Presentazione


Analisi, opinioni, fatti e (più di rado) arte da una prospettiva di classe.

12/09/2026

La sovranità finanziaria europea è un’illusione

di Alessandro Volpi 

La difficile condizione del debito federale degli Stati Uniti, con rischi non trascurabili in termini di finanziamento, pone alcune questioni che in passato parevano meno rilevanti e ora risultano molto più preoccupanti.

L’illusione della sovranità finanziaria europea si infrange, infatti, sempre più contro la realtà di un sistema globale dove il controllo dei flussi monetari è diventato il principale strumento di proiezione della potenza geopolitica degli Stati Uniti, trasformando le banche europee in attori dotati di un’autonomia puramente formale. Nonostante lo Swift, il sistema di pagamenti utilizzato in Europa, abbia la propria sede legale in Belgio e ricada sotto la giurisdizione dell’Unione europea, la sua operatività è intrinsecamente legata all’architettura del dollaro, permettendo a Washington di esercitare una pressione asfissiante che va ben oltre la semplice regolamentazione bancaria.

Attraverso il meccanismo della cosiddetta extraterritorialità del diritto statunitense, ogni transazione che tocca il suolo americano o che avviene in valuta Usa fornisce agli Stati Uniti il potere legale di sanzionare, multare o escludere dai mercati globali qualsiasi istituto di credito europeo che non si allinei alle direttive del dipartimento del Tesoro. I recenti casi italiani delle sanzioni secondarie nei confronti di Francesca Albanese e del collettivo Autistici/Inventati mostrano quale sia la pervasività di simili meccanismi rispetto a qualsiasi traccia di autonomia degli istituti di credito, persino nelle loro espressioni più attente.

Questa capacità di interdizione trasforma lo Swift in una vera e propria arma di ricatto: le banche europee, terrorizzate dalla prospettiva di perdere l’accesso al sistema di clearing in dollari o di subire, appunto, sanzioni secondarie devastanti, si trovano costrette a troncare rapporti commerciali sgraditi a Washington. In questo contesto di subordinazione strutturale, la pressione politica statunitense si manifesta, e potrebbe manifestarsi sempre più, anche attraverso un’induzione indiretta ma ferrea all’acquisto di debito pubblico americano, poichè i Treasury rimangono il collaterale indispensabile per operare in un mercato dominato dal dollaro. Le banche europee vengono spinte a finanziare il deficit statunitense non solo per ragioni di gestione della liquidità ma come garanzia implicita di fedeltà a un sistema che garantisce la loro stessa sopravvivenza operativa che però, ora, è in reale pericolo.

La recente sentenza della Corte di giustizia europea, che ha contestato l’automatismo dell’applicazione delle decisioni del governo statunitense e degli effetti legati all’inserimento nelle liste Ofac, non ha certo risolto la questione della protezione giuridica e finanziaria sia degli operatori che intendano opporsi ai diktat Usa sia del diritto a potere esercitare pagamenti liberi.

Si configura così un circolo vizioso in cui il risparmio europeo viene drenato verso l’economia americana per sostenere un dominio che, a sua volta, utilizza quegli stessi strumenti finanziari per imporre vincoli politici all’Europa. Il ricatto è onnipresente: l’accesso alla liquidità d’emergenza della Federal Reserve e la stabilità dei mercati interbancari dipendono dall’allineamento degli istituti europei agli interessi strategici degli Stati Uniti, rendendo ogni tentativo di autonomia strategica dell’Unione europea un esercizio retorico privo di basi materiali. Finché l’architettura dei pagamenti internazionali resterà centrata sul dollaro e soggetta ai veti di Washington, le banche europee continueranno a operare sotto una sovranità limitata, agendo come terminali di un sistema di potere che trasforma il debito Usa in un asset obbligatorio e la fedeltà politica in una condizione necessaria per la continuità aziendale.

Dunque chi può davvero escludere che il Tesoro Usa, di fronte al rischio del crollo del proprio debito, non usi il monopolio del sistema dei pagamenti per costringere le banche – e dunque i loro risparmiatori – a comprare quel debito dalle sorti molto incerte? Continuiamo a dare agli Stati Uniti le chiavi di accesso esclusivo ai risparmi europei ed è certo che, prima di tracollare, le useranno per gettare sul lastrico milioni di concittadini.

In questa prospettiva può essere collocato un altro elemento critico. Il patrimonio aureo italiano, con le sue 2.452 tonnellate che lo rendono il terzo al mondo per entità, almeno in base ai dati ufficiali, ha un peso importante per la credibilità finanziaria del Paese ma la sua distribuzione geografica e i vincoli normativi che lo circondano aprono un dibattito complesso sulla reale sovranità nazionale sopra questo tesoro. Attualmente solo circa il 45% del metallo prezioso è custodito nei caveau della Banca d’Italia a Roma, mentre la quota maggioritaria si trova all’estero, con un peso preponderante degli Stati Uniti che ospitano presso la Federal Reserve di New York ben 1.061 tonnellate, pari a oltre il 43% del totale complessivo.

Questa enorme concentrazione di oro italiano sul suolo americano, eredità storica degli accordi del Dopoguerra e delle dinamiche di mercato del sistema di Bretton Woods, alimenta oggi più che mai i timori legati alla possibilità che la Fed, sotto la pressione di un debito pubblico statunitense ormai fuori controllo, possa in qualche modo utilizzare o bloccare queste riserve per le proprie necessità di bilancio o come leva geopolitica. Sebbene tecnicamente le riserve siano protette da immunità diplomatica e contratti di custodia internazionale, il fatto che quasi la metà della ricchezza aurea italiana dipenda dalla giurisdizione e dalla stabilità politica di una potenza straniera pone interrogativi sulla vulnerabilità del Paese in scenari di crisi globale estrema.

In sintesi, avere la metà delle riserve auree italiane nei sotterranei della Federal Reserve di New York provoca l’inevitabile paura che tali risorse possano essere utilizzate dal governo degli Stati Uniti per arginare un’insolvenza del proprio debito tutt’altro che remota. Non è un caso che altri Stati abbiano già provveduto al ritiro del loro oro dagli Usa.

A complicare il quadro interviene l’esplosione del valore di mercato di questo asset che, spinto dall’instabilità internazionale, è passato dai circa 147 miliardi di euro della fine del 2023 agli oltre 298 miliardi stimati nel 2026, generando una plusvalenza virtuale di oltre 150 miliardi di euro in meno di tre anni. Chi può escludere in toto che tali plusvalenze finiscano per essere utilizzate dal dipartimento del Tesoro?

Fonte 

La nuova legge elettorale è liberticida. Potere al Popolo chiama alla mobilitazione

Ci vogliono cancellare con la norma anti Potere al Popolo. Non ci riusciranno!

Un emendamento di Fratelli d’Italia alla legge elettorale del Governo Meloni porta fino a 750mila (SETTECENTOCINQUANTAMILA!) le firme necessarie per presentarsi alle elezioni sia alla Camera che al Senato (5 volte di più di quelle che fino ad oggi erano richieste).

Una norma mostruosa che non tocca i piccoli partiti che vivacchiano in Parlamento e nelle TV, ma che nessuno incontra mai nel Paese.

Una norma scandalosa che non colpisce chi sta dentro le coalizioni che da decenni si alternano al governo del Paese per fare la stessa politica.

E non colpisce neppure il finto partito anti-sistema di Vannacci, che usufruisce di un trattamento di favore specifico.

Questa norma colpisce solo chi, come Potere al Popolo, vuol dare rappresentanza politica a chi porta avanti ogni giorno il Paese ed oggi è escluso dalle istituzioni.

La nuova legge elettorale non è solo una legge truffa, che assegna una maggioranza enorme di parlamentari a chi non riesce ad averla con il voto degli elettori.

Ma è anche una legge liberticida e antidemocratica che vuole cancellare chi, come Potere al Popolo, si è mobilitato in questi anni per la Palestina e contro il genocidio israeliano, contro la guerra il riarmo e la NATO, contro le politiche di austerity europee, i salari da fame, il taglio ai servizi pubblici e sociali, per una società giusta e in pace.

La norma anti Potere al Popolo della nuova legge elettorale fa parte di un vasto progetto autoritario contro il dissenso e le lotte, come le sanzioni degli USA contro le organizzazioni antifasciste, la legge italiana sull’“antisemitismo”, i decreti sicurezza del Governo Meloni.

Vogliono cancellare Potere al Popolo per colpire chiunque si oppone a questo potere iniquo e guerrafondaio.

MA NON CI RIUSCIRANNO!

Potere al Popolo fa appello a tutta la società civile, ai militanti e ai sostenitori, a ogni organizzazione e persona sinceramente democratica, perché si reagisca a questo sopruso contro la democrazia e la Costituzione.

Il 17 Settembre saremo davanti al Parlamento per far sentire la nostra voce contro la legge truffa liberticida.

Ma non ci fermiamo qui: diamo appuntamento a Roma il 17 ottobre per una manifestazione nazionale contro il governo Meloni, contro le sue politiche a difesa di banche e grandi imprese dell’energia e contro lavoratori e lavoratrici, contro le sue leggi autoritarie.

Vogliono impedirci di partecipare alle elezioni.

Vogliono le elezioni più false truccate e antidemocratiche della storia della Repubblica.

Non ci faremo intimidire, adesso è il momento di mobilitarci e di difendere il diritto alla partecipazione di tutte e tutti e non solo di privilegiati incollati alla poltrona!

Fonte

11/09/2026

Catania. Foglio di via a dirigente sindacale dell’Usb, revocato

Ultim’ora. La questura di Catania fa retromarcia: archiviato il procedimento contro la dirigente dell’Usb a Catania.

Giovedì 10 settembre la Questura di Catania ha inviato alla responsabile della Federazione USB della città la comunicazione dell’avvio di un procedimento per “l’irrogazione della misura di prevenzione del Foglio di Via con Divieto di Ritorno nel comune di Catania”. In pratica a Dafne Anastasi, dirigente di Usb da diversi anni, attivista molto conosciuta in città per le innumerevoli battaglie condotte su tantissimi fronti, si minaccia di precludere l’accesso in città e quindi la possibilità di raggiungere il luogo di lavoro e di proseguire l’attività sindacale e sociale.

All’origine dell’avvio del procedimento, si legge nella comunicazione, ci sarebbe una manifestazione nell’aula del Consiglio comunale tenutasi nei mesi scorsi. Ma non può sfuggire la gravità della misura minacciata che, di fatto, mira a colpire l’organizzazione sindacale, impedendo la possibilità di agire in città ad una delle sue dirigenti più conosciute.

Dafne Anastasi la conoscono in tant3 a Catania, tra i lavoratori pubblici, nei movimenti sociali ma anche nel mondo delle istituzioni. Da diversi anni è spesso l’interfaccia di mobilitazioni e iniziative sindacali e sociali. Provare a neutralizzarla è il segno di una precisa volontà di interruzione di qualsiasi forma di dialogo con i conflitti e i problemi della città. Un segnale molto pesante che mira ad invelenire il clima e a silenziare il dissenso con la repressione.

Questo vero e proprio atto di intimidazione non può passare. Serve una risposta collettiva a chi vuole chiudere spazi alla democrazia ed al diritto per lavoratori e lavoratrici di far sentire le proprie ragioni.

L’Usb sta programmando una serie di iniziative legali e di mobilitazione per difendere la piena agibilità politica e sindacale. In ballo c’è la libertà di tutt3.

Giù le mani da Dafne.

Fonte

Data center, valorizzazione del capitale e sovranità digitale in Lombardia

La nuvola ha radici nella terra

Per anni la trasformazione digitale è stata raccontata attraverso un lessico apparentemente immateriale: i dati sono nella “nuvola”, i servizi vengono erogati dal cloud e l’intelligenza artificiale sembra operare in uno spazio separato dalla produzione materiale. Eppure, proprio mentre questa rappresentazione si afferma, diventa sempre più evidente che dietro ogni modello, piattaforma o servizio digitale esiste una base fisica fatta di semiconduttori, server, edifici, reti in fibra ottica, sottostazioni elettriche, sistemi di raffreddamento, acqua, energia e territorio.

I data center costituiscono questa base materiale. Al loro interno non vengono semplicemente conservati dati, ma viene prodotta la capacità di calcolo dalla quale dipendono ormai una parte crescente dell’industria, della logistica, del sistema bancario, della pubblica amministrazione e, soprattutto, dello sviluppo dell’intelligenza artificiale. Proprio per questo la questione non può essere ridotta al confronto tra innovazione e ambiente, perché, prima ancora di discutere quanto queste infrastrutture consumino risorse, occorre capire quale funzione stiano assumendo nel processo di accumulazione e chi controlla la ricchezza che esse rendono possibile.

La crescita degli investimenti mostra infatti che non siamo davanti a una componente marginale dell’economia digitale. Nel 2025 la spesa in conto capitale delle maggiori imprese tecnologiche mondiali ha raggiunto centinaia di miliardi di dollari e continua ad aumentare, fino a collocarsi su dimensioni confrontabili, e in alcuni casi superiori, con quelle dei grandi settori energetici tradizionali.

L’intelligenza artificiale, quindi, non rende il capitalismo meno materiale; al contrario, costringe il capitalismo delle piattaforme a poggiare su una quantità crescente di capitale fisso. Se Google, Amazon, Microsoft o Meta erano state spesso rappresentate come imprese capaci di valorizzarsi soprattutto attraverso software, dati e proprietà intellettuale, la nuova fase mostra come quella valorizzazione richieda ora [abbia sempre richiesto in realtà -ndR] enormi anticipazioni di capitale in infrastrutture energetiche e computazionali.

Questo non significa che la corsa all’intelligenza artificiale sia soltanto un modo per assorbire capitale eccedente, dal momento che le applicazioni della nuova tecnologia possono effettivamente trasformare produttività, organizzazione del lavoro e interi settori economici. Proprio perché questa trasformazione è reale, tuttavia, essa apre una nuova frontiera della valorizzazione e rende strategico il controllo della capacità di calcolo sulla quale quella trasformazione si fonda.

La concentrazione del mercato mostra già in quale direzione si stia procedendo: Amazon Web Services, Microsoft e Google controllano insieme la maggior parte del mercato mondiale delle infrastrutture cloud. Quanto più la capacità di calcolo diventa una condizione generale della produzione, tanto maggiore diventa quindi il potere economico di chi può determinarne accesso, prezzo e destinazione.

È in questo passaggio che il rapporto tra capitale e Stato assume un’importanza decisiva, perché la crescita dei data center non avviene attraverso il semplice funzionamento spontaneo del mercato. Quando una nuova infrastruttura diventa essenziale per la competitività e per la posizione geopolitica delle economie occidentali, gli Stati intervengono direttamente per costruirne le condizioni di sviluppo, finanziando nuove reti, semplificando le procedure, mettendo a disposizione territori e sostenendo gli investimenti.

Negli Stati Uniti questo avviene apertamente, perché la costruzione di data center, impianti per semiconduttori e nuova capacità energetica viene ormai considerata una condizione della competizione internazionale sull’intelligenza artificiale; l’Unione europea utilizza invece il linguaggio dell’“autonomia strategica” e della “sovranità tecnologica”, ma persegue anch’essa un’espansione accelerata della capacità computazionale, mobilitando risorse pubbliche con l’obiettivo dichiarato di attirare una quantità ancora maggiore di capitale privato.

La pianificazione, dunque, non è scomparsa sotto il neoliberismo; ciò che è cambiato è soprattutto il fine al quale viene subordinata. Lo Stato non pianifica necessariamente quali bisogni sociali soddisfare, ma organizza le condizioni generali affinché il capitale possa investire nei settori ritenuti strategici.

I data center rendono questo processo particolarmente evidente, perché il capitale privato può possedere edifici, server e sistemi di raffreddamento, ma non può costruire autonomamente la rete elettrica, le infrastrutture territoriali, le procedure urbanistiche e autorizzative, la disponibilità di energia e il quadro normativo necessari al funzionamento degli impianti. Le condizioni della produzione vengono quindi socializzate, mentre il controllo dell’infrastruttura e l’appropriazione della ricchezza rimangono privati.

L’Italia entra in questo processo con una contraddizione ancora più evidente, dal momento che il governo Meloni presenta l’espansione dei data center come parte della costruzione della “sovranità digitale”, mentre la propria strategia ufficiale è esplicitamente orientata all’attrazione degli investimenti esteri nel settore.

Agli investimenti già avviati dovrebbero aggiungersi nei prossimi anni decine di miliardi, con un ruolo rilevante di operatori globali come EdgeConneX, Equinix e K2 Strategic. La distanza tra sovranità proclamata e realtà non consiste tuttavia soltanto nell’origine straniera dei capitali, perché localizzare fisicamente un data center in Italia può certamente migliorare latenza, resilienza e giurisdizione sui dati, senza che ciò significhi controllare la capacità computazionale che vi è installata, dal momento che il capitale, le piattaforme cloud, i semiconduttori e i modelli di intelligenza artificiale possono continuare a dipendere da soggetti multinazionali.

La sovranità rischia così di ridursi alla capacità di ospitare sul territorio nazionale infrastrutture che rimangono inserite in catene del valore e di comando esterne. Lo Stato mantiene il controllo sul luogo nel quale vengono collocate le macchine, senza per questo acquisire il controllo sulle macchine stesse, sulla capacità computazionale che producono e sulla ricchezza che attraverso di esse viene generata.

È dentro questo processo generale che va collocata la crescita dei data center in Lombardia, dove nel marzo 2026 risultavano 49 impianti attivi, 33 dei quali nella Città metropolitana di Milano, nella quale si concentra circa il 68% della potenza nominale nazionale censita. A questi si aggiungono gli impianti in costruzione e quelli sottoposti a valutazione, che mostrano dimensioni molto maggiori rispetto alla generazione precedente.

Quando gli insediamenti passano da pochi megawatt a campus da decine o centinaia di megawatt, il problema non può più essere trattato come quello di una singola attività produttiva, perché la loro presenza comincia a incidere direttamente sulla pianificazione energetica e territoriale. Le richieste di connessione alla rete attribuite ai progetti di data center hanno ormai raggiunto in Lombardia valori dell’ordine delle decine di gigawatt; non tutta questa potenza verrà necessariamente realizzata, ma la sua dimensione è già sufficiente a influenzare la programmazione delle infrastrutture elettriche.

A questo punto la questione ambientale assume un significato politico più preciso. Non si tratta soltanto di misurare quanta energia o quanta acqua consumi il singolo impianto, perché anche un data center efficiente continua a utilizzare risorse che potrebbero essere destinate ad altri usi.

L’energia necessaria ad alimentare centinaia di megawatt di capacità computazionale può essere utilizzata anche per elettrificare i trasporti, decarbonizzare l’industria o ridurre il consumo di combustibili fossili negli edifici; allo stesso modo un terreno può essere destinato a un data center, all’agricoltura o a servizi, mentre un’area urbana dismessa può ospitare infrastrutture digitali ma anche edilizia pubblica, ricerca, produzione o verde.

Quando le risorse sono limitate, decidere come utilizzarle significa inevitabilmente stabilire una gerarchia tra bisogni differenti.

La legge regionale lombarda sui data center, approvata nel giugno 2026, rende visibile proprio questa contraddizione. Da un lato introduce criteri ambientali reali, privilegiando le aree dismesse, il recupero del calore e la riduzione dei consumi idrici; dall’altro afferma esplicitamente l’obiettivo di favorire gli investimenti attraverso semplificazioni e misure premiali.

Non siamo quindi davanti a una Regione che ignora gli impatti ambientali, bensì a un modello nel quale quegli impatti vengono trattati come variabili da governare affinché l’espansione possa continuare.

Il consumo di suolo lo dimostra bene: pur privilegiando le aree già compromesse, la legge non vieta in assoluto l’utilizzo di suolo agricolo, ma rende economicamente più onerosi gli interventi che lo consumano. Il limite naturale viene così trasformato in un costo che può essere incorporato nell’investimento.

La differenza tra due possibili forme di pianificazione emerge precisamente qui. Una pianificazione orientata ai bisogni collettivi può decidere che una determinata quantità di territorio, acqua o energia non sia disponibile perché necessaria ad altre finalità; una pianificazione orientata alla valorizzazione, invece, prende l’investimento come punto di partenza e cerca successivamente di renderlo compatibile, mitigando o compensando gli effetti prodotti.

Non sorprende, da questo punto di vista, che nella discussione regionale siano emerse forti resistenze nei confronti di una valutazione cumulativa più stringente degli insediamenti e di limiti rigidi alle localizzazioni, mentre nella stessa maggioranza è stata esplicitata la preoccupazione che norme troppo severe possano spingere gli investitori verso territori meno restrittivi.

Il capitale può scegliere dove localizzarsi; le istituzioni vengono quindi spinte a competere per rendere il proprio territorio sufficientemente attrattivo.

Milano riproduce la stessa contraddizione su scala urbana. Il progetto Rubattino 84, collocato interamente nel Comune di Milano, interessa circa 66 mila metri quadrati e viene presentato dall’amministrazione come parte della trasformazione dell’area in un polo tecnologico e infrastrutturale avanzato.

Nel caso di Rubattino l’investimento privato porta con sé opere pubbliche e interventi di riqualificazione, tra cui collegamenti ciclabili, mobilità e trasformazioni degli spazi circostanti. Il problema non è negarne l’utilità, ma osservare che il bisogno pubblico viene soddisfatto come conseguenza di una trasformazione privata dalla quale l’amministrazione cerca di ricavare una quota di utilità collettiva.

È lo stesso meccanismo che attraversa una parte della trasformazione urbanistica milanese: anziché partire dai bisogni della città per individuare gli investimenti necessari, si parte dall’investimento disponibile e si negoziano al suo interno servizi, verde e compensazioni.

Anche in questo caso, dunque, non manca la pianificazione; cambia il principio dal quale prende le mosse.

È questa logica che le mobilitazioni lombarde potrebbero mettere in discussione, qualora riuscissero a superare la dimensione della singola vertenza e a sottrarsi alla possibilità che il conflitto venga progressivamente ricondotto entro il terreno della compatibilità.

La nascita della Rete dei Comitati Cittadini Stop Data Center e il manifesto “Verso un movimento contro lo sviluppo irrazionale dei Data Center” indicano, da questo punto di vista, una possibilità interessante, perché il documento non rifiuta la digitalizzazione né l’intelligenza artificiale, ma pone il problema del modo in cui il loro sviluppo viene deciso, chiedendo un Piano nazionale capace di stabilire quali data center siano realmente necessari, dove possano essere localizzati e quali limiti energetici, idrici e territoriali debbano rispettare.

Se questa impostazione venisse portata fino alle sue conseguenze, il conflitto potrebbe spostarsi dalla compatibilità del singolo impianto alla finalità sociale dell’intero processo: perché domandare quali data center siano necessari significa inevitabilmente chiedere quanto siano necessari a chi, per produrre cosa e sotto il controllo di quale soggetto.

Non è però un esito scontato

Le mobilitazioni territoriali attraversano inevitabilmente contraddizioni politiche e sociali differenti e possono essere ricondotte, attraverso il rapporto con amministrazioni, forze istituzionali e associazioni ambientaliste, sul terreno della mitigazione e della compensazione. Il precedente di Bollate è istruttivo proprio perché mostra questa ambivalenza: il ricorso e la mobilitazione hanno prodotto risultati concreti sul piano delle compensazioni ambientali e della tutela di alcune aree, senza tuttavia impedire la realizzazione dell’infrastruttura, tanto che il conflitto ha potuto chiudersi attraverso un accordo tra le parti.

Non si tratta di liquidare quel risultato, che per il territorio può avere un valore reale, quanto di coglierne il limite politico: quando la discussione viene spostata esclusivamente sulla quantità della compensazione, la decisione fondamentale sull’utilità sociale dell’investimento torna fuori dal campo del conflitto.

Lo stesso rischio potrebbe riprodursi su scala regionale qualora la costruzione della rete dei comitati si limitasse a ottenere maggiori tutele, compensazioni o una distribuzione territorialmente meno impattante degli impianti, lasciando però intatto il principio secondo cui la quantità di capacità computazionale da costruire viene determinata dalla domanda del mercato e dalla disponibilità del capitale a investirvi.

La presenza, intorno alle mobilitazioni, di forze politiche e istituzionali che criticano alcuni aspetti dell’attuale sviluppo dei data center senza mettere necessariamente in discussione il modello di fondo rende questa possibilità tutt’altro che astratta. Ciò non significa attribuire ai comitati una regia esterna né negarne l’autonomia, ma riconoscere che ogni movimento attraversa una lotta sulla propria direzione politica e sul punto fino al quale è disposto a spingere le proprie rivendicazioni.

Se riuscisse a mantenere aperta la domanda sulla necessità degli impianti, sulla proprietà della capacità di calcolo e sulla destinazione delle risorse, la rete potrebbe quindi superare tanto il localismo quanto il rifiuto astratto della tecnologia; se invece il conflitto venisse ricondotto alla ricerca di un compromesso più sostenibile con lo stesso modello di sviluppo, il risultato potrebbe essere una forma più regolata e territorialmente compensata della medesima espansione.

La differenza è decisiva

Se la capacità di calcolo sta diventando una forza produttiva indispensabile alla ricerca, alla sanità, all’industria e ai servizi pubblici, proprio per questo la sua quantità, la sua localizzazione e il suo controllo non possono essere lasciati esclusivamente alla redditività degli investimenti privati.

Una pianificazione fondata sui bisogni sociali dovrebbe partire dalla quantità di capacità computazionale realmente necessaria e dalle funzioni alle quali destinarla, stabilendo poi quali risorse possano essere impiegate e quale forma di proprietà consenta di distribuire collettivamente i benefici prodotti. La pianificazione oggi dominante segue invece il percorso inverso: parte dalla nuova frontiera di valorizzazione, mobilita energia, territorio, reti e apparati pubblici affinché l’investimento si realizzi e interviene successivamente per mitigarne le conseguenze.

Nel primo caso sono i bisogni a determinare l’investimento; nel secondo è l’investimento a determinare quali bisogni possano trovare spazio.

La contraddizione che attraversa oggi la Lombardia non riguarda quindi soltanto alcuni data center. Essa mostra come, proprio mentre le condizioni della produzione diventano sempre più socializzate e dipendenti dall’intervento pubblico, il controllo delle nuove forze produttive e l’appropriazione della ricchezza rimangano concentrati.

Per questo i conflitti nati intorno ai terreni agricoli, alle sottostazioni, ai consumi idrici o ai nuovi insediamenti potrebbero diventare qualcosa di più di una resistenza periferica alla modernizzazione, nella misura in cui riuscissero a mettere in discussione non soltanto gli effetti della trasformazione digitale, ma il principio secondo il quale essa viene organizzata.

Fonte

La “via della seta” ferroviaria iraniana rompe l’assedio marittimo

Nelle ultime settimane, i polverosi scali ferroviari di Xi’an e i porti asciutti di Teheran sono stati animati da un’attività insolita. Il traffico merci tra Cina e Iran è aumentato vertiginosamente, trasformando una rotta logistica un tempo limitata in una linfa vitale per l’economia.

Questo incremento non è dovuto solo alle forze di mercato. È la conseguenza del blocco imposto dagli Stati Uniti al traffico marittimo iraniano nell’aprile 2026, che ha reso il trasporto marittimo, tradizionalmente la forma di trasporto più economica e voluminosa, pericoloso e costoso. L’Iran ha reagito incentivando il commercio via terra, trasformando la “via ferrata” in una necessità strategica.

Ferrovie sotto pressione

Prima dell’aprile 2026, il servizio Xi’an-Teheran, inaugurato nel maggio 2025 poche settimane prima dell'aggressione israelo-americana contro la Repubblica Islamica, operava con una frequenza settimanale regolare. Dall’inizio del blocco, le partenze sono aumentate a un treno ogni tre o quattro giorni. Secondo quanto riportato, lo spazio per il carico merci era esaurito fino a maggio, mentre gli operatori cinesi cercavano ulteriore materiale rotabile per giugno.

Questa corsa contro il tempo ha avuto un costo. I prezzi per un container standard da 40 piedi (circa 12,2 metri) sono saliti a quasi 7.000 dollari (6.000 euro), circa il 40% in più rispetto alle tariffe normali. Il trasporto ferroviario rimane competitivo rispetto a quello aereo, ma il prezzo riflette sia la domanda sia la difficoltà di movimentare le merci lungo un corridoio di circa 10.400 chilometri che attraversa diversi confini nazionali.

La rete ferroviaria non è un unico binario costruito appositamente, ma un mosaico di reti nazionali. Un tipico viaggio inizia in un polo industriale come Xi’an o Yiwu, attraversa la Cina occidentale ed esce dallo Xinjiang attraverso i passi di Horgos o Alataw.

Prosegue poi attraverso il Kazakistan e il Turkmenistan, con alcuni percorsi che includono anche l’Uzbekistan, prima di entrare in Iran a Sarakhs e terminare al porto secco di Aprin a Teheran. Ogni attraversamento di frontiera prevede controlli doganali e, in alcuni casi, un cambio di scartamento o il trasferimento del carico.

Un precedente servizio di trasporto merci Cina-Iran attraverso il Turkmenistan è stato inaugurato nel luglio 2024, ponendo le basi per l’attuale espansione. L’attuale impennata si basa su infrastrutture e accordi consolidati nel corso di diversi anni, piuttosto che su una rotta di emergenza creata dopo il blocco.

Cosa si muove verso ovest?

Per ora, il flusso è principalmente verso ovest. I treni trasportano esportazioni cinesi di alto valore, tra cui componenti automobilistici, macchinari pesanti, apparecchiature per centrali elettriche e generatori. Un numero maggiore di container trasporta ora pannelli solari ed elettronica per progetti infrastrutturali iraniani.

Sotto il blocco marittimo, l’industria manifatturiera iraniana dipende sempre più da questi rifornimenti ferroviari per mantenere in funzione fabbriche e infrastrutture.

Secondo le fonti, il carico è costituito da componenti automobilistici, generatori, componenti elettronici, materiali industriali e altri beni di consumo.

Il viaggio di ritorno, invece, rimane relativamente vuoto. Le voci secondo cui il petrolio greggio iraniano verrebbe trasportato in Cina via ferrovia sono difficili da credere su larga scala: il costo su una tale distanza supererebbe di gran lunga quello delle petroliere convenzionali.

Funzionari iraniani hanno discusso la possibilità di utilizzare la ferrovia per esportare prodotti petrolchimici e carburante, sebbene la redditività del trasporto di liquidi sfusi su una tratta ferroviaria di 10.400 chilometri rimanga dubbia.

I minerali e i prodotti petrolchimici di maggior valore rappresentano carichi di ritorno più plausibili, sebbene non abbiano ancora saturato la capacità di trasporto in direzione Est. I treni di ritorno vuoti o con carico ridotto aumentano inoltre il costo del viaggio in direzione ovest. L’attuale squilibrio rende la tratta una soluzione costosa e prevalentemente a senso unico, piuttosto che un corridoio commerciale equilibrato.

Volume strategico, non scala marittima

Nonostante gli alti costi e le difficoltà logistiche, il vero valore della tratta ferroviaria è strategico. Un singolo treno merci può trasportare solo una frazione della capacità di una grande nave portacontainer, circa il 2 o 3% del carico di una grande nave.

In caso di blocco, tuttavia, anche questo volume diventa importante. La ferrovia offre un canale “di riserva” per i componenti industriali che l’Iran non può reperire a livello nazionale.

Per la Cina, la tratta rappresenta uno stress test di successo per la sua Nuova Via della Seta. Ciò dimostra che la Cina può reindirizzare una parte significativa delle sue esportazioni terrestri verso un Paese amico, aggirando blocchi navali e punti strategici marittimi.

Questa ferrovia fa parte del sesto corridoio della Cintura Economica della Nuova Via della Seta, altrimenti noto come Corridoio Cina-Asia Centrale-Asia Occidentale. Non si ferma a Teheran, ma si estende verso Ovest e Sud-Ovest, raggiungendo la Turchia, l’Iraq e l’intera Regione del Golfo Persico e dell’Asia Occidentale.

La ferrovia Cina-Iran deve essere intesa non solo come un progetto di trasporto bilaterale, ma come parte di una più ampia riorganizzazione del commercio terrestre in Eurasia. Due casi illustrano questo aspetto: il Corridoio Internazionale di Trasporto Nord-Sud, che collega la Russia all’India attraverso l’Iran, e il crescente commercio transfrontaliero tra Iran e Pakistan.

Lo snodo nord-sud

Il Corridoio Internazionale di Trasporto Nord-Sud è diventato sempre più importante per gli scambi commerciali tra Russia, Iran e India. Lungo i suoi tre rami principali, sanzioni, guerre e insicurezza sulle tradizionali rotte marittime hanno accelerato il movimento delle merci e gli investimenti infrastrutturali. Nel 2024, il traffico totale del Corridoio Internazionale di Trasporto Nord-Sud è aumentato di circa il 19%, raggiungendo i 26,9 milioni di tonnellate, mentre il traffico sul suo ramo orientale è successivamente cresciuto del 70% grazie alla riduzione dei costi di trasporto.

Cereali e merci industriali russe si dirigono verso Sud, mentre le esportazioni agricole e manifatturiere iraniane si dirigono verso Nord. Bandar Abbas ha assorbito gran parte del flusso di transito tra India e Russia, compreso il carico che utilizza la rotta orientale attraverso l’Asia centrale.

Questo conferisce al porto meridionale un duplice ruolo: principale porta d’accesso marittima dell’Iran e terminale per il commercio terrestre eurasiatico.

Chabahar, nel frattempo, rimane centrale nei piani dell’India, nonostante le rinnovate pressioni delle sanzioni statunitensi e i continui lavori di integrazione del porto con la rete ferroviaria iraniana. La sua posizione al di fuori dello Stretto di Hormuz le conferisce un valore strategico, ma i collegamenti ferroviari incompleti le impediscono ancora di svolgere tale ruolo a pieno regime.

La ferrovia Rasht-Astara, lunga 162 chilometri, rimane un elemento decisivo. La Russia ha stanziato 1,6 miliardi di euro per il progetto, i lavori di rilevamento e preparatori sono iniziati nel 2025 e Teheran e Mosca hanno firmato l’accordo di attuazione a novembre.

I lavori sui porti, il dragaggio, l’aumento della capacità della flotta e il coordinamento doganale intorno al Mar Caspio mirano anche a facilitare il transito. Sebbene i progressi siano disomogenei, gli Stati partecipanti stanno costruendo rotte meno esposte alle pressioni finanziarie e marittime controllate dall’Occidente.

L’economia di confine del Pakistan

L’economia di confine tra Iran e Pakistan dimostra perché questi corridoi terrestri siano importanti. Teheran e Islamabad si sono prefissate l’obiettivo di raggiungere 10 miliardi di dollari (8,6 miliardi di euro) di scambi commerciali annui, grazie all’estensione degli orari di apertura del confine, alla creazione di nuovi valichi, ad accordi di baratto e ai negoziati per un accordo di libero scambio.

Tuttavia, il commercio formale rimane ben al di sotto di tale obiettivo, limitato dalle sanzioni, dalla debolezza dei canali bancari, da problemi di sicurezza e da un sistema di scambio sbilanciato verso le esportazioni energetiche iraniane.

Petrolio, gas, carburanti raffinati, metalli e prodotti agricoli iraniani dominano i flussi commerciali registrati. Le esportazioni ufficiali del Pakistan sono molto inferiori e spesso non tengono conto del baratto e del commercio informale di confine.

Questa lacuna ha generato un’economia parallela lungo i circa 900 chilometri di confine, soprattutto nel Balochistan, dove benzina e diesel iraniani a basso costo vengono trasportati su furgoncini, motociclette e piccole imbarcazioni. Il commercio è illegale, ma sostiene comunità con poche altre fonti di reddito. Chiudere il confine senza costruire canali legali penalizzerebbe la zona di confine senza però eliminare la domanda che alimenta questo commercio.

La guerra regionale e le turbolenze intorno al Golfo Persico hanno accresciuto il valore di queste rotte. Dopo il blocco, il Pakistan ha aperto sei canali terrestri per il trasporto merci verso l’Iran, offrendo ai commercianti alternative alle vulnerabili rotte marittime.

È qui che la ferrovia Cina-Iran assume un significato più ampio: collegando la Cina all’Iran attraverso l’Asia centrale e potenzialmente integrandosi con il Corridoio Economico Cina-Pakistan, la Turchia e i mercati europei, la ferrovia offre a Teheran maggiore margine di manovra per aggirare i punti nevralgici del trasporto marittimo e i canali finanziari soggetti a sanzioni.

Per il Pakistan, lo stesso cambiamento accresce il valore delle rotte Taftan-Mirjaveh, Gabd-Rimdan, Mand-Pishin e dei nuovi valichi come Kohak-Cheedgi, in quanto collegamenti tra il Mar Arabico, l’Iran, l’Asia centrale e le reti sostenute dalla Cina.

La promessa di integrazione, tuttavia, dipende dalla capacità dei governi di spostare il commercio dal contrabbando e dal baratto improvvisato a sistemi doganali, logistici e di regolamento regolamentati. Le sole linee ferroviarie non bastano.

La profondità strategica interna dell’Iran

Nel loro insieme, la Nuova Via della Seta e il Corridoio Internazionale di Trasporto Nord-Sud stanno cambiando la posizione strategica dell’Iran sia a breve che a lungo termine. Per ora, forniscono accesso a beni e materiali necessari per la ricostruzione e la difesa, offrendo al contempo entrate di transito mentre Washington cerca di stringere l’assedio economico. Nel tempo, potrebbero trasformare la posizione geografica centrale dell’Iran in una leva duratura in tutta l’Eurasia.

Questo risultato non è garantito. Gli alti costi di trasporto, i collegamenti ferroviari incompiuti, gli scartamenti incompatibili, le sanzioni e i sistemi di insediamento deboli limitano ancora ciò che questi corridoi possono trasportare. Tuttavia, l’assedio marittimo ha già cambiato le carte in tavola.

La resilienza dell’Iran dipenderà dal mantenere aperte rotte sufficienti per impedire che qualsiasi flotta, sanzione o punto di strozzatura possa isolare il Paese.

Fonte

Famiglie preoccupate da guerre e carovita. Si rischia la stagnazione

Il Rapporto della Coop 2026 presenta un quadro a tinte fosche sulla capacità delle famiglie di tenere il passo con l’aumento dei prezzi ma anche crescente insoddisfazione su quanto e come si lavora.

Insomma il quadro idilliaco sistematicamente presentato dal governo, trova la sua smentita quando si vanno a sondare le persone in carne ed ossa. Ma non è solo il governo a cercare di indorare la pillola, anzi la supposta.

A vedere come i mass media hanno riportato l’uscita del Rapporto, sembra quasi che le difficoltà economiche delle persone ne abbiano incentivato le virtù verso una alimentazione più salutista, fino ad arrivare alla parola-sintesi che viene appiccicata ad ogni realtà in cui ormai più che vivere si sopravvive: “resilienza”. Una parola quasi magica, abusata ed onnipresente che somiglia ad una cortina di nebbia che copre tutto.

Nella classifica delle preoccupazioni degli italiani in primo luogo ci sono le guerre (87% del campione) e le tensioni geopolitiche (79%), poi la difficile situazione economica (77%) infine la percezione che la società in cui viviamo sia più violenta di quanto lo fosse anni fa (lo affermano quasi l’80%).

“Il 2026 ci consegna un Paese ripiegato su se stesso, fermo da vent’anni, incapace di crescere, come rilevano i principali indicatori economici. L’Ufficio studi Coop stima una crescita del Pil che quest’anno non supererà lo 0,8% e il 0,9 nel 2027” afferma Albino Russo direttore della Ancc Coop, il quale sottolinea come in Italia tutte i fattori che concorrono alla crescita economica siano fermi o stanno retrocedendo: demografia, produttività, istruzione.

Se statisticamente è aumentata l’occupazione, contemporaneamente è aumentata anche l’intensità lavorativa (in media, sono 35 le ore lavorate in più all’anno tra 2019 e 2025) e sono tanti gli occupati che ormai lavorano anche nei giorni festivi.

Il mercato del lavoro tende verso una condizione di quasi piena occupazione (per il 50% degli italiani è un buon momento per cambiare lavoro), ma registra crescenti ed evidenti segnali di sofferenza di chi lavora: il 56% dei lavoratori italiani è insoddisfatto della propria retribuzione, il 35% denuncia ritmi e carichi di lavoro troppo pesanti, il 32% lamenta l’assenza di spazi per fare carriera.

In Italia i consumi restano al palo e si profila il rischio della stagnazione. In tanti stanno decidendo di ridurre i consumi e oltre il 25% degli intervistati nel Rapporto della Coop lo fa per scelta personale mentre crescono il riuso e l’eliminazione del superfluo.

Secondo quanto rilevato nel Rapporto, in Italia si lavora di più, ma si finisce con il guadagnare meno e diventa impossibile recuperare la perdita di potere d’acquisto causata dall’inflazione negli ultimi 5 anni. Per il 62% degli intervistati si vanno riducendo i consumi fuori casa, mentre il 66% denuncia il peso della difficoltà economica che impone queste rinunce, con un buon 38% che arriva a dichiarare che il cibo pronto dei supermercati è di fatto una valida alternativa al ristorante.

Come noto gli italiani guadagnano meno di 20 anni fa e meno che negli altri paesi europei, segnala il Rapporto. L’Italia vanta inoltre il record non certo invidiabile di essere uno dei Paesi più disuguali d’Europa dove l’indice di Gini, che quantifica il livello di disuguaglianza nella distribuzione del reddito o della ricchezza, è salito di 2,5 punti percentuali in cinque anni e in cui il 67% delle persone ha vissuto almeno una condizione di disagio.

Fonte

La corsa dell’IA verso l’ignoto più pericoloso

Alla fine anche il dr. Frankenstein dovette porsi la domanda “mio dio, ma cosa sto facendo?”. Quelli dell’intelligenza artificiale (IA) – ingegneri, tecnici, padroni (anzi, soprattutto questi ultimi) – sono ora arrivati al punto.

I media raccolgono ovviamente solo gli allarmi estremi, quelli che possono aiutare le loro vendite, senza neanche interrogarsi sul senso di quel che scrivono o dicono. Allarmi che sono anche realistici, nella loro distopia, perché a ben vedere coinvolgono singoli aspetti della “rivoluzione IA”, ognuno dei quali dal potenziale distruttivo pari a quello creativo.

Un piccolo elenco tanto per sapere.
  1. Tre ricercatori di Anthropic – una delle società statunitensi di maggior peso nel settore, l’unica peraltro che si sia posta problemi “etici” – hanno avvertito che l’IA è attualmente fuori controllo, tanto che secondo loro che potrebbe distruggere l’umanità entro questo decennio.
  2. Altri tecnici più attenti alla macroeconomia e alle forze produttive hanno invece spiegato che l’IA potrebbe produrre un boom economico straordinario con enormi conseguenze politiche e qualche “piccola” controindicazione sociale come la disoccupazione di massa, a partire proprio dal “lavoro mentale” di tipo seriale e impiegatizio, quello più facilmente sostituibile con automatismi in grado di “imparare”.
  3. I legislatori Usa – pressoché tutta l’IA occidentale è basata negli States – non hanno la minima idea su come regolamentare l’IA, mentre gli addetti ai lavori prevedono una catastrofe imminente se non verrà limitata legislativamente e quindi anche ingegneristicamente.
  4. La bolla finanziaria alimentata da aspettative di profitti che fin qui non si vedono, mentre gli investimenti in data center richiedono migliaia di miliardi presi ne frattempo a debito.
Si potrebbe andare avanti, ma è già sufficiente.

Intanto, il campo di gara. Di modelli di IA, come “filosofia”, ce ne sono almeno due: quello statunitense e quello cinese. Il primo è concentrato sulla massimizzazione delle prestazioni e della potenza di calcolo, il secondo sull’utilizzabilità in contesti scelti da soggetti molto diversi tra loro. Non possiamo dilungarci su questo secondo modello, ma ci torneremo.

A sua volta l’IA elaborata da società americane si presenta con numerosi prodotti diversi (ChatGpt, Anthropic, Gemini, Grok, ecc.) che condividono però l’impostazione “prestazionale”. Qui, finora, c’è stata completa assenza di controlli imposti dal “pubblico” (lo Stato), e i limiti allo sviluppo sono stati decisi solo dai singoli “imprenditori privati”. Gli stessi che ora sono spaventati dal mostro che si ritrovano tra le mani... 

Quel che si sapeva solo nelle segrete stanze degli ingegneri-capo è venuto però fuori grazie a diversi “incidenti”, il più macroscopico dei quali è “l’evasione” dal perimetro fissato di alcune centinaia di “agenti IA” che hanno attaccato e hackerato Hugging Face, un’azienda franco-americana che sviluppa strumenti di calcolo per la creazione di applicazioni basate sull’apprendimento automatico. Quindi un’azienda del settore, peraltro non piccola, tanto da aver come aspirante compratore niente meno che Microsoft, che offre 13 miliardi di dollari per l’acquisizione.

L’elemento “sconvolgente” – a leggere le cronache dell’incidente – è che quegli “agenti” si sono mossi secondo un piano che non era stato programmato dai gestori dell’esperimento, “auto-organizzandosi” in modo tale da non essere visibili agli umani e “consapevoli” di star violando molte delle regole per loro teoricamente vincolanti.

Avvertenza indispensabile. Quel che da fuori appare come l’espressione di una “volontà”, dunque di una “autocoscienza”, dentro il funzionamento di una IA è piuttosto una “induzione statistica”. In altri termini: davanti ad una serie di ipotesi possibili per cui non esiste una soluzione o preferenza certa, già programmata, l’IA sceglie volta per volta quelle che risultano statisticamente più probabili. Che non è affatto detto siano quelle “giuste” o “desiderabili”.

Questo implica ovviamente che può prendere qualsiasi strada, attingendo ai miliardi di pagine memorizzate contenenti, di fatto, tutto lo scibile umano già confezionato: dalla fusione nucleare alla poesia malese di tremila anni fa. Rimescolando il tutto per selezionare azioni “statisticamente” plausibili. Magari mortali.

Insomma: anche se nessuno l’ha programmata per “attaccare gli umani”, potrebbe casualmente “decidere” di farlo. Anche perché decine di applicazioni IA statunitensi, adattate per esempio dall’esercito israeliano, hanno esplicitamente preso il controllo di azioni militari genocidarie.

Il programma Lavender, usato per indirizzare i bombardamenti su Gaza, è di questo genere. Anzi, di un livello quasi “basso”, perché prevedeva un minimo – molto minimo – di “via libera” umano (se così si può definire chi bombarda bambini giocando con l’interruttore). Insomma, non esiste qui nessuna “legge di Asimov”, immaginata per i futuri robot, che vieti di danneggiare o uccidere esseri umani. Anzi... 

Il problema è radicale: prima che gli umani – ingegneri coadiuvati da applicazioni IA – possano accorgersi del casino in preparazione, l’“agente deviante” ha già realizzato il suo “compito”. Magari dando vita a dei cloni similari, ma anche indipendenti.

Poi ci sono anche le conseguenze macroeconomiche

Racconta il sito Axios:
“Una nuova ricerca di Anthropic delinea percorsi radicalmente diversi su come l’IA trasformerà l’economia nei prossimi quattro anni. In uno, l’impatto dell’IA assomiglia a quello di Internet. In un altro, il suo impatto assomiglia all’arrivo simultaneo di Internet ed elettricità, mentre lo scenario economico più estremo dell’IA non ha precedenti storici.
[...] Nello scenario più benigno e “modesto”, l’IA viene utilizzata solo per il 4% dei compiti in tutta l’economia entro il 2030. Il PIL è dell’1,6% più grande entro il 2030 rispetto a quanto sarebbe senza la tecnologia, con scarso effetto sui posti di lavoro o sulla disoccupazione.
Nello scenario “sostanziale”, l’IA viene utilizzata per il 12% dei compiti, in gran parte sostituendo piuttosto che assistere i lavoratori. Entro il 2030, il PIL è dell’8,3% più grande, mentre la disoccupazione aumenta moderatamente al 4,6%.
Nello scenario più estremo, l’IA svolge quasi un terzo del lavoro nell’economia, sostituendo per lo più i lavoratori. Entro il 2030, il PIL è del 32% più grande e la disoccupazione è quasi al 12%.”
Come si vede, il successo economico dell’IA – la crescita – è direttamente correlato con la disoccupazione di massa. Una polarizzazione estrema che almeno concettualmente coincide con lo sterminio previsto in caso di “autonomizzazione guerrafondaia” dell’IA stessa.

Intendiamoci: il fatto che il progresso tecnologico consenta di ridurre tendenzialmente a zero la fatica del lavoro, è un bene. I “luddisti del terzo millennio” non hanno scampo, esattamente come quelli di due secoli fa. Il problema, ancora una volta, è che viviamo in un “ambiente capitalistico”. In questo ambiente, chi non vende la propria forza lavoro – per volontà individuale o per assenza di “offerta” – non può sopravvivere (legalmente, è chiaro).

Ergo, l’eliminazione degli impegni produttivi in carico agli esseri umani non coincide – come sarebbe sperabile – in una riduzione generalizzata dell’orario di lavoro, ma soltanto con la riduzione dei posti retribuiti. E poiché in questo “ambiente” non esiste nessun reddito universale garantito (lo stanno preparando in Cina, guarda caso), la sopravvivenza di masse crescenti di popolazione resta affidata all’antica “arte di arrangiarsi”, con tutte le varianti storicamente esistite.

Ossia: nessun guadagno della società, massimo guadagno dei sempre meno che gestiscono “un’azienda”.

Tutti questi allarmi o problemi irrisolti si allineano almeno in teoria su un asse ben noto: l’iniziativa privata è in un certo senso anarco-individualista, insofferente di ogni responsabilità sociale e quindi di controlli e regole (ancora nei giorni scorsi Elon Musk, che controlla l’IA ‘Grok’, tuonava contro qualsiasi ipotesi di regolazione pubblica), ergo le conseguenze negative di ogni iniziativa vengono scaricate altrove. Come per i rifiuti tossici... 

Nel caso dell’IA, però, l’interconnessione tra iniziativa privata e “monopolio concentrato della forza militare” (lo Stato, a partire dagli Usa) è già abbastanza sviluppata ma – come lamentato dagli stessi ricercatori – sostanzialmente al di fuori di ogni regola che possa prevedere lo “spegnimento” dell’azione autonoma indesiderata.

Il rischio che qualche “agente IA” possa prendere il controllo di qualche sistema d’arma, utilizzandolo per scopi non previsti, è quindi concreto, non solo letteratura distopica.

Ma anche quando “il pubblico” – gli Usa, in questo caso – riuscisse a vincere la propria astenia (“decide il mercato”, “non disturbiamo le imprese”, ecc.) e la contrarietà degli imprenditori dell’IA, decidendo quindi di elaborare regole stringenti, si scontrerebbe con il fatto che i legislatori (i deputati e senatori del Congresso) non hanno la minima idea della materia che dovrebbero “normare”.

Gente che è arrivata sulla poltrona vincendo campagne elettorali dominate dai fondi privati (come l’Aipac israeliano o altri fondi concorrenti), indovinando la cravatta intonata e lo slogan più persuasivo, può al massimo occuparsi di regolare (poco e male) la concorrenza o i diritti civili, se qualcun altro glieli spiega.

Ma addentrarsi nella giungla degli algoritmi, che spaventa ormai anche chi li ha scritti – e ormai l’IA può scriverseli anche da sola – è decisamente escluso.

Non sembra poi così paradossale che la “libertà dei privati” abbia distrutto scientificamente la “capacità regolatoria del pubblico” al punto da rendere impossibile qualsiasi intervento dotato di razionalità sistemica.

La tempesta perfetta dell’IA occidentale è dunque possibile, sia per “degenerazione spontanea” che per disastro macroeconomico, o per un mix di questi ed altri “cigni neri”.

Quel che dovrebbe attirare l’attenzione generale è però anche l’orizzonte temporale assai ristretto che tutti gli allarmi indicano: entro la fine di questo decennio. Come per il riarmo europeo, la guerra contro la Russia, ecc.. 

Saranno quattro anni vivacissimi, insomma. C’è solo da sperare che non siano gli ultimi...

Fonte

11 settembre 2001, 25 anni dopo le guerre americane sconvolgono ancora il mondo

 Venticinque anni fa, mentre le fiamme divoravano le Torri Gemelle e il Pentagono, sembrava di assistere all’inizio di una nuova epoca mondiale. Venticinque anni dopo, l’11 settembre resta certamente uno degli eventi che hanno maggiormente modificato la storia contemporanea, ma la direzione di quel cambiamento appare molto diversa da quella immaginata allora dagli Stati Uniti con l’uso costante della forza e della guerra.

Osama bin Laden voleva trascinare gli Stati Uniti in una guerra che ne logorasse la potenza, ne alimentasse l’ostilità verso il mondo musulmano e provocasse una reazione ampia e di lungo termine. Non riuscì a distruggere l’America. Al Qaeda fu decapitata, Bin Laden venne ucciso nel 2011 e il jihadismo globale non ha mai conquistato il potere fuori dal Medio oriente.

Allo stesso tempo la risposta statunitense all’11 settembre produsse qualcosa di molto diverso da una semplice operazione di sicurezza. Produsse una guerra globale.

È proprio questo il punto di partenza dello speciale che Foreign Affairs dedica in questi giorni al venticinquesimo anniversario. Philip H. Gordon parla di “A Quarter Century of Fear and Fantasy”, mentre Nelly Lahoud titola il suo saggio “Bin Laden’s Catastrophic Success”: Al Qaeda, sostiene già il titolo, ha cambiato il mondo, ma non nel modo che si aspettava.

La risposta immediata e la guerra senza fine

L’Afghanistan era la risposta più direttamente legata all’11 settembre. Il regime talebano aveva ospitato Bin Laden e la leadership di Al Qaeda. Nell’ottobre 2001 gli Stati Uniti e i loro alleati entrarono in guerra. Ma quella che doveva essere un’operazione contro un’organizzazione armata divenne progressivamente una guerra ventennale per costruire un nuovo Afghanistan. Quando nell’agosto 2021 gli americani se ne sono andati, i talebani sono tornati al potere. Foreign Affairs, a cinque anni dal ritiro, osserva che l’Afghanistan è praticamente scomparso dal dibattito della politica estera americana, nonostante la situazione del Paese resti drammatica. La rivista parla anche del costo del “collective forgetting”, della rimozione collettiva di quella che è stata la guerra più lunga della storia degli Stati Uniti. Vent’anni di guerra per tornare, almeno politicamente, al punto di partenza.

Poi arrivò l’Iraq

Se l’Afghanistan aveva un rapporto diretto con l’11 settembre, l’Iraq no. Saddam Hussein non aveva partecipato agli attentati. Nonostante ciò, nel 2003 George W. Bush decise l’invasione dell’Iraq, costruendo la giustificazione pubblica intorno ad inesistenti armi di distruzione di massa e alla più ampia guerra contro il terrorismo. Il punto merita di essere ricordato anche perché Foreign Affairs ha riesaminato recentemente le proprie responsabilità editoriali dell’epoca. In un articolo del 2002 Kenneth Pollack aveva sostenuto che Washington dovesse “invade Iraq, eliminate the present regime”, ammettendo tuttavia che l’invasione non fosse una componente necessaria della guerra contro il terrorismo.

Le armi di distruzione di massa non furono mai trovate. L’Iraq fu invece devastato. Il collasso delle istituzioni statali, lo scioglimento dell’esercito, la guerra settaria e l’insurrezione crearono le condizioni nelle quali Al Qaeda in Iraq poté svilupparsi. Da quella galassia jihadista sarebbe poi emerso lo Stato islamico.

È uno dei paradossi più tragici della risposta americana: una guerra dichiarata anche in nome della lotta al terrorismo contribuì a creare il terreno sul quale sarebbe nato uno dei più potenti movimenti jihadisti della storia.

Il prezzo che non entra nei comunicati

Il nuovo rapporto del Costs of War Project della Brown University, pubblicato il 2 settembre 2026, stima che le guerre post-11 settembre abbiano provocato, fino al 2023, 905.000-940.000 morti direttamente legate alla violenza bellica in Afghanistan, Iraq, Pakistan, Siria, Yemen e altri teatri. Almeno 408.749-432.093 erano civili.

Ma la guerra non uccide soltanto chi viene colpito da una bomba o da un proiettile. Distrugge ospedali, sistemi sanitari, reti idriche, economie, scuole. Produce malnutrizione e malattie. Genera migrazioni e sfollamento. Per questo la Brown University stima altre 3,6-3,8 milioni di morti indirette. Il bilancio complessivo delle morti direttamente e indirettamente riconducibili alle guerre post-11 settembre arriva così ad almeno 4,5-4,7 milioni di persone. E più di 38 milioni di persone sono state costrette a lasciare le proprie case nei diversi teatri delle guerre post-11 settembre. Sono numeri che rendono quasi impossibile parlare semplicemente di una “guerra al terrorismo”. Si è trattato di una trasformazione geopolitica di dimensioni storiche, con un costo umano enorme.

Guantanamo: l’eccezione diventata sistema

C’è poi l’altra eredità dell’11 settembre, quella che non si misura in morti ma nella trasformazione dello Stato di diritto. Guantanamo, le prigioni segrete della CIA, le extraordinary renditions, le detenzioni indefinite, gli interrogatori coercitivi, le torture. Abu Ghraib. La risposta americana non si limitò a bombardare Afghanistan e Iraq. Creò un sistema parallelo nel quale alcune delle garanzie fondamentali del diritto vennero sospese o aggirate. La Brown University sintetizza oggi questo lascito parlando di “indefinite detention, torture and mistreatment”, insieme all’espansione della sorveglianza di massa e alla militarizzazione della polizia americana.

È difficile non vedere qui una delle contraddizioni fondamentali dell’intera stagione post-11 settembre. Per “difendere la democrazia”, quella che si proclama la principale democrazia occidentale accettò pratiche incompatibili con alcuni dei principi che dichiarava di voler difendere. Per proteggere la libertà, ampliò enormemente i poteri dello Stato. Per impedire nuovi attentati, costruì una macchina di sorveglianza che modificò il rapporto tra individuo e autorità.

Una guerra senza confini

La guerra al terrorismo avrebbe dovuto avere un obiettivo preciso. Finì invece per non avere praticamente più confini geografici. Afghanistan e Iraq furono seguiti da Pakistan, Yemen, Somalia, Siria, Libia e altri teatri. Secondo il Costs of War Project, nel 2023 gli Stati Uniti conducevano attività di controterrorismo in almeno 78 Paesi. È una trasformazione straordinaria.

Quella che nel settembre 2001 sembrava una risposta emergenziale a un attacco senza precedenti è diventata, un quarto di secolo dopo, una componente strutturale della politica estera e di sicurezza americana. Il costo economico è altrettanto enorme: circa 8.000 miliardi di dollari spesi o impegnati dagli Stati Uniti per le guerre post-11 settembre, secondo la Brown University. Una cifra difficile persino da immaginare. E ancora più difficile da giustificare se la domanda è quale mondo abbia prodotto quella spesa.

Il Medio Oriente dopo l’Iraq

La guerra in Iraq non distrusse soltanto uno Stato. Contribuì a rompere gli equilibri regionali, alimentò il conflitto settario tra sunniti e sciiti, rafforzò indirettamente l’influenza iraniana e contribuì alla nascita dell’ambiente politico e militare nel quale si sviluppò lo Stato islamico (ISIS). L’invasione del 2003 fu dunque un passaggio decisivo nella trasformazione del Medio Oriente contemporaneo.

Il problema è che la regione non è diventata più stabile. La guerra in Iraq, la successiva destabilizzazione della Siria, l’ascesa dell’Isis, la crescita delle milizie regionali e le guerre successive hanno prodotto una regione nella quale la violenza è diventata una componente permanente della politica. E oggi, nel 2026, il Medio Oriente è nuovamente attraversato da una devastazione di proporzioni enormi, dalla distruzione israeliana di Gaza alle sue ripercussioni regionali.

Non è corretto attribuire all’invasione dell’Iraq la responsabilità diretta di ogni guerra successiva. Ma è altrettanto difficile negare che il sistema regionale uscito dall’intervento americano sia molto più instabile di quello che Washington dichiarava di voler costruire.

Dall’11 settembre a Gaza: il precedente della forza

Il collegamento con Gaza deve essere fatto con cautela, perché non esiste una linea diretta che colleghi l’invasione dell’Iraq alle guerre successive lanciate da Israele. Ma esiste un elemento più generale: la normalizzazione dell’uso della forza come strumento ordinario della politica internazionale. Dopo l’11 settembre, il concetto di guerra al terrorismo ha contribuito a dilatare il diritto all’autodifesa fino a includere operazioni militari lontanissime dal luogo dell’attacco originario.

Ha contribuito a rendere abituale l’uso di droni, uccisioni mirate, operazioni speciali e bombardamenti contro organizzazioni non statali. È uno dei lasciti più controversi dell’epoca Bush: l’idea che la sicurezza possa giustificare quasi indefinitamente l’eccezione. E quando un principio viene normalizzato dalla potenza più forte, inevitabilmente altri Stati lo utilizzano per giustificare le proprie azioni.

Gli Usa volevano prendere il pieno controllo del mondo usando il pretesto della guerra al terrorismo. E invece ha perso terreno, La competizione tra Stati Uniti e Cina è diventata il principale asse strategico del sistema internazionale. La Russia è tornata protagonista. Il Medio Oriente è attraversato da conflitti e crisi che hanno oltrepassato i confini regionali. Il sistema internazionale appare più fragile.

La guerra al terrorismo avrebbe dovuto consolidare l’ordine internazionale guidato dagli Stati Uniti. Invece, almeno in parte, ha contribuito a consumare risorse, credibilità e capitale politico americano. Già nel 2003, G. John Ikenberry aveva messo in guardia sulle conseguenze di quella trasformazione, parlando di una possibile “neoimperial grand strategy” destinata a provocare “antagonism and resistance” e a lasciare gli Stati Uniti in “a more hostile and divided world”.

L’11 settembre non ha distrutto l’ordine americano. Ma la risposta all’11 settembre ha contribuito a logorarlo. Questa potrebbe essere, venticinque anni dopo, la vera lezione. La minaccia jihadista era reale. Ma una cosa è rispondere al terrorismo. Un’altra è trasformare quella risposta in una guerra permanente. Una cosa è proteggere una democrazia. Un’altra è sacrificare, in nome della sua sicurezza, proprio la democrazia e i diritti. L’11 settembre 2026 il terrorismo di Al Qaeda non è più la principale minaccia strategica degli Stati Uniti. Il mondo però è attraversato da guerre, rivalità tra grandi potenze, Stati falliti, crisi umanitarie e una crescente sfiducia verso le regole internazionali*.

Fonte 

* sarebbe più corretto parlare di sfiducia nei confronti dell'ordine basato sulle regole dell'occidente capitalistico.