Presentazione


Analisi, opinioni, fatti e (più di rado) arte da una prospettiva di classe.

10/02/2026

La marcia sul posto dell’Unione Europea

Tempi duri, per l’Unione Europea… La “rottura” dell’asse euro-atlantico ha portato allo scoperto tutte le debolezze strategiche e concettuali della barocca costruzione continentale. Sul come andare avanti fioccano le ipotesi e gli scetticismi, a dimostrazione che l’inceppamento è molto serio e metterci riparo per niente facile.

“Andare avanti” significa – o significherebbe... – fare un salto deciso verso la “federazione”, come suggerito al solito da Mario Draghi, superando le resistenze permesse dal diritto di veto in capo ad ognuno del 27 paesi membri. Una mossa “logica” nel mondo astratto delle idee fisse, ma molto complicata da realizzare in quello reale.

Chiedere agli Stati di rinunciare per sempre a qualsiasi indipendenza su una lunga serie di questioni fondamentali, di peso “esistenziale”, è una mossa molto azzardata. Se ne sono resi conto anche molti sostenitori di questa svolta, costretti ad stilare liste dei paesi che sarebbero favorevoli su alcuni temi ma contrari su altri, ben oltre la solita stigmatizzazione di Ungheria e – a volte – Slovacchia, tacciati di “filo-putinismo” perché non vogliono rinunciare alle forniture di gas russo da cui dipende la loro sopravvivenza energetica.

Facendo i conti, per esempio, salta fuori che le importazioni di gas da Mosca, nel 2025, sono addirittura aumentate invece di diminuire per effetto degli ormai venti “pacchetti di sanzioni”: 7,2 miliardi di euro, rispetto ai 6,2 miliardi del 2024. Ma il primo acquirente non è uno dei due “reprobi” dell’est, bensì la Francia del “volenteroso” Macron, che ne ha acquistato il 41,7%, seguita da Belgio, Spagna e Olanda.

Uno scarto abissale tra dichiarazioni bellicose di rottura netta con Mosca e pratica quotidiana consigliata dal bisogno, che illumina da vicino la dimensione delle difficoltà che “l’Europa” si trova ad affrontare per la dabbenaggine della propria classe dirigente (tutta: sia l’ala politica che quella imprenditoriale).

Si può cambiare tema, ma il quadro non cambia. Persino sul riarmo, dove l’intesa sembra(va) totale, si deve ora registrare un’impasse molto seria. Si deve andare verso la costruzione di un esercito europeo (come la logica astratta vorrebbe), con armamenti tendenzialmente comuni e non differenziati, oppure verso eserciti nazionali di maggiori dimensioni e tecnologicamente avanzati?

Friedrich Merz, cancelliere tedesco e democristiano, ha spiegato già qualche mese fa che il suo obiettivo è costruire “l’esercito più forte d’Europa”, non un esercito comune più forte. E la conferma è arrivata in queste ore, con la sepoltura di fatto del progetto di “caccia del futuro” franco-tedesco, lanciato ai tempi di Angela Merkel.

Il progetto chiamato Sistema di Combattimento Aereo del Futuro (FCAS), sviluppato da Francia, Germania e Spagna, è – in questo momento secondo i soliti funzionari che parlano solo sotto anonimato – “morto, tutti lo sanno, ma nessuno vuole dirlo”.

Il problema è ovviamente di tipo industriale: il caccia pilotato è stato al centro delle aspre dispute industriali tra la francese Dassault e la “comunitaria” Airbus su chi dovesse averne la leadership, decidendo così anche su tecnologia, ripartizione del lavoro, dell’occupazione e dei profitti. Francia e Germania avevano fissato una scadenza al 17 dicembre dello scorso anno per raggiungere l’accordo, ma la data è passata senza trovare una soluzione.

A questo punto è anche venuto fuori che Berlino sta valutando per proprio conto un cambiamento radicale di progetto. Il Cancelliere tedesco Friedrich Merz sta ponendo ora maggiore attenzione sul programma rivale, il Global Combat Air Programme (GCAP) guidato da Italia, Regno Unito e Giappone.

Dall’asse franco tedesco a quello cripto-statunitense, insomma, con buona pace dell’“indipendenza europea”.

È del resto la traccia indicata dal sempre improbabile segretario della Nato, Mark Rutte, che aveva già affossato l’idea di “difesa autonoma”, spalleggiato dal generale Cavo Dragone: «Chi pensa che l’Europa possa difendersi senza gli Stati Uniti, può continuare a sognare».

Olanda, Lettonia, Lituania, Estonia, Romania, Bulgaria, Grecia sono della stessa opinione. Mentre Germania, Francia, Finlandia, Svezia e Spagna, ritengono (con le riserve tedesche appena illustrate) che ci siano i margini per provare a costruire un apparato militare-industriale adeguato in tempi non biblici. Italia, Polonia e altri invece galleggiano a metà del guado, sempre sensibili alle sirene Usa.

Del resto molti paesi sono formalmente dentro la UE, ma hanno stretto intese bilaterali con gli Usa o ne vengono direttamente finanziati (i Baltici).

Un quadro molto mosso, come si vede, da interessi materiali – finanziari, militari, energetici, ecc. – che rendono ogni forzatura verso una integrazione più decisa un rebus senza soluzioni semplici da tradurre in trattati.

Una cosa è dire “l’unione fa la forza”, tutt’altra è costruire la forza interna non contraddittoria che permetta di realizzare almeno un briciolo di maggiore unità. Da questa strettoia non si esce con gli slogan e i luoghi comuni, specie se si devono investire centinaia di miliardi ogni anno per diversi anni.

Fonte

Sulle email tra Jeffrey Epstein e Noam Chomsky

di Vijay Prashad

Ho il cuore spezzato. Da bambino ho subito una violenza sessuale orribile, di cui ho già scritto e che continua a segnarmi anche decenni dopo. Significa che non posso tollerare chiunque sfrutti i bambini piccoli in modo non solo morale ma fisico: sono profondamente disgustato da chiunque faccia del male ai bambini e rabbrividisco quando sento qualcuno che disciplina un bambino.

Due dei miei figli sono adulti, e due sono ancora bambini, e con ciascuno di loro ho sentito e provato profondo riguardo alle loro fragilità e al loro futuro. Per me, non ci sono seconde possibilità per chi viola un bambino.

Ho letto del caso Jeffrey Epstein perché mi fa molto male leggere della violenza pericolosa inflitta a bambini e giovani.

Ma ovviamente era impossibile ignorare le email tra il mio amico e collaboratore Noam Chomsky ed Epstein.

Ho letto quello che potevo, e ho visto ciò che dovevo vedere. Noam è stato un grande mentore per me, e abbiamo realizzato insieme due libri (l’ultimo, il suo ultimo). Entrambi i libri furono scritti intorno al periodo in cui corrispondeva con Epstein.

Ma nulla nelle nostre molte discussioni ha sollevato i temi di quella corrispondenza o il fatto che stesse incontrando Epstein. Noam ed io abbiamo parlato dell’imperialismo statunitense e dei suoi crimini, e poi di Cuba. L’unica altra cosa personale di cui parlavamo, oltre a queste questioni politiche, era il nostro amore per i cani e la lingua araba.

Poiché Noam non può parlare né scrivere e spiegare il suo rapporto con Epstein, la questione è delicata. Non c’è nulla da dire a suo favore.

Quando sono apparse le foto e le email, sono stato subito disgustato dalla pedofilia di Epstein, e quindi dall’amicizia di Noam con lui. A mio avviso, non c’è alcuna difesa per questo, né un contesto che possa spiegare questo scandalo.

Ho chiesto a Jeffery St. Clair, il direttore di CounterPunch, cosa avrebbe pensato il nostro amico comune Alexander Cockburn di queste rivelazioni. “Alex sarebbe stato turbato, credo”, scrisse Jeffrey, “per il fatto che Noam avesse un rapporto così stretto con un ultra-sionista e probabile agente israeliano... Un giudizio davvero sbagliato da parte di qualcuno che di solito prende decisioni così ponderate e profondamente ragionate”.

Epstein era un uomo dell’estrema destra e un sionista – un accumulatore di uomini di potere e influenza che vogliono trasformare il mondo nel loro paradiso e nel nostro inferno.

Ha presentato Noam a Ehud Barak, un uomo che aveva affrontato accuse di corruzione nei primi anni 2000 e che aveva commesso crimini di guerra durante il suo mandato come Primo Ministro israeliano.

Nel 2009, Barak condusse una terribile guerra contro i palestinesi a Gaza, uccidendo a sangue freddo circa 1500 palestinesi.

Il comitato d’inchiesta delle Nazioni Unite, presieduto da Richard Goldstone, ha rilevato nel suo rapporto che il governo israeliano – guidato da Barak – aveva commesso crimini di guerra. Quando Barak visitò il Regno Unito quell’anno, gli avvocati portarono un caso alla città di Westminster per chiedere un mandato ai sensi del Criminal Justice Act del 1988, che prevede la giurisdizione universale nei casi di crimini di guerra. Non si è concretizzato alcun mandato di questo tipo.

Perché Noam avrebbe dovuto incontrare un criminale di guerra nel 2015, sei anni dopo questi eventi? Quando ho chiesto a Noam nel 2021, per il nostro primo libro The Withdrawal, se sarebbe andato a incontrare Henry Kissinger, ha riso e ha detto di no. Eppure, prima – a mia insaputa – aveva incontrato un criminale di guerra.

Perché frequentare così liberamente una persona di tale indole? Perché dare conforto e consigli a un pedofilo per i suoi crimini?

Dal mio punto di vista, sono inorridito e scioccato.

Fonte

Giappone - Trionfa Takaichi. Strada spianata al riarmo del Sol Levante

La scommessa lanciata da Sanae Takaichi, da ottobre nominata prima presidente del Partito Liberale Democratico (PLD) e poi prima ministra del Giappone, è riuscita. Le elezioni anticipate chiamate per rafforzare la sua risicata maggioranza le hanno consegnato non solo la maggioranza assoluta della camera bassa del Sol Levante, ma i due terzi necessari per avviare modifiche costituzionali.

Con i dati in sostanza definitivi risulta che il PLD abbia conquistato 316 seggi dei 465 disponibili. Stando a quel che scrive Ultimora.net, sembra addirittura che 14 che dovevano andare al PLD “sono andati all’opposizione perché tutti i candidati nelle liste risultavano già eletti“.

L’affluenza ha raggiunto il 56%, tipica delle “democrazie” in uno stato di assoluto scollamento tra la classe dirigente e gli interessi della maggioranza della popolazione. L’opposizione può dare ancora battaglia nella Camera Alta, dove il PLD dovrà contrattare ogni voto, ma il passaggio del numero di seggi dell’alleanza centrista nata per contrastare Takaichi da 167 a 49 rappresenta un terremoto politico che non può non avere ripercussioni sull’intero corpo dei partiti coinvolti.

Takaichi ha escluso per ora un rimpasto di governo, anche se è evidente che gli equilibri interni della maggioranza si spostano nettamente a favore del suo partito. L’Ishin, altro partito della destra che fino a ora aveva garantito i voti necessari a governare, vedi il numero di seggi più o meno invariato. Cresce nettamente il Sanseito, partito di estrema destra che passa da 3 a 15 seggi.

Del resto, la stessa Takaichi ha usato una retorica, nella breve campagna elettorale, fortemente nazionalista, di attacco agli stranieri, e con il voto ha cercato un mandato più netto rispetto alle sue politiche economiche e quell riguardanti il riarmo giapponese. La prima ministra ha promesso di affrontare il nodo dell’inflazione e dell’aumento del debito, e allo stesso tempo ha affermato la propria adesione a politiche conservatrici in economia.

Ma la contraddizione che forse più delle altre mette in allarme i mercati è la promessa fatta a Donald Trump di aumentare le spese militari fino al 2% del PIL. La maggioranza appena conquistata potrebbe consentire anche la revisione costituzionale dell’articolo 9, che in teoria proibisce a Tokyo di avere delle forze armate. Il Sol Levante dispone infatti solo di “Forze di Autodifesa” (Jieitai).

Nei fatti, i paletti costituzionali sono già stati superati da tempo, e basta pensare a come vengono liberamente interpretati nell’adesione del Giappone al QUAD, il Dialogo quadrilaterale di sicurezza con USA, India e Australia. Ad ogni modo, una campagna di revisione della Costituzione sarebbe perfettamente in linea con la postura aggressiva tenuta nei confronti della Cina, in associazione con Taiwan.

Sul terreno della modifica della Costituzione potrebbe essere avanzata anche la revisione da tempo propugnata dei documenti strategici e del tipo di alleanze (anche economiche) lungo la First Island Chain, la linea di isole che rappresenta la prima linea di contenimento del Dragone secondo la strategia statunitense.

Ciò significherebbe, anche per il Giappone, la possibilità di rendere l’economia di guerra un volano economico, almeno nella propaganda governativa. Una politica di minaccia che porterebbe ad alzare la tensione lungo le coste asiatiche del Pacifico, ma che si adatta bene alla deriva bellicista dell’imperialismo occidentale e alla nuova postura trumpiana.

Fonte

Preoccupati dalle minacce alle libertà ma disponibili “sul manganello”. Due sondaggi divaricanti

Tra domenica e oggi, sui due quotidiani La Repubblica e Corriere della Sera sono stati pubblicati i risultati di due sondaggi in materia di ordine pubblico e restrizioni delle libertà democratiche.

Dalla ricerca dell’Osservatorio monitoring democracy dell’Università Bocconi realizzato insieme a Swg, – svolta tra gennaio e ottobre 2025 e sintetizzata oggi dal Corriere della Sera – la tendenza alla “tolleranza zero” contro le manifestazioni ha visto crescere i suoi consensi. E questo nonostante che si fosse trattato di manifestazioni per la Palestina, determinate ma sostanzialmente pacifiche.

Erano ancora al di là da venire sia le immagini da Minneapolis o gli scontri a Torino e Milano, sui quali il governo ha costruito la sua campagna di “paura” e l’ennesimo decreto sicurezza, eppure molti sembrano apprezzare le immagini delle brutalità poliziesche che abbiamo visto in Germania o Gran Bretagna, con i ragazzini con la bandiera palestinese inseguiti e fermati da poliziotti nerboruti.

Ovviamente la crescita più marcata di questi consensi al “manganellamento” dei manifestanti appare più consistente tra gli elettori di destra, con circa il 50% di quelli di FdI e Lega, e quasi il 40% di quelli di Forza Italia, che si dicono d’accordo a giustificare l’uso della forza da parte della polizia in piazza, e non solo di fronte ad atti violenti, ma anche di fronte ad atti che violenti non lo sono, ma rilevano violazioni della legge (es: blocchi stradali o flash mob).

Insomma l’uso della violenza da parte della polizia è un tema con cui il governo sembra parlare soprattutto alla pancia del proprio elettorato.

Eppure, su questo qualche sorpresa arriva anche dagli elettori di centro-sinistra. Solo il 24% degli elettori del Pd e il 30% degli astenuti rigettano apertamente e in “qualunque circostanza” l’uso della violenza poliziesca. Al contrario, il 52% degli elettori del M5S esprime consenso per forme repressive circoscritte ai soli episodi in cui i manifestanti compiono azioni violente. Più schierati gli elettori di Avs tra i quali nessuno si dice disponibile ad accettare interventi di forza della polizia in qualsiasi circostanza.

Diversi appaiono invece i risultati della ricerca condotta da LaPolis-Università di Urbino (in collaborazione con Demos e Avviso Pubblico e sintetizzata domenica su La Repubblica) prima degli scontri di Torino e Milano, dunque non influenzata da questi eventi.

Secondo questo sondaggio i due terzi degli italiani intervistati si sentono preoccupati e/o minacciati per quanto riguarda la “libertà di manifestare” e “protestare”. Temono per “la libertà di pensiero e di parola”.

Curiosamente questa preoccupazione appare trasversale. Commenta il sociologo Ilvo Diamanti che “il grado di preoccupazione, infatti, raggiunge i livelli più elevati – oltre l’80% – fra coloro che si collocano a sinistra, ma superano ampiamente il 70% anche nella base di centro-sinistra”. Scendono, invece, in modo significativo, fra le persone che si dicono di centro, pur mantenendosi, comunque, ben oltre la metà. Mentre calano nella base di centro-destra e di destra. Dove, comunque (quelli preoccupati per le libertà, ndr) si mantengono intorno al 50%.

La preoccupazione per le minacce alla libertà di parola sale però ben al 73% e al 62% nel caso della libertà di manifestazione tra gli intervistati che non si collocano né a destra né a sinistra.

Secondo Diamanti la preoccupazione che attraversa l’Italia è, quindi, ampiamente condizionata da ragioni “politiche”. “Dettate, soprattutto, dalla posizione rispetto al governo di centro-destra. E ai soggetti che ne fanno parte. Tuttavia, il senso di incertezza degli italiani appare trasversale”.

Dalla ricerca Bocconi-Swg risulta che circa il 63% dei cittadini intervistati non ha mai partecipato ad una manifestazione in vita sua e non intende farlo in futuro, mentre appena il 2,5% partecipa abitualmente a manifestazioni politiche.

Dunque, da un lato Assistiamo a quella morbosità per cui chi non fa le cose chiede che a chi le fa le suonino di santa ragione se rompono la routine quotidiana di chi resta alla finestra. Sembra quasi di sentire nelle orecchie le note di una vecchia canzone di Claudio Lolli.

Dall’altro cresce nell’opinione pubblica la percezione che una serie di libertà democratiche acquisite nei decenni oggi sono a rischio, una percezione che però quando deve declinarsi in politica sembra procedere molto a casaccio, e magari finire nelle mani proprio di chi quelle libertà vuole sopprimerle.

Fonte

Portogallo: la presidenza ai socialisti, ma l’estrema destra cresce

Al ballottaggio delle elezioni presidenziali di ieri il candidato del Partito Socialista, Antonio José Seguro ha doppiato il suo sfidante di estrema destra, André Ventura, ottenendo il 66,8% dei voti contro il 33,2 portato a casa dal leader di “Chega” (Basta).

La vittoria di Seguro segna il ritorno di un esponente socialista alla presidenza dopo vent’anni e chiude il decennio di Marcelo Rebelo de Sousa, presidente uscente di centrodestra che non poteva ricandidarsi per un terzo mandato.

La vittoria di Seguro è il frutto della mobilitazione dell’elettorato progressista – anche il Partito Comunista e il Blocco di Sinistra hanno invitato al voto utile contro Ventura – ma anche della scelta di una parte dei dirigenti e degli elettori dei partiti di centrodestra di preferire il candidato socialista a quello della destra razzista e nostalgica.

In ogni caso, la soglia raggiunta da Ventura evidenzia che Chega ha consolidato un importante consenso rispetto alle elezioni parlamentari dell’anno scorso, in cui si era già affermato come seconda forza in parlamento. Al secondo turno di ieri l’estrema destra ha infatti ottenuto 250 mila voti in più rispetto al milione e 438.554 conquistati alle legislative del maggio scorso. Nonostante la sconfitta Ventura può vantare ora di aver conquistato un largo consenso che supera quello ottenuto dal maggiore partito di centrodestra, il Partito Sociale Democratico, che guida il paese con un governo di minoranza. Al primo turno, inoltre, il candidato del PSD Luis Manuel Marques Mende è arrivato solo in quinta posizione.

La tornata elettorale si è svolta in un clima non semplice a causa delle condizioni meteorologiche avverse e di gravi alluvioni che nelle ultime due settimane hanno provocato 14 vittime ed hanno ostacolato le operazioni di voto. Questo ha inciso indubbiamente sull’affluenza, che si è fermata al 50,1%.

Anche se il ruolo di presidente in Portogallo è in larga misura di tipo cerimoniale, la Costituzione gli assegna poteri chiave come la facoltà di sciogliere il Parlamento, indire elezioni anticipate e un potere di veto sulle leggi votate dal parlamento. La scelta di Seguro anche da parte di porzioni consistenti del centrodestra risponde alla necessità di stabilità e di avere a disposizione un potenziale arbitro nelle future dinamiche politiche, soprattutto in presenza di governi di minoranza.

Seguro appartiene alla corrente moderata del Partito Socialista. Sul piano europeo si posiziona come alfiere di un europeismo “pragmatico”, favorevole alla cooperazione tra Paesi UE e sostenitore dell’Alleanza atlantica, anche se con critiche alle posizioni di Donald Trump. Seguro sostiene gli aiuti economici e militari a Kiev e non ha espresso critiche particolarmente radicali a Israele.

Il primo ministro portoghese Luìs Montenegro – leader del Partito Sociale Democratico di centrodestra – ha sottolineato lo spirito di “convergenza” con il nuovo Presidente della Repubblica e ha promesso “piena cooperazione” per servire il Paese “in modo costruttivo e positivo”.

Fonte

Lo sciopero dei portuali colpisce diversi scali europei

Le prime conseguenze dello sciopero internazionale dei portuali del 6 febbraio 2026 si misurano già in mare. La portacontainer Zim Virginia è rimasta ferma al largo delle coste di Livorno senza poter attraccare a causa dell’adesione allo sciopero dei lavoratori portuali aderenti all’Unione Sindacale di Base. Situazione analoga per la Zim New Zealand, attesa in mattinata nel porto di Genova, e per la Zim Australia, che avrebbe dovuto scalare Venezia nella giornata odierna e Ravenna il giorno successivo. Anche la Msc Eagle III, diretta in Israele, ha rinviato l’arrivo previsto ieri a Ravenna e oggi a Venezia, modificando la propria rotazione.

Si tratta degli effetti immediati dello sciopero internazionale coordinato che ha coinvolto i portuali di numerosi Paesi contro il traffico di armamenti, la privatizzazione delle banchine e la progressiva militarizzazione degli scali civili. La mobilitazione, inizialmente annunciata in 21 porti del Mediterraneo e del Nord Europa, si è estesa ad altri scali e ha ricevuto manifestazioni di solidarietà anche fuori del continente europeo, secondo quanto emerge dalle comunicazioni sindacali e dalle analisi di settore diffuse nella giornata del 6 febbraio.

In Italia lo sciopero di 24 ore ha interessato l’intera filiera portuale. A Genova il blocco si è concentrato nell’area del varco di San Benigno, punto di accesso cruciale per i terminal container e ro-ro. Il porto ligure ha registrato una paralisi che ha inciso sulla continuità dei flussi ferroviari e stradali verso il Nord Italia e i mercati del Nord Europa. La presenza in rada di navi costrette a rinviare l’attracco ha aggravato una situazione già complessa per la concomitanza di cantieri infrastrutturali e per l’elevata saturazione dei piazzali nei porti limitrofi del sistema ligure, come La Spezia e Vado Gateway.

Alla Spezia l’elevata densità dei piazzali, stimata intorno al 78%, ha ridotto ulteriormente i margini di gestione dei traffici residui, rendendo difficoltoso il riassorbimento dei ritardi accumulati durante il fermo. Anche Vado Gateway di Savona, già interessato da agitazioni nei mesi precedenti, ha risentito dell’interruzione delle operazioni, con effetti sui servizi di trasbordo e sulle coincidenze feeder.

Sul versante adriatico, Trieste ha visto la protesta concentrarsi presso la sede dell’Autorità di Sistema Portuale. Il fermo delle attività ha avuto un impatto diretto sui corridoi ferroviari verso Austria e Germania, già rallentati da condizioni meteorologiche avverse. I ritardi maturati nello scalo giuliano si sono riflessi sull’intera catena intermodale dell’Adriatico orientale, penalizzando in particolare i traffici industriali diretti verso l’Europa centrale.

A Venezia e Ravenna lo sciopero ha prodotto effetti visibili soprattutto nella riprogrammazione degli arrivi navali. Il rinvio delle toccate da parte di unità come la Msc Eagle III e la Zim Australia ha generato un disallineamento delle finestre operative, con ripercussioni sulle banchine dedicate alle merci varie e sui traffici industriali. A Ravenna il fermo ha inciso anche sulla logistica di fertilizzanti e cereali, comparti sensibili ai ritardi per la rigidità delle catene di approvvigionamento.

Sul Tirreno, Livorno ha registrato uno dei casi più evidenti di nave bloccata in rada, con la Zim Virginia impossibilitata ad attraccare. Lo scalo toscano, specializzato nella movimentazione automotive e forestale, ha subito un rallentamento delle operazioni che ha coinvolto direttamente le catene di distribuzione dei veicoli finiti e dei prodotti destinati all’export. A Civitavecchia, invece, l’adesione allo sciopero ha creato criticità nei collegamenti ro-pax con la Sardegna, con ritardi nelle operazioni di imbarco e congestione nelle aree esterne al porto.

Nel Mezzogiorno lo sciopero ha colpito anche Gioia Tauro. In un porto caratterizzato da tempi di rotazione molto serrati, l’interruzione delle operazioni di scarico e ricarico per 24 ore ha generato un accumulo di navi in attesa che richiederà diversi giorni per essere smaltito. Mobilitazioni e rallentamenti si sono registrati anche a Salerno, Bari, Cagliari e Palermo, con effetti sulle filiere agroalimentari, sui traffici verso i Balcani e sulla movimentazione delle merci varie.

La dimensione internazionale della protesta ha ampliato l’impatto logistico oltre i confini nazionali. In Grecia il porto del Pireo è rimasto sostanzialmente fermo per l’intera giornata, bloccando uno dei principali terminal container europei in una fase già segnata da congestione e saturazione dei piazzali. Nei Paesi Baschi spagnoli le azioni nei porti di Bilbao e Pasaia hanno interrotto flussi verso il Nord Atlantico, mentre in Turchia i rallentamenti a Mersin e Antalya hanno inciso sulle esportazioni agricole e tessili. Anche scali come Tanger Med, Amburgo e Brema hanno risentito della giornata di mobilitazione, inserendosi in un quadro già critico per il maltempo invernale e per i picchi stagionali di traffico.

Fonte

Israele annette la Cisgiordania

Il governo israeliano accelera la trasformazione giuridica e amministrativa della Cisgiordania occupata con una serie di decisioni approvate dal gabinetto di sicurezza che intervengono direttamente sulla proprietà della terra, sui registri fondiari e sull’applicazione delle leggi nei territori palestinesi. Tra le misure più rilevanti c’è la cancellazione di una legge di epoca giordana che vietava la vendita di terreni a ebrei nella Cisgiordania occupata. La decisione apre alla possibilità di acquisti diretti di proprietà e si accompagna alla riattivazione di un comitato statale per le acquisizioni fondiarie e alla desecretazione dei registri della proprietà, finora non pubblici. Qualsiasi cittadino israeliano potrà accedere ai registri e recuperare nomi e dati dei proprietari palestinesi delle case che si vorrebbero possedere. Per convincerli a “vendere” qualsiasi metodo sarà ammesso: pressioni, minacce, coercizione.

Il pacchetto è stato promosso da ministri dell’attuale governo con l’obiettivo dichiarato di rimuovere ostacoli burocratici e favorire lo sviluppo delle colonie. Le modifiche prevedono anche il trasferimento di competenze edilizie e di pianificazione dalle autorità palestinesi all’amministrazione civile israeliana in aree sensibili come Hebron, compresi i siti religiosi attorno alla moschea di Ibrahim, modificando gli equilibri amministrativi stabiliti dagli Accordi di Oslo, che verrebbero nei fatti cancellati dalle nuove leggi di Tel Aviv, illegali per il diritto internazionale.

Infatti le norme non riguardano solo le aree palestinesi controllate dall’esercito occupante: il governo intende ampliare l’applicazione delle leggi e delle attività anche in aree della Cisgiordania formalmente amministrate dall’Autorità nazionale palestinese. Le nuove disposizioni permettono interventi più ampi delle autorità israeliane su questioni legate a costruzioni considerate illegali, gestione del territorio, ambiente e patrimonio archeologico, rafforzando la presenza amministrativa israeliana oltre le zone tradizionalmente sotto pieno controllo militare.

Le decisioni rappresentano per la vita dei palestinesi un cambiamento strutturale che amplia il raggio d’azione del governo israeliano nei territori occupati e modifica gli equilibri giuridici stabiliti dagli accordi precedenti, introducendo nuovi strumenti legali e burocratici destinati a incidere sulla gestione della terra e sulle competenze delle istituzioni palestinesi. L’obiettivo di Tel Aviv è anche quello di sfruttare la Cisgiordania per sviluppare un mercato immobiliare simile a quello progettato dal presidente Trump per Gaza. Da un lato si lavora per la pulizia etnica dei palestinesi, demolendo le loro case, lasciando via libera alle azioni violente dei coloni, sfollando la popolazione dei campi profughi e impedendone il ritorno, utilizzando i checkpoint per rendere impossibile la vita e gli spostamenti. Dall’altro si offrono leggi e incentivi ai coloni israeliani affinché sostituiscano etnicamente la popolazione, allargando l’occupazione e il controllo.

È l’annessione di fatto della Cisgiordania, il tentativo di distruggere una volta per tutte il diritto alla nascita di uno Stato Palestinese, come ha anche oggi dichiarato il promotore delle riforme, il ministro Bezalel Smotrich.

L’autorità nazionale palestinese ha denunciato l’iniziativa israeliana, chiedendo agli Stati Uniti di intervenire per fermare il processo di annessione, come avevano promesso di fare. Ma l’approvazione del Consiglio di sicurezza giunge solo tre giorni prima della visita del premier Netanyahu a Washington, segno che Tel Aviv non teme eventuali reazioni dell’alleato. E anche che, nonostante i proclami, la “smilitarizzazione” di Gaza e il “disarmo” di Hamas non sono in cima alla lista delle priorità. Anzi, è probabile che si tratti di passaggi da evitare, anche attraverso azioni come quella del Consiglio di sicurezza, che allontanano la possibilità di una consegna pacifica delle armi da parte dell’organizzazione palestinese.

Fonte