Ci sono libri che arrivano nel momento giusto e altri che arrivano quando sono necessari. Il nuovo lavoro di Turi Palidda, 25 anni dal G8: continuità militaresca della sicurezza e delle polizie dal 1860, appartiene decisamente alla seconda categoria.
A venticinque anni dal G8 di Genova, mentre si moltiplicano commemorazioni, iniziative pubbliche, pubblicazioni e tentativi di rilettura di quelle giornate, il sociologo siciliano sceglie una strada diversa da quella della memoria celebrativa o del semplice racconto testimoniale. Il suo obiettivo è molto più ambizioso: dimostrare che Genova non è stata un’eccezione, un incidente di percorso, un cedimento momentaneo della democrazia italiana, ma l’espressione di una lunga continuità storica che attraversa l’intera vicenda dello Stato unitario.
La tesi del libro è chiara fin dalle prime pagine: il governo della sicurezza e le polizie italiane sono state forgiate, fin dall’Unità d’Italia, da un’impronta profondamente militaresca e da una concezione dell’ordine pubblico che ha avuto come funzione principale la difesa dell’ordine sociale esistente e la repressione delle classi subalterne e dei movimenti di protesta.
È una tesi forte, destinata a suscitare discussione, ma sostenuta da una mole impressionante di riferimenti storici, documenti, dati e studi accumulati dall’autore in decenni di ricerca.
Genova come chiave di lettura del presente
Il G8 del 2001 rappresenta il punto di partenza e, allo stesso tempo, il punto di arrivo del libro.
Per Palidda le violenze della Diaz e di Bolzaneto, l’uccisione di Carlo Giuliani, i depistaggi, le false prove, la mancata collaborazione dei vertici di polizia con la magistratura e la successiva promozione di molti dei responsabili non costituiscono un’anomalia democratica. Sono invece il prodotto di una storia lunga, fatta di continuità istituzionali, culture autoritarie e pratiche repressive che hanno attraversato tutte le stagioni politiche italiane.
In questa prospettiva Genova assume un significato diverso. Non è semplicemente il luogo della più grave sospensione dei diritti democratici avvenuta in un paese occidentale dopo la Seconda guerra mondiale, secondo la definizione di Amnesty International.
È anche il momento in cui si rende visibile qualcosa che normalmente rimane nascosto: la persistenza di apparati dello Stato che continuano a concepire il conflitto sociale come una minaccia da neutralizzare e non come una dimensione fisiologica della democrazia.
Da qui deriva una delle intuizioni più importanti del volume: la continuità tra il G8 e ciò che è accaduto successivamente.
Le torture di Santa Maria Capua Vetere, le morti di Stefano Cucchi, Federico Aldrovandi, Riccardo Magherini, Giuseppe Uva, Davide Bifolco, Hasib Omerovic, le violenze documentate nelle carceri, i pestaggi nei CPR, i lacrimogeni sparati ad altezza d’uomo durante le manifestazioni, le lesioni permanenti inflitte a manifestanti come “Lince” a Bologna, non sono episodi separati. Sono tasselli di un quadro più ampio che interroga il rapporto tra democrazia, impunità e apparati coercitivi.
Una storia lunga 160 anni
L’elemento più originale del libro è però il suo respiro storico.
Palidda costruisce una vera e propria genealogia della sicurezza italiana che parte dal Risorgimento e arriva ai giorni nostri. Le repressioni delle rivolte popolari del XIX secolo, i massacri dei Fasci siciliani, la repressione del brigantaggio, il colonialismo italiano, il fascismo, la mancata epurazione degli apparati dopo il 1945, le stragi di Stato, le torture praticate durante la lotta al terrorismo, vengono letti come momenti differenti di una stessa storia.
Secondo l’autore, l’Italia repubblicana non ha mai realmente democratizzato il proprio sistema di sicurezza.
La mancata epurazione dei fascisti dagli apparati dello Stato, l’influenza statunitense nel dopoguerra, la conservazione di dispositivi normativi ereditati dal fascismo, la permanenza di una cultura gerarchica e militaresca all’interno delle forze di polizia avrebbero impedito la costruzione di un modello di sicurezza realmente democratico.
È un giudizio severo, ma che trova sostegno in una ricostruzione storica minuziosa e nella capacità dell’autore di tenere insieme processi apparentemente lontani tra loro.
Sicurezza per chi?
Uno dei contributi più interessanti del volume riguarda la critica al paradigma dominante della sicurezza.
Palidda rovescia la domanda che normalmente accompagna il dibattito pubblico. Non si chiede semplicemente come aumentare la sicurezza, ma di quale sicurezza stiamo parlando e chi viene effettivamente protetto dalle politiche securitarie.
L’autore mostra come l’ossessione per l’ordine pubblico e per la repressione della criminalità diffusa abbia progressivamente oscurato altre forme di insicurezza ben più gravi e mortali: le morti sul lavoro, le devastazioni ambientali, le contaminazioni tossiche, la povertà, il supersfruttamento, la precarizzazione delle condizioni di vita.
L’Italia, sostiene Palidda, è uno dei paesi europei più sicuri sotto il profilo della criminalità, ma al tempo stesso uno di quelli in cui le istituzioni si dimostrano meno capaci di affrontare le grandi insicurezze sociali.
La sicurezza, in questa prospettiva, diventa un dispositivo di governo delle classi popolari e delle marginalità più che uno strumento di tutela della collettività.
Immigrazione e razzializzazione della sicurezza
Particolarmente efficaci sono anche le pagine dedicate all’immigrazione.
Da anni Palidda lavora sul rapporto tra migrazioni, razzismo e pratiche di polizia e il libro riprende molte delle sue ricerche precedenti. L’autore mostra come gli immigrati e le persone marginalizzate costituiscano i principali bersagli dei controlli di polizia e denuncia l’esistenza di pratiche di profilazione razziale che contribuiscono a produrre una rappresentazione distorta del rapporto tra immigrazione e criminalità.
La costruzione del migrante come soggetto pericoloso diventa così uno degli strumenti attraverso cui il sistema di sicurezza legittima la propria espansione e la propria funzione repressiva.
È un’analisi che acquista ulteriore forza nell’attuale contesto europeo, segnato dalla crescita delle destre radicali, dalla diffusione di discorsi xenofobi e dalla trasformazione delle politiche migratorie in politiche di polizia.
Oltre la denuncia
Il libro non si limita però alla denuncia.
Nelle conclusioni Palidda propone una riflessione politica sulla necessità di ripensare radicalmente il rapporto tra sicurezza e democrazia. La sua proposta – che si colloca all’interno del dibattito internazionale sul defund the police e sulle prospettive abolizioniste – consiste nello spostamento di risorse dalle spese militari e di polizia verso la sanità, la scuola, i servizi sociali, la prevenzione, gli ispettorati del lavoro e le politiche pubbliche di tutela dei diritti sociali.
Si può condividere o meno questa prospettiva, ma il merito del libro è quello di costringere il lettore a interrogarsi su questioni troppo spesso rimosse dal dibattito pubblico.
Perché in Italia le richieste di trasparenza delle forze di polizia incontrano ancora forti resistenze?
Perché i meccanismi di accertamento delle responsabilità degli agenti continuano a mostrare enormi limiti?
Perché, a distanza di venticinque anni da Genova, il tema dell’impunità continua a essere così attuale?
Perché le politiche di sicurezza si espandono proprio mentre i dati sulla criminalità mostrano un andamento decrescente?
Un libro necessario
Il volume di Turi Palidda è, prima di tutto, un libro scomodo.
Perché rifiuta le letture consolatorie della storia repubblicana. Perché mette in discussione l’idea che la democratizzazione delle istituzioni coercitive sia un processo già compiuto. Perché mostra come la violenza di Stato non sia un residuo del passato ma una possibilità sempre presente all’interno delle democrazie contemporanee.
Soprattutto, il libro ci ricorda che Genova non appartiene al passato.
La Diaz e Bolzaneto non sono soltanto luoghi della memoria. Sono ancora oggi una chiave per comprendere il presente: la criminalizzazione del dissenso, l’espansione dei dispositivi securitari, la riduzione degli spazi democratici, l’impunità delle violenze istituzionali.
Ed è forse proprio questo il messaggio più importante che emerge dalle oltre ottanta pagine del volume: se vogliamo capire cosa è accaduto nel luglio del 2001 e perché continua a parlarci ancora oggi, dobbiamo smettere di considerare Genova un’eccezione.
Per Turi Palidda, e probabilmente anche per chi in questi venticinque anni ha continuato a interrogarsi su quelle giornate, Genova è stata piuttosto una rivelazione. Il momento in cui è diventata visibile una lunga storia italiana di repressione, continuità autoritarie e impunità che, sotto forme diverse, continua ancora a interrogare la qualità della nostra democrazia.
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