Presentazione


Analisi, opinioni, fatti e (più di rado) arte da una prospettiva di classe.

27/05/2026

Le Monografie di Frusciante: Mel Brooks (Ottobre 2020)

Erri De Luca si schianta sul genocidio palestinese

La recente sortita di Erri De Luca, in Israele, ha fatto giustamente indignare molti. Come sempre le semplificazioni, o i ripensamenti tardivi, abbassano il livello della doverosa critica a canovaccio da osteria.

Ci sembra giusto proporre invece interventi ragionati, differenti per taglio e impostazione, perché il fenomeno o il nemico che ci troviamo ad affrontare – il sionismo suprematista e razzista – deve essere compreso nella sua realtà effettiva, non ridotto a facile bersaglio di insulti che danno soddisfazione a pochi neuroni e lasciano impotenti sul piano politico. Abbiamo davanti una vera e propria teologia dello sterminio, non dei decerebrati fascistelli di quartiere.

Buona lettura.

In aggiornamento

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Erri: sionista da sempre tra le addormentate braccia della sinistra radicale

Siete meravigliosi. Devo riconoscerlo. Dopo le parole di Erri De Luca sul sionismo e sul genocidio state tutti qui tra Facebook, Instagram e non so quali altri marchingegni infernali ad insultare l’illustre scrittore. Da sempre icona di una sinistra radicale e autoproclamatasi rivoluzionaria.

E già perché Erri, il muratore fattosi letterato, ha sempre sbandierato ai quattro venti la sua militanza nelle file di Lotta Continua, addirittura parlando di sé come “rivoluzionario di professione”. E in effetti negli anni ’70 e poi da quando è diventato scrittore cult non è che non abbia fatto battaglie assolutamente condivisibili. Si pensi a quella al fianco dei No Tav, per cui ha subito anche un processo per istigazione a delinquere.

Ora però c’è chi ci tiene a sottolineare di non aver mai letto un libro di De Luca. Non dubito che per alcuni sia un’affermazione veritiera. Tuttavia non credo a chiunque ci tenga ad evidenziarlo. Qualcuno ne sminuisce addirittura, con toni sprezzanti, il valore letterario.

Non voglio fare il critico ad ogni costo o il magister del gusto, va detto però che sebbene non tutti gli scritti del romanziere, poeta e drammaturgo napoletano siano dei capolavori ce ne sono di bellissimi. Come “Tre cavalli”, “Tufo” , “Non ora non qui”.

Ad ogni buon conto, Erri la sua ambiguità nei confronti di Israele la mantiene da decenni. Nel 2011 partecipò per esempio a quella bieca manifestazione promossa a Roma dai coloni sionisti, alla quale presero parte anche Saviano, Raiz e tanti altri; manifestazione che provocò un’indignata risposta da parte del mai troppo compianto Vittorio Arrigoni.

Ancor prima, nel 2008 o giù di lì, De Luca allestì uno spettacolo teatrale smaccatamente filo sionista – “Provando in nome della madre”, tratto dall’omonimo suo libro – sebbene sotto la parvenza del testo biblico che narra la vicenda di Maria, madre di Cristo. Una rappresentazione tutta declinata secondo i canoni, i segni e i riti della cultura ebraica e dei suoi miti. Una genuflessione molto controversa per un uomo di sinistra radicale quale lui si definiva e definisce, in anni in cui in Israele a farla da padrona erano già il Likud e il suo leader Netanyahu.

Una delle pagine più vergognose tuttavia Erri la scrive a Napoli, durante un’iniziativa promossa da Mezzocannone Occupato. Siamo nel 2015, undici anni or sono. Dopo aver celebrato la lotta No Tav, pressato dalle domande di alcuni attivisti sulla Palestina e i suoi rapporti con l’entità sionista, prima dice di non poter interessarsi e risolvere tutti i problemi e le brutture del mondo, poi in evidente difficoltà si alza e se ne va.

Il giorno dopo, il sottoscritto lo attaccò dalle pagine di Contropiano con parole che andavano a riprendere anche il testo di un articolo, uscito per il manifesto, in cui l’icona extraparlamentare affermava in sintesi che i palestinesi non solo non soffrivano la fame a causa dell’apartheid israeliano, ma ne arrivava a negare persino l’assedio: Gaza «non è Sarajevo», scriveva l’ex Lotta Continua.

Quanto dissi in quell’articolo lo riporto di seguito qui: «Come può dire, Erri De Luca, che quella che subiscono i palestinesi non è fame? E perché, a distanza di anni, non chiarisce il suo pensiero su quel conflitto, origine di tante guerre in Medio Oriente? I diritti, la resistenza all’oppressione e all’ingiustizia, la violenza di un sistema, variano, forse, a seconda delle latitudini e delle condizioni geopolitiche?»

La risposta di Itzhak Laor, scrittore israeliano, a quell’articolo vergato da Erri De Luca, fu, all’epoca, piuttosto esemplificativa: «Se si traducesse l’articolo uscito martedì scorso sul manifesto di Erri De Luca in ebraico e lo si facesse leggere a qualunque israeliano, questi lo identificherebbe senza dubbio come un testo tipico di un membro del Likud. “Siate sempre capaci di sentire, nel più profondo, qualsiasi ingiustizia commessa, contro chiunque, in qualunque parte del mondo” , diceva Che Guevara. Non a seconda dei casi».

Orbene, a questo punto una domanda mi sembra però legittima. Dov’eravate voi allora, nel 2015? Perché all’uscita di quell’articolo non poche furono le critiche, anche durissime, rivolte contro di me e contro quanto scritto. Soprattutto in tanti si strappavano i capelli elogiando il sedicente rivoluzionario di professione. Oggi invece insorgete e inveite perché Erri ha detto, ohibò, di essere sionista.

La Storia signori miei bisogna viverla momento per momento. Non accorgersi del suo cammino solo quando si è fatta convenzione e pensiero comune. Ve lo dice uno stronzo che questo lavoro, giornalistico e di scrittura, ha provato a farlo con la schiena dritta, senza mai dover dire grazie o genuflettersi al divo di turno e soprattutto nel rispetto della propria dignità. E infatti oggi è tristemente disoccupato.

Vincenzo Morvillo

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Se si traducesse l’articolo uscito martedì scorso sul manifesto di Erri De Luca in ebraico e lo si facesse leggere a qualunque israeliano, questi lo identificherebbe senza dubbio come un testo tipico di un membro del Likud.

Al di là della discussione ipocrita sulla parola «fame», bisognerebbe ricordare che Israele cerca di affamare i palestinesi nel tipico modo che Giorgio Agamben ha descritto nel suo «Homo Sacer», facendo appello all’«aiuto umanitario» subito dopo aver distrutto tutto.

In Palestina, la gente vive sotto una crescente paura, povertà e fame, e in condizioni che condannano le prossime generazioni a un futuro di sottosviluppo. Gaza è un enorme ghetto, che ogni giorno viene bombardato da centinaia di razzi. I villaggi in Cisgiordania sono isolati l’uno dall’altro, le città sono sigillate e le autostrade chiuse agli arabi.

La stampa italiana si comporta come se fosse sotto la censura di Mussolini quando non parla delle sofferenze dei palestinesi. Mi dispiace per Erri De Luca: così giovane e già censore (e in favore di chi? di una delle peggiori occupazioni militari dalla seconda guerra mondiale).

Dal 1991 – prima che cominciasse la campagna terroristica della metà degli anni ’90 – i palestinesi hanno vissuto sotto la politica israeliana di chiusure e separazioni (apartheid in olandese). Sono strangolati e separati dalle loro comunità, dai loro centri, dalla loro economia. Il luogo dove vivono e dove si muovono diventa sistematicamente più piccolo.

Nessun palestinese minore di 16 anni sa cosa vuol dire andare in vacanza dall’altra parte del suo paese. Nessuno si muove per più di 10 chilometri. La disoccupazione è in crescita. Durante gli anni dell’occupazione, Israele non ha permesso ai palestinesi di avere una propria economia, per non parlare di costruire una propria industria. Oggi possono solo comprare merci in Israele. Non hanno altra scelta. Non possono vendere nulla in Israele, nemmeno le verdure.

La distruzione della Palestina è una realtà quotidiana. E devo aggiungere: il silenzio sulla lenta morte della nazione palestinese è parte di una lunga tradizione europea di lasciare morire l’Altro.

Ma l’articolo di Erri De Luca è l’esempio di qualcosa di peggio che sta accadendo in Europa. Il passato ebraico in Europa è un tipo di comoda rappresentazione di un passato europeo omogeneo, in cui una metafora – l’Olocausto – copre qualsiasi altra cosa. Non l’Olocausto come parte della storia europea, ma quasi il contrario.

La storia si perde. Il fascismo? Troppo controverso. Il ruolo della Chiesa cattolica? Non se ne può parlare. Pio XII? Insomma, è quasi un santo. Questo atteggiamento filo-sionista della sinistra europea non è una peculiarità italiana (e in questo caso si può persino dire che non è colpa di Israele).

Questa collaborazione della sinistra europea con la destra israeliana colma un enorme vuoto in Europa, dalla caduta del comunismo, e serve alla costruzione di una nuova identità europea. I bambini iracheni e palestinesi sono i nuovi «etiopi». A chi importa? Noi europei siamo gli umanisti. Abbiamo la licenza di rimanere in silenzio sull’affamamento della Palestina. La nostra licenza si chiama Olocausto o Auschwitz. Non ci importa di collocarli nella storia. Abbiamo bisogno di mitologia, non di storia.

Itzhak Laor è un poeta, romanziere, saggista e critico letterario israeliano. Noto per le sue posizioni politiche radicali, le sue opere esplorano il militarismo, l’occupazione e le contraddizioni della società israeliana. Collabora con il quotidiano Haaretz ed è una figura di spicco della sinistra radicale.
Durante il servizio militare, si è rifiutato di prestare servizio nei territori occupati. Questa scelta gli è costata il carcere nel 1972. È stato tra i fondatori del movimento di sinistra radicale SIAH.
Ha pubblicato numerose raccolte di poesie (come Only the Body Remembers) e romanzi (tra cui The People, Food for Kings), oltre a saggi e opere teatrali. La sua drammaturgia Ephraim Returns to the Army è stata inizialmente censurata in Israele. Ha fondato e diretto la rivista Mita’am, dedicata alla letteratura e al pensiero radicale. È attivo anche come critico e opinionista, con contributi su testate internazionali come la London Review of Books.
Questo è quello che ha scritto sul quotidiano “il manifesto” vent’anni fa, il 19 maggio 2006, in risposta ad un articolo di Erri De Luca.

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Ci siamo incrociati più di una volta, Erri. In sale pubbliche, biblioteche, dibattiti dove la letteratura sembrava ogni volta voler sconfinare nella politica, e la politica tornare a vestirsi da morale.

Ricordo soprattutto un incontro alla Biblioteca Sormani, a Milano, durante un convegno dedicato alla lingua spagnola.

Ti ascoltavo parlare con quella tua voce da reduce civile, da uomo che ha fatto della testimonianza una postura permanente. Eppure, già allora, mi colpiva una distanza difficile da colmare: da una parte la figura pubblica, quasi sacrale, del militante; dall’altra la tua scrittura, che a me pareva esile, incapace di reggere il peso dell’aura costruita attorno al tuo nome.

Non ho mai pensato che tu fossi uno scrittore.

L’ho sempre vissuto come un piccolo enigma editoriale: quei libri sottili, rarefatti, poche pagine dilatate da caratteri enormi e da molto bianco tipografico, elevati ogni volta a evento morale prima ancora che letterario. Sembrava che il libro dovesse essere protetto dalla possibilità di essere giudicato soltanto per ciò che conteneva. E forse il punto era proprio quello: non vendevi soltanto pagine, ma un’immagine.

Eri “un compagno”.

Un’espressione che un tempo possedeva un peso specifico storico, umano, perfino tragico, mentre oggi sopravvive spesso come un’etichetta sentimentale, una reliquia lessicale buona a legittimare appartenenze e indulgenze reciproche.

Parlasti allora della tua militanza in Lotta Continua, delle simpatie rivoluzionarie che avevano attraversato la tua giovinezza, della fascinazione per certe esperienze latinoamericane nate all’ombra della lotta armata. Ne parlavi con la naturalezza di chi considera il conflitto una forma superiore di autenticità. E poi il Movimento No TAV, il processo, l’esposizione mediatica trasformata ancora una volta in prova pubblica di coerenza.

Col tempo ho avuto l’impressione che la tua opera vera non fossero i libri, ma il personaggio.

Una figura costruita con ostinazione: l’uomo schivo ma giusto, l’intellettuale resistente, il montanaro etico, il testimone irriducibile. Una biografia continuamente messa in scena affinché la scrittura non dovesse mai camminare da sola.

Perché la letteratura, quando è grande, sopravvive anche senza la santità dell’autore.

La tua, invece, mi è sempre sembrata aver bisogno di un contorno morale, di una cornice ideologica, di una continua assoluzione preventiva. Come se il lettore dovesse ammirare prima l’uomo per poter concedere qualcosa allo scrittore.

Ora, però, la maschera è caduta. E con essa l’intera impalcatura.

Non perché tu vada a Gerusalemme (non solo), ospite dell’International Writers Festival di Mishkenot Sha’ananim, sostenuto dalla Jerusalem Foundation.

Il problema è ciò che scegli di non vedere. O peggio: ciò che decidi di nominare in altro modo per non incrinare la tua nuova rispettabilità internazionale.

Perché dopo una vita trascorsa a incarnare l’intellettuale della disobbedienza, il testimone degli ultimi, il militante delle cause perdute, oggi ti ritrovi a negare l’evidenza più atroce del nostro tempo con il linguaggio freddo della cautela terminologica.

“Genocidio” – dici – sarebbe una “distorsione storica e verbale”.

Eppure a Gaza non assistiamo a una semplice guerra. Assistiamo alla distruzione sistematica di un popolo intrappolato, alla cancellazione metodica di case, ospedali, scuole, infrastrutture civili, alla normalizzazione quotidiana della morte di migliaia di bambini, alla fame usata come pressione militare, alla devastazione elevata a strategia. E davanti a tutto questo tu scegli il rifugio più sterile: la disputa semantica.

È qui che il personaggio mostra tutta la sua miseria morale.

Per decenni hai parlato il linguaggio dell’insubordinazione etica, hai costruito la tua immagine pubblica sull’idea di stare sempre dalla parte dei corpi esposti alla violenza del potere. Ma quando il potere assume la forma di uno stato militarmente dominante, sostenuto dall’Occidente, tecnologicamente invincibile contro una popolazione senza scampo, improvvisamente diventi prudente, misurato, legalista.

E ancora più impressionante è osservare come tu sembri ignorare il peso storico delle parole che pronunci sul sionismo. Definirlo semplicemente “il diritto degli ebrei a una patria nazionale e a una difesa esistenziale” significa rimuovere deliberatamente ciò che quel progetto politico ha comportato per il popolo palestinese: espulsione, occupazione, segregazione, espropriazione continua della terra, umiliazione trasformata in amministrazione quotidiana.

Non è complessità, questa.

È amputazione della memoria.

È il fallimento morale di un individuo che, dopo aver trascorso una vita a rappresentarsi come coscienza critica del potere, davanti alla più documentata devastazione contemporanea sceglie di proteggere la legittimità dello stato che colpisce invece della popolazione che viene cancellata.

Forse è questo, alla fine, il vero volto del personaggio che per anni hai deciso di interpretare: non il ribelle, non il dissidente, non il testimone degli ultimi, ma un uomo che ha saputo riconoscere l’ingiustizia solo finché non diventava scomodo nominarla davvero.

Milton Fernández

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Le ultime dichiarazioni di Erri De Luca non sono una novità.

Lo scrittore napoletano è sempre stato, nel migliore dei casi, estremamente evasivo sulla questione palestinese e sui crimini israeliani sfuggendo alle contestazioni con scuse ridicole del tipo: “Non parlo di cose che non riguardano il mio paese”, oppure “Non parlo di Palestina prima di parlare degli altri conflitti in Medioriente”.

Ieri, dopo più di due anni e mezzo di Genocidio e di complicità dei governi occidentali, è uscito allo scoperto con una intervista all’Israel Hayom da Gerusalemme in preparazione al International Writers Festival di Mishkenot Sha’ananim, affermando non solo che in Palestina non c’è nessun genocidio ma che invece l’IDF “spostasse i civili”.

Prima dell’evento degli scrittori sionisti ha inoltre affermato che non parteciperà mai ad eventi che affermino che esista un genocidio in Palestina.

Naturalmente la notizia è stata ripresa dalle grancasse del sionismo nostrano quali Il Riformista e Il Foglio (ultimamente molto impegnati ad attaccare Cuba in appoggio agli USA).

Erri De Luca è un classico esempio di quella “mutazione antropologica” subita da molti giornalisti ed intellettuali cresciuti nei gruppi extra-parlamentari degli anni ’60 e’ 70 e oggi completamente asserviti al modello ideologico e culturale dominante: da De Luca a Liguori (oggi berlusconiano doc) entrambi ex Lotta Continua, a Paolo Mieli e Michele Boldrin, un tempo considerati vicini a Potere Operaio.

In sostanza, De Luca è l’arma perfetta in mano ai media più allineati alle politiche israeliane. Non è il volto più spietato e crudele del sionismo, ma la sua maschera progressista e intellettuale che nasconde in realtà le stesse posizioni e gli stessi contenuti.

Per fortuna, il sionismo e tutto il suo portato culturale regressivo e guerrafondaio è stato messo continuamente in discussione negli ultimi anni delle piazze e dagli scioperi a sostegno della Palestina oltre che dai Boicottaggi culturali e commerciali che acquisiscono sempre più seguito, contestando ogni luogo culturale o di aggregazione sociale che promuove i messaggi di odio e suprematismo di cui oggi si fanno portavoce politici e intellettuali come De Luca.

Su questa strada bisogna continuare.

Circolo GAP Roma

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Bolivia - Si acutizza il conflitto. Il governo punta allo stato d’emergenza

Lunedì La Paz si è svegliata senza mezzi pubblici e con molteplici manifestazioni che hanno aggravato il blocco di veicoli e pedoni in diverse zone della città. La carenza di benzina ha ridotto anche la circolazione dei minibus e causato lunghe code alle stazioni della funivia.

La crisi ha provocato anche punti di blocco nell’area meridionale di La Paz. Su Avenida del Poeta e nel settore di Calle 8 a Calacoto, si sono viste lunghe file e proteste di automobilisti che cercavano di fare rifornimento.

Parallelamente, diverse mobilitazioni hanno marciato verso il centro della città. Una marcia è scesa da Pampahasi e Villa San Antonio, mentre un’altra colonna ha percorso Poeta Avenue dalla zona sud.

La manifestazione più grande è arrivata come di consueto da El Alto ed è avanzata verso il centro di La Paz in mezzo a una forte spiegamento di polizia. I manifestanti sono arrivati vicino al centro politico e amministrativo della sede del governo.

La mancanza di carburante, i blocchi e le proteste hanno aggravato la crisi di mobilità a La Paz, dove migliaia di cittadini hanno avuto difficoltà a muoversi in una giornata segnata da tensioni e congestione.

Il tentativo del governo boliviano di rompere la paralisi del paese attraverso un cosiddetto “corridoio umanitario” ha portato sabato a una giornata di violenza che ha aggravato la crisi istituzionale. L’operazione, condotta congiuntamente da polizia e forze militari sulla strada principale che collega La Paz con Oruro, si è conclusa con una serie di feriti, arresti e la morte di un manifestante.

Si tratta di Víctor Cruz Quispe, un giovane membro della comunità colpito da un proiettile da arma da fuoco nei pressi della città di Vilaque. Sebbene sabato sera il portavoce presidenziale, José Luis Gálvez, abbia pubblicamente negato l’esistenza di morti e assicurato che le forze dell’ordine avevano usato solo gas lacrimogeni, il rilascio di un certificato di morte presso l’Hospital de Clínicas de La Paz e le successive dichiarazioni dell’Ufficio del Procuratore Dipartimentale hanno finito per smentire la versione ufficiale. 

Parallelamente allo scenario delle mobilitazione nelle strade, il partito di governo ha ottenuto un passaggio chiave per contrastare il conflitto sociale che va avanti da settimane. Il Senato ha approvato l’abrogazione della Legge 1341 sullo Stato di Emergenza. Si tratta di un regolamento approvato nel 2020 che limitava i poteri presidenziali nel decretare misure straordinarie. Con il sostegno della maggioranza e l’unica opposizione di tre parlamentari legati al vicepresidente Edmand Lara, la Camera Alta ha eliminato il precedente controllo parlamentare e l’obbligo di fissare limiti temporali su questo tipo di decreto.

Se l'abrogazione del regolamento sarà ottenuta anche alla Camera dei Deputati, il presidente Rodrigo Paz avrà la via libera per dettare lo stato d’assedio in Bolivia senza restrizioni procedurali.

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Rientrati dalla Libia in Italia gli attivisti del Convoy per Gaza. Dieci ancora nelle mani dei libici

Sono atterrati all’aeroporto di Fiumicino, sei attivisti italiani del Convoy di terra della Global Sumud Flotilla violentemente sgomberati lunedì scorso mentre erano accampati nei pressi della città libica di Sirte. Erano in attesa di avere notizie di altri 10 attivisti – tra cui 2 italiani – che stavano negoziando il passaggio della Global Sumud Land Convoy e fermati perché accusati di “ingresso illegale”.

Il convoglio della ‘Flotilla di terra’ si era fermato all’altezza di Sirte, dove si era accampata, dopo la mancata autorizzazione di attraversare la Libia per arrivare poi in Egitto e quindi al valico di Rafah che lo separa da Gaza. “Siamo preoccupati per i nostri compagni, non abbiamo più loro notizie”, hanno dichiarato gli attivisti atterrati a Fiumicino.

I due attivisti italiani tra i dieci fermati in Cirenaica e rimasti ancora in Libia sono Domenico Centrone e Leonarda Alberizia. Avevano tentato una mediazione per il passaggio del convoglio umanitario entrando volontariamente nella terra di nessuno tra le due Libie (quella di Haftar a est, quella del governo di Tripoli a ovest) con un obiettivo preciso: negoziare per trovare un varco dove i camion del Land Convoy potessero passare senza essere bloccati.

Tre giorni dopo, di loro non si sa ancora nulla. Assieme a loro ci sono attivisti di altri paesi come Alicia Armesto Nuñez (Spagna), Laura Kwoczała (Polonia), Jenelle Jones (Usa), la dottoressa Maria Paula Giménez (Argentina), il dottor Lucas Ezequiel Aguilera (Argentina), Matias Alvarez Rodriguez (Uruguay), Ana Margarida França Santana Baptista (Portogallo) e Ashraf Khoja (Tunisia).

Secondo informazioni non ufficiali diffuse dalla Flotilla, le autorità della Libia orientale avrebbero accusato i dieci di essere entrati nella zona senza autorizzazione, e sarebbero in corso le procedure per la loro espulsione. Il ministero degli Esteri del governo di Haftar ha confermato le accuse di ingresso illegale, assicurando che viene fornita “l’assistenza sanitaria e umanitaria prevista dalla legge”. Ma il consolato italiano a Bengasi, pur avendone fatto richiesta, non ha ancora ottenuto il permesso di visitarli.

“Non li sentiamo da tre giorni, neanche le famiglie hanno avuto alcun contatto e stanno impazzendo”, ha detto Maria Elena Delia, portavoce italiana del movimento. “Al momento, non sappiamo neanche ufficialmente se siano in stato di fermo, in detenzione, ci arrivano semplicemente voci”.

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Libano - La tregua non esiste, Israele bombarda e manda truppe oltre la linea gialla

I negoziati tra Israele e governo libanese a Washington non stanno servendo a nulla. Tel Aviv prosegue sulla sua agenda aggressiva indipendentemente sia dalla “trattativa” in corso sul Libano sia dai negoziati sulla guerra in Iran. In questo secondo caso la cosa potrebbe provocare seri problemi. L’Iran infatti intende tenere il Libano dentro il dossier del negoziato complessivo con gli USA.

Sul campo proseguono infatti i bombardamenti israeliani e i diktat di sfollamento per interi villaggi. L’Agenzia Nazionale di Stampa libanese riporta che un attacco israeliano ha colpito questa mattina il villaggio di Deir Aames, nel sud del Libano, a Tiro, uccidendo due persone e ferendone un'altra. Questo ultimo attacco avviene mentre inizia la celebrazione dell’Eid al-Adha, una festa importante nell’Islam.

Gli attacchi israeliani sul territorio libanese già ieri sera avevano causato almeno 30 morti mentre Israele ha ampliato le sue operazioni di terra oltre la cosiddetta “Linea Gialla”.

L’esercito israeliano ha infatti iniziato ad avanzare oltre la cosiddetta “linea di difesa avanzata” nel sud del Libano, segnando un’escalation significativa che coincide con il continuo fallimento di Tel Aviv nel prevenire i mortali attacchi con droni di Hezbollah.

Israele ha “esteso le operazioni di terra oltre la zona di sicurezza designata in alcune aree del sud del Libano negli ultimi giorni”, hanno dichiarato fonti militari al Times of Israel. “I soldati hanno effettuato incursioni mirate basate su informazioni d'intelligence sia oltre la linea di difesa avanzata sia a nord del fiume Litani, concentrandosi sulle aree in cui Hezbollah mantiene infrastrutture e basi operative”, aggiunge il rapporto.

Anche il Canale 12 israeliano ha confermato che l’esercito israeliano ha lanciato un assalto terrestre nel sud del Libano oltre la linea.

Haaretz ha analogamente affermato che l’esercito ha “esteso” la sua invasione. Nuovi ordini di sfollamento forzato sono stati emessi contro un ospedale, una moschea e un edificio delle Nazioni Unite. Secondo il giornale israeliano, l’espansione delle operazioni di terra israeliane nel sud del Libano mira a contrastare il lancio di droni FPV in fibra ottica da parte della resistenza libanese, che hanno inflitto pesanti perdite alle truppe israeliane negli ultimi giorni.

L’espansione terrestre israeliana arriva dopo che l’esercito israeliano non è riuscito a impedire a Hezbollah di colpire le sue forze con droni FPV e soprattutto perchè l’avanzata sul terreno procede a rilento a causa della resistenza incontrata.

Le reti e altre misure di protezione non sono riuscite a fermare gli attacchi con droni che uccidono soldati e comandanti, distruggono veicoli militari e mettono fuori uso radar e apparecchiature di difesa. I droni FPV in fibra ottica di Hezbollah stanno infliggendo pesanti perdite alle truppe israeliane che occupano il Libano, così come a quelle stanziate nelle basi lungo il confine e all’interno degli insediamenti settentrionali. L’esercito israeliano ha ammesso di aver perso 22 soldati dall’inizio di marzo.

Hezbollah dal canto suo ha rivendicato numerosi attacchi contro le truppe israeliane nel sud del Libano. Nel frattempo, i media israeliani hanno riportato che oltre 15 droni esplosivi lanciati dal gruppo libanese sono esplosi sul territorio di Israele.

Israele bombarda e uccide anche a Gaza

Il bilancio delle vittime causate da un attacco notturno a un edificio residenziale nel quartiere al-Rimal, a ovest di Gaza, è salito a sei, secondo Al Jazeera. Israele afferma che l’attacco ha preso di mira il nuovo comandante militare di Hamas, Mohammed Odeh, che ha succeduto a Izz al-Din al-Haddad a metà maggio.

I palestinesi nella Striscia di Gaza si preparano per la festa musulmana dell’Eid al-Adha, nonostante i persistenti bombardamenti e attacchi israeliani. Rapporti locali che citano fonti mediche indicano la morte di più di una dozzina di persone nelle ultime 24 ore, mentre l’esercito israeliano lancia attacchi diffusi in tutta l’enclave assediata.

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I fucilieri della polizia italiana

Il ferimento di Marco Basoccu durante i tafferugli precedenti il derby della Mole è stato liquidato come la conseguenza delle schermaglie tra i tifosi delle due squadre. Uno scontro tra tifoserie organizzate, sempre dipinte come masse informi, ai limiti della civilizzazione, di natura pericolosa. Le testimonianze portano in un’altra direzione: sia il padre del ferito, sia l’amico che era accanto a lui, affermano che il giovane è stato colpito da un lacrimogeno sparato ad altezza uomo dalle forze dell’ordine.

Una versione che richiama altri recenti episodi. Lo scorso 2 ottobre, nel corso di una manifestazione per la Palestina, nei pressi della stazione centrale di Bologna, una ragazza era stata colpita da un lacrimogeno sparato ad altezza d’uomo, venendo in seguito manganellata dagli agenti invece di essere soccorsa. Lince, come si fa chiamare la ragazza per questioni di anonimato, è rimasta cieca da un occhio in conseguenza di questo episodio.

Sempre nella città felsinea, testimoni e dimostranti, raccontano che nei mesi scorsi, durante le manifestazioni contro la costruzione del Museo dei Bambini al Pilastro, la pratica dei lacrimogeni sparati ad altezza d’uomo sarebbe stata ricorrente, e solo la perizia di alcuni dimostranti esperti ha evitato il peggio.

Cosa sta succedendo alla polizia italiana? O meglio, alle autorità preposte al mantenimento dell’ordine pubblico?

Ci viene di rispondere che si tratta di segni tangibili dell’involuzione autoritaria impressa dal governo in carica. Testimoni affermano che il tifoso juventino sarebbe stato colpito da un lacrimogeno sparato ad altezza uomo. Una versione che richiama altri recenti episodi di azioni di massa, non filtrate da alcuna modalità addomesticabile. Che si muovono in controtendenza rispetto alle aggregazioni ordinate, disciplinate, o convenzionali, come quelle dei villaggi turistici. 

Tanto basta per suscitare la preoccupazione di un governo che fin dall’inizio si è distinto per il decreto anti-rave, e che, attraverso i decreti sicurezza, punta a scongiurare le aggregazioni spontanee o politicamente connotate, aumentando i poteri di polizia, incentivando le zone rosse, punendo i blocchi stradali e i sit-in, reintroducendo il fermo preventivo. Anche attraverso l’estensione del DASPO, un provvedimento all’inizio pensato proprio per gli ultrà calcistici, ad altre tipologie di condotte.

Siamo di fronte a una vera e propria paura delle masse, come incubatrici di interazioni ed elaborazioni che potrebbero seriamente disturbare il manovratore.

Per questo si sceglie di operare sia sul piano simbolico, per esempio schierando gli agenti in tenuta anti-sommossa e presidiando le stazioni.

Per convogliare verso l’esterno il messaggio che le aggregazioni di massa sono pericolose. Sia lanciando un messaggio intimidatorio ai dimostranti. Dove non riesce la repressione preventiva, arrivano i lacrimogeni ad altezza d’uomo.

Si tratta di una deriva pericolosa, lesiva delle libertà civili e politiche, che necessiterebbe una mobilitazione articolata per contrastarla. Prima che sia troppo tardi.

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Palestina - Fatah ha perduto un’altra occasione

di Michele Giorgio

Dieci anni dopo il precedente congresso e mentre la causa palestinese attraversa una delle sue stagioni più drammatiche, Fatah ha chiuso ieri sera a Ramallah il suo ottavo congresso senza la svolta radicale che la base attendeva con l’auspicio che i palestinesi possano ritrovare l’unità nazionale. I risultati delle elezioni interne hanno confermato la forza di figure simboliche della storia del movimento, ma anche la capacità della vecchia guardia moderata di mantenere saldamente il controllo dell’apparato politico e istituzionale del partito che rappresenta il pilastro della tanto criticata l’Autorità nazionale palestinese (Anp) di Abu Mazen.

Un dato significativo è arrivato dall’elezione di Marwan Barghouti, il più popolare dei prigionieri politici palestinesi detenuti nelle carceri israeliane, risultato il candidato più votato per il Comitato centrale di Fatah. Un esito dal forte valore simbolico e politico. Barghouti, condannato all’ergastolo da Israele durante la seconda Intifada, continua a rappresentare per molti l’immagine di una leadership nazionale combattiva, capace di parlare tanto ai sostenitori di Fatah quanto ai palestinesi che negli ultimi anni si sono spostati in massa verso il movimento islamico Hamas.

Subito dietro di lui però si è piazzato un uomo di apparato e di dialogo con Usa e Israele, Majid Faraj, capo dei servizi segreti dell’Anp. Il suo risultato consolida ulteriormente il peso delle agenzie di sicurezza all’interno di Fatah e conferma il ruolo centrale assunto negli ultimi anni dagli uomini più vicini ad Abu Mazen. Al terzo posto è arrivato un dirigente storico, Jibril Rajoub, seguito da Hussein Sheikh, il più stretto collaboratore di Abu Mazen e considerato il suo successore designato.

Tra le sorprese figura il quinto posto ottenuto da Laila Ghannam, governatrice di Ramallah e Al-Bireh, entrata per la prima volta nel Comitato centrale con 1.472 voti. Poco dietro Mahmoud al-Aloul, figura storica del movimento, e Tawfiq al-Tirawi, anch’egli esponente della vecchia guardia e uomo di lungo corso dell’apparato di sicurezza palestinese.

Le elezioni hanno assegnato 18 seggi nel Comitato centrale e 80 nel Consiglio rivoluzionario, il parlamento interno del movimento. Nonostante alcuni volti nuovi, il risultato finale riflette soprattutto la continuità con la linea passiva di fronte alle politiche di Israele tenuta negli ultimi 15 anni dai vertici del partito. La vecchia leadership ha mantenuto le posizioni decisive e il quasi novantenne Abu Mazen è stato rieletto per acclamazione presidente del movimento già nel primo giorno del congresso. Un passaggio che ha evidenziato ancora una volta la difficoltà di Fatah ad aprire un vero confronto sul futuro politico palestinese.

L’ingresso nel Comitato centrale di Yasser Abbas, figlio di Abu Mazen, ha inoltre alimentato le critiche di quanti denunciano da anni la crescente concentrazione del potere attorno a un ristretto gruppo dirigente. Parallelamente, la forte affermazione di Faraj e la centralità di Hussein al-Sheikh confermano le opinioni di chi afferma che la successione ad Abu Mazen venga gestita all’interno di un circuito politico e securitario molto ristretto, distante dalle richieste di rinnovamento provenienti dalla base.

Tra gli elementi che deviano dalla continuità c’è l’elezione di due ex detenuti liberati da Israele nello scambio dello scorso anno tra ostaggi israeliani e prigionieri politici palestinesi. Zakaria Zubaidi, popolare ex comandante delle Brigate dei Martiri di Al Aqsa a Jenin durante la seconda Intifada e Taysir Bardini di Gaza. La loro presenza è stata letta da molti delegati come un tentativo di recuperare almeno simbolicamente il legame storico tra il movimento e la militanza popolare. Anche Gaza ha ottenuto una rappresentanza significativa nel Comitato centrale con quattro seggi.

I piccoli segnali di novità non attenuano il dato di fondo: Fatah non ha prodotto una nuova piattaforma politica capace di rilanciare il movimento e più di tutto ridefinire la strategia nazionale palestinese assieme alle altre forze politiche islamiste o di sinistra. Nel suo intervento inaugurale Abu Mazen ha parlato soprattutto delle riforme nell’Anp che gli hanno intimato Usa e Ue, ribadendo l’intenzione di tenere future elezioni presidenziali e legislative senza però indicare alcuna data concreta. Ha denunciato Israele perché ha di fatto confiscato circa cinque miliardi di dollari di fondi palestinesi e ha lasciato intendere che l’Anp sarebbe pronta ad assumere il controllo amministrativo di ciò che resta della Striscia di Gaza, senza però ipotizzare un accordo o un’intesa con Hamas. Il dibattito perciò è rimasto limitato quasi esclusivamente alla gestione dell’Anp e agli appelli rituali alla soluzione dei due Stati, una prospettiva in cui ormai pochi sembrano credere alla luce delle politiche di annessione della Cisgiordania praticate da Israele.

Le voci critiche non sono mancate, anche se marginalizzate. Diversi quadri intermedi hanno boicottato il congresso. Ahmed Ghneim, vicino a Barghouti, ha accusato la leadership di avere “emarginato le figure storiche e i quadri più legati alla tradizione militante del movimento”. Secondo Ghneim, soltanto un maggiore protagonismo degli ex prigionieri e delle giovani generazioni potrà impedire “il definitivo svuotamento politico di Fatah”. Ancora più duro il giudizio dello scrittore e poeta Mutawakkil Taha, che ha definito l’ottavo congresso “un’occasione mancata” per ridefinire programmi, leadership e strategie alla luce della nuova realtà palestinese.

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Eccidio di Starobel’sk: ennesima “linea rossa” di prova della reazione russa

25 maggio. Passate in un attimo le “giustificazioni” addotte dai nazigolpisti di Kiev che, tardivamente allarmati dal proprio misfatto, hanno bofonchiato di errore digitale nel pilotaggio dei droni sulla casa dello studente di Starobel’sk, lo scorso 22 maggio; d’altronde, il cosiddetto “errore” è stato immediatamente dissipato dal rinvenimento di elementi tecnici che, per definizione, escludono qualsiasi sbaglio nella determinazione degli obiettivi.

Transitati senza lasciar traccia, che non fosse quella maleodorante delle canaglie che li hanno raccontati, i deliri di quei farabutti di casa nostra che, sentendosi “più ucraini degli ucraini”, hanno sproloquiato su una “struttura dell’intelligence russo” accasermata nei sotterranei della casa dello studente, tanto sono subdoli i barbari asiatici delle regioni iperboree.

Passati i silenzi complici dei fascisti di governo e dei media al servizio degli obiettivi guerrafondai euro-atlantisti. Passate le carognate dei farabutti de Linkiesta, che non spendono una parola sulla strage di ragazzi, ma puntano sulla risposta russa del 24 maggio e sproloquiano che «le stragi di civili compiute dai russi sono anche la conseguenza della loro crescente frustrazione per l’andamento di una guerra che stanno perdendo».

Passato tutto questo, rimane l’ennesima carneficina perpetrata per mano nazigolpista sulle martoriate regioni del Donbass. Un eccidio di giovani e giovanissimi studenti, benedetto dalla feccia di Bruxelles e programmato, ci sentiamo di ipotizzare – senza peraltro disporre, per carità, di prove concrete – nei bassifondi abitati da quegli assassini professionali del MI6 britannico, o in qualche settore ben acquartierato nelle strutture del “potere profondo” yankee.

L’obiettivo, ancora una volta, era quello di superare un’ulteriore linea rossa, per mettere alla prova la “pazienza” del Cremlino e verificare quanto lontana potesse andare la risposta russa. In vista del traguardo del 2029 o 2030, quando la NATO si reputerà pronta a sferrare un attacco diretto, si agisce intanto per mano nazigolpista allo scopo di sperimentare militarmente la reazione di Moskva.

Reazione che, in risposta al eccidio di Starobel’sk, c’è stata, portata con missili Orešnik, Iskander, Kinžal, Tsirkon, indirizzati su strutture di comando militare ucraino a Kiev e in altre città, ma che non ha colpito, ancora una volta, i vertici nazigolpisti e tantomeno obiettivi civili, come poteva essere nelle aspettative dei mandanti euroatlantici. Le regioni colpite sono state quelle di Khmelnitskij, Žitomir, Kirovograd, Poltava, Odessa, Cerkasy, Dnepropetrovsk, in cui sono stati presi di mira obiettivi industriali, fabbriche militari e, a Kiev, pare, la Direzione generale dell’intelligence (GUR).

Nella regione di Kiev colpito l’agglomerato “Chiesa Bianca”, sede di un grande complesso di riparazione di aerei. Reazione puramente militare, dunque, senza alcuna matrice di “vendetta” indiscriminata, come era probabilmente nelle attese degli sponsor della junta di Kiev.

L’eccidio di Starobel’sk – la russa RT ha pubblicato l’elenco dei paesi di provenienza dei giornalisti che hanno accettato l’invito a recarsi sul luogo della strage: mancano CNN, BBC, media giapponesi e c’è da credere che anche dall’Italia non fossero presenti inviati delle TV di regime – si è consumato proprio all’antivigilia della risepoltura a Kiev delle ceneri di Andrej Mel’nik, capintesta di una delle fazioni del OUN filohitleriano, che parlava dell’Ucraina come di uno stato che avrebbe dovuto essere “autoritario e totalitario, basato su un sistema nazionalicratico”, con lo “sradicamento” di russi, polacchi ed ebrei e lo “sterminio con il pugno di ferro degli ucraini russificati”.

D’altronde, è proprio questa l’ideologia degli attuali nazigolpisti al potere a Kiev e il massacro di giovanissimi russofoni nella regione di Lugansk si inserisce direttamente nella logica dei collaborazionisti nazisti del OUN di Stepan Bandera e Andrej Mel’nik.

E, guarda caso, proprio nei giorni scorsi, nei sotterranei della dismessa stazione della metropolitana di Londra “Charing Cross” si sono svolte le esercitazioni di comando “Arcade Strike”, su azioni dirette contro la Russia, cui hanno preso parte circa 500 ufficiali di Gran Bretagna, USA e altri paesi NATO.

Nemmeno a farlo apposta, dopo giorni di “allarmi” su un presunto pericolo russo per i paesi baltici, le manovre londinesi presupponevano la risposta NATO nel caso di “attacco della Russia all’Estonia”. Il Quartier generale era stato allestito nei sotterranei del metro per evitare la sua eliminazione da parte di missili balistici russi; ne ha parlato in un videoblog di The Telegraph il comandante britannico delle forze NATO di rapido intervento, generale Mike Elviss.

«Ci stiamo indirizzando verso un sistema di controllo digitale» ha detto Elviss, in cui le «decisioni vengono sempre più prese attraverso l’intelligenza artificiale, permettendoci di agire in modo più rapido ed efficiente su lunghe distanze... Il generale non si siederà più a cavallo e guarderà attraverso il cannocchiale la battaglia che si svolge davanti a lui... per la protezione contro i missili balistici, è necessario essere sottoterra, bisogna disperdersi, il movimento deve essere ben pensato e nascosto nello spettro elettromagnetico». A Londra, i criminali con le stellette si addestrano a dirigere da sottoterra le operazioni di guerra, ben conoscendo il potenziale missilistico russo.

Dunque, il canale Telegram “Due Maggiori” scrive che la NATO sta operando direttamente al coordinamento delle azioni da un quartier generale interrato, il che testimonia della preparazione a un serio attacco a Russia e Bielorussia: «In generale, lo scenario può essere considerato offensivo – se si considera che i droni stanno già volando per migliaia di chilometri nelle profondità della Russia, tali posti di comando NATO sotterranei possono essere schierati lungo l’intero confine tra Russia e Bielorussia, per coordinare un improvviso massiccio attacco con decine o centinaia di migliaia di droni e missili contemporaneamente», in grado di mettere fuori uso le difese russe.

Per quanto riguarda il caso specifico di Starobel’sk, Maksim Grigor’ev, membro della Camera pubblica russa e veterano dell’Operazione speciale, afferma che tale atto criminale possa esser «percepito da Kiev come una autopromozione verso gli sponsor europei. Contrabbandano un atto terroristico come efficacia delle forze armate ucraine: dicono che i droni ucraini sono in grado di colpire obiettivi sul territorio della Federazione Russa. Così che l’ufficio di Zelenskij chiede ulteriori fondi per continuare il conflitto». Pertanto, dice Grigor’ev, sembra inutile cercare una logica militare nelle azioni del regime terroristico ucraino. La junta nazigolpista funziona secondo un «ideologia estremamente semplice: più russi uccidono, meglio è. Si muovono secondo questa linea».

Che in fondo è quella indirettamente proclamata dalla esimia professoressa della Johns Hopkins University, signora Nathalie Tocci che, in un’intervista a quello squallore “ideologico” detto MicroMega, afferma che «l’Europa ha finalmente capito» – ne sia resa grazie al cielo – che «sostenere Kyiv è nel suo interesse», perché l’Ucraina ha «interiorizzato il tradimento statunitense e trasformato la guerra in una prova di resistenza strategica e produttiva».

Con la produzione di droni in congrega con il complesso militare-industriale euro-atlantico e il loro utilizzo sia in veste “autonoma” di terrorismo criminale, sia, appunto, in sede di sperimentazione dell’ulteriore “linea rossa” anti-russa da parte di Bruxelles, Londra, Washington, Kiev agisce in ogni caso da piazzaforte NATO e funge da “apripista” nella escalation bellicista.

Bibliografia

https://www.linkiesta.it/2026/05/la-strage-di-kyjiv-dimostra-cosa-significa-dialogare-con-putin/

https://politnavigator.news/nato-otrabotalo-massovye-raketno-dronovye-udary-po-rossii-iz-londonskojj-podzemki.html

https://vz.ru/politics/2026/5/24/1421791.html

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