di Giorgio Cremaschi
Il cosiddetto decreto Primo Maggio del governo Meloni è una truffa e una doppia lesione, anche costituzionale, dei diritti del lavoro.
È una truffa perché non stanzia un solo centesimo per i lavoratori, mentre finanzia le imprese con circa un miliardo di euro, distribuito su tre anni. L’unica spesa del decreto è costituita dai soldi che vengono donati alle imprese che assumono o che confermano a tempo indeterminato i giovani e i lavoratori del mezzogiorno.
È la solita esenzione contributiva che in realtà viene pagata dagli stessi lavoratori, cui vengono a mancare i fondi per l’Inps. E forse abbiamo sbagliato a dire che il governo non dà nulla ai lavoratori, in realtà il governo Meloni toglie un miliardo ai lavoratori per finanziare le imprese.
Questa è la truffa, poi ci sono due gravissime lesioni a danno delle retribuzioni dei lavoratori, che il governo ha titolato sotto il nome beffardo di “salario giusto”.
La prima, gravissima, è lo stravolgimento dell’articolo 36 della Costituzione.
Il testo costituzionale recita che la retribuzione dei lavoratori debba essere: “…in ogni caso sufficiente ad assicurare a sé e alla famiglia un’esistenza libera e dignitosa”. Ed è proprio rifacendosi a questo principio costituzionale che molte sentenze della magistratura hanno annullato accordi e contratti con salari da fame.
Così ha fatto il tribunale di Milano per lavoratori che avevano paghe inferiori ai quattro euro all’ora, a seguito di regolari contratti sottoscritti da CGILCISLUIL. Anche la Corte di Cassazione ha ribadito che il principio della “equa retribuzione” non coincide affatto con quello della contrattazione e viene prima di essa.
Invece il governo Meloni ha ribaltato questo dettato costituzionale, come del resto ha fatto per diversi principi della costituzione antifascista, e ha affermato che i contratti, purché firmati da sindacati “comparativamente più rappresentativi”, siano già un’equa retribuzione. Quindi sono gli accordi firmati da CGILCISLUIL a definire cosa sia un salario giusto. Non è un caso che la segretaria della CISL abbia ringraziato il governo per il regalo incostituzionale ricevuto.
La seconda lesione ai diritti del lavoro è una correzione della prima. Infatti se a CGILCISLUIL viene concesso il potere di fare contratti che valgono come la Costituzione, alle imprese viene offerta la convenienza a non firmare gli accordi.
Il governo Meloni ha stabilito che se un contratto non venisse rinnovato da più di dodici mesi, allora le imprese dovrebbero pagare ai lavoratori un’indennità del 30% della rivalutazione delle paghe dovuta all’indice IPCA dell’inflazione. A parte che questo indice è già penalizzante per i lavoratori e CGILCISLUIL sono anche riusciti a peggiorarlo, eliminando da esso i costi del petrolio e del gas, con questo decreto si incentivano le imprese a non firmare.
Se non firmano il contratto, devono pagare meno di un terzo del già poco dovuto per recuperare l’aumento dei prezzi. Più allunghi il tempo del contratto, meno paghi.
Diverso sarebbe stato se il governo avesse approvato la norma, annunciata in precedenza, secondo la quale alla firma del contratto le imprese avrebbero dovuto pagare tutti gli arretrati dalla data di scadenza del contratto stesso. Firmi dopo due anni? In ogni caso mi paghi tutto fin dal primo giorno. Era una buona proposta che avrebbe messo pressione sulle aziende, era strano che fosse venuta a Meloni, che infatti l’ha abbandonata.
Cosi mentre i dati ufficiali ISTAT ci fanno sapere che i lavoratori dal 2021 hanno perso più del 7% per l’inflazione, quasi un mese di salario, il Governo Meloni incentiva il moderatismo rivendicativo di CGILCISLUIL e l’intransigenza contrattuale delle imprese.
Cosi il precipizio verso il basso dei salari sarà ancora più rapido. E anche come imprenditore il governo Meloni colpisce i salari. Nella sanità pubblica il governo offre un aumento dei salari attorno al 6%, di fronte ad una perdita di potere d’acquisto dei lavoratori del 12%. Un contratto che riduce le retribuzioni, con CGILCISLUIL che si dichiarano disponibili.
Ci vogliono un salario minimo di almeno 12 euro all’ora, il ripristino della scala mobile, una retribuzione effettiva di almeno 2000 euro netti al mese, per far uscire il mondo del lavoro dalla catastrofe sociale nella quale è affondato. Il decreto del Governo Meloni invece incentiva a continuare come nel passato e peggio del passato e il moderatismo contrattuale di CGILCISLUIL di tutto questo è complice.
Ci vuole una rottura sociale vera, prima di tutto contro il Governo Meloni, poi contro la trentennale politica dei bassi salari, infine per rovesciare la concertazione sindacale; altrimenti le paghe dei lavoratori continueranno a sprofondare. Questo è il messaggio che deve venire da questo Primo Maggio.
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Presentazione
Analisi, opinioni, fatti e (più di rado) arte da una prospettiva di classe.
30/04/2026
Gli Stati Uniti hanno perso il mondo arabo
Praticamente ogni abitante del Medio Oriente è stato toccato, direttamente o indirettamente dopo il 7 ottobre 2023. Da allora, decine di migliaia di persone, in larga maggioranza palestinesi della Striscia di Gaza, sono state uccise, milioni sfollate e intere aree urbane ridotte in macerie. È in questo contesto che si è prodotta una frattura profonda nelle percezioni collettive della regione, destinata a lasciare tracce durature.
A documentarlo sono i sondaggi condotti dall’Arab Barometer, progetto di ricerca internazionale che negli ultimi anni ha monitorato l’evoluzione dell’opinione pubblica in diversi paesi arabi. Le rilevazioni effettuate tra agosto e novembre 2025 in Egitto, Iraq, Giordania, Libano, Marocco, territori palestinesi, Siria e Tunisia confermano che il cambiamento registrato dopo il 7 ottobre non è stato episodico, ma strutturale. La fiducia in un ordine regionale guidato dagli Stati Uniti è quasi del tutto erosa.
La percezione diffusa è che Washington e molti dei suoi alleati europei abbiano adottato un approccio selettivo al diritto internazionale, risultando faziosi e moralmente compromessi. Alla domanda su quali paesi difendano maggiormente le libertà, contribuiscano alla sicurezza regionale e sostengano la causa palestinese, gli intervistati indicano sempre più spesso Cina, Russia e Iran piuttosto che Stati Uniti ed Europa. Non si tratta, tuttavia, di una piena adesione ai modelli politici di queste potenze, quanto piuttosto di un rigetto del ruolo occidentale.
La guerra a Gaza rappresenta il punto di rottura. La reputazione degli Stati Uniti è precipitata e non si è più ripresa. I dati sono eloquenti: solo il 12% degli intervistati in Giordania e nei territori palestinesi esprime un giudizio positivo sulla politica estera del presidente Donald Trump, percentuali che salgono appena al 24% in Iraq e al 21% in Libano. Fanno eccezione Marocco e Siria, dove il consenso resta più alto per ragioni specifiche legate a decisioni politiche favorevoli a Rabat e al nuovo governo siriano.
Nel complesso, però, prevale un giudizio negativo. Tra il 47% e il 66% degli intervistati nei vari paesi ritiene che la politica di Trump sia peggiore di quella del suo predecessore Joe Biden. Un dato che riflette non solo la gestione dell’offensiva israeliana contro i palestinesi, ma anche il coinvolgimento americano nella guerra con l’Iran e l’instabilità crescente che ne è derivata.
In parallelo, cresce il consenso verso la Cina, percepita come potenza emergente e meno compromessa. I livelli di approvazione di Pechino oscillano tra il 37% in Siria e il 69% in Tunisia. Anche la Russia, nonostante l’invasione dell’Ucraina, registra un aumento significativo del favore, superando gli Stati Uniti in molti paesi della regione. Più complesso il quadro relativo all’Iran, che continua a essere visto come una minaccia, soprattutto per il suo programma nucleare e la sua influenza regionale, ma beneficia di un crescente sostegno grazie alla sua opposizione a Israele.
Emblematico è il caso dell’ex Guida Suprema iraniana Ali Khamenei (assassinato da Israele e Usa con l’attacco del 28 febbraio), la cui immagine è migliorata sensibilmente. In diversi paesi, la percezione della sua politica estera è passata da negativa a più sfumata, in un contesto in cui l’ostilità verso Israele e i suoi alleati occidentali tende a ridefinire le gerarchie di consenso.
Il nodo centrale resta infatti la questione palestinese. Secondo i dati dell’Arab Barometer, tra il 58% e l’86% degli intervistati nei vari paesi arabi considera gli Stati Uniti schierati con Israele contro i palestinesi. Anche l’Unione Europea è vista in larga misura come favorevole a Tel Aviv, sebbene con differenze tra i singoli paesi: Spagna e Irlanda godono di una percezione più positiva, mentre la Germania è spesso associata a un sostegno più netto a Israele.
Questa percezione si estende alle istituzioni internazionali. Una quota significativa di intervistati ritiene che anche le Nazioni Unite siano sbilanciate a favore di Israele, segno di una crisi più ampia di fiducia nell’intero sistema multilaterale. Non sorprende, in questo quadro, che Israele risulti il paese meno popolare in assoluto: in quasi tutti gli stati analizzati, meno del 5% della popolazione esprime un’opinione favorevole.
Eppure, nonostante la radicalizzazione delle posizioni, l’opinione pubblica araba non appare completamente chiusa a soluzioni diplomatiche. La maggioranza degli intervistati continua a sostenere la prospettiva dei due Stati.
Sul piano geopolitico, i dati dell’Arab Barometer lanciano un avvertimento chiaro: il declino di credibilità degli Stati Uniti rischia di tradursi in un progressivo allontanamento anche dei governi arabi, tradizionalmente legati a Washington. Pur essendo in gran parte autoritari, questi regimi non possono ignorare completamente l’opinione pubblica, soprattutto di fronte al rischio di proteste.
Segnali in questa direzione sono già visibili. Alcuni paesi del Golfo hanno espresso apertamente preoccupazione per l’escalation con l’Iran e valutano una diversificazione delle loro alleanze economiche e militari, rafforzando i legami con Cina e Russia. Allo stesso tempo, cresce la cautela nel mostrare apertamente cooperazione con gli Stati Uniti.
Il futuro, tuttavia, non è ancora scritto. L’esperienza della Francia dimostra che un cambio di posizione può produrre effetti tangibili: il riconoscimento ufficiale dello Stato palestinese nel settembre 2025 ha contribuito a migliorare sensibilmente la sua immagine nella regione.
Fonte
A documentarlo sono i sondaggi condotti dall’Arab Barometer, progetto di ricerca internazionale che negli ultimi anni ha monitorato l’evoluzione dell’opinione pubblica in diversi paesi arabi. Le rilevazioni effettuate tra agosto e novembre 2025 in Egitto, Iraq, Giordania, Libano, Marocco, territori palestinesi, Siria e Tunisia confermano che il cambiamento registrato dopo il 7 ottobre non è stato episodico, ma strutturale. La fiducia in un ordine regionale guidato dagli Stati Uniti è quasi del tutto erosa.
La percezione diffusa è che Washington e molti dei suoi alleati europei abbiano adottato un approccio selettivo al diritto internazionale, risultando faziosi e moralmente compromessi. Alla domanda su quali paesi difendano maggiormente le libertà, contribuiscano alla sicurezza regionale e sostengano la causa palestinese, gli intervistati indicano sempre più spesso Cina, Russia e Iran piuttosto che Stati Uniti ed Europa. Non si tratta, tuttavia, di una piena adesione ai modelli politici di queste potenze, quanto piuttosto di un rigetto del ruolo occidentale.
La guerra a Gaza rappresenta il punto di rottura. La reputazione degli Stati Uniti è precipitata e non si è più ripresa. I dati sono eloquenti: solo il 12% degli intervistati in Giordania e nei territori palestinesi esprime un giudizio positivo sulla politica estera del presidente Donald Trump, percentuali che salgono appena al 24% in Iraq e al 21% in Libano. Fanno eccezione Marocco e Siria, dove il consenso resta più alto per ragioni specifiche legate a decisioni politiche favorevoli a Rabat e al nuovo governo siriano.
Nel complesso, però, prevale un giudizio negativo. Tra il 47% e il 66% degli intervistati nei vari paesi ritiene che la politica di Trump sia peggiore di quella del suo predecessore Joe Biden. Un dato che riflette non solo la gestione dell’offensiva israeliana contro i palestinesi, ma anche il coinvolgimento americano nella guerra con l’Iran e l’instabilità crescente che ne è derivata.
In parallelo, cresce il consenso verso la Cina, percepita come potenza emergente e meno compromessa. I livelli di approvazione di Pechino oscillano tra il 37% in Siria e il 69% in Tunisia. Anche la Russia, nonostante l’invasione dell’Ucraina, registra un aumento significativo del favore, superando gli Stati Uniti in molti paesi della regione. Più complesso il quadro relativo all’Iran, che continua a essere visto come una minaccia, soprattutto per il suo programma nucleare e la sua influenza regionale, ma beneficia di un crescente sostegno grazie alla sua opposizione a Israele.
Emblematico è il caso dell’ex Guida Suprema iraniana Ali Khamenei (assassinato da Israele e Usa con l’attacco del 28 febbraio), la cui immagine è migliorata sensibilmente. In diversi paesi, la percezione della sua politica estera è passata da negativa a più sfumata, in un contesto in cui l’ostilità verso Israele e i suoi alleati occidentali tende a ridefinire le gerarchie di consenso.
Il nodo centrale resta infatti la questione palestinese. Secondo i dati dell’Arab Barometer, tra il 58% e l’86% degli intervistati nei vari paesi arabi considera gli Stati Uniti schierati con Israele contro i palestinesi. Anche l’Unione Europea è vista in larga misura come favorevole a Tel Aviv, sebbene con differenze tra i singoli paesi: Spagna e Irlanda godono di una percezione più positiva, mentre la Germania è spesso associata a un sostegno più netto a Israele.
Questa percezione si estende alle istituzioni internazionali. Una quota significativa di intervistati ritiene che anche le Nazioni Unite siano sbilanciate a favore di Israele, segno di una crisi più ampia di fiducia nell’intero sistema multilaterale. Non sorprende, in questo quadro, che Israele risulti il paese meno popolare in assoluto: in quasi tutti gli stati analizzati, meno del 5% della popolazione esprime un’opinione favorevole.
Eppure, nonostante la radicalizzazione delle posizioni, l’opinione pubblica araba non appare completamente chiusa a soluzioni diplomatiche. La maggioranza degli intervistati continua a sostenere la prospettiva dei due Stati.
Sul piano geopolitico, i dati dell’Arab Barometer lanciano un avvertimento chiaro: il declino di credibilità degli Stati Uniti rischia di tradursi in un progressivo allontanamento anche dei governi arabi, tradizionalmente legati a Washington. Pur essendo in gran parte autoritari, questi regimi non possono ignorare completamente l’opinione pubblica, soprattutto di fronte al rischio di proteste.
Segnali in questa direzione sono già visibili. Alcuni paesi del Golfo hanno espresso apertamente preoccupazione per l’escalation con l’Iran e valutano una diversificazione delle loro alleanze economiche e militari, rafforzando i legami con Cina e Russia. Allo stesso tempo, cresce la cautela nel mostrare apertamente cooperazione con gli Stati Uniti.
Il futuro, tuttavia, non è ancora scritto. L’esperienza della Francia dimostra che un cambio di posizione può produrre effetti tangibili: il riconoscimento ufficiale dello Stato palestinese nel settembre 2025 ha contribuito a migliorare sensibilmente la sua immagine nella regione.
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Sumud Flotilla bloccata da Israele a sud della Grecia
Nelle acque a sud della Grecia, a centinaia di chilometri dalla Striscia di Gaza, la notte si è riempita del ronzio dei droni e del rumore dei motori militari. Intorno alle 21.30 italiane, le imbarcazioni della Global Sumud Flotilla, partite il 26 aprile dal porto siciliano di Augusta con l’obiettivo dichiarato di portare aiuti umanitari alla popolazione palestinese, sono state intercettate e circondate da unità navali israeliane in acque internazionali, a ovest di Creta.
Le immagini diffuse sui canali Telegram della Flotilla mostrano una scena di grande tensione: attivisti disarmati, raccolti sul ponte con le mani alzate, mentre un militare israeliano armato sale a bordo. È il momento in cui i contatti con la base operativa italiana si sono interrotti.
Secondo le ricostruzioni fornite dall’organizzazione, le imbarcazioni erano state inizialmente sorvolate da droni, quindi raggiunte da almeno due navi della Marina militare israeliana e da diversi gommoni. Tra le prime unità prese di mira vi sarebbe la nave italiana Bianca. Gli attivisti a bordo hanno attivato le procedure di emergenza previste in caso di abbordaggio, salendo sul ponte e rendendosi visibili. In alcuni casi, riferiscono, i militari avrebbero intimato agli equipaggi di stendersi a terra sotto la minaccia di armi e puntatori laser.
Da Tel Aviv hanno confermato l’operazione, spiegando che, a causa delle dimensioni della Flotilla – oltre cento navi e circa mille persone secondo questa versione – si è deciso di intervenire a grande distanza dalle coste israeliane. Una giustificazione che non ha placato le reazioni degli organizzatori e degli attivisti, che parlano di una grave violazione del diritto internazionale.
Sono 22 le imbarcazioni della GSF bloccate con la forza con 175 persone a bordo, tra cui diversi cittadini palestinesi. Altre 36 barche hanno trovato rifugio a Creta.
“Si tratta di pirateria”, afferma la Global Sumud Flotilla in una nota diffusa nella notte, denunciando “il sequestro illegale di esseri umani in alto mare, vicino a Creta”. Un’accusa accompagnata dalla richiesta ai governi di tutto il mondo di intervenire immediatamente per garantire la sicurezza delle oltre 400 persone a bordo e per “ritenere Israele responsabile delle sue azioni”.
Sulla stessa linea Gur Tsabar, addetto stampa della Flotilla, che in dichiarazioni ad Al Jazeera sottolinea come le imbarcazioni fossero civili, disarmate e lontane centinaia di chilometri da Gaza. “Israele non ha giurisdizione in queste acque”, afferma, definendo l’eventuale abbordaggio “una detenzione illegale, potenzialmente un rapimento in alto mare”.
In Italia la vicenda ha suscitato una reazione immediata. Maria Elena Delia, portavoce della Global Sumud Italia, parla di “una ulteriore escalation del metodo repressivo” e si interroga sul ruolo delle istituzioni internazionali: “La Ue è al corrente di quanto sta accadendo? La prossima volta verranno ad arrestarci direttamente a casa?”.
Non è la prima volta che una missione della Flotilla viene fermata. Già lo scorso autunno, alcuni attivisti erano stati arrestati e trasferiti nel carcere israeliano di Ketziot, denunciando successivamente maltrattamenti e vessazioni. Tra loro anche il giornalista Saverio Tommasi. Su quei fatti la Procura di Roma ha recentemente aperto un’inchiesta contestando il reato di tortura, un passaggio giuridico significativo e senza precedenti nei rapporti tra Italia e Israele.
La Flotilla, composta da decine di imbarcazioni e centinaia di volontari tra medici, operatori sanitari e insegnanti, non si proponeva soltanto di consegnare beni di prima necessità, ma anche di restare a Gaza per contribuire direttamente alle attività sul campo a sostegno della popolazione che vive una catastrofe umanitaria.
Aggiornamento ore 18
”In coordinamento con il governo greco, le persone trasferite dalle imbarcazioni della flottiglia alla nave israeliana saranno fatte sbarcare in Grecia nelle prossime ore”. Lo ha afferma il ministro degli Esteri israeliano Gideon Sa’ar.
Fonte
Le immagini diffuse sui canali Telegram della Flotilla mostrano una scena di grande tensione: attivisti disarmati, raccolti sul ponte con le mani alzate, mentre un militare israeliano armato sale a bordo. È il momento in cui i contatti con la base operativa italiana si sono interrotti.
Secondo le ricostruzioni fornite dall’organizzazione, le imbarcazioni erano state inizialmente sorvolate da droni, quindi raggiunte da almeno due navi della Marina militare israeliana e da diversi gommoni. Tra le prime unità prese di mira vi sarebbe la nave italiana Bianca. Gli attivisti a bordo hanno attivato le procedure di emergenza previste in caso di abbordaggio, salendo sul ponte e rendendosi visibili. In alcuni casi, riferiscono, i militari avrebbero intimato agli equipaggi di stendersi a terra sotto la minaccia di armi e puntatori laser.
Da Tel Aviv hanno confermato l’operazione, spiegando che, a causa delle dimensioni della Flotilla – oltre cento navi e circa mille persone secondo questa versione – si è deciso di intervenire a grande distanza dalle coste israeliane. Una giustificazione che non ha placato le reazioni degli organizzatori e degli attivisti, che parlano di una grave violazione del diritto internazionale.
Sono 22 le imbarcazioni della GSF bloccate con la forza con 175 persone a bordo, tra cui diversi cittadini palestinesi. Altre 36 barche hanno trovato rifugio a Creta.
“Si tratta di pirateria”, afferma la Global Sumud Flotilla in una nota diffusa nella notte, denunciando “il sequestro illegale di esseri umani in alto mare, vicino a Creta”. Un’accusa accompagnata dalla richiesta ai governi di tutto il mondo di intervenire immediatamente per garantire la sicurezza delle oltre 400 persone a bordo e per “ritenere Israele responsabile delle sue azioni”.
Sulla stessa linea Gur Tsabar, addetto stampa della Flotilla, che in dichiarazioni ad Al Jazeera sottolinea come le imbarcazioni fossero civili, disarmate e lontane centinaia di chilometri da Gaza. “Israele non ha giurisdizione in queste acque”, afferma, definendo l’eventuale abbordaggio “una detenzione illegale, potenzialmente un rapimento in alto mare”.
In Italia la vicenda ha suscitato una reazione immediata. Maria Elena Delia, portavoce della Global Sumud Italia, parla di “una ulteriore escalation del metodo repressivo” e si interroga sul ruolo delle istituzioni internazionali: “La Ue è al corrente di quanto sta accadendo? La prossima volta verranno ad arrestarci direttamente a casa?”.
Non è la prima volta che una missione della Flotilla viene fermata. Già lo scorso autunno, alcuni attivisti erano stati arrestati e trasferiti nel carcere israeliano di Ketziot, denunciando successivamente maltrattamenti e vessazioni. Tra loro anche il giornalista Saverio Tommasi. Su quei fatti la Procura di Roma ha recentemente aperto un’inchiesta contestando il reato di tortura, un passaggio giuridico significativo e senza precedenti nei rapporti tra Italia e Israele.
La Flotilla, composta da decine di imbarcazioni e centinaia di volontari tra medici, operatori sanitari e insegnanti, non si proponeva soltanto di consegnare beni di prima necessità, ma anche di restare a Gaza per contribuire direttamente alle attività sul campo a sostegno della popolazione che vive una catastrofe umanitaria.
Aggiornamento ore 18
”In coordinamento con il governo greco, le persone trasferite dalle imbarcazioni della flottiglia alla nave israeliana saranno fatte sbarcare in Grecia nelle prossime ore”. Lo ha afferma il ministro degli Esteri israeliano Gideon Sa’ar.
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La sirena d’allarme di Parco Schuster
Il gesto del ragazzotto che a Roma ha sparato – con una pistola ad aria compressa, ma mirando alla faccia – contro due “antifascisti qualunque”, riconoscibili dal fazzoletto dell’Anpi al collo, rompe un primo tabù fasullo ma diffuso: si può essere ebrei e fascisti contemporaneamente.
Non è una novità, nella realtà storica. Lo sono stati in tanti, negli anni ‘20 e ‘30, così come in tantissimi sono stati comunisti o socialisti o liberali. Ebrei si nasce, così come cristiani o musulmani. L’opinione politica individuale e lo schieramento nel mondo si costruisce nel tempo, crescendo in un ambiente sociale e culturale che incide altrettanto o più della tradizione religiosa alla nascita.
Questa rottura nella “narrazione”, che permetteva ai sionisti di dichiarare se stessi “oggettivamente antifascisti” solo perché nati ebrei, ed “antisemiti” tutti quelli che criticano Israele (ci sono sempre stati gli antisemiti veri: quelli che odiano gli ebrei in quanto tali), ha la sua importanza politica perché mostra fisicamente che la pretesa di identificare sionismo, ebraismo e Stato israeliano è pura propaganda. Fascista, in versione sionista.
La definizione di fascismo, nell’essenza, non si identifica infatti solo con un particolare regime politico, con tanto di gagliardetti, olio di ricino, manganelli e passo dell’oca – “roba finita da 80 anni”, dice sempre l’attuale premier che da lì discende – ma con una ben precisa concezione dell’umanità. Che non sarebbe, in quella visione, composta di individui e popoli con eguali diritti, capacità e dignità, ma ontologicamente divisa tra un “popolo eletto” e untermenschen (subumani, ndr) che esistono solo per servirlo o combatterlo.
L’essenza di ogni tipologia di fascismo è dunque il suprematismo, la pretesa ideologica di una “superiorità naturale” di un certo insieme umano rispetto a tutti gli altri.
Questa “superiorità” può essere addebitata a una “razza” (i bianchi, gli “ariani”, ecc.), e allora vi riconosciamo il nazifascismo storico. Sempre ricordando, però, che nel neonazismo del 2000 – per esempio nelle dichiarazioni di Brejvik, l’autore della strage di Utoja – gli ebrei vengono “riconosciuti come bianchi” e dunque considerati, “bontà loro”, dei pari grado.
Oppure può essere fatta risalire alle scelte cervellotiche di un dio immaginato in tempi preistorici, come nella Bibbia depurata dai Vangeli, che abbiamo descritto analiticamente in altra sede.
Il ragazzotto di Roma – che comunque aveva in casa anche due pistole vere – è cresciuto in un ambiente suprematista e sionista, a cavallo tra Monteverde e viale Marconi, dove numerose sono state in questi ultimissimi anni le aggressioni a singoli e piccoli gruppi che portavano la kefiah. Solo sei mesi fa, circa, gli studenti del liceo Caravillani erano stati investiti da una squadraccia sionista guidata da Riccardo Pacifici, nota figura centrale ed estremamente “militarista” della comunità romana. Nella stessa zona fu pestato un medico dei Sanitari per Gaza reduce da una iniziativa e ci sono stati vari attentati al centro sociale La Strada. Ultima in ordine di tempo, tre giorni fa, la vandalizzazione dell’aula “Gaza” degli studenti all’università di Roma Tre.
È andata certamente peggio ad altri, come nel caso di Chef Rubio, preso a martellate sotto casa da un gruppo di picchiatori che – stranamente – non sono mai stati individuati, nonostante ormai ci siano telecamere ovunque.
Il ragazzotto si è rivendicato come membro della “Brigata ebraica” e qualcosa significa. Non di quella storica sciolta nel 1946, evidentemente. Ma di un insieme – formalizzato o meno – attivo in questo momento.
È scontato, persino ridicolo, il comunicato diffuso da Eyal Mizrahi – più noto come “definisci bambino” – che recita: “La Brigata Ebraica ribadisce con forza di non conoscerlo, non avere tra i suoi membri persone che rispondano a questo nome. Sottolinea anche di non aver alcun rappresentante né iscritto nella città di Roma”.
Qui il problema non è l’iscrizione formale o meno ad un “ente” chiamato con quel nome, ma l’essere e il sentirsi parte di una “comunità sionista” che collega “soldati” presenti in questo Paese e lo Stato di Israele.
Su il manifesto di oggi, il “sionista buono” Gad Lerner ammette che da tempo è in atto una “degenerazione squadristica di elementi che – in nome di una supposta «autodifesa» – minacciano e aggrediscono nelle scuole e per strada chi individuano come nemico di Israele”.
Una degenerazione favorita o fomentata da “Leader irresponsabili che hanno sospinto al fanatismo questi giovani. E di fronte ai numerosi episodi di violenza che li ha visti protagonisti a Roma è stata calata una coltre di omertà, purtroppo anche da parte delle forze dell’ordine”. Fanatici che non esitano, pare, a minacciare persino lui in quanto “quasi antisemita”.
Ma non si tratta di “gruppetti di fanatici”. Una parte consistente e dirigente delle comunità ebraiche italiane ha “importato la guerra mediorientale in Italia”, costruendo nei fatti una milizia a doppio passaporto che è andata a combattere a Gaza o nel sud del Libano nei ranghi dell’Idf.
Secondo le stime si tratta di più di 800 persone, con alcuni che vi hanno anche perso la vita, anche se l’unico nome uscito sui giornali – forse per la parentela famosa – è quello di Daniel Maimon Toaff, 23 anni, morto a Gaza nel 2024, addirittura come vicecomandante della brigata Givati.
Gente che si è addestrata, ha combattuto, ha introiettato le tecniche militari israeliane e l’atteggiamento generale dell’Idf nei confronti dei nemici: “animali umani”, come se ne uscì il comandante dell’esercito Yoav Gallant (giustamente inseguito da un mandato di cattura internazionale della Corte dell’Aja per genocidio, al pari di Netanyahu).
Gente che si identifica in Israele e nei suoi attuali dirigenti, il cui “discorso” al resto del mondo si sintetizza in poche frasi, ripetute ossessivamente in qualsiasi contesto, che significano soltanto: “ammazzeremo tutti quelli che ci ostacolano”. Ovunque.
La domanda che va posta al governo italiano – quello attuale, quelli passati e quelli futuri – è perciò la seguente: è normale o tollerabile che del personale militare “irregolare” di un esercito straniero sia libero di muoversi armato nei confronti della popolazione di questo Paese?
La domanda non è né oziosa, né “ideologica”. Se, come noi auspichiamo e come sta diventando sensibilità comune nel popolo italiano e di molti altri paesi, si dovesse arrivare alla rottura dei rapporti diplomatici e commerciali con Israele, questa “quinta colonna militare” cosa farà? Verrà neutralizzata oppure in qualche modo “accompagnata”?
Hanno doppio passaporto, il che torna magari utile per viaggiare anche in paesi che in genere non accolgono israeliani. Ma non si possono avere “doppie fedeltà”, tanto meno sul piano militare.
Il gesto del ragazzotto romano dovrebbe risuonare come una sirena d’allarme, perché dimostra che la guerra è arrivata in casa. È già qui.
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Non è una novità, nella realtà storica. Lo sono stati in tanti, negli anni ‘20 e ‘30, così come in tantissimi sono stati comunisti o socialisti o liberali. Ebrei si nasce, così come cristiani o musulmani. L’opinione politica individuale e lo schieramento nel mondo si costruisce nel tempo, crescendo in un ambiente sociale e culturale che incide altrettanto o più della tradizione religiosa alla nascita.
Questa rottura nella “narrazione”, che permetteva ai sionisti di dichiarare se stessi “oggettivamente antifascisti” solo perché nati ebrei, ed “antisemiti” tutti quelli che criticano Israele (ci sono sempre stati gli antisemiti veri: quelli che odiano gli ebrei in quanto tali), ha la sua importanza politica perché mostra fisicamente che la pretesa di identificare sionismo, ebraismo e Stato israeliano è pura propaganda. Fascista, in versione sionista.
La definizione di fascismo, nell’essenza, non si identifica infatti solo con un particolare regime politico, con tanto di gagliardetti, olio di ricino, manganelli e passo dell’oca – “roba finita da 80 anni”, dice sempre l’attuale premier che da lì discende – ma con una ben precisa concezione dell’umanità. Che non sarebbe, in quella visione, composta di individui e popoli con eguali diritti, capacità e dignità, ma ontologicamente divisa tra un “popolo eletto” e untermenschen (subumani, ndr) che esistono solo per servirlo o combatterlo.
L’essenza di ogni tipologia di fascismo è dunque il suprematismo, la pretesa ideologica di una “superiorità naturale” di un certo insieme umano rispetto a tutti gli altri.
Questa “superiorità” può essere addebitata a una “razza” (i bianchi, gli “ariani”, ecc.), e allora vi riconosciamo il nazifascismo storico. Sempre ricordando, però, che nel neonazismo del 2000 – per esempio nelle dichiarazioni di Brejvik, l’autore della strage di Utoja – gli ebrei vengono “riconosciuti come bianchi” e dunque considerati, “bontà loro”, dei pari grado.
Oppure può essere fatta risalire alle scelte cervellotiche di un dio immaginato in tempi preistorici, come nella Bibbia depurata dai Vangeli, che abbiamo descritto analiticamente in altra sede.
Il ragazzotto di Roma – che comunque aveva in casa anche due pistole vere – è cresciuto in un ambiente suprematista e sionista, a cavallo tra Monteverde e viale Marconi, dove numerose sono state in questi ultimissimi anni le aggressioni a singoli e piccoli gruppi che portavano la kefiah. Solo sei mesi fa, circa, gli studenti del liceo Caravillani erano stati investiti da una squadraccia sionista guidata da Riccardo Pacifici, nota figura centrale ed estremamente “militarista” della comunità romana. Nella stessa zona fu pestato un medico dei Sanitari per Gaza reduce da una iniziativa e ci sono stati vari attentati al centro sociale La Strada. Ultima in ordine di tempo, tre giorni fa, la vandalizzazione dell’aula “Gaza” degli studenti all’università di Roma Tre.
È andata certamente peggio ad altri, come nel caso di Chef Rubio, preso a martellate sotto casa da un gruppo di picchiatori che – stranamente – non sono mai stati individuati, nonostante ormai ci siano telecamere ovunque.
Il ragazzotto si è rivendicato come membro della “Brigata ebraica” e qualcosa significa. Non di quella storica sciolta nel 1946, evidentemente. Ma di un insieme – formalizzato o meno – attivo in questo momento.
È scontato, persino ridicolo, il comunicato diffuso da Eyal Mizrahi – più noto come “definisci bambino” – che recita: “La Brigata Ebraica ribadisce con forza di non conoscerlo, non avere tra i suoi membri persone che rispondano a questo nome. Sottolinea anche di non aver alcun rappresentante né iscritto nella città di Roma”.
Qui il problema non è l’iscrizione formale o meno ad un “ente” chiamato con quel nome, ma l’essere e il sentirsi parte di una “comunità sionista” che collega “soldati” presenti in questo Paese e lo Stato di Israele.
Su il manifesto di oggi, il “sionista buono” Gad Lerner ammette che da tempo è in atto una “degenerazione squadristica di elementi che – in nome di una supposta «autodifesa» – minacciano e aggrediscono nelle scuole e per strada chi individuano come nemico di Israele”.
Una degenerazione favorita o fomentata da “Leader irresponsabili che hanno sospinto al fanatismo questi giovani. E di fronte ai numerosi episodi di violenza che li ha visti protagonisti a Roma è stata calata una coltre di omertà, purtroppo anche da parte delle forze dell’ordine”. Fanatici che non esitano, pare, a minacciare persino lui in quanto “quasi antisemita”.
Ma non si tratta di “gruppetti di fanatici”. Una parte consistente e dirigente delle comunità ebraiche italiane ha “importato la guerra mediorientale in Italia”, costruendo nei fatti una milizia a doppio passaporto che è andata a combattere a Gaza o nel sud del Libano nei ranghi dell’Idf.
Secondo le stime si tratta di più di 800 persone, con alcuni che vi hanno anche perso la vita, anche se l’unico nome uscito sui giornali – forse per la parentela famosa – è quello di Daniel Maimon Toaff, 23 anni, morto a Gaza nel 2024, addirittura come vicecomandante della brigata Givati.
Gente che si è addestrata, ha combattuto, ha introiettato le tecniche militari israeliane e l’atteggiamento generale dell’Idf nei confronti dei nemici: “animali umani”, come se ne uscì il comandante dell’esercito Yoav Gallant (giustamente inseguito da un mandato di cattura internazionale della Corte dell’Aja per genocidio, al pari di Netanyahu).
Gente che si identifica in Israele e nei suoi attuali dirigenti, il cui “discorso” al resto del mondo si sintetizza in poche frasi, ripetute ossessivamente in qualsiasi contesto, che significano soltanto: “ammazzeremo tutti quelli che ci ostacolano”. Ovunque.
La domanda che va posta al governo italiano – quello attuale, quelli passati e quelli futuri – è perciò la seguente: è normale o tollerabile che del personale militare “irregolare” di un esercito straniero sia libero di muoversi armato nei confronti della popolazione di questo Paese?
La domanda non è né oziosa, né “ideologica”. Se, come noi auspichiamo e come sta diventando sensibilità comune nel popolo italiano e di molti altri paesi, si dovesse arrivare alla rottura dei rapporti diplomatici e commerciali con Israele, questa “quinta colonna militare” cosa farà? Verrà neutralizzata oppure in qualche modo “accompagnata”?
Hanno doppio passaporto, il che torna magari utile per viaggiare anche in paesi che in genere non accolgono israeliani. Ma non si possono avere “doppie fedeltà”, tanto meno sul piano militare.
Il gesto del ragazzotto romano dovrebbe risuonare come una sirena d’allarme, perché dimostra che la guerra è arrivata in casa. È già qui.
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La Cina estende l'esenzione dai dazi a tutta l’Africa
Si può essere superpotenze e avere un rapporto con il resto del mondo basato su princìpi diametralmente opposti. Un esempio concreto di seguito.
A Nairobi, funzionari e gruppi imprenditoriali provenienti da Cina e Kenya stanno discutendo su come sfruttare la politica dei dazi zero di Pechino per aprire maggiori opportunità alle aziende keniane nell’ampio mercato cinese, mentre i commercianti africani in Cina sono già alla ricerca di più merci da esportare nel paese, poiché la nuova politica inizia a spianare la strada verso un commercio più fluido tra Cina e Africa.
La Cina ha preso atto delle sincere aspettative e del feedback positivo da parte dell’Africa riguardo al trattamento a dazio zero. Si tratta di un’importante iniziativa della Cina per espandere l’apertura unilaterale, ha dichiarato mercoledì il portavoce del Ministero degli Esteri cinese, Lin Jian.
Mentre il protezionismo e l’unilateralismo sono in aumento e i continenti vicini al Medio Oriente sono colpiti dalle ripercussioni della situazione locale, la Cina condivide le opportunità e persegue lo sviluppo comune con l’Africa attraverso la politica dei dazi zero, e contribuisce alla pace e allo sviluppo globali con una maggiore stabilità nei legami Cina-Africa, ha sottolineato il portavoce.
La Cina continuerà a firmare accordi di partenariato economico per lo sviluppo comune con i paesi africani e allo stesso tempo potenzierà i “canali verdi” per l’importazione di prodotti agricoli e alimentari africani in Cina, in modo da migliorare ulteriormente la facilitazione del commercio tra Cina e Africa, ha affermato Lin.
Secondo la Commissione Tariffaria Doganale del Consiglio di Stato di martedì, la Cina concederà un trattamento a dazio zero, sotto forma di aliquote tariffarie preferenziali, ad altri 20 paesi africani che hanno relazioni diplomatiche con la Cina e non sono classificati come “paesi meno sviluppati”, dal 1° maggio 2026 al 30 aprile 2028.
Ciò è avvenuto dopo che la Cina aveva concesso un trattamento a dazio zero sul 100% delle linee tariffarie a partire dal 1° dicembre 2024 per 33 paesi africani “meno sviluppati” con cui mantiene relazioni diplomatiche. Ciò significa che il paese estenderà il trattamento a dazio zero a tutti i paesi africani che hanno relazioni diplomatiche con Pechino a partire da venerdì.
La mossa segna il pieno potenziamento della politica dei dazi zero per l’Africa al suo livello più alto e avviene in un momento storico, poiché Cina e Africa celebrano il 70° anniversario delle loro relazioni diplomatiche, riflettendo la coerenza della politica africana della Cina, ha affermato Du Xiaohui, Direttore Generale del Dipartimento per gli Affari Africani del Ministero degli Esteri, definendo la misura una “carta d’oro” della cooperazione bilaterale.
La nuova politica risponde alla difficoltà pratica che questi paesi africani affrontano nel completare i negoziati nel breve termine, mentre i negoziati tra le due parti continueranno, ha dichiarato mercoledì il Ministero del Commercio cinese (MOFCOM).
Potenziamento istituzionale
Sempre mercoledì, l’autorità doganale cinese ha pubblicato un’interpretazione dettagliata delle regole di origine per le importazioni dai paesi africani idonei nell’ambito della politica dei dazi zero, aggiungendo quella che gli esperti hanno descritto come “chiarezza operativa” a questa storica misura di apertura del mercato, aiutando a tradurla nella pratica doganale.
Il chiarimento è arrivato dopo che la Commissione Tariffaria Doganale ha definito la politica tariffaria martedì e l’Amministrazione Generale delle Dogane (GAC) ha successivamente emanato le corrispondenti misure di gestione dell’origine.
L’interpretazione della GAC dettaglia come le importazioni idonee possano beneficiare del trattamento preferenziale, coprendo la determinazione dell’origine, i certificati d’origine, la spedizione diretta e le procedure di dichiarazione doganale, secondo la dichiarazione ufficiale dell’autorità doganale.
Per gli esportatori e i commercianti africani, il chiarimento doganale è più di un documento tecnico, in quanto offre alle imprese un percorso più chiaro per adattare i piani di produzione, logistica e vendita per il mercato cinese, ha dichiarato mercoledì al Global Times Song Wei, professoressa alla School of International Relations and Diplomacy della Beijing Foreign Studies University.
Sourakhata Tirera, un uomo d’affari senegalese impegnato nel commercio Cina-Africa dal 2003, ha dichiarato al Global Times di essere attivamente alla ricerca di prodotti africani di qualità superiore da esportare in Cina, sperando di sfruttare la nuova politica dei dazi zero per espandere le opportunità commerciali.
“La politica apre l’accesso al più grande mercato di consumo del mondo e offre alle imprese africane la possibilità di passare dall’importazione all’esportazione”, ha affermato Tirera, aggiungendo che potrebbe anche contribuire a guidare lo sviluppo industriale e la creazione di posti di lavoro se i governi africani sosterranno il settore privato nel cogliere questa grande opportunità.
La Greater Bay Area Importers and Exporters Association, una camera di commercio che copre le 11 città della regione meridionale cinese, ha forti legami commerciali con l’Africa. Il suo presidente, Lam Lung-on, ha dichiarato mercoledì al Global Times che “prodotti di consumo africani di qualità come aragoste della Namibia e granchi del fango della Tanzania stanno entrando nel mercato dell’area a un ritmo più rapido”.
Citando l’agricoltura come esempio, Lam ha affermato che la politica dei dazi zero rimuoverà lo svantaggio tariffario dei prodotti trasformati rispetto alle materie prime, incoraggiando la lavorazione primaria e profonda locale in Africa, rafforzando al contempo i legami di produzione e fornitura in settori quali macchinari ed elettronica, tessili e minerali.
La Cina rimane il maggiore partner commerciale dell’Africa da ormai 17 anni consecutivi. Nel primo trimestre del 2026, il commercio Cina-Africa ha raggiunto i 646,56 miliardi di yuan (94,56 miliardi di dollari), in aumento del 23,7% su base annua, secondo i dati ufficiali.
I gruppi imprenditoriali in Africa hanno esortato le aziende a cogliere l’opportunità. In una dichiarazione pubblicata sul suo sito web lunedì, la Camera Nazionale del Commercio e dell’Industria del Kenya (KNCCI) ha affermato che la politica dei dazi zero della Cina offre prospettive di “crescita delle esportazioni senza precedenti”, con il suo presidente Erick Rutto che ha osservato come le opportunità per i prodotti keniani potrebbero diventare “praticamente illimitate” se le imprese agiranno con decisione.
Responsabilità di una grande potenza
Song vede la politica dei dazi zero come un passo strategico che potrebbe aiutare a spostare la cooperazione bilaterale oltre i singoli progetti verso una collaborazione a livello di intera catena industriale che supporterà l’autonomia economica dell’Africa, con implicazioni che vanno oltre i legami bilaterali.
Funzionari africani hanno espresso aspettative simili. Secondo Xinhua, Abraham Korir Sing’Oei, Segretario Principale del Dipartimento di Stato per gli Affari Esteri del Kenya, ha descritto lunedì l’accordo sui dazi zero, in un simposio di alto livello, come un quadro di riferimento fondamentale per incrementare il commercio e gli investimenti reciprocamente vantaggiosi, nonché un modello per altri paesi africani.
L’attuazione efficace della politica sarebbe importante non solo per Kenya e Cina, ma anche come dimostrazione degli sforzi congiunti delle due parti per attuare i risultati del Forum sulla Cooperazione Cina-Africa del 2024 e sostenere le regole dell’OMC, ha citato il rapporto Regina Akoth Ombam, Segretaria Principale del Dipartimento di Stato per il Commercio del Kenya.
Negli ultimi anni, alcuni media occidentali hanno ritratto il ruolo della Cina in Africa in una luce negativa, avvertendo di un’eccessiva dipendenza dalle esportazioni di materie prime, descrivendo la relazione come “asimmetrica” e persino inquadrando i paesi africani come “pedine” in una più ampia competizione geopolitica. Tuttavia, tali narrazioni per denigrare la cooperazione Cina-Africa sono state sempre più respinte come infondate man mano che il loro impegno reciprocamente vantaggioso avanza, secondo gli analisti.
Mentre gli Stati Uniti inaspriscono il loro mercato e impongono restrizioni, la Cina sta aprendo il suo mercato e creando un nuovo quadro commerciale preferenziale per le nazioni africane, ha affermato un’analisi di RT, indicando i motori pragmatici alla base della cooperazione Cina-Africa, dalla ristrutturazione dei flussi commerciali e dalla standardizzazione delle regole di accesso al mercato alla creazione di legami economici più profondi tra i partner africani e il mercato cinese.
La politica dei dazi zero della Cina sta attirando maggiori risorse di sviluppo nel continente africano, avanzando materialmente l’integrazione regionale e rafforzando la sua capacità di sviluppo autonomo, dimostrando al contempo l’impegno della Cina a condividere i dividendi del mercato con il mondo e a sostenere lo sviluppo del Sud del mondo, ha osservato Song.
Il commercio Cina-Africa è cresciuto di 27,5 volte negli ultimi due decenni, passando da 87,38 miliardi di yuan nel 2000 (10,96 miliardi di euro) a 2,49 trilioni di yuan nel 2025 (312 miliardi di euro), secondo i dati doganali, sottolineando il forte slancio e la crescente integrazione dei legami economici bilaterali.
Il MOFCOM ha dichiarato, nella sua nota di mercoledì, che la decisione della Cina di prendere l’iniziativa nel tagliare i dazi dimostra la sua responsabilità come grande potenza e fa avanzare l’Iniziativa per la Governance Globale e l’Iniziativa per lo Sviluppo Globale, in un contesto di crescente unilateralismo e protezionismo.
La cooperazione economica e commerciale Cina-Africa ha ripetutamente dimostrato di essere reciprocamente vantaggiosa e conveniente per tutti, affermano gli esperti. Come ha affermato il media keniano Business Daily Africa, il messaggio dalla Cina è “chiaro e coerente”: “Siamo partner”, “Rispettiamo la vostra sovranità” e che non ci sono “condizioni politiche”.
Fonte
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A Nairobi, funzionari e gruppi imprenditoriali provenienti da Cina e Kenya stanno discutendo su come sfruttare la politica dei dazi zero di Pechino per aprire maggiori opportunità alle aziende keniane nell’ampio mercato cinese, mentre i commercianti africani in Cina sono già alla ricerca di più merci da esportare nel paese, poiché la nuova politica inizia a spianare la strada verso un commercio più fluido tra Cina e Africa.
La Cina ha preso atto delle sincere aspettative e del feedback positivo da parte dell’Africa riguardo al trattamento a dazio zero. Si tratta di un’importante iniziativa della Cina per espandere l’apertura unilaterale, ha dichiarato mercoledì il portavoce del Ministero degli Esteri cinese, Lin Jian.
Mentre il protezionismo e l’unilateralismo sono in aumento e i continenti vicini al Medio Oriente sono colpiti dalle ripercussioni della situazione locale, la Cina condivide le opportunità e persegue lo sviluppo comune con l’Africa attraverso la politica dei dazi zero, e contribuisce alla pace e allo sviluppo globali con una maggiore stabilità nei legami Cina-Africa, ha sottolineato il portavoce.
La Cina continuerà a firmare accordi di partenariato economico per lo sviluppo comune con i paesi africani e allo stesso tempo potenzierà i “canali verdi” per l’importazione di prodotti agricoli e alimentari africani in Cina, in modo da migliorare ulteriormente la facilitazione del commercio tra Cina e Africa, ha affermato Lin.
Secondo la Commissione Tariffaria Doganale del Consiglio di Stato di martedì, la Cina concederà un trattamento a dazio zero, sotto forma di aliquote tariffarie preferenziali, ad altri 20 paesi africani che hanno relazioni diplomatiche con la Cina e non sono classificati come “paesi meno sviluppati”, dal 1° maggio 2026 al 30 aprile 2028.
Ciò è avvenuto dopo che la Cina aveva concesso un trattamento a dazio zero sul 100% delle linee tariffarie a partire dal 1° dicembre 2024 per 33 paesi africani “meno sviluppati” con cui mantiene relazioni diplomatiche. Ciò significa che il paese estenderà il trattamento a dazio zero a tutti i paesi africani che hanno relazioni diplomatiche con Pechino a partire da venerdì.
La mossa segna il pieno potenziamento della politica dei dazi zero per l’Africa al suo livello più alto e avviene in un momento storico, poiché Cina e Africa celebrano il 70° anniversario delle loro relazioni diplomatiche, riflettendo la coerenza della politica africana della Cina, ha affermato Du Xiaohui, Direttore Generale del Dipartimento per gli Affari Africani del Ministero degli Esteri, definendo la misura una “carta d’oro” della cooperazione bilaterale.
La nuova politica risponde alla difficoltà pratica che questi paesi africani affrontano nel completare i negoziati nel breve termine, mentre i negoziati tra le due parti continueranno, ha dichiarato mercoledì il Ministero del Commercio cinese (MOFCOM).
Potenziamento istituzionale
Sempre mercoledì, l’autorità doganale cinese ha pubblicato un’interpretazione dettagliata delle regole di origine per le importazioni dai paesi africani idonei nell’ambito della politica dei dazi zero, aggiungendo quella che gli esperti hanno descritto come “chiarezza operativa” a questa storica misura di apertura del mercato, aiutando a tradurla nella pratica doganale.
Il chiarimento è arrivato dopo che la Commissione Tariffaria Doganale ha definito la politica tariffaria martedì e l’Amministrazione Generale delle Dogane (GAC) ha successivamente emanato le corrispondenti misure di gestione dell’origine.
L’interpretazione della GAC dettaglia come le importazioni idonee possano beneficiare del trattamento preferenziale, coprendo la determinazione dell’origine, i certificati d’origine, la spedizione diretta e le procedure di dichiarazione doganale, secondo la dichiarazione ufficiale dell’autorità doganale.
Per gli esportatori e i commercianti africani, il chiarimento doganale è più di un documento tecnico, in quanto offre alle imprese un percorso più chiaro per adattare i piani di produzione, logistica e vendita per il mercato cinese, ha dichiarato mercoledì al Global Times Song Wei, professoressa alla School of International Relations and Diplomacy della Beijing Foreign Studies University.
Sourakhata Tirera, un uomo d’affari senegalese impegnato nel commercio Cina-Africa dal 2003, ha dichiarato al Global Times di essere attivamente alla ricerca di prodotti africani di qualità superiore da esportare in Cina, sperando di sfruttare la nuova politica dei dazi zero per espandere le opportunità commerciali.
“La politica apre l’accesso al più grande mercato di consumo del mondo e offre alle imprese africane la possibilità di passare dall’importazione all’esportazione”, ha affermato Tirera, aggiungendo che potrebbe anche contribuire a guidare lo sviluppo industriale e la creazione di posti di lavoro se i governi africani sosterranno il settore privato nel cogliere questa grande opportunità.
La Greater Bay Area Importers and Exporters Association, una camera di commercio che copre le 11 città della regione meridionale cinese, ha forti legami commerciali con l’Africa. Il suo presidente, Lam Lung-on, ha dichiarato mercoledì al Global Times che “prodotti di consumo africani di qualità come aragoste della Namibia e granchi del fango della Tanzania stanno entrando nel mercato dell’area a un ritmo più rapido”.
Citando l’agricoltura come esempio, Lam ha affermato che la politica dei dazi zero rimuoverà lo svantaggio tariffario dei prodotti trasformati rispetto alle materie prime, incoraggiando la lavorazione primaria e profonda locale in Africa, rafforzando al contempo i legami di produzione e fornitura in settori quali macchinari ed elettronica, tessili e minerali.
La Cina rimane il maggiore partner commerciale dell’Africa da ormai 17 anni consecutivi. Nel primo trimestre del 2026, il commercio Cina-Africa ha raggiunto i 646,56 miliardi di yuan (94,56 miliardi di dollari), in aumento del 23,7% su base annua, secondo i dati ufficiali.
I gruppi imprenditoriali in Africa hanno esortato le aziende a cogliere l’opportunità. In una dichiarazione pubblicata sul suo sito web lunedì, la Camera Nazionale del Commercio e dell’Industria del Kenya (KNCCI) ha affermato che la politica dei dazi zero della Cina offre prospettive di “crescita delle esportazioni senza precedenti”, con il suo presidente Erick Rutto che ha osservato come le opportunità per i prodotti keniani potrebbero diventare “praticamente illimitate” se le imprese agiranno con decisione.
Responsabilità di una grande potenza
Song vede la politica dei dazi zero come un passo strategico che potrebbe aiutare a spostare la cooperazione bilaterale oltre i singoli progetti verso una collaborazione a livello di intera catena industriale che supporterà l’autonomia economica dell’Africa, con implicazioni che vanno oltre i legami bilaterali.
Funzionari africani hanno espresso aspettative simili. Secondo Xinhua, Abraham Korir Sing’Oei, Segretario Principale del Dipartimento di Stato per gli Affari Esteri del Kenya, ha descritto lunedì l’accordo sui dazi zero, in un simposio di alto livello, come un quadro di riferimento fondamentale per incrementare il commercio e gli investimenti reciprocamente vantaggiosi, nonché un modello per altri paesi africani.
L’attuazione efficace della politica sarebbe importante non solo per Kenya e Cina, ma anche come dimostrazione degli sforzi congiunti delle due parti per attuare i risultati del Forum sulla Cooperazione Cina-Africa del 2024 e sostenere le regole dell’OMC, ha citato il rapporto Regina Akoth Ombam, Segretaria Principale del Dipartimento di Stato per il Commercio del Kenya.
Negli ultimi anni, alcuni media occidentali hanno ritratto il ruolo della Cina in Africa in una luce negativa, avvertendo di un’eccessiva dipendenza dalle esportazioni di materie prime, descrivendo la relazione come “asimmetrica” e persino inquadrando i paesi africani come “pedine” in una più ampia competizione geopolitica. Tuttavia, tali narrazioni per denigrare la cooperazione Cina-Africa sono state sempre più respinte come infondate man mano che il loro impegno reciprocamente vantaggioso avanza, secondo gli analisti.
Mentre gli Stati Uniti inaspriscono il loro mercato e impongono restrizioni, la Cina sta aprendo il suo mercato e creando un nuovo quadro commerciale preferenziale per le nazioni africane, ha affermato un’analisi di RT, indicando i motori pragmatici alla base della cooperazione Cina-Africa, dalla ristrutturazione dei flussi commerciali e dalla standardizzazione delle regole di accesso al mercato alla creazione di legami economici più profondi tra i partner africani e il mercato cinese.
La politica dei dazi zero della Cina sta attirando maggiori risorse di sviluppo nel continente africano, avanzando materialmente l’integrazione regionale e rafforzando la sua capacità di sviluppo autonomo, dimostrando al contempo l’impegno della Cina a condividere i dividendi del mercato con il mondo e a sostenere lo sviluppo del Sud del mondo, ha osservato Song.
Il commercio Cina-Africa è cresciuto di 27,5 volte negli ultimi due decenni, passando da 87,38 miliardi di yuan nel 2000 (10,96 miliardi di euro) a 2,49 trilioni di yuan nel 2025 (312 miliardi di euro), secondo i dati doganali, sottolineando il forte slancio e la crescente integrazione dei legami economici bilaterali.
Il MOFCOM ha dichiarato, nella sua nota di mercoledì, che la decisione della Cina di prendere l’iniziativa nel tagliare i dazi dimostra la sua responsabilità come grande potenza e fa avanzare l’Iniziativa per la Governance Globale e l’Iniziativa per lo Sviluppo Globale, in un contesto di crescente unilateralismo e protezionismo.
La cooperazione economica e commerciale Cina-Africa ha ripetutamente dimostrato di essere reciprocamente vantaggiosa e conveniente per tutti, affermano gli esperti. Come ha affermato il media keniano Business Daily Africa, il messaggio dalla Cina è “chiaro e coerente”: “Siamo partner”, “Rispettiamo la vostra sovranità” e che non ci sono “condizioni politiche”.
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Governare la tendenza. Una discussione intorno al volume Libercomunismo
Brancaccio: “Il consenso del professor Tremonti è andato al di là delle più rosee aspettative. Penso sia interessante, però, se con Tremonti ci soffermiamo soprattutto sui punti di dissenso tra noi. Per esempio, quando Tremonti dichiara che c’è un problema di eccessiva immigrazione e poi aggiunge che c’è anche un problema di crisi del welfare causata dalla crisi demografica, io qui ravviso una contraddizione logica, visto che sotto questo aspetto l’immigrazione sarebbe una soluzione piuttosto che un problema. Inoltre, per evitare di cadere nella retorica mainstream, di cui lo stesso Tremonti è stato un critico, aggiungerei che la crisi del welfare non dipende solo dalle ‘culle vuote’ ma anche e soprattutto dalla bassa produttività del lavoro e dal fatto che il bilancio statale, come cercavo di spiegare prima, è stato utilizzato sempre meno per il welfare e sempre più per sussidi pubblici al capitale privato, cioè a soggetti che del welfare evidentemente non hanno bisogno”.
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La Brigata ebraica. Nata male, finita peggio
1942, agosto, Rommel avanza verso l’Egitto e gli inglesi sono nel panico, non hanno truppe in loco, perciò organizzano in tutta fretta un Reggimento Palestinese nel Mandamento loro attribuito dalla Società delle Nazioni, che controllavano in Terra Santa, forza che arrivò ad avere 7000 uomini arruolati al suo apice, 3800 ebrei e 3200 arabi palestinesi.
Gli ebrei erano tutti volontari, raccolti dall’Agenzia Ebraica per la Palestina (precorritrice del governo del futuro Stato d’Israele) fra i molti che da inizio secolo si erano man mano spostati lì dall’Europa, dove l’antisemitismo era cresciuto fuori misura, fino agli abomini dei campi di concentramento e di sterminio del Reich, che ormai dominava gran parte del continente, dalla Francia al Volga.
In solidarietà con i correligionari, furono in totale 30mila gli ebrei del Mandamento Palestinese che si arruolarono in svariati reparti dell’esercito di sua Maestà britannica. Il nazifascismo era ovviamente percepito come il peggior nemico al mondo di tutti gli ebrei del pianeta.
Gli arabi del Reggimento Palestinese non erano volontari, furono raccolti malvolentieri dai loro maggiorenti locali per compiacere i dominatori britannici. C’erano già state le prime, intense frizioni fra l’immigrazione ebraica e le popolazioni autoctone, che comprendevano bene le mire dell’Agenzia, la quale acquisiva terreni e case, in modi non sempre ortodossi.
I palestinesi lottavano per la propria indipendenza insieme agli altri ebrei e cristiani in loco da secoli, diffidando di quell’invasione europea, sempre più numerosa.
La Brigata Ebraica (Jewish Infantry Brigade Group) nacque dal rapido disfacimento di questo più grande Reggimento Palestinese misto e fu perciò anch’essa un’unità combattente dell’esercito britannico.
Fu attiva dal settembre 1944 al 1946; quando fu sciolta dagli inglesi era di stanza fra l’Olanda e il Belgio.
Combatté in Italia solo a guerra praticamente finita, fra marzo e aprile 1945, mentre i tedeschi sbaraccavano gli ultimi presidi mantenuti al Nord, nella moribonda Repubblica di Salò di Mussolini. La brigata era composta principalmente da volontari ebrei provenienti dalla Palestina del mandamento britannico, presa alla Turchia dopo la prima guerra mondiale; la nuova Brigata Ebraica combatté poco, sotto una propria bandiera con la stella azzurra di Davide.
Ai 3800 soldati ebrei provenienti dal Reggimento Palestinese, anch’esso in precedenza impiegato con parsimonia nei teatri di guerra, in funzioni di presidio e sorveglianza e mai in combattimento, tanto che pagò qualche perdita solo nell’assedio di Bengasi, svuotatosi in seguito per diserzioni, defezioni e contrasti della componente araba, si aggiunsero altri 1200 volontari, sempre e solo questa volta ebrei, reclutati anch’essi fra quelli residenti in Palestina.
Reclutamenti fatti dal governo ombra dell’Agenzia Ebraica, decisione presa nell’ottobre 1944 dopo prolungate discussioni fra Winston Churchill e Chaim Weizmann (capo dell’Organizzazione Sionista Mondiale, che sarà in seguito il primo presidente dello Stato di Israele) con presente una rappresentanza della Jewish Agency.
La dimensione finale della Brigata Ebraica fu perciò di circa 5000 soldati. Comprendeva il 1º, 2º e 3º battaglione del precedente Palestine Regiment, un reparto di Artiglieria, uno del Genio e un ospedale da campo. Comandante fu il brigadiere canadese Ernest Frank Benjamin, con ufficiali anglo-ebrei all’inizio, ma successivamente sempre più i comandanti furono solo ebrei palestinesi.
Reclutata principalmente tra gli ebrei del Yishuv (la Palestina ebraica mandataria), includeva anche volontari di 54 diverse nazionalità, provenienti da tutto il mondo, ma soprattutto dall’Europa dell’Est, dove più intense erano state le infamie naziste.
Curioso, ma non troppo, che non ci fosse fra loro alcun ebreo italiano, salvo uno già residente in Palestina, gli ebrei invece furono numerosi nella Resistenza, inquadrati nelle brigate comuniste garibaldine o di Giustizia e Libertà, circa 2000 furono gli ebrei italiani in armi contro il nazismo, nessuno nella Brigata Ebraica, strumento neanche troppo nascosto del futuro Stato di Israele per il quale operò in Italia. Dalla Brigata Ebraica molti ufficiali andarono a formare l’ossatura dell’esercito israeliano delle prima guerra palestinese del 1948.
Per afferrare esattamente il peso e il ruolo della Brigata Ebraica bisogna guardare alle loro numerose organizzazioni, legali e clandestine, presenti allora nel territorio fra il fiume Giordano e il Mediterraneo.
C’era l’Agenzia Ebraica, di cui abbiamo detto, collegata al Consiglio Nazionale Ebraico, suo vero e proprio braccio esecutivo legale, che organizzò materialmente i reclutamenti, alcuni dei quali provenivano dalla clandestina Haganah, organizzazione paramilitare e spesso terrorista ebraica, operativa dal 1920, che terminò di esistere con la fondazione dell’esercito di Israele (Idf) e del Mossad, nel 1948, con la Repubblica d’Israele.
Pur non essendo radicale e totalmente dedita al terrore come l’Irgun di Menachem Begin o la Banda Stern, parecchi episodi di violenze non difensive sono stati attribuiti direttamente all’Haganah, sui cui quadri fu poi costituito tutto l’esercito del nuovo Paese che si presentava sulla scena internazionale.
La Brigata Ebraica, pur inquadrata nell’esercito inglese, operò in Italia nella più assoluta indipendenza, per un anno dopo la liberazione, nel ruolo soprattutto di punto di raccolta, smistamento e imbarco di ebrei devastati dalla guerra verso la Palestina, compito che l’Haganah svolgeva peraltro fin dal 1920.
La Brigata Ebraica, che poco combatté contro fascisti e nazisti, funzionò perfettamente come collettore della disperazione ebraica, dirigendola a rimpinguare la componente ebreo-europea della popolazione della Palestina. Ma lasciamo parlare date e numeri.
Morirono, nelle due sole operazioni di guerra in cui fu coinvolta la Brigata Ebraica, 83 soldati secondo le stime di quest’anno, che scendono però a soli 30 più si va a ritroso verso le fonti dell’epoca. Nel totale della campagna d’Italia morirono più di 45mila militari inglesi, o meglio, del Commonwealth, compresi perciò quelli di tutti i possedimenti coloniali inglesi e dominions della Corona, che pagarono il prezzo più alto fra gli alleati ‘liberatori’ d’Italia.
Per fare solo un esempio, che però spiega tutto, fra i 50mila indiani e gurkha nepalesi dell’esercito britannico, ne morirono 5782 sul suolo italiano, più del 10 per cento, un tributo di sangue molto alto, ampiamente merito loro fu lo sfondamento alleato della linea gotica e fu sicuramente il gruppo combattente più sacrificato in prima linea dell’intera campagna d’Italia.
Fin dallo sbarco a Taranto (nell’Italia liberata) nel gennaio 1945, la brigata si distinse in quello che era il compito loro precipuamente assegnato dall’Agenzia, ovvero la raccolta dei moltissimi profughi ebrei provenienti dai Balcani, il reperimento di carrette del mare simili a quelle che oggi sbarcano sulle nostre coste siciliane e l’invio delle medesime stracariche verso Tel Aviv da dove furono indirizzate o nell’esercito o nell’occupazione di terre e case sottratte ai palestinesi originari.
Come detto, il loro impegno nella guerra fu scarsissimo, con le truppe tedesche in ritirata, ma per quel mese e mezzo furono distratte dal compito loro principale, l’accumulo di nuova popolazione per lo Stato nascente.
Vi sono documenti dell’Esercito inglese che rivelano un forte fastidio per questo corpo, quasi estraneo e poco obbediente alla disciplina, dedito più all’Aliyah Bet (immigrazione clandestina, osteggiata dagli inglesi verso la Palestina mandataria) che a funzioni operative militari.
La prima carretta partì da Taranto mentre il grosso della Brigata combatteva sulla linea gotica, il 5 marzo 1945, ma altre logistiche furono sapientemente impiantate, soprattutto a Bari e nel Salento e altre carrette acquistate per poche lire, in partenza anche da porti del nord, come Vado Ligure, La Spezia, Civitavecchia, Venezia (Pellestrina).
Nel frattempo si consolidò anche quella struttura segreta che si sarebbe poi chiamata Mossad. Vi fu a Selvino un poco chiaro caso di 800 bambini ebrei rinvenuti in valle, alcune fattorie vennero impiegate come luoghi di transito mentre si organizzavano le partenze nei vari porti.
Questa logistica fu impiantata dalla Brigata Ebraica, sempre più scomoda per il comando inglese che dopo un anno di disobbedienze la sciolse definitivamente.
Per anni non se ne sentì più parlare finché non cominciarono ad apparire alle manifestazioni del 25 aprile i primi striscioni, e bandiere e bracciali biancazzurri della rediviva “brigata”, spacciata per italiana e perciò sospinta nella propaganda dal governo Renzi, e poi Gentiloni, che ebbero la bella idea di concederle la medaglia d’oro al valor militare con un’apposita legge approvata in Parlamento che consentì il decreto con cui il presidente Mattarella conferì l’onorificenza, che fu consegnata dal nostro ambasciatore in Israele Gianluigi Benedetti alla 7ª Brigata dell’Idf (esercito israeliano) come erede naturale della brigata premiata.
Nessuno controllò i precedenti della 7ª Brigata ebraica che nel 1948, il 30 ottobre, era entrata nel villaggio del nord palestinese di Saliha, dove massacrò 100 palestinesi nel corso della prima grande espulsione di palestinesi (la Nakba, 700mila espulsi) proseguendo poi nella ‘pulizia etnica’ nel resto della Galilea.
Come nessuno avrebbe potuto aspettarsi che la 7ª Brigata corazzata dell’Idf fosse impiegata dopo il 7 ottobre 2023 in operazioni poco chiare su Gaza City, la parte più densamente abitata a Nord della Striscia, per le quali l’intero apparato dirigente dell’esercito israeliano è oggi sotto inchiesta per crimini contro l’umanità nei tribunali internazionali.
Beh, di motivi ce n’erano a iosa, per contestare queste presenze provocatorie nei cortei dello scorso 25 aprile.
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Gli ebrei erano tutti volontari, raccolti dall’Agenzia Ebraica per la Palestina (precorritrice del governo del futuro Stato d’Israele) fra i molti che da inizio secolo si erano man mano spostati lì dall’Europa, dove l’antisemitismo era cresciuto fuori misura, fino agli abomini dei campi di concentramento e di sterminio del Reich, che ormai dominava gran parte del continente, dalla Francia al Volga.
In solidarietà con i correligionari, furono in totale 30mila gli ebrei del Mandamento Palestinese che si arruolarono in svariati reparti dell’esercito di sua Maestà britannica. Il nazifascismo era ovviamente percepito come il peggior nemico al mondo di tutti gli ebrei del pianeta.
Gli arabi del Reggimento Palestinese non erano volontari, furono raccolti malvolentieri dai loro maggiorenti locali per compiacere i dominatori britannici. C’erano già state le prime, intense frizioni fra l’immigrazione ebraica e le popolazioni autoctone, che comprendevano bene le mire dell’Agenzia, la quale acquisiva terreni e case, in modi non sempre ortodossi.
I palestinesi lottavano per la propria indipendenza insieme agli altri ebrei e cristiani in loco da secoli, diffidando di quell’invasione europea, sempre più numerosa.
La Brigata Ebraica (Jewish Infantry Brigade Group) nacque dal rapido disfacimento di questo più grande Reggimento Palestinese misto e fu perciò anch’essa un’unità combattente dell’esercito britannico.
Fu attiva dal settembre 1944 al 1946; quando fu sciolta dagli inglesi era di stanza fra l’Olanda e il Belgio.
Combatté in Italia solo a guerra praticamente finita, fra marzo e aprile 1945, mentre i tedeschi sbaraccavano gli ultimi presidi mantenuti al Nord, nella moribonda Repubblica di Salò di Mussolini. La brigata era composta principalmente da volontari ebrei provenienti dalla Palestina del mandamento britannico, presa alla Turchia dopo la prima guerra mondiale; la nuova Brigata Ebraica combatté poco, sotto una propria bandiera con la stella azzurra di Davide.
Ai 3800 soldati ebrei provenienti dal Reggimento Palestinese, anch’esso in precedenza impiegato con parsimonia nei teatri di guerra, in funzioni di presidio e sorveglianza e mai in combattimento, tanto che pagò qualche perdita solo nell’assedio di Bengasi, svuotatosi in seguito per diserzioni, defezioni e contrasti della componente araba, si aggiunsero altri 1200 volontari, sempre e solo questa volta ebrei, reclutati anch’essi fra quelli residenti in Palestina.
Reclutamenti fatti dal governo ombra dell’Agenzia Ebraica, decisione presa nell’ottobre 1944 dopo prolungate discussioni fra Winston Churchill e Chaim Weizmann (capo dell’Organizzazione Sionista Mondiale, che sarà in seguito il primo presidente dello Stato di Israele) con presente una rappresentanza della Jewish Agency.
La dimensione finale della Brigata Ebraica fu perciò di circa 5000 soldati. Comprendeva il 1º, 2º e 3º battaglione del precedente Palestine Regiment, un reparto di Artiglieria, uno del Genio e un ospedale da campo. Comandante fu il brigadiere canadese Ernest Frank Benjamin, con ufficiali anglo-ebrei all’inizio, ma successivamente sempre più i comandanti furono solo ebrei palestinesi.
Reclutata principalmente tra gli ebrei del Yishuv (la Palestina ebraica mandataria), includeva anche volontari di 54 diverse nazionalità, provenienti da tutto il mondo, ma soprattutto dall’Europa dell’Est, dove più intense erano state le infamie naziste.
Curioso, ma non troppo, che non ci fosse fra loro alcun ebreo italiano, salvo uno già residente in Palestina, gli ebrei invece furono numerosi nella Resistenza, inquadrati nelle brigate comuniste garibaldine o di Giustizia e Libertà, circa 2000 furono gli ebrei italiani in armi contro il nazismo, nessuno nella Brigata Ebraica, strumento neanche troppo nascosto del futuro Stato di Israele per il quale operò in Italia. Dalla Brigata Ebraica molti ufficiali andarono a formare l’ossatura dell’esercito israeliano delle prima guerra palestinese del 1948.
Per afferrare esattamente il peso e il ruolo della Brigata Ebraica bisogna guardare alle loro numerose organizzazioni, legali e clandestine, presenti allora nel territorio fra il fiume Giordano e il Mediterraneo.
C’era l’Agenzia Ebraica, di cui abbiamo detto, collegata al Consiglio Nazionale Ebraico, suo vero e proprio braccio esecutivo legale, che organizzò materialmente i reclutamenti, alcuni dei quali provenivano dalla clandestina Haganah, organizzazione paramilitare e spesso terrorista ebraica, operativa dal 1920, che terminò di esistere con la fondazione dell’esercito di Israele (Idf) e del Mossad, nel 1948, con la Repubblica d’Israele.
Pur non essendo radicale e totalmente dedita al terrore come l’Irgun di Menachem Begin o la Banda Stern, parecchi episodi di violenze non difensive sono stati attribuiti direttamente all’Haganah, sui cui quadri fu poi costituito tutto l’esercito del nuovo Paese che si presentava sulla scena internazionale.
La Brigata Ebraica, pur inquadrata nell’esercito inglese, operò in Italia nella più assoluta indipendenza, per un anno dopo la liberazione, nel ruolo soprattutto di punto di raccolta, smistamento e imbarco di ebrei devastati dalla guerra verso la Palestina, compito che l’Haganah svolgeva peraltro fin dal 1920.
La Brigata Ebraica, che poco combatté contro fascisti e nazisti, funzionò perfettamente come collettore della disperazione ebraica, dirigendola a rimpinguare la componente ebreo-europea della popolazione della Palestina. Ma lasciamo parlare date e numeri.
Morirono, nelle due sole operazioni di guerra in cui fu coinvolta la Brigata Ebraica, 83 soldati secondo le stime di quest’anno, che scendono però a soli 30 più si va a ritroso verso le fonti dell’epoca. Nel totale della campagna d’Italia morirono più di 45mila militari inglesi, o meglio, del Commonwealth, compresi perciò quelli di tutti i possedimenti coloniali inglesi e dominions della Corona, che pagarono il prezzo più alto fra gli alleati ‘liberatori’ d’Italia.
Per fare solo un esempio, che però spiega tutto, fra i 50mila indiani e gurkha nepalesi dell’esercito britannico, ne morirono 5782 sul suolo italiano, più del 10 per cento, un tributo di sangue molto alto, ampiamente merito loro fu lo sfondamento alleato della linea gotica e fu sicuramente il gruppo combattente più sacrificato in prima linea dell’intera campagna d’Italia.
Fin dallo sbarco a Taranto (nell’Italia liberata) nel gennaio 1945, la brigata si distinse in quello che era il compito loro precipuamente assegnato dall’Agenzia, ovvero la raccolta dei moltissimi profughi ebrei provenienti dai Balcani, il reperimento di carrette del mare simili a quelle che oggi sbarcano sulle nostre coste siciliane e l’invio delle medesime stracariche verso Tel Aviv da dove furono indirizzate o nell’esercito o nell’occupazione di terre e case sottratte ai palestinesi originari.
Come detto, il loro impegno nella guerra fu scarsissimo, con le truppe tedesche in ritirata, ma per quel mese e mezzo furono distratte dal compito loro principale, l’accumulo di nuova popolazione per lo Stato nascente.
Vi sono documenti dell’Esercito inglese che rivelano un forte fastidio per questo corpo, quasi estraneo e poco obbediente alla disciplina, dedito più all’Aliyah Bet (immigrazione clandestina, osteggiata dagli inglesi verso la Palestina mandataria) che a funzioni operative militari.
La prima carretta partì da Taranto mentre il grosso della Brigata combatteva sulla linea gotica, il 5 marzo 1945, ma altre logistiche furono sapientemente impiantate, soprattutto a Bari e nel Salento e altre carrette acquistate per poche lire, in partenza anche da porti del nord, come Vado Ligure, La Spezia, Civitavecchia, Venezia (Pellestrina).
Nel frattempo si consolidò anche quella struttura segreta che si sarebbe poi chiamata Mossad. Vi fu a Selvino un poco chiaro caso di 800 bambini ebrei rinvenuti in valle, alcune fattorie vennero impiegate come luoghi di transito mentre si organizzavano le partenze nei vari porti.
Questa logistica fu impiantata dalla Brigata Ebraica, sempre più scomoda per il comando inglese che dopo un anno di disobbedienze la sciolse definitivamente.
Per anni non se ne sentì più parlare finché non cominciarono ad apparire alle manifestazioni del 25 aprile i primi striscioni, e bandiere e bracciali biancazzurri della rediviva “brigata”, spacciata per italiana e perciò sospinta nella propaganda dal governo Renzi, e poi Gentiloni, che ebbero la bella idea di concederle la medaglia d’oro al valor militare con un’apposita legge approvata in Parlamento che consentì il decreto con cui il presidente Mattarella conferì l’onorificenza, che fu consegnata dal nostro ambasciatore in Israele Gianluigi Benedetti alla 7ª Brigata dell’Idf (esercito israeliano) come erede naturale della brigata premiata.
Nessuno controllò i precedenti della 7ª Brigata ebraica che nel 1948, il 30 ottobre, era entrata nel villaggio del nord palestinese di Saliha, dove massacrò 100 palestinesi nel corso della prima grande espulsione di palestinesi (la Nakba, 700mila espulsi) proseguendo poi nella ‘pulizia etnica’ nel resto della Galilea.
Come nessuno avrebbe potuto aspettarsi che la 7ª Brigata corazzata dell’Idf fosse impiegata dopo il 7 ottobre 2023 in operazioni poco chiare su Gaza City, la parte più densamente abitata a Nord della Striscia, per le quali l’intero apparato dirigente dell’esercito israeliano è oggi sotto inchiesta per crimini contro l’umanità nei tribunali internazionali.
Beh, di motivi ce n’erano a iosa, per contestare queste presenze provocatorie nei cortei dello scorso 25 aprile.
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