Presentazione


Analisi, opinioni, fatti e (più di rado) arte da una prospettiva di classe.

07/08/2026

Malaysia, il paese dei data center

Tre ricordi diversi per Francesco Guccini

Ieri ci ha lasciato, all’età di 86 anni, Francesco Guccini. Musicista e scrittore, Guccini è stato uno dei massimi esponenti del cantautorato “impegnato” e politico italiano.
Di seguito proponiamo tre brevi scritti di compagni, che ne hanno voluto tracciare un ricordo ciascuno a modo proprio.

*****

Ci lascia Francesco Guccini. Comunque la si pensi muore un poeta

Se ne va Francesco Guccini. Che piaccia o no uno dei cantautori più significativi di quell’epoca rivoluzionaria che attraversò gli anni che andarono dai ’60 agli ’80 del Novecento.

Anni segnati da un percorso culturale e ideologico che nelle sue molteplici declinazioni affondava le proprie radici nel marxismo o anche nel pensiero anarchico più originale e genuino.

Fu poeta e musicista. Cantore di una generazione, dei suoi sogni e delle sue disillusioni. Chi di noi non ha cantato almeno una volta e non si è commosso alle parole di “La locomotiva” “Auschwitz” “Un vecchio e un bambino” “Canzone per un’amica” “Cyrano” “Don Chisciotte” “L’avvelenata” “Via Paolo Fabbri 43” “Stagioni” “Canzone per il Che”?

So già che in tanti saranno pronti a giudicare da moralisti duri e puri. A dire che era un anticomunista. Un anarchico. Che non lo hanno mai amato perché non è mai stato un vero compagno.

Che è stato un opportunista. Un artista ambiguo (cosa che tra l’altro lui stesso riconosceva: basterebbe ascoltare “L’avvelenata”). Addirittura un artistucolo, come ho sentito definire persino Ken Loach perché trotzkista (certa gente dovrebbe imparare a tacere).

Di sicuro comunque, negli ultimi anni, Francesco aveva addirittura rinnegato alcuni brani, affermando di averne scritto i versi sotto i fumi dell’alcool e di non essere mai stato comunista.

Invecchiare non è facile. Invecchiare rimanendo coerenti poi, soprattutto in quest’epoca lugubre di trasformismi, abiure, fascismi variamente coniugati e dominio neoliberista, lo è ancor meno.

Ma l’unica cosa che non si può fare è trasformare la giusta appartenenza ideologica in un giudizio critico a priori (cazzo Kant) quando non di condanna intellettuale senza costrutto. Ciò rappresenta una torsione antidialettica che poco ha a che fare proprio col marxismo e con l’essenza di quel pensiero.

Che non è e non ha mai voluto essere un dogma, un breviario, un pretesco atteggiamento morale cui la realtà dovrebbe conformarsi. Bensì una lente grazie alla quale guardare con occhi lucidi e dubitativi la realtà.

E la realtà ci dice che Guccini è stato uno straordinario cantore di un’epoca. Un poeta e un musicista. E se non si riconosce questo, beh ci meritiamo Ultimo, Fedez e Achille Lauro.

Guccini può non piacere, certo. E si ha anche la libertà di disprezzarne l’arte. Ma bisognerebbe motivarne la critica. Non farlo sulla base esclusiva della propria ideologia. Non facendosi condizionare unicamente e semplicisticamente dall’uomo e dalle sue contraddizioni politiche.

Io per esempio ascolto e amo da impazzire quel fascista di Franco Califano. Conosco a memoria il “fascistissimo” Battisti. Leggo – e ne godo – quei nazisti di Celine e Pound. Guardo con immenso piacere i film del repubblicano Eastwood. E potrei continuare...

Se viceversa lo si fa (come fa anche il sottoscritto con tanti artisti) bisogna spiegarne e articolarne le coordinate critiche.

Altrimenti si taccia. Perché a bruciare libri e censurare gli artisti “a priori” ci hanno già pensato i nazisti. E oggi Picierno, Calenda, russofobi e sionisti di varia natura.

Da parte mia dunque dico grazie Francesco. Grazie per quanto hai scritto e per le emozioni che mi hai fatto vivere. Che la terra ti sia lieve...

Vincenzo Morvillo 

*****

Guccini: credo sia più un effetto Vintage!

Come quelli della mia generazione (una parte ovviamente...) seguivo Guccini.

Non ero “perdutamente innamorato” delle sue liriche perché percepivo un intimismo che travalicava la “dichiarazione diretta”.

Certo “La Locomotiva” non lasciava spazio a fraintendimenti ma quel treno piaceva “sognarlo” e non vederlo sferragliare sui binari per davvero.

Volendo usare una metafora quando infatti ne è stata annunciata “la partenza”, gran parte dei viaggiatori, ed anche qualche conduttore, si sono precipitati a scendere dai vagoni.

Ovviamente Guccini era un poeta e gli va dato atto della sua autentica vena artistica che coinvolgeva oltremisura.

Ma il tempo scorre e come tutti i dispositivi, immateriali e non, è un meccanismo impersonale che va al di là dei Guccini o di chiunque di noi.

Tale dinamica, lentamente e poi sempre più nettamente, ha trasformato Guccini. L’uomo e la sua musica sono cambiati e si è affermato un atteggiamento compatibilista e di negazione/derisione perfino di alcuni suoi brani iconici.

Insomma – volendo citare Venditti di “Compagno di scuola” – anche Francesco... è entrato in banca!

Per carità nulla di irreparabile o di tragico... anzi una storia comune di questi decenni di “pensiero debole”.

Oggi – anche io – ritorno indietro nel tempo e rivedo Guccini nei cortei dell’epoca, nelle temperie di quel periodo o nelle inesistenti “Osterie di fuori porta” divenute oramai, tutte gourmet...

Penso che quelli che rimpiangono Guccini... in definitiva rimpiangono la loro passata giovinezza ed un sogno rivoluzionario “passato di moda”.

Purtroppo oggi è tutto tremendamente più complicato e controcorrente... quella “Locomotiva” ora sarebbe stata fermata dall’ Intelligenza Artificiale...

Comunque a Guccini preferivo Demetrio Stratos... e la sua “musica sporca e cattiva”.

Michele Franco

*****

Guccini e il guccinismo

Il Guccini, e il guccinismo, cui abbiamo voluto bene sta tutto quanto nei primi otto album. Soprattutto “Radici” del 1972, che resta il suo capolavoro.

Lui stesso ne scrisse a proposito di Piccola Città: «Quest’ immagine viene direttamente da una frase di Husserl. Il tutto infinito scorre infinitamente in una direzione, quale sia noi non possiamo saperlo».

Nel 1960 si sposta con la famiglia a Bologna dove a partire dal 1965 inizia a insegnare, pur non essendo ancora laureato, lingua italiana all’Università Americana.

Lì conosce Deborah Kooperman che lo introduce alla tecnica chitarristica del fingerpicking e il banjo (ha collaborato con Francesco fino al 1980, ma anche nei primi dischi di Lolli).

Lui appassionato della cultura beat adesso viene a conoscenza di Pete Seeger, Woody Guthrie, Cisco Houston, di cui Deborah era praticamente amica di famiglia. Così tra il '67 e il '70 incide tre album bellissimi.

Ma è con “Radici” che avviene il vero salto artistico e qualitativo. Un album che ha avuto un parto lungo, durato almeno due anni, e che riprende molti temi sessantotteschi in chiave anche esistenziale.

Incontro ne resta il mio brano preferito. Ovviamente per motivi anagrafici gli ho sempre preferito “Via Paolo Fabbri 43” che ho suonato/ pensato/cantato/raccontato tantissimo.

Lo comprai quando uscì nel 1976 e l’ho usato nelle feste che facevamo in casa mescolandolo con sonorità più dure. “Piccola storia ignobile” per esempio ne parlavo con le ragazzine che frequentavo...

Tutti dischi che poi regalai a un mio amico più giovane perché non li ascoltavo più alla fine degli anni '80. Successivamente li ho ricomprati tutti da capo.

Guccini poi è diventato intellettuale e scrittore di successo, che piaceva un po’ a tutti. Debbo dire che ha anche scritto ancora qualche buona canzone. “L’ultima Thule” era un buon disco, ma non vale “Il Grande Freddo” di Claudio Lolli, che ha mantenuto una coerenza artistica diversa.

Alla fine vorrei ricordare un episodio che ha raccontato Vincenzo Miliucci in una trasmissione radiofonica su Radio Onda Rossa di qualche anno fa.

Quando furono arrestati Daniele Pifano e altri, accusati del trasporto di missili palestinesi ad Ortona, Guccini si precipitò immediatamente in Abruzzo dove diede sostegno al presidio solidale in tribunale, bivaccando con i compagni nel sacco a pelo.

In vecchiaia si è avvicinato a posizioni politiche prodiane e poi piddiste che ho fatto fatica a perdonare.

Gigi Pop

Fonte

Israele cancella le prove del genocidio a Gaza

Le IDF, insieme ad appaltatori civili israeliani, stanno conducendo un’operazione su vasta scala e organizzata per smaltire e rimuovere le macerie dai quartieri e dalle strutture che hanno distrutto nella Striscia di Gaza e trasferirle dalle aree sotto il loro controllo militare al di fuori della Striscia.

Questo avviene senza alcuna registrazione ufficiale delle quantità rimosse o supervisione indipendente, e prima che le commissioni investigative internazionali e locali abbiano avuto la possibilità di ispezionare, esaminare e documentare i siti. Questo rischia di distruggere prove cruciali del Genocidio e i resti delle vittime ancora disperse sotto le macerie.

Queste operazioni non fanno parte di sforzi umanitari organizzati per il salvataggio dei dispersi, la riapertura delle strade o la preparazione alla ricostruzione. Al contrario, Israele agisce unilateralmente all’interno di aree chiuse sotto il suo controllo militare, demolendo gli edifici rimanenti e poi frantumando, mescolando e trasportando le macerie prima che squadre forensi, esperti di prove e specialisti in ordigni inesplosi possano esaminare, documentare e preservare i siti, insieme alle prove e ai resti umani.

La Valutazione Rapida dei Danni e dei Bisogni di Gaza, pubblicata congiuntamente dalla Banca Mondiale, dalle Nazioni Unite e dall’Unione Europea nell’aprile 2026, ha stimato che circa 68 milioni di tonnellate di macerie siano sparse nella Striscia di Gaza, sulla base dei rapporti sui danni fino all’ottobre 2025. Questa cifra non tiene necessariamente conto dei danni causati da successive operazioni di demolizione e distruzione.

Secondo i suoi dati iniziali sul campo, l’Osservatorio Euro-Mediterraneo stima che almeno 10 milioni di tonnellate di macerie siano state rimosse, frantumate o spostate dai loro siti originali all’interno delle aree sotto il controllo militare illegale di Israele, che comprendono circa il 66% della Striscia di Gaza.

Circa 400 macchinari pesanti per scavo, demolizione, frantumazione e trasporto, gestiti da aziende civili israeliane sotto protezione militare, sono attivi nella Striscia di Gaza orientale e meridionale. Demoliscono le strutture rimanenti, frantumano le macerie dei quartieri distrutti e caricano i detriti su camion per trasportarli lontano dai siti originali.

Nelle ultime settimane, l’Osservatorio Euro-Mediterraneo ha monitorato quasi 100 camion israeliani al giorno che lasciavano la Striscia di Gaza con i detriti. Questi camion trasportano le macerie verso siti non specificati all’interno di Israele e più a Sud della Cisgiordania Occupata.

Le autorità israeliane non hanno fornito dettagli sulle quantità rimosse, sui percorsi effettuati, sui siti di destinazione o su come il materiale venga utilizzato. Non hanno inoltre consentito una supervisione indipendente dei processi di selezione, pesatura o trasporto. Questa mancanza di trasparenza rende molto difficile rintracciare il materiale trasportato, identificare prove o recuperare eventuali resti umani.

La rimozione sistematica delle macerie a questo ritmo nasconde le prove degli orribili crimini commessi da Israele a Gaza, in particolare quelli legati al Genocidio, come le esecuzioni sommarie e l’uccisione di civili disarmati. Questi siti necessitano di un esame accurato e di un’indagine penale approfondita prima di qualsiasi intervento che possa alterarne o cancellarne le caratteristiche.

I detriti sparsi nella Striscia di Gaza includono possibili luoghi di uccisioni illegali e bombardamenti che hanno preso di mira intere famiglie, nonché siti che si ritiene contengano fosse comuni o corpi sepolti all’interno di case, ospedali, rifugi e strutture civili distrutti.

Questi siti custodiscono prove fondamentali per identificare l’arma, la sequenza dell’attacco, la posizione della vittima e dell’attentatore, le distanze di tiro, la causa e le modalità della morte, nonché frammenti, proiettili, bossoli, tracce biologiche ed effetti personali.

La frantumazione, la miscelazione e il trasporto delle macerie possono cancellare prove, dettagli sulla posizione e collegamenti all’interno della scena del crimine. Questo processo interrompe anche la catena di custodia, rendendo potenzialmente impossibile risalire al luogo di raccolta delle prove o collegarle a un particolare incidente o vittima. Questo danno non può essere riparato da fotografie aeree o testimonianze successive, poiché l’indagine sui crimini internazionali richiede anche prove tangibili che possano essere esaminate, confrontate e legalmente verificate.

Queste operazioni rappresentano un rischio diretto per i resti di migliaia di persone scomparse, stimate dalla Protezione Civile di Gaza in circa 8.500 a luglio 2026. L’utilizzo di frantumatori e macchinari pesanti senza previa indagine forense e umanitaria potrebbe frantumare o disperdere i resti, mescolarli con le macerie e separarli da effetti personali e documenti vitali per l’identificazione delle vittime. Tale processo potrebbe anche comportare il trasporto dei resti in luoghi sconosciuti, che potrebbero in seguito diventare inaccessibili.

Questa condotta viola il diritto delle famiglie di conoscere la sorte dei propri cari scomparsi e di recuperare e seppellire i loro resti con dignità. È inoltre in contrasto con le norme internazionali che prevedono la ricerca dei defunti, la raccolta e la salvaguardia delle informazioni che li riguardano, nonché la loro corretta identificazione e registrazione.

Infine, la rimozione dei resti dai siti prima dell’indagine viola le linee guida delineate nel Protocollo del Minnesota sull’indagine sulle morti potenzialmente illecite. Questo protocollo pone l’accento sulla messa in sicurezza e la documentazione della scena, sulla raccolta delle prove preservandone la catena di custodia e sul recupero e l’esame dei resti con metodi scientifici che tutelino la dignità delle vittime e i diritti delle loro famiglie.

Le macerie nella Striscia di Gaza non comprendono solo detriti; includono proprietà private e pubbliche, materiali da costruzione essenziali come acciaio, pietra e cemento che possono essere riciclati e riutilizzati, nonché altri beni di valore necessari ai palestinesi per ricostruire le proprie case, strade e infrastrutture. Possono inoltre contenere documenti di proprietà, registri ufficiali e oggetti personali che fanno parte dei diritti e della memoria di individui e famiglie.

La rimozione di macerie dalla Striscia di Gaza e il loro sfruttamento commerciale senza il consenso o l’indennizzo dei proprietari possono, a seconda delle circostanze e dell’intento del sequestro, costituire confisca o saccheggio illegale. Tali atti sono vietati dal Diritto Internazionale Umanitario, in particolare dall’articolo 33 della Quarta Convenzione di Ginevra e dalle relative disposizioni dello Statuto di Roma.

Queste azioni si inseriscono in un quadro più ampio che comprende la demolizione di siti ritenuti contenenti fosse comuni, l’assalto e il danneggiamento di ospedali e strutture mediche sospettati di essere teatro di gravi crimini, la continua demolizione di edifici nelle zone controllate dai militari e gli attacchi contro i giornalisti palestinesi. Inoltre, agli investigatori internazionali e ai media indipendenti è stato impedito l’accesso alle aree più gravemente danneggiate.

Questa deliberata rimozione di prove avviene mentre la Corte Penale Internazionale sta ancora indagando sui crimini commessi in Palestina, oltre ad altri casi di competenza universale dei tribunali nazionali. La distruzione delle scene del crimine prima della conclusione delle indagini ostacola l’accertamento delle responsabilità legali e complica gli sforzi degli investigatori e dei procuratori internazionali per accertare i fatti, poiché prove cruciali potrebbero andare perdute una volta rimosse dalla Striscia di Gaza.

Inoltre, l’articolo 70, paragrafo 1, lettera c dello Statuto di Roma considera “la distruzione, la manomissione o l’interferenza con la raccolta di prove” come atti criminali che ostacolano la missione di giustizia della Corte Penale Internazionale, se commessi deliberatamente.

Il Procuratore della Corte Penale Internazionale dovrebbe indagare su queste azioni come deliberata interferenza con la raccolta di prove relative all’indagine in corso sulla situazione nello Stato di Palestina, che include anche la distruzione, il sequestro o il saccheggio illegali di proprietà.

La frantumazione e la rimozione su larga scala delle macerie non solo distruggono le prove, ma cancellano anche i confini territoriali, le fondamenta delle case, la rete stradale e le caratteristiche dei quartieri. Questo processo priva i palestinesi dei segni fisici della proprietà e del loro legame con la terra, rendendo più difficile per loro tornare e ricostruire le proprie comunità come erano un tempo.

Trasformare città e quartieri palestinesi, forzatamente spopolati, in spazi aperti e spianati sotto il controllo israeliano è un atto concreto che aggrava lo sfollamento e la Pulizia Etnica. Questo processo è inseparabile dal Colonialismo di Insediamento israeliano, che implica lo sradicamento dei palestinesi, la Cancellazione dei segni della loro presenza e la ridefinizione del territorio senza di loro.

Ciò pone le basi per gli sforzi di Israele volti a ristabilire gli insediamenti a Gaza e a sfrattare i residenti palestinesi, dando inizio a una nuova fase di Colonizzazione e al continuo diniego della terra e del Diritto al Ritorno.

La comunità internazionale, compresi il Consiglio di Sicurezza, l’Assemblea Generale delle Nazioni Unite e gli Stati parte dello Statuto di Roma, deve intervenire con urgenza per fermare la rimozione e il trasporto sistematico di macerie dalla Striscia di Gaza.

Dovrebbe inoltre adoperarsi affinché squadre internazionali indipendenti di esperti forensi e investigativi penali abbiano accesso per valutare e documentare i siti di distruzione prima che avvenga qualsiasi ulteriore rimozione o trasporto, garantendo la conservazione delle prove materiali per assicurare alla giustizia i responsabili del Genocidio.

L’Osservatorio Euro-Mediterraneo esorta la comunità internazionale a spingere Israele a interrompere immediatamente e completamente tutte le attività di rimozione e trasporto di macerie. Ciò include la richiesta di informazioni dettagliate sui materiali trasportati, registri di pesatura, percorsi dei camion, destinazioni finali, nomi delle aziende e degli appaltatori, beneficiari, informazioni sui pagamenti, numeri di targa dei macchinari e dei camion e dati di tracciamento, nonché trasparenza in merito a qualsiasi vendita, riciclaggio o utilizzo commerciale dei materiali estratti da Gaza.

Inoltre, la rimozione di macerie o materiali riciclabili dalla Striscia di Gaza dovrebbe essere vietata fino a quando non sarà istituito un sistema palestinese e internazionale trasparente per la gestione di tali materiali. Questo sistema dovrebbe garantire che qualsiasi materiale trasportato illegalmente venga restituito o che il suo valore integrale venga risarcito ai proprietari. Inoltre, le macerie riutilizzabili dovrebbero essere destinate a progetti di ricostruzione locali che vadano a beneficio della popolazione palestinese e tutelino i diritti di proprietà individuali e pubblici.

Gli Stati in cui hanno sede le aziende o i produttori di macchinari coinvolti dovrebbero imporre la cessazione di qualsiasi azione che possa portare alla demolizione di proprietà, alla rimozione di prove o al sequestro di macerie. Devono inoltre conservare tutti i contratti, la corrispondenza e i dati operativi pertinenti e condurre indagini indipendenti sulla responsabilità dei propri dirigenti e dipendenti.

L’Osservatorio Euro-Mediterraneo sollecita l’adozione di misure mirate contro individui e aziende che siano risultati a conoscenza di queste attività illegali e vi abbiano partecipato, come l’esclusione dagli appalti pubblici, il congelamento dei beni e il perseguimento penale.

Qualsiasi sforzo di rimozione delle macerie o di ricostruzione nella Striscia di Gaza deve essere guidato dai palestinesi, coinvolgendo i residenti locali, i proprietari di immobili e le famiglie dei dispersi. Queste iniziative dovrebbero garantire la protezione delle prove, il recupero dei resti, la bonifica degli ordigni inesplosi, la selezione dei materiali pericolosi, il riutilizzo locale delle macerie, la conservazione delle mappe catastali e del tessuto urbano, e impedire che la ricostruzione venga utilizzata per consolidare il controllo o alterare la composizione geografica o demografica dell’enclave.

L’Osservatorio Euro-Mediterraneo ribadisce che un cessate il fuoco o gli accordi politici non cancellano i crimini né le relative prove. La ricostruzione e la rimozione delle macerie dovrebbero avvenire parallelamente alla conservazione delle prove, alla ricerca dei dispersi, al recupero dei beni, all’individuazione dei responsabili e alla garanzia del diritto delle vittime alla verità, alla giustizia e al risarcimento.

Fonte

Il ruolo della finanza e delle aziende europee nella produzione bellica ucraina

di Alessandro Volpi

Al rientro dalla pausa estiva il governo varerà il tredicesimo pacchetto di aiuti militari all’Ucraina. Il decreto interministeriale firmato da Guido Crosetto, Antonio Tajani e Giancarlo Giorgetti – come tutti i dodici precedenti – è secretato e passerà dal Copasir, il comitato parlamentare per la sicurezza della Repubblica.

Dunque il Parlamento voterà a scatola chiusa. Intanto però è sempre più evidente il ruolo dell’Ucraina nella trasformazione dell’industria europea in una vera e propria economia del riarmo. Il sistema di finanziamento europeo destinato alle imprese del settore della difesa operanti in Ucraina ha subito una trasformazione radicale, passando dalla semplice donazione di scorte militari a un modello di investimento diretto nella capacità produttiva locale che oggi muove un giro d’affari stimato, per la sola parte di commesse dirette finanziate dall’Unione europea e dai suoi Stati membri, tra i 500 milioni e il miliardo di euro per l’anno in corso, con una proiezione di crescita esponenziale. Questo flusso finanziario si articola principalmente attraverso lo European peace facility e il nuovo Ukraine facility, ma trova una svolta decisiva nell’impiego degli interessi generati dai beni russi congelati, che per la prima volta vengono dirottati per pagare fabbriche ucraine affinché producano armamenti destinati al proprio esercito.

L’incidenza della produzione bellica sul Prodotto interno lordo ucraino è diventata mastodontica, superando il 20% e trasformando la difesa nel principale motore della resilienza economica nazionale, sostituendo in parte il peso che un tempo avevano l’agricoltura e la siderurgia pesante. Sebbene l’Ucraina abbia imposto un divieto formale all’esportazione di armi finite per garantire che ogni munizione e veicolo resti al fronte, esiste un crescente mercato di esportazione tecnologica e di componenti, oltre a un sistema di “scambio” industriale dove le aziende ucraine esportano know-how nel settore dei droni in cambio di componentistica hi-tech europea.

Il tredicesimo pacchetto di sanzioni dell’Unione europea (di 21) interviene in questo scenario agendo come un moltiplicatore indiretto per l’industria locale, poiché non solo restringe ulteriormente l’accesso della Russia a tecnologie dual use, ma include per la prima volta entità di Paesi terzi che facilitano il bypass delle sanzioni, costringendo di fatto le catene di approvvigionamento europee a stabilirsi in Ucraina o presso partner “certificati”. Questo pacchetto rafforza inoltre il controllo sulle componenti elettroniche, spingendo le imprese ucraine a standardizzarsi sui modelli Nato, facilitando così l’integrazione dei finanziamenti europei in progetti di joint venture con colossi come Rheinmetall e Leonardo, che agiscono sul suolo ucraino.

In pratica dall’Ucraina parte la trasformazione dell’economia europea in economia di guerra, con delocalizzazioni e legami finanziari strettissimi. Al centro di questa metamorfosi si colloca la holding statale Jsc Ukrainian defense industry, ex Ukroboronprom, che ha avviato un processo di ristrutturazione per facilitare la creazione di joint venture con partner occidentali, tra cui spicca l’accordo strategico con la tedesca Rheinmetall per la riparazione e la futura produzione in loco di veicoli blindati Lynx e carri armati, segnando il passaggio dalla semplice assistenza alla co-produzione bellica sul suolo ucraino. Parallelamente, il colosso britannico Bae Systems ha stabilito una presenza operativa nel Paese per sostenere la produzione di pezzi d’artiglieria leggera L119, riducendo i tempi logistici e integrando standard Nato direttamente nelle linee di montaggio ucraine, mentre sul fronte aerospaziale il Luch design bureau collabora strettamente con partner europei per il potenziamento di sistemi missilistici a lungo raggio che integrano componentistica elettronica occidentale.

Anche le aziende americane hanno consolidato il loro legame con l’industria di Kiev, con Northrop Grumman che ha siglato accordi per la produzione di munizioni di medio calibro in Ucraina e Lockheed Martin che fornisce supporto tecnico essenziale per la manutenzione dei sistemi Himars, trasformando le officine locali in hub tecnologici avanzati. Il settore privato ucraino non è da meno, con realtà come Ukrainian Armor che ha stretto partnership con fornitori dell’Unione europea per la blindatura di veicoli e la produzione di mortai, beneficiando del trasferimento di know-how e di catene di approvvigionamento che passano per l’Italia e la Repubblica Ceca.

Nel campo dei droni, la società Athlon Avia e il cluster tecnologico Brave1 operano in una zona grigia di intensa collaborazione con aziende di software e intelligenza artificiale americane come Palantir, integrando dati satellitari e algoritmi di puntamento nei velivoli senza pilota prodotti a Kiev, mentre la turca Baykar sta completando una fabbrica destinata alla produzione dei droni Bayraktar che servirà come ponte tecnologico tra la capacità produttiva ucraina e gli standard aeronautici internazionali.

Questo reticolo di alleanze non risponde solo a una necessità immediata di rifornimento bellico ma mira a fare dell’Ucraina l’arsenale avanzato del fianco orientale dell’Europa, dove la fusione tra l’esperienza sul campo delle imprese ucraine e i capitali e le tecnologie di Leonardo, Thales e Rtx crea un nuovo polo industriale della difesa capace di competere su scala globale, rendendo le aziende ucraine parte integrante e inseparabile del complesso militare-industriale transatlantico.

In questo scenario si colloca la vicenda di Metinvest che rappresenta il caso più eclatante di riconversione di un impero industriale post-sovietico in una holding strategica per la difesa e la transizione verde europea sotto la guida di Rinat Akhmetov.

Dopo la perdita traumatica dei siti produttivi di Azovstal e Illich a Mariupol, che costituivano il cuore pulsante del gruppo, Metinvest ha spostato il proprio baricentro operativo verso Ovest, integrandosi profondamente nel sistema industriale italiano attraverso gli stabilimenti di San Giorgio di Nogaro (Udine) e Oppeano (Verona), e lanciando il monumentale progetto di una nuova acciaieria green a Piombino in collaborazione con Danieli.

Questo investimento, che oscilla tra i 2,5 e i 3 miliardi di euro, non è solo un’operazione commerciale ma un asse politico-strategico sostenuto dal governo ucraino e da quello italiano, che vede in Metinvest il fornitore chiave di acciaio speciale per la ricostruzione civile e militare. Gli aiuti che il gruppo riceve dall’Unione europea e dall’Italia non sono contributi diretti alla produzione di armi ma passano attraverso sofisticati canali di finanza agevolata, garanzie Sace per l’internazionalizzazione e l’accesso ai fondi del PNRR per la decarbonizzazione industriale, con l’obiettivo di creare un polo siderurgico che possa rifornire l’industria della difesa europea senza dipendere dalle importazioni asiatiche o russe.

Il legame con il governo di Kiev si è evoluto da una tensione pre-bellica, caratterizzata dalle leggi anti-oligarchi, a una simbiosi totale in cui Metinvest funge da principale finanziatore privato dello sforzo bellico attraverso l’iniziativa “Fronte d’acciaio”, producendo blindature, rifugi prefabbricati e sistemi di inganno radar. Questa collaborazione permette al governo ucraino di presentare Metinvest come il modello della nuova Ucraina industriale che, pur rimanendo privata, opera in totale coordinamento con le “necessità” della difesa nazionale e con le direttive di Bruxelles, facilitando l’ingresso di capitali europei in un settore, quello dell’acciaio primario, considerato oggi fondamentale per l’autonomia strategica dell’intero continente europeo. In sintesi riarmare l’Ucraina per riarmare l’Europa. Con tanti affari miliardari.

Fonte

Un fantasma si aggira intorno all’intelligenza artificiale

La battaglia tecnologica che l’Occidente ha ingaggiato contro la Cina nasce da un imperativo strategico: impedire a Pechino di competere – e, in prospettiva, di assumere la leadership – nel complesso territorio dell’Intelligenza Artificiale (IA). La catena del valore di questo settore strategico comprende: le materie prime per la produzione di microprocessori (terre rare, minerali critici e tecnologie di litografia), l’addestramento continuo delle piattaforme e l’installazione di data center che richiedono enormi quantità di energia e acqua per il raffreddamento. In questo contesto, la scorsa settimana si è verificato un forte scossone globale in seguito alla notizia di un nuovo importante progresso tecnologico cinese. L’evento non è stato pubblicizzato, perché comporta un nuovo “momento DeepSeek”, paragonabile all’impatto registratosi all’inizio del 2025 quando un laboratorio cinese lanciò modelli di IA ad alte prestazioni a una frazione dei costi sostenuti dalla Silicon Valley.

Questo nuovo “cigno nero” 1 è stato annunciato dal gruppo statale Shanghai Aishengna Electronic Technology Group (SAETG), che ha comunicato l’avvio della produzione di macchine per litografia a ultravioletto profondo (DUV): apparecchiature che, fino alla scorsa settimana, venivano fabbricate esclusivamente negli Stati Uniti, in Europa e in Giappone. Le tecnologie litografiche sono diventate il nucleo del processo di produzione dei circuiti integrati più avanzati, consentendo la realizzazione di nodi compresi tra i due e i sette nanometri [misura corrispondente a un milionesimo di millimetro] saldati su microprocessori che possono misurare appena due millimetri. I macchinari DUV trasferiscono complessi schemi circuitali sulle cialde di silicio e definiscono le dimensioni critiche dei chip necessari all’intelligenza artificiale e alle sue applicazioni derivate: robotica, produzione di armamenti, guida missilistica, satelliti, controllo di dati sovrani, spionaggio e sorveglianza globale.

Questa novità tecnologica ha fatto scattare l’allarme all’interno della NATO e dei suoi partner. Ha innescato turbolenze sui mercati azionari che hanno portato alla chiusura della Borsa di Seul (KRX) il 28 e il 29 luglio 2026 e ha causato un forte calo del valore di Nvidia, l’azienda di maggior valore al mondo. L’azienda ha tentato di blindarsi concedendo credito ai clienti per garantirsi vendite future, di fronte alla possibilità che la Cina possa in futuro sviluppare la tecnologia necessaria per l’IA. Proprio il giorno della chiusura della Borsa di Seul, le azioni di Nvidia sono crollate, ravvivando il panico tra i “signori del tecnofeudalesimo”, già danneggiati da DeepSeek. Il rapporto dell’azienda statale cinese produttrice di macchinari per litografia DUV indica che quest’anno ne verranno prodotte cinque unità e venti nel 2027, riducendo parzialmente il divario tecnologico con l’Occidente, da cui la Cina acquistava quasi tutti i suoi microprocessori più avanzati. Esistono due tipi di macchine per litografia: DUV (che utilizzano luce ultravioletta profonda) ed EUV (che impiegano lunghezze d’onda ultraviolette estreme). Quest’ultima – la tecnologia più avanzata – rimane appannaggio esclusivo dell’Occidente tramite ASML, azienda con sede a Veldhoven, nei Paesi Bassi. Il consorzio è leader nella produzione delle macchine per litografia più moderne e dispone di ingenti investimenti statunitensi, operando nei limiti di regole imposte da Washington per ragioni di sicurezza nazionale. Ai suoi professionisti è vietato qualsiasi contatto con controparti aziendali cinesi e gli viene proibita la commercializzazione di determinati prodotti di ultima generazione.

Mentre la Borsa di Seul chiudeva i battenti, crollavano anche le azioni di ASML. Il timore, come sempre, è sintomatico. Nel dicembre 2025, Reuters ha riferito che, a partire dal 2022, Xi Jinping ha promosso la realizzazione di un prototipo funzionante di tecnologia litografica ultravioletta estrema (EUV), il cui impianto ha sede a Shenzhen, all’interno di un perimetro di sicurezza che alcuni analisti paragonano al laboratorio di Los Alamos, sede del Progetto Manhattan 2. Le restrizioni sostenute principalmente da Washington perseguono un obiettivo fondamentale: rallentare, condizionare o arrestare la “Lunga Marcia” cinese verso la leadership globale, di cui l’intelligenza artificiale costituisce un capitolo decisivo. In questo contesto, le notizie sui nuovi prodotti litografici della SAETG mostrano ancora una volta la capacità della Cina di raggiungere una progressiva autonomia, basata su politiche di sostituzione delle importazioni e sul suo imponente apparato scientifico-tecnologico. Il panico dell’Occidente nasce dalla possibilità che si verifichino ulteriori “momenti DeepSeek”, tramite i quali Pechino raggiungerebbe la leadership tecnologico-produttiva, ma diventerebbe anche il centro di un’alternativa di civiltà che rifiuta i canti delle sirene inneggianti alla superiorità dei mercati e il conseguente disprezzo per gli Stati.

In tal senso, la disputa non è meramente geo-economica, ma anche politica e culturale. L’attuale strategia dell’Occidente mira a recuperare, attraverso l’IA, la competitività e la produttività perse a vantaggio della Cina. Tale prospettiva, tuttavia, si basa su un nuovo miraggio tecnocratico: un cyber-progresso generalizzato che preservi lo sfruttamento del lavoro e accentui l’oscena concentrazione della ricchezza. La fragilità di questa mossa sta iniziando a produrre alti livelli di incertezza tra investitori internazionali e analisti tecnologici, poiché:
(a) non vi è alcuna garanzia che l’IA occidentale riesca a superare la competitività produttiva cinese;
(b) permangono dubbi sul ritorno degli investimenti lungo la catena del valore legata a microprocessori e data center;
(c) riemerge lo spettro di una bolla speculativa legata all’IA simile alla debacle delle dot-com di fine Novecento e al ciclo di crisi aperto, quindici anni più tardi, dai mutui subprime, che ha scatenato una crisi economica strutturale che l’Occidente non è ancora riuscito a superare.

Il capitalismo occidentale sta attraversando un ciclo caratterizzato da investimenti limitati, bassa crescita, indebitamento crescente e calo della produttività. Tale quadro comprende un divario sempre più ampio tra il settore finanziario e l’economia reale. Tali squilibri sono stati alimentati dalla finanziarizzazione e dalla deindustrializzazione promosse dal neoliberismo, che cercava di ridurre i costi della forza lavoro interna mediante la delocalizzazione della produzione in aree caratterizzate da grandi riserve di manodopera precarizzabile, che Pechino ha progressivamente trasformato in occupazione di qualità.

Quell’abbandono della produzione industriale, attuato in nome di una fittizia economia degli “intangibili”, ha permesso alla Cina di conquistare la leadership nella competitività manifatturiera e persino di sfidare, nel prossimo decennio, l’egemonia occidentale su quelle fantasie di salvezza tecnologica attraverso le quali l’Occidente spera di recuperare il tempo perduto. Il dramma dell’Occidente non risiede soltanto nella perdita di fabbriche, saperi e catene del valore: consiste nella pretesa che una nuova bolla tecnologica prenda il posto di ciò che il neoliberismo ha smantellato. In questo scenario, Donald Trump, i suoi accoliti europei e i suoi burattini della destra latinoamericana non incarnano una rinascita produttiva, ma l’ansia di un blocco che confonde le sanzioni con la politica industriale e la propaganda maccartista con il potere globale.

Note 

1. Con “cigno nero” si indicano eventi inaspettati di grande portata e grandi conseguenze

2. L’autore si riferisce alla sede del progetto di ricerca per la costruzione della prima bomba atomica USA

Fonte

Dal governo Meloni via libera alla clausola di salvaguardia per il riarmo, il campo largo è spaccato

Alla fine, l’Italia torna all’ovile di Bruxelles, o meglio prosegue sulla strada tracciata del riarmo europeo, ormai pilastro strategico centrale di come la classe dirigente si immagina dovrà apparire in futuro il Vecchio Continente: un “porcospino d’acciaio”, come ha avuto a dire Ursula von der Leyen dell’Ucraina, un blocco armato per cercare di imporsi nella competizione globale.

Mercoledì 5 agosto, il ministro dell’Economia Giancarlo Giorgetti si è presentato alle due ali del Parlamento per le comunicazioni con le quali ha annunciato la volontà di attivare la clausola di salvaguardia nazionale prevista dalle norme di bilancio UE per il riarmo. Si tratta, in sostanza, della possibilità di deviare temporaneamente dalle norme di bilancio del Patto di stabilità e crescita.

Era abbastanza scontato accadesse, dato che all’interno della clausola è prevista la flessibilità anche per gli investimenti volti a ridurre la dipendenza dai combustibili fossili, modifica avvenuta all’inizio di giugno proprio su istanza di Palazzo Chigi. Una farsa architettata tra Roma e Bruxelles, che mostra come l’ormai abbandonata transizione ecologica venga ritirata fuori solo per giustificare l’accelerazione sul riarmo.

Il piano illustrato dal titolare del MEF prevede di sfruttare appieno la flessibilità consentita da Bruxelles sul fronte energetico, chiedendo il massimo possibile, ovvero lo 0,6% del PIL, pari a circa 14 miliardi di euro. Riguardo alle spese militari, invece, Italia si attesterà su una richiesta dello 0,9% del PIL (circa 21-22 miliardi di euro), cifra da intendersi in maniera cumulativa per il periodo da qui al 2028.

Entro metà agosto 2026 la richiesta formale di attivazione della clausola verrà inviata a Bruxelles con la stima dei costi e l’elenco di massima delle misure. A ottobre è previsto che in merito si esprima l’Ecofin, il Consiglio dell’Unione Europea nella sua configurazione “economica”, e se tutto filerà liscio allora avverrà il voto del Parlamento italiano a maggioranza assoluta, per autorizzare lo scostamento di bilancio vero e proprio.

L’esito del passaggio parlamentare di Giorgetti ha visto l’approvazione della risoluzione di maggioranza, ma la giornata ha messo a nudo le forti tensioni politiche che attraversano sia lo schieramento di governo sia il campo largo, dato che questa decisione rappresenta un vero e proprio cappio al collo del paese.

Rispondendo alle sollecitazioni delle opposizioni, Giorgetti ha rimarcato che l’obiettivo primario del governo rimane quello di chiudere la legislatura uscendo dalla procedura europea per deficit. È evidente che la scelta presentata al Parlamento non aiuterà a raggiungere questo traguardo, anche solo per le sollecitazioni che causerà sui costi per il rifinanziamento del debito.

Anche per questo, in un certo senso, si chiude la gabbia dei vincoli europei attraverso il SAFE. Il ministro della Difesa Guido Crosetto ha presentato il ricorso al programma di acquisti comuni europei come una scelta tecnica per risparmiare un po’ rispetto all’emissione di titoli di stato italiani. Ecco preparata la trappola: i quasi 15 miliardi di spesa prenotati diventeranno la panacea contro un eccessivo aumento del debito, legando per anni, in maniera vincolante, una fetta importante della spesa pubblica alla deriva bellicista europea.

Quella che è una scelta politica diventa un’operazione di bilancio. E tuttavia, con le elezioni che si avvicinano, le formazioni parlamentari non possono rinunciare al teatrino necessario per dissimulare il fatto che tutti appartengono al partito unico della guerra. Sia a destra sia a “sinistra” si è tentato di distinguersi, soprattutto per sembrare estranei a una decisione che verrà pagata colpendo pesantemente la spesa sociale.

Nel corso della mattinata, una sospensione dei lavori richiesta dal governo è servita a riformulare il testo della risoluzione di maggioranza per ridimensionare il riferimento al SAFE. Nel testo approvato, infine, è stato scritto che per pagare lo scostamento seguente alla clausola di salvaguardia si potrà “valutare il ricorso a diverse condizioni ivi incluse ove ritenute vantaggiose quelle incluse al programma SAFE preordinando in ogni caso in via prevalente l’utilizzo dei fondi a sistemi tecnologici difensivi e di sicurezza nazionale”.

Agitando un po’ di propaganda intorno a una “italica” spesa verso cui destinare il SAFE e, dunque, anche il maggiore impegno di bilancio, nei fatti anche il Carroccio ha aperto la porta al programma europeo. Ed è in sostanza la risoluzione stessa a confermare che la richiesta del SAFE avverrà proprio per coprire le maggiori spese dovute alla clausola di salvaguardia.

Il Partito Democratico ha criticato il governo per l’assenza di qualsiasi dettaglio sui reali interventi che intende fare, ma non ha messo in dubbio l’orizzonte bellicista. Il leader del Movimento 5 Stelle, Giuseppe Conte, ha ribadito la ferma contrarietà della sua forza politica al riarmo, nonostante abbia aumentato lui stesso le spese militari e continui a sostenere lo sviluppo di una difesa europea (che è poi lo scopo del SAFE), ovvero della trasformazione della UE in un “porcospino d’acciaio”.

Per ora, qualsiasi resa dei conti interna al campo largo rispetto alle sfumature con cui aderiscono alla visione di una UE armata è stata rimandata proprio grazie alla votazione della risoluzione di centrodestra. Il testo unitario presentato da PD, M5S e AVS non è giunto al voto, e ciò è stato provvidenziale per la segreteria di Elly Schlein, dal momento che l’area riformista dem aveva già annunciato la propria contrarietà al testo, a loro avviso contrario agli impegni europei e atlantici.

C’è poco di alternativa nel campo largo, se posizioni così blandamente lontane dalle imposizioni di Bruxelles scatenano una tempesta nel PD, contro cui i pentastellati si giocano l’egemonia in un fronte sostanzialmente allineato con la deriva bellicista. Intanto, la stretta del riarmo fa un passo avanti.

Fonte

Ballo a due su Hormuz, quasi senza gli Usa

“E il modo ancor m’offende...”

Iran e Oman hanno raggiunto, sembra, lo sperato accordo sulla gestione dello Stretto di Hormuz che dovrebbe portare alla riapertura della via d’acqua al momento più importante al mondo.

I dettagli sono per il momento ancora vaghi, ma ricalcano quanto già indicato nei giorni scorsi: a Teheran la competenza (e gli introiti futuri) sul canale di ingresso e a Muscat quella sul canale di uscita (con le informazioni condivise con l’Iran). Nessun “diritto di passaggio” da esigere per i prossimi 60 giorni, necessari a “svuotare” l'accumulo di navi bloccate nel Golfo, e poi si vedrà il come, il quanto e con quale giustificazione.

La notizia chiave è però l’esclusione degli Stati Uniti da questa trattativa, che sarebbe stata perciò limitata ai due Stati che fisicamente “contengono” lo Stretto, come sarebbe peraltro logico e coerente con il diritto internazionale (la vittima principale delle guerre recenti).

Naturalmente non è del tutto vero, anche se da Teheran si batte molto su questo tasto, dato che proprio l’Iran aveva lamentato nei giorni scorsi “rallentamenti e complicazioni” nella discussione con i dirimpettai a causa delle ingerenze statunitensi. Ma lo spostamento del baricentro – dalla volontà statunitense agli interessi dei paesi rivieraschi – resta evidente.

Le dichiarazioni pubbliche del viceministro degli Esteri, Kazem Gharibabadi sono esplicite: “L’affermazione degli Stati Uniti secondo cui sono in corso negoziati con l’Iran è falsa. Non ci sono stati negoziati”.

I canali di comunicazione con Washington non sono stati però mai chiusi del tutto, visto che l’Iran – secondo il vice di Araghci – ha ricevuto messaggi dagli Usa sulla disponibilità a tornare agli impegni precedenti.

Lo stesso Donald Trump ha parlato più volte nelle ultime ore di “ottimi colloqui” in corso con Teheran, anche se sembra più una vanteria a beneficio di telecamera per rivendicare un ruolo di primo piano, almeno sui media.

La situazione resta infatti complicata soprattutto dal lato Usa, visto che il Washington Post (un quotidiano storicamente “dem” riallineato però sul fronte trumpiano dopo l’acquisto da parte di Jeff Bezos, patron di Amazon) ha riferito di una sfuriata del tycoon in quel di Camp David contro il somaro da lui stesso messo a guidare il “ministero della guerra”, quel Pete Hegseth ora individuato come responsabile della carenza di missili – sia d’attacco che intercettori, come i Patriot – che ha costretto l’America a rinunciare a nuove offensive contro Teheran.

La CNN, da parte sua, ha dettagliato meglio questa carenza quantificando che le riserve di missili sarebbero scese dell’80%, il che lascia scoperti gli stessi Stati Uniti e quindi li costringe a non rifornire più gli alleati principali (Ucraina, Israele, stati arabi del Golfo).

Lo stile di lavoro dei funzionari a Washington, con l’avvento di Trump, sembra completamente degenerato nell’italianissimo scaricabarile. Hegseth si sarebbe infatti difeso attribuendone la responsabilità al suo vice, Stephen Feinberg.

Karoline Leavitt, portavoce della Casa Bianca, è stata a quel punto interpellata da diversi media e costretta a definire la storia una “fake news al 100%. Il presidente Trump ha la massima fiducia nel segretario Hegseth”.

Il licenziamento del buzzurro diventa perciò una ipotesi da non scartare...

Sta di fatto, comunque, che le opzioni a disposizione della Casa Bianca si sono ridotte drasticamente. O avalla l’accordo Iran/Oman facendolo proprio con le consuete operazioni di “abbellimento propagandistico”, oppure lo ostacola mantenendo il blocco dello Stretto dall’unica parte che controlla a distanza.

Ma senza più la possibilità di minacciare “attacchi davvero distruttivi” la pressione possibile cala quasi a zero. A meno di non prendere in considerazione l’uso dell’atomica (con tutte le conseguenze inimmaginabili sul piano globale).

Se le prossime settimane confermeranno questa “impressione”, la fine della guerra con l’Iran segnerebbe una sconfitta strategica ben più seria della disordinata fuga dall’Afghanistan il 15 agosto 2021.

Fonte

Il muro di cui anche Meloni ha bisogno

Compagni, bisogna dirlo senza mezze misure: Giorgia Meloni, la presidente neofascista d’Italia, e tutta la caterva dell’ultradestra spagnola che applaude ogni sua uscita, hanno trovato in Ceuta il loro nuovo giocattolo propagandistico.

Ci fanno la predica sul “caos migratorio” spagnolo, sulla presunta incapacità del governo Sánchez di “controllare le proprie frontiere”, mentre tacciono, opportunamente, ciò che accade in casa propria. È il vecchio trucco di sempre: indicare la trave nell’occhio altrui perché nessuno noti la propria.

Veniamo ai dati, perché questa gente si disarma solo con i fatti. Nel 2025 la Spagna ha registrato 36.775 ingressi irregolari, un calo del 42,6% rispetto ai 64.019 del 2024, la maggior parte via mare verso le Canarie. L’Italia, nello stesso periodo, secondo Frontex ne ha sommati circa 66.000 via mare, quasi il doppio della Spagna.

Dov’è dunque il “controllo” che Meloni rivendica e il presunto “caos” che denuncia in Spagna? L’Italia continua a essere, anno dopo anno, una delle principali porte d’ingresso della migrazione irregolare verso l’Unione Europea attraverso il Mediterraneo centrale.

Lampedusa vive esattamente gli stessi meccanismi che Meloni critica a Ceuta: soccorsi in mare, forze di polizia schierate, centri di accoglienza al collasso, respingimenti quando il quadro legale lo consente. La differenza non sta nei fatti, sta in chi li racconta e con quale microfono.

Se Meloni sostiene che la Spagna gestisce male l’immigrazione irregolare a Ceuta, abbia almeno la decenza di spiegare perché l’Italia continua a essere una delle principali porte d’ingresso dall’Africa e perché a Lampedusa si applicano gli stessi meccanismi di accoglienza e assistenza che lei addita quando li esegue un altro governo.

La differenza tra Roma e Madrid non sta nell’esistenza o meno di arrivi irregolari, ma nel discorso politico e nella crudeltà di certe misure: gli accordi con la Tunisia per subappaltare la repressione, le persecuzioni contro le ONG di soccorso marittimo, il tentativo di esternalizzare l’asilo in Albania.

Lì sì che c’è una differenza, compagni, ma non è quella che lei presume: è la differenza tra gestire una tragedia umana con una certa decenza istituzionale e trasformarla in un business di carceri galleggianti.

E qui bisogna essere rigorosi, perché il rigore è ciò che ci distingue dal pamphlettismo della destra: se l’obiettivo dichiarato dell’inasprimento migratorio di Meloni era frenare in modo decisivo l’immigrazione irregolare, sono gli stessi dati a smentire quella pretesa.

L’Italia continua a essere meta di decine di migliaia di arrivi ogni anno nonostante i patti con la Tunisia e il resto dell’arsenale repressivo. Questo non dimostra, di per sé, che quelle politiche siano “un fallimento assoluto” – bisognerebbe isolare altri fattori, come i conflitti nel Sahel o le variazioni delle rotte – ma permette comunque di affermare, coi piedi per terra, che presentare il pugno duro come soluzione definitiva è, quantomeno, una semplificazione di comodo.

E questa semplificazione diventa ancora più ingiusta quando viene usata per attaccare la Spagna, che oltretutto affronta una realtà geografica ben diversa: una frontiera terrestre condivisa col Marocco a Ceuta e Melilla e la vicinanza delle Canarie alla costa occidentale africana, fattori che l’Italia, senza frontiera terrestre col continente, non deve gestire allo stesso modo.

Ma non fermiamoci alla superficie. La memoria storica è un’arma di classe, e tocca ricordare qualcosa che l’ultradestra europea preferirebbe farci dimenticare: nel 2011 una coalizione guidata dalla NATO bombardò la Libia in nome della Risoluzione 1973 dell’ONU, e Muammar Gheddafi finì assassinato dalle forze ribelli nell’ottobre di quello stesso anno, con l’intervento occidentale come fattore decisivo nel crollo del suo regime.

Gheddafi, prima di cadere, lo aveva avvertito con una chiarezza che oggi risulta scomoda: disse che la NATO stava abbattendo il muro che frenava la migrazione africana verso l’Europa, e che se la Libia fosse caduta, migliaia di persone avrebbero attraversato il Mediterraneo senza che nessuno potesse fermarle.

Ciò che venne dopo gli diede, nella sostanza, ragione: il vuoto di potere e la frammentazione istituzionale trasformarono la Libia nella principale piattaforma di partenza verso l’Italia, rafforzando le reti di tratta e traffico di esseri umani che oggi Meloni dice di combattere.

L’Occidente ha abbattuto il muro e ora i suoi eredi politici piangono per la corrente che hanno lasciato passare. Senza esagerare, però: non fu l’unica causa, pesano anche la povertà, i conflitti del Sahel e le mafie, ma la responsabilità politica di chi bombardò Tripoli in nome della “protezione dei civili” non si può cancellare con la memoria selettiva.

E a Ceuta il parallelismo è ancora più sfacciato, perché anche lì il “muro” lo ha messo l’Occidente, e lo ha tolto quando gli conveniva. Il Marocco, partner prediletto di Washington e di Tel Aviv nel Nord Africa, ha sempre usato la frontiera di Ceuta come arma di pressione politica, aprendo o chiudendo il rubinetto migratorio secondo i propri interessi diplomatici del momento.

E qui Pedro Sánchez porterà la propria vergogna storica: il tradimento del popolo saharawi nel riconoscere la sovranità marocchina sul Sahara Occidentale fu il prezzo pagato per comprare la tranquillità di frontiera con Rabat, esattamente lo stesso calcolo cinico che portò Washington a riconoscere quella sovranità nel 2020 in cambio della normalizzazione tra Marocco e Israele.

Il triangolo Washington-Tel Aviv-Rabat non è una mia ipotesi: è un fatto documentato fin dalla Marcia Verde del 1975, quando gli Stati Uniti avallarono l’occupazione marocchina del Sahara come pedina del proprio scacchiere geopolitico regionale.

Ciò che oggi si combatte alla frontiera di Ceuta non si può comprendere senza questo sfondo: un territorio saharawi rubato che continua a pagarne il conto, e una monarchia marocchina che trasforma i migranti in moneta di scambio diplomatico.

E qui conviene aggiungere un altro strato di ipocrisia, perché a Meloni non basta mentire su Ceuta: si lascia pure umiliare in pubblico dal proprio padrone senza che le tremi il polso. Quest’estate abbiamo visto Donald Trump accusarla, senza alcuna base, di aver “implorato” una foto con lui al vertice del G7, e settimane dopo deriderla con un meme modificato e la scritta che servirebbe un “ordine restrittivo”, insinuando che la presidente italiana fosse ossessionata dalla sua persona.

Meloni, questa volta sì, ha reagito e ha risposto che né lei né l’Italia “implorano mai”. Ma nessuno si illuda: quell’indignazione puntuale, quel teatrino di dignità ferita, non altera di un millimetro la subordinazione di fondo.

L’Italia resta allineata con Washington nella NATO, resta in silenzio davanti ai crimini di Netanyahu a Gaza, continua a funzionare come pedina docile dello scacchiere atlantista. Fa l'offesa quando Trump la ridicolizza per vanità personale, ma non rompe mai le file quando si tratta di sostenere la politica reale di Stati Uniti e Israele in Medio Oriente o nel Nord Africa.

È il ruolo del servo, del lacchè: può protestare per come lo trattano nell’anticamera del padrone, ma non smette mai di chinare la testa quando tocca obbedire.

E non è un male esclusivamente italiano. Anche qui, nello Stato spagnolo, abbiamo la nostra squadra di servi, lacchè e venduti alla patria: Alberto Núñez Feijóo, Santiago Abascal, Isabel Díaz Ayuso, tutta l’ultradestra spagnola ed europea che ha deciso che quel ruolo di sottomissione verso Washington e Tel Aviv è quello che le spetta per vocazione di classe.

Si riempiono la bocca di “sovranità nazionale” e “orgoglio patrio” quando parlano di migranti poveri a Ceuta o alle Canarie, ma chinano la testa senza fiatare davanti a qualsiasi ordine arrivi da Washington o da Gerusalemme. È la stessa ipocrisia di Meloni, solo che senza nemmeno il teatrino dell’indignazione: qui non si preoccupano nemmeno di fingere che li umili.

Quindi no, compagni, questo non riguarda “chi gestisce meglio” una frontiera. Riguarda quali interessi di classe e di Stato si nascondono dietro il discorso xenofobo di Meloni, di Abascal e di tutta quella cricca che ha bisogno di un nemico povero e razzializzato per coprire la propria incapacità di risolvere i problemi reali della classe lavoratrice europea.

Il muro che denunciano lo ha abbattuto l’Occidente in Libia nel 2011 a colpi di bombe, e lo negozia ogni giorno in Marocco col silenzio complice. L’ipocrisia non è un eccesso retorico: è l’essenza stessa del loro progetto politico.

Fino alla vittoria, sempre!

Fonte