La guerra sta andando benissimo!
Washington sta ritirando le sue ultime forze dal complesso militare vicino all’aeroporto di Erbil, nel Kurdistan iracheno. Le batterie Patriot sono già state rimosse. Il ritiro è iniziato la scorsa settimana e l’equipaggiamento pesante è ancora in fase di spostamento.
I funzionari lo definiscono una procedura di routine, un altro passo verso la scadenza del 30 settembre con Baghdad (la cruda realtà della sconfitta nella questa guerra suicida contro l’Iran dice il contrario). I curdi (strumenti utili dell’impero anglo-sionista), che hanno vissuto per anni sotto l’ombrello americano, sono rimasti completamente indifesi. Erbil è stata colpita ripetutamente da febbraio.
I Patriot vantavano un tasso di intercettazione del 95% ma i continui bombardamenti da parte dell’Iran e dei suoi alleati ne hanno sfatato il mito. Quella copertura oggi è finita.
Non si tratta di una semplice operazione di riorganizzazione. È il prossimo capitolo del processo di ristrutturazione complessiva della presenza statunitense nel Golfo perisco. L’Iran ha trascorso mesi a studiare metodicamente la mappa: prima le basi più vicine alle proprie coste, poi le reti radar, i depositi di carburante, gli hangar per droni, le petroliere e le caserme.
La risposta statunitense è stata sempre la stessa: fare un passo indietro. Il campo di Arifjan in Kuwait si trova a circa 96 chilometri dal territorio iraniano. Il quartier generale della Quinta Flotta in Bahrein dista appena 210 chilometri. Le basi giordane hanno già subito perdite e colpi diretti. Tutte sono state sottoposte a continui attacchi missilistici e di droni.
Lo schema è chiaro. Ciò che sta accadendo a Erbil è semplicemente l’ennesima conferma che il vecchio modello di basi avanzate non funziona più di fronte alla gittata, alla determinazione e alla potenza militare iraniana.
Non c’è modo di minimizzare l’imbarazzo. Per due decenni queste basi nel Golfo e nel Levante sono state presentate come l’architettura permanente del potere americano. Ora l’Impero sta riorganizzando le sedie a sdraio sotto il fuoco nemico, spostando silenziosamente ciò che può verso Israele e più in profondità in Giordania, mentre i curdi guardano lo scudo fallimentare caricarsi sui camion.
L’Iran non ha bisogno di occupare una sola base americana. Deve solo continuare a far sì che il costo della permanenza statunitense superi i costi della partenza. Questo processo è già in corso e la mappa si sta restringendo.
Fonte
Presentazione
Analisi, opinioni, fatti e (più di rado) arte da una prospettiva di classe.
06/08/2026
Gli USA ritirano truppe ed equipaggiamento dal nord dell’Iraq
Accordo tra Europol e Israele per scambio di dati sensibili. Da abolire
Un ulteriore problema è che non lo è solo sul piano economico e militare, ma lo è anche – ed è assai più delicato – su quello dei sistemi di intelligence, la cooperazione delle polizie e lo scambio dei dati sensibili.
Secondo quanto rivelato dal sito di inchiesta Irpimedia, il culmine di questa relazione è – o meglio, vorrebbe essere – un accordo per lo scambio di dati personali tra Europol, l’agenzia di polizia dell’Ue, e le autorità israeliane.
Un sito israeliano già nel settembre del 2022 dava per acquisito questo accordo di cooperazione tra Europol e agenzie di sicurezza di Israele. “Sono state completate le trattative tra Israele e l’Unione Europea per un accordo di condivisione di informazioni con Europol. L’ambasciatore di Israele presso l’UE Haim Regev e il rappresentante dell’UE hanno firmato mercoledì una dichiarazione di completamento dei negoziati tra le parti per lo scambio di informazioni su terrorismo e criminalità grave”.
Dopo quattro anni di negoziati, nel dicembre del 2022 erano però trapelate alcune notizie che davano l’accordo per morto o per lo meno congelato. Alla fine del 2022, il Servizio giuridico del Consiglio dell’Ue aveva infatti espresso un parere negativo sul testo, chiedendo di modificarne alcuni passaggi perché le norme europee impongono la tutela dei dati personali e dei diritti fondamentali.
Se l’accordo fosse stato approvato – è la tesi del Servizio giuridico – avrebbe esteso per la prima volta “la propria applicazione ai territori occupati da Israele nel 1967”, in contrasto con la posizione dell’Ue, che considera illegale l’occupazione israeliana dei territori palestinesi
Ma la Commissione europea ha dichiarato che nel 2026 il mandato negoziale «è ancora in vigore», senza chiarire se o come siano state recepite le osservazioni in merito del Servizio giuridico della Ue.
Il documento riservato, prodotto dal Servizio legale del Consiglio dell’Ue nel novembre del 2022, aiuta a ricostruire gli eventi. Due mesi prima, la Commissione e il governo israeliano avevano dato il via libera a una bozza di accordo che però, per essere ratificato, aveva bisogno dei voti favorevoli del Consiglio e del Parlamento europeo. A quel punto, alcuni membri del Consiglio hanno chiesto al Servizio legale di valutare la conformità del testo con le norme comunitarie e internazionali.
La risposta dell’ufficio non consente ombre di dubbio: la Commissione aveva incluso articoli in netto contrasto con le norme europee e internazionali e non aveva informato il Consiglio nel corso dei negoziati.
Tra il 2023 e il 2026, la Commissione ha però continuato a incontrare diplomatici israeliani, tenendo all’oscuro il Parlamento europeo. Ventisette parlamentari europei hanno depositato un’interrogazione scritta per chiedere alla Commissione di informarli sul contenuto di questi incontri, sull’avanzamento dei negoziati e sui rischi per i diritti umani derivanti dall’accordo.
Il parlamentare francese Mounir Satouri, ha denunciato come “questo accordo peggiorerebbe anche la situazione dei palestinesi in Europa. Su pressione israeliana, diversi difensori dei diritti umani sono stati già attaccati all’interno dell’Ue. Con un accordo di questo tipo, questa criminalizzazione si rafforzerebbe e sarebbe ancora più difficile vivere come palestinesi in Europa”. Satouri cita, a titolo di esempio, il divieto di ingresso in Francia, per motivi di sicurezza, emanato nei confronti del difensore dei diritti umani palestinese Shawan Jabarin, direttore della ong Al-Haq, organizzazione che esiste dal 1979.
I dati al centro dell’accordo sono infatti quelli che la legislazione europea sulla privacy definisce “categorie speciali” di dati: «Informazioni sull’origine, la razza e l’etnia, sulle opinioni politiche, il credo religioso o filosofico, l’affiliazione a un sindacato, elementi genetici e biometrici, dati sulla salute, sulla vita sessuale o sull’orientamento sessuale». Queste categorie di dati potrebbero essere trasferite alla polizia israeliana, allo Shin Bet, ovvero l’intelligence interne e ad altre agenzie di sicurezza israeliane.
Questo accordo va abolito, senza se e senza ma.
Fonte
Ponte sullo Stretto: via libera UE al vecchio appalto mentre il governo ignora i pericoli ambientali
Si riaccendono i motori del progetto del Ponte sullo Stretto di Messina con una doppia accelerazione, evidentemente coordinata tra Roma e Bruxelles. Da un lato la Commissione Europea ha aperto al mantenimento del vecchio contratto di appalto, nonostante il sostanziale incremento dei costi, dall’altro il Consiglio dei Ministri ha approvato la delibera IROPI, passaggio chiave sul fronte della tutela ambientale.
Interpellata sulla conformità dell’iniziativa alla normativa UE, la Commissione Europea ha confermato che l’Italia può mantenere l’appalto esistente senza l’obbligo di ripartire da capo con una nuova gara d’appalto internazionale. Alla base della posizione europea vi è la verifica del rispetto dell’articolo 72 della Direttiva europea Appalti, il quale stabilisce che le modifiche contrattuali, finché rimangono entro un aumento di spesa del 50% del valore originario del contratto, non impongono di riavviare le procedure.
Nell’ultimo ventennio, i costi per questa grande opera inutile sono balzati da 3,9 miliardi a 10,5, e sappiamo bene che, nel corso dei lavori, questi aumenteranno ancora. L’amministratore delegato della società Stretto di Messina, Pietro Ciucci, ha accolto con favore il parere di Bruxelles, ribadendo che questa enorme cifra è determinata “dalla variazione dei prezzi e non da maggiori lavori”. La Commissione ha inoltre sottolineato che eventuali variazioni per nuovi lavori vanno valutate singolarmente e non cumulate.
Nessuno invece mette in dubbio l’esborso esorbitante per le casse dello Stato, per un’infrastruttura di cui non si vede l’utilità o un concreto guadagno per i cittadini. Il ponte risulterà funzionale solo al saccheggio di risorse pubbliche e per proseguire sulla strada di una UE che si trasformi in una potenza armata: il ponte è infatti inserito nei progetti di miglioramento della mobilità militare europea. Sempre che non diventi presto e facilmente un obiettivo di guerra.
In parallelo sul fronte interno, il Ministero delle Infrastrutture e dei Trasporti – ovvero Salvini – ha comunicato l’approvazione in Consiglio dei Ministri della delibera IROPI (Imperative Reasons of Overriding Public Interest). L’atto rientra nell’ambito delle procedure previste dalla Direttiva Habitat della UE.
Si tratta della fase conclusiva dell’iter di valutazione ambientale, indispensabile per autorizzare la realizzazione dell’opera nei pressi di siti considerati a rischio. Il provvedimento giunge a valle della Valutazione di Impatto Ambientale (VIA), e nei fatti la delibera IROPI serve proprio a scavalcare le norme comunitarie in materia, dando preminenza al carattere definito “strategico” del ponte.
Con la delibera IROPI, l’esecutivo attesta formalmente la sussistenza di un interesse pubblico di rango superiore, economico e sociale, a fronte dell’assenza di soluzioni alternative per il collegamento stabile tra l’isola e il continente. Viene così sancito che la priorità dell’Italia, incastrata nei vincoli europei e atlantici, è quella di promuovere l'economia di guerra a danno dell’ambiente e della vita dei suoi cittadini.
Con l’allineamento dei requisiti tecnici e normativi europei e il completamento delle procedure ambientali nazionali, il percorso di avvicinamento alla fase operativa si avvicina, ponendo le premesse per l’apertura dei cantieri e l’avvio formale dei lavori principali. Col pericolo che, come già visto in Val di Susa, infrastrutture del genere portino con sé anche la militarizzazione del territorio.
Fonte
Servizi segreti. I migliori sarebbero i britannici, quelli italiani al 15° posto ma...
È stata recentemente pubblicata una curiosa graduatoria dal settimanale francese L’Express: quali sono i migliori servizi di intelligence in Europa?
La giuria era composta da sessanta esperti di intelligence provenienti da 25 Paesi, tra questi figurano diciassette capi o ex capi di servizi segreti, oltre a figure provenienti da apparati come CIA e Mossad.
Il metodo scelto per dare il giudizio è semplice: chiedere a chi conosce dall’interno il mestiere di indicare i migliori servizi europei, sulla base dell’esperienza diretta, della reputazione operativa, della capacità di raccogliere informazioni, condurre azioni, proteggere fonti e condividere intelligence con i partner.
Il risultato premia ancora una volta il MI6 britannico e poi la DGSE francese, mentre i servizi segreti italiani finiscono in quindicesima posizione, a pari punteggio con Belgio e Repubblica Ceca.
Il punteggio attribuito al MI6 britannico è il più alto: 251 punti, con un netto distacco rispetto agli inseguitori francesi.
A essere premiata sarebbe la capacità del M16 di reclutare talpe di alto livello negli ambienti decisionali di Paesi ostili o strategici attraverso il rapporto umano, ovvero la fonte interna al nemico, con le informazioni che non arrivano dai satelliti né dai database, ma da chi sta dentro il sistema avversario.
Al secondo posto, con 169 punti, c’è la DGSE, il servizio segreto estero francese. Secondo gli esperti la Francia dispone dell’unico servizio dell’Europa continentale con una portata quasi mondiale.
La DGSE viene valutata positivamente perché combina tre dimensioni: raccolta tecnica, intelligence umana e capacità d’azione. Quest’ultima è particolarmente importante: il servizio Action francese viene considerato una delle poche strutture al mondo in grado di condurre operazioni clandestine ad alta intensità all’estero.
La Francia mantiene inoltre una rete consolidata in Africa, eredità della sua storia coloniale e delle relazioni politiche, militari ed economiche costruite nel tempo
Il terzo posto va, curiosamente, all’Olanda, con 97 punti. I servizi segreti olandesi hanno partecipato a operazioni di rilievo negli ultimi vent’anni. Viene citato il caso Stuxnet, il virus sviluppato da Mossad e CIA che mise fuori uso una parte significativa delle centrifughe nucleari iraniane: secondo la ricostruzione, un agente dell’intelligence olandese avrebbe avuto un ruolo nell’installazione del malware.
Al quarto posto arrivano i servizi segreti dell’Ucraina, con 77 punti. Un piazzamento impensabile prima del 2014 e ancora più prima del 2022. Un direttore di un servizio di intelligence europeo ha usato un’espressione forte: gli ucraini avrebbero dimostrato la capacità di “mossadizzarsi”, cioè di adottare un modello operativo aggressivo, flessibile e disposto a colpire lontano.
Il BND, il servizio segreto tedesco si piazza al quinto posto con 62 punti. Il suo punto di forza, ma anche il suo limite, è l’analisi: metodica, strutturata, documentata. Molti addetti ai lavori ironizzano sulla scarsa propensione operativa del BND. Un ex direttore svizzero lo avrebbe paragonato a un gruppo di “ricercatori di think tank”. Un giudizio decisamente severo. I servizi segreti tedeschi dunque analizzano molto ma agiscono meno.
I servizi di intelligence italiani nella graduatoria stilata, finiscono al 15 posto. Pesano sul giudizio negativo il nepotismo e la corruzione che investono anche gli ambienti dei servizi e, secondo gli esperti, una mancanza della cultura dell’intelligence in Italia. Nello stesso dossier, viene però riconosciuto un punto di forza: quando si parla di Libia e Nord Africa, gli italiani restano interlocutori obbligati.
Senza alcuna volontà o aspirazione ad apparire “nazionalisti”, c’è un dettaglio che gli esperti internazionali di intelligence non sembrano aver preso in considerazione: l’Italia, finora, è stato l’unico paese europeo in cui non sono avvenuti attentati dei gruppi jihadisti come invece è accaduto più volte in Francia, Germania, Gran Bretagna, Spagna, Olanda.
Sarà un caso, ma forse sul piano della prevenzione del terrorismo internazionale, i servizi di intelligence italiani sanno lavorare meglio dei loro colleghi europei.
Fonte
Il peso dell’intelligenza artificiale
Per molti anni ci siamo abituati a pensare al mondo digitale come a qualcosa di immateriale. Le nostre fotografie finiscono “nel cloud”, i documenti vengono archiviati su server lontani, l’intelligenza artificiale sembra vivere in una dimensione virtuale, senza occupare spazio.
La realtà è molto diversa.
Dietro ogni risposta di un sistema di intelligenza artificiale, dietro ogni archivio digitale, dietro ogni piattaforma informatica esiste una gigantesca infrastruttura fisica fatta di edifici, linee elettriche, trasformatori, impianti di raffreddamento, gruppi elettrogeni e consumi energetici enormi.
È proprio questa realtà che sta emergendo con forza a Travagliato.
Lo scontro politico
Il progetto del maxi Data Center previsto nell’area Averolda ha rapidamente trasformato una pratica urbanistica in un caso politico.
Il Consiglio comunale del 22 luglio si è svolto davanti ad una sala gremita di cittadini, mentre all’esterno oltre trecento persone hanno manifestato con striscioni e cartelli. Una mobilitazione inconsueta per Travagliato, segno che il tema ha ormai superato gli stretti confini dell’urbanistica.
Il sindaco Renato Pasinetti ha invitato alla prudenza, sostenendo che non esiste ancora una pratica edilizia definitiva e che l’amministrazione intende approfondire ogni aspetto prima di assumere decisioni. Ha inoltre respinto le accuse di scarsa trasparenza, ricordando come il Comune avesse già affrontato il tema dei data center nell’aggiornamento degli oneri urbanistici.
Di diverso avviso le minoranze consiliari, che contestano soprattutto il metodo seguito finora. Secondo il gruppo “Travagliato Bene Comune”, il progetto sarebbe stato portato all’attenzione pubblica troppo tardi e senza un adeguato confronto preventivo. Pur riconoscendo il valore strategico dei data center, l’opposizione definisce l’intervento «fuori scala» rispetto alle caratteristiche del territorio.
Al termine della discussione il Consiglio ha approvato l’istituzione di una Consulta comunale di Garanzia Ambientale e di monitoraggio del progetto, segnale evidente della volontà di mantenere alta l’attenzione durante l’iter autorizzativo.
Un impianto dalle dimensioni eccezionali
Le cifre aiutano a comprendere perché il progetto susciti tante discussioni.
Nella versione iniziale l’impianto prevedeva una potenza di 300 Megawatt, successivamente ridimensionata a 120 MW. Anche nella configurazione ridotta si tratta comunque di una struttura di dimensioni eccezionali.
Il progetto prevede un edificio principale di circa 48 mila metri quadrati, una sottostazione elettrica dedicata, sessanta generatori diesel di emergenza, quasi seicentocinquanta posti auto e mezzi pesanti e un’area complessiva di circa 130 mila metri quadrati. Il funzionamento dovrà essere continuo, ventiquattr’ore su ventiquattro, sette giorni su sette.
Accanto alle preoccupazioni ambientali, l’operazione rappresenterebbe anche un’importante entrata economica per il Comune, con oltre undici milioni di euro tra oneri di urbanizzazione, monetizzazioni e altre compensazioni.
Una questione che va oltre Travagliato
Sarebbe però un errore considerare questa vicenda come un semplice conflitto locale.
La documentazione disponibile mostra che progetti analoghi sono già in corso anche in altri territori lombardi.
Il caso di Pozzaglio ed Uniti, nel Cremonese, è particolarmente significativo. Anche lì è previsto un grande campus destinato ad ospitare un Data Center, con procedure urbanistiche, consulenti tecnici e problematiche molto simili a quelle oggi discusse a Travagliato.
Non siamo quindi davanti ad un episodio isolato, ma ad una trasformazione destinata probabilmente a interessare numerose aree della regione.
Una strategia sempre più centralizzata
Mentre a Travagliato e in altri comuni lombardi cresce il contrasto tra amministrazioni, cittadini e comitati, il Governo sembra aver già indicato con chiarezza la direzione di marcia.
Nell’ultimo Consiglio dei Ministri è stata infatti deliberata la dichiarazione di “preminente interesse strategico nazionale” per alcuni grandi Data Center destinati a sorgere tra Lombardia e Piemonte, con investimenti complessivi pari a circa otto miliardi di euro. La scelta consentirà la nomina di commissari straordinari incaricati di rilasciare un’autorizzazione unica destinata a sostituire i diversi provvedimenti normalmente richiesti per opere di questa portata.
Verso l’economia di guerra
Non si tratta soltanto di un’accelerazione amministrativa. È un segnale politico preciso, un rapido scivolamento verso l’economia di guerra. La crescente importanza strategica dei Data Center è infatti legata anche al ruolo assunto dall’Intelligenza Artificiale nei moderni sistemi bellici.
Oggi l’IA viene impiegata nell’analisi dell’intelligence, nella gestione di droni e sistemi autonomi, nella pianificazione delle operazioni, nella guerra elettronica e cibernetica, nelle campagne di informazione e propaganda, nel supporto alle decisioni dei comandi militari e nella progettazione e manutenzione dei sistemi d’arma. La capacità di elaborare enormi quantità di dati è ormai considerata una risorsa essenziale non solo per l’economia digitale, ma anche per fare la guerra. I Data Center quindi non vengono più considerati semplici investimenti immobiliari o iniziative imprenditoriali private.
Il nuovo quadro normativo
La scelta compiuta dal Governo riguarda alcuni progetti dichiarati di “preminente interesse strategico nazionale”, ai quali si applica una procedura straordinaria. La generalità dei Data Center segue invece il percorso previsto dalla nuova normativa nazionale e regionale del 2026. Nei documenti progettuali relativi al caso di Pozzaglio ed Uniti, ad esempio, viene richiamata una procedura autorizzativa unica che concentra le competenze principalmente in capo alla Regione o, nei casi previsti dalla legge, al Ministero dell’Ambiente, riducendo il ruolo decisionale dei singoli Comuni. In altre parole, anche senza ricorrere alla procedura straordinaria prevista per le opere dichiarate di interesse strategico nazionale, il legislatore ha già avviato un processo di progressivo accentramento delle decisioni su queste infrastrutture. Proprio per questo, però, cresce l’esigenza di garantire ai territori un’informazione completa e un confronto pubblico effettivo prima che le decisioni diventino definitive.
Seri interrogativi
Questa impostazione apre seri interrogativi. La procedura straordinaria comprime il ruolo degli enti territoriali e rende più difficile il confronto pubblico sugli impatti ambientali e urbanistici delle nuove infrastrutture. Nello stesso tempo, mentre i promotori sottolineano il valore degli investimenti, resta aperto il dibattito sul loro effettivo ritorno occupazionale, sui consumi energetici e sui costi che l’adeguamento della rete potrebbe comportare per i territori interessati.
In questa prospettiva, la vicenda di Travagliato assume un significato che va oltre i confini del comune bresciano. Diventa uno dei primi luoghi nei quali si misura il rapporto fra una strategia nazionale di sviluppo delle infrastrutture digitali e il diritto delle comunità locali a conoscere, discutere e valutare trasformazioni destinate a incidere profondamente sul proprio territorio.
Le domande ancora aperte
La documentazione tecnica contiene molte risposte ma lascia aperti anche numerosi interrogativi.
Alcuni studi preliminari affrontano i rischi connessi ai serbatoi di gasolio destinati ai gruppi elettrogeni, escludono scenari di esplosione e prevedono sistemi di contenimento e protezione antincendio. Tuttavia gli stessi elaborati precisano che le valutazioni sono ancora preliminari e che le analisi dettagliate sugli scenari incidentali, sugli areali di impatto e sui piani di emergenza saranno sviluppate nelle fasi successive del procedimento autorizzativo.
Questo non costituisce di per sé una prova dell’inadeguatezza del progetto. È semplicemente la dimostrazione che molte delle verifiche decisive devono ancora essere completate.
Ed è comprensibile che proprio su questi aspetti cittadini e amministratori chiedano il massimo livello di trasparenza.
Il peso fisico del digitale
Forse la vera lezione che arriva da Travagliato è un’altra.
Per anni abbiamo parlato di “economia immateriale”, di cloud e di intelligenza artificiale come se tutto questo non avesse un impatto concreto sui territori.
I Data Center raccontano invece una realtà diversa.
L’intelligenza artificiale ha un peso. Consuma energia, richiede acqua per il raffreddamento, occupa suolo, modifica la rete elettrica, produce nuove infrastrutture industriali. In altre parole, il cloud ha un indirizzo.
Ed è proprio questa consapevolezza che dovrebbe accompagnare il dibattito pubblico: non per fermare l’innovazione, ma per governarla. Perché il progresso tecnologico non può essere valutato soltanto in termini economici o industriali. Deve essere compatibile con il territorio, condiviso con le comunità locali e sottoposto ad un confronto trasparente, prima ancora che alle inevitabili autorizzazioni amministrative.
Solo così il futuro digitale potrà diventare davvero una risorsa e non l’ennesimo terreno di scontro tra sviluppo e tutela del territorio.
Fonte
Ancora sul Venezuela e su quanto può insegnarci quella capitolazione
di Carlo Formenti
Qualche giorno fa, commentando su questa pagina la svolta reazionaria del nuovo governo venezuelano, genuflesso ai piedi dell'imperialismo USA, citavo un articolo di Contropiano che prendeva atto della nuova situazione politica nel Paese caraibico. Nell’occasione scrivevo di condividere in gran parte, ma non del tutto, la posizione della rivista vicina alla Rete dei Comunisti. Per chiarire le ragioni di quel “non del tutto”, cito qui di seguito la parte conclusiva (che avevo tralasciato nel post in questione) dell’articolo di Contropiano:
“Dover assistere a questo processo controrivoluzionario in un paese che, insieme a Cuba, aveva dato un contributo decisivo all’ondata progressista in America Latina, all’Alba e all’ipotesi del Socialismo nel XXI Secolo, è indubbiamente doloroso per migliaia di compagne e compagni ma, purtroppo, non è una novità né una sorpresa: è una conferma del carattere sempre contraddittorio del processo storico, incluso dei processi rivoluzionari in cui è debole la soggettività che li orienta e li guida. È la conferma di come i partiti-Stato e i partiti di massa senza la selezione dei quadri, incorporino tutte le contraddizioni della società, inclusi l’opportunismo, la corruzione, la disponibilità al tradimento quando cambiano le condizioni. Lo abbiamo visto a cavallo degli anni Ottanta/Novanta in Europa, lo abbiamo visto nella stessa America Latina negli anni recenti in Ecuador, Bolivia, Perù”.Che quanto è successo in Venezuela (e ancor prima in Ecuador e Bolivia) sia doloroso per tutti coloro che auspicano la vittoria del socialismo è indubbio, così come è indubbio che il processo storico sia contraddittorio, anche se io aggiungerei che, oltre a essere contraddittorio, non è animato da alcun principio di necessità immanente, come presumono le versioni “evoluzioniste” del marxismo: ogni rottura rivoluzionaria incorpora la possibilità e non la necessità di una transizione al socialismo. Ciò non vale solo quando sussistano certe “debolezze” (sulle quali tornerò a breve) dei soggetti politici alla guida del processo rivoluzionario, vale anche se e quando le soggettività in questione sono “forti”, come quelle auspicate dagli autori dell’articolo che sto commentando.
Ma quali sono, secondo gli autori, le caratteristiche che dovrebbe avere un soggetto politico adeguato alla propria missione rivoluzionaria? Lo deduciamo dai seguenti indizi: i soggetti che incorporano rischi di opportunismo, corruzione e tradimento, sarebbero “i partiti Stato e i partiti di massa senza la selezione dei quadri”.
Eppure. A meno che non si voglia adottare quale unico esempio “corretto” di partito il modello del partito bolscevico (ma meglio sarebbe definirlo leninista, vista l’insostituibile ruolo di leadership che Lenin esercitava in tale partito), che non lo si voglia cioè elevare a modello astratto, “idealtipico”, dell’organizzazione rivoluzionaria, si è indotti a riconoscere che esso (parliamo di un pugno di rivoluzionari “di professione”, selezionati da esperienze durissime e sottoposti a una ferrea disciplina interna) ha funzionato solo ed esclusivamente nelle particolarissime condizioni storiche della Russia durante la Prima Guerra mondiale. Tutti i tentativi di clonarlo nei Paesi a capitalismo avanzato, al pari dei movimenti rivoluzionari cui tali tentativi hanno hanno dato vita, sono falliti. Viceversa, tutte le rivoluzioni socialiste vittoriose, avvenute in Paesi periferici o semiperiferici, sono state guidate da partiti che avevano caratteristiche diverse dal modello leninista.
Parto dall’America Latina. In tutte le rivoluzioni del subcontinente il ruolo dei partiti comunisti è stato marginale: non solo perché divisi in correnti ideologiche in competizione reciproca (stalinisti, trotzkisti, maoisti ecc.) ma anche e soprattutto perché si sono rivelati incapaci di radicarsi nelle masse contadine (e solo in una certa misura nelle minoranze operaie sindacalizzate) e di elaborare programmi politici in grado di raccogliere un diffuso consenso popolare. I processi rivoluzionari sono stati guidati da leader carismatici che hanno capeggiato movimenti populisti che sono riusciti a sfruttare la crisi dei regimi neoliberali di fine millennio per vincere le elezioni e andare al potere per vie legali.
La debolezza di questi regimi, più che al carattere populista (quindi interclassista) delle forze politiche che li hanno instaurati, era dovuta:
- al fatto che, malgrado abbiano varato costituzioni avanzate, non hanno costruito un nuovo Stato, come è avvenuto nella Russia del '17 e nella Cina del '49, bensì ereditato le istituzioni dello Stato borghese (già corrotte dalle loro origini postcoloniali e neocoloniali). Esercito, magistratura, università, ecc. sono rimaste saldamente in mano alle classi dominanti e hanno agito da quinta colonna dell'imperialismo appena ne hanno avuto la possibilità;
- il persistere del meccanismo elettorale della democrazia borghese li esponeva al rischio costante di essere rovesciati nel momento in cui le difficoltà economiche ne avessero eroso i loro margini di consenso;
- in simili circostanze questi margini erano destinati a ridursi perché la base sociale “strutturalmente” (o almeno virtualmente) anticapitalista (contadini, etnie originarie, classe operaia) di questi regimi non godeva di una schiacciante maggioranza numerica nei confronti della piccola media borghesia urbana tradizionale e paradossalmente – come evidenziato all’ex vicepresidente boliviano Linera[1] – delle stesse nuove classi medie, cresciute grazie alle riforme realizzate nei primi anni in cui avevano avuto il potere.
In poche parole: né lo Stato – partito (magari ne avessero messo in piedi uno!), ne il partito massa (non erano veri partiti ma movimenti interclassisti che, del resto, se non fossero stati tali, non avrebbero potuto vincere le elezioni) sono stati la vera causa della sconfitta, bensì i fattori appena elencati, assieme alla poderosa pressione esercitata dall’imperialismo Usa.
Non meno significativo il caso (o meglio i casi, perché ogni singola esperienza andrebbe analizzata nella sua specificità) dell’Africa. Qui, come cerco di spiegare nella parte del mio ultimo libro[2] dedicata alle rivoluzioni antimperialiste di quel continente, seguendo le analisi di autori come Cabral[3], Rodney[4] e Samir Amin[5], il nodo fondamentale era la lotta per l’autonomia nazionale, e il tentativo di associarla allo sforzo di costruire il socialismo, “saltando” la fase dello sviluppo capitalistico[6].
In questo caso non si può nemmeno parlare di populismo interclassista, dato che le classi operaie erano inesistenti, più che minoritarie, mentre protagoniste della lotta erano le larghe masse popolari, perlopiù di origine contadine e piccolo borghese, e le etnie oppresse guidate strati intellettuali sfuggiti al controllo dei colonizzatori[7]. Parlare di stati partito è ancora più improprio, nel senso che quei processi rivoluzionari sono stati schiacciati prima che potessero essere costruiti dei veri Stati indipendenti. Al loro posto sono sorti regimi retti da borghesie compradore al servizio delle potenze neocoloniali, mentre gli embrioni dei partiti rivoluzionari sono stati sterminati fisicamente. Parlare di stato-partito e di fallimenti dovuti all’adozione di modelli “eurocentrici”, come fanno i critici di matrice postcoloniale e decoloniale, è un’idiozia, come spiega bene un libro di Kevin Okoth[8]. I movimenti rivoluzionari africani non sono stati sconfitti per “troppo Stato”, bensì, per dirla con Said Bouamama[9], per troppo poco Stato (socialista).
Quanto all’Unione Sovietica e alla Cina, non è possibile liquidare la questione nelle poche righe di un articolo.
Per l’Unione Sovietica rinvio a quanto scritto (e ai miei commenti in merito) da Vladimiro Giacché in vari testi[10] in cui riprende la polemica di Lenin contro le “sinistre” che definivano il sistema sovietico come “capitalismo di Stato”, e nei quali analizza lo sviluppo dell’economia sovietica fino alla crisi degli anni Settanta.
Per quanto riguarda la Cina, rinvio all’ultima parte di Oltre l’Occidente vol. II in cui mi confronto con le tesi di chi definisce la Cina un sistema tout court capitalista (o addirittura imperialista), totalitario, antidemocratico, ecc.
Qui ribadisco solo che, a mio avviso, l’esperimento cinese è la prova più evidente che la questione non è partito di massa sì o partito di massa no (quello di Togliatti era di massa e riformista, quello cinese è di massa e rivoluzionario), e aggiungo che, per fortuna, il regime cinese si fonda su un partito-Stato dotato delle risorse economiche, politiche (egemoniche) e militari sufficienti a schiacciare i tentativi occidentali di rovesciarlo sfruttando le contraddizioni di classe che, inevitabilmente, si prolungano in una formazione sociale che vive un processo di transizione.
Note
1) Cfr. A. G. Linera, Democrazia, Stato, rivoluzione, Meltemi, Milano 2020.
2) C. Formenti, Oltre l’Occidente (vol. II). L’alba di una nuova storia, Meltemi, Milano 2026.
3) Cfr. A. Cabral, Return to the Source, Monthly Review Press, New York 2022.
4) Cfr. W. Rodney, Decolonial Marxism, Verso Books, London-New York 2022.
5) Cfr. S. Amin, Classe et Nation, Editions Numériques Africaines, Dakar 2015.
6) Marx prese in considerazione tale possibilità intervenendo nel dibattito fra populisti e socialdemocratici russi in merito al ruolo che le comunità contadine originarie (obscina) avrebbe potuto avere in una rivoluzione socialista in Russia, favorendo la transizione diretta al socialismo “senza passare dalle forche caudine del capitalismo”.
7) Cabral sottolinea il ruolo dirigente dell’intellighenzia urbana piccolo borghese nelle rivoluzioni di liberazione nazionale dei popoli coloniali ma, al pari di Fanon, aggiunge che questi strati di classe avrebbero dovuto “suicidarsi” una volta ottenuta l’indipendenza.
8) Cfr. K. O. Okoth, Red Africa. Questione coloniale e politiche rivoluzionarie, Meltemi, Milano 2024.
9) Cfr. S. Bouamama, Pour un panafricanisme révolutionnaire, Syllepse, Paris 2023.
10) Cfr. in particolare, la rivoluzione economica sovietica, in Elogio del Comunismo del Novecento, Atti del Forum della Rete dei Comunisti, Roma 4,5,6 ottobre 2024.
Fonte
Insensibili al crescente numero di morti a Gaza
Le parole “ucciso”, “ferito”, “mutilato” e simili spesso perdono gran parte del loro significato quando vengono ripetute così incessantemente.
Prendiamo, ad esempio, un titolo come: “13 palestinesi uccisi a Gaza, altri feriti”. Sebbene molti di noi possano ancora provare un profondo senso di tristezza per una simile tragedia, la notizia stessa diventa meno scioccante col tempo.
Secondo i dati forniti dal Ministero della Sanità palestinese di Gaza, Israele ha ucciso e ferito complessivamente oltre 250.000 palestinesi dall’inizio del Genocidio nel 2023.
Il bilancio viene aggiornato quotidianamente perché le uccisioni non si fermano mai.
Il 23 luglio, sei palestinesi sono stati uccisi a Gaza. Il giorno prima, ne erano stati uccisi 13, e il giorno ancora prima altri nove, e così via.
È proprio questo “e così via” che, col tempo, ci fa perdere la percezione di ciò che queste tragedie comportano realmente. Si tratta di persone innocenti bruciate vive nelle loro tende, bombardate nelle loro auto o uccise mentre cercano di godersi un breve momento di tregua dal caldo torrido sulla spiaggia.
Tra i nove uccisi il 21 luglio, un’intera famiglia, compresi quattro bambini piccoli, è stata sterminata in un singolo attacco. Mentre si moltiplicano le notizie sul quotidiano massacro di palestinesi da parte di Israele a Gaza, i giornalisti troppo spesso trascurano di umanizzare le vittime.
Una foto che circola sui social media mostra tre di quei bambini: un ragazzino con una maglietta con la scritta “Santa Monica Beach”; la sorella con gli occhiali e una maglietta rosa, che tiene orgogliosamente in mano un attestato di merito scolastico; e la sorella più piccola, in posa dolce.
Questi tre rappresentano ogni singolo bambino palestinese ucciso dall’inizio di questo Genocidio. Secondo le Nazioni Unite e le stime internazionali, oltre 21.000 bambini sono stati uccisi a Gaza, e decine di migliaia sono rimasti mutilati o sepolti sotto le macerie.
Sebbene la normalità quotidiana delle uccisioni renda la tragedia meno scioccante per chi si limita a sentire le cifre, diventa infinitamente più tragica per chi la subisce direttamente. A Gaza, nessuna famiglia è stata risparmiata dalla perdita dei propri cari, e il dolore si acuisce giorno dopo giorno.
Non ci sono parole per descrivere il dolore collettivo di Gaza.
Ciò che rende la tragedia ancora più insopportabile è che il mondo intero sa cosa è successo e continua a succedere a Gaza, eppure non fa nulla per impedirlo. Monitoriamo i numeri, denunciamo la barbarie di Israele, condanniamo il fallimento delle istituzioni internazionali e scuotiamo la testa disperati.
Eppure il risultato rimane invariato: il bilancio delle vittime continua a salire e ogni giorno vengono generate nuove statistiche che ci ricordano la gravità della crisi.
Un rapporto congiunto del 23 luglio, redatto da FAO, UNICEF e Programma Alimentare Mondiale, ha rilevato che 1,4 milioni di palestinesi a Gaza soffrono di grave insicurezza alimentare.
Il rapporto ha inoltre avvertito che si prevede che oltre 74.000 bambini sotto i 5 anni necessiteranno di cure urgenti per malnutrizione acuta nel corso del prossimo anno.
Questo rapporto è stato pubblicato lo stesso giorno in cui le autorità sanitarie di Gaza hanno aggiornato il bilancio ufficiale delle vittime palestinesi, portandolo a oltre 73.311. Tale cifra è già più alta ora, poiché da allora sono state uccise altre persone.
Lo stesso giorno, Thameen Al-Kheetan dell’Ufficio dell’Alto Commissariato delle Nazioni Unite per i Diritti Umani (UN.OHCHR) ha dichiarato che “nessun luogo a Gaza può essere considerato sicuro”.
Questa affermazione è vera, naturalmente, ma è anche il fatto più noto al mondo in questo momento. Nessuno la contesta. Eppure, nessuno agisce: Israele continua a bombardare, il Congresso degli Stati Uniti continua ad assegnargli ulteriori armi e il resto del mondo segue con apprensione il bilancio delle vittime.
Nel frattempo, Israele, che ha preso il controllo di un territorio ancora più vasto a Gaza dopo il cosiddetto cessate il fuoco, sta costruendo imponenti barriere di terra che si estendono per circa 23 chilometri attraverso la Striscia.
Sebbene non sia mai stato giusto fin dall’inizio, nemmeno il piano originale di Trump per Gaza prevedeva la costruzione di confini interni, il furto di ulteriore territorio o la concentrazione di palestinesi sfollati in minuscole enclavi all’interno di un territorio già di per sé esiguo.
Il piano a lungo termine di Israele non è solo quello di mantenere un controllo militare permanente su Gaza, come dichiarato da alti funzionari israeliani, ma anche di prolungarne la sofferenza a tempo indeterminato.
Proprio mentre scrivo questo articolo, le notizie indicano che altri quattro palestinesi sono stati uccisi. È improbabile che il numero rimanga così basso; l’esercito israeliano raramente uccide in numeri esigui.
Ma anche questi piccoli numeri rappresentano esseri umani il cui dolore non può essere misurato con le statistiche, riassunto in dichiarazioni ufficiali o ridotto a titoli di giornale banali.
I sopravvissuti non si aggrappano alla vana promessa che il Diritto Internazionale prevalga sull’impunità garantita a Israele dagli Stati Uniti. La storia ha reso i palestinesi cinici. Per generazioni, attraverso ogni massacro e furto di terre dalla Nakba del 1948, l’attesa di giustizia non ha prodotto altro che vuote promesse e un numero crescente di vittime.
L’unica differenza tra il passato e il presente è che oggi sappiamo, vediamo e sentiamo esattamente cosa sta succedendo a Gaza e in tutta la Palestina.
Il minimo che possiamo fare è rifiutarci di voltare le spalle o di ridurre il Genocidio che si consuma sotto i nostri occhi a semplici numeri.
Se permettiamo che ciò accada, diventiamo anche noi colpevoli: Israele uccide, usando armi americane, mentre noi restiamo a guardare, contando i morti e scuotendo la testa di fronte alla triste situazione del mondo.
Fonte