Presentazione
Analisi, opinioni, fatti e (più di rado) arte da una prospettiva di classe.
09/10/2026
Due “terroristi” in un’altra base inglese. Ma sono lettoni…
E visto che la Russia si ostina a non invadere l’Europa, ecco che dei “volenterosi” provano a produrre “fatti” adatti a far salire la temperatura guerrafondaia.
In gergo militare e diplomatico si tratta di piccole provocazioni “false flag” – falsa bandiera, ossia prodotte in loco ma attribuite ai russi (o all’Iran), una specialità molto occidentale, per chi ricorda un ex generale con una boccetta in mano all’assemblea dell’Onu per giustificare l’invasione dell’Iraq nel 2003.
La miriade di “droni russi” segnalati tutti i giorni non fanno danni, come i fantasmi. E i “disturbi elettronici” della cosiddetta “guerra ibrida” non sono abbastanza convincenti, forse perché non arrivano a spegnare la televisione durante la partita serale.
Abbiamo tutti capito facilmente, per esempio, che i cinque – poi sette – arrestati vicino alla base aerea di Fairford, appartenente alla Raf inglese ma in concessione agli Usa per i bombardieri che andavano sull’Iran, non erano affatto “terroristi persiani”, visto che si trattava di giovani inglesi scarcerati dopo poche ore. Però il giochino era stato sufficiente a convincere gli americani a spostare altrove quei bombardieri, visto che quella base non garantiva abbastanza “sicurezza”.
Ora la replica, con schizzi di materiale organico sgradevole. Due uomini sono stati arrestati all’interno della base militare di Molesworth, nel sud-est dell’Inghilterra, anch’essa della Raf ma ospitante hub di intelligence statunitensi e della NATO. Erano entrati con il classico buco nella recinzione perimetrale.
Al contrario dei cinque poveretti sorpresi ad una certa distanza da Fairford, questi due erano proprio dentro, con presumibili “cattive intenzioni” visto che non erano passati dagli ingressi ufficiali.
Il problema è che si tratta di due lettoni, ossia di due cittadini europei di un paese membro della Nato. Alleati a tutti gli effetti, insomma. Anche se di quella fetta baltica di alleanza (Estonia, Lettonia, Lituania) che sta facendo da tempo carte false per scatenare una guerra alla Russia che loro, da soli, non si possono proprio permettere. E quindi provano a “convincere” tutti gli altri a farsene finalmente da fare.
Basti ricordare le farneticazioni quotidiane della sedicente “alta rappresentante per la politica estera UE”, la svalvolata Kaja Kallas, o il suo connazionale Tarmo Kundla, neo capo del sedicente “esercito” estone (4.500 uomini in tutto, solo un terzo “professionisti”), che sposta le truppe al confine e vaneggia di “vittorie” da ottenere rapidamente sul campo...
I due lettoni, di 36 e 32 anni, sono attualmente detenuti con l’accusa di violazione di domicilio e di essere entrati in un luogo vietato “per uno scopo pregiudizievole per il Regno Unito”, secondo l’elegante formula riservata ai terroristi “alleati”.
“Siamo ben consapevoli del recente aumento dell’interesse e della preoccupazione attorno ai siti militari”, ha dichiarato il comandante Helen Flanagan, a capo della Polizia Antiterrorismo di Londra. “Ma in questa fase non c’è nulla che suggerisca che questo incidente sia collegato agli eventi della RAF Fairford”.
L’unico collegamento è la pretesa di far partire una guerra vera e propria – “breve ma intensa”, come i conflitti nucleari – a forza di far finta di condurre una “guerra ibrida”.
Anche se è sempre meno ibrida e più “classica”, visto che il Comitato militare che assiste e fornisce consulenza al Consiglio Atlantico, al Comitato di pianificazione della difesa e al Gruppo di pianificazione nucleare della Nato, guidato dal generale italiano Cavo Dragone, si è recato ufficialmente in questi giorni a Kiev.
Il ruolo principale di questo Comitato militare è quello di fornire indicazioni e consulenza in materia di politica e strategia militare all’Ucraina. Di fatto, un’entrata in guerra vera e propria, perché ogni “consulenza” si fa inviando “consulenti”, ossia contingenti militari con le competenze specifiche ritenute indispensabili.
Vedremo probabilmente la notizia dei due lettoni entrati nottetempo in una base inglese sparire dai giornali (su quelli italiani non c’è proprio arrivata, nonostante ne parlino BBC e CNN, e altre fonti occidentali autorevoli), ma resta il fatto che si va costruendo il clima che prima o poi sfocia in una guerra.
Le piccole provocazioni “false flag”, infatti, sono la spia di una volontà politica ancora minoritaria e per nulla supportata dall’opinione pubblica europea, in nessun paese. È quindi gioco forza inevitabile che queste provocazioni salgano di livello, trasformandosi in azioni vere e proprie, probabilmente con morti e feriti, in modo da vincere quelle “stupide resistenze pacifiste”.
Nel paese delle stragi di Stato, di Piazza Fontana e della Stazione di Bologna, ecc., non c’è neanche bisogno di spiegare come sia possibile...
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Isteria e nemici interni dentro l’ossessione per la guerra ibrida
È stato sufficiente che l’edizione di giovedì del giornale Politico.eu scrivesse qualche riga per mettere in moto una valanga, rivelando che l’Unione Europea ritiene di trovarsi di fronte all’escalation delle operazioni ibride russe e che si sta preparando all’eventualità in cui, prima o poi, queste azioni provochino delle vittime in Paesi Ue o Nato. Insomma quasi un auspicio che da qualche parte ci scappi il morto da poter strumentalizzare ai fini della propaganda di guerra, sia sul fronte esterno che sul fronte interno.
Si tratta di uno scenario che in Italia abbiamo purtroppo visto e subìto spesso: dalla strage di Piazza Fontana in poi. Su questo, nostro malgrado, potremmo tenere delle lectio magistralis a tutti gli altri paesi europei che non hanno sperimentato tragedie e orrori analoghi
Il giornale Politico.eu riferisce di una riunione di diplomatici della Ue a porte chiuse, senza telefonini e senza assistenti, che ha valutato il rischio di attacchi gravi, “capaci di provocare vittime su larga scala”. Due fonti diplomatiche hanno confermato a Politico che una riunione degli ambasciatori presso l’Ue, svoltasi mercoledì scorso, ha riguardato proprio questo tipo di scenario.
Per una fonte diplomatica citata dal sito, “data la portata e la vastità dell’azione russa, è inevitabile che prima o poi vi siano delle vittime. È pura fortuna che non ce ne siano ancora state”.
“È abbastanza ovvio che, quando la Russia utilizza strumenti sempre più letali per mettere alla prova la nostra preparazione e la nostra volontà di adottare contromisure, a un certo punto ci saranno delle vittime”, ha dichiarato a Politico la finlandese Teija Tiilikainen, direttore del Centro europeo di eccellenza per il contrasto alle minacce ibride. “Prima o poi, intenzionalmente o meno, questo è ciò che accade”.
Se diversi cittadini di Paesi membri dell’UE o della NATO venissero uccisi in quello che sembra essere un attacco, la pressione ad agire sarebbe enorme per entrambe le istituzioni. “Temiamo fortemente che a un certo punto venga tolta la vita a un nostro alleato”, ha affermato un diplomatico della NATO, il che renderebbe la pressione ad agire “molto alta”, riporta ancora Politico.eu.
Ma l’isteria ormai è talmente dilagante che alcuni Paesi membri della Ue, ritengono che debba essere la Nato e non l’Unione Europea la sede opportuna per trattare di questi argomenti e le possibili soluzioni, soprattutto perché le riunioni della Ue sarebbero troppo “porose” per la fuga di notizie o di informazioni sensibili.
A rendere il tutto ancora più strumentalizzabile ai fini della mera propaganda di guerra esterna ed interna in Europa, vi è anche il tentativo di leggere le proteste giovanili e popolari in Francia come eterodirette o articolazioni di progetti di destabilizzazione. E in questo gioco sporco tutto fa brodo, dalla guerra ibrida della Russia alle ambizioni dell’islam politico.
“Quello che sta accadendo in Francia non è altro che immigrazione di massa fuori controllo”, ha scritto Donald Trump il 6 ottobre sul suo social Truth riferendosi agli scontri e alle manifestazioni che stanno attraversando la Francia. Per il presidente americano “non si tratta delle scuole”, ma dell’“Islam che vuole prendere il controllo di un Paese un tempo grande”.
A fargli eco è subito arrivato l’eurodeputato lepenista Fabrice Leggeri, esponente del gruppo della destra dei Patrioti al Parlamento di Strasburgo, secondo il quale “sulle proteste in Francia Trump non ha del tutto torto”. Perché, ha affermato durante un punto stampa al Parlamento Europeo, “le rivolte in corso, le rivolte dei cosiddetti studenti o presunti studenti, sono di fatto strumentalizzate dall’estrema sinistra e, come sappiamo, l’estrema sinistra è infiltrata da elementi islamisti”.
L’isteria crescente delle classi dominanti – e dei mass media da esse finanziati – ormai buttano tutto nel calderone del “nemico interno”: agenti russi, cittadini pagati dai russi, ingerenze islamiche e, ovviamente, i partiti della sinistra e i comunisti.
Se al posto degli ebrei mettiamo gli islamici, sono esattamente gli stessi nemici messi all’indice in Europa dai nazifascisti negli anni Trenta.
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La Cina ha un esercito di talenti nell'IA
Nel 2025 la Cina è diventata il paese col maggior numero di ricercatori di punta nel campo dell’intelligenza artificiale (il 41 per cento), davanti agli Stati Uniti (34 per cento). Il primato cinese – emerso dal rapporto Who’s Ahead in the Global AI Talent Race? – segna un’inversione di tendenza rispetto a pochi anni fa. Nel 2022 il 46 per cento dei talenti IA lavorava negli Usa e solo il 27 per cento in Cina. Gli Usa restano la destinazione preferita per i talenti IA che vanno a lavorare all’estero.
Sempre più ricercatori cinesi di punta restano in patria invece di fare rotta verso la Silicon Valley, attratti dai ricchi stipendi di player nazionali come DeepSeek e frenati dalle restrizioni alla concessione dei visti da parte degli Usa, per proteggersi dalla competizione dell’IA cinese. Delle migliaia di talenti censiti dal report, l’anno scorso il 57 per cento aveva conseguito la laurea di primo livello in Cina (+11 per cento rispetto al 2022), mentre solo il 13 per cento aveva completato gli studi universitari negli Usa.
Per la prima volta la spesa in ricerca e sviluppo in percentuale del Pil della Cina – 2,8 per cento nel 2025 – ha superato la media dell’Organizzazione per la cooperazione e lo sviluppo economico (Ocse), ovvero delle economie sviluppate guidate da governi democratici, che l’anno scorso si è fermata al 2,7 per cento.
Nel 2025 la spesa in R&D della Cina è stata di 3.920 miliardi di yuan (584,8 miliardi di dollari). Una crescita che riflette la strategia di autosufficienza tecnologica del governo di Pechino, accelerata dal XV Piano quinquennale (2026-2030).
Il ministro della Scienza e tecnologia, Yin Hejun, ha illustrato i piani del governo per rafforzare la ricerca scientifica di base, definendola essenziale per conseguire progressi tecnologici e affrontare le esigenze della sicurezza nazionale e altre priorità strategiche.
Yin ha aggiunto che Pechino intensificherà gli sforzi per superare i colli di bottiglia nei settori strategici, come i semiconduttori, i macchinari industriali e la strumentazione di alta gamma. Sarà inoltre rafforzato il sostegno alla ricerca nelle tecnologie di frontiera, tra cui l’intelligenza artificiale, le tecnologie quantistiche, le biotecnologie e le tecnologie di interazione tra cervello e computer.
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Fuori l’Italia dai giochi dell’apocalisse nucleare NATO
Per una settimana i cieli italiani si trasformeranno nel teatro di una delle più delicate e imponenti manovre militari dell’Alleanza Atlantica. Dal 13 al 20 ottobre si svolgerà “Steadfast Noon 2026”, l’annuale esercitazione della NATO ideata per testare la prontezza e le procedure di “deterrenza” (dicono i guerrafondai...) nucleare, simulando l’impiego delle armi atomiche statunitensi schierate sul suolo europeo.
L’operazione è legata agli accordi di condivisione nucleare che coinvolgono nazioni come Italia, Belgio, Germania, Paesi Bassi e Turchia. Sebbene le attività si svolgano senza l’uso di testate reali, l’evento ha giustamente innescato dure reazioni. Innanzitutto perché, ha denunciato AVS, la notizia dell’esercitazione non è giunta attraverso comunicazioni ufficiali del governo alle Camere, bensì attraverso un documento tecnico destinato all’aviazione civile.
Il piano di Steadfast Noon delinea una fitta ragnatela di rotte che attraverserà l’intera penisola nelle giornate del 13, 14, 16 e 20 ottobre. I velivoli decolleranno dagli scali dell’Aeronautica Militare di Ghedi (Brescia), Aviano (Pordenone), Amendola (Foggia), Gioia del Colle (Bari) e Trapani.
Rotte di raccordo taglieranno l’Italia dal Friuli e dalla pianura lombarda lungo l’Appennino tosco-emiliano, dalla Puglia verso ovest e dalla Sicilia occidentale, convergendo verso ampi settori del Mar Tirreno e della costa orientale della Sardegna. La mappa dei corridoi aerei sembra essere sostanzialmente la stessa del 2023, quando i cieli italiani ospitarono quell’edizione dell’esercitazione militare.
Nel nostro paese, i siti cardine sono le basi di Aviano e Ghedi, dove sono stoccate le bombe termonucleari a gravità statunitensi. Durante l’esercitazione, gli equipaggi dei caccia a duplice capacità convenzionale e nucleare simulano le manovre di avvicinamento e sgancio, scortati da caccia di copertura e aerei cisterna.
I nodi che emergono da questa vicenda sono almeno tre. Il primo è di carattere “materiale”: dove si svolgeranno le sessioni di tiro segnalate nei bollettini e con quale tipo di munizionamento? Che tipo di effetti avranno sull’ambiente e sulla salute dei cittadini che potrebbero essere coinvolti, loro malgrado, nelle ricadute delle esercitazioni, in particolare in Sardegna?
Il secondo riguarda lo stato comatoso della nostra “democrazia”. È assurdo che il Ministero dalla Difesa tratti l’esercitazione come una questione tecnica, come una semplice nota da inviare all’aviazione civile per evitare “danni collaterali”. L’assoluta mancanza di trasparenza sull’utilizzo del Paese come una piattaforma militare per armi nucleari altrui palesa la preoccupazione del governo intorno alla crescente opposizione alla deriva bellicista promossa dalle classi dominanti occidentali.
E da qui emerge l’ultimo nodo, quello prettamente politico-strategico. Il vero problema, al di là di quel che denuncia AVS, è l’adesione all’alleanza aggressiva e mortifera della NATO, e ai vincoli e automatismi a cui questa gabbia dà origine. L‘Italia dovrebbe certo aderire al Trattato ONU per la proibizione delle armi nucleari (TPNW) e pretendere il ritiro delle testate atomiche dal territorio nazionale.
Ma è proprio l’adesione all’Alleanza Atlantica, intesa come piattaforma di proiezione degli interessi imperialistici, anche con la perpetua minaccia nucleare, che deve essere messa in discussione. Non è un caso che nessun paese NATO abbia firmato il trattato appena citato, e gli unici paesi europei ad averlo ratificato (tolti San Marino, il Vaticano, e Malta) siano l’Austria e l’Irlanda, che non fanno appunto parte dell’Alleanza.
Bisogna tutelare la popolazione italiana, rendendo il paese un promotore di diplomazia, non della futura – e ultima – guerra mondiale.
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Il “Project Meridian” per la guerra del futuro
Per portare a termine questo studio è stato definito una sorta di gruppo di lavoro, alla cui guida c’è il Segretario alla Guerra Pete Hegseth, che ha scritto chiaro e tondo: “per mantenere il dominio globale, gli Stati Uniti devono anticipare i futuri ambienti operativi”.
Al di sotto, a fare davvero il lavoro di Project Meridian sarà un “triumvirato” che ha destato molte attenzioni: Elon Musk, che con Starlink e SpaceX rappresenta l’infrastruttura satellitare e aerospaziale statunitense; Palmer Luckey, fondatore di Anduril Industries e sostenuto dal Founders Fund di Peter Thiel; Newton Gingrich, figura storica del Partito Repubblicano ed ex Speaker della Camera, con decenni di esperienza dottrinale e politica in ambito di sicurezza nazionale.
Questo comitato, che ha il compito di trovare una sintesi tra visione geostrategica, capacità industriale e avanguardia tecnologica, avrà a disposizione 120 giorni (consegna dovuta entro il 28 gennaio) per scandagliare l’evoluzione degli scenari bellici, individuare i vuoti di competenze e indicare quali tecnologie dovranno essere integrate per mantenere la leva armata alla base delle politiche predatorie di Washington.
Con la crescente militarizzazione dello spazio orbitale e dell’orbita terrestre, il ruolo di SpaceX come fornitore chiave del Pentagono si salda con il peso politico ed economico di Musk, confermato anche dai recenti vertici alla Casa Bianca dedicati allo sviluppo della super-intelligenza e delle più avanzate tecnologie di frontiera.
Luckey incarna la nuova leva dell’industria bellica della Silicon Valley. La sua azienda è in prima linea nello sviluppo di droni, sistemi d’arma autonomi e software avanzati per la gestione del campo di battaglia, proponendo modelli produttivi e operativi agili, distanti dalla pesantezza dei colossi militari tradizionali.
Gingrich, già membro alla fine degli anni Novanta della Commission on National Security e docente alla National Defense University, nel documento del 2007 “Adapt or Die” affermava già la necessità di proteggere la leadership scientifica USA, sia a livello di nuove brevettazioni sia sul lato delle dipendenze da componenti e software stranieri nella catena di fornitura.
Gli orizzonti di studio assegnati al Project Meridian, però, dallo spazio cislunare (la regione compresa tra l’orbita terrestre e quella della Luna) si allungano anche in direzione opposta. Il comitato dovrà indagare anche possibili opzioni operative in relazione a complessi teatri sotterranei.
In generale, il lavoro del gruppo del Project Meridian si intreccia strettamente con i piani del Pentagono per l’istituzione di un Comando per la Guerra Autonoma, concepito per imprimere un’accelerazione decisiva all’integrazione di sciami di droni, veicoli senza pilota e piattaforme guidate dall’intelligenza artificiale nei dispiegamenti delle forze armate.
Il 29 settembre, Donald Trump ha incontrato alla Casa Bianca i rappresentanti di Alphabet, Meta, OpenAI, Anthropic, NVIDIA e X-AI, per la sottoscrizione di un accordo volontario intorno a controlli interni, alla supervisione per individuare eventuali rischi, in particolare quelli legati all’ambito della cyber e biosicurezza, e a verificare che i modelli non accedano in modo imprevisto ai sistemi informatici.
È un’intesa ben lontana dal creare una governance dell’intelligenza artificiale, e serve soprattutto a integrare le grandi aziende del settore in un quadro di standard pensati per la dimensione bellica e della sicurezza nazionale. Un terreno che è sempre più dominato dalle visioni della galassia di estrema destra che circonda Peter Thiel, e che sta modellando i tratti del nuovo establishment stelle-e-strisce.
Nella pratica del Project Meridian, il compito affidato a Musk, Luckey e Gingrich sarà quello di colmare la distanza tra le proiezioni teoriche dell’innovazione e la realtà dei conflitti moderni, provando a blindare le capacità della macchina bellica statunitense di fronte alla guerra a tutto campo che ha dichiarato al mondo multipolare.
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I placebo di Matignon e la rivolta nelle strade
Riserve strategiche: un ammortizzatore di carta
Al centro della manovra di disinnesco governativa c’è l’annuncio dello sblocco straordinario di 10 milioni di barili di gasolio dalle riserve strategiche nazionali. L’obiettivo dichiarato? Determinare una riduzione automatica dei prezzi alla pompa da 12 a 18 centesimi al litro.
La promessa è altisonante: un calo “sostanziale” dei prezzi. La realtà economica, analizzata da osservatori più lucidi, è ben diversa.
Si tratta di un’operazione puramente psicologica. Un palliativo effimero. Il consumo globale di greggio divora queste cifre in poche ore. Soprattutto, la misura non tocca il vero nodo strutturale: il peso delle accise e dell’IVA, che il governo si rifiuta tassativamente di tagliare. Svuotare le riserve oggi significa doverle ricomprare domani, generando una futura domanda che farà risalire i prezzi.
Matignon offre un’aspirina a un malato cronico, sperando solo di guadagnare tempo.
Banchi e bilanci
Il secondo fronte dello scontro è quello delle scuola.
Da metà settembre, il movimento studentesco blocca centinaia di istituti. Le rivendicazioni sono sempre identiche: classi sovraffollate, istituti degradati, carenza di insegnanti, precarietà assoluta.
La risposta del Primo Ministro è stata un capolavoro di fumo negli occhi. Ha lodato le “parole preziose” dei giovani, ma ha difeso il suo bilancio per l’Istruzione e ha decretato una sospensione straordinaria delle lezioni per organizzare un ben astratto “tempo di democrazia interna”.
La reazione del fronte giovanile e dei sindacati degli insegnanti è stata una netta levata di scudi. I collettivi studenteschi hanno respinto l’offerta al mittente: “Vogliamo fatti, non scadenze a fine mese”. I sindacati hanno bollato la sospensione dei corsi come una “cacofonia irrispettosa” che aggrava il caos.
Ma è sulle cifre che lo scontro diventa un divario economico incolmabile: le organizzazioni dei liceali esigono un piano immediato da 10 miliardi di euro, liquidando la proposta sbandierata da Lecornu di aggiungere ancora 1,2 miliardi di euro per l’Éducation nationale, come un’elemosina già divorata dall’inflazione.
I blocchi e le manifestazioni continuano a oltranza.
La negazione della piazza e la rivendicazione della repressione
Il discorso di Lecornu ha toccato il punto di rottura assoluto proprio sulla gestione dell’ordine pubblico. Il Premier ha difeso ciecamente l’operato della polizia, sostenendo che le forze dell’ordine non hanno il mandato di aggredire i liceali, ma solo di contenere l’“ultraviolenza urbana”.
Una versione smentita dai fatti: i dati parlano di oltre 5.000 fermi e di minorenni mutilati nel corso delle cariche. Per i sindacati e i comitati dei genitori, la risposta di Matignon è solo violenza di Stato: è una promessa repressiva che però non spaventa i manifestanti, bensì salda la solidarietà tra giovani, professori e famiglie.
Il vero terrore di Matignon: la convergence des luttes
Perché questa fretta? Perché attingere alle riserve strategiche del Paese?
La risposta ha una data precisa, il 17 ottobre e un appello spontaneo, anonimo, ma ultracondiviso sui social, per una giornata di mobilitazione nazionale contro il rincaro del carburante e il caro vita.
L’esecutivo teme una nuova esplosione dei Gilets Jaunes. La «resurrezione» di un movimento di massa e spontaneo, innescato dalla miscela esplosiva tra il diesel oltre i 2,36 euro al litro e la rabbia sociale che diventa incontenibile.
La paura più grande del governo si chiama ormai convergence des luttes. Se la rivolta degli studenti si unisce agli scioperi dei lavoratori (i sindacati CFDT, CGT, FO, Unsa e FSU hanno indetto uno sciopero nazionale per il prossimo 5 novembre ), e dei sindacati agricoli, senza omettere “l’onda digitale de 17 ottobre”, il Paese si avvia verso un blocco totale, verso lo sciopero generale.
Senza una maggioranza in Parlamento, l’esecutivo cammina su un filo sottilissimo. Il dibattito sulla legge di bilancio è alle porte. Una mozione di sfiducia potrebbe far cadere il governo in qualsiasi momento. La retorica della pacificazione di Lecornu è fallita prima ancora che i televisori si spegnessero. La parola ora torna nelle piazze.
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Quel vago sentore di camera a gas contro i pensionati
Accanirsi addirittura contro i pensionati al minimo italiani attribuendogli la colpa di “togliere il futuro ai giovani” non ha il vago sapore di una camera a gas?
Sia dal titolo che dalla domanda che apre l’articolo si coglie subito l’intento capzioso dell’autore: anziché chiedersi come sia stato possibile che un sistema pensionistico, che un tempo non molto lontano, si basava sul principio di solidarietà, sia stato ridotto a qualcosa di molto diverso al punto di elargire, a chi ha un reddito da 25.000 euro (reddito medio dei lavoratori italiani) un trattamento pensionistico con un importo equivalente a quello di una pensione minima (integrazione che l’INPS applica per calcolare l’assegno di chi ha maturato una pensione troppo bassa), il nostro rovescia la domanda nel suo contrario e si scaglia contro l’ipotesi di alzare le pensioni minime a 800/1000 euro proprio a partire dal fatto che in tal modo si allineerebbero le pensioni minime a quelle di chi ha lavorato una vita.
Ma così si oscura, surrettiziamente, il dato principale, ovvero, il fatto che una sciagurata riforma del 1995 ancora in vigore, voluta dall’allora governo tecnico guidato da Lamberto Dini (sostenuto anche dalla “sinistra”) ed avallata da CGIL, CISL e UIL, in cambio della partecipazione di questi sindacati complici ai CdA dei fondi pensione, ha cancellato il sistema di calcolo retributivo ed ha introdotto il famigerato sistema di calcolo contributivo in base al quale, un lavoratore italiano, anche dopo un vita di lavoro, andrà a percepire, grosso modo, una pensione con un importo equivalente a quello di una pensione minima, il che vuol dire che cadrà, per l’appunto, in una condizione di semi-povertà. È questo il vero scandalo!
L’Istat stima che quasi un milione di anziani (over 65) si trovino in condizione di povertà assoluta in Italia il che vuol dire che percepiscono da 500 a 650 euro mensili mentre ben 7,4 milioni di pensionati, il 44% del totale, vive in una condizione di semipovertà, con un assegno inferiore a 1.000 euro lordi mensili (ovvero 800 euro netti circa al mese).
Quante volte abbiamo visto degli anziani rovistare nei cassonetti dell’immondizia o aspettare che chiudano i mercati per raccattare ortaggi e frutta invenduta o, ancora, quanti anziani fanno ore di fila per un pasto caldo alle mense della Caritas? Purtroppo tantissimi e con il carovita che morde queste situazioni sono destinate ad aumentare sempre di più. Una larga parte di queste persone avrà sicuramente lavorato una vita intera per poi ritrovarsi a vivere una vecchiaia in miseria.
Ebbene, questa stampa “liberale”, negli ultimi decenni, a differenza di quella esplicitamente reazionaria, ha avallato, in modo subdolo, strisciante, una narrazione che attribuiva, di volta in volta, la responsabilità della crisi dello stato sociale e della “mancata tenuta dei conti pubblici”, agli immigrati, ai dipendenti pubblici, ai percettori del reddito di cittadinanza ed anche ai pensionati, si, pure a loro. Ma questi sedicenti “liberali” non conoscono limiti: arrivare a cercare di fomentare una contrapposizione tra giovani (precari, disoccupati o NEET) e quella parte di popolazione anziana costretta da una normativa ignobile e disumana (avallata, va detto, da tutti i governi succedutisi dal dopoguerra ad oggi) a sopravvivere con poche centinaia di euro in una situazione come quella attuale in cui pagarsi il riscaldamento in inverno è diventato proibitivo e in cui il costo della vita è sempre più caro, è qualcosa di talmente abbietto che rasenta una mentalità davvero nazistoide.
La verità è che il modello liberale ha sempre avuto un cuore nero e fascista, che ha nella strenua difesa di rendite e privilegi da un lato e nell’accanimento nei confronti dei settori più deboli della società dall’altro, la sua unica e granitica ragion d’essere. È questa una verità che trova ampie conferme tanto nella storia passata (il novecento) quanto in quella a noi contemporanea. E a tutti coloro che ancora sono prigionieri dell’illusione liberal-democratica consiglio vivamente la lettura di un recentissimo saggio di Giorgio Cremaschi, “Liberal Fascismo. Come i liberali distruggono la democrazia e ci portano in guerra”. Poi ne riparliamo...
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