Presentazione
Analisi, opinioni, fatti e (più di rado) arte da una prospettiva di classe.
04/11/2026
Terremoto statunitense, tutti fermi
Trump ha perso nettamente, molto di più del preventivato. Ha voluto un referendum su di sé, e il risultato è incontestabile. Il Congresso è in mano all’opposizione “dem”, ma beato chi sa cosa questa vorrà fare.
Due soli esempi per averne un’idea. Il nuovo senatore del Michigan, Abdul El Sayed, nel suo discorso di ringraziamento agli elettori, era accompagnato dalla moglie col velo della regola musulmana e tra i diversi temi ha ricordato che “i bambini palestinesi devono vivere nella terra dei loro padri”. Un avviso a Israele: qui non ci comanderete più come avete fatto con Trump grazie a Jeffrey Epstein e all’Aipac.
Al contrario, la governatrice “dem” del New Jersey, Mikie Sherrill, ha minacciato multe alle autorità portuali che accetteranno il diesel trasportato dalle navi russe. Messaggio alla Russia: continueremo la guerra in Ucraina, grazie anche a quei deficienti alla guida di Francia, Gran Bretagna e Germania, che si sono dichiarate pronte ad inviare truppe in Ucraina pure se Unione Europea e Usa non sono d’accordo.
In mezzo ci passano diversi oceani, con tutta evidenza.
In mezzo c’è la possibile paralisi strategica della prima superpotenza per i due anni che restano con Trump alla Casa Bianca. Il presidente, in quell’ordinamento, ha infatti grandi poteri esecutivi e la possibilità di mettere il veto su tutte le leggi approvate dal Congresso. E il tycoon ha già promesso di usarli.
Dovrà fare i conti, oltre che con un’opposizione imbaldanzita dal successo larghissimo, con una pattuglia repubblicana finita sotto un treno e costretta ad interrogarsi su quanto valga la pena star dietro a questo vecchio egocentrico che tra due anni, comunque, finirà la sua carriera.
Raggiungere su qualche provvedimento la maggioranza dei due terzi nei due rami del Congresso, sicuramente impossibile in condizioni normali, potrebbe non esserlo se si tiene l’occhio puntato – fin d’ora – sulle presidenziali (e il rinnovo di mezzo parlamento) del 2028.
Ci potrebbe anche essere di mezzo una proposta di impeachment, con un vicepresidente giovane tentato dall’arrivare in cima prima del tempo e potersela giocare con qualche chance in più di adesso, a rimorchio del vecchio matto.
Dal punto di vista interno agli Stati Uniti sembra chiaro che il melting pot si è messo in moto, aprendo nuove faglie e linee di ricomposizione fin qui impensate. L’emergere di innumerevoli figure giovani e sicuramente non “wasp” (bianchi, anglosassoni, protestanti), con posizioni spesso “socialdemocratiche” che negli Usa sono considerate equivalenti al “comunismo”, mostra che non solo si è rotta socialmente qualche diga separatista verso le comunità “altre”, ma soprattutto che la crisi ha eroso la tradizionale fiducia nel “sogno americano” narrato dal liberismo più sregolato.
Le placche tettoniche della composizione sociale sono innumerevoli e il loro vagare in cerca di nuovi equilibri sicuramente imprevedibile. Basta vedere quanti latinos, fin qui incatenati al carro repubblicano in nome dell’anticomunismo, sono stati convinti involontariamente dai raid dell’ICE a cambiare cavallo in piena corsa.
Gli stessi vertici dell’establishment “democratico” sopravvissuti alla mini-onda “socialista” si guardano attorno consapevoli di doversi presentare prossimamente con un programma economico di riforme su cui non hanno mai riflettuto un attimo, visto che “il mercato” andava soltanto “accompagnato” nelle sue scelte di allocazione delle risorse. Rischiano la paralisi, anche loro, in attesa di rimettere in funzione i neuroni.
Ma rischia la paralisi subito anche la politica estera della Casa Bianca. Tra le ragioni della debacle c’è, in cima alla lista, la guerra all’Iran che ha fatto esplodere i prezzi del petrolio e quindi quelli dei carburanti. Se una sconfitta di stretta misura – perdere la Camera ma conservare il Senato – avrebbe lasciato a Trump & co. ampia scelta di opzioni, compreso il più volte ventilato uso di “atomiche tattiche”, il disastro di questa notte sconsiglia colpi di testa. O quantomeno impone una pausa di riflessione strategica un po’ più seria di quanto avvenuto finora.
A Trump serve tempo, insomma, mentre a Netanyahu serve un’altra guerra subito, altrimenti il rischio di una maggioranza spuria alla Knesset che chiuda la porta al suo ritorno come premier – l’unico ruolo che per legge lo salva dai processi che lo attendono – gli apre la botola del carcere o della fuga all’estero.
L’asse Usa-Israele è così al punto di tensione massima, in qualche modo rivelata dall’annuncio della sospensione degli aiuti militari a Tel Aviv per 4 miliardi l’anno, ma anche in questo caso i colpi di coda di due iene morenti (Trump e “Bibi”) possono essere pericolosi.
Incertezze da tutti i lati, come si vede.
Un quadro che non si adatta affatto alla prima superpotenza e che non può affatto far piacere ai “mercati”. E neanche ai super-boss delle piattaforme o dell’IA che in questo momento stanno ballando su di una bolla finanziaria che può esplodere in qualsiasi momento per eccesso di debiti e scarsità di profitti certificabili.
La ricetta americana è sempre stata quella di scaricare gli effetti dei propri problemi sul resto del Mondo. Stavolta anche questo sembra assai meno facile, perché la concorrenza è cresciuta ed ha una solidità maggiore.
La crisi di egemonia dell’imperialismo statunitense è questa roba qui. Trovare un riassetto per conservarla è una scommessa. Il tempo, e la concorrenza, non giocano a favore.
Fonte
Operazioni con gli USA, un contras agli Esteri, nuove privatizzazioni. Il tradimento nel Venezuela va avanti
Il giornale La Jornada, riporta che una fonte militare collegata all’operazione e che ha parlato a condizione di anonimato ha affermato che: “Siamo stati aiutati da persone della CIA (Central Intelligence Agency) e dell’FBI (Federal Bureau of Investigation). Era un ordine degli Stati Uniti”.
La Colombia, con l’appoggio degli USA, per anni ha accusato il governo chavista venezuelano di ospitare forze illegali provenienti dal suo paese nel proprio territorio.
E adesso gli Stati Uniti hanno supportato l’operazione militare venezuelana con lavori di intelligence e mappatura delle aree, secondo la fonte militare. I preparativi sono iniziati un mese fa.
La Jornada ha pubblicato il commento del Difensore dei diritti umani ed esperto militare Rocio San Miguel secondo il quale l’attacco riflette un “cambiamento di dottrina” nelle forze armate venezuelane, rimaste neutrali di fronte alla presenza dell’ELN e di altri guerriglieri operanti in vari punti lungo il confine.
L’attacco è stato compiuto con elicotteri da combattimento e droni contro il campo situato in una zona boschiva, a sud-ovest di Apure, vicino al villaggio di Buena Vista del Meta, abitato da circa mille persone, che confina con il dipartimento colombiano di Vichada.
La Ong Fundaredes, presente nella zona, aveva inizialmente segnalato nove morti. “In primo luogo, sono i nove corpi arrivati a San Fernando (capitale di Apure)” venerdì e ci sono “altri 10 corpi” che sono stati trasferiti sabato, ha detto Juan Francisco García, coordinatore della Ong.
La maggior parte dei defunti, inclusa una donna, sarebbero venezuelani, ma sono stati identificati anche due dominicani con patente di guida e documenti d’identità provenienti dal Venezuela.
I residenti della zona hanno dichiarato che il luogo è ancora occupato dall’esercito venezuelano. Venezuela e Colombia condividono 2.219 chilometri di frontiera dove questi gruppi controllano il traffico di droga e l’estrazione mineraria illegale. Gli allevatori di bestiame ad Apure accusano i guerriglieri dell’Eln di appropriarsi di fattorie produttive e di aver esercitato estorsione e rapine per un decennio.
Occorre poi rammentare che in Colombia anche il governo progressista di Gustavo Petro aveva avuto seri problemi di conflitto con i guerriglieri dell’ELN.
Un antichavista alla guida del ministero degli Esteri
A confermare il totale rovesciamento dell’esperienza chiavista in Venezuela da parte dell’attuale gruppo dirigente, è arrivata anche un’altra notizia, forse più pesante ancora dell’attacco contro l’accampamento dell’ELN in coordinamento con gli Stati Uniti.
La presidente del Venezuela, Delcy Rodríguez, ha infatti annunciato giovedì scorso la nomina di Oliver Blanco a Ministro degli Affari Esteri e del Commercio Internazionale, nell’ambito di una riorganizzazione del team diplomatico del paese.
La figura di Oliver Blanco, politico formatosi nell’opposizione anti-chavista più aggressiva, si è fatta spazio poco a poco negli ultimi mesi fino a raggiungere la più alta carica diplomatica in Venezuela.
Ma chi era Oliver Blanco prima del 3 gennaio e del sequestro del presidente Maduro e di sua moglie da parte degli Stati Uniti?
Oliver Blanco ha una laurea in Studi Internazionali presso l’Università Centrale del Venezuela e un master in Studi Politici e Governativi presso la Metropolitan University, ed è stato assistente del noto oppositore anti-chavista Henry Ramos Allup quando presiedeva l’Assemblea Nazionale nel 2016. Blanco accusava apertamente Maduro di essere un presidente incostituzionale.
Blanco ha ricoperto il ruolo di Primo Vice Ministro del Ministero degli Esteri e poi Vice Ministro per Europa e Nord America, sostituendo Félix Plasencia, che andrà a dirigere gli affari internazionali della Presidenza della Repubblica.
Delcy Rodríguez ha indicato che il primo compito di Plasencia sarà trasferirsi nel Regno Unito per gestire il ritorno delle riserve d’oro venezuelane detenute presso la Banca d’Inghilterra.
Intanto, durante la sua prima conferenza stampa da quando è rientrata in Venezuela, la leader dell’opposizione Maria Corina Machado ha dichiarato che la sua presenza sul territorio nazionale è la prova che il piano a tre fasi coordinato con gli Stati Uniti sta avanzando verso una transizione democratica pacifica.
Dopo il 3 gennaio 2026, data segnata dal rapimento del presidente costituzionale del Venezuela, Nicolás Maduro, e di sua moglie Cilia Flores, sono decisamente molte le cose che sono cambiate nella politica estera venezuelana.
Nuove privatizzazioni
Infine, e non certo per importanza, anche sul piano interno il nuovo corso del gruppo dirigente venezuelano sta imponendo un ritmo di marcia forsennato nello smantellamento di quelle che erano state le conquiste sociali del chavismo e della Rivoluzione Bolivariana in Venezuela.
Il 29 ottobre scorso la presidente ad interim Delcy Rodríguez ha annunciato in un discorso alla nazione una svolta sulla proprietà statale: “Ho dato istruzioni affinché gli asset non essenziali detenuti dallo Stato siano valutati per determinare quali possono essere offerti al settore privato o restituiti ai loro ex proprietari. Questo processo è già molto avanzato” ha affermato la Rodriguez, sottolineando come “Il diritto alla proprietà privata è garantito dalla nostra Costituzione”.
È stata infatti creata la Commissione di Audit che sta lavorando da aprile 2026 alle raccomandazioni su quali beni privatizzare. La misura potrebbe rovesciare parte delle nazionalizzazioni realizzate da Hugo Chávez e dalla rivoluzione negli anni 2000, misure che avevano lasciato oltre una dozzina di contenziosi arbitrali internazionali ancora aperti con diverse multinazionali straniere.
Ci sono ben 44 contratti energetici in negoziazione sotto la nuova legge petrolifera approvata a gennaio 2026, oltre a 61 accordi petroliferi già firmati (senza dettagli). Negoziati sono in corso anche nel settore minerario per oro, alluminio e ferro.
La Rodríguez non ha dettagliato come sarà implementata la cessione, né quali aziende specifiche saranno coinvolte. Secondo le ricostruzioni, il piano prevede 4 categorie: asset strategici che restano statali, partnership pubblico-privato, asset non essenziali da vendere, e asset in condizioni critiche da liquidare.
“Siamo davanti a una svolta che mette in discussione i fondamenti stessi della Rivoluzione di Hugo Chávez e che rischia di trasformare il Venezuela da protagonista dell’internazionalismo latinoamericano in un interlocutore subordinato alla strategia degli Stati Uniti”, commenta Luciano Vasapollo che per molti anni è stato consigliere economico del governo venezuelano nella fase chavista.
“Il tradimento non riguarda soltanto una leadership o una stagione politica. Riguarda una storia di lotte, di solidarietà internazionalista, di conquiste popolari e di alleanze costruite nel segno dell’indipendenza nazionale, del socialismo e della cooperazione tra i popoli. Riguarda soprattutto Cuba, che ha sostenuto il Venezuela bolivariano con medici, insegnanti, tecnici e militari, condividendo con il popolo venezuelano una parte fondamentale del proprio destino politico” – denuncia Vasapollo – “Oggi quella solidarietà viene ripagata con un silenzio politico sempre più assordante e con scelte che sembrano andare nella direzione opposta a quella indicata da Chávez”.
Fonte
Colombia. La vera pace non è pacificazione
Nei dialoghi fissa linee rosse “intoccabili”, evita di affrontare le cause del conflitto sociale e armato, affinché “nulla cambia e tutto rimanga uguale”. L’ELN si è opposto a questa imposizione, sostenendo che la costruzione della pace implica risolvere le cause del conflitto e coinvolgere il popolo. Questa differenza è la ragione dei cinque falliti colloqui di pace con governi diversi e del fatto che essi diffamano l’ELN sostenendo che è un nemico della pace, che è un narco-terrorista senza ideologia.
L’oligarchia nasconde maliziosamente che l’attuale conflitto sociale e armato nasce in una resistenza e risposta storica all’ingiustizia sociale e allo sfruttamento economico, alla repressione e alla persecuzione violenta del popolo infuriato dall’assassinio di Jorge Eliecer Gaitán, intensificato durante il mandato del razzista e fascista Laureano Gómez Castro che, al grido di ‘Viva Cristo Rey’, ordinò l’eliminazione di liberali e comunisti. E questi, in difesa della vita e dei loro beni, divennero guerriglieri e si espansero.
Nel 1953, Laureano fu rovesciato da un settore dell’oligarchia guidato dal generale Gustavo Rojas Pinilla. Invitò i guerriglieri a deporre le armi e a smobilitarsi in cambio di amnistia e di qualche briciola economica. Quelli del Llano si smobilitarono a settembre, quelli di Antioquia, Tolima, Cundinamarca e Huila mesi dopo. Quelli comunisti vennero trasformati in gruppi contadini di autodifesa.
La pacificazione non cambiò la realtà del paese, il governo tradì i guerriglieri. Il 6 giugno 1957 assassinò Guadalupe Salcedo, leader dei guerriglieri di Llano, il 29 giugno 1959, Juan de Jesús Franco (capitano Franco), capo dei guerriglieri di Antioquia, il 6 aprile 1968, Dumar Aljure, secondo in comando dei guerriglieri di Llano, e altri ex guerriglieri assassinati. Contemporaneamente alle smobilitazioni, la borghesia e i proprietari terrieri risolsero le loro divergenze e nel 1957 si unirono attraverso il patto oligarchico noto come Fronte Nazionale.
Nulla è cambiato. La crisi economica che il paese stava portando negli anni ’60 si è aggravata, colpendo la gente. Il disaccordo, le proteste e la resistenza dei giovani universitari, dei sindacati, dei contadini e dei residenti del quartiere divennero massicci. Il regime del Fronte Nazionalista affrontava il malcontento causato da politiche esclusive e antidemocratiche, perseguitando e reprimendo sindacalisti e oppositori politici in collusione con l’impero e la tutela del Fondo Monetario Internazionale (FMI).
Alcuni leader conclusero che proteste di piazza e scioperi non fossero sufficienti a cambiare il paese, si sollevarono in armi per salvare la democrazia, tradirono l’indipendenza e istituirono un governo popolare, che avrebbe guidato lo sviluppo a beneficio della maggioranza della nazione, istituzionalizzato la giustizia sociale e, in unione con il popolo, costruito la Vera Pace.
Nel 1960 fondarono il primo movimento rivoluzionario di guerriglia, il MOEC (Movimento Operaio, Studentesco, Contadino), nel maggio 1964 le Forze di Autodifesa Comuniste divennero FARC-EP, il 4 luglio emerse l’ELN, il 10 febbraio 1967 l’Esercito Popolare di Liberazione (EPL), nel dicembre 1973 il Movimento del 19 Aprile (M19) e nel gennaio 1985 il gruppo guerrigliero indigeno Quintín Lame.
Il regime del Fronte Nazionalista ricorse alla politica di contro-insurrezionale della “sicurezza nazionale e del nemico interno”. Con questa concezione creò gruppi paramilitari, si alleò poi con gli eserciti privati di trafficanti di droga e le Forze Armate eliminarono i civili presentati come guerriglieri uccisi in combattimento (falsi positivi).
All’inizio degli anni ’80, senza rinunciare alla strategia di contro-insurrezione, il governo decise di dialogare con i guerriglieri. All’inizio degli anni ’90, l’M-19 e l’EPL si smobilitarono e consegnarono le loro armi, nel 1991 il Quintín Lame. Nel novembre 2016, le FARC-EP firmarono l’accordo di pace con il governo di J.M. Santos.
Gli accordi erano di pacificazione e non di vera pace, quello secondo cui “nulla cambia e tutto rimane uguale”, senza risolvere le cause del conflitto: la povertà si intensificò, la repressione e la violenza si intensificarono, furono mantenute le diverse espressioni di ingiustizia ed esclusione sociale, consolidando l’interferenza dell’imperialismo.
È necessario distinguere tra pace e pacificazione, comprendere le cause del conflitto e l’assalto dell’élite statale, che attraverso la violenza promosse la dittatura della propria classe, ostacolò la formazione dell’identità nazionale, oscurò il sentimento patriottico e rinunciò alla sovranità nazionale diventando vassallo dell’imperialismo.
È compito diffondere questa realtà e le sue evoluzioni, condividere la verità attraverso diversi mezzi e soprattutto nel lavoro organizzativo politico, sottolineando che la vera pace è costruita dal popolo in un accordo nazionale.
Fonte
Da dove nasce la UE e la sua crisi
Le stesse vicende mediorientali, palestinesi ed israeliane, hanno un fondamento con la seconda guerra mondiale, anzi, ancor prima, quando l’Impero Britannico pose la base di un avamposto in Palestina, in seguito cancellata. E tuttora oggetto di guerra. La guerra non nasce il 7 ottobre, ma ha origini negli anni Venti del Novecento.
Il cambio di regime Impero Britannico-Usa, sancito dagli stessi accordi monetari di Bretton Woods (Keynes morì di crepacuore, aveva capito che la Gran Bretagna, dopo la liberazione dell’India – gallina dalle uova d’ora di Londra – perdeva anche il signoraggio monetario), segnò il passaggio alla guerra perenne in Medio Oriente.
Come nacque l’imperialismo europeo post II guerra mondiale? Le basi teoriche furono poste, sin dal 1941, dal Piano nazista Funk, che degradava quelli che decenni dopo vennero definiti i “Pigs” a semplice parco turistico degli “imperi centrali”, in particolare della Germania. Ciò implicava la loro deindustrializzazione.
In effetti ciò avvenne, ma in tempi rallentati. Prima ci fu un passaggio decisivo: “il Piano Werner del 1967 di unificazione monetaria basata sul marco” (35 anni prima della nascita dell’euro). Nel mentre imperversava l’imperialismo statunitense, come ancora oggi, non ci si accorgeva dei nessi europei che avevano origine nel nazismo.
In Italia i decenni passarono con ricostruzione, lotte di classe, lotte di emancipazione, insomma, un movimento operaio che trascinava il Paese, fino alla rottura del 1976 (viaggio di Napolitano in Usa, primo “comunista”) e soprattutto del ’77. Questo in primo luogo nei confronti dei giovani.
Con la classe lavoratrice i conti si fecero con Mirafiori ’80. Tutto era perduto, i tradimenti del Pci – noti sin dall’isolamento di Secchia, e poi la sua morte – si concretizzarono nell'“austerità”, malamente mascherata dalla “questione morale”.
La magistratura, nota per il suo silenzio sin dai fatti di Portella della Ginestra, veniva resa protagonista con il 1977 e poi venne la resa dei conti con la Prima Repubblica, con l’operazione di lawfare nota come Mani Pulite (1992).
Si dovevano porre la base per l’inferno del proletariato italiano, immolato all’imperialismo europeo. Tanti furono i protagonisti, centrodestra e centrosinistra, in un gioco al massacro sociale che ora lascia intravedere solo macerie.
Se vogliamo, i giovani di adesso, molti, stanno vivendo la difficoltà dell'“altro dopoguerra”. Perché un’ulteriore guerra c’è stata: sia guerreggiata che monetaria, guerra economica, guerra sociale, guerra produttiva. Insomma, “guerra”. E chi protesta davanti a questo “pilota automatico”, o pone dubbi, viene messo fuori.
Politica, media, istituzioni sono lì al servizio del “pilota automatico” che, ripeto, ha origini nel nazismo.
Se vogliamo possiamo dire che il nazismo non è mai finito o, perlomeno, è risorto. È con questi nessi storici, terrificanti, che occorre fare i conti.
Fonte
Le ombre sioniste sui disastri ferroviari spagnoli
Il fatto che l’incidente – avvenuto sulla linea dell’alta velocità, teoricamente la più sicura e sorvegliata – sia stato definito “inspiegabile” dal ministro dei trasporti Puente aggrava la situazione, perché mette in discussione parecchie competenze e strutture tecnico-amministrative. Ma anche la struttura societaria delle diverse aziende che concorrono – o dovrebbero farlo – alla sicurezza del trasporto ferroviario ispanico.
Nelle prime ore successive al disastro, quando ancora le indagini non avevano preso corpo, è stato indicato come responsabile un “errore umano”, anzi più d’uno, ma come conseguenza di una guasto a tre computer ormai vecchiotti che avrebbero mandato in tilt su un tratto di 63 chilometri il sistema di sicurezza Lzb, quello che permette di far viaggiare più treni sullo stesso binario accertandosi di mantenere la distanza di sicurezza (circa una trentina di chilometri).
È grosso modo lo stesso sistema che governa l’alta velocità in Italia, per capirsi, e che non ha fin qui creato problemi seri (l’unico incidente con morti è stato dovuto ad uno scambio bloccato: il deragliamento di Livraga, il 6 febbraio 2020).
Per lo spegnimento del sistema Lzb, in Spagna, ben sette convogli si erano automaticamente fermati e la gestione era passata a persone fisiche, ossia al Centro di comando Adif a Madrid. Da qui era arrivato il via libera al macchinista: “Disconnetta e ricolleghi l’Lzb. Riprenda la marcia sotto la protezione del Bsl con marcia normale”. “Con marcia normale?”, ha chiesto il macchinista per sincerarsi di aver udito bene. “Sì, marcia normale”, ha ribadito l’Adif. Ossia a oltre 200 all’ora…
Il sistema Bsl però è quello “antico”, fondato sui semafori, che – proprio per essere “a vista” – richiede una velocità assai inferiore (50 km/h, più o meno), altrimenti diventa impossibile fermare in tempo il treno (tra le 400 e le 500 tonnellate) quando si incontra un “rosso”.
Fin qui tutto appare abbastanza coerente, anche se come errore appare decisamente colossale. Com’è possibile, infatti, che un responsabile del centro di comando non conosca la differenza tra un convoglio ad alta velocità che va “in automatico” e un vecchio treno locale che va “a vista” come un qualsiasi automobilista in città?
In questo spazio si infilano domande, sospetti e anche complottismo, come sempre. Il principale – sul piano politico e internazionale – riguarda, guarda un po’, Israele. Dal gennaio 2024, infatti, ben tre contratti diversi firmati con la Renfe (le ferrovie spagnole) hanno affidato ad una società israeliana, la I-Sec, la “sorveglianza di stazioni e officine di manutenzione, custodia dei treni, servizi di scorta e accompagnamento”.
In totale 700 “guardie altamente qualificate” attive a Madrid (da dove è partito il treno della strage), Barcellona, Catalogna centrale, Paesi Baschi, Cantabria, Asturie e Galizia.
Prima curiosità. L’I-Sec è una filiale della ICTS International N.V.*, colosso della cybersecurity fondata nel 1982 da ex dirigenti dello Shin Bet (il servizio segreto “interno” di Tel Aviv) e del reparto sicurezza di El Al (la compagnia di bandiera israeliana).
Diversi esperti di sicurezza, in queste ore, vanno spiegando che “Israele non c’entra nulla con l’incidente” – confutando le cosiddette “fake news” complottiste – perché i contratti di I-Sec riguardano solo la “sorveglianza fisica” di mezzi e infrastrutture, non la parte informatica del sistema di controllo.
Purtroppo questa “spiegazione” è lacunosa, visto che – secondo tutte le autopromozioni – “Il network che unisce I-SEC e ICTS rappresenta un polo globale nei settori della sorveglianza fisica, della sicurezza aeroportuale e delle soluzioni tecnologiche applicate alla cybersecurity”.
Tradotto: al di là delle specializzazioni dei vari comparti aziendali e dei singoli dipendenti, non è complicato immaginare – è un sospetto, ovvio – che diverse interazioni non ufficiali siano possibili senza neanche faticare troppo. Insomma, una volta che sei dentro “il sistema Renfe” non è impossibile interferire con la gestione anche di servizi differenti. Se hai il know how di una intelligence di quel calibro alle spalle...
Anche per queste ragioni, già nel 2025, la Cgt – il sindacato progressista spagnolo – chiedeva di sospendere “il servizio di sicurezza e vigilanza che la compagnia presta su treni, stazioni e officine, e di indire una nuova gara d’appalto per aggiudicarlo a un’altra azienda senza legami con Israele”. Sostenendo che un’azienda pubblica “non dovrebbe destinare denaro pubblico a compagnie legate, per la loro origine, ai servizi segreti israeliani, in un contesto di denunce per le azioni di Israele contro la popolazione palestinese”.
Qualcun altro a quel punto ha cominciato a ricollegare i puntini tra loro, ricordando ad esempio le parole con cui Netanyahu aveva accompagnato il riconoscimento dello Stato di Palestina da parte di Madrid, nel 2024, nel pieno del genocidio di Gaza: “è una ricompensa per il terrorismo”.
O quelle seguite all’esclusione dei rappresentanti spagnoli dal Centro di coordinamento civile-militare (CMCC) che supervisiona l’attuazione dei cessate il fuoco e i flussi di aiuti umanitari nella Striscia di Gaza: “La Spagna pagherà un prezzo altissimo per aver criticato Israele, la spezzeremo”.
Al di là delle parole, comunque, non è un segreto che la crisi di Ceuta – quest’estate – sia avvenuta per decisione del re del Marocco (lo stato arabo più obbediente a Usa e Israele), con conseguente crisi internazionale e infra-europea (con la Meloni che aveva sospeso gli accordi di Shengen nei confronti della Spagna).
E qualcuno si interroga anche sull’analogo incidente ferroviario del 18 gennaio di quest’anno, ad Adamuz, sulla stessa linea, a causa di una rotaia rotta, costato 46 morti e 123 feriti. La “sorveglianza”, evidentemente, non era stata proprio “altamente qualificata”.
Non che gli incidenti ferroviari siano una rarità, in Spagna, ma è difficile non notare che quest’anno si sono moltiplicati ben oltre la “normalità statistica”. Oltre alle due stragi maggiori (Adamuz e Toledo), infatti, ce ne sono stati almeno altri tre (Gelida, Cartagena, Talavera), in cui a perdere la vita sono stati due macchinisti mentre alcuni passeggeri sono rimasti feriti.
Nei quasi tre anni in cui l’I-Sec gestisce la “sicurezza”, insomma, per un treno andare a sbattere è diventato più probabile.
Coincidenze, certo. Non ci sono prove. Ma la sfiga pare vederci benissimo.
In settori simili le “relazioni pericolose” con le società (simil)private israeliane – Elbit System, Cynet, Paragon, la stessa ICTS (aeroporti di Milano, Fiumicino, Palermo, Olbia, Verona, ecc., nonché la profilazione dei passeggeri verso Usa e Israele) riguardano anche l’Italia.
Ecco, senza alcuna simpatia per i complottismi, ci rendiamo però conto che uno stato “sovrano” – come piace dire spesso all’attuale presidente del consiglio – dovrebbe avere qualche certezza sul fatto che la propria “sicurezza” (ferroviaria, aerea, nelle telecomunicazioni, sulle reti informatiche, ecc.) sia effettivamente nelle proprie mani e non in quelle di un “alleato” che dimostra ogni giorno, in ogni angolo del mondo, di essere guidato soltanto dai propri interessi – quelli pubblici e soprattutto quelli inconfessabili – con buona pace delle vite altrui. Fino al genocidio.
Facciamo un esempio semplice. L’Ucraina si è gettata dal 2014 in una guerra conto terzi contro la Russia confidando nel fatto che il committente – gli Stati Uniti – avrebbero fornito non solo gran parte dell’armamento necessario (in parte reperibile comunque anche tramite gli idioti dell’Unione Europea), ma soprattutto la copertura satellitare e di intelligence per gestire i sistemi antimissile e gli attacchi in profondità sul territorio nemico.
Tutto è andato passabilmente – siamo pur sempre in una guerra alquanto feroce – fino a che non sono sorti contrasti tra “il mandante” (Washington) e “l’esecutore” (Kiev) su tempi e finalità del conflitto. A quel punto si è visto che la copertura satellitare poteva essere tolta o rallentata fino a diventare temporaneamente inesistente.
Non è proprio il caso di venirsi a trovare in una situazione simile, magari solo perché un cambio sostanziale della guardia a Palazzo Chigi (non parliamo certo del Pd...) potrebbe risultare “inaffidabile” per il controllore della cybersecutrity nel nostro paese. Ossia il governo di Tel Aviv (chiunque sarà lì il prossimo premier).
Quindi, pur in assenza di “prove” (e, dopo che il capo del Mossad, Barnea, ha ammesso di aver fatto arrestare 21.000 iraniani pur di coprire i suoi veri agenti sul campo, è sicuro che certi “servizi” ne lasciano in giro poche), ci sembra di poter dire che la “sicurezza” di qualsiasi paese occidentale può esser difesa solo troncando definitivamente qualsiasi rapporto con imprese e governi israeliani. Soprattutto in materia cyber…
Se non si affida a certa gente nessun incarico, insomma, spariscono di incanto molti sospetti, altrettanti complottismi, miriadi di “fake news” vere o presunte, cattivi pensieri.
E magari diminuiscono anche i disastri ferroviari...
Note
* ICTS International N.V. è stata creata nel 1982 da un gruppo di professionisti dello Shin Bet – il servizio di sicurezza interno israeliano – e dell’unità di sicurezza della compagnia aerea El Al, con l’obiettivo dichiarato di esportare nel mercato privato i protocolli sviluppati da Israele per la protezione dell’aviazione commerciale. Il suo azionariato di controllo è rimasto per due decenni nelle mani di Menachem J. Atzmon, presidente del consiglio di sorveglianza dal 2004 e proprietario di più del 60% del capitale attraverso un trust familiare. La traiettoria pubblica di Atzmon in Israele non si limita alla gestione aziendale: nel 1996 è stato condannato per frode nel finanziamento delle campagne elettorali del Likud, reati commessi quando era tesoriere del partito che ancora oggi guida Benjamin Netanyahu.
Fonte
I successi elettorali dei palestinesi in Israele non possono modificare la struttura razzista dello Stato
Questo è vero a prescindere da ciò che pensiamo della partecipazione palestinese al parlamento israeliano; Israele e i suoi alleati hanno a lungo utilizzato la partecipazione palestinese per mascherare il carattere razzista dello Stato e respingere le accuse di apartheid.
L’esistenza di una rappresentanza parlamentare palestinese non annulla né il regime di apartheid né le 50 leggi discriminatorie che regolano la vita dei cittadini palestinesi di Israele.
I palestinesi in Israele si sono recati alle urne perché un altro mandato del primo ministro Benjamin Netanyahu, sostenuto da un’alleanza con i ministri di estrema destra Itamar Ben Gvir e Bezalel Smotrich, avrebbe conseguenze letali per i palestinesi ovunque si trovino.
Ciò include i palestinesi che vivono all’interno di Israele, i quali hanno dovuto affrontare un’escalation di violenza politica e incitamento all’odio, crescenti richieste di sfollamento ed espulsione, e tentativi sempre più aggressivi di molestarli e perseguitarli.
Tra questi figurano la recente creazione di un avamposto nelle terre di Majd al-Krum, guidato da un gruppo di giovani coloni di estrema destra e sostenuto dal ministro delle Finanze israeliano Bezalel Smotrich, che replica le stesse pratiche di appropriazione indebita di terre ed espansione degli insediamenti in corso in Cisgiordania. Comprendono inoltre gli attacchi all’identità culturale palestinese e le restrizioni all’uso della lingua araba nei luoghi di lavoro.
Per quanto si possa voler interpretare l’aumento dell’affluenza alle urne come una risposta al genocidio di Gaza, all’accelerazione della campagna di pulizia etnica nella Cisgiordania occupata e al deterioramento delle condizioni dei prigionieri palestinesi – e in effetti, molti elettori avevano in mente queste preoccupazioni, comprese persone che avevano boicottato le elezioni israeliane per tutta la vita – una parte significativa della motivazione era la crescente espansione della violenta repressione israeliana nei territori del 1948.
In effetti, i palestinesi in Israele hanno votato per la propria sopravvivenza.
Visione d’insieme
Allo stesso tempo, nutro alcune riserve sul modo in cui la partecipazione palestinese a queste elezioni, e i primi risultati, sono stati rappresentati e narrati. È importante correggere alcune di queste interpretazioni errate e non perdere di vista il quadro generale.
In primo luogo, la riluttanza dei palestinesi a partecipare alle elezioni israeliane ha una lunga storia politica, fondata su diverse considerazioni. Alcuni palestinesi boicottano le elezioni per principio, rifiutando la partecipazione parlamentare come percorso politico e non riconoscendo la legittimità delle istituzioni dello Stato israeliano.
Altri si chiedono se la rappresentanza parlamentare possa effettivamente apportare cambiamenti fondamentali all’interno di uno Stato che è stato istituito attraverso il loro spostamento forzato e la loro espropriazione, e che ha continuato questi processi, in forme diverse, in tutte le aree geografiche palestinesi dal 1948.
Per molti, l’esperienza di decenni di partecipazione parlamentare non ha fatto altro che rafforzare questa posizione. Le condizioni in cui vivono i palestinesi non sono cambiate in modo sostanziale, e non possono cambiare in modo sostanziale, senza smantellare le strutture più profonde del dominio sionista e della supremazia ebraica, e senza trasformare i rapporti di potere tra ebrei israeliani e palestinesi.
Questa posizione si fonda anche sulla consapevolezza che i diritti civili dei palestinesi in Israele non possono essere separati dai loro diritti politici e nazionali. La rappresentanza parlamentare non ha modificato in modo sostanziale la loro posizione subordinata, nemmeno a livello dei diritti civili.
Eppure, in un momento critico in cui la situazione sta rapidamente peggiorando, i palestinesi vengono spinti sempre più all’angolo. Lo spazio, già ristretto, per l’azione politica si sta ulteriormente restringendo. Molti ora considerano il voto come uno dei pochi strumenti rimasti a loro disposizione, pur con aspettative molto limitate sui risultati che può effettivamente ottenere.
I palestinesi in Israele, che lo esprimano o meno in questi termini, conoscono la realtà di vivere in un sistema in cui gli ebrei israeliani godono di privilegi e diritti sistematicamente negati loro: un sistema in cui il razzismo è radicato nelle leggi, nelle istituzioni e nelle pratiche quotidiane dello Stato.
Per questo motivo dovremmo essere cauti riguardo all’atmosfera di festa che accompagna i primi risultati elettorali.
Nessuna illusione
In secondo luogo, il fatto che i cittadini palestinesi di Israele possano votare alle elezioni della Knesset e che costituiscano un blocco elettorale significativo, capace di indebolire l’alleanza Netanyahu-Ben-Gvir-Smotrich, non cambia la realtà per cui Israele rimane un regime di apartheid, anche all’interno dei territori del 1948, come hanno accertato diverse organizzazioni per i diritti umani.
Non dobbiamo illuderci al riguardo. Trovo difficile credere che alcuni continuino a indicare la cittadinanza palestinese e la partecipazione alle elezioni israeliane come prova del carattere “democratico” e “liberale” dello Stato israeliano, o come un barlume di speranza per un Israele che in qualche modo possa essere salvato o restaurato.
La cittadinanza israeliana per i palestinesi deve essere compresa all’interno del più ampio progetto coloniale di insediamento, come meccanismo attraverso il quale lo Stato governa e integra la popolazione indigena, mantenendo al contempo strutture di espropriazione e dominio.
La cittadinanza garantisce ai palestinesi determinati diritti individuali e politici, subordinando al contempo i loro diritti collettivi e le rivendicazioni sulla terra e sull’autodeterminazione all’ordine coloniale di insediamento.
La rappresentanza parlamentare palestinese, compresi i 19 seggi conquistati alla Knesset, deve pertanto essere compresa entro questi limiti strutturali.
Questi limiti strutturali si riflettono anche nelle istituzioni e nei partiti politici israeliani, dove l’esclusione dei palestinesi non è certo appannaggio esclusivo di Netanyahu e dell’estrema destra.
Sebbene gli elettori palestinesi costituiscano un blocco politico che non può essere ignorato, la loro capacità di tradurre i successi elettorali in influenza politica rimane fortemente limitata.
Anche nell’ipotetico scenario in cui i partiti palestinesi fossero disposti a entrare in un governo di coalizione, le figure di spicco del “campo del cambiamento” hanno già escluso tale possibilità. Gadi Eisenkot, ad esempio, ha esplicitamente rifiutato di includere Ra’am nel suo governo, nonostante la disponibilità del partito a partecipare a precedenti coalizioni.
Questo dimostra come l’esclusione dei palestinesi sia radicata in tutto lo spettro politico israeliano, e non sia una caratteristica esclusiva dei partiti di estrema destra. Tali collaborazioni politiche non sono quindi semplicemente difficili da realizzare; sono fondamentalmente limitate dalle fondamenta razziste e colonialiste dello Stato e del suo sistema politico.
Pertanto, sebbene una maggiore affluenza palestinese alle urne e una maggiore rappresentanza parlamentare possano minare l’alleanza di Netanyahu con il sionismo religioso, non possono superare questi limiti strutturali.
È proprio per questo motivo che la rappresentanza parlamentare palestinese non dovrebbe essere idealizzata o considerata un traguardo fine a se stesso, avulso dalla più ampia struttura politica in cui opera.
Oltre la scheda elettorale
Più in generale, la partecipazione parlamentare palestinese non può essere interpretata separatamente dal genocidio in corso perpetrato da Israele a Gaza e dall’intensificarsi della violenza militare e dei coloni, degli espropri e degli sfollamenti nella Cisgiordania occupata.
Non si tratta di realtà politiche separate, bensì di diverse manifestazioni dello stesso progetto coloniale di insediamento, che governa i palestinesi attraverso vari regimi giuridici e politici.
Qualsiasi celebrazione dei successi elettorali palestinesi che trascuri questa realtà più ampia rischia di riprodurre proprio quella frammentazione del popolo palestinese che il colonialismo di insediamento israeliano ha storicamente cercato di imporre.
La questione, quindi, non riguarda quanti seggi i palestinesi possono ottenere nella Knesset. Riguarda piuttosto ciò che la partecipazione parlamentare può realizzare all’interno di un sistema politico che continua a negare ai palestinesi, in tutta la Palestina storica, i loro diritti collettivi e l’autodeterminazione.
Il desiderio di frenare il rapido deterioramento delle condizioni in cui versano i palestinesi in tutte le aree geografiche è del tutto comprensibile.
Dall’inizio del genocidio a Gaza, questo deterioramento è stato particolarmente grave e, sotto la guida di figure come Ben Gvir, sempre più teatrale: dagli abusi sistematici, dalle torture e dai trattamenti disumani inflitti ai prigionieri palestinesi, alle provocatorie invasioni della moschea di Al-Aqsa, fino alle incursioni della polizia, ampiamente pubblicizzate, nelle città palestinesi all’interno di Israele e alla demolizione di case palestinesi.
Tuttavia, è importante non confondere questi sviluppi con una rottura con la storia di Israele, né interpretare il genocidio e l’intensificarsi della violenza contro i palestinesi semplicemente come il prodotto di Netanyahu e dei suoi alleati sionisti religiosi.
Nonostante le divergenze politiche, i governi israeliani che si sono succeduti hanno mantenuto queste strutture, anche attraverso l’espansione e il consolidamento degli insediamenti nella Cisgiordania occupata, che da tempo sono parte integrante della politica statale israeliana, e non un progetto esclusivamente di destra.
Sebbene la rimozione di Netanyahu e dei suoi alleati potrebbe offrire un sollievo immediato o arginare determinate forme di violenza, non cambierebbe sostanzialmente la realtà politica che i palestinesi si trovano ad affrontare, soprattutto considerando che il genocidio a Gaza continua, parallelamente all’accelerazione degli espropri, degli sfollamenti e delle violenze in Cisgiordania.
Né la partecipazione palestinese alla Knesset, a prescindere dai recenti successi elettorali, dovrebbe distogliere l’attenzione dalla questione più ampia e urgente di come i palestinesi possano organizzarsi e sviluppare strategie politiche più efficaci per affrontare la realtà che esiste in tutte le aree geografiche palestinesi.
Fonte
03/11/2026
“Physical Graffiti”, l’apogeo dei Led Zeppelin tra epica titanica e intimismo decadente
C’è un momento preciso nella parabola delle più grandi formazioni rock in cui l’ambizione smisurata e la padronanza tecnica collidono, generando un’opera che non è più solo una raccolta di canzoni, ma un vero e proprio ecosistema. Se “Led Zeppelin IV” era stato il trionfo della sintesi perfetta e “Houses Of The Holy” il primo passo verso una contaminazione onnivora, “Physical Graffiti”, pubblicato nel febbraio del 1975, è la summa teologica dei Led Zeppelin. È il loro “White Album”, il loro “Exile On Main St.“: un doppio disco mastodontico, nato dall’esigenza di dare spazio a nuove immense jam session nate a Headley Grange e dalla volontà di recuperare scarti di lusso dalle sessioni precedenti. Il risultato è un affresco monumentale, esattamente come il palazzo newyorkese di St. Mark’s Place ritratto nell’iconica copertina: dietro ogni finestra si cela un microcosmo stilistico diverso.
Un mantra mediorientale
L’approccio alla recensione di un monolite simile richiede di abbandonare le coordinate radiofoniche per addentrarsi nelle viscere dell’album. Certo, al centro dell’opera troneggia l’inevitabile “Kashmir”, un mantra ipnotico e orchestrale che fonde la spinta propulsiva di John Bonham con scale mediorientali, definendo un nuovo standard per l’epica rock. Ma il vero cuore pulsante di “Physical Graffiti”, l’essenza che lo rende il capolavoro definitivo della band, risiede nei brani meno celebrati dalle masse, ma venerati dai cultori per la loro profondità emotiva e per l’incredibile tessitura sonora.
Prendiamo “Ten Years Gone”. Se c’è un vertice di assoluta bellezza e malinconia nell’intera discografia degli Zeppelin, è qui. Nato come strumentale di Jimmy Page, il brano si evolve in una riflessione struggente di Robert Plant sul tempo perduto e sugli amori sacrificati sull’altare del successo. Non c’è la solita spavalderia hard-blues; c’è invece un romanticismo decadente, quasi autunnale, sorretto da un arrangiamento di chitarre stratificate (Page ne sovraincise quasi una dozzina) che creano un tappeto armonico di rara suggestione. È una poesia elettrica, un momento di pura introspezione che dimostra quanto la band sapesse maneggiare le ombre oltre alle luci accecanti.
Non meno fondamentale è “In My Time Of Dying”, una rilettura di un traditional blues che si dilata per oltre undici minuti. Registrata quasi interamente in presa diretta, è una lezione magistrale di dinamica. La chitarra slide di Page graffia e geme, rincorrendo le urla di un Plant posseduto, mentre la sezione ritmica composta da John Paul Jones e Bonham costruisce un muro di suono impossibile da ignorare. È il blues primigenio che viene smontato e ricostruito con le proporzioni di una cattedrale gotica.
L’eclettismo dell’album si nutre anche degli outtake degli anni precedenti, che qui trovano una collocazione così organica da sembrare scritti per l’occasione. “The Rover”, scartata da “Houses Of The Holy”, è sorretta da uno dei riff più imponenti, sporchi e “swagger” mai partoriti da Page, un inno rock puro che fa impallidire intere discografie di band coeve. Allo stesso modo, l’anima più acustica e folk del gruppo trova respiro nel bozzetto strumentale “Bron-Yr-Aur” – un minuto e mezzo di pura e delicatissima filigrana acustica risalente a “Led Zeppelin III” – e nel piglio scanzonato e rurale di “Black Country Woman”.
Ma “Physical Graffiti” è anche il disco in cui John Paul Jones rivendica in modo definitivo il suo ruolo di mente sonora. “In The Light” ne è la prova lampante: un’odissea progressiva aperta da un bordone di sintetizzatore dalle tinte cupe e orientaleggianti, che sfocia in un inno di speranza e redenzione. È un brano complesso, oscuro ma al contempo luminoso, che richiede ascolti multipli per essere assimilato, lontano anni luce dalla forma-canzone tradizionale, e per questo tremendamente affascinante. E come non citare “Trampled Under Foot”, dove il clavinet di Jones trasforma il funk–soul alla Stevie Wonder in un tritacarne hard-rock dalle venature meccaniche e ossessive.
La corazza del Dirigibile
Ascoltato oggi, lontano dalle attuali logiche radiofoniche plastificate, “Physical Graffiti” suona ancora come una dichiarazione di onnipotenza. Non c’è compromesso in questo disco. C’è l’arroganza dei dominatori del mondo (“Custard Pie”, “The Wanton Song”) e c’è la fragilità degli uomini (“Ten Years Gone”, “Night Flight”). È il punto più alto, il vertice prima che le tragedie personali e la stanchezza iniziassero a incrinare la corazza del Dirigibile. Un’opera che non si limita a farsi ascoltare, ma che esige di essere abitata, esplorandone i corridoi bui, le stanze opulente e le soffitte impolverate, trovando in ognuna di esse un pezzo inestimabile di letteratura rock.
