Presentazione


Analisi, opinioni, fatti e (più di rado) arte da una prospettiva di classe.

24/04/2026

Il dilemma dell’egemonia statunitense alla base del conflitto tra Stati Uniti, Israele e Iran

di Chen Wenxin

Da quando gli Stati Uniti e Israele hanno lanciato attacchi militari contro l’Iran il 28 febbraio 2026, la situazione in Medio Oriente ha continuato a inasprirsi. Washington sperava di replicare lo schema del suo attacco contro il Venezuela all’inizio dell’anno, tentando di raggiungere i propri obiettivi attraverso una serie di attacchi aerei “a basso costo”.

Tuttavia, il conflitto non ha portato alla rapida vittoria che Washington si aspettava. A causa dell’efficace contrattacco iraniano, i costi della guerra per gli Stati Uniti hanno continuato a salire e si sono estesi alla sfera economica e persino a quella geopolitica, alimentando l’insoddisfazione dell’opinione pubblica e lasciando gli Stati Uniti in un dilemma.

Qual è, esattamente, la natura del coinvolgimento tra gli Stati Uniti e l’Iran? Perché l’attuale amministrazione statunitense ha insistito nel lanciare attacchi militari contro l’Iran? E cosa porterà il conflitto agli Stati Uniti?

I

L’Iran si trova nella regione cruciale del Medio Oriente, controlla lo Stretto di Hormuz a sud e si affaccia sulla Russia e su altri paesi al di là del Mar Caspio a nord. Le sue riserve petrolifere rappresentano circa il 10% del totale mondiale ed esercitano un’influenza considerevole sulla sicurezza e la stabilità dei mercati energetici globali.

L’Iran esercita inoltre una forte influenza sulle questioni religiose ed etniche in Medio Oriente, il che lo colloca in una posizione di eccezionale importanza all’interno dell’architettura egemonica statunitense nella regione.

Quando gli Stati Uniti emersero dalla Seconda Guerra Mondiale come potenza leader, la loro politica nei confronti dell’Iran si intrecciò sempre più con la loro strategia globale di contendere e difendere l’egemonia – passando attraverso fasi di sostegno ai propri alleati, contenimento globale, impegno e bilanciamento, e massima pressione.

Il rapporto tra Stati Uniti e Iran è passato dall’alleanza all’inimicizia mortale, dall’intimità allo scontro armato. Durante la Seconda guerra mondiale, gli Stati Uniti inviarono truppe in Iran e rivendicarono le risorse petrolifere iraniane: questo fu il punto di partenza dell’ingerenza americana in Iran.

Nel 1951, il parlamento iraniano votò per nazionalizzare le risorse petrolifere allora detenute dalla Gran Bretagna, cercando di rivendicare la ricchezza petrolifera del paese. Ciò scatenò una forte reazione anglo-americana. Nel 1953, gli Stati Uniti e il Regno Unito rovesciarono congiuntamente il governo di Mosaddegh, che aveva sostenuto la nazionalizzazione, e orchestrarono la restaurazione del regime di Mohammad Reza Pahlavi.

Il regime di Pahlavi perseguì una politica estera estesamente filo-americana, dando inizio a una luna di miele di quasi un quarto di secolo nelle relazioni tra Stati Uniti e Iran.

Durante quel periodo, l’Iran aiutò attivamente gli Stati Uniti a mantenere l’egemonia in Medio Oriente e oltre, e gli Stati Uniti a loro volta fornirono ogni tipo di sostegno al regime di Pahlavi: l’amministrazione Eisenhower esportò tecnologia nucleare civile in Iran nell’ambito del programma “Atomi per la pace”, e l’amministrazione Nixon lanciò la politica dei “due pilastri”, designando l’Iran e l’Arabia Saudita come alleati chiave degli Stati Uniti per l’egemonia regionale e autorizzando l’Iran ad acquistare armi americane avanzate, trasformandolo nel “proxy” di Washington nel Golfo.

Il governo statunitense ha inoltre appoggiato la “Rivoluzione Bianca” laica del regime di Pahlavi – una riforma che ha completamente ignorato le tradizioni religiose interne dell’Iran, ha prodotto risultati ben al di sotto delle aspettative popolari e ha permesso al sentimento anti-americano all’interno dell’Iran di covare sotto la cenere.

Nel 1979 scoppiò in Iran la Rivoluzione Islamica; il leader religioso Khomeini guidò l’istituzione della Repubblica Islamica e perseguì una linea risolutamente anti-americana, spazzando via decenni di influenza statunitense nel Paese.

Quel novembre scoppiò la “crisi degli ostaggi in Iran”, che cristallizzò la rabbia popolare iraniana per l’ingerenza degli Stati Uniti negli affari interni del paese: l’ambasciata degli Stati Uniti a Teheran fu presa d’assalto due volte, 52 membri del personale diplomatico furono tenuti in ostaggio per 444 giorni e l’operazione militare per salvarli fu interrotta dopo la perdita di otto militari.

Quell’episodio fu il punto di svolta fondamentale nelle relazioni tra Stati Uniti e Iran. L’Iran passò dall’essere un ex alleato degli Stati Uniti a un paese che rappresentava “una minaccia straordinaria per la sicurezza nazionale, l’economia e la diplomazia degli Stati Uniti”. Il 7 aprile 1980, gli Stati Uniti interruppero formalmente le relazioni diplomatiche con l’Iran e imposero sanzioni economiche.

Dopo la fine della Guerra Fredda e della Guerra del Golfo, l’amministrazione Clinton varò una politica di “doppio contenimento” nei confronti dell’Iran e dell’Iraq, caratterizzata da pressioni intransigenti, isolamento e blocco, che si concretizzò in un divieto totale di commercio e investimenti tra Stati Uniti e Iran.

Dopo l’11 settembre, anche se l’Iran intraprese una serie di azioni concrete a sostegno dello sforzo antiterrorismo statunitense, l’amministrazione di George W. Bush nominò comunque l’Iran nel suo discorso sullo stato dell’Unione del 2002 come parte del cosiddetto “asse del male”. Nello stesso anno, gli impianti nucleari iraniani furono classificati come minaccia e la questione nucleare divenne il fulcro della contesa tra Stati Uniti e Iran.

Washington ha legato lo smantellamento del programma nucleare iraniano all’obiettivo del cambio di regime, ha spinto la comunità internazionale a imporre successive ondate di sanzioni, ha apertamente sostenuto l’opposizione iraniana e ha cercato di distruggere completamente il regime iraniano: il confronto tra Stati Uniti e Iran è entrato in una fase di profonda opposizione ideologica e di sicurezza.

Dopo l’insediamento dell’amministrazione Obama nel 2009, nel tentativo di alleviare l’eccessivo impegno strategico statunitense in Medio Oriente e di promuovere il proprio riequilibrio nell’Asia-Pacifico, gli USA hanno posto l’accento su una combinazione di strumenti politici, economici e diplomatici e hanno attuato una politica di “impegno più contenimento” nei confronti dell’Iran.

Da un lato, ciò ha segnalato proattivamente la propria buona volontà, ha aperto un dialogo diretto tra Stati Uniti e Iran attraverso canali pubblici e segreti per rompere decenni di isolamento ai vertici ed ha gettato le basi politiche per i negoziati sul nucleare. Dall’altro lato, ha intensificato la raccolta di informazioni e le infiltrazioni, ha lanciato attacchi informatici per rallentare lo sviluppo nucleare dell’Iran e ha spinto l’ONU e l’UE a inasprire le sanzioni finanziarie e petrolifere, restringendo lo spazio negoziale dell’Iran.

Allo stesso tempo, gli USA hanno guidato i colloqui tra il P5+1 (i cinque membri permanenti del Consiglio di Sicurezza dell’ONU più la Germania) e l’Iran sulla questione nucleare, giungendo nel 2015 al Piano d’Azione Congiunto Globale (JCPOA, noto anche come accordo nucleare iraniano).

In base all’accordo, l’Iran avrebbe ridotto drasticamente il numero delle sue centrifughe, limitato i livelli di arricchimento dell’uranio e accettato una rigorosa verifica internazionale, in cambio di un alleggerimento graduale delle sanzioni occidentali, ponendo la questione nucleare sotto il controllo istituzionale dell'AIEA.

Questa svolta dell’era Obama è stata un tentativo di scambiare l’alleggerimento delle sanzioni con la moderazione nucleare attraverso la diplomazia, ma non è riuscita a risolvere le profonde contraddizioni tra Stati Uniti e Iran; i disaccordi ideologici e di egemonia regionale tra le due parti sono rimasti.

Nel 2017, l'amministrazione Trump, subito dopo l’insediamento, ha esplicitamente respinto l’accordo sul nucleare, definendolo un “accordo cattivo e ingiusto”, sostenendo che l’allentamento delle sanzioni avesse dato all’Iran un respiro. Gli USA si sono ritirati unilateralmente dal JCPOA e hanno reintrodotto le cosiddette “sanzioni unilaterali più dure”, con l’obiettivo di azzerare le esportazioni di petrolio iraniano e recidere la linea di vita finanziaria dell’Iran.

Sebbene l’amministrazione Biden abbia cercato di tornare al JCPOA, ha mantenuto le sanzioni originali aggiungendone di nuove e ha continuato a fare affidamento su alleati regionali come Israele per contenere l’Iran. La reciproca sfiducia si è accentuata e i colloqui tra Stati Uniti e Iran si sono ripetutamente arenati.

Nel 2025, dopo l’insediamento della seconda amministrazione Trump, la pressione sull’Iran si è ulteriormente intensificata. Nel giugno di quell’anno, il governo statunitense ha annunciato di aver “colpito con successo” ed “eliminato completamente” tre impianti nucleari iraniani, segnando l’ingresso delle relazioni tra Stati Uniti e Iran in una nuova fase di confronto militare diretto.

In sintesi, l’evoluzione delle relazioni tra Stati Uniti e Iran fino ai giorni nostri è strettamente legata alla geopolitica, agli interessi petroliferi, ai sistemi politici, all’ideologia e alle rivendicazioni storiche, ma a tutto ciò si intreccia la necessità degli Stati Uniti di mantenere l’egemonia regionale e globale.

II

Il 17 febbraio 2026, Iran e Stati Uniti hanno tenuto il un round di colloqui formali sul nucleare a Ginevra, in Svizzera. Nonostante i progressi concreti nei negoziati, l’attuale amministrazione statunitense ha comunque portato avanti gli attacchi militari contro l’Iran.

Qual era la motivazione di fondo? In primo luogo, questo conflitto è guidato dalla necessità degli Stati Uniti di preservare il sistema del petrodollaro e consolidare la propria egemonia finanziaria.

Dopo che il dollaro è stato sganciato dall’oro negli anni Settanta, gli Stati Uniti hanno stretto un accordo con l’Arabia Saudita, il più grande produttore mondiale di petrolio, nel 1974: gli USA avrebbero fornito protezione militare, armi e sostegno politico, in cambio tutte le esportazioni petrolifere saudite sarebbero state valutate e regolate in dollari statunitensi, con le eccedenze di dollari risultanti reinvestite da Riad in titoli del Tesoro statunitense.

Con l’Arabia Saudita, “capofila” dell’OPEC a dare l’esempio, altri Stati membri dell'organizzazione seguirono presto la stessa strada, utilizzando il dollaro per le transazioni petrolifere. Il dollaro è diventato strettamente legato al petrolio, creando il circolo vizioso petrolio-dollaro-Treasury. Questo circolo ha permesso agli Stati Uniti di contrarre prestiti a basso costo, sostenere ingenti deficit fiscali nel lungo periodo e mantenere saldamente il dollaro come valuta di riserva mondiale.

Prima dello scoppio del conflitto tra Stati Uniti, Israele e Iran, tuttavia, il sistema del petrodollaro era sottoposto a pressioni strutturali su più livelli. Da un lato, la rivoluzione del petrolio e del gas di scisto ha garantito agli Stati Uniti l’indipendenza energetica, rendendo il Paese indipendente petrolio mediorientale.

I dati della Deutsche Bank indicano che l’85% del greggio mediorientale viene venduto all’Asia, con una quota in costante aumento regolata in valute diverse dal dollaro. I principali produttori di petrolio hanno ridotto le loro riserve di titoli del Tesoro statunitense. I dati del FMI mostrano che la quota del dollaro nelle riserve valutarie globali è scesa al 56,77% nel 2025 e il sistema del petrodollaro ha mostrato un declino strutturale.

Dall’altro lato, il debito pubblico statunitense è cresciuto “a dismisura”, passando da 20.000 miliardi di dollari nel settembre 2017 a 39.000 miliardi di dollari nel marzo 2026; si prevede che nei prossimi decenni gli interessi sul debito diventeranno la voce in più rapida crescita nel bilancio federale, e il debito del Tesoro statunitense ha già subito un declassamento del grado di affidabilità da parte di tutte e tre le principali agenzie di rating.

Colpendo militarmente l’Iran, gli Stati Uniti possono, in primo luogo, dimostrare ai paesi del Medio Oriente la propria capacità di proteggere la sicurezza e rafforzare le fondamenta militari del sistema del petrodollaro; e, in secondo luogo, prolungare la vita di quel sistema controllando i flussi di petrolio, poiché senza il monopolio denominato in dollari sulla struttura energetica globale non esiste il “petrodollaro” – e le fondamenta dell’egemonia finanziaria statunitense verrebbero allora messe in discussione.

Dopo lo scoppio di questo conflitto tra Stati Uniti, Israele e Iran, il presidente Trump ha affermato che “ciò che desidero maggiormente è impadronirmi del petrolio iraniano”, sottolineando l’intenzione di rilanciare il sistema del petrodollaro. Il conflitto riflette anche l’esigenza degli Stati Uniti di controllare risorse strategiche fondamentali e corridoi strategici, nonché di ridefinire il proprio assetto strategico globale.

Da quando l’attuale amministrazione statunitense è entrata in carica, si è dedicata in particolare al “mantenimento dell’egemonia a basso costo”. Fedele al credo “America First” e abituata a prendere decisioni sulla base di un’analisi “costi-benefici”, essa pone l’accento sulla concentrazione verso gli interessi nazionali fondamentali e sull’evitare un eccessivo allargamento strategico.

A suo avviso, gli Stati Uniti non hanno bisogno di posizionarsi su vasta scala in tutto il Mondo; devono solo controllare le risorse, i siti strategici e i corridoi strategici chiave per continuare a mantenere l’egemonia. Questa è la logica che permea le ripetute dichiarazioni dell’amministrazione secondo cui prenderà il controllo del Canale di Panama, acquisterà la Groenlandia e trasformerà il Canada nel 51° stato degli Stati Uniti.

L’Iran possiede la risorsa fondamentale del petrolio, si trova in una posizione strategica fondamentale e può controllare lo stretto di Hormuz, di importanza cruciale. La nuova Strategia di Sicurezza Nazionale degli Stati Uniti identifica i propri obiettivi strategici in Medio Oriente nel garantire che l’approvvigionamento energetico del Golfo non cada in mani ostili, nel mantenere aperto lo stretto di Hormuz e nel mantenere navigabile il Mar Rosso.

Colpire l’Iran e rafforzare la presa sul Medio Oriente è quindi un anello importante nello sforzo degli Stati Uniti per rimodellare il proprio assetto strategico globale e ottenere un vantaggio nella rivalità tra grandi potenze.

Lo scoppio del conflitto sottolinea anche l’influenza di Israele sulla politica statunitense in Medio Oriente. Israele è il più importante alleato di Washington nella regione, un perno chiave per gli interessi regionali degli Stati Uniti e un avamposto per l’egemonia regionale statunitense. Negli ultimi anni, Israele ha costantemente trattato l’Iran come una grave minaccia esistenziale, con preoccupazioni di sicurezza in forte aumento e una particolare diffidenza nei confronti delle capacità missilistiche balistiche e nucleari dell’Iran.

Washington vede l’Iran come il principale sfidante alla sua egemonia in Medio Oriente e ha bisogno dell’aiuto di Israele per rafforzare tale egemonia. Presentando il conflitto come un passo necessario per “eliminare una minaccia imminente” e “prevenire la proliferazione nucleare”, Washington sta sostenendo Israele mentre reprime l’Iran e l'“Asse della Resistenza” da esso guidato, preservando la propria supremazia strategica in Medio Oriente. Anche Israele influenza indirettamente la politica statunitense nei confronti dell’Iran.

Negli Stati Uniti ci sono circa 7,6 milioni di ebrei, una comunità che nel complesso gode di uno status sociale elevato e di un notevole potere economico e che esercita una forte influenza sulla politica americana; la sua principale preoccupazione politica è eliminare la minaccia nucleare iraniana e difendere la sicurezza di Israele.

Di conseguenza, per molti anni il discorso politico americano è stato saturo di discorsi sul contenimento e la deterrenza dell’Iran, con poche voci a favore del dialogo e della pace, e la politica di linea dura nei confronti dell’Iran è diventata la corrente dominante. In un certo senso, attraverso la rete lobbistica ebraico-americana, Israele ha svolto il ruolo decisivo di “spinta” in questo conflitto, “costringendo” gli Stati Uniti alla guerra per eliminare una volta per tutte la minaccia iraniana nei confronti di Israele.

Questi fattori si sono intrecciato, spingendo gli Stati Uniti sulla via della guerra. L’egemonia americana è attualmente in una fase di declino e la contrazione strategica sarebbe la linea di condotta razionale. Ma l’ansia per il petrodollaro, l’ambizione per le risorse, l’intrappolamento nelle alleanze e l’impulso politico interno spingono gli USA l’espansione. Lo strappo tra le due è un sintomo evidente della difficile situazione egemonica degli Stati Uniti.

III

Il conflitto tra Stati Uniti, Israele e Iran dura ormai da più di un mese. Grazie alla mediazione del Pakistan e di altri paesi, gli Stati Uniti e l’Iran hanno recentemente raggiunto un accordo di cessate il fuoco temporaneo, ma l’andamento della guerra rimane altamente incerto. Combattere e fermarsi a turno, combattere mentre si negozia, diventerà probabilmente la caratteristica fondamentale della prossima fase del conflitto.

La guerra, che doveva essere breve e decisiva, si è di fatto protratta – e ha già prodotto molteplici forme di contraccolpi per gli Stati Uniti. Sul fronte economico, lanciando la guerra contro l’Iran gli Stati Uniti intendevano “spendere poco per ottenere molto”: acquisire il controllo di risorse, siti e corridoi strategici chiave a un costo relativamente basso e trarne maggiori vantaggi economici.

Ma le stime di Washington sui costi del conflitto si sono rivelate completamente errate. All’inizio di aprile, i costi totali avevano superato i 42 miliardi di dollari. Man mano che la guerra si protraeva, gli investimenti bellici statunitensi hanno continuato ad aumentare.

Per sostenere i combattimenti, poco dopo l’inizio della guerra il Pentagono ha richiesto con urgenza un bilancio supplementare di 200 miliardi di dollari, e all’inizio di aprile la Casa Bianca ha proposto un bilancio della difesa record di 1,5 trilioni di dollari per il prossimo anno fiscale – entrambi questi provvedimenti faranno aumentare ulteriormente il debito degli Stati Uniti.

I costi nascosti a lungo termine sono ancora più consistenti di queste spese a breve termine. La professoressa di Harvard Linda Bilmes ha avvertito che l’enorme spesa attuale finirà per essere eclissata da costi ancora più ingenti, come le indennità ai veterani e gli interessi pagati per finanziare la guerra.

Mentre la spesa militare è salita alle stelle, l’aumento dei prezzi ha compresso i consumi delle famiglie e il potere d’acquisto. Nell’ultimo mese, il prezzo medio nazionale della benzina è aumentato di circa il 30%; i prezzi dell’energia, dei fertilizzanti e dei generi alimentari hanno continuato a salire, aumentando drasticamente la probabilità di una “trappola della stagflazione”. Moody’s Analytics stima che la probabilità che l’economia statunitense entri in recessione nei prossimi dodici mesi sia salita al 48,6%.

Il conflitto non ha risanato le fondamenta economiche già malconce dell’egemonia statunitense; potrebbe invece renderle ancora più fragili. Sul fronte diplomatico, il conflitto ha allentato il sistema di alleanze degli Stati Uniti e ha distrutto la credibilità dell’egemonia americana.

A differenza della Guerra del Golfo o della Guerra in Iraq, quando gli Stati Uniti mobilitarono molti alleati per combattere al loro fianco, questi attacchi militari sono stati condotti solo dagli Stati Uniti con Israele, senza consultazione con gli alleati. Dopo lo scoppio del conflitto, la maggior parte degli alleati degli Stati Uniti non ha offerto sostegno.

Regno Unito, Francia e Germania hanno esplicitamente rifiutato di partecipare agli attacchi militari o alle operazioni di scorta, e la Spagna ha impedito alle forze statunitensi di utilizzare le sue basi per colpire l’Iran. Gli alleati statunitensi del Golfo si trovano in un dilemma – dipendono dalle garanzie di sicurezza americane ma non vogliono essere trascinati nel conflitto – e la loro fiducia negli Stati Uniti è notevolmente diminuita.

Gli alleati dell’Asia-Pacifico, come la Corea del Sud, si sono lamentati del fatto che gli Stati Uniti stiano ritirando i sistemi di difesa anti-missile e le forze lì presenti per sostenere la guerra in Medio Oriente. Elizabeth Saunders, ricercatrice presso la Brookings Institution, sostiene che la guerra con l’Iran eroderà ulteriormente la fiducia degli alleati nell’affidabilità strategica degli Stati Uniti e, in ultima analisi, danneggerà la posizione e l’influenza internazionale degli Stati Uniti.

Sul fronte strategico, il conflitto ha messo a dura prova le risorse strategiche statunitensi e potrebbe lasciare Washington nell’impossibilità di avanzare o ritirarsi. Secondo la nuova Strategia di Sicurezza Nazionale degli Stati Uniti, gli Stati Uniti cercano di impedire alle forze ostili di dominare il Medio Oriente, le sue riserve di idrocarburi e i relativi punti nevralgici di trasporto, evitando al contempo di essere trascinati in una costosa “guerra senza fine” nella regione.

Ma allo stato attuale delle cose, lo Stretto di Hormuz è stato bloccato dall’Iran; gli Stati Uniti temono di ripetere gli errori commessi in Iraq e in Afghanistan e non possono accettare la realtà che i loro obiettivi non possano essere raggiunti, il che li lascia in una situazione di stallo.

Nel frattempo, la guerra non ha raggiunto i suoi obiettivi principali di “distruggere la capacità nucleare dell’Iran” o di “cambiare il regime”; al contrario, ha spinto l’Iran ad accelerare il suo programma nucleare, ha aggravato l’insicurezza di molti altri paesi e ha ulteriormente peggiorato la situazione della sicurezza regionale.

“Quella statunitense è diventata un’egemonia predatoria. Una politica coerente di egemonia predatoria causerà il declino dell’influenza globale dell’America – gradualmente, e poi all’improvviso”, afferma il professore di Harvard Stephen Walt. In quanto grande potenza, gli Stati Uniti sono ossessionati dalla ricerca e dal mantenimento dell’egemonia, impegnandosi in attività di sovversione e infiltrazione e scatenando guerre alla minima occasione.

Il risultato è portare il caos in Medio Oriente, danneggiare se stessi e nuocere alla comunità internazionale. Ricorrere alla forza in ogni occasione non dimostra la propria forza. La Cina si è sempre opposta all’egemonismo e alla politica di forza in tutte le sue forme e si è opposta all’ingerenza negli affari interni di altri paesi.

Le grandi potenze dovrebbero comportarsi come tali: dovrebbero difendere l’equità e seguire la retta via, contribuendo con maggiore energia positiva alla pace e allo sviluppo in Medio Oriente. La Cina ha sempre sostenuto che tutte le parti dovrebbero tornare al tavolo dei negoziati il prima possibile, risolvere le divergenze attraverso un dialogo paritario, lavorare per la sicurezza comune e ripristinare al più presto la pace e la stabilità in Medio Oriente.

Fonte

La chimera

Quasi 60 anni fa, nel settembre 1967 arrivò a Milano il primo carico di container su un treno proveniente dal porto di Anversa. Fu uno schiaffo per Genova. Due anni dopo fu inaugurato il primo terminal contenitori a Ponte Libia. Il lamentato ritardo del porto di Genova parve colmarsi, sebbene l’adeguamento organizzativo e tecnologico al nuovo paradigma del trasporto intermodale conoscerà fasi di conflitto sociale prima della riforma del 1994.

Sino dall’esordio il dibattito pubblico sul porto fu condizionato dalla “fuga dei traffici”, ossia dalle merci originate e destinate al mercato italiano che si servivano dei porti del Nord Europa, i quali, grazie alle reti viarie, ferroviarie e fluviali, erano in grado di operare sino ai confini alpini e oltre, nella Pianura padana, hinterland e bacino di utenza dello scalo genovese. Una “fuga” che le dimensioni e il vantaggio iniziale dei porti del Northern Range e la duttilità dei container promettevano di favorire, ma a cui occorreva rimediare. Nel 1967 si trattava di un treno sperimentale in vista della regolarizzazione del servizio anche con Rotterdam e Amsterdam. Quel giorno nello scalo di Rogoredo furono “sbarcati” 18 contenitori da 20 e 40 piedi da 13 carri ferroviari.

Che cosa sia successo e stia succedendo da allora nei numerosi parchi ferroviari e negli interporti nel frattempo cresciuti nel Nord Italia e connessi con l’Europa, è invece un mistero. Non esistono dati ufficiali. Nonostante che gli investimenti miliardari in opere pubbliche (terzo valico, nuovi nodi e raddoppi ferroviari, nuova diga di Genova, nuove banchine nei porti dell’alto Tirreno ecc.) si affidino tutti al recupero di quei container tuttora “fuggitivi”, oltre che sulla previsione ottimistica di conquistare i mercati continentali prossimi, Svizzera e Germania meridionale. In nessuno dei documenti economici che dovrebbero “validare” gli investimenti infrastrutturali si trova un solo dato circa il mercato contendibile ai “nordici”. Pare il terzo mistero di Fatima, di fronte a cui gli esperti allargano le braccia, come se Istat, dogane, CCIAA, spedizionieri ecc. non disponessero delle fonti, senza che alcuna autorità amministrativa o accademica le interroghi ufficialmente.

Questi dati sono diventati ineludibili oggi, visto il ristagno da quasi un decennio della domanda di trasporto di container nei porti del Nord Tirreno: 5 milioni nel 2025, pari a quanti erano nel 2017, nonostante i soldi pubblici spesi nel frattempo nei nuovi terminal di Vado L. e Ge-Bettolo. Oggi, la domanda di movimentazione container in questi porti è circa il 40% inferiore all’offerta, e il gap salirà al 50-60% a seguito degli investimenti in corso. Per questo, nelle parole dei governanti e delle stesse imprese ricorre l’obiettivo di scavalcare le Alpi e contendere il Sud Europa ai “nordici”, trascurando per brevità l’idiozia di coloro che paragonano Genova a Rotterdam. Proviamo noi, con una buona dose di empiria e di parzialità, a dare dei numeri verosimili per trarne una qualche conclusione.

Nel recente rapporto annuale di Contship, impresa armatoriale e logistica tedesca, un campione di imprese manifatturiere del Nord Italia ha risposto per il 30% di usare i porti del Nord Europa in export, solo per il 2% in import. Per l’88% di tali imprese la quota di merce movimentata attraverso i porti nord-europei sta in media sotto il 20% del totale. Per quanto riguarda il trasporto da e al porto, il mezzo pressoché esclusivo non è il treno ma la strada, utilizzata dal 98% delle aziende. Le risposte del campione sono prive della destinazione e provenienza della merce attraverso i porti. Il che non permette di enucleare i traffici con porti che per prossimità (UK, IRL, stati baltici, ma anche Nord-America) risultano realisticamente "captive", escludendo quindi i nostri porti. D’altro canto, l’impiego quasi assoluto del camion suggerisce che si tratti di partite di merce in singoli contenitori, lontane da impegnare più carri di un treno, anche tenuto conto che il gap maggiore tra le due modalità di trasporto resta quello economico oltre quello della flessibilità di circolazione. Il rapporto Contship segnala la lunghezza troppo “ridotta” delle tratte intermodali inerenti ai porti italiani, considerato che la ferrovia “manifesta la sua superiorità in termini di costo-efficacia e riduzione delle emissioni per percorrenze maggiori di 400km”.

Alla fine del 2022, l’AD Roberto Ferrari di PSA Italy, parlando di Genova Prà affermò che le prospettive di crescita dei traffici stavano nella contesa con i porti nord-europei basata sulla intermodalità porto-ferrovia, soprattutto una volta che Genova beneficerà del Terzo Valico. Ferrari dichiarò che il mercato contendibile in Europa era di circa 4-5Mio teu e che PSA poteva ambire a ottenerne il 5%, ossia 200-250Mila, un aumento max del 17% della sua attuale movimentazione (considerato altresì che dal 2017 al 2025 Prà ha addirittura perso il 13% dei container). Ciò al netto del tempo necessario, perché nuovi servizi intermodali da Genova per l’Europa sono un’impresa molto ardua e lunga, prova ne è che il terminal di Prà ci prova da 30 anni, da quando nel 1995 avviò il primo servizio per Basilea, poi abortito, come i tentativi successivi con la Baviera. Attualmente esiste un servizio da PSA per la Svizzera che nel 2024 ha trasportato 10mila teu, ma nel 2025 sono scesi a 5mila, nonostante il sussidio pubblico.

È in corso di elaborazione il muovo Piano regolatore del porto di Genova. Le informazioni ufficiali sono pressoché a zero, l’opinione pubblica esclusa, così pare anche l’amministrazione civica. Come il mandato “autarchico” di Bucci ha mostrato, il metodo usuale è di sistemare gli interessi delle imprese, poi si vedrà se e come spiegarlo ai cittadini. Dopo l’abbuffata di miliardi pubblici grazie alla tragedia del Morandi, mentre le opere marittime e le infrastrutture di collegamento sono in corso di costruzione in base a una analisi economica già fallita, basata su proiezioni di milioni di container e su meganavi della via della seta, anch’essa abortita, mentre si insegue la chimera della conquista del Sud-Europa a suon di treni di là da venire e soprattutto da riempire, il Piano regolatore portuale resta l’ultima occasione per riaprire il dibattito pubblico e per esigere finalmente trasparenza sui traffici, sul lavoro, sugli investimenti, dati su cui dovrebbero fondarsi i piani, le concessioni e il governo di Palazzo San Giorgio. Invece che sull’attuale tam tam propagandistico di convegni e interviste, in cui si parla di tutto fuorché di traffici e di lavoro. Le imprese vivono di profitti, ma i cittadini vivono di lavoro, e come dimostrano i bilanci, le prime ricavano utili anche con meno merce mentre mirano ad automatizzare il lavoro, mentre i lavoratori hanno solo da perdere dal declino produttivo del porto, a cominciare da salari e occupazione.

La nuova amministrazione comunale sappia distinguersi dalla precedente, non per sottrarre Palazzo San Giorgio alle sue responsabilità, ma per esigere la tutela degli interessi sociali ed economici dei suoi cittadini che, in quanto il porto è pubblico, ne sono i primi e legittimi titolari.

Fonte

23/04/2026

Le commemorazioni all'italiana: prendi l'arte e mettila da parte

Ultimatum ad orario variabile

Se non sai cosa fare, fai almeno finta di saperlo. Ma agli Stati Uniti non riesce più neanche questa antichissima simulazione.

Nel caos di notizie e annunci spicca la precisazione dei soliti “funzionari della Casa Bianca coperti da anonimato” secondo cui il prolungamento del cessate il fuoco concesso – ufficialmente – per consentire al “regime iraniano” di risolvere la propria battaglia interna ed elaborare una proposta di negoziato non sarebbe “a tempo indeterminato”, ma “a volontà di Trump”. Pochi giorni comunque... Una sorta di ultimatum ad libitum, a geometria variabile, senza orario né data.

Che le sorti di una guerra che sta mettendo in ginocchio l’economia mondiale siano affidate all’umore di un presidente che finge di osservare da lontano l’evoluzione di una battaglia politica dentro “il nemico” (presunta, ma prontamente ingigantita da tutto il sistema mediatico occidentale) non suona particolarmente rassicurante.

Poi, ad indagare meglio, vien fuori che una scadenza effettivamente esiste. Ma per l’amministrazione Trump, che il primo maggio vede scadere il periodo – due mesi – concesso dalle leggi Usa per condurre una guerra senza l’approvazione del Congresso.

Questo non significa ovviamente che dal giorno dopo le truppe Usa devono essere ritirate. Secondo le norme esistenti, Trump dovrebbe scegliere tra tre possibilità: chiedere al Congresso di approvare la guerra, iniziare a ridurre il contingente americano o auto concedersi un’estensione.

La prima soluzione è quasi impraticabile. Anche se esiste ancora una piccola maggioranza repubblicana in parlamento, le ormai prossime elezioni di midterm stanno mettendo in discussione l’eventuale appoggio di molti conservatori, visto che il mondo “Maga” si va ormai fratturando proprio sulla guerra all’Iran.

La seconda ipotesi concede qualche margine in più, ma limiterebbe le operazioni militari a quelle necessarie a garantire il “ritiro delle truppe in sicurezza”, escludendo quindi grandi offensive o interventi di terra (peraltro già falliti).

La terza sembra più in sintonia con il Trump-style, ma di sicuro farebbe crescere il conflitto politico interno, con esiti esiziali per il Grand Old Party. Avrebbe senso se ci fosse la certezza militare di concludere la guerra in pochi giorni, con una vittoria definitiva e visibile. Ma dopo quel che si è visto in sei settimane, pare escluso... 

Da parte iraniana si ostenta tranquillità. Prosegue infatti il botta-e-risposta sul campo (gli statunitensi hanno sequestrato due navi commerciali di Teheran nei giorni scorsi, la stessa cosa hanno fatto ieri i pasdaran con due navi Msc), e persino il cessate il fuoco – pur rispettato – non ha ancora ricevuto un consenso esplicito. Per loro resistere equivale a vincere, ogni giorno che passa avvicina quell’esito.

Ciò nonostante Trump ha annunciato che i colloqui riprenderanno domani in Pakistan, anche se nessun altro lo conferma (né Teheran, né il Paese ospitante). La testata Axios – che in Medio Oriente viene considerata una controllata del Mossad israeliano, più che degli Stati Uniti – riporta che secondo una fonte vicina al tycoon “Sembra proprio che Trump non voglia più ricorrere alla forza militare e abbia deciso di porre fine alla guerra”. Naturalmente perché convinto di aver “ottenuto tutto il possibile sul piano militare e vuole uscire da una guerra sempre più impopolare. Non la riprenderà finché non avrà esaurito ogni altra opzione”.

Il rapporto costi/benefici è diventato spaventosamente negativo, questo è universalmente chiaro. Gli alleati fuggono, i nemici si moltiplicano, i partner arabi si stanno rendendo conto che l’America non è più in grado di tutelare né i loro affari né la loro sicurezza militare, i cinesi lasciano fare in attesa di raccogliere i risultati, il blocco sociale che lo aveva sostenuto si va liquefacendo... 

Certo, la forza militare è ancora immensa. Ma non ha fin qui risolto nulla, neanche contro un avversario molto meno potente (ed era già avvenuto con l’Afghanistan e altre decine di volte).

“Botta da matto” o ritiro in buon ordine, fantasticando di grandi vittorie epocali. Sulla prima idea girano ormai aneddoti non verificabili (il capo di stato maggiore che gli nega l’accesso ai codici della valigetta nucleare per far partire un’atomica contro l’Iran), ma significativi del clima interno al vertice Usa di fronte a una situazione senza uscita comoda.

Di certo, intanto c’è, che il “segretario della Guerra”, lo svalvolato Pete Hegseth, ha licenziato in tronco il segretario della Marina John Phelan, l’ultimo di una serie di alti funzionari costretto a lasciare il Pentagono dall’inizio della guerra con l’Iran (pochi giorni fa era toccato al capo di stato maggiore dell’esercito, il generale Randy George). Il licenziamento improvviso arriva mentre la Marina è impegnata a realizzare il controblocco dello Stretto di Hormuz, in pratica l’impegno più grosso di queste settimane.

La seconda è hollywoodianamente giocabile, anche se ormai fa ridere.

Ma è meglio ridere, no?

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La guerra contro l’Iran ridefinisce la “guerra dei corridoi di connettività”

La guerra degli Stati Uniti contro l’Iran non solo sta ridefinendo la geopolitica, ma sta anche interferendo, destabilizzando e riorientando ciò che The Cradle ha descritto nel giugno 2022 come La guerra dei corridoi di connettività economica; probabilmente il paradigma geoeconomico chiave dell’integrazione eurasiatica nel XXI secolo.

Da est a ovest e da nord a sud, questi corridoi collegano praticamente tutti i principali attori dell’Eurasia.

Approfondiamo quelli che potrebbero essere i quattro vettori più importanti: il corridoio est-ovest della Nuova Via della Seta/Belt and Road Initiative (BRI), guidata dalla Cina; il Corridoio Internazionale di Trasporto Nord-Sud (INSTC) Russia-Iran-India; l’IMEC (Corridoio India-Medio Oriente); e i corridoi proposti che collegherebbero la Turchia con il Qatar, la Siria e l’Iraq.

La Nuova Vie della Seta/BRI della Cina avanza attraverso una molteplicità di corridoi dallo Xinjiang all’Eurasia occidentale, compreso il Corridoio Settentrionale (attraverso la Transiberiana in Russia) e il Corridoio Centrale (attraverso il Kazakistan e il Mar Caspio verso il Caucaso e la Turchia). 

L’Iran al centro dell’integrazione eurasiatica

È la geografia dell’Iran che ha posizionato il paese, fin dai tempi dell’Antica Via della Seta, come crocevia tra Oriente e Occidente; un ruolo riportato in auge dalla Nuova Via della Seta/BRI lanciata dal presidente Xi Jinping nel 2013.

Uno dei suoi vettori cruciali, incluso nell’accordo venticinquennale da 400 miliardi di dollari tra Cina e Iran firmato nel 2021, è il corridoio terrestre Cina-Iran integrato nella BRI. È essenziale per aggirare il dominio marittimo americano, la raffica di sanzioni decennali contro la Repubblica Islamica e i punti di strozzatura sensibili come lo Stretto di Malacca, lo Stretto di Hormuz e il Canale di Suez.

Il primo treno merci proveniente da Xian, l’antica capitale imperiale cinese, è arrivato al porto secco di Aprin in Iran, situato a 20 km da Teheran, inaugurato solo tre anni fa a maggio. Ciò ha segnato l’inaugurazione ufficiale di questo corridoio, riducendo i tempi di transito da un massimo di 40 giorni via mare a un massimo di 15 giorni via terra.

Aprin è un porto secco: un terminal intermodale interno, collegato direttamente via strada/ferrovia ai porti marittimi, nel Mar Caspio o nel Golfo Persico. Ciò significa che le massicce spedizioni cinesi possono accedere rapidamente alle rotte marittime globali.

Il corridoio Cina-Iran si inserisce nel più ampio corridoio est-ovest che, prima della guerra, mirava a collegare lo Xinjiang attraverso l’Asia centrale (Kazakistan, Uzbekistan, Turkmenistan) all’Iran, alla Turchia e, più avanti, al Golfo Persico, all’Africa e persino all’Europa.

Naturalmente, la Cina potrebbe anche trarre vantaggio dal corridoio ferroviario per ricevere il petrolio iraniano, invece di fare affidamento sulla flotta fantasma iraniana, sebbene le sfide logistiche rimangano significative.

La ferrovia Cina-Iran sta già ridefinendo l’importanza del Corridoio Economico Cina-Pakistan (CPEC), il progetto di punta della BRI che collega lo Xinjiang, attraverso l’autostrada del Karakorum, al Pakistan settentrionale e poi attraverso il Baluchistan fino al porto di Gwadar nel Mar Arabico.

Fino alla scelta di guerra del presidente degli Stati Uniti Donald Trump, Pechino era incline a prestare maggiore attenzione al corridoio iraniano, considerando l’instabile situazione politica del Pakistan.

Qualunque cosa accada in futuro, l’Iran dovrà comunque destreggiarsi con cautela nell’interazione vertiginosamente complessa tra Cina e India. Dopo tutto, entrambi i membri del BRICS hanno un profondo interesse strategico nei porti iraniani, considerati porte d’accesso essenziali all’Asia centrale.

Inoltre, il porto iraniano di Chabahar, nel Sistan-Baluchistan, parte di quella che poteva essere considerata, almeno prima della guerra, la Via della Seta indiana, è in diretta concorrenza con il porto pakistano/BRI di Gwadar nel Mar Arabico, distante solo circa 80 chilometri.

Questo ci riporta ancora una volta al ruolo senza pari dell’Iran nella connettività eurasiatica. L’Iran si trova all’incrocio privilegiato di due corridoi di trasporto chiave: il vettore est-ovest guidato dalla Cina e l’INSTC, che collega tre membri del BRICS – Russia, Iran e India.

Ciò che Teheran aveva fatto, fino alla guerra, era stato allineare abilmente la sua politica multivettoriale con entrambe le potenze, Cina e India, e con entrambi i corridoi. Considerando l’allineamento dell’India con Israele proprio prima dell’attacco contro l’Iran del 28 febbraio, le cose potrebbero cambiare radicalmente in futuro.

L’INSTC si scontra con l’IMEC

L’INSTC può essere sinteticamente descritto come il vettore nord-sud dell’integrazione eurasiatica, che collega Russia, Iran e India e si intreccia con la Nuova Via della Seta cinese, che si snoda da est a ovest attraverso l’Asia centrale.

Nel maggio dello scorso anno, con una troupe professionale di cinque persone, ho girato Golden Corridor: il primo documentario al mondo, in inglese, su come l’INSTC si sviluppa all’interno dell’Iran, dal Mar Caspio al Golfo Persico e al Mar di Oman, con un’attenzione particolare a Chabahar.

Fino alla guerra, l’India era estremamente preoccupata per il potenziale investimento cinese a Chabahar – una preoccupazione confermata dalle autorità portuali durante la mia visita. Chabahar è, o almeno era, vista dagli strateghi indiani come il loro fiore all’occhiello in Iran: di fatto l’unica via praticabile per l’India verso l’Eurasia, per raggiungere i mercati dell’Asia centrale, della Russia e, infine, dell’Europa.

Non c’è da stupirsi che gli indiani fossero spaventati dalla possibilità che la Cina si assicurasse una presenza navale nell’Oceano Indiano occidentale.

Tutti gli investimenti indiani a Chabahar sono ora in sospeso. Erano già in stallo a causa delle pressioni statunitensi. La Cina, però, rimane implacabile. Guardando al futuro, Pechino ha già elaborato un piano di investimenti per la costa di Makran nel Sistan-Baluchistan, completo di un massiccio dispiegamento di aziende cinesi che collegano i porti iraniani alla BRI.

L’Iran opterà per un pragmatismo strategico, soprattutto dopo che l’India ha di fatto abbandonato la sua politica di non allineamento e la propria autonomia di fronte agli Stati Uniti: tutto ciò a causa dei calcoli superficiali e miopi del governo guidato da Narendra Modi. L’India dovrà quindi affrontare una dura battaglia se non vuole perdere il suo “gioiello della corona” persiano.

Qui vediamo ancora una volta la profonda interconnessione dei principali corridoi trans-eurasiatici. La ferrovia Cina-Iran, parte del corridoio Cina-Asia centrale-Turchia-Europa, si collega all’INSTC in Iran, che è sostenuto in modo cruciale dalla Russia.

Allo stesso tempo, entrambi si oppongono nettamente al corridoio impropriamente chiamato India-Medio Oriente-Europa, l’IMEC, che in realtà è il corridoio Israele-Medio Oriente-India-Europa. L’obiettivo chiave dell’IMEC, un prodotto della spinta degli Accordi di Abramo del Trump 2.0, è trasformare Israele in un hub strategico per i flussi commerciali ed energetici nell’Asia occidentale.

Come descritto per la prima volta da The Cradle, l’IMEC è stato finora poco più di una grande operazione di pubbliche relazioni lanciata in occasione del vertice del G20 a Nuova Delhi. Dovrebbe essere interpretato come la tardiva risposta dell’Occidente collettivo alla BRI: l’ennesimo progetto americano per “contenere” la Cina e, più recentemente, l’Iran in quanto membro dell’INSTC.

Soprattutto, l’IMEC è un corridoio di trasporto progettato per aggirare i tre principali vettori di una vera integrazione eurasiatica: i membri del BRICS, ovvero Cina, Russia e Iran.

La guerra contro l’Iran, tuttavia, sta facendo fare un bagno di realtà all’IMEC. Il porto di Haifa è stato gravemente danneggiato dai missili iraniani. Riyadh e Abu Dhabi sono in conflitto diretto su come adattarsi a un Golfo Persico post-americano in cui l’Iran sarà la potenza dominante.

Allo stato attuale, il principe ereditario saudita Mohammed bin Salman (MbS), sebbene sempre cauto, sembra incline a trovare un compromesso. Il presidente degli Emirati Arabi Uniti Mohammed bin Zayed (MbZ), al contrario, è a tutti gli effetti in guerra con Teheran.

L’Europa sta attivamente commettendo un suicidio politico ed economico. E l’India è perplessa su come quadrare il cerchio: come organizzare un vertice BRICS credibile entro la fine dell’anno allineandosi con gli Stati Uniti.

A tutti gli effetti, l’IMEC è ora in coma profondo.

Prendiamo alcuni risultati provvisori della guerra. Mancano quasi 1.100 km di binari dalla ferrovia che va da Fujairah negli Emirati Arabi Uniti ad Haifa; ne mancano 745 km da Jebel Ali a Dubai ad Haifa; e ne mancano 630 km dalla ferrovia che va da Abu Dhabi a Haifa.

Ciò fa apparire l’IMEC ancora più fragile all’indomani della guerra. Anche diversi potenziali nodi del corridoio e le infrastrutture circostanti sono stati colpiti dai missili iraniani. E potrebbe non essere ancora finita.
 
Le ambizioni della Turchia in materia di Pipelineistan

La Turchia, ovviamente, ha dovuto sviluppare le proprie idee di integrazione eurasiatica, soprattutto considerando che il neo-ottomanismo vuole posizionare Ankara come un attore in grado di rivaleggiare con Russia e Iran.

Allo stato attuale, la scommessa di Ankara è quella di puntare totalmente sul “Pipelineistan”, come l’ho definito due decenni fa, il labirinto ultra-politicizzato dei corridoi energetici eurasiatici.

Quindi il Pipelineistan include tutto, dal collegamento petrolifero Baku-Tbilisi-Ceyhan (BTC), la cui realizzazione fu promossa dal defunto Zbigniew Brzezinski, autore di “La grande scacchiera”, fino al South Stream e al Turk Stream costruiti dalla Russia, nonché alle interminabili telenovele sul gas come il Turkmenistan-Afghanistan-Pakistan-India (TAPI) e l’Iran-Pakistan-India (IPI), successivamente ridotto a IP.

Una delle principali ossessioni americane è stata a lungo quella di impedire la costruzione di un gasdotto Iran-Pakistan: un cordone ombelicale tra due potenti nazioni musulmane che collega l’Asia occidentale all’Asia meridionale.

Il ministro dell’Energia turco Alparslan Bayraktar – sì, ricordate i droni? – è in grande spolvero. La sua idea preferita è quella di collegare Bassora – la capitale ricca di petrolio dell’Iraq meridionale – all’oleodotto Iraq-Turchia, che collega Kirkuk a Ceyhan, nel Mediterraneo (dove arriva anche il BTC), con una capacità di oltre 1,5 milioni di barili al giorno. Il problema è che l’assenza di consenso politico in Iraq rende questo progetto, per ora, un sogno irrealizzabile.

La Turchia sta addirittura valutando di collegare i giacimenti petroliferi siriani – la cui produzione è tutt’altro che abbondante, con un massimo di 300.000 barili al giorno – all’oleodotto Iraq-Turchia. Si tratta di un territorio complesso, considerando che nessuno sa davvero chi controlli la Siria.

Tuttavia, Ankara rimane implacabile. Il Santo Graal sarebbe un gasdotto dal Qatar alla Turchia attraverso l’Arabia Saudita, la Giordania e la Siria.

È una versione bizzarra della storia che si ripete. Un gasdotto era al centro della guerra in Siria: originariamente avrebbe dovuto collegare Iran, Iraq e Siria, prima che il Qatar spingesse nel 2009 per un percorso dal North Field attraverso l’Arabia Saudita e la Giordania fino alla Siria – un progetto posto sotto veto da Damasco.

La guerra contro l’Iran ha nuovamente stravolto tutto dopo che QatarEnergy ha dichiarato forza maggiore su una parte significativa delle sue esportazioni di GNL, con ripercussioni sia sull’Europa che sull’Asia.

Il Qatar continua a privilegiare il GNL rispetto ai gasdotti. Ma ora entra in scena la Turchia, con l’idea di un gasdotto – ancora da costruire – dal Qatar per rifornire l’Europa, presentato da Bayraktar come una “rotta di esportazione alternativa”. Ciò costerebbe almeno 15 miliardi di dollari: un gasdotto di 1.500 km che attraversa ben cinque confini. Un vero e proprio grattacapo, certificato e costoso.

Più fattibile, almeno in teoria, è il gasdotto transcaspico, che mira a collegare il Turkmenistan attraverso il Mar Caspio all’Azerbaigian e alla Georgia, molto probabilmente in parallelo al gasdotto BTC e poi verso l’Europa.

Ancora una volta, bisogna costruirlo. Costerebbe almeno 2 miliardi di dollari: un gasdotto sottomarino di oltre 300 km attraverso il Mar Caspio da Turkmenbashi a Baku. È lungo, ho fatto quella traversata su una nave da carico azera negli anni 2000 e ci vogliono almeno 8 ore. Successivamente, l’oleodotto, ancora inesistente, si collegherebbe con altri due, quello del Caucaso meridionale e quello transanatolico.

I costi aggiuntivi sarebbero inevitabili: per lo sviluppo a monte, la capacità di compressione e l’espansione a valle.

E anche se l’intero progetto venisse alla luce, il Turkmenistan non ha capacità di riserva: praticamente tutta la sua produzione va nello Xinjiang in Cina attraverso un gasdotto costruito e pagato dalla Cina. Nella migliore delle ipotesi, la Turchia importa una piccola quantità di gas turkmeno attraverso l’Iran, su base di scambio; anche l’Iran utilizza questo gas.
 
Creare corridoi di connettività, non guerre

Ciò che è chiaro è che la guerra dei corridoi di connettività rimarrà il principale vettore geoeconomico dall’Asia occidentale all’Asia centrale e meridionale, coinvolgendo molteplici percorsi verso l’integrazione eurasiatica.

La guerra contro l’Iran sta accelerando parecchie interconnessioni. Prendiamo, ad esempio, la National Logistics Corporation (NLC) in Pakistan che accede al Gabd Border Terminal per potenziare il commercio con l’Iran e soprattutto con l’Uzbekistan in Asia centrale, tramite un sistema chiamato TIR (Trasporto Internazionale su Strada), aggirando l’Afghanistan.

La NLC sta agendo in modo piuttosto strategico, attivando contemporaneamente molteplici corridoi commerciali verso la Cina, l’Iran e l’Asia centrale e, allo stesso tempo, contribuendo a rafforzare il fronte commerciale e finanziario dell’Iran, messo a dura prova dalla guerra.

E non stiamo nemmeno parlando dell’altro corridoio di connettività chiave del futuro: la rotta marittima settentrionale lungo la costa russa nell’Artico fino al Mare di Barents, che i cinesi chiamano poeticamente la Via della Seta artica.

Cina, India e Corea del Sud sono fortemente interessate alla Northern Sea Route (NSR) [che collegherebbe il Mare del Nord con lo Stretto di Bering, ndr], oggetto ogni anno di approfondite discussioni nei forum di San Pietroburgo e Vladivostok.

Non è un caso che gli Stati Uniti abbiano bombardato diversi nodi dell’INSTC: il porto di Bandar Anzali, Isfahan, il porto di Bandar Abbas, il porto di Chabahar. Così come un tratto della ferrovia Cina-Iran, parte della BRI e finanziata dalla Cina.

Questa è una guerra contro l’Iran, contro la Cina, contro i BRICS, contro l’integrazione eurasiatica. Eppure l’integrazione eurasiatica si rifiuta semplicemente di essere sviata.

Creiamo corridoi di connettività, non guerre.

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Contro l’austerità di guerra europea

E così per solo un decimo di punto, il Governo Meloni ha sforato il vincolo europeo del 3% nel deficit di bilancio. È una piccola discrepanza rispetto a un debito pubblico che ha superato ogni record andando oltre i tremila miliardi di euro, ma i suoi effetti saranno devastanti per il paese; a maggior ragione con l’economia che si sta fermando a causa delle guerre di Trump e Netanyahu.

Accettando il nuovo patto di stabilità e non opponendosi al restauro del vincolo del 3%, il Governo Meloni voleva ottenere il pieno riconoscimento di un ruolo guida a livello europeo, invece si è messo nei guai, assieme al paese che vorrebbe governare.

Il tetto al deficit è nato con il Trattato di Maastricht, che nel 1992 istituì l’Unione Europea. Quel vincolo faceva parte di tutte le restrizioni imposte dalla Banca centrale tedesca ai paesi “spendaccioni”, per avere l’onore di unirsi alla potenza economica tedesca.

Il Trattato di Maastricht prescriveva che il debito pubblico non dovesse mai superare il 60% del prodotto interno di un paese, e che il deficit tra entrate e uscite del bilancio pubblico annuale non potesse essere superiore al 3%, pena misure punitive economiche e sociali.

Erano vincoli stupidi, come li definì proprio l’europeista Romano Prodi, che poi li ha sempre rispettati. Ma quei vincoli hanno avuto una funzione di politica economica fondamentale: imporre, con l’austerità di bilancio, il liberismo, le privatizzazioni e lo smantellamento dello stato sociale. Tutti i paesi europei, con maggiore o minore pesantezza, hanno subìto questa politica, destra e sinistra si sono alternate nei governi, ma hanno sempre attuato le stesse scelte di fondo.

“Lo vuole l’Europa” è stato il mantra che ha accompagnato le controriforme; ed è proprio dalla devastazione delle conquiste sociali europee che le radici essiccate del fascismo hanno ricevuto nuova linfa.

Con la pandemia i vincoli di Maastricht erano stati sospesi, perché era impossibile che l’economia sopravvisse al combinato disposto tra arresto delle attività e austerità di bilancio. Lo stato doveva spendere per impedire il collasso economico.

Poi però tutta quell’esperienza è stata rimossa, e le élite politico finanziarie che comandano nella UE hanno imposto il ritorno ai vincoli di Maastricht.

In realtà questo ritorno è stato a metà, perché tutti gli Stati, compresi i “ virtuosi” del Nord e la Germania, hanno un debito pubblico ben superiore al 60% del PIL. Restava solo il famigerato “tre per cento” come principio guida, che veniva aggiornato con una aggravante. Infatti la UE, che ha deciso il folle aumento delle spese militari in obbedienza alla NATO e a Trump, ha anche permesso ai paesi che applicano il rigore di bilancio, di tener fuori dal deficit quello che si spende per le armi.

È chiaro l’orrore? Per la sanità, la scuola, i servizi sociali vale il vincolo del 3%, per cannoni, missili e droni no. È l’austerità di guerra europea, quella annunciata e propagandata da Draghi, che a suo tempo la sintetizzò con la battuta: per armarsi contro la Russia si può anche rinunciare ai condizionatori. A ben più dei condizionatori dovrà rinunciare la grande maggioranza della popolazione italiana.

Lo sforamento del patto di stabilità fa sì che l’Italia non possa mettere le spese militari fuori dal deficit di bilancio. Cosi il riarmo ci costerà due volte: perché ogni euro in più per le armi dovrà essere direttamente sottratto alla spesa sociale, E il Governo Meloni ha accettato che la spesa per armi arrivi fino al 5%del PIL. Ci rendiamo conto di che catastrofe per il nostro paese significhi il doppio vincolo dell’austerità di bilancio e del riarmo?

È bene ricordare che già oggi il bilancio dello Stato è in “attivo primario”. Cioè lo Stato prende dai cittadini in tasse e contribuiti PIÙ di quello che restituisce in servizi e stipendi. Il deficit è dovuto unicamente al fatto che tutto l’attivo del bilancio, più altro debito, serve a pagare gli interessi del debito pubblico.

Insomma il 3% di tetto al deficit di bilancio ed il 5% di obiettivo per la spesa militare sono insostenibili separatamente, distruttivi assieme.

Oggi più che mai la politica estera è anche politica interna e il vincolo euroatlantico, accettato da Meloni e non denunciato dal campo largo, ci porterà ad una mostruosa recessione economica.

Il solo modo per difendere davvero i salari e le condizioni di vita della popolazione è rompere con i vincoli UE e NATO e rifiutare l’austerità di guerra europea. Ogni altra politica ci porta verso il collasso sociale e la guerra.

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Romania in crisi. Il lato orientale dell’Unione Europea è in piena turbolenza

Bruxelles era appena riuscita a ingoiare il rospo dell’Ungheria, salutando la sconfitta di Orban e celebrando la vittoria della destra “europeista”, quando dalla Bulgaria era arrivato un risultato in “controtendenza”. Ma adesso arriva un’altra rogna.

Il governo “europeista” della Romania è andato in crisi perché il Partito Socialdemocratico (PSD) – il maggiore partito della coalizione al governo a Bucarest – ha fatto venire meno il suo sostegno al primo ministro “europeista” Ilie Bolojan, aprendo così una crisi di governo.

Bolojan, che fa parte del Partito Nazionale Liberale (PNL) di centrodestra, è in carica come primo ministro dal maggio del 2025.

Il governo in carica ha imposto misure economiche ispirate al rigore di bilancio vincolate dagli 11 miliardi di euro di fondi Ue che dovrebbero arrivare solo se Bucarest rispetterà i dettami europei. La Romania è da tempo in grave difficoltà economica e dal 2020 il paese è sotto procedura per deficit eccessivo da parte della Commissione Europea.

Alle ultime elezioni presidenziali il candidato “europeista” – l’ex sindaco di Bucarest Nicușor Dan – aveva sconfitto al ballottaggio George Simion, il leader di Alleanza per l’Unione dei Romeni (AUR), che era in testa nei sondaggi e che adesso lo è diventato di nuovo.

Le elezioni in Romania furono caratterizzate da pesantissime ingerenze dell’Unione Europea sul risultato e sull’azione della magistratura che portarono all’esclusione dei candidati eurocscettici che erano in testa nelle intenzioni di voto.

I Socialdemocratici romeni si sono dichiarati delusi dalle politiche economiche del premier Bolojan e in particolare dall’aumento delle tasse, a cui attribuiscono il proprio calo nelle intenzioni di voto a vantaggio dell’Alleanza per l’Unione dei Romeni.

AUR ha dichiarato che a maggio presenterà una mozione di sfiducia, e i Socialdemocratici potrebbero fare lo stesso. Insieme avrebbero i numeri per fare approvare la sfiducia, facendo così cadere il governo gradito a Bruxelles.

Se le cose andassero in questo modo, Nicușor Dan, da un anno nuovo presidente della Romania dovrà rifare le consultazioni per formarne un nuovo governo, espressione probabilmente della medesima coalizione, di cui oltre a PNL e Socialdemocratici fanno parte i liberali dell’Unione Salva Romania (USR) e il partito della minoranza ungherese.

Dan ha dichiarato sin dal suo insediamento una sorta di conventio ad excludendum contro lo schieramento nazionalista e antieuropeista.

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Una linea facilitata per l’accesso al dollaro, o gli Emirati minacciano di usare lo yuan cinese

Gli Emirati Arabi Uniti hanno avviato una trattativa serrata con la Casa Bianca per ottenere una via d’accesso privilegiata ai dollari statunitensi, attraverso linee di swap valutario. La mossa, rivelata dal Wall Street Journal, arriva mentre il conflitto tra l’asse USA-Israele e l’Iran minaccia di trascinare la monarchia del Golfo in una pesante crisi finanziaria, mettendo a rischio la stabilità della sua moneta (il dirham) e anche il ruolo di hub finanziario globale assunto dal paese.

La scorsa settimana, il governatore della Banca Centrale emiratina, Khaled Mohamed Balama, ha incontrato a Washington il Segretario al Tesoro statunitense Scott Bessent e i vertici della Federal Reserve. L’obiettivo è stabilire una linea di swap: un accordo che permetterebbe ad Abu Dhabi di ottenere liquidità in dollari a costi contenuti per difendere le proprie riserve e sostenere l’aggancio della valuta locale al biglietto verde.

Sebbene non sia stata ancora presentata una richiesta formale, funzionari arabi hanno descritto l’iniziativa come una misura precauzionale necessaria a fronte di una possibile crisi di liquidità. La vicenda ha proporzioni sistemiche significative per l’attuale modello finanziario poiché gli emirati avrebbero accompagnato la richiesta con una minaccia poco velata: se il paese dovesse trovarsi a corto di dollari, potrebbero essere costretto a utilizzare lo yuan cinese o altre valute straniere per le transazioni petrolifere.

Il primato globale del dollaro si fonda, in larga parte, sul suo utilizzo quasi esclusivo nel mercato energetico. In questo modo, la moneta USA è diventato uno strumento fondamentale dell’imperialismo yankee nell’ultimo mezzo secolo. Anche semplicemente la possibilità che un dei principali produttori OPEC (oltre 3 milioni di barili al giorno) possa aprire le porte alla divisa cinese nelle transazioni sul petrolio rappresenta un pericolo enorme per Washington.

L’aggressione all’Iran e il suo fallimento, fino a questo momento, si configurano almeno come una battuta d’arresto non indifferente, ma potrebbero diventare una vera e propria disfatta strategica se ciò accelererà il processo di dedollarizzazione. E per quanto gli Emirati siano storici alleati degli Stati Uniti, il coinvolgimento nel conflitto contro Teheran ha avuto costi altissimi.

La Repubblica Islamica ha risposto con migliaia di attacchi tramite droni e missili, colpendo infrastrutture chiave per gas e petrolio. Il blocco parziale dello Stretto di Hormuz ha inoltre paralizzato le esportazioni via mare, recidendo la principale fonte di afflusso di dollari per il paese.

I funzionari di Abu Dhabi non nascondono il proprio malumore nei confronti dell’amministrazione Trump, che ha mostrato ai paesi del Golfo, nel più bellicoso dei modi, l’incapacità statunitense di difenderli, elemento di scambio nell’accordo per il mantenimento del sistema del petrodollaro.

In attesa di una risposta dalla Federal Reserve, gli Emirati si sono mossi su altri fronti. Ma rimane il problema che qualsiasi ipotesi di ripresa veloce non è plausibile, nemmeno si raggiungesse davvero una pace tra i contendenti. Anche il ministro saudita delle Finanze, Mohammed Al-Jadaan, ha raffreddato qualsiasi entusiasmo rispetto a una ripartenza immediata del mercato degli idrocarburi.

L’aggressione all’Iran si sta rivelando sempre più come uno spartiacque storico rispetto al processo di erosione dell’egemonia statunitense nel mondo.

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