Non appena è stato raggiunto uno straccio d’accordo per un semplice «cessate il fuoco», necessario per provare almeno a discutere i termini di una possibile pace, Israele ha concentrato tutta la forza del suo esercito contro il Libano.
Attenzione: non solo contro Hezbollah, movimento sciita e quindi naturalmente «solidale» con Teheran, ma contro tutte le componenti di quel Paese. Cristiani e musulmani sunniti sono stati attaccati con una violenza che non ha precedenti.
Perchè? La banda criminale guidata da Netanyahu – lo è «legalmente», in quanto ricercato con mandato di cattura emesso dalla Corte Penale Internazionale – ha ritenuto di non essere legata all’accordo mediato dal Pakistan se non per la parte che riguarda l’Iran, decidendo unilateralmente che il Libano non faceva parte di quell’intesa.
A stretto giro, dai vertici della Casa Bianca si cominciava a cincischiare con le parole, provando a spiegare che le «bozze» ricevute dal mediatore – il presidente del Pakistan – erano diverse da quelle consegnate a Teheran, fino a dichiarare che “il Libano non faceva parte degli accordi per la tregua”.
Lo stesso Trump, nel profluvio di post su Truth, ne inseriva uno in cui afferma “Tutte le navi, gli aerei e il personale militare statunitensi, con munizioni, armamenti e qualsiasi altra cosa appropriata e necessaria per la persecuzione e la distruzione letale di un nemico già sostanzialmente indebolito, rimarranno in Iran e nelle aree circostanti fino a quando il VERO ACCORDO raggiunto non sarà pienamente rispettato”.
Come se ogni parte avesse in mano un testo differente e solo quello Usa fosse quello «vero».
Un falso da giocatori di tre carte, da truffatori di vecchiette. Un falso che mette indirettamente in dubbio la serietà del mediatore – un Paese musulmano sunnita, con 254 milioni di abitanti, per di più dotato di testate nucleari e tecnologia missilistica adeguata – e la credibilità dell’intera «trattativa».
A cominciare dalla credibilità personale del vicepresidente Usa, J.D. Vance, che sarà domani ad Islamabad per incontrare la controparte iraniana (si parla del presidente del Parlamento, Ghalibaf) sulla base dei «10 punti» proposti dall’Iran.
La risposta di Teheran alla gigantesca violazione del cessate il fuoco è stata pressoché immediata, ma ancora limitata: lo Stretto di Hormuz, aperto subito dopo l’annuncio dell’«accordo», è stato richiuso «per le navi di Paesi nemici» (praticamente Usa e Israele, gli europei possono contrattare un pedaggio).
Mettendo in fila questi passaggi essenziali abbiamo la risposta alla domanda iniziale: la guerra serve alla superpotenza imperialista e alla sua testa di ponte in Medio Oriente, Israele.
Lasciamo da parte le ipotesi su chi sia la vera guida di questa accoppiata – se il ricattato Trump o il genocida Netanyhau – perché il risultato finale non cambia: simul stabunt, simul cadent. È insomma l’imperialismo fin qui egemone ad aver necessità di andare avanti con le guerre pur di arrestare il proprio declino storico.
Se si guarda freddamente – nei limiti del possibile – lo scenario che abbiamo davanti, si nota che il cuore dell’imperialismo contemporaneo si è ristretto a questi soli due soggetti. Persino i servi europei, che si sbracciano pateticamente per non essere abbandonati, non sono più considerati parte integrante dell'“inner circle” imperialista.
La stessa Nato, pilastro centrale per 80 anni, è scaduta a ferrovecchio inutilizzabile secondo i variabili capricci dell’imperatore. Trump, ieri, subito dopo aver congedato il facente funzione di segretario dell’Alleanza, l’ologramma chiamato Mark Rutte, è tornato ad attaccarla: “Non c’era quando avevamo bisogno di lei e non ci sarà se avremo bisogno ancora. Ricordatevi della Groenlandia, quel grande pezzo di ghiaccio mal gestito”.
È questo sistema malato e rinsecchito, ormai inviso a qualunque popolo, che preme sul pedale della guerra nell’illusione di poter sopravvivere.
Il resto del mondo – dallo stesso Iran ai «mercati internazionali», alle altra potenze storiche (Cina e Russia) o emergenti (India, Pakistan, Brasile, ecc.) – ha il bisogno esattamente opposto. Ma nessuno di questi altri soggetti può permettersi di subire l’aggressività imperialista senza opporre una resistenza intelligente, non soltanto militare ma soprattutto economica e diplomatica, che prepara un altro ordine mondiale «ordinato davvero».
Senza un dominatore in crisi senile che gioca con l’atomica perché ogni altra strumentazione militare, pur utilizzata a pioggia, è risultata risolutiva.
È una situazione terribile, che disegna un bivio dopo l’altro senza che ci sia una mappa ad indicare la direzione.
Fonte
Presentazione
Analisi, opinioni, fatti e (più di rado) arte da una prospettiva di classe.
09/04/2026
Gli anni della ricostruzione
di Giovanni Izzoli
Bellissima vittoria referendaria. Euforia post-depressione. La discesa in campo della generazione Gaza. La politicizzazione del malessere sociale. La riattivazione delle classi popolari. La stupenda mobilitazione No Kings. Tanta roba, certo, ma la domanda adesso è: di tutto questo, che ne facciamo? Dall’autunno antisionista alla primavera anti-Meloni il clima nel Paese è cambiato, su questo non c’è dubbio. Ma senza la grondaia che raccolga la pioggia, senza un impianto che la canalizzi e senza un invaso che la trattenga, l’acqua evapora e si perde.
È chiaro che adesso il “caso italiano” si sta collocando più nella dimensione politica che in quella sociale. Cioè, non si può più parlare di un presunto ritardo della società rispetto alle urgenze del presente, ma al contrario c’è una movimentazione sociale ricca e plurale che si scontra con una inadeguatezza evidente dell’offerta politica.
Perché il “ciclo di marzo”, così come quello d’autunno, manifesta un divario enorme tra la potenza sociale che evocano piazze e urne referendarie, e le pallide figurine progressiste che salgono su palchi improvvisati fingendo di rappresentare quelle realtà. È evidente che il cosiddetto centrosinistra – che ogni giorno manifesta una crepa o un imbarazzo nuovo, su questo o quel tema – non riuscirà mai a rappresentare quei quattordici milioni di italiani che hanno scelto il referendum per dare un calcio a Meloni. E questo vale persino per quelli che li votano, che ormai lo fanno obtorto collo e senza alcuna aspettativa realistica.
Manca la politica, dunque. Manca la visione complessiva, manca la proiezione del movimento sociale sul terreno politico generale, manca un dispositivo che sappia condensare i forti elementi di critica anti-liberista e anti-bellicista che sono già presenti nell’immaginario diffuso del “popolo della sinistra”, evitandone la dispersione o il velleitarismo.
Ricette in tasca non ne ha nessuno, sia chiaro. Gli sforzi di tutti sono ben accetti e utili, per quanto parziali. Ma l’impressione è che senza un protagonismo dei territori – in termini di radicamento reale e di consistenza organizzativa – operazioni di altro segno, calate dall’alto, sono destinate a dimostrarsi effimere o velleitarie. La politica anticapitalistica è fatta di corpi, non di eventi. Corpi che si riconoscono e si organizzano. Soggettività che sono in grado di esprimere egemonia “in casa loro”, nelle arene di prossimità in cui vivono le forme della convivenza e della loro riproduzione sociale.
Mentre i grandi eventi nazionali sono i segnalatori del clima sociale, i territori costituiscono il retroterra, la miniera, il serbatoio di queste energie. Grandi sfilate romane ne abbiamo prodotte a iosa, in questi anni, anche nei momenti peggiori: ma è la trama del quotidiano, quella che intercorre tra un evento e l’altro, a fare la differenza nella competizione contro le destre. Cosa rappresentiamo sui territori? Come e quanto interagiamo con i punti di crisi – povertà urbana, aziende in crisi, caro affitti e caro-vita, militarizzazione delle forme sociali – che costellano il nostro vissuto, i nostri quartieri? E sul tema guerra/riarmo/genocidio, le nostre batterie sono sempre cariche, o inseguiamo freneticamente scadenze e suggestioni? E questa attività sul territorio sociale, di che strumentazione organizzativa si dota? Non è un dettaglio o una fregola “organizzativistica”. È una rappresentazione adeguata quella di una pletora di collettivi e gruppetti, magari in concorrenza tra loro, senza una lettura unitaria delle cose, senza una sigla che si ponga come riferimento per la società civile del territorio, senza un minimo di strutturazione che identifichi questa soggettività e la renda attrattiva per le persone in libera uscita da vecchie appartenenze?
Riusciamo ad aprire una fase costituente in cui la rappresentanza sociale sui territori riesce a darsi forme, visibilità, una continuità di presenza e iniziativa, al di là dei comitati di scopo? Non abbiamo bisogno di sfornare altri partitini iper-rivoluzionari (quelli che ci sono bastano, avanzano e speriamo non facciano troppi danni). Abbiamo piuttosto bisogno di veri organismi popolari di massa. Che pesino, che facciano ombra alle istituzioni e le pieghino a una qualche forma di nuova decretazione dal basso. Che siano di per sé deterrenti di fronte a qualsiasi tentazione repressiva. Questo chiede la fase.
E delle marionette del centrosinistra che ne facciamo? Niente. Lasciamole a interpretare la loro parte. Non pretendiamo di spaccare né lasciamoci dividere da politicismi di serie B. Dalle forze politiche attuali non c’è niente di buono da aspettarsi e un governo alternativo alle destre “purché sia” sarebbe la peggiore iattura.
Siamo in una fase eroica, storica, in cui bisogna ricostruire su macerie epocali lasciate dalle democrazie liberali. Useremo per ricostruire anche i materiali di risulta che restano sul terreno, come l’uomo ha sempre fatto per millenni. Cerchiamo di unire i dispersi e i confusi, senza appiccicare loro etichette. Offriamo argomenti e forza agli scettici. Non diamo aut aut velleitari a persone che vogliono solo essere ascoltate e organizzate, non catechizzate.
Oggi, contro la società di guerra, è necessario il fronte popolare largo. Dandosi, certo, qualche linea rossa da non parlare con chi in parlamento si astiene in merito al ddl Romeo sull’antisemitismo.
Fonte
Bellissima vittoria referendaria. Euforia post-depressione. La discesa in campo della generazione Gaza. La politicizzazione del malessere sociale. La riattivazione delle classi popolari. La stupenda mobilitazione No Kings. Tanta roba, certo, ma la domanda adesso è: di tutto questo, che ne facciamo? Dall’autunno antisionista alla primavera anti-Meloni il clima nel Paese è cambiato, su questo non c’è dubbio. Ma senza la grondaia che raccolga la pioggia, senza un impianto che la canalizzi e senza un invaso che la trattenga, l’acqua evapora e si perde.
È chiaro che adesso il “caso italiano” si sta collocando più nella dimensione politica che in quella sociale. Cioè, non si può più parlare di un presunto ritardo della società rispetto alle urgenze del presente, ma al contrario c’è una movimentazione sociale ricca e plurale che si scontra con una inadeguatezza evidente dell’offerta politica.
Perché il “ciclo di marzo”, così come quello d’autunno, manifesta un divario enorme tra la potenza sociale che evocano piazze e urne referendarie, e le pallide figurine progressiste che salgono su palchi improvvisati fingendo di rappresentare quelle realtà. È evidente che il cosiddetto centrosinistra – che ogni giorno manifesta una crepa o un imbarazzo nuovo, su questo o quel tema – non riuscirà mai a rappresentare quei quattordici milioni di italiani che hanno scelto il referendum per dare un calcio a Meloni. E questo vale persino per quelli che li votano, che ormai lo fanno obtorto collo e senza alcuna aspettativa realistica.
Manca la politica, dunque. Manca la visione complessiva, manca la proiezione del movimento sociale sul terreno politico generale, manca un dispositivo che sappia condensare i forti elementi di critica anti-liberista e anti-bellicista che sono già presenti nell’immaginario diffuso del “popolo della sinistra”, evitandone la dispersione o il velleitarismo.
Ricette in tasca non ne ha nessuno, sia chiaro. Gli sforzi di tutti sono ben accetti e utili, per quanto parziali. Ma l’impressione è che senza un protagonismo dei territori – in termini di radicamento reale e di consistenza organizzativa – operazioni di altro segno, calate dall’alto, sono destinate a dimostrarsi effimere o velleitarie. La politica anticapitalistica è fatta di corpi, non di eventi. Corpi che si riconoscono e si organizzano. Soggettività che sono in grado di esprimere egemonia “in casa loro”, nelle arene di prossimità in cui vivono le forme della convivenza e della loro riproduzione sociale.
Mentre i grandi eventi nazionali sono i segnalatori del clima sociale, i territori costituiscono il retroterra, la miniera, il serbatoio di queste energie. Grandi sfilate romane ne abbiamo prodotte a iosa, in questi anni, anche nei momenti peggiori: ma è la trama del quotidiano, quella che intercorre tra un evento e l’altro, a fare la differenza nella competizione contro le destre. Cosa rappresentiamo sui territori? Come e quanto interagiamo con i punti di crisi – povertà urbana, aziende in crisi, caro affitti e caro-vita, militarizzazione delle forme sociali – che costellano il nostro vissuto, i nostri quartieri? E sul tema guerra/riarmo/genocidio, le nostre batterie sono sempre cariche, o inseguiamo freneticamente scadenze e suggestioni? E questa attività sul territorio sociale, di che strumentazione organizzativa si dota? Non è un dettaglio o una fregola “organizzativistica”. È una rappresentazione adeguata quella di una pletora di collettivi e gruppetti, magari in concorrenza tra loro, senza una lettura unitaria delle cose, senza una sigla che si ponga come riferimento per la società civile del territorio, senza un minimo di strutturazione che identifichi questa soggettività e la renda attrattiva per le persone in libera uscita da vecchie appartenenze?
Riusciamo ad aprire una fase costituente in cui la rappresentanza sociale sui territori riesce a darsi forme, visibilità, una continuità di presenza e iniziativa, al di là dei comitati di scopo? Non abbiamo bisogno di sfornare altri partitini iper-rivoluzionari (quelli che ci sono bastano, avanzano e speriamo non facciano troppi danni). Abbiamo piuttosto bisogno di veri organismi popolari di massa. Che pesino, che facciano ombra alle istituzioni e le pieghino a una qualche forma di nuova decretazione dal basso. Che siano di per sé deterrenti di fronte a qualsiasi tentazione repressiva. Questo chiede la fase.
E delle marionette del centrosinistra che ne facciamo? Niente. Lasciamole a interpretare la loro parte. Non pretendiamo di spaccare né lasciamoci dividere da politicismi di serie B. Dalle forze politiche attuali non c’è niente di buono da aspettarsi e un governo alternativo alle destre “purché sia” sarebbe la peggiore iattura.
Siamo in una fase eroica, storica, in cui bisogna ricostruire su macerie epocali lasciate dalle democrazie liberali. Useremo per ricostruire anche i materiali di risulta che restano sul terreno, come l’uomo ha sempre fatto per millenni. Cerchiamo di unire i dispersi e i confusi, senza appiccicare loro etichette. Offriamo argomenti e forza agli scettici. Non diamo aut aut velleitari a persone che vogliono solo essere ascoltate e organizzate, non catechizzate.
Oggi, contro la società di guerra, è necessario il fronte popolare largo. Dandosi, certo, qualche linea rossa da non parlare con chi in parlamento si astiene in merito al ddl Romeo sull’antisemitismo.
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USA - Il grande smottamento dei media MAGA
Che l’apparato militare degli Stati Uniti sia ancora il più esteso del mondo, anche se la sua efficienza sembra diminuita con i cambiamenti intervenuti nelle modalità della guerra, sembra il principale ostacolo ad un cambiamento indolore nell’ordine del Pianeta.
Di conseguenza, la principale chiave di volta per arrestare l’impeto genocida dell’attuale amministrazione Trump sembra essere la convergenza di più fattori: una forte pressione internazionale (principalmente da paesi con arsenale nucleare), una pesante crisi economica e finanziaria che ne mostra l’idiozia strategica, grandi movimenti di massa che provocano cambiamenti nell’orientamento di Stati e Paesi complici o vassalli, lo sfaldamento del “blocco sociale” e mediatico che l’ha portato al potere. Ecc..
Quest’ultimo fattore sembra al momento quello in fase più avanzata di “maturazione” e potrebbe avere un ruolo a breve termine, visto che all’inizio di novembre si terranno le elezioni di midterm, che – rinnovando metà dei seggi nelle due Camere del Congresso – potrebbero determinare una maggioranza nettamente contraria a questa presidenza. Costringendola o a più miti consigli o al golpe istituzionale, e quindi ad una fase di guerra civile interna che ne azzopperebbe comunque in buona parte l’operatività all’esterno.
La testata Axios si è concentrata su questo “smottamento dell’impero mediatico MAGA”. Va presa ovviamente con le molle, visto che in Medio Oriente è considerata tra i megafoni indirettamente controllati dal Mossad. E infatti si nota, qua e là anche in questo articolo, una certa preoccupazione per l’evidente crisi e spaccatura tra i “fabbricanti del consenso” per Trump e la sua corte dei miracoli.
Ma anche la preoccupazione è un indizio... E alcune di queste informazioni, specie se “dal sen sfuggite”, assumono una certa importanza nell’immaginare i possibili sviluppi interni agli Usa nei prossimi mesi.
Buona lettura.
Di conseguenza, la principale chiave di volta per arrestare l’impeto genocida dell’attuale amministrazione Trump sembra essere la convergenza di più fattori: una forte pressione internazionale (principalmente da paesi con arsenale nucleare), una pesante crisi economica e finanziaria che ne mostra l’idiozia strategica, grandi movimenti di massa che provocano cambiamenti nell’orientamento di Stati e Paesi complici o vassalli, lo sfaldamento del “blocco sociale” e mediatico che l’ha portato al potere. Ecc..
Quest’ultimo fattore sembra al momento quello in fase più avanzata di “maturazione” e potrebbe avere un ruolo a breve termine, visto che all’inizio di novembre si terranno le elezioni di midterm, che – rinnovando metà dei seggi nelle due Camere del Congresso – potrebbero determinare una maggioranza nettamente contraria a questa presidenza. Costringendola o a più miti consigli o al golpe istituzionale, e quindi ad una fase di guerra civile interna che ne azzopperebbe comunque in buona parte l’operatività all’esterno.
La testata Axios si è concentrata su questo “smottamento dell’impero mediatico MAGA”. Va presa ovviamente con le molle, visto che in Medio Oriente è considerata tra i megafoni indirettamente controllati dal Mossad. E infatti si nota, qua e là anche in questo articolo, una certa preoccupazione per l’evidente crisi e spaccatura tra i “fabbricanti del consenso” per Trump e la sua corte dei miracoli.
Ma anche la preoccupazione è un indizio... E alcune di queste informazioni, specie se “dal sen sfuggite”, assumono una certa importanza nell’immaginare i possibili sviluppi interni agli Usa nei prossimi mesi.
Buona lettura.
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I creatori dell’impero mediatico MAGA sono in aperta rivolta contro il presidente Trump, disgustati dalla sua minaccia di distruggere l'“intera civiltà” dell’Iran.
Perché è importante. la forza politica di Trump è sempre dipesa meno dalle istituzioni del partito che da un ecosistema mediatico decentralizzato – podcaster, streamer e attivisti che traducono il suo messaggio a milioni di elettori fedeli.
All’inizio del secondo mandato di Trump, quella coalizione era unita, potente e certa: gli avevano appena consegnato la Casa Bianca e credevano che lui avrebbe ricambiato.
Ora le voci più potenti del movimento stanno lavorando per tenere sotto controllo Trump, se non per abbatterlo del tutto, accusandolo di tradire le promesse “America First” che hanno costruito il movimento.
Approfondimento. Ogni singola defezione, presa da sola, potrebbe essere liquidata. Insieme, potrebbero rappresentare una minaccia esistenziale per il MAGA.
Tucker Carlson ha tenuto lunedì un monologo di 43 minuti in cui ha definito la retorica di Trump sull’Iran moralmente corrotta e persino “malvagia”. Ha espresso indignazione personale per il messaggio di Pasqua di Trump in cui minacciava di portare l'“inferno” in Iran e ha esortato i funzionari statunitensi a disobbedire a qualsiasi ordine che potesse uccidere civili.
Alex Jones, il teorico della cospirazione dell’estrema destra che per anni ha difeso Trump, è stato sopraffatto dall’emozione in onda definendo il presidente un “rischio di demenza” che deve essere rimosso dalla carica.
L’ex deputata Marjorie Taylor Greene (R-Ga.), un tempo tra le alleate più devote di Trump al Congresso, martedì ha definito la sua retorica “malvagia e folle” e ne ha chiesto la rimozione tramite il 25° Emendamento.
Candace Owens, un’altra fedelissima delusa di Trump con milioni di follower podcast, ha definito il presidente un “lunatico genocida” e ha chiesto l’intervento del Congresso e dei militari.
Tra le righe. La rivolta si estende oltre i puristi del MAGA, alla costellazione di podcaster, comici e influencer della “manosfera” che hanno aiutato a normalizzare Trump presso gli elettori più giovani e meno ideologici nel 2024.
Joe Rogan, il titano dei podcast che ha fornito forse la più influente endorsement a Trump nel 2024, ha definito la guerra in Iran “folle, sulla base di ciò su cui ha fatto campagna elettorale” e ha detto che i sostenitori si sentono “traditi”.
Theo Von, un altro comico che ha ospitato Trump nel suo podcast durante la campagna del 2024, ha detto che gli Stati Uniti e Israele – non l’Iran – sono “i fottuti terroristi”.
Tim Dillon, un comico anti-sistema amato per i suoi sfoghi senza filtri, è stato feroce – definendo la promessa “America First” di Trump “la più grande truffa della storia”.
Sneako, uno streamer “red pill” vicino al nazionalista bianco Nick Fuentes, ha espresso rammarico per il suo iniziale sostegno a Trump e ha chiesto il suo impeachment.
Visione d’insieme. Dubbi e defezioni affliggono il MAGA da più di un anno, in gran parte radicati nel sospetto che Trump stesse usando il movimento per servire interessi potenti a scapito dei suoi sostenitori.
Matt Walsh, un importante commentatore del Daily Wire, ha accolto il licenziamento della procuratrice generale Pam Bondi la scorsa settimana come qualcosa di più che dovuto, citando la gestione “pasticciata” dei documenti Epstein da parte dell’amministrazione. Mike Cernovich, uno degli influencer MAGA più popolari su X, ha tuonato contro il presunto insider trading – dichiarando questa settimana che la “corruzione all’interno dell’amministrazione Trump mi ha demoralizzato in un modo che i miei nemici non avrebbero mai potuto fare”.
Verifica della realtà. Le critiche documentate sopra provengono quasi interamente dall’élite degli influencer MAGA – persone con grandi piattaforme e opinioni forti.
Gli elettori repubblicani di base raccontano una storia diversa: circa due terzi dei repubblicani esprimono ancora fiducia nella gestione dell’Iran da parte di Trump, anche se la fiducia pubblica più ampia è diminuita, secondo un nuovo sondaggio del WSJ. La podcaster conservatrice Megyn Kelly, pur stroncando la decisione di Trump di andare in guerra, martedì è stata diretta: “Trump potrebbe sganciare una bomba atomica e io voterei comunque repubblicano piuttosto che democratico”.
Cosa dicono: “Ciò che conta di più per il popolo americano è avere un comandante in capo che agisca in modo deciso per eliminare le minacce e tenerli al sicuro, che è esattamente ciò che il presidente Trump ha fatto con la riuscita Operazione Epic Fury”, ha detto in una dichiarazione il portavoce della Casa Bianca Davis Ingle.
“Il presidente Trump ha fatto campagna elettorale con orgoglio sulla sua promessa di negare al regime iraniano la capacità di sviluppare un’arma nucleare, che è ciò che questa nobile operazione realizza. Il presidente non prende queste decisioni di sicurezza nazionale incredibilmente importanti sulla base di sondaggi d’opinione volubili, ma nell’interesse superiore del popolo americano”.
In conclusione. Trump è sempre sopravvissuto all’opposizione screditandola – etichettando i critici come “RINO”, “Panicani” o perdenti. È più difficile usare questo manuale quando i suoi critici sono quelli che hanno contribuito a costruire il suo movimento.
Fonte
Vademecum sul surreale tweet di Crosetto
Vi racconto quanto accaduto, perché ha davvero del surreale e finisce per fornirci una diapositiva della tragica situazione – anzitutto cognitiva, e solo dopo politica – in cui ci troviamo.
L’ambasciata iraniana in Italia riprende l’estremamente tardivo tweet del nostro ministro della Difesa, Guido Crosetto, nel quale quest’ultimo parla di “follia”, di “Hiroshima non ci ha insegnato nulla”, e lo riposta con didascalia, in sostanza per dargli ragione, per sottolineare appunto come anche in Europa qualcuno si sia accorto della follia senza limiti delle amministrazioni americane e israeliane.
Poteva finire così, o meglio, Crosetto poteva farla finire così, senza ripostare niente e nessuno, senza mettere dei like, senza nemmeno leggere, semplicemente mettendo un punto alla sua – ripeto – tardiva e parziale presa di coscienza.
E invece, forse vittima dell’evanescenza strutturale delle sue prese di posizione, vittima del timore di sembrare sulla stessa linea di un paese platealmente aggredito (oppure di venir richiamato all’ordine da Washington), vittima del terrore tipico di chi non è sicuro se stia dicendo delle cose per una questione di valori e principi o per mera quanto transitoria opportunità, Crosetto decide di rispondere all’ambasciata iraniana in questo modo.
E allora io mi limiterei a rimanere ai fatti, per ricordare a Crosetto che le robe che ha risposto a un’ambasciata che gli stava dando ragione – pensando di avere a che fare con un ministro dalla schiena raddrizzata e dai finalmente solidi principi morali – sono oggettivamente false, oggettivamente di una sciatteria che può utilizzare al massimo un usciere di Via XX settembre, con tutto il rispetto.
Partiamo dalla fine, andando quasi dolorosamente a ritroso, e arriviamo all’inizio:
1. L’Iran ha “attaccato nazioni arabe” dopo aver chiarito – mentre gli Stati Uniti minacciavano l’ennesimo attacco all’Iran – che sarebbe stato attaccato chiunque avesse fornito appoggio, sostegno e/o le proprie basi militari per l’aggressione Israelo-statunitense. E così è stato, ahimè.
Ha attaccato in ritorsione (e previo avvertimento) all’appoggio di una serie di paesi del Golfo a questa cricca di criminali, non ha “attaccato solo per scatenare una crisi economica”: quello semmai è l’effetto annunciato (e assolutamente evitabile, non fornendo appoggio a Washington e Tel Aviv), che giustamente coinvolge e deve coinvolgere (indirettamente) anche noi europei, scorte mediatiche, economiche, diplomatiche e non solo di questa schifezza di doppio attacco a tradimento all’Iran.
2. Che l’Iran “consideri nemici tutti quelli che hanno un’altra cultura” sarebbe francamente non degno di un commento. Cioè, voglio dire: se io sentissi una cosa del genere al bar, detta dalla signora Concetta mentre beve il cappuccino, non direi assolutamente nulla, anzi, se la signora mi cercasse con lo sguardo sorriderei, annuirei, le farei capire che insomma, che ci vuoi fare, e poi inizierei a pensare alla sfortuna che le vecchie generazioni devono aver avuto nel non poter finire le scuole.
Sentirlo dire dal mio ministro della Difesa mi fa bestemmiare e basta. E credetemi, non serve andare in Iran, non serve nemmeno studiarlo: è una frase irricevibile anzitutto perché il capo della Difesa italiana dovrebbe avere perlomeno la capacità di misurare i propri termini. Un “nemico” è qualcuno a cui sei avverso per definizione, a cui auguri il male, e quando si parla di Stati un nemico è colui a cui vuoi procurare quel male.
La Repubblica islamica in 47 anni ha semmai augurato il male di Israele – senza uccidere un singolo israeliano fino alla guerra dei 12 giorni – e degli Stati Uniti, poiché gli Stati Uniti erano stati (e sono tuttora) sostanzialmente gli autori primari del male dell’Iran, con il colpo di stato del 1953, con l’appoggio al loro luogotenente Mohammad Reza Pahlavi, con l’addestramento della Savak e tante altre poco simpatiche cosette.
Qui apriamo parentesi: la signora Concetta (o la signora Jane di Cleveland, se preferite) ha a mio avviso quasi il diritto di invocare le crociate o l’apocalisse contro l’Iran, se nessuno si prende la briga di spiegarle in modo pacato che “morte all’America” non significa e non ha MAI significato – nemmeno secondo il più estremista dei principalisti iraniani – morte agli americani, o peggio ammazzate gli americani ovunque siano, e simili.
E nemmeno morte agli israeliani, anche se qui il discorso meriterebbe un’altra parentesi (in breve, l’Iran ospita la più numerosa comunità ebraica dell’Asia occidentale dopo quella israeliana, e considera “Israele” come gli USA consideravano l’URSS, cioè un regime, un sistema di organizzazione statuale di cui si auspica – o si lavora per – la caduta in ragione della sua natura coloniale, senza che ciò abbia mai voluto dire che gli ebrei vadano uccisi: si può essere d’accordo o meno ma questo eh). Se volete, da un punto di vista semantico, “morte agli USA” è un po’ come dire “abbasso gli USA”; da un punto di vista sostanziale, invece, vuol dire “morte all’imperialismo americano” (e all’apartheid e al colonialismo israeliano).
Nulla di più a parte ritenere il proprio modello migliore, a parte considerare – spesso in modo parossistico a mio avviso – le influenze/contaminazioni occidentali come portatrici di “gharbazadegi”, intossicazione da Occidente, e come dargli torto.
Per il resto, l’Iran ha sempre intrattenuto cordiali, fruttuose e spesso amichevoli relazioni con il mondo intero, Europa compresa, Italia compresa (ci davano il visto in aeroporto, per dire), che in Iran è (o forse era?) guardata con simpatia, sia per ragioni più astratte che per ragioni concrete, come ad esempio il ruolo della nostra cooperazione dopo il devastante terremoto nella cittadina di Bam.
Relazioni estremamente cordiali anche quando avevamo iniziato a conformarci ai diktat statunitensi, anche quando abbiamo iniziato ad applicare alcune delle sanzioni che gli USA imponevano all’Iran già dal 1980 (per poi finire per applicarle tutte), e che ci “chiedevano” di imporre a nostra volta, del tutto a nostro svantaggio. D’altronde, a Teheran conoscevano e conoscono benissimo la nostra sfortunata natura di vassalli, e diciamo che comprendevano la situazione.
La signora Concetta o la signora Jane non sono tenute a sapere queste cose basilari, mentre un ministro della Difesa del paese che fino a poco fa era pure il terzo fornitore di armi a Israele dopo USA e Germania, direi proprio di sì.
Dire questa cosa, che l’Iran considera “nemico chi non ha la sua stessa cultura”, sapendo benissimo (mi rifiuto di credere il contrario) che qui la cultura non ha mai avuto alcun genere di ruolo in nessun momento, in nessuno minuto degli ultimi 50 anni, lascia davvero orfani di parole educate.
3. L’Iran, come ripetuto dagli stessi iraniani (che non hanno problemi a rivendicare), e come rilevato persino dalla stessa CIA nelle settimane successive al 07/10/2023, non ha avuto alcun ruolo nell’organizzazione, anzi nella “programmazione” degli assalti del 7 ottobre. Né Teheran né Hezbollah sapevano del piano di Hamas, che ricordo di nuovo, NON è una proxy iraniana in alcun senso, è semmai una alleata (da poco tempo e non sempre in modo sereno, visto ad esempio il posizionamento opposto durante la guerra civile siriana).
Anche qui: da un ministro della Difesa ci si aspetterebbe, se non una preparazione solida, se non la tendenza ad aggiornarsi, almeno un po’ di briefing decenti da parte dei suoi tecnici. In secondo luogo: lasciando perdere le definizioni (“gruppi terroristici”), Crosetto dovrebbe spiegarci in quale parte dell’occidente l’Iran avrebbe armato questi gruppi terroristici.
4. Questa è la posizione di un John Bolton ai tempi d’oro, oppure di Netanyahu, e non di una persona normale. Che l’Iran volesse un “ordigno atomico” (chiariamo subito: se io fossi iraniano oggi lo desidererei ardentemente) è come al solito una roba che appartiene tuttora al mondo delle discutibilissime opinioni, c’è una fatwa di Khamenei contro di esso (simpatico come una fatwa per noi sia credibile – per esempio su Rushdie – solo quando alimenta le nostre convinzioni, e mai quando le smentisce) e la letteratura è piena di opinioni contrastanti. Che vi piaccia o meno.
Ma facciamo finta che lo volesse, ‘sto ordigno: “per usarlo contro Israele”? Nemmeno un bambino delle elementari direbbe una cosa così. Senza iperboli, seriamente. Un paese – a parte la prima potenza mondiale, as we know – semmai vuole l’atomica per scoraggiare i nemici dall’attaccarlo. E insomma, forse ha anche senso come cosa, vedi la notoriamente liberale e amante smodata delle virtù occidentali Corea del Nord, che nessuno si azzarda a molestare.
5. Questa è forse la meno incomprensibile – “l’Iran ha massacrato decine di migliaia di persone che chiedevano la libertà” – non tanto perché la repressione iraniana sia qualcosa da sottovalutare o ascrivere al complottismo (ci sono state tornate repressive importanti, a partire dagli anni ’80), quanto perché anche qui, a un ministro della Difesa si chiede perlomeno di esser aggiornato, di leggere non dico i bollettini di Press Tv ma almeno le inchieste del NYT, ma che dico le inchieste del NYT, le parole di senatori e deputati statunitensi e israeliani, dell’ex segretario di Stato americano Pompeo (sotto Trump), del Mossad stesso.
Crosetto non avrebbe nemmeno dovuto fare troppa fatica, gli sarebbe bastato rimanere su X, perché è soprattutto lì che questi personaggi o entità hanno affermato senza alcun patema (forse convinti che il regime change fosse già cosa fatta) di avere “centinaia di agenti del Mossad sul campo in Iran” durante le proteste, e di aver distribuito migliaia di armi ai rivoltosi (sopratutto in Kurdistan, ma non solo), armi che poi saranno state usate, e verosimilmente avranno incontrato la risposta delle forze di sicurezza (oltre 500 morti, alcuni bruciati vivi), con le vittime che, ahimè, di solito ne conseguono.
Insomma, questa è la incresciosa situazione. In breve.
Provo francamente della purissima vergogna per il fatto di essere titolare di un passaporto italiano, europeo, “occidentale”, qualunque cosa questa bizzarra espressione abbia finito per significare.
Fonte
L’ambasciata iraniana in Italia riprende l’estremamente tardivo tweet del nostro ministro della Difesa, Guido Crosetto, nel quale quest’ultimo parla di “follia”, di “Hiroshima non ci ha insegnato nulla”, e lo riposta con didascalia, in sostanza per dargli ragione, per sottolineare appunto come anche in Europa qualcuno si sia accorto della follia senza limiti delle amministrazioni americane e israeliane.
Poteva finire così, o meglio, Crosetto poteva farla finire così, senza ripostare niente e nessuno, senza mettere dei like, senza nemmeno leggere, semplicemente mettendo un punto alla sua – ripeto – tardiva e parziale presa di coscienza.
E invece, forse vittima dell’evanescenza strutturale delle sue prese di posizione, vittima del timore di sembrare sulla stessa linea di un paese platealmente aggredito (oppure di venir richiamato all’ordine da Washington), vittima del terrore tipico di chi non è sicuro se stia dicendo delle cose per una questione di valori e principi o per mera quanto transitoria opportunità, Crosetto decide di rispondere all’ambasciata iraniana in questo modo.
E allora io mi limiterei a rimanere ai fatti, per ricordare a Crosetto che le robe che ha risposto a un’ambasciata che gli stava dando ragione – pensando di avere a che fare con un ministro dalla schiena raddrizzata e dai finalmente solidi principi morali – sono oggettivamente false, oggettivamente di una sciatteria che può utilizzare al massimo un usciere di Via XX settembre, con tutto il rispetto.
Partiamo dalla fine, andando quasi dolorosamente a ritroso, e arriviamo all’inizio:
1. L’Iran ha “attaccato nazioni arabe” dopo aver chiarito – mentre gli Stati Uniti minacciavano l’ennesimo attacco all’Iran – che sarebbe stato attaccato chiunque avesse fornito appoggio, sostegno e/o le proprie basi militari per l’aggressione Israelo-statunitense. E così è stato, ahimè.
Ha attaccato in ritorsione (e previo avvertimento) all’appoggio di una serie di paesi del Golfo a questa cricca di criminali, non ha “attaccato solo per scatenare una crisi economica”: quello semmai è l’effetto annunciato (e assolutamente evitabile, non fornendo appoggio a Washington e Tel Aviv), che giustamente coinvolge e deve coinvolgere (indirettamente) anche noi europei, scorte mediatiche, economiche, diplomatiche e non solo di questa schifezza di doppio attacco a tradimento all’Iran.
2. Che l’Iran “consideri nemici tutti quelli che hanno un’altra cultura” sarebbe francamente non degno di un commento. Cioè, voglio dire: se io sentissi una cosa del genere al bar, detta dalla signora Concetta mentre beve il cappuccino, non direi assolutamente nulla, anzi, se la signora mi cercasse con lo sguardo sorriderei, annuirei, le farei capire che insomma, che ci vuoi fare, e poi inizierei a pensare alla sfortuna che le vecchie generazioni devono aver avuto nel non poter finire le scuole.
Sentirlo dire dal mio ministro della Difesa mi fa bestemmiare e basta. E credetemi, non serve andare in Iran, non serve nemmeno studiarlo: è una frase irricevibile anzitutto perché il capo della Difesa italiana dovrebbe avere perlomeno la capacità di misurare i propri termini. Un “nemico” è qualcuno a cui sei avverso per definizione, a cui auguri il male, e quando si parla di Stati un nemico è colui a cui vuoi procurare quel male.
La Repubblica islamica in 47 anni ha semmai augurato il male di Israele – senza uccidere un singolo israeliano fino alla guerra dei 12 giorni – e degli Stati Uniti, poiché gli Stati Uniti erano stati (e sono tuttora) sostanzialmente gli autori primari del male dell’Iran, con il colpo di stato del 1953, con l’appoggio al loro luogotenente Mohammad Reza Pahlavi, con l’addestramento della Savak e tante altre poco simpatiche cosette.
Qui apriamo parentesi: la signora Concetta (o la signora Jane di Cleveland, se preferite) ha a mio avviso quasi il diritto di invocare le crociate o l’apocalisse contro l’Iran, se nessuno si prende la briga di spiegarle in modo pacato che “morte all’America” non significa e non ha MAI significato – nemmeno secondo il più estremista dei principalisti iraniani – morte agli americani, o peggio ammazzate gli americani ovunque siano, e simili.
E nemmeno morte agli israeliani, anche se qui il discorso meriterebbe un’altra parentesi (in breve, l’Iran ospita la più numerosa comunità ebraica dell’Asia occidentale dopo quella israeliana, e considera “Israele” come gli USA consideravano l’URSS, cioè un regime, un sistema di organizzazione statuale di cui si auspica – o si lavora per – la caduta in ragione della sua natura coloniale, senza che ciò abbia mai voluto dire che gli ebrei vadano uccisi: si può essere d’accordo o meno ma questo eh). Se volete, da un punto di vista semantico, “morte agli USA” è un po’ come dire “abbasso gli USA”; da un punto di vista sostanziale, invece, vuol dire “morte all’imperialismo americano” (e all’apartheid e al colonialismo israeliano).
Nulla di più a parte ritenere il proprio modello migliore, a parte considerare – spesso in modo parossistico a mio avviso – le influenze/contaminazioni occidentali come portatrici di “gharbazadegi”, intossicazione da Occidente, e come dargli torto.
Per il resto, l’Iran ha sempre intrattenuto cordiali, fruttuose e spesso amichevoli relazioni con il mondo intero, Europa compresa, Italia compresa (ci davano il visto in aeroporto, per dire), che in Iran è (o forse era?) guardata con simpatia, sia per ragioni più astratte che per ragioni concrete, come ad esempio il ruolo della nostra cooperazione dopo il devastante terremoto nella cittadina di Bam.
Relazioni estremamente cordiali anche quando avevamo iniziato a conformarci ai diktat statunitensi, anche quando abbiamo iniziato ad applicare alcune delle sanzioni che gli USA imponevano all’Iran già dal 1980 (per poi finire per applicarle tutte), e che ci “chiedevano” di imporre a nostra volta, del tutto a nostro svantaggio. D’altronde, a Teheran conoscevano e conoscono benissimo la nostra sfortunata natura di vassalli, e diciamo che comprendevano la situazione.
La signora Concetta o la signora Jane non sono tenute a sapere queste cose basilari, mentre un ministro della Difesa del paese che fino a poco fa era pure il terzo fornitore di armi a Israele dopo USA e Germania, direi proprio di sì.
Dire questa cosa, che l’Iran considera “nemico chi non ha la sua stessa cultura”, sapendo benissimo (mi rifiuto di credere il contrario) che qui la cultura non ha mai avuto alcun genere di ruolo in nessun momento, in nessuno minuto degli ultimi 50 anni, lascia davvero orfani di parole educate.
3. L’Iran, come ripetuto dagli stessi iraniani (che non hanno problemi a rivendicare), e come rilevato persino dalla stessa CIA nelle settimane successive al 07/10/2023, non ha avuto alcun ruolo nell’organizzazione, anzi nella “programmazione” degli assalti del 7 ottobre. Né Teheran né Hezbollah sapevano del piano di Hamas, che ricordo di nuovo, NON è una proxy iraniana in alcun senso, è semmai una alleata (da poco tempo e non sempre in modo sereno, visto ad esempio il posizionamento opposto durante la guerra civile siriana).
Anche qui: da un ministro della Difesa ci si aspetterebbe, se non una preparazione solida, se non la tendenza ad aggiornarsi, almeno un po’ di briefing decenti da parte dei suoi tecnici. In secondo luogo: lasciando perdere le definizioni (“gruppi terroristici”), Crosetto dovrebbe spiegarci in quale parte dell’occidente l’Iran avrebbe armato questi gruppi terroristici.
4. Questa è la posizione di un John Bolton ai tempi d’oro, oppure di Netanyahu, e non di una persona normale. Che l’Iran volesse un “ordigno atomico” (chiariamo subito: se io fossi iraniano oggi lo desidererei ardentemente) è come al solito una roba che appartiene tuttora al mondo delle discutibilissime opinioni, c’è una fatwa di Khamenei contro di esso (simpatico come una fatwa per noi sia credibile – per esempio su Rushdie – solo quando alimenta le nostre convinzioni, e mai quando le smentisce) e la letteratura è piena di opinioni contrastanti. Che vi piaccia o meno.
Ma facciamo finta che lo volesse, ‘sto ordigno: “per usarlo contro Israele”? Nemmeno un bambino delle elementari direbbe una cosa così. Senza iperboli, seriamente. Un paese – a parte la prima potenza mondiale, as we know – semmai vuole l’atomica per scoraggiare i nemici dall’attaccarlo. E insomma, forse ha anche senso come cosa, vedi la notoriamente liberale e amante smodata delle virtù occidentali Corea del Nord, che nessuno si azzarda a molestare.
5. Questa è forse la meno incomprensibile – “l’Iran ha massacrato decine di migliaia di persone che chiedevano la libertà” – non tanto perché la repressione iraniana sia qualcosa da sottovalutare o ascrivere al complottismo (ci sono state tornate repressive importanti, a partire dagli anni ’80), quanto perché anche qui, a un ministro della Difesa si chiede perlomeno di esser aggiornato, di leggere non dico i bollettini di Press Tv ma almeno le inchieste del NYT, ma che dico le inchieste del NYT, le parole di senatori e deputati statunitensi e israeliani, dell’ex segretario di Stato americano Pompeo (sotto Trump), del Mossad stesso.
Crosetto non avrebbe nemmeno dovuto fare troppa fatica, gli sarebbe bastato rimanere su X, perché è soprattutto lì che questi personaggi o entità hanno affermato senza alcun patema (forse convinti che il regime change fosse già cosa fatta) di avere “centinaia di agenti del Mossad sul campo in Iran” durante le proteste, e di aver distribuito migliaia di armi ai rivoltosi (sopratutto in Kurdistan, ma non solo), armi che poi saranno state usate, e verosimilmente avranno incontrato la risposta delle forze di sicurezza (oltre 500 morti, alcuni bruciati vivi), con le vittime che, ahimè, di solito ne conseguono.
Insomma, questa è la incresciosa situazione. In breve.
Provo francamente della purissima vergogna per il fatto di essere titolare di un passaporto italiano, europeo, “occidentale”, qualunque cosa questa bizzarra espressione abbia finito per significare.
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Il salvataggio del pilota statunitense sembra un film brutto e inverosimile
di Alessandro Robecchi
Mi perdonerete se per una volta mi concentro sulla trama. Cioè, nei film d’azione la trama è tutto, no? Uno paga il biglietto e vede Tom Cruise che si butta da un aereo su una torta alla panna, si sistema il papillon e sposa Miss Mondo, giusto? Ecco.
La ricostruzione delle eroiche gesta dell’esercito americano che salva il suo pilota abbattuto è un po’ così, e la trama – dritta dritta – è stata accettata senza che nessuno si alzasse a farsi una risata (intendo la grande stampa italiana e i telegiornali). Il famoso pilota, colpito dalla contraerea, si espelle con il seggiolino. “Ferito”, dice la versione ufficiale; “gravemente ferito” dice un’altra fonte.
Ok, si salva e si mette al sicuro in una grotta, ma… a un centinaio di chilometri dall’abbattimento, cioè in ventiquattrore, fa due maratone e mezza, in salita (fino a 2100 metri, temperatura sotto lo zero), si suppone appesantito dall’equipaggiamento.
Gli americani mandano a salvarlo una specie di esercito, perché gli MC-130 (due) non sono aeroplanini agili e leggeri, ma affari giganteschi che trasportano truppe e mezzi, una vera invasione. Intanto la Cia – mai sottovalutare la Cia, ragazzi – crea una falsa pista, cioè fa credere all’Iran che il pilota sta da un’altra parte, astuti come faine, e quegli altri ci cascano con tutti i turbanti. Mah.
Quindi salvano ‘sto pilota pluri-maratoneta-alpinista ancorché ferito, ma sfiga vuole che i due MC130 si scontrino tra loro sulla pista di un aeroporto abbandonato (prima versione), oppure si impantanino nella sabbia (seconda versione), oppure siano colpiti dall’esercito iraniano (terza versione). Insomma, soccorso e soccorritori, un centinaio di marines, rimangono a piedi, e fanno saltare i loro stessi aerei, per non lasciarli al nemico. Mah.
La trama si infittisce: chiamano al volo altri tre aerei, tipo Uber ma sulle montagne dell’Iran, e si fanno portare via, non prima di farsi abbattere qualche elicottero. Ora il pilota è sano e salvo, dice il film, ma non sappiamo chi è, come si chiama, e non c’è nemmeno la fotina con lui che fa “vittoria” con le dita. Auguri comunque.
Ok, ora parliamo della crisi del cinema americano.
Voglio dire, con una trama così puoi anche vincere la statuetta che si consegnano tra loro ogni anno, ma rimane un polpettone zoppicante e fantasioso. Per ora la critica (i famosi fact-checker a guardia dell’informazione democratica, per dire) sembra cascarci, mentre in Iran dicono che il film è molto fiction: si sarebbe invece trattato di un’operazione di terra, con vere truppe di invasione, per impadronirsi dell’uranio iraniano, operazione miseramente fallita con grosse perdite, figuraccia bruciante, catastrofe militare.
A chi produce certi film non piace ricordare i flop passati, ma viene in mente comunque l’operazione Eagle Claw, 24 aprile 1980, quando un Jimmy Carter sotto elezioni tentò la mossa disperata del blitz per liberare gli ostaggi a Teheran: fu un disastro.
Ecco, nonostante le recensioni entusiastiche sugli invasori che salvano il loro pilota, l’epica, la retorica e gli effetti speciali, il film di quest’anno sembra molto un remake quarantasei anni dopo, con gli stessi esiti.
Il produttore del film, Donald Trump, ha fatto il suo spettacolino insieme agli sceneggiatori, ha parlato di “Una delle più audaci operazioni nella storia degli Usa”, e ha detto che Dio li ha aiutati perché era Pasqua (giuro). E forse pensa davvero che noi spettatori ci crediamo, paghiamo il biglietto e mangiamo i popcorn, orgogliosi di esser presi per scemi.
Fonte
Mi perdonerete se per una volta mi concentro sulla trama. Cioè, nei film d’azione la trama è tutto, no? Uno paga il biglietto e vede Tom Cruise che si butta da un aereo su una torta alla panna, si sistema il papillon e sposa Miss Mondo, giusto? Ecco.
La ricostruzione delle eroiche gesta dell’esercito americano che salva il suo pilota abbattuto è un po’ così, e la trama – dritta dritta – è stata accettata senza che nessuno si alzasse a farsi una risata (intendo la grande stampa italiana e i telegiornali). Il famoso pilota, colpito dalla contraerea, si espelle con il seggiolino. “Ferito”, dice la versione ufficiale; “gravemente ferito” dice un’altra fonte.
Ok, si salva e si mette al sicuro in una grotta, ma… a un centinaio di chilometri dall’abbattimento, cioè in ventiquattrore, fa due maratone e mezza, in salita (fino a 2100 metri, temperatura sotto lo zero), si suppone appesantito dall’equipaggiamento.
Gli americani mandano a salvarlo una specie di esercito, perché gli MC-130 (due) non sono aeroplanini agili e leggeri, ma affari giganteschi che trasportano truppe e mezzi, una vera invasione. Intanto la Cia – mai sottovalutare la Cia, ragazzi – crea una falsa pista, cioè fa credere all’Iran che il pilota sta da un’altra parte, astuti come faine, e quegli altri ci cascano con tutti i turbanti. Mah.
Quindi salvano ‘sto pilota pluri-maratoneta-alpinista ancorché ferito, ma sfiga vuole che i due MC130 si scontrino tra loro sulla pista di un aeroporto abbandonato (prima versione), oppure si impantanino nella sabbia (seconda versione), oppure siano colpiti dall’esercito iraniano (terza versione). Insomma, soccorso e soccorritori, un centinaio di marines, rimangono a piedi, e fanno saltare i loro stessi aerei, per non lasciarli al nemico. Mah.
La trama si infittisce: chiamano al volo altri tre aerei, tipo Uber ma sulle montagne dell’Iran, e si fanno portare via, non prima di farsi abbattere qualche elicottero. Ora il pilota è sano e salvo, dice il film, ma non sappiamo chi è, come si chiama, e non c’è nemmeno la fotina con lui che fa “vittoria” con le dita. Auguri comunque.
Ok, ora parliamo della crisi del cinema americano.
Voglio dire, con una trama così puoi anche vincere la statuetta che si consegnano tra loro ogni anno, ma rimane un polpettone zoppicante e fantasioso. Per ora la critica (i famosi fact-checker a guardia dell’informazione democratica, per dire) sembra cascarci, mentre in Iran dicono che il film è molto fiction: si sarebbe invece trattato di un’operazione di terra, con vere truppe di invasione, per impadronirsi dell’uranio iraniano, operazione miseramente fallita con grosse perdite, figuraccia bruciante, catastrofe militare.
A chi produce certi film non piace ricordare i flop passati, ma viene in mente comunque l’operazione Eagle Claw, 24 aprile 1980, quando un Jimmy Carter sotto elezioni tentò la mossa disperata del blitz per liberare gli ostaggi a Teheran: fu un disastro.
Ecco, nonostante le recensioni entusiastiche sugli invasori che salvano il loro pilota, l’epica, la retorica e gli effetti speciali, il film di quest’anno sembra molto un remake quarantasei anni dopo, con gli stessi esiti.
Il produttore del film, Donald Trump, ha fatto il suo spettacolino insieme agli sceneggiatori, ha parlato di “Una delle più audaci operazioni nella storia degli Usa”, e ha detto che Dio li ha aiutati perché era Pasqua (giuro). E forse pensa davvero che noi spettatori ci crediamo, paghiamo il biglietto e mangiamo i popcorn, orgogliosi di esser presi per scemi.
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Israele fa strage in Libano, in Iran la tregua scricchiola
Il governo israeliano aveva comunicato la propria accettazione del cessate il fuoco di due settimane in Iran annunciato durante la notte dal presidente degli Stati Uniti Donald Trump, ma precisando che la sospensione dei combattimenti non avrebbe riguardato il Libano, nonostante l’accordo temporaneo di tregua mediato dal Pakistan includesse anche il paese dei Cedri. Dopo un lungo silenzio, nel pomeriggio di oggi anche il presidente americano ha detto che a suo dire il Libano è escluso dal cessate il fuoco.
L’esercito israeliano ha poi informato di aver lanciato, prima di sospendere le operazioni militari contro Teheran in ossequio alla tregua, una ultima ondata di attacchi contro i “lanciatori del regime terroristico iraniano per ridurre e sopprimere significativamente la gittata dei lanci” e contro le “infrastrutture produttive”.
A partire dalla mattinata di oggi, poi, Israele ha condotto una lunga serie di devastanti bombardamenti in diversi quartieri di Beirut e altre località del paese che hanno provocato centinaia tra morti e feriti nell’ambito di una massiccia operazione che Tel Aviv ha ribattezzato “Oscurità eterna”.
Secondo il Ministero della Salute libanese gli attacchi odierni avrebbero provocato almeno 254 morti e 1165 feriti, ma si tratta di un bilancio destinato a salire visto che sotto le macerie degli edifici sbriciolati dalle bombe sono rimasti i corpi di molte vittime mentre gli ospedali si sono riempiti di persone in gravi condizioni non solo a Beirut ma anche a Sidone e Tiro.
«Qui al pronto soccorso stiamo ricevendo un’ondata enorme di feriti, compresi bambini. Le persone arrivano con ferite da schegge e gravi emorragie» ha denunciato sui social Safa Bleik, assistente coordinatrice medica di Medici Senza Frontiere (MSF) a Beirut.
Il capo della Croce rossa libanese ha denunciato che una cinquantina di caccia israeliani hanno sganciato circa 160 bombe su 100 diversi obiettivi in soli dieci minuti intorno alle due del pomeriggio di oggi.
Gli attacchi si sono concentrati non solo sui quartieri meridionali della capitale libanese, roccaforte di Hezbollah, ma anche sui quartieri del centro di Beirut, dove l’Idf ha affermato di aver preso di mira un’organizzazione sunnita alleata del movimento sciita. Altri bombardamenti sono stati condotti nella Valle della Beqaa e nel Libano meridionale.
L’agenzia di stampa ufficiale libanese, la NNA, ha riportato un attacco a un’ambulanza ad Al Hulaylah che ha causato diverse vittime. Inoltre, secondo la stessa fonte, almeno quattro persone sono rimaste uccise in un attacco a un edificio vicino all’ospedale Hiram e a un centro medico nella città di Chaqra, che ha provocato anche diversi feriti. Gli attacchi, ha specificato la NNA, hanno preso di mira anche le località di Haddatha, Rabaa Thalathin, Abbasieh, Kfar Dunin, Haniyeh Mansouri e Jmeijmeh. Un raid aereo ha investito un funerale nel villaggio di Shmestar, nel Libano orientale, uccidendo 10 persone, mentre un altro nella città costiera di Adloun ha causato la morte di tre ragazze.
La BBC ha raccolto la denuncia del primo ministro libanese, Nawaf Salam, che all’emittente britannica ha detto che «Israele continua ad espandere la sua aggressione prendendo di mira aree residenziali densamente popolate e togliendo la vita a civili disarmati in diverse parti del Libano, inclusa in particolare la capitale Beirut». Secondo le autorità israeliane, invece, i bombardamenti avrebbero colpito esclusivamente le forze di Hezbollah.
Intanto l’esercito libanese ha invitato i civili a non tornare nei loro villaggi nel Libano meridionale da dove centinaia di migliaia di persone sono dovute fuggire nell’ultimo mese a causa dei bombardamenti e dell’occupazione del territorio da parte dell’esercito israeliano.
Proprio questa mattina l’esercito israeliano aveva nuovamente ordinato alla popolazione civile di evacuare tutte le località del Libano meridionale fino al fiume Zahrani. La scorsa settimana Tel Aviv aveva già confermato la propria volontà di occupare “a tempo indeterminato” tutto il territorio libanese che si estende dal confine al fiume Litani, in quella che rappresenta la sesta invasione del paese a partire dal 1978.
Nel corso degli attacchi odierni, l’Idf ha anche preso di mira un convoglio di mezzi militari italiani dell’Unifil che si dirigeva verso Beirut. I colpi israeliani hanno danneggiato un veicolo senza causare feriti e il convoglio è dovuto rientrare alla base senza poter raggiungere la capitale. Sempre oggi le autorità spagnole hanno convocato l’incaricato d’affari israeliano a Madrid per protestare contro l’arresto di un soldato spagnolo dell’Unifil in Libano da parte delle forze di occupazione israeliane.
Dopo la devastante raffica di bombardamenti israeliani sul Libano il movimento Hezbollah, che pure aveva dichiarato durante la notte la sospensione per due settimane degli attacchi contro il territorio di Tel Aviv, ha lanciato una raffica di razzi contro il nord dello “stato ebraico”. Il Comando del Fronte Interno dell’esercito israeliano afferma che nel pomeriggio le sirene antiaeree sono tornate a suonare a Shtula, vicino al confine con il Libano, e in altre città della Galilea occidentale.
Intanto anche in Iran la tregua raggiunta durante la notte sembra scricchiolare. Una fonte degli apparati di sicurezza iraniani ha riferito ad Al Jazeera che Teheran sta valutando la possibilità di ritorsioni nei confronti di Israele colpevole di aver già violato il cessate il fuoco nel corso. Il Corpo dei Guardiani della Rivoluzione Islamica ha avvisato che se le violazioni continueranno interromperà di nuovo il passaggio delle navi e delle petroliere occidentali nello Stretto di Hormuz, ripreso gradualmente stamattina dopo l’annuncio da parte di Washington del raggiungimento di un accordo temporaneo.
Le autorità iraniane hanno avvisato di aver abbattuto un drone israeliano nella provincia di Fars.
Da parte sua il Ministero dell’Interno del Kuwait ha segnalato “gravi danni materiali” a diverse strutture vitali della Kuwait Petroleum Corporation e del Ministero dell’Energia e delle Risorse Idriche a seguito di quello che ha definito un attacco di droni iraniani.
Il ministero ha dichiarato che sono scoppiati incendi in alcuni dei siti attaccati, tra cui alcuni impianti petroliferi, tre centrali elettriche e impianti di desalinizzazione dell’acqua.
Anche l’Arabia Saudita, gli Emirati Arabi Uniti e il Bahrein hanno segnalato di essere stati presi di mira da attacchi iraniani che sarebbero scattati dopo che questa mattina, dopo l’annuncio del raggiungimento della tregua, era stata colpita la “National Iranian Oil Refining and Distribution Company”, una raffineria di petrolio situata sull’isola iraniana di Lavan.
Secondo alcuni analisti, la più massiccia ondata di attacchi contro il Libano da parte di Israele mirerebbe a distogliere l’attenzione della propria opinione pubblica dal fallimento della campagna militare contro l’Iran, che pur avendo inflitto al paese enormi danni militari ed economici non ha ottenuto né la caduta del regime né l’azzeramento delle sue capacità militari. Inoltre Netanyahu starebbe cercando di far fallire il cessare il fuoco e il negoziato previsto venerdì in Pakistan, obbligando Teheran a riprendere lo scontro diretto con Tel Aviv per difendere il movimento sciita Hezbollah, stretto alleato dell’Iran in Libano.
D’altronde, secondo il Wall Street Journal, Israele sarebbe stato informato all’ultimo dell’accordo raggiunto tra Stati Uniti e Iran, senza essere consultato e “non ha gradito”. Secondo le fonti sentite dal quotidiano statunitense, i funzionari israeliani non erano soddisfatti dei termini, compresa l’inclusione del Libano nell’accordo, che infatti subito dopo l’annuncio Netanyahu ha smentito, imitato solo oggi pomeriggio da Trump.
Fonte
L’esercito israeliano ha poi informato di aver lanciato, prima di sospendere le operazioni militari contro Teheran in ossequio alla tregua, una ultima ondata di attacchi contro i “lanciatori del regime terroristico iraniano per ridurre e sopprimere significativamente la gittata dei lanci” e contro le “infrastrutture produttive”.
A partire dalla mattinata di oggi, poi, Israele ha condotto una lunga serie di devastanti bombardamenti in diversi quartieri di Beirut e altre località del paese che hanno provocato centinaia tra morti e feriti nell’ambito di una massiccia operazione che Tel Aviv ha ribattezzato “Oscurità eterna”.
Secondo il Ministero della Salute libanese gli attacchi odierni avrebbero provocato almeno 254 morti e 1165 feriti, ma si tratta di un bilancio destinato a salire visto che sotto le macerie degli edifici sbriciolati dalle bombe sono rimasti i corpi di molte vittime mentre gli ospedali si sono riempiti di persone in gravi condizioni non solo a Beirut ma anche a Sidone e Tiro.
«Qui al pronto soccorso stiamo ricevendo un’ondata enorme di feriti, compresi bambini. Le persone arrivano con ferite da schegge e gravi emorragie» ha denunciato sui social Safa Bleik, assistente coordinatrice medica di Medici Senza Frontiere (MSF) a Beirut.
Il capo della Croce rossa libanese ha denunciato che una cinquantina di caccia israeliani hanno sganciato circa 160 bombe su 100 diversi obiettivi in soli dieci minuti intorno alle due del pomeriggio di oggi.
Gli attacchi si sono concentrati non solo sui quartieri meridionali della capitale libanese, roccaforte di Hezbollah, ma anche sui quartieri del centro di Beirut, dove l’Idf ha affermato di aver preso di mira un’organizzazione sunnita alleata del movimento sciita. Altri bombardamenti sono stati condotti nella Valle della Beqaa e nel Libano meridionale.
L’agenzia di stampa ufficiale libanese, la NNA, ha riportato un attacco a un’ambulanza ad Al Hulaylah che ha causato diverse vittime. Inoltre, secondo la stessa fonte, almeno quattro persone sono rimaste uccise in un attacco a un edificio vicino all’ospedale Hiram e a un centro medico nella città di Chaqra, che ha provocato anche diversi feriti. Gli attacchi, ha specificato la NNA, hanno preso di mira anche le località di Haddatha, Rabaa Thalathin, Abbasieh, Kfar Dunin, Haniyeh Mansouri e Jmeijmeh. Un raid aereo ha investito un funerale nel villaggio di Shmestar, nel Libano orientale, uccidendo 10 persone, mentre un altro nella città costiera di Adloun ha causato la morte di tre ragazze.
La BBC ha raccolto la denuncia del primo ministro libanese, Nawaf Salam, che all’emittente britannica ha detto che «Israele continua ad espandere la sua aggressione prendendo di mira aree residenziali densamente popolate e togliendo la vita a civili disarmati in diverse parti del Libano, inclusa in particolare la capitale Beirut». Secondo le autorità israeliane, invece, i bombardamenti avrebbero colpito esclusivamente le forze di Hezbollah.
Intanto l’esercito libanese ha invitato i civili a non tornare nei loro villaggi nel Libano meridionale da dove centinaia di migliaia di persone sono dovute fuggire nell’ultimo mese a causa dei bombardamenti e dell’occupazione del territorio da parte dell’esercito israeliano.
Proprio questa mattina l’esercito israeliano aveva nuovamente ordinato alla popolazione civile di evacuare tutte le località del Libano meridionale fino al fiume Zahrani. La scorsa settimana Tel Aviv aveva già confermato la propria volontà di occupare “a tempo indeterminato” tutto il territorio libanese che si estende dal confine al fiume Litani, in quella che rappresenta la sesta invasione del paese a partire dal 1978.
Nel corso degli attacchi odierni, l’Idf ha anche preso di mira un convoglio di mezzi militari italiani dell’Unifil che si dirigeva verso Beirut. I colpi israeliani hanno danneggiato un veicolo senza causare feriti e il convoglio è dovuto rientrare alla base senza poter raggiungere la capitale. Sempre oggi le autorità spagnole hanno convocato l’incaricato d’affari israeliano a Madrid per protestare contro l’arresto di un soldato spagnolo dell’Unifil in Libano da parte delle forze di occupazione israeliane.
Dopo la devastante raffica di bombardamenti israeliani sul Libano il movimento Hezbollah, che pure aveva dichiarato durante la notte la sospensione per due settimane degli attacchi contro il territorio di Tel Aviv, ha lanciato una raffica di razzi contro il nord dello “stato ebraico”. Il Comando del Fronte Interno dell’esercito israeliano afferma che nel pomeriggio le sirene antiaeree sono tornate a suonare a Shtula, vicino al confine con il Libano, e in altre città della Galilea occidentale.
Intanto anche in Iran la tregua raggiunta durante la notte sembra scricchiolare. Una fonte degli apparati di sicurezza iraniani ha riferito ad Al Jazeera che Teheran sta valutando la possibilità di ritorsioni nei confronti di Israele colpevole di aver già violato il cessate il fuoco nel corso. Il Corpo dei Guardiani della Rivoluzione Islamica ha avvisato che se le violazioni continueranno interromperà di nuovo il passaggio delle navi e delle petroliere occidentali nello Stretto di Hormuz, ripreso gradualmente stamattina dopo l’annuncio da parte di Washington del raggiungimento di un accordo temporaneo.
Le autorità iraniane hanno avvisato di aver abbattuto un drone israeliano nella provincia di Fars.
Da parte sua il Ministero dell’Interno del Kuwait ha segnalato “gravi danni materiali” a diverse strutture vitali della Kuwait Petroleum Corporation e del Ministero dell’Energia e delle Risorse Idriche a seguito di quello che ha definito un attacco di droni iraniani.
Il ministero ha dichiarato che sono scoppiati incendi in alcuni dei siti attaccati, tra cui alcuni impianti petroliferi, tre centrali elettriche e impianti di desalinizzazione dell’acqua.
Anche l’Arabia Saudita, gli Emirati Arabi Uniti e il Bahrein hanno segnalato di essere stati presi di mira da attacchi iraniani che sarebbero scattati dopo che questa mattina, dopo l’annuncio del raggiungimento della tregua, era stata colpita la “National Iranian Oil Refining and Distribution Company”, una raffineria di petrolio situata sull’isola iraniana di Lavan.
Secondo alcuni analisti, la più massiccia ondata di attacchi contro il Libano da parte di Israele mirerebbe a distogliere l’attenzione della propria opinione pubblica dal fallimento della campagna militare contro l’Iran, che pur avendo inflitto al paese enormi danni militari ed economici non ha ottenuto né la caduta del regime né l’azzeramento delle sue capacità militari. Inoltre Netanyahu starebbe cercando di far fallire il cessare il fuoco e il negoziato previsto venerdì in Pakistan, obbligando Teheran a riprendere lo scontro diretto con Tel Aviv per difendere il movimento sciita Hezbollah, stretto alleato dell’Iran in Libano.
D’altronde, secondo il Wall Street Journal, Israele sarebbe stato informato all’ultimo dell’accordo raggiunto tra Stati Uniti e Iran, senza essere consultato e “non ha gradito”. Secondo le fonti sentite dal quotidiano statunitense, i funzionari israeliani non erano soddisfatti dei termini, compresa l’inclusione del Libano nell’accordo, che infatti subito dopo l’annuncio Netanyahu ha smentito, imitato solo oggi pomeriggio da Trump.
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