Presentazione


Analisi, opinioni, fatti e (più di rado) arte da una prospettiva di classe.

09/08/2026

La Cina dichiara guerra ai grandi evasori

Fra la via Emilia e il West. Sulle morti di Abdelrahim Fakir e Monica Esposito

Le immagini della morte di Abdelrahim Fakir, ossessivamente riprodotte in queste settimane, provocano sulla platea mediatica il medesimo effetto che si ripete dai tempi del super 8 di Zapruder: visione morbosa e contemporaneamente estraniazione, distacco dalla realtà, desensibilizzazione progressiva.

Milioni di pc e smartphone hanno contemplato in diretta differita la “morte del marocchino”, nel corso di una sorta di mattanza durata circa un’ora; uno spettacolo che ha ricordato un rituale di morte arcaico, una tauromachia, con le sue preparazioni, le sue criticità, la lotta e alla fine il crollo esanime dell’animale, esausto, sanguinante, matato e finalmente degno di rispetto e pietas.

Quello che però più colpisce di quell’orrore, è il pianto di Fakir, prima che l’aggressione abbia inizio, quando non è ancora stato atterrato e schiacciato, quando è ancora solo un semplice essere umano in difficoltà. Ma non sono tanto le lacrime in sé – il meccanismo biochimico scatenato da una crisi isterica, da una depressione, da qualsiasi altra causa innescante: quanto il terribile senso di predestinazione che sembrano evocare quelle lacrime.

Fakir pare stia piangendo sulla sua vita (tutto sommato un’esistenza faticosamente ordinaria) e sulla sua morte imminente, come se in quel brutto cortile di garage ci fosse arrivato sapendo che quella sarebbe diventata la scena del crimine, la stanza dei supplizi, la camera delle esecuzioni.

Ci arriva piangendo? Si getta a terra in lacrime? Suda, urla, prega o impreca? Non scappa. È in trappola, in un budello pericoloso denominato via Italo Svevo. Dà l’idea terribile (la più terribile) di una specie di ostinata rassegnazione. Il Pilastro è un Golgota a cui si consegna piangendo.

Ma Fakir non è Gesù-Isa. È un povero diavolo che sbarca il lunario col facchinaggio. Arrivato in Italia a sette anni, poca scolarizzazione, gap linguistico, familiare, urbano, economico – insomma gap! – e poi il lavoro sotto padrone, sotto cooperativa (il peggior padrone) e l’illusione del mettersi in proprio, probabilmente travolto da tasse e burocrazia.

La vita di periferia umida, assolata, vaporosa, stancante e le aspettative al ribasso anno dopo anno, la mezza età passata senza gloria. Ce l’ho fatta? Sì o no? Sono integrato, sono un pezzo di ingranaggio non sbeccato, funzionale, oppure continuo a essere sempre in ritardo, sempre in affanno – un passo dietro gli italiani, dietro i cinesi, dietro gli albanesi, in questa specie di graduatoria del successo che spesso è solo una classifica delle sfighe?

Abdelrahim è un piccolo peccatore con qualche modesto precedente penale. Decisamente non è Gesù e nemmeno un Wali (un santo). Però quella specie di sentiero verso la morte, percorso lentamente, ostinatamente, continua a suggestionarmi e mi spinge a cercare una qualche lettura non banale o semplicistica di quell’evento.

Il suo corpo urlava e si ribellava ma sembrava anche stancamente rassegnato alla sua fine, come in certi sogni dolorosi e paurosi dei quali si conosce l’epilogo e da cui fortunatamente ci svegliamo sempre un attimo prima che si realizzi.

L’anima, il destino, il mistero delle vite incompiute – tutta roba metafisica difficile da masticare e digerire per le nostre piccole menti. Quello che capiamo bene, invece, è il fallimento materiale: cosa succede quando non trovi una collocazione, un posto, un ruolo, soprattutto dentro la società globale più competitiva che sia mai comparsa sulla faccia della terra, dai tempi di Neanderthal a oggi?

Cosa succede quando si spezza qualcosa dentro – una corda segreta che fa crollare qualche contrappeso, qualche fondale di scena e finisci gambe all’aria, a piangere davanti ai garage di via Italo Svevo?

Chi sono i due centurioni che hanno ucciso Fakir? Non ci dicono i nomi. La privacy è tutto, anche se per i morti notoriamente non vale (si è mai vista la tempestiva perquisizione a casa di un morto ammazzato alla ricerca delle sue colpe? cosa cercavano, un chilo di coca che avrebbe giustificato l’omicidio?).

Anche loro due, forse, staranno piangendo, assassini sicuramente involontari. Staranno maledicendo l’imperizia della loro impresa? O piuttosto daranno la colpa al marocchino – che non doveva essere lì quel giorno, a fare il matto, proprio durante la loro maledetta ora di servizio in zona?

Forse uno dei due stava per sposarsi e ha dovuto rimandare il matrimonio, nell’incertezza dei giorni presenti. Forse l’altro aveva appena acceso un mutuo sanguinoso per comprare ottanta metri quadri (ma fuori Bologna, ad Anzola o Casalecchio, dove il mattone costa meno) e adesso sono entrambi lì, in attesa dell’inchiesta amministrativa e del processo in cui – nell’arco di un decennio, tra appelli e ricorsi – qualche tribunale della Repubblica dovrà solennemente decidere se sono colpevoli di omicidio.

E intanto sperano tremando che non ci sia una sospensione delle funzioni e dello stipendio, che manderebbe definitivamente all’aria le loro aspettative di un’esistenza sana, realizzata, nel regno accogliente delle persone perbene.

Anche i due centurioni forse si sentono dentro una specie di predestinazione che incrocia la vita e la morte degli sconosciuti in snodi fatali e ineffabili. E in queste cose non c’è scudo penale che tenga. Il sangue resta impresso sullo scudo.

Sangue? Battaglia legale intorno al tema del sangue. È effetto dello “strusciamento” sull’asfalto o della pressione sul torace? Mi viene in mente una soluzione salomonica: il sangue intorno alla testa di Fakir sono le lacrime cadute dai suoi occhi increduli e disperati.

Che ci sarebbe di anomalo? In un paese in cui spesso le statue piangono gocce di sangue senza motivo, cosa ci sarebbe di strano se un facchino marocchino le producesse mentre lo stanno ammazzando? Lacrime di sangue. Non ha avuto il tempo di piangere e pregare nell’orto degli ulivi, Abdelrahim. Tutto si doveva consumare in un’ora, non in un giorno – i tempi moderni non consentono lunghe trafile che potrebbero stancare lo spettatore. 

Fakir conosceva bene Gesù. Tutti i musulmani lo rispettano e Isa è un nome islamico molto diffuso. Non tutti conoscono la profezia sul suo ritorno. Alla fine dei tempi, Isa tornerà in questo piano di esistenza, nella Storia, nella vita del mondo.

Non sarà un predicatore inerme, guiderà le armate della Giustizia contro quelle del Male. Impugnerà la spada che pure aveva evocato nel Vangelo. In quei giorni non saremo più divisi per religioni, razze, credi, ceti: solo la Verità contro l’Inganno. E due conti saranno tirati.

Ma che c’entrano le grandi profezie antiche, con le piccole morti di periferia? Effettivamente niente. Queste sono storie storte, piccole, sbagliate, anonime, che finiscono inopinatamente al telegiornale solo perché un residente quella mattina aveva il telefono sottomano. Altrimenti a chi sarebbe infischiato di quel corpo sull’asfalto – a parte fratelli, sorelle e nipoti? Ucciso per noi e per tutti in remissione dei nostri peccati.

Il Pilastro. Quartiere simbolo. Dà un’idea di solidità, di forza, ma viene sempre nominato quando si parla di “fragilità sociali”, come pudicamente gli amministratori definiscono i poveri, i sottopagati, i pensionati con la minima, gli invisibili che si barcamenano senza documenti.

Non era mai stato tanto citato, quel quartiere, dagli anni Novanta, quando assurse agli onori della cronaca per l’omicidio di due carabinieri – la strage del Pilastro, appunto. Nel 1991, due fratelli di una famiglia pugliese – i Santagata – erano stati ingiustamente accusati dell’agguato che poi, si scoprì, era stata impresa della Uno Bianca e del suo nucleo di poliziotti killer. 

I due fratelli Piter e William Santagata furono arrestati e la famiglia massacrata dai giornali. Si fecero quasi tre anni di galera. Allora il problema della laboriosa Emilia erano i meridionali che non riuscivano a integrarsi dentro l’etica indigena del lavoro, a quel tempo ideologia totalitaria. Vedi i continui rimandi della storia? Clicchi alla voce “Pilastro” e, oltre al povero Fakir, vengono fuori pezzi del nostro imbarazzante passato prossimo.

Il 19 luglio moriva Abdelrahim. Tre giorni dopo, il 22 luglio, si spegneva poco lontano, presso l’Ospedale Maggiore di Bologna, la signora Monica Esposito, al termine di due mesi di terapia intensiva. Anche per lei un lungo calvario in coma farmacologico.

Gli Esposito sono una famiglia di proletari meridionali trapiantati a Modena negli anni Ottanta. L’assassino è l’italo-marocchino Al Koudri che cercava la strage catartica e ha trovato davanti a sé, una domenica pomeriggio, la povera Monica a passeggio in via Emilia, in quello che è stato il primo attentato del genere in Italia.

Invano, da due mesi, stanno provando a collegare Salim Al Koudri a una dinamica di terrorismo jihadista. Inutilmente. A Salim Al Koudri non frega niente dell’Isis, non si è mai interessato di politica, non fa proclami, dice spesso cose sconnesse o incoerenti. Questa sua incollocabilità sta facendo infuriare la destra locale: abbiamo un attentato, abbiamo un cognome arabo, adesso abbiamo anche una vittima, e questo qui che fa, si sottrae alla parte, vuole passare per pazzo?

Circolano voci demenziali – tipo che le autorità abbiano ripulito i suoi device per nascondere la verità o che il suo avvocato sia pagato da potenze oscure.

Due giorni dopo la morte della povera Monica, il fratello Giovanni convoca una “fiaccolata di commemorazione e vicinanza alla famiglia” in piazza Grande, davanti al Municipio – uno spazio, tra l’altro, che negli ultimi anni ha ospitato molte iniziative internazionaliste e per la Palestina. Non ci sarà nessuna fiaccolata, quella sera, e la commemorazione si trasforma subito in uno sgangherato comizio d’odio contro “gli stranieri”.

Il clima è così pesante che persino gli esponenti ufficiali della destra locale si defilano. Cacciato dalla piazza anche l’eroe Luca Signorelli, uno di quelli che il 16 maggio ha bloccato l’attentatore.

Giovanni Esposito, il fratello di Monica, registrato dalle emittenti locali, nella sua oratoria appare furioso e determinato. In piazza i vari interventi ripetono cose pesanti contro “quelli lì”: i musulmani, i maghrebini, gli “extra”, i colpevoli di tutto quello che non va nella piccola laboriosa città che senza di loro sarebbe un paradiso in terra.

Esposito se la prende pure con il sindaco che ha rinnovato la concessione alla comunità islamica dell’edificio che ospita da sempre la modesta moschea cittadina (in cui forse Al Koudri non ha mai messo piede). Nella sua frustrazione affabulatoria non si rende conto che non c’è alcun nesso tra la morte della sorella e il tema delle moschee, del degrado, delle baby gang e di qualsiasi altra cosa gli passi per la testa e finisca in quel microfono impugnato come un’arma. Una Modena minore, a sua volta piena di fragilità, che urla alla luna tutto il suo malessere.

L’avvocato della famiglia Esposito dice che Giovanni ha un passato “di estrema sinistra”. Solo dopo mi ricordo di averlo effettivamente conosciuto nei primi anni Novanta. Ogni tanto girava dentro un vecchio centro sociale occupato in via Prampolini. Era anche un frequentatore della curva del Modena, un luogo che venticinque anni fa aveva quel tipo di imprinting – prima che tutto, anche gli stadi, si convertisse in liquidità e livore.

Chissà quante volte da ragazzino si sarà sentito dare del “maruchein” dai diffidenti autoctoni. Fatto sta che a Modena, per la prima volta, un assembramento “popolare” più o meno autoconvocato ha inneggiato tra gli applausi all’odio etnico. E se la famiglia di Monica Esposito, nella sua pena infinita, ha il diritto di urlare quello che gli pare, la piccola cricca di aspiranti vannacciani che gli fanno da contorno, sta cinicamente giocando sporco.

Al Koudri non c’entra niente con il tema della “sicurezza urbana”, che a sua volta non c’entra nulla con il terrorismo. Al Koudri è un giovane laureato di cittadinanza italiana che avrebbe dovuto stare nell’ufficio marketing di un’azienda e/o in cura presso un centro di igiene mentale.

Dire che la signora Monica è stata uccisa dai “marocchini” è come dire che Fakir è stato ucciso dal Ku Klux Klan. Sarebbero due cazzate che nascondono la “normalità” tragica di quelle morti e quindi falserebbero la lettura reale della nostra società, una società “malata” in cui chi ha bisogno di essere curato è abbandonato a se stesso, alle sue solitudini, alle sue derive esistenziali, che possono portarti a diventare vittima o carnefice quasi per caso.

Attaccarsi alle spoglie di Monica Esposito per lucrare un po’ di voti è indegno – e prima o dopo anche la sua famiglia lo capirà. Lanciare la guerra santa contro i vicini di casa e i colleghi di fabbrica, è la più miserabile delle utopie.

Quali traiettorie invisibili legano i destini? Le Moire si stanno divertendo a intrecciare i loro fili lungo la via Emilia. Gli eventi incalzano e non si riesce a connettere le tessere di un mosaico impazzito – resti, macerie e schegge della società globalizzata che nessuno riesce più a tenere dentro un quadro coerente, un qualche tipo di ordine, di narrazione o di senso.

La morte diventa l’unico nodo intorno a cui la distratta umanità pare un attimo scuotersi, fermarsi attonita e urlare cose orribili o invocare speranza e giustizia, mentre l’asfalto rattoppato del modello emiliano brucia sotto il sole furioso di piena estate.

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Arriva la Nato sunnita, un ‘successone’ della guerra Usa-Israele all’Iran

È stato firmato in questi giorni un accordo di cooperazione militare tra sauditi, pakistani e turchi. E non è stato firmato in un luogo qualunque ma alla Mecca, “capitale” delle fede mussulmana. Potrebbe essere il nucleo di quella Nato islamica di cui si parla da tempo. Lo capiremo se i prossimi ad aderire saranno i Paesi del GCC (Il Consiglio di Cooperazione del Golfo) cioè quelli che si affacciano sul Golfo Persico salvo Iran e UAE.

È un evento in teoria epocale, se non verrà depotenziato dagli Usa e da Israele che ne subiscono il contraccolpo. Ad allearsi formalmente sono nell’ordine: le none forze armate del mondo (Turchia), le quattordicesime (Pakistan che ha l’arma atomica), le ventincinquesime (i sauditi hanno tanti soldi ma delle forze armate, sinora, dagli scarsi successi).

Questa firma sancisce in qualche modo la trasformazione di Washington da fornitore di sicurezza a fornitore di armi, grazie alla miopia di Trump che si esprime sia modo in cui tratta gli alleati, sia nell’essersi imbarcato nell’aggressione all’Iran.

Nei suoi due mandati con l’Arabia Saudita ha perseguito solo vantaggi familiari (vedi i miliardi di Kushner) e contratti per le aziende americane, in primis di armi, fino a definire Ryad partner di pari livello a quelli Nato, quindi con la possibilità di aver accesso a tecnologie di ultima generazione. A ciò si aggiunga l’accordo recentissimo sul nucleare civile che mette, almeno su carta, i sauditi in condizione di avere la bomba atomica.

I danni vengono dall’ossessione di Trump nel considerare i costi diretti di quello che fanno gli Usa ma mai i vantaggi indiretti. È lo stesso approccio che sta avendo con l’Europa: la politica estera viene ridotta ad una trattativa per una fornitura di cemento per uno dei suoi casinò ad Atlantic City (che fallirono). Nessuna valutazione geopolitica, solo un occhio alle cifre a piè di lista.

Inoltre la guerra all’Iran ha evidenziato un enorme dato: le basi che gli Usa hanno costruito nell’area dopo a partire dalla guerra all'Iraq di Saddam nel 1990 sono state a lungo una leva nelle relazioni tra Paesi del Golfo e gli Usa, l’Iran le ha trasformate in bersagli e quindi in un problema per gli Stati che le ospitano (sinora sono state un problema solo con l’opinione pubblica interna, infatti alle nostre latitudini non se ne parlava o non le si vedeva).

Oggi sono inabitabili e non utilizzabili per via degli attacchi dell’Iran, verranno sfrattate visto che sono diventate un rischio per la sicurezza? Non lo si sa, ma cresce questa tentazione nei governi dell’area. Se così fosse, tra l’altro, Israele e l’Italia con le loro basi diverrebbero ancora più strategici per collocazione geografica e allineamento politico.

I tre Paesi firmatari sono legati da un accordo (modello articolo 5 della Nato) di mutua difesa in caso di attacco. Questa intesa, che potrebbe essere l’embrione della Nato sunnita, è in chiave anti-Iran (sciita) nel senso che se domani Teheran dovesse tornare ad attaccare i sauditi, in teoria Turchia e Pakistan dovrebbero intervenire. Ma non è solo questo il punto.

Nella lista dei “prossimi nemici” di Israele, ci sono la Turchia, l’Egitto e il Pakistan. Questa alleanza salda due di loro con i sauditi, che Trump sta spingendo (invano) a sottoscrivere gli “accordi di Abramo”.

La conseguenza pratica, è la fine degli “accordi di Abramo”. I sauditi hanno più volte detto che normalizzeranno le relazioni diplomatiche con Tel Aviv quando verrà riconosciuto uno Stato palestinese, ma a questo punto è Israele che non può accettare rapporti normalizzati con i sauditi, amici dei loro nemici.

Resta da capire se (e con quali conseguenze sulla Nato) questa alleanza crescerà numericamente e geograficamente. Sta di fatto che si tratta un nuovo esempio di un mondo che si prepara a nuovi scenari (che vanno dall’uscita Usa dalla Nato alla difesa europea), ad un equilibro multi-polare e ad un mondo post cura Trump.

La firma di questa alleanza conferma comunque una cosa:  la guerra all’Iran è stato un errore clamoroso per gli Usa. Convinto di poter ottenere una vittoria rapida e indolore, Trump – il presidente che aveva promesso pace – si ritrova impanato nell’ennesima guerra americana in Medio Oriente, dalla durata incerta, alla rincorsa e alla ricerca di inesistenti armi di distruzione di massa come nell’Iraq del 2003, ma con molte meno opzioni militari di allora.

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L’America sacrifica le colonie europee

di Alessandro Volpi

Le strategie monetarie nei prossimi mesi, di fronte ad un rischio di inflazione e di stagnazione sempre più evidente, saranno decisive. Saranno determinanti, in particolare, le azioni della Federal Reserve e della Bce. È utile allora soffermarsi, anche solo rapidamente, per cercare di capire cosa stia succedendo in tali istituzioni.

Alla Federal Reserve il neo presidente Kevin Warsh, nominato da Trump, ha deciso di costituire un “gruppo di lavoro” per definire la linea della banca centrale americana.

In tale gruppo sono presenti:

  • l’ex governatore della Banca d’Inghilterra, Mervyn King, membro del Group of Thirty (G30), un’organizzazione privata ed esclusiva che riunisce i vertici delle banche centrali e i CEO delle più grandi banche private (come Goldman Sachs e JPMorgan);
  • Marc Andreessen, co-fondatore di Andressen Horovitz , un venture capital da oltre 40 miliardi di dollari di masse in gestione, molto attivo sulle criptovalute;
  • l’economista (Fmi) ed ex governatore della Banca centrale indiana, Raghuram Rajan, ora consulente senior per BDT & MSD Partners (una banca d’affari che gestisce i capitali di alcune delle famiglie più ricche del mondo, tra cui i Dell) e, come King, membro del Group of Thirty;
  • – il premio Nobel 2011 Thomas Sargent, molto attivo nel mondo dei Quantitative Hedge Funds;
  • – l’ex governatore della Banca centrale del Brasile, Arminio Fraga che, prima di guidare la banca centrale, è stato il braccio destro di George Soros, nelle vesti di managing director del Quantum Fund, e fondatore di Gávea Investimentos, una delle principali società di gestione patrimoniale e private equity in America Latina, in passato controllata da JP. Morgan Asset Management.

In sintesi, la strategia monetaria della più grande banca centrale del mondo, che definirà le sorti del dollaro, sarà concepita con il contributo fondamentale di una ristrettissima élite di grandi consulenti della finanza privata.

La vicenda della Bce è molto probabile invece che sia caratterizzata dalle dimissioni anticipate di Christine Lagarde per dare modo a Macron, prima della fine del suo mandato, di contribuire alla scelta della prossima guida dell’istituto di Francoforte che potrebbe essere uno tra Klaas Knot, presidente della banca centrale dei Paesi Bassi oltre che membro del Consiglio direttivo Bce, Isabel Schnabel, componente del comitato esecutivo, e Joachim Nagel, presidente Bundesbank.

In Europa dunque la strategia monetaria potrebbe essere quella definita da un falco dell’austerità.

Se proviamo a unire i puntini mettendo insieme queste due situazioni emerge un quadro dove la Fed asseconderà le operazioni dei colossi della finanza USA senza far mancare la liquidità alla bolla ipertrofica in corso, mentre il rigorismo della Bce faciliterà la colonizzazione ad opera degli stessi colossi della finanza Usa del risparmio del Vecchio Continente.

P.S. Ho utilizzato il termine “strategia” perché questa non è “politica” monetaria. Si tratta della strategia del capitalismo finanziario che per salvare il cuore dell’impero deve sacrificare le colonie, responsabili del resto di avere accettato questa subalternità e di averle affidato i destini economici delle proprie popolazioni.

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Cambiare rotta o naufragare

La settimana scorsa ho perso mia Mamma. Un lungo esilio ha fatto sì che io viva ormai in Corsica. Lei si è spenta a Genova, la nostra città. Traghetto subito e dolore intenso, costante. Ma...

La cosa più crudele, appena sbarcato, è essere, per la forza delle cose, messo a confronto con tutta una serie di questioni pratiche e immediate. Tutto va in fretta. Tutti mettono fretta. Mi sono dunque ritrovato a richiedere, in fretta, un documento, impossibile da ottenere telematicamente, all’anagrafe di Genova.

Corso Torino è uno stradone infelice che però viaggia, per chi ha la pazienza di precorrerne tutta l’avvilente tristezza, fino al mare. Nel bel mezzo, un palazzone sempre uguale e sempre lì, ben saldo e assolutamente senza vista mare. Fu un tempo ospedale civile, poi divenne scuola ed infine la sede centrale dei servizi civici.

L’ho sempre conosciuto così. La sua facciata perennemente identica. Mi ricordo le lunghe code di quando ero ragazzino, anni ‘70. Si aspettava, era noioso, ma alla fine della coda si era in qualche modo accolti. E Genova contava quasi 900 Mila abitanti e non i quasi 570 Mila odierni!

L’ufficio dell’anagrafe apre alle 7:30 e chiude alle 12:30. 5 ore di attività. Sempre così, anche nei miei remoti ricordi. La differenza è che bisogna, adesso, prendere un biglietto fornito da un robot e poi aspettare il proprio turno che corrisponde a un numero.

Uno solo è il robot, ma quanti sono gli umani in meno? Quanto vale il servizio di un robot? Aspettare...

Non sempre il termine è però pertinente, poiché sul biglietto, fornito dal diligente robot, mi si indica un’attesa di... 851 minuti. 14 ore! Per un ufficio che di ore aperte ne conta 5, anzi, ormai meno poiché ho avuto visibilmente la leggerezza di presentarmi alle 8:40 ed il servizio si conclude invariabilmente alla Mezza…

La missione è evidentemente impossibile. “Ritorni domattina”, mi si consiglia: “noi apriamo alle 7:30, se lei arriva alle 7 e 20, con un po’ di fortuna, in un oretta o due potrebbe anche sbrigarsela”.

Il tutto sarebbe degno di una novella surrealista, se non fosse triste e banale realtà. Uno sputo in faccia al pubblico, un’offesa servita senza altri fronzoli formali dentro un luogo che dovrebbe, invece, incarnare la diligenza del... pubblico servizio! Una beffa, una barzelletta, un insulto.

In città la giunta è cambiata. Peccato che l’andazzo si sia però non esattamente migliorato. La più bella città del mondo meriterebbe, come anche le meno belle, di meglio... soprattutto quando governata da una nuova giunta che dovrebbe rivendicarsi decisamente «di sinistra» e non solo approssimativamente «antifascista».

Rivendicarsi chiaramente di sinistra, rafforzare e non demolire il servizio pubblico, ma renderlo più concreto, semplice, semplicemente accessibile. Investire in conseguenza, investire... umanamente. Essere coscienti che gli abitanti meritino di essere accolti e trattati con rispetto e attenzione. Nulla di più, ma nulla di meno.

Ben altro che essere invece sempre più dentro ad un impalpabile quanto astratto «campo» , talmente «largo» che manco più un vago «progressista» riesce ormai a riconoscerne il perimetro.

Ma, a proposito, chi mai l’ha detto che il «progresso» (senz’altra specificazione) sia anche sinonimo di miglioramento? Non certo il robot che mi ha accolto all’anagrafe.

Cambiare rotta energicamente o naufragare.

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Joint Task Force “Western Hemisphere”, la morsa militare USA sulle Americhe

Gli Stati Uniti ridefiniscono la propria proiezione militare in America Latina, puntando a una presenza maggiore e a tempo indeterminato. Con l’attivazione della Joint Task Force “Western Hemisphere” (Jtf-Whem), annunciata attraverso l’account X dello U.S. Southern Command, Washington stabilisce un quartier generale operativo permanente e coordinato con gli alleati per le operazioni in quello che che considera il proprio “cortile di casa”.

Operativa dalla mezzanotte di mercoledì 5 agosto, la Jtf-Whem utilizza ancora una volta il tema del narcotraffico come copertura politica per stringere la morsa imperialista stelle-e-strisce sull’America Latina.

Al comando della nuova struttura è stato designato il generale dei Marines Kevin Jarrard, reduce dalla guida della missione “umanitaria” (per così dire...) in Venezuela, a seguito dei terremoti dello scorso giugno.

La Jtf-Whem, non a caso, si sostituisce all’operazione “Southern Spear”. Lanciata nel novembre 2025 ufficialmente per bloccare le rotte dei narcos tra i Caraibi e il Pacifico orientale, nella realtà dei fatti ha rappresentato il complesso militare necessario a condurre un vero e proprio assedio del Venezuela (e in parte della Colombia), fino al rapimento di Nicolás Maduro e al taglio dei rapporti con Cuba.

Ovviamente, Southern Spear non ha interrotto i canali del traffico illegale, dato che si è disinteressata alle direttrice effettive su cui si muovono gli stupefacenti. Si è trattato di un vero e proprio atto di guerra, anche dal punto di vista dei costi in termini di vite umane: sono almeno 221 le uccisioni registrate in alto mare a causa del bombardamento di motoscafi e imbarcazioni civili. Vere e proprie esecuzioni extra-giudiziali.

In continuità con questo approccio, il portavoce del SouthCom, Steven McLoud, ha affermato che la Jtf-Whem rappresenta un’evoluzione strategica destinata ad attuare le priorità di dottrina di sicurezza nazionale definite da Washington per le Americhe, ovvero una sostanziale riduzione a nuove colonie di fatto di vari paesi che, negli ultimi decenni, hanno tentato sperimentazioni progressiste e popolari.

Tra i suoi compiti ci sarà un maggiore coordinamento di intelligence e, in generale, una cooperazione multilaterale e bilaterale rafforzata. La task force servirà da centro di comando e controllo tattico e operativo, integrando le capacità militari statunitensi con quelle di 18 stati latinoamericani aderenti alla coalizione Shield of Americas, ufficialmente Americas Counter Cartel Coalition o A3C.

Nata la scorso marzo per volere della Casa Bianca, la A3C è un altro esempio di quel “multilateralismo selettivo” tanto caro agli USA quando si tratta di assembleare alleanze militari indirizzate a proteggere i propri interessi imperialistici. La lotta ai cartelli della droga è la scusante per imporre una comune agenda autoritaria, securitaria, militarizzante ed economicamente neoliberista in tutte le Americhe, sotto il benestare di Washington.

Sul piano diplomatico, le manovre della seconda amministrazione Trump continuano a registrare la ferma opposizione di Lula in Brasile e Claudia Sheinbaum in Messico. I due presidenti hanno ribadito la loro contrarietà alle decisioni unilaterali degli Stati Uniti, che non fanno che alimentare l’instabilità del continente, come in Colombia.

Gli USA, dicono Lula e Sheinbaum, stanno violando l’articolo 2 della Carta delle Nazioni Unite, che impone il rispetto della sovranità e l’astensione dall’uso della forza.

Mentre la regione si appresta a fare i conti con una presenza militare americana sempre più pervasiva e destabilizzante, la nuova task force rappresenta una sistematizzazione ancora più avanzata di un percorso di ingerenza negli affari interni delle Americhe, condotto sia attraverso la disinformazione sia attraverso iniziative di guerra dirette. Purtroppo, ad oggi, stanno riscontrando un discreto successo.

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Pozzuoli, la terza protesta in cinque giorni: la lotta paga

In pochi giorni una mobilitazione nata dal basso ha già ottenuto risultati concreti. È questa la notizia politica più importante che arriva da Pozzuoli, dove oggi si è svolta la terza manifestazione di protesta in appena cinque giorni.

POZZUOLI – Tre manifestazioni in cinque giorni. Un’escalation di iniziativa popolare che sta costringendo istituzioni, media e governo a confrontarsi con una situazione che per troppo tempo è stata ignorata o sottovalutata.

Dopo la prima manifestazione, tenutasi lunedì 2 agosto, qualcosa si è mosso immediatamente. I giornali locali, che fino a quel momento avevano dedicato alla vicenda un’attenzione marginale, hanno iniziato a seguire con continuità le ragioni della protesta e il malcontento crescente di cittadini e attività economiche.

Ma soprattutto è arrivata una prima risposta dal governo, che ha annunciato lo stanziamento immediato di 100 milioni di euro, segnale evidente che la pressione sociale esercitata sul territorio non poteva più essere ignorata.

La seconda tappa della mobilitazione si è svolta mercoledì con l’occupazione dell’Hub di via Artiaco. Un’iniziativa che ha ulteriormente alzato il livello dello scontro e che ha prodotto un altro risultato concreto: il sindaco di Pozzuoli ha assunto l’impegno pubblico a procedere alla realizzazione degli interventi richiesti in tempi brevi. Anche in questo caso è stata la determinazione dei manifestanti a imporre un’accelerazione alle istituzioni.

Oggi la protesta è tornata in piazza, o meglio sul mare. I manifestanti hanno infatti dato vita all’occupazione del porto di Pozzuoli, portando al centro della discussione le difficoltà crescenti vissute da cittadini, commercianti e operatori economici del territorio.

Tra le richieste emerse con forza vi sono la sospensione della TARI e dell’occupazione di suolo pubblico per le attività commerciali colpite dalla crisi e dall’emergenza che investe l’area flegrea.

Non si tratta soltanto di rivendicazioni economiche. La mobilitazione esprime una domanda di giustizia sociale e di tutela per una popolazione che da mesi vive in condizioni di forte incertezza, stretta tra difficoltà materiali e risposte istituzionali spesso lente e insufficienti.

Quello che emerge da queste giornate è un dato politico difficilmente contestabile: la lotta paga. Quando i cittadini si organizzano, costruiscono iniziativa collettiva e mantengono alta la pressione, il quadro cambia. Lo dimostrano l’interesse improvvisamente risvegliato dei media locali, i fondi stanziati dal governo e gli impegni assunti dall’amministrazione comunale.

Naturalmente nessuno dei problemi è stato ancora risolto. Le promesse dovranno essere verificate nei fatti e le risorse annunciate dovranno tradursi in interventi concreti. Ma la sequenza degli avvenimenti degli ultimi cinque giorni dimostra che senza mobilitazione probabilmente nulla di tutto questo sarebbe accaduto.

Per questo la giornata di oggi non rappresenta un punto di arrivo, ma una tappa di un percorso più ampio. A Pozzuoli si sta affermando l’idea che solo attraverso l’organizzazione e il conflitto sociale sia possibile ottenere risposte reali alle esigenze del territorio. E i primi risultati ottenuti sembrano dare ragione a chi ha scelto di non rassegnarsi.

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A canzoni non si fan rivoluzioni. Si, ma...

Ricordo perfettamente la serata del 6 maggio 1976. Ero al Palalido di Milano, a un concerto di Francesco Guccini. Tutti avvertimmo, per qualche secondo, una strana vibrazione del pavimento. Ma l’attribuimmo a un errore dell’amplificazione, lanciata troppo forte.

Solo al rientro a casa prendemmo coscienza che si era trattato del terribile terremoto del Friuli la cui onda lunga si era sentita sino a Milano. Probabilmente, eravamo anche presi da quanto ci arrivava dal palco, tra canzoni dal testo torrentizio e divagazioni altrettanto inarrestabili a cui si alternavano le generose sorsate di lambrusco di Guccini.

Fu una grande fortuna: se si fosse diffuso il panico in quel palazzetto sarebbe stata una tragedia. Questo è un ricordo che mi lega a Francesco Guccini, molto lontano nel tempo ma purtroppo per le circostanze, indimenticabile.

Non è mai stato facile scrivere di Guccini, si pensi al critico dell’Unità Bertoncelli che per avere criticato un suo disco è perennemente scolpito in una canzone come uno sparacazzate. Non mi addentrerò quindi in un esame critico della produzione gucciniana, peraltro molto varia e dalle influenze e ispirazioni disparate e nemmeno discuterò a fondo delle sue dichiarazioni politiche, spesso contraddittorie e incoerenti tanto da potersi associare al giudizio che Guccini, in un’intervista, aveva dato del suo scrittore preferito, Hemingway, a cui confessava il suo amore dicendo però che aveva scritto anche delle “solenni puttanate”.

Mi interessa di più scrivere di cosa ha rappresentato Francesco, classe 1940, per una generazione di allora giovani nati tra gli anni Cinquanta e Sessanta e di cosa ha lasciato nella loro formazione e nella storia politica e sociale dell’Italia sino almeno agli anni Ottanta. Per questo, è necessario riandare a quello che era il panorama politico-musicale della sinistra degli anni Settanta.

Sinteticamente, la scena era dominata da due diverse figure di cantanti e musicisti: una più direttamente impegnata in politica anche attraverso la ricerca sulla musica popolare e al conseguente folk revival e una seconda invece rappresentata da altri che seguivano la strada cantautorale spesso anche all’interno, non senza difficoltà, del mondo discografico pop senza rinunciare a canzoni che avessero comunque un contenuto politico e sociale più o meno evidente.

Due mondi che purtroppo comunicavano poco tra loro e a cui erano ascrivibili da un lato il Nuovo Canzoniere Italiano di Giovanna Marini, Paolo Pietrangeli, Michele Straniero, Paolo Ciarchi, Ivan Della Mea, Rudi Assuntino e altri mentre sull’altro versante, tra altri, era Guccini.

Una incomunicabilità curiosa, se si pensa per esempio che Michele Straniero era stato uno dei fondatori del gruppo torinese Cantacronache che si proponeva di creare un musica cantautorale d’impegno che salvasse le classi popolari dallo stupidario sanremese, assumendo come modello gli chansonnier francesi e le musiche di Kurt Weill per le opere di Brecht. Giova ricordare che Straniero fu con Fausto Amodei Compagno cittadino, fratello partigiano… – Contropiano la voce più importante di Cantacronache, di cui oggi si ricorda soprattutto la canzone Oltre il ponte su testo di Italo Calvino.

Calata nel quotidiano, la contraddizione tra le due figure di musicisti che ho descritto, si realizzava nell’essere attivi, per i cantanti più esplicitamente politici, nelle feste delle organizzazioni della sinistra ma anche, con le loro canzoni, nelle piazze (Contessa, Morti di Reggio Emilia, Buttiamo a mare le basi americane ecc.) mentre altri erano presenti nello spazio privato, amicale, del tempo libero e degli affetti.

Sicuramente, Guccini appartiene a questo secondo mondo. Anche la sua canzone più “politica”, La locomotiva, pur se trascinante, non si presta a una manifestazione. Eppure, credo che le sue canzoni abbiano rappresentato molto nella formazione, anche politica, di intere generazioni.

Gli anni Settanta non furono affatto, come una certa vulgata vuole far credere, “anni di piombo” bensì un decennio di lotte, di ricerca e di importanti trasformazioni sociali. Anni in cui alle grandi lotte si associavano ancora forme di socialità di classe anche nelle città e nelle “osterie di fuori porta”, che oggi sono sparite.

Queste forme di socialità non erano esterne alle lotte della classe operaia e degli studenti anzi ne costituivano un substrato importante, nelle osterie come nelle case del popolo e nei circoli socialisti e comunisti. Guccini le ha cantate, così come ha raccontato molte storie di persone umili, diseredate e povere nella loro coscienza e nella loro dignità.

C’è di più: in quegli anni si cercava di ridisegnare anche un diverso rapporto tra uomo e donna, nelle relazioni e negli affetti. Credo che più canzoni di Guccini abbiano contribuito a sostenere nei giovani la ricerca di nuovi modelli di relazione tra uomini e donne, in un momento in cui su questo tema si sentiva la necessità di uscire dai superati modelli che il PCI non aveva voluto o saputo mettere in discussione.

Nelle canzoni di Francesco, siano esse tenere, nostalgiche o di memoria, emerge una sensibilità che risponde alla ricerca di un rapporto tra i generi dolce e di ascolto, mai prevaricatore. Tutto ciò riguarda il privato, e ripeto, Guccini non si canta in piazza, ma nelle osterie e nelle case. Ma proprio dagli anni Settanta in poi il femminismo ci insegna che “il privato è politico”.

Se pure ho fatto riferimento agli anni Settanta del Novecento, credo che i messaggi contenuti nelle canzoni di Guccini siano tuttora attuali e che in un momento in cui si parla di educazione all’affettività dei bambini/e e dei ragazzi/e potrebbero aiutarci. Tutto ciò non è poco, anzi è molto, anche se, e sono d’accordo con Francesco “a canzoni non si fan rivoluzioni”.

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