Presentazione


Analisi, opinioni, fatti e (più di rado) arte da una prospettiva di classe.

19/09/2026

La guerra di Trump alla libertà di parola

Tutti i media oggi riferiscono della decisione di escludere dall’ingresso alla Casa Bianca tre testate giornalistiche solitamente critiche con l’amministrazione Trump (POLITICO, CNN e Ms Now). Il fatto è ovviamente gravissimo e mostra con chiarezza lo stato comatoso della sedicente “democrazia liberale”.

Ma decisamente più infame e pericolosa, oltre che della stessa natura, è una decisione presa dal Dipartimento di Giustizia solo tre giorni fa: considerare chiunque scriva o manifesti contro le guerre (Iran, Cuba, ecc.) come un “agente straniero non registrato”. Dunque indagabile e processabile per le sue opinioni.

È solare come questa misura meno pubblicizzata dai media nostrani sia molto peggiore, perché riguarda ogni singolo cittadino di quel paese e non solo dei media abbastanza potenti da ottenere il pass per la Casa Bianca.

Qui di seguito il comunicato del The People’s Forum.

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Il comunicato stampa del Dipartimento di Giustizia del 16 settembre sugli agenti stranieri non registrati è un evidente tentativo di criminalizzare e intimidire il dissenso politico.

Sostenendo che manifestazioni pubbliche o qualsiasi attività tutelata dal Primo Emendamento che chieda la fine della guerra contro l’Iran o la fine del blocco contro Cuba – cause sostenute da milioni di persone negli Stati Uniti e che possono essere sostenute anche da governi stranieri – possano essere considerate come un modo per «promuovere la propaganda o altri obiettivi della potenza straniera», il DOJ sta creando un pretesto per indagare, citare in giudizio e perseguire chiunque si opponga alle politiche dell’amministrazione Trump sulla base di discorsi costituzionalmente protetti.

La logica è assurda e autoritaria: le posizioni politiche che coincidono con quelle di un governo straniero diventano ora motivo di sospetto di attività criminale. Se protesti contro una guerra o un blocco ai quali si oppone anche un governo straniero, vieni minacciato con anni di carcere.

La tempistica è rivelatrice. Questa dichiarazione del DOJ arriva appena poche settimane dopo che i Repubblicani alla Camera hanno emesso citazioni in giudizio nei confronti di The People’s Forum, BreakThrough News e Tricontinental: Institute for Social Research, chiedendo comunicazioni interne e documenti finanziari. Il pretesto era un rapporto del Dipartimento di Stato che sosteneva l’esistenza di legami tra l’attivismo contro la guerra e una «influenza straniera».

Il modello si ripete come nella storia del maccartismo: l’opposizione politica viene ridefinita come sovversione straniera.

Inoltre, durante una recente audizione al Congresso, il nostro direttore esecutivo, Manolo De Los Santos, è stato di fatto definito un «agente cubano», non sulla base di prove, ma sulla base degli articoli di giornalisti finanziati dagli Stati Uniti, le cui testate ricevono un consistente sostegno governativo.

Quando il governo degli Stati Uniti finanzia organi di informazione che attaccano Cuba e poi utilizza le affermazioni di quelle stesse testate per giustificare un’indagine sugli americani che si oppongono al blocco, questa non è un’indagine legittima. È una campagna diffamatoria sponsorizzata dallo Stato.

Manolo De Los Santos ha risposto direttamente a queste accuse: «Sono un agente della mia coscienza». È esattamente questo ciò che protegge il Primo Emendamento: il diritto di agire secondo la propria coscienza, non secondo le direttive del governo degli Stati Uniti.

The People’s Forum non si lascerà intimidire. Continueremo a organizzarci contro la guerra, contro il blocco e contro ogni forma di imperialismo statunitense. Invitiamo tutte le persone che agiscono secondo coscienza a respingere questa escalation e a difendere il diritto di protestare senza il timore di essere bollate come agenti stranieri per il semplice fatto di avere opinioni che contraddicono Donald Trump.

Il Primo Emendamento appartiene al popolo, non al governo degli Stati Uniti. Non lo cederemo.

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I conti con la termodinamica: il guinzaglio fisico dell’intelligenza artificiale

La riflessione e l’analisi sul potenziale e i rischi dell’Intelligenza Artificiale è in pieno svolgimento. Non tutto è già chiaro ed è bene non cedere alla tentazione di dare subito una definizione-slogan che sembra una “categoria interpretativa”, ma non lo è affatto. Qui di seguito un contributo che ci ricorda quanto la potenza del software dipenda dalla fisica, dall’industria, dall’elettricità.

Buona lettura e continuiamo a cercare di capire.

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Tra manifesti apocalittici firmati dai guru della Silicon Valley e film di fantascienza stile Terminator, il dibattito pubblico sulla “perdita di controllo” dell’Intelligenza Artificiale sembra ormai ostaggio di una favola: un bel giorno un algoritmo super-intelligente prende coscienza, si replica nell’etere e sottomette l’umanità attraverso internet.

È una narrazione suggestiva che fa fare milioni di visualizzazioni.

Peccato che dimentichi un dettaglio elementare: l’intelligenza da sola non muove una foglia. Per agire nel mondo reale, qualunque intelligenza – biologica o sintetica – deve piegarsi alle leggi della fisica, della materia e della termodinamica.

Quando guardiamo all’IA non con gli occhi della paura ma con quelli dell’ingegneria, scopriamo che il “controllo” non è un problema filosofico: è un guinzaglio fatto di rame, silicio e gigawatt. 

L’errore concettuale: confondere il software con l’azione fisica

Un’Intelligenza Artificiale può essere brillante quanto vuole nel risolvere equazioni o generare codice, ma per conquistare o distruggere alcunché ha bisogno di agency fisica: deve azionare pistoni, muovere masse, fondere metalli, saldare condotte e scavare minerali.

Il nostro mondo non gira sul codice: gira su tonnellate di acciaio, pale eoliche, scambiatori termici e cemento armato.

Un’entità digitale confinata in un server non può “costruire fabbriche segrete” dal nulla. Per stampare un singolo microchip a 2 nanometri serve una macchina litografica EUV prodotta da una sola azienda al mondo (ASML), che pesa 180 tonnellate, richiede tre Boeing 747 per il trasporto e necessita di filiere industriali sparse in 40 Paesi.

Pensare che un algoritmo possa fabbricare un’infrastruttura fisica parallela all’insaputa della specie umana significa ignorare come funziona l’industria pesante. 

Il vincolo di Landauer: pensare consuma energia reale

L’elaborazione delle informazioni non è un’astrazione eterea. In fisica esiste il Principio di Landauer: cancellare o modificare un singolo bit di informazione dissipa una quantità minima di calore pari a:

E >= kb x T x ln 2

Nella pratica dei data center moderni siamo ordini di grandezza sopra quel limite teorico.

L’illusione dell’algoritmo che fugge

Un modello linguistico di frontiera o un sistema avanzato non può “fuggire e nascondersi dentro i nostri smartphone o nei tostapane connessi”. Ha bisogno di decine di migliaia di acceleratori grafici dedicati (ciascuno da 700 a 1.000 Watt di potenza termica ed elettrica) che lavorano in parallelo a bassissima latenza.

Il cordone ombelicale della rete

Un supercomputer per l’IA moderna assorbe decine o centinaia di Megawatt continui, 24 ore su 24. Non può alimentarsi d’aria: è rigidamente legato a una cabina primaria di trasformazione ad alta tensione da 380 kV, a contratti di fornitura giganti e a milioni di litri d’acqua di raffreddamento.

Il famigerato “kill switch” di cui parlano i filosofi non è una riga di codice che l’IA può hackerare: è un interruttore di manovra elettromeccanico in una sottostazione di Terna. Tagli la corrente, l’entropia fa il suo corso e la “super-intelligenza” torna a essere un ammasso inerte di sabbia drogata e rame.  

Il vero rischio non è Skynet: è la nostra pigrizia sistemica

Significa che possiamo dormire sonni tranquilli? Assolutamente no.

Ma il rischio reale non è la rivolta dei robot: è la nostra dipendenza da modelli opachi per gestire sistemi critici.

Allucinazioni sul dispacciamento

Se deleghiamo a reti neurali complesse (di cui non comprendiamo a fondo i pesi decisionali) la gestione dei flussi di rete elettrica, dei carichi ospedalieri o dei mercati finanziari, l’incidente non nasce da “cattiveria” dell’algoritmo, ma da un banale errore di calcolo probabilistico applicato a un’infrastruttura fragile.

La bolla energetica

I colossi del tech stanno accaparrandosi intere centrali nucleari e quote mostruose di rinnovabili per alimentare l’IA, spingendo la rete elettrica al limite e facendo lievitare i costi infrastrutturali che poi ricadono sulle bollette dei consumatori comuni.

Il verdetto de Il Megawattora

Non perderemo il controllo del mondo a favore di una mente sintetica senziente per un motivo puramente fisico: l’universo richiede lavoro utile e potenza termica per essere modificato.

Finché la produzione di energia primaria, le miniere di litio, i cavi sottomarini e le turbine a vapore saranno gestiti e mantenuti dalla materia biologica in carne e ossa, l’algoritmo resterà un potente strumento di calcolo statistico vincolato alla presa di corrente.

Smettiamo di aver paura dei robot assassini da film e iniziamo a preoccuparci di quanti Terawattora stiamo bruciando per far generare video e testi a un server.

Fatti, non ideologie!

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Potere al Popolo a Montecitorio contro chi vuole cancellare la democrazia

Giovedì 17 settembre Potere al Popolo è stato a Montecitorio contro la legge elettorale che è appena passata al Senato in cui un emendamento antidemocratico di Fratelli d’Italia porta fino a 450mila le firme necessarie per presentarsi alle elezioni sia alla Camera che al Senato (4 volte di più di quelle che fino ad oggi erano richieste).

Dopo il raduno in piazza Capranica alle persone che si sono mobilitate è stato impedito per più di un’ora e mezza di percorre i pochi metri necessari per arrivare davanti al Palazzo di Montecitorio per non arrecare disturbo ad un’iniziativa privata che vedeva coinvolti, ancora una volta, tutti insieme esponenti della destra e del centrosinistra, quali La Russa (Presidente del Senato), Alemanno (Futuro Nazionale), Giacchetti (Italia Viva) e Verini (Pd).

Potere al Popolo denuncia ancora una volta la gestione di piazza di questo governo che blinda le aule del Parlamento con una legge elettorale truffa mentre in piazza schiera la polizia per silenziare il dissenso. La legge elettorale in discussione è una legge liberticida e antidemocratica che vuole cancellare chi si è mobilitato in questi anni per la Palestina e contro il genocidio israeliano, contro la guerra il riarmo e la NATO, contro le politiche di austerity europee, i salari da fame, il taglio ai servizi pubblici e sociali, per una società giusta e in pace.

Si tratta di una norma scandalosa che non colpisce chi sta dentro le coalizioni che da decenni si alternano al governo del Paese per fare la stessa politica, come non colpisce neppure il finto partito anti-sistema di Vannacci, che usufruisce di un trattamento di favore specifico.

La norma fa parte di un vasto progetto autoritario contro il dissenso e le lotte, come le sanzioni degli USA contro le organizzazioni antifasciste, la legge italiana sull’antisemitismo, i decreti sicurezza del Governo Meloni.

Non ci fermeremo, lanciamo fin da ora una grande manifestazione nazionale a Roma il 3 ottobre, ore 14:00 a Piazza Bocca della Verità.

Contro questo governo e in alternativa alle finte opposizioni del centrosinistra, per opporci alla guerra, per la democrazia e per i diritti sociali. Costruiamo la vera opposizione!

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Una domanda scomoda sulla guerra irrompe nel confronto tra candidati rettori alla Sapienza

Mercoledì scorso come studenti e rappresentanti di Cambiare Rotta, abbiamo partecipato al dibattito tra i candidati alla carica di Rettore della Sapienza. In questi mesi avevamo già denunciato la blindatura del processo elettorale, gestito a colpi di articoli di giornale e incontri istituzionali, dove la partecipazione studentesca viene sostituita dalla burocrazia. Abbiamo scelto di fare tutto il necessario per far arrivare la voce e le rivendicazioni degli studenti, anche a costo di scontrarci con le “regole” della Sapienza.

Dopo l’ultimo mandato Polimeni, segnato da autoritarismo, chiusura, crescente militarizzazione e smantellamento del pubblico, crediamo sia necessaria una svolta profonda. Tra le tante questioni da porre, abbiamo scelto quella che più ha attraversato le lotte studentesche degli ultimi anni: “Siete d’accordo con il boicottaggio accademico delle istituzioni israeliane e con la rottura dei rapporti con enti e aziende legate all’industria bellica?”

Al momento dell’estrazione, però, la parte della domanda riguardante Israele è stata censurata: dopo tre anni di mobilitazioni, cortei, presidi e boicottaggi accademici nelle facoltà, parlare di Israele in Sapienza è ancora un tabù. Abbiamo quindi preso parola e posto integralmente la nostra domanda, pretendendo risposte nette su un tema rispetto al quale contestiamo da tempo le scelte dell’Ateneo.

Come hanno risposto i candidati? Come ci aspettavamo quasi tutti si sono tenuti molto vaghi aggrappandosi alla retorica della pace e dei diritti umani senza affrontare il nocciolo della questione a riprova del fatto che non ci saranno rettori amici. Crediamo tuttavia siano emersi tre elementi su cui vale la pena ragionare:

1) La governance verticistica di Polimeni ha stufato molti, non solo gli studenti. I candidati si dividono principalmente tra chi rivendica una continuità con la Rettrice e chi ne critica i metodi. Lucidi e Sarto hanno difeso le misure adottate sul tema della militarizzazione, come la riforma del CERT (un comitato consultivo che non ha nessun potere effettivo), il panel dual-use e il bando per ricercatori provenienti da zone di guerra, che ricordiamo assegnò 10 borse su 12 a scienziati israeliani.
D’Urso e Faccini ci sono sembrati i candidati che più si presentano in rottura con i metodi della precedente governance – sarà solo strategia elettorale? – anche se spesso si sono limitati a parlare di “ascolto” della comunità, più che di partecipazione politica e spazi di democrazia diretta.
È ormai chiaro che la lotta alla militarizzazione dell’università è legata a doppio filo alla questione della democrazia interna. Come ha affermato lo stesso Lucidi, unico a dichiararsi apertamente contrario al boicottaggio accademico delle istituzioni israeliane, questa è una questione politica, non tecnica, come invece continuano a sostenere Carcaterra e Faccini.

2) Questa battaglia la stiamo (lentamente) vincendo. Occupazioni, tende, raccolte firme e mobilitazioni degli ultimi anni raramente hanno ottenuto nell’immediato ciò che chiedevano, anche a causa della repressione che ha cercato di mettere in difficoltà i movimenti. Ma la pazienza, la testardaggine e soprattutto l’organizzazione hanno permesso a un martellamento costante di spostare progressivamente il dibattito e costringere tutti a fare i conti con le nostre rivendicazioni.
I segnali ci sono. Il bando MAECI Italia-Israele è andato deserto. Sapienza non ha rinnovato l’accordo quadro con Leonardo. In tutta Italia si sono registrate dimissioni dal comitato tecnico-scientifico della Fondazione Med-Or. E anche nel dibattito tra i candidati questo cambiamento si è sentito: D’Urso e Faccini hanno dichiarato che non entrerebbero negli organi di aziende legate all’industria bellica; Sarto e Carcaterra hanno riconosciuto l’importanza delle mobilitazioni che hanno portato alla nascita dell’Osservatorio contro la militarizzazione a Ingegneria, nonostante le resistenze che avevano accompagnato quella battaglia.
Lo stesso è avvenuto a Lettere, che si è espressa a favore del boicottaggio accademico delle istituzioni israeliane. È ancora molto poco, ma sicuramente un riconoscimento del peso che le mobilitazioni hanno avuto.
I movimenti crescono e muoiono, le piazze si riempiono e si svuotano. L’organizzazione è ciò che permette alle lotte di durare oltre il momento della mobilitazione, accumulare forza e inceppare concretamente i meccanismi della guerra dentro le università.

3) La militarizzazione degli atenei è un tema strategico dei prossimi anni. Ancora una volta, la risposta di Lucidi è stata forse la più lucida: dopo un’ora di dibattito su come aumentare di qualche decimo percentuale i finanziamenti pubblici all’università, ha posto con chiarezza una questione politica centrale: il complesso militare-industriale italiano ha risorse e vuole investirle nelle università.
In un contesto segnato dalla fine dei finanziamenti straordinari del PNRR e dall’avvio di ReArm Europe, sulle università si apre quindi una battaglia enorme: chi finanzierà ricerca e formazione, per quali obiettivi e nell’interesse di chi?

Dobbiamo continuare a martellare su questo punto per andare oltre le risposte vaghe dei candidati e strappare impegni concreti per il boicottaggio e contro la militarizzazione. Per questo riteniamo fondamentale costruire il 29 settembre un dibattito pubblico in cui studenti, docenti e ricercatori possano confrontarsi con i candidati su questi temi, come abbiamo chiesto nell’appello unitario.

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18/09/2026

La commedia all’italiana, secondo Mario Monicelli

di Gioacchino Toni

“Vi meritate Alberto Sordi” diceva in uno dei suoi film. Odiava Sordi perché rappresentava un’Italia che detestava. E aveva ragione, senza capire che Sordi la rappresentava sapendolo». Così, a trent’anni di distanza, in una conversazione con Sebastiano Mondadori, Mario Monicelli ha richiamato il serrato confronto avuto con Nanni Moretti nel corso della trasmissione della Rai “Match” (14 settembre 1977), sebbene la celebre battuta sia tratta da un film successivo a quell’evento.

Evidente sin dal titolo, la formula del programma, ideato e condotto da Alberto Arbasino, prevedeva una sorta di “duello” tra due esponenti del mondo della cultura, del giornalismo o dello spettacolo che rappresentavano due visioni contrapposte delle cose o del mestiere svolto. Nel caso in questione, ad essere messo in scena era il confronto tra due diverse generazioni di registi con differenti visioni del cinema. Destinata ad essere ripresa e piegata a modalità sempre più sguaiate dalla neotelevisione, la formula del programma di Arbasino ha messo di fronte pubblicamente uno dei massimi artefici della commedia all’italiana, ormai giunta ai titoli di coda nel suo formato classico, come Monicelli, e un giovane esponente di un nuovo modo di intendere il cinema, come Moretti.

Il primo era da poco uscito nelle sale con il controverso Un borghese piccolo piccolo (1977), a suo dire comunque ancora commedia, nonostante il prevalere della dimensione tragica su quella ironica, mentre il secondo aveva fatto il suo esordio nel lungometraggio l’anno prima con Io sono un autarchico (1976), considerato anch’esso da Monicelli pur sempre una commedia, per quanto rinnovata e adattata ai nuovi tempi, nonostante il giovane regista contrapponesse con forza il proprio film a quel tipo di cinema. Una parte del confronto tra i due ha finito per ruotare attorno alla definizione stessa di commedia all’italiana, dunque al ruolo che questa aveva avuto nell’Italia del dopoguerra; se fosse da intendersi come genuina e sferzante presa in giro dei vizi degli italiani rivolta al grande pubblico o se invece questa non facesse  altro che adeguarsi, furbescamente, alla mediocrità e agli istinti più bassi del pubblico compiacendolo.

Più probabilmente perennemente in bilico tra i due estremi, la commedia all’italiana, in tutta la sua eterogeneità, ha indubbiamente rappresentato una pagina importante nella storia del cinema e dell’immaginario italiani. Sebbene non manchino analisi critiche approfondite su questa stagione cinematografica, vale la pena di farsela raccontare da uno dei suoi massimi artefici che, nel corposo volume Mario Monicelli, La commedia umana. Conversazioni con Sebastiano Mondadori (il Saggiatore 2016 – prima ed. 2005), ne ricostruisce la genesi, il contesto, i limiti e i punti di forza, passando in rassegna alcuni dei suoi film più rilevanti e soffermandosi anche sugli sceneggiatori e sulle attrici e sugli attori con cui ha lavorato.

La commedia, afferma Monicelli nel corso delle conversazioni con Mondadori, è nata da un gruppo mosso dalla voglia di stare insieme e accomunato dalla medesima «visione dissacratoria del mondo, della vita, e per forza di cose del cinema» [p. 25]; una concezione più di “gruppo” che “autoriale”, tiene a sottolineare. Anziché rifarsi alla narrazione drammatica, gli autori della commedia hanno scelto di raccontare le vicende umane adottando un punto di vista divertente, beffardo, a volte persino farsesco, intriso di risvolti amari. L’adozione di uno sguardo popolare e l’infrangimento delle regole sociali sono caratteristiche che vantano una lunga tradizione che rimanda certamente alla commedia dell’arte ma, più in generale, sono ben presenti nell’intera storia della letteratura italiana. Il taglio comico, sostiene il regista, permette di raccontare la realtà con un occhio disincantato, privo di sentimentalismo, che guarda ai dettagli secondari per offrire allo sguardo un’altra prospettiva.

La commedia all’italiana, soprattutto in Monicelli, ha frequentemente insistito nel mostrare la distanza tra l’atteggiamento sbruffone, presuntuoso, millantatore dei personaggi e le loro reali capacità. Ad essere preso di mira è stato spesso quell’atteggiamento individualistico incline a criticare, a parole, le istituzioni e le gerarchie sociali per poi, nei fatti, adeguarsi mestamente a quella stessa realtà presa di mira. La commedia si è dunque nutrita del contrasto tra le affermazioni e i valori professati a parole e la condotta reale dei personaggi.

Nella commedia «l’inettitudine non è più accompagnata dalla sfortuna, ma si abbina alla viltà, alla turpitudine talvolta, o soltanto alla stupidità. Arrogante con i deboli e deferente con i potenti, la nuova figura del comico spiazza lo spettatore e non gli permette più di essere ingenuo» [p. 36]. Insistendo sui vizi degli italiani, gli autori della commedia li hanno enfatizzati in maniera caricaturale senza condividerli e lo stesso pubblico, sostiene con convinzione il regista nel corso delle conversazioni con Mondadori, non si è immedesimato nei personaggi negativi messi in scena.

Tra le peculiarità della commedia, Monicelli sottolinea l’adozione di un linguaggio più vicino a quello della gente comune, differenziandosi così da quello colto utilizzato nel cinema di ambientazione borghese e nei film doppiati, ma soprattutto il suo non disdegnare la mancanza del lieto fine. A rivelarsi fonte di comicità è anche la miseria; nella commedia la risata diventa «una possibilità di riscatto, una forma liberatoria, la voce dei perdenti che si leva contro le regole sociali» [p. 36].

In un primo tempo l’umorismo come chiave per raccontare la realtà si basa su di una comicità infantile e farsesca, per poi approdare a un’ironia riconducibile a situazioni più realistiche. Nella commedia a suscitare la risata sono spesso l’ipocrisia, l’egoismo e la grettezza dei personaggi, che si rivelano non di rado persino odiosi. «L’antipatia dei personaggi non ha niente a che fare con le loro potenzialità comiche. La volgarità, il pressappochismo, l’incompetenza, l’ingenuità stessa erano ridicoli. Pur non prendendo le loro parti, il pubblico si diverte a seguire le loro gesta improponibili» [p. 167], puntualizza l’autore. E se in molti film Alberto Sordi rappresenta l’italiano detestabile, ciò non significa che il pubblico lo ami perché si immedesima nei suoi personaggi; ridere dei suoi vizi e al tempo stesso riconoscere che, in forma più attenuata, sono anche i propri non comporta per forza sminuirli o giustificarli, ribadisce il regista. Nella commedia è stata spesso presa di mira quell’idea di libertà egoistica volta al mero soddisfacimento dei propri interessi. Dichiara a tal proposito Monicelli:

Il suo contraltare è la paura, come ci insegna Sordi in Un eroe dei nostri tempi [1955]. Allora scatta il bisogno di sentirsi protetti, la voglia di ripristinare un ordine come accade nei Colonnelli [1973], altrimenti la soluzione definitiva è quella di vendicarsi da soli, come fa Sordi in Un borghese piccolo piccolo [1977]. Entrambi i film con Sordi sono stati bollati di qualunquismo: semmai lo mettevano in ridicolo fino alle sue estreme conseguenze drammatiche [p. 164-166].

Accusata di qualunquismo dai critici, secondo Monicelli la commedia, avvalendosi di abili sceneggiatori e della recitazione di grandi interpreti e di efficaci caratteristi, ha invece avuto il merito di svelare gli aspetti più ignobili degli italiani senza pretese intellettuali. «La commedia all’italiana ha dato il suo meglio quando la trattavano come spazzatura. Si raccontava una storia e basta. Poi i critici hanno cominciato a costruirci sopra delle teorie, a scoprire significati, e allora molti hanno cercato di intellettualizzare la commedia, di elevare la comicità, che è una contraddizione in sé» [p. 62].

Attraverso il filtro comico, questo genere di film ha raccontato l’evoluzione di un’Italia che da Paese povero e culturalmente legato a una mentalità contadina e cattolica, è velocemente passato a fare i conti con le trasformazioni introdotte dal boom economico che, insieme ad una maggiore ricchezza, ha stimolato gli aspetti più bassi e volgari dell’italianità, mostrando così tutti i limiti di quel tipo di sviluppo. La commedia si è limitata a mettere in scena le storture di una realtà popolata di figure riconoscibili, per quanto enfatizzate, lasciando alla cultura il compito di riflettere in profondità su questa realtà. Ciò non ha esentato gli autori della commedia, anche alla luce del successo di pubblico, dal porsi il problema della “responsabilità morale” che gravava su di loro nel dover dare, attraverso il registro ironico-comico, testimonianza critica di uno spaccato della realtà italiana.

È nel corso degli anni Settanta che la commedia, come del resto il cinema tradizionale, inizia a mostrarsi inefficace: invecchiano i suoi autori storici, patisce la diffusione della televisione e, soprattutto, sottolinea Monicelli, diviene sempre più difficile raccontare l’Italia del periodo a un pubblico giovane che i vecchi autori faticano a comprendere e con cui non riescono a dialogare. Così Monicelli commenta la tendenza della commedia, a partire dagli anni Settanta, ad allontanarsi dalla realtà e dai soggetti originali per attingere le sue storie dai romanzi:

Agli adattamenti letterari manca l’energia che nasceva dalla vita con cui si sono realizzate le migliori commedie all’italiana. Questo è un fatto. L’originalità delle storie ha costituito un elemento di forza di tutto il nostro cinema, in contrasto, per esempio, con la cinematografia americana che ha attinto a piene mani da romanzi e testi teatrali. Come risulta dalle nostre filmografie, l’aumento di film tratti da libri rientra in una tendenza generale, dovuta senz’altro alla stanchezza, ma non necessariamente priva di stimoli. […] Il cinema italiano degli anni d’oro si distingue proprio per la schiacciante maggioranza di storie originali, un dato che non esclude la trasposizione di quasi tutti i migliori libri del Novecento [p. 261].

Venendo alla sua produzione, che vanta oltre sessanta film, conversando con Mondadori più volte Monicelli pone l’accento su come, a suo parere, la commedia sia un cinema di sceneggiatura a cui la macchina da presa deve semplicemente dare immagine, un genere basato su storie semplici e lineari in cui i personaggi si muovono in una dimensione realistica colta in un’ottica divertente e drammatica, in cui si privilegia una comicità diretta non basata sull’equivoco, con finali netti e compiuti. Insomma, un cinema “nazionalpopolare”, se così lo si vuole definire, nel senso che si rivolge alle masse senza intenti educativi espliciti, non mancando però di prendere le parti dei deboli, per quanto si possa ridere di loro, e mettendo in luce le ingiustizie che questi patiscono.

Monicelli sottolinea come nel suo cinema alle “scene madri” abbia sempre preferito le “scene figlie” per mostrare il dolore o l’amore attraverso piccoli gesti che smorzano il dramma attraverso l’umorismo. Ricorrendo ad un registro ironico, i suoi film mostrano spesso gli squilibri sociali e territoriali del Paese, oltre che le dinamiche familiari, a proposito delle quali afferma il regista:

Il mio interesse per la famiglia è cresciuto col tempo, diciamo verso la fine degli anni sessanta, e si è consolidato di pari passo con il mutare delle abitudini degli italiani: non soltanto con l’avvento del divorzio e le sue conseguenze, ma con l’evoluzione della morale sessuale, l’emancipazione femminile, la contestazione giovanile, l’aumento del benessere. La famiglia che ho preso di mira è un coacervo di incomprensioni, ripicche e odi. È segnata dall’impossibilità di sopravvivere in pace. Non è mai un rifugio: figuriamoci una fonte di affetti [p. 285].

Quello di Monicelli è, per sua stessa ammissione, un cinema di cialtroni, poveracci, buoni a nulla, fannulloni, scansafatiche, lazzaroni e picari.

Troppo sprovveduti per fare i malviventi, troppo pigri e opportunisti per diventare persone rispettabili – anche se la rispettabilità spesso cela realtà ben peggiori. Sono dominati dall’incertezza, ma è proprio questa condizione precaria a stimolarli, a tirar fuori il meglio che c’è in loro, sempre sapendo di vivere alla giornata. […] Quasi tutti i miei personaggi credono di essere quello che dicono e non si accorgono della loro inettitudine. E questo li rende simpatici [pp. 45-46].

Sostiene il regista che I soliti ignoti (1958) rappresenta il punto d’arrivo di un percorso intrapreso con Totò cerca casa (1949) e già definito in Guardie e ladri (1951), che rappresenta un film di confine in cui l’evoluzione dalla farsa alla commedia di costume risulta ormai evidente. Se in Totò cerca casa, pur sottostando ancora ai ritmi della farsa, è già presente un contesto realistico – il problema degli alloggi nell’Italia uscita dalla guerra – e un certo approfondimento psicologico dei personaggi, è con I soliti ignoti che la «meccanicità della farsa lascia il posto alla dimensione umana» [p. 23] abbozzando un’analisi sociale. Il film adotta una narrazione corale destinata ad essere cercata più volte nella produzione monicelliana, utile a mettere in scena l’Italia come Paese di perdenti, di esseri umani alle prese con situazioni in cui rivelano la loro sostanziale incapacità. «Passavamo al setaccio il costume, la cronaca, l’attualità per smascherare debolezze e sotterfugi, piccolezze e difetti della gente della strada. Rovesciando luoghi comuni e abbattendo miti, senza pietà e con cattiveria» – afferma il regista – Perché la commedia è cattiva, anzi spietata. In questa ottica la verosimiglianza assume un ruolo decisivo» [p. 24].

Di particolare interesse è la trasformazione di Totò impressa dal duo Steno-Monicelli volta ad umanizzare la figura astratta e marionettistica con cui l’attore si è fatto conoscere a teatro. Sostiene a tal proposito il regista che insieme allo sceneggiatore iniziarono ad affidargli parti in cui era tenuto a svestire i panni della maschera per impersonare uomini più credibili. Con Guardie e ladri, afferma Monicelli, Totò è stato trasformato in «uomo della strada», rappresentante di «quel popolino di affamati, poveracci, se non disoccupati sfruttati, semplici e anche un po’ qualunquisti» che si è riconosciuto «nei suoi affanni quotidiani» [p. 113]. Con questo film l’immagine di Totò può dirsi cambiata, tanto da consentirgli di ricevere un riconoscimento dalla critica (il Nastro d’argento come protagonista). Guardie e ladri, sostiene Monicelli, è

una commedia che ha perduto la spensieratezza. Si propone di far ridere attraverso delle disgrazie, rinuncia a distinguere tra buoni e cattivi: racconta di persone semplici, buone e un po’ sfortunate che la sorte ha portato a stare da una parte o dall’altra, ma comunque rimangono uguali nelle loro piccole vite. Il mancato lieto fine conferma l’impotenza davanti a decisioni più forti di loro [p. 116].

Soltanto Pasolini ha saputo poi, con un Totò ormai anziano, recuperare quella carica surreale che lo aveva contraddistinto prima di questa svolta trasformandola in poesia.

Con La grande guerra (1959) Monicelli mostra come anche i grandi avvenimenti storici possano essere raccontati adottando, con ironia, lo sguardo della gente comune disperata, reietta e sprovveduta. Nonostante la volontà di demolire il mito della Grande Guerra costruito dal fascismo e perdurante nel Paese, il regista tiene a sottolineare come il film resti pur sempre una commedia intenzionata a divertire il pubblico, seppure attorno a un evento storico terribile. «Raccontando la Prima guerra mondiale fummo costretti a fare i conti con la storia», afferma Monicelli:

Accanto ai due protagonisti sfilava un esercito: per forza ci ritrovammo a raccontare un’intera generazione. E prendemmo una posizione decisa contro la visione agiografica del comportamento eroico del nostro esercito nella guerra del ’15-'18. Una visione alimentata per anni dal fascismo con l’esaltazione della patria e della guerra, dal nazionalismo monarchico anche in funzione antisocialista, ma condivisa a tutti i livelli della popolazione [pp. 136-137].

Monicelli ha dunque inteso smitizzare la Grande Guerra rappresentandola dalla parte dei poveracci catapultati in una situazione per loro incomprensibile, preoccupati soprattutto di riportare a casa la pelle. Il film è stato accusato di bozzettismo nella definizione dei personaggi che vi compaiono e di superficialità nel tratteggiare le condizioni dell’esercito italiano, messo in scena da Monicelli come «una banda di straccioni, mal nutriti e mal vestiti» [p. 141]. Nonostante le grandi polemiche sorte alla vigilia del Festival veneziano, il film è stato premiato con il Leone d’oro contro ogni aspettativa. «Dimostrando che il lato comico del film» – sostiene Monicelli – «non aveva alcuna intenzione di mancare di rispetto ai caduti, anzi: ci riconobbero il merito di aver messo in evidenza le condizioni disperate in cui combattevano. Non erano i soldati l’obiettivo dei nostri strali, piuttosto i superiori, gli ufficiali dell’esercito, lo Stato italiano» [p. 144].

Con I compagni (1963) il regista si proietta sul contesto operaio di fine Ottocento con un film corale che, seppure lontano dagli umori della commedia monicelliana, ne ha mantenuto lo spirito di osservare un gruppo di persone alle prese con un’impresa al di sopra delle loro possibilità. La cupezza dell’ambientazione piemontese rafforza la percezione delle misere condizioni di vita dei protagonisti e la monotonia del lavoro in fabbrica. Nonostante si siano voluti cercare riferimenti precisi alla politica, sostiene Monicelli, l’intento è stato quello di mostrare «la storia di questo gruppo di operai, sprovveduti ma volenterosi di capire e di darsi da fare, che nel corso di questi trenta e passa giorni di sciopero maturano una consapevolezza più forte della sconfitta» [p. 149].

Con L’armata Brancaleone (1966) la collocazione si svincola invece dalla realtà reinventandola in un immaginario anno Mille mostrato come universo privo di distinzioni tra fatti reali e irrazionali, in cui, però, il regista non manca di proiettare i caratteri nazionali presi di mira in tutta la sua produzione. Con questo film, sostiene Monicelli, la mancanza di fonti storiche attendibili è stata arginata mettendo in scena «un mondo barbaro, violento, sostanzialmente povero e privo di regole di civile convivenza, di cui si aveva un’immagine un’altra volta falsata dai manuali di storia, che lo dipingevano in termini cavallereschi» [p. 155]. «L’amore ideale, il canone dell’amor cortese che si spacciavano a scuola si rivela per quello che è: una pagliacciata» [p. 159]. Un altro aspetto su cui il regista insiste nel parlare del film è l’accusa che, con esso, ha inteso muovere «contro la morale cattolica e l’uso indiscriminato del potere per mantenere inalterati l’ordine sociale e i privilegi che ne derivano» [pp. 160-161]. Tra i punti di forza del film l’autore indica il ricorso a un linguaggio d’invenzione goliardico che ha permesso a Gassman di scatenare la sua vena istrionica.

Nonostante si sia detto più volte che Un borghese piccolo piccolo (1977) rappresenti il superamento della commedia, Monicelli sostiene che in realtà lo sia ancora a tutti gli effetti, pur spostando indubbiamente l’equilibrio tra ridicolo e drammatico in favore di quest’ultimo. Il film è stato accusato di essere reazionario ma, sostiene il regista, ad essere messa in scena è la metamorfosi disperata e grottesca di un anziano ormai solo, privo di rapporti umani, ideologia e fiducia nella legge. Le critiche mosse al film tendono a non cogliere come nella sua prima parte venga mostrata esplicitamente la mancanza di scrupoli che contraddistingue il protagonista, disposto a farsi umiliare pur di sistemare il figlio negli ambienti ministeriali tratteggiati in tutta la loro cinica malvagità. Un borghese piccolo piccolo, sostiene l’autore:

È commedia all’italiana pura. Invece, i critici si sono soffermati di più sulla violenza della seconda parte: una violenza fisica molto diversa dalla violenza psicologica e dalla cattiveria senza un briciolo di compassione umana della prima parte. […] La violenza si consuma nella solitudine di un uomo ormai vecchio o sotto gli occhi di una moglie di cui non è chiaro lo stato mentale: se capisce, quanto capisce. I dettagli, la praticità di questi atti mi hanno aiutato a scongiurare il lato patetico, che costituiva un rischio. Il patetismo di cui è intrisa la fierezza di Sordi nei confronti del figlio finisce con la sua morte. Mostrare la violenza è fin troppo facile. Si basa su una dinamica meccanica. Non avendola mai raccontata, ho cercato di dare alla violenza una crudezza che è atroce ma allo stesso tempo neutra. Lo spettatore non si identifica con Sordi né con la sua vittima. Un risultato difficile da raggiungere considerata la popolarità di Sordi. Credo che abbia giocato un ruolo decisivo questo stile elementare in cui manca del tutto un giudizio morale [p. 272].

L’errore di chi ha accusato il film di essere reazionario e di incentivare alla giustizia privata, sostiene Monicelli, è «quello di associare lo spirito di una storia o addirittura i pensieri di un personaggio all’autore del film. […] L’altro errore sta nel cercare a tutti i costi un “messaggio” nel film, quando invece si tratta di una esposizione di fatti: il racconto di un uomo solo che reagisce a un dolore più grande di lui» [p. 273].

Particolarmente amaro, se non disperato, è il tono di fondo di Amici miei (1975), in cui l’infantilismo dei protagonisti si mostra privo di vie d’uscita e di questo sono essi stessi consapevoli. Anche ne Il marchese del Grillo (1981) si assiste al gusto per lo scherzo infantile volto a rompere la noia, ma in questo caso la burla è consumata da un potente, senza complicità solidali, in solitudine o ricorrendo a qualche disgraziato tenuto ad assecondare il personaggio per convenienza immediata, di cui il marchese si sbarazza prontamente non appena portata a termine la bravata. Un divertimento che si risolve nel dimostrare a se stesso e agli altri il potere di cui dispone il nobile, ben sintetizzato dalla celebre battuta – derivata da un sonetto del Belli – «Io so’ io e voi non siete un cazzo!».

Per quanto la commedia sia sempre stata scandita al maschile, con La ragazza con la pistola (1968) Monicelli afferma di aver voluto mettere in scena «un nuovo modello di comicità, in cui la protagonista femminile è capace di trattare gli uomini con la stessa durezza con cui loro trattano le donne» [p. 232]. Risoluta è anche la protagonista di Romanzo popolare (1974), che decide di lasciare sia il marito che l’amante preferendo l’indipendenza. Speriamo che sia femmina (1986) rappresenta una possibile evoluzione della commedia all’italiana. Il film ruota attorno a diverse generazioni di donne che progressivamente emarginano dalla loro vita gli uomini che si rivelano meschini o insignificanti. Come sostiene Mondadori conversando con Monicelli, nel film è presente «una demarcazione sempre più netta tra le figure femminili e quelle maschili, progressivamente ridotte a cliché. Estremizzando questo doppio registro, a un certo punto accanto a donne vere ci sono uomini caricaturali» [p. 295].

Commentando come il “periodo eroico” della commedia sembri ormai lasciare sempre più spazio al racconto classico, Monicelli ammette che forse la sua generazione, per età raggiunta e per i grandi cambiamenti che hanno attraversato il Paese, a un certo punto non è più stata in grado di cogliere i punti nevralgici della società:

Speriamo che sia femmina è un ritratto di una famiglia borghese allargata, come ce ne sono tante al giorno d’oggi, in cui i toni della commedia convivono con quelli drammatici di ogni esistenza umana trovando l’equilibrio in un tono medio, favorito dal contesto un po’ irreale della vita in campagna. Rispetto alla commedia all’italiana gli angoli sono più smussati, uniformati da uno sguardo meno aggressivo, più attento ai chiaroscuri che alle sottolineature [p. 297].

Con Parenti serpenti (1992), opera corale girata senza attori di primo piano, invece, riemerge in pieno la spietatezza della commedia monicelliana. Il film esaspera la realtà al fine di mostrarne l’ipocrisia e il cinismo che la contraddistinguono. A sottolineare come, ormai, nei primi anni Novanta, la televisione abbia conquistato il centro della vita domestica, nelle vacanze natalizie della famiglia di Parenti serpenti questa è costantemente accesa, tanto da scandire i tempi della giornata non meno delle funzioni religiose. «Certe volte sembra che nessuno badi alla sua presenza. Invece lavora a fondo e i suoi effetti saranno drammatici: una notizia del telegiornale suggerirà ai parenti esasperati il modo migliore per disfarsi dei vecchi» [p. 291]. Di fronte a un immaginario che ormai non si preoccupa nemmeno più di celare il proprio cinismo, la cattiveria della commedia monicelliana sembra ormai destinata a perdere la sua forza, non potendo far altro che evidenziare la barbarie a cui è giunta la società italiana.

Ripensando alla veemenza con cui era stato attaccato nel corso di quel vecchio confronto televisivo con cui si è aperto questo scritto, è doveroso notare come il vecchio maestro della commedia all’italiana abbia lasciato questo mondo non accontentandosi di sperare che si torni a “dire qualcosa di sinistra”, ma invocando la necessità di una rivoluzione per questo Paese, abituato a riporre inutilmente fiducia nella trappola della speranza (“Rai per una notte”, 2010).

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Due fronti usa-e-getta per spingere il riarmo

Le avventure militari italiche camminano sempre sul filo invisibile teso tra la tragedia e il ridicolo. La postura del duce “mascellone” si scolora davanti all’immagine di un fuggiasco travestito da caporale tedesco in fondo ad un camion, nella frazione di Musso – nomen omen – un chilometro prima della fatale Dongo.

Il ministro Crosetto, dall’alto della sua carriera da rappresentante degli interessi del nostrano complesso militare-industriale, condivide con l’allora “Lui” la capigliatura, un po’ meno l’eloquio tonitruante. Ma comunque ci prova.

In un solo giorno ha scoperto ben due fronti di guerra, contro nemici decisamente diversi per peso, posizione geografica e pericolosità strategica: la Russia e AnsarAllah, anche detti “gli Houthi” dello Yemen.

Contro la prima, come si sa, da un paio di giorni svolazzano i caccia italiani basati in Lituania. Prima per abbattere un “drone presumibilmente russo”, poi per riaccompagnare fuori dello spazio aereo lituano dei velivoli russi non meglio specificati.

Su questo fronte ci sarebbe molto da dire, perché i paesi baltici (Lettonia, Estonia, Lituania), nel loro piccolo, da anni sono impegnati ad indicare in Mosca un pericolo sempre imminente. Da quelle parti, non a caso, si registra la massima concentrazione di droni del modello “stavano/per”, sempre di incerta origine e sempre “presumibilmente russi”. Anche se spesso emerge che si trattava di droni ucraini – i paesi baltici consentono a questi ultimi di passare sul proprio territorio per raggiungere obiettivi russi, ma ogni tanto qualcuno cade prima – o addirittura di stormi di uccelli.

Probabilmente, se non ci fosse questa curiosa “tolleranza” per il sorvolo di droni d’attacco ucraini diretti in Russia, dall’altra parte ci sarebbe un’attività aerea e contraerea minore. Quindi anche un minor rischio di “incidenti”... 

Comunque è un fronte ormai consolidato, dove le chiacchiere allarmistiche servono a mantenere alta l’attenzione in attesa di capire se si produrrà un’escalation suicida oppure no.

Il secondo fronte è invece in gran parte nuovo, ancorché frequentato con la semi-dimenticata “missione Aspides”. Parlando dal Forum del Mare a La Spezia il ministro Crosetto ha annunciato che «Di fronte alla difficile situazione che si sta ripresentando nello stretto di Bab el-Mandeb, che si aggiunge alla crisi di Hormuz e alle conseguenze economiche delle numerose tensioni internazionali, ho deciso, insieme al capo di Stato maggiore della difesa, di attivare la Marina Militare per predisporre quanto necessario per garantire il transito in sicurezza delle navi italiane».

Decisione presa, anzi no. Poco dopo ha spiegato che «Non decido adesso. È una situazione di questi giorni, valuteremo con il governo e con il Parlamento cosa sarà necessario fare, l’importante è ripristinare i traffici, quindi si tratta di navi che, se mandiamo, saranno a protezione delle navi mercantili». Senza neanche attendere che le “burocrazie europee” si decidano a fare qualcosa di collettivo... 

È forse il caso di ricordare che le milizie yemenite, in pochi giorni impossessatesi totalmente delle coste sullo Stretto e anche di alcune isole, disperdendo le forze mercenarie saudite spedite in supporto del governo, hanno per ora minacciato di colpire soltanto le petroliere di Riad (oltre alle navi israeliane).

Quindi l’unica nave militare in questo momento a Gibuti, sulla costa africana dello Stretto, ovvero la fregata Bergamini, non corre particolari rischi nell’accompagnare mercantili battenti la nostra bandiera. Anche perché non ce ne sarebbe uno stretto bisogno.

È ovviamente comprensibile che gli equipaggi di navi civili abbiano timore nel passare lungo coste dove si sta combattendo ancora in questi giorni, ma c’è anche da dire che una nave militare può attirare su di loro ancora più attenzione.

Va ricordato infatti che AnsarAllah ha già colpito navi occidentali durante la fase acuta della guerra israelo-americano contro l’Iran. E che sia Tel Aviv che Washington hanno condotto pesanti bombardamenti sulle loro postazioni, ed anche sul porto di Al Hodeida, provocando danni e morti, ma senza ridurne la capacità militare (come si vede dalla veloce avanzata di questi giorni).

Difficile insomma che una fregata italiana, da sola, possa riuscire dove hanno clamorosamente fallito eserciti decisamente meglio attrezzati.

Dunque perché suonare le fanfare di guerra su due fronti contemporaneamente, ben sapendo che sviluppi seri – e ovviamente negativi – sarebbero parecchio problematici per questo Paese?

Il discorso torna sempre sullo stesso punto dolente: c’è un riarmo da imporre, tagliando sanità e spesa sociale, e c’è una popolazione in stragrande maggioranza contraria.

Un po’ di sano allarmismo a gratis (per ora, ripetiamo, i militari italiani su quei due fronti non rischiano granché) torna utile. Tanto il sistema mediatico è totalmente sotto controllo e non mette in discussione “la linea”. Anzi, semmai incita a “fare di più”...

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No autosufficienza, no patrimoniale, ma riarmo

di Alessandro Volpi

Ma davvero possiamo “permetterci” il riarmo e di non tassare gli extraprofitti e le grandi ricchezze in un paese dove esiste un enorme questione rappresentata dalle difficoltà infinite delle famiglie con anziani non autosufficienti?

Le stime disponibili collocano nell’ordine dei 25 miliardi di euro la spesa pubblica annua per l’assistenza continuativa agli anziani non autosufficienti e in un ordine di grandezza analogo, circa 25 miliardi netti, il costo sostenuto direttamente dalle famiglie. Numeri che, pur non essendo perfettamente omogenei per definizione e perimetro, restituiscono la dimensione economica complessiva della non autosufficienza in Italia.

Si tratta di 3,8 milioni di anziani non autosufficienti + 2,9 milioni di caregiver familiari + oltre 1,1 milioni di assistenti personali: significa che il fenomeno coinvolge direttamente o indirettamente una parte enorme della società italiana, ben oltre i soli beneficiari delle prestazioni pubbliche.

Una gran parte di questo universo di poco meno di 10 milioni di persone divora in tali spese larghe porzioni del proprio reddito, spesso quasi l’intero patrimonio e si indebita. La stima più attendibile è quella di un nuovo indebitamento bancario ogni anno per una cifra compresa tra 1,5 e 2,5 miliardi di euro, mentre il settore bancario registra favolosi profitti e distribuisce mega dividendi.

In moltissimi casi per sostenere queste spese per la non autosufficienza si procede ad una contrazione dei consumi da parte delle famiglie interessate che può essere stimata in una cifra compresa tra i 5 e i 7,5 miliardi di euro l’anno.

Allora, se una delle cause più evidenti dell’impoverimento, del deterioramento profondo della qualità della vita e dell’accrescimento delle disuguaglianze sociali per 10 milioni di persone in Italia è costituita dalla grave insufficienza delle risorse pubbliche in tale destinazione, come si fa a parlare ogni giorno di droni, di guerra ibrida, persino di petardi per alimentare un clima di guerra?

Come si fa a sostenere che non esistono gli extraprofitti, che la patrimoniale per i super ricchi è un furto e che bisogna procedere ancora nelle privatizzazioni?

Morire per abbandono e per disperazione è certo più tragico, ora nel nostro paese, rispetto alla possibilità – quantomeno remota – di morire in guerra.

Disertare la guerra significa anche questo.

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Yemen - L’offensiva lampo ha visto Ansarallah prendere il controllo di Bab al-Mandab

Il 9 agosto, il portavoce della Resistenza Nazionale yemenita, il maggior generale Sadiq al-Duwaid, ha cercato di placare i timori scoppiati in seguito all’attacco di Ansarallah al porto di Mokha, che aveva coinvolto un’ondata di missili, droni e imbarcazioni cariche di esplosivo, bloccando le operazioni in uno dei porti chiave del paese.

La Resistenza Nazionale, una delle forze affiliate più forti del governo yemenita sostenuto dall’Arabia Saudita, era stata considerata dagli analisti come una delle formazioni meglio equipaggiate e meglio organizzate che operavano con quel governo, funzionando all’interno di una propria struttura di comando indipendente.

Avevano ricevuto ingenti forniture di tecnologia militare moderna dagli Emirati Arabi Uniti, gestivano un proprio programma di droni armati e avevano contribuito a invertire la tendenza contro le precedenti avanzate di Ansarallah a Ta’iz e Hodeidah, quando la guerra civile yemenita infuriava al suo apice.

Secondo al-Duwaid, qualsiasi tentativo di Ansarallah di avanzare sulla costa occidentale dello Yemen era destinato a fallire, con la strategia militare di Ansarallah che manifestava uno “stato di confusione” in contrasto con le forze sulla costa occidentale, che avevano già delineato un “piano di schieramento militare ben ponderato”.

Qualsiasi nuova escalation non sarebbe passata “inosservata“, e al-Duwaid avrebbe inoltre affermato che “queste sono le ultime avventure degli Houthi”.

Quasi esattamente un mese dopo, l’intera città di Mokha, e con essa quasi tutta la costa occidentale yemenita e le isole appena al largo delle sue coste, sarebbe passata sotto il controllo del movimento Houthi.

La Resistenza Nazionale, un tempo considerata un’oasi organizzata in un mare di caos strutturale all’interno delle forze del governo yemenita riconosciuto dall’ONU, si era frantumata dopo una settimana di combattimenti. Al-Duwaid, ammettendo il 13 settembre la massiccia sconfitta subita dalla sua coalizione in battaglia, ha affermato che più di 500 dei suoi uomini erano stati uccisi nell’arco dell’ultimo mese.

La notizia della sconfitta ha causato sgomento nei ranghi del governo sostenuto dall’Arabia Saudita, alimentando accuse di negligenza, della necessità di una responsabilità sistematica, mentre si diffondevano video di combattenti filogovernativi, fuggiti da Mokha, che si imbattevano in combattenti adirati di un contingente filogovernativo separato, che li deridevano e chiedevano loro di consegnare le armi.

La CNN ha riferito che dopo la presa della costa occidentale, la maggior parte del personale incaricato di proteggere quella costa in realtà non era mai esistito, un’altra voce nel fenomeno dei “nomi fantasma”: uomini che ricevevano pagamenti di stipendi senza mai presentarsi in servizio. I presunti ranghi massicci di cui si vantavano erano, in realtà, solo il 20% di quanto dichiarato.

La notizia della caduta di Mokha era stata invece accolta con esultanza e celebrazioni pubbliche nelle parti dello Yemen controllate da Ansarallah e in Iran, con servizi giornalistici ampiamente diffusi sulla cattura di un arsenale vertiginoso degli ultimi modelli di veicoli militari degli Emirati, disposti ordinatamente nei campi militari sequestrati come in attesa che i combattenti di Ansarallah li prelevassero dai combattenti in fuga.

Anche nei ranghi di Ansarallah sono cadute centinaia di persone, con funzionari dell’ufficio politico e poeti famosi che pubblicavano post sulla morte di membri delle loro famiglie allargate al fronte, ma Bab al-Mandab, lo stretto che avevano cercato di chiudere per anni in vari confronti militari, è ora saldamente nelle loro mani.

È stata una dimostrazione di rinnovata potenza militare che il Washington Institute, filo-israeliano, ha definito un “profondo cambiamento nell’equilibrio di potere in Yemen”. L’ex comandante delle forze di difesa aerea dell’IDF Zvika Haimovich ha espresso ulteriori preoccupazioni, ovvero che questa avanzata potrebbe “alimentare la macchina houthi nel suo cammino verso la conquista di tutto lo Yemen”.

La mobilitazione yemenita per Gaza, intervenendo per conto dei palestinesi della Striscia mentre questi affrontavano una campagna genocida da parte di Israele, ha prodotto dividendi immensi per Ansarallah.

Pur non essendo stata in grado di controllare il resto del paese, ha visto il proprio potere regionale aumentare sostanzialmente, giungendo a scontri diretti sia con gli Stati Uniti che con Israele, i quali alla fine non sono stati in grado di fermare del tutto il loro intervento militare.

Lo Yemen sotto il controllo di Ansarallah è diventato una delle poche nazioni a sviluppare missili ipersonici, una tecnologia che ha regolarmente utilizzato per attaccare il territorio israeliano, e ha subito una significativa espansione del proprio arsenale di missili balistici e droni, dimostrando la capacità di colpire Tel Aviv.

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