Presentazione


Analisi, opinioni, fatti e (più di rado) arte da una prospettiva di classe.

28/08/2026

Dischi orribili - Iron Maiden - 2006 - A Matter of Life and Death

Ci sono un sacco di ipotesi sul perché sono più di cinquant’anni che l’uomo non mette piede sulla Luna, da quelle più realistiche a quelle totalmente complottiste, che però sono le più interessanti: tipo, perché ci sono spazioporti alieni sul lato oscuro del nostro satellite, perché la Luna risuona cava se le cade qualcosa sopra e quindi è artificiale, perché le sue dimensioni e la distanza tra la Terra ed il Sole sono in rapporto troppo stretto tra loro per non poter essere il frutto di un qualche studio a tavolino da parte di una avanzatissima e potentissima intelligenza esterna, e blablabla.

L’ipotesi che va per la maggiore tra i complottisti, però, è che era tutto finto, gli americani sulla Luna non sono mai realmente sbarcati, il finto allunaggio fu girato tutto in un teatro di posa per battere sul tempo l’URSS, che altrimenti avrebbe avuto il primato storico dell’uomo sulla Luna dopo quelli del primo essere vivente ad orbitare con successo intorno aulla Terra (la cagnetta Laika) e del primo umano a fare la stessa gita spaziale (Yuri Gagarin). Soprattutto ci si chiede perché mai, pur avendo la tecnologia e la tecnica, e quindi avendo affrontato la parte più ripida della curva di apprendimento, quella più dispendiosa in termini di risorse, poi ad un certo momento abbiamo buttato tutto alle ortiche e abbandonato l’idea per qualche decennio.

Per quello che vale, la mia opinione è che, passato troppo tempo, più che perdere la tecnologia tout-court si è persa la tecnica, e, se anche ad un certo momento c’è stata la velleità di tornarci, semplicemente ci faceva troppa fatica (nel senso che costava troppo, anche in termini di capitale umano) imparare di nuovo a rifare certe cose, senza la minaccia sul collo di qualcun altro che poteva batterci sul tempo. D’altronde è come se uno oggi volesse realizzare una nuova Basilica di San Pietro più o meno come la costruirono nel millecinquecento: a prescindere dal costo esorbitante, non mancherebbero né i materiali, né la tecnologia (figurarsi, ci sarebbero strumenti e possibilità impensabili per l’epoca), anzi, ma a mancare sarebbe la tecnica, cioè il personale capace praticamente, fattivamente, di tirarla su, persino sapendo in teoria come andrebbe fatto. Merda, non c’è più gente capace di fare un muretto a secco, figurarsi una bella basilicona come si faceva cinquecento anni orsono.

Tutto questo panegirico per dire che è possibilissimo che uno disimpari a comporre e magari anche a suonare come faceva un tempo, semplicemente quando tutto sommato non gli serve più e/o non è abbastanza stimolato, peraltro in aggiunta al naturale processo di invecchiamento, quello che prima o poi ci fotte tutti quanti. Poi chiaro, c’è chi invecchia meglio e chi peggio, dipende da tanti fattori e relativamente anche da come si è partiti, e proprio per questo, mentre sto sentendo in cuffia Bruce Dickinson che si svocia su The Greater Good of God (che pure è una delle meno peggio di A Matter of Life and Death), maledico lui, Steve Harris, tutto il resto del gruppo, il produttore Kevin Shirley, il tizio delle pulizie che si occupava dello studio, il portiere dello stabile ma soprattutto voialtri disagiatissimi fanatici, fino all’ultimo mentecatto che berrebbe volentieri qualsiasi deiezione di uno di questi fenomeni da circo Barnum i quali hanno disimparato a fare gli Iron Maiden proprio perché alla fine della fiera non gliene frega più un cazzo di niente da ben oltre i vent’anni celebrati da questo disco, visto che esiste purtroppo una torma di gente che a prescindere da tutto ha giurato fedeltà al nome (e solo a quello, a ben vedere) di un gruppo in realtà morto e sepolto almeno dal 1992 (se non dal 1988). Bene aveva fatto Dickinson ad andarsene affanculo altrove, ma alla fine, se c’è un cazzo di pubblico di svantaggiati che compra la merda e batte le manine, perché non approfittarne (come pure affermò Wanna Marchi in maniera un filo più colorita)?

Ed eccoci qui, con questa merda fumante di disco con un carro armato in copertina, che per assurdo alla fine è pure un pochino meglio del precedente (anche la copertina, ma lì fare di peggio sarebbe stata veramente dura anche per loro), e che comprai il giorno dell’uscita, ascoltai una volta, tolsi dal lettore e riposi il più lontano possibile dalla vista. Svantaggiato pure lo sono stato e lo sono ancora, per tanti di quei versi che se mi ci soffermassi consumerei la tastiera, ma non più per gli Iron Maiden, no. Vaffanculo voi e loro. (Cesare Carrozzi)

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L’ansia di guerra, a cervelli spenti

Allora. Uno si siede al computer, scorre le notizie e si trova davanti ad un bivio logico, concettuale, strategico pressoché irrisolvibile.

Trump, presidente Usa che ha appena mandato il capo della Cia a Mosca, afferma che “Putin non attaccherà la Nato”.

Burnham, primo ministro britannico, passato da poche settimane dal tranquillo incarico di sindaco di Manchester a quello più stressante di gestore di un paese con nostalgie imperiali e un presente da servi impoveriti, dice che “la Russia attaccherà, è inevitabile”, “è solo questione di quando, non di se”.

Entrambi stanno in un’alleanza militare chiamata Nato, e in molti altri organismi sovranazionali di intelligence, parlano la stessa lingua (niente lost in translation, insomma) e condividono gli stessi “valori” che poi è uno solo: “il mercato è sovrano”, lo dice pure Tajani.

La distonia è troppo evidente per essere nascosta, ma i media mainstream ci provano lo stesso, magari alludendo al fatto che Trump non ci sta troppo con la testa – in effetti si occupa di scemenze come rinominare l’Ontario in “lago America” – oppure che è “putiniano” perché non apprezza la stessa democrazia che lo ha selezionato. Come se Burnham fosse stato eletto o Macron avesse una maggioranza parlamentare... 

Se si guarda al panorama europeo la situazione è invece uniforme. Tutti i cosiddetti leader (della UE o dei singoli paesi) gridano che bisogna riarmarsi, e di corsa, perché la Russia attaccherà presto. “È solo questione di quando, non di se”.

In testa, come decibel, ci sono quattro nanerottoli ringhiosi confinanti appunto con la Russia (Lettonia, Estonia, Lituania e Finlandia, da poco entrata nella Nato ma già lobotomizzata quanto basta da farsi dirigere da un certo Stubb).

I quattro invocano la guerra ogni giorno, fanno transitare nel loro spazio aereo i droni ucraini che devono colpire la Russia “nel profondo” (qualcuno sospetta che in realtà ospitino direttamente i lanciatori) e pressano la Nato perché agisca al più presto perché loro – giurano – voglio “la pace” e naturalmente “la sicurezza”.

I paesi più grandi – Francia, Germania, la stessa Gran Bretagna, la Polonia – sono d’accordo sul risultato finale (la guerra contro Mosca) molto meno su tempi e modi. Parigi e Londra scalpitano per “manovre congiunte con l’esercito ucraino”, presumibilmente in territorio ucraino per “non sguarnire le difese di Kiev” impegnate a combattere sul serio, mentre Berlino e Varsavia preferiscono accelerare la preparazione. Pardon, il riarmo.

Dell’Italia è inutile parlare, perché non sanno quel che vogliono né quel che fanno. Ed è quasi una fortuna... 

Tutti, però, condividono la “narrativa”: la Russia ci vuole invadere. Il paese più esteso del mondo, ma con appena 130 milioni di abitanti, ricchezze naturali dalle dimensioni ancora semi-sconosciute ma ciclopiche, saldamente collegato con la prima economia del mondo (la Cina, a parità di potere d’acquisto), vorrebbe insomma “allargarsi” inglobando un territorio frammentato e abitato da quasi 500 milioni di persone, in profonda crisi economica e “di senso”, pressoché privo di materie prime ed ormai anche di tecnologie di punta.

Realistico, no? Più probabile – a naso – il contrario...

Ma se si parla di guerra, si incrementano i dispositivi (e la spesa) militari, si provoca sistematicamente l’avversario armando con sistemi sempre più “offensivi” il suo attuale antagonista sul campo – l’Ucraina – in modo da massimizzarne il logoramento... prima o poi la guerra arriva.

Perché non puoi seriamente parlare di “guerra ibrida russa” per ogni drone non identificato che cade sui confini e far finta che i “tuoi” missili, gentilmente regalati all’Ucraina, con in più il supporto radar e satellitare per indirizzarli con efficacia, siano invece un “semplice risultato commerciale” di cui non sei responsabile per l’utilizzo.

Se si parla di guerra, insomma, e la si fa pure facendo finta del contrario, la guerra vera prima o poi arriva... Per un “incidente” mal calcolato, un missile su un obbiettivo “troppo sensibile”, oppure per la decisione della controparte di non attendere che il futuro “aggressore europeo” si sia organizzato abbastanza da poterlo fare davvero.

Perché in tutta questa follia guerrafondaia c’è un solo piccolissimo problema: per “sdraiare” le velleità europee non serve “invaderne” i territori confinanti – processo costoso in uomini e mezzi, dai risultati incerti e con prospettive invalidanti sul medio-lungo periodo (la legittima “resistenza” degli invasi). Bastano un paio di “atomiche tattiche”, quelle meno potenti ma egualmente micidiali.

Lo sanno tutti, tanto che l’ineffabile Corsera affida al suo direttore tuttofare – Giuseppe Sarcina – il compito di stilare un lungo elenco, e relativa mappa, degli “obbiettivi sensibili” sul territorio europeo. Come se dovesse avvenire domattina...

Ovvio – per chi non ha portato il cervello in discarica – che neanche i più “falchi” tra i dirigenti russi vogliano far passare i rapporti con i guerrafondai europei dall’attuale “tensione” alla guerra totale, che in quel caso coinvolgerebbe probabilmente anche gli Stati Uniti (che di atomiche ne hanno altrettante).

In tre quarti d’ora sarebbe tutto finito. Superati tutti i problemi che affliggono l’umanità... per estinzione della stessa.

Lo sappiamo tutti, meno – sembra – qual piccolo branco di idioti che popola le stanze delle “cancellerie”, da Bruxelles a Londra e dintorni.

La domanda è perciò: quanto è grave la crisi che li attanaglia se non riescono ad immaginare altro che la guerra come “soluzione”?

Ogni giorno che restano al loro posto rende il pericolo maggiore...

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Mezze bugie e mezze verità sulle armi italiane all’Ucraina, ancora una volta

Il governo Meloni continua a navigare nella più totale ambiguità/complicità sulle forniture di armamenti italiani all’Ucraina per la guerra contro la Russia. Ma ancora una volta, così come avvenuti sui voli militari statunitensi dalle basi italiane nel contesto dell'aggressione all'Iran, l’esecutivo nasconde la verità al paese attraverso mezze bugie e mezze verità.

Le polemiche in questo caso sono scattate dopo il vertice a Kiev dei paesi europei “volenterosi” (nel far proseguire la guerra in Ucraina, ndr) e per le rivelazioni comparse sul giornale La Repubblica.

La premier Giorgia Meloni aveva confermato l’impegno italiano sugli aiuti all’Ucraina ma parlando dell’invio di nuovi generatori elettrici in vista dell’inverno, in tale contesto aveva anche annunciato che l’Italia non prenderà parte alle esercitazioni su vasta scala della coalizione previste per l’autunno intorno e dentro l’Ucraina.

Due annunci che avevano il compito di tranquillizzare il dissenso interno alla maggioranza di governo e di tenere buona quella parte dell’opposizione contraria all’invio di armi e al coinvolgimento dell’Italia nella guerra in Ucraina.

Ma le indiscrezioni sulle forniture militari italiane a Kiev pubblicate da Repubblica hanno riacceso lo scontro politico a tutto campo.

Stando a quanto riporta La Repubblica, il governo starebbe preparando l’invio a Kiev di armi di ultima generazione come le batterie contraeree Samp-T nella versione NG in grado di abbattere i missili balistici, gli intercettori Aster 30 e alcuni radar. Altro che generatori!

Il governo – prosegue La Repubblica – vorrebbe inoltre ricorrere alla formula del decreto proprio per prevenire eventuali dissensi interni alla maggioranza.

La fornitura prevederebbe quattro batterie antimissile Samp-T di nuova generazione (NG). Poi ci saranno i radar Kronos costruiti da Leonardo, mentre anche l’Italia, così come Francia e Gran Bretagna, darà il via libera formale alla produzione direttamente in Ucraina dei missili – in questo caso gli Aster.

In questo ennesimo decreto per l’invio di armi all’Ucraina ci sarebbero anche il sistema “Grifo” della Difesa italiana, che utilizza i nuovi missili Camm-Er per intercettare droni kamikaze, missili da crociera e armi anti-radar a corta portata.

Su questa ennesima forzatura bellicista del governo, nel teatrino della politica italiana non sono venuti a mancare i paradossi. A destra il gen. Vannacci si scaglia contro questa decisione di inviare armamenti all’Ucraina, nel campo largo c’è invece chi – come l’on. Magi di +Europa o l’on, Ruffino di Azione – la ritene “una buona notizia” anche se la premier è “costretta a farlo di nascosto”.

Il ministro della Difesa Crosetto ha affidato la replica ad una nota pubblicata sul sito del ministero della Difesa, in cui precisa che il Parlamento “ha autorizzato il Governo a inviare, anche per il 2026, come già era stato fatto in tutti gli anni precedenti, aiuti (di natura sia civile che militare) all’Ucraina”.

Come accaduto anche con i precedenti invii di armamenti, anche questo tredicesimo pacchetto sarà coperto da segretezza. Verrà infatti approvato prima tramite un decreto interministeriale, poi passerà al vaglio del Copasir, il Comitato parlamentare per la sicurezza della Repubblica i cui membri sono obbligati al segreto, per essere infine approvato dal Consiglio dei ministri.

Per mantenere segreti i materiali da inviare in Ucraina, il governo riferirà, infatti, la lista solo al Copasir. È lo stesso Crosetto a spiegare che quando viene assemblato un “pacchetto” di aiuti, la difesa e le amministrazioni competenti “preparano un decreto, chiedono al presidente del Copasir di poterlo illustrare ai suoi membri, lo illustrano e solo espletati tutti questi passaggi (non formali, ma sostanziali, dato che viviamo in una Repubblica in cui la sovranità è in capo al Parlamento) tale decreto viene adottato, nella prevista forma del secretato, il che mette in condizione tutti i membri del Copasir (dove siedono esponenti di maggioranza come di opposizione) di esserne in piena e totale conoscenza e averne totale contezza, come è giusto che sia”.

Con una certa dose di malizia, ma affermando sicuramente una mezza verità, Crosetto ha poi ricordato che questo è stato il percorso seguito sull’invio di armi in Ucraina da tutti i governi fino a oggi. 

Anche questa volta il Parlamento e il paese saranno messi davanti al fatto compiuto su scelte che stanno trascinando l'Italia sempre più pesantemente nella guerra in Ucraina. Così come avverrà anche per l’indebitamento con i fondi europei SAFE (veri e propri crediti di guerra, ndr) per l’acquisto di nuovi armamenti, anche questo caso non verrà affatto discusso in Parlamento come invece era stato annunciato dal ministro dell’Economia Giorgetti.

È un meccanismo che va spezzato e interrotto con decisione prima che sia troppo tardi.

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Il monito di Fidel Castro sui rischi di autodistruzione

di Luciano Vasapollo

«La specie umana è in pericolo di estinzione». Quando Fidel Castro pronunciò questo monito, nel celebre discorso del 17 novembre 2005 nell’Aula Magna dell’Università dell’Avana, molti lo considerarono un’esagerazione retorica.

Oggi, davanti all’accelerazione della crisi climatica, alla devastazione degli ecosistemi, alle guerre permanenti e all’appropriazione privata delle risorse naturali, quelle parole assumono il valore di una diagnosi storica. Non si tratta di un catastrofismo astratto, ma della constatazione che il modo di produzione capitalistico ha trasformato la natura in merce e la vita stessa in variabile subordinata all’accumulazione.

Per comprendere questa crisi non bastano né l’ambientalismo morale né il tecnicismo economico. Occorre recuperare una visione dialettica del rapporto tra uomo, natura e scienza. È qui che Marx ed Engels restano straordinariamente attuali: la natura non è uno sfondo esterno alla storia, ma il primo terreno dell’attività umana, il luogo in cui si realizza il metabolismo tra società e ambiente.

La rottura di questo metabolismo – quella che John Bellamy Foster ha definito metabolic rift – rappresenta il cuore della contraddizione ecologica contemporanea.

Dalla Rerum Novarum alla Querida Amazonia

Può sembrare insolito affiancare Marx a Leone XIII, Engels a Papa Francesco e il materialismo dialettico al Cantico delle Creature di san Francesco d’Assisi. Eppure esiste un terreno comune: la critica dell’idolatria del denaro e la difesa della dignità della vita.

La Rerum Novarum denunciava già nel 1891 gli effetti disumanizzanti del capitale industriale e rivendicava il primato del lavoro sulla ricchezza. Querida Amazonia amplia quella prospettiva mostrando come la devastazione della foresta, l’espulsione dei popoli originari e la finanziarizzazione dei beni comuni siano aspetti di un unico paradigma tecnocratico. San Francesco, molto prima dell’economia moderna, chiamava il sole, l’acqua e la terra «fratello» e «sorella», indicando una relazione di reciprocità anziché di dominio.

Non è un sincretismo filosofico. È il riconoscimento che tradizioni diverse possono convergere nella critica di un sistema che considera infinita l’accumulazione in un Pianeta finito.

Un passaggio imprescindibile riguarda poi l’enciclica Laudato si’ di papa Francesco, che ha avuto il merito di riportare al centro del dibattito internazionale il rapporto tra crisi ambientale, modello economico e responsabilità sociale. La “cura della casa comune” non può essere ridotta a una generica sensibilità ecologista: implica mettere in discussione un sistema economico fondato sulla crescita illimitata, sulla mercificazione della natura e sulla subordinazione dei beni comuni alla logica del profitto.

In questo senso, la riflessione proposta da Laudato si’ entra in un dialogo fecondo con la critica marxista dell’economia politica, perché riconosce che la devastazione ambientale non è un fenomeno separato dalle strutture economiche e sociali che organizzano la produzione e la distribuzione della ricchezza.

Questa prospettiva affonda le proprie radici anche nella tradizione marxista classica e, in particolare, nella Dialettica della natura di Friedrich Engels. La natura non viene concepita come un semplice deposito inesauribile di risorse a disposizione dell’uomo, ma come una realtà dinamica, complessa e interconnessa, nella quale ogni trasformazione produce conseguenze e contraddizioni. È proprio la separazione artificiale tra società e natura, radicalizzata dal modo di produzione capitalistico, a generare una frattura sempre più profonda.

Il capitale tende infatti a utilizzare la natura come se fosse gratuita e infinita, mentre scarica sulla collettività e sulle generazioni future i costi della sua distruzione. La crisi ecologica diventa così una manifestazione della stessa contraddizione tra capitale e natura.

Su questo terreno si colloca anche il lavoro sviluppato nella nostra riflessione sul rapporto tra capitale e natura, in particolare nel volume NOUS della nostra scuola pubblicato nel 2025 con Armadillo, che rappresenta uno dei tentativi più organici di ricostruire questo conflitto nella sua dimensione economica, sociale, ambientale e geopolitica.

Il punto centrale è che la crisi ecologica non può essere affrontata limitandosi a modificare i comportamenti individuali o introducendo qualche correttivo tecnologico. Occorre interrogarsi sui rapporti di produzione, sulla proprietà delle risorse, sulla distribuzione della ricchezza e sul potere esercitato dalle grandi concentrazioni economiche e finanziarie. La questione ambientale, dunque, è inseparabile dalla questione sociale e dalla lotta contro le disuguaglianze.

E proprio qui torna di straordinaria attualità la lucidità politica di Fidel Castro, che già da decenni aveva avvertito del pericolo rappresentato dalla distruzione degli equilibri naturali e dalla subordinazione della sopravvivenza dell’umanità alla logica del profitto.

L’allarme lanciato da Fidel sulla possibilità che la specie umana stessa venga messa in pericolo non era una profezia astratta, ma il risultato di una lettura concreta delle conseguenze di un modello di sviluppo fondato sul consumo illimitato delle risorse, sulla guerra e sulla concentrazione della ricchezza.

Come è stato recentemente ricordato anche nell’articolo (Fidel lo avizoró: La especie humana está en peligro de extinción 23 de agosto de 2026 Hedelberto López Blanch / Colaboración Especial para Resumen Latinoamericano) dedicato a questa sua intuizione, la questione ecologica assume oggi una dimensione ancora più drammatica: difendere la natura significa difendere le condizioni materiali della vita e, quindi, la possibilità stessa di un futuro per l’umanità.

In questa prospettiva, Marx, Engels, Papa Francesco e Fidel Castro, pur provenendo da esperienze storiche, culturali e politiche profondamente differenti, possono essere messi in dialogo intorno a una stessa domanda fondamentale: quale rapporto vogliamo costruire tra l’umanità e la natura?

La risposta non può essere affidata alle sole dinamiche del mercato. Se la natura viene trattata come merce, anche la vita umana finisce per essere subordinata alla valorizzazione del capitale. Per questo la battaglia ecologica è oggi, necessariamente, una battaglia per la giustizia sociale, per la pace, per i beni comuni e per la sopravvivenza della specie umana.

La dialettica della natura

Marx liberò la dialettica hegeliana dalla sua dimensione mistica senza rinunciare alla scoperta fondamentale di Hegel: la realtà è attraversata dalla contraddizione. La storia non procede per armonia, ma attraverso antagonismi concreti. L’origine della storia, infatti, non coincide semplicemente con la società civile; essa nasce dal processo di umanizzazione della natura, dalla trasformazione reciproca tra essere umano e ambiente.

Engels sviluppò questa intuizione nella Dialettica della natura, mostrando come anche i processi naturali siano caratterizzati da movimento, trasformazione e interdipendenza. Più tardi Ludovico Geymonat avrebbe difeso una concezione della scienza come pratica storica, critica e materialista, mentre Maria Turchetto ha evidenziato come l’ecologia marxiana anticipi molte delle questioni poste oggi dall’economia ambientale.

La scienza, dunque, non è neutrale. Può essere strumento di emancipazione oppure apparato tecnico del capitale. L’intelligenza artificiale, la robotica e le piattaforme digitali rappresentano l’esempio più evidente: tecnologie capaci di ridurre la fatica umana vengono invece utilizzate per intensificare lo sfruttamento, sorvegliare il lavoro e concentrare ricchezza.

I dati confermano la teoria

Negli ultimi tre anni gli indicatori internazionali descrivono una tendenza inequivocabile. Il 2024 e il 2025 sono stati gli anni più caldi mai registrati; la concentrazione atmosferica di CO₂ ha superato stabilmente le 425 parti per milione; gli eventi climatici estremi producono perdite economiche superiori ai 300 miliardi di dollari annui, mentre la quota di reddito destinata al lavoro continua a diminuire nella maggior parte delle economie europee.

Questi dati non dimostrano soltanto una crisi ambientale. Rivelano una crisi del modello di valorizzazione. L’aumento della produttività non si traduce in maggiore benessere collettivo ma in crescita dei profitti finanziari, mentre il costo ecologico viene scaricato sulla società.

La contabilità nazionale tradizionale continua a registrare come crescita perfino attività che derivano dalla distruzione: bonifiche dopo alluvioni, ricostruzioni dopo incendi, spese militari e consumo accelerato di risorse contribuiscono positivamente al PIL. La teoria del valore di Marx permette invece di distinguere tra produzione di valore sociale e semplice accumulazione monetaria, mostrando i limiti strutturali degli indicatori dominanti.

Plusvalore, profitto e crisi

L’economia politica marxista conserva un potente valore interpretativo perché consente di leggere insieme le dinamiche del lavoro e quelle della natura. Negli ultimi anni le stime elaborate da diversi studiosi marxisti anglosassoni e asiatici indicano una tendenza alla compressione salariale accompagnata da un recupero dei margini di profitto attraverso tre strumenti principali: precarizzazione del lavoro, privatizzazione dei servizi pubblici e appropriazione delle risorse naturali.

In Europa il capitale reagisce alla caduta tendenziale della redditività mediante ristrutturazioni industriali, delocalizzazioni e automazione. In America Latina la questione assume forme differenti: l’estrattivismo continua a rappresentare un terreno di conflitto tra sovranità nazionale e interessi multinazionali.

Anche le esperienze dei paesi socialisti o a pianificazione economica – Cuba, Cina e Vietnam e fino a gennaio il Venezuela – mostrano contraddizioni reali.

Nessun modello è immune alle difficoltà. Le crisi economiche nel socialismo esistono, ma hanno natura diversa da quelle del capitalismo perché non derivano necessariamente dall’anarchia del mercato, bensì dai limiti della pianificazione, dagli effetti del blocco economico, dalle sanzioni e dall’inserimento diseguale nell’economia mondiale. Analizzarle scientificamente significa sottrarsi tanto alla propaganda quanto all’idealizzazione.

Il movimento operaio e la questione ambientale

La grande stagione dei movimenti degli anni Sessanta e Settanta in Italia non fu soltanto una lotta per il salario. Fu una battaglia per la salute nelle fabbriche, contro la nocività, per il diritto alla casa, alla scuola e ai beni comuni. Da Porto Marghera a Taranto, dalle lotte degli studenti alle mobilitazioni territoriali, emergeva già il nesso tra sfruttamento del lavoro e devastazione ambientale.

Con l’avvento del neoliberismo negli anni Ottanta quel conflitto è stato progressivamente frammentato. La finanziarizzazione ha separato artificialmente la questione sociale da quella ecologica, contrapponendo occupazione e ambiente. Negli ultimi dieci anni questa contraddizione è esplosa nuovamente in Europa: la transizione verde viene spesso utilizzata come occasione di nuove rendite, mentre i costi ricadono sui lavoratori e sulle periferie.

Non esiste giustizia climatica senza giustizia sociale. Né esiste conversione ecologica se il controllo delle tecnologie e dell’energia rimane nelle mani dei grandi monopoli.

La scienza della liberazione

Il materialismo dialettico non propone un culto della tecnica né un ritorno romantico alla natura. Propone una scienza moderna capace di comprendere le contraddizioni reali e di orientare democraticamente lo sviluppo delle forze produttive. Ciò significa utilizzare anche l’intelligenza artificiale e le nuove tecnologie, ma sottraendole alla logica della massimizzazione del profitto.

La domanda decisiva non è se l’IA sostituirà il lavoro umano. La domanda è: chi possiede gli algoritmi, i dati, l’energia e i mezzi di produzione digitali? Finché la risposta sarà il capitale finanziario, ogni innovazione rischierà di approfondire il conflitto capitale-lavoro e capitale-natura.

Una nuova alleanza per la vita

Il messaggio di Fidel, la critica marxiana dell’economia politica, il Cantico delle Creature e Querida Amazonia convergono in un punto essenziale: l’umanità non può sopravvivere separandosi dalla natura. La liberazione umana coincide con la ricomposizione del metabolismo tra società e ambiente, tra lavoro e vita, tra scienza e bene comune.

L’estinzione non è un destino biologico inevitabile. È una possibilità storica prodotta da un modello economico che sacrifica il futuro alla redditività immediata. Proprio per questo può essere evitata. Ma richiede una trasformazione radicale: un nuovo internazionalismo dei lavoratori, degli studenti, dei movimenti sociali e dei popoli che rimetta al centro la pianificazione democratica, la proprietà sociale dei beni comuni e una scienza finalmente orientata all’emancipazione.

Perché, come insegnava Marx, la storia comincia davvero quando l’umanità smette di essere dominata dalle proprie stesse creazioni e riconquista la libertà nella relazione con la natura.

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L’Italia può abbandonare l’acciaio? Spunti per una produzione pianificata e sostenibile

A inizio agosto ci siamo espressi circa l’ennesima recrudescenza della vertenza Ilva, determinata dall’ingiunzione di chiusura delle aree a caldo dell’impianto di Taranto. Una situazione che, lo ribadiamo, minaccia direttamente gli impianti di Genova e Novi Ligure ma più in generale costituisce una seria ipoteca sulla tenuta della produzione siderurgica in Italia.

La situazione, da allora, ha registrato un precipitoso susseguirsi di fatti:
  1. il gruppo indiano Jindal ha manifestato disponibilità immediata ad accordarsi con il Governo Meloni per rilevare AdI, comprese le aree a caldo dell’impianto di Taranto su cui pende l’ingiunzione di chiusura entro 90 giorni sentenziata dalla magistratura milanese;
  2. a seguire si è palesata – probabilmente su input governativo – una presunta cordata italiana, che ricorda il format dei “capitani coraggiosi” del disastro Alitalia patrocinato nel 2008 dal governo Berlusconi;
  3. infine, quanto sopra sta emergendo come il probabile smantellamento di AdI e il declassamento definitivo della siderurgia italiana sul mercato internazionale.
In questa sede non intendiamo sviscerare la storia delle gare con cui i governi degli ultimi 14 anni hanno cercato un acquirente privato per l’ex Ilva. Ci limitiamo a ricordare che si è trattato di procedimenti dove i soggetti interessati all’acquisizione – gruppi nazionali, internazionali e pure fondi d’investimento “di settore” – hanno dato vita a una danza macabra che ha lasciato sul campo esuberi, operai morti, produzione in vertiginoso calo, disfacimento degli impianti e dipendenza dalle importazioni.

In mezzo a questo valzer non è mai emerso un soggetto istituzionale, industriale o finanziario che si esprimesse seriamente in merito a cosa produrre e con quali tecnologie (Jindal non fa differenza, basta osservare lo stato in cui langue la ex Lucchini di Piombino ed è meglio tacere circa le capacità di analisi e pianificazione dei padroni di Federacciai).

È questa macroscopica ma sistematicamente taciuta assenza che ha trasformato la vertenza ex Ilva nella gestione, differita nel tempo, di uno smantellamento. Quella che, di fatto, è diventata una campana a morto che suona a rallentatore, può essere silenziata solo tornando a parlare di politica industriale da un punto di vista di classe.

Nelle righe che seguono esporremo quello che secondo noi va fatto per rilanciare un settore che è fondamentale per lo sviluppo economico.

Il contesto

La siderurgia mondiale – È in sovra-capacità produttiva strutturale: a fronte di impianti in grado di produrre annualmente 2,5 miliardi di tonnellate di acciaio, il mercato mondiale ne ha assorbiti 1,85 miliardi (dati 2024 [1]). L’eccedenza è dunque pari a ben il 25% e la tendenza non è verso una riduzione di sovra-capacità produttiva.

La siderurgia in Italia – Ha caratteristiche peculiari: l’acciaio è prodotto in prevalenza da rottame, mediante forni elettrici in impianti medio/piccoli. Tale produzione genera emissioni relativamente basse di CO2 perché basata su forni elettrici.

Rispetto alle “esigenze” della produzione manifatturiera italiana (autoveicoli seppur in drastica riduzione, elettrodomestici, edilizia) il settore presenta una carenza di 13 milioni di tonnellate in laminati piani e lunghi che vengono importati dall’estero. In Italia, il settore sconta le seguenti criticità:
  • costi energetici più alti della concorrenza internazionale, in particolare intra UE, determinati
  • dalla dipendenza della produzione elettrica italiana dal gas;criticità nell’approvvigionamento della materia prima rottame (la richiesta di settore supera abbondantemente l’acciaio riciclato a livello nazionale);
  • calo di fatturato (-39,7%) e dei profitti (-45,3%).
Considerazioni – Sulla base dei dati esposti è evidente che:
  • nessun grande produttore internazionale può avere interesse effettivo a rilanciare una azienda in una condizione di mercato globale caratterizzata da una marcata sovrapproduzione. L’unico interesse verso AdI, quindi, può essere quello di rilevarla per toglierla dal mercato, oppure frazionarla scaricando i costi ambientali e sociali sulla finanza pubblica, come di fatto si è verificato da quando la vertenza ex Ilva è in atto.
  • date le specificità del settore italiano, nemmeno i produttori nazionali hanno interesse a rilevare in toto AdI. Anzi, una sua chiusura potrebbe incrementare la redditività complessiva del settore.
  • se il rilancio di AdI è l’obiettivo da perseguire, la proprietà aziendale non può che essere pubblica e il rapporto con il privato “limitato” alle fasi operative di riqualificazione/ricostruzione degli impianti produttivi.
Ipotesi di rilancio per Acciaierie d’Italia

Nel contesto attuale, a livello produttivo, AdI può trovare spazio occupando la carenza di laminati piani e lunghi sul mercato nazionale (come detto, volume produttivo 13 milioni di tonnellate annue) e conservando la quota di mercato nella produzione della banda stagnata [2] in cui è specializzato lo stabilimento di Genova Cornigliano.

Criticità economiche – Il possibile spazio di mercato da coprire non modifica in positivo le criticità economiche del contesto siderurgico italiano. Ciò implica che l’intervento pubblico deve necessariamente valicare il piano meramente proprietario della nuova AdI, intervenendo con funzione di pianificazione, direzione e controllo sia sulla catena di fornitura, in particolare sul versante delle materie prime, sia sull’ambito normativo di settore (come si deve produrre per vendere sul mercato nazionale).

Criticità ambientali – A dispetto di come si è configurata in tempi recenti, la vertenza ex Ilva, tanto a Taranto quanto a Genova, si è connotata storicamente come una questione di conflitto capitale/salute (sia dei lavoratori che pubblica in senso generale). Per questo non vanno minimizzate o rimosse le ragioni degli abitanti dei quartieri posti in prossimità degli impianti produttivi.

In base a questa considerazione:
  • per Taranto la produzione deve essere decarbonizzata nei tempi più brevi possibili. Il periodo di esercizio dell’attuale ciclo a caldo (cokeria + alti forni) deve essere direttamente legato ai tempi realizzativi e di messa in servizio del nuovo ciclo (impianto di preriduzione con idrogeno “verde” e forni elettrici) e comunque prevedere l’implementazione di tutte le tecnologie oggi disponibili atte ad abbattere in maniera massiccia le emissioni dell’attuale ciclo produttivo a caldo.
  • Il nuovo ciclo produttivo non deve contemplare, nemmeno come soluzione “provvisoria” l’uso del metano come riduttore, oppure come “materia prima” tramite cui ricavare idrogeno (cosiddetto “blu”) da impiegare come riduttore nella produzione di DRI (il cosiddetto preridotto).
  • L’obiettivo da perseguire fin da subito e con decisione deve essere la produzione con DRI e forni elettrici, dove il DRI sia ottenuto da processi che utilizzano come riduttore idrogeno cosiddetto “verde”[3], cioè, ottenuto tramite elettrolisi dell’acqua con energia elettrica generata integralmente da fonti rinnovabili [4].
  • Per Genova l’ipotesi della costruzione di un nuovo forno elettrico va scartata perché, come hanno sostenuto negli ultimi mesi i comitati di quartiere di Cornigliano, costituirebbe un peggioramento oggettivo del contesto attuale in cui nessuna lavorazione a caldo è presente nell’acciaieria [5]. Per altro, l’eventuale costruzione di un forno elettrico a Genova, di fatto aprirebbe la strada a uno scorporo degli impianti AdI del Nord Italia rispetto a Taranto, che verrebbe a trovarsi in posizione ancora più precaria di quella attuale. Deve quindi essere chiaro che la nuova AdI ha futuro solo mantenendo l’unità degli impianti produttivi sul territorio nazionale.
Criticità normative – La sostenibilità economica della nuova AdI, date le criticità di settore (elevati costi energetici), pregresse aziendali (ampio accumulo di debito) e di riqualificazione (costi elevati dei nuovi impianti) richiedono una tutela pubblica ad hoc che, come già scritto, non va intesa come “limitata” alla proprietà pubblica dell’azienda (in toto o a maggioranza azionaria) ma deve allargarsi al piano normativo per:
  • stilare e implementare un piano energetico nazionale volto a ridurre drasticamente i costi energetici per cittadini e aziende [6];
  • massimizzare l’utilizzo di fondi UE per la riqualificazione (che a oggi inspiegabilmente nessun governo ha nemmeno tentato di mobilitare, ma anzi ha stralciato verso altre destinazioni d’uso);
  • “orientare” il consumo del mercato italiano verso l’“acciaio verde” con lo scopo di:
    • garantire redditività alla nuova AdI (unica via reale per la tenuta dei livelli occupazionali e la riduzione del debito aziendale);
    • trainare la siderurgia italiana nella risalita della catena globale del valore (condizione che in potenza potrebbe determinare ricadute positive sulla contrattazione dei lavoratori dell’intero settore).
Quanto fin qui descritto, andrebbe sviluppato in un piano organico che ovviamente non è possibile dettagliare in un semplice testo. A nostro avviso, tuttavia, costituisce un primo passo per riportare nel dibattito di classe temi più strategici e di peso rispetto alle cronache giornalistiche mentre i territori, più o meno silenziosamente, sprofondano nel sottosviluppo dell’economia turistica e del movimento merci.

Note
  1. Fonte dei dati: rapporto di settore redatto da Cassa Depositi e Prestiti.
  2. La banda stagnata è una lamina di acciaio particolarmente sottile e rivestito di La lavorazione ha lo scopo di produrre un laminato maggiormente resistente alla ruggine, utilizzato per la produzione di imballaggi speciali come le lattine e i contenitori alimentari.
  3. Per approfondire gli aspetti tecnologici della produzione citata si veda qui.
  4. A Taranto, “vincolare” il nuovo impianto a una produzione basata su energia elettrica ottenuta da fonti rinnovabili attiverebbe un ciclo virtuoso valorizzando, da un lato l’elevata percentuale di potenza rinnovabile installata nella regione Puglia, dall’altro la produzione locale perché il secondo stabilimento industriale tarantino per numero di addetti è Vestas, che produce pale e generatori eolici.
  5. Un forno elettrico, inoltre, non è compatibile con le attuali aree di AdI che si trovano sulla traiettoria di decollo/atterraggio dell’aeroporto Cristoforo Colombo, situazione che limita lo sviluppo in altezza delle infrastrutture limitrofe allo scalo.
  6. Qui sono disponibili molte affermazioni circostanziate sull’argomento.
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Il dibattito “woke”, una distrazione interessata

Da qualche tempo, con le elezioni del 2027 all’orizzonte, Giuseppe Conte cerca di ritagliarsi un’identità e maggiore influenza politica all’interno del campo largo: da un lato, provando a caratterizzarsi rispetto all’establishment del PD a guida Schlein, dall’altro, con una confusa operazione, cercando di intercettare qualche simpatia nei settori sociali ultimamente più sensibili alle esternazioni di Vannacci, compresi quelli più popolari che un tempo erano stati bacino elettorale dei 5 stelle.

Stavolta ha inseguito il trend americano (forse un tentativo di capitalizzare il grande “hype” per Mamdani, nuovo sindaco di New York?) con una lettera a Repubblica, in cui critica gli “eccessi” della cultura woke partendo da una frase pronunciata dalla deputata americana Ocasio-Cortez “Woke 1 was crazy” (secondo la sintesi ripresa dai nostri giornali).

Ne è nata una discussione enorme, tra giornali, politici e opinionisti, di destra ma soprattutto “di sinistra”, con il risultato che in Italia ci facciamo trascinare in dibattiti che arrivano da altri Paesi, con situazioni diverse, e che nel dibattito nazionale finiscono per essere oggettivamente sterili.

Infatti, anche se si riferiscono a questioni che ovviamente riguardano anche l’Italia – tra cui il razzismo, il sessismo e i diritti sociali – vengono proposte in modo da scollegarle dai problemi reali delle persone che – evidentemente – non è molto comodo affrontare.

Conte dice che gli eccessi della cultura woke sarebbero diventati una “dottrina totalizzante”, “l’ossatura ideologica” della sinistra. E propone invece di tornare a occuparsi delle vere disuguaglianze economiche e sociali, mettendo però dentro tutti (ceto medio, operai, imprenditori, come se non ci fosse alcuna differenza).

Certo, di fronte a un interesse rispetto alle disuguaglianze sociali si potrebbe dire: meglio tardi che mai (o meglio, buongiorno!). Ma detto da uno che è stato al governo per due anni e mezzo (e quindi ci poteva pensare allora, magari) e che adesso sostiene il “campo largo” che, nelle sue varie forme, ha governato per anni, appare quantomeno stridente, guardando alla condizione sociale disastrosa in cui versa questo paese.

Il paradosso, quindi, è che proprio mentre condanna il “woke”, Conte conferma che né lui né gli altri prima e dopo hanno mai davvero affrontato strutturalmente le disuguaglianze di cui adesso parlano, e usano quel vuoto per attaccare e cercare di prendere qualche voto in più.

Cos’è quindi davvero il “woke”, in questo dibattito? Un insulto, un contenitore vago in cui si butta dentro di tutto (linguaggio inclusivo, identità di genere, antirazzismo, ambientalismo, ecc.). È diventato un nemico facile da colpire senza dover realmente discutere nel merito di nessuno di questi temi.

E proprio per questo, così com’è usato oggi, il termine “woke” funziona nella pratica come un’arma di distrazione portata avanti dalle persone privilegiate, che sposta l’attenzione dai problemi reali delle persone comuni e dalle loro cause.

Diventa il prodotto di una deriva individualista, che porta a leggere i problemi come questioni del singolo; essenzialista, che tende a considerare le identità come qualcosa di fisso, separando le persone in categorie e concentrandosi sulle loro differenze; e culturalista, che rimane nel campo della cultura (spesso quella di un’élite privilegiata) e non mette in discussione le radici sociali ed economiche che portano a determinate discriminazioni e disuguaglianze.

Il risultato è che ogni battaglia di quel contenitore diventa un “movimento di opinione” a sé, invece di riconoscere che hanno la stessa radice e le stesse cause sociali e culturali insite nelle dinamiche di potere della società in cui viviamo. E questa divisione fa comodo, perché permette di parlare dei singoli problemi senza mettere in discussione il sistema intero che li crea, mantenendo così tutto com’è ed evitando qualsiasi ipotesi di conflitto sociale generalizzato.

È quello che succede, per esempio, anche con il “pink washing” e il “rainbow washing”: battaglie portate avanti da chi vive ogni giorno determinate discriminazioni vengono prese, svuotate del loro significato e usate come una bandierina da chi è privilegiato.

È più comodo usare in questo modo i diritti civili, dicendo le parole giuste con il linguaggio giusto e mettendosi la coscienza a posto fingendo che così si possano automaticamente ridurre le disuguaglianze e le discriminazioni. Ma diritti civili e diritti sociali dovrebbero andare insieme, non gli uni al posto degli altri.

E noi, come Donne de Borgata, questo lo diciamo da anni. Nelle periferie, nelle borgate, queste problematiche non sono un dibattito tra le persone d’élite, ma qualcosa di molto più serio e reale.

Donne de Borgata nasce proprio perché le donne e le persone queer, precarie, disoccupate, migranti e studentesse nelle periferie sono state lasciate indietro da chi, a destra e a sinistra, non ha fatto niente per il sociale e ora prova (a parole) a trattarlo così, superficialmente, rendendo anche l’accesso ai diritti un lusso per poche e pochi.

Noi invece nasciamo per rappresentare le necessità di chi vive una realtà durissima, perché è donna e perché proviene da un contesto sociale ed economico non privilegiato e, se è immigrata, le difficoltà aumentano ancora di più. Senza casa, senza un contratto di lavoro, senza documenti, senza soldi per arrivare a fine mese.

In questa situazione, a noi donne delle borgate il dibattito sul «woke» non interessa e non appartiene. Per questo, per noi, le battaglie civili e quelle sociali devono camminare insieme, da sempre. Sapendo però – e la storia ce lo insegna – che i veri cambiamenti culturali e sociali non possono esserci senza cambiare anche i rapporti sociali e di potere.

Non basta “soltanto” cambiare il modo in cui il singolo parla o pensa: bisogna fare in modo che le persone abbiano gli strumenti, le risorse e le possibilità concrete per poter scegliere, partecipare e farsi sentire. Perché oggi chi vive condizioni di precarietà spesso non ha nemmeno la possibilità di partecipare a un dibattito che, di fatto, resta nelle mani di chi il potere lo ha già.

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Staycation, ovvero: l'estetizzazione della povertà

Staycation. È questo il nome che hanno dato al fatto di restare a casa per le vacanze, cosa che accadrà a 1 italiano su 2, prevalentemente per ragioni economiche. L’espressione in inglese serve a produrre una distanza semantica e a trasformare la rinuncia in una tendenza. Se ci pensate, non è la prima volta: spesso lo si fa con lavori particolarmente pesanti (rider, ad esempio, suona più contemporaneo di fattorino) oppure – ne abbiamo parlato tante volte – con la dimensione abitativa; abitare in pochi metri quadri è “micro-living”, e l’inglese viene utilizzato come vernice narrativa per rendere immediatamente più moderne o desiderabili condizioni che in italiano apparirebbero più dure. Questa volta tocca alle vacanze.

Pensate che questa espressione, Staycation, risale alla Seconda Guerra Mondiale: negli Stati Uniti, benzina e pneumatici venivano razionati e gli spostamenti non necessari erano fortemente limitati; la Gran Bretagna, invece, invitò la popolazione a trascorrere le ferie vicino casa per non gravare sui trasporti, necessari allo sforzo bellico. Parliamo in ogni caso di contesti anglofoni, in cui il neologismo era semplicemente una crasi (in italiano potrebbe essere vacasa) e non rispondeva al bisogno di mistificare o glamourizzare una condizione dichiarata ed emergenziale di scarsità.

Oggi quella scarsità non solo non è più emergenziale, ma è così strutturale che sentiamo il bisogno di trasformarla in scelta, tendenza, lifestyle. Non potendo intervenire materialmente sulla scarsità, decidiamo di agire sulla narrazione che ne facciamo. Così, trovare il lato positivo suona come una totale depoliticizzazione della faccenda, che spazza via qualsiasi domanda o rivendicazione sulla povertà e neutralizza il conflitto. Il problema sociale viene trasformato in capacità individuale di adattamento e raccontato come una scelta, per di più virtuosa.

Tanti sono gli articoli, più o meno critici, che sono stati scritti a partire dall’agenzia ANSA che diffondeva i dati della ricerca (realizzata da Tecnè per Federalberghi) sugli italiani che non possono permettersi di partire. Nessuno questionava la parola scelta come snervante tentativo di romanticizzazione. Ma quello scritto da Vogue Italia sembra accogliere con favore ed entusiasmo questa voglia di estetizzare la povertà. Perché non si limita a descrivere il fenomeno ma inserisce nel titolo “che fa bene alla salute mentale” e si spinge a trovare 5 benefici del restare a casa per le vacanze. Con un risultato tragicomico e grottesco.

1. “è una vacanza economica”. E tanto per cominciare, inverte il nesso causa effetto. Il fatto di non partire (conseguenza) perché non si hanno i soldi (causa) diventa: grazie al fatto che non parto (causa) non spendo soldi (conseguenza) che – spoiler – non ho. Quindi non sto risparmiando perché scelgo di farlo, ma semplicemente non ho i soldi che occorrono ad allontanarmi da casa per le ferie.

È snervante ma provoca un riso amaro perché sembra assecondare il tono di voce di chi, in un mondo classista, cerca di raccontare a se stesso e agli altri le cose che non può permettersi come una scelta libera: sarebbe da sfigati dire “non posso”, in un mondo in cui sembra che tutti possano. Abbiamo assorbito la iper-responsabilizzazione individuale circa le nostre condizioni: non è colpa dell’inflazione, dei salari fermi a trent’anni fa, o dei lavori sottopagati. Questa scelta narrativa produce competizione e frammentazione: anziché parlarci con franchezza delle nostre condizioni materiali, e trasformare così quella condizione individuale in una rivendicazione collettiva, siamo portati a mistificare la realtà pur di non percepirci/essere percepiti come poveri. La reinterpretazione della scelta obbligata come scelta libera agisce sul racconto senza mettere in discussione la materialità

2. “È una scelta sostenibile”. Ci dicono che non partire è una scelta eco-friendly perché, con qualsiasi mezzo viaggiamo, comunque produciamo emissioni. E non per benaltrismo, ma francamente puntare sul senso di colpa per le emissioni che anche un viaggio in treno produce (“meno emissioni di carbonio: macchina, treni o aerei poco importa”) significa chiedere un sacrificio alle persone sbagliate. Un weekend in treno (500 km all’andata + 500 al ritorno) produce circa 23 kg di CO₂ per passeggero; un’ora di volo su un jet privato, invece, può produrre circa 2.000 kg di CO₂.

Oggi Vogue Italia ci fa la morale anche sui piccoli spostamenti in treno (poco importa!) ma nel 2020 era tipo “Vacanze in jet privato: 3 destinazioni per l’estate” o, più di recente, a maggio 2026, ci raccontava le vacanze di Bella Hadid a Saint-Tropez “a bordo di uno yacht di lusso”. Senza minimamente problematizzare l’impatto ambientale. Lo scorso 23 giugno ci proponeva “Ville da sogno da affittare in Italia”, con charter in elicottero... e potremmo continuare in eterno, mostrando come proprio dal mondo della moda sia a lungo stato costruito un immaginario inarrivabile fatto di lusso e celebrazione acritica del privilegio. E in questo punto ci mettono anche un po’ di “sano patriottismo”: se resti vicino casa puoi acquistare un souvernir da un artigiano della zona, supportare l’economia locale e mantenere intatte le magiche tradizioni local. Non solo ci chiedono di fare i turisti a casa nostra, ma addirittura ci invitano ad acquistare un souvenir. Siamo alla frutta. Ma il punto numero 3 è più esilarante...

3. “Non richiede organizzazione”. E certo che non richiede organizzazione, se non parti. Ma che vantaggio è? Arriveremo a dire che se non mangi non devi fare la spesa o lavare i piatti? Magari saremo chiamati a compiacerci di quanto sia eco-friendly questa scelta della fame, nella misura in cui non accendi i fornelli e non sprechi acqua? La domanda non sembra essere se ci arriveremo, ma quando. Secondo me manca poco.

E continua: niente ansia da prenotazione e, soprattutto, tante volte le foto dei posti che prenoti per il pernottamento si rivelano ingannevoli. Quindi, sai che c’è? Niente vacanza, niente fregatura. Non fa una piega.

4. “è una vacanza no stress”. Cioè, nel pezzo di cui sopra “Vacanze in jet privato: 3 destinazioni per l’estate” ci dicevano che viaggiare ed esplorare un nuovo posto – rigorosamente in jet privato – ‘può fare miracoli per la salute mentale ed emotiva: è un ottimo antistress, ci aiuta ad aumentare la nostra creatività e resilienza e ci dà una bella spinta per tornare carichi al lavoro.’ Adesso improvvisamente non fare un viaggio è la vacanza ideale perché riduce lo stress da viaggio.

Last but not least

5. “è educativa”. “La vacanza vicino casa riaccende la curiosità rispetto alla nostra identità, bene sempre più prezioso in un mondo sempre più omologato da luoghi senza personalità”. Mi avete convinto. Potrei fare un safari in Africa, visitare le capitale europee, andare a vedere l’aurora boreale, la fioritura dei ciliegi in Giappone, esplorare la Cina imperiale o recarmi in India. E invece, sapete che c’è? Rimango nella mia città: la visito con occhi diversi, cerco di dissociarmi e vestire i panni del turista, così da assaporare appieno il gusto della povertà. E della frustrazione di non potersi allontanare neppure per sbaglio, ostaggio del posto in cui “vivo” e lavoro.

Insomma, va bene trovare il lato positivo. Ma articoli come questo sono davvero un insulto alla nostra intelligenza. E sembrano prendersi gioco della condizione materiale (oltre che psicologica) di chi legge.

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Se la Cia è l’ultima spiaggia

Nel mondo delle spie nulla è come appare. Anzi, quel che “deve” apparire è un risultato voluto, cercato con ostinazione e determinazione. Deve coprire altro, ma nessuno può dire con certezza che cosa. E qui cascano sempre dal pero i “dietrologi” che, disponendo dei pochi e slegati indizi messi a disposizione o comunque trovati per caso, si inventano letteralmente un “film” su come potrebbero essere andate le cose, secondo le proprie preferenze politiche.

Per dire: se i “dietrologi di sinistra” hanno campato per anni (ed anche bene, economicamente parlando) inventandosi una lotta armata italiana che sarebbe stata al servizio della Cia, quelli di destra (senza virgolette) hanno fatto lo stesso avendo nel mirino il Kgb sovietico. I più cretini hanno messo insieme tutto, shakerato e portato il cervello al cortocircuito finale, nel mondo dove tutto è possibile e quindi non c’è niente di sicuro.

La Cia, dunque. Se il suo capo va a Mosca a bordo di un C-17 Globemaster III, dopo una sosta in Lettonia, e incontra il suo omologo alla testa dei servizi segreti russi, è ovvio che non esca nulla di certo. E che le “indiscrezioni” fatte attentamente filtrare alle fonti giornalistiche da anonimi funzionari – tutti occidentali, “protetti dall’anonimato” – siano esattamente ciò che deve “apparire”. Con buona certezza che perciò sia in buona parte falso.

Ed è comunque soltanto una “narrativa”, come si può verificare dai media occidentali, che presentano la vista di John Ratcliffe alla stregua di un semi-ultimatum affinché la Russia smetta – contemporaneamente – di aiutare l’Iran condividendo armi e tecnologie della difesa, nonché per consigliare di “non reagire in modo eccessivo” se dovesse essere colpita dalle sanzioni. In pratica un “fatevi i fatti vostri e non vi lamentate, se no è peggio”.

Una “coattata alla texana”, insomma, che dovrebbe evocare l’immagine di stivali appoggiati sul tavolo davanti a interlocutori intimiditi.

Poi la mente va all’analoga visita del suo predecessore, William Burns, alla fine del 2021, presentata allora come un “duro ultimatum” a Putin affinché non attaccasse l’Ucraina. Cosa avvenuta tre mesi dopo...

La credibilità di questa narrazione è dunque bassina, diciamo ma intanto ha oscurato la ben più lunga e ben accolta visita del “ministro degli esteri” vaticano, Gallagher, che proseguirà ancora per giorni.

Oltre all’ovvia perorazione della pace fermando tutte le guerre, l’emissario del Papa si sarebbe soffermato più a lungo sulla vicenda ucraina, che tutte le fonti ormai danno ai titoli di coda o pressappoco, ma le modalità di chiusura possono essere estremamente differenti.

L’inverno alle porte – paradossale scriverne con le temperature odierne – è considerato l’ultimo prima del crollo verticale del paese, già stremato da quattro anni e mezzo di guerra, fuga dei giovani, debiti non ripagabili neanche in un secolo, economia inesistente, esportazioni semi-bloccate, divisioni interne, inchieste per corruzione che al momento si fermano sulla porta di Zelenskij in attesa di capire chi dovrà sostituirlo.

Militarmente la situazione è stata sintetizzata dall’ex ministro della difesa, l’osannato “giovane” Fedorov: “stiamo lentamente perdendo la guerra”. Dovrebbe sapere bene di cosa parla, ma anche lui viene messo in discussione – dai media guerrafondai europei – perché vorrebbe nuove elezioni, anche mentre si combatte. Ovviamente per candidarsi.

Così – nel tentativo di prendere ancora tempo – Zelenskij prepara l’arruolamento delle donne e si affida direttamente ai nazisti acclarati dei battaglioni Azov affidando loro il comando di ciò che resta sotto suo controllo del Donetsk: il solito Andriy Biletsky e Denys Prokopenko, comandante del reparto che si era arreso a Mariupol, nell’acciaieria Azovstal (il quale, secondo gli accordi di scambio dei prigionieri, non avrebbe potuto tornare a combattere...).

Un quadro pieno di crepe, che ovviamente il capo della Cia conosce nei dettagli  meglio di tutti. E senza neanche accennare all’Iran, dove l’opzione militare è stata accantonata per manifesta incapacità statunitense di raggiungere gli obbiettivi, finendo sostituita dall’ultimo esercito che gli Usa possono schierare: il sistema finanziario.

Non proprio la retrovia che consente di recitare la parte del “coatto” sulle rive della Moscova. Quasi una conferma dello stallo in cui è infilata l’amministrazione Usa, tra guerre che non riesce né a vincere né a chiudere.

Ma vedremo presto, crediamo, qualcosa di più concreto...

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