“Oggi, venerdì 8 maggio, la nostra flotta partirà dalla Grecia alla volta della Turchia, dove oltre 30 imbarcazioni si uniranno alle altre in attesa per riunirsi all’Assemblea Internazionale di Marmaris, dove approfondiremo la nostra strategia politica e definiremo le prossime fasi della nostra missione”. La Global Sumud Flottilla ha fatto sapere con questa nota che la missione prosegue nonostante l’atto di pirateria israeliano subito la scorsa settimana nelle acque internazionali.
Il 9 Maggio più di 30 barche arriveranno in Turchia dove si uniranno a circa una dozzina di nuove imbarcazioni.
Gaza non è solo tragedia, è resistenza, è dignità, è sumud. E questo concetto lo conosciamo bene.
La Flotilla riparte e si sta riorganizzando per incontrare in Turchia le imbarcazioni in attesa e dopo l’assemblea internazionale del 10 maggio verrà comunicato quale sarà il proseguimento della missione.
Il 12 maggio è prevista una conferenza stampa a Marmaris, sul territorio turco, per presentare la prossima fase della missione e del movimento, annunciando gli impegni della società civile e dei partner politici per salvaguardare le future missioni e la solidarietà con la Palestina in tutto il Mondo.
“Presenteremo i piani per ritenere il regime israeliano responsabile dei suoi atti di pirateria, dei rapimenti in acque internazionali e degli abusi perpetrati nelle acque europee” dichiara la Flottilla che torna a chiedere l’immediata liberazione di Saif e Thiago ancora detenuti nelle carceri israeliane.
Thiago Ávila e Saif Abu Keshek sono in sciopero della fame da quasi una settimana.
Saif ha smesso anche di bere acqua. Sono detenuti in isolamento, dopo essere stati sequestrati in acque internazionali durante una missione umanitaria diretta a Gaza.
Contro di loro le autorità israeliane stanno utilizzando il perverso meccanismo della detenzione amministrativa che viene arbitrariamente rinnovata senza processo e senza una data. È un sistema brutalmente coloniale applicato sistematicamente contro i palestinesi.
Ma mentre i loro nomi riescono ancora ad attraversare i confini e arrivare sui giornali, oltre 9.500 prigionieri palestinesi vivono ogni giorno condizioni peggiori – lontano dagli occhi del mondo.
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Presentazione
Analisi, opinioni, fatti e (più di rado) arte da una prospettiva di classe.
09/05/2026
08/05/2026
Gli Usa sparano e tirano indietro la mano
“Ti sparo, ma il cessate il fuoco prosegue”. Lo stile israeliano sembra essere stato assunto dagli Stati Uniti, che stanotte hanno condotto una serie di attacchi contro postazioni iraniane mentre ufficialmente Washington stava attendendo una risposta di Tehran alla propria proposta di “memorandum” per riprendere le trattative.
Le agenzie di stampa iraniane hanno riferito inizialmente che “l’aggressivo e terroristico esercito statunitense ha violato il cessate il fuoco e ha preso di mira una petroliera iraniana che si stava spostando dalle acque costiere iraniane nella regione di Jask verso lo Stretto di Hormuz”.
Subito dopo un’altra nave è stata presa di mira mentre entrava nello Stretto di Hormuz, di fronte al porto emiratino di Fujairah.
Ma gli attacchi non si sono limitati a prendere di mira due navi che “cercavano di forzare il blocco imposto dagli Stati Uniti”, secondo le versioni Usa, perché hanno investito obbiettivi in diverse aree del paese. Le aree civili lungo le coste di Bandar Khamir, Sirik e dell’isola di Qeshm sono state oggetto di attacchi aerei americani.
Contemporaneamente le batterie di difesa aerea a ovest di Teheran sono state attivate per contrastare l’arrivo di alcuni piccoli droni, e si erano uditi i colpi della difesa aerea intorno alla capitale.
In risposta, le forze armate della Repubblica islamica hanno immediatamente attaccato tre navi da guerra statunitensi a est dello Stretto di Hormuz e a sud del porto di Chabahar.
La risposta è stata confermata dal Comando centrale Usa, riconoscendo che l’Iran “ha lanciato missili, droni e piccole imbarcazioni mentre i cacciatorpediniere statunitensi transitavano nella via navigabile”.
Subito dopo la precisazione “all’israeliana”: “Ribadiamo che non cerchiamo un’escalation, ma restiamo in uno stato di prontezza e preparazione per proteggere le forze americane”. Gli attacchi “non significano la fine del cessate il fuoco con l’Iran”.
Anche Trump cominciava a distribuire tweet nel suo stile sbrasone, senza aggiungere altro che enfasi, ma confermando che “il cessate il fuoco resta in vigore”.
Non troppo stranamente, nelle stesse ore alcune fonti dell’amministrazione hanno riferito a Reuters che gli Stati Uniti e l’Iran sono vicini a raggiungere un accordo limitato e temporaneo per porre fine alla guerra tra i due Paesi, attraverso una bozza di accordo quadro volta a fermare i combattimenti, mentre le questioni più controverse (nucleare, ecc.) restano irrisolte.
Di fatto, insomma, gli attacchi statunitensi – indubitabilmente una violazione non provocata della tregua – costituirebbero nelle intenzioni dell’amministrazione Trump una nuova forma di pressione per produrre una risposta positiva a quel memorandum che, evidentemente, non deve essere troppo convincente.
Si deve sottolineare qui una differenza forte con lo stile israeliano, che pratica la stessa violazione degli accordi per conquistare terreno. Mentre gli Usa “si accontentano” di mostrarsi dominanti per arrivare al tavolo delle trattative con una posizione un po’ più forte.
Il gioco, come sempre, è rischioso, perché può produrre l’effetto esattamente opposto, radicalizzando le posizioni e spingendo a risposte militari più dure e potenzialmente incontrollabili (la guerra o la pace si fanno in due...).
Il tutto è stato immediatamente colto nel suo vero significato dai “mercati”, con le piazze asiatiche che sono tornate negative e quelle europee subito in scia, all’apertura delle contrattazioni. Meno mosso il prezzo del petrolio, comunque in rialzo, mentre già cominciano ad essere cancellati voli in Europa a causa della scarsità – o del prezzo eccessivo – del carburante aeronautico.
L’amministrazione Usa appare sempre aggrovigliata in una serie di problemi e difficoltà che ha creato con le proprie mani. Ogni mossa, in qualsiasi senso, provoca danni e peggiora la situazione.
Nessuno degli obbiettivi dichiarati per la guerra – tutti temporanei, ballerini, buttati lì tanto per giustificarla – è stato raggiunto. L’unico “spendibile”, secondo diversi media, sarebbe la distruzione della marina militare di Teheran, che già prima non risultava particolarmente attrezzata.
Un rapporto della Cia rivela che le capacità missilistiche iraniane sono rimaste pressoché intatte, a parte il “consumo” nei giorni di guerra, e che la maggior parte delle piattaforme di lancio e dei missili non sono stati distrutti.
La spiegazione, dicono i funzionari dell’intelligence, è che “Israele e gli Stati Uniti hanno adottato una strategia di chiusura, concentrando gli attacchi sugli accessi alle strutture sotterranee”. Questa “era una soluzione efficace in tempo reale per impedire all’Iran di portare i missili fuori dai propri ricoveri per il lancio, ma i missili stessi sono rimasti illesi all’interno dei rifugi fortificati”. Con la tregua, ovviamente, gli iraniani “stanno lavorando per superare i blocchi e rimettere in servizio le piattaforme di lancio”.
Quanto all’efficacia del blocco Usa sul piano economico, l’Iran “sarà in grado di resistere al blocco navale americano nello Stretto di Hormuz e nel Golfo dell’Oman per almeno tre o quattro mesi, e forse anche più a lungo, prima di trovarsi ad affrontare difficoltà tali da minare la stabilità del regime”.
In pratica, l'aggressione statunitense-sionista potrebbe risultare efficace sul lungo periodo. Ma così lungo che l’intera economia mondiale si troverebbe quasi nelle stesse condizioni, tra prezzi dell’energia oltre l’immaginabile e la contrazione della produzione.
In effetti gli Usa cominciano a somigliare a King Kong preso nelle reti. Urla, mena fendenti, si agita... ma nella rete resta. Ovviamente serve cautela nel trattarlo, perché sempre un King Kong è...
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Le agenzie di stampa iraniane hanno riferito inizialmente che “l’aggressivo e terroristico esercito statunitense ha violato il cessate il fuoco e ha preso di mira una petroliera iraniana che si stava spostando dalle acque costiere iraniane nella regione di Jask verso lo Stretto di Hormuz”.
Subito dopo un’altra nave è stata presa di mira mentre entrava nello Stretto di Hormuz, di fronte al porto emiratino di Fujairah.
Ma gli attacchi non si sono limitati a prendere di mira due navi che “cercavano di forzare il blocco imposto dagli Stati Uniti”, secondo le versioni Usa, perché hanno investito obbiettivi in diverse aree del paese. Le aree civili lungo le coste di Bandar Khamir, Sirik e dell’isola di Qeshm sono state oggetto di attacchi aerei americani.
Contemporaneamente le batterie di difesa aerea a ovest di Teheran sono state attivate per contrastare l’arrivo di alcuni piccoli droni, e si erano uditi i colpi della difesa aerea intorno alla capitale.
In risposta, le forze armate della Repubblica islamica hanno immediatamente attaccato tre navi da guerra statunitensi a est dello Stretto di Hormuz e a sud del porto di Chabahar.
La risposta è stata confermata dal Comando centrale Usa, riconoscendo che l’Iran “ha lanciato missili, droni e piccole imbarcazioni mentre i cacciatorpediniere statunitensi transitavano nella via navigabile”.
Subito dopo la precisazione “all’israeliana”: “Ribadiamo che non cerchiamo un’escalation, ma restiamo in uno stato di prontezza e preparazione per proteggere le forze americane”. Gli attacchi “non significano la fine del cessate il fuoco con l’Iran”.
Anche Trump cominciava a distribuire tweet nel suo stile sbrasone, senza aggiungere altro che enfasi, ma confermando che “il cessate il fuoco resta in vigore”.
Non troppo stranamente, nelle stesse ore alcune fonti dell’amministrazione hanno riferito a Reuters che gli Stati Uniti e l’Iran sono vicini a raggiungere un accordo limitato e temporaneo per porre fine alla guerra tra i due Paesi, attraverso una bozza di accordo quadro volta a fermare i combattimenti, mentre le questioni più controverse (nucleare, ecc.) restano irrisolte.
Di fatto, insomma, gli attacchi statunitensi – indubitabilmente una violazione non provocata della tregua – costituirebbero nelle intenzioni dell’amministrazione Trump una nuova forma di pressione per produrre una risposta positiva a quel memorandum che, evidentemente, non deve essere troppo convincente.
Si deve sottolineare qui una differenza forte con lo stile israeliano, che pratica la stessa violazione degli accordi per conquistare terreno. Mentre gli Usa “si accontentano” di mostrarsi dominanti per arrivare al tavolo delle trattative con una posizione un po’ più forte.
Il gioco, come sempre, è rischioso, perché può produrre l’effetto esattamente opposto, radicalizzando le posizioni e spingendo a risposte militari più dure e potenzialmente incontrollabili (la guerra o la pace si fanno in due...).
Il tutto è stato immediatamente colto nel suo vero significato dai “mercati”, con le piazze asiatiche che sono tornate negative e quelle europee subito in scia, all’apertura delle contrattazioni. Meno mosso il prezzo del petrolio, comunque in rialzo, mentre già cominciano ad essere cancellati voli in Europa a causa della scarsità – o del prezzo eccessivo – del carburante aeronautico.
L’amministrazione Usa appare sempre aggrovigliata in una serie di problemi e difficoltà che ha creato con le proprie mani. Ogni mossa, in qualsiasi senso, provoca danni e peggiora la situazione.
Nessuno degli obbiettivi dichiarati per la guerra – tutti temporanei, ballerini, buttati lì tanto per giustificarla – è stato raggiunto. L’unico “spendibile”, secondo diversi media, sarebbe la distruzione della marina militare di Teheran, che già prima non risultava particolarmente attrezzata.
Un rapporto della Cia rivela che le capacità missilistiche iraniane sono rimaste pressoché intatte, a parte il “consumo” nei giorni di guerra, e che la maggior parte delle piattaforme di lancio e dei missili non sono stati distrutti.
La spiegazione, dicono i funzionari dell’intelligence, è che “Israele e gli Stati Uniti hanno adottato una strategia di chiusura, concentrando gli attacchi sugli accessi alle strutture sotterranee”. Questa “era una soluzione efficace in tempo reale per impedire all’Iran di portare i missili fuori dai propri ricoveri per il lancio, ma i missili stessi sono rimasti illesi all’interno dei rifugi fortificati”. Con la tregua, ovviamente, gli iraniani “stanno lavorando per superare i blocchi e rimettere in servizio le piattaforme di lancio”.
Quanto all’efficacia del blocco Usa sul piano economico, l’Iran “sarà in grado di resistere al blocco navale americano nello Stretto di Hormuz e nel Golfo dell’Oman per almeno tre o quattro mesi, e forse anche più a lungo, prima di trovarsi ad affrontare difficoltà tali da minare la stabilità del regime”.
In pratica, l'aggressione statunitense-sionista potrebbe risultare efficace sul lungo periodo. Ma così lungo che l’intera economia mondiale si troverebbe quasi nelle stesse condizioni, tra prezzi dell’energia oltre l’immaginabile e la contrazione della produzione.
In effetti gli Usa cominciano a somigliare a King Kong preso nelle reti. Urla, mena fendenti, si agita... ma nella rete resta. Ovviamente serve cautela nel trattarlo, perché sempre un King Kong è...
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Sette storie per non dormire: Telecom Italia
In una serie di articoli dedicata alla distruzione delle imprese italiane non poteva mancare una trattazione dedicata a Telecom Italia, una grande azienda che nell’ultimo trentennio è stata resa oggetto di ripetuti assalti, che l’hanno ridotta al fantasma di se stessa.
Telecom Italia era stata costituita nel 1994, fondendo le diverse aziende dell'IRI attive nella telefonia. All’epoca si era ormai insediata ai vertici del sistema partitico una nuova classe dirigente, allineata ai voleri dei più forti rappresentanti del potere economico, nazionale e anche straniero, ragion per cui questa operazione non ebbe quale fine il potenziamento dell’iniziativa pubblica in quell’ambito, bensì la cessione in blocco a privati delle attività ad esso afferenti. Infatti Telecom risultava un pezzo particolarmente pregiato delle partecipazioni statali, in quanto suscettibile di garantire ai suoi possessori dei profitti elevati: ciò perché nelle telecomunicazioni la concorrenza stava appena sviluppandosi (al momento della sua cessione, Telecom Italia era addirittura ancora l'unico operatore di rete fissa) e l'innovazione tecnologica stava facendo sorgere una nuova gamma di servizi (internet e la telefonia mobile).
Nel 1997 furono dunque poste sul mercato le azioni di Telecom Italia, perseguendo per un verso un’elevata polverizzazione del capitale (nell’intento dichiarato di privilegiare l'azionariato diffuso), ma per l’altro anche la formazione di un nucleo stabile di investitori, cui affidare una quota rilevante dello stesso. Agendo in tal modo, si consentì a una cordata appositamente costituitasi – comprendente l'IFIL (la finanziaria della famiglia Agnelli) e vari istituti bancari e assicurativi – di assumere il sostanziale controllo della società sottoscrivendo appena il 6,6 per cento delle azioni, con un esborso pari a 3.950 miliardi di lire. Tale cordata, peraltro, aveva a sua volta una composizione così frammentata che all'IFIL bastò un peso al suo interno del 10 per cento per assumervi un ruolo dominante; sicché la privatizzazione, in ultima analisi, ebbe l'effetto di consegnare il controllo della compagnia telefonica agli Agnelli a fronte dell'acquisto da parte loro di appena lo 0,66 per cento dei titoli della stessa. I nuovi proprietari, in verità, non mantennero a lungo la posizione di forza così agevolmente conquistata; ma solo perché nel 1999 la Olivetti promosse un'offerta pubblica di acquisto (OPA) cui arrise il successo, in ragione del prezzo assai elevato offerto per ciascuna azione.
La privatizzazione, pertanto, si rivelò comunque un eccellente affare per gli investitori che vi presero parte, in quanto essi poterono rivendere le proprie partecipazioni a un prezzo sensibilmente maggiorato: se si considera che la società scalatrice, per impossessarsi del 51 per cento delle azioni, versò ben 61.000 miliardi, si desume difatti che essa attribuì a Telecom un valore doppio rispetto a quello che la compagnia aveva avuto nel momento in cui tali investitori s'erano inseriti nel suo capitale. Per lo Stato, invece, la privatizzazione costituì un'operazione del tutto controproducente: esso ricavò meno di 23.000 miliardi dalla cessione di un'azienda che nello stesso 1997 generò più di 14.000 miliardi fra utili e ammortamenti.
Non meno fortunati dei primi acquirenti, peraltro, furono i successivi scalatori della società (Colaninno e Gnutti, divenuti poco tempo prima i principali azionisti della Olivetti): questi difatti la pagarono sì a prezzo di mercato, ma solo in parte con mezzi propri, in quanto la somma necessaria per la scalata fu da loro reperita vendendo le aziende telefoniche – Omnitel e Infostrada – di cui la Olivetti era già proprietaria (per la cui creazione essa doveva tutto allo Stato, che aveva aperto il settore ai privati e le aveva consentito, come spiegato nel nostro precedente articolo, l'utilizzo della rete telefonica delle FS), nonché facendo emettere alla società scalatrice nuove azioni e indebitandola nei confronti delle banche. Vero è che l'indebitamento accumulato risultò poi tanto elevato da non poter essere rapidamente ridimensionato (malgrado si fosse provveduto a vendere alcune importanti società che Telecom controllava), rendendo così malsicure le sorti della compagnia e inducendo di conseguenza i suoi nuovi proprietari, a due anni dall’OPA, a ritirarsi a propria volta, cedendo la quota della Olivetti in loro possesso; ma anche tale ulteriore passaggio di proprietà avvenne a un prezzo elevato (furono pagati 4,175 euro per azione, a fronte di una loro quotazione in borsa pari a 2,25), sicché anche per essi l'avventura in Telecom risultò altamente proficua.
Nel ripercorrere questa vicenda, non va poi trascurato che nel 1999 le azioni Telecom sarebbero potute diventare ancora più care, se il governo non avesse boicottato il piano escogitato dai dirigenti della compagnia per ostacolare la scalata. Questi avevano progettato di fondere Telecom con TIM (la sua controllata attiva nella telefonia mobile), la cui quotazione di borsa era in ascesa, nell'intento di far lievitare quella della stessa Telecom e rendere così l'OPA troppo costosa per le finanze dei suoi nuovi pretendenti. La fusione, però, doveva essere decisa da un'assemblea degli azionisti cui avessero partecipato i detentori di almeno il 30 per cento del capitale; e nell'assemblea che venne convocata tale quota non fu raggiunta. Determinante per questo fallimento fu l'assenza degli azionisti pubblici all’epoca ancora presenti (il Tesoro, il fondo pensioni della Banca d'Italia e altri investitori istituzionali). Dunque la Olivetti pagò sì, in termini assoluti, un prezzo assai elevato per la conquista di Telecom, ma nella sua impresa fu comunque assai agevolata dal governo.
Anche i terzi compratori (Pirelli, Benetton, i gruppi bancari Unicredit e Banca Intesa), pur avendo acquistato la Olivetti a caro prezzo e avendone ereditato il carico di debiti, trassero grandi benefici dal possesso di Telecom, estraendone risorse finché ne ebbero la possibilità e riuscendo poi a liberarsene quando la sua salute finanziaria si fece precaria. Essi difatti presero delle decisioni suscettibili alla lunga di procurare ulteriore danno all'azienda, ma che nell'immediato valsero a gonfiarne gli utili e a scaricare su di essa gli impegni finanziari dei suoi titolari: ci riferiamo alla limitazione degli investimenti, alle ulteriori vendite di società controllate (nella fattispecie, la SEAT e vari operatori esteri), alla cessione del suo patrimonio immobiliare, alla fusione tra Olivetti e Telecom Italia (che fece gravare direttamente sulla seconda l'indebitamento della prima) e al rastrellamento, tramite OPA finanziata a debito, delle azioni TIM di cui la società madre non era già in possesso (operazione che fece salire ancor più l'indebitamento della compagnia, ma che consentì alla proprietà d'incamerare, con una spesa immediata pari a zero, i dividendi procurati da quelle azioni).
Quando poi non rimasero che limitate possibilità di ulteriore depauperamento della società, tali soggetti poterono cederla alla spagnola Telefónica, un operatore attivo in mercati dov'era presente anche Telecom e che pertanto aveva interesse ad assumere il controllo della società italiana a prescindere dalle sue condizioni, in quanto da esso avrebbe ricavato la possibilità di sabotare l'attività di un concorrente. Telefónica entrò in scena nel 2007, come maggiore azionista della società Telco (costituita assieme a Mediobanca, Generali, Intesa Sanpaolo e ancora i Benetton), che rilevò la partecipazione dei Pirelli; e successivamente il suo ruolo andò crescendo, a scapito dei soci italiani. A riprova di quanto appena detto circa le sue ambizioni, nell'autunno del 2013, quando rinsaldò la propria presa, la dirigenza di Telefónica mise in chiaro di non voler conferire nuovi capitali a Telecom, indicando quale via per l'effettuazione di investimenti in Italia il reperimento di risorse tramite la vendita delle sue prospere filiali sudamericane (filiali che operavano, guarda caso, in mercati presidiati anche da Telefónica).
Telefónica era però a sua volta pesantemente indebitata, e presumibilmente per questo ritenne preferibile uscire dall’azienda italiana nel momento in cui ebbe la possibilità di rafforzarsi in Sud America per una strada alternativa a quella rappresentata dal controllo di essa. Così, nell’autunno 2014 si accordò con il gruppo francese Vivendi per acquistare la filiale brasiliana di quest’ultimo e cedergli, come parte del pagamento, un pacchetto di azioni Telecom. Successivamente Vivendi acquistò ulteriori quote e nel 2016 giunse ad essere il nuovo maggiore azionista. L’azienda francese era un operatore dei media attivo anche come produttore di contenuti, e Telecom Italia poteva fungere da veicolo per la loro diffusione: il suo acquisto le apriva dunque degli scenari promettenti, malgrado comportasse il dovere farsi carico di una situazione finanziaria assai deteriorata.
Sotto la gestione Vivendi l’intero gruppo venne ridenominato TIM. La novità più importante fu tuttavia l’acquisto – nel 2018 – di quasi il 10 per cento del capitale da parte della Cassa Depositi e Prestiti, che divenne così il secondo principale azionista. Il governo aveva dunque ritenuto di dover rientrare in Telecom, per sostenerla finanziariamente e cercare d’influenzarne in qualche misura la gestione: ma naturalmente quella mossa fu tardiva e di portata troppo modesta.
Un ultimo duro colpo all'ex-operatore pubblico di telecomunicazioni è stato inferto alla fine del 2023, quando per ridurre il debito il suo consiglio di amministrazione ha ceduto la rete di trasmissione a un consorzio in cui svettava (con il 65 per cento delle azioni) il fondo americano KKR, seguito dal Ministero del Tesoro (con il 20 per cento) e dal fondo d’investimento italiano F2i, anch’esso almeno in parte espressione di un soggetto pubblico (la Cassa Depositi e Prestiti). È chiaro che la perdita della rete costituisce un grave fattore d’indebolimento per l’azienda, che ora si ritrova ridotta ad essere una società fornitrice di soli servizi, al pari degli altri operatori nazionali. Al tempo stesso, appare preoccupante l’affidamento della rete a un fondo d’investimento, che presumibilmente la gestirà secondo logiche speculative, ovvero badando unicamente a ricavarne il massimo profitto nel più breve tempo possibile (e dunque trascurando gli investimenti non meno di quanto hanno fatto i precedenti proprietari). La presenza di soggetti pubblici nell’azionariato non potrà correggere questa tendenza, dato il loro ruolo minoritario. In ultimo, l’importanza attribuibile all’efficienza e alla sicurezza delle telecomunicazioni sotto il profilo non soltanto economico, ma anche politico e militare, rende ancora più deprecabile la persistente ignavia della classe politica rispetto al problema rappresentato dal controllo di questa infrastruttura da parte di soggetti stranieri (prima spagnoli, poi francesi e ora statunitensi, questi ultimi coincidenti con una società che al momento della cessione – giusto per aggravare la situazione – aveva quale presidente un ex-direttore della CIA).
Per completare la nostra ricostruzione della vicenda Telecom, dobbiamo fare un salto indietro nel tempo, tornando agli anni Novanta. Come detto, Telecom Italia era stata costituita fondendo le diverse aziende dell'IRI operanti nella telefonia. Poco prima della sua privatizzazione, però, la SEAT (la società editrice degli elenchi telefonici e delle Pagine Gialle) fu staccata da essa e venduta separatamente. La cordata acquirente (nella quale spiccavano l’editore De Agostini e la banca Comit, ma di cui facevano parte anche Colaninno e Gnutti) rilevò il 61,7 per cento delle azioni, pagandole 1.665 miliardi di lire (sulla base della valutazione effettuata per conto del Tesoro dalla banca d'affari Lehman Brothers).
Potreste domandarvi se avesse senso privatizzare la SEAT separatamente da Telecom; a nostro avviso la domanda è sbagliata, in quanto la privatizzazione non aveva senso di per sé, ossia a prescindere dalle sue modalità, in ragione del fatto che tale azienda, non diversamente dalla stessa Telecom, era in grado di assicurare ai suoi proprietari lauti profitti (e infatti ai membri della suddetta cordata di investitori bastarono i due esercizi successivi all’acquisizione per recuperare, tramite la distribuzione di dividendi, il 74 per cento di quanto avevano speso). La SEAT finì comunque per essere riassorbita dalla compagnia telefonica, in quanto nel 2000 Colaninno e Gnutti, che avevano assunto il controllo della seconda, decisero di farle acquistare le azioni della prima. Ciò avvenne a un prezzo elevatissimo: l'azienda telefonica pagò per il 45 per cento dei titoli quasi 18.000 miliardi, stimando così il valore della SEAT pari a 13 volte quello attribuitole appena due anni e mezzo prima. Anche considerando che la società, avendo avviato delle attività su Internet, era divenuta maggiormente appetibile, dobbiamo pertanto ritenere che essa abbia funto da veicolo di una manovra speculativa tesa ad arricchire i nuovi padroni di Telecom Italia a spese della stessa Telecom. Quest’ultima, poi, fra il 2003 e il 2004 rivendette la SEAT a una cordata di fondi d’investimento.
In ognuno di questi passaggi l’azienda venne finanziariamente indebolita, in quanto i nuovi acquirenti provvidero ogni volta a rifarsi della spesa facendole emettere dei maxi-dividendi. Dopo l’ultimo passaggio la SEAT dovette indebitarsi con le banche per potere continuare a erogare tali dividendi; e nel 2008 dovette varare un piano di ristrutturazione che prevedeva licenziamenti e chiusure di alcune controllate estere. Malgrado tali provvedimenti, la sua crisi andò tuttavia aggravandosi: alla fine del 2011 non era più in grado di pagare gli interessi sul proprio debito, e nel 2013 annunciò di non poter pagare le obbligazioni in scadenza. A quel punto il valore di borsa della società crollò, con enorme danno per gli azionisti. Il dissesto non sfociò nel fallimento, in quanto nel 2016 la SEAT poté fondersi con un’azienda attiva nel campo della pubblicità online, dando vita al maggiore operatore nazionale del settore; tuttavia appare evidente quanto essa abbia risentito delle vicende descritte.
Un’altra società controllata da Telecom Italia era la Italtel, la quale si occupava di apparecchiature per le telecomunicazioni. Considerato che in tale ambito stava assumendo crescente rilevanza il ricorso a tecnologie informatiche, si trattava dunque di un’azienda suscettibile di consentire al Paese di mantenere – mentre la Olivetti si avviava a diventare il mero veicolo finanziario della scalata a Telecom – un presidio in questo importante settore; il ruolo che essa poté ricoprire, tuttavia, fu depotenziato dalla pessima gestione cui fu soggetta.
Alla fine degli anni Novanta Italtel era posseduta da Telecom Italia e la sua attività si reggeva in larga misura sulle commesse che provenivano da quest’ultima. Nel 1999 la sua controllante decise di fare cassa a spese di essa, smembrandola e vendendo separatamente vari suoi rami, col risultato di restringerne il perimetro di attività. L’anno successivo cedette la maggioranza della società superstite a un fondo statunitense e all’azienda – sempre statunitense – Cisco Systems. Il fondo azionario reperì le risorse per l’acquisizione prendendole a prestito, e poi riuscì a scaricare il debito sull’Italtel. In seguito Telecom abbandonò l’azienda al suo destino, uscendo dall’azionariato (nel quale entrò Unicredit).
Indebolita finanziariamente, Italtel scontò pesantemente gli effetti della crisi del 2008 e dell’affermazione dei concorrenti cinesi, sino a sfiorare il fallimento. Nel 2017 fu rilevata da Exprivia, un’azienda informatica italiana assai più piccola di quella che pretendeva di gestire. Cisco continuò ad essere un azionista di minoranza. Com’era prevedibile, quel passaggio di mano non risolse i problemi della società. Nel 2022 si ebbe così un nuovo cambio di proprietà, cui nel 2024 ne sono seguiti altri due. Nel frattempo, nel 2023 erano state effettuate delle cessioni di rami d’azienda, che l’avevano ulteriormente rimpicciolita. Nel 2024 Italtel contava soltanto 1.200 dipendenti (di cui 700 in Italia), contro i 3.200 del periodo immediatamente successivo alle dismissioni del 1999 (che già avevano notevolmente ridotto la consistenza della sua forza lavoro).
Potremmo finire qui. Ma c’è una questione connessa alle vicissitudini della Telecom di cui vale la pena parlare, avendo causato un notevole sperpero di danaro pubblico: quella di Open Fiber. Telecom Italia, dopo la privatizzazione, fu troppo impegnata a remunerare i suoi acquirenti e a ripianare i debiti di cui i medesimi si erano coperti nel rilevarla per potere effettuare cospicui investimenti in nuove tecnologie. L’Italia andò così accumulando un grave ritardo nei confronti degli altri paesi europei nella realizzazione della cosiddetta “banda larga”, ossia di una rete di cavi per la connessione a internet ad alta velocità. Nel tentativo di rimediare a questa situazione, nel 2016 il governo, non avendo più alcuna fiducia nella volontà e nella capacità dell’azienda di impegnarsi in tal senso, ma non essendo neppure disposto a riprenderne il controllo nazionalizzandola, impose a ENEL di dare vita a una nuova società (Open Fiber, per l’appunto) deputata a realizzare tale rete. Appena creata, Open Fiber venne subito rafforzata finanziariamente tramite l’ingresso nel suo capitale della Cassa Depositi e Prestiti, che ne acquisì il 50 per cento. Ciò tuttavia non fu sufficiente: in mancanza dell’esperienza e delle economie di scala su cui poteva contare Telecom, la posa dei cavi si rivelò un’operazione difficoltosa e soprattutto costosissima, ragion per cui Open Fiber andò ben presto accumulando ritardi rispetto al proprio programma, perdite e debiti nei confronti di istituti bancari.
Nel 2021 ENEL riuscì a tirarsi fuori da questa iniziativa, vendendo il 40 per cento della società al fondo australiano Macquarie (attratto dal progetto di fusione tra Open Fiber e la rete Telecom che all’epoca il governo stava valutando, dunque dalla prospettiva di poter accedere alla proprietà della seconda tramite quella della prima) e il rimanente 10 per cento da esso detenuto alla Cassa Depositi e Prestiti. Questa ripartizione consentì al governo di preservare il carattere di società a prevalente controllo pubblico che connotava Open Fiber. Va notato però che ENEL seppe approfittare di questa sua esigenza, facendosi pagare per quel 10 per cento un prezzo elevatissimo; e naturalmente va pure rilevato che questa transazione non costituì una mera partita di giro fra due articolazioni dello Stato, in quanto ENEL era largamente partecipata da privati, i quali beneficiarono della forzata generosità di Cassa Depositi e Prestiti. Quest’ultima, complessivamente, a metà del 2023 aveva speso oltre un miliardo di euro in questa impresa insensata, mentre Open Fiber aveva accumulato un debito di 5 miliardi: un ulteriore contributo al processo di distruzione di risorse pubbliche che era stato avviato con la privatizzazione di Telecom Italia.
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Telecom Italia era stata costituita nel 1994, fondendo le diverse aziende dell'IRI attive nella telefonia. All’epoca si era ormai insediata ai vertici del sistema partitico una nuova classe dirigente, allineata ai voleri dei più forti rappresentanti del potere economico, nazionale e anche straniero, ragion per cui questa operazione non ebbe quale fine il potenziamento dell’iniziativa pubblica in quell’ambito, bensì la cessione in blocco a privati delle attività ad esso afferenti. Infatti Telecom risultava un pezzo particolarmente pregiato delle partecipazioni statali, in quanto suscettibile di garantire ai suoi possessori dei profitti elevati: ciò perché nelle telecomunicazioni la concorrenza stava appena sviluppandosi (al momento della sua cessione, Telecom Italia era addirittura ancora l'unico operatore di rete fissa) e l'innovazione tecnologica stava facendo sorgere una nuova gamma di servizi (internet e la telefonia mobile).
Nel 1997 furono dunque poste sul mercato le azioni di Telecom Italia, perseguendo per un verso un’elevata polverizzazione del capitale (nell’intento dichiarato di privilegiare l'azionariato diffuso), ma per l’altro anche la formazione di un nucleo stabile di investitori, cui affidare una quota rilevante dello stesso. Agendo in tal modo, si consentì a una cordata appositamente costituitasi – comprendente l'IFIL (la finanziaria della famiglia Agnelli) e vari istituti bancari e assicurativi – di assumere il sostanziale controllo della società sottoscrivendo appena il 6,6 per cento delle azioni, con un esborso pari a 3.950 miliardi di lire. Tale cordata, peraltro, aveva a sua volta una composizione così frammentata che all'IFIL bastò un peso al suo interno del 10 per cento per assumervi un ruolo dominante; sicché la privatizzazione, in ultima analisi, ebbe l'effetto di consegnare il controllo della compagnia telefonica agli Agnelli a fronte dell'acquisto da parte loro di appena lo 0,66 per cento dei titoli della stessa. I nuovi proprietari, in verità, non mantennero a lungo la posizione di forza così agevolmente conquistata; ma solo perché nel 1999 la Olivetti promosse un'offerta pubblica di acquisto (OPA) cui arrise il successo, in ragione del prezzo assai elevato offerto per ciascuna azione.
La privatizzazione, pertanto, si rivelò comunque un eccellente affare per gli investitori che vi presero parte, in quanto essi poterono rivendere le proprie partecipazioni a un prezzo sensibilmente maggiorato: se si considera che la società scalatrice, per impossessarsi del 51 per cento delle azioni, versò ben 61.000 miliardi, si desume difatti che essa attribuì a Telecom un valore doppio rispetto a quello che la compagnia aveva avuto nel momento in cui tali investitori s'erano inseriti nel suo capitale. Per lo Stato, invece, la privatizzazione costituì un'operazione del tutto controproducente: esso ricavò meno di 23.000 miliardi dalla cessione di un'azienda che nello stesso 1997 generò più di 14.000 miliardi fra utili e ammortamenti.
Non meno fortunati dei primi acquirenti, peraltro, furono i successivi scalatori della società (Colaninno e Gnutti, divenuti poco tempo prima i principali azionisti della Olivetti): questi difatti la pagarono sì a prezzo di mercato, ma solo in parte con mezzi propri, in quanto la somma necessaria per la scalata fu da loro reperita vendendo le aziende telefoniche – Omnitel e Infostrada – di cui la Olivetti era già proprietaria (per la cui creazione essa doveva tutto allo Stato, che aveva aperto il settore ai privati e le aveva consentito, come spiegato nel nostro precedente articolo, l'utilizzo della rete telefonica delle FS), nonché facendo emettere alla società scalatrice nuove azioni e indebitandola nei confronti delle banche. Vero è che l'indebitamento accumulato risultò poi tanto elevato da non poter essere rapidamente ridimensionato (malgrado si fosse provveduto a vendere alcune importanti società che Telecom controllava), rendendo così malsicure le sorti della compagnia e inducendo di conseguenza i suoi nuovi proprietari, a due anni dall’OPA, a ritirarsi a propria volta, cedendo la quota della Olivetti in loro possesso; ma anche tale ulteriore passaggio di proprietà avvenne a un prezzo elevato (furono pagati 4,175 euro per azione, a fronte di una loro quotazione in borsa pari a 2,25), sicché anche per essi l'avventura in Telecom risultò altamente proficua.
Nel ripercorrere questa vicenda, non va poi trascurato che nel 1999 le azioni Telecom sarebbero potute diventare ancora più care, se il governo non avesse boicottato il piano escogitato dai dirigenti della compagnia per ostacolare la scalata. Questi avevano progettato di fondere Telecom con TIM (la sua controllata attiva nella telefonia mobile), la cui quotazione di borsa era in ascesa, nell'intento di far lievitare quella della stessa Telecom e rendere così l'OPA troppo costosa per le finanze dei suoi nuovi pretendenti. La fusione, però, doveva essere decisa da un'assemblea degli azionisti cui avessero partecipato i detentori di almeno il 30 per cento del capitale; e nell'assemblea che venne convocata tale quota non fu raggiunta. Determinante per questo fallimento fu l'assenza degli azionisti pubblici all’epoca ancora presenti (il Tesoro, il fondo pensioni della Banca d'Italia e altri investitori istituzionali). Dunque la Olivetti pagò sì, in termini assoluti, un prezzo assai elevato per la conquista di Telecom, ma nella sua impresa fu comunque assai agevolata dal governo.
Anche i terzi compratori (Pirelli, Benetton, i gruppi bancari Unicredit e Banca Intesa), pur avendo acquistato la Olivetti a caro prezzo e avendone ereditato il carico di debiti, trassero grandi benefici dal possesso di Telecom, estraendone risorse finché ne ebbero la possibilità e riuscendo poi a liberarsene quando la sua salute finanziaria si fece precaria. Essi difatti presero delle decisioni suscettibili alla lunga di procurare ulteriore danno all'azienda, ma che nell'immediato valsero a gonfiarne gli utili e a scaricare su di essa gli impegni finanziari dei suoi titolari: ci riferiamo alla limitazione degli investimenti, alle ulteriori vendite di società controllate (nella fattispecie, la SEAT e vari operatori esteri), alla cessione del suo patrimonio immobiliare, alla fusione tra Olivetti e Telecom Italia (che fece gravare direttamente sulla seconda l'indebitamento della prima) e al rastrellamento, tramite OPA finanziata a debito, delle azioni TIM di cui la società madre non era già in possesso (operazione che fece salire ancor più l'indebitamento della compagnia, ma che consentì alla proprietà d'incamerare, con una spesa immediata pari a zero, i dividendi procurati da quelle azioni).
Quando poi non rimasero che limitate possibilità di ulteriore depauperamento della società, tali soggetti poterono cederla alla spagnola Telefónica, un operatore attivo in mercati dov'era presente anche Telecom e che pertanto aveva interesse ad assumere il controllo della società italiana a prescindere dalle sue condizioni, in quanto da esso avrebbe ricavato la possibilità di sabotare l'attività di un concorrente. Telefónica entrò in scena nel 2007, come maggiore azionista della società Telco (costituita assieme a Mediobanca, Generali, Intesa Sanpaolo e ancora i Benetton), che rilevò la partecipazione dei Pirelli; e successivamente il suo ruolo andò crescendo, a scapito dei soci italiani. A riprova di quanto appena detto circa le sue ambizioni, nell'autunno del 2013, quando rinsaldò la propria presa, la dirigenza di Telefónica mise in chiaro di non voler conferire nuovi capitali a Telecom, indicando quale via per l'effettuazione di investimenti in Italia il reperimento di risorse tramite la vendita delle sue prospere filiali sudamericane (filiali che operavano, guarda caso, in mercati presidiati anche da Telefónica).
Telefónica era però a sua volta pesantemente indebitata, e presumibilmente per questo ritenne preferibile uscire dall’azienda italiana nel momento in cui ebbe la possibilità di rafforzarsi in Sud America per una strada alternativa a quella rappresentata dal controllo di essa. Così, nell’autunno 2014 si accordò con il gruppo francese Vivendi per acquistare la filiale brasiliana di quest’ultimo e cedergli, come parte del pagamento, un pacchetto di azioni Telecom. Successivamente Vivendi acquistò ulteriori quote e nel 2016 giunse ad essere il nuovo maggiore azionista. L’azienda francese era un operatore dei media attivo anche come produttore di contenuti, e Telecom Italia poteva fungere da veicolo per la loro diffusione: il suo acquisto le apriva dunque degli scenari promettenti, malgrado comportasse il dovere farsi carico di una situazione finanziaria assai deteriorata.
Sotto la gestione Vivendi l’intero gruppo venne ridenominato TIM. La novità più importante fu tuttavia l’acquisto – nel 2018 – di quasi il 10 per cento del capitale da parte della Cassa Depositi e Prestiti, che divenne così il secondo principale azionista. Il governo aveva dunque ritenuto di dover rientrare in Telecom, per sostenerla finanziariamente e cercare d’influenzarne in qualche misura la gestione: ma naturalmente quella mossa fu tardiva e di portata troppo modesta.
Un ultimo duro colpo all'ex-operatore pubblico di telecomunicazioni è stato inferto alla fine del 2023, quando per ridurre il debito il suo consiglio di amministrazione ha ceduto la rete di trasmissione a un consorzio in cui svettava (con il 65 per cento delle azioni) il fondo americano KKR, seguito dal Ministero del Tesoro (con il 20 per cento) e dal fondo d’investimento italiano F2i, anch’esso almeno in parte espressione di un soggetto pubblico (la Cassa Depositi e Prestiti). È chiaro che la perdita della rete costituisce un grave fattore d’indebolimento per l’azienda, che ora si ritrova ridotta ad essere una società fornitrice di soli servizi, al pari degli altri operatori nazionali. Al tempo stesso, appare preoccupante l’affidamento della rete a un fondo d’investimento, che presumibilmente la gestirà secondo logiche speculative, ovvero badando unicamente a ricavarne il massimo profitto nel più breve tempo possibile (e dunque trascurando gli investimenti non meno di quanto hanno fatto i precedenti proprietari). La presenza di soggetti pubblici nell’azionariato non potrà correggere questa tendenza, dato il loro ruolo minoritario. In ultimo, l’importanza attribuibile all’efficienza e alla sicurezza delle telecomunicazioni sotto il profilo non soltanto economico, ma anche politico e militare, rende ancora più deprecabile la persistente ignavia della classe politica rispetto al problema rappresentato dal controllo di questa infrastruttura da parte di soggetti stranieri (prima spagnoli, poi francesi e ora statunitensi, questi ultimi coincidenti con una società che al momento della cessione – giusto per aggravare la situazione – aveva quale presidente un ex-direttore della CIA).
Per completare la nostra ricostruzione della vicenda Telecom, dobbiamo fare un salto indietro nel tempo, tornando agli anni Novanta. Come detto, Telecom Italia era stata costituita fondendo le diverse aziende dell'IRI operanti nella telefonia. Poco prima della sua privatizzazione, però, la SEAT (la società editrice degli elenchi telefonici e delle Pagine Gialle) fu staccata da essa e venduta separatamente. La cordata acquirente (nella quale spiccavano l’editore De Agostini e la banca Comit, ma di cui facevano parte anche Colaninno e Gnutti) rilevò il 61,7 per cento delle azioni, pagandole 1.665 miliardi di lire (sulla base della valutazione effettuata per conto del Tesoro dalla banca d'affari Lehman Brothers).
Potreste domandarvi se avesse senso privatizzare la SEAT separatamente da Telecom; a nostro avviso la domanda è sbagliata, in quanto la privatizzazione non aveva senso di per sé, ossia a prescindere dalle sue modalità, in ragione del fatto che tale azienda, non diversamente dalla stessa Telecom, era in grado di assicurare ai suoi proprietari lauti profitti (e infatti ai membri della suddetta cordata di investitori bastarono i due esercizi successivi all’acquisizione per recuperare, tramite la distribuzione di dividendi, il 74 per cento di quanto avevano speso). La SEAT finì comunque per essere riassorbita dalla compagnia telefonica, in quanto nel 2000 Colaninno e Gnutti, che avevano assunto il controllo della seconda, decisero di farle acquistare le azioni della prima. Ciò avvenne a un prezzo elevatissimo: l'azienda telefonica pagò per il 45 per cento dei titoli quasi 18.000 miliardi, stimando così il valore della SEAT pari a 13 volte quello attribuitole appena due anni e mezzo prima. Anche considerando che la società, avendo avviato delle attività su Internet, era divenuta maggiormente appetibile, dobbiamo pertanto ritenere che essa abbia funto da veicolo di una manovra speculativa tesa ad arricchire i nuovi padroni di Telecom Italia a spese della stessa Telecom. Quest’ultima, poi, fra il 2003 e il 2004 rivendette la SEAT a una cordata di fondi d’investimento.
In ognuno di questi passaggi l’azienda venne finanziariamente indebolita, in quanto i nuovi acquirenti provvidero ogni volta a rifarsi della spesa facendole emettere dei maxi-dividendi. Dopo l’ultimo passaggio la SEAT dovette indebitarsi con le banche per potere continuare a erogare tali dividendi; e nel 2008 dovette varare un piano di ristrutturazione che prevedeva licenziamenti e chiusure di alcune controllate estere. Malgrado tali provvedimenti, la sua crisi andò tuttavia aggravandosi: alla fine del 2011 non era più in grado di pagare gli interessi sul proprio debito, e nel 2013 annunciò di non poter pagare le obbligazioni in scadenza. A quel punto il valore di borsa della società crollò, con enorme danno per gli azionisti. Il dissesto non sfociò nel fallimento, in quanto nel 2016 la SEAT poté fondersi con un’azienda attiva nel campo della pubblicità online, dando vita al maggiore operatore nazionale del settore; tuttavia appare evidente quanto essa abbia risentito delle vicende descritte.
Un’altra società controllata da Telecom Italia era la Italtel, la quale si occupava di apparecchiature per le telecomunicazioni. Considerato che in tale ambito stava assumendo crescente rilevanza il ricorso a tecnologie informatiche, si trattava dunque di un’azienda suscettibile di consentire al Paese di mantenere – mentre la Olivetti si avviava a diventare il mero veicolo finanziario della scalata a Telecom – un presidio in questo importante settore; il ruolo che essa poté ricoprire, tuttavia, fu depotenziato dalla pessima gestione cui fu soggetta.
Alla fine degli anni Novanta Italtel era posseduta da Telecom Italia e la sua attività si reggeva in larga misura sulle commesse che provenivano da quest’ultima. Nel 1999 la sua controllante decise di fare cassa a spese di essa, smembrandola e vendendo separatamente vari suoi rami, col risultato di restringerne il perimetro di attività. L’anno successivo cedette la maggioranza della società superstite a un fondo statunitense e all’azienda – sempre statunitense – Cisco Systems. Il fondo azionario reperì le risorse per l’acquisizione prendendole a prestito, e poi riuscì a scaricare il debito sull’Italtel. In seguito Telecom abbandonò l’azienda al suo destino, uscendo dall’azionariato (nel quale entrò Unicredit).
Indebolita finanziariamente, Italtel scontò pesantemente gli effetti della crisi del 2008 e dell’affermazione dei concorrenti cinesi, sino a sfiorare il fallimento. Nel 2017 fu rilevata da Exprivia, un’azienda informatica italiana assai più piccola di quella che pretendeva di gestire. Cisco continuò ad essere un azionista di minoranza. Com’era prevedibile, quel passaggio di mano non risolse i problemi della società. Nel 2022 si ebbe così un nuovo cambio di proprietà, cui nel 2024 ne sono seguiti altri due. Nel frattempo, nel 2023 erano state effettuate delle cessioni di rami d’azienda, che l’avevano ulteriormente rimpicciolita. Nel 2024 Italtel contava soltanto 1.200 dipendenti (di cui 700 in Italia), contro i 3.200 del periodo immediatamente successivo alle dismissioni del 1999 (che già avevano notevolmente ridotto la consistenza della sua forza lavoro).
Potremmo finire qui. Ma c’è una questione connessa alle vicissitudini della Telecom di cui vale la pena parlare, avendo causato un notevole sperpero di danaro pubblico: quella di Open Fiber. Telecom Italia, dopo la privatizzazione, fu troppo impegnata a remunerare i suoi acquirenti e a ripianare i debiti di cui i medesimi si erano coperti nel rilevarla per potere effettuare cospicui investimenti in nuove tecnologie. L’Italia andò così accumulando un grave ritardo nei confronti degli altri paesi europei nella realizzazione della cosiddetta “banda larga”, ossia di una rete di cavi per la connessione a internet ad alta velocità. Nel tentativo di rimediare a questa situazione, nel 2016 il governo, non avendo più alcuna fiducia nella volontà e nella capacità dell’azienda di impegnarsi in tal senso, ma non essendo neppure disposto a riprenderne il controllo nazionalizzandola, impose a ENEL di dare vita a una nuova società (Open Fiber, per l’appunto) deputata a realizzare tale rete. Appena creata, Open Fiber venne subito rafforzata finanziariamente tramite l’ingresso nel suo capitale della Cassa Depositi e Prestiti, che ne acquisì il 50 per cento. Ciò tuttavia non fu sufficiente: in mancanza dell’esperienza e delle economie di scala su cui poteva contare Telecom, la posa dei cavi si rivelò un’operazione difficoltosa e soprattutto costosissima, ragion per cui Open Fiber andò ben presto accumulando ritardi rispetto al proprio programma, perdite e debiti nei confronti di istituti bancari.
Nel 2021 ENEL riuscì a tirarsi fuori da questa iniziativa, vendendo il 40 per cento della società al fondo australiano Macquarie (attratto dal progetto di fusione tra Open Fiber e la rete Telecom che all’epoca il governo stava valutando, dunque dalla prospettiva di poter accedere alla proprietà della seconda tramite quella della prima) e il rimanente 10 per cento da esso detenuto alla Cassa Depositi e Prestiti. Questa ripartizione consentì al governo di preservare il carattere di società a prevalente controllo pubblico che connotava Open Fiber. Va notato però che ENEL seppe approfittare di questa sua esigenza, facendosi pagare per quel 10 per cento un prezzo elevatissimo; e naturalmente va pure rilevato che questa transazione non costituì una mera partita di giro fra due articolazioni dello Stato, in quanto ENEL era largamente partecipata da privati, i quali beneficiarono della forzata generosità di Cassa Depositi e Prestiti. Quest’ultima, complessivamente, a metà del 2023 aveva speso oltre un miliardo di euro in questa impresa insensata, mentre Open Fiber aveva accumulato un debito di 5 miliardi: un ulteriore contributo al processo di distruzione di risorse pubbliche che era stato avviato con la privatizzazione di Telecom Italia.
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Washington Post: i danni alle basi Usa nel Golfo sono molto più estesi di quanto trapelato
Intorno allo stretto di Hormuz e in Vicino Oriente, le cose per gli Stati Uniti sono andate molto peggio di quanto è trapelato finora.
A rivelarlo è un’inchiesta esclusiva del Washington Post, basata sull’analisi di immagini satellitari ad alta risoluzione diffuse dai media statali iraniani e successivamente verificate dal giornale statunitense. Da questa emerge che gli attacchi iraniani contro le infrastrutture militari americane nel Vicino Oriente abbiano causato danni ben più gravi di quanto riconosciuto ufficialmente da Washington.
Secondo il Post, sono almeno 228 le strutture o i sistemi militari colpiti o distrutti in 15 installazioni statunitensi distribuite tra Kuwait, Bahrain, Qatar, Arabia Saudita, Giordania ed Emirati Arabi Uniti. Fra gli obiettivi colpiti figurano hangar, caserme, depositi di carburante, radar THAAD e Patriot, sistemi di comunicazione satellitare, infrastrutture elettriche e persino velivoli da comando e rifornimento.
L’inchiesta afferma inoltre che:
– oltre 400 militari americani sarebbero rimasti feriti;
– 7 soldati statunitensi sarebbero morti negli attacchi;
– alcune basi sarebbero state considerate troppo vulnerabili per mantenere il normale livello di personale operativo;
– il quartier generale della V Flotta USA in Bahrain avrebbe subito danni definiti “estesi”, al punto da costringere parte delle attività a trasferirsi temporaneamente in Florida.
Particolarmente rilevante è anche un altro elemento evidenziato dal quotidiano: due grandi società commerciali di immagini satellitari, Planet e Vantor, avrebbero limitato o ritardato la diffusione pubblica delle immagini del teatro mediorientale su richiesta del governo americano, rendendo più difficile una valutazione indipendente dei danni subiti dagli Stati Uniti.
Gli esperti consultati dal Washington Post parlano di attacchi “precisi”, di vulnerabilità strutturali delle basi americane e di un insufficiente adattamento statunitense alla guerra moderna basata su droni e saturazione missilistica.
L’articolo sottolinea tuttavia che, nonostante i danni, la capacità offensiva statunitense contro l’Iran non sarebbe stata neutralizzata. Secondo diversi analisti citati, il problema principale non sarebbe tanto la perdita immediata di capacità operative quanto il costo crescente della difesa e la vulnerabilità strategica delle infrastrutture fisse americane nel Golfo.
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A rivelarlo è un’inchiesta esclusiva del Washington Post, basata sull’analisi di immagini satellitari ad alta risoluzione diffuse dai media statali iraniani e successivamente verificate dal giornale statunitense. Da questa emerge che gli attacchi iraniani contro le infrastrutture militari americane nel Vicino Oriente abbiano causato danni ben più gravi di quanto riconosciuto ufficialmente da Washington.
Secondo il Post, sono almeno 228 le strutture o i sistemi militari colpiti o distrutti in 15 installazioni statunitensi distribuite tra Kuwait, Bahrain, Qatar, Arabia Saudita, Giordania ed Emirati Arabi Uniti. Fra gli obiettivi colpiti figurano hangar, caserme, depositi di carburante, radar THAAD e Patriot, sistemi di comunicazione satellitare, infrastrutture elettriche e persino velivoli da comando e rifornimento.
L’inchiesta afferma inoltre che:
– oltre 400 militari americani sarebbero rimasti feriti;
– 7 soldati statunitensi sarebbero morti negli attacchi;
– alcune basi sarebbero state considerate troppo vulnerabili per mantenere il normale livello di personale operativo;
– il quartier generale della V Flotta USA in Bahrain avrebbe subito danni definiti “estesi”, al punto da costringere parte delle attività a trasferirsi temporaneamente in Florida.
Particolarmente rilevante è anche un altro elemento evidenziato dal quotidiano: due grandi società commerciali di immagini satellitari, Planet e Vantor, avrebbero limitato o ritardato la diffusione pubblica delle immagini del teatro mediorientale su richiesta del governo americano, rendendo più difficile una valutazione indipendente dei danni subiti dagli Stati Uniti.
Gli esperti consultati dal Washington Post parlano di attacchi “precisi”, di vulnerabilità strutturali delle basi americane e di un insufficiente adattamento statunitense alla guerra moderna basata su droni e saturazione missilistica.
L’articolo sottolinea tuttavia che, nonostante i danni, la capacità offensiva statunitense contro l’Iran non sarebbe stata neutralizzata. Secondo diversi analisti citati, il problema principale non sarebbe tanto la perdita immediata di capacità operative quanto il costo crescente della difesa e la vulnerabilità strategica delle infrastrutture fisse americane nel Golfo.
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Portuali in sciopero. Incontro al ministero sul lavoro usurante nei porti
Questa mattina (ieri -ndR) delegazioni provenienti dai principali porti italiani sono stati in presidio davanti al Ministero del Lavoro per chiedere che il lavoro portuale venga finalmente riconosciuto come attività usurante ai fini pensionistici.
Lo sciopero di 24 ore e la determinazione del presidio di oggi a Roma hanno strappato al Ministero del Lavoro l’impegno concreto a convocare in tempi rapidi un tavolo tecnico per lavorare concretamente sulla nostra proposta di riconoscere ai portuali il lavoro usurante ai fini pensionistici.
Oggi è stato fatto un piccolo, ma importantissimo passo verso il riconoscimento di un sacrosanto diritto per centinaia e centinaia di lavoratori che ogni giorno si spaccano letteralmente la schiena per portare avanti uno dei settori più strategici del Paese.
Una richiesta che nasce direttamente dalle banchine e dai piazzali, condivisa anche da altri settori, come quello ferroviario, e che si scontra ancora una volta con il solito ritornello della mancanza di risorse. Ma dove sono queste risorse che servirebbero per consentire ai lavoratori di andare in pensione cinque anni prima?
“Le risorse ci sono: vengono destinate ai piani di riarmo, all’acquisto di armamenti per miliardi di euro, alla crescente militarizzazione dei porti, delle ferrovie e delle infrastrutture strategiche. Vengono assorbite da una logica di guerra e da un sistema di speculazione finanziaria che alimenta l’inflazione e riduce il potere d’acquisto dei lavoratori” afferma l’USB portuali in un comunicato.
Fonte
Lo sciopero di 24 ore e la determinazione del presidio di oggi a Roma hanno strappato al Ministero del Lavoro l’impegno concreto a convocare in tempi rapidi un tavolo tecnico per lavorare concretamente sulla nostra proposta di riconoscere ai portuali il lavoro usurante ai fini pensionistici.
Oggi è stato fatto un piccolo, ma importantissimo passo verso il riconoscimento di un sacrosanto diritto per centinaia e centinaia di lavoratori che ogni giorno si spaccano letteralmente la schiena per portare avanti uno dei settori più strategici del Paese.
Una richiesta che nasce direttamente dalle banchine e dai piazzali, condivisa anche da altri settori, come quello ferroviario, e che si scontra ancora una volta con il solito ritornello della mancanza di risorse. Ma dove sono queste risorse che servirebbero per consentire ai lavoratori di andare in pensione cinque anni prima?
“Le risorse ci sono: vengono destinate ai piani di riarmo, all’acquisto di armamenti per miliardi di euro, alla crescente militarizzazione dei porti, delle ferrovie e delle infrastrutture strategiche. Vengono assorbite da una logica di guerra e da un sistema di speculazione finanziaria che alimenta l’inflazione e riduce il potere d’acquisto dei lavoratori” afferma l’USB portuali in un comunicato.
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Il PKK cambia nome in “Movimento Apoista” e chiede provvedimenti legali
Due dirigenti dell’Unione delle Comunità del Kurdistan (KCK), nonché storici membri del PKK, Mustafa Karasu e Sozdar Avesta hanno tenuto una conferenza stampa in occasione dell’anniversario del congresso di scioglimento del PKK, tenuto lo scorso anno fra il 5 e 7 maggio 2025.
I due hanno dichiarato che l’organizzazione ha pienamente adempiuto agli obblighi derivanti dalla richiesta di disarmo, venuta dal leader incarcerato Abdullah Ocalan, nell’“Appello alla pace e ad una società democratica” del 25 febbraio 2025. Contestualmente, hanno annunciato un cambio di nome dell’organizzazione in “Movimento Apoista”, da Apo, “lo zio”, soprannome di Ocalan.
Il cambiamento di denominazione simboleggia la transizione irreversibile dalla lotta armata ad un movimento politico che persegue non più uno stato indipendente curdo o un’area autonoma curda, bensì la democratizzazione dello stato turco, come da tempo propugnato dal leader.
L’organizzazione, dunque, proclama di aver effettuato tutti i passi possibili, dai quali non può più tornare indietro, mentre lo Stato, da parte sua, non fatto nulla.
Allo Stato si richiede di definire apertamente lo status di Ocalan come capo negoziatore, con un annesso percorso che ne porti alla liberazione. Inoltre, ovviamente, si richiede di emanare i provvedimenti legislativi promessi dal Parlamento per consentire la riammissione alla vita politica pacifica dei membri del PKK e il parziale smantellamento dell’apparato repressivo dello stato turco.
Da parte loro, i leader politici turchi continuano a parlare in maniera ottimistica del processo di pace. Erdogan ha dichiarato recentemente che tutto sta andando bene, mentre il suo alleato Bahceli ha proposto di istituire la carica di coordinatore del processo di pace, attribuendola ad Ocalan.
Tuttavia, i provvedimenti pratici non arrivano, anche perché i servizi di sicurezza frenano. Nei giorni scorsi, resoconti di quotidiani filogovernativi – i quali attribuivano le loro fonti al servizio segreto MIT – riportavano di un rallentamento del processo di disarmo, essendo stati smantellati solo sette depositi di armi sui trenta censiti nei rifugi montuosi del Kurdistan iracheno, a causa di due eventi regionali: il ridimensionamento drastico dell’area a guida curda in Siria dopo l’accordo-capestro con il governo centrale qaedista e l’inizio dell’aggressione all’Iran.
I miliziani del PKK, dunque, secondo il MIT, contrariamente a quanto dichiarano, avrebbero deliberatamente deciso di mettere in pausa il processo di disarmo dopo quei due fatti.
Riguardo l’Iran, persiste, in aggiunta, l’incognita relativa al PJAK, ovvero l’“organizzazione sorella” del PKK, che ha base sulle stesse montagne irachene ed è stata interessata, nelle prime fasi della guerra, assieme ad altri gruppi curdi di differente ideologia, dalle voci su un possibile loro impiego per un’offensiva di terra su comando USA.
In tal caso, per la Turchia si sarebbe trattato della riproposizione in Iran del problema dell’area autonoma in Siria, il cui smantellamento era l’obiettivo principale di tutto il processo di pace.
L’impressione netta è che si attenda la fine definitiva delle ostilità in Iran, anche per sventare possibili tentativi di rebranding di alcuni miliziani dal PKK al PJAK; eventualità, per altro, già scoraggiata dai tantissimi attacchi iraniani nei confronti della Regione Autonoma Curda dell’Iraq, proseguiti anche dopo il cessate il fuoco di aprile.
A quel punto, con ogni probabilità, la ripartenza del processo di pace, con la piena implementazione del disarmo e l’emanazione dei conseguenti provvedimenti legislativi, sarà l’opzione migliore per tutti, benché difficile da percorrere.
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I due hanno dichiarato che l’organizzazione ha pienamente adempiuto agli obblighi derivanti dalla richiesta di disarmo, venuta dal leader incarcerato Abdullah Ocalan, nell’“Appello alla pace e ad una società democratica” del 25 febbraio 2025. Contestualmente, hanno annunciato un cambio di nome dell’organizzazione in “Movimento Apoista”, da Apo, “lo zio”, soprannome di Ocalan.
Il cambiamento di denominazione simboleggia la transizione irreversibile dalla lotta armata ad un movimento politico che persegue non più uno stato indipendente curdo o un’area autonoma curda, bensì la democratizzazione dello stato turco, come da tempo propugnato dal leader.
L’organizzazione, dunque, proclama di aver effettuato tutti i passi possibili, dai quali non può più tornare indietro, mentre lo Stato, da parte sua, non fatto nulla.
Allo Stato si richiede di definire apertamente lo status di Ocalan come capo negoziatore, con un annesso percorso che ne porti alla liberazione. Inoltre, ovviamente, si richiede di emanare i provvedimenti legislativi promessi dal Parlamento per consentire la riammissione alla vita politica pacifica dei membri del PKK e il parziale smantellamento dell’apparato repressivo dello stato turco.
Da parte loro, i leader politici turchi continuano a parlare in maniera ottimistica del processo di pace. Erdogan ha dichiarato recentemente che tutto sta andando bene, mentre il suo alleato Bahceli ha proposto di istituire la carica di coordinatore del processo di pace, attribuendola ad Ocalan.
Tuttavia, i provvedimenti pratici non arrivano, anche perché i servizi di sicurezza frenano. Nei giorni scorsi, resoconti di quotidiani filogovernativi – i quali attribuivano le loro fonti al servizio segreto MIT – riportavano di un rallentamento del processo di disarmo, essendo stati smantellati solo sette depositi di armi sui trenta censiti nei rifugi montuosi del Kurdistan iracheno, a causa di due eventi regionali: il ridimensionamento drastico dell’area a guida curda in Siria dopo l’accordo-capestro con il governo centrale qaedista e l’inizio dell’aggressione all’Iran.
I miliziani del PKK, dunque, secondo il MIT, contrariamente a quanto dichiarano, avrebbero deliberatamente deciso di mettere in pausa il processo di disarmo dopo quei due fatti.
Riguardo l’Iran, persiste, in aggiunta, l’incognita relativa al PJAK, ovvero l’“organizzazione sorella” del PKK, che ha base sulle stesse montagne irachene ed è stata interessata, nelle prime fasi della guerra, assieme ad altri gruppi curdi di differente ideologia, dalle voci su un possibile loro impiego per un’offensiva di terra su comando USA.
In tal caso, per la Turchia si sarebbe trattato della riproposizione in Iran del problema dell’area autonoma in Siria, il cui smantellamento era l’obiettivo principale di tutto il processo di pace.
L’impressione netta è che si attenda la fine definitiva delle ostilità in Iran, anche per sventare possibili tentativi di rebranding di alcuni miliziani dal PKK al PJAK; eventualità, per altro, già scoraggiata dai tantissimi attacchi iraniani nei confronti della Regione Autonoma Curda dell’Iraq, proseguiti anche dopo il cessate il fuoco di aprile.
A quel punto, con ogni probabilità, la ripartenza del processo di pace, con la piena implementazione del disarmo e l’emanazione dei conseguenti provvedimenti legislativi, sarà l’opzione migliore per tutti, benché difficile da percorrere.
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L’antiterrorismo USA attacca i paesi europei
Il quotidiano britannico The Guardian ha potuto visionare un rapporto del Centro Nazionale dell’Antiterrorismo degli Stati Uniti, il cui coordinatore nominato da Trump, il fedelissimo Sebastian Gorka, è tornato ad accusare nuovamente gli alleati europei.
Si aggiunge così un altro tassello alle picconate di Trump contro gli alleati, confermando però che quelle esternazioni non sono delle “mattate” del capo ma una visione piuttosto organica e condivisa da tutta la sua amministrazione.
Richiamando parte delle tesi contenute nel Documento di Sicurezza Nazionale degli Stati Uniti, secondo l’amministrazione Trump l’Europa sarebbe diventata “un incubatore” di minacce terroristiche provocate dall’immigrazione di massa, puntando il dito contro “estremisti violenti di sinistra”, ed anche indefiniti “gruppi di estremisti pro transgender”.
Nel documento redatto da Gorka si legge che “gruppi ostili ben organizzati sfruttano i confini aperti e gli ideali globalisti collegati. Più queste culture aliene crescono e più a lungo queste politiche europee persistono, più il terrorismo è garantito”.
Per gli Stati Uniti la priorità sarà, si legge nel documento, “la rapida identificazione e neutralizzazione di gruppi politici la cui ideologica è anti-americana, pro-transgender in modo estremista e anarchico”.
Illustrando la strategia formulata nel suo dossier, Gorka ha “mostrato i muscoli” minacciando quelle che considera le minacce alla supremazia statunitense: “Noi vediamo una minaccia, rispondiamo e la distruggiamo, che siano i cartelli, jihadisti o estremisti violenti di sinistra come gli Antifa o gli assassini transgender, i non binari, gli estremisti di sinistra che hanno ucciso il mio amico Charlie Kirk, noi li abbatteremo”.
Ma chi è Sebastian Gorka? Nella prima amministrazione Trump, Gorka era durato solo sette mesi prima di essere costretto a lasciare l’incarico dagli “adulti nella stanza” a causa dei suoi legami – da lui negati – con un gruppo di estrema destra in Ungheria e con gli ambienti più squinternati del mondo Maga.
La sua fortuna è cambiata nuovamente con le elezioni del 2024 che riportarono Trump al potere e con un peso più decisivo del movimento Make America Great Again, facilitando così il suo ritorno alla Casa Bianca nel ruolo di “zar dell’antiterrorismo”.
“Ho aspettato questo lavoro per 25 anni”, ha confidato nel suo podcast prima di assumere l’incarico.
Sebastian Gorka è emerso come uno degli ultimi uomini rimasti al loro posto dopo un periodo piuttosto turbolento per la leadership antiterrorismo degli Stati Uniti.
Il suo capo, il consigliere per la sicurezza nazionale Mike Waltz, è stato dirottato come ambasciatore alle Nazioni Unite dopo lo scandalo Signalgate, lasciando il ruolo ad interim al Segretario di Stato Marco Rubio.
Un altro colpo è arrivato quando Joe Kent, direttore del National Counterterrorism Center, si è dimesso il mese scorso in segno di protesta contro la guerra all'Iran che – a suo avviso – sta spingendo gli Stati Uniti “ulteriormente verso il declino e il caos”.
Gorka era furioso con Kent. In una udienza al Council on Foreign Relations ha affermato di averlo chiamato il giorno delle sue dimissioni e di aver lasciato un messaggio definendolo una “totale vergogna” per aver criticato il presidente in tempo di guerra.
Fonte
Si aggiunge così un altro tassello alle picconate di Trump contro gli alleati, confermando però che quelle esternazioni non sono delle “mattate” del capo ma una visione piuttosto organica e condivisa da tutta la sua amministrazione.
Richiamando parte delle tesi contenute nel Documento di Sicurezza Nazionale degli Stati Uniti, secondo l’amministrazione Trump l’Europa sarebbe diventata “un incubatore” di minacce terroristiche provocate dall’immigrazione di massa, puntando il dito contro “estremisti violenti di sinistra”, ed anche indefiniti “gruppi di estremisti pro transgender”.
Nel documento redatto da Gorka si legge che “gruppi ostili ben organizzati sfruttano i confini aperti e gli ideali globalisti collegati. Più queste culture aliene crescono e più a lungo queste politiche europee persistono, più il terrorismo è garantito”.
Per gli Stati Uniti la priorità sarà, si legge nel documento, “la rapida identificazione e neutralizzazione di gruppi politici la cui ideologica è anti-americana, pro-transgender in modo estremista e anarchico”.
Illustrando la strategia formulata nel suo dossier, Gorka ha “mostrato i muscoli” minacciando quelle che considera le minacce alla supremazia statunitense: “Noi vediamo una minaccia, rispondiamo e la distruggiamo, che siano i cartelli, jihadisti o estremisti violenti di sinistra come gli Antifa o gli assassini transgender, i non binari, gli estremisti di sinistra che hanno ucciso il mio amico Charlie Kirk, noi li abbatteremo”.
Ma chi è Sebastian Gorka? Nella prima amministrazione Trump, Gorka era durato solo sette mesi prima di essere costretto a lasciare l’incarico dagli “adulti nella stanza” a causa dei suoi legami – da lui negati – con un gruppo di estrema destra in Ungheria e con gli ambienti più squinternati del mondo Maga.
La sua fortuna è cambiata nuovamente con le elezioni del 2024 che riportarono Trump al potere e con un peso più decisivo del movimento Make America Great Again, facilitando così il suo ritorno alla Casa Bianca nel ruolo di “zar dell’antiterrorismo”.
“Ho aspettato questo lavoro per 25 anni”, ha confidato nel suo podcast prima di assumere l’incarico.
Sebastian Gorka è emerso come uno degli ultimi uomini rimasti al loro posto dopo un periodo piuttosto turbolento per la leadership antiterrorismo degli Stati Uniti.
Il suo capo, il consigliere per la sicurezza nazionale Mike Waltz, è stato dirottato come ambasciatore alle Nazioni Unite dopo lo scandalo Signalgate, lasciando il ruolo ad interim al Segretario di Stato Marco Rubio.
Un altro colpo è arrivato quando Joe Kent, direttore del National Counterterrorism Center, si è dimesso il mese scorso in segno di protesta contro la guerra all'Iran che – a suo avviso – sta spingendo gli Stati Uniti “ulteriormente verso il declino e il caos”.
Gorka era furioso con Kent. In una udienza al Council on Foreign Relations ha affermato di averlo chiamato il giorno delle sue dimissioni e di aver lasciato un messaggio definendolo una “totale vergogna” per aver criticato il presidente in tempo di guerra.
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