Presentazione


Analisi, opinioni, fatti e (più di rado) arte da una prospettiva di classe.

21/08/2026

Quarant'anni di Orgasmatron

Da alcuni punti di vista, il disco più importante dei Motorhead non è Overkill, e nemmeno Ace of Spades, bensì Orgasmatron. Se avete iniziato ad ascoltare heavy metal negli anni ’90, come chi scrive, o più tardi, avrete conosciuto Lemmy e compagni già nel ruolo di istituzione inamovibile dedita, a buon diritto, a replicare se stessa. Più che una band un marchio, come lo zannuto teschio suino che adorna quasi ogni loro copertina. E viene anche difficile pensarli diversamente. Eppure ci fu un periodo manco tanto breve, quello seguito all’abbandono, nel 1982, di Fast ‘Eddie’ Clark, in cui la situazione diventò alquanto liquida e lo scioglimento sembrò a un passo.

Another Perfect Day, pubblicato il 4 giugno del 1983, fu accolto con freddezza da pubblico e critica. Lemmy allora andava già per i quaranta. Oggi, che il rock è diventato un reparto geriatrico, verrebbe considerato poco più di un ragazzo ma nel grande baccanale degli anni ’80 a gente ben più giovane di lui era bastato molto meno per ritrovarsi appiccicata l’etichetta di dinosauro. Alla chitarra era arrivato Brian Robertson, ex Thin Lizzy, che con i Motorhead non c’entrava un bel nulla. Il mese dopo arrivò nei negozi Kill’em All, che alzò in modo drastico e repentino lo standard di violenza sonora ritenuto concepibile. Un gruppo a cui manco i Venom erano riusciti a strappare davvero lo scettro di band più rumorosa del mondo si ritrovò sorpassato, all’improvviso obsoleto. Anzi, si era pure ammorbidito, con lo stile troppo pulito e gli assoli troppo lunghi di ‘Robbo’, che dal vivo si rifiutava persino di suonare le hit che tutti i fan volevano ascoltare. Questa e altre intemperanze accelerarono la sua defenestrazione.

Robertson oggi afferma che le canzoni gli sembravano tutte uguali, per darvi l’idea di quanto fosse entusiasta di essere salito a bordo del ‘Bomber’. Il bello è che ‘Philty Animal’ Taylor aveva iniziato a pensarla come lui, voleva suonare qualcosa di più raffinato, smettere di essere considerato un cavernicolo. Il batterista comunicò a Lemmy la decisione di mollare proprio quando quest’ultimo, rimasto dunque per un attimo l’unico membro, si era convinto a tenere entrambi i due superstiti delle selezioni per il posto di chitarrista: gli sconosciuti Wurzel e Phil Campbell. Alla batteria fu reclutato Pete Gill, ex Saxon. Il problema della line-up era stato risolto. Purtroppo ce n’era un altro ancora più grosso: la Bronze Records aveva deciso che dei Motorhead non sapeva più che farsene.

La raccolta No Remorse, uscita nel 1984, avrebbe dovuto essere l’ultimo banchetto sul cadavere del cinghialone. Lemmy ottenne però di includere in ciascuno dei quattro dischi della compilation un inedito con il quale presentare la nuova formazione a quattro. Snaggletooth, Locomotive, Steal Your Face e Killed by Death furono quattro fucilate a pallettoni che dimostrarono a tutti che i Motorhead non erano morti manco per il cazzo. Anzi. Il serrato mid tempo di Killed by Death, in particolare, anticipò in qualche modo l’Lp che sarebbe uscito un paio d’anni dopo. Competere con la furia e il testosterone dei giovanissimi alfieri della rivoluzione thrash non era possibile. Lemmy, che aveva sia istinto che intelligenza analitica, lo aveva capito bene. Alzare quindi il piede dall’acceleratore mentre tutti andavano a cento all’ora? Sì. Provare qualche soluzione più ricercata grazie alle due chitarre? Certamente. Ma nel modo giusto.

Risolta una volta per tutte la controversia contrattuale con la vecchia etichetta, il gruppo si accasò con la GWR. Era ormai il 1986 e nel metallo stava succedendo di tutto. Il primo singolo, Deaf Forever, prese tutti di sorpresa. Una corrusca fantasia bellica di ambientazione vichinga affidata a un brano cadenzato e marziale, con un ritornello contagioso da pugno alzato, destinato ad aprire la scaletta di un Lp che inizia poi presto a correre su binari più tradizionali. L’impeto e il tiro di Mean Machine e Doctor Rock sono però di nuovo quelli dei tempi migliori. A proposito di binari, in origine avrebbe dovuto essere Ridin’ with the Driver a dare il titolo al disco e a Petagno fu infatti commissionata una copertina a tema ferroviario. La produzione di Bill Laswell fu all’epoca assai criticata, anche da Lemmy stesso, che la trovava ovattata e poco nitida. Ain’t My Crime, raccontò il cantante nella sua autobiografia White Line Fever, avrebbe dovuto essere addirittura una sorta di suite in quattro sezioni di cui solo una sopravvisse. Laswell sostiene che Lemmy, dato il suo famigerato stile di vita, era in condizioni di lucidità così precarie da essere stato del tutto assente durante la fase di missaggio e che quindi aveva ben poco da lamentarsi.

Ain’t My Crime era un pezzo a cui Lemmy era assai affezionato per via della tematica sentimentale. Sir Kilmister si sentiva finalmente un paroliere maturo ed era molto fiero delle liriche dell’album, più elaborate del solito. “Forse la gente le sentirà e non penserà più che sono solo un gorilla senza cervello con un giubbotto di pelle”, scherzò nelle interviste dell’epoca. E in effetti Orgasmatron è una delle pochissime canzoni heavy metal famose anche e soprattutto per il testo, che Lemmy sostiene di aver scritto di getto, destato la notte da un’improvvisa ispirazione. Il ritratto di tre volti di un potere multiforme e immanente, di fronte al quale l’uomo non può che restare schiacciato, è ancor oggi la cosa più simile a un manifesto politico heavy metal mai concepito, nel segno di un pessimismo lucido e anarcoide nel quale si sarebbero riconosciute generazioni di metallari di ogni orientamento ideologico, prima che arrivassero i social network a trasformarci in tifoserie decerebrate che fanno a gara a chi urla più forte mentre in qualche lussuosa tenuta californiana miliardari pedofili ridono di noi dantescamente. “Allontanare gli intrusi dalle proprie emozioni”, diceva il poeta. Ecco.

Lenta e sinistra, Orgasmatron, di fatto il più canonico dei blues in dodici battute, diventa un brano simbolo che sarà riconsegnato alla gioventù del male degli anni ’90 dalla celeberrima cover dei Sepultura (opinione impopolare: preferisco quella dei Satyricon). Tuttavia il disco in classifica non andò meglio di Another Perfect Day. Le recensioni furono contrastanti e il periodo che seguì fu complicato. Il lavoro successivo, Rock’n’Roll, che vide il provvisorio ritorno di Taylor, fu tirato via e scritto con la mano sinistra per stessa ammissione di Lemmy, all’epoca distratto da apparizioni cinematografiche e altre avventure. Il punto è che se lo poteva permettere. Orgasmatron aveva segnato l’orgogliosa resurrezione della sua creatura quando in molti avevano iniziato a intonarne il requiem.

Quanto la scommessa fosse stata vinta lo si sarebbe capito solo nei primi anni ’90. I Metallica avevano di nuovo cambiato le regole del gioco da soli con il black album. Il fenomeno grunge e l’uragano Pantera avevano spazzato via i suoni degli anni ’80. I virgulti del thrash che erano sembrati prossimi a condannare Lemmy a una pensione prematura arrancavano senza una direzione precisa. Adesso erano loro i dinosauri. Nel mezzo di questa generalizzata esplosione creativa, i Motorhead pubblicarono tre dischi in tre anni, dal ’91 al ’93. Tutti gli altri, giovani e un po’ meno giovani, facevano a gara a inginocchiarsi di fronte a loro e a definirli con devozione la loro più grande influenza. I Motorhead avevano ormai consolidato uno status leggendario che nulla e nessuno avrebbe più potuto togliere loro. Erano diventati il classico che per definizione resta sempre moderno. (Ciccio Russo)

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Mentre discutevamo della fine della storia, la Cina costruiva il futuro

di Pasquale Liguori

Appunti di un mese in Cina, con Arlacchi come compagno di viaggio.

Una sensazione precisa mi ha accompagnato lungo quasi un mese di viaggio in Cina, da Pechino a Xi’an, da Chengdu alla vertigine di Chongqing, poi verso Guilin e Yangshuo, fino alla modernità di Shenzhen e alla stratificazione anomala di Hong Kong, prima del ritorno alla capitale.

Lo stupore per le dimensioni del Paese, per la velocità dei treni, per la densità delle metropoli, per la tecnologia ormai fusa con i gesti più ordinari della vita quotidiana si consuma in fretta, come ogni meraviglia turistica.

Quello che resta, e che continua a lavorare sottopelle giorno dopo giorno, è più profondo: è l’impressione di attraversare una società che tratta il presente come materia ancora plasmabile e considera il futuro una costruzione politica e organizzativa, un orizzonte da conquistare.

Questa percezione nasce da fatti molto concreti, dalla puntualità dei trasporti alla pulizia degli spazi pubblici, dalla qualità di infrastrutture capaci di servire una popolazione immensa alla continuità dei servizi, dall’ordine di stazioni attraversate ogni giorno da masse umane di dimensioni per noi inconcepibili alla capacità di rendere semplice ciò che, dalle nostre parti, sembra complicarsi anno dopo anno.

E, tuttavia, il punto decisivo cade oltre l’efficienza. Soprattutto, oltre la formula caricaturale dell’efficienza autoritaria con cui buona parte del discorso occidentale crede di aver già liquidato tutto. Colpisce piuttosto la persistenza di una volontà organizzatrice, il fatto che dietro la materialità delle cose sopravviva l’idea di una direzione collettiva dello sviluppo.

Ancora più sorprendente risulta il verde. Oltre a quello sovrabbondante di Guilin e Yangshuo, dove il paesaggio carsico e i fiumi sembrano appartenere a un’immagine della Cina anteriore di secoli alla modernità, colpisce il verde incorporato nelle grandi città, lungo le arterie e sulle pendici, dentro l’incredibile sovrapposizione verticale di Chongqing e perfino nella Shenzhen cibertecnologica che l’immaginario europeo ridurrebbe volentieri a cemento ed elettronica.

Smette di funzionare come ornamento e diventa il segno materiale di quella “civiltà ecologica” entrata da anni nel lessico istituzionale e costituzionale cinese, capace di trasformare la gigantesca questione ambientale prodotta dall’industrializzazione in un nuovo terreno dello sviluppo.

Questo non significa fabbricare una Cina immaginaria, priva di tensioni e conflitti. Il punto sta altrove. Una società può essere attraversata da contraddizioni enormi e conservare insieme la capacità politica di intervenire su di esse.

È forse questa la prima cosa che il viaggio rende difficile dimenticare, soprattutto per chi proviene da una parte del mondo educata a trattare i problemi strutturali come fenomeni meteorologici, eventi da subire, gestiti negli effetti con la correzione di qualche coefficiente, invocando la crescita e la benevolenza dei mercati.

Durante il viaggio avevo con me La Cina spiegata all’Occidente di Pino Arlacchi, scelto senza intenzione di farne una guida e senza cercare nel Paese reale la conferma meccanica di una tesi.

È accaduto qualcosa di più serio, perché quelle pagine hanno allargato le domande che il viaggio poneva da sé, dando profondità storica a impressioni altrimenti destinate a restare in superficie e rendendo sempre più difficile liquidare come episodico ciò che continuava a ripresentarsi davanti agli occhi.

Arlacchi ha funzionato da vero compagno di viaggio, capace di amplificare l’esperienza senza diventarne il centro. Mentre attraversavo una Cina violentemente contemporanea, il libro riportava lo sguardo indietro di secoli e mostrava quanto poco si comprenda questo Paese facendolo cominciare nel 1949, oppure nel 1978 con Deng Xiaoping.

A Xi’an la profondità storica diventa quasi fisica, perché l’Esercito di Terracotta si sottrae allo statuto di reperto monumentale di una civiltà scomparsa, così come la Città Proibita rifiuta di ridursi al residuo museale di un ordine cancellato. In entrambi i casi si avverte una continuità inquieta, dove le rotture gigantesche della storia, rivoluzione compresa, rielaborano gli strati precedenti invece di azzerarli.

L’appassionata insistenza di Arlacchi sul lungo filo della costituzione materiale cinese, sul ruolo dello Stato e sulla tradizione amministrativa, sulla selezione delle classi dirigenti e sul valore attribuito alla competenza, rischierebbe di irrigidirsi in un’essenza immobile dell’“essere Cina” qualora venisse presa come chiave unica.

Resta però difficile negare che la Cina contemporanea nasca da una combinazione singolare tra questa lunga durata, la cesura rivoluzionaria del Novecento e la straordinaria sperimentazione istituzionale ed economica degli ultimi decenni.

Forse è proprio la capacità di tenere insieme ciò che il nostro pensiero separa con ostinazione a rendere la Cina tanto difficile da interpretare in Occidente. Confucio e Mao convivono con uno Stato fortissimo e un’economia di mercato, la continuità millenaria procede insieme alla trasformazione tecnologica più rapida del pianeta, la centralizzazione politica si accompagna a una sperimentazione locale di frontiera.

Il lessico occidentale pretende ogni volta di costringere il fenomeno dentro un’alternativa: socialismo o capitalismo, mercato o pianificazione, democrazia liberale o dittatura. La Cina, invece, elude il bivio. Sicché, quando un oggetto storico resiste alle nostre categorie, preferiamo sospettare dell’oggetto piuttosto che interrogarci sui pregiudizi e sulla natura delle categorie.

Così la formula “socialismo con caratteristiche cinesi” viene trattata come un espediente propagandistico. Mercato, impresa privata e grandi ricchezze sembrano autorizzare un verdetto già scritto, capitalismo, e il potere saldamente in mano al Partito Comunista aggiorna la sentenza in capitalismo autoritario. Si tratta di una definizione comoda soprattutto perché permette di risparmiare l’analisi.

La domanda seria riguarda invece il posto che il mercato occupa dentro la formazione sociale cinese, il rapporto tra capitale privato e potere politico, il controllo del credito e delle grandi infrastrutture, della terra, dell’energia, delle reti strategiche e della direzione complessiva dell’investimento. A questo punto il problema si fa tagliente, perché smette di ruotare attorno alla semplice presenza del mercato e tocca il nodo essenziale: chi comanda chi.

Shenzhen offre l’illustrazione più istruttiva dell’intero viaggio. A uno sguardo distratto sembra la prova definitiva del successo capitalistico cinese, metropoli vertiginosa cresciuta nel segno della tecnologia, dell’impresa e del consumo. Basta spostare di poco la domanda perché l’immagine cambi natura.

Da quale decisione politica è nata Shenzhen? Quale intreccio tra Stato, territorio, credito, ricerca, manifattura e capitale ha consentito di costruire una città di quella scala in pochi decenni? All’improvviso quella che sembrava una “vittoria spontanea del mercato” si rivela come una delle più gigantesche operazioni di pianificazione e di politica industriale della storia contemporanea.

L’interesse del caso cinese sta esattamente nella capacità di impiegare strumenti diversi subordinandoli a una strategia più ampia. Il mercato viene usato e orientato, privato di quella sovranità politica che il neoliberismo occidentale ha elevato a dogma. Da noi lo Stato si presenta ogni mattina davanti al tribunale dei mercati, mentre in Cina è il mercato a operare dentro una cornice che lo Stato rivendica ancora il potere di modificare.

Dopo decenni in cui ci è stato somministrato che privatizzare significava modernizzare, che la pianificazione apparteneva al museo delle ideologie e che la proprietà pubblica era per natura inefficiente, trovarsi davanti a una società capace di usare massicciamente il mercato senza consegnargli il comando produce un cortocircuito inevitabile.

Il cortocircuito si aggrava osservando che proprio questa società ha costruito in poco più di quarant’anni infrastrutture, filiere tecnologiche e progetti urbani che alle nostre latitudini richiederebbero ere geologiche.

Viaggiando, questa densità politica dello spazio torna di continuo, mentre nelle città europee si percepisce sempre più raramente. La trasformazione conserva lo statuto di azione possibile e le città vengono ampliate, riforestate, connesse, ripensate in rapporto ai prossimi decenni da chi evidentemente immagina di abitarli.

E così la questione cinese smette di riguardare soltanto la Cina. Riguarda noi, il trasferimento di una parte enorme del potere reale dalla decisione politica al complesso privato tecnico-militare-finanziario-industriale, il paradosso di sistemi che si dicono “democrazie” mentre riducono la libertà alla scelta periodica di chi amministrerà un quadro di compatibilità dichiarato intoccabile.

Da qui la povertà della rappresentazione occidentale della Cina. L’informazione dominante raramente sembra interessata a comprendere la specificità di quella formazione sociale e lavora piuttosto a ricondurre ogni fenomeno alla conferma di un verdetto pronunciato in anticipo, funzionando da megafono ideologico dell’ordine che l’ha prodotta, fatto di deregolamentazione, finanziarizzazione e mercato elevato a principio superiore di razionalità sociale.

Una Cina compresa nella sua complessità risulterebbe assai più disturbante di una Cina demonizzata, perché costringerebbe a domandarsi se l’evoluzione occidentale degli ultimi decenni sia davvero l’unica forma possibile della modernità.

Molto più economico spiegare ogni risultato cinese con la parola “autoritarismo”, come se una parola bastasse a produrre una ferrovia, una politica industriale, una rivoluzione energetica o una metropoli.

A dare forma teorica a queste domande ha contribuito la teoria della “tripla rivoluzione” proposta dai marxisti cinesi Cheng Enfu e Yang Jun, secondo i quali la storia della Repubblica Popolare rifiuta di lasciarsi leggere come una rivoluzione originaria seguita da una lunga normalizzazione e infine da una restaurazione capitalistica.

Propongono una continuità più inquieta e più fertile, dalla rivoluzione per la conquista del potere alla rivoluzione della riforma, fino alla rivoluzione della nuova fase storica, dove la trasformazione delle forme economiche e istituzionali coincide con la ridefinizione storica dell’orizzonte socialista piuttosto che con il suo abbandono.

La tesi obbliga a una verifica costante dei rapporti di proprietà, delle condizioni del lavoro, dell’autonomia o subordinazione del capitale, del potere reale delle istituzioni pubbliche, e resta comunque immensamente più feconda della formula pigra del “capitalismo di Stato”, perché rimette in movimento ciò che il pensiero occidentale ha già archiviato.

La domanda decisiva riguarda la possibilità che una rivoluzione continui dopo la presa del potere, cambiando gli strumenti della propria politica economica senza dissolversi, usando il mercato senza riconoscergli sovranità, attraversando compromessi, ritirate e accelerazioni pur continuando a concepirsi come trasformazione di lunga durata.

Sono esattamente le domande che la sinistra occidentale ha smesso di porsi nel momento in cui ha smesso di immaginare concretamente la trasformazione.

Il caso italiano, osservato dalla scala cinese, assume tratti quasi caricaturali. Arlacchi ha notato con una certa perfidia che buona parte della nostra classe politica, sottoposta ai criteri di selezione vigenti in Cina, faticherebbe ad amministrare qualche centro urbano minore.

La valutazione mi pare persino indulgente, perché il problema italiano precede ormai la competenza: la capacità di governare trasformazioni complesse è stata sostituita dal teatrino social, dal posizionamento quotidiano, dal talk show e dal sondaggetto.

Il risultato sta sotto gli occhi di tutti, con un Paese che invecchia, servizi pubblici impoveriti, ricerca e università trattate come costi superflui, salari stagnanti da trent’anni, giovani spinti all’estero e un dibattito pubblico infinitamente più occupato da ridicole polemiche che dalla domanda su cosa possa diventare l’Italia fra venti o trent’anni. Osservata dalla scala cinese, questa irrilevanza diventa quasi fisica.

Ancora più impressionante è il contrasto con la direzione dello spazio euroamericano. Di fronte all’ascesa di una potenza economica, tecnologica e politica che marginalizza la centralità occidentale, la risposta prevalente evita accuratamente di aprire una nuova stagione di investimenti sociali, scientifici e industriali e preferisce barriere, dazi, sanzioni, militarizzazione, riarmo.

Per decenni ci hanno spiegato che le risorse per sanità, welfare e istruzione andavano razionalizzate fino alla scarsità e, davanti alla succulenta possibilità di business per i signori della guerra, i limiti di bilancio diventano improvvisamente elastici.

Siamo alla furia regressiva. Un Occidente che ha edificato nel sangue la propria grandezza, presentandola poi come forma definitiva della modernità politica, reagisce alla perdita di centralità irrigidendo le proprie strutture, alza barriere dopo avere predicato il libero mercato, impone arbitrariamente dazi mentre accusa gli altri di violare la concorrenza, investe nel riarmo dopo avere smantellato per decenni la capacità sociale dello Stato, proclama diritti universali mentre convive con la distruzione di intere popolazioni.

Niente di tutto questo santifica la Cina. Serve piuttosto a vedere quale mondo continua a progettare il futuro e quale si limita a difendere, per giunta in pessimo modo, il proprio privilegio passato. Una società che, dentro contraddizioni e conflitti aperti, continua a progettare infrastrutture, transizione energetica, città e sviluppo produttivo su orizzonti generazionali si confronta con società che hanno sostituito il progetto del futuro con la difesa sempre più aggressiva di un primato ereditato.

Resta la sensazione di avere incontrato dal vivo un Paese che tratta la storia come un campo ancora aperto e riconosce alla politica una facoltà che noi abbiamo dimenticato, quella di decidere una direzione e di organizzare il tempo lungo.

Arlacchi non mi ha consegnato la spiegazione della Cina: ha fatto qualcosa di più utile, impedendo che ciò che vedevo restasse semplice stupore, costringendo ogni impressione a misurarsi con la lunga durata e demolendo la pretesa che l’Occidente possieda già tutte le categorie necessarie per giudicare quanto accade altrove.

Guardare davvero la Cina significherebbe sospendere almeno per un momento l’abitudine di giudicare il mondo dal centro di un Occidente che chiama universali le proprie categorie mentre perde la capacità di trasformarsi.

Vorrebbe dire ammettere che il mercato non costituisce una legge naturale, che la pianificazione può appartenere al futuro, che lo Stato può essere qualcosa di diverso dall’amministratore della redditività privata e che la modernizzazione rifiuta di coincidere con l’occidentalizzazione.

Soprattutto imporrebbe di accettare la possibilità che il nostro sistema culturale e mediatico lavora a rimuovere: mentre discutevamo se la storia fosse finita, uno dei suoi centri più antichi tornava a orientarne il movimento.

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“Strangolare” l’Iran? Tra il dire e il fare, ce ne corre...

L’ultima parola d’ordine statunitense, come già riportato, è “strangolamento economico”. Dell’Iran, in questo caso, ma facendo l’esempio pratico di Cuba.

A tutti gli analisti attendibili questo “cambio di strategia” è apparso subito come un’ammissione di debolezza. Esaurite le opzioni militari – i bombardamenti ottengono risultati limitati, l’attacco di terra costerebbe troppo in termini economici e soprattutto umani (soldati americani, chiaro, “il nemico” non conta mai), l’uso dell’atomica aprirebbe una fase incontrollabile con le altre potenze nucleari – si ripiega sul logoramento dell’economia iraniana, che di certo non se la passa benissimo.

Detto questo, come si fa? Il controllo delle frontiere esterne è di fatto impossibile, viste le dimensioni del Paese e la varietà geostrategica dei vicini. Quello aereo sarebbe più praticabile, ma ben poca parte del traffico commerciale viaggia in questo modo. Senza contare che i principali vettori diretti a Tehran sono russi, cinesi, ecc.

Il blocco di Hormuz è bilaterale, ossia reciproco. E allora è partita una sottile valanga di indiscrezioni pilotata dal sito Axios – tramite il solito Barak Ravid (ex ufficiale dell’Unità 8200 dell’intelligence israeliana) – che descrivono un fantastico film in cui “una lunga fila di petroliere viene fatta uscire nottetempo dal Golfo Persico lungo un canale molto vicino alle coste dell’Oman, sotto scorta delle navi militari Usa”. Lo stesso, quasi contemporaneamente, avverrebbe per le petroliere vuote che debbono entrare per caricare. “I soliti ignoti” in dimensioni hollywoodiane…

E gli iraniani? Zitti e buoni, perché i bombardamenti Usa avrebbero distrutto buona parte dei radar lungo lo Stretto di Hormuz, “accecando” di fatto droni e missili che potrebbero essere sparati. Quanto basta per far dire a Trump, in tv, che “Abbiamo spazzato via l’Iran”.

Impossibile trovare il benché minimo riscontro a questo traffico gigantesco, che avrebbe mobilitato circa 10 milioni di barili al giorno (il 50% del traffico pre-bellico) e contribuito a calmierare I prezzi comunque in ascesa del greggio sui mercati. Basta la parola di Barak…

Il vicepresidente J.D Vance e il ministro del Tesoro Bessent sembrano essere gli incaricati della gestione “ottimistica” della nuova strategia, a fini soprattutto interni.

Il primo, in un’intervista rilanciata dalla Cnn, spiega che “Lo strumento più efficace che abbiamo è la pressione economica che possiamo esercitare su di loro. E questa è una danza delicata, perché se esercitiamo pressione economica su di loro, loro cercheranno di fare altrettanto con noi”. Ma naturalmente “nelle ultime due settimane loro hanno subito molta più pressione di noi”.

Vance ha dovuto comunque ammettere che, nonostante questa “prevalenza” Usa, “ovviamente i prezzi del petrolio sono alti, come si può notare alla pompa” (il primo cruccio dell’americano medio). Ma siccome “stiamo facendo transitare le navi nello Stretto” in una certa quantità, “se riusciamo, non tanto a riportarlo alla situazione precedente, ma a far uscire abbastanza petrolio e gas, riusciremo a dare un po’ di sollievo agli americani alla pompa, un po’ di sollievo sui prezzi dell’energia”.

Un po’ pochino per “strangolare” un paese enorme, posizionato agli antipodi degli States e con una popolazione dieci volte superiore a quella cubana (che ha la sfortuna di vivere ai confini del “mostro”). Più esplicito ancora Bessent, che ha annunciato “le sanzioni più dure della storia”, esortando però Pechino a collaborare con Washington. Tradotto: “se non collabora, non funzionano“. Fino allo sconsolato “Se applichiamo la massima pressione economica, è improbabile che si assista a una ripresa su larga scala delle operazioni militari“.

Isolare Tehran economicamente è del resto un’impresa ritenuta fattualmente impossibile. Praticamente non ci sono rapporti commerciali con il resto dell’Occidente, quindi non si può tagliare quello che non c’è.

La gran parte del petrolio era ed è venduta alla Cina, che ha da poco inaugurato una lunghissima tratta ferroviaria fino a Tehran. Ancora non funziona a pieno ritmo, ma il traffico va ovviamente crescendo per compensare il blocco di Hormuz.

I rapporti con la Russia viaggiano attraverso il mar Caspio, e quindi fuori da ogni possibile blocco Usa.

Anche sul piano strettamente finanziario – circolazione monetaria, sistemi di pagamento internazionali, ecc – Tehran è da anni fuori dal controllo statunitense, rapportandosi con i suoi partner grazie ad altri meccanismi istituzionalizzati (per esempio Russia e Cina hanno sviluppato sistemi di pagamento che ignorano lo Swift, controllato dagli Usa).

Tutti i corridoi commerciali che in varia misura attraversano o sfiorano l’Iran coinvolgono un numero di paesi molto elevato e con rapporti assai differenziati tra loro. Esercitare “pressione” su tutti significherebbe ridurre anche l’efficacia di quei corridoi per gli interessi Usa e israeliani (si veda l’importante analisi pubblicata qui oggi), mettere in discussione alleanze già siglate o in fase di elaborazione, gettando magari potenziali “clienti” su corridoi alternativi già esistenti e rodati.

Il “cambio di strategia”, quindi, col passare dei giorni assume i contorni di una “pausa di riflessione” in attesa che le elezioni di midterm stabiliscano il nuovo quadro politico interno agli Stati Uniti (avere un Congresso a maggioranza democratica, con una forte componente “socialista” e pro-palestinese, intralcerebbe non poco un presidente abituato a viaggiare a colpi di “decreti esecutivi”) e magari che le industrie Usa rimpolpino le scorte di missili Patriot e Tomahawk, giunte al limite dell’operatività.

Non sembra un caso che la retorica tonitruante delle “misure mai viste prima” si sia spostata dal piano militare (“cancelleremo una civiltà”) al più prosaico “imporremo sanzioni, se sarà possibile”.

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USA - Anche in casa di Trump una “socialista” sbanca i “democratici”

La maggior parte dei risultati della nuova tornata di primarie in quattro stati americani hanno confermato le previsioni. Tuttavia ci sono state alcune sorprese che potrebbero rivelarsi decisive alle prossime midterm di novembre.

La novità più interessante è stata la vittoria della socialista Angie Nixon alle primarie per il Senato in Florida, lo stato di Donald Trump che i repubblicani controllano saldamente da anni.

L’ex sindacalista ha condotto una campagna elettorale in condizioni di netto svantaggio contro Alex Vindman, testimone chiave nella procedura di impeachment contro il tycoon sei anni fa e sostenuto dall’establishment democratico.

Lui ha potuto contare su oltre 16 milioni di dollari di fondi per la campagna, Nixon non è riuscita a permettersi neanche una pubblicità in TV. Ma, come hanno sottolineato gli esperti, ha vinto grazie ad una campagna vecchio stile, mobilitando la base.

Alla fine il suo risultato a sorpresa ha spiazzato tutti e i big del partito democratico si sono affrettati a congratularsi con «Angie». Chuck Schumer, leader democratico al Senato, ha sottolineato che «Nixon ha dedicato la sua carriera a battersi per la Florida e ha a cuore la difesa delle famiglie dei lavoratori».

Anche il presidente del Democratic National Committee, Ken Martin, si è complimentato assicurando che il partito «è pronto sostenere l’elezione di Angie e a collaborare per conquistare questo seggio, ottenere la maggioranza al Senato e rispondere alle esigenze di tutti i cittadini della Florida».

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Non esiste il “terrorismo ebraico”, esiste solo il terrorismo israeliano

di Gideon Levy

Un’israeliana come voi o come me viene intervistata dal giornalista britannico Piers Morgan nel programma che porta il suo nome e, per diversi lunghi minuti, si rifiuta di rispondere a una domanda semplice: la vita di un palestinese vale quanto quella di un israeliano?

Morgan pone la domanda quattro volte e per quattro volte la leader dei coloni Daniella Weiss si rifiuta di rispondere. Arriva perfino a spostare la risposta sul terreno dell’uguaglianza sessuale: qualunque cosa pur di evitare una risposta.

Alla fine borbotta qualcosa su Dio, che ha creato tutti, nel tentativo di liberarsi del fastidioso intervistatore. Lui le ricorda le parole di un altro colono, Yehuda Shimon, dell’avamposto di Havat Gilad, che pochi giorni prima aveva dichiarato alla BBC che la vita di un solo ebreo equivale a quella di 10 milioni di palestinesi.

Milioni di persone in tutto il mondo ascoltano queste dichiarazioni; che cosa pensano? Che questo è Israele. Gli israeliani ascoltano queste dichiarazioni; che cosa pensano? Che Israele non è questo.

Che cosa ha a che fare Weiss con noi? Lei non ci rappresenta. Neppure il ministro della Sicurezza nazionale Itamar Ben-Gvir e Bezalel Smotrich ci rappresentano. Le deliranti dichiarazioni del ministro della Difesa Israel Katz? Nulla a che vedere con noi.

Anche i “giovani delle colline” non ci rappresentano. I pogrom nei Territori? Quelli non siamo noi. Il kahanismo? Nulla a che vedere con noi. Persino metà degli israeliani afferma che il primo ministro Benjamin Netanyahu non li rappresenta.

Israele è diventato un paese strano, unico: tutto il male che avviene qui sembra non rappresentarci. Un autentico prodigio. Gli estremisti non siamo noi. La bruttezza: non è nostra. La supremazia ebraica: nessun legame con noi. Nulla di problematico ci appartiene. Persino il governo non ci rappresenta. Allora chi ci rappresenta? Dove sono i milioni di israeliani per i quali nulla di ciò che Israele fa ha qualcosa a che vedere con loro?

È tempo di riconoscere che Israele è esattamente ciò che vedono gli spettatori in Gran Bretagna e negli Stati Uniti. Ai loro occhi, Weiss è Israele e Israele è Weiss. Dopo la morte di decine di migliaia di abitanti di Gaza, fra cui migliaia di bambini, e dopo le ripugnanti manifestazioni quotidiane di supremazia ebraica in Cisgiordania, è ormai impossibile dire al mondo: “quelli non siamo noi” e “non in nostro nome”.

Il mondo, semplicemente, non ci crede più. (La domanda interessante è quanti israeliani credano ancora a queste distinzioni immaginarie.)

Il primo a dirlo, forse involontariamente, è stato, fra tutte le persone possibili, l’ambasciatore degli Stati Uniti in Israele Mike Huckabee. Dal profondo della sua visione delirante di un Israele esteso dal Nilo all’Eufrate, ha pronunciato per la prima volta le parole “terrorismo ebraico”.

Dopo anni durante i quali abbiamo affermato che il terrorismo ebraico non esiste, che l’espressione stessa è un ossimoro, arriva il battista dell’Arkansas e chiama le cose con il loro nome: terrorismo israeliano. La destra, che per anni ha sostenuto l’inesistenza del terrorismo ebraico, ha ragione. Il terrorismo ebraico non esiste. Esiste – eccome se esiste – il terrorismo israeliano.

Definire questo terrorismo “ebraico” serviva a cancellare o attenuare la responsabilità diretta di Israele. Naturalmente, questo faceva comodo allo Stato. Serviva anche agli israeliani, che potevano continuare a raccontarsi dell’esistenza di un gruppo di estremisti incapace di rappresentare lo Stato e, ancor meno, loro stessi.

Poi è arrivato Huckabee, ha smontato la menzogna e ha attribuito la responsabilità collettivamente a Israele. Ha ragione. Il terrorismo a Qusra, a Tell, è israeliano. Lo Stato di Israele, anziché Weiss o Shimon, ne porta la responsabilità. Viene compiuto per suo conto e lo rappresenta; dovremmo svegliarci e riconoscere che, agli occhi del mondo, rappresenta anche noi. Tutti gli israeliani.

Il mondo non crede più alle nostre distinzioni fra l’Israele vero (e bello) e l’Israele (brutto) che appare su ogni schermo del pianeta, e ha ragione. Dovremmo accettare che, da una prospettiva storica, siamo tutti Weiss, Ben-Gvir e Smotrich.

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Nasce a Shanghai l’Organizzazione mondiale dell’IA

All’interno di una Unione Europea devastata anche intellettivamente da quasi 40 anni di “pensiero unico” fatto di ordoliberismo teutonico, “austerità di bilancio” e totale libertà delle imprese, la discussione sull’Intelligenza Artificiale oscilla tra dilemmi para-filosofici (e dio sa se non ci sono anche problemi filosofici chiave nello sviluppo dell’IA) e disegno di “regole” per una attività industriale che, in Europa, praticamente nessuno coltiva con risultati apprezzabili. O almeno tali da poter costituire un potenziale concorrente con le imprese americane o di altri paesi.

Non parliamo poi dell’Italia, terra desolata e in via di desertificazione sia industriale (la prima impresa nazionale è ora Leonardo, una controllata dello Stato che costruisce armi) che demografica (solo 350mila i nuovi nati del 2025, contro l’oltre un milione del 1964), dove il principale problema di governo e opposizione sembra siano “gli immigrati”. Che peraltro qui non ci vogliono stare, aspirando a qualcosa di meglio…

Occuparsi di intelligenza, sia pure informatizzata e standardizzata (ossia il contrario del sapere), sembra quasi un reato, peggio che svegliare un semi-cadavere in coma.

Nel frattempo il resto del mondo si porta decenni avanti. Non solo sviluppando sistemi di AI profondamente differenti da quelli Usa, ma anche preoccupandosi di disegnare un quadro di cooperazione internazionale tale da consentire anche ai paesi meno sviluppati – quelli sempre in via di decolonizzazione, non a caso – di utilizzare una risorsa altrimenti inaccessibile o a costi insopportabili.

Qui di seguito vi proponiamo due articoli molto diversi. Uno pubblicato su un sito francese pesantemente osteggiato da Facebook ed altre piattaforme Usa, l’altro addirittura elaborato come editoriale dell’ufficialissimo Le Monde.

Entrambi, comunque, mettono l’accento sul fatto che Cina e Russia, ma soprattutto la prima, hanno varato un’organizzazione internazionale che comprende, in partenza, 31 paesi, per mettere a disposizione strumenti in grado di facilitare lo sviluppo di tutti i partecipanti e quindi anche le relazioni reciproche (commerciali e non).

La chiave di volta è nell’open source, ossia in un’architettura dell’IA che non si fonda sulla “centralizzazione proprietaria” ma sulla flessibilità e adattabilità alle necessità reali dell'“utente” e/o dei compiti. Un bene pubblico, insomma, non un servizio privato da pagare caro.

Al tono entusiasta del primo articolo corrisponde simmetricamente lo spavento di Le Monde e della borghesia francese, che si scopre disarmata davanti ad una “avanzata” che non ha nulla di militaresco – la cooperazione internazionale, semmai, rende pressoché inutile il riarmo infinito per “esercitare deterrenza” – e molto di intelligenza umana, per nulla “meccanizzata”, in grado di offrire soluzioni a problemi che qui, nell’Occidente decerebrato, sembrano destinati a soluzioni a colpi di coltello.

Buona lettura.

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La Cina promuove infatti la cooperazione internazionale nello sviluppo dell’Intelligenza Artificiale, ovvero la mette al servizio dell’umanità intera e non solo di chi paga come fanno gli statunitensi, i quali in ogni caso sono per fortuna in evidente ritardo, rispetto ai progressi cinesi. Appare dunque chiaro che il futuro dell’Intelligenza Artificiale sarà nella solidarietà e nella cooperazione.

Al momento le nazioni aderenti sono: Cina, Russia, Brasile, Sudafrica, Indonesia, Kazakistan, Kirghizistan, Laos, Oman, Pakistan, Tagikistan, Uzbekistan, Cambogia Malesia, Algeria, Camerun, Repubblica del Congo, Etiopia, Kenya, Lesotho, Mozambico, Senegal, Zambia, Cuba, Nicaragua, Venezuela, Bolivia e per l’Europa, oltre alla già detta Russia, solo Bielorussia e Serbia.

Con oltre tre miliardi di cittadini rappresentati, queste nazioni, non solo per peso economico e demografico, esprimono una porzione importante e considerevole dell’umanità.

Sempre estranea alla costruzione multipolare ovviamente l’Unione Europea, la quale resta tragicamente subalterna e totalmente dipendente dall’alleato – padrone statunitense.

La strategia cinese per un futuro condiviso per l’intera umanità si allarga dunque anche all’Intelligenza Artificiale, con la volontà di favorire la definizione di regole comuni per quella che viene definita la “governance” dell’Intelligenza Artificiale stessa, con l’obiettivo di aiutare in modo sistematico e continuativo le nazioni del Sud Globale ad accedere alle tecnologie dell’Intelligenza Artificiale, condividendo competenze, formazione e infrastrutture, nonché sostenendo uno sviluppo dell’Intelligenza Artificiale sicuro, equo e vantaggioso per tutta l’umanità, come nelle parole del presidente Xi Jinping, il quale per l’occasione si è recato a Shanghai.

Nel 2025, i modelli open-source su larga scala sviluppati in Cina hanno raggiunto la vetta delle classifiche globali di download, primeggiando senza possibilità di paragone con qualsiasi altra nazione, tuttavia non solo i modelli su larga scala sviluppati in Cina sono ampiamente diffusi, ma anche i prodotti cinesi che fanno uso dell’Intelligenza Artificiale come occhiali e traduttori stanno conquistando il mercato globale.

Con la creazione della WAICO la Cina e la Russia e con loro le nazioni che concorrono paritariamente all’edificazione di regole e strutture atte a indirizzare verso il meglio per le donne e gli uomini della terra lo sviluppo dell’Intelligenza Artificiale, intendono sottrarla alle logiche affaristico-monetariste delle aziende statunitensi interessate semplicemente ed esclusivamente ai profitti, senza alcuna finalità etica e sociale.

Così, mentre le aziende a stelle e strisce mirano al controllo dei semiconduttori avanzati e delle esportazioni, Pechino propone una cooperazione internazionale fondata su modelli open source e sul trasferimento di competenze a tutti i partecipanti all’Organizzazione per uno sviluppo condiviso delle capacità sempre crescenti dell’Intelligenza Artificiale.

Il lancio della WAICO, che si pone di fatto come il principale consesso mondiale in materia di Intelligenza Artificiale, è nato all’interno della WAIC, la World Artificial Intelligence Conference, ovvero la Conferenza Mondiale sull’Intelligenza Artificiale, che si svolge da un decennio annualmente a Shanghai, raccogliendo non solo tutte le più importanti aziende tecnologiche cinesi, ma anche di svariate altre nazioni del mondo, coinvolgendo ricercatori universitari, rappresentanti governativi, investitori e startup.

La Conferenza in questi anni è stata l’occasione per presentare i più recenti modelli cinesi di Intelligenza Artificiale ed anche il loro utilizzo in robot umanoidi e robot industriali, nelle tecnologie per la guida autonoma, nelle applicazioni mediche, industriali e militari, anche se queste ultime ovviamente mostrate non nella loro interezza per evidenti ragioni di sicurezza nazionale.

La Conferenza è da sempre l’occasione per connettere i colossi come Alibaba, Tencent, Baidu, Huawei e SenseTime, con la miriade di piccole startup nate in ogni angolo della Cina, implementate dall’entusiasmo di migliaia di giovani laureati in ingegneria.

Proprio da questa interlocuzione sono scaturite molte delle novità che la scienza cinese ha messo a disposizione dell’intera umanità, dai semiconduttori agli acceleratori per l’Intelligenza Artificiale, alle applicazioni derivate e connesse.

La stampa cinese, a partire dal “Renmin Ribao”, ovvero “Il Quotidiano del Popolo”, ha sottolineato come la considerazione planetaria riservata alla Cina quale nazione equilibrata e stabilizzatrice delle relazioni internazionali sia di fatto di giorno in giorno crescente, a fronte delle turbolenze globali, delle guerre e delle contraddittorie incertezze disseminate dalla nefasta presidenza statunitense, che di fatto poi traina nel marasma l’intero Occidente Collettivo, il quale appare esclusivamente orfano di una passata egemonia fondata sul furto delle materie prime energetiche, minerarie e alimentari del Sud Globale.

La stampa cinese [1] ha sottolineato il rafforzarsi dell’amicizia dentro il progetto della Nuova Via della Seta tra Cina e Kazakistan, dei legami indissolubili tra Cina e Cambogia, ma anche tra Cina e Thailandia, tutte relazioni definite latrici di una “consolidata fiducia strategica reciproca vibrante e dinamica” e come tutti i capi di stato e di governo presenti abbiano sottolineato come “la Cina abbia fatto dell’Intelligenza Artificiale un bene pubblico e non un bene privato.”

Il presidente Xi Jinping, nel suo lungo discorso al proposito ha affermato:

“In quanto nazione responsabile, la Cina si è sempre impegnata per fornire beni pubblici a tutte le nazioni coinvolte in progetti di cooperazione, in particolare nel campo dell’innovazione tecnologica e ora in quello dell’Intelligenza Artificiale.
Nei prossimi cinque anni, la Cina offrirà opportunità di formazione in merito all’Intelligenza Artificiale per i giovani delle nazioni del Sud Globale, istituirà centri di cooperazione internazionale per le sue applicazioni, con accordi bilaterali volti a coinvolgere l’ASEAN, la Lega Araba, l’Unione Africana, la Comunità degli Stati Latinoamericani e Caraibici, l’Organizzazione per la Cooperazione di Shanghai e tutte le nazioni aderenti ai BRICS”.


Quindi il presidente cinese ha poi significativamente aggiunto: “La Cina di oggi contribuisce a creare opportunità di cooperazione in un’epoca turbolenta. La Cina non persegue la modernizzazione in un quadro di auto – isolamento, ma accoglie con favore la partecipazione attiva del maggior numero di amici stranieri interessati a un processo di modernizzazione che avrà ricadute positive per l’intera umanità a partire dal contrasto della disuguaglianza”.

Nel suo discorso alla Conferenza il Presidente kazako Tokayev ha affermato: “La Cina ha compiuto un balzo in avanti nello sviluppo, ha sradicato completamente la povertà assoluta, è diventata una potenza di livello mondiale, ha costruito un sistema economico diversificato e ha assistito alla fioritura di tecnologie all’avanguardia. Questo grande risultato deriva dalla forte leadership del Partito Comunista Cinese, il più grande partito politico al mondo e anche dalla leadership eccezionale e saggia guidata dal Presidente Xi Jinping”.

Tale discorso ha indotto il presidente Xi Jinping a indugiare nelle sue conclusioni sul ruolo del Partito Comunista nella costruzione di una Cina moderna e all’avanguardia a livello planetario in campo scientifico e tecnologico:

“La ragione per cui il Partito Comunista Cinese è stato in grado di raggiungere costantemente risultati brillanti nella sua lotta, e per cui la storia e il popolo hanno scelto il Partito Comunista Cinese, risiede nel fatto che il Partito Comunista Cinese possiede qualità eccellenti come l’impegno nella ricerca della verità, il profondo radicamento nel popolo, il coraggio di assumersi le missioni storiche, l’allineamento con le tendenze dello sviluppo, l’audacia di affrontare anche le più ardue sfide e la capacità di farlo efficacemente, così come l’attenzione al rafforzamento della capacità produttiva e di ricerca scientifica e tecnologica”.

Il presidente cinese ha poi aggiunto: “Il quindicesimo Piano Quinquennale afferma chiaramente che si deve promuovere la creazione di un quadro di governance per l’Intelligenza Artificiale con un’ampia partecipazione internazionale, costruendo congiuntamente un ecosistema globale di Intelligenza Artificiale aperto, equo, basato sulla fiducia, diversificato e reciprocamente vantaggioso, a sostegno del Sud Globale e nel rafforzamento delle sue capacità in materia di Intelligenza Artificiale”.

Note
[1] La presente e le successive citazioni provengono tutte dall’edizione del 18 luglio 2026 del “Renmin Ribao”

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Il contro-modello cinese sull’IA, una sfida per l’Europa

In occasione della Conferenza mondiale sull’intelligenza artificiale tenutasi a Shanghai il 17 luglio, il presidente cinese Xi Jinping ha presentato una dottrina per l’organizzazione dell’intelligenza artificiale che potrebbe ridisegnare gli equilibri dell’ordine tecnologico mondiale e rischia di annullare il vantaggio di cui i Ventisette [i membri dell’Unione Europea, ndr] disponevano sul piano normativo.

Nel campo dell’intelligenza artificiale (IA), gli scenari non sono mai scritti in anticipo. Finora, la narrazione più diffusa era la seguente: gli Stati Uniti godono di un decisivo vantaggio tecnologico, la Cina cerca di colmare il divario e l’Europa si sforza di limitarne gli eccessi attraverso la regolamentazione.

La Conferenza mondiale di Shanghai del 17 luglio ha però rimesso in discussione questo racconto. Xi Jinping non si è limitato a sancire il recupero della Cina: ha presentato una dottrina per l’organizzazione dell’IA che potrebbe ridisegnare gli equilibri dell’ordine tecnologico globale.

Presentandosi come il promotore di una «sinfonia della cooperazione internazionale», il presidente cinese ha mostrato i progressi delle imprese del suo Paese come la vetrina di un progetto politico. Dietro le promesse di un’intelligenza artificiale aperta, accessibile ed economicamente sostenibile per i Paesi in via di sviluppo, Pechino punta a imporre la propria concezione della governance digitale.

La dimostrazione non si è fermata ai discorsi: i rappresentanti di 29 Paesi hanno firmato l’atto costitutivo di un’Organizzazione mondiale per la cooperazione sull’IA, che avrà sede a Shanghai.

La Cina sta applicando una strategia già sperimentata con successo. Come è avvenuto per i pannelli solari, le batterie o i veicoli elettrici, il suo obiettivo non è necessariamente produrre la tecnologia più avanzata, bensì quella più accessibile.

I modelli sviluppati da DeepSeek, Moonshot e Zhipu AI offrono prestazioni vicine a quelle dei leader statunitensi, ma a costi incomparabilmente inferiori. Per una larga parte del mondo, questo rapporto qualità-prezzo prevarrà sui modesti vantaggi in termini di prestazioni assolute.

L’ambizione cinese, tuttavia, va oltre l’economia. Pechino vuole convincere il mondo che il proprio approccio, più regolamentato e maggiormente subordinato agli obiettivi dello Stato, rappresenti una risposta credibile alle preoccupazioni suscitate da questa rivoluzione tecnologica.

È vero che tali meccanismi di controllo si fondano su una censura incompatibile con le libertà fondamentali e sarebbe pericoloso confondere una regolamentazione democratica con un controllo autoritario. Resta però un dato incontestabile che la Cina sta sfruttando: ovunque, anche nelle democrazie, il tempo dell’autoregolamentazione delle piattaforme sta ormai giungendo al termine.

L’Europa riteneva di possedere un vantaggio sul piano normativo. L’idea era che la sua ambizione di imporre standard etici avrebbe compensato il ritardo industriale. Oggi Pechino minaccia di neutralizzare questo vantaggio, non tanto regolamentando meglio, quanto combinando un’offerta tecnologica competitiva con un discorso politico sostenuto ai massimi livelli dello Stato.

In assenza di una vera e propria terza via, l’Europa si ritrova stretta tra due modelli. Washington impone le proprie regole attraverso la superiorità tecnologica, l’extraterritorialità del proprio diritto e la possibilità di attivare un kill switch, un pulsante di arresto d’emergenza in grado di interrompere l’accesso a una tecnologia ritenuta strategica (come nel caso dei modelli più avanzati di Anthropic).

La Cina, invece, avanza facendo leva su un sofisticato soft power fondato sulla cooperazione tecnica e sulla diplomazia multilaterale. Ne deriva una situazione paradossale: è il regime autoritario a mettere in campo l’approccio più sofisticato, mentre la cosiddetta democrazia “liberale” impone il proprio modello facendo ricorso alla forza.

La lezione per i Ventisette è chiara: una norma esercita influenza solo se è accompagnata dalla capacità di trascinare gli altri. Oggi, però, l’Europa non dispone né della forza degli Stati Uniti né del potere di attrazione della Cina. Senza un’ambizione industriale all’altezza dei propri principi, le sue regole rischiano di imporsi soltanto a se stessa.

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20/08/2026

Il sistema mediatico è fuori di senno

La foia guerrafondaia dei media occidentali supera ormai per cialtroneria ed estremismo qualsiasi idiozia possa uscire dalla tastiera di Trump.

La dimostrazione solare è arrivata ieri da un presunto scoop del Financial Times – giornale attendibile “fino ad un certo punto” sui temi economici, ma inevitabilmente esposto come tutti alla stupidaggine quando copre temi geostrategici – che è stato ripreso, modificato, manipolato fino alla falsificazione da tutti i media italioti. Sia stampati che in video.

Andiamo con ordine perché è bene cogliere appieno la portata dell’operazione e quindi dello “spirito” che ormai domina in certe redazioni.

Il Financial Times, dicevamo, decide di pubblicare un articolo che raccoglie – a suo dire – alcune “indiscrezioni” provenienti da funzionari iraniani. Il titolo, nella foto qui di fianco, è abbastanza chiaro, seppur incomprensibilmente accompagnato con una foto dalla Russia: “Alcuni insider dicono che l’Iran osserva [possibili] obiettivi militari in Europa se Trump imprimerà un’escalation alla guerra”.

Lasciamo per ora perdere l’attendibilità della “fonte”, che in questi casi è sempre incerta, al limite del gioco delle spie. E restiamo alla lettera del titolo: se l’America riprenderà a bombardare, magari aumentando l’intensità degli attacchi, in quel caso l’Iran potrebbe dirigere i suoi missili verso le basi presumibilmente Usa e/o Nato presenti sul territorio europeo.

Dal punto di vista logico e strategico, in questa eventualità, è possibile. L’Iran ha adottato lo stesso criterio nei confronti dei paesi del Golfo Persico e in Medio Oriente, demolendo parecchi radar e basi americane – con qualche “danno collaterale” per i paesi che le ospitano.

Dunque potrebbe fare altrettanto con i paesi europei, che appoggiano materialmente lo sforzo americano ma con l’aria di chi non sa come funzionino le basi e cosa vi avvenga dentro (rifornimenti di munizioni e carburante, manutenzione, radar, ecc.).

Questa contro-escalation iraniana sarebbe peraltro subordinata ad una condizione precisa: l’escalation bellica, SE sarà decisa e praticata da un Trump sull’orlo della crisi di nervi per i fallimenti registrati in sei mesi.

I media italici avrebbero potuto quindi riprendere la notizia del Financial Times nella sua interezza, commentarla, “arricchirla” con dichiarazioni di qualsiasi provenienza attendibilità, ecc., evidenziando magari il rischio per le nostre popolazioni insito nella dinamica di guerra imposta da Usa e Israele a tutto il Medio Oriente e quindi anche al Mediterraneo.

Troppo facile, troppo deontologicamente corretto, troppo poco allarmante per “farci un titolo ad effetto”...

L’ordine che ha attraversato pressoché tutte le direzioni e le redazioni è stato univoco: eliminare dai titoli qualsiasi accenno alla “condizione” indicata dal FT (l’escalation Usa) e dare soltanto la parte dell’“attacco all’Europa”.

Ovviamente “ingiustificato”, “intollerabile”, e via sacramentando. Come si può vedere dal titolo di Repubblica qui di fianco (ma erano tutti simili, dal Corriere in giù, potete divertirvi su Internet), che si sbizzarrisce elencando subito i possibili obbiettivi e mettendo una foto per criminalizzare i pacifisti che chiedono la chiusura delle basi Usa.

Che questa unanimità sia “casuale” è ovviamente impossibile. Per quanto devastata sia la categoria “giornalaia” ci dovrà pur essere una singola testata che – se non altro per ragioni di concorrenza – rispetti la notizia originale. Niente, neanche Il Fatto stavolta dirazza rispetto al mainstream... Di fronte all’Iran tutti con l’elmetto.

È evidente che dire “l’Iran ci vuole attaccare” è completamente diverso dal dire “se Trump intensifica gli attacchi, allora la risposta di Teheran potrebbe arrivare fino a noi”.

Nel primo caso sono gli ayatollah o i pasdaran a rappresentare il pericolo per la pace, nel secondo è Trump – e l’America – a dover essere “contenuto”.

Nel primo caso l’unica cosa da fare è armarsi ed eventualmente partecipare fisicamente alle prossime iniziative di guerra; nel secondo l’Unione Europea e financo l’Italia potrebbero fare pressione sugli Usa – nei limiti delle loro scombiccherate direzioni politiche – per evitare che la guerra in Medio Oriente diventi semi-globale.

La scelta – nelle redazioni e soprattutto tra i proprietari dei giornali – è stata dunque una scelta di campo e di guerra. Non c’è nulla da capire e da fare se non combattere. Come per l’Ucraina, insomma.

La foia guerrafondaia del sistema mediatico “industriale” ormai ha assunto la stessa dinamica che alimenta i pogrom o la caccia alle streghe, con un rimbalzare di voci incontrollate che convergono sull’indicazione di un nemico da scuoiare vivo a furor di popolo (redazionale). Nel migliore dei casi, se l’innocente è debole, finisce con un omicidio immotivato. Se è abbastanza forte da resistere, invece, finisce malissimo...

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Ucraina - L’ex ministro Fedorov chiede le elezioni

Appena un mese dopo essere stato licenziato da Zelensky, l’ex ministro della Difesa ucraino Mykhailo Fedorov ha deciso di regolare i propri conti con il suo presidente.

Lo ha fatto con un video, pubblicato martedì 18 agosto su YouTube, dove il trentacinquenne ex ministro ha dipinto per quasi dieci minuti un ritratto estremamente duro del sistema politico ucraino, tra corruzione, “crisi sistemica di governo” e sfiducia verso la popolazione.

Mykhailo Fedorov ha poi superato una linea rossa che nessun politico ucraino aveva osato superare dall’inizio della guerra nel febbraio 2022, chiedendo il “ripristino del processo democratico” e quindi l’organizzazione delle elezioni nel paese devastato dal conflitto.

 “L’Ucraina può contemporaneamente combattere e rimanere una democrazia”
, ha affermato l’ex ministro. 

Le elezioni regolari in Ucraina, avrebbero dovuto svolgersi nella primavera del 2024, ma sono state rese impossibili dalla legge marziale. L’ex ministro sta ovviamente assumendo il rischio più grande della sua carriera politica, confermando al contempo le proprie ambizioni alla leadership di Kiev.

Fedorov era uno dei ministri più conosciuti e più visibili del governo. Parlava spesso ai media occidentali per spiegare le trasformazioni della guerra tecnologica. La sua esposizione pubblica in qualche modo ne ha rafforzato l’immagine sia all’interno del paese che nei paesi occidentali.

Le dichiarazioni di Fedorov sono giunte poche ore dopo che Zelensky aveva formalmente nominato Yevhen Khmara come nuovo ministro della Difesa ad interim. Questa nomina era in ballo da luglio. Dunque Zelenski ha risposto picche a mesi di proteste che chiedevano la reintegrazione di Fedorov al ministero della difesa.

La nomina di Khmara deve essere approvata dal parlamento, e il voto di conferma è previsto già per domani.

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