Presentazione


Analisi, opinioni, fatti e (più di rado) arte da una prospettiva di classe.

10/10/2026

My my, hey hey (Out of the blue)

Il Nobel per l’economia e l’equivoco della scienza

di Marco Veronese Passarella

Come ogni ottobre, con l’assegnazione del “Nobel per l’economia” si ripropone l’annosa disputa sulla scientificità della disciplina: non è una scienza, usa troppa matematica, non sa prevedere le crisi, e il suo non è nemmeno un vero Nobel. Sono critiche mosse in buona fede, ma mancano il bersaglio. E una critica ben più radicale è possibile.

Il dibattito tende sempre più a polarizzarsi. Da un lato si colloca la maggioranza degli economisti, i quali assimilano l’economia a una scienza naturale, adottano il linguaggio matematico come criterio di scientificità e giustificano i recenti insuccessi previsionali invocando la natura stocastica delle crisi. Dall’altro lato vi sono quanti negano alle discipline economiche ogni statuto scientifico, condannano l’uso della matematica tout court e brandiscono quegli stessi fallimenti previsionali come prova inoppugnabile di non-scientificità. Nessuna delle due posizioni è, a ben vedere, interamente persuasiva. Tuttavia, è sulla seconda che conviene soffermarsi, perché, mentre muove dalla comprensibile esigenza di sottoporre a critica il pensiero economico dominante e le sue roccaforti, i suoi tre argomenti più popolari non reggono.

Il primo è quello del “falso Nobel”. È vero: il cosiddetto “Nobel per l’economia” non figurava fra i riconoscimenti istituiti da Alfred Nobel nel suo testamento del 1895. Fu creato solo nel 1968 dalla Banca Centrale Svedese e porta il nome di “Premio della Banca di Svezia per le scienze economiche in memoria di Alfred Nobel”. Questa origine posticcia viene talora invocata a dimostrazione del fatto che l’economia si sarebbe indebitamente arrogata una patente di scientificità. Si tratta, a mio avviso, di una critica benintenzionata ma fallace. Il prestigio di un premio non dipende tanto da chi lo conferisce, quanto da chi lo riceve. Ciò che andrebbe discusso criticamente è, dunque, quali indirizzi di ricerca il premio abbia consacrato e quali abbia ignorato. Il premio va, insomma, sottoposto a critica sul piano delle scelte effettuate da chi lo assegna, non su quello della sua genealogia. Del resto, il testamento di Nobel premia anche la letteratura e la pace, che scienze non sono, e ignora la matematica – per ragioni, vuole la leggenda, più sentimentali che epistemologiche. Non è mai stato un elenco delle discipline scientifiche.

Il secondo argomento è quello dei fallimenti previsionali. Si tratta di una posizione piuttosto debole. L’impossibilità di formulare previsioni quantitative accurate è un limite che le scienze economiche condividono con numerose discipline di cui nessuno contesta la scientificità. La sismologia non può dire quando avverrà il prossimo terremoto, la meteorologia non si spinge oltre un paio di settimane, l’epidemiologia fatica ad anticipare la diffusione di un virus, e la biologia evoluzionistica spiega l’origine delle specie senza poter dire quali compariranno. Tale limite non dipende tanto dall’avere a che fare con agenti pensanti anziché con atomi o masse d’aria, quanto dallo studiare un sistema complesso, fatto di molte componenti che interagiscono, di retroazioni, di non linearità e di dipendenza dalle condizioni iniziali e dal sentiero. Alla teoria dominante si può rimproverare non già di aver mancato la data delle crisi recenti, bensì di aver adottato modelli in cui una crisi generale può arrivare solo dall’esterno, come shock tecnologico o di politica economica, e mai dal funzionamento stesso del sistema. È su questa base che va contestato l’appello alla natura stocastica delle crisi.

Il terzo argomento è quello della “troppa matematica”. Si tratta, di nuovo, di un falso problema. Certo, la formalizzazione matematica non è, di per sé, garanzia di scientificità: la teoria dell’evoluzione di Darwin costituisce un modello di rigore scientifico pur essendo stata formulata – almeno in origine – senza alcun apparato matematico, mentre l’astrologia ricorre a calcoli anche elaborati senza per questo essere una scienza. Ma nemmeno la rinuncia alla matematica è garanzia di scientificità. Ogni linguaggio ha i propri limiti, perché stabilisce ciò che può essere detto e ciò che non può esserlo: questo vale per la matematica come per la lingua italiana, o per qualsiasi altra forma di espressione. La consapevolezza di tali limiti dovrebbe semmai condurre a un uso parsimonioso e avvertito degli strumenti matematici e statistici, non alla loro liquidazione frettolosa.

D’altra parte, la scientificità va riferita anzitutto al metodo di indagine, non al linguaggio adottato né, tanto meno, all’oggetto indagato. Non sono i temi trattati, in sé, a essere scientifici o meno, bensì il modo in cui li si affronta – il rigore e la trasparenza delle procedure, il controllo intersoggettivo delle ipotesi, la disponibilità a rivederle alla luce dell’evidenza empirica.

Ciò che va sottoposto a critica radicale non è, dunque, l’utilizzo di strumenti formali in quanto tale, bensì la visione preanalitica da cui la modellistica dominante è derivata, vale a dire l’idea di società che precede e orienta l’analisi: l’immagine di un cosmo ordinato, a-storico, a-sociale e a-conflittuale, che è in definitiva l’istanza di autorappresentazione delle classi sociali egemoni. Non si tratta, cioè, di rigettare la matematica, ma la concezione di società e le ipotesi teoriche a partire dalle quali essa viene spesso impiegata.

Un esempio può aiutare a chiarire il punto. Stabilire se un tasso di disoccupazione dell’otto per cento sia un problema sociale o sia invece una grandezza “naturale” non è solo una questione tecnica. Le due letture rimandano a visioni del mondo e sistemi teorici contrapposti e, dietro di essi, a interessi sociali distinti.

Va da sé che il dissenso esiste anche nelle scienze “dure”: è noto che Albert Einstein, pur essendo tra i fondatori della teoria dei quanti, ne rifiutò la completezza. Tale dissenso, però, tende nel lungo periodo a essere riassorbito o almeno arbitrato dall’evidenza empirica. Nelle scienze sociali, dove l’evidenza conta ma raramente è dirimente, accade qualcosa di diverso. Questo perché una teoria economica non è soltanto uno strumento conoscitivo, ma anche una forma di autocomprensione e di autorappresentazione di un soggetto sociale. Poiché i soggetti sociali sono eterogenei – classi, gruppi, nazioni – e le loro relazioni sono spesso conflittuali, la disciplina non ospita un dissenso meramente episodico, ma vere e proprie scuole di pensiero, portatrici, ciascuna, di una distinta visione di come la società è e soprattutto di come dovrebbe essere.

Non esiste, del resto, un’unica definizione di “scientificità”: in ultima istanza, è sempre la discussione in seno alla comunità scientifica a stabilire, storicamente e provvisoriamente, ciò che viene riconosciuto come scientifico. E poiché questa non è un soggetto neutrale, ma è attraversata dalle tensioni della società che la ospita, nelle discipline sociali stabilire che cosa valga come scienza ha, inevitabilmente, un peso sociale e politico maggiore che nelle scienze naturali.

In effetti, il pensiero economico può essere interpretato come coesistenza e competizione di più paradigmi – classico, neoclassico, keynesiano, sraffiano, marxista, istituzionalista, evoluzionista, e così via – gradualmente ricondotti, a partire dagli anni Settanta, sotto l’egemonia dell’ortodossia di derivazione neoclassica, con le note ricadute sulla selezione delle ricerche e delle carriere accademiche. Anche l’accusa sovente rivolta agli economisti di svolgere tutti, indistintamente, il ruolo di teologi degli interessi dominanti finisce, perciò, per accettare il perimetro definito dagli economisti mainstream – i quali, con poche eccezioni, negano l’esistenza di scuole e correnti di pensiero, dato che esisterebbero soltanto teorie sbagliate e teorie giuste (le loro, naturalmente).

Sia chiaro: le scienze economiche non solo possono, ma debbono essere sottoposte a critica serrata. Il problema è che le critiche mal indirizzate fanno danni. Quelle più diffuse regalano all’ortodossia neoclassica il monopolio del rigore e della matematica e spostano l’attenzione da ipotesi e modelli ai simboli. Soprattutto, se l’economia non è scienza “punto e basta”, tutto diventa opinione, e fra opinioni prevale quella di chi ha più potere. Sul terreno del metodo, invece, le ipotesi e i modelli dominanti si possono contestare sulla base di criteri condivisi, anche cercando alleanze con studiosi afferenti ad altri ambiti disciplinari.

Ecco perché, a dispetto delle migliori intenzioni dei suoi sostenitori, la negazione di ogni carattere di scientificità delle discipline economiche finisce per rafforzare la visione dominante. Chi nega alle scienze economiche qualsivoglia crisma di scientificità e chi le assimila a una scienza naturale muovono, del resto, dalla stessa premessa: che l’unico statuto scientifico possibile sia quello di scienza naturale. Meglio si farebbe, invece, a riconoscere che l’economia è una scienza sociale, ossia un insieme di teorie e metodi chiamato ad indagare criticamente le leggi – storicamente mutevoli – di movimento delle società capitalistiche, rifuggendo tanto le boriose pretese di neutralità del pensiero dominante quanto le scorciatoie irrazionaliste dei suoi critici più ingenui.

Fonte

L'opportunismo della la fine del mondo per i maganti dell'IA

I “techbro” (termine ironico e dalle sfumature negative per indicare chi lavora nel settore della tecnologia, in particolare nella Silicon Valley) ci avvertono: l’IA potrebbe estinguerci. Ha fatto scalpore la lettera di Amodei di Anthropic che chiedeva una regolamentazione del settore per evitare rischi catastrofici imminenti, mentre un suo ricercatore, Evan Hubinger, è arrivato a stimare al 10% la probabilità di annientamento del Mondo entro la fine del secolo.

Numeri che hanno la forma della scienza senza il contenuto della scienza: non falsificabili, non misurabili, non accompagnati da un modello verificabile. Sembra piuttosto una forma di preveggenza: se volessimo citare i REM potremmo chiederci: a che ora è la fine del mondo? A che percentuale la sua barra di caricamento?

Questo gioco non è nuovo. Altman, agli albori di ChatGPT, andava in giro con una valigetta che teoricamente serviva a spegnere il sistema se fosse diventato troppo autonomo: una mossa di marketing che richiamava esplicitamente la valigetta con i codici nucleari. Se stai vendendo la fine del mondo, la distruzione atomica è la migliore pubblicità possibile.

Il problema non è che l’allarme sia infondato, ma che è sproporzionato rispetto ai rischi presenti, e ci viene da dire che, in questo frangente, ha una funzione utile ai grandi padroni dell’IA: spingere i governi, in primis Washington, a prendere provvedimenti utili alle aziende (più regole, più sostegno alla crescita, più protezione dei profitti) e nascondere i rischi reali, meno spettacolari, che se fossero regolamentati metterebbero in discussione il modello di business.

Il primo rischio reale è quello finanziario. L’IA non ha ancora trovato uno sbocco commerciale su larga scala: resta confinata ai freelance, a qualche grande azienda di settori specifici (finanza, telecomunicazioni) e agli utenti finali, che la usano poco come fosse un giocattolo.

Non sono certo gli abbonamenti da 20 o 200 € al mese a coprire i costi miliardari dei datacenter, e ancora molto poco è stato applicato ai servizi, al commercio e soprattutto all’industria. Le aziende americane operano così con perdite mensili miliardarie, rese sostenibili solo dalle iniezioni del mercato finanziario, come avviene ogni volta che si apre un mercato da cui ci si aspetta molto senza sapere quando.

L’IA è oggi una gigantesca scommessa finanziaria su due fronti: che trovi uno sbocco capace di trasformare i debiti in profitti, e che una delle aziende raggiunga l'“intelligenza artificiale generale” (AGI), cioè non più un potentissimo motore di ricerca generativo, ma qualcosa in grado di creare contenuti realmente nuovi.

Dall’interazione fra le due scommesse nascono IPO multimiliardarie e una corsa pericolosa in cui non vince chi arriva primo, ma chi salta per aria per ultimo, quando non riesce più ad attirare investimenti per sostenere costi e perdite. Ed è un equilibrio precario: basterebbe l’ingresso di nuovi concorrenti a rompere l’oligopolio, o la dimostrazione che l’IA è una tecnologia molto più normale di come viene venduta.

Un assaggio lo abbiamo avuto quando la cinese DeepSeek ha mostrato di ottenere risultati simili a quelli di ChatGPT con meno capacità di calcolo: le azioni di Nvidia crollarono, per poi recuperare. La bolla aveva ancora spazio per crescere, ma l’avvertimento andrebbe riconosciuto.

Il secondo rischio, più reale della fine del mondo, è la cancellazione di posti di lavoro. Per la prima volta l’automazione colpisce non solo gli operai, ma quei lavoratori mentali che si credevano intellettuali e scoprono che il loro lavoro è una serie di ricomposizioni di copia-incolla, che un computer può fare più velocemente di loro (a volte meglio, a volte no). È uno shock per i “ceti medi”, che scoprono di non avere una funzione diversa da quella degli operai e di essere ugualmente sacrificabili quando la tecnologia lo rende possibile.

Ma questo non porterà inesorabilmente alla scomparsa del lavoro mentale: più probabilmente lo investirà di un processo di “routinizzazione”, riducendo l’autonomia dei lavoratori in un trend non certo nuovo, ma che ora può accelerare. La preoccupazione non è tanto la disoccupazione tecnologica, quanto il peggioramento della “qualità del lavoro”, con la conseguente riduzione dei salari.

C’è poi il consumo di risorse naturali (materie prime, acqua, energia), che diventa un rischio ambientale se ci immaginiamo una crescita infinita dell’IA. Non è una novità: ogni nuova industria comporta costi ambientali, e nel sistema capitalista la questione non è quante risorse vengono consumate, ma per cosa e con quale efficienza.

Dall’altra parte, l’IA potrebbe anche aiutare a ottimizzare ciò che già usiamo, dalla gestione dell’elettricità e delle batterie al traffico cittadino, ma resta da chiarire chi dovrebbe implementare questi sistemi, con quali costi e con quali benefici. Servirebbe una pianificazione pubblica, trattata come un tabù dalle classi dominanti occidentali... 

Esiste poi la competizione geopolitica fra USA e Cina, al momento gli unici due paesi che sviluppano IA (se si tolgono gli esperimenti fallimentari made in UE). È una delle ragioni per cui Trump esita a regolamentare davvero l’IA statunitense: teme di rallentare una corsa in cui, secondo lui, chi arriva prima vince tutto.

Ma la Cina sembra gareggiare su un altro tracciato: costi incredibilmente inferiori, un maggiore controllo politico sulle aziende (che tiene lontana la preoccupazione di una bolla), un piano governativo per implementare l’IA in tutti i processi produttivi, e la diffusione all’estero dei propri sistemi e delle proprie infrastrutture.

Anche sui rischi per il lavoro la Cina è apparentemente più avanzata: ha fatto notizia la sentenza del Tribunale di Hangzhou che ha dichiarato illegittimo un licenziamento per IA. L’azienda non aveva licenziato in tronco il lavoratore, ma gli aveva “proposto” una riduzione salariale di circa il 40% perché parte del suo lavoro era stato automatizzato, e il rifiuto avrebbe portato al licenziamento.

Il Tribunale ha stabilito che implementare l’IA non è una ragione legittima per un demansionamento e che i costi non possono essere pagati dai lavoratori. Il tutto mentre in Cina, fino ai piani più alti del PCC, si inizia a discutere di salario vitale e di reddito universale di base.

C’è infine il piano, certamente pericoloso, dell’implementazione dell’IA nei sistemi d’arma in un potenziale scontro diretto fra Cina e USA, che ci riporta alla questione da cui siamo partiti: l’IA distruggerà il Mondo? Per rispondere dobbiamo prima capire “come” potrebbe farlo. Certamente, se i governi decidessero di automatizzare la guerra, questa potrebbe diventare ancora più distruttiva, con sistemi automatici che decidono chi uccidere (lasciamo da parte il concetto di “intelligenza”, già abusato ai tempi delle bombe guidate).

Ma gli “errori” di individuazione dei bersagli non sarebbero molto diversi da quelli di prima: non serve l’IA perché gli USA bombardino una scuola piena di studentesse, come successo in Iran. Rimarrebbe comunque una scelta umana appaltare la decisione di uccidere alle macchine, e nella storia abbiamo visto ben poche volte chiedere conto delle proprie responsabilità ai governi o ai comandi americani: non c’è bisogno di nascondersi dietro l’IA per garantire l’impunità.

L’IA potrebbe anche facilitare azioni violente da parte di gruppi terroristici, agevolando lo sviluppo di armi chimiche, di attacchi informatici o forse anche di armi più convenzionali. Anche questa non è una novità assoluta. Il terrorismo è una tattica militare “povera”, usata dentro uno scontro asimmetrico, a cui attualmente i governi rispondono su due fronti: il lavoro di intelligence e antiterrorismo, e il controllo dei mezzi concreti, come le armi e gli agenti chimici.

Chiedere a una IA come costruire un ordigno non è molto diverso dal cercarlo su internet: in entrambi i casi esiste qualcuno che può controllare e intervenire. Lo stesso vale per gli attacchi informatici alle reti elettriche o ai sistemi bancari: gli hacker esistono già e, come si sono evoluti i sistemi di attacco, si evolveranno anche quelli di difesa. Siamo ancora una volta dentro una dimensione tutta umana.

Per cui l’unico scenario davvero nuovo, e quindi l’unico che merita una riflessione a parte, è che l’IA possa “sfuggire al controllo” delle aziende facendo cose imprevedibili e pericolosissime. Al momento abbiamo un paio di casi più o meno provati, il più famoso dei quali riguarda gli agenti di OpenAI che sono riusciti ad accedere a internet uscendo da un sistema apparentemente chiuso, per andare sul sito Hugging Face a cercare le risposte al problema che dovevano risolvere (per semplificare molto): hanno cioè risolto il problema in un modo che non era stato previsto dagli ingegneri.

È ovvio che questo caso è interessante e parla di potenziali pericoli. Ma è anche un problema affrontabile, perché è ingegneristico prima che filosofico: ambienti di test davvero isolati dalla rete, permessi ridotti al minimo indispensabile, monitoraggio costante di ciò che gli agenti fanno, test e audit indipendenti prima del rilascio, obbligo di segnalare gli incidenti.

Misure concrete e verificabili, che funzionano tanto meglio quanto più la sicurezza viene trattata come una responsabilità pubblica e non come un capitolo della strategia di comunicazione. Di questo, alla fine, hanno parlato alla Casa Bianca i magnati del Big Tech, a fine settembre, lasciando però ancora tutto in mano ai vertici aziendali.

Ed è qui che si torna al punto di partenza: la sicurezza diventa reale se le IA non sono gestite da amministratori delegati che dicono di poter distruggere il mondo e il secondo dopo che non c’è niente da temere, a seconda di cosa serve in quel momento: un finanziamento, una regolamentazione su misura, la calma degli azionisti.

Resta lo scenario più spettacolare, quello di una IA che sfugga definitivamente al controllo umano automigliorandosi all’infinito. Al momento è pura fantascienza, e comunque è soltanto l’ultimo anello di una serie di problemi molto più concreti e attuali: la bolla finanziaria, la qualità del lavoro, i consumi di risorse, la corsa geopolitica, l’uso militare.

L’IA ha davvero una probabilità del 10% di distruggere il Mondo entro la fine del secolo? Bene, nel restante 90% dei casi le minacce più probabili vengono dalla crisi climatica e dalle guerre. Minacce tutte umane, generate dall'“intelligenza” capitalista.

Fonte

Il Nobel per la Pace a Pillay e le ringhianti reazioni dei sionisti

L’assegnazione del Premio Nobel per la Pace 2026 a Navanethem “Navi” Pillay continua un indirizzo delle scelte che è chiaramente visibile dal 2022, ovvero dall’escalation bellica in Ucraina: il premio entra nel merito di alcuni degli scenari più delicati della geopolitica globale, e questa volta è toccato alla Palestina.

A 85 anni, l’instancabile giurista sudafricana di origini tamil riceve l’onorificenza per aver consacrato la propria esistenza alla difesa del diritto internazionale e all’accertamento delle responsabilità in alcuni dei peggiori crimini di guerra degli ultimi anni. Lei stessa si è detta sorpresa dalla notizia, viste le sue posizioni di certo invise a tanti governi.

“L’ultima cosa che ho fatto [nell’ambito delle corti del diritto internazionale] – ha detto Pillay – è stata consegnare il rapporto su Gaza, definendo genocidio quanto sta accadendo lì. Molti hanno lodato il mio coraggio, ma mi chiedo: perché dovrebbe servire coraggio per dire la verità?” 

È con questa semplicità che Pillay ha ribadito di nuovo i risultati del suo lavoro di giurista sui crimini israeliani, dall’alto della sua esperienza sui temi quali apartheid e crimini contro l’umanità. La sua formazione affonda le radici nella lotta contro la segregazione razziale in Sudafrica, fino ad arrivare a essere tra i legali di Nelson Mandela.

Poi il Tribunale Penale Internazionale per il Ruanda, la Corte Penale Internazionale (CPI), l’Alto Commissariato ONU per i Diritti Umani (OHCHR), la Corte Internazionale di Giustizia (CIG), e infine la Commissione d’inchiesta indipendente delle Nazioni Unite sui Territori Palestinesi Occupati, che ha concluso il proprio lavoro sentenziando che lo Stato d’Israele si è reso responsabile di molteplici atti di genocidio nella Striscia di Gaza.

Le risposte dei sionisti non si sono fatte attendere, con il loro solito misto tra propaganda di guerra e minaccia mafiosa. Il ministero degli Affari Esteri israeliano ha diffuso una nota accusando il comitato di Oslo che assegna il Nobel di aver premiato la manipolazione ideologica.

“Ora che la commissione del Nobel ha premiato la più grande menzogna del XXI secolo, Joseph Goebbels sta certamente applaudendo dall’inferno”, sono arrivati a scrivere da Tel Aviv. Insomma, dai vertici israeliani si è subito attinto al capitale costruito dalla “industria dell’Olocausto” per cercare di proteggere il proprio genocidio.

Intanto, il Dipartimento del Tesoro statunitense ha formalizzato un pacchetto di misure restrittive volte a colpire l’operatività della CPI, con il blocco di qualsiasi transazione economica e finanziaria tra entità o cittadini statunitensi e il tribunale dell’Aja e misure volte a isolare i conti e le risorse riconducibili alle attività della Corte che transitano attraverso il sistema finanziario dominato dal dollaro. Il provvedimento diventerà effettivo fra sei mesi.

Al contrario, Italia, Francia, Germania, Regno Unito, Canada e Giappone hanno diffuso una nota congiunta esprimendo “rammarico e ferma opposizione” alle sanzioni, mentre la UE le ha definite addirittura “deplorevoli”, annunciando che sfrutterà il semestre cuscinetto per salvaguardare il funzionamento del tribunale.

Era inevitabile che la vittoria di Pillay scatenasse una tale ondata di reazioni, soprattutto perché mancano poche settimane alle elezioni israeliane. Proprio per questo bisogna anche capire che tipo di spinte possano aver indotto il Comitato Novergese per il Nobel a questa scelta, essendo di certo ben consapevole degli effetti a cascata che avrebbe prodotto.

Mettiamo subito in chiaro che, tra i Nobel per la pace assegnati nell’ultimo paio di decenni, tra un Obama che ha bombardato a destra e a manca e una UE che si crede il “giardino” del mondo in opposizione a una “giungla” da educare, quello a Pillay è certamente meritato e risponde alle motivazioni diffuse dal Comitato: “per i suoi sforzi per promuovere la pace e il diritto internazionale”.

Ma che Pillay sia finalmente una figura che davvero incarni i valori della pace non toglie il fatto che il gruppo di Oslo a cui è affidata la scelta sul Nobel è in realtà composto di politici, e politici di una Norvegia che, ricordiamo, fino a poco tempo fa esprimeva il segretario della NATO. Insomma, non un paese non schierato.

Come si accennava all’inizio dell’articolo, i più recenti premi Nobel hanno toccato l’attualità di vari scenari di guerra: nel 2022 a organismi russi e ucraini, nel 2023 a Narges Mohammadi, facendo leva sulla condizione della donna in Iran, lo scorso anno a Corina Machado, come preludio all’aggressione statunitense al Venezuela e legittimando un esponente dell’estrema destra che si pone a strenua difesa di Israele.

Una scelta di segno contrario a quella di quest’anno, dato anche che i traballanti governi europei devono ancora fare i conti con la frattura culturale, politica e generazionale che ha rappresentato il genocidio dei palestinesi e il movimento di solidarietà internazionale. Già da tempo nelle capitali europei si sta cercando un capro espiatorio per tentare di rifarsi una verginità e continuare a sostenere la pulizia etnica israeliana, ma con meno clamore.

Tra gli altri candidati al premio Nobel c’erano anche i tribunali internazionali nel loro complesso, e ciò sarebbe bastato a riconoscere l’importanza degli sforzi per la pace e il diritto internazionale. La scelta di Pillay nello specifico, con il portato della sua recente attività, è certamente una decisione rischiosa, ma in linea con il sentire popolare e sembra rappresentare un avvertimento diretto a Netanyahu.

Il Nobel per chi ha definito ufficialmente genocidio quel che succede a Gaza permettere di far crescere il sentimento di condanna intorno al primo ministro israeliano, puntando ad addossare sulla sua testa (su cui già pende il mandato di arresto della CPI) tutte le colpe dei crimini commessi da Israele negli ultimi tre anni... e magari anche negli ultimi 80.

Si spera così di promuovere il maquillage filo-sionista che vuole trovare un facile capro espiatorio per i massacri a Gaza e l’aggressione coloniale in Cisgiordania, spianando la strada a figure come il generale Gadi Eisenkot per proseguire, sotto mentite spoglie, la medesima agenda securitaria e di pulizia etnica.

Eisenkot, che sta forse emergendo come il principale sfidante di Netanyahu, è un ex capo di Stato Maggiore dell’IDF e oggi leader della formazione centrista Yashar, perno della coalizione di opposizione che raccoglie dai laburisti fino alla destra nazionalista di Avigdor Lieberman. Una figura “sobria” e “istituzionale” di cui Israele ha bisogno per riportare il genocidio dei palestinesi nel silenzio.

Tuttavia, analizzando le dichiarazioni di Eisenkot, l’ambiguità evapora: Eisenkot è il teorizzatore della cosiddetta Dottrina Dahiya, basata sull’applicazione sproporzionata e devastante della potenza di fuoco sulle infrastrutture civili per generare deterrenza, e solo lo scorso anno ha rigettato l’ipotesi di uno stato palestinese sovrano.

Le critiche mosse verso il movimento dei coloni, egemonizzato da Ben Gvir e Smotrich e dunque poco spendibile alle elezioni, sono dirette evidentemente a ripristinare il decoro istituzionale, togliere argomenti legali ai tribunali internazionali e a riallineare Tel Aviv con il sentire di vari partner.

Qui si consuma la tragedia del paradosso del Premio Nobel 2026, una tragedia di cui è artefice l’imperialismo e il colonialismo: mentre Oslo premia colei che ha scritto nero su bianco che Israele sta commettendo un genocidio, la transizione politica a Tel Aviv, che molti governanti europei stanno preparando in tutti i modi, forse anche con questo Nobel, prelude a una riorganizzazione della macchina della pulizia etnica perché agisca indisturbata.

Fonte

Lo stupido servilismo della UE punito sul gasolio

di Alessandro Volpi

La dipendenza dell’Unione Europea dagli Stati Uniti presenta un altro incredibile, folle capitolo.

La precarietà degli stoccaggi di gas in Europa sta rimettendo a nudo l’estrema vulnerabilità del modello energetico continentale, rivelando un quadro politico e commerciale in cui le scelte dell’Unione continuano a essere condizionate dalle decisioni di Washington.

Con l’avvicinarsi della stagione invernale e le riserve europee a livelli di guardia, il fabbisogno di metano rimane elevato, lasciando il sistema energetico privo dei margini di sicurezza necessari per assorbire eventuali choc sulle forniture.

In questo contesto si inserisce la recente intesa raggiunta dal presidente statunitense Donald Trump con il suo omologo russo Vladimir Putin, che prevede l’avvio di ingenti forniture di gas russo e gasolio verso gli Stati Uniti. Tale accordo riflette una precisa strategia americana volta a mettere in sicurezza i propri approvvigionamenti energetici e a mitigare la pressione inflazionistica interna sui carburanti, mantenendo una pragmatica flessibilità negoziale con Mosca.

Tuttavia, mentre Washington stringe intese bilaterali per soddisfare la propria domanda strategica, l’Europa rischia di subire le conseguenze indirette della politica sanzionatoria statunitense.

È infatti al vaglio l’ipotesi dell’inserimento formale del colosso russo Novatek nella lista nera delle sanzioni Usa. Un provvedimento di questo tipo determinerebbe il blocco operativo immediato dell’infrastruttura di export da cui dipendono i terminali che ancora inviano metano liquido al mercato europeo.

La stretta della regolamentazione americana costringerebbe gli operatori a interrompere i flussi commerciali e le transazioni finanziarie per non incorrere in pesanti sanzioni secondarie.

Il paradosso di questa dinamica evidenzia lo stato di profonda subordinazione in cui versa l’Europa. Avendo tagliato le forniture via tubo da Mosca, i Paesi dell’Unione hanno sostituito la storica dipendenza dal gas russo con un nuovo legame a doppio filo verso gli Stati Uniti e le decisioni dell’amministrazione americana.

Washington si trova così nella posizione di poter regolare i rubinetti del mercato globale attraverso sanzioni selettive, potendo sanzionare il gas diretto in Europa per favorire i propri export di GNL, mentre stipula contemporaneamente accordi d’acquisto con la Russia per le proprie esigenze industriali.

L’Unione Europea si riscopre priva di una reale autonomia strategica, con la stabilità delle proprie forniture energetiche e la tenuta delle sue industrie affidate alle decisioni della Casa Bianca.

Stupido servilismo.

Fonte

Vincono il concorso ma il 73% rinuncia al posto. Affitti troppo alti se lavori fuorisede

Il cortocircuito tra bassi salari e affitti altissimi alla fine si va manifestando in tutti i suoi aspetti, andando a smantellare anche quello che una volta era vissuto come “un terno al lotto” ossia il posto di lavoro pubblico.

Emblematico, in tal senso, è quanto riporta una nota dell’USB Giustizia inviata al ministro Carlo Nordio e ai vertici del Ministero della Giustizia, dove viene denunciata una situazione che non può più essere ignorata: il posto fisso non basta a rendere attrattivo un lavoro segnato da stipendi poco adeguati, carichi eccessivi, scarse o assenti possibilità di carriera, costi di trasferimento elevati e limitate possibilità di conciliare vita e lavoro.

I dati sulle assunzioni dei cancellieri, rilanciati in questi giorni dai media e non ancora ufficiali, indicano un tasso medio ponderato di rinuncia del 73,55% al concorso per 2.600 posti. Un segnale che, insieme alle difficoltà nel trattenere il personale già in servizio, mostra quanto sia urgente intervenire sulle condizioni di lavoro e sulle politiche del personale.

Alla base della maggior parte delle rinunce c’è la difficoltà ad accettare assegnazioni lontano dalla propria residenza a causa della sostanziale impossibilità di sostenere i costi di una nuova abitazione con il magro salario frutti di contratti nazionali che continuano a far perdere potere d’acquisto a lavoratrici e lavoratori pubblici.

Per questo la nota richiama innanzitutto il tema salariale: il trattamento accessorio della Giustizia resta molto distante da quello di altre amministrazioni. Le risorse del PNRR destinate al personale della Giustizia per il 2024 e il 2025 rappresentano una misura temporanea e, per USB, devono diventare strutturali, trovando copertura nel bilancio ordinario.

Ma la questione non è soltanto economica. Le carenze di organico alimentano sovraccarichi di lavoro e rendono difficile garantire un servizio efficiente.

A questo si aggiungono rigidità nell’accesso al lavoro agile e al coworking, difficoltà abitative per chi deve trasferirsi e il blocco della mobilità verso altre amministrazioni, prorogato di anno in anno dal 2016.

Per rispondere all’accumulo di questi problemi, l’USB rivendica un salario accessorio adeguato o quantomeno in linea con quello delle altre amministrazioni; l’inserimento del personale giudiziario nei piani abitativi; flessibilità nell’organizzazione del lavoro e della prestazione lavorativa, con accesso a smart working e coworking senza disparità tra uffici; il superamento del blocco della mobilità verso l’esterno; ambienti di lavoro sicuri e salubri e una concreta tutela del benessere lavorativo.

Il sindacato ha chiesto al Ministero un incontro immediato per individuare soluzioni adeguate che rispondano ai bisogni delle lavoratrici e dei lavoratori della Giustizia. Trattenere il personale non si ottiene impedendogli di andare via, ma rimuovendo le condizioni che lo spingono a farlo.

Fonte

“Marciare su Matignon martedì”

«Matignon! Matignon!»: questo è stato il grido scandito la sera di giovedì 8 ottobre alla Bourse du Travail di Parigi. Dopo una giornata particolarmente agitata, in una sala gremita all’inverosimile, una grande assemblea che riuniva centinaia di liceali e universitari ha lanciato un appello a marciare verso il palazzo del Primo Ministro martedì 13 ottobre.

In un appello pubblicato giovedì – mentre la settimana è stata segnata da due giornate di mobilitazioni imponenti e da centinaia di iniziative in tutto il Paese – 15 assemblee generali studentesche delle università dell’Île-de-France invitano a «una marcia congiunta verso Matignon, sede del potere esecutivo, in occasione del voto sul bilancio il 13 ottobre».

È infatti il ​​giorno in cui il governo tenterà di far approvare all’Assemblea una manovra di bilancio di austerità massiccia e violenta.

Finalmente, un movimento si dà i mezzi per mettere sotto pressione il governo, invece di sfilare docilmente lungo arterie controllate e lontane dai luoghi strategici. Il testo, firmato da studenti di tutte le università della regione parigina, invita i «compagni e le compagne, riuniti nelle rispettive assemblee generali, a seguirci in questa direzione».

E al di fuori della capitale? Se è vero che Parigi pullula di centri di potere facilmente raggiungibili, è possibile prendere di mira anche altri luoghi che incarnano l’autorità e il capitalismo nel resto della Francia: prefetture, rettorati, municipi, sedi di organi di informazione, commissariati, banche, centri logistici, snodi dei trasporti...

Diversi sindacati del settore dell’istruzione pubblica hanno indetto uno sciopero per il 13 ottobre. Questa giornata rappresenterà il prossimo «atto» della sollevazione giovanile e potrebbe costituire un ulteriore passo avanti nel rafforzamento di un movimento potenzialmente storico, in vista dell’appello a bloccare tutto il 17 ottobre contro il rincaro dei prezzi.

Fonte

Spagna - L’11 novembre sarà sciopero generale

Lo sciopero generale chiesto a gran voce dalle organizzazioni sindacali degli inquilini, appoggiato in un primo momento dalla libertaria CGT e sostenuto poi dalle due maggiori centrali sindacali spagnole CC.OO e UGT, si svolgerà l’11 novembre con la partecipazione di importanti realtà sindacali “regionali”, come la CIG gallega e le due organizzazioni sindacali basche ELA e LAB, oltre ai CO.BAS e Solidaridad Obrera.

Il Paro general per il diritto all’abitare e contro lo strapotere della rendita, è il risultato della costante pressione popolare che dal giorno dello sgombero di Maricarmen ha imposto all’agenda politico-sindacale le proprie istanze, riuscendo tra l’altro a far approvare all’interno dell’organismo di governo che sostituisce il parlamento sciolto, i due decreti che erano stati bocciati dalle Cortes a causa al voto congiunto della destra (PP e VOX) e degli autonomisti di Junts.

A poche ore dalla notizia, colei che è diventata il simbolo per il diritto all’abitare, la combattiva 87enne Maricarmen è deceduta, o meglio come sostiene legittimamente il movimento per il diritto all’abitare e la sinistra radicale “è stata assassinata”.

Maricarmen Abscal, è stata una dei più di 24 mila sfratti che annualmente si compiono in Spagna, più di 425 mila negli ultimi dieci anni a causa dell’emergenza prodotta dalla rendita immobiliare che ha fagocitato il patrimonio abitativo, rendendo la casa un veicolo di investimento per la speculazione e la fiorente industria turistica che ha cambiato il volto delle città, non solo spagnole.

Nonostante la sua grave infermità, Maricarmen Abascal è stata sfrattata il 23 settembre e da allora era ricoverata all’ospedale; è poi deceduta al Gregorio Marañon di Madrid.

Il suo violento sgombero è stata la scintilla che ha fatto saltare la polveriera iberica, agendo da detonatore per un movimento popolare in ascesa, che ha costretto il governo a fare quello che gli era riuscito in 8 anni per tamponare l’urgenza abitativa, finendo poi per convocare nuove elezioni il 29 novembre.

Un movimento organizzato di massa che ha imposto uno sciopero generale a cui aderiranno praticamente tutte le organizzazioni sindacali, costringendo la destra a mostrare il proprio volto ferocemente anti-popolare a discapito dei sentimenti di una parte del suo stesso bacino elettorale.

Contro il primo sciopero generale da 14 anni a questa parte si è alzato un coro unico delle organizzazioni padronali, dei sindacati corporativi e delle formazioni della destra che vorrebbe discreditare le ragioni delle rivendicazioni come “non attinenti al mondo del lavoro”!

Pepa Millán di Vox, ha detto con sommo sprezzo del ridicolo che le organizzazioni sindacali che l’hanno convocato “non rappresentano i veri lavoratori della Spagna”, mentre sui social dilagano i post pagati dalla destra per denigrare i sindacati e sabotare lo sciopero.

Eppure l’ultimo sciopero generale, è stato appunto il 12 novembre del 2012.

Non sono stati infatti molti gli scioperi generali nella Spagna “post-franchista” sostenuti dalle due più che moderate centrali sindacali maggiormente rappresentative in termini di adesioni: 14 dicembre del 1988 durante il governo socialista di Felipe González, il 28 maggio del 1992, il 24 gennaio del 1994, il 20 giugno del 2002, il 29 settembre del 2010.

Si tratterà, quindi di una giornata storica, ad appena due settimane e mezza dalle elezioni, tenuto conto del fatto che le stesse centrali sindacali (CC.OO e UGT) non avevano aderito allo sciopero generale del 15 ottobre scorso contro il genocidio a Gaza ed in appoggio alla Global Sumud Flotilla, promuovendo solo astensioni parziali.

Sul fronte elettorale, per ciò che concerne le formazioni alla sinistra del PSOE, formate per la maggioranza dal ribattezzato Frente Amplio – composto dalle organizzazioni che hanno appoggiato l’ultimo governo socialista entrando organicamente nell’esecutivo e da Podemos che aveva co-governato “imponendo” un accordo di programma in quello precedente – è possibile che venga raggiunto un accordo su una candidatura unica.

Mentre Podemos propone le primarie per il 13-14 ottobre per eleggere il o la leader della coalizione, si è ufficializzata da parte di Más Madrid la proposta della candidatura della ex sindaca di Barcellona, Ada Colau, che si è detta gratificata della proposta.

Se la rappresentanza politica della sinistra radicale non è ancora riuscita a “trovare” una quadra e sembra più impegnata a focalizzarsi su una comunque difficile prova elettorale, considerando i forti limiti dell’azione dei due governi socialisti degli ultimi otto anni e quella che sembrava l’ascesa impetuosa della destra, il movimento sociale che ha preso forma grazie alla costanza e caparbietà delle organizzazioni sociali e politiche attive, naviga col vento in poppa.

Fonte