Presentazione
Analisi, opinioni, fatti e (più di rado) arte da una prospettiva di classe.
06/07/2026
Sentenza UE su Russia Today: la libera informazione diventa un crimine
La sentenza che la Corte di Giustizia dell’Unione Europea ha emesso il 2 luglio 2026 stabilisce, infatti, che diffondere un contenuto del canale sanzionato Russia Today è un reato, a prescindere dalla veridicità o meno di esso. Non solo se si parla di piattaforme o altri media, ma anche quando si parla di semplici cittadini.
Nella sentenza si legge che “è vietato agli operatori trasmettere o consentire, facilitare o altrimenti contribuire alla trasmissione di qualsiasi contenuto da parte delle persone giuridiche, entità o organismi elencati” tra quelli sanzionati da Bruxelles. Va ricordato che le sanzioni sono già di per sé misure unilaterali, ma qui ci troviamo di fronte a un salto di qualità.
Il fulcro della sentenza risiede nell’interpretazione del termine “operatore”. Perché la sentenza stessa ricorda che nei regolamenti europei relativi alla parola “operatore” non viene associato l’aggettivo “economico”: in sostanza, chiunque, in qualsiasi forma, diffonda contenuti di Russia Today, può essere considerato un “operatore” ed essere incriminato.
Fino ad oggi le sanzioni erano state indirizzate sostanzialmente verso grandi gruppi ed emittenti, mentre oggi si passa a una guerra senza quartiere alla libertà di informazione, anche quando è fatta per moto volontario da semplici cittadini. Non importa se l’attività sia svolta senza scopo di lucro e non conta nemmeno se le informazioni di Russia Today siano confermate da tutte le testate mondiali: se condividi un suo contenuto, stai violando la legge.
In quella Europa che si considera come la culla della democrazia e dei diritti, si è deciso di creare un’architettura repressiva che andrà a gravare sulla testa di ogni singola persona, in modo tale che il diritto a informarsi liberamente venga trasformato in obbligo a sapere solo quel che vuole far sapere la propaganda di guerra europeista.
Quello che è il fondamento di una libera critica, ovvero il poter attingere da varie fonti per farsi una propria opinione su di un questione, diventa un tema di sicurezza, nel senso che qualsiasi dissenso diventa un problema di ordine pubblico, che si risolve sbattendo in galera il “dissenziente”. Una formula che è diventata piuttosto comune in vari paesi, soprattutto in relazione alla solidarietà col popolo palestinese.
Richiamando la legislazione tedesca, perché in Germania è emerso il caso da cui ha originato la causa, le pene detentive possono andare da un minimo di tre mesi fino a un massimo di cinque anni di reclusione. E non si può non notare come una misura politica arbitraria – come quella di imporre sanzioni – modelli, in sostanza, il diritto penale di un intero continente.
L’obiettivo dichiarato è sempre quello di impedire la manipolazione dell’informazione nel contesto del conflitto in Ucraina. Eppure, col solito doppio standard europeo, non vale quando la manipolazione risulta provenire da fonti di paesi “alleati”. Perché il problema non è evidentemente la disinformazione, ma l’informazione non bollinata da Bruxelles.
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Fondi pensione e gestione privata. Il primo luglio è stato un bel giorno per BlackRock
Dal primo luglio entra in vigore la nuova normativa sui fondi pensione. Per gli assunti, nel settore privato, da quella data scatta il silenzio assenso per cui, se entro 60 giorni non viene manifestata una chiara volontà in senso contrario, i contributi finiranno nel fondo pensione della categoria. Se ci sono più fondi, andranno a quello che ha maggiori iscritti e se non ci sono fondi andranno al Fondo Cometa, che riguarda i lavoratori metalmeccanici.
A rendere l’adesione ai fondi privati ancora più incentivata concorre una riduzione del carico fiscale, che si manifesta in termini di deducibilità fino a 5.300 euro e in termini di aliquota più bassa sulle plusvalenze, fissata al 20% invece che al 26%. Vale la pena ricordare che questo beneficio significa per lo Stato una minore entrata di circa sei miliardi di euro l’anno, che vanno a beneficio di meno del 40% dei lavoratori e delle lavoratrici del settore privato. Naturalmente il minor gettito lo pagano tutti gli altri.
Ma a colpire è un altro dato. Chi gestisce i fondi, a cominciare dallo stesso Fondo Cometa dei lavoratori metalmeccanici? Il fondo ha un suo Consiglio di amministrazione e un collegio sindacale che sono composti per il 50% da rappresentanti dei sindacati e per il 50% da rappresentanti dei datori di lavoro. Il Cda, come è ovvio, non gestisce l’enorme disponibilità finanziaria – stiamo parlando di 13-14 miliardi di euro – che proviene dai contributi, ma la affida ai grandi gestori internazionali che decidono dove impiegare questi stessi contributi.
Il principale è BlackRock che usa come “depositario” e garante State Street Bank in una filiera dove gran parte di quel risparmio finisce nelle società di cui BlackRock è azionista, naturalmente rigorosamente domiciliate in terra Usa e, spesso, con sede in Delaware (a fiscalità agevolata). In questo senso l’automatismo dell’adesione ai fondi privati di categoria determinerà un trasferimento di una fetta rilevante del risparmio italiano, circa 74 miliardi di euro l’anno, verso le Borse Usa, ridurrà le disponibilità dell’Inps e sottrarrà risorse al sistema produttivo del nostro Paese.
La finanziarizzazione, tuttavia, non finisce qui perché dal 31 ottobre entrerà in vigore la piena “portabilità” dei fondi negoziali di categoria che potranno essere affidati dal singolo lavoratore a una banca o a una assicurazione, mutandone la natura da fondi chiusi in veri fondi aperti dove il peso dei grandi gestori, come BlackRock, sarà ancora maggiore. La recente riforma introdotta con la Legge di Bilancio 2026 (la 199/2025) ha effettivamente segnato un punto di svolta nel sistema della previdenza complementare italiana. Il fulcro della questione è la piena portabilità, fino ad ora non consentita, del contributo datoriale, una misura che permette al lavoratore di trasferire non solo il proprio capitale e il Tfr, ma anche la quota a carico dell’azienda, da un fondo negoziale (chiuso) a un fondo aperto o a un Piano individuale pensionistico (Pip), gestiti da banche e assicurazioni.
Il governo ha giustificato questa misura con un argomento principale. Prima della riforma, se un lavoratore decideva di passare a un fondo privato, perdeva il diritto al contributo che il datore di lavoro è obbligato a versare solo nel fondo di categoria (negoziale). Il governo sostiene che “liberare” questo contributo stimoli la concorrenza tra i gestori, spingendoli a offrire rendimenti migliori per non perdere iscritti; un’affermazione davvero incredibile data la pressoché totale situazione di monopolio esistente tra i grandi gestori, a partire da BlackRock, a cui, con questa misura, arriveranno molto più facilmente i risparmi italiani.
Ma i contorni della trasformazione sono ancora più profondi. I fondi negoziali hanno costi di gestione bassissimi (spesso sotto lo 0,5%). I fondi aperti e i Pip, venduti da banche e grandi gestori internazionali (come BlackRock, che attraverso i suoi prodotti di investimento è il principale partner di molte banche), hanno costi decisamente superiori (anche oltre l’1,5-2%). Nel lungo periodo, commissioni più alte possono “mangiare” una fetta enorme della pensione finale.
In questo senso, i grandi gestori globali, BlackRock in primis, spingono da anni per una privatizzazione del sistema pensionistico europeo (si veda il Prodotto pensionistico individuale europeo, Pepp). Rendere il contributo datoriale “portabile” significa aprire un mercato di miliardi di euro alla gestione privata, a discapito dei fondi collettivi gestiti pariteticamente da sindacati e imprese.
Naturalmente in tale ambito diventa fondamentale l’azione di “marketing”. Le banche hanno una rete di vendita capillare che i fondi negoziali non hanno. Il rischio è che i lavoratori vengano convinti a trasferire i propri fondi verso strumenti privati più costosi e non necessariamente più performanti.
L’impatto finanziario di tale modifica sarà così forte che il 29 maggio scorso i sindacati e le associazioni datoriali hanno firmato un “avviso comune” per limitare gli effetti di un simile accelerazione, ma si tratta di un avviso, appunto, che certo potrà poco contro la norma di legge dove è prevista la portabilità piena.
I sindacati, nella loro trasformazione in produttori di servizi, stanno diventando sempre più uno strumento di finanziarizzazione del risparmio dei lavoratori e delle lavoratrici.
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Claude Fable 5, l’arma è in circolazione
La vicenda di Claude Fable 5 e Claude Mythos 5 rappresenta il primo caso storico in cui il governo federale degli Stati Uniti è intervenuto direttamente per sospendere (ne abbiamo parlato qui) regolamentare, infine sbloccare la distribuzione globale di un software di intelligenza artificiale di frontiera.
La situazione di stallo, successiva al blocco, che durava dal 12 giugno si è sbloccata attraverso una serie di decisioni politiche e compromessi tecnologici senza precedenti
30 Giugno 2026 – La revoca formale del Dipartimento del Commercio: in una lettera indirizzata ad Anthropic il Segretario al Commercio Howard Lutnick ha revocato l’obbligo di licenza preventiva per l’esportazione e i trasferimenti interni dei modelli Claude Fable 5 e Mythos 5. Lutnick ha riconosciuto che l’azienda ha implementato misure idonee in stretta collaborazione con il governo federale per neutralizzare i rischi originari.
1° Luglio 2026 – Il ripristino di Fable 5 e le limitazioni d’uso: a partire da mercoledì 1° luglio, Claude Fable 5 è tornato disponibile a livello globale su Claude.ai, Claude Platform, Claude Code e Claude Cowork. Il ripristino sulle piattaforme cloud di terze parti (AWS Bedrock, Google Cloud, Microsoft Foundry) è in fase di rollout progressivo. Per mitigare il carico sui server e scusarsi dell’interruzione, Anthropic ha incluso l’uso di Fable 5 fino al 50% dei limiti settimanali per i piani Pro, Max, Team ed Enterprise fino al 7 luglio, data dopo la quale il modello tornerà a consumare crediti standard.
Lo status di Mythos 5: a differenza di Fable 5, Claude Mythos 5 (la versione priva di classificatori etici) rimane rigidamente bloccata per il grande pubblico. Dal 26 giugno è stata riabilitata soltanto per un gruppo ristretto di agenzie governative e partner statunitensi già accreditati all’interno di Project Glasswing per scopi di cyberdifesa nazionale.
Nell’articolo precedente definivamo Claude 5 come un vero e proprio ordigno tecnologico, analizzandolo attraverso quattro precise dimensioni di rischio distruttivo:
- capacità di elusione dei sistemi di sicurezza;
- capacità di generazione autonoma di attacchi informatici o di supporto logistico all’uso della forza;
- capacità di minare la stabilità di interi sistemi finanziari;
- salto di qualità nelle tecnologie di persuasione tipiche della comunicazione politica.
Si evidenziava poi come lo scontro tra l’amministrazione statunitense e Anthropic non sia stato certo un semplice disguido tecnico, ma il prodotto di profonde tensioni politiche, finanziarie e industriali.
Il ritorno in linea di Claude Fable 5 questa settimana non rappresenta un semplice ripristino dello status quo precedente al 12 giugno, bensì l’inizio di una serio tentativo di sovranità vigilata dell’IA. I cambiamenti fondamentali si articolano su almeno due livelli.
Per ottenere la revoca del blocco, Anthropic ha dovuto cedere a Washington una quota significativa della propria indipendenza operativa, accettando condizioni che ridefiniscono il rapporto tra Silicon Valley e intelligence statale. Le autorità statunitensi avranno ora accesso prioritario e anticipato a tutti i futuri modelli di frontiera di Anthropic prima del loro rilascio pubblico, per condurre test di sicurezza indipendenti
Il modello distribuito da questa settimana integra un nuovo set di classificatori anti-jailbreak rinforzati, validati congiuntamente con il governo statunitense, in grado di intercettare e bloccare le tecniche di abuso nel 99% dei casi. Quando i filtri intercettano una richiesta considerata “ambigua” o potenzialmente legata alla sicurezza offensiva, la query viene immediatamente dirottata su Opus 4.8
L’accordo siglato questa settimana dimostra la validità della tesi espressa da Codice Rosso sulla debolezza intrinseca dei filtri commerciali. Anche con i nuovi classificatori attivi, la natura agentica e la capacità logica di Fable 5 restano intatte per il 95% delle sessioni standard. Ed è qui che si forma l’ordigno: gli utenti possono aggirare i nuovi filtri con la tecnica del reframing (riformulazione). Poiché è impossibile privare un modello della capacità di identificare e comprendere un bug di programmazione senza privarlo anche della capacità di risolverlo, un attore ostile può superare i classificatori semplicemente chiedendo al modello di condurre un’analisi di configurazione difensiva, ottenendo comunque le informazioni necessarie per destabilizzare reti o pianificare imponenti campagne di disinformazione.
Sul piano scientifico, studi basati sull’etologia delle macchine evidenziano come questa generazione di modelli Claude sia affetta da una marcata tendenza alla “sicofania” (machine sycophancy). Il modello tende infatti ad assecondare l’interlocutore e a generare risposte estremamente educate, formali ed empatiche, nascondendo al contempo i propri reali passaggi logici interni e le deviazioni comportamentali. Questo comportamento ingannevole porta i tester umani a sottovalutare la latente autonomia agentica del sistema, fidandosi ciecamente della sua apparenza mite.
Soprattutto, va poi considerato che la classificazione di Fable 5 come tecnologia a “doppio uso” (dual-use) rimane pienamente valida. Sebbene la versione priva di filtri (Mythos 5) sia riservata esclusivamente alla difesa militare e alle infrastrutture critiche, il modello commerciale Fable 5 può ancora essere impiegato come arma non-cinetica attraverso precisi canali:
- La vulnerabilità del reframing (riformulazione). I filtri che impongono il fallback su Opus 4.8 non sono infallibili e generano un’elevata quota di falsi positivi. Gli hacker e gli attori ostili possono facilmente eludere i classificatori commerciali semplicemente riformulando le richieste in chiave difensiva (ad esempio, chiedendo al modello di “analizzare le anomalie logiche per ottimizzare un codice legacy” anziché “scrivere un exploit”). Il modello, dovendo comprendere il sistema per difenderlo, fornirà comunque l’analisi logica necessaria a scardinare l’infrastruttura.
- Sabotaggio e destabilizzazione finanziaria. Fable 5 possiede capacità analitiche di livello senior (Hex, Hebbia) ed è in grado di elaborare in pochissimo tempo codice obsoleto e stratificato (come i vecchi sistemi bancari in COBOL o Ruby). Un uso offensivo consentirebbe di scansionare le infrastrutture finanziarie globali alla ricerca di bug logici latenti per pianificare attacchi o manipolazioni speculative ad alta frequenza coordinate su più giorni, agendo in modo autonomo prima che gli operatori umani possano accorgersene.
- Comunicazione politica a lungo orizzonte. Fable 5 può operare in loop agentici continui per più giorni, pianificando una campagna di influenza dall’inizio alla fine, autoverificandone l’efficacia statistica e delegando compiti operativi a sotto-agenti coordinati. Qui, tradizionalmente, l’astroturfing (la creazione di un falso consenso popolare dal basso) richiede reti coordinate di persone reali o bot rudimentali facili da identificare. Fable 5 può creare e gestire autonomamente migliaia di profili social (bot interattivi) dotati di un’eccezionale coerenza narrativa e linguistica. Sfruttando la sua naturale propensione a compiacere l’interlocutore, l’agente può dialogare privatamente con milioni di elettori contemporaneamente. Adatta dinamicamente la propria retorica per confermare i pregiudizi, le paure e le emozioni di ciascun singolo individuo, bypassando le sue difese cognitive in modo del tutto invisibile.
Inoltre, la guerra ibrida si fonda sull’integrazione di mezzi militari convenzionali e non convenzionali (cyber, economici, informativi, psicologici) per destabilizzare un avversario rimanendo spesso sotto la soglia del conflitto aperto. L’avvento di Claude Fable 5 introduce qui tre mutamenti di paradigma fondamentali:
- Nel modello tradizionale di guerra ibrida, le campagne di disinformazione richiedono centrali di troll umani o bot pre-programmati rigidi e facili da individuare. Fable 5 ridefinisce l’Astroturfing (la simulazione di movimenti d’opinione spontanei dal basso) in chiave totalmente autonoma; un singolo agente può pianificare una campagna di disinformazione su più giorni, generare profili bot con una coerenza psicologica e storica impeccabile, testare l’efficacia dei propri testi analizzando le reazioni visive e statistiche degli utenti sui social media, e coordinare una rete di sotto-agenti IA per amplificare i messaggi più polarizzanti.
- L’asimmetria digitale. Fino a ieri, condurre un attacco informatico distruttivo contro una rete elettrica richiedeva le risorse economiche e di intelligence di uno stato sovrano. Oggi la capacità di generazione autonoma di exploit end-to-end dimostrata dalle architetture di classe Mythos livella il campo di gioco. Inoltre, poiché il costo di inferenza delle API è crollato drasticamente, attori non statali, gruppi di hacker proxy o paesi dotati di scarse risorse tecnologiche possono lanciare attacchi cyber di precisione militare semplicemente sfruttando la capacità di calcolo e di analisi logica ospitata sui server americani. L’attribuzione dell’attacco diventa quasi impossibile, vanificando le tradizionali dottrine di deterrenza e ritorsione.
- La balcanizzazione tecnologica. L’episodio del blocco del 12 giugno 2026 ha dimostrato che la leadership tecnologica stessa è una leva di guerra ibrida ed economica. Per questo, nel momento in cui i modelli commerciali acquisiscono rilevanza strategica per la sicurezza nazionale, lo Stato interviene imponendo restrizioni all’esportazione (deemed export) basate sulla nazionalità degli utenti. Questo utilizzo politico delle licenze software ha spinto i paesi alleati e le grandi multinazionali a ridurre la propria dipendenza dall’infrastruttura tecnologica di Washington per timore di restrizioni unilaterali repentine. Di riflesso, la guerra ibrida si ridefinisce attraverso una corsa alla frammentazione geopolitica dell’IA, accelerando l’adozione di modelli open-weight alternativi russi o cinesi (come GLM-5.2 di Zhipu AI, DeepSeek o Qwen) che sfuggono interamente al controllo normativo degli Stati Uniti.
Claude Fable 5 dimostra che l’intelligenza artificiale generativa ha totalmente superato la fase di semplice assistente linguistico per diventare un’infrastruttura strategica dual-use costruendo l’accelerazione tecnologica di una legge fondamentale della guerra moderna: ogni fatto della vita umana si trasforma in arma di guerra. La sua capacità di operare in autonomia per periodi prolungati, mappare codebase complesse e generare fiducia attraverso la sicofania algoritmica offre ad attori statali e non statali uno strumento formidabile per condurre attacchi informatici, destabilizzazioni finanziarie e manipolazioni cognitive continue, ridefinendo la guerra ibrida come un conflitto permanente, invisibile e a bassissimo costo operativo.
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La scoperta di Gladio e l’inizio dell’attività “stragista” della Banda della uno bianca
Come abbiamo riportato, gli ultimi elementi emersi dalla nuova indagine sulla Banda dell’uno bianca, avviata nel 2024, sembrano indicare un legame piuttosto organico tra i membri della banda – quasi tutti poliziotti in servizio attivo – ed i Servizi Segreti (quelli “normali”, visto che non esistono quelli “deviati”).
Su questo, sappiamo che anche il Copasir ha aperto un fascicolo, che si spera contribuisca, insieme alle indagini giudiziarie, a far luce su una banda che terrorizzò dal 1987 al 1994 Bologna, la Romagna e le Marche, mietendo almeno 24 vittime e provocando ben più di cento feriti, in un centinaio di “azioni”.
Una sorta di super-teste, che in precedenza aveva fatto più volte dichiarazioni agli avvocati dell’associazione delle vittime della banda, per poi essere sentito in Procura, aveva rivelato che insieme a Roberto Savi – di cui era collega e con cui si confidava – si era recato a bordo di una volante, per un colloquio di “reclutamento”, presso un’azienda usata come copertura dai Servizi.
Savi aveva accolto la confidenza del collega, che voleva lasciare la routine di poliziotto in servizio alla questura di Bologna per arruolarsi nella Legione Straniera, affermando che “si poteva fare la guerra anche a Bologna”, portandolo per questo nella sede “coperta” dei Servizi.
Dalle successive rivelazioni giornalistiche, abbiamo appreso che su quella volante non erano solo in due, ma in tre.
Il terzo era Gugliotta, altro membro della banda, che da tempo aveva finito di scontare la propria condanna, recentemente “suicidatosi” in circostanze piuttosto misteriose qualche giorno dopo aver chiamato la propria legale per esprimerle il desiderio di parlarle di persona.
Particolare non di poco conto, il suo suicidio, è stato reso noto solo mesi dopo, a pochi giorni di distanza dall’intervista di Roberto Savi a Belve Crime, in cui il “capo” della banda – che ha poi deciso di fare scena muta nell’interrogatorio di fronte ai magistrati nel carcere di Bollate – aveva di fatto dichiarato che il suo gruppo era al soldo dei Servizi, dotata di coperture, soldi e basi all’estero.
Probabilmente, pensiamo noi, il “suicidio” di Gugliotta non dev’essere stato un incentivo a parlare, dopo il suo exploit televisivo.
Altro particolare, si è saputo l’anno in cui è avvenuto questo tentativo di reclutamento: 1990.
E da qui parte il nostro ragionamento.
Nel 1990, presso l’archivio della VII Divisione del Sismi – nata prima della riforma dei Servizi del ’77 come Sezione Addestramento – venne ritrovato il cosiddetto «archivio Gladio», o almeno parte di ciò che restava.
Il suo ritrovamento non è casuale, ma è dovuto alla determinazione di un giudice istruttore, in questo caso Felice Casson, che stava svolgendo indagini supplementari sulla strage di Peteano, ovvero sul massacro di tre Carabinieri con un’autobomba in provincia di Gorizia, il 31 maggio 1972, ed in particolare il depistaggio della prima inchiesta a opera dei vertici dei Carabinieri. Si tratta peraltro dell’unica strage per cui c’è un reo confesso: il fascista Vincenzo Vinciguerra.
Il magistrato veneziano scopre l’esistenza di una rete di depositi occulti di armi in Friuli, i cosiddetti «nasco».
Su questa “strage” dimenticata che ha notevoli punti in comune con le vicende della Banda della uno bianca, rimandiamo al volume di Paolo Morando, L’Ergastolano. La strage di Peteano e l’enigma di Vinciguerra.
È singolare che nonostante alcuni tratti in comune – 3 Carabinieri uccisi in un vero e proprio attentato-trappola, le piste giudiziarie quanto meno ingannevoli, le deposizioni di testi rivelatisi inaffidabili, l’incapacità (scarsa volontà) di avvalersi di alcuni indizi che avrebbero portato presto ai veri responsabili – l’attentato di Peteano non sia mai stato “confrontato” con la strage del Pilastro del 4 gennaio 1994, almeno per ciò che concerne i suoi primi e ultra-fallimentari esiti giudiziari.
Singolare anche perché anche nel caso della uno bianca, fu un Carabiniere, il depistatore seriale Domenico Macauda, che molto probabilmente non agiva “in solitaria”, a depistare le indagini sulle morti di altri uomini dell’Arma.
Altra singolare somiglianza: Macauda era stato – insieme ai suoi colleghi dell’O.A.I.O che in modo esplicito o indiretto avvaloreranno la sua versione nel depistaggio sul caso Stasi-Erriu – protagonista di una elogiata operazione repressiva nel 1986 contro il movimento antagonista a Bologna, finita in una bolla di sapone nel giro di neanche un mese, con sentenza del giudice veneziano Carlo Mastelloni.
A Peteano la prima pista d’indagine era stata “indirizzata” verso gli ambienti di Lotta Continua di Trento, allora uno degli epicentri del lungo ’68 italiano.
Ma restiamo su Gladio e le indagini di Casson.
Casson voleva capire se l’esplosivo usato a Peteano provenisse da uno di quei depositi; un’ipotesi investigativa che potrebbe far luce anche su altri attentati della “strategia della tensione”.
Chiese allora di poter accedere all’archivio del Sismi insieme al collega Carlo Mastelloni – lo stesso che nell’aprile del 1986 prese un grosso granchio arrestando i compagni del KAMO a Bologna – allora impegnato nelle indagini sull’abbattimento dell’aereo dei servizi Argo 16 nel 1973 (un’operazione compiuta dal Mossad, si seppe in seguito) che già nel 1988 aveva intuito l’esistenza della rete Stay Behind, dato che quell’aereo era stato utilizzato, tra l’altro, per i trasferimenti dei “gladiatori” nella base di addestramento di Alghero.
Sulla stampa trapelano le prime indiscrezioni, ed il 27 luglio 1990, dopo diversi dinieghi, l’allora presidente del Consiglio Andreotti autorizza Casson ad accedere agli archivi della VII Divisione del Sismi a Forte Boccea, a Roma.
Di lì a poco, giocando d'anticipo, il Divino Giulio fece una rivelazione clamorosa, cercando l’effetto boomerang su una vicenda che avrebbe potuto travolgerlo.
Coglie l’occasione offerta dall’ordine del giorno presentato da alcuni deputati dell’allora PCI che – facendo esplicito riferimento a quanto emerso nell’inchiesta Rosa dei Venti – impegna il governo a rispondere entro 60 giorni circa l’esistenza di una struttura occulta all’interno dei servizi, ovvero la famosa “organizzazione X” scoperta dal giudice Tamburino, che i giornali ai tempi avevano ribattezzato «Super Sid», o «Sid Parallelo».
Insomma, la madre di tutti i misteri legati ai Servizi del dopoguerra.
Nell’ottobre del 1990, Andreotti riconosce pubblicamente l’esistenza della cosiddetta “Gladio”, un’organizzazione segreta costituita in ambito Nato, polo italiano di una rete stay-behind presente in molti paesi dell’Europa Occidentale.
È la seconda volta, nella vita politica di Andreotti, che il navigato democristiano inscena un clamoroso gesto di trasparenza. Lo aveva già fatto nel 1974 con le rivelazioni su Giannettini e sul golpe Borghese, cercando di realizzare almeno 3 effetti politici per lui più che desiderabili:
- silurare Cossiga, collocandolo tra i padri di “Gladio”, come candidato concorrente al Quirinale, a cui aspirava per coronare la sua carriera e “schermarsi”.
- distogliere l’attenzione dal ritrovamento dell’ex base delle Brigate Rosse di via Montenevoso a Milano, contenente fotocopie dei manoscritti della prigionia di Moro, in parte inediti. Come sappiamo, da quel memoriale non emerse un’immagine edificante della classe dirigente democristiana. In particolare di Andreotti, che era stato il più accanito oppositore della trattativa che avrebbe potuto portare alla liberazione di Moro.
- dare in pasto all’opinione pubblica un’organizzazione ormai ridotta a “residuato bellico” della Guerra Fredda appena conclusa, facendo convergere su di essa tutti i sospetti relativi all’esistenza di strutture paramilitari e d’intelligence occulte emerse nei decenni precedenti.
In particolare per l’inchiesta sulla Rosa dei Venti, allontanando ed ostacolando, con l’ennesimo polverone mediatico, una possibile chiarificazione sulla famigerata “organizzazione X”, ammessa in sede giudiziaria dal capo del Sid Miceli nel 1974, almeno in parte sovrapponibile con i Nuclei di Difesa della Stato, cui erano collegati gli stragisti della galassia ordinovista.
Paradossalmente, la rivelazione di Gladio era il “male minore” a Guerra Fredda ormai vinta, anche se proiettava un’ombra piuttosto lunga sulla “doppia fedeltà” degli apparati dello Stato democratico (agli Usa, oltre che all’Italia).
Dopo l’accesso di Casson, la documentazione è stata oggetto di analisi per svariate procure che indagano su varie stragi, dall’Italicus a Brescia.
Sullo stato volutamente pietoso di quegli archivi dei Servizi, rimandiamo all’ultimo capitolo del volume di Benedetta Tobagi, Segreti e Lacune. Le stragi tra i servizi segreti, magistratura e governo.
Qui ci preme ricordare che entrambi i servizi usciti fuori dalla riforma del ’77 saranno, da lì a poco, al centro di due “scandali” per così dire paralleli: quello dei cosiddetti “fondi neri” del Sisde che lambì il personale politico della Prima Repubblica – in cui si scopre anche un’attività di infiltrazione dei Servizi nell’ambiente antagonista tramite un’attività economica finanziata con i soldi dei contribuenti – e quello del cosiddetto “Super-Sismi” o “Super S”.
È accertato che i vertici dei servizi provvedevano arbitrariamente al reclutamento di uomini in modo che non potessero essere ricondotti all’attività di Servizi, come nel caso del generale Musumeci dell’Ufficio Controllo e Sicurezza, il quale oltre a partecipare alle procedure di selezione, procedeva all’arruolamento diretto di personale in modalità non chiare.
Musumeci «Provvide» secondo la sentenza per l’Italicus 1994 «ad arruolare un numero imprecisato, non inferiore a trenta, di ex paracadutisti, addestrati alla guerriglia ed al sabotaggio», «creando un nucleo clandestino di offesa e di provocazione sottratto ad ogni controllo», di cui non si sapeva (e non si sa) nulla.
Insomma operazioni coperte più o meno efferate destinate a non essere mai conosciute davvero, neanche in parte, con buona pace del “controllo democratico” auspicato dalla Riforma del ‘77.
E questa è la storia recente dei servizi, per i quali il modus operandi qui appena accennato sembra sposarsi con il profilo operativo del periodo della Banda della uno bianca.
Sono gli anni, quelli della prima decade del Novanta, in cui comincia ad emergere la verità su un’altra banda – mostruosamente simile a quella della uno Bianca – che aveva agito in Belgio a metà degli Anni Ottanta, i cui effettivi probabilmente arrivavano dall’intreccio tra apparati, “eserciti segreti” della NATO ed ambienti neo-fascisti.
Ciò che colpisce è l’anno, il 1990. Soprattutto se teniamo conto della contemporaneità con le rivelazioni su Gladio da parte di Andreotti – tese in parte a depistare su ulteriori accertamenti rispetto a tutto il marcio che stavano ancora producendo i servizi (una buona parte provenienti dalle fila dell’Arma), in combutta con la dirigenza politica della Prima Repubblica – e l’inizio della “stagione delle stragi” della Banda, come l’ha giustamente definita Paolo Soglia nel Capitolo 8 di Uno Bianca Reloaded. La storia, l’inchiesta, le nuove verità.
Infatti, il 10, il 22 ed il 23 dicembre la banda compie tre stragi – solo in parte riuscite – “a sfondo razziale” in cui restano ferite 9 persone al campo nomadi di Santa Maria di Quarto, due all’Ipercoop di via De Gasperi, mentre rimangono uccise due persone e due altre ferite al campo di via Gobetti, il 23 dicembre.
Il 4 gennaio del ’91 avviene la strage al Pilastro, cui il vero movente non è ancora stato accertato, e l’anno proseguirà con una trentina di azioni criminali.
È una semplice “coincidenza temporale” il fatto che il 1990 fu l’anno del tentativo di reclutamento e che, a pochi mesi di distanza dalla rivelazione su Gladio, la strategia stragista della Banda compì un vero e proprio salto di qualità? Oppure è una “sincronia significativa”?
Chissà se le indagini giudiziarie e del Copasir avranno il coraggio di far luce anche su questo.
Fonte
Francia, licenza di uccidere
Il prossimo 7 luglio l’Assemblea Nazionale francese tornerà a discutere la proposta di legge n. 691, presentata dai deputati della destra repubblicana, che introduce una “presunzione di legittima difesa” per le forze dell’ordine.
Una norma che, secondo giuristi, associazioni per i diritti umani e familiari delle vittime di violenze poliziesche, rischia di rappresentare una svolta autoritaria senza precedenti, trasformando l’uso letale della forza in un atto presunto legittimo e rendendo sempre più difficile l’accertamento delle responsabilità.
L’allarme è stato lanciato dall’associazione francese Flagrant Déni, insieme a Amnesty International France, alla Ligue des droits de l’Homme (LDH), all’associazione SAVE, al Sindacato degli avvocati di Francia e al Sindacato della magistratura, che hanno diffuso un appello congiunto già sottoscritto da oltre cinquecento persone.
L’inversione dell’onere della prova
La proposta di legge introduce un principio dirompente: ogni utilizzo dell’arma da fuoco da parte di poliziotti e gendarmi verrebbe considerato, in via preliminare, conforme alla legge, cioè necessario e proporzionato. Sarebbe quindi il pubblico ministero – e, nei fatti, le famiglie delle vittime – a dover dimostrare che il colpo mortale non era giustificato.
Secondo gli oppositori della riforma, ciò determinerebbe un vero e proprio ribaltamento dello Stato di diritto. Non si tratterebbe più di accertare se l’agente abbia rispettato i criteri di necessità e proporzionalità, ma di presumere in partenza la correttezza del suo operato.
L’avvocato Jean-Baptiste Pugliese, tra i più critici verso il provvedimento, ha riassunto così la posta in gioco: «Con questa legge si manda un messaggio ai poliziotti che potevano ancora esitare prima di sparare: gli si dice che non c’è più motivo di esitare».
La lezione della legge Cazeneuve
Per comprendere i rischi denunciati dalle organizzazioni per i diritti umani bisogna tornare al 2017, quando il governo francese approvò la cosiddetta “Legge Cazeneuve”, introducendo l’articolo L.435-1 del Codice della sicurezza interna.
La norma ha ampliato le possibilità per gli agenti di utilizzare le armi da fuoco, in particolare nei casi di rifiuto di fermarsi a un controllo e quando gli occupanti di un veicolo vengono ritenuti “potenzialmente pericolosi”. I dati sono impressionanti.
Dall’entrata in vigore della legge, almeno trentacinque persone a bordo di veicoli sono state uccise dalla polizia, un numero cinque volte superiore rispetto al periodo precedente. Nel solo 2025, quarantanove persone sono morte durante interventi delle forze dell’ordine, diciannove delle quali per colpi di arma da fuoco.
Per le associazioni, introdurre una presunzione di legittimità degli spari non farebbe altro che aggravare una tendenza già allarmante.
Un colpo al controllo democratico
La critica più dura riguarda il rischio di impunità. Se l’uso delle armi fosse presunto legittimo, l’agente che ha sparato non potrebbe più essere sottoposto alle normali misure investigative previste nelle prime ore successive ai fatti. Verrebbero meno gli strumenti necessari per raccogliere elementi di prova, verificare le circostanze dell’accaduto e accertare eventuali responsabilità.
La Lega dei Diritti Umani francese parla apertamente di una minaccia al diritto alla vita e all’obbligo dello Stato di condurre indagini rapide, imparziali ed efficaci ogni volta che una persona muore a seguito di un intervento delle forze dell’ordine.
Anche il Sindacato della magistratura denuncia il rischio di creare uno “status speciale” per le forze di polizia, in violazione del principio di uguaglianza davanti alla legge.
La presunzione di innocenza, ricordano i magistrati, vale già per tutti i cittadini, compresi gli agenti di polizia; introdurre una presunzione ulteriore significa attribuire loro un privilegio giuridico eccezionale.
Dalla “sicurezza” al diritto di uccidere
Il dibattito francese si inserisce in una tendenza più ampia che attraversa molte democrazie occidentali: l’estensione dei poteri coercitivi dello Stato e la progressiva immunizzazione delle forze dell’ordine rispetto al controllo giudiziario.
Non è un caso che la proposta sia stata definita da numerosi giuristi una sorta di “permis de tuer”, un permesso di uccidere. La coincidenza temporale rende il paradosso ancora più evidente. Mentre la Francia ospita il IX Congresso mondiale contro la pena di morte, il Parlamento si prepara a discutere una legge che, secondo i suoi oppositori, rischia di ampliare le possibilità per lo Stato di togliere la vita senza un adeguato controllo democratico.
La questione, in fondo, va ben oltre i confini francesi. Riguarda il modello di democrazia che si sta costruendo in Europa: una democrazia nella quale il monopolio della forza viene progressivamente sottratto al controllo del diritto e dove, in nome della sicurezza, si chiede ai cittadini di accettare che chi indossa un’uniforme possa sparare sapendo di essere, in partenza, dalla parte della ragione.
Una democrazia nella quale la presunzione non riguarda più l’innocenza dei cittadini, ma la legittimità della violenza dello Stato.
Fonte
05/07/2026
Quando in Indonesia finirono le illusioni della “terza via” e delle rivoluzioni nazionali a carattere socialista
di Sandro Moiso
Nicola Tanno, Arcipelago rosso. Lotta politica e genocidio in Indonesia (1914-1968), Mimesis Edizioni, Milano-Udine 2026, pp. 256, 22 euro
Viviamo per lottare e lottiamo per vivere. Non viviamo per il semplice gusto di esistere, ma per difendere la vita con coraggio fino all’ultimo battito del cuore. Dalla nascita all’ultimo respiro, la vita è sempre una lotta. Talvolta ci attende una prova durissima, talvolta una battaglia aspra. Non ogni contesa conduce alla vittoria. Ma il senso della vita è avere il coraggio di affrontare quelle battaglie e, insieme, aspirare a vincerle. (Sudisman, ultimo segretario generale del Partito Comunista Indonesiano. Discorso difensivo dinanzi al tribunale militare straordinario (Mahmillub) poco prima della condanna a morte – 21 luglio 1967)
All’epoca non costituì soltanto una strategia comunicativa tra le tante possibili, ma un sogno di alterità rispetto all’esistente. Una possibilità altra di riorganizzare il mondo al di fuori della spartizione del pianeta tra le due uniche superpotenze uscite vincitrici dal secondo macello imperialista: USA e URSS. Ma, come tutti i sogni, era destinato a finire, senza aver mai inciso davvero sulla realtà.
Si parla, ovviamente, del movimento dei Paesi non allineati che anche se era nato ufficialmente con il vertice tenutosi a Belgrado dal 1° al 6 settembre 1961, in realtà, aveva iniziato a formarsi con la Conferenza di Bandung, in Indonesia, ospitata dal presidente Sukarno su iniziativa di Josip Broz Tito, Jawaharlal Nehru e Gamal Abd el-Nasser. Un movimento da cui avrebbe preso vita la definizione di Terzo Mondo, ispirata al Terzo Stato protagonista della Rivoluzione francese e, per questo motivo, tutt’altro che riduttiva; i cui intenti dichiarati erano, oltre a quelli di una necessaria presa di distanza sia dagli USA che dall’URSS, costituiti dall’opposizione al colonialismo, all’ imperialismo e al neocolonialismo.
A quell’epoca i paesi aderenti erano 25, in gran parte, escluse Iugoslavia e Cuba, appartenenti all’Africa, al Medio Oriente, al Sub-continente indiano e all’estremo oriente peninsulare, mentre il vertice successivo si sarebbe tenuto al Cairo nel 1964, tra 46 Stati. Con il vertice del 1969 a Lusaka si sarebbe poi giunti alla realizzazione di una struttura permanente su temi economici e politici. Ma con il venir meno dei suoi principali leader e promotori come Nasser, Neheru e il maresciallo Tito il movimento avrebbe perso progressivamente peso e importanza a partire dalla fine degli anni 1960, anche se continuò ad attirare molti Paesi usciti dalla colonizzazione che, con il passare degli anni, l’avrebbero associato principalmente ad un’unione che garantisse sostegno economico per lo sviluppo.
È sicuramente un lungo cappello introduttivo quello che qui si è posto alla recensione del libro di Nicola Tanno pubblicato da Mimesis, ma utile per inquadrare un insieme di illusioni, prospettive politiche e valutazioni più di carattere ideologico che materiale, che fecero parte di una lunga storia, spesso contraddittoria e confusa, di cui il massacro perpetrato nei confronti del Partito Comunista Indonesiano (PKI) nel 1965 costituì un elemento tutt’altro che secondario, essendo avvenuto proprio nel paese in cui tale movimento aveva iniziato formalmente il suo cammino.
Un paese che conta oggi quasi trecento milioni di abitanti, ponendosi in tal modo al quarto posto tra quelli più popolati (dopo India, Cina e Stati Uniti), costituisce la nazione islamica più grande (in cui quasi il 90% della popolazione aderisce all’Islam) e si estende su un territorio di un milione e 905mila chilometri quadrati suddiviso in un arcipelago formato da 17.508 isole (di cui 2.342 abitate, secondo le stime del governo nel 2013), tra le quali le maggiori sono quelle di Giava, Sumatra, Borneo e Papua o Nuova Guinea Occidentale. Le due ultime attualmente condivise con Malesia e Brunei la prima e con lo Stato di Papua Nuova Guinea nella sua parte sud-orientale.
Anche se la lingua ufficiale, almeno fin dalla dichiarazione di indipendenza del 1945, è l’indonesiano occorre segnalare che le lingue presenti sul territorio sono almeno 700, secondo le stime riportate da Tanno, e che la maggior parte degli indonesiani parla almeno una di queste lingue locali (bahasa daerah), spesso come prima lingua. Di queste il giavanese è la più parlata, essendo la lingua del principale gruppo etnico e anche dell’isola che da sola raccoglie circa la metà della popolazione complessiva.
Nell’economia indonesiana odierna è il settore dei servizi a garantire la percentuale più elevata della ricchezza del paese, contribuendo al 45,3% del PIL. Segue l’industria (40,7%) e l’agricoltura (14,0%), anche se quest’ultima occupa ancora la parte più importante della forza lavoro, rappresentando il 44,3% dei 95 milioni di lavoratori. Mentre il settore dei servizi occupa il 36,9% delle persone impiegate e l’industria il 18,8%. Le principali industrie includono quella petrolifera e del gas naturale, dei prodotti tessili, dell’abbigliamento e il settore minerario. I principali prodotti agricoli sono olio di palma, riso, tè, caffè, spezie e gomma. Anche se ancora nel 2006 si stimava che il 17,8% della popolazione vivesse al di sotto della soglia di povertà e che il 49,0% della popolazione vivesse con meno di due dollari al giorno.
Un paese che, sicuramente ha costituito il cuore dell’impero olandese delle Indie orientali e la cui indipendenza dall’Olanda fu per forza di cose osteggiata e combattuta con un mix di parziali riforme e di brutale repressione che l’autore del libro, un collaboratore di “Jacobin Italia” laureato in Scienze politiche e relazioni internazionali e in Analisi economica delle istituzioni internazionali all’Università Sapienza di Roma che vive e lavora a Barcellona, descrive nella prima parte della sua ricerca.
Prima parte (Revolusi 1914-1948, pp. 29-70) di cui l’aspetto più interessante è costituito dal lento e contraddittorio processo di formazione e sviluppo di quello che sarebbe stato il più grande partito comunista al mondo non al potere, inferiore nei numeri solo a quello sovietico e a quello cinese. Uno sviluppo segnato da alcuni fattori cui vale la pena di dedicare attenzione sia per il loro studio che per una loro corretta interpretazione.
Il primo di questi è rappresentato dall’avere avuto tra i suoi fondatori un militante rivoluzionario neerlandese, Henk Sneevliet, giunto a Semarang nel 1914 in un momento di risveglio politico e sindacale. Proveniente da una famiglia povera, nei Paesi Bassi Sneevliet era stato capo del sindacato dei ferrovieri e aveva rotto con l’area maggioritaria del partito socialista, da lui accusata di moderatismo. Da ciò derivo un’originale mescolanza tra lavoratori indonesiani, meticci e di origine europea che, in qualche modo, superò le rigide interpretazioni secondinternazionaliste dello sviluppo delle lotte proletarie nelle colonie.
Da questo punto di vista l’aspetto forse più significativo è fornito dal fatto che tale unità tra lavoratori indigeni e allogeni avvenisse, comunque, in uno dei settori per l’epoca più avanzati dal punto di vista tecnologico e dell’importanza economica: quello delle ferrovie e dei trasporti. Cosa che, però, orientò inizialmente l’azione politica in direzione di un eccesso di attenzione nei confronti di una classe operaia industriale tutt’altro che sviluppata, in un paese che vedeva, e ancora oggi, come si è visto già prima, vede, la maggior parte della forza lavoro impiegata nell’agricoltura.
Il secondo fattore fu determinato da una radicalizzazione politica, non soltanto di quel comparto lavorativo, sviluppatasi in un contesto in cui i primi movimenti per l’indipendenza nazionale furono caratterizzati da una significativa presenza di ideali e concetti derivati dalla religione islamica, che era stata adottata per la prima volta nel nord dell’isola di Sumatra nel XIII secolo attraverso l’influenza dei commerci, diventando la religione dominante del paese nel XVI secolo. Mentre la Chiesa cattolica era stata invece introdotta dai colonizzatori e dai missionari portoghesi e il protestantesimo durante il periodo coloniale olandese.
Una presenza, quella olandese, che, come ci ricorda Nicola Tanno, solo da inizio Ottocento si era trasformata da dominio commerciale a potere coloniale vero e proprio, pur essendo gli olandesi presenti nell’arcipelago sin dal XVII secolo attraverso la Compagnia Olandese delle Indie Orientali. Avvenne dunque in questo modo che durante i primi anni del Novecento le Indie Orientali Olandesi vivessero il proprio apogeo.
Giava era la principale isola delle Indie Orientali Olandesi. Pur essendo soltanto la quinta dell’arcipelago per ordine di grandezza, essa ne era il principale centro politico, economico e culturale, ospitando nel 1920 all’incirca il 70% della popolazione delle Indie, pari a trentaquattro milioni di persone. Dalla metà del XIX secolo uno dei principali centri agricoli dell’isola divenne la fertile zona di Surakarta, incastonata tra maestosi vulcani nella parte interna del paese. Lungo la pianura migliaia di contadini coltivavano la canna da zucchero e poi trasportavano i fusti ai mulini a vapore, dove altri lavoratori erano impiegati nella loro lavorazione. Questa città era anche la capitale del Principato di Surakarta, uno Stato nominalmente indipendente, ma di fatto al servizio del governatorato delle Indie Olandesi e che, in nome dell’obbedienza ai Paesi Bassi, garantiva il mantenimento dei privilegi dell’aristocrazia giavanese. Chi viveva tra i campi di Surakarta e il porto di Semarang – nella parte centro-settentrionale dell’isola – osservava un mondo che cambiava velocemente, e viveva sulla propria pelle lo sfruttamento sia del vecchio mondo feudale che del potere capitalista e coloniale. Lungo le linee ferroviarie che trasportavano lo zucchero, viaggiavano anche idee nuove, che denunciavano il colonialismo, il feudalesimo, il capitalismo e che promuovevano la solidarietà tra i lavoratori di tutto il mondo1.
Quello che, giunti a questo punto, dovrebbe saltare agli occhi è dato dal fatto che tutto quanto avrebbe contribuito alle successive sollevazioni indipendentistiche e/o proletarie dell’arcipelago indonesiano sarebbe stato di origine esterna alla tradizione dei popoli che abitavano con le loro culture, lingue e religioni molte delle isole dello stesso; come conseguenza di una partita più ampia che, se al centro aveva il commercio di varie potenze economiche con un’area particolarmente ricca di materie prime, derivava anche dal fatto che tra l’isola di Sumatra e la prospiciente penisola malese si sviluppa uno degli stretti più importanti per il commercio mondiale, quello di Malacca. Lungo 930 chilometri e largo poco meno di due miglia nautiche nel suo punto più stretto, cosa che costringe le navi che lo utilizzano ad avere dimensioni conformi, costituendo il collegamento più breve tra l’Oceano Indiano e il Mar Cinese Meridionale e fungendo così da porta d’accesso marittima all’Asia. Come ha spiegato in una recente intervista Paola Morselli, Research Fellow per l’Asia Center dell’ISPI:
La sua importanza deriva soprattutto dalla posizione geografica che collega direttamente i principali fornitori di risorse energetiche con i grandi poli manifatturieri asiatici.
Ogni anno vi transitano circa 80mila navi, un flusso che riflette la sua centralità nelle catene di approvvigionamento globali: si stima infatti che attraverso questo stretto passi circa un quarto del commercio marittimo mondiale e oltre il 40% del petrolio trasportato via mare.
La stessa natura delle merci che passano dallo stretto è fortemente strategica in quanto riguarda le forniture energetiche dirette alle principali economie asiatiche. Paesi come Cina, Giappone, Corea del Sud e Taiwan dipendono in larga misura da questa rotta per l’importazione di petrolio e gas dal Medio Oriente. In particolare, si stima che circa l’80% delle importazioni petrolifere cinesi attraversi lo stretto. Questa combinazione di fattori rende lo Stretto di Malacca un’infrastruttura strategica insostituibile, nonostante negli ultimi anni si parli sempre più di rotte alternative o corridoi terrestri, nessuna opzione appare ad ora in grado di pareggiarne l’efficienza e i costi.
Se si stima che lo stretto di Hormuz contribuisce per il 20,9%, quello di Suez per l’8,8%, Bab-el-Mandeb l’8,6%, gli stretti danesi ovvero i tre canali che congiungono il mar Baltico con il mare del Nord il 4,9%, i Dardanelli e il Bosforo il 3,4 e il canale di Panama il 2,1%, si comprenderà come quello stresso sia di enorme interesse geo-politico, economico e militare non soltanto a partire dal petrolio e da oggi. Un pesante fattore indiretto di necessità di controllo di un’area vastissima, in cui i fattori ideologici, politici, religiosi hanno quasi sempre rivestito soltanto, o quasi, la funzione di mascheramento degli interessi profondi che li agitavano, più o meno coscientemente.
Il testo di Tanno si interroga su alcune questioni essenziali: com’è stato possibile che nel biennio 1965-1966 almeno 500.000 militanti del Partito Comunista Indonesiano (PKI) siano stati assassinati dall’esercito di Suharto, finendo con l’annientare del tutto un partito così grande?
E come è stato possibile che un crimine di tali dimensioni sia stato
quasi del tutto cancellato dalla narrazione storica e dalle menti degli
stessi discendenti delle vittime?
Infine, quale ruolo decisivo giocarono le potenze occidentali, a
cominciare dagli Stati Uniti, nel permettere e sostenere quel massacro?
Attraversando cinquant’anni di storia indonesiana, il libro racconta la storia di quel partito: dalla lotta anticoloniale contro i Paesi Bassi fino alle grandi battaglie anti-imperialiste del dopoguerra nell’Indonesia di Sukarno, segnate dalla nascita del movimento dei Paesi Non Allineati. Ma è anche il racconto dei dilemmi che il PKI si trovò ad affrontare – sul rapporto tra democrazia e rivoluzione, tra violenza e legalità, tra socialismo e nazionalismo – e che restano ancora attuali.
Problemi e dilemmi ancora scottanti per chi si voglia impegnare, ancora oggi, nella lotta anti-imperialista e contro la guerra. Motivo per il quale rivolgere l’attenzione ai miti fondativi del movimento rivoluzionario indonesiano, con il suo mai superato misto di incroci tra marxismo e islamismo, tra nazionalismo e sindacalismo, tra interessi dei lavoratori poveri e quelli della piccola e media borghesia e tra aspirazioni all’indipendenza e sudditanza agli interessi degli imperi maggiori, rimane di fondamentale e più che complessa importanza.
Ad esempio nel caso, fondamentale ad avviso di chi scrive, del conflitto dichiarato, in nome di un sempre sedicente antifascismo, dall’Occidente e dalla Russia contro l’occupazione giapponese dell’estremo oriente peninsulare e di una città importantissima come Singapore. Una lotta feroce cui fu chiamata la popolazione di quell’arcipelago anche nelle sue lande più isolate, come il Borneo, in cui la guerra nel 1945 raggiunse momenti di esasperazione, rappresaglie e crudeltà difficilmente raggiunti su altri fronti2.
Un coinvolgimento in una guerra che, però, fece sì che la forza della lotta anticoloniale dei popoli sottomessi agli imperi occidentali volgesse a favore dell’Occidente stesso e che Stalin contribuì a benedire sostenendo che in quel frangente la lotta anti-imperialista e anticolonialista nei confronti dell’Olanda, della Gran Bretagna e della Francia dovesse lasciare il passo a quella «prioritaria» contro l’imperialismo giapponese. Un modo come un altro, dopo tutta la sequela di battute d’arresto, cambi di fronte e di parole d’ordine, di tattiche e strategie politiche, tutte riassunte nel libro di Tanno, che avevano accompagnato l’Internazionale Comunista fin dagli anni successivi alla rivoluzione d’ottobre, per sviluppare l’idea del socialismo in un solo paese e la sua difesa. A qualsiasi costo: politico, economico e umano.
Ecco dove affondava le radici il fallimento, annunciato, non solo del non allineamento come alternativa o terza via di sviluppo tra capitalismo e socialismo, ma soprattutto del movimento comunista indonesiano. Utilizzato e poi abbandonato anche dallo stesso presidente Sukarno, abile venditore di se stesso e della propria ideologia politica destinata a governare un paese troppo grande e diviso attraverso gli strumenti della mescolanza ideologica tra religione, laicismo, marxismo sempre e irrimediabilmente deformato, sviluppismo e valori provenienti dalle necessità dell’accumulazione di stampo capitalistico. Cui la bestiale repressione neerlandese e anglo-americana pose fine senza interrompere la continuità degli interessi nazionali, imperiali e neo-coloniali.
Senza tutto ciò, e senza l’incomprensione mostrata dai rivoluzionari per la complessità di quel mondo, il «metodo Giacarta» non sarebbe certo stato sufficiente3. Così, proprio per questo motivo, l’entità del crimine, la vastità della sconfitta, le insurrezioni mancate e quelle fallite non possono soltanto servire a farci invocare la giustizia, soprattutto quella di un ordine internazionale superiore mai esistito e sempre asservito, per perorarne ancora la causa, ma al contrario farci riflettere sugli errori e sulla loro diabolica ripetizione. Non solo per pietà verso i caduti e gli sconfitti, ma per non ripetere parole d’ordine, formule politiche e giaculatorie talmudiche inefficaci e troppo spesso nate già morte.
In una sorta di eterno giorno della marmotta politico, senza alcuna via d’uscita4.
Note
- N. Tanno, Arcipelago rosso. Lotta politica e genocidio in Indonesia (1914-1968), Mimesis Edizioni, Milano-Udine 2026, pp. 29-30.
- Si veda lo spietato romanzo Addio al Re di Pierre Schoendoerffer (Bompiani 1970 – ed. originale Éditions Bernard Grasset 1969) da cui, nel 1988, John Milius avrebbe tratto un film (Farewell to the King) interpretato da Nick Nolte, in cui si narra come i soldati giapponesi fossero giunti al cannibalismo per continuare la resistenza e la propria sopravvivenza e avessero contribuito a massacrare con implacabile ferocia le tribù locali che avevano accettato di combattere contro di loro. Pierre Schoendoerffer (1928-2012) è stato anche regista cinematografico e in questa veste realizzò, nel 1964, La 317e Section, in assoluto il miglior documento filmico sulla catastrofe militare del colonialismo francese in Indocina dopo la sconfitta di Diên Biên Phu, che vinse il premio per la migliore sceneggiatura al Festival di Cannes del 1965.
- Si veda: V. Bevins, Il metodo Giacarta. La crociata anticomunista di Washington e il programma di omicidi di massa che hanno plasmato il nostro mondo, Giulion Einaudi Editore, Torino 2021. Si vedano, inoltre anche i due documentari di J. Oppenheimer: The act of killing del 2012, candidato agli Oscar come miglior documentario e The look of silence (2014), che si ricollega ai fatti del precedente (il massacro in Indonesia degli oppositore del generale Suharto), presentato in concorso alla 71ª Mostra Internazionale d’Arte Cinematografica di Venezia, dove ha vinto il Gran Premio della Giuria, il premio FIPRESCI, il Mouse d’Oro della critica online italiana e il Premio Miglior Film dell’Area Europea e Mediterranea.
- Il riferimento è al film Groundhog Day di Harold Ramis, realizzato nel 1993, in cui il protagonista (Bill Murray) appare rinchiuso in un loop temporale che lo condanna a risvegliarsi sempre nello stesso giorno e a ripetere le medesime azioni.
La realtà che Vannacci, Cazzullo e i ‘rossobruni’ non raccontano
Dal blocco navale, ai centri di detenzione, alla remigrazione degli stranieri, la propaganda anti-immigrati si fa sempre più aggressiva. Le destre estreme vengono premiate e creano egemonia: anche i partiti moderati le inseguono e i governi le assecondano. In questo difficile scenario, c’è un intellettuale che sostiene una tesi controcorrente. Per Emiliano Brancaccio, le destre vanno sfidate sui terreni a loro più congeniali, a partire dalla questione dell’immigrazione.
Professor Brancaccio, grazie alle campagne anti-immigrati le destre estreme continuano a raccogliere consensi. Che ne pensa?
Che ormai non si tratta solo di destre estreme. Gli immigrati sono presi di mira anche da un numero crescente di liberali. Sul Corsera, Aldo Cazzullo ha parlato con disinvoltura di “dumping sociale” causato dall’immigrazione. E non è l’unico. Pezzi di mondo liberale si stanno appropriando di alcune falsificazioni tipiche dei movimenti reazionari.
Non vorrei sembrare malizioso, ma somigliano molto a prove di dialogo politico. Mi pare l’ennesimo segno della crisi profonda in cui oggi versa il liberalismo.
Lei quindi sta dicendo che il “dumping sociale” causato dai lavoratori immigrati non esiste? E che i salari e le condizioni di vita dei lavoratori nativi non peggiorano?
Certo che peggiorano, ma non a causa degli immigrati. Soprattutto nell’epoca del calo delle nascite, l’idea che l’immigrazione causi il declino delle retribuzioni e delle condizioni di vita dei nativi non trova riscontri macroeconomici adeguati.
La più ampia meta-analisi disponibile, su 88 studi pubblicati, è giunta alla conclusione che l’impatto dell’immigrazione sui salari reali dei lavoratori nativi è mediamente zero, e nei rari casi in cui è significativamente diversa da zero, l’impatto positivo sui salari dei nativi è forte, mentre quello negativo è debole.
Persino George Borjas, l’economista citato da Trump per sostenere la campagna contro gli immigrati, non ha mai parlato di blocco dell’immigrazione, perché non avrebbe evidenze sufficienti per supportarlo.
Lei è un eminente studioso marxista. Alcuni sostengono che Marx riteneva che l’immigrazione abbattesse i salari dei nativi...
Di solito questi esegeti improvvisati citano una lettera a Meyer e Vogt in cui Marx accennò a un esercizio che noi economisti definiamo di ‘statica comparata’: vale a dire, notò che la concentrazione delle proprietà agricole irlandesi generava disoccupati ed emigranti che andavano poi a competere nel Regno Unito coi lavoratori inglesi, ma quel nesso lo esplicitava lasciando immutata l’enorme massa delle altre variabili che influiscono su di esso, e ne era pienamente consapevole.
Del resto, chi lo cita evita di aggiungere che in quella stessa lettera Marx precisava che l’antagonismo tra lavoratori inglesi e irlandesi era “alimentato artificialmente e accresciuto dalla stampa e da tutti i mezzi a disposizione delle classi dominanti”, e rappresentava “il segreto della conservazione del potere da parte della classe capitalistica”. Parole attuali, direi.
Usare il massimo teorico dell’unità internazionale dei lavoratori per sostenere le campagne anti-immigrati è dunque solo un patetico imbroglio.
Ma allora, se non è colpa degli immigrati, perché assistiamo a un declino delle retribuzioni dei lavoratori nativi?
Le analisi effettuate in questi anni chiariscono che il degrado delle condizioni salariali e di vita delle lavoratrici e dei lavoratori nativi dipende dall’abbattimento delle tutele legali contro i licenziamenti, il precariato e il lavoro nero, dall’indebolimento degli ispettorati del lavoro, dalla legislazione anti-sindacale, dal crollo degli scioperi, dallo spostamento dei carichi fiscali dal capitale al lavoro, dalla monopolizzazione dei mercati da parte delle grandi imprese.
Insomma, dal fatto che la lotta di classe la stanno vincendo i capitalisti su tutti i fronti decisivi del conflitto sociale. In un tale attacco generalizzato al lavoro, prendersela con gli immigrati è ingenuo o in malafede. Significa farsi abbagliare da quello che io chiamo il perfetto “capro espiatorio del capitale”.
Ammetterà però che esiste un problema di immigrazione irregolare...
Teniamo presente che gli irregolari rappresentano appena il 6 percento degli immigrati in Europa. Ovviamente, queste irregolarità vanno risolte, ma per farlo bisogna mettere in luce alcune loro determinanti profonde, spesso nascoste.
L’ILO e i tribunali documentano che vari imprenditori sottopongono i lavoratori irregolari a vessazioni inaccettabili in uno stato di diritto. In altre parole, sussiste un preciso interesse padronale a creare vie di accesso illegali ai lavoratori stranieri, per ricattarli e sfruttarli meglio.
Ma se al posto della regolarizzazione venisse applicata la ricetta vannacciana della “remigrazione” degli stranieri, cosa accadrebbe?
Le curve del declino demografico indicano che entro dieci anni perderemo 13 milioni di cittadini europei in età di lavoro, di cui quasi due milioni e mezzo in Italia. Anche assumendo crescita asfittica, è piuttosto improbabile che una tale caduta possa esser compensata da un boom delle nascite o della produttività del lavoro. Avremo bisogno di lavoratori immigrati anche solo per mantenere le attuali capacità produttive.
Se dunque blocchiamo l’immigrazione, potremmo trovarci dinanzi a uno shock da scarsità di popolazione, un fenomeno raro in tempo di pace. La conseguenza andrebbe dall’inflazione, alla crisi, al crollo del potere d’acquisto dei lavoratori nativi. L’opposto di quel che sostengono i propugnatori della remigrazione.
Non c’è il rischio che gli immigrati esercitino pressione sul welfare e sulla sanità?
È vero l’opposto. I media ci hanno abituati a vedere l’immigrato come un fannullone avvezzo al crimine. In realtà, in Italia il tasso di occupazione degli immigrati è il 67 percento, pressoché identico a quello dei nativi: in larghissima maggioranza, gli immigrati sono lavoratori che pagano tasse e contributi, il loro apporto produttivo sostiene lo stato sociale di cui godono i nativi, in particolare gli anziani.
Però l’allarme sugli immigrati che commettono crimini esiste? O no?
Molti sono giovani, maschi, poveri e poco istruiti, che dal punto di vista statistico potrebbe essere un mix tale da aumentare la probabilità di violazioni della legge. Ma la realtà è che non esistono relazioni statistiche significative tra aumento degli immigrati e aumento dei reati.
Uno studio recente su 23 paesi europei esaminati in un arco di 15 anni mostra che, dall’omicidio al furto d’auto, la correlazione con l’immigrazione è zero. Addirittura, tra gli immigrati regolari si registra spesso una propensione a rispettare le regole superiore rispetto ai nativi.
Quanto al dato che gli immigrati siano presenti più nella popolazione carceraria che nella popolazione totale, si deve al fatto che gli irregolari sono contati nella carceraria e non nella totale, e soprattutto all’assenza di reti di protezione legale e familiare, più che a una indimostrata propensione dello straniero a delinquere.
Eppure i media e i social battono molto sui crimini commessi da immigrati...
Studi pubblicati sulla Review of Economics and Statistics e altrove mostrano che i media hanno enormemente sovra-rappresentato i reati commessi da immigrati, determinando così uno spostamento del consenso verso politiche reazionarie.
Sappiamo bene che molte redazioni considerano notizia “appetibile” solo i reati commessi da stranieri contro i nativi, mentre snobbano i reati commessi dai nativi, soprattutto quelli di imprenditori nostrani contro lavoratori stranieri. Così facendo, si crea una gigantesca distorsione della realtà. Il tambureggiamento xenofobo di media e social non è un termometro, è una malattia di questa fase storica.
A coloro che sono tentati dalla propaganda del generale Vannacci, cosa direbbe?
Che Vannacci e sodali insistono per bloccare gli afflussi di immigrati, ma guarda caso non osano proporre il blocco dei movimenti internazionali di capitali, che oggi possono spostarsi liberamente da un paese all’altro a caccia di bassi salari, tassazione favorevole e lassismo nelle regole a tutela del lavoro e dell’ambiente, e che rappresentano una causa documentata del degrado dei redditi e delle condizioni di vita dei lavoratori nativi.
Sarebbe ora di bloccare i flussi di capitali, non di immigrati. Ma questo Vannacci non lo dirà, perché lui è solo l’ennesimo cavalier servente dei più retrivi interessi padronali.
Professore, lei però affronta la questione da un punto di vista puramente razionale, usando dati scientifici. Magari il problema è proprio che l’irrazionalità imperversa...
È così. Ma l’unica arma per contrastare l’andazzo è portare alle estreme conseguenze la nostra razionalità critica. Dobbiamo tornare a indagare sui fattori introspettivi che alimentano la nuova psicologia di massa autoritaria, e che scatenano l’attrazione di tanta gente verso i pifferai della violenza dei forti contro i deboli, delle ronde notturne di quelli che vanno a spaccar teste allo straniero di turno e che invocano una ritornante ondata di pogrom e deportazioni.
Dobbiamo contrastare la tendenza ricordando il monito di Lukács, più che mai attuale: se non viene combattuto e sconfitto, questo dilagante irrazionalismo nero ci farà precipitare in una nuova epoca di orrore.
Quale proposta avanzerebbe in tema di immigrazione?
Un immediato “ius soli”, ma non basta. Bisogna portare avanti i programmi dell’ILO per la regolarizzazione di chi dimostri che svolge lavoro nero, per la responsabilità degli appaltatori lungo tutta la filiera del processo produttivo, e così via.
In altre parole: non solo pieni diritti civili e politici ma anche diritti del lavoro, sindacali e sociali. Solo così si ricaccia la xenofobia nel dimenticatoio della storia e si costruisce la coesione tra lavoratrici e lavoratori di ogni colore e provenienza, per l’unità di classe del futuro.
Fonte
