Presentazione


Analisi, opinioni, fatti e (più di rado) arte da una prospettiva di classe.

19/06/2026

Cuba socialista risponde all’assedio con una moderna pianificazione

Mentre i grandi media occidentali continuano a raccontare Cuba come un Paese al collasso, incapace di trovare una via d’uscita dalle difficoltà economiche, dall’Avana arriva in questi giorni un messaggio politico di straordinaria importanza. Non il linguaggio della resa, non quello dell’abbandono dei principi della Rivoluzione, ma la ricerca di nuove forme di sviluppo socialista in condizioni eccezionali, determinate da un blocco economico che il presidente Miguel Díaz-Canel ha definito ancora una volta un “feroce blocco imperialista”.

Chi sperava di vedere la Rivoluzione piegarsi sotto il peso delle sanzioni si trova oggi di fronte a una realtà diversa. Cuba discute, innova, corregge errori, introduce trasformazioni profonde, ma continua a difendere la propria sovranità. È questo il significato politico delle dichiarazioni rese da Díaz-Canel e del Plenum straordinario del Comitato Centrale del Partito Comunista di Cuba.

Particolarmente significativa è la frase con cui il presidente cubano sintetizza la filosofia delle nuove misure economiche: “insieme possiamo promuovere produttivamente il Paese, creare ricchezza e distribuire tale ricchezza con giustizia sociale”. Non si tratta della ricerca del profitto come fine, ma della creazione di ricchezza per garantire equità, diritti sociali e protezione dei più deboli.

Qui emerge la differenza fondamentale tra il progetto socialista cubano e il modello neoliberista dominante. Mentre il capitalismo privatizza i profitti e socializza le perdite, Cuba afferma che la produzione deve essere al servizio della giustizia sociale. Non è casuale che Díaz-Canel abbia sottolineato: “se non abbiamo ricchezza è molto difficile poter avanzare”, soprattutto per affrontare “le disuguaglianze” e le vulnerabilità che la lunga guerra economica ha prodotto.

Le misure annunciate non rappresentano una rinuncia al socialismo, come alcuni osservatori occidentali si affrettano a sostenere. Al contrario, costituiscono un tentativo di renderlo più efficace. La lotta contro la burocrazia, la concessione di maggiori poteri ai municipi, l’autonomia delle imprese statali e il rafforzamento delle capacità produttive locali non sono concessioni al mercato, ma strumenti per liberare energie sociali e produttive oggi frenate da meccanismi amministrativi ormai superati.

Colpisce soprattutto il richiamo continuo a “rompere gli ostacoli”, abbattere vincoli inutili che impediscono la crescita della produzione nazionale. Non è la prima volta che una rivoluzione socialista affronta questo problema. Lo fecero la Cina e il Vietnam nelle loro specifiche condizioni storiche. Oggi Cuba cerca una propria strada, coerente con la sua storia e con la sua identità rivoluzionaria. Lo stesso Díaz-Canel ha ricordato che le nuove proposte sono state studiate confrontando anche le esperienze di Paesi socialisti come Cina e Vietnam.

Il Capo dello Stato ha dichiarato che questa politica “sta avendo un impatto che complica la vita quotidiana dei cubani”. E ha sottolineato: “In ogni dettaglio della vita dei cubani, in ogni dettaglio familiare, in ogni dettaglio della nostra economia, ci sono situazioni estremamente complesse che solo un popolo eroico come il nostro può affrontare”, e che “può sopravvivere e può avere la volontà di superare”.

Il presidente ha affermato che è proprio di questo che “dobbiamo parlare”: di come i cubani “li supereranno”; di come “li stiamo superando”. Ha poi sottolineato che “gli Stati Uniti non possono perdonarsi il fatto che, a questo punto, nonostante tutte le pressioni esercitate, la Rivoluzione continui ad esistere e il Paese continui a funzionare. E nemmeno loro stessi credono a ciò che continuano a dire e ripetere riguardo a uno Stato fallito”.

Il Presidente della Repubblica ha osservato che uno Stato fallito non sarebbe in grado di sopravvivere, nemmeno per settimane, a una situazione come quella attuale; e ha ricordato che, come “ci ha insegnato Fidel”, nei momenti complessi non possiamo fare a meno della passione per la creatività, che, “insieme all’unità del nostro popolo e alla nostra volontà, può aiutarci a superare tutte queste sfide”. Il dignitario ha ricordato l’idea di Fidel secondo cui “ogni opportunità nel mezzo di una crisi deve essere colta come un momento di decollo, come un momento di crescita. Pertanto, abbiamo stabilito una serie di priorità per affrontare l’intera situazione”.

Il primo punto, ha affermato, “è la preparazione alla difesa. E tutti voi conoscete l’intensità con cui viene preparato ogni elemento del sistema di difesa territoriale; come vengono utilizzate le giornate settimanali dedicate alla Difesa e tutto ciò che viene fatto per affinare i piani, adattandoli alle esperienze acquisite; ma anche cercando di ottimizzare ogni aspetto in termini di protezione della popolazione, della partecipazione della popolazione a una strategia di Guerra Popolare”.

Di particolare interesse è l’idea di rafforzare il ruolo dei municipi, permettendo loro di valorizzare le risorse endogene, attrarre investimenti, sviluppare progetti produttivi e persino gestire attività di importazione ed esportazione. È una concezione dinamica del socialismo che parte dai territori e dalle comunità, senza rinunciare alla pianificazione strategica nazionale. Come ha spiegato il presidente cubano, queste misure non “sono in contraddizione con le priorità nazionali; al contrario: si rafforzano reciprocamente”.

L’Occidente parla di “liberalizzazione”. In realtà siamo davanti a qualcosa di molto diverso. Siamo di fronte al tentativo di difendere le conquiste sociali della Rivoluzione in un contesto internazionale sempre più aggressivo. Persino analisti non certo favorevoli al governo cubano riconoscono che queste trasformazioni avvengono sotto la pressione di un blocco statunitense ulteriormente irrigidito e di un vero e proprio strangolamento finanziario ed energetico.

In questa cornice di riforme economiche e di ridefinizione del modello socialista cubano, le parole del Capo dello Stato assumono un valore che va oltre il piano tecnico-amministrativo e si colloca dentro una visione strategica di lungo periodo. L’apertura alla possibilità per l’Impresa Socialista Statale e per tutti i settori produttivi di “aprire conti correnti reali in valuta estera presso le banche”, così come la spinta verso la semplificazione delle procedure per la creazione d’impresa e lo sviluppo agricolo, indicano la volontà di accelerare i processi produttivi riducendo rigidità burocratiche e ritardi, con l’obiettivo dichiarato di raggiungere la sovranità alimentare e l’autosufficienza.

In questa direzione si inserisce anche il riconoscimento della pluralità degli attori economici, inclusi i cubani residenti all’estero e quelli che vivono nell’Isola, chiamati a partecipare “in condizioni di parità come attori economici”, accanto agli investimenti diretti esteri, alle imprese statali, agli enti non statali e alle cooperative. Il tutto dentro un quadro giuridico stabile, “rispettoso, sicuro e, soprattutto, che incentivi e incoraggi la partecipazione di questi attori”, rafforzando così la tenuta e la pianificazione del sistema economico nazionale.

Particolarmente rilevante è anche l’indirizzo strategico sul fronte energetico, dove viene ribadita la priorità delle fonti rinnovabili e della progressiva riduzione della dipendenza dai combustibili fossili importati, in un contesto segnato dagli effetti pesanti del blocco economico e dalla cronica scarsità di approvvigionamenti energetici. Come è stato sottolineato, si punta ad “aumentare la mobilità elettrica”, sia attraverso l’importazione di tecnologie sia attraverso l’assemblaggio e la produzione interna di mezzi e infrastrutture energetiche. Parallelamente, si delinea una riforma del sistema di welfare con la graduale trasformazione dei sussidi ai prodotti in sussidi alla persona, “con un sostegno differenziato per chi ne ha più bisogno”, rafforzando la responsabilità sociale degli attori economici a tutti i livelli.

Ma è sul piano politico e simbolico che emerge con maggiore forza la dimensione della resistenza cubana. Il Presidente ha richiamato la necessità di “avere fiducia”, ribadendo che “il Paese non è in una situazione di stallo”, ma sta affrontando con consapevolezza e intelligenza una fase complessa, nella quale non tutto può essere esplicitato apertamente “perché il nemico si annida in ogni nostra azione”. Da qui l’appello all’unità e al confronto aperto: “la nostra risposta deve essere unitaria”, e ogni proposta alternativa deve poter essere discussa e valorizzata.

Nel denunciare la pressione costante esercitata sull’Isola, è stato ricordato come “ogni giorno” vengano introdotte nuove misure coercitive, accompagnate da una strategia di isolamento e di logoramento. Una vera e propria “guerra psicologica per intimidirci, per spaventarci, per costringerci alla resa”. Tuttavia, a fronte di questa offensiva, emerge con chiarezza un elemento decisivo: la consapevolezza che esiste “un popolo, per la maggior parte, disposto a non arrendersi, a non essere umiliato e a non perdere ciò che può essere migliorato”.

È proprio in questa tensione tra riforma economica, resistenza politica e autodeterminazione nazionale che si colloca la traiettoria attuale di Cuba: un processo complesso, non lineare, ma attraversato dalla volontà di coniugare trasformazione e sovranità, apertura e difesa dell’indipendenza. Una traiettoria che, al di là delle difficoltà, continua a rappresentare un punto di riferimento nel dibattito globale sulle alternative al modello neoliberale e sulle possibilità concrete di costruzione di un’economia orientata alla giustizia sociale e alla dignità dei popoli.

È qui che emerge la grandezza della resistenza cubana. Dopo oltre sessant’anni di blocco, Cuba continua a discutere del proprio futuro senza rinunciare alla propria indipendenza. Continua a cercare soluzioni senza accettare imposizioni esterne. Continua a difendere il diritto di un popolo a scegliere autonomamente il proprio destino.

La vera notizia, che molti giornali europei e nordamericani preferiscono ignorare, è che la Rivoluzione cubana non è immobile. Si trasforma, si adatta, sperimenta. Ma lo fa mantenendo fermo un principio che oggi appare rivoluzionario più che mai: l’economia deve essere al servizio dell’essere umano e non il contrario.

Per questo motivo il dibattito aperto a Cuba non riguarda soltanto i cubani. Riguarda tutti coloro che nel mondo cercano un’alternativa alla barbarie del neoliberismo, alla dittatura della finanza e alla logica della guerra permanente. In un tempo segnato da conflitti, disuguaglianze e nuove forme di colonialismo economico, la piccola isola dei Caraibi continua a ricordare che la sovranità, la dignità e la giustizia sociale non sono merci da mettere sul mercato.

Ed è proprio questa la ragione per cui, nonostante tutto, Cuba continua a dare fastidio ai potenti del mondo.

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Il quotidiano francese “Le Monde” contro la Torino-Lione

Contrariamente a quanto succede alle nostre latitudini, in cui la stampa mainstream è assolutamente complice della propaganda Pro-Tav e completamente acritica verso il progetto della nuova linea Torino-Lione, il quotidiano Le Monde, il più importante e letto in Francia, ha pubblicato un articolo che mostra quali sono i reali impatti del progetto sulla Val Maurienne. A scrivere è Richard Schittly, inviato speciale in Val Maurienne della testata giornalistica.

Vi proponiamo qui una traduzione della redazione di NoTav.Info.

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Maurienne: i milioni di metri cubi di roccia estratti dalla montagna per lo scavo del TAV stanno sconvolgendo la vita nella valle

La vista sulla valle della Maurienne è mozzafiato. Al Pas du Roc, uno sperone roccioso a monte di Saint-Martin-la-Porte (Savoia), un paesino di 720 abitanti, Odile Clément, 64 anni, mostra ai visitatori di passaggio l’estensione dell’area interessata dal mastodontico cantiere della linea ferroviaria Lione-Torino.

La valle si apre più in basso, stretta tra cime innevate di oltre 3.000 metri. Il fiume Arc, la ferrovia e l’autostrada A43 si dividono lo stretto corridoio. A strapiombo, una zona grigia brulica di macchinari da cantiere che scavano la galleria di Saint-Martin, una delle tre gallerie di accesso tecnico al tunnel di base. «Subiamo costantemente il rumore e la polvere», racconta l’ex dipendente di un’impresa edile locale. «Non appena sentiamo un’esplosione, mettiamo via il bucato e chiudiamo tutte le finestre. Un minuto dopo la detonazione, una nuvola copre il giardino».

Su circa cinquanta dei 145 chilometri della valle trasversale più lunga delle Alpi, negli ultimi vent’anni i cantieri si sono moltiplicati. Ingresso del tunnel a Saint-Jean-de-Maurienne, discese, pozzi di ricognizione, siti di stoccaggio dei detriti, fabbriche di cemento: ogni angolo della valle viene sfruttato per garantire lo scavo del tunnel tra Saint-Jean-de-Maurienne e la valle di Susa, in Italia.

L’opera, lunga 57,5 chilometri, prevede due canne di circolazione. In totale, contando gli accessi tecnici, sono previsti 164 chilometri di gallerie sotto il massiccio alpino. Un record mondiale. La direzione dei lavori è affidata all’ente pubblico Tunnel euralpin Lyon Turin (TELT), con una messa in servizio prevista per il 2035 e un costo di oltre 11 miliardi di euro.

Dal Pas du Roc, Odile Clément indica un’immensa parete rocciosa grigia sul versante opposto: la cava Calypso. Chiusa nel 2011, l’attività di estrazione del calcare è stata ripresa dalla società Granulats Vicat. Il decreto prefettizio del gennaio 2025 autorizza il produttore di cemento a stoccare «i materiali di scavo provenienti dal cantiere TELT», entro il limite di 100.000 metri cubi di «rifiuti inerti» all’anno.

«Questa cava si riempirà delle rocce estratte dal tunnel. Tutti gli spazi disponibili della valle vengono utilizzati per ammucchiare questi scarti”, afferma Odile Clément, che nel 2017, insieme a un gruppo di residenti, ha creato il collettivo “Contro la riapertura della cava”. In questa valle laboriosa di 40.000 abitanti, i detriti modificano il paesaggio, il che è fonte di particolare preoccupazione. «Fanno polvere appiccicosa, si vedono intere colline formarsi in poche settimane. Gli imprenditori ricoprono i detriti con uno strato di terriccio, ma gli alberi non ci crescono, l’erba ingiallisce d’estate», racconta Guillaume Collombet, 36 anni, regista e fotografo, originario della valle.

Il volume totale dei materiali estratti dalla montagna è stimato in 10 milioni di metri cubi, da stoccare o trattare in 28 siti, secondo la dichiarazione di pubblica utilità del progetto, risalente al 2007 e rinnovabile nel 2028. «La massa di detriti della galleria Lione-Torino equivale a dieci piramidi di Cheope», afferma Max Milliex, 60 anni, falegname diventato whistleblower, a Villargondran, 800 abitanti, vicino all’ingresso principale della galleria.

Nella frazione di Les Resses, un’immensa cava della società Eurovia Vinci si riempie di rocce frantumate, trasportate da una spettacolare rete di nastri trasportatori aerei. Questi chilometri di nastri trasportatori, bianchi e cilindrici, circolano in tutta la valle. «I volumi di detriti sono enormi. Nella regione, bisogna aggiungere i futuri cantieri delle Olimpiadi invernali e i 91 chilometri del collisore di particelle del CERN [Centro europeo per la ricerca nucleare]. Si finirà per saturare la natura», teme Max Milliex. A questi cantieri si aggiungerebbe il progetto dell’«accesso francese» della linea Lione-Torino attraverso il Nord-Isère, che prevede 70 chilometri di gallerie supplementari, sotto i massicci protetti della Chartreuse e di Belledonne.

Minerali problematici

L’entità dei lavori alimenta il timore di danni più gravi. Le rocce estratte vengono analizzate in camere a fluorescenza per individuare i minerali problematici. In Italia, negli strati geologici è stata rilevata la presenza di uranio e amianto. Sul versante francese, è il solfato a costituire un problema, come ha dimostrato il caso del «calcestruzzo marcio».

Nel 2004, un tasso eccessivo di solfato negli inerti provenienti dalla Maurienne ha irrimediabilmente compromesso la solidità delle costruzioni. Qual è la percentuale di materiale inquinato nei detriti? La società TELT non ha fornito alcuna risposta in proposito.

L’operatore francese comunica ampiamente sulle sue misure ambientali, attraverso la piantumazione e gli aiuti al territorio, affermando che il 60% dei detriti viene riutilizzato, nel rigoroso rispetto della normativa vigente. «Non abbiamo accesso a nessuno dei dati delle imprese che gestiscono i detriti, l’impatto è ben lungi dall’essere misurato», avverte Carine Gros, 51 anni, vicepresidente di Vivre et agir en Maurienne, un’associazione per la tutela dell’ambiente.

La Camera dell’Agricoltura Savoia Mont-Blanc denuncia il disboscamento e l’artificializzazione di oltre 1.500 ettari a causa dei lavori. «Una perdita irreversibile di terreni agricoli», deplora l’ente consolare, ribadendo, nella sua mozione del 26 febbraio, «la propria opposizione al proseguimento del progetto Lione-Torino così come è attualmente condotto».

Secondo i sindacati agricoli, l’attuale tunnel del Mont-Cenis, ristrutturato per 1 miliardo di euro, sarebbe ampiamente sufficiente per il trasporto combinato dei mezzi pesanti. Cosa che smentisce l’operatore TELT, affermando che il tunnel Lione-Torino potrebbe rilanciare il trasporto combinato e liberare le strade alpine dai camion, senza contare le ricadute economiche per la regione.

Nel suo rapporto dell’aprile 2026, il Consiglio di orientamento delle infrastrutture (COI), organo consultivo presso il Ministero dei Trasporti, attribuisce «priorità assoluta» alla ristrutturazione della linea ferroviaria esistente tra Digione e Modane, relegando in secondo piano la linea Lione-Torino.

Più a valle, in direzione dell’Italia, la diga di Pont-des-Chèvres si è deformata di 2 centimetri nel 2019, nei pressi della discenderia di La Praz. Una conseguenza dell’estrazione massiccia di roccia? «Migliaia di tonnellate di detriti sovraccaricano il terreno, il che non è irrilevante in un regime tettonico in espansione. Scavare nella montagna, toccare falde acquifere e ghiacciai sotterranei comporta il rischio di alterare le condizioni delle formazioni naturali», sostiene Gilles Ménard, geologo che ha lavorato per quindici anni al CNRS sulle misurazioni geofisiche preliminari ai progetti di gallerie.

«Questo gigantesco cantiere ha ripercussioni enormi sulle nostre vite, è in gioco l’abitabilità della valle», sostiene Philippe Delhomme, 61 anni, professore di scienze della vita e della Terra, perseguito dai promotori del cantiere per aver ripreso la parola “sabotaggio” dello scrittore italiano Erri De Luca, anch’egli perseguito e assolto in Italia. Assolto in primo grado, l’attivista di Vivre et agir en Maurienne è in attesa della sentenza d’appello.

Dal Rocher des Amoureux, sulla strada che parte da Modane e sale verso Aussois, Philippe Delhomme osserva sottostanti l’area della discenderia di Villarodin-Bourget. Le fontane del villaggio di 500 abitanti si sono improvvisamente prosciugate nel 2002, all’inizio dei lavori.

Da allora, milioni di metri cubi di acqua naturalmente tiepida fuoriescono ogni giorno dal cantiere. Passano attraverso un bacino di decantazione, per il raffreddamento e la separazione dei minerali, poi vengono scaricati nel fiume.

«Nei corridoi della mia scuola media, quest’inverno, c’erano –11 gradi. Non abbiamo soldi per ristrutturare, dovremmo spendere 11 miliardi per un tunnel che svuota la montagna e non ci serve a nulla?”, si chiede Philippe Delhomme.

Ad oggi sono stati scavati solo 20 chilometri di tunnel su 120. «Si possono fermare i costi», implora l’insegnante, salutato dal sorvolo di una magnifica upupa.

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18/06/2026

Fantozzi, i personaggi dal migliore al peggiore

Astroturfing: accelerare la fascistizzazione delle classi popolari in Gran Bretagna

di Silvano Cacciari

L’astroturfing è una pratica di comunicazione strategica, che mette tra parentesi i reali promotori e finanziatori di un messaggio o di un’organizzazione, strutturandola in modo che appaia come un movimento spontaneo, autentico e nato dal basso, ovvero di natura grassroots. Il termine evoca l’erba sintetica AstroTurf in contrapposizione al manto erboso naturale, evidenziando la fabbricazione del consenso popolare. È una forma di ingegneria del discorso pubblico per creare egemonia nell’opinione collettiva e influenzare le decisioni istituzionali. L’astroturfing fa parte di pratiche egemoniche che ormai hanno dietro di sé una storia e una letteratura consolidate, ma in un paese, come il nostro, che è rimasto a un concetto di egemonia calibrato sull’epoca della Costituente, rappresenta un’enorme novità.

Con l’emergere della rete, la pratica si è concentrata sul concetto di astroturfing digitale, definito come un’attività strategica (top-down), avviata da attori politici o aziendali su Internet, che imita deliberatamente il comportamento spontaneo e dal basso (bottom-up) di gruppi autonomi. A differenza delle campagne tradizionali, l’astroturfing digitale beneficia di barriere all’entrata economiche quasi inesistenti e di una scalabilità senza precedenti. I principali meccanismi attraverso cui opera includono l’automazione tramite bot per simulare ampi volumi di traffico, l’uso di sock puppets (identità fittizie gestite da operatori umani per entrare in discussioni online) e il coordinamento discreto su piattaforme di messaggistica e social network.

Mentre l’astroturfing commerciale mira principalmente all’accumulazione di profitto e alla valorizzazione dell’asset di borsa, attraverso la manipolazione delle recensioni e la falsa approvazione di un prodotto (pratica ampiamente documentata per multinazionali come Comcast, Monsanto, Microsoft, Walmart, Sony e Belkin), l’astroturfing politico persegue la trasformazione delle relazioni di potere. Punta a orientare l’agenda pubblica, screditare gli avversari politici e stimolare una domanda per politiche regressive. L’astroturfing non si limita alla semplice diffusione di notizie false, ma organizza veri e propri conflitti e recluta basi di supporto inconsapevoli che finiscono per internalizzare la propaganda e riprodurla in modo autonomo.

L’ancoraggio antropologico e lo sfruttamento delle debolezze popolari

La penetrazione dei contenuti dell’astroturfing all’interno delle classi popolari britanniche si fonda su consolidate condizioni socio-economiche e antropologiche. La prolungata stagione della ristrutturazione economica neoliberista e dell’austerità in Gran Bretagna ha generato un profondo senso di marginalizzazione, scomposizione sociale e perdita di status personale all’interno della working class ex industriale del Regno Unito. Di fronte all’abbandono da parte delle forze politiche tradizionali di sinistra, che hanno rinunciato alla difesa degli interessi materiali di queste popolazioni, si è creato un vuoto di rappresentanza e di senso. In questa frattura si inserisce una strategia comunicativa di rinnovata razzializzazione della classe lavoratrice. Attraverso messaggi populisti ed elitari che finiscono per convergere, la complessa ed eterogenea realtà della classe lavoratrice britannica viene rappresentata, nelle pratiche di astroturfing, come un blocco monolitico, definito come white working class o classe lavoratrice autoctona e bianca, evidenziata come intrinsecamente reazionaria, patriarcale e ostile alla globalizzazione. Questa operazione comunicativa sostituisce le rivendicazioni economiche con rivendicazioni culturali, trasformando il declino materiale in un risentimento identitario. Le criticità economiche generate dalle disuguaglianze strutturali del capitalismo scompaiono a favore di capri espiatori visibili, come i migranti, i richiedenti asilo e i residenti non bianchi.

Il veicolo principale di questa strategia dei comunicazione è lo sfruttamento del valore dell’autenticità. Gli attori principali delle pratiche di astroturfing, che siano reali o generati da IA, si presentano “proprio come noi, condividendo frammenti della sfera privata, linguaggi quotidiani e reazioni emotive per costruire una fiduciaria intimità algoritmica con l’utente. Tale dinamica consolida un vero e proprio populismo epistemologico, che rigetta la legittimità e l’autorità delle élite scientifiche, accademiche e istituzionali a favore della conoscenza di senso comune, dei vissuti soggettivi e delle “verità” percepite individualmente dalle classi popolari. All’interno di contesti caratterizzati da profonda sfiducia istituzionale e percezione di alienazione, la validazione delle esperienze private operata dagli attori dell’estrema destra offre un riconoscimento identitario immediato, senza richiedere alle persone di scendere a compromessi con le narrazioni dominanti della complessa modernità globale. Si formano così “comunità epistemiche”, algoritmicamente regolate, fortemente saldate da legami affettivi e dall’adesione a contro-saperi che interpretano la realtà attraverso schemi cospirativi e polarizzati.

La dieta mediale delle classi popolari britanniche, oltretutto, si è riorganizzata da tempo attorno alla disintermediazione tipica delle piattaforme digitali. La diserzione di massa dai canali di informazione pubblica e dei media mainstream – percepiti come portavoce di un’élite metropolitana e liberal – ha spinto ampie fasce di popolazione verso un consumo informativo esclusivamente frammentato, dominato da algoritmi di raccomandazione su Facebook, TikTok, YouTube, X e Telegram. Questo ecosistema ha favorito la nascita di quella che la ricerca sul campo britannica definisce “estrema destra post-organizzativa”. La militanza non richiede più l’adesione formale a un partito o a un’organizzazione strutturata, con i relativi costi di sanzione sociale. Al contrario, gli individui e i piccoli gruppi partecipano alla politica dell’estrema destra direttamente dalla propria sfera privata, entrando e uscendo da narrazioni digitali in modo fluido, consumando contenuti multimediali a forte impatto visivo ed emotivo che normalizzano progressivamente i tropi del razzismo e della xenofobia all’interno delle conversazioni quotidiane.

In questo contesto si inseriscono forme specifiche di vulnerabilità algoritmica, ampiamente documentate dalle indagini dell’ESRC Vulnerability and Policing Futures Research Centre. Le analisi evidenziano come i soggetti con difficoltà ad esercitare attenzione e concentrazione, in particolare i giovani maschi, risultino particolarmente esposti a questo genere di “radicalizzazione” online. Gli algoritmi di raccomandazione tendono a intrappolare questi utenti in “bolle di filtraggio” tossiche, lavorando sul  bisogno di interazione sociale e di appartenenza, intrecciandosi con lo sviluppo di subculture digitali nichiliste.

Astroturfing nel Regno Unito: il caso Belfast

L’applicazione delle tattiche di astroturfing politico nel contesto britannico ha registrato successi significativi, con campagne capaci di mobilitare le classi popolari attorno a battaglie apparentemente locali o d’interesse civico, per poi canalizzare tale energia politica verso agende reazionarie ed etno-nazionaliste.

La rivolte di Belfast dell’agosto 2024 e i recenti, violenti disordini del giugno 2026 rappresentano casi di studio emblematici di come le moderne campagne di astroturfing digitale e la comunicazione psicografica, quella altamente personalizzata, riescano a tradursi in violenza fisica fascista sul territorio. In questi contesti, l’astroturfing non si limita a diffondere notizie false, ma alimenta con forza un sentimento di protesta popolare dal basso (grassroots) per mobilitare frange radicalizzate e coordinare attacchi mirati sul campo.

Durante la prima ondata di disordini nell’estate del 2024, scaturita dalla disinformazione speculativa sull’attacco di Southport, la città di Belfast è diventata uno dei principali teatri di scontro. Le indagini condotte dal Committee on the Administration of Justice (CAJ), dal sindacato UNISON e dagli esperti tecnologici di Rabble Cooperative hanno analizzato come la percezione di una mobilitazione spontanea sia stata gonfiata attraverso tecniche coordinate di astroturfing. Un vero e proprio lavoro politico, insomma.

L’indicatore più clamoroso di questo lavoro è stato documentato all’interno del canale Telegram “Southport Wake Up”, centrale operativa dei disordini nel Regno Unito. Il canale, passato in pochissimi giorni da 44 membri a oltre 15.000, ha registrato un’attività anomala il 3 agosto 2024: centinaia di utenti, la stragrande maggioranza dei quali registrata con nomi in caratteri cinesi, si sono uniti al gruppo simultaneamente nel giro di pochissimi minuti. Questo afflusso coordinato indica l’impiego di bot farm a pagamento destinate ad alterare le metriche di popolarità del canale, creando la percezione di un supporto di massa e incoraggiando gli utenti reali all’azione. L’impennata di messaggi di “rivolta contro gli immigrati” ed istruzioni logistiche (con un aumento del 327% dell’attività nei gruppi far-right su Telegram) ha registrato il suo picco massimo il 4 agosto 2024, la giornata in cui si sono consumati i disordini più distruttivi a Belfast, Middlesbrough e Rotherham.

Il nesso causale tra radicalizzazione algoritmica e violenza fisica è emerso in modo ancora più netto nei recentissimi disordini del giugno 2026. Lunedì 8 giugno 2026, un drammatico accoltellamento ai danni del quarantenne Stephen Ogilvie a North Belfast, perpetrato da un richiedente asilo di origine sudanese, è stato filmato da passanti e il video è stato immediatamente caricato in rete. La galassia dell’estrema destra globale ha immediatamente rilanciato l’evento. Tommy Robinson (nome di battaglia Stephen Yaxley-Lennon) influencer fascista, ha ricondiviso il video subito a ridosso dell’accaduto, lanciando appelli per proteste di piazza a Londra e nel resto del paese. Elon Musk, proprietario di X (con oltre 240 milioni di follower), ha agito come amplificatore primario dell’operazione. Musk ha addirittura condiviso una lista di potenziali aree di protesta nel Regno Unito scrivendo: “Solo protestando RIPETUTAMENTE e A GRAN VOCE ci sarà qualche cambiamento!”. Ha inoltre ricondiviso vecchi post affermando che la violenza era ormai inevitabile e che le persone dovevano “combattere o morire”.

Si tratta di tipiche pratiche di astroturfing, interventi dall’alto per alimentare una protesta territoriale spontanea, ma strutturalmente orientata da attori esterni con strumenti algoritmici. Come denunciato dalla Ministra della Giustizia dell’Irlanda del Nord, Naomi Long, le violenze sono “alimentate da commentatori online che farebbero fatica a trovare Belfast su una mappa”. La ministra e Anna Turley (presidente del Partito Laburista e ministra dell’Ufficio di Gabinetto) hanno stigmatizzato l’azione di “attori in malafede che siedono a migliaia di miglia di distanza” per stuzzicare la paura dei cittadini e incitare al disordine.

Un elemento che caratterizza il caso di Belfast rispetto alle città inglesi è il modo in cui l’astroturfing digitale si salda con le strutture della criminalità organizzata locale. In Irlanda del Nord, la propaganda anti-immigrazione e islamofoba lanciata online non fluttua in un vuoto organizzativo, ma viene intercettata da elementi legati al paramilitarismo lealista (fazioni dell’UVF e dell’UDA). I report del CAJ evidenziano che l’astroturfing digitale agisce da moltiplicatore epistemico: la percezione alimentata di una “invasione imminente” offre una sponda ideologica e una giustificazione morale a elementi paramilitari che già attuano pratiche storiche di controllo territoriale e intimidazione abitativa. Nel giugno 2026, la mobilitazione online ha armato e guidato folle di incappucciati che hanno eretto blocchi stradali, appiccato incendi e assaltato le case di residenti appartenenti a minoranze etniche (definito da un parlamentare locale come un “pogrom su base razziale”). Tra gli aggrediti figurano due operatrici sanitarie ugandesi, costrette a fuggire dalla propria casa solo grazie alla mediazione di un pastore protestante che ha implorato la folla di lasciarle passare.

I flussi di circolazione dell’evento

Per far circolare l’evento e massimizzare l’impatto emotivo, i promotori della pratica di astroturfing hanno utilizzato una precisa strategia cross-piattaforma, appoggiandosi a formati visuali ad alta viralità:

  • estetizzazione AI e meme: subito dopo l’attacco a Stephen Ogilvie, su Facebook sono state diffuse immagini generate dall’intelligenza artificiale che ritraevano migranti africani su un gommone presi a colpi di mazza da hurling. Questa operazione ha risignificato l’atto di difesa del cittadino nordirlandese in un simbolo estetico di violenza xenofoba e purificazione etnica;
  • monetizzazione dei disordini in tempo reale:  su TikTok, le dirette streaming dei disordini e dei roghi appiccati dai riottosi hanno registrato centinaia di migliaia di visualizzazioni. Alcuni streamer locali hanno esplicitamente ammesso di continuare a trasmettere in diretta solo per accumulare profitti tramite la funzione dei “regali monetizzati” della piattaforma (“likes, shares, comments, gifts and follows”);
  • doxxing e coordinamento logistico: mentre sulle piattaforme mainstream (X e Facebook) si normalizzava la narrazione anti-migranti, sui canali crittografati di Telegram e WhatsApp circolavano liste di indirizzi residenziali di cittadini stranieri e hotel da colpire, convertendo istantaneamente il traffico digitale in strumenti di aggressione fisica.

Il caso di Belfast evidenzia anche la totale asimmetria tra la rapidità della comunicazione digitale e la lentezza delle risposte statali. Sebbene l’autorità di regolamentazione britannica Ofcom abbia inviato lettere di diffida a X e ad altre piattaforme per arginare l’incitamento alla violenza, il governo non ha potuto imporre la rimozione immediata dei contenuti. Una paralisi burocratica garantisce alle piattaforme e agli strateghi dell’astroturfing almeno due mesi di totale impunità operativa, lasciando che le rivolte si auto-alimentino e si consumino indisturbate.

Il ciclo di fascistizzazione: dalla comunicazione digitale alla violenza di piazza
 
Il processo attraverso cui un utente appartenente alle classi popolari britanniche viene intercettato da una campagna di astroturfing e condotto fino all’adesione ideologica cosciente a contenuti fascisti e razzisti si sviluppa secondo un ciclo integrato che coniuga manipolazione identitaria, uso quotidiano delle tecnologie e radicalizzazione di gruppo. Questo percorso può essere compreso nelle sue ormai tipiche dinamiche.

Il ciclo inizia intercettando lo stato di vulnerabilità e frustrazione materiale del soggetto. In questa fase si applica la disinformazione basata sull’identità (Identity-Based Disinformation o IBD). Gli strateghi dell’astroturfing non propongono necessariamente notizie false, bensì operano una restrizione strategica dell’identità del target. Sfruttando i bisogni primari di appartenenza e sicurezza, propongono un  flusso informativo adatto per definizioni rigide ed esclusive di chi sia il “vero britannico” (il lavoratore bianco, eterosessuale, contribuente onesto) in opposizione speculare a minacce esterne e interne. Questa ricostruzione psicografica dei comportamenti, erede dei sistemi collaudati da Cambridge Analytica, provoca un restringimento identitario e un’inflazione paranoica della minaccia, inducendo uno stato di allarme emotivo perenne che blocca la deliberazione razionale.

Successivamente, il soggetto viene attirato all’interno di spazi digitali apparentemente slegati dall’estremismo politico, come gruppi di quartiere contro le tasse locali o forum di automobilisti. Una volta registrata la prima interazione dell’utente con questi temi, gli algoritmi di raccomandazione delle grandi piattaforme (come TikTok e X) si attivano spontaneamente in chiave predittiva. I sistemi sono progettati per massimizzare il tempo di permanenza sul sito e l’interazione emotiva, favorendo la diffusione di contenuti altamente polarizzanti. I dati pubblicati dal LSE rivelano che gli algoritmi di raccomandazione di X hanno amplificato del 30% i post contenenti immagini associate alle teorie complottiste del “Genocidio bianco” e della “Grande sostituzione”. La costruzione della percezione si avvale della traduzione culturale e risemantizzazione di narrazioni cospirazioniste straniere che, secondo il modello della semiotica della cultura di Yuri Lotman, vengono sciolte e assimilate all’interno della cultura ricevente, venendo interpretate come una continuazione organica di istanze locali tradizionali fino a essere percepite come “buon senso” autoctono. 

Nella fase che segue si assiste alla totale rimozione dello stigma morale associato al razzismo e alla xenofobia. La diffusione di immagini fotorealistiche generate con intelligenza artificiale gioca un ruolo decisivo. L’indagine dell’LSE evidenzia come la diffusione di immagini AI ritraenti maschi musulmani come predatori sessuali pronti ad aggredire giovani ragazze bianche abbia registrato tassi di interazione tre volte superiori rispetto a qualsiasi altro contenuto. Dopo l’attacco di Southport, si è registrato un repentino slittamento estetico verso la celebrazione dell’eroe britannico bianco contrapposto all’invasore straniero, utilizzando l’estetica dei meme per normalizzare ed estetizzare la violenza. La radicalizzazione viene ulteriormente favorita attraverso dinamiche di palese disinformazione. Ad esempio, durante le manifestazioni “Unite the Kingdom” di Londra, esponenti della destra nazionalista polacca (Dominic Tarinsky, cui è stato vietato l’ingresso nel Regno Unito come ospite dei fascisti UK) e account anti-immigrazione britannici hanno condiviso vecchi filmati aerei spacciandoli per attuali al fine di gonfiare artificialmente il numero dei partecipanti, dichiarando la presenza di 2 milioni di persone a fronte di una stima reale della polizia metropolitana di circa 60.000 presenze, costruendo così la percezione del consenso e offrendo alle classi popolari l’illusione di far parte di una maggioranza schiacciante e irresistibile.

 Il ciclo si compie quando l’utente sperimenta la “fusione identitaria” e i confini del sé individuale si dissolvono all’interno dell’identità collettiva del gruppo fascista. La realtà viene letta esclusivamente attraverso schemi apocalittici e di autoconservazione biologica. Il soggetto è ora pienamente disponibile per la mobilitazione di piazza guidata dall’estrema destra post-organizzativa. La rabbia sociale generata dall’austerità e dall’esclusione economica viene definitivamente orientata contro obiettivi fisici precisi, come moschee o hotel per richiedenti asilo, realizzando concretamente la funzione del fascismo come “ariete” controrivoluzionario che indirizza il conflitto sociale verso una violenza etnica orizzontale e distruttiva, lasciando intatte le reali strutture di potere economico e finanziario.

Entrare nella dimensione dell’astroturfing digitale e politico, consegna un ritratto inquietante della metamorfosi contemporanea della propaganda. Non siamo di fronte alla classica propaganda ma a un’ingegneria algoritmica del consenso che si annida nelle pieghe più intime della vita digitale delle classi popolari, offrendo riconoscimento identitario a chi è stato abbandonato dalla sinistra tradizionale. Il ciclo che conduce dalla vulnerabilità materiale alla fusione identitaria con il gruppo fascista mostra come l’astroturfing non è un semplice rumore informativo, bensì un dispositivo politico completo: intercetta la solitudine, restringe l’identità, normalizza l’odio attraverso l’estetica dei meme e dell’intelligenza artificiale, gonfia la percezione del consenso e, infine, offre bersagli fisici su cui scaricare una rabbia sociale che altrimenti cercherebbe responsabilità più in alto, dove realmente risiedono il potere economico e quello finanziario.

Inoltre, l’emergere  dell’IA agentica – intesa come sistemi di agenti autonomi basati su Large Language Models (LLM) dotati di capacità di reasoning, tool-use, memoria persistente e coordinamento multi-agente – sta producendo una trasformazione radicale nella natura e nell’efficacia dell’astroturfing nella comunicazione politica. A differenza delle forme tradizionali, basate su bot rigidi, sockpuppet gestiti manualmente o reti di influencer pagati, gli agenti IA introducono un livello di autonomia, adattività e mimetismo che erode progressivamente il confine tra attività orchestrata (top-down) e partecipazione genuina (grassroots).

In primo luogo, la generazione di contenuti diviene sempre più diffusa e personalizzata: ciascun agente IA può adattare tono, framing e argomentazioni in tempo reale sulla base del feedback della piattaforma, delle reazioni degli utenti reali e delle dinamiche di rete, superando le limitazioni dei template statici o dei bot rule-based. In secondo luogo, emerge un coordinamento decentralizzato: sciami di agenti possono auto-organizzarsi, dividersi compiti (uno amplifica, un altro polarizza, un terzo modera o contro-argomenta), simulare conversazioni credibili tra “utenti” diversi e replicare pattern di amplificazione organica, come dimostrato in simulazioni recenti in cui LLM agents riproducono strategie tipiche delle Information Operations (IO) senza supervisione umana costante. Questo riduce drasticamente i costi marginali e aumenta la scala, permettendo campagne di dimensioni e velocità precedentemente impossibili.

Dal punto di vista comunicativo-politico, l’IA agentica rivoluziona tre dimensioni chiave. La prima è la percezione del consenso: grazie alla variabilità linguistica, all’invecchiamento credibile dei profili, all’uso di volti e storie generate sinteticamente e all’interazione human-like, gli agenti rendono l’illusione di social proof più resistente ai detector attuali basati su pattern di coordinamento o text-IA.
La seconda è l’ibridazione con utenti reali: gli agenti non si limitano a postare, ma ingaggiano, rispondono e incoraggiano amplificazioni organiche, creando un effetto moltiplicatore in cui il contenuto fake viene “legittimato” da interazioni genuine.
La terza è l’evoluzione temporale e adattiva: gli sciami di agenti IA possono apprendere, evolvere tattiche e migrare su piattaforme diverse in risposta a contromisure (ban, shadowban, CIB detection), rendendo l’astroturfing un fenomeno dinamico e resiliente.

Queste innovazioni pongono enormi sfide teoriche e materiali alla politica: l’astroturfing non è più solo manipolazione del dibattito, ma una forma di sintesi artificiale del pubblico che produce direttamente la percezione della volontà popolare e mina i presupposti della deliberazione democratica. La letteratura recente evidenzia come la detection classica dei falsi basata su pattern di coordinamento o su text classifier perda efficacia di fronte a comportamenti emergenti e variabili introdotti dagli agenti. Di conseguenza, la ricerca deve orientarsi verso nuovi approcci relazionali, network-informed e multi-modali, mentre le policy (DSA, platform governance) devono confrontarsi con la necessità di nuove metriche di autenticità che tengano conto dell’autonomia agentica. In sintesi, l’IA agentica trasforma l’astroturfing da tecnica di manipolazione rilevabile in un paradigma comunicativo scalabile, adattivo e potenzialmente indistinguibile dalla dimensione grassroots che simula, con implicazioni profonde per l’integrità del discorso pubblico e per i modelli teorici della persuasione politica online.

C’è quindi un passaggio che merita di essere nominato con chiarezza. La vera vittoria dell’astroturfing contemporaneo non sta solo nella sua efficacia mobilitante, ma nell’aver reso indistinguibile, agli occhi di chi lo subisce e anche di chi lo osserva, la fabbricazione dalla spontaneità. È qui che si consuma il cortocircuito più profondo: la categoria stessa di “autenticità popolare”, cardine di ogni discorso democratico e di ogni analisi critica delle classi subalterne, è stata colonizzata. L’astroturfing non si limita a imitare il grassroot: lo produce materialmente, lo alimenta, gli dà voce, finché la copia non precede più l’originale, e la rivolta di strada diventa al tempo stesso genuina nel suo dolore e totalmente eterodiretta nei suoi obiettivi. Questo scarto rende obsoleta ogni denuncia che si limiti a smascherare la “falsità” della mobilitazione, perché la mobilitazione è vera per chi la vive, vera nelle sue conseguenze letali, vera nella sua capacità di incendiare un quartiere.

Il punto non è più distinguere il sintetico dall’autentico, ma capire che l’astroturfing ha imparato a fabbricare autenticità come si fabbrica una merce, e che le piattaforme digitali sono le fabbriche in cui questa merce viene prodotta in serie. La Gran Bretagna è un vero e proprio laboratorio di questa dimensione, Belfast un suo diretto e drammatico prodotto.

Da qui discende una responsabilità che interroga non solo i regolatori e le società tecnologiche, ma le sinistre, i sindacati, l’associazionismo e la ricerca sociale. Continuare a opporre fact-checking alla propaganda significa ritrovarsi con una realtà che vuole che ogni campagna di alfabetizzazione digitale rimanga un argine di sabbia contro la marea emotiva e identitaria che l’astroturfing sa cavalcare con spaventosa precisione. I fatti di Belfast non sono un incidente della cronaca britannica, ma un promemoria universale: il fascismo del XXI secolo non ha bisogno di prendere il potere con un colpo di Stato; gli basta affittare gli spazi pubblicitari delle piattaforme e attendere che la rabbia faccia il resto.

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I “liberali” son più matti di Trump

Si potrebbe infierire sul sistema mediatico occidentale e sui cosiddetti “politici” atlantisti che ora devono fare i conti con una sconfitta pesante dopo una guerra all’Iran condotta per motivi tutt’altro che nobili, ma rivestita con i soliti panni d’occasione (la “democrazia”, le “donne”, la “libertà”, ecc.), elencando le cazzate che hanno detto e scritto in questi quattro mesi.

Lo fa col suo stile Marco Travaglio, sul giornale che dirige, ma non ci sembra che abbia colto il punto vero che accomuna trasversalmente i “critici liberali” e quelli di estrema destra. I primi oggi strillano, mentre i secondi minimizzano la portata della “botta” subita prima sul campo e poi nelle trattative.

Cosa c’è in comune?

Lo si capisce dal tono rabbioso con cui, oggi, tutti i media “liberali” – statunitensi, europei e anche italiani – attaccano Trump per aver firmato un accordo che in modo quasi imbarazzante sancisce la vittoria di Teheran. È la versione giornalistica, diciamo, del conato coloniale che agita i “volenterosi” che medita(va)no di mandare le loro navi da guerra a “sbloccare lo Stretto di Hormuz”.

Ogni singolo punto di quell’accordo viene agitato come una “concessione” agli ayatollah che mai e poi mai dei “liberali veri” – tipo Biden, supponiamo – avrebbero permesso, se fossero stati al posto del tycoon.

La loro critica, insomma, è una critica “da destra”, intendendo con questo termine “geometrico” il suo significato politico reale: è una critica guerrafondaia, ossia una pretesa di continuare l’attacco invece di cercare un (difficile) equilibrio che eviti la guerra almeno per qualche tempo.

A ben guardare si tratta di un comportamento perfettamente identico a quello della cosiddetta “opposizione” parlamentare israeliana, persino di sedicente “sinistra” come i laburisti. Attaccano Netanyahu perché “si è fatto comandare dall’America” e non ha ottenuto il genocidio completo che aveva promesso (a Gaza, in Libano, nello Yemen, in Siria, in Iran, ecc.).

Di fatto i “liberali” occidentali condividono con la destra fascista e reazionaria una visione complessiva del mondo e del ruolo della “civiltà occidentale” che porta implacabilmente alla stessa conclusione: guerra e sterminio. E la “Democrazia”? Non pervenuta...

È la visione – autorappresentata in forme retoriche diverse – che poggia sul suprematismo occidentale bianco, esattamente come agli albori del colonialismo. “Noi” siamo civili e sviluppati, “noi” abbiamo “cultura e storia” (vero Galli Della Loggia?), “noi” siamo la democrazia e la libertà, “noi” abbiamo il diritto di imporre a chiunque altro la nostra organizzazione della vita e le istituzioni che abbiamo creato.

Gli altri sono incivili, selvaggi, bestie da domare se riottose ai nostri comandi. Così come fecero Pizarro e Cortez in America Latina, i cento generali Custer agli albori degli States, inglesi e boeri nell’Africa centromeridionale e i francesi in quella del nord, e tutti insieme in varie parti dell’Asia.

Anche i “sinistri moderati” condividono questa subcultura di fondo, così incistata nel dna occidentale da risultare inconsapevole, ma che traspare quando si ragiona di “diritti” senza neanche curarsi di collocarli in una evoluzione storica che – notoriamente – non è stata uguale e tantomeno sincrona per tutte le aree del mondo; in strutture sociali millenarie che sono certamente in trasformazione – con l’affermarsi ovunque dei moderni modi di produzione – ma che fisiologicamente evolvono ognuna a proprio modo.

Che però non è il “nostro” e soprattutto non tollerano l’imposizione improvvisata di modelli socio-culturali e valoriali percepiti come “estranei” anche quando condivisi da una parte di quelle società.

L’ansia di “omologare il diverso” è parte integrante della spinta capitalistica a superare tutte le “concezioni venerate e di veneranda età” e tutte le gerarchie feudali, sostituendole con il “nudo interesse” e il “freddo pagamento in contanti”. Il tutto in poco tempo, quasi per decreto di un’autorità esterna, che pretende di sintetizzare in pochi passi il percorso – lungo e doloroso – fatto per arrivare alla modernità capitalistica.

Ma tutto questo castellare “culturalmente”, questo cianciare di “valori” eterni fuori da Storia e Geografia, copre il buon vecchio appetito coloniale per le risorse. E Trump, nella sua incommentabile rozzezza, ha rotto il velo di “sacri princìpi” che nascondeva – malamente, certo – la fame di ricchezza e risorse possedute da altri.

Quindi criticare Trump è facilissimo, persino doveroso. Ma per proporre cosa?

Se non si accetta neanche questo fragilissimo “memorandum di intesa”, cosa si fa? Si prosegue con la guerra, ovvio.

Per quali obbiettivi? Il “regime change” a Teheran – come a Mosca, a Pechino e altrove – è sempre meno facile, se si prendono di mira paesi di certe dimensioni, industrialmente sviluppati (e l’Iran lo è, contrariamente alle “narrazioni” di comodo), sufficientemente coesi all’interno (l’unanimità non esiste da nessuna parte), disposti a battersi per mantenere la propria indipendenza e capacità di scelta.

La verifica delle assurdità raccontate in stizzose articolesse e interminabili talk show si può fare in una attimo. Prendiamo i “volenterosi” del G7 che si offrono ora – ad accordo firmato – di inviare navi militari a “sbloccare lo Stretto di Hormuz”.

Quello Stretto è già sbloccato proprio in base all’accordo contestato. Il fatto che in fondo a quel braccio di mare siano state piazzate mine non impedisce – come si è visto già in queste prime ore – la navigazione e il ritorno alla normalità (con i tempi non brevi che ci vogliono quando si rimette in moto una fisiologia bloccata per quattro mesi).

Quelle mine sono infatti “attivabili” per scelta politico-militare, non galleggiano liberamente in superficie.

Possono essere rimosse – e sarebbe bene che lo fossero, per evitare incidenti – solo da chi esercita la “sovranità” territoriale su quel braccio di mare, secondo il diritto internazionale e le convenzioni Onu.

Mandare navi militari da parte di paesi fin qui complici con il “nemico” – e non c’è dubbio alcuno che i paesi europei o il Giappone abbiamo quantomeno sostenuto in silenzio sia Israele che gli Usa – è di per sé una provocazione che può produrre soltanto un risultato opposto a quello dichiarato.

Hormuz è riaperto. Se lo “invadi” si richiude.

Ma il suprematismo occidentale bianco non appare più in grado di accettare o metabolizzare una sconfitta che, a ben pensarci, lascia comunque campo aperto a una ripresa del business globale, con potenziali benefici per tutti.

E qui sorge il legittimo sospetto che proprio quella “normalità”, quella “competizione pacifica tra sistemi diversi”, sia ormai una condizione temuta nelle capitali dell’Occidente imperialista.

Ma se temi la pace, significa che sei già finito, però non te ne sei accorto o non sai come “correggerti” per restare in vita.

È come per la “transizione energetica”, in fondo. Costa troppo, o mette in discussione i profitti di qualcuno, riconvertire l’industria dall’energia basata sugli idrocarburi in un mix di altre fonti, magari rinnovabili? Si va avanti facendo finta di niente, anzi negando che il Pianeta stia preparando la tua espulsione dalle specie viventi.

I sedicenti “liberali”, anche in questo, sono indistinguibili dai “fascisti veri”. Anzi, preparano al meglio il loro avvento. Ossia la fine.

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Vento di destra nel Parlamento europeo, approvata la “Remigrazione”

Ieri il Parlamento europeo ha approvato con 389 voti a favore, 206 contrari e 32 astenuti l’avvio dei negoziati interistituzionali sulla direttiva “Return Regulation” sui rimpatri degli immigrati in Europa. Lo ha fatto con una maggioranza convergente tra conservatori e fascisti. In pratica è l’accoglimento della campagna sulla “Remigrazione” elaborata e agitata dai neofascisti in molti paesi europei.

Il testo infatti è stato votato congiuntamente da Ppe, Ecr, Patrioti e ultradestra, confermando ormai la piena convergenza delle forze reazionarie nelle sedi europee. Hanno votato contro i socialisti, i verdi e la sinistra. In pratica è saltata la cosiddetta “maggioranza Ursula” in cui convivono conservatori e socialisti.

Tutte e tutti coloro che ancora si illudono sul carattere progressivo delle istituzioni europee, hanno ricevuto l’ennesima mattonata in faccia. Come diceva un grande della storia, “Gli stati uniti d’Europa o saranno reazionari o non saranno”, e i fatti si sono incaricati di dargli ragione.

Il testo elaborato dalla destra europea, e di cui uno dei relatori è stato Ciriani di Fratelli d’Italia, estende anche le possibilità di individuare per le espulsioni degli immigrati un “Paese di ritorno”, includendo non solo lo Stato di origine ma anche Paesi terzi. In pratica è il “modello Albania” voluto dal governo Meloni, fino ad oggi contestato in Parlamento e nei tribunali ma che ora ha il via libera a livello del parlamento di Strasburgo e dovrà essere approvato dall’Unione Europea in sede di consiglio.

Peggiorano anche i criteri per le espulsioni degli immigrati rispetto a quella che era l'attuale normativa. Il testo approvato dal Parlamento europeo dà infatti priorità al rimpatrio coercitivo piuttosto che alla partenza volontaria. Non solo. Con il nuovo regolamento europeo ci sarà un aumento del periodo di detenzione per gli immigrati, che può arrivare fino a 24 mesi, con la possibilità di trattenere anche famiglie con bambini e minori ma escludendo i minori non accompagnati.

La profonda regressione economica, sociale, civile e politica dell’Europa vede di nuovo convergere le forze reazionarie – moderate o estremiste che siano – contro i nuovi capri espiatori, in questo caso gli immigrati, mentre le forze “progressiste” ancora si trastullano su un’illusione europeista come “antidoto” ai fantasmi del passato e che invece ha assunto caratteri sempre più regressivi, guerrafondai e reazionari.

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La Cina mette in campo una diversa visione della governance globale

La governance globale non significa governare il mondo e la forza non fa la ragione. Il multilateralismo come condizione necessaria non può nascere dalla contrapposizione tra Nord globale e Sud globale. Ma il Sud globale ha la volontà, il diritto e la capacità di diventare una forza chiave nella riforma della governance globale. “Un processo lungo che richiede pazienza, saggezza e coraggio”. 

La visione della Cina in un editoriale del giornale cinese Global Times che riproduciamo qui di seguito.

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Siate uniti e agite

Mercoledì, il governo cinese ha pubblicato il white paper intitolato “Governance globale più giusta ed equa: principi, proposte e azioni della Cina”.  Guidata dal pensiero di Xi Jinping sul socialismo con caratteristiche cinesi per una nuova era, il white paper presenta sistematicamente le idee, le iniziative e le azioni pratiche della Cina riguardo la governance globale. Il suo obiettivo è riformare e migliorare il sistema di governance globale, affrontare efficacemente le sfide globali, costruire un consenso internazionale più ampio e sforzi congiunti.

Da quando il concetto di “governance globale” è stato proposto per la prima volta in Europa negli anni ’90, la comunità internazionale non aveva mai raggiunto un consenso sulle questioni fondamentali di chi dovesse governare, come governare e per chi.

La ragione principale risiede nella narrazione dominata dall’Occidente, che non ha ancora affrontato il deficit di pace, di sviluppo, di sicurezza e di fiducia che il mondo di oggi affronta, né ha corretto ingiustizie storiche. La stragrande maggioranza dei paesi del Sud globale rimane emarginata.

In alcuni casi, sotto la mentalità egemonica di alcune grandi potenze, la “governance globale” è stata distorta in “governo del globo”. L’autorità dell’ONU è stata notevolmente indebolita e il sistema internazionale istituito dopo la Seconda Guerra Mondiale ha subito gravi shock a causa di molteplici crisi.

Nel 2025, il presidente cinese Xi Jinping ha presentato la Global Governance Initiative (GGI), offrendo una soluzione cinese alla domanda dell’epoca su “che tipo di sistema di governance globale costruire e come riformare e migliorare la governance globale”.

Questa iniziativa sostiene cinque principi fondamentali: rimanere impegnati nell’uguaglianza sovrana, nello stato di diritto internazionale, nel multilateralismo, nell’approccio centrato sulle persone e nei risultati concreti. Trascende l’ordine “centro-periferia” della teoria tradizionale delle relazioni internazionali e rifiuta la “legge della giungla” secondo cui “la forza fa la ragione”.

Non solo ha aperto un nuovo orizzonte nella civiltà politica internazionale, ma ha anche risposto con forza agli appelli della comunità internazionale per la giustizia contro l’egemonia, lo stato di diritto contro il disordine, la cooperazione sul confronto e l’azione invece del vuoto discorso. Ha ricevuto un ampio benvenuto e una risposta positiva dalla comunità internazionale.

I paesi di tutto il mondo – più di 190 in totale – hanno sistemi sociali, percorsi di sviluppo e condizioni nazionali differenti, eppure condividono tutti la semplice aspirazione di partecipare in modo equo, prendere decisioni in modo equo e trarre beneficio equo nella costruzione e nel miglioramento del sistema di governance globale.

Il GGI è riuscito a costruire un ampio consenso perché la consultazione, il contributo congiunto e i benefici condivisi rappresentano l’aspirazione comune di tutte le persone; una multipolarità equa e ordinata e una globalizzazione economica inclusiva rappresentano la tendenza dei tempi. Il vero multilateralismo è la strada giusta; e i valori comuni dell’umanità sono il principio universale.

La proposta di questa iniziativa significa che la governance globale non è più una questione di alcuni paesi che governano altri, ma un processo in cui tutti i paesi partecipano, contribuiscono e traggono beneficio insieme. Non si tratta di ricominciare da capo o costruire un nuovo sistema da zero, ma di rendere il sistema internazionale esistente meglio adattato alle realtà cambiate e più reattivo alle urgenti esigenze delle persone di tutti i paesi.

Che la governance globale funzioni dipende dal fatto che possa risolvere problemi reali. La comunità internazionale è estremamente attenta alla realizzazione della proposta cinese e a come verrà attuata. Qualsiasi piano deve mettere radici per dare frutti – è proprio per questo che il GGI enfatizza un’azione orientata ai risultati.

Nel promuovere la governance globale, la Cina ha accumulato una grande quantità di “esperienza pratica”. Che si tratti della sua esplorazione proattiva di approcci tipicamente cinesi per risolvere problemi globali sui temi caldi, dei suoi sforzi per promuovere l’Iniziativa Belt and Road, della difesa dei paesi del Sud Globale, o della promozione del miglioramento delle regole di governance in nuovi ambiti, gli sforzi della Cina sono evidenti alla comunità internazionale. Meccanismi innovativi come l’Organizzazione Internazionale per la Mediazione sono particolarmente stimolanti e impressionanti.

Guardando al futuro, la Cina ha proposto nove principali direzioni per la riforma. In meno di un anno, quasi 160 paesi e organizzazioni internazionali hanno accolto e sostenuto il GGI, e più di 60 paesi si sono attivamente uniti al Gruppo degli Amici della Governance Globale. Il GGI si è già trasformato da proposta cinese a pratica internazionale, dimostrando una forte vitalità.

La governance globale mira al benessere comune della comunità internazionale e si basa sugli sforzi congiunti di tutti i paesi. Dopotutto, è “affare di tutti”. Richiede un lavoro costante e persistente, sostenuto da tutte le parti per discuterlo e gestirlo insieme, e la più ampia forza possibile raccolta attorno al massimo comune denominatore.

In questo processo, il Sud Globale ha la volontà, il diritto e la capacità di diventare una forza chiave nella riforma della governance globale.

La riforma del Consiglio di Sicurezza delle Nazioni Unite dovrebbe aumentare la rappresentanza e la voce dei paesi in via di sviluppo, con accordi speciali per dare priorità alle preoccupazioni africane.

Tuttavia, ciò non significa tracciare una divisione tra il Sud Globale e il Nord Globale. Il miglioramento del sistema di governance globale non può essere raggiunto senza la cooperazione Sud-Nord. I paesi sviluppati devono svolgere con impegno le loro responsabilità fornendo più risorse e beni pubblici, mentre i paesi in via di sviluppo dovrebbero anche unirsi, rafforzarsi e contribuire all’interno delle proprie capacità.

La Cina è pronta ad avanzare fianco a fianco con tutte le parti, tenendo alta la fiaccola del multilateralismo, attuando pienamente il GGI e promuovendo la costruzione di un sistema di governance globale più giusto ed equo, avanzando costantemente verso il grande obiettivo di costruire una comunità con un futuro condiviso per l’umanità.

Questo è un processo lungo che richiede pazienza, saggezza e coraggio. Eppure la direzione è chiara e il percorso ben definito. Come richiesto dal libro bianco, tutte le parti devono perseverare di fronte alle sfide, superare le controversie e lavorare insieme per costruire un sistema di governance globale più giusto ed equo. Si spera che la comunità internazionale si unisca e agisca.

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Vannacci, il prodotto politico del Capitale

Dietro la guerra ai migranti e la remigrazione si nasconde una vecchia funzione: dividere il lavoro salariato, alimentare la guerra tra poveri e proteggere chi concentra ricchezza e potere.

Roberto Vannacci non è un incidente della politica italiana. Non è una parentesi folkloristica. Non è nemmeno l’ennesimo personaggio mediatico costruito dai talk show e dall’industria dell’indignazione permanente. Vannacci è il prodotto coerente di una lunga evoluzione della destra italiana ed europea. E, soprattutto, è oggi il vettore più efficace di un ulteriore avanzamento delle culture autoritarie, xenofobe e neofasciste nel nostro Paese.

L’errore più grave sarebbe considerarlo un fenomeno marginale o caricaturale. Per anni si è fatto lo stesso con Salvini. Prima ancora con Berlusconi. Ogni volta una parte dell’establishment politico e mediatico ha pensato che fosse sufficiente ridicolizzare questi personaggi, evidenziarne le contraddizioni o l’inconsistenza culturale. Ogni volta il risultato è stato l’opposto: la loro crescita.

Per comprendere Vannacci bisogna smettere di guardare soltanto a ciò che dice e iniziare a interrogarsi sulla funzione politica che svolge.

La sua forza non deriva dalla qualità delle sue proposte. Non deriva nemmeno dalla sua capacità di governo, che appare pressoché inesistente. La sua forza deriva dalla capacità di dare una forma politica alla rabbia sociale prodotta da decenni di impoverimento, precarizzazione e insicurezza.

Come in ogni fascismo, però, questa rabbia viene accuratamente indirizzata verso bersagli innocui per il potere economico.

Non è un caso che la propaganda di Vannacci non si rivolga mai contro i grandi patrimoni, contro la concentrazione della ricchezza o contro il potere crescente delle oligarchie finanziarie. Non lo sentiremo mai proporre una patrimoniale sulle grandi fortune, una tassazione degli extraprofitti energetici, un intervento contro la speculazione immobiliare che rende impossibile a milioni di persone accedere a una casa, oppure una redistribuzione della ricchezza accumulata da banche, fondi finanziari e multinazionali. Non lo vedremo denunciare il fatto che una quota sempre maggiore della ricchezza prodotta viene trasferita verso l’alto, mentre salari e pensioni perdono potere d’acquisto.

Al contrario, il conflitto viene costantemente spostato altrove. Il problema non sono i rapporti di potere che producono diseguaglianza, ma i migranti. Non sono le delocalizzazioni, la precarizzazione del lavoro o la finanziarizzazione dell’economia, ma l’arrivo di chi fugge dalla guerra o dalla miseria. Non è la riduzione progressiva del welfare pubblico, ma la presenza dello straniero che usufruirebbe di risorse destinate agli italiani. È una vecchia operazione politica: nascondere le cause reali del disagio sociale costruendo un nemico più debole da colpire.

Negli ultimi trent’anni il lavoro è stato reso sempre più precario, i diritti sociali sono stati progressivamente ridimensionati, il welfare è stato sottoposto a continui tagli, mentre quote crescenti di ricchezza si sono concentrate nelle mani di una minoranza. Interi territori sono stati impoveriti dalla deindustrializzazione, milioni di persone vivono una condizione di insicurezza economica permanente e una generazione intera è cresciuta tra bassi salari, contratti precari e impossibilità di costruire un futuro stabile. Eppure tutto questo scompare dal discorso pubblico vannacciano. Al suo posto compare una narrazione identitaria che promette protezione non attraverso maggiori diritti sociali, salari più alti o redistribuzione della ricchezza, ma attraverso l’esclusione di qualcun altro. È il meccanismo classico della guerra tra poveri: trasformare chi condivide la stessa condizione di vulnerabilità in un concorrente o in un nemico.

Qui emerge tutta la debolezza teorica e politica delle letture rossobrune che oggi cercano di saldare il malcontento sociale alle parole d’ordine della destra nazionalista. Non è un caso che personaggi come Marco Rizzo, un tempo sedicenti custodi dell’ortodossia veterocomunista, siano arrivati a fare da sponda politica e culturale a Vannacci. Perché il cuore del loro ragionamento consiste nel presentare le migrazioni come la causa principale dell’abbassamento dei salari e del peggioramento delle condizioni di vita dei lavoratori.

Marx sosteneva esattamente il contrario. Nel Capitale scrive che «i movimenti generali del salario del lavoro sono regolati esclusivamente dall’espansione e dalla contrazione dell’esercito industriale di riserva», cioè dalla massa di lavoratori disponibili che il capitalismo produce e utilizza per disciplinare il lavoro salariato. Il punto centrale è che l’esercito industriale di riserva non è un concetto etnico, nazionale o culturale. Non riguarda la provenienza delle persone. Riguarda la loro collocazione nei rapporti di produzione. Di questo esercito fanno parte i migranti, certamente, ma anche i precari, i disoccupati, i lavoratori intermittenti, quelli in nero, gli stagionali, i giovani costretti a lavori sottopagati, le donne espulse dal mercato del lavoro, i lavoratori minacciati dalla delocalizzazione o dall’automazione. In altre parole, tutti coloro che il capitale può utilizzare per comprimere il costo del lavoro e aumentare il proprio potere contrattuale.

Per Marx non è la nazionalità del lavoratore a determinare il livello dei salari. È il rapporto di forza tra capitale e lavoro. È il grado di ricattabilità della forza lavoro. È la presenza o meno di organizzazione collettiva. È la capacità dei lavoratori di resistere alla competizione che il capitale impone tra loro.

Se davvero i salari dipendessero dalla presenza degli immigrati, dovremmo spiegare perché negli ultimi trent’anni essi siano diminuiti o siano rimasti stagnanti anche in Paesi e territori con bassi livelli di immigrazione. Dovremmo spiegare perché la precarizzazione sia avanzata parallelamente alla deregolamentazione del mercato del lavoro, alla distruzione della contrattazione collettiva e all’indebolimento delle organizzazioni sindacali. Dovremmo spiegare perché i profitti siano cresciuti mentre la quota di reddito destinata al lavoro diminuiva.

La verità è che la propaganda di Vannacci e dei suoi imitatori compie una gigantesca operazione ideologica: attribuisce ai migranti effetti che derivano invece dal funzionamento ordinario del capitalismo contemporaneo.

In termini storici e politici esiste poi un secondo elemento che Marx conosceva bene e che l’esperienza del movimento operaio ha confermato infinite volte. I salari non dipendono soltanto dalle leggi del mercato. Dipendono anche dal livello di organizzazione e di conflitto dei subalterni. Quando i lavoratori si organizzano, scioperano, costruiscono solidarietà e rapporti di forza, salari e diritti tendono a crescere. Quando invece sono divisi, frammentati, messi in concorrenza gli uni contro gli altri, il capitale rafforza il proprio potere e le condizioni di tutti peggiorano.

È esattamente qui che interviene la funzione politica del razzismo. Il migrante non serve tanto a sostituire il lavoratore italiano, come raccontano Vannacci e i teorici della “sostituzione etnica”. Serve piuttosto a dividere il lavoro salariato. A impedire che chi vive la stessa condizione di sfruttamento si riconosca come parte di un interesse comune. Il razzismo diventa così una tecnologia di governo della forza lavoro. Trasforma il conflitto verticale tra sfruttati e sfruttatori in un conflitto orizzontale tra sfruttati. È la vittoria più grande che il capitale possa ottenere.

Per questo Vannacci non rappresenta una minaccia per i grandi gruppi economici. Al contrario. La sua propaganda svolge una funzione preziosa: impedisce che la rabbia sociale si rivolga verso chi concentra ricchezza, potere e rendita. La indirizza invece contro chi sta ancora più in basso nella scala sociale. È il vecchio meccanismo della guerra tra poveri travestito da patriottismo. Ed è precisamente per questa ragione che il suo discorso, dietro la maschera della ribellione, finisce per essere profondamente conservatore.

La remigrazione rappresenta probabilmente il punto più avanzato di questa strategia. Dietro un termine apparentemente tecnico si nasconde un progetto che punta all’espulsione di massa di persone considerate estranee all’identità nazionale. Una proposta che sarebbe stata considerata impresentabile fino a pochi anni fa e che oggi viene discussa nei salotti televisivi come una delle tante opzioni politiche disponibili.

Ma il punto decisivo è un altro. La remigrazione non nasce con Vannacci, il quale radicalizza qualcosa che esiste già. Le politiche di espulsione, i CPR, la detenzione amministrativa, gli accordi con la Libia, l’esternalizzazione delle frontiere, i rimpatri forzati, la criminalizzazione dei migranti e della solidarietà sono già realtà. La differenza è che Vannacci porta alle estreme conseguenze un paradigma che la destra di governo ha contribuito a normalizzare.

Per questo è profondamente sbagliato descriverlo come un corpo estraneo rispetto a Meloni o Salvini. Vannacci è figlio di quella storia politica, ne rappresenta la versione più esplicita, meno diplomatica, meno attenta ai filtri istituzionali. Dice apertamente ciò che altri suggeriscono, rende slogan ciò che altri trasformano in norme, trasforma in programma ciò che altri realizzano gradualmente.

La sua crescita, inoltre, si inserisce in un contesto internazionale molto preciso.

La crisi economica, le guerre, il riarmo, il declino industriale europeo, la perdita di credibilità delle istituzioni democratiche e la crescente insicurezza sociale producono terreno fertile per figure che promettono ordine, identità e protezione.

Non è un caso che Vannacci insista contemporaneamente su immigrazione, sicurezza, militarizzazione della società e difesa dell’identità nazionale. Sono i pilastri ideologici attraverso cui una parte delle classi dirigenti cerca di governare una fase di crisi profonda.

L’aspetto più pericoloso è che tutto questo avviene mentre il dibattito pubblico viene progressivamente svuotato delle questioni sociali fondamentali.

Vannacci svolge oggi una funzione politica precisa: contribuire a spostare il conflitto dal terreno della distribuzione della ricchezza a quello dell’identità. In una fase storica segnata da salari bassi, precarietà diffusa, impoverimento dei ceti popolari, smantellamento del welfare e crescente concentrazione del potere economico e finanziario, la sua propaganda invita a guardare altrove. Non verso chi accumula ricchezza e rendite, ma verso i migranti; non verso i processi che producono sfruttamento, ma verso le differenze culturali; non verso le diseguaglianze sociali, ma verso le paure identitarie.

È esattamente la funzione che storicamente hanno svolto i movimenti fascisti: impedire che il malcontento si trasformi in conflitto contro i rapporti di potere esistenti, deviandolo contro i più deboli. In questo senso Vannacci non rappresenta una rottura con l’ordine economico dominante, ma uno dei suoi più efficaci strumenti di conservazione.

Parla alla piccola borghesia impoverita, ai settori popolari colpiti dalla crisi, a chi percepisce di aver perso status e sicurezza. Intercetta paure reali, ma offre risposte false. Individua problemi esistenti, ma costruisce capri espiatori invece di affrontarne le cause.

Il suo linguaggio aggressivo, il suo razzismo ostentato, l’omofobia esibita, la retorica della sostituzione etnica e della remigrazione non rappresentano una rottura con il sistema. Rappresentano piuttosto un modo per stabilizzare il sistema esistente. Perché ogni minuto trascorso a discutere dei migranti è un minuto sottratto alla discussione sulla distribuzione della ricchezza. Ogni polemica identitaria oscura le questioni del lavoro, della casa, dei servizi pubblici, della povertà crescente. Ogni campagna contro lo straniero allontana l’attenzione da chi trae profitto dall’insicurezza sociale.

Per questo Vannacci è un pericolo reale. Non tanto per le sue capacità politiche, che appaiono modeste, quanto per la funzione che svolge dentro una fase storica segnata da crisi economica, guerre e disorientamento sociale.

La vera domanda, allora, non è se Vannacci crescerà ancora, ma se esisterà una forza sociale e politica capace di riportare il conflitto sul terreno reale: quello della distribuzione della ricchezza, dei diritti sociali, del lavoro, della casa, della salute, della pace e della democrazia.

Perché finché il dibattito pubblico continuerà a ruotare attorno ai migranti, alle identità e alle paure costruite ad arte, i grandi vincitori resteranno gli stessi: gruppi economici che accumulano ricchezza, le oligarchie finanziarie, le industrie della guerra, le élite che prosperano sulle diseguaglianze.

E i Vannacci di turno continueranno a svolgere la funzione per cui sono stati storicamente utili: trasformare la rabbia sociale in consenso per l’ordine esistente.

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