Presentazione
Analisi, opinioni, fatti e (più di rado) arte da una prospettiva di classe.
17/06/2026
Cuba oltre i pregiudizi
Il libro nasce da un’esperienza reale, da incontri reali, da domande genuine. Padre Alfonso Bruno, sacerdote e giornalista cattolico, porta la curiosità di chi non ha già deciso prima di capire. Luciano Vasapollo, economista, già professore alla Sapienza di Roma, con decenni di ricerca e frequentazione diretta dell’isola, porta la conoscenza di chi sa e la passione di chi ha scelto da che parte stare – senza nasconderlo, ma argomentandolo con i dati invece che con gli slogan.
Il formato del dialogo non è una concessione alla leggerezza: è una scelta etica che mette in campo due soggetti reali, con le loro domande genuine e le loro risposte argomentate. Ne nasce qualcosa di raro nella saggistica italiana su Cuba: un libro che si legge come una conversazione tra amici intelligenti, che non si risparmia le domande difficili e non offre risposte prefabbricate.
La struttura è ambiziosa e ben riuscita. Si comincia dalla storia lunga – la conquista spagnola, la schiavitù, il 1898 e l’Emendamento Platt con cui gli Stati Uniti si arrogarono il diritto di intervenire militarmente negli affari cubani, Batista e la Baia dei Porci – perché senza quella storia Cuba rischia di essere letta come un’anomalia ideologica invece che come un Paese con una traiettoria specifica di dipendenza e resistenza.
È una scelta editoriale intelligente: il lettore che arriva alle pagine più politicamente dense del volume porta con sé un contesto che le rende comprensibili invece che semplicemente scandalose.
Il contributo più originale e prezioso è l’ampio dialogo con Abel Prieto Jiménez, presidente della Casa de las Américas, intellettuale e testimone di una stagione storica che va da Fidel Castro a Hugo Chávez, dalla Rete in Difesa dell’Umanità alla battaglia per i Cinque eroi cubani.
Prieto parla con la libertà e la profondità di chi ha vissuto dentro le cose – non recitando una linea ufficiale, ma attraversando la complessità con quella che lui stesso chiama «amarezza lucida». È uno degli interlocutori più onesti che un libro su Cuba abbia mai portato a un lettore italiano: riconosce gli errori storici della Rivoluzione, guarda senza sconti alla crisi attuale, ma restituisce anche la dimensione spirituale e culturale di un Paese che non si lascia ridurre a una formula – «marxismo tropicale, martiano, africano, caraibico, popolare, contraddittorio, spirituale», come scrive con felice precisione.
Altrettanto riuscita è la sezione sul rapporto tra teologia della liberazione, cattolicesimo cubano e Rivoluzione. Padre Bruno porta qui il contributo più autonomo del volume: la lettura di Martí come figura spirituale prima ancora che politica, il racconto degli errori storici della Chiesa verso Cuba – il clero franchista dei primi anni, l’Operazione Peter Pan – affrontato con lucidità e senza autoassoluzioni, il dialogo tra Frei Betto e Fidel come momento di svolta nella relazione tra fede e rivoluzione.
E poi la perla nascosta del libro: la ricostruzione dall’interno della mediazione che portò all’incontro tra Raúl Castro e Papa Francesco, con Vasapollo testimone e protagonista di una stagione diplomatica che ancora non ha ricevuto il riconoscimento storico che merita.
Su questo punto il libro offre qualcosa di unico. Francesco e Raúl vengono restituiti non come icone ideologiche ma come uomini: entrambi figli del Novecento, entrambi segnati dalla storia, entrambi consapevoli che il mondo non cambia con le cortesie ma che senza le cortesie profonde della dignità non cambia affatto.
«Non si dialoga davvero se prima non si riconosce la dignità dell’altro», scrive il vaticanista Salvatore Izzo nel suo omaggio finale a Papa Francesco. È forse la frase che riassume meglio il senso dell’intero volume.
I dati che Vasapollo porta sul sistema sanitario cubano, sull’indice di sviluppo umano, sulle missioni mediche internazionali – cinquantamila medici in oltre sessanta paesi, la missione più grande del mondo contro l’Ebola in Africa nel 2014, un’aspettativa di vita superiore a quella degli Stati Uniti – non sono propaganda: sono cifre verificabili dell’OMS e delle Nazioni Unite che l’informazione mainstream preferisce non citare.
Portarle in un libro accessibile al grande pubblico è già un atto di utilità culturale.
«Cuba. La verità che non vi hanno raccontato» non è un libro per chi cerca conferme facili. È un libro per chi ha il coraggio di sospendere per qualche ora le certezze preconfezionate e lasciare che la storia parli. Chiunque foste prima di aprire queste pagine, ne uscirete con qualcosa che non avevate: una domanda più giusta, uno sguardo più libero, la voce di un popolo che resiste – e che merita finalmente di essere ascoltato.
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16/06/2026
Padroncini in casa d’altri
Un colonialista è per sempre. Una volta assaggiato il gusto del disporre a piacimento delle vite di interi popoli per portar via gratis le loro risorse, pare impossibile tornare indietro. Neanche quando quel potere – perso perché qualche altro colonialista ti ha sostituito, oppure certi popoli sono cresciuti al punto da farti passare la voglia di stuzzicarli – di fatto non ce l’hai più.
A margine del “memorandum” firmato per ora elettronicamente da Usa e Iran, gli ex colonialisti europei si sono messi in moto come un sol uomo per mostrare di “contare qualcosa”, spinti da antichi furori imperiali.
È appena il caso di notare che quell’accordo, come confessa lo stesso vicepresidente Usa che l’ha firmato, “è di una pagina e mezzo” e “non include i dettagli operativi dell’intesa”. Una serie di princìpi, dunque, o di slogan, che andranno concretizzati nel dettaglio nell’arco di almeno 60 giorni. Un testo peraltro fin qui secretato, al punto che Washington e Teheran sembrano averne stesure diverse.
Sorvoliamo per il momento sull’ostacolo rappresentato dai nazisionisti israeliani – praticamente tutte le forze politiche interne, sia di governo che di “opposizione” – che hanno spiegato chiaramente come per loro quell’accordo “non esiste” e dunque continueranno a far guerra su tutti i fronti che hanno aperto (Gaza, Libano, Siria, Iran, Yemen, Cisgiordania, ecc.).
La minaccia diretta all’Iran, in modo quasi esplicito, è di usare anche armi nucleari – di cui Tel Aviv è fornita a dispetto di tutte le convenzioni e i trattati internazionali: “Non scenderemo a compromessi sugli interessi di sicurezza di Israele e sulla protezione dei nostri cittadini, e non ci ritireremo dalle zone di sicurezza”, ha ribadito il ministro del genocidio, Israel Katz, avvertendo che “se l’Iran attacca Israele a causa degli eventi in Libano, lo colpiremo con tutta la nostra forza” in modo da “far capire la disparità di potere” – ossia di armi – tra i due paesi.
In questo quadro quanto meno incerto, il solito gruppetto dei “volenterosi” (Francia, Gb, Germania, cui si sono aggiunti Giappone e Canada, oltre l’Italia) si è immediatamente attivato per andare a “sminare lo Stretto di Hormuz”. Di fatto il G7, ossia la Nato più Tokyo, è in piena frenesia di riarmo.
Sulla riapertura del braccio di mare – consensualmente decisa da Usa e Iran con il memorandum fin qui ignoto – pesa tra l’altro il deposito di mine di profondità. Nulla che impedisca il passaggio delle navi, finché questo avviene con l’accordo dei “padroni delle mine” (gli iraniani). Ma evidentemente ostativo a qualsiasi transito fatto a dispetto dei “padroni di casa”. Navi militari della Nato in primo luogo.
La circostanza richiederebbe insomma qualche prudenza e molta diplomazia.
Invece il massimo delle “precondizioni” poste alla “missione di sminamento”, almeno stando alle intenzioni del governo italiano, sono quelle interne: ossia l’autorizzazione del Parlamento. Sul piano pratico le due navi dragamine della Marina militare “Crotone” e “ Rimini” sono già in porto a Gibuti, per la missione UE Aspides nel Mar Rosso a protezione dagli Houthi. Farle arrivare davanti Hormuz richiederebbe pochissimo tempo...
Completamente ignorata, invece, una “precondizione” che a prima vista risulta decisiva: l’Iran è d’accordo oppure no?
La questione presenta due aspetti piuttosto diversi. Sul piano “legale” – del diritto internazionale – il problema è semplice: il punto di passaggio più stretto rientra completamente nelle acque territoriali di Iran e Oman. Ogni attraversamento richiede il loro consenso (a seconda della rotta che si sceglie, più vicina all’uno o all’altro Paese).
Ma “chissenefrega del diritto internazionale”, dicono nelle capitali europee quando sono loro ad infrangerlo. Facciamo dunque finta che il problema legale – con il voto dei Parlamenti nazionali – non esista; e che non sia d’ostacolo neanche l’assenza di un mandato emesso da una fonte internazionale legittima (l’Onu, in casi come questo). Il G7, notoriamente, non è una “fonte di diritto onnilaterale”, ma un semplice “gruppo di interesse”.
Rimossa dalla mente la questione legale, dunque, resta pur sempre quella militare. Molto concreta. Una piccola flotta della Nato, composta da dragamine, accompagnata da corvette o cacciatorpediniere, potrebbe “operare liberamente” nelle acque internazionali iraniane senza che da Teheran arrivi un permesso o uno sciame di droni e missili?
Possiamo fare un paragone ipotetico con lo Stretto di Messina... Come reagirebbe il governo italiano a una missione militare iraniana (o russa, cinese, ecc.) in quei tre chilometri di mare che separano Sicilia e Calabria?
Il rischio di arrivare alle mani sembra evidente...
Ma ai colonialisti di altri tempi non passa neanche per la testa che la propria presenza in casa d’altri, senza invito e senza bussare educatamente alla porta, possa risultare sgradita. E incontrare resistenza.
Sono abituati così, non sanno far altro.
Si son visti passare sotto il naso due guerre in cui il loro ruolo è stato secondario (l’Ucraina, da rifornire ma lasciando la “direzione politica” agli Usa, persino nelle “trattative di pace”) oppure nullo (quella in Medio Oriente, fatta e decisa da Israele e Stati Uniti, peraltro con finalità piuttosto diverse).
Per recuperare “l’onore perduto” ora cercano una funzione, sia pur piccola ma rischiosa, per rientrare in gioco a livello globale.
La logica che li spinge è la stessa con cui Mussolini “premier” entrò nella Seconda guerra mondiale – considerata già vinta da Hitler – attaccando una Francia di fatto occupata dalla Wermacht: “mi servono 2.000 morti [italiani, ndr] da gettare sul tavolo delle trattative”.
Sappiamo com’è finita. E abbiamo anche imparato che l’Iran attuale è decisamente più “rognoso” di quella Francia debilitata, che peraltro risultò osso indigesto per le truppe fasciste.
Ma vagli a spiegare, ai nostalgici dell’Impero e delle Colonie, che a fare i “padroncini in casa d’altri” – oggi – si finisce in modo simile.
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Dopo il fallimento di Trump in Iran, l’Arabia Saudita vuole il suo blocco
Con l’aggressione all’Iran, non solo Trump non ha ottenuto risultati tangibili, ma ha mostrato in maniera inequivocabile la debolezza strategica di Washington e l’incapacità di tenere a bada Israele e di difendere le petromonarchie del Golfo. Che ora, in un’epoca di ridisegno degli assetti geopolitici internazionali, lavorano per creare un proprio blocco regionale in grado di sostenere i propri interessi in un mondo già di fatto multipolare.
Quando Teheran, dopo l’aggressione di Washington e Tel Aviv, ha iniziato a bombardare per rappresaglia non solo le basi statunitensi sparse in tutto il Medio Oriente ma anche le infrastrutture petrolifere e civili dei paesi del Golfo, ha causato un vero e proprio shock nelle petromonarchie abituate a rimanere al riparo dalle conseguenze dei conflitti che hanno invece devastato altri paesi dell’area.
In cambio della permanenza all’interno della sfera d’influenza di Washington e del massiccio acquisto di armi e tecnologia americane, le monarchie del Golfo hanno goduto per decenni della protezione militare statunitense.
Ma a causa dell’ennesima guerra scatenata da Stati Uniti e Israele contro l’Iran e le altre forze dell’asse sciita, le petromonarchie sono state colpite duramente, subendo enormi danni economici ed evidenziando che i sistemi di difesa e i caccia americani – costati centinaia di miliardi – non sono stati in grado di bloccare una parte importante dei lanci di droni e di missili da parte di Teheran. La presenza delle basi statunitensi nella regione non solo non ha rappresentato un deterrente nei confronti della rappresaglia iraniana nei confronti dei paesi che consentono lo schieramento militare di Washington in Medio Oriente, ma anzi l’ha amplificata.
Che le basi americane abbiano attirato gli attacchi iraniani o che semplicemente non siano riuscite a fermarli, l’ultimo conflitto ha diffuso tra i paesi dell’area la percezione di essere eccessivamente esposti. Di contro le cancellerie del Golfo non hanno potuto non registrare che Washington ha dato la priorità alla difesa di Israele invece che ai loro paesi.
Un primo, eclatante allarme, lo aveva suscitato l’attacco israeliano contro il Qatar del settembre scorso per eliminare la leadership di Hamas, per altro impegnata in un negoziato con lo stato ebraico con la mediazione di Doha. Il bombardamento aveva goduto del consenso o quantomeno della tolleranza di Washington, in violazione degli accordi sottoscritti dagli Stati Uniti con il Consiglio di Cooperazione del Golfo.
La reazione – frutto ovviamente di un negoziato iniziato in precedenza – fu la firma di uno storico accordo militare tra l’Arabia Saudita e il Pakistan che comprende un meccanismo di difesa reciproca simile a quello previsto dall’articolo 5 del Patto Atlantico. Il nucleo fondativo di una potenziale “Nato sunnita” si basa su un reciproco vantaggio: mentre Bin Salman ottiene per l’Arabia Saudita la copertura – almeno potenziale – garantita dall’arsenale nucleare pakistano, Islamabad accede a finanziamenti fondamentali per sostenere la propria economia in crisi e la possibilità di proiettare la propria influenza verso ovest.
Nei mesi successivi alla firma del patto con il Pakistan i colloqui per un allargamento dell’alleanza sono stati pubblicamente estesi alla Turchia.
Poi il 19 marzo – a quasi un mese dall’inizio delle operazioni militari israelo-statunitensi contro l’Iran – i ministri degli esteri di Arabia Saudita, Pakistan, Egitto e Turchia si sono riuniti a Riad per serrare le fila del campo sunnita, preoccupato dalla minaccia rappresentata per i propri interessi dalla sopravvivenza dell’Iran e del suo sistema di alleanze nella regione ma sempre più anche da un espansionismo israeliano che non sembra conoscere alcun limite. I quattro rappresentanti hanno espresso la necessità di “prendere in mano” la gestione delle crisi regionali allo scopo di evitare che “attori esterni” possano imporre soluzioni funzionali ai propri interessi.
Mente i media turchi riferiscono che i colloqui sull’adesione della Turchia al patto tra sauditi e pakistani sarebbero in fase avanzata e quelli di Islamabad che una bozza di accordo sarebbe già pronta, già all’indomani del raid israeliano sul Qatar il dittatore egiziano al-Sisi propose la creazione di una forza di reazione rapida regionale.
Se i paesi aderenti riusciranno a superare le storiche divisioni e rivalità e a conciliare i diversi posizionamenti rispetto al resto dello scacchiere mondiale, quello sunnita potrebbe nascere come un blocco di tutto rispetto, forte di 500 milioni di abitanti e di risorse economiche e militari non indifferenti.
L’Arabia Saudita rappresenta senz’altro il motore finanziario ed economico dell’operazione, oltre ad ospitare i luoghi santi dell’Islam; il Pakistan dispone della deterrenza nucleare e di una potenza militare considerevole; anche la Turchia dispone di un esercito tra i più potenti al mondo e può mettere a disposizione la propria industria militare tecnologicamente avanzata, oltre che la sua proiezione geopolitica in Africa e in Asia Centrale; l’Egitto, infine, esercita un controllo strategico sul Canale di Suez e dispone anch’esso di una certa potenza militare.
In parallelo con i colloqui sui risvolti militari, i paesi aderenti stanno già implementando la parte economica, ed hanno approvato la realizzazione di corridoi ferroviari, centri logistici e sistemi digitali, mentre sta prendendo forma un oleodotto per trasportare il petrolio saudita verso il Mediterraneo.
In attesa di capire se il quartetto iniziale potrà allargarsi ad altri paesi – ad esempio il Qatar, strettamente associato alla Turchia, di cui ospita una base militare sul proprio territorio – a Riad la “Nato sunnita” o “Step” (dalle iniziali dei paesi aderenti) è stata già ribattezzata “Patto di Maometto”. Questa dizione non concede all’alleanza soltanto un forte valore identitario, islamico e sunnita, ma sembra voler mettere una pietra tombale su quegli “Accordi di Abramo” che Trump ha inaugurato durante il suo primo mandato per normalizzare le relazioni tra Israele e potenze del Golfo all’insegna dell’egemonia statunitense e che si sforza tuttora di allargare ad altri paesi dell’area. Senza successo, vista la sfiducia nei confronti della scarsa volontà – e capacità – di Washington di difendere gli interessi delle petromonarchie e la crescente ostilità nei confronti dell’espansionismo israeliano.
Nel frattempo sauditi e soci hanno già portato a casa un importante risultato, operando forti pressioni sulla Casa Bianca per bloccare i bombardamenti contro Teheran – e quindi le rappresaglie contro le monarchie sunnite – e ottenendo per il Pakistan un fondamentale ruolo di mediazione che ha portato al cessate il fuoco del 7 aprile.
Non sfugge che se una versione allargata dell’alleanza andasse in porto, il nuovo blocco geopolitico potrebbe esercitare uno stretto controllo su alcuni corridoi logistici fondamentali a livello mondiale come gli stretti di Suez, di Bab el-Mandeb e di Hormuz oltre che del Bosforo, mirando a condizionare le grandi potenze.
Se l’intesa sarà in grado di stabilizzarsi ed evolvere, sia sul piano militare che su quello economico e politico, la mappa geopolitica del Medio Oriente e dell’Asia centro-occidentale potrebbe essere in pochi anni completamente rivoluzionata.
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Cuba - Il blocco è una forma di genocidio, parlano i dati
Il suo impatto umano è incalcolabile. Vite perse, sofferenze personali e familiari, carenze eccessive, danni psicologici, effetti sulla salute. L’80% dei cubani che vivono a Cuba ha vissuto tutta la propria esistenza sotto gli effetti genocidari del blocco.
I due Ordini Esecutivi firmati dal presidente Donald Trump nel 2026 hanno aggravato l’asfissia premeditata contro Cuba e il suo popolo e hanno approfondito fino a limiti estremi l’assedio economico e la sofferenza umana causati da queste azioni unilaterali ed extraterritoriali di punizione collettiva.
Dati che illustrano il genocidio contro il popolo cubano
- 1.400 MW di generazione elettrica distribuita nel paese non possono essere utilizzati perché Cuba non può acquistare il carburante richiesto dai generatori, a causa del blocco totale dell’accesso cubano al petrolio e ai suoi derivati.
- I cubani subiscono in media più di 20 ore di blackout al giorno, che influenzano l’illuminazione, la cottura del cibo, l’accesso all’acqua potabile, ai servizi di TV e comunicazioni e ad altri servizi di base.
- 1.800 bambini non avevano diritto alla vita a causa del raddoppio del tasso di mortalità infantile nel paese, a seguito dell’inasprimento del blocco come dimostrato da uno studio recente del CEPR. Nel 2017, all’inizio del primo mandato di Trump, Cuba aveva un tasso eccezionale di mortalità infantile per un paese del Sud Globale, pari al 4,0 ogni mille nati vivi. Questo tasso è salito in questi anni a 9,9 ogni mille nati vivi nel 2025.
- Il tasso di sopravvivenza dei bambini con cancro a Cuba è diminuito al 65%, rispetto all’85% prima dell’inasprimento del blocco energetico.
- Più di 100.000 cubani sono in lista d’attesa per sottoporsi a interventi chirurgici elettivi o ricostruttivi, a causa della mancanza di energia e forniture mediche causata dal blocco. Tra questi ci sono 5.152 pazienti oncologici (tumori) e circa 12.000 bambini, ha riportato il MINSAP.
- 2.888 cubani che ricevono trattamenti emodialitici per insufficienza renale cronica sono coinvolti nel loro trattamento sistematico con una terapia fortemente dipendente da forniture, acqua e attrezzature specializzate.
- Il Programma Nazionale di Immunizzazione, uno dei principali risultati della salute pubblica cubana, che include 16 vaccini e protegge in particolare milioni di bambini cubani, è a serio rischio. Le restrizioni derivanti dal blocco rendono sempre più difficile l’acquisizione di materie prime, attrezzature e risorse finanziarie per sostenere la produzione nazionale di vaccini.
- Il blocco rende estremamente difficile produrre nel paese diversi diagnostici delle malattie sviluppati dall’industria nazionale, inclusi test essenziali per la diagnosi precoce del cancro.
- Più di 100.000 bambini cubani non ricevono un litro di latte al giorno, sovvenzionato dallo Stato, a causa della mancanza di carburante per trasportare il latte dalle unità di produzione alle grandi città.
- Gli ostacoli logistici e di pagamento per l’acquisto del grano hanno fatto sì che solo il 50% del fabbisogno di farina possa essere consegnato ai territori e che il peso del pane razionato venduto alla popolazione sia diminuito da 80 a 60g.
- 170 contenitori di prodotti essenziali in arrivo a Cuba, equivalenti a 6,3 milioni di dollari, non sono stati distribuiti ai loro destinatari a causa della carenza di carburante.
- 11.000 tonnellate di generi alimentari di base che il WFP ha già in magazzini in tutta Cuba vengono distribuite “a un ritmo molto più lento di quanto dovrebbero” a causa della carenza di carburante e trasporti.
- UNICEF e UNDP hanno riferito di avere diverse decine di container nei porti cubani che riescono a estrarre e distribuire molto lentamente.
L’Ordine Esecutivo del 1° maggio ampliò le misure punitive di Washington contro l’economia cubana e qualsiasi azienda nel mondo che tentasse di commerciare o investire a Cuba a limiti inimmaginabili.
A causa di queste imposizioni draconiane:
- La società canadese Sherrit Internationalation ha interrotto le sue attività minerarie ed energetiche a Cuba.
- Le due principali compagnie internazionali di navigazione che operavano con Cuba, la francese CMA CGM e la tedesca Hapag-Lloyd, hanno deciso di non accettare nuovi ordini da o per Cuba. Di conseguenza, un gruppo di parti destinate alla riparazione della centrale termoelettrica Antonio Guiteras, la più grande unità di generazione termica del paese, è bloccata in Francia. Circa 20 container di rum cubano destinati all’esportazione sono anch’essi bloccati nei terminal portuali cubani.
- Numerose compagnie aeree come Turkish Airlines, Iberia, Air Canada, Air France, World2Fly e altre hanno cancellato i loro voli per Cuba a causa della mancanza di carburante per gli aerei nel paese e della diminuzione dei visitatori.
- La società canadese Blue Diamond si è ritirata da Cuba e dalla gestione di oltre 60 strutture alberghiere nel paese.
- Le aziende spagnole Meliá e Iberostar hanno smesso di gestire rispettivamente 15 e 12 hotel nell’arcipelago cubano.
- La banca straniera che gestiva le operazioni a Cuba utilizzando carte VISA e MASTERCARD ha interrotto il suo rapporto con FINCIMEX dal 6 giugno.
- Il Gruppo Transfigura ha detto alle fonderie in Cina che avrebbero smesso di ricevere spedizioni di concentrati di zinco dal progetto Castellanos a Pinar del Rio, Cuba, a causa della pressione statunitense.
- Empresa Minera la Victoria SA (una joint venture tra la australiana Antillas Gold Ltd e la cubana SOF Geominera SA) è stata autorizzata dal Dipartimento del Tesoro degli Stati Uniti. per “generare reddito per lo Stato cubano”. In precedenza, la società mineraria Moa Nickel S.A. (joint venture tra Sherit e il Nickel Business Group) era stata presa di mira.
- La società statale cubana di petrolio e prodotti petroliferi CUPET è stata inclusa tra le entità soggette a misure unilaterali da parte di Washington, con ampi effetti extraterritoriali, in un altro passo per portare l’assedio energetico a Cuba all’estremo.
L’Ordine Esecutivo del 1° maggio ha raggiunto il parossismo di criminalizzare le donazioni che cittadini ed entità potrebbero fare a Cuba nel mezzo della grave crisi generata dal blocco.
Sono stati fatti tentativi di criminalizzare e disprezzare organizzazioni e individui in solidarietà con Cuba negli Stati Uniti sui media. Il People’s Forum, CodePinK, ANSWER, Tricontinental, la piattaforma mediatica Break Thorough News e l’influencer Hasan Piker.
Il Dipartimento del Tesoro ha emesso misure di ritorsione contro l’Istituto Cubano di Amicizia con i Popoli, il principale canale di solidarietà e donazioni a Cuba, e le sue agenzie di viaggio AMISTUR, minacciando sanzioni contro chiunque mantenga rapporti con questa organizzazione cubana.
La piattaforma di pagamento Stripe ha chiuso il conto di Cuban Americans for Cuba Inc, un’organizzazione che opera per la fine del blocco negli Stati Uniti. Secondo il messaggio ricevuto dall’organizzazione, Stripe ha deciso di chiudere l’account per presunta “esposizione a giurisdizioni proibite”, inclusa Cuba, a causa delle restrizioni imposte da regolatori e partner.
Oltre al numero e alle misure coercitive, il blocco è una punizione collettiva, estrema e ingiustificabile contro il popolo cubano. È genocida, illegale, extraterritoriale e contraria al diritto internazionale.
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L’uso dell’AI ha già tagliato 425mila lavoratori in tre anni
Da quanto riportato dall’International Labour Organization, il 25% dell’occupazione globale rientra in professioni potenzialmente esposte all’Intelligenza Artificiale e, significativamente con percentuali più elevate nei paesi ad alto reddito (34%) dove un lavoratore su 4 potrebbe essere sostituito da una macchina nei prossimi anni.
I lavori più a rischio sono quelli che prevedono attività ripetitive e componenti digitali e testuali facilmente automatizzabili: call center, assistenza amministrativa, assistenza clienti, impiegati di banche e poste, cassieri e traduttori.
Secondo uno studio condotto dal Politecnico di Torino, lo scorso anno il numero di annunci di lavoro in Italia che hanno richiesto competenze legate all’IA è cresciuto del 93%, un incremento che va di pari passo con l’evolversi del mercato italiano dell’Intelligenza Artificiale che ha raggiunto il valore di 1,8 miliardi di euro, in crescita del +50% rispetto al 2024.
Oltre quattro lavoratori italiani su dieci (il 42,6%) vivono con la paura che verranno presto sostituiti dall’intelligenza artificiale. A rivelarlo è il 9° Rapporto Eudaimon-Censis, che misura un fenomeno che gli esperti hanno battezzato “AI Anxiety”. Non si tratta tanto di una preoccupazione passeggera, quanto di un blocco psicologico che mina la capacità di adattamento e genera una profonda insicurezza rispetto al proprio futuro professionale. Dal rapporto emerge anche un dato “paradossale” secondo il quale il 70% degli intervistati ammette che l’IA migliora concretamente la qualità del lavoro.
Sul fronte dell’opinione pubblica, l’indagine internazionale SCOaPP-10 mostra come oltre il 50% degli italiani si dichiari preoccupato per l’avvento delle nuove tecnologie, mentre circa il 60% ritiene di non possedere competenze digitali adeguate per affrontare la trasformazione in corso.
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Continua l’accanimento contro Alfredo Cospito. Prorogato ancora il 41 bis
Le restrizioni del regime di 41 bis contro il prigioniero anarchico Alfredo Cospito verranno prorogate di altri due anni.
La Procura generale e la Direzione nazionale antiterrorismo continuano così ad accanirsi contro un detenuto politico in carcere ormai da anni e sottoposto ad un regime detentivo durissimo, con restrizioni anche sul tipo di romanzi che può ricevere e leggere in carcere.
Il ricorso presentato dal difensore avvocato Flavio Rossi Albertini, che chiedeva la sospensione del regime 41 bis, è stato infatti rigettato nell’udienza davanti al Tribunale di Sorveglianza di Roma in meno di un’ora.
Il ministero della Giustizia alla fine di aprile aveva rinnovato l’applicazione del 41 bis nei confronti di Cospito, attualmente detenuto nel carcere di Sassari. Contro questa decisione era stato presentato un ricorso.
Sferzante il commento dell’avvocato Albertini, secondo cui “Il 41 bis a Cospito fa comodo a coloro che intendono governare una società sempre più lacerata, polarizzata tra ricchi e poveri, inclusi ed esclusi: un monito per chi sfida le istituzioni e uno strumento di propaganda per sviare l’attenzione dai problemi reali concentrando la narrazione pubblica sulla sicurezza e sui presunti nemici interni”.
La giustificazione per la proroga del 41bis a Cospito fa più volte riferimento alla morte di due militanti anarchici mentre confezionavano un ordigno al parco degli Acquedotti a Roma, addebitando così a Cospito – che è in galera da anni – il concorso morale in quanto accaduto, per dimostrare così la persistente pericolosità del movimento.
Le motivazioni con cui è stato rigettato il ricorso contro il 41 bis a Cospito sono che: “L’eventuale mancato rinnovo della misura avrebbe come effetto quello di restituire maggiori possibilità di comunicazione al fenomeno insurrezionalista rendendo più agevole la veicolazione di messaggi tesi a stimolare e istigare la commissione di gravi reati”. Per questa ragione si chiede di prorogare la misura “risultando aggravate le esigenze che avevano condotto all’applicazione del provvedimento”.
Rigettato il ricorso del legale di Cospito, il Tribunale di Sorveglianza deciderà nei prossimi giorni, ma sembra evidente come la decisione appare scontata.
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Precipitano bombardieri strategici, in USA e Russia
Un bombardiere B-52H si è schiantato poco dopo il decollo da una base dell’aeronautica militare statunitense nel deserto del Mojave, nel sud della California. Sui social circolano immagini del denso fumo nero dopo lo schianto e l’esplosione. Secondo le autorità non c’è nessun sopravvissuto e risultano almeno 8 morti.
Potrebbero volerci fino a sei mesi per completare un’indagine, ha detto il colonnello Hayes, spiegando che il B-52H stava supportando il “programma di modernizzazione radar”.
L’aviazione militare ha pubblicato sulla piattaforma social X le immagini di squadre di emergenza che stavano intervenendo dopo che il velivolo si è schiantato intorno alle 11:20 di lunedì mattina (ora americana) presso la base aerea di Edwards.
Il Boeing B-52 Stratofortress è un bombardiere strategico a lungo raggio in dotazione all’aviazione degli Stati Uniti dagli anni Cinquanta.
Per una singolare coincidenza anche un bombardiere strategico russo Tu-22M3 si è schiantato durante un volo di addestramento nella regione siberiana di Irkutsk. L’incidente ha coinvolto uno dei principali velivoli d’attacco a lungo raggio utilizzati da Mosca; le autorità russe hanno confermato la sopravvivenza dell’equipaggio. L’incidente ha coinvolto un Tupolev Tu-22M3, versione aggiornata del bombardiere supersonico sovietico Tu-22M, noto in ambito NATO con il nome in codice “Backfire”.
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