Il progetto Fcas (Future combat air system, il cacciabombardiere di nuova generazione che Francia e Germania avrebbero dovuto sviluppare insieme) è ufficialmente fallito. Non è più una questione di “segnali preoccupanti” o di “negoziati difficili”: i governi dei due Paesi hanno preso atto del collasso del programma e addirittura già avviato la ricerca di partner alternativi. Le dichiarazioni ufficiali si sono susseguite, le trattative separate sono partite, e nessuno (nemmeno chi aveva investito sforzi e credibilità politica in quel progetto) sostiene che si possa più recuperare.
I media lo raccontano come un fallimento diplomatico, uno scontro di ego industriali, una prova ulteriore delle difficoltà della cooperazione europea. Tutto in una certa misura vero ma superficiale. Perché questa vicenda ci dice (e conferma) elementi molto più importanti e molto più scomodi su come funziona realmente il sistema militare-industriale, su chi indirizza davvero le scelte strategiche degli Stati e su quanto sia vuota la retorica della costruzione di una difesa militare europea comune. Qualche riflessione in più a riguardo di questo “caso” (con possibilità di trarre lezioni importanti) è invece opportuna.
C’è un meccanismo che chiunque segua con attenzione le dinamiche legate al “procurement” militare (cioè la parte “armata delle spese militari) conosce bene, ma che i media generalisti sembrano del tutto incapaci di raccontare. Funziona così: quando i budget per la difesa aumentano (come successo in maniera significativa ed evidente in Europa e negli ultimi anni) le grandi aziende del settore non aspettano che ci sia una chiara esigenza militare da soddisfare, o che siano state elaborate indicazioni a livello politico e militare, ma si buttano sulla creazione di progetti anche parziali, anche preliminari. Specialmente se riguardano sistemi d’arma complessi (e di conseguenza molto costosi) con funzioni e “immagini” evocative. Proprio come un cacciabombardiere. L’obiettivo immediato non è creare le condizioni per sviluppare e costruire un sistema d’arma efficace, piuttosto quello di entrare nel flusso del denaro pubblico, mettendo una mano (o un segnaposto) in un tavolo che si fa sempre più ricco.
Il ragionamento è brutalmente semplice ma spesso non lo si considera: se un’azienda riesce a far partire anche solo la fase esplorativa di un programma (un contratto di studio, una dimostrazione tecnologica, un prototipo, una scatola industriale, un ufficio di sviluppo) quando arriverà il momento delle decisioni importanti potrà presentarsi con un argomento potentissimo: “Abbiamo già iniziato a lavorarci, interrompere adesso costerebbe di più che andare avanti”. È la logica del “sunk cost” (costo irrecuperabile) trasformata in strumento di pressione (o forse sarebbe meglio dire ricatto) politica. I miliardi già spesi diventano un ostaggio: l’industria li tiene in pugno e li usa per condizionare le scelte future degli Stati.
Nel caso del caccia franco-tedesco (come in quasi ogni grande programma di armamento, soprattutto aeronautico, che ha coinvolto i principali Paesi europeo negli ultimi decenni) non si è mai partiti da un’esigenza operativa genuina e condivisa. Non c’era una minaccia identificata, non c’era un requisito militare chiaro e concordato, non c’era una dottrina comune di impiego. Si è iniziato a pensare di progettare un aereo perché costruirlo (o anche solo fingere di farlo) era conveniente per Dassault e Airbus, o per Leonardo e Bae Systems se vogliamo fare il parallelo con il Global combat air programme (Gcap). Il resto è venuto dopo, o nel caso del Fcas non è venuto affatto.
E non si tratta di una situazione eccezionale ed episodica ma della regola. Basta guardare la storia recente dei programmi d’armamento europei. Nessuno di essi ha mai avuto una coerenza di motivazioni dall’inizio alla fine. Si cambia il contesto di relazioni internazionali e alleanze, si ipotizzano nuovi scenari di impiego, si ridefiniscono i requisiti, si rinegoziano i contratti (in aumento), si spostano le date. Perché non sono mai stati guidati da una necessità militare vera, quanto dagli interessi industriali che cercavano di agganciare il treno della spesa pubblica.
Il secondo punto è in un certo senso ancora più inquietante, eppure maggiormente ignorato o sottostimato. Il racconto dominante di queste ore tende a farci passare il messaggio che Francia e Germania non abbiano trovato un accordo politico. Come se Emmanuel Macron e Friedrich Merz si fossero seduti a un tavolo e non fossero riusciti a intendersi. Ma non è andata così. La sequenza reale è inversa: Dassault e Airbus non hanno trovato un accordo industriale e di conseguenza i governi hanno preso atto che il programma non si poteva fare. Prima l’industria, poi gli Stati. Prima gli interessi privati, poi le scelte sovrane.
Un fatto di gravità eccezionale, che varrebbe di per sé pagine e pagine di analisi. In qualunque teoria delle relazioni internazionali (incluse quelle più spregiudicatamente realiste, che mettono la potenza militare degli Stati al centro di tutto) è assurdo anche solo ipotizzare che una decisione strategica di questa portata venga subordinata alle trattative tra due aziende private. Eppure è esattamente ciò che è successo. I governi di due tra le principali potenze europee hanno aspettato che le rispettive industrie trovassero un accordo su quote di mercato, ripartizione del lavoro, accesso alle tecnologie sensibili, brevetti. E quando quell’accordo non è arrivato hanno registrato il fallimento come se fosse un fatto di natura: inevitabile, incolpevole, esterno alla loro volontà.
Non lo era. Era una scelta. La scelta di non scegliere, di delegare il potere decisionale al complesso militare-industriale e poi fingere di subirne le conseguenze.
Il problema che si palesa non è quindi solo di natura tecnica o meramente burocratica. È democratico. Le spese militari sono soldi pubblici. Le alleanze strategiche, le strategie e interessi nazionali, le configurazioni dei modelli di difesa vengono decise (almeno formalmente) da governi eletti con mandato popolare. I trattati di cooperazione vengono firmati da capi di Stato e ministri che rispondono ai Parlamenti. Ma se a determinare se un programma così cruciale (e sulla cui rilevanza politica e strategica si sono anche spesi fiumi di inchiostro) si realizzi o meno è la capacità (o volontà) dei manager di Dassault di accordarsi con Airbus su chi prende quante commesse, allora quella catena democratica è spezzata. È l’industria che governa decisioni così importanti, non gli eletti (e di conseguenza i cittadini elettori). Un elemento grave che andrebbe nominato senza giri di parole, e che dovrebbe allarmare anche gli italiani, considerando quanto anche le industrie del nostro Paese siano coinvolte in progetti simili. Invece si parla di “ostacoli tecnici” e “divergenze industriali” come se fossero elementi esterni ingovernabili da assumere come “dati di fatto”.
Il terzo elemento è quello che più direttamente smonta una narrazione che negli ultimi anni è diventata quasi un dogma: l’idea che aumentando la spesa militare europea, moltiplicando i fondi a vantaggio dei produttori di armi, sostenendo i programmi di acquisizione militare congiunti si stia costruendo qualcosa di concreto e duraturo in termini di capacità militare europea o ancor più in generale di “Difesa Ue”.
Il Fcas è un caso di scuola che dimostra il contrario. Nonostante anni di annunci, nonostante miliardi già stanziati, nonostante la retorica dell’autonomia strategica europea ripetuta come un mantra da Bruxelles a titoli continentali, la cruda evidenza è che Parigi e Berlino non riescono a fare un aereo da caccia insieme. E si tratta solo di due Stati. Ma due dei più ricchi e tecnologicamente avanzati dell’Europa, con una base industriale aeronautica di livello mondiale. Eppure non ci riescono.
Come si può credere allora che magicamente si riesca ad arrivare a un sistema di difesa europea comune solo moltiplicando i soldi del Fondo europeo per la difesa? O inserendo altri capitoli di spesa in strumenti come il Programma per l’industria europea della difesa (Edip), lo strumento di azione per la sicurezza dell’Europa (Safe), o i vari acronimi che si susseguono nei comunicati di Bruxelles, con una Commissione che punta a un aumento a tre cifre dei capitoli a destinazione militare del proprio bilancio? La risposta reale ed evidente, ma che nessuno sta dicendo perché una certa retorica aiuta vari interessi (politici e finanziari), è che non si può. Perché il problema non è la quantità di denaro ma l’ordine logico (e politico) delle priorità.
Una vera difesa europea (ammesso che abbia senso evocarla in un senso così astratto e indeterminato e limitandosi alla sfera militare, che è quella meno efficace per la sicurezza) dovrebbe nascere da un percorso con tappe chiare e consequenziali. Prima una visione politica comune di che cosa sia l’Unione europea (con obiettivo, ruolo, principi fondativi concreti), poi una politica estera condivisa che la sostenga, poi una politica di difesa che sia a servizio di elementi e interessi condivisi (a partire dalla vita dei cittadini), quindi una dottrina militare che derivi da tali indirizzi politici e solo dopo – alla fine – un sistema che progetti e sviluppi sistemi d’arma coerenti con tale dottrina.
Fare esattamente il contrario (iniziare dai contratti industriali sperando che il resto venga da sé) non produce capacità militare. Produce frustrazione politica, discussioni sul nulla, sprechi, frammentazione e la periodica notizia del “programma fallito” che tutti fingono di non capire nella sua essenza e nella sua portata. Il caccia franco-tedesco è l’ennesima, cristallina dimostrazione di questo cortocircuito. Ma non verrà letta come tale. Verrà archiviata come una difficoltà temporanea, un ostacolo superabile, una ragione per aumentare ancora i fondi e moltiplicare ancora i tavoli di lavoro. Perché è questo che fa comodo agli interessi del complesso militare-industriale-finanziario che muovono davvero le leve della spesa militare (e della politica) europea.
Sarebbe bello poter concludere queste riflessioni con una nota di ottimismo pensando che questa volta, finalmente, qualcuno in una posizione di potere si fermi a riflettere. Che i Parlamenti nazionali o quello europeo chiedano conto di come vengono spesi i soldi a favore dell’industria militare, e con quale logica vengono prese le decisioni strategiche. Che il dibattito pubblico si arricchisca di questa lettura più profonda, anziché accontentarsi della superficie.
Non succederà, o quantomeno non succederà abbastanza. Gli interessi che spingono in direzione opposta sono troppo forti, troppo radicati, troppo abili nel trasformare ogni fallimento in un argomento per chiedere più soldi e risorse. E la macchina della retorica militarista europea (con i suoi think tank, i suoi esperti pagati dall’industria, i suoi funzionari in perenne rotazione tra pubblico e privato, i suoi giornalisti con paraocchi cortigiano, le sue liturgie di conferenze e dibattiti televisivi basati sul nulla) è troppo efficiente nel produrre narrazioni capaci di irretire la politica ed evitare un confronto serio con l’opinione pubblica e il pensiero dei cittadini.
Ma almeno si possono descrivere le situazioni per quello che sono realmente: il progetto Fcas di caccia franco-tedesco non è fallito per un problema di coordinamento ma perché era fondato fin dall’inizio su errori nei presupposti, nella logica, nelle priorità. E chi non lo evidenzia non sta raccontando la storia nel modo giusto.
Fonte
Presentazione
Analisi, opinioni, fatti e (più di rado) arte da una prospettiva di classe.
14/06/2026
Il caccia franco-tedesco è fallito. Ma nessuno spiega le ragioni e ne trae le giuste lezioni
13/06/2026
Il palazzo rosso
di Camillo Acquilino
Per tanti genovesi, e non solo per loro, il Palazzo Rosso è lo storico edificio situato nella Strada Nuova (odierna via Garibaldi), splendida dimora dei Brignole Sale un tempo, sede museale ai giorni nostri.
Per noi ragazzi di Genova PP, invece, il Palazzo Rosso è indubbiamente il grande edificio rivestito di lastre di travertino, rosso appunto, che si trova al limite nord ovest del piazzale della stazione. Il suo nome ufficiale è Fabbricato Servizi Accessori della stazione, ma se vi dovesse capitare di doverlo nominare a Genova PP chiamatelo anche voi Palazzo Rosso.
Ho dovuto iniziare a conoscere quel fabbricato partendo, con molta umiltà, dalle sue fondamenta. Era il settembre del 1982 quando, vincitore del bando di concorso esterno per Capo Tecnico in prova, sono stato assunto dalla Azienda Autonoma FS e inquadrato come responsabile dell’OCA.
OCA?? Officina Carica Accumulatori, mi hanno spiegato dopo aver accolto la mia promessa di fedeltà allo Stato e prima di accompagnarmi nell’inquietante percorso che mi ha portato in un piccolo ufficio situato nelle fondamenta del palazzo.
La mia inquietudine derivava da quei grandi locali interrati semibui, popolati da un gran numero di persone che da quel momento avrei dovuto guidare nel loro lavoro, ma che ora mi guardavano come si guarda un pivello da schernire. Improvvisamente mi sono imbattuto nella consapevolezza della mia assoluta ignoranza in ciò che mi chiedeva il nuovo lavoro, un’attività che si basava su di un vastissimo impianto normativo di impostazione statale, pieno zeppo di acronimi (concetto nuovo per me in quel momento) come OCA infatti.
Uscivo, per scelta, da una interessante esperienza di lavoro in un centro studi di tecnica navale dove, io giovane perito industriale con specializzazione in meccanica, mi ero prodigato per cinque anni a diventare un costruttore navale. Era un lavoro impegnativo e interessante dicevo, che però non mi ha mai concesso di vivere una reale indipendenza operativa, semmai mi ha quasi sempre fatto provare la sgradevole sensazione di avere costantemente il fiato sul collo di qualche superiore.
Quando invece sono arrivato nel primo ufficio che mi ha assegnato le FS, il superiore che aveva accolto la mia promessa formale di fedeltà allo Stato anticipandomi che, se avessi chiuso con successo il periodo di prova di un anno, avrei dovuto perfezionarla con un giuramento, ha ribadito che da quel momento io ero il responsabile di quella officina e dell’operato di chi ci lavorava e si è congedato.
Iniziava l’autunno del 1982 e si era conclusa forse l’ultima ondata di reclutamento in FS mediante concorso pubblico, processo di selezione organizzato per il 1980, ma che era stato rimandato a causa del disastroso terremoto che si era verificato in Irpinia.
Le maestranze dell’OCA occupavano forse il livello più basso della manovalanza in ferrovia. Gli addetti al rifornimento accumulatori alle vetture per viaggiatori lavoravano in coppia e dovevano trasbordare, in posizioni spesso scomode, delle batterie che pesavano 90 kg ciascuna. Molti di loro avevano vinto il concorso pubblico nelle regioni meridionali e vivevano a Genova, spesso in condizioni di precarietà, aspettando un agognato trasferimento in avvicinamento alla famiglia rimasta al Sud. Non era un ambiente facile da gestire per un novellino come me. In quel mondo sotterraneo ero suggestionato anche da alcuni nomi propri che non avevo mai sentito nella vita “normale” come Elmo, Adelchi, Efisio...
In ufficio ero affiancato da uno “Scritturale” che mi introduceva nel mondo dei regolamenti. I nostri erano classificati con la sigla TV (Trazione e Veicoli). Esistevano poi quelli M del Movimento, IE degli Impianti Elettrici, L dei Lavori...
L’officina era costituita da un grande salone dove erano installati i banchi di carica degli accumulatori IEA/IEAU (Impianto Elettrico Autonomo / Impianto Elettrico Autonomo Unificato) da 140 Ah, da una cabina elettrica, dove erano ancora custoditi dei raddrizzatori trifase a vapore di mercurio e da due officine, una attrezzata per la riparazione degli accumulatori e l’altra per la riparazione dei carrelli da trasporto.
I raddrizzatori a vapori di mercurio non erano più in uso in quella officina, ma io li ho visti ancora operativi e sfiammeggianti nella consorella di Brignole. Uno di quegli oggetti è però diventato uno dei primi miei problemi da risolvere come neo assunto. Un famoso ex Dirigente delle FS, l’Ing. Finzi, mi aveva fatto ordinare di inviarne uno alla Scuola Impianti Elettrici Ferroviari (SIEF) di Rivarolo. Era destinato a una vetrina espositiva dove credo che si trovi ancora oggi. Si trattava di un oggetto pesante e fragilissimo ed era custodito in una vecchia struttura di supporto che assomigliava a un pollaio per le galline. Io dovevo valutare se quella struttura fosse sufficientemente robusta per garantire il trasporto sicuro di quell’ampolla, contenente una discreta quantità di mercurio, fino al SIEF.
L’OCA era collegata a un sottopassaggio di servizio munito dei montacarichi necessari a trasferire i carrelli con le batterie al piano dei marciapiedi della stazione. Questo sottopassaggio era utilizzato anche dagli addetti al servizio postale, dalla cooperativa portabagagli e dagli operatori del servizio di carico scarico dei vagoni bagagliaio. Inoltre costituiva una comoda via di accesso al Palazzo Rosso ed era preferita da molti che vi erano impiegati. Sono testimone del fatto che in quel mondo sotterraneo si muovessero molte più persone addette ai lavori di quante oggi sono impiegate in tutta la stazione.
Il processo di carica degli accumulatori libera idrogeno e, in determinate concentrazioni può rendere esplosiva l’aria circostante. Per questo motivo la sala di carica aveva delle finestre a soffitto poste al livello del marciapiede della stazione. Così il fabbricato non aveva il piano terra, ma un piano ammezzato dove, fra gli altri, si trovava l’ufficio che avrei occupato con il mio primo avanzamento di carriera: CT PV GEPP (Capo Tecnico turnista del Posto Verifica di Genova Piazza Principe). Anche in questa nuova collocazione, nonostante fossero trascorsi un paio di anni dalla mia assunzione, mi trovavo nella condizione del pivello del gruppo con la differenza che il mondo dei verificatori di allora, anch’esso difficile da gestire, era tutto particolare e meriterebbe uno o più racconti per poterlo descrivere adeguatamente. Per curiosità aggiungo solo che i nostri vicini di piano vivevano in un’ala segregata del palazzo dove si diceva che già avessero l’aria condizionata. Un termine, che a me pare appartenere al modernariato, li classificava come “Elettrocontabili”, probabilmente si occupavano della perforazione delle schede di input degli elaboratori IBM. Fonti sedicenti informate riferivano che avessero anche una cucina e che fossero capaci di prepararsi una mensa prelibata.
Con un altro passo in carriera sono arrivato al primo piano del Palazzo Rosso, nel sacro ufficio del Capo Impianto dove alcuni anni prima avevo prestato il giuramento di fedeltà allo Stato Italiano. Qui i nostri vicini di piano erano gli addetti al Collaudo del Materiale Rotabile, altro ambito lavorativo piuttosto defilato rispetto alle attività della circolazione dei treni.
Nell’ufficio del Capo Impianto, il Titolare come si dice nella lingua delle FS, ricoprivo il ruolo del suo assistente tecnico diretto. Ai tempi della mia assunzione quel posto era occupato da un custode storico dell’Impianto, tanto da meritarsi il soprannome di “U Frattun”. Quel signore allora mi incuteva un certo timore e anche un senso di tristezza dato che lo vedevo invecchiare in quell’ufficio come eterno secondo dei vari Titolari che nel frattempo si erano avvicendati.
Da quella mia nuova posizione non immaginavo quindi di poter assistere a un evento innovativo per le FS, ma per mia fortuna il Titolare al quale ero stato affiancato si poteva considerare giovane per quei tempi e giovanile era anche per l’apertura, quasi sportiva, con la quale si approcciava alle novità tecnologiche. Quell’uomo, che annovero fra i migliori insegnanti di mestiere che mi è capitato di incontrare, si chiama Pasquale. Egli, nel settore della verifica tecnica dei veicoli, era anche molto esperto delle modalità di assicurazione del carico sui carri.
L’evento a cui accennavo è stato l’arrivo dei Personal Computer nelle sedi periferiche delle FS. In un pomeriggio del 1991 ero solo in ufficio quando è arrivato un corriere per la consegna di alcuni scatoloni e mi ha detto che contenevano gli elementi di un computer Olivetti 286 (PC, monitor a tubo catodico, tastiera e stampante ad aghi per modulo continuo). Conoscendo l’inerzia del mondo FS e dando credito alle voci secondo le quali quella fornitura non mirava tanto a dare un aiuto al lavoro dei ferrovieri, quanto a costituire un appoggio di stato all’AD della Olivetti, azienda in quegli anni in grosse difficoltà, stavo già pensando di dover trovare un posto nel magazzino per quelle scatole, in attesa dell’attivazione di quella nuova macchina che chissà quando sarebbe avvenuta. Proprio in quel momento è arrivato Pasquale il quale, dopo aver appreso del contenuto di quegli ingombranti imballaggi, con gioia mi ha detto: “Lo montiamo?” .
Windows non esisteva e si lavorava direttamente dal prompt del DOS. Contagiato dall’entusiasmo di Pasquale ho iniziato subito a “picchiarmi” con quel nuovo strumento di lavoro, ma devo riconoscere che il vero specialista in dBASE III e Clipper era lui.
Successivamente Pasquale è stato trasferito al quinto piano del Palazzo Rosso, sede dell’Ufficio Materiale e Trazione di Genova. Lui era stato promosso Capo del Reparto Veicoli e io, che nel frattempo avevo lavorato alla manutenzione delle carrozze per viaggiatori, l’ho raggiunto per tornare a essere il suo assistente. Proprio in virtù dell’utilizzo dei PC in quel periodo, in due riuscivamo a svolgere una mole di lavoro davvero eccezionale.
Il posto di Pasquale è poi passato a Maurizio, un altro mio grande maestro di mestiere. Maurizio non amava particolarmente i PC, ma era molto attento alla normativa che regolava il nostro settore ferroviario e alla conoscenza diretta delle particolarità tecniche delle carrozze viaggiatori e dei carri merci. Un suo “pallino” tecnico/normativo riguardava l’impianto del freno continuo automatico dei treni. Oltre alle capacità professionali era dotato di uno stile ammirevole; quando si doveva confrontare in controversie burrascose, riusciva a mantenere un profilo corretto e signorile. Con lui sento di aver completato la mia formazione professionale.
Per descrivere l’ambiente del 5° piano del Palazzo Rosso, sede dell’Ufficio Materiale e Trazione di Genova che rappresentava il centro di coordinamento per la Liguria delle attività di manutenzione dei rotabili, di verifica dei veicoli e del personale di condotta (macchinisti), vi accenno a un personaggio ancora oggi molto noto per la sua competenza professionale, con il quale sono stato vicino di ufficio. Occupavamo due stanze contigue, molto ampie e che, dato che erano affacciate sul lato sud del fabbricato, beneficiavano di una bella visuale sul piazzale della stazione, sul Ponte dei Mille e sul bacino portuale fino alla Calata Sanità e la Lanterna.
Armando, questo è il suo nome, aveva istruito moltissimi dei macchinisti genovesi ed era considerato da tutti loro come una persona molto preparata, corretta e affidabile. Quando mi è capitato di incontrare dei colleghi fiorentini che si occupavano della stesura dei regolamenti nazionali per i macchinisti, immancabilmente mi sono sentito dire: “Noi si ragiona, si discute, si scrive e poi si manda il tutto ad Armando: se per lui va bene noi si è a posto”.
Però, come in tante realtà lavorative, esisteva un conflitto di fondo fra chi produceva (da noi sui binari o nelle officine) e chi invece dirigeva le operazioni dagli uffici di sede centrale. Allusioni reciproche collocavano lavativi e incapaci nel campo avversario, quando invece capacità e voglia di lavorare, come pure le situazioni opposte, erano ovviamente presenti e distribuite nei due campi.
Un giorno ho visto arrivare una baldanzosa comitiva dagli impianti operativi, forse convocata per un confronto di tipo sindacale. Uno di quelli che guidavano il gruppo ha scorto Armando che stava lavorando alla propria scrivania proprio accanto alla finestra, postazione che oramai occupava da diversi mesi. Fermandosi in modo plateale, tanto da essere visto e udito da tutto il suo seguito, quello ha salutato così: “Armandu, te l’han deta n’a scrivania cun n’a bella vista!” Prima di dare la risposta, Armando ha sollevato lo sguardo dal testo che stava studiando e, dopo essersi voltato verso la finestra, ha ammesso: “Ti se che ti è propriu raxiun. Nu gh’eiva mai fetu caxu”.
Un altro giorno sotto quella stessa finestra una locomotiva E656 sostava in testa a un treno pronto in partenza dal binario 18 quando è arrivato dal mare il fronte di un forte temporale. Lo scroscio d’acqua è stato così intenso che dal ginocchio del pantografo anteriore, che si trovava in posizione abbassata, si è innescato un arco elettrico verso il tetto della cabina. La scarica è durata diversi secondi e ha provocato la salita di una colonna di fumo verso il cielo, già nero di per se stesso, rendendo uno spettacolo tetro e infernale. In molti ci siamo affacciati dalle finestre nonostante l’imperversare della burrasca. La tregua è arrivata quando sono intervenuti i dispositivi di sicurezza del sistema di alimentazione della linea aerea che ha staccato l’alimentazione. Nel silenzio ritrovato si è inserito il vociare dei soliti commenti inutili. Solo Armando si era accorto che l’altro pantografo era ancora alzato toccando il filo di contatto e, prevedendo il prossimo tentativo automatico di re inserimento della remota cabina di alimentazione, ha iniziato a urlare verso il macchinista: “Tira giù! Tira giù!”.
L’alimentazione a 3.000 V è infatti ritornata provocando un secondo arco elettrico che ha costretto il macchinista a una fuga precipitosa. Si è poi saputo che lui in effetti aveva comandato l’abbassamento del pantografo, forse in seguito dell’incitazione di Armando, ma che l’operazione non si era compiuta perché lo strisciante si era saldato al filo di contatto.
Ho imparato molto nel percorso attraverso i vari piani del Palazzo Rosso, soprattutto quando ho incontrato persone come Pasquale, Maurizio e Armando. Se posso riassumere qui il loro insegnamento, mi sento di dire che a guardare sono tutti capaci, ma pochi sanno anche vedere.
Fonte
Verso un accordo, tra trappole e sfiducia
Dato che le “speculazioni dei media” si basano al 99% sul compulsivo twittare di Trump, in pratica “il presidente degli Stati Uniti” ha ammesso di essere un fattore di depistaggio e confusione.
Ironia a parte, c’è agitazione nell’amministrazione e nelle ambasciate europee come quando un “pezzo grosso” sta per muoversi. L’indiziato è il vice, J.D.Vance, mentre il luogo dello storico appuntamento tra nemici potrebbe essere Ginevra, un tempo abituata a svolgere questa funzione.
La domanda che non ha risposta è: ma cosa prevede, intanto, questo “memorandum di intesa”? La segretezza, in diplomazia, fa parte dello stile di lavoro comunemente accettato. Da parte Usa, con le pagliacciate del tycoon, si giustifica ora piuttosto con la preoccupazione di avere davvero qualcosa da vendere ai media – ad uso interno – come una “vittoria” in una guerra perduta.
Senza entrare nelle speculazioni, è chiaro che questa “vittoria” non può essere la riapertura dello Stretto di Hormuz, che era perfettamente attraversabile da chiunque fino al giorno dell’attacco israelo-americano (il 28 febbraio). Neanche nelle soap opera si riuscirebbe a spacciare per un “successo” il ritorno alla situazione precedente.
È difficile che lo sia la “fine del programma nucleare” iraniano, o almeno la consegna dei 440 kg di uranio arricchito che sarebbero in qualche laboratorio sotterraneo.
Sulla pretesa di ottenere un “regime change” meglio stendere una lapide, visto che ora la società iraniana, con tutte le contraddizioni di un popolo colto e differenziato (per cultura, status sociale, etnia, ecc.), è ora più compatta di prima intorno alle proprie istituzioni, piacciano o no, “grazie” all’intollerabile aggressione straniera.
Diverse fonti giornalistiche convergono nell’asserire l’esistenza di una “bozza in 14 punti” su cui starebbero ancora lavorando i negoziatori e i mediatori (Pakistan e Qatar).
L’agenzia palestinese Yafa News riferisce di aver ottenuto informazioni attendibili secondo cui la bozza proposta prevede la cessazione permanente e immediata delle ostilità su tutti i fronti, compreso quello libanese, unitamente all’impegno degli Stati Uniti a non interferire negli affari interni iraniani e a rispettare la sovranità della Repubblica Islamica.
Ovviamente ci sarebbe la revoca del “controblocco navale” Usa imposto all’Iran entro un periodo non superiore a 30 giorni, il ritiro delle forze statunitensi dalle sue vicinanze e la riapertura dello Stretto di Hormuz.
Sul piano economico, la bozza prevederebbe la sospensione delle sanzioni relative alla vendita di petrolio e prodotti petrolchimici, garantendo all’Iran il pieno accesso alle proprie entrate finanziarie, e lo sblocco di 24 miliardi di dollari di fondi iraniani congelati, di cui metà da erogare prima dell’inizio dei negoziati finali.
I quali dovrebbero durare almeno 60 giorni nel tentativo di raggiungere un accordo definitivo sul programma nucleare iraniano e la revoca delle sanzioni statunitensi e delle relative risoluzioni del Consiglio di Sicurezza delle Nazioni Unite, riaffermando al contempo l’impegno di Teheran nei confronti del Trattato di non proliferazione nucleare e la promessa di non perseguire lo sviluppo di armi nucleari.
La bozza includerebbe l’istituzione di un meccanismo di monitoraggio per supervisionare l’attuazione degli accordi, l’adozione dell’accordo finale tramite una risoluzione del Consiglio di Sicurezza delle Nazioni Unite e piani per la ricostruzione dell’economia iraniana del valore di non meno di 300 miliardi di dollari.
Per quanto riguarda invece il programma missilistico iraniano e il sostegno ai movimenti di resistenza – ovvero i punti di forza che hanno consentito a Teheran di reggere il confronto militare con Israele e Usa – sarebbero esclusi dall’agenda dei negoziati finali.
Da parte statunitense, le indiscrezioni lasciate filtrare sono alquanto più “restrittive”, a partire dallo sblocco dei fondi e delle sanzioni.
Le incognite sono più delle certezze, come sempre. L’Iran cerca una “pace duratura” che non pregiudichi la sua autonomia strategica. Gli Stati Uniti di Trump devono tirarsi fuori da questo conflitto per il peso crescente che ha sull’economia e l’opinione pubblica (l’inflazione interna, a cominciare dal prezzo dei carburanti, alimenta una contrarietà di massa alla guerra), così come devono alleggerire la propria presenza in Europa per concentrare le forze militari su altri scenari, peraltro non definiti.
Israele vorrebbe la guerra perenne per allargarsi ancora, senza limiti né di spazio né di strumenti (il genocidio è “normalizzato” e rivendicato, dall’intera sua classe politica); e l’Iran, ma anche la Turchia, per ora “intoccabile”, è l’ostacolo più robusto al suprematismo nazisionista. E infatti continua a bombardare il Libano per impedire qualsiasi pace.
Fonte
Afghanistan, la prossima guerra per procura dell’America
La Cina viene accusata di estrarre minerali grezzi dall’Afghanistan per lavorarli altrove – un processo che, secondo l’articolo, equivarrebbe a un furto delle risorse naturali afghane da parte della Cina, lasciando deliberatamente il paese in uno stato di perpetua indigenza.
Ciò che l’articolo omette deliberatamente è la presenza di estremisti armati che attaccano gli investimenti cinesi, le missioni diplomatiche e il personale in tutto il paese, rendendo fisicamente impossibile per la Cina investire e consentire all’Afghanistan – per ora – di lavorare internamente questa ricchezza mineraria grezza ed esportare input industriali a maggior valore aggiunto e con profitti maggiori.
I tentativi della Cina di collaborare con l’Afghanistan – fornendo un reddito immediato e disperatamente necessario per ricostruire la nazione – arrivano dopo 20 anni di occupazione militare e abusi statunitensi, uniti – dal 2021 in poi – al sequestro da parte degli USA di oltre 9,5 miliardi di dollari di beni afghani e all’uso di estremisti appoggiati dagli USA per sabotare qualsiasi tentativo di stabilizzare, ricostruire e forse persino sviluppare il paese dell’Asia centrale.
Gli Stati Uniti, avendo creato la morte, la distruzione e la povertà sotto cui gli afghani soffrono attualmente, attraverso i loro organi di propaganda tentano di spostare la colpa su nazioni come la Cina che cercano di collaborare con l’Afghanistan nonostante le sfide create deliberatamente proprio dagli USA.
La lunga storia di Washington nell’uso di estremisti per destabilizzare altri
Mentre gli USA conducono guerre ad alta visibilità e guerre per procura in tutto il mondo – dall’attacco al Venezuela in America Latina all’attacco alle strutture di produzione, stoccaggio ed esportazione di energia russa, attribuendolo all'“Ucraina” in Europa, e la sua continua guerra di aggressione contro l’Iran in Medio Oriente – gli USA stanno anche conducendo numerose guerre sporche in tutti i luoghi intermedi.
Questo include l’attraversamento dello stato centroasiatico dell’Afghanistan – devastato da decenni di guerra provocata dagli USA – sia la sua guerra per procura contro l’Unione Sovietica negli anni ’80, sia la sua invasione e occupazione dell’Afghanistan dal 2001 al 2021.
Nonostante l’abbandono ufficiale dell’Afghanistan, gli analisti all’epoca avvertirono sulle reti di retroguardia di terroristi che gli USA avevano armato e avrebbero continuato ad armare e sostenere, impedendo all’Afghanistan di raggiungere qualsiasi tipo di stabilità socio-politica o economica e vanificando i tentativi dei vicini dell’Afghanistan di collaborare e aiutare a creare uno stato-nazione funzionante e un’economia capace di provvedere al proprio popolo a casa e commerciare con i partner all’estero.
Questo riguarda soprattutto la Cina.
Per realizzare questa destabilizzazione, gli USA hanno utilizzato la loro politica decennale di armare e sostenere estremisti attraverso una rete globale di intermediari e usarli come forza di spedizione dove le normali forze USA non possono permettersi di andare politicamente o sono incapaci di farlo militarmente.
Gli USA hanno notoriamente usato tali estremisti come parte della loro guerra per procura contro l’Unione Sovietica in Afghanistan, specificamente.
Nel 2007, Seymour Hersh, nel suo articolo “The Redirection”, avvertì:
“Per minare l’Iran, che è prevalentemente sciita, l’Amministrazione Bush ha deciso, in effetti, di riconfigurare le sue priorità in Medio Oriente. In Libano, l’Amministrazione ha cooperato con il governo dell’Arabia Saudita, che è sunnita, in operazioni clandestine volte a indebolire Hezbollah, l’organizzazione sciita sostenuta dall’Iran. Gli USA hanno anche preso parte a operazioni clandestine contro l’Iran e la Siria, sua alleata. Un sottoprodotto di queste attività è stato il rafforzamento di gruppi estremisti sunniti che abbracciano una visione militante dell’Islam e sono ostili all’America e simpatizzanti di Al Qaeda”.Dopo la “Primavera Araba” del 2011, ammettiamolo, ingegnerizzata dagli USA, questi hanno iniziato a mobilitare proprio quelle reti di estremisti preparate per provocare guerre per procura, poi guidate dagli USA contro nazioni come Libia, Siria, Yemen e Iraq.
Dal 2011 in poi, mentre questi conflitti iniziavano a distruggere l’intero mondo arabo, pubblicazioni statunitensi come il New York Times e il Washington Post ammisero che gli USA stavano spendendo miliardi di dollari per armare e addestrare quelli che all’epoca venivano chiamati “ribelli moderati”.
Tuttavia, già nel 2014, era abbondantemente chiaro che tali “ribelli moderati” non esistevano. I media statunitensi iniziarono a costruire narrazioni secondo cui gli estremisti avevano in qualche modo “superato” i ribelli moderati sostenuti dagli USA, e che era così che la stragrande maggioranza delle loro armi, veicoli e attrezzature era finita nelle mani di organizzazioni terroristiche elencate dagli USA come gli affiliati di Al Qaeda, Jabhat Al-Nusra, aka Hayat Tahrir al-Sham (HTS), e il cosiddetto “Stato Islamico” (ISIS).
In realtà, non c’erano mai stati “ribelli moderati” fin dall’inizio. Come Seymour Hersh riportò già nel 2007, il piano americano era sempre stato quello di usare estremisti per riordinare il mondo arabo prima di una guerra più ampia contro l’Iran (e infine la Cina).
Dopo aver rovesciato con successo i governi di Libia, Yemen e Siria dal 2011 al 2024, gli USA stanno ancora impiegando queste organizzazioni estremiste in tutto il Mondo.
Gli USA hanno ufficialmente rimosso HTS dalla lista delle organizzazioni terroristiche straniere designate dagli USA e ora riconoscono il suo capo, Abu Mohammad al-Jolani (ora chiamato Ahmed al-Sharaa), come presidente di fatto della Siria.
Altre organizzazioni terroristiche sono ancora utilizzate dagli USA con questo metodo di “negabilità plausibile”, incluso l’ISIS, che a sua volta ha dato origine a numerose filiali specializzate nel promuovere gli interessi geopolitici statunitensi oltre il Medio Oriente, incluso lo Stato Islamico del Khorasan, o ISIS-K.
È proprio l’ISIS-K che gli USA stanno usando per attaccare e minare la stabilità dell’Afghanistan prendendo di mira funzionari governativi, edifici e infrastrutture, nonché il personale, le missioni diplomatiche e gli investimenti di nazioni vicine amiche come la Cina, che condivide un breve tratto di confine (92 km) con l’Afghanistan nella sua regione occidentale dello Xinjiang.
Solo una delle molte guerre sporche che gli USA conducono in questo modo...
La posizione dell’Afghanistan è stata centrale prima per le ambizioni imperiali britanniche e successivamente per quelle americane. Confinante con Iran, Pakistan e Cina mentre si trova nel ‘vicinato’ della Russia, mantenere l’Afghanistan come un focolaio destabilizzato e disfunzionale di estremisti capaci di esportare terrorismo e instabilità attraverso l’Eurasia, è stato centrale per la ricerca decennale dell’America del predominio sull’Eurasia.
Non solo gli USA possono bloccare qualsiasi tipo di sviluppo positivo tra Cina e Afghanistan, minando la sicurezza regionale e creando minacce perpetue per entrambe le nazioni, ma possono anche usare questa violenza esportata per prendere di mira e minare il vicino Pakistan e i suoi progetti congiunti con la Cina. Questo include l’Iniziativa Belt and Road (BRI) della Cina e il Corridoio Economico Cina-Pakistan (CPEC).
Il CPEC è diventato un bersaglio regolare del terrorismo sostenuto dagli USA, nel tentativo di interromperne la costruzione prendendo di mira e uccidendo ingegneri cinesi, minando la stabilità politica ed economica dei progetti stessi attaccando e uccidendo le forze di sicurezza locali pakistane, nonché attaccando diplomatici cinesi di alto livello, come nel caso del tentato assassinio dell’ambasciatore cinese in Pakistan, a Quetta, nel 2021.
Oltre l’Asia centrale e meridionale, gli USA hanno riutilizzato questo stesso processo – sebbene con un marchio di estremisti completamente diverso – in particolare nel paese del sud-est asiatico, il Myanmar.
Qui, gli USA hanno usato militanti e partiti di opposizione per contestare il potere del governo centrale e dei militari del Myanmar. In mezzo a anni di combattimenti, i militanti sostenuti dagli USA hanno preso di mira specificamente gli investimenti cinesi in tutto il paese, nonché il gasdotto Myanmar-Cina costruito specificamente per consentire alla Cina di bypassare qualsiasi potenziale blocco navale statunitense imposto sullo Stretto di Malacca – l’arteria marittima più essenziale della Cina per importare energia ed esportare beni.
I documenti politici statunitensi hanno specificamente discusso non solo di chiudere lo Stretto di Malacca per strangolare economicamente la Cina, ma anche di attaccare militarmente il gasdotto Myanmar-Cina per impedire alla Cina di bypassare il blocco marittimo statunitense.
Nel documento del 2018 della Naval War College Review degli USA intitolato “A Maritime Oil Blockade of China”, il documento suggerisce:
“Un blocco a distanza dovrebbe anche interdire il gasdotto Myanmar-Cina, che alla fine potrebbe spostare fino a 440 kbd di petrolio greggio da Kyaukpyu, nella costa del Myanmar, alla provincia dello Yunnan, nella Cina sud-occidentale. Impedire alle petroliere di scaricare al terminal di Kyaukpyu richiederebbe poche, se non nessuna, piattaforma navale ferma in loco.È chiaro che gli USA hanno deciso di usare lo stesso tipo di proxy armati con cui hanno già riordinato il mondo arabo per lanciare attacchi ai progetti cinesi della BRI senza necessitare di una propria azione militare diretta – avanzando così i loro obiettivi geopolitici e mantenendo al contempo una negabilità plausibile.
L’area potrebbe essere dichiarata ‘zona di esclusione’ per la durata di un conflitto e, se le autorità del Myanmar non dovessero conformarsi, l’impianto potrebbe essere reso inabile tramite attacchi aerei, mining aereo o altre azioni cinetiche.
In breve, le forze statunitensi sarebbero probabilmente in grado di neutralizzare rapidamente le rotte terrestri della Cina per le importazioni di petrolio via mare per evitare lo Stretto di Malacca e altri colli di bottiglia più a est e impedire loro di deviare le forze necessarie per sigillare altre vie di ingresso marittime”.
Lo schema emergente è una serie di guerre sporche ingegnerizzate dagli USA lanciate lungo tutte le periferie della Cina specificamente per danneggiare il flusso di energia, materie prime e esportazioni finite via terra. Allo stesso tempo, gli USA stanno ora imponendo apertamente un blocco marittimo in espansione contro gli alleati russi e iraniani della Cina, che a sua volta prende di mira e blocca direttamente la Cina stessa – considerando che entrambe le nazioni considerano Pechino il loro partner economico e commerciale più stretto e importante.
Una volta compresa questa realtà, rileggendo l’articolo dell'“Interpreter” sull’Afghanistan che “rinuncia” al suo futuro a favore della Cina, diventa chiaro quanto deliberatamente moralistico sia non solo questo specifico articolo ma l’intero establishment di politica estera occidentale che rappresenta, ossia chi ha fin dall’inizio creato queste condizioni in Afghanistan e ora sta sfruttando la propria fortunata campagna per bloccare la ricostruzione dell’Afghanistan attraverso l’uso di organizzazioni terroristiche, incolpando le poche nazioni che corrono un rischio nel tentativo di rimediare a questi decenni di danni.
Sfortunatamente, la maggior parte di coloro che leggono titoli come quello dell'“Interpreter” non metterà in discussione le accuse contro la Cina – persino tra coloro che sono critici verso la politica estera occidentale – a causa di pregiudizi profondamente radicati contro la Cina e l’Asia in generale.
In definitiva – se la vera natura del problema rimane offuscata dalla propaganda occidentale, o spostata il focus interamente su altre nazioni, in questo caso la Cina – diventerà difficile, se non impossibile, in primo luogo risolvere il problema.
Nazioni come l’Afghanistan hanno pochi mezzi per raggiungere il pubblico internazionale con la verità a causa del controllo USA sullo spazio informativo globale – e la capacità della Cina di aiutare l’Afghanistan continuerà a essere “riscritta” attraverso quello stesso spazio informativo controllato come “sfruttamento”.
Se i singoli individui sono in ultima analisi il mattone più importante della civiltà umana e della direzione che prende, allora il controllo sulle informazioni che vedono e cui credono è il mezzo più basilare e fondamentale per controllare la direzione della civiltà umana.
Profondi investimenti nello sviluppo militare ed economico da parte di nazioni come la Cina, ignorando al contempo il dominio informativo degli USA, consentono agli USA di continuare a definire la realtà nelle menti delle persone, non importa quanto divergente sia dalla realtà effettiva.
A un certo punto, in futuro, questo distacco potrebbe creare un collasso catastrofico del potere e dell’influenza degli USA in tutto il Mondo – ma per ora continua a essere tra le sue “super armi” più efficaci e potenti.
Per l’Afghanistan – a causa della capacità degli USA di determinare ciò che merita attenzione e ciò che va completamente dimenticato – la persistente campagna di Washington per ostacolare la sua ripresa verso la pace e la prosperità non solo continuerà, ma continuerà quasi completamente oscurata.
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Restano detenuti in Libia gli attivisti del Convoy per Gaza. Riportiamoli a casa
È ormai dal 24 maggio che dieci attivisti del Land Convoy della Global Sumud Flotilla sono stati sequestrati in Libia mentre cercavano di raggiungere Gaza con aiuti umanitari via terra. Durante le trattative all’ultimo check point a Sirte sono stati catturati.
Tra loro ci sono anche Dina Alberizia e Domenico Centrone, ancora in prigionia a Bengasi senza accuse formalizzate, senza garanzie legali adeguate e con accesso consolare estremamente limitato. L’udienza prevista tre giorni fa è stata fatta saltare dalle autorità giudiziarie della Libia dell’ovest per un errore di comunicazione.
Dina e Domenico dunque restano in prigionia a Bengasi insieme alle altre otto persone coinvolte nel sequestro. Da settimane sono trattenuti senza accuse formalizzate, senza garanzie, senza libertà e tutela legale appropriata.
Dina Alberizia e Domenico Centrone non hanno commesso alcun crimine. Sono persone che lottano per i diritti civili e così il resto del convoglio. La loro unica colpa è aver provato a raggiungere Gaza con aiuti umanitari.
Il 10 giugno alla Sala Stampa della Camera dei Deputati si è tenuta la conferenza “Siamo tutte Convoy”, per chiedere la liberazione immediata degli attivisti e delle attiviste del Global Sumud Land Convoy detenuti illegalmente in Libia. Vi hanno preso parte Sara Surace, tornata dal Land Convoy due settimane fa, Giulio Cavalli, Tony La Piccirella, Maria Elena Delia e con i politici del M5S Stefania Ascari, Dario Carotenuto e Marco Croatti, oltre al team legale della Global Sumud Flotilla e familiari di Domenico e Dina.
“L’elefante nella stanza è che i governi europei, compreso quello italiano, ormai da anni costruiscono relazioni politiche e economiche con paesi che sistematicamente violano il diritto, perché in uno stato di non-diritto è molto più facile disporre delle vite e delle terre altrui” – afferma Tony La Piccirella – “Su questo fatto si basa l’amicizia a cui si appella il nostro Ministro degli Esteri, un’amicizia che non è neanche abbastanza forte per chiedere il rilascio di persone che non hanno commesso alcun reato perché facevano parte di un convoglio umanitario. Questa amicizia non funziona perché è basata su altri presupposti. Noi chiediamo al Governo un cambio di direzione: costruire un’amicizia basata su rispetto del diritto internazionale e tutela della vita. Di questo hanno bisogno le nostre compagne e i nostri compagni”.
Facciamo rumore, facciamo pressione, facciamo quello che i governi continuano a non fare: sosteniamo il popolo palestinese, riportiamo il convoglio a casa.
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In Cisgiordania numero record di morti, e Tel Aviv finanzia 61 nuovi insediamenti
Sulla base dei dati delle Nazioni Unite, l’organizzazione no-profit ha calcolato che tra il 2006 e il 2022 sono stati registrati 1.036 morti, tra cui 225 bambini, nella West Bank. Ma nei tre anni successivi, la conta è arrivata a 1.244 morti, di cui 268 erano bambini. A dimostrazione che il problema non è Hamas (che lì non governa), ma è un ragionato progetto di pulizia etnica che colpisce tutto il popolo palestinese.
L’attenzione internazionale è rimasta focalizzata sulla striscia di Gaza, data anche la ferocia del genocidio in atto, ma in Cisgiordania si è consumata un’altrettanto violenta ondata di occupazioni e omicidi che non ha precedenti. Amnesty International e diverse altre ONG non hanno esitato a definire l’azione nella West Bank come un “progetto di Stato” volto alla pulizia etnica e all’annessione di quei territori.
Ci sono altri dati che danno la misura dei crimini israeliani. Su un arco di vent’anni, il 22% delle vittime palestinesi (più di una su cinque) è composto da minorenni. Oltre alle perdite umane, la Cisgiordania è sottoposta a una continua frammentazione del territorio: sono 925 le barriere e i checkpoint, permanenti o temporanei, un dato superiore del 43% rispetto alla media annuale degli ultimi vent’anni.
Tel Aviv procede anche alla diretta distruzione dei mezzi di sussistenza della popolazione locale, e a una “nakba” su più piccola scala, ma sempre più estesa. Negli ultimi tre anni, quasi 46 mila palestinesi sono stati sfollati a causa di operazioni militari, demolizioni di case e violenze dei coloni. Una cifra impressionante se paragonata ai 13 mila sfollati complessivi dei 14 anni precedenti.
Nei primi mesi del 2026 questa tendenza ha vissuto una drammatica accelerazione della pulizia etnica. Nel primo trimestre dell’anno in corso sono stati registrati oltre 540 attacchi da parte dei coloni, che hanno causato 33 morti. Più di 2.200 persone sono state costrette ad abbandonare le proprie terre, mentre sono state distrutte oltre 60 infrastrutture idriche e igienico-sanitarie, compromettendo l’accesso all’acqua in 32 comunità palestinesi.
Bushra Khalidi, responsabile delle politiche umanitarie di Oxfam International, ha denunciato che questi numeri rappresentano “il costo umano dell’impunità, della violenza e della crudeltà israeliana, che si manifestano sotto gli occhi di tutti, mentre i leader mondiali distolgono lo sguardo”.
Non è solo Oxfam a denunciare il pericolo per la pace e i diritti umani rappresentato dal sionismo internazionale. L’ultimo rapporto di Explosive Weapons Monitor, organizzazione che monitora l’effetto delle armi esplosive nel mondo, l’IDF è responsabile di oltre la metà di tutte le morti civili causate da questo tipo di armamenti nel 2025.
Lo studio evidenzia che l’uso di armi esplosive negli attacchi contro gli aiuti umanitari è aumentato del 52% nel 2025, e il 90% di essi è avvenuto nei territori palestinesi, con il chiaro obiettivo di affamare sistematicamente la loro popolazione. L’organizzazione denuncia la progressiva normalizzazione delle sofferenze inflitte ai civili nei conflitti odierni.
Intanto, Tel Aviv è in procinto di approvare uno stanziamento di 350 milioni di dollari per creare 61 nuovi insediamenti illegali nella West Bank. Dietro questo piano di colonizzazione c’è ovviamente il ministro delle Finanze Smotrich, e le nuove strutture sono pensate per dare continuità territoriale all’occupazione sionista, e per mettere un’ulteriore pietra tombale su qualsiasi ipotesi di stato palestinese.
A rimarcare che il primo nemico di qualsiasi soluzione pacifica della questione palestinese, secondo la formula di “due popoli, due stati”, è proprio Israele.
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Un’Europa in crisi cerca i suoi nuovi capri espiatori, come negli anni '30 del '900
Le fiamme di Belfast dopo i tumulti razziali di Southampton mandano un segnale che va ben compreso.
Quanto accaduto in Gran Bretagna, dove gli stranieri (europei inclusi) sono circa 13 milioni su 70 milioni di abitanti, sembra voler anticipare lo scenario al quale prepararci anche in Francia, Germania, Italia, Spagna.
Strumentalizzando e utilizzando come una clava la questione degli immigrati, le “destre di sistema” e le “destre antisistema”, messe insieme diventano “sistema”, convergendo sempre più sistematicamente in molti ambiti nella individuazione degli immigrati come “capro espiatorio” per la profonda crisi economica, sociale e civile che attanaglia l’Europa.
Questa convergenza tra liberali e fascisti in materia di immigrazione, l’abbiamo vista spesso in sede di Parlamento europeo, mentre si manifesta come “competizione a tempo” nei periodi pre-elettorali.
E la vediamo agire e funzionare nelle sedi istituzionali europee proprio perché l’Unione Europea ha cessato da tempo di essere un antidoto contro razzismo e guerre per diventarne invece una incubatrice seriale.
Del resto “la bestia” è rimasta ancora feconda proprio qui, nel cuore dell’Europa, esattamente in quel quadrante che ne è stato, appunto, l’incubatore negli anni Trenta.
Anche un secolo fa (o quasi) l’Europa era alle prese con le pesanti conseguenze economiche e sociali della crisi del 1929 e prima ancora delle ferite irrisolte della Prima Guerra Mondiale a causa del Trattato di Versailles. Anche allora, come oggi, sull’Europa incombeva un clima di guerra che di lì a pochi anni si sarebbe scatenata in tutto il continente.
Negli anni Trenta, al rancore e al malessere della piccola borghesia quanto delle classi popolari, per anni venne dato in pasto il capro espiatorio degli ebrei, e non solo in Germania.
Tutti i problemi venivano addebitati alla finanza ebraica o agli insegnanti, medici, commercianti o artigiani di origine ebraica.
L’antiebraismo viveva e agiva sottotraccia in tutte le società europee, alimentato da pregiudizi e dicerìe assai diffusi anche nella popolazione cattolica o protestante.
Bastò poco per far sì che questo diventasse “il problema” e quindi la causa di tutto da dare in pasto a società impoverite, rancorose, incerte sul futuro, alla ricerca di un responsabile dei propri guai che non fossero i ricchi, ben protetti dalla gendarmeria e viventi in mondi, quartieri, circoli separati dal resto della società.
Il “nemico sociale” contro cui accanirsi era quello più a portata di mano, che aveva il negozio nello stesso quartiere, i figli a scuola con i propri, che abitava spesso nello stesso caseggiato.
Il “nemico politico” allora erano i comunisti, non a caso accomunati dalla propaganda delle destre e dei movimenti nazifascisti, ai “giudei”. Tant’è che furono i primi a finire nei lager nazisti.
Oggi contro gli immigrati extracomunitari in Europa si sta respirando un’aria fetida e fin troppo simile a quella degli anni Trenta.
Gli immigrati oggi sono un nemico facile da dare in pasto al rancore, sul quale è facile poter disporre o creare artificiosamente pretesti per reazioni feroci e di massa. Innanzitutto perché hanno un colore diverso e ben identificabile. Oggi, diversamente dagli anni Trenta, gli ebrei sono ormai considerati “bianchi”, occidentali, convergenti con le destre in quanto anti-islamici. Al momento c’è un altro capro espiatorio su cui accanirsi, ancora più facilmente rispetto a quello antico.
Secondo perché sono troppi gli immigrati che vengono lasciati allo sbando in mezzo alla strada senza uno straccio di tetto o di prospettiva, se non quella di poter tornare al proprio paese.
Terzo, appunto, gli immigrati sono “a portata di mano”. Spesso invisibili sul piano di soluzioni dignitose o almeno decenti, ma ben visibili sui territori, nelle città e nelle periferie, spesso ridotti a vivere sulla strada e in quanto tali percepiti come più molesti.
Ai telegiornali “ansiogeni” (pubblici e privati), che ormai vivono quasi esclusivamente sulla paura e la cronaca nera, si sono aggiunti schiere di improbabili influencer, abili nello squadrismo mediatico e nell’allarmismo di bassa lega sui social media, utili per alimentare ossessioni e seminare discordia, decisivi nella diffusione di notizie incendiabili, spesso false, esagerate, manipolate.
Quando non è un fatto di cronaca “vera” – che provoca il dovuto orrore e ripudio di per sé – la leva razziale prova sempre a fare capolino e a disegnarne i contorni, magari per essere smentita il giorno dopo. Ma spesso il lavoro sporco è più semplice e la verità arriva tardivamente.
Seminare l’allarme e le paure è un gioco facile, ripristinare i fattori di razionalità in un’epoca caratterizzata dagli shock emotivi e dall’analfabetismo di ritorno è molto più difficile.
Infine, l’altra leva su cui agisce il sistema convergente delle “destre di sistema e di quelle antisistema”, è indicare oggi – come negli anni Trenta si faceva con i comunisti – “la sinistra” come la responsabile della presenza di immigrati nelle nostre città.
Ed è così che di fronte alle contraddizioni sostanziali, alle crescenti ingiustizie e disuguaglianze sociali, all’immiserimento crescente dovuto ai bassi salari o alla scarsità di abitazioni e servizi, il tema principale dell’agenda politica – e sul quale la destra vuole inchiodare il dibattito pubblico – diventa sempre quello della “sicurezza” e, di conseguenza, di quegli immigrati che ne rappresentano il capro espiatorio a portata di mano, che consentono di fare gruppo – o meglio, branco – perché facilmente identificabili e di prossimità.
Le forze di classe, i sindacati, le organizzazioni di una sinistra degna di questo nome, hanno di fronte un problema enorme.
Le destre in Europa hanno trovato oggi una parola d’ordine e una sintesi che può funzionare a livello di massa: la “remigrazione”.
Ideata di recente dai tedeschi di Alternative fur Deutschland, (che incredibile coincidenza!!) è stata ripresa dai movimenti di destra nel resto del continente, Italia inclusa.
Contrapporre a questa parola d’ordine i crismi della razionalità (ruolo ormai decisivo dei lavoratori stranieri in molti settori del mondo del lavoro, argine alla denatalità e alla crisi demografica, il fatto che ci sono più italiani che emigrano all’estero che immigrati che arrivano in Italia etc.) non ha altrettanta efficacia.
Il nemico ha “fatto sistema” e costruito una narrazione semplificata che ostacola ogni ragionamento o argomentazione basata sul senso, rendendo risibili anche i richiami religiosi che si rivelano inefficaci davanti alla percezione – per quanto distorta – di una materialità dei propri interessi e della propria condizione di vita.
Del resto i tagli al welfare voluti dall’Europa, hanno reso l’accessibilità ai servizi o alle abitazioni più scarsa, innescando una “competizione in basso” sul poco rimasto o il sempre meno a disposizione: dalle prestazioni sociali alle case popolari.
Appellarsi ancora all’accoglienza, all’integrazione, alla pace o alle meraviglie dell’interculturalità non regge più al confronto/scontro con la narrazione razzista e a quella suprematista che ormai ispira anche le “guerre di civiltà” che contrappongono l’Occidente al resto del Mondo.
La soluzione o le soluzioni non potranno usufruire della invidiabile categoria della semplicità, ma dovranno prevedere di mettere in campo tutte le opzioni: da quelle relative alla gestione razionale dei flussi migratori e dell’esistenza dignitosa per chi è già arrivato nel paese (da un contratto regolare di lavoro a un tetto sulla testa) fino all’affrontamento con i gruppi razzisti e neofascisti, perché non basterà solo la battaglia delle idee.
Infine, e non certo per importanza, chi oggi vuole costringere con la forza gli immigrati alla “remigrazione”, sono gli stessi che hanno creato o accettato le condizioni affinché milioni di giovani italiani emigrassero all’estero. Hanno una visione meramente regressiva, adatta solo per un paese in declino. E su un contributo dalle istituzioni europee sarà bene non farsi illusioni, al contrario. Per questo vanno contrastati, affrontati... e fermati.
Nota
In termini percentuali, in media, circa il 6,4% dei residenti in un Paese dell’UE è cittadino di un Paese extracomunitario, si tratta di quasi 29 milioni di persone su 450 milioni di abitanti dei paesi aderenti all’Unione Europea.
Gli immigrati “irregolari” secondo le stime Eurostat a gennaio 2026 erano circa 1 milione. Le stime ottenute con altri sistemi di rilevamento sono più alte. La stima tra 2,6 e 3,2 milioni di irregolari in 12 paesi europei (tra cui Italia, Francia, Germania e Spagna) proviene dal progetto MIrreM (Measuring Irregular Migration and related Policies) .
Questo progetto, coordinato dall’Università di Oxford viene co-finanziato dall’Unione Europea. MIrreM stima il fenomeno presunto (tutti gli irregolari, intercettati e non). Il suo dato (2,6-3,2 milioni) è più completo come concetto, ma è meno preciso perché frutto di un calcolo indiretto.
Fonte