Presentazione


Analisi, opinioni, fatti e (più di rado) arte da una prospettiva di classe.

23/08/2026

Una bambina di quattro anni è morta di difterite

In Italia non succedeva dal 1991. Non ce l’ho con quei genitori. Ce l’ho con chi li ha convinti.

Scrivo questo articolo con le mani che tremano un po’, e vi chiedo scusa in anticipo se non sarò freddo come dovrebbe essere un medico.

Alcuni giorni fa, all’ospedale dei Bambini di Palermo, è morta una bambina di quattro anni.

I primi sintomi erano comparsi la settimana scorsa. Febbre, vomito, inappetenza. Sembrava una tonsillite – perché così sembra, all’inizio. Poi le condizioni sono precipitate. È stata intubata, portata in terapia intensiva, e i medici hanno tentato anche la circolazione extracorporea: l’ultima cosa che si può fare quando il cuore e i polmoni non reggono più.

Non è bastato. La tossina aveva già colpito il cuore, il fegato, l’intestino.

I tamponi sono positivi al batterio della difterite. La conferma definitiva dell’Istituto Superiore di Sanità arriverà nei prossimi giorni – finché non arriva parliamo di sospetto – ma il direttore sanitario ha detto che per loro dubbi non ce ne sono.

La bambina non era vaccinata.

L’ultima morte per difterite in Italia risale al 1991. Trentacinque anni fa.

Ai genitori, prima di tutto il resto

Da stamattina leggo commenti feroci contro quel padre e quella madre. Capisco la rabbia. Non ci partecipo, e vi chiedo di non parteciparci.

C’è una famiglia che ha perso una figlia di quattro anni. Ci sono quattro fratelli che hanno perso una sorella. E ci sono due genitori che dovranno convivere, ogni singolo giorno per il resto della loro vita, con una domanda che nessuno di noi vorrebbe nemmeno sfiorare.

Non esiste punizione che il mondo possa aggiungere a questa. Nessuna.

Non li conosco e non li giudico. So soltanto una cosa, dopo quarant’anni passati in un ambulatorio pediatrico: nessun genitore rinuncia a un vaccino perché non ama suo figlio.

Mai. Nemmeno una volta, in quarant’anni.

Ci rinuncia perché ha paura. E la paura, nei genitori, nasce esattamente nello stesso posto in cui nasce l’amore. Chi non capisce questo non ha mai fatto il mio mestiere.

Quei due, oggi, sono le vittime più devastate di questa storia dopo la loro bambina.

Adesso passo alla parte in cui non sono più gentile

Perché se la mia rabbia non va verso di loro, da qualche parte va.

Va verso chi li ha convinti.

In questi anni si è costruita un’industria del dubbio. Non uso la parola a caso. C’è chi ci ha costruito sopra un pubblico, una notorietà, una carriera, in qualche caso un reddito. Ci sono libri, conferenze, video, canali. C’è tutto un ecosistema che vive del terrore dei genitori, e che quel terrore lo coltiva perché è la sua materia prima.

E poi – e questa è la parte che mi fa più male – ci sono migliaia di persone perbene che condividono.

Persone che non hanno alcuna cattiva intenzione. Che inoltrano un video nel gruppo WhatsApp della scuola. Che ripubblicano un post perché “fa riflettere”, “male non fa”, “sentiamo tutte le campane”. Che non hanno letto lo studio, non hanno controllato la fonte, non hanno verificato se quel medico esercita ancora.

A voi voglio dire una cosa, con tutto il rispetto: quel gesto non è neutro.

Condividere non è un’opinione. È un atto che ha conseguenze. Quel contenuto arriva a un genitore che sta decidendo, e quel genitore lo legge nel gruppo della scuola – cioè nel posto dove si fida – e ci trova la faccia di qualcuno che conosce.

E quel messaggio, in quel momento, pesa più di me. Pesa più di quarant’anni di dati.

Vorrei che chi ha condiviso quei contenuti negli ultimi anni oggi ci pensasse. Non per sentirsi in colpa: non è quello che chiedo, e la colpa non serve a niente. Ma per pensarci la prossima volta, prima di premere “inoltra”.

Perché una catena di condivisioni non ha un colpevole. Ha mille persone che hanno fatto un gesto piccolissimo. E in fondo alla catena, qualche volta, c’è un bambino.

Qualche spiegazione: cosa è la difterite, per chi non l’ha mai vista

Nessuno l’ha mai vista. Io compreso, e ho quarant’anni di mestiere alle spalle.

Comincia come un mal di gola qualunque. Poi nella gola si forma una membrana grigiastra, spessa, aderente, che ostruisce progressivamente il respiro. Un tempo la chiamavano “il male che strangola i bambini”.

Ma ciò che uccide più spesso non è il soffocamento: è una tossina che il batterio produce e che entra nel sangue, raggiungendo il cuore, i nervi, i reni. Nei non vaccinati, senza trattamento adeguato, la difterite è letale in circa tre casi su dieci.

E c’è un dettaglio che dovrebbe restare a tutti: il vaccino non protegge dal batterio, protegge dalla tossina. Non impedisce di incontrare l’infezione – impedisce che l’infezione uccida.

È esattamente ciò che qui è mancato.

Negli ultimi trent’anni in Italia si sono accertati otto casi di difterite, tutti non letali, tutti causati da ceppi che la tossina non la producevano.

Poi stanotte.

Il paradosso che dobbiamo capire

Ecco il punto che vorrei restasse più di ogni altro.

I vaccini sono vittime del proprio successo.

Funzionano così bene da far sparire le malattie dalla nostra vista. E quando una malattia sparisce dalla vista, sparisce anche dalla mente: diventa una cosa dei libri di storia, dei racconti dei nonni, delle fotografie in bianco e nero.

A quel punto succede l’inevitabile. Resta visibile solo il rischio del vaccino, mentre il rischio della malattia diventa invisibile.

Da una parte una puntura, la febbriciattola, la possibilità rarissima di una reazione. Dall’altra parte, apparentemente, niente. Un fantasma.

Ma il fantasma non se n’era andato. Si era soltanto tolto dai piedi finché eravamo in tanti a difenderci.

Nel mondo, nel 2025, l’OMS ha registrato oltre 30.000 casi di difterite. Nei Paesi dell’Unione Europea, nel solo 2024, ne sono stati segnalati 151. Il batterio non è stato eradicato da nessuna parte, e viaggia esattamente come viaggiamo noi.

E non riguarda solo la difterite.

Il morbillo in Italia sta risalendo: nei primi cinque mesi del 2026 le segnalazioni sono state 609 contro le 342 dello stesso periodo dell’anno prima. Quasi il doppio. La copertura della seconda dose di MPR è ferma all’84%, e nessuna Regione italiana raggiunge il 95% necessario a fermare la circolazione del virus.

Negli Stati Uniti va molto peggio, ed è il risultato diretto di scelte politiche che hanno sistematicamente alimentato il dubbio: nel 2026 hanno superato i 2.300 casi di morbillo, il massimo dal 1991, con il 93% dei malati non vaccinato. Rischiano di perdere lo status di Paese in cui il morbillo era stato eliminato.

Non è sfortuna. È una conseguenza.

Il dettaglio che mi toglie il sonno

Nelle cronache di oggi si legge che quei genitori avrebbero rinunciato ai vaccini perché convinti che l’autismo di un cugino fosse stato causato dal vaccino trivalente.

Non so se sia vero. Sono notizie giornalistiche, e le riporto con tutte le cautele.

Ma se lo fosse, guardiamo insieme cosa significa.

Il vaccino contro la difterite non è il trivalente. Sono due vaccini diversi, componenti diverse, momenti diversi della vita. La difterite si previene con l’esavalente, nei primi mesi.

La paura riguardava una cosa. La bambina è morta di un’altra.

Ed è così che funziona la disinformazione. Non convince di un fatto preciso: semina una diffidenza generale, indistinta. Poi quella diffidenza si allarga da sola, copre tutto, e alla fine lascia scoperto proprio il punto da cui arriverà il colpo.

Chi diffonde quei contenuti non ha detto a quella famiglia “non vaccinate contro la difterite”. Ha detto qualcosa di più vago e di più efficace: “non fidatevi”.

Sul legame tra vaccini e autismo ripeto quello che ripeto da anni. È stato cercato sul serio, da persone che avrebbero avuto tutto da guadagnare a trovarlo. Su 657.000 bambini in Danimarca. Su 95.000 negli Stati Uniti, compresi quelli che avevano già un fratello autistico, quindi con un rischio più alto in partenza. Su oltre un milione nelle analisi complessive.

Nessun aumento del rischio. Mai.

E l’autismo – che esiste, che è reale, e con cui migliaia di famiglie italiane convivono ogni giorno con enorme fatica – comincia a manifestarsi tra i dodici e i ventiquattro mesi. Cioè esattamente nell’età in cui si fanno i vaccini. Qualunque cosa si facesse a quell’età sembrerebbe la causa.

Non è colpa di quei genitori se hanno creduto a questo. È colpa di chi glielo ha raccontato.

Quello che chiedo alle famiglie

Non a tutte. So bene che chi ha già deciso di non ascoltare non cambierà idea per un articolo, e ho smesso da tempo di illudermi.

Parlo a chi ha dei dubbi e li tiene aperti. A chi è incerto. A chi ha letto qualcosa che l’ha spaventato e non sa più a chi credere.

Controllate il libretto vaccinale dei vostri figli. Stasera. Guardate i richiami, guardate le date.

Se avete saltato qualcosa, non è tardi. Non si ricomincia da capo: si riprende da dove ci si era interrotti, a qualunque età. Chiedete al vostro pediatra o al centro vaccinale.

E se avete paura, ditela. A voce alta, nel mio ambulatorio o in quello del vostro pediatra. Non esistono domande sciocche e non esistono domande imbarazzanti – e se qualcuno vi fa sentire stupidi perché fate una domanda su vostro figlio, quel qualcuno sta sbagliando mestiere.

Io preferisco mille volte un genitore che dubita, chiede, discute e alla fine sceglie capendo, a uno che firma senza guardare. L’ho scritto tante volte: preferisco famiglie convinte a famiglie adempienti.

Ma per convincersi bisogna parlare. E per parlare serve qualcuno disposto ad ascoltare senza giudicare.

Io ci sono. E i miei colleghi anche.

Un’ultima cosa, ai colleghi

Una malattia che non vediamo da trentacinque anni è tornata a uccidere.

Rimettiamola tra le diagnosi possibili davanti a un mal di gola che peggiora in fretta in un bambino non vaccinato. Perché la difterite, all’inizio, sembra una tonsillite. Sembra esattamente una tonsillite.

E se non ci pensiamo, non la vediamo.

Rischi e limiti

La causa del decesso non è ancora ufficialmente confermata: i tamponi sono positivi al batterio, ma si attende l’accertamento dell’Istituto Superiore di Sanità.

È in corso un’indagine della Procura, che riguarda anche la ricostruzione del percorso assistenziale. Non entro nel merito e invito a non farlo: un’inchiesta serve esattamente a stabilire ciò che oggi nessuno sa.

Le informazioni sulle motivazioni della famiglia provengono da fonti giornalistiche e non sono verificate.

Cosa cambia da ora in poi?

Per i genitori. Controllate il libretto vaccinale. Se mancano richiami, chiedete: si recupera sempre, a qualunque età.

Per chi condivide contenuti sui social. Prima di premere “inoltra”, chiedetevi due cose: chi lo ha scritto, e cosa succede se qualcuno ci crede.

Per tutti noi. Questa storia ha una lezione sola, e non riguarda una famiglia di Palermo.

Riguarda il fatto che ci eravamo dimenticati di avere paura.

E che la difterite, invece, non si era dimenticata di noi.

Fonti: ANSA, Il Post, Giornale di Sicilia, Euronews (20 agosto 2026) · OMS, dati difterite 2025 · ECDC, sorveglianza difterite UE/SEE 2024 · ISS-EpiCentro, morbillo e coperture vaccinali in Italia · Hviid A et al., Ann Intern Med 2019 · Jain A et al., JAMA 2015 · Taylor LE et al., Vaccine 2014.

Fonte

Retorica tricolore e il conto lasciato ai posteri

di Emiliano Brancaccio

Sovranità, interesse nazionale, patria: parole che ricorrono ossessivamente nel lessico meloniano. Resta da capire quale sia il vero significato, quando dalla retorica si passa ai fatti. L’ultima crisi dell’acciaio a Taranto offre un rilevante banco di verifica. Riferendosi agli stabilimenti tarantini, Meloni ha assicurato che il mantenimento di un’importante capacità produttiva di acciaio è ritenuto dal governo «obiettivo di rilievo nazionale».

A ben vedere, però, le azioni del suo governo sembrano muovere in direzione esattamente opposta.

C’era una volta Dri d’Italia, società pubblica incaricata di realizzare a Taranto il tassello decisivo della riconversione ecologica: un nuovo impianto per produrre ferro preridotto, il cosiddetto Dri, da utilizzare in forni elettrici al posto del vecchio ciclo a carbone.

L’obiettivo ufficiale era «partecipare alla riconversione del sito produttivo di Taranto», abbatterne le emissioni e ridurre la dipendenza italiana dalle importazioni. Un ambizioso progetto di politica industriale, che doveva esser finanziato dal PNRR europeo con un miliardo.

Poi però comincia la ritirata. Con la revisione del PNRR gestita dal ministro Fitto, il miliardo viene stralciato per la «complessità del progetto». Il governo promette di recuperarlo con fondi nazionali e in effetti lo rifinanzia. Ma le buone intenzioni durano poco.

Le successive manovre del ministro Giorgetti erodono la dotazione di oltre un terzo. Nel 2026 il colpo finale: le risorse residue vengono sottratte alla modernizzazione di Taranto e ricondotte genericamente alla decarbonizzazione del settore. Il Dri pubblico a Taranto, di fatto, muore.

Restano in partita i privati. Il gruppo indiano Jindal si fa avanti, dichiarandosi disponibile a farsi carico anche della riconversione dell’impianto a caldo. Ma riemerge il vecchio problema: serve un massiccio sostegno pubblico per le infrastrutture, l’energia, la transizione ecologica.

Anche perché, se lo stato italiano non si impegna, Jindal avanza un’alternativa poco piacevole: spostare le fasi iniziali della produzione nei suoi stabilimenti in Oman e India e lasciare solo la fase finale a Taranto. Uscita dalla porta, l’urgenza dell’investimento statale rientra dalla finestra.

Ecco allora la trovata del governo. Su sollecitazione del ministro Urso, Federacciai propone una cordata di quattordici imprese italiane.

Il progetto nasce apertamente molto modesto: rinunciare alla conversione dell’impianto a caldo e limitare l’attività di Taranto alla lavorazione di acciaio prodotto altrove. Con due conseguenze: dimezzamento dell’occupazione locale e aumento della dipendenza dalle importazioni estere.

Ma la nuova soluzione, per Meloni e soci, è mediaticamente perfetta. Nasconde il disimpegno del governo con la grancassa della «cordata italiana». L’acciaio deve rimanere italiano, l’asset strategico non può essere ceduto agli indiani, e così via. Una curiosa declinazione dell’italianità: conta il passaporto del proprietario più del luogo effettivo in cui viene prodotto l’acciaio.

Ecco dunque il sovranismo meloniano alla prova dei fatti. Prima smonta un progetto pubblico che avrebbe modernizzato la produzione primaria nazionale. Poi celebra come patriottica una cordata italiana di privati che produrrà molto meno e comprerà all’estero quel che manca.

La siderurgia è un settore maturo, fortemente concentrato, in evidente ritardo dal punto di vista della transizione ecologica. È un caso da manuale di fallimento del mercato capitalistico. E dell’urgenza di una logica di pianificazione pubblica: decidere quanta capacità conservare, dove collocare la produzione di Dri, come coordinare la filiera con le reti dell’elettricità e dell’idrogeno, e così via.

Un piano pubblico darebbe all’Italia un ruolo guida nella faticosa ristrutturazione europea. E non sarebbe un’idea estranea alla storia continentale: in fondo, l’integrazione comunitaria iniziò proprio con un governo politico della ristrutturazione dell’acciaio.

Ma per Meloni e soci sarebbe un salto quantico. A quanto pare, trovano più facile agitare i passaporti tricolore dei nuovi aspiranti padroni e nascondere il conto industriale, occupazionale e ambientale che lasceranno.

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22/08/2026

Il labirinto pakistano

Turchia e Israele ai ferri corti, e due “Nato” in ballo

Il confronto tra i peggiori è aperto, e per la traballante armata imperialista (“l’Occidente unito” di cui fantastica Giorgia Meloni) è il momento di rifare i conti.

La notizia del giorno è il mandato di cattura internazionale emesso dal ministero della giustizia turco contro Netanyahu e altri dirigenti politici e militari di Israele. Formalmente è una segnalazione all’Interpol (una “red notice”) che riguarda anche il funzionario Afek Moskovitch per l’intervento armato contro gli attivisti della Global Sumud Flotilla che tentavano di portare aiuti umanitari a Gaza.

Per entrambi, insieme a una trentina di altri imputati, era già stato emesso il 14 luglio un mandato di arresto con l’accusa di genocidio.

L’iniziativa è più simbolica che reale, naturalmente, ma segnala la crescente contrapposizione tra i due paesi che fin qui hanno costituito il pilastro meridionale della Nato, anche se ufficialmente Israele non ne fa parte ma riceve il pieno sostegno materiale e militare dall’Alleanza.

La mossa di Erdogan arriva dopo il ben più concreto raid aereo israeliano contro la base di Abu al-Duhur, nella provincia di Idlib, nel nord della Siria, dove era appena finita una visita di “controllo” da parte di alti ufficiali dell’aeronautica turca. Il cui scopo era manifestamente quello di verificare l’entità dei lavori necessari a rimettere in funzione lo scalo.

Israele aveva rivendicato minacciosamente questo attacco: “se i turchi avessero conquistato la base di Abu al-Duhur a Idlib, in Siria, si sarebbero trovati a soli 300 chilometri da Israele” (il che fa sospettare che la “distanza di sicurezza” per i sionisti si misuri in anni-luce), sottolineando che Israele continuerà ad agire con fermezza contro quelli che ha definito “tentativi della Turchia di destabilizzare la regione e contro qualsiasi minaccia alla sua sicurezza”.

E ancora: “La Siria stava per rompere lo status quo in materia di sicurezza e consentire alle forze turche di schierarsi in una base aerea vicino ad Aleppo”, aggiungendo che: “Israele ha ripetutamente avvertito la Siria che un tale dispiegamento rappresenterebbe una minaccia per la sua sicurezza, ma la Siria ha scelto di ignorare questi avvertimenti”.

La Turchia, com’è noto, ha supportato per anni la guerriglia delle milizie jihadiste contro il regime alawita (frazione della “Scia” musulmana, che fa capo all’Iran) di Bashar al Assad, fino a farlo crollare. Fin lì gli interessi turchi e quelli israeliani avevano corso in parallelo, tanto che parecchi miliziani dell’Isis feriti risultavano ricoverati e curati negli ospedali di Tel Aviv (del resto quell’organizzazione terroristica non hai colpito obiettivi sionisti).

Con l’avvento di Al Jolani (ora Al Sharaa) al vertice di Damasco l’esercito israeliano si era comunque premurato di distruggere a terra le residue infrastrutture militari siriane, soprattutto aeree, in modo da avere un vicino praticamente incapace di difendersi. Numerosi attacchi e sconfinamenti dell’Idf, specie nella zona di Quneitra, si erano poi susseguiti senza alcuna reazione del nuovo governo siriano.

Lo “statu quo” che ora Netanyahu vuol mantenere è questo: una Siria sotto schiaffo, senza autonomia decisionale né difesa, da utilizzare magari come ascaro contro Hezbollah in Libano, sfruttando la storica contrapposizione tra le due anime dell’Islam, sciiti e sunniti.

Per il regime di Erdogan (la foto di apertura lo ritrae con Netanyahu a New York, nel settembre del 2023), ovviamente, non se ne parla nemmeno, dopo i decenni investiti per arrivare ad avere un ruolo dominante su Damasco e rilanciare in qualche misura la prospettiva “neo-ottomana”.

Il mandato di cattura turco per Netanyahu utilizza strumentalmente anche la vicenda della Flotilla, ma bisogna ricordare che Ankara ha un conto aperto con Israele da parecchi anni per la vicenda della Mavi Marmara, nave civile che faceva parte di un’altra spedizione di aiuti umanitari a Gaza, assaltata dall’Idf che uccise undici attivisti turchi e ne ferì parecchi altri. Nel silenzio complice dell’Occidente, naturalmente.

La lenta escalation del conflitto tra i due paesi subisce ora una forte accelerazione, con minacce reciproche sempre più esplicite. Ovvio che i “motivi umanitari” o di “legalità internazionale” sono solo pretesti. Il fatto che siano agitabili da un personaggio come Erdogan rivela però quanto il “civile Occidente dei diritti umani” abbia girato la testa dall’altra parte davanti al genocidio dei palestinesi e persino agli attacchi contro i propri cittadini a bordo delle varie Flotille.

Le preoccupazioni generali però arrivano dalla constatazione che questa accelerazione avviene quando sono ancora in piedi due guerre (Iran e Ucraina) che in varia misura sono collegate anche con Turchia e Israele. Ankara ha fornito a lungo i droni Bayraktar a Kiev, così come Israele ha fornito sempre a Kiev supporto di intelligence e tecnologie avanzate.

Soprattutto, questa accelerazione arriva pochissime settimane dopo l’accordo militare tra Turchia, Arabia Saudita e Pakistan che di fatto dà vita ad una “Nato sunnita” di forza niente affatto trascurabile. Ankara ha infatti il secondo esercito più grande nella Nato propriamente detta, Riad fondi praticamente illimitati e Islamabad l’atomica ed i missili per lanciarla, nonché un esercito quasi pari a quello turco.

I tre paesi, cui potrebbe unirsi presto anche l’Egitto (che teme di vedersi riversare in casa i due milioni di palestinesi di Gaza), hanno firmato anche una specie di “art. 5” che li obbliga alla mutua difesa militare in caso di aggressione ad uno di loro. Difficile, se non impossibile, che possa esser fatto scattare fin da subito, ma di certo non è stato pensato per farlo restare solo sulla carta.

Stiamo parlando di quattro grandi Paesi arabi o islamici che fin qui sono stati parte integrante dello schieramento “occidentale”, variamente impegnati nella costruzione di “corridoi” o accordi (per esempio quelli detti “di Abramo”) per normalizzare entro certi limiti i rapporti con Israele.

Si può inoltre notare facilmente come la Turchia stia in entrambe le alleanze, o meglio come si stia allontanando dall’Alleanza Atlantica senza rimanere isolata. Anzi... E va ricordato che i governi del mondo sunnita, fin qui, anche a costo di scontentare le proprie popolazioni, sono stati fin troppo tolleranti con Israele che portava avanti il genocidio dei palestinesi.

I quali, pur essendo storicamente il popolo più laico del Medio Oriente, sono pur sempre in stragrande maggioranza musulmani sunniti. Che la loro difesa fosse lasciata ai rivali sciiti, in fondo, non poteva durare per sempre... 

Anche in questo caso, comunque, emerge con chiarezza la follia sionista che va ad aprire un “quinto fronte” di guerra in Medio Oriente nella convinzione – che potrebbe però presto rivelarsi un’illusione – che gli Stati Uniti si faranno guidare sempre verso il baratro cui Israele si va dirigendo.

Il suprematismo (religioso o razzista) non ha più posto, nel mondo multipolare. Più tardi Israele se ne accorgerà, più traumatico sarà il risveglio. Se così si potrà chiamare...

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“C’è una guerra imperialista e genocida contro Cuba”

In questa intervista Luciano Vasapollo resoconta le condizioni incontrate durante il suo recente viaggio a Cuba con una delegazione della Rete dei Comunisti, della quale hanno fatto parte anche Rita Martufi e Giacomo Marchetti. Il suo è un racconto fortemente politico, che interpreta la drammatica situazione dell’isola come il risultato di una strategia di strangolamento economico, finanziario e commerciale condotta dagli Stati Uniti e resa possibile, a suo giudizio, anche dall’acquiescenza dell’Unione europea.

Nel suo racconto, Vasapollo insiste soprattutto su un punto: la guerra non coincide necessariamente con le bombe. Può essere combattuta anche attraverso sanzioni, blocchi commerciali, controllo delle forniture energetiche e impedimenti alle importazioni. Una guerra silenziosa che, secondo la sua lettura, produce effetti concreti sulla vita quotidiana della popolazione cubana.

Professor Vasapollo, quali sono le sue impressioni dopo questo nuovo viaggio a Cuba?


Le impressioni sono quelle di un Paese in guerra, perché di questo si tratta. Non lo dico per esagerare. Il problema è che siamo abituati a pensare alla guerra soltanto quando cadono le bombe, quando vediamo il sangue e i morti. Esistono invece guerre silenziose. Quella contro Cuba è una guerra economica, finanziaria e commerciale, una guerra di asfissia e di strangolamento che dura da decenni.
Il blocco statunitense ha progressivamente sottratto a Cuba possibilità di sviluppo e di autodeterminazione economica, politica e culturale. E negli ultimi mesi, con l’inasprimento delle misure volute dall’amministrazione Trump e soprattutto con il blocco delle forniture di combustibile, la situazione ha assunto caratteristiche ancora più drammatiche.

Lei parla addirittura di una guerra con caratteri genocidi. Non ritiene che sia un termine particolarmente forte?

È un termine forte, ma bisogna capire che cosa produce concretamente una politica di strangolamento. Quando manca il combustibile, inizialmente viene tolto alle automobili private, poi ai trasporti pubblici, quindi ai mezzi dello Stato e progressivamente anche ai servizi essenziali. Arriva un momento in cui vengono coinvolti i mezzi dei pompieri, le ambulanze e i sistemi di soccorso.
Senza combustibile non funzionano i trasporti, le persone non riescono a raggiungere il lavoro, le fabbriche si fermano. Se manca l’elettricità, non funzionano i frigoriferi e diventa difficilissimo conservare gli alimenti. Se mancano carburante ed energia, possono fermarsi anche le pompe che garantiscono l’approvvigionamento idrico.
Questa volta ho trovato una situazione persino peggiore rispetto al viaggio di marzo. In alcune realtà ho visto una mancanza d’acqua protrattasi per quaranta giorni. Non per una scelta della popolazione, ma perché le pompe dei pozzi non possono funzionare senza energia.

Quali sono le conseguenze più drammatiche che ha visto negli ospedali?

La mancanza di energia ha conseguenze che possono diventare questione di vita o di morte. Quando in un ospedale viene a mancare la corrente, vengono messi in difficoltà strumenti indispensabili per curare i malati. Ci sono bambini malati di leucemia o di cancro che necessitano di cure e apparecchiature che dipendono dalla disponibilità di energia elettrica.
E poi ci sono gli apagones, le interruzioni di corrente che possono durare trenta, quaranta o cinquanta ore consecutive, prima che l’elettricità ritorni magari soltanto per un periodo limitato. Quando tutti questi elementi si sommano – combustibile, elettricità, acqua, trasporti, medicine, alimenti – gli effetti sulla popolazione diventano devastanti.

Qual è, secondo lei, l’obiettivo politico di questa strategia?

Cuba non è in guerra con gli Stati Uniti. Non c’è una guerra dichiarata e Cuba non rappresenta una minaccia militare per Washington. Il punto, a mio avviso, è un altro: distruggere l’esempio di un altro mondo possibile.
Cuba dimostra che un Paese può organizzare la propria società al di fuori della logica dell’imperialismo e del capitalismo dominante, puntando sulla sanità pubblica, sull’istruzione gratuita, sullo sport e sull’accesso universale ai servizi fondamentali. È questo il vero problema per l’imperialismo: l’esistenza di un’alternativa.

Quindi il blocco non sarebbe soltanto uno strumento di pressione economica, ma una strategia ideologica?

Esattamente. Cuba viene punita perché ha scelto l’autodeterminazione e perché continua a rappresentare un modello alternativo. L’imperialismo statunitense non vuole semplicemente ottenere determinate concessioni economiche: vuole dimostrare che il socialismo non può funzionare.
E qui vedo anche una grande responsabilità dell’Europa. L’Unione europea continua a proclamare la propria autonomia strategica, la propria difesa dei diritti umani e il proprio multilateralismo, ma quando si tratta di Cuba troppo spesso accetta la logica imposta da Washington. Questa acquiescenza europea è politicamente grave.

Lei denuncia anche un grande silenzio mediatico. Perché?

Perché Cuba viene raccontata troppo spesso attraverso categorie precostituite. Si parla di crisi, di difficoltà, di problemi interni, ma raramente si mette al centro il fatto che esiste un blocco economico e finanziario che condiziona profondamente la vita dell’isola.
E questo silenzio riguarda anche una parte della sinistra europea. Non parlo soltanto della destra. Mi chiedo perché tanta stampa che si definisce progressista non racconti ciò che sta vivendo il popolo cubano e non racconti soprattutto la sua capacità di resistere.

Che cosa significa, concretamente, questa resistenza?

Significa inventiva, solidarietà e organizzazione collettiva. Ho visto persone affrontare la mancanza d’acqua attraverso una redistribuzione comunitaria. Una famiglia riesce a procurarsi una certa quantità d’acqua e la condivide con altre famiglie. Nei quartieri ci si organizza per capire chi ha una riserva e chi invece non ne ha.
Lo stesso accade con il cibo. Se una famiglia può cucinare una certa quantità di riso, ne prepara molto di più e lo distribuisce. Non è soltanto solidarietà individuale: è una forma di comunione dei beni di fronte a una difficoltà collettiva.

Anche sul piano dei trasporti avete visto forme di adattamento?

Certamente. Dove manca il carburante si cerca di utilizzare mezzi elettrici. Ho visto vecchi furgoncini sui quali sono stati installati pannelli solari. Si cerca di trasformare ciò che è possibile trasformare. Dalla Cina stanno arrivando pannelli solari che possono contribuire a questa riconversione.
Quando c’è un mezzo disponibile, viene utilizzato collettivamente. Cinque o sei persone salgono sullo stesso furgone e condividono il viaggio. È una risposta comunitaria a una situazione che rende impossibile la normalità.

E come reagiscono le persone agli apagones, alle lunghe interruzioni di corrente?

Con una dignità impressionante. La sera, quando manca la luce, le persone escono dalle case, si siedono sui muretti, parlano. I ragazzi si ritrovano insieme. Se qualche telefono ha ancora un po’ di carica, si ascolta della musica.
C’è una dimensione comunitaria molto forte. Per certi aspetti mi ha ricordato quello che accadeva una volta nei paesi della Calabria, della Sicilia e del Mezzogiorno: stare insieme, condividere quello che si ha, affrontare collettivamente le difficoltà.
È quella che definisco un’arte della sopravvivenza, ma anche un’arte del sorriso.

Questa capacità di resistere da dove nasce?

Nasce dalla storia di Cuba. È un popolo abituato alla lotta contro il colonialismo. Nell’Ottocento c’è José Martí e la resistenza al colonialismo spagnolo. Nel Novecento ci sono stati governi fantoccio e la forte influenza statunitense, fino alla Rivoluzione che ha cambiato radicalmente il volto dell’isola.
Poi sono arrivati decenni di blocco. Cuba ha imparato a resistere e a organizzarsi.

Lei contesta anche la definizione di “crisi umanitaria” riferita a Cuba. Perché?

Perché bisogna stare molto attenti alle parole. Non voglio che si trasformi una guerra economica in una presunta incapacità dello Stato cubano di governare il Paese.
Se si parla semplicemente di “crisi umanitaria”, si rischia di cancellare le cause politiche della situazione. E soprattutto si rischia di offrire agli Stati Uniti la giustificazione per un intervento presentato come umanitario. Prima si crea una situazione insostenibile attraverso il blocco e poi si interviene sostenendo di voler risolvere l’emergenza che si è contribuito a creare.
Cuba non è uno Stato fallito. Non lo è.

Perché è così importante sottolinearlo?

Perché abbiamo visto in questi giorni la capacità di Cuba di organizzare eventi internazionali di grande portata. Abbiamo partecipato a un convegno per i cento anni dalla nascita di Fidel Castro con circa 1.500 partecipanti, dei quali 1.100 stranieri provenienti da 63 Paesi.
Questo non è il quadro di uno Stato semplicemente collassato. È un Paese sottoposto a una pressione enorme che continua a organizzare la propria vita politica, sociale e internazionale.

Qual è allora la chiave per comprendere la resistenza cubana?

È la convinzione che esista un progetto alternativo. La resistenza non è soltanto sopravvivenza materiale. È anche convinzione politica. Molti cubani continuano a credere nel processo rivoluzionario e nel progetto socialista.
Abbiamo incontrato Miguel Díaz-Canel e abbiamo avuto con lui un confronto di circa tre quarti d’ora. Abbiamo espresso la nostra vicinanza e il nostro apprezzamento per il lavoro di resistenza che sta portando avanti insieme al popolo cubano.

Ma questa adesione riguarda davvero tutta la popolazione?

Non necessariamente. Non bisogna idealizzare. Ci sono persone che non sono comuniste, che non sono iscritte al Partito e che possono avere critiche nei confronti della Rivoluzione. Ma anche molti di loro comprendono che il ritorno sotto una logica coloniale e imperialista significherebbe una regressione drammatica.
C’è un sentimento anticolonialista e antimperialista che attraversa la società. La memoria di ciò che era Cuba prima della Rivoluzione rimane molto forte.

Lei sostiene quindi che la battaglia cubana abbia un significato che va oltre l’isola?

Assolutamente sì. La questione cubana riguarda tutti noi perché mette in discussione il sistema di potere internazionale. Cuba continua a sostenere che un Paese piccolo possa autodeterminarsi, scegliere il proprio sistema economico e politico e costruire relazioni internazionali senza sottostare ai diktat di Washington.
È questo che l’imperialismo non accetta.

E quale ruolo dovrebbe avere l’Europa?

L’Europa dovrebbe smettere di essere semplicemente un’appendice della politica estera statunitense. Se davvero vuole parlare di autonomia, sovranità, diritti umani e pace, deve avere il coraggio di applicare questi principi anche quando Washington preferirebbe il contrario.
La subordinazione dell’Unione europea agli interessi geopolitici statunitensi è uno dei problemi centrali della nostra epoca. L’Europa non può continuare a presentarsi come potenza autonoma mentre accetta il paradigma imperialista degli Stati Uniti.

Che cosa chiede allora alla società italiana ed europea?

Di non voltarsi dall’altra parte. Di conoscere Cuba, di rompere il silenzio e di costruire solidarietà concreta. Noi continuiamo a portare alimenti e soprattutto medicine. Le consegniamo alle istituzioni, ma anche alle comunità, ai nuclei familiari e ai Comitati di difesa della Rivoluzione, che le redistribuiscono nei quartieri, nei luoghi di lavoro e nelle scuole.
Eppure anche la solidarietà internazionale viene ostacolata. Secondo quanto ci è stato riferito durante la nostra esperienza, migliaia di container contenenti alimenti e medicine destinati a Cuba rimangono bloccati nei porti caraibici. È un’altra dimostrazione, a nostro giudizio, di quanto sia estesa la pressione esercitata dal blocco.

Qual è dunque il suo appello finale?

Aiutiamo Cuba. Stiamo vicino a Cuba. Rompiamo il silenzio. Non accettiamo che una guerra economica venga resa invisibile soltanto perché non produce quotidianamente immagini di bombardamenti.
Cuba sta pagando un prezzo enorme per la scelta di autodeterminarsi. E proprio per questo la solidarietà internazionale non deve essere carità: deve essere una scelta politica contro ogni forma di imperialismo, colonialismo e subordinazione.
Quella cubana è una battaglia che riguarda anche la possibilità di immaginare un ordine internazionale diverso, nel quale i popoli possano decidere il proprio futuro senza essere strangolati perché hanno scelto una strada che Washington non condivide.

Fonte

L’accanimento continua: Giorgio di nuovo in carcere

Nella serata di venerdì, senza alcuna avvisaglia, Giorgio è stato prelevato dai Carabinieri di Susa dalla sua dimora sopra la Credenza a Bussoleno e tradotto nel carcere delle Vallette.

A determinare il ritorno in casa circondariale è stata la revoca della misura alternativa concessagli dal Tribunale di Sorveglianza, a seguito di non ben specificate violazioni delle prescrizioni imposte.

Nel mese di marzo, dopo aver già passato parecchi mesi sottoposto alle misure stabilite dal Tribunale di Sorveglianza, guarda caso il giorno stesso della sua liberazione, Giorgio era stato nuovamente posto agli arresti domiciliari per scontare un’altra pena che avrebbe concluso in autunno. Invece, torna nuovamente in carcere.

Una nuova pagina della vicenda giudiziaria che lo riguarda e che da anni accompagna la sua storia all’interno del Movimento No Tav. Una vicenda che ognuno di noi ha seguito passo dopo passo e che ancora una volta ci porta a fare i conti con la dimensione di accanimento verso chi continua a colpire chi lotta contro la Torino-Lione.

Continueremo, dunque, a fare sentire a Giorgio e all* compagn* tedesch* a cui è stato confermato il carcere, la nostra vicinanza e solidarietà, in Valsusa come in città, nelle piazze come nei sentieri, consapevoli che la sua storia. che è la nostra storia di tanti e tante altre No Tav, è parte di un percorso collettivo che certo non si interromperà con le porte di un carcere.

Giorgio libero subito!
Tutti e tutte liber*!

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La fine del “Medio Oriente” statunitense

Il sostegno statunitense all’aggressione israeliana contro Gaza, in particolare sotto la presidenza Biden, ha distrutto qualsiasi residua autorità morale che gli Stati Uniti potessero ancora avere e la sconfitta di Trump in Iran ha infranto il mito dell'incontrastabile dominio militare americano.

La rivista Foreign Affairs ha pubblicato un articolo che prevedeva il collasso del cosiddetto “Medio Oriente americano” a causa delle politiche statunitensi nella regione. Come si manifesta concretamente questo scenario? E verso dove sta andando il mondo oggi?

Di seguito il testo dell’articolo.

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Il ruolo degli Stati Uniti in Medio Oriente è giunto al termine. L’ordine regionale che ha prevalso dal 1991 è stato una delle vittime della guerra israelo-americana contro l’Iran. Il fallimento degli Stati Uniti e di Israele nel rovesciare il regime di Teheran ha dimostrato la bancarotta di decenni di sanzioni e violenze.

Inoltre, l’incapacità degli Stati Uniti di proteggere le proprie basi presso gli alleati del Golfo dagli attacchi iraniani o di mantenere aperto lo Stretto di Hormuz ha seriamente minato il patto di sicurezza fondamentale che giustificava la presenza militare statunitense nella regione.

L’atteggiamento sempre più minaccioso di Israele e il suo abbandono di qualsiasi pretesa di raggiungere un accordo con i palestinesi hanno di fatto posto fine alla missione decennale di Washington di forgiare una partnership di sicurezza duratura tra i suoi alleati arabi e Israele.

Per trentacinque anni, l’obiettivo principale degli Stati Uniti è stato quello di confinare i propri eterogenei alleati in un sistema basato sulla protezione di Israele, inizialmente contenendo l’Iran e l’Iraq, e più recentemente l’Iran e i suoi alleati non statali.

Lungi dall’essere una deviazione da quella strategia, la guerra del presidente Donald Trump l’ha portata alla sua logica conclusione, cercando di eliminare la minaccia iraniana con la forza in un colpo solo. Come i leader americani prima dell’invasione dell’Iraq del 2003, e come Israele nelle sue guerre contro Hezbollah e Hamas, gli artefici di questa guerra hanno sovrastimato grossolanamente ciò che la forza militare poteva ottenere, hanno sottovalutato la capacità di adattamento degli avversari, dato per scontato che gli alleati sarebbero rimasti a guardare e ignorato cinicamente la vita delle persone comuni.

L’avventura sconsiderata di Washington non è stata tanto un’anomalia quanto la massima espressione di una falla fondamentale nella sua strategia per il Medio Oriente.

A prima vista, la guerra potrebbe non sembrare aver avuto un impatto significativo sulle alleanze che costituiscono il sistema americano. Di fronte a una guerra inconcludente e a un Iran più influente, gli stati del Golfo potrebbero aumentare gli acquisti di armi e le richieste di rinnovate garanzie di sicurezza, creando l’illusione di una stabilità duratura. Ma in realtà, il vecchio ordine sta cedendo il passo a uno nuovo.

La guerra contro l’Iran ha cambiato la situazione sul campo

La crisi di Suez del 1956 viene ricordata oggi come l’ultimo sussulto del potere imperiale britannico e francese in Medio Oriente, ma il raggiungimento di questa inevitabile fine ha richiesto anni. L’egemonia americana non scomparirà improvvisamente, ma i dubbi di lunga data sul potere americano e sui suoi obiettivi hanno raggiunto il punto di ebollizione.

La realtà della guerra con l’Iran e della guerra israeliana a Gaza ha già modificato i calcoli sia degli alleati che degli avversari degli Stati Uniti. Un altro conflitto o l’elezione di un nuovo presidente americano non risaneranno la frattura.

I prossimi anni promettono ulteriori conflitti. Israele e Iran condividono un interesse comune nel mantenere il Medio Oriente in uno stato di caos e violenza, e gli Stati Uniti hanno pochi mezzi per contenerli. Israele spera di espandere i suoi confini di fatto, annettendo quanta più parte possibile della Palestina storica, e di imporre il suo controllo con la forza su vaste aree della regione.

Supponendo che il regime iraniano non crolli a breve termine – il che sembra altamente improbabile – Teheran, rinvigorita, cercherà di difendere ed espandere la propria influenza regionale trascinando Washington negli infiniti e sconfinati conflitti della “zona grigia” in cui ha a lungo prosperato.

Se gli Stati Uniti sono finalmente pronti ad abbandonare la loro strategia fallimentare, il crollo di un sistema potrebbe rappresentare un’opportunità per costruirne uno migliore. Sebbene le circostanze siano tutt’altro che ideali – e la maggior parte dei leader e della popolazione della regione desideri ardentemente una tregua dagli attacchi militari e dalle turbolenze economiche – nutrono un profondo risentimento nei confronti di Washington per averli trascinati in questa situazione.

Anni di dominio

Per decenni dopo la Seconda Guerra Mondiale, le ambizioni americane in Medio Oriente furono plasmate dalla rivalità globale con l’Unione Sovietica, che suscitò un vivo interesse per la politica regionale a Washington, ma al contempo la rese cauta nei confronti di un intervento militare diretto.

L’attuale ordine in Medio Oriente, instaurato dall’amministrazione di George H.W. Bush dopo il crollo dell’Unione Sovietica e la Guerra del Golfo, è caratterizzato dall’egemonia americana. Washington ha avuto un’opportunità storica per assicurarsi il controllo assoluto su una regione a lungo contesa, rendendosi indispensabile attraverso la creazione di basi militari e accordi di sicurezza per contenere Iraq e Iran. Il suo sostegno militare e politico è stato fondamentale per la sopravvivenza di praticamente tutti i regimi della regione.

Nel tentativo di legittimare il proprio ruolo di potenza che trascende la mera dominazione aggressiva, Washington ha avviato il cosiddetto “processo di pace arabo-israeliano”, nella speranza di integrare i suoi alleati arabi e Israele in un quadro di sicurezza condiviso. Il risultato è stata una regione divisa tra un blocco guidato dagli Stati Uniti, composto da Israele, Turchia e la maggior parte degli stati arabi, e un blocco di opposizione meno formale che include l’Iran, la Siria di Assad e attori non statali come Hamas, Hezbollah e Ansar Allah. Questa struttura è rimasta sostanzialmente invariata nel corso di tre decenni di radicali cambiamenti nella politica globale, regionale e statunitense.

Secondo la narrazione americana, questo sistema garantiva un certo grado di stabilità, proteggendo al contempo interessi vitali degli Stati Uniti, come il commercio petrolifero e la sicurezza di Israele. Per molti versi, ciò era vero. Per la maggior parte del tempo, il petrolio fluiva in modo costante e a prezzi ragionevoli. Nessuna superpotenza rivale sfidava seriamente l’egemonia americana, nemmeno la Cina, che si limitava a osservare e a beneficiare delle opportunità economiche offerte dalla sicurezza americana.

Un prezzo salato da pagare per gli abitanti della regione 

Per Washington, i vantaggi strategici derivanti da questo sistema sembravano giustificare i costi delle guerre necessarie per mantenerlo, ma il prezzo era proibitivo per le popolazioni della regione. Gli ultimi trentacinque anni hanno visto Israele impegnato in numerose guerre di piccola entità contro i suoi vicini, molto più deboli, il completo fallimento del processo di pace israelo-palestinese, l’offensiva del 7 ottobre e la distruzione di Gaza da parte di Israele.

In Iraq, gli Stati Uniti hanno imposto dodici anni di dure sanzioni, bombardamenti intermittenti, tentativi falliti di cambio di regime e una disastrosa campagna di “controproliferazione”, seguiti dalla catastrofica invasione e occupazione del 2003, il tutto a un costo umano enorme. Sotto la guida americana, guerre devastanti hanno distrutto Libano, Libia, Sudan, Siria e Yemen.

L’ordine regionale si fondava sulle garanzie di sicurezza americane, non solo per gli stati arabi ma anche per i governanti che sedevano sui loro troni. La repressione delle aspirazioni democratiche era un elemento vitale di questo accordo, così come la protezione da qualsiasi attacco militare iraniano.

Per un breve periodo, durante le rivolte della Primavera araba del 2010-2011, la spinta al cambiamento sembrò invincibile, ma per il resto il sistema si dimostrò vincente. Praticamente tutti i regimi dell’alleanza guidata dagli Stati Uniti si aggrapparono al potere, e la maggior parte rafforzò ulteriormente la propria presa all’indomani delle proteste. Il sostegno statunitense alle riforme economiche neoliberiste incoraggiò questi regimi ad adottare piani di privatizzazione che esacerbarono la corruzione delle élite e impoverirono la maggior parte della popolazione.

Le campagne militari di Washington incoraggiarono inoltre i suoi alleati ad adottare forme invasive di sorveglianza e a reprimere qualsiasi potenziale dissenso in nome della sicurezza. Mentre i ricchi stati petroliferi del Golfo e piccole frange dell’élite araba prosperavano sotto questo sistema, per la maggior parte della popolazione l’ordine americano significava solo violenza, disperazione e privazioni. Praticamente sotto ogni punto di vista economico, politico e di sviluppo, il Medio Oriente ha registrato risultati peggiori sotto l’egemonia americana rispetto a qualsiasi altra regione.

Paradossalmente, le garanzie di sicurezza americane incoraggiarono gli alleati a ignorare gli interessi politici di Washington. La maggior parte si sentiva al sicuro da qualsiasi invasione o attacco esterno, creando un rischio morale: potevano perseguire i propri progetti ideologici e politici senza temere gravi conseguenze.

La preoccupazione di Washington per gli affari interni, la sua negligenza nei confronti delle realtà regionali e le sue esagerate paure dell’influenza cinese e russa hanno reso gli Stati Uniti un facile bersaglio per le potenze locali manipolatrici. Di conseguenza, nel corso dei decenni, Washington non è riuscita a contenere efficacemente Israele o a impedire ai suoi alleati arabi di perseguire politiche che minano gli obiettivi dichiarati degli Stati Uniti. Questi alleati nominali hanno ignorato le critiche ai loro interventi distruttivi in ​​Libia, Sudan, Siria e Yemen. Quasi tutti si sono opposti all’accordo sul nucleare iraniano del 2015, che l’amministrazione Obama sperava potesse contribuire alla stabilità regionale. E nel 2017, il blocco del Qatar, guidato dagli Emirati Arabi Uniti e dall’Arabia Saudita, ha minato il fronte unito contro l’Iran di cui la campagna di “massima pressione” di Trump aveva bisogno.

Le rivolte del 2010-2011 spinsero i governi arabi ad adottare nuove forme di intervento, in parte a causa della perdita di fiducia nella capacità e nella volontà degli Stati Uniti di rispondere a quelle che percepivano come minacce urgenti. Gli alleati autoritari, che da tempo temevano colpi di stato e rivoluzioni popolari, ora li vedevano come una realtà imminente di fronte agli alleati iraniani, ai movimenti armati e ai giovani attivisti liberaldemocratici.

Con la diffusione a macchia d’olio delle proteste, questi regimi si resero conto che le minacce interne potevano provenire da qualsiasi luogo, persino al di fuori dei loro confini. Quando assistettero al rovesciamento di Hosni Mubarak in Egitto nel 2011, conclusero di non poter contare sugli Stati Uniti per essere salvati dalle sfide interne. Se volevano garantire la propria sopravvivenza, dovevano intervenire e contenere la minaccia da soli. Tuttavia, i loro ripetuti interventi avevano prodotto risultati disastrosi, contribuendo a un colpo di stato militare in Egitto e a numerose guerre civili.

Per quanto riguarda Israele, ha mostrato un uso sempre più eccessivo della forza in tutta la regione e ha rafforzato la sua occupazione militare nella Striscia di Gaza e in Cisgiordania, e persino in alcune zone del Libano e della Siria.

Uno dei motivi per cui il sistema americano è durato così a lungo è che gli accordi di sicurezza su cui si fonda non sono mai stati realmente messi alla prova. I leader regionali si sono lamentati ripetutamente di sentirsi abbandonati, ma non si sono mai comportati come se l’abbandono fosse una possibilità concreta. Per anni, la guerra tra Stati non ha rappresentato una minaccia significativa. Israele ha bombardato ripetutamente Gaza e il Libano, ma nessuno Stato arabo alleato degli Stati Uniti si è mostrato eccessivamente preoccupato per un attacco israeliano.

Allo stesso tempo, gli Stati Uniti cercarono di consolidare il proprio dominio in Medio Oriente promuovendo una cooperazione militare e politica aperta tra i loro alleati arabi e Israele. Questo obiettivo non era nuovo; la formazione di un’alleanza anti-iraniana guidata dagli Stati Uniti era stata un obiettivo di ogni amministrazione americana dal 1991. Tuttavia, Trump si distinse dai suoi predecessori perseguendo questa strada senza collegare la normalizzazione dei rapporti arabo-israeliani ai progressi sulla questione palestinese. Nel 2020, la sua amministrazione mediò gli Accordi di Abramo tra Israele e, inizialmente, il Bahrein e gli Emirati Arabi Uniti.

Il Marocco si unì poco dopo, e il Sudan firmò un accordo preliminare che non fu mai formalmente attuato. Ma quando l’amministrazione Biden cercò di persuadere l’Arabia Saudita a firmare, sottovalutò l’importanza della questione palestinese per l’opinione pubblica saudita e sottovalutò la crescente rivalità tra Riyadh e Abu Dhabi. Non riuscì inoltre a comprendere la crescente opposizione popolare alla normalizzazione né a prevedere l’imminente catastrofe a Gaza.

Scuotimento dell’ordine regionale statunitense

L’ordine regionale statunitense è già stato scosso in passato, anche durante la disastrosa invasione dell’Iraq del 2003 e le rivolte popolari del 2011, ma si è sempre rimodellato. I politici americani sono rimasti intrappolati in questa struttura da loro stessi creata, così come le potenze regionali che vi sono radicate. Ogni presidente, da Bill Clinton in poi, si è insediato promettendo di ridurre il coinvolgimento degli Stati Uniti in Medio Oriente, salvo poi ritrovarsi trascinato nelle stesse politiche e guerre.

La duplice crisi della distruzione di Gaza da parte di Israele e della guerra israelo-americana in Iran potrebbe apparire come un altro episodio di questo ciclo. Ma in realtà, questi eventi, considerati insieme, hanno inferto un colpo fatale al “Medio Oriente” americano. Il sostegno degli Stati Uniti all’aggressione israeliana contro Gaza, in particolare sotto la presidenza di Joe Biden, ha distrutto qualsiasi residua autorità morale che gli Stati Uniti ancora possedevano. La sconfitta di Trump in Iran ha infranto l’illusione di un’assoluta supremazia militare americana. Entrambi gli eventi hanno dimostrato agli stati arabi la loro scarsa influenza reale nell’ordine regionale e il valore decrescente delle garanzie di sicurezza americane.

Sia sotto l’amministrazione Biden che sotto quella Trump, i funzionari americani non sono riusciti a comprendere le devastanti conseguenze della guerra di Israele contro Gaza. L’opinione prevalente era che contassero solo le opinioni dei leader regionali, che questi leader si fossero da tempo dimenticati dei palestinesi e che desiderassero legami più stretti con un Israele forte e maggiori garanzie di sicurezza offerte dagli Stati Uniti come incentivo.

Forse il miglior esempio di questa miopia è il futile tentativo di Biden di mediare una normalizzazione delle relazioni tra Israele e Arabia Saudita, anche dopo che il crescente numero di vittime a Gaza aveva reso tale cooperazione politicamente rischiosa agli occhi dell’opinione pubblica araba che Riyadh aspirava a guidare.

L’incessante ricerca da parte di Washington di una maggiore cooperazione araba con Israele ha esacerbato le divisioni. Essendo uno dei primi due firmatari degli Accordi di Abramo, gli Emirati Arabi Uniti hanno continuato a collaborare con Israele durante la campagna israeliana a Gaza e mentre Israele lanciava attacchi militari in Iraq, Libano, Siria, Yemen e persino in Qatar.

Durante la guerra con l’Iran, secondo il Wall Street Journal, gli Emirati Arabi Uniti si coordinarono con Israele e gli Stati Uniti per lanciare attacchi contro obiettivi iraniani. L’Arabia Saudita, d’altro canto, osservava con preoccupazione l’alleanza tra Emirati e Israele. Riad e Abu Dhabi erano già in disaccordo sulla Siria, dove l’Arabia Saudita sosteneva il regime post-Assad mentre gli Emirati condividevano l’ostilità di Israele nei suoi confronti, e anche sullo Yemen, dove l’Arabia Saudita aveva appena espulso i miliziani emiratini.

L’Arabia Saudita si è lamentata del fatto che gli Emirati Arabi Uniti stessero sostenendo movimenti separatisti che minavano la stabilità regionale, e ha visto la partnership tra Israele e gli Emirati Arabi Uniti come una minaccia alla propria leadership regionale. Questa disputa ha ulteriormente complicato le possibilità di Washington di mobilitare le principali potenze della regione a sostegno della sua campagna per sconfiggere l’Iran.

Se la guerra a Gaza aveva gettato dubbi sul futuro della leadership regionale americana, la guerra contro l’Iran ha segnato il destino di tale sistema. I leader del Golfo erano furiosi perché gli Stati Uniti e Israele avevano lanciato la guerra senza consultarli, pur conoscendo la loro opposizione, e mentre erano impegnati in negoziati con l’Iran mediati dall’Oman. Questa guerra, sulla quale non avevano avuto voce in capitolo, li esponeva a una risposta iraniana diretta.

Sebbene i sistemi di difesa missilistica americani abbiano proteggo il Golfo dagli attacchi missilistici più violenti, un numero sufficiente di raid iraniani è riuscito a penetrarli, infliggendo danni significativi e destabilizzando la struttura socio-economica della regione. L’Iran ha preso di mira gli interessi e gli obiettivi americani in tutto il Golfo, comprese nazioni amiche come l’Oman e il Qatar, ma ha concentrato i suoi attacchi sui firmatari degli Accordi di Abramo: in particolare il Bahrein e gli Emirati Arabi Uniti. Nel giro di poche settimane, l’Iran ha danneggiato, distrutto o reso inefficace una parte significativa della rete di basi militari che sosteneva l’egemonia americana in Medio Oriente.

Il fallimento degli Stati Uniti e di Israele nel rimuovere il regime iraniano

La fiducia degli alleati del Golfo in Washington si è ulteriormente indebolita con il fallimento della campagna israelo-americana per rovesciare il regime iraniano. Per decenni, i sostenitori del bombardamento dell’Iran avevano sostenuto che un simile attacco, sebbene potenzialmente caotico, avrebbe eliminato definitivamente la minaccia iraniana. Eppure, Stati Uniti e Israele, con tutta la loro potenza militare, hanno fallito miseramente. Inoltre, gli Stati Uniti sono rimasti a guardare mentre l’Iran chiudeva lo Stretto di Hormuz, mettendo a repentaglio l’intera economia del Golfo.

Ancora una volta, i leader del Golfo sono rimasti scioccati non solo dal disinteresse dell’America per i loro desideri, ma anche dalla sua palese impotenza. Il loro shock si è trasformato in rabbia quando gli Stati Uniti hanno bombardato gli impianti idrici e Israele i depositi petroliferi iraniani. Washington stava mettendo a repentaglio il futuro dei suoi partner; se Teheran avesse reagito colpendo impianti idrici o siti nucleari nel Golfo, la conseguente spirale di escalation avrebbe portato gli stati del Golfo ad affrontare una catastrofe economica e una devastazione ambientale di proporzioni enormi, rendendoli inabitabili.

Gli stati del Golfo non si fidano più delle garanzie di sicurezza americane

Da tutto ciò, gli Stati del Golfo hanno tratto la conclusione che le garanzie di sicurezza americane, che costituivano il fulcro dell’accordo regionale, non erano più affidabili. La regione si era già resa conto nel 2011 che Washington era incapace di proteggerla dalle minacce interne. Se non ci si poteva fidare di Washington nemmeno per consultarsi con gli alleati, sconfiggere gli avversari o proteggere i partner dalle conseguenze delle sue avventure regionali, allora a cosa servivano le sue promesse? L’accordo fondamentale offerto dagli Stati Uniti era crollato e non sarebbe stato facile ricostruirlo.

È ormai comune paragonare una guerra con l’Iran al momento di Suez per Washington. In effetti, esistono parallelismi tra il disastro odierno e il fallito complotto anglo-francese-israeliano per impadronirsi del Canale di Suez nel 1956, che si concluse con una clamorosa vittoria politica per il presidente egiziano Gamal Abdel Nasser.

La crisi di Suez divenne il simbolo del crollo degli imperi europei e della transizione da un mondo multipolare al sistema bipolare che prevalse durante la Guerra Fredda. Tuttavia, la crisi di Suez non pose fine immediatamente agli imperi britannico e francese in Medio Oriente. La Francia continuò la sua guerra per mantenere il controllo dell’Algeria per altri sei anni, e il Regno Unito rimase la potenza dominante nel Golfo per un decennio e mezzo, combattendo i movimenti di opposizione nell’attuale Oman e Yemen prima del suo ritiro definitivo dalla regione nel 1971. Gli eventi richiedono tempo per dispiegarsi completamente.

Ci vorrà del tempo prima che le conseguenze complete del disastro americano in Iran diventino chiare

Le conseguenze complete della disfatta americana in Iran richiederanno tempo per essere pienamente comprese. Nel breve termine, l’ordine regionale guidato dagli Stati Uniti non scomparirà. Gli Stati Uniti potrebbero ritirarsi dalle basi militari distrutte dall’Iran, ma continueranno a svolgere un ruolo di primo piano nella difesa regionale. È improbabile che gli Stati del Golfo rompano immediatamente i rapporti con Washington. Temendo per il loro futuro e non avendo alternative concrete, potrebbero rafforzare i legami con Washington, come ha tentato di fare l’Arabia Saudita concludendo un accordo sul nucleare a lungo atteso, salvo poi vederne i termini modificati da Trump il giorno successivo, lasciando l’accordo in sospeso.

La frattura tra Stati Uniti e Israele, sebbene reale e potenzialmente di lunga data, non porterà al crollo di questa alleanza in tempi brevi. Gli stati arabi manterranno inoltre rapporti di collaborazione con Israele e continueranno a beneficiare della tecnologia militare e di intelligence israeliana.

I piccoli aggiustamenti che gli attori regionali iniziano ad apportare potrebbero non sembrare significativi all’inizio. Gli Stati hanno sempre perseguito i propri interessi, persino all’apice dell’egemonia americana. Persino gli alleati più dipendenti dagli Stati Uniti hanno imparato l’arte di temporeggiare, fare marcia indietro ed esercitare pressioni su Washington.

Continueranno a impegnarsi nelle loro rivalità interne, dando priorità alla sopravvivenza dei loro regimi e cercando di garantire la propria sicurezza. A volte ciò significa cooperare con Washington, a volte no.

Tuttavia, quella che appare come una continuità a breve termine non deve essere confusa con la sostenibilità di lungo periodo. Con la crisi di Suez, la disintegrazione degli imperi europei era inevitabile, non a causa di un singolo fallimento politico, bensì per l’ascesa del nazionalismo e dell’anticolonialismo, nonché per l’esaurimento economico e politico del modello imperiale europeo. Allo stesso modo, il sistema statunitense in Medio Oriente si sta deteriorando da anni a causa dell’accumulo di fallimenti politici, culminati nella perdita di un obiettivo comune e nell’impotenza militare messa in luce dalle recenti crisi.

Washington non sarà in grado di impedire la trasformazione regionale

Washington sarà tentata di rimanere fedele alle politiche che hanno caratterizzato il suo approccio al Medio Oriente per decenni, facendo affidamento sui rapporti con i leader politici della regione. Se i leader americani persisteranno su questa strada, dovranno aspettarsi lo stesso risultato: una regione afflitta da una perenne instabilità, da fallimenti economici e politici e da ricorrenti scoppi di conflitti violenti. Questi conflitti potrebbero richiedere solo occasionalmente un intervento militare americano, ma il caos richiederà costantemente attenzione e prosciugherà risorse inutilmente. E le guerre senza fine continueranno.

Questo esito potrebbe sembrare accettabile per i politici americani, abituati a gestire i conflitti e a mantenere relazioni con attori ostili, ma Washington non può impedire il passaggio a un nuovo ordine regionale semplicemente fingendo che nulla sia cambiato. Gli alleati arabi che hanno perso fiducia negli Stati Uniti eserciteranno sempre più la propria indipendenza.

Ciò potrebbe talvolta significare perseguire la via diplomatica con l’Iran ed espandere le relazioni con la Cina e la Russia contro il volere degli Stati Uniti. Altre volte, potrebbe significare intervenire in Libia, Sudan e nel Corno d’Africa, o innescare conflitti violenti in Iraq, Libano, Siria e Yemen.

Questo ordine emergente sarà plasmato da forze in gran parte al di fuori del controllo degli Stati Uniti. Israele, ad esempio, è determinato a proseguire i suoi interventi militari a prescindere dalla politica statunitense. Ha continuato la sua guerra contro Hezbollah sfidando il memorandum d’intesa tra Stati Uniti e Iran raggiunto a giugno e non ha mostrato alcuna volontà di ritirare le sue forze dal Libano meridionale.

I funzionari israeliani insistono sul fatto che Israele manterrà una presenza militare anche in Siria. E, in assenza di serie pressioni interne per l’adozione di politiche più moderate, nulla impedisce a Israele di annettere la Cisgiordania e distruggere completamente la Striscia di Gaza.

Le alleanze regionali si discosteranno sempre più dalla coalizione anti-iraniana immaginata dai funzionari statunitensi. Invece di fare affidamento sulla protezione americana, diversi Stati del Golfo potrebbero cercare accordi collaterali con l’Iran per evitare di essere presi di mira.

Anziché seguire l’approccio di Washington, la politica regionale si concentrerà probabilmente su una feroce competizione per l’influenza tra Emirati Arabi Uniti e Arabia Saudita. Prima dello scoppio della guerra con l’Iran alla fine di febbraio, Riad aveva iniziato a formare una coalizione che includeva Egitto, Pakistan, Qatar e Turchia per contrastare l’alleanza tra Emirati Arabi Uniti e Israele, sostenuta dagli Stati Uniti.

Questa rivalità riprenderà una volta cessati i combattimenti, potenzialmente destabilizzando paesi già stremati, estendendosi all’intera regione e generando innumerevoli nuove crisi che una Washington distratta farà fatica a gestire.

Infine, la maggior parte dei regimi dovrà affrontare crescenti pressioni dalle proprie popolazioni, poiché le ripercussioni della guerra con l’Iran gettano una lunga ombra sulle già fragili economie della regione. Questi effetti non si limiteranno ai paesi le cui infrastrutture sono state danneggiate dagli attacchi iraniani.

In Egitto, ad esempio, i forti aumenti dei prezzi del carburante e dei generi alimentari, unitamente alle significative perdite di entrate del Canale di Suez dovute all’interruzione del traffico marittimo globale causata dalla guerra, stanno esacerbando le crisi finanziarie e la disoccupazione già esistenti.

Molti paesi già colpiti dai tagli agli aiuti statunitensi potrebbero perdere un’altra vitale fonte di investimenti esteri, mentre i ricchi stati del Golfo si confrontano con i propri problemi economici. I rancori interni e la rabbia per Gaza creano una miscela pericolosa, e un’ondata di proteste che ricordano le rivolte di 15 anni fa potrebbe essere all’orizzonte.

L'ultima possibilità

Il violento crollo del vecchio ordine regionale potrebbe sconvolgere o addirittura far deragliare qualsiasi tentativo di instaurare un nuovo sistema efficace, ma questo momento potrebbe anche rappresentare un’opportunità per gli Stati Uniti di rimodellare gli accordi fondamentali che hanno prodotto questi risultati devastanti.

Formulare una nuova e valida politica verso il “Medio Oriente” richiede di riconsiderare la decisione di dare priorità alle relazioni con alleati canaglia e autocratici in nome del pragmatismo.

Allo stesso modo, si presumeva che limitarsi a parole di sostegno alla “soluzione dei due Stati”, mentre Israele continuava la sua graduale annessione di territori palestinesi ed eludeva veri negoziati di pace, sarebbe stato sufficiente a mantenere il favore degli alleati arabi.

Ciò significava per gli Stati Uniti non prendere mai in considerazione l’adozione di politiche che avrebbero ottenuto l’approvazione, o anche solo il sostegno, delle popolazioni della regione. Significava anche che Washington non poteva impegnarsi seriamente nella promozione della democrazia o nella difesa dei diritti umani, perché la sua strategia si basava sulla loro assenza.

L’amministrazione Trump, che ha deriso la democrazia e lo stato di diritto sia a livello nazionale che internazionale, non cambierà questa realtà. È difficile immaginare Trump, con la sua estrema indecisione tra le diverse strategie, in grado di delineare un nuovo ordine regionale, ma il suo successore avrà una reale opportunità di rompere con lo status quo e formulare una strategia più coerente ed efficace per il Medio Oriente.

Questo processo inizia con l’abbandono dell’intervento militare come prima risorsa e con la fine della pratica diplomatica basata sui raid aerei. La priorità di Washington deve essere la difesa, non l’attacco.

Un modo per dimostrare questa intenzione è rinunciare alla ricostruzione delle basi militari statunitensi danneggiate o distrutte nel Golfo e concentrarsi invece sugli investimenti nella condivisione di informazioni di intelligence, nei sistemi di difesa missilistica per i partner del Golfo e nel mantenimento della libertà di navigazione attraverso lo Stretto di Hormuz.

Gli Stati Uniti dovrebbero perseguire la stabilità in Medio Oriente attraverso la diplomazia e la difesa collettiva, non il contenimento militare. È tempo che Washington si impegni in un processo diplomatico che integri l’Iran nell’architettura di sicurezza regionale come partner costruttivo. Gli Stati del Golfo potrebbero essere aperti a questo approccio, nonostante la rabbia per i recenti attacchi iraniani; dopotutto, Arabia Saudita e Iran hanno raggiunto un riavvicinamento nel 2023 dopo una precedente ondata di aggressioni iraniane.

L’amministrazione Obama presentò una visione simile durante i negoziati per l’accordo sul nucleare iraniano del 2015, con lo stesso vicepresidente J.D. Vance che si dichiarò pronto a “trasformare radicalmente” le relazioni tra Stati Uniti e Iran in seguito a un nuovo accordo. L’ambizione c’è, ma la nuova amministrazione deve dimostrare rapidamente e con decisione il proprio impegno a realizzarla.

Il ripensamento della politica americana deve includere anche il modo in cui Washington gestisce i rapporti con i suoi alleati, Israele compreso. Le condizioni sono mature per una rivalutazione delle relazioni tra Stati Uniti e Israele: secondo un sondaggio della Quinnipiac University pubblicato a giugno, quasi due terzi dei democratici e più della metà degli indipendenti ritengono che gli Stati Uniti sostengano Israele eccessivamente.

A metà luglio, più della metà dei democratici alla Camera dei Rappresentanti ha votato a favore di una legge per interrompere gli aiuti militari statunitensi a Israele.

La nuova amministrazione dovrebbe sfruttare questo slancio per esercitare pressioni su Israele, pressioni che le precedenti amministrazioni statunitensi hanno evitato. Washington non dovrebbe abbandonare il suo alleato, ma dovrebbe esigere che Israele rispetti i diritti umani, arresti la graduale espansione in Cisgiordania e ponga fine ai suoi interventi destabilizzanti in Libano e Siria.

In termini più ampi, la stabilità regionale richiede che gli Stati Uniti si impegnino nuovamente a rispettare gli standard internazionali in materia di diritti umani, si oppongano ai movimenti armati in paesi come la Siria e lo Yemen e scoraggino gli interventi militari e le guerre per procura che i paesi partner potrebbero intraprendere in regioni come il Sudan e la Libia.

Le nuove politiche statunitensi non creeranno un Medio Oriente stabile e pacifico dall’oggi al domani. Inizialmente, queste politiche troveranno scarso sostegno popolare in una regione abituata all’ipocrisia americana.

In seguito, l’ascesa di governi più sensibili alle esigenze democratiche nella regione potrebbe causare numerosi problemi, poiché politici ambiziosi si contenderanno il primato nel condannare e denunciare gli Stati Uniti; tuttavia, a lungo termine, un “Medio Oriente” governato da regimi meno propensi a seguire l’approccio di Washington alle politiche impopolari o a reprimere il dissenso popolare sarà probabilmente più stabile della regione odierna.

Washington fatica a immaginare un Medio Oriente che non domina e a concepire alternative valide all’attuale ordine regionale, per quanto imperfetto possa essere. Ma quest’ordine si sta sgretolando e questa potrebbe essere l’ultima occasione per i leader statunitensi di cambiare rotta. Se falliranno, assisteranno al declino del Medio Oriente dominato dagli Stati Uniti, proprio come accadde agli imperi europei che lo hanno preceduto.

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Credito e monopòli. Le due pericolosissime partite che riguardano Monte dei Paschi di Siena

di Alessandro Volpi

L’ipotesi di una scalata di Intesa Sanpaolo nei confronti di Monte dei Paschi di Siena rappresenta una delle operazioni più rilevanti nel panorama finanziario italiano e ha provocato la rapida reazione dell’amministratore delegato dell’istituto senese, Luigi Lovaglio, solerte nel proporre un doppio colpo ad effetto. Ma andiamo con ordine.

Al centro della partita si colloca la necessità, imposta dall’Europa, di completare l’uscita dello Stato dal capitale di Mps, ormai iniziata da tempo con varie dismissioni. In un simile, tormentato, percorso è emersa la proposta di acquisizione da parte del colosso guidato da Carlo Messina, soprattutto dopo la “conquista” da parte di Mps di un boccone appetitoso come Mediobanca con la conseguente presenza in Generali. Una simile operazione, condotta da Intesa, avrebbe conseguenze sistemiche di vasta portata, a partire dalla creazione di un polo bancario capace di dominare il mercato domestico ma destinato a sollevare seri interrogativi in termini di tutela del pluralismo bancario.

In tale ottica l’Antitrust si troverebbe a dover gestire una concentrazione troppo estesa di sportelli e di masse di risparmio. Proprio per superare gli inevitabili ostacoli legati all’eccessiva quota di mercato, il progetto di acquisizione dovrebbe passare attraverso una complessa manovra di smembramento, portando in primo piano il ruolo strategico di Unipol e della sua controllata Bper. In questo scenario, la sistemazione dell’eccedenza di sportelli e dei rami d’azienda finirebbe nelle mani del gruppo guidato da Carlo Cimbri, che agirebbe come il naturale acquirente degli asset ceduti da Intesa per evitare sanzioni sulla concentrazione.

Si materializzerebbe tuttavia il temuto rischio dello “spezzatino” di Mps, ovvero una frammentazione che vedrebbe i suoi pezzi pregiati spartiti tra i giganti del settore. In questo mosaico di interessi, il ruolo dei grandi fondi d’investimento internazionali emerge come il vero motore invisibile delle manovre, con BlackRock nelle vesti di protagonista assoluto in virtù della sua qualità di azionista rilevante sia in Intesa Sanpaolo sia in Unipol e Bper. L’influenza di Larry Fink non si limita alla semplice gestione passiva dei capitali ma si traduce in una spinta costante verso il consolidamento del settore bancario europeo; un’esigenza tanto più stringente quanto maggiore è il pericolo di una crisi finanziaria d’Oltreoceano.

Tuttavia, le ricadute per l’economia reale restano un’incognita pesante perché il rischio di una contrazione del credito verso le piccole e medie imprese, storicamente legate alla capillarità territoriale di Mps, potrebbe frenare lo sviluppo di interi distretti industriali. La vicenda si configura dunque come un test cruciale per la governance economica nazionale, da cui la politica sembra voler rimanere estranea in nome di una fin troppo generica idea di mercato, ormai aggredito dai monopoli.

Una considerazione specifica merita la futura composizione dell’azionariato della banca che uscirebbe dall’acquisizione di Mps da parte di Intesa, dove convivrebbero il nucleo storico rappresentato dalle grandi Fondazioni bancarie, in particolare Compagnia di San Paolo e Fondazione Cariplo, che insieme detengono oltre l’11% del capitale di Intesa, e le famiglie del “salottino buono” che sono recentemente entrate nel capitale di Mps durante la fase di privatizzazione del Tesoro, tra cui Delfin della famiglia Del Vecchio e Francesco Gaetano Caltagirone. Il peso decisivo, però, lo avrebbero i fondi internazionali, con BlackRock e Vanguard stabilmente sopra le soglie rilevanti, che insieme agli altri investitori in lingua inglese deterrebbero oltre la metà del capitale sociale.

Quando il quadro sembrava definirsi, il cda di Mps ha approvato una strategia difensiva di portata storica per contrastare l’offerta di Intesa Sanpaolo, puntando a una clamorosa integrazione con Banco Bpm e Banca Generali. Si tratta di una operazione che gioca il tutto per tutto: da un lato, un’offerta pubblica di scambio sulla totalità di Banco Bpm, valutata circa 21 miliardi di euro, per raggiungere una massa critica tale da rendere Mps non più contendibile; dall’altro, un complesso scambio di partecipazioni con il Gruppo Generali.

Siena intenderebbe infatti utilizzare la propria quota del 13,2% in Generali, che vale circa 8,5 miliardi di euro, come moneta di scambio per acquisire il controllo di Banca Generali e procedere successivamente al suo delisting. Sebbene la proposta si basi prevalentemente su uno scambio di azioni (“carta contro carta”) per limitare l’esborso monetario, il valore complessivo dell’entità nascente supererebbe i 50-60 miliardi di euro di capitalizzazione, trasformando radicalmente gli equilibri del settore creditizio e del risparmio gestito in Europa. Dunque sono in corso due partite, entrambe pericolosissime per Mps che deve stare molto attenta a non ripercorrere una storia già vista.

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