Presentazione


Analisi, opinioni, fatti e (più di rado) arte da una prospettiva di classe.

22/03/2026

Il club degli imperatori (2002) di Michael Hoffman - Minirece

La situazione in Italia sulla leva militare /3

Terza e ultima parte. Vedi QUI e QUI la prima e la seconda parte.

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Anche in Italia non mancano insistenti esternazioni sulla necessità dell’aumento del numero degli effettivi: sia il ministro Crosetto che il capo di stato maggiore della difesa Cavo Dragone hanno ripetutamente dichiarato alla stampa che i militari italiani sono insufficienti di fronte alle nuove sfide (15) e in ogni audizione presso le commissioni Difesa gli alti gradi delle forze armate non mancano di ribadire questo concetto.

Anche in Italia dunque la sospensione della leva si rivela oggi un handicap per le classi dirigenti che infatti si stanno attrezzando, al pari degli altri governi europei, per arrivare a reintrodurre una qualche forma di leva obbligatoria.

Il posizionamento politico internazionale del governo Meloni e soprattutto le imponenti manifestazioni aperte dallo sciopero del 22 settembre 2025 rendono difficoltoso per i nostri guerrafondai assumere una posizione netta a favore del ritorno della leva; ciò non toglie che la classe politica nostrana abbia già predisposto percorsi, anche da un punto di vista normativo, per ottenere gli stessi risultati.

Il primo atto concreto è stato approvato il 5 agosto del 2022 (legge n.119) quando l’allora governo Draghi decise di rinviare di 10 anni la riduzione degli effettivi militari che sarebbe dovuta iniziare dal 2023; il provvedimento però contiene anche delle deleghe al governo e tra queste (16) quella per istituire una riserva ausiliaria dello stato composta da 10.000 unità. (17)

È importante annotare che la legge 119 è stata votata da tutte le forze politiche (ci furono zero voti contrari e solo tre astenuti di partiti assolutamente minori), comprese quelle che oggi inseguono consensi elettorali cavalcando l’imponente movimento che si è manifestato nel paese a sostegno di Gaza.

La delega in questione chiarisce che la riserva ausiliaria sarà impiegabile nel suo versante militare “soltanto in tempo di guerra o di grave crisi internazionale”(18), mentre sul versante civile potrà essere utilizzata in caso di “Deliberazione dello stato di emergenza a livello nazionale” (19); dunque anche in Italia, come in altri paesi, ci si muove nel solco del collegamento diretto tra servizio militare e il braccio civile.

Per completare il quadro di questo provvedimento, ricordiamo che il 14 novembre 2023 è stata pubblicata in Gazzetta Ufficiale la Legge 201/2023 che, tra altre cose, rinvia di 24 mesi la delega al governo ad adottare il decreto legge. La prossima scadenza è dunque prevista per dicembre 2025. Mentre il governo procedeva con i rinvii, in Parlamento venivano depositate tre proposte: la Lega con Minardo sulla riserva ausiliaria (20), il PD con Graziano-Fassino sulla riserva civile (21) e Zoffili (sempre Lega) sul ritorno della leva (22).

Nonostante il chiacchiericcio mediatico della politica politicante, i tre progetti sono perfettamente compatibili e rispondono agli interessi di ciascun partito.

Il Governo sarebbe in difficoltà a procedere per decreto su un tema quale quello della riserva ausiliaria dello stato e infatti l’on. Minardo ha pubblicamente invitato il PD a unificare in commissione il progetto della riserva ausiliaria con quello della riserva civile, un percorso che solleverebbe il governo dal ricorso al decreto legge e contemporaneamente permetterebbe di presentare all’opinione pubblica una scelta condivisa politicamente.

Ne è scaturita una querelle sui giornali con toni surreali: Angelo Bonelli, AVS, dimenticando il voto favorevole del suo partito alla legge 119 (che delegava al governo proprio la riserva ausiliaria dello stato in termini praticamente identici a quelli della legge Minardo) ha dichiarato: “Il disegno di legge per istituire una riserva militare da 10.000 riservisti è l’ennesima conferma della volontà della destra meloniana di trasformare l’Italia in un Paese militarizzato, che estende la cultura militare anche alla società civile. Quello del Presidente della Commissione difesa Minardo è un progetto ideologico” (23).

Ancora più in malafede il PD con Graziano, che, provando a difendere il suo progetto di legge, ha dichiarato: “La proposta di legge che ho presentato un anno e mezzo fa non ha alcun assetto militare […] si tratta di un progetto pensato per valorizzare, in chiave civile e sociosanitaria, e supportare le attività logistiche e assistenziali della Croce Rossa” (24) peccato per Graziano che il suo progetto di legge sia intriso di militarismo: infatti la sua proposta prevede di ri-militarizzare la Croce Rossa (25) e anzi di far confluire in essa alcuni mondi del volontariato attivi in Italia, il tutto rigorosamente inquadrato sotto il controllo militare.

La proposta di legge del PD mira infatti a istituire una Riserva Ausiliaria dello Stato in chiave civile “che operi a supporto delle Forze armate, delle Forze di polizia e di tutto il sistema della protezione civile” e per non lasciare adito a dubbi la proposta prevede che “la Riserva ausiliaria dello Stato è costituita da nuclei operativi posti alle dipendenze dell’autorità militare più elevata nell’ambito di ciascuna regione”; non solo, si apre ai militari il contatto diretto con questi cittadini volontari in quanto la valutazione delle loro competenze sarebbe da effettuarsi “nelle strutture previste per il reclutamento nelle Forze armate”.

Risulta evidente, anche alla luce dell’analisi dei meccanismi attivi in altri paesi europei, come i progetti Minardo e Graziano siano profondamente intersecati e anzi funzionali l’uno all’altro; e se ancora ci fossero dubbi, è utile analizzare anche il progetto Zoffili che è al momento il progetto di legge che più direttamente riguarda il ritorno della leva in Italia: si prevede infatti che tutti i giovani, maschi e femmine, dai 18 ai 26 anni abbiano l’obbligo di servire per 6 mesi scegliendo tra servizio militare e servizio civile; terminati i 6 mesi, entreranno rispettivamente nella Riserva Ausiliaria dello Stato (progetto Lega) o nella Riserva Civile dello Stato (progetto PD), secondo quel principio di interconnessione tra servizio militare e servizio civile che è il nerbo del ritorno della leva in tutta Europa e risponde alla strategia della “difesa totale”.

Ed è esattamente in questi intrecci così collimanti di proposte di legge che si evidenzia l’assoluta compatibilità tra governo e opposizione in Italia, entrambi proiettati a una militarizzazione totale della nostra società, scenario che risponde agli interessi delle classi dominanti italiane e internazionali che in questa fase storica hanno bisogno dei nostri giovani e cercano le modalità adatte per costringerli a ritornare all’obbligo di leva senza che questo comporti resistenze invalicabili nelle opinioni pubbliche.

Il dato che emerge anche (ma non solo) da questa analisi è che la guerra non è questione di politica politicante, ma una tendenza strutturale delle classi dominanti i cui interessi oggi sono rappresentati nel nostro Parlamento da tutte le forze politiche che vi siedono, benché con qualche leggera sfumatura di colore politico.

Conclusioni e indicazioni di lotta

Alla luce di quanto sta accadendo in vari paesi europei e di quanto si muove nel nostro parlamento, è indubbio che anche in Italia si arriverà a qualche forma di reintroduzione della leva; il ministro Crosetto ha annunciato che porterà una sua proposta in Parlamento e ha fortemente sottolineato che la decisione dovrà essere presa nei luoghi democraticamente deputati; Crosetto infatti sa benissimo che le grandi mobilitazioni per la Palestina aperte dal successo dello sciopero del sindacalismo di base del 22 settembre 2025, nato dal basso e sganciato da partiti e sindacati rappresentativi (e proprio per questo più forte) rallenteranno questo processo che però, non dobbiamo dimenticarlo, è una necessità strutturale dell’attuale fase del capitalismo italiano ed europeo.

Il ritorno della leva sarà portato avanti con “leggerezza”, con intelligenza tattica e con estrema attenzione alle opinioni pubbliche. Proprio per questo è necessario essere preparati e mettere a fuoco sin da subito alcune linee tattiche che ci permettano di trovarci pronti di fronte a questa offensiva; è necessario cioè sfruttare di nuovo a nostro vantaggio i ritardi che sta scontando il governo italiano e iniziare da subito a porre il tema all’attenzione della parte del paese più attenta e organizzata.

Innanzitutto va abbandonata la via classica dell’obiezione di coscienza: se questo è stato (e resta nei paesi dove persiste l’obbligo classico della coscrizione) uno strumento molto importante per respingere il servizio militare obbligatorio, oggi il servizio civile sarà il cavallo di Troia che useranno per reintrodurre al suo fianco la leva militare; sarà proprio questa possibilità di scelta che permetterà di non far percepire il ritorno all’obbligo di leva e, nel contempo, di aumentare il numero degli effettivi militari; il servizio civile sarà poi strettamente collegato con il mondo militare, in quella che viene definita “difesa totale” e occorre dunque oggi affermare che rifiutiamo qualunque tipo di obbligo per i nostri giovani perché non vogliamo che siano sottoposti né al servizio militare né a un servizio civile militarizzato.

E da questo punto di vista occorre prestare attenzione alla criminalizzazione del disagio giovanile, un’esplosione pilotata di notizie che mira a far percepire la necessità repressiva di una “rieducazione” (sia essa militare o civile) utile ai giovani e alla comunità tutta. Proprio quegli stessi partiti, di qualunque colore, che da decenni hanno abbandonato le periferie, che non hanno attuato politiche giovanili e che hanno picconato la scuola pubblica, saranno quelle che offriranno provvedimenti coercitivi per risolvere problemi che invece sono di ordine squisitamente politico e sociale.

Il secondo problema che ci troveremo davanti sarà contrastare lo strumento che sceglieranno (questionario capillare, giornate obbligatorie dedicate, ecc.) per procedere con la schedatura di massa attraverso la quale avere a disposizione i dati di tutta la popolazione giovanile, dati che potrebbero tornare utili in caso di necessità di mobilitazione più ampia.

Così come succede in altri paesi europei, lo strumento sarà il più possibile “leggero” in quanto a imposizione, ma severo con quanti lo rifiuteranno; non sarà facile organizzare un rifiuto di massa di questi strumenti: perché rischiare multe salate o addirittura procedimenti penali se bisogna “solamente” riempire un questionario? Allora sarà qui, proprio a questo livello, che bisognerà organizzare l’obiezione di coscienza e recuperare la lunga tradizione di lotta che anche nel nostro paese si è sviluppata nei decenni passati attraverso questo strumento.

Molto di questa battaglia dipenderà dal livello di maturazione politica tra i giovani e soprattutto i giovanissimi, che hanno dimostrato un importante protagonismo nelle mobilitazioni contro il genocidio a Gaza. Indubbiamente sarà però proprio questo il livello da impattare per cercare di bloccare la “macchina del reclutamento” e molto dunque dipenderà dal lavoro politico e di sensibilizzazione che va iniziato sin da subito su questo tema e che dovrà vedere impegnate in prima fila le organizzazioni giovanili che sono state e continuano ad essere interne al movimento contro la guerra.

L’altra forte indicazione che ricaviamo da questa analisi è l’assoluta centralità che in questo processo di ritorno alla leva giocano i luoghi di istruzione delle giovani generazioni: in tutti i paesi presi in considerazione è la scuola il terreno di intervento privilegiato dai guerrafondai che sanno benissimo che tutte le proposte, più o meno subdole, di ritorno alla leva devono essere preparate con un intervento capillare tra i giovani, e le scuole sono il luogo principale dove incontrarli in modo da rendere quanto più naturale possibile l’accettazione del processo di militarizzazione dell’intera società e portarla gradualmente ad accettare, anche da un punto di vista ideologico, la necessità del ritorno alla leva obbligatoria.

Le scuole sono poi già da anni terreno di reclutamento e di penetrazione ideologica, e anzi l’intervento sui luoghi della formazione è, come abbiamo visto, un passaggio centrale nel percorso che porta alla “difesa totale” e al ritorno della leva.

Per questo il lavoro che dell’Osservatorio contro la militarizzazione delle scuole e delle università si rivela preziosissimo: l’Osservatorio è infatti posizionato nel luogo che l’avversario ha scelto come privilegiato per il suo intervento (26) ed è proprio qui, a partire dalle scuole, che può essere organizzata una resistenza pedagogica, culturale e politica che veda nell’alleanza tra docenti, studenti e genitori uno strumento in grado di invertire la tendenza, una massa critica che rifiuti radicalmente la penetrazione dei valori militari all’interno delle nostre aule e che protegga i giovani dalle sirene delle “carriere in divisa”.

Quanto più sapremo contrastare la militarizzazione delle scuole tanto più sapremo allontanare sia il ritorno della leva di massa che la guerra dal nostro orizzonte.

Il neoliberismo, per provare a riagganciare le masse dei subalterni e spingerli nuovamente a combattere una guerra per gli interessi delle classi dominanti, dovrebbe negare se stesso e procedere a una massiccia ridistribuzione della ricchezza; invece può solamente continuare a creare precarietà e lavoro povero e tentare di comprare i nostri giovani proponendo la carriera militare come posto sicuro e ben retribuito.

Proveranno contemporaneamente e senza sosta a lavorare in profondità con la propaganda, ma le fanfare del neoliberismo non hanno basi materiali su cui poggiare la loro narrazione, perciò i pacifisti e gli antimilitaristi devono lavorare su questa debolezza strutturale e innestare sul dissenso alla guerra una trasformazione radicale dei rapporti sociali.

Note

(15) Le dichiarazioni del nostro ministro della difesa e di alte cariche militari oscillano indicando un aumento necessario collocato tra i 30.000 e i 40.000 soldati in più.

(16) Art.4 comma 9.

(17) L’Italia è uno di quei paesi che, a differenza di altri, al momento dello smantellamento della leva obbligatoria non ha istituito una riserva ausiliaria dello stato.

(18) Sono i casi previsti dall’articolo 887, comma 2 del codice di cui al decreto legislativo n. 66 del 2010.

(19) Il riferimento è all’articolo 24 del codice della protezione civile, di cui al decreto legislativo 2 gennaio 2018, n. 1”. Preoccupanti e da attenzionare i labili confini della definizione dello stato di emergenza nazionale così come previsto dall’art.7 del D. Lgs n.1 del 2 gennaio 2018; si tenga ad esempio presente che lo stato di emergenza è stato dichiarato per gestire gli sbarchi dei migranti.

(20) Proposta di legge C. 1744, “Istituzione della riserva ausiliaria delle Forze armate dello Stato” (21) C. 1740 – “Delega al Governo per l’istituzione della Riserva ausiliaria dello Stato per lo svolgimento di operazioni di soccorso sanitario e socio-assistenziale”

(22) DDL Zoffili C. 1873 – “Istituzione del servizio militare e civile universale territoriale e delega al Governo per la sua disciplina”

(23) RaiNews – 18 giugno 2025

(24) Il Fatto Quotidiano (19 giugno 2025)

(25) ll decreto legislativo 28 settembre 2012, n. 178 aveva trasformato l’Associazione della Croce Rossa italiana da ente pubblico a persona giuridica di diritto privato, avviando contestualmente la smilitarizzazione e lo scioglimento del Corpo militare della Croce Rossa.

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Trump mira a Petro: “indagine” per narcotraffico nelle procure USA

A poco più di due mesi dalle cruciali elezioni presidenziali in Colombia, Washington tenta un assalto, per ora solo giudiziario, a uno dei governi che rappresentano ancora una spina nel fianco all’imperialismo stelle-e-strisce in America Latina. Secondo un’esclusiva del New York Times, il presidente Gustavo Petro è finito nel mirino di almeno due procure federali degli Stati Uniti con l’ipotesi di presunti legami con il narcotraffico internazionale.

Le indagini – condotte da magistrati specializzati, agenti della DEA e della Homeland Security – si starebbero concentrando sulla campagna elettorale del 2022. Gli inquirenti starebbero verificando se Petro abbia avuto incontri diretti con esponenti dei cartelli della droga e se la sua ascesa al potere sia stata sostenuta da donazioni provenienti da ambienti criminali. Insomma, negli Stati Uniti a processo viene portato chiunque, tranne gli “amici” di Epstein.

Non si sa se le indagini sfoceranno in capi d’accusa formali, ma è palese l’adozione dello stesso metodo usato per il rapimento del presidente venezuelano Nicolás Maduro, in attesa del processo-farsa il prossimo 26 marzo. Petro ha reagito con veemenza attraverso i suoi canali social, consapevole che le accuse fanno il paio con un tentativo di destabilizzazione che, sugli stessi temi, la Casa Bianca sta operando di concerto con l’Ecuador.

Il presidente colombiano ha rivendicato la sua storia politica di denuncia contro la collusione tra criminalità e istituzioni, definendo le mosse della giustizia americana come uno strumento che, paradossalmente, lo aiuterà a “smantellare le calunnie dell’estrema destra colombiana, che è effettivamente strettamente legata ai narcotrafficanti”.

La sfida risulta assai importante, in vista delle presidenziali del 31 maggio. Sebbene Petro non possa ricandidarsi, la sua formazione, quella del Pacto Histórico, con candidato Ivan Cepeda, è attualmente in testa ai sondaggi con il 35%, seguita a grande distanza dal candidato dell’estrema destra, Abelardo de la Espriella, al 21%.

Per Sergio Guzman, direttore di Colombia Risk Analysis (think tank con sede a Bogotà), la rivelazione di queste indagini a ridosso del voto sa apertamente di minaccia. Ha infatti dichiarato ad Al Jazeera: “questo sembra essere più che altro un avvertimento che mostra come gli Stati Uniti potrebbero influenzare l’esito delle elezioni”.

Sul ribaltamento della linea di Petro, così come sulla tenuta della Rivoluzione Bolivariana e sullo strozzamento del Socialismo cubano, Trump si gioca un pezzo del proprio mandato, fondato innanzitutto sulla volontà di riaffermare il dominio statunitense su quello che considera il proprio “cortile di casa”. Soprattutto ora che, al fianco di Israele, Washington ha deciso di impantanarsi nel conflitto contro l'Iran.

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Taglio provvisorio delle accise… Un fallimento

Gli italiani si ricordano bene la campagna di Giorgia Meloni che stando all’opposizione invocava il taglio delle accise sui carburanti, indicandola come una delle impellenze per rilanciare l’economia e alleviare le difficoltà dei cittadini. Poi, appena arrivata al Governo – come colpita da una fulminea amnesia – si è scordata di quella necessità.

Ora, ridestata dai boati dei missili in Medio Oriente, e dagli improperi dei cittadini che non riescono a fare rifornimento, la Meloni non ha potuto far finta di nulla, e dopo tre anni e mezzo di Governo ha finalmente predisposto un taglio alle accise sui carburanti (seppur limitato a 20 giorni).

La logica alla base del provvedimento è semplice, si parte dalla constatazione che il prezzo del carburante che comprano i cittadini è quello che il gestore del distributore fissa liberamente sulla base di una valutazione economica. In condizioni di effettivo libero mercato (creatura mitologica) la concorrenza tra i vari distributori dovrebbe far si che il prezzo si abbassi fino a che non diventi per loro svantaggioso vendere il carburante.

Sempre sul piano teorico, il prezzo di vendita al consumatore viene inizialmente formulato dal distributore sommando i costi totali da lui sostenuti (comprese le tasse) e un ricarico, cioè il margine di profitto che egli vuole perseguire.

La logica della manovra che il Governo ha attuato, risiede nel fatto che in teoria, abbassando le tasse – che sono una parte dei costi totali, sulla base dei quali si formula il prezzo al consumatore – fermo restando il margine di profitto, si dovrebbe abbassare il prezzo finale.

Questo – giova ribadirlo – avviene solo in teoria, seppur anche in pratica potrebbe forse realizzarsi, a patto che ci sia una effettiva concorrenza tra i venditori, ossia che non ci siano “pratiche collusive”.

Con questo termine s’intende un accordo (esplicito o meno) che porti i venditori a fare delle politiche di prezzi concordate. Il caso più estremo è quello del cosiddetto “cartello”, in cui gli operatori si mettono d’accordo per tenere tutti i prezzi più alti rispetto a quelli che ci sarebbero in regime di concorrenza.

Nel caso ci si trovi di fronte a pratiche collusive, l’abbassamento delle tasse, pur riducendo i costi totali non determina un abbassamento del prezzo di vendita che, rimanendo invariato, porta ad un aumento del profitto del venditore. In definitiva, di fronte a pratiche collusive, una riduzione delle tasse ai venditori determina solo un loro ulteriore arricchimento: si fa un regalo a chi strangola i cittadini.

I cittadini che fanno rifornimento a prezzi esorbitanti sanno bene che l’aumento del carburante c’è stato non appena sono stati sparati i primi missili nel Golfo Persico. La guerra comporta il blocco dei traffici commerciali, quindi a fronte di una riduzione d’offerta di petrolio è ovvio che il suo prezzo internazionale salga.

Pertanto, aumentando il prezzo del petrolio, è evidente che debba aumentare pure quello del carburante che compra il cittadino: per il distributore aumentano i costi di acquisto del carburante (che sono una componente dei suoi costi totali) e quindi aumenterà il prezzo di vendita al cittadino. Non c’è da stupirsi o recriminare per una tal dinamica.

Ma le cose sono un po’ più complesse di come vengano raccontate. Infatti, l’automobilista riempie il proprio serbatoio con un carburante realizzato raffinando petrolio che è stato acquistato mesi (se non anni) prima. Quindi, lo shock odierno sul mercato internazionale del petrolio non deve avere effetto su una merce che è stata pagata molto prima.

Gli effetti di ogni shock dovrebbero arrivare al serbatoio del cittadino dopo diversi mesi da quando si sono verificati. Dato che l’aumento del prezzo del carburante praticato dai distributori è stato immediato – non posticipato di mesi – è evidente che c’è stata una “pratica collusiva”.

Come spiegato poco sopra, di fronte alle pratiche collusive, una riduzione delle tasse determina un aumento dei profitti degli speculatori. Questo è il fallimentare risultato dell’azione di Governo.

Se per contenere i prezzi si vuole percorrere la strada della riduzione fiscale, bisogna prima rimuover le pratiche collusive. Se si capisce che ciò non sia possibile (o non lo sia in tempi utili), l’unico modo per ridurre i prezzi è fissarli per legge, con la calmierazione.

Il Governo ha commesso un grossolano errore (diciamo così...) e sta arricchendo gli speculatori. Ora ha solo due valide vie d’uscita da questa situazione: stroncare le pratiche collusive o calmierare i prezzi. Tuttavia, probabilmente preferirà negare il problema o scaricare la colpa su qualcun altro, mentre i cittadini continueranno ad impoverirsi.

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Dimona e Diego Garcia, due shock per Israele e Usa

Alla quarta settimana di guerra ci sono appena due novità, entrambe rilevanti ma per nulla rassicuranti circa la rapida conclusione del conflitto.

La prima riguarda il tentativo, fatto da Teheran, di raggiungere la base anglo-statunitense di Diego Garcia, nell’Oceano Indiano, con due missili. Si dice che uno sia finito in mare prima, l’altro sarebbe stato abbattuto a breve distanza dall’isola.

Il dato rilevante è la distanza dall’Iran: quasi 4.000 km. Fin qui la dotazione missilistica di Teheran era classificata come di breve-medio raggio, ossia con una gittata massima di quasi 2.000 km. Si scopre ora che ne possiede una tipologia che viaggia ad una distanza doppia. Il che cambia radicalmente lo scacchiere degli obiettivi teoricamente raggiungibili dalla reazione iraniana, e quindi il concetto stesso di “sicurezza” degli attaccanti e dei loro complici.

La definizione non piace ai governi europei, per esempio, ma come altro si può definire un qualsiasi paese che concede basi militari ad un esercito straniero che le usa per la logistica della guerra che sta conducendo?

È chiaro che secondo il diritto di guerra, e soprattutto per le consuetudini di qualsiasi guerra, quelle basi sono “obbiettivi legittimi” per il paese che è stato attaccato (in questo caso l’Iran). In pratica – o meglio, speriamo soltanto in teoria – Sigonella potrebbe essere legittimamente attaccata, ed è anche raggiungibile.

Ma Italietta a parte, secondo i giornali americani il tentativo di colpire “Diego Garcia” non è stato un semplice test missilistico, ma uno “shock geografico” che ha scosso i centri di potere di Washington e Londra.

Il Wall Street Journal ha citato funzionari israeliani secondo i quali “la campagna di bombardamenti contro l’Iran ha danneggiato le sue capacità offensive, ma i missili a lungo raggio lanciati contro la base di Diego Garcia dimostrano che tali capacità sono ancora intatte”.

Ma il fatto che i missili iraniani abbiano raggiunto la periferia di Diego Garcia significa che quelle “città missilistiche” sotterranee a Kermanshah, Semnan e nel Golfo hanno prodotto una nuova generazione di missili in grado di raggiungere l’oceano, per dimostrare al mondo che i limiti della deterrenza iraniana non si fermano più ai confini della regione, ma hanno ormai raggiunto i lontani porti dell’Atlantico.

La seconda novità è stata provocata da uno sconsiderato attacco ai centri di ricerca nucleare di Natanz, sulla strada tra Isfahan e Tehran. Questi laboratori erano già stati bombardati nella “guerra dei 12 giorni”, nel giugno scorso. L’Aiea non aveva registrato perdite radioattive (come in questo caso, peraltro), ma l’attacco era servito a Trump per dichiarare che il programma nucleare iraniano era stato cancellato, e dunque la fine di quella guerra.

Otto mesi dopo, invece, lo si attacca – alla fine della terza settimana – perché “l’Iran stava per realizzare una bomba atomica”.

In una rara esibizione di cautela persino Israele ha negato di aver partecipato al bombardamento di Natanz, scaricando di fatto la colpa sugli americani. Ma non è bastato ad evitare la severa reazione di Teheran, che ha lanciato diversi missili balistici contro Dimona, nel deserto del Negev, che ospita di sicuro una centrale nucleare e – secondo attendibilissime “voci” – anche le testate nucleari illegali (non dichiarate e non sottoposte ai controlli dell’Aiea, come invece lasciava fare Teheran fino all’anno scorso).

I media israeliani hanno stavolta subito confermato – contrariamente al solito (tanto che persino i giornalisti rischiano l’arresto per la diffusione di foto o notizie non avallate dalla censura militare) – che, oltre al crollo degli edifici, un serbatoio di gas nella zona è stato danneggiato.

Il sindaco di Dimona ha dichiarato alla radio israeliana che si sono registrati “feriti a seguito della caduta di missili iraniani in diverse zone della città”. Il canale televisivo israeliano Canale 12 ha poi riferito che il numero dei feriti è salito a oltre 47. Diversi elicotteri militari israeliani sono atterrati all’aeroporto di Dimona per evacuare i feriti.

Da parte sua, la televisione iraniana ha rivelato che l'attacco a Dimona è stato eseguito “dopo che Stati Uniti e Israele hanno attaccato la centrale nucleare di Bushehr e gli impianti di Natanz”, confermando la pratica dell’“occhio per occhio” che sembra guidare la difesa in questa fase.

Le agenzie di stampa hanno ripreso i comunicati in cui si precisava che “installazioni militari e centri di sicurezza ad Arad, Dimona, Eilat, Beersheba e Kiryat Gat sono stati presi di mira”, sottolineando che “gli attacchi a queste installazioni giungono dopo il crollo del sistema di difesa aerea sionista e delle basi di Ali Salem, Menhad e Al Dhafra”. Anche un osservatore esterno capisce che stavolta questo messaggio non può essere derubricato alla solita vanteria della propaganda di guerra.

Dimona, proprio perché sito nucleare strategico per Israele, è la postazione più protetta con l’Iron Dome, lo “scudo antimissile” che si presentava fino alla “guerra dei 12 giorni” come “impenetrabile”. Se ora è stata colpita da diversi missili significa che le difese antiaeree – che sparano missili Patriot o Thaad – stano a corto di munizioni (come previsto da molti, tranne che da Netanyahu), oppure che i missili iraniani sono evoluti migliorando di molto le proprie prestazioni.

Non sappiamo quale sia l’ipotesi peggiore, per Israele.

Non c’è bisogno di spiegare che questo pesante botta e risposta “para-nucleare” segna un altro passo verso la guerra totale. Alla pari, se non peggio, della decisione di tre giorni fa di bombardare gli impianti petroliferi di South Pars, cui Teheran ha risposto bloccando di fatto per anni buona parte della produzione di gas del Qatar. Gettando così nel panico non solo “il mercato” degli idrocarburi, ma tutta la filiera degli approvvigionamenti energetici di buona parte del Mondo.

Terza e ultima novità, forse minore come peso politico ma importante sul piano militare, anche Israele ha dovuto ammettere che un suo caccia bombardiere sia stato colpito dall’“ormai inesistente” contraerea iraniana, al pari di un paio di F-35 statunitensi.

Pare che questi aerei, ritenuti “invisibili” ai radar perché dotati di contromisure elettroniche che di fatto annullano il segnale radar che li raggiunge, siano stati bersagliati da un tipo di missili orientati dalla “ricerca di calore”. E in aria gli unici volatili che producono certe temperature sono soltanto gli aerei.

Insomma, l’invisibilità e l’invulnerabilità degli attaccanti – certamente molto superiori per tecnologia e quantità di munizioni – non è più così garantita da consentire di fare avanti e indietro sparando come nei videogiochi.

Come al solito, quando il blitzkrieg non riesce ad ottenere i risultati sperati, l’aggressore si trova ogni giorno davanti alla alternativa tra aumentare la dose o innestare la marcia indietro. L’attuale vertice degli Stati Uniti, dominato da gente con zero controllo dei propri impulsi, rimbalza ad ore diverse tra minacce e promesse.

Così stanotte Trump ha diramato il centesimo ultimatum – «L’Iran ha 48 ore per aprire lo Stretto di Hormuz, poi colpiremo le centrali elettriche» – subito dopo aver confessato di “star valutando una riduzione dell’operazione militare” e aver sospeso alcune delle sanzioni unilaterali sul petrolio iraniano.

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La “cura” McKinsey propone a Volkswagen di chiudere 8 stabilimenti

La società di consulenza McKinsey ha presentato un’ipotesi di amputazione radicale alla Volkswagen, per aggiustare i suoi conti. Il Bild, famoso tabloid tedesco, ha pubblicato alcune indiscrezioni che hanno scosso l’industria automobilistica tedesca, perché la consulenza della famosa società statunitense certifica una crisi strutturale di uno dei più importanti attori dell’auto europea.

Il colosso di Wolfsburg, secondo McKinsey, dovrebbe mantenere attivi soltanto due siti produttivi su dieci in Germania: la sede storica, a Wolfsburg appunto, e il quartier generale dell’Audi a Ingolstadt. Tutti gli altri dovrebbero finirebbero sotto la scure.

Particolarmente simbolica e controversa è la proposta di chiusura per lo stabilimento di Zwickau, nell’est della Germania, un tempo cuore pulsante dell’industria della DDR. Ma a tremare è anche il lusso: persino il sito Porsche di Zuffenhausen a Stoccarda è finito nel mirino, dopo un anno che ha visto gli utili del marchio crollare drasticamente.

L’obiettivo della società di consulenza è puramente matematico: risollevare un margine di profitto sceso sotto il 3% e dimezzato rispetto agli anni precedenti, schiacciato dai costi elevati e dall’aggressiva concorrenza dei produttori cinesi. Ma queste chiusure hanno un impatto politico evidente sul modello industriale non solo tedesco, ma anche europeo.

Nelle regioni dell’est, dove il partito di estrema destra AfD continua a guadagnare consensi, lo smantellamento dell’industria potrebbe alimentare ulteriormente questa crescita. Ma basta pensare all’integrazione delle filiere con altri paesi per capire come una soluzione del genere avrebbe effetti a cascata su tutto il Vecchio Continente.

Se si parla solo dell’Italia, nel nostro paese l’indotto dell’automotive vale circa 5 miliardi di euro di fatturato annuo verso la Germania, di cui quasi 2 miliardi legati direttamente al gruppo Volkswagen. Un crollo come quello proposto da McKinsey significherebbe una vera e propria desertificazione industriale forzata, con gravi ripercussioni sull’occupazione.

Un processo che, in verità, va avanti da tempo per una serie di scelte strategiche fallimentari (a partire dal tema dell’elettrico, su cui la Cina è molto più avanti). Alcune ipotesi prevedono che gli stabilimenti dismessi possano finire nelle mani della Rheinmetall o della franco-tedesca KNDS per produrre mezzi blindati. Del resto, è proprio questo un elemento centrale del riarmo europeo: tamponare la crisi industriale galoppante con la transizione a un’economia di guerra.

Al momento, Volkswagen ha preso le distanze dal piano estremo di McKinsey. Ma la strategia dei vertici di Wolfsburg non è meno drastica: al vaglio c’è un taglio di 50 mila posti di lavoro entro il 2030 e la chiusura di due stabilimenti. Che ci sia un problema strutturale e che la classe dirigente europea non sappia come uscirne è evidente a chiunque non decida di chiudere gli occhi, per partito preso.

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Cuba non è sola! Il report della delegazione di USB internazionale a L'Avana

Il report delle ultime ore a Cuba da parte di Stefano Gianandrea De Angelis dell'esecutivo confederale e del dipartimento internazionale di USB.

Giornate importanti e dense di appuntamenti ed eventi qui a L'Avana.

A nome dell'USB ho avuto un incontro con il presidente dei Comitati di Difesa della Rivoluzione, Gerardo Hernandez. Con lui abbiamo messo in cantiere l' idea di costruzione di un progetto di gemellaggio tra i CDR, struttura fondamentale per il collegamento e l'interscambio continuo tra azione di governo e realtà di base, la nostra Federazione del Sociale, l'ASIA e i Movimenti per il Diritto all'Abitare.

Nei prossimi giorni perfezioneremo questo importante accordo, che valorizza il ruolo delle nostre strutture organizzate nei quartieri popolari nel rapporto con le strutture di base cubane.

Successivamente abbiamo partecipato in collegamento on line con la assemblea di Genova organizzata da USB, Calp, Associazione Italia Cuba in preparazione della manifestazione nazionale in solidarietà con Cuba che si svolgerà a Roma il prossimo 11 aprile.

Oltre al mio intervento, importante la testimonianza di José Nivoi che imbarcato sulla flottiglia proveniente dal Messico sta portando a L'Avana via mare tonnellate di aiuti. Sempre qui da Cuba è stato rivolto ai partecipanti dell'assemblea il saluto del compagno Gerardo Hernandez e della compagna Niurka Gonzalez, responsabile delle relazioni internazionali della CTC, sindacato dei lavoratori affiliato insieme a USB alla Federazione Sindacale Mondiale.

Nel pomeriggio l'ampia delegazione di attivisti provenienti da tutto il mondo e facenti parte del convoglio di terra della campagna Nuestra America Convoy è stata ricevuta al palazzo dei congressi de L'Avana dalle rappresentanze istituzionali del Governo Cubano, un incontro che si è concluso con il lungo intervento del Presidente del Consiglio di Stato Diaz Canel.

Il suo intervento ha ricordato le criminali conseguenze del bloqueo degli Usa, giunto oggi alle conseguenze più pesanti per la popolazione cubana, colpendo maggiormente le esigenze dei settori più deboli. La mancanza di petrolio impedisce la maggioranza delle azioni di tutela e di sostegno del sistema sociale, incide sui servizi sanitari mettendo a rischio la possibilità di cura dell'intera popolazione, incide sul sistema di produzione alimentare, sul sistema educativo. Cuba dall'inizio della sua rivoluzione ha speso ogni suo sforzo per migliorare e rendere sostenibile ogni aspetto del proprio sistema sociale, ma non si è fermata a questo, ha lavorato per esportare verso tutti i paesi poveri medici, insegnanti, ricercatori dimostrando solidarietà senza chiedere nulla. Medici non bombe fu la parola d'ordine di Fidel per rappresentare l'essenza del socialismo cubano.

OGGI CUBA HA BISOGNO DI TUTTI NOI PER COMBATTERE CON LE ARMI DELLE IDEE E DELLA SOLIDARIETÀ LA CRIMINALE OFFENSIVA IMPERIALISTA.

Oggi tutti siamo chiamati alla resistenza contro le politiche imperialiste occidentali e siamo chiamati alla massima unità per difendere Cuba e la speranza di un sistema sociale al servizio dei popoli e non del capitalismo.

CONTINUIAMO LA SOLIDARIETÀ POLITICA E CONCRETA IN FAVORE DELLA RIVOLUZIONE CUBANA, LAVORIAMO PER COSTRUZIONE DI UNA GRANDE MANIFESTAZIONE NAZIONALE A ROMA L'11 APRILE IN APPOGGIO ALLA RIVOLUZIONE E CONTRO L'IMPERIALISMO.

Domani altre importanti iniziative in attesa dell'arrivo del convoglio via mare, previsto per prossimi giorni.

Unione Sindacale di Base

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