Presentazione


Analisi, opinioni, fatti e (più di rado) arte da una prospettiva di classe.

03/04/2026

Le Recensioni di Frusciante - Mario Bava

Il trionfo del kitsch

di Gioacchino Toni

Vincenzo Susca, Bello da morire. L’arte e il pubblico dal kitsch al wow, Mimesis, Milano-Udine, 2026, pp. 250, € 20,00

Noi affermiamo che la magnificenza del mondo si è arricchita di una bellezza nuova: la bellezza della velocità. Un automobile da corsa col suo cofano adorno di grossi tubi simili a serpenti dall’alito esplosivo… un automobile ruggente, che sembra correre sulla mitraglia, è più bello della Vittoria di Samotracia (F.T. Marinetti, Manifesto del Futurismo, 1909).

Nell’individuare la bellezza del mondo contemporaneo nella velocità di un veicolo a motore, piuttosto che in qualche antica reliquia marmorea, a inizio Novecento, la poetica futurista ha dichiarato guerra ai musei. Se da un lato l’arte, a partire dalle avanguardie storiche, ha rivendicato il diritto di prescindere dalla bellezza, dall’altro quest’ultima si è diffusa oltre l’ambito artistico dando luogo a un processo di estetizzazione diffusa. L’estetica si è emancipata dalle istituzioni artistiche incarnandosi in ambiti inattesi.

La ricerca del sublime, scrive Vincenzo Susca in Bello da morire (Mimesis, 2026), ha lasciato il posto all’ordinario estetizzato: «una bellezza contaminata, ibrida, affettiva, virale e proliferante. Il nuovo paesaggio sensibile si popola di soggetti spaesati e relazioni fluide, di immagini ibride e suoni intermittenti, di mode passeggere e idoli effimeri» (p. 27). L’ordinarietà, la vita senza qualità, si è rovesciata in una spettacolarizzazione diffusa. Intrecciando sociologia dell’immaginario, mediologia, estetica e filosofia, Susca spiega come la tecnica, la comunicazione, l’immaginario e l’arte attuali siano giunti a essere plasmati dal kitsch attraverso un lungo processo di sedimentazione di tensioni, fratture e contaminazioni.

Una genealogia estetica di siffatta portata è indispensabile per comprendere i paesaggi digitali, urbani e post-urbani che ci circondano, o meglio nei quali affondiamo: Instagram, Snapchat, BeReal, Genshin Impact, Fortnite, il Metaverso, Grinder, Tinder, ma anche le parate queer, gli after senza fine, le crew di skater o gli youtuber di periferia. Tutti questi fenomeni non sono mere mode, ma micromondi simbolici, sorgenti di atti estetici e transpolitici che, nel caos e nell’effimero, concorrono a ridisegnare l’immaginario collettivo. Essi non si limitano a distruggere l’arte: la oltrepassano, la ricreano, la rendono porosa e ubiqua. [...] Nel passaggio dal museo alla piattaforma digitale, dalla galleria alla home page, dalla sala espositiva al feed, la soglia tra arte ed esistenza sfuma, favorendo l’avvento di un’estetica diffusa, relazionale, performativa, in cui ogni gesto [...] può assumere qualità estetiche, emotive e narrative. [...] La cultura contemporanea affiora dunque come un campo estetico aperto e dilatato, dove ogni atto può essere espressione e ogni espressione è estetizzata (pp. 27-29).

Il diffondersi di pratiche di riappropriazione simbolica e di rielaborazione connettiva non sancisce la morte dell’arte, sottolinea Susca, ma la sua dispersione in un quotidiano fatto di strade e di reti digitali, in un con-fondersi di conformismo e dissenso privo di ambizioni emancipatorie in cui il soggetto si dissolve nello spettacolo che lo espone come opera d’arte.

Se la modernità artistica occidentale apertasi con il Rinascimento, nonostante l’inclinazione alla mimesi, ha a lungo relegato l’ordinarietà ai margini della scena, trattando la vita concreta «come forza lavoro, pubblico da educare e, nel migliore dei casi, da distrarre nelle pause della produzione economica e della riproduzione sociale» (p. 37), è con la fotografia, una volta emancipatasi dall’idea di dover inseguire la pittura, che il bello si sposta nel quotidiano aprendo la strada ai contributi in tal senso del cinema, della televisione e dei media digitali. L’avvento del sistema-fabbrica realizza la commistione tra umano e macchina subordinando i soggetti agli oggetti aprendo la strada a una contemporaneità sempre più dipendente da dispositivi non umani priva di «dialettica tra oppressori e oppressi, barbarie e civiltà, capitale e lavoro» in cui il potere si è fatto al contempo invisibile e capillare e l’opposizione tende a manifestarsi «sotto forma di passività, astensione e disturbo: ironia, satira, meme, distorsioni» (p. 64), incapace di svilupparsi in rivoluzione.

Il kitsch che secondo Susca plasma la tecnica, la comunicazione e l’arte attuali è sorto a metà Ottocento da «una borghesia priva di saldi riferimenti estetici e affamata di prestigio e benessere attraverso il bello», per poi diffondersi anche tra le «fasce sociali annoiate dal folclore tradizionale e sedotte dalle promesse e dalle attrazioni della modernità», finendo per farsi egemone, imponendosi come «l’anima della società del consumo, l’arma delle avanguardie storiche, la grammatica dell’industria culturale e, infine, l’essenza degli algoritmi [della] intelligenza artificiale generativa» (p. 71). L’industria culturale tardo ottocentesca e novecentesca ha canonizzato la messa in scena della vita quotidiana, l’appropriazione della bellezza, sottratta alle élite artistiche, sociali e intellettuali, da parte dei parvenu, sotto l’egida del kitsch.

La macchina del capitale – tanto nella struttura quanto nella sovrastruttura – si rivela capace di tradurre, inglobare e infine divorare sogni e stili di vita delle classi emergenti e marginali, trasformandoli in ideologia, merci e spettacoli. L’immaginario capitalista è battezzato nello spirito del consumo e raggiunge l’apogeo con la società dello spettacolo, animata, secondo Abruzzese, dall’ideologia della felicità, un piacerino kitsch. Essa si erge sulle spalle del reale, in quanto simulacro del reale, a spese del reale. Come le fabbriche e i vampiri, che del capitalismo industriale sono la più tetra e potente metafora, si nutre dei vivi e delle loro attività eleggendole a materie prime del mondo nuovo (pp. 90-91).

Il mondo dei media, degli spettacoli e dei paradisi artificiali richiede/impone sempre maggiore complicità ai soggetti-consumatori fagocitandoli all’interno dello splendore di un progresso da cui non sembrano potere/volere sottrarsi.

Il la della metamorfosi che oggi vede tutte e tutti come oggetti e soggetti, produttori e prodotti, imprenditori e merci, ovvero il primo passo di una condizione estetica nella quale, tramite una pluralità di profili, selfie, post, reel, mention o story, la vita quotidiana è l’opera d’arte più significativa, e più in/significante del nostro tempo – giacché portatrice di senso, avvolta da un’aura sacra e al tempo stesso neutralizzata, reificata e replicabile – è collocato esattamente nel periodo in cui personalità goffe e dai buoni sentimenti, oppure sprezzanti e superbe, a metà Ottocento, mossero i primi passi nel reame della bellezza, con le maschere del bricoleur, del dilettante o del flâneur per le prime categorie, del dandy o del collezionista rispetto alle seconde. Nell’uno e nell’altro caso, si trattava di constatare prima, invogliare dunque, e trasferire in seguito, la pulsione edonistica e ludica, quindi il principio di un piacere sensuale e sensibile, dalla vita privata e domestica al mercato del consumo, dalle situazioni urbane quali fiere, balli, giochi di società e feste al palcoscenico dello spettacolo (pp. 92-93).

Le masse e le figure eccentriche emergono dapprima con il sistema del consumo, dunque con l’industria culturale. «L’interazione tra mercato e piazza, fra le istituzioni e la gente comune, in tutte le loro declinazioni dall’Ottocento a oggi, si palesa come una danza virtuosa, un accordo di ritmi e seduzioni che orienta reciprocamente le parti in causa verso una morfologia e una direzione condivise» (p. 109). Prescindendo sempre più dai principi utilitari, razionali e materiali, il reciproco alimentarsi di produzione e consumo si è via via sempre più estetizzato. Il processo di vetrinizzazione a cui l’individuo contemporaneo è sottoposto, e si sottopone, palesa una sempre più marcata indistinzione tra corpo e media, organico e inorganico. Pur trattandosi di un processo che ha origini lontane, mai come oggi le ibridazioni tra organico e inorganico, tra corpo e media, plasmano i corpi e gli immaginari degli individui, come mostrano, tra gli altri, i film: Tetsuo (1989) di Shin’yaTsukamoto, Titane (2021) di Julia Ducurnau, Substance (2024) di Coralie Fargeat e, soprattutto, Videodrome (1983), eXistenZ (1999) e buona parte della produzione di David Cronenberg.

Lo spettacolo della merce ha via via conquistato il mondo, dai passage ottocenteschi, alle grandi esposizioni temporanee celebranti il progresso e le scoperte/appropriazioni colonialiste, sorte come spazi ludici, seduttivi, partecipativi e immersivi autonomi rispetto alle città, anticipando le esperienze virtuali tardonovecentesche. «Da allora in poi, le merci non saranno più soltanto merci, e le persone non saranno più semplicemente persone: le une e le altre convolano in un solo grande spettacolo» (p. 121) emancipandosi dall’utilità e dall’efficienza per proporsi come opere d’arte. Siamo all’avvento dei simulacri.

La fotografia introduce la possibilità per tutti di trasformarsi in esseri spettacolari, di costruirsi un’identità, inaugurando un tragitto che condurrà ai selfie e alle story, tutto ciò, ricorda Susca, al prezzo della perdita dell’autenticità.

La posa fotografica suggella il debutto dell’attuale – trionfante, totalizzante – mediatizzazione dell’esistenza, una condizione in cui la scena mediatica, da Instagram a Twitch passando per Tumblr, non solo precede la vita materiale, ma la eccede e la governa. Solletica i capricci del corpo sociale, esercitandolo al gusto, agli onori e agli oneri della celebrità. Nel processo di divenire immagine che lo investe, infatti, si cela anche l’ombra della reificazione: un lavoro oscuro, un massaggio invisibile, che attraverso scatti spettacolari plasma il soggetto come oggetto a disposizione, conforme all’iconografia mediatica, all’altezza della merce (p. 131).

Spetta al cinema il compito di «costruire il pubblico», di plasmare, insieme al lavoro in fabbrica, ciò che sino ad allora si presentava come folla anonima, ricavandone spettatori e forza lavoro. «Una trama comune, infatti, associa inestricabilmente le catene della produzione industriale alle fantasmagorie dell’industria culturale, rendendole parti inscindibili dello stesso magnifico spettacolo: lo spettacolo della produzione, la produzione dello spettacolo» (p. 136). Il percorso di seduzione e di coinvolgimento che ha preso il via con la fotografia, passando per il cinema e la televisione, è giunto sino all’universo del web capace, al contempo, di far coincidere spettatore e forza lavoro, consumo e produzione, portando alle estreme conseguenze il processo di alienazione più o meno volontaria.

In ambito artistico, ricorda Susca, Marcel Duchamp ha saputo cogliere con lucidità la portata dei cambiamenti materiali e immaginari che caratterizzano i primi decenni del Novecento. Se da un lato il suo ricorso al fascino del quotidiano – si pensi ai suoi ready made – apre le porte a un pubblico allargato, dall’altro la complessità interpretativa delle sue opere contrae la schiera di chi è davvero in grado di confrontarsi con esse. Quel che è certo, però, è che ricorrendo al détournement, all’irriverenza e allo spirito ludico, l’artista fa parlare di sé, più ancora che delle sue opere. «Duchamp preconizza un clima sociale e un atteggiamento estetico che incanteranno le masse e le avanguardie, nutrendo le visioni e le pratiche dei situazionisti, del punk, della street art, delle arti digitali e di tutto l’arcipelago del web nella sua perenne e appassionata produzione e diffusione di immagini virali» (p. 152).

A consegnare l’arte all’industria culturale, e viceversa, sostiene Susca, è invece Andy Warhol che, eliminata la portata concettuale delle opere duchampiane, eleva la merce e il processo di mercificazione degli stessi esseri umani a icona di cui godere consumando. Se Duchamp ha spostato l’aura dall’opera al gesto concettuale, Wahrol la precipita «nel qui e ora della vita ordinaria, dai vertici rarefatti dell’arte alle viscere affollate del quotidiano» (p. 160). L’universo della Factory, costruito sull’equivalenza tra arte e superficialità dell’immagine, opera la spettacolarizzazione dell’intera esistenza. «È un crollo epico: l’opera abdica al suo splendore monolitico per diffondersi nelle pieghe del vissuto, mentre gli attori sociali, elevati al rango di protagonisti mediatici, ricevono il dono della notorietà. Come le star» (p. 160). «Vivere è posare. Esistere è apparire. Il soggetto è una maschera», questo è il lascito di Wahrol ai social contemporanei. Nulla resta escluso dallo spettacolo, dall’estetizzazione, dalla mediatizzazione e dalla mercificazione dell’esperienza, nemmeno la morte, come testimoniano le Death and Disaster Series dell’artista di Pittsburgh e Segreti sepolti (The Shrouds, 2024) di David Cronenberg.

«Se il kitsch è l’omicidio dell’arte, tentato e mai completamente consumato, in nome della bellezza spettacolare del quotidiano, inscenato in un’atmosfera giocosa, ironica, sensuale e festiva, per congedare l’eterno in ossequio all’effimero», scrive Susca, «il wow è il suo apogeo ebbro, la sua apoteosi porno, il suo delirio estetico» (p. 174). Da categoria estetica la bellezza si è fatta «un dovere sociale: un imperativo atmosferico sfuggente alla ragione e al giudizio, che avvolge il mondo nei suoi veli, plasma ogni forma e pensa a noi più di quanto siamo in grado di pensarla. Ci usa e ci consuma» (p. 187).

Il processo di smaterializzazione e di vetrinizzaizone introdotto dalla fotografia a fine Ottocento raggiunge il suo apogeo con i media digitali che hanno un ruolo importante nel plasmare l’immaginario collettivo indirizzandolo verso l’identificazione della vita con la performance e rendere la bellezza un dovere, a costo della perdita dell’io proprio nel momento di sua massima esaltazione. Così si è giunti all’attuale danza macabra a cui siamo chiamati a danzare e da cui siamo danzati. «Nonostante tutto, malgrado l’oppressione e la reificazione, le crisi economiche e gli sfruttamenti di massa, l’alienazione volontaria e l’obsolescenza delle controculture», scrive Susca, resta la possibilità di «riattualizzare un pensiero radicale, che attinga cioè alle radici e sappia cogliere cosa sta affiorando tra le rovine e le catastrofi del mondo moderno» (p. 65). Insomma, l’immaginario si palesa sempre più come un terreno di battaglia da affrontare con la necessaria radicalità se ci si vuole sottrarre alla colonizzazione dei sogni e dei desideri, a quella che Valerio Evangelisti ha definito come la “dittatura più insinuante, senza scrupoli e invasiva che la storia ricordi”.

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L’ora del petroyuan

di Michelangelo Cocco

La guerra all’Iran sta incrinando le fondamenta del regime del petrodollaro e avvicinando l’avvento del petroyuan. A sostenerlo è un’analisi dell’Istituto di ricerca di Deutsche Bank, pubblicata il 24 marzo.

Secondo il paper della banca tedesca, i danni causati alle economie del Golfo Persico dalle rappresaglie iraniane all’aggressione Usa-Israele potrebbero indurle a diversificare le riserve di valuta estera, vendendo idrocarburi in cambio di yuan alla Cina, che assorbe ore il 40 per cento dell’export energetico dell’area.

Lo studio prefigura un futuro in cui il greggio mediorientale spedito attraverso lo Stretto di Hormuz verso l’Asia verrebbe prezzato in yuan, mentre quello proveniente dall’emisfero occidentale e venduto agli alleati degli Usa continuerebbe a essere pagato in dollari. Intanto, secondo la CNN, Teheran starebbe valutando di far passare alcune petroliere, a condizione che i carichi siano pagati in yuan. Mentre, con Riyadh, Pechino ha avviato da tempo discussioni sull’acquisto di oro nero in yuan.

Nel 1974 furono le conseguenza della guerra dello Yom Kippur (l’embargo petrolifero del cartello dell’Opec, per punire l’appoggio Usa a Israele) a spingere i Saud all’accordo con Washington in base al quale Riyadh vende soltanto in dollari il petrolio sul mercato internazionale. Mutatis mutandis, l’incapacità Usa di difendere i traffici che passano per Hormuz sta inducendo le petromonarchie a considerare seriamente l’alternativa yuan.

Rogoff: yuan globale entro cinque anni

Il petroyuan sarebbe coerente con la “moneta forte” invocata da Xi Jinping e con il percorso di apertura del sistema finanziario nazionale annunciato dal presidente cinese in un articolo pubblicato su Qiushi. Il professor Kenneth Rogoff ha sostenuto che la leadership cinese ha la volontà politica e gli strumenti per trasformare lo yuan – con tutte le cautele del caso – in una valuta di riserva nei prossimi cinque anni.

Il docente dell’Università di Harvard ha sottolineato che in un’ampia porzione di mondo c’è una domanda forte per una moneta internazionale alternativa al dollaro, perciò Pechino procederà a un’apertura significativa, seppur parziale, dei propri mercati dei capitali, procedendo nello stesso tempo al rafforzamento dell’architettura necessaria a rendere indipendente lo yuan globale, grazie anche a un sistema di transazioni internazionali alternativo allo SWIFT e allo yuan digitale (e-CNY).

È chiaro che, data la sua centralità nei trasporti e nella produzione globali, l’ingresso nel mercato del petrolio dello yuan rappresenterebbe uno sconvolgimento geopolitico. Non a caso in Cina la questione è affrontata con prudenza, per non allarmare gli Stati Uniti. Tuttavia questa tendenza si è già manifestata negli ultimissimi anni in ambito BRICS, col commercio di petrolio in yuan tra Cina-Russia e Russia-India e gli scambi Brasile-Cina.

L’acquisto di yuan, in Medio Oriente e oltre, ha sempre più senso perché le banconote con l’effige di Mao oggi possono essere usate per comprare i nuovi prodotti ad alto valore aggiunto della Cina (impianti per energie pulite, auto elettriche, telecomunicazioni), ma anche in vista di una probabile, limitata apertura del mercato dei capitali della Cina, con la possibilità di investire dall’estero nel debito sovrano del Dragone.

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La Francia diventa anticomunista

L’eurodeputata franco-palestinese Rima Hassan, esponente di punta de La France Insoumise (LFI), è stata posta ieri in stato di fermo a Parigi. L’accusa è quella di apologia del terrorismo. L’indagine, coordinata dall’Unità per l’odio online della procura di Parigi, si concentra su alcune dichiarazioni social della giovane politica trentatreenne.

Al centro dell’inchiesta c’è un post pubblicato su X lo scorso 26 marzo. Nel tweet, poi rimosso, Hassan citava Kōzō Okamoto, ex membro del gruppo militante comunista “Armata Rossa Giapponese”. In seguito, è stata interrogata e, durante il fermo, secondo fonti sentite dal quotidiano Le Parisien, nella sua borsa sarebbero stati trovati alcuni grammi di droghe sintetiche non meglio specificate. La procura non ha rilasciato dichiarazioni in merito.

Okamoto è l’unico sopravvissuto tra gli artefici dell’attacco all’aeroporto Ben Gurion di Tel Aviv del 1972, in cui morirono 26 persone. Su X, Hassan aveva riportato alcune parole del militante giapponese: “ho dedicato la mia giovinezza alla causa palestinese. Finché ci sarà oppressione, la resistenza non sarà solo un diritto, ma un dovere”.

Alla fine dello scorso mese è stato Matthias Renault, deputato del Rassemblement National (RN), a segnalare il post al procuratore capo di Parigi. Secondo il parlamentare della formazione neofascista, Hassan avrebbe utilizzato la citazione come esempio di ispirazione, senza prendere le distanze da Okamoto, e avrebbe promosso una “giustificazione normativa della resistenza presentata come un dovere”.

Ricordiamo che il diritto alla resistenza, anche armata, è riconosciuto dalla Risoluzione ONU 37/43 del 1982 ai “popoli sotto dominazione coloniale e straniera e sotto regimi razzisti”, e anche il protocollo addizionale I alle Convenzioni di Ginevra del 1977, all’articolo 1, comma 4, qualifica come conflitti armati internazionali quelli che “si svolgono contro la dominazione coloniale, l’occupazione straniera e contro regimi razzisti, nell’esercizio del diritto dei popoli all’autodeterminazione”.

Che questo diritto si trasformi in un dovere sta nella coscienza di chi vede gli effetti del suprematismo sionista. Ad ogni modo, nella resistenza palestinese non c’è nulla di “terroristico”. Ma lasciando da parte gli aspetti giuridici, il caso si presenta come allarmante per vari motivi.

Innanzitutto, ci troviamo di fronte a un fermo di polizia giustificato solo sulla citazione di una frase in un post online. Si tratta di un atto intimidatorio e repressivo, di pesante limitazione del diritto di parola e della libertà di espressione.

Ciò è confermato dal fatto che una fonte interna a LFI ha fatto sapere all’Agence France Presse che Hassan è stata convocata in base alle norme di custodia cautelare riservate a soggetti considerati inaffidabili, mentre la parlamentare si è sempre presentata nei casi richiesti dalla giustizia.

Senza tirare in ballo il fatto che Hassan, appunto, è una deputata a Strasburgo e che, dunque, gode dell’immunità parlamentare associata (anche se può ancora essere fermata in relazione a specifiche indagini). Anche per questo la vicenda delle droghe (possibilmente legate a reati “comuni”) fa storcere il naso. Se venisse confermata la presenza di sostanze stupefacenti nella sua borsa, sarebbe difficile non pensare a un’operazione costruita appositamente per mettere un’ipoteca sulla giovane politica e sulla sua reputazione.

Soprattutto in virtù del fatto che – e forse questo è l’elemento più grave – il fermo è scaturito dalla segnalazione di un membro del partito politico che probabilmente si giocherà la presidenza francese proprio contro La France Insoumise, alle elezioni del prossimo anno.

Un fascista ha dato un’indicazione alla polizia, e la polizia ha eseguito.

Jean-Luc Mélenchon, leader di LFI, ha definito il fermo “intollerabile”. Ha inoltre chiesto, provocatoriamente, se sia stata già applicata la Legge Yadan, prima ancora di essere approvata. Si tratta di un provvedimento che ha più o meno lo stesso senso del ddl 1004 approvato dal Senato: equiparare l’antisionismo all’antisemitismo, così da rendere proibita per legge la critica delle politiche genocidiarie di Israele.

La compagna di partito e all’Europarlamento, Manon Aubry, ha scritto su X: “la polizia francese continua la strategia di vessazione giudiziaria nei confronti della mia collega Rima Hassan. Il suo fermo di polizia costituisce una violazione della sua immunità parlamentare, che tutela proprio la libertà di espressione. Nessuna intimidazione riuscirà a zittire le voci che si levano in difesa della Palestina”.

Anche questo è un elemento centrale. Rima Hassan è da tempo al centro di accesi dibattiti in Francia, per il suo netto sostegno alla causa palestinese, che oltralpe come in Italia ha prodotto importanti mobilitazioni, mettendo alla sbarra non solo il governo, ma tutti i politici che si ostinano a sostenere Israele e a coprire i crimini dell’occupazione sionista. Uno smottamento politico di non poco conto, che ormai segna una discriminante fondamentale nei programmi delle compagini politiche di tutti i paesi occidentali.

Proprio Hassan è stata inoltre il bersaglio della contestazione promossa il 12 febbraio da gruppi neonazisti, in occasione di un incontro svoltosi a Lione e dedicato alle relazioni tra la UE e i conflitti nel vicino Oriente, ormai arrivati fino all’Iran. Uno degli squadristi, nell’assalto da loro provocato, ha avuto la peggio e, anche per sue negligenze nel ricevere cure, alla fine è deceduto.

Ma l’evento è stato usato per una levata di scudi che, dal Rassemblement National al Partito Socialista, ha prodotto un duro attacco non solo ai movimenti antifascisti e solidali con la Palestina, ma anche alla France Insoumise. Sul nostro giornale lo abbiamo definito come una sorta di cambio di paradigma, come il passaggio dalla “discriminante repubblicana” – che teneva lontano dal governo i fascisti e i loro eredi – a una “discriminante anticomunista” a fondamento della politica francese.

Il fermo di Hassan si inserisce perfettamente in questa torsione autoritaria e anticomunista, che ha come obiettivo quello di impedire alla France Insoumise di avvicinarsi al governo, in quanto ritenuta forza “antisistema”, di rottura, alternativa alle linee strategiche seguite da Parigi (sia in politica interna sia in quella estera) che, al contrario, i fascisti non hanno nessuna intenzione di mettere di discussione.

L’establishment francese, in sostanza, ha fatto la propria scelta. Alle presidenziali del 2027 è probabile che siano LFI e RN a contendersi la vittoria, e la classe dirigente dell’Esagono ha deciso che a rappresentare i propri interessi in quella sfida sarà il partito fascista. La campagna elettorale è cominciata già da tempo, e la guerra alla France Insoumise uguale.

Le recenti elezioni municipali hanno visto una netta polarizzazione del paese. Il famoso quotidiano Le Monde ha riferito della denuncia di una campagna diffamatoria coordinata contro diversi candidati di LFI, in cui potrebbero essere coinvolti anche agenti stranieri. Del resto, a Rima Hassan è stato recentemente proibito di entrare in Canada, dove avrebbe dovuto partecipare a conferenze concordate da tempo.

Ciò evidenzia come l’attacco all’europarlamentare non è un affare solo francese. Si tratta della blindatura anticomunista e autoritaria di tutta la classe dirigente occidentale, non solo quella “trumpiana”. Nel pieno della crisi strutturale ed egemonica, chi propone un diverso modello di sviluppo e di relazioni internazionali, nutrendosi della frattura creatasi sul terreno della solidarietà ai palestinesi, è il pericolo principale. La solidarietà con Hassan deve essere totale, anche perché ne va della nostra di possibilità di emancipazione.

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ONU: l’Italia chiarisca sulla possibile violazione dell’embargo militare sulla Libia

Il Panel of Experts delle Nazioni Unite sulla Libia denuncia la mancanza di chiarimenti da parte del governo italiano intorno al rispetto o meno della proibizione di vendita di armamenti e di addestramento militare nei confronti di una Libia che è sempre più evidentemente un complesso di gruppi militari, a 15 anni dal disastroso intervento militare occidentale.

Secondo gli esperti dell’ONU, infatti, l’Italia sarebbe “non compliant”, ovvero non conforme alle prescrizioni previste dalle risoluzioni, in particolare la 1970 del 2011, che funge da architrave per l’embargo sulle armi e il divieto di assistenza militare al paese nordafricano. Al centro della contestazione c’è un corso di addestramento svoltosi nel dicembre 2024.

Nell’ambito della missione bilaterale di assistenza (MIASIT), il Mobile Training Team del Centro di Addestramento Paracadutisti e del 184° Comando “Nembo” ha svolto attività di “formazione” di 27 cadetti dell’accademia di Tripoli in “speciali tecniche di combattimento corpo a corpo”. Se per il Ministero della Difesa questa attività rappresenta uno strumento per rafforzare le istituzioni locali e la credibilità italiana nelle operazioni internazionali, la valutazione delle Nazioni Unite è diametralmente opposta.

Per il Panel, l’addestramento aveva una natura puramente militare e, in quanto tale, costituisce una violazione diretta del paragrafo 9 della risoluzione 1970. Ma forse ancora più grave è il fatto che, nonostante tre missive formali inviate dagli esperti a Roma, nessuna risposta è mai giunta dal governo italiano. E non è l’unico nodo rimasto senza chiarimenti.

Il Panel ha chiesto informazioni rispetto a ben 38 voli cargo militari partiti dall’aeroporto di Pisa con destinazione Misurata, Tripoli e Bengasi. Il trasporto di beni o operativi impegnati in attività non proibite dalle risoluzioni ONU deve essere dimostrata, e ciò non è stato fatto dal governo italiano.

Stati spesso indicati come autoritari (la Turchia, e persino la Russia, ad esempio), in situazioni simili, hanno fornito tutte le informazioni richieste, l’Italia no. E nemmeno gli Stati Uniti, che hanno scelto la via del silenzio, di cui 11 dei 14 voli contestati sono decollati da Sigonella. Giusto a ricordarci il peso nelle continue violazioni del diritto internazionale su cui il nostro governo “chiude un occhio” a causa del suo asservimento a Washington.

Del resto, il volo italiano che più desta scalpore è quello avvenuto il 23 gennaio 2025, appena due giorni dopo la riconsegna di Almasri, nonostante il mandato di cattura della Corte Penale Internazionale che pendeva su di lui. Come per i sorvoli di Netanyahu sui nostri cieli, per loro il diritto valeva “solo fino a un certo punto”.

Il rapporto del Panel finirà probabilmente sul tavolo del Consiglio di Sicurezza, ed è necessario pretendere la fine del silenzio di Roma.

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Guerra in Ucraina - Mosca rivendica il controllo totale del Lugansk, Zelensky parla di ultimatum sul Donbass

In un comunicato ufficiale rilasciato mercoledì, il Ministero della Difesa di Mosca ha dichiarato di aver assunto il pieno controllo della regione di Lugansk. Sebbene quasi tutta la regione fosse già sotto il controllo russo da tempo, l’annuncio segna la conquista formale dell’intera area amministrativa. Inoltre, la Russia rivendica ulteriori progressi territoriali nella regione di Kharkiv e in quella di Zaporizhia.

Al momento, non è giunta alcuna conferma ufficiale da parte di Kiev riguardo alla perdita totale del Lugansk, regione che, insieme al Donetsk, forma il cuore industriale del Donbass. I media italiani hanno nascosto la notizia (che, però, si può trovare appena si mette il naso fuori dall’asservimento dei media nostrani, ad esempio leggendo Reuters o Al Jazeera), rilanciando invece l’ultimatum che Mosca avrebbe lanciato contestualmente a Kiev.

Il presidente ucraino Zelensky ha parlato di due mesi di tempo che il Cremlino avrebbe dato agli Stati Uniti, passati i quali le condizioni per porre fine alle ostilità da parte della Russia si farebbero più esigenti. In questi due mesi, le forze ucraine dovrebbero ritirarsi dalle zone ancora sotto il loro controllo nel Donbass.

Ma il portavoce del Cremlino, Dmitry Peskov, ha gelato tutti mettendo in chiaro che “non si tratta di due mesi. Zelensky deve prendere una decisione oggi stesso riguardo al ritiro delle truppe ucraine dal Donbass e al loro spostamento oltre i confini amministrativi della Repubblica Popolare di Donetsk”.

Zelensky continua a ribadire che l’idea che la Russia possa conquistare il resto del Donbass nel breve periodo è irrealistica, e che Kiev è disposta ad accettare una soluzione diplomatica, ma sulle attuali linee del fronte. Una narrazione che va bene per fare contenti i tifosi della giunta ucraina, ma che oltre a ignorare una serie di nodi riguardanti l’assetto di sicurezza internazionale una volta concluse le ostilità, fa finta anche che non sia chiaro il messaggio russo.

Mosca può continuare la guerra e prendersi i territori del Donbass, che sia in due mesi o più tempo. Del resto, nonostante le narrazioni roboanti che ogni tanto appaiono sui social, l’Ucraina continua a perdere terreno. La Russia ha rifiutato la proposta di una tregua pasquale fatta da Zelensky. Il Ministero degli Esteri russo, citato dall’agenzia Ria Novosti, ha liquidato l’iniziativa come una “trovata pubblicitaria”, sostenendo che servirebbe a Kiev solo per riorganizzare le forze e recuperare le perdite.

Ma oltre ai fatti sul campo, c’è l’allarme sulla tenuta militare ed economica a medio termine del paese, che deve fare i conti con un clima internazionale sempre meno favorevole. I 90 miliardi del prestito UE ancora bloccati, anche se la Commissione sta cercando di aggirare l’opposizione ungherese, ma soprattutto gli smottamenti sempre più evidenti all’interno della NATO rischiano di mettere una serie ipoteca sulla questione.

Mentre alcune indiscrezioni hanno parlato delle forniture statunitensi a Kiev, pagate dagli europei, usate come leva di ricatto per imporre ai paesi NATO del Vecchio Continente la partecipazione all’aggressione all’Iran, Zelensky era in una chiamata telefonica con Steve Witkoff e Jared Kushner, a cui hanno partecipato anche il senatore Lindsey Graham e il Segretario Generale dell’alleanza atlantica, Mark Rutte.

Le dichiarazioni di Kiev parlano di buoni risultati, in particolare intorno alle garanzie di sicurezza per l’Ucraina, ma appare evidente che si tratta di parole di circostanza. E anche le precedenti dichiarazioni e narrazioni mediatiche appaiono più come la propaganda necessaria a preparare il terreno per la telefonata senza far trasparire una situazione critica.

Il nervosismo è tanto, e la faccenda ucraina, come era naturale che fosse (almeno per chi non pensi che si tratti semplicemente di una “invasione russa”), risente in maniera sempre più netta dell’esacerbarsi delle contraddizioni del campo occidentale, e delle ripercussioni di altri fronti di guerra aperti dall’imperialismo.

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Dietrofront su Transizione 5.0. Anzi, il governo Meloni aumenta i sussidi alle aziende

Dopo giorni di tensione altissima, culminati in quello che per gli industriali era una sorta di “tradimento”, il governo ha fatto dietrofront: il tavolo di confronto svoltosi il 31 marzo presso il Ministero delle Imprese e del Made in Italy si è concluso con il reintegro delle risorse che il decreto Fisco aveva stornato dal piano Transizione 5.0, aumentate tra l’altro di altri 200 milioni.

Da cosa era nato il problema? Dal fatto che c’erano 7.417 imprese rimaste “esodate” dagli incentivi promessi, anche se avevano già speso per investimenti previsti dal piano in digitalizzazione ed efficientamento energetico, confidando nelle rassicurazioni del governo. Tutto era precipitato quando il 27 marzo il Consiglio dei ministri aveva deciso una sforbiciata drastica sugli stanziamenti per i crediti d’imposta, ridotti da 1,3 miliardi a soli 537 milioni.

Il ministro dell’Economia, Giancarlo Giorgetti, aveva giustificato il taglio con il mutato contesto internazionale e la necessità di dirottare fondi verso l’emergenza (energetica in primis) scatenata dall’aggressione all’Iran in Medio Oriente. Ma la spiegazione non aveva convinto Confindustria, che aveva subito alzato la voce contro un esecutivo che, è evidente, è lì per rappresentare gli interessi delle imprese.

L’incontro svoltosi tra il ministro delle Imprese, Adolfo Urso, il viceministro dell’Economia Maurizio Leo e i vertici delle associazioni datoriali ha subito ricomposto la frattura. Non solo vengono ripristinati i fondi previsti in manovra, ma vi si aggiungono ulteriori 200 milioni di euro, per un totale di 1,5 miliardi di nuova dotazione.

Grazie a questi fondi, le imprese potranno recuperare il 90% del credito d’imposta richiesto per i beni strumentali e il 100% per quanto riguarda gli impianti a fonti rinnovabili e la formazione, inizialmente esclusi dal decreto Fisco. È stato inoltre rimosso il vincolo che limitava gli incentivi ai soli prodotti made in Europe, ampliando la platea dei beni acquistabili.

Il governo, dunque, ha giocato al rialzo per ammansire i propri settori sociali di riferimento. Sommando la “vecchia” Transizione 5.0 (ora rifinanziata a 4,25 miliardi totali) e la nuova versione basata sull’iperammortamento per il triennio 2026-2028 (dotata di circa 9,8 miliardi), il pacchetto complessivo per le imprese raggiunge la cifra di 14 miliardi di euro.

Il viceministro Leo ha inoltre assicurato tempi brevi per i decreti attuativi, e intanto i vertici di Confindustria e Assolombarda applaudono. Resta però l’incognita del futuro. L’intero sistema industriale si deve confrontare con il pericolo di shock economico derivante dai prezzi dell’energia, e dall’insicurezza che provoca la guerra sia nei consumi sia negli investimenti.

Non si può, però, fare finta di niente di fronte alla doppia responsabilità di governo e imprese. Queste ultime continuano a drenare sussidi su sussidi, mentre i salari sono fermi da trent’anni. Eppure, la crescita economica raggiunge i pochi decimi di punto. La ricchezza ha visto una forte concentrazione verso poche mani. Insomma, l’imprenditoria italiana non solo è fallimentare, ma è anche parassitaria.

C’è poi l’esecutivo Meloni che continua a modificare le regole in corsa, e che inoltre segue ossequiosamente le imposizioni della gabbia creata dai trattati europei. In sostanza, si prepara a fare ulteriori regali ai padroni d’azienda, tagliando ulteriori servizi pubblici. Da decenni è tutta la classe dirigente che rimane a galla strozzando i lavoratori, senza nemmeno offrire una programmazione industriale al passo con i tempi. Di fronte alla crisi strutturale che viviamo, allora, appare chiaro che serve un’alternativa sistemica.

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Minacce per coprire le difficoltà, il solito Trump

Occuparsi dei discorsi di Trump è un lavoro pressoché inutile. Quel che dice, corregge, smentisce, ripete, nega, è un guazzabuglio tale da costringere a pensare che sia tutta fuffa per nascondere le sue vere intenzioni.

Il problema è soprattutto per chi deve prendere decisioni in tempo reale in base alle sue dichiarazioni. Per esempio le borse asiatiche – ieri notte – e il prezzo del petrolio. Alle parole «la guerra durerà ancora due o tre settimane» i titoli azionari hanno preso a salire e il greggio a scendere vicino ai 101 dollari, assaporando il ritorno alla normalità, ossia alla prevedibilità del futuro a medio termine.

Quando ha minacciato di «riportare l’Iran all’età della pietra» e distruggere tutti i suoi impianti petroliferi c’è stato un crollo immediato e il prezzo del petrolio è di nuovo volato intorno ai 108 dollari al barile.

Due cose sono apparse però chiarissime. L’America ha fretta di chiudere questa guerra perché l’economia è minacciata dalla stagflazione, il mondo «Maga» soffre, il consenso cala, le elezioni di autunno in questo momento sarebbe perse con grande scarto di punti, mettendo a rischio la stessa permanenza di Trump alla Casa Bianca (l’impeachment è dietro l’angolo, se il Congresso va ai «dem»).

Per chiudere «vittoriosamente» la guerra, però, gli Usa hanno bisogno di un fuoco di artificio finale che renda credibile il farla finita «per manifesta superiorità». Ma il sistema politico e militare iraniano non sembra disposto a concedere questa possibilità, rispondendo colpo su colpo, anche con notevole precisione, e smentendo persino che ci siano trattative in corso (altro tormentone trumpiano, declinato al solito sul «mi implorano per una tregua»).

Il che porta fatalmente a pensare ad un «colpo da matti» tipo l’attacco agli impianti petroliferi e di desalinizzazione dell’acqua, che però – è certo – provocherebbero una risposta simmetrica a danno degli impianti analoghi in tutti i paesi del Golfo, peraltro spesso posseduti o semi-controllati dalle «sette sorelle» occidentali.

A quel punto il disastro sarebbe completo, come già spiegato altre volte su queste pagine, perché la scarsità di rifornimenti di idrocarburi impedirebbe fisicamente di mantenere l’attuale livello di produzione complessiva (industriale, agricola, ecc.) per quasi tutto il Mondo.

La frustrazione dell’amministrazione Trump appare evidente anche dall’insistenza con cui il tycoon continua a scaricare sugli alleati Nato l’accusa di vigliaccheria e irriconoscenza. Lasciamo da parte la logica – gli Usa hanno deciso di fare una guerra insieme ad Israele senza neanche avvertire gli alleati – e occupiamoci della contraddizione in termini.

Trump si è lamentato che gli alleati non siano corsi in suo aiuto per «liberare lo Stretto di Hormuz», ma ora afferma che a lui quello Stretto non serve e far fluire il traffico navale lì sarebbe un problema degli altri, perché il petrolio l’America ce l’ha.

È evidente che occupare militarmente lo Stretto sarebbe un’operazione ad altissimo costo (militare, economico, umano) e di durata temporale imprevedibile, altro che due o tre settimane. Dunque bisogna rinunciare a quell’idea ma far apparire questa rinuncia come tutto sommato irrilevante. Eppure fino all’altro ieri la riapertura dello Stretto – che comunque è già aperto, ma solo per i paesi neutrali o amici dell’Iran – era addirittura la condizione posta a Teheran per concedere una tregua o la fine della guerra.

Usciamo da questo delirio e facciamoci la domanda più semplice: chi può pensare di trattare con un essere siffatto? Quale fiducia si può avere in un qualsiasi impegno che dovesse prendere?

È il dilemma che, indirettamente, stanno cercando di sbrogliare i partner della Nato, ancora una volta minacciati di abbandono. Devono per forza rifiutarsi di aderire agli ordini di Trump («andate a prendervi il petrolio nello Stretto»), ma contemporaneamente mostrarsi ancora fedeli. Non tanto quanto quell’idiota di Mark Rutte, criticato ormai da tutta Europa per come si mostra obbediente alla Casa Bianca, ma abbastanza da non ammettere lo scioglimento dell’Alleanza.

Il problema è però sul tavolo: senza gli Usa davvero impegnati, cosa resta della Nato e della «difesa europea»? Vero è che sciogliere l’Alleanza sarebbe complicato sul piano dei trattati (l’uscita dovrebbe essere approvata dai due terzi del Congresso Usa), ma appare chiaro che con un alleato così riluttante pretendere eventualmente l’applicazione dell’art 5 (obbligo di mutua assistenza in caso di aggressione) sarebbe illusorio. E senza quella garanzia l’Alleanza stessa smette di esistere come organizzazione operativa.

Uno dei diplomatici europei intervistato da POLITICO in condizioni di anonimato ha spiegato che «La NATO è paralizzata, non riescono nemmeno a tenere riunioni». «È abbastanza chiaro che la NATO si sta già sgretolando», aggiungendo che l’Europa deve rafforzare urgentemente le proprie difese: «Non possiamo aspettare che sia completamente morta».

Altro bel rebus, bisogna dire: come si fa un riarmo drastico in piena crisi economica, con i vincoli di bilancio di Maastricht, l’austerità che obbliga a far rientrare il deficit sotto il 3% e popolazioni fortemente contrarie?

Rovesciando il punto di vista – da occidentale a universale – si può notare meglio come sia l’intero Occidente capitalistico a rischio di implosione, dopo cinque secoli di sfruttamento intensivo del Mondo.

Potrebbe essere una buona notizia per il Mondo, se al comando ci fossero esseri umani razionali e guidati dal principio di cooperazione, anziché di competizione nell’accaparramento senza limiti.

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