Presentazione


Analisi, opinioni, fatti e (più di rado) arte da una prospettiva di classe.

14/02/2026

L’era del disordine

Negata per oltre un anno, per non indebolire il “sostegno all’Ucraina” e la credibilità “deterrente” dell’alleanza euro-atlantica, la crisi tra le due sponde dell’oceano ha finalmente ricevuto la sua certificazione più autorevole.

Alla Conferenza sulla Sicurezza di Monaco – nome da brividi, per chi conosce la Storia – il cancelliere tedesco Friedrich Merz ha steso una lapide sull’ordine internazionale creato a partire dal 1989, dopo la “caduta del Muro” e lo scioglimento dell’Unione Sovietica.

“L’ordine internazionale basato su diritti e regole... non esiste più come una volta”, ha sentenziato Merz, riconoscendo addirittura che “La pretesa di leadership degli Stati Uniti è messa in discussione, forse già perduta” e che “Nell’era delle grandi potenze, la nostra libertà non è più semplicemente garantita. È minacciata”.

Al punto che viene fatto cadere l’ultimo tabù dell’epoca ormai conclusa: l’arsenale nucleare tedesco. “Ho parlato con Emmanuel Macron di una deterrenza nucleare europea”, ha detto Merz, suggerendo che la Germania sta apertamente lavorando ad alternative vista l’incertezza sulla protezione a lungo termine degli Stati Uniti.

La soluzione indicata per il momento, visto il rischio concreto di far esplodere contemporaneamente anche tutte le contraddizioni interne all’Unione Europea e nello stesso rapporto con gli Usa, viene indicata in una “Nato 3.0”, che prosegue la collaborazione euro-atlantica ma con una UE “patriottica”, più autonoma, che spende molto di più in armamenti.

Il tono generale del discorso di Merz, infatti, ha illuminato in modo particolare la “centralità tedesca” in questa “Europa” militarmente più “attiva”, confermando appieno la volontà di costruire rapidamente “l’esercito più potente d’Europa”. Che è l’esatto opposto di un “potente esercito europeo” e fa venire un brivido lungo la schiena a tutti i partner, specie nella prospettiva che – ad ammodernamento militare completato – quel potenziale distruttivo potrebbe essere nelle mani dei neonazisti dell’AfD, ancora in crescita nei sondaggi (al 26%) alla vigilia di ben sei elezioni regionali.

Mettendo in fila le dichiarazioni del Cancelliere – in picchiata nel consenso popolare interno – si possono vedere con estrema chiarezza tutti i punti di rottura del nuovo quadro strategico occidentale.

Conferma, come detto, dell’alleanza atlantica, ma con differenze profonde rispetto a Washington – soprattutto nell’attuale “versione Maga”, ma non solo – sia sul piano strettamente militare che, a maggior ragione, su quello economico. “Un profondo divario si è aperto tra Europa e Stati Uniti”, ha detto Merz. “Le guerre culturali degli USA non sono le nostre. E non crediamo nelle tariffe e nel protezionismo, ma nel libero scambio”.

La differenza di interessi è diventata enorme, specie da quando la dipendenza energetica nei confronti degli Usa è diventata un nodo scorsoio intorno al collo dell’economia continentale, notoriamente a “trazione germanica”.

La Germania vorrebbe uscirne, e lo dice, autonomizzandosi strategicamente ma senza esacerbare troppo le relazioni con gli Usa, mantenendo altissima la tensione con Mosca (“Questa guerra finirà solo quando la Russia sarà almeno economicamente, potenzialmente militarmente, esausta”), aumentando i contenziosi con la Cina (dove il cancelliere sta per andare in visita, oltretutto) che sta trovando nell’Europa una valida alternativa al mercato Usa.

Troppi nemici. E troppo potenti. E tutti nello stesso momento. Dunque è necessario, in quel disegno, aumentare il livello dell’“unità europea”. Ma anche qui l’atteggiamento tedesco attuale sta creando più problemi che soluzioni.

Sono passati pochi giorni dalla rottura dell’accordo con Francia e Spagna per realizzare il Sistema di Combattimento Aereo del Futuro (fra l’altro aderendo al progetto concorrente di Londra e Tokyo) e molti paesi dell’Est stanno rilevando problemi serissimi nei controlli alle frontiere interne di Shengen.

La ragione primaria è tutta interna alla politica tedesca (Merz cerca di contrastare l’avanzata dei neonazisti adottando i loro cavalli di battaglia, come la stretta ai flussi migratori; il che fa prevedere un loro più facile progresso, visto che il “senso comune” della popolazione ne viene stravolto).

Ma la sindrome del “controllo” è già così esasperata che a farne le spese – paradossalmente – sono gli immigrati ucraini (contraddicendo l’asserito “appoggio a Kiev”), a partire da quei soldati fatti prigionieri in guerra.

Le autorità ucraine avevano consegnato la lista degli ex prigionieri all’agenzia per l’applicazione della legge Europol, ma solo a scopo informativo. I loro nomi sono successivamente finiti nel Sistema d’informazione Schengen dell’UE – un database che collega le autorità di controllo frontaliero e di polizia in tutto il blocco – e quando hanno provato a ricongiungersi con le famiglie (spesso emigrate per sfuggire alla guerra) si sono visti respingere alla frontiera con la Germania.

Piccoli e grandi segnali di un caos crescente, perché le preoccupazioni “nazionalistiche” sono ovviamente in totale contraddizione con la pretesa di “patriottismo comunitario” che pure Merz e i suoi propugnano.

Per ora siamo alle dichiarazioni, certo. Così come sono state soltanto parole quelle spese nel “vertice informale” dei capi di stato o di governo, due giorni fa. Ma indicano percorsi che devono essere resi concreti.

E se fin dalle parole emergono problemi di logica, dunque di validità delle indicazioni strategiche, non ci si può aspettare altro che una moltiplicazione dei problemi.

E questo senza neanche mettere in conto l’auspicabile aumento della conflittualità sociale una volta che la spesa pubblica dell’intero continente vedrà aumentare esponenzialmente la quota destinata agli armamenti – e all’arsenale nucleare! – riducendo, per forza di cose, quella destinata a una spesa sociale che dovrà provare a contenere gli effetti di salari congelati e disoccupazione crescente (l’intelligenza artificiale ormai minaccia persino la finanza!)

Grande è il disordine sotto il cielo...

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Palestine Action vince anche in tribunale: “non è una organizzazione terrorista”

La rete di attivisti britannica Palestine Action ha vinto in primo grado il ricorso all’Alta Corte di Londra contro la messa al bando per “terrorismo” dell’organizzazione di solidarietà con la Palestina voluta dal governo Starner.

Palestine Action è nota per alcune azioni dimostrative e di disobbedienza civile contro le sedi in Gran Bretagna dell’industria di armamenti israeliana Elbit e una base aerea della RAF. Gli attivisti non sono mai stati condannati per attentati di sorta contro le persone. Già alcune settimane fa, un altro processo specifico contro sei attivisti per i danni inferti alla Elbit ad agosto del 2021 si era concluso con l’assoluzione di quelli che erano stati definiti i “Filton Six”.

Si tratta di un sonoro e ulteriore schiaffo per gli apparati sionisti in Gran Bretagna e per l’esecutivo del premier laburista Keir Starmer che ha ripetutamente provato a criminalizzare i movimenti di solidarietà con la Palestina.

“Il governo britannico ha basato la sua richiesta di dichiarare Palestine Action un’organizzazione terroristica principalmente sul processo ai cosiddetti Filton Six, sostenendo che essi avevano dimostrato la natura violenta del gruppo” – sostiene in un dettagliato articolo Johnatan Cook“ma la giuria ha dichiarato tutti e sei non colpevoli di nessuna delle accuse”.

Un altro tribunale britannico ha dato, dunque, ragione agli attivisti Palestine Action, che in questo secondo processo chiedevano venisse revocata la sua designazione da parte del governo come organizzazione terroristica. Il governo ha già fatto sapere che farà ricorso contro la sentenza.

Secondo la legge antiterrorismo britannica, chi viene ritenuto aderente ad organizzazioni definite come “terroristiche” o le sostiene pubblicamente è punibile con pene fino a 14 anni di carcere.

Nei mesi scorsi questo ha portato all’arresto di circa 2mila persone che hanno partecipato pacificamente a manifestazioni a sostegno di Palestine Action, tra questi molte personalità pubbliche – tra cui Greta Thunberg – sacerdoti e centinaia di attivisti e sostenitori di tutte le età.

La messa fuorilegge di Palestine Action era stata denunciata come illegale da Amnesty International e criticato dal Consiglio d’Europa.

L’inserimento di Palestine Action nell’elenco delle organizzazioni terroristiche era stato deciso dopo che tre attivisti avevano fatto irruzione in una base della RAF in Inghilterra nel luglio del 2025 e avevano danneggiato alcuni aerei militari accusando il governo britannico di complicità militare con il genocidio dei palestinesi da parte di Israele.

Alcuni degli attivisti di Palestine Action detenuti in carcere, nei mesi scorsi hanno dato vita ad un lungo sciopero della fame di protesta, interrotto solo dopo la sospensione di un accordo di collaborazione militare tra Gran Bretagna e la israeliana Elbit.

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Il caso Epstein e il coinvolgimento di Israele. Ipotesi iniziali

Il caso Epstein continua a produrre una doppia vertigine. Da un lato, l’elenco delle relazioni, che attraversa politica, finanza, diplomazia, accademia, monarchie. Dall’altro, la persistenza dell’impunità, che appare non solo come lentezza giudiziaria, ma che ci pone davanti alle strutture perverse del potere, a un problema di genere e di sfruttamento.

Qui voglio concentrarmi sulla parte più squisitamente politica. La contesa sull’accesso ai file integrali e la discussione sui criteri di oscuramento delle carte rese pubbliche. Questo movimento ha rimesso al centro un’ipotesi già circolante da anni che entra nei rapporti tra Jeffrey Epstein, Ghislaine Maxwell e ambienti di intelligence, con un riferimento ricorrente ai servizi israeliani.

Il punto di origine. L’anomalia giudiziaria della Florida

Il primo nucleo giudiziario del caso esplode tra il 2005 e il 2006 a Palm Beach, in Florida. La polizia locale avvia un’indagine dopo la denuncia dei genitori di una quattordicenne. L’inchiesta porta alla raccolta di decine di testimonianze di ragazze minorenni. I verbali descrivono uno schema stereotipato fisso: reclutamento tramite coetanee, promesse di denaro, massaggi trasformati in atti sessuali e pagamenti in contanti.

Secondo i documenti investigativi citati dalla stampa statunitense degli anni successivi, la polizia di Palm Beach aveva identificato oltre trenta minori coinvolte. Il dossier venne trasmesso all’ufficio del procuratore federale con l’ipotesi di capi d’accusa per traffico sessuale di minori, reati che avrebbero comportato pene detentive molto lunghe e severe.

Nel 2008, però, la procedura si conclude con un accordo extragiudiziale. Epstein si dichiara colpevole davanti alla corte statale della Florida per reati minori legati alla prostituzione e al favoreggiamento. L’accordo esclude le accuse federali più gravi e concede immunità a potenziali co‑cospiratori.

La pena concordata consiste in diciotto mesi di detenzione in una struttura della contea, con regime di lavoro esterno per gran parte della giornata. Durante la detenzione, Epstein continua a frequentare il proprio ufficio e a ricevere visite. Questa soluzione giudiziaria, già allora, appare sproporzionata rispetto al numero delle vittime e alla natura dei reati descritti negli atti di polizia. Non esistono casi di patteggiamenti così favorevoli per quel genere di reati.

Tra le sopravvissute più note compare Virginia Giuffre, che negli anni successivi accuserà Epstein e altri uomini potenti di abusi e traffico sessuale. La sua testimonianza diventerà centrale in procedimenti civili negli Stati Uniti e nel Regno Unito, compresa la causa contro il principe Andrea. Nel luglio 2019, a New York, Epstein viene arrestato con accuse federali di traffico sessuale di minori e cospirazione. L’atto di accusa descrive un sistema organizzato tra Manhattan e la Florida, con ragazze minorenni reclutate e trasportate per incontri sessuali a pagamento.

Il 10 agosto 2019 Epstein viene trovato morto nella cella del Metropolitan Correctional Center di New York, in circostanze classificate come suicidio (qui ovviamente le ipotesi sono infinite e i dubbi anche) dalle autorità. La morte interrompe il processo penale, lasciando aperte numerose azioni civili.

Nel 2021, a New York, Ghislaine Maxwell viene condannata da una corte federale per traffico sessuale di minori e cospirazione. La giuria la riconosce colpevole per il ruolo di reclutamento e gestione delle vittime negli anni Novanta e nei primi Duemila. Nel 2022 riceve una condanna a vent’anni di carcere federale.

Nei materiali citati dalla stampa italiana compare anche un episodio spesso richiamato nella pubblicistica anglosassone. L’ex procuratore Alex Acosta avrebbe riferito di aver ricevuto indicazioni informali legate a circuiti di intelligence. Nei documenti discussi nel febbraio 2026, questa linea si intreccia con un rapporto dell’FBI del 2020 che riferirebbe la convinzione di una fonte confidenziale circa legami tra Epstein e l’intelligence israeliana.

Il padre di Ghislaine 

Robert Maxwell, nato Ján Ludvík Hyman Binyamin Hoch nel 1923, incarna la figura del demiurgo capace di integrare l’accumulazione di capitali con il servizio verso lo Stato di Israele. La sua biografia testimonia una transizione dal valore d’uso al valore di scambio delle informazioni strategiche.

Maxwell fuggì dall’occupazione nazista nella nativa Cecoslovacchia. Egli ottenne la Military Cross per prestazione d’opera bellica presso l’esercito britannico. Raggiunse il grado di capitano.

Il patriarca Maxwell stabilì il precedente per l’assetto operativo della rete epsteiniana. Maxwell operò quale mediatore cruciale durante la guerra arabo-israeliana del 1948. Egli coordinò i contatti con i vertici comunisti cecoslovacchi. Tale intervento facilitò il trasferimento di componenti aeronautiche e armamenti alle forze israeliane.

L’assistenza militare cecoslovacca risultò determinante. Essa garantì il conseguimento della supremazia aerea. Tale atto costituì il fondamento del suo credito politico presso l’establishment di Tel Aviv.

Maxwell estese le proprie prerogative operative al dominio della sorveglianza digitale primitiva. Egli facilitò la diffusione del software PROMIS. Lo strumento conteneva una porta d’accesso occulta destinata all’intelligence israeliana. Maxwell cedette la versione alterata a istituzioni quali i Sandia National Laboratories negli Stati Uniti. Tale operazione permise a una potenza straniera di monitorare dati sensibili relativi alla sicurezza nazionale.

Egli impiegò figure quali il senatore John Tower per agevolare tali transazioni commerciali. La missione di Maxwell definì l’uso di veicoli commerciali come piattaforme per la raccolta di informazioni strategiche.

La morte di Maxwell assunse i connotati di un evento di Stato. Essa avvenne nel 1991 nelle acque delle Canarie, in circostanze che alimentarono esegesi speculative. La cerimonia funebre sul Monte degli Ulivi a Gerusalemme vide la partecipazione dei vertici politici israeliani. Parteciparono sei ufficiali dei servizi segreti. Yitzhak Shamir dichiarò: “Ha fatto per Israele più di quanto si possa dire oggi”. (Shamir, Elogio funebre, 1991).

Ghislaine Maxwell ereditò questo capitale sociale immenso. Ella giunse a New York quale depositaria di un’eredità di intelligence collegata al Deep State. 

L’organizzazione di Epstein e i Maxwell

L’ingresso di Jeffrey Epstein nell’orbita dei Maxwell segnò la sintesi tra i metodi clandestini e la finanza globale. Leslie Wexner fornì il motore economico primario. Egli concesse a Epstein la procura generale sui propri beni.

Epstein divenne figura centrale nel Mega Group. Tale collettivo di miliardari si dedicava alla difesa degli interessi strategici israeliani negli Stati Uniti. Il gruppo operava quale veicolo per operazioni di influenza. Esso mirava ad allineare la politica estera di Washington alle necessità di Tel Aviv.

L’operazione Epstein-Maxwell mirava alla raccolta metodica di materiale compromettente. La documentazione delle trasgressioni creava un debito di segretezza. Tale leva condizionava le decisioni politiche. L’accordo di non perseguibilità del 2008 costituisce l’esemplificazione del privilegio.

Come abbiamo visto, Alex Acosta riferì di aver ricevuto istruzioni di desistere. Egli affermò che Epstein apparteneva all’intelligence. La protezione garantita suggerisce un’immunità tipica degli asset la cui esposizione minaccerebbe la stabilità di interessi statali superiori.

L’asse Ehud Barak, tra cybersecurity e diplomazia ombra

Ehud Barak rappresenta la massima espressione dell’apparato militare e politico israeliano inserita nel network epsteiniano. Egli conseguì i gradi apicali dell’esercito. Ricoprì la carica di Capo di Stato Maggiore delle Forze di Difesa Israeliane. Barak ascese alla guida del governo quale Primo Ministro tra il 1999 e il 2001. Successivamente esercitò le funzioni di Ministro della Difesa fino al 2013.

La relazione tra Barak e Jeffrey Epstein superò il limite della frequentazione sociale. Epstein fungeva da consulente finanziario di fiducia. Egli operava quale intermediario per l’accesso a network finanziari esclusivi.

La corrispondenza rivela brani di diplomazia sotterranea. Epstein coordinava incontri con leader mondiali. Egli agiva come un sounding board per le ambizioni economiche di Barak dopo il termine del mandato politico. Barak sollecitava il parere di Epstein per transazioni relative alla società Apollo Global Management. Egli riceveva sostegno per l’istituzione di attività di consulenza globali.

Il nesso operativo tra i due si consolidò nel dominio della cybersecurity. Essi collaborarono nella startup Reporty Homeland Security, ora denominata Carbyne. Tale impresa sviluppa tecnologie avanzate per la gestione delle chiamate di emergenza e l’identificazione dei soggetti. Epstein finanziò gran parte dell’investimento milionario formalmente intestato a Barak. Tale assetto ha garantito a Israele il controllo su infrastrutture civili estere.

La collaborazione suggerisce una convergenza tra l’intelligence di Stato e l’impresa privata nel controllo dei flussi informativi. Un documento investigativo dell’FBI del 2020 introduce elementi di estrema gravità. Una fonte umana riservata espresse la convinzione che Epstein fosse un agente cooptato dall’intelligence israeliana.

Il rapporto menziona un addestramento specifico ricevuto da Epstein sotto la supervisione diretta di Ehud Barak. I file del 2026 attestano oltre sessanta incontri tra il 2010 e il 2019. Barak visitava la residenza di Manhattan con il volto parzialmente occultato. Benjamin Netanyahu ha cavalcato tali evidenze per colpire il prestigio dell’avversario. Egli ha affermato che la relazione prova il coinvolgimento di Barak in narrazioni mediatiche false per indebolire il governo. 

Ghislaine, l’erede della missione clandestina 

Ghislaine Maxwell, la figlia minore di Robert, assunse il ruolo di depositaria del capitale sociale e spionistico del padre. Ella crebbe in un ambiente di privilegio presso la magione di Headington Hill Hall a Oxford. Giunse a New York nel 1991 per curare gli interessi paterni nel settore dei media. La sua presenza negli Stati Uniti coincise con il collasso dell’impero Maxwell e la morte del patriarca.

L’incontro con Jeffrey Epstein avvenne nel 1991 su Madison Avenue. Maxwell non agì quale semplice compagna. Ella operò quale facilitatrice strategica, infatti possedeva le chiavi d’accesso dell’alta società europea e britannica. Epstein necessitava di tale legittimazione per accreditarsi presso le oligarchie globali.

Maxwell coltivò i traffici del finanziere con lucida intelligenza. Dagli atti processuali emerge che Ghislaine manipolava la psiche delle vittime offrendo il conforto di una figura materna. Le carte dell’inchiesta rivelano che Maxwell si metteva a nudo con le ragazze per abbassarne le difese. Potremmo dire una metodologia da “spia”, da manuale dei servizi.

L’ipotesi di un coinvolgimento strutturale con il Mossad trova fondamento in molteplici evidenze testimoniali. Ari Ben-Menashe, già ufficiale dell’intelligence israeliana, ha dichiarato che Maxwell ed Epstein operavano per i servizi di Tel Aviv sin dagli anni Ottanta. Maxwell avrebbe agito quale “operative” dedicata alla raccolta di informazioni tramite il ricatto sessuale. Tale metodica ricalca le operazioni di influenza paterne basate sulla vulnerabilità dei decisori politici.

L’assetto familiare dei Maxwell rafforza tale prospettiva. Le sorelle di Ghislaine, Christine e Isabel, prestano servizio in organizzazioni legate o finanziate dallo Stato israeliano. Jeffrey Epstein riferì a collaboratori che Robert Maxwell era stato eliminato dai servizi segreti israeliani per aver tentato un ricatto ai danni dell’agenzia.

In tale contesto, Ghislaine Maxwell appare come un asset cooptato. Ella garantiva la persistenza della rete di influenza israeliana nel cuore del potere statunitense. 

Epstein e Israele: evidenze ed esegesi dell’influenza 

Il nesso con lo Stato di Israele si manifesta attraverso un aggregato di dati eterogenei. Alcune evidenze assumono la consistenza del fatto pubblico, suffragate da fonti costanti e da prove evidenti. Altre risultanze indicano una prossimità tra attori e contesti. Un ambito ulteriore pertiene alla congettura, alimentata dalla protezione garantita al finanziere. Per farne una disamina rigorosa, ma, ci tengo a specificarlo, ancora molto provvisoria, occorre, a mio avviso, distingue alcuni livelli per analizzarne le interconnessioni.

Il primo livello di indagine riguarda la genealogia dei Maxwell. Robert Maxwell ricevette in Israele esequie equiparate a un saluto di Stato. Il Washington Post descrisse nel 1991 una celebrazione riservata agli eroi nazionali. All’evento presenziarono le massime autorità del Paese. La stampa israeliana ha ricordato l’elogio funebre di Yitzhak Shamir. Lo statista affermò che Maxwell aveva agito per Israele “oltre quanto fosse possibile rivelare”. Tale onorificenza segnala un credito politico effettivo. Essa attesta un’intimità rivendicata dall’opinione pubblica del tempo.

Il profilo del patriarca condiziona l’esegesi della figura di Ghislaine Maxwell. La biografia di Robert Maxwell è stata associata a sospetti di collaborazione con molteplici agenzie di sicurezza. La cronaca riferì domande circa il coinvolgimento del Mossad nella sua scomparsa. Tale materiale definisce il contesto storico del soggetto. Ghislaine Maxwell crebbe in un ambiente dove il potere e la protezione costituivano categorie dell’esistenza quotidiana.

Il secondo piano concerne le relazioni documentate tra Epstein e vertici politici israeliani. Risulta centrale la figura di Ehud Barak. Numerose testate hanno attestato rapporti personali e d’affari proseguiti oltre la condanna del 2008. Times of Israel riportò che Epstein operò come partner di Barak fino al 2015. Un’inchiesta di Forbes del 2026 ha analizzato il ruolo di Barak nell’operazione che permise a Epstein di investire in Reporty, società ridenominata Carbyne.

Un ex capo di governo facilita l’ingresso di un pregiudicato in un’impresa strategica per la sicurezza pubblica. Questa evidenza delimita un riferimento strategico oggettivo.

La pertinenza dell’atto risiede nelle possibilità che esso genera. Un investimento simile apre canali di relazione con i funzionari. Esso offre l’accesso a reti economiche. Tale manovra produce un capitale reputazionale utile a ridurre la tossicità sociale di Epstein. La politica esercita una funzione di riabilitazione anche in assenza di una regia occulta.

Il terzo ambito riguarda i legami finanziari tracciati nei documenti pubblici. Epstein finanziò organizzazioni collegate alle forze armate israeliane. Le testate citano i trasferimenti verso Friends of Israel Defense Forces e Jewish National Fund. Questo dato indica un interesse verso i circuiti di sostegno che collegano la filantropia allo status politico negli Stati Uniti. L’evidenza definisce un campo di relazioni tramite cui il soggetto acquisisce legittimazione.

Il quarto piano analizza la riattivazione dell’ipotesi Mossad. La stampa internazionale adotta formule caute. Al Jazeera descrive elementi che hanno alimentato l’idea di un legame strutturale con i servizi segreti. Il Times cita un confidente dell’FBI convinto di una cooptazione avvenuta nel 2020. Altre fonti presentano Epstein come un soggetto utile.

L’Associated Press ha sintetizzato nel 2026 le conclusioni investigative dell’FBI. Esistono evidenze sulla sussistenza degli abusi e sulla cooperazione con Maxwell. Risultano invece deboli i riscontri per una rete di traffico destinata a figure apicali. Questa assenza di prove spendibili in sede penale convive con una vasta prossimità sociale. Tale coesistenza alimenta le congetture di intelligence. La vicenda appare segnata da indulgenze procedurali e cadute di attenzione e ricordiamo anche che 3 milioni di mail sono ancora secretate.

Il quinto livello pertiene ai documenti civili. Le deposizioni nel contenzioso Giuffre contro Maxwell descrivono una rete di reclutamento. Reuters ha evidenziato la potenza di tale massa documentale. Gli scambi interni restituiscono la costanza del controllo sulle vittime. Essi confermano il ruolo di Maxwell come organizzatrice.

Un’email attribuita a Maxwell appare confermare l’autenticità della fotografia con il principe Andrea. Il Guardian ha riportato il contenuto della bozza di dichiarazione. Questo dato incide sulla credibilità delle sopravvissute. La propaganda contraria lavora sullo screditamento della persona offesa. Essa mira a saturare lo spazio pubblico di dubbi. Tale processo trasforma la prova in oggetto di dileggio.

Il nodo Israele acquista una fisionomia definita. Esistono relazioni documentate con Ehud Barak. Si registrano investimenti in tecnologia e onori concessi a Robert Maxwell. Le testimonianze rilanciate dai media puntano verso il Mossad. Naftali Bennett ha respinto con fermezza l’ipotesi di legami con l’intelligence israeliana.

Epstein appare come un intermediario che accumula valore tramite la compromissione. Tale figura risulta utile a molteplici poteri. La storia della sua protezione suggerisce l’apertura di numerose porte. Le relazioni con Israele sono dimostrabili nella portata politica ed economica. Un mandato operativo richiederebbe documenti quali ordini o pagamenti tracciati. Risulterebbe necessaria la presenza di rapporti interni.

La tesi della regia unica costituisce una semplificazione e scarica la responsabilità su una singola entità. Il caso Epstein richiede l’analisi delle forme concrete del potere. È necessaria l’attenzione ai flussi di denaro e alle reti di relazione. Risultano determinanti le protezioni giudiziarie e i vantaggi ottenuti dai predatori quando la società premia lo status e il segreto.

La foto di apertura ritrae Ghislaine Maxwel, tenutaria del “Bordello Epstein” – dove pedofilia, stupri di minorenni, omicidi e cannibalismo erano la regola – che parla in una assemblea dell’Onu addirittura di “diritti umani”. Se si vuol capire la portata e la potenza di fuoco del “sistema Mossad” questa foto è un punto di partenza.

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Barbero: "Ecco perché voterò no al referendum. Con la riforma magistrati al servizio della politica"

La causa dei salari da fame e la cortina di fumo della produttività

Certi miti, si sa, sono duri a morire. Certi altri, tuttavia, sono orchestrati ad arte per scaricare le colpe di un fenomeno verso qualcosa di inafferrabile, vago, evanescente o comunque molto lontano. In questo modo, il colpevole resta celato dietro una misteriosa cortina di fumo, nella speranza di farla franca.

È il caso della drammatica situazione dei salari in Italia che viene attribuita, ormai da decenni dai liberisti di varia risma, alla stagnazione della produttività del lavoro. E a seguire una serie di argomentazioni cervellotiche per andare alla ricerca del perché mai la produttività in Italia non cresca in maniera sufficiente da far (automaticamente) crescere anche i salari reali.

L’ultima strombazzata in tal senso arriva dal solito Osservatorio sui Conti Pubblici con un articolo a firma di Giampaolo Galli e Fabio Martino che, alla domanda sul perché le retribuzioni in Italia siano così basse risponde con una certa sicumera: “La spiegazione più convincente è la stagnazione della produttività che induce le imprese a opporre resistenza alle richieste di aumenti”. E ancora: “Il nodo centrale resta dunque la produttività: senza un suo rafforzamento, lo spazio per aumenti retributivi elevati e duraturi rimane strutturalmente limitato”

L’Osservatorio, dicevamo, non è nuovo a queste uscite. Carlo Cottarelli, senior economist dell’Osservatorio, sul tema si era già espresso, ed aveva già raccolto la nostra attenzione critica. All’ennesima uscita del genere, tuttavia, la buona fede non è più una scusa e, anzi, ci viene in mente la versione latina della famosa favola del lupo e l’agnello che ammonisce: “questa favola è scritta per gli uomini che opprimono gli innocenti con falsi pretesti”.

L’argomentazione, questa volta, sembra essere in apparenza più articolata, tira in ballo il ruolo dei sindacati, e quindi merita di essere analizzata con attenzione.

Innanzitutto, che cos’è la produttività del lavoro? La produttività del lavoro è il rapporto tra il valore aggiunto e un’unità di misura del lavoro (cioè le ore lavorate o il numero di lavoratori). Ci dice, per farla semplice, quant’è il valore del prodotto che possa essere attribuito a ciascuna unità di lavoro. Il valore aggiunto, cioè il valore “nuovo” che si genera ad ogni ciclo produttivo dopo che al valore del prodotto finale sono sottratti i costi dei beni intermedi, si dividerà per definizione tra i fattori della produzione, per semplicità tra salari e profitti. Questo vuol dire che, a parità di produttività, possiamo avere profitti per lavoratore più o meno alti e, viceversa, salari per lavoratore più o meno bassi.

D’altro canto, ogni incremento di produttività potrà andare a finire tutto ai profitti, tutto ai salari oppure essere suddiviso variabilmente tra i due aggregati sulla base dei rapporti di forza esistenti tra capitale e lavoro. A cosa serve, dunque, sostenere che il salario non cresce perché la produttività non cresce e quindi che il saggio del salario debba crescere al ritmo della produttività del lavoro? Serve a sostenere che il salario può crescere, ma solo a patto che non vengano intaccati i profitti. Serve ad occultare l’ovvietà sistematicamente sottaciuta nel dibattito economico contemporaneo: ovvero che a torta data, per far crescere i salari occorre far diminuire i profitti e viceversa.

L’insistenza sulla produttività del lavoro serve, dunque, in ultima istanza, a mantenere inalterate le quote distributive, vale a dire la quota del prodotto sociale di cui si appropriano i lavoratori e i capitalisti.

Ma allora, in questi anni di stagnazione della produttività cosa è successo alla distribuzione del reddito? I salari hanno tenuto almeno il passo della produttività e quindi le quote distributive sono rimaste stabili? Niente affatto. La quota salari, in Italia, è in caduta libera da più di un trentennio, anche con i bassissimi ritmi della produttività dagli anni '90 in poi.

Dunque, se anche fosse vero che per far crescere i salari bisognerebbe necessariamente far crescere la produttività, quello a cui abbiamo assistito è un sistematico e decennale rallentamento della crescita dei salari reali mentre, seppure a fatica e con ritmi non particolarmente sostenuti, la produttività del lavoro cresceva. Peraltro va constatato come l’andamento stagnante della produttività del lavoro è a sua volta strettamente connesso con un modello economico incentrato su due pilastri: l’austerità della politica economica che comporta una cronica stagnazione degli investimenti (ivi compresi quelli ad alto contenuto tecnologico che aumentano la produttività del lavoro); e una domanda trainata in buona parte dalle esportazioni che basa la competitività delle merci sul contenimento del costo del lavoro, dunque su bassi salari interni associati a lavoro precario e discontinuo e lo speculare mancato investimento in innovazione e formazione dei lavoratori.

In definitiva, non soltanto la produttività del lavoro è comunque cresciuta più dei salari, non soltanto non è vero che i salari sono bassi perché la produttività è bassa, ma è semmai vero l’opposto: la produttività è bassa e cresce relativamente poco perché l’economia si struttura su un modello incentrato su bassi salari, lavoro precario e disinvestimento pubblico.

A questo punto lasciamo parlare anche i numeri. Come si evince dal grafico sottostante, rispetto al 1981 la produttività nel 2024 risulta del 27% più alta mentre il salario reale è praticamente allo stesso livello di allora. Il potere di acquisto dei lavoratori e delle lavoratrici, come il grafico mostra chiaramente, a partire dai primi anni ’90 non ha fatto altro che arretrare ritornando gradualmente fino ai suoi livelli degli inizi degli anni ’80. Ma il grafico segnala anche altre evidenze: la prima è che negli anni ’80, sia la produttività che i salari sono cresciuti, ma la prima a un ritmo chiaramente superiore. La seconda è che mentre la produttività continua a crescere fino al 2000 (+16,5% rispetto al 1991), i salari reali già segnano la prima caduta nel 1992 (-3,2%). La terza è che nel periodo tra la Grande Recessione e la crisi COVID (2010-2019), se è vero che la produttività si riduce del 2,16%, i salari reali cadono di più del doppio (-5,2%) e nel 2024 non sono ancora riusciti a recuperare i livelli pre-covid.



Quindi, se anche fosse vero – come sostengono gli autori – che una crescita della produttività renderebbe le imprese più inclini a garantire aumenti salariali, non si capirebbe come mai non abbiano quanto meno garantito una crescita dei salari sufficiente a tenere il passo della produttività.

La frase dell’articolo che abbiamo riporta, tuttavia, ha il merito di svelare l’arcano della distribuzione del reddito. Se le imprese “oppongono resistenza alle richieste di aumenti” vuol dire che tali aumenti non possono che derivare da richieste ancora più decise e da un livello del conflitto distributivo sostenuto e rafforzato dalle condizioni politiche, normative e istituzionali che lo rendano efficace, capace, cioè, di andare a prendere gli aumenti dai salari dalla sola cassa deputata a finanziarli, vale a dire i profitti dei capitalisti.

E, allora, se così è, vi è poco da complimentarsi, come pure fanno gli autori, con i sindacati meritevoli, a loro dire, di aver capito che senza crescita della produttività non vi può essere crescita dei salari a meno di non voler accettare aumenti della disoccupazione dovuti alla perdita della competitività delle merci e quindi a un calo delle esportazioni. Tale perdita di competitività, infatti, deriverebbe da un aumento dei prezzi praticato dalle imprese in risposta all’aumento dei salari e dunque, ancora una volta, alla volontà di tutelare i propri profitti e di continuare a puntare sui mercati esteri in presenza di un mercato interno fiaccato da austerità e bassi consumi, udite udite, colpa proprio dei bassi salari.

Ritorna allora, inesorabile, la cogenza: non vi è altro modo per alzare i salari, se non alzare i salari.

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Sul piano inclinato. Il mondo visto dalla Conferenza sulla Sicurezza di Monaco

Da oggi prende il via a Monaco di Baviera la 62ª Conferenza sulla Sicurezza di Monaco alla quale, come spiegano gli organizzatori tedeschi, prenderanno parte “centinaia di decisori e leader di opinione provenienti da diverse regioni del mondo che discuteranno delle sfide delle politiche di sicurezza”.

Ci saranno quasi cinquanta tra capi di Stato e di Governo da tutto il mondo, tra questi ci sono leader della maggior parte dei paesi europei, insieme a una numerosa delegazione del Governo federale tedesco, guidata dal cancelliere Friedrich Merz.

“Con alleanze di lunga data messe in discussione, l’ordine internazionale basato sulle regole che si è eroso, l’instabilità crescente e l’escalation dei conflitti in tutto il mondo, la Conferenza sulla Sicurezza di Monaco di quest’anno si svolge in un punto di svolta fondamentale”, recita la presentazione di quest’anno che ha scelto come slogan il decisamente pessimista “Under Destruction”. Un evidente segno dei tempi.

Per capire che aria tira nelle relazioni internazionali e come questo si ripercuota all’interno delle società, appare abbastanza inquietante l’introduzione del documento preparatorio della Conferenza di quest’anno.

Secondo gli analisti e gli esperti che hanno curato il rapporto, “Il mondo è entrato in un periodo di demolizione della politica. In molte società occidentali, i leader che preferiscono la distruzione al cambiamento incrementale sono saliti alla ribalta. Le loro agende dirompenti si basano su un diffuso disincanto verso il rendimento delle istituzioni democratiche e su una perdita diffusa di fiducia in riforme significative”.

In pratica c’è l’identikit degli “uomini al comando” in modalità Trump o Milei, grotteschi ma spesso presi come riferimento o interlocutori a cui ispirarsi anche nel nostro paese. Ci sono ormai pochi dubbi sul fatto che le democrazie e gli assetti democratici che abbiamo conosciuto siano oggi a rischio, soprattutto nei paesi dell’Occidente capitalistico.

“La politica del bulldozer di Washington promette di spezzare l’inerzia istituzionale e di costringere la risoluzione di problemi su sfide precedentemente segnate da stalli” – sottolinea l’introduzione del rapporto – “I critici, a loro volta, temono che questa politica distruttiva stia minando la capacità della comunità internazionale di affrontare le sfide più difficili dell’umanità”. Sembra esserci una sorta di rassegnazione al fatto che la governance oggi sia perseguibile solo, appunto, con la politica del bulldozer.

Ma i temi trattati alla Conferenza 2026 affronteranno soprattutto la sicurezza e la difesa europea, il futuro delle relazione transatlantiche, la rivitalizzazione del multilateralismo, le visioni contrastanti dell’ordine globale, i conflitti regionali e le implicazioni per la sicurezza dei progressi tecnologici, solo per citarne alcuni.

Secondo Wolfgang Ischinger, Presidente della Conferenza, l’incontro di questo 2026 “offrirà uno slancio unico per approfondire le discussioni strategiche e rafforzare la cooperazione necessaria ad affrontare le sfide globali più urgenti di oggi”

Gli Stati Uniti di Trump percepiti come un fattore di rischio

Presentando i risultati del Munich Security Index per quest’anno (una sorta di sondaggio su 32 parametri di sicurezza con interviste condotte in 11 paesi strategici, quelli del G7 più quattro dei Brics escludendo la Russia e come tali indicati nel rapporto come BICS, ndr), il rapporto scrive che “Riflettendo gli sviluppi attuali della politica estera statunitense, gli intervistati di quasi tutti i paesi del G7 e BICS – eccetto Giappone e Cina – vedono ora gli Stati Uniti come un rischio più serio rispetto all’anno scorso. Questo rappresenta una continuazione di una tendenza già evidente nell’edizione dello scorso anno del Munich Security Index (MSI) dopo l’elezione di Donald Trump, quando la percezione della gravità degli Stati Uniti come rischio è aumentata”

La Russia inquieta sempre meno

Può sembrare un paradosso – ma non lo è – al contrario degli USA, la Russia nel mondo viene percepita sempre meno come un rischio. È una percezione che fa letteralmente a sportellate con quella che invece viene diffusa a piene mani dai governi europei, incluso il nostro.

Una contraddizione che viene rilevata anche nel rapporto per la Conferenza di Monaco: “Gli intervistati in tutti i paesi vedono gli Stati Uniti come più minacciosi rispetto all’anno scorso. Eppure, in termini assoluti, la Russia continua a essere vista come una minaccia considerevolmente maggiore rispetto agli Stati Uniti in tutti i paesi esaminati – con chiare eccezioni tra Cina e India”.

Eppure nel rapporto sui rischi – cioè quello rilevato con le interviste – è scritto testualmente che “Pur essendo ancora considerato un rischio significativamente maggiore rispetto al 2021, la percezione della gravità della Russia come rischio è diminuita in tutti i paesi intervistati dall’indagine dello scorso anno – in particolare tra i paesi del G7. Tra i paesi del G7, la Russia è scesa dal secondo all’ottavo rischio più grave tra tutti i 32 rischi valutati dagli intervistati. Nel gruppo BICS dei paesi, la Russia è sempre stata classificata come uno dei rischi meno gravi in qualsiasi delle iterazioni del Monaco Security Index dal 2021”

Nell’Occidente capitalista si minimizzano i rischi ambientali

Così come emerso anche al World Economic Forum di Davos, nei paesi occidentali del G7 è in netta diminuzione l’attenzione ai rischi ambientali e ai cambiamenti climatici. Una sensibilità totalmente inversa a quella dei paesi Brics e decisamente distante dalla “sensibilità” sulle emergenze ambientali che fino al 2021 era al primo posto anche in Occidente.

“Gli intervistati nei paesi BICS continuano a classificare i rischi ambientali come i principali rischi per il loro paese – un modello invariato dal 2021. Al contrario, tra i paesi del G7, i rischi ambientali sono gradualmente diminuiti nella loro classifica negli ultimi anni” – scrive il rapporto – “Invece, attacchi informatici, crisi economiche o finanziarie e campagne di disinformazione da parte dei nemici sono stati classificati come i rischi più gravi nei paesi del G7”.

L’autonomia strategica dell’Europa, difficile a farsi

Il capitolo sull’Europa mette i piedi nel piatto nelle contraddizioni che continuano a imbrigliarne le ambizioni all’autonomia strategica e la realtà sul campo.

“Di fronte a segnali mutevoli da Washington, le nazioni europee rimangono divise tra negazione e accettazione, cercando di mantenere gli Stati Uniti coinvolti mentre si muovono cautamente verso una maggiore autonomia” – scrive il rapporto – “Le nazioni europee hanno risposto forgiando coalizioni di leadership flessibili, aumentando la spesa per la difesa e fornendo all’Ucraina i mezzi per sostenere il suo sforzo bellico. Tuttavia, persistono dubbi sul fatto che questi sforzi siano sufficienti a compensare l’erosione della Pax Americana”.

Di fronte a quella indicate come “la minaccia più significativa e diretta ai membri della NATO e alla sicurezza europea” da parte della Russia, il rapporto della Conferenza di Monaco assume le stime di alcune agenzie di intelligence secondo le quali “la Russia potrebbe riorganizzare le proprie forze per una ‘guerra regionale’ nell’area del Mar Baltico entro due anni da un possibile cessate il fuoco in Ucraina – e per una “locale” contro un singolo vicino entro sei mesi”.

In pratica, il rapporto dà per acquisito che, in un periodo quantificabile tra sei e ventiquattro mesi, potremmo trovarci coinvolti in un conflitto regionale sul suolo europeo. Uno scenario che mette i brividi ma che mette i decisori di Bruxelles (e anche quelli di Palazzo Chigi) di fronte a scelte che avranno comunque conseguenze pesanti: “L’Europa ora si trova ad affrontare la sfida di scoraggiare proattivamente ulteriori provocazioni evitando un’escalation involontaria”.

Colpisce il fatto che vengano dipinti gli stati europei come agenti involontari di una eventuale escalation, mentre negli atti concreti e nelle dichiarazioni pubbliche sono riusciti invece a essere i volontari – anzi, “volenterosi” – artefici dell’escalation politico-militare contro la Russia. Ma l’Europa, come si sa, riesce sempre ad assolversi. Lo ha fatto durante la Seconda Guerra Mondiale e lo ha fatto con il genocidio dei palestinesi a Gaza da parte di Israele.

Si desume, da queste righe e dalle cose che sentiremo alla Conferenza sulla Sicurezza di Monaco in questi tre giorni, che l’illusione sull’Europa come soggetto di pace, su cui molti si sono trastullati in questi anni, è andata ormai a farsi benedire.

L’Unione Europea è una macchina da smontare per vedere se ne rimane qualche raro pezzo di ricambio ancora utilizzabile per cause migliori. Se si vuole salvare l’Europa e le sue popolazioni occorre demolire l’Unione Europea e sganciarsi dalla Nato, ovviamente.

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Italia e Germania, complici del genocidio, convergono nell’attacco a Francesca Albanese

Prima la Francia, poi Germania e Italia ossia i due paesi europei che dopo gli USA sono i maggiori fornitori di armamenti a Israele e i suoi migliori alleati in Europa, si sono coalizzati a Parigi nel chiedere la testa di Francesca Albanese, la relatrice speciale delle Nazioni Unite che da due anni e mezzo documenta e denuncia sistematicamente i meccanismi concreti e le complicità nel genocidio in corso contro i palestinesi a Gaza e in Cisgiordania.

Non poteva mancare al pagamento dell’ennesima cambiale con Israele e adesso anche il governo italiano si è unito a quello di Francia e Germania agli attacchi contro Francesca Albanese.

“Le posizioni di Francesca Albanese nel suo ruolo di relatrice speciale dell’Onu non rispecchiano quelle del governo italiano”, ha scritto il ministro degli Esteri Tajani su X. “I suoi comportamenti, le sue affermazioni e iniziative non sono adeguate all’incarico che ricopre all’interno di un organismo di pace e garanzia come le Nazioni Unite”, ha aggiunto Tajani accodandosi, di fatto, alla richiesta di defenestrazione dell’Albanese dal suo incarico istituzionale.

Dopo la Francia, anche la Germania aveva chiesto ieri le dimissioni della relatrice speciale dell’Onu per le sue parole contro il sistema “nemico comune dell’umanità” che ha probabilmente colpito nel segno quei governi che più di altri sono stati complici del genocidio dei palestinesi.

“La signora Albanese si è già permessa in passato numerose uscite fuori luogo. Condanno le sue recenti dichiarazioni su Israele: non può ricoprire questo incarico”, ha scritto su X il ministro degli Esteri tedesco Johann Wadephul. Il ministro tedesco, così come Tajani, omettono di rammentare – o magari temono di farlo – che i due governi sono accusati di complicità di genocidio con Israele in due esposti presentati alla Corte Internazionale da parte di giuristi in Germania e Italia.

La Francia chiederà ufficialmente le dimissioni di Francesca Albanese durante la prossima sessione del Consiglio per i diritti umani delle Nazioni Unite prevista per il 23 febbraio.

C’è da augurarsi che un mondo più vasto dei soli governi europei non consenta questa vergognosa operazione in sede di Nazioni Unite. Israele non merita di poter festeggiare questo esito, non certo dopo quello che ha fatto a Gaza.

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Scuola. Una discussione e divergenze a tutto campo

Riceviamo e volentieri pubblichiamo questo contributo alla discussione aperta dall’articolo di Marco Meotto sulla scuola e il docufilm “D’Istruzione pubblica”.

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Sono un compagno. Vi leggo assiduamente. Alle volte dissento come giusto e sacrosanto che sia. Alle volte apprezzo molto.

Insegno da tanti anni. Qualcosa di storia della scuola (un dottorato) l’ho letta. Sto nella RSU per la FLC nel mio IC.

E mi sento con molte difficoltà di appartenere comunque all’esperienza del Movimento di cooperazione educativa.

Premesso che la Scuola, con la S maiuscola, non esiste. Che le problematiche non sono tutte le stesse. Che l’infanzia non è il professionale, la primaria dove sto io è un’altra cosa rispetto al liceo e che le medie... 

Premesso che un contributo critico è sempre utile, anche quando proviene da un’area politico-culturale alla quale non si appartiene, o da persone che tendenzialmente si occupano di altro ma ci mettono tanta buona volontà, interesse e tempo, ci sono alcune cose che un po’ lasciano perplessi in generale dell’impianto del documentario, nel dibattito che ne è emerso, nei contributi che lo difendono come quello di Marco Meotto.

La lista veramente sarebbe lunga. Ne menziono un paio.

Non c’è bisogno di risalire alle statistiche sull’abbandono scolastico o sul livello degli insegnamenti per alzare almeno il sopracciglio nei confronti di chi vorrebbe far partire da un momento specifico l’involuzione e arretramento e naufragio della scuola, un sistema molto complesso.

La legge sull’autonomia?
Sbagliata, ma come si può dire che fino a quel momento le cose funzionavano da paura?

Che i ragazzi uscivano formati e pronti, le ragazze altrettanto se non di più, che i professori, “severi ma giusti”, svolgevano il loro lavoro seguiti e apprezzati.

Non capisco. Ma di che scuola parlate?

Dove l’avete mai vista questa scuola democratica e capace di assolvere al mandato costituzionale?

Era piena di professori che forse, e dico forse (che mi piacerebbe avere sufficiente memoria per giudicare la loro preparazione oggi), avevano studiato a fondo la loro materia, ma che come oggi per la maggior parte si ritrovavano a fare quel lavoro perché non erano riusciti a rimanere all’università o a esplorare strade diverse.

Spesso frustrati, incattiviti, non avevano nessuna o una scarsissima idea di come si giudicassero gli apprendimenti e agivano se non in malafede (spesso), sicuramente all’oscuro delle minime regole della docimologia.

Non che oggi vada meglio da questo punto di vista. Che questo è il dato vero. Quanta poca strada in avanti abbiano fatto.

Ma certo immaginare che quella degli anni Ottanta e Novanta sia stata un’epoca dorata alla quale tornare mi lascia esterrefatto.

È esattamente la scuola della mia generazione e non mi farei riportare lì per tutto l’oro del mondo.

Non credo poi che ci si possa riferire addirittura a quella precedente, si sfiorerebbe il ridicolo considerato il volume di testi e contributi che l’hanno raccontata, quella scuola era autoritaria e classista e tale si caratterizzava il rapporto discente-docente ben oltre l’approvazione degli organi collegiali, come autoritaria era fino all’inverosimile anche per quanto riguardava il rapporto direttore-insegnante.

Non che le cose siano state risolte ma certo il tempo ha permesso l’instaurarsi di una dialettica almeno meno verticistica.

Su quali basi si afferma il contrario?

Ecco proprio non lo capisco. Il dibattito che permeava la sinistra negli anni Settanta tra chi rimpiangeva già allora la scuola precedente alla riforma del ’62 e chi tutto sommato la difendeva era proprio sulla difficoltà di tenere insieme massa e qualità, allargamento della frequentazione e raggiungimento di obiettivi che andavano ricalibrati. Un tema complesso che già allora divideva ma che andandolo a rileggere conteneva posizioni assai più sofisticate e profonde di quelle che ciclicamente sentiamo riemergere come in questo caso.

L’inclusione.

Ma come si fa a considerare un arretramento la legislazione, imperfetta, sicuramente piena di cortocircuiti e anche contraddizioni come quella originata dalla 511/77. A sua volta frutto di battaglie epocali di almeno dieci anni di lotte che appunto portarono in una combinazione quella si, virtuosa tra pezzi dell’accademia e docenti reali impegnati nella battaglia per la trasformazione della scuola nelle loro classi, a costruire una cornice unica.

Se il documentario irride le tipologie di disturbi che oggi conosciamo e rispetto ai quali cerchiamo di organizzare una personalizzazione didattica difficilissima spesso impossibile e con mezzi ridicoli che sono il vero problema della scuola (ciò ci dovrebbe indignare), non lo so, ma certo l’articolo si pone in modo goffo, per non dire reazionario, quello sì, rispetto al tema.

Ecco un piano di totale incompatibilità politica e umana.

Se la scuola anti-neoliberale che desidera qualcuno fa a meno della convivenza nelle classi di tutte le differenze e le neurodivergenze, come nei sistemi totalitari cinesi o come in quelli super performativi americani, non è la mia scuola.

Si può aver letto Makarenko e preferirlo a Vygostkij, si può aver letto Schaffer e aver mille volte sostenuto il valore del socialismo dal volto umano, ma ci si trova al netto delle argomentazioni ideologiche appunto e dei maestri che ci si vuole dare, di fronte a una forma perversa di arretramento insostenibile.

Proprio chi vorrebbe smascherare il falso progressismo presentandosi più simile all’originale della copia, finisce per collocarsi addirittura più indietro del nostro avversario di classe proponendo svolte che neanche lui sarebbe oggi capace di concepire.

Proprio il tema dell’inclusione peraltro complica l’analisi e obbliga a ragionare su modelli che non sono per niente identici nelle centrali del capitalismo contemporaneo, come nelle periferie. E che sintetizzare con la formula “neoliberale” forse non aiuta molto bene a combattere.

Un ultimo accenno.

Sostenere che la lezione frontale (ancora!) sia oggi demonizzata è ridicolo. Da qualsiasi indagine venga svolta in qualsiasi grado scolastico si scelga emerge come anche al netto eventualmente di indicazioni diverse impartite dall’alto, che ci sia un ministro progressista o reazionario, essa è al centro indisturbata delle pratiche degli insegnanti.

La cattedra ben posizionata sempre di fronte agli alunni, la lavagna sempre alle spalle dell’insegnante.

Il grado di penetrazione di didattiche alternative, limitatissimo.

Semmai molti di noi, in quanto comunisti, magari eterodossi, grandi lettori da sempre di Montaldi piuttosto che di Panzieri, di Negri ma con riserve, insieme a Marx e Gramsci (citato un po’ così, perdonatemi che il quaderno 12 ma più complessivamente i quaderni in generale tratteggiano un rapporto tra pedagogia e politica molto complesso ostile a Rousseau ma anche ai tradizionalisti), di Lombardo Radice figlio, di Santoni Rugiu e anche Bertoni Jovine, di De Mauro, consapevoli del valore della proposta del pedagogista francese Freinet, non possiamo che rammaricarci per come le trasformazioni sul piano didattico siano sempre rimaste marginali.

E anche analizzare le ragioni di questa emarginazione che non può risiedere solo nella scarsa volontà dei colleghi di recepirle, ma anche sicuramente della nostra incapacità di veicolarle e condividerle.

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