Presentazione


Analisi, opinioni, fatti e (più di rado) arte da una prospettiva di classe.

03/03/2026

Guerra. Per una nuova antropologia politica

di Gioacchino Toni

Silvano Cacciari, Guerra. Per una nuova antropologia politica, McGraw-Hill Education, Milano 2025, pp. 158, € 19,00

Il volume di Silvano Cacciari si apre facendo riferimento a opere cinematografiche che hanno saputo mostrare come sia cambiata la guerra rispetto a come la si era conosciuta e messa in scena in passato. Se Apocalypse Now (1979) di Francis Ford Coppola aveva saputo mostrare una guerra ormai indirizzata ad autoalimentarsi priva di scopo e indipendente dalle forze che si proponevano di controllarla, più recentemente il film russo Best in Hell (2022) di Andrey Batov, prodotto dai mercenari del Gruppo Wagner, ha evidenziato lo stato di assoluta incontrollabilità raggiunto dalla guerra. «La grammatica delle immagini della guerra contemporanea, dai film strutturati all’universo di video postati sui social, propone un processo di significazione della crisi radicale del télos, della finalità politica che Clausewitz poneva a fondamento della razionalità bellica» (p. IX).

Dalla fine del secolo scorso la guerra si è fatta sempre più tecnologica, permanente, ibrida, senza limiti e basata su «una violenza tanto radicale da sembrare ancestrale, quanto innovativa da sembrare magica» (p. IX). Delle guerre tradizionali il conflitto non dichiarato in atto condivide la portata globale e il carattere totale, ma li esprime in forme nuove: globale è la connessione dei piani di conflitto (finanziario, commerciale, economico, informativo-cognitivo, cibernetico, tecnologico ecc.), totale è la «molteplicità di domini globali connessi tra loro, sinergici con guerre locali e guerre non militari che alimentano l’instabilità planetaria proprio perché moltiplicano i piani di battaglia esistenti». Insomma, scrive Cacciari, si tratta di «guerre che, in forma nuova, sono globali nella loro portata e totali nei loro metodi» (pp. X-XI). La sfera bellica si è allargata ben oltre gli Stati, coinvolgendo una pluralità di attori che agiscono globalizzando le crisi locali, conferendo loro effetti planetari e, in quanto guerra non dichiarata, questa evita di confrontarsi con le conseguenze politiche, legali ed economiche proprie di una guerra dichiarata. In un tale scenario la politica non detta la logica della guerra ma si adegua ad essa. «La politica è, ora, la continuazione della guerra ibrida con altri mezzi, questo è il marchio, a caratteri indelebili, del campo di forza antropologico che si è creato» (p. XI).

Cacciari individua nell’Actor-Network Theory lo strumento analitico che consente di definire una nuova microfisica del potere: «con la sua ostinata attenzione per le associazioni concrete, per l’ordine del discorso e le pratiche degli attanti umani e non-umani, permette di “seguire” un algoritmo, di mappare la rete che lega una piattaforma social a una campagna di disinformazione, un drone a una decisione politica, o un flusso finanziario a una crisi sociale» (pp. XII-XIII).

Guerra ibrida e intelligenza artificiale – che rappresenta una mutazione ontologica nel suo essere a tutti gli effetti un attante operativo nelle reti del potere – hanno nell’incontrollabilità la normale e specifica modalità di funzionamento. Nonostante l’arrogarsi il diritto al monopolio della violenza per contenere e addomesticare la guerra, lo Stato, attraverso la propria spinta all’innovazione tecnologica e strategica, sostiene Cacciari, ha finito per scatenare una forma di guerra talmente potente, reticolare e autonoma che agisce al di fuori del suo controllo politico.

Non è più la politica, come istanza sovrana e deliberativa, a decidere sull’eccezione della guerra, ma è la logica della guerra ibrida a dettare i tempi, i modi e persino gli obiettivi dell’agire politico. Il terrore ancestrale della guerra che sfugge al controllo delle azioni umane, è tornato in abito tecnologico. [...] Il politico, in questo campo di forza antropologico, anche quando formalmente è l’architetto del conflitto, non è che uno degli attanti, spesso nemmeno il più importante, costretto ad adattarsi e a sopravvivere in un ecosistema sociale e tecnologico le cui regole non scrive più (p. XV).

A partire da tali premesse, Cacciari indaga il campo di forza antropologico, «il terreno su cui si definiscono le relazioni e le gerarchie tra gli attanti – umani e non-umani –, in cui si scontrano le logiche sistemiche e dal quale emergono incessantemente le dinamiche di ordine e caos che caratterizzano il nostro scenario» (p. XVI), al fine di delineare una nuova antropologia politica.

In questo campo di forza antropologico, non si assiste a una dialettica tra pace (la norma) e guerra (l’eccezione), ma a uno stato di emergenza senza fine su molteplici livelli e a un moltiplicarsi dei piani di realtà che si fanno guerra [...] In questo ambiente, la politica si scopre strutturalmente incapace di esercitare la sua prerogativa sovrana: la decisione. La decisione sull’eccezione le è, infatti, sottratta dalla velocità dei processi tecnologici, dall’opacità degli attori che operano nella rete e dalla complessità emergente del sistema che dovrebbe governare. Il politico non decide più sullo stato di eccezione: è lo stato di eccezione che ritaglia gli spazi di decisione del politico. Se un sovrano esiste ancora, non è più un’istituzione o tantomeno una persona, ma è la logica tecnologicamente mediata della guerra ibrida stessa ad essere diventata un “sovrano senza corona” (pp. XVII-XVIII).

Cacciari guarda al mito e l’anomia, tecnologicamente accelerati, come al “software” culturale e affettivo del campo di forza antropologico. Riprendendo il pensiero di Franz Boas e gli strumenti analitici dell’Actor-Network Theory e dell’Agent-Based Modeling, l’autore indaga la funzione del mito contemporaneo e la sua connessione con le logiche di potere e di conflitto della guerra ibrida. «Se la guerra ha esteso i propri piani operativi ben oltre il campo di battaglia tradizionale, infiltrandosi nella finanza, nel cyberspazio, nell’informazione e nel diritto, si deve all’intreccio con il piano della realtà simbolica e mitopoietica» (p. 31). I miti contemporanei (le narrazioni che creano consenso per il conflitto o per introdurre misure di sicurezza, che polarizzano la società ecc.) «non si limitano a descrivere il mondo, ma contribuiscono a crearlo, fornendo le mappe cognitive e le giustificazioni emotive che orientano l’azione. Consolidano la logica del conflitto come unica cornice interpretativa della realtà e contribuiscono attivamente a marginalizzare la politica basata sulla deliberazione razionale e la ricerca di compromessi fondati su una realtà condivisa» (p. 32).

«Quando il caos della guerra determina il paradigma della politica, la società esiste in modo difficilmente controllabile e come strumento della pratica di weaponization of everything tipico della guerra ibrida. Disconnessa dalla politica, essa perde di centralità sistemica e diviene strumento di guerra» (p. 36). In un contesto contraddistinto da «una comunicazione emotiva, frammentata e tecnologicamente mediata da piattaforme algoritmiche che privilegiano l’engagement istantaneo e la reazione affettiva, rispetto alla deliberazione razionale e al confronto argomentato» è difficile che si formi un senso collettivo condiviso, una volontà generale o una guida politica legittimata e in grado di confrontarsi con sfide sistemiche e globali.

Se la società produce incessantemente piani di realtà irriducibili tra loro, la guerra ibrida conduce questa moltiplicazione di piani sul terreno della guerra permanente.
La politica, intesa come continuazione della guerra ibrida con altri mezzi, opera all’interno di queste fratture, sfruttando l’anomia, alimentando la polarizzazione e legittimando emozioni e narrazioni per raggiungere i propri obiettivi di potere e di sopravvivenza. Allo stesso tempo, si innesta in una società che è terreno di sviluppo della guerra ibrida, in quanto altamente specializzata, caotica ed entropica.
La società stessa, quindi, non è solo il “contesto” della guerra ibrida, ma ne diviene una componente attiva, come un campo di battaglia e, in ultima analisi, una vittima (p. 53).

In uno scenario in cui la società diviene un «piano di complessità che esiste tra una dimensione ridotta di ordine e una prevalente di caos» (p. 55), prende piede un pensiero magico aggiornato che non si oppone alla tecnologia, ma deriva da essa. Dalla saldatura tra la dimensione magico-operativa di matrice tecnologica e la guerra deriva un immaginario collettivo in cui la politica è relegata al ruolo di comparsa tenuta ad adattarsi a linguaggi costruiti altrove.

Il contesto tecno-magico della guerra ibrida, sottolinea Cacciari, tende a piegare il futuro sul presente imponendo uno scenario distopico vissuto come normalità. Anziché consolidare un ordine sociale condiviso, come avveniva in passato, i miti contemporanei si fanno «veicoli di narrazioni magiche che legittimano il potere, creano “tribù” identitarie in perenne conflitto e offrono spiegazioni semplicistiche a un mondo percepito come caotico» (p. 70). Insomma, il vuoto creato dall’anomia viene riempito dal pensiero tenco-magico strumentalizzato dalla politica-guerra che priva la politica della prerogativa di decidere lo stato d’eccezione: la guerra ibrida non si presenta come un’eccezione ma come uno stato di emergenza permanente che ha delegato il potere alla capacità di connettere le reti e orientare le percezioni.

Alla luce della marginalità riservata all’attante umano nei conflitti contemporanei, la politica che si fa continuazione della guerra ibrida necessita che gli individui interiorizzino non solo la propensione a collaborare con i sistemi tecnologici, ma persino a sottomettersi ad essi.

In questo scenario, la politica non solo perde il controllo operativo sulla guerra, ma anche la sua capacità di renderla un oggetto di dibattito pubblico significativo e di decisione democratica. Essa può solo commentare, reagire, subire o, nel peggiore dei casi, utilizzare lo spettacolo della guerra per i propri effimeri fini di consenso interno. Di fronte allo spettacolo della violenza tecnologicamente potenziata e la sua subordinazione alla guerra ibrida, la politica trova la sua eclissi forse definitiva (p. 94).

Dal momento in cui la politica si è fatta la continuazione della guerra ibrida con altri mezzi, sostiene Cacciari, il capitalismo politico si è trasformato/potenziato in tecnocapitalismo politico: un sistema in cui l’alleanza tra le élite politiche e quelle economiche si fonda soprattutto sul controllo e lo sviluppo delle infrastrutture tecnologiche, i nuovi strumenti di potere e di controllo sociale e militare. Il nuovo legame sociale che si viene a creare integra i gruppi sociali «insieme agli attanti tecnologici, in una rete performativa la cui funzione ultima è la perpetuazione di uno stato di competizione e di conflitto permanente. La società non è più il fine della politica, ma il suo terreno operativo, la sua risorsa strategica e, in definitiva, il suo principale campo di battaglia» (p. 108).

Cacciari conclude il volume guardando alla crisi che attraversa l’istituzione universitaria, un tempo funzionale alla stabilizzazione e al progresso della società industriale e dello Stato-nazione fornendogli le competenze scientifiche, tecniche e umanistiche necessarie alla governamentalità.

Nel momento in cui questa istituzione entra in una crisi così profonda, travolta dalle stesse forze tecnologiche, economiche e culturali che alimentano la guerra ibrida, diventa strutturalmente incapace di supportare la politica [...], non può più fornire alla politica quegli strumenti di analisi, di visione a lungo termine e di legittimazione razionale di cui avrebbe disperatamente bisogno per affrontare la complessità dello scenario contemporaneo. [...] La rottura sistemica della vecchia università è, in definitiva, la condizione che sancisce e rende forse irreversibile la trasformazione della politica nella mera continuazione della guerra ibrida con altri, sempre più immateriali, potenti e inumani, mezzi (p. 126-128).

Con la rottura sistemica dell’università tradizionale la civiltà viene privata di una fonte importante di auto-riflessione critica. La sfida per una nuova antropologia politica, conclude Cacciari, è quella «di fornire una “grammatica” per decifrare questo nuovo campo di forza, nominare i nuovi attanti e comprendere le nuove forme di potere, come primo, indispensabile, passo per pensare la possibilità di una politica che non sia la continuazione della guerra» (p. 129).

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Decapitare stanca

“Fare una proposta che non si può rifiutare” è pratica antica di imperatori e mafiosi. I primi ammantano di diplomazia la successiva trattativa, i secondi ti fanno trovare una testa di cavallo nel letto, ma la sostanza è la stessa: se non ti arrendi, ti sparo.

Gli Stati Uniti, dal 1945 ad oggi, hanno sempre seguito questo schema con qualsiasi Paese non fosse dotato di armi nucleari. Israele idem, potendo contare sul supporto incondizionato dell’imperatore dominante. La retorica stesa sulle aggressioni, fino ad un certo punto, si sforzava di presentare il bersaglio come fonte di tutti i mali inneggiando a “libertà”, “democrazia”, “diritti umani”, “libertà delle donne”, ecc..

Argomenti ad hoc, reversibili, scambiabili, a doppio standard (nell’Afghanistan sovietico, per esempio, le donne godevano di tutti i diritti – almeno nelle città più grandi – e i freedom fighters sostenuti da Usa e Arabia Saudita erano invece i Talebani che poi hanno reimposto il burka; per essere subito dopo attaccati con la scusa di “liberarle dai liberatori”).

Era il periodo dell’impero dei “buoni”, che abbattevano governi e regimi di tutti i tipi – il socialista Allende, il laico Mossadeq nell’Iran del 1953, e poi i musulmani laici Saddam Hussein e Gheddafi, lo jugoslavo Milosevic, il narcotrafficante Noriega e tanti altri – per imporre il proprio dominio in nome del superiore modello occidentale.

La crisi crescente – rimandiamo ad altri contributi per gli aspetti “strutturali” – alla fine ha reso non più credibile questo dispositivo giustificazionista delle aggressioni, ma ha aumentato la loro frequenza e “necessità”.

Anche sul piano strettamente politico era diventato incredibilmente costoso imporre dei “cambi di regime” là dove non si disponeva di un esercito eterodiretto in grado di effettuare un golpe (come nel Cile del ‘73, insomma). Soprattutto i tentativi fatti hanno – sì – abbattuto “il nemico”, ma non sono serviti a sostituirlo con un assetto che fosse allo stesso tempo stabile e “presentabile”.

In America lo spettro dell’Iraq ancora spaventa la classe dirigente. Una “guerra infinita” che dopo aver ucciso Saddam, demolito un sistema di potere e gli assetti istituzionali (certo discutibilissimi, ma comunque “affare interno” iracheno), ha per anni prodotto perdite tra i militari statunitensi ed occidentali coinvolti senza che potesse sorgere un governo in grado di stare in piedi da solo.

Peggio; ha di fatto consegnato un pezzo di paese ai curdi, un altro agli sciiti filo-iraniani e un altro alla rabbia dei sunniti egemonizzati prima da Al Qaeda e poi dall’Isis. Per l’Occidente solo costi e problemi, e un po’ di greggio...

Una lunga lista di “stati falliti” – dalla Somalia alla Libia, alla stessa Siria del terrorista ripulito Al Jolani – difficilmente gestibili anche per gli “affari correnti” che stanno a cuore al capitale occidentale (petrolio, risorse minerarie e poco altro).

Gli interrogativi sul come procedere per abbattere governi refrattari ai propri ordini senza mettere a lungo “gli scarponi sul terreno”, e lasciarcene parecchie paia sul posto, hanno infine trovato una risposta con le soluzioni “all’israeliana” partorite nelle frequentazioni innominabili dei rispettivi establishment in quella che è giustamente indicata come “coalizione Epstein”.

Invece di invadere un paese, farsi risucchiare nella guerriglia di quanti resistevano all’asservimento nel tentativo di fabbricare uno Stato-frankenstein (corpo locale e testa occidentale), molto più semplice decapitare la formazione nemica. Un bel blitz per rapire un capo di Stato, una raffica di missili per far fuori una parte del gruppo dirigente insieme alla “guida suprema”, e poi trattare con chi resta – con una pistola puntata alla tempia – perché conceda quel che gli viene chiesto e governi come gli pare quel che resta. Al Capone non avrebbe fatto di meglio.

È lo schema terroristico-mafioso adottato ormai da decenni da Israele nei confronti delle organizzazioni palestinesi – tutte, da Al Fatah degli anni ‘70 all’Hamas o Jihad palestinese odierne. Uccidere i leader politici e militari capaci di dare una strategia e una strutturazione efficace alla altrimenti sterile rabbia di una popolazione massacrata da quasi 80 anni.

Pratica estesa poi ai cosiddetti proxy dell’“asse della resistenza”, ovvero Hezbollah, gli alauiti siriani dietro Assad, leader sciiti iracheni, scienziati e generali iraniani.

Decapitare e basta, senza cercare “soluzioni di lungo periodo”, con la consapevolezza che certo, prima o poi, una forma organizzativa sarebbe comunque risorta. Ma anche quella sarebbe stata poi decapitata in attesa del momento giusto per il genocidio e la pulizia etnica di un intero popolo, “finalmente” espropriato di una terra che abita da millenni (i palestinesi sono in buona parte i biblici “filistei”).

Ci voleva un Trump – e la sua amministrazione di ruspanti cowboy suprematisti – per pensare di poter applicare questo schema anche ad un paese di 90 milioni di abitanti, erede di una cultura millenaria (i persiani), dotato di una struttura istituzionale completamente diversa da quella occidentale ma che pure sceglie un presidente della Repubblica con normali elezioni e dopo un confronto piuttosto vivace, con un forte condizionamento da parte delle gerarchie religiose e diverse milizie che affiancano l’esercito regolare.

Qui decapitare un vertice non implica privare quel corpo sociale della capacità di pensare e reagire in modo organizzato. E privarlo di qualche leader poco amato da una parte della popolazione non significa “liberare” forze capaci di creare un assetto istituzionale diverso.

Non è stato possibile nel Venezuela incamminato sulla via del socialismo bolivariano, relativamente più giovane, meno strutturato e armato. È praticamente impossibile nell’Iran che vanta università di alto livello, un numero di donne laureate superiore a quello degli uomini, una produzione tecnologica anche d’avanguardia (non solo per droni e missili), ecc..

Qui la decapitazione ha prodotto immediatamente l’allargamento del conflitto a tutto il Golfo Persico, il blocco di fatto dello Stretto di Hormuz e l’avvio di una crisi petrolifera la cui entità dipenderà dalla durata del conflitto, il coinvolgimento delle monarchie arabe che devono fare i conti contemporaneamente con la presenza di basi Usa, l’infida pressione israeliana (cui viene addebitato l’attacco a strutture petrolifere saudite con un’operazione flase flag) e una presenza di robuste minoranze sciite che certo non simpatizzano con l’attacco agli ayatollah.

Pure il calcolo militare – dicono gli esperti – rischia di essere stato azzardato: “Anche nell’attuale campagna saranno forse le munizioni a determinare il successo o meno dei contendenti come ha evidenziato anche Scott Ritter. Finiranno prima i vettori balistici iraniani o le armi antimissile israeliane e statunitensi?”

Decapitare è una strategia senza costruzione. Può servire a un piccolo stato-terrorista che deve demolire nemici alla sua altezza (organizzazioni, Stati semi-disarmati), ma non può diventare la prassi dell’impero.

Se così fosse l’orizzonte futuro sarebbe quello di un mondo dove tutti i Paesi possono essere “decapitati” quando il loro sviluppo comincia a essere “competitivo” con quello Usa (meno quelli dotati di un convincente arsenale nucleare, ovviamente). Creando così una scia potenzialmente infinita di “Stati falliti”, controllati alla meno peggio da un viceré e un po’ di giannizzeri, con popolazioni sul lastrico e non abilitate a “consumare”.

Un mondo di pezzenti sarebbe un mercato “povero”, però, il contrario di quel che serve per rilanciare “la crescita”, l’accumulazione, i profitti. Il contrario di quel che il capitale multinazionale, fisiologicamente, chiede.

Se l’Iran resiste più di quanto Usa e Israele possono permettersi – ed è un “se” grande come il pianeta – la scommessa dei “tagliatori di teste” si introverte, rafforzando la già rilevante opposizione interna alla guerra e soprattutto alle sue conseguenze economiche (inflazione, crisi energetica, crisi commerciale e turismo internazionale, ecc.).

L’ironia della Storia potrebbe partorire insomma una sorpresa clamorosa: partiti per realizzare un regime change a Tehran potrebbero ritrovarsene uno a Washington.

Scoprendo così sulla propria pelle che anche decapitare stanca...

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La Francia si propone come arsenale nucleare della UE, la nuova dottrina aumenta i pericoli

Dalla base per sottomarini di Île Longue, Emmanuel Macron ha annunciato il potenziamento dell’arsenale nucleare francese, oltre alla revisione della dottrina di deterrenza, che diventa “avanzata” e coinvolge vari alleati europei in una cornice comune e cooperativa (ma non sulle autorizzazioni per premere il “bottone” e sganciare la bomba).

Se dal 2008 l’arsenale francese era rimasto stabile sotto le 300 testate, oggi l’Eliseo ordina un potenziamento numerico di cui, d’ora in avanti, non verranno più fornite cifre ufficiali. È una netta virata verso una “ambiguità strategica”, in cui gli avversari devono sapere che la Francia si è rafforzata ed è più pericolosa, ma non devono sapere esattamente quanto e come.

Non solo i numeri, ma anche gli “interessi vitali” che Parigi difende col suo arsenale nucleare non saranno più di pubblico dominio. Non c’è nessuna lista definita, in modo tale che siano più sfumati i confini di cosa è ritenuto una minaccia esistenziale e cosa no, e – nella testa della classe dirigente francese – scoraggiare ulteriormente altri attori da azioni di cui non possono conoscere l’esito.

“Per essere liberi bisogna essere temuti, e per essere temuti bisogna essere potenti”, ha dichiarato Macron, motivando la decisione di invertire la rotta seguita fino a oggi. Dichiarazioni che fanno venire i brividi, perché fondano il futuro delle relazioni internazionali nella corsa al riarmo. Così sono nate le guerre mondiali.

La mancanza di trasparenza sui numeri e sulle “linee rosse”, giustificata col non dare riferimenti ai “nemici”, aumenta i rischi intrinseci del confronto tra potenze nucleari, affidato alle proclamazioni di potenza piuttosto che ad una cornice comune di sicurezza, imposta anche dal fatto che, in una guerra atomica, ci saranno solo vinti e nessun vincitore.

La nuova concezione viene integrata in quella che è definita “deterrenza avanzata”, un modello di cooperazione che si affianca alla NATO senza duplicare la deterrenza fornita dalla missione nucleare dell’Alleanza Atlantica. La Francia non vi partecipa, perché dalla fine degli anni Cinquanta ha deciso di sviluppare la propria “force de frappe”, un proprio arsenale di “dissuasione” nucleare. A cui si aggiungono lo sviluppo di nuovi mezzi, come il sottomarino nucleare di nuova generazione, battezzato “L’Invincibile”, che entrerà in servizio nel 2036.

Ora, Macron propone a vari alleati di essere il fulcro di un sistema che si incardini in maniera più specifica sulla dimensione europea, in cui la volontà di aumentare le tensioni, contro la Russia ovviamente, non accenna a scemare. L’evidente disimpegno statunitense dalla difesa dell’Europa, inoltre, viene visto come un segnale chiaro di minore prevedibilità rispetto alle tutele che possono essere garantite da Washington.

Il presidente francese ha dichiarato che personale britannico ha già partecipato come osservatore alle esercitazioni nucleari francesi, lo scorso dicembre, e l’invito è stato esteso anche alla Germania. Polonia, Grecia e Danimarca avrebbero anch’esse accettato di partecipare come osservatori, mentre Belgio, Paesi Bassi e Svezia hanno espresso interesse per questa nuova cornice nucleare.

Otto paesi, coinvolti con un approccio graduale nei meccanismi della deterrenza francese. In questa partnership sarebbero compresi sia esercitazioni congiunte sia lo schieramento di asset strategici francesi sul territorio degli alleati. Ad ogni modo, ogni decisione sull’arsenale rimarrà in capo all’Eliseo.

In questa nuova organizzazione di coordinamento specifica, non ci sarà dunque nessun ombrello nucleare formale basato su trattati, ma un modello “sfumato” di condivisione, dove gli alleati sono considerati nel processo di deterrenza francese, senza avere però diritti sulle testate atomiche. E senza partecipare alle spese in merito.

Macron, infatti, non ha chiesto ai partner contributi finanziari diretti per la forza nucleare, ma ha proposto uno scambio strategico: la Francia garantisce la “deterrenza avanzata”, mentre i partner europei sono chiamati a colmare le lacune della difesa convenzionale, investendo massicciamente in difesa aerea e altre capacità critiche.

“La nostra sicurezza non è mai stata concepita esclusivamente entro i limiti del nostro territorio, sia convenzionalmente che sul piano nucleare”, ha sottolineato Macron. Tale sicurezza, insomma, è intesa come elemento intrecciato al tessuto di sicurezza europeo. Ed è infatti un terreno fondamentale attraverso cui la Francia sta spingendo verso una difesa europea, che sia strumento di risposta alla crisi economica e insieme di proiezione delle mire imperialistiche europee.

I punti di frizione sono però tanti, e hanno già portato a divergenze evidenti con Berlino, altro grande attore del riarmo europeo. Sul tema nucleare, però, l’asse con la Germania si trova in condizioni migliori. Il Cancelliere Friedrich Merz ha confermato l’avvio di un “gruppo direttivo nucleare di alto livello” tra Parigi e Berlino.

Inoltre, Francia, Germania e Regno Unito collaboreranno al progetto ELSA (European Long Range Strike Approach) per lo sviluppo di missili a lunghissimo raggio, coinvolgendo anche Italia e Polonia. L’obiettivo è colmare il gap nelle capacità di attacco convenzionale in profondità, fornendo all’Europa opzioni di gestione delle crisi al di sotto della soglia nucleare.

Ci sono alcuni elementi da mettere in evidenza, in conclusione. Il primo è che l’attacco immotivato (se non nella politica estera aggressiva di Israele) dell’Iran viene aggiunto tra le motivazioni con cui viene promossa la costruzione di una difesa europea, pensata in maniera evidente “contro” altre realtà. Senza considerare che non è Teheran che, evidentemente, sta aumentando l’insicurezza nucleare nel mondo.

Il secondo è che sul terreno nucleare (ma anche su quello dei missili) si continua a sostenere l’ipotesi di una UE armata come opportunità per entrare nel gioco delle “grandi potenze”. Ma considerata la natura evidentemente provocatoria delle scelte militari fatte a livello comunitario, allora risulta evidente che questa corsa al riarmo rende più instabile il quadrante europeo e diventa un ulteriore rischio di guerra più generalizzata.

Infine, non si può ignorare che questa dichiarazione arriva quando è ormai evidente che, dopo le prossime elezioni francesi, a governare il paese saranno o la sinistra guidata dalla France Insoumise (e contro cui è partita un’ondata di attacchi chiaramente collegata) o i fascisti – con forme diverse tra i “filo-atlantisti” di Bardella e i sodali della Le Pen che pensano a una difesa maggiormente scollegata dai pilastri NATO a seconda che vinca l’uno o l’altro schieramento.

La tendenza alla guerra come risposta del capitale europeo alla sua crisi viene confermata. Il capitale su base continentale si sente sempre più vicino a perdere qualsiasi spazio nello scenario globale, e a dover abbandonare qualsiasi prospettiva di autonomia non solo rispetto ai “nemici”, ma anche e soprattutto verso gli “alleati” storici oltreoceano.

Non è tema secondario, dunque, chi vincerà in Francia, ma il riarmo rimane vettore centrale della politica futura per chiunque. Il tentativo di non perdere il treno si concretizza in un passo che aumenta i rischi di sicurezza di tutti i popoli europei.

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Welfare e IA. In Cina, però…

di Pasquale Cicalese

Vedo Global Times, Xinhua e altri siti cinesi, da quando? Sarà 20 anni, forse? Ora, c’è l’Iran. Chiaro, ne parlano, ma, chissà perché, sono “concentrati all’interno”. Certo, si muovono in ambito Onu, come è loro prassi, certo, condannano l’attacco (vedremo le loro “decisioni” nelle prossime settimane), ma risuonano tre termini nei loro siti, a proposito del prossimo Piano Quinquennale: energia pulita, alta tecnologia e, guarda un po’, “welfare”. Chi scrive di welfare in Occidente?

La Cina, per decenni, parlava di investimenti industriali, reflazione salariale, infrastrutture e altre cose. Ora parla di “welfare” come “motore di domanda interna”. Perché welfare, mi chiedo? Dove vogliono andare a parere i cinesi, che quando scrivono e “parlano” li devi capire in fondo, e forse non li capisci, eppure li studio da 35 anni?

C’è l’IA, un amico, un mese fa, mi mandò un articolo del South China Morning Post. Ebbene, lì si scriveva che c’era un progetto pilota a Shenzen per dare, gratuitamente, a tutta la loro popolazione, gli strumenti dell’IA. Questo “esperimento”, il governo centrale lo voleva e lo vuole “estendere” a tutto il Paese. L’amico così commentava: “praticamente danno le armi a tutto il popolo”.

Ora, si sa, che in Occidente l’IA è composto da “cartelli”, oligopoli, monopoli anglosassoni che stanno via via conquistando, anche attraverso i fondi finanziari, l’Europa, e noi. L’estrazione di valore in Occidente è dominata da questi cartelli, tramite l’IA, mentre in Cina l’IA è del “popolo” e nel Piano Quinquennale si parla sempre più di “welfare”.

Dunque, aveva ragione il compagno abruzzese che tre giorni fa mi disse: “sai Pasquale, l’IA è molto diffusa in Cina, ma i lavoratori espulsi li formano, mediante corsi di formazione, e li indirizzano verso la costruzione di un salario sociale globale di classe”.

Lo avevamo anche noi. Nel marzo del 2026 noi ci dobbiamo “accontentare” della prima pagina de Il secolo d’Italia che, a proposito di Iran, scrive bellamente: “Decapitato il Regime”.

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[Opinione] - È tempo di liberarci dei liberatori

di Gianandrea Gaiani

L’attacco all’Iran mentre erano in corso trattative e che mette nel mirino le figure chiave del governo iraniano, non contiene particolari novità rispetto a quanto già sapevamo dell’approccio di Stati Uniti e Israele nei confronti di Teheran,

Non deve stupire che Stati Uniti e Israele decidano arbitrariamente di usare la forza contro chiunque considerino loro nemico in tutto il Mondo e lo facciano mentendo circa il programma nucleare iraniano, che nessuno considerava prossimo allo sviluppo di armi atomiche.

In fondo l’hanno sempre fatto con incursioni mirate, attacchi “preventivi” e persino rapimenti di capi di stato come nel caso venezuelano; azioni che se venissero compiute da altri non esiteremmo a definire terroristiche.

Lo fanno destabilizzando intere aree del Mondo, di solito quelle ad alto valore energetico, senza avvisare preventivamente gli alleati né consultarsi con loro. Il vicepremier italiano Matteo Salvini ha rivelato ieri che il governo italiano è stato informato dell’avvio delle operazioni militari dopo che queste erano cominciate. Quando Roma lo aveva già saputo dalle breaking-news televisive e dalle agenzie di stampa.

La vicenda del ministro della Difesa Guido Crosetto, bloccato a quanto pare con la famiglia a Dubai, su cui molti hanno ironizzato, dimostra in realtà che il Pentagono non ha informato i colleghi della NATO dell’imminente attacco a ulteriore conferma che Stati Uniti e Israele applicano da sempre un principio di superiorità sul resto del mondo basato sulla loro “eccezionalità”. Di fatto “io sono io e voi non siete un c....” per dirla con il Marchese del Grillo.

Nulla di sorprendente se si considera l’arroganza che riserva agli europei l’Amministrazione Trump e soprattutto che i nostri “alleati” d’oltreoceano, ben prima di Donald Trump, si comportano da molti anni da nostri acerrimi nemici.

Hanno scatenato le primavere arabe che hanno infiammato Nord Africa e Medio Oriente, hanno scatenato guerre in Libia, Iraq e Siria che hanno minato la sicurezza energetica e il “cortile di casa” dell’Europa; hanno attuato il cambio di governo a Kiev nel 2014 investendo nell’operazione Maidan 5 miliardi di dollari (come disse il sottosegretario Victoria Nuland al Congresso) aprendo il confronto militare con la Russia in seguito al quale hanno fatto esplodere il gasdotto Nord Stream... dopo che Biden e Nuland avevano dichiarato di volerlo distruggere.

Di fronte a tutto questo sarebbe puerile stupirsi perché gli statunitensi non mostrano riguardo né rispetto nei confronti degli alleati europei. Del resto non occorre essere particolarmente maliziosi per rendersi conto che l’attacco all’Iran, al di là dei suoi esiti, provocherà un rialzo del prezzo del greggio anche a causa della chiusura dello Stretto di Hormuz, decretato ieri dai Guardiani della Rivoluzione Islamica iraniani.

E non occorre essere fini analisti per intuire che il blocco del Golfo favorirà l’energia esportata dagli USA, e prezzi più alti renderanno più convenienti le estrazioni di petrolio negli Stati Uniti, dove la costosa tecnica del fracking non è sostenibile se le quotazioni non raggiungono almeno i 62/65 dollari al barile.

E neppure per comprendere che l’Europa, già oggi l’area industrializzata del Mondo che paga l’energia al prezzo più alto dopo la rinuncia a gas e petrolio russo (in quantità infinita e prezzi convenienti), subirà dall’attacco all’Iran ulteriori danni in termini economici e di sicurezza.

La cosa di cui dovremmo tutti stupirci è che i governi delle nazioni europee (lasciamo perdere l’Unione Europea, ormai ridotta a una nomenklatura di lobbisti che rispondono in buona parte a interessi statunitensi) continuino a restare prone alla prepotenza auto referenziale di Stati Uniti e Israele.

Per noi italiani, che consideriamo da tempo area strategica di primario interesse nazionale il cosiddetto “Mediterraneo Allargato” (esteso a est fino a Mar Rosso, Oceano Indiano e Golfo Persico) le operazioni militari in corso dovrebbero risultare inaccettabili proprio perché assicurano solo la destabilizzazione di questa regione.

Anche le milizie Houthi dello Yemen hanno annunciato la ripresa degli attacchi ai mercantili nello Stretto di Bab el-Mandeb e nel Golfo di Aden, in supporto all’Iran aggredito. Grazie a USA e Israele verrà, quindi, di nuovo penalizzato il traffico marittimo da e per il Mediterraneo, cioè verranno penalizzati i nostri porti e le nostre merci, il nostro import-export e non saranno certo le poche navi con pochissimi missili dell’Operazione UE Aspides a poter proteggere le navi in transito tenuto conto che persino gli Stati Uniti dovettero accordarsi con gli Houthi dopo aver esaurito le scorte di missili da difesa aerea di alcune unità della US Navy.

Non ha alcun senso per le nazioni europee oggi ribadire che siamo alleati con USA e Israele perché tra alleati ci si confronta, si prendono decisioni congiunte o condivise, soprattutto si evita di compiere azioni unilaterali che danneggino i partner. Invece gli europei vengono trattati come “utili idioti” per sostenere campagne militari e iniziative che vanno contro i loro interessi e tacciono, proni al padrone.

È pur vero che “chi è causa del suo male pianga sé stesso” ma è necessario che le nazioni europee si sveglino prima che sia troppo tardi. Gli interessi di Stati Uniti e Israele e dei loro leader sono non da oggi improntati alla destabilizzazione di intere aree geopolitiche ed energetiche: obiettivo che è esattamente l’opposto di quello che dovremmo perseguire noi europei.

Per questo occorre al più presto smarcarsi da un’alleanza sempre più a senso unico, ingombrante e pericolosa per la nostra sicurezza. Come l’Impero Romano, anche quello statunitense nella sua fase decadente diventa imprevedibile, pericoloso e guidato da leader poco strutturati, inaffidabili, impreparati quando non palesemente squilibrati.

Ha senso mettere in mano la nostra difesa e sicurezza, le nostre basi militari a una potenza che si dimostra ogni giorno di più nostra nemica?

Perché non basta la propaganda, con le sue ridicole note di linguaggio o le farneticanti dichiarazioni di Trump circa la minaccia imminente dell’Iran per gli Stati Uniti, a giustificare questa nuova guerra che semina il caos alle porte di un’Europa che, dopo 80 anni, dovrebbe trovare il coraggio di “liberarsi dei liberatori” per evitare, con pragmatismo e mettendo al bando dogmi settari, di continuare a farsi trascinare in guerre non sue.

Filo-ayatollah?

Non è infatti necessario essere fan del defunto ayatollah Khamenei (che già era malato e aveva 87 anni ma era una figura di spicco non solo dell’Iran ma dell’intero Islam scita) per notare che se definiamo “regime” quello iraniano, dovremmo dire la stessa cosa delle monarchie assolute ed ereditarie che governano con ben poco spazio per diritti civili e politici i petro-regni arabi del Golfo, tutti nostri alleati di ferro a cui ci siamo spesso prostrati in Europa in cambio di investimenti miliardari.

Ridicolo bollare come “movimento terroristico” i Guardiani della Rivoluzione Islamica iraniani (pasdaran), come ha fatto il parlamento europeo col via libera anche dell’Italia, senza ricordare che i terroristi islamici sono sunniti (ISIS, al-Qaeda, ecc.) e non sciiti.

Anzi gli sciiti, arabi o persiani, sono il principale bersaglio dell’estremismo terroristico sunnita come si evince leggendo i proclami di Osama bin Laden, Abu Musayb al-Zarqawi e Abu Bakr al-Baghdadi. Ed è pure il caso di ricordare che a impedire all’ISIS di prendere Baghdad nell’agosto 2014 non furono le truppe americane né tanto meno italiane ma tre reggimenti di pasdaran iraniani, a prezzo di ingenti perdite.

Così come a liberare il nord Iraq e la Siria Orientale dallo Stato Islamico furono in buona parte le milizie popolari sciite filo iraniane guidate dai pasdaran.

Certo si tratta di ricordi scomodi, specie oggi che il mondo intero ha riconosciuto un terrorista come Abu Mohammadal-Jolani (o Ahmed al-Sharaa, su cui pendeva una taglia di Washington da 10 milioni di dollari) leader della Siria che nessuno ha eletto, ma ha preso il potere guidando una milizia islamista sunnita alleata della Turchia.

Già luogotenente di Zarqawi ai tempi degli attentati contro l’ONU a Baghdad e contro gli italiani a Nassiryah, poi membro dell’ISIS, fondatore di al-Nusra e leader della milizia jihadista Tahrir al Sham, a cui tutti oggi stringono la mano, inclusi quelli che accusano di terrorismo i pasdaran.

Del resto il pragmatismo della politica rende ipocrita qualunque appello a valori di libertà e democrazia. Rinunciamo all’energia dell’autocrate Putin e la comperiamo dal regime del presidente azero Ilham Alyev, in carica dal 2003 succeduto al padre Heydar.

Già più volte messo all’indice per la repressione del dissenso e l’assenza di diritti umani e civili, il regime azero è forse l’unica repubblica rimasta al mondo insieme alla Corea del Nord dove il potere viene tramandato da padre a figlio con tanto di culto della personalità.

Allo stesso modo oggi la propaganda israeliana e americana (con la solita grancassa di media compiacenti e asserviti) ci propone la contrapposizione delle immagini delle ragazze iraniane all’epoca del regime dello Shah Reza Pahlevi e le donne col capo coperto (peraltro non obbligatorio) dell’Iran degli ayatollah.

Una contrapposizione già utilizzata con i burqa afghani quando USA e alleati puntavano a esportare la democrazia a Kabul, poi lasciata di nuovo ai talebani senza aver mai tolto i burqa alle donne. Eppure basta leggere la Storia o avere un’età adeguata a ricordare i fatti, per valutare che il ripristino a Teheran della monarchia dei Pahlavi non è certo garanzia di libertà e democrazia.

Lo Shah regnò col pugno di ferro contro ogni dissidenza utilizzando la famigerata polizia politica SAVAK e si fece proclamare “Imperatore”; unico all’epoca ad attribuirsi una simile carica insieme al dittatore centrafricano Jean-Bedel Bokassa. Non a caso l’impero dello shah, alleato di USA e Israele, crollò in seguito a grandi rivolte popolari.

Prospettive vaghe

Ammesso quindi che il “regime” iraniano venga rovesciato quali prospettive apre l’attacco israelo-americano? Forse solo una: il caos. L’Iran è in grado di rinnovare la sua classe dirigente decapitata dai raid missilistici israeliani probabilmente rafforzando il peso del Guardiani della Rivoluzione, quindi non certo dei riformisti.

Teheran gode del supporto (anche militare) silenzioso ma concreto di Russia e Cina mentre gli Stati Uniti e Israele potrebbero essere in grado di sobillare rivolte e forse anche di scatenare una guerra civile in Iran ma le probabilità che sbarchino un milione di soldati per liberare Teheran dagli ayatollah e dai pasdaran appaiono addirittura inferiori a quelle che le nazioni europee inviino i propri eserciti a combattere in Donbass.

Trump, del resto, esorta gli iraniani a ribellarsi, proprio come George H. Bush esortò curdi e sciiti a rivoltarsi contro Saddam Hussein nel 1991 ma non mosse un dito per difenderli dalle feroci rappresaglie di Saddam stesso.

Washington quindi non sembra avere una strategia precisa per il “regime-change” a Teheran e se è così il disastro è assicurato: basti ricordare come l’Iraq cadde nel caos e nella guerra civile dopo la rimozione di Saddam Hussein e l’occupazione anglo-americana.

Tutto questo considerato, appare evidente che il programma nucleare e balistico iraniano costituiscano solo dei pretesti per gettare l’Iran, alleato di Russia e Cina, nel caos più totale assieme alla sua produzione energetica oggi esportata in Asia che Washington vorrebbe mettere fuori gioco o, in alternativa, porre sotto il proprio controllo.

Del resto l’Iran aveva firmato un accordo internazionale nel 2015 con l’Amministrazione Obama che successivamente Donald Trump invalidò seguendo i diktat di Benjamin Netanyahu, lasciando già all’epoca il dubbio su chi tenga davvero le redini nell’alleanza tra Israele e Stati Uniti.

Oggi la pretesa di un nuovo accordo sul nucleare cade nel ridicolo dopo che nella guerra dei 12 giorni scatenata nel giugno scorso da Israele, proprio Trump aveva annunciato di aver cancellato il programma atomico iraniano dopo i raid dei bombardieri B-2 sui siti nucleari iraniani.

In realtà un intervento utile solo a fermare temporaneamente la guerra e salvare la faccia a Israele che aveva finito i missili anti-missile mentre Teheran aveva ancora molti missili balistici da poter lanciare. Anche nell’attuale campagna saranno forse le munizioni a determinare il successo o meno dei contendenti come ha evidenziato anche Scott Ritter. Finiranno prima i vettori balistici iraniani o le armi antimissile israeliane e statunitensi?

Le forze armate israeliane (IDF) stimano che l’Iran possieda attualmente circa 2.500 missili balistici. Prima della guerra del giugno 2025, le stesse fonti avevano dichiarato che l’Iran puntava ad accelerare significativamente il ritmo di produzione dei missili balistici per portarli da 3mila a 8mila entro due anni. Durante il conflitto di giugno, l’Iran ha lanciato oltre 500 missili contro Israele, e l’IDF ritiene di aver distrutto centinaia di missili negli attacchi e di aver impedito la produzione di altri 1.500 missili colpendo le fabbriche.

Negli ultimi mesi i militari israeliani ritengono che Teheran abbia investito sul ripristino delle capacità di produzione missilistica, producendo diverse decine di missili al mese fino a giungere a 2.500 ordigni. Un numero elevato che richiederebbe almeno il triplo di missili da difesa aerea con capacità anti-balistiche.

L’Iran del resto colpisce le basi americane nelle monarchie arabe del Golfo non solo perché obiettivi militari legittimi ma forse con l’intenzione di sollevare le popolazioni arabe, che detestano la politica di USA e Israele, e potrebbero forzare gli emiri a cacciare le basi USA che appaiono sempre di più come il braccio (più ricco e armato) di Israele.

Anche il dibattito accesosi tra Cipro e Gran Bretagna per due missili balistici iraniani definiti “vaganti” e potenzialmente diretti verso le basi britanniche nell’isola che fa parte della UE (anzi ne ha ora la presidenza semestrale) dovrebbe indurre a qualche riflessione su come la guerra scatenata dagli israelo-statunitensi possa minacciare direttamente Europa e UE.

In questa guerra il governo iraniano potrebbe infatti non essere l’unico a giocarsi tutto: USA e Israele rischiano non solo di non raggiungere gli obiettivi prefissati ma anche di perdere credibilità politica e militare (specie se l’Iran sarà in grado di infliggere dolorose perdite ai suoi nemici) facendosi odiare da gran parte del Mondo.

In termini politici occorre infatti chiedersi in base a quale diritto la principale potenza nucleare del mondo (insieme alla Russia) e una potenza nucleare “di fatto” come Israele che non si è mai sottoposta alle ispezioni dell’agenzia dell’Onu per il nucleare (AIEA) possano arrogarsi il diritto di negare l’arricchimento dell’uranio e addirittura lo sviluppo di missili balistici e armi atomiche all’Iran.

Alla legge del più forte? Con tanti saluti al tanto sbandierato diritto internazionale, alla “pace giusta” e alla contrapposizione aggressore-aggredito tanto cara a politici e opinionisti di casa nostra.

Infine, dopo appena 36 ore di guerra è già evidente che la più importante lezione che emerge da questo conflitto è quella nordcoreana: se Teheran avesse le armi nucleari, come le ha Pyongyang, nessuno oserebbe più attaccarla.

Fonte

Terzo giorno di guerra all'Iran: le notizie

L’ambasciata statunitense in Kuwait chiude “fino a nuovo avviso”

L’ambasciata statunitense in Kuwait ha sospeso le operazioni fino a nuovo avviso, adducendo come causa le “persistenti tensioni regionali”. “Abbiamo annullato tutti gli appuntamenti consolari, ordinari e di emergenza. Vi informeremo quando l’ambasciata tornerà alla normalità”, ha affermato.

La chiusura segue giorni di crescenti perdite di vite umane e incidenti militari, con sei soldati statunitensi uccisi e tre aerei da combattimento statunitensi precipitati in Kuwait in quello che l’esercito statunitense ha descritto come un “apparente incidente di fuoco amico”.

Democratici Usa: l’Iran era una minaccia per Israele, non per gli Usa

I membri democratici del Congresso degli Stati Uniti hanno criticato le affermazioni dell’amministrazione Trump secondo cui gli attacchi contro l’Iran sarebbero stati giustificati a causa della minaccia rappresentata da Teheran per Washington, affermando che qualsiasi minaccia rappresentata era rivolta a Israele.

Mark Warner, senatore democratico della Virginia e vicepresidente del comitato speciale sull’intelligence, ha dichiarato ai giornalisti dopo un briefing che “non c’è alcuna minaccia imminente per gli Stati Uniti d’America da parte degli iraniani”“C’era una minaccia per Israele. Se paragoniamo una minaccia a Israele all’equivalente di una minaccia imminente per gli Stati Uniti, allora ci troviamo in territorio inesplorato”, ha affermato.

Joaquin Castro, rappresentante della Camera dei Rappresentanti del Texas, ha criticato le dichiarazioni del Segretario di Stato Marco Rubio, secondo cui “era più che chiaro che se l’Iran fosse stato attaccato da... Stati Uniti o Israele o chiunque altro, avrebbe risposto... contro gli Stati Uniti”.

“Le dichiarazioni del Segretario Rubio indicano che Israele ha messo in pericolo le forze statunitensi insistendo nell’attaccare l’Iran”, ha detto Castro. “E l’amministrazione è stata complice, unendosi alla loro guerra invece di dissuaderli”.

Ha continuato: “Questo è inaccettabile da parte del Presidente, e inaccettabile da parte di un Paese che si definisce nostro alleato”.

La retorica bellica di Washington “aumenta i sospetti” su Israele leader della politica estera Usa

Henry Ensher, ex ambasciatore statunitense e vicesegretario di Stato aggiunto, ha affermato che la retorica proveniente da Washington DC secondo cui c’era “la necessità di colpire l’Iran perché Israele lo avrebbe fatto”, alimenterà l’opinione pubblica secondo cui la politica estera statunitense è vincolata a “ciò che Israele vuole”.

“Alcuni arriverebbero a dire che Israele sta guidando la nostra politica in Medio Oriente”, ha affermato Ensher.

La retorica dei funzionari statunitensi sulle motivazioni alla base dell’attacco all’Iran “alimenterà questi sospetti e avrà un certo effetto”, ha affermato, aggiungendo che è probabile che Washington cambi questa narrazione.

“Ho il sospetto che in futuro vedremo l’amministrazione parlare di più degli interessi nazionali degli Stati Uniti e del perché è stato necessario agire sulla base di tali interessi”, ha affermato Ensher. “Siamo già coinvolti in una guerra regionale più ampia”.

Bahrein. Attaccato il principale centro di comando di una base aerea statunitense

Il Dipartimento delle pubbliche relazioni del Corpo delle guardie della rivoluzione islamica (IRGC) ha dichiarato martedì mattina che l’edificio, situato nel distretto di Sheikh Issa in Bahrein, è stato preso di mira nella 14esima ondata dell’operazione True Promise 4 dell'Iran.

È stato preso di mira in un massiccio attacco durante il quale 20 droni e 3 missili hanno colpito e distrutto l’edificio e incendiato le sue principali petroliere a combustibile, aggiunge il comunicato.

Araghchi: “Rubio ammette che gli Usa sono al servizio di Israele”

Il ministro degli Esteri iraniano Abbas Araghchi è intervenuto sulla giustificazione addotta dal suo omologo americano per l’attacco a Teheran.

“Il signor Rubio ha ammesso ciò che tutti sapevamo: gli Stati Uniti sono entrati in guerra per scelta, per conto di Israele. Non c’è mai stata una cosiddetta ‘minaccia’ iraniana”, ha scritto Araghchi in un post su X.

“Lo spargimento di sangue americano e iraniano ricade quindi sui sostenitori di Israel First. Il popolo americano merita di meglio e dovrebbe riprendersi il proprio Paese”, ha aggiunto.

Rubio ha dichiarato ai giornalisti che gli Stati Uniti erano a conoscenza del fatto che Israele avrebbe attaccato l’Iran e si sono uniti all’attacco perché Washington temeva che Teheran avrebbe reagito contro le risorse americane nella regione.

Iran: “L’attacco agli impianti Aramco è stato opera di Israele”

L’attacco alle strutture petrolifere dell’Arabia Saudita Aramco questa mattina è stato effettuato dagli israeliani ed è un esempio di un’operazione “False Flag”, ha detto una fonte informata a Tasnim.

Parlando con Tasnim, la fonte militare informata ha detto che l’attacco ad Aramco è stata un’operazione israeliana sotto falsa bandiera, aggiungendo che l’obiettivo di Israele è quello di distrarre le menti dei paesi regionali dai suoi crimini nell’attaccare i siti civili in Iran.

“L’Iran ha annunciato francamente che prenderà di mira tutti gli interessi, l’installazione e le strutture americane e israeliane nella regione, e finora ne ha attaccate molte, ma le strutture di Aramco non sono state tra gli obiettivi degli attacchi iraniani finora”, ha aggiunto la fonte informata.

La fonte informata ha anche sottolineato: “Secondo i dati fornitici da fonti di intelligence, il porto di Fujairah negli Emirati Arabi Uniti è anche uno dei prossimi obiettivi degli israeliani nell’operazione sotto falsa bandiera, e questo regime intende attaccarlo”.

Usa. Sono diventati sei i soldati morti

Il Comando centrale degli Stati Uniti ha annunciato la morte di sei soldati americani durante le operazioni di combattimento, sottolineando che le forze statunitensi hanno recentemente recuperato i resti di due soldati che erano stati precedentemente dati per dispersi.

Ha spiegato che i due soldati si trovavano in una struttura che era stata presa di mira dagli iraniani. 

Lunedì il Washington Post ha citato il Dipartimento di Stato americano, il quale avrebbe affermato che un drone aveva preso di mira un hotel in Bahrein, ferendo due dipendenti del Dipartimento della Difesa statunitense

Rubio. “Siamo intervenuti perché Israele voleva attaccare l’Iran”

All’inizio del briefing, il Segretario di Stato Marco Rubio ha detto ai giornalisti che c’era una minaccia imminente per gli Stati Uniti perché gli USA sapevano che Israele aveva intenzione di attaccare l’Iran e si aspettavano che l’Iran rispondesse attaccando le forze statunitensi.

I legislatori repubblicani hanno affermato che ciò ha portato alla “minaccia imminente” che ha costretto gli Stati Uniti a rispondere.

“Poiché Israele era determinato ad agire con o senza gli Stati Uniti, il nostro comandante in capo e l’amministrazione... hanno dovuto prendere una decisione molto difficile”, ha dichiarato ai giornalisti il presidente della Camera dei rappresentanti Mike Johnson dopo il briefing riservato.

“A mio avviso, in questo momento... il nostro esercito e il comandante in capo stanno presiedendo il completamento di un’operazione che era limitata nella portata, limitata nel suo obiettivo e assolutamente necessaria per la nostra difesa. Credo che quell’operazione si concluderà rapidamente”, ha affermato Johnson.

Riyadh. Attaccata e incendiata l’ambasciata Usa

Secondo quanto riferito da due fonti alla Reuters, si può vedere del fumo nero levarsi sopra il quartiere diplomatico di Riyadh, che ospita le missioni straniere.

Tre persone a conoscenza della vicenda hanno dichiarato che martedì mattina presto si è sentita una forte esplosione e sono state viste fiamme all’ambasciata. Una delle fonti ha affermato che l’incendio è stato di lieve entità.

Reuters non è stata immediatamente in grado di confermare le circostanze dell’incidente.

Un portavoce dell’ambasciata non ha risposto immediatamente alla richiesta di commento, né lo ha fatto l’ufficio stampa del governo saudita.

Hegseth. “I primi soldati Usa sono caduti in Kuwait”

I primi militari statunitensi a morire nel conflitto tra Stati Uniti e Iran sono stati uccisi da un attacco diretto iraniano contro un centro operativo improvvisato in un porto civile in Kuwait domenica mattina, ora locale, ha riferito alla CNN una fonte a conoscenza della situazione.

Il bilancio delle vittime dell’attacco al porto di Shuaiba è salito a sei, ha annunciato lunedì pomeriggio il Comando centrale degli Stati Uniti, dopo che sono stati recuperati i resti di altri due militari.

Lunedì mattina, il Segretario alla Difesa Pete Hegseth ha dichiarato che l’attacco che ha ucciso i militari ha colpito un “centro operativo tattico fortificato”, ma che “un” proiettile è riuscito a superare le difese aeree. La CNN aveva precedentemente riferito che l’evento era un sospetto attacco con un drone.

La fonte ha affermato che l’attacco è avvenuto direttamente poco dopo le 9:00 ora locale, al centro dell’edificio descritto come una roulotte tripla con uffici all’interno. L’attacco è avvenuto rapidamente e senza alcun preavviso o sirena che avvisasse le truppe di evacuare o di rifugiarsi in un bunker, ha detto la fonte. Ore dopo l’attacco, il fuoco covava ancora in alcune parti dell’edificio, ha descritto la fonte: l’interno del centro operativo improvvisato era annerito e le pareti erano state spazzate via dall’esplosione, con alcune parti che si erano staccate dall’edificio.

Attaccata la base Usa in Bahrein

L’IRGC afferma di aver sferrato questa mattina un “massiccio attacco con droni e missili” contro una base aerea statunitense nella zona di Sheikh Isa, in Bahrein.

Ha dichiarato di aver schierato 20 droni e 3missili, “distruggendo l’edificio principale del comando e del quartier generale della base aerea statunitense e incendiando i suoi serbatoi di carburante”.

Nella capitale Manama una manifestazione ha cercato di raggiungere l’ambasciata degli Stati Uniti e ci sono stati duri scontri nelle strade. Come noto gli sciiti sono la maggioranza della popolazione del Barhein.

Pakistan. Soldati Usa sparano sulla folla che protesta, 10 morti

Le truppe statunitensi hanno aperto il fuoco sui manifestanti che hanno preso d’assalto il consolato a Karachi. 

L’agenzia di stampa Reuters riferisce che i marines statunitensi hanno aperto il fuoco sui manifestanti pakistani durante l’assalto al consolato di Karachi avvenuto nel fine settimana.

L’agenzia ha citato due funzionari statunitensi e il suo rapporto segna la prima conferma che i Marines erano coinvolti nell’attacco ai manifestanti.

I funzionari hanno dichiarato a Reuters che non è chiaro se i colpi sparati dai Marines abbiano colpito o ucciso qualcuno. Non sanno nemmeno se siano stati sparati anche da altri membri della squadra di protezione della missione, tra cui guardie di sicurezza private e polizia locale.

Almeno 10 persone sono state uccise durante la protesta, quando i dimostranti hanno sfondato il muro esterno del complesso.

Un portavoce del governo provinciale, Sukhdev Assardas Hemnani, ha affermato che il personale di “sicurezza” ha aperto il fuoco, senza specificare la propria affiliazione.

Hezbollah afferma che gli attacchi israeliani non possono continuare senza risposta

Hezbollah ha difeso i suoi recenti attacchi missilistici contro Israele come una risposta legittima a 15 mesi di “aggressione israeliana contro il Libano” in violazione del cessate il fuoco concordato nel 2024.

“Tutti gli sforzi politici e diplomatici non sono riusciti a frenare questa aggressione o a costringere Israele a implementare l’accordo di cessate il fuoco e i suoi requisiti”, ha affermato il gruppo in un messaggio su Telegram, definendo gli attacchi contro Israele un “atto difensivo” e un “diritto legittimo”.

“Abbiamo ripetutamente avvertito che le aggressioni senza risposta non possono continuare, così come gli omicidi e le distruzioni”, ha affermato il gruppo.

“Ciò che occorre fare è porre fine all’aggressione con tutti i mezzi disponibili, con fervore e azioni efficaci”, ha aggiunto.

La dichiarazione è stata rilasciata dopo che il primo ministro libanese Nawaf Salam ha annunciato “il divieto delle attività militari di Hezbollah” e ha affermato che il suo ruolo sarà limitato “alla sfera politica”.

Un gruppo iracheno rivendica l’attacco all’hotel di Erbil che ospita truppe statunitensi

La Resistenza islamica in Iraq ha rivendicato la responsabilità di un attacco con droni contro un hotel che, a suo dire, ospitava truppe statunitensi a Erbil.

Un video pubblicato su Telegram dall’agenzia di stampa irachena Naya mostra un edificio in fiamme a Erbil. Il post afferma che i droni sono stati lanciati dalla Resistenza islamica in Iraq verso “basi di occupazione”.

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La guerra vista da Abu Dhabi

di Paolo Desogus

La situazione è un po’ questa qua. Nella zona di Abu Dhabi, dove sono attualmente visiting professor, sono in corso alcuni attacchi mirati alle strutture militari: il porto (colpito), l’aeroporto e la base americana di Al Dhafra. Si sentono molti rumori di colpi in sottofondo, la maggior parte dei quali è dovuta alle risposte della contraerea che, devo dire, è stata molto efficiente, molto più di quanto accaduto a Dubai o in altre città del Golfo, come nel Barhein.

Non credo di correre dei seri pericoli. Non siamo un obiettivo militare. Siamo assistiti dalle due ambasciate, quella italiana in quanto cittadino e quella francese in quanto funzionario pubblico in missione. Il nostro ritorno è previsto per venerdì notte. Non so se verrà confermato dato che lo spazio aereo è stato chiuso. Vedremo poi se la Francia o l’Italia organizzeranno un nostro espatrio.

Con gli altri colleghi ci prepariamo in ogni caso a continuare le lezioni, anche se a distanza, cioè dall’albergo. È un po’ tutto surreale perché in fondo ci comportiamo come se non fosse successo niente. Anche il Ramadan e i cinque appelli alla preghiera rendono tutto più straniante. C’è chi è nervoso, chi ha paura e chi come me è fatalista. Ci vediamo regolarmente in questo grande e confortevole albergo che dà sul mare e dal quale vediamo alcune grandi dune.

L’unico momento di vera tensione è stato ieri, quando verso mezzanotte, ora locale, hanno cominciato a suonare degli allarmi sui nostri telefonini. Non ho capito bene che sistema abbiano usato, ma hanno cominciato tutti a suonare all’unisono. Siamo quindi corsi nella hall dell’albergo dove c’era già molta confusione visto che la direzione stava cercando di dare una sistemazione a coloro che non sono più potuti partire per via della cancellazione dei voli.

Per fortuna è durata poco. Verso l’una siamo andati a dormire.

Permettetemi un piccolo commento. La guerra provocata da Usa e Israele è un crimine che si aggiunge a una serie di sconvolgimenti internazionale dalle ramificazioni enormi, sia geopolitiche, culturali che giuridiche. Con questo non voglio dire che le risposte dell’Iran siano legittime: la situazione è precipitata per cui non è più questo il punto. Voglio dire pero che sono la conseguenza di una scelta militare americana e israeliana scellerata, contro la quale occorre opporsi.

La strategia dell’Iran credo che sia quella di mettere sotto pressione i paesi del Golfo affinché prendano una netta posizione contraria agli Usa e a Israele, con il quale erano in trattativa per gli accordi di Abramo.

Tenete conto che gli attacchi di questi giorni arrivano dopo un periodo di trattative diplomatiche con l’Iran. Trump e Netanyahu hanno però ben pensato di far saltare improvvisamente il tavolo, anche con l’idea di raccogliere lo scalpo di Khamenei. La diplomazia dovrebbe essere sacra, ma questi gangster ne stanno facendo carne di porco.

Solo un manico di gente rimbecillita pronta a credere alle scemenze della propaganda occidentale può ora credere che la morte di Khamenei possa avere un effetto benefico per l’Iran e per la regione. Hanno creato l’effetto opposto: hanno ucciso un leader religioso riconosciuto come guida anche da molti suoi contestatori. Ne hanno fatto un martire.

Se del resto ho capito qualcosa nei soggiorni che ho avuto qui in Medio Oriente è che l’idea che il resto del mondo smani dalla voglia di vivere come noi e di liberarsi delle proprie strutture politiche e culturali tradizionali è una grandissima sciocchezza. La nostra stampa riesce sempre a trovare qualche cittadino occidentalizzato che ripete quello che vuole che si dica. Ma le cose stanno in modo parecchio differente.

C’è chi non ci vede come un modello. Chi non ci riconosce le virtù civili che ci auto attribuiamo. Chi ci considera una massa di presuntuosi alienati. Chi vede nei nostri comportamenti solo ipocrisia, opportunismo e somma inaffidabilità.

Con un po’ meno di presunzione e meno preconcetti finto progressisti (che poi non sono altro che i germi del razzismo culturale) anche i più creduloni della nostra provincetta europea possono iniziare a capirlo.

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Sette storie per non dormire: Alitalia parte 2

Avevamo concluso la prima parte della nostra trattazione ricostruendo gli eventi che portarono, alla fine del 1999, a bloccare il trasferimento dei voli internazionali da Linate a Malpensa. Il problema all’origine della sospensione, consistente nella valutazione d’impatto ambientale negativa emessa dal Ministero dell’Ambiente, venne affrontato nel marzo del 2000, con un provvedimento che limitava il numero dei voli da trasferire. Era in tutta evidenza una soluzione insoddisfacente, in quanto comportava la rinuncia a liberare Alitalia dall’aggravio di costi derivante dalla ripartizione dei propri flussi fra questi due aeroporti. Il mese successivo KLM esercitò il proprio diritto di recesso dall’accordo fra le due compagnie, accettando, pur di non unirsi ad Alitalia, di pagare una penale di 250 milioni di euro (penale che la portò vicina al fallimento!). La ragione addotta dal vettore olandese consistette nel mancato rispetto delle due condizioni stabilite per la fusione; e non c’è dubbio che esso dovette pesare moltissimo, soprattutto perché era scaturito non da difficoltà contingenti, delle quali si poteva ragionevolmente pensare che sarebbero state superabili in tempi brevi, bensì da una combinazione d’incapacità e di cattiva volontà della nostra classe di governo, che prometteva di continuare a creare problemi in futuro. Rimane tuttavia il sospetto che a dissuadere KLM sia stato anche il fatto che Alitalia, malgrado risultasse inferiore al partner sotto diversi punti di vista (consistenza ed anzianità della flotta a lungo raggio, proiezione internazionale, fatturato), avesse un valore di borsa doppio rispetto al suo: un fattore che ostacolava l’effettuazione di una fusione alla pari, ponendo invece la basi perché Alitalia assumesse un ruolo preponderante nella nuova società. Beninteso, non crediamo che gli olandesi siano divenuti consapevoli di questo problema solo nell’aprile del 2000; esso deve avere sempre costituito un fattore disincentivante, che però da solo (e quindi finché non venne a mancare la fiducia nella volontà e capacità del governo italiano di soddisfare le richieste loro avanzate) non bastava a far apparire indesiderabile la fusione, stanti i benefici che questa era suscettibile di arrecare.

In definitiva, sarebbe stato forse preferibile che la nostra compagnia di bandiera non si fosse posta l’obiettivo di rafforzarsi tramite quell’unione, ma avesse mirato in un primo momento a crescere autonomamente, approfittando della salita del valore delle sue azioni negli anni 1997-'99 per collocarne una parte sul mercato e reperire così le risorse necessarie per il rinnovamento e il potenziamento della flotta. Seguendo una simile politica, oltretutto, essa avrebbe potuto affrontare con maggiore tranquillità il problema della ridefinizione del sistema aeroportuale milanese. Se poi in entrambi gli ambiti avesse conseguito dei risultati positivi, allora la combinazione fra l’avvenuta attenuazione del controllo statale, il varo dell’hub di Malpensa e il miglioramento della competitività dell’azienda avrebbe reso la prospettiva di una sua fusione con KLM decisamente allettante agli occhi di quest’ultima. Una volta stabilitesi queste condizioni propizie, pertanto, verosimilmente le difficoltà create all’intero settore dall’attentato alle torri gemelle avrebbero fatto cadere le ultime resistenze olandesi, inducendo KLM a perseguire la fusione con Alitalia anche al prezzo dell’assunzione d’un ruolo subalterno nel nuovo gruppo. D’altronde, nel 2004 la compagnia olandese si sarebbe fusa con Air France, mostrando così di ritenere tollerabili, nel nuovo contesto determinatosi, condizioni più sfavorevoli di quelle di cui lo sfumato matrimonio con Alitalia avrebbe comportato l’accettazione: difatti Air France era più grande dell’azienda italiana e non costituiva un partner ad essa complementare come sarebbe stata quest’ultima (avendo un hub nordeuropeo prossimo a quello di Amsterdam e mancando invece della proiezione mediterranea che Fiumicino assicurava alla nostra compagnia).

Giunta al nuovo secolo in condizioni finanziarie già non brillanti, Alitalia vide in seguito ulteriormente aggravarsi le proprie difficoltà, per effetto dell’impatto – temporaneo, ma grave – che ebbe l’attentato dell’11 settembre 2001 sul traffico aereo, della perdurante espansione delle compagnie low cost e della dispersione di risorse causata dall’incompiuta riorganizzazione della gerarchia aeroportuale, la quale continuò a connotarsi per l’utilizzo di Linate quale aeroporto internazionale e non vide neppure un ridimensionamento di Fiumicino. Il mancato depotenziamento dello scalo romano, peraltro, va ricondotto non soltanto alle pressioni politiche esercitate in tal senso e al blocco posto allo sviluppo di Malpensa, ma anche all’incertezza in merito alla sorte della compagnia. Infatti la sua difficile situazione faceva apparire necessaria la ricerca di un nuovo partner straniero, la cui identità era però suscettibile di incidere sulla scelta dell’aeroporto da destinare a sua principale base operativa: se si fosse trattato di una compagnia dotata di un hub non molto distante da Malpensa, difatti, allora tale ruolo sarebbe spettato per forza di cose a Fiumicino.

Al peggioramento dei conti la dirigenza reagì operando dei tagli al personale e al costo del lavoro, che riuscì a far accettare ai sindacati proprio in ragione della gravità della crisi in cui l’azienda stava precipitando. Fu inoltre operata una significativa riduzione dei voli a lungo raggio. Quest’ultima decisione permise di contenere la spesa per l’ammodernamento della flotta: in quegli anni, difatti, si dovettero pensionare i vecchi Boeing 747 impiegati sulle rotte intercontinentali. Essa tuttavia finì per risultare controproducente proprio sul piano finanziario, in quanto determinò un ridimensionamento dell’attività maggiormente suscettibile di procurare profitti.

In parte, questa riduzione dei voli di lungo raggio fu perseguita nel quadro di un’integrazione con Air France, con la quale nel 2002 venne stipulato un accordo – presentato come “alleanza” – che pose Alitalia in una condizione di vassallaggio nei suoi confronti. Esso difatti portò alla sostituzione di molti collegamenti diretti con l’America con un’attività di convogliamento della clientela italiana verso Parigi, da dove essa proseguiva il viaggio tramite un volo della società transalpina. Giudicata a posteriori, una simile politica sembra essere stata concepita proprio per trasferire ad Air France i profitti che la presenza sul grande mercato nordamericano era suscettibile di procurare ad Alitalia; e ciò logicamente induce a sospettare che la complessiva politica di rarefazione della presenza italiana sulle rotte intercontinentali sia stata attuata, dietro richiesta del ceto politico, nell’intento di favorire le compagnie straniere a scapito della nostra. D’altronde, appare plausibile che la crisi del trasporto aereo ingenerata dall’attentato dell’11 settembre abbia indotto gli altri governi europei a premere su quello nostrano perché ponesse Alitalia in condizione di non potere più competere con le sue rivali, in modo da consentire alle seconde di compensare il restringimento del mercato conquistando nuove quote di esso a scapito della prima.

La fuoriuscita di Alitalia dalle rotte intercontinentali avvenne a una velocità tale che nel 2007 essa gestiva in tale ambito un numero di passeggeri pari a un terzo o un quarto di ognuna delle tre maggiori compagnie europee, con le quali all’inizio degli anni Novanta riusciva invece a rivaleggiare. Nel contempo, sulle rotte internazionali e nazionali essa divenne sempre più soggetta alla concorrenza delle compagnie low cost: nel 2006 la sua quota di mercato nel secondo di tali ambiti era scesa al 50 per cento. D’altronde la stessa Alitalia favorì tale processo, ridimensionando la propria presenza negli aeroporti regionali: un’ulteriore misura di contenimento delle spese che determinava anche perdite di ricavi. Il deterioramento della sua situazione finanziaria, perciò, procedette di pari passo con quello della sua posizione di mercato. Nel 2005 il governo ottenne dall’UE il permesso di erogarle un prestito, in cambio dell’impegno a cedere una parte del suo capitale; ma queste risorse aggiuntive furono presto consumate, senza che potessero essre utilizzate per finanziare un progetto di rilancio. L’azienda accumulava perdite a un ritmo elevatissimo.

In questo contesto di ripiegamento si consumò pure una clamorosa marcia indietro su Malpensa. Nella primavera del 2008, infatti, Alitalia dimezzò i voli che gestiva per mezzo di tale aeroporto. Ciò ovviamente si spiega con la perdita di passeggeri che stava subendo; sorprende però che non abbia approfittato di questo dimagrimento per rilanciare il progetto dell’abbandono di Linate, colmando i vuoti apertisi a Malpensa tramite un trasferimento di voli dal primo scalo al secondo. Probabilmente, una simile mossa fu resa inattuabile da persistenti pressioni politiche volte a salvaguardare l’aeroporto milanese; ma è anche possibile che ormai l’azienda guardasse al futuro con così tanto pessimismo da ritenere che da lì a qualche anno i propri traffici facenti capo all’area milanese si sarebbero ridotti a un livello tale da poter essere concentrati a Linate.

All’esplosione delle perdite contribuì anche il settore cargo, ovvero il ramo della società dedito al trasporto di merci. Questo, in precedenza fiorente, dopo il 2000 entrò anch’esso in crisi, per effetto di scelte aziendali infelici, come quella di disfarsi degli aerei che venivano utilizzati per sostituirli con altri, obsoleti e dalle caratteristiche meno adatte allo svolgimento di una simile attività. È chiaro che simili episodi rafforzano ulteriormente il sospetto che Alitalia sia stata intenzionalmente malgestita, allo scopo di minarne la competitività. D’altronde, ben quattro alti dirigenti di quegli anni – compreso un presidente e l’amministratore delegato responsabile dell’accordo con Air France – furono condannati, nel 2015, per avere portato l’azienda alla bancarotta tramite la dissipazione del patrimonio aziendale (concretatasi nel pagamento di salatissime consulenze e in innumerevoli altre spese ingiustificate).

Per la verità, si potrebbe anche avanzare un’interpretazione meno malevola (seppure di poco), imputando le scelte strategiche errate e gli sprechi di risorse a mera incompetenza e disonestà personale dei manager che se ne resero responsabili. Tuttavia, la stessa presenza ai vertici dell’azienda di manager incapaci è un fatto che appare sospetto: si potrebbe ritenere, difatti, che i governanti l’abbiano fatta amministrare a bella posta da personalità non in grado di adempiere in modo efficace ai propri incarichi. Assicurarsi che i dirigenti di Alitalia fossero privi delle competenze necessarie, d'altronde, non era difficile: bastava selezionare uomini provenienti da settori diversi dal trasporto aereo, e sostituirli abbastanza di frequente da impedire che nell’esercizio delle proprie cariche accumulassero l’esperienza di cui in partenza erano sprovvisti. Negli anni successivi al 2000 la gestione delle nomine della compagnia sembra essere stata informata proprio a simili criteri.

Forse qualche lettore, riflettendo su quanto detto sinora, vorrà farci notare che neppure una proprietà e una dirigenza animate dalle migliori intenzioni avrebbero potuto evitare di danneggiare l’azienda, in quanto le difficoltà finanziarie sorte con la crisi del 2001 le avrebbero obbligate a operare un ridimensionamento delle sue attività non molto dissimile per entità da quello che venne effettivamente realizzato. Noi tuttavia non condividiamo questo punto di vista, giacché riteniamo che persino in una situazione delicata come quella in cui Alitalia era venuta a trovarsi sarebbe stato possibile seguire una diversa strategia, consistente nel reperimento di risorse tramite una sua parziale privatizzazione. Vero è che, dal momento che la crisi deprimeva il valore della società agli occhi dei potenziali investitori, in quel frangente una simile operazione si sarebbe risolta in una sua svendita; ma a nostro avviso sarebbe stato comunque preferibile agire in tal modo piuttosto che perseguire una politica di riduzione dei costi più nociva che utile, in quanto foriera di ricadute negative sui profitti.

Relativamente a tale strategia alternativa ci sono poi due importanti considerazioni da fare. La prima è che una classe di governo davvero lungimirante avrebbe intrapreso la strada della vendita di azioni Alitalia già nella seconda metà degli anni Novanta (come da noi ipotizzato poc’anzi), quando il valore delle medesime era ben maggiore. La seconda è che, se l’Italia degli anni Novanta avesse avuto un ceto politico di elevata levatura, allora la gestione della crisi di Alitalia sarebbe risultata assai più agevole, in quanto uno stato retto da una classe politica di tal fatta non avrebbe compiuto la mossa autolesionistica di ritirarsi dal sistema creditizio che venne effettuata all’epoca e quindi avrebbe potuto far entrare nel capitale della compagnia delle banche pubbliche (approfittando della capacità di investimento acquisita da queste ultime dopo il 1992, per effetto dell’abolizione del divieto per le banche di risparmio di detenere partecipazioni in imprese non finanziarie). Sussistendo tale possibilità, il governo allora sarebbe stato in grado di compensare il ridotto valore unitario delle azioni Alitalia vendendone una quota assai elevata, senza essere trattenuto dal timore di perdere il controllo dell’azienda; e in più, trasferendo tali azioni da un soggetto pubblico ad altri, non sarebbe stato realmente danneggiato dalla loro cessione a un prezzo ridotto.

Nel 2006, quando ormai la situazione di Alitalia era molto deteriorata e agli occhi dell’opinione pubblica poteva apparire giustificabile anche una misura estrema, il governo di sinistra all’epoca in carica avviò un dialogo con Air France-KLM, teso a realizzare una fusione che però, dati il dimagrimento e la crisi finanziaria della nostra compagnia, si sarebbe risolta nella sua acquisizione da parte del forte gruppo franco-olandese. Air France, ovviamente, era intenzionata a ridurre la nostra compagnia di bandiera a un mero vettore regionale, operante al proprio servizio: essa pretese così un taglio del 25 per cento della flotta di Alitalia e una forte riduzione della sua rete di collegamenti. Forse queste condizioni così sfavorevoli sarebbero state comunque accettate, stante il grado di sottomissione agli interessi stranieri di quei governanti; ma le elezioni anticipate del 2008 fecero prendere alla vicenda una direzione del tutto inedita, in quanto a vincerle fu la coalizione di destra, il cui leader Berlusconi aveva posto, in campagna elettorale, il tema della difesa dell’italianità della compagnia. Si giunse così alla vendita della società a un gruppo di investitori italiani.

Il nuovo governo promosse la formazione di una cordata costituita da Air One (un vettore privato nazionale, peraltro a sua volta in serie difficoltà, avente il 25 per cento del mercato interno), Banca Intesa e vari imprenditori italiani. Fra questi ultimi si contavano diversi beneficiari delle privatizzazioni effettuate negli anni precedenti, quali Colaninno, Benetton, Riva, Gavio e Pirelli: questi presumibilmente avevano accettato di far parte della cordata non perché ritenessero l’affare proficuo, ma per avere in cambio dal governo favori negli altri settori ex-pubblici in cui avevano interessi. D’altronde, sebbene Alitalia – come stiamo per spiegare – fosse stata liberata dai propri debiti, il suo rilancio avrebbe comunque richiesto cospicui investimenti, che i suoi acquirenti non avevano alcuna volontà di effettuare: si pensi che nel 2008 essi versarono nelle casse della Compagnia Aerea Italiana (la società da loro costituita per rilevare Alitalia) solo un miliardo di euro.

La cessione di Alitalia avvenne secondo modalità tali da farne un caso eclatante di subordinazione dell'interesse pubblico a quello privato (persino in un contesto quale quello della seconda Repubblica italiana, che da tale subordinazione era strutturalmente connotato): la compagnia venne divisa in due, lasciando i debiti, le attività non redditizie e il personale in esubero – quest’ultimo pari a quasi il 20 per cento del totale – a una società che rimase a carico dello stato (gli esuberi furono poi gestiti tramite il ricorso ad ammortizzatori sociali, finanziati in parte tramite un incremento delle tasse aeroportuali); alla flotta e agli slot – i diritti di occupazione spaziale e temporale delle strutture aeroportuali – da essa detenuti fu attribuito un valore assai inferiore a quello effettivo, in modo da ridurre il prezzo di vendita; tramite decreto fu impedito per tre anni all'Autorità Garante della Concorrenza di contrastare la posizione dominante assunta dall'azienda in seguito all'integrazione con Air One, che le aveva conferito il controllo pressoché esclusivo della rotta interna più redditizia, la Roma-Milano. Tutto ciò, va aggiunto, non valse neppure a tutelare la posizione di mercato della compagnia, giacché la citata riduzione del personale fu accompagnata da un ridimensionamento della flotta e quindi dei voli (di portata tale che nell’ottobre 2008 i passeggeri trasportati furono un terzo in meno rispetto a quelli dell’anno precedente); come pure non servì a mantenerla completamente italiana, in quanto i nuovi proprietari fecero subito entrare nel suo azionariato (come socio di minoranza, ma comunque con una quota tale da fare di esso il singolo azionista di maggior peso) proprio il gruppo Air France-KLM, avendo bisogno dei capitali e delle competenze che solo un grande operatore poteva fornire. Quella cessione determinò quindi tre ricadute – una forte contrazione del personale e dell’attività e la perdita della propria autonomia – analoghe a quelle che sarebbero scaturite dalla fusione con il gruppo franco-olandese.

In effetti, se possiamo ritenere degne di fede le garanzie che erano state offerte da Air France nel corso della trattativa poi sfumata, dobbiamo concludere che l’accordo che fu trovato con la cordata nazionale fu addirittura meno favorevole di quello che sarebbe stato possibile stipulare con la società d’oltralpe. L’offerta da questa avanzata, difatti, prevedeva la presa in carico dei debiti di Alitalia, minori esuberi fra il suo personale, il mantenimento d'un maggior numero di rotte in ambito internazionale e l'effettuazione di più cospicui investimenti.

Un altro aspetto criticabile della privatizzazione fu rappresentato dalla fusione con Air One, che come detto era anch’essa in serie difficoltà. Di fatto, per quella via fu garantito il salvataggio di tale azienda, a beneficio del suo proprietario – il costruttore Carlo Toto – e delle banche sue creditrici (fra le quali spiccava proprio Banca Intesa, componente di primo piano della cordata acquirente). Alitalia, pertanto, fu liberata a spese dello stato dalle proprie difficoltà finanziarie per essere chiamata a farsi carico di quelle d’una società privata. Ciò ovviamente rese ancora meno conveniente per la nostra compagnia di bandiera la “soluzione nazionale” promossa e poi approvata della destra; ma forse fu proprio la volontà di salvare Air One e i suoi creditori a costituire la ragion d’essere di tale operazione.

E così, un’altra pagina ingloriosa della storia di Alitalia (o meglio: della sua gestione da parte del nostro ceto di governo) era stata scritta. Ad essa, però, altre ancora erano destinate a seguire.

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