Sono tornati i pirati e spadroneggiano in pieno Mediterraneo. In verità è da molti anni che navi pirata si aggirano tra il Canale di Suez e il Libano e assaltano tutte le imbarcazioni disarmate che cercano di portare il pane della solidarietà a una popolazione affamata, ma questa volta si sono spinte molto al di là, hanno agito a 960 km di distanza.
Da diversi secoli il diritto internazionale ha sancito la libertà di navigazione nell’alto mare e ha bandito la pirateria. Israele ha calpestato impunemente tutte le regole e i principi del diritto internazionale, fino all’estremo limite del genocidio. Quindi dal suo punto di vista non è un problema sfidare la comunità internazionale anche sotto il profilo della libertà di navigazione.
Il problema siamo noi che consentiamo a Israele di violare tutte le leggi che l’umanità si è data per assicurare la convivenza pacifica fra le nazioni. Non sono bastate tre ordinanze della Corte internazionale di Giustizia, competente a giudicare del genocidio, che imponevano a Israele di fermare i massacri, non è bastato un rigoroso rapporto consegnato il 16 settembre 2025 da una commissione d’inchiesta indipendente dell’Onu, che ha accertato quattro categorie di atti genocidari commessi da Israele nella Striscia di Gaza, non sono bastati i rapporti di Amnesty e di altre organizzazioni internazionali, per convincere l’Unione Europea a sospendere un trattato che assicura favori e privilegi commerciali allo Stato di Israele.
I veti di Giorgia Meloni e del cancelliere tedesco, hanno bloccato ogni minima sanzione, assicurando a Israele di continuare a godere della più totale impunità. Così Israele si è preso la briga di abbordare 22 imbarcazioni e di rapire centinaia di cittadini europei.
Se la politica italiana ha pigolato una imbarazzata condanna verbale, senza far seguire alcuna conseguenza, non vuol dire che, anche questa volta, Israele potrà confidare nella sua tradizionale impunità. La parola spetta ai giudici.
L’operazione della marina israeliana è priva di ogni base legale. Israele non ha alcuna giurisdizione o autorità legale sulle acque internazionali in cui navigavano le imbarcazioni intercettate. Sono state assalite imbarcazioni che battono bandiera italiana. Queste imbarcazioni costituiscono territorio mobile dell’Italia.
I fatti commessi a bordo di queste navi si considerano commessi in Italia, ai sensi dell’art. 4 del Codice penale. Coloro che li hanno organizzati e li hanno materialmente eseguiti devono rispondere di sequestro di persona pluriaggravato e di rapina a mano armata.
Il governo italiano si può genuflettere quanto vuole alla prepotenza di Israele, ma in Italia l’autorità giudiziaria è indipendente e ha l’obbligo di procedere per i reati da chiunque commessi. Si tratta del criterio sancito dall’art. 8 del Codice penale che al comma 3 prevede che: “Agli effetti della legge penale è delitto politico ogni delitto che offende un interesse politico dello Stato, ovvero un diritto politico del cittadino”.
Nel caso di specie non può dubitarsi che il rapimento dei cittadini italiani, effettuato in alto mare, offenda il diritto politico di tali cittadini relativo alla libertà di navigazione e personale.
La giurisdizione italiana in più occasioni si è attivata per reprimere i reati commessi all’estero in danno di cittadini italiani. Ha proceduto contro alcuni torturatori argentini, sebbene si trattasse – come nel caso di Israele – di militari che agivano in base a direttive ricevute dal loro governo.
La Corte di Cassazione ha riconosciuto il carattere politico di tali delitti. Tuttavia, nel caso di delitti commessi all’estero in danno di cittadini italiani, l’ordinamento richiede una condizione di procedibilità: la richiesta del ministro della Giustizia. Riuscirà il “collega” Nordio a darsi il coraggio necessario per avanzare la richiesta di procedere contro gli scherani di Netanyahu?
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Presentazione
Analisi, opinioni, fatti e (più di rado) arte da una prospettiva di classe.
04/05/2026
Il piano iraniano per la fine della guerra
– 30 giorni di cessate il fuoco da trasformare in fine delle ostilità (nel Golfo e in Libano) tra Iran, Israele e Usa in chiave permanente
– l’idea è quella di un patto di non aggressione perenne quindi si toglierebbe dal tavolo l’argomento “l’Iran vuole distruggere Israele”
– Prima Fase Hormuz: l’Iran si occuperebbe dello sminamento dello stretto che verrebbe gradualmente riaperto
– Seconda Fase: rimozione delle sanzioni e congelamento dell’arricchimento dell’uranio per 15 anni, senza smantellamento del programma nucleare che continuerebbe a scopi civili, “diluizione” e/o spostamento all’estero dell’uranio già arricchito a livello quasi militare. Passati i 15 anni si ricomincerebbe l’arricchimento ma non oltre il 3,6%
– Terza fase: cooperazione militare tra i paesi del golfo (la Nato araba?) per garantire stabilità e pace
Il tutto accompagnato da una minaccia dei Pasdaran a Trump: accetta un accordo (che ritieni) scarso o infilati in una guerra impossibile.
Questo accordo converrebbe a tutti (al mondo in primis) ma:
1) non a Netanyahu che ha bisogno del sangue della guerra per rafforzarsi in vista di elezioni difficili e che comunque non accetta che sia Washington a decidere escludendolo (l’abbiamo visto col cessate il fuoco in Libano che sta violando sistematicamente);
2) per Trump sarebbe una salvezza perché lo tirerebbe fuori da una crisi di consensi devastante ma ci farebbe una pessima figura. Questo piano non copre i missili balistici e, soprattutto, non è per nulla migliore dell’accordo chiuso da Obama e che lui ha stracciato, demonizzato e deriso per anni.
Non resta che attendere e capire cosa accadrà. Bisogna anche capire il ruolo dei sauditi nell’influenzare Washington, visto che ormai tra Ryad e Tel Aviv è gelo totale mentre gli Emirati sono isolati nel Golfo.
Fonte
– l’idea è quella di un patto di non aggressione perenne quindi si toglierebbe dal tavolo l’argomento “l’Iran vuole distruggere Israele”
– Prima Fase Hormuz: l’Iran si occuperebbe dello sminamento dello stretto che verrebbe gradualmente riaperto
– Seconda Fase: rimozione delle sanzioni e congelamento dell’arricchimento dell’uranio per 15 anni, senza smantellamento del programma nucleare che continuerebbe a scopi civili, “diluizione” e/o spostamento all’estero dell’uranio già arricchito a livello quasi militare. Passati i 15 anni si ricomincerebbe l’arricchimento ma non oltre il 3,6%
– Terza fase: cooperazione militare tra i paesi del golfo (la Nato araba?) per garantire stabilità e pace
Il tutto accompagnato da una minaccia dei Pasdaran a Trump: accetta un accordo (che ritieni) scarso o infilati in una guerra impossibile.
Questo accordo converrebbe a tutti (al mondo in primis) ma:
1) non a Netanyahu che ha bisogno del sangue della guerra per rafforzarsi in vista di elezioni difficili e che comunque non accetta che sia Washington a decidere escludendolo (l’abbiamo visto col cessate il fuoco in Libano che sta violando sistematicamente);
2) per Trump sarebbe una salvezza perché lo tirerebbe fuori da una crisi di consensi devastante ma ci farebbe una pessima figura. Questo piano non copre i missili balistici e, soprattutto, non è per nulla migliore dell’accordo chiuso da Obama e che lui ha stracciato, demonizzato e deriso per anni.
Non resta che attendere e capire cosa accadrà. Bisogna anche capire il ruolo dei sauditi nell’influenzare Washington, visto che ormai tra Ryad e Tel Aviv è gelo totale mentre gli Emirati sono isolati nel Golfo.
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03/05/2026
Incollati nella guerra, gli Usa scalciano
La guerra d’aggressione all’Iran non è finita con il clownesco messaggio di Trump al Congresso – “non si spara dal 7 aprile, quindi quella guerra è conclusa” – ed ogni giorno che passa si precisa qualcosa nell’orgia di dichiarazioni contrastanti su come gli Usa intendono andare avanti contro tutto il mondo.
Ma una volta scremate le chiacchiere e individuati i fatti, quel che resta non è un bel vedere.
Non paradossalmente, un po’ di chiarezza arriva da una singola frase buttata lì da Donald Trump: “Mi piace finire un lavoro prima di iniziarne un altro”, ha affermato mentre parlava dell’Iran. “Non è detto che una portaerei possa però fermarsi a Cuba sulla via del ritorno dal Medio Oriente. Prenderemmo il controllo quasi immediatamente”.
Nessun ghirigoro retorico, nessuna pretesa di rappresentare “valori universali superiori”, nessuna invocazione di un qualsiasi diritto sovranazionale. Il nuovo imperialismo che si ritrova a rappresentare non fa più mistero di essere solo un’organizzazione terroristica e piratesca – l’ha addirittura detto, durante un comizio! – che si muove per conquistare ciò che gli serve o rappresenta un ostacolo. Fosse anche solo ideale come Cuba.
Il resto del mondo l’ha capito, è si è posizionato di conseguenza. Chi viene attaccato si difende come può, chi sa di essere il prossimo obbiettivo si prepara, chi sa che il suo turno arriverà soltanto dopo lavora silenziosamente perché nello sforzo Usa e Israele si logorino, chi pensa di guadagnarci qualcosa si mostra collaborativo, chi non ci capisce più niente – i paesi europei – per un verso blaterano, per l’altro pensano a riarmarsi in autonomia.
Andando con ordine sui fatti, però, c’è da registrare che l’Iran ha consegnato al Pakistan – ufficialmente ancora mediatore tra Teheran e gli Usa – una proposta in 14 punti per costruire una trattativa di pace di lungo periodo. È la risposta alla precedente proposta in 9 punti presentata da Washington, che partiva da un cessate il fuoco di due mesi.
L‘Iran ha sottolineato quali questioni dovrebbero essere risolte entro i primi 30 giorni, concentrando l’attenzione – e l’obbiettivo finale – sulla “fine della guerra” piuttosto che sul semplice prolungamento di un cessate il fuoco che lascerebbe le cose come stanno.
Tra le questioni incluse nella proposta iraniana figurano la garanzia della non aggressione militare, il ritiro delle forze militari statunitensi dalle vicinanze dell’Iran, la revoca del blocco navale, lo sblocco dei beni iraniani congelati, il pagamento di risarcimenti, la revoca delle sanzioni e la fine della guerra su tutti i fronti, compreso il Libano, un nuovo meccanismo per lo Stretto di Hormuz, ecc..
Prevedibile la risposta del tycoon: “Esaminerò presto il piano che l’Iran ci ha appena inviato, ma non riesco a immaginare che possa essere accettabile, dato che non hanno ancora pagato un prezzo sufficientemente alto per ciò che hanno fatto all’umanità e al mondo negli ultimi 47 anni”. Poteva dire “non me frega niente” di quel che propongono, tanto “potrebbe accadere che riprendiamo gli attacchi”.
Per gli Usa non esistono insomma vere e proprie trattative diplomatiche, ma solo un prendere o lasciare rispetto alla propria volontà di potenza.
I problemi, nella visione di The Donald, sono tutti sul piano interno. La guerra ha fatto salire il prezzo dei carburanti anche negli Stati Uniti ed è diventato il primo motivo di risentimento contro la sua amministrazione.
Il Washington Post, citando un sondaggio, riferisce che il 44% degli americani afferma di aver ridotto l’uso dell’auto privata a causa del continuo aumento dei prezzi del carburante. Il 42% ha quindi ridotto le spese familiari e il 34% ha modificato i propri piani di viaggio (ma non si possono ridurre gli spostamenti per andare al lavoro).
D’altro canto, secondo lo stesso rapporto, la maggior parte degli strumenti a disposizione della Casa Bianca per ridurre i prezzi del carburante sono stati esauriti, le opzioni che restano forse a disposizione sono comunque limitate o economicamente rischiose.
Sta infatti esaurendo il proprio effetto il prelievo straordinario dalle riserve strategiche, e a poco serve la sospensione per altri 90 giorni del Jones Act (una norma del 1920 che obbliga all’uso di navi americane per il trasporto interno), l’allentamento delle restrizioni ambientali e l’interruzione di alcune sanzioni (ad esempio per le navi che avevano già caricato petrolio sanzionato prima dell’inizio della guerra, ormai arrivate a destinazione).
Il tentativo di riscrivere i collegi elettorali per moltiplicare le possibilità di far eleggere candidati repubblicani (gerrymandering) sta provocando uno scontro feroce dentro ogni singolo stato dell’Unione, con l’ovvia risposta “dem”: fare altrettanto là dove hanno una maggioranza.
Si è creata insomma – e si vede – una crepa sempre più larga tra l’atteggiamento pubblico strafottente (solo il “ministro della guerra” Hegseth riesce a far peggio) e la necessità di tamponare le falle.
Anche sul piano strettamente militare, come abbiamo scritto più volte e gli analisti militari confermano, i “successi” dell’offensiva aerea sull’Iran sono stati molto meno rilevanti delle attese. Mentre le 16 basi Usa nell’area del Golfo, nonché molti radar fondamentali per organizzare la difesa antimissile, sono state gravemente danneggiate dai droni e missili di Teheran.
Anche l’Ifd in Libano, secondo il giornale israeliano Hayom, pur dominando i cieli è intrappolato a terra a causa dell’uso intensivo di droni in fibra ottica da parte di Hezbollah, che provocano un numero di morti e feriti “demoralizzante” per truppe convinte di essere imbattibili e “invulnerabili”.
La realtà, insomma, è più ruvida e “appiccicosa” di quanto “l’imperatore” vorrebbe far credere. Così si sfoga sugli “alleati-sudditi” che non sono corsi ad affiancarlo in una guerra suicida. Da domani entrano in vigore ulteriori dazi del 25% sulle automobili europee, ed è stato anche diramato l’ordine esecutivo al Pentagono di programmare il ritiro di 5.000 soldati dalla Germania. Per Italia e Spagna se ne parlerà a giorni, dopo aver fatto i calcoli più precisi.
Una buona notizia, potremmo dire “egoisticamente”...
Fonte
Ma una volta scremate le chiacchiere e individuati i fatti, quel che resta non è un bel vedere.
Non paradossalmente, un po’ di chiarezza arriva da una singola frase buttata lì da Donald Trump: “Mi piace finire un lavoro prima di iniziarne un altro”, ha affermato mentre parlava dell’Iran. “Non è detto che una portaerei possa però fermarsi a Cuba sulla via del ritorno dal Medio Oriente. Prenderemmo il controllo quasi immediatamente”.
Nessun ghirigoro retorico, nessuna pretesa di rappresentare “valori universali superiori”, nessuna invocazione di un qualsiasi diritto sovranazionale. Il nuovo imperialismo che si ritrova a rappresentare non fa più mistero di essere solo un’organizzazione terroristica e piratesca – l’ha addirittura detto, durante un comizio! – che si muove per conquistare ciò che gli serve o rappresenta un ostacolo. Fosse anche solo ideale come Cuba.
Il resto del mondo l’ha capito, è si è posizionato di conseguenza. Chi viene attaccato si difende come può, chi sa di essere il prossimo obbiettivo si prepara, chi sa che il suo turno arriverà soltanto dopo lavora silenziosamente perché nello sforzo Usa e Israele si logorino, chi pensa di guadagnarci qualcosa si mostra collaborativo, chi non ci capisce più niente – i paesi europei – per un verso blaterano, per l’altro pensano a riarmarsi in autonomia.
Andando con ordine sui fatti, però, c’è da registrare che l’Iran ha consegnato al Pakistan – ufficialmente ancora mediatore tra Teheran e gli Usa – una proposta in 14 punti per costruire una trattativa di pace di lungo periodo. È la risposta alla precedente proposta in 9 punti presentata da Washington, che partiva da un cessate il fuoco di due mesi.
L‘Iran ha sottolineato quali questioni dovrebbero essere risolte entro i primi 30 giorni, concentrando l’attenzione – e l’obbiettivo finale – sulla “fine della guerra” piuttosto che sul semplice prolungamento di un cessate il fuoco che lascerebbe le cose come stanno.
Tra le questioni incluse nella proposta iraniana figurano la garanzia della non aggressione militare, il ritiro delle forze militari statunitensi dalle vicinanze dell’Iran, la revoca del blocco navale, lo sblocco dei beni iraniani congelati, il pagamento di risarcimenti, la revoca delle sanzioni e la fine della guerra su tutti i fronti, compreso il Libano, un nuovo meccanismo per lo Stretto di Hormuz, ecc..
Prevedibile la risposta del tycoon: “Esaminerò presto il piano che l’Iran ci ha appena inviato, ma non riesco a immaginare che possa essere accettabile, dato che non hanno ancora pagato un prezzo sufficientemente alto per ciò che hanno fatto all’umanità e al mondo negli ultimi 47 anni”. Poteva dire “non me frega niente” di quel che propongono, tanto “potrebbe accadere che riprendiamo gli attacchi”.
Per gli Usa non esistono insomma vere e proprie trattative diplomatiche, ma solo un prendere o lasciare rispetto alla propria volontà di potenza.
I problemi, nella visione di The Donald, sono tutti sul piano interno. La guerra ha fatto salire il prezzo dei carburanti anche negli Stati Uniti ed è diventato il primo motivo di risentimento contro la sua amministrazione.
Il Washington Post, citando un sondaggio, riferisce che il 44% degli americani afferma di aver ridotto l’uso dell’auto privata a causa del continuo aumento dei prezzi del carburante. Il 42% ha quindi ridotto le spese familiari e il 34% ha modificato i propri piani di viaggio (ma non si possono ridurre gli spostamenti per andare al lavoro).
D’altro canto, secondo lo stesso rapporto, la maggior parte degli strumenti a disposizione della Casa Bianca per ridurre i prezzi del carburante sono stati esauriti, le opzioni che restano forse a disposizione sono comunque limitate o economicamente rischiose.
Sta infatti esaurendo il proprio effetto il prelievo straordinario dalle riserve strategiche, e a poco serve la sospensione per altri 90 giorni del Jones Act (una norma del 1920 che obbliga all’uso di navi americane per il trasporto interno), l’allentamento delle restrizioni ambientali e l’interruzione di alcune sanzioni (ad esempio per le navi che avevano già caricato petrolio sanzionato prima dell’inizio della guerra, ormai arrivate a destinazione).
Il tentativo di riscrivere i collegi elettorali per moltiplicare le possibilità di far eleggere candidati repubblicani (gerrymandering) sta provocando uno scontro feroce dentro ogni singolo stato dell’Unione, con l’ovvia risposta “dem”: fare altrettanto là dove hanno una maggioranza.
Si è creata insomma – e si vede – una crepa sempre più larga tra l’atteggiamento pubblico strafottente (solo il “ministro della guerra” Hegseth riesce a far peggio) e la necessità di tamponare le falle.
Anche sul piano strettamente militare, come abbiamo scritto più volte e gli analisti militari confermano, i “successi” dell’offensiva aerea sull’Iran sono stati molto meno rilevanti delle attese. Mentre le 16 basi Usa nell’area del Golfo, nonché molti radar fondamentali per organizzare la difesa antimissile, sono state gravemente danneggiate dai droni e missili di Teheran.
Anche l’Ifd in Libano, secondo il giornale israeliano Hayom, pur dominando i cieli è intrappolato a terra a causa dell’uso intensivo di droni in fibra ottica da parte di Hezbollah, che provocano un numero di morti e feriti “demoralizzante” per truppe convinte di essere imbattibili e “invulnerabili”.
La realtà, insomma, è più ruvida e “appiccicosa” di quanto “l’imperatore” vorrebbe far credere. Così si sfoga sugli “alleati-sudditi” che non sono corsi ad affiancarlo in una guerra suicida. Da domani entrano in vigore ulteriori dazi del 25% sulle automobili europee, ed è stato anche diramato l’ordine esecutivo al Pentagono di programmare il ritiro di 5.000 soldati dalla Germania. Per Italia e Spagna se ne parlerà a giorni, dopo aver fatto i calcoli più precisi.
Una buona notizia, potremmo dire “egoisticamente”...
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La NATO scricchiola, ma Bruxelles accentua la militarizzazione anti-russa
2 maggio. Nell’anniversario della strage nazista alla Casa dei sindacati di Odessa, il 2 maggio del 2014, si deve constatare che l’Europa ha dichiarato guerra alla Russia. Ancora nessuno si è affacciato a un qualche balcone di Bruxelles per annunciare che «un’ora segnata dal destino batte nel cielo» solcato dai “valori europeisti”.
Ancora nessuna Brunilde-Ursula o Fredegonda-Kallas ha avvertito che «scendiamo in campo» contro le “autocrazie euroasiatiche” che «hanno insidiato l’esistenza medesima» dell’Europa, “culla di ogni libertà”.
Ancora non lo hanno detto così apertamente; ma quella guerra è praticamente già in atto da qualche anno e vari paesi di quell’Europa maleodorante di cordite sono da tempo cobelligeranti, patrocinatori e al tempo stesso promotori di un regime nazigolpista che vede nella continuazione della guerra contro la Russia la sua ultima e unica strada di sopravvivenza e di arricchimento.
E, a ciò, tale regime è quotidianamente spinto da Bruxelles, che si reputa non ancora pronta a entrare in guerra in prima persona. Le cancellerie europee vogliono la guerra contro la Russia; d’altronde, la militarizzazione dell’economia appare oggi la strada maestra per cercare di uscire dalla crisi che attanaglia il continente, mentre la militarizzazione della società ne è il “naturale” accessorio, europeisticamente presentato come se «tra cinque anni o forse anche prima» la Russia attaccherà «un paese europeo o forse più di uno», secondo l’oracolo trasmesso a suo tempo da Andrius-Merlino-Kubilius.
Da quella dichiarazione oggettiva di guerra, anche se non ufficialmente annunciata con un perentorio «popolo europeo corri alle armi», la Russia ha da tempo tratto le dovute conseguenze, approntando le necessarie misure. Il Ministro degli esteri Serghej Lavrov ha parlato a più riprese di “linee rosse” che alcuni paesi europei stanno pericolosamente oltrepassando, quantunque l’ex capo di SM, Jurij Baluevskij esorti a rifiutare quelle “linee rosse”, dal momento, dice, che il nemico, vedendo che la Russia non reagisce, si fa sempre più sfrontato.
Il vicepresidente del Consiglio di sicurezza, Dmitrij Medvedev, che la scorsa settimana aveva indicato nelle aziende europee produttrici di droni per Kiev dei potenziali obiettivi bellici, un paio di giorni fa ha ha detto che il conflitto della Russia con l’Occidente è una questione di sopravvivenza, è di «natura esistenziale» e ha detto senza mezzi termini che la Russia è «in stato di guerra e sta combattendo contro coloro che non ne vogliono l’esistenza».
In questo senso, i droni ucraini che colpiscono regioni a ovest e est degli Urali sono visti come prova della preparazione a un attacco NATO contro la Russia. Il fatto stesso, poi, che i droni siano riusciti a superare simili distanze e in gran numero, pone di nuovo la questione di quali paesi permettano tali traiettorie e, questa volta, a essere chiamato in causa è il territorio del Kazakhstan, confinante con le regioni di Orenburg, Orsk, Celjabinsk, Ekaterinburg, Perm e che, per le sue attuali scelte di collocazione internazionale, è difficilmente esente da simili sospetti.
Così che, su Moskovskij Komsomolets, il generale Vladimir Popov afferma che la Russia necessita di un approccio globale per proteggere il proprio spazio aereo in tutte le direzioni e la questione deve essere affrontata «con urgenza. Prima o poi ci sarà un conflitto con l’Occidente».
La storia si ripete: anche Hitler voleva «raggiungere gli Urali». La cosiddetta “Europa”, da cui, per scelta “divina”, pare esclusa anche geograficamente la Russia, si prepara alla guerra guerreggiata in prima persona; la Russia appronta le debite misure.
In sostanza, scrive Oleg Isajcenko su Vzgljad, oggi l’Europa è il principale antagonista della Russia: Germania, Francia, Paesi baltici, Scandinavia gareggiano nella preparazione a un confronto militare diretto con Moskva, aumentando i propri bilanci militari e avviando progetti di guerra.
Eppure, ancora nel 2015, l’ex presidente francese Nicolas Sarkozy dichiarava che «il mondo ha bisogno della Russia, la Russia e l’Europa sono destinate a collaborare». Angela Merkel condivideva opinioni simili. Poi nella primavera del 2022, fu adottata la “Bussola Strategica” della UE, per rafforzare le capacità di “dispiegamento rapido” delle truppe, aumentare la spesa per la sicurezza informatica e incrementare le risorse di ricognizione spaziale.
Tuttavia, il documento era ancora inquadrato in un contesto di difesa, senza nominare alcun Paese come aggressore. Era il periodo dei negoziati tra Russia e Ucraina a Istanbul, che promettevano di concludersi con condizioni accettabili per Kiev, se non fosse stato per l’intervento di Boris-Macbeth-Johnson che, come ricordò il capo della frazione “Servo del Popolo”, David Arakhamija, impose la continuazione della guerra.
La messinscena del “crimine di guerra russo” a Bucha servì a gettare le basi per la militarizzazione dell’Europa, con l’obiettivo di infliggere una sconfitta strategica alla Russia, per mano ucraina o tramite proprie truppe sul territorio di quella.
Tra il 2023 e il 2024 Finlandia e Svezia, rimaste a lungo neutrali, aderivano alla NATO. Nel 2023, la Germania pubblicava la sua prima strategia di sicurezza, che identificava apertamente la Russia come la principale minaccia per l’Europa: formulazione adottata poi anche da altri paesi europei.
Nel 2024, ricorda ancora Isajcenko, Berlino, Amsterdam e Varsavia firmavano una dichiarazione per l’istituzione di un corridoio per la circolazione di truppe e attrezzature militari, anche qui qualificando la Russia «nemico del mondo libero».
I Paesi baltici e scandinavi sembrano tra i più ferventi sostenitori del riarmo, con spese di guerra che arrivano o superano il 3% del PIL e sviluppano varie forme di cooperazione militare, come Nordic-Baltic Eight (NB8) e Nordic Defence Cooperation (NORDEFCO). In questo scenario si inserisce il permesso concesso di fatto dagli Stati baltici di utilizzare il proprio territorio per i sorvoli di droni ucraini diretti verso la Russia.
Così, se nel 2022 la spesa complessiva per la difesa dei paesi UE era di 262 miliardi di euro, 288 miliardi nel 2023 e 343 miliardi nel 2024, per il 2025 raggiunge 381 miliardi e gli investimenti nell’industria della difesa sono aumentati del 150%: da 64 miliardi nel 2022 a 130 miliardi.
«Siamo già in stato di conflitto con la Russia», aveva dichiarato Friedrich Merz nell’estate del 2025, superato qualche mese dopo dal capo di SM francese, Fabien Mandon, secondo il quale i cittadini della Quinta Repubblica dovevano abituarsi all’idea di «perdere i propri figli», mentre Keir Starmer definiva Moskva una «minaccia generazionale».
E, però, afferma David Narmanija su RIA Novosti, pur già pianificando una guerra con la Russia, UE e NATO non riescono ancora a decidere se questa inizierà nel 2030, tra un paio di mesi, o se sia già in corso. Ecco allora che si affrettano a trarne insegnamenti: l’americana Politico, insieme a esperti europei, analizza l’evoluzione del conflitto in Medio Oriente, giungendo ad alcune conclusioni piuttosto cupe per l’Europa.
Innanzitutto, si prevedono carenze nella difesa aerea: gli USA hanno già consumato circa metà delle loro scorte di missili Patriot, mentre dalla Francia si avverte che le scorte di missili Aster e MICA si esaurirebbero nelle prime due settimane di guerra e Rheinmetall e MBDA segnalano imminenti scarsità.
Altro punto critico è la superiorità aerea. Gli USA, dice Politico, non sono riusciti a bombardare l’Iran fino a distruggerlo; Teheran ha invece lanciato oltre 5.000 attacchi di missili e droni contro paesi del Golfo Persico, Israele e le basi americane.
In altre parole, la potenza della più consistente forza aerea del pianeta non è stata sufficiente nemmeno a disarmare parzialmente un Paese sottoposto a sanzioni da mezzo secolo. Conclusione: l’Europa deve concentrarsi sui missili di precisione.
Ma c’è anche la debolezza navale. Politico cita il disonorevole impiego del cacciatorpediniere HMS Dragon, inviato a protezione della base britannica a Cipro e costretto a rientrare in porto per guasti all’impianto idrico; ma pare che il resto della flotta britannica non sia in condizioni migliori: mancano navi, marinai e soldi.
Jack Watling, ricercatore presso il Royal United Services Institute dice che «I tentativi pluriennali di Londra di risparmiare denaro sulla un tempo potente Royal Navy hanno reso inutilizzabile una parte significativa delle sue navi».
Politico avverte poi che, data la spaccatura interna all’Alleanza Atlantica, un conflitto tra Russia e NATO potrebbe degenerare in un conflitto tra Russia e Europa ed evidenzia quindi il ruolo assegnato nella possibile guerra all’Ucraina, considerata fattore di garanzia della sicurezza europea e NATO, insieme alla necessità di una cintura anti-drone intorno alla Russia.
Il fatto è che, dice Narmanija, l’Ucraina e i suoi partner europei lamentano carenza di missili antiaerei quasi dal primo giorno del conflitto: il complesso militare-industriale europeo ha perso la battaglia dell’artiglieria per l’Ucraina, e solo la novità di questo conflitto – l’impiego dei droni – ha contribuito a mascherare questa sconfitta. Quanto alla marina: i missili ipersonici, di cui Moskva dispone, possono dimostrare il reale “valore” delle fortezze galleggianti odierne, anche nelle migliori condizioni.
Per quanto riguarda l’Ucraina, l’Europa l’ha sempre considerata un’arma contro la Russia e ha preparato gli ucraini per questa guerra: vari ex leader europei lo ammettono apertamente. Gli europei, insomma, afferma Narmanija, si stanno «preparando freneticamente a una guerra che considerano inevitabile, perché un conflitto da loro stessi provocato infuria ai loro confini».
Se i loro politici avessero anche solo un briciolo di buon senso, una via d’uscita da questa situazione sarebbe ovvia. Ma i leader europei continuano ostinatamente a fomentare una guerra che potrebbe segnare la fine della civiltà europea: «in due settimane, quando le difese aeree si esauriranno».
Comunque sia, nel campo NATO si sono verificati ultimamente fenomeni strani e curiosi: Parigi e Berlino promuovono l’idea di un esercito europeo al di fuori del blocco nordatlantico e di una coalizione di paesi disposti a combattere la Russia nelle steppe ucraine. Poi, Kiev, anche se alla fine non se n’è fatto nulla, annuncia la formazione di una sorta di Ukro-NATO, insieme a Gran Bretagna, Turchia e Norvegia.
Di più: Gran Bretagna e altri nove paesi europei (Danimarca, Finlandia, Islanda, Norvegia, Svezia, Stati baltici e Paesi Bassi) concordano di creare una forza navale congiunta, a dispetto della disastrosa condizione della flotta di sua maestà.
La nuova banda navale dovrebbe «scoraggiare le minacce provenienti dalla Russia nel nord del continente» dice il Primo Lord del Mare, generale Gwyn Jenkins, aggiungendo che «la forza marittima multinazionale agirà come complemento alla NATO». Per inciso, Washington ha già detto di non aver intenzione di aderire a un blocco al di fuori della NATO.
Di fatto, scopo di questa alleanza è contenere la Russia nell’Atlantico settentrionale e nel Baltico, forse anche cercando di sequestrare le navi della “flotta ombra” che Londra ritiene appartengano alla Russia.
La Gran Bretagna, date le condizioni della propria flotta, ammette l’impotenza a condurre tali operazioni; per ovviare al problema, scrive su Komsomol’skaja Pravda il colonnello a riposo Viktor Baranets, Londra prevede di «reclutare navi da altri nove paesi. Ma tutto ciò non è che un’illusione. La realtà è che la NATO inizia a sgretolarsi. E questo ci rallegra». Anche noi.
Fonte
Ancora nessuna Brunilde-Ursula o Fredegonda-Kallas ha avvertito che «scendiamo in campo» contro le “autocrazie euroasiatiche” che «hanno insidiato l’esistenza medesima» dell’Europa, “culla di ogni libertà”.
Ancora non lo hanno detto così apertamente; ma quella guerra è praticamente già in atto da qualche anno e vari paesi di quell’Europa maleodorante di cordite sono da tempo cobelligeranti, patrocinatori e al tempo stesso promotori di un regime nazigolpista che vede nella continuazione della guerra contro la Russia la sua ultima e unica strada di sopravvivenza e di arricchimento.
E, a ciò, tale regime è quotidianamente spinto da Bruxelles, che si reputa non ancora pronta a entrare in guerra in prima persona. Le cancellerie europee vogliono la guerra contro la Russia; d’altronde, la militarizzazione dell’economia appare oggi la strada maestra per cercare di uscire dalla crisi che attanaglia il continente, mentre la militarizzazione della società ne è il “naturale” accessorio, europeisticamente presentato come se «tra cinque anni o forse anche prima» la Russia attaccherà «un paese europeo o forse più di uno», secondo l’oracolo trasmesso a suo tempo da Andrius-Merlino-Kubilius.
Da quella dichiarazione oggettiva di guerra, anche se non ufficialmente annunciata con un perentorio «popolo europeo corri alle armi», la Russia ha da tempo tratto le dovute conseguenze, approntando le necessarie misure. Il Ministro degli esteri Serghej Lavrov ha parlato a più riprese di “linee rosse” che alcuni paesi europei stanno pericolosamente oltrepassando, quantunque l’ex capo di SM, Jurij Baluevskij esorti a rifiutare quelle “linee rosse”, dal momento, dice, che il nemico, vedendo che la Russia non reagisce, si fa sempre più sfrontato.
Il vicepresidente del Consiglio di sicurezza, Dmitrij Medvedev, che la scorsa settimana aveva indicato nelle aziende europee produttrici di droni per Kiev dei potenziali obiettivi bellici, un paio di giorni fa ha ha detto che il conflitto della Russia con l’Occidente è una questione di sopravvivenza, è di «natura esistenziale» e ha detto senza mezzi termini che la Russia è «in stato di guerra e sta combattendo contro coloro che non ne vogliono l’esistenza».
In questo senso, i droni ucraini che colpiscono regioni a ovest e est degli Urali sono visti come prova della preparazione a un attacco NATO contro la Russia. Il fatto stesso, poi, che i droni siano riusciti a superare simili distanze e in gran numero, pone di nuovo la questione di quali paesi permettano tali traiettorie e, questa volta, a essere chiamato in causa è il territorio del Kazakhstan, confinante con le regioni di Orenburg, Orsk, Celjabinsk, Ekaterinburg, Perm e che, per le sue attuali scelte di collocazione internazionale, è difficilmente esente da simili sospetti.
Così che, su Moskovskij Komsomolets, il generale Vladimir Popov afferma che la Russia necessita di un approccio globale per proteggere il proprio spazio aereo in tutte le direzioni e la questione deve essere affrontata «con urgenza. Prima o poi ci sarà un conflitto con l’Occidente».
La storia si ripete: anche Hitler voleva «raggiungere gli Urali». La cosiddetta “Europa”, da cui, per scelta “divina”, pare esclusa anche geograficamente la Russia, si prepara alla guerra guerreggiata in prima persona; la Russia appronta le debite misure.
In sostanza, scrive Oleg Isajcenko su Vzgljad, oggi l’Europa è il principale antagonista della Russia: Germania, Francia, Paesi baltici, Scandinavia gareggiano nella preparazione a un confronto militare diretto con Moskva, aumentando i propri bilanci militari e avviando progetti di guerra.
Eppure, ancora nel 2015, l’ex presidente francese Nicolas Sarkozy dichiarava che «il mondo ha bisogno della Russia, la Russia e l’Europa sono destinate a collaborare». Angela Merkel condivideva opinioni simili. Poi nella primavera del 2022, fu adottata la “Bussola Strategica” della UE, per rafforzare le capacità di “dispiegamento rapido” delle truppe, aumentare la spesa per la sicurezza informatica e incrementare le risorse di ricognizione spaziale.
Tuttavia, il documento era ancora inquadrato in un contesto di difesa, senza nominare alcun Paese come aggressore. Era il periodo dei negoziati tra Russia e Ucraina a Istanbul, che promettevano di concludersi con condizioni accettabili per Kiev, se non fosse stato per l’intervento di Boris-Macbeth-Johnson che, come ricordò il capo della frazione “Servo del Popolo”, David Arakhamija, impose la continuazione della guerra.
La messinscena del “crimine di guerra russo” a Bucha servì a gettare le basi per la militarizzazione dell’Europa, con l’obiettivo di infliggere una sconfitta strategica alla Russia, per mano ucraina o tramite proprie truppe sul territorio di quella.
Tra il 2023 e il 2024 Finlandia e Svezia, rimaste a lungo neutrali, aderivano alla NATO. Nel 2023, la Germania pubblicava la sua prima strategia di sicurezza, che identificava apertamente la Russia come la principale minaccia per l’Europa: formulazione adottata poi anche da altri paesi europei.
Nel 2024, ricorda ancora Isajcenko, Berlino, Amsterdam e Varsavia firmavano una dichiarazione per l’istituzione di un corridoio per la circolazione di truppe e attrezzature militari, anche qui qualificando la Russia «nemico del mondo libero».
I Paesi baltici e scandinavi sembrano tra i più ferventi sostenitori del riarmo, con spese di guerra che arrivano o superano il 3% del PIL e sviluppano varie forme di cooperazione militare, come Nordic-Baltic Eight (NB8) e Nordic Defence Cooperation (NORDEFCO). In questo scenario si inserisce il permesso concesso di fatto dagli Stati baltici di utilizzare il proprio territorio per i sorvoli di droni ucraini diretti verso la Russia.
Così, se nel 2022 la spesa complessiva per la difesa dei paesi UE era di 262 miliardi di euro, 288 miliardi nel 2023 e 343 miliardi nel 2024, per il 2025 raggiunge 381 miliardi e gli investimenti nell’industria della difesa sono aumentati del 150%: da 64 miliardi nel 2022 a 130 miliardi.
«Siamo già in stato di conflitto con la Russia», aveva dichiarato Friedrich Merz nell’estate del 2025, superato qualche mese dopo dal capo di SM francese, Fabien Mandon, secondo il quale i cittadini della Quinta Repubblica dovevano abituarsi all’idea di «perdere i propri figli», mentre Keir Starmer definiva Moskva una «minaccia generazionale».
E, però, afferma David Narmanija su RIA Novosti, pur già pianificando una guerra con la Russia, UE e NATO non riescono ancora a decidere se questa inizierà nel 2030, tra un paio di mesi, o se sia già in corso. Ecco allora che si affrettano a trarne insegnamenti: l’americana Politico, insieme a esperti europei, analizza l’evoluzione del conflitto in Medio Oriente, giungendo ad alcune conclusioni piuttosto cupe per l’Europa.
Innanzitutto, si prevedono carenze nella difesa aerea: gli USA hanno già consumato circa metà delle loro scorte di missili Patriot, mentre dalla Francia si avverte che le scorte di missili Aster e MICA si esaurirebbero nelle prime due settimane di guerra e Rheinmetall e MBDA segnalano imminenti scarsità.
Altro punto critico è la superiorità aerea. Gli USA, dice Politico, non sono riusciti a bombardare l’Iran fino a distruggerlo; Teheran ha invece lanciato oltre 5.000 attacchi di missili e droni contro paesi del Golfo Persico, Israele e le basi americane.
In altre parole, la potenza della più consistente forza aerea del pianeta non è stata sufficiente nemmeno a disarmare parzialmente un Paese sottoposto a sanzioni da mezzo secolo. Conclusione: l’Europa deve concentrarsi sui missili di precisione.
Ma c’è anche la debolezza navale. Politico cita il disonorevole impiego del cacciatorpediniere HMS Dragon, inviato a protezione della base britannica a Cipro e costretto a rientrare in porto per guasti all’impianto idrico; ma pare che il resto della flotta britannica non sia in condizioni migliori: mancano navi, marinai e soldi.
Jack Watling, ricercatore presso il Royal United Services Institute dice che «I tentativi pluriennali di Londra di risparmiare denaro sulla un tempo potente Royal Navy hanno reso inutilizzabile una parte significativa delle sue navi».
Politico avverte poi che, data la spaccatura interna all’Alleanza Atlantica, un conflitto tra Russia e NATO potrebbe degenerare in un conflitto tra Russia e Europa ed evidenzia quindi il ruolo assegnato nella possibile guerra all’Ucraina, considerata fattore di garanzia della sicurezza europea e NATO, insieme alla necessità di una cintura anti-drone intorno alla Russia.
Il fatto è che, dice Narmanija, l’Ucraina e i suoi partner europei lamentano carenza di missili antiaerei quasi dal primo giorno del conflitto: il complesso militare-industriale europeo ha perso la battaglia dell’artiglieria per l’Ucraina, e solo la novità di questo conflitto – l’impiego dei droni – ha contribuito a mascherare questa sconfitta. Quanto alla marina: i missili ipersonici, di cui Moskva dispone, possono dimostrare il reale “valore” delle fortezze galleggianti odierne, anche nelle migliori condizioni.
Per quanto riguarda l’Ucraina, l’Europa l’ha sempre considerata un’arma contro la Russia e ha preparato gli ucraini per questa guerra: vari ex leader europei lo ammettono apertamente. Gli europei, insomma, afferma Narmanija, si stanno «preparando freneticamente a una guerra che considerano inevitabile, perché un conflitto da loro stessi provocato infuria ai loro confini».
Se i loro politici avessero anche solo un briciolo di buon senso, una via d’uscita da questa situazione sarebbe ovvia. Ma i leader europei continuano ostinatamente a fomentare una guerra che potrebbe segnare la fine della civiltà europea: «in due settimane, quando le difese aeree si esauriranno».
Comunque sia, nel campo NATO si sono verificati ultimamente fenomeni strani e curiosi: Parigi e Berlino promuovono l’idea di un esercito europeo al di fuori del blocco nordatlantico e di una coalizione di paesi disposti a combattere la Russia nelle steppe ucraine. Poi, Kiev, anche se alla fine non se n’è fatto nulla, annuncia la formazione di una sorta di Ukro-NATO, insieme a Gran Bretagna, Turchia e Norvegia.
Di più: Gran Bretagna e altri nove paesi europei (Danimarca, Finlandia, Islanda, Norvegia, Svezia, Stati baltici e Paesi Bassi) concordano di creare una forza navale congiunta, a dispetto della disastrosa condizione della flotta di sua maestà.
La nuova banda navale dovrebbe «scoraggiare le minacce provenienti dalla Russia nel nord del continente» dice il Primo Lord del Mare, generale Gwyn Jenkins, aggiungendo che «la forza marittima multinazionale agirà come complemento alla NATO». Per inciso, Washington ha già detto di non aver intenzione di aderire a un blocco al di fuori della NATO.
Di fatto, scopo di questa alleanza è contenere la Russia nell’Atlantico settentrionale e nel Baltico, forse anche cercando di sequestrare le navi della “flotta ombra” che Londra ritiene appartengano alla Russia.
La Gran Bretagna, date le condizioni della propria flotta, ammette l’impotenza a condurre tali operazioni; per ovviare al problema, scrive su Komsomol’skaja Pravda il colonnello a riposo Viktor Baranets, Londra prevede di «reclutare navi da altri nove paesi. Ma tutto ciò non è che un’illusione. La realtà è che la NATO inizia a sgretolarsi. E questo ci rallegra». Anche noi.
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Le extraordinary rendition di Israele sul territorio italiano. Una impunità che deve cessare
L’arresto, il pestaggio e la deportazione in un carcere israeliano di due attivisti della Global Sumud Flotilla a bordo di una imbarcazione italiana, somigliano in tutto e per tutto alle extraordinary rendition con cui la CIA ha sequestrato in giro per il mondo persone sospettate di essere legate ai network jihadisti dopo l’11 settembre 2001.
Ce ne fu anche una in Italia, clamorosa, contro l’imam Abu Omar, sequestrato nel 2003 per le strade di Milano con un blitz e condotto clandestinamente via Aviano (la base militare USA) in un carcere egiziano dove fu sottoposto a torture. I servizi segreti italiani ne furono complici. Gli agenti della CIA responsabili furono condannati da un tribunale italiano ma vennero graziati, prima da Napolitano e poi da Mattarella.
Il caso ancora più clamoroso – ma “stranamente” in questo caso senza alcuna conseguenza legale – fu il sequestro di Mordecai Vanunu effettuato dal Mossad in Italia (a Roma) il 30 settembre 1986. Vanunu è il tecnico nucleare israeliano che svelò al Sunday Times e al mondo la minaccia dell’arsenale atomico israeliano. Sequestrato con una operazione clandestina del Mossad articolata tra Londra e Roma venne condotto in Israele e rinchiuso in carcere per diciotto anni.
Nel caso della Flotilla i militari israeliani hanno effettuato il sequestro a bordo di una imbarcazione battente bandiera italiana e in acque internazionali vicino alle coste della Grecia (della quale stanno emergendo tutte le complicità con il blitz israeliano contro la Flotilla). Coerenti con la loro mentalità e le loro regole di ingaggio hanno anche pestato duramente gli attivisti abbordati. Da quanto riferiscono gli avvocati che li hanno incontrati in carcere, le torture e vessazioni sono continuate in cella.
Ma una barca battente bandiera italiana in acque internazionale è territorio italiano e quindi i militari israeliani hanno sequestrato due persone sul nostro territorio. Una violazione palese di tutte le leggi internazionali e della sovranità nazionale italiana.
Tutto questo è stato denunciato sabato mattina dagli attivisti solidali con la Flotilla davanti alla Farnesina. Ma il governo italiano e il ministero degli Esteri rimangono tuttora silenti di fronte all’ennesima violazione israeliana contro l’Italia, in questo caso dunque verso un paese ritenuto “il miglior amico di Israele in Europa”.
Certo, di recente i rapporti tra il governo Meloni e Israele si sono un po’ raffreddati, sicuramente per merito delle enormi manifestazioni per la Palestina dei mesi scorsi ma anche, e forse soprattutto, per una serie di abusi commessi da Israele verso i soldati italiani del contingente Unifil in Libano e verso il Vaticano.
C’è stata la sospensione del rinnovo automatico del Memorandum di cooperazione firmato Italia-Israele del 2005 e una presa di posizione contro l’atto di pirateria nelle acque internazionali contro le barche della Flotilla. Ma in sede europea il governo italiano ha bloccato la risoluzione per l’interruzione del Trattato bilaterale tra UE e Israele, una misura assai più sostanziosa.
Thiago Avila è un attivista brasiliano mentre Seif Abu Keshek è ispano-palestinese, motivo per il quale la Spagna ha usato toni ben più alti contro il sequestro.
Ma adesso c’è una nuova rogna ed è grossa come una casa. E lo si capisce, appunto, dal mutismo del governo sul sequestro dei due attivisti in “territorio italiano”.
Ancora una volta siamo di fronte ad una verifica tra formalità e sostanza. Israele è abituata a fare come le pare in Italia e verso l’Italia e si sente ancora arrogante della propria impunità. Una indulgenza durata fin troppo.
Fonte
Ce ne fu anche una in Italia, clamorosa, contro l’imam Abu Omar, sequestrato nel 2003 per le strade di Milano con un blitz e condotto clandestinamente via Aviano (la base militare USA) in un carcere egiziano dove fu sottoposto a torture. I servizi segreti italiani ne furono complici. Gli agenti della CIA responsabili furono condannati da un tribunale italiano ma vennero graziati, prima da Napolitano e poi da Mattarella.
Il caso ancora più clamoroso – ma “stranamente” in questo caso senza alcuna conseguenza legale – fu il sequestro di Mordecai Vanunu effettuato dal Mossad in Italia (a Roma) il 30 settembre 1986. Vanunu è il tecnico nucleare israeliano che svelò al Sunday Times e al mondo la minaccia dell’arsenale atomico israeliano. Sequestrato con una operazione clandestina del Mossad articolata tra Londra e Roma venne condotto in Israele e rinchiuso in carcere per diciotto anni.
Nel caso della Flotilla i militari israeliani hanno effettuato il sequestro a bordo di una imbarcazione battente bandiera italiana e in acque internazionali vicino alle coste della Grecia (della quale stanno emergendo tutte le complicità con il blitz israeliano contro la Flotilla). Coerenti con la loro mentalità e le loro regole di ingaggio hanno anche pestato duramente gli attivisti abbordati. Da quanto riferiscono gli avvocati che li hanno incontrati in carcere, le torture e vessazioni sono continuate in cella.
Ma una barca battente bandiera italiana in acque internazionale è territorio italiano e quindi i militari israeliani hanno sequestrato due persone sul nostro territorio. Una violazione palese di tutte le leggi internazionali e della sovranità nazionale italiana.
Tutto questo è stato denunciato sabato mattina dagli attivisti solidali con la Flotilla davanti alla Farnesina. Ma il governo italiano e il ministero degli Esteri rimangono tuttora silenti di fronte all’ennesima violazione israeliana contro l’Italia, in questo caso dunque verso un paese ritenuto “il miglior amico di Israele in Europa”.
Certo, di recente i rapporti tra il governo Meloni e Israele si sono un po’ raffreddati, sicuramente per merito delle enormi manifestazioni per la Palestina dei mesi scorsi ma anche, e forse soprattutto, per una serie di abusi commessi da Israele verso i soldati italiani del contingente Unifil in Libano e verso il Vaticano.
C’è stata la sospensione del rinnovo automatico del Memorandum di cooperazione firmato Italia-Israele del 2005 e una presa di posizione contro l’atto di pirateria nelle acque internazionali contro le barche della Flotilla. Ma in sede europea il governo italiano ha bloccato la risoluzione per l’interruzione del Trattato bilaterale tra UE e Israele, una misura assai più sostanziosa.
Thiago Avila è un attivista brasiliano mentre Seif Abu Keshek è ispano-palestinese, motivo per il quale la Spagna ha usato toni ben più alti contro il sequestro.
Ma adesso c’è una nuova rogna ed è grossa come una casa. E lo si capisce, appunto, dal mutismo del governo sul sequestro dei due attivisti in “territorio italiano”.
Ancora una volta siamo di fronte ad una verifica tra formalità e sostanza. Israele è abituata a fare come le pare in Italia e verso l’Italia e si sente ancora arrogante della propria impunità. Una indulgenza durata fin troppo.
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Per il CEO della Alex Springer, i suoi giornalisti devono sostenere Israele o dimettersi
Il colosso mediatico tedesco Axel Springer è al centro di un caso che riguarda le fondamenta dell’attività giornalistica, tanto sul piano deontologico quanto su quello dell’indipendenza editoriale. L’amministratore delegato, Mathias Döpfner, ha detto che i giornalisti che lavorano alle testate possedute dalla Springer (Politico, i tedeschi Bild e Die Welt, da poco anche il Daily Telegraph) devono sostenere Israele nella loro attività, oppure devono rassegnare le dimissioni.
Döpfner ha indicato nel sostegno a Israele un valore fondamentale del lavoro alla Springer. Oltre a mettere in risalto il profondo problema di un giornalismo che non è pensato come strumento di informazione critica per il cittadino, ma come enorme industria della produzione di narrazioni funzionali al potere, le sue dichiarazioni hanno riacceso i riflettori sulle distorsioni prodotte dalla concentrazione della proprietà anche nel mondo del giornalismo.
Le parole di Döpfner sono state pronunciate durante un incontro molto teso avuto lo scorso lunedì con i giornalisti di Politico, dopo che questi avevano inviato una lettera al nuovo direttore, Jonathan Greenberger, sottolineando come alcuni articoli d’opinione firmati da Döpfner rischiavano di minare la reputazione della testata.
Dopo aver sottolineato la differenza tra la linea editoriale e i pezzi scritti di sua mano, ha comunque rivendicato la definizione di aggressore affibbiata alla leadership iraniana. “La formulazione è più che altro un eufemismo”, ha affermato, “dovremmo piuttosto dire che sono terroristi, oppure che sono assassini di massa”, riporta l’agenzia turca Anadolu.
Döpfner ha però anche aggiunto che la lealtà a Israele è tra i cinque valori definiti “essenziali”, alla base dell’attività dell’azienda. Questi sono “libertà, libero mercato, libertà individuale e libertà di parola”, a cui, dunque, sembra si debba aggiungere la libertà di Israele di compiere un genocidio e attaccare paesi sovrani senza alcun tipo di critica.
La non condivisione di questi “essenziali”, a suo avviso, “potrebbe quindi portare semplicemente alla decisione che, poiché siamo molto trasparenti al riguardo, spetta al singolo decidere se Axel Springer e qualcuno con convinzioni così fondamentalmente diverse siano davvero compatibili”.
Döpfner era diventato famoso già qualche anno fa, per una mail trapelata e resa pubblica dal Die Zeit, nella quale l’amministratore delegato riassumeva le sue idee in “Zionism über alles. Israele è il mio paese”. Se il sionismo viene prima di ogni altra cosa, è facile immaginare che venga anche prima degli altri “essenziali” da lui indicati.
Inoltre, la formula “über alles” è estremamente controversa in Germania, in quanto verso centrale dell’inno nazionale durante il periodo del Terzo Reich e simbolo della visione suprematista del nazismo. Elemento che, appunto, si sposa perfettamente col suprematismo del sionismo. Di questo suo strenuo sionismo gli è stato pure dato riconoscimento lo scorso ottobre, quando Döpfner è stato insignito della Medaglia d’Onore Presidenziale dal presidente israeliano Isaac Herzog.
La minaccia nemmeno troppo velata di licenziamento nel caso in cui non ci si allinei con la propaganda sionista è uno strumento potente nelle mani della manipolazione mediatica a cui i grandi gruppi dell’informazione vogliono sottoporci, pur di nascondere i crimini di Israele e le complicità dei governi occidentali. Ed è anche sintomo di un’epoca in cui la classe dirigente abbandona tutte le fandonie che ha raccontato fino a oggi riguardo alla libera informazione, ai diritti umani e alla democrazia, per esercitare il puro dominio.
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Döpfner ha indicato nel sostegno a Israele un valore fondamentale del lavoro alla Springer. Oltre a mettere in risalto il profondo problema di un giornalismo che non è pensato come strumento di informazione critica per il cittadino, ma come enorme industria della produzione di narrazioni funzionali al potere, le sue dichiarazioni hanno riacceso i riflettori sulle distorsioni prodotte dalla concentrazione della proprietà anche nel mondo del giornalismo.
Le parole di Döpfner sono state pronunciate durante un incontro molto teso avuto lo scorso lunedì con i giornalisti di Politico, dopo che questi avevano inviato una lettera al nuovo direttore, Jonathan Greenberger, sottolineando come alcuni articoli d’opinione firmati da Döpfner rischiavano di minare la reputazione della testata.
Dopo aver sottolineato la differenza tra la linea editoriale e i pezzi scritti di sua mano, ha comunque rivendicato la definizione di aggressore affibbiata alla leadership iraniana. “La formulazione è più che altro un eufemismo”, ha affermato, “dovremmo piuttosto dire che sono terroristi, oppure che sono assassini di massa”, riporta l’agenzia turca Anadolu.
Döpfner ha però anche aggiunto che la lealtà a Israele è tra i cinque valori definiti “essenziali”, alla base dell’attività dell’azienda. Questi sono “libertà, libero mercato, libertà individuale e libertà di parola”, a cui, dunque, sembra si debba aggiungere la libertà di Israele di compiere un genocidio e attaccare paesi sovrani senza alcun tipo di critica.
La non condivisione di questi “essenziali”, a suo avviso, “potrebbe quindi portare semplicemente alla decisione che, poiché siamo molto trasparenti al riguardo, spetta al singolo decidere se Axel Springer e qualcuno con convinzioni così fondamentalmente diverse siano davvero compatibili”.
Döpfner era diventato famoso già qualche anno fa, per una mail trapelata e resa pubblica dal Die Zeit, nella quale l’amministratore delegato riassumeva le sue idee in “Zionism über alles. Israele è il mio paese”. Se il sionismo viene prima di ogni altra cosa, è facile immaginare che venga anche prima degli altri “essenziali” da lui indicati.
Inoltre, la formula “über alles” è estremamente controversa in Germania, in quanto verso centrale dell’inno nazionale durante il periodo del Terzo Reich e simbolo della visione suprematista del nazismo. Elemento che, appunto, si sposa perfettamente col suprematismo del sionismo. Di questo suo strenuo sionismo gli è stato pure dato riconoscimento lo scorso ottobre, quando Döpfner è stato insignito della Medaglia d’Onore Presidenziale dal presidente israeliano Isaac Herzog.
La minaccia nemmeno troppo velata di licenziamento nel caso in cui non ci si allinei con la propaganda sionista è uno strumento potente nelle mani della manipolazione mediatica a cui i grandi gruppi dell’informazione vogliono sottoporci, pur di nascondere i crimini di Israele e le complicità dei governi occidentali. Ed è anche sintomo di un’epoca in cui la classe dirigente abbandona tutte le fandonie che ha raccontato fino a oggi riguardo alla libera informazione, ai diritti umani e alla democrazia, per esercitare il puro dominio.
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Nuove sanzioni contro Cuba, a centinaia di migliaia rispondono in piazza per il Primo Maggio
Il Presidente degli Stati Uniti, Donald Trump, ha firmato venerdì primo maggio un nuovo ordine esecutivo che amplia significativamente il regime di sanzioni che colpiscono Cuba. La mossa mira a intensificare la pressione politica ed economica nei confronti dell’isola, colpendo individui, entità e affiliati che sostengono l’apparato di sicurezza di Cuba o che, secondo le informazioni manipolate dagli apparati stelle-e-strisce, sono complici in casi di corruzione e gravi violazioni dei diritti umani.
La novità preoccupante di questo ordine esecutivo è la portata estremamente vasta della platea a cui potrebbe applicarsi: le sanzioni potrebbero colpire, infatti, anche realtà straniere che contino legami in settori nevralgici dell’economia cubana, dall’energia alla difesa fino ai comparti minerario e dei servizi finanziari.
Un elemento di particolare rilievo è l’autorizzazione all’introduzione di sanzioni secondarie, che permetteranno agli Stati Uniti di colpire anche soggetti terzi che siano considerati in un qualche modo facilitatori delle transazioni con le entità già inserite nella lista nera. Trump continua a ribadire che sarà ricordato come il presidente che prenderà Cuba, nonostante gli oltre 65 anni di strenua resistenza della Rivoluzione.
Martedì 28 aprile, il Senato statunitense ha votato con 51 voti contro 47, contro una misura procedurale che avrebbe bloccato il presidente dal potere ordinare un’azione militare contro l’isola caraibica. I repubblicani hanno difeso Trump in maniera piuttosto compatta, questa volta, affermando che, non essendovi ostilità attive tra gli Stati Uniti e Cuba, limitare i poteri della Casa Bianca non era necessario.
Ma il tipo di blocco messo in atto da Washington è già un atto di guerra, oltre che una punizione collettiva contro un popolo che ribadisce con forza e determinazione il proprio diritto all’autodeterminazione e la propria sovranità contro le aggressioni imperialiste.
La risposta del governo cubano alle sanzioni è stata immediata e carica di sdegno. Il Presidente Miguel Díaz-Canel ha utilizzato i social media per condannare le misure coercitive che rinforzano un blocco “brutale e genocida”. Il Ministro degli Esteri cubano, Bruno Rodríguez, ha rincarato la dose, sottolineando come l’annuncio sia giunto proprio durante le tradizionali celebrazioni del primo maggio.
Rodríguez ha definito le sanzioni una “punizione collettiva contro il popolo cubano” e una violazione della Carta delle Nazioni Unite. “Mentre il governo degli Stati Uniti reprime il proprio popolo per le strade – ha aggiunto – cerca di punire il nostro, che resiste eroicamente agli attacchi dell’imperialismo degli Stati Uniti”.
Ma l’intimidazione non funziona. Centinaia di migliaia di persone sono scese in piazza a L’Avana per il primo maggio, ribadendo ancora una volta che il popolo cubano non rinuncerà a scegliere autonomamente il proprio futuro. È stato anche presentato il risultato della campagna “La mia firma per la Patria”, che ha visto l’adesione di oltre 6 milioni di cubani (l’81% della popolazione di età superiore ai 16 anni).
Ricordiamo che nella capitale cubana si trovano ancora tanti solidali di varie delegazioni internazionali (compresi compagne e compagni italiani di Potere al Popolo e Cambiare Rotta) che hanno partecipato agli eventi organizzati per la Festa dei lavoratori. Anche nei prossimi mesi continueranno le missioni internazionaliste verso l’isola.
Fonte
La novità preoccupante di questo ordine esecutivo è la portata estremamente vasta della platea a cui potrebbe applicarsi: le sanzioni potrebbero colpire, infatti, anche realtà straniere che contino legami in settori nevralgici dell’economia cubana, dall’energia alla difesa fino ai comparti minerario e dei servizi finanziari.
Un elemento di particolare rilievo è l’autorizzazione all’introduzione di sanzioni secondarie, che permetteranno agli Stati Uniti di colpire anche soggetti terzi che siano considerati in un qualche modo facilitatori delle transazioni con le entità già inserite nella lista nera. Trump continua a ribadire che sarà ricordato come il presidente che prenderà Cuba, nonostante gli oltre 65 anni di strenua resistenza della Rivoluzione.
Martedì 28 aprile, il Senato statunitense ha votato con 51 voti contro 47, contro una misura procedurale che avrebbe bloccato il presidente dal potere ordinare un’azione militare contro l’isola caraibica. I repubblicani hanno difeso Trump in maniera piuttosto compatta, questa volta, affermando che, non essendovi ostilità attive tra gli Stati Uniti e Cuba, limitare i poteri della Casa Bianca non era necessario.
Ma il tipo di blocco messo in atto da Washington è già un atto di guerra, oltre che una punizione collettiva contro un popolo che ribadisce con forza e determinazione il proprio diritto all’autodeterminazione e la propria sovranità contro le aggressioni imperialiste.
La risposta del governo cubano alle sanzioni è stata immediata e carica di sdegno. Il Presidente Miguel Díaz-Canel ha utilizzato i social media per condannare le misure coercitive che rinforzano un blocco “brutale e genocida”. Il Ministro degli Esteri cubano, Bruno Rodríguez, ha rincarato la dose, sottolineando come l’annuncio sia giunto proprio durante le tradizionali celebrazioni del primo maggio.
Rodríguez ha definito le sanzioni una “punizione collettiva contro il popolo cubano” e una violazione della Carta delle Nazioni Unite. “Mentre il governo degli Stati Uniti reprime il proprio popolo per le strade – ha aggiunto – cerca di punire il nostro, che resiste eroicamente agli attacchi dell’imperialismo degli Stati Uniti”.
Ma l’intimidazione non funziona. Centinaia di migliaia di persone sono scese in piazza a L’Avana per il primo maggio, ribadendo ancora una volta che il popolo cubano non rinuncerà a scegliere autonomamente il proprio futuro. È stato anche presentato il risultato della campagna “La mia firma per la Patria”, che ha visto l’adesione di oltre 6 milioni di cubani (l’81% della popolazione di età superiore ai 16 anni).
Ricordiamo che nella capitale cubana si trovano ancora tanti solidali di varie delegazioni internazionali (compresi compagne e compagni italiani di Potere al Popolo e Cambiare Rotta) che hanno partecipato agli eventi organizzati per la Festa dei lavoratori. Anche nei prossimi mesi continueranno le missioni internazionaliste verso l’isola.
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