Presentazione
Analisi, opinioni, fatti e (più di rado) arte da una prospettiva di classe.
05/09/2026
Per il “corpo estraneo” militare è l’ora delle procure
Ora questo groviglio di problemi esplode, anche se nei tempi e nei modi felpati del Palazzo.
Due diversi esposti – uno alla Procura militare, l’altro a quella ordinaria – chiedono di verificare:
a) se i militari in servizio attivo con ruoli di direzione in Futuro Nazionale abbiano o no violato l’obbligo di neutralità politica previsto per il personale militare;
b) se Futuro Nazionale rappresenti o no un tentativo di “ricostituzione del partito fascista”, espressamente vietato dalla “legge Mancino”.
Gli “accertamenti preliminari” disposti dalla Procura militare riguardano la prima ipotesi, sulla base appunto dell’esposto di un sindacato dei militari che denuncia: “vengono segnalati possibili problemi legati all’assunzione di incarichi politici da parte di militari in servizio, all’uso della qualifica o del grado in attività di propaganda e alla compatibilità di alcune attività organizzative con i vincoli previsti dall’ordinamento militare”.
In particolare vengono citati i casi di Luigi Avveduto, sottufficiale e segretario del sindacato Sim Carabinieri, che è anche consigliere del VII municipio di Roma (eletto nelle fila dell’Udc e poi passato al “gruppo misto”), e di Antonsergio Belfiori, ufficiale dell’Aeronautica e segretario nazionale di un altro sindacato militare.
La Costituzione italiana garantisce il diritto di associarsi liberamente in partiti politici a tutti i cittadini (art. 49), ma stabilisce anche una “riserva di legge”, consentendo al Parlamento di introdurre delle limitazioni a questo diritto per alcune categorie di pubblici dipendenti, tra cui i “militari di carriera in servizio attivo” (art. 98).
La ragione di questa “riserva” è evidente: in una democrazia parlamentare il potere politico è in capo all’amministrazione civile (Parlamento, Governo, Presidente della Repubblica, ecc.), mentre ai militari tocca obbedire a chiunque ricopra quelle cariche, comunisti compresi.
L’esperienza dei colpi di stato, ovviamente, sconsiglia la confusione dei ruoli e la possibilità di un rovesciamento delle funzioni (generali o colonnelli che esercitano il potere politico disponendo anche di quello armato).
In questo divieto c’è anche una ragione funzionale chiara: la “cultura militare” – diciamo così – è particolarmente semplificata, riducendosi all’obbedienza gerarchica (certo accompagnata da valanghe di retorica sull’“onore”, la “difesa della patria”, ecc.), ma in completa assenza di competenze minime sulla gestione di una società complessa, fatta di classi, ceti sociali, figure e individualità con interessi spesso divergenti e conflittuali, ma tutti altrettanto legittimi.
Un militare a guidare i civili, insomma, può combinare solo disastri o, più di frequente, far decidere ai poteri economici dominanti la direzione di marcia di un Paese (quelli del Forum di di Cernobbio lo sanno meglio di tutti, pare...).
Il problema italiano è che la disposizione costituzionale (la “riserva di legge”) non è mai stata tradotta in leggi vere e proprie. Il divieto di ricoprire ruoli di direzione in un partito, insomma, è stato esplicitato – e in modo incerto – solo in base ad una sentenza del Consiglio di Stato (un tribunale amministrativo), la n. 5845 del 2017.
La semplice iscrizione ad un partito viene lì considerata legittima, mentre l’assunzione di ruoli direttivi, anche solo “onorifici”, no.
I coordinatori locali di Futuro Nazionale che indossano ancora la divisa (ma anche quello che era stato eletto con l’Udc), dunque, sarebbero fuori da ogni possibile legittimità di comportamento. Non sarebbero però perseguibili per un “reato”, visto che una legge non è stata mai varata.
Dunque l’iniziativa della Procura militare potrebbe addirittura diventare un “boomerang”, perché potrebbe persino concludersi con un nulla di fatto che legittimerebbe i militari a costituire e dirigere partiti, candidarsi alle elezioni e assumere eventualmente cariche politiche di qualsiasi importanza (ministri e sottosegretari, per esempio), pur restando in servizio (con stipendio e funzione di comando su uomini armati).
Un pastrocchio indigeribile, ma che diventa “possibile” in uno Stato alla frutta come questo...
Il secondo esposto – “possibile ricostituzione del partito fascista” – è più logico, se non altro, viste le posizioni espresse su un ampio ventaglio di questioni sociali (dall’immigrazione ai programmi scolastici), chiaramente sovrapponibili con l’ormai centenario immondezzaio fascistoide.
Il tutto è però completamente affogato in una gigantesca operazione di “distrazione di massa” che vorrebbe far passare questa congrega di militari e reazionari come “filorussi”, “cavalli di troia del Cremlino” e amenità del genere.
Come giornale, ripetiamo, abbiamo già pubblicato inchieste che ricostruiscono per filo e per segno la lunga fila di personaggi – militari e non – che collegano direttamente Futuro Nazionale alle prime file trumpiane, a cominciare da Steve Bannon. Vi abbiamo trovato altri alti ufficiali, magari “in congedo”, appartenenti alla “Folgore” (il corpo di paracadutisti comandato a suo tempo dal generale diventato europarlamentare). Militari iscritti anche alla massoneria, “coordinatori” in contatto con Bannon, ecc.
Ah, già... viviamo in Europa, dove una classe politica di imbecilli senza consenso popolare (né maggioranza di governo) pretende di portarci alla guerra con la Russia e dipinge la Washington di Trump come “alleata” di Putin nel voler “distruggere l’Unione Europea”.
Come direbbero in tanti: non ce n’è bisogno, si distruggerà da sola continuando così...
Fonte
Dal drone di Lipsia ai droni di Zelensky, il sapore amaro della disperazione
di Fulvio Scaglione
Ma davvero lo sento solo io il puzzo acre di disperazione che si leva dalle ultime finto-bellicose iniziative europee nel confronto con la Russia? Finto-bellicose perché, se davvero credi che un Paese straniero mandi droni esplosivi in uno dei tuoi principali aeroporti, vuol dire che stai subendo un’aggressione armata, un tentativo di strage. E se per di più sei membro di un’alleanza militare chiamata NATO, e il bersaglio dell’aggressione armata era un aereo carico di rifornimenti militari destinati da quell’alleanza all’Ucraina, anche la NATO (dov’è finito il famoso articolo 5?) dovrebbe intervenire, reagire. E tu reagisci chiudendo un consolato e la Casa Russia? È pur vero che sei la Germania, ovvero il Paese che si è fatto saltare sotto il sedere il gasdotto Nord Stream che ti aveva reso ricca e quasi dicevi grazie agli attentatori, ma le conclusioni possibili sono solo due.
La prima: sei una pippa. La seconda: è tutto inventato. Inventato perché i russi non avrebbero il pelo o le capacità di commettere un gesto simile? Dipende. Il pelo certamente. Le capacità… parliamone, perché in molti casi non è che si siano rivelati abilissimi. Pensiamo al “caso Litvinenko”, l’ex agente del KGB avvelenato con il polonio a Londra nel 2006, con i responsabili (Andrej Lugovoj e Dmitrij Kovtun) prontamente individuati. O al “caso Skripal”, altro ex agente del KGB colpito con il gas nervino Novichok ma sopravvissuto, e i due colpevoli (Anatolij Chepiga e Aleksandr Mishkin, agenti del servizio segreto militare) identificati. Per di più, in entrambe i casi le inchieste hanno tirato in ballo una responsabilità diretta del Cremlino, non un gran risultato per i russi.
Però quello di Lipsia sembra un pasticcio troppo grande anche per quei pasticcioni dei russi: il drone esplosivo che non esplode, il tizio che lo prende a calci, il piano molto raffinato però affidato a due pirla qualunque, i passaporti, il transito per l’Italia che invece no, e così via. Compresa la grottesca conferenza stampa dei ministri tedeschi Alexander Dobrindt (Interni) e Johann Wadephul (Esteri), i quali non dicono perché sono così sicuri che si tratti di un attentato di Mosca ma parlano cinque minuti e poi se ne vanno, senza accettare domande. È piena la Rete di Osint, di considerazioni più o meno fondate, di dubbi ragionevoli, noi qui non ci dilunghiamo. Giornali e Tv, ovviamente, hanno reagito come un sol uomo (e forse non è un modo di dire): Russia colpevole, lo dice la Germania. A mettere qualche mano avanti sulla versione dominante sono rimasti solo quelli che se ne intendono: per esempio Stephen Bryen, già fondatore dell’agenzia anti-spionaggio tecnologico del Pentagono, sentito dal nostro Roberto Vivaldelli.
Il fatto è che che tutto questo serve poco e conviene ancor meno a Vladimir Putin, che con l’invasione dell’Ucraina nel 2022 si è messo in una grana da cui può uscire solo andando avanti e sperando nella vittoria (Quale? quando? A che prezzo?), mentre conviene molto a una serie di disperati che stanno dalle nostre parti. Prendiamo il Governo tedesco. La popolarità del cancelliere Friedrich Merz ormai si conta sulle dita (tra il 13 e il 22% a seconda dei sondaggi, comunque al minimo storico: al suo confronto il povero Olaf Scholz era un gigante) mentre il 6 settembre si vota in Sassonia-Anhalt con il rischio di vedere la destra di Alternative für Deutschland (AfD) andare al governo da sola nel land celebre per la sua industria chimica. Afd, a parte le altre caratteristiche, si distingue per aver sempre criticato lo scontro europeo con la Russia: non pare anche a voi che il caso del drone di Lipsia caschi fin troppo a fagiolo per il disperato Merz? E la disperazione dalle sue parti dev’essere enorme se il ministro della Difesa Boris Pistorius si è spinto a chiedere di aprire la procedura per mettere al bando l’AfD. Quanto dev’essere disperato, un Governo, per tentare una mossa come quella ai danni del secondo partito di Germania? Cioè per preferire il suicidio politico a un’onorevole (e poi perniciosa, ma questo è un altro discorso) sconfitta sul campo? D’altra parte, parlando sempre di disperazione. Pistorius è quello che ha inviato lettere a 298.200 diciottenni nell’ambito del nuovo programma di servizio militare volontario per il 2026 e ha raccolto 530 arruolamenti (tasso di adesione: 0,18%) e da fine politico che conosce il Paese ha subito proposto la leva obbligatoria.
Il drone di Lipsia, poi, ha rivitalizzato gli zombie del radicalismo europeo, prima fra tutti Kaja Kallas, responsabile per la politica estera Ue, e si vede. La Kallas è subito partita all’attacco con i suoi cavalli di battaglia. Per esempio: bloccare l’ingresso nella Ue ai cittadini russi che, dice lei, sono “ospiti” dei nostri Paesi ma ne approfittano per fare le loro porcherie da spie. Per carità, fate pure. Tenete però presente che i viaggiatori russi in Europa nel 2025 sono stati più di 500 mila, dei quali 161.121 in Italia, 156.547 in Francia (ma Macron non se li mangiava a colazione, i russi?) e 123,359 in Spagna (dati Die Welt). A parte alcune decine di spie acquattate nell’ombra, gli altri sono turisti paganti, non “ospiti”, e quasi sempre paganti pure bene. Glielo dice la Kallas agli operatori turistici e agli agenti di viaggio? La Kallas non lo sa ma siamo messi così bene che abbiamo la benzina a 2,039 euro al litro (se ti fai il pieno da solo fuori dalle autostrade, altrimenti vai a 2,124 se la fai in autostrada) e il diesel a 2,146, pur godendo del taglio delle accise. Sono gli stessi prezzi del 2022: quattro anni e mezzo di guerra per ritrovarci allo stesso punto.
Sempre la Kallas (mai un momento libero, la signora...) riporta in vita l’idea di prendere i 210 miliardi di asset russi “immobilizzati” (non “congelati”, tra poco vedremo perché) in Europa e passarli all’Ucraina. Anche qui il tempismo è tutto. Il 24 agosto, trentacinquesimo anniversario dell’indipendenza del Paese, Volodymyr Zelensky ha detto che all’Ucraina “servono molti più soldi” per difendersi dalla Russia. Salta fuori il drone di Lipsia e la Kallas propone di passargli 210 miliardi. Un’altra mossa della disperazione: nulla di quanto intrapreso finora dall’Europa ha raggiunto lo scopo prefissato (non dimentichiamo che era: sconfiggere la Russia sul campo) e quindi adesso proviamo con i soldi.
Intanto l’idea di riversare una tale montagna di denaro in un’Ucraina che, sia più o meno simpatico dirlo, è crivellata dagli scandali di corruzione fino a lambire la porta della Presidenza, e proprio nei settori in cui quei denari dovrebbero essere impiegati, lascia almeno perplessi. Ma poi la Kallas forse ignora quanto ha detto proprio nei giorni scorsi il Primo Ministro belga Bart De Wever: “I fondi della Banca Centrale Russa sono immobilizzati, non congelati. La maggior parte di essi si trova in Belgio, presso il depositario Euroclear. Sono immobilizzati per un periodo indeterminato. Questa è stata una decisione molto importante, perché non si possono semplicemente prelevare i soldi di qualcun altro. Non siamo in guerra con la Russia. L’Europa non è in guerra con la Russia. Non si possono semplicemente confiscare i soldi di qualcuno, sarebbe un atto di guerra. Non bisogna sottovalutare queste cose. Nella storia, non ci sono precedenti simili. Anche durante la Seconda Guerra Mondiale, i fondi immobilizzati non sono stati confiscati. Se si facesse questo ora, sarebbe qualcosa di inaudito e comporterebbe gravi conseguenze”. A quanto pare, dunque, la Kallas vuole entrare in guerra con la Russia. Geniale.
Nel grande catino della disperazione, poi, entra anche l’unico che abbia diritto a provarne, ovvero il presidente ucraino Zelensky, che da quattro anni e mezzo fa di tutto per difendere il proprio Paese. Negli ultimi tempi ha provato ogni cosa: colpire le navi russe, e i russi hanno cominciato a colpire le sue e i suoi porti. Colpire le raffinerie russe, e i russi hanno colpito le sue centrali elettriche. Colpire i magazzini e le aziende, e i russi si sono messi a fare altrettanto. Alla fine è sbottato e ieri ha dichiarato quanto segue: “Oggi vogliamo avvertire ogni compagnia aerea che utilizza lo spazio aereo russo, ogni assicuratore e tutti coloro che utilizzano ancora i principali aeroporti russi: lo spazio aereo russo sta diventando completamente insicuro... I giorni sicuri nei cieli della Russia sono finiti”. Ha detto comunque che non colpirà aerei civili, ma «la presenza dei droni nei cieli della Russia sarà su una scala che deve essere considerata».
Molti si sono subiti sperticati a dire che Zelensky non ha minacciato di abbattere voli civili nei cieli della Russia. Ma alla fin fine quel che Zelensky ha detto in sostanza è: Noi lanciamo i nostri droni, se ci va di mezzo un vostro aereo sono cazzi vostri. O giù di lì. Disperazione pura. Su Mosca e altre città della Russia volano compagnie turche, qatariote, cinesi, emirati, bielorusse, indiane... Glielo dice lui a Modi o a Xi Jinping che gli ha abbattuto un aereo e sono cazzi suoi?
E alla via così, spacciando per strategia rattoppi sempre più colorati ed evidenti. Il nostro ministro Crosetto prende come consulente l’ex enfant prodige della politica ucraina, Mychaylo Fedorov, appena prima che salti fuori che da ministro della Difesa questi ha aperto una voragine da 27 miliardi nel budget del ministero della Difesa. Uscito da lì, il patriota Fedorov si è fatto fare un’esenzione dal servizio militare da una Ong finanziata dagli americani, dai quali si è subito recato per mettersi in affari. Gli americani dicono che l’ex generale Vannacci è un agente della Russia e subito il vice-premier Tajani si lancia a paventare influenze russe sulle elezioni del 2027, come se non fosse dal 2016, prima elezione di Trump, che andiamo avanti con queste pagliacciate. E come se non fosse chiaro che i voti a Vannacci serviranno soprattutto a impedire la formazione di un governo politico per farci tornare a un Mario Draghi o Mario Monti d’antan.
E Trump? Gli era andata bene con il Venezuela e non ha resistito a farla fuori dal vaso. Si è cacciato in un colossale pantano con la guerra contro l’Iran e ora, non sapendo più quale panzana sparare, ricicla ai giornalisti la storia che “tre mesi fa, secondo i dati disponibili, in Iran sono stati uccisi 52.000 manifestanti. Ora sento che il numero dei morti è aumentato di altri 20-25.000. Pertanto, il numero totale dei manifestanti uccisi è di circa 65.000”. Dimostrando tra l’altro di conoscere male non solo l’Iran ma anche l’aritmetica.
Va così, facendo finta di essere sani. A proposito: tante polemiche per la presenza del ministro delle Finanze russo, Anton Siluanov, al G20 negli Usa. Avrebbero dovuto ascoltarlo, invece. Soprattutto quando diceva: “Negli ultimi quattro anni, le spese per interessi sostenute dai Paesi del mondo per il servizio del debito pubblico sono aumentate del 50%, e i Paesi sviluppati stanno già destinando fino all’80% dei nuovi prestiti al rifinanziamento del debito esistente”. Lui ci spiega che siamo nei debiti fino alle ascelle e loro lo escludono dalla foto finale del G20, come se fossero in quinta elementare. E poi dicono il Titanic...
04/09/2026
Jet cinesi in volo sul Medio Oriente
I caccia J-16 dell’Esercito popolare di liberazione (Epl) hanno partecipato in Egitto a esercitazioni di combattimento con i Rafale dell’aviazione egiziana, nell’ambito della seconda edizione di “Eagles of Civilisation”. Pechino ha trasferito in Egitto J-16, aerocisterne YU-20, aerei radar KJ-500 ed elicotteri Z-20. Per la prima volta il J-16 è stato dispiegato fuori dall’Asia e per la prima volta le YU-20 hanno rifornito in volo i caccia Rafale, di fabbricazione francese.
La Cina ha mostrato così di poter proiettare una forza aerea da combattimento a migliaia di chilometri dalle proprie basi, proprio mentre Washington continua la guerra contro l’Iran. Dal Medio Oriente arriva circa la metà delle forniture energetiche della Cina, e il Canale di Suez e il Mar Rosso costituiscono snodi cruciali per i traffici tra Asia ed Europa. Un conflitto prolungato nell’area rappresenta dunque per Pechino una grave minaccia per le sue forniture energetiche e rotte commerciali.
Mentre la Cina ha chiesto il cessate il fuoco in Iran e il ritorno al negoziato, “Eagles of Civilisation” ha lanciato il segnale che Pechino dispone di capacità militari anche lontano dal proprio teatro operativo, che è in grado di trasferire rapidamente forze da combattimento, rifornimenti e sistemi di supporto su una distanza di oltre 6.000 chilometri e di coordinare operazioni aeree complesse in un’area strategica per i propri interessi energetici e commerciali.
Con la seconda edizione di “Eagles of Civilisation” Pechino ha puntato da un lato ad aumentare il livello di interoperabilità dell’Epl con gli eserciti di paesi amici e, dall’altro, a mostrare il meglio della produzione della sua industria della difesa in un Medio Oriente che – dopo il caos scatenato dall’amministrazione Trump – potrebbe fare meno affidamento sugli Stati Uniti e rivolgersi di più alla Cina, anche per l’importazione di sistemi militari.
Il Cairo, ad esempio, punta a diversificare i rapporti militari dopo decenni di forte dipendenza da Washington, mantenendo i legami con gli Stati Uniti, ma costruendo alternative attraverso una crescente cooperazione con Pechino, anche nel settore degli armamenti e dell’addestramento delle proprie forze aeree.
Le esercitazioni degli ultimi giorni hanno preceduto la visita di Xi Jinping al Cairo (1-2 settembre), la prima in Egitto da dieci anni, per rafforzare la partnership strategica globale tra i due paesi, in particolare su commercio, investimenti, infrastrutture e cooperazione finanziaria.
Al centro della cooperazione c’è sempre più il settore energetico. Negli ultimi anni aziende e istituzioni cinesi hanno ampliato la presenza in Egitto nella produzione e trasmissione di elettricità, nel solare e nell’eolico, nello stoccaggio dell’energia e nella produzione di componenti per le rinnovabili. Particolare rilievo hanno assunto i progetti nella zona economica del Canale di Suez, compreso lo sviluppo di impianti legati all’idrogeno verde e all’ammoniaca verde.
Nel 2023 Pechino e Il Cairo hanno inserito nella loro cooperazione un pacchetto di progetti per le energie rinnovabili e i combustibili verdi, con investimenti annunciati per circa 14,7 miliardi di dollari. La visita di Xi punta ora a trasformare questi impegni in nuovi investimenti industriali e in una maggiore integrazione delle filiere cinesi della nuova energia con la produzione egiziana.
Sul piano finanziario, inoltre, a giugno le banche centrali hanno rinnovato per altri tre anni il currency swap e ne hanno aumentato il valore da 18 a 30 miliardi di yuan, facilitando l’uso delle valute nazionali negli scambi e riducendo la dipendenza dal dollaro.
Fonte
La Francia reintroduce il servizio militare per i giovani, per ora su base volontaria
L’iniziativa vede inizialmente un primo contingente di circa 3.000 giovani, con l’obiettivo di arrivare ad arruolare fino a 50.000 soldati volontari all’anno entro il 2035. Al termine dei 10 mesi, i partecipanti entrano a far parte della riserva operativa di disponibilità per un periodo di 5 anni.
I militari così arruolati avranno il compito di affiancare il personale militare in attività difensive e logistiche a livello nazionale. Sul piano del supporto alla sicurezza interna, vengono coinvolti nelle pattuglie per la protezione di infrastrutture critiche e siti sensibili.
La Francia si allinea così alla Germania dove viene per ora mantenuto il servizio militare volontario, ma tutti i giovani di sesso maschile dovranno rispondere ai formulari dell’esercito e sottoporsi alla visita di leva. L’obiettivo dichiarato è quello, in un contesto di potenziamento del comparto della Difesa, di portare il numero dei soldati attivi della Bundeswehr dagli attuali 183mila a 270mila entro il 2035. A questi verranno affiancati anche 200mila riservisti.
Dal 2026, tutti i giovani e le giovani tedesche che hanno compiuto 18 anni riceveranno un questionario nel quale dovranno indicare se hanno intenzione di arruolarsi o meno. Si tratta di una platea di 680mila persone nate nel 2008. Dal 1 luglio 2027, inoltre, sarà introdotta la visita di leva per tutti gli uomini nati nello stesso anno.
In Polonia il primo ministro Donald Tusk ha recentemente annunciato in Parlamento un piano che punta ad addestrare “tutti gli uomini adulti”, per costruire un esercito che includa 500.000 soldati e riservisti.
In Italia allo stato attuale l’idea è quella di una riserva su base volontaria con l’obiettivo di un aumento progressivo degli organici di Esercito, Marina militare, Aeronautica fino a 40.000 unità entro il 31 dicembre 2033, con soglie annuali a partire dal 2028. Si tratta di un cambiamento strutturale rispetto al modello di forze armate interamente su base professionale adottato dal 2005.
Nel resto della Nato, la Grecia ha mantenuto la leva obbligatoria, mentre la Norvegia è stata il primo Paese della Nato a introdurre la leva obbligatoria neutrale rispetto al genere (estesa alle donne dal 2015); in questo caso il servizio dura circa 12 mesi. La Svezia ha reintrodotto la leva obbligatoria nel 2017 (per uomini e donne) dopo averla abolita nel 2010. L’Estonia mantiene la leva obbligatoria per gli uomini (8-11 mesi) fin dalla sua indipendenza. La Lituania ha ripristinato la leva obbligatoria maschile nel 2015 in risposta alle tensioni regionali. La Lettonia ha reintrodotto ufficialmente il servizio militare obbligatorio a partire dal 2023. Infine la Danimarca: in questo Paese trova applicazione un sistema di leva selettivo/a sorteggio per gli uomini.
Sulla leva militare in Italia vedi: La situazione in Italia sulla leva militare.
Sulle mobilitazioni contro la reintroduzione della leva militare in Europa vedi il resoconto dell’assemblea internazionale dei giovani a Milano.
Fonte
Perdere la guerra contro l’Iran: il fronte economico
di Paul Krugman
La “D” nel “D-Day” di Bessent sta per “Dud” [fallimento, bidone].
Dunque, ecco come si presenta, secondo Trump e i suoi funzionari, lo stato della guerra con l’Iran: l’Iran è stato totalmente sconfitto ed è disperato per un accordo – in effetti, Trump ha annunciato che un accordo è imminente in almeno sei diverse occasioni.
Inoltre, poiché non c’è alcun accordo e l’Iran è intransigente, Scott Bessent, il segretario al Tesoro, sta preparando quello che definisce un “D-Day economico”, sanzioni economiche che metteranno in ginocchio il regime iraniano – una proposta complicata, dato che, secondo gli stessi funzionari, l’Iran è già in ginocchio. Ma vabbè...
Quello che bisogna sapere è che questa campagna economica fallirà tanto completamente quanto la campagna militare.
Il piano degli Stati Uniti, o forse solo un’idea di piano, sembra essere: “Blocchi me? No, io blocco te!”
Da un lato, gli Stati Uniti stanno cercando di ripristinare il flusso di petrolio attraverso lo Stretto di Hormuz nonostante le minacce iraniane. Almeno alcune petroliere percorrono lo stretto “in incognito”, con i trasponder spenti. Gli assicuratori privati non coprono i rischi di queste traversate, quindi è il governo statunitense a fornire l’assicurazione. E le forze militari americane offrono una certa protezione contro droni e missili iraniani.
Questa parte del piano è, oserei dire, non del tutto stupida. Chiaramente almeno una parte del petrolio riesce a uscire. L’amministrazione Trump afferma che si tratta di 8 milioni di barili al giorno, una cifra significativa se fosse vera. Sfortunatamente, questa stima proviene dai funzionari di Trump, che hanno zero credibilità, quindi è un mistero per tutti quale sia realmente il numero.
Più importante, tuttavia, è il fatto che anche una riapertura riuscita dello Stretto di Hormuz conti molto meno ora di quanto avrebbe fatto qualche mese fa. Ci sono due ragioni principali per cui porre fine al blocco iraniano dello Stretto, anche se possibile, sarà inefficace.
La prima è l’enorme portata del fallimento militare statunitense nel Golfo Persico. Non solo gli attacchi americani all’Iran non sono riusciti a rovesciare il regime, ma gli attacchi di ritorsione iraniani hanno costretto gli Stati Uniti ad abbandonare molte delle loro basi nella regione. La perdita di queste basi, unita all’esaurimento delle scorte statunitensi di intercettori e altre munizioni, significa che l’America è di fatto incapace di difendere i suoi alleati del Golfo.
Quindi cosa succederà se l’Iran riterrà che il suo blocco di Hormuz non stia facendo abbastanza danni? Può e intraprenderà azioni di escalation, attaccando gli impianti petroliferi in tutta la regione. E gli Stati Uniti potrebbero fare ben poco per fermarlo. [Questa tesi sembra una concessione alla “narrativa” trumpiana, ma non cambia l’equazione, ndr]
In secondo luogo, i prezzi dell’energia per gli utenti finali sono diventati sempre più scollegati dal prezzo del petrolio greggio. Ricordiamoci: la gente non brucia greggio, brucia benzina e diesel. E i prezzi di questi prodotti raffinati sono aumentati molto più dei prezzi del greggio. Il grafico seguente mostra il prezzo del Brent insieme al prezzo all’ingrosso del diesel e a una media ponderata dei prezzi all’ingrosso di diesel e benzina:
E la minaccia di Bessent di isolare economicamente l’Iran, tagliandone sia le esportazioni che le importazioni? C’è una risposta in una parola: Cina. Come ho scritto poche settimane fa, la Cina è stata la vincitrice della guerra di Trump.
È vero che la Marina americana può e ha in gran parte bloccato le esportazioni di petrolio iraniano, anche se mantenere questo blocco è più difficile di quanto possa sembrare. Dopotutto, sappiamo che la Marina è sotto forte stress, avendo letteralmente difficoltà a mantenere le forniture di cibo per i marinai e gli impianti idraulici sulle navi funzionanti.
Queste difficoltà, a loro volta, derivano in gran parte dalla perdita delle basi americane, in particolare della base in Bahrein. Tuttavia, ciò significa che l’Iran sta perdendo la sua principale fonte di entrate da esportazione. Nel 2025, tali entrate ammontavano a circa 45 miliardi di dollari.
È una bella somma dal punto di vista iraniano – circa il 7% del PIL del paese nel 2025. Tuttavia, rappresenta solo lo 0,2% circa del PIL della Cina.
Perché la Cina è rilevante? Beh, perché i cinesi stanno ovviamente traendo grandi benefici geopolitici dal pantano autoinflitto da Trump in Iran. E costerebbe loro molto poco, dal loro punto di vista, tenerci impantanati rifornendo il regime iraniano di denaro sufficiente per finanziare l’acquisto di importazioni essenziali.
Gli Stati Uniti possono bloccare anche le importazioni iraniane? No. Lucian Truscott ha scritto un ottimo articolo in cui spiega quanto sia fondamentalmente impossibile per gli Stati Uniti chiudere le moltissime vie attraverso le quali le merci possono entrare in Iran.
Nei suoi commenti di ieri, Bessent ha fatto affermazioni magniloquenti secondo cui possiamo isolare l’Iran imponendo sanzioni ai paesi e alle aziende che commerciano con il regime iraniano. Ma l’amministrazione Trump ha già imposto dazi e altre sanzioni a così tanti paesi, per così tanti presunti scopi, e ha fatto così tanti passi indietro, che la sua credibilità è esaurita.
Inoltre, l’Iran può ottenere gran parte di ciò di cui ha bisogno dalla Cina. Credete davvero che un’America indebolita possa costringere la Cina ad aiutarla a sconfiggere l’Iran? E contro gli stessi interessi strategici della Cina? Se ci credete, ho qualche titolo trentennale da vendervi…
Sì, gli Stati Uniti hanno ancora la capacità di infliggere notevoli difficoltà economiche all’Iran. Ma è solo un’altra fantasia di Trump credere di poter intimidire un regime che è già sopravvissuto alla decapitazione della maggior parte dei suoi leader, ha resistito a mesi di intensi bombardamenti e ha reagito con successo contro gli alleati statunitensi nel Golfo.
Sebbene Scott Bessent sia un vile sicofante, non è stupido. Sa sicuramente che questo patetico tentativo di fare pressione sull’Iran non solo non funzionerà, ma trasuda anche disperazione. E l’ex obbligazionista in lui saprà cosa succede quando coloro che hanno davvero le carte in mano – in questo caso la Cina – fiutano l’odore della disperazione.
Posso tranquillamente prevedere che i cinesi faranno in modo che il regime iraniano sopravviva, e si divertiranno un mondo a vedere Trump contorcersi lentamente al vento sullo Stretto di Hormuz.
Fonte
Emergenza climatica: “Il pianeta si trova ormai in acque inesplorate”
L’allarme è stato amplificato e diffuso dallo stesso segretario generale delle Nazioni Unite Antonio Guterres: “El Niño si sta intensificando sotto i nostri occhi, la scienza non lascia spazio a dubbi: il Pianeta si trova in acque inesplorate e queste acque si stanno riscaldando. Le temperature continuano a salire e il Mondo è minacciato da condizioni meteorologiche estreme”. A questo punto diventa impossibile sottovalutare o, peggio ancora, negare l’allarme sui cambiamenti climatici globali.
Che El Niño quest’anno sarebbe stato più forte lo si sapeva da tempo, ma ieri gli esperti dell’Onu hanno assicurato di avere ormai in mano stime più che accurate, e che il fenomeno raggiungerà una forza mai registrata prima.
L’agenzia delle Nazioni Unite prevede una probabilità prossima al 100% che El Niño, alimentato da temperature eccezionalmente elevate delle acque dell’Oceano Pacifico, persisterà fino a febbraio 2027.
Questo fattore ha già avuto ripercussioni preoccupanti quest’anno sulle materie prime agricole delle aree tropicali, contribuendo a una grave crisi alimentare nell’America Centrale.
“Se questa traiettoria continuerà – ha detto la segretaria generale della Wmo, Celeste Saulo – potrebbe essere più forte di qualsiasi evento osservato dall’inizio del nostro monitoraggio. Letteralmente fuori scala”. Un Niño molto intenso può modificare significativamente i regimi delle precipitazioni e delle temperature in tutto il Mondo e favorire eventi meteorologici estremi, come tifoni e inondazioni da un lato, o una pesante siccità dall’altro.
Il rapporto della WMO spiega che El Niño è caratterizzato da temperature superficiali oceaniche insolitamente calde nel Pacifico centrale e orientale. Il nome deriva dai pescatori e marinai peruviani che notarono una corrente calda, associata a una riduzione delle catture di pesce, e la chiamarono El Niño (“il Cristo Bambino”), probabilmente perché diventava tipicamente evidente intorno a Natale. Al contrario, un evento come La Niña è caratterizzato da temperature superficiali oceaniche insolitamente fresche nella stessa regione e da un’intensificazione dei venti superficiali predominanti da est a ovest.
Nell’Oceano Pacifico, temperature oceaniche più calde del normale di solito indicano condizioni El Niño, che si verificano quando i venti alisei da est diventano più deboli. Temperature più fresche del normale di solito indicano condizioni di La Niña, quando i venti da est diventano più forti. Durante la fase Neutrale, le temperature oceaniche nel Pacifico tropicale rimangono vicine alla norma.
La transizione tra queste fasi estreme avviene tipicamente ogni due o sette anni. Sia El Niño che La Niña iniziano generalmente a svilupparsi tra marzo e giugno e raggiungono la loro intensità massima tra novembre e febbraio.
Gli effetti di ogni evento El Niño/La Niña variano a seconda dell’intensità, della durata, del periodo dell’anno in cui si sviluppa e di come interagisce con altre modalità di variabilità climatica (come il Dipolo dell’Oceano Indiano). Non tutte le regioni del Mondo sono colpite e, anche all’interno di una regione, gli impatti possono essere diversi. Anche quando l’ENSO (cioè le fasi opposte di un modello climatico naturale) è neutrale, possono comunque verificarsi condizioni meteorologiche estreme.
L’aggiornamento WMO El Niño/La Niña pubblicato a settembre 2026 ha confermato quasi il 100% di probabilità che El Niño persista tra settembre e novembre 2026 e poi tra dicembre 2026 e febbraio 2027. Le previsioni indicano, quindi, un ulteriore rafforzamento di El Niño nei prossimi mesi, con l’evento che si rafforzerà prima di raggiungere il picco verso la fine dell’anno.
L’aggiornamento mensile sul clima stagionale globale della WMO, pubblicato il 3 settembre, conferma che un forte El Niño continua a intensificarsi costantemente e si prevede che dominerà i modelli climatici globali tra settembre e novembre 2026, aumentando la probabilità di temperature superiori alla norma in gran parte del mondo e causando cambiamenti significativi nei modelli di precipitazione. Unito a oceani globali eccezionalmente caldi e alla probabilità di un dipolo positivo nell’Oceano Indiano, si prevede che El Niño influenzerà i modelli meteorologici in molte parti del Mondo nei prossimi mesi.
I negazionisti dei cambiamenti climatici continueranno a fare danni al Pianeta e all’umanità, soprattutto quando si trovano ai posti di comando nei luoghi decisionali. La supremazia della logica del business su tutti gli altri aspetti vuole liquidare tutto nella normale amministrazione, ma non è più così. Non riescono e non vogliono immaginare soluzioni diverse dalle uniche che hanno in mente e che hanno attuato per decenni, ma per questo stanno conducendo il Pianeta all'infarto ecologico e sono responsabili di danni permanenti, in alcuni casi forse irreparabili.
Fonte
L’intelligenza artificiale nella nuova riflessione politica cinese
Chi discute soltanto la velocità della corsa lascia ad altri la scelta della meta, conviene tenerlo presente. Mentre l’Occidente misura il progresso IA in parametri di prestazione e affida alle stesse imprese che costruiscono i modelli anche il compito di stabilire a cosa debbano servire, dalla Cina arriva una valutazione della tecnica più meditata, che ne considera insieme le conseguenze sociali, politiche, economiche e di civiltà.
Dall’inizio di luglio a oggi la Scuola Centrale del Partito ha ospitato sulla propria testata teorica, Study Times (学习时报), una fitta produzione di saggi ed editoriali intorno all’intelligenza artificiale e alla trasformazione digitale. Ne ho esaminati oltre trenta, alcuni anteriori alla conferenza di Shanghai: non, dunque, testi nati a commento del discorso di Xi Jinping, ma materiali che mostrano come quel discorso si sia innestato su un lavoro teorico già in corso, dandogli visibilità e coerenza politica.
Nessuno di essi vale come pronunciamento ufficiale; proprio per questo riesce istruttivo leggerli insieme, perché compongono una trama capace di restituire il modo in cui una parte rilevante del pensiero cinese sta collocando la macchina dentro un’idea generale di sviluppo.
In questo quadro va letta anche l’immagine scelta da Xi il 17 luglio, aprendo la World Artificial Intelligence Conference: un cavallo di razza chiamato a correre veloce conservando un’andatura sicura. La metafora impegna assai più di quanto lasci intendere, poiché attribuisce alla politica il compito di liberare la potenza della tecnica senza cederle la definizione dei fini.
Attorno a quell’immagine si raccoglievano questioni molto concrete: la convivenza con macchine capaci di decidere, le conseguenze etiche dell’ingresso dell’algoritmo nei processi decisionali e il rischio che una diffusione diseguale produca ingiustizie storiche inedite; profili che nel dibattito occidentale tendono spesso a passare in secondo piano rispetto all’urgenza della competizione.
Il patto disciplinare
La distanza si coglie bene sull’altra sponda del Pacifico. Nel luglio dello scorso anno la Casa Bianca aveva scelto un titolo che rinunciava a ogni ambiguità, Winning the AI Race, disponendo la politica americana lungo tre assi che andavano dall’accelerazione dell’innovazione alla costruzione delle infrastrutture, fino all’esportazione dell’intera produzione nazionale, processori e standard compresi, come strumento di proiezione globale.
Nel corso del 2026, quell’impostazione ha assunto una forma più nuda. L’iniziativa “Pax Silica” organizza filiere tecnologiche riservate a paesi selezionati e una bozza del Dipartimento di Stato riportata da Reuters il 14 agosto lascia intravedere il passo successivo ossia un blocco tecnologico guidato da Washington che chiederebbe ai firmatari di rinunciare ad accordi concorrenti con la Cina.
Si tratta ancora di una bozza, eppure la logica del patto disciplinare vi appare compiuta, perché l’egemonia tecnologica smette di accontentarsi del primato e pretende una scelta di campo.
L’Italia vi ha aderito il 31 luglio quasi senza dibattito, mentre la cronaca politica si consumava nella mediocrità delle sue schermaglie quotidiane. Dentro quel rumore minore si è materializzata un’ipoteca sui margini futuri di sviluppo del paese e sulla sua autonomia politica.
La Commissione europea, d’altro canto, aveva sottoscritto il medesimo patto poco più di un mese prima, invocando una tech sovereignty che regge parecchio male alla prova della logica, giacché cercare sovranità dentro l’ecosistema voluto dalla potenza dominante equivale a chiamare autonomia ciò che si configura come servile dipendenza.
Fra i firmatari figura inoltre Israele, convenuto davanti alla Corte internazionale di giustizia nel procedimento per genocidio a Gaza, e se una simile pendenza lascia intatta la qualifica di partner di fiducia si comprende di quale materia siano fatti i valori del nuovo spazio tecno-geopolitico occidentale.
Il mezzo e il fine
La riflessione emergente negli scritti di Study Times si colloca da tutt’altra parte. Un articolo di Li Xiaofang porta un titolo che riassume l’intero corpus, La digitalizzazione è un mezzo, non un fine, e riconosce tre modi in cui l’informatizzazione amministrativa tradisce il proprio scopo.
Chiama paesaggismo digitale l’investimento in cruscotti luminosi costruiti per essere mostrati durante le ispezioni più che per servire a chi lavora. Descrive poi l’ossessione della tracciabilità, dove ogni passaggio deve lasciare un dato registrabile e la valutazione finisce per premiare l’indicatore di processo a scapito del risultato, con personale impegnato soprattutto ad alimentare i sistemi che dovrebbero misurarlo.
Individua infine una fatica digitale che nasce meno dall’avversione alla tecnologia e molto più dalla condizione di chi riceve compiti sempre più dettagliati e rigidi che comprimono la discrezionalità e causano squilibrio fra responsabilità e mezzi.
Un ulteriore contributo pubblicato lo stesso giorno spinge l’analisi più a fondo, osservando che l’algoritmo ridistribuisce il potere dentro l’amministrazione, poiché i livelli superiori guadagnano un controllo continuo mentre chi opera in basso perde il margine di giudizio che i conflitti locali richiederebbero.
La macchina riproduce inoltre le disparità depositate nei dati che la addestrano, così che i divari fra città e campagna si convertono in svantaggi sistematici nell’accesso ai servizi e dall’opacità del calcolo nasce un problema di fiducia destinato a diventare presto giuridico, dal momento che il funzionario resta l’esecutore finale di raccomandazioni che non sa spiegare.
Colpisce che una simile riflessione provenga dall’ambiente teorico della Scuola Centrale, cioè dal luogo che avrebbe il maggiore interesse a celebrare l’efficienza dell’apparato che quelle tecnologie promettono di modernizzare.
Il rilievo acquista senso accanto all’immagine del cavallo, che Zhu Baofeng svolge fino alla formula del regolare dentro lo sviluppo e sviluppare dentro la regolazione. Ne discende il rifiuto tanto del vuoto quanto dell’eccesso normativo, con uno spazio di sperimentazione riservato ai settori di frontiera e regole più strette dove la tecnologia è matura e il rischio elevato. La sicurezza smette in tal modo di intervenire a valle per correggere gli effetti, essendo già incorporata nelle condizioni che rendono possibile l’innovazione.
Sarebbe affrettato ricavarne un disinteresse per le forme più avanzate della tecnica. Yu Xiaohui descrive il passaggio all’intelligenza artificiale generale come un problema di dati prima che di modelli, poiché gli archivi statici raccolti in rete non bastano a un’intelligenza chiamata a decidere e a eseguire, e la raccolta va perciò estesa allo spazio fisico con i suoi cicli di percezione, azione e correzione.
Il futuro della macchina viene preso molto sul serio, salvo che il modo di pensarlo cambia in radice, perché l’intelligenza generale compare come traiettoria di ricerca e di ingegneria e mai come destino della tecnica o come soggetto destinato a subentrare alla storia umana. La macchina sceglierà i mezzi con autonomia crescente, mentre la decisione su quali fini siano legittimi rimarrà esterna a essa.
La formulazione più alta si deve a Xiang Yong, preside dell’Istituto per le Industrie Culturali dell’Università di Pechino, secondo il quale la macchina integra conoscenze e genera soluzioni con una potenza che eccede quella del singolo restando però fondata sull’induzione statistica e sulla riorganizzazione di un sapere già disponibile.
Il perché creare e il significato dell’azione rimandano all’esperienza vissuta e alla coscienza etica, sicché agli esseri umani spetta indicare la direzione e alle macchine estendere lo spazio delle possibilità, ove il confine decisivo passa per il valore assai prima che per la capacità.
La forza produttiva
Il lessico delle forze produttive attraversa tutti i testi e colloca l’intelligenza artificiale dentro una tradizione che pensa la tecnologia in rapporto alla struttura materiale della società, cosa che il dibattito euroamericano ha smarrito da tempo.
La formula più efficace riprende un’indicazione di Xi, per cui la ricerca originale porta da zero a uno e il compito successivo consiste nell’allungare quell’uno lungo l’ingegneria, l’industrializzazione, le norme e l’ecosistema, fino a farne produttività reale.
Il problema non riguarda la scarsità dei risultati, dato che modelli e prototipi aumentano mentre pochi superano la maturazione su scala pilota e la verifica ingegneristica. La Cina riconosce senza reticenze le proprie insufficienze nella ricerca fondamentale e nei software industriali di fascia alta e ricorda a se stessa che la scoperta costituisce soltanto una porzione del potere tecnologico, perché standard, brevetti e diffusione industriale decidono quanto a lungo un vantaggio sopravviva.
Da questa diagnosi nasce la richiesta di riformare la valutazione della ricerca, poiché titoli accademici e indici bibliometrici hanno favorito la crescita scientifica del paese ma rischiano ora di alimentare comportamenti autoreferenziali; si domanda perciò di misurare la qualità e la capacità di trasformazione dei risultati, lasciando spazio al giudizio di chi quelle tecnologie dovrà impiegare.
La critica arriva così a investire l’amministrazione della scienza, con l’invito a riconoscere autonomia ai ricercatori, a sostenere programmi lunghi e rischiosi e a costruire un ambiente nel quale il fallimento non cancelli la possibilità di riprovare.
Anche il rapporto fra Stato e mercato risulta più complesso dell’immagine di una tecnologia diretta dall’alto, dato che Xi parla di un mercato efficiente insieme a un governo capace di funzionare.
Gli scritti di Study Times affidano alle imprese l’individuazione dei problemi industriali e la trasformazione dei risultati, discutendo di capitale di rischio, di investimenti pazienti e di proprietà dei dati, mentre al governo competono le infrastrutture e la ricerca di lungo periodo, la correzione dei fallimenti di sistema e il coordinamento di attori che, lasciati a se stessi, produrrebbero ridondanze o perderebbero di vista l’interesse generale.
Il mercato conserva dunque un ruolo chiave per investimenti e iniziative imprenditoriali, ma dentro una direzione politica dello sviluppo: esattamente la possibilità che il pensiero economico europeo ha smesso di considerare praticabile.
La stessa logica attraversa la questione dei dati, dove la contraddizione principale si è spostata dalla quantità insufficiente all’assenza di un sistema d’offerta, giacché i materiali industrialmente più preziosi restano chiusi in silos privi di standard comuni e la competizione si sposta perciò sulla capacità di organizzarli.
A marzo la Cina contava oltre 116.000 dataset di alta qualità e, per la prima volta, i dati impiegati nell’inferenza [1] superavano quelli dell’addestramento, indice del passaggio dalla stagione dei modelli alla loro diffusione nei processi reali.
Il costo materiale entra a sua volta nel campo strategico: nel 2025 i centri di calcolo hanno consumato circa 196 miliardi di chilowattora con una crescita del diciotto per cento in un anno e per questo la capacità computazionale viene di conseguenza pianificata insieme al sistema elettrico che deve sostenerla.
La potenza di elaborazione segue l’elettricità: si colloca dove l’energia rinnovabile è più abbondante e sposta i carichi fra regioni e fasce orarie in base alle condizioni della rete. In questo modo il calcolo diventa una risorsa regolabile, l’energia entra nella politica dell’intelligenza artificiale e l’impronta carbonica si presenta come un problema industriale prima ancora che come un capitolo della comunicazione aziendale.
Dove la responsabilità non si delega
Il banco di prova più delicato rimane il lavoro. Oltre ottanta milioni di persone lavorano già nelle forme di impiego nate attorno alle piattaforme, dentro una forza lavoro che supera i quattrocento milioni, e sono algoritmi a fissare le tariffe e a valutare le prestazioni.
Study Times ne ricava proposte concrete che vanno dalla trasparenza delle regole algoritmiche fino alla partecipazione dei lavoratori nella loro definizione, muovendo dal principio che quando il comando assume forma algoritmica anche la tutela deve imparare a raggiungere l’algoritmo. Il confronto con il diritto del lavoro europeo riesce poco lusinghiero per noi.
Lo stesso criterio vale in sanità, dove la diagnosi assistita e il triage vengono incoraggiati a condizione che la decisione clinica finale resti attribuibile a un medico, con revisione costante degli algoritmi e consenso esplicito del paziente quando i suoi dati alimentano l’addestramento. Una decisione sulla salute contiene elementi che eccedono la valutazione statistica.
Quattro condizioni della sovranità
L’attenzione ai fini si mostra anche quando la discussione passa alla cultura. La macchina ricostruisce affreschi, reinterpreta opere antiche e allarga l’accesso ai musei, cosicché la modernizzazione assume una relazione particolare con il tempo storico, dove il nuovo vale anche nella misura in cui permette al passato di conservare una forza attuale.
Dietro questa politica culturale si annida però una questione più vasta, poiché l’output di un modello riorganizza e amplifica le strutture di conoscenza depositate nell’addestramento e nutrirsi a lungo di lingue e valori altrui influenza in modo sottile i modelli cognitivi di chi lo usa.
Da qui la richiesta di basi linguistiche proprie insieme a dataset capaci di rappresentare civiltà differenti, richiesta che in Occidente non sembra sia stata formulata con altrettanta chiarezza malgrado la nostra situazione sia esattamente quella descritta.
La questione conduce alla sovranità, che Liu Dian articola in quattro condizioni. L’autonomia risponde alla domanda se si sia in grado di funzionare rispetto alla mutevolezza dell’ambiente esterno. La completezza esige che potenza di calcolo, dati, modelli, applicazioni e governance stiano dentro un disegno unico, perché un vantaggio locale non compensa mai una vulnerabilità sistemica. La sicurezza definisce i confini operativi e la cultura àncora l’orientamento di valore, sicché una buona prestazione ottenuta sopra un cloud controllato altrove, con modelli dipendenti da un ecosistema esterno e dati che scorrono in una sola direzione, resta strutturalmente fragile per quanto brillino le metriche.
Lo stesso articolo mette però in guardia dalla lettura autarchica, giacché recidere i legami internazionali rallenterebbe l’iterazione degli algoritmi e allargherebbe i divari di prestazione e l’apertura entra pertanto nella costruzione della sovranità a patto che lo scambio non generi dipendenze trasformabili in ricatto.
Persino la nozione di sicurezza viene delimitata con cautela, poiché una sua estensione eccessiva ostacolerebbe i flussi legittimi di dati, la collaborazione open source e lo scambio scientifico. Difficile non leggervi una risposta alla tendenza americana a dilatare la sicurezza nazionale fino a farne il principio ordinatore della circolazione tecnologica mondiale.
Perché far correre la macchina
La distanza dalla Pax Silica si rivela allora più profonda di una rivalità fra blocchi. La strategia americana organizza una gerarchia di accesso al proprio ecosistema e salda tecnologia, standard e appartenenza geopolitica in un vincolo unico, mentre nei testi cinesi l’indipendenza viene associata all’apertura.
Qi Huaigao giudica impraticabile la riproduzione dello schema della Guerra fredda, per l’intreccio delle catene industriali e per la natura transnazionale dei rischi, e propone canali permanenti di dialogo dentro una competizione che resterà intensa.
A Shanghai Xi ha rifiutato l’estensione arbitraria della sicurezza nazionale, ha attribuito alle Nazioni Unite un ruolo centrale e ha presentato l’accesso all’intelligenza artificiale come questione di equità internazionale, mentre la Cina promuoveva la World Artificial Intelligence Cooperation Organization con collaborazioni che vanno dall’ASEAN ai BRICS e annunciava cinquemila opportunità di formazione in cinque anni.
Sarebbe ingenuo scambiare queste formulazioni per la prova della loro realizzazione. La diffusione di infrastrutture e standard cinesi può a sua volta produrre dipendenze asimmetriche, mentre l’insistenza sulla sovranità culturale lascia aperta la questione di chi definisca i valori incorporati nella tecnologia.
Anche la critica all’algoritmo che riduce i margini di giudizio rimanda a un problema più generale: il rapporto fra automatizzazione, responsabilità amministrativa e decisione politica. I testi di Study Times interessano proprio perché quelle tensioni affiorano al loro interno invece di essere rimosse, il che costituisce già una differenza rispetto alla “letteratura promozionale” con cui da noi si accompagna ogni nuova versione di un modello.
Resta una differenza che va riconosciuta per quello che è. Nella strategia americana la competizione viene dichiarata apertamente come corsa al dominio, con la volontà di fare dello stack statunitense lo standard mondiale, mentre l’Europa insegue un’improbabile sovranità dentro quella stessa architettura e l’Italia vi ha appena firmato l’adesione.
Nei testi cinesi la competizione è altrettanto presente e talvolta durissima, eppure l’orizzonte entro cui viene pensata rimane più largo della gara fra modelli, perché la produzione e l’energia, il lavoro e il diritto, l’amministrazione e la cultura entrano nella medesima riflessione, e la macchina viene trattata come una forza destinata a modificare l’organizzazione sociale nel suo complesso.
La sua potenza non costituisce di per sé un criterio di progresso, tanto che perfino l’ambizione di un’intelligenza artificiale sovrana riguarda la sovranità della società sulla propria infrastruttura e mai una sovranità attribuita alla macchina.
I testi cinesi esaminati obbligano a vedere ciò che nel nostro dibattito resta spesso fuori campo e lontanissimo da un’opportuna consapevolezza generale: la domanda sui fini della tecnologia, sulle infrastrutture che la sostengono e sui rapporti sociali che essa contribuisce a produrre.
Sarebbe già molto recuperare l’idea che una tecnologia si giudica dalla forma di società che contribuisce a produrre e trarne le conseguenze pratiche, ossia infrastrutture di calcolo sottratte alla proprietà di tre-quattro società americane, un regime dei dati che ne riconosca la natura di deposito collettivo, una contrattazione capace di raggiungere l’algoritmo là dove ormai risiede il comando e una valutazione della ricerca che premi la trasformazione dei risultati anziché la loro contabilità.
Tutto questo esige qualcosa che alle nostre classi dirigenti manca assai più delle risorse: l’idea che una società possa ancora darsi fini propri e orientare verso di essi le proprie capacità collettive.
Rimane forse questo il tratto più istruttivo dell’intera vicenda. Davanti a tecnologie capaci di apprendere, pianificare e agire con autonomia crescente, la questione decisiva sfugge alla fascinazione per la prestazione, perché governare la macchina significa conservare la capacità collettiva di stabilire a quale sviluppo debba servire, quali limiti debba rispettare e quali forme di vita valga la pena costruire attraverso la sua potenza.
La domanda torna in tal modo a coincidere con una domanda antica della politica, quella che chiede quale società saprà decidere perché far correre quel cavallo, in quale direzione e a vantaggio di chi.
Fonte
[1] L'inferenza è il processo logico attraverso il quale si ricava una conclusione partendo da una o più premesse o da un insieme di dati osservati.
In termini semplici, è l'atto di "trarre una conclusione" che non è esplicitamente dichiarata, ma che deriva logicamente dalle informazioni già disponibili.
