Presentazione


Analisi, opinioni, fatti e (più di rado) arte da una prospettiva di classe.

10/03/2026

I portuali del CALP partono col Nuestra América Convoy, per rompere l’assedio USA a Cuba

In un video pubblicato ieri sui social del Collettivo Autonomo Lavoratori Portuali e dell’Unione Sindacale di Base (che ha lanciato una raccolta fondi per farmaci essenziali), i portuali di Genova hanno annunciato che saranno presenti sulla flotta di navi che prenderà parte al Nuestra América Convoy, la missione che sta venendo organizzata per rompere l’assedio statunitense a Cuba.

Come il Collettivo era stato presente sulla Global Sumud Flotilla, e come quella iniziativa era pensata non solo per portare aiuti umanitari, ma anche e soprattutto come azione politica per rompere il blocco criminale degli imperialisti a un popolo in lotta, anche in questo caso il Convoy si presenta con un fine politico: difendere l’autodeterminazione del popolo cubano contro le ingerenze imperialiste.

Questo è il messaggio che è stato ribadito anche da Thiago Ávila, anch’egli presente sulla Sumud Flotilla e tra gli organizzatori del Convoy. “Da Gaza all’Avana – ha scritto sui suoi social – la lotta è una sola: contro l’imperialismo e il sionismo, e per la dignità dei popoli liberi del mondo. Siamo nel mezzo della più grande battaglia della nostra generazione e dobbiamo affrontare le strutture di oppressione ovunque si manifestino”.

Come ha ricordato sempre Thiago, si prevede che il Convoy dovrebbe arrivare nella capitale cubana il 21 marzo, raggiungendo l’isola con ogni mezzo di trasporto. Sin dal lancio dell’iniziativa, il supporto è aumentato e si è allargato in vari paesi del mondo, dove sono state organizzate raccolte fondi, medicinali e di pannelli fotovoltaici per alleviare lo strozzamento energetico di Cuba.

L’aggressività statunitense va inoltre aumentando in questi giorni, dopo il tentativo di infiltrazione terroristica di fine febbraio. “Cuba è la prossima”, ha detto il senatore Lindsey Graham a Fox News, poco dopo l’inizio dei raid congiunti tra Stati Uniti e Israele contro l’Iran. Lo stesso Trump, in un’intervista telefonica alla CNN, ha detto che il governo socialista “sta per cadere”, più come minaccia e auspicio che come dato di realtà.

Il Dipartimento del Tesoro ha annunciato che valuterà licenze per aziende statunitensi (e potenzialmente di paesi terzi) per la vendita di greggio venezuelano a Cuba. Tuttavia, il Dipartimento del Commercio ha imposto un paletto ferreo: il petrolio può essere venduto esclusivamente a privati cubani per attività economiche o fini familiari. È fatto divieto assoluto di fornire carburante alle autorità politiche, alle Forze Armate o a strutture riconducibili allo Stato.

L’obiettivo è chiaro: scavalcare L’Avana, usare le esigenze del popolo cubano come leva contro il governo, favorire lo sviluppo di un mercato nero che destabilizzi il socialismo cubano. Ma il pericolo principale viene in questo momento dai tribunali della Florida. Secondo quanto riportato dal Wall Street Journal, FBI, DEA e Dipartimento del Tesoro stanno raccogliendo prove per istruire procedimenti penali contro i leader del Partito Comunista Cubano.

Le accuse spaziano dal traffico di droga alle violazioni delle sanzioni e alle infrazioni in materia di immigrazione. Si tratta, insomma, della strategia già usata per il sequestro del presidente venezuelano Nicolás Maduro e della Prima Combattente Cilia Flores, e ciò deve mettere in allerta tutti i solidali con la rivoluzione cubana.

Manca ancora una decina di giorni all’arrivo del Convoy a Cuba, che rappresenta un’importante azione di sostegno a Cuba. Ma solo una mobilitazione larga può creare le condizioni per impedire ulteriori aggressioni imperialiste in America Latina. Non a caso, nel loro video i portuali si dicono pronti a “Bloccare Tutto”, ancora una volta.

Fonte

La guerra all’Iran costa agli USA quasi un miliardo al giorno

Il Center for Strategic and International Studies (CSIS) è un importante think tank con sede a Washington. È considerato tra i migliori al mondo, e l’allineamento con la politica statunitense è evidente nella sua storia (fondato da un ammiraglio, Kissinger tra i consiglieri, la NATO tra chi lo ha sovvenzionato) e nel tipo di analisi che commissiona.

Per questo risulta molto interessante il commento di Mark Cancian e Chris Park, rispettivamente un colonnello dei marines in pensione e un ricercatore presso il CSIS, intorno ai costi di questi primi giorni di aggressione imperialista all’Iran. I dati che riportano sono da considerarsi piuttosto affidabili, e parlano di una spesa giornaliera media che, fino a oggi, si è attestata a quasi 900 milioni di dollari.

Questi numeri trovano riscontro in altre notizie. Ad esempio, Nancy Youssef, giornalista che lavora per la rivista The Atlantic, sul suo X ha riferito che un funzionario del Congresso le ha riferito una stima di spesa giornaliera di 1 miliardo.

Kent Smetters, direttore di un centro di ricerca dell’Università della Pennsylvania, ha dichiarato alla CNN che una guerra di due mesi potrebbe costare tra i 40 e i 95 miliardi, a seconda che gli Stati Uniti mettano boots on the ground o meno, e in base alla rapidità con cui si riampizzeranno le munizioni usate.

Se le stime che vengono pubblicate sul sito del CSIS rappresentano tuttavia una valutazione costruita sulla base di precedenti operazioni è perché, questa volta, il Dipartimento della Guerra (anche se gli autori lo chiamano ancora “della Difesa“) ha fornito meno dettagli sulle attività svolte e gli strumenti impiegati dalle forze armate.

Ci possono essere vari motivi, ma ciò è sicuramente sintomo del fatto che non ci si trova di fronte a un conflitto limitato come altri in passato, bensì di fronte a un’operazione di guerra che presenta notevoli elementi di difficoltà anche per gli States. Il primo, certamente, è quello delle scorte di munizioni, e in particolari dei sistemi antimissile.

Nel testo, inoltre, viene riportato chiaramente il ruolo fondamentale svolto dagli alleati statunitensi del Golfo Persico nell’intercettazione dei missili e dei droni iraniani. Confermando coi numeri che tali paesi non “ospitano” semplicemente le basi degli USA, ma sono attivamente coinvolti nella guerra contro Teheran.

La questione delle difese dagli armamenti iraniani e quella del ruolo dei paesi del Golfo fanno emergere chiaramente, come elemento centrale di questo conflitto, la tenuta del fronte interno dei governi locali. Tanto più considerando che Marco Rubio ha sostanzialmente dichiarato che Washington si è fatto dettare tempi e modi della guerra da Israele, non ben vista da molti arabi.

Altro nodo, come è chiaro, rimane quello prettamente militare delle munizioni. Gli analisti, nel pezzo qui sotto, affermano che in genere il valore degli armamenti utilizzati nelle campagne militari diminuisce, e così succede anche all’intensità delle operazioni. Ma affinché ciò accada significa che il Pentagono deve aver davvero colpito tutti gli obiettivi necessari a mettere in crisi la capacità bellica di Teheran, e poter magari rivendicarsi anche una qualche vittoria politica.

Hegseth, al contrario, ha detto che l’attività delle forze armate avrà un’impennata prossimamente. Che potrebbe tranquillamente essere una mossa propagandistica, ma potrebbe anche nascondere l’effettiva preoccupazione dei vertici militari in termini di allungamento dei tempi della guerra.

Se il Pentagono continuerà con sistemi avanzati, significherà che non è riuscita a colpire in maniera “mortale” posizioni strategiche delle forze iraniane. E allora il risvolto potrebbe essere anche quello di scaricare più esplosivo possibile sull’Iran, con tutte le ripercussioni del caso sui civili, come risposta a una situazione critica in merito al munizionamento delle forze armate e dei sistemi antimissile, sperando di fare danno sufficiente a cambiare le carte in tavola.

In un articolo di Foreign Policy si parla di ben 3 mila munizioni consumate dal duo USA-Israele solo nelle prime 36 ore del conflitto. Ma la nota più interessante della rinomata rivista riguarda costi, tempi e materie prime necessarie per recuperare le capacità militari perse.

Raytheon impiegherà dai 5 agli 8 anni, con un impegno di spesa di 1,1 miliardi di dollari, per ricostruire il radar di allerta precoce AN/FPS-132 Block 5, distrutto dall’Iran in Qatar. La Lockheed Martin impiegherà uno o due anni per sostituire il radar AN/TPS-59 distrutto dall’Iran presso la base di supporto navale di Manama. I 77,3 chili di gallio necessari a questi lavori dovranno essere richiesti alla Cina, che controlla il 98% del mercato di questa materia prima. E arrivano notizie di altri radar bersagliati.

Infine, da questa analisi emerge l’elemento che, forse, è il più interessante di tutti. Una spesa di questa dimensione non si può recuperare spostando qualche voce di bilancio del Dipartimento della Guerra: bisogna chiedere fondi aggiuntivi al Congresso. Su questo voto futuro potrebbe infrangersi definitivamente la narrazione del “America First”.

Il fronte interno da tenere d’occhio, perciò, non è solo quello dei paesi arabi, ma anche quello del cuore dell’imperialismo occidentale. E ciò avviene proprio mentre è sempre più evidente come la guerra non fa altro che aumentare il carico di tensione sul debito stelle-e-strisce, ormai questione ineludibile per un sistema finanziario che non vede più la borsa di New York e il dollaro come pilastri granitici.

La guerra, come tentativo di soluzione della crisi sistemica del capitale statunitense, finisce col rendere più instabile l’enorme debito pubblico accumulato, risultato di una posizione egemonica nei mercati internazionali che però, oggi, con la frammentazione del mercato mondiale, l’instabilità geopolitica e la crescita di aree economiche e monetarie alternative, sta traballando.

Buona lettura.

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Mentre l’Operazione Epic Fury, la campagna militare statunitense contro l’Iran, entrava nel suo sesto giorno il 5 marzo, sia il Presidente Donald Trump che il Segretario alla Difesa Pete Hegseth hanno indicato che il conflitto potrebbe continuare per settimane. Membri del Congresso, media e opinione pubblica chiedono sempre più informazioni sui costi di questa operazione, con un’ampia gamma di stime in circolazione.

Si stima che le prime 100 ore (H+100) dell’operazione sarebbero costate 3,7 miliardi di dollari, ovvero 891,4 milioni di dollari al giorno. Alcuni di questi costi erano già stati preventivati, ma la maggior parte (3,5 miliardi di dollari) non lo erano. Il passaggio delle forze statunitensi a munizioni meno costose e il forte calo dei lanci di droni e missili iraniani ridurranno i costi.

Tuttavia, i costi futuri dipenderanno principalmente dall’intensità delle operazioni e dall’efficacia della rappresaglia iraniana. La Tabella 1 riassume i costi in tre categorie: costi operativi (circa 196 milioni di dollari in totale, di cui 178 milioni di dollari preventivati e il resto non preventivato); sostituzione delle munizioni (circa 3,1 miliardi di dollari), attualmente non preventivata; e sostituzione delle perdite in combattimento e riparazione dei danni alle infrastrutture (circa 350 milioni di dollari), anch’esse non preventivate.

I costi non preventivati richiederanno probabilmente ulteriori finanziamenti da parte del Dipartimento della Difesa (DOD), tramite uno stanziamento supplementare o un altro disegno di legge di raccordo.

Come sono stati stimati questi costi

Il Dipartimento della Difesa ha rilasciato pochi dettagli sulle operazioni in corso, mentre nelle precedenti campagne in Medio Oriente forniva aggiornamenti giornalieri sugli attacchi o compendi statistici regolari. Le schede informative giornaliere del Dipartimento della Difesa elencano le risorse coinvolte nell’Operazione Epic Fury e il numero approssimativo di obiettivi colpiti, ma forniscono dettagli limitati.

Le dichiarazioni periodiche del Segretario Hegseth, del Presidente dello Stato Maggiore Congiunto, Generale Dan Caine, e del Comandante del Comando Centrale degli Stati Uniti (CENTCOM), Ammiraglio Brad Cooper, forniscono contesto e dati aggiuntivi sulle operazioni statunitensi e della coalizione.

Questi comunicati del Dipartimento della Difesa forniscono informazioni su tre categorie di stime dei costi:
- operazioni e supporto: costi stimati per il funzionamento delle varie unità partecipanti e del supporto associato;
- munizioni consumate: costi stimati per reintegrare le munizioni sparate contro l’Iran o per la difesa aerea; 
- attrito: costi stimati per sostituire le risorse perse durante le operazioni.

Costi operativi e di supporto

Questa analisi si basa sulle stime del Congressional Budget Office (CBO) relative ai costi operativi e di supporto per ciascuna unità (ad esempio, un cacciatorpediniere o un aereo F-35) e le relative unità di supporto, rettificate per l’inflazione e le dimensioni delle unità. I ​​costi di base stimati dal CBO per le unità in servizio attivo sono già inclusi nel bilancio per l’anno fiscale 2026.

La stima aggiunge il 10% a questo importo di base per tenere conto dei costi derivanti da un ritmo operativo più elevato, basato sulla prassi seguita dall’Office of Management and Budget durante le guerre in Iraq e Afghanistan. Questa aggiunta tiene conto dei costi per l’aumento del numero di sortite aeree, delle maggiori ore di navigazione delle navi, dei livelli di allerta più elevati, degli schieramenti prolungati e dei compensi aggiuntivi per il personale, come le indennità di separazione dai familiari e le indennità di rischio.

Ogni sottosezione seguente include una breve nota sull’ordine di battaglia stimato dal CSIS.

Operazioni aeree: 125 milioni di dollari a H+100, con un aumento di circa 30 milioni di dollari al giorno

L’aggiornamento dell’Ammiraglio Cooper del 3 marzo ha evidenziato che oltre 200 aerei da combattimento stanno conducendo operazioni. Questo dato è coerente con le stime del CSIS di circa 50 velivoli stealth (F-35 e F-22), 110 velivoli non stealth (F-15, F-16 e A-10) e 80 caccia imbarcati (F/A-18E/F e F-35C).
Come illustrato nella Figura 1, le operazioni aeree con velivoli terrestri, nelle prime 100 ore, sono costate 125,2 milioni di dollari. Ogni giorno aggiuntivo, l’operazione comporta un costo aggiuntivo di almeno 30 milioni di dollari, di cui 2,7 milioni non previsti nel budget. L’afflusso di risorse aggiuntive nella regione aumenterà questo costo, sebbene il flusso di forze sia in gran parte completato, secondo il Generale Caine.

Operazioni navali: 64 milioni di dollari a H+100, con un aumento di circa 15 milioni di dollari al giorno

La Figura 2 mostra come le forze navali siano aumentate durante i periodi di tensione successivi all’attacco del 7 ottobre, ma l’attuale aumento è il più grande in due anni e mezzo di guerra in Medio Oriente. Oggi, due portaerei della Marina statunitense, 14 cacciatorpediniere e tre navi da combattimento litoranee (LCS) costituiscono la flotta nel Mar Arabico, nel Golfo Persico e nel Mediterraneo orientale.
Aerei d’attacco e di supporto operano dalle due portaerei per la campagna di bombardamento (costi inclusi nella voce “Aeromobili”). I cacciatorpediniere e i sottomarini lanciano missili Tomahawk contro obiettivi terrestri e munizioni di difesa aerea per proteggere la flotta dagli attacchi missilistici. I droni LUCAS (Low-Cost Uncrewed Combat Attack System), al loro debutto in combattimento, sono decollati da almeno una LCS.

Come dimostra la Figura 3, la gestione della flotta per le prime 100 ore della campagna è costata 64,5 milioni di dollari, di cui 5,9 milioni non previsti nel budget. Ogni giorno in cui la flotta, nelle sue attuali dimensioni, prenderà parte all’Operazione Epic Fury, ne costerà altri 15,4 milioni.
Operazioni di terra: 7 milioni di dollari a H+100, con un aumento di circa 1,6 milioni di dollari al giorno

Il Defense Manpower Data Center segnala che, a dicembre 2025, 582 soldati statunitensi erano di stanza in modo permanente in Medio Oriente, oltre a quelli in servizio a rotazione. È noto che diverse unità di artiglieria operano nella regione, tra cui l’artiglieria da campagna (HIMARS) e la difesa aerea (THAAD e Patriot).

Per stimare i costi, si presume che queste batterie costituiscano collettivamente una formazione di fuoco di una singola brigata. È incluso anche il costo dell’attivazione e dell’invio di un battaglione della Guardia Nazionale nella regione, probabilmente per protezione delle forze.

Spese per munizioni

Gli Stati Uniti hanno utilizzato oltre 2.000 munizioni di vario tipo nelle prime 100 ore della campagna. Il CENTCOM ha fornito pochi dettagli sulle munizioni utilizzate. Utilizzando come riferimento le precedenti campagne aeree statunitensi, questa analisi stima che il costo per il rifornimento delle scorte di munizioni statunitensi a parità di risorse sarà di 3,1 miliardi di dollari, con un aumento di 758,1 milioni di dollari al giorno.

Tali stime, illustrate di seguito, si basano su due presupposti:

- I calcoli considerano il costo di sostituzione delle munizioni utilizzate. Si presume che le munizioni sparate saranno sostituite a parità di condizioni con sistemi ancora in produzione (ad esempio, gli HARM sostituiti dagli AARGM o gli SM-3 Block IB per i Block IIA). Il Dipartimento della Difesa, naturalmente, potrebbe decidere di sostituire le munizioni esaurite con altre, ad esempio più adatte a un potenziale futuro conflitto nel Pacifico occidentale.

- Il Dipartimento della Difesa ha fornito pochi dettagli sulle munizioni utilizzate. Le stime qui riportate sono calcolate su approssimazioni che si basano su campagne passate come guida. Il costo sarà altamente variabile in base al numero effettivo e alla composizione delle munizioni impiegate. Il CSIS attende ulteriori dettagli dal Dipartimento della Difesa.

Munizioni offensive: circa 1,5 miliardi di dollari spesi a H+100

L’ammiraglio Cooper ha riferito che le forze statunitensi “hanno colpito circa 2.000 obiettivi con più di 2.000 munizioni” in meno di 100 ore di operazione. Il numero di munizioni utilizzate supera il numero di obiettivi colpiti, poiché alcune munizioni mancano il bersaglio o risultano inefficaci.

Nel primo mese dell’Operazione Iraqi Freedom, gli Stati Uniti hanno utilizzato circa 1,5 munizioni per ciascun obiettivo, di cui il 68% guidate. Quando le forze della coalizione NATO hanno bombardato la Libia interamente con munizioni di precisione, il tasso di utilizzo delle munizioni è leggermente sceso a 1,3 per obiettivo.

È probabile che le forze statunitensi utilizzino esclusivamente munizioni guidate nell’Operazione Epic Fury. Applicando il rapporto munizioni-bersaglio di 1,3:1 dell’Operazione Odyssey Dawn e ipotizzando che le forze statunitensi colpiscano 2.000 bersagli entro H+100, il totale delle munizioni utilizzate ammonterebbe a circa 2.600 nelle prime 100 ore di guerra.

La campagna è probabilmente iniziata con un’ondata di armi stand-off a lungo raggio. L’ammiraglio Cooper ha descritto “diverse ondate di missili da crociera che hanno annientato le capacità di comando e controllo e di difesa aerea iraniane”. In questa fase iniziale potrebbero essere stati utilizzati più di 160 Tomahawk.

Anche missili stand-off lanciati dall’aria, come il Joint Air-to-Surface Standoff Missile, potrebbero essere stati utilizzati in questa fase quando, come ha osservato il generale Caine , “più di 100 velivoli sono stati lanciati da terra e dal mare: caccia, aerei da rifornimento in volo, sistemi di allerta precoce aviotrasportati, attacchi elettronici, bombardieri degli Stati Uniti e piattaforme senza pilota formavano un’unica ondata sincronizzata”.

Sebbene costosi e poco numerosi, i missili a lungo raggio consentono alle forze statunitensi di colpire a distanza. Nell’attacco iniziale a sorpresa, sarebbero stati utilizzati per distruggere le difese aeree iraniane e altre capacità antiaeree e creare condizioni favorevoli per attacchi successivi.

Alcuni probabilmente hanno preso di mira leader chiave (anche se Israele sembra aver colpito gli obiettivi di leadership a Teheran) e forze di sicurezza. Velivoli da guerra elettronica come l’F-18G hanno probabilmente lanciato missili antiradiazioni per sopprimere le difese aeree iraniane.

Il generale Caine ha riferito il 4 marzo che le forze statunitensi si trovano in un “punto di transizione delle munizioni” nel quarto giorno dell’operazione Epic Fury, passando da “munizioni a distanza, fuori dalla portata delle armi del nemico” ad “attacchi di precisione sull’Iran”.

Munizioni come le Joint Standoff Weapons (JSOW) o le bombe a gravità equipaggiate con kit di guida Joint Direct Attack Munition (JDAM) sono molto meno costose e più abbondanti negli inventari statunitensi, ma richiedono ai caccia di operare più vicino ai bersagli. Dopo gli attacchi iniziali, è diventato possibile [riducendo, ma non eliminando tutti i rischi di subire perdite in azione, ndr].

Le difese aeree iraniane sono state notevolmente degradate e la coalizione mantiene la superiorità aerea su porzioni sempre più estese del teatro operativo, con persino i vulnerabili droni MQ-9 Reaper che conducono operazioni diurne. Per dare un’idea della differenza di costo, un missile Tomahawk costa 3,6 milioni di dollari; un JDAM equivalente ne costa 80.000.

Un risultato della superiorità aerea della coalizione è che i bombardieri non stealth B-1B e B-52H hanno iniziato le operazioni dagli Stati Uniti continentali sull’Iran con bombe più numerose e più grandi di quelle utilizzabili con i caccia. Gli attacchi terrestri stanno integrando gli attacchi navali e aerei.

Unità di artiglieria dotate di lanciatori HIMARS avrebbero condotto attacchi utilizzando il Sistema Missilistico Tattico dell’Esercito (ATACMS) e, per la prima volta in combattimento, i missili di precisione a lungo raggio (PrSM). Per la prima volta sono stati utilizzati “innumerevoli droni d’attacco unidirezionali”, lanciati dagli LCS all’interno del Golfo Persico.

L’amministrazione ha accennato a un’impennata nella campagna di bombardamenti, ma non è chiaro di cosa si tratti. Storicamente, tali campagne si sono attenuate dopo i primi giorni. In ogni caso, i costi delle munizioni diminuiranno sostanzialmente man mano che le operazioni di attacco statunitensi passeranno a munizioni meno costose.

Intercettori di difesa aerea: stima di spesa di 1,7 miliardi di dollari a H+100

L’ammiraglio Cooper ha riferito che l’Iran ha lanciato 500 missili balistici e 2.000 droni al 4 marzo. La difesa da queste minacce richiede sistemi diversi. I missili balistici sono relativamente costosi e viaggiano ad alta velocità (6.400-24.000 km/h). Solo sistemi difensivi specificamente progettati come il Patriot e il THAAD statunitensi, e il David’s Sling and Arrow israeliano, possono intercettarli.

I droni, come lo Shahed-136, viaggiano a 190 km/h e non effettuano manovre. Molti sistemi possono fermarli, dalle armi antiaeree ai sistemi anti-drone come il Coyote e l’Advanced Precision Kill Weapon System (APKWS) a guida laser. Il valore dei droni per l’Iran sta nei numeri. Gli sforzi della coalizione hanno contribuito in modo sostanziale all’abbattimento di droni e missili iraniani.

Come mostra la Figura 5, Qatar, Bahrein, Kuwait ed Emirati Arabi Uniti (EAU) dichiarano collettivamente di aver intercettato 500 missili da crociera e balistici e 1.300 droni al 3 marzo. Sebbene questo dato probabilmente sovrastimi il numero di abbattimenti, dimostra che questi alleati e partner locali stanno portando avanti gran parte dello sforzo di difesa aerea.
Questi alleati hanno ridotto l’onere immediato per le forze statunitensi e preservato le scorte di difesa missilistica statunitensi. La Tabella 2 fornisce una stima della spesa per la difesa missilistica statunitense dopo aver considerato il supporto alleato. Sebbene i rapporti pubblici parlino di una diminuzione delle scorte di difesa missilistica, il Dipartimento della Difesa non ha confermato cifre specifiche. Il numero totale rimane incerto, per non parlare dell’esatta combinazione di missili impiegati.

Come metro di paragone, la Marina statunitense ha impiegato 200 missili SM-2 e SM-3 contro gli attacchi Houthi nel Mar Rosso in 15 mesi tra il 2024 e il 2025. Nell’ottobre 2024, una dozzina di missili SM-3 sono stati utilizzati per abbattere missili iraniani. Dato questo elevato grado di incertezza, i costi delle munizioni per la difesa aerea nelle prime 100 ore potrebbero variare da 1,2 a 3,7 miliardi di dollari. L’analisi ha utilizzato un valore intermedio.

Perdite di attrezzature e danni alle infrastrutture

Finora queste perdite sono state limitate a circa 359 milioni di dollari, ma continueranno a verificarsi. Le uniche perdite di equipaggiamento riconosciute riguardano tre F-15E persi in un incidente di fuoco amico in Kuwait. Il costo di sostituzione degli F-15EX è di 103 milioni di dollari ciascuno, per un totale di 309 milioni di dollari.

La linea di produzione rimane aperta, quindi l’approvvigionamento è semplice. Tuttavia, ci vorranno ancora tre anni prima che i nuovi velivoli arrivino sul campo a causa dei tempi di produzione.

Anche missili e droni iraniani hanno causato alcuni danni alle infrastrutture. L’entità non è chiara, ma i video hanno mostrato danni alle strutture portuali in Kuwait e alle attività di supporto alla flotta della Marina statunitense, nonché a strutture in Qatar. Questa stima include 50 milioni di dollari per le riparazioni.

Guardando avanti

Queste stime si basano sui primi giorni di guerra, che in genere rappresentano il periodo più intenso di una campagna aerea. Sebbene i funzionari dell’amministrazione abbiano ipotizzato un’ondata futura, storicamente le campagne aeree si stabilizzano a un ritmo più sostenibile man mano che è necessario identificare nuovi obiettivi, raccogliere valutazioni dei danni inflitti per accertare la necessità di attacchi successivi, far riposare gli equipaggi e sottoporre gli aerei a manutenzione.

In particolare, il costo delle munizioni diminuirà man mano che gli Stati Uniti passeranno a munizioni più economiche. Ciononostante, i costi non preventivati saranno sostanziali. A differenza delle operazioni nei Caraibi che hanno portato alla cattura del presidente venezuelano Nicolás Maduro, dove la maggior parte dei costi era già stata preventivata.

Ciò significa che il Dipartimento della Difesa avrà bisogno di fondi aggiuntivi a un certo punto, perché il livello di tagli al bilancio necessari per finanziare internamente questo conflitto sarebbe probabilmente difficile da un punto di vista politico e operativo.

L’amministrazione Trump potrebbe decidere di chiedere uno stanziamento supplementare per coprire la guerra e qualsiasi altra spesa imprevista a livello governativo. L’amministrazione Bush lo ha fatto all’inizio delle guerre in Iraq e Afghanistan.

L’amministrazione Trump potrebbe richiedere i fondi in un disegno di legge di raccordo per l’anno fiscale 2027, sebbene non sia chiaro se tale disegno di legge verrà effettivamente presentato. Infine, l’amministrazione potrebbe chiedere al Congresso di dirottare parte dei 150 miliardi di dollari del Dipartimento della Difesa dal primo disegno di legge di raccordo per coprire queste spese.

La sfida politica per l’amministrazione sarà che qualsiasi azione di finanziamento diventerà un punto focale per l’opposizione alla guerra.

Fonte

09/03/2026

The Warrior - The Iron Claw (2023) - Minirece

Perché la Rivoluzione Venezuelana resiste ancora

Le prime ore del mattino del 3 gennaio 2026 hanno segnato un punto di svolta nella lotta secolare del Venezuela e dell’America Latina per l’autodeterminazione e l’indipendenza.

L’Operazione “Risoluzione Assoluta”, ordinata dall’amministrazione Trump, ha costituito l’assalto militare più brutale e diretto a uno stato sovrano nella regione degli ultimi tempi. In un’operazione scioccante che ha lasciato centinaia di morti, il presidente Nicolás Maduro e la first lady Cilia Flores sono stati illegalmente rapiti dal suolo venezuelano e trasportati negli Stati Uniti, dove ora affrontano accuse inventate in un centro di detenzione federale a New York.

Nei due mesi successivi a questo atto di guerra, un torrente di speculazioni è emerso da cosiddetti esperti e opinionisti in tutto lo spettro politico. Questo ha seguito tre linee principali:

1) Il successo dell’operazione indicava tradimento ai più alti livelli della Rivoluzione Bolivariana.

2) La presidente ad interim Delcy Rodríguez e la restante leadership hanno abbandonato il progetto bolivariano e la trasformazione socialista, consegnando il paese, la sua economia e le sue risorse all’imperialismo statunitense.

3) Nelle relazioni estere, la leadership venezuelana ha abbandonato il suo storico anti-imperialismo.

Nell’insieme, queste affermazioni equivalgono a una proclamazione che il cambio di regime è riuscito in Venezuela.

Sono tutte false, e riflettono un approccio amatoriale e superficiale alla politica, reazioni impulsive ai fatti (‘hot takes’) piuttosto che una vera analisi o indagine, che fornisce un’eco di sinistra alla stessa narrazione di Trump. Comprendere l’attuale traiettoria di Caracas richiede una valutazione sobria di ciò che è accaduto il 3 gennaio, uno sguardo attento ai fatti della situazione finanziaria e commerciale del Venezuela e una valutazione onesta del rapporto di forze internazionale in cui il Venezuela opera. Richiede la comprensione di ciò che è cambiato in questa nuova situazione. Per districare la complicata realtà del presente, certi esempi nella storia degli stati socialisti possono servire da guida.

Uno sguardo attento ai fatti dimostrerà che ciò a cui stiamo assistendo non è una resa, ma una ritirata tattica di fronte a una forza soverchiante, per la quale esistono chiare analogie nella storia rivoluzionaria.

Le principali affermazioni che presumibilmente rivelano il “tradimento” sono esaminate e confutate di seguito, ma prima di iniziare, è necessario fare un’importante distinzione teorica tra governo e potere statale.

Gli uffici e i ministeri del governo definiscono ed eseguono una serie di politiche, emanano dichiarazioni e così via, e temporaneamente passano di mano da ‘sinistra’ a ‘destra’. Le istituzioni permanenti del potere statale (i militari, i tribunali e la polizia) rappresentano il potere reale in ogni società.

Quasi tutti i governi di sinistra della regione sono stati eletti per ricoprire cariche negli ultimi anni, ma non detenevano il potere statale. Presiedendo alla politica ma con lo stesso stato capitalista in atto (specialmente nei militari), c’è un chiaro limite a quanto questi governi possano effettivamente contestare l’ordine capitalista e trasformare la realtà sociale.

Il progetto bolivariano è emerso anch’esso come movimento elettorale, con Chávez che inizialmente deteneva solo una carica governativa, ma con una differenza importante. Decenni di tentativi di colpo di stato finanziati dagli Stati Uniti, lotte interne e altre crisi hanno portato passo dopo passo alla sostituzione delle forze fedeli al vecchio ordine nella magistratura, polizia e militari con forze formate e fedeli alla Rivoluzione Bolivariana.

Il Partito Socialista Unito mantiene la sua missione di promuovere il potere della classe operaia e costruire il socialismo. La lotta può procedere a zig-zag, avanzate e ritirate, in base al rapporto di forze, ma in ogni fase, il partito lavora per preservare i suoi guadagni e minimizzare le sue perdite.

Questo è importante perché le concessioni del Venezuela vengono fatte principalmente a livello di governo, non a livello di Stato e partito.

Affermazione n. 1: Il successo dell’operazione statunitense del 3 gennaio indicava un tradimento ai più alti livelli della Rivoluzione Bolivariana.

Le cosiddette ‘prove’

Nessun militare statunitense è morto nell’operazione che ha rapito Nicolas Maduro e Cilia Flores.

Più di 150 aerei statunitensi hanno penetrato lo spazio aereo venezuelano senza essere abbattuti dalle avanzate difese aeree del paese ottenute dalla Russia.

La cattura ‘pacifica’ di Maduro e Flores sarebbe potuta avvenire solo grazie alla ‘collaborazione’ della cerchia ristretta di Maduro. Non c’è stata una immediata contro-escalation militare da parte dei venezuelani.

La realtà: resistenza difronte alla soverchiante superiorità militare

Oggi si sa molto di più sugli eventi del 3 gennaio di quanto non fosse chiaro inizialmente. Contrariamente alla narrazione imposta dai media occidentali e ripetuta senza pensiero da alcuni a sinistra, ci fu resistenza. Le testimonianze dei sopravvissuti e le dichiarazioni dello stesso presidente Trump confermano che la scorta presidenziale, insieme a unità militari venezuelane e a un contingente di combattenti internazionalisti cubani, ingaggiarono un conflitto a fuoco con le forze attaccanti. Trentadue combattenti cubani caddero insieme a più di 50 venezuelani delle forze di sicurezza e della guardia presidenziale, che difesero il presidente con le loro vite.

In primo luogo, i sistemi di guerra elettronica statunitensi hanno completamente disabilitato le difese aeree del paese e le infrastrutture di comunicazione. Secondo il ministro della difesa venezuelano, Vladimir Padrino Lopez, gli Stati Uniti hanno usato il Venezuela come ‘laboratorio’ per tecnologie belliche mai usate prima.

Padrino è ben noto come il leader militare che ha costantemente esposto gli sforzi statunitensi per corrompere e comprare i militari affinché voltassero le spalle a Maduro e alla Rivoluzione Bolivariana, così come i precedenti tentativi di assassinio degli Stati Uniti. Egli ha impersonificato l'“unione civico-militare” del paese che ha contrastato anni di sforzi per il cambio di regime sotto la bandiera di ‘sempre leali, mai traditori’.

Una versione ufficiale venezuelana del 3 gennaio non è stata ancora rilasciata, dato che il paese rimane militarmente circondato (ne parleremo più avanti). Ma rapporti non ufficiali di testimoni e sopravvissuti supportano le dichiarazioni di Padrino. Raccontano che, con tutte le comunicazioni e le difese aeree fuori uso e l’elettricità tagliata nell’area, le forze militari venezuelane sono state colpite da droni e da una sorta di arma sonica che ha reso inabili i soldati. Istantaneamente, sono stati sottoposti a una potenza di fuoco rapida e soverchiante che ha provocato un massacro unilaterale, anche mentre rispondevano al fuoco.

Nel suo discorso sullo Stato dell’Unione, Trump ha onorato il pilota del primo elicottero Chinook, che è atterrato nel complesso presidenziale, trasportando le unità d’élite dei Delta Force che hanno poi condotto l’operazione di terra e rapito il presidente. L’elicottero ha subito pesanti colpi, che hanno ferito gravemente il pilota. Gli Stati Uniti hanno anche ammesso che ci sono state ulteriori vittime statunitensi, sebbene nessun morto.

In preparazione a quest’operazione, è stato successivamente rivelato che il raid era stato provato su una replica in scala reale ed esatta del complesso di Nicolás Maduro, costruita in Kentucky. Per settimane, i commandos della Delta Force si sono esercitati a ‘sfondare porte d’acciaio a velocità sempre maggiori’ e a memorizzare la disposizione di corridoi e stanze blindate. Poiché era noto che Maduro si spostava tra diverse località, hanno lanciato l’operazione solo dopo aver avuto la conferma che si trovava in quel sito specifico. L’aviazione notturna specializzata è stata fornita da un gruppo noto come i ‘Night Stalkers’.

La violenza, comunque, non è semplicemente finita. In comunicazioni trapelate che sono state successivamente confermate da molteplici fonti, Delcy Rodríguez ha rivelato che dai primi momenti di contatto il 3 gennaio, l’amministrazione Trump ha emesso un ultimatum. Rodríguez ha dichiarato: “Le minacce sono iniziate nel momento in cui hanno rapito il presidente. Hanno dato a Diosdado, Jorge e a me 15 minuti per rispondere, o ci avrebbero uccisi”.

Qualsiasi rifiuto di negoziare, ha detto, avrebbe comportato non solo il rapimento, ma la decapitazione e l’annientamento della restante leadership dello stato venezuelano. Fu anche detto loro che i militari statunitensi avrebbero continuato a circondare il paese. Ogni loro dichiarazione e decisione sarebbe stata scrutinata come segno di conformità o resistenza, e le loro vite avrebbero potuto essere stroncate in qualsiasi momento.

Questa era una negoziazione sotto la minaccia delle armi, letteralmente, e non è ancora finita. Il momento richiedeva una leadership capace di effettuare una necessaria ritirata per salvare la rivoluzione, senza fratturarne l’unità interna.

Gli Stati Uniti non hanno avuto successo il 3 gennaio a causa di un tradimento della leadership venezuelana. Hanno avuto successo perché, dopo oltre 25 anni di falliti tentativi di colpo di stato, guerra economica e campagne di destabilizzazione, l’imperialismo ha infine dispiegato la sua arma più potente: l’intervento militare diretto supportato da una superiorità tecnologica che nessun paese indipendente del mondo in via di sviluppo può attualmente contrastare con successo.

Analisi: L’attacco di guerra ibrida soverchiante non può superare le realtà politiche

Gli Stati Uniti hanno raggiunto l’obiettivo di catturare Maduro, ma non hanno raggiunto l’obiettivo di rovesciare il governo o lo Stato. La restante leadership, la vicepresidente Delcy Rodríguez, il ministro dell’Interno Diosdado Cabello, il ministro della Difesa Vladimir Padrino, il presidente dell’Assemblea Nazionale Jorge Rodríguez e il nucleo del Partito Socialista Unito del Venezuela (PSUV) e delle forze armate bolivariane, si sono mossi immediatamente per stabilizzare le istituzioni e mantenere la continuità del comando.

Gli Stati Uniti non hanno pianificato un’occupazione più ampia a causa della prevista resistenza e della mobilitazione armata di milioni di venezuelani. L’appello del presidente Maduro ad espandere massicciamente le Milizie Bolivariane ha visto oltre otto milioni di cittadini armarsi. Combinato con i militari professionisti venezuelani, che non si sono sbandati, questo ha creato uno scenario in cui qualsiasi invasione di terra sarebbe degenerata in una prolungata guerra popolare, con costi politici e materiali inaccettabili per gli Stati Uniti.

Rimane una forte base di supporto per il Chavismo, cosa che l’amministrazione Trump ha tacitamente ammesso quando ha detto che ci deve essere ‘realismo’ nel riconoscere che la destra venezuelana manca del sostegno per guidare il paese.

L’amministrazione Trump ha invece eseguito un attacco chirurgico di straordinaria precisione, come un modo per spostare il rapporto di forze e guadagnare influenza sul governo venezuelano, che ha dovuto riconoscere di non poter rovesciare. Nessuna quantità di vanterie da parte di Trump e Rubio sul ‘cambio di regime’ può superare questo fatto fondamentale.

Ma quando Delcy Rodríguez, ora presidente facente funzioni, ha accettato di avviare un dialogo con l’amministrazione Trump dopo l’attacco, molti a sinistra hanno reagito con confusione e sgomento. Sì, Maduro e la leadership avevano promesso una guerra popolare e, se necessario, una lotta di guerriglia sulla falsariga del Vietnam. Ma il fatto è che i commandos statunitensi se n’erano andati; non c’era una forza di occupazione contro cui combattere. Questo dovrebbe essere inteso come una caratteristica della forza duratura della rivoluzione, non una sua debolezza.

Allora, come poteva la Rivoluzione Bolivariana sedersi al tavolo con le stesse forze che avevano appena assassinato i suoi difensori e rapito il suo presidente? La risposta risiede nelle condizioni materiali di sopravvivenza e in una corretta comprensione della strategia rivoluzionaria.

La base sociale organizzata della rivoluzione e l’unità militare rappresentavano una sorta di deterrente per l’occupazione straniera, ma quel deterrente non può espellere le enormi forze militari che ancora la circondano, imponendo un blocco navale totale del suo petrolio mentre puntano armi avanzate alle loro teste. Il 3 gennaio, il governo ha riconosciuto la realtà militare e ha preso una decisione tattica per mantenere le istituzioni del potere statale sotto il proprio controllo, per guadagnare tempo e vivere per combattere un altro giorno.

Questa decisione ha chiaramente richiesto alcune concessioni all’Impero, ma anche questo richiede un esame più attento. Proprio come le false accuse di tradimento del 3 gennaio sono ora facilmente confutabili, lo sono anche le accuse di tradimento nei due mesi successivi.

Affermazione 2: “La presidente ad interim Delcy Rodríguez e la restante leadership hanno abbandonato il progetto bolivariano, consegnando il paese, la sua economia e le sue risorse all’imperialismo statunitense”. 

Le cosiddette ‘prove’

Il Venezuela ha effettivamente aperto le sue vaste riserve petrolifere allo sfruttamento e alla vendita privata straniera.

Il Venezuela ha avviato un processo di ‘riconciliazione’ con l’opposizione di destra, inclusa la liberazione di 2.500 prigionieri condannati per forme di tradimento e violenza.

Funzionari statunitensi sono stati accolti nel Palazzo di Miraflores con sorrisi e accompagnamento musicale, tipicamente riservati ad alleati e amici.

La realtà: un nuovo rapporto di forze

Dal 3 gennaio, il rapporto di forze è stato fondamentalmente alterato. La più grande flotta regionale nella storia della Marina statunitense è rimasta posizionata al largo delle coste del Venezuela.

Nessuno sta venendo in aiuto del Venezuela. Guardando alla regione, infatti, troviamo governi di destra in Argentina, Paraguay, Ecuador, El Salvador, Perù e Bolivia che hanno apertamente celebrato l’attacco. I governi progressisti in Brasile, Colombia e Messico hanno offerto poco più di una condanna retorica. Il sostegno strategico da Russia e Cina, sebbene significativo negli anni precedenti, si è rivelato insufficiente a dissuadere l’aggressione imperialista ed è stato anch’esso principalmente retorico.

Ogni paese ha le proprie priorità militari strategiche. L’intervento diretto comporta anche il rischio di una guerra mondiale e, data la loro grande distanza, non avrebbero forze militari nella regione per sostenere un tale conflitto.

Gli accordi che stanno prendendo forma tra Caracas e Washington rappresentano un compromesso amaro, ma necessario. Secondo i suoi termini, il Venezuela ha concesso agli Stati Uniti un controllo significativo sulle sue esportazioni di petrolio, tornando a un modello di licenze simile a quello precedentemente gestito da Chevron e altre compagnie prima dell’inasprimento del blocco.

Dopo aver acquisito le loro licenze, le compagnie petrolifere straniere non dovranno più cedere una quota di maggioranza allo stato come nelle precedenti joint venture; le tasse saranno ridotte e saranno libere di vendere il loro petrolio sul mercato estero senza venderlo alla compagnia statale venezuelana PDVSA.

Invece, il Dipartimento dell’Energia statunitense ha iniziato a commercializzare il greggio venezuelano con l’assistenza di commercianti di materie prime e banche, e Washington ha rivendicato l’autorità di determinare quali compagnie possano partecipare alla ricostruzione dell’infrastruttura energetica del paese. Secondo questo accordo, per la prima volta in decenni e senza alcuna voce in capitolo, si dice che il petrolio venezuelano venga persino spedito da navi cisterna straniere verso Israele, un paese con cui non ha alcuna relazione.

In cambio, il Venezuela ha ottenuto l’accesso ai ricavi delle sue vendite di petrolio attraverso due fondi sovrani all’estero, effettivamente controllati dagli Stati Uniti. Questi fondi, sebbene soggetti alla supervisione statunitense, forniscono qualcosa che è stato negato al paese per anni sotto il regime di sanzioni: risorse per investimenti in salute, istruzione e infrastrutture. L’accordo è di sfruttamento e umiliante, e il Segretario di Stato Marco Rubio lo ha apertamente descritto come gli Stati Uniti che ‘prendono tutto il petrolio‘. Ma mantiene in vita lo stato venezuelano.

È questa una negazione della sovranità del Venezuela sulle sue decisioni in materia di petrolio? In una certa misura, sì. Ma le caratteristiche fondamentali dell’accordo corrispondono effettivamente al desiderio di lunga data del Venezuela di ricostruire le sue esportazioni di petrolio verso gli Stati Uniti e assomigliano a ciò che lo stesso Maduro, secondo quanto riferito, stava offrendo nei negoziati con l’amministrazione Trump.

Ciò includeva un’offerta per concedere nuovamente lo sfruttamento e la proprietà del petrolio agli Stati Uniti in cambio della rimozione delle sanzioni. Ciò corrisponde anche ai resoconti del giornalista brasiliano Breno Altman. Sulla base di discussioni con il figlio di Maduro, Nicolas Maduro Guerra, Altman ha riferito: “[Maduro] è informato, e il suo messaggio è sempre di sostegno alla presidente facente funzioni, Delcy Rodríguez”.

Il fatto è che l’infrastruttura petrolifera del Venezuela è stata costruita in origine principalmente per servire il mercato statunitense, e l’infrastruttura di raffinazione statunitense nel sud degli Stati Uniti è stata in gran parte costruita per processare il greggio venezuelano. Da un punto di vista puramente economico, questi paesi rimangono partner commerciali “naturali” nonostante l’opposizione ideologica.

Anche sotto Chávez, gli Stati Uniti acquistavano il 60% delle esportazioni di petrolio del Venezuela per gran parte della sua presidenza, e questo costituiva la maggior parte delle entrate del paese. Persino l’espropriazione dei progetti petroliferi venezuelani di proprietà straniera fu adottata da Chávez non come questione di principio, ma come reazione ai tentativi di sabotaggio e al deterioramento delle relazioni con quelle compagnie che rifiutarono le sue condizioni e lasciarono il paese.

In sostanza, gli Stati Uniti stavano già schiacciando l’industria petrolifera venezuelana con effetti devastanti. Prima le compagnie petrolifere avevano bloccato la vendita di parti uniche e tecnologie per mantenere la loro infrastruttura abbandonata. Poi arrivò un decennio di sanzioni finanziarie e commerciali, il sequestro dei suoi conti all’estero (alcuni dei quali rimangono, ridicolmente, nelle mani di Juan Guaidó) e infine un blocco petrolifero letterale.

L’economia venezuelana nel suo insieme era stata fortemente colpita da questa perdita di entrate, con un’inflazione alle stelle, una carenza di valuta forte e il collasso di una serie di altre industrie. Questa è la vera fonte dell’emigrazione venezuelana.

Il rilascio di miliardi di entrate nell’economia venezuelana, anche in queste ingiuste condizioni di assedio, porterà senza dubbio a un miglioramento delle condizioni di vita. Milioni di persone dovrebbero partecipare alla consultazione popolare in Venezuela l’8 marzo, votando per selezionare 36.000 iniziative guidate dai comuni, che vanno da ristrutturazioni di servizi pubblici a iniziative economiche, per il finanziamento governativo.

L’accordo con l’amministrazione Trump ha anche portato il Venezuela a concedere l’amnistia a oltre 5.000 persone e a rilasciare migliaia di prigionieri. Ciò include circa 800 individui condannati per vari crimini associati al tentativo di rovesciare il governo, inclusi atti violenti. Coloro che sono stati condannati per omicidio e ‘gravi violazioni dei diritti umani’ o ‘crimini contro l’umanità’ non saranno rilasciati.

Questa amnistia, denunciata in alcuni ambienti come la liberazione di ‘prigionieri politici’, è meglio intesa come decompressione strategica. Rimuove ulteriormente un pretesto per l’intervento umanitario, isola i settori più intransigenti dell’opposizione di estrema destra e dimostra che lo stato bolivariano mantiene l’autorità di definire l’approccio ai propri processi giudiziari.

Possiamo supporre che il governo venezuelano speri anche che questo porti al proprio riconoscimento da parte di altri governi della regione e del mondo. Dalle elezioni del 2024, il governo non è stato in grado di mantenere normali relazioni politiche e commerciali con la maggior parte dei governi della regione al di fuori di Cuba, Nicaragua e alcune piccole nazioni caraibiche.

Negoziazione sotto la minaccia delle armi: la Brest-Litovsk nei Caraibi

Qui la storia della Rivoluzione bolscevica fornisce una lezione indispensabile. Nel 1918, la giovane Repubblica Sovietica affrontò l’avanzata dell’esercito imperiale tedesco con forze armate distrutte e nessuna capacità di resistenza effettiva. Vladimir Lenin, contro le obiezioni dei cosiddetti ‘comunisti di sinistra’ che chiedevano una ‘guerra rivoluzionaria’ per difendere l’intero territorio, guidò il giovane stato rivoluzionario a firmare l’umiliante Trattato di Brest-Litovsk.

Quell’accordo cedeva vasti territori, inclusa tutta l’Ucraina, e il quaranta percento della base industriale russa all’imperialismo tedesco. Fu, con qualsiasi metro di misura, una sconfitta massiccia.

I critici di Lenin chiamarono questo un “tradimento della rivoluzione”, e specialmente di tutti i lavoratori, contadini e nazionalità oppresse nei territori ceduti che avevano combattuto e sacrificato tutto nel 1917, solo per essere restituiti al capitalismo con il trattato di pace di Brest-Litovsk.

Eppure Lenin capì ciò che i suoi critici non capivano: l’obiettivo non era morire splendidamente, ma preservare lo strumento politico della rivoluzione. Come rifletté il compianto Comandante Hugo Chávez dopo il fallimento della ribellione del 1992, “Dobbiamo ritirarci oggi per avanzare domani”.

Il trattato fornì lo spazio di respiro necessario per consolidare lo Stato sovietico, costruire l’Armata Rossa e infine sconfiggere non solo l’Impero tedesco, ma le forze combinate della controrivoluzione e dell’intervento straniero. Coloro che denunciarono Lenin come traditore nel 1918 furono smentiti dalla storia. I territori ceduti finirono tutti di nuovo all’URSS pochi anni dopo.

Tuttavia, questa non fu la fine delle ritirate e dei compromessi. Affrontando le condizioni di carestia causate principalmente dalla guerra civile, Lenin accettò gli aiuti umanitari dalle organizzazioni benefiche capitaliste statunitensi, stabilì relazioni con i paesi che lo avevano appena invaso e ristabilì profondi legami economici e commerciali con l’imperialismo tedesco.

Abbandonando il ‘comunismo di guerra‘, guidò lo Stato verso la reintroduzione di rapporti economici di mercato e invitò compagnie straniere. Ciò gettò le basi, per esempio, affinché lo stato sovietico firmasse accordi con la Ford Motor Company (guidata dal simpatizzante fascista Henry Ford) per aprire stabilimenti.

Ciò che il governo venezuelano, attraverso Delcy Rodríguez, esegue oggi dovrebbe essere visto in questa luce. Sedersi di fronte al Segretario all’Energia statunitense Chris Wright, ricevere il direttore della CIA John Ratcliffe a Miraflores, non sono atti di capitolazione, ma di sopravvivenza in condizioni di estrema difficoltà. Che lei sorrida o scambi lo stesso benvenuto cerimoniale riservato ad altre visite di stato è irrilevante.

L’obiettivo è rinunciare a ciò che può essere temporaneamente sacrificato (controllo del petrolio, accesso al mercato, persino 800 persone condannate per crimini violenti) per preservare ciò che non deve essere sostituito: lo Stato rivoluzionario, il partito e la vita dei suoi quadri dirigenti che hanno svolto un ruolo indispensabile nel rendere coeso l’intero progetto bolivariano. Con queste fondamenta preservate, una ritirata ora può diventare un passo avanti in seguito.

Affermazione n. 3: Nelle relazioni estere, la leadership venezuelana ha abbandonato il suo storico anti-imperialismo.

Le cosiddette ‘prove’

Quando le forze statunitensi-israeliane hanno attaccato l’Iran il 28 febbraio 2026, il Ministero degli Esteri venezuelano ha emesso una dichiarazione attentamente formulata che, pur condannando l’aggressione, condannava anche le rappresaglie ‘indebite’ compiute dall’Iran contro gli stati del Golfo che ospitano basi statunitensi. La dichiarazione è stata successivamente cancellata.

Delcy Rodriguez ha pubblicato una dichiarazione che esprimeva ‘solidarietà’ al Qatar dopo una telefonata con il suo Emiro, uno stretto alleato statunitense. Non sono state emesse dichiarazioni di solidarietà con l’Iran.

La realtà: il Venezuela rimane sotto tiro e vuole preservare le sue relazioni con il Qatar

Questa critica dimentica che la relazione con il Qatar ha giocato un ruolo particolarmente importante per il Venezuela negli ultimi anni. Il Qatar ha effettivamente ospitato i fondi sovrani del Venezuela e quindi controlla l’accesso del Venezuela ai suoi stessi ricavi petroliferi. Il Qatar è stato anche il mediatore e l’ospite degli ultimi round di negoziati USA-Venezuela. Il Venezuela aveva pubblicamente ringraziato il Qatar in particolare per il suo ruolo nell’ottenere il rilascio del prigioniero politico Alex Saab dalle prigioni statunitensi.

Più di ogni altra cosa, questa critica dimentica che il Venezuela rimane sotto la minaccia diretta dell’annientamento americano. Ogni parola e dichiarazione rimane sotto lo scrutinio più stretto, con le poste in gioco più alte. Il direttore della CIA Ratcliffe ha personalmente avvertito i funzionari venezuelani che qualsiasi accordo sarà tolto dal tavolo se serve come ‘rifugio sicuro’ per gli avversari degli Stati Uniti. In una situazione del genere, la diplomazia non è una professione di fede genuina, ma uno strumento per preservare l’esistenza sovrana.

Le relazioni formalmente strette tra Caracas e Teheran rimangono intatte, ma proclamare solidarietà all’Iran contro gli Stati Uniti in questa guerra massiccia non solo interromperebbe una relazione con il Qatar che è diventata piuttosto consequenziale; fornirebbe a Washington un pretesto per una seconda serie di attacchi, di gran lunga più devastanti.

Chi è veramente Delcy Rodriguez?

Gran parte della narrazione del ‘tradimento’ si è concentrata sulla persona della presidente facente funzioni Delcy Rodríguez. Ciò manca di qualsiasi prova reale, appare totalmente falso ed è una tattica classica nella strategia militare statunitense e nelle operazioni psicologiche.

Le credenziali rivoluzionarie della famiglia Rodríguez sono incise nella lotta e nel sangue. Il padre di Delcy e di suo fratello Jorge (il presidente dell’Assemblea Nazionale) era Jorge Antonio Rodríguez, un leader della Lega Socialista, un’organizzazione marxista-leninista, che ricevette addestramento a Cuba. Fu torturato e assassinato dal regime del Punto Fijo nel 1976, in stretta coordinazione con la CIA, quando Delcy aveva sette anni.

Sia Delcy che suo fratello Jorge emersero da questa tradizione di lotta clandestina e di massa per il socialismo. Lo stesso presidente Maduro era un quadro di quella organizzazione. Dopo che Delcy Rodriguez è tornata in Venezuela dagli studi all’estero, si è immersa nel movimento Chavista e nel governo insieme a suo fratello, ed entrambi divennero i migliori consiglieri di Maduro e tra i suoi negoziatori e rappresentanti più fidati nelle questioni interne e internazionali più delicate.

Dichiarò che costruire la rivoluzione bolivariana sarebbe stata la vendetta per l’omicidio di suo padre, una forma di giustizia. Suggerire un loro tradimento, o una capitolazione nata dalla codardia o dall’opportunismo ignora quattro decenni di formazione politica condivisa e di sacrifici.

Nel suo primo discorso del 3 gennaio, Trump ha insinuato che Delcy Rodríguez avesse espresso la volontà di cooperare con gli Stati Uniti e soddisfare le loro richieste. Alcuni a sinistra gli hanno creduto, interpretando questo come un segno di capitolazione.

La sua conferenza stampa quello stesso giorno ha ribadito la sovranità del Venezuela e le sue stesse richieste agli Stati Uniti, incluso il rilascio del presidente Maduro. Il giorno successivo, dopo aver guidato una riunione della dirigenza di partito e di Stato, durante la quale è stata ribadita anche l’unità dei militari, ha pubblicato un messaggio in cui invitava il governo statunitense a lavorare insieme al Venezuela verso la pace e lo sviluppo, ma nel quadro della sovranità e dell’uguaglianza.

Questa dichiarazione faceva eco a ogni dichiarazione fatta da Maduro in passato e durante gli anni di tensioni con gli Stati Uniti. Lo stesso Maduro ha costantemente chiesto diplomazia e negoziazione diretta ad alto livello per evitare una guerra totale, e aveva già offerto di negoziare accordi economici globali con gli Stati Uniti per le risorse petrolifere e minerarie del Venezuela.

Qualsiasi accordo del genere sarebbe stato senza dubbio condizionato al ridimensionamento e alla minimizzazione delle alleanze strategiche con i cosiddetti ‘avversari degli Stati Uniti’, inclusi Iran, Russia e Cina. Possiamo presumere che ciascuno di questi paesi lo capirebbe, dato che hanno chiaramente preso decisioni tattiche difficili simili nella storia recente al servizio dell’autoconservazione e degli interessi nazionali. Ciononostante Delcy Rodriguez ha ripetutamente affermato che il Venezuela continuerà a sviluppare relazioni con i popoli di tutti i paesi.

Se il governo venezuelano sotto Delcy Rodriguez dovesse firmare un accordo simile a quello offerto da Maduro, ma ora con Maduro rapito, ciò non costituirebbe tradimento. Solleva ovviamente la questione del perché Trump abbia deciso di rapire Maduro, ma questo ha più a che fare con il mantenimento della sua reputazione di ‘duro’ che con una differenza politica sostanziale.

Nelle settimane precedenti il 3 gennaio, settori dei media della classe dirigente stavano particolarmente prendendo in giro Trump come un ‘perdente’ se fosse giunto a un accordo che lasciasse Maduro al potere. Trump aveva bisogno di un trofeo e voleva apparire come il leader forte che poteva dettare le condizioni a chiunque. Trump sta rivendicando la vittoria, il ‘noi comandiamo‘. Lo fa principalmente per scopi politici interni. Ma questo non lo rende reale. Incapace di realizzare un vero cambio di regime, sta essenzialmente usando le parole per dichiarare falsamente che ‘il regime è cambiato‘.

Da parte sua, Delcy Rodriguez ha dichiarato che il ritorno di Maduro e Flores rimane l’obiettivo centrale dei negoziati con gli Stati Uniti.

Neutralizzare la Destra e cercare relazioni normalizzate

Una conseguenza involontaria ma significativa di questa negoziazione è stata una massiccia battuta d’arresto politica per l’opposizione di lunga data sostenuta dagli Stati Uniti, che è stata usata per privare il Venezuela di normali relazioni internazionali.

María Corina Machado, che ha passato anni a chiedere l’intervento militare straniero e a celebrare le sanzioni che hanno devastato il popolo venezuelano, è stata resa irrilevante dal 3 gennaio. Non ha ottenuto nulla da un’amministrazione Usa che ora tratta direttamente con il governo di Miraflores.

Stabilendo relazioni dirette Stato-Stato basate sull’unica merce che l’imperialismo statunitense apprezza veramente – il petrolio – la leadership bolivariana ha superato in astuzia l’opposizione. Gli Stati Uniti, nel loro brutale pragmatismo, hanno scelto di negoziare con l’unica forza che controlla effettivamente territorio e risorse, piuttosto che con figure in esilio che non dispongono di un potere reale.

Nella loro frettolosa ritirata, Rubio e Trump sono arrivati al punto di screditare pubblicamente la loro figura di opposizione scelta a tavolino, riconoscendo di fatto lo Stato bolivariano come unico soggetto governante. Una piena normalizzazione delle relazioni e il riconoscimento del governo venezuelano sono ancora lontani, e potrebbero richiedere ancora più ritirate tattiche e concessioni, ma se avverrà, sarà considerata una vittoria strategica per il progetto bolivariano.

Il compito della solidarietà internazionale

Per le forze di sinistra fuori dal Venezuela, il momento attuale richiede chiarezza su cosa significhi solidarietà. Non significa approvare o difendere ogni singola dichiarazione del governo venezuelano, data la situazione in cui ora opera. Ma non significa nemmeno chiedere che la leadership venezuelana commetta un suicidio in un gesto di purezza o onore rivoluzionario. Non significa fare eco alla propaganda statunitense su ‘divisioni’ e ‘traditori’ senza prove. Non significa misurare ogni decisione tattica secondo uno standard astratto che nessun progetto rivoluzionario nella storia ha mai soddisfatto.

Solidarietà significa capire che Delcy Rodríguez, seduta faccia a faccia con i rappresentanti di un impero che ha preso di mira la sua stessa famiglia per lungo tempo, è impegnata nel tipo più difficile di lavoro rivoluzionario: la sopravvivenza in condizioni di massima difficoltà, con il futuro di 30 milioni di persone in gioco.

Il suo obiettivo è preservare un progetto che ha trasformato lo Stato venezuelano, ripristinato l’indipendenza del Venezuela, istituito impressionanti riforme sociali, creato un settore comunale e ha resistito a un assalto imperialista economico, militare e politico sostenuto in un contesto di isolamento globale e in un’era di controrivoluzione. Impegnarsi in un martirio rivoluzionario in questo contesto non porterebbe a nulla, se non alla liquidazione della sinistra venezuelana e alla retrocessione della rivoluzione per generazioni.

La rivoluzione non è finita. Si è temporaneamente ritirata, si è riorganizzata e sta combattendo con altri mezzi. Lo spazio di respiro acquisito attraverso questi negoziati, per quanto costoso, fornisce le condizioni per futuri progressi.

Nicolás Maduro rimane il legittimo presidente del Venezuela, anche mentre siede ingiustamente in una cella di prigione, privato persino della capacità di pagare le sue spese legali. Il petrolio che scorre verso nord secondo questo accordo non è un tributo, ma un riscatto, pagato per garantire la vita del popolo venezuelano e la continuità dello stato socialista. Quando il rapporto di forze cambierà, e cambierà, il Venezuela lotterà per riconquistare ciò che l’imperialismo ha temporaneamente fatto proprio.

Il punto non è morire per la rivoluzione, ma vivere per essa.

Fonte

Colombia - La sinistra prima forza politica, si consolida il Pacto Historico

Il risultato delle elezioni legislative svoltesi in Colombia mandano un chiaro messaggio al mondo con oltre 4,5 milioni di voti in sostegno al progetto progressista, rendendo il Pacto Historico la prima forza politica nel Congresso colombiano, con un distacco di oltre un milione e mezzo di voti rispetto i rappresentanti della destra uribista del “Cambio Radicale”.

Per anni le élite politiche e mediatiche hanno descritto la vittoria del presidente Petro come un incidente della storia, una parentesi destinata a chiudersi rapidamente. Il voto di oggi dimostra esattamente il contrario.

Le richieste di riforma sociale, redistribuzione della ricchezza, riforma agraria, transizione energetica, consolidamento della pace, non sono slogan momentanei. Sono la risposta politica a problemi strutturali che la Colombia si porta dietro da decenni.

Dopo quattro anni di governo segnati da tensioni istituzionali, resistenze parlamentari e una forte polarizzazione politica, molti osservatori avevano previsto, o sperato, un arretramento della sinistra. Questo non è avvenuto. Il progressismo non è più una forza marginale o di protesta, ma è diventato uno dei pilastri del sistema politico colombiano.

Nonostante l’alto numero di voti ricevuti, la distribuzione dei seggi nel Congresso renderà comunque obbligatorie delle alleanze per portare avanti l’agenda di governo, così come avvenuto durante tutto l’arco del governo Petro. Limitando quindi in molti aspetti l’impatto dell’agenda progressista o rallentandone l’applicazione.

Resta indubbio il segnale di voler avanzare nelle riforme progressiste da una parte consistente e in crescita dell’elettorato colombiano, volontà che dovrà trovare una seconda conferma nelle elezioni presidenziali del prossimo 31 maggio, in cui dovrà emergere il candidato del Pacto Historico, Ivan Cepeda.

Sul fronte opposto, il Centro Democrático, il partito fondato dall’ex presidente Álvaro Uribe, riesce ancora a mantenere una presenza parlamentare significativa. Ma il dato politico centrale è un altro: l’epoca dell’egemonia uribista è finita.

Per quasi vent’anni la politica colombiana è stata organizzata attorno alla leadership di Uribe e alla sua agenda “securitaria”. Esecutore tra il 2002 e 2010 del tristemente famoso Plan Colombia, guidò il governo durante il periodo più violento della storia recente del Paese durante il quale lo Stato, con l’aiuto degli Stati Uniti, si appoggiò a gruppi paramilitari per sconfiggere la guerriglia colombiana, generando nel contempo anche la repressione di movimenti sociali e sindacali. Strategia contro-insorgente che portò la Colombia a tristi primati con oltre il 10% della popolazione vittima del conflitto, 7 milioni di sfollati interni e oltre 6 mila casi di “falsi positivi”.

Oggi quella stagione sembrerebbe lontana, tanto che Uribe si ritrova addirittura a perdere il proprio seggio in Senato.

In questo vuoto del campo conservatore si inserisce la figura di Abelardo de la Espriella, che tenta di capitalizzare il malcontento con una retorica aggressiva e polarizzante. Il suo discorso politico ricorda quello dell’estrema destra che prova a crescere nel continente: ordine, mano dura, demonizzazione della sinistra.

Ammiratore di Trump, Netanyahu e Bukele è stato avvocato difensore di paramilitari e narcotrafficanti, accumulando ampie ricchezze sulle quali pende il dubbio della provenienza dal riciclaggio di denaro.

Nonostante la sua marginalità politica ha ottenuto ampio spazio nei media nazionali, presentandosi come l’“outsider antisistema” che con il pugno di ferro può risolvere i problemi del Paese. Nonostante l’ampio spazio mediatico e i forti investimenti nella campagna elettorale nelle legislative ha ottenuto meno del 4% dei voti, ma resta una figura che cercherà di capitalizzare i voti della destra nelle presidenziali di maggio.

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L’articolo dedicato da Vijay Prashad a Griselda Lobo Silva, guerrigliera Farc candidata al Senato

Bisogna immaginare cosa deve aver significato per Griselda Lobo Silva, nata e cresciuta in una fattoria a La Paz (Colombia), vedere quei giovani attraversare la sua terra quando era una ragazzina. Sua madre si era ammalata e Griselda fu quella che dovette lasciare la scuola per prendersi cura dei suoi diciassette fratelli e sorelle. La fattoria era modesta e la loro vita era dura.

Ma ecco arrivare questa banda di ribelli, armati e disciplinati, con un leader che era una donna. Griselda li osservava affascinata. Trattavano i suoi fratelli con cura e non rubavano nella fattoria nonostante fossero armati. Il suo fascino per quegli uomini e quelle donne non fece che crescere. Griselda Lobo Silva oggi e quando era al fianco di Manuel Marulanda Vélez, il leggendario “Tirofijo”, fondatore e capo delle Farc

All’età di sedici anni, quando altri fratelli poterono subentrare nel suo lavoro a casa, Griselda si unì a quei combattenti che facevano parte delle Forze Armate Rivoluzionarie della Colombia (FARC). Prese il nome di Sandra Ramírez e trascorse i successivi trentacinque anni in combattimento per rendere il suo paese un luogo più equo, un posto migliore.

Nel 2018, Sandra – la ragazza di campagna, ora ex combattente – prese il suo posto come una dei dieci senatori e membri del Congresso nominati in base all’accordo di pace del 2016. Al Senato, Sandra ha lottato per le stesse cose per cui aveva speso la vita combattendo nelle foreste.

L’accordo ora giunge al termine, e così Sandra – ora membro di Comunes, un partito politico di sinistra nato dal movimento di guerriglia – sta lottando per riconquistare il suo seggio al Senato colombiano. Abbiamo parlato con Sandra mentre era in campagna elettorale in vista delle elezioni che si terranno domenica 8 marzo.

Quando l’accordo di pace veniva negoziato all’Avana (Cuba) a partire dal 2012, Sandra fu inviata dalle FARC come loro rappresentante. Dall’accordo di pace del 2016, Sandra ha detto, “abbiamo portato la voce della riconciliazione e della verità”. Grazie all’accordo e con il seggio nella legislatura che ne è derivato, Sandra afferma di essere riuscita “ad essere più attiva in tutto il paese, a conoscere i problemi che varie comunità affrontano quotidianamente e a cercare di trovare soluzioni, insieme alle istituzioni statali, a questi immensi problemi, specialmente in relazione alla terra”.

Tuttavia, Sandra sottolinea con tristezza che, dall’accordo, oltre cinquecento dei suoi compagni che avevano firmato l’accordo di pace sono stati assassinati e altri compagni sono stati sfrattati dai territori a causa della mancanza di sicurezza per loro e le loro famiglie. I media, che sono stati ostili alla sua campagna, hanno continuato a stigmatizzare gli ex combattenti che “in buona fede” hanno firmato l’accordo di pace.

Una volta entrati gli ex combattenti in Congresso, si sono trovati circondati dalla destra. Questa configurazione del Congresso, ci ha detto Sandra, non ha presentato “alcuna legislazione nell’interesse della società colombiana”. Ciononostante, Sandra e i suoi compagni “sono riusciti a fare progressi”, ad esempio lottando per far sì che il ceto contadino fosse riconosciuto come soggetto con diritti costituzionali.

La lotta per il ceto contadino, ci ha detto, riguardava la necessità di tribunali agrari nella Colombia rurale per risolvere il problema della terra. Lo scopo di questa lotta era risolvere i problemi di proprietà e accesso all’acqua. “La terra è stata brutalmente sottratta ai contadini, e oggi ha altri proprietari, e questo deve essere risolto in un tribunale agrario”.

La sinistra, nella legislatura, ha fatto progressi molto lenti, sebbene su altri temi – come i diritti del lavoro e la riforma delle pensioni – i progressi siano stati più rapidi. Ci sono stati progressi nell’istruzione e nella sanità, ma pochissimi nelle infrastrutture. Le strade, ha detto, “sono i vasi sanguigni che si collegano alle arterie”, ma poiché “non abbiamo vasi sanguigni, esiste un grande deficit nel paese”.

Non basta distribuire la terra e chiamarla riforma agraria. Ciò di cui c’è bisogno in Colombia, ha detto Sandra, è “una riforma rurale integrale, il che significa che la terra non è nuda ma è collegata a strade, istruzione, salute, alloggi e credito”.

Le abbiamo chiesto della sostituzione delle colture, dalla coltivazione di piante come la coca ad altre materie prime. L’Accordo dell’Avana, che ha contribuito a formulare, aveva come primo punto la riforma rurale integrale con sedici piani che includevano il non permettere che la terra fosse nuda. Senza riforma rurale non ci può essere sostituzione delle colture.

La sinistra si è data da fare nelle terre che sono state cedute per costruire cooperative e unioni di solidarietà – tutto per creare un’economia popolare e solidale. Non dovrebbe esserci sostituzione forzata ma solo volontaria, in altre parole, gli agricoltori devono riunirsi in assemblee e concordare la via da seguire, senza essere bombardati per smettere di coltivare coca.

Tutto ciò è giusto, ma ha sottolineato, “la comunità internazionale deve assumersi una certa responsabilità riguardo alla domanda di consumo”. Gli Stati Uniti e l’Europa hanno decine di milioni di consumatori di droga che guidano la domanda economica per queste colture. “C’è bisogno di una conferenza internazionale sulla politica delle droghe che prenda in considerazione tutti questi aspetti”, ha detto.

Sotto questi temi ci sono state le violazioni dei diritti umani durante la lunga guerra per la terra e per la dignità. Lo stato e le sue istituzioni, ha detto Sandra, “non sono stati chiamati a risponderne. Non è stato chiesto loro di riconoscere la propria responsabilità nel conflitto colombiano“. Poiché il governo del presidente Gustavo Petro ha ritardato l’attuazione dell’accordo dell’Avana, ha detto Sandra, è stato difficile “ottenere statistiche sui progressi dell’accordo”.

Le elezioni in Colombia sono fondamentalmente importanti non solo a livello locale ma anche a livello presidenziale. Il presidente degli Stati Uniti Donald Trump ha cercato di interferire in Colombia, ma ha incontrato la resistenza di Petro. Un presidente di destra accoglierebbe con favore l’interferenza di Trump.

Sandra ci ha detto che il suo partito difende l’autodeterminazione e l’autonomia delle persone. “Qui in Colombia, abbiamo deciso di avere un presidente con le qualità umane di Gustavo Petro, e lo riconosciamo in ogni momento. Non possiamo tollerare un presidente che ceda il nostro destino”.

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Appunti sugli indirizzi di politica estera cinese

Dal 5 al 12 marzo si svolgono le “due sessioni” cinesi, appuntamento fondamentale della vita politica del Dragone. Con “due sessioni” si intendono le plenarie annuali di due organi centrali dell’architettura istituzionale della Repubblica Popolare, ovvero l’Assemblea Nazionale del Popolo e la Conferenza Consultiva del Popolo.

Per 8 giorni, migliaia di delegati sono chiamati a discutere gli indirizzi politici della Cina, e in questa occasione ad approvare il piano quinquennale delineato dal Plenum del Partito Comunista a fine ottobre 2025, per il periodo 2026-2030. Significa che, in questi giorni, saranno discussi vari temi, dalla crescita allo sviluppo delle “nuove forze produttive”, fino all’autosufficienza tecnologica.

In questo frangente di escalation bellica dovuta all’aggressione imperialista all’Iran da parte di USA e Israele, risulta utile fare il punto su ciò che è stato presentato e dichiarato in merito ai settori della sicurezza, della difesa e della politica estera che vuole seguire Pechino. Il primo elemento è sicuramente l’aumento delle spese per la difesa del 7%, in linea con gli anni precedenti. In queste spese, bisogna tenere presente anche il rafforzamento dell’arsenale nucleare come forma di deterrenza.

Per quanto riguarda il primo dossier di politica estera del Dragone, ovvero Taiwan, il ministro degli Esteri Wang Yi, durante la conferenza stampa tenuta a margine dei lavori, ha affermato: “Taiwan non è mai stato, non è e mai sarà un paese. Il suo ritorno alla Cina è il risultato vittorioso della guerra di resistenza del popolo cinese contro l’aggressione giapponese e della Seconda guerra mondiale”.

Yi ha richiamato una lunga serie di strumenti legali internazionali che sanciscono la politica di “una sola Cina”. Non bisogna inoltre dimenticare che, lo scorso 3 febbraio, si è svolto a Pechino il forum dei think tank del Partito Comunista Cinese e del Kuomintang di Taiwan, oggi all’opposizione e meno propenso all’inasprimento delle tensioni, al contrario della maggioranza guidata dal Partito Progressista Democratico.

Il richiamo all’ultimo conflitto mondiale e all’imperialismo giapponese torna in un duro attacco mosso da Yi contro Tokyo. Ricordando l’appena trascorso 80esimo anniversario della vittoria nella Seconda guerra mondiale, il politico del Dragone ha criticato le dichiarazioni giapponesi che vogliono una “crisi di Taiwan” come una “situazione che minaccia la sopravvivenza del Giappone”.

Pechino critica la rivendicazione di una possibile attivazione della “difesa collettiva”, invocata dalla leadership nipponica. “Gli affari di Taiwan sono affari interni della Cina – ha detto il ministro degli Esteri – che diritto ha il Giappone di intervenire invocando l’autodifesa?” Yi ha ricordato anche che la costituzione giapponese impedisce di avventurarsi in imprese militari esterne: la prima ministra Takaichi vuole esplicitamente modificare l’articolo in merito, e così la Cina critica l’evidente propensione bellicista del Sol Levante.

Il politico cinese, sempre l’8 marzo, ha parlato anche del rapporto con gli Stati Uniti, definendo il 2026 come un “anno cruciale” per le relazioni bilaterali. Yi ha affermato: “nessuna delle due parti può rimodellare l’altra, ma possiamo scegliere come vogliamo interagire, ovvero impegnarci in uno spirito di reciproco rispetto, mantenere la linea di fondo della coesistenza pacifica e lottare per una prospettiva di cooperazione vantaggiosa per entrambe le parti”.

Fra un mese Trump visiterà la Cina, ed è evidente come i dossier sul tavolo saranno resi più delicati dall’andamento dell’aggressione all’Iran. In merito, Wang Yi ha ribadito la condanna dell’attacco statunitense e israeliano, ma cosa stia facendo davvero Pechino è oggetto di dibattito.

La CNN parla di fonti di intelligence sicure che la Cina sia pronta a fornire aiuti finanziari e militari a Teheran, altri analisti hanno parlato di un “sostegno orbitale”. Allo stesso tempo bisogna sottolineare che il gigante dell’Estremo Oriente si rifornisce di greggio per il 50% dai paesi arabi, e nell’anno appena passato ha importato più petrolio dai sauditi che dagli iraniani.

Se la guerra all’Iran ha come ultimo obiettivo la Cina, per la Cina è innanzitutto fondamentale mantenere buoni rapporti con tutti i paesi del Golfo. Ma lo Stretto di Hormuz è un corridoio fondamentale per il petrolio di tutti questi paesi, e anche per i prezzi globali del greggio. Le tensioni in questo settore avranno ripercussioni dirette anche sull’economia cinese.

È invece più interessante nell'ottica in una trasformazione generale della governance globale, che può attirare tanto l’Iran quanto i paesi del Golfo, la visione espressa sullo sviluppo di un nuovo multilateralismo. Questo appare lo strumento prediletto attraverso cui minare definitivamente, anche senza sostituirla ancora, l’egemonia globale stelle-e-strisce, evitando il coinvolgimento in scontri più o meno diretti.

La Cina ha rilanciato la sua Global Governance Initiative, che ha già raccolto il sostegno di oltre 150 tra paesi e organizzazioni internazionali, ha dichiarato Wang Yi. L’iniziativa cinese punta a un rafforzamento del ruolo cardine delle Nazioni Unite, opponendosi fermamente alla creazione di blocchi esclusivi o strutture parallele.

Da una parte, dunque, l’attacco è tanto all’unilateralismo trumpiano, quanto alla creazione di organismi di “sicurezza” selettivi come sono il QUAD e l’AUKUS, alleanze palesemente create da Washington in funzione anti-cinese. Dall’altra, c’è la volontà di rivitalizzare il sistema di agenzie costruito intorno alla Carta delle Nazioni Unite, ma riformandolo in maniera che rifletta in maniera più aderente la realtà del terzo millennio (compreso il peso e gli interessi dei paesi in via di sviluppo).

Il sunto delle indicazioni di politica estera è questo, ma è chiaro che, per quanto Pechino giochi una complessa partita storica con l’imperialismo, gli sviluppi del conflitto in Iran non potranno non inficiare gli scenari che si troverà a discutere con Trumpd il prossimo aprile.

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La nuova “guida suprema”, una sfida nella continuità

Siamo a dieci, per ora. I giorni passano e l’aggressione all’Iran non conosce sosta, anche se non mancano le sorprese e l’informazione occidentale fatica persino a capirle (o a restituirle).

Partiamo dalle novità politiche, visto che quel che avviene davvero sul terreno o nell’aria è schermato da due propagande opposte, al punto che conviene attenersi ai pochi dati che corrispondono, magari involontariamente.

Il Consiglio degli esperti, che riunisce gli ayatollah più importanti dell’Iran, ha scelto la nuova Guida Suprema e si confermano le indicazioni della vigilia: si tratta di Mojtaba Khamenei, secondogenito di Ali, ucciso a 87 anni nel primo giorno di guerra.

Sono da segnalare alcune cose secondo noi importanti. In primo luogo stavolta il Mossad non è riuscito a sapere modalità e luogo della riunione e quindi non ha potuto indirizzare l’ennesimo attacco aereo teso a “decapitare” il vertice religioso dell’Islam sciita. Sembra quindi che la rete di spie che aveva indirizzato gli omicidi mirati di giugno e del primo giorno di questa nuova guerra sia stata “accecata” o messa nelle condizioni di non nuocere.

In secondo luogo, al di là dei per noi ignoti meriti del prescelto (siamo atei, com’è noto), il clero sciita ha deciso per dare una continuità anche simbolica, a testimoniare un indirizzo che non cambia neanche sotto una pressione criminale e terribile.

In terzo luogo, più “stuzzicante” per gli analisti occidentali, il nome scelto è esattamente quello che Trump aveva escluso dal novero di quelli che avrebbe accettato. Non perché avesse un qualsiasi titolo per “essere coinvolto” nella selezione del massimo dirigente di un paese sotto attacco, ma per significare un proprio e inesistente potere assoluto – di vita e di morte – sull’Iran.

E in effetti l’unico suo commento alla decisione del Consiglio è stata la prevedibile “condanna” a morte dell’erede di Khamenei: “non durerà”. Stessa solfa per Israele, che in ogni caso avrebbe detto la stessa cosa chiunque fosse stato nominato.

Si apre dunque un periodo di “caccia all’uomo” all’interno di una guerra ben poco “chirurgica” da parte sionista-statunitense, affidata principalmente alle rispettive intelligence, ma condotta secondo logiche e strategie militari profondamente diverse, come si è provato a spiegare in quest’altro articolo.

Ma la minaccia più interessante – all’interno di una retorica trumpiana più trionfalistica e sregolata del solito – è stata quella di produrre una “escalation” per costringere Tehran alla “resa incondizionata”. Una minaccia simile indica almeno due cose:

a) le cose non stando andando così “meravigliosamente” come rivendicato o comunque c’è una certa fretta per chiudere anche questa guerra con un grido di “vittoria” a prescindere dai risultati reali (come nel giugno scorso, insomma). Gli analisti militari più seri elencano i problemi (rapido esaurimento dei missili anti-missile nei magazzini statunitensi, distruzione dei radar dedicati nell’area del Golfo, impossibilità di ottenere un regime change per via soltanto aerea, ecc.), anche se non è facile poi trarne delle conclusioni certe.

b) mettere come obbiettivo della guerra la “resa incondizionata” non significa soltanto ammettere che non si ha alcuna strategia per il “dopo”, se non la “libertà di decidere” sulle spoglie del vinto, ma è anche il modo – per forza di cose inconsapevole, per ignoranza dell’abc della guerra – di rendere la guerra stessa potenzialmente “infinita”. Se non ci sono “concessioni parziali” che possano accontentare l’aggressore, infatti, all’aggredito non resta che battersi fino all’ultimo uomo. E con una popolazione di 92 milioni, peraltro con una percentuale di laureati superiore a molti paesi europei (non solo “personale di fanteria”, insomma, ma teste pensanti con competenze scientifiche serie), il rischio di andare alle calende greche è davvero alto.

Ma una lunga durata del conflitto è insostenibile sia per Israele che per gli Stati Uniti (oltre che per i Paesi del Golfo e l’economia internazionale). I criminali genocidi di Tel Aviv devono infatti fare i conti con uno “scudo” antimissile che mostra già ora parecchi limiti (ed è accertato che finora l’Iran abbia lanciato soprattutto missili di vecchio tipo, meno veloci ed efficienti, ma in gran numero), ma con un sistema di vita che sopporta solo brevi shock, non l’incubo quotidiano riservato agli “inferiori” che di solito Israele aggredisce.

Per gli Usa, nonostante i disegni di golpe istituzionale ormai quasi dichiarati, c’è un serio deficit di consenso che attraversa la popolazione e ormai sta divaricando anche il mondo “Maga”, ossia il nocciolo duro della presa elettorale di Trump, simbolicamente rappresentato in questa immagine di “pastorievangelici” che sembrano usciti dai peggiori incubi di un esorcista.

In aggiornamento

Pezeshkian si congratula con la nuova Guida Suprema

A smentire seccamente ogni speculazione su “divisioni” al vertice dell’Iran il presidente Masoud Pezeshkian – laico, medico, considerato un riformista – si è congratulato con l’ayatollah Seyed Mojtaba Khamenei per la sua elezione come terzo leader della rivoluzione islamica, ha giurato fedeltà al nuovo leader e ha delineato il significato di questo momento fondamentale per la nazione iraniana.

Ha evidenziato che il voto decisivo e ponderato da parte dell’Assemblea degli esperti segna una nuova era di dignità e potere per il popolo iraniano. Questa selezione, ha detto il presidente, riflette la volontà della comunità islamica di rafforzare l’unità nazionale, che funge da robusta barriera contro i complotti degli avversari.

Pezeshkian ha riconosciuto i risultati del defunto leader della rivoluzione islamica, l’ayatollah Seyed Ali Khamenei, nel salvaguardare il sistema e nell’elevare la rivoluzione, sottolineando che questi risultati hanno gettato solide basi per il futuro dell’Iran.

Il presidente ha espresso fiducia che sotto la guida dell’Ayatollah Seyed Mojtaba Khamenei, l’Iran raggiungerà un orizzonte luminoso caratterizzato da indipendenza sostenibile, progresso scientifico e tecnologico e sviluppo completo.

Ha osservato che nel corso della sua storia, l’Iran islamico ha dimostrato resilienza di fronte alle sfide e ha superato gli ostacoli più difficili attraverso la saggezza collettiva, la fede e lo sforzo continuo. Pezeshkian ha affermato che oggi, basandosi su questi beni preziosi e sfruttando le capacità di diverse élite, giovani coraggiosi e manager dedicati, l’Iran navigherà attraverso le attuali avversità.

Il presidente ha sottolineato che nonostante la palese aggressione del regime sionista e degli Stati Uniti criminali, con le basi strategiche poste dal Leader appena ucciso e la notevole resistenza della nazione iraniana accanto alla determinazione delle sue Forze Armate, saranno raggiunti progressi ed efficacia.

Infine, Pezeshkian ha espresso la sua ferma convinzione che il superamento delle sfide attuali sarebbe possibile sotto la saggia leadership dell’ayatollah Seyed Mojtaba Khamenei, promuovendo un ambiente costruito sulla fiducia, la solidarietà, la partecipazione e la diffusa resistenza pubblica.

Una guerra senza strategia

Il giornalista Nick Turse, di The Intercept, cita quattro funzionari governativi informati sui briefing riservati relativi agli attacchi all’Iran. Il quadro che emerge dalle loro testimonianze è durissimo. Uno di loro afferma che l’amministrazione «non ha la minima idea» di quale sia la logica reale dell’operazione, né di quali debbano esserne gli esiti politici. Un altro riassume la linea di fondo con una formula brutale: non esiste un vero progetto di regime change coordinato, ma solo l’idea di “bombardarli finché non saranno meno pericolosi”.

Il segretario di Stato Marco Rubio, nei briefing riservati, avrebbe spiegato che gli Stati Uniti potrebbero intervenire a favore del “popolo iraniano” solo se si presentasse un’occasione favorevole, ma che per il momento Washington resta concentrata su obiettivi tattici limitati, cioè il degrado della potenza militare iraniana. In altre parole: bombardamenti sì, ma nessuna idea chiara su ciò che dovrebbe nascere dalle macerie.

L’inchiesta insiste molto sul tema del “blowback”, il contraccolpo storico delle operazioni clandestine e delle guerre imperiali. Un funzionario avverte che le conseguenze di questa guerra potrebbero farsi sentire per decenni, proprio come avvenne dopo il colpo di Stato contro Mossadegh. La frase più significativa riportata nell’articolo è forse questa: “Tu e io saremo morti, e anche Trump, ma questo attacco all’Iran avrà una lunghissima emivita. Generazioni intere”

Il quadro che emerge dall’inchiesta è quindi quello di una guerra improvvisata sul piano politico, devastante sul piano umano e potenzialmente gravida di conseguenze storiche di lungo periodo. Non una strategia ordinata di trasformazione del quadro regionale, ma un uso della forza privo di una visione sul dopo. E proprio questo, suggerisce l’articolo, è forse l’aspetto più inquietante.

L’intelligence Usa esclude la possibilità di un “regime change” a Teheran

Il Wall Street Journal (WSJ), sabato, ha reso noto un rapporto classificato del Consiglio Nazionale di Intelligence degli Stati Uniti (NIC) in cui si spiega che “che anche un attacco su larga scala all’Iran lanciato dagli Stati Uniti difficilmente riuscirebbe a spodestare l’establishment militare e clericale radicato della repubblica islamica”.

Gli stessi funzionari dell’intelligence hanno detto al WSJ di vedere “pochi segni, almeno finora, di una rivolta popolare di massa in Iran o di significative fratture all’interno del governo o delle forze di sicurezza che porteranno a un nuovo regime”.

Ma la bastonata più dura arriva dalla risposta di Mohammad Bagher Qalibaf, Presidente del Parlamento iraniano: “Il destino del caro Iran, che è più prezioso della vita, sarà determinato solo dalla fiera nazione iraniana, non dalla banda di Jeffrey Epstein”.

La bufala israeliana sugli Emirati partecipanti agli attacchi contro l’Iran

Come avevamo intuito persino noi, i media israeliani che avevano dato la notizia sugli Emirati Arabi Uniti che avrebbero colpito un impianto di desalinizzazione iraniano, nel loro primo attacco di ritorsione contro droni e missili iraniani, era completamente falsa. Lo ha riportato il Jerusalem Post, da “una fonte informata”.

Un alto funzionario degli Emirati Arabi ha spiegato che “Si tratta di fake news. Quando facciamo qualcosa, abbiamo il coraggio di annunciarlo”, aggiungendo che gli Emirati “non metteranno mai il popolo iraniano sullo stesso piano del regime iraniano”.

La bufala diramata da Israele non era però una svista innocente nel caos di un’informazione in tempi di guerra. Vi era evidentemente il desiderio che i Paesi arabi del Golfo – in prevalenza sunniti, ma con una forte componente sciita – venissero arruolati tra le forze belligeranti.

In particolare proprio gli Emirati che, fra l’altro, hanno da decenni sottoscritto un accordo militare con la Francia sulla difesa del paese, tanto da concedere a Parigi una base sul proprio territorio. Se dunque Dubai fosse diventata parte della “coalizione Epstein” – magari grazie ad un’intensificazione della risposta iraniana contro le basi Usa sul suo territorio, come conseguenza di questa “notizia” – anche la Francia sarebbe dovuta correre in suo soccorso. Ma la Francia è parte centrale dell’Unione Europea, che in definitiva sarebbe stata coinvolta quasi “obbligatoriamente” nella guerra.

Le menti criminali si vedono da certi dettagli...

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