Presentazione


Analisi, opinioni, fatti e (più di rado) arte da una prospettiva di classe.

06/09/2026

Gli Usa preparano la trappola finanziaria per incastrare la Cina

Nel 1985 erano riusciti a ingabbiare il Giappone in pieno boom economico e il suo galoppante yen con il famigerato Accordo del Plaza, un accordo-trappola mascherato da grande affare. A distanza di oltre 40 anni gli Stati Uniti sono impegnati a proporre uno schema simile con il chiaro intento di colpire lo yuan e stoppare l’ascesa della Cina.

I principali media statunitensi, Wall Street Journal in primis, raccontano ormai da settimane che è urgentissimo rivalutare quanto prima la divisa cinese. Emblematico l’ultimo articolo firmato da Greg Ip e intitolato “Why the World Needs to Force China’s Yuan to Revalue”, e cioè “Perché il mondo deve costringere lo yuan cinese a rivalutarsi”. Ancora più diretto il sommario del pezzo: “La Cina sta inondando il mondo di esportazioni a basso costo. Un accordo per rivalutare la sua valuta potrebbe essere l’unica soluzione”.

L’analisi di Ip si collega all’analisi diffusa nel 2024 da Stephen Miran, presidente del Consiglio dei consulenti economici di Trump, secondo il quale sarebbe necessario per Washington stipulare un accordo internazionale di vasta portata per ridefinire il ruolo degli Usa nell’economia mondiale.

Il ritorno dell’Accordo del Plaza?

Che cos’è l’Accordo del Plaza? Bisogna tornare agli anni Ottanta. All’epoca, per gli Stati Uniti, il Giappone rappresentava la stessa minaccia economica incarnata oggi dalla Cina: un Paese ricco, in ascesa e tecnologicamente all’avanguardia. Washington temeva soprattutto il crescente deficit commerciale e la forza dello yen. Il risultato? Nel 1985 Stati Uniti, Giappone, Germania Ovest, Francia e Regno Unito decisero di intervenire per indebolire il dollaro. Lo yen si apprezzò rapidamente, mettendo sotto pressione l’economia giapponese e le sue esportazioni. Per reagire, Tokyo allentò la politica monetaria, alimentando però una bolla immobiliare e finanziaria che sarebbe esplosa pochi anni dopo, con almeno due decenni di stagnazione e problemi gravissimi (ed evidenti) in tutto il Paese ancora adesso.

Ci si potrebbe chiedere cosa spinse il governo giapponese a firmare l’Accordo del Plaza. Al netto delle forti pressioni statunitensi, e del rischio di pesanti misure protezionistiche americane contro il Made in Japan, il governo nipponico era interessato ad accettare uno yen più forte per spostare il proprio modello di crescita dalle esportazioni alla domanda interna. L’idea giapponese, insomma, era quella di aderire al deal pensando che uno yen più forte avrebbe compensato il colpo all’export stimolando consumi e investimenti interni, accontentando anche gli Usa desiderosi di ridurre il surplus commerciale con Tokyo.

La Cina come il Giappone, lo yen come lo yuan

Peccato che lo yen si apprezzò molto più rapidamente di quanto desiderato, che le esportazioni e la crescita rallentarono e che la Bank of Japan fu costretta a varare una politica monetaria sempre più espansiva.

Furono tagliati i tassi ma il denaro facile alimentò credito, immobili e Borsa, creando una gigantesca bolla che sarebbe esplosa nel 1989, non appena la BoJ iniziò a stringere la politica monetaria. Fu l’inizio del disastro. Dopo l’Accordo del Plaza il Giappone non avrebbe mai più messo in discussione l’egemonia economica e tecnologica statunitense.

Ecco: per il Wsj qualcosa del genere dovrebbe essere riproposto contro lo yuan (“Una valuta talmente sbilanciata da mettere a rischio l’intera economia globale”) e la Cina. “Un accordo valutario, imposto tramite dazi doganali, potrebbe essere l’unico modo per spingere la Cina ad agire”, scrive ancora il quotidiano statunitense.

Pechino, fa notare Goldman Sachs, ha un surplus commerciale enorme che raggiungerà presto i 1.200 miliardi di dollari, mentre lo yuan è “fortemente sottovalutato rispetto al valore che dovrebbe avere”. Oltre la Muraglia i funzionari, che hanno studiato la bolla giapponese e conoscono cosa è successo nel 1985 al Plaza Hotel di New York, hanno già fiutato la possibile trappola.

Fonte

«Il problema non è il woke, è il liberalismo»

Woke, disuguaglianze, economia. In questa torrida coda d’estate le opposizioni al governo Meloni dibattono, alla ricerca di un senso comune, una strategia di costruzione del consenso che possa scardinare l’egemonia della destra. Ne parliamo con l’economista Emiliano Brancaccio, uno studioso che in questi anni ha contribuito a riportare la ricerca marxista al centro della scena internazionale, tramite confronti con vari premi Nobel e banchieri centrali. Brancaccio è autore con Feltrinelli di Libercomunismo, un libretto che sta facendo discutere, da Tremonti a Bertinotti, da Caracciolo a Pievani, e che approfondisce molti temi oggetto del dibattito estivo.

Professor Brancaccio, su iniziativa di Carlo Galli è partito un dibattito sul “woke” che ha coinvolto vari esponenti della politica e della cultura, da Conte a Tajani, da Renzi a Vannacci, da Piccolotti a Valditara. Galli dichiara che il “woke” è “sovrastruttura” e che le sinistre dovrebbero dare la priorità ai problemi di “struttura”, come le disuguaglianze sociali. Massimo Cacciari sostiene che l’opposizione farebbe bene a mettere in secondo piano il woke e ripassare i fondamentali di Marx. Ma esiste davvero una contrapposizione tra il “woke” dei nostri giorni e la storica lotta di classe marxiana?

Il “woke” nasce nella cultura afroamericana, come esortazione a tenere gli occhi aperti sui rapporti di dominio che regolano la società contemporanea. È un movimento che ha insistito sul carattere “sistemico” delle discriminazioni di razza, di genere e di orientamento sessuale. Ha aiutato tanta gente a capire che se un nero innocente viene ammazzato dalle forze dell’ordine, la causa non è un poliziotto bianco “cattivo” ma un intero apparato di repressione sociale. E se una donna lavoratrice viene pagata molto meno dei suoi colleghi uomini a parità di prestazioni, il problema non risiede in un vago maschilismo dei padroni ma in un sistema strutturato per dividere al suo interno la classe subalterna. E se le libere preferenze sessuali di una persona diventano motivo di discriminazione sociale, la ragione non risiede banalmente nell’arretratezza del contesto culturale ma nel fatto che il governo della sessualità è un classico dispositivo di orientamento, per indurre le persone a metter su famiglia, produrre, consumare, risparmiare, procreare, in sintonia coi ritmi dell’accumulazione. Rispetto molto i colleghi Galli e Cacciari, ma non credo che ridurre questi temi cruciali a “sovrastruttura” o a mero vezzo foucaultiano aiuti la discussione. La verità è che, nelle sue radici originarie, il “woke” può esser pienamente integrato nella moderna critica marxista del capitalismo, sulla scia di Angela Davis, Jules Joanne Gleeson e altre. Se volessi cimentarmi anche io in una citazione dotta, direi che, in un’ottica di “surdeterminazione”, lotta alle discriminazioni e lotta di classe sono esattamente la stessa cosa.

Però converrà che talvolta il “woke” è sfociato in eccessi difficilmente comprensibili. Per esempio, la “cancel culture”, che giudica opere, autori, simboli del passato sulla base dei valori contemporanei, e sostituisce alla comprensione storica la condanna morale.

Tra le file del “woke” esistono sia personalità intelligenti che ottuse, come del resto anche tra i marxisti. Cancellare dai piani di studio Aristotele perché era schiavista sarebbe orrido fanatismo. Altra cosa sarebbe se i programmi partissero proprio dallo studio dell’aristotelico “schiavo per natura”, per situare subito il filosofo greco nell’ordine stringente dei rapporti di potere del suo tempo. Alle militanti woke dico che abbiamo bisogno non di “cancel culture” ma della forza sovversiva di quella che un tempo si definiva “storia sociale”, inclusa la “storia sociale della filosofia”.

Il dibattito di questi giorni, però, ha insistito sul fatto che il “woke” ha confinato la battaglia della sinistra alla sola questione dei diritti di libertà del singolo, abbandonando il tema storico della lotta di classe. Che ne pensa?

Il problema non è il woke, è il liberalismo. Il woke nasce dai ghetti, come movimento di strada contro soprusi e violenze degli apparati di potere, e si è incrociato più volte con le lotte per il lavoro, l’assistenza sanitaria, i servizi sociali. Certo, i liberali hanno lavorato per egemonizzare il movimento e disinnescare la sua carica dirompente. Se tu promuovi leggi contro il razzismo, il femminicidio e l’omofobia fai una cosa degna e giusta, ma se contestualmente agisci anche per indebolire le tutele del lavoro, contestare un’imposta patrimoniale o proteggere la libera circolazione dei capitali, di fatto stai annacquando il woke nel vecchio e placido mare del radicalismo liberale. Nei movimenti, americani ed europei, molti hanno assecondato questa “normalizzazione” liberale, in base all’idea che i temi della lotta di classe fossero ormai superati e che fosse più efficace puntare solo sulle battaglie contro le discriminazioni razziali, sessuali e di genere.

Avevano ragione?

No, è stata una scommessa perdente: in realtà è accaduto l’esatto opposto. Il woke ha perso slancio, diventando una caricatura di sé stesso, proprio perché si è agganciato a un’ideologia liberale che si stava avviando verso una crisi profondissima e irreversibile.

Lei insiste da tempo sul fatto che, dopo il crollo del “muro” di Wall Street del 2008, il liberalismo è entrato in una crisi da cui non può uscire. Può spiegare?

Viviamo in un’epoca segnata da una tendenza che Marx aveva predetto e che trova oggi indiscussi riscontri empirici: è la centralizzazione del capitale in sempre meno mani che, a colpi di fallimenti dei capitali più deboli e acquisizioni da parte dei più forti, ormai pone oltre l’80 percento del capitale azionario sotto il controllo di meno dell’1 percento dei proprietari. Ebbene, proprio questa formazione di oligopoli colossali, questa immane concentrazione del potere economico, è tra i fattori alla base delle “riforme” che stanno determinando un’altra concentrazione, quella del potere politico, dalle aule parlamentari ai governi, dai governi ai capi di governo, e così via. È quella che va sotto il nome di “recessione democratica”, anche questo un fenomeno documentato, che erode dall’interno gli istituti che fondano la democrazia liberale, dalla tipica ripartizione dei poteri fino alla tutela dei più elementari diritti individuali. Il guaio dei liberali è che pretendono di assecondare la tendenza alla centralizzazione capitalistica e al tempo stesso vorrebbero proteggere l’assetto liberaldemocratico che quella stessa tendenza sta distruggendo. È un’aporia, una contraddizione insanabile, dalla quale non riescono a uscire.

Con quali conseguenze?

La loro morte annunciata, direi. Ancora quindici anni fa i liberali tenevano le leve del potere. Mentre oggi, privi di memoria storica, molti di essi si stanno riducendo a perorare un rinnovato abbraccio mortale con le destre reazionarie e con movimenti di nuova fattura, che io definisco “oltrefascisti”. In questo modo credono di difendere i loro interessi, e poco badano al fatto che si stanno rendendo corresponsabili di ulteriori torsioni del sistema verso forme di centralizzazione autoritaria del potere, più o meno imbellettate. Il risultato finale è un “tradimento”: i liberali non sono più in grado di difendere la democrazia, la libertà, figurarsi le istanze “woke”. È un’altra delle catastrofi che stanno caratterizzando il cosiddetto declino dell’Occidente. Ma a pensarci bene è anche un’occasione politica.

Lei sta dicendo che nella crisi del liberalismo toccherà ad altri farsi carico delle lotte per le libertà e contro le discriminazioni?

Esatto. Vede, nella discussione di questa estate mi sembra che sia mancata proprio una percezione della tendenza storica. La contrapposizione che è emersa dal dibattito, tra il “woke” dei diritti civili e un imprecisato “marxismo” dei diritti sociali, non fa i conti con la contraddizione mortale in cui sta cadendo il liberalismo. E con l’enorme spazio politico che questa crisi liberale sta aprendo. La questione, oggi, non è metter da parte il woke per tornare alla lotta sociale. La questione è che le lotte per i diritti civili e sociali hanno un destino comune, sono ormai inesorabilmente intrecciate. E dunque il loro rilancio può venire solo da una ripresa, in chiave moderna, della critica generale del meccanismo capitalistico e delle sue tendenze più distruttive. E quindi da una nuova politica, che sia realmente capace di fronteggiare la tendenza micidiale alla centralizzazione capitalistica del nostro tempo.

In cosa dovrebbe consistere questa nuova politica?

I populisti hanno cercato di rallentare la tendenza alla centralizzazione inondando di prebende e regalie i piccoli proprietari, anche quelli più inefficienti, che sarebbero stati destinati ai fallimenti e alle acquisizioni. È stata una strategia disastrosa, che ha causato solo enormi danni al lavoro, al bilancio pubblico, al welfare. Bisogna agire in direzione contraria. La competizione capitalistica deve andare avanti, i fallimenti e le acquisizioni devono compiersi, la centralizzazione deve avanzare. Ma a un certo stadio di sviluppo deve incrociare la sua unica, vera nemesi: l’acquisizione pubblica dei capitali monopolistici, nell’ambito di un rinnovato progetto di espansione delle logiche di “piano”, nel senso moderno in cui Leontief le intendeva davanti al Congresso degli Stati Uniti nel 1974. Nell’epoca oscura della centralizzazione autoritaria, questa è l’unica via per aprire una nuova stagione di conquiste, civili e sociali.

Professore, tutto molto logico, ma sembra anche lontano dall’agenda politica e dal programma del campo largo, se ne verrà uno.

Niente affatto. È uno sguardo sul futuro, certo, ma coi piedi ben piantati nel presente, ossia nella piena coscienza della crisi presente, che tanti fingono di non vedere. Non dimentichiamo che, dopo le crisi finanziaria, pandemica e militare, pur tra mille contraddizioni, veri e propri prodromi di pianificazione sono ormai situati nei gangli profondi della politica economica contemporanea. Il problema politico odierno è come sciogliere quelle contraddizioni. Per intenderci: chi davvero intende sfidare il governo Meloni dovrà decidere tra la vecchia, costosa e inefficiente politica di regalie ai capitali inefficienti e una nuova politica di comando, basata su norme capaci di elevare le tutele del lavoro, della salute e dell’ambiente e di selezionare così soltanto i capitali migliori. Dovrà decidere la posizione che lo stato dovrà assumere nei processi di fusione e acquisizione in atto, in campo bancario e non solo, superando l’antinomia pedestre tra liberismo dei liberali da un lato e amichettismo delle destre dall’altro. E dovrà decidere se inaugurare una battaglia perdente che contrapponga diritti civili e sociali oppure, al contrario, fare i conti con la tendenza in atto e cogliere nella crisi liberale l’opportunità di nuovi laboratori, di inedite fusioni politiche tra libertà e uguaglianza. Insomma, i leader di questo tempo saranno solo quelli capaci di tenere in gran conto la tendenza del tempo: la centralizzazione autoritaria, che sta già aggredendo la libertà, la democrazia, la stessa pace. “Politica” significa oggi solo una cosa: governare quella tendenza, come si cavalca una tigre.

Fonte

05/09/2026

Tra l’improbabile e il possibile. Manifesto internazionalista per una rivoluzione a venire

di Jack Orlando

The Peoples Want, Le Rivoluzioni del nostro tempo, Eleuthera Editrice, Milano 2026, 126 pp. 15€

Ogni rivoluzione fallita porta in sé i semi della propria controrivoluzione.
La verità di questo assunto sta nell’evidenza dei regimi autoritari e nella cronicizzazione della guerra civile a sud del Mediterraneo, dopo la stagione delle cosiddette “primavere arabe” del 2011. O ancora nell’attuale smottamento a destra del continente latinoamericano. Nel momento in cui si dà la controrivoluzione, oltre alla repressione degli insorti, alla fine delle esperienze di autogoverno e alla morte o carcerazione di molti militanti, si aggiunge per altri la condizione dell’esilio.

L’esule è a tutti gli effetti un prodotto della rivoluzione fallita, figlio orfano di una speranza su cui ha deciso di giocarsi tutto. Ma se l’esule nasce come resto della sconfitta, non di meno l’esilio può diventare posizione d’attacco per rilanciare processi di lotta e critica.

È quanto successo in passato con le lotte della decolonizzazione, o ancora prima nei campi francesi dove si ritrovavano i volontari internazionalisti della guerra di Spagna che poi avrebbero guidato la resistenza antinazista in Europa.

E riaccade oggi dove una stagione intensissima di rivolte, pur senza produrre una rivoluzione a tutti gli effetti, nè un cambiamento strutturale (in positivo, perlomeno), ha comunque rappresentato uno dei momenti più convulsi della storia contemporanea dell’umanità per quanto riguarda il fermento sociale.

Il collettivo “The Peoples Want” parte esattamente da questa posizione di esilio, da gruppi di dissidenti costretti ad espatriare che si ritrovano attorno a una taverna siriana di Parigi. Una taverna che serve per mantenere materialmente queste persone, ma soprattutto per tenere viva una comunità di scambio, di supporto e di lotta, anche se orfana del proprio habitat naturale.

Attorno ai ribelli siriani si coagulano gli esuli delle rivolte del Sud America, del Sudan, dell’Asia centrale, del Caucaso e dell’Est Europa, si inizia a discutere e a prodursi, come per i campi francesi, la possibilità di pensare una nuova forma di azione internazionale.
Proprio l’internazionalismo è stato una delle chiavi di volta della grande stagione rivoluzionaria del Novecento. Oggi ripensare l’internazionalismo significa prendere atto del fatto che nessuna lotta all’interno di un confine nazionale, specie quando arriva ad una fase di zenit, può bastare a sé stessa.

L’interconnessione delle catene di produzione globali è anche interconnessione del dominio. I popoli che si rivoltano hanno davanti una Santa Alleanza su scala globale che ne decreta la soppressione, un’intesa reazionaria di stati e poteri oligarchici che trascende le divisioni nella contesa imperialista.

Prendere atto di questo vuol dire quindi non appellarsi a un generico villaggio globale dove tutti insieme si avanza uniti, ma prendere atto della necessità di supportare le rivolte e le organizzazioni che i popoli si danno, di volta in volta cercando di comprenderne il contesto, le parole d’ordine e le volontà senza applicare i propri schemi; piuttosto ponendosi in ascolto critico di ciò che arriva dalle piazze.

È corretto, in questo senso, quello che scrive il collettivo TWP: il lavoro di traduzione è parte oggi del lavoro rivoluzionario. Solo traducendo le parole e le pratiche di queste lotte usciamo da sciocchi orientalismi e fascinazioni esotiche per provare a tracciare la possibilità di una prassi comune. Internazionalismo viene tradotto qui non come copia-incolla di slogan esteri, ma come rete di mutuo supporto delle lotte, ipotesi di una Nuova Internazionale priva di un centro fisso.

Si tratta, in sostanza, di porsi il problema di come finanziare, supportare, rifornire le lotte di un paese dall’estero creando delle strutture transnazionali di solidarietà, resistenza e sostegno. È un notevole passaggio in avanti rispetto allo sconfittismo che hanno seminato i fallimenti degli anni ‘10, e ancora di più delle fascinazioni movimentiste sul “rifiuto”. Tuttavia sembra non riuscire a rispondere ad alcuni punti essenziali attraverso cui produrre questa alleanza internazionalista.

Il nodo, in primis, di trovare una definizione comune su cui strutturarsi. Chi siamo noi? Per cosa lottiamo? Dove sono i nostri compagni di strada? Non sono domande astratte, né vizi settari; ne va della possibilità stessa di stabilire cosa sia un’alleanza proficua e cosa un arretramento politico.

Quando si parla di sostenere la resistenza ucraina ad esempio, viene naturale chiedersi quale sia questa resistenza e a cosa si opponga.

All’invasione russa? Agli oligarchi? Alla mobilitazione di massa? Costruire solidarietà e camminare al fianco dei disertori e dei movimenti sociali ucraini che sabotano la macchina da guerra, che cercano di tenere aperto uno spiraglio di azione militante, è certamente un compito, forse un obbligo. Non può esserlo, al contrario, supportare quelle formazioni che, da sinistra, a vario titolo decidono di arruolarsi per difendere la patria, immolandosi per combattere una guerra imperialista che è in primis giocata sui (e contro) i loro corpi.

Non si tratta di dare la stura a quella vulgata per cui l’Ucraina sia un paese integralmente nazista, la Russia un bastione antimperialista e tutte quelle stronzate da campisti; ma perché non vi è avanzamento alcuno nell’adesione a un mattatoio che trita la carne dei giovani per alimentare le beghe egemoniche di blocchi di potere transnazionale, per gonfiare i guadagni e i laboratori dell’industria bellica, per le nuove oligarchie che attraverso la guerra si ritagliano nuovi equilibri di potere.

Donbass o non Donbass, non si può abbracciare altri che chi, da un lato all’altro del fronte, non faccia altro che disertare la trincea e inceppare la macchina da guerra.

Ancora, resta sospesa la domanda cardine di quelle rivoluzioni fallite. Cos’è la presa del potere? Come si concretizza una rivoluzione? Come si ribalta un regime prima di esserne schiacciati?

L’alternativa tra movimento e organizzazione, tra lotta dall’esterno o rappresentanza all’interno delle istituzioni, rimane sospesa. E a ben guardare si tratta di una vecchia, falsa, alternativa poiché non si può, a tutta evidenza, oggi scegliere tra l’uno e l’altro. Nè mantenere una fascinazione per il movimento fine a sé stesso, né ascoltare ancora lo sterile appello al “cambiamento da dentro”, quando sappiamo che un movimento da solo non ha più un contraltare con cui dialogare dentro le istituzioni, e che dentro queste esista un reale potere politico; spostato ormai definitivamente dentro altri centri decisionali.

Piuttosto fa capolino, in controluce, la necessità di organismi di massa, che sappiano stare nel movimento contingente delle piazze e al contempo strappare agli stati brandelli di potere e legittimità; soggetti che battano il tempo rapido del balzo in avanti pensando quello lungo del processo. Tanto più che se si tratta di costruire organismi di resistenza e mutuo aiuto transnazionale, non si può prescindere da una dimensione di massa. L’informalità e i piccoli gruppi non possono assolvere al compito che si prospetta per una Internazionale: senza un certo grado di centralismo politico è impossibile il coordinamento di una struttura complessa, e lo dimostrano tutte le esperienze più compiute di autogoverno del XXI secolo, i quali alla redistribuzione orizzontale del potere decisionale, hanno affiancato, a mò di garanzia, una struttura verticale di organizzazione.

Ad ogni modo, e al netto delle criticità che sorgono in ogni proposta, il manifesto di TPW è un documento di rara sincerità, le questioni strategiche non vengono né eluse, nascoste sotto il tappeto, né gli viene fornita una risposta già preconfezionata.

Vengono messe sul tavolo, poste come domande aperte, inviti alla discussione con un linguaggio che è quanto più limpido possibile. Lontano dagli intellettualismi e dai giochi barocchi dei sedicenti intellettuali radicali, che altro non sono che imprenditori estrattivi delle lotte, e che hanno ipotecato una buona fetta del contemporaneo pensiero critico.

Si tratta di un invito franco, ragionato ed approfondito, a discutere, stringere alleanze sulla base di una reciproca fiducia, nella ricerca di una condivisione d’intenti ancora da delineare. Può, forse, davvero porsi come occasione di incontro tra soggetti rivoluzionari e seminare potenzialità nella discussione attorno alle possibilità di una rottura dell’esistente e, dal margine in cui siamo spinti, provare a scavalcare quelle domande inevase e tentare di far deragliare di nuovo la Storia.

Fonte

La dottrina dell’espulsione di Israele

di Gideon Levy

Il Regno Unito è con il fiato sospeso. Dopo l’espulsione di Paesi Bassi e Spagna dal centro di coordinamento internazionale per la Gaza postbellica a Kiryat Gat, Israele sta ora valutando se espellere anche i rappresentanti britannici.

La Nakba britannica è alle porte, e questo avrebbe potuto essere persino divertente, se non fosse per il fatto che la realtà sottostante è palesemente tutt’altro che divertente. Israele sta imponendo sanzioni al mondo. Sì, avete capito bene.

Invece del contrario, un Paese in cui il Genocidio e l’Apartheid sono quasi universalmente riconosciuti, uno Stato contro il quale non è stata imposta quasi nessuna sanzione significativa fino ad oggi, sta punendo il mondo. L’imputato funge da pubblico ministero.

Questo è perfettamente coerente con la mentalità israeliana. Il mondo è da biasimare (per l’antisemitismo), quindi il mondo pagherà. È tutta colpa di quei migranti musulmani: questo è ciò che i media e i politici continuano a ripeterci. Megalomania e cecità sono all’ordine del giorno.

Il Centro di Coordinamento Internazionale per Gaza è un organismo di scarsa importanza. Si trova nella zona industriale di Kiryat Gat. A quasi un anno dalla sua istituzione, Gaza è ancora immersa nelle sue rovine, proprio come prima. Israele continua a uccidere quasi quanto prima del cessate il fuoco. L’espulsione dei delegati di Sua Maestà non cambierà nulla a Gaza. Il problema è l’arroganza e la sfrontatezza di Israele.

Mentre l’Europa discute incessantemente la proposta di costruzione nell’area E1, che dividerà la Cisgiordania in due, Israele la sta già punendo. La costruzione illegale nell’area E1 non è il problema. Le centinaia di migliaia di ettari occupati dai coloni negli ultimi due anni non hanno preoccupato l’Europa, ma ora l’Europa ha eretto uno spaventapasseri per il quale è pronta a presidiare le barricate.

Ma la Cisgiordania è divisa da tempo e annessa di fatto da ancora più tempo. L’Europa minaccia di imporre sanzioni sui prodotti provenienti dagli insediamenti ebraici in Cisgiordania come misura punitiva, e l’iniziativa rischia il collasso.

Di fronte a queste vuote e imbarazzanti promesse di facciata dell’Europa, Israele si erge arrogante, mostrando il suo distacco dalla realtà del mondo esterno.

“Israele sta inviando un messaggio all’Europa: la Gran Bretagna potrebbe pagarne il prezzo”, recitava un titolo grottesco, che valeva mille testimoni per la sua totale mancanza di contatto con la realtà e la sua arroganza.

Israele crede di poter espellere gli inglesi, umiliare gli spagnoli e punire il mondo intero senza subire conseguenze. Finora, aveva ragione. Ma si avvicina il giorno in cui Israele dovrà aprire gli occhi e scoprire che, in realtà, esiste un mondo esterno da cui si è allontanato, così come si è allontanato da esso, e che si trova ad affrontare una nuova, sconosciuta realtà.

I giorni in cui Israele era il beniamino dell’Occidente, in cui gli era permesso tutto, sono finiti. Espellere la Gran Bretagna da Kiryat Gat per compiacere gli elettori del Likud è una cosa positiva, e il Ministro degli Esteri Gideon Sa’ar ne sarà probabilmente orgoglioso, ma il conto arriverà, anche se per qualche ragione incomprensibile dovesse tardare.

L’America sta cambiando e l’Europa aspetta solo il via libera dall’altra sponda dell’Atlantico per regolare i conti con Israele, che per decenni ha agito in modo arbitrario, facendo ciò che voleva in un modo che nessun Paese che non sia una superpotenza globale si permette.

Israele e il resto del mondo si stanno allontanando. Israele si vanta di aver commesso Crimini di Guerra; è un vantaggio elettorale. Ma l’idea che Israele possa continuare a mostrare arroganza verso il mondo intero, continuando a comportarsi come ha sempre fatto, è l’idea più pericolosa per il suo futuro, molto più dei soldi inviati ad Hamas o al programma nucleare iraniano.

L’isolamento dal mondo avrà un prezzo che ogni israeliano dovrà pagare. La maggior parte dei governi del mondo non desidera realmente l'ipotesi di recidere i legami con Israele e ripone le proprie speranze nel previsto cambio di governo come via d’uscita (immaginaria) da questo pasticcio. Ma Israele non cambierà, certamente non a sufficienza, e il mondo dovrà cambiare il proprio atteggiamento nei suoi confronti.

Un Paese che per decenni ha ignorato ogni risoluzione approvata dalla comunità internazionale, oltre ad aver espulso l’Europa da Kiryat Gat, non sarà assolto.

Un giorno, il mondo potrà finalmente entrare nella Striscia di Gaza. Dopo averne visto gli orrori, non sarà più possibile continuare a tacere nei confronti di Israele. L'“espulsione” da Kiryat Gat sarà ricordata anche a Londra.

Fonte

Ex Ilva. Arrivano i licenziamenti collettivi. Usb: Cronaca di una morte annunciata

“Cronaca di una morte annunciata: potrebbe essere questo il titolo giusto per descrivere quello che sta accadendo”, sono le dichiarazioni a caldo dei componenti l’esecutivo nazionale di Usb Francesco Rizzo e Sasha Colautti dopo l’annuncio del presidente di Aigi Nicola Convertino che ha comunicato la partenza delle lettere di licenziamento collettivo per le imprese che rappresenta, e quindi un numero di lavoratori superiore a 2.500 unità.

“Un annuncio che certamente ci aspettavamo in un clima decisamente surreale, quando infatti si è appena chiusa una bellissima pagina che ha permesso a Taranto di gioire e godere degli effetti, anche economici, di un evento come i Giochi del Mediterraneo. Quindi, un attimo dopo, torniamo bruscamente alla realtà piuttosto scontata. Questo peraltro accade a poche ore dalla festa che si terrà domani a Bari per festeggiare, come dicono, il governo più longevo della storia della Repubblica. A Bari una Festa, a Taranto un funerale di massa. Alla luce di tutto ciò, il Governo, nell’incontro di martedì prossimo, ha più che mai l’obbligo di mettere in campo soluzioni concrete per i tantissimi lavoratori che vivono ore di straordinaria apprensione insieme alle loro famiglie.

In alternativa, non faremo mancare questa volta la nostra voce e quella dei lavoratori, con tutte le iniziative e le forme di mobilitazione consentite. Abbiamo rispettato e gioito per l’evento sportivo, ma ora non è più tempo di attendere”
.

USB Taranto

Fonte

Nel “grande gioco” dell’Asia centrale, Kabul offre le proprie ricchezze minerarie agli USA

Nel “grande gioco” di questo millennio l’Afghanistan dei talebani, forti della vittoria sulla maggiore potenza militare del mondo, ha la possibilità di agire con una certa autonomia su vari tavoli, come dimostra la proposta diretta agli Stati Uniti con cui Kabul si rende disponibile ad accogliere le imprese americane per lo sfruttamento dei giacimenti minerari del paese.

Per essere precisi, bisognerebbe dire che la direzione di questa autonomia è, al solito, determinata dall’aggressività imperialistica: qualche mese fa avevamo pubblicato un articolo che sottolineava come Washington continuasse a usare gruppi estremistici per rendere impossibile qualsiasi stabilizzazione del paese e, dunque, anche la funzionalità di qualsiasi accordo con la Cina per le sue ricchezze sotterranee.

Circa un anno fa, Trump aveva parlato di riprendersi la base militare di Bagram, nel paese centro-asiatico. La sparata sembrava certo esagerata, allora, ma avevamo già sottolineato come l’Afghanistan fosse sempre più un crocevia strategico, sia a livello commerciale sia militare, nel crescente tentativo degli imperialisti occidentali di impedire l’ascesa di un mondo multipolare.

Insomma, i motivi per cercare un’intesa tra la Casa Bianca e il governo di Kabul erano reali, e c’erano anche gli elementi per uno scambio: le riserve della banca centrale afghana, più di 9 miliardi di dollari complessivi, di cui 7 attualmente depositati e congelati presso istituzioni finanziarie negli Stati Uniti.

Questa potrebbe essere la contropartita nell’offerta fatta dai talebani. A tracciare i contorni dell’iniziativa è stato il ministro afghano degli Esteri, Amir Khan Muttaqi, in un’intervista concessa al Financial Times. Muttaqi ha sottolineato che l’Afghanistan accoglierebbe senza riserve i capitali statunitensi, estendendo l’invito dal comparto estrattivo allo sviluppo delle infrastrutture, all’agricoltura e al commercio.

Il ministro non ha tuttavia specificato se vi siano stati contatti formali diretti con l’amministrazione Trump per discutere dei dettagli. Al centro dell’offerta vi sarebbe dunque un sostanziale sostegno allo sviluppo e alla stabilizzazione del paese, oltre allo sblocco degli asset finanziari congelati e alla cancellazione delle sanzioni, anche se su questi punti il ministro di Kabul non ha proferito parola.

Nella logica predatoria che ha imboccato l’imperialismo statunitense la proposta di sfruttare un patrimonio geologico stimato in almeno mille miliardi di dollari è davvero allettante. L’eccezionale entità di queste riserve era stata certificata già nel 2007 da una valutazione preliminare condotta congiuntamente dallo US Geological Survey (USGS) e dall’Afghanistan Geological Survey nell’ambito di un programma finanziato dall’USAID.

I rilievi avevano mappato concentrazioni massicce di litio, cobalto, rame e altri minerali indispensabili per la produzione di batterie e lo sviluppo delle più avanzate tecnologie; ma c’è anche oro, argento, rubini, smeraldi, lapislazzuli e altre risorse non metalliche che sono di grande interesse per il padronato stelle-e-strisce.

Bisogna dire che vari analisti hanno evidenziato come si tratti ancora di una ricchezza prevalentemente teorica. Decenni di conflitti bellici hanno lasciato i depositi quasi intonsi, mentre il Paese sconta una gravissima carenza di strade, reti elettriche e impianti per l’estrazione su scala industriale. È proprio l’impegno sulla costruzione di questo tipo di infrastrutture che i talebani chiedono a Washington, in cambio dei diritti di sfruttamento dei giacimenti.

Bisognerà vedere fino a quanto Kabul rinuncerà a parte delle filiere in ambito domestico, ma sicuramente la proposta indica un certo spostamento degli indirizzi politici, dopo che il governo afghano aveva concesso centinaia di licenze per l’estrazione dei suoi minerali dopo il 2021 sia alla Cina sia all’Iran, per un valore di oltre 7 miliardi di dollari.

Non si può ignorare che nel paese operano anche consorzi del Pakistan e della Turchia, che hanno da poco stretto un’alleanza con i sauditi. Condizione che, certamente, non ha reso felice Tel Aviv. Una massiccia presenza statunitense sarebbe un modo per tenere in scacco uno snodo centrale della competizione globale e rinforzare la leva rispetto a qualsiasi azione mossa contro il principale alleato di Washington nella regione.

A lungo andare, i talebani, che cercano legittimazione dalla comunità internazionale e stabilizzazione del paese, hanno deciso di fare un passo significativo verso gli States. Non sono mancate le occasioni in cui le potenze imperialiste hanno cominciato a dare legittimazione al governo di Kabul, anche se le Nazioni Unite hanno confermato che nessun processo di normalizzazione diplomatica o revoca delle sanzioni potrà compiersi senza progressi concreti e misurabili sui diritti umani.

I tempi della deriva guerrafondaia imperialista, però, non aspettano l’ONU. La pressione occidentale sembra aver maturato la possibilità di un cambiamento significativo, anche se non determinante, negli equilibri dell’area, e la proposta afghana lo conferma. Bisognerà vedere se andrà concretizzandosi.

Fonte

Il disastro hymalayano: un prodotto dei criminali del “va tutto bene così”

Lui si chiama Michael E. Mann.

Compare spesso su questa pagina insieme ad altri nomi come Hansen, Rockstrom, Kate Marvel ma come anche Pasini, Mercalli e tanti altri.

Quello che segue infatti, non lo dico io ometto del terzo piano, ma uno dei climatologi più autorevoli al mondo.

Mann infatti, è un climatologo e geofisico statunitense, professore alla University of Pennsylvania. È una delle figure più autorevoli nella comunicazione del cambiamento climatico e un deciso oppositore della disinformazione climatica.

Ieri ha scritto un articolo sul Guardian la cui sintesi è che bisogna agire, che bisogna accelerare drasticamente la transizione dai combustibili fossili alle energie pulite e trasformare la lotta al cambiamento climatico in una priorità politica.

Ripeto: politica.

In questi giorni ho risposto più volte a persone che mi dicono: “cosa possiamo fare?” La risposta è semplice e quanto mai terribile. Lo sappiamo tutti cosa possiamo e cosa DOBBIAMO fare. Solo la politica non lo sa! Politica e media collegati fanno finta di non sapere e spesso, alimentano e aumentano dibattiti per coglioni.

Ricordate queste parole: “Le catastrofi meteorologiche estreme che hanno colpito la scorsa estate sono state una conseguenza inequivocabile del continuo riscaldamento del nostro pianeta. Le politiche dell’attuale amministrazione, elaborate dagli stessi inquinatori, stanno peggiorando la situazione. Donald Trump e i repubblicani al Congresso che lo assecondano continuano a insistere su politiche che favoriscono l’estrazione e la dipendenza dai combustibili fossili, proprio nel momento in cui dovremmo accelerare il passaggio dalle fonti fossili alle energie pulite”.

Mann scrive che il disastro himalayano è un’immagine concreta di un principio più generale: il riscaldamento globale sta trasformando la probabilità, la violenza e la pericolosità dei fenomeni estremi, e continuare sulla strada attuale significa esporci a rischi sempre maggiori.

L’evento rappresenta un esempio particolarmente evidente di come il riscaldamento globale stia modificando la stabilità degli ambienti montani: il permafrost e il ghiaccio che per millenni hanno contribuito a mantenere coese le montagne si stanno sciogliendo, rendendo più probabili frane, collassi e improvvise inondazioni.

Mann ha inserito però la tragedia nepalese in un quadro molto più ampio. L’estate 2026 è stata caratterizzata da una sequenza eccezionale di ondate di calore, incendi e fenomeni meteorologici estremi negli Stati Uniti e in Europa. E fa riferimento proprio alle ondate di calore europee, responsabili di decine di migliaia di morti, e agli incendi alimentati dalla combinazione di caldo estremo e siccità.

Questi eventi non sono semplicemente coincidenze: la scienza dell’attribuzione permette di quantificare quanto il cambiamento climatico abbia aumentato la probabilità e/o l’intensità di molti eventi estremi.

E nonostante:
  • il silenzio imbarazzante del nostro governo, proprio dove servirebbero misure e piani;
  • il Piano nazionale di adattamento ai cambiamenti climatici, approvato a dicembre 2023, in cui si affidava l’attuazione ad un Osservatorio che andava istituito entro tre mesi ma che è stato varato dopo due anni, mentre i partiti della maggioranza, a Bruxelles, smontavano il Green Deal che avrebbe dovuto ridurre le cause;
  • la perdita dei raccolti che Confagricoltura calcola in rese scese del 9 per cento, (riso -10%, grano -9%);
  • il conto di tre miliardi di euro ufficializzato da Coldiretti per i danni da caldo e grandine;
fra pochi giorni, col ritorno del fresco, tutto sparirà.

E così mentre parleremo di calcio, quello che abbiamo vissuto sembrerà una minaccia lontana e futura e non una realtà già visibile, misurabile, distruttiva.

Chiudo con una considerazione. Chi ancora argomenta che la transizione verde è “troppo costosa”, che è tutto un bluff, che ci vogliono far comperare le auto elettriche o altre crucianate varie, mi auguro non abbia mai a trovarsi in una catastrofe simile. Tanto meno ad avere la responsabilità di risolvere una catastrofe simile.

Anche perché continuare ad argomentare con tesi che possono solo far crescere il dibattito in un oceano di analfabeti, non solo è controproducente ma ormai ha un intento CRIMINALE.

Fonti

https://wgms.ch/global-glacier-state/

https://wgms.ch/latest-glacier-mass-balance-data/

https://www.worldweatherattribution.org/climate-change…/


Fonte

Israele è pronto a completare il genocidio. Si attendono gli USA e le elezioni

Il piano di pulizia etnica per Gaza attende solamente il via libera di Washington. A dirlo è stato il ministro della Difesa israeliano Israel Katz, il quale ha ribadito senza mezzi termini che il governo non considera chiusa l’ipotesi di un esodo forzato dei residenti palestinesi. “In definitiva – ha detto Katz – non esiste una vera soluzione per Gaza. La Direzione per le Migrazioni è pronta a procedere via mare, via aria e con qualsiasi mezzo”.

Il ministro di Tel Aviv continua a parlare del progetto turistico da costruire sulle rovine della Striscia. L’ostacolo principale alla sua attuazione immediata risiede nel consenso internazionale e, soprattutto, nell’approvazione degli Stati Uniti. Sia chiaro: le potenze occidentali sono assolutamente compartecipi del genocidio dei palestinesi, e in UE ancora si fa fatica a mettersi d’accordo sulle sanzioni ai coloni.

L’approvazione deve però arrivare anche dai paesi limitrofi, per i quali la questione palestinese è un delicato tema di migrazioni e anche di normalizzazione dei rapporti con l’entità sionista. Secondo quanto riferito da Katz, il piano della riviera turistica non è stato accantonato ma temporaneamente congelato dal presidente statunitense Donald Trump per le pressioni dei governi arabi, che avrebbero offerto aperture su investimenti economici e sul disarmo di Hamas pur di scongiurare l’espulsione di massa.

I paesi teoricamente disponibili a ricevere quote di rifugiati pretendono garanzie politiche ed economiche dalla Casa Bianca prima di qualsiasi mossa. L’Egitto, per bocca del presidente Abdel Fattah al-Sisi, ha ribadito il no categorico all’uso del valico di Rafah o del Sinai per il transito degli sfollati, minacciando reazioni di piazza.

Katz ha in pratica spiegato che Tel Aviv attende un cambiamento nel contesto tattico: Israele ha calpestato il cessate il fuoco, e ora attende che la situazione diventi insostenibile per poi addossare ad Hamas il mancato rispetto degli accordi, così da avere la scusante per finire il lavoro di pulizia etnica.

Mentre il ministro della Difesa delineava gli scenari futuri, Benjamin Netanyahu ha compiuto un’ispezione presso le postazioni avanzate delle Forze di Difesa Israeliane (IDF) all’interno di Gaza, lungo la cosiddetta “Linea Gialla”, la fascia che delimita l’area della Striscia ancora sotto occupazione sionista.

Il primo ministro israeliano aveva annunciato la volontà di espandere il controllo militare nell’enclave al 70% del territorio lo scorso maggio, ben oltre ciò che era stato definito col cessate il fuoco, a dimostrazione di come sia Tel Aviv a non rispettare gli accordi, con la speranza di costringere Hamas a reagire o di portare i palestinesi a scappare dalla loro terra.

Del resto, il trasferimento forzato dei palestinesi viene anche definito come una migrazione “volontaria” dai vertici sionisti: quanto può essere volontario il dover fuggire da un cumulo di macerie un tempo chiamato casa? Ma Gaza non è l’unico “fronte” su cui Katz si sta muovendo, anche in vista delle prossime elezioni.

Se a Gaza l’obiettivo dichiarato rimane la pulizia etnica, in Cisgiordania si sta vivendo una contrapposizione aperta tra i diversi corpi di sicurezza dello Stato ebraico. La scintilla è scoccata a seguito delle violenze registrate nel villaggio palestinese di Al-Mughayyir, nei pressi di Ramallah. L’intervento dei soldati è degenerato in pesanti scontri nei quali due diciannovenni palestinesi sono stati uccisi dal fuoco dei militari.

L’episodio ha fatto emergere un durissimo scontro ai vertici: il comandante della polizia israeliana per il distretto di Giudea e Samaria, Moshe Pinchi, ha attaccato pubblicamente l’operato dell’IDF, affermando che i militari avrebbero dovuto procedere all’arresto immediato dei coloni responsabili dei disordini anziché limitarsi a disperderli.

La frizione assume inoltre un chiaro peso politico: lo stesso ministro Katz ha recentemente disposto il trasferimento della giurisdizione e del controllo sui coloni in Cisgiordania dalle gerarchie militari alla polizia civile. Una mossa in cui si può leggere il preludio alla normalizzazione burocratica e a un’annessione de facto dei territori occupati. Mossa non a caso accolta calorosamente dal ministro per la Sicurezza Nazionale Itamar Ben-Gvir.

Le elezioni che si avvicinano determineranno le modalità con cui si vuole procedere agli ultimi atti del genocidio dei palestinesi, orizzonte condiviso da buona parte della società israeliana. Negli ultimi mesi, è evidente che ci sia il tentativo di fare ampia leva sul movimento dei coloni per assicurarsi una maggioranza che non si farà fermare dalle apparenze.

Fonte