Presentazione
Analisi, opinioni, fatti e (più di rado) arte da una prospettiva di classe.
29/04/2026
Individuato lo sparatore del 25 aprile a Roma: è della Brigata ebraica
Le indagini sull’uomo che ha sparato a pallini contro due manifestanti dell’Anpi a Roma lo scorso 25 aprile hanno portato ad un fermo. Il sospettato è un ragazzo di 21 anni legato alla Comunità ebraica di Roma. Il giovane, Eithan Bondi, che avrebbe ammesso la propria responsabilità, è stato fermato nella notte ed è stato interrogato dai pm e dagli investigatori della Digos di Roma.
I fatti sono avvenuti nei pressi di Parco Schuster, lo scorso 25 aprile dove era in corso la conclusione del corteo per la Festa della Liberazione dal nazifascismo, organizzata dall’Anpi.
Il ragazzo a bordo di uno scooter bianco e vestito un giubbotto verde militare, è accusato di essersi avvicinato a una coppia di militanti dell’Anpi e di aver sparato diversi colpi con una pistola ad aria compressa. Le vittime sono marito e moglie, Nicola Fasciano, 65 anni, e Rossana Gabrieli, 62 anni. L’uomo è stato colpito vicino al collo e alla guancia, la donna invece alla spalla. I due non indossavano la kefiah palestinese tanto odiata dai sionisti ma il fazzoletto dei partigiani dell’Anpi.
Il giovane, Eithan Bondi, è stato raggiunto dalla Digos nella serata di ieri presso la sua abitazione ed è stato perquisito. L’accusa è di tentato omicidio e porto d’armi abusivo. Bondi avrebbe dichiarato di far parte della Brigata Ebraica di Roma. Gli investigatori sono riusciti ad individuarlo grazie alle telecamere di sorveglianza che hanno seguito la sua fuga dalla Basilica di San Paolo prima verso Piramide, poi per via del Porto Fluviale e infine per il Lungotevere. Durante il tragitto il ragazzo aveva gettato la pistola softair in un cassonetto.
Gli interrogativi posti da questa vicenda sono parecchi. La zona di Roma in cui è avvenuto l’attentato – Ostiense/Marconi – è da tempo oggetto di ripetute aggressioni e attentati attribuiti ai gruppi di ultrà sionisti della Capitale contro attivisti o locali filopalestinesi. Ultima in ordine di tempo la vandalizzazione dell’aula studenti all’università di Roma Tre due giorni fa.
Alla particolare aggressività di questi settori della comunità ebraica romana va connesso anche l’alto numero di cittadini con doppio passaporto italiano-israeliano che sono andati a combattere in questi tre anni in Israele nelle forze armate. Degli 828 individuati, molti infatti sono romani.
Fonte
I fatti sono avvenuti nei pressi di Parco Schuster, lo scorso 25 aprile dove era in corso la conclusione del corteo per la Festa della Liberazione dal nazifascismo, organizzata dall’Anpi.
Il ragazzo a bordo di uno scooter bianco e vestito un giubbotto verde militare, è accusato di essersi avvicinato a una coppia di militanti dell’Anpi e di aver sparato diversi colpi con una pistola ad aria compressa. Le vittime sono marito e moglie, Nicola Fasciano, 65 anni, e Rossana Gabrieli, 62 anni. L’uomo è stato colpito vicino al collo e alla guancia, la donna invece alla spalla. I due non indossavano la kefiah palestinese tanto odiata dai sionisti ma il fazzoletto dei partigiani dell’Anpi.
Il giovane, Eithan Bondi, è stato raggiunto dalla Digos nella serata di ieri presso la sua abitazione ed è stato perquisito. L’accusa è di tentato omicidio e porto d’armi abusivo. Bondi avrebbe dichiarato di far parte della Brigata Ebraica di Roma. Gli investigatori sono riusciti ad individuarlo grazie alle telecamere di sorveglianza che hanno seguito la sua fuga dalla Basilica di San Paolo prima verso Piramide, poi per via del Porto Fluviale e infine per il Lungotevere. Durante il tragitto il ragazzo aveva gettato la pistola softair in un cassonetto.
Gli interrogativi posti da questa vicenda sono parecchi. La zona di Roma in cui è avvenuto l’attentato – Ostiense/Marconi – è da tempo oggetto di ripetute aggressioni e attentati attribuiti ai gruppi di ultrà sionisti della Capitale contro attivisti o locali filopalestinesi. Ultima in ordine di tempo la vandalizzazione dell’aula studenti all’università di Roma Tre due giorni fa.
Alla particolare aggressività di questi settori della comunità ebraica romana va connesso anche l’alto numero di cittadini con doppio passaporto italiano-israeliano che sono andati a combattere in questi tre anni in Israele nelle forze armate. Degli 828 individuati, molti infatti sono romani.
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Emirati fuori dall’Opec causa crisi bellica
Il Golfo Persico è per il momento l’epicentro del terremoto che sta spostando gli equilibri mondiali (in ottica geopolitica) e la struttura dei mercati dell’energia (in ottica macroeconomica). Il collegamento è evidente e ferreo, dunque è inutile privilegiare un’ottica rispetto all’altra.
Tutti i paesi del Golfo hanno fatto parte dell’Opec – poi diventato Opec+ – che comprende anche Algeria, Nigeria, Venezuela, Gabon, Congo, Libia. Il Qatar ne è uscito nel 2019, gli Emirati Arabi Uniti ne stanno uscendo ora (dal 1 maggio).
E questa è indubbiamente una notizia importante, perché lo stato con capitale Abu Dhabi è il terzo produttore del cartello OPEC e il settimo al mondo. L’intenzione dichiarata è aumentare gradualmente la produzione da circa 3,6 milioni a 5 milioni di barili al giorno entro il 2027.
Il sistema Opec
Il cartello ha adottato un regolamento interno di distribuzione delle quote di produzione di ciascun paese aderente in proporzione alle “riserve petrolifere dichiarate”. Formulazione elastica che più volte ha creato dissidi e contrasti interni, quando qualche paese membro improvvisamente alzava unilateralmente la dimensione delle riserve – senza che fosse stato scoperto alcun nuovo giacimento (cosa peraltro difficile, se non impossibile, nell’aerea più setacciata del Pianeta) – allo scopo di poter aumentare la produzione e quindi gli introiti.
La regola, voluta e difesa in genere dall’Arabia Saudita, aveva ed ha lo scopo di mantenere sotto controllo il prezzo del greggio, evitandone il crollo per eccesso di produzione, nella consapevolezza che si tratta di una risorsa naturale non riproducibile, quindi destinata ad esaurirsi in tempi non troppo lunghi.
C’è da dire che tutti i paesi Opec hanno sempre operato vicino al limite fisico della propria capacità produttiva e ben pochi avevano o hanno un margine per aumentarla in tempi brevi. Tra questi soprattutto l’Arabia Saudita e a seguire gli Emirati.
Il mercato del greggio è di fatto piuttosto “rigido” per ragioni fisiche. Aumentare la produzione significa aprire nuovi pozzi estrattivi, per giacimenti vergini o già sfruttati. Il che richiede investimenti e tempi di installazione dipendenti dal grado di difficoltà presentato da ogni singolo giacimento (c’è differenza tra estrarre a livello della superficie terrestre oppure in fondo al mare, sotto la sabbia o sotto strati rocciosi, ecc.). Più semplice ridurre la produzione – fermando alcuni pozzi – quando il prezzo scende troppo.
La mossa degli Emirati
Già da anni Abu Dhabi dava segni di voler uscire da questo sistema di regole ed aumentare la propria quota produttiva. Avendo 1,9 milioni di barili al giorno come spare capacity – pozzi già installati, ma tenuti fermi – il salto dimensionale era possibile in qualsiasi momento.
La guerra Usa-Israele contro l’Iran, e la conseguente “internazionalizzazione” del conflitto a tutti i paesi che nel Golfo ospitano basi Usa (Emirati e sauditi in testa), ha tramutato il desiderio in decisione. A metà tra geopolitica e macroeconomia.
Gli Emirati erano stati i più duri nel chiedere agli altri paesi arabi di prender parte alla guerra contro Teheran, ricevendo cortesi “no, grazie” per l’evidente incapacità statunitense di fornire la promessa “protezione” militare.
Non è un mistero che questi paesi sono, sì, ricchissimi, ma scarsamente dotati di popolazione autoctona, tanto da affidare in genere tutte le mansioni lavorative di medio-basso livello a immigrati temporanei da India, Bangladesh, Sri Lanka, ecc., trattandoli peraltro come schiavi.
In altri termini, hanno armi, ma non un esercito, perché con quel Pil pro-capite è difficile convincere i propri sudditi (sono tutte monarchie, mica “democrazie”) ad andare in guerra. Al massimo possono fare i piloti dei cacciabombardieri, ma – come si è visto nella lunga e perduta guerra contro gli Houthi dello Yemen – questo non basta a vincere.
La ragione della scelta di lasciare l’Opec sembra però soprattutto economica. Tutti i paesi del Golfo, notoriamente, hanno lavorato per diversificare la composizione del proprio prodotto interno lordo sviluppando altri settori, proprio in previsione del progressivo esaurimento del greggio. E gli Emirati erano andati molto avanti su questa strada. Nel 2025, circa il 77,3% del PIL proveniva da settori non petroliferi.
La guerra all’Iran ha rotto questo processo, distruggendo in pochi giorni l’appeal turistico-immobiliare dell’area, diventata una Las Vegas esotica per affaristi “perbene” e soprattutto “permale” (evasori fiscali, riciclatori, bancarottieri, ecc.). Che ora sono tutti in fuga, capitali compresi, ovviamente.
Dunque tornare a pompare greggio come se non ci fosse un domani diventa un’esigenza primaria per mantenere flussi di cassa almeno paragonabili a quelli scritti nei piani di sviluppo.
Tirare su più petrolio, però, è in questo momento più facile che non caricarlo sulle navi per l’esportazione. Il blocco dello Stretto di Hormuz, inaugurato da Teheran e poi implementato dal controblocco statunitense, rende problematico il trasporto e pressoché inutile l’aumento della produzione, che anzi diventa un problema per i siti di stoccaggio dimensionati sulle esigenze ben minori dei tempi di pace.
E al momento non si vede luce. Trump, ancora nella notte, ha minacciato “un blocco prolungato”. Diretto contro le navi che commerciano con l’Iran, ovviamente. Il Wall Street Journal ha riferito che il presidente “ha incaricato i suoi consiglieri di prepararsi a un blocco a lungo termine dell’Iran... Durante recenti incontri, comprese le discussioni nella Situation Room, Trump ha deciso di continuare a esercitare pressione sull’economia iraniana e sulle esportazioni di petrolio impedendo alle navi di entrare o uscire dai porti iraniani”.
Il quotidiano, citando fonti ufficiali, ha indicato che Trump riteneva altre opzioni – riprendere i bombardamenti o ritirarsi dal conflitto – più pericolose del mantenimento del blocco.
Ma è impensabile che Teheran stia con le mani in mano lasciando passare il greggio della concorrenza. Specie di quella che ormai non è neanche più nell’Opec...
Fonte
Tutti i paesi del Golfo hanno fatto parte dell’Opec – poi diventato Opec+ – che comprende anche Algeria, Nigeria, Venezuela, Gabon, Congo, Libia. Il Qatar ne è uscito nel 2019, gli Emirati Arabi Uniti ne stanno uscendo ora (dal 1 maggio).
E questa è indubbiamente una notizia importante, perché lo stato con capitale Abu Dhabi è il terzo produttore del cartello OPEC e il settimo al mondo. L’intenzione dichiarata è aumentare gradualmente la produzione da circa 3,6 milioni a 5 milioni di barili al giorno entro il 2027.
Il sistema Opec
Il cartello ha adottato un regolamento interno di distribuzione delle quote di produzione di ciascun paese aderente in proporzione alle “riserve petrolifere dichiarate”. Formulazione elastica che più volte ha creato dissidi e contrasti interni, quando qualche paese membro improvvisamente alzava unilateralmente la dimensione delle riserve – senza che fosse stato scoperto alcun nuovo giacimento (cosa peraltro difficile, se non impossibile, nell’aerea più setacciata del Pianeta) – allo scopo di poter aumentare la produzione e quindi gli introiti.
La regola, voluta e difesa in genere dall’Arabia Saudita, aveva ed ha lo scopo di mantenere sotto controllo il prezzo del greggio, evitandone il crollo per eccesso di produzione, nella consapevolezza che si tratta di una risorsa naturale non riproducibile, quindi destinata ad esaurirsi in tempi non troppo lunghi.
C’è da dire che tutti i paesi Opec hanno sempre operato vicino al limite fisico della propria capacità produttiva e ben pochi avevano o hanno un margine per aumentarla in tempi brevi. Tra questi soprattutto l’Arabia Saudita e a seguire gli Emirati.
Il mercato del greggio è di fatto piuttosto “rigido” per ragioni fisiche. Aumentare la produzione significa aprire nuovi pozzi estrattivi, per giacimenti vergini o già sfruttati. Il che richiede investimenti e tempi di installazione dipendenti dal grado di difficoltà presentato da ogni singolo giacimento (c’è differenza tra estrarre a livello della superficie terrestre oppure in fondo al mare, sotto la sabbia o sotto strati rocciosi, ecc.). Più semplice ridurre la produzione – fermando alcuni pozzi – quando il prezzo scende troppo.
La mossa degli Emirati
Già da anni Abu Dhabi dava segni di voler uscire da questo sistema di regole ed aumentare la propria quota produttiva. Avendo 1,9 milioni di barili al giorno come spare capacity – pozzi già installati, ma tenuti fermi – il salto dimensionale era possibile in qualsiasi momento.
La guerra Usa-Israele contro l’Iran, e la conseguente “internazionalizzazione” del conflitto a tutti i paesi che nel Golfo ospitano basi Usa (Emirati e sauditi in testa), ha tramutato il desiderio in decisione. A metà tra geopolitica e macroeconomia.
Gli Emirati erano stati i più duri nel chiedere agli altri paesi arabi di prender parte alla guerra contro Teheran, ricevendo cortesi “no, grazie” per l’evidente incapacità statunitense di fornire la promessa “protezione” militare.
Non è un mistero che questi paesi sono, sì, ricchissimi, ma scarsamente dotati di popolazione autoctona, tanto da affidare in genere tutte le mansioni lavorative di medio-basso livello a immigrati temporanei da India, Bangladesh, Sri Lanka, ecc., trattandoli peraltro come schiavi.
In altri termini, hanno armi, ma non un esercito, perché con quel Pil pro-capite è difficile convincere i propri sudditi (sono tutte monarchie, mica “democrazie”) ad andare in guerra. Al massimo possono fare i piloti dei cacciabombardieri, ma – come si è visto nella lunga e perduta guerra contro gli Houthi dello Yemen – questo non basta a vincere.
La ragione della scelta di lasciare l’Opec sembra però soprattutto economica. Tutti i paesi del Golfo, notoriamente, hanno lavorato per diversificare la composizione del proprio prodotto interno lordo sviluppando altri settori, proprio in previsione del progressivo esaurimento del greggio. E gli Emirati erano andati molto avanti su questa strada. Nel 2025, circa il 77,3% del PIL proveniva da settori non petroliferi.
La guerra all’Iran ha rotto questo processo, distruggendo in pochi giorni l’appeal turistico-immobiliare dell’area, diventata una Las Vegas esotica per affaristi “perbene” e soprattutto “permale” (evasori fiscali, riciclatori, bancarottieri, ecc.). Che ora sono tutti in fuga, capitali compresi, ovviamente.
Dunque tornare a pompare greggio come se non ci fosse un domani diventa un’esigenza primaria per mantenere flussi di cassa almeno paragonabili a quelli scritti nei piani di sviluppo.
Tirare su più petrolio, però, è in questo momento più facile che non caricarlo sulle navi per l’esportazione. Il blocco dello Stretto di Hormuz, inaugurato da Teheran e poi implementato dal controblocco statunitense, rende problematico il trasporto e pressoché inutile l’aumento della produzione, che anzi diventa un problema per i siti di stoccaggio dimensionati sulle esigenze ben minori dei tempi di pace.
E al momento non si vede luce. Trump, ancora nella notte, ha minacciato “un blocco prolungato”. Diretto contro le navi che commerciano con l’Iran, ovviamente. Il Wall Street Journal ha riferito che il presidente “ha incaricato i suoi consiglieri di prepararsi a un blocco a lungo termine dell’Iran... Durante recenti incontri, comprese le discussioni nella Situation Room, Trump ha deciso di continuare a esercitare pressione sull’economia iraniana e sulle esportazioni di petrolio impedendo alle navi di entrare o uscire dai porti iraniani”.
Il quotidiano, citando fonti ufficiali, ha indicato che Trump riteneva altre opzioni – riprendere i bombardamenti o ritirarsi dal conflitto – più pericolose del mantenimento del blocco.
Ma è impensabile che Teheran stia con le mani in mano lasciando passare il greggio della concorrenza. Specie di quella che ormai non è neanche più nell’Opec...
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Italia il gradimento per la Nato ancora tiene, ma sui Trattati internazionali ancora paura di andare a verifica
Il direttore del Tg de “La 7”, Enrico Mentana, il 27 aprile si è premurato di rendere pubblico un sondaggio Swg sugli italiani e la Nato che ha dato risultati spacciati come confortanti per i sostenitori della subalternità all’Alleanza Atlantica, ma a ben guardare sono tutt’altro che lusinghieri.
Alla domanda “Se ci fosse un referendum per valutare la permanenza o meno nella Nato, lei che voterebbe”, secondo il sondaggio, il 52% degli intervistati da Swg risponde che il nostro Paese deve rimanere nella Nato. E qui vengono i problemi. Infatti questa percentuale è calata del 4% rispetto ad un analogo sondaggio del 2022.
Non solo. Il 25% vede bene l’Italia fuori dalla Nato e il 23% risponde di non sapere. Curiosamente gli elettori di destra e del Pd sembrano pensarla in modo molto simile. Infatti, nel 52% di chi vuole rimanere fedele alla Nato, stando ai dati raccolti da SWG, il 74% sono elettori di Fratelli d’Italia; il 72% di quelli di Forza Italia e il 61% quelli del Partito Democratico.
Qualche giorno prima, la pagina Termometro Politico aveva pubblicato i risultati di un proprio sondaggio che dava risultati decisamente diversi da quelli rilevati da Swg e pubblicizzati con grande eccitazione da Enrico Mentana su “La 7”.
Nel 2022 in un altro sondaggio – in questo caso di IndexResearch per Piazzapulita – quelli che mostravano di gradire “poco o per nulla” l’operato della Nato raggiungevano il 60,8%, quelli che invece la apprezzavano “molto o abbastanza” si fermavano al 25,4% e i “non sa/non risponde” al 13,8%.
A marzo scorso era stato reso pubblico un altro sondaggio di Youtrend in cui per il 43% degli intervistati, l’esercito comune europeo è auspicabile ma difficile da realizzare, e per il 50% degli italiani che ritengono auspicabile l’esercito comune europeo, non si deve abbandonare la Nato.
Sul fatto che l’Europa investa di più sulla difesa invece il 45% è favorevole, mentre il 34% contrario. Su quale debba essere lo scopo principale dell’esercito unitario europeo il 31% ritiene che sia la difesa dei confini, mentre per il 30% è rendere l’Europa autonoma dagli Stati Uniti.
A dicembre scorso invece, un sondaggio condotto dall’Ispi, aveva dato come risultato una vera e propria doccia fredda per i volenterosi guerrafondai che vorrebbero continuare la guerra in Ucraina e il sostegno militare a Kiev.
Quasi la metà degli italiani (49%) desidera infatti la fine delle ostilità nel più breve tempo possibile. Tra questi, una larga maggioranza sarebbe disposta ad accettare compromessi significativi: tre su quattro (36% del totale) ritengono auspicabile che Kiev accetti un accordo con Mosca anche a costo di rilevanti concessioni territoriali. Un ulteriore 13% spinge addirittura per l’interruzione del sostegno militare occidentale, indipendentemente dalle conseguenze. Solo una minoranza (15%) sostiene invece la prosecuzione del sostegno militare a Kiev fino al pieno ripristino dei confini ucraini.
Diciamo che gli Atlantisti possono ancora dormire, ma non del tutto, sonni tranquilli. Del resto vivono ancora al riparo del fatto che in Italia i referendum sui trattati internazionali – come la Nato o Maastricht – non sono consentiti dalla Costituzione.
Ma proprio il fatto che l’adesione ai Trattati non sia mai stata oggetto di una consultazione popolare vera e propria, ha reso questi vincoli esterni i fattori di una subalternità politica e culturale ritenuta immutabile da gran parte delle forze politiche, di destra e “di sinistra” e di gran parte dei loro elettori.
Anche alla luce dei risultati dei sondaggi questa verifica democratica e popolare potrebbero trovare il coraggio per farla, finalmente, soprattutto in un contesto in cui il coinvolgimento dell’Italia in guerre e conflitti della Nato o dell’Unione europea potrebbe scattare quasi automaticamente. E l’aria che tira, almeno stando alla propaganda e all’isteria che vediamo sull’Ucraina, sembra proprio quella.
Fonte
Alla domanda “Se ci fosse un referendum per valutare la permanenza o meno nella Nato, lei che voterebbe”, secondo il sondaggio, il 52% degli intervistati da Swg risponde che il nostro Paese deve rimanere nella Nato. E qui vengono i problemi. Infatti questa percentuale è calata del 4% rispetto ad un analogo sondaggio del 2022.
Non solo. Il 25% vede bene l’Italia fuori dalla Nato e il 23% risponde di non sapere. Curiosamente gli elettori di destra e del Pd sembrano pensarla in modo molto simile. Infatti, nel 52% di chi vuole rimanere fedele alla Nato, stando ai dati raccolti da SWG, il 74% sono elettori di Fratelli d’Italia; il 72% di quelli di Forza Italia e il 61% quelli del Partito Democratico.
Qualche giorno prima, la pagina Termometro Politico aveva pubblicato i risultati di un proprio sondaggio che dava risultati decisamente diversi da quelli rilevati da Swg e pubblicizzati con grande eccitazione da Enrico Mentana su “La 7”.
Nel 2022 in un altro sondaggio – in questo caso di IndexResearch per Piazzapulita – quelli che mostravano di gradire “poco o per nulla” l’operato della Nato raggiungevano il 60,8%, quelli che invece la apprezzavano “molto o abbastanza” si fermavano al 25,4% e i “non sa/non risponde” al 13,8%.
A marzo scorso era stato reso pubblico un altro sondaggio di Youtrend in cui per il 43% degli intervistati, l’esercito comune europeo è auspicabile ma difficile da realizzare, e per il 50% degli italiani che ritengono auspicabile l’esercito comune europeo, non si deve abbandonare la Nato.
Sul fatto che l’Europa investa di più sulla difesa invece il 45% è favorevole, mentre il 34% contrario. Su quale debba essere lo scopo principale dell’esercito unitario europeo il 31% ritiene che sia la difesa dei confini, mentre per il 30% è rendere l’Europa autonoma dagli Stati Uniti.
A dicembre scorso invece, un sondaggio condotto dall’Ispi, aveva dato come risultato una vera e propria doccia fredda per i volenterosi guerrafondai che vorrebbero continuare la guerra in Ucraina e il sostegno militare a Kiev.
Quasi la metà degli italiani (49%) desidera infatti la fine delle ostilità nel più breve tempo possibile. Tra questi, una larga maggioranza sarebbe disposta ad accettare compromessi significativi: tre su quattro (36% del totale) ritengono auspicabile che Kiev accetti un accordo con Mosca anche a costo di rilevanti concessioni territoriali. Un ulteriore 13% spinge addirittura per l’interruzione del sostegno militare occidentale, indipendentemente dalle conseguenze. Solo una minoranza (15%) sostiene invece la prosecuzione del sostegno militare a Kiev fino al pieno ripristino dei confini ucraini.
Diciamo che gli Atlantisti possono ancora dormire, ma non del tutto, sonni tranquilli. Del resto vivono ancora al riparo del fatto che in Italia i referendum sui trattati internazionali – come la Nato o Maastricht – non sono consentiti dalla Costituzione.
Ma proprio il fatto che l’adesione ai Trattati non sia mai stata oggetto di una consultazione popolare vera e propria, ha reso questi vincoli esterni i fattori di una subalternità politica e culturale ritenuta immutabile da gran parte delle forze politiche, di destra e “di sinistra” e di gran parte dei loro elettori.
Anche alla luce dei risultati dei sondaggi questa verifica democratica e popolare potrebbero trovare il coraggio per farla, finalmente, soprattutto in un contesto in cui il coinvolgimento dell’Italia in guerre e conflitti della Nato o dell’Unione europea potrebbe scattare quasi automaticamente. E l’aria che tira, almeno stando alla propaganda e all’isteria che vediamo sull’Ucraina, sembra proprio quella.
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Uno sparo che non agita le borse
di Alessandro Volpi
Ho visto le immagini e letto i commenti sull’attentato a Trump. Si potrebbero dire molte cose. Mi limito a esprimere due considerazioni.
La prima è epidermica. Trump utilizzerà questo attentato per arginare le difficoltà enormi in cui si trova per effetto della crisi strutturale dell’economia reale degli Stati Uniti non certo semplificata dalla guerra all'Iran.
La seconda è più strutturata. È interessante notare che ormai le Borse non sono affatto agitate da simili attentati. In passato, quello a Kennedy e quello a Reagan, avevano imposto l’immediata chiusura delle Borse per evitare sconquassi troppo forti. Gli ultimi attentati a Trump non hanno provocato alcuna reazione degna di questo nome: e non si tratta solo del “fenomeno” Trump.
Il vero dato è che le Borse americane sono cresciute pressoché continuativamente negli ultimi 10 anni così come il listino S&P 500 è lievitato nello stesso periodo. Il Nasdaq è passato da 4500 punti nel 2016 a 24500 nel 2026 con una crescita del 415%, il Dow Jones da poco meno di 18000 a oltre 50000, con un incremento del 172% mentre l’indice S&P è passato da 2065 punti a 7100 con una crescita del 245%. Dunque una corsa senza troppi intoppi.
A ciò hanno contribuito due fattori. Il primo è rappresentato dal peso quasi monopolistico dei tre grandi gestori del risparmio mondiale: BlackRock, Vanguard e State Street hanno ormai il 25%, in termini di valore, delle azioni delle società presenti in S&P 500, risultando i primi azionisti con la maggioranza relativa nell’88% di tali società e con diritti di voto pari ad un decisivo 25-30%.
In sintesi, le Borse e le società quotate Usa hanno un solo regolatore, gestore e proprietario, costituito da questi tre grandi fondi; un “governo” per cui, in termini finanziari, contano poco gli attentati ai presidenti. I Padroni sono padroni, poi qualche presidente può fare anche una brutta fine, ma il capitalismo finanziario monopolistico deve reggere.
La seconda considerazione riguarda la costante divaricazione fra i dati delle Borse e quelle dell’economia reale, che dalle Borse ha tratto ben poco alimento. Il Pil Usa infatti è cresciuto mediamente di poco più del 2% con una spinta decisa dal debito federale che ora è a 40 mila miliardi, mentre i redditi dei ceti con redditi medio bassi hanno perso ben oltre il 4%.
Il capitalismo finanziario ha diviso nettamente gli Stati Uniti in due: pochissimi super ricchi finanziari e moltissimi impoveriti e poveri, con un unico governo dei grandi fondi per i quali gli attentati ai presidenti possono avere un valore politico ma un decisamente minore impatto finanziario.
A meno che il presidente non voglio cambiare davvero le leggi della finanza, ma Trump ha dimostrato rapidamente che non è questo il suo intento.
Fonte
Ho visto le immagini e letto i commenti sull’attentato a Trump. Si potrebbero dire molte cose. Mi limito a esprimere due considerazioni.
La prima è epidermica. Trump utilizzerà questo attentato per arginare le difficoltà enormi in cui si trova per effetto della crisi strutturale dell’economia reale degli Stati Uniti non certo semplificata dalla guerra all'Iran.
La seconda è più strutturata. È interessante notare che ormai le Borse non sono affatto agitate da simili attentati. In passato, quello a Kennedy e quello a Reagan, avevano imposto l’immediata chiusura delle Borse per evitare sconquassi troppo forti. Gli ultimi attentati a Trump non hanno provocato alcuna reazione degna di questo nome: e non si tratta solo del “fenomeno” Trump.
Il vero dato è che le Borse americane sono cresciute pressoché continuativamente negli ultimi 10 anni così come il listino S&P 500 è lievitato nello stesso periodo. Il Nasdaq è passato da 4500 punti nel 2016 a 24500 nel 2026 con una crescita del 415%, il Dow Jones da poco meno di 18000 a oltre 50000, con un incremento del 172% mentre l’indice S&P è passato da 2065 punti a 7100 con una crescita del 245%. Dunque una corsa senza troppi intoppi.
A ciò hanno contribuito due fattori. Il primo è rappresentato dal peso quasi monopolistico dei tre grandi gestori del risparmio mondiale: BlackRock, Vanguard e State Street hanno ormai il 25%, in termini di valore, delle azioni delle società presenti in S&P 500, risultando i primi azionisti con la maggioranza relativa nell’88% di tali società e con diritti di voto pari ad un decisivo 25-30%.
In sintesi, le Borse e le società quotate Usa hanno un solo regolatore, gestore e proprietario, costituito da questi tre grandi fondi; un “governo” per cui, in termini finanziari, contano poco gli attentati ai presidenti. I Padroni sono padroni, poi qualche presidente può fare anche una brutta fine, ma il capitalismo finanziario monopolistico deve reggere.
La seconda considerazione riguarda la costante divaricazione fra i dati delle Borse e quelle dell’economia reale, che dalle Borse ha tratto ben poco alimento. Il Pil Usa infatti è cresciuto mediamente di poco più del 2% con una spinta decisa dal debito federale che ora è a 40 mila miliardi, mentre i redditi dei ceti con redditi medio bassi hanno perso ben oltre il 4%.
Il capitalismo finanziario ha diviso nettamente gli Stati Uniti in due: pochissimi super ricchi finanziari e moltissimi impoveriti e poveri, con un unico governo dei grandi fondi per i quali gli attentati ai presidenti possono avere un valore politico ma un decisamente minore impatto finanziario.
A meno che il presidente non voglio cambiare davvero le leggi della finanza, ma Trump ha dimostrato rapidamente che non è questo il suo intento.
Fonte
La cacciata dei sionisti dal corteo di Milano: un segnale per l’alternativa
Nei giorni scorsi avevamo preso parola, in relazione al 25 aprile milanese, su quello che abbiamo definito l’elefante nella stanza nel campo di chi, come noi, in questa città si pone su un terreno radicale, antagonista, di conflitto e di alternativa: vale a dire la vera natura del corteo istituzionale e la funzione che da almeno trent’anni ricopre, sussumendo, disinnescando o riconducendo nell’alveo della compatibilità al “centrosinistra” anche ogni generoso tentativo di incidere sul segno politico di quella piazza (vedi “25 aprile a Milano: se il nemico marcia alla tua testa”).
La cacciata “a furor di popolo”, durante questo 25 aprile, della Brigata ebraica e dell’internazionale nera al suo seguito (sionisti, pro-Sciah, sostenitori del regime nazi-golpista di Kiev e ultrà di Trump; coadiuvati, inoltre, dalla giovanile di Forza Italia), ci porta quindi a riprendere quel ragionamento per provare a cogliere alcune implicazioni e potenzialità rispetto a quanto accaduto in piazza.
La misura era ed è colma: da tre anni a questa parte la passività o direttamente la complicità della classe politica tutta davanti al genocidio del popolo palestinese ha fatto saltare il tappo che aveva fin qui, tra narrazioni ipocrite e falsità pure, fatto accettare anche al cosiddetto popolo della sinistra, tra malesseri e mal di pancia, le peggiori porcherie dei suoi referenti politici e sindacali.
Gli argini si sono rotti con il movimento del “Blocchiamo tutto” lo scorso autunno e da allora diverse – per intensità, modalità e chiarezza di direzione politica – sono state le manifestazioni di questo scollamento tra larghe fasce di popolazione e classe politica, ultima la vittoria del No al referendum contro il governo Meloni.
La reazione di sacrosanta rabbia delle centinaia di manifestanti che sabato hanno contestato e bloccato la palese provocazione dello spezzone nero, fino a costringerlo ad abbandonare il corteo, è stata un’ulteriore manifestazione di questo scollamento, plasticamente rappresentato dalla distanza, fisica e “sentimentale” della testa istituzionale del corteo che intanto proseguiva incurante sul suo percorso.
Per gli organizzatori il problema si limitava infatti ai “patti non rispettati”, come spiegato da Pagliarulo: “quest’anno vista la situazione”, non dovevano portare le bandiere di Israele.
D’altronde la presenza della Brigata Ebraica, che ha sempre portato bandiere di Israele, era prevista come sempre e negli anni scorsi non si era fatto nulla per impedire la presenza di bandiere non solo di Israele ma anche della NATO, ed invece si era cercato di impedire la presenza delle bandiere e dei palestinesi sul palco. Ci hanno pensato le accuse posteriori dei sionisti a ribadire paradossalmente le responsabilità di quanto accaduto intestandole a quella testa istituzionale, suo malgrado e imbarazzo.
Il fatto è che Anpi, Pd, Cgil e corpi intermedi si trovano a fare i conti da una parte con una contraddizione gigantesca che loro stessi si sono portati in casa e che ora non riserva loro la stessa cortesia ricevuta in anni e anni di ingiustificabile legittimazione; dall’altra a dover recuperare una credibilità – fin dove possono, cioè molto poco, pensiamo alla vicenda del gemellaggio tra Milano e Tel Aviv – fette crescenti di società che ne ha viste e accettate troppe per sfilare anche e proprio il 25 aprile dietro le bandiere di uno stato genocida e di tutta la nuova internazionale nera al gran completo.
Salutata con il dovuto entusiasmo la cacciata dello spezzone nero da parte di centinaia e centinaia di manifestanti che hanno poi proseguito festanti fino a piazza Duomo, l’elefante nella stanza è però ancora lì: la cacciata di sionisti, monarchici iraniani, ecc., dal corteo produce spontaneamente un’alternativa ed è stata sufficiente a “rendere potabile” quella manifestazione?
Abbiamo sentito condanne del genocidio ai danni del popolo palestinese e delle aggressioni imperialiste in tutto il mondo?
Sono cambiate le posizioni di chi quella manifestazione la guida e sta contribuendo a riarmo, alla prosecuzione della guerra in Europa, ha coperto con ogni mezzo possibile Israele, attacca a ogni piè sospinto le condizioni di vita dei lavoratori, taglia servizi, sanità e stipendi?
Oltre ad interrogarsi in maniera ancora più stringente sulla natura e sulla funzione politica e ideologica di quella piazza, crediamo invece che occorra interrogarsi sul come dare voce e corpo a un’alternativa in grado di intercettare quella crescente insofferenza che si manifesta nella società e che in parte si è manifestata sabato, come potenziale disponibilità al conflitto, non solo tra lavoratori, giovani e classi popolari, ma anche su un piano ideologico e valoriale in quella parte del popolo della sinistra che, ingannato e sistematicamente tradito, ha invece per anni digerito di tutto e non è più disposto a farlo.
Il movimento “Blocchiamo tutto” dell’autunno scorso crediamo abbia dato già una parziale ma importante verifica in questo senso: determinazione e chiarezza degli obiettivi politici, praticando il terreno dell’indipendenza da quel “centrosinistra” che si vergognava anche solo a chiamare un genocidio col suo nome, non solo erano la cosa giusta da fare, ma hanno permesso di rompere trent’anni di passività e rassegnazione, riportando a scioperare e a scendere in piazza milioni di persone.
La domanda torna al nostro campo: ammesso e non concesso, ripulito il 25 aprile dai sionisti più spudorati e dallo “spezzone nero”, ritorniamo a marciare a ruota del nemico di classe che se li era coccolati e portati a braccetto fino a ieri, pensando di condizionarne le scelte o di modificare i rapporti di forza agendo di fatto, volenti o nolenti, dall’interno del loro campo, oppure ci attrezziamo per lavorare anche il 25 aprile, che è storia nostra, ad una prospettiva indipendente e conflittuale, e quindi credibile per i tanti che non sono più disposti ad accettare l’ipocrisia e il presente di guerra e miseria a cui ci sta condannando, da destra a “sinistra”, questa classe dirigente, spalancando proprio la strada alle peggiori destre reazionarie?
Fonte
La cacciata “a furor di popolo”, durante questo 25 aprile, della Brigata ebraica e dell’internazionale nera al suo seguito (sionisti, pro-Sciah, sostenitori del regime nazi-golpista di Kiev e ultrà di Trump; coadiuvati, inoltre, dalla giovanile di Forza Italia), ci porta quindi a riprendere quel ragionamento per provare a cogliere alcune implicazioni e potenzialità rispetto a quanto accaduto in piazza.
La misura era ed è colma: da tre anni a questa parte la passività o direttamente la complicità della classe politica tutta davanti al genocidio del popolo palestinese ha fatto saltare il tappo che aveva fin qui, tra narrazioni ipocrite e falsità pure, fatto accettare anche al cosiddetto popolo della sinistra, tra malesseri e mal di pancia, le peggiori porcherie dei suoi referenti politici e sindacali.
Gli argini si sono rotti con il movimento del “Blocchiamo tutto” lo scorso autunno e da allora diverse – per intensità, modalità e chiarezza di direzione politica – sono state le manifestazioni di questo scollamento tra larghe fasce di popolazione e classe politica, ultima la vittoria del No al referendum contro il governo Meloni.
La reazione di sacrosanta rabbia delle centinaia di manifestanti che sabato hanno contestato e bloccato la palese provocazione dello spezzone nero, fino a costringerlo ad abbandonare il corteo, è stata un’ulteriore manifestazione di questo scollamento, plasticamente rappresentato dalla distanza, fisica e “sentimentale” della testa istituzionale del corteo che intanto proseguiva incurante sul suo percorso.
Per gli organizzatori il problema si limitava infatti ai “patti non rispettati”, come spiegato da Pagliarulo: “quest’anno vista la situazione”, non dovevano portare le bandiere di Israele.
D’altronde la presenza della Brigata Ebraica, che ha sempre portato bandiere di Israele, era prevista come sempre e negli anni scorsi non si era fatto nulla per impedire la presenza di bandiere non solo di Israele ma anche della NATO, ed invece si era cercato di impedire la presenza delle bandiere e dei palestinesi sul palco. Ci hanno pensato le accuse posteriori dei sionisti a ribadire paradossalmente le responsabilità di quanto accaduto intestandole a quella testa istituzionale, suo malgrado e imbarazzo.
Il fatto è che Anpi, Pd, Cgil e corpi intermedi si trovano a fare i conti da una parte con una contraddizione gigantesca che loro stessi si sono portati in casa e che ora non riserva loro la stessa cortesia ricevuta in anni e anni di ingiustificabile legittimazione; dall’altra a dover recuperare una credibilità – fin dove possono, cioè molto poco, pensiamo alla vicenda del gemellaggio tra Milano e Tel Aviv – fette crescenti di società che ne ha viste e accettate troppe per sfilare anche e proprio il 25 aprile dietro le bandiere di uno stato genocida e di tutta la nuova internazionale nera al gran completo.
Salutata con il dovuto entusiasmo la cacciata dello spezzone nero da parte di centinaia e centinaia di manifestanti che hanno poi proseguito festanti fino a piazza Duomo, l’elefante nella stanza è però ancora lì: la cacciata di sionisti, monarchici iraniani, ecc., dal corteo produce spontaneamente un’alternativa ed è stata sufficiente a “rendere potabile” quella manifestazione?
Abbiamo sentito condanne del genocidio ai danni del popolo palestinese e delle aggressioni imperialiste in tutto il mondo?
Sono cambiate le posizioni di chi quella manifestazione la guida e sta contribuendo a riarmo, alla prosecuzione della guerra in Europa, ha coperto con ogni mezzo possibile Israele, attacca a ogni piè sospinto le condizioni di vita dei lavoratori, taglia servizi, sanità e stipendi?
Oltre ad interrogarsi in maniera ancora più stringente sulla natura e sulla funzione politica e ideologica di quella piazza, crediamo invece che occorra interrogarsi sul come dare voce e corpo a un’alternativa in grado di intercettare quella crescente insofferenza che si manifesta nella società e che in parte si è manifestata sabato, come potenziale disponibilità al conflitto, non solo tra lavoratori, giovani e classi popolari, ma anche su un piano ideologico e valoriale in quella parte del popolo della sinistra che, ingannato e sistematicamente tradito, ha invece per anni digerito di tutto e non è più disposto a farlo.
Il movimento “Blocchiamo tutto” dell’autunno scorso crediamo abbia dato già una parziale ma importante verifica in questo senso: determinazione e chiarezza degli obiettivi politici, praticando il terreno dell’indipendenza da quel “centrosinistra” che si vergognava anche solo a chiamare un genocidio col suo nome, non solo erano la cosa giusta da fare, ma hanno permesso di rompere trent’anni di passività e rassegnazione, riportando a scioperare e a scendere in piazza milioni di persone.
La domanda torna al nostro campo: ammesso e non concesso, ripulito il 25 aprile dai sionisti più spudorati e dallo “spezzone nero”, ritorniamo a marciare a ruota del nemico di classe che se li era coccolati e portati a braccetto fino a ieri, pensando di condizionarne le scelte o di modificare i rapporti di forza agendo di fatto, volenti o nolenti, dall’interno del loro campo, oppure ci attrezziamo per lavorare anche il 25 aprile, che è storia nostra, ad una prospettiva indipendente e conflittuale, e quindi credibile per i tanti che non sono più disposti ad accettare l’ipocrisia e il presente di guerra e miseria a cui ci sta condannando, da destra a “sinistra”, questa classe dirigente, spalancando proprio la strada alle peggiori destre reazionarie?
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Scenario “ungherese” per Israele
Ripubblichiamo l’interessante articolo di Eliana Riva comparso su il manifesto di ieri. In Israele sembra delinearsi uno scenario simile a quello che in Ungheria ha visto una formazione di destra battere un’altra formazione destra per dare vita ad un nuovo governo di destra.
Nel caso israeliano la declinazione di destra coincide con quella di sionismo. Dunque potrebbe saltare la leadership di Netanyahu, ma solo per essere sostituita da un’altra leadership sionista, meno nota come sostenitrice del genocidio. Per i palestinesi non cambierebbe nulla, e anche per il resto del mondo.
Paradossalmente, a mettere in discussione questo scenario sono soltanto gli ebrei Haredim che hanno manifestato in migliaia a Gerusalemme per protestare contro l’arruolamento nelle forze armate e contestare “l’esercito sionista”, riaffermando una visione di Israele religiosa ma non sionista. Si sono viste bandiere israeliane bruciate e qualche bandiera palestinese sventolata.
Un segnale delle contraddizioni interne, ma con caratteristiche del tutto diverse da quelle auspicate dai liberali e democratici europei costretti dai fatti a stigmatizzare Netanyahu, ma solo per assicurare la continuità del progetto sionista (“tutto cambi, perché nulla cambi”).
Nel caso israeliano la declinazione di destra coincide con quella di sionismo. Dunque potrebbe saltare la leadership di Netanyahu, ma solo per essere sostituita da un’altra leadership sionista, meno nota come sostenitrice del genocidio. Per i palestinesi non cambierebbe nulla, e anche per il resto del mondo.
Paradossalmente, a mettere in discussione questo scenario sono soltanto gli ebrei Haredim che hanno manifestato in migliaia a Gerusalemme per protestare contro l’arruolamento nelle forze armate e contestare “l’esercito sionista”, riaffermando una visione di Israele religiosa ma non sionista. Si sono viste bandiere israeliane bruciate e qualche bandiera palestinese sventolata.
Un segnale delle contraddizioni interne, ma con caratteristiche del tutto diverse da quelle auspicate dai liberali e democratici europei costretti dai fatti a stigmatizzare Netanyahu, ma solo per assicurare la continuità del progetto sionista (“tutto cambi, perché nulla cambi”).
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Lista anti-Netanyahu, stesso programma: «Noi, la vera destra»
Lista anti-Netanyahu, stesso programma: «Noi, la vera destra»
di Eliana Riva - il manifesto
Sarà un governo sionista, su questo non c’è dubbio, quello che potrebbe nascere dall’unione tra l’ex premier israeliano di destra, Naftali Bennett, e quello di centro-destra, Yair Lapid. Sono riusciti a superare le divergenze e hanno annunciato il nuovo movimento partorito dalla fusione dei rispettivi schieramenti e denominato Beyahad, «Insieme».
Un colpo di scena nella campagna elettorale non ancora ufficialmente lanciata ma alla quale il primo ministro Benyamin Netanyahu sta già lavorando ormai da mesi. La notizia non lo avrà reso certo felice, perché potrebbe raffigurare un serio pericolo per la sua rielezione e per tutta la sua carriera.
I due leader dell’opposizione hanno dichiarato che una volta al governo istituiranno immediatamente una commissione d’inchiesta statale sulle responsabilità politiche dell’attacco di Hamas a Israele il 7 ottobre 2023. Quella commissione a cui Netanyahu si è opposto con tutte le sue forze e che potrebbe per sempre legare la sua figura a quella di un terribile fallimento piuttosto che alla bramata gloria.
Bennet e Lapid hanno già sconfitto Netanyahu, nelle elezioni del 2021, per poi guidare un esecutivo di breve durata – con il sostegno esterno del partito arabo Raam – alternandosi nella carica di primo ministro secondo un patto di rotazione.
Questa volta il partito sarà guidato da Bennett e potrebbe vedere la partecipazione di quello che rappresentava fino a poco fa uno degli sfidanti più insidiosi dell’attuale premier. Gadi Eisenkot, leader del nuovo partito di opposizione Yashar ed ex capo dell’esercito israeliano, è stato invitato da Lapid e Bennett a partecipare all’impresa e non è detto che rifiuti.
L’obiettivo dichiarato da Bennett è istituire un percorso «di destra liberal-sionista». In un post su X l’ex premier ha affermato: «La coalizione Netanyahu-Dery-Smotrich non è di destra. Io sono di destra». Bennett ha guidato per 15 anni un Consiglio di coordinamento delle colonie illegali nella Cisgiordania occupata e di recente ha ricordato i suoi propositi: «non cedere la terra e impedire l’istituzione di uno stato palestinese», precisando anche che un accordo con il Libano potrebbe essere firmato solo dopo aver «neutralizzato» Hezbollah.
Nessuna sorpresa, invece, sul fronte delle elezioni amministrative in Cisgiordania, che hanno decretato di nuovo la vittoria di Fatah e dei seguaci di Abu Mazen, presidente dell’Autorità nazionale palestinese (Anp). Secondo i dati della Commissione elettorale centrale, il 56% degli aventi diritto ha espresso la propria preferenza nella prima votazione dal 2022 (le elezioni legislative non si tengono dal 2006).
In diverse città, anche importanti come Ramallah e Nablus, il seggio è stato attribuito d’ufficio per la presenza di un unico candidato. Gruppi palestinesi come Fronte popolare e Jihad islamico non hanno preso parte alla votazione, boicottandola a causa di un nuovo emendamento alla legge elettorale locale, voluto proprio dall’Anp.
Oltre al riconoscimento dello Stato d’Israele, al supporto della soluzione a due stati, la revisione obbliga tutti i partecipanti alla competizione elettorale a rispettare gli accordi sottoscritti dall’Organizzazione per la liberazione della Palestina. Tali accordi includono gli impegni di cooperazione con Israele – anche nell’arresto e la consegna dei palestinesi – nodo centrale del dissenso verso l’Anp.
L’Autorità di Abu Mazen, infatti, nell’ansia di mostrarsi partner «affidabile» agli occhi dell’Occidente, continua a ottemperare alle richieste di Tel Aviv, anche se quest’ultima non abbia mai smesso, negli anni, di allargare l’occupazione, togliere terra e libertà ai palestinesi, agendo in violazione dei medesimi accordi.
Nonostante il boicottaggio in Cisgiordania, Hamas ha partecipato – sotto copertura – alla prima elezione in venti anni a Gaza. Il turno amministrativo si è tenuto solo a Deir al-Balah, tra enormi difficoltà di gestione: le votazioni sono state chiuse in anticipo a causa della mancanza di elettricità e Israele non ha permesso l’ingresso di urne, schede elettorali, inchiostro.
L’affluenza è stata bassa, il 23% su più di 70mila iscritti alle urne ma non c’è stato modo di aggiornare le liste degli aventi diritto, espungere i morti, cancellare chi è sfollato altrove. In ogni caso, la lista indipendente denominata «Deir al-Balah ci unisce», all’interno della quale erano presenti elementi riconducibili ad Hamas, è riuscita a raccogliere solo due dei 15 seggi a disposizione. La lista «Rinascita di Deir al-Balah» sostenuta da Fatah e dall’Anp si è aggiudicata sei seggi e altri sette sono stati assegnati a due liste indipendenti.
Abu Mazen e il suo vice, Hussein Sheikh, speravano in un esito che riconoscesse, in qualche modo, la presenza di Fatah e dell’Anp a Gaza, per potersi mostrare come legittimi rappresentanti dell’intera Palestina occupata, e guidare l’amministrazione della Striscia attraverso le istituzioni promesse dal piano del presidente Usa Trump.
Pur non impegnandosi nella campagna elettorale, Hamas sperava, invece, di ottenere la conferma del mantenimento di un consenso e comunque intendeva dimostrarsi aperta a libere votazioni.
Anche durante il turno elettorale Israele ha continuato i suoi attacchi mortali quotidiani, uccidendo sette palestinesi in meno di 24 ore, compreso un ragazzo di 15 anni. Mentre scriviamo, a nord di Gerusalemme è in corso da oltre quindici ore una violenta operazione militare tra il campo profughi di Qalandiya e le località di Al-Ram e Kafr Aqab, che al momento ha portato all’arresto, senza accuse, di oltre 35 palestinesi.
Fonte
Minaccia di sanzioni UE a Israele… per il grano da Mosca, non per il genocidio palestinese
Mentre il bilancio delle vittime a Gaza continua a salire (il “cessate il fuoco”, nella singolare interpretazione di Israele, per ora ha fatto 818 morti, secondi gli ultimi dati del ministero della Salute della Striscia: circa 4 morti al giorno da ottobre), a sollevare l’indignazione di Bruxelles non è la continuazione del genocidio o i crimini contro l’umanità, ma un singolo carico di grano arrivato nello stato sionista dai territori ucraini sotto controllo russo.
L’accusa che sta affrontando Tel Aviv è quella di aver fornito aiuto logistico per eludere le sanzioni imposte a Mosca sui raccolti nelle aree conquistate dalle truppe russe. È questo che emerge dalle rivelazioni fornite dal quotidiano israeliano Haaretz e da Barak Ravid, analista di Axios.
Al centro degli eventi c’è la Panormitis, una nave battente bandiera panamense, carica di 6.200 tonnellate di grano e 19.000 di orzo, salpata dal porto russo di Kavkaz, ma il cui carico si sospetta provenire da Berdyansk, città dell’oblast di Zaporižžja oggi sotto il controllo del Cremlino.
Stando ai dati raccolti tramite Vessel Finder, la nave è arrivata nel porto di Haifa, e non sarebbe stato l’unico caso negli ultimi giorni: due settimane fa, l’imbarcazione russa Abinsk avrebbe scaricato nel medesimo porto grano che Kiev considera sottratto ai campi ucraini, per un valore di milioni e milioni di dollari.
Ravid ha citato una fonte diplomatica ucraina di alto livello, secondo la quale le autorità dell’Ucraina stanno monitorando gli avvenimenti riguardanti la nave e il suo carico. “Non lasceremo correre”, ha detto, e nel caso venisse confermato quello che per Kiev è un aiuto a Mosca, allora “ci saranno ripercussioni, in particolare per i nostri rapporti bilaterali. Ci riserviamo il diritto di rispondere a livello legale e diplomatico”.
I numeri spiegano la natura del legame tra il governo di Benjamin Netanyahu e quello di Putin. Per la stagione 2025-2026, si prevede che la Russia coprirà il 90% del fabbisogno di grano di Israele (circa 2,16 milioni di tonnellate). Questa percentuale era solo del 39%, prima dell’avvio delle operazioni militari in Ucraina. Dal 2022, sarebbero almeno 30 le spedizioni “sospette” arrivate ai porti israeliani di Haifa e Ashdod. L‘export di grano, da solo, valeva per la Russia quasi 10 miliardi di dollari nel 2024.
Visti i numeri, sembra che il caso venga ora sollevato soprattutto per ri-attirare l’attenzione sulla guerra ucraina, mentre Kiev ha sempre indicato Israele come modello di “nazione armata” candidandosi a imitazione da impiantare nel cuore dell’Europa. E anche per ribadire che l’Ucraina sta sostenendo a livello materiale e di consiglieri militari l’aggressione israeliana all’Iran, e sui vari fronti aperti dai sionisti in Asia Occidentale: in sostanza, è un modo per ridare innanzitutto lustro al peso del paese est-europeo nel sistema guerrafondaio occidentale, in senso lato.
Il riverbero di questa faccenda ha però risonanza maggiore per gli orizzonti della UE, che sta giocando strumentalmente sulla questione iraniana per millantare un profilo più autonomo nello scenario globale, mentre ha materialmente sostenuto l’aggressione. Dalla diplomazia europea sono arrivate minacce mai sentite in 2 anni e mezzo di genocidio.
Anouar El Anoumi, portavoce per gli affari esteri dell’UE, ha confermato che Bruxelles sta chiedendo chiarimenti ufficiali a Tel Aviv. “Condanniamo tutte le azioni che contribuiscono a finanziare gli sforzi militari illegali della Russia – ha detto – e a eludere le sanzioni dell’UE, e restiamo pronti a contrastare tali azioni, anche inserendo individui ed entità in paesi terzi, se necessario”.
Ricordiamo che, a livello interno, la UE sta anche affrontando la continuazione delle proteste al fianco del popolo palestinese. Nel giro di tre mesi, sono state raccolte oltre un milione di firme per la sospensione dell’Accordo di Associazione UE-Israele, sulla base della violazione del prerequisito di rispetto dei diritti umani, palesemente violato da Tel Aviv.
Anche in questo caso, dunque, sembra che lo scopo delle minacce sia quantomeno duplice, e risponda soprattutto all’esigenza di disorientare i manifestanti che continuano ad animare le piazze del Vecchio Continente. Tuttavia, un tale atteggiamento rivela il vero volto della UE, che continua a ignorare le denunce presso la Corte Penale Internazionale e anche quelle per genocidio alla Corte Internazionale di Giustizia.
Insomma, la linea rossa della UE non è rappresentata da 72 mila persone massacrate, ma il commercio di frumento, che viene visto come un possibile sostegno allo sforzo bellico di Mosca sul teatro ucraino. A ribadire che, come ha detto il cancelliere tedesco Merz, Israele sta facendo “il lavoro sporco” per gli interessi del nostro imperialismo in quel quadrante di Mondo, mentre la discriminante fondamentale della politica europea riguarda la scelta guerrafondaia su cui Bruxelles vuole improntare il suo posizionamento internazionale.
Il nostro parere, da sostenitori del boicottaggio totale e della rottura di qualsiasi rapporto con lo Stato genocida di Israele, è chiaro: anche la Russia sta sbagliando nel mantenerli. Non siamo soliti usare doppi standard...
Fonte
L’accusa che sta affrontando Tel Aviv è quella di aver fornito aiuto logistico per eludere le sanzioni imposte a Mosca sui raccolti nelle aree conquistate dalle truppe russe. È questo che emerge dalle rivelazioni fornite dal quotidiano israeliano Haaretz e da Barak Ravid, analista di Axios.
Al centro degli eventi c’è la Panormitis, una nave battente bandiera panamense, carica di 6.200 tonnellate di grano e 19.000 di orzo, salpata dal porto russo di Kavkaz, ma il cui carico si sospetta provenire da Berdyansk, città dell’oblast di Zaporižžja oggi sotto il controllo del Cremlino.
Stando ai dati raccolti tramite Vessel Finder, la nave è arrivata nel porto di Haifa, e non sarebbe stato l’unico caso negli ultimi giorni: due settimane fa, l’imbarcazione russa Abinsk avrebbe scaricato nel medesimo porto grano che Kiev considera sottratto ai campi ucraini, per un valore di milioni e milioni di dollari.
Ravid ha citato una fonte diplomatica ucraina di alto livello, secondo la quale le autorità dell’Ucraina stanno monitorando gli avvenimenti riguardanti la nave e il suo carico. “Non lasceremo correre”, ha detto, e nel caso venisse confermato quello che per Kiev è un aiuto a Mosca, allora “ci saranno ripercussioni, in particolare per i nostri rapporti bilaterali. Ci riserviamo il diritto di rispondere a livello legale e diplomatico”.
I numeri spiegano la natura del legame tra il governo di Benjamin Netanyahu e quello di Putin. Per la stagione 2025-2026, si prevede che la Russia coprirà il 90% del fabbisogno di grano di Israele (circa 2,16 milioni di tonnellate). Questa percentuale era solo del 39%, prima dell’avvio delle operazioni militari in Ucraina. Dal 2022, sarebbero almeno 30 le spedizioni “sospette” arrivate ai porti israeliani di Haifa e Ashdod. L‘export di grano, da solo, valeva per la Russia quasi 10 miliardi di dollari nel 2024.
Visti i numeri, sembra che il caso venga ora sollevato soprattutto per ri-attirare l’attenzione sulla guerra ucraina, mentre Kiev ha sempre indicato Israele come modello di “nazione armata” candidandosi a imitazione da impiantare nel cuore dell’Europa. E anche per ribadire che l’Ucraina sta sostenendo a livello materiale e di consiglieri militari l’aggressione israeliana all’Iran, e sui vari fronti aperti dai sionisti in Asia Occidentale: in sostanza, è un modo per ridare innanzitutto lustro al peso del paese est-europeo nel sistema guerrafondaio occidentale, in senso lato.
Il riverbero di questa faccenda ha però risonanza maggiore per gli orizzonti della UE, che sta giocando strumentalmente sulla questione iraniana per millantare un profilo più autonomo nello scenario globale, mentre ha materialmente sostenuto l’aggressione. Dalla diplomazia europea sono arrivate minacce mai sentite in 2 anni e mezzo di genocidio.
Anouar El Anoumi, portavoce per gli affari esteri dell’UE, ha confermato che Bruxelles sta chiedendo chiarimenti ufficiali a Tel Aviv. “Condanniamo tutte le azioni che contribuiscono a finanziare gli sforzi militari illegali della Russia – ha detto – e a eludere le sanzioni dell’UE, e restiamo pronti a contrastare tali azioni, anche inserendo individui ed entità in paesi terzi, se necessario”.
Ricordiamo che, a livello interno, la UE sta anche affrontando la continuazione delle proteste al fianco del popolo palestinese. Nel giro di tre mesi, sono state raccolte oltre un milione di firme per la sospensione dell’Accordo di Associazione UE-Israele, sulla base della violazione del prerequisito di rispetto dei diritti umani, palesemente violato da Tel Aviv.
Anche in questo caso, dunque, sembra che lo scopo delle minacce sia quantomeno duplice, e risponda soprattutto all’esigenza di disorientare i manifestanti che continuano ad animare le piazze del Vecchio Continente. Tuttavia, un tale atteggiamento rivela il vero volto della UE, che continua a ignorare le denunce presso la Corte Penale Internazionale e anche quelle per genocidio alla Corte Internazionale di Giustizia.
Insomma, la linea rossa della UE non è rappresentata da 72 mila persone massacrate, ma il commercio di frumento, che viene visto come un possibile sostegno allo sforzo bellico di Mosca sul teatro ucraino. A ribadire che, come ha detto il cancelliere tedesco Merz, Israele sta facendo “il lavoro sporco” per gli interessi del nostro imperialismo in quel quadrante di Mondo, mentre la discriminante fondamentale della politica europea riguarda la scelta guerrafondaia su cui Bruxelles vuole improntare il suo posizionamento internazionale.
Il nostro parere, da sostenitori del boicottaggio totale e della rottura di qualsiasi rapporto con lo Stato genocida di Israele, è chiaro: anche la Russia sta sbagliando nel mantenerli. Non siamo soliti usare doppi standard...
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