Presentazione


Analisi, opinioni, fatti e (più di rado) arte da una prospettiva di classe.

02/04/2026

La prima guerra mondiale asimmetrica

Ogni guerra richiede calcoli, e ogni calcolo rifiuta sia la retorica che l’ideologia. Tra quel che si dice e quel che si fa, insomma, passa una differenza abissale. Per capire cosa accade e chi può vincere si deve risolvere un’equazione che tiene insieme le armi esistenti, le loro qualità, la dotazione immagazzinata, il ritmo di consumo, il ritmo e le possibilità di produzione, i costi.

È l’equazione che consente ad una strategia di affermarsi oppure no, al di là delle dichiarazioni dei leader, che contano invece su un altro piano (consenso delle rispettive popolazioni, attese dei mercati, ecc.).

Questo lavoro analitico che vi proponiamo, elaborato da Thierry Breton, ex Commissario europeo e ministro francese, manager di grandi corporation, mette in chiaro – con numeri orientativamente precisi (le informazioni militari sono sempre un po’ schermate) – le domande di tanti osservatori, noi compresi, che dall’inizio della guerra si interrogano usando concetti magari validi, ma che diventano effettivamente chiarificatori solo se si appoggiano a delle quantità. Altrimenti ogni calcolo scade nella retorica.

Come potete vedere dal testo, non spira un alito di simpatia verso Teheran e il sistema di alleanze – esplicito ed implicito – che lo sostiene. L’analisi tecnica però ne prescinde largamente, concentrandosi sui brutali dati economici e produttivi che consentono di formulazione l’equazione della guerra e i suoi possibili esiti.

I concetti teorici sono pochi ma chiari:
a) questa è una guerra asimmetrica tanto quanto quelle degli ultimi 40 anni, ma è una guerra mondiale, non locale. L’Iran è strategicamente connesso con Cina, Russia e Corea del Nord, in combinazione semi-amichevole con Pakistan e India. La guerra contro Teheran è uno stadio della guerra contro Russia e Cina, per gli Stati Uniti. Lo sanno tutti e ognuno reagisce come sa e può, in base ai calcoli e non all’enfasi guerrafondaia. In fondo, la guerra nucleare totale non conviene a nessuno, neanche ai sionisti fuori di cranio che comandano a Tel Aviv; 
b) con alle spalle 40 anni di guerre asimmetriche contro avversari quasi inesistenti, l’Occidente è bloccato in una logica di guerra breve, con un dispositivo progettato per l’intensità – non per la durata. L’Iran, al contrario, ha sintetizzato le esperienze di questi ultimi 40 anni in una strategia industriale-militare fatta per durare molto di più nel tempo, pur essendo nell’immediatezza dello scontro chiaramente più debole.

Questione di costi per unità di prodotto, tecnologie correnti in produzione di massa o avanguardistiche producibili in pochi esemplari per volta, strutture industriali disegnate per realizzare un obbiettivo politico-statuale oppure per massimizzare il profitto delle imprese costruttrici private.

Ce ne sono ovviamente diversi altri, ma già questi portano alla conclusione inevitabile anche un ex Commissario europeo: l’Iran (e quindi Russia e Cina, con buona pace dei geopolitici da tastiera) ha molte più possibilità di uscire vincente da questo scontro. Che ovviamente non significa «senza danni», anzi... ma se qualcuno di potente mette in discussione la tua stessa esistenza e indipendenza, sopravvivere limitando i danni è già certamente un grande risultato.

Recuperare terreno sarà per l’Occidente il problema da impostare e risolvere nel medio futuro, se riuscirà a far fronte alla crisi di credibilità della principale arma esibita negli ultimi decenni: la deterrenza militare. Già la fuga dall’Afghanistan, oltretutto in quelle modalità “vietnamite”, l’aveva grandemente ridimensionata.

Ma per ora neanche la «strategia della decapitazione» dei vertici iraniani (e dei cosiddetti proxy) può cambiare di molto l’equazione, ossia il confronto tra le grandezze in gioco ora.

Buona lettura. E calcolo...

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L’architettura militare e strategica della guerra aperta dal 28 febbraio 2026 conferma un’asimmetria fondamentale: l’Iran ha strutturato i suoi mezzi per una guerra lunga, duratura, frammentata e asimmetrica, mentre gli Stati Uniti e Israele hanno concepito i loro dispositivi – scorte, dottrine, tempo – per guerre brevi o medie, ad altissima intensità ma di durata limitata.

È in questo prisma temporale, nel cuore di un nuovo scenario in cui si afferma l’asse Cina-Russia-Iran-Corea del Nord e in cui India e Pakistan giocano le loro ambiguità, che vanno lette le evoluzioni future in Medio Oriente, inclusa la futura riapertura dello Stretto di Hormuz e l’escalation agli estremi del confronto sino-americano.

Nella “guerra delle scorte”, l’Iran incassa il lungo termine

I missili e i droni di Teheran: una base industriale pensata per durare

Prima della guerra, l’arsenale balistico iraniano era stimato tra 1.700 e 2.900 missili balistici. Alcune valutazioni parlavano fino a circa 2.500 missili specificamente balistici.

Nonostante la distruzione di circa la metà delle sue scorte durante la “guerra dei dodici giorni” del 2025 e la neutralizzazione di 1.500 missili aggiuntivi in produzione, l’Iran ha ricostituito in pochi mesi quasi 900 missili balistici a medio raggio (MRBM), passando da circa 1.800 a 2.720 missili, il che implica un tasso di produzione di 150-200 missili al mese in questo periodo.

Stime tecniche indipendenti confermano che l’architettura industriale iraniana – “città dei missili”, fosse di colata di propellenti (carburante), linee di produzione – consente una capacità fisica da 136 a 217 missili a propellente solido al mese, ovvero fino a 2.600 missili all’anno in regime massimo.

In pratica, i vincoli legati ai precursori chimici e ai componenti elettronici suggeriscono piuttosto una capacità sostenibile di almeno 100 missili balistici al mese per diversi mesi, che rimane molto al di sopra del ritmo di produzione occidentale di intercettori.

Sui droni, l’Iran dispone inoltre di una capacità quasi industriale: i recenti attacchi mostrano che può lanciare diverse migliaia di droni in poche settimane, continuando al contempo a produrne durante il conflitto, in particolare Shahed e derivati, dalla produzione molto economica, spesso assemblati a partire da componenti importati e, contrariamente ai missili, in siti produttivi facilmente spostabili – rendendo più difficile la loro distruzione da parte del nemico.

La logica di produzione industriale iraniana, attraverso queste scelte, non è più quella di una “scorta” fissa ma di un flusso continuo, alimentato da filiere globalizzate di elettronica e motori.

I lanciatori: chiave di volta della resilienza iraniana

Il cuore della resilienza iraniana risiede meno nel numero di missili prodotti in valore assoluto che nella combinazione tra scorte, cadenza di produzione e capacità di preservare o rigenerare i suoi sistemi di lancio.

Prima del 28 febbraio 2026, i servizi israeliani e diverse valutazioni aperte stimavano che l’Iran disponesse di circa 400-550 lanciatori balistici – veicoli TEL e piattaforme fisse interrate – con un valore di riferimento frequentemente citato intorno ai 470 sistemi. Spesso dispersi in “città missilistiche” sotterranee, in tunnel e su telai civili modificati, questi lanciatori costituiscono l’interfaccia critica tra le scorte di missili – Shahab‑1 (gittata di circa 300 km), Shahab‑2 (~500 km), Qiam‑1 (700-800 km), Fateh‑110 (200-300 km), Fateh‑313 (~500 km), Zolfaghar (~700 km) e Dezful (~1.000 km) per gli SRBM; Shahab‑3 (~1.300 km), Ghadr‑1 (~1.600-1.950 km), Emad (~1.700 km), Sejjil (~2.000 km), Khorramshahr/Kheibar (~2.000-3.000 km), Haj Qassem (~1.400 km), Kheibar Shekan (~1.450 km) e i nuovi Fattah‑1/2 (~1.400-1.500 km, il cui stato operativo è ancora discusso) per gli MRBM – e la capacità reale di proiettare il fuoco in profondità.

Le prime settimane di guerra hanno visto un massiccio sforzo di controforza: secondo l’esercito israeliano, più del 60% dei lanciatori iraniani è stato neutralizzato già il 5 marzo, circa 300 TEL e piattaforme distrutti o gravemente danneggiati, cifra che sale al 75% pochi giorni dopo, con 300-415 sistemi fuori combattimento.

Le fonti aperte concordano comunque nel dire che al 25 marzo l’Iran conserverebbe ancora circa 100-200 lanciatori, di cui 100-120 pienamente operativi, in grado di mettere in batteria Shahab‑3, Ghadr‑1, Sejjil, Khorramshahr o Kheibar Shekan per colpire Israele o le basi americane fino a 2.000-3.000 km, e Qiam‑1, Fateh‑110/313, Zolfaghar o Dezful per saturare gli obiettivi del Golfo su distanze di 200-1.000 km.

Soprattutto, i precedenti post-guerra dei dodici giorni mostrano che in assenza di bombardamento continuo, Teheran è in grado di recuperare circa 100-200 lanciatori in meno di dodici mesi – ovvero 50-100 lanciatori all’anno, 4-8 al mese – riparando i TEL danneggiati e convertendo nuovi telai pesanti civili, anche se i tempi di ripristino variano da poche settimane per danni lievi a diversi mesi per strutture e tunnel colpiti in profondità.

In altre parole, se gli attacchi israelo-statunitensi hanno ben compresso la capacità di salva iraniana – come mostra il crollo di quasi il 90% del ritmo di lanci balistici osservato successivamente – non hanno tuttavia eliminato la facoltà di Teheran di conservare un nucleo di lanciatori dispersi, protetti, rendendolo capace di impiegare l’intero suo spettro balistico – dal Fateh‑110 a 200 km al Sejjil e al Khorramshahr a 2.000-3.000 km – e, soprattutto, di rigenerare progressivamente questa capacità di lancio nel lungo periodo – che è precisamente la logica di guerra asimmetrica prolungata che il regime ha ricercato.

La carenza di intercettori: perché l’Occidente è bloccato in una logica di guerra breve

Un dispositivo progettato per l’intensità  non per la durata

Dal lato statunitense e israeliano, il contrasto è netto.

Gli Stati Uniti dispongono di scorte importanti di intercettori Patriot e THAAD, ma questi non sono dimensionati per sostenere mesi di saturazione al ritmo attuale:
- schieravano circa tra 530 e 630 intercettori THAAD a fine 2025, con una produzione annua dell’ordine di 35-45 intercettori – ovvero 3 o 4 al mese.
- analogamente per i Patriot PAC‑3 MSE, disponevano di diverse migliaia di esemplari prodotti all’inizio del 2026, con una produzione di circa 500 nel 2024 e 600 nel 2025, cioè tra 40 e 50 al mese.

Al contrario, il consumo osservato dal 28 febbraio è di tutt’altro ordine: più di 800 intercettori Patriot sono stati lanciati in 5 giorni, poi probabilmente 1.000 o 1.200 nelle prime due settimane – ovvero tra uno e due anni di produzione mondiale del sistema – per contrastare circa 2.000 droni e 500 missili iraniani.

I THAAD, risorsa più rara e molto più costosa, sono impiegati in decine di esemplari aggiuntivi, dopo già 100-150 missili lanciati durante la guerra del giugno 2025.

La conclusione del Center for Strategic and International Studies (CSIS) è chiara: se il Pentagono non affronta un crollo immediato dei suoi inventari, ogni salva accelera la riduzione di una scorta che impiegherà anni per essere ricostituita al ritmo di produzione attuale – specialmente in un contesto multi-teatro (Iran, Ucraina, Pacifico).

Le diverse fonti aperte parlano esplicitamente di “guerra delle scorte” e sottolineano che questa guerra è una corsa contro il tempo, che diventa sempre più problematica per i paesi occidentali: il loro modello presuppone una guerra breve o media, non un conflitto ad alta intensità prolungato.

La dipendenza dalle munizioni intelligenti: la nostra vulnerabilità strategica

Questa logica non si limita agli intercettori. Si estende in realtà all’insieme delle munizioni guidate (missili da crociera, JDAM, JASSM, SM‑3/6, Aster, ecc.).

Le forze occidentali si basano su sistemi molto sofisticati, ma costosi e lunghi da produrre. Secondo il CSIS, i primi dodici giorni di guerra sarebbero costati 16,5 miliardi di dollari, con un costo giornaliero ampiamente trainato dal consumo di munizioni.

I margini di manovra nella produzione sono limitati: MBDA per l’Europa, Lockheed Martin per i Patriot e i JASSM, Raytheon per lo SM‑3, operano già a piena capacità e non possono moltiplicare per tre o quattro i loro ritmi senza investimenti massicci e diversi anni di tempo.

In altre parole, il sistema occidentale sa colpire duro, ma non necessariamente a lungo – o almeno non al ritmo attuale – mentre l’Iran, con vettori meno costosi e una dottrina di saturazione, può mantenere una pressione sostenibile per diversi mesi.

La lunga guerra asimmetrica dell’Iran

Una dottrina di saturazione dispersa e incrementale

I rapporti del Jewish Institute for National Security of America (JINSA) e di altri think tank descrivono una dottrina iraniana incentrata su:
- l’uso massiccio di missili balistici a corto raggio (SRBM), missili da crociera e droni contro obiettivi vicini (basi americane, infrastrutture del Golfo);
- la preservazione degli MRBM rimanenti per attacchi puntuali ad alto valore (Israele, installazioni critiche) ed effetti di dissuasione;
- una capacità di adattamento tattico: aggiustamento delle salve, multi-vettore (droni, missili balistici e missili da crociera), attacchi simultanei da più direzioni.

Questa architettura è adatta a una guerra lunga e asimmetrica. Contrariamente a quanto sostiene la propaganda del regime, la Repubblica Islamica non si è preparata a condurre la battaglia decisiva: ha sviluppato una strategia che cerca di saturare le difese sul lungo termine, di consumare le scorte nemiche e di mantenere il costo del conflitto al di là di ciò che le opinioni pubbliche e le industrie occidentali possono assorbire.

Il fatto che la maggior parte degli attacchi iraniani sia ora realizzata da droni prodotti in flusso continuo è coerente con questa logica: il drone è oggi la munizione di logoramento per eccellenza.

Un’organizzazione industriale resiliente ed esternalizzata

L’altro pilastro di questa strategia è la resilienza industriale: l’Iran ha disperso e interrato le sue capacità produttive, basandosi massicciamente su catene di approvvigionamento esterne per l’elettronica e i precursori chimici.

L’analisi dei detriti dei droni Shahed mostra una forte dipendenza da componenti occidentali e asiatici, accumulati via hub come gli Emirati Arabi Uniti, la Turchia, l’India o i paesi dell’Asia centrale.

La Cina, in particolare, è diventata un fornitore chiave di perclorati (ammonio, sodio), essenziali per la produzione di propellenti solidi, nonché di microelettronica e moduli GNSS BeiDou – un sistema cinese di GPS.

Questa architettura a rete – industriale, logistica, tecnologica – fa sì che distruggere le scorte non basta: finché questi flussi esistono, l’Iran può rigenerare una parte delle sue capacità, anche sotto bombardamento, e mantenere una postura di negazione e molestia regionale.

La nuova ecologia strategica della guerra

I “CRINK+”: un’architettura strategica strutturata dalla Cina

Al di là dello scontro immediato, la guerra iraniana rivela il consolidamento di un’architettura strategica allargata, in cui Cina, Russia, Iran e Corea del Nord – che si possono raggruppare sotto la sigla “CRINK” – formano un nucleo duro attorno al quale gravitano Pakistan, India, Iraq, Siria e, in modo ambivalente, la Turchia.

Pechino vi occupa un ruolo di architetto implicito: fornitore di input critici nella chimica, nell’elettronica o nell’energia, partner finanziario e diplomatico, guardiano dell'“amicizia senza limiti” con Mosca e di relazioni speciali con Islamabad e Pyongyang, e garante di corridoi eurasiatici attraverso le Nuove vie della seta, che danno profondità strategica a Teheran.

Mosca ricicla verso l’Iran la sua esperienza di guerra di logoramento e le sue interdipendenze energetiche, mentre la Corea del Nord e il Pakistan contribuiscono all’ecosistema balistico-nucleare e alla diffusione di vettori e know-how.

Attorno a questo nucleo, l’Iraq e la Siria offrono profondità logistiche e terreni di proiezione per le milizie e i proxy, mentre la Turchia “ potenza cerniera tra la NATO e l’Asia “ cerca di trarre vantaggio dal vuoto relativo lasciato dagli Stati Uniti di Donald Trump per ricomporre a suo favore gli equilibri in Siria, Iraq, Mar Nero e Caucaso.

Sia lassa che strutturante, questa architettura a rete non si traduce in un’alleanza formale ma in una convergenza di interessi negativi “ indebolire la centralità strategica americana, testare la resilienza delle scorte e delle opinioni occidentali, assicurarsi i corridoi energetici e commerciali eurasiatici “ che fa della Cina il perno silenzioso di questa prima guerra mondiale asimmetrica, in cui il retro fronte decisivo si trova ora in Asia più che in Europa.

L’India, il Pakistan e le altre potenze regionali

Sebbene India e Pakistan non facciano formalmente parte della rete dei CRINK, occupano per molti versi una posizione strutturante:
- l’India cerca di preservare le sue relazioni con la Russia, di contenere la Cina e di assicurarsi i suoi approvvigionamenti energetici avvicinandosi agli Stati Uniti;
- il Pakistan mantiene legami politico-militari stretti con la Cina e ha intrattenuto in passato cooperazioni sensibili con l’Iran e l’Arabia Saudita.

Entrambi i paesi hanno interesse che lo Stretto di Hormuz finisca per riaprire, ma non necessariamente che una vittoria netta americana smantelli gli equilibri regionali da cui traggono parte della loro leva.

Questa ambiguità rafforza l’idea che l’ambiente strategico si stia frammentando attorno a un centro di gravità asiatico, dove la guerra in Iran è uno dei molteplici fronti del confronto in gestazione tra Washington e Pechino.

Hormuz: lo stress test della Seconda guerra fredda

Lo Stretto riaprirà, ma a quali condizioni?

Gli analisti dell’energia concordano nel ritenere che lo Stretto di Hormuz sia troppo centrale per rimanere chiuso a lungo.

Tuttavia, il modo in cui riaprirà – accordo fragile, accordo tacito, presenza accresciuta di marine asiatiche – dipenderà molto dal rapporto di forza percepito all’esito di questa fase della guerra:
- se gli Stati Uniti impongono una forma di status quo avendo intaccato le loro scorte di munizioni, l’Iran potrà rivendicare una vittoria politica: essere sopravvissuto a un’offensiva di vasta portata;
- se l’Iran riesce a mantenere una capacità di disturbo residua (missili SRBM, droni) nonostante gli attacchi, la riapertura di Hormuz avverrà sotto la minaccia persistente di chiusure temporanee, il che strutturerà il premio al rischio sui mercati energetici.

In entrambi i casi, la conclusione per Pechino, Mosca, Pyongyang e altri sarà la stessa: il modello occidentale di guerra breve basata su scorte limitate di munizioni intelligenti è vulnerabile al logoramento.

Un’attenzione clinica: l’Iran come preludio allo scontro contro Pechino

I rapporti occidentali lo sottolineano già: la guerra in Iran è osservata con un’attenzione clinica da Pechino per trarne lezioni in vista di un passaggio all’azione intorno a Taiwan o nel Mar Cinese Meridionale.

Washington e i suoi alleati devono ripensare la profondità delle loro scorte, la diversificazione dei loro mezzi – armi meno costose, effector mix, droni – e la capacità della loro base industriale di sostenere una guerra di logoramento lunga.

L’asse CRINK, al contrario, vede ora nella strategia iraniana una prova che è possibile, con mezzi inferiori, tenere testa alla superiorità tecnologica occidentale giocando sui volumi, la dispersione e la durata.

In questa prospettiva, la guerra in Iran non deve essere letta come un episodio isolato o una parentesi – ma come il primo stress test in piena scala di un Mondo in cui il confronto sino-americano si svolgerà tanto in guerre di logoramento condotte per procura quanto in scontri diretti.

Bibliografia

1) Carl Parkin, “Always Be Casting: An Estimate of Iranian Solid Rocket Motor Production”, Arms Control Wonk, 29 settembre 2025.

2) Mark F. Cancian e Chris H. Park, “Assessing the Air Campaign After Three Weeks: Iran War By the Numbers”, CSIS, 25 marzo 2026.

3)Mark F. Cancian e Chris H. Park, “Iran War Cost Estimate Update: $11.3 Billion at Day 6, $16.5 Billion at Day 12”, CSIS, 13 marzo 2026.

4) Si veda ad esempio il più recente di Ari Cicurel, “The Eroding Shield: Air Defenses Against Iran”, JINSA’s Gemunder Center for Defense and Strategy, marzo 2026.

Fonte

Rinnovo CCNL Istruzione e Ricerca: una firma frettolosa, che non tutela i salari

La firma messa di fretta sullo stralcio della parte economica nel rinnovo del CCNL del comparto Istruzione e Ricerca appare quanto meno improvvida visto quanto sta accadendo nel Mondo, con una guerra che sta facendo schizzare nuovamente prezzi ed inflazione. Uno scenario che è definito come particolarmente incerto e con effetti che andranno oltre la fine del conflitto in Iran (che peraltro ancora non si vede), non da noi, ma dal governatore della Banca d’Italia.

C’è il forte rischio che si vada verso un’ulteriore perdita del potere d’acquisto dei salari, dopo quella registrata nel 2022-2024 e la clausola di garanzia evocata da chi deve giustificare la firma non c’è, non si sa se ci sarà e soprattutto riduce il CCNL al mero recupero dell’inflazione di questo triennio, negando qualsiasi possibilità di redistribuzione della ricchezza nel paese delle disuguaglianze.

Le percentuali di aumento, riportate da qualche comunicato sindacale, calcolate non sulla massa salariale complessiva, ma solo su alcune parti di salario, nello specifico sul tabellare, sono un imbroglio nei confronti di lavoratrici e lavoratori per rivendersi una firma ingiustificata, almeno nella tempistica.

Gli aumenti sono del 5,4% così come da stanziamento nel piano di bilancio di medio termine. In linea con l’inflazione programmata, inferiori alle proiezioni che risentono degli effetti degli aumenti dei costi energetici.

Definire, come ha fatto ARAN, una crescita storica gli aumenti in valore assoluto di tre tornate contrattuali è un insulto all’intelligenza di lavoratrici e lavoratori che i calcoli se li fanno ogni giorno quando vanno a fare la spesa al supermercato, quando devono pagare le bollette o fare il pieno con salari che valgono sempre meno.

I salari reali sono diminuiti soprattutto a causa dell’inflazione registrata nel triennio 2024-2026. Questo è l’unico dato oggettivo, il resto sono giochini fatti sui numeri e sulla vita delle persone.

Si poteva e si doveva aspettare prima di firmare. La firma frettolosa serve solo al Governo Meloni per rilanciarsi dopo la sconfitta referendaria ed evitare l’apertura di un nuovo fronte in un momento di grande crisi interna.

Gli effetti reali sui salari li vedremo nelle prossime settimane e nei prossimi mesi.

Un sindacato responsabile verso i lavoratori avrebbe dovuto usare maggior cautela e valutare con attenzione l’evolversi della situazione economica prima di arrivare ad una firma che potrebbe riportare ulteriormente indietro i salari reali. Peraltro questa accelerazione rischia di ipotecare gli aumenti anche negli altri contratti del Pubblico Impiego, proprio mentre il Governo regala alle imprese 1,5 miliardi: alla faccia delle risorse che non ci sono!

USB Pubblico Impiego sarà in piazza il 15 aprile sotto il Ministero della Pubblica Amministrazione, dal ministro Zangrillo, per chiedere lo stanziamento di risorse che determinino un’inversione di tendenza nel rapporto aumenti/inflazione e la democratizzazione del sistema delle relazioni sindacali che dia maggior ruolo alle RSU e cancelli qualsiasi penalizzazione per i sindacati che decidono di non firmare il contratto nazionale. Due elementi fondamentali per restituire ai contratti la funzione di redistribuzione della ricchezza e opporsi al dilagare delle disuguaglianze rese sempre più drammatiche dai costi della guerra scaricati su lavoratrici e lavoratori.

USB Pubblico Impiego

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La crisi della Nato non è una “stramberia” di Trump, incubava da anni

Dopo le dichiarazioni del segretario di Stato USA Marco Rubio, che ha sottolineato la necessità di “rivalutare il rapporto con la Nato” una volta finita la guerra contro l’Iran, il presidente Trump è tornato a minacciare l’uscita degli Stati Uniti dall’Alleanza Atlantica.

Donald Trump ha detto al quotidiano britannico The Telegraph che sta prendendo seriamente in considerazione di ritirare gli Stati Uniti dalla NATO dopo che l’alleanza ha evitato di partecipare alla guerra tra Stati Uniti e Israele contro l’Iran. Nell’intervista, Trump ha detto che la NATO non ha sostenuto gli sforzi militari degli Stati Uniti e ha aggiunto: “Ho sempre saputo che l’alleanza era una ‘tigre di carta’, e a proposito, anche Putin lo sa”.

Eppure quella di Trump non è una valutazione originale. Molto prima che la guerra in Ucraina piombasse come un macigno nelle relazioni interne alla Nato accelerandone le contraddizioni interne, nel novembre 2019, in una intervista all’Economist, il presidente francese Macron aveva affermato che “La Nato è in stato di morte cerebrale”.

Anche allora alla Casa Bianca c’era Donald Trump, il quale con uno stile che richiama molto i ragionamenti di questi giorni aveva affermato che “I terroristi, gli jihadisti sono europei, non americani” e “È un loro problema non è il mio”.

Rispondendo a Trump, nell’intervista a l’Economist, Macron aveva affermato che il problema è che “Trump pone il problema della Nato come un progetto commerciale. Secondo lui è un progetto in cui gli Stati Uniti assicurano una forma di ombrello geopolitico, ma come contropartita, occorre che abbia una esclusività commerciale, un motivo per comprare americano”. Era solo ieri ma sembra oggi.

Commentando la situazione di tensione tra due paesi membri della Nato – Grecia e Turchia – sulle Zone Economiche Esclusive nel Mediterraneo – Macron aveva detto al settimanale economico britannico: “Guardiamo le cose in faccia. Ci sono degli alleati che sono insieme in una stessa regione del pianeta e non c’è alcun coordinamento delle decisioni strategiche degli Stati Uniti con questi alleati. Assistiamo a un’aggressione portata da un altro partner della Nato, che è la Turchia, in una zone dove i nostri interessi sono in gioco, senza coordinamento”.

In realtà se volessimo datare l’evidenza della crisi interna della Nato dovremmo tornare al 2008 e alla guerra tra Russia e Georgia sull’Abkhazia e l’Ossezia del sud.

La Georgia nel 2008 aveva chiesto di aderire alla Nato. Gli Usa (amministrazione Bush jr) erano d’accordo, ma le principali potenze europee della Nato (Francia, Germania, Italia) nel vertice Nato di Bucarest – aprile 2008 – si opposero e la cosa non andò in porto. La Georgia aveva dunque lo status di partnerhisp con la Nato ma non quello di membro a tutti gli effetti.

Il Corriere della Sera del 1 dicembre 2010 ricostruirà anche un retroscena che nel 2008 e sulla guerra in Georgia aveva visto salire la tensione nelle relazioni proprio tra Italia e Stati Uniti a causa dell’opposizione italiana all’ingresso della Georgia nella Nato.

In Italia Berlusconi aveva appena vinto le elezioni del 2008 dopo la caduta del secondo governo Prodi.

Nelle comunicazioni tra le ambasciate americane di Roma e Praga e il dipartimento di Stato, venute in possesso di Wikileaks e che il Corriere della Sera fu in grado di pubblicare, trapela “la costante irritazione degli Stati Uniti per la posizione tenuta dall’Italia nel corso della guerra tra Georgia e Russia dell’agosto 2008”.

In un cablo, l’ambasciatore statunitense Richard Spogli scriveva nel 2008: “Nella migliore delle ipotesi, l’Italia eviterà di pronunciare dichiarazioni forti o di fare pressioni sulla Russia. Nella peggiore, l’Italia potrebbe lavorare per distruggere la determinazione degli altri alleati nelle sedi internazionali, incluse la Nato e l’Unione Europea. ... Abbiamo preso contatti con il governo italiano ai più alti livelli per suggerire che l’Italia debba prendere una posizione di principio, basata su fatti obiettivi. Inoltre, abbiamo chiarito che l’atteggiamento favorevole suscitato dal nuovo governo Berlusconi nei suoi primi mesi di attività potrebbe scomparire se la sua credibilità su questa questione venisse meno”.

Per forzare la mano alla Nato, il presidente georgiano di allora, Shakasvili (poi fuggito in Ucraina perché inseguito da un mandato di cattura, diventandone addirittura un ministro ndr), tenta la carta del fatto compiuto e attacca militarmente Abkhazia e Ossezia del Sud.

Di fronte all’intervento russo a fianco delle due repubbliche indipendentiste, Shakasvili invoca l’art. 5 della Nato e chiede di essere sostenuto militarmente dall’Alleanza Atlantica. Gli USA si dicono disponibili a intervenire, ma ancora una volta gli stati europei della Nato si mettono di traverso per non correre il rischio di scatenare una guerra con la Russia a causa di un “dittatorello georgiano” messo al potere dagli Stati Uniti. Emblematicamente questa lungimiranza verrà a mancare ai leader europei qualche anno dopo sull’Ucraina.

Lo scenario infatti si ripeterà – però a parti inverse – nel 2024 in Ucraina dopo l’elezione di Trump alla Casa Bianca.

Proprio la guerra in Ucraina e lo scontro con la Russia avevano dato l’impressione di poter rallentare la crisi della Nato e, al contrario, di voler rafforzare il polo euroatlantico. Ma via via che il conflitto si è trascinato nel tempo e che l’Ucraina lo sta perdendo in tutta evidenza, la tendenza alla coesione interna all’Alleanza Atlantica si è nuovamente affievolita.

L’incubazione della crisi interna della Nato non è quindi una stramberia di Trump ma è in corso da diversi anni. Inevitabile che questo scenario metta i principali paesi europei di fronte ad una alternativa del diavolo: accelerare il processo verso l’autonomia strategica e al riarmo oppure veder venire meno una “camera di compensazione” ma anche lo “strumento dell’ingerenza degli USA sugli affari politici europei” caro a Brzezinski. I tempi stanno cambiando, velocemente e brutalmente.

Fonte

Precariato e intelligenza artificiale: il nuovo volto del giornalismo italiano

Negli ultimi anni il giornalismo italiano sta vivendo una trasformazione profonda e spesso traumatica, in cui la crisi economica dell’editoria si intreccia con l’irruzione dell’intelligenza artificiale e con un progressivo indebolimento delle tutele del lavoro.

Accanto a questi fenomeni ormai noti, emerge con sempre maggiore forza un sistema parallelo, meno visibile e raramente denunciato, che coinvolge giovani aspiranti giornalisti e praticanti: un meccanismo di sfruttamento strutturato che rischia di compromettere non solo le carriere individuali, ma anche la qualità stessa dell’informazione.

Sempre più spesso, infatti, ragazzi animati da una forte passione per la scrittura e il giornalismo vengono coinvolti da direttori e redazioni con la promessa di collaborazioni, visibilità e, soprattutto, la possibilità di maturare l’esperienza necessaria per iscriversi all’albo professionale.

In cambio, viene loro richiesto di produrre articoli con continuità, spesso senza un compenso immediato, ma con l’illusione di una futura retribuzione legata alla pubblicazione di un certo numero di pezzi.

Nella pratica, però, questo percorso si rivela spesso una trappola.

Gli articoli consegnati vengono frequentemente bocciati con motivazioni vaghe o inconsistenti, impedendo così qualsiasi pagamento. Parallelamente, non è raro che le stesse idee, rielaborate o riscritte, compaiano successivamente firmate da giornalisti affermati o interni alla redazione. Un meccanismo che consente di attingere gratuitamente a un bacino di creatività e lavoro, senza riconoscimento né compenso.

Per questi giovani, il risultato è una spirale di lavoro incessante e non retribuito: per ottenere “due soldi” o una firma pubblicata, sono costretti a produrre quantità sempre maggiori di contenuti, spesso sacrificando tempo, formazione e stabilità economica. E anche questo, nella maggior parte dei casi, non basta.

A rendere il quadro ancora più complesso è l’ingresso massiccio dell’intelligenza artificiale nei processi editoriali.

Se da un lato molti giovani dimostrano una notevole capacità di utilizzare questi strumenti per generare rapidamente grandi volumi di articoli, dall’altro questa stessa efficienza diventa un’arma a doppio taglio.

Le redazioni, sotto pressione economica, tendono a privilegiare chi produce di più e costa meno, anche a scapito della qualità e dell’esperienza.

Il risultato è un progressivo ridimensionamento del ruolo dei giornalisti professionisti, che rappresentano un costo maggiore per le aziende editoriali.

In alcuni casi, vengono sostituiti da collaboratori più giovani, meno tutelati e disposti ad accettare condizioni peggiori pur di entrare nel settore. In altri, vengono spinti verso l’uscita attraverso dinamiche organizzative opache, mentre il lavoro viene redistribuito, o automatizzato.

Questo sistema crea una competizione interna sempre più aggressiva, in cui giovani e professionisti non sono alleati ma concorrenti, inseriti in un meccanismo che premia la quantità, la velocità e il basso costo, piuttosto che la qualità, l’etica e l’approfondimento.

Le conseguenze non sono solo economiche o occupazionali, ma anche culturali e democratiche. Un giornalismo costruito sullo sfruttamento dei più giovani, sulla precarietà diffusa e sulla sostituibilità continua rischia di perdere la propria funzione critica e indipendente. Se le idee possono essere sottratte senza riconoscimento e il lavoro non viene equamente retribuito, si crea un sistema in cui il merito diventa secondario rispetto alla convenienza.

In questo contesto, il tema dell’intelligenza artificiale non può essere isolato da quello delle condizioni di lavoro.

La tecnologia, di per sé, non è né buona né cattiva. Ma in un sistema privo di regole chiare e di tutele efficaci, può diventare uno strumento potente per amplificare dinamiche già esistenti di sfruttamento e disuguaglianza.

La questione, dunque, non riguarda soltanto il futuro dei giornalisti, ma quello dell’informazione stessa. Senza un intervento che affronti in modo strutturale le pratiche scorrette, le false promesse ai giovani e l’uso distorto delle nuove tecnologie, il rischio è quello di costruire un sistema editoriale sempre più fragile, in cui a pagare il prezzo più alto sono proprio coloro che rappresentano il futuro della professione.

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A passo svelto verso l’andare a piedi

Con gli eventi militari dell’attacco all’Iran che sembrano scivolare verso una perversa “normalità” – lo scambio di bombardamenti e missili appare in questo momento meno intenso e significativo – sarà bene rivolgere l’attenzione alle conseguenze economiche di questa guerra priva di logica.

È quasi superfluo ribadire che accendere un cerino in un deposito di gas e petrolio – questo è il Golfo Persico per l’economia globale – non è un gesto geniale. Far partire una guerra è letteralmente suicida.

In questo momento tutti i vertici politici ed economici del Pianeta stanno rifacendo i loro conti cercando di definire i diversi scenari possibili intorno ad un’unica variabile: i prezzi di petrolio e gas.

Dal punto di vista dell’autosufficienza gli Stati Uniti sembrano essere messi meglio, tra i paesi industriali. Posseggono giacimenti estesi, anche se ormai vengono sfruttati soprattutto quelli di scisto, ad alto costo di estrazione, il che conferma che i giacimenti “normali” sono quasi del tutto esauriti. Del resto petrolio e gas si sono formati nel Mesozoico, decine di milioni di anni fa, e non è che possano “riprodursi”.

Ma il mercato mondiale dell’energia è uno solo, e il prezzo anche. Ad una riduzione globale dell’offerta (il Golfo rappresenta circa il 20% delle forniture) corrisponde immediatamente un’esplosione dei prezzi (oltre il 40%, nel primo mese di guerra).

Quindi, anche se gli Usa hanno ancora molti idrocarburi, il prezzo al consumo aumenta anche per loro, con gravi effetti sia sui trasporti pubblici e privati, sia – a maggior ragione – sulla produzione industriale. Pesa insomma su tutto il ciclo e su tutti i soggetti, con la differenza che le imprese possono scaricare i maggiori costi sul cliente finale – il consumatore – mentre quest’ultimo può solo svuotarsi le tasche o ridurre i propri consumi.

Ma i consumatori votano, e questo diventa un problema politico serio.

Negli Stati Uniti l’amministrazione Trump – dicono le solite fonti ben informate” che fanno da gola profonda per i media – sta da giorni studiando vari scenari di prezzo (fino a 200 dollari al barile, anche se già i 150 sono definiti “un incubo”) e quindi varie possibilità di ridurre i prezzi dei carburanti nel mercato interno.

Vanno in questa direzione certamente i ripetuti annunci della ultime ore – “la guerra finirà entro due o tre settimane al massimo” – per smorzare un po’ della tensione sui mercati finanziari. Ma l’ipotesi più pericolosa per i paesi importatori di idrocarburi è che gli Usa decidano di chiudere i rubinetti delle esportazioni pur di calmierare i prezzi interni a fini sia produttivi che elettorali.

Se ciò dovesse avvenire ci sarebbe una seconda falla nelle forniture globali, oltre al semi-blocco dello Stretto di Hormuz, proprio mentre aumenta la richiesta di fonti alternative. E dunque anche il prezzo “per tutti gli altri”.

Qualcosa si vede già ora, specie in Asia, che è la principale cliente del greggio del Golfo. Le ultime navi da trasporto che avevano fatto il pieno laggiù prima del blocco stanno arrivando ora nei porti asiatici (ed europei). Ma già dalla prossima settimana non arriverà più granché e questo già ora sta provocando un aumento nelle offerte di acquisto e dunque del prezzo.

Perché la produzione di greggio e gas è sostanzialmente anelastica. Tutti o quasi i paesi produttori viaggiano normalmente vicino al limite massimo delle loro capacità. Possono facilmente ridurla, ma non aumentarla (bisognerebbe prima trovare nuovi giacimenti, impiantare i macchinari e le pipeline verso i porti più vicini). Solo l’Arabia Saudita ha un margine (spare capacity) significativo, ma – appunto – la maggior parte della sua produzione passa proprio per Hormuz.

La dinamica è però particolarmente tragica per l’Europa, che pure non era particolarmente esposta alle forniture dal Golfo, da cui dipendeva per solo il 6% del greggio e meno del 10% del suo gas naturale. Il problema è l’assenza di alternative immediate in grado di coprire anche questo deficit (ricordiamo che per effetto delle sanzioni alla Russia e della distruzione del gasdotto Nord Stream, operato da ucraini e Nato, non arriva quasi più nulla del gas russo a basso costo).

Friedrich Merz, Cancelliere tedesco, avverte che le conseguenze economiche della guerra all'Iran rischiano di pesare “tanto quanto abbiamo sperimentato di recente durante la pandemia di Covid o all’inizio della guerra in Ucraina”.

L’analisi di queste conseguenze, fatta da POLITICO, somiglia alle sette piaghe d’Egitto.

Ana Maria Jaller-Makarewicz, analista energetica capo per il team Europa presso l’Institute for Energy Economics and Financial Analysis, segnala che “Mentre le crisi degli anni ’70 eliminarono il 7% delle forniture globali, la chiusura dello Stretto di Hormuz ne colpisce il 20%”. Il triplo quasi esatto. E se finora la preoccupazione riguardava soltanto il livello dei prezzi, ora si fa strada anche il timore di una scarsità fisica delle forniture.

Col passare delle settimane, e soprattutto l’aumento delle distruzioni negli impianti (iraniani o sauditi, qatarioti, emiratini, ecc.), anche una cessazione della guerra non si tradurrebbe in un veloce ritorno alla normalità. Tra impianti da riparare o ricostruire, navi da far arrivare, riempire, farle tornare “a casa”, per qualche mese la situazione sarebbe comunque critica.

Nelle cancellerie europee si fanno i calcoli e tra le ipotesi è apparsa anche la “distruzione della domanda”. Ossia la limitazione d’autorità della circolazione e della produzione non strategica o essenziale. In pratica, una riedizione delle “domeniche a piedi” degli anni ‘70... 

Ma si accentuerebbe anche il declino industriale europeo, già avviato con la “resistenza” opposta dalle imprese alla “transizione ecologica” che ha portato l’industria automobilistica ad un passo dalla chiusura o della riconversione al militare (vedi Volkswagen in Germania). Su questo fronte la concorrenza cinese sembra ormai inarrestabile, per la qualità dei prodotti oltre che per il prezzo.

Lo scenario complessivo è così quello della stagflazione, la compresenza micidiale di crescita zero e alta inflazione che già negli anni ‘70 fu un problema pressoché irrisolvibile per le leadership occidentali e fece da base materiale per la distruzione del “modello sociale europeo” e quindi dal welfare ai diritti dei lavoratori. La colpa di tutto fu data al “modello keynesiano” e ci si accodò velocemente verso le follie neoliberiste di Reagan e Thatcher.

Oggi quel “margine di grasso” da tagliare non c’è più. La spesa pubblica di tutti i paesi – peraltro stressata da austerità, bassa tassazione per i redditi alti e per le imprese, spesa militare da raddoppiare – è gravata soprattutto dal “servizio del debito”, ossia dagli interessi da pagare sui titoli di stato.

La stagflazione sarebbe sicuramente affrontata dalla Bce con un rialzo violento dei tassi di interessi e quindi una “inchiodata” dell’economia da esodo biblico.

Che genialata, la guerra di Trump e Netanyahu...

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L'ormai insostenibile ipoteca della basi militari Usa in Italia

Lo scossone innescato dal rifiuto del governo italiano a concedere l’atterraggio dei bombardieri Usa diretti alla guerra in Iran, sembra essersi già ridimensionato. Lo aveva già stemperato ieri all’ora di pranzo il ministro Crosetto con un post su X, ma con il passare del tempo quanto avvenuto somiglia sempre meno al “gesto di dignità” di Sigonella nel 1985 e sempre più alla conferma dell’incatenamento dell’Italia ai vincoli dei trattati internazionali – bilaterali o multilaterali – che da troppo tempo la coinvolgono e la espongono alle guerre scatenate dagli Stati Uniti ed esercitano una non più sopportabile ipoteca sulla collocazione e le scelte internazionali del nostro paese.

Alla richiesta di chiarimenti de La Repubblica su quanto avvenuto su Sigonella, il Pentagono aveva risposto così: “Il Comando europeo degli Stati Uniti ospita regolarmente velivoli militari statunitensi (e relativo personale) in transito, in conformità con gli accordi di accesso, stazionamento e sorvolo stipulati con alleati e partner. Tenuto conto della sicurezza operativa degli asset e del personale statunitensi, al momento non è possibile fornire ulteriori dettagli”.

La stessa Repubblica scrive che 2 ore e 14 minuti dopo questa dichiarazione, ma non sollecitato, il Pentagono ha aggiunto un altro messaggio: “L’Italia fornisce attualmente sostegno, garantendo accesso, basi e diritti di sorvolo per le forze americane”.

Nelle due ore successive è probabile che fra i governi di Italia e Stati Uniti ci siano stati contatti e chiarimenti, portando ad una marcia indietro dell’Italia, con il via libera ad usare le basi militari presenti sul territorio italiano. Tutto come prima, tutto come sempre, tutto come non dovrebbe più essere in questi tempi di guerra.

Gli accordi sull’uso delle basi militari sono il frutto di trattati bilaterali stipulati fra Italia e Usa nel 1951 e nel 1954, rinnovati nel 1995 con lo “Shell agreement”, ma in gran parte tuttora secretati e che consentono alle forze armate statunitensi margini di decisionalità e discrezionalità praticamente illimitati.

Gli Stati Uniti dispongono in Italia di otto basi militari principali, di un centinaio di strutture minori, delle quali almeno una ventina sono “riservate”.

È lunga infatti la lista di aeroporti, porti, centri logistici e stazioni radar di ultima generazione su tutto il territorio italiano utilizzati dagli Stati Uniti

Ci sono le due basi aeree di Aviano e Sigonella insieme con l’aeroporto di Ghedi. In particolare ad Aviano e Ghedi ci sono anche testate atomiche delle forze armate USA.

Ci sono due porti, quelli di Napoli e Gaeta, dove si trova il comando della VI Flotta USA.

Ci sono poi le due basi di Camp Darby, in Toscana che è il più grande hub logistico-militare per armi e munizioni Usa in Europa, e Camp Ederle, a Vicenza, che è la sede di un reparto operativo come la 73ª Brigata aviotrasportata USA.

Infine ci sono alcune installazioni strategiche soprattutto per le comunicazioni che sono sparse un po’ su tutto il territorio italiano. La più nota è il Muos a Niscemi, in Sicilia.

Negli anni scorsi la base di Aviano è stata utilizzata più volte per per le operazioni militari in Libia, Iraq, Afghanistan, Kosovo.

I militari statunitensi presenti in Italia risultano essere circa 34mila. Di questi 13mila sono nelle basi militari, poi ce ne sono circa 21 mila in servizio nella VI Flotta, composta da una quarantina di navi e di 175 aerei da combattimento e trasporto.

Con tutta questa “roba” che incide sul nostro territorio, il rischio che l’Italia si trovi coinvolta fino al collo nelle guerre Usa è altissimo, anzi conclamato. Non solo. L’autorizzazione del Parlamento sull’uso di queste basi militari da parte degli USA sulla base delle “loro esigenze” non è affatto stabilito nei trattati bilaterali firmati nei decenni trascorsi dall’Italia. Al contrario, a decidere è il governo che può scegliere se investire una delle due Camere o meno.

Il Parlamento si è trovato spesso di fronte al fatto compiuto e il paese si è trovato in guerra (vedi la Jugoslavia nel 1999) ancora prima di esserne consapevole.

Il problema è che per decenni nessun governo e in nessuna circostanza ha mai rimesso in discussione questa pesante ipoteca sul paese né il servilismo verso Stati Uniti e Nato.

Di fronte ai pericoli di guerra e del coinvolgimento dell’Italia nei conflitti che ormai proliferano, è tempo che la questione dell’allontanamento delle basi militari USA (e delle armi atomiche) e della rimessa in discussione dei trattati internazionali venga posta all’ordine del giorno, e con forza.

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01/04/2026

Le Recensioni di Frusciante - Argento

Basta speculazione sistemica sui prezzi di carburanti e bollette

L’associazione consumatori A.Ba.Co., insieme all’avvocato Vincenzo Perticaro e con la collaborazione di ASIA USB, ha recentemente presentato un esposto per denunciare la dinamica speculativa sui prezzi dell’energia: una situazione che sta procurando immensi profitti ai colossi dell’energia a scapito della cittadinanza, approfittando della situazione di crisi internazionale.

L’esposto è stato presentato lo scorso 13 marzo alle Procure della Repubblica di nove città italiane.

In queste ore, la Guardia di Finanza sta conducendo controlli proprio sulla filiera della distribuzione dei carburanti.

L’associazione A.Ba.Co. ha condotto un’analisi di mercato nei mesi di febbraio e marzo, rilevando gravi distorsioni. I pressi sono saliti sopra i due euro al litro non appena si sono alzati i prezzi del greggio, ma rimanendo alti quando sono scese le quotazioni. Il taglio delle accise, che scadrà il prossimo 7 aprile, è stato in questo modo incamerato come extraprofitto da parte delle multinazionali dell’energia, togliendo risorse importanti alla sanità mentre i prezzi del carburante rimanevano alti.

Serve immediatamente una regia pubblica contro la speculazione sui prezzi dell’energia ed interventi immediati: una moratoria sui distacchi dalle utenze per morosità, l’istituzione di un minimo energetico garantito, innalzamento delle soglie per i bonus energetici per salvaguardare il potere d’acquisto di salari e pensioni!

L’USB appoggia la denuncia presentata da A.Ba.Co., senza un’azione immediata per contrastare questa nuova ondata di inflazione le disuguaglianze nel Paese sono destinate ad aumentare ulteriormente.

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