Presentazione


Analisi, opinioni, fatti e (più di rado) arte da una prospettiva di classe.

23/02/2026

Il rebus delle “materie critiche” per la UE

La logica folle del capitalismo si può rintracciare in tutte le attività umane, ma mai come intorno all’automobile – vera merce-pivot dell’economia novecentesca e attuale – diventa un pugno in faccia.

Negli ultimi tempi i “pensatori” dell’Unione Europea – negli Usa ci metteranno ancora decenni solo per cominciare, probabilmente – hanno preso ad interrogarsi sul come reperire quantità maggiori di “materie critiche”, fondamentali per la costruzione di auto, armi, merci tecnologiche varie, ecc.. 

Le forniture, è noto, arrivano principalmente dalla Cina ma proprio per questo si è creata una dipendenza considerata strategicamente pericolosa. In un mondo serio (non capitalistico, diciamo) dovrebbe essere normale che un territorio che ha determinate risorse naturali le scambi con beni che non possiede o non produce. Ma in questo mondo folle in cui “la competizione” tende a trasformarsi di frequente in guerra aperta, il fornitore di oggi può diventare il nemico di domani. E se quel che ti fornisce è indispensabile, tu sei strategicamente più debole (rischi di restare senza quei prodotti o doverli pagare cifre mostruose).

Ragionando ragionando, i “pensatori della UE” si sono accorti che una grossa quantità di quelle “materie critiche” in realtà ce l’hanno sotto il sedere: le automobili a fine vita o da metter fuori circolazione per emissioni diventate eccessive con l’avanzare delle normative ambientali. Ogni auto è piena non solo di gomma e plastica, abbastanza facilmente riciclabili, ma anche di acciaio, rame, platino-palladio-rodio (le marmitte catalitiche) e via elencando.

Il problema è che lo smaltimento del parco auto dismesso prende molte vie, solo in parte tracciate, e quei materiali diventano irraggiungibili. Perché? Per le normali leggi del capitalismo, naturalmente. Ogni soggetto della filiera cerca di guadagnare il più possibile dal suo intervento e dunque di “risparmiare” al massimo sui costi. La logica dello smaltimento resta nelle mani della logica del profitto, anarchica e irrazionale.

E quindi. Le auto ancora marcianti ma “fuori norma” con le emissioni prendono la via dell’Africa o dei paesi dell’Est. Le prime viaggiano via nave e quindi sono tracciate, anche se le materie prime utili non torneranno mai in Europa restando ad inquinare aree crescenti di quel continente. Le seconde vanno via terra e, con gli accordi Shengen, passano senza registrazioni. Di fatto “scompaiono” e restano per la maggior parte irrecuperabili.

I circuiti della rottamazione all’interno dei paesi UE sono in parte legali e in parte “di straforo”. Anche in questo caso una gran parte delle auto “scompare” andando ad alimentare il circuito dei pezzi di ricambio per le officine, che ovviamente “risparmiano” con i pezzi di origine “ambigua” anche quando fatturano regolarmente ai clienti finali.

Aggiungiamo che il recupero dei materiali “critici” richiede spesso lavorazioni industriali costose (al contrario, per esempio, della separazione degli pneumatici dai cerchioni metallici), che rendono il recupero economicamente non conveniente.

Il tutto in un “sistema” in cui la libera impresa la fa da padrone, senza alcun piano di gestione generale del ciclo di vita dell’auto (e di nessun altro prodotto, va detto), né al momento della produzione né in quello della “sepoltura”.

Alla fin fine la quantità di “materie prime” recuperate o recuperabili è una frazione del totale, e quel rapporto di dipendenza dai fornitori resta. Al massimo si può cambiare il fornitore, se esiste, ma non è detto che ci sia un guadagno (si è visto con il gnl statunitense, tre-quattro volte più costoso del gas russo che arrivava via North Stream).

Ma non ditelo ai “pensatori della UE”, che staranno lì per anni ad elaborare “normative” poi aggirate da ogni attore della filiera dell’auto (o di qualsiasi altra merce), perché ogni possibile “governo” di un’economia circolare (dalla nascita alla “morte” di ogni prodotto) richiede una pianificazione fondata sulla collaborazione attiva di tutti i soggetti.

Non la “competizione” per raschiare individualmente il massimo profitto da ogni fase del processo...

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Immaginari distopici contemporanei. Economia, lavoro e ambiente. Potere, conflitti e violenza

di Gioacchino Toni

Nell’introdurre il volume Immaginari distopici contemporanei (Edizioni di Storia e Letteratura, 2025), i curatori Manuela Ceretta, Alessandro Dividus e Federico Trocini sottolineano come il pessimismo contemporaneo derivato dalla percezione di vivere in un mondo segnato dall’ingiustizia e dall’assenza di futuro abbia strutturato un immaginario distopico all’insegna del fatalismo e dell’arrendevolezza nei confronti del deteriorarsi della realtà attuale e prossima, un immaginario che non prospetta opzioni di lotta collettiva finalizzate ad alternative migliori.

Dopo aver guardato, in uno scritto precedente, ai saggi raccolti nelle sezioni Distopie e società digitale e Corpi, immagini ed emozioni, viene di seguito fatto riferimento agli interventi raggruppati negli ultimi due blocchi del volume: Economia, lavoro e ambiente e Potere, conflitti e violenza. In apertura del primo di questi ultimi blocchi, Maria Pia Paternò si sofferma sulle modalità con cui viene affrontato l’universo lavorativo e la disoccupazione nel romanzo distopico La scuola dei disoccupati (2006) di Joachim Zelter. Ad essere messa in scena è una struttura finalizzata alla creazione di soggetti prestazionali che, pur differenziandosi dai classici luoghi concentrazionari totalitari non manca di rinviare ad essi. In tale spazio gli ospiti sono sottoposti a una sorta di tabula rasa che, insieme alla cancellazione, prevede una riscrittura dell’individuo alla luce della prestazione relegando all’impotenza coloro che rifiutano di integrarsi.

Valentina Romanzi mette a confronto le distopie anticapitaliste che si riscontrano in Ubik (1969) di Philip K. Dick e in Pane non autorizzato (2019) di Cory Doctorow. Se Dick si preoccupa maggiormente «di trasmettere la “non conciliabilità” del reale, di cui lo stesso capitalismo è una delle manifestazioni, Doctorow propende invece per una denuncia diretta e ben più esplicita di due dei principi della società occidentale contemporanea: il potere spropositato delle mega-corporazioni e il trattamento disumano riservato ai rifugiati» (p. 163).

Mentre in Ubik viene messo alla berlina il consumismo degli anni Cinquanta e Sessanta, in Pane non autorizzato viene criticata la mercificazione della conoscenza della società post-industriale. «Il disprezzo di Dick per il sistema capitalista americano è evidente; in Ubik, tuttavia, non si spinge fino al punto di suggerire una qualche forma alternativa sul piano dell’organizzazione socio-economica» (p. 169). Per quanto irrida e denunci i processi di reificazione nella società consumistica della seconda metà del Novecento, in cui vige il primato assoluto del Prodotto sulla vita degli individui, nel suo romanzo Dick non ne prospetta il superamento. Se in Ubik tutto viene ridotto a prodotto, in Pane non autorizzato ogni cosa è trasformata in servizio commercializzabile, persino l’atto di pirateria informatica. «Mentre il potenziale critico di Ubik finisce per smarrirsi nelle riflessioni ontologiche che costituiscono parte fondamentale del romanzo di Dick, in Pane non autorizzato l’obiettivo polemico è chiaro ed esorta a non rassegnarsi alla presunta inesorabilità del sistema capitalistico» (p. 174).

Le distopie meritocratiche e i timori egualitari sono al centro del saggio di Alessandro Dividus che prende il via guardando al racconto distopico The Rise of Meritocracy (1958) con cui il sociologo Michael Young denuncia i pericoli di una società democratica orientata a una ridistribuzione del potere su base meritocratica. A partire dagli anni Novanta del secolo scorso si sono moltiplicate le narrazioni distopiche incentrate sulla questione meritocratica con la sua incidenza sulle disparità sociali e sul concetto stesso di cura. Se nel suo racconto Young aveva insistito su come la logica meritocratica potesse perpetuare le diseguaglianze sociali creando nuove forme di aristocrazia, in Mater Class (2020) di Christina Delacher si denunciano i rischi derivanti da un’organizzazione sociale meritocratica che, con l’ausilio dell’eugenetica, si propone di eliminare l’ineguaglianza. Dividus si sofferma anche su Genus (2011) di Jonathan Trigell e The Ten Percent Thief (2023) di Lavanya Lakshminarayan, come esempi di romanzi incentrati sui rischi derivanti dai sistemi gamificati basati sugli incentivi che alimentano la logica meritocratico-competitiva. In conclusione del suo saggio, lo studioso evidenzia come nella narrativa distopica incentrata sulla questione meritocratica si sia passati da un’analisi di tipo politico, come quella proposta da Young sul finire degli anni Cinquanta, a un’interiorizzazione del tema nei romanzi più recenti «che, pur mettendo in guardia dalle distorsioni sociali generabili, non propone vere e proprie soluzioni a livello politico-istituzionale, bensì drammi esistenziali di protagonisti inermi di fronte a un meccanismo irrefrenabile» (p. 187).

Guardando al manga Devilman (1972) di Kiyoshi ‘Go’ Nagai e al suo adattamento di Masaaki Yuasa per la piattaforma Netflix intitolato Devilman Crybaby (2018), Augusto Petter indaga l’idea di apocalissi indotta dall’umanità e la scomparsa di ogni netta distinzione tra bene e male. Tale universo distopico, che ha nello sviluppo tecnologico una delle cause principali della rovina dell’umanità, è segnato da un cupo pessimismo, tanto che gli appelli all’assunzione di responsabilità individuale e collettiva non evitano la distruzione totale dell’umanità.

L’ultimo blocco di scritti – Potere, conflitti e violenza – si apre con un intervento di Angelo Arciero che guarda alle modalità con cui, nel corso dei decenni, le narrazioni distopiche si sono rapportate con l’immaginario introdotto da Nineteen Eighty-Four (1949) di George Orwell. Lo studioso delinea tre differenti fasi in cui può essere distinta la percezione dell’opera orwelliana: la fase della “sorveglianza di Stato”, compresa tra la metà del Novecento, quando viene scritto il celebre romanzo, fino alla metà degli anni Ottanta del medesimo secolo; la fase della “società della sorveglianza”, da metà anni Ottanta al cambio di millennio; l’attuale fase della “cultura della sorveglianza” contraddistinta dal fatto che ognuno è al contempo sorvegliato e sorvegliante.

Nel corso della prima di tali fasi, le narrazioni distopiche restano sostanzialmente aderenti ai canoni orwelliani nel riproporre le tensioni tra Stato e individuo sebbene presentino un crescente depotenziamento ideologico. Le ansie che attraversano tali narrazioni risultano via via rafforzate dall’introduzione di nuovi strumenti tecnologici che divengono fondamentali nella fase della società della sorveglianza che, pur continuando a richiamare l’immaginario orwelliano, tende a focalizzarsi sullo sviluppo della sorveglianza nella società dello spettacolo e sul crescente ruolo che vengono ad assumere le logiche commerciali; emblematico in tal senso è The Truman Show (1998) di Peter Weir in cui il narcisismo collettivo sfruttato dalla società dei consumi tende a sostituirsi all’ansia del controllo visivo di matrice totalitaria. L’isola dei senza memoria (1994) della scrittrice giapponese Yōko Ogawa può, secondo lo studioso, essere visto come esempio di narrativa di transizione che conduce, nel nuovo millennio, a immaginari distopici in cui gli aspetti specificatamente incentrati sulla sorveglianza e sulle degenerazioni autoritarie si intrecciano con le questioni demografiche, i disastri ambientali, i movimenti migratori, la crisi delle identità nazionali, le problematiche genetiche e gli effetti culturali e sociali dei social network. Le distopie del nuovo millennio, in cui non sempre le componenti autoritarie costituiscono l’elemento centrale delle narrazioni, tendono spesso ad essere caratterizzate da un ripiegamento intimistico in cui il conflitto tra potere e individuo assume forme assai differenti da quelle prospettate dall’opera di Orwell, come nel caso dei romanzi The Circle (2013) e The Every, (2021) di Dave Eggers.

Federico Trocini prende in esame due romanzi, uno statunitense ed uno italiano, che, per quanto differenti per contesto e modalità narrativa, riflettono alcune ossessioni che agitano l’Occidente legate al suo avviarsi al tramonto in balia di culture e civiltà altre. Sul versante statunitense viene fatto riferimento in particolare al romanzo The Turner Diaries (1978) di William Luther Pierce, figura di primo piano del suprematismo bianco nordamericano degli anni Settanta. Nonostante lo scarso valore letterario, il romanzo continua ancora oggi ad avere una certa diffusione negli ambienti della destra radicale. Pur rifacendosi a un genere distopico a sfondo razziale che vanta una solida tradizione negli USA a partire dalla prima metà dell’Ottocento, l’opera di Pierce prende a modello sia The Iron Heel (1908) di Jack London, per la trama e per alcuni espedienti narrativi, sia il Catechismo del rivoluzionario (1871) del nichilista russo Sergej Nečaev, da cui trae il profilo del “perfetto rivoluzionario”.

Attraverso l’espediente del ritrovamento di un diario, Pierce ripercorre la lotta tra un movimento popolare di resistenza e un Sistema ordito dal “giudaismo internazionale” attraverso la manovalanza afroamericana che ha preso il potere negli Stati Uniti. Se negli scenari distopici immaginati da London la lotta ha basi socio-economiche, in quelli di Pierce ha base razziale. Per quanto si tratti di un romanzo fantapolitico, anche se risulta difficile stabilire fino a che punto possa rientrare nel genere distopico, scrive Trocini, di certo The Turner Diaries eccede la sua funzione romanzesca presentandosi come “breviario del perfetto terrorista” e “manifesto ideologico”. Oltre a farsi promotore di un viscerale razzismo, il testo si contraddistingue anche per una feroce critica nei confronti della cultura liberale, accusata di essere la principale causa di disgregazione della società tradizionale.

Rispetto al panorama statunitense, in Europa la narrativa che si rifà allo “scontro di civiltà” guarda maggiormente al pericolo islamico. Trocini ricorda a tal proposito romanzi di autori come i francesi Michel Houellebecq e Laurent Obertone, la russa Elena Chudinova e gli italiani Roberto Vacca, Giuseppe Fraschetti, Paolo Frusca, Italo Bonera, Davide Longo, Sione Farè e, in particolare, Pierfrancesco Prosperi, autore di una trilogia fantapolitica che prospetta la graduale islamizzazione del Paese e la perdita dell’identità occidentale. Trocini sottolinea come nelle opere di Prosperi non venga messa in scena l’invasione dell’Italia da parte di un soggetto statale esterno, quanto piuttosto una graduale conquista dall’interno derivata da una sorta di suicidio politico-culturale operato dalle classi dirigenti italiane, dagli intellettuali progressisti e da esponenti della Chiesa.

Nonostante le tante differenze, Trocini si dice convinto che ad accomunare le narrazioni di Pierce e Prosperi sia una critica radicale alla cultura liberale e alla sua povertà valoriale. «Se per Pierce la cultura liberale rappresenta infatti l’arma tramite cui gli ebrei si propongono di infiacchire gli americani, eroderne la purezza razziale e, così facendo, perpetuare il proprio dominio mondiale, per Prosperi essa finisce, sia pure lungo strade diverse, per svolgere una funzione analoga, a beneficio di un’altra minoranza, gli immigrati di fede islamica, che, al pari degli ebrei, intende nondimeno porsi come se fosse maggioranza» (p. 235).

Alla letteratura russa guardano gli scritti di Lara Righi e di Dontaella Possamai. La prima affronta l’universo postatomico che ha ricondotto gli abitanti di Mosca a sopravvivere cibandosi di topi in una città rurale e arcaizzata a un paio di secoli da una tremenda catastrofe atomica raccontato dalla scrittrice russa Tat’jana Tolstaja nel suo romanzo Kys (2000). Dopo aver indagato il tema del degrado ambientale in relazione alla rappresentazione del corpo umano e i passaggi incentrati sull’oppressione e la violenza domestica a cui sono sottoposti soprattutto i personaggi femminili, la studiosa si sofferma sulle modalità con cui viene rappresentata la figura del leader e le strategie attraverso cui esercita il potere. Righi mette in luce come nel caso della scrittrice russa il genere narrativo distopico divenga un espediente per alludere ai grandi cambiamenti che hanno attraversato il Paese nel passaggio dalla sua storia sovietica a quella post-sovietica con particolare attenzione a come è cambiata la figura dello scrittore nel corso di questa trasformazione epocale.

Rimanendo in Russia, al sistema culturale e alla tradizionale importanza riservata alla letteratura non solo in ambito cultuale, ma anche politico e sociale, Possamai esamina le narrazioni distopiche e apocalittiche che, ultimamente, sembrano permettere, più di altri generi, forza critica grazie anche alla maggiore diffusione del genere. Secondo la studiosa, la produzione russa contemporanea definibile utopica si snoda lungo due assi principali che vanno da una polarità anti-utopica, espressione di rassegnazione, passività e arrendevolezza, a una che, invece, contempla la possibilità umana di giungere alla realizzazione di utopie postdistopiche in cui viene prefigurata una possibile salvezza e rinascita.

Se nella Russia post-sovietica diverse articolazioni del fantastico conoscono un certo successo già negli anni Novanta del secolo scorso, le narrazioni post-apocalittiche iniziano a diffondersi soprattutto nel nuovo millennio, come attesta il grande successo ottenuto dalla trilogia Galassia Metro (dal 2005) di Dimitrij Glukhovsky – capace di dare il via a una interminabile serie di romanzi a cui hanno concorso molteplici altri autori – o alle due opere dello stesso scrittore Post (2022) e Post. Spastis’ i sokhranit’ (2023) con cui Glukhovsky si sposta dalla polarità anti-utopica, in cui l’umanità è letteralmente in balia della catastrofe, a quella utopica che lascia intravedere una possibilità di salvezza per il genere umano.

A chiudere la sezione, e con essa il volume, è uno scritto di Gabriele Catania che indaga la difficoltà con cui le narrazioni distopiche delineano scenari geopolitici credibili più o meno prossimi nel tempo. Difficoltà riconducibili, secondo lo studioso, sia al fatto che il genere tende solitamente a porsi come monito rivolto ai contemporanei, sia alla complessità del mondo contemporaneo che rende arduo prospettare futuri plausibili. Catania sottolinea come letteratura distopica e geopolitica non siano però due universi inconciliabili: report del National Intelligence Council statunitense e del NATO Defense College, ad esempio, prospettano scenari non così dissimili da quelli immaginati dalla fiction distopica che si dimostra dunque un’importante palestra mentale per “pensare l’impensabile” che, però, potrebbe darsi.

Immaginari distopici contemporanei. Distopie e società digitale. Corpi, immagini ed emozioni

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Genova - 15 cassoni posati su 73: ritardi (e costi aumentati) della diga finanziata anche col PNRR

Sull’attacco USA all’Iran tutti con il fiato sospeso

Non è ancora definito se stiano prevalendo le forze che spingono per una aggressione militare statunitense-israeliana all’Iran o quelle che la sconsigliano.

Secondo il sempre ben informato Axios, alti funzionari iraniani e statunitensi si incontreranno in Svizzera giovedì per il terzo turno di colloqui sul nucleare.

Il ministro degli Esteri iraniano Abbas Araghchi ha dichiarato che probabilmente incontrerà giovedì l’inviato statunitense Steve Witkoff a Ginevra, sottolineando che c’è ancora “una buona possibilità” di una soluzione diplomatica relativa alle ambizioni nucleari di Teheran.

Sembrerebbe una buona notizia, ma è difficile dimenticare che anche a giugno del 2025 l’Iran è stato attaccato da Israele e Usa mentre erano in corso dei negoziati nell’Oman.

Inoltre un alto funzionario statunitense ha detto ieri ad Axios che i negoziatori statunitensi sono pronti a tenere un altro giro di colloqui con l’Iran venerdì prossimo a Ginevra, solo se riceveranno una proposta dettagliata iraniana su un accordo nucleare entro le prossime 48 ore, aggiungendo che l’amministrazione Trump sta aspettando la proposta iraniana.

“Se l’Iran presenterà una proposta preliminare, gli USA sono pronti a incontrarsi a Ginevra venerdì per iniziare negoziati dettagliati volti a discutere la possibilità di raggiungere un accordo nucleare”, ha detto il funzionario statunitense.

I funzionari statunitensi affermano poi che l’attuale sforzo diplomatico “è probabilmente l’ultima possibilità che il presidente Donald Trump darà all’Iran prima di lanciare una vasta operazione militare” tra Stati Uniti e Israele che potrebbe colpire direttamente la Guida Suprema Ali Khamenei.

Sabato Witkoff aveva detto a Fox News che l’Iran potrebbe teoricamente essere a circa una settimana dalla possibilità di arricchire il proprio uranio esistente a livelli adatti per un’arma. “Probabilmente sono a una settimana dall’avere materiale per bombe di grado industriale. E questo è davvero pericoloso. Quindi non possono averlo”, ha dichiarato l’inviato di Trump a Fox News

Certo, se dovessimo giudicare dal volume mediatico di annunci bellicisti dovremmo ammettere che un attacco militare contro Teheran sembra ormai imminente. Difficile escludere però che questo bombardamento mediatico non sia anche parte di una guerra psicologica per ottenere i risultati voluti senza precipitare nell’escalation.

Sono note le preoccupazioni di tutti i paesi dell’area – tranne di Israele che invece spinge per la guerra all’Iran – nel voler scongiurare tale scenario, ma ci sono anche un paio di “dettagli” che potrebbero incidere sui tempi e i modi dell’attacco.

Negli Stati Uniti, per un Trump con seri e crescenti problemi interni, rimane poi l’incognita del voto del Congresso. Il Presidente infatti non ha il potere di dichiarare guerra ma deve esserne autorizzato. Ha già forzato la mano sul Venezuela e il Congresso non ha gradito. Poi è arrivata anche la Corte Suprema ad affermare che gli ordini esecutivi del presidente non possono scavalcare il Congresso, neanche sui dazi.

Per bypassare questa incognita Trump, dopo una serie di attacchi sull’Iran, potrebbero cercare di provocare una reazione iraniana e di conseguenza danni e vittime ad una nave o una base militare statunitense nell’area per cercare di strappare l’autorizzazione del Congresso.

I poteri di un presidente USA sono infatti limitati nel tempo per un coinvolgimento militare. La War Power Revolution del 1973 prevede che il Presidente possa schierare truppe e autorizzare un attacco, ma queste devono essere ritirate entro 60 giorni, a meno che non abbia ottenuto il voto e il via libera dal Congresso.

In tal caso gli USA dovrebbero dare vita ad una campagna di bombardamenti aerei e missilistici sull’Iran e tentare di fiaccarne la resistenza in tempi stretti, non oltre i sessanta giorni, come avvenne con la Serbia nel 1999.

Il secondo fattore è rappresentato dal fatto che la portaerei Gerald Ford è ancora in navigazione verso l’area di crisi. È entrata nel Mediterraneo ma deve collocarsi in zona operativa. E perché è importante la portaerei Ford? Secondo il Military Times, la USS Gerald Ford è la nave strategica che ha partecipato al raid a sorpresa degli Stati Uniti in Venezuela a gennaio e che ha portato al rapimento del presidente venezuelano.

Il che fa ritenere che tra gli aerei a bordo della portaerei Ford, ci siano quelli che hanno compiuto gli attacchi elettronici e informatici Shock and Doo in Venezuela, neutralizzando le difese aeree e aprendo la strada alla cattura di Maduro. Una volta che la Ford sarà in zona operativa, gli USA saranno in grado di colpire pesantemente l’Iran da molti punti di vista.

Resta l’incognita della capacità e della direzione della reazione militare iraniana. Interessante in tal senso il commento dell’agenzia mediatica statunitense Global Beacon, secondo cui “Mentre gli Stati Uniti hanno tecnologia, potenza aerea e portata globale schiacciante, l’Iran non è fatto per una lotta alla pari. È progettato per rendere ogni conflitto estremamente duro, costoso e rischioso per l’America”.

E poi ci sarebbero le reazioni di paesi molto “sensibili” all’Iran come Russia e Cina. Se l’America Latina può essere ritenuta – e ceduta – come area di influenza degli Stati Uniti e della nuova dottrina “Donroe” o l’Ucraina costretta a capitolare con la Russia, il Medio Oriente e le sue risorse sono ancora un’area contesa e contendibile in un mondo in cui la competizione sta prevalendo prepotentemente sulla concertazione.

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Kosovo - UCK sotto accusa per crimini di guerra

Per quasi tre anni, all’Aja, si è celebrato un processo che costringe l’Occidente a guardarsi allo specchio. Sul banco degli imputati non un ‘rassicurante’ oscuro signore della guerra africano o islamico, ma Hashim Thaçi, ex presidente del Kosovo, e tre ex vertici dell’Uck, “l’Esercito di liberazione del Kosovo”. Gli stessi uomini che nel 1999, durante i bombardamenti NATO contro la Serbia di Slobodan Milošević, venivano presentati come alleati necessari, se non addirittura patrioti.

La Corte speciale per il Kosovo – istituita con legge kosovara ma con sede nei Paesi Bassi – ha chiuso un dibattimento imponente: 227 udienze, 130 testimoni in aula, decine di deposizioni scritte. In un clima definito dai giudici “pervaso da intimidazioni costanti” nei confronti di chi collaborava. Non esattamente l’atmosfera di una democrazia consolidata.

Thaçi si è dichiarato “completamente innocente”. Con lui, Kadri Veseli, Rexhep Selimi e Jakup Krasniqi, ex comandanti Uck poi riciclati ai vertici del nuovo Stato kosovaro. L’accusa, rappresentata dalla procuratrice Kimberly West, ha chiesto per ciascuno 45 anni di reclusione per crimini di guerra e contro l’umanità: omicidi, torture, persecuzioni, sparizioni forzate, detenzioni arbitrarie tra il 1998 e il 1999.

La sentenza è attesa entro l’estate. Ma il verdetto politico è già scritto nella cronologia.

Da “terroristi” a statisti, andata e ritorno

Fino a poco prima dell’intervento NATO, l’Uck figurava nelle liste statunitensi delle organizzazioni terroristiche. Poi, improvvisamente, divenne interlocutore legittimo nella guerra contro Belgrado. La geopolitica ha questa elasticità morale: dipende da chi è utile contro chi.

Il 12 giugno 1999, con la fine dei bombardamenti, una risoluzione ONU avviò la costruzione di un Kosovo amministrato internazionalmente. L’Uck si trasformò in forza politica dominante. Thaçi, già direttore politico e responsabile dei servizi informativi del gruppo armato, divenne ministro degli Esteri, poi premier, infine presidente. Veseli guidò l’intelligence. Selimi e Krasniqi occuparono ruoli apicali nell’apparato statale.

La guerriglia era diventata istituzione. Ma secondo l’accusa, la struttura di potere non avrebbe abbandonato i metodi della guerra.

Campi di detenzione e fosse comuni

Gli atti processuali, in parte desecretati, elencano circa cinquanta siti di detenzione in Kosovo e nel nord dell’Albania. Luoghi dove, secondo l’impianto accusatorio, civili serbi, rom, bosniaci, montenegrini e anche albanesi considerati “collaborazionisti” sarebbero stati imprigionati e torturati. Le contestazioni parlano di 437 detenzioni arbitrarie documentate.

Le testimonianze raccolte descrivono percosse con catene e spranghe, minacce di morte, esecuzioni simulate. In alcuni casi, uccisioni successive a trasferimenti tra centri di detenzione, specie durante ritirate militari. Tra le vittime figurano anche membri della Lega Democratica del Kosovo, partito favorevole a un’autonomia negoziata con la Serbia e dunque visto come traditore.

Un episodio citato negli atti riguarda un uomo rom, catturato e picchiato in un villaggio controllato dall’Uck, poi ucciso a un posto di blocco. Non è un dettaglio folkloristico della guerra balcanica: è uno dei capi d’accusa.

La Corte ha dovuto affrontare un problema strutturale: la protezione dei testimoni. Nel 2022 Hysni Gucati e Nasim Haradinaj, esponenti dell’Associazione veterani Uck, sono stati condannati per aver divulgato dati sensibili relativi a potenziali testimoni. Nel 2025 tre cittadini kosovari hanno patteggiato per intimidazioni. E per Thaçi è già fissato un nuovo procedimento per presunte interferenze sulle deposizioni.

La domanda scomoda resta sospesa: criminali perché hanno perso il favore internazionale o perché i crimini sono stati finalmente perseguiti? La giustizia internazionale è selettiva per definizione, ma non per questo i fatti contestati evaporano.

Il Kosovo indipendente, oggi guidato da Albin Kurti, cerca di consolidare istituzioni e credibilità europea. Ma l’ombra del passato armato grava ancora. L’Occidente, che nel 1999 scelse l’Uck come alleato tattico contro Milošević, deve ora accettare che alcuni di quegli alleati siano giudicati per atrocità.

La storia non è lineare: gli “eroi” di ieri possono diventare imputati. E forse è un segno di maturità istituzionale che ciò accada. Resta però un interrogativo geopolitico: quanto pesa, nelle trasformazioni morali delle milizie, l’interesse strategico del momento?

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22/02/2026

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USA - Dazi nel caos, si naviga a vista

“Qui comando io!”. Poche ore dopo la pubblicazione della sentenza con cui la Corte Suprema (equivalente della nostra Corte Costituzionale) cancellava gli ordini esecutivi che imponevano dazi differenziati praticamente a tutti i paesi del Pianeta, Donald Trump ha deciso di alzare i dazi globali dal 10% al 15% con effetto dalla mezzanotte del 24 febbraio e per 150 giorni.

A prima vista sembra la reazione di un bambino frustrato dal vedersi negare qualcosa cui tiene molto, ma naturalmente stiamo parlando di un “bambino” che purtroppo guida quella che è ancora la principale superpotenza, almeno dal punto di vista militare.

Partiamo dai fatti. La senza della Corte Suprema di venerdì scorso demoliva il sostegno legale scelto da Trump per giustificare la raffica di dazi dello scorso anno, ovvero il ricorso all’International Emergency Economic Powers Act del 1977. La ragione tecnico-legale è inappuntabile: quella legge prevede che non avendo poteri assoluti – come in ogni “democrazia liberale” – il presidente può decidere misure straordinarie, ma solo in circostanze straordinarie e col voto del Congresso.

Le circostanze straordinarie – guerre, crisi economiche stile 1929, ecc. – non ricorrono oggi. Dunque non c’è alcuna ragione di “necessità e urgenza” che giustifichi scelte strategiche (i rapporti con il resto del mondo) compiute sulla testa del Congresso, ovvero del potere legislativo. O fai un golpe, mandando i killer dell’ICE dentro la Corte Suprema, oppure devi mandarla giù facendo di tutto per apparire comunque “vincente”.

Convocati i suoi azzegarbugli, Trump ha scovato un’altra legge – tutto il sistema legale statunitense è privo di coerenza interna perché “fondato sul precedente”, ossia su quanto accaduto in casi simili, come un abito fatto di toppe – ossia una disposizione di una legge commerciale separata, la Sezione 122, che consente al Presidente di applicare tariffe fino al 15% per affrontare problemi “ampi e gravi” della bilancia dei pagamenti per un massimo di 150 giorni. Per la proroga serve poi, anche in questo caso, il voto del Congresso. Entro luglio dunque.

Cosa cambia? Molte cose, come per ogni toppa messa su un buco. In primo luogo i dazi diventano – temporaneamente – uguali per tutti i paesi del mondo, di fatto svuotando gli accordi fatti bilateralmente con ogni paese o con l’Unione Europea. Si trattava di percentuali molto diverse (dal 10 al 41%, più contenziosi ancora aperti con Cina, Brasile, India), oltretutto differenziate per settori merceologici (50% su acciaio e alluminio o il 25% su auto e componenti).

Da dopodomani, invece, tutti uguali. Inevitabilmente ogni interlocutore commerciale straniero ed ogni operatore economico americano deve ora rifarsi i conti, anche sulla merce appena caricata su una nave. All’interno, oltretutto, stavano già partendo migliaia di cause per il rimborso dei danni subiti dalle aziende importatrici a causa dei dazi, con una pletora di istituzioni coinvolte e una prassi obbligata a valutare caso per caso (ogni azienda può aver trasferito più o meno interamente il peso di certi dazi sul prezzo finale della merce, e quindi aver diritto – oppure no o solo in parte – ad un risarcimento).

Anche qui, tutto da ricalcolare sul 15%, ma con la certezza che nessuna causa vedrà la conclusione entro i prossimi 5 mesi (la giustizia è lenta anche negli Usa, che vi credevate...).

Dicevamo che la reazione di Trump appare bambinesca e profondamente stupida, ma obbligata. Va ricordato che “il bambino” in questione non è questo vecchio truffatore puttaniere e pedofilo che siede alla Casa Bianca, ma la sua base elettorale, quel mondo “Maga” fatto di suprematisti bianchi, evangelici di varie sette, “sionisti cristiani” (come l’ambasciatore in Israele, Mike Huckabee) convinti che la Bibbia sia un testo divino su cui basare i titoli di proprietà e i confini territoriali, qui sulla Terra.

Questa base è stata convinta a considerare Trump imbattibile, inarrestabile, “unto dal signore”. Dunque non può vederlo mai sconfitto. Neanche una volta, se no si buca il palloncino della credulità e crolla tutto.

I problemi diciamo così “politici interni”, la gestione del consenso ultra-reazionario e fideistico, costituiscono però un’interferenza continua con la necessità di affrontare e risolvere problemi prosaicamente economici, politici, militari, nel rapporto col resto del Pianeta ed anche con il resto degli Stati Uniti stessi.

Abbiamo ricordato le sconfitte subite a Minneapolis (dove l’ICE è potuta restare solo a patto di diminuire drasticamente il numero degli effettivi sul campo e una radicale modifica delle “regole di ingaggio” con la popolazione), e quelle elettorali a New York, Seattle, Texas e città minori.

Si è parzialmente rifatto con il brutale attacco al Venezuela e il rapimento di Maduro e la moglie, ma – sproloqui a parte – non è risultato un “successo” capace di portare maggiori consensi, neanche tra le “sette sorelle” del petrolio. Anzi, persino nelle città Usa ci sono state manifestazioni di protesta che hanno visto insieme latinoamericani, neri, sinceri democratici, ecc.

Ma se le cannoniere sembrano uno strumento facile da utilizzare contro avversari militarmente assai meno potenti – ma per pochissimo tempo, altrimenti finisce come in Afghanistan – non servono praticamente a nulla in materia di economia.

Nella strategia trumpiana i dazi dovevano essere un corrispettivo altrettanto “persuasivo”, consentendo di variare l’entità dei colpi a seconda del grado di arrendevolezza del malcapitato di turno: “a te il 100%, e se reagisci il 200%, a te il 10”, ecc..

Ma se sono tutti uguali – al 15%, per ora e nei limiti di quella “legge commerciale” scovata negli archivi – quel potere magico scompare e diventa una semplice “tassa sulle importazioni” che va contabilizzata, magari bestemmiando, ma non ha alcun effetto differenziante sulla “competitività” nei rapporti con gli Stati Uniti.

In particolare, segnalano anche giornali Usa, diversi accordi commerciali hanno incluso impegni da parte dei partner per acquistare petrolio e gas naturale liquefatto negli Stati Uniti. Trump ha anche minacciato dazi per fare pressione su altri paesi per non acquistare petrolio russo o iraniano. Senza una leva tariffaria “arbitraria”, scalabile a piacimento, il ricatto non si può attuare.

Non è la fine di quest’arma, ma per impugnarla nuovamente Trump dovrà concordare col Congresso – e prima ancora con i repubblicani recalcitranti, legati ad interessi locali danneggiati dalle tariffe elevate – forme e tempi che non dipenderanno soltanto dalla sua volontà sintetizzata in “ordini esecutivi”. Una limitazione del suo potere, da misurare nei prossimi mesi.

Rompere un “sistema basato sulle regole” – se sei il “nuovo sceriffo in città” – è relativamente facile. Costruirne uno nuovo, che abbia un senso e sia gestibile “in automatico” da quasi tutti i partecipanti, tutt’altra cosa.

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Dal caporalato nei campi al caporalato metropolitano: il lavoro sfruttato cambia forma, non sostanza

Abbiamo partecipato giovedì 19 febbraio al Tavolo nazionale sul caporalato, portando per la prima volta la necessità di estendere il ragionamento sul caporalato ad altri settori, a partire da quello dei rider e del lavoro tramite piattaforme digitali.

Dopo aver denunciato la grave dissipazione di risorse pubbliche legate ai fondi del PNRR destinati al superamento degli insediamenti informali e delle baraccopoli, (i 200 milioni di euro stanziati per questi progetti non sono stati spesi dalla quasi totalità dei Comuni beneficiari), certificando il fallimento di un intervento che avrebbe dovuto rappresentare una risposta concreta alle condizioni di degrado e segregazione in cui vivono migliaia di lavoratori, in particolare nel Sud Italia, abbiamo parlato di decine di migliaia di lavoratrici e lavoratori che in tutta Italia operano come rider per le piattaforme di food delivery.

Non si tratta di un ampliamento improprio del perimetro del Tavolo, ma del riconoscimento di una trasformazione profonda delle modalità di sfruttamento. Oggi il caporalato non agisce solo nei campi: assume forme tecnologicamente avanzate, urbane, apparentemente “moderne”, ma sostanzialmente analoghe per effetti e impatto sui diritti.

L’algoritmo delle piattaforme sostituisce il caporale tradizionale, riproducendone la funzione: organizza la forza lavoro, distribuisce le opportunità di guadagno, premia o esclude, determina unilateralmente il reddito, spesso con compensi incompatibili con standard minimi di dignità. La presenza significativa di lavoratori migranti, talvolta in condizioni di vulnerabilità amministrativa, accresce ulteriormente la ricattabilità.

Quella che abbiamo portato al Tavolo non è solo la posizione di USB, che da anni denuncia queste condizioni nelle piazze e nei tribunali. È una realtà confermata anche dall’azione della magistratura.

L’indagine della Procura della Repubblica di Milano nei confronti di Foodinho S.r.l., società operativa per conto di Glovo, resa pubblica il 9 febbraio, e che oggi ha visto la convalida del controllo giudiziario da parte del GIP, ha fotografato un sistema organizzativo ritenuto riconducibile a forme di sfruttamento assimilabili al caporalato.

Non si tratta di un episodio isolato: tra il 2018 e il 2020 anche Uber Italy è stata coinvolta in un procedimento per caporalato, conclusosi con una condanna.

La richiesta che abbiamo avanzato è di prendere atto dell’esistenza di un vero e proprio caporalato metropolitano.

Le modalità di sfruttamento non si annidano soltanto nelle campagne del Sud, ma sono connaturate a un modello di sviluppo sempre più predatorio che trova nelle metropoli e nel lavoro a piattaforma una delle sue espressioni più avanzate.

Oggi i protagonisti, loro malgrado, sono i rider, che devono essere assunti tutti subito con il CCNL Logistica. Ma il lavoro a piattaforma si sta estendendo rapidamente ad altri settori dei servizi, portando con sé le stesse dinamiche di compressione salariale e riduzione delle tutele.

Su questo pesa una responsabilità politica trasversale: per oltre dieci anni si è lasciato campo libero a queste piattaforme, consentendo loro di espandersi senza un adeguato quadro regolatorio e senza controlli efficaci.

Per queste ragioni, oltre alle richieste avanzate in sede nazionale, USB formalizzerà la richiesta di convocazione di Tavoli analoghi presso le Prefetture su tutto il territorio nazionale, al fine di attivare strumenti di controllo capillari e di individuare contromisure concrete e incisive.

La lotta al caporalato non può essere selettiva né limitata a un solo settore.

O è una battaglia contro ogni forma di sfruttamento organizzato del lavoro, anche quando indossa i panni dell’innovazione digitale, oppure rischia di rimanere un impegno formale privo di efficacia reale.

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