Presentazione


Analisi, opinioni, fatti e (più di rado) arte da una prospettiva di classe.

17/08/2026

“Dove si appanna la stella Usa cresce il nuovo ordine mondiale”

Intervista a Joseph Halevi. Non è una sorpresa, per chi ha seguito e segue la dinamica militare americana. Dov’è la dimensione  della sconfitta strategica? In primo luogo, gli statunitensi sono sostanzialmente disarmati per quanto riguarda i missili di precisione.
Ciò coinvolge tutto l’assetto militare strategico americano, sia nella sua capacità di vendere armi all’Europa affinché l’Europa le consegni gratuitamente all’Ucraina, sia nell’indebolimento dello schieramento americano rivolto alla Cina, perché gli statunitensi non possono rafforzare le loro punte avanzate nei confronti della Cina, ovvero il Giappone.

In altre parole, rischia di sgretolarsi la capacità da parte statunitense di mantenere lo storico “protettorato” sui  Paesi amici?

Bisogna partire dal presupposto che per gli Stati Uniti questi Paesi (Giappone, Europa) in cui la distanza fisica è compensata da una forte presenza militare e ideologica, sono una cintura di protezione, al di là della retorica che ha sempre rappresentato la presenza americana come un baluardo fonte di benefici per i Paesi che ne avevano accolto le basi militari.
In altre parole, è la Nato a proteggere gli USA, rappresentando a un tempo il campo di battaglia e la carne da cannone per coprire gli Stati Uniti.
Lo stesso dicasi per il Giappone. Secondo il Center for Strategic and International Studies (CSIS) di Washington, in questo momento gli USA si trovano sguarniti delle loro armi di punta, i missili di precisione, pur mantenendo un arsenale di armi ordinarie di tutto rispetto.
Il fatto però è che queste ultime sono bombe che servono sostanzialmente per bombardamenti a tappeto, in questo momento improponibili e prodromo dell’uso dell’atomica. I Tomahawk, che sono i migliori missili americani e quelli più flessibili come punto di lancio, sono stati “consumati” al 50%; i missili intercettori sono stati utilizzati con percentuali che vanno intorno al 60%, mentre per quelli più avanzati si parla di un uso che sfiora l’80% delle disponibilità.
Negli ultimi giorni, è uscita la notizia che anche l’Arabia Saudita, che possiede solo armi americane, ha utilizzato circa l’86% dei suoi missili intercettori.

Le conseguenze?

Ciò significa che, se gli americani dovessero ricostituire queste scorte di armi, dovrebbero ulteriormente intaccare le loro. Ma in questo momento non le hanno.
Sempre il CSIS elenca i tempi necessari alla ricostituzione delle scorte per ciascun tipo d’arma: si va dai 42 ai 64 mesi. A ciò si deve aggiungere il fatto che queste armi sono piene zeppe di strumentazione elettronica richiedente l’uso di terre rare, in stragrande maggioranza raffinate in Cina anche quando estratte altrove.
Esattamente come gli USA nei confronti della Cina, Pechino ha un elenco di prodotti strategici da non esportare. Quindi l’invio all’estero dei prodotti delle raffinazioni delle terre rare che entrano nella produzione di queste armi è vietata o fortemente centellinata.
Ne consegue che gli USA non potranno completare il rinnovo delle scorte nei tempi tecnici previsti. Hanno poca capacità di raffinazione così come ne ha pochissima il Giappone, che in questi rami industriali fa da spalla agli USA.

Questo cosa significa, al di là del ragionamento militare?

Intanto, pensiamo al fatto che gli USA si sono fatti riconsegnare, da altre zone del mondo tanti missili intercettori che a suo tempo gli avevano fornito e che facevano parte della dotazione degli “alleati”. Armi che per ora non sono in grado di reintegrare. Di fatto, sono completamente scoperti.
Consideriamo che la vera natura di queste guerre (per questo gli Stati Uniti si sono fatti trascinare da Israele) era quella di conquistare aree cruciali, i cosiddetti punti di strangolamento per quanto riguarda il passaggio del petrolio e di staccare l’Iran dalla Cina e dalla Russia, realizzando, con bombardamenti e azioni di guerra, il cambiamento di regime.
Non dimentichiamo che se l’Iran, o prima ancora l’Iraq, fossero stati esclusivamente grandi produttori mondiali l’uno di pistacchi e l’altro di fagiolini, non sarebbe scoppiato il conflitto. Ovviamente, la causa principe è, fin dall’intervento USA in Iran del 1953 per abbattere l’allora legittimo governo di Mohammad Mossadegh, il petrolio cui si è aggiunta la strategia di condizionare e controllare la Cina.

In che senso?

Nel senso molto semplice che gli USA hanno bisogno del petrolio per sostenere il dollaro come moneta a livello mondiale.
Facciamo attenzione: gli americani vogliono essere in deficit rispetto al resto del mondo, dal momento che per loro è basilare spendere e spandere per quanto possibile per poi farsi finanziare dal resto del mondo attraverso le emissioni dei buoni del tesoro americani. Questo è il meccanismo che tiene in piedi il sistema finanziario USA e soprattutto la crescita continua della bolla di Wall Street.
D’altro lato, essendo l’Iran un importante fornitore di petrolio per la Cina, creare difficoltà a Pechino è coerente con il proprio obiettivo principale. Tuttavia, il dato di fatto rimane: in questo momento gli USA sono completamente sguarniti a livello militare e in completo caos. Anche per quanto riguarda l’amministrazione.
L’impressione è quella di una nave alla deriva prima di finire sugli scogli.

Ma con l’indebolirsi dell’egemonia statunitense, non è inevitabile che il mondo si riorganizzi?

Questo è vero in teoria. Ma il processo è caratterizzato da ciò che in statistica si chiama “passeggiata aleatoria”, in cui ogni azione può anche avere una sua logica ma nell’insieme ne scaturisce un movimento casuale.
Un esempio è dato dalla incompatibilità tra il ruolo del Giappone e la sua reale situazione. Per Washington, dal 1950 in poi, la frontiera statunitense più avanzata verso la Cina è il Giappone assieme alla Corea del Sud.
In questo momento il Giappone dà l’impressione di essere un Paese nel pallone più totale. Sta scivolando ulteriormente nella crisi economica che lo divora da oltre trent’anni, ed è incapace di riposizionarsi. Tant’è vero che nel corso delle cerimonie di commemorazione del bombardamento di Hiroshima, la primo ministro giapponese ha evitato di ricordare che i due bombardamenti nucleari sono stati compiuti dagli Stati Uniti.
L’Europa non è per niente diversa, rispetto alla sua capacità di riposizionarsi, perché la formazione dell’intero ceto politico occidentale è completamente plasmato dagli USA. Una volta scomparsi gli Adenauer, i Willy Brandt, i De Gaulle, i De Gasperi, i Moro, in Italia la Prima Repubblica, il ceto politico successivo (in Italia, alla fin fine, persino la dirigenza del PCI) è stato plasmato o rimodellato dagli Stati Uniti, così da non avere la possibilità di creare statisti.
Questo è il punto, che riguarda non solo l’Europa, ma anche il Giappone e la Corea del Sud.

Se questo è vero per Europa, Giappone, e gli alleati storici degli USA, non le sembra che altri Paesi come la Turchia, l’Arabia Saudita, il Pakistan, abbiano la capacità di reagire a un mondo in cui la potenza statunitense si sta via via appannando?

Il problema che ha posto è molto reale. Intanto, bisognerebbe parlare dell’Accordo della Mecca in cui è stato stretto un patto tra i tre Paesi citati, con l’avvertenza che in realtà degli articoli del Patto non sappiamo ancora nulla.
Andando per ipotesi e ricordando che anche l’Egitto, se saranno superati alcuni nodi tecnici, potrebbe entrare a farne parte, possiamo tentare di capire qualcosa dalle reazioni degli altri Paesi.
Quella di Israele è negativa. Del resto, quando si illudevano di sconfiggere l’Iran grazie alla potenza americana, lo stesso leader dell’opposizione israeliana Neftali Bennett, aveva detto, assieme all’attuale governo, che il nuovo pericolo è un’alleanza sunnita, e la nuova minaccia è la Turchia, per cui bisognava prepararsi a fare guerra alla Turchia.
Dall’altro lato, tutti e tre i Paesi che formano questo Accordo sono profondamente dipendenti dagli Stati Uniti.
Allo stesso tempo, la firma del Patto della Mecca uccide gli Accordi di Abramo, ovvero quegli Accordi del 2020 formulati dagli USA che hanno portato prima alla normalizzazione diplomatica dei rapporti fra Bahrein, Emirati Arabi Uniti e Israele, che poi avrebbero dovuto sfociare nella normalizzazione fra Israele e Arabia Saudita. Questo nuovo Patto li svuota completamente.

Ma intanto come sono posizionati i Paesi che lo compongono?

La Turchia di Erdogan svolge una politica ambigua e possibilistica. Bisogna comprendere a cosa punta la Turchia e si può già capire che un loro obiettivo è quello di trasformare la Siria in un  protettorato di Ankara. Uno dei segnali è che i turchi stanno installando radar militari in Siria.
Questo significa che gli aerei israeliani non potranno più posizionarsi nello spazio aereo siriano, come facevano dalla caduta di Bashar Al-Assad, posizionamento che permetteva loro di lanciare missili sull’Iran in relativa sicurezza, dal momento che gli aerei israeliani e quelli americani preferiscono evitare di entrare nello spazio aereo iraniano. 
Il fatto che Ankara stia installando radar militari in Siria complica la vita a Israele, dal momento che i suoi aerei verranno “visti” dalla Turchia. Soprattutto, potrebbero essere anche operazioni sgradite alla Turchia.
Quanto alle dichiarazioni israeliane che identificano la Turchia con il nuovo nemico, Erdogan ha risposto in modo molto duro, dicendo che Israele se ne deve andare dalla Siria, dal Libano, ecc.
Tirando le fila, l’Accordo della Mecca può avere impatti diversi a seconda del lato da cui lo si prende, anche se, fintanto che non ne sappiamo di più sui contenuti degli articoli, sarà difficile dargli la giusta dimensione. 
Detto ciò, la reazione iraniana non è stata negativa. Teheran ha dichiarato che il Patto, retto da una clausola di mutuo sostegno in caso di aggressione simile all’Articolo 5 della NATO, non è diretto contro l’Iran.
Ancora più esplicito è stato Wang Yi, ministro degli esteri della Repubblica Popolare Cinese, il quale ha affermato di vedere molto positivamente l’Accordo tra i tre paesi firmato alla Mecca. Wang Yi ha inoltre auspicato di poter giungere alla creazione di un quadro di sicurezza collettiva tra la Cina ed i paesi islamici dell’Asia occidentale, come oggi viene chiamato quello che fu il Medioriente, quadro che include l’Iran. 

Tuttavia il ruolo del Pakistan è già emerso come molto importante per la regione...

Il Pakistan è stato un Paese fondamentale anche nello sviluppo della difesa dell’Iran sia sotto l’aspetto dei rapporti diplomatici che dal punto di vista logistico militare. L’azione della sua diplomazia verso Teheran, espletatasi sempre col pieno appoggio della Cina,  è stata fondamentale per la firma dell’accordo di Islamabad che poi è stato formalizzato in Svizzera.
In quel frangente gli iraniani non parlavano direttamente con gli americani, che pure erano presenti, e i loro rapporti erano mediati dal Pakistan e dal Qatar.
In particolare si segnala per importanza la figura del capo di stato maggiore pakistano, il generale Asim Munir, il vero mediatore invisibile, com’è stato definito dalla stampa internazionale.
Il Pakistan ha rivestito questo ruolo di fondamentale importanza per il suo legame con la Cina, che, in veste di suggeritore, ha coadiuvato il Pakistan su come parlare con l’Iran per giungere alla sottoscrizione dell’accordo d’intesa.

Come evolve il rapporto con la Cina?

Il rapporto Cina-Pakistan ha funzionato anche sul terreno, dal momento che mentre gli USA bombardavano il porto iraniano al confine col Pakistan, Chabahar, il porto che ha permesso all’Iran di non fermarsi è stato lo scalo fratello pakistano di Gwadar a poca distanza da Chabahar. Gwadar fa parte dell’odierna Via della Seta ed è un nodo fondamentale dei rapporti fra Cina e Pakistan.
Quest’ultimo ha messo a disposizione dell’Iran il porto di Gwadar, sottraendo ai bombardamenti americani le navi col petrolio iraniane. Inoltre, con l’aiuto tecnico della Cina, il Pakistan ha aperto sei valichi di frontiera per il trasporto con autocisterne di petrolio fra Iran e Pakistan.
Un altro elemento di grandissima importanza, è che durante la guerra, la precisione dei missili iraniani è andata aumentando molto rapidamente. Come mai? A parte che, secondo Ted Postol, professore di fisica al MIT e già consulente del Pentagono su questione balistiche, sembra che gli iraniani abbiano sviluppato dei missili superiori al missile cinetico di alta potenza russo Oreshnik, i cinesi, con i pakistani, hanno accelerato il trasferimento all’Iran del sistema di direzione elettronica cinese BeiDou impervio alla penetrazione da parte dagli americani, superando il problema di sicurezza del sistema iraniano che aveva mantenuto la tecnologia GPS americana penetrata dagli USA e da Israele a tal punto che nella guerra di giugno del 2025 riuscirono a far deviare non pochi missili iraniani.
Tutto ciò mi porta a dire che, sebbene sia vero che il Pakistan è fortemente legato agli USA, è anche vero che è altrettanto fortemente legato all’Iran e non ne vuole la sconfitta.

Ma quali sarebbero i motivi?

Mi sembrano evidenti. Intanto, il rapporto Pakistan-Cina, che passa attraverso quello Iran-Cina. Legami molto stretti, che fanno sì che il Pakistan non voglia alterare i rapporti.
L’altro motivo è che in Pakistan, su oltre 260 milioni di abitanti, il 20% sono Sciiti, che fanno riferimento all’autorità religiosa di Teheran.  Il capo di questa comunità è un personaggio molto influente con stretti legami con il ministro degli Interni pakistano Moshin Naqvi,  il quale al momento di scrivere si trova in visita ufficiale a Teheran.
Naqvi è molto popolare in Pakistan in quanto presidente del comitato nazionale di cricket che, in Pakistan quanto in India, è una fede mistica di massa oltre che uno sport.

Tirando le fila, quali saranno le conseguenze di questa guerra per gli USA?

In America la sconfitta strategica, così chiamata senza peli sulla lingua, è materia di ampia discussione pubblica. Gli USA hanno ormai perso le basi in quell’area, semplicemente perché non esistono più a livello fisico.
Le basi americane sono state distrutte con una percentuale attorno all’80%. Nel Golfo esiste il problema della base nel Bahrein ove si colloca il quartier generale della V Flotta. Sembra vi sia ancora personale che non può venir via a causa della chiusura da parte dell’Iran dello Stretto di Hormuz.
Le altre basi sono state tutte evacuate precipitosamente, a cominciare dalla zona curda dell’Iraq, considerata strategica grazie alla presenza dei combattenti curdi, che, debitamente armati dagli americani, avrebbero dovuto invadere l’Iran da quella parte. 
Gli americani si sono ritirati dall’Iraq, dalle due basi in Giordania dove ufficialmente non si trovavano. Si sono arroccati in Arabia Saudita, in Israele e in parte si sono riposizionati in Europa.
Il dato di fatto è che nell’area non c’è più presenza americana strutturalmente coordinata a prescindere dalle due portaerei con qualche unità che stazionano al largo nel Mar Arabico attuando il controblocco di Hormuz senza riuscire a scardinare la posizione dell’Iran circa la chiusura dello stretto.
La situazione USA ha raggiunto livelli di superficialità inimmaginabili. L’ammiraglio Brad Cooper capo del CENTCOM, il comando USA delle forze destinate all’area che va dall’Asia centrale al Golfo Persico, ha apertamente sollecitato tutti i soldati di qualsiasi rango ad inviare suggerimenti su come punire (verbatim) l’Iran.
Nel frattempo la condizione dell'equipaggio della portaerei Lincoln, da molti mesi in navigazione tra il mar Arabico e l’Oceano Indiano, tende a quella dei soldati in trincea durante la prima guerra mondiale: cibi avariati, igiene scarsa, tentativi di suicidio e di saltare fuori bordo.
Tutto ciò mentre non esiste di fatto alcun dialogo fra Iran e USA. Gli Stati Uniti si trovano in un vero vuoto strategico, legato, fra l’altro, anche alla situazione delle armi di cui abbiamo parlato all’inizio.

In tutto ciò, quanto pesa l’elemento petrolio?

Mi sembra che fuori dagli USA se ne parli in modo inadeguato e superficiale. L’America si sta accorgendo che manca il petrolio cosiddetto greggio-acido o pesante, ovvero quello da cui si trae kerosene per gli aerei e diesel per i camion.
Le auto usano petrolio dolce o leggero che costituisce la grande maggioranza del greggio estratto dai pozzi sul territorio americano. Il greggio acido lo devono importare e, con la chiusura di Hormuz, le importazioni non sono sufficienti.
La quantità di petrolio a disposizione come riserva strategica ufficiale, è scesa di oltre la metà, per quanto riguarda tutti i tipi. Dall’anno scorso si è passati da 700 milioni di barili a 300 milioni. Il 36% è petrolio pesante, ovvero acido.
Intanto, non solo non esce niente da Hormuz, ma – dopo il bombardamento missilistico saudita della pista dell’aeroporto di Sanaa nello Yemen il 13 luglio scorso – Ansara Allah (i “Partigiani di Dio”, conosciuti in Occidente come Houthi)  hanno bloccato le esportazioni di greggio dell’Arabia Saudita.
La scarsità di petrolio per il momento, non si manifesta eccessivamente sui prezzi perché questi  vengono calmierati proprio dall’uso a man bassa delle riserve strategiche. Ma la scarsità dovrà emergere. Un’eventuale espansione del mercato nero (petrolio russo comprato dall’India e rivenduto ai Paesi che non lo comprano direttamente a causa del sanzioni), non è sufficiente.
L’unica che continua ad alimentarsi col petrolio saudita è la Cina, nei cui confronti Ansar Allah, come l’Iran, non applicano blocchi di alcun genere.
Ad oggi non esiste alcuna tregua formale, solo di fatto, perché gli USA non sono in grado di continuare i combattimenti. Esistono negoziati tra l’Oman e l’Iran riguardo la gestione del traffico nello stretto di Hormuz e la spartizione degli incassi dei pedaggi.
Tuttavia Teheran, seguita da Ansar Allah per quanto riguarda lo stretto di Bab el Mandeb sul Mar Rosso, ha dichiarato che lo stretto non verrà riaperto finché non verrà posta fine alla guerra, non verranno completamente ritirate le forze USA dall’insieme dell’area e dall’Iraq, finché Israele non cesserà ogni attacco al Libano, ritirandosi dal territorio occupato, ed dalla Palestina. Ne consegue che la scarsità di petrolio potrà durare a lungo.

Fonte

Bilderberg? È vecchia. Davos? È noiosa. Benvenuti a “Dialog”

Se pensavate che il destino del pianeta venisse deciso ancora nelle ovattate sale di Davos, tra una omelette al caviale e una conferenza sulla sostenibilità aziendale, o negli incontri riservati e ormai un po’ ripetitivi del Gruppo Bilderberg, siete rimasti drammaticamente indietro. Quelli sono stati i Summit del Novecento, finiti dritti nell’archivio della nostalgia geopolitica.

Oggi l’Élite che conta davvero, quella che non perde tempo con i comunicati stampa, che detiene le chiavi d’accesso sia al capitale finanziario sia ai codici dell’Intelligenza Artificiale e che decide se e quando fare le guerre, si riunisce altrove.

Benvenuti a Dialog, il forum segretissimo creato dal miliardario anarco-libertario Peter Thiel e dall’imprenditore dei dati Auren Hoffman, diventato a tutti gli effetti la nuova “Assemblea Segreta del Complesso Militare Tecnocratico” (come già spiegato nel mio recente libro “Webcracy”).

Mentre il mondo si arrostisce al sole metallico del Ferragosto 2026 o scivola distrattamente tra un videoclip e una news su un social e l’altro, dal 12 al 16 agosto i padroni dell’algoritmo, dell’energia e della finanza, più i generali della NATO e una pattuglia di politici occidentali di prima fascia, si erano dati appuntamento in Irlanda. Per l’esattezza nella lussuosa tenuta di Powerscourt, nel verde isolato della contea di Wicklow, a due passi da Dublino.

Il piano originale era rigorosamente “top secret” fin quando un clamoroso incidente informatico ha trasformato il meeting riservatissimo nel caso mediatico e politico dell’anno.

Lo scoop del data-leak: quando l’élite della privacy rivela la password

C’è un’ironia sottile, ai limiti della poesia popolare, in tutta questa storia: “il diavolo fa le pentole ma non i coperchi”. Stiamo parlando di una riunione ideata da Peter Thiel — il fondatore di Palantir, titano della sorveglianza di massa e della guerra digitale — in cui agli ospiti veniva chiesto di firmare accordi di riservatezza draconiani e di consegnare smartphone e tablet prima di sedersi al tavolo.

Ebbene, questo tempio dell’inviolabilità informatica è crollato per colpa di un banale errore di configurazione: un database su Airtable (una specie di Excel evoluto) lasciato spalancato e liberamente accessibile online.

La falla è stata individuata e i dati rinvenuti sono stati resi pubblici dall’attivista informatica e hacker Maia Arson Crimew. Maia è un personaggio: una donna trans nata in Svizzera, che usa esclusivamente le lettere minuscole quale gesto simbolico per rifiutare l’importanza attribuita al Nome Proprio, alla centralità dell’Ego e alla rappresentazione formale borghese/istituzionale.

Divenuta famosa nel 2021 per aver reso nota la lista No-Fly del governo statunitense, l’attivista ha dichiarato di aver trovato l’accesso alle liste di Dialog partendo (ma guarda un po’) da una segnalazione anonima.

Nel giro di poche ore, le inchieste investigative di testate come WIRED, Forbes e del quotidiano irlandese The Journal hanno svelato ciò che avrebbe dovuto rimanere sepolto sotto strati di Segreto di Stato: l’elenco completo dei 222 invitati, i dossier interni di profilazione e l’agenda dettagliata dei lavori. Che meraviglia!

I documenti rivelavano che Dialog gestisce persino un algoritmo interno per profilare gli ospiti: ogni partecipante veniva classificato in base a ricchezza, grado d’influenza politica e inclinazioni ideologiche per stabilire dove sedersi a tavola, con chi parlare e persino per offrire un bizzarro servizio interno di “ricerca di affinità”.

A differenza di un normale convegno d’affari o di una conferenza geopolitica, i form di registrazione su Airtable chiedevano esplicitamente ai partecipanti di specificare dettagli personali e la propria disponibilità a partecipare a programmi di abbinamento sia erotici che politici, gestiti direttamente dall’organizzazione.

Nel modulo di iscrizione ai partecipanti veniva chiesto se fossero “in cerca d’amore” e se volessero essere inseriti nei registri per single. Ma non solo: l’obiettivo era creare sinergie strategiche e ideologiche. Ad esempio, mettere allo stesso tavolo un politico in cerca di finanziamenti con un investitore della Silicon Valley sensibile alle stesse battaglie, oppure far incontrare il dirigente di una startup di droni militari con un generale della NATO interessato alle sue tecnologie. Semplice, no?

Non conferenze, ma “Azione Diretta”: il menù dei Padroni della guerra

Se a Davos ci si ammanta di retorica sul cambiamento climatico, a Dialog le maschere sarebbero cadute. Il format non prevedeva lezioni frontali o noiosi panel, ma piccoli tavoli di discussione da 8-12 persone guidati da un moderatore.

Dalle schede emerse da Airtable, i temi in agenda a Dublino sembravano usciti direttamente da un romanzo distopico o meglio da un “manuale di sopravvivenza per oligarchi”. Ecco la lista...

“Navigating WW III” (Orientarsi nella Terza Guerra Mondiale): Una guida pratica per gestire i mercati e le infrastrutture mentre il pianeta brucia e i suoi abitanti scompaiono.

“Battlefield Technologies” (Tecnologie da campo di battaglia): Come integrare l’Intelligenza Artificiale, i droni autonomi e la potenza di calcolo nei sistemi d’arma della NATO e dell’intelligence.

“Bring Back Nuclear” (Tornare al nucleare): Il rilancio del nucleare come unica fonte energetica in grado di soddisfare i mostruosi consumi di elettricità dei data center per l’AI.

“It’s Fun to Be in Charge” (È divertente essere al comando): Una disinvolta riflessione su come esercitare il potere autocratico e tecnocratico senza la seccatura dell’opposizione parlamentare.

“Build-a-Cult” (Costruire un culto): Una sessione su come costruire movimenti ideologici o para-religiosi digitali, moderata ironicamente dai fondatori di app di preghiera come Pray.com.

L’obiettivo dichiarato non era il dibattito accademico dunque, ma quella che nei documenti viene definita “Direct Action”: creare un canale direttissimo tra chi produce tecnologia militare e chi detiene i bilanci/budget di Difesa delle superpotenze.

I VIP presenti

Il parterre svelato dai file è una fotografia di gruppo di un certo Potere Occidentale. Tra gli invitati figuravano il generale Alexus Grynkewich (comandante supremo delle forze NATO); l’ex generale Stanley McChrystal e perfino attori hollywoodiani come Joseph Gordon-Levitt e Josh Brolin, arruolati nell’orbita tech per il loro peso mediatico.

Tra i “politici” USA nel dossier “invitati” si rinvenivano: il Segretario al Tesoro USA, Scott Bessent; il senatore repubblicano, Ted Cruz; l’ideologo della “sinistra liberal”, Ezra Klein; il senatore democratico, Cory Booker; il direttore dell’intelligence nazionale USA, Tulsi Gabbard; il deputato democratico, Jim Himes; l’ex segretario al Tesoro, Larry Summers e (come poteva mancare?) il genero di Trump, Jared Kushner.

Tra le personalità saudite: la Principessa Reema bint Bandar Al-Saud, ambasciatrice in USA e il Principe Turki al-Faisal, ex capo dei servizi segreti sauditi (GIP) e storico ambasciatore a Londra e Washington.

Tra i politici europei: Jens Spahn, membro del parlamento tedesco ed ex Ministro della Salute; Tom Tugendhat, deputato britannico del Partito Conservatore ed ex sottosegretario alla Sicurezza del Regno Unito; Matt Clifford, consigliere del Primo Ministro britannico per le strategie sull’Intelligenza Artificiale.

E l’Italia? Le location da sogno e i dossier riservati

In questo scacchiere euroatlantico/saudita, qual è la posizione dell’Italia? Negli elenchi trapelati non comparivano ministri di primo piano del nostro governo, ma la presenza del Belpaese era tutt’altro che marginale: rinvenibile su due livelli strategici.

Il primo è quello logistico ed estetico. Prima di approdare in Irlanda, uno dei vertici preliminari più esclusivi e blindati di Dialog si è tenuto in primavera a Venezia, nella cornice del San Clemente Palace, situato su un’isola privata della laguna tra la Giudecca e il Lido. L’Italia offre l’ambientazione perfetta per le élite che desiderano discutere di transumanesimo ed economia bellica circondate dal lusso e lontane da sguardi indiscreti.

Il secondo livello riguarda gli apparati d’intelligence e gli esperti di geopolitica. Nei documenti compaiono contatti e profili di accademici e diplomatici italiani afferenti alla NATO Defence College Foundation di Roma, interpellati in veste di consulenti su temi caldi come la sicurezza delle rotte marittime nel Mediterraneo e l’impatto dell’Intelligenza Artificiale sulla guerra cibernetica.

I dati confermano una tendenza precisa del club: l’assenza di esponenti della politica parlamentare italiana “di facciata”, a favore di figure inserite nei circuiti della finanza internazionale e degli apparati di analisi strategica legati all’asse NATO.

Una vittoria della Società Civile

Testate come The Journal, l’Irish Examiner e l’emittente nazionale RTÉ hanno confermato che la maxi-conferenza prevista nella tenuta di Powerscourt dal 12 al 16 agosto non si è tenuta nella forma e nella sede originarie.

Già a inizio luglio, travolta dalle proteste della politica locale e degli attivisti dopo le rivelazioni di WIRED, la direzione del resort a 5 stelle ha diramato una nota ufficiale dichiarando annullata la prenotazione dell’organizzazione.

Negli ultimi giorni inoltre, quotidiani come l’Irish Examiner hanno ripreso la vicenda evidenziando il clima politico rovente generatosi in Dáil Éireann (il Parlamento irlandese). Deputati dell’opposizione (in particolare di Sinn Féin e del People Before Profit) hanno chiesto conto al governo delle misure di sicurezza e della presenza di esponenti NATO e contractor militari sul suolo irlandese, definendo la vicenda un insulto alla storica neutralità dell’Irlanda.

Gli analisti della stampa investigativa locale e internazionale concordano però su uno scenario: l’evento di massa da 222 persone a Powerscourt è stato annullato, ma la rete si è mossa nell’ombra.

La stampa irlandese evidenzia come sia prassi consolidata per questo tipo di network non annullare mai del tutto i vertici, bensì frazionarli. Anziché la grande convention con 200 ospiti a Dublino, la cerchia ristretta (i fondatori Peter Thiel e Auren Hoffman con i delegati di massimo livello) si è quasi certamente riorganizzata in piccoli gruppi presso residenze private o location ancora più blindate e non tracciate.

Ecco perché i quotidiani irlandesi non stanno raccontando la “cronaca dell’inaugurazione”, ma la vittoria politica e mediatica che ha costretto il vertice della Silicon Valley a smantellare la sua sede ufficiale in Irlanda per rintanarsi in sessioni private ed estemporanee altrove.

Fra qualche giorno ne sapremo di più.

Fonte

Nel 2022, il vicecapo Adam Glueck, del dipartimento di polizia di Cape Girardeau, nel Missouri sud-orientale, acquistò guanti a scossa elettrica per i suoi agenti dopo averli scoperti in una fiera. E i suoi dipendenti, disse, non ne avevano mai abbastanza.

“Se in questo momento provassi a togliere i guanti a quegli agenti, credo che avremmo un ammutinamento tra le mani“, scherzò Glueck in un’intervista podcast un paio di anni dopo. “Ci si sono davvero affezionati“.

I guanti a scossa, spiegò poi, permettono a chi li indossa di infliggere dolore senza lasciare il tipo di segni che potrebbero sembrare sgradevoli ai testimoni o rendere un agente vulnerabile a cause legali.

“Nella società di oggi, sapete, tutti filmano tutto, tutti hanno un telefono cellulare“, disse Glueck. Se un agente prende a pugni qualcuno in video, può diventare virale in un istante; persino un taser standard lascia ferite da puntura. Ma “il guanto ha un impatto visivo ridotto e sembra migliore in video e agli occhi dei testimoni. Con un guanto, non ci sono segni di bruciatura o cicatrici“.

I guanti, prodotti da un’azienda chiamata Compliant Technologies, sono stati usati per anni da polizia, sceriffi, guardie carcerarie e persino agenti di sicurezza scolastica. Sono stati descritti da gruppi come Amnesty International come “facilmente utilizzabili in modo improprio per la tortura“. E questa settimana, l’ICE ha pubblicato un piano per ordinarne 20 milioni di dollari.

Il dispositivo si chiama GLOVE, acronimo di Generated Low Output Voltage Emitter (Emettitore a Bassa Tensione Generato). Sembra un normale guanto da lavoro nero imbottito, ma quando chi lo indossa preme un piccolo pulsante sul polso del guanto, produce una scossa elettrica dolorosa.

“Abbiamo un detto: sentire per credere“, ha dichiarato Jeff Niklaus, amministratore delegato di Compliant Technologies, in un video su YouTube del 2022. In clip promozionali, si vedono persone che perdono il controllo degli arti, cadono a terra e gridano dal dolore dopo un leggero tocco del GLOVE.

Nel 2022, l’azienda lo definiva un'”arma” nei post su Instagram. Da allora, però, ha ridimensionato il linguaggio definendolo “un dispositivo di distrazione conduttiva e de-escalation“, presentando la tecnologia sul suo sito web come “umana“.

Organizzazioni per i diritti umani come Amnesty International hanno da tempo sollevato preoccupazioni sui dispositivi a scossa elettrica come il GLOVE, così come su altri prodotti venduti da Compliant Technologies, come cinture e giubbotti a scossa elettrica, che l’azienda raccomanda per il trasporto dei detenuti, l’uso in aula e l’uso su “individui aggressivi” durante procedure mediche come prelievi di sangue.

La tecnologia non è regolamentata “nonostante i chiari rischi per i diritti umani associati al suo utilizzo“, hanno scritto i ricercatori di Amnesty International in un rapporto del 2025 che dettaglia casi in cui dispositivi a scossa elettrica sono stati usati per la tortura. Il rapporto si conclude con la raccomandazione che i paesi “cessino l’uso, dismettano e distruggano eventuali scorte di tali proibite armi a scossa elettrica“.

Yumna Rizvi, analista politica senior del Center for Victims of Torture, ha definito i guanti “attrezzatura intrinsecamente abusiva che facilita la tortura“. Alcuni dipartimenti di polizia che usano i dispositivi emettono linee guida che ne sconsigliano l’uso contro donne incinte, anziani o persone in catene.

Un manuale utente del GLOVE del 2021 osserva che può causare “un aumento della pressione sanguigna” e “cambiamenti del ritmo cardiaco” e raccomanda agli utenti di evitare di dare scosse a “persone con condizioni di salute evidenti“.

Il manuale include anche un’immagine che recita “il male è impotente quando i buoni non hanno paura“, sovrapposta a una bandiera Blue Lives Matter.

“Come è possibile che l’ICE vada in giro con questi guanti?” si chiede Rizvi. “È intrinsecamente dannoso. Non ha alcuno scopo legittimo per le forze dell’ordine“.

“I nostri agenti sono altamente addestrati nelle tattiche di de-escalation e ricevono regolarmente formazione continua sull’uso della forza,” ha dichiarato un portavoce dell’ICE a Mother Jones; Compliant Technologies non ha risposto a una richiesta di commento.

I dispositivi “saranno assegnati agli ufficiali e agenti di Homeland Security Investigations (H.S.I.) e Enforcement Removal Operations (ERO)“, secondo un avviso pubblicato dal DHS il 10 agosto. Saranno consegnati entro la fine di marzo 2027.

Compliant Technologies è stata fondata nel 2018 da Jeff Niklaus, ex pilota di elicotteri Blackhawk dell’esercito in Afghanistan e Somalia, che crede che il presidente Donald Trump sia stato “unto” da Dio. È anche un teorico della cospirazione a tempo perso: in un’intervista podcast del 2025, ha incolpato il vaccino e l’inclusione di donne e persone LGBTQ nelle forze armate da parte dell’amministrazione Biden per il tragico incidente aereo tra un aereo di linea e un elicottero militare.

In un’intervista del mese scorso all’International Law Enforcement Educators & Trainers Association, Niklaus ha dichiarato di essersi ispirato a fondare la sua azienda dopo aver partecipato alla battaglia di Mogadiscio del 1993, su cui si basa il libro Black Hawk Down.

“Se guardate al perché… voglio dire, abbiamo perso 18 ragazzi in un solo giorno“, ha detto Niklaus. (In quel giorno furono uccise centinaia di somali, insieme a 18 americani). “Quindi, per me personalmente, se possiamo aiutare a salvare o fermare il ferimento di almeno 18 persone, allora sento di aver fatto qualcosa come azienda“, ha affermato.

Ma la sua tecnologia ha anche ferito delle persone. Una causa pendente per morte ingiusta sostiene che un uomo di 43 anni di nome Jonathan Mansfield sia morto perché gli agenti penitenziari lo hanno scosso 27 volte con i guanti e 13 volte con un taser. Due delle scosse con i guanti sono durate 45 e 99 secondi. Il limite raccomandato dal produttore è di 15 secondi.

Un uomo con problemi cardiaci ha fatto causa dopo essere stato scosso in una fiera a Las Vegas, come riportato dall’Associated Press. E nel 2023, un uomo detenuto nel carcere della contea di Bullitt, nel Kentucky, ha citato in giudizio un dipendente di quel carcere per averlo scosso ripetutamente con i guanti.

“I guanti sembrano esattamente come un taser“, ha detto Josh Elswick, che era in manette e catene quando è stato scosso. I rappresentanti del carcere della contea di Bullitt hanno dichiarato ai media locali che avrebbero smesso di usare i guanti a scossa elettrica poco dopo.

Ma le polizie locali in tutto il paese continuano ad acquistare con entusiasmo i guanti, in gran parte per poter danneggiare le persone ed evitare di essere citate in giudizio. “Ha avuto successo, dagli agenti di pattuglia alle guardie carcerarie“, ha detto lo sceriffo della contea di Lumpkin, Stacy Jarrard, in un video promozionale di Compliant Technologies.

“È stato un ottimo strumento per mitigare la responsabilità legale“, secondo Justin Hall, guardia carceraria della contea di Nelson. Anche Bob Couey dello sceriffo della contea di Floyd ha elogiato il GLOVE: “Raccomando vivamente questi guanti a chiunque cerchi uno strumento utile che non porti a cause legali“.

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Perché l’emergenza climatica non appare costantemente in primo piano sui media?

Come ogni giorno mi sono messa pazientemente a sfogliare i quotidiani e le varie agenzie di notizie, i problemi peggiori sembrano essere nell’ordine: Ranucci, Qusra (giustamente, ma solo perché c’erano 5 italiani, altrimenti sulla grande stampa non sarebbe mai arrivata la notizia), Trump, Hormuz, e poi, non tanto la crisi climatica, ma il costo delle bollette.

Il clima, di per sé, arriva dopo, e se ne parla in tantissimi modi, tranne l’unico che servirebbe e di cui parlano gli scienziati: il problema delle soluzione che sono già lì, disponibili, ma costano.

Si parla di agricoltura che cambia i ritmi, delle giornate afose, del turismo, insomma se ne parla come se fosse una notizia tra le altre, fa caldo sì, va bene, prima o poi troveremo una soluzione, oppure speriamo che tutto si risolva da solo.

A me sembra un po’ che la stampa e la politica facciano esattamente come un paziente che fa finta di ignorare un infarto in corso. Perché? Ma perché i soldi europei andranno in riarmo e in Ucraina e quindi nessuno potrà permettersi di portare avanti politiche anti-emergenza.

Semplice no? Quindi si aspetta che passi e si spera.

Per questo mi sono messa a cercare un po’ di dati, già da soli, questi che ho recuperato io in mezz’ora di ricerche, basterebbero ad aprire le prime pagine per mesi, invece stiamo aspettando metà settembre, quando le temperature caleranno e così si potrà finalmente rimandare il problema al maggio prossimo.

Lo fanno da 20 anni, un anno più un anno meno… ma quest’anno è diverso e vi mostro perché con questo elenco:

Metto in fila alcuni dati aggiornati al 14 agosto. L’estate ha ancora parecchie settimane davanti.

  • Giugno 2026 è stato il giugno più caldo mai registrato nell’Europa occidentale: 20,74 °C di media, 3,06 sopra il periodo 1991-2020.
  • Il bimestre giugno-luglio è stato il più caldo della serie: 21,62 °C, quasi nove decimi oltre il precedente primato del 2022.
  • Luglio è stato il secondo più caldo mai registrato nell’Europa occidentale. A livello globale ha eguagliato il 2024 al secondo posto, dietro al 2023.
  • In Francia luglio ha raggiunto una media di 24,9 °C. È stato il mese più caldo, considerando tutti i mesi dell’anno, dall’inizio delle misurazioni nel 1900.
  • Sempre in Francia, luglio ha avuto il 38 per cento di pioggia in meno ed è risultato il terzo luglio più secco della serie storica.
  • La canicola francese di giugno è durata 14 giorni. Quella di luglio ne è durata 16. L’ondata iniziata il 28 luglio aveva raggiunto il diciassettesimo giorno il 13 agosto.
  • Il 24 giugno la temperatura media dell’intera Francia, calcolata fra giorno e notte, ha raggiunto per la prima volta 30 °C.
  • In Germania sono stati registrati provvisoriamente 41,5 °C, nuovo primato nazionale.
  • La Danimarca ha raggiunto 37 °C, il valore più alto dall’inizio delle misurazioni nel 1874.
  • L’Austria ha stabilito il proprio primato assoluto con 41,2 °C. Il record precedente, 41 °C, risaliva al giorno prima.
  • Il 13 agosto Londra ha raggiunto 38,1 °C. È il quinto valore più alto mai misurato nel Regno Unito e il più alto del 2026.
  • Quella di agosto è stata la quinta ondata di calore britannica dall’inizio dell’estate.
  • Nella sola settimana dal 22 al 28 giugno EuroMOMO ha registrato 10.650 morti in eccesso in 27 paesi europei. Oltre 9.000 avevano almeno 65 anni.
  • Il Robert Koch Institut stimava già a fine luglio circa 11.900 morti legate al caldo in Germania.
  • In Inghilterra e Galles sono state stimate oltre 2.700 morti da caldo durante le ondate di maggio e giugno. Il 42 per cento viene attribuito al calore aggiuntivo dal riscaldamento prodotto dalle attività umane.
  • In Belgio la mortalità durante la canicola è salita del 48 per cento sopra il livello atteso. È stata l’ondata più letale dall’inizio del monitoraggio nazionale.
  • Alla prima settimana di agosto gli incendi avevano percorso 489.826 ettari nell’Unione europea. Una superficie superiore del 13 per cento alla media dello stesso periodo fra il 2012 e il 2025.
  • La Spagna aveva già perso 185.948 ettari, oltre il doppio della sua media. Da sola rappresentava il 38 per cento della superficie colpita nell’Unione.
  • In Francia il conteggio europeo indicava 99.092 ettari, oltre tre volte la media nazionale. Per il paese è il dato peggiore dal 2012.
  • In Italia gli ettari percorsi dal fuoco erano 79.084. Il quinto risultato peggiore degli ultimi quindici anni.
  • Entro la fine di luglio oltre 320.000 persone erano state evacuate in Francia e Spagna.
  • L’incendio di Huelva ha distrutto 31.000 ettari e costretto 700 persone a lasciare le proprie case.
  • Il 14 agosto un incendio presso la città croata di Omiš ha causato una morte e quaranta feriti. Gli evacuati sono stati 1.200.
  • In Calcidica più di 300 persone sono state portate via dalle spiagge con barche da pesca e mezzi della guardia costiera.
  • In Germania oltre 2.000 abitanti hanno dovuto lasciare il villaggio di Gey. Le operazioni sono ostacolate dalle munizioni della Seconda guerra mondiale che esplodono con gli incendi.
  • Il suolo ha raggiunto minimi record in ampie zone della Penisola Iberica, della Francia e dell’Europa centrale.
  • Senna, Reno e Danubio hanno registrato portate eccezionalmente basse. Il trasporto fluviale è stato ridotto e diverse centrali elettriche hanno dovuto limitare la produzione.
  • Alla fine di giugno la portata del Po era scesa da circa 1.000 a meno di 300 metri cubi al secondo in due settimane. L’acqua salata era risalita per 18 chilometri dentro il Delta.
  • Ad agosto il Lago Maggiore è entrato in una condizione di siccità estrema. A Cremona il Po ha raggiunto il minimo stagionale della serie.
  • Oltre cento comuni fra Piemonte e Lombardia segnalano difficoltà nell’approvvigionamento potabile. In Piemonte circa cinquanta comuni riforniscono con autobotti i serbatoi destinati a 25.000 persone.
  • La siccità sta colpendo 235.000 ettari di risaie italiane. Nella sola provincia di Pavia le perdite potrebbero superare cento milioni di euro.
  • In Inghilterra circa 45 milioni di persone vivono in territori dichiarati in siccità. Ventisette milioni sono soggette a restrizioni nell’uso dell’acqua.
  • La Romania ha spento entrambi i reattori della centrale di Cernavodă per il livello record del Danubio. Quei reattori fornivano circa un quinto dell’elettricità nazionale.
  • La centrale ungherese di Paks è scesa al 25 per cento della capacità. Il governo ha deciso di affondare due chiatte nel Danubio per alzare temporaneamente l’acqua di venti centimetri.
  • Alla centrale francese di Gravelines una massa di meduse ha bloccato le pompe di raffreddamento. Tre reattori sono stati fermati e un quarto è stato dimezzato.
  • Il 14 agosto EDF prevedeva sei reattori francesi completamente fermi a causa del caldo, con una riduzione pari al 15 per cento della capacità nucleare del paese.
  • Nel Mediterraneo, alla fine di giugno, la temperatura superficiale superava la media fino a 8 °C presso la Francia meridionale, la Corsica, la Sardegna e diverse coste italiane.
  • A luglio la temperatura media degli oceani extrapolari ha raggiunto 20,96 °C, il valore più alto mai registrato per quel mese.
  • Dal 19 giugno la temperatura oceanica giornaliera ha stabilito un primato per ciascun giorno dell’anno.
  • In Valmalenco il Rifugio Marco e Rosa è stato chiuso per il caldo anomalo. Si trova a 3.609 metri. Lo zero termico sulle Alpi è salito fra 4.200 e 4.500 metri.
  • La produzione europea di mais e girasole aveva già perso fra il 6 e il 7 per cento delle rese previste.
  • Il raccolto britannico di cereali si avvia a essere il peggiore dall’inizio delle rilevazioni comparabili, nel 1984.

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“Mai parlare di Palantir”: il problema per l’Onu

Il Programma Alimentare Mondiale delle Nazioni Unite sta finalizzando il rinnovo quinquennale del suo contratto con la società statunitense di programmi per l’analisi dati Palantir, nonostante le “importanti preoccupazioni sulla riservatezza” sollevate da un’analisi interna del 2025 trapelata al pubblico.

L’analisi, visionata da PassBlue e FRANCE 24, rivela i timori dell’ONU riguardo al fatto di consentire a Palantir di elaborare i dati per la più grande catena di approvvigionamento umanitaria al mondo.

Il Programma Alimentare Mondiale gestisce uno delle più grandi banche dati biometriche al mondo. Il suo sistema SCOPE contiene informazioni su milioni di persone, molte delle quali beneficiarie di aiuti umanitari internazionali.

Per aiutare il Programma Alimentare Mondiale a tracciare gli aiuti umanitari e a gestire i dati della sua catena di approvvigionamento, Palantir ha sviluppato il Sistema di Operazioni e Trasformazione Digitale (DOTS).

Fondata nel 2003, Palantir, il cui nome si ispira all’occhio onniveggente del Signore degli Anelli di J.R.R. Tolkien, è stata in parte finanziata dalla comunità dei servizi segreti statunitensi. Da allora ha sviluppato un programma di integrazione dati basato sull’Intelligenza Artificiale in grado di raccogliere, elaborare e analizzare enormi quantità di dati su governi, organizzazioni o individui, un programma ormai profondamente integrato nel Complesso Militare e di Sorveglianza statunitense.

All’interno delle Nazioni Unite, esiste una spaccatura tra coloro che si oppongono al crescente coinvolgimento di Palantir nelle sue agenzie, coloro che vogliono garantire che qualsiasi adozione di programmi basati sull’Intelligenza Artificiale sia responsabile ed etica, e coloro che, invece, prediligono soluzioni rapide e innovative, inneggiando all'“efficienza”.

Un attacco informatico subito a maggio dall’agenzia con sede a Roma ha esposto dati sensibili su migliaia di beneficiari di aiuti a Gaza, evidenziando le preoccupazioni in materia di protezione dei dati. Tuttavia, il Programma Alimentare Mondiale ha affermato che l’attacco si è limitato alla sua applicazione di auto-registrazione per la Palestina, tramite la quale gli sfollati possono registrarsi per ricevere aiuti, ma che non ha “alcun collegamento diretto” con il programma di Palantir.

Alcuni membri del personale del Programma Alimentare Mondiale hanno espresso preoccupazione per il fatto che i dati dell’agenzia ONU sui beneficiari possano essere utilizzati per addestrare i sistemi informatici di Palantir.

Alcuni sono titubanti riguardo alla collaborazione con un’azienda le cui tecnologie sarebbero state utilizzate dalle autorità statunitensi per il controllo dell’immigrazione e dalle forze militari per operazioni letali in Medio Oriente, in particolare in Iran e a Gaza. Per citare l’amministratore delegato Alex Karp, il prodotto di Palantir “viene occasionalmente utilizzato per uccidere persone”.

Nonostante i timori, un portavoce del Programma Alimentare Mondiale ha dichiarato che l’agenzia intende rinnovare il contratto con Palantir.

Un nuovo rapporto delle ricercatrici indipendenti Tina Indrani Mason e Rose Worden per l’iniziativa “Tech for Bad” (Tecnologia per il Male) afferma che il Programma Alimentare Mondiale continua a “investire massicciamente” nel progetto del Sistema di Operazioni e Trasformazione Digitale e mette in guardia contro una “violazione dei principi delle Nazioni Unite”.

Intitolato “Palantir e il Programma Alimentare Mondiale: la collaborazione scandalosa al centro della più grande catena di approvvigionamento umanitario al mondo”, il rapporto descrive la collaborazione tra le Nazioni Unite e Palantir come “un chiaro conflitto di interessi e una grave abdicazione alla responsabilità etica”.

“Gestione del rischio inadeguata”

Palantir, con sede in Florida, è specializzata nella creazione di programmi in grado di analizzare enormi quantità di dati e individuare modelli o connessioni che richiederebbero settimane o mesi di lavoro a un analista umano. L’azienda sottolinea tuttavia di non essere un’impresa di “estrazione di dati”.

Il rapporto di analisi interno dell’Ufficio dell’Ispettore Generale del Programma Alimentare Mondiale, datato agosto 2025 e trapelato in rete, si concentra sulle tecnologie dell’informazione e della comunicazione, evidenziando una “gestione del rischio inadeguata” e la mancanza di “linee guida e politiche appropriate” in materia di tutela dei dati nel rapporto tra il Programma Alimentare Mondiale e Palantir. Il problema è classificato come “priorità elevata”.

“Fin dall’inizio della collaborazione, le principali preoccupazioni in materia di riservatezza sollevate da parti interessate interne ed esterne riguardo all’utilizzo del Sistema di Operazioni e Trasformazione Digitale non sono state affrontate in modo adeguato”, afferma il rapporto di analisi.

L’analisi è stata completata mentre il contratto pro bono originario tra il Programma Alimentare Mondiale e Palantir veniva silenziosamente prorogato.

“Stiamo finalizzando il rinnovo del nostro accordo quinquennale in essere. L’ambito generale e i termini del contratto rimangono gli stessi del contratto del 2019”, ha dichiarato un portavoce del Programma Alimentare Mondiale. Il rinnovo dovrebbe essere firmato ad agosto, secondo fonti del Programma Alimentare Mondiale.

Il rapporto di analisi trapelato afferma che il Programma Alimentare Mondiale “non dispone di un sistema unificato e affidabile” per la gestione dei dati, aggiungendo che “le considerazioni sulla reputazione legate alla collaborazione con Palantir hanno generato incertezza istituzionale”.

Solleva inoltre interrogativi sui potenziali costi e complicazioni derivanti dalla cessazione della collaborazione. “Al momento, non esiste una strategia di uscita chiaramente definita per il Sistema di Operazioni e Trasformazione Digitale, né chiarezza sui potenziali costi che potrebbero derivare dalla rescissione della collaborazione”, aggiunge il rapporto di analisi.

Il documento rileva che la divisione tecnologica del Programma Alimentare Mondiale “ha valutato le opportunità di esportare e salvare i dati dal Sistema di Operazioni e Trasformazione Digitale in caso di cessazione della collaborazione”, ma che tale piano non è stato presentato alle principali parti interessate del Programma Alimentare Mondiale o di Palantir e che continuano a essere effettuati “ingenti investimenti” nel Sistema di Operazioni e Trasformazione Digitale.

Non era la prima volta che il coinvolgimento di Palantir veniva segnalato come problematico dal Programma Alimentare Mondiale; anche un’analisi del 2020, condotta dall’ufficio legale dell’agenzia, aveva sollevato delle perplessità.

Il personale all’interno dell’ufficio legale che si occupava delle verifiche di investigazione e analisi è stato sciolto nel giugno 2025 e tali valutazioni sono ora affidate al gruppo di analisi interno del Programma Alimentare Mondiale, che riferisce direttamente al capo dell’agenzia.

L’analisi trapelata ha fornito ulteriori dettagli sul contratto quinquennale originale stipulato nel 2019 con il Programma Alimentare Mondiale.

Un esperto di aiuti umanitari a conoscenza del contratto, che ha chiesto di rimanere anonimo per timore di ritorsioni, ha dichiarato che il contratto contiene una clausola che potrebbe legalmente consentire a Palantir di “addestrare il proprio programma” sui dati delle Nazioni Unite.

“Nell’accordo di licenza d’uso era presente una clausola specifica che il Programma Alimentare Mondiale voleva inserire per impedire a Palantir di conservare i dati grezzi, ma poi c’era una frase subdola: ‘Palantir si riserva il diritto di utilizzare i dati per migliorare le prestazioni del sistema’”.

Questa clausola “potrebbe potenzialmente consentire a Palantir di utilizzare i dati per addestrare gli algoritmi”, ha osservato la fonte.

Secondo Privacy International, una ONG con sede nel Regno Unito, la formulazione sembra simile a quella di altri contratti di licenza d’uso stipulati da Palantir, tra cui la collaborazione con il Servizio Sanitario Nazionale britannico.

Privacy International ha esaminato i dettagli dell’accordo di licenza stipulato nel 2019 tra Palantir e il Dipartimento della Difesa degli Stati Uniti, che includeva la seguente clausola:

“10. Dati di utilizzo. Palantir può raccogliere dati analitici, statistici, metriche o altri dati di utilizzo relativi all’uso dei Prodotti da parte del Cliente (1) al fine di fornire i Prodotti al Cliente; (2) per scopi statistici (a condizione che tali dati non consentano l’identificazione personale); o (3) per monitorare, analizzare, mantenere e migliorare i Prodotti”.

Il modello affaristico di Palantir si differenzia da quello delle aziende di Intelligenza Artificiale per il mercato di massa in quanto vende “programmi aziendali”, ovvero tecnologie progettate per aiutare le organizzazioni a gestire i dati.

Il sito web dell’azienda afferma che i dati dei clienti non vengono utilizzati per addestrare i suoi modelli, a meno che non vengano esplicitamente richiesti, e che i servizi ospitati da terze parti non hanno accesso alle informazioni dei clienti per utilizzarle nell’addestramento.

“Palantir non utilizza, conserva o vende i dati dei clienti per scopi propri”, ha dichiarato un portavoce. “Non utilizziamo i dati dei clienti per addestrare i modelli”.

Tuttavia, se un contratto contiene un Accordo di Licenza d’Uso che concede a Palantir il diritto di utilizzare i dati dei clienti per “migliorare le prestazioni”, l’azienda potrebbe potenzialmente utilizzare tali informazioni per addestrare o migliorare i propri sistemi di Intelligenza Artificiale.

“I fornitori di programma hanno sempre desiderato i dati di utilizzo per migliorare le prestazioni”, il che li aiuta a identificare le funzionalità più richieste, i picchi di utilizzo e i malfunzionamenti delle applicazioni. “Pertanto, richiedono regolarmente questo diritto nei loro contratti”, ha affermato Chris Wlach, avvocato specializzato in tecnologia con sede a New York.

“Oggi, però, i dati possono anche contribuire all’addestramento di algoritmi e modelli di Intelligenza Artificiale. Pertanto, gli utenti devono approcciarsi a queste clausole con maggiore cautela. Devono chiedersi: “Cosa sono esattamente i miei ‘dati di utilizzo’ e come vengono utilizzati esattamente?”.

L’ex dipendente di Palantir, Juan Sebastian Pinto, ha spiegato come l’azienda potrebbe utilizzare indirettamente i dati dei clienti.

“Sebbene Palantir non addestri i propri sistemi con i dati dei clienti, può sviluppare casi d’uso/applicazioni con tali dati e venderli a un altro cliente, potenzialmente in una configurazione a duplice uso (a fini strumentali)”, ha affermato in un messaggio a Signal.

Questo potrebbe rappresentare un problema per le Nazioni Unite.

“I dati a cui il Programma Alimentare Mondiale e altre agenzie umanitarie hanno accesso su alcune delle persone più vulnerabili al mondo forniscono un insieme di dati di addestramento altrimenti non disponibile per comprendere come le popolazioni civili si muovono fisicamente durante i conflitti, cercano cibo, acqua e riparo, e offrono spunti sulla loro mortalità e morbilità”, ha affermato Nathaniel Raymond, direttore esecutivo del Laboratorio di Ricerca Umanitaria presso la Facoltà di Sanità Pubblica di Yale.

Nelle mani sbagliate, tali informazioni potrebbero essere letali.

“Le agenzie umanitarie sono di fatto custodi delle informazioni che consentono l’identificazione personale e demografica dei principali obiettivi di molteplici eserciti e servizi segreti globali”, ha affermato Raymond.

Il rapporto Tech for Bad (Tecnologia per il Male) si spinge ancora oltre: “Quando la fame viene sempre più sfruttata come arma di guerra, il Programma Alimentare Mondiale deve rivalutare se l’integrazione del programma di un appaltatore militare statunitense e alleato complice nel proprio ecosistema di dati, relativi all’approvvigionamento alimentare, lo comprometta”.

Il Programma Alimentare Mondiale ha dichiarato di “svolgere un’approfondita procedura di investigazione e analisi per garantire che tutti i servizi o le capacità forniti siano conformi alle rigorose esigenze del Programma Alimentare Mondiale in materia di gestione dei dati, tutela e sicurezza”.

“Il Programma Alimentare Mondiale elabora e controlla tutti i propri dati e ha integrato rigorose misure di sicurezza in tutti i suoi contratti tecnologici”, ha aggiunto.

La collaborazione di Palantir con il Programma Alimentare Mondiale è iniziata con un progetto pilota nel 2017, ma è stata formalizzata nel 2019. I dettagli della collaborazione non sono ampiamente noti al pubblico e i responsabili della comunicazione dell’agenzia hanno affermato di essere stati scoraggiati dal parlarne apertamente, a causa dei potenziali rischi per la reputazione.

Una questione spinosa

Il Programma Alimentare Mondiale ha annunciato per la prima volta la sua collaborazione con Palantir il 5 febbraio 2019. Tuttavia, l’agenzia stava lavorando a un progetto pilota con l’azienda dal 2017, all’incirca nello stesso periodo in cui David Beasley, un importante politico statunitense e ammiratore di Trump, ha assunto la guida del Programma Alimentare Mondiale.

Palantir ha confermato la sua collaborazione con il Programma Alimentare Mondiale dal 2017.

Enrica Porcari, all’epoca responsabile informatica e direttrice tecnologica del Programma Alimentare Mondiale, ha affermato che, sebbene il sistema Palantir avesse accesso ai registri delle distribuzioni di aiuti umanitari, non conteneva dati personali identificativi dei beneficiari.

Secondo fonti interne alle Nazioni Unite, Palantir ha cercato con insistenza di ottenere l’accesso al sistema di gestione, tracciamento e identificazione dei beneficiari SCOPE, ma un piccolo gruppo di dipendenti del Programma Alimentare Mondiale ha negoziato un accordo in base al quale i dati biometrici sarebbero stati protetti.

Ciononostante, la Mezzaluna Rossa Siriana si è ritirata da SCOPE nel 2019, temendo che i suoi dati venissero condivisi con il colosso statunitense dei programmi.

I dettagli sulla collaborazione tra il Programma Alimentare Mondiale e Palantir non sono ampiamente divulgati. Un alto funzionario del Programma Alimentare Mondiale ha dichiarato di aver firmato un accordo di riservatezza.

“C’è stata una scelta deliberata, una regola non scritta di non comunicare su Palantir”, secondo Pedro Garbellini, ex responsabile della comunicazione della divisione tecnologica del Programma Alimentare Mondiale. “Nessuno voleva occuparsene a causa dei rischi per la reputazione”.

Garbellini, che ha lavorato per il Programma Alimentare Mondiale da settembre 2021 a dicembre 2025, ha affermato che nel 2024 ci fu una disputa tra i gruppo di comunicazione delle divisioni tecnologia e collaborazione su chi dovesse occuparsi delle questioni relative a Palantir.

C’era una regola non scritta: “Mai parlare di Palantir”.

L’argomento era una “questione spinosa”, ha detto Garbellini.

“Perché continuiamo a collaborare con Palantir?”

Ad aprile Palantir ha pubblicato sui social media un manifesto che esaltava le virtù del potere statunitense e lanciava un appello alle armi per l’Occidente in un’era di competizione geopolitica guidata dall’Intelligenza Artificiale. I critici lo hanno descritto come una visione “inquietante” che “sostiene la sorveglianza statale dei cittadini tramite l’Intelligenza Artificiale”.

Peter Thiel, co-fondatore di Palantir e un liberista diventato finanziatore di Trump, ha dichiarato esplicitamente: “Non credo più che libertà e democrazia siano compatibili”.

L’amministratore delegato Karp ha notoriamente definito Palantir “completamente anti-woke” e ha auspicato che coloro che sottovalutano l’azienda vengano cosparsi di “urina con fentanil”.

Durante una riunione dipartimentale presso la sede del Programma Alimentare Mondiale a Roma nell’aprile del 2026, un dipendente che aveva letto il manifesto ha posto una domanda cruciale: “Perché continuiamo a collaborare con Palantir?”.

La domanda è stata accolta da un applauso da parte del personale delle Nazioni Unite.

Secondo fonti interne alle Nazioni Unite, la stessa domanda era stata posta anche al direttore ad interim dell’agenzia durante una cena alla fine di gennaio.

Un esperto di diritti umani delle Nazioni Unite, Andrew Gilmour, ha consegnato al direttore ad interim del Programma Alimentare Mondiale, Carl Skau, una lettera firmata da membri del personale delle Nazioni Unite di diversi dipartimenti, in cui si chiedeva al Programma Alimentare Mondiale di interrompere i rapporti con Palantir.

La lettera affermava, in parte, che il personale era preoccupato che il Programma Alimentare Mondiale “potesse essere in contraddizione con i suoi obblighi fondamentali di diligenza in materia di diritti umani” a causa del suo rapporto con Palantir. Secondo una fonte, Skau ha riconosciuto che il rapporto era problematico, ma ha affermato che sarebbe stato difficile per il Programma Alimentare Mondiale uscirne.

I sistemi del Programma Alimentare Mondiale, ha spiegato, erano ormai così intrecciati con Palantir che sarebbe stato costoso e arduo spostare la logistica della catena di approvvigionamento su un’altra piattaforma. Inoltre, ha aggiunto, Palantir aveva aiutato il Programma Alimentare Mondiale a risparmiare denaro e a migliorare la sua efficienza.

Skau non ha risposto alle domande in merito allo scambio di messaggi. Palantir ha rifiutato di rilasciare interviste, ma ha dichiarato in una e-mail di essere “orgogliosa di collaborare con il Programma Alimentare Mondiale”.

“Timori sui finanziamenti”

Il rinnovo del contratto arriva mentre l’amministrazione Trump spinge un candidato MAGA, Luke Lindberg, come nuovo direttore generale del Programma Alimentare Mondiale. Lindberg è un alto funzionario del Dipartimento dell’Agricoltura degli Stati Uniti, che ad aprile ha firmato un accordo da 300 milioni di dollari (259,5 milioni di euro) con Palantir.

Secondo una fonte ONU ben informata, il Segretario Generale delle Nazioni Unite António Guterres avrebbe “rallentato” il processo di approvazione di Lindberg, e non è chiaro se il nuovo direttore del Programma Alimentare Mondiale verrà nominato prima della fine del suo mandato. Il Programma Alimentare Mondiale è solitamente guidato da un americano.

Mentre gli Stati Uniti minacciano di ritirare ulteriori finanziamenti alle Nazioni Unite, alcuni alti funzionari del Programma Alimentare Mondiale ritengono che la fine della collaborazione con Palantir potrebbe provocare ulteriori ritorsioni da parte dell’amministrazione Trump, secondo fonti interne alle Nazioni Unite che hanno parlato a condizione di anonimato perché non autorizzate a discutere pubblicamente la questione.

Una riduzione del 34% dei finanziamenti al Programma Alimentare Mondiale da parte dei principali donatori nel 2025, in particolare dagli Stati Uniti, il maggiore contributore dell’agenzia, ha innescato licenziamenti di massa e una ristrutturazione, con piani per tagliare quasi un terzo della forza lavoro globale entro quest’anno.

Sebbene il contratto da 45 milioni di dollari (38,9 milioni di euro) che il Programma Alimentare Mondiale ha firmato con Palantir nel 2019 sia pro bono, consentendo a Palantir di ottenere una detrazione fiscale per l’intero valore contabile, “è anche un contratto vincolato al fornitore”, ha spiegato un dipendente del Programma Alimentare Mondiale a condizione di anonimato.

Questo tipo di accordo può rendere un cliente dipendente da un unico fornitore per prodotti o servizi, rendendo costoso, tecnicamente difficile e legalmente oneroso rescinderlo.

Il Programma Alimentare Mondiale ha dichiarato di non essere vincolato ad alcun fornitore di tecnologia.

Il dipendente ha affermato che una valutazione del Programma Alimentare Mondiale ha stimato che lo sviluppo interno di un sistema simile costerebbe circa 20 milioni di dollari (17,3 milioni di euro).

Ma questo potrebbe rivelarsi più economico a lungo termine rispetto all’attuale collaborazione con Palantir, ha concluso la fonte. Ad esempio, i consulenti del Programma Alimentare Mondiale formati all’utilizzo dei sistemi di Palantir applicano tariffe molto più elevate. Inoltre, Palantir potrebbe iniziare a richiedere il pagamento per l’utilizzo dei suoi programmi in qualsiasi momento.

Il Programma Alimentare Mondiale ha affermato che l’utilizzo del programma pro bono comporta comunque il pagamento di infrastrutture informatiche esterne di terze parti, locazione e supporto aggiuntivo. Il sito web delle Nazioni Unite dedicato agli appalti mostra pagamenti a Palantir per un totale di oltre 10,5 milioni di dollari (9,1 milioni di euro) dal 2017 al 2024.

Un dipendente con una profonda conoscenza della tecnologia del Programma Alimentare Mondiale ha definito il programma di Palantir “mediocre”.

“Non offre nulla di nuovo rispetto a ciò che è già disponibile su internet”, ha spiegato. “È come se avessero semplicemente ritoccato un prodotto già esistente”.

Un altro ex membro del personale del Programma Alimentare Mondiale, che ha utilizzato ampiamente il programma di Palantir, ha affermato che circa il 98% delle operazioni del Programma Alimentare Mondiale utilizza il Sistema di Operazioni e Trasformazione Digitale, il sistema progettato da Palantir per connettere i dati tra i numerosi sistemi frammentati dell’organizzazione.

Lo hanno descritto come “il miglior strumento del settore”, aggiungendo: “Niente si avvicina minimamente. Chiunque può accedervi, è possibile creare e importare le proprie raccolte di dati, sviluppare i propri strumenti e raggiungere un’efficienza elevatissima a tutti i livelli. Se si lavora in autonomia, la supervisione è minima”.

Ha aggiunto che la piattaforma migliora significativamente l’efficienza e può essere utilizzata, ad esempio, per ottimizzare l’intera catena di approvvigionamento.

Secondo un membro del personale, la rimozione di Palantir “farebbe collassare” la catena di approvvigionamento del Programma Alimentare Mondiale.

“Resa dei conti globale”

Con la crescente influenza di Palantir a livello mondiale, cresce anche la resistenza globale nei suoi confronti.

Un movimento internazionale di base, chiamato Purge Palantir, è riuscito a convincere diverse entità, tra cui il sistema ospedaliero pubblico di New York, a interrompere le collaborazione con Palantir.

Il Servizio Sanitario Nazionale britannico sarebbe stato avvertito di prepararsi a un’eventuale interruzione dei rapporti con l’azienda, a seguito delle pressioni esercitate da alcuni membri del Parlamento. A maggio, il Servizio Sanitario Nazionale britannico ha ammesso che alcuni dipendenti di Palantir potevano accedere a dati identificativi dei pazienti, nonostante le precedenti dichiarazioni contrarie.

Nel frattempo, un accordo tra l’autorità di vigilanza finanziaria del Regno Unito e Palantir ha suscitato timori che le informazioni finanziarie dei cittadini britannici possano essere condivise con l’amministrazione Trump, dato che la legge statunitense consente al governo di accedere ai dati delle aziende statunitensi tramite un mandato FISA, un’autorizzazione segreta emessa da un tribunale speciale degli Stati Uniti.

L’agenzia di spionaggio interna francese, la DGSI, ha deciso a giugno di interrompere la collaborazione con Palantir e di optare per un concorrente nazionale per motivi di sicurezza nazionale, così come ha fatto il servizio di sicurezza interno tedesco.

L’ambasciatrice francese per gli affari digitali e l’Intelligenza Artificiale, Clara Chappaz, ha dichiarato che “la decisione della DGSI di interrompere la collaborazione con Palantir è stata presa, in parte, per preoccupazioni relative alla sovranità dei dati e alla resilienza digitale”.

Viste le crescenti critiche a livello globale, molti dipendenti si chiedono perché le Nazioni Unite continuino a collaborare con il controverso colosso dei programmi per la gestione dei dati al fine di fornire aiuti alle persone più vulnerabili del mondo.

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Pozzuoli - La protesta degli abbandonati

Venerdì 14 agosto è stato il secondo giorno di mobilitazione per gli abitanti di Via Napoli a Pozzuoli che hanno bloccato le strade del loro quartiere e del centro storico per chiedere soluzioni abitative dignitose.

Molti di loro sono senza un tetto già dal 2024, quando le abitazioni di Pozzuoli hanno subito i primi danni che le hanno rese inagibili. In questi ultimi anni la rete sociale della comunità che vive alle spalle di Via Napoli è stato il vero supporto per chi era stato sgomberato e aveva trovato ospitalità da amici e parenti, ma dopo la scossa di magnitudo 4,7 del 31 luglio scorso che ha portato il numero degli sfollati a oltre 3000, quasi nessun abitante del quartiere ha più soluzioni alternative. Da ormai 15 giorni dormono in auto o al riparo dei gazebo della protezione civile.

Giovedì 13 agosto i gazebo della protezione civile sono stati rimossi, giustificando la rimozione con l’allerta meteo. La rabbia degli abitanti si è fatta sentire e spontaneamente hanno bloccato la strada, per pretendere che invece dei gazebo ormai rimossi fossero montate le tende: una soluzione più dignitosa, sebbene temporanea ed emergenziale, e messa già in campo durante la scorsa crisi bradisismica dell’82-84.

Dopo la prima notte di mobilitazione, con un blocco stradale al centro di via Napoli durato dalle 21 alle 2 di notte, la risposta della controparte istituzionale è stata quella di rimontare i gazebo rimossi poco prima, senza alcun impegno ad andare incontro alle loro richieste.

La mancanza totale di alternative ha così fatto scendere di nuovo in strada gli abitanti di Via Napoli venerdì 14 agosto con una seconda nottata di mobilitazione e blocchi delle strade ben più estesi e che hanno interessato intere aree di via Napoli e del centro storico, entrambe bloccate con veri e propri check-point.

La crisi abitativa a Pozzuoli è ormai sotto gli occhi di tutti. Edifici fortemente lesionati, che a malapena ormai sopportano le scosse e che non sono ancora stati messi in sicurezza. La speculazione porta gli affitti alle stelle sia verso il litorale domizio da ormai tre anni, sia verso Fuorigrotta e Bagnoli per l’avvicinarsi delle preregate dell’America’s Cup.

L’unico strumento a supporto degli sfollati previsto dai vari decreti Campi Flegrei che si sono succeduti è il CAS, il contributo di autonoma sistemazione proporzionato al numero di membri del nucleo familiare, e che di fronte alla speculazione e agli affitti di mille e più euro al mese è irrisorio per chi non vuole o non può allontanarsi dall’Area flegrea.

L’esasperazione per l’immobilismo verso la crisi che Pozzuoli sta affrontando da anni ormai, non annebbia la mente degli sfollati.

In questi due giorni (e da quando focolai di mobilitazione stanno interessando le varie aree di Pozzuoli) è emersa con rabbia la consapevolezza del paradosso di un territorio. Nello stesso periodo a Bagnoli, nell’estremo opposto del golfo, lo Stato spende 1 miliardo e mezzo per l’America’s Cup. Proprio in un momento in cui l’Area Flegrea aveva più bisogno di fondi per convivere con il fenomeno del bradisismo.

E nelle stesse parole è anche apparsa chiara la volontà di non lasciare i loro quartieri e la loro città perché ricordano bene come le passate crisi bradisismiche siano state usate da vettore per la gentrificazione, espellendo la maggior parte degli abitanti del centro storico di Pozzuoli verso quartieri dormitorio come Toiano e Monteruscello.

Gli abitanti di via Napoli e di tutta Pozzuoli lo hanno reso cristallino: Pozzuoli esiste ancora e vuole vivere e l’unica strada che riconoscono per difendere i loro diritti di abitanti è la mobilitazione collettiva!

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16/08/2026

Quando la green economy capitalista produce incendi

L’Iran e l’impotenza dell’impero statunitense

di Pino Arlacchi

Le due portaerei dispiegate contro l’Iran, la Lincoln e la Bush, stazionano nel Mare Arabico, a oltre mille chilometri dalla costa iraniana, fuori da uno specchio d’acqua che per ottant’anni è stato un lago americano.

La terza, la Ford, dirottata in marzo nel Mar Rosso a fronteggiare gli Houthi, ha ceduto prima del nemico: un incendio a bordo, dopo undici mesi ininterrotti di mare, l’ha costretta al rientro. Oggi è in bacino di carenaggio a Norfolk, e il Mar Rosso è rimasto senza portaerei.

La flotta più potente della storia si tiene a distanza di sicurezza dalle coste di un Paese nemico per non rivelare la sua vulnerabilità alle nuove tecnologie militari. Uno sciame di droni e di missili ipersonici da pochi milioni è in grado di incapacitare una portaerei da 11 miliardi di dollari.

Il contesto è noto, ma vale la pena ricomporlo. Lo Stretto di Hormuz, da cui passava un quinto del petrolio mondiale, è di fatto chiuso dall’8 luglio, giorno della ripresa delle ostilità: un rivolo di transiti sporadici, che si riaccende solo sui titoli di giornale favorevoli e si spegne al primo missile. L’ultima settimana è toccato a una metaniera carica di gas del Qatar.

L’Arabia Saudita aveva trovato una valvola di sfogo dirottando il greggio verso Yanbu, nel Mar Rosso. Il terminale è arrivato a movimentare oltre il 90 per cento delle sue esportazioni via mare.

Ma il 20 luglio gli Houthi hanno proclamato l’embargo navale contro Riad e pochi giorni dopo hanno rivendicato i primi attacchi diretti agli impianti Aramco di Jizan e della stessa Yanbu. I flussi sauditi attraverso Bab el-mandeb sono crollati quasi a zero, e il greggio destinato all’Asia viene ora instradato con il periplo dell’Africa. Un mese di navigazione in più.

Le due arterie energetiche del Medio Oriente sono bloccate simultaneamente. Non era mai accaduto, nemmeno nello choc del 1973, nemmeno durante la guerra Iran-Iraq.

Davanti a tutto questo, quali sono le opzioni di Washington? Spogliata della messinscena, la lista è breve. La prima linea di basi aeree – quelle del Golfo, le uniche a distanza utile – è stata neutralizzata.

L’Iran ha disabilitato o danneggiato le installazioni americane in Qatar, Kuwait, Bahrein e Giordania, fino all’Arabia Saudita e agli Emirati: le rilevazioni satellitari contano oltre 200 strutture colpite in una quindicina di siti, con i danni più pesanti al quartier generale della Quinta Flotta in Bahrein. E ha enunciato la dottrina della “responsabilità estesa”: chi ospita basi americane diventa bersaglio legittimo.

Con un colpo solo Teheran ha trasformato le monarchie del Golfo da retrovie in belligeranti maldisposti, e ha reso ogni uso delle basi un rischio grave per chi lo concede. Perfino Diego Garcia, la retrovia profonda della logistica imperiale nell’oceano Indiano, è stata bersagliata da missili balistici a raggio intercontinentale. Attacchi falliti, ma il messaggio è arrivato. Non esistono più santuari.

Restano le basi di seconda fascia, nel Mediterraneo e in Africa. Ma da Sigonella, Souda o Rota ai bersagli iraniani corrono tremila chilometri. Ogni chilometro in più si paga in aerocisterne, la risorsa più scarsa e meno espandibile della macchina militare americana, e in permessi di volo e sorvolo politicamente costosi, come la signora Meloni ben sa.

La potenza aerea generabile dal Mediterraneo è una frazione di quella che si generava dal Golfo Persico. Restano i bombardieri strategici dal Missouri. Ma sono missioni di 35 ore. Buone per il colpo dimostrativo, non per una campagna.

Resta la guerra a distanza dei missili da crociera, l’unica davvero praticata. Ma gli arsenali Usa si misurano in migliaia di pezzi e i ritmi di produzione in centinaia l’anno. Una campagna intensiva li consuma in settimane, e le rassicurazioni ufficiali sull’abbondanza delle scorte suonano come la conferma del problema.

Resta l’escalation contro le infrastrutture civili iraniane, in primis la rete elettrica. Trump l’ha minacciata ancora giovedì scorso salvo revocarla nel giro di pochi giorni. Perché questa è l’opzione della punizione estrema, che non ha mai piegato un regime e che innescherebbe – Teheran lo ha già fatto sapere – la chiusura totale del Mar Rosso per mano Houthi e gli attacchi agli impianti di desalinizzazione dei Paesi del Golfo.

Le opzioni più efficaci sono quelle impraticabili. Il Pentagono non è in grado di invadere un Paese immenso, di 92 milioni di abitanti. Le isole iraniane che presidiano Hormuz possono essere invase senza speciali difficoltà, ma la loro occupazione sarebbe impossibile da mantenere, perché resterebbe esposta al fuoco continuo dei missili schierati sulla costa retrostante. Ed è anche del tutto irrealistico puntare sul rovesciamento dall’esterno di un regime che cinquant’anni di sanzioni hanno irrobustito anziché eroso.

Il nodo è concettuale prima che militare. La rivoluzione degli armamenti a basso costo ha democratizzato la forza militare e rovesciato l’aritmetica imperiale. Chiudere uno stretto costa quasi nulla, riaprirlo ha costi e rischi proibitivi.

Riaprire uno stretto richiede la presenza permanente dentro il raggio del nemico, che è un rischio insostenibile, oppure richiede il consenso di chi lo chiude, cioè l’alternativa negoziale. Tertium non datur. Ed è precisamente l’assenza di un terzo termine che dà la misura empirica dell’impotenza militare americana.

Ma attenzione. Gli Stati Uniti conservano comunque un’impareggiabile capacità di distruzione. Ciò che hanno perduto è la capacità di controllo. La facoltà di garantire l’ordine degli spazi – gli stretti, le rotte, i flussi commerciali – che era il fondamento materiale della loro egemonia nonché la giustificazione del tributo versato allo Zio Sam. Dall’uso del dollaro al petrodollaro agli acquisti di armamenti e di Buoni del tesoro.

Un potere che può punire ma non può proteggere, però, non è più un’egemonia. È una dominazione bruta per le sue vittime, e un estortore mafioso per i suoi amici. Che diminuiscono a vista d’occhio.

Il mercato lo aveva capito meglio dei governi: nonostante la minaccia simultanea alle due grandi rotte del greggio, il petrolio non è mai schizzato verso lo choc dei 150 dollari, perché gli operatori scommettevano che Washington sarebbe stata costretta a sedersi al tavolo delle trattative.

La scommessa è stata incassata nello scorso fine settimana: Trump ha revocato l’attacco pianificato e annunciato la ripresa dei negoziati da lunedì, con la mediazione dell’Oman ormai in fase finale, e il Brent è sceso sotto gli 85 dollari nel giro di una seduta. Sul tavolo, secondo le indiscrezioni, c’è la fine del blocco navale americano e la ripresa dell’export petrolifero iraniano in cambio della riapertura di Hormuz. Si negozia, cioè, alle condizioni poste da chi lo stretto lo ha chiuso.

Le elezioni di novembre restano una preoccupazione reale per la Casa Bianca, ma ormai ci sono in campo due fattori ancora più rilevanti: la benzina alle stelle e il risentimento crescente degli alleati. Questi vedono nell’avventura iraniana il possibile innesco di una recessione finora evitata solo grazie all’effetto stabilizzante della Cina e del Grande Sud. Il tempo dell’impero non lavora più per l’impero.

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