Presentazione


Analisi, opinioni, fatti e (più di rado) arte da una prospettiva di classe.

25/10/2026

“Badmotorfinger”, oltre il grunge di Seattle

L’ascesa dei Soundgarden, tra potenza e sperimentazione 

Nel 1991 il rock americano si trova nel mezzo di una trasformazione destinata a ridisegnarne gli equilibri. Seattle sta diventando il centro di una nuova geografia musicale, mentre il successo di Nirvana, Pearl Jam e Soundgarden contribuisce a portare in primo piano una scena cresciuta ai margini dell’industria discografica, nutrita di punk, hard rock, psichedelia e tracce di metal.

La parola grunge comincia a funzionare come un’etichetta commerciale capace di contenere realtà molto diverse, accomunate soprattutto dalla provenienza geografica e da una certa insofferenza verso le convenzioni del rock da classifica. Dentro questo scenario, i Soundgarden occupano una posizione molto particolare. Il loro percorso viene da lontano, dalle contaminazioni abrasive degli esordi su Sub Pop fino alla maggiore articolazione di “Louder Than Love”, pubblicato nel 1989. La band di Chris Cornell, Kim Thayil, Matt Cameron e del nuovo bassista Ben Shepherd arriva così al terzo album per una major con un patrimonio di idee già considerevole, ma ancora da organizzare in una sintesi pienamente convincente.

Pubblicato nell’ottobre del 1991, “Badmotorfinger” rappresenta il momento in cui quelle intuizioni trovano una forma definitiva. Registrato con Terry Date alla produzione, il disco consolida l’identità di una formazione capace di coniugare la massa sonora dell’heavy metal, le asperità del rock alternativo e una sensibilità compositiva che guarda tanto alla psichedelia quanto alle strutture irregolari del rock più sperimentale. L’ingresso di Shepherd, autore di alcuni brani e presenza decisiva nell’economia ritmica del gruppo, allarga ulteriormente il campo d’azione dei Soundgarden.

Il risultato è un album dalla personalità immediatamente riconoscibile, attraversato da un senso di instabilità che coinvolge tanto il suono quanto le parole. La voce di Cornell domina questa dimensione con un’intensità impressionante. Il suo registro, capace di passare dal canto profondo a improvvise impennate acute, conferisce ai brani una dimensione drammatica che supera la semplice esibizione di potenza vocale. C’è rabbia, naturalmente, ma anche una forma di inquietudine più difficile da decifrare e molto più profonda. Legata al rapporto con il proprio corpo, con il mondo esterno e con una coscienza incapace di trovare requie.

L’immaginario di “Badmotorfinger” è popolato da immagini religiose, visioni di sopraffazione, desideri di fuga e improvvisi momenti di lucidità. Cornell scrive testi che raramente offrono una narrazione lineare; preferisce accostamenti enigmatici, metafore fisiche e frammenti di pensiero capaci di suggerire una condizione emotiva. Anche per questo il disco occupa una posizione centrale nella storia dei Soundgarden. Il successo commerciale arriverà in misura ancora maggiore con “Superunknown”, nel 1994, ma “Badmotorfinger” conserva una durezza caratteristica, una concentrazione quasi ossessiva sull’impatto fisico del suono. È un lavoro che porta l’hard rock verso una sensibilità nuova senza cancellarne la tradizione, dimostrando come una tale energia possa convivere con strutture eccentriche e una scrittura profondamente personale. La sua importanza risiede soprattutto nella capacità di trasformare influenze differenti in un linguaggio coerente, immediatamente riconoscibile in pieno stile Soundgarden e difficile da confondere con quello di qualsiasi altra formazione.


Coordinate di un terremoto sonoro

L’apertura affidata a “Rusty Cage” chiarisce subito le ambizioni del disco. Il riff tagliente, dal timbro quasi meccanico, introduce un movimento irregolare che trova nella batteria di Cameron un sostegno preciso e nevrotico. La gabbia evocata dal titolo diventa la metafora di una condizione da cui evadere, di un’esistenza che impone limiti e costringe a cercare una via d’uscita, anche a costo di spezzare ogni equilibrio. La voce di Cornell, tesa fino al parossismo, racconta la ribellione incarnandola, trasformando il bisogno di emancipazione in una necessità quasi disperata.

“Outshined” è uno dei brani più rappresentativi di “Badmotorfinger”, capace di coniugare la pesantezza dell’hard rock con le soluzioni più ritmiche del grunge. Le strofe, costruite su un insolito tempo dispari, conferiscono alla composizione un andamento irregolare, bilanciato da un ritornello di grande efficacia melodica. Le influenze dei Black Sabbath emergono nella densità sonora, mentre le dissonanze riflettono l’approccio sperimentale della band. Il testo affronta le oscillazioni dell’autostima, soffermandosi sul contrasto tra sicurezza apparente e vulnerabilità interiore. Cornell descrive una condizione in cui la percezione di sé cambia continuamente, mettendo in discussione ogni certezza personale. La sua interpretazione vocale restituisce questa instabilità senza indulgere mai nel sentimentalismo, confermando la capacità dei Soundgarden di coniugare ricerca musicale ed espressione immediata.


Con “Slaves & Bulldozers” il gruppo raggiunge uno dei vertici di intensità del disco. Il basso di Shepherd sostiene una struttura lenta e massiccia, mentre le chitarre amplificano una sensazione di oppressione crescente. Cornell offre una prova vocale impressionante, alternando registri profondi e urla laceranti. Il brano affronta il tema del dominio e della perdita di autonomia attraverso una tensione quasi fisica, trasformando la pesantezza sonora in una vera e propria forma di espressione drammatica.

Quando arriva “Jesus Christ Pose” capisci che è il pezzo più provocatorio della raccolta. Il riferimento all’immagine di Cristo in croce diventa lo spunto per interrogarsi sulla rappresentazione della sofferenza e sulla possibilità di utilizzarla come strumento di potere. Musicalmente, la canzone procede attraverso riff spezzati e improvvise impennate vocali, in una successione di scosse che culmina in un finale da convulsioni. Le polemiche suscitate dalle immagini religiose non esauriscono il significato di un brano che mette in discussione il rapporto tra dolore, moralità e spettacolarizzazione.

“Face Pollution” entra con una scarica di poco più di due minuti, in cui tratti punk si combinano con la velocità dell’hardcore e le deviazioni ritmiche tipiche dei Soundgarden. Sul piano lirico, Cornell affronta il rifiuto del coinvolgimento emotivo e la difficoltà di riconoscersi nella propria immagine, ricorrendo a figure volutamente stranianti. Con “Somewhere”, composta da Ben Shepherd, il pezzo si sviluppa attorno a una linea melodica più distesa, sostenuta da un accompagnamento che privilegia il groove e lascia tanto spazio alla voce di Cornell. Il brano si avvicina a un rock psichedelico dalle tinte malinconiche, con una scrittura meno aggressiva rispetto ai passaggi più metallici del resto del disco. Il testo assume i contorni di una relazione sentimentale segnata da una distanza ormai difficile da colmare, in cui il desiderio di vicinanza si scontra con l’impossibilità di stare insieme. Shepherd introduce così una sensibilità compositiva diversa, fondata sulla melodia e su un’introspezione che amplia le sfumature emotive di “Badmotorfinger”.

Uno degli episodi più audaci dell’album è sicuramente “Searching With My Good Eye Closed”, in cui i Soundgarden si spingono verso la psichedelia senza abbandonare la pesantezza del proprio suono. L’introduzione surreale lascia spazio a un andamento ipnotico, sostenuto dal basso profondo di Ben Shepherd e da una batteria che asseconda le variazioni della composizione. Le chitarre di Thayil entrano progressivamente in un crescendo sempre più caotico, vicino per certi aspetti al rock psichedelico di fine anni Sessanta. Cornell affronta il disorientamento di chi cerca un punto di riferimento senza riuscire a distinguere tra smarrimento e volontà di fuga. La ripetizione ossessiva del ritornello e l’esplosione finale traducono musicalmente questa ricerca irrisolta, facendo del brano uno dei passaggi più articolati e inquieti del disco.

“Room A Thousand Years Wide”, firmata da Thayil e Cameron, spinge ulteriormente la ricerca sul piano ritmico e timbrico. Gli andamenti irregolari e la presenza di sax e tromba ampliano il paesaggio sonoro, introducendo una componente dissonante che accentua l’instabilità del brano. L’esperimento conserva una notevole forza fisica e testimonia la capacità dei Soundgarden di esplorare territori meno convenzionali, senza perdere mai il contatto con la propria natura rock.

Una soluzione compositiva piuttosto insolita arriva con “Mind Riot”, nata da un’intuizione di Cornell: accordare tutte le corde della chitarra sul Mi, a ottave differenti, ottenendo una sonorità anomala rispetto alle accordature convenzionali. Su questa base, Matt Cameron costruisce un accompagnamento che evita il consueto andamento rock, mentre le linee vocali si distendono su una melodia più aperta rispetto alla durezza di gran parte dell’album. Il testo procede per immagini visionarie, accostando elementi di morte, distruzione e rinascita senza sviluppare una narrazione univoca. Il titolo suggerisce una rivolta ma non si dirige contro un avversario esterno, investe la mente stessa: un conflitto che Cornell lascia volutamente irrisolto. La particolarità del brano sta proprio nell’incontro tra una soluzione strumentale radicale e una scrittura vocale insolitamente melodica.

“Drawing Flies” concentra in una breve durata la componente più abrasiva di “Badmotorfinger”, attraverso sonorità metalliche, cambi ritmici e un’esecuzione davvero serrata. Il testo ruota attorno al degrado personale e alla tendenza a rimanere intrappolati in situazioni autodistruttive, con le mosche come immagine ricorrente di un ambiente ormai contaminato. Con “Holy Water” torna un’atmosfera cupa, sostenuta da un riff pesante e da una tensione costante. L’immaginario religioso, ricorrente nei testi di Cornell, viene nuovamente sottoposto al dubbio: ciò che dovrebbe evocare salvezza assume contorni ambigui, alimentando un senso di diffidenza e corruzione.

“New Damage” chiude “Badmotorfinger” con una delle sue dichiarazioni più apertamente politiche. Il brano si sviluppa su una cadenza quasi marziale, con le chitarre di Kim Thayil e Chris Cornell che conferiscono alla composizione un carattere minaccioso, lontano dalle divagazioni psichedeliche di altri episodi dell’album. Il testo associa il new world order a immagini di veleno, pestilenza e odio, suggerendo una critica alle nuove forme di dominio politico e ideologico. Il ripetuto invito a mettersi in salvo prima che il relitto affondi introduce l’immagine di una società prossima al collasso, nella quale sottrarsi al disastro diventa una necessità. La sua denuncia conserva una sorprendente attualità: in un presente segnato da conflitti internazionali, tensioni geopolitiche e crescente sfiducia nelle istituzioni, “New Damage” ancora oggi restituisce interrogativi sul potere e sulle conseguenze delle sue decisioni, temi tutt’altro che superati.

Eredità che continua a vibrare

“Badmotorfinger” è il disco nel quale i Soundgarden trasformano la propria inclinazione alla sperimentazione in una forma compiuta, capace di tenere insieme la brutalità dell’heavy metal, l’irregolarità del rock alternativo e la sensibilità visionaria della psichedelia. Il gruppo raggiunge un equilibrio raro tra complessità e immediatezza, costruendo canzoni che colpiscono al primo ascolto e rivelano nuovi dettagli con il passare del tempo. La potenza delle esecuzioni diventa il principale strumento espressivo di una scrittura ricca di sfumature.

Chris Cornell emerge come una delle figure centrali del rock degli anni Novanta, grazie a una voce dall’estensione straordinaria e a una scrittura capace di affrontare il disagio senza ridurlo a una posa generazionale. Kim Thayil porta nella musica una sensibilità chitarristica molto personale, lontana dalle convenzioni del virtuosismo tradizionale, mentre Matt Cameron e Ben Shepherd costruiscono una base ritmica tanto solida quanto imprevedibile. La loro interazione permette ai brani dei Soundgarden di svilupparsi attraverso continue variazioni, evitando che la durezza dello stile si trasformi in semplice ripetizione.

Nel panorama di Seattle, “Badmotorfinger” occupa una posizione decisiva. La sua influenza si avverte nel modo in cui molte band successive hanno cercato di coniugare i riff massicci, le strutture irregolari e una maggiore attenzione alla dimensione psicologica della scrittura. Il disco dimostra inoltre quanto sia riduttivo ricondurre i Soundgarden alla sola etichetta grunge: la loro musica affonda le radici in una storia molto più ampia, fatta di tante contaminazioni, e da questa stratificazione nasce un linguaggio personale, capace di conservare la propria forza anche quando le mode che ne hanno accompagnato l’affermazione diventeranno ormai lontane.

Il successivo “Superunknown” allargherà ulteriormente il campo espressivo della band, raggiungendo una maturità melodica e una varietà compositiva ancora maggiori. “Badmotorfinger” conserva però quella tensione particolare che sembra appartenere a un momento irripetibile della carriera dei Soundgarden. È il suono di musicisti che hanno imparato a dominare le proprie intuizioni senza addomesticarle, trasformando l’eccesso in una risorsa e l’instabilità in un principio compositivo.

A distanza di decenni, l’album mantiene intatta la propria capacità di scuotere e coinvolgere. La sua grandezza risiede nella precisione con cui organizza il caos, nella libertà con cui attraversa generi diversi e nella lucidità con cui affronta le contraddizioni dell’esperienza individuale.

Un lavoro fondamentale per comprendere l’evoluzione del rock americano.

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Una Italia “insoumise” fa saltare la prova di forza del governo

Le migliaia di persone, soprattutto giovani e giovanissimi, che ieri hanno riempito le strade di Torino, Milano, Roma, Bologna, Firenze, Genova e Napoli sono la rivelazione visibile che la strada della militarizzazione e dell’autoritarismo intrapresa dal governo non sarà un pasto gratis, al contrario.

Il tentativo di soffocare le crescenti contraddizioni sociali su carovita, economia di guerra, bassi salari restringendo le libertà politiche e l’agibilità democratica, incontra delle resistenze popolari e giovanili crescenti e per molti aspetti “indomite”, insoumise appunto, come in quella Francia che anche ieri ha visto una mobilitazione di massa contro l’autoritarismo e le misure lacrime e sangue del governo.

È stato scritto, giustamente, che quella di ieri è stata “una risposta di massa potente e determinata che ha polverizzato la strategia del terrore orchestrata dal governo Meloni e dall’apparato mediatico” dopo gli avvenimenti di sabato e domenica scorsi e che ha prodotto il risultato di far incazzare tanti, molti di più di quelli che erano gli oppositori “consolidati” del governo.

Nelle ore precedenti gli appuntamenti “informali” nelle piazze di ieri, abbiamo assistito infatti nelle principali città – e con un picco a Milano – ad una vera e propria operazione di guerra psicologica e repressiva.

Perquisizioni a tappeto nella mattinata, fermi per le strade di centinaia di ragazzi – spesso minorenni – con individuazione “a vista” (abbigliamento, taglio di capelli, età), ostentazione dei militari per le strade di Milano, polizia nelle stazioni delle metropolitane nelle periferie, piagnistei dei soliti bottegai.

Parallelamente veniva amplificata dai mass media la ridicola versione che il tutto avesse come unico mandante e cervello un trentenne e istruito italo-marocchino, che in mattinata era stato fermato e indagato addirittura con l’accusa di “istigazione al terrorismo” in quanto gestore di una pagina Telegram.

L’obiettivo era quello di una prova di forza del governo inoculando paura, dubbi, tensioni. Ma alla luce di quanto abbiamo visto nelle strade di Torino, Milano, Roma, Bologna, Firenze il dispositivo intimidatorio dell’esecutivo ha fallito il suo obiettivo, e non è bastato nè a cancellare la rabbia consapevole di una nuova generazione né la sua crescente saldatura con altri segmenti della società che non ne possono più di prezzi e affitti alle stelle, bassi stipendi, precarietà, difficoltà del vivere quotidiano, soldi buttati nella guerra in Ucraina o nelle nuove spese militari.

Dunque migliaia e migliaia di giovani ieri – a cominciare proprio da Milano – hanno sfidato il clima di militarizzazione e hanno trovato il modo di riprendersi le piazze, in tanti, a mani nude, a volto scoperto, lasciando le vetrine ai piagnucolosi commercianti. Quello slogan “Tutti insieme facciamo paura” gridato nelle piazze è stato più fragoroso di una vetrina infranta.

In alcune città come a Bologna e Torino il prezzo  è stato alto a causa della violenza poliziesca. Un dato questo ormai consolidato in città dove la gestione dell’ordine pubblico è da tempo in mano ai teorizzatori della mano dura. Da altre parti – e con diverse modulazioni – l’affrontamento è stato meno violento.

Migliaia di giovani – e via via non solo giovani – ieri hanno scelto di metterci la faccia nelle piazze, di rischiare in prima persona e di far sapere a tutti che le disuguaglianze sociali e le restrizioni della democrazia non sono sopportabili all’infinito senza reagire.

Nelle manifestazioni di ieri si sono visti meno i giovani delle seconde generazioni, sottoposti ad una criminalizzazione impressionante e utilizzati come pretesto per creare allarmismo e consenso di stampo razzista intorno alle misure autoritarie del governo, ma che tendenzialmente e inevitabilmente potranno cominciare a riconoscere la strada della propria emancipazione nell’aggregazione collettiva con gli altri settori della società.

Quella che possiamo definire l’Italia insoumise adesso si è data appuntamento per venerdì 30 ottobre in decine di città per lo sciopero generale convocato dall'USB e amplificato a livello globale dallo sciopero internazionale dei portuali, contro la guerra e le sue conseguenze sulla vita di milioni di persone. Un appuntamento da gestire con la determinazione e la maturità che richiede una situazione straordinaria e ricca di potenzialità da non disperdere.

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Gli Strokes a Bologna: le contraddizioni del rock nell’epoca del consumo

Il 17 ottobre 2026, all’Unipol Arena di Bologna, gli Strokes sono tornati in Italia dopo quindici anni dall’ultima esibizione nel nostro Paese. L’unica data italiana del tour del nuovo album Reality Awaits aveva registrato il tutto esaurito già all’apertura delle vendite, mesi prima del concerto.

Una corsa al rock, a una musica che ormai trova poco spazio nei media mainstream, se non sporadicamente. Una musica che ha ancora molto da dire e che, tuttavia, costa quanto altri generi oggi più in voga e commerciali.

La musica dal vivo è sempre meno accessibile e i grandi eventi sono diventati ormai proibitivi. Eppure le passioni, a volte, sono indomabili. Si corre, ci si mette in coda sulle piattaforme di vendita e si cerca di accaparrarsi un biglietto che promette emozioni, ma che rischia anche di lasciare addosso una certa rabbia.

Per riuscire a comprarlo bisogna battere sul tempo tante altre persone, magari anche più appassionate, e poi fare i conti con una spesa che costringe a stringere la cinghia per tutto il mese.

Un concerto può così restituirci, ancora prima di cominciare, la consapevolezza delle contraddizioni che attraversano il nostro tempo: la competizione, il consumismo, la speculazione, le ingiustizie sociali, l’alienazione. Eppure gli Strokes, fin dal 2001, anno del loro esordio, ci hanno parlato proprio di questo.

Il protagonista che attraversa gran parte della loro produzione artistica sembra vivere quella condizione di amore liquido di cui ci parlava Zygmunt Bauman. Nella società capitalista, è continuamente diviso tra il desiderio di instaurare legami e il timore che questi possano limitare la sua libertà individuale.

Ha paura di soffrire, fatica a comunicare con gli altri e a sentirsi compreso, sviluppa comportamenti disfunzionali, tendenze manipolatorie e il bisogno di prevalere sull’altro. Intrattiene relazioni sociali, ma continua a sentirsi solo, alienato, insoddisfatto e disorientato.

Negli Strokes, il malessere esistenziale del protagonista sembra riflettere una condizione sociale più ampia. L’individuo non si sente parte di una struttura collettiva, non riconosce un’appartenenza a un gruppo e questa mancanza lo devasta. A compensare, almeno in parte, il disagio restano abitudini dissolutе, capaci di anestetizzare la sofferenza senza risolverla.

Il contesto è quello di una società precaria, popolata da individui costretti a competere gli uni con gli altri. In molti brani si avverte la critica alle istituzioni, individuate come una delle fonti delle insoddisfazioni individuali.

Emerge anche l’impossibilità, o la difficoltà, di costruire un’alternativa collettiva a una condizione di malessere che pure è condivisa. Gli individui rimangono concentrati sulla propria autoconservazione e finiscono per restare prigionieri del consumo.

Manca, dunque, una volontà collettiva capace di tradurre il disagio in un progetto politico conflittuale, fondato sulla solidarietà e sulla ricostruzione dei legami. La reazione possibile rimane dunque prevalentemente individuale. Rifiutare le convenzioni, cercare esperienze alternative, sottrarsi per quanto possibile alle regole imposte.

Non si arriva però a promuovere un cambiamento collettivo, a sovvertire i rapporti che producono disuguaglianze, ingiustizie sociali e alienazione. L’individuo riconosce la propria condizione ma non riesce a fare ciò che sarebbe necessario per liberarsene.

Si arriva così al nuovo album, Reality Awaits, che tanto nello stile, con l’impiego dell’Auto-Tune, quanto nei temi si immerge nelle contraddizioni della contemporaneità. È il mondo in cui la distanza economica tra super ricchi e poveri continua ad allargarsi, la censura e la disinformazione condizionano l’accesso alle informazioni e cresce la dipendenza dalle nuove tecnologie.

Il titolo, Reality Awaits, ci dice che la realtà ci attende, che è in arrivo. Ma siamo davvero coscienti di ciò che sta accadendo? Siamo consapevoli della realtà in cui viviamo o preferiamo ignorarla?

È una realtà cruda, disturbante, sconcertante. Una realtà in cui chi dispone del potere può imporsi sugli altri, prendere ciò che vuole e andarsene, lasciandosi alle spalle soltanto devastazione.

Di fronte a tutto questo ci si arrende, ci si disillude. Il consumismo sembra diventare l’unica strada percorribile, mentre il benessere personale viene anteposto alla solidarietà.

Poi arrivano i rimorsi e la frustrazione per aver accettato passivamente una condizione che si contribuisce a riprodurre. Da questa consapevolezza può però nascere una nuova lucidità. Ribellarsi e resistere diventano le alternative possibili alla rassegnazione.

Dall’inizio della loro carriera fino all’ultimo album, gli Strokes sembrano così compiere un percorso che parte dalla crisi esistenziale dell’individuo e arriva progressivamente a individuare le responsabilità sociali che alimentano quel disagio.

Il malessere personale si rivela legato a un sistema che condiziona i rapporti umani, restringe gli spazi di libertà e rende difficile immaginare un cambiamento condiviso.

Ma è proprio l’esperienza concreta del concerto a Bologna a riportare queste contraddizioni dentro la vita quotidiana.

Per raggiungere l’Unipol Arena bisogna prima cercare di prendere un treno, mentre in stazione si fugge dalle cariche della polizia durante gli scontri legati alle manifestazioni studentesche di quella stessa giornata.

Poi si scopre che il collegamento ferroviario verso il luogo del concerto ha una frequenza di un treno all’ora, nonostante Bologna venga scelta da band di un certo rilievo anche per essere considerata una delle città meglio servite in Italia per eventi di questa portata.

Il treno è in ritardo e, quando arriva, è talmente pieno che alcune persone non riescono nemmeno a salirvi. Bisogna cercarne un altro, che però ferma a mezz’ora di cammino dall’Unipol Arena.

Una volta arrivati, si pagano otto euro per una birra scadente, cercando comunque di rinfrescarsi e di conservare il clima di festa. È il concerto che aspettavi da tempo, quello per cui hai fatto i conti e messo da parte i soldi.

Non vuoi rinunciare all’emozione della serata. Tuttavia i servizi sono scadenti e i costi elevati anche nella città scelta per ospitare un evento di questa portata.

La rabbia che ne deriva non può sorprendere. Le difficoltà negli spostamenti, l’insufficienza dei collegamenti e i prezzi dei servizi contribuiscono a trasformare un momento di condivisione in un’esperienza segnata da ostacoli e disagi.

È difficile non cogliere la contraddizione tra la promessa di una grande festa collettiva e le condizioni materiali in cui quella festa viene resa possibile.

A chiudere perfettamente il cerchio arriva, nel bel mezzo del concerto, Julian Casablancas che canta Bella Ciao. E questo momento assume un significato particolare, alla luce del percorso che attraversa la musica degli Strokes e delle contraddizioni vissute per arrivare fin lì.

Nel corso della sua carriera e durante il concerto all’Unipol Arena, Casablancas sembra suggerire, anche attraverso l’ironia, quanto possa risultare contraddittorio il rapporto tra arte e circuiti commerciali.

La musica che nasce come espressione di un disagio e di un rifiuto rischia di essere assorbita dagli stessi meccanismi di mercato che contribuiscono a produrre quel disagio.

Da qui la necessità dunque di cercare forme alternative, di resistere e di non rassegnarsi a ciò che viene imposto da chi ha il potere di arricchirsi sulle spalle degli altri.

Sostenere l’underground, costruire spazi culturali indipendenti e organizzarsi collettivamente possono diventare altrettante possibilità per sottrarsi, almeno in parte, alla logica dominante.

Il concerto degli Strokes, con tutte le sue contraddizioni, lascia così nella testa alcune domande senza risposta. Se il disagio è condiviso, perché continuiamo a viverlo individualmente? Se riconosciamo i meccanismi che ci tengono legati al consumo e alla competizione, come possiamo trasformare questa consapevolezza in un’esperienza collettiva?

Forse è proprio qui che la musica può ancora svolgere una funzione importante. Dare voce a un malessere comune, renderlo riconoscibile e aprire uno spazio in cui immaginare altre possibilità.

Perché la realtà ci attende, come suggerisce il titolo dell’ultimo album. Resta da capire se saremo disposti a guardarla in faccia e, soprattutto, a fare qualcosa insieme per cambiarla. Partendo forse proprio dall’underground.

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Per Leopoli il 2027 è “l’anno dell’UPA”. Nuove tensioni tra Kiev e Varsavia

Una delibera approvata lo scorso 20 ottobre dal Consiglio regionale di Leopoli ha riscavato il solco diplomatico tra Varsavia e Kiev, che era già apparso lo scorso giugno. Con un voto a maggioranza, l’assemblea legislativa dell’Oblast’ locale ha ufficialmente proclamato il 2027 come “Anno dell’UPA”, l’ala armata dell’OUN, i collaborazionisti dei nazisti guidata da Stepan Bandera nella Seconda guerra mondiale.

Leopoli ha pianificato ampie celebrazioni per commemorare l’85° anniversario della fondazione del gruppo e il 120° anniversario della nascita del suo leader, Roman Shukhevych. La mozione è stata promossa formalmente da Sviatoslav Sheremeta, deputato regionale del partito filoeuropeo e nazionalista Solidarietà Europea (ES), di cui il segretario è l’ex presidente Petro Porošenko, che presiede la Commissione permanente per la cultura e la promozione.

Il Consiglio regionale di Leopoli è governato da un’ampia coalizione che unisce Solidarietà Europea, Servitore del Popolo (il partito del presidente Volodymyr Zelensky) e Patria (guidato da Julija Tymošenko), formazioni che collaborano regolarmente in modo trasversale con partiti minori pro-occidentali per le delibere di forte impronta identitaria... anche perché sono gli unici rimasti legali.

E infatti la votazione ha visto addirittura l’unanimità di tutti e 52 i consiglieri presenti nella proclamazione del 2027 come Anno dell’UPA. Non sono ovviamente mancati i voti dei fascisti di Svoboda. Ma tutto ciò non è passato inosservato a Varsavia, che ricorda bene le migliaia di civili polacchi massacrati con intenti genocidiari dai collaborazionisti ucraini in Volinia, proprio dove nacque l’UPA, e in Galizia orientale, durante l’ultimo conflitto mondiale.

A causa del suo ruolo centrale nell’iniziativa, Sheremeta è stato immediatamente inserito nella lista delle persone indesiderate dal ministro degli Esteri polacco Radosław Sikorski. Alcune fonti ucraine hanno parlato della sospensione o addirittura della cancellazione di un pacchetto di aiuti di Varsavia diretto in Ucraina, ma non ci sono dichiarazioni ufficiali in merito.

I vertici del governo polacco, guidati dal primo ministro Donald Tusk e dal ministro della Difesa Władysław Kosiniak-Kamysz, hanno condannato fermamente il provvedimento del Consiglio di Leopoli. Il primo ha affermato che si tratta di una “tattica suicida” da parte dell’Ucraina, proprio nel momento in cui è evidente che Kiev stia perdendo il benestare dei suoi sostenitori.

Il governo centrale di Kiev ha tentato di arginare la crisi, prendendo le distanze dalla decisione locale. Sia il presidente Zelensky sia il ministro degli Affari Esteri hanno definito la delibera di Leopoli “controproducente” per gli equilibri strategici, geopolitici ed economici con il fondamentale alleato polacco.

Insomma, il problema non è glorificare dei collaborazionisti dei nazisti che hanno fatto pulizia etnica dei polacchi, il pericolo è che a farlo così scopertamente – come da almeno dieci anni si fa in Ucraina – si finisce col mettere un’ipoteca sull’arrivo di altre armi per la guerra con la Russia.

Del resto, a questo equilibrismo rispetto alla retorica nazionalista brandita per sostenere lo sforzo bellico e alle formazioni neonaziste che infestano il paese e che per otto anni hanno sostenuto il peso militare del conflitto in Donbass Kiev ci ha abituato, mentre le capitali europee continuano a definire il paese una “democrazia”.

Molti nodi stanno però venendo al pettine, e anche questa vicenda fa capire la pregnanza del fuori onda captato dalle telecamere a Oslo, quando all’incontro tra Zelensky e l’inviato USA Witkoff il presidente finlandese, Alexander Stubb, ha detto al presidente ucraino di ricordarsi di ringraziare e che l’Ucraina non ha più opportunità. Uomo (e paese) avvisato...

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Se l’Europa finisce nella lista nera degli Stati uniti

di Emiliano Brancaccio

Immaginiamo che un funesto mattino l’Europa si svegli nella lista nera dell’America. Risultato: Instagram e WhatsApp muti, Google irraggiungibile, ChatGPT spento. I servizi digitali di marca americana, che governano merci, prenotazioni e logistica, inceppati. Le carte Visa e Mastercard che non passano. Molti conti bancari bloccati. E i dollari digitali situati in Europa congelati.

Esagerata distopia? Per ora sì, nella sua versione totale. Ma il problema è già evidente.

Gli Stati Uniti manifestano un bisogno crescente di consolidare le vendite di dollari, di titoli, di armi, energia e tecnologia americane a caro prezzo, da riversare in primo luogo sugli alleati europei. È un modo per scaricare su questi il debito statunitense. E di governare il loro allineamento alla politica estera americana.

Allineamento non più scontato, come è noto. Con gli Stati Uniti al momento vogliosi più dell’Europa di chiudere la guerra con la Russia. E con l’Europa riluttante sulla nuova guerra americana nel Golfo.

E non è finita. Si vedrà presto che le tensioni principali verranno sulla Cina. Un dissidio tra Europa e Stati Uniti sul modo di gestire i rapporti con Pechino sarebbe deflagrante per le relazioni atlantiche.

Ebbene, in quel caso, Washington difficilmente manderebbe droni contro le capitali europee. Ma potrebbe far qualcosa di più sottile. Come obbligare le aziende americane a interrompere i servizi essenziali in Europa. Fino a nuovo ordine. I precedenti non mancano.

Quando gli Usa hanno imposto sanzioni extra-territoriali contro Iran e Cuba senza il consenso dell’Ue, quelle sanzioni hanno colpito anche banche e imprese europee.

Quando l’America era in prima linea nella guerra alla Russia, qualche riottoso paese europeo è stato messo in riga minacciando blocchi finanziari.

Quando gli Stati Uniti hanno congelato le carte di credito dei giudici della Corte penale internazionale, l’Europa dissenziente non ha potuto reagire.

Quando Washington ha bloccato i conti di Francesca Albanese e di Autistici/Inventati, vagheggiando aderenze con organizzazioni sgradite alla politica estera americana, non c’è stato molto da fare.

Non è ancora un blackout totale. Ma è una chiara lezione su chi ha il potere di spegnere l’interruttore a chi.

Insomma, il quadro è nitido: l’autonomia della politica estera richiede oggi anche autonomia delle infrastrutture digitali. Dalle carte di credito fino all’intelligenza artificiale.

Il caso dell’euro digitale è un esempio. La BCE ci lavora per affiancare al contante una rete pubblica di pagamenti europei. Non sarebbe poco, in un continente che ha affidato larga parte delle transazioni ai circuiti statunitensi. E che oggi rischia un’invasione di stablecoin: la moneta digitale americana, anonima e a basso costo, con cui Trump sogna di dollarizzare l’Europa.

La costruzione di un’autonoma infrastruttura digitale, però, non è solo una sfida geopolitica. Solleva anche domande sui rapporti tra le classi sociali. Pensiamo alla questione dell’anonimato. L’euro digitale vuol sostituire gli stablecoin denominati in dollari, bene. Ma a tale scopo vuole anche riprodurre la loro opacità?

I proprietari delle monete digitali americane non sono immediatamente identificabili. Il fisco e la magistratura sono costretti a decifrare codici, prima di risalire ai nomi dei titolari. L’euro digitale dovrebbe imitare il meccanismo? La Bce promette una riservatezza simile al contante. Non è detto che sia un bene: una cosa è la privacy dei comuni cittadini, un’altra l’invisibilità degli interessi capitalistici, talvolta anche criminali.

Si difenda la prima senza più usarla come pretesto per opacizzare i secondi. La sovranità digitale è una necessità strategica europea. Diventerà virtù politica solo se limiterà l’anonimato e gli altri vasti e vezzeggiati diritti del capitale.

Solo così aiuterà a rilanciare i diritti civili, politici e sociali, da tempo soffocati anche grazie ai nascondini digitali dell’odierno capitalismo centralizzato.

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In piazza nonostante la violenza di stato

di Giorgio Cremaschi

Dobbiamo ringraziare le decine e decine di migliaia di giovani che hanno manifestato in tutto il paese, sfidando le minacce, le intimidazioni e la caccia alle streghe del governo, tutte rilanciate da un sistema mediatico sempre più indecente.

Non era scontato che ci fosse una così grande mobilitazione, chi è sceso in piazza ha mostrato che non bisogna più aver timore di questo potere.

E il potere ha subito mostrato la sua rabbia violenta.

In diverse città da parte della polizia ci sono state cariche, che a Bologna hanno raggiunto una brutalità inaudita.

È il Governo Meloni che mostra tutta la sua ottusità reazionaria, tutto il suo odio e anche la sua paura verso coloro che si ribellano.

Vantano i manganelli, esaltano le migliaia di identificazioni e gli arresti di ragazzini, si auto elogiano per aver sgominato un fantomatico complotto su Instagram, sono tanto prepotenti quanto buffoneschi, ma non fermeranno nulla.

La lotta contro l’ingiustizia sociale e le politiche di guerra è esplosa in Italia come in Francia, dilaga in Europa, e questa lotta andrà avanti.

Solidarietà totale a chi è stato colpito dalla violenza e dalla repressione.

Ci vedremo tutte e tutti allo SCIOPERO GENERALE il 30 ottobre dove assieme bloccheremo tutto.

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I maranza, spiegati semplice

Non mi stupisce che nessun politico e nessun giornalista sia in grado di inquadrare e comprendere quello che è accaduto nei giorni scorsi.

Non puoi capire le basi di una rivolta non ideologica, formata da singole individualità che si coagulano senza uno schema verticistico, se dalla periferia, dai blocchi, dai casermoni delle case popolari ci sei solo passato davanti chiuso dentro un SUV.

Quelli stanno incazzati. E pure parecchio.

C’è un parallelismo meraviglioso. Ci hanno abituato a vivere in una perenne crisi, dove la crisi è sistemica, non transitoria. E noi borghesi ci viviamo, come se fosse normale. E diciamo che stiamo bene, grazie, tutto bene...

Quelli stanno così incazzati che se gli chiedi se sono incazzati ti rispondono di no.

È diventato il loro normale modo di vivere.

Provaci tu. Provaci tu a essere trattato come una merda a partire dall’asilo.

A vedere i tuoi genitori trattati come degli idioti perché capiscono male l’italiano. Genitori a cui dai del tu anche se non li conosci affatto.

Provaci tu. A diventare un problema alle elementari e un grande problema alle medie, perchè i soldi per un mediatore culturale o per un educatore li spendiamo per difendere i nostri sacri confini europei dall’armata rossa che preme alle porte di Tannhauser.

L’unico sostegno che hanno è una rete sociale di quartiere, formata da amici e parenti. Lo stato è percepito come assente.

Se c’è un problema non vanno dai Carabinieri, vanno da uno che conosce uno che conosce uno che magari lo risolve.

Uno dei riti di passaggio più importanti per noi borghesi, la patente a 18 anni, viene completamente saltato.

Non avrebbero i soldi per comprarsi un catorcio, figurati un Euro 8 alimentata a piscio di fata che fa fiorire i prati quando acceleri, ma la patente non la fanno per un motivo molto meno scontato.

Vogliono evitarsi l’umiliazione di non superare il test di teoria.

Perché chi doveva insegnargli a leggere e capire l’italiano non ha avuto i coglioni di farlo. Ecco perché girano in tre in monopattino.

Questi non guardano la televisione e se hanno letto qualcosa lo hanno fatto perché sono stati obbligati.

Tutti i nostri riferimenti socio culturali loro non li hanno. Hanno un altro immaginario e un altro linguaggio. Il che da un certo punto di vista va bene, perché oggettivamente gli anni Sessanta hanno rotto il cazzo, ma dall’alto lato ti impedisce di avere un qualsiasi aggancio dialettico.

Non c’è immaginario comune. Non c’è contatto.

Attorno a loro è stato costruito un vuoto pneumatico. E i vuoti, lo sappiamo, alla fine si riempiono sempre.

Il loro vuoto è stato riempito con quanto di peggio la società del consumo ha da offrire.

Brand, soldi, oro, individualismo, prevaricazione, legge del più forte.

È un rapporto su scala adolescenziale basato sull’arroganza del più potente, la stessa, su scala mondiale, che ha Trump appena apre bocca.

Quelli stanno incazzati. E pure parecchio perché il loro unico metro di giudizio sociale è il rispetto.

Rispetto. Una parola che assume mille significati diversi, in parte legati alla dignità individuale, in parte come forma di riconoscimento sociale fondato sulla reputazione. Una vera affermazione di sé in senso hegeliano, che i Maranza sono in grado di riconoscere e trasferire su terzi.

E il rispetto te lo devi guadagnare. A volte basta poco, ma non è certo elargito di default.

Per loro il mondo è così e basta. Non ci sono alternative. Non ci sono rimedi.

Vivono la consapevolezza che o hai soldi o sei nella merda. Non c’è l’idea di un cambiamento, di una lotta per il bene comune.

Non c’è “un altro mondo è possibile” come urlava la mia generazione prima di essere massacrata nel 2001.

Quello che c’è adesso è molto più vicino al Progetto Mayhem di Palahniuk che a una manifestazione di studenti e operai del 1972.

L’unico ascensore sociale che percepiscono è la musica o il calcio. Fine.

Tutto il resto non esiste.

Per loro Baby Gang e simili sono dei modelli aspirazionali, gli unici che sono in grado di comprendere, perché tutti gli altri non siamo stati capaci di spiegarglieli.

Quelli stanno incazzati. E pure parecchio.

Provaci tu a vivere in un limbo dove non sei abbastanza italiano e allo stesso tempo non sei abbastanza marocchino per essere accettato come tale quando fai visita ai parenti.

Nella migliore delle ipotesi il loro futuro è lavorare per uno zio.

Lavori di merda, pagati in nero senza alcun tipo di garanzia.

In radio ho sentito l’intervista a un ragazzo che fa il muratore e prende 800 euro al mese.

Da Foot Locker un paio di Nike Air Max costa 189,99 euro.

Sull’inconsapevolezza del sottoproletariato Marx ha consumato fiumi di inchiostro.

Questi ragazzini non saranno in grado di riconoscere la propria condizione strutturale all’interno del sistema economico, ma tu sì.

E sfasciare la vetrina di Foot Locker è evidentemente un atto politico anche se non è l’atto politico che volevamo noi.

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USA - Negli Stati chiave per le elezioni di medio termine gli elettori chiedono stop alle armi per Israele

Secondo un nuovo sondaggio pubblicato mercoledì dall’Institute for Middle East Understanding (IMEU) e condotto dalla società di analisi dati YouGov, la maggioranza dei probabili elettori in ciascuno dei sei stati chiave in bilico (Georgia, Iowa, Maine, Carolina del Nord, Ohio e Texas) si dichiara favorevole alle misure per bloccare il trasferimento di bombe a Israele.

Il sondaggio ha inoltre rilevato che la maggioranza o una netta maggioranza relativa dei 3.200 intervistati nei sei stati è favorevole a “tagliare i 3,3 miliardi di dollari di fondi pubblici destinati agli armamenti di Israele” e ritiene che la guerra in Iran avvantaggi Israele più degli Stati Uniti.

Come in altri sondaggi recenti, la nuova indagine, condotta tra la fine di settembre e la metà di ottobre, ha rilevato che i democratici e gli indipendenti che si identificano come tali erano significativamente più propensi a opporsi a ulteriori trasferimenti militari a Israele rispetto ai repubblicani che si identificano come tali in ogni stato, sebbene almeno un terzo dei repubblicani in tutti gli stati tranne la Carolina del Nord (26%) abbia affermato di essere favorevole al blocco delle forniture di armi a Israele.

La percentuale più alta di repubblicani che hanno assunto questa posizione si è registrata nel Maine, dove il 45% si è dichiarato contrario a ulteriori trasferimenti di questo tipo.

La senatrice uscente Susan Collins, impegnata in una serrata competizione contro un democratico che ha criticato gli aiuti militari e le vendite di armi statunitensi a Israele, ha votato contro una risoluzione per vietare il trasferimento di bombe da 1.000 e 2.000 libbre a Israele il 15 aprile, l’ultima volta che il Senato si è espresso sulla questione.

Quel voto ha segnato la prima volta in cui la maggioranza dei senatori democratici (36 su 46 membri del gruppo) ha votato contro il trasferimento di armi a Israele.

Tutti e sei gli stati oggetto del sondaggio YouGov sono considerati cruciali per le speranze dei Democratici di ottenere il controllo del Senato nelle elezioni di medio termine del 3 novembre. Dei sei seggi al Senato in palio quest’anno, solo uno è attualmente occupato da un Democratico, Jon Ossoff della Georgia.

Il sondaggio suggerisce che il sostegno a Israele e alla guerra contro l’Iran tra i repubblicani potrebbe rivelarsi uno svantaggio nelle elezioni di medio termine del mese prossimo. Come riportato da RS la scorsa settimana, alcuni candidati repubblicani al Senato negli stati chiave hanno cercato di prendere le distanze dalla guerra contro l’Iran, sebbene pochi abbiano votato al Congresso per porvi fine o limitarla.

Sebbene il sondaggio non chiedesse agli intervistati quanto peso avrebbero attribuito al sostegno militare statunitense a Israele e alla guerra in Iran nel decidere come avrebbero votato alle elezioni di quest’anno, esso giunge in un momento in cui una serie di altri sondaggi ha mostrato una disapprovazione popolare senza precedenti per la condotta di Israele nella guerra di Gaza, che dura ormai da tre anni, e una persistente e forte opposizione (55%) al conflitto in corso tra Stati Uniti e Iran.

Un paio di recenti sondaggi hanno anche indicato che gli elettori sono più preoccupati dalla guerra in Iran che dall’immigrazione o dalla criminalità, due temi su cui i repubblicani tendono a dominare.

In merito all’approvazione o alla disapprovazione delle “misure del Senato per bloccare il trasferimento di bombe a Israele”, il 65% degli intervistati nel Maine si è dichiarato favorevole, mentre solo il 22% contrario. In Georgia, la divisione è stata del 55% favorevole e del 28% contrario; in Iowa, del 56%-24%; in Carolina del Nord, del 51%-30%; in Ohio, del 57%-31%; e in Texas del 54%-30%.

Interrogati sulla “riduzione dei 3,3 miliardi di dollari di fondi pubblici destinati ogni anno agli armamenti di Israele”, il 52% degli intervistati in Georgia si è dichiarato favorevole, mentre il 34% contrario. In Iowa, la ripartizione è stata del 59%-26%; nel Maine, del 57%-30%; nella Carolina del Nord, del 48%-34%; nell’Ohio, del 54%-37%; e in Texas, del 52%-34%.

Alla domanda su quale Paese tragga maggior beneficio dalla guerra contro l’Iran, il 50% degli elettori della Georgia ha indicato Israele, mentre il 28% ha indicato gli Stati Uniti; in Iowa, la ripartizione è stata del 54% per Israele e del 21% per gli Stati Uniti; nel Maine, del 59%-19%; nella Carolina del Nord, del 52%-23%; nell’Ohio, del 49%-27%; e in Texas, del 51%-25%.

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