Presentazione


Analisi, opinioni, fatti e (più di rado) arte da una prospettiva di classe.

08/02/2026

Le radici della russofobia occidentale svelate da un nostalgico della ostpolitik

di Carlo Formenti

Hauke Ritz è un giovane (Kiel 1975) filosofo tedesco che si occupa di relazioni fra Europa e Russia (ha insegnato, fra le altre, all'Università Statale di Mosca) e, più in generale, del conflitto Est-Ovest. Il suo Perché l'Occidente odia la Russia? (appena uscito per i tipi di Fazi) è, assieme alla Sconfitta dell'Occidente di Emmanuel Todd (ancora Fazi), uno dei libri più interessanti che mi sia capitato di leggere sul tema (del resto hanno pochi concorrenti, visto che la cultura europea sforna propaganda più che ragionare). La sua analisi è articolata, complessa, a tratti convincente ma presenta anche limiti, contraddizioni e illusioni utopistiche. Per esporne le linee essenziali, organizzerò l'argomentazione in sei sezioni, nelle quali tratterò, fra gli altri temi: similitudini e differenze fra cultura e storia russa e cultura e storia europea (con particolare attenzione al permanere dell'influenza sovietica sulla Russia contemporanea); differenze radicali fra Usa ed Europa, mascherate dal costrutto artificiale del cosiddetto "Occidente collettivo"; la perdita di memoria storica che ha favorito l'americanizzazione di intellettuali, politici e media europei; filosofia neocons e miti fondativi americani; la guerra fredda culturale e i successi del soft power Usa; la Ostpolitik come modello utopistico di un'Europa sovrana e indipendente, capace di assumere il ruolo di mediatore dei conflitti globali.

I.

Non è possibile capire i motivi dell’odio antirusso, argomenta Ritz, se non si tiene conto del fatto che l’Occidente che nutre tale sentimento è un’entità geopolitica storicamente recente, nata dopo la Seconda guerra mondiale e frutto della rimozione delle differenze di civiltà fra Stari Uniti ed Europa. È vero che i primi hanno origini europee, ma è altrettanto vero che, fin dalle origini, ne hanno preso le distanze, costruendo la propria identità sul rifiuto di una civiltà e di una cultura che li aveva espulsi, sia perché ne perseguitava le idee religiose (sette protestanti) , sia perché opprimeva certe minoranze etniche (irlandesi, ebrei, ecc.), sia perché marginalizzava certi gruppi sociali. I primi coloni paragonavano questo esodo di massa a quello degli Ebrei dall’Egitto, e lo interpretavano come la fondazione di una nuova Terra Promessa, un'impresa messianica che avrebbe cambiato il mondo intero, Europa compresa. Questo mito si è progressivamente secolarizzato, trasformandosi in religione laica della democrazia liberale (identificata con il peculiare modello che tale sistema ha assunto oltreoceano), non ha tuttavia rinunciato alla convinzione di agire al servizio dell’umanità, di essere dalla parte del bene che lotta contro l’altrui male: “l'America è grande perché è buona” ebbe a dire Hillary Clinton in campagna elettorale. Una visione, scrive Ritz “che rende ancora oggi molti americani ciechi di fronte al livello di violenza della politica estera del loro Paese”.

Come è stato possibile che la tradizione illuminista e razionalista della civiltà europea abbia progressivamente rinnegato la propria differenza da questa mitologia, ingenua e aggressiva ad un tempo? La tragedia dell’Europa, secondo Ritz, inizia con lo scoppio della Prima guerra mondiale, ma soprattutto diventa irreversibile con la pace di Versailles che, con la sua cieca volontà punitiva nei confronti della Germania, ha creato i presupposti della Seconda guerra mondiale, come previsto da Keynes. La sconfitta della Germania nazista, un mostro suscitato dalla cecità delle scelte appena esposte, è stata possibile solo grazie dal concorso degli eserciti americano e sovietico, eppure il contributo dell’Unione Sovietica è stato immediatamente ridimensionato e oggi si cerca di cancellarne persino la memoria. La Germania, in particolare, sembra avere dimenticato di avere condotto una guerra coloniale di annientamento per decimare la popolazione sovietica e asservire i sopravvissuti (e oggi dimentica di dover ringraziare l’URSS per la propria riunificazione). Nella stagione della lunga guerra civile europea, come alcuni hanno definito le due guerre mondiali, e nel corso delle guerre coloniali di conquista in Asia e Africa, le potenze imperiali del Vecchio Continente erano lucidamente – e cinicamente – consapevoli di agire come colonizzatori, di lottare cioè per acquisire il monopolio di determinate risorse naturali e umane (“il fardello dell’uomo bianco” evocato da Kipling era una mera copertura ideologica). Viceversa, l’imperialismo americano che ne prende il posto, dopo averle salvate, è convinto di espandersi al servizio della libertà, per cui la fine della Seconda guerra mondiale coincide con l’inizio della Guerra Fredda e con il progetto di estendere il dominio occidentale (identificato col dominio statunitense) sull’intero continente eurasiatico.

Gli europei non capiscono subito – o fingono di non capire – che cosa implica anche per loro l’accettazione di una cultura liberale d’impronta americana che avrebbe plasmato lo sviluppo globale, occidentalizzato il mondo e imposto un’unica concezione di modernità. Se lo avessero capito, secondo Ritz, si sarebbero resi conto che non era troppo tardi per imboccare la via della coesistenza pacifica, invece di quella della Guerra Fredda. Ma la paura dell’Unione Sovietica era troppo forte, per cui si sono allineati alla paura ancora maggiore che gli Stati Uniti provavano nei confronti di quella minaccia.

La paura americana era più forte a causa della peculiare natura di un sistema politico solo apparentemente simile a quello delle democrazie europee: ciò che è determinante negli Stati Uniti, scrive Ritz, è infatti l’influenza che potenti gruppi di interesse, riconducibili a ristretti gruppi di singole persone e famiglie molto ricche, esercitano sul processo decisionale. In America, la ricchezza va di pari passo con il potere politico, per cui la libertà da proteggere è quella dei super ricchi e delle loro reti sociali. Ecco perché la minaccia comunista (che dopo la Seconda guerra mondiale si è aggravata con la rivoluzione cinese) è, per l’oligarchia americana ancor più che per le élite borghesi europee, una minaccia esistenziale. Per questo il “fronte culturale” della Guerra Fredda non ha diviso solo Occidente e Sistema Socialista, ma anche Stati Uniti ed Europa.

II:

Secondo Ritz, la Guerra Fredda culturale, ovvero l'irresistibile – fino alla recente crisi che lo ha ridimensionato – fascino che il soft power Usa esercita sul resto del mondo, è stato il fattore che più d’ogni altro ha determinato il crollo del Muro e del sistema socialista. Personalmente, ritengo che questa tesi sottovaluti altri elementi. Ritengo inoltre che sia più fondata nel caso del processo di americanizzazione dell'Europa Occidentale, piuttosto che nel caso della guerra culturale contro i Paesi socialisti. Per questo motivo discuterò prima il processo di americanizzazione dell’Europa occidentale (decisivo per capire come gli Usa sono riusciti ad arruolare l’Europa nella crociata antirussa), poi, nell’ultima parte dell’articolo, l’attacco alla Russia e la sua reazione.

Sono sempre stato refrattario alle teorie complottiste, per cui non credo che la progressiva neutralizzazione, non solo dei partiti e delle organizzazioni comuniste, ma anche delle velleità riformiste delle socialdemocrazie nell’Europa Occidentale, siano da attribuire esclusivamente ai diabolici piani e all’azione coordinata di think tank, servizi, media e governi d’oltreoceano. Ciò detto, e aggiunto che sono convinto che la dissoluzione della cultura europea di sinistra non sarebbe avvenuta in assenza di precise cause socioeconomiche e politico–culturali endogene, confesso di essere rimasto impressionato dalla quantità e dalla rilevanza dei dati che il libro di Ritz offre in merito allo sforzo americano di indurre una profonda trasformazione della cultura e della civiltà europee occidentali. La penetrazione in Europa delle idee, dei valori etici, dei concetti teorici, delle visioni del mondo e delle aspettative individuali che caratterizzano la civiltà nordamericana è stata promossa con uno schieramento impressionante di mezzi: fondazioni, riviste, convegni, scambi interuniversitari, media, ong, il tutto con finanziamenti colossali da parte della CIA e altri servizi , oltre che dei colossi dell’economia e della finanza. Da alcuni documenti, oggi desecretati, emergono in particolare due obiettivi: scommettere sulle giovani generazioni per diffondere un’immagine positiva della cultura e della civiltà americane, costruire una sinistra non marxista. Al primo contribuiscono potentemente i prodotti dell’industria culturale (film, tv, musica ecc.) e le mode, al secondo i principi e i valori libertari della New Left, che scalzano progressivamente l'influenza comunista e ispirano i nuovi movimenti europei a partire dal 1968.

Autori come Boltanski e Chiapello (1) hanno descritto, ancora meglio di Ritz, il divorzio fra critica sociale e critica di tutte le forme di autoritarismo (che evolvono in critica dell’autorità in quanto tale) che caratterizza i movimenti post sessantottini. L’attenzione si sposta progressivamente dal conflitto di classe al conflitto di genere, al conflitto fra uomo e natura, alla critica della morale cattolica che limita la libertà sessuale cristallizzando ruoli e identità, preparando la grande mutazione che culminerà nel nuovo millennio con la nascita della sinistra “woke”.

Ancora più spettacolari i cambiamenti in campo filosofico-accademico e ideologico-politico. In Francia Sartre viene rimpiazzato dai vari Glucksmann, Henry Levy, Deleuze, Guattari mentre Foucault diventa, assai più di Marx, il punto di riferimento obbligato di ogni riflessione critica. Hegel, sul quale le femministe invitano a sputare (2), lascia il posto a Nietzsche, un pensatore di destra che, benché odiasse i ceti inferiori e i socialisti ed inneggiasse all’antichità classica e ai suoi valori elitari e razzisti, viene reinterpretato dallo stesso Foucault e dai teorici del pensiero debole (3) come il nuovo maestro della sinistra filosofica: non a caso, Adorno e Lukács vedono in questa svolta i sintomi della distruzione della ragione (4). La fine dei grand récit teorizzata da Lyotard (5) inaugura, assieme al pensiero decostruzionista che rimbalza fra le università americane e francesi, la stagione che decreta, dopo la morte di Dio, la morte della verità, degradata a opinione.

Parallelamente a questi processi culturali, avanzano quelli ideologici. Assumendo il concetto di totalitarismo di Hannah Arendt (6) (che avvia il processo di progressiva identificazione fra fascismo e comunismo, sancito dalla recente, infame delibera del Parlamento europeo) i partiti europei di sinistra cercano legittimazione nella presa di distanza dal socialismo reale (vedi Berlinguer sull'esaurimento della spinta propulsiva della Rivoluzione d’Ottobre e sulla garanzia di sicurezza offerta dall’ombrello della Nato). E ancora più dure nei confronti dell’URSS appaiono le prese di posizione della sinistre radicali, a partire dai movimenti operaisti e post operaisti che si ispirano alle teorie di Antonio Negri. La sintesi finale ed estrema di questi mutamenti è la parabola dei Verdi tedeschi, partiti come movimento ecologista e approdati a posizioni liberal fasciste in politica estera (7). Tutto ciò, osserva Ritz, è stato possibile solo oscurando l’effetto della Rivoluzione d’Ottobre sul mondo capitalistico stesso, rimuovendo cioè sia il fatto che la mera esistenza dell’URSS aveva costretto i Paesi occidentali a pacificare i conflitti di classe attraverso le politiche sociali, sia il supporto sovietico ai movimenti di liberazione del Terzo Mondo.

Queste regressioni sono soprattutto il prodotto della guerra fredda culturale, come sembra ritenere Ritz? Non credo: chi scrive al pari di tantissimi altri, si è impegnato per anni ad analizzare, da un lato, le contraddizioni socioeconomiche generate dal processo di unificazione europea, dall’altro, gli effetti dei processi di ristrutturazione tecnologica e organizzativa e del decentramento produttivo che hanno disarticolato la composizione di classe e distrutto i rapporti di forza degli strati popolari europei, assieme alle scelte delle organizzazioni tradizionali che, dopo avere a lungo rappresentato gli interessi di tali strati, hanno cercato nuovi referenti elettorali negli strati superiori delle classi medie, concentrati nei maggiori centri metropolitani (8). È tuttavia innegabile che tali scelte siano ampiamente ispirate ai modelli ideologici e culturali elaborati dalle sinistre liberal americane (il caso dei Dem italiani è paradigmatico). Così come è innegabile che l’adesione a tale modello ha comportato la perdita pressoché totale di un orizzonte storico. Accettando l’annuncio di “fine della storia” (9), la cultura europea ha accettato di ridursi a ricerca di stili di vita e differenze personali (do you remember lo slogan “il personale è politico”?) e di sfumature estetiche in un mondo occidentale sempre più uniforme. Ma questo esito conclusivo è stato preceduto e accompagnato dalla radicalizzazione del disegno americano di egemonia globale, che ha fatto seguito al crollo dell’URSS. Un disegno che ha ricevuto la propria espressione più coerente nella filosofia neocons.

III.

Per spiegare fino a che punto l’URSS era considerata dagli Usa una minaccia esistenziale, Ritz cita quei piani militari americani del secondo dopoguerra che non escludevano, per impedire che l’Unione Sovietica ascendesse al rango di superpotenza concorrente, il ricorso a una guerra nucleare preventiva e aggiunge che analoghi piani rimasero in vigore perlomeno fino alla crisi dei missili cubani dei primi anni Sessanta, allorché si prese atto che l’URSS era sua volta dotata di un poderoso deterrente atomico (per inciso, andrebbe aggiunto che il progetto era condiviso da quel criminale di guerra (10) che fu Churchill, così come andrebbe aggiungo che, durante la Guerra di Corea, il generale Mc Arthur chiese a Truman, senza ottenerlo, il permesso di usare le atomiche contro la Cina comunista).

Trent’anni dopo, il famigerato consigliere per la sicurezza militare di Carter, il polacco naturalizzato americano Zbigniew Brzezinski, anticipava la visione neocons della geopolitica come gioco a somma zero, rilanciando l’obiettivo di impedire la comparsa di un rivale in grado di competere alla pari con gli Stati Uniti. È a lui, fra gli altri, che risale il progetto di usare l’Ucraina (e la Georgia) come strumento per indebolire la Russia e come testa di ponte per appropriarsi delle enormi risorse naturali dell’Asia Centrale.

Quanto al ruolo dell’Europa in questo grande gioco geopolitico per il controllo del continente eurasiatico, scrive Ritz, l’appoggio Usa alla nascita della Ue e al suo successivo allargamento a Est era funzionale all’espansione della Nato e alla trasformazione economica degli ex Paesi socialisti dell’Europa Orientale. Gli Usa contavano sul fatto che l’allargamento avrebbe frenato, se non reso impossibile, la nascita di una sovranità europea autonoma e acquisito alleati anticomunisti e antirussi da sfruttare come testa di ponte per destabilizzare una Russia in crisi dopo il crollo del sistema socialista.

La filosofia neocons, refrattaria alla diplomazia e al compromesso, che considera segni di debolezza e di riduzione del potere e dell’autorità, ispira gli slogan dell’immediato dopo Guerra Fredda: fine della storia, nuovo ordine mondiale, momento unipolare, nuovo secolo americano; ma soprattutto interpreta come una vittoria irreversibile il crollo dell’URSS, finendo per ripetere gli errori commessi da Francia e Inghilterra con la pace di Versailles del 1919. Molti “esperti” occidentali davano per scontato che la Russia, ormai esclusa dal novero delle potenze globali, sarebbe decaduta a livello di semicolonia come i Paesi dell’America Latina. Per gli Usa si apriva dunque una nuova frontiera paragonabile all’Ovest ottocentesco, un “Oriente selvaggio” in cui sarebbe stato possibile spostare sempre più a Est il confine. A partire dalla guerra jugoslava le guerre preventive senza mandato Onu divengono la regola: gli Stati Uniti rivendicano per sé i ruoli di legislatore globale, accusatore globale, giudice globale, poliziotto globale (11). Con il ritiro dal trattato antimissili balistici nel 2001, si riaffaccia lo spettro del progetto di sferrare un primo colpo nucleare contro una Russia privata della sua capacità di deterrenza (due decenni dopo, l’entrata in funzione dei missili ipersonici russi imporrà un duro risveglio a coloro che avevano accarezzato tale sogno).

Assieme al tasso di aggressività sui teatri di guerra globali, crescono le richieste nei confronti degli alleati europei di fedeltà e partecipazione attiva a ogni nuova impresa imperiale. E il prezzo economico e di immagine di tali pretese aumenta a mano a mano che le “vittorie” si rovesciano in sconfitte, vale a dire a mano a mano che i processi paralleli di finanziarizzazione e deindustrializzazione, al pari dell’aumento illimitato del debito, sia pubblico che privato, che si basa sulla presunta inscalfibilità del signoraggio del dollaro, rivelano l’altra faccia della medaglia, aumentando le disuguaglianze e i conflitti sociali, favorendo l’ascesa della Cina e la nascita dello schieramento antimperialista dei Brics, mentre l’inattesa ripresa economica e politico-militare della Russia sbarra l’accesso alle risorse dell’Asia Centrale. È a questo punto che la strategia neocons si converte in politica del caos, favorendo rivoluzioni arancione, primavere arabe (12) e tentativi di regime change a ripetizione, a prescindere dalle conseguenze disastrose che puntualmente accompagnano simili eventi. Così l’odio antirusso, mai sopito nemmeno dopo la caduta del socialismo, aumenta ulteriormente.

Prima di analizzare come il bersaglio di tanto livore reagisce alla sfida, occorre porsi un’altra domanda: come e perché, ammesso che la sua civiltà e la sua cultura differiscano da quelle americane, l’Europa si è lasciata trascinare in questa direzione priva di sbocco?

IV.

Nel titolo definisco Hauke Ritz come un nostalgico della Ostpolitik. Del resto è lui stesso a legittimare tale definizione laddove afferma che, dopo il 1989, l’Europa ha avuto un’occasione unica per realizzare la promessa di un’Europa unica da Lisbona a Vladivostok, latrice di pace e democrazia. Il nostro fonda tale utopia retrospettiva su due considerazioni: da un lato, cita l’elenco di leader politici tedeschi, da Brandt a Schroeder passando per Schmidt e Kohl, che hanno sognato di creare un rapporto di collaborazione e scambio pacifici con la Russia, attraverso quella che è stata appunto definita la Ostpolitik; dall’altro lato, sostiene che, per quasi vent’anni, la diplomazia estera russa ha teso la mano al’Occidente. Ad onta del devastante impatto socioeconomico della shock terapy liberista, argomenta Ritz, le élite postsovietiche sembravano avere riscoperto le tradizionali aspirazioni russe (rimuovendo le altrettanto tradizionali ragioni di conflitto, di cui ci occuperemo più avanti) a vedere riconosciuta la propria appartenenza al concerto delle nazioni europee, tanto che si arrivò a ipotizzare l’ingresso (che Washington non avrebbe mai permesso!) di Mosca nella Nato.

Non solo questa eventualità non si è mai realizzata ma, con la fine della stagione della Ostpolitik, coincisa con l’ascesa al potere della Merkel, le relazioni russo tedesche sono progressivamente peggiorate, in sintonia con le esigenze americane di sfruttare il momento di debolezza della Russia per ridurla a semicolonia dell’Occidente. La svolta è stata così radicale che la Germania non ha di fatto reagito di fronte all’attentato al gasdotto del Baltico (che pure ne ha gravemente danneggiato gli interessi), mentre la Merkel ha ammesso pubblicamente (al pari di Hollande) che gli accordi di Minsk sono serviti solo a guadagnare tempo per armare l’Ucraina, ha cioè ammesso che l’Europa si è posta al servizio del vecchio progetto americano di Brzezinski e dei neocons che mira a strappare l’Ucraina all’area di influenza russa per usarla come testa di ponte per penetrare in Asia Centrale. In altre parole: Ritz sostiene che la caduta del socialismo sovietico ha determinato, nel contempo, anche la caduta delle socialdemocrazie europee, sgombrando così il campo dagli ultimi ostacoli al progetto di americanizzazione e conversione al neoliberalismo dell’Europa.

In quale misura i rapporti di forza fra le due sponde dell’Atlantico fossero sbilanciati a favore degli Usa era del resto già chiaro negli anni Novanta, allorché gli europei non furono minimamente coinvolti nello sviluppo delle nuove tecnologie digitali, totalmente monopolizzate dalle industrie americane di un settore strategico sia dal punto di vista economico che dal punto di vista politico-militare. Dopo una breve e timida resistenza europea, la capitolazione è apparsa totale. Mi è parso che, nell’analizzare le ragioni di tale resa, Ritz dia un peso insufficiente ad alcuni fattori essenziali: dalla massiccia presenza di basi e truppe americane sul territorio europeo, al pesante condizionamento dell’economia del Vecchio Continente da parte di una finanza globale caratterizzata dal signoraggio del dollaro. Mi pare che dia al contrario peso eccessivo a fattori ideologici e sovrastrutturali: per esempio, scrive che era arrivata al potere una generazione di politici cresciuti senza principi né valori ideologici, che si sentono responsabili solo della propria carriera, una generazione priva di solide competenze culturali, “che si fa spiegare il mondo dalla tv e dai giornali”. Sottoscrivo, ma resta da spiegare come è perché questa banda di politici europei incompetenti, corrotti e mediocri sia potuta giungere al potere. Ritz associa tutto ciò soprattutto agli effetti che la Guerra Fredda culturale ha avuto anche nei nostri Paesi (vedi paragrafo II) ma, come ho già detto, mancano all’appello i fattori più direttamente connessi alle trasformazioni socioeconomiche e della composizione di classe. In questa sede non intendo approfondire tale aspetto, per cui passo ad occuparmi di quella che considero la maggiore debolezza del libro di Ritz, vale a dire il sogno di un “risveglio” europeo che cambi le regole del gioco geopolitico globale.

V.

È possibile pensare a un’Europa che rilegga criticamente il proprio passato, sopravviva alla crisi dell’Occidente e si reinventi come civiltà? Questo l’interrogativo con cui Ritz introduce il suo sogno di un mondo pacificato sotto l’egida di una rianimata cultura europea. Se fosse coerente con tutti gli argomenti da lui stesso esposti, dovrebbe rispondere con un sonoro no. Ma le vie dell’idealismo culturalista sono infinite: basta rimuovere tutti gli ostacoli materiali (interessi economici, rapporti di forza fra le classi, sottomissione a un “alleato” che dispone di un soverchiante potere militare e può affossare la tua economia perché detiene il monopolio della moneta che domina lo scambio globale ecc.) dopodiché, nel mondo della storia intesa come storia delle idee, tutto diventa possibile.

Ecco quindi che il no diventa un sì, a condizione, argomenta Ritz, che l’Europa rivendichi il proprio universalismo. Certo la civiltà e la cultura americane si presentano come l’ultima incarnazione dell’universalismo europeo, ma la verità è che il loro universalismo si fonda sulla narrazione mitico-religiosa del presunto destino che affida all’America la missione di esportare il bene (ciò che l’America considera il bene) in tutto il mondo, con le buone o con le cattive. Niente a che vedere con l’universalismo europeo che è figlio dell’illuminismo, ma soprattutto della rinuncia, sancita dalla pace di Vestfalia, di imporre alle altre nazioni i propri valori e i propri principi. Ma già qui Ritz inciampa: sottovaluta cioè il fatto che la rinuncia in questione valeva esclusivamente per i rapporti fra Paesi europei, laddove le conquiste coloniali europee sono state il frutto della violenza e della sopraffazione, rese possibili non dalla superiore civiltà europea, bensì dalla sua maggiore efficienza tecnico militare. Sorvola poi sul fatto che i crimini contro l’umanità commessi dall’imperialismo europeo in tutte le sue varianti (Inglese, Francese, Spagnolo, Italiano, Belga, ecc.) non hanno nulla da invidiare a quelli della Germania nazista (13). Ciò che conta, scrive, è che “solo gli europei sono stati capaci di unire in una storia universale tutte le culture e si sono eletti a rappresentanti di tutta l’umanità”. Peccato che quella storia sia divenuta “universale” negando le storie altrui (spesso ben più antiche della nostra) e che quella auto elezione a rappresentati dell’umanità intera sia ormai rifiutata dalla schiacciante maggioranza dell’umanità.

Che dire infine della Cina? I Cinesi, risponde Ritz, erano sì consapevoli di essere portatori di una civiltà più antica – nonché economicamente più ricca e tecnicamente più sviluppata dell’Europa fino alla fine del XVIII secolo (14) – ma “non pensavano di essere portatori di una verità universale” perché “non erano cristiani”. Affermazione, che ha il merito di ribadire che cristianesimo e universalismo fanno rima con eurocentrismo, per cui nessun “ripensamento critico” indurrà l’Europa a rinunciare al proprio mal riposto senso di superiorità, nemmeno se ridotta a semicolonia americana, nemmeno se declassata a comparsa del grande gioco che oppone Usa, Russia e Cina.

Liquidata l’utopia di Ritz, il suo sogno di un’Europa che, liberandosi degli Usa e delle proprie velleità imperialiste, potrebbe fungere da mediatore globale, svolgendo il ruolo di una specie di “grande Svizzera”, mi avvio a concludere esponendo quelli che considero i suoi argomenti più convincenti, contenuti nella parte finale del libro, laddove spiega perché la Russia è indissociabile da un’eredità civile, culturale, religiosa e politica che la condannano a essere il bersaglio dell’inestinguibile odio occidentale.

VI.

Ignoro se chi mi legge abbia avuto la stessa sensazione che il sottoscritto ha provato vedendo che sulle torrette di alcuni carri armati russi in azione sul fonte ucraino sventolavano bandiere dell’Armata Rossa. È probabile che qualcuno le abbia ingenuamente associate al fatto che quei carristi si erano fatti convincere dalla narrazione di Putin, il quale, fra le varie giustificazioni addotte per l’intervento del 2022, aveva inserito l’obiettivo di “de-nazificare” l’Ucraina. Dimentichiamo pure il fatto – inoppugnabile e documentato – che molti reparti dell’esercito ucraino erano effettivamente formati da militanti neonazisti. Dimentichiamo poi che la guerra, come ormai tutte le persone oneste e informate riconoscono, non è iniziata nel 2022, bensì nel 2014, con un golpe di estrema destra (appoggiato dai servizi occidentali) contro un governo democraticamente eletto e che, subito dopo, il nuovo governo e le sue milizie hanno scatenato una guerra civile contro la popolazione russofona delle regioni orientali del Paese. Dimentichiamo infine che la “nuova” Ucraina ha eletto a eroe nazionale tale Bandera, un boia che si è schierato con il Terzo Reich e macchiato di crimini orrendi.

Certo è tanta roba da dimenticare, ma si tratta di una operazione necessaria, perché aiuta a porre le domande giuste: perché l’argomento di Putin è apparso tanto convincente a centinaia di migliaia di giovani russi, spingendoli ad arruolarsi volontari e a rischiare la propria vita, in quanto consideravano doveroso battersi per la patria, convinti che quest’ultima si trova di fronte alla stessa sfida esistenziale e allo stesso nemico che i loro nonni avevano respinto, al prezzo di spaventosi sacrifici? E ancora: perché, come giustamente osserva Ritz nel suo libro, a partire dalla guerra con l’Ucraina, lo Stato russo ha iniziato a riconoscersi maggiormente nel passato sovietico?

Evidentemente, scrive ancora Ritz, tutte le grandi rivoluzioni non spariscono mai del tutto dalla memoria storica dei popoli che le hanno fatte, citando in merito il rapporto fra la memoria della Rivoluzione Francese e la perdurante disponibilità dei cittadini francesi a scendere in piazza ogniqualvolta sono scontenti dell’operato di chi li governa.

Non si era detto che la Russia postsovietica aveva riscoperto l’antica aspirazione a essere riconosciuta come parte integrante dell’Europa, e più in generale del mondo occidentale? Non si era poi detto che il soft power di Washington – grazie ai rutilanti prodotti della industria culturale americana – aveva fatto breccia nei cuori e nelle menti delle giovani generazioni russe? Per l’Occidente è un doloroso mistero la resilienza che l’economia e l’industria bellica russa hanno saputo dimostrare già prima, ma ancor più durante questa guerra, ma è un mistero ancora più doloroso l’improvviso dileguarsi del fascino di quel soft power.

Ritz spiega il mistero con il fatto che la Russia non ha solo molti elementi comuni, ma anche molte differenze rispetto all’identità culturale e civile europea: dall’impronta religiosa ortodossa, che la accomuna all’antica Bisanzio più che alla Chiesa cattolica romana (per tacere del protestantesimo) alla summenzionata memoria storica del 1917, che fa sì che l’opinione pubblica russa ammiri assai meno la ricchezza di quella occidentale (la popolarità di Putin è indubbiamente levitata a mano a mano che liquidava il potere degli oligarchi) e valuti assai più preziosa l’idea di giustizia sociale. Anche Todd (15) ha sottolineato questi aspetti, aggiungendovi la distanza fra una tradizione culturale comunitaria e patriarcale di origine contadina e l’individualismo borghese occidentale (non a caso la cultura woke è assai meno apprezzata in quei lidi). Per inciso, mi pare significativo che la Guerra Fredda culturale abbia riscosso più successo negli altri Paesi del blocco socialista, laddove storia e tradizioni erano assai più affini a quelle dei Paesi dell’Europa Occidentale e laddove la vicinanza geografica e la penetrazione dei media incideva più a fondo (16).

Né va dimenticata la geopolitica: dal risorgere della potenza politico-militare russa che sbarra l’accesso alle risorse dell’Asia Centrale, alla continuità – anche questa eredità del passato sovietico – di una politica antimperialista che vede la Russia schierata con i Brics a fianco di tutti i Paesi che si sentono minacciati dagli Stati Uniti. Se prima gli strateghi americani pensavano che la Russia andasse “punita” per il suo passato comunista, e pensavano di essere vicini a riuscirci, oggi tornano a paventare l’insopportabile sfida di una potenza che, soprattutto se alleata con la Cina – è in grado di contrastarne il disegno egemonico. Ecco perché il sogno di terzietà europea accarezzato da Ritz non ha la minima possibilità di realizzarsi.

Prima di concludere, aggiungo due parole su un tema che sia Ritz che Todd ignorano, o almeno sottovalutano. Non sono state solo le differenze antropologiche: sono stati anche i conflitti di classe a frustrare le strategie della Guerra Fredda culturale. Se è vero, come argomenta Rita Di Leo (17) che le classi medie russe sono state la quinta colonna che ha potentemente contribuito al crollo del socialismo, è altrettanto vero che le classi popolari, immiserite dalla shock terapy liberista imposta dai vincitori della Guerra Fredda, hanno vissuto nella nostalgia di un passato sovietico che garantiva a tutti una sopravvivenza dignitosa. Lo testimonia l’ampio consenso che continua a riscuotere il Partito Comunista Russo (se nessuno rimpiangesse il passato sarebbe sparito) e lo testimonia il consenso plebiscitario a Putin, che lo premia per avere restituito dignità, potere e prestigio al Paese. Per tutti questi motivi, cari amici che vi professate di sinistra, non posso più ascoltare chi parla della guerra fra l’Ucraina fascista (spalleggiata da Nato e Ue) e Russia come di uno “scontro fra imperialismi”. Se vi resta un po’ di sale in zucca provate a farlo funzionare prima di sparare simili idiozie.

Note

(1) L- Boltanski, L. Chiapello, Il nuovo spirito del capitalismo, Mimesis, Milano-Udine 2014.

(2) Cfr. C. Lonzi, Sputiamo su Hegel e altri scritti, La Tartaruga 2023.

(3) Cfr. G. Vattimo, Il pensiero debole, Feltrinelli, Milano 1985.

(4) Cfr. rispettivamente T. W. Adorno, Dialettica dell'illuminismo, Einaudi, Torino 2010 e G. Lukács, La distruzione della ragione, Mimesis, Milano-Udine 2011.

(5) J-F. Lyotard, La condizione postmoderna, Feltrinelli, Milano 1980.

(6) H. Arendt, Le origini del totalitarismo, Einaudi, Torino 2009.

(7) A sancire la svolta reazionaria dei Verdi in politica estera fu l’allora ministro degli esteri tedesco Joschka Fischer, allorché legittimò l’aggressione della Nato alla Serbia e la prima partecipazione tedesca a operazioni belliche dopo la Seconda guerra mondiale. Oggi i Verdi sono fra i più accaniti sostenitori del riarmo ucraino in funzione antirussa ma soprattutto, come nota Sahra Wagenknecht nel suo libro Contro la sinistra neoliberale (Fazi), da un lato, promuovono politiche ambientali che pesano sui bilanci dei cittadini più deboli, dall’altro, esibiscono una presunta superiorità etica dovuta al fatto che acquistano cibi biologici, biciclette elettriche, e installano nelle proprie case pompe di calore e pannelli solari. Tipico esempio di sinistra “alla moda”, questi movimenti sono caratterizzati, oltre che dall’ambientalismo d’élite, dalle politiche dell’identità e dall’uso manicheo del linguaggio politicamente corretto.

(8) Il processo di gentrificazione dell’elettorato di sinistra è oggetto di numerosi studi: vedi fra gli altri, il concetto di postdemocrazia elaborato da Colin Crouch (Laterza, Roma-Bari 2013) e le analisi di C. Guilluy sul conflitto di classe fra centri metropolitani e periferie in Francia: La France périphérique (Flammarion 2014) e La fin de la classe moyenne occidentale (Flammarion 2018).

(9) Cfr. F. Fukuyama, La fine della storia e l’ultimo uomo, UTET 2023.

(10) Sulla carriera di criminale di guerra di Churchill vedi C. Elkins, Un’eredità di violenza, Einaudi, Torino 2024.

(11) Dal processo a Milosevic davanti a una Corte Internazionale di Giustizia che esegue gli ordini di Washington benché gli Usa non ne riconoscano la giurisdizione sui propri crimini di guerra, fino al sequestro di Maduro, ultimo anello di una lunga catena di esecuzioni, carcerazioni, guerre illegali e altre palesi violazioni del diritto internazionale, gli Stati Uniti hanno ininterrottamente espresso la propria volontà di arrogarsi, come scrive appunto Ritz, il ruolo esclusivo di legislatore, accusatore, giudice e poliziotto globali.

(12) Le cosiddette Primavere Arabe, gabellate dai media occidentali (e celebrate dai gonzi delle sinistre, sempre occidentali) come un risveglio democratico del mondo arabo, secondo Ritz furono in realtà una serie di rivoluzioni colorate pianificate e preparate da Washington. Un giudizio che condivido pienamente.

(13) Sulla storia dei mostruosi crimini di guerra perpetrati dall’Impero britannico in tutti i continenti in cui stabilì le proprie colonie Cfr. C. Elkins, op. cit.

(14) Di ciò era consapevole Adam Smith, come spiega Arrighi nel suo Adam Smith a Pechino (Feltrinelli 2007) e come confermano storici di lunga durata come Fernand Braudel (Civiltà materiale, economia e capitalismo, 3 voll. Einaudi) e Kenneth Pomeranz (La grande divergenza, il Mulino).

(15) Cfr. E. Todd, La sconfitta dell’Occidente, Fazi, Roma 2024.

(16) Particolarmente impressionante fu lo sbarco in massa di migliaia di cittadini albanesi sulle coste del nostro Paese, dove, suggestionati dalle trasmissioni tv che avevano captato per anni, credevano di trovare il paradiso in terra. Personalmente, ho vissuto l’esperienza di visitare Budapest poco prima della caduta del Muro e di assistere allo spettacolo delle code interminabili di fronte ai negozi che vendevano prodotti occidentali (carissimi per gli autoctoni). Ma fra i Paesi dell’Est Europa esistevano grandi differenze. Ad esempio, per la stragrande maggioranza dei cittadini occidentali la DDR è stata un orribile campo di concentramento in cui milioni di tedeschi sono rimasti imprigionati dopo la fine della Seconda guerra mondiale, un incubo totalitario che il film di Florian Henckel von Donnersmarck Le vite degli altri, santificato da un Oscar, ha descritto con toni claustrofobici. Ma la realtà era davvero questa? In verità, sostiene il penultimo presidente del Consiglio della DDR Hans Modrow (cfr., di questo autore, Costruttori di ponti, Meltemi 2022) la maggioranza dei cittadini di quel Paese, almeno fino agli anni Settanta, ha convintamente sostenuto il governo, anche perché le loro condizioni di lavoro e di vita erano decisamente migliori rispetto a quelle di tutti gli altri Paesi dell’Est Europa. In quegli anni, contrariamente a quanto sostenuto dai media occidentali, l’opposizione rappresentava una frazione minoritaria della popolazione, ma soprattutto non voleva abbattere il socialismo, bensì riformarlo.

(17) Cfr. R. Di Leo, L'esperimento profano, Futura, Roma 2011.

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Sette storie per non dormire: Alitalia (parte 1)

Probabilmente, alcuni lettori avranno trovato esagerato paragonare le vicissitudini delle nostre industrie a delle storie dell’orrore, suscettibili di togliere loro il sonno. Bene, se costoro erano ancora di questa opinione al termine della lettura dell’articolo sul comparto chimico, i tre che dedicheremo alla distruzione della compagnia aerea nazionale provvederanno a far cambiare loro idea. La guerra condotta dal ceto politico contro Alitalia, infatti, costituisce un caso eclatante di tradimento dell’interesse nazionale, di cui i teorici difensori del medesimo si resero responsabili con duraturo accanimento, a vantaggio della tutela di miseri interessi particolari e localistici e anche di interessi di ampia portata, sì, ma stranieri.

Nel 1993 Alitalia costituiva una delle principali compagnie del continente: con i suoi 20 milioni di passeggeri trasportati, superava sotto tale profilo Air France e non era molto distante da Lufthansa e British Airways. A partire da quell’anno, però, andò registrando perdite crescenti, che la posero in serie difficoltà, anche perché impattarono su una situazione finanziaria già in partenza non molto solida. Negli anni passati, difatti, i suoi risultati di esercizio si erano mantenuti intorno al punto di pareggio, dunque senza che si accumulassero gravi perdite ma anche senza che si generassero cospicui profitti.

All’origine delle difficoltà di Alitalia può essere individuata l’eccessiva estensione della nostra rete aeroportuale: ancora nel 2019 l’Italia contava 38 scali, per i quali transitavano poco più di 160 milioni di passeggeri (in media 4,2 milioni per ognuno di essi, dunque), quando in Germania ve ne erano 23 per quasi 227 milioni di passeggeri (pari a una media di 9,9 per scalo). Questa situazione, figlia presumibilmente di egoismi localistici espressi dal ceto politico (la volontà di disporre di un aeroporto nel territorio amministrato) e del rapporto malsano sussistente fra potere politico e potere economico (la costruzione di una simile infrastruttura procurava lauti profitti alle imprese cui veniva appaltata e quindi finanziamenti di queste ai politici che l’avevano deliberata), riduceva il tasso di riempimento degli aerei e degli stessi scali, incidendo negativamente sui costi per passeggero trasportato che gravavano sia su Alitalia, sia sulle società di gestione degli aeroporti (le quali però scaricavano i propri oneri sulle compagnie con cui si rapportavano, dunque in larga misura proprio su Alitalia). Si comprende quindi perché la nostra compagnia di bandiera già prima del 1993 non riuscisse a conseguire buoni risultati di esercizio. Il drastico peggioramento dei medesimi a partire da tale data è poi spiegabile con un altro fattore, la cui portata negativa, peraltro, fu amplificata proprio dalla struttura aeroportuale connotante il nostro paese: la liberalizzazione del settore imposta dalla Commissione europea, che fu attuata nel corso del decennio (il suo completamento avvenne nel 1997).

La liberalizzazione del traffico aereo consentì l’affermazione delle compagnie low cost sulle rotte di corto e di medio raggio (queste ultime includono i voli intraeuropei e quelli fra l’Europa e l’Africa mediterranea: stiamo dunque parlando di un numero elevatissimo di tratte). Esse accettavano d’insediarsi negli aeroporti minori in cambio di sovvenzioni erogate dai loro gestori (ovvero dagli enti locali che controllavano questi ultimi), e in virtù di tali finanziamenti erano in grado di offrire tariffe molto convenienti. Si trattava, in tutta evidenza, di una forma di concorrenza sleale fondata sulla percezione di sussidi pubblici, contro la quale tuttavia la Commissione europea – in altri casi dimostratasi acerrima nemica degli aiuti di stato – non aveva da ridire, forse perché tali compagnie avevano il “merito” di introdurre nel settore aereo dei contratti assai meno generosi di quelli usuali, contribuendo quindi a determinare quel generale peggioramento delle condizioni dei lavoratori che ormai costituiva il fine principale dell’azione delle classi dirigenti continentali. Laddove sussisteva la presenza di questi nuovi competitori, pertanto, le compagnie di bandiera furono costrette a praticare a propria volta prezzi molto bassi, che quasi azzerarono i loro margini di profitto.

Alitalia risultò particolarmente vulnerabile all’attacco dei vettori low cost, giacché nel nostro paese essi trovarono un gran numero di aeroporti connotati da modesti flussi di traffico, e quindi anche un gran numero di gestori disposti a elargire loro incentivi pur di attrarle. Un caso esemplare fu quello dello scalo di Orio al Serio, che divenne una base operativa della Ryanair: essendo facilmente raggiungibile da Milano, esso pose l’azienda irlandese in condizione di sottrarre molti clienti ai voli Alitalia che partivano da Linate.

Alitalia, dunque, a partire dagli anni Novanta scontò una duplice penalizzazione, nei confronti delle compagnie low cost – che beneficiavano di sussidi pubblici e di un costo del lavoro più basso – e anche delle compagnie di bandiera straniere: queste ultime, difatti, nei rispettivi paesi d’origine non erano insidiate in eguale misura dai nuovi operatori (giacché questi ultimi non ricevevano agevolazioni paragonabili a quelle che ottenevano in Italia) ed erano avvantaggiate sul piano dei costi operativi dalla minore estensione dei locali sistemi aeroportuali. Inizialmente, tuttavia, a questa situazione lo stato e la stessa Alitalia diedero prova di saper reagire. Nel 1996 la compagnia beneficiò di un aumento di capitale e di un prestito obbligazionario, che ne migliorarono la situazione finanziaria. L’aumento di capitale fu in parte sottoscritto da privati, portando quindi a una parziale privatizzazione della società; la quota di azioni che pervenne in altre mani fu pari al 37 per cento, di cui il 15 offerto a condizioni vantaggiose ai dipendenti. Quest’ultima fu una mossa avveduta, poiché l’azienda tradizionalmente scontava una forte combattività dei suoi sindacati: responsabilizzarne i lavoratori, cointeressandoli al suo buon andamento, poteva quindi servire a limitare scioperi e rivendicazioni. Fu anche avviata una riduzione dei costi, che già nel 1997 riportò la società in attivo, e venne intrapreso il potenziamento della flotta a lungo raggio, in modo da intensificarne la presenza sulle rotte nelle quali la concorrenza delle compagnie low cost non si faceva sentire.

La ricapitalizzazione richiedeva però l’approvazione della Commissione europea. Questa, che aveva considerato dei piani analoghi presentati da Air France e Iberia quali investimenti di mercato, nel 1997 ritenne invece che il conferimento di capitale dell’IRI ad Alitalia costituisse un aiuto di stato, compatibile sì con il mercato comune, ma a condizione che le autorità italiane rispettassero una serie di impegni, fra i quali v’era una riduzione della flotta e dei voli e il divieto per quattro anni di effettuare politiche di prezzo aggressive. In tal modo alla compagnia venne impedito di aprire nuove rotte, di acquistare nuovi aerei e di applicare tariffe vantaggiose sulle rotte dove operavano anche le sue concorrenti. Il governo italiano non intraprese alcuna iniziativa contro questa decisione palesemente scorretta; fu invece il consiglio di amministrazione dell’Alitalia a reagire, presentando – contro il parere dell’azionista pubblico! – un ricorso presso la Corte di giustizia europea, che fu vinto nel 2000. Com’è intuibile, i tre anni perduti avevano però danneggiato l’azienda; vi sarebbero stati dunque gli estremi per una richiesta di risarcimento, che tuttavia non vi fu, ancora una volta in ragione dell’inerzia della proprietà. Già all’epoca, quindi, andarono manifestandosi un’evidente volontà dell’UE di danneggiare l’Alitalia (ovviamente per favorire Air France e la tedesca Lufthansa) e una altrettanto evidente incapacità del ceto politico nazionale di contrastare tale volontà, dovuta all’atteggiamento di sottomissione nei riguardi dell’UE che esso riteneva di dover assumere.

Nel frattempo l’azienda aveva stipulato un’alleanza con l’olandese KLM, che sarebbe dovuta sfociare in una fusione. Questa le avrebbe consentito di compiere un rilevante salto dimensionale, in particolare nel settore dei voli intercontinentali, grazie al cospicuo numero di aerei di grandi dimensioni di cui disponeva KLM: era quindi una via per superare le difficoltà poste all’espansione della propria flotta dall’atteggiamento ostile dell’UE e dalla sua precaria situazione finanziaria. L’operazione, peraltro, risultava assai conveniente per entrambi i vettori, in quanto avrebbe fatto nascere il primo gruppo europeo per numero di passeggeri trasportati e il secondo per consistenza della flotta; un gruppo dotato di basi operative nel Nord, nel Centro e nel Sud Europa (Amsterdam-Schipol, Milano-Malpensa e Roma-Fiumicino), di proficue alleanze con vettori extraeuropei (che erano state stabilite da KLM) e di un cospicuo bacino interno di utenti (costituito ovviamente dalla clientela italiana).

Per la fusione, tuttavia, KLM poneva due condizioni. Una era la privatizzazione di Alitalia, richiesta per evitare che l'azionista pubblico italiano venisse ad avere un peso preponderante nella nuova società congiunta. Essendo questa la preoccupazione degli olandesi, tale privatizzazione avrebbe potuto essere soltanto parziale: lo stato cioè sarebbe potuto rimanere in Alitalia, riducendo però la propria quota di capitale a un livello tale da non consentirgli di assumere la paventata posizione dominante. Agendo in tal modo, e collocando sul mercato i titoli di cui doveva disfarsi (in modo da far sorgere un azionariato diffuso invece che dei forti soci privati), esso avrebbe potuto venire incontro alle aspettative di KLM, mantenendo comunque un ruolo di primo piano nella gestione dell’azienda. Il fatto che successivamente KLM si sia fusa con Air France, la quale è sempre rimasta una società parzialmente pubblica, testimonia come tale opzione fosse praticabile. Si trattava insomma di una richiesta che poteva essere ritenuta accettabile.

La privatizzazione invece non vi fu. Nel febbraio del 1998 il governo annunciò l’intenzione di portare a breve la quota dell’IRI al di sotto del 50 per cento, ma alla dichiarazione non seguirono azioni concrete. Forse prima di procedere s’intendeva aspettare la formalizzazione dell’alleanza con KLM, la quale avvenne con un documento firmato soltanto alla fine di quell’anno (in ritardo rispetto al previsto di circa sei mesi, a causa delle difficoltà che già si stavano manifestando sul fronte del potenziamento di Malpensa); ma questa inerzia si protrasse anche nei mesi successivi. Si mancò pertanto di sfruttare il momento favorevole, ovvero il biennio 1997-98 e la prima parte del 1999, nel quale il miglioramento dei conti aveva spinto in alto la valutazione di mercato della compagnia. Successivamente, le condizioni divennero invece meno propizie a una vendita, in quanto i problemi posti al settore aeronautico dalla crescita dei prezzi petroliferi e dalla guerra jugoslava fecero sì che il valore di Alitalia si riattestasse a un livello più basso (al principio del 2000 era pari all’incirca a due terzi di quello raggiunto in precedenza); e ciò potrebbe avere rafforzato la riluttanza dell’esecutivo.

Alla base di tale riluttanza, comunque, dev’esservi stato un fattore diverso dagli umori del mercato azionario (il quale, come detto, divenne sfavorevole alla privatizzazione solo nel corso del 1999). Probabilmente, il ceto di governo considerava una grande azienda quale Alitalia uno strumento prezioso per la conduzione di politiche clientelari (si legga: assunzioni in cambio di voti), e per questo guardava con timore alla prospettiva di perderne il controllo. La sua intenzione, pertanto, doveva essere quella di rimandare la privatizzazione sino a quando non fosse stato assolutamente certo della sua necessità, ovvero sino a quando la fusione non fosse divenuta sicura e imminente; un atteggiamento che però poneva a repentaglio la fusione stessa, in quanto era suscettibile d’indurre la proprietà di KLM a dubitare della volontà della controparte italiana di soddisfare la propria richiesta.

Probabilmente i lettori avranno un’obiezione da muovere a questa spiegazione. Quei governanti – ci faranno notare – in quegli stessi anni non si peritarono di dismettere le principali aziende dell’IRI (da Telecom ad Autostrade); ma se per loro era così importante non privarsi della possibilità di assegnare posti di lavoro, la renitenza a privatizzare non avrebbe dovuto manifestarsi anche in altri casi oltre che in riferimento ad Alitalia? In effetti, il loro comportamento sembra essere stato incoerente. Occorre però rammentare che le cessioni di aziende pubbliche furono compiute in seguito alle pressioni esercitate dalle lobby imprenditoriali, le quali erano attratte dai profitti cospicui e sicuri che le società poste in vendita erano in grado di assicurare. Nel caso di Alitalia pressioni di tal fatta non dovettero manifestarsi, in quanto agli occhi dei nostri imprenditori la compagnia aerea non poteva rappresentare una preda allettante, vuoi per le sue dimensioni (che l’avrebbero resa onerosa da gestire), vuoi per la situazione di accesa concorrenza che ormai connotava il mercato del trasporto aereo; dunque il ceto di governo poté decidere cosa fare di essa unicamente in base al proprio interesse.

L’altra condizione posta da KLM consisteva nella creazione di un hub, ovvero di un grande snodo aeroportuale, il quale avrebbe dovuto costituire un secondo fulcro della rete di collegamenti internazionali che le due società progettavano di gestire congiuntamente (accanto a quello costituito da Schipol, ormai saturo). Il sito deputato a ricoprire tale ruolo era quello varesino di Malpensa, scelto in ragione della sua posizione geografica (era ubicato nella parte d’Italia dove più forte era la domanda di trasporto aereo) e delle possibilità di crescita della sua capacità operativa (mentre lo scalo milanese di Linate era anch’esso saturo). Neppure questa era una pretesa eccessiva, considerato che già dal 1994 il governo italiano stava lavorando di propria iniziativa a un potenziamento proprio di quell’infrastruttura (ma i primi progetti al riguardo risalivano addirittura agli anni Settanta). Nel Nord Italia, difatti, l’offerta di voli transoceanici era in tutta evidenza insufficiente (si pensi che la maggior parte dei viaggiatori usava raggiungere aeroporti stranieri – in particolare quelli più vicini al nostro confine, come Zurigo o Monaco di Baviera – per poi partire da essi alla volta della propria destinazione ultima), ragion per cui esisteva una folta clientela aggiuntiva suscettibile d’essere convogliata presso Malpensa, una volta che si fosse riusciti a realizzare tale potenziamento; e ciò aveva fatto apparire conveniente operare in tal senso sin da prima che si profilasse la prospettiva della fusione con KLM.

I lavori riguardanti l’aeroporto terminarono nell’ottobre del 1998. In quel momento, però, non erano state ancora approntate le infrastrutture stradali e ferroviarie necessarie a renderlo facilmente raggiungibile. Questo ritardo può apparire sorprendente, considerato che, come detto, un progetto di potenziamento di Malpensa era in essere già da tempo quando era stato stipulato l’accordo con KLM; ma esso appare coerente con il generale degrado delle capacità realizzative dell’apparato politico-amministrativo nazionale manifestatosi perlomeno dagli anni Ottanta, degrado che possiamo spiegare presumendo che la forte dipendenza dei partiti di governo dai contributi imprenditoriali avesse indotto i medesimi a gestire le politiche di lavori pubblici essenzialmente come strumenti per elargire favori alle grandi aziende, con conseguente perdita d’interesse verso il compimento delle opere da realizzare. La carenza di collegamenti era un problema grave, poiché rischiava di dissuadere la potenziale clientela dal servirsi di Malpensa e anche per un altro motivo, ossia in quanto era suscettibile d’interferire con la necessaria riorganizzazione della gerarchia aeroportuale italiana che la creazione dell’hub imponeva.

Secondo gli intenti di Alitalia e KLM, Malpensa doveva diventare la principale base operativa italiana del costituendo gruppo italo-olandese (vale a dire il principale punto di partenza e di arrivo dei voli internazionali interessanti il nostro paese), a scapito di Fiumicino e soprattutto del vicino scalo di Linate, in quanto il mantenimento di quest’ultimo in piena attività parallelamente al potenziamento di Malpensa avrebbe costretto l’azienda a una gestione sdoppiata dei propri flussi interessanti il bacino d’utenza del Nord Italia, la quale avrebbe generato pesanti costi aggiuntivi e limitato le possibilità di sfruttamento della flotta. Per questa ragione, il primo decreto regolante la ripartizione dei voli tra Malpensa e Linate – emanato nell’ottobre 1997 – aveva stabilito che quelli internazionali avrebbero fatto capo al primo scalo, mentre il secondo sarebbe stato declassato a mero terminale della navetta Roma-Milano. Tale decreto venne però bocciato dalla Commissione europea in quanto lesivo della concorrenza, in seguito a un ricorso presentato presso di essa da diverse compagnie straniere. Queste ultime avevano sostenuto che l’avere riservato alla sola Alitalia il diritto di continuare a operare a Linate, sia pure per la sola gestione della tratta Milano-Roma, le avrebbe penalizzate, in quanto pur di non affrontare la scomodità di Malpensa molto viaggiatori avrebbero preferito viaggiare da Linate a Fiumicino e partire da lì per la propria destinazione, oppure raggiungere Milano dall’estero passando per Fiumicino, approfittando del fatto che all’aeroporto romano avrebbero continuato a fare capo dei voli internazionali (esso difatti, pur essendo destinato a un declassamento in seguito alla creazione dell’hub di Malpensa, avrebbe comunque mantenuto un ruolo importante, in ragione della sua posizione geografica e dell’ampiezza dei flussi turistici interessanti la città di Roma). Il governo dovette pertanto predisporre un nuovo decreto, che nell’ottobre 1998 permise anche alle altre compagnie di continuare a servirsi di Linate, sia pure con qualche limitazione e soltanto in via provvisoria, ovvero sino al completamento dei collegamenti funzionali all’utilizzo di Malpensa. Poiché questo decreto venne approvato dalla Commissione, nel 1999 le compagnie straniere presentarono un nuovo ricorso, che la spinse a indagare sull’effettiva capacità dell’aeroporto di accogliere tutti i voli previsti; ma stavolta l’operato del governo ottenne la sua approvazione. A ottobre quest’ultimo emanò un ulteriore decreto, che stabilì un trasferimento dei voli graduale, ma comunque da completare entro l’inizio del 2000.

Intanto però il progetto di Malpensa aveva trovato dei nemici anche all’interno del paese. Comprensibilmente, esso suscitava l’ostilità dei sindacalisti di Alitalia e dei politici romani, che ne temevano l’impatto su Fiumicino (la cui centralità, nell’assetto aeroportuale vigente, faceva sì che la massima parte dei dipendenti della compagnia si concentrasse nel Lazio); ma si delineò anche un orientamento sfavorevole dei politici e degli imprenditori milanesi, i quali non volevano privarsi della comodità di un aeroporto internazionale sito alle porte della città (per inciso: l’attaccamento di tali soggetti a dei modesti interessi immediati, spinto sino al contrasto di un piano di ampio respiro da cui avrebbe tratto beneficio il sistema-paese nella sua interezza, e in modo particolare proprio la loro regione di appartenenza, dà la misura della statura intellettuale e morale di quella che si usa considerare la punta più avanzata della classe dirigente italiana, sia politica che imprenditoriale...). Alla fine del 1999, difatti, il Comune di Milano reclamò che Linate mantenesse tale ruolo.

A complicare ulteriormente la situazione, a quel punto il Ministro dell’Ambiente espresse una valutazione d’impatto ambientale negativa sull’incremento dei voli su Malpensa, ponendo così un problema che in tutta evidenza si sarebbe dovuto affrontare ben prima: l’UE, infatti, alla fine del 1994 aveva incluso l’ampliamento di Malpensa fra i progetti prioritari inerenti la rete trasportistica dei paesi dell’Unione, e nel luglio del 1996 aveva stabilito che di tali progetti andassero esaminate le ricadute sull’ambiente. Privati cittadini, un’associazione ambientalista e di nuovo alcune compagnie aeree straniere si mossero allora contro il governo, rivolgendosi al TAR del Lazio per bloccare il trasferimento dei voli. L’amministratore delegato della SEA (la società che gestiva il sistema aeroportuale milanese) presentò una memoria in favore del provvedimento governativo, mentre il Comune di Milano (il quale, per inciso, della SEA era il principale azionista) ne presentò una contraria. Il TAR respinse i ricorsi; ma la Commissione europea si fece nuovamente sentire, caldeggiando una temporanea sospensione dei trasferimenti. La sera prima della data indicata per l’avvio dei medesimi il governo cedette, rimandandoli a data da destinarsi.

Il deficit di capacità realizzative dello stato italiano e il basso livello della sua classe dirigente avevano infine presentato il conto.

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Primo round di dialogo tra USA e Iran, ma Washington prepara la guerra

In un clima di estrema tensione, tra minacce di bombardamenti e la pressione di marina e aviazione statunitense che si stanno ammassando a ridosso del Golfo Persico, venerdì 6 febbraio, in Oman, è ripreso il dialogo tra Washington e Teheran. Come già in passato, anche questa volta il confronto avviene con il ministro degli Esteri omanita Badr Albusaidi che fa da “spola” tra le due parti.

Dialoghi, dunque, resi ancora più complessi da questo meccanismo, con delegazioni che vedono una presenza “strana” per il quadro di scambi diplomatici di questo tipo. Nella delegazione statunitense, infatti, c’è Steve Witkoff e il genero Jared Kushner, ma anche il generale Brad Cooper, comandante delle forze USA in Medio Oriente.

È un messaggio molto chiaro: una nuova iniziativa militare è sul tavolo come strumento di “risoluzione” dei punti di frizione. Anche se non bisogna dimenticare che la guerra dei 12 giorni ha fatto impiegare una gran quantità di materiale bellico che richiede tempo per essere sostituito, e gli alleati regionali statunitensi sopporterebbero male un’escalation, promessa dai vertici di Teheran nel caso di attacco.

Ma l’opzione rimane, anche se il ministro degli Esteri iraniano, Abbas Araghchi, ha definito l’incontro “un buon inizio” per cercare una qualche intesa, non sappiamo bene su quali nodi. Tutto ciò che si sa è che dalle trattative sarebbero stati esclusi sia il programma missilistico iraniano sia la questione dei legami tra Teheran e altri attori regionali, quali Hezbollah, Houthi, e così via.

Rimane, ovviamente, la questione centrale del nucleare, su cui l’Iran si era già detto disponibile a trattare prima di essere colpito dal duo Israele-USA la scorsa estate. Ma senza rinunciare al diritto di sviluppare il proprio nucleare civile, e dunque di avere uranio arricchito. Il come rimane in discussione, ma è difficile pensare che Teheran rinunci a una certa autonomia di approvvigionamento su questo lato.

Araghchi ha affermato ad Al Jazeera: “il livello di arricchimento dell’uranio dipende dalle nostre esigenze. L’uranio arricchito non lascerà il territorio iraniano”. Stando a quel che riporta il New York Times, sul tavolo delle trattative sarebbe stato consigliato da paesi vicini all’Iran di portare un limite del 3%.

Secondo la CNN, la delegazione iraniana avrebbe presentato una proposta a quella statunitense. Il fatto che i delegati siano tornati ciascuno nel proprio paese significa che c’è qualcosa da riferire, e ricevere un nuovo mandato prima di continuare le trattative. Ma andare oltre questa consapevolezza significherebbe speculare sul nulla.

Trump, ad ogni modo, non rinuncia alla propria strategia di “massima pressione” sull’Iran: in pratica in concomitanza con i colloqui in Oman, il presidente statunitense ha firmato un ordine esecutivo che permette di imporre dazi fino al 25% del valore delle merci importate da paesi che commerciano con la Repubblica Islamica, e in particolare acquistano il suo petrolio. Poco dopo, Washington ha inoltre varato sanzioni contro 15 entità collegate alla cosiddetta “flotta ombra” iraniana.

Non a caso, Araghchi ha detto che sono “pronti a ogni scenario”. Se fosse quello bellico, bisogna aspettarsi una nuova conflagrazione del Vicino Oriente per le mire imperialistiche statunitensi, che si appoggiano sull’espansionismo israeliano.

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La separazione delle carriere per addomesticare la giustizia

Con la presentazione dell’ultimo libro “Mani Legate. La separazione delle carriere per addomesticare la giustizia”, il 5 febbraio si è aperta Modena la campagna per il NO al referendum sulla riforma della magistratura.

Scritto a due mani dal magistrato Piergiorgio Morosini, Presidente del Tribunale di Palermo e da Antonella Mascali, giornalista Giudiziaria de Il Fatto Quotidiano, il testo non si limita ad illustrare il tentativo in atto di separare le carriere tra giudici e pubblici ministeri, ma prova ad affrontare il rapporto sempre più aspro, tra giustizia e politica. Un atteggiamento da resa dei conti, da parte del Governo Meloni, che affonda le sue radici nel pensiero di Silvio Berlusconi e della lobbie che rappresentava. Il vero ed unico padre politico della riforma.

Da subito si è compreso che, su questa riforma, la posta in gioco è alta. Soprattutto dagli esempi chiari e diretti spiegati dal magistrato Morosini e il conseguente vociferare tra il pubblico di alcuni avvocati. Gli stessi che durante l’intervento dell’avvocato Cosimo Zaccaria, hanno accusato che le sue affermazioni “danneggerebbero la categoria”. Nonché proseguite poi con uno scambio di frasi, per lo più privo di contenuti, con gli altri relatori.

La materia, è inutile nasconderlo, è da addetti i lavori. Precedentemente abbiamo provato a renderla più semplice (1) anche se resta assai difficile, ma doveroso, contrastare le ragioni del SI, quando queste sono sostenute con motivazioni che nulla hanno a che fare con il miglior funzionamento dei processi e della magistratura.

La legge di riforma costituzionale delle norme in materia di ordinamento giurisdizionale e di istituzione della corte disciplinare, “Ambisce – come è ben riportato nella sinossi del libro – a mutare l’equilibrio tra poteri dello Stato e a liberare la politica da ogni controllo. Smantella quelle garanzie volute dai costituenti nel 1948, per affrancare i magistrati da qualsiasi condizionamento e creare i presupposti per renderli imparziali”.

Una tesi contestata dal Governo e dai sostenitori della riforma, con l’accusa di voler usare strumentalmente la proposta di miglioramento, enunciando questioni che non sono scritte nel testo di Legge proposto. E una falsa preoccupazione perché in realtà, affermano, questa riforma non mette per iscritto che verrà toccata l’autonomia dei giudici e pubblici ministeri.

Ne consegue che la mobilitazione avversa al referendum proposto, rappresenterebbe una presa di posizione atta alla protezione della categoria dei magistrati che da troppo tempo restano impuniti rispetto alle loro persecuzioni giudiziarie.

Nulla di più assurdo, dato proprio che questa formula della separazione, era stata pensata dai padri costituenti perché, in un clima di forte instabilità e di forti preoccupazioni politiche, i partiti presenti prima delle elezioni generali del 1948, avevano il timore che risultando perdenti, avrebbero potuto subire la vendetta anche giudiziaria dei vincenti.

Per questo tutte le forze presenti nell’Assemblea Costituente, decisero per il Consiglio Istituzionale della Magistratura così organizzato, perché quella sarebbe stata la formula in grado di proteggere i perdenti alle elezioni del 1948 e tutti i cittadini in pari diritto e differente classe sociale.

Tutto il contrario dei sostenitori del “SI” che promuovono un’idea di magistratura, non solo allineata alla maggioranza di turno, ma che non sia neanche nella possibilità di poter indagare sui loro eventuali illeciti amministrativi, finanziari o fenomeni di corruzione.

Per i sostenitori della riforma, invece, tutto questo è falso perché, quanto dichiarato, non è presente nel testo della legge.

Esiste allora un pericolo democratico?

In verità, se passasse il SI al referendum, non si tratterebbe di una riforma ma bensì del puro abbattimento dello stato esistente delle cose. Quello è l’obiettivo. Lo conferma il testo delle legge che rimanda obbligatoriamente a successivi Decreti “organizzativi” emanati dal Governo.

Non rassicurano certo le parole del Governo, per voce del ministro Nordio, quando afferma che comunque “poi insieme ai magistrati definiranno le modalità d’applicazione e organizzative della modifica apportata”. In pratica una riforma d’accettare al buio, basandoci sulla fiducia.

In verità, come è possibile fidarsi quando il tenore degli appelli del Governo, anche nel caso degli scontri di Torino, sono direttamente imputabili alla superficialità dei giudici che scarcerano senza remore, vanificando così la credibilità delle forze dell’ordine?

Dobbiamo fidarci di una maggioranza che ormai dalla sua nascita esautora il parlamento, tanto da preparare una legge costituzionale che entrata in Parlamento a fine maggio del 2024 e ne esce nell’ottobre del 2025 dal Consiglio dei Ministri con un testo a firma Meloni-Nordio, dove con quattro passaggi parlamentari, non viene cambiato neanche una virgola?

Quando si cambia la Costituzione di un paese, è elemento di identità democratica che questa venga concordata con tutte le forze politiche presenti nella sfera parlamentare, debitamente e proporzionalmente rappresentate e non a colpi di maggioranza ottenuta grazie ad una riforma elettorale maggioritaria che vede oggi governare forze politiche numericamente poco rappresentative nel paese.

Un altra prova, è anche la negazione al voto agli oltre 5 milioni di cittadini fuorisede (2). Non è che questa decisione sia stata influenzata dal fatto che alcuni sondaggio li evidenziavano come una parte del nostro paese che era favorevole al NO?

Per non parlare poi della forzatura d’approvazione, nei modi e nei tempi, che il Governo ha attuato nella decisione della data del 22 marzo delle votazioni referendarie. Addirittura avanzando la proposta di votare in febbraio. Decisione imposta nonostante oltre 500mila firme erano in procinto di essere ormai raccolte.

Come possiamo giudicare tutto questo, se non comeun chiaro messaggio atto a non consentire democraticamente di poter informare adeguatamente i cittadini della pericolosa concentrazione dei poteri che si sta provando ad attuare?

Per fortuna, proprio ieri, l’Ufficio centrale della Suprema Corte ha riformulato il testo ammesso a novembre (3), una scelta che avrebbe dovuto costringere il governo a riconvocare le urne per il voto, ad aprile. Ma ciò non è avvenuto perché il CDM ha comunicato che integrerà il quesito ammesso ma non cambierà la data del referendum. Si annuncia ricorso dei 15 giuristi.

L’ammissione del nuovo testo, è bene ricordare, è nato dalla proposta dei 15 giuristi promotori della raccolta firme popolare, partita sotto Natale e che in appena 25 giorni ha raggiunto e superato le 500mila sottoscrizioni richieste.

Un ulteriore stop a questa riforma che non è solo inutile per i problemi legati alla giustizia, ma anche dannosa proprio per l’equilibrio e l’autonomia di quei poteri dello Stato, (legislativo, esecutivo e giudiziario) che hanno cercato di garantire al meglio, pari diritto e dignità a tutti noi. Punti fondanti di una Costituzione che ancora oggi, stenta ad essere integralmente applicata.

Un concetto assai difficile da comprendere per chi vede in modo affermativo, la possibilità di agire, da parte dei Governi verso i popoli di altre nazioni e i dissidenti interni, in modo aggressivo e con l’obiettivo inaccettabile di reinstaurare oligarchie libere dal vincolo democratico.

Un esempio lo cita proprio il magistrato Piergiorgio Morosini, durante la conferenza rispetto al progetto del ponte di Messina:
“Guardate, la scelta del ponte sullo stretto di Messina. Penso sia una scelta giusta perché secondo me proietta certe regioni nel futuro. Probabilmente può essere un volano per il nostro paese, ma se dobbiamo varare il ponte sullo stretto, però vogliamo attivare una procedura amministrativa che tiene conto dei tanti problemi per la costruzione di questo ponte, non fosse altro per la richiesta di tutti i pareri tecnici che ci devono essere prima di fare un’opera di quella portata e di quel tipo? Soprattutto in una zona che presenta tanti rischi ad esempio dal punto di vista sismico delle correnti etc. Allora perché, quando la Corte dei Conti ha fatto i rilievi a quella procedura nell’ottobre scorso a protezione di tutti, veniva considerato un atto di ostilità verso una scelta del governo? Era un doveroso controllo che consentiva di realizzare quel progetto a regola d’arte. Sono invece, stati considerati dei nemici del governo e questo vale sempre ogni volta che c’è una decisione sgradita da parte di magistrati”.
Il caso Palamara, rafforza la riforma?

Durante l’esposizione si è anche affrontato il problema dello scandalo Palamara (4).

Salito alle cronache per aver cercato di influenzare delle nomine al Consiglio superiore della Magistratura ed utilizzata oggi dalla maggioranza di Governo per giustificare questa riforma, ha ricevuto la precisa spiegazione da parte della giornalista giudiziaria Antonella Mascali:
“Aggiungo un particolare sulla questione dell’hotel Champagne (ndr era l’Hotel dove si sono trovati per concordarsi sui nomi), perché i sostenitori del SI dicono che sono per la fine della casta dei magistrati e per la fine del male della correntocrazia. La sottoscritta ha scritto del male della correntocrazia e della spartizione che va stigmatizzata e che c’è stata al CSM, in tempi non sospetti, ma Morosini ha detto, – che alla fine della vicenda – i cinque consiglieri del CSM si sono dimessi dopo essere stati sanzionati dai giudici disciplinari del CSM. Palamara, ex consigliere, nonché magistrato, è stato radiato e i due parlamentari non hanno subito conseguenze. Uno dei due parlamentari in quel momento è il magistrato, Cosimo Ferri che è stato salvato dai politici, non dai magistrati. Perché è stata la maggioranza in Parlamento a non autorizzare il collegio disciplinare del CSM all’utilizzo delle intercettazioni e delle chat, per cui il collegio disciplinare del processo per le chat dell’hotel Champagne ha dovuto alzare le mani di fronte a un salvataggio della politica. Quindi cosa vanno raccontando?”
Il ruolo trasparente dei giornalisti

Anche dal punto di vista della trasparenza dell’informazione, rispetto ai processi, per noi giornalisti c’è un ulteriore limitazione rispetto alla possibilità di pubblicare gli atti processuali anche se pubblici.

Certamente la nostra categoria non brilla per trasparenza e il connubio stampa-politica spesso ha consentito l’uso strumentale degli atti giudiziari a fine politico. Però l’impossibilità di poter pubblicare un’ordinanza di custodia cautelare o di altra misura restrittiva personale, anche se già a conoscenza delle parti coinvolti nel processo, non mette maggiormente in pericolo, rispetto all’opinione pubblica, l’imputato? Essere costretti a redigere solo un riassunto, che può essere interpretativo rispetto a chi scrive, non è più pericoloso rispetto al testo originale pubblicato virgolettato?

Ma la riforma Cartabia non è allora servita a nulla?

La magistratura ha molti problemi che sono emersi già nel 2019 con lo scandalo Palamara dell’hotel Champagne, ma dobbiamo ricordare che nel 2022 è stata varata la riforma Cartabia, che ha cambiato gli illeciti disciplinari, i criteri per nominare i capi degli uffici, il sistema elettorale del CSM.

Una riforma fatta insieme a parlamentari, avvocati, magistrati ed esponenti del mondo accademico, votata nel 2022 anche da due forze politiche, Forza Italia e Lega. Gli stessi partiti che oggi proseguono nella richiesta di riforma Meloni-Nordio, senza coinvolgere le parti in una preventiva analisi di ciò che quella riforma ha prodotto.

Necessario confronto, anche se a mio avviso quella riforma, sostenuta dal governo Draghi, non ha per nulla risolto il problema dello smaltimento dei processi verso i cittadini e della giusta pena. Risolvibile in verità, solo con una nuova organizzazione delle procure che tenga conto delle necessità dei magistrati e degli avvocati e soprattutto, di nuovi investimenti, che non a caso sono assenti da anni.

Note

[1] https://alkemianews.it/2025/12/06/la-contro-riforma-della-giustizia/

[2] https://www.ilsole24ore.com/art/niente-voto-i-fuorisede-referendum-perche-e-stato-bocciato-e-che-punto-siamo-la-legge-AI50yaGB

[3] https://www.ilfattoquotidiano.it/2026/02/06/referendum-nordio-cassazione-quesito-data-notizie/8282891/

[4] https://www.penaledp.it/il-palamara-gate/

Fonte

Il mondo degli Epstein

di Andrea Zhok

In precedenza abbiamo visto:

1) come le grandi concentrazioni di capitale nella modernità, e specialmente nel mondo contemporaneo, operino come mezzi di esercizio di Potere (e solo marginalmente di consumo); 

2) come non vi sia connessione tra qualità personali e gestione di grandi capitalizzazioni; 

3) come questa disconnessione tra esercizio di un potere non legalmente limitato (assoluto) e qualità personali produca corruzione morale, sia nella società sia in chi quel potere lo esercita.

Una volta esaminato l’aspetto strutturale, è importante completare il quadro determinandone l’aspetto psicologico-morale.

L’impressione di una connessione fondamentale tra detentori di immensi capitali e comportamenti che oscillano tra la “stravaganza edonistica” e la “perversione conclamata” è stata sempre diffusa. Non abbiamo avuto bisogno degli Epstein Files per riconoscerla, anche se di solito la cinematografia mainstream cerca di spostare l’obiettivo spostando gli abusi nel passato (ponendoli come tratti decadenti di epoche remote da cui siamo usciti) o verso luoghi e paesi remoti, di cui l’occidentale medio non sa nulla.

Nella discussione su ciò che avveniva sull’isola di Epstein è comparso a più riprese il riferimento al film di Pasolini Salò o le 120 giornate di Sodoma, ma naturalmente il modello originale è rappresentato dall’autore del libro da cui Pasolini prende spunto: Le 120 giornate di Sodoma, ovvero La scuola di libertinaggio, il cui autore è il marchese Donatien-Alphonse-François de Sade, erede di una famiglia di antica nobiltà e antico patrimonio, vissuto a cavallo della Rivoluzione Francese.

Gli scritti di De Sade, non meno delle sue vicende biografiche (nella misura limitata in cui ci sono note dagli atti giudiziari) sono un’esaltazione costante e compiaciuta di comportamenti che vanno dallo stupro alla pedofilia, dall’incesto alla tortura all’assassinio, il tutto nelle forme più fantasiose.

Sul piano teorico il marchese de Sade è un libertino estremista, fervente sostenitore dell’ateismo, dell’edonismo, dell’immoralismo (rigetto di ogni norma morale, di qualunque genere).

Biograficamente de Sade è un rampollo viziato che, come lui stesso ricorda in una pagina di tenore autobiografico: «Nato fra il lusso e l’abbondanza credetti che la natura e la sorte si fossero data la mano per colmarmi dei loro doni (...) Credevo che mi bastasse concepirli [i miei capricci] per vederli realizzati»

De Sade ha tuttavia sempre un’altissima opinione di sé e, come si vede nell’epitaffio da lui stesso redatto, si percepisce costantemente come vittima di tempi retrivi. Invero de Sade riuscì ad essere messo sotto accusa sia dall’Ancien Règime, sia dai rivoluzionari che abbatterono l’Ancien Règime, sia dal Direttorio che subentrò ai rivoluzionari (ogni confronto con l’odierna inerzia della magistratura americana è lasciato alla valutazione del lettore).

De Sade non è un semplice squilibrato. È uno squilibrato per così dire “filosofico”. Egli è un grande estimatore del testo L’Homme machine di Lamettrie, dove si abbraccia una visione di materialismo meccanicista, in cui l’essere umano come ogni altro vivente è semplicemente una macchina.

Ma cos’è in fondo una macchina? Una macchina è uno strumento, un ente che esiste per poter essere usato per alcuni fini. E cosa rimane dell’essere umano e dei suoi fini? Soltanto la capacità di percepire piacere e dolori (questa è anche la base dell’utilitarismo benthamiano che viene alla luce negli stessi anni). Gli umani sono dunque macchine che possono servire per produrre piacere o dolore a chi le manovra.

Una simile concezione del mondo si attaglia perfettamente ad un soggetto dotato di grande potere materiale (ricchezza), ma al contempo fondamentalmente inetto, privo di qualunque forma di empatia (dopo tutto gli altri sono macchine) e privo di ogni prospettiva ideale, trascendente, spirituale o storica.

Quel mondo che nella seconda metà del ‘700 albeggiava in Europa è divenuto nel corso del ‘900 la forma di vita dominante nel mondo occidentale. Essa è stata battezzata in molti modi: “anarcoindividualismo”, “libertarianismo”, “nichilismo”.

Nel ‘900 non di rado la figura di De Sade è stata romanticizzata come un liberatore dei costumi, un esistenzialista ante litteram. E questo fatto non è per niente strano, visto che de Sade appare per molti versi un’incarnazione spietatamente coerente della visione del mondo dominante.

Di contro, l’autore che forse è stato più durevolmente colpito dalla figura di de Sade e che ha cercato insieme di rappresentarla dialetticamente nei suoi romanzi e di refutarla è Dostojevsky, che ne abbozza i tratti di fondo in figure come l’“uomo del sottosuolo” e poi in Svidrigajlov (Delitto e castigo), Stavrogin (I demoni) e in altri protagonisti delle sue opere.

Il potere privo di responsabilità, indipendente da qualità, esercitato in un mondo meccanico su altri esseri che sono semplicemente mezzi tra i mezzi, al fine di suscitare l’unica cosa che fa una qualche differenza, ovvero piacere e dolore, questo è il mondo inaugurato da Sade e realizzato da personaggi come Epstein (nessuno deve credere neppure per un momento che Epstein sia un caso isolato: è solo un caso organizzato su scala più grande perché utilizzabile come arma di ricatto).

E il piacere isolato dal senso del piacere ha una tendenza tipica (si parla a questo proposito di “paradosso dell’edonista”): perseguire il piacere per il piacere, e non come espressione di senso, come appagamento progettuale, come aspetto della vita, ecc. produce un noto effetto di saturazione, assuefazione.

Il piacere per il piacere rapidamente tedia, annoia, tende a spegnersi. Essendo semplicemente una risposta organica posta, in questa cornice, come priva di significato, il piacere si ottunde e atrofizza.

E a questo punto, per chi persegue il piacere privo di significato per sé stesso, e che ha i mezzi per perseguirlo facilmente, subentra necessariamente ciò che prende il nome di “perversione”.

Perversione è l’ampliamento progressivo dell’area del piacere in forme e modi che ne mantengano artificialmente una qualche capacità di suscitare un sussulto, una residua emozione. E ciò che continua a suscitare qualche sussulto è dapprima ciò che è proibito, poi ciò che è esecrato, infine ciò che è così rivoltante da essere inconcepibile.

In un suo testo che ha venduto milioni di copie (e qui, lo ammetto, parla la mia invidia) Yuval Harari – uno dei più coerenti sostenitori della visione del mondo alla Lamettrie, nelle sue forme odierne – si esprime con ammirevole chiarezza. Ciò che lui chiama “il patto della modernità”, ovvero la trasformazione che caratterizza la modernità occidentale, è riassumibile in una semplice frase: “gli esseri umani accettano di rinunciare al significato in cambio del potere”

Curiosamente Harari non si chiede mai chi avrebbe stipulato questo patto, chi vi avrebbe acconsentito. Io non ricordo di averlo sottoscritto. Dire che se nasci in quest’epoca lo hai sottoscritto automaticamente è un po’ comodo: suona tanto come il thatcheriano “non c’è alcuna alternativa” (TINA).

Forse è un patto che dev’essere accettato come condizione per far parte di quelli che detengono quel potere. E invero sembra un patto che è tanto più probabile venga accettato da chi detiene e gestisce il potere piuttosto che da chi lo subisce (e da chi detiene il potere assoluto di cui sopra in maniera preferenziale).

Ma Harari, intellettuale israeliano, guest star dei vertici di Davos, è probabilmente abituato a frequentare solo i primi.

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“Truppe Usa in Nigeria”

Gli Stati Uniti hanno inviato un piccolo contingente militare in Nigeria. Lo ha dichiarato martedì scorso il generale responsabile del comando statunitense per l’Africa riconoscendo così per la prima volta la presenza delle forze statunitensi nel paese africano che il giorno di Natale è stato oggetto di un bombardamento da parte dell’aviazione militare di Washington.

Alla fine di dicembre il presidente Donald Trump aveva infatti ordinato di realizzare alcuni attacchi aerei contro quelli che ha definito “obiettivi dello Stato islamico” in Nigeria – ma ad essere colpiti, secondo le testimonianze locali, erano stati alcuni villaggi dove non erano presenti gruppi jihadisti – e aveva minacciato nuove azioni militari.

Il generale Dagvin RM Anderson ha affermato che la squadra militare statunitense è stata inviata in Nigeria dopo che entrambi i paesi hanno convenuto che è necessario fare di più per combattere la minaccia terroristica nell’Africa occidentale.

«Ciò ha portato a una maggiore collaborazione tra le nostre nazioni, con l’inclusione di un piccolo team statunitense che apporta alcune capacità uniche dagli Stati Uniti», ha dichiarato ai giornalisti il capo dell’Africa Command (AFRICOM) dell’esercito statunitense, durante una conferenza stampa. Anderson non ha fornito ulteriori dettagli sulle dimensioni e la portata della missione.

La Nigeria è stata sottoposta a forti pressioni da parte di Washington affinché accetti il sostegno militare di Washington dopo che il presidente Trump ha accusato la nazione dell’Africa occidentale di non aver protetto i cristiani dai militanti islamisti che operano nel nord-ovest del paese.

Il governo nigeriano nega però qualsiasi persecuzione sistematica dei cristiani, affermando che sta già prendendo di mira i combattenti islamici e altri gruppi armati che attaccano sia i civili cristiani che quelli musulmani.

I combattenti di “Boko Haram” e dello “Stato Islamico della Provincia dell’Africa Occidentale” (ISWAP) hanno però intensificato gli attacchi contro convogli militari e civili soprattutto nelle regioni del nord-ovest che rimangono l’epicentro dell’insurrezione jihadista che dura ormai da 17 anni.

Proprio martedì scorso circa 170 persone sono state uccise nel corso di un attacco condotto da miliziani armati contro il villaggio di Woro, nello stato di Kwara, nella Nigeria centrale.

L’assalto è il più sanguinoso registrato quest’anno nel distretto al confine con lo Stato federale del Niger, un’area sempre più nel mirino di bande armate e jihadisti che fanno irruzione nei centri abitati, rapiscono i residenti e saccheggiano il bestiame.

Il portavoce della polizia statale, Adetoun Ejire-Adeyem, ha confermato la strage ma non ha fornito dettagli né sul numero esatto delle vittime né sulla matrice dell’assalto. Secondo alcuni testimoni raggiunti da Reuters, gli aggressori erano jihadisti che spesso predicavano nel villaggio e che avevano chiesto agli abitanti di rinunciare alla loro fedeltà allo Stato nigeriano e di adottare la Sharia, la legge islamica. Secondo alcuni analisti il massacro è stato effettuato da Boko Haram.

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La polizia ha diffuso una foto degli scontri di Torino alterata con l’IA

Il regolamento di Meta prevede la possibilità di limitare contenuti creati con l’intelligenza artificiale, ma solo «qualora esista il rischio di fuorviare le persone su fattori consequenziali senza alcun fondamento». La redazione di Facta ha valutato che non fosse questo il caso, trattandosi di modifiche non sostanziali, e ha deciso di dedicare alla vicenda l’inchiesta che segue.

Il nostro punto di vista è radicalmente diverso. Anche se naturalmente consideriamo il lavoro fatto da quella redazione come  decisivo per dimostrare che questo governo falsifica scientemente i fatti per imporre una torsione reazionaria esplicita al conflitto sociale e politico nel Paese.

Uno Stato – teoricamente la fonte legittimata a decidere cos’è vero o falso, cos’è giusto o sbagliato, cos’è liberamente permesso o reato – non può prendere “prove” a casaccio in rete, come un bamboccio qualsiasi, e giustificare attraverso quelle “prove” atti legislativi. Per di più pesanti. In altri termini, uno Stato che altera le prove sta cercando «di fuorviare le persone su fattori consequenziali senza alcun fondamento».

Si può valutare, come stabilito da Facta, che “il fatto esiste” (il poliziotto a Torino rimasto isolato dalla propria stessa foga manganellatoria, quindi circondato da un gruppetto di manifestanti che gli hanno restituito un briciolo della violenza poliziesca), e gli interventi dell’IA siano soltanto “abbellimenti estetici”. Ma è un errore gravissimo, che giustifica la falsificazione e ne minimizza le conseguenze politiche e legislative.

Gli “abbellimenti estetici”, infatti, determinano un diverso condizionamento emotivo del cittadino-spettatore, sollecitandone l’approvazione di “decreti sicurezza” che limitano – da subito, ma ancora di più “a regime” – le sue stesse libertà individuali fondamentali.

Infine, per quanto riguarda la “responsabilità autoriale” delle modifiche fatte con l’IA, negate dalla Polizia (dal ministero dell’Interno), è fin troppo facile individuarle in quei soggetti che avevano tutto da guadagnare sul piano politico-comunicativo da quelle medesime modifiche. Ossia proprio il governo e le forze politiche che lo sostengono.

Detto altrimenti, se anche non generate direttamente dalla Polizia, queste immagini sono state fabbricate da chi aveva un interesse diretto a produrle, che può essere soltanto politico, non “commerciale” o “estetico”. Si tratta di una falsificazione volontaria, insomma, non di un “disguido”. E comunque la manipolazione decisiva risulta, nella stessa ricostruzione tecnica di Facta, operata dalla Polizia Penitenziaria, ossia dal ministero della “Giustizia” (si fa per dire, parlando di “falsificazione delle prove”).

Avere dei falsari che dispongono della tua vita e della tua libertà, in Italia come negli Usa, dovrebbe preoccupare ogni “persona dabbene”. Figuriamoci chi si trova, con qualsiasi opinione diversa, all’opposizione. Del resto, se hanno paura persino di far inquadrare un cantante durante la cerimonia d’apertura delle Olimpiadi (Ghali, “reo” di aver detto a Sanremo “stop al genocidio”), dobbiamo prendere atto che la verità, per questa classe politica, è peggio del veleno.

Buona lettura.

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Aggiornamento 6 febbraio 2026: dopo la pubblicazione di questo articolo, fonti della Polizia, interpellate dall’HuffPost Italia, hanno dichiarato che «l’immagine è stata scelta tra quelle più virali circolate nel web in quei giorni. Non è stata in alcun modo generata o alterata dalla Polizia di Stato».

Da giorni sui social media circola una teoria del complotto sui due agenti di Polizia coinvolti nell’aggressione da parte di un gruppo di manifestanti a Torino, verso la fine del corteo contro lo sgombero dello storico centro sociale di sinistra Askatasuna.

La particolarità di questa vicenda è che a scatenare la dinamica cospirativa è stata la stessa Polizia. Vediamo insieme perché.

Cosa è successo

Sabato 31 gennaio a Torino si è svolta una manifestazione pacifica a sostegno di Askatasuna, centro sociale sgomberato lo scorso 18 dicembre dallo stabile in corso Regina Margherita 47 dopo 30 anni di attività. Alla manifestazione hanno partecipato diverse migliaia di persone.

Al termine della manifestazione, intorno alle 18, in Corso Regina Margherita si sono tuttavia verificati violenti scontri tra un gruppo di manifestanti a volto coperto staccatosi dal corteo (composto da circa 1.500 persone, secondo la Questura di capoluogo torinese) e le forze dell’ordine. Questi manifestanti, dopo essersi diretti verso lo sbarramento della Polizia nei pressi dell’ex sede di Askatasuna, hanno avviato un lancio di petardi, fumogeni e bombe carta contro gli agenti schierati, che hanno risposto con lacrimogeni e idranti. Al termine della giornata il bollettino è stato di cento agenti e decine di manifestanti feriti.

Online sono circolati svariati video degli scontri. Un filmato in particolare è diventato virale. La clip mostra un poliziotto da solo a terra, senza casco e maschera antigas, violentemente picchiato da un gruppetto di persone incappucciate con pugni e calci, anche in testa, e preso a martellate su una gamba e sulla schiena. Si vedono poi gli aggressori indietreggiare e un altro poliziotto arrivare in aiuto del collega. Quest’ultimo compare nel video con indosso casco, maschera antigas e scudo, utilizzato per coprire entrambi dagli oggetti lanciati dai manifestanti.

Questo video, pubblicato da Torino Oggi, è stato immediatamente ripreso da tutti i media nazionali e rilanciato sui propri profili social anche dai più importanti esponenti del governo italiano, come il ministro degli Esteri Antonio Tajani, il ministro dei Trasporti Matteo Salvini e la presidente del Consiglio Giorgia Meloni.

Su quanto accaduto la Procura di Torino ha avviato un’indagine e tre persone sono state arrestate. La sera stessa i due agenti protagonisti del filmato sono stati ricoverati all’ospedale Molinette di Torino. Il giorno dopo sono stati entrambi dimessi: l’agente colpito a terra, di nome Alessandro Camodifichelista, con una prognosi di 20 giorni, mentre il collega accorso in suo soccorso, Lorenzo Virgulti, con una di 30 giorni. I media riferiscono che, a Calista, i medici hanno riscontrato contusioni al torace e ferite a coscia e braccia. Prima delle dimissioni, i due agenti hanno ricevuto la visita di sostegno e solidarietà della presidente del Consiglio, Giorgia Meloni, che ha pubblicato sui suoi canali social video e immagini dell’incontro.

La teoria del complotto

A partire dal 2 febbraio sui social media, in particolare su X, svariati utenti hanno però iniziato a mettere in dubbio i resoconti sulle ferite riportate dai due agenti durante gli scontri a Torino, in particolare quelle di Alessandro Calista, suggerendo che il ricovero in ospedale sarebbe stato in realtà una messinscena. Alcuni di questi post hanno ricevuto centinaia di migliaia di visualizzazioni.

Per farlo questi utenti hanno messo a confronto due immagini ufficiali diffuse dagli organi dello Stato per evidenziare un presunta stranezza. Nella prima – condivisa sui propri social dalla Polizia di Stato – si vede il momento in cui Virgulti protegge Calista, dopo essere stato picchiato. Quest’ultimo è di spalle, in ginocchio, tra le braccia del collega. La seconda immagine mostra invece Calista sul letto di ospedale che stringe la mano a Meloni, durante la visita istituzionale. Quest’ultima è stata pubblicata sui social della presidente del Consiglio.

Il particolare su cui si sofferma chi ha diffuso la teoria del complotto contro gli agenti feriti sono i capelli di uno dei due protagonisti della scena. Nella prima foto Calista, di spalle, ha i capelli che arrivano fino alla nuca, mentre nella seconda, in quella parte, appaiono rasati. Questa incongruenza ricavata confrontando due foto ufficiali diffuse dalla stessa Polizia e dal governo è stata utilizzata per affermare che il poliziotto non era veramente ferito, visto che ha pure avuto il tempo di farsi tagliare i capelli prima della visita della presidente del Consiglio.

La teoria cospirativa sui capelli di Calista utilizzata per negare la violenza del pestaggio nei confronti dell’agente è però del tutto infondata. Analizzando il video dell’aggressione a Calista pubblicato da Torino Oggi si vede in maniera evidente che il poliziotto ha effettivamente i capelli rasati all’altezza della nuca, proprio come nelle immagini del giorno successivo.

Ma come è possibile, quindi, che nella foto diffusa online dalla Polizia i capelli non appaiano rasati? Perché, a una verifica più attenta, appare evidente che la Polizia ha fatto circolare un’immagine alterata con l’intelligenza artificiale.

L’immagine alterata

Il 1° febbraio la Polizia ha pubblicato su X, Facebook e Instagram un post per esprimere la propria vicinanza agli agenti feriti durante gli scontri a Torino, in particolare ai due poliziotti protagonisti del video iconico.

Nel post compare la foto del momento in cui Virgulti protegge Calista, che come abbiamo visto è stata utilizzata poi sui social per alimentare la teoria del complotto contro i due agenti.

Questa immagine presenta tuttavia diverse inesattezze tipiche di quelle generate con l’intelligenza artificiale. Ad esempio, sul casco di Virgulti al posto della scritta “Polizia” compare un porzione di testo formata da segni privi di senso. Poi, sul corpetto di protezione di Calista la scritta “Polizia” presenta un’imperfezione nella lettera “O”.

Inoltre, diversi elementi presenti della foto non corrispondono alla scena reale immortalata nel video di Torino Oggi. Nello scatto diffuso dalla Polizia, Virgulti appare senza maschera antigas, con i baffi e senza scudo. Nella realtà, invece, l’agente accorso in aiuto del collega aveva indosso la maschera antigas e lo scudo. Il poliziotto, inoltre, porta la barba e non i baffi, come si può vedere in un video diffuso dalla Polizia il 2 febbraio 2026.

Anche lo scenario intorno ai due agenti abbracciati non è lo stesso della scena reale. Nello scatto si vede una strada fatta di sampietrini e sullo sfondo una cancellata intera che poi sulla sinistra si dimezza in modo irrealistico, con la recinzione che resta sospesa a mezz’aria, senza alcuna base a sorreggerla. Sullo sfondo, si intravede una macchina della Polizia con i lampeggianti accesi.

Geolocalizzando la zona precisa dove è avvenuta l’aggressione, si vede che la strada non ha sampietrini ma è del tutto asfaltata, e da nessuna parte c’è un cancellata simile a quella della foto. È presente invece un muretto con una recinzione di ferro continua. Nel video di Torino Oggi si vede poi che alle spalle dei due agenti non era presente alcuna volante.  

Consultando la galleria fotografica dell’Ansa, Facta ha potuto verificare che questa foto IA è stata inviata dall’ufficio stampa della Polizia alla maggiore agenzia di stampa italiana, senza alcuna avvertenza che si trattasse di un’immagine generata digitalmente. Questa dinamica ha creato un ulteriore cortocircuito perché poi i media, che utilizzano la galleria fotografica dell’Ansa per i loro articoli, l’hanno diffusa a loro volta presentandola come reale.

Anche la condivisione social di questa foto IA da parte delle forze dell’ordine è stata fatta senza alcuna nota esplicita sulla sua natura digitale. Non sappiamo tuttavia se questa immagine sia stata direttamente creata dalla Polizia o se è stata trovata online, creduta reale e quindi diffusa attraverso i propri account ufficiali.

Da dove viene questa foto?

Attraverso una ricerca inversa per immagini, siamo riusciti a ricostruire che prima della pubblicazione da parte della Polizia, sono comparse sui social una serie di immagini apparentemente ritoccate con l’intelligenza artificiale per rendere la scena dell’“abbraccio” protettivo dei due agenti più nitida e pulita.

Alle 21:17 del 31 gennaio un utente su Facebook ha ad esempio pubblicato una foto dei due poliziotti molto più simile alla scena reale, seppur comunque alterata con l’IA. Le incongruenze evidenti in questo caso sono tre: i capelli sulla nuca di Calista non sembrano rasati come nella realtà, la scritta Polizia dietro al casco di Virgulti è priva di significato e l’agente non tiene in mano il manganello, come si vede nel video. Qui però l’agente indossa la maschera antigas, regge lo scudo, e la strada e lo sfondo alle spalle dei due poliziotti corrispondono con quanto si vede nel video di Torino Oggi.

Gli elementi reali scompaiono invece in una successiva versione della foto, diffusa alle 10:45 del 1 febbraio dal profilo ufficiale della Polizia penitenziaria [un organo dello Stato, ndr]. Quest’ultima è infatti molto simile, quasi identica, a quella pubblicata successivamente dalla Polizia di Stato. L’unica differenza tra le due è che, oltre a risultare più pulita, nell’immagine IA della Polizia Virgulti non ha lo scudo.

La Polizia, una fonte autorevole e istituzionale, ha dunque diffuso “con leggerezza” [noi diciamo: con intenzione politica esplicita, ndr] un’immagine generata con l’intelligenza artificiale che ha ricreato un momento reale e lo ha reso più emotivo, finendo però per manipolarlo. Ma tale leggerezza si è ritorta contro le forze dell’ordine stesse, che proprio a causa di quelle immagini sono state coinvolte in una “teoria del complotto”. [Ovviamente questa affermazione è sbagliata e non condivisibile: non trattandosi di una “leggerezza”, la manipolazione ha dimostrato che c’era uno scopo politico, non un fantasioso “complotto” privo di fondamento, ndr]

Fonte