Presentazione


Analisi, opinioni, fatti e (più di rado) arte da una prospettiva di classe.

16/02/2026

Ciao Federico

Frusciante è arrivato – per nostra fortuna – su queste pagine esattamente 13 anni fa. Un'era geologica, letteralmente. Rispetto al 2013 è cambiato tutto, il più in peggio.

L'arte cinematografica non fa eccezione, anzi, e Frusciante lo ha sempre raccontato con doti da critico non convenzionali. Quindi, fuori la mise da intellettuale post-tutto col mignolino alzato e il vocabolario forbito per trovare infiniti modi di inculcare nella mente del pubblico che gli ultimi 30 anni hanno visto realizzarsi il migliore dei mondi possibili, e dentro una concezione dell'arte come linguaggio politico e sociale con cui decifrare il Mondo e la Vita.

Insomma, materialismo, in un universo, quello dell'arte, talmente ripiegato sulla propria autoreferenzialità da divenire, parafrasando Hobsbawm, avanguardia della crisi borghese, che di questo passo ci esploderà in faccia come un petardo, forse atomico...

Federico è morto troppo presto, ma ha lasciato tantissimo. Lo si evince dai commenti sparsi in rete da persone comuni – come chi scrive – rimaste segnate e influenzate indelebilmente dall'intensità della sua passione per cinema e musica.

Per merito suo, sono convinto, in molti avranno anche speso una riflessione sullo sviluppo contraddittorio dell'industria dell'intrattenimento, solcata da anime progressiste, a tratti rivoluzionare, ed oggi approdata alla conservazione monopolistica della concentrazione dei capitali operata dalle grandi piattaforme, che proliferano in modo parassitario sulla nostalgia per un el dorado che appare tale perchè non è stato vissuto da chi lo rimpiange.

Federico avrebbe potuto dire ancora molto. Certamente, quello che ha detto ha prodotto una crescita in quanti lo hanno incrociato.

Grazie Federico, ci mancherai.

PS: continueremo a caricare i video di Frusciante fino a quando non li esauriremo, ma pure fino a quando ci garberà farlo.

Come i Talk Talk usarono "It's My Life" come una protesta contro la Emi

I Talk Talk sono un classico esempio di band che visse due volte. Pochi gruppi, come quello di Mark Hollis, hanno saputo portare a termine una trasformazione sonora così radicale e spiazzante come quella messa in atto a partire dall’album spartiacque “Spirit Of Eden” del 1988. Pochissimi artisti, o band, sono passati in maniera così radicale da una completa aderenza alle mode musicali, nella prima parte della carriera, a una completa autonomia da queste, cosa avvenuta gradualmente nella seconda fase della loro vita artistica. Il passaggio dal suono relativamente lineare del 1982 all’astrazione quasi cameristica di “Laughing Stock” resta infatti uno degli scarti evolutivi più radicali compiuti da una band nell’arco di cinque dischi, nonché uno dei più influenti, con la creazione di quelle tessiture rarefatte destinate a influenzare la nuova generazione post-rock degli anni Novanta, dai Tortoise ai Godspeed You! Black Emperor.

Ma chi conosce i Talk Talk fin dall’inizio, forse, sarà rimasto meno sorpreso. È nota, infatti, sin dai primi passi discografici, la loro ricerca di un’autonomia creativa, che si traduceva nella sistematica riluttanza ad assecondare le aspettative. Ogni volta che l’industria sembrava averli incasellati, Hollis e soci cambiavano direzione. E se alcune hit ne hanno fatto dei campioni del pop degli anni '80, non è detto che il loro messaggio sia stato compreso appieno...

È il caso proprio della memorabile title track del loro album di maggior successo, “It’s My Life” (1984). All’inizio degli anni Ottanta, come tanti protagonisti di quella stagione, i Talk Talk era stati inseriti nella variegata galassia del synth-pop. Un'etichetta potente come la Emi aveva scommesso su di loro pubblicando il debutto, “The Party's Over”, che si muoveva in un territorio affine a quello di altre formazioni elettroniche dell’epoca. Ma i primi contrasti erano emersi già in quell’occasione. Ad esempio per quanto concerne la travagliata collaborazione con il produttore Colin Thurston, che aveva appena fatto centro con il debutto dei Duran Duran. Contrasti che porteranno Thurston a lasciare la produzione in corso d'opera, spingendo così Mark Hollis, Paul Weeb e Lee Harris a cercare da soli una direzione artistica più soddisfacente affidandosi anche ai consigli di Tim Friese-Greene, che non rientra nella line-up ufficiale della band, ma si può considerare da questo momento in poi il "quarto uomo" dei Talk Talk: diventa infatti produttore, tastierista e compositore insieme a Hollis di quasi tutti i brani. E gli effetti di questo inserimento maturano nel secondo album della band londinese, che affonda le radici ancora nel campo del synth-pop, seppur rivisitato a modo loro, con un’eleganza e un’originalità non comuni, e qualche inserto acustico, che avrebbe poi progressivamente guadagnato sempre più terreno nella loro produzione.

In superficie, “It’s My Life”, scelta anche come primo singolo dell’Lp, appare come un brano synth-pop elegante, costruito su un impianto melodico accessibile. Il testo sembra raccontare una frattura sentimentale, un dialogo interrotto. In realtà, come ha ricordato il magazine Far Out, la genesi del pezzo è legata a un conflitto con la casa discografica. Dopo l’uscita del disco d’esordio, infatti, i Talk Talk furono inseriti in un circuito promozionale intensivo, culminato in un tour insieme ai Duran Duran. L’abbinamento rispondeva a una logica industriale elementare: due gruppi synth-pop nello stesso cartellone. Per Hollis, però, interviste, obblighi televisivi e tournée forzate rappresentavano una distrazione dal lavoro in studio, l’unico che gli interessava davvero. Così il ritornello “It’s my life, don’t you forget” assume un significato diverso e molto chiaro: non un messaggio rivolto all’amata, ma una fiera rivendicazione di autonomia artistica. Hollis, in sostanza, rivendica che la direzione creativa spetta solo alla band, non agli uffici marketing della Emi.

Non è insomma la consueta dichiarazione sentimentale travestita da singolo pop. Qui il baricentro si sposta altrove: dedizione, disciplina interiore, determinazione. Hollis lascia filtrare un’esigenza di autonomia, il desiderio di sottrarsi al rumore, di ritagliarsi uno spazio di silenzio e concentrazione, con versi come “Funny how I blind myself, I never knew/ If I was sometimes played upon, afraid to lose/ I’d tell myself, what good do you do/ Convince myself”. Un disagio non soltanto affettivo, dunque, che riguarda prima di tutto la sfera mentale, il conflitto tra esposizione pubblica ed esigenza di intimità e riflessione.

La tensione latente nel brano si renderà ancora più esplicita nel videoclip, diretto da Tim Pope, figura chiave dell’estetica pop britannica anni Ottanta (dai Cure agli Wham!). Il regista, infatti, costruisce un dispositivo apertamente polemico contro il lip-synching, prendendo le distanze da una delle convenzioni più consolidate dell’industria musicale. Al posto della performance canonica, il montaggio alterna sequenze naturalistiche – con varie riprese di fenicotteri, leopardi, zebre, antilopi, canguri e struzzi, tratte dal documentario della BBC “Life on Earth” – a inquadrature di Mark Hollis isolato, privo dei compagni, immobile e con le labbra serrate. Come a voler rimarcare la distanza tra la libertà degli animali, osservati nel loro habitat in una dimensione incontaminata, e il senso di costrizione del frontman, con alcuni inserti animati che si sovrappongono alla sua bocca, creando l’illusione che stia cantando. Il video amplifica così il senso di incomunicabilità già presente nel brano, mettendo in scena un protagonista che sembra scegliere l’isolamento, forse proprio come via d’uscita – forse suggerita dall’occhiolino finale. Hollis, spesso con le mani affondate nelle tasche del cappotto, mantiene un’espressione accigliata, interrotta solo da brevi accenni di leggerezza. Un’alternanza che rende palpabile la schizofrenia del brano, scisso tra la melodia luminosa del ritornello e il senso di profonda malinconia che lo pervade.

Lo spirito polemico del videoclip non sfuggirà alla Emi, che chiederà di realizzarne una nuova versione più “convenzionale”. La risposta della band sarà un secondo video in cui Hollis mima il brano dal vivo in modo volutamente goffo davanti a un green screen che proietta le immagini originali, con immutata critica al playback. Una vera e propria parodia del format promozionale per antonomasia, concepita, di fatto, per svuotarlo dall’interno.

Il risultato sarà paradossale. “It’s My Life” otterrà un notevole riscontro negli Stati Uniti, diventando il primo vero successo del gruppo nel mercato americano e raggiungendo persino la vetta della classifica dance di Billboard. Proprio quel formidabile riscontro commerciale costringerà la Emi a concedere maggiore libertà operativa a Hollis e compagni. Così con il terzo album, “The Colour Of Spring”, i Talk Talk inizieranno a scrollarsi di dosso definitivamente l’etichetta synth-pop che l’industria aveva cercato di affibbiargli. Proprio l’apice del successo commerciale della band inglese conteneva in nuce i semi della futura rivoluzione anti-sistema che l’avrebbe allontanata dalle classifiche mainstream, garantendole però il sempiterno affetto dei suoi fan.

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Palestina libera. Il grido dell’umanità che Israele e Meloni vorrebbero zittire con la forza

L’ultimo caso è quello di Ali Mohammed Hassan che lavorava in uno degli store ufficiali delle Olimpiadi Invernali di Milano Cortina 2026.

Quando un gruppo di tifosi israeliani entrato nel negozio ostentando la loro bandiera si è avvicinato al bancone, lui ha detto: “Palestina libera”. Una tifosa israeliana che filmava lo ha sfidato: “Dillo di nuovo”. E lui l’ha detto di nuovo: “Palestina libera.” E ancora: “Palestina libera”.

Un altro israeliano vicino ha decretato: “Dovrebbe essere licenziato”. E così è stato. Ali Mohammed Hassan è stato licenziato.

Il video è finito su uno dei circuiti mediatici sionisti denominata StopAntisemitism, un’organizzazione che si definisce “watchdog contro l’antisemitismo” e che negli ultimi anni ha funzionato come braccio mediatico della campagna di delegittimazione contro chiunque nomini la Palestina in pubblico.

Quasi automaticamente sono arrivati migliaia di like, centinaia di commenti e la richiesta alla direzione di Milano Cortina 2026 di cacciarlo. E in giornata Milano Cortina 2026 ha subito obbedito. Ali è stato licenziato.

La dichiarazione ufficiale è che: “Non è appropriato che il personale dei Giochi esprima opinioni politiche personali durante lo svolgimento delle proprie mansioni”.

Un dipendente dice due parole segnanti “Palestina libera” e viene licenziato in giornata. Un paese che massacra decine di migliaia di civili sfila e concorre invece alle Olimpiadi (opportunità consentita però solo a Israele ma non alla Russia ad esempio).

La stessa sorte era toccata a maggio scorso ad una dipendente della Scala di Milano che, quando la premier Meloni era entrata nel teatro per un evento internazionale, aveva gridato anch’essa dalla sua postazione “Palestina libera!”

Anche lei venne prontamente licenziata, ma poi la direzione della Scala è stata costretta a pagare il risarcimento perché il licenziamento è stato ritenuto non legittimo dal tribunale.

Ci auguriamo che anche nel caso di Ali la giustizia faccia il suo dovere. Siamo sicuri che le realtà sindacali e solidali milanesi faranno tutto quello che sarà necessario sul piano economico, legale e politico per tutelarlo.

Palestina libera sono due parole potentissime che però i governi italiano e israeliano vorrebbero cancellare dal vocabolario politico.

Il secondo pretendendo ovunque – anche in Italia – il silenzio e l’impunità sul genocidio dei palestinesi a Gaza.

Il primo perseguitando i palestinesi in Italia su ordine di Israele e varando leggi come il Ddl Romeo-Scalfarotto in discussione al Senato e che vorrebbe, appunto, imbrigliare e sanzionare il vocabolario quando si parla di Israele e Palestina. A marzo il provvedimento verrà discusso in aula per essere approvato.

Sul campo il genocidio israeliano a Gaza prosegue impunemente con il bilancio dei palestinesi uccisi che aumenta ogni giorno nonostante il cessate il fuoco. E prosegue anche in Cisgiordania, con una operazione di pulizia etnica davanti agli occhi del mondo che sta portando all’annessione di fatto dei Territori Palestinesi da parte di Israele, e non solo di quelli “contesi” ma anche di quelli assegnati internazionalmente alle autorità palestinesi.

Palestina Libera è dunque il grido di una intera umanità, quella che è scesa a milioni nelle strade per fare quello che i governi non hanno voluto né vogliono fare contro uno stato genocida.

Se i turisti israeliani pensano di poter tornare a sventolare tranquillamente in giro per il mondo una bandiera che questo mondo ha ormai individuato come simbolo di oppressione e morte, si sbagliano di grosso.

I governi possono essere complici ma la gente non dimentica tanto facilmente. Di questo discuteremo pubblicamente giovedì prossimo all’università La Sapienza di Roma.

Palestina Libera!!!

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La Monaco del Terzo Millennio, atomico

Dare un giudizio sintetico delle tendenze e delle intenzioni spiattellate alla Conferenza sulla sicurezza di Monaco, è relativamente semplice: l’Occidente capitalistico dichiara guerra a tutto il mondo.

Stabilito questo, che è anche l’unico punto in comune tra le due sponde dell’Atlantico, si tratta di vedere se ci andrà unito come era stato in passato oppure se gli Stati Uniti andranno per la loro strada lasciando gli europei a vedersela da soli o quasi.

Le complicazioni e le ipotesi subordinate sono pressoché infinite, naturalmente, perché bisognerà vedere se il mondo Maga riuscirà nell’obiettivo di trasformare gli Usa nella “Svastica sotto il sole” – un sistema suprematista fondato sull’estremizzazione della retorica wasp (white-anglo-saxon-protestant) – oppure se il conflitto interno esploderà paralizzando, forse, in proporzione l’ex superpotenza egemone e comunque militarmente ancora dominante.

E bisognerà anche vedere se l’intento di parte dei paesi europei – diventare una superpotenza “competitiva”, dotandosi di arsenale atomico ed eserciti più numerosi e meglio armati – riuscirà a superare ostacoli che appaiono alquanto alti. Sull’armamento atomico, per esempio, solo Francia e Gran Bretagna hanno una base di partenza, per quanto imparagonabile per dimensioni ed efficacia con i corrispettivi statunitensi, russi e cinesi.

Le premesse non sembrano ottime, visto che ancora ieri – proprio a Monaco – a fronte delle richieste di alcuni paesi perché la Francia aderisca al processo ufficiale di pianificazione nucleare della NATO (ne è rimasta sempre fuori) in modo da legare più strettamente l’arsenale francese alla sicurezza europea – la viceministra della Difesa transalpina, Alice Rufo, ha dichiarato che Parigi non ha alcuna intenzione di farlo.

Parigi potrebbe al massimo prendere in considerazione l’aumento del suo arsenale nucleare, se sovvenzionato da altri paesi. Fare la grandeur napoleonica con i soldi altrui, insomma. Bisogna essere del tutto scemi solo per pensarlo possibile... 

Come per tutti i temi “europei”, insomma, si ripropone sempre l’alternativa secca tra “processo federativo” (che mette in comune tutto, “sovranamente”, creando un centro decisionale sottratto alla contrattazione quotidiana tra titolari con diritto di veto) e “comunità di Stati” che lavorano insieme con regole collettive magari stringenti (sulle politiche di bilancio, la politica monetaria, ecc), ma senza dismettere la propria sovranità.

Ma se non si riesce neanche a mettere in comune il debito pubblico appare molto onirico pensare che lo si possa fare con un arsenale atomico. Magari in mano ai nazisti tedeschi, quando o se torneranno di nuovo al Reichstag (e l’AfD a questo punta) e dunque al vertice della UE... 

Comunque sia, il messaggio consegnato da “Narco” Rubio per conto di Trump è stato identico a quello giù trasmesso un anno fa dal più insultante JD Vance; giusto un po’ più morbido nei toni, secondo funzionari ammessi alle riunioni riservate: “Ha espresso la volontà di lavorare insieme, ma con un messaggio chiaro: l’Europa deve fare di più, e che siamo passati da un ‘mondo basato sui valori’ a un mondo ‘basato sugli interessi’”.

E quindi gli Stati Uniti di Trump stanno costruendo un altro “ordine internazionale” cui l’Europa può partecipare, se vuole, ma in posizione totalmente subordinata e senza garanzie certe di “tutela militare”. Altrimenti Washington farà da sola.

Gli interessi di America ed Europa sono insomma qualitativamente simili (controllo delle risorse naturali del pianeta, in continuità col vecchio colonialismo dei secoli passati, che ha garantito la “ricchezza” dei paesi occidentali), ma rispondenti a soggetti diversi. Quindi in competizione. Dunque va sciolto subito l’interrogativo su quale sia l’interesse dominante e quelli subordinati.

Si può insomma partecipare all’ipotetico banchetto a spese del resto del mondo, ma deve essere chiaro che le porzioni verranno tagliate da Washington.

“Ipotetico banchetto”, diciamo, perché quel resto del mondo (Russia, Cina, Iran, India, ecc.) non è più da tempo una pianura attraversabile e recintabile in pressoché totale tranquillità, sia dal punto di vista economico che militare.

Lo stesso attacco alla sola Russia – condotto negli ultimi venti anni tramite un’Ucraina “nazificata” con il golpe di Majdan – si è rivelato molto meno efficace del previsto. Checché ne dica ancora quella poveretta di Kaja Kallas, l’economia di Mosca non è “finita in pezzi” (quella europea sì, anche grazie alle “sanzioni” suicide), la società non si è frammentata, il sistema politico è solido, l’esercito anche (i numeri sulle perdite altrui sono esercizi di propaganda, da entrambe le parti) e l’armamento molto modernizzato dalle nuove forme della guerra (droni, missili ipersonici, ecc.).

L’esplicita intenzione “europea” di far continuare la guerra anche se le trattative tra Trump e Putin dovessero arrivare ad un accordo di pace sembra un caso clinico davvero originale, più che una strategia dotata di senso. Nelle attuali condizioni – industriali, militari, di sviluppo tecnologico dedicato, ecc. – che la UE possa “competere” da sola con la Russia è fuori questione. Che possa arrivare ad avere un arsenale atomico senza che questa minaccia solleciti una “risposta preventiva” russa, anche.

Ma gli attuali vertici europei sono fatti di scappati di casa reclutati col manuale Cencelli, che ignorano l’abc dei rapporti di forza internazionali e parlano come se la loro volontà di stamattina fosse un “piano” per il futuro. Senza gli Stati Uniti a protezione, alla Ue serviranno anni di “sacrifici” e risorse colossali dirottate verso gli armamenti.

Ma a sottolineare che le priorità statunitensi sono ora cambiate, lo stesso Rubio ha disertato l’incontro preparato dalla UE con Zelenskij per andare invece in visita dai “dissidenti” ungheresi e slovacchi, contrari al proseguimento della guerra e quindi degli aiuti a Kiev.

Riassumendo (perché la materia è oggettivamente sterminata e non mancheranno motivi per tornarci sopra): la guerra è per l’Occidente capitalistico l’unica strada per uscire da un crisi che si prolunga ormai da quasi venti anni e che vede crescere a velocità almeno tripla le “economie emergenti” perché orientate da una progettualità politica (magari brutalmente “nazionalistica”) anziché dalla prevalenza degli interessi privati, ricche di risorse, popolazione in età da lavoro, “senso di sé e della propria storia”, intelligenza e competenze.

Il fatto che la guerra sia l’unica strada significa che questa parte del mondo si prepara a percorrerla, distruggendo quel che resta di istituzioni internazionali, diritti e valori umani, popolazioni intere (il genocidio è nel dna del suprematismo bianco coloniale).

Che sia una strada facile non è però affatto detto. Che Europa e Stati Uniti riescano di nuovo a camminare insieme, neanche. Che l’Unione Europea possa reggere la tensione interna tra interessi nazionali contraddittori, nemmeno.

Il tutto, per giunta, non per “far avanzare la civiltà” – la veste angelicante adottata dal colonialismo dei secoli passati – ma per “mantenere il nostro sistema di vita”. Ossia i profitti di sempre meno multinazionali (finanziarie, industriali, “piattaforme”) sottratte a qualsiasi obbligo e responsabilità.

Un obiettivo veramente miserabile, degno della “corte di Epstein”. Destinato a fallire, certo. Il problema è il prezzo che l’umanità sarà costretta a pagare per espellerlo dalla Storia.

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Epstein: oltre lo scandalo, entrare nella logistica del sistema

Premessa. La censura su Meta sta diventando piuttosto pesante, ce ne siamo accorti tutti/e, tra sciami di bot, post spostati, post segnalati, fino a condizionare ciò che scriviamo o mostriamo. Come molti mi sto guardando intorno. Substack sembra essere una buona piattaforma. Al momento i miei articoli più lunghi proverò a metterli anche lì. Poi vedremo.

Quindi questo articolo lo trovate anche lì.

Cosa ho capito dell’archivio

Dopo più di dieci giorni passati a immergermi nel mare magnum delle mail e dei documenti che compongono l’archivio Epstein, ho capito che un solo individuo, salvo rari casi di coinvolgimenti palesi e documentati senza censure, non è in grado di comprendere la totalità del mosaico.

Ci troviamo di fronte a un sistema così stratificato e iper-connesso che lo sguardo umano, solitamente abituato a cercare una narrazione lineare di colpa e castigo, naufraga inevitabilmente nel gorgo del sensazionalismo. La reazione istintiva è la ricerca della cosa più “schifosa”, dello shock pornografico o del dettaglio che possa scuotere un’opinione pubblica ormai assuefatta a ogni forma di aberrazione.

I giornalisti, salvo pochissimi, non stanno facendo il loro lavoro, dovrebbe essere infatti una priorità mondiale, ma siamo fortunati se troviamo dei trafiletti sotto a notizie insignificanti.

Dobbiamo anche denunciare che l’operazione di rilascio di questi tre milioni di file, funestata da pesanti omissis che troppo spesso sembrano proteggere i nomi chiave degli abusatori piuttosto che la dignità delle vittime, non è un caos casuale, ma un atto deliberato. La mancanza di un filo logico e la frammentarietà cronologica dei dati sono strategie tese a livellare ogni informazione, mettendo tutto sullo stesso piano affinché il disegno d’insieme scompaia nel rumore di fondo.

Questa compulsione alla visione del mostruoso non è che l’ennesima trappola di un potere che si protegge attraverso l’eccesso di visibilità, una “febbre d’archivio” che, mentre promette trasparenza, seppellisce la verità strutturale sotto una massa informe di dati privi di contesto. 

L’arkheion digitale

Per decifrare l’archivio Epstein, occorre innanzitutto comprendere cosa sia, filosoficamente, un archivio. Jacques Derrida, nel suo saggio “Mal d’Archive”, ci ricorda che l’etimologia del termine risale al greco arkheion, la residenza dei magistrati superiori, gli arconti. L’arconte non era solo il custode dei documenti, ma colui che deteneva il potere di “cominciamento” e di “comando“. Egli aveva il diritto di fare e rappresentare la legge, custodendo i documenti ufficiali nella propria dimora privata, che diventava così, paradossalmente, il luogo di nascita dello spazio pubblico.

L’archivio Epstein rappresenta un’inversione traumatica di questo processo. Ciò che per decenni è stato custodito nella dimora privata del potere, intesa sia come spazio fisico (le ville, le isole) sia come spazio digitale (server criptati, sistemi Jmail), viene improvvisamente gettato nella sfera pubblica. Ma questa pubblicità non garantisce la comprensione.

Derrida parla di una “pulsione archiviolitica”, una forza intrinseca all’archivio che spinge verso la distruzione e l’oblio proprio nel momento in cui si cerca di preservare tutto. La “febbre d’archivio” che colpisce l’osservatore oggi è una forma di dipendenza dal dato che, invece di illuminare, acceca.

L’analisi forense dei file rivela che l’élite non si limitava a comunicare, ma utilizzava l’archivio come uno strumento di “house arrest” della verità. L’uso di cartelle di bozze condivise per scambiarsi messaggi senza mai “inviarli” è una metafora perfetta della comunicazione del potere: un dialogo interno, invisibile dall’esterno, che non lascia metadati tradizionali di invio e ricezione. Questo è il vero “mal d’archivio”: una memoria che è già strutturata per essere inaccessibile, anche quando diventa pubblica. 

Eterotopie del privilegio, l’isola e altri luoghi di sospensione del diritto

Michel Foucault ha introdotto il concetto di “eterotopia”, che, detta in estrema sintesi, significa un “contro-spazio”, un luogo reale che si trova al di fuori di tutti i luoghi, pur essendo localizzabile. A differenza delle utopie (che sono spazi ideali e inesistenti), le eterotopie sono “effettivamente realizzate” e servono per descrivere spazi che hanno la funzione di contestare, invertire o sospendere gli altri spazi della società.

Little Saint James e lo Zorro Ranch, lette in questa accezione non erano semplici proprietà immobiliari, ma erano (sono?) eterotopie di deviazione e di compensazione, mondi paralleli dove le norme morali e legali della società civile venivano annullate per far posto alla volontà sovrana dell’arconte.

Foucault spiega questo concetto attraverso la metafora del miracolo dello specchio: nello specchio io mi vedo là dove non sono, in uno spazio irreale che si apre dietro la superficie, ma lo specchio esiste realmente e rimanda una “contro-azione” sulla posizione che occupo.

L’universo Epstein è lo specchio deformante dell’élite: un reticolo di 55 luoghi chiave che funzionano come un sistema di vasi comunicanti, progettato per sospendere le norme del contratto sociale e instaurare quella che Giorgio Agamben definisce la Giurisdizione dell’Eccezione. 

L’isola come stato di eccezione permanente

Little Saint James non era la classica residenza di lusso un po’ appartata, era la materializzazione di quello che Schmitt definiva lo Stato di Eccezione. In questo spazio, il diritto non è assente, ma sospeso per lasciare spazio alla pura forza del sovrano (l’élite). L’infrastruttura dell’isola, che già nel 1997 comprendeva un sistema di desalinizzazione privato, un eliporto e un molo, andava ben al di là dell’estetica del lusso, obbediva a una logica di autonomia giurisdizionale.

Creando una propria rete di approvvigionamento idrico e logistico, l’élite recideva ogni legame con la “terraferma” dello Stato e del contratto sociale. L’indipendenza infrastrutturale garantisce che:

• Non servano controlli. La desalinizzazione e la produzione di energia proprie rendono il feudo invisibile ai registri delle utenze pubbliche.

• L’isolamento sia la prigione. Come notato da Deleuze, l’isola deserta attira per la sua capacità di essere un “cominciamento assoluto”. Allontanarsi da Little Saint James o dallo Zorro Ranch significa perdersi nell’oceano o nel deserto; lo spazio stesso diventa lo strumento di controllo, rendendo superflue le serrature.

I sei principi eterotopici nel sistema epstein

L’universo Epstein opera attraverso meccanismi che riflettono i sei principi di Foucault, trasformando il privilegio in una zona di anomia (assenza di legge):

1. Eterotopia di deviazione. Luoghi come lo Zorro Ranch diventano spazi dove l’anormalità (la predazione, l’eugenetica) è la norma interna per l’élite.

2. Mutamento di funzione. La Villa di Palm Beach o l’appartamento di Manhattan fungono da “macchine di normalizzazione” esterna (la facciata dell’alta borghesia) mentre internamente operano come spazi di disciplinamento e cattività.

3. “Juxtaposision” di incompatibili. La presenza di una sedia da dentista o di un “tempio” decorativo in contesti di abuso crea un microcosmo dove il rito e la violenza convivono, destabilizzando la vittima.

4. Eterocronia (rottura del tempo). Nelle isole, il tempo della legge è sospeso. Vige un’eternità artificiale garantita dalla logistica privata (jet, elicotteri) che recide i legami con le reti di soccorso.

5. Sistema di apertura e chiusura. L’accesso è regolato da riti di ingresso (inviti, voli privati) e guardiani legali (NDA), che creano una barriera impenetrabile tra la giurisdizione del privilegio e quella del cittadino comune.

6. Funzione di illusione e compensazione. La Townhouse di New York è un’eterotopia di illusione che nasconde l’orrore dietro la rispettabilità; lo Zorro Ranch è l’eterotopia di compensazione definitiva, un feudo di 10.000 acri dove l’ordine del privilegio è superiore alla democrazia.

Il ricco non abita lo spazio, ma lo secerne, creando un sistema di impunità dove le regole collettive evaporano di fronte alla potenza del capitale.
 
La banalità del male nell’era tecno-finanziaria

Hannah Arendt, nel suo resoconto sul processo Eichmann, ha decostruito la figura del criminale totalitario come un funzionario spaventosamente ordinario e non come il classico “mostro”.

Nel sistema Epstein, questa diagnosi trova una nuova, agghiacciante, conferma nell’esercito di professionisti di cui aveva bisogno una simile ed estesa rete come quella di Epstein. Pensate a quante persone orbitavano nell’ingranaggio “Epstein”: banchieri, avvocati, piloti e contabili, che hanno garantito la stabilità dell’infrastruttura e che si ritrovano anche nelle mail dell’archivio.

Arendt scriveva: «Eichmann non era uno Iago né un Macbeth, e nulla sarebbe stato più lontano dalla sua mentalità che “fare il cattivo” – come Riccardo Terzo – per fredda determinazione». Allo stesso modo, i dirigenti di JPMorgan Chase che hanno gestito 1,3 miliardi di dollari in transazioni sospette legate a Epstein non si consideravano complici di un predatore, ma protettori di un asset finanziario. Essi incarnano quella disumanizzazione per cui il sistema «tende a trasformare gli uomini in funzionari e in semplici rotelle dell’apparato amministrativo, e cioè tende a disumanizzarli».

Il sistema Epstein ha operato attraverso una codificazione linguistica che Arendt avrebbe riconosciuto immediatamente. Come Eichmann dichiarava che «il linguaggio burocratico (“Amtsprache”) è la mia unica lingua», così la macchina Epstein ha utilizzato eufemismi tecnici per neutralizzare la violenza:

• Le vittime erano mappate come «Studentesse», «Trainees» o, in termini puramente logistici, «Assets».

• I pagamenti per il silenzio delle sopravvissute venivano registrati come «Administrative Matters» (questioni amministrative).

• Il trasferimento di enormi capitali per finanziare la logistica del traffico veniva etichettato come «Project Management».

Arendt osserva che il criminale burocratico «non capì mai che cosa stava facendo» proprio a causa di questa «spaventosa mancanza di pensiero». Questa assenza di pensiero non è stupidità, ma l’incapacità di uscire dal proprio mansionario. È il «governo di nessuno che è in realtà la forma politica nota col nome di burocrazia», dove ogni individuo può dichiararsi neutro rispetto alla macchina complessiva.

Il memorandum del Senato degli Stati Uniti (2025) ha rivelato che dirigenti di alto livello, come Mary Erdoes, erano in costante contatto con Epstein, e che l’ex CEO del Private Banking, John Duffy, consigliava attivamente Epstein su come eseguire prelievi massicci di contante per evitare i controlli antiriciclaggio. Questa è la “banalità del male” in versione 2.0: non più l’ufficiale delle SS che organizza treni, ma il banchiere che costruisce una “parete di contanti” per proteggere un cliente d’élite, normalizzando l’orrore attraverso la routine professionale. 

Il peso dell’osservare e il crollo del “senso”

Al termine di questo viaggio nel cuore di tenebra dell’archivio Epstein, ciò che resta trascende il disgusto, configurandosi come un profondo senso di eclissi dell’io. Dopo dieci giorni di immersione, la domanda si è spostata dall’identificazione del colpevole all’interrogazione su cosa io sia diventata mentre guardavo.

Veniamo sopraffatti perché l’archivio è progettato come un’arma di saturazione. La strategia del potere consiste nell’annegare il segreto in una “trasparenza tossica” dove 3,5 milioni di pagine agiscono come una tempesta di sabbia.

Perché veniamo sopraffatti?

Siamo sopraffatti a causa della ricerca di categorie che il potere ha già neutralizzato. L’indagine del “mostro”, volta a esorcizzare la nostra normalità, conduce esclusivamente a una rete di “buoni padri di famiglia” che firmano contabili bancarie e piani di volo.

Siamo sopraffatti poiché l’archivio opera una violenza epistemica: la concessione dei nomi delle vittime avviene in parallelo alla negazione di quelli degli abusatori attraverso omissis selettivi, configurandosi come atti di comando arcontico. Questo “Panopticon rovesciato” obbliga a guardare la vittima, lasciando l’abusatore nell’ombra del potere sovrano.

Quali categorie usare?

È necessario smettere di guardare l’archivio come una “zona voyeristica” dello scandalo, leggendolo invece come una cartografia dell’infrastruttura. L’Etica dello Sguardo individua la regolarità del sistema piuttosto che l’evento eccezionale. Le categorie da usare appartengono alla logistica e alla biopolitica:

• L’efficienza dei contratti NDA che agiscono come barriere giurisdizionali prevale sulla perversione del singolo.

• L’analisi delle transazioni offshore e della complicità bancaria (la “Parete di Cash”) sostituisce il voyeurismo sul corpo violato.

• La decrittazione dei codici linguistici (“Administrative Matters”, “Project Management”) che servono a de-eticizzare l’orrore assume priorità rispetto alla ricerca del dettaglio scabroso. 

Il senso dell’Etica dello Sguardo

Guardare l’archivio Epstein oggi costituisce un atto politico estremo che mette a nudo l’inutilità del rituale democratico in un mondo governato da questa élite transumanista e oligarchica. Il voto, in questo contesto, rappresenta un’illusione di sovranità concessa a spettatori di un dramma la cui sceneggiatura è scritta in eterotopie inaccessibili.

La nostra unica resistenza risiede nel rifiuto del voyeurismo che trasforma l’osservatore in manovalanza gratuita per l’algoritmo del sensazionalismo. Occorre il coraggio della noia, la forza di indietreggiare dal pettegolezzo virale per fissare fermamente l’occhio sull’architettura del potere.

L’Etica dello Sguardo è la pretesa di un piano d’insieme opposto alla frammentazione deliberata. Rappresenta la scelta di ergersi a testimoni di una giustizia strutturale che, rifiutando il singolo capro espiatorio, pretende la demolizione delle macchine di normalizzazione responsabili dell’orrore.

In definitiva, l’archivio Epstein rivela che il mostro è lo spazio che abitiamo se accettiamo di guardarlo senza vederne i cardini. La sfida consiste nel restare umani sotto il peso di questa memoria cibernetica, ricordando che l’archivio è una responsabilità per il domani. Uno sguardo capace di de-spettacolarizzare il male permette di sperare, un giorno, nella restituzione della dignità a chi in quell’archivio è stato ridotto a semplice “asset” del potere sovrano. 

Bibliografia minima

• Agamben, Giorgio, Stato di eccezione. Homo sacer, II, 1, Bollati Boringhieri, Torino 2003.

• Arendt, Hannah, La banalità del male. Eichmann a Gerusalemme, trad. it. di P. Bernardini, Nuova ediz., Feltrinelli, Milano 2023.

• Brown, Julie K., Perversion of Justice: The Jeffrey Epstein Story and the Betrayal of the Victims, HarperCollins, New York 2021.

• Crouch, Colin, Postdemocrazia, trad. it. di C. Paternò, Laterza, Roma-Bari 2003.

• Derrida, Jacques, Mal d’archivio. Un’impressione freudiana, trad. it. di G. Pozzi, Filema, Napoli 1996.

• FiscalNote, Epstein Unboxed: AI-Enhanced Database for Investigation Records, 2026.

• Foucault, Michel, Utopie. Eterotopie, a cura di A. Moscati, Cronopio, Napoli 2006.

• Hilberg, Raul, La distruzione degli Ebrei d’Europa, a cura di F. Sessi, trad. it. di G. Guastalla, Einaudi, Torino 2017.

• Mair, Peter, Ruling the Void: The Hollowing of Western Democracy, Verso, London 2013.

• PDF Association, A Case Study in PDF Forensics: The Epstein PDFs, Case Study 2025-2026.

• U.S. Department of Justice, Epstein Library: Investigative Files and Correspondence, rilasciati ai sensi dell’Epstein Files Transparency Act, 2025-2026.

• U.S. Senate Committee on Finance, Staff Memorandum: Analysis of JPMorgan Chase’s Relationship with Jeffrey Epstein, 20 novembre 2025.

Fonte

Come Human Rights Watch ha distrutto la Jugoslavia

Il 25 agosto 2025, questo giornalista ha documentato come gli Accordi di Helsinki del 1975 abbiano trasformato i “diritti umani” in un’arma altamente distruttiva nell’arsenale imperiale occidentale. In prima linea in questo cambiamento c’erano organizzazioni come Amnesty International e Helsinki Watch, precursore di Human Rights Watch. I rapporti apparentemente indipendenti pubblicati da queste organizzazioni sono diventati strumenti devastanti per giustificare sanzioni, campagne di destabilizzazione, colpi di Stato e interventi militari aperti contro presunti violatori dei “diritti” all’estero. Un esempio tangibile dell’utilità di HRW in questo senso è fornito dalla disintegrazione della Jugoslavia.

Nel dicembre 2017, HRW ha pubblicato un saggio autoelogiativo in cui vantava come la sua pubblicazione di “reportage in tempo reale sui crimini di guerra” durante le prime fasi della guerra civile bosniaca nel 1992 e l’attività di lobbying indipendente dell’organizzazione per un meccanismo legale “per punire i leader militari e politici responsabili delle atrocità” commesse nel conflitto, abbiano contribuito alla creazione del Tribunale Penale Internazionale per l’ex Jugoslavia (TPIJ). I documenti conservati dalla Columbia University “rivelano il ruolo fondamentale di HRW” nella fondazione del TPIJ nel maggio 1993.

Questi file descrivono inoltre in dettaglio la “cooperazione di HRW in varie indagini penali” contro ex funzionari jugoslavi da parte del TPIJ, “attraverso lo scambio reciproco di informazioni”. L’organizzazione è desiderosa di promuovere i suoi stretti legami storici con il Tribunale e il modo in cui il lavoro del TPIJ ha stimolato la creazione della Corte penale internazionale. Tuttavia, in questi resoconti agiografici manca qualsiasi riferimento al contributo fondamentale di HRW nel creare il consenso pubblico e politico per la dissoluzione della Jugoslavia, che ha prodotto proprio quelle atrocità che l’organizzazione ha contribuito a documentare e perseguire.

Nel novembre 1990, Jeri Laber, membro fondatore di HRW, scrisse per il New York Times un editoriale dal titolo tendenzioso: “Perché mantenere la Jugoslavia come un unico Paese?”. Ispirata da un recente viaggio in Kosovo, Laber descriveva come l’esperienza sul campo del suo team nella provincia serba avesse portato HRW a nutrire “seri dubbi sul fatto che il governo degli Stati Uniti dovesse continuare a sostenere l’unità nazionale della Jugoslavia”. Al contrario, proponeva di facilitare attivamente la distruzione del Paese e delineava una roadmap precisa con cui Washington avrebbe potuto raggiungere questo obiettivo.

In particolare, offrendo aiuti finanziari esclusivamente alle repubbliche costituenti della Jugoslavia, “per aiutarle in una transizione pacifica verso la democrazia”, mentre si escludevano le autorità federali ‘deboli’ da qualsiasi “sostegno economico”. Concludeva con forza: “Non esiste alcuna legge morale che ci obblighi a onorare l’unità nazionale della Jugoslavia”. Per coincidenza, pochi giorni prima, i legislatori statunitensi avevano iniziato a votare il Foreign Operations Appropriations Act, che codificava le prescrizioni di Laber come politica ufficiale del governo.

In base al provvedimento legislativo, Washington non avrebbe fornito alcuna “assistenza diretta” al governo federale jugoslavo. Inoltre, gli aiuti finanziari sarebbero stati sospesi alle repubbliche costituenti del Paese a meno che tutte non avessero indetto elezioni sotto la supervisione del Dipartimento di Stato americano entro sei mesi. In un colpo solo, l’autorità centrale di Belgrado fu neutralizzata e furono gettati i semi di aspre e sanguinose guerre di indipendenza in tutta la federazione multietnica e multiconfessionale. È scioccante che Human Rights Watch fosse ben consapevole che questa era una conseguenza “inevitabile” della fine dell’“unità nazionale” jugoslava. 

“Esperimento multinazionale”

Nel gennaio 1991, HRW pubblicò un’indagine intitolata Human Rights in a Dissolving Yugoslavia (I diritti umani in una Jugoslavia in dissoluzione). Laber era l’autrice principale e le sue conclusioni si basavano in gran parte sulla sua visita in Kosovo dell’anno precedente. Il rapporto sosteneva che la provincia serba fosse teatro di “una delle più gravi violazioni dei diritti umani nell’Europa odierna”, a causa del massiccio dispiegamento dell’esercito jugoslavo. Di conseguenza, il Kosovo era pieno di soldati e posti di blocco. Numerosi anonimi albanesi del posto raccontarono a HRW storie raccapriccianti di atrocità, presumibilmente commesse dalle forze militari e di sicurezza contro i civili.

Il rapporto riconosceva brevemente che i serbi e le altre minoranze etniche e religiose del Kosovo avevano precedentemente “subito abusi” da parte di elementi della popolazione albanese della provincia e dei governi locali “composti prevalentemente da albanesi”. Rilevava inoltre che precedenti missioni di HRW in Kosovo avevano concluso che la missione dell’esercito jugoslavo era quella di “proteggere la minoranza serba”. Tuttavia, il rapporto affermava che ora non c’era “alcuna giustificazione” per la presenza dell’esercito e che il suo vero scopo era quello di “sottomette l’identità etnica albanese” a livello locale per conto del governo serbo.

Dire che i non albanesi “subivano abusi” in Kosovo prima dell’arrivo dell’esercito jugoslavo è un eufemismo. Come riportato dal New York Times nel novembre 1982, negli anni precedenti gli ultranazionalisti albanesi avevano intrapreso una feroce “guerra del terrore” per creare un Kosovo “ripulito da tutti gli slavi”. Solo quell’anno, 20.000 serbi terrorizzati fuggirono dalla provincia. Nel 1987, il quotidiano riportò come questa barbarica crociata si fosse intensificata a tal punto che i funzionari jugoslavi e i cittadini di tutta la federazione temevano lo scoppio di una guerra civile.

“Non c’è dubbio che il Kosovo sia un problema che riguarda l’intero Paese, una polveriera su cui siamo tutti seduti”, avrebbe affermato il leader comunista sloveno Milan Kucan, che tre anni dopo avrebbe guidato l’indipendenza della sua repubblica dalla Jugoslavia. I “funzionari di Belgrado” di ogni etnia e religione consideravano la “sfida” dei secessionisti albanesi del Kosovo come “un pericolo per le fondamenta” dell’“esperimento multinazionale” del Paese. Mettevano in guardia dal rischio di una ‘libanizzazione’ del loro Stato, paragonando la situazione ai “disordini” nell’Irlanda occupata dagli inglesi:
“Mentre gli slavi fuggono dalla violenza prolungata, il Kosovo sta diventando ciò che i nazionalisti albanesi chiedono da anni... una regione albanese ‘etnicamente pura’... La scorsa estate, le autorità [del Kosovo]... hanno documentato 40 attacchi di etnia albanese contro gli slavi in due mesi... Le chiese ortodosse slave sono state attaccate e le bandiere sono state strappate. I pozzi sono stati avvelenati e i raccolti bruciati. Ragazzi slavi sono stati accoltellati e alcuni giovani di etnia albanese sono stati esortati dai loro anziani a violentare ragazze serbe.”
All’inizio dello stesso anno, la Presidenza di Belgrado, composta da nove membri e guidata da Sinan Hasani, egli stesso albanese del Kosovo, condannò formalmente le azioni degli ultranazionalisti nella provincia definendole “controrivoluzionarie”. Nel linguaggio della Jugoslavia socialista, questa era la qualifica più grave che potesse essere attribuita dalla leadership del Paese. Hasani rimase membro della Presidenza nel febbraio 1989, quando i suoi membri dichiararono all’unanimità lo stato di emergenza in Kosovo, portando al dispiegamento dell’esercito.

HRW ha singolarmente omesso di approfondire questo contesto complesso ed essenziale nel suo rapporto. Non è stato inoltre riconosciuto in alcun modo che la situazione in Kosovo per i non albanesi fosse tesa in quel periodo, al punto che i serbi in fuga dalle tensioni etniche in atto in altre parti della Jugoslavia erano stati esplicitamente avvertiti dalle autorità di non cercare rifugio nella provincia. Queste omissioni sono tanto più imperdonabili in quanto la visione distorta di HRW degli eventi in Kosovo era al centro della conclusione del rapporto: gli Stati Uniti avrebbero dovuto sanzionare il governo federale jugoslavo per violazioni dei diritti umani.

Questa conclusione è stata raggiunta nonostante HRW abbia ammesso che era opinione diffusa che un’azione punitiva contro Belgrado avrebbe “inevitabilmente” portato alla disintegrazione della federazione, con la conseguente “pratica garanzia di una violazione dei diritti umani”. L’organizzazione tuttavia “non ha appoggiato questa posizione”, ritenendo che fosse molto più urgente che Washington “esprimesse la propria disapprovazione” nei confronti dei presunti abusi in Kosovo attraverso sanzioni distruttive. Nel frattempo, HRW ha incredibilmente sottolineato di non aver preso “alcuna posizione sul fatto che la Jugoslavia dovesse o meno rimanere unita come paese”. 

“Violenza comunitaria”

Passiamo al dicembre 2002, quando Jeri Laber ha testimoniato come “esperta” durante il processo a Slobodan Milosevic presso il Tribunale Penale Internazionale per l’ex Jugoslavia (TPIJ). Durante il controinterrogatorio da parte dell’ex presidente serbo e jugoslavo incriminato, ha dimostrato una totale ignoranza della cultura, della storia, dei sistemi giuridici e politici della Jugoslavia socialista e di molto altro ancora. Ad esempio, Laber non sapeva che Tito, fondatore e leader di lunga data della federazione, era – come è noto – croato. La sua evidente mancanza di comprensione della realtà locale si rivelò particolarmente problematica quando Milosevic analizzò un rapporto dell’HRW dell’agosto 1991 sulla guerra civile croata.

L’imputazione formulava una serie di affermazioni audaci riguardo a quel conflitto, descrivendo “la rinascita del nazionalismo croato” come causa dello scontro mortale “in reazione a 45 anni di repressione comunista e di egemonia serba”, che ha lasciato i croati ‘amareggiati’ per il fatto che Zagabria fosse, in Jugoslavia, “un vassallo” di Belgrado. HRW ha fortemente suggerito, senza prove, che Milosevic fosse personalmente responsabile di aver fomentato le tensioni e la violenza locali. Non è stato menzionato il sostegno occidentale ai leader croati che veneravano i nazisti e che apertamente sostenevano la totale eliminazione della popolazione serba dalla loro repubblica.

Milosevic chiese a Laber come HRW potesse aver concluso che l’appartenenza della Croazia alla Jugoslavia socialista equivalesse a quasi mezzo secolo di “egemonia serba”, dato che un serbo aveva ricoperto la carica di primo ministro solo una volta nella storia della federazione, per un periodo di quattro anni. Egli mise inoltre in discussione la sua conoscenza del fatto che i tre primi ministri federali di Belgrado dal 1982 al 1992 erano tutti croati, che i croati guidavano e dominavano l’apparato difensivo della Jugoslavia durante il conflitto croato stesso e che “tutte le etnie erano rappresentate in modo proporzionale” nel governo e nell’esercito del paese per legge.

Laber ammise di non essere a conoscenza di nessuna di queste scomode verità, minando fatalmente le affermazioni di ogni rapporto pubblicato da HRW sulla Jugoslavia sotto la sua supervisione, che aveva ispirato la formazione del TPIJ e i relativi procedimenti giudiziari. In difficoltà sul banco dei testimoni, cercò di sostenere che le innumerevoli affermazioni palesemente false contenute nelle varie indagini di HRW sulla Jugoslavia non dovevano essere considerate come risultati indipendenti della sua organizzazione, né in alcun modo radicate nella realtà, ma riflettevano semplicemente ciò che alcune persone del luogo avevano riferito ai ricercatori di HRW:
“Non stavamo dicendo che fosse effettivamente così, stavamo cercando di spiegare gli atteggiamenti che avevamo sentito, ciò che le persone ci avevano detto quando eravamo lì... Non c’era alcuna intenzione o implicazione... questo è ciò che pensavamo. Stavamo solo dicendo che i croati parlavano di molti anni di egemonia serba. Era il modo in cui loro sembravano vederla, non il modo in cui noi la descrivevamo... Stavamo cercando... di spiegare una situazione molto complicata a persone che non vivevano in [Jugoslavia]... nel modo più semplice possibile”.
Queste avvertenze cruciali e auto-annullanti non sono state ovviamente incluse in nessuno dei rapporti di HRW sul crollo della Jugoslavia e sui numerosi conflitti intestini che ne sono derivati, che l’organizzazione ha attivamente incoraggiato e facilitato. Il fatto che le dichiarazioni insensate della Laber abbiano influenzato e giustificato la politica statunitense, nonostante la sua ignoranza dei fatti più elementari sulla Jugoslavia, è una testimonianza inquietante della qualità deplorevole delle “competenze” regolarmente sfruttate nel perseguimento degli obiettivi imperialistici di Washington. Le conseguenze della dissoluzione della federazione erano del tutto prevedibili e, in effetti, erano state previste contemporaneamente dallo studioso Robert Hayden.

In un editoriale del New York Times del dicembre 1990, Hayden – un vero esperto di Jugoslavia – condannò duramente il forte appello di Laber affinché gli Stati Uniti distruggessero la federazione, pubblicato sul quotidiano il mese precedente, definendolo “notevole per la sua mancanza di comprensione”. Egli avvertì giustamente che “coloro che vorrebbero smembrare il Paese sono forti nazionalisti, poco inclini a trattare bene le minoranze all’interno dei propri confini”, sottolineando come gli interventi dell’esercito federale avessero contribuito ad “evitare il conflitto armato” in Croazia nell’agosto dello stesso anno, che avrebbe potuto facilmente estendersi a tutto il Paese.

Confrontando la situazione attuale di Belgrado con quella che aveva preceduto la guerra civile americana, Hayden la definì «davvero bizzarra... gli attivisti per i “diritti umani” sostengono con tanta disinvoltura politiche che rischiano di trasformare la Jugoslavia nel Libano d’Europa». Con una precisione inquietante, avvertì che se l’autorità federale di Belgrado fosse crollata, «le repubbliche avrebbero quasi certamente combattuto l’una contro l’altra a causa delle numerose minoranze etniche sparse in tutto il Paese». Le sue terribili premonizioni risuonano oggi come una maledizione profetica tristemente avverata:
“Nella migliore delle ipotesi, potremmo aspettarci una repressione severa, forse espulsioni di massa, la separazione di città e famiglie miste, seguite da ostilità permanente e... violenza comunitaria tale da far sembrare assolutamente civili le attuali violazioni dei diritti umani in Kosovo... Le nazioni della Jugoslavia, nonostante le loro ostilità, sono strettamente legate tra loro. Questi legami non possono essere spezzati, almeno non senza atrocità. I difensori dei “diritti umani” dovrebbero quindi prendere in considerazione politiche che portino queste nazioni a deporre le armi, piuttosto che politiche che inducono al fratricidio”.
Fonte

Il Venezuela un mese dopo la deportazione del Presidente Maduro

Roma, pioggia fitta. I sanpietrini davanti alla redazione di Mediafighter riflettono le luci come una pellicola consumata. Il professore arriva con passo svelto, l’impermeabile segnato da gocce minute, lo sguardo già altrove: in quei luoghi dove la geopolitica non è un gioco di mappe, ma il respiro o l’affanno di un popolo. Ci sediamo. Il registratore si accende. Fuori, la città rumoreggia piano; dentro, le parole cercano una forma che non sia propaganda né lamento, ma giudizio a un mese dal rapimento manu militari di Maduro in Venezuela.

Professore, partiamo da un mese che non somiglia agli altri: gennaio 2026. L’operazione che ha violato la sovranità venezuelana, la deportazione del presidente Maduro e della consorte, più di cento vittime. Lei che nome darebbe a quel mese?

Lo chiamerei un mese-soglia. Ci sono mesi che passano e mesi che restano come cicatrici nella storia. Gennaio 2026 è una cicatrice perché segna l’idea – terribile nella sua semplicità – che un capo di Stato possa essere “prelevato” come un pacco. Non è soltanto un fatto politico: è una pedagogia del dominio. Dice al mondo: la forza vale più del diritto. E quando la forza diventa grammatica, il resto è subordinato: i corpi, le istituzioni, perfino la verità.

Molti, qui da noi, hanno ascoltato le parole-chiave: “antidroga”, “criminalità”, “cartello”. È la cornice che giustifica?

È la cornice che rende digeribile l’indigeribile. Si prende un Paese e lo si riduce a un’etichetta. È un meccanismo antico: prima si costruisce il mostro, poi si invoca la necessità. La cosa più inquietante è che queste narrazioni cambiano con facilità, come accadde per le “armi di distruzione di massa” in Iraq: prima assolute, poi evaporate. E intanto resta il danno, restano i morti, resta la destabilizzazione. La storia, quando non è studiata, torna sempre come inganno.

Il suo sguardo torna sempre alla parola sovranità. Perché, oggi, è così scomoda?

Perché la sovranità è la parola che impedisce l’arbitrio. È un limite. E l’epoca che stiamo vivendo è un’epoca che detesta i limiti. Si può discutere di Maduro, del socialismo, della rivoluzione bolivariana: questo fa parte del pluralismo. Ma se si accetta che l’autodeterminazione di un popolo sia revocabile dall’esterno, allora nessuno è al sicuro. Oggi tocca al Venezuela, domani a chiunque osi essere “diverso” dai canoni del profitto e delle alleanze.

Lei dice: “si può essere d’accordo o no”, ma “va rispettato il popolo”. In concreto: qual è la priorità?

La priorità è semplice, anche se sembra scandalosa: lasciare il Venezuela in pace. Significa cessare la guerra economica, finanziaria, commerciale; smettere di rendere un’intera popolazione ostaggio di sanzioni e ricatti. E significa riportare la politica a ciò che deve essere: confronto interno, decisione nazionale, diritto internazionale. Chi ama la democrazia dovrebbe partire da qui: dalla regola che vale per tutti.

Lei ha insistito sul tema della “menzogna” che domina il mondo. Non è una parola troppo forte?

È una parola necessaria. Perché viviamo in un mondo dove la verità è spesso un dispositivo: si accende, si spegne, si modella. Sul Venezuela è accaduto per anni: si ripete “non si vota”, “non ci sono elezioni libere”, “è una dittatura”, come se fosse un ritornello inevitabile. Poi, quando arrivano osservatori o si verificano passaggi istituzionali, la complessità sparisce. Resta l’etichetta. La menzogna, oggi, è utile al profitto: mantiene lo scontro Nord-Sud e giustifica nuove forme di strozzinaggio.

E infatti lei chiama in causa Fondo Monetario, Banca Mondiale, grandi organismi. È ancora un tema attuale?

È il tema. Il capitalismo contemporaneo non si regge solo sulle fabbriche: si regge su debito, condizionalità, privatizzazioni imposte, discipline di bilancio che diventano disciplina sociale. Lo strozzinaggio non è un insulto, è una descrizione. E quando un Paese prova a sottrarsi – redistribuendo ricchezza, investendo nel sociale, costruendo un’alternativa – viene punito: isolamento, sanzioni, delegittimazione. È un manuale, non un incidente.

Lei cita spesso i risultati sociali: case popolari, occupazione, redistribuzione. Alcuni dicono: propaganda.

La propaganda la fa chi cancella i dati e la realtà concreta. Io ho visto – e non da turista – quartieri popolari costruiti, servizi attivati, politiche sociali che hanno dato dignità a chi era escluso. Non parlo di paradiso: il paradiso in terra non esiste. Ma parlo di un criterio: misurare l’economia dal basso, da ciò che cambia nella vita delle persone. Se un modello redistributivo ha difetti, lo si corregge; non lo si bombarda, non lo si strangola.

Eppure resta il nodo strutturale: dipendenza dal petrolio. Come se ne esce?

Con la diversificazione produttiva: industria, agricoltura, cooperazione, imprese pubbliche e private, ricerca, infrastrutture. Ridurre l’importazione e rafforzare lo “scheletro” produttivo. Ma è una scommessa dura, soprattutto se dall’esterno ti impediscono di respirare. È come chiedere a un atleta di correre con un peso al collo e poi dire che è un incapace. Prima si rimuove il peso: sanzioni e sabotaggio.

Nel suo discorso torna spesso una geografia più ampia: Brasile, India, Sudafrica, Turchia, Vietnam.... Che cosa cambia?

Cambia che il mondo non è più un monologo. C’è un multipolarismo in costruzione: potenze regionali, Paesi che vogliono dire la loro, soprattutto nel Sud globale e in Africa. Questo non è automaticamente “buono”, ma apre spazi: cooperazione, alternative, nuove rotte. Il problema è che le potenze dominanti reagiscono spesso con l’istinto del controllo. E quando non controllano, puniscono.

Lei ha pronunciato parole forti: “mi accusano di essere fiancheggiatore del terrorismo perché sono amico di Maduro”. Come vive questa criminalizzazione?

La vivo come un segno dei tempi. Quando mancano argomenti, si passa alle etichette: estremista, fiancheggiatore, terrorista. Ma io rivendico una cosa: la coerenza. Stare dalla parte dei popoli che rivendicano autodeterminazione non è estremismo; è una scelta politica e umana. Estremismo è normalizzare la guerra economica quotidiana, la militarizzazione, il sangue come strumento di governo.

Che cosa direbbe a un lettore che non ha simpatia per Maduro e che però è turbato da ciò che è accaduto?

Gli direi: non ti chiedo simpatia, ti chiedo principio. Se accetti che una potenza possa violare uno Stato e deportare un presidente, allora stai accettando che il diritto sia una decorazione. O quel principio vale sempre, oppure non vale mai. La democrazia, se è vera, comincia quando difendi anche il diritto di chi non ti piace.

Ultima domanda. In questa pioggia romana che sembra lavare e non pulire, che parola resta dopo gennaio 2026?

Resta una parola semplice e difficile: pace. Non come poesia, ma come pratica politica. Pace significa giustizia sociale, rispetto dei popoli, fine dello strozzinaggio, cooperazione. Pace significa interrompere l’idea che la violenza sia una scorciatoia legittima. Se vogliamo un futuro più equilibrato, più giusto, di uomini liberi, dobbiamo scegliere: o il mondo governato dalla paura e dal profitto, o il mondo costruito sulla dignità. Io non ho dubbi da che parte stare.

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Paura per la Terza Guerra Mondiale e pochi consensi alla corsa al riarmo

Sono assai interessanti e rivelatori i risultati di un sondaggio condotto da Politico negli Stati Uniti, in Francia, Germania, Gran Bretagna e Canada su un campione di 10.289 persone e presentato alla vigilia della Conferenza sulla Sicurezza di Monaco.

Secondo il sondaggio, il 46% degli statunitensi e il 43% dei britannici credono che la Terza guerra mondiale scoppierà entro cinque anni, ovvero entro il 2031. In Francia e Canada la maggioranza considera tale ipotesi probabile. In Germania – nonostante le previsioni dei suoi servizi di intelligence che anticipano di molto questo scenario – prevale ancora lo scetticismo.

Nei cinque paesi la Russia viene vista come la principale minaccia alla pace in Europa, ma il dato nuovo è un altro: la seconda minaccia più citata sono gli Stati Uniti, almeno in paesi come Francia, Germania e Gran Bretagna. È una minaccia percepita come superiore a quella della Cina. Ma il sorpasso vero e proprio avviene in Canada, dove gli Stati Uniti sono ritenuti la prima fonte di pericolo per la sicurezza nazionale, il che ha una sua ragione d’essere, viste le esplicite minacce di Trump verso il paese vicino.

Il Munich Security Report 2026, pubblicato in occasione della Conferenza di Monaco – di cui nei giorni scorsi abbiamo già reso una sintesi su Contropiano – ha definito l’approccio dell’amministrazione Trump come wrecking-ball politics ovvero politiche demolitrici. Per gli analisti che hanno curato il rapporto – tanto da titolarlo under destruction – l’ordine internazionale costruito dagli Stati Uniti nel dopoguerra è ormai “sotto demolizione”.

Eppure, di fronte a questa percezione di pericolo crescente, l’opinione pubblica europea non concorda affatto con la crescente corsa al riarmo. Ed è qui che si presenta la contraddizione con cui i decisori europei dovranno fare i conti anche in questa 62a conferenza di Monaco.

Infatti, se la maggioranza dei cittadini in Francia, Germania, Regno Unito e Canada da una parte non esclude a priori l’aumento della spesa per la difesa, dall’altra – quando capisce che questo significherà tagli ai servizi sociali, più debito pubblico, aumento delle tasse per “i crediti di guerra” – il consenso alle ambizioni militariste crolla verticalmente. Ad esempio in Francia si passa dal 40% al 28%, in Germania dal 37% al 24%.

Nel sondaggio di Politico l’Italia non era prevista, ma non abbiamo dubbi che anche nel nostro paese l’aumento delle spese militari non goda affatto di grandi consensi. È una contraddizione che ci ricorda molto da vicino i risultati della nostra inchiesta condotta tra le lavoratrici e i lavoratori italiani a cavallo del Duemila, quando ad una sorta di plebiscito a favore dell’integrazione europea corrispondeva poi una netta contrarietà alle conseguenze del Trattato di Maastricht (vedi i risultati nel libro “La coscienza di Cipputi”).

Nei giorni scorsi, il Commissario europeo alla Difesa Andrius Kubilius, ha affermato che “Dobbiamo essere pronti a sostituire gli strumenti strategici americani con i nostri europei. Questa dovrebbe essere la nostra priorità strategica, un primo passo verso la nostra indipendenza”.

Ma l’autonomia strategica da Washington appare piuttosto dispendiosa sia in termini di tempi che di costi. Secondo il noto think thank International Institute for Strategic Studies, il costo potrebbe raggiungere addirittura 1 trilione di dollari (un miliardo di miliardi per intendersi, ndr). “Non solo gli alleati europei dovrebbero sostituire le principali piattaforme militari e il personale statunitense, ma anche affrontare carenze nelle risorse di intelligence, sorveglianza e ricognizione spaziale e di tutti i domini, oltre a sostituire i contributi statunitensi agli accordi di comando e controllo della NATO” scrive l’IISS.

L’Unione Europea è ben consapevole di questa contraddizione. Negli anni più recenti, in materia di spese militari e apparati di difesa, ha adottato strumenti come la Bussola Strategica e il piano Readiness 2030, e occorre ammettere che non parte proprio da zero. “In molti ambiti, l’UE ha già buone alternative” ha dichiarato Camille Grand, lobbista della Società Europea per la Difesa Aerospaziale, Sicurezza e Industrie della Difesa. “Penso che nel 98 percento dei casi ci sia una soluzione europea”. Non ha tutti i torti, visto che negli anni, e spesso sotto traccia, anche in Europa è venuto crescendo un complesso militare-industriale.

Le attuali classi dirigenti europee sanno che su questo terreno però possono contare solo sugli azionisti delle industrie militari, un po' di giornalisti embedded e, appunto, dei lobbisti ma non dell’opinione pubblica. A tale scopo stanno aumentando il martellamento propagandistico sulla guerra possibile e l’urgenza del riarmo, e contestualmente continuano ad operare un crescente giro di vite autoritario per zittire o perseguire ogni dissenso, nelle piazze come nei mass media.

La persistenza e la consistenza della quota di popolazione contraria nonostante tutto al riarmo e al militarismo, rappresenta una base sociale per opporsi a questo piano inclinato verso la guerra. Ma proprio perchè ormai se ne fregano del consenso popolare, le attuali classi dirigenti tendono a somigliare sempre più a odiose “classi dominanti”, quelle che per avventurismo hanno sempre sempre trascinato i popoli nell’abisso. Per capirci, questi sono quelli che già oggi hanno inteso “normalizzare” un genocidio come quello a Gaza o i festini sull’isola privata di Epstein.

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