato lo scudo “parlamentare” ... per i politici della destra
Lo scudo penale nella sua versione parlamentare, a quanto pare è scattato per i politici della destra. Era dal 27 maggio che la Procura di Roma aveva chiesto alla Commissione per le autorizzazioni a procedere della Camera di acquisire la chat tra l’ex sottosegretario alla Giustizia Andrea Delmastro, non indagato, e l’ex socio Mauro Caroccia, che invece è indagato nell’inchiesta dei magistrati di piazzale Clodio sul caso del ristorante Bisteccheria d’Italia.
Caroccia è considerato dai magistrati un prestanome del clan Senese, una diramazione della Camorra con grossi interessi e influenza a Roma. Attualmente è detenuto in carcere dove sta scontando una pena definitiva a 4 anni nell’ambito di un’altra indagine del gennaio 2025, sempre sui Senese.
Di solito i tempi per la concessione o meno dell’autorizzazione da parte della commissione sono di una decina di giorni e invece sono passati due mesi.
Senza l’autorizzazione della Camera, il contenuto della chat di Del Mastro non è utilizzabile tra gli elementi d’indagine. Ma ieri, proprio alla Camera, è scattato una sorta di “scudo penale” per l’ex sottosegretario di Fratelli d’Italia, con la negazione dell’autorizzazione alla Procura di poter accedere alla chat in oggetto.
La Giunta per le autorizzazioni a procedere della Camera ha infatti detto no alla richiesta dei magistrati di acquisire le chat tra Andrea Delmastro e il ristoratore Mauro Caroccia. Dopo il voto della giunta, la pratica è passata all’Aula di Montecitorio dove il centrodestra ha votato a favore della proposta del relatore del testo, Pietro Pittalis di Forza Italia, negando l’autorizzazione al sequestro della corrispondenza. Il centrosinistra ha votato contro.
Ma al Senato è esplosa la protesta delle opposizioni che, avendo avuto sentore di come sarebbe andata, hanno preparato dei cartelli con su scritto “Fuori le chat” mentre alcuni parlamentari hanno occupato i banchi del governo. Tensioni e qualche spintonamento tra i deputati della destra e quelli dell’opposizione, in particolare quelli del M5S.
Il caso politico-giudiziario era scoppiato a marzo dopo le rivelazioni di una inchiesta de Il Fatto Quotidiano ed aveva portato alle dimissioni di Del Mastro. Ora la pratica passa all’Aula della Camera che il 30 luglio dovrà esprimersi in maniera definitiva e salvo colpi di scena nella maggioranza, confermerà il voto della giunta negando l’accesso alle chat da parte dei magistrati che stanno conducendo le indagini.
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VVF muore d’infarto: a 59 anni in prima linea per ore davanti alle fiamme
Alessandro Marchì, 59 anni, Vigile del fuoco del Comando provinciale di Caltanissetta, ha trovato la morte mentre era impegnato nelle operazioni di spegnimento di un vasto incendio divampato ieri mercoledì 22 luglio in contrada Mimiani, nel territorio di San Cataldo.
Un Vigile del fuoco, a 59 anni, può rimanere per tante ore davanti alle fiamme di un violento e disteso incendio?
Le prime informazioni indicano la causa della morte di Marchì in un infarto, ma saranno gli accertamenti sanitari a chiarire con esattezza le cause del decesso.
Un altro Vigile del fuoco, nel corso delle stesse operazioni di spegnimento, ha accusato un malore ed è stato trasportato al Pronto Soccorso dell’ospedale di Caltanissetta.
Sull’ennesima morte per causa di servizio di un Vvf l’intervento del sindacalista catanese Carmelo Barbagallo, segretario nazionale FISI-Vigili del fuoco:
“Una tragedia enorme che spezza il cuore e, al tempo stesso, fa montare la rabbia nel sangue. Ma al dolore si unisce una rabbia incontrollabile.Fonte
L’ho detto, l’ho gridato e l’ho denunciato più e più volte: le condizioni in cui siamo costretti a operare non sono più sostenibili!
Oggi (ieri, ndr) la tragedia si è compiuta puntualmente, esattamente come avevamo paventato.
Non si può mandare il personale al macello sotto un caldo torrido, con carichi di lavoro massacranti, turni estenuanti, carenze d’organico strutturali e mezzi spesso inadeguati. Quello che è successo nel Nisseno non è solo una fatalità: è la conseguenza diretta di un sistema che ignora le grida d’allarme di chi sta in prima linea ogni giorno a proteggere la vita altrui, mettendo a rischio la propria.
Servono tutele, servono risorse, serve rispetto per la salute e la vita dei Vigili del Fuoco.
Non possiamo e non vogliamo più piangere i nostri fratelli mentre fanno semplicemente il proprio dovere.
Adesso basta con le parole di circostanza.
Pretendiamo risposte immediate.
Ciao Alessandro. Che la terra ti sia lieve”.
23/07/2026
Odissea di Christopher Nolan
“Quando n’apparve una montagna, bruna
per la distanza, e parvemi alta tanto
quanto veduta non avëa alcuna.”
Dante, Inferno, Canto XXVI, 133-5
“Credi che tuo padre avesse tutti i giovedì?
Se aveva tutti i giovedì?
Sai com’è. Fabbricare bombe per far saltare in aria tutti.
Be’. In effetti è una domanda legittima.”
Cormac McCarthy, “Il passeggero”
Poteva un autore dalle ambizioni titaniche come Christopher Nolan non bramare di adattare un giorno quella che T. E. Lawrence definì “la più grande storia mai scritta”? Un adattamento che non sia solo un’Odissea (perché d’altronde la titolazione omerica non comprende un articolo determinativo), un’interpretazione come già tante ce ne sono state di un’opera così multiforme, ma addirittura l’Odissea, “The Odyssey”, come recita il titolo originale. Questa enfasi sulla determinazione tradisce fin dal titolo l’aspirazione del regista britannico di porre dei limiti a un’opera in realtà smisurata, non solo nella lunghezza, ma soprattutto per le sue matrici orali, frutto di un costante processo di ri-creazione. Un tentativo perciò di circoscrivere un oggetto culturale multiforme (πολύτροπος) come il suo protagonista, l’astuto re di Itaca Odisseo su cui le quasi tre ore del film di Nolan si focalizzano, dedicando poco spazio alle tangenti narrative dell’Odissea omerica come la Telegonia, la peregrinazione di Telemaco alla ricerca del padre che occupa i primi quattro libri dell’opera (più che altro perché qui divisa in rivoli che intervallano i ricordi del vagabondare per mare del padre e della sua ciurma). L’enfasi sul protagonista, interpretato da un Matt Damon pensoso e sofferente come poche volte, è d’altronde coerente con la tendenza biografica del suo cinema recente ed evidenzia al contempo le ambizioni di scavo psicologico di Nolan, una delle componenti più preminenti del tentativo di modernizzazione dell’Odissea che è al centro del progetto. Non sarebbe stato fuori luogo se, dopo “Oppenheimer”, Nolan avesse ribattezzato il suo film “Odysseus”.
L’attenzione all’eroe interpretato da Damon non si limita infatti alla sua centralità nell’impegnativo minutaggio del film, il cui ritmo pure sembra frettoloso tale è la quantità di episodi omerici che tenta di adattare, estendendosi invece alla rilettura del personaggio attraverso una prospettiva psicologica che è essenzialmente moderna e che fa della reinterpretazione della figura di Odisseo il nucleo ideologico del progetto. Per questa ragione un cambio di titolo sarebbe parso coerente, forse addirittura opportuno, facendo peraltro il paio con altri adattamenti omerici come il recente “The Return” di Uberto Pasolini, concentrato sulla dimensione umana del ritorno a casa dell’eroe, e il precedente “Nostos” di Franco Piavoli e la sua enfasi sulla dimensione del viaggio e i suoi tratti rapsodici e indefinibili, coerenti con il cangiante resoconto omerico. No, l’“Odissea” di Christopher Nolan si mostra invece coerente con l’idea di narrazione ad ampio respiro di cui “Oppenheimer” è l’esempio forse più fulgido e con la rappresentazione ben ancorata alla realtà del mondo in cui si muovono i personaggi, anche qualora si tratti di un mondo fantastico.
Queste ambizioni realistiche vanno scorte proprio nel trasferimento su un piano psicologico di dinamiche che invece erano trascendenti nell’opera originale, ad esempio con la xenia (ξενία), la sacra ospitalità, ridotta a unica faccia della “legge di Zeus” che i personaggi menzionano a iosa e reinterpretata come un umano desiderio di reciprocità, soprattutto nel momento del bisogno, invece che un obbligo trascendentale che vincola l’umano al divino e che si sostanzia di conseguenza. Sebbene siano più evidenti i numerosi anacronismi e incongruenze per quanto riguarda tecnologie, edifici e armature non sono altrettanto rilevanti nel marcare il nucleo fondante dell’operazione nolaniana, ovvero intessere un legame fra il mondo omerico e il nostro. La scelta perciò di un’estetica non solo inaccurata dal punto di vista della storia materiale (purtroppo non vi sono le pacchianissime armature micenee della tarda età del bronzo), ma pure parzialmente discordante rispetto a una più convenzionale rappresentazione dell’antichità (che comunque in teoria le vicende omeriche precedono di vari secoli), ha perciò l’obiettivo di rimarcare il carattere sovrastorico, e in tal modo anche moderno, dell’“Odissea”.
Un elemento interessante al riguardo è la scelta di un linguaggio quotidiano (quanto meno nella versione in lingua originale), che si propone di superare i cliché dell’accento britannico altolocato e del lessico letterario quando a parlare sono persone vissute in un passato remoto, non importa che esse si servissero comunque di un idioma completamente diverso (lo scrivente non sa quanto sia invece voluto il cortocircuito che vede uno dei pochi personaggi che parla una lingua aliena, barbara, utilizzare il greco, seppur nella versione moderna). Se questa scelta potesse essere comunque motivata dalla volontà di proporre una rappresentazione meno artificiosa di quel mondo (in linea con la messa in scena grounded del fantastico sempre perseguita da Nolan, si vedano la trilogia del Cavaliere oscuro o “The Prestige”) l’accumulo di incongruenze visive, narrative e tematiche ribadirebbe quanto non sia la verosimiglianza storica a interessare al regista britannico, ma la vicinanza a chi guarda, a costo di enfatizzarla in maniera posticcia. A questo punto risulta più chiaro uno dei tenet dell’operazione nolaniana, ovvero la resa del carattere fantastico dell’Odissea in termini contemporanei, fantasy per l’appunto, frutto di un’ibridazione di immaginari (navi vichinghe, armature basso-medioevali, città del Sahel) che serve sia a comunicare l’alterità di questo mondo rispetto agli spettatori sia ad ancorarlo a riferimenti famigliari, che aiutino a renderlo paradossalmente vicino.
La modernizzazione del poema omerico perseguita da Nolan non è autoreferenziale, determinata da una qualche presunta quota woke o motivata (solo) dalla possibile ignoranza del mondo greco e mediterraneo da parte del regista britannico, ma risponde a un’ambizione precisa, degna forse più di Sisifo che di Odisseo, ovvero rendere per l’audience contemporanea quello che l’Odissea e il suo catalogo di personaggi, eventi, ambienti, fatti storici, norme sociali e molto altro, doveva essere per l’uditorio della Grecia antica. Un’ambizione che motiva, o quanto meno questo è l’auspicio del regista, tutta la grandeur produttiva del progetto, la durata fluviale, la reinterpretazione molto libera di interi passi dell’Odissea, i dialoghi che rivelano conflitti e ragionamenti fin troppo moderni, il saccheggio di decenni di immaginari fantastici, il formato di pellicola che rende impossibile alla stragrande parte del pubblico fruire il film per come è stato pensato. Proprio la scelta di girare il film interamente in pellicola IMAX in 70 mm aiuta a evidenziare i limiti di questo afflato ecumenico, di quest’ambizione di tradurre per un pubblico contemporaneo una storia vecchia di 3000 anni. La presenza di soli 41 cinema adibiti a questo tipo di proiezioni in tutto il globo (quasi tutti in Nordamerica, peraltro) rimarca quanto la fruizione di quest’opera nel formato opportuno sia difficoltosa, così come probabilmente avere tutti i riferimenti culturali per decrittare le ambizioni nolaniane sia complesso (complicated, come il πολύτροπος greco è stato reso in lingua inglese nella discussa traduzione della classicista Emily Watson, cui Nolan si è ispirato).
Nel cercare di trasportare nella modernità il poema omerico enfatizzandone le componenti universali (o presunte tali) il regista londinese finisce per proporre un’esperienza talmente condensata e sovrabbondante da parere al più una marea che travolge chi guarda e rischia di annegarlo coi suoi troppi stimoli, ben differente dal naufragio trasformativo di Odisseo dopo aver abbandonato Ogigia, il quale non può che portare alla sua “rinascita” e perciò al suo ritorno a Itaca (eliminando i Feaci dal racconto). L’intento di popolarizzare l’Odissea spinge Nolan a essere più classicheggiante che mai, debitore del peplum di metà '900 non solo nella inaccuratezza storica, ma anche nella semplificazione della narrazione, la quale finisce per rivelarsi forse addirittura più lineare di quanto avveniva nell’originale, dettaglio sorprendente alla luce dei precedenti del cineasta di “Memento”. Oltre al già citato fasto produttivo e tecnico di nolaniano in “The Odyssey” restano i temi, resta lo scavo nella psiche di Odisseo che è quanto di più contemporaneo il film possa fare, ma anche quanto di più distante dal mondo omerico, laddove altri esempi di modernizzazione summenzionati possono comunque parere coerenti con la traduzione all’oggi di quel tempo così diverso.
Schiacciato dalle responsabilità di quello che ha fatto, di quello che il suo “multiforme ingegno” ha reso possibile, l’Odisseo con disturbo da stress post-traumatico di Matt Damon rassomiglia fin troppo il Robert Oppenheimer dell’omonimo film, un uomo fratto, la cui sfida agli dei (elemento presentato in modo ben diverso dall’Odisseo omerico, a sprazzi più avvicinabile alla rilettura dantesca dell’eroe greco) assume soprattutto i tratti di una troppo umana attenzione alla vita dei propri sottoposti (come ribadisce parlando con Atena), alle esigenze dei suoi commilitoni (stremati dalla durata dell’assedio a Troia), al male inflitto agli abitanti della città dell’Asia minore. Non avrà inventato la bomba atomica, ma Odisseo è tormentato dai frutti del suo intelletto al punto da rinunciare, nella prospettiva nolaniana, a servirsene come il suo omologo omerico avrebbe fatto. L’eroe-ladro-ingannatore proto-borghese della nuova società mercantilista della Grecia pre-classica si riduce a uomo d’azione e d’emozione, sospinto dagli spiriti del suo passato (la caduta di Troia e la visita all’Ade, probabilmente le due sequenze più riuscite del film) a combattere come un animale in gabbia in una sequenza d’azione mediocre che conferma uno dei principali limiti della regia di Nolan, al contempo ansioso di assumersi responsabilità che mai avrebbero tormentato l’Odisseo dell’età del bronzo.
Più che un’impresa degna di Odisseo, quella in cui
si è imbarcato Christopher Nolan pare una fatica sisifea, che cerca di
portare il mondo di Omero nel nostro tempo, servendosi di un immaginario
eminentemente fantastico, anzi fantasy, e inserendolo al contempo nella
sua cornice storica (i numerosi, grossolani, riferimenti ai popoli del
mare e al collasso dell’età del bronzo). Nolan ama da sempre le sfide e
l’“Odissea” non si può dire che sia la prima volta che fallisce, seppur
solo in parte, dal momento che l’opera si rivela efficace per la maggior
parte della sua già molto impegnativa durata, rendendo quasi
impossibile non trovare del buono nelle sue tre ore. Sgraziata e zeppa
di incongruenze, nonostante la cura estetica che a volte risulta però
poco funzionale, l’“Odissea” di Nolan ricorda il cavall(in)o rampante di
Troia che compare nel film, immagine un po’ marchiana dell’intelletto
del suo autore e delle sue ambizioni, nonché delle loro conseguenze che
vanno, quando vanno, molto al di là di quanto preventivato. Reso un
novello Frodo Baggins da mito contemporaneo il re di Itaca non può che
inseguire la luce che fugge e salpare per l’Occidente (sgraziata
interpolazione della tradizione post-omerica riportata da Dante). Non
resta che sperare che quella luce non sia lo stesso “sole infausto” (per
tornare a McCarthy) che incombeva sul finale di “Oppenheimer”. “La fine
della nostra età del bronzo”, per dirla col film.
Un vivo ringraziamento a M.M. per la proficua discussione post-visione.
FonteLa Cina ha reso l’IA in un bene pubblico, perché la Silicon Valley va nel panico?
Se l’intelligenza artificiale (IA) deve trasformare il mondo in meglio, perché sta mettendo in ansia la Silicon Valley?
Cerca “China AI” nei motori di ricerca occidentali e vedrai la stessa parola comparire più e più volte – “race”. Ma cliccando tra i titoli, la vera emozione dominante è qualcos’altro: l’ansia.
Business Insider l’ha scritto senza mezzi argomenti: “La Silicon Valley è in crisi per la strategia cinese di IA open-source”. Axios è stato ancora più diretto: Kimi K3, un nuovo modello di IA open-source sviluppato da Moonshot AI con sede a Pechino, “ha abbagliato gli sviluppatori, scosso la Silicon Valley e rilanciato la corsa all’IA da un giorno all’altro”.
Un venture capitalist americano ha catturato perfettamente l’atmosfera sui social media: “Il futuro è open source ... Immaginate se l’America chiudesse la porta all’open source. Costringeremmo esplicitamente le aziende americane a pagare 26-56 dollari per ogni token da 1 MM per la propria intelligence che i loro avversari/concorrenti nel mondo pagherebbero 0,50-1 dollaro. Questo è economicamente insostenibile a meno che l’IA non sia una stronzata”.
Un ex consigliere per l’IA della Casa Bianca è andato oltre, affermando che i “modelli woke lobotomizzati” (modelli di IA paralizzati dal politicamente corretto) sono nemici della competitività americana.
Questa ondata di inquietudine risale a un solo evento: la World AI Conference (WAIC) 2026 a Shanghai. Lì, la Cina non si è limitata a presentare il modello aggiornato Kimi K3, ma ha anche lanciato l’Organizzazione Mondiale per la Cooperazione per l’Intelligenza Artificiale (WAICO), inviando un chiaro segnale di un approccio molto diverso allo sviluppo dell’IA, che colpisce il modello statunitense dove fa più male.
Alla base, la strategia statunitense sull’IA è una corsa guidata dal capitale. Investono massicciamente, mantengono i modelli più potenti chiusi e proprietari, e aggiungono controlli sulle esportazioni. Il risultato? Valutazioni alle stelle per una manciata di giganti – OpenAI, Anthropic, Google DeepMind – e un dominio a breve termine per gli Stati Uniti.
I prezzi delle azioni sono schizzati alle stelle. Gli investitori hanno incassato. Ma gli svantaggi sono ora impossibili da ignorare: costi estremi e forte dipendenza dalla scarsità artificiale. Nel momento in cui alternative aperte e a basso costo diventeranno ampiamente disponibili, il sistema potrebbe rapidamente crollare.
Questo ci porta alla domanda: a chi è rivolta l’IA?
Nell’approccio americano, l’IA è per lo più uno strumento di fascia alta – un prodotto redditizio progettato per nazioni ricche e grandi investitori. Essa allarga il divario tra ricchi e poveri, paesi sviluppati e in via di sviluppo.
Ancora più inquietante è la visione a lungo termine discussa silenziosamente: un futuro in cui una piccola élite fugge su Marte mentre la Terra viene lasciata a decadere, o in cui una manciata di oligarchi tecnologici usa IA e robot antropomorfi per controllare la maggior parte delle risorse – e, per estensione, l’umanità stessa.
Questa fredda e gerarchica techno-fantasia rivela il profondo difetto dell’approccio statunitense: la tecnologia serve in ultima analisi il potere e la ricchezza di pochi.
La Cina offre una visione radicalmente diversa: l’IA come bene pubblico globale – qualcosa pensato per beneficiare tutta l’umanità.
I veri beni pubblici non hanno prezzi esorbitanti, barriere elevate o controllo monopolistico. Abbracciando modelli open-source, la Cina ha rilasciato codice e dati sull’addestramento dei modelli affinché il mondo possa utilizzarli, modificarli e svilupparli. Rifiuta il vecchio manuale di chiusura e ricerca di rendite. L’obiettivo è rendere l’IA più facile da usare, più produttiva e accessibile a tutti.
L’IA è già passare dal mondo digitale a quello fisico – rimodellando energia, manifattura, sanità, agricoltura e città. Gli Emirati Arabi Uniti stanno utilizzando l’IA per la guida autonoma. Il Brasile la sta implementando per l’agricoltura intelligente. La Cina sta condividendo capacità rilevanti con i paesi del Sud Globale. I beni pubblici, dopotutto, non dovrebbero essere un lusso.
La “cortina di ferro dell’IA” che gli Stati Uniti hanno cercato di costruire viene smantellata dalla spinta della Cina verso l’open source. Alla fine, il vero vincitore della corsa all’IA non sarà colui che costruisce il modello più potente in laboratorio. Sarà colui che creerà la prosperità più ampia nel mondo reale.
Gli Stati Uniti giocano per guadagni in conto capitale ed egemonia tecnologica. La Cina punta sull’abbondanza condivisa e sul progresso umano.
La domanda ultima non è mai cambiata: la tecnologia dovrebbe servire tutta l’umanità, o solo pochi privilegiati? La Cina ha dato la sua risposta.
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“Grazia a Roggero? Sia chiesta anche per Battisti”
Meloni, Salvini e Nordio annunciano la richiesta di grazia per Mario Roggero, il gioielliere incarcerato per avere ucciso gli uomini che avevano rapinato il suo negozio. I giudici l’hanno condannato, chiarendo che le modalità dell’omicidio sono del tutto estranee alla legittima difesa.
Ma le destre sostengono le ragioni del condannato con un'operazione ideologica che travalica la singola vicenda giudiziaria e allude a una precisa idea di giustizia, classista e dispotica. Abbiamo chiesto un parere a Emiliano Brancaccio, professore di economia politica alla università Federico II di Napoli ed esponente della ricerca marxista contemporanea.
Sulla vicenda Roggero, le destre si sono mobilitate. Persino Elon Musk ha dichiarato che bisognerebbe condannare i giudici, non l’imputato. Lei che ne pensa?
Che dobbiamo osservare questi singoli fenomeni come fossero frammenti di una valanga. Da tempo assistiamo a una doppia tendenza, nell’occidente liberaldemocratico e in modo particolare in Italia: le libertà civili e politiche precipitano mentre la tutela del diritto di proprietà si rafforza.
Per esempio, l’indice V-Dem dell’Università di Goteborg ci dice che dall’inizio del secolo l’indice che misura le tutele contro i maltrattamenti compiuti dalle forze dell’ordine è caduto del 10 percento. E negli anni del governo Meloni l’indicatore che misura la tutela delle libertà di riunione e di manifestazione è crollato del 67 percento. I diritti civili e politici, insomma, sono molto meno tutelati rispetto al passato.
Di contro, la Heritage Foundation segnala che nello stesso periodo i dispositivi legali di difesa della proprietà del capitale si sono rafforzati, di oltre 10 punti percentuali. Sono mutamenti di portata storica, eppure per qualcuno ancora non bastano.
In Italia e altrove, le destre intendono accelerare queste due tendenze. E a tale scopo sfruttano ogni occasione, ogni pretesto. Incluso il dramma di Mario Roggero, delle sue vittime e delle rispettive famiglie. Strumentalizzare la tragedia serve a veicolare un preciso messaggio politico: chi difende la proprietà deve godere di impunità. La valanga del diritto deve andare avanti.
Meloni e soci preparano le carte per chiedere a Mattarella la grazia a Roggero. Con quali conseguenze?
La Corte costituzionale ha stabilito che l’istituto della grazia deve esser considerato estraneo all’indirizzo politico del governo. In questo clima, è evidente che non sarà così. La presidenza della repubblica subirà pressioni. Quale che sia l’esito finale, le destre cavalcheranno la vicenda per sostenere l’urgenza di rendere la protezione dei regimi di proprietà privata una cosa sacra, superiore a ogni altra tutela.
Nella narrazione prevalente, dicono che stanno solo invocando un po’ di umana comprensione per il gioielliere che si è fatto giustizia da solo...
In realtà, stanno puntando a un obiettivo molto più grande, che non ha niente di “umano”: vogliono legittimare la violenza privata in difesa della proprietà per accelerare la tendenza generale, che sta già trasformando lo stato di diritto in una sorta di “stato del diritto padronale”. Dove pur di difendere la proprietà vengono soppressi gli altri diritti. E non parlo solo dei familiari dei rapinatori uccisi da Roggero, o dei malcapitati che per caso si ritrovano in mezzo a simili sparatorie.
Mi riferisco, in generale, a tutti coloro che rivendicano un diritto negato da una controparte proprietaria: dai debitori vessati da interessi insostenibili, agli inquilini che contestano contratti capestro imposti dai locatori, agli utenti travolti da bollette fuori controllo, alle associazioni che si vedono sottrarre uno spazio pubblico da qualche multinazionale dell’immobiliare.
Dobbiamo capire che tutto si tiene. Le destre sfruttano casi come quello di Roggero come testa d’ariete per dichiarare che la proprietà privata domina sul diritto. E per imporre mutamenti legislativi più ampi e ambiziosi, totalmente sbilanciati a favore degli interessi proprietari.
Eppure tanta gente prende le parti del governo e chiede la grazia per Roggero...
Perché credono che l’obiettivo sia semplicemente quello di affrontare una specifica tragedia umana, di un uomo che reagisce impulsivamente a un’aggressione.
Non comprendono che simili episodi vengono manipolati dalle forze politiche per piegare la legislazione agli interessi prevalenti: ossia, dare massima tutela a quel risicato 10 percento di popolazione che oggi detiene oltre il 60 percento della ricchezza, e restringere ancor più i diritti del 50 percento di popolazione priva di patrimonio.
Insomma, bisogna ricominciare a capire che la benevolente narrazione del gioielliere che reagisce ai rapinatori è solo un paravento per nascondere qualcosa di completamente diverso e soverchiante: una spietata lotta di classe in atto, del capitale che agisce contro il diritto.
Il direttore di Contropiano.org, ha lanciato una provocazione: se le destre chiedono la grazia per Roggero, bisognerebbe pure chiedere la grazia per Cesare Battista, attualmente all’ergastolo anche per il coinvolgimento con i “proletari armati per il comunismo” nell’omicidio di Pier Luigi Torregiani, il cosiddetto “gioielliere giustiziere”, che era stato accusato di avere ucciso un rapinatore. Che ne pensa?
Sono vicende molto diverse. Tuttavia, se guardiamo quelle due tragedie dal punto di vista delle strumentalizzazioni politiche che hanno ispirato, allora un nesso tra i due casi lo troviamo.
Sta nel fatto che la legittimazione politica della violenza privata in difesa della proprietà e la violenza politica contro la proprietà rappresentano, in fin dei conti, due espressioni speculari di un medesimo obiettivo: la distruzione dello stato di diritto, per come oggi lo conosciamo.
Chiaramente, l’eversione rossa dei “proletari armati” è un fatto storicamente determinato, un delirio politico figlio della sua epoca. Eppure, possiamo dire che l’uso strumentale che le destre stanno facendo di casi come quello di Roggero può esser considerato, a sua volta, una forma di “eversione”.
Dopotutto, la gara di Meloni, Salvini, Vannacci e Musk a chi la spara più grossa in difesa del gioielliere è anch’essa una forma di delirio politico, che tuttavia ha un obiettivo immediato e tangibile: dare una spinta ulteriore alla valanga in atto, documentata dai dati, che sta già schiacciando gli altri diritti in nome di una tutela sempre più intransigente e feroce della proprietà del capitale.
Cosa potrebbe significare una richiesta di grazia a Battisti, portata avanti parallelamente all’iniziativa delle destre per la grazia a Roggero?
In un certo senso, potrebbe rivelarsi un modo per sottrarre l’istituto della grazia presidenziale dalle pressioni politiche del governo. Consentirebbe di chiarire che l’eventuale grazia dei condannati non ha nulla a che fare con la legittimazione né di chi spara compiendo una violenza privata in difesa della proprietà né di chi spara in nome di una violenza politica che vorrebbe vendicare quella violenza privata.
Salverebbe l’istituto della grazia dal rischio che venga interpretato come un “liberi tutti”, un incitamento ad armarsi e a farsi giustizia da soli. E aiuterebbe a disinnescare le provocazioni delle destre, che ogni giorno che passa ci fanno compiere un piccolo passo avanti verso una nuova, nera notte della repubblica.
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