Presentazione


Analisi, opinioni, fatti e (più di rado) arte da una prospettiva di classe.

09/02/2026

Pantera (1990) Cowboys From Hell

Nella scena metal statunitense il definitivo passaggio di consegne fra gli anni Ottanta e Novanta avviene con l'abbandono definitivo di lustrini e paillettes ancora presenti nelle scorribande dell'hair metal, per approdare alla dirompenza del suono che i Metallica già portavano ostinatamente avanti.

Anche i texani Pantera, così come i loro luminari Metallica, hanno aperto le loro carriere con una gavetta in cui era ancora presente una tendenza più glam, quasi un residuo dei successi di Kiss e Aerosmith. I Metallica, però, influenzati dall'anarchia del punk, sin da subito, con "Kill 'Em All", sembravano pestare su cocci e vetri rotti delle luci al neon degli anni Ottanta, non senza aver osservato la lezione proveniente dall'altra parte dell'oceano, da gruppi britannici come Venom e Motörhead. I Pantera, da Arlington, ci arriveranno anni dopo con "Cowboys From Hell", dando il via a un filone vero e proprio ribattezzato come groove metal.

Non c'è accordo fra i membri della band su quando si tennero le sessioni: secondo il cantante Phil Anselmo, nel 1989, secondo il bassista Rex Brown, all'inizio del 1990. Il disco venne registrato al Pantego Sound (il nome della band fu ispirato dalla cittadina di Pantego) e uscì a luglio del 1990.

Fino ad allora nessuna band texana era stata in grado di avere successo portando una musica tanto dura quanto incisiva, a tratti irascibile fino alla violenza, ed era forse proprio un riflesso contrario alla situazione sociale del Texas, tendenzialmente reazionaria e ostile alle aperture, quasi una facciata stucchevole e caricaturale dell'America stessa, quella raccontata da "Furore" di Steinbeck attraverso il fantasma di Tom Joad.

Fulcro del suono della band fu Darrell Lance Abbott, in arte Dimebag. Enfant prodige della chitarra, fonda la band nel 1981, e insieme al fratello, il batterista Vinnie Paul, ne rimarrà il nucleo, nonostante le condotte turbolente che condurranno entrambi a perdere la vita in modi non proprio ortodossi.

Venti anni dalla morte di Dimebag sono bastati a far intendere agli ascoltatori che i Pantera, di nuovo al lavoro su un album, sarebbero difficilmente immaginabili senza la coppia che ha forgiato tale nome, rispettivamente incudine e martello di un suono che ha comunque faticato con forza a emergere dall'inferno che li ha resi appunto tanto impetuosi quanto impassibili rispetto all'America benpensante del Giorno del ringraziamento.

Difficile, ma non impossibile, se pensiamo alle ultime tournée che li hanno visti tornare in formazione con Zakk Wylde e Charlie Benante (Anthrax) a coprire il vuoto lasciato dai fratelli Abbott.

Proprio Dimebag procurò gli strumenti alla band con i guadagni di competizioni chitarristiche in cui spiccava per un suono pesante e rapido al contempo, ipertecnico e squillante, figlio sia di Dave Mustaine e Kerry King, quanto di Jimmy Page, Jeff Beck e soprattutto Eddie Van Halen, da cui ereditò l'enfasi idilliaca e l'estro negli arpeggi, degno di un Paganini prestato al mondo del thrash metal.

L'ingresso degli altri due componenti fissi, dopo ripetuti cambi di formazione, rispettivamente Rex Brown al basso, e successivamente Phil Anselmo alla voce, avvenne durante la fase di gavetta del gruppo, in cui ebbero l'opportunità di far conoscere le abilità musicali di Darrell e la ritmica schiacciasassi di Paul, vero e proprio fabbro prestato alle pelli.

Nonostante ciò, il gruppo risultava rimanere eccessivamente nei ranghi di quell'hard rock di cui Kiss e Van Halen avevano già detto tutto in America. Anselmo, natio della selvaggia e meticcia New Orleans, arrivò nel quarto album, "Power Metal" (1989), e diede l'impulso punk e iconoclasta. I fratelli Abbott, dopo tre album all'attivo non proprio memorabili, trovarono finalmente l'espressione vocale, la vera furia, l'animale da palcoscenico che avrebbe incarnato degnamente il timore reverenziale del nome stesso della band in qualità di frontman. Una pantera nera in Texas aveva sciolto le briglie e spezzato le catene, un unicum nella scena metal americana.

Mark Ross, manager dell'allora Atco Records, fu profondamente colpito dalle loro esibizioni, e sempre nel 1989 contattò Terry Date per coprodurre il disco successivo.
Rex Brown contribuì in modo definitivo alla solidità della loro musica, sigillando l'anima pulsante della band, con quel basso tanto grave, e doom, spesso e volentieri abbassato di una tonalità, ma metallico e plettrato, al punto da sembrare metaforicamente un boa a sonagli serpeggiante nei deserti confinanti tra Arizona e Texas.

Diventerà l'altro grande marchio di fabbrica della band, in grado di stare al passo con Vinnie Paul, con cui darà vita a una sezione ritmica fra le più micidiali dei Novanta. Una ritmica che sarà l'unica costante fino al giorno d'oggi, anche dopo gli altri ripetuti cambi di formazione, con un suono che fino a "The Great Southern Trendkill" (1996) rimarrà riconoscibilissimo e pressoché invariato.

"Cowboys From Hell", nomen omen, entra a gamba tesa con un riff  affilato e tagliente, degno dei Metallica. L'irruenza sfrontata della chitarra di Darrell, forte delle sue enormi capacità tecniche, si unisce alla potenza percussiva del basso di Brown e ai rullanti di Vinnie, e gli intenti del gruppo diventano da subito chiari e tondi, divulgati dalla voce sprezzante e a senso unico di Anselmo. È il pezzo destinato a farli conoscere e a farli entrare nella storia del genere. 

Reverend reverend is this some conspiracy?
Crucified for no sins
An image beneath me
What's within our plans for life?
It all seems so unreal
I'm a man cut in half in this world
Left in my misery...

In "Cemetery Gates", unica ballad e forse vero capolavoro del disco, troviamo il motivo, l'evento scatenante l'urgenza espressiva di una tensione insostenibile, un logorio fisico e mentale cronico, in bilico tra dannazione e redenzione, scaturito dal tedio della vita operaia ma soprattutto dal lutto, in particolare il suicidio di un'amica di Anselmo nel 1989, il quale nelle liriche sembra rivolgersi  all'atrocità di una vita ingiusta e opprimente, che sembra annichilire ogni certezza e ogni possibilità di salvezza. L'unico spiraglio di luce è solo un fuoco fatuo al di là dei cancelli del cimitero. In un afflato titanico volto a superare la morte stessa, Anselmo riflette sul trapasso e sul senso dell'esistenza, immaginando di rivolgersi a un reverendo. A mantenere il fuoco vivo e etereo, quasi in un anelito di far risplendere le anime di chi è passato a miglior vita, ci pensa la chitarra di Darrell, che incide in differenti parti, alla maniera compositiva di Jimmy Page in "Stairway To Heaven", una delle partiture solistiche più epocali di tutto il genere, solo accostabile per intensità e lirismo a Kirk Hammett, di cui si dimostra visibilmente il naturale prosecutore.

Anche Dimebag attraverserà precocemente gli stessi cancelli, nell'incidente in cui perderà la vita, in una sparatoria nel 2004, durante il concerto del suo side project, i Damageplan.

Altro cavallo di battaglia sbizzarrito, e terzo singolo del disco, è "Psycho Holiday", miraggio allucinatorio di un viaggio feriale in acque cristalline per sfuggire alla frustrazione, però rivelatosi uno sgangherato e drastico tentativo di fuga dalla realtà, esito finale dell'ebbrezza e dell'abuso di sostanze. Le parole, urlate senza remore, spiegano lucidamente lo stato psicotico in cui si riversa, compatite dalla potente chitarra di Dimebag. Qui Anselmo spicca in tutta la sua notevole estensione vocale, avvicinandosi alle qualità canore di Axl Rose, mentre la ritmica raddoppiata, ossessiva e incalzante, fa il resto, per renderlo un pezzo decisamente degno di nota.

Le ritmiche sembrano letteralmente tagliare l'aria in "Heresy", con le mitragliate di Vinnie Paul, un vero e proprio assedio a ferro e fuoco, mentre Anselmo inneggia con gli acuti alla sfrontatezza e allo spingersi oltre ogni qualsivoglia limite imposto.
A palesare ulteriormente in modo totalizzante tale sfoggio di intenti è "Domination", ancora più intensa e sfacciata; in questo pezzo si intravede già il proseguo della band, che renderà il tutto ancora più minaccioso in "Vulgar Display Of Power" (1992). Qui ancora una volta non può che colpire la parte solistica di Darrell, che sfocia nella solenne marcia doom finale.

Con "Shattered" siamo più nelle corde dei Guns N' Roses di "Appetite For Destruction", mentre "Clash With Reality" è un altro grande brano che rompe tutti gli schemi e le consulenze matrimoniali, una vera e proprio demolizione del sogno americano. "Medicine Man" è introdotta da rullante e basso in un fraseggio a salire. Qui il tema trattato non poteva che sfociare nell'alterazione di coscienza in tutte le varie forme di intossicazione. Lo shock è diventato tolleranza, la scepsi della sostanza è finita, e la frustrazione e il logorio rimangono gli stessi, anzi forse sembrano peggiorare in una lucida e depressiva fase down. Down, come sarà il nome del progetto parallelo di Anselmo e Brown anni più tardi, e l'approdo al doom metal è già qui accennato nella seguente "Message In Blood", “monito criptico e preghiera a un Dio lasciato nel dimenticatoio” dopo una vita di eccessi. La chitarra di Darrell è qui forse la più acida in tutto il disco.

Non resta che adagiarsi nel letto dopo questa notte dell'anima, avvolti nelle spire di bassi e chitarre dei nostri cowboy. "The Sleep" porta consiglio sulle questioni rimaste in sospeso in questo buio, in cui da sopravvissuti si cerca la propria ragion d'essere, in un raro momento di chiarezza portato dal bagliore accecante della chitarra sinfonica di Dimebag. "The Art Of Shredding" è l'epilogo e la sveglia del giorno dopo. In un thrash metal che sembra mescolarsi a "Painkiller" dei Judas Priest, da cui Anselmo ha tratto sicuramente ispirazione, alla maniera di Sisifo i quattro risalgono la montagna, però con lo stesso appetito per la distruzione con cui il disco era iniziato. Se infatti per Sisifo la pena era quella di portare il masso in cima alla montagna per poi farlo rotolare di nuovo a valle, qui, dopo i molti tentativi di trovare un senso all'assurdo, l'intento sembra più quello di frantumarlo inesorabilmente in mille pezzi.

Tali foga e impeto nichilista non si addolciranno in "Vulgar Display Of Power", e anzi, diverranno sempre più cupi fino a "The Great Southern Trendkill", forse l'ultimo grande disco della vicenda Pantera, in cui il groove sostenuto di "Far Beyond Driven" (1994) si dissolverà nel nero tormento di Anselmo e nelle chitarre doom di Floods. Ciò non toglie a "Cowboys From Hell" il primato di essere il disco più rappresentativo e compiuto della band, degna inaugurazione per il panorama metal del decennio.

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Governo Meloni “nervoso”. La rendita di posizione si va esaurendo

Il video degli scontri di Milano pubblicato dalla Fox News statunitense (che tra l’altro è il network più allineato con Trump) il primo giorno delle Olimpiadi, non è proprio andato giù alla Meloni.

Ed allora sui social sono partiti subito gli anatemi della premier che tradiscono un bel po’ di nervosismo: “Sono i nemici dell’Italia e degli italiani, che manifestano contro le Olimpiadi, facendo finire queste immagini sulle televisioni di mezzo mondo. Dopo che altri hanno tranciato i cavi della ferrovia per impedire ai treni di partire”.

Le fa eco il Presidente del Senato Larussa: “Mentre il mondo rende ancora omaggio all’Italia per la bellissima cerimonia di apertura dei Giochi Olimpici di Milano-Cortina 2026, delinquenti e violenti provano a sabotare linee ferroviarie e scendono in piazza per creare disordini”.

Indubbiamente questa insistenza sul connubio tra manifestazioni e treni semina una certa inquietudine – e qualche interrogativo – tra chi ha vissuto la storia recente del paese.

E non poteva mancare il ministro degli Interni Piantedosi, secondo cui: “C’è chi mira al caos generalizzato”. Nell’intervista di oggi al Corriere della Sera il ministro espone il suo teorema – piuttosto banale – secondo il quale il problema sono i cattivi maestri che però “si sono fatti vedere solo come osservatori”, tra questi ci sono “gli organizzatori di iniziative pubbliche nelle quali dichiarano di voler sovvertire il sistema democratico ed arrivare alla resa dei conti con lo Stato democratico”.

La tolleranza verso le manifestazioni annunciata all’inizio del suo mandato dalla premier Meloni, che definiva se stessa come underdog (una che viene dalle piazze e dalle strade), subito dopo le grandi manifestazioni per la Palestina, gli scioperi generali, le piazze riempite da una opposizione politica e sociale meno imbrigliata e imbranata del “campo largo”, sembra ormai sostituita da una vocazione repressiva e liberticida proprio contro le manifestazioni di dissenso politico oggi invece criminalizzate.

Curiosamente la stessa relazione del 2025 dei servizi di intelligence al Parlamento, aveva qualificato come dissenso politico le mobilitazioni dello scorso anno: “L’andamento della crisi in Medio Oriente, ha riportato sulla scena tematiche – condivise da anime diverse del dissenso – quali l’antimilitarismo, l’antisionismo, il sostegno alla causa palestinese” (p.16), includendo in tale categoria anche posizioni che le nuove leggi in discussione al Senato vorrebbero invece sanzionare e criminalizzare.

Gli esponenti della destra al governo appaiono decisamente nervosi, sentono che la terra comincia a smottare sotto i piedi e che la rendita di posizione di cui hanno potuto usufruire fino ad oggi (soldi del PNRR a disposizione, maggioranza blindata in Parlamento, debolezza dell’opposizione, elezione di Trump etc.) potrebbe esaurirsi.

Tra i motivi di nervosismo c’è sicuramente il prossimo referendum costituzionale sulla giustizia del 21/22 marzo, nel quale una battaglia che la destra dava per vinta a mani basse adesso è diventata contendibile e forse addirittura perdente.

Il Giornale non a caso ieri parlava di “escalation di violenza e garantismo giurisprudenziale”. E ancora, riferendosi a improbabili confronti con gli anni ‘70, ha scritto che: “oggi il livello di violenza è fortunatamente inferiore, ma chi lo esercita può contare su un livello di impunità garantito da magistrati pronti – pur di opporsi al governo – a rimettere in libertà chi viola la legge”.

E poi c’è la variabile Vannacci (l’ultima zampata di quell’avventuriero politico di Renzi) che potrebbe rosicchiare quel pizzico di voti capaci di ribaltare gli equilibri nei collegi elettorali e far perdere le elezioni alla destra.

Ci sono dunque molti motivi per i quali sembra che a voler seminare il caos nel paese e la sfiducia verso le istituzioni (in questo caso la magistratura, in altri il Parlamento), sia più il governo stesso, e i suoi apparati collaterali, che le manifestazioni.

Nello stesso brodo primordiale del caos, il governo butta i manifestanti, i magistrati, i cantanti filopalestinesi, le polemiche su Sanremo e, come al solito, la classica “pista anarchica” sui sabotaggi ai treni.

Sui sabotaggi ai treni però nessuna organizzazione o rete anarchica ha finora rivendicato l’azione. Ma, come è purtroppo storia nel nostro paese dalla strage di Piazza Fontana in poi, c’è sempre una “pista anarchica” da dare in pasto ai timori dell’opinione pubblica e alle carognate in politica. Chissà, se tornasse utile alla strategia del caos, già da domani potrebbe spuntare dal cilindro una “pista islamica” oppure una “pista russa”, entrambe funzionali al clima di guerra che si respira in Europa e quindi anche in Italia.

Si ha quasi la sensazione che in questa nuova “strategia della tensione”, gli esecutori di ieri siano diventati i mandanti di oggi. Teniamoli d’occhio e prepariamoci ad una opposizione politica e sociale degna di questo nome e capace di indicare un’alternativa.

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Starmer sotto il fuoco degli “Epstein files”

L’onda nauseabonda degli Epstein files comincia a seminare il panico in Europa, mentre negli Stati Uniti l’intero establishment – quello pro e quello contro Trump – prova ancora a resistere cercando di scaricare sul competitor il maggior peso dello scandalo.

In Gran Bretagna, però, questa pur evanescente possibilità non esiste più, visto che sia i laburisti – si fa per dire... – che i conservatori sono al minimo dei consensi storici, mentre avanza una destra neonazista (quella accolta con tutti gli onori da Salvini al suo ministero) e, sul fronte opposto, il buon Jeremy Corbin si riaffaccia sulla scena dopo aver subito di tutto da Keir Starmer e la sua pattugli di bastardi senza onore.

Proprio l’inner circle di Starmer è stato toccato direttamente dalla pubblicazione di una parte dei documenti del finanziere pedofilo, nonché terminale del Mossad israeliano.

Il primo ministro Starmer ha dovuto acconsentire a rivelare il processo di verifica utilizzato dal Partito Laburista, al governo, per approvare la nomina di Peter Mandelson ad ambasciatore del Regno Unito negli Stati Uniti nel dicembre 2024, quando i suoi rapporti “strettissimi” con Epstein erano già noti.

La pubblicazione di fotografie dello stesso Mandelson in per nulla diplomatiche mutande a fianco di una giovanissima ragazza in accappatoio, scattata nell’ormai famosa megavilla nei Caraibi ha concretizzato “le voci” e reso necessarie le sue dimissioni.

A quel punto, però, la domanda politica è diventata: “chi e perché lo aveva messo lì?”. Mandelson era sicuramente uno esperto, visto che aveva già ricoperto il ruolo di ministro degli esteri, ma era anche l’ultimo che si potesse scegliere per gestire quotidianamente i rapporti tra Londra e l’amministrazione Trump (a sua volta iperfotografato con ragazzine nella stessa villa). Praticamente il cuore della politica occidentale... 

Oltretutto, l’ultima diffusione di file ha dimostrato che Mandelson aveva mantenuto quei rapporti anche dopo che Epstein aveva scontato una prima condanna, nel 2008, per “favoreggiamento della prostituzione minorile”.

Ma la cosa più “scandalosa”, da punto di vista della credibilità come funzionario dello Stato, è che Mandelson – quando, nel 2009, era ministro del Commercio – nell’evoluzione della crisi finanziaria del 2008 aveva anticipato al finanziere le mosse che sarebbero state fatte nella gestione del debito pubblico e dei salvataggi bancari, così da permettere a Epstein guadagni facili e giganteschi (in cambio, ovviamente, di una parte di quegli extraprofitti straordinari).

Il 9 maggio 2010, Mandelson aveva scritto a Epstein: “Fonti mi dicono bailout da 500 miliardi di euro, quasi completo [sic]”. La mattina dopo, i governi europei approvarono un salvataggio da 500 miliardi di euro per le banche dopo la crisi finanziaria globale. Chi ne era stato informato prima aveva potuto comprare azioni di quelle banche a prezzo stracciati e poi rivenderle – molto rivalutate – dopo il “salvataggio”.

Giovedì, Starmer si è scusato con le vittime di Epstein per aver nominato Mandelson ambasciatore negli USA nonostante conoscesse i suoi legami con il finanziario screditato. “Era noto da tempo pubblicamente che Mandelson conoscesse Epstein, ma nessuno di noi conosceva la profondità e l’oscurità di quella relazione”, ha provato a cincischiare.

Mandelson, 72 anni, era un veterano politico laburista presente nei gabinetti di Tony Blair e Gordon Brown dal 1997 al 2010. Le sue dimissioni anche dal partito, comunque, non hanno interrotto la frana. Anzi.

Dovendo spiegare come si era arrivati alla sua nomina come ambasciatore negli Usa, pur sapendo benissimo che era un “uomo di Epstein”, Starmer ha dovuto scaricare il suo capo di gabinetto (un equivalente del nostrano “sottosegretario alla presidenza del Consiglio”), ovvero l’uomo che cura i dossier più importanti su cui poi il primo ministro decide.

Il Times, sabato, ha riportato che Starmer aveva ricevuto soltanto una nota di due pagine dal team “per la correttezza e l’etica” dell’Ufficio di Gabinetto. Morgan McSweeney, ancora molto giovane ma un serpente velenoso come pochi, ha dovuto così rassegnare le dimissioni da Capo di Gabinetto, lasciando Starmer privo di altri “scudi” altrettanto credibili.

Molti parlamentari laburisti lo stanno ora accusando di essersi mosso tardi e di aver gestito male la questione, oltre a quelle più generali sull’azione di governo. Benché in forma anonima, diversi giurano di non essere più disposti a sostenerlo. La fine del governo sembra quindi prossima.

McSweeney non era solo un “fedele esecutore”, però. Tutti gli avevano riconosciuto il dubbio “merito” di essere l’ispiratore del “ritorno al centro” del partito, dopo aver orchestrato e condotto una campagna di diffamazione pubblica contro il segretario precedente, quel Jeremy Corbin filo-palestinese e pro politiche di welfare che gli affaristi della City, e soprattutto gli Stati Uniti – quando ancora c’era Joe Biden, sottolineiamo – proprio non potevano sopportare come possibile primo ministro dopo la catastrofica caduta dei conservatori (che avevano cambiato in pochi anni più premier che vestiti).

Naturalmente l’accusa decisiva verso Corbyn era stata “l’antisemitismo”, col supporto entusiasta di tutte le componenti del sionismo anglosassone. Un’accusa falsa ma fortemente sponsorizzata. Che oggi appare ridicola di fronte a quelle verissime che escono dai file di Epstein, non per caso sionista e razzista.

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Putin visto dai cinesi

In queste biografie di Putin (l’una proveniente dal motore di ricerca Baidu, il Google cinese, l’altra da una delle tante biografie pubblicate in Cina su carta), il percorso esistenziale e politico di Putin viene presentato positivamente e privo di ombre e si attribuisce la sua carriera straordinaria, da figlio di famiglia operaia a presidente della Russia per tre volte consecutive, sostanzialmente a una duplice serie di fattori: le qualità personali e gli appoggi politici da un lato (soprattutto quello di Eltsin), le sue politiche dall’altro, volte costantemente a rinsaldare il potere statale in patria e all’estero.

Come? Estromettendo dal potere gli avversari politici, lottando contro i separatismi (vedi quello ceceno), attirando investimenti dall’estero e promuovendo l’economia. Quando si dice che Putin rafforzò il potere statale sull’economia (spegnendo quello degli oligarchi e lottando contro corruzione e delinquenza) se ne fa un epigono della politica di sviluppo cinese; lo stesso avviene quando se ne fa un paladino dello sviluppo mondiale multipolare.

Non una parola è spesa sul caso ucraino. In sostanza, si presenta il presidente russo come una figura politica con tutte le carte in regola per essere un leader carismatico alleato di provata fede della Cina.

D’altra parte nella Cina contemporanea solo i nonni conservano forse qualche ricordo ancora del ‘revisionismo sovietico’ o degli scontri militari con la Cina sull’Ussuri del 1969 e questa consonanza politica, economica e valoriale fra Russia e Cina non suscitano alcuna sorpresa (GC).

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Vladimir Vladimirovič Putin è un’eminente figura politica russa e un attore chiave sia per la politica russa sia per gli equilibri politici mondiali.

Nato il 7 ottobre 1952 a Leningrado, in URSS (oggi San Pietroburgo, Russia), in una famiglia operaia, mostrò fin da piccolo un carattere tenace e competitivo e sviluppò un forte interesse per lo sport, in particolare per il judo. Grazie al proprio impegno divenne un esperto judoka; questa esperienza contribuì a dargli un fisico robusto e una volontà indefettibile.

Nel 1975, Putin si laureò in giurisprudenza all’Università di Leningrado, con specializzazione in diritto internazionale. Dopo la laurea entrò nel KGB (Comitato per la Sicurezza dello Stato Sovietico), dando inizio a una carriera da agente che sarebbe durata 16 anni. In questo periodo, ricevette una formazione rigorosa e accumulò una vasta esperienza di controspionaggio, operando a Leningrado, Mosca e nella Germania Orientale, che non solo affinò le sue capacità di reazione e decisionali, ma gli permise anche di acquisire una profonda comprensione della politica internazionale e delle questioni della sicurezza.

Dopo il crollo dell’Unione Sovietica, Putin tornò nella sua città natale, San Pietroburgo, ed entrò in politica sotto la guida del suo mentore, Anatolij Sobčak. Ricoprì allora vari incarichi, fra cui quelli di consigliere del sindaco di San Pietroburgo e di presidente del Comitato per le Relazioni con l’Estero, contribuendo ad attrarre gli investimenti stranieri e a promuovere la cooperazione internazionale.

In questo periodo sanpietroburghese, Putin dimostrò notevoli capacità organizzative e assunse uno stile di lavoro pragmatico, contribuendo in modo significativo allo sviluppo economico locale. Ad esempio, riuscì a favorire la realizzazione di diversi grandi progetti di cooperazione internazionale, attirando ingenti capitali e tecnologie nelle casse cittadine e rafforzandone l’influenza a livello internazionale. Nel 1996, dopo la sconfitta di Sobčak alle elezioni comunali, Putin lasciò San Pietroburgo e proseguì la sua carriera a Mosca.

Nel 1997 Putin entrò a lavorare nell’Amministrazione degli Affari Presidenziali della Federazione Russa e poco dopo fu nominato vicedirettore dell’Ufficio del Presidente e direttore dell’Ispettorato Generale. Nel 1998 Boris Eltsin lo nominò direttore del Servizio Federale di Sicurezza della Federazione Russa (FSB); questa nomina segnò l’ingresso ufficiale di Putin nel cuore del potere russo.

Nel ruolo di direttore dell’FSB, Putin avviò una profonda riorganizzazione dell’istituzione, intensificò la lotta contro la corruzione e la criminalità e rafforzò il sistema di sicurezza russo. Nel marzo 1999 fu nominato segretario del Consiglio di Sicurezza della Federazione Russa e, nell’agosto dello stesso anno, primo vice primo ministro e primo ministro ad interim.

Il 31 dicembre 1999 Eltsin annunciò improvvisamente le proprie dimissioni e raccomandò Putin come presidente ad interim. Putin vinse poi agevolmente le successive elezioni presidenziali, dando inizio alla sua era di governo in Russia.

Quando Putin salì al potere, la Russia era angustiata da numerosi gravi problemi: la recessione economica, l’instabilità politica, la crescente minaccia dei separatisti ceceni. Putin adottò una serie di misure assai decise per stabilizzare la situazione.

Sul piano economico, promosse riforme mirate, rafforzò il controllo statale sull’economia, contrastò il potere degli oligarchi, favorì la ristrutturazione economica e stimolò la ripresa e lo sviluppo dell’economia russa.

Sul piano politico, rafforzò la centralizzazione del potere, ridusse l’influenza delle autorità locali, riorganizzò l’ordine politico e ristabilì l’autorità dello Stato russo.

Per quanto riguarda la questione cecena, Putin combatté con fermezza i movimenti separatisti e, attraverso le due guerre di Cecenia, riuscì a riportare la situazione sotto controllo, preservando l’integrità territoriale e l’unità nazionale della Russia.

Entrato nel XXI secolo, Putin continuò a varare riforme e a promuovere lo sviluppo. Prestò particolare attenzione allo sviluppo della tecnologia, dell’istruzione e di altri settori strategici, rafforzando la capacità complessiva del Paese.

In politica estera, Putin riorientò attivamente la strategia diplomatica della Russia, consolidò la cooperazione con i Paesi vicini e partecipò attivamente agli affari internazionali, elevando così la posizione della Russia sulla scena mondiale. Promosse la collaborazione con l’Unione Europea, la Cina e altre nazioni o regioni, giocando un ruolo significativo a livello internazionale.

Ad esempio, la Russia stabilì con l’UE un partenariato strategico e con la Cina una partnership strategica globale; queste collaborazioni portarono vantaggi economici e aumentarono l’influenza della Russia nel contesto della politica internazionale.

Nel 2012 Putin fu nuovamente eletto presidente della Russia. In quel periodo il Paese affrontava nuovi problemi, come le fluttuazioni dei prezzi internazionali del petrolio, le sanzioni occidentali e le tensioni sociali interne. Putin adottò una serie di misure per farvi fronte, promuovendo lo sviluppo economico diversificato, rafforzando le infrastrutture interne e migliorando il livello di sicurezza sociale. Allo stesso tempo, continuò a sostenere una politica estera indipendente, opponendosi con fermezza alle ingerenze e ai conati egemonici dei Paesi occidentali, difendendo gli interessi nazionali della Russia e la giustizia internazionale.

Per la Russia, Putin rappresenta un punto di riferimento storico. Ha guidato il Paese fuori dalle difficoltà post-sovietiche, promuovendo la ripresa economica e lo sviluppo e rafforzando la posizione e influenza nazionali a livello internazionale. Ha rinsaldato l’autorità politica dello Stato e rafforzato l’unità e la stabilità nazionali.

A livello mondiale, Putin riveste un ruolo altrettanto significativo. È una figura influente sulla scena politica internazionale; il suo stile diplomatico deciso e la politica estera indipendente hanno avuto un impatto profondo sugli equilibri geopolitici. Ha promosso lo sviluppo di un mondo multipolare, opponendosi all’unilateralismo e all’egemonia, contribuendo in maniera attiva al mantenimento della pace e della stabilità globale.

Una delle tante biografie dedicate a Putin, quella di Qi Xuan (Pechino, 2023), condivide i toni del testo di Baidu, aggiungendovi solo un po’ di colore.

Allora, Putin cita volentieri Pietro il Grande: «Sono fiero di essere nato in Russia!». Egli anela: «Voglio restare al potere per sempre e riportare la Russia al vertice del mondo!». Promette: «Dedicherò tutte le mie energie della vita a difendere la Russia e a servire il popolo!». Sogna: «Spero che un giorno i russi possano dire: siamo orgogliosi di essere nati in Russia!».

Da primo ministro a presidente, poi di nuovo primo ministro, fino alla sua terza elezione a presidente, incarna una leggenda senza precedenti nella politica internazionale. Dichiarato con audacia: «Datemi vent’anni e vi restituirò una Russia miracolosa!».

La politica è un campo irto di spine e pieno di trappole; chi prende parte alla competizione dev’essere un maestro d’opera fina. Ebbene, in quest’arena di gladiatori provetti, Putin si muove come un pesce nell’acqua, ottenendo enormi successi: inizialmente, da funzionario misconosciuto, ha preso silenziosamente il controllo del potere supremo di uno dei Paesi più complessi, difficili e instabili del mondo. Inoltre, questo potere non è stato effimero, ma si protrae da dieci, vent’anni, creando un’epoca: l’era Putin.

Il governo di Putin, esercitato con il pugno di ferro, gli ha da un lato guadagnato le simpatie della popolazione russa, dall’altro gli ha attirato critiche di ogni tipo; né in patria né all’estero sono mancate voci di critica e persino di con-danna nei suoi confronti.

Dopo la rapida annessione della Crimea alla Russia nel 2014, il suo atteggiamento inflessibile verso i Paesi occidentali ha fatto esclamare a molti con allarme: “È un altro Hitler!” L’ex segretario di Stato americano Hillary Clinton commentò che il desiderio di Putin di proteggere i residenti di etnia russa nella penisola di Crimea ricordava la protezione dei tedeschi oltreconfine ostentata da Hitler prima della seconda guerra mondiale.

Putin commentò al riguardo: “Se qualcuno oltrepassa troppo il limite, spesso non è perché è forte, ma perché è debole”. La debolezza è infatti, agli occhi di Putin, un peccato mortale, in questo riflettendo l’orientamento valoriale della nazione russa.

“Per i russi, uno Stato forte non è un mostro estraneo, non è un nemico; al contrario, è la fonte e la garanzia dell’ordine, il fondamento di ogni rinnovamento. Attualmente, la chiave della rinascita e del vigoroso sviluppo della Russia risiede nel campo della politica statale. La Russia ha bisogno di un sistema di potere statale forte”.

Così Putin esprime la propria visione politica. In questo senso, è stato il popolo russo a scegliere Putin e la sua linea di fermezza. Putin continuerà presumibilmente a impegnarsi lungo questo cammino dei forti, fino a realizzare il suo ideale: riportare la Russia al vertice del mondo.

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Via libera ai 90 miliardi per Kiev, ma senza unanimità

Dopo settimane di stallo e trattative serrate, l’Unione Europea imprime una decisa accelerazione al sostegno finanziario per Kiev. La presidenza cipriota del Consiglio UE è riuscita, il 5 febbraio, a stendere un accordo che scioglie alcuni nodi politici, e a ottenere una larga intesa. Ma non l’unanimità: Ungheria, Slovacchia e Repubblica Ceca rimangono fuori dal contributo.

Il fatto che Bruxelles si fosse arresa al debito comune, per tenere in piedi l’Ucraina e far continuare la guerra, era un tema che avevamo già analizzato al momento del primo annuncio del prestito da 90 miliardi, lo scorso dicembre. Così come la formula di cooperazione rafforzata che aveva aggirato il problema dell’unanimità, dando la possibilità ai tre paesi dell’Europa orientale di non partecipare alla spesa.

Quel che c’è in più nell’intesa del Consiglio è l’integrazione, almeno in parte, dei desideri di Parigi, che premeva affinché i fondi fossero spesi esclusivamente per l’industria bellica europea, mentre altri partner temevano che i tempi di produzione continentali fossero troppo lenti per le necessità del fronte.

La soluzione approvata prevede che le attrezzature militari debbano essere acquistate prioritariamente da aziende dell’UE, dell’Ucraina o dei Paesi SEE-EFTA (Norvegia, Svizzera, Islanda e Liechtenstein). Tuttavia, ci sono anche deroghe: sarà possibile acquistare da paesi terzi in caso di urgenze, e il ricorso all’esterno è ammesso se prodotti equivalenti non sono disponibili in Europa in quantità sufficiente o con tempi di consegna rapidi.

Potranno partecipare alla fornitura anche Paesi che hanno stretto partenariati di sicurezza con l’UE e che contribuiscono finanziariamente al sostegno di Kiev. Una clausola che sembra pensata per garantire l’inserimento del Regno Unito in questo sforzo guerrafondaio, dopo una prima intesa del genere lo scorso maggio, che dovrebbe essere ampliata ulteriormente.

Ricordiamo che la struttura del prestito, garantito dal bilancio comunitario, sarà composto da due filoni: 30 miliardi di aiuti per la stabilità finanziaria, vincolati al rispetto dello stato di diritto e alla lotta alla corruzione; 60 miliardi di investimenti nell’industria bellica e acquisto di equipaggiamento militare.

Rimane la nota secondo cui il rimborso sarà dovuto solo al momento in cui la Russia avrà versato i risarcimenti di guerra. Una possibilità che è solo nelle fantasie dei più strenui russofobi, e che significa, di fatto, un ulteriore impegno finanziario nel riarmo europeo che verrà stornato dalle spese sociali, senza che ci sia possibilità di rivedere quei soldi.

Il percorso del prestito non è ancora concluso. Il Parlamento Europeo ha già messo in agenda il voto per il 24 febbraio. Se verrà incassato il via libera anche lì, inizieranno i negoziati finali tra Consiglio e Parlamento per l’attuazione operativa della decisione. Non bisogna però dimenticare che servirà una modifica dell’attuale quadro finanziario pluriennale per garantire l’uso del bilancio UE per tale assistenza finanziaria: altro terreno di fibrillazione di una UE che affronta profonde tensioni interne.

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Alleanza sui minerali critici per far fuori la Cina, ma la rottura tra UE e USA rimane

A Washington, l’amministrazione Trump ha convocato 55 paesi per costruire un fronte unito contro il dominio cinese sui minerali critici. In questo caso, il Segretario di Stato Marco Rubio ha detto che “è una sfida globale che richiede cooperazione globale”, ma non bisogna pensare che sia cambiato l’atteggiamento da banditi imperialisti.

È solo che in questo caso, per i costi di estrazione e l’individuazione di giacimenti utili, agli USA serve che i propri vassalli si sentano parte di un progetto comune. E che non usino le proprie opportunità sui minerali come leva politica, dopo essere stati colpiti in tutti i modi dalle politiche trumpiane.

Il cuore della strategia statunitense si chiama Project Vault, un’iniziativa da 12 miliardi di dollari per creare una riserva strategica di terre rare e minerali come gallio e cobalto, essenziali per smartphone, batterie e caccia da combattimento: high tech e complesso militare-industriale, insomma. A ciò si aggiunge quello che ha proposto il vicepresidente JD Vance, ovvero la creazione di un accordo multilaterale sui minerali critici per la creazione di un’area di libero scambio.

Questa dovrebbe prevedere anche dazi contro i paesi non partecipanti, in una sorta di promessa verso gli altri paesi di estendere anche a loro i “benefici” della politica commerciale aggressiva stelle-e-strisce. In questo spazio di libero scambio dovrebbero essere fissati anche dei prezzi minimi per i minerali, per evitare il dumping (leggi: la concorrenza) cinese. In questo senso, si aprono importanti scenari anche sul riciclo, su cui l’Italia, ad esempio, ha deciso di puntare fortemente negli ultimi anni.

Insieme alla Germania, l’Italia ha presentato un documento alla Commissione Europea per mitigare le dipendenze strategiche e che segue precedenti iniziative per spingere verso una partnership strutturale tra UE e USA. La proiezione verso l’Africa come “cortile di casa” della UE, e l’impegno già profuso tramite il Piano Mattei sono i vettori più promettenti affinché Bruxelles conti qualcosa in questa partita.

Il primo risultato del summit è una partnership strategica tra USA, UE e Giappone, finalizzata alla resilienza delle catene di approvvigionamento, oltre all’idea di un memorandum per stimolare la domanda e diversificare l’offerta, da concludere tra Washington e Bruxelles entro i prossimi 30 giorni.

Attraverso di esso, si vuole promuovere la ricerca e facilitare lo scambio di informazioni strategiche, riguardanti anche lo stoccaggio. La cooperazione con Tokyo, invece, espande il Quadro per la sicurezza dell’approvvigionamento di minerali critici e terre rare, che è stato firmato da Trump e Sanae Takaichi lo scorso 27 ottobre 2025.

È interessante riportare le posizioni espresse da Robin Roels, responsabile delle politiche per le materie prime presso l’ONG European Environmental Bureau. La sua opinione, espressa a Euronews, è che la UE abbia abbandonato l’idea di un’autonomia strategica. Non è passato un mese dalle minacce sulla Groenlandia, e secondo Roels il Commissario Europeo per l’Industria, Stéphane Séjourné, è già “tornato strisciando” dall’incontro sul terreno delle terre rare.

Parole molto pesanti, ma che esprimono una realtà che hanno tutti chiara in mente, persino i funzionari di Bruxelles: Washington vuole “frammentare” il mercato delle terre rare, per garantirsi l’accesso a vaste riserve alle proprie condizioni e minare il quasi monopolio cinese. Gli altri paesi sono pedine e, se ci saranno, otterranno solo le briciole. Per ora, tuttavia, la considerano l’unica via per non essere messi definitivamente da parte.

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L’Unione Europea come paradigma del declino

Nel saggio Eurosuicidio. Come l’Unione Europea ha soffocato l’Italia e come possiamo salvarci (Fazi Editore, 2025), Gabriele Guzzi propone una lettura radicalmente alternativa rispetto alle interpretazioni dominanti della crisi europea. Contro la narrazione secondo cui le difficoltà dell’Unione sarebbero riconducibili a shock esogeni, a inefficienze nazionali o a un deficit di integrazione, l’autore sostiene che la crisi costituisce un esito endogeno dell’assetto istituzionale europeo. In questa prospettiva, l’Italia emerge come uno dei casi più emblematici degli effetti sistemici prodotti dall’Unione monetaria.

Il fulcro teorico dell’analisi è rappresentato dall’introduzione dell’euro, descritta dal mainstream politico ed economico come il momento più avanzato del processo di integrazione continentale. Guzzi ne rovescia l’interpretazione corrente, presentandola invece come l’elemento fondativo di una dinamica regressiva. La moneta unica viene definita come una costruzione priva dei presupposti statuali necessari al suo funzionamento: assenza di un bilancio federale adeguato, mancanza di una sovranità fiscale comune, deficit strutturale di legittimazione democratica. Ciononostante, nel corso del tempo, l’euro è stato progressivamente investito di una valenza simbolica e normativa tale da sottrarlo al vaglio critico sugli effetti economici e sociali prodotti.

L’autore procede quindi a un’analisi sistematica delle principali promesse associate all’adozione della moneta unica, mostrando come esse non abbiano trovato riscontro empirico. L’euro non ha favorito la convergenza tra le economie nazionali, non ha ridimensionato il ruolo del dollaro nel sistema monetario internazionale, né ha prodotto un riallineamento delle performance macroeconomiche all’interno dell’area. Al contrario, l’Unione monetaria ha accentuato le asimmetrie preesistenti, rafforzando la posizione della Germania, che ha potuto perseguire una strategia di crescita trainata dalle esportazioni e fondata sulla compressione della domanda interna degli altri Stati membri, senza assumere funzioni compensative di carattere espansivo.

All’interno di tale configurazione, l’economia italiana ha progressivamente perso i propri margini di manovra. La rinuncia alla sovranità monetaria e al controllo dei tassi di interesse ha eliminato strumenti tradizionali di aggiustamento, lasciando come unica modalità di adattamento la riduzione dei costi interni. Ne è derivato un processo di svalutazione interna che ha inciso prevalentemente sul lavoro: contenimento salariale, flessibilizzazione dei rapporti occupazionali, arretramento delle tutele sociali. La forza-lavoro si è così trasformata nella principale variabile di compensazione degli squilibri macroeconomici, con effetti rilevanti in termini di disuguaglianza, stagnazione della produttività, rallentamento della crescita e perdita di capacità industriale. Il risultato è che l’Italia ha bruciato quarant’anni di sviluppo. Alcuni dati forniti da Guzzi in questo senso sono emblematici: il Pil pro-capite a parità di potere d’acquisto del 2022 è paragonabile a quello del 1966; rispetto alla Germania, a quello del 1962; rispetto alla Francia, sempre del 1962; rispetto agli USA del 1961. Efficace, in questo senso, è anche la metafora usata dall’autore: “L’euro per l’economia italiana è stato una straordinaria e terribile macchina del tempo”.

Guzzi respinge l’interpretazione che attribuisce tali dinamiche a presunti limiti strutturali dell’economia italiana. Nel periodo precedente allo SME e all’euro, la svalutazione monetaria svolgeva una funzione di riequilibrio rispetto a modelli competitivi, in particolare quello tedesco, basati su politiche di moderazione salariale. L’ingresso nell’Unione monetaria ha invece imposto una riconfigurazione profonda del sistema economico nazionale, determinando lo smantellamento di un modello misto pubblico-privato che aveva garantito, per diversi decenni, crescita e coesione sociale. Il risultato è un assetto caratterizzato da una persistente stagnazione, privo di dinamiche espansive ma anche di una crisi risolutiva.

Particolarmente rilevante è il paradosso messo in luce dall’autore: mentre il discorso pubblico enfatizzava i benefici simbolici dell’integrazione europea, l’Italia assumeva un ruolo centrale nell’attuazione delle politiche di austerità, registrando avanzi primari sistematici. Nonostante ciò, il rapporto debito/Pil ha continuato ad aumentare, confermando l’inefficacia dell’approccio restrittivo. Guzzi colloca l’origine di questa traiettoria nel “divorzio” tra Tesoro e Banca d’Italia del 1981, successivamente irrigidita dai vincoli imposti dall’architettura europea.

L’analisi si estende quindi al quadro continentale. I dati sulla distribuzione del Pil mondiale mostrano una perdita significativa di peso dell’Europa negli ultimi trent’anni, accompagnata da una cronica insufficienza degli investimenti. Il divario con gli Stati Uniti risulta particolarmente evidente nei settori tecnologici avanzati e nell’intelligenza artificiale, ambiti nei quali l’Unione appare marginalizzata tra le strategie industriali statunitensi e l’ascesa cinese. La guerra in Ucraina e le scelte adottate dalle classi dirigenti europee hanno ulteriormente accentuato tali tendenze, accelerando processi di indebolimento già strutturalmente presenti.

Uno degli aspetti più rilevanti del lavoro consiste nell’interpretazione dell’euro come dispositivo ideologico oltre che economico. La sua sacralizzazione svolge una funzione di occultamento dei rapporti di forza sottostanti, consentendo l’affermazione di interessi materiali ben definiti. In questa prospettiva, l’Unione Europea viene letta come la configurazione istituzionale assunta dal neoliberismo nel contesto continentale, un meccanismo attraverso il quale si è operato un ridimensionamento della costituzione materiale senza passare attraverso il confronto democratico. Il cosiddetto “vincolo esterno” assume così i tratti di uno strumento di disciplinamento politico e sociale, in tensione con l’impianto redistributivo della Costituzione del 1948.

Nella parte conclusiva, l’autore affronta il tema delle possibili alternative. Un’uscita unilaterale dall’euro viene giudicata altamente problematica, mentre una posizione rigidamente anti-euro rischia di riprodurre, in forma speculare, il dogmatismo europeista. L’ipotesi avanzata è quella di una “fine concordata” dell’Unione monetaria, che coinvolga in particolare Francia e Germania, entrambe attraversate da difficoltà strutturali. In tale scenario, l’Italia dovrebbe predisporre una strategia alternativa articolata sul piano monetario, industriale ed energetico. Prepararsi già da adesso, visto quello che sta succedendo alle economie delle due principali potenze del Continente.

Rimane tuttavia una tensione irrisolta tra la solidità dell’analisi critica e la praticabilità delle soluzioni prospettate. La diagnosi del declino europeo risulta argomentata e coerente; le possibilità di intervento dipendono però da fattori politici e culturali di lungo periodo, difficilmente governabili nel breve termine. Come lo stesso Guzzi riconosce, d’altra parte, senza una trasformazione del senso comune e senza un processo collettivo di rielaborazione critica del discorso sull’euro, nessuna misura tecnica appare sufficiente.

Salvo che l’evoluzione del conflitto in Ucraina – ben oltre la dimensione territoriale dello spazio post-sovietico – non produca effetti sistemici tali da ridefinire radicalmente il quadro europeo.

Ma si tratta, evidentemente, di un ulteriore capitolo ancora non aperto.

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