Presentazione


Analisi, opinioni, fatti e (più di rado) arte da una prospettiva di classe.

18/04/2026

Il colpo di Lovaglio in Mps e la centralità di BlackRock nel sistema bancario italiano

di Alessandro Volpi

La presidente del Consiglio Giorgia Meloni è diventata uno dei bersagli del loquacissimo Donald Trump ma intanto conserva la sua stretta “amicizia” con Larry Fink, amministratore delegato di BlackRock, e la grande finanza statunitense. L’assemblea degli azionisti di Monte dei Paschi ha confermato, in modo inatteso, Luigi Lovaglio nella carica di amministratore delegato. Si tratta di un passaggio di grande rilievo perché Lovaglio era stato di fatto “sfiduciato” dai Caltagirone, ma BlackRock, insieme a Bpm, dove ha una partecipazione rilevante, ha contribuito alla sua conferma, sostenuta in primis da Delfin dei Del Vecchio.

In altre parole, la conferma di Lovaglio segna una spaccatura nel salottino “buono” della finanza italiana ma soprattutto afferma la centralità di BlackRock nel definire le sorti del sistema bancario del nostro Paese, con il chiaro obiettivo di controllarne il risparmio. E Meloni che cosa c’entra? Il ministero dell’Economia che detiene una quota del 4,8% del capitale di Mps non ha partecipato al voto e ha così consentito l’abbassamento del quorum, rendendo il successo di Fink e dei Del Vecchio ancora più tondo. Poi magari Giorgetti venderà anche quel 4,8%.

Da questa brevissima cronistoria discendono alcune conseguenze non banali per il sistema creditizio e finanziario italiano. La prima è rappresentata dal fatto che pare fallito il disegno di creare un terzo “polino” nazionale, caldeggiato da Meloni-Giorgetti, e fondato sull’accordo tra Caltagirone e Delfin della famiglia Del Vecchio. Il modo davvero sgangherato e, per molti versi sospetto, come hanno messo in luce le indagini della Procura di Milano, con cui i due gruppi hanno operato per l’acquisizione di Mediobanca ha generato, molto probabilmente, la preoccupazione, soprattutto in casa Caltagirone, di una pericolosa esposizione nei confronti della centralità assunta proprio da Lovaglio in quella scalata.

Troppo forte è infatti il dubbio del “concerto”, a cui non sarebbe stato estraneo neppure il governo per effetto delle modalità della preliminare cessione di una parte della sua partecipazione in Mps. Da ciò è discesa, forse, la decisione di Caltagirone di prendere le distanze da Lovaglio, dichiarandosi contrario alla sua riconferma alla guida di Mps. Lo stesso Lovaglio, tuttavia, non si è certo rassegnato a questo allontanamento e ha favorito la creazione di un nucleo di azionisti, a partire dalla famiglia Tortora, che portasse il suo nome nell’assemblea generale, incaricata della nomina. Si è aperta così una partita per molti versi inattesa che ha visto Delfin abbandonare il legame con Caltagirone, rompendo di fatto l’accordo che avrebbe dovuto definire la nuova governance di Generali, dove la neoacquisita Mediobanca ha un peso determinante.

In questo senso la rottura tra i due gruppi italiani ha segnato il venire meno, almeno nell’attuale fase, della possibilità per l’esecutivo Meloni di puntare a un controllo italiano di Generali. Nella vicenda della nomina di Lovaglio, dunque, sembra esaurirsi un progetto ben più vasto e si dimostra, se ancora ne servisse una prova, la capacità di BlackRock di avere un’incidenza determinante nella finanza del nostro Paese. Il voto del fondo guidato da Larry Fink, che ha una partecipazione importante anche in Bpm, schieratasi come detto con Delfin a favore di Lovaglio, è stato fondamentale nel consentire alla cordata Delfin di superare il 50% dei voti e nel mettere in minoranza la compagine guidata da Caltagirone.

L’obiettivo del grande fondo statunitense è evidentemente quello di dare continuità alla strategia di Lovaglio, i cui caratteri, assai probabilmente sono stati oggetto dell’adesione di BlackRock alla scelta di Mps su Mediobanca, e di garantirsi così il controllo della gestione del risparmio italiano.

Nella votazione in questione è emerso un altro dato significativo. Mentre BlackRock ha votato per Lovaglio, Vanguard, l’altro grande gestore, presente nell’azionariato di Mps, sia pur con una partecipazione decisamente più piccola, ha scelto di sostenere la candidatura di Francesco Palermo, avanzata da Caltagirone. Si è definita così un’insolita spaccatura tra i due più grandi gestori di risparmio a livello globale, che Vanguard ha motivato sulla base dei suggerimenti fornitigli dalla proxy Iss (Institutional shareholder services), suo principale consulente e sostenitore della tesi di una prospettiva di rendimenti più alti con la linea di Palermo.

Peraltro Vanguard ha fatto sapere che ascoltare i suggerimenti della proxy è coerente con la logica della cosiddetta “finanza passiva”, secondo la quale la società di gestione deve evitare un eccesso di protagonismo nelle decisioni di voto. Si tratta però di una situazione non banale perché il principale azionista di Iss è Deutsche Borse, il cui principale azionista è BlackRock.

È evidente allora che la scelta del vertice di BlackRock è stata decisamente “politica”, ben oltre i suggerimenti che possono venire da una proxy “tecnica”. BlackRock ha deciso che la battaglia per il risparmio italiano deve essere combattuta duramente e, appunto, politicamente, spingendo di fatto il Governo Meloni a rinunciare al terzo “polino” nazionale per mantenere buoni rapporti con l’azionista privato più forte nelle partecipate pubbliche e grande compratore del debito italiano.

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17/04/2026

We are not robots – Nutrire la macchina. L’intelligenza artificiale estrattivista

di Gioacchino Toni

James Muldoon, Mark Graham, Callum Cant, Nutrire la macchina. Come alimentiamo l’intelligenza artificiale, traduzione del Gruppo Ippolita, Mimesis, Milano-Udine 2026, pp. 290, € 22,00

«Se pensiamo all’intelligenza artificiale come a una macchina estrattivista, allora noi siamo la materia prima». «La macchina vuole il tuo lavoro, le tue idee, la tua arte, la tua acqua, la tua energia, i tuoi dati e i minerali rari del tuo paese. Tutti questi input vengono alimentati nel fuoco che li trasforma in output, potere e profitti. C’è un nome semplice per il sistema che ha creato questa macchina. Si chiama capitalismo».

Questa, in estrema sintesi, la convinzione espressa da James Muldoon, Mark Graham e Callum Cant nel volume Nutrire la macchina (2026) uscito in lingua inglese nel 2024 e ora tradotto in italiano dal Gruppo Ippolita per Mimesis edizioni.

Il testo «racconta le storie delle persone il cui lavoro rende possibile l’esistenza dell’intelligenza artificiale, descrivendo i sistemi di potere che alimentano le disuguaglianze globali nell’accesso al capitale, alle reti e alle opportunità professionali. Lo studio porta alla luce la forza lavoro nascosta che contribuisce all’intelligenza artificiale e rivela come questo aspetto essenziale venga deliberatamente occultato» (p. 13). L’ammaliante narrazione di macchine portentose, capaci di apprendere da sole sfruttando quantità sterminate di dati e di fornire risposte alle più diverse richieste che vengono loro sottoposte, nasconde un universo di lavoro umano mal pagato e massacrante, non riconducibile soltanto ai dannati della terra destinati all’estrazione dei materiali utili alla loro realizzazione materiale e a coloro che assemblano le macchine, ma anche all’attività di tantissimi «annotatori di dati, moderatori di contenuti, ingegneri di machine learning, esperti di etica dell’IA, magazzinieri, organizzatori del lavoro e figure di spicco del settore» (p. 13). A questi occorre poi aggiungere quanti forniscono gratuitamente dati e prendono parte all’addestramento delle macchine semplicemente utilizzandole quotidianamente.

Le oltre 200 interviste realizzate dagli autori del volume lungo un decennio di inchiesta sul campo fanno emergere il mondo nascosto della produzione dell’intelligenza artificiale rivelando non solo come questa venga utilizzata per intensificare e dequalificare i processi lavorativi attraverso subdole pratiche di sorveglianza e il suo impiego in ambito militare, ma anche l’eredità coloniale che caratterizza queste innovazioni tecnologiche che contribuiscono all’estrema concentrazione di potere, ricchezza e capacità di plasmare il futuro. Gli autori hanno individuato sette soggetti a testimonianza di altrettante attività inerenti l’universo della IA: “l’annotatore”, “l’ingegnere”, “il tecnico”, “l’artista”, “l’operatore”, “l’investitore” e “l’organizzatore”. Il lavoro di ciascuno di questi si intreccia con il lavoro degli altri incidendo sulla vita di tutti.

Muldoon, Graham e Cant evidenziano come l’IA sia di fatto una “macchina estrattivista”, visto che «attinge input fondamentali quali capitale, potere, risorse naturali, lavoro umano, dati e intelligenza collettiva e li trasforma in previsioni statistiche, che le aziende a loro volta trasformano in profitti» (p. 15). Anziché guardare alla IA come ad una sorta di tecnomagia decontestualizzata, sottolineano gli autori, occorre pesarla come una macchina dotata di una storia bene precisa, costruita da soggetti in carne, ossa e pensiero in un determinato momento per svolgere compiti specifici, strettamente «integrata nei sistemi politici ed economici esistenti e quando classifica, discrimina e fa previsioni lo fa al servizio di coloro che l’hanno creata. L’IA è espressione degli interessi dei ricchi e dei potenti che la utilizzano per rafforzare ulteriormente la loro posizione. Rafforza il loro potere e allo stesso tempo incorpora i pregiudizi sociali in nuove forme di discriminazione digitale» (p. 15).

Dotata di un corpo materiale, fatto di chip, server e cavi la macchina IA necessita continuamente di nutrirsi di elettricità, di acqua per raffreddare i server e del lavoro invisibile e sottopagato di esseri umani sparsi in tutto il mondo, tenuti a lavorare anch’essi come macchine per compensare i limiti della tecnologia e far sì che essa replichi l’essere umano potenziandolo.

La macchina estrattivista non solo richiede risorse fisiche e manodopera, ma vive dell’intelligenza umana contenuta nei suoi dataset di addestramento. L’IA cattura la conoscenza degli esseri umani e la codifica in processi automatici attraverso modelli di apprendimento precostituiti. È un sistema che deriva e dipende dai suoi dati di addestramento, attraverso i quali impara a svolgere una data gamma di attività: [...] tutto si basa su un progetto di raccolta della storia della conoscenza umana in enormi dataset costituiti da miliardi di voci di riferimento. [...] Le aziende di IA hanno intrapreso una forma di privatizzazione dell’intelligenza collettiva, chiudendo questi insiemi di dati e utilizzando un software proprietario per creare nuovi output basati sulla loro manipolazione. La macchina estrattivista richiede tali risorse intellettuali tanto quanto quelle materiali (p. 17).

Si può parlare della IA come di una “macchina estrattivista”, sottolineano gli autori, non solo per il suo saccheggiare risorse, lavoro umano e intelligenza collettiva, ma anche perché i sistemi di IA intensificano «l’estrazione dello sforzo dai lavoratori, che sono costretti a lavorare più duramente e più velocemente dai sistemi di gestione, i quali centralizzano la conoscenza del processo lavorativo e riducono il livello di abilità richiesto per svolgere un lavoro, routinizzandolo e semplificandolo» (p. 17). Nutrire la macchina mostra chiaramente «che noi esseri umani siamo la forza invisibile che alimenta l’intelligenza artificiale, sia fisicamente con il nostro lavoro, sia intellettualmente attraverso l’assimilazione e la sintesi da parte dell’intelligenza artificiale della nostra intelligenza collettiva» (p. 278).

La macchina utilizza con logica estrattiva i lavoratori malpagati – e gli utenti non pagati – a seconda della posizione che occupano nel capitalismo globale con lo scopo di arricchire gli azionisti delle aziende tecnologiche e concentrare il potere nelle mani di una élite. Coloro che sono occupati nell’annotazione dei dati, ad esempio, oltre ad essere trattati come macchine destinate a compiti ripetitivi monitorate nei loro movimenti e nelle prestazioni, fungono da carburante necessario per far funzionare l’intelligenza artificiale. Che si alimenti direttamente la macchina estrattivista (sul lavoro) o indirettamente (nel ricorrere a queste tecnologie), in qualche modo tutti si viene consumati nella forsennata ricerca di prestazioni.

Muldoon, Graham e Cant intrecciano l’analisi economica e politica dei sistemi di lavoro che producono l’intelligenza artificiale con la vita di chi lavora in tale contesto mostrando tanto gli elementi di novità quanto quelli che riprendono le modalità produttive e di sfruttamento del passato.

Nel far emergere i percorsi di produzione dell’IA riecheggia la storia coloniale dell’estrazione e dello sfruttamento per mezzo del saccheggio sistematico e di accordi commerciali asimmetrici. […] La colonizzazione fa parte della logica strutturante dell’intelligenza artificiale, sia nel modo in cui viene implementata che in quello in cui opera. L’IA è costruita attraverso una divisione internazionale del lavoro digitale, in cui i compiti sono distribuiti tra una forza lavoro globale con i lavori più stabili, ben pagati e desiderabili, situati nelle città chiave degli Stati Uniti, e i lavori più precari, poco pagati e pericolosi, esternalizzati verso località periferiche del Sud globale. I minerali chiave che risultano indispensabili per l’IA vengono estratti e lavorati in queste aree geografiche e trasportati in zone di assemblaggio speciali per essere trasformati in prodotti tecnologici, come ad esempio i chip di ultima generazione necessari per i grandi modelli linguistici. Queste pratiche riproducono schemi coloniali ben collaudati, in cui i paesi occidentali fanno leva sul loro dominio economico e si arricchiscono estraendo minerali e manodopera dai territori periferici. I risultati dell’IA generativa rafforzano le gerarchie coloniali poiché molti dei dataset e dei benchmark comuni su cui vengono addestrati i modelli privilegiano le forme di conoscenza occidentali e possono riprodurre, attraverso gli stereotipi contenuti nei dati, pregiudizi nei confronti di gruppi subalternizzati che sono già mal rappresentati e discriminati (pp. 25-26).

Tra le storie raccolte nel volume si trovano i racconti degli abominevoli video a cui sono sottoposti quanti si occupano di moderazione dei contenuti, dell’alienante lavoro di chi deve annotare dati od opera in un data center e di chi si ritrova a da essere replicato dall’intelligenza artificiale. Oltre a documentare lo sfruttamento, il volume mostra anche l’emergere di conflittualità, come nel caso di chi si trova a fronteggiare le implicazioni etiche della tecnologia che sta contribuendo a costruire, o di chi, per ottenere un aumento salariale, si prodiga nell’organizzazione di uno sciopero selvaggio o nel mettere in piedi un’organizzazione sindacale nel settore in cui lavora. Gli autori tratteggiano anche la nascita di movimenti transnazionali di lavoratori e lavoratrici determinati a lottare per migliorare le condizioni di lavoro e ripensare l’uso delle tecnologie.

Nelle ultime pagine del volume, dopo le testimonianze di chi – tra il Kena, l’Uganda, l’Islanda, l’Inghilterra e diverse altre località sparse per il mondo – si trova a lavorare per la macchina estrattivista del nuovo millennio, gli autori riportano le parole pronunciate il 2 dicembre 1964 da Mario Savio, uno studente attivista dell’Università di Berkeley in California, per denunciare il malessere provato nel sentirsi relegato a ingranaggio di una dannata macchina di sfruttamento ed esprimere il desiderio di ribellarsi ad essa. All’epoca la macchina estrattiva IA non esisteva, ma le parole pronunciate oltre sessant’anni fa restano spendibili ancora oggi:

C’è un momento in cui il funzionamento della macchina diventa ripugnante, ti fa stare così male che non puoi più farne parte; non puoi nemmeno partecipare passivamente, e devi mettere il tuo corpo sugli ingranaggi, sulle ruote, sulle leve, su tutto l’apparato, e devi farlo smettere (cit. p. 281).

We are not robots – serie completa

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Tregua in Libano, Hormuz riapre. Ora si discute sul serio

Qualcosa di grosso, e di serio, sembra stia finalmente maturando. La prudenza – come si dice in questi casi – è d’obbligo quando si ha a che fare con una superpotenza in crisi e gestita da pagliacci come Hegseth (quello che invita a pregare recitando la parte di Samuel Jackson in Pulp fiction), nonché uno stato genocida che teme la pace come la fine del (suo) mondo.

Però la successione delle conferme è troppo serrata per essere solo gioco delle parti.

Ieri sera – alle 23 ora italiana – Trump ha annunciato l’inizio di un cessate il fuoco di dieci giorni in Libano. Il “collegio di guerra” israeliano era ancora riunito per discuterne (controvoglia, come si è visto dopo), ma la decisione era per Tel Aviv vincolante, stavolta.

Immediate le reazioni isteriche sia della destra millenarista dei coloni, che dell’“opposizione” sedicente “di sinistra”, che ha accusato Netanyahu di farsi dirigere dagli Stati Uniti anziché il contrario. Stanno messi così, non c’è niente da sperare…

Stamattina il ministro degli esteri iraniano Seyed Abbas Araghci ha postato su X un messaggio inequivocabile: “In linea con il cessate il fuoco in Libano, il passaggio per tutte le navi commerciali attraverso lo stretto di Hormuz è dichiarato completamente aperto per il periodo residuo del cessate il fuoco sulla rotta coordinata come già annunciata dall’organizzazione Porti e organizzazione marittima della repubblica Islamica dell’Iran”.

Di fatto la rivendicazione politica della vittoria diplomatica ottenuta collegando – come realtà oggettiva pretendeva – tutti i conflitti nella regione (Iran, Libano, Yemen, in parte lo stesso Iraq). Com’è noto Israele pretendeva invece di considerare “separatamente” l’inizio del genocidio nel Paese dei Cedri, dove stava applicando il “modello Gaza” (distruzione di tutto, a partire da ospedali, servizi di soccorso, infrastrutture civili, abitazioni, ecc.), incontrando la decisa resistenza di Hezbollah.

Si ferma la guerra anche in Libano, si riapre Hormuz. Chiaro e semplice. A meno che gli Usa non vogliano truccare ancora le carte, nel qual caso si richiude e si combatte.

Fa parte della scena teatrale la risposta di Trump, che prima ringrazia direttamente l’Iran, poi prova a minimizzare affermando che “il suo” blocco invece “rimarrà pienamente in vigore nei confronti dell’Iran fino a quando le trattative con l’Iran non saranno completamente concluse. Questo processo dovrebbe svilupparsi molto rapidamente, la maggior parte dei punti sono già stati negoziati”. La nuova “narrazione” comincia a prendere forma, rispolverando l’immagine del condottiero che “mette fine alle guerre” (chissà se rispunteranno anche quelli che gli vorrebbero dare il Nobel per la pace...).

Mentre stava twittando, una petroliera cinese passava tranquillamente e già ieri tre petroliere iraniane hanno lasciato il Golfo con cinque milioni di barili di petrolio greggio, le prime dall’inizio del blocco imposto dagli Stati Uniti ai porti iraniani. Secondo i dati di Kpler, la Deep Sea, la Sonia I e la Diona, tutte e tre soggette a sanzioni da parte degli Stati Uniti, provenivano dall’isola di Kharg, sede del più grande terminal petrolifero iraniano, attraverso il quale transita circa il 90% delle esportazioni di petrolio greggio del paese.

Siccome è necessario sorridere anche nei momenti di grande tensione, nelle stesse ore i “volenterosi europei” erano riuniti a Parigi per “decidere” in che modo contribuire alla riapertura dello Streatto, inviando magari qualche dragamine. Nessuno li aveva evidentemente avvertiti che il problema era già stato risolto, e che quindi potevano pure passare al pranzo senza guastarsi lo stomaco con pensieri troppo complessi per loro.

Era presente anche Giorgia Meloni, dopo molte esitazioni, che in questo periodo sembra non perdere un’occasione per sbattere la faccia ancora prima di “mettercela”.

A questo punto manca solo l’annuncio ufficiale della ripresa dei colloqui ad Islamabad, che dovrebbe giungere nelle prossime ore.

I problemi e gli ostacoli sono ancora ovviamente innumerevoli. La questione dell’uranio arricchito – circa 400 kg, forse conservati nelle profondità della terra nei pressi di Isfahan, dove si è infranta l’unica “operazione di terra” significativa da parte Usa, nel tentativo di rubarli – sembra ancora fumosa. L’ultima offesa trumpiana è la richiesta di averli in cambio di 20 miliardi dollari. Per un Paese che denuncia 270 miliardi di danni, pretendendo perciò un risarcimento (magari sotto forma di “pedaggio” per le navi in transito nello Stretto) è poco meno di un insulto.

Più seriamente la Russia si è offerta di ritirarle e riprocessarle, affermando che secondo tutte le convenzioni internazionali ancora valide – se rispettate – anche l’Iran ha diritto a sviluppare il nucleare civile (anche perché il petrolio non è eterno...).

La domanda è sempre la stessa: che si inventeranno ora a Tel Aviv? Da parte sua Trump recita su Truth la parte del capomafia che sa tenere a bada “i suoi ragazzi”: “Israele non bombarderà più il Libano; gli è stato proibito di farlo dagli Stati Uniti”.

Anche il tono è cambiato. Vedremo presto se è vero...

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Sarebbero in accelerazione i piani statunitensi per un’operazione contro Cuba

La pianificazione militare per una possibile operazione guidata dal Pentagono contro Cuba sta subendo un’accelerazione. Secondo quanto riportato da USA Today, che cita fonti interne al Dipartimento della Guerra, l’amministrazione guidata da Donald Trump starebbe definendo i dettagli tecnici per un intervento armato, nell’eventualità che il tycoon decida di impartire l’ordine definitivo.

Le prime avvisaglie di un possibile passo finale dell’escalation contro L’Avana sono trapelate attraverso la piattaforma Zeteo, e si sono poi diffuse rapidamente nei corridoi di Capitol Hill. Sebbene non ci siano voci ufficiali a confermare l’esistenza di piani d’attacco imminente, i chiarimenti affidati all’agenzia spagnola EFE non hanno smentito possibili manovre in corso.

Nelle ultime settimane, l’inquilino della Casa Bianca ha rilasciato dichiarazioni che lasciano poco spazio all’interpretazione, intorno alla volontà di intervenire contro l’isola caraibica, dopo averla già stretta in un assedio che si configura come un crimine contro l’umanità. Più di una volta è stato accennato che Cuba sarà il prossimo obiettivo, dopo l’Iran.

E in un certo senso, l’aggressione all’isola potrebbe essere un modo di riaffermare la potenza statunitense dopo l’evidente fallimento delle operazioni contro Teheran. Allo stesso tempo, l’avventurismo bellico di Trump ha fatto crollare il sostegno all’amministrazione, e dunque imbarcarsi in un’ulteriore escalation bellica potrebbe rappresentare invece la goccia che fa traboccare il vaso.

Per di più, non bisogna dimenticare che continua la solidarietà internazionale con Cuba, con una forte risonanza internazionale contro quello che è un assedio criminale che va a colpire la popolazione. Russia, Messico, Cina e altri paesi hanno intensificato le attività di sostegno: la questione cubana sta assumendo sempre più i contorni di un dossier internazionale di non facile risoluzione.

Sul piano della politica interna, al Congresso i democratici stanno facendo leva sull’ipotesi del conflitto per minare la politica della Casa Bianca. La deputata Nydia Velázquez ha sollecitato l’approvazione di una risoluzione sui poteri di guerra, mentre i rappresentanti Gregory Meeks e Pramila Jayapal hanno introdotto il progetto di legge “Prevent an Unconstitutional War in Cuba” per bloccare l’uso di fondi federali senza il via libera del potere legislativo.

Ad ogni modo, la prima difesa di Cuba rimane la solidità della Rivoluzione. Da L’Avana, il presidente Miguel Díaz-Canel ha risposto con toni netti alle minacce contro il suo paese. In un’intervista rilasciata a NBC News e Newsweek, il politico cubano ha assicurato che l’isola si difenderà da qualsiasi aggressione.

Díaz-Canel ha affermato: “ci difenderemo, e se dobbiamo morire, moriremo, perché come dice il nostro inno nazionale morire per la Patria è vivere”. Parole di grande dignità, espressione della resistenza che il popolo di Cuba porta avanti da 67 anni contro l’imperialismo yankee. Proprio per questo, a Washington, devono sapere anche che un’invasione non sarà una passeggiata.

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L’export di armi italiane è cresciuto del 19%. Tre banche ne finanziano quasi il 70%

La relazione annuale al Parlamento sullo stato della Legge 185 relativa alle autorizzazioni per l'esportazione di armamenti prodotti in Italia, è ricca di informazioni che ci restituiscono un quadro di una industria militare che ha visto crescere le sue esportazioni nel 2025 di quasi il 20% rispetto all’anno precedente. La relazione è firmata dal sottosegretario a Palazzo Chigi Alfredo Mantovano.

Nel 2025 il valore complessivo delle “autorizzazioni per movimentazioni di materiali d’armamento” è stato di 11,141 miliardi di Euro, di cui 9,164 miliardi di Euro esportate all’estero (con un aumento del 19,14% rispetto al 2024) e 1,977 miliardi di Euro importate.

Al riguardo viene specificato che il dato riportato sulle movimentazioni in entrata (importazioni) non include i trasferimenti intracomunitari UE/SEE, ai sensi dell’art.10 bis della Legge 185/1990. Non risultano inoltre ricomprese nella citata rilevazione le esportazioni temporanee con successiva reimportazione e le importazioni effettuate direttamente dall’Amministrazione dello Stato o per conto della stessa, per la realizzazione di programmi di armamento ed equipaggiamento delle forze armate e di polizia, che possono essere consentite direttamente dalle Dogane.

Analogamente risultano escluse le importazioni effettuate da enti pubblici nell’esercizio di attività di carattere storico o culturale, previa autorizzazione di polizia, e quelle temporanee effettuate da imprese straniere per la partecipazione a fiere campionarie mostre e attività dimostrative, previa autorizzazione del Ministero dell’Interno (art. 1 comma 8 della Legge 185/1990).

Sono pure escluse dalla rilevazione le esportazioni o concessioni dirette e i trasferimenti intracomunitari da Stato a Stato, a fini di assistenza militare, in base ad accordi intergovernativi (art.1, comma 9 della Legge 185/1990).

Rispetto al 2024 si è registrato un incremento del 19,68% del valore delle autorizzazioni individuali di esportazione il cui ammontare complessivo nel 2025 è stato di 7,721 miliardi di Euro, a fronte di un lieve aumento del numero di provvedimenti rilasciati (da 2.569 a 2.576, +0,27%).

Le banche che finanziano l’esportazione di armamenti

Sono tre le “banche armate” che fanno la parte del leone nel finanziare le esportazioni italiane di armamenti: Unicredit, Banca Nazionale del Lavoro, Deutsche Bank.

Nel corso del 2025, secondo la relazione, sono state effettuate dagli intermediari 23.942 comunicazioni inerenti a transazioni bancarie per operazioni di esportazione, importazione e transito di materiali di armamento soggette alla disciplina della legge, per un importo complessivamente movimentato superiore ai 14 miliardi di Euro.

Nel corso dello stesso anno è stata segnalata una movimentazione complessiva (introiti/esborsi) di oltre 2,7 miliardi di Euro per operazioni svolte in attuazione di programmi intergovernativi di armamenti a fronte dei 2,1 miliardi di euro del 2024.

Dal confronto con i dati del 2024 emerge che, nell’anno qui in esame, il numero delle segnalazioni è sensibilmente aumentato, passando da 21.586 a 23.942 (+10,91 %), anche a conferma del diffuso coinvolgimento degli istituti di credito e di altri intermediari finanziari nell’utilizzo dell’applicativo ministeriale.

Il volume complessivo delle transazioni oggetto di segnalazione è leggermente aumentato rispetto all’anno precedente (14 miliardi di euro nel 2025 rispetto ai 12 miliardi del 2024).

Nell’anno 2025, il 66,18 % delle transazioni per introiti riferibili ad esportazioni definitive è stato negoziato da tre istituti di credito (Unicredit, Banca Nazionale del Lavoro, Deutsche Bank).

Nel 2024, detta percentuale è stata del 68,72 %. Per quanto riguarda l’ammontare complessivo di garanzie e finanziamenti concessi o rinnovati nel 2025, il 57,23% dell’ammontare complessivo è stato negoziato da tre istituti di credito (BNP Paribas Security Services, Unicredit S.p.A., Credit Agricole Corporate and Investment Bank), a fronte di una quota percentuale che nel 2024 era stata dell’83,78.

Ancora boom per l’export di armi italiane

Rispetto al 2024 si è registrato un incremento del 19,68% del valore delle autorizzazioni individuali di esportazione di armi, il cui ammontare complessivo nel 2025 è stato di 7,721 mdi di Euro, a fronte di un lieve aumento del numero di provvedimenti rilasciati (da 2.569 a 2.576, +0,27%).

Le licenze globali, che rappresentano uno strumento di semplificazione, risultano in aumento rispetto all’anno precedente. Il valore cumulativo dei materiali esportati è stato pari a circa 1,374 mdi di Euro (1,18 nel 2024). Un aumento si registra anche nell’utilizzo delle Autorizzazioni generali di trasferimento, che dagli € 60,4 milioni del 2024 passano al valore di € 69,6 milioni del 2025. Risulta in marcato calo rispetto al 2024 (-61%) il valore delle autorizzazioni di intermediazione, passato dai 257,7 milioni di Euro del 2024 ai 100,3 milioni di Euro del 2025.

Le autorizzazioni di importazione a vario titolo si sono attestate su un valore complessivo di € 1,977 miliardi, registrando un significativo incremento del 165,86% rispetto al 2024.

Il numero di Paesi destinatari delle autorizzazioni all’esportazione è stato di 88 (90 nel 2024) e il numero delle autorizzazioni, come già osservato, è stato di 2576 (2.569 nel 2024).

Nel 2025, un solo Paese (Kuwait) è risultato destinatario di autorizzazioni per un valore complessivo superiore al miliardo di Euro, mentre sono stati 16 i Paesi con valori compresi tra 100 milioni e il miliardo di Euro.

Il valore dei trasferimenti intracomunitari e delle esportazioni verso i Paesi NATO è stato pari al 37,62% del totale (1953 autorizzazioni), mentre il restante 62,38 % delle esportazioni ha interessato Paesi extra UE/NATO (623 autorizzazioni).

Il dato tendenziale verso i Paesi extra UE/NATO continua a mostrarsi in lieve crescita come valore assoluto nell’ultimo triennio.

Sul dato complessivo della ripartizione pesa la licenza di oltre 1 miliardo autorizzata nei confronti del Kuwait (€2,6 mdi). Il valore esportato verso le nazioni UE/NATO è diretto per il 40,85% verso Paesi esclusivamente membri NATO (Stati Uniti, Regno Unito, Canada, Norvegia, Turchia, Albania, Macedonia del Nord) e per il 59,15% verso Paesi UE indipendentemente dalla loro adesione al Trattato Atlantico.

Tra i primi 25 Paesi destinatari di autorizzazioni individuali all’esportazione nel 2025, si nota che:
− il Kuwait, che nel 2024 era al 76° posto, è salito al 1° posto, in ragione di una licenza concessa per un valore di circa 2,6 mdi di Euro;
− gli Stati Uniti sono risaliti dal 12° al 3° posto;
− Germania, Francia e Regno Unito continuano a collocarsi tra i primi 6 destinatari, in linea con le tendenze dei precedenti anni;
− l’Ucraina, è passata dall’11° posto al 4° posto, con licenze per un valore pari a 349 mni di Euro, a conferma dell’impegno dell’apparato produttivo italiano verso quel Paese (giova rammentare che le forniture gestite dal Ministero della difesa non necessitano di autorizzazione UAMA (l’Unità per le Autorizzazioni dei Materiali di Armamento) e, quindi, esulano dalle statistiche riportate;
− Israele, nei dati 2025, così come accaduto nel 2024, non compare, in quanto le modalità delle operazioni militari israeliane contro i palestinesi a Gaza, hanno indotto l’Autorità nazionale UAMA a non concedere nuove autorizzazioni all’export, in base alla legge n. 185/1990.

Importazioni di armi. Lo strano caso della Svizzera al primo posto

Israele compare invece come quinto paese da cui l’Italia importa armamenti. Per quanto attiene all’import, nel 2025, il valore delle 556 autorizzazioni individuali di importazione cd. “definitive” è stato di 1.977.363.805,02 euro di cui, curiosamente, il 30,19 % proviene dalla Svizzera (da dove abbiamo importato armi per 62,2 milioni di euro), il 29,12 % proviene dagli Stati Uniti d’America, il 14,23 % dal Regno Unito, il 7,59 % dal Kuwait e il 4,30 % appunto da Israele.

Il dato non comprende le importazioni da Paesi UE/SEE, perché esse non sono soggette ad autorizzazione dell’UAMA. Per quanto riguarda le tipologie, nel 2025 la categoria “materiali” ha costituito, sia per valore complessivo sia per numero di articoli, la tipologia maggioritaria degli oggetti importati (69,65 %), seguita dai “servizi” (29,52 %), dai “ricambi” (0,78 %), e dalle “tecnologie” (0,05 %).

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Perché Trump ha intrapreso uno scontro con il Papa?

Le bordate di Trump contro Papa Prevost possono sorprendere relativamente. Non solo stanno nelle corde del personaggio ma si innestano anche in alcuni cambiamenti nel groviglio di alleanze, consensi e dissonanze su cui si è retta l’ascesa di Trump alla Casa Bianca.

Secondo l’esperto Massimo Faggioli, che ha insegnato molti anni negli Stati Uniti, per Trump “la religione viene ridotta a clava ideologica per salvare lo Stato dal declino Woke dal multiculturalismo e dalla secolarizzazione, trasformando l’eccezionalismo nazionale in un mandato divino che non ammette critiche”.

Negli anni della sua rivincita, Trump aveva infatti identificato anche i cattolici statunitensi come una base elettorale per la sua restaurazione ideologica dell’egemonia “America First” nel paese. Il suo vice-presidente Vance si era addirittura convertito al cattolicesimo nel 2019, andando in controtendenza rispetto al trend di conversioni dal cattolicesimo ad altre religioni prevalente negli USA. Ma è bene tener conto che quella negli Stati Uniti è una delle chiese cattoliche più conservatrici e reazionarie. Non a caso i rapporti erano molto tesi verso un Papa “dissonante” come Francesco.

Dentro la Chiesa Cattolica USA mentre una parte sosteneva le aperture di Papa Bergoglio, l’altra, spesso più giovane ma tradizionalista, si identificava in posizioni più conservatrici. Alcuni studiosi hanno parlato di un vero e proprio “scisma liquido”, ovvero una frattura che ha rischiato di dividere la Chiesa statunitense in due mondi che si ignorano a vicenda.

Stando all’analisi di Faggioli “il cattolicesimo conservatore che ha nutrito il trumpismo, sperando di strumentalizzarlo per la propria agenda, si trova ora nella stessa posizione delle élite europee degli anni ’20: pensavano di aver trovato il “loro” dittatore, un uomo forte da domare e usare come scudo contro il declino”.

In realtà passata la prima fase in cui l’amministrazione Trump appariva più concentrata sui problemi interni e nella lotta ideologica contro la cultura woke, l’esplosione dei conflitti in Medio Oriente, l’escalation scatenata da Israele con la “guerra sui sette fronti” e probabilmente qualche documento compromettente negli Epstein files, hanno costretto Trump a proiettarsi militarmente nella regione e in altri teatri di crisi.

“Il passaggio dal MAGA 1 (isolazionista) al MAGA 2 (interventista, bellicista e “crociato”) ha alienato anche i cattolici conservatori moderati che speravano di poter “domare” il movimento. Oggi, la politica estera statunitense è blindata da dogmi intoccabili, primo fra tutti il “sionismo cristiano” che ha fatto presa anche in alcuni settori del cattolicesimo angloamericano” afferma Faggioli in una intervista alla rivista cattolica Città Nuova.

Significativamente la repubblicana Lauren Boebert, sostenitrice di Trump ed evangelica, ha affermato che: “Ci sono solo due nazioni create per onorare Dio: Israele e gli Stati Uniti d’America”.

Ma su quale realtà sociale e culturale negli Stati Uniti si innesta lo scontro aperto da Trump con il Pontefice?

Secondo uno studio del Pew Research Center (pubblicato nel 2025 e rappresentativo degli adulti statunitensi), le affiliazioni religiose principali negli USA sono le seguenti: i Cristiani statunitensi sono il 62% della popolazione adulta (erano il 78% venti anni fa) ma tra questi i Protestanti sono il 40%, mentre i Cattolici sono scesi al 19% e le altre chiese cristiane al 3%.

Sono seguiti dall’Ebraismo praticato dal 2% della popolazione e dall’Islamismo praticato da circa 1% degli statunitensi, la stessa quota dell’1% riguarda induisti e buddisti. C’è poi una quota del 29% (quasi uno su tre) che invece o è atea o agnostica o non dichiara di appartenere ad una religione.

Dal punto di vista della composizione sociale – e dunque della loro influenza politica e ideologica – i Protestanti evangelici e i Cattolici sono diffusi in tutte le classi sociali, con maggiore presenza tra i ceti medi e operai, nelle aree rurali e del Sud.

I Protestanti storici tendono a essere più istruiti e con redditi medio-alti, prevalentemente bianchi (i famosi Wasp, White Anglo Saxon Protestant). I Protestanti neri storici hanno redditi mediamente più bassi (solo il 14% hanno un reddito familiare superiore ai 100.000 dollari).

Gli ebrei e gli induisti occupano le fasce socio-economiche più alte: circa il 65-70% ha una laurea o titolo superiore (contro il 35% della media nazionale) e oltre il 50% ha un reddito familiare oltre i 100.000 dollari. Sono prevalentemente urbani, professionali (settori tech, finanza, medicina, legge) e di classe medio-alta/alta, gli ebrei statunitensi sono quasi tutti bianchi non ispanici. Musulmani e buddisti sono gruppi più giovani (75% sotto i 50 anni), con un alta quota di immigrati (59% e 55%), istruzione e reddito sopra la media ma non ai livelli di ebrei/indù, e sono a maggiore diversità etnica.

Secondo i dati diffusi nel novembre 2025 dall’istituto di analisi e ricerca Gallup, in dieci anni la percentuale di adulti americani che considera la religione parte importante della propria vita quotidiana è scesa dal 66% al 49%. Un calo di 17 punti percentuali che colloca gli Stati Uniti tra i Paesi con la flessione più marcata a livello globale. Eppure, nel cuore di questa trasformazione, la religione continua a occupare uno spazio più rilevante nella vita degli statunitensi rispetto a molte altre economie avanzate. Se la media Ocse si attesta al 36%, gli Stati Uniti restano sopra di tredici punti a questa media dei paesi a capitalismo avanzato. In fondo gli Stati Uniti sono ancora un paese in cui i Presidenti giurano sulla Bibbia e concludono i discorsi con “Dio benedica l’America”.

Incalzato dall’attivismo e dalla conquista di posizioni di potere delle chiese protestanti evangeliche, il cattolicesimo negli USA ha conosciuto una perdita netta maggiore rispetto ad ogni altra tradizione religiosa, incluso in America Latina, anche se per ora i cattolici non sembrano essere diminuiti tra i latinos immigrati negli Stati Uniti.

Complessivamente, il 13% di tutti gli adulti statunitensi sono ex cattolici – persone che sono cresciute con la “Chiesa di Roma” ma che ora non si identificano più religiosamente oppure sono diventati protestanti o di un’altra religione.

Al contrario, solo il 2% degli adulti si sono convertiti al cattolicesimo – cioè persone che ora si identificano come cattoliche dopo essere cresciute in un’altra religione (o senza religione) – tra questi c’è il vicepresidente statunitense Vance. Questo significa che negli USA c’è un 6,5% di ex cattolici per ogni statunitense che si è convertito alla fede cattolica.

A pesare su questo regresso ci sono fattori come la diminuzione dell’influenza religiosa sulla società, la scarsità di sacerdoti e le continue rivelazioni sugli abusi sessuali del clero contro i minori e (in numerosi casi) il fatto che i loro superiori hanno coperto queste azioni.

Anche su questo è interessante un sondaggio del Pew Research Center, condotto nel gennaio 2018, il quale ha rilevato come la quota di cattolici statunitensi che davano a Francesco una nota di “eccellente” o “buono” per il suo modo di gestire lo scandalo degli abusi sessuali nella Chiesa, nel 2018 era diminuito di 10 punti rispetto ad un analogo sondaggio condotto nel 2015 (45% conto il 55%).

Il sondaggio del gennaio 2018, inoltre, ha rilevato che il disincanto verso Papa Francesco era particolarmente pronunciato tra i cattolici politicamente di destra (ossia tra coloro che si identificano con il Partito repubblicano o tendono ad esso).

Papa Bergoglio ha più volte criticato una “attitudine reazionaria molto forte e organizzata” all’interno della Chiesa cattolica statunitense, definendo “indietristi” i suoi oppositori. Dall’altra parte, cardinali influenti come Raymond Leo Burke hanno accusato il Papa di aver immerso la Chiesa in un “eterno presente” tra ideologia e marketing, lontano dalla dottrina tradizionale.

Indubbiamente la Chiesa Cattolica negli USA è stata oggetto di un combinato disposto di controversie e contraddizioni sulle quali hanno agito sia chi ha preso le distanze dalla religione, sia i gruppi religiosi concorrenti, in particolari le chiese – o sette – evangeliche protestanti e l’ebraismo, i quali non hanno esitato a far convergere le proprie forze e non hanno lesinato attacchi e critiche alla Chiesa Cattolica e al Vaticano e che ispirano fortemente una buona parte della base sociale MAGA negli USA.

In particolare va segnalato il crescente connubio tra sionismo e chiese evangeliche. Ad esempio i Christians United for Israel, che hanno circa dieci milioni di iscritti negli Stati Uniti, hanno messo a disposizione ingenti somme per finanziare in Israele insediamenti illegali e progetti di espansione sionisti nei Territori Palestinesi occupati. Insieme ad altri gruppi millenaristi, costituiscono l’ampio movimento dei cristiani evangelici negli Stati Uniti. Secondo una indagine condotto dal giornale New Yorker questi ultimi rappresentano il 14% della popolazione statunitense.

Emblematico di questa contraddizione è anche quanto avviene nell’altro gigante dell’emisfero americano: il Brasile.

Il Brasile, è stato a lungo considerato il più grande baluardo del cattolicesimo al mondo, ma anche qui si assiste ad un rapido cambiamento delle appartenenze religiose della sua popolazione. Secondo i dati del censimento del 2022 pubblicati dall’Istituto Brasiliano di Geografia e Statistica (IBGE), la percentuale di cattolici romani è scesa al 56,7% della popolazione, rispetto al 65,1% del 2010. In termini assoluti, ciò rappresenta un calo di oltre cinque milioni di fedeli in dodici anni, con il numero totale che scende da 105,4 milioni a 100,2 milioni.

Allo stesso tempo, sono le chiese evangeliche (che appoggiarono massicciamente Bolsonaro, ndr) a continuare la loro ascesa. Nel 2022 contavano 47,4 milioni di seguaci, pari al 26,9% della popolazione brasiliana, rispetto al 21,6% del 2010. Questo aumento di dodici milioni di seguaci rappresenta il più grande incremento mai registrato dagli evangelici nel Paese.

Per la Chiesa Cattolica sia negli Stati Uniti che in America Latina non sono stati e non saranno anni facili.

Il recente documento strategico sulla Sicurezza Nazionale Usa ha affermato esplicitamente l’obiettivo statunitense di voler riprendere l’egemonia su tutto l’emisfero occidentale: dall’Alaska alla Terra del Fuoco.

Se i sionisti e le chiese evangeliche sono già alleati di Trump, i cattolici vanno cooptati o normalizzati, per amore o per forza. Un Papa che si mette di traverso sulla politica estera è un ostacolo che Trump vorrebbe rimuovere, ma farlo a colpi di post strampalati su X potrebbe non funzionare.

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Meta accusata di monetizzare le piattaforme estremiste israeliane

Un nuovo rapporto del gruppo palestinese per i diritti digitali 7amleh accusa Meta di gestire un sistema a due livelli che monetizza l’incitamento alla violenza da parte dei coloni israeliani. Un sistema che esclude sistematicamente i palestinesi dagli stessi strumenti social generatori di reddito.

Il rapporto, pubblicato lunedì, rivela come Meta permetta a pagine israeliane di estrema destra, account affiliati ai coloni e media estremisti di generare entrate attraverso le sue piattaforme, anche mentre pubblicano contenuti violenti e razzisti contro i palestinesi.

Nadim Nashif, CEO e cofondatore di 7amleh, ha detto a The New Arab che Meta sta “permettendo contenuti violenti che violano i propri standard comunitari, incentivando i proprietari delle pagine a continuare a creare contenuti razzisti e violenti dando loro soldi per tali contenuti”

Il cofondatore di 7amleh ha denunciato che il colosso dei social media sta di fatto trasformando ciò che dovrebbe essere vietato in un modello di business redditizio per i suoi autori.

Il rapporto documenta decine di pagine israeliane di destra che beneficiano degli schemi di monetizzazione di Meta, che permettono agli utenti di generare entrate dai contenuti che producono e condividono.

Le piattaforme ne includono alcune direttamente collegate al movimento dei coloni e alla promozione di espansioni illegali degli insediamenti e attacchi contro i palestinesi nella Cisgiordania occupata.

Tra questi c’è la pagina Hilltop Youth, che rappresenta un gruppo organizzato di coloni israeliani estremisti che abitano avamposti illegali e che hanno frequentemente partecipato agli sfratti di palestinesi dalle loro terre.

Un’altra è la pagina di Yeshurun Bartov, un colono israeliano che vive nell’insediamento di Mevo Dotan nella zona di Jenin, che promuove la sua agenzia turistica che offre tour alle sorgenti d’acqua in Cisgiordania e ha più di 10.000 follower su Facebook.

“Questo è il tipo di contenuto che viene monetizzato e promosso da Meta, senza fare domande”, osserva Nashif.

Altre pagine monetizzate hanno affiliazioni con figure pubbliche di estrema destra.

Un esempio di rilievo è la pagina di Yoav Eliasi, noto come “L’Ombra”: un rapper israeliano che usa la sua piattaforma per promuovere messaggi politici violenti e immagini disumanizzanti dei palestinesi.

Il rapporto osserva inoltre che altri beneficiari dei programmi di monetizzazione di Meta includono agenzie governative israeliane, che non dovrebbero essere idonee alla monetizzazione secondo le politiche della piattaforma.

Questo panorama della monetizzazione si trova in un contesto di violenza crescente e di radici sempre più profonde negli insediamenti.

Gli attacchi dei coloni in Cisgiordania sono aumentati dalla guerra contro Gaza, e in particolare durante la guerra tra Stati Uniti e Israele contro l’Iran.

L’espansione degli insediamenti e degli avamposti su terre palestinesi si è accelerata negli ultimi due anni, con 41 nuovi insediamenti approvati o legalizzati solo nel 2025 e almeno 44 comunità palestinesi sfollate quell’anno, colpendo più di 2.900 palestinesi.

“I palestinesi sono stati trattati in modo discriminatorio, in modo oppressivo, fin dall’inizio di Meta”, afferma Nashif, sottolineando che Nashville, conosciuta anche come il Centro Arabo per il Progresso dei Social Media, documenta tali violazioni da oltre un decennio, in particolare il silenziamento delle narrazioni e delle reti mediatiche palestinesi.

Nashif osserva inoltre che i contenuti ebraici hanno iniziato a essere sistematicamente soggetti a moderazione solo a settembre 2023, mentre l’arabo è stato moderato da più di un decennio.

Di conseguenza, sostiene, le persone in “Israele” si sono abituate a vedere il discorso violento come parte dei loro feed quotidiani e, come mostra il nuovo rapporto, alcuni ora vengono anche pagati per esso.

I contenuti palestinesi esclusi dagli schemi di monetizzazione

Al contrario, 7amleh sottolinea che i palestinesi sia nella Cisgiordania occupata che nella Striscia di Gaza assediata sono sistematicamente esclusi dagli stessi schemi di monetizzazione basandosi esclusivamente sulla loro posizione geografica.

Ciò significa che ai contenuti prodotti da giornalisti, creatori, media palestinesi e organizzazioni della società civile è negato “strutturalmente l’accesso agli strumenti economici disponibili ad altri, anche quando il loro contenuto è professionale e conforme alle politiche” di Meta. 

L’organizzazione denuncia che ciò riflette un modello più ampio di “pratiche sproporzionate di moderazione dei contenuti rivolte ai contenuti palestinesi”, che si è intensificato durante il genocidio a Gaza, con resoconti che documentano eventi che hanno subito rimozioni, sospensioni e censura algoritmica.

Il rapporto conclude che le politiche di Meta “creano un sistema duplice: da un lato, la partecipazione digitale ed economica palestinese è soppressa; dall’altro, le pagine che promuovono attività di insediamento, violenza e incitamento contro i palestinesi sono ricompensate finanziariamente”

Parlando con The New Arab, Nashif è stato diretto su ciò che deve cambiare: “Meta deve occuparsi di tutti i creatori di contenuti e media che usano uno standard: vogliamo smettere con il doppio standard di gestire la monetizzazione in base alla loro etnia. Assumiti la responsabilità, non mandare loro soldi”.

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Anche il Consiglio Superiore della Magistratura boccia il decreto sicurezza

Il Consiglio superiore della magistratura ha espresso un giudizio pesantemente critico sull’ultimo decreto sicurezza del governo Meloni. Nel parere approvato a maggioranza dal plenum – 15 voti favorevoli, 7 contrari e 5 astenuti – il Csm segnala che il provvedimento si colloca su un terreno “costituzionalmente molto sensibile” e presenta profili problematici anche rispetto all’articolo 5 della Convenzione europea dei diritti dell’uomo, quello che tutela libertà personale e sicurezza.

Tradotto: una parte rilevante della magistratura ritiene che il decreto, così com’è scritto, esponga seri dubbi di compatibilità con i principi fondamentali dell’ordinamento.

Il passaggio più netto riguarda il nuovo fermo preventivo introdotto dal governo. La norma consente di accompagnare in questura e trattenere fino a 12 ore persone presenti in occasione di manifestazioni pubbliche sulla base di un semplice “stato di fatto”, cioè di un sospetto di possibile pericolosità.

Per il Csm questa misura incide sul “nucleo essenziale di alcune libertà fondamentali del singolo” e attribuisce alla polizia margini eccessivamente discrezionali. Non solo: il testo non prevede neppure un obbligo chiaro di verbalizzazione del fermo, con il rischio concreto di provvedimenti immotivati e difficilmente contestabili.

È il cuore del problema politico e giuridico del decreto: la libertà personale può essere compressa non per un fatto commesso, ma per una valutazione preventiva dell’autorità di pubblica sicurezza.

Sicurezza come amministrazione del sospetto

Il parere del Csm mette in luce un processo più ampio. Negli ultimi anni la sicurezza è stata progressivamente spostata dal terreno del diritto penale a quello del controllo amministrativo.

Daspo urbani, fogli di via, zone rosse, divieti di accesso, obblighi di firma, sanzioni pecuniarie elevate: strumenti formalmente meno gravi di una condanna penale, ma spesso più rapidi, più discrezionali e con minori garanzie difensive.

È quella che molti giuristi definiscono amministrativizzazione della sicurezza: si limitano diritti fondamentali attraverso atti prefettizi, questorili o di polizia, senza il filtro pieno di un giudice. Il decreto sicurezza si inserisce perfettamente in questa linea e la rafforza.

Il diritto di manifestare sotto pressione

Uno dei bersagli principali del provvedimento resta il diritto di manifestare. Le nuove norme prevedono sanzioni molto pesanti per i promotori di cortei o iniziative non preavvisate, oppure per semplici deviazioni di percorso rispetto agli itinerari autorizzati. In alcuni casi si arriva fino a 10 mila euro di multa. Il risultato concreto è evidente: rendere la protesta economicamente rischiosa e scoraggiare l’organizzazione spontanea di mobilitazioni.

Si aggiungono poi divieti di accesso a determinate aree urbane e restrizioni individuali fondate anche su semplici denunce pregresse. In questo modo la partecipazione a manifestazioni può diventare essa stessa indice di “pericolosità sociale”. Il passaggio è delicato: non si puniscono solo comportamenti specifici, ma si colpisce la presenza nello spazio pubblico e la partecipazione al conflitto sociale.

Anche la forma è contestata

Oltre al merito, restano forti dubbi anche sul metodo scelto dal governo: ancora una volta il ricorso al decreto-legge in assenza di reali presupposti di necessità e urgenza.

Il provvedimento era stato annunciato settimane prima dell’adozione formale e contiene una molteplicità di norme eterogenee. Un uso della decretazione d’urgenza sempre più ordinario, che comprime il dibattito parlamentare e accentua la verticalizzazione del potere esecutivo. Anche su questo il segnale istituzionale è chiaro: la forzatura non riguarda solo i contenuti, ma il modo stesso in cui vengono imposte nuove restrizioni.

Un decreto contro i diritti

Il punto è chiaro: questo decreto non serve a combattere emergenze reali, serve a rafforzare il potere dell’esecutivo e restringere gli spazi di libertà.

Introduce fermi basati sul sospetto, amplia la discrezionalità della polizia, moltiplica sanzioni economiche contro chi manifesta, consegna a prefetti e questori strumenti sempre più invasivi. Si colpisce il dissenso senza passare da un processo, si limita la libertà personale senza reato, si scoraggia la protesta rendendola costosa e rischiosa. Il parere del Csm lo dice con prudenza istituzionale. Ma il dato politico è netto: si sta costruendo un modello in cui i diritti restano scritti sulla carta e vengono svuotati nella pratica. Non è sicurezza. È repressione legalizzata.

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