Presentazione


Analisi, opinioni, fatti e (più di rado) arte da una prospettiva di classe.

22/10/2026

Sceneggiature e droni

di Luca Cangianti

Federico Greco, Guerra e cinema. Capire il cinema di guerra: tra immaginario della violenza e creazione del consenso, Poets & Sailors, 2026, pp. 206, € 16,00.

Il Pentagono collaborò alla produzione di Top Gun fornendo caccia F-14, mentre in Act of Valor recitano veri Navy SEALs. Esempi di questo tipo danno la cifra della compenetrazione tra attività bellica e industria cinematografica, tuttavia con il saggio Guerra e cinema – seguito di Cinema e potere – il filmaker Federico Greco va molto oltre.

Il libro è un originale arrangiamento in versione cartacea di alcune puntate della rubrica di successo Desaparecinema, settimanalmente in streaming su OttolinaTV. Attraverso una carrellata di titoli (capolavori, ma anche mattonate istruttive) che spaziano da Finché c’è guerra c’è speranza di Alberto Sordi a E Johnny prese il fucile di Dalton Trumbo, da Va’ e vedi di Elem Klimov a W. di Oliver Stone, fino a La seconda guerra civile americana e Armageddon, l’autore mostra che lo schermo è un prolungamento degli odierni campi di battaglia. Anzi, diciamola tutta: il cinema in quanto potente creatore di immaginario serve alla guerra tanto quanto le bombe, i missili e i droni.

Ciò avviene sia mediante le interessate forniture in mezzi e in personale di cui sopra, ma soprattutto attraverso un’azione di tipo cognitivo. E qui sta la parte più originale del libro (che fa dimenticare anche qualche scivolata su pretesi e inesistenti ruoli “rivoluzionari” del socialismo reale): l’accettabilità delle bombe, che non cadono certo in testa ai potenti, striscia narrativamente tra le pagine delle sceneggiature attraverso il viaggio dell’eroe hollywoodiano: «l’eroe subisce un torto; l’eroe si addestra; l’eroe sconfigge il cattivo in una “Prova Centrale” o “Resurrezione”». E così se il Dipartimento della Difesa statunitense è pronto a fornire portaerei e carri armati in cambio di interventi mirati sui copioni, la Nato vuole «che lo sceneggiatore, quando deve scrivere di un conflitto moderno, utilizzi spontaneamente le categorie mentali fornite dai briefing: sicurezza collettiva, minaccia ibrida, stabilità democratica».

Il risultato desiderato, e spesso conseguito, è che l’attività di sterminare, stuprare e dominare per conto delle classi dominanti si trasforma in avventura epica, necessaria, inevitabile e magari perfino piacevole. E tuttavia la micidiale arma cinematografica, nelle mani giuste, si presta anche a un utilizzo opposto e (questo sì) veramente rivoluzionario: sabotare l’antenna feticistica di Essi vivono e mandare in chiaro la bruttezza dei mostri che ci usano come carne da macello.

Fonte 

Gli espropri di Milano, i riot di Belfast, la guerra ibrida

di Silvano Cacciari

“Tu sais ce que la rue m’a appris ? Si tu donnes ta joue, tu te fais niquer ta mère”
La Haine, 1995

1 

L’impiego inflazionato del concetto di «guerra ibrida» nel dibattito pubblico impone una chiarificazione. Nella dottrina strategica e nella sociologia dei conflitti, la guerra ibrida (hybrid warfare) non indica qualsiasi turbolenza sociale che transiti per le reti digitali, bensì una precisa architettura offensiva e deliberata in cui un attore statale o para-statale combina operazioni informative, guerra psicologica e manipolazione computazionale per destabilizzare un sistema bersaglio mantenendosi sotto la soglia dello scontro militare aperto.

Tuttavia, il limite strutturale di ogni operazione ibrida o di guerra cognitiva (cognitive warfare) risiede nell’impossibilità di fabbricare dal nulla un’insorgenza materiale: nessun algoritmo e nessuna centrale di disinformazione possono spingere migliaia di persone a scendere fisicamente in strada se il messaggio non trova un terreno sociale ricettivo. Il momento teorico e operativo cruciale della guerra ibrida è dunque il meccanismo di innesto: il punto esatto in cui una regia esterna o superiore (top-down) riesce ad agganciarsi a tensioni sociali, frustrazioni economiche e fratture identitarie realmente esistenti sul territorio, piegandole ai propri fini strategici.

Lo strumento tecnico che realizza questa saldatura tra regia occulta e rabbia sociale è l’astroturfing – termine derivato dal marchio di erba sintetica AstroTurf per definire una mobilitazione artificiale progettata per simulare un’insorgenza spontanea dal basso (grassroots). Come dimostrato dal report apparso proprio su Codice Rosso e ripreso da Contropiano («Astroturfing: accelerare la fascistizzazione delle classi popolari in Gran Bretagna»), mentre l’astroturfing commerciale (storicamente impiegato da colossi come Microsoft, Monsanto o Walmart) mira ad alterare le metriche di mercato, l’astroturfing politico opera come il vettore d’innesco della guerra ibrida sul fronte interno. Esso costruisce quelli che Walter Lippmann definiva «pseudo-ambienti» cognitivi attraverso la sistematica «de-marcatura della fonte», arruolando basi sociali che agiscono fisicamente seguendo le linee di una strategia concepita altrove.

Il caso dei riot di Belfast, giugno 2026, rappresenta l’archetipo di come funzioni realmente questa strategia:
  • Il terreno sociale parassitato – L’operazione si innesta sulla devastazione socio-economica prodotta da decenni di deindustrializzazione neoliberista e austerità, accompagnata dall’abbandono della difesa materiale della classe lavoratrice da parte della sinistra tradizionale. In questo vuoto, l’ingegneria discorsiva della IA agentica ricodifica il proletariato in senso etnico come «white working class» (classe lavoratrice bianca autoctona), deviando il conflitto verticale contro il capitale verso una guerra orizzontale contro migranti e richiedenti asilo.
  • Il dispositivo tecnico di aggancio – Per saldarsi al malessere popolare, gli operatori utilizzano profili fittizi (sock puppets) e avatar IA che mimano i codici linguistici ed emotivi della gente comune («populismo epistemologico»), sfruttando gli algoritmi di raccomandazione di TikTok, X, YouTube e Telegram. Questo meccanismo produce una «fascistizzazione post-organizzativa» che colpisce selettivamente i soggetti più fragili: come documentato dall’ESRC (Vulnerability and Policing Futures Research Centre), giovani maschi isolati o con difficoltà di attenzione e concentrazione risultano strutturalmente più esposti alla cattura in bolle di filtraggio (filter bubbles) xenofobe.
  • La prova forense dell’eterodirezione a Belfast – La natura ibrida ed eterodiretta del fenomeno è certificata dalla triangolazione investigativa tra analisi ideologica, rapporti sindacali/civici (CAJ, UNISON, Rabble Cooperative) e analisi forense dei dati di rete. Durante i disordini dell’agosto 2024 seguiti all’attacco di Southport, il canale Telegram «Southport Wake Up» è balzato da 44 a oltre 15.000 iscritti in poche ore; il 3 agosto 2024 i tracciati hanno registrato l’ingresso simultaneo di centinaia di account con nomi in caratteri cinesi, prova inconfutabile dell’acquisto di bot farm commerciali per gonfiare artificialmente le metriche di popolarità, generare un aumento del 327% nell’attività dei gruppi di estrema destra e trascinare la folla reale nei pogrom del 4 agosto a Belfast, Middlesbrough e Rotherham. Lo stesso schema di amplificazione coordinata si è ripetuto l’8 giugno 2026 a North Belfast dopo l’accoltellamento di Stephen Ogilvie.
A Belfast siamo stati dunque in presenza di una vera dinamica di guerra ibrida: una regia organizzata precede la piazza, acquista potenza computazionale transnazionale per simulare un consenso maggioritario, si aggancia alla decomposizione sociale post-industriale e indirizza la folla verso un bersaglio etnico prestabilito.

2

Di fronte alla guerriglia urbana esplosa nel centro di Milano sabato 17 e domenica 18 ottobre 2026, il governo italiano ha tentato di applicare meccanicamente il paradigma dello scontro geopolitico occulto. Intervenendo il 20 ottobre 2026 al secondo Forum sul procurement della Difesa (come riportato da Il Sole 24 Ore e dalle principali testate nazionali), il ministro della Difesa Guido Crosetto ha dichiarato che «i fatti di Milano sono frutto della guerra ibrida», definendoli il risultato «di azioni che qualcuno sta portando nelle nostre nazioni con strumenti non convenzionali». Secondo il ministro, i giovanissimi scesi in piazza subirebbero una «controeducazione sui social» orchestrata da potenze straniere: «La mia più grande preoccupazione oggi è la capacità che ormai hanno alcune nazioni, dopo aver studiato con gli algoritmi le menti dei nostri giovani, di conoscerli molto meglio di noi e di influenzarli». A supporto di tale tesi, gli apparati di sicurezza hanno indicato la presenza, sotto i video degli scontri, di singoli commenti generati da profili automatici (come un account denominato .dima.1.3.1.2. corredato da bandiera russa). Una analisi simile, presentata clamorosamente senza una prova, l’ha pubblicata il Financial Times a proposito delle proteste in Francia: secondo il quotidiano finanziario, si tratterebbe di proteste stimolate da una “guerra ibrida” proveniente dalla Russia, dall’Iran e addirittura dall’Algeria.

Nel nostro caso, al vaglio del metodo investigativo socio-tecnico, l’analisi del ministro Crosetto si rivela un’evidente fallacia categoriale e un alibi ideologico. Confondere il rumore parassitario post-hoc – il fatto fisiologico che reti di bot internazionali commentino qualsiasi hashtag di tendenza dopo che un evento è già deflagrato – con la causa genetica e l’organizzazione di una rivolta significa scambiare lo sciacallaggio acustico con la direzione strategica.

Milano non è Belfast: l’analisi empirica e forense delle giornate del 17 e 18 ottobre dimostra l’assenza totale di bot farm d’innesco, di una regia straniera e di quella pianificazione top-down che definisce la guerra ibrida. Lo stesso ministro dell’interno, Piantedosi, ha successivamente smorzato le parole di Crosetto ma, va evidenziato, l’hype sulla guerra ibrida contro l’Italia, dopo Milano, ne esce fortemente rafforzato.

2.1

L’insorgenza milanese – preceduta nelle settimane passate da improvvisi raduni giovanili nel nord Italia e venerdì 16 ottobre da un corteo studentesco di 5.000 persone a Milano – si è innescata sabato 17 ottobre a margine della manifestazione nazionale contro il carovita promossa dalla rete apartitica «Italia in Piazza» (5.000 partecipanti a Milano, 3.000 a Torino, 2.000 a Bologna, 800 a Bergamo, 600 a Brescia). A Milano il corteo pacifico è stato rapidamente scavalcato da sciami fluidi di giovanissimi a volto coperto che, dopo i primi lanci di bottiglie in via Broletto e via Mazzini, hanno trasformato Piazza Duomo, via Torino, Corso Vittorio Emanuele II e Piazza San Babila in un campo di battaglia con tattiche hit-and-run (attacco e ritirata rapida), erigendo barricate infuocate con materiali di cantiere, distruggendo una gazzella dei Carabinieri e assaltando a colpi di mazza il negozio Foot Locker in Galleria Passarella per prelevare calzature e abbigliamento. Domenica 18 ottobre, senza alcuna convocazione ufficiale, la rivolta si è replicata tra il Duomo, via Dante, Largo Cairoli, il Castello Sforzesco, Piazzale Cadorna e via Piatti, culminando nella devastazione di dehors, pensiline, una libreria, un bancomat e nel saccheggio di un supermercato Carrefour.

I numeri fanno sorridere se si pensa alla tesi del complotto internazionale: su 271 persone accompagnate in Questura (a fronte di oltre mezzo milione di euro di danni stimati da Confcommercio e tra i 15 e i 104 agenti refertati), 220 sono minorenni (l’81,2%), spesso sotto i 15 anni e fino a dodicenni, quasi tutti incensurati, con 60 ragazzi stranieri e una composizione mista di giovani italiani figli di nativi e seconde generazioni. Per 45 arrestati (34 minori e 11 maggiorenni nati tra il 2007 e il 2008), la Procura di Milano (diretta da Marcello Viola con il pm Giovanna Cavalleri) e la Procura per i minorenni hanno chiesto la custodia cautelare a San Vittore e al Beccaria per resistenza pluriaggravata e per il reato di devastazione e saccheggio.

Se l’intelligence preventiva ha fallito, non è stato a causa di una centrale spionistica estera, ma perché i modelli classici di ordine pubblico – abituati a negoziare percorsi e limiti con referenti di partiti, sindacati o centri sociali – sono andati in tilt di fronte a una mobilitazione acefala: centinaia di adolescenti sono scesi dai quartieri periferici e dalla provincia a gruppi di due o tre, senza bandiere, striscioni o abiti militanti, confondendosi con i coetanei dello shopping del sabato e scegliendo bersagli casuali in tempo reale, mentre l’età giovanissima dei partecipanti frenava i comandi di polizia dall’ordinare cariche ad alto impatto fisico.

2.2

Lungi dall’essere stata eterodiretta da potenze straniere ostili, la propagazione digitale milanese si è sviluppata attraverso tre livelli interamente bottom-up, segnati dal collasso immediato degli organizzatori iniziali. Mentre nell’astroturfing britannico la tecnologia opera lungo una catena verticale a quattro stadi che partendo da una salda regia politica ed economica occulta, attraverso l’impiego di bot farm e sock puppets, costruisce un’intimità algoritmica volta a individuare capri espiatori etnici e culmina nel pogrom xenofobo, nei riot milanesi la propagazione comunicativa si è articolata attraverso tre distinti passaggi socio-tecnici dal basso, caratterizzati, al contrario di Belfast, da una progressiva perdita di controllo da parte dei promotori iniziali e da una riappropriazione orizzontale dei codici del conflitto:
  • L’infrastrutturazione civica amatoriale (Italia in Piazza) – La rete che ha convocato la protesta sul carovita è stata creata in soli 13 giorni dal ventunenne Louis e dall’amministratore delle chat «Andrea» usando strumenti gratuiti e no-code (una Web App generata con la piattaforma IA Lovable). I canali social avevano numeri irrisori, incompatibili, a differenza del caso Belfast, con qualsiasi spinta di bot farm: meno di 3.000 follower su Instagram (@italiainpiazza17) e meno di 700 su TikTok, con un gruppo Telegram di circa 4.000 iscritti diviso per regioni. La prova regina dell’assenza di una regia violenta è la spaccatura esplosa nella chat generale della rete che aveva organizzato la protesta la sera del 17 ottobre: mentre la maggioranza condannava i saccheggi («Spaccare tutto non è coscienza politica, è rabbia senza direzione») e una minoranza li rivendicava, gli amministratori hanno sconfessato gli scontri cacciando i “violenti” dal canale («La violenza e gli scontri non sono il motivo per cui sposiamo la causa quindi uscite pure»).
  • Il contagio mimetico laterale e la semantica dell’«esproprio» – I migliaia di adolescenti giunti in Duomo non sono stati reclutati da Italia in Piazza, ma da un passaparola orizzontale transitato su gruppi Telegram preesistenti dedicati a musica trap, calcio e moda. Durante gli scontri, i Reel di Instagram e i feed di TikTok hanno agito da moltiplicatori mimetici in tempo reale: i ragazzi si sono filmati durante gli assalti convocando per emulazione la replica di domenica 18 ottobre («Ci vediamo in Duomo»). Ed è qui che il gesto acquisisce una propria grammatica politica dal basso: diventa virale il video in cui i giovanissimi consegnano a un senzatetto le felpe appena sottratte ai negozi del centro, rivendicando l’azione con le scritte «Si chiama esproprio proletario» ed «Esproprio proletario a Milano».
  • La codificazione tattica post-hoc (Movimento 17 ottobre) – Solo tra il 18 e il 19 ottobre, dopo l’esaurimento della rivolta spontanea (e mentre un centro sociale attivava un hub legale per i fermati), compare su Instagram e Telegram la sigla Movimento 17 ottobre (circa 250 iscritti al 19 ottobre), che tenta di dare continuità politica al tumulto con slogan generazionali e antifascisti («I violenti siete voi che ci avete negato il futuro, ora quel futuro ce lo prendiamo», «Gli unici stranieri i fascisti nei quartieri»), lanciando la «Mobilitazione permanente ogni sabato» alle ore 15:00 in otto città (Milano, Bologna, Torino, Roma, Firenze, Padova, Bari, Genova) e diffondendo manuali di autodifesa di piazza per principianti («Safer in the street») e vecchi testi d’azione diretta («Ricette per il caos», 2004).
Nella guerra ibrida di Belfast la struttura di comando precede e fabbrica la piazza; a Milano la struttura militante tenta di nascere a posteriori nel tentativo di attrarre uno sciame giovanile già esploso da sé.

3 

Se l’impianto categoriale del ministro Crosetto cade sul piano dell’evidenza empirica, esso svela tuttavia una verità rovesciata. A Milano una guerra ibrida è effettivamente in corso, ma non è condotta dalle “potenze straniere contro l’Occidente”: è una guerra ibrida interna, strutturale e multidimensionale, condotta dal modello metropolitano neoliberista e dagli apparati dello Stato contro i settori più giovani e subalterni della propria popolazione. Una guerra condotta per rafforzare e legittimare ruoli, poteri, gerarchie politiche e sociali esistenti messe in discussione dalla crisi e dal caos generato dalle guerre, quelle vere, e dall’incedere della nuova rivoluzione industriale. Una guerra ibrida interna, condotta come strumento di sopravvivenza di un ceto politico-istituzionale, che opera combinando tre armamenti non convenzionali contro le periferie (Corvetto, San Siro, Bovisa e i comuni dell’hinterland):
  1. l’arma materiale dell’impoverimento e dell’esclusione abitativa;
  2. l’arma cognitiva e simbolica della stigmatizzazione mediatica;
  3. l’arma securitaria del confinamento poliziesco e penale.
3.1

Quello di Crosetto non è un repertorio nuovo. L’uso del concetto di guerra ibrida del ministro della difesa si intreccia con le categorie della sociologia comparata della marginalità avanzata (Urban Outcasts, 2008; Punishing the Poor, 2009), con cui Loïc Wacquant illustra i quattro pilastri con cui la metropoli contemporanea conduce questa guerra asimmetrica contro i poveri:
  1. Lo stigma territoriale e simbolico: la costruzione mediatica degli abitanti delle periferie come corpi estranei, moralmente degenerati e pericolosi.
  2. Il vincolo materiale (constraint): la compressione brutale dei salari, la precarietà e l’erosione del potere d’acquisto a vantaggio delle élite urbane.
  3. Il confinamento (confinement): la gestione puramente poliziesca e penale della povertà.
  4. L’incapsulamento (encasement): l’isolamento dei giovani subalterni in una «prigione sociale» separata dalla città vetrina del lusso.
A Milano, il dispositivo di guerra cognitiva interna si è cristallizzato a partire dal 2022 nell’etichetta classista e razzializzante di «maranza»: un marchio applicato a una subcultura giovanile neo-proletaria riconoscibile per codici estetici precisi (tute in acetato, felpe nere, scarpe Nike TN, musica trap, drill e dembow di artisti come l’italo-marocchino Baby Gang) che, come ben notato da Anna Curcio, esprime la reazione di una generazione cresciuta dentro la crisi e le disuguaglianze. Attraverso i raduni del sabato pomeriggio tra stazione Garibaldi, Corso Como, CityLife e Piazza Duomo, questa «identità-combinazione» rompe fisicamente l’incapsulamento periferico per invadere il centro storico.

3.2

Il rilievo etnografico di come i riot di Milano siano la risposta dal basso a questa guerra interna – e rappresentino l’esatto opposto dell’astroturfing britannico – è consegnata dalla testimonianza di Manuel, ventunenne fermato dalla polizia domenica 18 ottobre in Piazza Duomo, su fanpage.it:

  • La materialità della fame contro la protesta d’élite – Manuel, che vive solo in condizioni di grave emarginazione, lavora in nero, ha il padre detenuto nel carcere di Pavia e si sente totalmente abbandonato dallo Stato, traccia un solco di classe netto persino rispetto agli studenti universitari che a suo dire «protestano per moda»: i ragazzi dei quartieri scendono in piazza per stretta sopravvivenza contro la disoccupazione e il rincaro insostenibile di cibo, bollette e benzina.
  • La violenza come risposta alla cancellazione simbolica – Stigmatizzati per la felpa nera ed etichettati come «maranza», questi giovani vengono sistematicamente ignorati quando provano a parlare: ricorrono al «fare casino» perché dice Manuel «la violenza è la nostra voce, l’unica che viene ascoltata» da uno Stato che si accorge della loro esistenza solo quando vanno in frantumi le vetrine del centro.
  • La ricomposizione trans-etnica contro il razzismo di Stato – Mentre la guerra ibrida dell’astroturfing britannico fabbrica il mito della white working class per aizzare i proletari bianchi contro gli immigrati, la guerra interna subita dalle periferie milanesi genera una solidarietà orizzontale trans-etnica. 
  • Nelle barricate di Milano giovani italiani poveri e ragazzi di seconda generazione combattono fianco a fianco – Manuel, italiano, dichiara di sentirsi molto più vicino ai coetanei arabi o africani che agli italiani «medi», di cui rifiuta il razzismo e la chiusura mentale, poiché ciò che lo lega ai ragazzi stranieri è «la fame, la condizione economica e l’istinto di sopravvivenza» di fronte a un unico avversario verticale: lo Stato
4 

L’intreccio tra la guerra sociale interna condotta contro le periferie e le pratiche messe in campo dai giovanissimi a Milano il 17 e 18 ottobre trova una precisa formalizzazione nell’antropologia politica contemporanea.

4.1

Alain Bertho (Le temps des émeutes, 2009; Les enfants du chaos, 2016), sostiene che il riot contemporaneo sorge sulle macerie della rappresentanza politica tradizionale: «la violenza contro le proprietà, e persino contro le persone, emerge quando ci sono cose che gli individui vogliono dire e non possono più dire, non perché manchino loro le parole, ma perché non hanno più nessuno con cui parlare». Liquidando ogni corpo intermedio e riducendo il rapporto con le periferie a una questione di polizia – come riportato da Didier Fassin (Enforcing Order, 2013) a proposito del profiling etnico e subculturale quotidiano nelle stazioni ferroviarie e metropolitane – lo Stato finisce, paradossalmente ma non troppo per chi conosce le piazze, per trasformare i reparti mobili schierati in Piazza Duomo nel detonatore immediato della rabbia accumulata («Tutto il mondo detesta la polizia»). Dentro questo scontro, i saccheggi di Milano ci riportano a Joshua Clover sullo storico spostamento del conflitto dalla sfera della produzione (lo sciopero in fabbrica) alla sfera della circolazione e della riproduzione (la piazza e l’esproprio della merce). L’assalto simultaneo al supermercato Carrefour e alla boutique Foot Locker risponde alla doppia tenaglia della guerra interna subita dai giovani proletari:
  • Il saccheggio alimentare del supermercato finisce per colpire simbolicamente il nodo della sussistenza materiale negata dall’inflazione.
  • L’assalto a Foot Locker – tempio delle sneakers che rappresentano il principale simbolo di status dell’estetica di periferia – costituisce una riappropriazione violenta della cittadinanza simbolica: bombardati da un’economia che misura la dignità umana attraverso il possesso di merci griffate ma esclusi dal reddito per acquistarle, gli adolescenti infrangono la vetrina del centro e risemantizzano il gesto sui social media usando la categoria storica del movimento operaio: «esproprio proletario».
4.2

Collocando Milano nella sequenza storica delle rivolte urbane degli ultimi vent’anni (dalle banlieues francesi del 2005 a Londra 2011, Stoccolma 2013, Gilets Jaunes 2018, fino alle proteste del settembre-ottobre 2026 in Francia, Albania e Italia), emerge un “ciclo dei riot” in quattro fasi oggi profondamente accelerato dagli smartphone:
  1. Latenza e compressione periferica (Wacquant) – Accumulo silenzioso di esclusione economica, lavoro povero e stigmatizzazione territoriale («maranza»), rielaborati in aggregazioni sociali trans-etniche.
  2. Innesco e sincronizzazione laterale – Una convocazione pacifica (Italia in Piazza) offre l’occasione spazio-temporale; le piattaforme no-code (Lovable) e le chat subculturali su Telegram e TikTok comprimono a pochi giorni i tempi di mobilitazione fuori dai radar della Questura.
  3. Deflagrazione performativa e récits-images (Bertho/Clover) – lo sciame invade il centro, ingaggia la polizia, pratica l’esproprio delle merci e produce video amatoriali (récits-images) che sottraggono allo Stato il monopolio del racconto, innescando per contagio mimetico la replica del giorno seguente.
  4. Guerra asimmetrica penale e codificazione carsica (Fassin) – invece di intervenire sulle radici sociali della crisi, lo Stato risponde alzando il livello della propria guerra interna: 271 fermi, 45 arresti con l’imputazione sproporzionata di devastazione e saccheggio (fino a 15 anni di reclusione) applicata in massa a ragazzini incensurati, convocazione d’urgenza del Consiglio dei Ministri per inasprire le norme penali sui minori e invio di 500 militari a presidiare la metropoli. Questa stretta alimenta da un lato il tentativo di avanguardie militanti (Movimento 17 ottobre) di calendarizzare lo scontro («ogni sabato alle 15» in otto città) – esponendosi tuttavia al paradosso tattico di restituire alla polizia quella prevedibilità che aveva reso imprendibile lo sciame spontaneo – e, dall’altro, approfondisce l’odio sociale nelle periferie preparando la deflagrazione successiva.
L’evoluzione tecnologica agisce dunque al centro di questo modello come un moltiplicatore di frequenza del ciclo. Come osservato da Bertho analizzando il passaggio storico dalle rivolte del 2005-2014 (in cui i partecipanti agivano senza aspettarsi alcuna vittoria politica, certi della sconfitta in un’esplosione isolata) alle mobilitazioni più recenti (come i Gilets Jaunes), la disponibilità di infrastrutture comunicative istantanee spinge oggi i soggetti a tentare la calendarizzazione permanente del riot.

L’accostamento superficiale tra i disordini xenofobi britannici di Southport e Belfast (2024-2026) e i riot milanesi del 17-18 ottobre 2026 – spesso assimilati nel commento giornalistico corrente come mere manifestazioni del “caos generato dai social network” – costituisce una fallacia analitica. L’applicazione del dispositivo socio-tecnico isolato nell’articolo di Codice Rosso di giugno dimostra che l’astroturfing è un’operazione di ingegneria egemonica top-down che impiega bot farm commerciali, sock puppets e populismo epistemologico per orientare il disagio materiale verso una guerra orizzontale tra subalterni lungo linee razziali. I fatti di Milano rappresentano, all’opposto, un’eruzione bottom-up in cui la marginalità avanzata delle periferie utilizza le affordance algoritmiche di TikTok e Telegram per sincronizzare una rivolta verticale contro lo Stato e i simboli dell’esclusione consumistica, unificando nella medesima prassi di piazza giovani italiani proletarizzati e seconde generazioni.

In secondo luogo, si evidenzia la necessità di distinguere sul piano sociologico tra due forme antitetiche di radicalizzazione mediata dagli algoritmi. La radicalizzazione cognitivo-ideologica, tipica dell’astroturfing e dell’estrema destra post-organizzativa, opera per cattura e isolamento dell’individuo vulnerabile all’interno di bolle di filtraggio cospirative che fabbricano artificialmente un nemico etnico. La radicalizzazione performativo-mimetica, osservata nelle subculture giovanili delle periferie italiane, opera invece per aggregazione di sciame, contagio estetico su reti di pari e produzione di récits-images attraverso cui soggetti privi di rappresentanza politica conquistano con la forza una visibilità pubblica altrimenti negata.

Il confronto tra i pogrom di Belfast e gli espropri di Milano permette così di trarre almeno tre conclusioni:
  1. La funzione essenziale dell’innesto nella guerra ibrida – La guerra ibrida esterna o eterodiretta (modello Belfast) non è una formula magica onnipotente; essa funziona solo quando un apparato computazionale top-down (bot farm, sock puppets) riesce ad agganciarsi a un malessere sociale reale, razzializzandolo e deviandolo verso una guerra orizzontale tra poveri.
  2. Il falso bersaglio del ministro Crosetto – Evocare la «guerra ibrida» straniera e la «controeducazione» algoritmica di nazioni ostili per spiegare la rivolta dei quindicenni milanesi non ha alcun fondamento scientifico né forense. Serve unicamente come dispositivo di rimozione politica perch consente al governo di negare la natura endogena e materiale della rabbia giovanile, trasformando una questione sociale generata dal carovita e dalla marginalità periferica in una guerra ibrida permanente contro fasce della propria popolazione.
  3. Dalla guerra ibrida interna alla ricomposizione sociale – La vera guerra non convenzionale che attraversa le metropoli italiane è quella condotta dall’alto contro una generazione privata di futuro, confinata nel lavoro nero, denigrata nei media come «maranza» e colpita con pene carcerarie esemplari quando osa violare il santuario dei consumi del centro storico.
Eppure, proprio dentro questa faglia, i fatti di Milano mostrano un elemento che disarticola alla radice i progetti reazionari di astroturfing: la nascita spontanea, nelle periferie, di una solidarietà materiale trans-etnica tra giovani italiani poveri e seconde generazioni. Sopravvalutare questi fatti è stupido, sottovalutarli pure.

Mezzogiorno di fuoco, e il governo c’entra

di Alessandro Volpi

Senza che i media diano troppo risalto al fenomeno e mentre il governo Meloni ha approvato i favolosi schemi di intesa definitiva e i relativi disegni di legge per le quattro Regioni del Nord che hanno richiesto l’autonomia, nel Meridione si manifestano numerosi segnali di rivolta sociale.

La protesta che attraversa il mondo agricolo e dell’autotrasporto nasce dalla profonda sproporzione tra i prezzi di vendita all’origine e il costo finale del cibo al consumo. Un agricoltore riceve per prodotti di base come grano, latte o ortofrutta compensi inferiori ai costi sostenuti per coltivarli o raccoglierli, mentre sugli scaffali della grande distribuzione i consumatori pagano tariffe moltiplicate di cinque o sei volte.

Le cause risiedono nei passaggi intermedi della filiera agroalimentare, dove intermediari, piattaforme logistiche e la Grande Distribuzione Organizzata (GDO) impongono prezzi d’acquisto al ribasso attraverso aste al doppio ribasso e contratti capestro, scaricando sugli agricoltori i rischi di impresa e l’inflazione energetica.

A questo scenario si intreccia la mobilitazione degli autotrasportatori, in particolare dei piccoli cottimisti e padroncini monoveicolo, strozzati dal recente impennarsi del prezzo del gasolio e dal taglio delle agevolazioni sulle accise. Per un piccolo operatore con pochi tir, un aumento continuo del carburante trasforma ogni viaggio in una perdita netta, non riuscendo a scaricare i maggiori costi sui committenti o sui colossi della logistica, che impongono tariffe fisse e rigide.

L’esplosione di questa crisi si avverte con particolare violenza al Sud Italia per ragioni strutturali, geografiche e industriali. Il Mezzogiorno sconta un isolamento infrastrutturale gravissimo, una dipendenza quasi totale dal trasporto su gomma e mercati agricoli storicamente soggetti a speculazioni sulle materie prime importate via mare.

Inoltre, nel Sud la vertenza si lega a stretto filo alla crisi dell’ex Ilva di Taranto. Le proteste degli operai e dell’indotto siderurgico, sommate ai blocchi degli autotrasportatori, hanno cinto d’assedio snodi nevralgici come la raffineria Eni di Taranto e le principali arterie stradali meridionali.

L’ex Ilva rappresenta non solo l’ennesimo dramma occupazionale e industriale senza soluzione, ma anche una tessera fondamentale dell’economia locale dove ditte di trasporto dell’indotto vantano crediti non saldati, unendo la rabbia siderurgica a quella della terra e dei trasporti. Ma la rabbia del Mezzogiorno affonda le sue radici in un quadro di sofferenza economica ancora più ampio ed articolato.

A minare la tenuta sociale del Meridione si aggiungono la drammatica desertificazione bancaria e la contrazione del credito alle piccole imprese, che privano gli imprenditori locali della liquidità necessaria per sopravvivere.

Parallelamente, il progressivo smantellamento delle misure di sostegno al reddito e la mancanza di investimenti nell’innovazione tecnologica e nella transizione ecologica generano un senso di abbandono da parte delle istituzioni.

La persistente disoccupazione giovanile e il conseguente spopolamento demografico impoveriscono il tessuto sociale, lasciando un territorio privo di forza lavoro qualificata e di prospettive.

A tutto ciò si somma la piaga del lavoro nero e del caporalato, che altera slealmente la concorrenza e schiaccia le aziende rispettose delle regole, e il divario nei servizi essenziali come sanità e trasporti locali.

Non è un caso allora che stiano scoppiando rivolte sociali, a cui questa politica sembra incapace di dare rappresentanza; una ribellione sorda e dura che mette in luce l’assenza di democrazia reale in terre dove vota meno del 40% degli aventi diritto, una parte dei quali appartiene direttamente o indirettamente ad un vero e proprio ceto politico.

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Minacce e spiccioli per gli autrasportatori

Anche gli autotrasportatori non sono più quelli di una volta... Quelli che, per esempio, bloccando il Cile, “giustificarono” la scelta americana del colpo di stato di Pinochet.

Altri tempi, altro continente, altra struttura sociale. In Italia il settore mischia e confonde grandi gruppi della logistica (quelli che “fanno il mercato” e stabiliscono le tariffe), dipendenti in senso stretto, “padroncini” con due o tre Tir, o magari uno solo di cui sono anche autisti.

Tutti egualmente definiti – o autodefiniti – “camionisti”, anche se le differenze interne sono grandi. Stessa cosa tra gli agricoltori, in buona parte associati nella Coldiretti guidata dal meloniano di ferro Ettore Prandini, peraltro figlio di Giovanni, negli anni ‘80 ministro democristiano della Marina Mercantile e dei Lavori Pubblici.

La Cia, una delle maggiori associazioni del settore primario (niente a che vedere con l’omonima “ditta” spionistica americana), ieri ha organizzato un presidio davanti a Montecitorio.

Nel frattempo anche i pescherecci si fermano in numerosi porti italiani per protestare sia contro il caro-gasolio sia contro le politiche europee che riducono i giorni di pesca e moltiplicano gli obblighi a carico delle imprese. La mobilitazione, nata autonomamente nelle marinerie e con epicentro nell’Alto Adriatico, denuncia una crisi che mette a rischio la sostenibilità economica del settore, denuncia Confcooperative Agroalimentare e Pesca.

Le prime due sono categorie stressate dal caro gasolio e che ora bloccano le strade, fermando i rifornimenti essenziali per un po’ tutta la filiera della distribuzione, ma con ricadute visibili pesanti soprattutto per supermercati e distributori di carburante.

Due mondi con i vertici “a destra”, storicamente, pronti a rispettare i “governi amici” e a farsi sentire pesantemente da quelli appena un poco diversi.

Se non si tiene presente il fatto che questo settore rappresenta da sempre una componente importante del “blocco sociale” destrorso non si capisce neanche perché da dieci giorni blocchi le strade senza che il governo “legge e ordine” si sia ricordato di aver inventato, tra i tanti “reati” dei “decreti sicurezza”, anche quello di blocco stradale, persino “col proprio corpo” e basta.

Fossero stati studenti o operai, insomma, sarebbero stati caricati dalla polizia fin dal primo giorno...

Ma il tempo del doppio standard – benevolo, in questo caso – è finito anche per questo settore sociale. Ieri l’improvvisa inversione di marcia del governo, con la polizia inviata a schedare i manifestanti (1.400 autisti identificati, “scorte” per quelli che decidevano di mollare i blocchi, intimidazioni in genere per tutti gli altri, pressione sulle associazioni “di area”).

Il redivivo ministro dell’agricoltura “e della sovranità alimentare”, Francesco Lollobrigida, che era scomparso dai radar dopo aver bloccato – lui – un Frecciarossa per una discesa fuori programma ed aver perso la familiarità acquisita con la premier (era noto come “il cognato”), si è spinto subito sulle vette del complottismo: “sono evidenti le infiltrazioni criminali”. Restiamo in attesa dei “camionisti pro-Putin”, ma il clima è ormai questo: quando non sai che fare, meni e spargi sospetti...

Il governo avrebbe dato infatti ordine di “scrutare” dentro i casellari giudiziari per vedere chi, tra i camionisti (ripetiamo: autisti e “padroncini”, non certo tra i titolari delle grandi imprese della logistica) ha dei precedenti penali per qualsiasi tipo di reato, così da “provare” affermazioni che altrimenti sarebbero solo risibili o confinate al complottismo.

Scandaloso più del solito il comunicato della CGIL che intima di desistere dalla mobilitazione e invita i prefetti a “garantire la libertà di circolazione delle merci”, senza neanche “compensare” questo assurdo sostegno alla repressione con una invito di circostanza al governo perché almeno ascolti le ragioni della protesta.

La pressione politico-poliziesca ha avuto come unico effetto, finora, quello di far sospendere l’agitazione e i blocchi in Sicilia e Calabria, per ragioni geografiche le regioni più penalizzate. Ma il dichiarato “senso di responsabilità” delle associazioni locali ha iscritta anche la data di scadenza: in assenza di segnali concreti, non potranno che riprendersi le strade.

Sul versante “dialogo”, dopo giorni di silenzio e un mezzo appuntamento per il 27 (pensato nella logica di evitare la possibile saldatura con lo sciopero generale del 30), il governo ha annunciato per oggi un decreto per far finalmente erogare quasi 500 milioni di “ristori” promessi al settore già diversi mesi fa ma mai usciti dalle casse dello Stato.

Non soldi nuovi, insomma, solo quelli “dimenticati” in qualche cassetto pronti ad essere stornati su altre voci di bilancio,magari per il riarmo...

Idem per gli agricoltori, con impegni che assommati si aggirano sul miliardo di euro. Ma è anche chiaro che il problema dei prezzi dei carburanti dipende dalla situazione internazionale, ergo dalle scelte sciagurate di questo governo come dei precedenti, dalla struttura delle accise su cui si paga poi anche l’Iva, ecc.. Dunque sono palliativi che rimandano il problema – la sopravvivenza di imprese e persone – di qualche settimana, massimo qualche mese, ma non risolvono nulla.

Quindi il governo post-fascista resta con la mano sulla pistola, pardon, sul manganello. Quando l’unico strumento che hai è un martello tutto comincia a somigliare ad un chiodo. Anche i tuoi piedi o meglio un “settore di massa” del tuo blocco sociale-elettorale.

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Quattro anni da incubo e un’eredità pesante

di Emiliano Brancaccio

«Vedo nuvoloni all’orizzonte», avverte Giorgetti. Omettendo che le danze sue e di Meloni stanno contribuendo non poco a incupire i cieli. Dopo vari tentativi falliti, a fine 2026 il deficit pubblico dovrebbe finalmente andare sotto il fatidico 3% del Pil.

Ma il ministro ammette che negli anni successivi il disavanzo oltrepasserà di nuovo la soglia. L’uscita dalla procedura di infrazione dunque si allontana. Scomodo lascito per il governo prossimo venturo.

È uno dei pochi punti fermi della manovra di bilancio, per altri versi ancora avvolta nelle nebbie. I singoli provvedimenti non sono definiti, il governo attende il confronto con Bruxelles prima di dettagliare. L’unica certezza è che i margini di spesa si restringono. Dell’annunciata «manovra elettorale» resta poco.

A ricevere i fondi disponibili rimasti saranno i soliti noti. Soprattutto, altri 4,6 miliardi alla difesa e 3,4 miliardi alle imprese. Il residuo alle famiglie e gli ultimi scampoli a infrastrutture e sanità, semplicemente a copertura della maggiore inflazione. Per i tagli fiscali si annunciano solo 2,2 miliardi. Da verificare.

Sul versante delle coperture, 5 miliardi dovrebbero arrivare da banche e assicurazioni, 1,2 da altri tagli ai ministeri, 700 milioni da giochi e altre voci sparse. In totale, circa dieci miliardi. Altri tredici e mezzo saranno finanziati in deficit, facendo leva soprattutto sulle deroghe europee per difesa e sicurezza energetica. Indulgenza guerresca niente affatto gratuita: il riarmo aumenterà il debito e la futura spesa per interessi, che ormai ha raggiunto percentuali da crisi economica.

All’orizzonte si intravedono fulmini, oltre che nuvole.

Non un bel vedere. E non è finita. Perché l’azione di governo non si può giudicare dalla sola manovra annuale. Quella modifica i saldi netti, ossia la punta dell’iceberg. Ma sotto c’è l’intero bilancio dello Stato: oltre un migliaio di miliardi distribuito tra una miriade di voci di entrata e uscita. È solo esaminando il mutare delle loro proporzioni che si riconosce l’impronta complessiva della politica di governo.

A tale scopo, è interessante confrontare le variazioni delle principali voci del bilancio statale nel quadriennio meloniano, dal 2023 al 2026. Come era facile prevedere, balza agli occhi il boom della quota di spesa destinata al riarmo, che cresce del 7,2 percento. Di contro, la quota per la protezione sociale resta ferma, l’istruzione cade del 7,4 percento, la sanità crolla del 7,5 percento, la cultura precipita del 22,4 percento. La quota destinata all’ambiente sprofonda del 72 percento, anche per l’esaurimento delle misure straordinarie.

Poi ci sono le imprese. In questi anni, la spesa statale denominata «competitività e sviluppo» ha segnato un’esplosione superiore al 100 percento. Un incremento che rafforza la posizione dell’Italia ai vertici della classifica Ocse in tema di sussidi, prestiti e garanzie al capitale privato.

Non tutti regali, certo. Ma la cifra è enorme, e il governo insiste con nuove agevolazioni agli imprenditori. Per farli crescere, innovare, per incentivare magari i più efficienti?

I dati dicono di no. Negli anni del governo Meloni, la produttività del lavoro è diminuita ulteriormente o è risultata stagnante. Il dato accentua la catastrofe dell’ultimo ventennio, dove l’incremento della produttività italiana è stato appena dell’1,4 percento, contro un aumento dell’11 percento in Germania e del 18 percento in Spagna.

È la fotografia impietosa di un sistema produttivo avverso alla modernizzazione, in cui il lavoro irregolare torna a crescere, oltre i 3 milioni di unità. E di un governo che anziché spronare asseconda il peggio: gli obiettivi quantitativi di riduzione del sommerso previsti dal PNRR vengono sostituiti da generici impegni organizzativi.

La «melonomics», da questo punto di vista, ha aggravato l’antico male italiano: di un capitalismo in larga misura grigio e parassitario, che vive di blanda vigilanza statale e prebende pubbliche pagate dalla classe lavoratrice.

È questa, nell’essenza, l’eredità che Meloni e Giorgetti lasceranno. Sarà il problema principale per chi verrà dopo.

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Il rap è vivo e riprende parola

Negli ultimi giorni, il mondo del rap ha sfidato l’immobilità della situazione culturale in Italia, andando ad approfondire sui social ciò che si muove nel paese, da Nord a Sud, con nuovi soggetti conflittuali inediti, dagli agricoltori e gli autotrasportatori a quelli che vengono dispregiativamente definiti come “maranza”.

Da Marracash, forse uno dei rapper più schierati a livello sociale nel paese, abbiamo sentito dire che “il potere capisce solo il potere e che è ora che il popolo mostri il popolo”, mostrando le foto di un ragazzo che tiene in mano la bandiera italiana e di un tir fermo con uno striscione a sostegno dello sciopero, e “un risentimento crescente sta maturando, in tutti, un rigetto, un’insostenibilità della vita in questo paese e non solo”.

Parole chiare, altrettanto quanto quelle di Kid Yugi, forse uno dei pochi trapper ad essere realmente emersi dal profondo Sud, che tornando dal suo paese di origine in Puglia, descrive la drammatica situazione meridionale “nel silenzio e nell’indifferenza delle istituzioni e dei media tradizionali” e dichiara che “il patto sociale è stato infranto. La classe politica non è più serva del popolo [...] bensì è prostituita a tutti i poteri sovranazionali che la finanziano e la manovrano”.

Altri rapper che si sono schierati sono Nayt, che muove il focus su “questa società addomesticata” che “ama l’innocuità” e “a un certo punto, se non vedi l’altro, l’altro ti entrerà in casa per essere visto”, e 22simba: “Benedetto ogni sciopero perché nostro di diritto”.

Infine, si aggiunge un veterano del rap politico in Italia come Frankie Hi-Nrg che, riflettendo sulla questione generazionale, dice: “Il problema è la privatizzazione di tutto, l’aumento del costo della vita e, per i ragazzi, la mancanza di prospettive. Questa è la prima generazione che cresce in una situazione economica peggiore di quella dei genitori”.

Nel nostro ultimo comunicato, ci domandavamo dove fosse il mondo della cultura in un momento in cui gli studenti e le studentesse e i blocchi al Sud Italia chiedevano a gran voce di avere strumenti per potersi esprimere e farsi rappresentare.

Ebbene, ci ha pensato il rap a ricomporre a livello generale quelle che apparentemente sembrano cause sconnesse, nel tentativo di superare la contraddizione violenza/non violenza, su cui tanti, a cominciare dal Governo, battono al fine di dividere i fronti.

Un genere che stereotipicamente sembra essere attaccato a vanità e superficialità, ma che, per via della sua storia e per il retroterra dei personaggi che ancora lo rendono vitale, riesce ancora a dire la sua.

Abbiamo davanti una situazione sociale e politica molto dura e per certi versi inedita. A 10 giorni dallo sciopero generale dell’Unione Sindacale di Base a cui parteciperemo, il Governo Meloni promulga il reato di “partecipazione violenta a una manifestazione”, completando così la torsione autoritaria del proprio potere, e che andrà a colpire anche chi fino ad oggi manifesta nel modo più pacifico possibile. C’è bisogno delle energie di tutte e tutti, partendo da artiste e artisti, per raccontare tutto questo.

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Il carovita morde come negli Anni '70

Negli anni Settanta, in Italia il carovita divenne un tema centrale a causa dell’inflazione galoppante e dello shock petrolifero del 1973 che causò il raddoppio del prezzo del greggio. Per affrontare le conseguenze della crisi petrolifera il governo italiano, come altri governi europei, adottò misure di draconiana austerità volte alla riduzione forzata dei consumi energetici che modificarono nel breve periodo le abitudini dei cittadini.

L’austerity in Italia fu varata dal governo Rumor IV il 22 novembre 1973 con l’intento di affrontare la grave crisi petrolifera scatenata dalla guerra del Kippur e dall’embargo dei paesi arabi.

Le principali misure adottate furono il blocco della circolazione automobilistica la domenica, la riduzione dei limiti di velocità; la riduzione dell’illuminazione pubblica; la chiusura anticipata dei negozi alle 19:00 e degli uffici pubblici alle 17:30; la chiusura dei programmi televisivi (Rai) e dei cinema/teatri entro le 22:45 e l’abbassamento della temperatura massima consentita negli edifici pubblici e privati.

L’austerity segnò il passaggio dal boom economico ad una fase di inasprimento del conflitto sociale già in atto per effetto del ciclo di lotte avviate negli anni Sessanta che ebbero il loro culmine nel biennio 1968-1969 e la saldatura tra movimento studentesco e movimento operaio.

Ora, fatte le dovute differenze sia sul piano interno che su quello internazionale in relazione ai grandi mutamenti avvenuti negli ultimi 50 anni con una velocizzazione sempre maggiore dei processi di cambiamento, pare proprio vero che la Storia si rinnovi con delle costanti.

Tra le analogie, sicuramente c’è l’impennata dell’inflazione, mai così alta dagli anni ’70 e come allora la causa scatenante è stata una nuova crisi petrolifera.

Come e forse più di altri paesi l’Italia, in quegli anni, subì un aumento del prezzo dei beni energetici ma, all’epoca, con l’inflazione crescevano anche i salari perché c’era la scala mobile.

Ma cos’era la “scala mobile”? La scala mobile era un meccanismo di rivalutazione automatica dei salari in relazione all’aumento dei prezzi. Questo sistema venne introdotto nel gennaio del 1945 dopo un accordo tra CGIL e Confindustria.

Nel marzo del 1951 si perfezionò l’intesa con l’inserimento del valore unico del punto di contingenza, che altro non era che l’importo che veniva corrisposto ai lavoratori nel salario, ogni volta che si verificava un aumento del costo della vita secondo i dati di riferimento contenuti nella scala mobile.

Poi, il 14 febbraio 1984 l’allora governo guidato da Bettino Craxi con un decreto legge bloccò la “scala mobile”, cioè il meccanismo di aumento automatico dei salari che li adeguava rispetto all’inflazione.

“Quel decreto non abolì la scala mobile, ma la bloccò perché la scala mobile fu progressivamente ridimensionata con successivi accordi sindacali e infine del tutto soppressa, sempre con il consenso di Cgil Cisl e Uil, dal governo di Giuliano Amato nel 1992. Da allora i salari italiani non si sono più ripresi, perché la perdita della scala mobile ha voluto dire il venir meno di un elemento fondamentale della retribuzione, senza che nulla fosse messo al suo posto” [1].

E infatti, l’Italia secondo i recenti calcoli dell’Ocse, è l’unico paese in cui le retribuzioni medie sono diminuite, in trent’anni, 2,9%. Certo, la situazione, oggi è diversa ma, come allora, c’entrano i beni energetici e la stagflazione che va a braccetto con la disoccupazione ed i salari fermi, per l’appunto, da trent’anni.

Gli ultimi dati dell’Istat, stando sempre al nostro Paese, dicono che il tasso di disoccupazione scende solo perché aumentano quelli che il lavoro non lo cercano più, mentre l’unico lavoro che cresce è quello precario e sottopagato.

Secondo i dati diffusi dall’Istituto nazionale di statistica nell’ultimo rapporto prodotto dal titolo “Storie di dati sui prezzi al consumo”, l’inflazione accumulata in questo ultimo quarto di secolo, ovvero, tra il 2000 e il 2025, ha comportato un aumento dei prezzi al consumo in Italia del 63%.

A pagare il prezzo di questo aumento vertiginoso del costo della vita sono, soprattutto, i lavoratori dipendenti, i percettori di pensioni medio-basse e tutti i soggetti più deboli, mentre sono cresciuti/e enormemente i profitti e le rendite.

Il costo delle abitazioni e delle utenze hanno registrato un’impennata del 120% (più del doppio rispetto al 2000), spinta soprattutto dai costi di elettricità, gas e bollette. I beni alimentari e le bevande sono aumentati del 90%.

A ciò si aggiunge la forte impennata dei prezzi energetici seguiti all’aggressione statunitense nei confronti dell’Iran, che ha dato un’ulteriore, poderosa spinta ad una tendenza ultraventennale.

A fronte di ciò, l’Italia è l’unico grande paeseoccidentale in cui i lavoratori guadagnano in termini reali meno di trent’anni fa. Mentre la media dei Paesi OCSE è cresciuta di circa il +35% (con incrementi del +50% negli Stati Uniti, +48% nel Regno Unito, +33% in Francia e +32% in Germania), in Italia le retribuzioni reali sono rimaste stagnanti o negative, registrando un calo complessivo compreso tra lo 0,8% e il 1,6% (e fino a circa il -6,6% se si considerano i contratti part-time o discontinui).

In Italia, secondo gli ultimi dati Istat, sta aumentando rapidamente la quota di lavoro povero: circa 2,5 milioni di occupati (pari al 10,2% dei lavoratori maggiorenni) si trovano sulla soglia della povertà.

Il 14,3% delle famiglie in cui la persona di riferimento è operaia si trova in povertà assoluta e nelle famiglie monoreddito la condizione di sostanziale povertà raggiunge il 20%. E tra i lavoratori italiani il rischio di povertà si attesta all’8,3%, mentre sale al 25,9% tra i lavoratori stranieri (superando il 40% considerando l’esclusione sociale).

La povertà lavorativa colpisce circa una coppia su sei con tre o più figli; la presenza di figli aumenta in modo significativo il carico economico a fronte di salari stagnanti e, sovente, insufficienti a soddisfare anche i bisogni più fondamentali.

E tuttavia, nel dibattito pubblico “ufficiale” attuale non si parla mai di come alzare i salari e le pensioni e, soprattutto, non si parla mai di come fermare la corsa dei prezzi.

Il governo guidato dai neofascisti di Fratelli d’Italia non riesce ad incidere minimamente su questo quadro e sulle ragioni strutturali della crisi mettendo a malapena in campo qualche pannicello caldo come l’eliminazione del bollo auto per un anno mentre continua a rilanciare la tesi dell’“invasione dei migranti” con l’intento implicito di giocare sulla divisione tra lavoratori “italiani” e lavoratori immigrati e di spostare l’attenzione dalle manovre di banche e grandi imprese (sempre più in mano ai grandi fondi di investimento statunitensi) che continuano a macinare profitti e dividendi giganteschi.

Dall’altra, il cosi detto “campo largo”; non riesce a trovare una linea comune sulla guerra e sui rapporti con Israele a causa dei trattati che vincolano il nostro paese alla NATO e all’Unione Europea mentre sui temi sociali come salari, sanità e pensioni conduce una comunicazione basata su una denuncia generica dello sfascio della sanità e del peggioramento generale delle condizioni di vita senza, però, mai entrare nel merito dei meccanismi di fondo strutturali che determinano il continuo peggioramento delle condizioni di vita delle classi subalterne.

Manca, insomma, una piattaforma di alternativa chiara sul piano economico e sociale perché l’indirizzo politico ed economico di fondo anche delle forze che fanno riferimento al così detto “campo largo” non cambia, nella sostanza da quello del governo Meloni e non potrà mai cambiare fin tanto che le politiche economiche e sociali saranno condizionate in maniera determinante dai vincoli imposti dall’Unione Europea.

Intanto, la CGIL (dopo una breve parentesi “conflittuale”), ha firmato con CISL e UIL, il 17 giugno scorso, un “patto” che, come afferma Giorgio Cremaschi, 

“peggiorerà ancora le condizioni delle lavoratrici e dei lavoratori e che rappresenta un chiaro sostegno al governo Meloni e alla sua politica del lavoro.
Il documento delle segreterie confederali ha lo scopo di aprire un negoziato per giungere a un “accordo quadro” con tutte le principali controparti imprenditoriali, dalla Confindustria, alla Confcommercio, alla Confedilizia, eccetera.
Lo scopo è quello di sottoscrivere un accordo sugli accordi, che disciplini tutta la contrattazione dall’alto, in modo, questo è ciò che enunciano le confederazioni, di evitare i cosiddetti contratti pirata. Sostanzialmente Cgil-Cisl-Uil propongono di estendere a tutti i settori lavorativi il “Patto della Fabbrica”, sottoscritto con la Confindustria nel 2018.
A sua volta quell’accordo riassumeva (e peggiorava) trent’anni di patti di concertazione, a partire da quelli del 1992/1993 che abolirono la scala mobile, ridussero il contratto nazionale al recupero, in ritardo e parziale, del potere d’acquisto e la contrattazione aziendale alle elargizioni dell’impresa.” 2
Ma perché CGIL, CISL e UIL, insistono così tanto sulla linea suicida della concertazione proprio quando le retribuzioni medie dei lavoratori italiani si stanno rivelando del tutto inadeguate a reggere l’urto di un aumento vertiginoso del costo della vita?

La verità è che questi sindacati si sono trasformati in apparati autoreferenziali e costosi. Sono le stesse sigle complici che negli ultimi decenni hanno collaborato attivamente alla distruzione del sistema previdenziale italiano e che, ora, stanno facendo la stessa operazione sulla sanità pubblica mediante l’introduzione nei vari contratti nazionali di lavoro del cosiddetto “welfare aziendale” che vuol dire polizze sanitarie integrative e più sanità privata per rimpolpare i già enormi profitti dei gruppi finanziari ed assicurativi (a loro volta controllati dai grandi fondi di investimento internazionali statunitensi) che paiono essere diventati gli unici committenti di queste organizzazioni.

Peraltro, CGIL, CISL, UIL (e pure l’UGL al centro di una recente inchiesta giudiziaria relativa alla presunta falsificazione e al “gonfiaggio” del numero di tessere) percepiscono più di 3,5 miliardi l’anno dallo Stato tra pensioni d’oro, Caf, patronati, Onlus, corsi, formazione professionale, stipendi e contributi per migliaia di distaccati dal lavoro. Inoltre gestiscono i fondi pensione e sono strettamente collegati con banche, holding, cooperative, comitati d’affar e strutture sanitarie convenzionate.

Ma c’è di più. Non so se avete letto la recente «Ipotesi di piattaforma Gruppo Leonardo 2027–2029» firmata unitariamente dalle segreterie nazionali di FIM, FIOM e UILM, che suona come una resa morale prima ancora che sindacale. Si scrive, in premessa:
«I mercati e gli ambiti commerciali a cui fa riferimento Leonardo hanno visto una forte crescita degli ordinativi, sia nell’ambito civile che della difesa, con scenari e previsioni di una ulteriore crescita […].
Allo scenario geopolitico che si è determinato si sommano le scelte in ambito europeo con la creazione di nuove alleanze […]. In questo quadro gli ultimi dati economici del Gruppo registrano risultati più che positivi, con incremento degli utili e di ordini in crescita».
Insomma, si ostenta l’orgoglio per il colosso bellico italiano mentre Gaza brucia, la “terza guerra mondiale” a pezzi rischia di diventare globale e mentre continua il massacro di popolazioni civili e la devastazione nei tanti conflitti in corso.

Nel volantino, i sindacati metalmeccanici arrivano a rivendicare con fierezza il ruolo dei lavoratori in questa ascesa del colosso industriale italiano attivo a livello globale nei settori dell’aerospazio e della “difesa”, Leonardo.

Vi si legge testualmente
«Se oggi Leonardo è posizionata tra le prime dieci aziende globali del settore Aerospazio, Difesa e Sicurezza è senza dubbio frutto di quante e quanti quotidianamente varcano i siti dell’azienda e attraverso il loro lavoro permettono al management di poter rappresentare orgogliosamente un livello di tecnologie elevatissimo».
Leonardo è leader mondiale dell’industria militare italiana, fornitrice ed esportatrice di sistemi d’arma, elicotteri, radar, componenti e collaborazioni strategiche con diversi Stati belligeranti. Tra questi spicca lo stretto rapporto tecnologico, militare e commerciale con Israele, paese sotto accusa internazionale dinanzi alla Corte Internazionale di Giustizia per il genocidio in corso nella Striscia di Gaza.

E mentre nelle piazze studenti e lavoratori denunciano i legami dell’industria bellica italiana con l’esercito israeliano e bloccano i porti per fermare il traffico d’armi, i vertici nazionali di CGIL, CISL e UIL celebrano il boom del settore e battono cassa sul riarmo, chiedendo di «re-distribuire gli utili generati».

Si trasformano così, di fatto, i massacri e le guerre d’aggressione in una congiuntura economica favorevole da cui estrarre una fetta di salario integrativo.

Mentre risulta sempre più evidente che i paesi occidentali, non riuscendo a risolvere le proprie crisi e contraddizioni per altre vie, ricorrono nuovamente alla corsa agli armamenti ed alla guerra, persino la FIOM sceglie la via del corporativismo e sposa le ragioni dei guerrafondai come, del resto, sta succedendo in Germania dove la Volkswagen chiude e riapre come fabbrica di armi ben sapendo che dietro questa operazione c’è un fondo di investimento israeliano.

L’inflazione galoppa e si mangia il potere di acquisto dei salari fermi al palo da almeno trent’anni ma invece di aprire una grande vertenza contro il carovita, per il ripristino di un meccanismo automatico di adeguamento delle retribuzioni al costo della vita reale, per una vera indicizzazione delle pensioni e, soprattutto, contro la corsa al riarmo ed alla guerra, CGIL, CISL e UIL si accodano alla propaganda di guerra interna e guerra esterna, ovvero, alle due facce dello stesso mostro perché l’industria delle armi guadagna in egual misura da entrambe le guerre.

Note

1 Giorgio Cremaschi “ Il decreto Craxi di San Valentino bloccò la scala mobile: tutti i nostri guai sono cominciati lì”, Il Fatto Quotidiano del 22 febbraio 2024

2 Giorgio Cremaschi, “Perché il patto tra Cgil, Cisl e Uil peggiorerà le condizioni di lavoratrici e lavoratori” , Il Fatto Quotidiano, 19 giugno 2026

Fonte