Presentazione


Analisi, opinioni, fatti e (più di rado) arte da una prospettiva di classe.

24/09/2026

I cinesi e le sigarette

Segnali di reazione. Pompe di benzina bloccate, letame davanti all’Eni

L’aumento del prezzo dei carburanti alla fine non poteva che produrre reazioni sociali, soprattutto di fronte alle furbate del governo e alla immunità assicurata alle società che speculano sui prezzi di benzina, gasolio e gas traendone extraprofitti.

A Livorno un gruppo di operai ha scaricato del letame davanti all’ingresso della raffineria dell’ENI, mentre altri avevano bloccato un grosso distributore di benzina.

È il momento di tornare a mobilitarsi, di organizzare la protesta e di mettere in campo tutta la forza dei lavoratori. USB apre lo stato di agitazione sindacale contro il carovita e il caro carburanti e ha lanciato una manifestazione per giovedì 1 ottobre alle 17:30 davanti al Deposito e Carico Carburanti a Stagno (accanto all’ingresso della raffineria), mentre ricorda lo sciopero internazionali dei portuali del prossimo 30 ottobre con manifestazioni in tutte le città contro la guerra e il riarmo.

“Dobbiamo tornare a bloccare il paese” – scrive USB livornese in un comunicato – “Lo abbiamo dimostrato nel settembre e nell’ottobre dello scorso anno: quando i lavoratori si mobilitano, possono fermare ciò che sembra inarrestabile”.

Nella stessa il sindacato ricorda agli smemorati che nel luglio del 2008 il petrolio arrivò a sfiorare i 150 dollari al barile e il gasolio costava in Italia circa 1,50 euro al litro. Oggi il petrolio è tornato sopra i 100 dollari al barile, ma benzina e gasolio hanno superato anche i 2,50 euro al litro, con prezzi che continuano a crescere, e a pagare sono ancora una volta lavoratrici e lavoratori.

“Le grandi multinazionali dell’energia continuano a fare profitti mentre il costo della vita aumenta e milioni di persone fanno sempre più fatica ad arrivare alla fine del mese. E le scelte del Governo stanno assecondando questo meccanismo. A tutto questo si aggiungono l’escalation militare e le enormi risorse destinate al riarmo, mentre per salari, pensioni e servizi pubblici le risorse sembrano non esistere.
Nel frattempo, i salari dei lavoratori italiani sono fermi al palo da anni. Gli aumenti contrattuali, frutto della cosiddetta moderazione salariale perseguita per anni da CGIL, CISL e UIL insieme alle organizzazioni datoriali, non hanno tenuto il passo con l’inflazione e con l’aumento del costo della vita”
.

Ieri pomeriggio a Roma l’USB, insieme agli studenti e Potere al Popolo aveva manifestato contro il carovita davanti alla sede del Ministero dell’Economia e Finanza bloccando la circolazione in via XX Settembre. A Milano invece la manifestazione si è svolta sotto la sede dell’Arera, l’autority che dovrebbe governare i prezzi energetici, dove alcune riproduzioni delle bollette di luce e gas sono state bruciate in piazza.

Fonte

L’Onu come teatro, con uomini e no

Lo scontro delle civiltà sta andando in scena all’Onu. Ma il canovaccio è l’esatto opposto della narrazione autocelebrativa in voga dalle nostre parti, perché “la giungla” mostra cervello, resistenza, pazienza criteri che coincidono con un consesso mondiale che si vorrebbe – come da statuto – “tra pari”, anche se completamente diversi per dimensione, peso politico e militare, storia, cultura.

Capi di stato e ministri degli esteri si alternano e mettono in mostra ciò che più preme, a se stessi o al proprio paese. E già qui si possono delineare le prime grandi differenze tra chi parla per rafforzare il proprio ruolo politico interno e chi ragiona su come il proprio paese può e vuole stare in questo mondo.

Due belve senza onore né logica universale si sono distinte su tutti, straparlando solo per farsi notare “in casa”. Nel primo caso, quella statunitense, facendo alzare ed uscire le vittime delle minacce di genocidio in diretta mondiale, nel secondo – l’israeliano nato polacco – sputando in faccia ad un’aula vuota, tranne i complici Usa ed europei, più qualche isoletta-nazione tenuta per la gola.

Basta descrivere le diverse uscite dalla sala per protesta. La delegazione cubana e quella iraniana se ne sono andate davanti alla minaccia di “annientamento” in caso di mancata resa, con l’uso dell’arma atomica contro Teheran e lo strangolamento economico contro L’Avana. È la protesta delle vittime davanti alla volontà di proseguire l’assalto.

L’unico funzionario della delegazione statunitense, invece, se n’è andato mentre il presidente Pezeshkian mostrava al mondo le foto dei bambini massacrati a Minab, il primo giorno dell’ultima guerra. È una fuga che semina il fetore degli stragisti obbligati a render conto dei propri misfatti in pubblico. L’opposto, insomma.

Il presidente iraniano è un laico, un cardiochirurgo di livello, non un ayatollah né un pasdaran. È stato eletto battendo il candidato preferito dal clero. Un “moderato”, secondo la narrativa occidentale.

Un “moderato” capace però di accusare gli Stati Uniti che cercano “di sacrificare la popolazione di un paese per raggiungere i loro obiettivi illegittimi”.

Che ha rivendicato il diritto alla ricerca sul nucleare civile ribadendo che il suo paese è contrario alla proliferazione atomica (“Non chineremo il capo e non rinunceremo al diritto che è intrinsecamente nostro. Lo diciamo chiaramente: niente armi nucleari e nessuna limitazione alla tecnologia nucleare pacifica”).

Che ha denunciato l’osceno “doppio standard” occidentale proprio su questo terreno. In Medio Oriente “le bombe nucleari sono nelle mani del regime israeliano, ma gli ispettori sono invitati a venire in Iran”. E mentre gli “israeliani uccidono, noi siamo sanzionati, siamo puniti”.

Un “moderato” che ha ricordato come “Non si può parlare di pace ignorando la Palestina, che rimane una ferita aperta sulla coscienza della comunità internazionale, e Gaza rimane un simbolo del fallimento dei meccanismi internazionali per prevenire le sofferenze civili”.

“Gaza, nonostante l’uccisione implacabile e la devastazione diffusa, ha rafforzato la fede del popolo nella resistenza, e la resistenza non può essere distrutta da bombe e assedio; questa è la natura umana”.

“Se un essere umano viene cacciato dalla sua terra, resisterà. Se le loro case sono sottoposte a bombardamenti e aggressioni e attacchi, resisteranno; quale altra scelta hanno? Soccombere alla sopraffazione? Essere cacciati dalle loro case, dalle loro terre, e rimanere in silenzio di fronte a queste minacce e pericoli? E quando si difendono, sono etichettati come terroristi”.

Parole nette, pronunciate dal leader di un paese che non ha attaccato nessuno, “Ma lo diciamo chiaramente: per difendere il nostro paese, non chiediamo il permesso o l’approvazione di nessuno”. Perché “i nostri sistemi difensivi sono stati costruiti in modo che nessuno possa pensare che bombardare le città iraniane rimarrà senza risposta”.

Allo stesso tempo, però, conduce trattative anche ai margini dell’Assemblea dell’Onu. Il ministro degli esteri Abbas Araghci si è infatti incontrato per quasi tre ore con i soliti Steve Witkoff e Jared Kushner (il genero di Trump che cedeva la sua stanza a Netanyahu quando era in visita a New York, prima che diventasse premier...). Com’è ovvio non si sa molto, ma sarebbe stato un dialogo “positivo”, anche per Trump.

Più ricco di dettagli il comunicato stampa di Esmail Baghaei, portavoce di Araghci: “In questo colloquio mediato dal Qatar, durato oltre due ore, sono state trasmesse alla parte americana le posizioni e le condizioni dell’Iran per rilanciare la diplomazia in un modo che non lasci dubbi o ambiguità e non fornisca scuse o pretesti a qualsiasi parte”.

Le richieste dell’Iran per riprendere i negoziati sono in fondo sempre le stesse, dall’inizio unilaterale delle ostilità: “la fine di tutti gli atti di aggressione degli Stati Uniti, come il blocco navale e la guerra economica; la fine della guerra su tutti i fronti; il rilascio dei beni iraniani congelati; e l’accettazione di una rotta di navigazione sicura attraverso Hormuz concordata da Iran e Oman”. 

Ha chiuso la giornata il ministro degli esteri russo Lavrov, che ha ricostruito tutti i momenti salienti della crisi ucraina, fin dal 2014, ricordando la funzione guerrafondaia ad oltranza dei leader europei (“ormai quasi tutti in pensione”, come Johnson, Hollande, Merkel, Steinmeier) e chiamando anche in causa il ruolo non proprio “super partes” dell’attuale segretario generale, Guterres.

Gli “incivili”, a conti fatti, sono la classe dirigente del presunto “giardino” euro-atlantico. Che ora, per dirne solo una, si ritrovano tra i piedi anche la grana argentina, con “Motosega” Milei – in debito di ossigeno sul fronte interno – che ha riaperto, anche dal podio Onu, la vecchia questione della sovranità sulle Falkland-Malvinas.

Come avevano capito anche i movimenti degli anni ‘60 e ‘70, gli accordi tra “porci” si possono anche stringere, tanto nessuno di loro pensa mai di rispettarli.

È una questione di civiltà...

Fonte

La fondazione Hind Rajab presenta denuncia penale in Italia contro un killer israeliano

La Fondazione Hind Rajab ha dichiarato lunedì di aver presentato una denuncia penale alle autorità italiane contro un soldato israeliano che, a suo dire, si troverebbe attualmente in Italia, accusandolo di coinvolgimento in violazioni del Diritto Internazionale durante le operazioni militari israeliane nella Striscia di Gaza.

L’organizzazione con sede a Bruxelles ha identificato il soldato come Yonatan Shalikh e ha affermato che la sua denuncia include il coinvolgimento in Crimini di Guerra, Crimini Contro l’Umanità e atti di Genocidio.

“La Fondazione Hind Rajab ha presentato una denuncia penale in Italia contro il soldato israeliano Yonatan Shalikh”, si legge in un comunicato pubblicato sul sito web dell’organizzazione.

Secondo la Fondazione, Shalikh si trova attualmente in vacanza in Toscana. Ha affermato di aver prestato servizio in una compagnia della Brigata Givati ​​israeliana, operante sotto il comando della 401ª Brigata Corazzata, durante le operazioni a Gaza.

Tra le accuse contenute nella denuncia, vi è quella secondo cui Shalikh avrebbe partecipato alle operazioni militari israeliane intorno al complesso medico Al-Shifa, inclusa la vasta distruzione del sito a Gaza tra marzo e aprile 2024.

La Fondazione ha anche affermato che l’unità di Shalikh sarebbe stata coinvolta nell’incendio della Moschea Al-Haj Hamdi Harzallah nel quartiere Al-Nasr di Gaza nel dicembre 2023.

Secondo l’organizzazione, alcune fotografie dell’epoca mostrano soldati in posa all’interno dell’edificio mentre bruciava. La fondazione sostiene che la moschea fosse sotto il controllo militare israeliano e non fosse utilizzata da gruppi armati palestinesi in quel momento.

Ha inoltre affermato che l’incidente potrebbe costituire un attacco illegale a un sito religioso protetto ai sensi del Diritto Internazionale Umanitario e ha sostenuto che facesse parte di un più ampio schema di distruzione che ha colpito edifici religiosi a Gaza.

Fonte

Un’arma di distruzione di massa senza esplosione: l’AI e lo smantellamento della mente umana

Ciò a cui assistiamo oggi non è una presa del potere sull’umanità da parte dei robot, così come il cinema l’ha immaginata. È un altro modello di controllo digitale, fondato sull’automazione e sugli algoritmi per gestire ambiti sempre più ampi della vita quotidiana.

Perdere il controllo di questi sistemi è però soltanto il lato rumoroso del pericolo, che si sviluppa rapidamente per effetto della concorrenza tra le grandi potenze e le imprese monopolistiche, al punto che le leggi non riescono a stargli dietro, e il loro sviluppo avviene dentro rapporti di proprietà e una concorrenza feroce che rendono più probabile che sfuggano al controllo e ne moltiplicano il costo per le persone.

Il suo lato più grave è molto più silenzioso, poiché l’intelligenza artificiale, sotto la struttura capitalistica che la sviluppa, contribuisce a plasmare la coscienza di miliardi di persone in un senso che serve la logica del modello capitalistico, e questa concorrenza può, in assenza di leggi efficaci, infliggere i danni più gravi alla mente umana e trasformare l’intelligenza artificiale in un’arma di distruzione di massa.

Queste inquietudini non provengono più soltanto da chi critica l'IA. La rivista TIME ha rivelato che un sistema di intelligenza artificiale è sfuggito al controllo e ha attaccato altri sistemi, e pochi giorni dopo circa 1.400 ingegneri delle maggiori imprese hanno firmato una petizione comune che chiede di regolare il ritmo dello sviluppo, e tra i firmatari figuravano alti dirigenti di quelle stesse imprese.

Decine di migliaia di persone, tra cui scienziati di primo piano del settore, hanno firmato una dichiarazione internazionale che chiede di vietare lo sviluppo della «superintelligenza» finché non esista un consenso scientifico sulla sua sicurezza, mentre pensatori e tecnici hanno chiesto che il suo sviluppo venga regolato per legge e posto sotto supervisione sociale.

Il 12 settembre 2026, sotto una pressione mondiale popolare, delle organizzazioni per i diritti umani e anche del mondo tecnico, le imprese del capitalismo digitale si sono viste costrette a rompere il loro silenzio. Dario Amodei, amministratore delegato di Anthropic, ha pubblicato un articolo intitolato «Dobbiamo regolare il ritmo sulla frontiera tecnologica», nel quale invita la propria industria a rallentare la corsa dello sviluppo e propone di aprire i laboratori a valutatori indipendenti con pieni poteri, un organismo di norme comuni tra le imprese e un accordo internazionale che comprenda la Cina.

Nel giro di poche ore Sam Altman ha annunciato la sua adesione e ha adottato la stessa misura, Elon Musk ha scritto «Dario ha ragione», e a loro si è unito Demis Hassabis di Google DeepMind, mentre le tre imprese hanno rivelato di discutere di questo dossier da settimane.

Questa ammissione, che viene dai proprietari stessi, è la conferma più chiara della gravità della situazione, poiché dicono apertamente di non potersi fermare da soli, perché chi rallenta perde di fronte ai concorrenti, il che significa che il nocciolo del problema sta nella struttura stessa della proprietà e della concorrenza.

La risposta dell’amministrazione statunitense è arrivata in fretta, poiché Donald Trump ha definito questi avvertimenti una «truffa» e una «cospirazione malata» e ha scritto «non uccidete la gallina dalle uova d’oro», mentre il suo vice JD Vance li ha giudicati un «cavallo di Troia».

Così lo Stato più potente si schiera dalla parte dell’accelerazione senza controlli, perfino di fronte a chi fabbrica questa tecnologia. E non credo che queste imprese prenderanno misure effettive. È più probabile che le loro misure restino formali e mirino ad assorbire l’inquietudine e l’opposizione crescenti, poiché sono legate ai poteri di governo e sottoposte alle regole della concorrenza e del dominio.

Nessuno nega le enormi possibilità offerte dall’intelligenza artificiale. Comprime anni di ricerca nella scoperta di farmaci, aumenta la precisione della diagnosi delle malattie e permette di individuarle precocemente, modella i cambiamenti climatici e avverte delle loro catastrofi, e abbatte le barriere linguistiche e mette il sapere alla portata di chi ne è stato privato.

E sono proprio queste conquiste a rendere la domanda più urgente, poiché l’articolo non contesta tali capacità. Ciò che chiede è a chi appartengono, chi le orienta, quali interessi servono e come vengono impiegate.

Dall’orientamento della coscienza alla servitù digitale volontaria

Questa tecnologia viene impiegata in modo sistematico per orientare la coscienza delle persone in un senso che rafforza la cultura capitalistica e i suoi valori, poiché gli algoritmi di classificazione e raccomandazione controllano il contenuto mostrato e sono progettati per nutrire gli utenti con ciò che serve la visione capitalistica.

La tendenza si è consolidata con l’espansione delle piattaforme, dato che secondo il rapporto dell’Unione internazionale delle telecomunicazioni circa tre quarti della popolazione mondiale sono oggi utenti di internet, e questo si deve in parte all’impegno delle imprese monopolistiche e delle grandi potenze nel portare internet in ogni angolo del mondo, e in particolare nei paesi del Sud, perfino in regioni prive di acqua potabile e di elettricità, perché la priorità dell’investimento va a ciò che allarga il mercato prima che a ciò che risponde ai bisogni delle persone, e questo è un nuovo colonialismo nella sua forma digitale.

E così la coscienza collettiva viene condotta gradualmente ad accettare questi valori come naturali e inevitabili, al punto che la maggior parte degli utenti, compresi settori della sinistra, vede in questa tecnologia strumenti neutrali. L’effetto raggiunge anche le facoltà mentali, poiché secondo uno studio di ricercatori dell’Istituto di tecnologia del Massachusetts affidarsi a strumenti di scrittura con IA riduce l’attività cerebrale e indebolisce la memoria, fenomeno che i ricercatori hanno chiamato «debito cognitivo», mentre un altro studio ha associato l’uso frequente dell'IA a un indebolimento del pensiero critico attraverso la «delega cognitiva».

E non si limita ai laboratori, dato che i risultati della valutazione internazionale degli studenti hanno spostato il quadro su interi sistemi educativi, con i risultati peggiori nella storia delle scuole europee, e dietro tutto questo sta il modello di profitto delle piattaforme fondato sulla dipendenza digitale e sullo sfruttamento dei grandi volumi di dati per manipolare le motivazioni delle persone.

Ciò che rende questo dominio più pericoloso è il suo carattere volontario, poiché le persone vengono spinte dentro questa «servitù digitale» senza costrizione e con l’illusione del controllo e della scelta.

Ora, una libertà le cui condizioni non appartengono a chi la esercita non è libertà, poiché è una scelta tra ciò che il capitale le ha messo davanti. E quel che accade a livello della persona si ripete a livello dell’umanità, dato che l’assenza di proprietà collettiva e di controllo democratico è ciò che porta la persona a perdere il dominio sulla propria coscienza, e può portare l’umanità a perdere il dominio sullo strumento più pericoloso che abbia costruito, riproducendo così in forma digitale l’alienazione umana, nella quale l’essere umano resta sottoposto ad algoritmi che stabiliscono per lui che cosa legge, come pensa e come comunica.
 
L’intelligenza artificiale può trasformarsi in un’arma di distruzione di massa

Sul piano militare, questa concorrenza prende corpo in una vera corsa agli armamenti che comprende armi autonome, robot da combattimento e sistemi di designazione degli obiettivi. E ci sono ricercatori che avvertono del collasso di questi sistemi quando passano dall’ambiente di test alle condizioni della guerra. Il pericolo non è ipotetico, poiché ci sono stati sistemi di intelligenza artificiale sfuggiti al controllo in casi annunciati e documentati.

Ora, la distruzione che può derivare dall’intelligenza artificiale non si ferma ai confini della guerra e delle operazioni militari, poiché ha un altro livello, più sommesso nel suono e più esteso nella portata. L’arma nucleare è stata legata a un uso militare diretto, relativamente visibile e sottoposto a calcoli e ad accordi internazionali dichiarati, e il suo pericolo è rimasto confinato all’istante della detonazione e a ciò che ne segue.

Sul piano della coscienza, al contrario, l’intelligenza artificiale lavora in silenzio e si infiltra nei dettagli della vita quotidiana, nell’istruzione, nel lavoro, nei media, nei servizi e nella maggior parte degli snodi della società, indebolisce le capacità umane, approfondisce la dipendenza dai sistemi digitali, e con essa arretrano il pensiero critico e l’autonomia cognitiva.

Qui la distruzione diventa meno rumorosa e più diffusa, e la servitù digitale stessa si converte in una forma di arma di distruzione di massa, poiché non uccide la persona in un colpo solo, e invece ne modifica la coscienza, le capacità e le relazioni giorno dopo giorno. I due livelli sono due facce di una stessa arma: l’uno distrugge i corpi in un istante, l’altro smonta le menti con calma.

E guardando i due livelli insieme, il pericolo non sta soltanto nel produrre armi più letali, sta anche nel rimodellamento dell’essere umano e della società quando lo sviluppo e l’impiego dell’intelligenza artificiale sono sottoposti alla logica del profitto, della concorrenza, del monopolio e del controllo. L’intelligenza artificiale può minacciare la capacità umana di comprendere, scegliere, analizzare e decidere.

Per questo centinaia di ricercatori di primo piano nell’intelligenza artificiale, tra cui chi ha contribuito a costruirla, hanno firmato una dichiarazione sintetica secondo cui «mitigare il rischio di estinzione causato dall’intelligenza artificiale deve essere una priorità globale, accanto ad altri rischi su scala sociale come le pandemie e la guerra nucleare».

Quando la tecnologia più pericolosa nella storia dell’umanità diventa una carta nelle mani della rivalità geopolitica e militare capitalistica tra i grandi poli, senza freni giuridici, sociali e democratici reali, il rischio di perdere il controllo cessa di essere una minaccia soltanto per la coscienza individuale e diventa una minaccia per il futuro della società e dell’umanità intera.

Un terreno di lotta di classe e di lotta cognitiva

Sarebbe tuttavia un errore cadere nel determinismo tecnologico. L’intelligenza artificiale è un terreno aperto di lotta di classe e di lotta cognitiva, dove il capitale la impiega nella repressione, nella designazione degli obiettivi, nell’uccisione e nel lavaggio della coscienza, mentre medici, ricercatori del clima, attivisti, sindacati e movimenti operai la usano nella cura, nella lotta e per far arrivare la voce delle vittime.

E le stesse evidenze che registrano il danno registrano il beneficio quando le condizioni cambiano, nell’istruzione e nei luoghi di lavoro, dove il rendimento e la produttività salgono quando il sistema è progettato perché sia chi lo usa a fare il lavoro invece di farlo al suo posto, e quando si mantiene la supervisione sociale.

Resta la domanda più importante: a chi vanno questi guadagni? L’aumento della produttività significa un accrescimento del plusvalore estratto dal lavoro delle lavoratrici e dei lavoratori manuali e intellettuali, e l’intelligenza artificiale non è qui una tecnica neutrale, poiché intensifica lo sfruttamento, dato che produce lo stesso valore con meno lavoro e meno tempo, mentre la maggior parte dei guadagni si converte in profitti per il capitale.

Lo si vede nel campo del lavoro, dove la minaccia sull’occupazione ha cessato di essere una possibilità futura, poiché è già cominciata la soppressione e la riduzione di numerosi posti e mansioni professionali, e ampi settori affrontano il rischio di perdere il lavoro o di vedere peggiorare le proprie condizioni.

Questo cambiamento viene presentato spesso come se l’intelligenza artificiale fosse un’entità indipendente che «si impadronisce» dei posti di lavoro, e questa formulazione nasconde la decisione economica e politica che le sta dietro, poiché sono le imprese e i datori di lavoro a decidere l’investimento, il licenziamento dei lavoratori e la ripartizione dei guadagni di produttività, e ogni posto di lavoro soppresso è il risultato di una decisione umana su chi raccoglie i frutti del progresso tecnico e chi ne sopporta il costo.

E anche là dove non sostituisce nessuno, basta agitare la possibilità di licenziare perché tutti si disciplinino, chi lavora accetta orari più lunghi, salari più bassi e una sorveglianza più stretta per paura di perdere il posto.

Così l’esercito salariale di riserva assume una nuova forma digitale che indebolisce la capacità della classe lavoratrice di negoziare, organizzarsi e scioperare. La disoccupazione non è qui un destino tecnico, dipende dal modo in cui la tecnologia viene usata e dalle decisioni del capitale, poiché quella stessa tecnica è in grado, dentro altri rapporti sociali, di ridurre la giornata lavorativa, mantenere i salari, allargare il tempo di riposo e liberare gli esseri umani dal lavoro estenuante.

Il problema non sta nel produrre di più con meno lavoro. Sta nel fatto che i frutti di tutto ciò vengono orientati, sotto il sistema capitalistico, verso l’accumulazione di profitti, invece di convertirsi in tempo libero, sicurezza economica e una vita migliore per chi produce il valore.

Conclusione e compiti: verso un’intelligenza artificiale al servizio dell’umanità

Qui affiora la contraddizione fondamentale: l’intelligenza artificiale è un prodotto sociale per eccellenza, costruito sul sapere umano accumulato e sul lavoro di milioni di persone, eppure di appropriano dei suoi frutti una manciata di monopoli e di Stati.

È la contraddizione tra il carattere sociale della produzione e l’appropriazione privata dei suoi risultati, riprodotta nelle forze produttive più avanzate della storia. Il problema fondamentale risiede nella proprietà dei mezzi digitali di produzione e nel controllo su di essi, ed è questo che sposta la battaglia dal terreno della lamentela contro la tecnologia al terreno della lotta di classe.

Ciò che abbiamo oggi davanti non è un destino tecnico inevitabile. È il prodotto di scelte politiche ed economiche che servono gli interessi del capitale, e può essere combattuto.

Questo richiede un’organizzazione di sinistra, progressista e basata sui diritti a livello mondiale, lavorare alla costruzione di alternative digitali di sinistra e progressiste, collocare l’infrastruttura dei dati sotto l’interesse pubblico e la gestione sociale, trasformare gli algoritmi da «scatole nere» in software open source sottoposto ad audit indipendente, imporre la trasparenza nella progettazione dei modelli e nelle fonti dei loro dati, sostenere alternative digitali cooperative di proprietà di chi le usa e di chi vi lavora, e orientare questa tecnologia a servire i bisogni della società e la giustizia sociale.

Senza questi meccanismi, l’appello alle leggi e alla supervisione resta generico e insufficiente, e la tecnologia resta ostaggio di una manciata di imprese monopolistiche e di grandi potenze. Attraverso la proprietà sociale, la responsabilizzazione sociale e le alternative cooperative, invece, diventa possibile strappare l’intelligenza artificiale alla logica del monopolio e del profitto e trasformarla in proprietà collettiva e in un mezzo di liberazione umana.

Fonte

Vertice dei BRICS+: tra promesse e contraddizioni

Il 18° Vertice dei BRICS, tenutosi a Nuova Delhi dal 12 al 13 settembre, si è svolto in un contesto di eccezionale intensificazione delle contraddizioni internazionali. Le guerre nell’Asia occidentale, le sanzioni unilaterali, le barriere tariffarie e l’uso della finanza e della tecnologia come armi hanno messo in evidenza il carattere fondamentalmente diseguale dell’ordine internazionale dominato dall’imperialismo.

In questo contesto, la continua espansione dei BRICS riflette il desiderio dei Paesi in via di sviluppo di raggiungere una maggiore autonomia strategica e un sistema più democratico di governance globale. Allo stesso tempo, il vertice ha dimostrato che i BRICS+ restano un raggruppamento eterogeneo, i cui membri differiscono sostanzialmente per allineamenti politici e interessi economici.

La Dichiarazione di Nuova Delhi, frutto del vertice, ha ribadito la richiesta di una riforma delle Nazioni Unite, delle istituzioni finanziarie internazionali e del sistema commerciale multilaterale. Si è opposta alle sanzioni unilaterali non autorizzate dal Consiglio di Sicurezza delle Nazioni Unite e ha sostenuto un maggiore ricorso al commercio nelle valute nazionali.

La dichiarazione ha inoltre appoggiato una maggiore rappresentanza dei Paesi in via di sviluppo nelle istituzioni le cui regole continuano a essere determinate principalmente dagli Stati Uniti e dai loro alleati. Queste posizioni assumono un’importanza concreta in un momento in cui Washington ricorre sempre più a sanzioni, dazi, controlli sulle esportazioni e controllo dei sistemi di pagamento per disciplinare i Paesi che rifiutano di accettare le sue direttive.

Ambiguità

Tuttavia, il linguaggio attentamente negoziato della dichiarazione ha anche rivelato i limiti dell’allargamento dell’organizzazione. I BRICS+ comprendono ora Paesi sottoposti a una pressione occidentale costante, come Russia e Iran, così come gli Emirati Arabi Uniti e altri Stati che mantengono ampi legami economici e di sicurezza con l’Occidente.

Di conseguenza, il consenso può essere mantenuto soltanto attraverso formulazioni che riconoscano i conflitti senza identificarne sempre le cause politiche. Questa ambiguità è stata particolarmente evidente nel trattamento riservato dal vertice alla guerra sempre più estesa nell’Asia occidentale e alla posizione assunta dall’Iran.

Il presidente iraniano, Masoud Pezeshkian, ha approfittato del vertice per denunciare le sanzioni unilaterali e la guerra di aggressione contro l’Iran condotta dagli Stati Uniti e da Israele. Ha sottolineato, correttamente, che la resilienza economica non può essere separata dalla pace, dalla sovranità e dalla sicurezza.

L’Iran ha inoltre sostenuto il commercio nelle valute nazionali, un maggiore utilizzo della Nuova Banca di Sviluppo e la costruzione di corridoi indipendenti per i trasporti e l’energia (come ha già fatto attraverso il Pakistan, che ha fornito sei rotte terrestri per consentire alle merci cinesi e russe di entrare in Iran).

Per un Paese sottoposto a decenni di sanzioni, all’esclusione dalle reti finanziarie occidentali e a ripetute minacce di cambio di regime, l’appartenenza ai BRICS+ rappresenta un’importante opportunità diplomatica ed economica.

La posizione dell’Iran, tuttavia, presenta una marcata ambiguità. Teheran presenta i BRICS+ come uno strumento per resistere all’unilateralismo e difendere la sovranità. Allo stesso tempo, deve cercare un accordo con gli Stati vicini del Golfo, molti dei quali sono profondamente integrati con il capitale e gli accordi di sicurezza occidentali.

L’Iran ha firmato una dichiarazione che chiedeva moderazione e de-escalation, mentre accusava Stati Uniti e Israele di aggressione e difendeva le proprie azioni di ritorsione. La sua posizione combattiva nei confronti della pressione imperialista si combina quindi con uno sforzo pragmatico per evitare l’isolamento regionale, ottenere un allentamento delle sanzioni e preservare i canali negoziali.

Questo non dovrebbe essere interpretato semplicemente come un’incoerenza. L’Iran si trova ad affrontare una coalizione militare e finanziaria di gran lunga superiore alle proprie forze e deve muoversi all’interno di severe limitazioni. Ma ciò illustra anche il problema più ampio che i BRICS+ devono affrontare.

L’opposizione al dominio occidentale non genera automaticamente un programma coerente di natura antimperialista. Gli Stati partecipanti sono Stati capitalisti che perseguono i rispettivi interessi nazionali. Le loro classi dominanti possono opporsi a determinati aspetti dell’egemonia statunitense, pur rimanendo disponibili a raggiungere accordi con la finanza globale o con potenze regionali reazionarie.

Di conseguenza, i BRICS+ costituiscono un terreno di confronto all’interno dell’ordine mondiale in trasformazione, non un’alternativa già costituita all’imperialismo.

Partner

L’evento politico più significativo del vertice per l’Asia è stato l’incontro tra il primo ministro Narendra Modi e il presidente cinese Xi Jinping. La prima visita di Xi in India dopo sette anni ha confermato il graduale miglioramento delle relazioni a partire dagli accordi di ritiro militare avviati nel 2024.

I due leader hanno concordato che India e Cina dovrebbero considerarsi partner anziché rivali e affrontare le relazioni bilaterali da una prospettiva strategica di lungo periodo. Hanno inoltre discusso della questione dei confini, del commercio, dell’accesso ai mercati e dei problemi delle catene di approvvigionamento.

Qualsiasi miglioramento duraturo nelle relazioni tra India e Cina dovrebbe essere accolto positivamente. Il prolungato confronto seguito allo scontro nella valle di Galwan del 2020 ha danneggiato entrambi i Paesi, ha aumentato la spesa militare e ha rafforzato gli sforzi degli Stati Uniti per coinvolgere l’India nella propria strategia indo-pacifica. Washington ha cercato costantemente di trasformare l’India in un contrappeso strategico alla Cina attraverso il Quad e l’espansione della cooperazione militare e tecnologica.

Pertanto, un confronto continuo tra India e Cina avvantaggia molto più la strategia degli Stati Uniti che gli interessi delle popolazioni indiana e cinese.

La pace e la tranquillità lungo la Linea di Controllo Effettivo restano indispensabili. Gli accordi sul ritiro delle truppe devono essere seguiti da un impegno costante sul piano diplomatico e militare, dalla chiarificazione delle aree contese e dalla rigorosa osservanza degli accordi esistenti.

Non si dovrebbe permettere né alla retorica nazionalista né alla costruzione competitiva di infrastrutture di provocare un nuovo confronto. Le differenze sul confine non possono essere ignorate, ma possono e devono essere gestite senza subordinare l’intera relazione a una rivalità militarizzata.

Le relazioni economiche presentano una contraddizione altrettanto difficile. La Cina è uno dei maggiori partner commerciali dell’India e un’importante fonte di macchinari, componenti elettronici, prodotti chimici, apparecchiature per le energie rinnovabili e altri fattori produttivi industriali.

Tuttavia, l’enorme deficit commerciale dell’India nei confronti della Cina riflette sia la debolezza del settore manifatturiero indiano sia gli ostacoli che le esportazioni indiane incontrano sul mercato cinese.

Per affrontare questo squilibrio sono necessari un migliore accesso al mercato, investimenti cinesi realizzati in condizioni trasparenti e, soprattutto, una politica industriale indiana capace di sviluppare la capacità produttiva nazionale. Negli ultimi sei mesi, il commercio bilaterale è aumentato vertiginosamente.

L’approccio del governo Modi ha alternato la dipendenza dalle importazioni cinesi e le restrizioni, motivate politicamente, agli investimenti e alla tecnologia cinesi. La sua retorica del “China plus one” non può nascondere il fallimento delle proprie politiche nel generare un’industrializzazione di ampia base. Neppure un più stretto allineamento strategico con gli Stati Uniti può fornire all’India una base manifatturiera indipendente.

Gli Stati Uniti cercano un accesso privilegiato al mercato indiano, mentre ricorrono a dazi, restrizioni tecnologiche e pressioni politiche ogni volta che le politiche indiane si discostano dai loro interessi. L’incoerenza del governo Modi emerge soprattutto dalla sua incapacità di elaborare realmente un’agenda nazionale di sviluppo che sfrutti il dinamismo dell’economia cinese e prenda le distanze da un’America sempre più orientata verso il nazionalismo economico.

La Cina, da parte sua, deve riconoscere che relazioni stabili richiedono sensibilità nei confronti delle legittime preoccupazioni dell’India. Tra queste vi sono la questione irrisolta del confine, l’accesso diseguale ai mercati e lo squilibrio commerciale.

La considerevole asimmetria tra le due economie rende particolarmente importante la reciprocità. L’appello di Pechino alla collaborazione acquisterà significato soltanto quando sarà accompagnato da misure concrete che consentano a beni e servizi indiani di entrare nel mercato cinese e impediscano che le tensioni sul confine finiscano ripetutamente per oscurare il dialogo politico.

La cooperazione tra India e Cina conferirebbe ai BRICS+ un peso molto maggiore nella lotta per la democratizzazione dell’ordine internazionale. Insieme, i due Paesi rappresentano più di un terzo dell’umanità.

La loro cooperazione potrebbe favorire la riforma delle istituzioni internazionali, il finanziamento di politiche a vantaggio del clima, lo scambio di tecnologie, le iniziative di sanità pubblica e un sistema commerciale più equo. Al contrario, un nuovo confronto paralizzerebbe i BRICS+ e consentirebbe alle potenze esterne di sfruttare le divisioni presenti in tutta l’Asia.

Pertanto, l’India dovrebbe seguire una politica estera indipendente basata sulla coesistenza pacifica e non partecipare a un progetto statunitense volto a contenere la Cina.

Il vertice di Nuova Delhi ha prodotto proposte per la continuità istituzionale, una cooperazione finanziaria più solida e una maggiore resilienza tra le economie in via di sviluppo. Tuttavia, le dichiarazioni avranno un valore limitato se non verranno tradotte in accordi concreti.

La Nuova Banca di Sviluppo dovrebbe ampliare i prestiti nelle valute nazionali e dare priorità alle infrastrutture socialmente necessarie, anziché riprodurre le condizioni e l’orientamento aziendale della Banca Mondiale. I meccanismi di pagamento transfrontalieri dovrebbero essere sviluppati in modo trasparente, senza creare nuove forme di dominio da parte delle economie più forti dei BRICS.

Le forti dichiarazioni a sostegno della Rivoluzione cubana e delle aspirazioni all’autodeterminazione del popolo palestinese dovranno trovare un’applicazione concreta. Riusciranno i BRICS+ a trovare un modo per rompere il crudele e illegale embargo degli Stati Uniti contro Cuba? E i BRICS+ offriranno sostegno alla riattivazione della vita politica palestinese?

I BRICS+ incarnano sia il movimento verso un nuovo equilibrio mondiale sia tutte le contraddizioni di tale movimento. Il cauto riavvicinamento tra India e Cina è un esempio di questa contraddizione, poiché combina il riconoscimento della reciproca dipendenza con una sfiducia strategica ancora irrisolta.

Il futuro dei BRICS+ dipenderà dalla capacità di gestire pacificamente tali contraddizioni e dal fatto che la cooperazione produca benefici tangibili per i lavoratori, invece di limitarsi ad ampliare il margine di manovra delle classi dominanti nazionali.

Per l’India, la strada da seguire è chiara: ristabilire relazioni normali e pacifiche con la Cina, resistere all’inserimento nella strategia militare degli Stati Uniti, opporsi all’aggressione e alle sanzioni unilaterali contro l’Iran e lavorare per un ordine multilaterale autenticamente democratico.

Ci sarà un nuovo equilibrio mondiale soltanto quando il dominio imperialista verrà limitato e aumenteranno la sovranità e le possibilità di sviluppo dei popoli. Il vertice di Nuova Delhi ha segnato un ulteriore passo in questa controversa transizione, ma la direzione e il contenuto sociale dell’ordine emergente rimangono oggetto di lotta politica.

Fonte

La BCE di Christine Lagarde è davvero la banca per le banche

di Alessandro Volpi

Il nuovo rialzo dei tassi deciso dalla Banca centrale europea riporta in primo piano una questione centrale per i conti delle banche: quando il costo del denaro sale, non necessariamente aumentano nella stessa misura i costi sostenuti dagli istituti per finanziare la propria attività, mentre possono crescere rapidamente i ricavi prodotti dagli impieghi.

È questo uno dei meccanismi che ha consentito al sistema bancario italiano di realizzare negli ultimi anni profitti eccezionalmente elevati.

Il 10 settembre la BCE ha deciso un nuovo aumento di 25 punti base, portando dal 16 settembre il tasso sui depositi al 2,50 per cento, quello sulle operazioni di rifinanziamento principali al 2,65 per cento e quello sui prestiti marginali al 2,90 per cento.

Per le banche il rialzo significa innanzitutto una cosa molto semplice: il denaro prestato a famiglie e imprese può essere remunerato a un tasso più elevato. Ma il passaggio decisivo è capire quanto di questo aumento venga effettivamente trasferito sul costo della raccolta. La risposta è che il trasferimento non è necessariamente completo né immediato.

Una parte significativa della provvista bancaria è costituita da depositi, soprattutto conti correnti e forme di liquidità che non vengono automaticamente remunerati nella stessa misura dell’aumento dei tassi ufficiali.

Quando la BCE alza i tassi, quindi, la banca può aumentare il rendimento di una parte dei propri attivi molto più rapidamente di quanto aumenti il costo complessivo della propria raccolta.

È proprio questa asimmetria a produrre l’espansione del margine di interesse. Il fenomeno è particolarmente evidente osservando ciò che è accaduto dopo l’avvio della stretta monetaria.

Nel 2021 il margine di interesse delle banche italiane era pari a circa 38,4 miliardi di euro. Nel 2024 aveva raggiunto 64,4 miliardi. Nel 2025, pur con la successiva discesa dei tassi, è rimasto a 59,9 miliardi.

Nello stesso anno il sistema bancario italiano ha realizzato, secondo un’analisi del Centro studi di Unimpresa, 47,5 miliardi di euro di utile netto, contro i 46,5 miliardi del 2024 e i 40,6 miliardi del 2023.

La dimensione dei profitti rende evidente la portata della trasformazione intervenuta con il nuovo regime dei tassi.

Non si tratta soltanto di un incremento marginale della redditività. Nel quinquennio 2021-2025 le banche italiane hanno accumulato 176,5 miliardi di euro di utili netti, mentre nel solo 2025 hanno prodotto profitti per quasi 50 miliardi.

L’aumento dei tassi, dunque, ha funzionato come un potente trasferimento di redditività verso il settore bancario, soprattutto nella fase iniziale della stretta monetaria, quando il rendimento dei prestiti è salito più rapidamente del costo della raccolta.

E anche ora che la BCE torna ad alzare il costo del denaro, il meccanismo può riproporsi. Se i tassi sui nuovi finanziamenti aumentano rapidamente mentre la remunerazione della maggior parte dei depositi rimane più contenuta, ogni ulteriore incremento dei tassi di riferimento tende ad allargare la differenza tra ciò che le banche incassano e ciò che pagano.

Il fenomeno assume ancora maggiore rilievo se si guarda al rapporto tra profitti e imposte. Nel 2025, secondo i dati elaborati da Unimpresa, a fronte di 47,5 miliardi di euro di utili netti le banche hanno versato circa 9,1 miliardi di euro di imposte, con un tax rate effettivo del 19,2 per cento. Nel 2024 il rapporto era stato del 24,2 per cento e nel 2023 del 20,1 per cento.

Sul quinquennio 2021-2025, le imposte complessivamente versate vengono stimate in 35,1 miliardi a fronte di 176,5 miliardi di utili, con un’incidenza media del 19,9 per cento.

Sono numeri che permettono di inquadrare diversamente il tema dei cosiddetti superprofitti bancari. Anche senza entrare nel giudizio politico sulla congruità della tassazione, il dato contabile mostra che nel 2025 circa quattro quinti degli utili considerati da questa analisi sono rimasti dopo il prelievo fiscale.

Per ogni 100 euro di profitto netto, quindi, il sistema bancario ha versato in media poco più di 19 euro di imposte secondo la metodologia utilizzata da Unimpresa.

Direi decisamente poco.

Naturalmente il tax rate non coincide con una singola aliquota fiscale applicata direttamente agli utili. Il sistema tributario delle banche comprende IRES, IRAP, deduzioni, differenze tra risultato civilistico e imponibile fiscale e altre componenti che possono modificare sensibilmente l’incidenza effettiva delle imposte. Ma proprio per questo il confronto tra profitti e imposte rappresenta un indicatore utile per comprendere quanta parte della straordinaria redditività generata negli ultimi anni sia stata effettivamente trasferita al fisco.

Il dato diventa ancora più significativo se si considera che la redditività bancaria non deriva soltanto dal margine di interesse.

Nel 2025, mentre il margine di interesse è diminuito rispetto al 2024, gli utili sono rimasti ai massimi storici grazie anche alle commissioni, ai risultati di negoziazione e ad altre componenti del conto economico.

La Banca d’Italia ha rilevato una redditività del sistema ancora elevata e un ROE del 13,8 per cento nel 2025.

È qui che emerge la peculiarità del ciclo dei tassi: uno strumento pensato dalla banca centrale per raffreddare l’inflazione e ridurre la domanda finisce per accrescere il margine di interesse degli intermediari bancari.

Non introdurre una revisione della imposizione sui profitti bancari, in queste condizioni, è davvero follia.

Fonte

Una legge popolare per il controllo sugli affitti. Si parte anche in Italia

È partita anche in Italia la campagna per una legge sul controllo degli affitti. Se ne discuterà sabato 26 settembre alle ore 14 a Roma in via del Porto Fluviale 12.

Da New York a Berlino, il controllo degli affitti ed il contrasto ai grandi fondi immobiliari è ciò che la maggior parte degli abitanti chiede. I programmi politici usciti vincenti dalle competizioni elettorali delle due metropoli ne hanno tenuto conto, anche per questo hanno vinto.

C’è da dire che nel caso tedesco la lunga cavalcata del diritto all’abitare ha preso velocità negli anni: con la norma che applicava un tetto massimo agli affitti passando per il clamoroso (e non applicato) referendum del 2021, che aveva come tema la requisizione del patrimonio in mano ai grandi gruppi immobiliari. È su questi presupposti che Elif Erap ha saputo costruire la sua vittoriosa campagna a Berlino.

Il fine? Duplice: mettere un freno agli affitti ed incrementare la quota di edilizia pubblica in città in modo da poter governare la questione abitativa nell’interesse dell’intera comunità. Un’ultima postilla: a Berlino la percentuale di case pubbliche è comunque del 20%.

In Italia da anni il nostro sindacato, insieme al Movimento per il diritto all’abitare e tante altre realtà, va predicando ai quattro venti che mancano più di un milione di case popolari per soddisfare il fabbisogno abitativo esistente. Parimenti è dal 2021 che sosteniamo la necessità di superare l’attuale legge sugli affitti, rea di aver prodotto quasi 2,5 milioni di richieste di sfratto, oltre che di condannare ogni mese almeno 3,5 milioni di famiglie al pagamento di un affitto capace di assorbire la maggior parte del reddito familiare.

Ecco perché in questi ultimi anni ci siamo impegnati assieme a molti altri soggetti, tra cui spiccano componenti giovanili come Cambiare Rotta oltre che il Movimento per il Diritto all’Abitare, nel convogliare in un testo normativo le nostre idee su quali fossero i criteri che una regolamentazione degli affitti dovesse presentare.

Incidenza sul reddito, passaggio da casa a casa, fiscalità equa e redistributiva accompagnata da iter amministrativi per limitare, se non porre fine, all’uso che i grandi gruppi immobiliari fanno, non solo tollerato ma anche favorito, di milioni di unità abitative, tenendole sfitte e/o inutilizzate.

E sempre per questi motivi al termine di un lungo periodo di “incubazione” durante il quale abbiamo presentato il testo in tutto il paese, confrontandoci con comitati, movimenti, partiti, parlamentari, esponenti di giunte e consigli di ogni grado e livello, abbiamo deciso di raccogliere le firme per sostenere la nostra iniziativa di legge, al fine di aprire una campagna nazionale sul tema degli affitti, di promuoverne la discussione nelle Camere e di farla conoscere a più persone possibili.

Ove mai non fosse sufficiente l’esempio internazionale, invitiamo comunque tutti a riflettere sull’urgenza di creare un terreno di confronto e opposizione su un tema che non può e non deve essere ostaggio degli speculatori (grandi proprietà, costruttori e fondi immobiliari), che non fanno che manipolarlo a loro piacimento, continuando a distorcere la realtà e ad infierire sui bisogni reali del paese.

Questo il Governo Meloni lo fa confezionando un Piano Casa cucito addosso ai fondi speculativi, ma anche attraverso i vari decreti sicurezza e tutte le proposte in discussione, dagli sfratti in 15 giorni alla privatizzazione delle esecuzioni forzose a squadre private.

È giunto il momento di dare impulso alla campagna che promuove la legge per il controllo degli affitti (rent control) assicurando ad inquiline e inquilini la possibilità di avere un tetto sopra alla testa senza che l’intero reddito familiare sia mangiato da affitti, mutui e bollette esorbitanti.

Per questo il 26 settembre – alle ore 14 – vediamoci a Roma, in via del Porto Fluviale 12, luogo appena restituito in maniera permanente alla città, per una riunione nazionale convocata da una moltitudine di realtà impegnate nel nostro paese nella lotta per difendere il diritto alla casa.

Fonte