Presentazione


Analisi, opinioni, fatti e (più di rado) arte da una prospettiva di classe.

24/05/2026

Sette storie per non dormire: l'ENI (parte 1)

Nel ripercorrere la lunga storia dell’ENI, dobbiamo necessariamente riservare ampio spazio alle vicende connesse alla morte di Mattei, le quali sono assurte nel tempo a caso emblematico dell’ostracismo che in Italia spesso ha dovuto subire chi si è speso in difesa dell’interesse nazionale. Partiremo, pertanto, proprio da tale snodo, valutandone le conseguenze per l’azienda e le interpretazioni che ne sono state date.

Prima di cominciare, riteniamo doverosa una segnalazione. L’intera nostra analisi si baserà su quanto scritto in due soli libri, che fra i vari disponibili sulla questione ci sono parsi particolarmente utili ai fini di una sua puntuale ricostruzione storica. Si tratta di “Enrico Mattei. Petrolio e complotto italiano” di Giorgio Galli (Baldini Castoldi Dalai, 2005) e de “Il miracolo scippato. Le quattro occasioni sprecate della scienza italiana negli anni sessanta” di Marco Pivato (Donzelli, 2011), cui pertanto rimandiamo i lettori in cerca di conferme e approfondimenti. Raccomandiamo in particolare il testo di Galli, in quanto – a differenza dell’altro – tratta anche di eventi successivi alla morte di Mattei.

Enrico Mattei, com’è noto, era l’uomo che aveva propugnato la nascita dell’Ente Nazionale Idrocarburi e che ne era stato presidente sino alla morte, avvenuta nell’ottobre del 1962. La sua intraprendenza era risultata altamente meritoria, in quanto l’attività dell’ENI aveva assicurato all’Italia gli approvvigionamenti energetici a costi contenuti di cui la nostra industria abbisognava per il proprio sviluppo, che l’iniziativa privata non sarebbe stata in grado di garantire. I benefici apportati dall’ENI alla nostra economia, tuttavia, erano stati limitati dalla sua persistente dipendenza dal petrolio venduto a prezzo di cartello dalle grandi compagnie angloamericane. Mattei si era adoperato perché l’ENI giungesse a disporre di risorse proprie, ma senza riuscirvi; e dopo la sua morte questa situazione si perpetuò, giacché il suo immediato successore Eugenio Cefis (presidente solo dal 1967, ma cui di fatto sin dal 1963 fu affidata la direzione dell’azienda) non provò neppure a conseguire tale obiettivo, accontentandosi di mantenere l’ente nella condizione di distributore di petrolio altrui e di alleato subalterno delle compagnie straniere. Nel periodo successivo alla gestione Cefis (il quale lasciò l’azienda nel 1971), l’ENI sarebbe poi riuscito a dotarsi in apprezzabile misura di petrolio proprio; ma gli effetti negativi della svolta del 1963 si sarebbero comunque fatti sentire per un lungo periodo di tempo (forse addirittura per un ventennio).

Per la condotta di Cefis, in verità, potremmo tentare di trovare delle giustificazioni. È stato difatti rilevato che nel 1962 l’ENI versava in notevoli difficoltà finanziarie, a causa delle enormi spese sostenute per esplorazioni rivelatesi infruttuose (e quindi incapaci di ripagare i propri costi), e che per questa ragione lo stesso Mattei, dopo avere per anni mantenuto un atteggiamento di sfida nei confronti dei giganti del petrolio, si era deciso a scendere a patti con essi. Potremmo perciò sostenere che in realtà Cefis non fece altro che raccogliere l’eredità di Mattei. Una simile conclusione, però, è confutabile rilevando come dalle proposte di accordo di cui si è oggi a conoscenza non emerga una volontà di Mattei di rinunciare durevolmente al progetto di un ENI estrattore petrolifero: presumibilmente, questi vedeva nella stipula di accordi di fornitura con le multinazionali soltanto uno strumento funzionale a far recuperare all’ente la propria floridezza finanziaria, in modo da rendere in seguito possibile un nuovo tentativo di espansione nell’ambito dell’attività estrattiva. Dal momento che la politica di Cefis si sostanzierà proprio in una rinuncia di tal fatta, non è dunque legittimo considerarla la continuazione di quella del suo predecessore. Alla nostra argomentazione si potrebbe però ribattere che, evidentemente, Cefis aveva ereditato un ENI a tal punto indebolito da non poter agire in altro modo, vuoi perché il suo risanamento imponeva proprio un duraturo ridimensionamento degli investimenti, vuoi perché l’assoluta necessità di stipulare accordi di fornitura con le sue potenti rivali consentiva a queste ultime di dettarne i termini nella maniera ad esse più favorevole. Tuttavia, se si approfondisce ulteriormente la nostra conoscenza dell’ENI di Mattei, anche questa obiezione perde credibilità. Infatti la situazione dell’ente, per quanto difficile, non era comunque così disperata da imporgli la stipula di un accordo a qualunque costo o la spontanea rinuncia alle sue ambizioni originarie, in quanto per far fronte ai debiti che aveva accumulato verso le banche poteva contare sui cospicui profitti che continuava a ricavare dalle proprie attività e sull’ascendente che aveva sugli ambienti governativi (del quale avrebbe potuto servirsi per ottenere assegnazioni di risorse pubbliche). Per di più le sue prospettive di sviluppo futuro, malgrado gli insuccessi accumulati, apparivano ancora rosee, in ragione delle promettenti possibilità di espansione che per esso si profilavano nel Sinai, in Algeria e in Libia.

Nell’esaminare le vicende dell’ENI posteriori alla morte di Mattei, inoltre, non dobbiamo limitarci a considerare la sola ricerca di nuovi giacimenti. Nel 1962 il presidente stava lavorando a un accordo con l’Algeria, finalizzato alla realizzazione di un metanodotto collegante quel paese alla Sicilia e all’accesso dell’ente alle sue riserve di petrolio, ma sotto la gestione Cefis questo progetto non si concretizzò. Ciò pure contribuì a mantenere l’ENI dipendente dalle forniture di idrocarburi delle maggiori compagnie, in particolare dalle importazioni di gas naturale libico per mezzo di navi metaniere. Ci pare arduo trovare una giustificazione anche per una simile condotta.

Riepilogando, va riconosciuto che dopo la morte di Mattei l’ENI subì le conseguenze di un cambio di strategia non imposto dagli eventi, che ne ridimensionò il ruolo, procurando danno ad esso e all’economia del paese. Per comprendere come ciò sia potuto accadere, occorre chiarire che la politica di Mattei non aveva mai rappresentato la diretta espressione della volontà del ceto di governo (per il quale, in senso lato, egli lavorava, essendo l’ENI di proprietà pubblica): al contrario, essa da parte di quest’ultimo aveva sempre ricevuto un appoggio malfermo, per un verso motivato dalla consapevolezza che quanto il presidente faceva andava a vantaggio della collettività, ma per l’altro incrinato dall’influenza che sulle forze di maggioranza riuscivano ad avere interessi nazionali ed esteri in contrasto con quello generale del paese, nonché da altri fattori di cui tra poco diremo.

La prima battaglia che Mattei dovette condurre fu quella per la mera sopravvivenza dell’AGIP (agente dello stato in campo petrolifero prima della fondazione dell’ENI), lascito del regime fascista la cui chiusura era auspicata sia dal governo statunitense, sia dalle aziende private nazionali attive nei settori dell’estrazione di idrocarburi, della produzione di energia a mezzo dei medesimi e della petrolchimica (le quali evidentemente comprendevano che la presenza dello stato in tali ambiti avrebbe sottratto loro spazi d’intervento). Anche la concessione al neonato ENI del monopolio sulla ricerca e sullo sfruttamento dei giacimenti metaniferi e petroliferi padani incontrò forti resistenze in ambito governativo, che furono vinte grazie alla pressione esercitata dai partiti d’opposizione, e lo stesso si può dire di ogni successiva mossa compiuta da Mattei per rafforzare l’ente (come l’acquisto di petrolio sovietico a buon mercato). Per quanto possa apparire paradossale, è insomma indubitabile che per poter perseguire l’interesse della nazione il manager marchigiano abbia dovuto porsi costantemente in urto con lo stato.

Per rafforzare l’incerto appoggio politico di cui disponeva ed attenuare gli effetti concreti dell’ostilità che nel contempo subiva, Mattei si avvalse di due strumenti. Il primo di essi fu una gestione autocratica dell’ente, vale a dire una gestione accentrata nelle sue mani e quindi sottratta al controllo del ceto di governo: in tal modo, quest’ultimo ebbe limitate possibilità di contrastare in anticipo le scelte del presidente, trovandosi spesso dinanzi a operazioni già intraprese da cui non avrebbe potuto recedere senza clamore (e quindi senza assumersi pubblicamente la responsabilità del danno che ciò avrebbe causato al paese). Il secondo fu il condizionamento dei partiti, perseguito tramite il controllo del quotidiano “Il Giorno” e soprattutto tramite il loro sistematico finanziamento. Naturalmente, tali comportamenti – additati all’opinione pubblica senza inquadrarli nel contesto che ne aveva motivato l’assunzione – divennero per i suoi avversari argomenti utili a screditarlo; il principale effetto controproducente che da questi derivò, tuttavia, fu un altro. Sottraendosi al giudizio dei governanti e proponendosi ad essi quale manipolatore anziché quale interlocutore, verosimilmente Mattei favorì il diffondersi di sentimenti di diffidenza – quando non di ostilità – nei propri riguardi anche in ambienti politici che sarebbero stati in grado di apprezzare i suoi intenti: per un osservatore esterno, infatti, era difficile comprendere se la sua aggressiva strategia espansionistica costituiva soltanto una risposta razionale ai problemi di approvvigionamento energetico dell’Italia o se ad informarla erano anche delle ambizioni di potere personale. Il fatto che Mattei si fosse costruito un’immagine pubblica più da capopopolo che da tecnocrate (tramite dichiarazioni in cui si presentava quale conduttore di una battaglia contro potentati statuali ed economici che opprimevano e umiliavano l’Italia) doveva poi contribuire ad alimentare sospetti di tal fatta. In ragione di ciò, anche quando in seno alla Democrazia Cristiana, dalla metà degli anni Cinquanta in poi, andò affermandosi una corrente favorevole all’intervento pubblico in economia (capace di esprimere personalità di grande spessore, quali Fanfani e Moro), non si costituì un ampio fronte politico animato dai medesimi intendimenti del presidente dell’ENI, col risultato che ancora nel 1962 la strategia dell’ente petrolifero costituiva non un aspetto particolare della politica governativa, bensì una politica parallela a quest’ultima.

In merito al rapporto di Mattei con le forze politiche, va sottolineata altresì la funzione intenzionalmente destabilizzatrice che avevano i finanziamenti da lui destinati alla Democrazia Cristiana. Egli difatti sosteneva nello stesso momento figure e correnti diverse, in modo da impedire che un singolo dirigente o gruppo diventasse tanto forte da poterlo condizionare. È da credere che un simile atteggiamento accrescesse ancor più la diffidenza e l’ostilità nei suoi riguardi, rendendolo inviso finanche a quei dirigenti politici che beneficiava (che si vedevano posti in competizione con altri, al fine di essere mantenuti in uno stato di subordinazione verso di lui, e che per effetto dell’equilibrio di forze interno alla DC da lui determinato scontavano anche una più generale limitazione della propria libertà di azione).

Alla condizione di isolamento di Mattei rispetto al mondo politico si aggiungeva poi una scarsa condivisione dei suoi obiettivi in seno allo stesso ENI, dovuta a quella medesima gestione accentratrice di cui si è detto. Per questo insieme di ragioni, l’azione dell’ente venne dunque a configurarsi essenzialmente come il frutto della volontà del suo presidente: una caratteristica che la esponeva al rischio di subire drastici cambiamenti nel momento in cui la presenza di questi fosse venuta meno. Ciò fu esattamente quel che accadde dopo il 1962: morto Mattei (e morto proprio in un momento in cui le difficoltà dell’ENI rendevano ancora più facile sia dubitare in buona fede della bontà della sua gestione, sia screditarla interessatamente), l’esecutivo si affidò a un dirigente dagli intendimenti del tutto diversi dai suoi.

Beninteso, con tutta probabilità Cefis si propose al ceto di governo come il liquidatore non di una politica volta a garantire all’Italia una relativa autosufficienza energetica, bensì soltanto degli eccessi della medesima (e parallelamente come intenzionato non a ridimensionare, bensì a risanare l’ente), in modo da guadagnarsi il favore anche della sua componente più progressista. Una volta in carica non ebbe poi difficoltà a perseguire i propri obiettivi, dal momento che quest’ultima vide la propria libertà d’azione gravemente limitata. Nel corso degli anni Sessanta, infatti, diminuirono e poi vennero meno del tutto i finanziamenti statunitensi alla Democrazia Cristiana: questa venne così a dipendere in misura crescente dai contributi versati dalle grandi imprese pubbliche e private, le quali di conseguenza divennero maggiormente in grado di orientarne le decisioni. Ciò significa che Cefis poté sfruttare il ruolo dell’ENI quale finanziatore della politica per impedire che questa contestasse la sua mancanza d’iniziativa (esattamente come Mattei aveva potuto servirsene per impedire che contestasse la propria intraprendenza); e significa anche che le compagnie petrolifere angloamericane poterono fare leva sul proprio ruolo di finanziatrici per dissuadere i nostri governanti dall’interferire con le scelte di Cefis, che in tutta evidenza andavano a loro vantaggio. A tale riguardo, è interessante rilevare come nel periodo 1963-1971 la società statunitense Esso abbia dotato la sua filiale italiana di fondi neri, che vennero da questa impiegati per finanziare esponenti delle forze governative: il fatto che questa mossa abbia seguito di pochissimo la svolta impressa da Cefis, difatti, induce a vedere in essa un’azione mirante proprio a consolidare il nuovo corso dell’ente petrolifero, scongiurando il rischio che in sede politica sorgessero iniziative volte a contrastarlo.

Neppure all’interno dell’ENI poté svilupparsi un’efficace azione di contrasto della politica di Cefis. Ciò ovviamente dipese dalla già menzionata gestione autocratica di Mattei, la quale non soltanto aveva limitato la condivisione in seno all’ente della visione di quest’ultimo, ma aveva anche impedito l’emergere di altre figure dirigenti capaci ed autorevoli, in grado di continuare l’opera del defunto presidente e di poterne rivendicare i meriti dinanzi al governo.

Chiarite le ragioni per cui fu possibile liquidare repentinamente l’eredità di Mattei, rimane da comprendere perché si volle farlo. Senz’altro, Eugenio Cefis agì guidato da interessi personali: in particolare, sappiamo che la rinuncia a portare avanti il progetto del gasdotto algerino fu seguita dall’affidamento della gestione delle navi metaniere che fornivano all’ENI il gas libico a una società di cui lo stesso Cefis era socio. È presumibile, tuttavia, che egli abbia operato anche come rappresentante di quei soggetti interessati a una moderazione delle ambizioni dell’ente pubblico. Ci riferiamo ovviamente alle grandi società petrolifere anglosassoni, che in virtù di tale moderazione poterono mantenere sul mercato italiano una condizione di predominio quali fornitrici di idrocarburi, ma anche agli operatori privati nazionali del settore, che vedevano minacciate dall’attivismo dell’ENI le loro possibilità di ampliare il proprio raggio d’azione o addirittura di mantenere quello esistente. D’altronde, Cefis risulta avere coltivato rapporti personali con esponenti di entrambi gli ambiti: si consideri al riguardo che la citata società di gestione di navi metaniere, i cui profitti furono garantiti dalla mancata realizzazione del gasdotto algerino, annoverava tra i propri soci anche il petroliere italiano Moratti e il presidente della Esso italiana Cazzaniga.

Sin qui abbiamo trattato della morte di Mattei unicamente per analizzare le ricadute che ebbe sull’azienda. Dobbiamo affrontare, tuttavia, anche la questione dell’identità e del movente di chi della sua scomparsa fu responsabile, giacché è stato acclarato che egli fu vittima di un attentato e va presa in considerazione l’ipotesi che lo si sia voluto uccidere proprio per colpire l’ENI. Poiché si tratta di un argomento che non può essere esaurito in poche righe, ad esso ci dedicheremo nella seconda parte di questo articolo.

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Iran-Usa, un piano di pace c’è. L’incognita è Israele

Habemus memorandum di intesa, non ancora un accordo esigibile. Poi c’è la propaganda trumpiana, bisognosa – ora più che mai – di una “vittoria” da sbandierare per poter chiudere la guerra perduta con l’Iran.

Lasciamo dunque da parte i comunicati e i tweet che arrivano dalla Casa Bianca e basiamoci su quanto riportano fonti dei “mediatori” dell’accordo, in primo luogo Pakistan e Qatar.

Due fonti pakistane hanno riferito a Reuters che Washington ha ricevuto un’offerta – l’ennesima, frutto di revisioni e correzioni nello scambio continuo tra le diverse delegazioni – e aspettano una risposta oggi.

Per quanto riguarda i mediatori, Teheran e Islamabad hanno presentato a Washington una proposta rivista per porre fine alla guerra e riaprire lo Stretto di Hormuz. Trump la racconta come fosse una sua conquista (ricordiamo che prima del 28 febbraio, inizio della guerra, lo Stretto era aperto e senza controlli particolari), mentre Teheran fa sapere che resterà in qualche misura sotto il suo controllo, senza altre specificazioni.

Un funzionario pakistano coinvolto nei negoziati ha dichiarato sabato sera che “l’accordo non può considerarsi definitivo finché non sarà effettivamente completato”. E inoltre che “l’accordo provvisorio per porre fine alla guerra riporta le due parti a una fase in cui erano vicine a raggiungere un accordo durante i colloqui di Islamabad”.

Ha rivelato infine che l’accordo provvisorio nella fase finale è “abbastanza completo per porre fine alla guerra”.

Nel merito, per ora, non ci sono grandi conferme, ma solo indicazioni di massima da verificare.

Il memorandum affronterebbe le disposizioni relative alla de-escalation, tra cui appunto la facilitazione della navigazione nello Stretto di Hormuz, il ritiro della flotta statunitense dalle vicinanze dell’Iran e la fine del blocco navale militare statunitense.

Il memorandum prevede inoltre lo sblocco di metà dei fondi iraniani congelati, pari a 12 miliardi di dollari.

Mentre altre fonti hanno confermato ad Al-Mayadeen, giornale libanese considerato vicino ad Hezbollah e i cui giornalisti vengono spesso uccisi con attacchi mirati da Israele, che l’intesa prevede un termine di trenta giorni per raggiungere un accordo sul nucleare dopo la firma dell’accordo quadro.

Da parte di Teheran, per ora, l’agenzia Fars, citando le Guardie Rivoluzionarie, afferma che l’ultimo post di Trump sui social media è propaganda e che non è stato preso alcun impegno in merito al programma nucleare di Teheran. “Vale la pena ricordare che Trump aveva precedentemente annunciato che i negoziati sul programma nucleare iraniano sarebbero stati una delle condizioni principali e imprescindibili di qualsiasi accordo. Tuttavia, l’Iran non si è impegnato in alcun modo e la questione nucleare non è stata discussa in questa fase”.

Anche se, bisogna ricordare, la Russia si era offerta di ospitare e riprocessare i 400 kg di uranio arricchito iraniano, in modo da garantire al massimo le due parti in causa.

Il memorandum sarebbe maturato nella forma per ora definitiva dopo un complesso giro di telefonate tra il tycoon e “Mohammed bin Salman dall’Arabia Saudita, Mohammed bin Zayed dagli Emirati Arabi Uniti, Tamim bin Hamad, il Primo Ministro Mohammed bin Abdulrahman e il Ministro Ali Al-Thawadi dal Qatar, il Maresciallo Syed Asim Munir Ahmed Shah dal Pakistan, il Presidente Recep Tayyip Erdogan dalla Turchia, il Presidente Abdel Fattah al-Sisi dall’Egitto, il Re Abdullah II dalla Giordania e il Re Hamad bin Isa dal Bahrein”.

Con i Paesi arabi del Golfo ovviamente in pressione per impedire che la guerra ricominci, vista la sicura reazione iraniana – colpire le basi Usa e alcuni impianti – che impedirebbe l’agognato “ritorno alla normalità” nel commercio, anche dando per morto il turismo e gli affari immobiliari almeno per un lungo periodo.

La parte del guerrafondaio eterno è stata recitata ovviamente da Israele. Anche perché il memorandum dovrebbe prevedere l’immediata sospensione dell’attacco al Libano e il ritiro delle truppe di Tel Aviv, che Teheran aveva posto come condizione preliminare a qualsiasi accordo. Netanyahu per il momento tace, dopo una lunga telefonata con Trump, ma media e competitor interni sono già sulle barricate.

Diversi media israeliani hanno apertamente criticato l’ipotesi di accordo di cessate il fuoco tra Stati Uniti e Iran. Guy Ghaziraeli, corrispondente del canale israeliano I24, ha dichiarato durante una trasmissione in diretta che “la conclusione della battaglia in questo modo rappresenta un grave fallimento per il Primo Ministro Benjamin Netanyahu”.

Dal canto suo, Canale 13 ha affermato che “se il cessate il fuoco venisse esteso per 60 giorni, questo passo sarebbe completamente contrario a ciò che Israele voleva e cercava di ottenere”.

Per Avigdor Lieberman, addirittura, il presidente degli Stati Uniti Donald Trump sta sottoponendo tutto Israele a un’umiliante prova con la benedizione del primo ministro israeliano Benjamin Netanyahu.

Lieberman ha aggiunto: “Chi non è stato in grado di risolvere alcun fronte per due anni e mezzo, non ci riuscirà mai”.

Riassumendo. Un memorandum c’è, Hormuz non è un problema serio, la questione del programma nucleare iraniano sembra sulla via di una soluzione di compromesso accettabile. C’è l’incognita su cosa si possono inventare i genocidi di Tel Aviv per evitare che la sconfitta militare si traduca anche in una sconfitta diplomatica.

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A Roma gli operai si riprendono la scena

Una manifestazione operaia ma anche la rappresentazione visibile di una ricostruenda alleanza sociale che vede insieme giovani, lavoratori, pensionati, donne, studenti.

Questo è quanto restituisce la manifestazione nazionale a Roma convocata dall’Usb proprio per rimettere al centro dell’agenda politica la questione operaia e tutto quello che ne deriva. A partire dai salari e dalla sicurezza sul lavoro ma strettamente connessa al quadro generale che vede avanzare a passi pesanti l’economia di guerra e la guerra stessa.

Non era una scommessa facile portare migliaia di operai a Roma per una manifestazione nazionale. Non per la disponibilità alla lotta, ma per i costi mostruosi, visto che è sparita da tempo qualsiasi “facilitazione tariffaria” per le manifestazioni sindacali e politiche.

Va tenuto poi conto che il grosso della partecipazione arriva ovviamente da fabbriche in crisi o già chiuse, oppure dai lavori precari e sottopagati (a cominciare dai riders), dove anche la mobilitazione locale presenta costo importanti se misurati da tasche vuote.

Lo hanno ripetuto diversi interventi dal camion d’apertura: “se non ora per i costi saremmo stati il doppio o il triplo“. Eppure erano presenti operai italiani a tutti gli effetti, provenienti da ogni regione, di ogni origine etnica e di ogni colore di pelle. A dire, secondo un felice metafora di Giorgio Cremaschi, che “l’unica remigrazione che questa piazza può accettare è quella di certi politici che sembrano emersi di nuovo dalle fogne“.

Le disuguaglianze sociali nel nostro paese sono diventate insopportabili, accentuate da una concentrazione della ricchezza che taglia fuori proprio chi la ricchezza la produce e la distribuisce.

Le leggi approvate da questo e dagli altri governi dal 1992 in poi, hanno agito sistematicamente per abbassare i salari, aumentare i prezzi, privatizzare tutti i servizi pubblici, sostenere con ogni mezzo solo il sistema delle imprese e la rendita.

La manifestazione di Roma intende fissare un punto con la forza di un martello: adesso basta!

Reduci da uno sciopero generale appena cinque giorni fa, lavoratrici e lavoratori dell’Usb, operai e precari, braccianti e studenti, pensionati e occupanti di case, hanno palesato un blocco sociale sempre più indisponibile ad accettare i diktat di una classe dominante arrogante quanto imbelle, ingorda quanto pericolosa. Una indisponibilità che non fa sconti a nessuno, neanche al “campo largo”.

Lungo il percorso – piazza della Repubblica a San Giovanni – dal camion-palco in molti si sono alternati al microfono per spiegare le motivazioni di questo corteo. Sindacalisti e attivisti, ma anche i “reduci” dalla Flotilla che ha provato ancora una volta a forzare l’illegale blocco navale israeliano su una Gaza affamata, assediata, sottoposta al genocidio della propria popolazione palestinese.

Dario Carotenuto (parlamentare dei Cinque Stelle) e Alessandro Mantovani (giornalista de Il Fatto) hanno fatto interventi molto sentiti e applauditi, a conferma che ormai i problemi critici che scuotono il mondo sono tutti strettamente collegati.

Se aziende e lavoratori (i secondi senza alcuna tutela) soffrono l’innalzamento dei prezzi energetici, e dunque l’inflazione, ciò avviene anche per le guerre che attraversano il Medio Oriente o per l’aggressione a un “tesoro petrolifero” come il Venezuela. Problemi sociali e geopolitici, insomma, non stanno più su pianeti diversi.

Uno striscione a lato del corteo, oltre a bandiere sparse per tutto il serpentone, ricorda a tutti la solidarietà e l’allarme su Cuba minacciata di invasione dagli USA. Molte, infatti, le bandiere palestinesi e cubane nel corteo.

E’ ben visibile la trasversalità e la connessione di battaglie apparentemente diverse ma sempre più legate tra loro, spesso guidate da una indignazione generale che sta diventando più forte di qualsiasi piattaforma meramente sindacale.

Il comunicato dell’Unione Sindacale di Base.

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15.000 a Roma alla manifestazione nazionale: gli operai devono tornare protagonisti. Abbassare le armi, alzare i salari


Una piazza operaia, popolare, combattiva, che ha rimesso al centro la questione salariale, il diritto al lavoro, la difesa dell’industria, il rilancio dei servizi pubblici e il rifiuto dell’economia di guerra.

Da tutta Italia sono arrivati operai dell’industria, lavoratori della logistica, dei porti, dei trasporti, della grande distribuzione, dei servizi, della scuola, della sanità e della ricerca. Una manifestazione che ha unito vertenze, territori e settori diversi dentro un’unica rivendicazione generale: chi produce la ricchezza del Paese deve tornare a contare.

USB ha denunciato il peggioramento delle condizioni materiali di milioni di persone, richiamando i dati ISTAT pubblicati ieri: undici milioni di persone a rischio povertà, salari impoveriti, potere d’acquisto crollato e un Paese in cui sempre più persone lavorano pur restando povere.

La manifestazione ha rilanciato il Manifesto Operaio come proposta alternativa al modello economico fondato su precarietà, bassi salari, delocalizzazioni, appalti al massimo ribasso e riarmo.

“Abbassare le armi e alzare i salari” è stato uno dei messaggi centrali della giornata. USB ha ribadito che la questione salariale rappresenta oggi la principale emergenza sociale del Paese e che le risorse devono essere destinate a lavoro, welfare, sanità, scuola, casa e trasporti pubblici, non all’economia di guerra.

Forte anche il richiamo alla Palestina e alla mobilitazione contro il genocidio e il riarmo. “Per la guerra e per il genocidio dalle aziende non deve uscire nemmeno un chiodo” è stata una delle parole d’ordine che hanno attraversato il corteo.

La manifestazione ha inoltre rilanciato la necessità di ricostruire una forza collettiva del lavoro capace di unire fabbriche, porti, logistica, servizi e territori, affermando la necessità di riportare lavoratrici e lavoratori al centro delle scelte politiche, industriali ed economiche del Paese.

La manifestazione di oggi rappresenta per USB l’apertura di una nuova fase di organizzazione, conflitto e mobilitazione generale.

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23/05/2026

Le Monografie di Frusciante: John McTiernan (Luglio 2020)

Escher: rigore matematico e incanto dell’immaginazione oltre le miserie e le prigioni dell’ovvio

di Gioacchino Toni

M.C. Escher, Esplorando l’infinito, introduzione di Luca Taddio, presentazione di Federico Giudiceandrea, Aesthetica Edizioni, Milano, 2026, pp. 214, € 26,00

Come scrive Luca Taddio introducendo il volume Esplorando l’infinito, coniugando rigore matematico e incanto dell’immaginazione, Escher sfida la percezione dello spettatore, «celebra l’enigma della visione: invita chi guarda a smarrirsi nei labirinti della percezione, a seguire scale che non portano in nessun luogo, a contemplare superfici che si trasformano e a indagare oggetti impossibili dove l’infinito sembra sfidare il finito» (p. 7). La potenza dell’inatteso delle opere di Escher deriva l’onirico e l’incanto dal rigore delle geometrie impossibili che inventano metamorfosi e trasformazioni, scambi sorprendenti tra pieno e vuoto, alto e basso, interno ed esterno, ecc..

Derivando la realtà dall’illusione, scrive Taddio, «Escher sembra volerci ricordare che il mondo non è fatto solo di ciò che vediamo, ma anche di ciò che immaginiamo»; il suo è «un invito a guardare oltre, a sfidare i limiti della percezione, a perdersi per il puro piacere di scoprire nuove possibilità di visione: virtualità dove ogni curva rivela un paradosso, ogni angolo una possibilità, ogni spazio un segreto». Insomma, l’olandese si rivela «un creatore di mondi, un poeta dell’infinito, un artigiano della forma che ha saputo intrecciare arte e scienza, trasformando la realtà in sogno e il sogno in realtà» (p. 8), mostrando la reversibilità del confine tra illusione e verità.

Esplorando l’infinito, sottolinea Federico Giudiceandrea nel presentare il volume ideato dalla M.C. Escher Foundation, cede la parola direttamente all’olandese raccogliendo numerosi suoi interventi: dai testi preparati per le conferenze negli Stati Uniti, che poi non ha avuto modo di tenere, agli studi dedicati alla divisione regolare del piano da cui emerge la volontà di trasformare un principio matematico in immagine poetica, dalle riflessioni sull’impossibile a quelle sull’infinito ove rivela il desiderio di rendere visibile ciò che non ha fine.

Escher sottolinea più volte come la creatività non derivi dalla totale spontaneità, ma da regole consapevolmente accettate. Le prospettive ingannevoli e le figure geometriche complesse dell’olandese sfidano la percezione abituale stimolano riflessioni sulla natura della realtà. I suoi paradossi visivi invitano a «vedere oltre l’ovvio, a esplorare i confini della percezione e a comprendere che la realtà può essere molto più complessa e meravigliosa di quanto i nostri sensi ci permettano di percepire» (p. 24).

Apprezzato inizialmente negli ambienti matematici e cristallografi, solo in un secondo momento Escher ottiene l’interesse del mondo dell’arte e del grande pubblico. Il successo in ambito artistico, tuttavia, non scalfisce la sua preferenza per essere annoverato tra i grafici piuttosto che tra gli artisti.

A rendere le tecniche grafiche affascinanti, sostiene Escher in uno scritto pubblicato nel 1950, sono il desiderio di moltiplicare l’opera, la bellezza del mestiere e i limiti imposti dalla tecnica. Il desiderio di ottenere immagini multiple risponde, secondo l’olandese, a un non meglio definibile «istinto primordiale», la bellezza del mestiere ritiene derivi dall’esperienza artigianale del confronto diretto dell’intagliatore e dell’incisore con «una materia ribelle», gioia, a suo avviso, sconosciuta all’illustratore. Circa i limiti imposti dalla tecnica, Escher sottolinea come la libertà di cui gode l’illustratore non è permessa a chi si cimenta nelle arti grafiche. Chi ha scelto di confrontarsi con la materia

vuole coscientemente porsi delle limitazioni precise, preferendo la disciplina alla seduzione della molteplicità e del caos. Infatti, semplicità e ordine sono, se non le principali, almeno le più importanti direttive per gli esseri umani in generale. Il bisogno di semplificazione e ordine ci guida lungo la nostra strada e ci ispira in mezzo al caos. Il principio è caos, la fine è semplicità. Il già citato fattore di ripetizione e moltiplicazione non è in conflitto con questo. Al contrario, l’ordine è ripetizione delle unità; il caos è molteplicità senza ritmo (p. 40).

Nel discorso tenuto in occasione del conferimento di un premio nella cittadina olandese di Hilversum nel 1965, Escher ha modo non solo di esplicitare che nonostante l’influenza esercitata dai matematici e dai cristallografi sul suo lavoro egli continui a muoversi da profano in campo matematico, ma anche di sottolineare come le sue produzioni siano permeate di giocosità. «Non riesco a fare a meno di scherzare con quelle che consideriamo certezze inconfutabili» (p. 47). L’olandese ritorna ancora sulle caratteristiche artigiani del suo mestiere, ribadendo di sentirsi «un grafico anima e corpo» e di provare imbarazzo per la qualifica di artista che gli viene attribuita.

Nei testi delle conferenze che avrebbe dovuto tenere negli Stati Uniti, puntualmente corredati delle immagini che intendeva proiettare, Escher palesa i suoi debiti nei confronti degli esempi giapponesi e arabi, facendo riferimento diretto soprattutto a quanto visionato nei palazzi spagnoli dell’Alhambra, ove sono presenti veri e propri capolavori di riempimento del piano con figure perfettamente incastrate tra loro senza spazi vuoti.

Nel testo per la prima conferenza, Escher inizia con il mostrare esempi pratici delle tre regole principali per il riempimento regolare del piano – per trasposizione, per assi e per riflessi speculari –, dunque illustra gli sviluppi di forma e di contrasto e si sofferma su ciò che chiama funzione e significato degli sfondi, sull’idea di immensità e su storie per immagini che suggeriscono trasposizioni dal piano nello spazio.

Nel testo per la seconda conferenza prevista, l’olandese presenta una serie di cinquanta diapositive che illustrano svariati temi: esempi di osservazione meticolosa della realtà (paesaggi e architetture) o di mera fantasia realizzati durante i soggiorni in Italia; immagini riflesse (sull’acqua, su specchi orizzontali e curvi, su occhi...); nastri ricurvi o strisce capaci d suggerire tridimensionalità, in alcuni casi ispirati alla fantasia di H.G. Wells o all’opera di Möbius; stampe che mettono in scena il conflitto tra bidimensionalità e tridimensionalità; esempi di inversione del concavo nel convesso; poliedri regolari; opere incentrate sulla relatività della funzione di un piano; animali fantastici e giochi di relatività.

In Esplorando l’infinito vengono riprese anche alcune importanti riflessioni di Escher relative alla divisione regolare dei piani, tematica affrontata, oltre che in un celebre saggio pubblicato sulla rivista d’arte «De Delver» (1941), nel volume Regelmatige vlakverdeling (1951), poi confluito in Leven en werk van M.C. Escher (1981), dandone una definizione: «Un piano, che immaginiamo si estenda in tutte le direzioni, può essere riempito o diviso all’infinito, seguendo un numero limitato di sistemi, con figure geometriche simili che siano contigue in tutti i lati senza lasciare “spazi vuoti”» (p. 129). In tale pubblicazione Escher si sofferma anche sull’importanza esercitata sulle sue teorie dalla musica di Bach:

La razionalità, gli arrangiamenti matematici e la severità delle regole probabilmente svolgono un ruolo importante, sebbene non diretto. È un’influenza che nasce dalle emozioni, o almeno così la percepisco consapevolmente mentre ascolto quella musica. Eppure, o forse proprio per questo motivo, il fluire delle note di Bach ispira e rende fertile la mente. Ciò accade sia perché evoca precise ispirazioni o immagini, sia perché suscita un bisogno irresistibile di inventarne di nuove. Nella musica di Bach, più che in qualsiasi altra, classica o moderna, qualcosa si rivela a me con chiarezza. Qualcosa che aspettavo senza saperlo, come quando si riconosce un paesaggio visto per la prima volta. Un senso vago e improvviso di attesa si manifesta durante un concerto, in un periodo di infertilità creativa. Il desiderio di creare precede il bisogno stesso di creazione ed è la scintilla iniziale che mette in moto il processo di generazione delle immagini. Così, nei momenti di svogliatezza, di vuoto mentale e di indifferenza, mi rivolgo alla musica di Bach come a un tonico che risveglia il mio desiderio di creatività (p. 162).

A concludere Esplorando l’infinito sono un saggio sull’infinito e due conferenze, una sulla prospettiva e l’altra sull’impossibile. A proposito di quest’ultimo, Escher sottolinea come gli esseri umani, nel cercare l’innaturale o il soprannaturale per fuggire dall’ordinaria, noiosa e prevedibile realtà tridimensionale, tendano a precludersi il fascino della tridimensionalità dello spazio quotidiano. Per quanto sia già di per sé sufficientemente enigmatica e misteriosa, la realtà in cui vive, l’essere umano si ostina a volersi allontanare da essa rifugiandosi nei racconti e nelle immagini.

Chiunque voglia rappresentare qualcosa che non esiste deve seguire alcune regole, valide più o meno anche per chi narra storie di fate: sfruttare la funzione dei contrasti; suscitare emozioni. L’elemento misterioso su cui si vuole focalizzare l’attenzione deve essere circondato e velato da fatti quotidiani chiari e riconoscibili da tutti. Questo contesto, naturalmente credibile per un osservatore superficiale, è fondamentale per raggiungere l’effetto desiderato. Proprio per questo, un gioco del genere può essere compreso e apprezzato solo da chi è capace di andare oltre la superficie, disposto a usare la propria mente come se risolvesse un enigma. Non si tratta quindi di affidarsi ai sensi, ma al pensiero. La serietà non è affatto necessaria, ma è invece fondamentale un certo tipo di umorismo e autoironia, almeno da parte di chi crea queste rappresentazioni (p. 178).

Insomma, in controtendenza rispetto a tanti altri artisti, Escher sceglie la via mentale, non quella emotiva, per andare oltre le miserie e le prigioni dell’ovvio.

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Che cosa implica seguire la folle “dottrina” comunitaria del rigore

di Alessandro Volpi

Il lettone Valdis Dombrovskis, commissario europeo per l’Economia (con deleghe anche a Produttività, attuazione e semplificazione) nella “squadra” von der Leyen, ha dichiarato, a margine delle pessime previsioni sull’andamento dell’economia europea nel 2026 e nel 2027, che l’unica strada è quella dell’austerità: poca spesa pubblica, poco debito e “cautela”.

Per capire la follia di queste posizioni è utile fare riferimento proprio ai numeri forniti dalle “stime di primavera” della Commissione. La “crescita” nel 2026 sarà secondo lo scenario migliore dell’1,1% e in quello peggiore dello 0,5%, mentre nel 2027 dovrebbe “salire” all’1,4 nell’ipotesi migliore e allo 0,7 in quello peggiore. Dunque, l’economia dell’Ue, stando alle valutazioni della stessa Commissione, è inchiodata allo 0%, peraltro con il rischio reale di peggioramenti severi qualora la crisi di Hormuz non si esaurisse rapidamente.

Ancora secondo i dati della Commissione, questo ridottissimo incremento del Pil è dipeso quasi interamente dall’effetto dell’intervento pubblico del PNRR, che garantisce una spinta almeno dello 0,4%: quindi senza l’intervento pubblico – e sottolineo pubblico – l’affanno sarebbe asfissia totale.

Ma la sequenza di dati eloquenti non finisce qui. Nel 2026 saranno molto probabilmente 11 gli Stati europei in cui il rapporto deficit/Pil risulterà superiore al 3% e che finiranno in procedura di infrazione: tra questi figurano la Francia, l’Italia, la Polonia, la Romania e persino la Germania. È significativo notare che tra i Paesi “virtuosi”, cioè sotto il 3%, compaiono il paradiso fiscale dell’Irlanda e i grandi beneficiari netti di finanziamenti europei come Lettonia, Lituania, Estonia e Croazia.

Alla luce di questi dati la domanda che sorge spontanea è semplice: che cosa significa per i Paesi che non rispettano il vincolo del 3% seguire la “dottrina” Dombrovskis-von der Leyen del rigore? Significa correggere i propri conti pubblici dello 0,5% del Pil l’anno. Per l’Italia, ad esempio, vuol dire un taglio di 10-11 miliardi di euro, da reperire sottraendoli, in primis, alla spesa per il welfare e per gli investimenti pubblici. Estesa a tutti gli 11 Paesi che stanno violando la regola europea, questa prospettiva si traduce in decine di miliardi tolti ad ogni possibilità di miglioramento delle condizioni economiche solo per rispettare un vincolo del tutto privo di senso.

Peraltro proprio l’esperienza del PNRR dimostra che solo gli investimenti pubblici tengono in piedi il Paese. Ma perché la regola europea è priva di senso? La risposta è chiara. L’impianto dei vincoli europei dovrebbe servire ad evitare la crescita dell’inflazione e un maggior costo dei debiti pubblici: due condizioni che, attualmente, hanno ben poco a che vedere con il rispetto del Patto di stabilità. L’inflazione dipende infatti dall’aumento dei prezzi dell’energia e dei beni importati in Europa e non certo da un aumento dei consumi interni; quindi se per ridurre l’inflazione si punta ad azzerare, con l’austerità, i consumi si determina lo strangolamento della popolazione e del sistema produttivo europei. La seconda condizione riguarda l’aumento degli interessi sul debito pubblico. Questo aumento dipende, in questa fase, dalla forte lievitazione dei rendimenti del colossale debito degli Stati Uniti che fa concorrenza ai debiti del resto del mondo; ma si tratta di una concorrenza disperata perché il debito statunitense è fortemente in crisi proprio per la sua dimensione monstre.

In questo senso se gli Stati europei facessero più debito, garantito dalla Bce, avrebbero le risorse per finanziare nuovi Piani di intervento pubblico, in grado come il PNRR di spingere la domanda, senza che questo possa riverberarsi troppo sui tassi di interesse e soprattutto li renderebbe sostenibili attraverso l’incremento del Pil. Risulta così evidente che l’Europa di questa Commissione è devastante; anche perché il sospetto vero è che l’austerità punti alla distruzione degli Stati sociali per costringere la popolazione europea a destinare tutti i propri risparmi alla finanziarizzazione della Borsa americana dove stanno arrivando le tre operazioni del secolo. La quotazione di SpaceX, Anthropic e OpenAI, per cui serviranno 5.000 miliardi di dollari.

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I manager nazigolpisti della guerra glorificati dal Corriere della Sera

19 maggio. Con quale afflato, con che trasporto, con quanta guerresca partecipazione, come a rivivere le “radiose giornate di maggio”, i megafoni guerrafondai milanesi e torinesi del bellicista “comitato d’affari” fascio-borghese hanno echeggiato, lo scorso 18 maggio, gli attacchi ucraini sulla regione di Moskva.

«4 morti», hanno scritto, asetticamente, come di una lista della spesa – “un chilo di patate e tre filetti d’aringa” – sottolineando premurosamente «Zelenskij azione giustificata»; mica come quando biascicano pietisticamente di «vittime civili ucraine dei criminali raid russi»! Qui no: i «4 morti» sono russi. Civili anche loro, ma russi. Ben gli sta: è una «azione giustificata», lo testimonia il nazigolpista dalla voce roca.

E poi, con un ulteriore balzo d’entusiasmo cameratesco verso il beneamato regime banderista, si giubila che i «Raid simultanei a lungo raggio» di Kiev indicano che si è entrati in «Una nuova fase del conflitto grazie al salto dell’industria bellica».

Questo perché, verga la signora Marta Serafini sul Corriere della Sera, «Finanziamenti, cooperazione industriale e joint venture con partner europei stanno contribuendo a trasformare il comparto ucraino dei droni in una base produttiva sempre più stabile». Sia lode al complesso militare-industriale per l’ulteriore segmento di profitto.

Lo ha detto chiaro, il ministro della guerra golpista Mikhail Fëdorov, quello incensato dalla stessa signora Serafini perché, al momento dell’insediamento, aveva cristianamente annunciato «il nuovo traguardo di arrivare a 50.000 perdite mensili inflitte a Mosca tra morti e feriti».

Kiev punta ora su un forte aumento della produzione di droni d’attacco a medio raggio: «l’obiettivo è quello di aumentare drasticamente i volumi di produzione. Abbiamo già firmato un numero record di contratti per sistemi d’attacco a medio raggio e continuiamo a investire in questo settore».

Gli risponde l’omologo tedesco Boris Pistorius, in visita a Zaporož’e: obiettivo della Germania è imparare dall’esperienza ucraina nella guerra coi droni e capire come accelerare e migliorare l’efficienza della loro produzione. Berlino e Kiev sono ora «partner strategici», ha detto il bellicista teutonico; «Possiamo trarre profitto dall’esperienza ucraina… non smetteremo di fornirvi lo stesso livello di supporto che vi abbiamo garantito in tutti questi anni. Ma ora dobbiamo capire come accelerare e migliorare l’efficienza nella produzione di droni».

Detto così, apertamente: ormai non si finge nemmeno più di essere fuori dalla guerra. Altrettanto platealmente, Fëdorov elogia la Germania, che «è il primo Paese al mondo per quanto riguarda gli aiuti all’Ucraina… Fornisce un supporto significativo nel settore della difesa aerea e delle forniture di artiglieria a lungo raggio, acquista droni ucraini per l’Ucraina e costruisce impianti di produzione congiunti».

E in un trasporto di comuni “ideali”, passati e presenti, Pistorius si sbraccia in un moto di orgoglio per il «mio Paese e il popolo tedesco, così prudente in materia di guerra e di esercito, data la nostra storia… abbiamo una responsabilità nei confronti delle persone di oggi e delle generazioni future, quando si tratta di sicurezza e della minaccia rappresentata dalla Russia… la minaccia esiste… Dobbiamo riconoscerlo. Altrimenti, non saremo in grado di affrontare la sfida e portare a termine la nostra missione».

Quella, cioè, di incrementare l’industria di guerra in preparazione dello scontro con la Russia.

Già un mese fa, l’ex deputato della Rada Oleg Tsarëv aveva detto che Kiev al momento non ha problemi con armi e soldi, dato che l’Europa ha completamente sostituito i rifornimenti USA: «lo vediamo al fronte. Se ci fosse carenza, la situazione sarebbe diversa».

Dei 90 miliardi stanziati, 60 andranno nell’acquisto di armi e si farà di tutto perché metà del prestito venga erogata rapidamente; se prima si fornivano a Kiev carri armati e attrezzature costose e facilmente distrutte, ora i soldi vanno in armi adatte «a un nuovo e più efficace tipo di guerra… Hanno intenzione di inondare l’Ucraina di armi. Queste joint venture che stanno avviando… beh, noi siamo stati così precisi nel colpire la produzione in Ucraina, che l’hanno trasferita in Europa».

«Nulla costringerà l’Europa a negoziare con la Russia in questo momento» dice il sociologo di Donetsk Evghenij Kopat’ko; la macchina bellica «è già in moto. L’Europa sta riarmando e modernizzando l’industria della difesa. I soldi per una guerra con la Russia ci sono e, con la linea del fronte praticamente ferma, l’Ucraina ha risorse economiche e umane sufficienti per resistere a lungo… Al ritmo attuale delle operazioni militari, l’Europa ha fondi sufficienti per finanziare l’Ucraina per molti anni».

Così che, dato che le aziende occidentali non fanno mistero del loro coinvolgimento diretto nella guerra contro la Russia, dovrebbero diventare obiettivi legittimi per attacchi di rappresaglia, afferma il politologo Vladimir Kornilov.

È il momento, dice, di domandarci se stiamo combattendo solo contro l’Ucraina o contro tutti questi “gruppi Palantir”: dobbiamo avvertirli che «hanno oltrepassato il limite che avevamo indicato. I nostri leader avevano avvertito che colpire in profondità la Russia e usare armi occidentali, avrebbe rappresentato il superamento di una linea rossa. Hanno oltrepassato quella linea e stanno testando fin dove possano spingersi. Finora, a mio avviso, non c’è stata una risposta adeguata, ma dovrà essere data».

Il rappresentante russo presso la OSCE, Dmitrij Poljanskij afferma infatti che nella società russa cresce la richiesta di azioni decise in risposta al coinvolgimento dei paesi UE nei bombardamenti del territorio russo: «Gli europei esagerano… cercano di mettere alla prova la nostra determinazione, di capire a che punto reagiremo. È un gioco molto pericoloso… non è un videogioco, una simulazione, ma una situazione seria. Noi teniamo aperta la porta per una soluzione diplomatica alla crisi in Ucraina, ma nessuno vuole ascoltarci. Ora c’è una forte richiesta pubblica di un’azione decisa, per dimostrare che la Russia è pronta a combattere».

Dunque, dato che la UE ha da tempo oltrepassato tutte le linee rosse, una guerra con essa è solo questione di tempo: «consiglierei di non mettere alla prova la nostra pazienza e moderazione. Il fatto che la NATO sia ora direttamente coinvolta nella guerra contro la Russia, fornendo spazio aereo ai droni ucraini e localizzando la produzione di droni e altri mezzi bellici sul proprio territorio, ci avvicina pericolosamente a questo conflitto».

Proprio ieri, l’intelligence estera russa ha diffuso una notizia secondo cui Kiev starebbe apprestando una serie di attacchi in profondità al territorio russo, servendosi dello spazio aereo lettone; in sostanza, non si limiterebbe a utilizzare i corridoi aerei messi a disposizione dai paesi baltici, intenderebbe lanciare droni direttamente dal loro territorio.

Quindi, dice Poljanskiij, solo una vittoria militare russa potrà far rinsavire i politici occidentali, distaccati dalla realtà: «Ci sono due scenari possibili. Il primo è che schiacciamo militarmente l’Ucraina. Credo che questo sia uno scenario molto verosimile. L’altro, che al momento sembra molto improbabile, è che l’Occidente, e in particolare i paesi europei, rinsaviscano e si rendano conto di essersi spinti troppo oltre… tutte le misure adottate finora dall’Occidente sono state a spese della Russia, senza tenere conto delle sue preoccupazioni…

Non ci sono diplomatici da parte europea disposti a fare ciò per cui siamo stati addestrati: riunirci, cercare soluzioni e proporle alle nostre capitali. Quelli con cui ho a che fare sono solo dei propagandisti che si limitano a diffondere le informazioni che il loro governo cerca di diffondere ovunque».

È così che il professor Serghej Karaganov, Presidente del Consiglio per la politica estera e di difesa, in uno sterminato saggio pubblicato da La Russia nella politica globale, dal titolo “Guerra mondiale: la strada verso la vittoria”, afferma che una vera e propria guerra mondiale sia già iniziata e, da parte di Moskva, si tratti di adottare la conseguente strategia.

Il primo passo da compiere, dice, è la “siberizzazione” della Russia: il trasferimento del centro dello sviluppo ideologico, economico e politico nell’Asia russa. Dato che «l’Europa sta tornando “a se stessa” – fonte di guerre e altri problemi – uno spostamento verso Oriente e lo sviluppo della tecnologia militare sono necessari anche per ragioni strategico-militari… trasferendo alcune funzioni capitali alle città siberiane».

Questo, insieme a una modernizzazione delle politiche estera e della difesa; tanto più che «continuare con l’attuale mezza politica in Ucraina, che rischia di sfinire il paese, potrebbe minare la forza e lo spirito di rinascita della Russia».

Dunque, i colloqui per una tregua nello “spirito dell’Alaska” possono proseguire a livello tattico, ma «con la consapevolezza che la pace e lo sviluppo a lungo termine sono impossibili senza fermare il tentativo dell’Occidente di attuare una vendetta militare e politica storica».

In particolare, afferma lo storico, una conclusione vittoriosa dell’attuale conflitto in Ucraina, e ancor meno la prevenzione di un’escalation a livello termonucleare globale, è impossibile senza un significativo rafforzamento della politica di deterrenza nucleare: il potenziamento dei missili a medio e lungo raggio e di altri vettori «dovrebbe essere intensificato per dissuadere gli occidentali dal tentare di riconquistare la propria superiorità… Le armi nucleari, se impiegate in quantità ottimali e con la dottrina appropriata, rendono irraggiungibile la superiorità non nucleare e consentono di risparmiare risorse per le forze convenzionali.

I nostri “Burevestnik”, “Orešnik” e i sistemi di lancio ipersonici dovrebbero convincere il nemico della vacuità delle sue speranze di vittoria… L’obiettivo di potenziare e rendere più flessibili gli arsenali nucleari è ricordare a tutti che una grande potenza nucleare non può essere sconfitta attraverso una corsa agli armamenti non nucleari o una guerra convenzionale, nemmeno con i droni…

I potenziali avversari devono comprendere che una corsa agli armamenti è suicida per loro… La guerra coi droni, la guerra biologica e persino la guerra cognitivo-digitale devono essere prevenute e scoraggiate facendo sempre più affidamento su armi in grado di distruggere i responsabili di tali guerre».

È inoltre necessario accrescere la «credibilità della minaccia dell’uso di armi nucleari per risvegliare le società europee dal loro “parassitismo strategico”, ovvero dalla convinzione che la guerra non scoppierà, che “andrà tutto bene”. Bisogna restituire il senso di paura e di autoconservazione a coloro che hanno smarrito la strada e dimenticato le guerre e i crimini commessi dai loro paesi e popoli nei secoli passati».

Sono necessari diversi cambiamenti alla dottrina sull’uso delle armi nucleari. Affidarsi alla deterrenza nucleare è «essenziale per prevenire la guerra coi droni. La risposta deve essere devastante. Se, ad esempio, missili o droni venissero nuovamente lanciati dall’Ucraina e dai paesi limitrofi dopo possibili accordi di pace o persino una capitolazione, coloro che gestiscono i droni devono sapere che subiranno ritorsioni, anche nucleari».

È il momento di abbandonare l’assunto, che avvantaggia principalmente gli americani, secondo cui in una guerra nucleare «non ci possono essere vincitori e che l’uso di armi nucleari porterebbe inevitabilmente a un’escalation termonucleare globale. Dio non voglia che vengano usate armi nucleari. Persone innocenti moriranno e verrà distrutto il mito che ha salvato l’umanità, quello secondo cui l’uso di armi nucleari porterebbe a un Armageddon universale. Ma una guerra nucleare, soprattutto in un’Europa sovraffollata e moralmente debole, può essere vinta…

Ripeto: l’uso delle armi nucleari è un grave peccato. Ma, di fatto, astenersi dall’usarle non è meno grave, perché spiana la strada all’intensificarsi della guerra mondiale iniziata dall’Occidente… Dobbiamo vincere la guerra mondiale scatenata, indebolendo e respingendo i revanscisti… Alla Russia sono stati concessi vent’anni di pace. Ma ora siamo entrati in decenni di guerra e conflitto. Dobbiamo vincere, salvando noi stessi e l’umanità».

Nemmeno a farlo apposta, dal 19 al 21 maggio, sono in corso in Russia esercitazioni delle forze nucleari: vi sono impegnati circa 65.000 uomini e quasi ottomila mezzi delle forze missilistiche strategiche, flotte del Nord e del Pacifico, aviazione a lungo raggio.

Che importa; per i megafoni della guerra, attendati in via Solferino, importante è sbavare per «il giovane neoministro» che, nella Kiev nazigolpista, «toglie la giacca, indossa la felpa e diventa un manager» di «droni economici e sacrificabili»: al Corriere della Sera presentano davvero la guerra come fosse “un videogioco, una simulazione”.

D’altronde, da un secolo e mezzo sono avvezzi a glorificare guerre coloniali, fasciste e naziste. E quella dei banderisti non fa eccezione.

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Il povero di destra

Esiste un fenomeno che sembra assurdo, ma che il capitalismo ha perfezionato per decenni: il povero di destra.

Perché così tante persone povere finiscono per difendere un sistema che le mantiene in povertà? La risposta non risiede solo nell’economia, ma anche nell’ideologia. Perché al povero di destra non solo è stato tolto il denaro, gli hanno tolto qualcosa di più importante: la coscienza di classe.

Gli hanno insegnato a non vedersi come un lavoratore, a non vedersi come un essere umano, a non vedersi come un salariato, anche se vende la propria forza lavoro ogni giorno. Si auto percepisce come un futuro milionario temporaneamente intrappolato nella povertà. E, attenzione: la povertà non riguarda solo chi vive sotto un ponte; ma anche chi, se perde il lavoro oggi, non saprà come vivrà il mese prossimo.

Come un bravo servo ambizioso, gli hanno insegnato che un giorno raggiungerà la vetta, sempre a patto che non metta mai in discussione la vetta.

Ed è proprio qui che sta la chiave: i padroni del sistema hanno bisogno che l’oppresso non metta mai in discussione il sistema, ma che piuttosto incolpi il singolo individuo oppresso.

Ecco perché il povero di destra è così funzionale: perché protegge proprio il sistema che lo sfrutta; difende il meccanismo che sostiene coloro che si trovano al vertice della piramide.

E la cosa più tragica è che il povero è stato convinto del fatto che il suo nemico non sia chi concentra potere e ricchezza, ma un altro povero come lui: quello che protesta, quello che rivendica i propri diritti, quello che pensa, quello che si organizza, quello che si interroga.

Quindi ripetono frasi come “il povero è povero perché lo vuole” o dice che rivendicare la dignità è “invidia”. Ripete discorsi preconfezionati come un mantra, copioni scritti da chi detiene effettivamente il potere economico.

Perché il povero di destra vive proiettando se stesso nel ricco. Vive all’ombra del successo altrui, convinto che se chi è al vertice vince, un giorno vincerà pure lui, ignorando che il successo del capitalista è il prodotto dell’accumulazione del lavoro sfruttato (che sia ben pagato o mal pagato).

Ma il povero di destra ignora un aspetto fondamentale: il sistema non premia necessariamente chi lavora di più. Premia principalmente chi possiede capitale. Basta guardare il mondo per capirlo: chi lavora di più sono spesso proprio i più poveri (contadini, operai, mietitori, lavoratori informali), persone che lavorano 10 o 12 ore al giorno solo per sopravvivere.

La figura del povero di destra non è una barzelletta, non è una caricatura: è una tragedia ideologica moderna. È un essere umano privato del pensiero critico, addestrato a difendere un sistema che non lo vedrà mai un pari. E forse la più grande vittoria del capitalismo non è stata la produzione di ricchezza, ma l’aver spinto milioni di poveri a difendere con passione chi vive sfruttando il loro lavoro”.

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