Presentazione
Analisi, opinioni, fatti e (più di rado) arte da una prospettiva di classe.
20/02/2026
La rivolta degli ultra-ortodossi scuote Israele
Una città a ferro e fuoco
A Bnei-Brak, una delle ‘capitali’ della comunità ultra-ortodossa dello Stato ebraico, domenica si sono vissute ore di terrore. Due soldatesse, spedite in missione dall’Ufficio reclutamento, sono state assaltate da diverse centinaia di ‘haredim (ebrei integralisti), che vedono come fumo agli occhi la possibilità di essere arruolati nell’esercito. Per loro non è solo una questione etica, ma un vero e proprio comandamento della Torah, un principio religioso non negoziabile. Per cui, l’arrivo delle ‘reclutatrici’ (ma l’IDF nega che avessero questa funzione) ha scatenato la furia popolare, anche perché è stato percepito come una provocazione. Per non essere pestate a sangue, le malcapitate soldatesse hanno dovuto essere soccorse dalla polizia, che ha faticato non poco per evacuarle e sottrarle alla rabbia dei manifestanti. «La polizia – scrive Haaretz – ha dichiarato che 23 persone sono state arrestate. Gli agenti hanno utilizzato granate stordenti e manganelli. Durante la rivolta, un’auto della polizia è stata ribaltata e una motocicletta della polizia è stata data alle fiamme. Bidoni della spazzatura sono stati lanciati contro un’auto della polizia. Tre agenti sono rimasti leggermente feriti durante gli scontri. ‘Avevo chiesto ai miei comandanti di non andare lì e non mi hanno ascoltata’, ha dichiarato una soldatessa. Dopo essere state notate dalla gente del posto, le due hanno cercato di nascondersi nei bidoni della spazzatura e di fuggire, ma la folla le ha comunque trovate».
Proteste anche a Gerusalemme
Per quanto si cerchi di minimizzare, ieri tumulti sono scoppiati anche a Gerusalemme, dove gruppi di ultra-ortodossi hanno cercato di bloccare gli ingressi alla città. La polizia ha dovuto faticare non poco per disperderli. Questo smentisce di fatto alcune prese di posizione dell’establishment, che tendevano a circoscrivere la ribellione a pochi estremisti. Invece, al di là della responsabilità specifica dei disordini di domenica, sullo sfondo resta enorme, come un macigno, il problema del servizio di leva obbligatorio che finora gli ultra-ortodossi sono riuscite a scansare. Buona parte del Paese e della stessa classe politica accusano Netanyahu di essere stato finora troppo accondiscendente, evitando di far passare una nuova legge sul reclutamento, che costringesse questa minoranza religiosa integralista a servire nelle forze armate. Il tutto, naturalmente, per motivi di consenso elettorale. Adesso, il conflitto è addirittura deflagrato davanti all’Alta Corte, col governo accusato di attentato alla Costituzione. Il Capo di Stato maggiore IDF, Eyal Zamir, ha condannato fermamente la rivolta. E lo stesso ha fatto Benjamin Netanyahu, definendo l’attacco «una questione grave e inaccettabile. Perché ogni caso in cui cittadini israeliani feriscono i soldati delle IDF rappresenta un grave superamento di una linea rossa, anche se i rivoltosi erano solo una minoranza estremista». Ma in risposta a Netanyahu, Yair Golan, presidente dei Democratici, ha dichiarato: «La responsabilità ricade esclusivamente sulla leadership Haredim, che riceve il pieno appoggio del Primo ministro».
Esercito contro polizia
Intanto, un altro segnale delle crescenti polemiche interne è lo scontro, a colpi di comunicati, tra l’esercito e le forze di polizia. Il che significa, in parole povere, una resa dei conti tra il Ministero della Difesa (Israel Katz) e quello della Sicurezza Nazionale, guidato dal ‘duro e puro’ Itamar Ben-Gvir. Secondo il Jerusalem Post, ci sono chiare divergenze sulle origini e sulle responsabilità che hanno portato agli incidenti. Il portavoce dell’IDF, generale di brigata Effie Defrin, ha escluso seccamente che gli ufficiali in missione a Bnei Brak abbiano distribuito volantini di reclutamento. L’ufficiale ha così voluto replicare alle critiche, non tanto velate, in arrivo dalla polizia di Tel Aviv, che aveva accusato l’esercito di «mancanza di coordinamento». Ancora più pesanti sono le reazioni informali contro la polizia, in arrivo dagli Alti comandi dell’IDF, riportati dal giornale di Gerusalemme. Si parla apertamente non solo ‘di mancanza di rispetto’, ma addirittura di ‘diffamazione e disinformazione’, a testimonianza di un rapporto sempre più teso in Israele tra i vari corpi dello Stato.
Poco bastone e molta carota
Come avevamo anticipato, il dossier che interessa gli ultra-ortodossi per Netanyahu è vera e propria nitroglicerina. Fatti quattro conti, un colpo al cerchio e uno alla botte, lo spregiudicato Premier cerca di galleggiare senza tagliarsi i ponti alle spalle, consapevole che l’area ultra-ortodossa può essere determinante per la sua sopravvivenza politica. In ogni caso, tutti i rivoltosi haredi arrestati a Bnei-Brak sono già stati già rilasciati. Questo nonostante la gravità degli scontri, che hanno provocato prese di posizione indignate (almeno formalmente) da parte di tutto lo spettro parlamentare. Ma con diversi accenti riguardanti le responsabilità. Evidentemente, il ruolo degli ultra-ortodossi e così importante per la destra israeliana che nessuno se li vuole veramente inimicare.
E nonostante una ‘pellaccia’ come Avigdor Lieberman (leader di Yisrael Beitenu) parli degli haredim rivoltosi come ‘terroristi’ e della necessità di spedire «un battaglione dopo l’altro a riportare l’ordine», non sembra che ‘Bibi’, almeno per ora, abbia tanta voglia di andare allo scontro aperto con avversari così permalosi. Non li ama, ma di sicuro li teme, questo sì.
Fonte
A Bnei-Brak, una delle ‘capitali’ della comunità ultra-ortodossa dello Stato ebraico, domenica si sono vissute ore di terrore. Due soldatesse, spedite in missione dall’Ufficio reclutamento, sono state assaltate da diverse centinaia di ‘haredim (ebrei integralisti), che vedono come fumo agli occhi la possibilità di essere arruolati nell’esercito. Per loro non è solo una questione etica, ma un vero e proprio comandamento della Torah, un principio religioso non negoziabile. Per cui, l’arrivo delle ‘reclutatrici’ (ma l’IDF nega che avessero questa funzione) ha scatenato la furia popolare, anche perché è stato percepito come una provocazione. Per non essere pestate a sangue, le malcapitate soldatesse hanno dovuto essere soccorse dalla polizia, che ha faticato non poco per evacuarle e sottrarle alla rabbia dei manifestanti. «La polizia – scrive Haaretz – ha dichiarato che 23 persone sono state arrestate. Gli agenti hanno utilizzato granate stordenti e manganelli. Durante la rivolta, un’auto della polizia è stata ribaltata e una motocicletta della polizia è stata data alle fiamme. Bidoni della spazzatura sono stati lanciati contro un’auto della polizia. Tre agenti sono rimasti leggermente feriti durante gli scontri. ‘Avevo chiesto ai miei comandanti di non andare lì e non mi hanno ascoltata’, ha dichiarato una soldatessa. Dopo essere state notate dalla gente del posto, le due hanno cercato di nascondersi nei bidoni della spazzatura e di fuggire, ma la folla le ha comunque trovate».
Proteste anche a Gerusalemme
Per quanto si cerchi di minimizzare, ieri tumulti sono scoppiati anche a Gerusalemme, dove gruppi di ultra-ortodossi hanno cercato di bloccare gli ingressi alla città. La polizia ha dovuto faticare non poco per disperderli. Questo smentisce di fatto alcune prese di posizione dell’establishment, che tendevano a circoscrivere la ribellione a pochi estremisti. Invece, al di là della responsabilità specifica dei disordini di domenica, sullo sfondo resta enorme, come un macigno, il problema del servizio di leva obbligatorio che finora gli ultra-ortodossi sono riuscite a scansare. Buona parte del Paese e della stessa classe politica accusano Netanyahu di essere stato finora troppo accondiscendente, evitando di far passare una nuova legge sul reclutamento, che costringesse questa minoranza religiosa integralista a servire nelle forze armate. Il tutto, naturalmente, per motivi di consenso elettorale. Adesso, il conflitto è addirittura deflagrato davanti all’Alta Corte, col governo accusato di attentato alla Costituzione. Il Capo di Stato maggiore IDF, Eyal Zamir, ha condannato fermamente la rivolta. E lo stesso ha fatto Benjamin Netanyahu, definendo l’attacco «una questione grave e inaccettabile. Perché ogni caso in cui cittadini israeliani feriscono i soldati delle IDF rappresenta un grave superamento di una linea rossa, anche se i rivoltosi erano solo una minoranza estremista». Ma in risposta a Netanyahu, Yair Golan, presidente dei Democratici, ha dichiarato: «La responsabilità ricade esclusivamente sulla leadership Haredim, che riceve il pieno appoggio del Primo ministro».
Esercito contro polizia
Intanto, un altro segnale delle crescenti polemiche interne è lo scontro, a colpi di comunicati, tra l’esercito e le forze di polizia. Il che significa, in parole povere, una resa dei conti tra il Ministero della Difesa (Israel Katz) e quello della Sicurezza Nazionale, guidato dal ‘duro e puro’ Itamar Ben-Gvir. Secondo il Jerusalem Post, ci sono chiare divergenze sulle origini e sulle responsabilità che hanno portato agli incidenti. Il portavoce dell’IDF, generale di brigata Effie Defrin, ha escluso seccamente che gli ufficiali in missione a Bnei Brak abbiano distribuito volantini di reclutamento. L’ufficiale ha così voluto replicare alle critiche, non tanto velate, in arrivo dalla polizia di Tel Aviv, che aveva accusato l’esercito di «mancanza di coordinamento». Ancora più pesanti sono le reazioni informali contro la polizia, in arrivo dagli Alti comandi dell’IDF, riportati dal giornale di Gerusalemme. Si parla apertamente non solo ‘di mancanza di rispetto’, ma addirittura di ‘diffamazione e disinformazione’, a testimonianza di un rapporto sempre più teso in Israele tra i vari corpi dello Stato.
Poco bastone e molta carota
Come avevamo anticipato, il dossier che interessa gli ultra-ortodossi per Netanyahu è vera e propria nitroglicerina. Fatti quattro conti, un colpo al cerchio e uno alla botte, lo spregiudicato Premier cerca di galleggiare senza tagliarsi i ponti alle spalle, consapevole che l’area ultra-ortodossa può essere determinante per la sua sopravvivenza politica. In ogni caso, tutti i rivoltosi haredi arrestati a Bnei-Brak sono già stati già rilasciati. Questo nonostante la gravità degli scontri, che hanno provocato prese di posizione indignate (almeno formalmente) da parte di tutto lo spettro parlamentare. Ma con diversi accenti riguardanti le responsabilità. Evidentemente, il ruolo degli ultra-ortodossi e così importante per la destra israeliana che nessuno se li vuole veramente inimicare.
E nonostante una ‘pellaccia’ come Avigdor Lieberman (leader di Yisrael Beitenu) parli degli haredim rivoltosi come ‘terroristi’ e della necessità di spedire «un battaglione dopo l’altro a riportare l’ordine», non sembra che ‘Bibi’, almeno per ora, abbia tanta voglia di andare allo scontro aperto con avversari così permalosi. Non li ama, ma di sicuro li teme, questo sì.
Fonte
Cambiamento climatico. Anche la UE diventa negazionista
La scorsa settimana, le fondamenta degli sforzi climatici dell’Unione Europea hanno iniziato a scricchiolare.
Ricorderete certamente quando la “transizione ecologica” costituiva il nucleo del tentativo europeo di superare la crisi e rilanciare lo sviluppo puntando sulle “tecnologie verdi”, e Mario Draghi riceveva a Milano Greta Thunberg e altri attivisti ambientalisti per l’evento Youth4climate dicendo: «Avete ragione a chiedere una responsabilizzazione, a chiedere un cambiamento. La transizione ecologica non è una scelta, è una necessità. Abbiamo solo due possibilità. O affrontiamo adesso i costi di questa transizione. O agiamo dopo, il che vorrebbe dire pagare il prezzo molto più alto di un disastro climatico».
Era il settembre del 2021, appena quattro anni e mezzo fa. Tutto cancellato. Si torna a petrolio, gas, carbone e qualsiasi altra cosa si possa bruciare.
Ormai da mesi, le capitali europee stanno attaccando le politiche ambientali promosse dalla UE sostenendo che le normative verdi stiano soffocando le loro economie. Ma anche sotto questa offensiva il nocciolo duro della UE per rallentare il riscaldamento globale era rimasto fuori discussione.
Si tratta del Sistema di scambio delle quote di emissione dell’UE (ETS), basato sul principio “chi inquina paga”, che obbliga più di 11.000 centrali elettriche e fabbriche a richiedere un permesso per ogni tonnellata di CO2 che emettono. Le industrie devono comprare queste quote attraverso aste e il prezzo segue le regole della domanda e dell’offerta.
Questo principio – e le relative norme – è stato ora esplicitamente messo in discussione la scorsa settimana durante due summit consecutivi incentrati sulla cura del malessere economico del continente. I leader europei hanno sostenuto che gli alti prezzi delle quote di emissione erano un sintomo preoccupante a cui porre rimedio.
Una larga parte dell’industria pesante del blocco si lamenta da tempo dell’ETS, ormai attivo da circa 20 anni. Durante l’incontro ad Anversa, mercoledì scorso, hanno sferrato il loro attacco chiedendo ai leader dell’UE di “ridurre il prezzo dell’inquinamento”. Non l’inquinamento, ma il suo peso nei loro bilanci. I profitti vengono prima di tutto, e se si accetta che vengano prima della vita di chi lavora le industrie non capiscono perché debbano venire dopo un po’ di inquinamento in più (che contribuisce sul lungo periodo a rendere inabitabile il pianeta e quindi anche a cancellare le industrie stesse).
“L’aumento dei costi del carbonio spinge le catene del valore fuori dall’Europa”, ha dichiarato Markus Kamieth, amministratore delegato del colosso chimico tedesco BASF, avvertendo che il danno è già in atto.
È stato il segnale finale per la revisione profonda – meglio ancora per la cancellazione totale – delle normative “climatiche”. Pochi dei principali politici europei si sono messi a difendere l’ETS, la maggior parte – come i rappresentanti del governo Meloni – hanno colto l’occasione per criticare il sistema.
In fondo, il rappresentante del paese europeo più industrializzato, il cancelliere tedesco Friedrich Merz si è schierato a favore di riforme di vasta portata. Poi ha ridimensionato in parte le proprie affermazioni, visto che il suo traballante governo si regge anche sui voti dei verdi (guerrafondai come pochi, ma per forza di cose ancora ufficialmente “ambientalisti”). Ma il segnale intanto è stato dato: se ne può e se ne deve parlare.
Un primo risultato è stato registrato sui mercati: il prezzo del carbonio è crollato da 81 euro lunedì a meno di 72 euro venerdì.
Tutto il Green Deal europeo sta del resto venendo svuotato in tutti paesi della UE, privato com’della sua efficacia nell’ambito di una vasta spinta alla deregolamentazione. Finora, i politici hanno ritoccato la legislazione verde che stabilisce regole di rendicontazione per le aziende o obiettivi secondari per settori specifici particolarmente in crisi come l’automotive, ma non i pilastri portanti.
Quest’anno, tuttavia, questi pilastri sono in fase di revisione. La Commissione Europea proporrà modifiche alle norme di governance verde sottostanti, agli obiettivi nazionali di emissione e agli obiettivi di assorbimento del carbonio e dovrà rivalutare l’ETS entro luglio.
È il punto di arrivo di “una campagna piuttosto ben orchestrata contro l’ETS da parte di parti dell’industria europea, nel tentativo di abbassare l’asticella per la prossima revisione dell’ETS”, ha dichiarato Marcus Ferdinand, capo analista della società di analisi del mercato del carbonio Veyt. “Il mercato ha perso circa 10 euro in un periodo di tempo molto breve. Questo è chiaramente un segno di erosione della fiducia nella stabilità a lungo termine del sistema”.
Un ETS indebolito avrà conseguenze di vasta portata per l’economia dell’UE e per le sue ambizioni climatiche.
Il sistema regola circa la metà delle emissioni dell’UE e nonostante tutto aveva avuto un enorme successo: dalla sua introduzione nel 2005, l’inquinamento nei settori coperti (fabbriche, centrali elettriche, aviazione e trasporto marittimo) si è dimezzato. Al contrario, le emissioni non coperte dall’ETS sono diminuite di circa il 20 percento.
“In pratica, quel sistema dice: se vuoi inquinare, paghi. Se non vuoi pagare, innova. Ed è quello che è successo”.
Un meccanismo che oltre a trasferire i costi della gestione del danno climatico dall’intera società a chi materialmente lo causa, incoraggia gli investimenti nella produzione pulita. In Cina una politica simile ha portato non solo ad una drastica riduzione delle emissioni climalteranti dell’industria, ma addirittura alla leadership mondiale nelle tecnologie green (dalle auto elettriche ai pannelli solari, ecc.).
Dal punto di vista strettamente capitalistico, il sistema era amato anche dai critici conservatori della regolamentazione verde, perché, a differenza di altre politiche climatiche, l’ETS è uno strumento “basato sul mercato” e completamente neutrale dal punto di vista tecnologico: non dice alle aziende come ridurre le emissioni, ma le incentiva a trovare soluzioni funzionanti.
L’aumento dei prezzi delle quote ha però provocato una reazione negativa. Perché aumentano anche i costi operativi delle aziende, seppur marginalmente, dato che gli alti prezzi dell’energia in Europa, guidati dal costo dei combustibili fossili importati, rappresentano un problema ben più grande.
“Se abbiamo prezzi energetici elevati, rinunciare ai principi dell’ETS è come farsi la pipì addosso: dà un sollievo a breve termine, ma a lungo termine è una punizione per noi stessi”, ha dichiarato l’eurodeputata centrista svedese Emma Wiesner. “Mantenere la nostra dipendenza da petrolio e gas è davvero il modo più efficace per tenere l’industria intrappolata in prezzi alti e grandi vulnerabilità”.
Di fatto, la distruzione del gasdotto russo nel mar Baltico, che riforniva la Germania e altri paesi, unito all'“obbligo” di acquistare il GNL statunitense, tre o quattro volte più costoso, ha fatto saltare lo schema ed i conti.
E proprio la Germania – l’insieme industriale più colpito dalle scelte folli sulla guerra in Ucraina e le sanzioni alla Russia – ha innestato la retromarcia rispetto alle politiche ambientali. Merz, il cui paese era stato il principale sostenitore della tariffazione del carbonio, ha suggerito che l’ETS dovrebbe essere rivisto e che alcuni elementi dovrebbero essere posticipati, definendolo uno “strumento giusto”, ma che necessita di essere “riadattato continuamente”. Ossia dipendente dalla congiuntura economica e dalle esigenze di bilancio delle industrie.
Dopo le sue dichiarazioni, anche i leader di Austria e Repubblica Ceca hanno rinnovato gli attacchi al prezzo del carbonio, seguiti poi anche dalla Polonia.
Lamentele, peraltro, sono arrivate subito anche dai gestori del mercato delle quote (questa svolta compromette il loro business). I movimenti dei prezzi delle quote sono stati così violenti da turbare i trader di carbonio, che hanno implorato i politici di smettere di interferire. “L’ETS dell’UE deve rimanere protetto da interventi politici ad hoc che rischiano di minare la fiducia degli investitori e indebolire il percorso di decarbonizzazione dell’Europa”, ha dichiarato Dirk Forrister, amministratore delegato dell’International Emissions Trading Association.
A fare le spese del calo dei prezzi delle quote sono state anche le aziende che avevano investito nella decarbonizzazione e pianificato le loro strategie aziendali in base al prezzo del carbonio. I titoli del produttore di cemento Heidelberg Materials e della società danese di energia eolica Ørsted, per esempio, sono stati tra quelli che hanno perso valore la scorsa settimana. Se hai speso molto per “decarbonizzare” la produzione, ora quella spesa diventa meno recuperabile e quindi il valore azionario (fondato sull’attesa di profitti futuri) cala.
Di fatto, qualunque cosa si faccia – per andare avanti oppure indietro nelle politiche anti-inquinamento – si mette in difficoltà qualche settore industriale fondamentale.
Viene il sospetto che il difetto stia nel manico, ossia sull’impostazione di partenza: se pretendi di salvare contemporaneamente l’ambiente e il capitalismo ti stai ponendo obiettivi in contraddizione reciproca. Se vuoi far sopravvivere il pollaio, devi tenere lontane le volpi...
Fonte
Ricorderete certamente quando la “transizione ecologica” costituiva il nucleo del tentativo europeo di superare la crisi e rilanciare lo sviluppo puntando sulle “tecnologie verdi”, e Mario Draghi riceveva a Milano Greta Thunberg e altri attivisti ambientalisti per l’evento Youth4climate dicendo: «Avete ragione a chiedere una responsabilizzazione, a chiedere un cambiamento. La transizione ecologica non è una scelta, è una necessità. Abbiamo solo due possibilità. O affrontiamo adesso i costi di questa transizione. O agiamo dopo, il che vorrebbe dire pagare il prezzo molto più alto di un disastro climatico».
Era il settembre del 2021, appena quattro anni e mezzo fa. Tutto cancellato. Si torna a petrolio, gas, carbone e qualsiasi altra cosa si possa bruciare.
Ormai da mesi, le capitali europee stanno attaccando le politiche ambientali promosse dalla UE sostenendo che le normative verdi stiano soffocando le loro economie. Ma anche sotto questa offensiva il nocciolo duro della UE per rallentare il riscaldamento globale era rimasto fuori discussione.
Si tratta del Sistema di scambio delle quote di emissione dell’UE (ETS), basato sul principio “chi inquina paga”, che obbliga più di 11.000 centrali elettriche e fabbriche a richiedere un permesso per ogni tonnellata di CO2 che emettono. Le industrie devono comprare queste quote attraverso aste e il prezzo segue le regole della domanda e dell’offerta.
Questo principio – e le relative norme – è stato ora esplicitamente messo in discussione la scorsa settimana durante due summit consecutivi incentrati sulla cura del malessere economico del continente. I leader europei hanno sostenuto che gli alti prezzi delle quote di emissione erano un sintomo preoccupante a cui porre rimedio.
Una larga parte dell’industria pesante del blocco si lamenta da tempo dell’ETS, ormai attivo da circa 20 anni. Durante l’incontro ad Anversa, mercoledì scorso, hanno sferrato il loro attacco chiedendo ai leader dell’UE di “ridurre il prezzo dell’inquinamento”. Non l’inquinamento, ma il suo peso nei loro bilanci. I profitti vengono prima di tutto, e se si accetta che vengano prima della vita di chi lavora le industrie non capiscono perché debbano venire dopo un po’ di inquinamento in più (che contribuisce sul lungo periodo a rendere inabitabile il pianeta e quindi anche a cancellare le industrie stesse).
“L’aumento dei costi del carbonio spinge le catene del valore fuori dall’Europa”, ha dichiarato Markus Kamieth, amministratore delegato del colosso chimico tedesco BASF, avvertendo che il danno è già in atto.
È stato il segnale finale per la revisione profonda – meglio ancora per la cancellazione totale – delle normative “climatiche”. Pochi dei principali politici europei si sono messi a difendere l’ETS, la maggior parte – come i rappresentanti del governo Meloni – hanno colto l’occasione per criticare il sistema.
In fondo, il rappresentante del paese europeo più industrializzato, il cancelliere tedesco Friedrich Merz si è schierato a favore di riforme di vasta portata. Poi ha ridimensionato in parte le proprie affermazioni, visto che il suo traballante governo si regge anche sui voti dei verdi (guerrafondai come pochi, ma per forza di cose ancora ufficialmente “ambientalisti”). Ma il segnale intanto è stato dato: se ne può e se ne deve parlare.
Un primo risultato è stato registrato sui mercati: il prezzo del carbonio è crollato da 81 euro lunedì a meno di 72 euro venerdì.
Tutto il Green Deal europeo sta del resto venendo svuotato in tutti paesi della UE, privato com’della sua efficacia nell’ambito di una vasta spinta alla deregolamentazione. Finora, i politici hanno ritoccato la legislazione verde che stabilisce regole di rendicontazione per le aziende o obiettivi secondari per settori specifici particolarmente in crisi come l’automotive, ma non i pilastri portanti.
Quest’anno, tuttavia, questi pilastri sono in fase di revisione. La Commissione Europea proporrà modifiche alle norme di governance verde sottostanti, agli obiettivi nazionali di emissione e agli obiettivi di assorbimento del carbonio e dovrà rivalutare l’ETS entro luglio.
È il punto di arrivo di “una campagna piuttosto ben orchestrata contro l’ETS da parte di parti dell’industria europea, nel tentativo di abbassare l’asticella per la prossima revisione dell’ETS”, ha dichiarato Marcus Ferdinand, capo analista della società di analisi del mercato del carbonio Veyt. “Il mercato ha perso circa 10 euro in un periodo di tempo molto breve. Questo è chiaramente un segno di erosione della fiducia nella stabilità a lungo termine del sistema”.
Un ETS indebolito avrà conseguenze di vasta portata per l’economia dell’UE e per le sue ambizioni climatiche.
Il sistema regola circa la metà delle emissioni dell’UE e nonostante tutto aveva avuto un enorme successo: dalla sua introduzione nel 2005, l’inquinamento nei settori coperti (fabbriche, centrali elettriche, aviazione e trasporto marittimo) si è dimezzato. Al contrario, le emissioni non coperte dall’ETS sono diminuite di circa il 20 percento.
“In pratica, quel sistema dice: se vuoi inquinare, paghi. Se non vuoi pagare, innova. Ed è quello che è successo”.
Un meccanismo che oltre a trasferire i costi della gestione del danno climatico dall’intera società a chi materialmente lo causa, incoraggia gli investimenti nella produzione pulita. In Cina una politica simile ha portato non solo ad una drastica riduzione delle emissioni climalteranti dell’industria, ma addirittura alla leadership mondiale nelle tecnologie green (dalle auto elettriche ai pannelli solari, ecc.).
Dal punto di vista strettamente capitalistico, il sistema era amato anche dai critici conservatori della regolamentazione verde, perché, a differenza di altre politiche climatiche, l’ETS è uno strumento “basato sul mercato” e completamente neutrale dal punto di vista tecnologico: non dice alle aziende come ridurre le emissioni, ma le incentiva a trovare soluzioni funzionanti.
L’aumento dei prezzi delle quote ha però provocato una reazione negativa. Perché aumentano anche i costi operativi delle aziende, seppur marginalmente, dato che gli alti prezzi dell’energia in Europa, guidati dal costo dei combustibili fossili importati, rappresentano un problema ben più grande.
“Se abbiamo prezzi energetici elevati, rinunciare ai principi dell’ETS è come farsi la pipì addosso: dà un sollievo a breve termine, ma a lungo termine è una punizione per noi stessi”, ha dichiarato l’eurodeputata centrista svedese Emma Wiesner. “Mantenere la nostra dipendenza da petrolio e gas è davvero il modo più efficace per tenere l’industria intrappolata in prezzi alti e grandi vulnerabilità”.
Di fatto, la distruzione del gasdotto russo nel mar Baltico, che riforniva la Germania e altri paesi, unito all'“obbligo” di acquistare il GNL statunitense, tre o quattro volte più costoso, ha fatto saltare lo schema ed i conti.
E proprio la Germania – l’insieme industriale più colpito dalle scelte folli sulla guerra in Ucraina e le sanzioni alla Russia – ha innestato la retromarcia rispetto alle politiche ambientali. Merz, il cui paese era stato il principale sostenitore della tariffazione del carbonio, ha suggerito che l’ETS dovrebbe essere rivisto e che alcuni elementi dovrebbero essere posticipati, definendolo uno “strumento giusto”, ma che necessita di essere “riadattato continuamente”. Ossia dipendente dalla congiuntura economica e dalle esigenze di bilancio delle industrie.
Dopo le sue dichiarazioni, anche i leader di Austria e Repubblica Ceca hanno rinnovato gli attacchi al prezzo del carbonio, seguiti poi anche dalla Polonia.
Lamentele, peraltro, sono arrivate subito anche dai gestori del mercato delle quote (questa svolta compromette il loro business). I movimenti dei prezzi delle quote sono stati così violenti da turbare i trader di carbonio, che hanno implorato i politici di smettere di interferire. “L’ETS dell’UE deve rimanere protetto da interventi politici ad hoc che rischiano di minare la fiducia degli investitori e indebolire il percorso di decarbonizzazione dell’Europa”, ha dichiarato Dirk Forrister, amministratore delegato dell’International Emissions Trading Association.
A fare le spese del calo dei prezzi delle quote sono state anche le aziende che avevano investito nella decarbonizzazione e pianificato le loro strategie aziendali in base al prezzo del carbonio. I titoli del produttore di cemento Heidelberg Materials e della società danese di energia eolica Ørsted, per esempio, sono stati tra quelli che hanno perso valore la scorsa settimana. Se hai speso molto per “decarbonizzare” la produzione, ora quella spesa diventa meno recuperabile e quindi il valore azionario (fondato sull’attesa di profitti futuri) cala.
Di fatto, qualunque cosa si faccia – per andare avanti oppure indietro nelle politiche anti-inquinamento – si mette in difficoltà qualche settore industriale fondamentale.
Viene il sospetto che il difetto stia nel manico, ossia sull’impostazione di partenza: se pretendi di salvare contemporaneamente l’ambiente e il capitalismo ti stai ponendo obiettivi in contraddizione reciproca. Se vuoi far sopravvivere il pollaio, devi tenere lontane le volpi...
Fonte
In Cina è l’anno del cavallo. Perché il 2026 sarà cruciale
di Michelangelo Cocco
Il Partito Comunista atteso da una serie di sfide: dare labbrivio al quindicesimo piano quinquennale in una situazione di rallentamento economico, poi il vertice tra Xi e Trump, mentre continua la campagna anticorruzione negli apparati civili e militari.
Fonte
Il Partito Comunista atteso da una serie di sfide: dare labbrivio al quindicesimo piano quinquennale in una situazione di rallentamento economico, poi il vertice tra Xi e Trump, mentre continua la campagna anticorruzione negli apparati civili e militari.
Fonte
«Infondata la notizia di reato», dopo quattro anni il gip archivia l’inchiesta sul sequestro dell’archivio storico di Persichetti sul caso Moro
di Paolo Persichetti
«Gli elementi acquisiti nelle indagini preliminari non sono in alcun modo idonei a fondare nei confronti della persona indagata una “ragionevole previsione di condanna”, e ciò per le ragioni analiticamente espresse dal pm nella sua richiesta di archiviazione (leggi qui) che evidenziano anzi positivamente l’infondatezza della notizia di reato, ragioni che questo Ufficio integralmente condivide».
Sono definitive le parole utilizzate lo scorso 19 giugno 2025 dal gip Valerio Savio per liquidare, seppur tardivamente, l’inchiesta che il 9 giugno 2021 portò al sequestro del mio archivio e dei miei strumenti di lavoro, nonché di foto, documentazione strettamente familiare, amministrativa e clinica della mia famiglia.
Dodici magistrati per una girandola d’imputazioni
Uno degli aspetti più significativi dell’inchiesta è stata la girandola di imputazioni che si sono rincorse e accavallate tra l’ufficio del pm Eugenio Albamonte, la procura generale nella persona dell’allora procuratore generale Michele Prestipino (dimessosi dalla magistratura dopo essere stato indagato dalla procura di Caltanissetta – non è uno scherzo – per rivelazione di segreto d’ufficio), che volle includere persino il reato di associazione sovversiva, il tribunale della libertà, il gip, la cassazione e di nuovo il pm. Ben dodici magistrati, tra giudici e pm, tutti impegnati nella caccia al reato introvabile, a una colpa che doveva esserci ma non veniva fuori, al sospetto eletto come prova, all’incriminazione del lavoro storico, del rapporto con le fonti documentali e orali. Una riedizione di quel diritto penale d’autore (o del nemico), dove ciò che è punibile non è più il reato ma il reo, per «quello che è» o «è stato», non per «quello che ha fatto», anche se in questo caso i due aspetti si sovrappongono inevitabilmente. Perché l’indagato, ovvero l’autore di queste articolo, dopo essere stato condannato molti decenni prima per fatti di lotta armata, è diventato un ricercatore che studia il decennio nel quale quel fenomeno politico si è manifestato: una sovrapposizione inammissibile per taluni, una chimica pericolosa per altri.
Gli ignavi
Il pavido mondo dell’accademia, timorosa di confondersi con la mia biografia, ritenuta indigesta, non ha riflettuto abbastanza sugli aspetti inquietanti che hanno segnato questa vicenda: la pretesa degli apparati di polizia, del ministero dell’Interno e della Direzione centrale della polizia di prevenzione di sindacare sulle modalità dell’inchiesta storiografica e sulla legittimità delle fonti interrogate dallo studioso. E ora, anche se la polizia ha fatto cilecca sulle sue pretese di controllo del lavoro storico, il precedente è sancito e incombe su tutti in un’epoca dove la libertà di ricerca e pensiero non ha più lidi sicuri.
Cosa era successo?
La perquisizione e il sequestro dell’archivio sembravano inizialmente legati al possesso di una copia della prima bozza di relazione, e all’invio di alcune sue pagine, che la seconda commissione parlamentare sul sequestro e l’uccisione del leader democristiano Aldo Moro aveva approvato nel dicembre 2015. Col passare dei mesi e dei ricorsi, si era capito, in realtà, che fulcro della indagine erano i miei scambi con un anziano rifugiato delle Brigate rosse che, a sua volta, era in contatto con un altro rifugiato riparato in Nicaragua, coinvolti entrambi nel sequestro Moro: ormai cittadino svizzero l’uno e nicaraguense l’altro. Li avevo interpellati nel corso dei lavori preparatori di un libro sulla storia delle Br che sarebbe apparso nel 2017, Brigate rosse, dalle fabbriche alla campagna di primavera. Inizialmente, quando l’inchiesta era ancora contro ignoti, il primo reato ipotizzato fu la «violazione di segreto d’ufficio», la successiva perquisizione e il sequestro vennero giustificati ipotizzando il «favoreggiamento» e l’«associazione sovversiva». Ma poiché mancavano le «condotte di reato», anziché cassare il sequestro il tribunale di sorveglianza ebbe la bella idea si suggerire una nuova imputazione: la «rivelazione di notizie riservate stabilite dall’autorità». Successivamente il pubblico ministero rinunciava al reato di associazione sovversiva per confermare il favoreggiamento, anche se il gip osservava come nel fascicolo mancasse una chiara individuazione del reato, «una formulata incolpazione anche provvisoria».
L’archiviazione
Nel suo provvedimento il dottor Savio liquida uno alla volta i vari capi di imputazione partoriti durante l’indagine:
– la ricettazione (648 cp), ritenuta «non ipotizzabile, in ogni caso», anche perché non era stata accolta dalla stessa accusa, «non per nulla non ipotizzato e neanche iscritto ex art. 335 cpp dal pm»;
– il favoreggiamento personale (378 cp), giudicato «non perseguibile sia in dipendenza dell’inconsistenza dell’offensività della condotta di rivelazione di segreto ufficio (caduta su atti poi pubblicati, e dopo pochi giorni dal fatto) sia per la natura delle informazioni acquisite da Casimirri Alessio e Lojacono Alvaro con i documenti loro trasmessi dall’indagato, dati che – al di là della loro successiva pubblica diffusione – non erano e non sono idonei a consentire ulteriori incriminazioni o anche solo ulteriori investigazioni in ordine al ruolo da loro avuto nel sequestro di Aldo Moro, vicenda per la quale sono stati già giudicati; Reato comunque estinto poiché le condotte risalgono al dicembre 2015»;
– la rivelazione e utilizzazione di segreto d’ufficio (326 cp) – poiché «non si è potuto ricostruire se la violazione del segreto d’ufficio sia avvenuta per condotte dolose o colpose, ed in quale esatto contesto; Reato comunque estinto poiché le condotte risalgono al dicembre 2015».
Imputazione – va sottolineato – che semmai era ascrivibile alla persona che in totale trasparenza, senza alcun dolo ma con obiettivi legati all’ufficio che svolgeva, aveva consegnato a me, e ad altri ricercatori e studiosi, copie della bozza di relazione annuale poche ore prima della sua approvazione finale, con l’unico – per altro legittimo obiettivo – di elaborare degli emendamenti al testo.
Le indagini sul Moro sexies all’origine dell’inchiesta
Esaminando il fascicolo finalmente depositato integralmente, oggi scopriamo che tutto ha avuto inizio nel marzo 2020, quando la polizia di prevenzione stilava un primo rapporto sulla base di comunicazioni pervenute dalla Fbi relative all’intercettazione di alcune e-mail di Alessio Casimirri, ex brigatista condannato per il sequestro Moro, rifugiato e naturalizzato da decenni in Nicaragua.
Questo episodio avveniva mentre la procura di Roma, ordinaria e generale, da diverso tempo stavano nuovamente indagando sul sequestro Moro. Su input della commissione Moro 2 avevano riaperto alcuni filoni d’inchiesta su aspetti del sequestro, seguiti ad accertamenti svolti nell’ambito dei lavori della commissione parlamentare, che per semplicità sono stati riassunti sotto la definizione di Moro sexies. Alle prime tre inchieste già avviate in quel momento (2016-17-18): presunti rapporti con la ‘ndrangheta, indagati senza esito da quasi un decennio dalla procura generale e ancora in corso; indagini sulle tracce biologiche ritrovate su alcuni mezzi utilizzati in via Fani, sulla Renault 4 e in via Gradoli e su un falso cartellino fotosegnaletico attribuito ad Alessio Casimirri (queste ultime condotte dal pm Albamonte e formalmente archiviate dal gip), e di cui parleremo meglio in un prossimo articolo, si sono aggiunte altre due inchieste aperte nel 2020, sempre da Albamonte, e poi sdoppiate successivamente.
La nuova inchiesta del marzo 2020
«Dal complesso della già menzionata documentazione, acquisita mediante rogatoria internazionale a cura della procura generale di Roma e riversata in atti, emergevano – scriveva il pm Albamonte nella sua richiesta di archiviazione del settembre 2024 – numerosi scambi di messaggi tra il Casimirri e Alvaro Lojacono Baragiola. Anche questi ex Br e latitante in Svizzera». In alcune mail che i due si scambiavano appariva in carbon copy anche un mio account. Come sopra accennato, nel marzo e nel giugno 2020 pervenivano una serie di rapporti di polizia sulla base di informazioni inviate dal magistrato di collegamento presso l’ambasciata degli Stati uniti a Roma, Josh Cavinato, che aveva raccolto «delle registrazioni per le autorità italiane relative ad un account e-mail riconducibile ad Alessio Casimirri».
Le intercettazioni della FBI
Una comunicazione proveniente da Michael Duclos, procuratore presso il Cyber team, Office of international affairs criminal division, del dipartimento di Giustizia degli Stati Uniti, ci permette di comprendere meglio l’origine di queste attività di intercettazione preventiva: si afferma, infatti, che le registrazioni erano state svolte dalle forze di polizia statunitensi e poi fatte pervenire all’Italia. Per poter dare seguito all’attività di assistenza giudiziaria internazionale, Duclos chiedeva, inoltre, se «le autorità italiane avevano ancora necessità che il nostro ufficio ottenga registrazioni direttamente da Google?» e poi «quali fossero gli elementi di prova in possesso delle autorità italiane in grado di dimostrare che le comunicazioni e informazioni presenti negli account indicati fossero pertinenti con reati oggetto di indagine? Si prega di descrivere fatti e prove».
La risposta del procuratore generale
Dopo aver indicato i vecchi profili penali dei titolari degli account messi sotto sorveglianza, il procuratore generale Francesco Piantoni rispondeva – siamo sempre nel marzo del 2020, anche se l’assistenza giudiziaria internazionale è ancora attiva nel maggio del 2022 (nota della Dcpp, n.224/B1/Sez. 2/9699/2022) – che «le comunicazioni intercorse tra i due ex brigatisti latitanti (Casimirri e Loiacono) e tra questi e i due ex terroristi Persichetti e Piccioni (redattore del giornale online “Contropiano”, ndr) sono di rilevante interesse investigativo nell’ambito del presente procedimento, finalizzato all’individuazione di eventuali corresponsabili dell’eccidio di via Fani».
Ad avviso della procura, appariva sospetta la cronologia dei contatti, perché tre delle cinque comunicazioni tra Casimirri e Loiacono, intercettate nel 2018, erano avvenute a ridosso del quarantennale del rapimento Moro, che aveva avuto una importante risonanza mediatica. Non solo, i motivi di sospetto – proseguiva il magistrato – erano dovuti al fatto che nel 2018 si erano chiusi i «lavori della Commissione parlamentare d’inchiesta sul rapimento e sulla morte di Aldo Moro», nonché «per l’attivo interesse che Persichetti Paolo e Piccioni Francesco hanno dimostrato, in questi ultimi anni, con interventi pubblici e pubblicazioni che hanno accompagnato i lavori della Commissione parlamentare […] In più circostanze, infatti, sia Persichetti che Piccioni hanno preso posizione sostenendo sempre, anche a fronte delle nuove acquisizioni della Commissione, quanto affermato dai brigatisti rossi nel corso dei processi è delle audizioni in Commissione e dell’impegno profuso nel seguire i lavori della Commissione parlamentare e nell’intervenire pubblicamente per smentire la necessità di qualsiasi ulteriore approfondimento investigativo».
Lo stralcio dei fascicoli
Questo nuovo filone d’indagine aperto nel 2020 contro ignoti, si scindeva nel 2021 con la mia iscrizione nel registro degli indagati e l’avvio di una ulteriore inchiesta incentrata sul ruolo di Casimirri, volta ad approfondire vecchi aspetti, degli ever green del sequestro Moro: l’abbandono delle macchine del commando brigatista in via Licinio Calvo, l’ampia letteratura dietrologica su via dei Massimi e altri aspetti affrontati dalla Cm2. Indagine, anche questa, che ha condotto alla clamorosa smentita delle ipotesi investigative.
Le frustrazioni dell’antiterrorismo
Ci siano consentite, infine, alcune considerazioni sulle parole del procuratore generale Francesco Piantoni, condivise dal pubblico ministero Albamonte (oggi passato alla Dnaa): a suo avviso svolgere lavoro storico e giornalistico a distanza di quarant’anni dai fatti esaminati (nel frattempo siamo arrivati a 48), decostruire le fake news e le narrazioni complottiste sul rapimento Moro, per altro con riscontri storici di rilievo, mettere in discussione i limiti e le imprecisioni della verità giudiziaria e le narrazioni mainstream, sono un atteggiamento sospetto da indagare, perché – ritiene sempre il procuratore – volti a nascondere la verità, inquinare le prove, coprire dei complici. Tutte ragioni che ai suoi occhi giustificavano addirittura lo svolgimento di rogatorie internazionali con gli Stati Uniti e l’intercettazione del traffico mail degli interessati, fino al sequestro di un archivio e degli strumenti di lavoro di un ricercatore e allo sconvolgimento della vita di una famiglia. Nel fascicolo dell’inchiesta emergono continue ed evidenti dimostrazioni della spasmodica ricerca, all’interno della mole enorme di materiale digitale e carte sequestrate, di rivelazioni inedite su persone e circostanze. Emerge una costante frustrazione che segna tutta l’inchiesta e la fallimentare caccia ai fantasmi, dovuta ad un appiattimento sulle tesi della dietrologia, messa in piedi dal baraccone dell’antiterrorismo, sempre più bisognoso di spettri da creare per giustificare la propria esistenza.
Fonte
«Gli elementi acquisiti nelle indagini preliminari non sono in alcun modo idonei a fondare nei confronti della persona indagata una “ragionevole previsione di condanna”, e ciò per le ragioni analiticamente espresse dal pm nella sua richiesta di archiviazione (leggi qui) che evidenziano anzi positivamente l’infondatezza della notizia di reato, ragioni che questo Ufficio integralmente condivide».
Sono definitive le parole utilizzate lo scorso 19 giugno 2025 dal gip Valerio Savio per liquidare, seppur tardivamente, l’inchiesta che il 9 giugno 2021 portò al sequestro del mio archivio e dei miei strumenti di lavoro, nonché di foto, documentazione strettamente familiare, amministrativa e clinica della mia famiglia.
Dodici magistrati per una girandola d’imputazioni
Uno degli aspetti più significativi dell’inchiesta è stata la girandola di imputazioni che si sono rincorse e accavallate tra l’ufficio del pm Eugenio Albamonte, la procura generale nella persona dell’allora procuratore generale Michele Prestipino (dimessosi dalla magistratura dopo essere stato indagato dalla procura di Caltanissetta – non è uno scherzo – per rivelazione di segreto d’ufficio), che volle includere persino il reato di associazione sovversiva, il tribunale della libertà, il gip, la cassazione e di nuovo il pm. Ben dodici magistrati, tra giudici e pm, tutti impegnati nella caccia al reato introvabile, a una colpa che doveva esserci ma non veniva fuori, al sospetto eletto come prova, all’incriminazione del lavoro storico, del rapporto con le fonti documentali e orali. Una riedizione di quel diritto penale d’autore (o del nemico), dove ciò che è punibile non è più il reato ma il reo, per «quello che è» o «è stato», non per «quello che ha fatto», anche se in questo caso i due aspetti si sovrappongono inevitabilmente. Perché l’indagato, ovvero l’autore di queste articolo, dopo essere stato condannato molti decenni prima per fatti di lotta armata, è diventato un ricercatore che studia il decennio nel quale quel fenomeno politico si è manifestato: una sovrapposizione inammissibile per taluni, una chimica pericolosa per altri.
Gli ignavi
Il pavido mondo dell’accademia, timorosa di confondersi con la mia biografia, ritenuta indigesta, non ha riflettuto abbastanza sugli aspetti inquietanti che hanno segnato questa vicenda: la pretesa degli apparati di polizia, del ministero dell’Interno e della Direzione centrale della polizia di prevenzione di sindacare sulle modalità dell’inchiesta storiografica e sulla legittimità delle fonti interrogate dallo studioso. E ora, anche se la polizia ha fatto cilecca sulle sue pretese di controllo del lavoro storico, il precedente è sancito e incombe su tutti in un’epoca dove la libertà di ricerca e pensiero non ha più lidi sicuri.
Cosa era successo?
La perquisizione e il sequestro dell’archivio sembravano inizialmente legati al possesso di una copia della prima bozza di relazione, e all’invio di alcune sue pagine, che la seconda commissione parlamentare sul sequestro e l’uccisione del leader democristiano Aldo Moro aveva approvato nel dicembre 2015. Col passare dei mesi e dei ricorsi, si era capito, in realtà, che fulcro della indagine erano i miei scambi con un anziano rifugiato delle Brigate rosse che, a sua volta, era in contatto con un altro rifugiato riparato in Nicaragua, coinvolti entrambi nel sequestro Moro: ormai cittadino svizzero l’uno e nicaraguense l’altro. Li avevo interpellati nel corso dei lavori preparatori di un libro sulla storia delle Br che sarebbe apparso nel 2017, Brigate rosse, dalle fabbriche alla campagna di primavera. Inizialmente, quando l’inchiesta era ancora contro ignoti, il primo reato ipotizzato fu la «violazione di segreto d’ufficio», la successiva perquisizione e il sequestro vennero giustificati ipotizzando il «favoreggiamento» e l’«associazione sovversiva». Ma poiché mancavano le «condotte di reato», anziché cassare il sequestro il tribunale di sorveglianza ebbe la bella idea si suggerire una nuova imputazione: la «rivelazione di notizie riservate stabilite dall’autorità». Successivamente il pubblico ministero rinunciava al reato di associazione sovversiva per confermare il favoreggiamento, anche se il gip osservava come nel fascicolo mancasse una chiara individuazione del reato, «una formulata incolpazione anche provvisoria».
L’archiviazione
Nel suo provvedimento il dottor Savio liquida uno alla volta i vari capi di imputazione partoriti durante l’indagine:
– la ricettazione (648 cp), ritenuta «non ipotizzabile, in ogni caso», anche perché non era stata accolta dalla stessa accusa, «non per nulla non ipotizzato e neanche iscritto ex art. 335 cpp dal pm»;
– il favoreggiamento personale (378 cp), giudicato «non perseguibile sia in dipendenza dell’inconsistenza dell’offensività della condotta di rivelazione di segreto ufficio (caduta su atti poi pubblicati, e dopo pochi giorni dal fatto) sia per la natura delle informazioni acquisite da Casimirri Alessio e Lojacono Alvaro con i documenti loro trasmessi dall’indagato, dati che – al di là della loro successiva pubblica diffusione – non erano e non sono idonei a consentire ulteriori incriminazioni o anche solo ulteriori investigazioni in ordine al ruolo da loro avuto nel sequestro di Aldo Moro, vicenda per la quale sono stati già giudicati; Reato comunque estinto poiché le condotte risalgono al dicembre 2015»;
– la rivelazione e utilizzazione di segreto d’ufficio (326 cp) – poiché «non si è potuto ricostruire se la violazione del segreto d’ufficio sia avvenuta per condotte dolose o colpose, ed in quale esatto contesto; Reato comunque estinto poiché le condotte risalgono al dicembre 2015».
Imputazione – va sottolineato – che semmai era ascrivibile alla persona che in totale trasparenza, senza alcun dolo ma con obiettivi legati all’ufficio che svolgeva, aveva consegnato a me, e ad altri ricercatori e studiosi, copie della bozza di relazione annuale poche ore prima della sua approvazione finale, con l’unico – per altro legittimo obiettivo – di elaborare degli emendamenti al testo.
Le indagini sul Moro sexies all’origine dell’inchiesta
Esaminando il fascicolo finalmente depositato integralmente, oggi scopriamo che tutto ha avuto inizio nel marzo 2020, quando la polizia di prevenzione stilava un primo rapporto sulla base di comunicazioni pervenute dalla Fbi relative all’intercettazione di alcune e-mail di Alessio Casimirri, ex brigatista condannato per il sequestro Moro, rifugiato e naturalizzato da decenni in Nicaragua.
Questo episodio avveniva mentre la procura di Roma, ordinaria e generale, da diverso tempo stavano nuovamente indagando sul sequestro Moro. Su input della commissione Moro 2 avevano riaperto alcuni filoni d’inchiesta su aspetti del sequestro, seguiti ad accertamenti svolti nell’ambito dei lavori della commissione parlamentare, che per semplicità sono stati riassunti sotto la definizione di Moro sexies. Alle prime tre inchieste già avviate in quel momento (2016-17-18): presunti rapporti con la ‘ndrangheta, indagati senza esito da quasi un decennio dalla procura generale e ancora in corso; indagini sulle tracce biologiche ritrovate su alcuni mezzi utilizzati in via Fani, sulla Renault 4 e in via Gradoli e su un falso cartellino fotosegnaletico attribuito ad Alessio Casimirri (queste ultime condotte dal pm Albamonte e formalmente archiviate dal gip), e di cui parleremo meglio in un prossimo articolo, si sono aggiunte altre due inchieste aperte nel 2020, sempre da Albamonte, e poi sdoppiate successivamente.
La nuova inchiesta del marzo 2020
«Dal complesso della già menzionata documentazione, acquisita mediante rogatoria internazionale a cura della procura generale di Roma e riversata in atti, emergevano – scriveva il pm Albamonte nella sua richiesta di archiviazione del settembre 2024 – numerosi scambi di messaggi tra il Casimirri e Alvaro Lojacono Baragiola. Anche questi ex Br e latitante in Svizzera». In alcune mail che i due si scambiavano appariva in carbon copy anche un mio account. Come sopra accennato, nel marzo e nel giugno 2020 pervenivano una serie di rapporti di polizia sulla base di informazioni inviate dal magistrato di collegamento presso l’ambasciata degli Stati uniti a Roma, Josh Cavinato, che aveva raccolto «delle registrazioni per le autorità italiane relative ad un account e-mail riconducibile ad Alessio Casimirri».
Le intercettazioni della FBI
Una comunicazione proveniente da Michael Duclos, procuratore presso il Cyber team, Office of international affairs criminal division, del dipartimento di Giustizia degli Stati Uniti, ci permette di comprendere meglio l’origine di queste attività di intercettazione preventiva: si afferma, infatti, che le registrazioni erano state svolte dalle forze di polizia statunitensi e poi fatte pervenire all’Italia. Per poter dare seguito all’attività di assistenza giudiziaria internazionale, Duclos chiedeva, inoltre, se «le autorità italiane avevano ancora necessità che il nostro ufficio ottenga registrazioni direttamente da Google?» e poi «quali fossero gli elementi di prova in possesso delle autorità italiane in grado di dimostrare che le comunicazioni e informazioni presenti negli account indicati fossero pertinenti con reati oggetto di indagine? Si prega di descrivere fatti e prove».
La risposta del procuratore generale
Dopo aver indicato i vecchi profili penali dei titolari degli account messi sotto sorveglianza, il procuratore generale Francesco Piantoni rispondeva – siamo sempre nel marzo del 2020, anche se l’assistenza giudiziaria internazionale è ancora attiva nel maggio del 2022 (nota della Dcpp, n.224/B1/Sez. 2/9699/2022) – che «le comunicazioni intercorse tra i due ex brigatisti latitanti (Casimirri e Loiacono) e tra questi e i due ex terroristi Persichetti e Piccioni (redattore del giornale online “Contropiano”, ndr) sono di rilevante interesse investigativo nell’ambito del presente procedimento, finalizzato all’individuazione di eventuali corresponsabili dell’eccidio di via Fani».
Ad avviso della procura, appariva sospetta la cronologia dei contatti, perché tre delle cinque comunicazioni tra Casimirri e Loiacono, intercettate nel 2018, erano avvenute a ridosso del quarantennale del rapimento Moro, che aveva avuto una importante risonanza mediatica. Non solo, i motivi di sospetto – proseguiva il magistrato – erano dovuti al fatto che nel 2018 si erano chiusi i «lavori della Commissione parlamentare d’inchiesta sul rapimento e sulla morte di Aldo Moro», nonché «per l’attivo interesse che Persichetti Paolo e Piccioni Francesco hanno dimostrato, in questi ultimi anni, con interventi pubblici e pubblicazioni che hanno accompagnato i lavori della Commissione parlamentare […] In più circostanze, infatti, sia Persichetti che Piccioni hanno preso posizione sostenendo sempre, anche a fronte delle nuove acquisizioni della Commissione, quanto affermato dai brigatisti rossi nel corso dei processi è delle audizioni in Commissione e dell’impegno profuso nel seguire i lavori della Commissione parlamentare e nell’intervenire pubblicamente per smentire la necessità di qualsiasi ulteriore approfondimento investigativo».
Lo stralcio dei fascicoli
Questo nuovo filone d’indagine aperto nel 2020 contro ignoti, si scindeva nel 2021 con la mia iscrizione nel registro degli indagati e l’avvio di una ulteriore inchiesta incentrata sul ruolo di Casimirri, volta ad approfondire vecchi aspetti, degli ever green del sequestro Moro: l’abbandono delle macchine del commando brigatista in via Licinio Calvo, l’ampia letteratura dietrologica su via dei Massimi e altri aspetti affrontati dalla Cm2. Indagine, anche questa, che ha condotto alla clamorosa smentita delle ipotesi investigative.
Le frustrazioni dell’antiterrorismo
Ci siano consentite, infine, alcune considerazioni sulle parole del procuratore generale Francesco Piantoni, condivise dal pubblico ministero Albamonte (oggi passato alla Dnaa): a suo avviso svolgere lavoro storico e giornalistico a distanza di quarant’anni dai fatti esaminati (nel frattempo siamo arrivati a 48), decostruire le fake news e le narrazioni complottiste sul rapimento Moro, per altro con riscontri storici di rilievo, mettere in discussione i limiti e le imprecisioni della verità giudiziaria e le narrazioni mainstream, sono un atteggiamento sospetto da indagare, perché – ritiene sempre il procuratore – volti a nascondere la verità, inquinare le prove, coprire dei complici. Tutte ragioni che ai suoi occhi giustificavano addirittura lo svolgimento di rogatorie internazionali con gli Stati Uniti e l’intercettazione del traffico mail degli interessati, fino al sequestro di un archivio e degli strumenti di lavoro di un ricercatore e allo sconvolgimento della vita di una famiglia. Nel fascicolo dell’inchiesta emergono continue ed evidenti dimostrazioni della spasmodica ricerca, all’interno della mole enorme di materiale digitale e carte sequestrate, di rivelazioni inedite su persone e circostanze. Emerge una costante frustrazione che segna tutta l’inchiesta e la fallimentare caccia ai fantasmi, dovuta ad un appiattimento sulle tesi della dietrologia, messa in piedi dal baraccone dell’antiterrorismo, sempre più bisognoso di spettri da creare per giustificare la propria esistenza.
Fonte
“Trouble in UK”. Arrestato il principe Andrea, trema la leadership britannica
Non stiamo ancora camminando sulle teste dei re, ma sicuramente viene calpestata quella di un principe reale.
Un vero e proprio terremoto politico e morale è infatti in corso nel Regno Unito a seguito dell’arresto dell’ex principe Andrea, prelevato dalla polizia nella sua residenza ‘privata’ di Sandringham con l’accusa di “condotta illecita nell’esercizio di una funzione pubblica”.
L’ex principe della casa reale di Windsor, il già defenestrato Andrea, è stato comunque rilasciato dopo 12 ore in custodia.
Uno sviluppo decisamente clamoroso e inedito in un paese ancora imbrigliato da un profondo sistema di ipocrisie e convenzioni intorno alla monarchia ma anche investito da una pesante crisi di credibilità della propria classe dirigente.
Il fratello di re Carlo III risulta indagato con l’accusa di aver condiviso informazioni riservate con il finanziere Jeffrey Epstein nella sua ex funzione di emissario commerciale del governo di Londra. Un reato che in Gran Bretagna, a seconda della gravità dell’infrazione, può comportare persino l’ergastolo, pur essendo concettualmente simile al nostro “abuso d’ufficio” (che è stato addirittura abolito come reato, dal governo attuale...).
L’accusa sarebbe dunque più legata alla divulgazione di notizie finanziarie riservate piuttosto che in relazione allo scandalo sessuale a seguito delle sue strette frequentazioni passate con il defunto finanziere e predatore sessuale statunitense Jeffrey Epstein, morto ufficialmente per “suicidio” in carcere nel 2019.
Il principe, precedentemente conosciuto come “Air Miles Andy”, avrebbe trattato gli interessi della suo paese come valuta di scambio con un condannato per reati sessuali, presumibilmente in cambio di “favori” di quel tipo.
I file fin qui resi pubblici mostrano che durante i suoi viaggi di lavoro come rappresentante del commercio estero britannico, l’ex principe aveva regolarmente tenuto informato Epstein sulle sue attività, sui colloqui riservati che aveva con i vari governi e quindi sulle possibilità di investimento che il finanziere americano avrebbe potuto sfruttare conoscendo in anticipo gli eventi in grado di “stuzzicare” i mercati.
Il sospetto è che Andrea abbia violato le regole e di fatto tradito il Paese, non solo per amicizia e complicità verso Epstein ma anche a fini di lucro, guadagnando lui stesso dagli investimenti operati dal finanziere grazie alle informazioni riservate ottenute.
Stando a quanto emerge dai materiali contenuti nell’ultima tranche di file visionati dalla BBC, sembra che Andrea abbia consapevolmente condiviso informazioni riservate con Jeffrey Epstein, in particolare durante il suo incarico ufficiale di “inviato commerciale” nel 2010 e 2011 (ossia dopo che Epstein aveva subito una prima condanna per reati sessuali e prostituzione minorile).
Secondo una inchiesta condotta dalla BBC le email dell’ultimo lotto di documenti di Epstein mostrano l’ex principe che trasmette rapporti sulle sue visite a Singapore, Hong Kong e Vietnam, nonché dettagli riservati su opportunità di investimento.
Le email indicano che il 7 ottobre 2010 Andrew inviò al finanziere statunitense i dettagli dei suoi successivi viaggi ufficiali come inviato commerciale in Asia, dove fu accompagnato da soci in affari di Epstein. Dopo il viaggio, il 30 novembre, sembra che abbia inoltrato a Epstein i rapporti ufficiali di quelle visite, inviatigli dal suo allora assistente speciale, Amit Patel, cinque minuti dopo averli ricevuti.
Ma oltre alle accuse relative alla diffusione di notizie riservate e ai guadagni privati ottenuti, sul principe Andrea incombono anche le accuse di essere un predatore sessuale.
Maria Farmer, la prima sopravvissuta al “sistema Epstein”, nota per aver denunciato Jeffrey Epstein e Ghislaine Maxwell alla polizia, ha rilasciato una dichiarazione a commento all’arresto del principe Andrea.
“Oggi è solo l’inizio della responsabilità e della giustizia portate avanti da Virginia Roberts Giuffrè, una giovane madre che adorava così profondamente sua figlia da combattere contro i più potenti della terra per proteggerla”, ha detto Maria Farmer. “Ha fatto questo per tutte le figlie. Ora chiediamo che tutti i domino del potere e della corruzione inizino a cadere”.
L’ex principe Andrea Windsor-Mountbatten lo scorso ottobre è stato privato di tutti i titoli dall’attuale re, suo fratello Carlo, proprio in seguito alla pubblicazione del libro postumo di memorie di Virginia Roberts Giuffrè, morta suicida, che lo chiamava in causa nello scandalo.
Il principe ha sempre negato le accuse ed aveva raggiunto un primo accordo extragiudiziale con Virginia Giuffre nel 2022, un accordo monetario che non conteneva però alcuna ammissione esplicita di responsabilità o scuse per la vittima.
Negli ultimi mesi era cresciuta la pressione affinché l’ex membro della famiglia reale accettasse di testimoniare negli Stati Uniti nell’ambito delle indagini sul caso Epstein.
Ma la vicenda delle relazioni con il finanziere pedofilo non sta inguaiando solo la monarchia. Anche lo stolido premier britannico Starmer ha i suoi problemi nel giustificare la sua fiducia e gli incarichi assegnati a Peter Mandelson, un vero e proprio monumento della parte peggiore del partito Laburista (i “rampolli” di Tony Blair).
Nel 1994 Mandelson ha contribuito all’elezione di Blair come leader dei laburisti. Oltre a essere un suo stretto alleato e consigliere, ha anche diretto la campagna laburista per le elezioni generali del 1997. Nel 2004 si dimise dal Parlamento diventando Commissario europeo per il Regno Unito.
Dall’ottobre 2008 al maggio 2010 fu Segretario di Stato per le Imprese, l’Innovazione e le Competenze nel governo laburista di Gordon Brown. Successivamente ricoprì le cariche di Lord Presidente del Consiglio e Primo Segretario di Stato, sempre nei governi laburisti.
Nel dicembre 2024 è stato nominato ambasciatore britannico negli Stati Uniti, incarico mantenuto fino all’11 settembre 2025, quando in base alle rivelazioni sul caso Epstein venne dimesso dall’incarico dal suo amico Starmer.
In una recentissima intervista alla BBC lo stesso Starmer ha dovuto affrontare i legami di Peter Mandelson con Epstein, affermando che “nessuno è stato più severo con lui di se stesso”, riguardo alla decisione di nominarlo ambasciatore negli USA.
“Mi sono scusato per la mia decisione di nominare Peter Mandelson ambasciatore, e chiedo scusa alle vittime per aver creduto alle sue bugie”, ha detto Starmer alla televisione. Ma l’omertà e le coperture di cui Mandelson ha goduto in questi anni, stanno mettendo in seria difficoltà la già scarsa credibilità del primo ministro britannico Starmer.
Le cancellerie europee hanno ormai preso l’abitudine di addebitare il loro crollo di credibilità alla “guerra ibrida” della Russia. Ma neanche la più abile disinformazja russa riuscirebbe a realizzare un capolavoro in negativo come quelli a cui stiamo assistendo da Londra a Parigi o da Berlino a Roma.
P.s. Va sottolineato come, nonostante la maggior parte dei personaggi coinvolti dai files di Epstein sia statunitense, negli Usa ancora nessuno è ufficialmente indagato per i reati che in Europa stanno provocando arresti e dimissioni anche eccellenti, come questo che riguarda la famiglia reale inglese.
Fonte
Un vero e proprio terremoto politico e morale è infatti in corso nel Regno Unito a seguito dell’arresto dell’ex principe Andrea, prelevato dalla polizia nella sua residenza ‘privata’ di Sandringham con l’accusa di “condotta illecita nell’esercizio di una funzione pubblica”.
L’ex principe della casa reale di Windsor, il già defenestrato Andrea, è stato comunque rilasciato dopo 12 ore in custodia.
Uno sviluppo decisamente clamoroso e inedito in un paese ancora imbrigliato da un profondo sistema di ipocrisie e convenzioni intorno alla monarchia ma anche investito da una pesante crisi di credibilità della propria classe dirigente.
Il fratello di re Carlo III risulta indagato con l’accusa di aver condiviso informazioni riservate con il finanziere Jeffrey Epstein nella sua ex funzione di emissario commerciale del governo di Londra. Un reato che in Gran Bretagna, a seconda della gravità dell’infrazione, può comportare persino l’ergastolo, pur essendo concettualmente simile al nostro “abuso d’ufficio” (che è stato addirittura abolito come reato, dal governo attuale...).
L’accusa sarebbe dunque più legata alla divulgazione di notizie finanziarie riservate piuttosto che in relazione allo scandalo sessuale a seguito delle sue strette frequentazioni passate con il defunto finanziere e predatore sessuale statunitense Jeffrey Epstein, morto ufficialmente per “suicidio” in carcere nel 2019.
Il principe, precedentemente conosciuto come “Air Miles Andy”, avrebbe trattato gli interessi della suo paese come valuta di scambio con un condannato per reati sessuali, presumibilmente in cambio di “favori” di quel tipo.
I file fin qui resi pubblici mostrano che durante i suoi viaggi di lavoro come rappresentante del commercio estero britannico, l’ex principe aveva regolarmente tenuto informato Epstein sulle sue attività, sui colloqui riservati che aveva con i vari governi e quindi sulle possibilità di investimento che il finanziere americano avrebbe potuto sfruttare conoscendo in anticipo gli eventi in grado di “stuzzicare” i mercati.
Il sospetto è che Andrea abbia violato le regole e di fatto tradito il Paese, non solo per amicizia e complicità verso Epstein ma anche a fini di lucro, guadagnando lui stesso dagli investimenti operati dal finanziere grazie alle informazioni riservate ottenute.
Stando a quanto emerge dai materiali contenuti nell’ultima tranche di file visionati dalla BBC, sembra che Andrea abbia consapevolmente condiviso informazioni riservate con Jeffrey Epstein, in particolare durante il suo incarico ufficiale di “inviato commerciale” nel 2010 e 2011 (ossia dopo che Epstein aveva subito una prima condanna per reati sessuali e prostituzione minorile).
Secondo una inchiesta condotta dalla BBC le email dell’ultimo lotto di documenti di Epstein mostrano l’ex principe che trasmette rapporti sulle sue visite a Singapore, Hong Kong e Vietnam, nonché dettagli riservati su opportunità di investimento.
Le email indicano che il 7 ottobre 2010 Andrew inviò al finanziere statunitense i dettagli dei suoi successivi viaggi ufficiali come inviato commerciale in Asia, dove fu accompagnato da soci in affari di Epstein. Dopo il viaggio, il 30 novembre, sembra che abbia inoltrato a Epstein i rapporti ufficiali di quelle visite, inviatigli dal suo allora assistente speciale, Amit Patel, cinque minuti dopo averli ricevuti.
Ma oltre alle accuse relative alla diffusione di notizie riservate e ai guadagni privati ottenuti, sul principe Andrea incombono anche le accuse di essere un predatore sessuale.
Maria Farmer, la prima sopravvissuta al “sistema Epstein”, nota per aver denunciato Jeffrey Epstein e Ghislaine Maxwell alla polizia, ha rilasciato una dichiarazione a commento all’arresto del principe Andrea.
“Oggi è solo l’inizio della responsabilità e della giustizia portate avanti da Virginia Roberts Giuffrè, una giovane madre che adorava così profondamente sua figlia da combattere contro i più potenti della terra per proteggerla”, ha detto Maria Farmer. “Ha fatto questo per tutte le figlie. Ora chiediamo che tutti i domino del potere e della corruzione inizino a cadere”.
L’ex principe Andrea Windsor-Mountbatten lo scorso ottobre è stato privato di tutti i titoli dall’attuale re, suo fratello Carlo, proprio in seguito alla pubblicazione del libro postumo di memorie di Virginia Roberts Giuffrè, morta suicida, che lo chiamava in causa nello scandalo.
Il principe ha sempre negato le accuse ed aveva raggiunto un primo accordo extragiudiziale con Virginia Giuffre nel 2022, un accordo monetario che non conteneva però alcuna ammissione esplicita di responsabilità o scuse per la vittima.
Negli ultimi mesi era cresciuta la pressione affinché l’ex membro della famiglia reale accettasse di testimoniare negli Stati Uniti nell’ambito delle indagini sul caso Epstein.
Ma la vicenda delle relazioni con il finanziere pedofilo non sta inguaiando solo la monarchia. Anche lo stolido premier britannico Starmer ha i suoi problemi nel giustificare la sua fiducia e gli incarichi assegnati a Peter Mandelson, un vero e proprio monumento della parte peggiore del partito Laburista (i “rampolli” di Tony Blair).
Nel 1994 Mandelson ha contribuito all’elezione di Blair come leader dei laburisti. Oltre a essere un suo stretto alleato e consigliere, ha anche diretto la campagna laburista per le elezioni generali del 1997. Nel 2004 si dimise dal Parlamento diventando Commissario europeo per il Regno Unito.
Dall’ottobre 2008 al maggio 2010 fu Segretario di Stato per le Imprese, l’Innovazione e le Competenze nel governo laburista di Gordon Brown. Successivamente ricoprì le cariche di Lord Presidente del Consiglio e Primo Segretario di Stato, sempre nei governi laburisti.
Nel dicembre 2024 è stato nominato ambasciatore britannico negli Stati Uniti, incarico mantenuto fino all’11 settembre 2025, quando in base alle rivelazioni sul caso Epstein venne dimesso dall’incarico dal suo amico Starmer.
In una recentissima intervista alla BBC lo stesso Starmer ha dovuto affrontare i legami di Peter Mandelson con Epstein, affermando che “nessuno è stato più severo con lui di se stesso”, riguardo alla decisione di nominarlo ambasciatore negli USA.
“Mi sono scusato per la mia decisione di nominare Peter Mandelson ambasciatore, e chiedo scusa alle vittime per aver creduto alle sue bugie”, ha detto Starmer alla televisione. Ma l’omertà e le coperture di cui Mandelson ha goduto in questi anni, stanno mettendo in seria difficoltà la già scarsa credibilità del primo ministro britannico Starmer.
Le cancellerie europee hanno ormai preso l’abitudine di addebitare il loro crollo di credibilità alla “guerra ibrida” della Russia. Ma neanche la più abile disinformazja russa riuscirebbe a realizzare un capolavoro in negativo come quelli a cui stiamo assistendo da Londra a Parigi o da Berlino a Roma.
P.s. Va sottolineato come, nonostante la maggior parte dei personaggi coinvolti dai files di Epstein sia statunitense, negli Usa ancora nessuno è ufficialmente indagato per i reati che in Europa stanno provocando arresti e dimissioni anche eccellenti, come questo che riguarda la famiglia reale inglese.
Fonte
Gli USA continuano a rafforzare le loro infrastrutture militari in Albania e Kosovo
Gli USA continuano a rafforzare la loro presenza militare nei Balcani, annunciando un contratto quinquennale che copre progetti di costruzione e manutenzione in Albania, Kosovo e Bulgaria. Questo investimento, guidato dagli US Army Corps of Engineers, mira a fornire infrastrutture avanzate per le truppe statunitensi nella regione, nell’ottica di affrontare le prossime sfide geostrategiche e geopolitiche.
Secondo un annuncio ufficiale, è previsto un accordo quinquennale, che include progetti di costruzione e manutenzione presso le basi in cui operano le truppe americane. Questo accordo, ha lo scopo di sostenere la presenza di forze statunitensi e altre attività delle agenzie statunitensi nella regione, tra cui la cosiddetta Repubblica del Kosovo.
“...Accogliamo con favore qualsiasi investimento o aumento delle forze americane in Kosovo, come abbiamo già detto, gli Stati Uniti sono il nostro partner strategico, e non solo investire in infrastrutture militari nel sud-est Europa, ma anche stabilire una base permanente in Kosovo contribuirebbe alla sicurezza non solo del Kosovo, ma anche degli interi Balcani occidentali”, ha detto Liridona Gashi, portavoce del Ministero della Difesa di Pristina.
A questo proposito, il direttore dell’Istituto “OCTOPUS”, A. Fetoshi, afferma che si tratta di una riconferma del forte impegno militare degli Stati Uniti nella regione. “Questa è una notizia straordinaria nel contesto di quei precedenti timori e panico per l’eventuale ritiro delle truppe americane e lo spostamento dell’attenzione americana dal Kosovo. Gli Stati Uniti oggi riconfermano che la concentrazione delle truppe americane è grande per ragioni geostrategiche e per ragioni in corso della minaccia che la Russia rappresenta per questa parte dell’Europa...”, ha detto Fetoshi.
“...La posizione geografica è un interesse geostrategico degli Stati Uniti e della NATO. Non consentire l’influenza russa è estremamente vitale sia per gli Stati Uniti che per Bruxelles e a questo proposito siamo fortunati ad essere in questa posizione con gli interessi geostrategici e geopolitici dell’America, per questo motivo siamo anche una priorità nel progresso delle forze armate del Kosovo in generale”, ha detto Kadri Kastrati, ex comandante della KSF.
Ennesima dimostrazione che il rafforzamento ed il mantenimento della presenza USA in questa parte dell’Europa è mirata a prevenire e indebolire l’influenza russa nei Balcani occidentali.
Fonte
Secondo un annuncio ufficiale, è previsto un accordo quinquennale, che include progetti di costruzione e manutenzione presso le basi in cui operano le truppe americane. Questo accordo, ha lo scopo di sostenere la presenza di forze statunitensi e altre attività delle agenzie statunitensi nella regione, tra cui la cosiddetta Repubblica del Kosovo.
“...Accogliamo con favore qualsiasi investimento o aumento delle forze americane in Kosovo, come abbiamo già detto, gli Stati Uniti sono il nostro partner strategico, e non solo investire in infrastrutture militari nel sud-est Europa, ma anche stabilire una base permanente in Kosovo contribuirebbe alla sicurezza non solo del Kosovo, ma anche degli interi Balcani occidentali”, ha detto Liridona Gashi, portavoce del Ministero della Difesa di Pristina.
A questo proposito, il direttore dell’Istituto “OCTOPUS”, A. Fetoshi, afferma che si tratta di una riconferma del forte impegno militare degli Stati Uniti nella regione. “Questa è una notizia straordinaria nel contesto di quei precedenti timori e panico per l’eventuale ritiro delle truppe americane e lo spostamento dell’attenzione americana dal Kosovo. Gli Stati Uniti oggi riconfermano che la concentrazione delle truppe americane è grande per ragioni geostrategiche e per ragioni in corso della minaccia che la Russia rappresenta per questa parte dell’Europa...”, ha detto Fetoshi.
“...La posizione geografica è un interesse geostrategico degli Stati Uniti e della NATO. Non consentire l’influenza russa è estremamente vitale sia per gli Stati Uniti che per Bruxelles e a questo proposito siamo fortunati ad essere in questa posizione con gli interessi geostrategici e geopolitici dell’America, per questo motivo siamo anche una priorità nel progresso delle forze armate del Kosovo in generale”, ha detto Kadri Kastrati, ex comandante della KSF.
Ennesima dimostrazione che il rafforzamento ed il mantenimento della presenza USA in questa parte dell’Europa è mirata a prevenire e indebolire l’influenza russa nei Balcani occidentali.
Fonte
19/02/2026
È morto Federico Frusciante, comunista e critico cinematografico tagliente
di Cinema Sommerso – Circolo Arci GAP (Roma)
Federico ci rappresentava.
È morto Federico Frusciante, critico cinematografico inferocito. Federico aveva ben chiaro che cosa fosse il Cinema e cercava, nel modo più irriverente e schietto possibile, di trasmetterlo al grande pubblico al quale era arrivato tramite format e video sui social (il più importante e recente CRITICONI) che hanno riscosso un successo tale da avvicinare al Cinema ragazzi e ragazze che non appartenevano a quel mondo.
La sua intransigenza era un modo per mettere spalle al muro chi lo ascoltava, costringerlo a fare i conti non tanto con i film presi in esame quanto piuttosto col loro significato sociale, con ciò che in quel film era sotteso e che il mercato Audiovisivo e la società tutta provava a insabbiare, a rendere merce.
“Se guardate i film con gli zombie solo perché si mangiano le budella non avete capito un cazzo”, la realtà era invece una fotografia della società, in altre parole “gli zombie siamo noi”.
Federico non aveva soltanto chiaro che il Cinema è uno strumento di critica sociale, ma provava anche a responsabilizzare il pubblico in sala, criticando inoltre la nuova distribuzione delle piattaforme audiovisive (come Netflix) che invece prova ad appiattire il Cinema ad un passatempo, un intermezzo tra un impegno e l’altro da vivere da soli e non con la collettività.
Insomma, il Cinema non è “arte per l’arte” ma è uno strumento per sensibilizzare a ciò che accade fuori: “arrabbiatevi perché vi tolgono la pensione, la sanità, i diritti sul lavoro”. Noi in questo ci ritroviamo, a 360 gradi.
Dedicheremo quindi la prima serata della Seconda edizione di Cinema Sommerso a Federico, per ricordarlo e cogliere il suo esempio.
Fonte
Federico ci rappresentava.
È morto Federico Frusciante, critico cinematografico inferocito. Federico aveva ben chiaro che cosa fosse il Cinema e cercava, nel modo più irriverente e schietto possibile, di trasmetterlo al grande pubblico al quale era arrivato tramite format e video sui social (il più importante e recente CRITICONI) che hanno riscosso un successo tale da avvicinare al Cinema ragazzi e ragazze che non appartenevano a quel mondo.
La sua intransigenza era un modo per mettere spalle al muro chi lo ascoltava, costringerlo a fare i conti non tanto con i film presi in esame quanto piuttosto col loro significato sociale, con ciò che in quel film era sotteso e che il mercato Audiovisivo e la società tutta provava a insabbiare, a rendere merce.
“Se guardate i film con gli zombie solo perché si mangiano le budella non avete capito un cazzo”, la realtà era invece una fotografia della società, in altre parole “gli zombie siamo noi”.
Federico non aveva soltanto chiaro che il Cinema è uno strumento di critica sociale, ma provava anche a responsabilizzare il pubblico in sala, criticando inoltre la nuova distribuzione delle piattaforme audiovisive (come Netflix) che invece prova ad appiattire il Cinema ad un passatempo, un intermezzo tra un impegno e l’altro da vivere da soli e non con la collettività.
Insomma, il Cinema non è “arte per l’arte” ma è uno strumento per sensibilizzare a ciò che accade fuori: “arrabbiatevi perché vi tolgono la pensione, la sanità, i diritti sul lavoro”. Noi in questo ci ritroviamo, a 360 gradi.
Dedicheremo quindi la prima serata della Seconda edizione di Cinema Sommerso a Federico, per ricordarlo e cogliere il suo esempio.
Fonte
Iscriviti a:
Commenti (Atom)