Presentazione
Analisi, opinioni, fatti e (più di rado) arte da una prospettiva di classe.
26/09/2026
Sette storie per non dormire: Finmeccanica
Finmeccanica, tuttavia, aveva una caratteristica che impediva alla classe politica di accettare la prospettiva di perderne del tutto il controllo, in favore di soggetti stranieri o di una classe imprenditrice autoctona sulla cui capacità e volontà di coniugare il proprio interesse con quello nazionale non si poteva far conto: il fatto che essa rappresentasse gran parte dell'industria militare italiana. Pertanto si volle mantenerne l’azionariato privato sufficientemente frammentato da assicurare allo stato il mantenimento d’un ruolo preminente nella sua gestione. Questa sua condizione ha sino ad oggi evitato che l’azienda sperimentasse episodi di cattiva amministrazione paragonabili, per gravità, a quelli subiti dalle società totalmente privatizzate; essa tuttavia, al tempo stesso, ha fatto sì che la sua conduzione fosse influenzata da vincoli tali da renderne comunque il cammino accidentato, al punto che successivamente alle dismissioni da noi elencate se ne dovettero porre in essere ancora delle altre, le quali ridussero ulteriormente il perimetro delle sue attività.
A partire dal 2001 Finmeccanica, recuperata la propria solidità finanziaria grazie alle cessioni delle sue controllate, cercò di rimediare all’indebolimento che per effetto di esse aveva subito sul piano dimensionale, intraprendendo una politica di espansione internazionale. Questa fu realizzata in parte stipulando delle joint venture con altre società, ma in parte anche tramite acquisizioni. La sua dirigenza, tuttavia, indirizzò i propri sforzi verso un insieme piuttosto ristretto di attività: infatti non soltanto non provò a recuperare terreno in quegli ambiti da cui aveva dovuto ritirarsi (dove avrebbe dovuto ripartire da zero e contro forti avversari), ma ne trascurò anche alcuni in cui era ancora presente e competitiva, in quanto puntò a rafforzarsi ulteriormente soltanto in quelli che soddisfacevano le esigenze delle forze armate, quali l’aerospaziale, l’elettronica e i sistemi di difesa.
Era questa una strategia sensata: in un’Italia governata da una classe politica orientata a dismettere il patrimonio industriale pubblico, infatti, la sopravvivenza e addirittura il rafforzamento di una grande impresa di stato poteva essere tollerata soltanto se l’attività della stessa era focalizzata in settori considerati strategici per la sicurezza nazionale. Questo vincolo aveva però l’effetto di limitare parecchio le possibilità di quella dirigenza di scegliere in quale direzione muoversi per far crescere l’azienda, anche in ragione della difficoltà di trovare imprese detentrici di tecnologie militari che fossero contendibili (gli altri paesi, difatti, non erano meno motivati del nostro a mantenere il controllo di questo genere di attività) e dei condizionamenti di natura politica che scaturivano dalla sottomissione dell’Italia agli Stati Uniti (che imponevano a Finmeccanica di guardare, per accordi e acquisizioni in tale ambito, soprattutto a imprese angloamericane). Il risultato di queste limitazioni fu che a un certo punto di questo percorso di crescita dimensionale l’azienda ritenne necessaria un’acquisizione che però doveva essere effettuata a condizioni molto sfavorevoli: quella dell'americana DRS, avvenuta nel 2008, per la quale accettò di pagare un prezzo assai elevato in termini assoluti e ancor più in rapporto all'effettivo valore di quella società. Finmeccanica tornò pertanto ad essere un’azienda pesantemente indebitata – aveva difatti dovuto procurarsi all’esterno le risorse necessarie per finanziare quell’operazione – e per di più senza la prospettiva di potersi rifare in tempi brevi della spesa effettuata, proprio in ragione del fatto che in rapporto a quest’ultima il valore di DRS era limitato. Oltretutto, tale impresa era difficilmente integrabile nel corpo di Finmeccanica, dal momento che la normativa statunitense (tesa a disciplinare rigidamente la circolazione delle informazioni strategicamente rilevanti detenute dalle aziende legate alla difesa) imponeva che fosse guidata da amministratori americani e poneva seri vincoli all’accesso da parte della sua nuova controllante alle tecnologie da essa possedute. A queste ritrovate difficoltà l’azienda avrebbe poi reagito – non potendo contare sul supporto finanziario dell’azionista pubblico – ponendo in essere nuove dismissioni di controllate operanti nei comparti civili, dunque indebolendosi ulteriormente (e ancora una volta a beneficio di soggetti stranieri).
Malgrado tutto, Finmeccanica – dal 2016 ridenominata Leonardo – ha continuato ad essere un’azienda capace di generare in misura rilevante occupazione e ricchezza: alla fine del 2021 aveva 106 stabilimenti (di cui 55 in Italia) e oltre 50.000 addetti (per il 63 per cento in Italia), assieme ai quali vanno considerati quelli dell’indotto (che solo in Italia ammontavano a 126.000, appartenenti a 4.000 aziende). Va anche rilevato come, nel desolante scenario di degrado della grande industria italiana, Leonardo abbia mantenuto una eccezionale capacità di ricerca e investimento nelle attività tecnologicamente più avanzate. Rimane comunque deprecabile la politica di cannibalizzazione dell’azienda che fu posta in essere per rimediare ai suoi problemi finanziari. A tale riguardo, si potrebbe sostenere che non vi fosse altro modo per risanarla, dal momento che l'apporto di nuovi capitali da parte dello stato risultava impedito dall’ostilità verso simili operazioni sussistente in sede comunitaria e dalla delicata situazione delle finanze pubbliche; ma in realtà delle soluzioni alternative esistevano. Ad esempio, il governo avrebbe potuto realizzare la parziale privatizzazione della capogruppo per migliorare i conti della stessa invece di quelli dello stato (la cui la messa in sicurezza, d’altronde, sarebbe stata conseguibile molto più efficacemente attuando una ristrutturazione del debito piuttosto che dismettendo il patrimonio industriale pubblico). Se poi si fosse astenuto dal privatizzare le banche, per ricapitalizzare l’azienda avrebbe potuto servirsi anche di queste, il che gli avrebbe consentito di cedere – se necessario – una quota del suo capitale ancora maggiore di quella di cui effettivamente si liberò mantenendola ugualmente sotto il controllo pubblico (è il medesimo ragionamento che abbiamo fatto in riferimento ad Alitalia e all’ENI). Peraltro, a tale riguardo possiamo notare che il prezzo cui le azioni Finmeccanica sarebbero state vendibili da una parte sarebbe stato depresso dalla cattiva situazione finanziaria dell’azienda, ma dall’altro sarebbe stato positivamente influenzato dal fatto che essa sarebbe stata integra anziché privata di varie sue componenti (alcune delle quali di grande valore).
Va altresì rilevato che in un contesto come quello da noi delineato, nel quale cioè lo stato non si fosse privato del controllo del sistema creditizio, non soltanto la cessione di una quota rilevante del capitale della società capogruppo, ma persino quella integrale di singoli suoi rami sarebbe risultata tollerabile in un’ottica di difesa dell’interesse nazionale, in quanto sarebbe stato possibile far intervenire quali acquirenti proprio gli istituti bancari pubblici, evitando così il trasferimento di tali rami a soggetti stranieri e anche la frammentazione proprietaria di imprese che conveniva invece mantenere connesse, perché operanti in un medesimo ambito (giacché cordate formate da più banche avrebbero potuto rilevare più imprese, ponendole sotto il controllo di una società capogruppo appositamente costituita). Finmeccanica, quindi, avrebbe potuto valutare in base a logiche puramente industriali – ovvero senza dovere farsi carico della difesa dell’italianità e della forza complessiva del nostro comparto meccanico – la convenienza della vendita di talune sue controllate: convenienza che sarebbe potuta sussistere nel caso delle aziende meno suscettibili di generare proficue sinergie con le altre, qualora il loro sacrificio avesse consentito di finanziare acquisizioni utili al rafforzamento nei suoi principali ambiti di attività.
Se poi si fosse riusciti a far superare a Finmeccanica la crisi finanziaria degli anni Novanta nel modo descritto, ovvero senza imporle un eccessivo dimagrimento, l’azienda avrebbe potuto evitare quella successiva al 2008, in quanto la permanenza in diversi settori di attività avrebbe consentito alla sua dirigenza di cogliere le occasioni di crescita sussistenti in ognuno di essi, senza dovere necessariamente ricercare nel solo settore militare nuove aziende da acquisire; e comunque la stessa esigenza di inglobare nuove aziende sarebbe risultata meno pressante, non essendovi stato un precedente ridimensionamento cui porre rimedio. Finmeccanica, insomma, avrebbe potuto permettersi di rinunciare a un’acquisizione poco conveniente quale fu quella della DRS.
Trattando delle conseguenze di tale acquisizione, abbiamo accennato al fatto che in anni recenti Finmeccanica ha dovuto effettuare delle ulteriori dismissioni, per rimediare alla grave situazione debitoria in cui era nuovamente venuta a trovarsi. Queste richiedono una trattazione approfondita, in quanto presentano degli aspetti singolari.
Nel 2011 Finmeccanica costituì una nuova società assieme al fondo d'investimenti statunitense First Reserve, la cui partecipazione era pari al 45 per cento del capitale. Tale società rilevò la Ansaldo Energia (uno dei maggiori costruttori di impianti energetici al mondo), per poi venire incorporata in quest’ultima. La somma pagata, pari a 1.073 milioni di euro, venne in parte conferita dagli azionisti della società acquirente (500 milioni, dei quali logicamente il 55 per cento fu versato da Finmeccanica e il 45 dal fondo) e per la parte rimanente fornita da banche con le quali essa si indebitò. Di fatto, fu come se Finmeccanica si fosse procurata 798 milioni (cifra pari ai 1.073 ricavati dalla vendita, meno i 275 pagati in quanto azionista della società acquirente) in parte indebitandosi e in parte cedendo il 45 per cento di Ansaldo Energia al fondo statunitense. Ovviamente, desta qualche perplessità vuoi il ricorso a un’operazione più complicata del necessario, vuoi la pretesa di ripianare i propri debiti contraendone degli altri; sicché in definitiva sembra che il fine preminente di una simile manovra sia stato quello di consentire alla First Reserve di rilevare il 45 per cento di Ansaldo Energia spendendo appena 225 milioni di euro, ovvero una cifra pari al 21 per cento del valore attribuito all’azienda. (N.B.: in verità, l’impegno finanziario del fondo sale a 483 milioni se lo calcoliamo come il 45 per cento della somma versata dalla società acquirente a Finmeccanica; di questa somma, però, 258 milioni costituiscono la quota facente capo al fondo dei debiti contratti dalla società acquirente, debiti che poi furono fatti ricadere su quella rilevata e che pertanto toccò poi alla stessa Ansaldo Energia rifondere, tramite i profitti che generava).
Va pure rilevato che nel 2011, malgrado le sue critiche condizioni finanziarie, Finmeccanica aveva pagato agli azionisti un dividendo di 237 milioni; il che significa che di fatto la privatizzazione in esame risultò funzionale non al risanamento della capogruppo, bensì a finanziare quella distribuzione di utili (dal momento che, in assenza di questa, Finmeccanica avrebbe potuto contare su risorse aggiuntive più che sufficienti a consentirle di fare a meno dell’apporto finanziario di First Reserve). Di tale distribuzione, oltretutto, lo stato italiano beneficiò solo in piccola parte: infatti, dal momento che esso ormai non controllava che il 30 per cento di Finmeccanica, la sua quota di quegli utili corrispose a 69 milioni.
Tale vicenda, inoltre, non si concluse con quel passaggio di proprietà. Nel 2013 il Fondo Strategico Italiano (istituito dalla Cassa Depositi e Prestiti l’anno precedente) rilevò il pacchetto azionario della First Reserve e un altro 40 per cento direttamente da Finmeccanica (accordandosi pure per rilevare in un momento successivo il rimanente 15). Il suo intervento ebbe dunque, nell’immediato, una duplice valenza positiva, consentendo di ridurre ulteriormente l’indebitamento di Finmeccanica e al tempo stesso di riportare in mani nazionali un’azienda operante con successo in un settore ad alta tecnologia. Già nel 2014, però, il fondo statale cedette il 40 per cento di Ansaldo Energia alla cinese Shanghai Electric, ripristinando in sostanza la situazione del 2011. Se da parte governativa vi era stata la convinzione di avere trovato un solido partner industriale, disposto a investire nell’azienda, tale speranza andò poi delusa, in quanto la Shanghai Electric rifiutò di prendere parte a due aumenti di capitale che furono deliberati negli anni successivi al suo ingresso. Ciò ridusse la sua partecipazione al 12 e poi a meno dell’uno per cento, mentre l’azionista pubblico risalì all’88 per cento. Evidentemente, il coinvolgimento dello stato nei comparti industriali ad alta tecnologia era a tal punto necessario da determinarsi, alle volte, persino contro la volontà del ceto politico.
Anche in merito a questi ulteriori passaggi di proprietà vi sono alcuni dati interessanti da sottolineare. Per recuperare il 45 per cento posseduto da First Reserve, che questa aveva pagato 225 milioni, il Fondo Strategico Italiano ne sborsò 387: una differenza difficile da spiegare, considerato anche che i debiti contratti con le banche dalla società acquirente erano ricaduti – in seguito alla sua incorporazione nella Ansaldo Energia – su quest’ultima (e che pertanto il fondo governativo, tramite quell’acquisizione, divenne responsabile del 45 per cento di essi). Inoltre, per il totale delle quote ancora detenute da Finmeccanica (il 40 per cento preso nell’immediato e il 15 da acquisire successivamente) esso si impegnò a pagare una cifra analoga, malgrado la maggiore consistenza di tale pacchetto azionario e malgrado l’ottenimento di quest’ultimo gli avrebbe conferito il pieno controllo dell’azienda. Quando poi il 40 per cento venne rivenduto alla Shanghai Electric, appena un anno più tardi, questa dovette pagare 400 milioni: una cifra più alta, ma che comunque non rifletteva il valore che era stato stimato per l'intera società al momento dell’ingresso del fondo pubblico (1,4 miliardi).
Nel 2015 fu poi decisa la vendita di Ansaldo Breda (produttrice di treni) e Ansaldo STS (attiva nel settore del segnalamento ferroviario) alla giapponese Hitachi. Ansaldo Breda venne pressoché regalata: il guadagno per Finmeccanica consistette nel liberarsi dei suoi debiti (era difatti un’azienda che generava perdite). Ansaldo STS era invece in ottima salute: nel suo ambito di attività costituiva addirittura la più importante azienda al mondo. Finmeccanica possedeva il 40 per cento del suo capitale, quota sufficiente a garantirle il controllo della società; lo cedette interamente in cambio di 773 milioni di euro. Venderla – fu spiegato – servì anche a disfarsi di Ansaldo Breda, in quanto l’acquisto della prima fu vincolato a quello della seconda.
In questo caso sembra che la dirigenza non potesse comportarsi diversamente da come fece, stante l’esigenza di migliorare la situazione finanziaria del gruppo. Va notato però che Ansaldo Breda aveva sì dei seri problemi di efficienza e competitività, che si riflettevano sulla sua redditività (nel solo 2013 aveva perso 277 milioni di euro), ma poteva comunque contare su un contratto per la fornitura di treni alle FS del valore di 1,5 miliardi, che costituiva un’ottima base finanziaria per un suo futuro rilancio. Viene da chiedersi, pertanto, se per renderla appetibile fosse indispensabile offrirla a condizioni tanto favorevoli e abbinare ad essa Ansaldo STS. Si noti, al riguardo, che se la vendita di Ansaldo Breda avesse fruttato degli utili a Finmeccanica questa avrebbe potuto evitare la cessione completa di Ansaldo STS, limitandosi a trasferire a un investitore finanziario una parte delle azioni di cui era ancora in possesso. Questa azienda in floride condizioni avrebbe così continuato, sia pure in misura più limitata rispetto al passato, ad essere per essa una fonte di profitti.
In merito alle necessità finanziarie di Finmeccanica, non va poi dimenticato lo sperpero di 237 milioni da essa compiuto nel 2011 tramite quella distribuzione di dividendi. Come detto, in assenza di quell’uscita la società avrebbe potuto permettersi di non cedere a First Reserve il 45 per cento di Ansaldo Energia; il che però vuol dire che avrebbe potuto essere la stessa Finmeccanica, successivamente, a cederlo al Fondo Strategico Italiano per 387 milioni. Si noti che tale somma equivale esattamente a metà del ricavato della vendita di Ansaldo STS!
In conclusione, anche postulando che queste dismissioni fossero necessarie (ma abbiamo visto che una diversa gestione di Finmeccanica e in generale del patrimonio IRI avrebbe consentito alla prima di non ritrovarsi dopo il 2008 coperta di debiti), dobbiamo comunque rilevare che le medesime sarebbero state effettuabili a condizioni per essa migliori. L’impressione che si ricava dall’insieme di tali vicende, pertanto, è che in quella fase così delicata la dirigenza di Finmeccanica abbia dovuto fare i conti con delle pressioni politiche, e per effetto di esse contemperare l’esigenza del risanamento finanziario dell’azienda con quella del soddisfacimento degli appetiti di soggetti dotati di un’elevata capacità di lobbying. La prima risultò così parzialmente sacrificata, in quanto non fu possibile gestire le dismissioni delle controllate in maniera tale da massimizzare i profitti della controllante; il che vuol dire che per raggiungere lo scopo del risanamento finanziario fu necessario praticare una politica di cessioni più estesa di quella che, altrimenti, sarebbe risultata sufficiente.
Sempre nel 2015 si ebbe, inoltre, la vendita della BredaMenarinibus a una società appositamente costituita (l’Industria Italiana Autobus), partecipata per il 20 per cento dalla stessa Finmeccanica e per l’80 da un gruppo cinese. La medesima società acquisì dalla FIAT la divisione autobus di quest’ultima, di cui l’azienda torinese aveva voluto disfarsi. L’IIA andò incontro a grosse difficoltà economiche, che portarono all’ingresso nel capitale, in sostituzione del partner cinese, di nuovi soci privati (tra i quali un’azienda turca) e anche di Invitalia (una società interamente partecipata dal Ministero dell'economia, deputata a investire in settori reputati strategici): nel 2019 questa ne acquisì il 30 per cento (quota che si aggiunse al 20 per cento ancora detenuto da Finmeccanica). Ancora una volta, dunque, la privatizzazione mancò di assicurare la salvaguardia e il rilancio di un’azienda che la proprietà pubblica aveva avuto difficoltà a gestire, e si rese necessario un nuovo ritorno in forze di quest’ultima. Ciò tuttavia non impedì che l’obiettivo della gestione privata continuasse ad essere perseguito. Nel 2024 è infatti subentrato un nuovo proprietario, l’azienda italiana Seri Industrial, la quale ha subito dato prova della propria affidabilità, impegnandosi con il governo (in sede di trattative) a rilanciare lo stabilimento bolognese della Menarini, salvo poi (ad acquisizione avvenuta) manifestare la volontà di concentrare la produzione in quello avellinese ex-Irisbus.
Due annotazioni finali. La prima: sapete perché Finmeccanica oggi ha un altro nome? Il cambio parve necessario per ragioni di immagine, dopo che due suoi presidenti erano stati indagati (il secondo, nel 2013, addirittura per una vicenda di corruzione internazionale, consistente nel pagamento di tangenti per rendere possibile una fornitura di elicotteri al governo indiano). Le due vicende si conclusero con un’archiviazione e un’assoluzione, ma parve comunque opportuno lasciare cadere nel dimenticatoio il vecchio nome della società. E forse è davvero un bene che sia stato abbandonato, anche se a nostro avviso il motivo giusto per farlo era un altro. Il nome “Finmeccanica” doveva rimanere associato a ciò che ha rappresentato sino agli anni Novanta: una grande azienda pubblica, in grado di rivaleggiare con le maggiori imprese meccaniche europee e la cui attività era orientata a contribuire al progresso materiale del paese. Leonardo è un’altra cosa: un’azienda ancora importante, ma molto ridimensionata rispetto al passato, e posseduta in larga misura da soggetti privati, interessati alla massimizzazione del profitto immediato.
La seconda, inerente proprio l’evoluzione dell’asseto proprietario: ma a voi pare rassicurante che la nostra industria di armamenti sia finita in mani private? Mentre un’azienda pubblica è – almeno in linea di principio – sottoposta al diretto controllo della classe politica, una privata non soltanto è sottratta a tale controllo, ma se è abbastanza grande (e quindi finanziariamente dotata) può essere in grado di instaurare con la sfera politica un rapporto di segno opposto: può essere lei, cioè, a controllare quest’ultima. Una situazione del genere non è mai auspicabile; ma ci pare risulti addirittura allarmante nel caso in cui l’azienda in questione, fabbricando armi, veda dipendere la propria prosperità dalle decisioni che i governanti devono prendere nell’ambito della politica estera e di difesa.
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L’asse del Sud globale come risposta al nuovo assedio imperialista
Il nuovo equilibrio mondiale si sta costruendo contemporaneamente in più geografie del Sud globale. Dall’Iran al Messico, dalla Patagonia al Cile, dal Venezuela a Cuba, emerge un tratto comune: la rivendicazione della sovranità nazionale contro le nuove forme di imperialismo politico, economico e militare. Non si tratta di episodi isolati, ma di un processo storico nel quale i BRICS sono chiamati ad assumere una responsabilità ben più ampia di quella economica.
L’aggressione militare statunitense contro la Repubblica Islamica dell’Iran ha rappresentato uno spartiacque. Il silenzio di molte cancellerie e la prudenza di alcuni Paesi emergenti hanno mostrato i limiti dell’attuale architettura multipolare.
Se i BRICS vogliono realmente rappresentare un’alternativa all’ordine unipolare, non possono limitarsi alla cooperazione commerciale o alla costruzione di strumenti finanziari autonomi: devono affermare con chiarezza il principio dell’inviolabilità della sovranità degli Stati e del rifiuto delle guerre di aggressione.
La multipolarità, senza una comune politica di pace e di difesa del diritto internazionale, rischia di ridursi a una semplice redistribuzione del potere economico.
La questione iraniana, dunque, non riguarda soltanto Teheran. Riguarda la possibilità stessa di costruire un ordine internazionale nel quale nessuna potenza possa arrogarsi il diritto di decidere unilateralmente quali governi possano esistere, quali economie possano svilupparsi e quali popoli possano essere sottoposti a sanzioni, bombardamenti o destabilizzazioni.
L’America Latina contro il ritorno della Dottrina Monroe
Questo stesso conflitto attraversa oggi l’America Latina. Il Messico di Claudia Sheinbaum ha lanciato un messaggio destinato a tutta la regione. La decisione di Washington di classificare i cartelli della droga come organizzazioni terroristiche non può diventare il pretesto giuridico per interventi militari oltre frontiera. Dietro la retorica della sicurezza si cela infatti il rischio della riattivazione della storica dottrina dell’intervento negli affari interni dei Paesi latinoamericani.
La risposta messicana difende non soltanto il proprio territorio, ma un principio fondamentale del diritto internazionale che riguarda l’intero continente: nessuna emergenza, neppure quella legata alla criminalità organizzata, può trasformarsi in una licenza per violare la sovranità di uno Stato.
La vecchia Dottrina Monroe sembra così riaffacciarsi in forme nuove. Non più soltanto attraverso invasioni militari dirette, ma mediante pressioni economiche, sanzioni, operazioni di destabilizzazione, controllo delle risorse strategiche e costruzione di governi politicamente subordinati agli interessi statunitensi.
Patagonia e Cile, la nuova frontiera geopolitica
Più a sud, la Patagonia e il Cile rappresentano un’altra frontiera della contesa geopolitica. Non è soltanto uno scontro elettorale tra destra e sinistra: è il confronto fra due modelli di sviluppo e di sovranità.
L’avanzata dell’ultradestra, incarnata dall’asse ideologico che lega Javier Milei in Argentina e José Antonio Kast in Cile all’eredità politica del pinochettismo, propone un modello fondato sulla privatizzazione delle risorse naturali, sulla finanziarizzazione dei beni comuni e su un forte allineamento agli interessi geopolitici occidentali.
In gioco vi sono il litio, l’acqua, le immense riserve energetiche, le terre rare, le risorse minerarie e le rotte australi che fanno della Patagonia uno dei territori strategicamente più importanti del XXI secolo. La difesa della sovranità latinoamericana passa dunque anche dalla capacità dei popoli di impedire che le proprie ricchezze naturali vengano trasformate in una riserva strategica al servizio delle grandi multinazionali e delle potenze imperialiste.
Le lotte per la sovranità energetica, per la difesa dei territori indigeni e per il controllo pubblico delle materie prime si intrecciano così con i processi di integrazione latinoamericana promossi da ALBA, CELAC e BRICS.
Il Venezuela e il tradimento del chavismo
Dentro questo scenario non si può ignorare la drammatica parabola del Venezuela, soprattutto dopo l’attacco imperialista del 3 gennaio, il rapimento di Nicolás Maduro e Cilia Flores e le successive concessioni della vicepresidente ad interim Delcy Rodríguez al governo degli Stati Uniti.
Quello che appare sempre più evidente è il rischio di un tradimento del progetto originario del chavismo da parte di una nuova direzione politica che, in nome della necessità di sopravvivere alla crisi, sembra accettare compromessi sempre più profondi con Washington. Gli accordi energetici recentemente conclusi con gli Stati Uniti, accompagnati da una crescente apertura del settore petrolifero al capitale straniero, pongono una questione politica che va ben oltre la gestione dell’emergenza economica.
Il problema non è soltanto economico, ma riguarda l’identità stessa della Rivoluzione bolivariana. Il chavismo era nato come progetto di sovranità nazionale, redistribuzione della ricchezza, controllo pubblico delle risorse strategiche e costruzione di un’America Latina autonoma dagli Stati Uniti. Se oggi, dopo anni di scontro e di resistenza, la nuova leadership venezuelana accetta una subordinazione crescente agli interessi energetici e geopolitici di Washington, il rischio è che venga svuotato proprio il significato storico della lotta di Hugo Chávez.
Non si tratta di negare la necessità di riaprire relazioni internazionali, attirare investimenti o rilanciare l’economia venezuelana. Una cosa è utilizzare la diplomazia per rompere l’isolamento e ottenere margini di manovra; altra cosa è trasformare la necessità in una nuova dipendenza. È questa la linea di demarcazione sulla quale si misura oggi la fedeltà al chavismo.
Portare il nome di Chávez non significa necessariamente portare avanti il suo progetto. Il vero lascito della Rivoluzione bolivariana dovrebbe essere la difesa della sovranità, dell’indipendenza economica, dell’integrazione latinoamericana e del diritto del popolo venezuelano a decidere autonomamente il proprio destino.
Cuba e Iran, due fronti della stessa aggressione
Cuba e Iran vivono due forme diverse della medesima aggressione: l’una attraverso il bloqueo economico genocida, mediante sanzioni, minacce militari e destabilizzazione, e l’altro attraverso dure sanzioni economiche e una guerra militare di sterminio, che sta vedendo una grande resistenza e gli Stati Uniti impantanati in un nuovo Vietnam. La risposta deve essere comune, politica e organizzata all’interno del progetto multipolare dei BRICS.
È proprio questo il punto che deve essere compreso quando si parla di Sud globale. Non siamo davanti a crisi separate, ma a differenti manifestazioni di una stessa struttura di potere. Cuba viene strangolata economicamente perché ha scelto un modello politico indipendente; l’Iran viene colpito perché occupa una posizione strategica decisiva nella costruzione del nuovo equilibrio multipolare. In entrambi i casi, la posta in gioco è la sovranità.
Per questo il silenzio dei BRICS davanti alle aggressioni contro i Paesi che resistono all’ordine unipolare non può diventare la normalità. La costruzione di un mondo multipolare richiede una solidarietà politica concreta, capace di trasformare la cooperazione economica in uno strumento di protezione collettiva.
Cuba, il bloqueo e l’assedio alla Rivoluzione
Cuba non sta semplicemente affrontando una crisi economica. Sta resistendo a un genocidio economico, costruito attraverso oltre sessant’anni di bloqueo statunitense e oggi aggravato dalla complicità politica e finanziaria dell’Unione Europea, che continua ad allinearsi alle sanzioni extraterritoriali di Washington invece di difendere realmente il diritto internazionale e la sovranità dei popoli.
Il blocco non è una semplice misura diplomatica: è un’arma di guerra economica. Colpisce il diritto alla salute, all’alimentazione, all’energia, ai trasporti, alla ricerca scientifica e allo sviluppo. È una delle forme più sofisticate dell’imperialismo contemporaneo, perché tenta di piegare un popolo attraverso la scarsità, l’isolamento finanziario e la privazione delle risorse necessarie alla vita quotidiana.
La Rivoluzione cubana ha compreso da tempo che la sicurezza nazionale non coincide soltanto con le armi. Difendere la sovranità significa garantire scuole, ospedali, energia, ricerca e produzione alimentare. È precisamente questo che il bloqueo tenta di impedire.
Le parole di Abel Prieto, secondo cui “combattiamo contro un nemico molto potente, ma non onnipotente”, sintetizzano la consapevolezza di un popolo che continua a resistere nonostante l’enorme pressione esterna. Cuba continua a produrre cultura, medicina, solidarietà internazionale e dignità, dimostrando che la resistenza non è soltanto militare, ma anche sociale, culturale e politica.
Cuba verso i BRICS
In questa prospettiva, la richiesta cubana di ottenere il sostegno della Russia per entrare a pieno titolo nei BRICS assume un’importanza strategica. Cuba è già Paese partner del gruppo e punta a trasformare questa relazione in una vera integrazione politica ed economica.
L’Avana ha inoltre indicato nella nuova fase di apertura economica un elemento favorevole all’integrazione nel gruppo, sostenendo che le riforme possano creare maggiori opportunità per gli investimenti esteri e per una cooperazione più stretta con le economie dei BRICS.
L’ingresso pieno nei BRICS consentirebbe a Cuba di rafforzare i propri legami economici e finanziari con un insieme di Paesi che rappresenta una parte crescente dell’economia mondiale e che può offrire strumenti alternativi rispetto ai circuiti finanziari dominati dal dollaro.
Ma l’obiettivo non può essere soltanto quello di trovare nuovi investitori. Per Cuba, l’integrazione nei BRICS dovrebbe rappresentare soprattutto la possibilità di spezzare progressivamente l’isolamento imposto dal bloqueo e di costruire nuove relazioni economiche fondate sulla cooperazione e sulla reciprocità.
Il Sud globale davanti alla scelta decisiva
Dall’Iran al Messico, dal Venezuela a Cuba, dalla Patagonia al Cile, il Sud globale si trova davanti a una scelta decisiva. Da una parte c’è la possibilità di continuare a essere frammentato, sottoposto alle pressioni delle grandi potenze e costretto a negoziare individualmente con un sistema internazionale ancora dominato dagli Stati Uniti. Dall’altra c’è la possibilità di trasformare la multipolarità in un progetto politico concreto.
I BRICS rappresentano oggi il principale spazio nel quale questa trasformazione può prendere forma. Ma per farlo devono superare la dimensione esclusivamente economica e diventare uno strumento politico di difesa della sovranità dei popoli.
Non basta parlare di multipolarismo: occorre praticarlo. Significa creare sistemi finanziari alternativi, rafforzare la cooperazione energetica e alimentare, sviluppare sistemi di pagamento indipendenti dai circuiti dominati dal dollaro, sostenere i Paesi sottoposti a sanzioni e aggressioni e costruire una posizione comune contro le guerre di aggressione.
Salvare Cuba significa difendere un principio universale
Chi pensa che la questione cubana riguardi soltanto i cubani commette un errore storico. Se il bloqueo può continuare impunemente contro Cuba, domani qualunque Paese che rifiuti l’egemonia occidentale potrà essere sottoposto agli stessi strumenti di strangolamento economico.
La questione cubana diventa quindi una questione universale. Difendere Cuba significa difendere il principio secondo cui nessun popolo può essere condannato alla fame, alla scarsità e all’isolamento perché ha scelto un percorso politico diverso da quello imposto dalle potenze dominanti.
Cuba, Iran, Venezuela e le altre realtà del Sud globale non chiedono un nuovo imperialismo che sostituisca quello precedente. Chiedono la possibilità di essere sovrani. È questa la vera sostanza della battaglia multipolare.
I BRICS hanno davanti a sé una responsabilità storica: trasformare la forza economica dei nuovi equilibri mondiali in una forza politica capace di difendere la pace, il diritto internazionale e l’autodeterminazione dei popoli.
Il Sud globale non vuole semplicemente un posto al tavolo dell’ordine esistente. Vuole contribuire a costruirne uno nuovo. E la partita decisiva si gioca oggi proprio sulla capacità di trasformare la solidarietà tra i popoli in un progetto politico organizzato, autonomo e realmente multipolare.
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Il fronte cibernetico del porto
Una nave portacontainer arriva in porto e si ferma sotto una fila di gru portuali alte quanto un palazzo. Le loro braccia si allungano sopra il ponte, agganciano uno dei container impilati a bordo e lo spostano a terra. È una coreografia che si ripete migliaia di volte al giorno in ogni grande porto del mondo, con una precisione crescente e tempi sempre più ridotti. Da operazioni simili dipende buona parte del commercio mondiale e del suo ritmo.
A prima vista, una gru portuale (in gergo: ship-to-shore) sembra soprattutto una grande struttura meccanica, quasi un residuato industriale: acciaio, motori, cavi e carrucole costruiti per sollevare decine di tonnellate. La verità è che le gru installate nei grandi porti contemporanei sono ormai inserite all’interno di ecosistemi digitali molto complessi, piene come sono di sensori che controllano posizione, velocità e oscillazione dei container; software che coordinano i movimenti; strumenti per comunicare con gli altri dispositivi del porto e delle navi, ecc.
La trasformazione di strumenti meccanici in dispositivi digitali non riguarda peraltro solo le gru, ma i porti nel loro complesso. Negli ultimi decenni i terminal si sono riempiti di sistemi informatici che assegnano gli spazi ai container, coordinano camion e treni, gestiscono gli ingressi in banchina, registrano i movimenti delle merci e stabiliscono in quale ordine una nave debba essere caricata o scaricata. Nei terminal più automatizzati, parte delle operazioni che un tempo richiedevano centinaia di lavoratori viene oggi eseguita o coordinata da software, sensori e veicoli autonomi. E i progressi dell'intelligenza artificiale – in termini soprattutto di computer vision, IoT/sensori, digital twin e veicoli autonomi – promettono di rendere la tendenza ancora più evidente in futuro.
Tanta efficienza è necessaria perché nei porti il tempo costa più che altrove. Una nave ferma anziché in viaggio consuma enormi risorse finanziarie. Una colonna di tir in coda perché c’è stato un errore nell’assegnazione di uno slot di carico è un danno che si ripercuote a cascata su migliaia di altri trasporti. Per questo conoscere con precisione e rapidità dove si trova un container, quanto spazio rimane su un cargo, in quale ordine vanno caricate o scaricate le stive è un fattore fondamentale per ridurre tempi e costi e aumentare l’efficienza logistica.
Più efficiente diventa la logistica, più facile ed economica risulta l’organizzazione di catene produttive distribuite su migliaia di chilometri, ovvero la struttura industriale alla base del sistema produttivo contemporaneo. La digitalizzazione dei porti è, in altre parole, uno degli sviluppi tecnologici che hanno permesso alla globalizzazione di funzionare con l’enorme fluidità ed efficienza raggiunta negli ultimi decenni.
Questa stessa trasformazione ha però prodotto altre conseguenze: un porto più digitalizzato è efficiente, ma è anche più vulnerabile ad attacchi informatici e ad altri generi di sabotaggio tecnologico. Ed è così che, di recente, anche i macchinari portuali hanno iniziato a diventare una questione cyber e geopolitica.
Il problematico dominio di ZPMCIl caso più evidente è quello delle gru prodotte da Shanghai Zhenhua Heavy Industries Company, meglio nota come ZPMC. L’azienda cinese è diventata negli ultimi trent’anni il principale produttore mondiale di gru portuali e le sue macchine sono oggi presenti nei terminal di decine di paesi. Negli Stati Uniti, in particolare, ZPMC è arrivata a occupare una posizione dominante tra le gru portuali installate nei porti commerciali.
Per molto tempo questo dato ha interessato solo gli addetti ai lavori. ZPMC era semplicemente un’azienda che vendeva macchinari grandi, costosi e difficili da produrre a clienti che avevano bisogno di movimentare un numero crescente di carichi nel minor tempo possibile. La sua espansione era, prima di tutto, una storia industriale: quella di un’azienda che, come molte altre realtà cinesi, era riuscita a conquistare un settore altamente specializzato grazie alla capacità produttiva, ai prezzi competitivi e alla possibilità (pure questa logistica) di consegnare in tutto il mondo delle gru già quasi completamente assemblate.
Poi sono arrivati gli anni Venti ed è mutato il contesto politico. Negli Stati Uniti del post-Covid la crescente competizione con la Cina ha trasformato progressivamente alcune dipendenze industriali in problemi di sicurezza nazionale. È accaduto con i semiconduttori, con le apparecchiature per le telecomunicazioni, con le batterie, con una lunga serie di tecnologie e materie prime considerate critiche.
E alla fine è arrivato anche il turno delle gru. Macchinari che fino a pochi anni prima venivano raccontati soprattutto come moltiplicatori di efficienza hanno cominciato a essere descritti col vocabolario del rischio. Ci si è iniziati per esempio a domandare come fosse possibile che un componente industriale prodotto da un’azienda cinese, contenente hardware e software provenienti da una filiera internazionale, non solo fosse finito in ogni molo d’America (quelle ZPMC rappresentano quasi l’80% delle gru portuali presenti negli Stati Uniti), ma avesse libero accesso ad alcune delle reti infrastrutturali più importanti dell’economia statunitense.
Normali gru o spie cyber?Nel febbraio del 2024, l’amministrazione Biden è così intervenuta sulla cybersecurity dei porti statunitensi, dedicando particolare attenzione proprio alle gru ship-to-shore prodotte in Cina. Il timore era che sistemi di comunicazione, accessi remoti o altre componenti digitali potessero essere sfruttati per raccogliere informazioni o, in uno scenario più grave, interferire con le operazioni portuali. Nacque così sui media l’espressione “gru-spia”, che evocava l’immagine di queste enormi mantidi d’acciaio cinesi affacciate sui porti americani, le quali, oltre a spostare container, avrebbero potuto rappresentare una specie di cavallo di Troia digitale.
Era un’immagine potente, ma anche una semplificazione della realtà politica dietro il fenomeno. Il problema delle gru ZPMC non si limita alla eventuale, presunta, e tutta da dimostrare, volontà cinese di sabotare la logistica statunitense o mondiale. Il problema delle gru ZPMC ha a che fare con il difficilissimo ripensamento di un sistema industriale internazionale che per decenni ha ricercato l’efficienza estrema, ma che, negli ultimi anni, è diventato politicamente sempre più spaventato da se stesso. E questo genera alcuni paradossi.
Il primo paradosso è che una gru ZPMC non è, in realtà, interamente cinese. Come molti oggetti industriali complessi del nostro tempo, è il risultato di una catena di fornitura internazionale. Al suo interno contiene motori, sensori e componenti prodotti da aziende europee, giapponesi o americane, assemblati in Cina e infine installati in un porto dall’altra parte del mondo. Una filiera così stratificata è una caratteristica normale dell’industria contemporanea, ma rende molto difficile stabilire dove cominci e dove finisca il rischio associato a una determinata tecnologia.
Eliminare una gru cinese da un porto americano, per esempio, non significa necessariamente eliminare tutti i componenti critici cinesi dall’infrastruttura del porto. Allo stesso modo, sostituire una gru cinese con una macchina europea o giapponese non solo costa di più, ma non garantisce necessariamente che questa non utilizzi a sua volta componenti o subfornitori cinesi in qualche punto della sua catena di fornitura (che è la ragione per cui la burocrazia del protezionismo è una delle questioni tecnicamente più complesse al mondo).
Nel caso di una gru portuale, poi, la questione si complica ulteriormente perché il prodotto non termina ai confini della macchina. Una volta installata, la gru viene collegata all’ecosistema digitale del terminal. Deve comunicare con altri sistemi, essere aggiornata, diagnosticata, riparata. Le configurazioni variano da porto a porto e alcune macchine possono essere controllate, programmate o assistite da remoto.
Nel corso delle indagini condotte nel 2023 e nel 2024 dal Congresso USA furono trovati modem cellulari installati su alcune gru ZPMC o all’interno delle infrastrutture di rete che le servivano. In alcuni casi, secondo le commissioni parlamentari che condussero l’indagine, quegli apparati non erano esplicitamente previsti dai contratti stipulati dai porti. ZPMC aveva inoltre richiesto in diverse occasioni accesso remoto alle proprie gru, ufficialmente per attività di diagnostica e manutenzione.
Nessuna di queste caratteristiche, presa isolatamente, è la cosiddetta “smoking gun”. D’altra parte, un modem può avere una funzione perfettamente legittima e l’accesso da remoto, quando possibile, è comune nella manutenzione delle apparecchiature industriali, visti i grossi risparmi che permette. Il problema è che la stessa funzione che permette a un ingegnere di diagnosticare un guasto a distanza può, se progettata o configurata (magari intenzionalmente) male, trasformarsi in un punto di accesso per qualcun altro.
Le indagini statunitensi hanno quindi mostrato vulnerabilità e possibilità di accesso, ma non hanno dimostrato che Pechino abbia effettivamente utilizzato le gru ZPMC per spiare o sabotare i porti statunitensi. Nel rapporto sulle minacce informatiche al sistema marittimo pubblicato nel 2025, la Coast Guard precisava che i propri specialisti non avevano osservato attività malevole sulle o attraverso le gru, pur ritenendo che le vulnerabilità individuate le rendessero possibili.
È una distinzione importante: una vulnerabilità informatica può essere una falla tecnica, ma non indica inequivocabilmente la volontà di arrecare un danno. Una backdoor deliberatamente inserita da un produttore è invece qualcosa di diverso, perché implica intenzionalità. Dimostrare infine che l’eventuale backdoor individuata sia stata effettivamente utilizzata da uno Stato per attività di spionaggio richiede un ulteriore salto probatorio.
Il paradosso della globalizzazioneEd è qui che rischio informatico effettivo e percezione del rischio geopolitico (con tutti i pregiudizi che essa comporta) finiscono per sovrapporsi. Un governo che si occupa della sicurezza di infrastrutture essenziali non può soltanto domandarsi se qualcuno abbia già sfruttato una vulnerabilità o se esista per errore o per dolo, ma deve soprattutto chiedersi, e a maggior ragione nel caso di un porto, se qualcuno potrebbe usarla in futuro e con quali effetti. Bloccare un grande terminal significa infatti rallentare l’arrivo di generi alimentari, di farmaci, di componenti industriale e, in caso di conflitti, di materiale destinato alle forze armate. La vulnerabilità di un porto può avere conseguenze che si propagano nell’entroterra per migliaia di chilometri.
Ma proprio perché il ragionamento riguarda non ciò che accade o è accaduto ma ciò che potrebbe accadere, diventa difficile stabilire quale sia un livello di rischio accettabile. Se fosse necessario eliminare da qualunque infrastruttura critica ogni tecnologia potenzialmente vulnerabile, o riconducibile a un avversario politico, bisognerebbe ricostruire interamente le catene di fornitura mondiali.
Il problema è che le dipendenze tecnologiche – nei porti o nei data center – non nascono per caso e soprattutto non scompaiono rapidamente. ZPMC ha conquistato il mercato perché per decenni ha fatto esattamente ciò che il sistema economico globale chiedeva ai suoi fornitori: produrre su larga scala, contenere i costi, aumentare l’efficienza e consegnare in tutto il mondo.
ZPMC ha conquistato e dominato il settore per anni perché era un produttore capace non soltanto di costruire enormi gru, ma anche di assemblarle, trasportarle via mare e installarle direttamente nei terminal, offrendo ai propri clienti un vantaggio economico e di efficienza molto concreto. Per un porto che deve aumentare rapidamente la propria capacità, la provenienza geografica dei macchinari è stata per molto tempo una questione secondaria rispetto al prezzo, ai tempi di consegna e alle prestazioni.
Per trent’anni aziende e governi hanno costruito le loro supply chain partendo dall’idea che contasse solo l’efficienza: se un’azienda era in grado di produrre una gru migliore o più economica, aveva senso acquistarla. Se assemblare un prodotto dall’altra parte del mondo consentiva di abbassarne il prezzo, era razionale organizzare la produzione in quel modo. E la possibilità di spostare merci rapidamente, e con costi relativamente bassi, rendeva tutto questo molto conveniente. La posizione di quasi monopolio del settore raggiunta da ZPMC non è dunque un’anomalia della globalizzazione. Al contrario, è la dimostrazione del suo successo.
La vicenda delle “gru-spia” cinesi ci mostra quindi cosa succede quando la stessa logica che si è esaltata per anni viene filtrata attraverso un paradigma politico diverso e un clima di scarsa fiducia internazionale. La globalizzazione aveva entusiasticamente costruito la propria efficienza sulla convinzione che l’interdipendenza fosse soprattutto una risorsa. La competizione geopolitica contemporanea dà invece priorità all’ipotesi opposta: che ogni interdipendenza sia anche, almeno potenzialmente, una vulnerabilità. E così facendo non sta mettendo in discussione soltanto gli effetti della globalizzazione (chi dipende da chi, dove vengono prodotti i beni o chi controlla determinate tecnologie), ma anche gli strumenti materiali con cui la globalizzazione stessa funziona.
Squilibrio Usa-Cina nella grande guerra capitalista
Le condizioni economiche per la pace, o almeno per la tregua. È stato questo, nell’essenza, l’unico punto in agenda al vertice washingtoniano fra Xi e Trump, in una fase di crescenti tensioni diplomatiche tra Cina e Stati Uniti.
Dalle terre rare alle vie del petrolio, dai chip all’intelligenza artificiale, i due leader sono costretti a cercare negli affari una soluzione alla crisi dell’ordine mondiale a guida statunitense. Con un obiettivo: fissare un nuovo equilibrio capitalistico internazionale. Senza altri massacri. Soprattutto, senza altri sprechi di denaro.
L’ostacolo principale verte su una parola: squilibrio. La Cina è primatista mondiale del Pil calcolato a parità dei poteri d’acquisto, del tasso di crescita della produttività del lavoro, del credito accumulato verso l’estero. Gli Stati Uniti, di contro, annaspano tra produttività rallentata, crescita fragile e un debito estero senza precedenti, che alimenta un’immane bolla speculativa.
Forti del loro sviluppo, i cinesi vorrebbero risolvere tutto col libero commercio: al di là della prammatica, un paradossale “comunismo liberoscambista” resta nelle loro corde. Ma così rischiano di accentuare l’arroccamento di un’America decadente, tentata di risolvere la crisi debitoria con nuove ondate di protezionismo aggressivo e piraterie belliche.
Con l’effetto finale, a sua volta, di irritare il gigante cinese. Che per vie più o meno indirette finanzia gli sforzi militari di Iran e Russia. E che ormai, senza mezzi termini, si dichiara pronto a «difendere gli interessi» dei suoi alleati in guerra.
Come si vede, nella realtà dei fatti non c’è spazio per le infantili narrazioni alla moda, sui buoni e i cattivi che si contendono il mondo. C’è solo una brutale dinamica da guerra capitalista. Un tipico inviluppo imperialista, per dirla con Lenin. Le cui intuizioni restano superiori alle millanterie dei geopolitici di grido. E alle teorizzazioni di coloro, da Arrighi ad Harvey, che hanno provato ad annacquare la spiegazione capitalista della guerra in un imprecisato movente “statuale”.
Zelensky chiede perché la Russia, ricca di terre, pretenda ancora territorio. A domanda retorica risposta semplice: l’oggetto principale di tutte le guerre in atto non è il territorio, è la posizione gerarchica nell’ordine capitalistico futuro.
È dai tempi del “piano Keynes” che sappiamo come si governa una tendenza così perniciosa. Servirebbe una regolazione politica e non di mercato di squilibri internazionali altrimenti destinati a esondare nel sangue. Ma da questa ipotesi cooperativa siamo ancora lontani.
Per adesso, ci basta il conforto di vedere i due grandi capi insieme a Washington, seduti a sorseggiare un tè. Più i tempi sono cupi, più commettiamo l’errore di accontentarci di poco. Eppure, dal successo o dal fallimento di questi G2 ogni altra cosa del mondo è destinata a seguire.
Una rottura tra Xi e Trump alimenterebbe tutti i venti di guerra. Un sentiero di accordi tra i protagonisti, invece, costringerebbe gli attori secondari a rivedere i copioni bellici. Da Al Saud a Khamenei, e persino Netanyahu e Putin. Per ragioni di finanze e di interscambio, le loro guerre durano finché i due giganti le assecondano.
Con una eccezione: i cosiddetti “volenterosi” europei, con l’Italia nel ruolo di aspirante. Se la guerra in Ucraina sta diventando infinita, se siamo fermi all’accordo di associazione Ue-Ucraina che diede inizio al caos, lo dobbiamo a loro quanto al Cremlino. Di fatto, è l’unica cricca di paesi che potrebbe salutare con poco entusiasmo un eventuale cenno di pace dai vertici Cina-Usa.
Non è un accidente della storia. Anche qui, il punto è capitalistico. La suggestione di un nuovo militarismo verso l’esterno, che compensi il declino interno dei profitti, in Europa è più forte che altrove. Nelle speranze dei fondatori dell’Ue, dovevamo essere «agenti di pace nel mondo». Ci siamo ridotti a melliflui sabotatori della diplomazia internazionale.
Del resto, nel continente europeo la pulsione bellica è più diffusa di quanto sembri. Se non lo capiamo, è perché siamo arrivati alla follia di considerare i neofascisti in ascesa, militaristi, razzisti e simpatizzanti dei massacri di “islamici”, come “amici di Putin” e quindi baluardi di pace. Se il capitalismo americano decade, quello europeo è ormai in pieno delirio irrazionalista.
Anche un filotto di G2 sorprendentemente illuminati non potrebbe risolvere tutto. Serve che le velleità belliche europee siano schiacciate da un netto dissenso democratico. Da sinistra, perché ogni ipotesi di “pacifismo fascista” è solo una fantasia horror. In questo senso, pure un cambio nella politica estera di un paese laterale come l’Italia aiuterebbe.
In termini di risorse, logistica e disponibilità a militarizzare le vie commerciali, la linea di Meloni, Tajani e Crosetto è stata tra le più subalterne al bellicismo in tutta la storia repubblicana. Fare meglio non dovrebbe essere impossibile. Fare peggio potrebbe rivelarsi fatale.
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Figure torbide intorno alle rivelazioni su Netanyahu informato in anticipo del 7 ottobre
Gli attori di questo scenario sono i seguenti: il dirigente di Hamas Yhaya Sinwar, ucciso a Gaza dagli israeliani a ottobre del 2024; un ex ministro palestinese dell’ANP Abu Zaida; un losco ex dirigente di Al Fatah, Mohammed Dahlan (foto a sinistra) oggi a libro paga degli Emirati Arabi Uniti; infine un agente superiore dello Shin Bet israeliano.
I colloqui tra questi soggetti sono alla base delle rivelazioni di Haaretz secondo cui Netanyahu sarebbe stato avvertito, prima del 7 ottobre, che fosse in preparazione una grossa operazione palestinese da Gaza, ma decise di non alzare il livello di sicurezza.
Una tesi che ha una sua plausibilità, ma non spazza certo via il torbido che circonda molti dei personaggi indicati come protagonisti di questa vicenda.
Uno di questi in particolare, Mohammed Dahlan, è l’essenza dell’ambizione personale, del doppio e triplogiochismo e del tradimento nel campo palestinese.
L’altro è Abu Zaida (nella foto a sinistra) la cui stretta collaborazione con Mohammed Dahlan è un capitolo fondamentale della sua carriera politica. Per anni, Abu Zaida è stato considerato una figura di spicco associata al campo di Dahlan, rivale politico del presidente dell’Autorità Palestinese Mahmoud Abbas.
Nel 2014, è stato estromesso da Fatah insieme ad altre figure di spicco dello stesso giro. Oltre al suo rapporto con Dahlan, Abu Zaida aveva anche legami con alcune figure interne ad Hamas.
Secondo quanto riportato dall’inchiesta pubblicata da Haaretz, proprio l’ex ministro palestinese Abu Zaida ha ammesso di aver fatto da mediatore tra Ghazi Hamad, delegato dal dirigente di Hamas Yahya Sinwar alle trattative, e gli agenti dello Shin Bet israeliano.
Abu Zaida veniva utilizzato come tramite per consentire a Israele di evitare colloqui diretti con Hamas. Secondo Haaretz le parti si incontravano spesso nella stessa stanza, aggiungendo che tutti i partecipanti parlavano fluentemente l’ebraico. Obiettivo dei negoziati era uno scambio tra alcuni ostaggi israeliani a Gaza e i prigionieri palestinesi nelle carceri israeliane.
Il giornalista di Haaretz, Shlomi Eldar, in un suo post di venerdì scorso, ha affermato che Abu Zaida non voleva essere identificato nel suo articolo di 10 giorni fa e quindi aveva concordato di fare riferimento a lui in base al colore dei suoi occhi. Da qui lo pseudonimo di “Occhi di carbone”, un accorgimento dovuto al fatto che, al contrario, Abu Zaida ha degli occhi chiari facilmente individuabili.
Secondo quanto riferito da Haaretz, i negoziati che coinvolgevano Abu Zaida si sono svolti per diversi mesi all’inizio del 2023, finché Sinwar non si è stancato della mancanza di progressi.
A questo punto, Sinwar si è avvicinato ad Abu Zaida dicendogli di informare Israele che: “Se non faranno progressi con i negoziati, sto preparando una sorpresa enorme per loro. Ci sarà uno zilzal”, riporta Shlomi Eldar citando Sinwar, usando una parola araba che sta a significare “terremoto”.
Nel suo precedente articolo, Shlomi Eldar ha scritto che Occhi di Carbone aveva poi trasmesso il messaggio a un alto consigliere del presidente degli Emirati Arabi Uniti, descritto come un palestinese in esilio ad Abu Dhabi e si ritiene che si tratti proprio di Mohammad Dahlan, ex dirigente di Al Fatah, per un periodo capo dell’intelligence dell’Autorità Palestinese a Gaza, ampiamente screditato, da molti palestinesi considerato un traditore e passato al servizio degli Emirati Arabi Uniti.
Come abbiamo visto, lo stesso Abu Zaida fa parte della “fazione dissidente” di Fatah guidata da Dahlan.
Dopo aver ricevuto l’avvertimento da Occhi di Carbone (ossia Abu Zaida), il consigliere del presidente degli Emirati – quindi Dahlan – ha chiesto al mediatore di incontrare nuovamente Sinwar per verificare la serietà della minaccia di quest’ultimo. Un simile incontro si è tenuto a metà settembre 2023, durante il quale Sinwar ha ripetuto la minaccia e ha chiesto a Occhi di Carbone di riferirla “parola per parola”.
Stando a quanto riportato da Haaretz, Mohammed Dahlan informò quindi dell’avvertimento il suo superiore, lo sceicco degli Emirati Mohammed bin Zayed e, il 15 settembre 2023, Occhi di Carbone comunicò anche allo Shin Bet il messaggio di Sinwar. E lo Shin Bet afferma di aver riferito il tutto a Netanyahu.
Rimane ancora il mistero di una telefonata diretta tra lo sceicco bin Zayed (Emirati Arabi Uniti) con Netanyahu per avere conferma che avesse ricevuto le informazioni ottenute dai propri uomini. I primi confermano, il secondo smentisce.
Haaretz ha ipotizzato che l’esitazione di Netanyahu potesse derivare dal timore di raggiungere un accordo con Hamas e dalla conseguente reazione negativa dei membri più fanatici del suo governo, mentre i funzionari dello Shin Bet che gestivano i colloqui hanno affermato che il primo ministro avrebbe espresso preoccupazione per eventuali fughe di notizie ai media.
È bene sapere che Abu Zaida/Occhi di Carbone è riuscito ad uscire vivo da Gaza e vive attualmente a Il Cairo, secondo il Times of Israel sono anni che parla sistematicamente con i giornalisti israeliani.
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Il sistema bancario in mano a una classe dirigente incapace
La vicenda della complessa truffa di “ingegneria sociale” condotta ai danni di Paolo Molesini, all’epoca presidente di Fideuram, l’istituto di private banking controllato dal gruppo Intesa Sanpaolo, lascia davvero perplessi.
I truffatori si sono inizialmente spinti a inviare alla vittima un messaggio da un finto profilo WhatsApp attribuito direttamente a Carlo Messina, Amministratore Delegato di Intesa Sanpaolo, chiedendo l’impiego urgente e “confidenziale” dei fondi di tesoreria per una presunta e riservatissima operazione finanziaria.
L’inganno è stato poi puntellato da una telefonata di conferma effettuata da un complice che, utilizzando l’Intelligenza Artificiale, ha clonato alla perfezione la voce di un autorevole legale d’affari.
Convinto di seguire direttive urgenti e riservatissime impartite dai vertici assoluti del gruppo, Molesini ha quindi disposto una sequenza di bonifici per un totale di circa 95 milioni di euro verso conti esteri collocati in Asia.
Nonostante l’intervento della magistratura milanese sia riuscito a congelare e recuperare ben 59 milioni di euro, oltre 36 milioni di euro sono rimasti dispersi, convertiti in criptovalute.
Ciò che rende surreale e al tempo stesso sconcertante questo episodio, sfociato nelle dimissioni di Molesini nel marzo 2026, risiede nell’incredibile e totale anomalia procedurale di un’operazione finanziaria di tale portata, gestita interamente al di fuori di ogni regola bancaria, di compliance e di governance aziendale, palesando falle enormi nei meccanismi di controllo che dovrebbero invece blindare qualsiasi istituto di credito di importanza sistemica.
Un flusso di denaro pari a quasi cento milioni di euro non può e non deve essere movimentato sulla base di un messaggio di testo estemporaneo ricevuto su una chat e di una chiamata telefonica confermata da una voce artificialmente clonata, scavalcando deliberatamente delibere consiliari, pareri dei comitati rischi, contratti scritti, autorizzazioni formali e i più basilari riscontri incrociati che in un contesto finanziario normale rappresentano il muro di cinta invalicabile contro frodi di ogni genere.
La gravità dell’anomalia è acuita dalla destinazione dei bonifici, disposti in fretta e furia verso conti esteri opachi situati in giurisdizioni complesse come Cina e Hong Kong, un percorso del tutto estraneo ai circuiti interbancari ordinari e trasparenti del gruppo Intesa Sanpaolo.
Come mai una procedura così sbrigativa? il finto Messina scrive un messaggino e partono bonifici per milioni di euro? Era un’abitudine?
I truffatori hanno fatto leva su una manipolazione psicologica spregiudicata, fondata sulla cosiddetta “truffa del CEO”, brandendo lo scudo intimidatorio della massima urgenza e della totale segretezza per paralizzare lo spirito critico della vittima e convincerla che l’eccezionalità della situazione giustificasse l’accantonamento temporaneo delle normali procedure di controllo interno.
È proprio questo cortocircuito istituzionale e comportamentale, in cui la parola e l’autorevolezza simulata di un vertice aziendale veicolate tramite messaggistica bastano a smuovere casse milionarie senza lasciare traccia documentale ufficiale, a costituire il vero epicentro anomalo di un raggiro milionario.
Di nuovo la domanda: era un’abitudine? Un filo diretto? Senza lasciare traccia documentale???
Mah! Forse non siamo davanti solo ad un fatto di cronaca...
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Eni abbassa i prezzi, aumentiamo la mobilitazione!
Non che sia un prezzo basso – 1,99 euro per la benzina, 2,19 per il diesel – ma comunque un po’ meno di quello che si vede in giro in questi giorni; e vale anche sulla rete autostradale, dove ormai l’arbitrio è la regola.
Due cose vanno notate subito. La prima è che proprio in questi giorni va montando la protesta organizzata da USB in tutta Italia, con una prima azione dimostrativa fuori i cancelli della raffineria dell’Eni a Livorno e un folto presidio sotto la sede dell’“azionista di riferimento”, ossia il ministero dell’economia. Il tutto in vista dello sciopero internazionale dei porti fissato per il 30 ottobre.
La seconda è che la dimensione del taglio sui prezzi coincide “fortuitamente” con lo sconto sulle accise che il governo sta cancellando. A pensar male si fa peccato – diceva Lucifero-Andreotti – ma spesso ci si azzecca...
Bussare alle porte giuste, insomma, è sempre utile. Anche quando gli “inquilini” giurano poi di agire autonomamente, senza ascoltare la pressione che viene dal basso…
E infatti Palazzo Chigi ha ringraziato la società “per l’importante iniziativa”, definita “un lodevole atto di attenzione all’Italia, che va nella auspicata direzione di calmierare il caro carburante che, a causa del difficile contesto internazionale, sta colpendo le famiglie italiane”.
La società – ripetiamo: controllata dallo Stato con una golden share rilevante – giura di averlo fatto per pura bontà patriottica: Eni “intende dare un nuovo contributo di solidarietà al Paese, ai consumatori e alla propria clientela”.
Altrettanto casualmente il ministro del Made in Italy, Adolfo Urso – reso ormai immortale da Crozza – e quello contro l’ambiente, Pichetto Fratin, hanno convocato per la settimana prossima le società attive nella raffinazione del petrolio. Non è difficile immaginare che sarà rivolta loro la preghiera di seguire l’esempio “virtuoso” dell’Eni, che peraltro funzionerà comunque secondo la logica della concorrenza (a meno di non far creare file enormi ai distributori “più economici” e vedere le proprie stazioni di rifornimento semi-deserte).
Come si sa, il consumo di carburanti per il trasporto è sostanzialmente anelastico, quasi impossibile da ridurre se non per gli utilizzi “ricreativi”. Autotrasportatori e lavoratori, infatti, non hanno possibilità di ridurre significativamente il chilometraggio quotidiano e quindi devono subire gli aumenti; che nel primo caso si trasmettono poi alle merci trasportate e quindi sul tasso di inflazione, nel secondo svuotano le tasche costringendo a dolorose rinunce.
La mossa dell’Eni, comunque, segnala che il margine di profitto delle compagnie petrolifere è molto alto e che la riduzione di prezzo di una decina di centesimi – una volta detratte le accise e l’Iva – non comporta particolari “sacrifici”.
Ma se è così allora la pressione politica dal basso va aumentata, non ridotta. Proprio perché “funziona”.
La pratica abituale di questo governo nei confronti delle imprese che aumentavano i prezzi, infatti, è stata fin qui sempre la stessa: detassazione, decontribuzione, incentivi. Tutte soluzioni che comportano immediatamente la riduzione delle entrate dello Stato e quindi – visti i vincoli di bilancio imposti dai Trattati europei e dalla “procedura di infrazione per deficit eccessivo” – il taglio di servizi essenziali (sanità, scuola, pensioni, trasporti pubblici, ecc.).
Riuscire a imporre un “auto-contenimento” dell’avidità imprenditoriale diventa invece una soluzione che tocca finalmente – anche se limitatamente – i veri beneficiari dell’aumento dei prezzi.
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