Presentazione


Analisi, opinioni, fatti e (più di rado) arte da una prospettiva di classe.

20/03/2026

Guerra all'Iran - Più delle armi, contano petrolio e gas

Saranno petrolio e gas a decidere la durata della guerra di aggressione contro l’Iran. Più che le intenzioni folli di Netanyahu o le stramberie di Trump, infatti, è il peso che l’economia mondiale sta accumulando – dopo appena tre settimane – a far pendere la bilancia verso un durata non illimitata della guerra.

Poi, certo, questo non significherà necessariamente avere una pace stabile – che è invece l’obbiettivo dell’Iran – ma la pressione esterna dei “mercati” è determinante, anche se non onnipotente.

L’attacco israeliano contro l’impianto di estrazione di South Pars, dal lato iraniano del Golfo Persico, è stata la goccia che ha fatto traboccare il vaso. Quel giacimento, com’è noto, è sfruttato consensualmente sia da Teheran che dal Qatar. Pensare di bloccare solo la capacità iraniana, senza altre conseguenze, era un’ipotesi idiota che poteva venire in mente solo ad un suprematista formato alla scuola delle “teste di cuoio”, quella in cui ogni problema ha una soluzione solo militare.

L’immediata risposta – droni o missili su Ras Laffan, l’impianto “gemello” sul lato qatariano dello stesso giacimento, oltre che su impianti kuwaitiani, emiratini e sauditi – ha messo in chiaro che i paesi petroliferi del Golfo o si salvano tutti o non si salva nessuno.

L’esplosione del prezzo di greggio e gas è stata limitata solo da interventi straordinari (rilascio delle riserve strategiche, sospensione delle sanzioni al petrolio russo già in navigazione, l’idea di sospenderle pure per quello iraniano, addirittura), ma ogni soggetto coinvolto nel mercato degli idrocarburi (paesi produttori, paesi consumatori, multinazionali, armatori, ecc.) ha smosso ogni contatto pur di fermare i due pazzi in cabina di comando.

Risultato per il momento ottenuto: Trump ha alzato il telefono ordinando al “cattivo Bibi” di “non farlo più” e quest’ultimo si è atteggiato a scolaretto obbediente promettendo di risparmiare gli impianti petroliferi.

Un mentitore seriale come lui romperà la promessa appena possibile, ovviamente. Questo lo sanno tutti. Ma intanto si calmano le acque e si fa la conta dei danni. Che non sono per niente lievi.

Il danno maggiore è stato subito dall’economia del Qatar, perché l’impianto di gas naturale liquefatto (GNL) di Ras Laffan è forse il più grande al mondo. In termini di produzione ed esportazione, il Qatar rappresenta il 20% delle esportazioni mondiali di GNL, che va soprattutto verso Belgio, Italia, Corea del Sud e Cina.

L’amministratore delegato di QatarEnergy, Saad al-Kaabi, in un’intervista a Reuters ha affermato che il costo di questo attacco, che ha danneggiato due impianti e due “treni” su 14 in quell’enorme complesso, ammonterà a circa 20 miliardi di dollari di mancati ricavi all’anno.

Ci vorrebbero però dai tre ai cinque anni per ripristinarli, perché queste strutture sono molto complesse; è molto difficile metterle in funzione, molto difficile costruirle. Si tratta di progetti congiunti con Exxon Mobil (a sua volta danneggiata), e quindi una sospensione della produzione da tre a cinque anni significa una perdita di entrate pari a 60-100 miliardi di dollari. Il 9% del Pil di quel paese, e per diversi anni.

Non sono stati ancora quantificati i danni – e i ritardi di produzione – per gli altri impianti colpiti nella regione, ma è chiaro che già così il problema si presenta molto grave.

Non migliora però la prospettiva l’idea che sta marciando ai vertici dell’amministrazione Trump – inviare truppe di terra per controllare l’isola di Kharg o altri isolotti nei pressi di Hormuz – perché, a parte i costi umani più alti anche per gli Usa, di certo non fermerebbe una ripresa dei lanci di droni e missili sugli impianti dei Paesi del Golfo. Con tutte le conseguenze del caso...

Un assaggio dei problemi energetici è stato concesso ieri anche ad Israele. La raffineria di Haifa è stata raggiunta da un missile che ufficialmente ha danneggiato “infrastrutture elettriche chiave”, ha dichiarato la compagnia petrolifera israeliana Israel’s Oil Refineries. Pur cercando di minimizzare i danni (“la produzione è ripresa”) sono stati segnalati blackout a ripetizione un po’ in tutto il paese, peraltro colpito da altre ondate di missili e droni.

Ha fatto a suo modo storia anche il colpo che ha raggiunto un caccia F-35 statunitense, costretto ad un atterraggio di emergenza nella prima base raggiungibile. “L’F-35 non era solo un aereo da caccia, ma un’icona dell’invincibilità e dell’arroganza dell’esercito statunitense”, ha affermato il presidente del Parlamento iraniano Ghalibaf in un ironico post su X. “Questo risultato simbolico è stato realizzato per la prima volta al mondo”

Ma lo ripetiamo. Più dei risultati militari, saranno gas e petrolio a convincere Trump e Netanyahu a fermarsi. Almeno per un po’... 

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Orbán blocca il prestito da 90 miliardi all’Ucraina: prima garanzie sul petrolio russo

Il Consiglio Europeo si chiude con un nulla di fatto sull’Ucraina e un clima di tensione ai massimi storici. Al centro dello scontro c’è il veto di Viktor Orbán: il primo ministro ungherese ha bloccato il prestito da 90 miliardi di euro destinato a Kiev, scatenando una durissima reazione dei partner europei.

Orbán chiede garanzie concrete prima di dare il via libera ai fondi. “Non si tratta solo di far arrivare il petrolio da noi, dobbiamo anche ottenere garanzie dall’Ucraina che questo non accadrà di nuovo”, ha dichiarato il premier magiaro al termine dei lavori. Budapest accusa apertamente Kiev di aver sabotato deliberatamente l’oleodotto Druzhba per innescare una crisi energetica in Ungheria e indebolire Orbán in vista delle elezioni del 12 aprile.

L’infrastruttura è stata colpita da Mosca durante il conflitto, e la Commissione ha già offerto supporto tecnico e finanziario all’Ucraina per riparare il condotto e garantire un’ispezione europea, in linea con la volontà di Budapest. Allo stesso tempo, però, Zelensky ha espresso riserve sulla riattivazione del transito di petrolio, scatenando la reazione ungherese.

Le accuse sono state respinte dal presidente ucraino Zelensky, mentre il Presidente del Consiglio Europeo, António Costa, ha dichiarato: “nessuno può ricattare le istituzioni dell’UE”, affermando poi che Orbán non ha rispettato la parola data a dicembre. Alla fine dello scorso anno, infatti, il prestito a Kiev era stato approvato, con l’esenzione dalla partecipazione di Ungheria, Slovacchia e Repubblica Ceca.

Giorgia Meloni è intervenuta per fare chiarezza sulla sua posizione, invitando alla flessibilità da entrambe le parti: la riapertura del Druzhba da una parte e lo sblocco dei 90 miliardi dall’altra. Di ben altro tenore le parole della presidente della Commissione, Ursula von der Leyen: “il prestito resta bloccato perché un leader non rispetta la parola data”.

Il cancelliere tedesco Friedrich Merz è stato ancora più netto, parlando apertamente di grave slealtà da parte di Orbán e avvertendo che questo comportamento avrà conseguenze che andranno “ben oltre il singolo episodio”. Nella testa di Merz, così come di molti altri politici europei, c’è la necessità di superare il meccanismo dell’unanimità per passare alla maggioranza qualificata, almeno nelle scelte di politica estera.

Sullo sfondo della questione, dunque, ci sono due nodi che vengono tenuti ancora all’ombra della cronaca. La prima è che, di per sé, l’unanimità non ha impedito di avallare il prestito all’Ucraina, semplicemente esentando chi non era d’accordo. Il problema è tutto nelle gerarchie politiche: Budapest non può limitare Berlino e gli indirizzi che vuole per la UE, è in sostanza il messaggio di Merz. Il problema è quello di interessi materialmente divergenti.

Le cooperazioni rafforzate e un ritorno di potere nelle mani delle singole capitali sono soluzioni già paventate, ma non faranno che attestare il fallimento dell’integrazione europea, esacerbando le contraddizioni già esistenti.

La seconda questione è quella dell’approvvigionamento energetico, che con l’aggressione all’Iran è tornato a essere una questione dirimente. Gli idrocarburi russi continuano a essere l’alternativa più sensata per i paesi europei, ma l’ostinazione guerrafondaia su cui Bruxelles ha voluto legittimare il riarmo impedisce di cogliere l’opportunità di ristabilire un rapporto che sarebbe vitale per la sua industria.

Orbán sta semplicemente cogliendo il momento propizio, per garantirsi la stabilità di questi flussi. Per la tenuta del proprio governo, non certo per la UE e neanche per il benessere del proprio popolo. Ma il suo veto espone una questione reale, concreta, che gli europei non possono derubricare a “slealtà” magiara.

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L’Italia accumula ricchezza, ma l’ascensore sociale è fuori servizio

La ricchezza in Italia è tanta, ma è una ricchezza che ha smesso di circolare da tempo, si concentra, e non viene redistribuita: diventa il tesoretto di una ristretta élite. A settembre 2025, il patrimonio netto degli italiani ha raggiunto l’astronomica cifra di 11 mila miliardi di euro.

Secondo la Banca d’Italia, questo è il valore da attribuire all’insieme di case, azioni, titoli di Stato e risparmi che, se divisa equamente, garantirebbe circa 200mila euro a testa (o, più o meno, 440mila a famiglia). “Una cifra – si legge su Il Sole 24 Oreleggermente più alta di quella del Regno Unito, ma un po’ più bassa di quella dei francesi e di un quinto inferiore di quella dei tedeschi”.

Ma le medie, si sa, vanno bene solo per la statistica, non per descrivere la realtà di un paese. Le fette della torta sono sempre più diseguali e l’ascensore sociale non solo si è fermato, ma sembra aver iniziato una lenta discesa. Dal 2011 a oggi, il patrimonio a valori correnti è cresciuto di ben 2.200 miliardi (+25%), ma solo una ristretta parte della collettività se ne è davvero avvantaggiata.

Il 10% delle famiglie più ricche detiene il 60% del patrimonio nazionale totale. Se guardiamo solo al top 5%, questa fetta minoritaria della popolazione controlla, da sola, metà della ricchezza complessiva (5.500 miliardi). È questo 5% che ha guadagnato i nove decimi dei 2.200 miliardi di aumento del patrimonio, negli ultimi 15 anni: ben 1.973 miliardi.

Il 50% più povero della popolazione deve accontentarsi di un misero 7,4% del patrimonio nazionale, ovvero un punto percentuale in meno rispetto a 15 anni fa. Il 20% più povero (il primo quintile) dispone dello 0,33% della ricchezza: 37 miliardi, che diventano briciole da poche migliaia di euro a testa.

Nel frattempo, i dati Istat sull’inflazione per il febbraio 2026 sono preoccupanti. L’aumento dei prezzi passa dal +1,0% di gennaio al +1,6% di febbraio, il carrello della spesa sale al 2,2%, e l’inflazione di fondo schizza al 2,4%. È la “conferma di come l’aumento dei prezzi sia purtroppo ormai strutturale, con servizi, trasporti e beni essenziali sempre più spesso inaccessibili”, scrive l’Unione Sindacale di Base.

Marzo e i danni provocati dall’aggressione statunitense e israeliana all’Iran peggioreranno ulteriormente i dati, con un sostanziale aumento dei costi per i carburanti e l’energia. Ciò non è, però, solo un danno economico, ma è un danno “politico” che inficia il modello adottato negli ultimi decenni.

La polarizzazione del paese è sempre più netta, per quanto la classe dominante si ostini a ignorare la questione. Le famiglie con patrimoni oscillanti tra i 200 e i 600 mila euro – una casa di proprietà, la macchina, un po’ di risparmi, magari qualche investimento in titoli di Stato – hanno visto il proprio peso specifico contrarsi.

Le “democrazie” occidentali si sono rette per decenni su una fetta importante di ceti medi a cui, tramite l’istruzione e la capacità di mettere da parte risparmi, era dato un orizzonte di miglioramento delle condizioni di vita. In maniera speculare, erano questi ceti medi che davano stabilità a un modello di sviluppo in cui una ristretta fascia padronale (industriale e finanziaria) poteva mantenere le redini politiche ed economiche del sistema.

Se la promessa di un futuro migliore si è infranta (non solo economicamente, ma addirittura promettendo di venir mandati al fronte in un futuro non troppo lontano), è l’intera architettura che vacilla. Con una profonda crisi egemonica, la classe padronale ha inoltre smesso di essere dirigente e si è definitivamente trasformata in classe dominante, che impone il proprio dominio.

Nella polarizzazione della società, si apre però la possibilità di promuovere un’alternativa sistemica. È in questi momenti di crisi che una rottura rivoluzionaria (con i suoi tempi e le sue forme specifiche) assume una funzione storica che può essere riconosciuta in maniera più ampia. Non si deve perdere l’occasione.

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Workalcholism, la Storia a marcia indietro

È appena stata pubblicata una ricerca dell’Inail sul workalcholism, ovvero sulla tossicodipendenza (dall’alcool, in particolare) creata dal lavoro.

Le riforme del lavoro via via succedutesi, a partire dagli anni Novanta (i prodromi c’erano stati con Craxi, che abolì la “scala mobile”, ossia l’adeguamento automatico dei salari all’inflazione), hanno portato ansia, precarietà di lavoro e di vita, spesso depressione, frustrazione, autolesionismo (che si manifesta anche con l’abuso di alcol o di droghe sintetiche), smania di successo, competizione sui luoghi di lavoro, scarsa solidarietà, atomismo etc.

I padroni, insomma, tramite le “riforme”, sono riusciti a distruggere la solidarietà di classe di un tempo, a metterci l’uno contro l’altro. Vite distrutte, generazioni – a partire da quelle nate dal ‘70 in poi – che hanno visto via via degradarsi la loro condizione di vissuto.

Spesso, tutte queste cose si sono riflesse in conflitti familiari, in separazioni, in stress, in malattie mentali non curate. La condizione antropologica, psichica, umanitaria di generazioni che spessissimo si autoconsiderano come “fallite”, hanno la causa ultima nelle riforme del lavoro, nelle privatizzazioni, nell’intensificazione dei ritmi produttivi, negli allungamenti delle giornate lavorative.

La distruzione della scuola, dei saperi, la perdita della memoria collettiva hanno poi fatto il resto.

Tutto ciò, nella società italiana, si riflette in separazioni, divorzi, solitudini, assenza di dialogo intergenerazionale, abbandoni, ricorso all’incerto aiuto di psichiatri, psicoterapeuti o imbroglioni che si presentano come tali.

Insomma, il modo di produzione capitalistico porta solo sterminio, genocidi, vittime civili sempre meno “collaterali”, ma anche una “guerra interna” sottile, mascherata, coperta dalla spettacolarizzazione della vita e della morte, ad esempio dalle tv e dal cinema attuale, dai canali streaming, che la “copre”.

Questa spettacolarizzazione è in fondo l’unica vera differenza rispetto alla condizione dei lavoratori descritta da Friedrich Engels ne “La situazione della classe operaia in Inghilterra”, in cui persino le ragazze ancora minorenni erano già vittime dell’alcolismo per “sedare” il malessere procurato dal lavoro.

Era il 1843, due secoli fa, ormai. Da questo potete misurare il reale “progresso” che si produce sotto il capitalismo liberista e senza regole, prima ancora di quello assassino teorizzato da un Peter Thiel qualsiasi.

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19/03/2026

La spada a tre lame (1982) di Albert Pyun - Minirece

Servi pronti ad entrare in guerra

Il “distacco” dei servi dal padrone yankee è durato appena 48 ore. Il tempo che ci è voluto per un breve giro di telefonate presumibilmente non proprio amichevoli per ordinare di mettersi rapidamente in servizio, zitti e muti.

La richiesta di Trump ai paesi della Nato – inviare navi da guerra per tenere aperto lo Stretto di Hormuz dichiarato chiuso dall’Iran ai soli paesi nemici – aveva ricevuto un cortese ma netto rifiuto, grosso modo dicendo “non è la nostra guerra, è fuori dai compiti della Nato”. Perché è scontato che mandare una flotta, anche ridotta ai soli dragamine, in mezzo ad un conflitto, significa prendere parte a quel conflitto schierandosi con una parte contro l’altra.

Sembrava una dimostrazione della persistenza di una “spina dorsale” e di una quasi imprevista “dignità nazionale”... ma era un errore: entrambe quelle virtù sono sparite da tempo. In sei paesi almeno: Gran Bretagna, Francia, Germania, Italia, Olanda e Giappone.

Per farsi vedere più sdraiata degli altri cinque la neo-premier giapponese Sanae Takaichi è volata a Washington per non meglio precisati colloqui con Trump.

Tutti e sei hanno sottoscritto una dichiarazione che illumina l’infamia che anima questi governi.

“Chiediamo all’Iran di cessare immediatamente le minacce, la posa di mine, gli attacchi con droni e missili e ogni altro tentativo di bloccare lo Stretto alla navigazione commerciale, nonché di conformarsi alla risoluzione 2817 del Consiglio di sicurezza delle Nazioni Unite”, si legge. “La libertà di navigazione è un principio fondamentale del diritto internazionale, sancito anche dalla Convenzione delle Nazioni Unite sul diritto del mare. Gli effetti delle azioni dell’Iran si faranno sentire su persone in ogni parte del mondo, specialmente sui più vulnerabili”.

“Esprimiamo la nostra disponibilità a contribuire agli sforzi appropriati per garantire il passaggio sicuro attraverso lo Stretto. Accogliamo con favore l’impegno delle nazioni che stanno procedendo alla pianificazione preparatoria”.

“La sicurezza marittima e la libertà di navigazione vanno a vantaggio di tutti i paesi. Chiediamo a tutti gli Stati di rispettare il diritto internazionale e di sostenere i principi fondamentali della prosperità e della sicurezza internazionali”. Neanche una parola su Stati Uniti e Israele che hanno aperto una guerra unilaterale, non provocata, contro l’Iran.

Peggio ancora quando ha aperto la bocca persino Kaja Kallas, facente finzione di “Alto rappresentante” per la politica estera europea: “Abbiamo qui oggi le Nazioni Unite e stiamo lavorando a stretto contatto con loro per trovare un passaggio sicuro per le navi attraverso lo Stretto di Hormuz, perché è davvero un problema soprattutto per l’Asia e anche per l’Africa il fatto che petrolio, gas, ma anche fertilizzanti e alimenti non possano transitare dallo Stretto di Hormuz”.

Un tale che si svegliasse improvvisamente dal coma, leggendo questi comunicati, capirebbe che l’Iran ha chiuso lo Stretto per un capriccio irresponsabile, mentre il mondo e il Medio Oriente stavano tranquillamente vivendo la vita normale di tutti i giorni.

L’unica cosa vera – ma mutilata ed usata come un alibi – è che il segretario generale dell’Onu, Antonio Guterres, ha rivolto un appello a tutte le parti, come è previsto dal suo ruolo:  “Il mio messaggio a Usa e Israele è che è tempo di finire questa guerra che rischia di andare totalmente fuori controllo, con una propagazione sull’economia mondiale che rischia di essere davvero drammatica, specie per i Paesi in via di sviluppo. All’Iran dico: basta con gli attacchi ai tuoi vicini, e apra lo stretto di Hormuz. È tempo che la diplomazia prevalga, è tempo che la forza della legge prevalga sulla legge della forza”.

Se si cancella l’appello agli aggressori e si chiede di fermare solo la reazione dell’aggredito è chiaro come il sole che si ci sta preparando a partecipare all’aggressione. Ossia entrare in guerra contro Teheran.

L’ipotesi è ampiamente contrastata dalle popolazioni di tutti e sei i paesi, dunque è partita contemporaneamente la “tarantella dei distinguo” per provare a camuffare un gesto che è la quintessenza della chiarezza.

Il famoso ministro “fino ad un certo punto” Tajani si è subito esercitato nella parte del pesce in barile, sostenendo che si tratterebbe di un “contributo politico, non militare”, sollevando grasse risate ovunque e a Washington in primo luogo.

Il cancelliere tedesco Friedrich Merz ha dilatato i tempi dell’impegno diretto a dopo la fine della fase acuta della guerra: “potremo fare molto, fino anche alla riapertura delle rotte marittime e al loro mantenimento in sicurezza, ma non lo faremo mentre i combattimenti sono in corso”. Ossia quando non servirebbe più, a meno di non prevedere per sé il ruolo di occupanti di una parte del territorio iraniano in prossimità dello Stretto.

In ogni caso Trump ha immediatamente incassato l’appecoronamento, ma con il consueto disprezzo riservato ai servitori lenti di comprendonio: «Ora la Nato è più disponibile, ma è tardi».

Come si vede, il giuramento appassionato fatto da tutti i Meloni dei sei paesi – “se ci chiedono di più faremo decidere il Parlamento”, perché “non siamo e non saremo in guerra” – è rimasto valido il tempo necessario a pronunciare quelle parole. Poi si fa l’opposto.

In zona, come già osservato, c’è già il dispiegamento della missione “Aspides”, nell’altro stretto che controlla il Mar Rosso, davanti allo Yemen degli Houthi, fin qui rimasti in attesa. Basta poco per far spostare quelle navi, visto che le regole di ingaggio prevedevano come zone operative anche il golfo di Oman e il Golfo Persico. Serve solo la decisione politica che è stata presa oggi, ma negando di averla presa.

Come se in guerra si potesse fare come nelle campagne elettorali, “senza contraddittorio”.

Ci ha pensato subito il ministro degli esteri iraniano, Abbas Araghchi, a chiarire l’ovvio. Ossia che la partecipazione di qualsiasi Paese al tentativo di rompere il blocco iraniano lo renderebbe “complice dell’aggressione e degli efferati crimini commessi dagli aggressori”.

Pare che nel mondo questo gioco lo capiscano proprio tutti, perfino i bambini delle elementari: se vuoi fermare l’aggredito stai aiutando l’aggressore. Quindi preparati a ritirare la tua dose di sganassoni, quando arrivi a tiro...

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L’Afghanistan accusa il Pakistan di aver bombardato un ospedale, si complica la mediazione della Cina

Dalla fine dello scorso mese c’è stato uno scambio di colpi significativo tra Afghanistan e Pakistan, che è culminato, lunedì sera, in quello che Kabul ha denunciato come un attacco deliberato a un ospedale specializzato nella riabilitazione da tossicodipendenze. Le cifre dei morti rilasciate dalle autorità afghane parlavano inizialmente di oltre 400 morti, e circa 260 feriti.

L’ONU, che ha subito chiesto un’indagine indipendente al riguardo, ha ridimensionato il numero delle vittime a 143, ma si tratta in ogni caso di un fatto di estrema gravità, se la dinamica venisse confermata. Inoltre, già il 15 marzo l’Afghanistan ha denunciato che un altro ospedale per il recupero dalle tossicodipendenze è stato bersagliato.

Il Pakistan, dal canto suo, nega l’attacco e rivendica di aver proceduto al bombardamento di Camp Phoenix, che si trova però a diversi chilometri di distanza da Kabul, dove si trovava il centro di recupero. Islamabad rivendica, inoltre, di aver distrutto 249 check point afghani, 224 carri armati e 70 infrastrutture militari, e di aver eliminato oltre 600 afghani talebani. A questi, l’ONU aggiunge almeno 75 civili, al 13 marzo scorso, e oltre 115 mila afghani costretti ad abbandonare le proprie case.

L’obiettivo di Islamabad è quello di colpire le strutture di Tehrik-e Taliban Pakistan (TTP), ovvero i talebani pakistani, che sarebbero sostenuti e protetti dal governo afghano. L’escalation è arrivata alla fine di febbraio, quando un gruppo armato ha attaccato il Pakistan, cui ha fatto seguito la risposa di Islamabad tramite operazioni militari e aeree che sono arrivate fino a Kabul. Il TTP conta su droni rudimentali, che hanno però dimostrato di poter arrivare nelle città pakistane più importanti.

Molte voci da Islamabad parlano del TTP come di un’organizzazione che vuole destabilizzare il paese per procura dell’India, e in seconda battuta di Israele. Il crescere dei disordini negli ultimi mesi sarebbe la conseguenza dell’accordo di partenariato strategico siglato con Riyad che, di fatto, ha posto l'arsenale atomico pakistano a difesa della sicurezza saudita dopo gli attacchi israeliani contro il Qatar.

Non a caso, Afghanistan e Pakistan hanno accettato una breve tregua di 5 giorni, a partire dalle 20 di ieri ora italiana, fino alle 20 di lunedì. Questa pausa è stata proposta proprio dall’Arabia Saudita, insieme al Qatar e alla Turchia, per la fine del Ramadan (le festività di Eid al-Fitr).

Il coinvolgimento del Pakistan nella guerra con i talebani, in questo senso, appare come un “alleggerimento” strategico per Israele: se Islamabad è impegnata ai suoi confini, non può proiettare la sua forza in un Vicino Oriente in cui infuria la guerra tra l’Iran, Israele, gli USA e le sue installazioni nel Golfo Persico.

Un altro attore centrale in questo scontro è la Cina. Per Pechino, il Pakistan rappresenta uno snodo vitale della Nuova Via della Seta, e per il paese passa il CPEC, il Corridoio Economico Cina-Pakistan, che arriva fino al fondamentale porto di Gwadar. Anche per l’Afghanistan passa una fondamentale linea ferroviaria, inaugurata nel 2022, che collega la Cina con l’Uzbekistan e il Kirghizistan. L’instabilità ai confini rappresenta un pericolo per gli affari cinesi.

Appena 24 ore prima del presunto bombardamento dell’ospedale, il portavoce del Ministero degli Esteri cinese, Lin Jian, descriveva un’attività diplomatica febbrile e affermava che un inviato speciale del Dragone, nell’ultima settimana, aveva fatto la spola tra Afghanistan e Pakistan nel tentativo di fermare il conflitto.

Il massacro all’ospedale afghano rende la mediazione se non impossibile, estremamente difficile. Ciò potrebbe però significa anche un incancrenimento del conflitto, che si muove lungo linee rosse delicate. La partita tra Afghanistan e Pakistan deve essere intesa come facente interamente parte dello scontro strategico che oggi avviene sui cieli e sugli stretti di tutta l’Asia Occidentale.

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Argentina - Pensionati alla fame protestano sotto il Parlamento, pestati dalla polizia

Come ogni mercoledi, ormai da mesi, i pensionati argentini sono tornati a manifestare sotto al Parlamento. E come spesso è già accaduto, contro di loro e i giornalisti presenti è stata scatenata una repressione brutale da parte della polizia federale e della gendarmeria.

La coreografia di mercoledì, quel rituale di resistenza sociale e umana che i pensionati materializzano settimanalmente davanti al Palazzo Legislativo, è stata nuovamente interrotta da un’operazione che ha trasformato la domanda di beni dignitosi in uno scenario di arresti e percosse.

Quello che era iniziato come il consueto presidio al Congresso si è concluso con un cordone di polizia che si è abbattuto sui corpi che chiedevano solo di smettere di perdere potere d’acquisto contro l’inflazione.

Il resto della giornata è uno scenario di braccia ferite, manifestanti arrestati e un’ambulanza che trasporta di corsa un uomo con un picco di pressione all’ospedale Ramos Mejía.

Tra i feriti vi sono Carlos Alberto “Chaca” Dawlowski e Delia Luján Montiel. “Chaca”, 76 anni, è stato rilasciato con la pelle segnata dalle botte della polizia, ma con la sua parola è intatta davanti alle telecamere: “Non possiamo più nemmeno marciare sul marciapiede, ma non ci arrenderemo. Lasceremo le nostre vite, ma loro non ci schiacceranno”

Le loro ferite, mostrate come prova di una democrazia che sta diventando sorda e violenta, riassumono lo spirito di una resistenza che, nonostante il bastone e lo spray al peperoncino, giura di non cedere fino all’ultima goccia di sangue.

“L’abuso di forza contro gli anziani, che non rappresentano alcun pericolo, ci rende ogni giorno più vulnerabili e attacca direttamente la nostra salute”, hanno sottolineato le organizzazioni dei pensionati.

Queste ultime denunciano come la direzione economica e sociale del governo configuri “una politica di sterminio” che non colpisce solo i pensionati, ma anche altri settori vulnerabili come le persone con disabilità e l’infanzia. Con l’ultimo dato sull’inflazione di dicembre diffuso dall’Indec, si può già confermare l’aumento previsto di pensioni, assegni e sussidi dell’Anses che entrerà in vigore a febbraio: appena il 2,8%. Tradotto in cifre più chiare, per l’assegno minimo si tratta di un incremento di soli 9.780,38 pesos, una cifra che non basta nemmeno per comprare un chilo di spalla di maiale.

Con il sistema indicizzato all’indice dei prezzi al consumo, è l’inflazione a determinare gli aumenti mensili dei pensionati. Con il raffreddamento dell’economia ancorato alla depressione dei salari, gli aumenti pagati dall’Anses sono sempre più bassi e non valgono nemmeno per comprare 2 bottiglie di shampoo. Letteralmente.

Secondo un rapporto dell’Osservatorio Mate, ogni pensionato ha perso, in media, quasi 5 milioni di pesos dall’insediamento di Javier Milei. In questo periodo, le pensioni e gli assegni si sono consolidati come uno dei principali assi della stretta fiscale del governo, al punto da concentrare un taglio equivalente a 16,5 trilioni di pesos, mentre l’importo medio è rimasto del 23% al di sotto del livello del 2023. Di conseguenza, la pensione minima oggi basta a malapena a coprire un terzo del costo reale di un paniere di base per gli anziani.

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