Presentazione
Analisi, opinioni, fatti e (più di rado) arte da una prospettiva di classe.
28/05/2026
Lavoratore dipendente
di Camillo Acquilino
Il lavoro è stato un mio compagno di vita fin da quando ero giovanissimo. La mia famiglia, insieme a quella dei nonni e degli zii contadini, nell’educazione di noi bambini poneva la capacità operativa e la disposizione al lavoro come obiettivi primari. Si era premiati con la riconoscenza al termine dei piccoli servizi prestati ai grandi, ma si veniva elogiati soprattutto quando il servizio era svolto senza una richiesta esplicita: “Questu figgeu u vedde u lòu” sottintendendo ovviamente che non lo rifugge. Durante le vacanze scolastiche collaboravamo in modo naturale, acquisendo senso pratico, manualità e un senso di appartenenza alla comunità. Senza saperlo, vivevamo in modo coerente con l’articolo 4 della Costituzione.
Il mio ciclo di studi si è concluso con l’acquisizione della maturità tecnica nel 1976. Il Civico Istituto Tecnico Industriale che avevo frequentato passava per una scuola molto impegnativa, anche per via degli orari che già si avvicinavano a quelli delle industrie verso le quali eravamo destinati. All’esame finale adottai alcune scelte personali:
- Scelsi, per la prova orale, le materie considerate più impegnative: Teoria delle Macchine e Tecnologia Meccanica, argomento vastissimo. Così mi collocavo nella posizione meno favorevole e non dovevo temere il peggio;
- Dopo la prova scritta, in attesa dell’orale, passai alcuni giorni sulla collina “a Michea”, versante “Palìn”, con uno dei primi decespugliatori arrivati in zona, una tanica di miscela e un bottiglione di bianco “du Tunn-a”: uno per il suo funzionamento, l’altro per il mio. Credo di essere stato l’ultimo a tagliare il fieno in quel prato, nel 1976. Oggi quel versante si presenta come un bosco di alberi di alto fusto;
- Subito prima del colloquio finale mi sono offerto un bicchierino di Marsala secco.
Il risultato di questa strategia è stato un 51/60, che per il CITI G. Galilei di allora non era niente male.
Ho seguito tutto il ciclo scolastico con il mio gemello Gigi e, giunti alla maturità, contavamo ancora su un’estate di vacanza, operativa come lo erano state le precedenti, prima di intraprendere il servizio militare obbligatorio. Però, non senza un certo imbarazzo, i miei ci hanno accennato di un’officina che cercava proprio l’aiuto di un paio di disegnatori meccanici. Avrebbero contato sul nostro aiuto fino alla partenza per il militare, riconoscendoci 250.000 lire al mese, 125.000 a testa, di stipendio. Abbiamo accettato, ovviamente, ma io ricordo ancora il brivido lungo la schiena che mi ha colto pensando che sarebbe incominciata una stagione lavorativa che avrebbe caratterizzato la maggior parte della mia vita. Era fine luglio 1976 e, salvo il periodo del servizio militare, ho lavorato con contratti ininterrotti fino al 30 aprile 2019.
Il mio primo lavoro “vero” è iniziato nella primavera del 1977 con un contratto di borsa di studio presso un centro di ricerca in campo navale. Quell’ambiente mi colpì profondamente per la sua natura specialistica, per procedure operative ancora largamente manuali e per i molti lavoratori anziani che vi operavano come consulenti specialisti in quanto avevano vissuto in precedenza la grandezza postbellica dei cantieri navali italiani. Giovane perito industriale meccanico, inesperto, mi trovavo a dover imparare velocemente il mestiere del costruttore navale, non senza provare il disagio di non sapere nulla delle navi pur essendo un genovese. Per mia fortuna il mio “gemello” di assunzione era un costruttore navale vero, e quella non era la sua sola autenticità. Lorenzo era competente, paziente e generoso nel trasmettere ciò che sapeva. Il nostro intervallo quotidiano prevedeva la rinuncia al pasto in mensa, per un giro cittadino con la sua motocicletta e la visita alla Cantina del chianti in Via Frugoni o all’oste Mauro, quello dell’Asinello, in Canneto il Lungo. A quell’epoca coltivavo una passione intensa per l’alpinismo e spesso iniziavo la settimana di lavoro stanco e teso per le arrampicate del fine settimana; ero intrattabile, ma non per lui. Mi dispiace esserci persi di vista dopo che ho cambiato lavoro nel 1982 e posso solo consolarmi per il fatto che ancora oggi guido quella stessa motocicletta, che avevo acquistato da Lorenzo nel 1979.
Il banco da disegno navale ha un piano orizzontale di circa uno per quattro metri. Uno strumento di queste dimensioni non consente uffici piccoli: richiede una sala disegno. Quindi i disegnatori navali lavoravano necessariamente in spazi condivisi, molto prima che l’espressione “open space” entrasse nel lessico aziendale. La collocazione in un’unica sala di tutte le postazioni che sviluppavano le varie specialità di un solo progetto rendeva l’ambiente di lavoro vivace e continuo nel confronto. Con Lorenzo, sotto la guida teorica del carenista Doria e quella pratica dei disegnatori Taccini e Parodi, due disegnatori consulenti già in pensione che all’inizio della giornata indossavano un grembiule leggero per proteggere dall’usura i calzoni quando dovevano appoggiarsi al banco di lavoro e, per lo stesso motivo, indossavano anche dei manicotti sopra la camicia, ci occupavamo dell’aspetto idrodinamico del progetto. L’istruzione avveniva quasi interamente in dialetto genovese. Gli strumenti principali per il disegno della carena erano i “ciungi”, pesi in piombo sagomati che bloccavano le aste flessibili sul piano di costruzione, il reticolo delle sezioni nei tre piani della forma. Era l’uso dei “ciungi” che richiedeva un piano orizzontale.
Le aste flessibili fermate dai piombi erano costruite in legno da un falegname che aveva il laboratorio presso la Villa Giustiniani Cambiaso di Albaro, allora sede della facoltà di Ingegneria Navale di Genova. Le “linee d’aegua” si rastremavano verso un’estremità, così da favorire l’avvio delle linee verso la chiusura di poppa o verso il dritto di prua. Una versione più robusta di queste aste flessibili era “a cua de rattu”. Esistevano anche aste spesse alle estremità e sottili al centro, necessarie per tracciare “a sessiùn mestra”. Le più sottili erano costruite con il legno di bosso (büsciu). Un piano di costruzione richiedeva settimane: partendo da una bozza delle sezioni trasversali, occorreva far coincidere tutti i punti d’incontro delle sezioni orizzontali e longitudinali.
Si raccontava che nei cantieri Ansaldo alcuni disegnatori, pur avendo lavorato insieme per tutta la vita, continuassero a darsi del “vu scia”.
“Vu scià cusse scia ne dixe? A va ben questa linea d’aegua?”, “Scia l’agge pasienza, ma a me pà in po troppu süssà”. (troppo succhiata, nel senso di troppo fine in chiusura). E ancora più impegnativo, a mio parere, era il disegno delle eliche.
Fra i colleghi giovani ve ne erano due, nelle postazioni di lavoro davanti alla mia, che si occupavano della schematizzazione delle strutture navali in elementi finiti, da valutare con il programma di calcolo Nastran, sviluppato dalla NASA. Un livornese di mezza età era specializzato nella sistemazione dell’apparato motore. Aveva un portamento elegante, ma a volte giocava ad essere irrispettoso verso i più anziani sostituendosi a loro nella funzione di mentore di noi giovani. Da lui ho imparato l’imprecazione “bù di hulo” che fino ad allora non avevo mai sentito. Lo specialista della struttura della nave era riconosciuto come molto valente, ma spesso era preso di mira per la sua avarizia. Sul suo banco, assieme ai disegni strutturali della “sessiùn mestra” abitavano i tomi dei vari registri di classificazione; RINA, ma anche Det Norske Veritas, American Bureau of Shipping, Bureau Veritas, Lloyd Register.
Ultimo componente operativo era il disegnatore dei Piani Generali, la mappa dell’imbarcazione. Era un uomo di Sestri Ponente, di indole socialista, non particolarmente apprezzato dalla direzione. I Piani Generali sono dei disegni complessi e di sintesi e il signor Cavalli era davvero bravo nel suo lavoro. Per mitigare la sua posizione a volte difficile, alcuni colleghi lo avevano coinvolto per la predisposizione di uno schizzo a matita che serviva urgentemente al Direttore, impegnato in una importante riunione. Quando il prodotto, terminato in tempi brevi, è stato consegnato al Direttore, questi è subito esploso con rabbia: “Avevo detto a matita, non a china”. “Ma, Signor Direttore, è a matita”.
La nostra attività era anche rivolta alla valutazione della geometria della nave, anche con l’uso di planimetri, dei calcoli di stabilità, di valutazione delle prove in vasca navale e delle prove di navigabilità in mare. Per tutti questi lavori nella sala disegno avevamo un calcolatore Olivetti Programma 101, ma gli anziani usavano ancora alcune calcolatrici meccaniche, e nel centro c’era un calcolatore elettronico IBM e altri, con input dati a schede, dischi rigidi amovibili di grosse dimensioni, stampante a modulo continuo grande come una lavatrice.
I giri del tavolo
Valter, dopo aver letto il mio ultimo post, con tono di rimprovero scherzoso, mi ha detto: “Però non l’hai raccontata tutta; non hai detto dei giri del tavolo”.
È vero. Aggiungo però che è stato solo per un vuoto di memoria. Non era mia intenzione mascherare situazioni che possono incrinare l’immagine degli assidui giovani lavoratori che forse ho descritto con troppa enfasi.
La smania per l’arrampicata mi dominava dopo che avevo frequentato un corso di alpinismo nel 1980. Avevo anche detto che con il mio collega di lavoro Lorenzo, a piedi o in moto, giravamo per il centro di Genova durante la pausa pranzo, invece che andare in mensa. A proposito della moto, devo aggiungere che allora l’obbligo del casco non vigeva ancora.
Un episodio che può dare la misura della mia fissazione per l’arrampicata riguarda una volta che, in uno dei giri con Lorenzo, mi trovavo in Piazza de Ferrari dal lato del Teatro Carlo Felice. Passò di lì in Vespa Marco, uno dei miei più assidui compagni di cordata, ed essendo senza casco poté richiamare la nostra attenzione gridando: “Camilluu!”. Proseguì poi la sua corsa girando attorno alla vasca che ancora si trovava al centro della piazza, così da urlarmi, in un secondo passaggio davanti a noi: “Existe anche a patatta!”.
In effetti il fuoco sacro che mi animava allora era di fatto incompatibile con implicazioni amorose.
Il luogo dove lavoravo aveva un lungo corridoio in testa al quale, sul lato sud, c’era la postazione del dirigente, mentre, sulla destra dell’altra estremità, c’era la sala disegno, con di fronte il deposito della cancelleria. Anche questo locale aveva delle caratteristiche specifiche per il disegno navale. Al suo centro c’era un tavolo che serviva a tagliare, dai rotoli di fornitura, i grandi fogli di carta lucida sui quali disegnavamo. Il ripiano di quel mobile appoggiava su solide gambe ed era largo almeno un metro e mezzo. I bordi laterali erano fasciati da una banda metallica che facilitava il taglio dei fogli. Mi capitò di vedere in quel mobile un attrezzo da allenamento, perché la parte inferiore del piano, posizionata a poco più di un metro da terra, sembrava un tetto da superare in arrampicata. Quel modo di vedere le cose mi aveva già permesso di individuare come arrampicabili tanti manufatti, soprattutto nell’ottica del sassista. Ad esempio, passando da Orco per uno o più bicchieri del nostralino della Toppia, dopo una giornata di arrampicata in quell’area del finalese, non mancavo ancora di provare un passaggio di arrampicata che prevedeva di ristabilirsi in piedi sul lastrone che fascia la base del campanile, senza approfittare dell’aiuto dello spigolo del campanile stesso. Eravamo in tanti ad avere un approccio di quel genere; nel 1982 era stato pubblicato “Sassismo, spazio per la fantasia”, considerato una pietra miliare del bouldering (che all’epoca in Italia veniva appunto chiamato “sassismo”), dove Gian Carlo Grassi esponeva un censimento maniacale di tanti massi sui quali@ si poteva sviluppare un gesto di arrampicata. A Genova molti arrampicavano già sui muri verticali del “tritagalüsci” di Punta Vagno.
Generalmente, in una pausa di lavoro autogestita nel primo pomeriggio, incitato dai miei giovani colleghi iniziai a usare quel tavolo per i miei acrobatici allenamenti. Partendo dal piano superiore, mi lasciavo scivolare al di sotto di uno dei bordi laterali, attraversavo la faccia inferiore per ristabilirmi poi nuovamente sul piano superiore salendo dall’altro lato. Tutto questo senza toccare a terra e avendo a disposizione la sola presa dei due bordi, resi taglienti dalla banda metallica di rivestimento.
Eseguivo quella traversata in tre versioni che avevano difficoltà crescenti. Il passaggio più agevole era quello che chiamavo laterale, con il mio corpo in asse con i bordi del tavolo. C’era poi quello longitudinale, con la testa in avanti e quello longitudinale con piedi in avanti, il più difficile perché richiedeva di uscire da sotto il tavolo con una posizione a candela e ribaltamento del corpo sul piano del tavolo. La tecnica dei tre passaggi richiedeva la forza fisica necessaria a rimanere appeso sotto il tetto senza toccare a terra, ma il segreto del successo stava nella gestione del trasferimento “dolce” del proprio baricentro da un bordo all’altro, giocando anche con gli agganci dei piedi. Era proprio questa necessità tecnica ad avvicinare questa prestazione indoor all’arrampicata su roccia strapiombante.
Un giorno è successo che un giovane ingegnere, prestante e sicuro di sé, volesse provare il passaggio laterale. Con la sua forza è riuscito a rimanere appeso sotto con mano e piedi destri appigliati a un bordo e quelli sinistri all’altro. Non riusciva però a gestire il trasferimento del baricentro verso il bordo di uscita e, dopo un po’ di tentativi, ha chiesto il mio aiuto: “Camillo, sono nella merda”. Non ha però ottenuto la mia risposta, anzi, ha forse percepito il silenzio improvviso di tutti i presenti. Da sotto il tavolo poté solo vedere le scarpe e i calzoni del dirigente che ha intimato: “Scendi giù di lì!” e lui: “Sono proprio nella merda”.
Lo spazio elettorale avvelenato
Forse è il caso di provare a tirare qualche coordinata per inquadrare innanzitutto lo stato della “democrazia liberale ” nell’emisfero occidentale e quindi le “leggi non scritte” che la regolano, in modo da definire anche meglio il margine di reale “contendibilità” dello spazio elettorale.
Innanzitutto andrebbe fatta chiarezza sulla differenza gigantesca tra “spazi” sociali e “spazi” politici, che in genere vengono considerati pressoché coincidenti, con appena qualche specificità “tecnica” particolare.
Prendiamo la domanda che angustia ogni soggetto politicamente attivo a sinistra: com’è possibile che il malessere sociale, o addirittura la contrarietà aperta alle politiche dei vari governi (le stesse, ricordiamo, al di là delle diverse coalizioni), non si traduca in consensi anche elettorali per l’opposizione (qualunque essa sia)? Oppure, ed è una domanda simile, come mai il risultato referendario non si è riversato sulle recenti elezioni comunali?
Si può facilmente notare che già nel porre la domanda si presuppone un qualche automatismo tra “spazio sociale” – il malessere economico ed esistenziale di gran parte della popolazione – e “spazio elettorale”, passando per la sovrapposizione indebita di quest’ultimo con lo “spazio politico”. Ossia come se tutta la politica potesse o dovesse coincidere con la partecipazione alle elezioni.
E invece stiamo parlando di “spazi” tra loro molto diversi. Quello sociale è il mondo degli interessi delle varie classi, ceti, figure più o meno definite, che nel loro insieme costituiscono la popolazione. Interessi ovviamente diversi e contrastanti, spesso contrapposti o addirittura antagonisti, che quasi sempre risultano poco o nulla soddisfatti sia dalle politiche governative che da quelle sovranazionali (europee, per lo più).
La rappresentanza diretta di questi interessi è affidata a sindacati, associazioni di ogni tipo, ecc.. Un tempo queste rappresentanze fungevano da “cinghia di trasmissione” con la politica, ovvero con partiti strutturati a livello territoriale per realizzare nei limiti del possibile quegli interessi attraverso progetti di riforma o gestione delle amministrazioni pubbliche (Stato, regioni, comuni, ecc.). La maggiore o minore forza elettorale consentiva, oppure no, di farli pesare nelle scelte dello Stato.
In quel mondo – quello dello “stato sociale” keynesiano – il legame tra interesse sociale, proposta politica e verifica elettorale era palese, avvertito, leggibile. Poi, certo, c’erano tutti i problemi relativi alla buona o pessima rappresentanza degli interessi, la corruzione, il “tradimento dei chierici”, ecc., ma i tre “spazi” potevano sembrare così interconnessi da risultare praticamente uno solo. Organico.
La reazione neoliberista, in tutto l’Occidente, ha rotto definitivamente quello schema. Gli unici interessi legittimi che lo Stato deve soddisfare sono quelli delle aziende, o meglio ancora dei “mercati”.
Le rappresentanze devono compatibilizzare le attese delle figure sociali con politiche di “riforma” che non possono più modificare. I partiti sono fungibili e indistinguibili quanto a “programmi”, differendo tra loro soltanto per aspetti marginali o “culturali” (la “sicurezza” contro i “diritti civili”, la “famiglia tradizionale” contro quelle “arcobaleno”, ecc.). Le elezioni sono campagne pubblicitarie dove vince chi ha più soldi da spendere o già controlla i media (do you remember Berlusconi?).
Una dimostrazione veloce. Qualche giorno fa, in Kentucky – stato Usa tradizionalmente repubblicano – il governatore uscente Thomas Massie, un “libertariano” ostile a Trump, è stato sconfitto nelle primarie che dovevano decidere chi sarebbe stato il prossimo candidato del Grand Old Party alle elezioni di metà mandato, a novembre.
Il suo competitor era uno sconosciuto ex militare dei Navy Seal, Ed Gallrein, che però ha avuto a disposizione decine di milioni di dollari investiti su di lui dallo stesso Trump e dall’Aipac (American Israel Public Affairs Committee), un fondo che finanzia l’affermazione di politici totalmente favorevoli ad Israele.
Non stiamo parlando delle elezioni vere e proprie, ma solo della “competizione interna” a uno dei due “partiti” ammessi alle elezioni. Eppure sono volati milioni di dollari.
Prima conclusione. Le idee e i programmi non contano nulla, e neanche la notorietà del candidato (Massie era molto popolare, nel mondo “Maga”), decide solo la potenza della pubblicità, e dunque dei soldi.
Scendendo in Italia, vediamo come i media (il principale vettore della “pubblicità regresso”) stiano coccolando amorevolmente la resistibile ascesa di un ex generale fascista, Vannacci, garantendogli fin dall’inizio una copertura mediatica sproporzionata rispetto al suo peso politico. Di fatto, lo hanno “inventato” come soggetto politico. Lo stesso si può dire di Calenda e Renzi, che era arrivato alla segreteria del Pd e di lì a Palazzo Chigi sostanzialmente attraverso lo stesso “meccanismo elettivo”.
Queste – e decine di altre – piccole verifiche portano a dire che lo spazio elettorale è uno spazio avvelenato, dove chi non ha milioni da spendere per l’“autopromozione”, o non può – per gli interessi che intende rappresentare – trovare uno “sponsor mediatico gratuito”, è programmaticamente fuori dalla competizione.
Non basta. Anche le regole elettorali stesse – persino negli Usa, dove sono costanti da oltre un secolo – vengono modificate in corso d’opera per assicurare, nei limiti del possibile, il risultato voluto da chi già comanda, non certo di affermare la “volontà popolare”.
Qui da noi, come sappiamo, ogni governo fa una legge elettorale nuova per potere esser certo di rivincere, anche se poi di solito neanche ci riesce. Ma l’obbiettivo costante è sempre far fuori le “nuove proposte”, bloccando l'“alternanza” ai soliti noti...
In questo quadro disperante, l’unica via che potrebbe portare una sinistra effettivamente antagonista ad un’affermazione anche sul piano elettorale passa da tutt’altro percorso. Non breve.
Lo “spazio sociale” è infatti praticamente infinito. Nel senso che gli interessi delle classi e dei ceti popolari non hanno una rappresentanza organizzata credibile. Qui la difficoltà sta tutta nella scarsità attuale delle forze sindacali, associative, di movimento, ecc., orientate all'“alternativa”.
Stanno crescendo, e questa è un’ottima notizia. Riescono a catalizzare il malessere e l’indignazione in giornate di grande mobilitazione popolare – tra fine settembre ed ottobre 2025, su Gaza e la Flotilla – ma non esistono scorciatoie per abbreviare i tempi o tradurre gli sforzi in effetti anche organizzativi pressoché immediati.
Lo “spazio politico”, di conseguenza, si va allargando, ma ancora lentamente. La situazione internazionale e quella sociale interna offrono occasioni enormi e momenti di riflessione importanti per arrivare a definire una proposta politica capace di raccogliere “consensi di massa” che abbiano una qualche stabilità.
Ma tutto ciò – è meglio saperlo, per non restare fatalmente delusi – non garantisce ancora uno “spazio elettorale” decente. Per raccogliere bisogna prima seminare e curare la crescita della “pianta”.
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La ricetta sovranista che danneggia proprio l’Italia
di Emiliano Brancaccio
La narrazione sulle magnifiche sorti della “Melonomics” scricchiola ogni giorno di più. Le ultime previsioni della Commissione Ue situano l’Italia all’ultimo posto nella classifica della crescita cumulata fino al prossimo anno. Nel 2026, in particolare, il Pil italiano aumenterà di appena lo 0,5 percento, contro una media Ue dell’1,1 percento e paesi come la Spagna che potrebbero sfiorare il 3 percento. L’inflazione, al contrario, schizzerà al 3,2 percento, al di sopra della media europea.
Evidentemente, le glorie del governo Meloni in campo economico venivano soprattutto da luce riflessa. Vale a dire, dalla sospensione del Patto di stabilità e dalle risorse del PNRR, entrambe ereditate dai governi precedenti. Per lungo tempo i meloniani hanno cercato di snobbare il lascito testamentario, ritenendolo persino deleterio. Eppure, guarda caso, una volta esaurita la spinta di quei due strumenti, l’economia italiana è tornata alla sua vecchia traiettoria di semi-stagnazione, scivolando di nuovo nei bassifondi delle graduatorie europee.
Per giunta, il quadro rischia di aggravarsi. Con lo sblocco di Hormuz ancora fuori dai radar e la crisi internazionale che si spande, l’Italia si candida a diventare il primo grande paese a finire nel gorgo di una potenziale “disoccu-flazione”, vale a dire: contemporanea distruzione di posti di lavoro e di potere d’acquisto.
Non è lo scenario ideale per il governo, soprattutto in anno pre-elettorale. Meloni e soci provano allora a giocarsi una nuova carta con l’Europa. Visto che l’eredità dei due grandi motori macroeconomici è in esaurimento, Roma chiede una deroga ai vincoli del Patto di stabilità allo scopo di elargire qualche soldo in più per fronteggiare le nuove proteste contro il caro-carburanti. Del resto, gli autotrasportatori sono già sul piede di guerra e per molte famiglie il costo dell’energia fossile è tornato a mordere.
Certo, Meloni vorrebbe dare gli stessi spicci a chi si ferma alla pompa con un suv e a chi in utilitaria. Ma si sa, la destra di governo alla distribuzione non bada. Se le compensazioni andranno più ai ricchi che ai poveri, poco male. L’importante è avere margini per elargire.
Per quanto iniqua, la proposta italiana non è del tutto priva di fondamento legale. Approvato nel 2024, il nuovo patto di stabilità ha infatti ammesso deviazioni eccezionali dai vincoli di bilancio per categorie di spesa non specificate. Solo in seguito il Consiglio Ue ha interpretato la deroga in un’ottica puramente militarista, consentendo scostamenti solo per il riarmo. Nulla però impedisce di ammettere altri tipi di deroghe.
Il problema è che le autorità europee si stanno opponendo proprio alla specifica deroga proposta dall’Italia. Il primo a contestare è stato il solito Dombrovskis. Ma poi si è aggiunta anche la voce, ben più pesante, della presidente Bce Christine Lagarde. La loro diagnosi è che la crisi nasce da una restrizione dell’offerta globale di energia fossile che potrebbe anche durare a lungo. In una situazione del genere, con l’offerta di fossili che si contrae, non è saggio creare deficit per spingere ancora sulla domanda, perché si rischia di alimentare solo ulteriori pressioni inflazionistiche. L’unica risposta efficace alla crisi, dunque, è ridurre strutturalmente la dipendenza da petrolio e gas accelerando la transizione verso le fonti rinnovabili.
La ricetta ha senso. Almeno per una volta, Bruxelles e Francoforte non raccontano fandonie.
Ma per Meloni e soci non sarà facile uscire dal garbuglio. I dati Eurostat richiamati dalla Corte dei Conti e gli ultimi rapporti di Ambiente Italia mostrano che l’Italia affronta la strozzatura dell’offerta globale di fossili in una situazione di grave ritardo. Dal 2019, la quota di rinnovabili sui consumi finali è aumentata in Europa del 27 percento, con picchi del 35 in Francia e del 42 percento in Spagna. In Italia, l’aumento è stato di appena il 7 percento. Dopo aver assecondato Trump e i petrolieri, non ci si poteva aspettare molto altro.
Il risultato è paradossale. La “Melonomics” era stata presentata come il miglior distillato economico del sovranismo. A quanto pare, invece, sta aumentando la vulnerabilità dell’Italia agli effetti del grande disordine mondiale.
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Dall’orbita alla fabbrica/1. Dalla “space economy” alla “space industry”
Per anni la politica spaziale europea è stata raccontata come un settore marginale ma prestigioso dell’economia continentale: ricerca scientifica, satelliti per il clima, cooperazione internazionale, innovazione tecnologica, missioni lunari. Una retorica rassicurante, quasi post-politica, dentro cui lo spazio appariva come l’ultima frontiera “pacifica” della modernità occidentale.
Nel 2026 questa narrazione è ormai insostenibile. Lo spazio è diventato una delle infrastrutture fondamentali della guerra economica globale, della competizione interimperialista e della ristrutturazione del capitalismo europeo. E la politica spaziale dell’Unione Europea non rappresenta più semplicemente un investimento nella ricerca: rappresenta il tentativo di costruire una nuova infrastruttura continentale di potenza.
Il problema è che questo processo viene spesso presentato come inevitabile progresso tecnologico, mentre produce già effetti molto concreti: sulla composizione del lavoro, sulla distribuzione della spesa pubblica, sulla militarizzazione tecnologica, sulla precarizzazione del lavoro cognitivo, sulla centralizzazione industriale, sul controllo sociale, sulla subordinazione della ricerca agli interessi strategici del capitale europeo.
Dietro il mito della “space economy” sta emergendo qualcosa di molto più materiale e molto più duro: una vera e propria “space industry” europea. E questa trasformazione racconta molto più della crisi storica dell’Unione Europea di quanto facciano i vertici NATO o i documenti della Commissione.
La prima mistificazione da smontare è l’idea che lo spazio riguardi soprattutto astronauti, ricerca o innovazione. Nel capitalismo contemporaneo le infrastrutture spaziali sono diventate essenziali per il funzionamento stesso dell’accumulazione.
Lo spazio è ormai una gigantesca infrastruttura di sincronizzazione del capitale globale (senza satelliti non esistono: logistica globale, finanza digitale, geolocalizzazione, catene di fornitura integrate, telecomunicazioni istantanee, gestione energetica, trasporti automatizzati, economia delle piattaforme, guerra contemporanea).
Marx aveva già individuato nei Grundrisse la tendenza del capitale ad “annullare lo spazio mediante il tempo”, cioè a ridurre continuamente distanze e tempi morti per accelerare la valorizzazione. Nel XXI secolo questa tendenza raggiunge un nuovo livello storico. Satelliti, reti orbitali e telecomunicazioni consentono al capitale:
- di comprimere i tempi della circolazione,
- di controllare i flussi globali,
- di coordinare il lavoro in tempo reale,
- di aumentare la produttività,
- di ridurre gli spazi di autonomia del lavoro vivo.
Lo spazio diventa così una “condizione generale della produzione”, cioè una delle infrastrutture materiali indispensabili al funzionamento del capitalismo contemporaneo. Ma qui emerge immediatamente il nodo politico fondamentale. Questa infrastruttura viene costruita collettivamente con:
- ricerca pubblica,
- università,
- investimenti statali,
- lavoro sociale diffuso,
- cooperazione scientifica internazionale.
Eppure, il controllo e i profitti vengono concentrati:
- nei monopoli tecnologici,
- nei complessi militari-industriali,
- nei grandi gruppi finanziari,
- negli apparati strategici statali.
La produzione è sempre più socializzata, l’appropriazione resta privata.
Dalla “space economy” alla “space industry”
Per anni Bruxelles ha raccontato lo spazio attraverso il linguaggio neoliberale della “space economy”. La parola chiave era: innovazione. Il paradigma era quello della globalizzazione: startup, venture capital, servizi digitali, mercato globale, competitività. Lo spazio veniva pensato soprattutto come settore economico avanzato dentro il capitalismo delle piattaforme.
Nel 2026 però questa impostazione entra in crisi. L’Europa scopre improvvisamente che non bastano startup, software, eccellenza universitaria, servizi satellitari. Servono industria, manifattura, infrastrutture, capacità produttiva, autonomia nei lanciatori, filiere integrate, sovranità tecnologica. In altre parole, serve potenza materiale. Ed è qui che emerge il passaggio dalla “space economy” alla “space industry”. La differenza non è terminologica. È politica e strutturale.
La “space economy” era ancora compatibile con la globalizzazione liberista: servizi, piattaforme, venture capital, innovazione diffusa. La “space industry” nasce invece dentro la crisi dell’ordine globale e la frammentazione del mercato mondiale.
I numeri degli ultimi anni mostrano chiaramente che non siamo più davanti soltanto a una crescita del mercato dei servizi spaziali, ma alla costruzione di una vera base industriale europea. Il Programma Spaziale Europeo 2021-2027, istituito col Regolamento UE 2021/696, dispone di circa 14,8 miliardi di euro. È il più grande investimento spaziale mai realizzato direttamente dall’UE.
Secondo la Commissione Europea, l’economia spaziale europea vale già oltre 230 miliardi di euro l’anno considerando servizi, infrastrutture, manifattura e applicazioni industriali. Ma il dato decisivo è la crescita della componente upstream, cioè produzione satellitare, manifattura spaziale, lanciatori, telecomunicazioni strategiche, infrastrutture orbitali, componentistica critica.
Il caso più emblematico resta però Ariane (il lanciatore europeo). La crisi prodotta dal pensionamento di Ariane 5 e dai ritardi di Ariane 6 ha mostrato tutta la fragilità europea. Per mesi il continente è rimasto senza accesso autonomo allo spazio per carichi pesanti. La risposta europea non è stata semplicemente tecnologica. È stata industriale. L’UE e l’ESA stanno ora tentando di:
- ricostruire capacità manifatturiera,
- proteggere filiere strategiche,
- finanziare lanciatori europei,
- sviluppare componentistica autonoma,
- rafforzare la produzione continentale.
Anche il numero di startup New Space europee è esploso: oltre 1800 aziende spaziali attive in Europa secondo gli ultimi report ESA e Commissione UE. Ma dietro la retorica delle startup sta crescendo soprattutto:
- concentrazione industriale,
- integrazione con difesa e telecomunicazioni,
- centralizzazione produttiva.
Il capitalismo europeo sta quindi passando dalla monetizzazione dei servizi spaziali alla costruzione di un apparato industriale strategico (segue).
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Come arruolare l’informazione, e limitarne la libertà, in nome delle guerre ibride
A Roma si è tenuto un seminario le cui ambizioni e conseguenze indicano una seria minaccia alla libertà dell’informazione nel nostro paese e in Europa.
La cornice, ovviamente, è quella delle guerre ibride nelle quali la manipolazione delle notizie e la guerra cognitiva sono ormai ritenute un arma di combattimento vera e propria.
Il tema dell’incontro era “Europa alla sfida della guerra ibrida e cognitiva: responsabilità dell’informazione”, ed è stato promosso dall’Osservatorio TuttiMedia in collaborazione con l’Ufficio del Parlamento europeo in Italia.
I lavori sono stati aperti da Carlo Corazza (Direttore dell’Ufficio del Parlamento europeo a Roma), Cristina Monti (Commissione europea), Maria Pia Rossignaud (Osservatorio TuttiMedia). A coordinarli è stato Leonardo Panetta di Mediaset. Assenti esponenti della Rai.
Tra gli ospiti anche le organizzazioni padronali degli editori di giornali con Andrea Riffeser Monti (FIEG) e delle televisioni Antonio Marano (CRTV). Sul piano della politica non poteva mancare Pina Picierno e poi gli europarlamentari De Meo (Forza Italia), Benifei (Pd), i parlamentari Centemero (Lega) e Pedullà (M5S).
L’incontro ha riunito rappresentanti delle istituzioni europee e nazionali, giornalisti, accademici ed esperti di sicurezza, tra cui Rita Lofano, direttrice dell’AGI, Andrea Malaguti, direttore de La Stampa e Giorgio Rutelli, vicedirettore di Adnkronos.
La mission dichiarata nel convegno era quella di “riflettere sulle strategie necessarie a rafforzare la resilienza democratica e il pluralismo”. Si tratta di due categorie spesso evocate con nobiltà di intenti che ormai stridono fortemente con i fatti che ne conseguono.
Il vero obiettivo che ha animato il convegno e le forze che lo hanno ispirato, era quello di piegare l’informazione alle esigenze delle guerre ibride, in particolare e in modo apertamente dichiarato, contro paesi come Russia, Cina e Iran. Ovviamente da questo parterre di “stati manipolatori” viene esclusa Israele che pure attraverso l’hasbara a questo fronte dedica immense risorse e produce ingerenze ormai visibili a tutti.
Secondo gli organizzatori le guerre ibride odierne sfruttano un mix letale di strumenti tecnologici, piattaforme social, intelligenza artificiale, propaganda e cyberattacchi con un obiettivo preciso: influenzare le opinioni pubbliche, manipolare i processi elettorali e minare la stabilità internazionale.
A tracciare i confini di questa minaccia è stato Derrick de Kerckhove, direttore scientifico dell’Osservatorio TuttiMedia secondo cui “Il punto di svolta delle guerre ibride è cognitivo: le fake news non cercano più solo di ingannare, ma di rompere l’orientamento. Quando una società non sa più a cosa credere, diventa governabile per shock, paura, appartenenza. In questo senso, la guerra si è spostata. Ormai riguarda il modo in cui percepiamo il reale”.
Diego Ciulli, dirigente di Google per Italia, Grecia, Cipro e Malta, ha fornito alcuni dati sulle offensive, a suo avviso, in atto nel nostro Paese: “Ogni giorno il nostro team specializzato di intelligence monitora 270 gruppi che riteniamo affiliati a Governi, controllando le loro attività di attacco. Tra questi ci sono vari tipi di offensive, ma quelle relative al tema della guerra ibrida legata alla disinformazione sono davvero molto significative. Nell’ultimo trimestre, solo su YouTube, abbiamo bloccato 1.256 canali di disinformazione russa in lingua russa, che sono probabilmente solo la punta dell’iceberg. Abbiamo bloccato una quarantina di canali indicizzati su Google News e su Discover che erano targettizzati sull’Italia; non erano in russo, erano in italiano, ma venivano organizzati e gestiti dalle stesse centrali operative”.
Ovviamente il dirigente di Google si è ben guardato dal segnalare ogni rilievo sull’offensiva condotta a suon di milioni di dollari dal governo israeliano, proprio su Youtube, per veicolare la propria narrazione sull’annientamento dei palestinesi, la guerra in Libano, la questione del nucleare iraniano etc.
A ben vedere, dunque, il problema sollevato non è quello della tutela della libertà e della qualità dell’informazione ma solo il come interdire l’informazione degli “altri” e il come tenere le opinioni pubbliche europee al riparo da informazioni difformi da quelle veicolate dai mass media omologati occidentali.
Ne abbiamo avuto una dimostrazione proprio in questi giorni, quando tutti i corrispondenti occidentali si sono rifiutati – o sono stati costretti a farlo – di riferire dei ragazzi uccisi dal bombardamento ucraino su un collegio, mentre riferiscono fin nei dettagli quando una bomba russa colpisce un pollaio. Nella logica degli organizzatori del convegno, far conoscere quel fatto ai propri lettori o telespettatori sarebbe come un atto ostile nella guerra ibrida contro la Russia.
Altro esempio è quando le redazioni di giornali e Tg veicolano la notizia sui droni ucraini deviati e caduti nei paesi baltici come se la colpa fosse dei sistemi di intercettazione russa, il cui compito obiettivo è proprio quello di evitare che i droni colpiscano il proprio territorio. Insomma, pretendere che la contraerea non faccia la contraerea è decisamente eccessivo. Ma nel rovesciamento della realtà, i colpi dei buoni vanno sempre a segno, mentre quelli dei cattivi sono malvagi a prescindere oppure finiscono sempre “in aree aperte senza fare danni”.
Del resto non ci era sfuggita la sintesi del Rapporto sulla guerra ibrida che il ministro Crosetto aveva presentato al Quirinale qualche mese fa. Il capitolo sulla gestione dei mass media e dell’informazione evocava esattamente questa necessità di “irregimentare” la comunicazione e di sanzionare apertamente quella dissonante.
Dobbiamo prepararci a combattere seriamente la guerra della libertà d’informazione in mezzo alle restrizioni e alle manipolazioni della guerra cognitiva.
Fonte
Quando l’imputato (Israele) minaccia la Corte
“Mi dissero... c’è qualcuno che ti vuole parlare. E spuntò un uomo da dietro l’angolo. Era il capo del Mossad all’epoca, Yossi Cohen. Mi disse: ‘Aiutaci con le indagini in Palestina. Non vorrai finire in faccende che compromettano la tua sicurezza o quella della tua famiglia’”.
In un’intervista con Al Jazeera, l’ex procuratrice capo della Corte Penale Internazionale, Fatou Bensouda, ha rivelato che l’ex direttore dei servizi segreti israeliani Yossi Cohen, la minacciò di fermare le indagini sulla Palestina per non subire ritorsioni sulla sua famiglia.
Bensouda ha spiegato che Israele cercò di bloccare l’inchiesta aperta dalla procuratrice della CPI contro Israele per presunti crimini di guerra e crimini contro l’umanità nei Territori Palestinesi Occupati, un procedimento avviato ufficialmente nel 2021, molto prima del 7 ottobre 2023.
Secondo quanto raccontato dalla Procuratrice, il capo del Mossad Cohen la incontrò due volte, a Monaco di Baviera e a New York, chiedendole esplicitamente di interrompere l’indagine, in quello che lei ha definito un tentativo diretto di interferire con il suo lavoro.
Le pressioni aumentarono fino a includere minacce indirette ai familiari: il marito della procuratrice fu seguito e vennero raccolte informazioni personali per cercare di condizionarla.
Secondo un’inchiesta del giornale britannico The Guardian del 2024, Cohen – allora capo del Mossad e stretto alleato di Benjamin Netanyahu – guidò personalmente un’operazione segreta contro la Corte Penale Internazionale nel tentativo di sabotare le indagini sui crimini commessi nei Territori Palestinesi Occupati.
L’indagine aperta nel 2021 è poi culminata nella richiesta di mandati di arresto emessi a novembre 2024 dal successore di Bensouda, Karim Khan, contro il primo ministro israeliano Benjamin Netanyahu e l’ex ministro della Difesa Yoav Gallant per presunti crimini di guerra e crimini contro l’umanità commessi contro i palestinesi.
Fonte
Gli USA, il “petrogas-dollaro”, e i sintomi del caos predatorio
Riportiamo la traduzione di una lunga analisi di Richard Medhurst, giornalista britannico figlio di due peacekeeper delle Nazioni Unite. I suoi pezzi, riguardanti per lo più il Vicino Oriente e, in particolare, la Siria (dove è nato) e i crimini israeliani nella recente campagna genocidiaria, sono apparsi su Al Mayadeen, Al Jazeera, FOX News, RT.
Medhurst è diventato famoso quando, il 15 agosto 2024, è diventato il primo giornalista arrestato sulla base del Terrorism Act del 2000, appena atterrato all’aeroporto londinese di Heathrow. La condanna arrivata da varie organizzazioni giornalistiche internazionali non ha impedito che, il 3 febbraio 2025, Medhurst venisse di nuovo arrestato dalle autorità austriache, che sequestrarono inoltre i suoi dispositivi elettronici.
Insomma, la sua attività giornalistica rappresenta quel tipo di indipendenza dell’informazione che è sempre più sotto attacco in una Europa che sta correndo sulla strada della repressione e della censura per far fronte alla propria crisi egemonica e strutturale. Riteniamo perciò interessante leggere le sue riflessioni intorno a un nodo fondamentale dell’attuale sistema finanziario globale: il controllo del petrolio e il ruolo del dollaro.
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Si è tentati di credere che la macchina da guerra degli Stati Uniti sia finita. Dal punto di vista militare, l’Iran ha effettivamente inflitto agli Stati Uniti la peggiore umiliazione della storia moderna – di cui ho già parlato in modo dettagliato. Ma dietro le quinte, Washington ha silenziosamente messo a segno una rapina a mano armata alle riserve mondiali di petrolio e gas. Tutte quante.
In soli 90 giorni, gli Stati Uniti hanno messo in atto una blitzkrieg energetica preparata da decenni:
- Centinaia di attacchi contro petroliere e raffinerie russe
- Interruzione di un terzo delle forniture di petrolio e GNL della Cina
- Conquista delle più grandi riserve petrolifere del Pianeta
- Istituzione di un blocco navale globale dall’Artico all’Oceano Indiano
E nel frattempo, hanno rapito o assassinato due capi di Stato. Stiamo assistendo alla transizione degli Stati Uniti da un impero a uno Stato pirata senza legge, e alla nascita di quello che io chiamo il “petrogas-dollaro” o “GNL-dollaro”. La cronologia di questa campagna parla da sé.
Il caos è l’obiettivo
In passato, gli Stati Uniti erano molto sensibili alle crisi petrolifere. La chiusura dello Stretto di Hormuz sarebbe stata una catastrofe, poiché gli Stati Uniti non erano in grado di produrre petrolio a sufficienza per soddisfare la domanda interna. Ma oggi sono i maggiori produttori mondiali di petrolio, gas e prodotti raffinati, nonché il principale esportatore mondiale di gas naturale liquefatto (GNL).
Molti credono ancora al vecchio mantra secondo cui i prezzi elevati del petrolio sono dannosi per gli Stati Uniti, ma è vero il contrario. Per la prima volta durante una carenza globale, il dollaro non crolla mentre l’oro sale: anzi, è il contrario. I prezzi elevati dell’energia non sono più una minaccia per Wall Street: sono infatti l’obiettivo.
Non è una coincidenza che gli Stati Uniti siano diventati il primo esportatore mondiale di GNL dopo la guerra in Ucraina. I vantaggi sono stati molteplici: gli Stati Uniti sono passati dal fornire solo il 9% dell’energia europea all’essere la prima fonte europea di carbone, petrolio e GNL.
Quando
Condoleezza Rice o Joe Biden hanno detto che l’Europa dovrebbe “dipendere” dall’energia statunitense e hanno promesso di “porre fine”
al Nord Stream,
1) lo intendevano letteralmente. Sanzionando Mosca e
facendo saltare in aria i gasdotti del Nord Stream, gli Stati Uniti non
hanno solo danneggiato la Russia;
2) hanno trasformato l’Europa in un
cliente permanente degli Stati Uniti, assicurandosi profitti a lungo
termine e consolidando il petrodollaro.
Gli Stati Uniti confinano con due oceani, il che rende costosa la fornitura di gas a terzi. Nessuno avrebbe mai comprato il GNL statunitense con il gas russo a buon mercato proprio a due passi da casa. Così gli Stati Uniti hanno eliminato la concorrenza. Non solo a spese della Russia, ma mangiandosi nel frattempo metà della quota di GNL del Qatar.
Portare a termine il lavoro in Europa
Gli Stati Uniti, tuttavia, hanno ormai raggiunto la piena capacità di esportazione. Hanno il gas, ma non riescono a spedirlo abbastanza velocemente da soddisfare il mercato che si sono conquistati. Washington ha capito che non era necessario costruire altre infrastrutture per avere la meglio. Dovevano solo eliminare la concorrenza – di nuovo. Dopo gli Stati Uniti, il Qatar e l’Australia sono i maggiori fornitori mondiali di GNL e i principali concorrenti dell’America.
Proprio come Washington ha usato la copertura della guerra in Ucraina, delle sanzioni e dei sabotaggi al Nord Stream per costringere la Russia a “uscire” dall’Europa, allo stesso modo ha usato la copertura della guerra in Iran per mettere fine alla posizione del Qatar come attore globale nel settore del GNL.
Costringendo Doha a dichiarare “forza maggiore” (l’impossibilità di adempiere agli obblighi contrattuali, ndr) il 4 marzo, nella prima settimana di guerra, e scatenando poi gli attacchi di rappresaglia su Ras Laffan il 18 marzo, Washington ha messo fuori gioco il più grande giacimento di gas del mondo, paralizzando l’Iran e mettendo da parte il Qatar in un colpo solo.
L’affermazione secondo cui Israele avrebbe effettuato questo specifico attacco senza informare Washington è politicamente e logisticamente impossibile – resa ancora più sospetta dai tentativi di Netanyahu e Trump di tenere la Casa Bianca a distanza da qualsiasi responsabilità in merito. A prescindere da ciò, non ci possono essere dubbi sul fatto che siano stati gli Stati Uniti e Israele a provocare tutto questo.
A quel punto, erano trascorse tre settimane dall’inizio dell’escalation, con i bombardamenti sull’Iran 24 ore su 24 e la conseguente valutazione delle reazioni. Inoltre, Teheran aveva chiarito abbondantemente (già il 12 marzo) che qualsiasi attacco alle infrastrutture energetiche iraniane sarebbe stato contrastato con la legge del “occhio per occhio”.
Paralizzando la capacità di GNL del Qatar – anche solo parzialmente – Washington ha preso tre piccioni con una fava:
- il Qatar è stato costretto a cancellare i suoi contratti a lungo termine e a basso costo con la Cina e l’Europa, spingendoli verso l’acquisto di gas statunitense;
- I prezzi del GNL sono saliti alle stelle, ma solo in Europa e in Asia (non aumentano in America, come mostrato più avanti nell’indagine);
- Gli Stati Uniti si sono posizionati come un fornitore affidabile di energia in un mondo instabile.
Poi, una settimana dopo, per un colpo di fortuna astronomico, l’Australia, il secondo fornitore di GNL del Pianeta, è stata colpita da un ciclone. Questo ha costretto metà dei suoi hub di GNL a fermarsi. Niente di catastrofico come in Qatar, ma un tempismo orribile – o un tempismo perfetto se si vende GNL statunitense.
Anche se si sceglie di considerare questi eventi come una pura coincidenza, il risultato è identico: nell’arco di soli 9 giorni, gli Stati Uniti hanno visto i loro due maggiori concorrenti uscire di scena, facendo impennare i prezzi del GNL e rafforzando il dollaro-GNL. E in un’altra mossa dal tempismo incredibile, il giorno in cui il GNL del Qatar è stato messo fuori gioco (18 marzo) è stato lo stesso giorno in cui l’Unione Europea ha vietato il gas spot russo.
Come suggerisce il nome, si tratta di gas che si acquista sul mercato spot, ovvero in piccole quantità o senza un contratto – il che può essere utile in momenti come questi, quando i fornitori del Qatar e dell’Australia sono fuori gioco. Questo, ancora una volta, spingerebbe gli acquirenti tra le braccia degli Stati Uniti. La data di questo divieto era nota al pubblico con mesi di anticipo.
Il bacino levantino
Il bacino levantino è uno dei più grandi giacimenti di gas al mondo, situato al largo delle coste di Siria, Palestina e Libano. La conquista di quest’area da parte di Stati Uniti e Israele ha coinciso perfettamente con la guerra contro l’Iran e con la più ampia appropriazione da parte di Washington delle risorse energetiche del Pianeta. È con questo che gli Stati Uniti e Israele intendono collegare l’Europa a un’arteria mediterranea – una sostituzione simmetrica del gasdotto Nord Stream che hanno smantellato.
Situato alle porte dell’Europa, il bacino levantino potrebbe sostituire interamente il gas russo trasportato via gasdotto – un obiettivo dichiarato esplicitamente da Von der Leyen. Ciò permetterebbe a Washington di continuare a vendere GNL a prezzi esorbitanti via mare, assicurandosi al contempo un secondo, massiccio flusso di entrate.
In questo senso, la società statunitense Chevron ha firmato un accordo sul gas da 35 miliardi di dollari con Israele a dicembre 2025 – per il quale ha iniziato a gettare le basi quasi 2 anni prima del genocidio di Gaza. Tutto si è svolto come un orologio: prima il cessate il fuoco a Gaza in ottobre, poi il Board of Peace e, infine, l’accordo sul gas con Chevron.
Chevron avrebbe formalizzato i contratti e gestito l’estrazione, mentre il “Consiglio di Pace” avrebbe fatto da copertura umanitaria. Questo organismo è stato fatto passare in fretta e furia attraverso il Consiglio di Sicurezza delle Nazioni Unite, al fine di fornire la copertura legale al piano coloniale di Washington – un piano che Cina e Russia hanno inspiegabilmente permesso di approvare.
Un esame più attento della Risoluzione 2803 rivela solo un breve accenno ad “acqua, elettricità e fognature”. La parola “energia” o “gas” non compare nemmeno una volta. Tuttavia, al primo vertice del Consiglio di Pace, le piattaforme petrolifere e di gas sono apparse improvvisamente nelle pubblicità aziendali della “Nuova Gaza”.
Questo messaggio palese, unito alla tempistica dell’accordo sul gas di Israele – e al fatto che solo la Chevron opera nella zona – ci porta all’unica conclusione logica: che hanno in programma di saccheggiare i giacimenti di gas del Gaza Marine. Nell’ottobre 2023 avevo avvertito che questa guerra non ha mai riguardato gli ostaggi o Hamas: si trattava di saccheggiare le risorse di Gaza.
Non è stato sprecato un solo secondo. Nel momento in cui Washington e Chevron erano pronte a muoversi, la guerra è stata messa da parte e improvvisamente è stato proposto un “cessate il fuoco”.
La Siria è stata il domino successivo a cadere. Chevron aveva appena firmato l’accordo con Israele a dicembre, quando ha già iniziato a muoversi sul petrolio e sul gas siriani – con l’inviato speciale statunitense Tom Barrack che ha incontrato i nuovi governanti legati ad Al-Qaeda che Washington ha contribuito a insediare a Damasco. Nel febbraio 2026 l’accordo era ormai concluso e gli Stati Uniti potevano finalmente iniziare a saccheggiare le ricchezze offshore del Paese.
Prima della guerra, la Siria era completamente autosufficiente in materia di petrolio e gas. Oggi, quella sovranità è svanita. Ai siriani vengono razionate solo poche ore di elettricità al giorno e sono costretti ad acquistare l’intero approvvigionamento dalla Turchia – proprio lo Stato che ha contribuito a smantellare il loro – mentre Chevron convoglia le ricchezze offshore della Siria direttamente in Europa.
Ma la blitzkrieg aziendale della Chevron non si è fermata qui. Mentre l’accordo con la Siria veniva finalizzato, Chevron ha concluso un altro accordo sul gas con la Grecia quello stesso mese, poi un altro con Cipro ad aprile. Tutto era collegato. Washington aveva ora costruito un’arteria americana, che andava dal Levante, a Cipro, alla Grecia.
Il gas, le condutture e i contratti di locazione erano tutti a posto – per non parlare di un’ulteriore uscita di GNL attraverso l’Egitto. Il corridoio del gas settentrionale dalla Russia era ormai morto, e al suo posto ne era stato costruito uno nuovo – quasi perfettamente simmetrico – da una società statunitense. L’ultimo chiodo nella bara del Nord Stream.
In totale, l’intero bacino vale oltre mezzo trilione di dollari – superando i profitti complessivi di BP, Shell, Chevron, ExxonMobil e TotalEnergies derivanti dall’intera guerra in Ucraina. Queste riserve non sfruttate sono state tenute in sospeso dall’esercito israeliano, che di fatto agisce come mercenario privato per le grandi aziende americane.
Non è una coincidenza che tutti i porti lungo questa costa siano stati distrutti tranne quelli israeliani. Bloccando Gaza e paralizzando i porti di Beirut e della Siria, è stato fatto in modo che i levantini non potessero mettere le mani sulla loro eredità, lasciando invece la porta aperta alla Chevron per incassare.
Con il Qatar e l’Iran messi da parte e il Mediterraneo assicurato, dall’altra parte del Pianeta la Marina degli Stati Uniti stava già spianando la strada alla Chevron di impossessarsi dei giacimenti petroliferi più grandi del mondo.
Puntare al petrolio e al gas che alimentano la Cina
Il controllo dell’Europa e l’indebolimento della Russia erano, tuttavia, solo l’inizio. Il vero obiettivo è la Cina. La Cina è troppo grande e competitiva perché gli Stati Uniti possano distruggerla. L’obiettivo di Washington è invece quello di controllarla. Tagliando le fonti di combustibile più vitali di Pechino, gli Stati Uniti vogliono forzare una dipendenza totale dall’energia americana.
Questo crea la leva necessaria per garantire la sopravvivenza del dollaro, minando al contempo i BRICS, la Belt and Road Initiative (BRI) e la multipolarità. La Cina riceve circa 1/3 del proprio petrolio da Venezuela, Russia e Iran messi insieme – partnership che considera strategiche. Negli ultimi 90 giorni gli Stati Uniti hanno preso di mira tutti e tre questi paesi con un’escalation crescente.
Venezuela (Operazione Southern Spear)
Il blocco è iniziato nel settembre 2025, quando una flotta statunitense è stata dispiegata nei Caraibi con il pretesto della «lotta al narcotraffico». Agendo sotto il comando del Comando Sud (USSOUTHCOM), Washington ha posizionato queste navi proprio ai confini del Venezuela, circondando di fatto il Paese. A dicembre, la flotta ha rivelato il suo vero scopo piratando apertamente il petrolio venezuelano.
Questa campagna è culminata con il rapimento del presidente Nicolás Maduro a gennaio e nella conquista delle più grandi riserve petrolifere del Mondo. La marina statunitense ha parcheggiato le proprie navi alle porte del Venezuela, dove rimangono ancora oggi. Decide quali petroliere possono entrare e uscire e, ovviamente, si tratta principalmente di Chevron.
Nel frattempo, il governo statunitense – dopo aver costretto con la forza l’amministrazione locale alla sottomissione – procede a formalizzare questo furto rilasciando deroghe del Tesoro e Licenze Generali alle proprie società, come se possedesse i diritti sul petrolio. Trump si vantò pochi giorni dopo (proprio al vertice del “Board of Peace”) che gli Stati Uniti ora controllano il 62% del petrolio mondiale.
Questa acquisizione ha raggiunto due obiettivi fondamentali per lo Stato Pirata: in primo luogo, ha immediatamente tagliato fuori la Cina da un partner energetico vitale e, in secondo luogo, ha assicurato una seconda riserva strategica di petrolio per compensare il caos che Washington stava per scatenare su Russia e Iran.
Russia (Operazione Arctic Sentry)
Negli ultimi mesi, le forze statunitensi e della NATO hanno letteralmente dato la caccia alle navi petroliere e gasiere russe in tutto il Pianeta, dal Mar Mediterraneo al Mar Nero, al Mar Baltico, ai Caraibi, all’Artico, all’Atlantico settentrionale e all’Oceano Indiano.
La Russia fornisce il 17% delle importazioni totali di petrolio della Cina. Sebbene una parte venga trasportata tramite oleodotti, la stragrande maggioranza transita via mare. Ciò include la miscela critica di tipo Urals su cui fanno affidamento le raffinerie indipendenti cinesi. Poiché queste esportazioni partono dai porti occidentali della Russia nel Mar Baltico, sono particolarmente vulnerabili a causa della loro vicinanza alla NATO.
Gli Stati Uniti sapevano che la Cina avrebbe immediatamente cercato nella Russia un sostituto del petrolio perso in Venezuela, quindi, per tagliarle fuori, Washington ha ridistribuito gruppi d’attacco chiave dai Caraibi all’Artico e all’Atlantico. Questo è precisamente il motivo per cui la NATO ha silenziosamente istituito l’“Operazione Arctic Sentry” a febbraio, senza fare alcuno sforzo per nasconderne il vero scopo:
“Anche l’interesse della Cina per l’Artico sta crescendo, poiché Pechino cerca di ottenere accesso all’energia, ai minerali critici e alle vie di comunicazione marittime. Inoltre, la maggiore cooperazione tra Russia e Cina ha implicazioni strategiche e operative per la posizione di deterrenza e difesa della NATO nella regione”. – NATO Arctic Security Brief
In parole povere: si tratta di un embargo sul petrolio e sul gas. La NATO ammette apertamente che il suo obiettivo è quello di interrompere l’“accesso di Pechino all’energia e ai minerali critici” e di ostacolare il suo crescente commercio con la Russia. Nessuna di queste cose è una questione di sicurezza. Sono questioni geostrategiche ed economiche.
Questo spiega perché Donald Trump sia così interessato alla Groenlandia e al Canada, e perché la Royal Navy abbia schierato un gruppo da battaglia di portaerei il mese scorso nel corridoio Groenlandia-Islanda-Regno Unito (GIUK) e di nuovo questa settimana. L’obiettivo è di mettere alle strette le petroliere russe nel Baltico e nell’Artico prima ancora che possano partire.
Questo passaggio è stato un punto nevralgico sin dalla Guerra Fredda; un tempo era l’unica via attraverso cui i sottomarini russi potevano raggiungere l’Atlantico. La NATO sta ora tornando in quella zona con un obiettivo diverso in mente: ostacolare il commercio lungo la Rotta Marittima del Nord (NSR), la principale scorciatoia della Russia verso l’Asia e in previsione della futura Rotta Marittima Transpolare (TSR).
I media hanno descritto il lancio di Arctic Sentry come una “via d’uscita” diplomatica per “allentare le tensioni” tra gli Stati Uniti e la Groenlandia. Chiaramente questa missione non è stata concepita per “allentare” nulla, ma piuttosto come un cavallo di Troia per portare le truppe della NATO in posizione di attuare un blocco – con la partecipazione di molte marine occidentali, tra cui Francia, Svezia, Spagna e Gran Bretagna, tutte attivamente impegnate ad aiutare Washington a piratare il petrolio russo.
Quando ho esposto per la prima volta la mia tesi sullo “Stato pirata” a marzo, all’epoca venivano colpite solo le petroliere russe. Ma nel corso di questa indagine, questi attacchi si sono intensificati, passando dal colpire le navi al colpire raffinerie e hub di esportazione.
Ciò avvalora la mia tesi principale secondo cui stiamo assistendo a una guerra energetica fisica. Solo nel mese di marzo, circa il 40% della capacità di esportazione di petrolio via mare della Russia è stata messa fuori uso: la più grave interruzione logistica nella storia moderna della Russia.
Mentre pubblico questo articolo, i risultati di aprile sono inconfutabili: questo è stato il mese più violento finora, costringendo la Russia a ridurre la produzione di petrolio da 300.000 a 400.000 barili al giorno – il taglio più drastico degli ultimi 6 anni.
L’ultimo rapporto dell’OPEC conferma che la Russia si trova 400.000 barili al giorno al di sotto della propria quota ufficiale, il che dimostra che questi attacchi stanno avendo un effetto decisivo sul campo. E questo senza nemmeno contare ciò che è andato perso o è stato saccheggiato in mare.
Nei 4 anni di guerra in Ucraina, le infrastrutture energetiche russe non sono mai state colpite così profondamente né su questa scala. Sebbene la campagna sia iniziata nell’autunno del 2025, il Blitz sull’energia russa si è intensificato davvero solo dopo che Washington si è assicurata il Venezuela e ha lanciato la guerra contro l’Iran.
La tempistica calcolata e la portata globale di questa manovra a tenaglia dimostrano che lo Stato Pirata stava aspettando di aver assicurato la propria riserva strategica prima di sferrare il colpo decisivo, raggiungendo due obiettivi contemporaneamente: l’interdizione delle forniture cinesi e il consolidamento del mercato globale.
Iran (Operazione Epic Fury)
L’Iran esporta circa il 60% del petrolio che produce e, come la Russia e il Venezuela, ne spedisce la maggior parte in Cina a prezzi scontati. L’Iran rappresenta l’11% delle importazioni cinesi di greggio via mare. Con le spedizioni dal Venezuela e dalla Russia sabotate dagli Stati Uniti, un approvvigionamento costante dall’Iran è diventato ancora più critico – e Pechino ha aumentato le importazioni di conseguenza.
Poiché lo Stretto di Hormuz è sotto il controllo dell’Iran, queste spedizioni dovrebbero di fatto avere la priorità, dato che la Cina è un partner strategico. Tuttavia, la natura stessa di una guerra garantisce il caos, e il sistema sperimentale di transiti di Teheran – come tutte le infrastrutture – è sistematicamente preso di mira dall’aggressione statunitense-israeliana, creando un accumulo di ritardi.
Affondando l’IRIS Dena a più di 3.200 km dal Golfo Persico, lo Stato Pirata ha segnalato le proprie intenzioni a tutte le navi nel Sud Globale, armate o disarmate, all’interno o all’esterno del teatro di guerra. Sfortunatamente, fissare il prezzo del carico in yuan non sarà sufficiente con uno Stato Pirata alle porte, che deruba e affonda navi a caso.
Gli Stati Uniti non hanno alcuna intenzione di allentare la tensione. Anche durante il “cessate il fuoco”, il Segretario alla Guerra Hegseth ha dichiarato esplicitamente che Washington non lascerà queste acque – cessate il fuoco o meno – confermando ciò che avevo preannunciato: che gli Stati Uniti applicheranno il loro modello artico e venezuelano all’Iran.
L’assalto statunitense-israeliano, unito all’interruzione delle forniture di GNL del Qatar, ha fatto precipitare le importazioni cinesi di GNL al minimo degli ultimi otto anni. I dati del governo cinese (GACC) mostrano che le importazioni totali di gas naturale sono crollate del 16,3% da febbraio a marzo – ovvero, rispetto allo scorso anno, un calo del 10,7% su base annua.
Poiché i gasdotti funzionano al 100% della loro capacità, questo calo è quasi certamente dovuto al blocco globale imposto dagli Stati Uniti e rappresenta l’indicatore più chiaro finora del fatto che le guerre e i blocchi di Washington stanno limitando l’approvvigionamento della Cina.
La Russia e l’Iran detengono le più grandi riserve accertate di gas naturale al mondo, ma la loro capacità di mitigare il deficit della Cina è fisicamente limitata. L’Iran consuma il 94% del gas che produce e il suo potenziale di esportazione residuo è già stato compromesso dai recenti attacchi.
Inoltre, la Russia sta già utilizzando a pieno regime i suoi principali gasdotti e oleodotti verso la Cina (rispettivamente Power of Siberia ed ESPO). Il completamento di Power of Siberia 2 è ancora lontano e la Russia non dispone della flotta di petroliere – di classe artica o di altro tipo – necessaria per aiutare la Cina a compensare queste perdite via mare.
Anche se queste navi fossero disponibili, l’intensità degli attacchi sostenuti dagli Stati Uniti ha fatto salire alle stelle i premi assicurativi sulle petroliere russe, vanificando quasi completamente lo scopo di acquistare il loro petrolio a prezzo scontato.
Sabotaggio e guadagni a più livelli
Per il momento, ciò significa che tutti e tre i fornitori strategici di petrolio della Cina sono attivamente ostacolati o attaccati dagli Stati Uniti. Questi attacchi sono ancora più costosi se si tiene conto di quanto segue.
Raffinerie “teiera” progettate per il greggio pesante
Le raffinerie “teiera” cinesi sono progettate specificamente per trattare il greggio acido proveniente dal Venezuela, scomponendo i fanghi pesanti e densi e trasformandoli nel gasolio che alimenta le industrie high-tech cinesi. Sebbene il petrolio russo e quello iraniano siano chimicamente diversi – e più facili da raffinare – la Cina li ha ricevuti a un prezzo talmente scontato che valeva la pena raffinarli utilizzando le “teapot”.
Petrolio scontato
Non sono solo le capacità fisiche e tecniche delle “teapot” a renderle perfette per questi tipi di petrolio, ma anche il prezzo. Queste varietà sono state fornite alla Cina a prezzo scontato o, nel caso del Venezuela, come forma di rimborso del debito. Ottenere miscele identiche allo stesso prezzo competitivo è praticamente impossibile.
In primo luogo, Washington sta privando le raffinerie “teapot” del “fango” pesante per cui sono state specificamente progettate. In secondo luogo, eliminando le alternative economiche russe e iraniane, sta rendendo finanziariamente impossibile l’avvio delle raffinerie. Ciò crea un effetto a cascata di sabotaggio sull’economia cinese, di cui gli Stati Uniti sono indubbiamente ben consapevoli.
Sebbene la Cina possa riprendersi nel lungo termine e il suo consumo energetico sia diversificato, il solare e il carbone da soli non possono alimentare la sua base industriale al suo potenziale assoluto. Anche con riserve massicce, queste non possono reggere il confronto a lungo termine con l’impatto di uno Stato pirata che attacca i suoi 3 partner energetici più vitali nell’arco di 90 giorni.
La maggior parte dei governi considererebbe il comportamento di Washington un atto di guerra o, nella migliore delle ipotesi, tratterebbe la questione come una minaccia alla sicurezza nazionale – e avrebbero ragione.
Deviazione verso il Golfo del Messico
A peggiorare la situazione, gli Stati Uniti hanno dirottato il greggio venezuelano sequestrato verso le proprie raffinerie nel Golfo del Messico. Ciò garantisce una serie di vantaggi per Washington:
- Queste raffinerie sono progettate per lavorare il greggio pesante, proprio come le “teiere” cinesi. Alimentandole con il petrolio venezuelano, funzionano alla massima efficienza, aumentando la quota di Washington nel mercato globale del diesel e i propri margini di profitto;
- Utilizzando il greggio pesante rubato sul proprio territorio, gli Stati Uniti possono esportare il proprio petrolio leggero da scisti – a prezzi da guerra record – in Europa e in Asia.
Cuba
Oltre a tagliare fuori la Cina dal Venezuela, gli Stati Uniti stanno usando il loro controllo sui giacimenti petroliferi più grandi del mondo per stringere il cerchio su Cuba e minacciarla con un cambio di regime.
Metà della rete energetica di Cuba dipendeva da questo petrolio. Subito dopo aver rapito Maduro, Washington ha tagliato fuori L’Avana, facendo sprofondare il paese nell’oscurità e aggravando l’assedio che hanno imposto alla nazione caraibica da 60 anni. Questa è un’ulteriore prova del fatto che la cattura del petrolio venezuelano non fosse solo una questione di avidità delle grandi aziende, ma avesse scopi strategici e geopolitici.
Sebbene gli Stati Uniti abbiano “permesso” a una sola petroliera russa di raggiungere l’Avana e abbiano anche concesso una tregua di 30 giorni per il petrolio iraniano e russo, questi atti non devono essere scambiati per segnali di allentamento della tensione. Sono semplicemente valvole di sfogo progettate per stabilizzare i mercati globali mentre Washington porta a termine l’acquisizione ostile.
Transizione verso una potenza navale
Gli Stati Uniti stanno attraversando una trasformazione radicale che li sta trasformando in una potenza navale, come dimostrano non solo la loro strategia militare, ma anche una totale ristrutturazione del mercato energetico globale. Definire questa situazione un blocco globale non è una figura retorica. Geograficamente, essa abbraccia metà del Pianeta – estendendosi dalla Groenlandia al Venezuela fino all’Iran – con un unico obiettivo: l’interdizione dei rifornimenti di carburante.
Questo blocco è così omogeneo che spesso sono letteralmente le stesse navi e lo stesso equipaggio a passare da un teatro all’altro. Questa flotta è guidata dalla USS Gerald R. Ford, ma include anche la USS Iwo Jima e i cacciatorpediniere Churchill e Spruance. Opera come un’unica forza mobile.
Ogni volta che è necessario, il loro comando viene semplicemente approvato e trasferito tra USSOUTHCOM, USEUCOM e USCENTCOM. La Ford, ad esempio, ha partecipato alla conquista del Venezuela, così come all’assalto all’Iran, subito dopo aver terminato una missione nell’Artico.
Rete di estorsione marittima
Non è solo l’esercito statunitense ad avere una flotta globale. Mentre la maggior parte del gas della Russia o della Norvegia viene trasportata tramite gasdotti, il GNL statunitense viene inviato via nave. Questo lo rende mobile – e costoso, motivo per cui l’Europa e l’Asia non lo comprerebbero se non fossero costrette a farlo.
Con la concorrenza ormai fisicamente eliminata, l’Europa e l’Asia sono costrette a fare offerte per il GNL americano a prezzi esorbitanti sul mercato spot. Per rendersi conto di quanto sia spietato questo business, si possono vedere navi di GNL fermarsi a metà viaggio e cambiare rotta in tempo reale verso il miglior offerente. Chi è disposto a pagare di più, vince.
Piano d’azione marittimo (M6P)
Questo documento è stato pubblicato dalla Casa Bianca nel febbraio 2026 – nello stesso periodo in cui si sono verificati tutti gli altri eventi salienti di questa offensiva lampo. Si tratta di un piano strategico che delinea la transizione degli Stati Uniti verso una potenza navale. Si chiama Piano d’Azione Marittimo (MAP) ed è di fatto il seguito di un documento del 2025, intitolato “RIPRISTINARE IL DOMINIO MARITTIMO DELL’AMERICA” – nel caso qualcuno non avesse ancora colto il messaggio.
Il MAP essenzialmente obbliga chiunque faccia affari con gli Stati Uniti a passare a navi di fabbricazione statunitense. Questo obiettivo affonda le sue radici nello “SHIPS for America Act del 2025 (S. 1541)”, che stabilisce un chiaro quadro giuridico per rivitalizzare la flotta statunitense. (“La flotta” include non solo navi militari, ma anche navi per il GNL e il petrolio – a dimostrazione del peso strategico che gli Stati Uniti attribuiscono a queste risorse).
Esso impone che una percentuale crescente di merci strategiche venga alla fine trasportata su navi costruite negli Stati Uniti. Ciò include l’intera flotta di navi per il trasporto di GNL – un numero assurdo di navi, dato che gli Stati Uniti sono già il primo esportatore mondiale di GNL e hanno appena consolidato ulteriormente il loro controllo sul mercato.
Si applica anche a qualsiasi carico che entra nel paese, compreso il petrolio. Circa il 40% del petrolio raffinato negli Stati Uniti proviene dall’estero – quindi, ancora una volta, gli Stati Uniti sfruttano la loro posizione di principale raffineria al Mondo per estorcere denaro al Pianeta e generare un’ulteriore manna di contanti.
Chi non investe in un cantiere navale statunitense sarà costretto a pagare una tassa. In entrambi i casi, dovrà sborsare qualcosa allo Zio Sam. Questa transizione verso una potenza marittima è così intensa che proprio questa settimana Trump ha licenziato in tronco il suo Segretario della Marina, John Phelan. Il suo crimine? Non aver costruito la flotta abbastanza in fretta.
Gli Stati Uniti sono chiaramente fiduciosi nella loro posizione geostrategica e scommettono sul dominio energetico globale totale – e lo utilizzano per raddoppiare e triplicare i loro flussi di entrate, tra anni se non decenni (di nuovo, pensate a “guadagni su più livelli”). La trasformazione è tanto economica quanto militare. E nel tipico stile di Wall Street, realizzeranno questa transizione verso una potenza navale facendo pagare il conto a qualcun altro.
Racket di protezione
Infine, Donald Trump ha annunciato quello che in sostanza equivale a un servizio di guardia del corpo, offrendosi di proteggere le navi a un “prezzo molto ragionevole” tramite la Marina degli Stati Uniti. Questo aggiunge l’ultimo tassello al monopolio sotto forma di racket di protezione. Non c’è davvero bisogno di sottolineare l’ironia della situazione: poiché l’unica vera minaccia alla libertà di navigazione in alto mare è proprio la potenza che si offre di “proteggerla”.
Molto spesso, gli Stati Uniti non sequestrano nemmeno il carico di queste navi, ma le affondano e basta. Tuttavia, quando le abbordano, usano o vendono letteralmente il carico come bottino – come i pirati – e giustificano la vendita all’interno del sistema legale statunitense citando le proprie sanzioni OFAC. Eppure nessuna di queste navi è mai entrata negli Stati Uniti o nelle loro acque.
Inoltre, le sanzioni statunitensi sono inutili al di fuori degli Stati Uniti, e in realtà illegali ai sensi del diritto internazionale, come mi ha spiegato nel 2021 Alena Douhan, relatrice speciale delle Nazioni Unite sull’impatto negativo delle misure coercitive unilaterali.
Insieme, tutti questi elementi garantiscono a Washington molteplici fonti di reddito e il controllo totale sulla catena di approvvigionamento e produzione energetica in ogni sua fase. Ricorrendo alla pirateria, a sanzioni inventate e alla loro posizione dominante sul mercato, gli Stati Uniti stanno estorcendo al Pianeta il pagamento della stessa flotta che li attacca – una transizione dall’“ordine internazionale basato sulle regole” dell’Impero a uno Stato pirata senza legge.
Cambiamento strategico
Il petrodollaro non esiste più. È stato silenziosamente sostituito da un successore ben più letale: il petrogas-dollaro, proprio nel momento in cui tutti pensavano che gli Stati Uniti fossero in declino. Tutto ciò a cui assistiamo oggi è il risultato di una pianificazione decennale tra Washington e Wall Street.
Trump ha messo in campo i pezzi, ma nessuno è stato in grado di comporre il puzzle fino ad ora. La “Dottrina Donroe” è ampiamente fraintesa. Molti pensano che sia solo una rivisitazione della Dottrina Monroe, o semplicemente che riguardi il controllo dell’Emisfero Occidentale.
Ma non è così. Si tratta di trasformare l’Emisfero Occidentale in qualcos’altro. L’obiettivo è portare il mercato in America e spostare il corridoio energetico mondiale nell’Emisfero Occidentale. Questi piani non sono esclusivamente di Trump, né sono stati messi insieme dall’oggi al domani. Sono il frutto dell’amministrazione Bush e dei neoconservatori come Dick Cheney.
Nel 2001, mentre ricopriva la carica di vicepresidente, Cheney tenne 40 incontri segreti con i giganti dell’energia per redigere la strategia americana per il XXI secolo. La Casa Bianca ha combattuto fino alla Corte Suprema per cercare di mantenere segreti questi incontri. Se state immaginando qualcosa di simile a un losco raduno di dirigenti, non siete troppo lontani dalla realtà: i capi di letteralmente tutte le principali compagnie petrolifere erano nella stanza con Cheney e i suoi collaboratori.
Il progetto nato da quegli incontri segreti era un documento strategico chiamato National Energy Policy (NEP). Già 25 anni fa, la Casa Bianca sapeva che impossessarsi delle riserve petrolifere del Venezuela era fondamentale per “diversificare” l’approvvigionamento petrolifero degli Stati Uniti:
“Lo sviluppo in corso delle cosiddette riserve di ‘petrolio pesante’ nell’emisfero occidentale è un fattore importante che promette di aumentare significativamente le riserve petrolifere globali e la diversificazione della produzione”. – Politica Energetica Nazionale, 2001
Potenziare la produzione nell’emisfero occidentale e quella interna degli Stati Uniti è un pilastro fondamentale della NEP. Il documento tratta di fatto le importazioni di petrolio dai paesi che gli Stati Uniti non gradiscono quasi come una minaccia alla sicurezza nazionale:
“...sempre più dipendente dai fornitori stranieri. Se proseguiamo sulla strada attuale, tra vent’anni l’America importerà quasi due barili di petrolio su tre – una condizione di crescente dipendenza da potenze straniere che non sempre hanno a cuore gli interessi dell’America”. – Politica Energetica Nazionale, 2001
Una “minaccia” che gli Stati Uniti risolvono rubando il petrolio o facendolo saltare in aria in modo che altri non possano usarlo. Questo progetto non era opera di politici a caso.
Si trattava di un’amministrazione totalmente al servizio delle grandi compagnie petrolifere: Cheney proveniva da Halliburton; la ricchezza della famiglia Bush era stata costruita nell’industria petrolifera del Texas, e Condoleezza Rice aveva trascorso un decennio nel consiglio di amministrazione di Chevron – sì, la stessa Chevron che ha appena divorato le ricchezze del Venezuela, della Siria e della Palestina in 90 giorni. (La Chevron ha addirittura intitolato una petroliera a lei, la SS Condoleezza Rice).
Nel 2003, Cheney e Bush invasero l’Iraq per il petrolio. Gli Stati Uniti tentarono di nascondere questo furto dietro la maschera della “democrazia”. Allora, Washington aveva letteralmente bisogno del petrolio – ma oggi, gli Stati Uniti sono un produttore dominante e Trump non sta appropriandosi delle risorse del Venezuela per sopravvivere a una carenza.
Ciononostante, l’obiettivo generale è identico: consolidare una seconda riserva strategica. Abbandonando il teatro della “ricostruzione nazionale”, l’esercito statunitense si è trasformato in una pura forza pirata per garantire che l’emisfero occidentale diventi l’unico corridoio energetico del Mondo.
L’emisfero occidentale: il nuovo Medio Oriente
Rendendo l’emisfero occidentale la capitale del petrolio e del gas, si risolvono molti dei problemi che il petrodollaro aveva. In passato, il petrodollaro dipendeva troppo dagli eventi politici in Medio Oriente. Ma con questa strategia, gli Stati Uniti controllano l’intero processo senza dover fare affidamento su rappresentanti in Medio Oriente, che si tratti di Israele, dei regni del Golfo o delle vere e proprie basi dell’esercito statunitense.
Che si tratti di shock petroliferi, della chiusura di Hormuz o del conflitto in Palestina, questi eventi non possono più compromettere la stabilità del dollaro, perché l’intero processo – dall’estrazione alla raffinazione – è ora gestito localmente nell’emisfero occidentale da aziende statunitensi.
Nel 1944, Bretton Woods stabilì l’attuale ordine finanziario capitalista globale. Il dollaro fu ancorato all’oro fino agli anni ’70, poi slegato e ancorato in modo non ufficiale al petrolio del Golfo nel '73. Oggi assistiamo a un’altra rivoluzione del dollaro della stessa portata, ma ancorato a qualcosa di molto più forte: la produzione interna statunitense di gas e petrolio, oltre alle riserve che gli Stati Uniti sottraggono attraverso la guerra e la pirateria, creando così il dollaro-petrogas.
Il dollaro-GNL
Il dollaro-GNL o dollaro-petrogas non è solo più forte perché è al sicuro nel Golfo del Messico. Come indica il nome, è l’aggiunta di GNL/gas naturale che lo rende più diversificato e stabile. Attraverso il GNL, gli Stati Uniti hanno reso la sopravvivenza dell’Europa dipendente dal dollaro, e il mercato vincolato che hanno creato dopo il 2022 è proprio ciò che ha trasformato Washington nel primo esportatore mondiale.
E ora, dopo la loro guerra all’Iran – che la si consideri intenzionale o solo un comodo effetto collaterale – il fatto è che gli Stati Uniti si accaparreranno una quota ancora maggiore del mercato globale del GNL. Gli Stati Uniti detengono già una posizione così dominante nel settore del gas naturale che quando dichiarano guerra, i prezzi al consumo in America non battono ciglio, mentre lo stesso gas in Europa e in Asia sale alle stelle e costa una fortuna.
Come dimostra il grafico, non esiste una crisi energetica “globale”. La crisi riguarda solo i concorrenti degli Stati Uniti. Anche se i prezzi del petrolio salgono, gli Stati Uniti ne sono protetti. In quanto principali produttori e raffinatori, i giganti energetici statunitensi non possono davvero perdere.
Si limitano ad aumentare il prezzo del petrolio e a intascare i maggiori profitti. Fondamentalmente, quei profitti sono in dollari e rimangono all’interno del circuito economico statunitense. In questo momento questi colossi stanno incassando i profitti più alti di sempre e le valutazioni delle loro azioni sono ai massimi storici. L’attuale guerra in Iran rappresenta di fatto il loro periodo più redditizio fino ad oggi.
Per la prima volta dalla Seconda Guerra Mondiale, gli Stati Uniti stanno vendendo quasi più petrolio greggio di quanto ne importino. E, come previsto, i loro principali acquirenti (leggi: vittime) sono l’Europa e l’Asia. Un altro record senza precedenti è stato stabilito a marzo, quando le transazioni SWIFT in dollari statunitensi hanno raggiunto il 51,1%, in aumento rispetto al 49,25% di febbraio. Ciò conferma che il mondo è fisicamente costretto a tornare al dollaro per pagare l’unica energia rimasta sul mercato.
Gli analisti tradizionali del petrolio e dei mercati non riescono a concepire il valore strategico di ciò che sta accadendo. Pensano che il mondo inizi e finisca con le elezioni di medio termine e con gli americani scontenti che pagano il doppio alla stazione di servizio. Non è così che ragionano i dirigenti di Wall Street.
L’unica “lezione” che hanno imparato dopo l’Iraq e il 2008 è che possono praticamente cavarsela, qualsiasi cosa facciano, e che nessuno li fermerà. Sono predatori incoraggiati. Tutto sommato, la strategia statunitense garantisce che tutti siano costretti:
- ad acquistare prodotti americani, perché lo Zio Sam ha messo fuori mercato gli altri venditori;
- a pagare in dollari, indebolendo le loro valute;
- a pagare prezzi da tempo di guerra, aggiungendo la beffa al danno; il che porta al punto più letale.
Deindustrializzazione
Rendendo il petrolio e il gas costosi in Europa e in Asia, gli Stati Uniti costringono le aziende a scegliere tra chiudere i battenti o trasferirsi in America. Questo processo è stato avviato durante la crisi ucraina, mettendo in ginocchio molte industrie europee, dall’acciaio tedesco al vetro francese, e non farà che intensificarsi man mano che gli Stati Uniti porteranno a termine la loro acquisizione ostile. In effetti, questa strategia cannibalizza sia gli amici che i nemici, e a Wall Street questo va benissimo.
Questo esodo industriale provoca anche una massiccia fuga di capitali. Man mano che le fabbriche e gli asset vengono fisicamente trasferiti dall’Europa e dall’Asia agli Stati Uniti, ogni azienda porta il proprio capitale – contanti, azioni, credito – fuori dal proprio paese d’origine e lo riversa nell’economia americana. Questo sposta il baricentro dell’economia globale verso l’America, rafforzando il dollaro.
Secondo i dati del Tesoro degli Stati Uniti (TIC), il volume fisico di dollari in entrata nel paese non solo è cresciuto, ma ha registrato un picco in sincronia con l’espansione delle guerre energetiche.
Tra gennaio e febbraio 2026, il flusso netto di capitali verso gli Stati Uniti ha subito un’inversione di tendenza. A gennaio, il capitale stava lasciando gli Stati Uniti con un deficit di 25 miliardi di dollari. Ma un mese dopo, a febbraio, il denaro ha iniziato ad affluire negli Stati Uniti – anziché uscirne – con un surplus di 184,5 miliardi di dollari, e questo nel pieno del caos causato dagli Stati Uniti in Russia e in Medio Oriente. Si tratta di un’oscillazione di 209,5 miliardi di dollari in un solo mese, semplicemente senza precedenti.
Ancora più rivelatore è il fatto che la maggior parte di questo capitale proviene da investitori privati stranieri, non da governi stranieri o banche centrali. Solo nel mese di febbraio, gli afflussi netti privati hanno raggiunto i 166,5 miliardi di dollari. Ciò significa che le persone stanno scegliendo in modo proattivo di parcheggiare il proprio denaro negli Stati Uniti perché lo “Stato Pirata” sta causando così tanto caos ovunque, da apparire di fatto come l’unica scommessa sicura.
Questo capitale privato record si divide in due flussi:
- La metà viene utilizzata per acquistare petrolio e gas americani a prezzi da tempo di guerra. Secondo l’Ufficio di Analisi Economica degli Stati Uniti (BEA), le esportazioni totali degli Stati Uniti sono aumentate del 4,2% raggiungendo il livello record di 314,8 miliardi di dollari nel febbraio 2026. Questo aumento è stato guidato quasi interamente dalle forniture e dai materiali industriali, con le sole esportazioni di gas naturale che sono aumentate di 1,3 miliardi in un solo mese, mentre i partner si affrettavano a sostituire le forniture perse dal Medio Oriente e dalla Russia.
- L’altra metà viene investita in titoli del Tesoro, il che dimostra quanta fiducia la gente sembri riporre nel dollaro – anche quando gli Stati Uniti limitano l’approvvigionamento energetico mondiale. Questo dimostra ancora una volta quanto Washington sia isolata dal caos che scatena su tutti gli altri.
Le aziende non si alzano e se ne vanno ogni giorno, quindi una volta che sono negli Stati Uniti, è molto improbabile che si trasferiscano di nuovo in tempi brevi. Quel capitale rimane quindi all’interno del circuito economico statunitense, e quelle aziende faranno affari esclusivamente in dollari, rafforzando ancora una volta il biglietto verde.
In effetti, gli Stati Uniti non stanno solo spostando il corridoio energetico del Pianeta nell’emisfero occidentale, ma anche la propria base industriale. Una cosa porta naturalmente all’altra, in un effetto domino che rafforza il “petrodollaro”. Per riassumere, la strategia è piuttosto machiavellica e funziona a cascata.
- In primo luogo, gli Stati Uniti eliminano la loro dipendenza dagli altri producendo così tanto petrolio e gas da poter superare la tempesta. In altre parole, possono scatenare guerre dall’altra parte del Pianeta senza subirne le conseguenze.
- Successivamente, distruggono le infrastrutture di tutti gli altri, direttamente o indirettamente (ad esempio, Nord Stream, Ras Laffan), in modo che gli altri siano costretti ad acquistare energia dagli Stati Uniti.
- Se qualcuno cerca di vendere il proprio petrolio e gas per aggirare le sanzioni di Washington, il carico viene rubato durante il transito. Questo fa salire i prezzi globali e conferisce agli Stati Uniti il monopolio totale sul mercato.
- Rendendo l’energia inaccessibile ovunque altrove, la base industriale statunitense diventa di default la più competitiva, costringendo le aziende estere più forti a trasferirsi in America mentre le altre muoiono.
- Tutti questi meccanismi rafforzano la valuta statunitense e costringono il Pianeta a fare affari secondo le regole di Washington, pagando a caro prezzo.
In passato, gli Stati Uniti rovesciavano i governi per appropriarsi del loro petrolio; oggi, usano il proprio petrolio per rovesciare i governi. Nella guerra in Ucraina, gli Stati Uniti non hanno avuto bisogno di prendere il controllo del petrolio e del gas russi alla fonte. Attraverso sanzioni, sabotaggi e pirateria, sono riusciti a escludere la Russia dal mercato e a costringere i giganti industriali a trasferirsi in America.
Se quella era la prova generale, il piano ha funzionato, e gli Stati Uniti ora stanno costruendo su quella base, estendendo il modello a livello globale. Un esempio calzante è il curioso destino del Qatar. ExxonMobil e QatarEnergy – che sono partner nella raffineria di Ras Laffan, messa fuori uso a marzo – sapevano chiaramente quando ritirare le loro fiches dal Medio Oriente e trasferirle negli Stati Uniti.
Il 22 aprile hanno festeggiato la loro prima spedizione di GNL da Golden Pass, in Texas, dove il Qatar detiene una quota di maggioranza del 70%. Si può dire con certezza che, con questi prezzi da tempo di guerra, recupereranno più volte tutto ciò che hanno perso nel Golfo, il tutto operando in sicurezza all’interno del circuito economico statunitense.
BRICS e de-dollarizzazione
Cosa significa il petrodollaro per il Sud del Mondo? A seguito del sabotaggio del Nord Stream del 2022 e delle sanzioni contro la Russia, la multipolarità ha cominciato a prosperare per necessità. La Russia si è orientata verso l’Est, vendendo il proprio petrolio e gas in rubli; e abbiamo visto economie, sistemi di pagamento (Mir, Shitab) e sistemi bancari (CIPS, SPFS, SEPAM) collegarsi tra Mosca, Teheran, Caracas e Pechino.
Sulla stessa linea, l’Iran sta ora applicando un pedaggio per il passaggio sicuro attraverso lo Stretto di Hormuz, con prezzi fissati in valute alternative al dollaro come lo yuan. Queste sono tutte mosse giuste, dal punto di vista geopolitico. Ma affinché la de-dollarizzazione funzioni, il commercio deve essere fisicamente possibile. Non si può avere uno Stato pirata che attacca le merci in transito o fa saltare in aria le risorse naturali.
La strategia degli Stati Uniti è passata dalle sanzioni unilaterali alla guerra d’assedio. Washington non si limita più a escludere i paesi dai mercati occidentali, ma impedisce loro fisicamente di commerciare insieme. Questo assedio non si limita alla pirateria in mare; è anche un blocco dei corridoi commerciali rivali. Rovesciando il governo di Damasco e distruggendo i porti siriani di Latakia e Tartous, gli Stati Uniti hanno preso più piccioni con una fava:
- Hanno conquistato il bacino di gas del Levante per conto della Chevron
- Hanno eliminato l’unico attore statale arabo filopalestinese
- Hanno fisicamente isolato la Nuova Via della Seta dal Mediterraneo – danneggiando sia la Cina che il Sud del Mondo.
Nelle ultime settimane, la resistenza irachena è riuscita a cacciare l’occupazione della NATO dopo più di due decenni. Questo è vitale per la Nuova Via della Seta, poiché la ferrovia irachena era stata progettata per collegare direttamente l’Asia al Mediterraneo. Ma mentre l’Iraq ha fatto progressi, la sfida è lungi dall’essere finita.
Mettere fuori uso le basi aeree è fondamentale, ma non sarà sufficiente. La Resistenza deve rendersi conto che Washington sta passando dal proprio modello di occupazione terrestre a un modello di pirateria globale e di interdizione marittima. Poiché gli Stati Uniti fanno sempre più affidamento su incursioni, blocchi e caos controllato a distanza, le basi aeree diventano meno rilevanti. Se la battaglia si sposta in mare, anche la strategia della Resistenza deve cambiare di conseguenza.
Cosa dovrebbe fare l’Iran per vincere
Da un punto di vista puramente di teoria dei giochi, Iran, Russia e Cina hanno ancora una manciata di mosse strategiche a disposizione:
- Sviluppare fonti di carburante alternative che non possano essere fisicamente rubate o sabotate.
- Tentare di neutralizzare la Marina degli Stati Uniti nei rispettivi teatri operativi (anche se, come abbiamo visto, il blocco è ormai globale).
- Rendere pan per focaccia allo Stato pirata, ovvero colpire le sue raffinerie e le sue petroliere.
Nella fredda matematica della teoria dei giochi, l’ultima opzione è la mossa più efficace – ma è anche uella che con maggiori probabilità scatenerebbe la Terza Guerra Mondiale.
Diamo per scontato che un’azione ostile contro il territorio continentale degli Stati Uniti sia automaticamente una linea rossa. Questo colpisce alla radice una profonda asimmetria strategica: com’è possibile che Washington possa bruciare raffinerie e prendere di mira capi di Stato senza lo stesso timore di ritorsioni?
Per qualsiasi motivo, Russia, Cina e Iran non sono riusciti a stabilire – e mantenere – un deterrente credibile contro l’aggressione occidentale. A questo punto non si tratta di petrolio o valuta, ma di sovranità. Gli arsenali nucleari di Cina e Russia sono resi quasi inutili dall’inazione, il che è di per sé uno straordinario paradosso.
Durante tutta la fase iniziale di questa guerra, l’Asse della Resistenza ha combattuto ben al di sopra delle proprie possibilità. Ma mentre hanno danneggiato risorse per miliardi di dollari, la Marina degli Stati Uniti sta già passando a un modello di interdizione marittima assoluta. Distruggere una stazione radar o una pista di atterraggio è una vittoria tattica, ma non serve a fermare un blocco navale posizionato di fronte allo Stretto di Hormuz.
Washington non vuole nemmeno che le attuali rotte commerciali esistano più, figuriamoci che funzionino. Le stanno smantellando, le stanno attaccando per spostare il corridoio energetico del Pianeta nell’emisfero occidentale – tracciando le rotte commerciali marittime e le politiche energetiche del prossimo secolo. Il ghiaccio non si è nemmeno sciolto, e stanno già bloccando la rotta transpolare artica.
Per lo Stato Pirata, che ha promesso di far piovere “morte e distruzione dal cielo per tutto il giorno”, nessun costo è troppo alto nel perseguimento di questi obiettivi – ed è proprio per questo che l’Iran non dovrebbe sottovalutare la loro capacità di ricorrere alla violenza. Ecco perché la sconfitta militare e quella economica non sono la stessa cosa. Finché l’Iran e il Sud del Mondo continueranno a combattere gli Stati Uniti sul loro stesso terreno, non sconfiggeranno mai lo Stato Pirata.
L’intera dottrina militare statunitense si fonda sul principio di non combattere mai guerre in patria, al fine di proteggere la popolazione e la base industriale. È la stessa logica alla base dello spostamento del corridoio energetico. Stanno trasferendo la capitale mondiale del petrolio e del gas nell’emisfero occidentale esattamente per lo stesso motivo per cui combattono le loro guerre in Medio Oriente: per mantenere il motore dell’impero al riparo tra due oceani.
Umiliare gli Stati Uniti a migliaia di chilometri di distanza dalla loro base industriale è già stato fatto in passato – in Vietnam, in Afghanistan e ora in Iran – eppure l’Impero continua a fare il pirata. Finché Wall Street si sentirà intoccabile, l’imperialismo statunitense persisterà.
