Il cosiddetto decreto sicurezza sta cambiando natura sotto i nostri occhi. Non è più un intervento mirato, né un insieme coerente di norme. È diventato un contenitore espansivo, dentro cui la maggioranza sta inserendo tutto ciò che può rafforzare un indirizzo politico preciso: estendere la capacità repressiva dello Stato.
La quantità di emendamenti presentati è già di per sé indicativa. Non si tratta di correzioni tecniche o aggiustamenti marginali, ma di una vera e propria offensiva normativa. Fratelli d’Italia, Lega, Forza Italia e Noi Moderati competono nel rilanciare misure sempre più dure, in una sorta di gara interna a chi riesce a spingersi più avanti nella torsione sicuritaria. Il risultato è un testo che perde qualsiasi equilibrio e assume una funzione chiara: trasformare problemi sociali, economici e politici in questioni di ordine pubblico.
Uno dei terreni su cui questa trasformazione appare più evidente è quello dei CPR. Qui il salto è netto. Non siamo più di fronte a strutture amministrative, ma a spazi sempre più assimilabili a carceri, dove il diritto viene progressivamente piegato alle esigenze dell’espulsione.
L’idea di incentivare economicamente gli avvocati che convincono i migranti ad accettare il rimpatrio rivela una concezione profondamente distorta della difesa: non più tutela dei diritti, ma ingranaggio di una macchina che ha un unico obiettivo, allontanare.
Ancora più significativa è la proposta di spostare le visite mediche dopo l’ingresso nei centri. Non è una scelta neutra. Serve a evitare che condizioni di salute possano bloccare i rimpatri. In altre parole, la garanzia sanitaria viene ridotta a ostacolo da aggirare.
Parallelamente, il decreto rilancia una delle narrazioni più funzionali alla costruzione del consenso: quella delle cosiddette baby gang. Anche qui, la risposta non è sociale ma penale. L’inasprimento delle pene per i minorenni, l’introduzione di aggravanti vaghe e facilmente estendibili, fino alla possibilità – mai del tutto abbandonata – di abbassare l’età dell’imputabilità, segnano un passaggio preciso. Non si interviene sulle condizioni che producono marginalità giovanile, ma si anticipa la soglia della punizione. Si costruisce il deviante prima ancora che il reato.
La stessa logica attraversa le norme dedicate alle manifestazioni. Qui il messaggio è ancora più esplicito. Il conflitto sociale viene trattato come un problema di sicurezza.
L’introduzione di strumenti come le pallottole di vernice per “marcare” i manifestanti o le capsule al peperoncino per disperdere i cortei non è solo un aggiornamento tecnico: è un cambio di paradigma. La piazza diventa uno spazio da controllare, tracciare, neutralizzare.
A questo si aggiunge un forte inasprimento delle pene per i danneggiamenti, con aggravanti automatiche quando le azioni sono collettive. È un passaggio decisivo, perché colpisce non il singolo comportamento, ma la dimensione stessa della protesta.
Dentro questo quadro si inserisce anche un principio particolarmente rivelatore: chi si ferisce durante un’azione ritenuta illecita non ha diritto ad alcun risarcimento. È una rottura simbolica prima ancora che giuridica. Significa affermare che chi si oppone, chi protesta, chi entra in conflitto, perde ogni tutela. Non è più un soggetto di diritto, ma un corpo su cui il potere può esercitarsi senza limiti.
Accanto alla repressione diretta si sviluppa poi un’altra dimensione, più silenziosa ma altrettanto incisiva: quella della sorveglianza. L’estensione dei sistemi di videosorveglianza anche in luoghi come asili nido e strutture per anziani, con l’uso di algoritmi e intelligenza artificiale, segnala un passaggio ulteriore. Non si tratta più di controllare situazioni specifiche, ma di costruire un ambiente in cui la sorveglianza diventa permanente. La sicurezza si trasforma in osservazione continua, preventiva, diffusa.
A completare il quadro, nuovi finanziamenti alle forze di polizia locale e l’estensione delle aggravanti a sempre più categorie professionali. Anche qui il segnale è chiaro: il diritto penale si espande, ingloba nuovi ambiti, diventa la risposta standard a ogni forma di conflitto o tensione sociale.
Tutto questo non avviene nel vuoto. Avviene dentro un contesto segnato dal progressivo arretramento del welfare, dalla precarizzazione del lavoro, dall’aumento delle disuguaglianze. Ma invece di intervenire su queste cause, il potere politico sceglie un’altra strada: trasformare l’insicurezza sociale in un problema di ordine pubblico. Non ridurre la paura, ma governarla.
Il decreto sicurezza, in questo senso, non è una risposta alla crisi. È la sua gestione politica. Non produce più sicurezza, ma più controllo. Non rafforza i diritti, ma li restringe. Non affronta le contraddizioni, ma le sposta sul terreno della punizione.
È qui che il nodo diventa evidente. Quando la sicurezza smette di essere una condizione materiale – fatta di lavoro, casa, servizi, diritti – e diventa una tecnica di governo, ciò che si costruisce non è una società più sicura. È una società più disciplinata. Più sorvegliata. Più diseguale.
Fonte
Presentazione
Analisi, opinioni, fatti e (più di rado) arte da una prospettiva di classe.
23/03/2026
Libano - Come Hezbollah si è ricostruito mentre i suoi nemici lo davano per morto
Secondo alcune fonti, i duri colpi inferti da Israele a Hezbollah nel 2024 hanno spinto a un ritorno allo “spirito di Mughniyeh”, creando una forza combattente più agile e impenetrabile.
Per oltre un anno, Israele, Washington e persino il governo libanese hanno parlato come se Hezbollah fosse stato definitivamente sconfitto.
Eppure il movimento armato libanese è di nuovo in guerra con Israele, colpendo il nemico in risposta alla guerra israelo-americana contro l’Iran.
Le sue prestazioni sul campo di battaglia e la capacità di colpire in profondità nel territorio israeliano dimostrano che Hezbollah non ha considerato i 15 mesi di cessate il fuoco con Israele come la fine della guerra, bensì come una breve e urgente finestra di opportunità per ricostruire, riorganizzarsi e prepararsi a ciò che riteneva sarebbe inevitabilmente accaduto in seguito.
Quando il 27 novembre 2024 è entrato in vigore il cessate il fuoco tra Hezbollah e Israele, dopo oltre un anno di conflitto scatenato dalla guerra contro Gaza, la narrazione pubblica è stata chiara.
Il primo ministro israeliano Benjamin Netanyahu aveva affermato che la campagna aveva “fatto regredire” Hezbollah di “decenni”, distruggendo la maggior parte dei suoi razzi ed eliminandone i vertici.
Un alto funzionario statunitense l’aveva definito “estremamente debole”. Il comandante del Centcom, Michael Kurilla, si era spinto oltre, definendo Hezbollah “decimato” e lodando il dispiegamento delle Forze Armate libanesi in quelle che aveva definito le “roccaforti” dell’ex partito.
A Beirut, anche il linguaggio politico era cambiato. Il presidente Joseph Aoun aveva affermato che lo Stato deve detenere il “diritto esclusivo di portare armi”, e il primo ministro Nawaf Salam aveva dichiarato che la presenza militare di Hezbollah a sud del fiume Litani era quasi sparita.
Era frequente sentire commentatori affermare che gli attacchi israeliani avessero distrutto l’80% delle forze militari del partito. Hezbollah, secondo la narrazione prevalente, era stato annientato e il suo disarmo era solo questione di tempo.
Ma ora sembra che la narrazione abbia confuso le perdite ingenti con un collasso strategico.
Secondo quattro fonti a conoscenza del processo di ricostruzione postbellica di Hezbollah, la ricostruzione è iniziata il 28 novembre, un giorno dopo il cessate il fuoco.
All’interno dell’organizzazione, non si dava per scontato che la guerra fosse finita, ma che un nuovo ciclo di combattimenti con Israele fosse solo questione di tempo.
Da questo punto di vista, hanno affermato le fonti, il cessate il fuoco non era un accordo politico. Era un intervallo operativo, e ogni giorno di questo intervallo aveva un valore.
‘Missione compiuta’
Secondo le fonti, Hezbollah ritiene che Israele abbia interrotto gli attacchi per due motivi.
In primo luogo, Israele riteneva che l’organizzazione fosse stata colpita così duramente che la pressione internazionale e interna avrebbe portato al collasso politico definitivo di Hezbollah.
In secondo luogo, Israele aveva valutato che proseguire la guerra avrebbe potuto comportare perdite israeliane più ingenti in una fase in cui riteneva di aver già raggiunto gli obiettivi strategici prefissati.
Tuttavia, le fonti affermano che la pausa nelle ostilità aperte ha rappresentato un’opportunità per Hezbollah.
Ciò significava che, sebbene la guerra avesse inflitto un pesante tributo di vite umane, aveva anche lasciato aperto uno spazio cruciale in cui l’organizzazione poteva ricostituirsi.
E lo sforzo che ne è seguito, secondo le fonti, non si è limitato al ripristino delle sue capacità militari di base.
L’obiettivo era più ampio: recuperare quanto più possibile delle capacità, della struttura e delle infrastrutture di Hezbollah precedenti all’ottobre 2023.
Secondo le fonti, entro la metà di dicembre 2025 i comandanti militari avevano informato la leadership che tutto ciò che poteva essere ricostruito era stato ricostruito.
“Abbiamo detto ai leader: missione compiuta”, avrebbero dichiarato i comandanti militari, secondo quanto riportato da una fonte.
Alcune capacità, in particolare quelle legate alla difesa aerea e ad altri sistemi di importanza strategica, avevano subito danni che non potevano essere semplicemente riparati.
Tuttavia, entro tali limiti, secondo le fonti, l’opera di ricostruzione è stata descritta come estesa, metodica e disciplinata.
‘Martiri ambulanti’
Il compito che attendeva Hezbollah era immenso.
Il 17 settembre 2024, Israele ha fatto esplodere centinaia di cercapersone utilizzati dai membri del partito, ferendo decine di persone, per lo più civili, e rivelando una scioccante infiltrazione dei servizi segreti.
Più tardi, nello stesso mese, feroci raid aerei su Beirut e altre zone del paese uccisero i vertici militari del partito, nonché il suo segretario generale di lunga data, Hassan Nasrallah.
Israele aveva colpito Hezbollah con una campagna d’urto su più livelli, volta a spezzare la catena di comando, smascherare le reti e paralizzare la sua capacità operativa.
Una fonte ha descritto la leadership di Hezbollah come “accecata, dispersa e a pezzi”, quando le forze israeliane iniziarono un’invasione di terra nell’ottobre del 2024, dopo un’intensa campagna di bombardamenti.
“La tenacia dei combattenti al confine, impegnati in una lotta fino alla morte, ha dato ai rimanenti alti ufficiali militari del partito lo spazio necessario per riprendere fiato e riorganizzarsi”, ha dichiarato la fonte a Middle East Eye.
“Questi martiri hanno salvato il partito.”
Alla domanda sul perché alcuni comandanti militari siano sopravvissuti mentre altri siano stati apparentemente eliminati a piacimento dai raid aerei israeliani, la fonte ha risposto: “Non hanno risposto al telefono”.
Ripensamento strutturale
Secondo le fonti, l’architettura di comunicazione di Hezbollah era stata penetrata in modo molto più profondo di quanto si pensasse in precedenza.
Il partito aveva sempre dato per scontato che i suoi membri fossero sorvegliati. Ma divenne chiaro che Israele era in grado di tracciare la loro posizione in tempo reale e di localizzare con precisione i leader e i combattenti di Hezbollah.
Le fonti descrivono come il partito abbia sostanzialmente abbandonato tutte e tre le sue precedenti reti di comunicazione, tornando invece a quelli che una fonte ha definito metodi “basici e primitivi”: corrieri umani, note scritte a mano e canali compartimentati tra il comando e le unità sul campo.
Una seconda fonte ha descritto il cambio di strategia come un “atto deliberato di adattamento” piuttosto che come un segno di regressione da parte dell’organizzazione.
La strategia ha inoltre contribuito a un più ampio ripensamento strutturale.
Negli anni successivi alla guerra di Israele contro il Libano del 2006, e soprattutto durante l’intervento di Hezbollah in Siria a sostegno di Bashar al-Assad, l’organizzazione ha assunto sempre più le sembianze di un esercito convenzionale: più grande, più pesante, più centralizzato e più dipendente da catene di comando estese.
Quella trasformazione ne ha ampliato le capacità, ma l’esperienza della guerra del 2024 spinse i comandanti sopravvissuti a ripensare quel modello.
Secondo una terza fonte, Hezbollah è diventato “un grosso carro che può essere trainato solo da un gruppo di stalloni”, laddove un tempo assomigliava a “cavalli bradi più leggeri”.
Dopo la guerra del 2024, secondo le fonti, gli alti ufficiali militari sono tornati a quello che hanno definito lo “spirito Mughniyeh”, un riferimento al defunto comandante Imad Mughniyeh e a una precedente dottrina basata su unità disperse e semi-autonome.
In questo modello, le unità operano seguendo linee guida generali basate su scenari, piuttosto che istruzioni dirette e costanti.
Il collegamento con il comando centrale diventa più leggero, più lento e meno esposto. Questo cambiamento può ridurre la velocità in alcuni ambiti, ma rafforza la resistenza. È un modello concepito non solo per operare, ma anche per sopravvivere.
Il ritorno al sud
La stessa strategia sembra aver caratterizzato il ritorno di Hezbollah al sud.
Pubblicamente, l’accordo di cessate il fuoco prevedeva che Hezbollah non avesse alcuna presenza militare tra il confine israeliano e il fiume Litani, con l’esercito libanese che si sarebbe schierato nella zona per oltre 60 giorni.
Entro l’8 gennaio 2026, l’esercito libanese ha dichiarato di aver assunto il controllo operativo della regione e Salam ha affermato che quasi tutte le armi presenti erano ormai in mano allo Stato.
Tuttavia, secondo le fonti, la realtà sul campo era ben più complessa.
Si dice che Hezbollah non avesse bisogno di grandi formazioni visibili per ricostruire la propria presenza.
Si è affidata invece a cellule più piccole e a singoli quadri per riparare le strutture danneggiate che non erano state completamente distrutte, riattivare siti che non erano stati scoperti e rafforzare silenziosamente posizioni che non erano state formalmente divulgate.
Le fonti descrivono una situazione in cui Hezbollah non si stava ritirando dall’estremo sud del Libano, ma si stava gradualmente ristabilendo grazie alla pazienza, all’occultamento e a movimenti prudenti.
“Abbiamo collegato la luce del giorno alla notte affidandoci l’uno all’altro per riprenderci e ricostruirci”, ha detto la terza fonte.
Ciò ha contribuito al carattere contraddittorio del cessate il fuoco.
Sulla carta, il Libano si stava muovendo verso un “monopolio statale sulle armi”. In pratica, Israele continuava a colpire, accusando Hezbollah di tentare di “riarmare e ricostruire la propria infrastruttura terroristica”, mentre il partito sosteneva di aver rispettato la tregua nel sud.
Quando il conflitto aperto è ripreso all’inizio di questo mese, circa 400 persone in Libano erano state uccise dagli attacchi israeliani dall’inizio del cessate il fuoco.
Quel periodo non è mai stato di pace stabile. È stato una fase attiva e contesa in cui ciascuna parte ha cercato di plasmare i termini del successivo confronto.
Problemi di rifornimento
Uno dei motivi per cui i nemici di Hezbollah erano convinti che avrebbe faticato a riprendersi dalla guerra del 2024 era che le sue linee di rifornimento sembravano essere state interrotte.
Dopo la caduta di Assad, il successore di Nasrallah, Naim Qassem, ha riconosciuto pubblicamente che l’organizzazione aveva perso la sua via di rifornimento militare attraverso la Siria, pur cercando di minimizzare l’importanza strategica di tale perdita.
Tuttavia, secondo le fonti, il crollo del governo di Assad ha anche creato una breve ma importante opportunità.
Nel caos che ne seguì, Hezbollah riuscì a spostarsi rapidamente verso i depositi vuoti prima che le nuove autorità consolidassero il controllo e gli attacchi israeliani distruggessero ciò che restava.
Allo stesso tempo, ha impiegato mesi per rifornirsi di razzi e droni grazie al supporto iraniano e alla produzione locale.
Ciò non significa che ogni capacità sia stata ripristinata nella sua forma identica. Alcuni sistemi avanzati, in particolare la difesa aerea, sono rimasti difficili o impossibili da sostituire.
Gli sviluppi sul campo di battaglia delle ultime due settimane hanno dimostrato che Hezbollah non è stato ridotto all’irrilevanza.
Il 2 marzo, il partito ha lanciato circa 60 droni e razzi, seguiti da un numero simile il giorno successivo, per poi aumentare il ritmo poco dopo.
Questa settimana, i missili di Hezbollah hanno raggiunto persino il sud di Israele, costringendo gli israeliani di Ashkelon e delle comunità vicino alla Striscia di Gaza a cercare riparo.
Un’organizzazione che era stata ampiamente descritta come allo sbando sta nuovamente inanellando attacchi continui, ridispiegando combattenti ed esercitando pressione su Israele sia in territorio libanese che israeliano.
«Mohammed Afif, il nostro ex responsabile della comunicazione, diceva sempre: “Hezbollah non è un partito, è una nazione, e le nazioni non muoiono”», ha ricordato la terza fonte.
“Molti pensavano che fosse solo uno slogan. Ma noi abbiamo dimostrato il contrario”.
Fonte
Per oltre un anno, Israele, Washington e persino il governo libanese hanno parlato come se Hezbollah fosse stato definitivamente sconfitto.
Eppure il movimento armato libanese è di nuovo in guerra con Israele, colpendo il nemico in risposta alla guerra israelo-americana contro l’Iran.
Le sue prestazioni sul campo di battaglia e la capacità di colpire in profondità nel territorio israeliano dimostrano che Hezbollah non ha considerato i 15 mesi di cessate il fuoco con Israele come la fine della guerra, bensì come una breve e urgente finestra di opportunità per ricostruire, riorganizzarsi e prepararsi a ciò che riteneva sarebbe inevitabilmente accaduto in seguito.
Quando il 27 novembre 2024 è entrato in vigore il cessate il fuoco tra Hezbollah e Israele, dopo oltre un anno di conflitto scatenato dalla guerra contro Gaza, la narrazione pubblica è stata chiara.
Il primo ministro israeliano Benjamin Netanyahu aveva affermato che la campagna aveva “fatto regredire” Hezbollah di “decenni”, distruggendo la maggior parte dei suoi razzi ed eliminandone i vertici.
Un alto funzionario statunitense l’aveva definito “estremamente debole”. Il comandante del Centcom, Michael Kurilla, si era spinto oltre, definendo Hezbollah “decimato” e lodando il dispiegamento delle Forze Armate libanesi in quelle che aveva definito le “roccaforti” dell’ex partito.
A Beirut, anche il linguaggio politico era cambiato. Il presidente Joseph Aoun aveva affermato che lo Stato deve detenere il “diritto esclusivo di portare armi”, e il primo ministro Nawaf Salam aveva dichiarato che la presenza militare di Hezbollah a sud del fiume Litani era quasi sparita.
Era frequente sentire commentatori affermare che gli attacchi israeliani avessero distrutto l’80% delle forze militari del partito. Hezbollah, secondo la narrazione prevalente, era stato annientato e il suo disarmo era solo questione di tempo.
Ma ora sembra che la narrazione abbia confuso le perdite ingenti con un collasso strategico.
Secondo quattro fonti a conoscenza del processo di ricostruzione postbellica di Hezbollah, la ricostruzione è iniziata il 28 novembre, un giorno dopo il cessate il fuoco.
All’interno dell’organizzazione, non si dava per scontato che la guerra fosse finita, ma che un nuovo ciclo di combattimenti con Israele fosse solo questione di tempo.
Da questo punto di vista, hanno affermato le fonti, il cessate il fuoco non era un accordo politico. Era un intervallo operativo, e ogni giorno di questo intervallo aveva un valore.
‘Missione compiuta’
Secondo le fonti, Hezbollah ritiene che Israele abbia interrotto gli attacchi per due motivi.
In primo luogo, Israele riteneva che l’organizzazione fosse stata colpita così duramente che la pressione internazionale e interna avrebbe portato al collasso politico definitivo di Hezbollah.
In secondo luogo, Israele aveva valutato che proseguire la guerra avrebbe potuto comportare perdite israeliane più ingenti in una fase in cui riteneva di aver già raggiunto gli obiettivi strategici prefissati.
Tuttavia, le fonti affermano che la pausa nelle ostilità aperte ha rappresentato un’opportunità per Hezbollah.
Ciò significava che, sebbene la guerra avesse inflitto un pesante tributo di vite umane, aveva anche lasciato aperto uno spazio cruciale in cui l’organizzazione poteva ricostituirsi.
E lo sforzo che ne è seguito, secondo le fonti, non si è limitato al ripristino delle sue capacità militari di base.
L’obiettivo era più ampio: recuperare quanto più possibile delle capacità, della struttura e delle infrastrutture di Hezbollah precedenti all’ottobre 2023.
Secondo le fonti, entro la metà di dicembre 2025 i comandanti militari avevano informato la leadership che tutto ciò che poteva essere ricostruito era stato ricostruito.
“Abbiamo detto ai leader: missione compiuta”, avrebbero dichiarato i comandanti militari, secondo quanto riportato da una fonte.
Alcune capacità, in particolare quelle legate alla difesa aerea e ad altri sistemi di importanza strategica, avevano subito danni che non potevano essere semplicemente riparati.
Tuttavia, entro tali limiti, secondo le fonti, l’opera di ricostruzione è stata descritta come estesa, metodica e disciplinata.
‘Martiri ambulanti’
Il compito che attendeva Hezbollah era immenso.
Il 17 settembre 2024, Israele ha fatto esplodere centinaia di cercapersone utilizzati dai membri del partito, ferendo decine di persone, per lo più civili, e rivelando una scioccante infiltrazione dei servizi segreti.
Più tardi, nello stesso mese, feroci raid aerei su Beirut e altre zone del paese uccisero i vertici militari del partito, nonché il suo segretario generale di lunga data, Hassan Nasrallah.
Israele aveva colpito Hezbollah con una campagna d’urto su più livelli, volta a spezzare la catena di comando, smascherare le reti e paralizzare la sua capacità operativa.
Una fonte ha descritto la leadership di Hezbollah come “accecata, dispersa e a pezzi”, quando le forze israeliane iniziarono un’invasione di terra nell’ottobre del 2024, dopo un’intensa campagna di bombardamenti.
“La tenacia dei combattenti al confine, impegnati in una lotta fino alla morte, ha dato ai rimanenti alti ufficiali militari del partito lo spazio necessario per riprendere fiato e riorganizzarsi”, ha dichiarato la fonte a Middle East Eye.
“Questi martiri hanno salvato il partito.”
Alla domanda sul perché alcuni comandanti militari siano sopravvissuti mentre altri siano stati apparentemente eliminati a piacimento dai raid aerei israeliani, la fonte ha risposto: “Non hanno risposto al telefono”.
Ripensamento strutturale
Secondo le fonti, l’architettura di comunicazione di Hezbollah era stata penetrata in modo molto più profondo di quanto si pensasse in precedenza.
Il partito aveva sempre dato per scontato che i suoi membri fossero sorvegliati. Ma divenne chiaro che Israele era in grado di tracciare la loro posizione in tempo reale e di localizzare con precisione i leader e i combattenti di Hezbollah.
Le fonti descrivono come il partito abbia sostanzialmente abbandonato tutte e tre le sue precedenti reti di comunicazione, tornando invece a quelli che una fonte ha definito metodi “basici e primitivi”: corrieri umani, note scritte a mano e canali compartimentati tra il comando e le unità sul campo.
Una seconda fonte ha descritto il cambio di strategia come un “atto deliberato di adattamento” piuttosto che come un segno di regressione da parte dell’organizzazione.
La strategia ha inoltre contribuito a un più ampio ripensamento strutturale.
Negli anni successivi alla guerra di Israele contro il Libano del 2006, e soprattutto durante l’intervento di Hezbollah in Siria a sostegno di Bashar al-Assad, l’organizzazione ha assunto sempre più le sembianze di un esercito convenzionale: più grande, più pesante, più centralizzato e più dipendente da catene di comando estese.
Quella trasformazione ne ha ampliato le capacità, ma l’esperienza della guerra del 2024 spinse i comandanti sopravvissuti a ripensare quel modello.
Secondo una terza fonte, Hezbollah è diventato “un grosso carro che può essere trainato solo da un gruppo di stalloni”, laddove un tempo assomigliava a “cavalli bradi più leggeri”.
Dopo la guerra del 2024, secondo le fonti, gli alti ufficiali militari sono tornati a quello che hanno definito lo “spirito Mughniyeh”, un riferimento al defunto comandante Imad Mughniyeh e a una precedente dottrina basata su unità disperse e semi-autonome.
In questo modello, le unità operano seguendo linee guida generali basate su scenari, piuttosto che istruzioni dirette e costanti.
Il collegamento con il comando centrale diventa più leggero, più lento e meno esposto. Questo cambiamento può ridurre la velocità in alcuni ambiti, ma rafforza la resistenza. È un modello concepito non solo per operare, ma anche per sopravvivere.
Il ritorno al sud
La stessa strategia sembra aver caratterizzato il ritorno di Hezbollah al sud.
Pubblicamente, l’accordo di cessate il fuoco prevedeva che Hezbollah non avesse alcuna presenza militare tra il confine israeliano e il fiume Litani, con l’esercito libanese che si sarebbe schierato nella zona per oltre 60 giorni.
Entro l’8 gennaio 2026, l’esercito libanese ha dichiarato di aver assunto il controllo operativo della regione e Salam ha affermato che quasi tutte le armi presenti erano ormai in mano allo Stato.
Tuttavia, secondo le fonti, la realtà sul campo era ben più complessa.
Si dice che Hezbollah non avesse bisogno di grandi formazioni visibili per ricostruire la propria presenza.
Si è affidata invece a cellule più piccole e a singoli quadri per riparare le strutture danneggiate che non erano state completamente distrutte, riattivare siti che non erano stati scoperti e rafforzare silenziosamente posizioni che non erano state formalmente divulgate.
Le fonti descrivono una situazione in cui Hezbollah non si stava ritirando dall’estremo sud del Libano, ma si stava gradualmente ristabilendo grazie alla pazienza, all’occultamento e a movimenti prudenti.
“Abbiamo collegato la luce del giorno alla notte affidandoci l’uno all’altro per riprenderci e ricostruirci”, ha detto la terza fonte.
Ciò ha contribuito al carattere contraddittorio del cessate il fuoco.
Sulla carta, il Libano si stava muovendo verso un “monopolio statale sulle armi”. In pratica, Israele continuava a colpire, accusando Hezbollah di tentare di “riarmare e ricostruire la propria infrastruttura terroristica”, mentre il partito sosteneva di aver rispettato la tregua nel sud.
Quando il conflitto aperto è ripreso all’inizio di questo mese, circa 400 persone in Libano erano state uccise dagli attacchi israeliani dall’inizio del cessate il fuoco.
Quel periodo non è mai stato di pace stabile. È stato una fase attiva e contesa in cui ciascuna parte ha cercato di plasmare i termini del successivo confronto.
Problemi di rifornimento
Uno dei motivi per cui i nemici di Hezbollah erano convinti che avrebbe faticato a riprendersi dalla guerra del 2024 era che le sue linee di rifornimento sembravano essere state interrotte.
Dopo la caduta di Assad, il successore di Nasrallah, Naim Qassem, ha riconosciuto pubblicamente che l’organizzazione aveva perso la sua via di rifornimento militare attraverso la Siria, pur cercando di minimizzare l’importanza strategica di tale perdita.
Tuttavia, secondo le fonti, il crollo del governo di Assad ha anche creato una breve ma importante opportunità.
Nel caos che ne seguì, Hezbollah riuscì a spostarsi rapidamente verso i depositi vuoti prima che le nuove autorità consolidassero il controllo e gli attacchi israeliani distruggessero ciò che restava.
Allo stesso tempo, ha impiegato mesi per rifornirsi di razzi e droni grazie al supporto iraniano e alla produzione locale.
Ciò non significa che ogni capacità sia stata ripristinata nella sua forma identica. Alcuni sistemi avanzati, in particolare la difesa aerea, sono rimasti difficili o impossibili da sostituire.
Gli sviluppi sul campo di battaglia delle ultime due settimane hanno dimostrato che Hezbollah non è stato ridotto all’irrilevanza.
Il 2 marzo, il partito ha lanciato circa 60 droni e razzi, seguiti da un numero simile il giorno successivo, per poi aumentare il ritmo poco dopo.
Questa settimana, i missili di Hezbollah hanno raggiunto persino il sud di Israele, costringendo gli israeliani di Ashkelon e delle comunità vicino alla Striscia di Gaza a cercare riparo.
Un’organizzazione che era stata ampiamente descritta come allo sbando sta nuovamente inanellando attacchi continui, ridispiegando combattenti ed esercitando pressione su Israele sia in territorio libanese che israeliano.
«Mohammed Afif, il nostro ex responsabile della comunicazione, diceva sempre: “Hezbollah non è un partito, è una nazione, e le nazioni non muoiono”», ha ricordato la terza fonte.
“Molti pensavano che fosse solo uno slogan. Ma noi abbiamo dimostrato il contrario”.
Fonte
Piovono congetture sugli anarchici morti a Roma
Sui mass media è tutto un fiorire di ipotesi e congetture sulla possibile destinazione della bomba la cui esplosione in un cascinale abbandonato a Roma ha causato la morte di due militanti anarchici: Alessandro Mercogliano e Sara Ardizzone.
Non potendo sapere altro, le redazioni dei giornali e gli apparati di polizia formulano palate di congetture a vanvera sui “possibili obbiettivi” di una bomba che per ora è ancora un’ipotesi investigativa: una caserma di polizia, la ferrovia, una base militare e chi più ne ha più ne metta. Mancano solo il palazzo del Papa a Castel Gandolfo o gli studi cinematografici a Cinecittà.
Le ipotesi viaggiano sul monitoraggio di ipotetici “punti sensibili” nelle vicinanze del Parco degli Acquedotti, dove si è prodotta l’esplosione e sono stati rinvenuti i corpi dei due anarchici.
Come al solito il più sballato è Il Giornale che colloca come possibile obiettivo “Il polo della Polizia di Stato nel Nomentano, distante 400 metri circa dal luogo dell’esplosione”, mentre tutti sanno che il parco degli Acquedotti dista parecchi chilometri di distanza dalla Nomentana, in tutt’altra zona di Roma. Fa decisamente pena leggere “giornalisti” che non fanno neanche lo sforzo di consultare lo stradario della città, eppure scrivono a casaccio su questa come su altre questioni importanti.
Sulla morte dei due militanti, alcuni circoli anarchici hanno scritto un comunicato ripubblicato dalla pagina della Croce Nera Anarchica: “Lo diciamo senza alcuna indulgenza nella retorica: i due anarchici rinvenuti morti dopo il crollo di un casolare a Roma, Sara Ardizzone e Alessandro Mercogliano, sono dei nostri compagni fraterni, che siamo fieri di avere per compagni”.
In un altro passaggio viene sottolineato “Siamo abituati a non credere a una parola di quanto viene proferito dalla macchina della propaganda, ma qualora ci fosse un barlume di verità circa le informazioni ‘trapelate’ non possiamo non soffermarci sul fatto fondamentale: Sara e Sandro sono morti in azione, sono morti combattendo”.
In mancanza di altri fatti e per amplificare o rafforzare le proprie congetture i mass media citano poi la relazione semestrale dei servizi segreti nella parte relativa agli “anarchici insurrezionalisti”. Ma cosa è stato detto, lì, in proposito?
“L’attivismo anarco-insurrezionalista si conferma come il vettore di minaccia più concreto, anche alla luce dei recenti attentati compiuti nel contesto delle proteste contro i giochi Olimpici Milano-Cortina ai danni della rete ferroviaria nazionale”, scrivono i servizi nella loro Relazione al Parlamento nel capitolo sulla “minaccia interna”.
Secondo gli apparati di intelligence “Nel 2025 l’attenzione dei circuiti libertari si è concentrata soprattutto sulla denuncia delle ricadute interne delle guerre, attraverso la critica all’aumento della spesa militare e all’asserita spinta verso la militarizzazione della società, nonché sul contrasto alla ‘repressione’, nel cui solco s’inseriscono le mobilitazioni contro i recenti interventi legislativi in materia di sicurezza”.
Dalle attività di monitoraggio e spionaggio dei servizi segreti sui movimenti anarchici viene poi rilevato che “Particolare attenzione è stata rivolta altresì al tema dell’intelligenza artificiale, la cui ‘filiera’ è stata considerata quale obiettivo da colpire nella prospettiva di ‘sabotare la guerra’. Inoltre, tale tecnologia viene vista come un nuovo strumento di accumulazione capitalista, in cui il valore dei dati generati dagli utenti diventa l’oggetto di una ‘corsa all’oro’ digitale”.
Niente di meno, niente di più. Informazioni ripetute praticamente uguali tutti gli anni, con un tocco di “novità” obbligatorio per l’IA. Così come non convincono le veline diffuse fino ad ora dagli inquirenti intorno a questa vicenda.
Nel frattempo l’esplosione di Roma e la morte dei due anarchici è stata immediatamente strumentalizzata dal governo in due direzioni: la prima è quella impedire la riduzione delle pesantissime restrizioni del 41 bis al prigioniero politico anarchico Alfredo Cospito, prevista tra poche settimane. La motivazione è il fatto che Cospito e Alessandro Mercogliano figurano come co-imputati in un vecchissimo processo. Quale occasione migliore per continuare ad accanirsi contro chi è già detenuto da anni?
La seconda è alimentare l’allarmismo addirittura sulla manifestazione nazionale “No Kings” del prossimo 28 marzo a Roma. Una manifestazione che dichiara apertamente la propria inimicizia al governo e ai suoi sponsor internazionali, e che sono in molti a desiderare che vada in malora, in un modo o nell’altro.
Emblematica la dichiarazione del ministro degli Esteri nonché vicepremier Tajani: “Vedremo come proseguiranno le indagini, però il fatto che due anarchici maneggiassero una bomba alla vigilia del voto referendario lascia molto perplessi. Ci preoccupa molto perché si conferma tutto ciò che era stato detto in occasione delle manifestazioni più violente che c’erano state in tante città italiane”, ha aggiunto Tajani invitando a mantenere “la guardia alta”.
Lo scorso 3 febbraio intervenendo alla Camera il ministro degli Interni aveva affermato: “Un dato che emerge dal lavoro preventivo delle nostre forze di polizia è che disordini, violenze, danneggiamenti e devastazioni sono in realtà, al di là delle motivazioni contingenti di volta in volta annunciate, il vero obiettivo perseguito in molte occasioni”. Un modo sbrigativo e questurino di cancellare le ragioni sociali di qualsiasi protesta politica contro questo governo e ridurre tutto a “voglia di disordini”.
Al Viminale, sabato si è tenuta la riunione riservata del Comitato di Analisi strategica antiterrorismo (Casa) convocata dal ministro dell’Interno Matteo Piantedosi.
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Non potendo sapere altro, le redazioni dei giornali e gli apparati di polizia formulano palate di congetture a vanvera sui “possibili obbiettivi” di una bomba che per ora è ancora un’ipotesi investigativa: una caserma di polizia, la ferrovia, una base militare e chi più ne ha più ne metta. Mancano solo il palazzo del Papa a Castel Gandolfo o gli studi cinematografici a Cinecittà.
Le ipotesi viaggiano sul monitoraggio di ipotetici “punti sensibili” nelle vicinanze del Parco degli Acquedotti, dove si è prodotta l’esplosione e sono stati rinvenuti i corpi dei due anarchici.
Come al solito il più sballato è Il Giornale che colloca come possibile obiettivo “Il polo della Polizia di Stato nel Nomentano, distante 400 metri circa dal luogo dell’esplosione”, mentre tutti sanno che il parco degli Acquedotti dista parecchi chilometri di distanza dalla Nomentana, in tutt’altra zona di Roma. Fa decisamente pena leggere “giornalisti” che non fanno neanche lo sforzo di consultare lo stradario della città, eppure scrivono a casaccio su questa come su altre questioni importanti.
Sulla morte dei due militanti, alcuni circoli anarchici hanno scritto un comunicato ripubblicato dalla pagina della Croce Nera Anarchica: “Lo diciamo senza alcuna indulgenza nella retorica: i due anarchici rinvenuti morti dopo il crollo di un casolare a Roma, Sara Ardizzone e Alessandro Mercogliano, sono dei nostri compagni fraterni, che siamo fieri di avere per compagni”.
In un altro passaggio viene sottolineato “Siamo abituati a non credere a una parola di quanto viene proferito dalla macchina della propaganda, ma qualora ci fosse un barlume di verità circa le informazioni ‘trapelate’ non possiamo non soffermarci sul fatto fondamentale: Sara e Sandro sono morti in azione, sono morti combattendo”.
In mancanza di altri fatti e per amplificare o rafforzare le proprie congetture i mass media citano poi la relazione semestrale dei servizi segreti nella parte relativa agli “anarchici insurrezionalisti”. Ma cosa è stato detto, lì, in proposito?
“L’attivismo anarco-insurrezionalista si conferma come il vettore di minaccia più concreto, anche alla luce dei recenti attentati compiuti nel contesto delle proteste contro i giochi Olimpici Milano-Cortina ai danni della rete ferroviaria nazionale”, scrivono i servizi nella loro Relazione al Parlamento nel capitolo sulla “minaccia interna”.
Secondo gli apparati di intelligence “Nel 2025 l’attenzione dei circuiti libertari si è concentrata soprattutto sulla denuncia delle ricadute interne delle guerre, attraverso la critica all’aumento della spesa militare e all’asserita spinta verso la militarizzazione della società, nonché sul contrasto alla ‘repressione’, nel cui solco s’inseriscono le mobilitazioni contro i recenti interventi legislativi in materia di sicurezza”.
Dalle attività di monitoraggio e spionaggio dei servizi segreti sui movimenti anarchici viene poi rilevato che “Particolare attenzione è stata rivolta altresì al tema dell’intelligenza artificiale, la cui ‘filiera’ è stata considerata quale obiettivo da colpire nella prospettiva di ‘sabotare la guerra’. Inoltre, tale tecnologia viene vista come un nuovo strumento di accumulazione capitalista, in cui il valore dei dati generati dagli utenti diventa l’oggetto di una ‘corsa all’oro’ digitale”.
Niente di meno, niente di più. Informazioni ripetute praticamente uguali tutti gli anni, con un tocco di “novità” obbligatorio per l’IA. Così come non convincono le veline diffuse fino ad ora dagli inquirenti intorno a questa vicenda.
Nel frattempo l’esplosione di Roma e la morte dei due anarchici è stata immediatamente strumentalizzata dal governo in due direzioni: la prima è quella impedire la riduzione delle pesantissime restrizioni del 41 bis al prigioniero politico anarchico Alfredo Cospito, prevista tra poche settimane. La motivazione è il fatto che Cospito e Alessandro Mercogliano figurano come co-imputati in un vecchissimo processo. Quale occasione migliore per continuare ad accanirsi contro chi è già detenuto da anni?
La seconda è alimentare l’allarmismo addirittura sulla manifestazione nazionale “No Kings” del prossimo 28 marzo a Roma. Una manifestazione che dichiara apertamente la propria inimicizia al governo e ai suoi sponsor internazionali, e che sono in molti a desiderare che vada in malora, in un modo o nell’altro.
Emblematica la dichiarazione del ministro degli Esteri nonché vicepremier Tajani: “Vedremo come proseguiranno le indagini, però il fatto che due anarchici maneggiassero una bomba alla vigilia del voto referendario lascia molto perplessi. Ci preoccupa molto perché si conferma tutto ciò che era stato detto in occasione delle manifestazioni più violente che c’erano state in tante città italiane”, ha aggiunto Tajani invitando a mantenere “la guardia alta”.
Lo scorso 3 febbraio intervenendo alla Camera il ministro degli Interni aveva affermato: “Un dato che emerge dal lavoro preventivo delle nostre forze di polizia è che disordini, violenze, danneggiamenti e devastazioni sono in realtà, al di là delle motivazioni contingenti di volta in volta annunciate, il vero obiettivo perseguito in molte occasioni”. Un modo sbrigativo e questurino di cancellare le ragioni sociali di qualsiasi protesta politica contro questo governo e ridurre tutto a “voglia di disordini”.
Al Viminale, sabato si è tenuta la riunione riservata del Comitato di Analisi strategica antiterrorismo (Casa) convocata dal ministro dell’Interno Matteo Piantedosi.
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L’hi tech per arrivare a Diego Garcia
Quasi tutti i giornali italiani di oggi danno notizia del missile iraniano che è arrivato alla base angloamericana nel Pacifico Diego Garcia, 4 mila km di distanza. Commentano la notizia “con gran stupore”.
Bisognerebbe ricordare che in questi decenni ci sono stati i Brics, la Sco, e, noi, eurocentrici sempre scettici sulle capacità altrui, in fondo dicevamo: perché sulla Palestina non intervengono?
Facciamoci invece una domanda: nell’ultimo decennio, nei vari siti cinesi, leggevo di accordi della Cina con il “sud del mondo” che riguardavano scambi di materie prime (non importa quali) e tecnologia. Di quale tecnologia si parla?
La questione è stata posta ieri sul Sole 24 Ore da Marcello Minenna, editorialista domenicale. Quale tecnologia ha “scambiato” la Cina e, soprattutto, che tipo di “tecnologia dual use” ha la Cina?
Si sa che le varie guerre in questi anni sono in varia misura indirizzate contro Pechino, che però “non si muove”, fa accordi, agisce sempre in ambito Onu, fa – insomma – diplomazia classica ed intanto “scambia tecnologia”.
La crescita del pluslavoro relativo che, ricordo, anche nella terza edizione di Piano contro mercato (Andromeda), è la chiave di volta cinese alla crisi finanziaria Usa del 2008 – grazie agli “scambi tecnologici con il sud del Mondo” – produce, ad esempio, un Iran in grado di scagliare un missile a 4.000 km di distanza.
Quanti altri paesi del “sud del Mondo” hanno ora questa tecnologia (della Corea del Nord sappiamo benissimo da tempo)?
Si può parlare ancora di “dominio tecnologico occidentale”, o resta per noi invisibile – vista la prevalenza della propaganda – ciò che succede in varie parti del nostro mondo (ricordo che, dopo la Prima Repubblica, da noi fu adottato il modello di crescita “arretrato” fondato sul plusvalore assoluto marxiano e la deflazione salariale, con la distruzione suicida, ad esempio, dell’istruzione).
A distanza di decenni, noi e l’Occidente, come siamo messi rispetto a “loro”? E, soprattutto, quanti e quali Paesi del mondo sono “loro”?
La Storia, dopo le recenti “sorprese”, credo che vada rivisitata ed aggiornata, ma l’Accademia, i media, i siti ufficiali non ci informeranno mai in modo decente su questo. Non perché “ci nascondono subdolamente informazioni chiave” – anche questo, a volte – ma proprio perché non le vedono.
Per questo mi affido a un piccolo sistema di relazioni e di fonti che mi danno info preziose, che parzialmente mi “chiariscono” il presente e, soprattutto, il futuro.
Fonte
Bisognerebbe ricordare che in questi decenni ci sono stati i Brics, la Sco, e, noi, eurocentrici sempre scettici sulle capacità altrui, in fondo dicevamo: perché sulla Palestina non intervengono?
Facciamoci invece una domanda: nell’ultimo decennio, nei vari siti cinesi, leggevo di accordi della Cina con il “sud del mondo” che riguardavano scambi di materie prime (non importa quali) e tecnologia. Di quale tecnologia si parla?
La questione è stata posta ieri sul Sole 24 Ore da Marcello Minenna, editorialista domenicale. Quale tecnologia ha “scambiato” la Cina e, soprattutto, che tipo di “tecnologia dual use” ha la Cina?
Si sa che le varie guerre in questi anni sono in varia misura indirizzate contro Pechino, che però “non si muove”, fa accordi, agisce sempre in ambito Onu, fa – insomma – diplomazia classica ed intanto “scambia tecnologia”.
La crescita del pluslavoro relativo che, ricordo, anche nella terza edizione di Piano contro mercato (Andromeda), è la chiave di volta cinese alla crisi finanziaria Usa del 2008 – grazie agli “scambi tecnologici con il sud del Mondo” – produce, ad esempio, un Iran in grado di scagliare un missile a 4.000 km di distanza.
Quanti altri paesi del “sud del Mondo” hanno ora questa tecnologia (della Corea del Nord sappiamo benissimo da tempo)?
Si può parlare ancora di “dominio tecnologico occidentale”, o resta per noi invisibile – vista la prevalenza della propaganda – ciò che succede in varie parti del nostro mondo (ricordo che, dopo la Prima Repubblica, da noi fu adottato il modello di crescita “arretrato” fondato sul plusvalore assoluto marxiano e la deflazione salariale, con la distruzione suicida, ad esempio, dell’istruzione).
A distanza di decenni, noi e l’Occidente, come siamo messi rispetto a “loro”? E, soprattutto, quanti e quali Paesi del mondo sono “loro”?
La Storia, dopo le recenti “sorprese”, credo che vada rivisitata ed aggiornata, ma l’Accademia, i media, i siti ufficiali non ci informeranno mai in modo decente su questo. Non perché “ci nascondono subdolamente informazioni chiave” – anche questo, a volte – ma proprio perché non le vedono.
Per questo mi affido a un piccolo sistema di relazioni e di fonti che mi danno info preziose, che parzialmente mi “chiariscono” il presente e, soprattutto, il futuro.
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L’assemblea internazionale dei giovani a Milano lancia la mobilitazione contro guerra e leva militare
L’Assemblea internazionale e internazionalista dei giovani contro la leva militare e il riarmo, sapeva già di momento storico da venerdì 20, quando fuori l’Università Statale i primi compagni delle delegazioni internazionali arrivati a Milano si raggruppavano, conoscendosi e scambiando materiale politico.
Cambiare Rotta e OSA hanno ospitato nel capoluogo lombardo un incontro di realtà studentesche e giovanili europee provenienti da diversi paesi (Francia, Germania, Paesi Baschi, Svizzera, etc.) promosso, oltre che dalle due organizzazioni italiane, da Aktion gegen Krieg und Militarisierung (Germania), Young Struggle (Germania, Francia), Jeunesse Communiste (Francia), Gatze Koordinadora Sozialista (Paesi Baschi) che si sono raggruppati nella neonata sigla “We do not enlist – War on War”.
Le realtà aderenti in verità sono state ben più numerose e alla fine la partecipazione ha reso gremita e stretta l’aula dell’università Bicocca da duecento posti che ospitava l’incontro, un po’ scomodo per alcuni ma decisamente incoraggiante sul piano politico per tutti.
È bene ricordare che i paesi delle realtà giovanili promotrici sono accomunati dai medesimi processi di militarizzazione di società e sistemi formativi, oltre che dalla reintroduzione della leva militare che è di recente tornata in Germania e Croazia ma annunciata anche in Francia e in Italia dal ministro Crosetto.
La percezione comune che si respirava fra i partecipanti a Milano è che l’incontro sia stata una boccata d’aria fresca, necessaria e attesa per inquadrare la questione e immaginare un piano d’opposizione unitario a un progetto che investe tutti.
D’altronde, se le classi dirigenti europee lavorano insieme e sono strette da interessi economici comuni, lo stesso si può e bisogna fare “dal basso” fra organizzazioni rivoluzionarie, per scardinare l’imperialismo dell’UE che ormai ha perso ogni parvenza di “progressismo e umanità” di cui un tempo amava fregiarsi. Questa visione accettata anche a sinistra non regge più.
Ad inaugurare simbolicamente i lavori è stato un ricordo della strage di Piazza Fontana fatto venerdì prima con una relazione in università e poi con un presidio in piazza.
La strage, anche se chiaramente più legata alla vicenda italiana, è stato un momento della guerra che a diversi livelli di intensità in base ai diversi paesi, è stata condotta dall’imperialismo occidentale della NATO al movimento di classe in tutta Europa, con la manovalanza del neofascismo internazionale che dopo la seconda guerra mondiale si era riciclato nel ruolo di lacchè dell’imperialismo.
La giornata di sabato è stata aperta dalle relazioni delle organizzazioni promotrici. Dopo la pausa pranzo i lavori sono ripresi con la seconda fase di discussione che ha visto la partecipazione anche di realtà italiane. Grande entusiasmo per l’Unione Sindacale di Base la cui attività contro il traffico di armi ha ormai riconoscimento e stima internazionale.
Importante il contributo sulla nuova leva alla luce delle dottrine militari sulla “difesa totale” da parte della compagna Serena Tusini dell’Osservatorio contro la Militarizzazione delle Scuole e delle Università (di cui abbiamo pubblicato il contributo sulla leva sul nostro giornale), ma il momento più toccante è stato senza dubbio quello dell’intervento del Consolato Cubano.
Come è stato giustamente detto, l’affetto che l’isola riceve oggi è il ritorno del lavoro del Che e di Fidel, del suo “Medici e non bombe” che più che uno slogan è diventata una realtà che il nostro paese ha conosciuto bene. La stessa assemblea si è aperta in solidarietà a Cuba che in contemporanea, si preparava ad accogliere il Nuestra America Convoy, con delegazioni già presenti sull’isola per portare aiuti sanitari, fra cui una compagna di Cambiare Rotta, che si è connessa salutando la platea.
Ma, all’analisi e al confronto, si è aggiunto il rilancio di lotta. L’8 maggio – Giornata dell’Europa per l’UE e la borghesia transnazionale, Giornata della Vittoria sovietica sul nazismo per noi – è stata scelta come data di mobilitazione giovanile internazionale contro la leva militare e il riarmo, gli organizzatori si sono dati prossimi momenti di confronto per definire le forme ma lo sciopero di oltre 50mila studenti tedeschi contro la leva lo scorso 5 marzo indica che c’è un terreno fertile di indisponibilità alla guerra da coltivare.
Lo spettro della guerra torna inquietante in Europa così come l’ascesa dell’estrema destra senza che ci sia un’opposizione convincente.
In questo senso, l’Assemblea Internazionale ha fatto intravedere una luce in fondo al tunnel, che fa ben sperare e a cui sarà opportuno dare continuità, come gli organizzatori si sono ripromessi di fare. Nel momento più buio una generazione di giovani europei contro la guerra può sorgere, se le realtà che ne sono l’avanguardia sanno sostanziare questo percorso che a Milano finalmente è nato.
Qui di seguito riportiamo la risoluzione approvata dall’assemblea internazionale di Milano.
Cambiare Rotta e OSA hanno ospitato nel capoluogo lombardo un incontro di realtà studentesche e giovanili europee provenienti da diversi paesi (Francia, Germania, Paesi Baschi, Svizzera, etc.) promosso, oltre che dalle due organizzazioni italiane, da Aktion gegen Krieg und Militarisierung (Germania), Young Struggle (Germania, Francia), Jeunesse Communiste (Francia), Gatze Koordinadora Sozialista (Paesi Baschi) che si sono raggruppati nella neonata sigla “We do not enlist – War on War”.
Le realtà aderenti in verità sono state ben più numerose e alla fine la partecipazione ha reso gremita e stretta l’aula dell’università Bicocca da duecento posti che ospitava l’incontro, un po’ scomodo per alcuni ma decisamente incoraggiante sul piano politico per tutti.
È bene ricordare che i paesi delle realtà giovanili promotrici sono accomunati dai medesimi processi di militarizzazione di società e sistemi formativi, oltre che dalla reintroduzione della leva militare che è di recente tornata in Germania e Croazia ma annunciata anche in Francia e in Italia dal ministro Crosetto.
La percezione comune che si respirava fra i partecipanti a Milano è che l’incontro sia stata una boccata d’aria fresca, necessaria e attesa per inquadrare la questione e immaginare un piano d’opposizione unitario a un progetto che investe tutti.
D’altronde, se le classi dirigenti europee lavorano insieme e sono strette da interessi economici comuni, lo stesso si può e bisogna fare “dal basso” fra organizzazioni rivoluzionarie, per scardinare l’imperialismo dell’UE che ormai ha perso ogni parvenza di “progressismo e umanità” di cui un tempo amava fregiarsi. Questa visione accettata anche a sinistra non regge più.
Ad inaugurare simbolicamente i lavori è stato un ricordo della strage di Piazza Fontana fatto venerdì prima con una relazione in università e poi con un presidio in piazza.
La strage, anche se chiaramente più legata alla vicenda italiana, è stato un momento della guerra che a diversi livelli di intensità in base ai diversi paesi, è stata condotta dall’imperialismo occidentale della NATO al movimento di classe in tutta Europa, con la manovalanza del neofascismo internazionale che dopo la seconda guerra mondiale si era riciclato nel ruolo di lacchè dell’imperialismo.
La giornata di sabato è stata aperta dalle relazioni delle organizzazioni promotrici. Dopo la pausa pranzo i lavori sono ripresi con la seconda fase di discussione che ha visto la partecipazione anche di realtà italiane. Grande entusiasmo per l’Unione Sindacale di Base la cui attività contro il traffico di armi ha ormai riconoscimento e stima internazionale.
Importante il contributo sulla nuova leva alla luce delle dottrine militari sulla “difesa totale” da parte della compagna Serena Tusini dell’Osservatorio contro la Militarizzazione delle Scuole e delle Università (di cui abbiamo pubblicato il contributo sulla leva sul nostro giornale), ma il momento più toccante è stato senza dubbio quello dell’intervento del Consolato Cubano.
Come è stato giustamente detto, l’affetto che l’isola riceve oggi è il ritorno del lavoro del Che e di Fidel, del suo “Medici e non bombe” che più che uno slogan è diventata una realtà che il nostro paese ha conosciuto bene. La stessa assemblea si è aperta in solidarietà a Cuba che in contemporanea, si preparava ad accogliere il Nuestra America Convoy, con delegazioni già presenti sull’isola per portare aiuti sanitari, fra cui una compagna di Cambiare Rotta, che si è connessa salutando la platea.
Ma, all’analisi e al confronto, si è aggiunto il rilancio di lotta. L’8 maggio – Giornata dell’Europa per l’UE e la borghesia transnazionale, Giornata della Vittoria sovietica sul nazismo per noi – è stata scelta come data di mobilitazione giovanile internazionale contro la leva militare e il riarmo, gli organizzatori si sono dati prossimi momenti di confronto per definire le forme ma lo sciopero di oltre 50mila studenti tedeschi contro la leva lo scorso 5 marzo indica che c’è un terreno fertile di indisponibilità alla guerra da coltivare.
Lo spettro della guerra torna inquietante in Europa così come l’ascesa dell’estrema destra senza che ci sia un’opposizione convincente.
In questo senso, l’Assemblea Internazionale ha fatto intravedere una luce in fondo al tunnel, che fa ben sperare e a cui sarà opportuno dare continuità, come gli organizzatori si sono ripromessi di fare. Nel momento più buio una generazione di giovani europei contro la guerra può sorgere, se le realtà che ne sono l’avanguardia sanno sostanziare questo percorso che a Milano finalmente è nato.
Qui di seguito riportiamo la risoluzione approvata dall’assemblea internazionale di Milano.
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Guerra alla guerra: noi non ci arruoliamo!
8 maggio mobilitazione internazionale contro la leva e la guerra
Guerra alla guerra: noi non ci arruoliamo!
8 maggio mobilitazione internazionale contro la leva e la guerra
Comunicato delle organizzazioni politiche e sociali della campagna internazionale ‘Noi non ci arruoliamo’.
In meno di tre mesi del nuovo anno, gli USA con la complicità dell’Unione Europea hanno attaccato il Venezuela, intrapreso una nuova guerra contro Libano e Iran, hanno proseguito nel genocidio dei palestinesi e hanno stretto la morsa su Cuba, cingendola d’assedio. Un aumento dell’aggressività militare che può portarci sull’orlo di una nuova guerra mondiale.
Al contempo i nostri governanti usano lo spauracchio della minaccia esterna per provare a giustificare enormi investimenti nel riarmo, restringimento delle libertà democratiche, sdoganamento dei fascisti e dei peggiori istinti reazionari e persino reintroduzione della leva militare. La Germania infatti l’ha reintrodotta in maniera parziale lo scorso 5 dicembre, Italia e Francia hanno annunciato di voler fare lo stesso e la Croazia ha reintrodotto il 6 marzo il servizio militare obbligatorio per tutti i giovani.
Le classi dirigenti cercano di venderci il riarmo come necessità di difesa, con discorsi intrisi di suprematismo occidentale, mentre i tagli allo stato sociale si fanno sempre più pesanti e gli strumenti repressivi vengono rafforzati per schiacciare il dissenso. Ma sono i paesi della NATO a portare la guerra in tutto il mondo per i propri interessi imperialisti e per risollevare le proprie economie investendo nel settore militare.
Noi siamo la generazione che ha visto lo schermo della propaganda infrangersi nel tentativo di giustificare le decine di migliaia di morti a Gaza. Non ci faremo trascinare in un nuovo conflitto mondiale.
Lanciamo per venerdì 8 maggio una giornata di mobilitazione internazionale in occasione dell’anniversario della fine della seconda guerra mondiale e della sconfitta del nazifascismo in Europa. Scenderemo in piazza ancora una volta contro la leva, contro l’imperialismo USA e l’Unione Europea della guerra e del riarmo, per un futuro di pace, solidarietà e giustizia.
Per fermare le classi dominanti che hanno deciso di portarci in guerra, è urgente e necessario organizzarci a livello internazionale e mobilitarci come giovani europei su parole d’ordine chiare:
1)Fermiamo il processo di reintroduzione della leva in tutta Europa. Noi non ci arruoliamo, non vogliamo essere mandati in guerra per gli interessi della borghesia occidentale: blocchiamo le leggi di reintroduzione della leva, parziale o meno, e resistiamo ai reclutamenti.
2) Lottiamo contro ogni piano di riarmo prodotto dai governi nazionali, dalla NATO e dall’UE e la costituzione di un esercito europeo, che avrebbe il solo scopo di aggredire altri popoli. Servono più fondi alla sanità, all’istruzione, alla ricerca, alla casa, ai salari e alle spese sociali, non più armi.
3) Non crediamo alla favola della minaccia esterna per la quale sarebbe necessario il riarmo per difenderci. Sono i paesi dell’Unione Europea e gli Stati Uniti a scatenare guerre in tutto il mondo e a voler accelerare ulteriormente la corsa verso una guerra generalizzata a livello globale.
4) I nostri paesi non devono in alcun modo partecipare ad azioni di guerra. Lotteremo affinché interrompano la propria partecipazione anche indiretta nei conflitti in corso e ritirino i propri soldati impegnati all’estero al di fuori di missioni ONU. Rifiutiamo inoltre l’uso dei nostri spazi aerei e di basi situate nei nostri paesi per le guerre degli Stati Uniti e della NATO.
5) Ci battiamo per l’uscita di tutti i nostri paesi dalla NATO, alleanza militare storicamente offensiva e strumento per le nostre classi dirigenti per imporci guerre superando l’opposizione interna con il pretesto del vincolo all’alleanza internazionale.
6) Ancor più urgente è la fine di ogni complicità con lo Stato terrorista di Israele e la partecipazione attiva nel genocidio dei palestinesi da parte dei nostri governi nazionali e dell’Unione Europea, che si concretizzano in accordi di collaborazione economica, militare e di ricerca, nel traffico di armi e nell’impegno propagandistico per coprire le nefandezze israeliane.
7) Siamo nemici di ogni progetto imperialista europeo e occidentale e siamo schierati senza ambiguità al fianco di Cuba e di tutti i popoli del Sud globale che oggi affrontano direttamente la barbara aggressione dell’imperialismo, che essa sia sanzioni economiche, blocco navale, tentativi di colpo di Stato, aggressioni militari, guerra generalizzata o genocidio. Siamo più vicini ai popoli sotto le bombe che ai governanti di Bruxelles, rilanciamo l’internazionalismo!
Fonte
In meno di tre mesi del nuovo anno, gli USA con la complicità dell’Unione Europea hanno attaccato il Venezuela, intrapreso una nuova guerra contro Libano e Iran, hanno proseguito nel genocidio dei palestinesi e hanno stretto la morsa su Cuba, cingendola d’assedio. Un aumento dell’aggressività militare che può portarci sull’orlo di una nuova guerra mondiale.
Al contempo i nostri governanti usano lo spauracchio della minaccia esterna per provare a giustificare enormi investimenti nel riarmo, restringimento delle libertà democratiche, sdoganamento dei fascisti e dei peggiori istinti reazionari e persino reintroduzione della leva militare. La Germania infatti l’ha reintrodotta in maniera parziale lo scorso 5 dicembre, Italia e Francia hanno annunciato di voler fare lo stesso e la Croazia ha reintrodotto il 6 marzo il servizio militare obbligatorio per tutti i giovani.
Le classi dirigenti cercano di venderci il riarmo come necessità di difesa, con discorsi intrisi di suprematismo occidentale, mentre i tagli allo stato sociale si fanno sempre più pesanti e gli strumenti repressivi vengono rafforzati per schiacciare il dissenso. Ma sono i paesi della NATO a portare la guerra in tutto il mondo per i propri interessi imperialisti e per risollevare le proprie economie investendo nel settore militare.
Noi siamo la generazione che ha visto lo schermo della propaganda infrangersi nel tentativo di giustificare le decine di migliaia di morti a Gaza. Non ci faremo trascinare in un nuovo conflitto mondiale.
Lanciamo per venerdì 8 maggio una giornata di mobilitazione internazionale in occasione dell’anniversario della fine della seconda guerra mondiale e della sconfitta del nazifascismo in Europa. Scenderemo in piazza ancora una volta contro la leva, contro l’imperialismo USA e l’Unione Europea della guerra e del riarmo, per un futuro di pace, solidarietà e giustizia.
Per fermare le classi dominanti che hanno deciso di portarci in guerra, è urgente e necessario organizzarci a livello internazionale e mobilitarci come giovani europei su parole d’ordine chiare:
1)Fermiamo il processo di reintroduzione della leva in tutta Europa. Noi non ci arruoliamo, non vogliamo essere mandati in guerra per gli interessi della borghesia occidentale: blocchiamo le leggi di reintroduzione della leva, parziale o meno, e resistiamo ai reclutamenti.
2) Lottiamo contro ogni piano di riarmo prodotto dai governi nazionali, dalla NATO e dall’UE e la costituzione di un esercito europeo, che avrebbe il solo scopo di aggredire altri popoli. Servono più fondi alla sanità, all’istruzione, alla ricerca, alla casa, ai salari e alle spese sociali, non più armi.
3) Non crediamo alla favola della minaccia esterna per la quale sarebbe necessario il riarmo per difenderci. Sono i paesi dell’Unione Europea e gli Stati Uniti a scatenare guerre in tutto il mondo e a voler accelerare ulteriormente la corsa verso una guerra generalizzata a livello globale.
4) I nostri paesi non devono in alcun modo partecipare ad azioni di guerra. Lotteremo affinché interrompano la propria partecipazione anche indiretta nei conflitti in corso e ritirino i propri soldati impegnati all’estero al di fuori di missioni ONU. Rifiutiamo inoltre l’uso dei nostri spazi aerei e di basi situate nei nostri paesi per le guerre degli Stati Uniti e della NATO.
5) Ci battiamo per l’uscita di tutti i nostri paesi dalla NATO, alleanza militare storicamente offensiva e strumento per le nostre classi dirigenti per imporci guerre superando l’opposizione interna con il pretesto del vincolo all’alleanza internazionale.
6) Ancor più urgente è la fine di ogni complicità con lo Stato terrorista di Israele e la partecipazione attiva nel genocidio dei palestinesi da parte dei nostri governi nazionali e dell’Unione Europea, che si concretizzano in accordi di collaborazione economica, militare e di ricerca, nel traffico di armi e nell’impegno propagandistico per coprire le nefandezze israeliane.
7) Siamo nemici di ogni progetto imperialista europeo e occidentale e siamo schierati senza ambiguità al fianco di Cuba e di tutti i popoli del Sud globale che oggi affrontano direttamente la barbara aggressione dell’imperialismo, che essa sia sanzioni economiche, blocco navale, tentativi di colpo di Stato, aggressioni militari, guerra generalizzata o genocidio. Siamo più vicini ai popoli sotto le bombe che ai governanti di Bruxelles, rilanciamo l’internazionalismo!
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Referendum. Cosa sta succedendo nei seggi? Denunce di irregolarità
Durante le prime ore di apertura dei seggi per il referendum costituzionale sulla magistratura, stanno arrivando da diversi territori numerose segnalazioni di irregolarità.
“Dall’Umbria arriva una denuncia pesantissima che rischia di incendiare ulteriormente il clima politico” – riporta la pagina del Comitato ufficiale per il NO al Referendum – “Secondo il Movimento 5 Stelle, in diversi seggi del territorio regionale si sarebbero verificate gravi irregolarità legate alla presenza di rappresentanti di lista di Fratelli d’Italia con segni distintivi interpretati come indicazioni di voto per il Sì”.
Il Comitato per il No di Monza e Brianza denuncia “gravi irregolarità riscontrate in diversi seggi del territorio” durante le operazioni di voto “per tutta la mattinata del 22 marzo”. Secondo quanto riportato in una nota, è stato segnalato alla Prefettura di Monza di Brianza che: “in più di dieci Comuni della Brianza rappresentanti di lista di Fratelli d’Italia hanno violato le norme che regolano il corretto svolgimento delle votazioni, dando chiare indicazioni di voto all’interno dei seggi”.
La segnalazione, rilanciata nelle ore centrali della giornata di voto, si inserisce in un contesto già molto teso.
In particolare, le forze dell’ordine non starebbero permettendo ai rappresentanti di lista dei comitati per il No di votare, impedendo loro di registrarsi presso i seggi elettorali di competenza, in violazione di quanto previsto per legge.
Va ricordato che, non avendo il governo garantito il voto ai milioni di studenti fuori sede, decine di migliaia di giovani e lavoratori si erano registrati come rappresentanti di lista nel comune di residenza temporanea, proprio per poter esercitare il proprio diritto al voto senza dover rientrare nel comune di origine.
La legge prevede che i delegati dei partiti o dei gruppi politici devono presentare la nomina dei rappresentanti di lista presso i Comuni. Le scadenze tipiche sono entro il venerdì o sabato precedenti il voto (19-21 marzo), oppure direttamente ai presidenti di seggio il 22 marzo cioè oggi.
Per il voto dei fuorisede sono disponibili iniziative per permettere ai rappresentanti di lista, specialmente se fuorisede, di votare nei seggi in cui prestano servizio.
Secondo Chronocolmedia si segnalano inoltre irregolarità da parte dei rappresentanti di lista del governo, in particolare di Fratelli d’Italia, che starebbero girando nei seggi con badge o cartelli riportanti la scritta “Sì” in chiara violazione delle normative vigenti, mentre ai rappresentanti per il No sarebbe stato negato persino di indossare il proprio contrassegno.
Alla luce di ciò è a disposizione la piattaforma Ermes, dedicata alla raccolta di segnalazioni anonime e non, invitando a fornire informazioni il più possibile circostanziate, indicando luogo, orario, soggetti coinvolti ed eventuali elementi documentali, al fine di consentire una verifica puntuale delle segnalazioni.
In una nota Sinistra Italiana denuncia che: “Ci giungono preoccupanti segnalazioni dai territori dove le forze dell’ordine contestano ai rappresentanti ai seggi del comitato del NO il legittimo utilizzo del contrassegno con il logo del comitato, mentre in tutta Italia i rappresentanti ai seggi di Fratelli d’Italia girano indisturbati nelle sezioni elettorali con un badge che riporta un minuscolo logo col contrassegno del partito subito sotto un enorme “si”, in palese violazione della normativa.
Peraltro si registrano numerosi casi in cui, con varie scuse pretestuose, si è impedito o si sta impedendo l’accredito dei rappresentanti ai seggi nominati da Avs o dai comitati del No. In alcuni casi sarebbero stati identificati dalle forze dell’ordine e respinti all’ingresso dei plessi. Un numero significativo di rappresentanti di lista non sono stati ammessi e non potranno votare, in totale e inescusabile violazione delle norme e dei principi basilari della democrazia.
Chiediamo al Ministero dell’interno di intervenire con estrema urgenza per ristabilire immediatamente lo svolgimento regolare delle operazioni di voto”.
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“Dall’Umbria arriva una denuncia pesantissima che rischia di incendiare ulteriormente il clima politico” – riporta la pagina del Comitato ufficiale per il NO al Referendum – “Secondo il Movimento 5 Stelle, in diversi seggi del territorio regionale si sarebbero verificate gravi irregolarità legate alla presenza di rappresentanti di lista di Fratelli d’Italia con segni distintivi interpretati come indicazioni di voto per il Sì”.
Il Comitato per il No di Monza e Brianza denuncia “gravi irregolarità riscontrate in diversi seggi del territorio” durante le operazioni di voto “per tutta la mattinata del 22 marzo”. Secondo quanto riportato in una nota, è stato segnalato alla Prefettura di Monza di Brianza che: “in più di dieci Comuni della Brianza rappresentanti di lista di Fratelli d’Italia hanno violato le norme che regolano il corretto svolgimento delle votazioni, dando chiare indicazioni di voto all’interno dei seggi”.
La segnalazione, rilanciata nelle ore centrali della giornata di voto, si inserisce in un contesto già molto teso.
In particolare, le forze dell’ordine non starebbero permettendo ai rappresentanti di lista dei comitati per il No di votare, impedendo loro di registrarsi presso i seggi elettorali di competenza, in violazione di quanto previsto per legge.
Va ricordato che, non avendo il governo garantito il voto ai milioni di studenti fuori sede, decine di migliaia di giovani e lavoratori si erano registrati come rappresentanti di lista nel comune di residenza temporanea, proprio per poter esercitare il proprio diritto al voto senza dover rientrare nel comune di origine.
La legge prevede che i delegati dei partiti o dei gruppi politici devono presentare la nomina dei rappresentanti di lista presso i Comuni. Le scadenze tipiche sono entro il venerdì o sabato precedenti il voto (19-21 marzo), oppure direttamente ai presidenti di seggio il 22 marzo cioè oggi.
Per il voto dei fuorisede sono disponibili iniziative per permettere ai rappresentanti di lista, specialmente se fuorisede, di votare nei seggi in cui prestano servizio.
Secondo Chronocolmedia si segnalano inoltre irregolarità da parte dei rappresentanti di lista del governo, in particolare di Fratelli d’Italia, che starebbero girando nei seggi con badge o cartelli riportanti la scritta “Sì” in chiara violazione delle normative vigenti, mentre ai rappresentanti per il No sarebbe stato negato persino di indossare il proprio contrassegno.
Alla luce di ciò è a disposizione la piattaforma Ermes, dedicata alla raccolta di segnalazioni anonime e non, invitando a fornire informazioni il più possibile circostanziate, indicando luogo, orario, soggetti coinvolti ed eventuali elementi documentali, al fine di consentire una verifica puntuale delle segnalazioni.
In una nota Sinistra Italiana denuncia che: “Ci giungono preoccupanti segnalazioni dai territori dove le forze dell’ordine contestano ai rappresentanti ai seggi del comitato del NO il legittimo utilizzo del contrassegno con il logo del comitato, mentre in tutta Italia i rappresentanti ai seggi di Fratelli d’Italia girano indisturbati nelle sezioni elettorali con un badge che riporta un minuscolo logo col contrassegno del partito subito sotto un enorme “si”, in palese violazione della normativa.
Peraltro si registrano numerosi casi in cui, con varie scuse pretestuose, si è impedito o si sta impedendo l’accredito dei rappresentanti ai seggi nominati da Avs o dai comitati del No. In alcuni casi sarebbero stati identificati dalle forze dell’ordine e respinti all’ingresso dei plessi. Un numero significativo di rappresentanti di lista non sono stati ammessi e non potranno votare, in totale e inescusabile violazione delle norme e dei principi basilari della democrazia.
Chiediamo al Ministero dell’interno di intervenire con estrema urgenza per ristabilire immediatamente lo svolgimento regolare delle operazioni di voto”.
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22/03/2026
La situazione in Italia sulla leva militare /3
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Anche in Italia non mancano insistenti esternazioni sulla necessità dell’aumento del numero degli effettivi: sia il ministro Crosetto che il capo di stato maggiore della difesa Cavo Dragone hanno ripetutamente dichiarato alla stampa che i militari italiani sono insufficienti di fronte alle nuove sfide (15) e in ogni audizione presso le commissioni Difesa gli alti gradi delle forze armate non mancano di ribadire questo concetto.
Anche in Italia dunque la sospensione della leva si rivela oggi un handicap per le classi dirigenti che infatti si stanno attrezzando, al pari degli altri governi europei, per arrivare a reintrodurre una qualche forma di leva obbligatoria.
Il posizionamento politico internazionale del governo Meloni e soprattutto le imponenti manifestazioni aperte dallo sciopero del 22 settembre 2025 rendono difficoltoso per i nostri guerrafondai assumere una posizione netta a favore del ritorno della leva; ciò non toglie che la classe politica nostrana abbia già predisposto percorsi, anche da un punto di vista normativo, per ottenere gli stessi risultati.
Il primo atto concreto è stato approvato il 5 agosto del 2022 (legge n.119) quando l’allora governo Draghi decise di rinviare di 10 anni la riduzione degli effettivi militari che sarebbe dovuta iniziare dal 2023; il provvedimento però contiene anche delle deleghe al governo e tra queste (16) quella per istituire una riserva ausiliaria dello stato composta da 10.000 unità. (17)
È importante annotare che la legge 119 è stata votata da tutte le forze politiche (ci furono zero voti contrari e solo tre astenuti di partiti assolutamente minori), comprese quelle che oggi inseguono consensi elettorali cavalcando l’imponente movimento che si è manifestato nel paese a sostegno di Gaza.
La delega in questione chiarisce che la riserva ausiliaria sarà impiegabile nel suo versante militare “soltanto in tempo di guerra o di grave crisi internazionale”(18), mentre sul versante civile potrà essere utilizzata in caso di “Deliberazione dello stato di emergenza a livello nazionale” (19); dunque anche in Italia, come in altri paesi, ci si muove nel solco del collegamento diretto tra servizio militare e il braccio civile.
Per completare il quadro di questo provvedimento, ricordiamo che il 14 novembre 2023 è stata pubblicata in Gazzetta Ufficiale la Legge 201/2023 che, tra altre cose, rinvia di 24 mesi la delega al governo ad adottare il decreto legge. La prossima scadenza è dunque prevista per dicembre 2025. Mentre il governo procedeva con i rinvii, in Parlamento venivano depositate tre proposte: la Lega con Minardo sulla riserva ausiliaria (20), il PD con Graziano-Fassino sulla riserva civile (21) e Zoffili (sempre Lega) sul ritorno della leva (22).
Nonostante il chiacchiericcio mediatico della politica politicante, i tre progetti sono perfettamente compatibili e rispondono agli interessi di ciascun partito.
Il Governo sarebbe in difficoltà a procedere per decreto su un tema quale quello della riserva ausiliaria dello stato e infatti l’on. Minardo ha pubblicamente invitato il PD a unificare in commissione il progetto della riserva ausiliaria con quello della riserva civile, un percorso che solleverebbe il governo dal ricorso al decreto legge e contemporaneamente permetterebbe di presentare all’opinione pubblica una scelta condivisa politicamente.
Ne è scaturita una querelle sui giornali con toni surreali: Angelo Bonelli, AVS, dimenticando il voto favorevole del suo partito alla legge 119 (che delegava al governo proprio la riserva ausiliaria dello stato in termini praticamente identici a quelli della legge Minardo) ha dichiarato: “Il disegno di legge per istituire una riserva militare da 10.000 riservisti è l’ennesima conferma della volontà della destra meloniana di trasformare l’Italia in un Paese militarizzato, che estende la cultura militare anche alla società civile. Quello del Presidente della Commissione difesa Minardo è un progetto ideologico” (23).
Ancora più in malafede il PD con Graziano, che, provando a difendere il suo progetto di legge, ha dichiarato: “La proposta di legge che ho presentato un anno e mezzo fa non ha alcun assetto militare […] si tratta di un progetto pensato per valorizzare, in chiave civile e sociosanitaria, e supportare le attività logistiche e assistenziali della Croce Rossa” (24) peccato per Graziano che il suo progetto di legge sia intriso di militarismo: infatti la sua proposta prevede di ri-militarizzare la Croce Rossa (25) e anzi di far confluire in essa alcuni mondi del volontariato attivi in Italia, il tutto rigorosamente inquadrato sotto il controllo militare.
La proposta di legge del PD mira infatti a istituire una Riserva Ausiliaria dello Stato in chiave civile “che operi a supporto delle Forze armate, delle Forze di polizia e di tutto il sistema della protezione civile” e per non lasciare adito a dubbi la proposta prevede che “la Riserva ausiliaria dello Stato è costituita da nuclei operativi posti alle dipendenze dell’autorità militare più elevata nell’ambito di ciascuna regione”; non solo, si apre ai militari il contatto diretto con questi cittadini volontari in quanto la valutazione delle loro competenze sarebbe da effettuarsi “nelle strutture previste per il reclutamento nelle Forze armate”.
Risulta evidente, anche alla luce dell’analisi dei meccanismi attivi in altri paesi europei, come i progetti Minardo e Graziano siano profondamente intersecati e anzi funzionali l’uno all’altro; e se ancora ci fossero dubbi, è utile analizzare anche il progetto Zoffili che è al momento il progetto di legge che più direttamente riguarda il ritorno della leva in Italia: si prevede infatti che tutti i giovani, maschi e femmine, dai 18 ai 26 anni abbiano l’obbligo di servire per 6 mesi scegliendo tra servizio militare e servizio civile; terminati i 6 mesi, entreranno rispettivamente nella Riserva Ausiliaria dello Stato (progetto Lega) o nella Riserva Civile dello Stato (progetto PD), secondo quel principio di interconnessione tra servizio militare e servizio civile che è il nerbo del ritorno della leva in tutta Europa e risponde alla strategia della “difesa totale”.
Ed è esattamente in questi intrecci così collimanti di proposte di legge che si evidenzia l’assoluta compatibilità tra governo e opposizione in Italia, entrambi proiettati a una militarizzazione totale della nostra società, scenario che risponde agli interessi delle classi dominanti italiane e internazionali che in questa fase storica hanno bisogno dei nostri giovani e cercano le modalità adatte per costringerli a ritornare all’obbligo di leva senza che questo comporti resistenze invalicabili nelle opinioni pubbliche.
Il dato che emerge anche (ma non solo) da questa analisi è che la guerra non è questione di politica politicante, ma una tendenza strutturale delle classi dominanti i cui interessi oggi sono rappresentati nel nostro Parlamento da tutte le forze politiche che vi siedono, benché con qualche leggera sfumatura di colore politico.
Conclusioni e indicazioni di lotta
Alla luce di quanto sta accadendo in vari paesi europei e di quanto si muove nel nostro parlamento, è indubbio che anche in Italia si arriverà a qualche forma di reintroduzione della leva; il ministro Crosetto ha annunciato che porterà una sua proposta in Parlamento e ha fortemente sottolineato che la decisione dovrà essere presa nei luoghi democraticamente deputati; Crosetto infatti sa benissimo che le grandi mobilitazioni per la Palestina aperte dal successo dello sciopero del sindacalismo di base del 22 settembre 2025, nato dal basso e sganciato da partiti e sindacati rappresentativi (e proprio per questo più forte) rallenteranno questo processo che però, non dobbiamo dimenticarlo, è una necessità strutturale dell’attuale fase del capitalismo italiano ed europeo.
Il ritorno della leva sarà portato avanti con “leggerezza”, con intelligenza tattica e con estrema attenzione alle opinioni pubbliche. Proprio per questo è necessario essere preparati e mettere a fuoco sin da subito alcune linee tattiche che ci permettano di trovarci pronti di fronte a questa offensiva; è necessario cioè sfruttare di nuovo a nostro vantaggio i ritardi che sta scontando il governo italiano e iniziare da subito a porre il tema all’attenzione della parte del paese più attenta e organizzata.
Innanzitutto va abbandonata la via classica dell’obiezione di coscienza: se questo è stato (e resta nei paesi dove persiste l’obbligo classico della coscrizione) uno strumento molto importante per respingere il servizio militare obbligatorio, oggi il servizio civile sarà il cavallo di Troia che useranno per reintrodurre al suo fianco la leva militare; sarà proprio questa possibilità di scelta che permetterà di non far percepire il ritorno all’obbligo di leva e, nel contempo, di aumentare il numero degli effettivi militari; il servizio civile sarà poi strettamente collegato con il mondo militare, in quella che viene definita “difesa totale” e occorre dunque oggi affermare che rifiutiamo qualunque tipo di obbligo per i nostri giovani perché non vogliamo che siano sottoposti né al servizio militare né a un servizio civile militarizzato.
E da questo punto di vista occorre prestare attenzione alla criminalizzazione del disagio giovanile, un’esplosione pilotata di notizie che mira a far percepire la necessità repressiva di una “rieducazione” (sia essa militare o civile) utile ai giovani e alla comunità tutta. Proprio quegli stessi partiti, di qualunque colore, che da decenni hanno abbandonato le periferie, che non hanno attuato politiche giovanili e che hanno picconato la scuola pubblica, saranno quelle che offriranno provvedimenti coercitivi per risolvere problemi che invece sono di ordine squisitamente politico e sociale.
Il secondo problema che ci troveremo davanti sarà contrastare lo strumento che sceglieranno (questionario capillare, giornate obbligatorie dedicate, ecc.) per procedere con la schedatura di massa attraverso la quale avere a disposizione i dati di tutta la popolazione giovanile, dati che potrebbero tornare utili in caso di necessità di mobilitazione più ampia.
Così come succede in altri paesi europei, lo strumento sarà il più possibile “leggero” in quanto a imposizione, ma severo con quanti lo rifiuteranno; non sarà facile organizzare un rifiuto di massa di questi strumenti: perché rischiare multe salate o addirittura procedimenti penali se bisogna “solamente” riempire un questionario? Allora sarà qui, proprio a questo livello, che bisognerà organizzare l’obiezione di coscienza e recuperare la lunga tradizione di lotta che anche nel nostro paese si è sviluppata nei decenni passati attraverso questo strumento.
Molto di questa battaglia dipenderà dal livello di maturazione politica tra i giovani e soprattutto i giovanissimi, che hanno dimostrato un importante protagonismo nelle mobilitazioni contro il genocidio a Gaza. Indubbiamente sarà però proprio questo il livello da impattare per cercare di bloccare la “macchina del reclutamento” e molto dunque dipenderà dal lavoro politico e di sensibilizzazione che va iniziato sin da subito su questo tema e che dovrà vedere impegnate in prima fila le organizzazioni giovanili che sono state e continuano ad essere interne al movimento contro la guerra.
L’altra forte indicazione che ricaviamo da questa analisi è l’assoluta centralità che in questo processo di ritorno alla leva giocano i luoghi di istruzione delle giovani generazioni: in tutti i paesi presi in considerazione è la scuola il terreno di intervento privilegiato dai guerrafondai che sanno benissimo che tutte le proposte, più o meno subdole, di ritorno alla leva devono essere preparate con un intervento capillare tra i giovani, e le scuole sono il luogo principale dove incontrarli in modo da rendere quanto più naturale possibile l’accettazione del processo di militarizzazione dell’intera società e portarla gradualmente ad accettare, anche da un punto di vista ideologico, la necessità del ritorno alla leva obbligatoria.
Le scuole sono poi già da anni terreno di reclutamento e di penetrazione ideologica, e anzi l’intervento sui luoghi della formazione è, come abbiamo visto, un passaggio centrale nel percorso che porta alla “difesa totale” e al ritorno della leva.
Per questo il lavoro che dell’Osservatorio contro la militarizzazione delle scuole e delle università si rivela preziosissimo: l’Osservatorio è infatti posizionato nel luogo che l’avversario ha scelto come privilegiato per il suo intervento (26) ed è proprio qui, a partire dalle scuole, che può essere organizzata una resistenza pedagogica, culturale e politica che veda nell’alleanza tra docenti, studenti e genitori uno strumento in grado di invertire la tendenza, una massa critica che rifiuti radicalmente la penetrazione dei valori militari all’interno delle nostre aule e che protegga i giovani dalle sirene delle “carriere in divisa”.
Quanto più sapremo contrastare la militarizzazione delle scuole tanto più sapremo allontanare sia il ritorno della leva di massa che la guerra dal nostro orizzonte.
Il neoliberismo, per provare a riagganciare le masse dei subalterni e spingerli nuovamente a combattere una guerra per gli interessi delle classi dominanti, dovrebbe negare se stesso e procedere a una massiccia ridistribuzione della ricchezza; invece può solamente continuare a creare precarietà e lavoro povero e tentare di comprare i nostri giovani proponendo la carriera militare come posto sicuro e ben retribuito.
Proveranno contemporaneamente e senza sosta a lavorare in profondità con la propaganda, ma le fanfare del neoliberismo non hanno basi materiali su cui poggiare la loro narrazione, perciò i pacifisti e gli antimilitaristi devono lavorare su questa debolezza strutturale e innestare sul dissenso alla guerra una trasformazione radicale dei rapporti sociali.
Note
(15) Le dichiarazioni del nostro ministro della difesa e di alte cariche militari oscillano indicando un aumento necessario collocato tra i 30.000 e i 40.000 soldati in più.
(16) Art.4 comma 9.
(17) L’Italia è uno di quei paesi che, a differenza di altri, al momento dello smantellamento della leva obbligatoria non ha istituito una riserva ausiliaria dello stato.
(18) Sono i casi previsti dall’articolo 887, comma 2 del codice di cui al decreto legislativo n. 66 del 2010.
(19) Il riferimento è all’articolo 24 del codice della protezione civile, di cui al decreto legislativo 2 gennaio 2018, n. 1”. Preoccupanti e da attenzionare i labili confini della definizione dello stato di emergenza nazionale così come previsto dall’art.7 del D. Lgs n.1 del 2 gennaio 2018; si tenga ad esempio presente che lo stato di emergenza è stato dichiarato per gestire gli sbarchi dei migranti.
(20) Proposta di legge C. 1744, “Istituzione della riserva ausiliaria delle Forze armate dello Stato” (21) C. 1740 – “Delega al Governo per l’istituzione della Riserva ausiliaria dello Stato per lo svolgimento di operazioni di soccorso sanitario e socio-assistenziale”
(22) DDL Zoffili C. 1873 – “Istituzione del servizio militare e civile universale territoriale e delega al Governo per la sua disciplina”
(23) RaiNews – 18 giugno 2025
(24) Il Fatto Quotidiano (19 giugno 2025)
(25) ll decreto legislativo 28 settembre 2012, n. 178 aveva trasformato l’Associazione della Croce Rossa italiana da ente pubblico a persona giuridica di diritto privato, avviando contestualmente la smilitarizzazione e lo scioglimento del Corpo militare della Croce Rossa.
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