«Di fronte al nuovo scenario delle relazioni internazionali per lo sviluppo produttivo del paese»: è il titolo del comunicato con il quale il Partito socialista unito del Venezuela (Psuv), esprime pieno sostegno alla «compagna Delcy Rodriguez, presidente ad interim della Repubblica, in merito agli accordi firmati con Washington in materia energetica».
Il Venezuela, tanto più dopo il terremoto e le prolungate sanzioni, deve «sfruttare tutti gli strumenti possibili, nel quadro costituzionale, per mettere le immense riserve di idrocarburi al servizio dello sviluppo nazionale». Il comunicato chiede unità per «affrontare questa nuova fase con intelligenza strategica, unità popolare e coscienza rivoluzionaria, con coesione interna e vigilanza patriottica». Immancabile il motto finale: ¡Unidad, lucha, batalla y victoria!.
Ma il sito Resumen latinoamericano riporta il comunicato con una premessa esplicita: «Il presidente genocida Donald Trump e la presidente incaricata Delcy Rodriguez annunciano un accordo dalle caratteristiche coloniali». Sui social, appaiono commenti di questo tipo: «Mi dispiace per la base del Psuv, sono sicuro che molta gente valida là dentro non è d’accordo».
Ha da tempo posizioni opposte a quelle del governo di Caracas il Partito comunista venezuelano (Pcv), bandito già all’epoca di Nicolás Maduro. Sulle trattative con gli Usa si era già espresso in modo perentorio; si attende il prossimo comunicato.
Un’analisi, dell’economista venezuelano Andrés Giussepe, specialista di politiche energetiche, sul sito Aporrea, è pungente fin dal titolo: «Il giorno in cui un governo senza mandato in Venezuela ci ha riportato all’era delle concessioni». Nessuno ha mostrato il contratto completo, e intanto il paese patisce scarsità di combustibile nei distributori, «un’asimmetria che riassume l’accordo».
Giussepe conclude così: «Una risorsa che appartiene a tutti i venezuelani, presenti e futuri, viene impegnata per un secolo, un’ipoteca generazionale, senza che la maggioranza di quei venezuelani abbia visto il contratto, espresso un parere al riguardo o scelto chi lo ha firmato»; dunque, è l’esortazione, «ogni cittadino – chavista, dell’opposizione o indifferente – dovrebbe pretendere di sapere cosa è stato firmato e a nome di chi».
Un altro commento attualizza l’affermazione sarcastica dello spagnolo Gabriel Rufián, portavoce di Esquerra Republicana de Catalunya al Congresso dei Deputati spagnolo: «Che fortuna hanno gli Stati Uniti, ogni volta che cercano la democrazia trovano petrolio, vero?».
Quanto all’opposizione di destra, il primo a esprimersi sull’accordo è stato Juan Pablo Garipa, ex vicepresidente dell’Assemblea nazionale; se la cava chiedendo una «lettura calma» dell’accordo, riconosce che «il Venezuela aveva bisogno di grandi investimenti privati esteri per recuperare anni di degrado dell’industria petrolifera» e conclude che «tutto dipenderà dagli effetti che ci saranno sulle condizioni di vita dei venezuelani». Ma «l’accordo sarà benefico per entrambe le parti solo con libere elezioni».
Giorni fa a Caracas, secondo un video pubblicato sui social e rilanciato da Resumen, sono stati rimossi dalla facciata del Palazzo di Giustizia i manifesti giganti con i volti di Hugo Chávez e Simón Bolívar, sostituiti con due striscioni «Plan Venezuela Renace». Non sarebbe la prima volta; a giugno è avvenuto nello Stato di Táchira suscitando le ire del governatore e dei cittadini.
E intanto, la prospettiva di una sovranità petrolifera, funzionale anche alla diversificazione dell’economia, perfino all’ecosocialismo che aveva conosciuto diversi tentativi in epoca chavista, pare una speranza archiviata.
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Presentazione
Analisi, opinioni, fatti e (più di rado) arte da una prospettiva di classe.
07/09/2026
Gli Usa «ogni volta che cercano la democrazia trovano petrolio»
06/09/2026
Iraq, acque agitate in vista del disarmo delle milizie e il ritiro USA
Ovviamente, l’amministrazione statunitense ha affermato di legare il proprio ritiro al disarmo delle milizie, essendo queste ultime per la grande maggioranza appartenenti alle Forze di Mobilitazione Popolare (PMF), filoiraniane.
Le PMF hanno già una copertura legale che le include formalmente sotto il Ministero della Difesa Iracheno, sin da quando, grazie alla loro azione, impedirono all’Isis di arrivare a Baghdad. Tuttavia, posseggono arsenali propri non censiti e, soprattutto, il controllo diretto di punti strategici del paese, quali alcuni quartieri della cintura di Baghad e alcuni punti di confine con la Siria, a diretto contatto con i nemici qaedisti sotto il comando di Al-Jolani.
Anche le YBS, ala yazida del PKK – la cui amministrazione autonoma del Sinjar non è mai stata riconosciuta da Baghdad – sono parte delle PMF; nel loro caso, anche la Turchia spinge per la dissoluzione, seguendo l’esempio delle Ypg.
Dal punto di vista pratico, il compito che si è proposto il governo centrale è quello di smantellare le aree di “amministrazione autonoma” e i checkpoint in possesso di queste milizie e di subordinarne i membri all’esercito centrale, pensionando o destinando ad altre attività i capi.
Il Primo Ministro Zaidi motiva la richiesta di smantellamento delle PMF con il fatto che esse, effettuando attacchi contro assets statunitensi e partecipando alle risposte iraniane contro l’aggressione, coinvolgono il paese in guerre da cui dovrebbe stare fuori e minaccia di colpire con le leggi antiterrorismo coloro i quali non rispetteranno la deadline di fine settembre. In cambio, più o meno sottobanco offre posti di sottogoverno o asset economici ai capi.
Gli USA, come detto, minacciano di non completare il ritiro e di sanzionare anche il governo centrale, se quest’ultimo non riuscirà a mettere sotto controllo le milizie; si ricorda che i proventi del petrolio iracheno sono tutt’ora a disposizione di un fondo controllato dal Pentagono. Per forzare la mano, assieme all’Arabia Saudita, a fine luglio il Centcom ha effettuato un attacco aereo contro le PMF, provocando una ventina di morti.
All’interno delle PMF, il panorama è frastagliato.
Le Brigate della Pace, legate a Moqtada al Sadr, già in giugno hanno annunciato il proprio smantellamento, la consegna delle armi all’esercito ed il passaggio a movimento meramente politico/parlamentare. Così hanno fatto anche una serie di milizie minori, createsi appositamente nel 2014 in risposta a una fatwa del Grande Ayatollah Al-Sistani per difendere i luoghi sacri dell’Islam sciita dall’Isis.
Non vogliono, invece, saperne una serie di milizie più numerose e meglio armate, legate più strettamente all’Iran e preesistenti alla lotta all’Isis, che combattono da sempre l’occupazione statunitense. Parliamo, ad esempio, di Harakat Hezbollah al-Nujaba e Kata’ib Hezbollah.
Queste ultime, per il loro scioglimento pongono condizioni impossibili da soddisfare per il Premier Zaidi: oltre al ritiro completo di tutte le truppe straniere, la fine del saccheggio delle risorse irachene da parte degli USA, l’estensione del provvedimento di disarmo ai peshmerga curdi e lo smantellamento della Regione Autonoma Curda, vista come un asset degli occupanti.
Man mano che la deadline si avvicina, la situazione si fa sempre più tesa. Per inviare un segnale, il governo centrale ha effettuato un’operazione di polizia in cui sono stati arrestati dei dirigenti di Harakat Hezbollah al-Nujaba e Kata’ib Hezbollah.
Da parte sua l’Iran cerca di gettare acqua sul fuoco, spingendo le milizie sue alleate ad evitare atteggiamenti estremisti. Recentemente si sono recati a Baghdad il capo delle milizie Quds Qaani ed il Presidente del Parlamento Ghalibaf, per effettuare colloqui riservati sia con i capi delle PMF, sia con i vertici del governo centrale.
In particolare, i due avrebbero chiesto alle milizie di smantellare alcuni checkpoint molto visibili e di portare allo scoperto, sotto controllo formale delle strutture delle PMF, anche la parte dei propri arsenali non censita. Ovviamente, di consegna delle armi non se ne parla, ma c’è anche l’ordine di evitare scontri fisici.
Inoltre, Teheran ha smesso di coinvolgere le milizie più esposte nei propri incessanti attacchi contro i gruppi curdo-iraniani di opposizione e le basi statunitensi presenti nella Regione Autonoma Curda.
Su tutte queste vicende vige un interrogativo di fondo: gli USA e le truppe occidentali si ritireranno davvero il 30 settembre? Difficile pensarlo, dopo anni e anni di scadenze non rispettate e vista l’inaffidabilità ripetutamente dimostrata dagli USA.
L’esisto di questo processo è molto importante, perché rischia di influenzare analoghi tentativi di disarmo in corso contro Hezbollah e la Resistenza Palestinese.
La legittima aspirazione di creare istituzioni centrali forti, insomma, sta diventando un pretesto per smantellare la Resistenza contro le guerre imperialiste e sioniste.
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Emergenza carovita e inflazione: gravità straordinaria per i consumatori italiani ed europei
A spingere questa pericolosa fiammata è lo shock dei beni energetici non regolamentati, saliti al +16,9% (+2,8% rispetto a luglio), unito ai rincari travolgenti dei carburanti che vedono il gasolio da trasporto al +26,7% (+5,2% su base mensile) e la benzina al +16,3%.
Con il gasolio da riscaldamento schizzato al +31,7% (+10,6% rispetto a luglio) e l’elettricità sul mercato libero arrivata al +17,9%, i costi fissi domestici e la spesa quotidiana per i beni ad alta frequenza d’acquisto (+4,3%) stanno erodendo drasticamente il potere d’acquisto di salari e pensioni, trascinando i consumatori verso un impoverimento sistemico.
Non va meglio in Europa: la Spagna ad agosto ha toccato un’inflazione al 4,5%, la Francia al 2,7%, il Belgio al 4,2%, la Germania 2,9%, mentre la Bulgaria (5,1%) condivide con la Lituania (5,8%) il superamento della soglia del 5%.
Di fronte a questa emergenza economica alimentata dall’instabilità internazionale e dalla speculazione che accompagna ogni guerra, occorre comprendere che la sola via d’uscita reale risiede in una decisa de-escalation diplomatica. Per proteggere l’economia reale ed evitare il rischio di una pesante recessione continentale, chiediamo con forza di non inasprire ulteriormente i toni e la retorica bellica verso la guerra che coinvolge la Russia, puntando con pragmatismo a canali negoziali in grado di stabilizzare i mercati energetici.
Parallelamente, è urgente esercitare forti pressioni diplomatiche sugli Stati Uniti affinché interrompano qualsiasi intervento o escalation militare nei confronti dell’Iran, così come richiedere con fermezza e con sanzioni al Governo di Israele l’immediata cessazione delle operazioni militari verso il Libano, la Cisgiordania e la Striscia di Gaza, precondizione fondamentale per ripristinare la sicurezza delle rotte commerciali e dei flussi energetici globali.
A livello nazionale, la tenuta sociale richiede interventi immediati e incisivi per spezzare la spirale speculativa. Si richiede la convocazione permanente e immediata presso ogni Prefettura di appositi tavoli territoriali di monitoraggio, dedicati al controllo rigoroso e trasparente della filiera dei beni energetici e della filiera agricola ed alimentare, ponendo sotto la lente d’ingrandimento ogni passaggio commerciale che grava sui bilanci familiari.
Contestualmente, si rende indispensabile l’attivazione di uno strumento governativo di calmieramento straordinario che stabilisca un paniere di beni essenziali e prodotti energetici a prezzo bloccato, prendendo come parametro di riferimento di calcolo i listini e le tariffe del 2021, antecedenti alla spirale speculativa. Infine, è indifferibile un’azione incisiva contro le irregolarità e i profitti illeciti lungo la filiera petrolifera.
Come denunciato con accuratezza dai rilievi di A.Ba.Co. nel marzo 2026 e successivamente riscontrato e verificato sul campo dalle indagini della Guardia di Finanza, si registrano numerosissime irregolarità e distorsioni speculative che si snodano lungo la filiera dei carburanti fino ad arrivare alla distribuzione finale alla pompa. Pretendiamo tolleranza zero e rigorosi controlli lungo l’intera catena, affinché gli abusi commessi alle spalle dei cittadini e dei lavoratori vengano sanzionati e stroncati senza indugio.
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Faida tra i servizi segreti ucraini, clima da fallimento a Kiev
Una sparatoria vera e propria è andata in scena tra i palazzi del quartiere Dniprovskyi di Kiev, lasciando in strada tre feriti dei servizi segreti militari e interrompendo ogni canale di cooperazione tra le agenzie di intelligence ucraine. Sullo sfondo, una spirale di accuse incrociate di connivenza con Mosca e un attentato con drone che ha centrato il quartier generale dello SBU.
Ripercorriamo brevemente i fatti, almeno per quello che è stato reso pubblico. Nella notte tra l’1 e il 2 settembre, lungo via Yuri Shumskoho a Kiev, gli uomini del Servizio di Sicurezza dell’Ucraina (SBU), il controspionaggio interno, stanno scortando un uomo in manette verso il suo appartamento, per eseguire una perquisizione urgente.
Si tratta di Stepan Kaplunov, numero due del Corpo dei Volontari Russi (RDK), la formazione paramilitare di dissidenti russi inquadrata a fianco delle forze armate ucraine, sotto l’ala protettiva del GUR, l’intelligence militare. Kaplunov era scomparso nel nulla lo scorso 23 agosto, vigilia della festa per l’indipendenza ucraina. Il comando del RDK denuncia il rapimento da parte di uomini non identificati.
Ad attenderli, però, ci sono gli uomini del GUR e anche il reparto speciale “Timur”. Dopo un’iniziale trattativa, lo SBU fa intervenire i reparti scelti dell’unità antiterrorismo “Alpha”, e le cose precipitano fino allo scontro a fuoco. Alla fine dell’ingaggio si contano tre operatori del GUR a terra feriti, ma la brigata militare riesce a prelevare Kaplunov e a sottrarlo alla custodia del controspionaggio.
Poche ore dopo la sparatoria, lo SBU rompe il silenzio pubblicando un filmato in cui Kaplunov “confessa”: ammette di essere stato agganciato dai servizi russi per orchestrare una serie di omicidi mirati sul suolo ucraino dietro cospicuo compenso, compreso l’attentato a una figura di spicco dell’opposizione anti-Cremlino giunta a Kiev per le celebrazioni che, secondo alcune fonti, sarebbe l’ex leader ceceno Akhmed Zakayev.
Kaplunov pubblica una contro-dichiarazione in cui ritratta ogni parola, affermando di essere stato sequestrato, tenuto in isolamento e torturato per giorni per estorcergli false ammissioni su inesistenti legami con Mosca. Il video diffuso dallo SBU, dunque, sarebbe stato girato sotto minaccia di morte per giustificare a posteriori il rapimento, e la perquisizione sarebbe servita per mettere prove false nell’abitazione del mercenario russo.
Anche senza la sparatoria, il presidente ucraino Volodymyr Zelensky sarebbe stato costretto a intervenire pubblicamente sull’accaduto, dato le operazioni alla casa di Kaplunov sono durate ore, e molti passanti sono stati messi in stato di fermo per ore, distesi sull’asfalto, e sono così diventati testimoni involontari dello scontro.
“È importante che la verità venga a galla e che situazioni come questa non si ripetano”, ha dichiarato il presidente, annunciando anche l’apertura immediata di un fascicolo da parte dell’Ufficio del Procuratore Generale e del Bureau Statale d’Investigazione (SBI). Sono poi stati immediatamente rimossi dal loro incarico i vicecapi di entrambe le agenzie e il capo del Dipartimento per la protezione dei segreti di Stato dello SBU, Oleh Khramov.
Il clima interno di un paese alla rovina come l’Ucraina è evidentemente irrespirabile, e licenziare i vice sembra più una toppa che la dimostrazione di avere la situazione in mano. Intanto, Kyrylo Budanov, a lungo direttore del GUR prima di approdare all’Ufficio di presidenza di Zelensky, ha chiesto un’inchiesta indipendente e ha criticato il controspionaggio del suo paese, parlando di rapimenti in pieno giorno e atti criminali.
La frizione tra SBU e GUR è storica, e non si tratta solo di un dossier “burocratico”, per cui le competenze delle due agenzie in parte si sovrappongono. Queste strutture hanno assunto la fisionomia di veri e propri “clan” della vita politica dell’Ucraina, e puntano anche a controllare pezzi importanti del paese, invischiandosi spesso anche in attività poco “pulite”.
Non sono pochi coloro che legano l’attentato di giugno condotto a Monaco contro l’oligarca Yermolayev a una serie di affari illeciti in cui sarebbero coinvolti anche settori dell’intelligence. Un ufficiale del GUR è stato arrestato, anche se pure la versione dello SBU lo ha indicato come un “lupo solitario”. Un modo per impedire al caso di esplodere internamente, ma che ha certamente avuto ripercussioni significative sugli apparati di intelligence.
Ma al di là di redditizi flussi illeciti di denaro, il tema è tutto politico (e del resto, Yermolayev non era estraneo ad affari con Mosca). Il capo ad interim dello SBU, Oleksandr Poklad, vuole stringere il proprio controllo anche sul GUR. Ad opporglisi c’è Budanov, che ha vecchi rancori con Pokland: quest’ultimo viene considerato l’esecutore materiale dell’assassinio di Denis Kireev, agente del GUR e tra i delegati delle trattative di Istanbul del 2022. Lo stesso Budanov aveva allora indicato lo SBU come responsabile dell’omicidio.
Insomma, in un’Ucraina che sopravvive solo perché in guerra, il controllo degli apparati di intelligence militarizzati significa il controllo del paese, ed è questo che le due agenzie si stanno contendendo. Dopo appena due giorni, il 4 settembre, un altro evento potrebbe essere lì a segnalare il degrado della vita politica ucraina, e anche il fatto, dunque, che forse non c’è più molto per cui combattere, e ci si sta preparando a spartirsi i resti.
A meno di quarantotto ore dalla sparatoria, un drone avrebbe attraversato il centro storico di Kiev, schiantandosi contro la sede centrale dello SBU, a due passi dalla Cattedrale di Santa Sofia. L’impatto ha provocato devastazioni e feriti, sventrando proprio l’ala che ospita l’ufficio di Pokland. Il raid è stato immediatamente imputato alle forze russe, ma la facilità con cui un solo drone di Mosca sia arrivato nel cuore della capitale ucraina getta ombre sulla ricostruzione dei fatti offerta pubblicamente.
Se la resa dei conti sta arrivando addirittura a tentati omicidi ai vertici, mentre Zelensky viene pressato dall’ex ministro Fedorov per indire le elezioni, bisognerà tenere gli occhi e le orecchie aperte anche ai risvolti degli incontri che in questi giorni gli inviati di Donald Trump, Kushner e Witkoff, avranno con Putin e con Zelensky. È difficile dire se il conflitto stia per volgere al termine, ma è certo che l’Ucraina è sempre più ridotta al lumicino.
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Un Niño “super” mai visto: sarà un dicembre a più 4ºc
di Luca Mercalli
Ci credereste che l’oceano Pacifico è inclinato, con circa 60-80 cm di dislivello tra l’Australia e il Cile? Il motivo sta nel soffio regolare degli alisei da est verso ovest, che spingono e accumulano l’acqua calda superficiale dell’oceano verso occidente, creando per reazione un risucchio di acque fredde profonde provenienti dall’Antartide che si diffondono lungo la costa del Sud America tramite la corrente di Humboldt.
Le acque fredde sono ben ossigenate e pescose, ma i pescatori dell’Ecuador e del Perù, già secoli fa, notarono che a intervalli di alcuni anni l’oceano si riscaldava e la pesca diminuiva drasticamente gettandoli in miseria. Poiché il picco del riscaldamento oceanico si verificava verso Natale, gli diedero nome “El Niño” riferendosi al Bambin Gesù.
Il motivo di questa anomalia termica oceanica di origine naturale è stato identificato in una inversione della Circolazione di Walker. Si tratta di una cella atmosferica tropicale che unisce una bassa pressione semi-permanente sull’Indonesia, dove l’aria umida sale e genera continui temporali, a un’alta pressione dominante tra Perù e Cile settentrionale, dove regna una severa siccità (è qui il deserto di Atacama).
Questa differenza di pressione viene compensata da intensi venti alisei che spingono l’acqua calda verso ovest, mantenendo l’assetto oceanico normale o più freddo, chiamato “La Niña”.
Ogni 3-7 anni, l’alta pressione del Pacifico orientale si indebolisce, gli alisei si attenuano e l’acqua calda dall’Oceania rifluisce verso il Sud America eliminando il dislivello oceanico e attivando una fase “El Niño”.
Gli effetti di questa anomalia sono sia un riscaldamento del Pianeta, data l’immensa estensione del Pacifico tropicale, sia un accentuarsi degli eventi estremi sulle regioni direttamente interessate: siccità in Australia e Indonesia, piogge alluvionali in Perù e Cile.
Satelliti e boe oceanografiche tengono costantemente sotto controllo questi parametri e ci avvertono in anticipo quando La Niña sta per essere sostituita da El Niño. Ed è ciò che ormai dalla primavera del 2026 si sta evidenziando con sempre maggior vigore: sia per estensione, sia per velocità del riscaldamento questo evento sembra il più intenso da almeno mille anni, cioè da quando esistono ricostruzioni condotte attraverso documenti storici e analisi dei coralli che registrano le variazioni di temperatura dell’acqua.
Si è così coniata la definizione di “Super El Niño” che ha spinto l’organizzazione Meteorologica Mondiale a diramare un allarme sulle conseguenze che il fenomeno, atteso al suo culmine in dicembre con oltre 4 °C di riscaldamento delle acque rispetto al normale, potrà indurre almeno fino a febbraio 2027.
Abbiamo detto che siccità più pronunciate e quindi più incendi potranno interessare Australia e Indonesia, mentre le alluvioni potranno flagellare Perù e Cile. Difficilmente questo genere di eventi atmosferici si spingerà fino all’Europa, troppo lontana e dominata dalle dinamiche dell’oceano Atlantico.
Quindi se quest’autunno avremo alluvioni sul Mediterraneo, si tratterà di eventi non attribuibili al Niño, resi semmai più intensi dall’enorme calore accumulato dal Mare Nostrum in questa estate 2026, la più calda da almeno 270 anni anche in Italia.
Invece il segnale di anomalia termica indotto dal Pacifico bollente si diffonderà su tutto il Pianeta, sommandosi al già incalzante aumento dovuto al riscaldamento globale e rischiando dunque di sfondare nuovi record assoluti di temperatura media globale sia nel 2026, sia nel 2027.
Infatti i precedenti record sono avvenuti quasi sempre in annate di Niño, come nel 2024, che non era nemmeno uno dei più intensi. In questo caso anche l’Italia ha elevate probabilità di sperimentare sia un autunno sia un inverno più caldi del normale, come indica il Centro europeo di previsioni meteo a medio termine (Ecmwf).
Celeste Saulo, segretaria generale dell’organizzazione Meteorologica mondiale con sede a Ginevra, ha detto che “questo eccezionale El Niño richiede un’eccezionale preparazione. Mai negli oltre 50 anni di attività della Wmo abbiamo lanciato una tale mobilitazione nei confronti dei Servizi meteorologici nazionali che saranno in prima linea per salvare vite umane e gestire al meglio i disastri climatici che toccheranno agricoltura, salute, risorse idriche ed energetiche. Non abbiamo tempo da perdere”.
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Attacco ai server di Autitici/Inventati, è la guerra ibrida statunitense
La data in cui il collettivo Autistici/Inventati (A/I) è stato inserito nella lista dei terroristi globali da sanzionare è il 26 agosto. Due giorni dopo, sulla piattaforma web del gruppo avvengono alcune strane operazioni. Innanzitutto il sito sparisce dalla rete, ma in questo caso non c’è alcun mistero: l’indirizzo di autistici.org è gestito da un ente statunitense che, a causa delle sanzioni, lo ha reso irraggiungibile. Con qualche aggiustamento tecnico, il collettivo mitiga i danni.
PIÙ MISTERIOSO è ciò che accade dopo. Il sito noblogs.org (sempre della galassia di A/I, ospita i siti di utenti, gruppi e associazioni) subisce un attacco informatico che ne cambia la denominazione trasformandolo per pochi minuti da Noblogs a Trumpblogs, caso mai non fosse chiara la matrice del gesto. Chi penetra nei server scarica gli indirizzi mail degli utenti e le loro password criptate. L’operazione viene rivendicata sul social network X dall’utente statunitense anonimo (si firma @astrarce) che si definisce «specialista di accelerazione della deportazione». Negli stessi minuti, a dare la notizia dell’attacco è anche un’altra influencer trumpiana di X, @DataRepublican, all’anagrafe Jennica Pounds, con un milione di follower e buone competenze informatiche.
Pounds ha lavorato per il Doge di Elon Musk, l’agenzia creata da Donald Trump per licenziare migliaia di impiegati pubblici e oggi è una dipendente del ministero della guerra, com’è stato ribattezzato il Pentagono. Il 29 agosto Pounds annuncia su X la pubblicazione online di un dossier che divulga le informazioni disponibili sugli oltre settemila siti ospitati da noblogs.org. Lei stessa assicura di aver identificato «un sacco di antifascisti». «Posso confermare – scrive – che le autorità hanno tutte le informazioni contenute sui server di Noblogs». Poi ribattezza il suo «motore di ricerca» dedicato agli antifascisti «Trumpblogs», stesso nome scelto da chi poche ore prima aveva attaccato il sito Noblogs.
CIÒ CHE QUESTA sequenza dimostra va descritto con rigore. L’intrusione, la schedatura degli utenti e la ridenominazione del sito sono avvenute lo stesso giorno e sono state rivendicate pubblicamente dall’utente X @astrarce. A rilanciarla è un altro utente X, la data scientist Jennica Pounds, con un grande seguito social stipendiata dal Pentagono, che ha creato una mappa e un motore di ricerca per identificare le persone e i gruppi presenti sulla piattaforma di autistici, girando tutte le informazioni al governo Usa. I due utenti sono in stretto contatto e si spalleggiano sul social.
Ciò non dimostra con certezza che sia stata la stessa mano ad aver effettuato l’attacco informatico e la mappatura, o che il governo Usa abbia violato un sito gestito da un collettivo di un Paese alleato. Ma è il quadro che fa da sfondo a questa operazione a rafforzare queste ipotesi. Il 30 agosto, un’inchiesta del Washington Post ha rivelato che il Pentagono ha assunto in ruoli non dichiarati alcuni influencer conservatori, inquadrati come «dipendenti speciali» o «esperti altamente qualificati», senza rivelare alla stampa cosa facciano e se siano pagati. Sembra proprio l’identikit di Pounds.
LA SCHEDATURA – e forse anche l’intrusione – potrebbe essere stata commissionata dal Pentagono e la pubblicazione della mappa autorizzata successivamente. Oppure Pounds potrebbe aver costruito la mappatura per proprio conto, girandone poi alle agenzie governative i risultati. Fra le due possibilità il confine è meno netto di quanto sembri. Il 12 agosto Trump ha firmato una direttiva che autorizza aziende private selezionate a condurre operazioni cyber contro organizzazioni criminali straniere, sotto controllo federale. Secondo il sito Politico.com le attività potrebbero coinvolgere anche le società specializzate in intelligenza artificiale, che hanno dimostrato una capacità di penetrazione senza precedenti.
L’apparato statunitense di difesa oggi prevede partnership fluide fra pubblico e privato, come l’allestimento di un arcipelago di influencer e il coinvolgimento delle aziende private nelle operazioni di guerra ibrida, rendendo sempre più tenue il confine fra policy, operazioni governative e diffamazione.
Gli Usa preparano la trappola finanziaria per incastrare la Cina
Nel 1985 erano riusciti a ingabbiare il Giappone in pieno boom economico e il suo galoppante yen con il famigerato Accordo del Plaza, un accordo-trappola mascherato da grande affare. A distanza di oltre 40 anni gli Stati Uniti sono impegnati a proporre uno schema simile con il chiaro intento di colpire lo yuan e stoppare l’ascesa della Cina.
I principali media statunitensi, Wall Street Journal in primis, raccontano ormai da settimane che è urgentissimo rivalutare quanto prima la divisa cinese. Emblematico l’ultimo articolo firmato da Greg Ip e intitolato “Why the World Needs to Force China’s Yuan to Revalue”, e cioè “Perché il mondo deve costringere lo yuan cinese a rivalutarsi”. Ancora più diretto il sommario del pezzo: “La Cina sta inondando il mondo di esportazioni a basso costo. Un accordo per rivalutare la sua valuta potrebbe essere l’unica soluzione”.
L’analisi di Ip si collega all’analisi diffusa nel 2024 da Stephen Miran, presidente del Consiglio dei consulenti economici di Trump, secondo il quale sarebbe necessario per Washington stipulare un accordo internazionale di vasta portata per ridefinire il ruolo degli Usa nell’economia mondiale.
Il ritorno dell’Accordo del Plaza?Che cos’è l’Accordo del Plaza? Bisogna tornare agli anni Ottanta. All’epoca, per gli Stati Uniti, il Giappone rappresentava la stessa minaccia economica incarnata oggi dalla Cina: un Paese ricco, in ascesa e tecnologicamente all’avanguardia. Washington temeva soprattutto il crescente deficit commerciale e la forza dello yen. Il risultato? Nel 1985 Stati Uniti, Giappone, Germania Ovest, Francia e Regno Unito decisero di intervenire per indebolire il dollaro. Lo yen si apprezzò rapidamente, mettendo sotto pressione l’economia giapponese e le sue esportazioni. Per reagire, Tokyo allentò la politica monetaria, alimentando però una bolla immobiliare e finanziaria che sarebbe esplosa pochi anni dopo, con almeno due decenni di stagnazione e problemi gravissimi (ed evidenti) in tutto il Paese ancora adesso.
Ci si potrebbe chiedere cosa spinse il governo giapponese a firmare l’Accordo del Plaza. Al netto delle forti pressioni statunitensi, e del rischio di pesanti misure protezionistiche americane contro il Made in Japan, il governo nipponico era interessato ad accettare uno yen più forte per spostare il proprio modello di crescita dalle esportazioni alla domanda interna. L’idea giapponese, insomma, era quella di aderire al deal pensando che uno yen più forte avrebbe compensato il colpo all’export stimolando consumi e investimenti interni, accontentando anche gli Usa desiderosi di ridurre il surplus commerciale con Tokyo.
La Cina come il Giappone, lo yen come lo yuanPeccato che lo yen si apprezzò molto più rapidamente di quanto desiderato, che le esportazioni e la crescita rallentarono e che la Bank of Japan fu costretta a varare una politica monetaria sempre più espansiva.
Furono tagliati i tassi ma il denaro facile alimentò credito, immobili e Borsa, creando una gigantesca bolla che sarebbe esplosa nel 1989, non appena la BoJ iniziò a stringere la politica monetaria. Fu l’inizio del disastro. Dopo l’Accordo del Plaza il Giappone non avrebbe mai più messo in discussione l’egemonia economica e tecnologica statunitense.
Ecco: per il Wsj qualcosa del genere dovrebbe essere riproposto contro lo yuan (“Una valuta talmente sbilanciata da mettere a rischio l’intera economia globale”) e la Cina. “Un accordo valutario, imposto tramite dazi doganali, potrebbe essere l’unico modo per spingere la Cina ad agire”, scrive ancora il quotidiano statunitense.
Pechino, fa notare Goldman Sachs, ha un surplus commerciale enorme che raggiungerà presto i 1.200 miliardi di dollari, mentre lo yuan è “fortemente sottovalutato rispetto al valore che dovrebbe avere”. Oltre la Muraglia i funzionari, che hanno studiato la bolla giapponese e conoscono cosa è successo nel 1985 al Plaza Hotel di New York, hanno già fiutato la possibile trappola.
«Il problema non è il woke, è il liberalismo»
Professor Brancaccio, su iniziativa di Carlo Galli è partito un dibattito sul “woke” che ha coinvolto vari esponenti della politica e della cultura, da Conte a Tajani, da Renzi a Vannacci, da Piccolotti a Valditara. Galli dichiara che il “woke” è “sovrastruttura” e che le sinistre dovrebbero dare la priorità ai problemi di “struttura”, come le disuguaglianze sociali. Massimo Cacciari sostiene che l’opposizione farebbe bene a mettere in secondo piano il woke e ripassare i fondamentali di Marx. Ma esiste davvero una contrapposizione tra il “woke” dei nostri giorni e la storica lotta di classe marxiana?
Il “woke” nasce nella cultura afroamericana, come esortazione a tenere gli occhi aperti sui rapporti di dominio che regolano la società contemporanea. È un movimento che ha insistito sul carattere “sistemico” delle discriminazioni di razza, di genere e di orientamento sessuale. Ha aiutato tanta gente a capire che se un nero innocente viene ammazzato dalle forze dell’ordine, la causa non è un poliziotto bianco “cattivo” ma un intero apparato di repressione sociale. E se una donna lavoratrice viene pagata molto meno dei suoi colleghi uomini a parità di prestazioni, il problema non risiede in un vago maschilismo dei padroni ma in un sistema strutturato per dividere al suo interno la classe subalterna. E se le libere preferenze sessuali di una persona diventano motivo di discriminazione sociale, la ragione non risiede banalmente nell’arretratezza del contesto culturale ma nel fatto che il governo della sessualità è un classico dispositivo di orientamento, per indurre le persone a metter su famiglia, produrre, consumare, risparmiare, procreare, in sintonia coi ritmi dell’accumulazione. Rispetto molto i colleghi Galli e Cacciari, ma non credo che ridurre questi temi cruciali a “sovrastruttura” o a mero vezzo foucaultiano aiuti la discussione. La verità è che, nelle sue radici originarie, il “woke” può esser pienamente integrato nella moderna critica marxista del capitalismo, sulla scia di Angela Davis, Jules Joanne Gleeson e altre. Se volessi cimentarmi anche io in una citazione dotta, direi che, in un’ottica di “surdeterminazione”, lotta alle discriminazioni e lotta di classe sono esattamente la stessa cosa.
Però converrà che talvolta il “woke” è sfociato in eccessi difficilmente comprensibili. Per esempio, la “cancel culture”, che giudica opere, autori, simboli del passato sulla base dei valori contemporanei, e sostituisce alla comprensione storica la condanna morale.
Tra le file del “woke” esistono sia personalità intelligenti che ottuse, come del resto anche tra i marxisti. Cancellare dai piani di studio Aristotele perché era schiavista sarebbe orrido fanatismo. Altra cosa sarebbe se i programmi partissero proprio dallo studio dell’aristotelico “schiavo per natura”, per situare subito il filosofo greco nell’ordine stringente dei rapporti di potere del suo tempo. Alle militanti woke dico che abbiamo bisogno non di “cancel culture” ma della forza sovversiva di quella che un tempo si definiva “storia sociale”, inclusa la “storia sociale della filosofia”.
Il dibattito di questi giorni, però, ha insistito sul fatto che il “woke” ha confinato la battaglia della sinistra alla sola questione dei diritti di libertà del singolo, abbandonando il tema storico della lotta di classe. Che ne pensa?
Il problema non è il woke, è il liberalismo. Il woke nasce dai ghetti, come movimento di strada contro soprusi e violenze degli apparati di potere, e si è incrociato più volte con le lotte per il lavoro, l’assistenza sanitaria, i servizi sociali. Certo, i liberali hanno lavorato per egemonizzare il movimento e disinnescare la sua carica dirompente. Se tu promuovi leggi contro il razzismo, il femminicidio e l’omofobia fai una cosa degna e giusta, ma se contestualmente agisci anche per indebolire le tutele del lavoro, contestare un’imposta patrimoniale o proteggere la libera circolazione dei capitali, di fatto stai annacquando il woke nel vecchio e placido mare del radicalismo liberale. Nei movimenti, americani ed europei, molti hanno assecondato questa “normalizzazione” liberale, in base all’idea che i temi della lotta di classe fossero ormai superati e che fosse più efficace puntare solo sulle battaglie contro le discriminazioni razziali, sessuali e di genere.
Avevano ragione?
No, è stata una scommessa perdente: in realtà è accaduto l’esatto opposto. Il woke ha perso slancio, diventando una caricatura di sé stesso, proprio perché si è agganciato a un’ideologia liberale che si stava avviando verso una crisi profondissima e irreversibile.
Lei insiste da tempo sul fatto che, dopo il crollo del “muro” di Wall Street del 2008, il liberalismo è entrato in una crisi da cui non può uscire. Può spiegare?
Viviamo in un’epoca segnata da una tendenza che Marx aveva predetto e che trova oggi indiscussi riscontri empirici: è la centralizzazione del capitale in sempre meno mani che, a colpi di fallimenti dei capitali più deboli e acquisizioni da parte dei più forti, ormai pone oltre l’80 percento del capitale azionario sotto il controllo di meno dell’1 percento dei proprietari. Ebbene, proprio questa formazione di oligopoli colossali, questa immane concentrazione del potere economico, è tra i fattori alla base delle “riforme” che stanno determinando un’altra concentrazione, quella del potere politico, dalle aule parlamentari ai governi, dai governi ai capi di governo, e così via. È quella che va sotto il nome di “recessione democratica”, anche questo un fenomeno documentato, che erode dall’interno gli istituti che fondano la democrazia liberale, dalla tipica ripartizione dei poteri fino alla tutela dei più elementari diritti individuali. Il guaio dei liberali è che pretendono di assecondare la tendenza alla centralizzazione capitalistica e al tempo stesso vorrebbero proteggere l’assetto liberaldemocratico che quella stessa tendenza sta distruggendo. È un’aporia, una contraddizione insanabile, dalla quale non riescono a uscire.
Con quali conseguenze?
La loro morte annunciata, direi. Ancora quindici anni fa i liberali tenevano le leve del potere. Mentre oggi, privi di memoria storica, molti di essi si stanno riducendo a perorare un rinnovato abbraccio mortale con le destre reazionarie e con movimenti di nuova fattura, che io definisco “oltrefascisti”. In questo modo credono di difendere i loro interessi, e poco badano al fatto che si stanno rendendo corresponsabili di ulteriori torsioni del sistema verso forme di centralizzazione autoritaria del potere, più o meno imbellettate. Il risultato finale è un “tradimento”: i liberali non sono più in grado di difendere la democrazia, la libertà, figurarsi le istanze “woke”. È un’altra delle catastrofi che stanno caratterizzando il cosiddetto declino dell’Occidente. Ma a pensarci bene è anche un’occasione politica.
Lei sta dicendo che nella crisi del liberalismo toccherà ad altri farsi carico delle lotte per le libertà e contro le discriminazioni?
Esatto. Vede, nella discussione di questa estate mi sembra che sia mancata proprio una percezione della tendenza storica. La contrapposizione che è emersa dal dibattito, tra il “woke” dei diritti civili e un imprecisato “marxismo” dei diritti sociali, non fa i conti con la contraddizione mortale in cui sta cadendo il liberalismo. E con l’enorme spazio politico che questa crisi liberale sta aprendo. La questione, oggi, non è metter da parte il woke per tornare alla lotta sociale. La questione è che le lotte per i diritti civili e sociali hanno un destino comune, sono ormai inesorabilmente intrecciate. E dunque il loro rilancio può venire solo da una ripresa, in chiave moderna, della critica generale del meccanismo capitalistico e delle sue tendenze più distruttive. E quindi da una nuova politica, che sia realmente capace di fronteggiare la tendenza micidiale alla centralizzazione capitalistica del nostro tempo.
In cosa dovrebbe consistere questa nuova politica?
I populisti hanno cercato di rallentare la tendenza alla centralizzazione inondando di prebende e regalie i piccoli proprietari, anche quelli più inefficienti, che sarebbero stati destinati ai fallimenti e alle acquisizioni. È stata una strategia disastrosa, che ha causato solo enormi danni al lavoro, al bilancio pubblico, al welfare. Bisogna agire in direzione contraria. La competizione capitalistica deve andare avanti, i fallimenti e le acquisizioni devono compiersi, la centralizzazione deve avanzare. Ma a un certo stadio di sviluppo deve incrociare la sua unica, vera nemesi: l’acquisizione pubblica dei capitali monopolistici, nell’ambito di un rinnovato progetto di espansione delle logiche di “piano”, nel senso moderno in cui Leontief le intendeva davanti al Congresso degli Stati Uniti nel 1974. Nell’epoca oscura della centralizzazione autoritaria, questa è l’unica via per aprire una nuova stagione di conquiste, civili e sociali.
Professore, tutto molto logico, ma sembra anche lontano dall’agenda politica e dal programma del campo largo, se ne verrà uno.
Niente affatto. È uno sguardo sul futuro, certo, ma coi piedi ben piantati nel presente, ossia nella piena coscienza della crisi presente, che tanti fingono di non vedere. Non dimentichiamo che, dopo le crisi finanziaria, pandemica e militare, pur tra mille contraddizioni, veri e propri prodromi di pianificazione sono ormai situati nei gangli profondi della politica economica contemporanea. Il problema politico odierno è come sciogliere quelle contraddizioni. Per intenderci: chi davvero intende sfidare il governo Meloni dovrà decidere tra la vecchia, costosa e inefficiente politica di regalie ai capitali inefficienti e una nuova politica di comando, basata su norme capaci di elevare le tutele del lavoro, della salute e dell’ambiente e di selezionare così soltanto i capitali migliori. Dovrà decidere la posizione che lo stato dovrà assumere nei processi di fusione e acquisizione in atto, in campo bancario e non solo, superando l’antinomia pedestre tra liberismo dei liberali da un lato e amichettismo delle destre dall’altro. E dovrà decidere se inaugurare una battaglia perdente che contrapponga diritti civili e sociali oppure, al contrario, fare i conti con la tendenza in atto e cogliere nella crisi liberale l’opportunità di nuovi laboratori, di inedite fusioni politiche tra libertà e uguaglianza. Insomma, i leader di questo tempo saranno solo quelli capaci di tenere in gran conto la tendenza del tempo: la centralizzazione autoritaria, che sta già aggredendo la libertà, la democrazia, la stessa pace. “Politica” significa oggi solo una cosa: governare quella tendenza, come si cavalca una tigre.
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