Presentazione


Analisi, opinioni, fatti e (più di rado) arte da una prospettiva di classe.

27/08/2026

Avere vent'anni: Slayer - 2006 - Christ Illusion

L’album di cui mi accingo a scrivere è molto significativo per me. Mi ero completamente rotto i coglioni di quel che usciva in ambito metal, e meditavo di far piazza pulita in una cameretta che oramai assomigliava a un deposito di dischi fuori controllo, per quanto fosse tenuta in maniera ordinata. Lo feci, recuperai metri quadri lì dentro. Per i due anni a seguire non avrei comperato neanche un disco, né atteso un’uscita discografica: una disintossicazione completa che durò fino al giorno che mi incuriosii, più per rispetto che per altro, a quel ritorno alla decenza che corrispondeva al titolo di Death Magnetic. Tornando a ritroso, l’inizio di quel breve periodo di desaturazione dal metal fu il giorno che dissi: “Compro Christ Illusion perché sono gli Slayer e perché è rientrato Dave Lombardo, ma è l’ultimo che compro”.

L’album mi trasmise un’esaltazione tale da arrivare vicino a ripensarci e rimanere sulla barca, sebbene fossero gli anni peggiori che io ricordi a un livello strettamente discografico. A dire il vero un po’ li rimpiango, perché tutte le cariatidi che oggi si tengono strette il posto fisso da headliner ai festival all’epoca avevano quarant’anni o poco più ed erano perlomeno presentabili nell’aspetto, nella credibilità così come nella tenuta del palco. Gli Slayer erano fra questi. Nessuno sospettava che sarebbe morto Jeff Hanneman, erano trattati alla stregua di un gruppo maturo ma che poteva ancora offrirci qualcosa. Dovevano solo chiuderla in qualche maniera con i modernismi tipici dell’ultima tranche di carriera.

Dave Lombardo era rientrato per la seconda volta in formazione, al termine di un tam tam mediatico che ci aveva fatto sospettare fossero sul punto di assumere quello dei Fear Factory, quello dei Misery Index o comunque qualcuno che perfino cani e porci avrebbero ritenuto inadatto. Era come una barzelletta in cui fanno i colloqui per un posto da elettricista e si presentano un idraulico, un panettiere e un artista di strada che fa i giochi con le bolle. Fortunatamente tornò lui: questo significava che un giorno sarebbero giunti nuovamente allo scazzo e all’astio, ma intanto ce lo saremmo tenuto stretto per un altro po’.

Non annunciarono un’uscita ufficiale fissata per l’undici settembre perché probabilmente un po’ scaramantici lo erano anche loro, ma affidarono a Larry Carroll, quel Larry Carroll, l’australiano con la capigliatura di Stefano Mazza autore delle tre copertine che ben ricorderete, l’arduo compito di fare incazzare tutti con un disegno, o un riferimento, che si ricollegasse all’undici settembre: le teste galleggianti di Reign in Blood sovrastate da un Cristo mutilato con l’incisione jihad sul petto, su uno sfondo urbano devastato dalle guerre. Funzionò talmente bene che in India ritirarono e distrussero tutte le copie dopo soli due mesi di vendita.

Col tempo l’ho molto ridimensionato. All’uscita mi esaltò nella quasi totalità, fatta eccezione per i rimasugli modernisti di Jihad e Skeleton Christ. Dave Lombardo fu tenuto un po’ sotto controllo: non il mitragliatore a briglia sciolta di South of Heaven, lo avrei maggiormente apprezzato nel successivo World Painted Blood proprio in virtù della libertà concessa ai suoi celebri passaggi sui rulli.

Flesh Storm fu una bella iniezione di fiducia. Tanto avevamo detto che Bitter Peace fosse la nuova Hell Awaits che ci ripetemmo, e arrivammo ad azzardare che questa fosse la nuova War Ensemble. Avevamo bisogno di nuove icone, di nuovi titoloni ai quali inneggiare: non so davvero spiegarmi certi atteggiamenti in altro modo. Il singolo Eyes of the Insane ebbe un discreto successo ma non mi piacque affatto, gli preferii di gran lunga Bloodline. Tolta l’intro ipnotica di Catatonic e l’annesso fill di batteria, tra i pochi semplici eppur memorabili del disco, il resto fu un assalto pressoché frontale. La velocissima Consfearacy e Catalyst, finalmente col suo surplus di violentissime rullate, e, nel finale, Black Serenade e i blast beat evitabilissimi di Supremist. Tutto quanto in piena velocità, riallacciandosi più ai riff estremi di Divine Intervention che alle irripetibili annate d’oro.

Perché questo? Perché la vena estrema degli Slayer di mezzo e del finale di carriera era il frutto della penna di Kerry King, che scrisse buona parte di Divine Intervention e del titolo in oggetto. Semplice. Bisogna tornare a Diabolus in Musica per individuare un contributo più consistente di Jeff Hanneman. Il piatto forte fu Cult, riproposta niente meno che allo Henry Rollins Show, probabilmente l’unico brano di Christ Illusion che in una ipotetica scaletta vorrei vagamente poter sentire dal vivo. Nessun capello strappato in caso contrario, sia chiaro.

Un album più che decente, se riletto e risentito vent’anni dopo l’ubriacatura del 2006. Un album, probabilmente, con meno idee di World Painted Blood, ma con più benzina in serbatoio di quanta ne avremmo ritrovata tre anni più tardi, come ad accertare che sì, ne eravamo follemente innamorati, ma gli Slayer erano già nel pieno di un declino che sarebbe culminato nella morte del loro elemento più significativo. (Marco Belardi)



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Chi è Brad Parscale, il fabbricatore di bot & troll fascisti e filo-israeliani

Il tentato femminicidio da parte di Fernando Cerimedo in Bolivia (1) ha messo in luce il livello di articolazione dell’internazionale di estrema destra in America Latina e, ancora una volta, la sua complicità con il potere, la violenza e la corruzione.

Che sia in Argentina, Cile, Brasile o Honduras, un piccolo gruppo di attivisti dedicati alla consulenza elettorale e politica ha stabilito reti sfumate in cui il legale e l’illegale si intrecciano e in cui l’accumulo di potere nell’ombra viene usato, per lo più, per lo sviluppo di attività criminali e per la consumazione di crimini indicibili.

In tutti i casi, colui che si trova al centro nevralgico di questa rete underground è Brad Parscale, che i suoi seguaci considerano il principale “guru digitale” dell’estrema destra.

Originario di Topeka, Kansas, e con una laurea in studi finanziari internazionali presso la Trinity University, nel 2012 Parscale, fino ad allora un operatore digitale sconosciuto, si è aggregato alla famiglia Trump come progettista dei siti dei suoi vari prodotti aziendali.

Ma è stato nel 2016 che ha ottenuto la sua consacrazione contribuendo a trasformare la piattaforma pubblicitaria di Facebook grazie a un’iniziativa di micro-segmentazione tra diversi tipi di pubblico, una mossa strategica per promuovere la vittoria elettorale di Donald Trump.

Per raggiungere il suo obiettivo, Parscale non esitò a rivolgersi ai servizi di Cambridge Analytica, una società responsabile della fuga informatica di milioni di dati su potenziali elettori che, unita a una campagna sporca di bugie, distorsioni, pubblicità fuorvianti e accuse false, sarebbe diventata un modus operandi per lo sviluppo di future strategie elettorali iper-tecnologiche affrontate dall’estrema destra in tutto il pianeta.

Sulla base del successo politico del 2016, Parscale ha assunto il ruolo di responsabile della campagna per la rielezione di Trump nel 2020; tuttavia, sarebbe stato licenziato pochi mesi dopo.

Non più in diretto contatto con l’attuale presidente, sebbene lo abbia fatto con diversi leader della gioventù trumpiana, Parscale si è poi dedicato a costruire un conglomerato digitale, nella percezione che la politica non significhi più solo persuadere gli elettori, ma si concentri anche sul padroneggiare gli algoritmi che determinano ciò che le persone vedono e ciò in cui possono credere.

Nel settembre 2025, l’ex consigliere di Trump è stato nuovamente arruolato quando, tramite la sua azienda, Clock Tower X, è stato assunto per ripulire l’immagine del governo israeliano, severamente criticato a livello globale per le sue azioni a Gaza dopo gli attacchi terroristici di Hamas del 7 ottobre 2023.

Sebbene la campagna fosse ufficialmente mirata a combattere l’aumento dell’antisemitismo online, in realtà lo scopo era impedire ai giovani conservatori di rivoltarsi contro Israele, in un processo che è peggiorato, soprattutto dalla recente guerra degli Stati Uniti contro l’Iran in poi.

Secondo il Wall Street Journal, il contratto da 45 milioni di dollari includeva l’emissione di milioni di messaggi di testo generati dall’intelligenza artificiale e inviati ai telefoni cellulari statunitensi da un gruppo chiamato “Friends for Peace”.

L’operazione è stata condotta tramite un gruppo di media e agenzie di PR interconnesse, tutte gestite da Parscale e supportate da influencer dell’ecosistema conservatore di destra che, sui loro social media, dovevano colpire i giovani con un linguaggio specifico nei post relativi a Israele.

Secondo la rivista Time, l’azienda di Parscale produrrebbe 100 contenuti originali al mese, con almeno l’80% che prenderebbe di mira la “Gen Z” su TikTok, Instagram, YouTube e podcast.

Parscale ha promesso che l’iniziativa avrebbe generato almeno 50 milioni di impressioni digitali al mese, oltre a influenzare il modo con cui strumenti di IA come ChatGPT di OpenAI, Claude di Anthropic e Gemini di Google hanno caratterizzato Israele e la sua politica a Gaza.

La spina dorsale da cui si è strutturata tutta questa operazione mediatica era Salem Media Network e i suoi “canali di distribuzione allineati”: una vasta società di trasmissione ed editoria conservatrice di orientamento cristiano, dove Parscale ricopre il ruolo di chief strategy officer.

Altre aziende di sua proprietà o che lui stesso aveva creato, come Campaign Nucleus e Influenceable, avrebbero avuto la responsabilità di penetrare direttamente nei giovani ospiti di ultradestra di Trump. Ma, finora, non sembra che la missione di Parscale abbia avuto successo.

Secondo il Pew Research Center, l’opinione positiva sia su Israele che su Netanyahu è in calo dal 2025: solo il 32% degli americani ora ha un’opinione favorevole del governo israeliano, il livello più basso degli ultimi decenni.

La tendenza si approfondisce ancora di più quando, secondo lo stesso studio, i repubblicani sotto i 30 anni hanno opinioni simili sia sugli israeliani che sui palestinesi, il che rappresenta un cambiamento radicale rispetto a quanto avvenuto qualche anno fa, quando erano molto più propensi a favorire i primi.

In un momento di crescente giudeofobia negli Stati Uniti, che cresce dal 2023, il sostegno della Casa Bianca a Israele è stato anche una delle principali cause della crisi che il finora inespugnabile movimento MAGA sta iniziando a soffrire nelle ultime settimane, e che si sta frammentando a causa dell’emergere di un nuovo settore critico nei confronti del coinvolgimento degli Stati Uniti nei conflitti esterni, come quello che si svolge da sei mesi contro l’Iran, ancora senza una soluzione chiara in vista.

Dalle sue basi a Washington e Miami, e senza trascurare i suoi affari con governi come Israele, Parscale credeva anche nella possibilità di erigere governi autoritari e anti-popolari sulla scena latinoamericana.

In generale, con collaboratori di basso rango e legato al Dipartimento di Stato guidato da Marco Rubio e ai leader repubblicani della Florida, Parscale ha fatto appello alla sua conoscenza oscura per contribuire a rovesciare le alternative progressiste e a sostituirle con figure costruite nei laboratori politici dell’ultra-destra, come Jair Bolsonaro, Javier Milei, Nasry Asfura e Rodrigo Paz, il presidente boliviano che aveva proprio Cerimedo come principale consigliere e che oggi dimostra che colui a cui ha dato tutti i benefici e privilegi per i suoi presunti contatti con Washington è lo stesso soggetto che potrebbe causare la sua drammatica uscita dal potere in un mandato non troppo lontano.

Come pubblicato su The New Yorker, l’espressione di Tara McGowan, consulente democratica e consigliera di Hillary Clinton, è stata dedicata a Parscale dopo le elezioni del 2016, ma potrebbe riferirsi a Fernando Cerimedo o a qualsiasi altro consulente “star” dell’estrema destra: “Non devi essere un genio per avere un impatto enorme. Non devi nemmeno infrangere le regole. Una persona comune, con abbastanza tempo, denaro e supporto, può usare Facebook per aiutare un demagogo a vincere un’elezione nazionale”.

Note

1) Fernando Cerimero è accusato aver pianificato l’omicidio della sua fidanzata, Nadia Beller, con l’aiuto di due sicari. È molto più di un brutale tentativo di femminicidio. Dal suo arresto si è aperta un vaso di Pandora che mostra il fondatore di La Derecha Diario, per ora dietro le sbarre, come un esponente di politiche di cui ha beneficiato non solo Javier Milei in Argentina. I suoi servizi si sono infatti estesi in Perù, Cile, Honduras, Bolivia e Brasile. Cerimedo è uno dei collegamenti che collegano l’estrema destra regionale. “L’uomo MAGA in America Latina“, lo ha definito The Economist lo scorso dicembre.

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L’Iran viene spinto verso la soglia nucleare

Il pericolo più grave nella guerra attuale non è che l’Iran abbia già deciso di fabbricare un’arma nucleare. Non esiste alcuna prova verificata di una tale decisione. Il pericolo è che un’altra importante escalation statunitense possa convincere Teheran che rimanere uno stato non nucleare all’interno del Trattato di Non Proliferazione (TNP) non offra più protezione, riconoscimento, o neppure la sicurezza elementare che il trattato avrebbe dovuto garantire. Washington potrebbe quindi produrre esattamente l’esito che afferma di voler prevenire.

L’Iran si sta avvicinando alla sua linea rossa riguardo al TNP. Il ritiro dal trattato non è più discusso solo come rappresaglia retorica. Istituzioni iraniane, incluso il parlamento, lo hanno esaminato come risposta pratica agli attacchi contro impianti nucleari sotto salvaguardia, al fallimento dell’Agenzia Internazionale per l’Energia Atomica (AIEA) nel condannare tali attacchi, e al sospetto che le informazioni raccolte attraverso le ispezioni siano finite nei processi di targeting statunitensi e israeliani.

A fine marzo 2026, un disegno di legge con tripla urgenza che propone il ritiro dell’Iran dal TNP è stato caricato nel sistema legislativo del parlamento iraniano, sebbene non fosse ancora stato dibattuto o approvato.

Il TNP consente il ritiro quando uno stato conclude che “eventi straordinari” hanno messo in pericolo i suoi interessi supremi. L’Iran può sostenere plausibilmente che il bombardamento dei suoi impianti nucleari da parte di stati dotati di armi nucleari costituisca proprio un tale evento.

Funzionari iraniani che sostengono il ritiro dal trattato hanno sottolineato che un passo del genere non significherebbe necessariamente la decisione di fabbricare una bomba. Alaeddin Boroujerdi, membro della Commissione per la Sicurezza Nazionale e la Politica Estera del parlamento, ha sostenuto a marzo 2026 che l’Iran dovrebbe lasciare il TNP insistendo: “Non stiamo cercando una bomba nucleare”.

Una tale mossa, tuttavia, terminerebbe o ridurrebbe radicalmente il sistema di ispezione attraverso il quale l’AIEA monitora il materiale nucleare iraniano. Tale distinzione è giuridicamente significativa ma strategicamente labile. Una volta che l’Iran avrà lasciato il trattato, avrà limitato gli ispettori e aumentato l’arricchimento, gli altri governi presumibilmente riterranno che stia preparando un’arma.

Secondo le rivelazioni di Transition Protocol, l’Iran ha deciso di spostare le sue scorte di uranio verso un arricchimento al 90%. L’Iran aveva accumulato circa 440 chilogrammi di uranio arricchito al 60% prima che gli ispettori perdessero la capacità di stabilire l’ubicazione e le condizioni dell’intera scorta.

L’uranio arricchito al 60% è già ben oltre il livello normalmente richiesto per la produzione di energia civile, sebbene non sia di per sé un’arma nucleare. Arricchire questo materiale a circa il 90% lo porterebbe nella gamma convenzionalmente definita come “grado per armi”.

Conversazioni con persone in Iran hanno rivelato che le autorità iraniane hanno incaricato l’apparato nucleare di prepararsi a processare gran parte di questo materiale verso il 90% se gli Stati Uniti dovessero compiere un’altra escalation.

Arricchire l’uranio, convertirlo in forma adatta, costruire un dispositivo esplosivo e sviluppare un’arma consegnabile sono fasi correlate ma distinte. Tuttavia, se le informazioni sono accurate, la direzione è inequivocabile.

Un altro importante attacco statunitense potrebbe indurre l’Iran a lasciare il TNP, arricchire l’uranio fino a un grado per armi e arrivare alla deterrenza di soglia. Teheran potrebbe allora assemblare un dispositivo senza testarlo, oppure potrebbe effettuare una detonazione sotterranea o dimostrativa per rimuovere ogni dubbio di aver superato la soglia.

Una tale detonazione costituirebbe una fase completamente nuova nella storia dell’Asia occidentale. Ma sarebbe la conseguenza di una guerra esistenziale, non la prova che l’Iran avesse sempre segretamente inteso arrivare a questo punto.

Corea vs. Libia

La scelta che gli strateghi iraniani devono affrontare è sempre più descritta attraverso due precedenti: la Repubblica Popolare Democratica di Corea (RPDC) e la Libia.

La Libia rinunciò al suo embrionale programma nucleare e missilistico nel 2003. Trasferì attrezzature e documenti agli Stati Uniti, accettò ispezioni invasive e cercò relazioni normali con l’Occidente. Washington e Londra presentarono la decisione di Muammar Gheddafi come prova che il disarmo avrebbe portato sicurezza e riabilitazione internazionale.

Otto anni dopo, la NATO utilizzò una risoluzione delle Nazioni Unite apparentemente intesa a proteggere i civili per condurre una guerra per il cambiamento di regime. Lo stato libico fu distrutto e Gheddafi fu catturato e ucciso.

La RPDC seguì la strada opposta. Si ritirò dal TNP nel 2003, testò un dispositivo nucleare nel 2006 e sviluppò gradualmente una capacità nucleare e missilistica. La Corea del Nord ha subito sanzioni, isolamento, esercitazioni militari e minacce ripetute.

Tuttavia, nessun governo statunitense ha tentato un’invasione su vasta scala o una guerra di cambiamento di regime contro di essa. Washington negozia con Pyongyang in condizioni fondamentalmente diverse da quelle imposte a Baghdad, Tripoli o Teheran, perché le conseguenze di un attacco alla RPDC non possono essere controllate con sicurezza.

La lezione appresa a Teheran, Pyongyang e altrove è tremendamente semplice: Gheddafi abbandonò il suo deterrente, aprì il suo paese e non ricevette alcuna garanzia duratura contro l’attacco occidentale. La sua sottomissione rimosse un ostacolo al cambiamento di regime anziché garantire la sovranità della Libia.

Questa non è un’approvazione della proliferazione nucleare. Le armi nucleari sono strumenti di distruzione di massa e la loro abolizione rimane una necessità umana. È una spiegazione del calcolo strategico determinato dalla condotta occidentale.

Le potenze nucleari non hanno rispettato l’accordo di disarmo del TNP, hanno protetto l’arsenale nucleare non dichiarato di Israele, hanno attaccato stati non nucleari e hanno preteso che determinati avversari rimanessero permanentemente vulnerabili. Hanno trasformato il possesso nucleare nella polizza assicurativa più credibile contro il rovesciamento forzato.

L’Iran finora ha resistito a questa logica. La sua posizione ufficiale rimane che le armi nucleari sono religiosamente proibite, militarmente non necessarie e incompatibili con la sua dottrina dichiarata. Il ministro degli Esteri Abbas Araghchi ha ribadito dopo gli attacchi precedenti che l’Iran non aveva abbandonato questa politica e continuava a considerare la produzione, l’accumulo e l’uso di armi di distruzione di massa come disumani e anti-islamici.

Ha anche spiegato che l’Iran ha portato l’arricchimento al 60% per dimostrare che minacce e pressioni non avrebbero costretto alla capitolazione.

Tuttavia, le dottrine non sono immuni ai cambiamenti nelle circostanze materiali. Se uno stato viene ripetutamente attaccato mentre osserva un divieto, e se i suoi attaccanti discutono apertamente di distruggere il suo governo (anche con armi nucleari), i suoi leader inevitabilmente riconsidereranno se la moderazione morale sia diventata un’esposizione strategica.

Il dibattito interno all’Iran si è già spostato dal chiedersi se le armi nucleari siano desiderabili al chiedersi se la deterrenza nucleare possa diventare indispensabile per la sopravvivenza nazionale.

Se l’Iran dovesse superare la soglia, quasi certamente presenterebbe la decisione come la costruzione di uno scudo, non come preparazione a una guerra offensiva. L’Iran ha ripetutamente dichiarato di non cercare conquiste territoriali, coercizione nucleare o attacchi contro popoli vicini. Il suo scopo immediato sarebbe convincere Washington e Tel Aviv che nessuna campagna per distruggere lo stato iraniano potrebbe procedere senza conseguenze inaccettabili per gli attaccanti.

Un deterrente, tuttavia, non può essere reso completamente sicuro dichiarandolo difensivo. Gli altri governi non possono conoscere le intenzioni future con certezza. Un’arma iraniana potrebbe stimolare un hedging nucleare da parte di Arabia Saudita, Turchia, Egitto o altri.

Israele potrebbe tentare un attacco preventivo prima che l’Iran completi la costruzione di un'arma atomica. Il periodo di transizione – tra l’arricchimento al 90% e l’istituzione di un deterrente credibile – sarebbe particolarmente pericoloso. Un errore di calcolo potrebbe produrre la catastrofe che tutte le parti affermano di opporsi.

Ecco perché la responsabilità decisiva ora ricade sugli stati che possono scegliere o meno se fare escalation. Se gli Stati Uniti attaccano di nuovo, intensificano un assedio economico progettato per spezzare lo stato iraniano, o rendono i negoziati indistinguibili da un ultimatum, rafforzeranno coloro che a Teheran sostengono che la via libica finisce con la morte e solo la via coreana garantisce la sopravvivenza.

L’Iran sembra prepararsi a resistere piuttosto che a capitolare. Sta rafforzando la sua struttura di comando, preservando la capacità missilistica e dei droni, e organizzandosi per una guerra economica prolungata.

La scommessa di Teheran è di poter assorbire un’enorme pressione finché la coalizione statunitense non dovrà affrontare crescenti costi militari, commerciali e politici (in particolare dopo le elezioni di medio termine negli Stati Uniti a novembre). La questione nucleare ora si inserisce in quella più ampia strategia di sopravvivenza.

La scelta è quindi netta. Washington può accettare un accordo verificabile che riconosca il diritto dell’Iran alla tecnologia nucleare civile, garantisca la non aggressione e ripristini ispezioni credibili. Oppure può continuare una guerra che distrugge la restante base di sostegno alla moderazione all’interno dell’Iran.

Se sceglie l’escalation, non dovrebbe fingere di essere sorpresa quando l’Iran conclude che i trattati non forniscono scudi, le ispezioni non portano sicurezza, e solo il possesso dell’arma definitiva impedisce un’altra Libia.

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Facciamo un po’ di chiarezza sul woke

Negli ultimi giorni il quotidiano La Repubblica ha lanciato un articolato dibattito sul woke, che ha raccolto un significativo interesse. Poiché i contributi online sono accessibili ai soli abbonati, non è facile farsene un’idea per la maggioranza delle persone. Proviamo a portarne allo scoperto le questioni principali.

La discussione ha preso spunto da alcune recenti dichiarazioni di Alexandra Ocasio-Cortez. Dopo aver rilanciato il tweet del consigliere newyorchese Chi Ossé (“woke 1.0 was crazy”), la deputata democratica si è dissociata da alcuni punti del programma nazionale dei Democratic Socialists of America (DSA).

In particolare, si è detta in disaccordo con le proposte di definanziamento del dipartimento della difesa e della polizia, di chiusura delle basi militari all’estero, di amnistia per tutti i migranti, di trasformazione degli Stati Uniti in una repubblica parlamentare monocamerale con elezioni su base proporzionale, di proprietà pubblica delle imprese più grandi e delle industrie essenziali.

Allo stesso tempo, ha affermato di volersi concentrare sulla sanità, l’aumento dei salari e i diritti sindacali. Così facendo, Ocasio-Cortez è venuta a patti con le regole non scritte della politica statunitense per accreditarsi come aspirante candidata presidenziale.

Quali sono i gravi misfatti del woke 1.0? Nei giorni scorsi, la stampa statunitense ha citato, a titolo di esempio, l’innocua richiesta di avere un presidente di consiglio comunale non maschio bianco etero, l’affermazione che Dio non è binario (in ritardo di oltre 40 anni rispetto a Papa Luciani), ma soprattutto, sacrilegio che ha fatto grande scalpore oltreoceano, la richiesta da parte della candidata DSA Francesca Huang di cancellare il Ringraziamento perché, fatto innegabile, questa festività celebra il colonialismo.

Il nuovo woke 2.0 sarebbe immune da questi pericolosi estremismi anticolonialisti, pacifisti, antisessisti, addirittura parlamentaristi, per concentrarsi finalmente sugli interessi materiali delle famiglie dei bravi lavoratori senza grilli per la testa, che vogliono mangiare spensierate il tacchino a novembre.

Storicamente, il termine woke, letteralmente “sveglio”, nasce nell’inglese afroamericano dall’espressione stay woke, “resta vigile”, usata già nella prima metà del Novecento per invitare la comunità a mantenere la consapevolezza (wokeness) dei pericoli del razzismo istituzionale negli Stati Uniti.

Il suo significato politico trova grande diffusione con Black Lives Matter nel 2013-2014, quando wokeness indica soprattutto la consapevolezza del carattere sistemico del razzismo. Negli anni successivi, il termine amplia il proprio significato, arrivando a comprendere la sensibilità verso un insieme più vasto di discriminazioni e disuguaglianze, legate al genere e all’orientamento sessuale. In questo modo, il termine si mescola con filoni preesistenti quali la identity politics, il multiculturalismo o la political correctness.

Parallelamente, woke comincia a essere usato ironicamente, anche a sinistra, per criticare forme di progressismo prevalentemente simbolico o ostentato, in analogia a quanto avveniva in precedenza con il politicamente corretto e, dalla seconda metà degli anni Dieci, viene appropriato dalla destra come termine polemico contro la sinistra in generale.

Nel dibattito contemporaneo woke è quindi diventato un termine-ombrello, che viene usato in modo impreciso e strumentale dalla destra, ma spesso anche dalla “sinistra” moderata, per attaccare le idee progressiste, pacifiste, socialiste, anticolonialiste e antimperialiste.

Ad esempio, secondo il politologo Carlo Galli il woke coincide “con l’esercizio della critica che mette in discussione quelle strutture culturali che paiono naturali, indiscutibili – per esempio, che i generi siano soltanto due...”, ma “non ha senso storico, e quindi giudica il passato in modo manicheo... la cancel culture pretende da Omero scrupoli etici implausibili”.

Qui, passatemi la battuta, al poeta greco viene assegnata la parte del tacchino, così come a Cicerone perché, secondo l’ex primo ministro Giuseppe Conte, entrambi sarebbero stati trattati come suprematisti bianchi dai sostenitori del woke. Peccato che si tratti di una vecchia fake news a cui potrebbe dare credito un Salvini o un Vannacci.

Perché non citare casi politicamente molto più significativi di cosiddetta cancel culture, come la rimozione di denominazioni e simboli confederali, la ridenominazione di edifici dedicati a personaggi compromessi con la schiavitù e il colonialismo, la rimozione, talvolta solo tentata, di statue dedicate a Cristoforo Colombo, Cecil Rhodes, Edward Colston, Winston Churchill, tutti dimostrabilmente implicati nella schiavitù o nel colonialismo?

Probabilmente perché avrebbe reso il woke meno folkloristico agli occhi dei lettori, ma anche perché avrebbe costretto a parlare di temi più sostanziali, che restano eccessivamente scomodi per le élite occidentali.

Forse non è proprio un caso che il passato debba essere così intoccabile, quando è alla base dei privilegi economici di cui una larga parte delle popolazioni occidentali gode tutt’oggi.

Né è strano che a difenderlo da una tribuna al di sotto di ogni sospetto sia una pattuglia di nativi europei, uomini e donne maturi, mediamente benestanti e istruiti. Tanto più se si rafforza, anno dopo anno, la richiesta di riparazioni per i crimini e per i danni provocati dalla schiavitù e dal colonialismo, e se l’economista indiana Utsa Patnaik ha quantificato in 45 trilioni di dollari (17 volte il PIL odierno del Regno Unito) il furto di risorse perpetrato dall’impero britannico in India, mentre Jason Hickel ha calcolato che, dal 1960 al 2021, i paesi occidentali hanno drenato dal Sud globale l’equivalente di 152 trilioni di dollari, proprio grazie ai lasciti di quella storia che gli intellettuali di Repubblica vogliono difendere a tutti i costi e che è viva e vegeta ancora oggi nella politica militare estremamente aggressiva dell’Occidente.

Lascio giudicare ai lettori quanto possa essere credibile la “sinistra della ZTL” quando raccomanda maggiore attenzione ai diritti sociali, lavorativi e ai salari.

Il fortissimo sospetto è che la sinistra istituzionale nostrana, sempre alla ricerca di bussole oltre Atlantico, cerchi disperatamente di riportare negli argini un’opinione pubblica che, durante le mobilitazioni a supporto della Palestina, ha cominciato ad abbracciare idee pericolose, costringendo l’opposizione parlamentare a rincorrerla su un terreno anticolonialista e antimperialista che resta totalmente, e non casualmente, indigeribile per il mainstream e per l’opposizione stessa.

Al contrario, per chi vuole veramente cambiare le cose, la wokeness (coscienza) resta uno strumento insostituibile. Scordiamoci che possa esistere una strada per migliorare la condizione economica della maggioranza della popolazione italiana, senza continuare a sfruttare gli altri popoli, che non passi dalla decostruzione dei meccanismi materiali e simbolici alla base della società occidentale, includendo tra questi la persistente presa che le retoriche escludenti ed eurocentriche esercitano su una parte considerevole dell’opinione pubblica.

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Energia e materie prime. La bilancia commerciale Ue in tilt verso Usa e paesi extraeuropei

Nel secondo trimestre del 2026 l’Unione europea ha registrato un deficit commerciale di 21,8 miliardi di euro. Le importazioni di beni da Paesi extra-Ue hanno raggiunto 701,8 miliardi di euro, superando le esportazioni, ferme a 680 miliardi. A certificarlo è l’Eurostat, indicando che si tratta del primo deficit commerciale dal secondo trimestre del 2023, l’ultimo di una serie di disavanzi alimentati dall’impennata dei costi energetici tra fine 2021 e metà 2023.

Il combinato disposto tra maggiori acquisti di energia e minori vendite di beni ha ridotto ulteriormente l’avanzo commerciale della UE verso gli Stati Uniti.

Quello che era motivo di “orgoglio” per gli europei e di ritorsioni da parte di Trump, è stato portato ai minimi, in pratica a quota 29 miliardi di euro nel secondo trimestre di quest’anno, con un crollo del 38% rispetto allo stesso periodo del 2025.

Secondo quanto riporta Il Sole 24 Ore, l’elaborazione di Eurostat relativa al secondo trimestre dell’anno, ha mostrato un pesante aumento degli acquisti di energia dagli USA, sia con la crescita dei prezzi che con maggiori acquisti in volumi dagli Stati Uniti, tanto da balzare nel secondo trimestre del 2026 a 29 miliardi di euro, poco al di sotto del record toccato a metà 2022, quando i prezzi del gas schizzarono in alto in seguito all’intervento militare della Russia in Ucraina.

Se si prende in esame solo il deficit europeo verso Washington per i prodotti energetici, questo è salito a 26 miliardi di euro, il massimo di sempre in un singolo trimestre.

Ma anche le importazioni complessive dell’Europa dagli Stati Uniti sono salite da 88 a 99 miliardi tra aprile e giugno, abbassando significativamente quello che era lo storico avanzo commerciale tra le due principali economie capitaliste dell’Occidente.

Infatti, la tendenza ribassista dell’avanzo commerciale è stata rafforzata anche dal calo delle esportazioni europee verso gli USA, contenuto dalla crescita di giugno ma consistente nell’intero trimestre, che ha visto una riduzione delle vendite europee tra aprile e maggio da 135 a 128 miliardi di euro.

Il 2025, era stato dominato dai timori per i dazi di Trump, un fattore che aveva spinto numerose aziende europee a sovrastoccare merce verso gli USA, con l’obiettivo di limitare il più possibile l’impatto degli extracosti dovuti alle misure protezioniste annunciate dalla Casa Bianca.

Questo aveva consentito un aumento delle esportazioni che nel primo trimestre 2025 rilevava un record di vendite europee negli USA per 171 miliardi di euro, un incremento straordinario rispetto ad una media storica trimestrale degli ultimi anni nell’ordine dei 130 miliardi a trimestre.

La fine degli effetti del sovrastoccaggio ha però comportato una temporanea caduta al di sotto delle medie storiche, che ha così spinto al ribasso l’avanzo commerciale europeo 2026, dopo i record dell’anno precedente.

Ma per l’Europa il problema non sono solo i dazi imposti da Trump. Infatti secondo Eurostat la bilancia commerciale con le aree extra-Ue si chiude in deficit, con un passivo di 21,8 miliardi di euro nel secondo trimestre 2026. Si tratta del primo “rosso” dal secondo trimestre del 2023: nel complesso le esportazioni verso le aree extra Ue sono cresciute del 5.4% (+€34.9 miliardi) ma le importazioni sono aumentate di quasi dieci punti (+63.4 miliardi)

Chiaramente l’aumento degli acquisti europei è arrivato ancora una volta dall’energia, il cui deficit è passato dai 71 miliardi del primo trimestre ai 101 del periodo aprile-giugno, così come in rosso è l’area delle materie prime, il cui deficit è salito da 7,9 a 9,4 miliardi di euro.

La fine dell’approvvigionamento dal gas russo e le guerre in Ucraina e Medio Oriente, si stanno rivelando fatali per l’economia europea che fino a poco tempo vantava una invidiabile bilancia commerciale.

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Usa - L’infrastruttura del dissenso nel mirino

Washington inserisce il collettivo italiano Autistici/Inventati nella lista dei terroristi globali insieme a Palestine Action e Masar Badil. Non viene criminalizzato soltanto chi protesta: diventano bersaglio anche gli strumenti digitali che permettono ai movimenti di comunicare fuori dal controllo delle grandi piattaforme.

Il governo degli Stati Uniti ha deciso che Autistici/Inventati è un’organizzazione terroristica globale. Non è una provocazione, né l’iperbole di qualche giornale: il 26 agosto il Dipartimento di Stato e il Dipartimento del Tesoro hanno inserito il collettivo italiano nella lista degli Specially Designated Global Terrorists, applicando l’Executive Order 13224, lo strumento costruito all’indomani dell’11 settembre per colpire economicamente organizzazioni e soggetti accusati di terrorismo.

Con Autistici/Inventati vengono colpiti Palestine Action, già proscritta come organizzazione terroristica nel Regno Unito, e Masar Badil, movimento palestinese transnazionale che Washington considera collegato al Fronte Popolare per la Liberazione della Palestina.

Per Autistici/Inventati le conseguenze sono pesantissime: beni e interessi patrimoniali sottoposti alla giurisdizione statunitense vengono bloccati e alle persone statunitensi è generalmente vietato intrattenere transazioni con il collettivo. L’OFAC ha contemporaneamente previsto una licenza temporanea per consentire la cessazione ordinata delle transazioni esistenti.

Ma è soprattutto la motivazione politica del provvedimento a meritare attenzione.

Per Washington, Autistici/Inventati sarebbe parte dell’infrastruttura internazionale del cosiddetto “terrorismo di estrema sinistra”. Il Tesoro americano sostiene che i suoi servizi digitali – posta elettronica cifrata, hosting, chat, videoconferenze, blog e altri strumenti per la comunicazione protetta – siano stati messi a disposizione di organizzazioni e gruppi considerati estremisti o terroristici.

Il Dipartimento di Stato arriva a descrivere A/I come un nodo tecnologico utilizzato da reti antifasciste, anarchiche e marxiste per comunicare, organizzarsi e diffondere materiali.

Il salto di qualità è evidente. Non si colpisce soltanto chi viene accusato di avere commesso un determinato atto. Si colpisce chi mette a disposizione l’infrastruttura attraverso cui soggetti politici comunicano.

È una differenza enorme. Autistici/Inventati nasce nel 2001 e da venticinque anni fornisce strumenti di comunicazione indipendente, privacy e autodifesa digitale a movimenti, collettivi, associazioni e singole persone. Il progetto gestisce migliaia di caselle di posta, siti, mailing list e blog e rappresenta una delle esperienze più longeve dell’autogestione digitale italiana.

La sua funzione è sempre stata esattamente quella che oggi viene trasformata in elemento d’accusa: consentire a realtà politiche e sociali di sottrarre almeno una parte della propria comunicazione alla sorveglianza commerciale e statale.

Il governo statunitense sostiene che alcuni di questi strumenti siano stati utilizzati anche da gruppi responsabili di sabotaggi e azioni violente. Ma è proprio qui che si apre una questione enorme. Fornire un’infrastruttura di comunicazione significa essere responsabili delle attività di chi la utilizza? E soprattutto: fino a che punto la disponibilità di strumenti cifrati, hosting indipendente e anonimato digitale può essere trasformata in “supporto materiale” al terrorismo?

La risposta fornita dall’amministrazione statunitense è inquietante perché tende a cancellare la distinzione tra infrastruttura e utilizzatore, tra strumento e comportamento, tra possibilità tecnica e responsabilità penale.

È la stessa logica che, applicata coerentemente, potrebbe trasformare qualsiasi servizio di comunicazione in corresponsabile delle attività compiute dai propri utenti. La differenza, evidentemente, sta nella selezione politica del bersaglio. Autistici/Inventati non è una multinazionale tecnologica: è un’infrastruttura autogestita, antifascista, anticapitalista e antimilitarista che rivendica apertamente la propria collocazione politica.

Ed è precisamente questa collocazione a essere messa sotto accusa.

Il linguaggio utilizzato dall’amministrazione americana non lascia molti dubbi. Il segretario al Tesoro Scott Bessent parla esplicitamente di “estremisti di estrema sinistra, loro coperture e loro facilitatori”, mentre la strategia antiterrorismo statunitense del 2026 ha inserito il terrorismo violento di estrema sinistra tra le principali minacce per gli Stati Uniti.

Il provvedimento contro A/I si colloca quindi dentro una strategia più vasta: costruire una categoria transnazionale del nemico interno nella quale antifascismo radicale, anticapitalismo, solidarietà palestinese e alcune forme di conflitto sociale possono essere progressivamente ricondotte alla grammatica dell’“antiterrorismo”.

Non è casuale che nello stesso provvedimento finiscano Autistici/Inventati, Palestine Action e Masar Badil. Realtà profondamente differenti vengono riunite sotto la stessa categoria politica e securitaria. Il denominatore comune non è una struttura organizzativa condivisa, ma l’essere collocate dall’amministrazione statunitense dentro un’area internazionale di opposizione radicale all’ordine politico occidentale e, in particolare per due delle organizzazioni colpite, di sostegno alla causa palestinese.

È un processo che conosciamo bene anche in Europa. Prima si allarga semanticamente la categoria di “terrorismo”; successivamente si anticipa sempre più la soglia della punibilità; infine si criminalizzano non soltanto gli atti ma le parole, le relazioni, gli strumenti, le infrastrutture che rendono possibile il conflitto politico.

È lo stesso paradigma che abbiamo visto avanzare in Italia con il decreto sicurezza del 2025 e con l’introduzione di fattispecie che spostano l’intervento penale molto prima della commissione di un fatto concreto. È il terreno del “terrorismo della parola”: non serve più necessariamente un’azione, perché diventano penalmente significativi il possesso di un materiale, la diffusione di un contenuto, l’espressione di solidarietà, l’appartenenza a una determinata rete politica.

Con Autistici/Inventati assistiamo a un passaggio ulteriore: il terrorismo dell’infrastruttura.

Non soltanto chi parla, ma chi permette di parlare. Non soltanto chi organizza una protesta, ma chi mette a disposizione gli strumenti attraverso cui quella protesta può organizzarsi. Non soltanto chi pubblica un comunicato, ma l’infrastruttura digitale che lo ospita.

È difficile non cogliere la portata di questo precedente in un’epoca nella quale una parte enorme della comunicazione politica passa attraverso piattaforme controllate da poche multinazionali. La possibilità di disporre di server indipendenti, comunicazioni cifrate e piattaforme non commerciali non è un vezzo tecnologico: costituisce una delle condizioni materiali dell’autonomia dei movimenti sociali.

Colpire quelle infrastrutture significa quindi intervenire direttamente sulle condizioni che rendono possibile l’organizzazione politica indipendente.

Autistici/Inventati ha respinto integralmente le accuse, riaffermando il proprio impegno nel fornire strumenti di autodifesa digitale che consentano ad attivisti, persone, gruppi e associazioni di comunicare liberamente. Nella dichiarazione diffusa dopo la notizia, il collettivo sintetizza la questione in poche parole: «L’antifascismo e l’anticapitalismo non sono terrorismo. Protestare non è terrorismo».

Ed è precisamente questo il punto.

La questione non consiste nel sostenere che qualsiasi comportamento compiuto da chi utilizza piattaforme militanti sia automaticamente legittimo. La questione è impedire che la responsabilità per singoli comportamenti venga estesa a interi ambienti politici e alle infrastrutture che ne consentono l’esistenza.

Perché il paradigma che sta prendendo forma è perfettamente riconoscibile: dal reato alla persona, dalla persona alla rete, dalla rete all’infrastruttura. È l’“antiterrorismo” che progressivamente smette di essere uno strumento eccezionale contro fatti eccezionali e diventa una tecnica ordinaria di governo del conflitto.

Per questo quanto accaduto ad Autistici/Inventati non riguarda soltanto un piccolo collettivo italiano di hacker e attivisti digitali. Riguarda la possibilità stessa di costruire spazi autonomi di comunicazione, organizzazione e dissenso. E proprio per questo sarebbe un grave errore considerarlo soltanto un problema loro.

Il comunicato del Collettivo:

Oggi abbiamo appreso che il governo degli Stati Uniti ha deciso di inserire un piccolo collettivo di volontari e attivisti digitali italiani nell’elenco delle organizzazioni terroristiche mondiali meritevoli di sanzioni, come si può leggere nelle dichiarazioni del Dipartimento del Tesoro, in quelle del Dipartimento di Stato e nel relativo Ordine Esecutivo emesso.

Noi respingiamo al mittente tutte le accuse presentate in tali dichiarazioni e allo stesso tempo riaffermiamo con forza il nostro impegno nel fornire una piattaforma di strumenti di auto-difesa digitale per permettere ad attivist*, singole persone, gruppi e associazioni di comunicare liberamente. 

Non ci fermeremo e continueremo a fare quello che abbiamo sempre fatto, opponendoci in ogni modo alle accuse false costruite da un’amministrazione politicamente disperata che ha il solo scopo di distrarre le persone e i media dalla propria violenza e dal proprio desiderio di guerra. 

L’antifascismo e l’anticapitalismo non sono terrorismo. Protestare non è terrorismo. E tutti hanno il diritto di prendere parola e di lottare per tutta l’umanità. 

Collettivo Autistici / Inventati — “Socializzare saperi senza fondare poteri”
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Come nascondere i crimini di guerra: il linguaggio della negazione

Nel 1947, due anni dopo il crollo del Regime che aveva minacciato la sua vita, il filologo ebreo tedesco Victor Klemperer pubblicò un breve libro intitolato: “Il linguaggio del Terzo Reich”. Klemperer, scampato allo sterminio perché sposato con una donna non ebrea, non scrisse di Campi di Sterminio o di Squadre della Morte delle SS. Scrisse di parole.

Secondo lui, il Nazismo si insinuava nella società non solo attraverso discorsi e manifesti per le strade, ma soprattutto attraverso espressioni che le persone interiorizzavano inconsapevolmente, come minuscole dosi di veleno che entravano nel flusso sanguigno. Singole parole, espressioni e schemi sintattici venivano imposti alle masse attraverso milioni di ripetizioni, per poi essere adottati meccanicamente e inconsciamente. Il veleno, scriveva, non agisce immediatamente. Si accumula.

Questi termini sono familiari a quasi tutti oggi, ed è proprio per questo che vale la pena ricordarli. Si considerino alcuni esempi: “trattamento speciale” (Sonderbehandlung), un eufemismo per omicidio; “reinsediamento” o “trasferimento” (Umsiedlung), un eufemismo per deportazione forzata e sterminio; “custodia protettiva” (Schutzhaft), ovvero detenzione arbitraria senza controllo giurisdizionale, spesso in un Campo di Concentramento; e “morte pietosa” o “omicidio pietoso” (Gnadentod), un eufemismo per l’uccisione di persone disabili nell’ambito del programma Nazista di “eutanasia”.

Poi c’è l’espressione più famigerata di tutte, “la Soluzione Finale alla Questione Ebraica” (Endlösung der Judenfrage), formulata in uno stile inequivocabilmente burocratico: c’è un problema, c’è una soluzione, non ci sono cadaveri.

Nella sua analisi del processo Eichmann, Hannah Arendt esaminò quelle che i Nazisti chiamavano “regole linguistiche” (Sprachregelungen), un sistema di eufemismi ed espressioni in codice usate per mascherare omicidi e deportazioni. Dimostrò che questi termini non erano intesi semplicemente a nascondere i crimini al mondo. Prima di tutto, permettevano agli stessi carnefici di continuare a operare senza dover mentire. Fornivano agli assassini parole, termini e condanne con cui potevano convivere.

Questo fenomeno non era esclusivo della Germania e certamente non si concluse con la caduta del Terzo Reich. Decenni prima del Genocidio Nazista, il governo ottomano presentò la deportazione forzata degli armeni durante la Prima Guerra Mondiale come una misura amministrativa, usando il termine tehcir, che significa “deportazione” o “rimozione”.

Sotto la dittatura militare argentina, traslado, o “trasferimento”, era un eufemismo per indicare il prelievo di prigionieri per essere uccisi. Alcuni vennero assassinati sui famigerati “Voli della Morte”, gettati vivi in ​​mare o nel Río de la Plata. Ufficialmente irreperibili, divennero noti come desaparecidos, “gli scomparsi”, come se fossero semplicemente evaporati. Durante il Genocidio ruandese, gli assassini Hutu chiamavano l’omicidio “lavoro” e le loro vittime Tutsi “scarafaggi”.

Termini simili si sono radicati anche negli Stati Uniti, ciascuno all’interno di un particolare contesto storico. L’espressione “danni collaterali” ha assunto sempre maggiore importanza durante e dopo la Guerra del Vietnam, quando i militari ebbero bisogno di quantificare l’uccisione di civili senza chiamarla con il suo vero nome.

Dopo gli attentati dell’11 settembre, la CIA e l’amministrazione di George W. Bush usarono l’espressione “tecniche di interrogatorio rafforzate” per indicare pratiche coercitive che includevano la tortura dell’acqua, il waterboarding; in altre parole, la Tortura. Questa terminologia consentiva l’uso della Tortura senza invocare la parola stessa, contribuendo a impedire che tali pratiche venissero legalmente definite come crimini.

Nel suo saggio fondamentale del 1946: “Politica e lingua inglese”, George Orwell scrisse che il linguaggio politico è concepito “per far sembrare vere le bugie e rispettabile l’omicidio”. Ricercatori successivi hanno dimostrato che la sintassi stessa può svolgere un ruolo ideologico. La forma passiva cancella i responsabili di un crimine, lasciando visibili solo le vittime: “I palestinesi sono stati uccisi”.

Le costruzioni senza agente, incluse le forme passive e le frasi costruite attorno a verbi inaccusativi, trasformano un evento in un processo avvenuto di per sé, come un cambiamento del tempo: “Si sono sviluppati degli scontri”; “Si è verificata una recrudescenza”.

La distinzione tra “noi” e “loro” crea una dicotomia superficiale tra il “buono” e il “cattivo”. Le nostre azioni sono descritte nel linguaggio delle intenzioni e delle circostanze: “un fallimento dei servizi di spionaggio”; “sono stati feriti accidentalmente”. Le loro azioni, invece, sono descritte nel linguaggio delle caratteristiche intrinseche: “assetati di sangue”; “consumati da un odio profondo”.

Nel suo libro del 2001: “Stati di negazione”, Stanley Cohen ha distinto la negazione letterale, “non è successo”, dalla negazione interpretativa, in cui i fatti fondamentali vengono riconosciuti ma a cui viene attribuito un significato diverso. Sì, delle persone sono morte, ma non si è trattato di un massacro o di un omicidio. Si è trattato di un “incidente” o di un “evento”. Non è un’occupazione, ma una “situazione”. Non si tratta di un’espulsione, ma di un'“evacuazione”.

E non c’è esempio migliore della raccapricciante espressione “incoraggiare la migrazione volontaria”. Lo Stato che ha distrutto la maggior parte delle case nella Striscia di Gaza, ha interrotto le forniture di cibo, acqua, elettricità e medicinali, ha impedito la ricostruzione e ha ripetutamente sfollato un milione di persone, ha istituito un ufficio dedicato all’interno del Ministero della Difesa per incoraggiare la migrazione.

Offre “infrastrutture che consentono il passaggio via terra, mare e aria” e annuncia che una parte significativa dei residenti è effettivamente “interessata” a emigrare.

Si tratta di un eufemismo dialettico. Invece di nascondere l’espulsione, la ribalta. Il criminale diventa un “fornitore di servizi”, la persona espulsa diventa un cliente e la Pulizia Etnica diventa opera di un ufficio governativo con un nome e un bilancio.

La parola “volontaria” presuppone l’esistenza del libero arbitrio. Ma tale volontà, se esiste, è essa stessa il prodotto della devastazione e della distruzione. In primo luogo, vengono create le condizioni in cui la vita diventa impossibile. Poi, fuggire da tali condizioni viene presentato come una scelta. In questo modo, il linguaggio liberale della libertà di movimento e di scelta personale viene strumentalizzato al servizio dell’ingegneria demografica.

Come ogni eufemismo, anche questo è un’ammissione. Alcuni hanno già chiamato il nuovo organismo con il suo vero nome: “l’Ufficio Trasferimenti”. Questo è il nome corretto. Semplicemente, non viene menzionato dai media compiacenti e nel dibattito pubblico.

I media israeliani ora dispongono di un lessico completo, efficiente e raffinato, progettato per impiantare descrizioni eufemistiche dei Crimini dello Stato nella mente degli israeliani. Le stragi a Gaza rientrano nella categoria delle “attività operative”. 

La distruzione di interi quartieri diventa “falciare il prato” o “radere al suolo”, immagini prese in prestito dal giardinaggio e dall’edilizia. Un bombardamento aereo mirato che uccide decine di innocenti viene descritto come uno “sventamento” o una “neutralizzazione”, termini provenienti dal mondo dei servizi segreti che implicano la prevenzione di un male maggiore.

Un’area che continua a essere bombardata, come Al-Mawasi nel Sud di Gaza, viene definita “zona umanitaria”. E quando diventa chiaro che civili innocenti, compresi bambini, sono stati uccisi, subentrano formulazioni passive: “sono stati uccisi durante un’operazione”, “hanno perso la vita”, “sono stati segnalati dei decessi”.

Quando un israeliano viene ucciso, veniamo a conoscenza del suo nome, età, città di origine, genitori e coniuge o compagno. Ma quando decine di palestinesi vengono uccisi, ci viene fornito solo un numero e talvolta la fonte della notizia, “secondo il Ministero della Sanità di Gaza”, accompagnata dall’insinuazione che l’informazione in primo luogo non dovrebbe essere creduta.

Il mese scorso, un gruppo di israeliani è entrato nella periferia del villaggio di Tell, a ovest di Nablus, vicino alla moschea. Nei telegiornali, sono stati descritti come “escursionisti”. Non coloni, non una folla omicida, nemmeno un gruppo proveniente dalla zona intorno all’avamposto di Havat Gilad. Semplicemente “escursionisti”, una parola che evoca l’immagine di una gita in famiglia del sabato mattina.

Presenta gli intrusi come persone del tutto innocenti, poiché è improbabile che qualcuno che fa un’escursione abbia dato inizio alla violenza. Quando il resoconto afferma che “hanno incontrato dei palestinesi che li hanno attaccat”, l’intera scena è già stata delineata: c’era una gita nella natura, un sentiero e un gruppo di pacifici escursionisti del sabato. Poi, all’improvviso, sono comparsi degli assassini palestinesi portando con sé la violenza.

In realtà, le incursioni dei coloni armati nei villaggi della zona, Far’ata, Jit, Madama e Jalud, e i tentativi dei residenti palestinesi di fermarli erano già stati documentati da giorni. Nello scontro a Tell, quattro membri della famiglia Ramadan sono stati uccisi, insieme a un membro della squadra di sicurezza Havat Gilad e a un ufficiale delle Forze di Difesa Israeliane.

Le vittime israeliane sono state descritte in dettaglio, inclusi i loro nomi, età, luoghi di residenza e contesto familiare. Le vittime palestinesi sono state ridotte dalla maggior parte dei media a una sola etichetta: “terroristi”.

È un termine generico attribuito retroattivamente, dopo un omicidio, a qualsiasi palestinese che arrechi danno a un ebreo, anche se questi stesse cercando di difendere la propria casa e la propria famiglia da teppisti ebrei armati. Segue poi la solita descrizione, che di per sé fornisce una giustificazione retrospettiva: “il terrorista è stato eliminato”. La definizione precede l’indagine e, in pratica, la rende superflua.

Se la stessa scena si fosse svolta al contrario, il linguaggio sarebbe rimasto lo stesso? Se un gruppo di palestinesi armati fosse entrato nella periferia di un insediamento israeliano un sabato mattina, vicino alla sinagoga, e avesse affrontato i residenti, qualcuno in televisione li avrebbe definiti “escursionisti”? I residenti che sono usciti per respingerli sarebbero stati definiti “terroristi”?

Questo è precisamente ciò che il sociologo Pierre Bourdieu intendeva con “violenza simbolica”. Non si tratta di una menzogna che qualcuno ha deciso di diffondere o di un ordine impartito dall’alto, ma di un insieme di categorie di pensiero interiorizzate così profondamente che sia chi classifica sia chi viene classificato le accettano come naturali.

Un redattore che scrive “escursionisti” o “terroristi” non ha la sensazione di scegliere una parola. Ha la sensazione di descrivere la realtà. Questo è il potere della violenza simbolica. Non richiede alcuna imposizione amministrativa perché è già radicata nel nostro vocabolario.

Il meccanismo linguistico descritto da Klemperer esiste in ogni società che vuole continuare a fare qualcosa che sa già di non poter chiamare con il suo vero nome. Un eufemismo non è un ornamento o una decorazione. È un’infrastruttura. Permette a un cittadino ragionevole e morale di guardare il telegiornale, dire: “Quello che sta succedendo lì è terribile”, e poi passare alla puntata successiva di “Sposato a prima vista” o “Ballando con le stelle” senza che nulla turbi il suo equilibrio psicologico.

La grande trasgressione, tuttavia, non appartiene solo ai media ipocriti. Appartiene anche all’opposizione, che ha adottato lo stesso identico lessico. Yair Golan, leader del partito di opposizione dei Democratici, una volta osò infrangere la barriera e affermare che un Paese sano di mente “non uccide i bambini per divertimento”.

Fu universalmente condannato e costretto a spiegare, qualificare e attenuare la sua affermazione. La lezione che Golan sembra aver imparato non riguarda i limiti della critica, ma i limiti del suo vocabolario. Si può criticare la condotta della guerra o ciò che sta accadendo in Cisgiordania, ma non si possono chiamare le conseguenze con il loro nome preciso.

Gadi Eisenkot, attualmente il principale candidato del fronte antigovernativo, incarna a suo modo lo stesso principio. Chiede l’istituzione di una commissione d’inchiesta statale sull’attacco del 7 ottobre e sulla guerra successiva, e invoca la responsabilità individuale, eppure non dice quasi nulla sulla violenza dei coloni in Cisgiordania o sull’ufficio per la “migrazione volontaria”. Questo silenzio non può essere liquidato come una semplice tattica elettorale, perché ha un profondo significato storico.

Quando coloro che affermano di offrire un’alternativa al governo parlano la lingua del governo, l’eufemismo cessa di essere propaganda di un singolo schieramento politico e diventa la voce nazionale. In tal caso, anche il mandato di una commissione d’inchiesta statale, ammesso che venga mai istituita, sarà scritto nella stessa lingua. Pertanto, non sarà in grado di giungere a conclusioni accurate su un evento che non è mai stato chiamato con il suo vero nome: Genocidio.

L’unico ruolo critico che ci rimane, come consumatori di media che ancora credono nell’integrità del linguaggio e nei valori umanistici, è quello interpretativo.

Quando sentiamo parlare di un “incidente”, dobbiamo chiederci chi ha fatto cosa a chi. Quando sentiamo parlare di “escursionisti”, dobbiamo chiederci da dove venivano e quali armi portavano con loro. Quando sentiamo che delle persone “sono state uccise”, dobbiamo chiederci chi le ha uccise. Quando sentiamo la parola “terrorista”, dobbiamo chiederci chi ha dato inizio alla violenza. E quando sentiamo parlare di “attività operative” a Gaza, dobbiamo cercare di capire cosa sta realmente accadendo alle vittime innocenti, esposte in fragili tende a una raffica di bombe che cadono dal cielo.

Klemperer scrisse che parole velenose gli erano entrate nel sangue. Stanno entrando anche nel nostro. Ma possiamo ancora scegliere le parole giuste per sostituirle. Per ora, questa è quasi l’unica cosa che ci resta da fare.

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Il vero motivo per cui gli Stati Uniti hanno salvato il Giappone

Il governo degli Stati Uniti ha salvato silenziosamente il Giappone lo scorso mese.

Il Dipartimento del Tesoro statunitense è intervenuto sul mercato valutario per sostenere la divisa giapponese, lo yen. Era la prima volta che Washington faceva una cosa del genere dal 1998, quando gran parte dell’Asia Orientale e Sudorientale stava affrontando una profonda crisi finanziaria.

Questo episodio è sintomatico di una nuova crisi, a lento sviluppo, che si sta manifestando oggi non solo in Giappone, ma anche nel sistema finanziario internazionale incentrato sul dollaro statunitense.

Ciò riflette le crescenti crepe nel sistema del dollaro e il graduale declino del suo dominio globale.

Il tesoro statunitense interviene per sostenere lo yen giapponese

Bloomberg ha osservato che l’intervento del Tesoro statunitense sul mercato valutario è stata un’operazione “insolita”.

La spiegazione superficiale e semplicistica dell’intervento di Washington è semplicemente che il Giappone è uno stretto alleato degli Stati Uniti e la sua valuta si è deprezzata in modo significativo rispetto al dollaro, cosa che preoccupa Tokyo.

Nel gennaio 2021, un dollaro statunitense valeva circa 100 yen (0,54 €); nel luglio 2026, un dollaro valeva più di 160 yen (0,86€)

Tuttavia, questa non è la ragione principale di questo intervento sul mercato valutario.

Riferendosi al Giappone, il Segretario del Tesoro statunitense Scott Bessent ha dichiarato: “Faremo tutto il necessario per sostenerli in modo da aiutare l’economia americana, i contribuenti americani e stabilizzare l’economia globale”.

Quando Bessent ha parlato di “economia globale”, in realtà si riferiva al sistema finanziario internazionale basato sul dollaro, che si impegna a sostenere.

Vale la pena sottolineare che Bessent è un ex gestore di fondi speculativi (hedge fund) di Wall Street. Ha lavorato per anni con il miliardario oligarca George Soros, specializzandosi nella speculazione valutaria. Insieme hanno “mandato in rovina la Banca d’Inghilterra”, scommettendo al ribasso sulla sterlina britannica in un’operazione che ha fruttato a Soros oltre un miliardo di dollari (857,3 milioni di euro).

Bessent fa parte di una classe di plutocrati. Non è chiaro a quanto ammonti esattamente il suo patrimonio. È stato ampiamente riportato che sia miliardario, sebbene questa cifra sia stata contestata. Come minimo, possiede centinaia di milioni di dollari.

In ogni caso, il punto è che Bessent ha un interesse economico diretto nel sostenere il sistema finanziario basato sul dollaro che ha arricchito oligarchi come lui. E il Giappone ha contribuito a mantenere questo sistema.

Il ruolo speciale del Giappone nell’impero statunitense

Il Giappone svolge un ruolo speciale nell’Impero Statunitense.

Innanzitutto, il Giappone ospita più basi statunitensi di qualsiasi altro Paese.

Gli Stati Uniti hanno circa 750 basi militari e altre installazioni in tutto il mondo.

Il Giappone ne ospita da solo 120, dove sono permanentemente di stanza oltre 50.000 soldati statunitensi.

Il Giappone è occupato dall’Impero Statunitense da oltre 80 anni, dalla fine della Seconda Guerra Mondiale.

L’assetto imperiale è continuato perché le élite imprenditoriali giapponesi traggono vantaggio dall’Occupazione Statunitense. Il Giappone è essenzialmente uno Stato a partito unico dal 1955, governato quasi esclusivamente dal Partito Liberal Democratico, di destra, filo-aziendale e filo-americano, in quello che è noto come il “Sistema del 1955”.

Il simbolo perfetto della subordinazione del Giappone è arrivato lo scorso luglio, quando il Paese ha celebrato il 250° anniversario della fondazione degli Stati Uniti con uno spettacolo di droni che ha visto protagonisti Donald Trump e l’ultraconservatrice Primo Ministro giapponese Sanae Takaichi.

È risaputo che il Giappone è uno stretto alleato militare e politico degli Stati Uniti.

Meno noto è il ruolo centrale che il Giappone svolge nel sostenere il sistema globale del dollaro.

Il ruolo speciale del Giappone nel sistema globale del dollaro

Il Giappone fornisce un altro servizio cruciale all’Impero Statunitense: è il maggiore detentore estero di titoli del Tesoro (ovvero, obbligazioni e debito pubblico statunitense).

In altre parole, il Giappone presta più denaro agli Stati Uniti di qualsiasi altro Paese.

Per decenni, il Giappone ha mantenuto un enorme surplus delle partite correnti. Seguendo un modello basato sugli investimenti e orientato all’esportazione, si è affermato come una potenza manifatturiera, specializzata in tecnologie avanzate e in grado di vendere prodotti di alta qualità a clienti in tutto il mondo.

Cosa ha fatto il Giappone con l’enorme eccedenza generata dal suo settore manifatturiero ad alta tecnologia? Ne ha reinvestito gran parte in attività in dollari statunitensi, in particolare in titoli del Tesoro.

Il Giappone ha continuato ad acquistare titoli di Stato statunitensi anche negli anni 2010, quando i rendimenti erano estremamente bassi e i rendimenti reali spesso negativi, dato che i tassi di interesse statunitensi erano praticamente a zero, al di sotto dell’inflazione, e la Riserva Federale attuava il quantitative easing (una “politica monetaria non convenzionale” in cui una banca centrale crea nuova moneta elettronica per acquistare attività finanziarie, come titoli di Stato e obbligazioni societarie, da banche commerciali e istituzioni private. Ciò aumenta l’offerta di moneta, riduce i tassi di interesse a lungo termine e stimola l’erogazione di prestiti bancari per favorire le economie in difficoltà). 

Tokyo ha continuato a convertire le sue eccedenze in titoli del Tesoro statunitensi non solo a causa delle pressioni politiche di Washington (che certamente hanno influito), ma anche perché il suo settore manifatturiero beneficia di uno yen svalutato, che rende le sue esportazioni più competitive (soprattutto in un momento in cui teme la crescente concorrenza della Cina).

A febbraio 2026, il Giappone possedeva circa 1.240 miliardi di dollari (1.063.077.351.800 €) in titoli del Tesoro.

È sorprendente confrontare le riserve di titoli del Tesoro del Giappone con quelle della Cina continentale. Da oltre un decennio, Pechino ha progressivamente ridotto i propri investimenti netti in titoli di Stato statunitensi. Le sue partecipazioni nel Tesoro hanno raggiunto il picco di oltre 1.300 miliardi di dollari (1.114.438.000.000 €) nel 2014.

Nel 2026, la Cina deteneva meno di 700 miliardi di dollari (600 miliardi di euro) e le sue partecipazioni si riducono di anno in anno, a seguito del progressivo processo di dedollarizzazione da parte di Pechino, dovuto all’utilizzo della sua valuta come arma da parte di Washington.

Disfunzioni del mercato dei titoli del tesoro statunitensi e crisi energetica causata dalla guerra all’Iran

Il Giappone è rimasto per anni il principale detentore di titoli del Tesoro statunitensi. Tuttavia, negli ultimi mesi, il Paese ha ridotto le proprie partecipazioni.

Qual è stata la ragione? Alla fine di febbraio, l’amministrazione di Donald Trump ha lanciato una guerra di aggressione non provocata contro l’Iran. Ciò ha scatenato una crisi energetica globale che ha gravemente danneggiato le economie dell’Asia Orientale e Sudorientale.

Il Giappone dipende quasi interamente dalle importazioni di petrolio e il 95% del suo greggio proviene dall’Asia Occidentale (il cosiddetto Medio Oriente), di cui circa l’80% transita attraverso lo Stretto di Hormuz, chiuso dall’Iran in risposta alla guerra di aggressione statunitense.

L’impennata dei prezzi dell’energia ha esercitato un’ulteriore pressione al ribasso sullo yen, costringendo la Banca del Giappone a intervenire.

Nei mesi successivi, Tokyo ha ridotto parte delle sue riserve di titoli del Tesoro, intervenendo sul mercato valutario (vendendo titoli per ottenere dollari e utilizzando questi dollari per riacquistare la propria valuta).

A luglio, le riserve giapponesi erano scese a 1.116,7 miliardi di dollari (957,3 miliardi di euro) . Ciò significa che le riserve nette di Tokyo sono diminuite di oltre 100 miliardi di dollari (85,7 miliardi di euro) in soli quattro mesi. Il Giappone stava chiaramente vendendo una grande quantità di titoli del Tesoro statunitensi.

Questo ha preoccupato Washington, poiché i rendimenti dei titoli del Tesoro statunitensi sono in costante aumento da sei anni, dalla crisi inflazionistica successiva alle interruzioni delle catene di approvvigionamento causate dalla pandemia di Covid-19.

Il governo statunitense è particolarmente preoccupato per l’elevato rendimento dei titoli del Tesoro a 10 anni, utilizzato come parametro di riferimento per altri tassi di interesse nell’economia (come obbligazioni societarie, mutui, prestiti auto, prestiti studenteschi, ecc.).

Per questo motivo, poche settimane dopo l’insolito intervento sul mercato valutario a sostegno dello yen, il Tesoro statunitense ha annunciato di voler “raddoppiare, almeno, l’entità delle operazioni di riacquisto di liquidità per i titoli a cedola nominale a lunga scadenza (il settore a 10-20 anni e quello a 20-30 anni)”.

In altre parole, il Tesoro statunitense sta emettendo debito a breve termine per riacquistare il proprio debito a lungo termine, nel tentativo di tenere sotto controllo la parte a lungo termine della curva dei rendimenti.

È piuttosto ironico, visto che Scott Bessent aveva criticato duramente il Segretario del Tesoro di Joe Biden, Janet Yellen, perché aveva emesso principalmente titoli di debito a breve termine (noti come “bills”). L’idea era che, riducendo l’offerta di titoli a più lungo termine, il Tesoro avrebbe potuto alleviare la pressione al rialzo sui rendimenti.

Ma da quando Bessent ha sostituito la Yellen, ha fatto esattamente la stessa cosa, emettendo in modo preponderante titoli a breve termine.

A luglio, il Tesoro statunitense ha emesso 2.570 miliardi di dollari (2.203 miliardi di euro) in buoni del Tesoro (titoli a breve termine con scadenza fino a un anno), a fronte di 310,3 miliardi di dollari (266 miliardi di euro) in titoli a medio termine (con scadenza da due a dieci anni) e solo 37,3 miliardi di dollari (32 miliardi di euro) in obbligazioni con scadenza da 20 a 30 anni.

Ciò significa che l’86,4% dei quasi 3.000 miliardi di dollari (2.571,5 miliardi di euro) di titoli emessi a luglio era costituito da buoni del Tesoro (a breve termine), rispetto al 10,4% per i titoli a medio termine e a un misero 1,3% per le obbligazioni a lungo termine.

Dal petrodollaro al dollaro nei fondi di investimento

A giugno, i governi stranieri detenevano 3.780 miliardi di dollari (3.240,4 miliardi di euro) in titoli del Tesoro statunitensi. La stragrande maggioranza di tale importo (oltre il 90%) è costituita da titoli a breve e lungo termine, con scadenza da uno a 30 anni.

Washington vuole che i governi stranieri continuino ad acquistare titoli di Stato statunitensi a lunga scadenza, ma non vuole che vengano venduti, perché ciò aumenterebbe la pressione al rialzo sui rendimenti dei titoli del Tesoro, in un momento in cui questi rimangono ostinatamente elevati.

Il problema è che i governi stranieri sono sempre meno interessati a detenere titoli del Tesoro statunitensi proprio nel momento in cui l’emissione di tali titoli sta esplodendo, perché il debito pubblico statunitense sta crescendo così rapidamente, con deficit federali che si attestano costantemente intorno al 6% del PIL.

La quota di titoli del Tesoro detenuti da investitori stranieri si è aggirata intorno al 32-33% dall’inizio della pandemia di Covid-19. Si tratta di un calo drastico rispetto a oltre il 45% dei primi anni 2010.

Nel frattempo, le partecipazioni ufficiali (ovvero governative) straniere in titoli del Tesoro statunitensi sono rimaste invariate negli ultimi anni, nonostante un significativo aumento delle emissioni.

Una delle ragioni principali di ciò è la crescente paura che il dollaro statunitense venga utilizzato come arma. Molte banche centrali straniere temono che i loro titoli di Stato possano essere sequestrati (ossia non ripagati alla scadenza) se i rispettivi governi dovessero intraprendere azioni sgradite a Washington.

La decisione del 2022 da parte degli Stati Uniti e dei Paesi europei di sequestrare le riserve russe di circa 300 miliardi di dollari (257,2 miliardi di euro) in attività denominate in dollari ed euro è stata un campanello d’allarme, e le banche centrali di tutto il mondo da allora si sono riversate sull’oro.

Di conseguenza, l’offerta di titoli di Stato statunitensi è aumentata costantemente, mentre la domanda da parte dei governi stranieri è diminuita costantemente.

Cosa ha colmato il vuoto? Investitori privati ​​stranieri, in particolare fondi d’investimento e altre società registrate in centri finanziari come la City di Londra o in paradisi fiscali nelle isole caraibiche.

Come il Giappone, anche queste società private stanno sostenendo il sistema globale del dollaro. Per questo motivo Adam Tooze ha sostenuto che questo sistema dovrebbe essere chiamato “dollaro dei fondi d’investimento” o “dollaro dei miliardari”.

Dopo che il governo statunitense sganciò il dollaro dall’oro durante lo shock di Nixon del 1971, Washington fece pressione sui principali produttori di petrolio, come l’Arabia Saudita, affinché reinvestissero le loro eccedenze in attività statunitensi, principalmente titoli del Tesoro, al fine di sostenere il dollaro.

Il petrodollaro rimane tuttora un pilastro fondamentale del sistema globale del dollaro, ma il dollaro detenuto dai fondi d’investimento ha acquisito un’importanza ancora maggiore negli ultimi decenni, data la rapida finanziarizzazione delle economie occidentali.

Questo è uno dei motivi per cui l’amministrazione di Donald Trump ha ulteriormente deregolamentato il settore finanziario, promuovendo al contempo con forza le stablecoin [1]: gli emittenti, infatti, spesso utilizzano titoli del Tesoro come garanzia per le proprie stablecoin (o almeno dichiarano di farlo).

Ciò spiega come società emittenti di stablecoin, come Tether e Circle, siano diventate in breve tempo tra i maggiori detentori di titoli del Tesoro a livello mondiale, in competizione con i principali governi stranieri.

Tuttavia, nemmeno questa crescente domanda privata estera è stata sufficiente a mantenere bassi i rendimenti statunitensi.

Ecco perché Washington è particolarmente preoccupata che i governi stranieri vendano i propri titoli del Tesoro.

Crisi nel sistema del dollaro: gli Stati Uniti non vogliono che altri paesi vendano i propri titoli del tesoro

Tutto ciò dimostra che c’è una crisi crescente nel cuore del sistema finanziario internazionale basato sul dollaro.

Questa è stata precisamente la conclusione a cui è giunto uno dei maggiori studiosi mondiali del sistema del dollaro, Barry Eichengreen, professore di economia all’Università della California, Berkeley, e autore del libro “Exorbitant Privilege: The Rise and Fall of the Dollar and the Future of the International Monetary System” (Privilegio Esorbitante: l’Ascesa e la Caduta del Dollaro e il Futuro del Sistema Monetario Internazionale).

In un articolo sul Financial Times, Eichengreen ha osservato che l’intervento dell’amministrazione Trump per sostenere lo yen “contiene informazioni preoccupanti sul dollaro”.

“Il messaggio è che il segretario al Tesoro statunitense Scott Bessent e soci temevano che la vendita di titoli in dollari per sostenere lo yen avrebbe messo ulteriore pressione sulla parte a lungo termine del mercato dei titoli del Tesoro statunitensi”, ha scritto.

Questa preoccupazione è stata evidenziata dalla decisione di Bessent di finanziare l’intervento sul mercato valutario non con dollari, bensì con gli euro detenuti dal Tesoro nel suo Fondo di Stabilizzazione dei Cambi.

In altre parole, il governo statunitense ha venduto euro per acquistare yen sul mercato valutario, perché non voleva vendere titoli del Tesoro, in quanto ciò avrebbe aumentato la pressione al rialzo sui rendimenti.

Ciò che è stato particolarmente sorprendente è che il governo statunitense ha venduto le sue riserve in euro, in questo intervento, senza neanche consultare i suoi presunti “alleati” in Europa. Il Financial Times ha riportato che la Banca Centrale Europea è stata informata solo dopo l’operazione.

Eichengreen, il massimo esperto del sistema del dollaro, è giunto alla seguente conclusione sul Financial Times:
“Queste mosse indicano che lo status del dollaro come valuta di riserva non è più quello di una volta. Le banche centrali sono abituate a detenere riserve valutarie in dollari perché i mercati dei titoli del Tesoro statunitensi sono liquidi. Le banche centrali detengono titoli del Tesoro statunitensi perché possono essere liberamente acquistati, venduti e utilizzati in interventi. Ma non ora, almeno non in quantità illimitate”.
In sostanza, Washington, temendo le conseguenze per i mercati finanziari statunitensi, è restia a vedere le banche centrali straniere utilizzare le proprie riserve in dollari. Questo ci dice che il dollaro non è più la valuta di riserva attraente che era un tempo.

Quando questo messaggio verrà recepito, altri Paesi intensificheranno la ricerca di alternative più attraenti e facilmente utilizzabili. La diversificazione delle riserve valutarie è destinata a prendere slancio.

Questo è il messaggio più importante da trarre dal salvataggio del Giappone da parte del governo statunitense: le crepe nella struttura del sistema del dollaro si stanno allargando, mentre il movimento globale di dedollarizzazione prende piede.

Wall Street trae vantaggio dal carry trade sullo yen

C’è un altro punto significativo da sottolineare riguardo allo storico salvataggio del Giappone da parte del governo statunitense. Ovvero, non è solo Washington a beneficiare della subordinazione del Giappone, ma anche Wall Street.

Questo accade perché le società finanziarie di Wall Street, gli investitori negli Stati Uniti e più in generale in tutto l’Occidente, traggono profitto dal deprezzamento dello yen attraverso una pratica nota come carry trade.

Cos’è esattamente il carry trade? L’idea alla base è molto semplice: un investitore prende in prestito denaro in una valuta, che ha un basso tasso di interesse, per acquistare un’attività in una valuta diversa, che ha un tasso di interesse più alto, al fine di beneficiare dello spread (il differenziale).

Per decenni, il Giappone ha avuto tassi di interesse estremamente bassi, a volte persino negativi. Quindi gli investitori contraevano debiti denominati in yen, convertivano quel denaro in dollari statunitensi e poi acquistavano titoli del Tesoro con rendimenti più elevati o azioni di società statunitensi (contribuendo così a gonfiare l’enorme bolla nel mercato azionario statunitense).

Il carry trade sullo yen si è rivelato estremamente redditizio per Wall Street. E questo scambio va avanti da anni, guidato non solo dai mercati finanziari, non si tratta della “mano invisibile”, ma anche da una sorta di accordo tacito tra i governi degli Stati Uniti e del Giappone, che ne facilitano l’accesso.

I patrimoni finanziari statunitensi, in particolare le azioni delle grandi aziende tecnologiche, hanno beneficiato notevolmente del carry trade sullo yen. Anche gli esportatori giapponesi ne hanno tratto vantaggio, perché con il costante deprezzamento dello yen rispetto al dollaro, i loro prodotti diventano più competitivi a livello internazionale.

Si tratta di una spinta quanto mai necessaria in un momento in cui il Giappone fatica a competere con la Cina, che si è rapidamente affermata nella catena del valore globale, espandendosi in settori a maggiore valore aggiunto ed erodendo i margini di profitto delle aziende giapponesi.

Il comitato editoriale del Guardian ha commesso molti errori ed è solitamente filo-imperialista, filo-americano e filo-atlantico. Ma poiché il principale quotidiano britannico è anti-Trump, la sua analisi critica del piano di salvataggio del Giappone da parte dell’amministrazione Trump ha colto nel segno, spiegando la vera motivazione dietro l’intervento sul mercato valutario:
“non si tratta tanto di un salvataggio dello yen quanto di un tentativo da parte di Scott Bessent, il segretario al Tesoro statunitense, di preservare un flusso di liquidità che avvantaggia gli Stati Uniti.
La moneta giapponese a bassissimo costo è diventata uno strumento di finanziamento globale: i banchieri prendono in prestito yen, li vendono in cambio di dollari e acquistano attività statunitensi ad alto rendimento, in particolare azioni tecnologiche. I mercati azionari americani in crescita sostengono le garanzie e gli investimenti.
Il “carry trade” giapponese è uno dei motivi per cui Wall Street può investire centinaia di miliardi nell’Intelligenza Artificiale. Le ricerche suggeriscono che l’Intelligenza Artificiale assorbe più dell’1% del PIL statunitense.”
Washington vuole mantenere aperto questo rubinetto, ma non al costo di un crollo dello yen o di vendite di titoli del Tesoro statunitensi.

Il ruolo cruciale che lo yen svolge come “rubinetto di liquidità” per Wall Street avvantaggia anche Washington, che rafforza il proprio potere globale consolidando il sistema del dollaro.

Tuttavia, le crepe nelle fondamenta di questo sistema si stanno allargando e la crisi finanziaria che si sta sviluppando lentamente in Giappone è sintomo del profondo deterioramento della struttura su cui si basa.

Note
  1. Una stablecoin è un tipo di criptovaluta progettata per mantenere un prezzo stabile. Lo fa collegando il suo valore a un bene del mondo reale, come il dollaro statunitense o l’oro
Fonte