Presentazione


Analisi, opinioni, fatti e (più di rado) arte da una prospettiva di classe.

18/04/2026

The Twilight Sad (2026) It's The Long Goodbye

di Gianfranco Marmoro

Un silenzio assordante, sette anni di estenuante lotta contro le avversità ma anche contro le gioie della vita. James Graham ha dovuto affrontare la perdita della madre afflitta dalla demenza, proprio mentre assaporava le gioie di un nuovo matrimonio e della paternità, un periodo di contrasti emotivi che ha risvegliato vecchi problemi di salute mentale.
Assaporato un discreto successo di classifica e al seguito dei Cure in un trionfale tour, per gli scozzesi The Twilight Sad non è stato facile assorbire il duro colpo dello stop forzato a seguito delle condizioni del leader, solo Andy McFarlane è rimasto al fianco di Graham, amico fedele e unico membro dell'attuale formazione della band. La sofferenza per la perdita della madre e le caliginose notti scozzesi rivivono in tutti gli anfratti sonori e lirici di "It's The Long Goodbye", opera che è una commovente e viscerale dichiarazione di vulnerabilità. Graham affronta il dolore con la consapevolezza di chi vive una situazione nella quale chiunque può identificarsi, la condivisione diventa elemento catartico, l'epica graffiante del post-punk diventa linguaggio di purificazione emotiva e rinascita spirituale.

Diretto come un treno ad alta velocità sia musicalmente che nei testi, "It's The Long Goodbye" dispensa distorsione e sordida rabbia già dal primo respiro di "Get Away From It All": ogni accordo di chitarra e ogni frase sono scandite con dolore e potenza, riecheggiando fino a creare un muro del suono che gronda sudore, sangue e lacrime: "Sei mia madre perché mi stai lasciando".

È un'energia già assaporata con il singolo "Waiting For The Phone Call", una delle tre tracce che si avvalgono del contributo di Robert Smith. Graham lotta con l'oscurità incurante di quello che si nasconde dietro l'ignoto, i riff chitarristici sono possenti, quasi impenetrabili eppure pronti a lasciar trasparire una straniante dolcezza.

Trovarsi al cospetto della morte, guardarla negli occhi mentre ti porta via gli affetti più cari è non solo drammatico ma sconvolgente, la risposta è spesso aspra, in un mix di emozioni sonore che evocano sia i My Bloody Valentine più oscuri ("Atttempt A Crash Landing-Theme"), sia i Cure di "Pornography" ("Dead Flowers"). Sofferenza e ispirazione: un binomio che potrebbe suonare usuale, ma per i Twilight Sad questo sesto album non è per nulla facile. Le cupe sonorità dark-folk e le laceranti sonorità della chitarra in "The Ceiling Underground" riecheggeranno a lungo nella memoria di James Graham – "Perché sembra che niente sia reale?, la mia testa è piena di altre cose che mi mancheranno": una riflessione che pesa come un macigno.

Sia ben chiaro, il nuovo album dei Twilight Sad non rinnova le direttive della band, gli elementi sono quelli già noti – un'enfasi shoegaze, la malinconia noir, l'elettronica stridente, il cantato intenso e dal peculiare accento scozzese – ma è tutto più viscerale, sentito. E le canzoni sono tra le più potenti mai scritte. Anche i due membri assoldati per le registrazioni concorrono al risultato finale, David Jeans (ex-Arab Strap) e Alex Mackay (Mogwai), ma è Robert Smith il collante che consolida il progetto.

È un'energia post-punk aspra e graffiante l'elemento che tiene insieme la febbrile urgenza di "Designed To Lose" con la liturgia funebre della splendida "TV People Still Throwing TVs At People" o con la rabbiosa denuncia di "Inhospitable/Hospital", una delle tracce più immediate del disco.

La musica dei Twilight Sad è come un raggio di luce che frantuma le tenebre ("Chest Wound To The Chest"), è una struggente dichiarazione di affetto e sofferenza: "Non avrei mai dovuto essere in questo posto... voglio solo rivederti...", canta James Graham, per poi rifugiarsi nei ricordi nella più tenue "Back To Fourteen" ("madre, posso sdraiarmi e piangere").

"It's The Long Goodbye" è un disco da maneggiare con cura, una raccolta di canzoni che scavano sotto pelle e accarezzano l'anima. Non meravigliatevi se una lacrima solcherà il vostro viso, i Twilight Sad hanno scritto una pagina importante della loro carriera e questo è uno dei pochi album che vi terrà compagnia a lungo nei vostri ascolti.



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I “volenterosi” si agitano a Parigi per la riapertura di Hormuz. La realtà li prende in contropiede

Al vertice dei “volenterosi” sulla riapertura dello Stretto di Hormuz organizzato a Parigi da Francia e Gran Bretagna insieme a 49 paesi, è piombata la notizia della riapertura dello Stretto.

Ma già oggi la situazione appare di nuovo incerta. L’Iran infatti aveva riaperto lo stretto di Hormuz a tutte le navi commerciali, fino alla fine del cessate il fuoco la prossima settimana. Ad annunciarlo era stato lo stesso ministro degli Esteri iraniano, Abbas Araghchi.

“In linea con il cessate il fuoco in Libano, il passaggio per tutte le navi commerciali attraverso lo Stretto di Hormuz è dichiarato completamente aperto per il periodo residuo del cessate il fuoco, sulla rotta coordinata come già annunciata dall’Organizzazione Porti e Organizzazione Marittima della Repubblica Islamica dell’Iran”, ha scritto Araghchi su X.

Ieri, poco dopo l’ora di pranzo, la società di tracciamento Kpler aveva comunicato il passaggio nello Stretto di Hormuz di tre petroliere iraniane. Più tardi è transitata anche una nave mercantile battente bandiera maltese.

Insomma, una riunione ancora una volta presa in contropiede dallo sviluppo degli avvenimenti. Tanto più che alla riunione erano assenti gli Stati Uniti.

Al vertice di Parigi in videoconferenza sono intervenute anche la presidente della Commissione europea, Ursula von der Leyen, e l’Alta rappresentante dell’Unione Europea per la Politica estera e di sicurezza, Kaja Kallas.

Per “mantenere aperto lo Stretto di Hormuz” (nel frattempo riaperto, ndr) la Von der Leyen ha parlato di condividere tra i paesi della coalizione dei volenterosi i dati satellitari tramite l’Agenzia europea per la sicurezza marittima (EMSA), di rafforzare l’Operazione Aspides (la flotta europea posizionata ai bordi del Mar Rosso) e di collaborare strettamente con i partner del Medio Oriente e del Golfo per rafforzare le nostre partnership.

Al termine del vertice il primo ministro britannico Starmer ha sottolineato che la settimana prossima prenderà forma la missione guidata da Parigi e da Londra per garantire la ibera navigazione nello stretto di Hormuz. “La prossima settimana ci sarà un nuovo incontro a Londra e in quella sede definiremo la composizione della missione”, ha fatto sapere precisando che “alcuni Paesi hanno già messo a disposizione i loro mezzi” e che “sarà una missione difensiva e pacifica”.

“L’incontro di oggi, che ha riunito 49 paesi, è stato molto produttivo per dare un messaggio e un segnale molto chiaro: abbiamo bisogno di uno stretto di Hormuz totalmente aperto perché è così che possiamo conservare i prezzi bassi per tutti ed evitare ulteriori danni” ha dichiarato Starmer.

“Questa riunione permette di inviare un messaggio semplice: chiediamo l’apertura completa, immediata e senza condizioni, da parte di tutte le parti, dello stretto di Hormuz. Chiediamo il ripristino delle condizioni di libero passaggio in vigore prima della guerra e chiediamo il totale rispetto del diritto del mare” ha sottolineato il presidente francese, Emmanuel Macron.

La Meloni, questa volta presente di persona al vertice di Parigi ha dichiarato che: “L’Italia offre la sua disponibilità a mettere a disposizione proprie unità navali sulla base di un’autorizzazione parlamentare per quelle che sono le nostre regole costituzionali. È un impegno in linea con le missioni Aspides e Atalanta”.

Più riluttante è apparso invece il cancelliere tedesco Merz che in qualche modo ha messo le mani avanti, affermando che la Germania sarebbe della partita solo vi fosse una risoluzione del consiglio di sicurezza delle Nazioni Unite. “D’altra parte, per la partecipazione alla missione, servirebbe l’approvazione da parte del parlamento tedesco, secondo la Costituzione” ha precisato Merz.

Ma l’operazione europea dei volenterosi su Hormuz dovrà fare i conti con molte variabili.

Una di queste è proprio Trump che non ha perso occasione per bastonare i suoi alleati o ex alleati: “Ora che la situazione dello Stretto di Hormuz è finita ho ricevuto una chiamata dalla Nato che mi chiedeva se avessimo bisogno di aiuto. Ho detto loro di stare alla larga, a meno che non vogliano solo caricare le loro navi di petrolio. Sono stati inutili quando servivano, una tigre di carta!”, ha tuonato Trump su Truth.

Lo stesso presidente USA, continuando ad alimentare la confusione sul campo ha poi precisato che il blocco navale da e per i porti iraniani resta in vigore: “Lo stretto di Hormuz è completamente aperto e pronto per il transito, ma il blocco navale rimarrà pienamente in vigore nei confronti dell’Iran, solo fino a quando le nostre transazioni con l’Iran non saranno completamente concluse. Questo processo dovrebbe procedere molto rapidamente, poiché la maggior parte dei punti sono già stati negoziati”.

L’altra variabile è, ovviamente, l’Iran che nel frattempo ha risposto per le rime a Trump ribadendo che chiuderà nuovamente lo Stretto di Hormuz se gli Stati Uniti manterranno il blocco navale, come annunciato dal presidente degli Stati Uniti.

Le agenzie di stampa iraniane Fars e Tasnim, citando fonti vicine al Consiglio Supremo per la Sicurezza Nazionale di Teheran, riportano che “Se il blocco marittimo dovesse continuare, sarà considerato una violazione del cessate il fuoco e il transito attraverso lo Stretto di Hormuz verrà interrotto”.

Per passare nello stretto di Hormuz servirà il via libera dell’Iran e non sarà consentito il transito alle navi militari ha chiarito il ministro degli Esteri Abbas Araghchi annunciando la riapertura di Hormuz fino alla scadenza della tregua, il 21 aprile. “Il transito di navi militari attraverso lo Stretto di Hormuz rimane vietato. Solo le navi civili possono transitare lungo le rotte designate, previa autorizzazione della Marina del Corpo delle Guardie Rivoluzionarie Islamiche. Le navi civili devono transitare esclusivamente lungo la rotta designata dall‘Organizzazione Portuale e Marittima Iraniana”.

La partita su Hormuz, dunque, rimane tutta aperta. Molto dipenderà dall’esito delle trattative in corso in Pakistan tra Stati Uniti e Iran dalle quali restano fuori però sia gli europei che Israele. Quest’ultima, costretta ad ingoiare il cessate il fuoco in Libano, alla prima occasione potrebbe e vorrebbe far saltare tutto per proseguire l’escalation della sua “guerra esistenziale sui sette fronti”, mentre la coalizione dei volenterosi – pur esprimendo l’esigenza vitale dei paesi più vulnerabili alla crisi energetica globale – deve ancora individuare le forze e lo spazio per inserirsi in una gestione della crisi stessa.

Il vertice di Parigi intendeva essere un passo in avanti ma la situazione ha colto in contropiede i tempi della capacità di reazione europea.

In compenso il modulo della coalizione dei volenterosi anche sullo scacchiere mediorientale, dopo quello ucraino, indica sia il rientro della Gran Bretagna nell’ambito europeo dopo il cigno nero della Brexit, sia un superamento de facto dei farraginosi meccanismi decisionali dell’Unione Europea. È un processo più lento di quello auspicato dalle ambizioni di una parte delle classi dominanti europee ma è, appunto, un processo che seppur a piccoli passi continua ad avanzare.

La prima verifica l’avremo con la riunione operativa della prossima settimana a Londra e con la definizione delle nuove regole d’ingaggio della missione navale europea Aspides.

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Ipotesi riconversione bellica dell’automotive anche negli USA

Secondo quanto rivelato dal Wall Street Journal, il Pentagono ha avviato colloqui preliminari con i giganti dell’automotive per riconvertire parte della produzione nazionale verso armamenti, missili e munizioni. Il motivo è chiaro: la pressione sugli arsenali esercitata dalla fallita aggressione all’Iran ha dimostrato che gli USA, gettati su questo percorso predatorio, hanno bisogno di espandere ulteriormente il proprio complesso militare-industriale.

Già di per sé, come è risaputo, l’economia stelle-e-strisce si regge sul keynesismo militare, ma la scelta strategica di abbandonare ogni forma di soft power per far valere i muscoli ha reso necessario fare i conti con le debolezze dell’industria bellica che, fino a oggi, appariva come una macchina inarrestabile.

Per farlo, il Dipartimento della Guerra, guidato dal segretario Pete Hegseth, ha messo al tavolo i pesi massimi del settore manifatturiero. Tra i dirigenti contattati figurano: Mary Barra, CEO di General Motors; Jim Farley, amministratore delegato di Ford Motor; i vertici di GE Aerospace e Oshkosh Corporation.

L’amministrazione ha chiesto esplicitamente a queste aziende di valutare la rapidità con cui potrebbero riconvertire le linee produttive civili per fabbricare sistemi anti-drone, missili e munizioni. Si tratta di una necessità produttiva che si lega a ragioni strategiche: il Pentagono vuole ridurre la dipendenza da una ristretta cerchia di appaltatori della difesa tradizionali, ormai saturi.

Per descrivere questa novità, Hegseth ha usato il termine “wartime footing”, un passo da tempo di guerra, ovvero assumere uno strutturale assetto da economia militarizzata. Per raggiungere questo traguarda di certo non invidiabile, la Casa Bianca vuole mettere in campo cifre mostruose, anche per gli Stati Uniti.

Per la proposta di bilancio 2027 del Dipartimento della Guerra si è parlato di 1.500 miliardi di dollari: si tratterebbe del bilancio più ricco della storia degli USA, che ha da poco superato l’asticella dei 900 miliardi. Ben il 23% di questa spesa (350 miliardi) sarebbe destinato esclusivamente all’espansione della base industriale.

Per raggiungere questo obiettivo, si vuole mobilitare anche il mondo civile, appunto. Oltre alla capacità tecnica, i colloqui si starebbero concentrando anche sugli ostacoli burocratici. I dirigenti industriali avrebbero ricevuto il compito di individuare i vincoli normativi che rallentano la produzione, i punti deboli delle procedure di gara, e le rigidità contrattuali che limitano l’apporto del settore civile.

Molte delle aziende coinvolte sono già in prima linea negli sforzi militari: Oshkosh, pur fatturando 10,5 miliardi di dollari principalmente nel civile, hanno già avviato dialoghi a novembre per espandere la produzione di veicoli tattici. General Motors, dal canto suo, è in pole position per il contratto del nuovo veicolo che sostituirà l’iconico Humvee.

L’ondata di militarizzazione della vita e della produzione di tutti i giorni spira forte in tutto l’Occidente. Più volte abbiamo scritto di come lo stesso fenomeno sta interessando sempre più anche l’industria europea, che cerca nelle armi una boccata d’aria rispetto alla crisi. Ma si tratta di una soluzione che è in realtà una menzogna venduta all’opinione pubblica, per far accettare di essere parte di filiere di morte.

“L’industria automobilistica è circa dieci volte più grande dell’industria bellica”, ha osservato Klaus-Heiner Röhl, dell’Istituto di economia tedesca: le commesse militari non possono compensare il fallimento delle politiche industriali del Vecchio Continente. Ma in prospettiva, un imperialismo più armato viene visto come strumento fondamentale per reimporre spoliazione e sfruttamento su un Mondo che si sviluppa in senso multipolare.

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L’interruttore di Hormuz

Il problema è avere a che fare con una classe dirigente che sembra uscita da un cartoon. In Italia quasi non interessa – anche se i cittadini ne pagano le conseguenze – perché il peso specifico ormai non crea più nemmeno quel «battito di farfalla» che potrebbe, con un po’ di fortuna, diventare qualcosa di più grande.

Ma se quei personaggi da fumetto si trovano al posto di comando della super-potenza dominante sono guai per tutto il mondo.

Andiamo con ordine, comunque.

L’Iran ha dichiarato meno di 24 ore fa la riapertura dello Stretto di Hormuz a tutte le navi commerciali – escluse esplicitamente quelle militari, fossero anche i dragamine degli ormai patetici «volenterosi» – per tutta la durata del cessate il fuoco di 15 giorni.

Quel deficiente di Trump, dopo aver ringraziato per questo l’Iran, ha deciso di mantenere il suo blocco, mirato esclusivamente sulle navi di Teheran e quelle che trasportano il greggio imbarcato presso il terminal dell'isola di Kharg. Una mossa più propagandistica che effettiva, visto che già ieri sono passate diverse navi in teoria «sanzionate» da Washington, mentre altre sono state costrette a tornare indietro, ma che alla Casa Bianca è sembrata utile per non fare la parte degli sconfitti su tutta la linea.

L’Iran ha preferito smontare anche questa consolazione. Dato che «gli Stati Uniti, a causa di ripetute violazioni degli impegni e di una storia di cattiva condotta, hanno continuato ad commettere atti di pirateria e rapina in mare», il portavoce del Comando centrale iraniano Khatam al-Anbia ha reso noto che «Di conseguenza, il controllo sullo Stretto di Hormuz è stato ripristinato allo stato precedente e questa via navigabile strategica è sotto la stretta gestione e il controllo delle Forze Armate».

Almeno «finché gli Stati Uniti non porranno fine alle restrizioni sulla libera circolazione delle navi dall’Iran verso le loro destinazioni e da altri paesi verso l’Iran».

Sembra probabile che da qui all’inizio dei nuovi incontri ad Islamabad ci saranno altri segnali stop and go di questo tipo, motivati ormai quasi apertamente con le esigenze politiche interne ed internazionali della Casa Bianca (vendere come una «vittoria» una tregua o una pace senza aver raggiunto nessuno dei risultati dichiarati per giustificare l’aggressione).

Da parte iraniana le contromosse sembrano motivate da un’esigenza tutta diversa: far capire agli Stati Uniti che si devono presentare al tavolo delle trattative con un atteggiamento serio, improntato alla risoluzione dei problemi (non ne mancano davvero, il contenzioso è vasto e importante), senza i consueti giochi delle tre carte con dietro motivazioni risibili.

Potremmo sorridere di questi giochetti se non ci fosse la presenza ingombrante e intralciante di uno Stato genocida e razzista come Israele, che sta vedendo sfumare – almeno per ora – il suo progetto principale (far fuori l’Iran come antagonista regionale, per poi confrontarsi con la Turchia).

Per questa banda di serial-killer organizzati come Stato ogni « inciampo» verso la distensione viene visto come l’occasione per ributtarla in guerra guerreggiata. Intanto in Libano.

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La UE degli asini che volano

Continua a girare questa fiaba derelitta per cui l’aggressione statunitense all’Iran sarebbe comprensibile e persino utile, avendo come fine uno strangolamento della Cina.

Ho addirittura sentito editorialisti spiegare che Trump sta aiutando le partite IVA italiane perché colpisce la “concorrenza sleale” cinese.

Ok, giusto per intenderci.

La Cina è sicuramente disturbata dalla guerra nel Golfo Persico, lo è per l’approvvigionamento di idrocarburi a basso costo e lo è perché è un grande spazio commerciale che momentaneamente si chiude.

Tuttavia la Cina ha diretto accesso alle eccedenze di petrolio e gas naturale russo (quelle eccedenze che l’Europa genialmente ha liberato, perché noi quando ci sono violazioni del diritto internazionale, signora mia…).

Dunque tanto la guerra nel Golfo Persico che l’attuale secondo blocco di Hormuz da parte americana alla Cina producono poco più di un prurito.

Al contempo, chi parla di “concorrenza sleale” della Cina è rimasto all’epoca in cui la Cina produceva grandi quantità di prodotti a basso valore aggiunto e a prezzi competitivi per i bassi salari. Solo che negli ultimi 20 anni i salari industriali cinesi sono diventati i più alti dell’intera Asia e i prodotti industriali cinesi sono tra quelli a maggior valore aggiunto.

Dunque, per capirci, la Cina sta scalzando l’Occidente (e l’Europa in particolare) come “officina del mondo”, sta occupando fette di mercato industriale e tecnologico sempre più grande, sta al contempo aumentando il proprio potere d’acquisto interno, diventando essa stessa un grande mercato, e sta ottenendo petrolio a costi competitivi dai suoi vicini, Russia in testa.

Lo sta facendo serenamente, anche perché l’unica vittima sacrificale della guerra di aggressione israelo-statunitense all’Iran è – chi se lo sarebbe mai aspettato? – proprio l’Europa.

Quell’Europa che, dopo essersi ripetutamente sparata su entrambi i piedi e nelle mutande, sanzionando l’Iran, lasciandosi distruggere il North Stream 2, rinunciando al petrolio russo, litigando con la Cina per la via della seta, sanzionando il mercato russo e delocalizzando le industrie in Asia (per poter abbassare i salari al proprio interno), ora, di fronte alla doppia chiusura ermetica del Golfo Persico si ritrova:
– senza approvvigionamenti energetici,
– con mercati di sbocco ristretti per le proprie merci,
– con costi di produzione fuori mercato,
– con un mercato interno impoverito dalla perdita di potere d’acquisto dei propri lavoratori,
– con Lady Ursula che ti spiega, con il suo sorrisetto da garrota, che:
1) “l’energia meno costosa è quella non usata” (ricordate “Take that Putin!” rinunciando alla doccia calda? quella roba là) e che; 
2) il nostro errore è stato di non essere stati ancora più veloci nell’elettrificazione del sistema (mentre il 90% della produzione di impianti fotovoltaici è oramai cinese).

In un’immagine. Ci siamo confezionati un nodo scorsoio facendo terra bruciata verso tutti i partner utili, ci siamo messi un cappio al collo indebolendo il nostro tessuto industriale e il mercato interno, abbiamo insaponato il cappio inventandoci un green deal per fare qualche favore a zii e cugini dei commissari europei, e infine, quando gli americani hanno dato un calcio alla sedia, abbiamo cercato con voce strozzata di ringraziarli per il GPL a prezzi esorbitanti. Orgoglio europeo.

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Berlino ha venduto armi a Israele durante la guerra in Iran

Nonostante l’escalation militare in Medio Oriente e le crescenti pressioni legali interne, la Germania ha autorizzato esportazioni di armi verso Israele per un valore di 7,8 milioni di dollari (6,6 milioni di euro) proprio nelle prime settimane dell’offensiva condotta dalle forze statunitensi e israeliane contro l’Iran.

I dati, diffusi dal Ministero dell’Economia tedesco in risposta a un’interrogazione parlamentare del partito di opposizione Die Linke, si riferiscono al periodo compreso tra il 28 febbraio e il 27 marzo 2026. Proprio il 28 febbraio segna l’inizio della campagna di bombardamenti su vasta scala contro il territorio iraniano.

Sebbene la cifra di 7,8 milioni di dollari sia considerata “modesta” rispetto ai volumi record del passato, il dato solleva pesanti interrogativi politici. Tra ottobre 2023 e maggio 2025, Berlino ha approvato licenze belliche per oltre 571 milioni di dollari, confermandosi il secondo fornitore di armi dell’entità sionista, dopo gli Stati Uniti.

Il percorso delle forniture tedesche è stato tuttavia turbolento. Nell’agosto del 2025, Berlino ha imposto un bando parziale sulle armi che potrebbero essere impiegate a Gaza, a seguito delle accuse di genocidio contro Israele e delle larghe mobilitazioni di solidarietà con il popolo palestinese.

Ma il bando è stato revocato velocemente dopo l’accordo di cessate il fuoco di ottobre. Nei mesi successivi, le autorizzazioni per l’invio di armi sono schizzate a 166,95 milioni di euro. E oggi, il governo ha dovuto ammettere che sono state approvate licenze per circa 12,4 milioni di dollari anche durante i periodi di restrizione.

A ciò si aggiunge ora la critica rispetto alla vendita di armamenti a Israele, mentre Tel Aviv conduceva un’aggressione unilaterale e senza provocazione all’Iran, mentre teoricamente i suoi vertici stavano trattando con gli USA. E questo non fa che dimostrare che la complicità delle potenze occidentali con questa guerra è strutturale, materiale, e continua, nonostante le ambigue dichiarazioni di distanza dagli attacchi alla Repubblica Islamica.

Inoltre, la pubblicazione dei dati giunge in un momento di estrema vulnerabilità per l’esecutivo. Il 14 aprile, un collettivo di avvocati di Berlino, sostenuto da organizzazioni internazionali come l’European Legal Support Center (ELSC), ha depositato una denuncia penale presso la procura federale di Karlsruhe contro il Cancelliere Friedrich Merz e altri dieci alti funzionari governativi.

Tra gli accusati figurano anche l’ex Cancelliere Olaf Scholz e gli ex ministri Annalena Baerbock e Robert Habeck. L’accusa, dettagliata in un documento di un centinaio di pagine, è di complicità nel genocidio a Gaza, sostenendo che i leader tedeschi abbiano agevolato crimini di guerra attraverso l’approvazione sistematica di forniture militari.

Mentre la costituzione tedesca proibirebbe teoricamente l’invio di armi in zone di guerra, il governo continua a invocare la “responsabilità speciale” della Germania verso Israele, legata alla memoria storica dell’Olocausto e che, in un certo senso, radica nella ragion di stato tedesca la sicurezza dello stato ebraico.

Ma l’aggressione all’Iran e l’occupazione del sud del Libano rivelano la strumentalizzazione del genocidio commesso dai nazisti durante la Seconda guerra mondiale, condotta sia da Berlino sia da Tel Aviv. Quella memoria tragica diviene strumenti di aggressione, crimini contro l’umanità e pulizia etnica. Tutto in funzione degli interessi imperialistici in Asia Occidentale.

Anche contro l’Iran, Israele sta facendo “il lavoro sporco” per i governi europei, come ebbe a dire Merz in riferimento al genocidio a Gaza.

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Su Giovanni Gentile, 82 anni dopo e sul mito “fascista per caso amico degli ebrei”

Chiudendo su Giovanni Gentile 82 anni dopo quel celebre 15 aprile a Firenze e sul mito “del fascista per caso amico degli ebrei” (nota dinamica della destra “finiana” e “meloniana” di rileggere le vicende storiche dei propri riferimenti su misura del rapporto con Israele rafforzato dopo gli anni ’90 ed entrato notoriamente in crisi solo nelle ultime settimane).

Riguardo al “filosofo in camicia nera” (grazie allo storico Mimmo Franzinelli per la definizione) la mia domanda principale è: perché i celebratori e rivalutatori di Gentile – anche a sinistra – nella santificazione del personaggio gli fanno il torto enorme di negare il lato militante della sua adesione al fascismo?

Perché far passare per un bonario opportunista, un “liberale confuso” o un uomo politicamente “passivo” l’intellettuale organico per eccellenza del regime mussoliniano, una personalità pubblica che rimase coerente con lo spirito militante-combattentistico del suo percorso politico e della sua fede mussoliniana dopo i trascorsi liberal-conservatori della sua formazione giovanile (dal “Manifesto degli intellettuali fascisti” del 1925, fino alla scelta di campo per la “Repubblica di Salò”, quando le sorti della guerra negative avevano già stemperato il fanatismo di altri famosi colleghi legati alla corte accademica del regime)?

Perché ricondurre la scelta “repubblichina” di un filosofo che, in base agli scritti privati, sempre vide in Mussolini la massima affermazione “post-risorgimentale” della sua idea di Italia-Nazione, solo alla vicenda personale, dopo l’armistizio italiano dell’8 settembre 1943, del figlio Federico, ufficiale del Regio Esercito Italiano di stanza a Tolone nel territorio della Francia meridionale occupata, poi deportato dai tedeschi in un campo d’internamento militare a Lvov in Ucraina (tesi che circola spesso sul suo periodo “repubblichino”: un adesione su misura esclusivamente di far liberare il figlio)?

Riassumendo su Gentile: con la sua spesso celebrata riforma dell’Istruzione del 1923 sancì un primato sessista dell’insegnamento umanistico escludendo le donne dalla docenza in filosofia, pose le basi con la stessa riforma per la persecuzione dell’uso delle lingue minoritarie nelle province di confine (lo sloveno e il croato in quelle nord-orientali, il tedesco e il ladino in Alto Adige, il francese e il franco-provenzale in Val d’Aosta), ideò il giuramento di fedeltà del 1931 per i docenti universitari, incoraggiò l’arruolamento volontario dei propri figli in guerra dopo il 1940 come “offerta al Duce”, esaltò nel 1942 il Giappone militarista alleato come modello di virtù guerriere, si circondò dopo l’adesione alla “Repubblica di Salò”, a Firenze, dei personaggi più estremisti e screditati nello stesso mondo culturale fascista (tipo lo scultore Antonio Maraini – nonno della più celebre e di altro orientamento politico Dacia – ammiratore della politica contro l'“arte degenerata” della Germania nazista), definì gli inglesi “barbari del 20° secolo” e, infine, pronunciò il suo ultimo discorso pubblico come rettore dell’Accademia d’Italia il 19 marzo 1944 – in cui definì Hitler “grande Condottiero” – quando a Firenze l’occupazione tedesca aveva già portato la guerra in città.

Come avrebbe detto un vecchio compagno dell’ANPI-Legnaia di mia conoscenza, con trascorsi in montagna e ormai scomparso da anni: “E che altro avrebbe dovuto fare per dimostrare che l’era fascista?”.

Quello che i partigiani comunisti fiorentini dei GAP guidati da Bruno Fanciullacci e Giuseppe Martini colpirono non era un “liberale confuso”, ma un fascista “repubblichino” convinto, anche se non della tipologia più estrema o più truce (ma con responsabilità morali, politiche intellettuali più gravi di qualsiasi squadrista semi-analfabeta).

Riconoscere quello che Gentile era senza inventarsi biografie riabilitatorie forse è l’atto più pietoso che noi compagni possiamo concedergli.

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Il colpo di Lovaglio in Mps e la centralità di BlackRock nel sistema bancario italiano

di Alessandro Volpi

La presidente del Consiglio Giorgia Meloni è diventata uno dei bersagli del loquacissimo Donald Trump ma intanto conserva la sua stretta “amicizia” con Larry Fink, amministratore delegato di BlackRock, e la grande finanza statunitense. L’assemblea degli azionisti di Monte dei Paschi ha confermato, in modo inatteso, Luigi Lovaglio nella carica di amministratore delegato. Si tratta di un passaggio di grande rilievo perché Lovaglio era stato di fatto “sfiduciato” dai Caltagirone, ma BlackRock, insieme a Bpm, dove ha una partecipazione rilevante, ha contribuito alla sua conferma, sostenuta in primis da Delfin dei Del Vecchio.

In altre parole, la conferma di Lovaglio segna una spaccatura nel salottino “buono” della finanza italiana ma soprattutto afferma la centralità di BlackRock nel definire le sorti del sistema bancario del nostro Paese, con il chiaro obiettivo di controllarne il risparmio. E Meloni che cosa c’entra? Il ministero dell’Economia che detiene una quota del 4,8% del capitale di Mps non ha partecipato al voto e ha così consentito l’abbassamento del quorum, rendendo il successo di Fink e dei Del Vecchio ancora più tondo. Poi magari Giorgetti venderà anche quel 4,8%.

Da questa brevissima cronistoria discendono alcune conseguenze non banali per il sistema creditizio e finanziario italiano. La prima è rappresentata dal fatto che pare fallito il disegno di creare un terzo “polino” nazionale, caldeggiato da Meloni-Giorgetti, e fondato sull’accordo tra Caltagirone e Delfin della famiglia Del Vecchio. Il modo davvero sgangherato e, per molti versi sospetto, come hanno messo in luce le indagini della Procura di Milano, con cui i due gruppi hanno operato per l’acquisizione di Mediobanca ha generato, molto probabilmente, la preoccupazione, soprattutto in casa Caltagirone, di una pericolosa esposizione nei confronti della centralità assunta proprio da Lovaglio in quella scalata.

Troppo forte è infatti il dubbio del “concerto”, a cui non sarebbe stato estraneo neppure il governo per effetto delle modalità della preliminare cessione di una parte della sua partecipazione in Mps. Da ciò è discesa, forse, la decisione di Caltagirone di prendere le distanze da Lovaglio, dichiarandosi contrario alla sua riconferma alla guida di Mps. Lo stesso Lovaglio, tuttavia, non si è certo rassegnato a questo allontanamento e ha favorito la creazione di un nucleo di azionisti, a partire dalla famiglia Tortora, che portasse il suo nome nell’assemblea generale, incaricata della nomina. Si è aperta così una partita per molti versi inattesa che ha visto Delfin abbandonare il legame con Caltagirone, rompendo di fatto l’accordo che avrebbe dovuto definire la nuova governance di Generali, dove la neoacquisita Mediobanca ha un peso determinante.

In questo senso la rottura tra i due gruppi italiani ha segnato il venire meno, almeno nell’attuale fase, della possibilità per l’esecutivo Meloni di puntare a un controllo italiano di Generali. Nella vicenda della nomina di Lovaglio, dunque, sembra esaurirsi un progetto ben più vasto e si dimostra, se ancora ne servisse una prova, la capacità di BlackRock di avere un’incidenza determinante nella finanza del nostro Paese. Il voto del fondo guidato da Larry Fink, che ha una partecipazione importante anche in Bpm, schieratasi come detto con Delfin a favore di Lovaglio, è stato fondamentale nel consentire alla cordata Delfin di superare il 50% dei voti e nel mettere in minoranza la compagine guidata da Caltagirone.

L’obiettivo del grande fondo statunitense è evidentemente quello di dare continuità alla strategia di Lovaglio, i cui caratteri, assai probabilmente sono stati oggetto dell’adesione di BlackRock alla scelta di Mps su Mediobanca, e di garantirsi così il controllo della gestione del risparmio italiano.

Nella votazione in questione è emerso un altro dato significativo. Mentre BlackRock ha votato per Lovaglio, Vanguard, l’altro grande gestore, presente nell’azionariato di Mps, sia pur con una partecipazione decisamente più piccola, ha scelto di sostenere la candidatura di Francesco Palermo, avanzata da Caltagirone. Si è definita così un’insolita spaccatura tra i due più grandi gestori di risparmio a livello globale, che Vanguard ha motivato sulla base dei suggerimenti fornitigli dalla proxy Iss (Institutional shareholder services), suo principale consulente e sostenitore della tesi di una prospettiva di rendimenti più alti con la linea di Palermo.

Peraltro Vanguard ha fatto sapere che ascoltare i suggerimenti della proxy è coerente con la logica della cosiddetta “finanza passiva”, secondo la quale la società di gestione deve evitare un eccesso di protagonismo nelle decisioni di voto. Si tratta però di una situazione non banale perché il principale azionista di Iss è Deutsche Borse, il cui principale azionista è BlackRock.

È evidente allora che la scelta del vertice di BlackRock è stata decisamente “politica”, ben oltre i suggerimenti che possono venire da una proxy “tecnica”. BlackRock ha deciso che la battaglia per il risparmio italiano deve essere combattuta duramente e, appunto, politicamente, spingendo di fatto il Governo Meloni a rinunciare al terzo “polino” nazionale per mantenere buoni rapporti con l’azionista privato più forte nelle partecipate pubbliche e grande compratore del debito italiano.

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