Presentazione


Analisi, opinioni, fatti e (più di rado) arte da una prospettiva di classe.

30/10/2026

Italia bloccata, c’è stata una rottura sociale

(In aggiornamento) Tutto oltre le speranze, tutto oltre la strategia della paura, tutto oltre la “repressione preventiva” delle precettazioni salviniane, forse il peggiore – in tutti i sensi, anche da quello dell’efficienza come boss della reazione – dei sedicenti governanti di questo paese.

Lo sciopero generale proclamato dall’Unione Sindacale di Base e poi anche dai vari sindacati di base, ha riempito come difficilmente prima oltre 50 piazze in tutta Italia. Qualcosa di clamoroso per gli snobbatissimi sindacati di base, descritti sempre nei talk show e nei Tg come dei rompiscatole ideologizzati, senza reale presa sul mondo del lavoro. 

Poi, stamattina, hanno dovuto fare i conti con uno sciopero intercontinentale – il primo, nel suo genere e in queste proporzioni, dei portuali europei, latino nord-americano, australiani e asiatici. Una giornata di mobilitazione mondiale nei porti contro il traffico di armi, lanciata ovviamente da altrettante sigle sindacali, che coinvolge più di 100 scali in oltre 20 Paesi, frutto di un lungo lavoro di relazioni internazionali tra lavoratori che non ci stanno alle guerre e ai genocidi.

E qui da noi il governo Meloni deve fare ora i conti con centinaia di migliaia di lavoratori di un po’ tutte le categorie, che oltre a scioperare hanno anche attraversato le strade accompagnati da studenti, pensionati, gente in difficoltà con la casa, le bollette, i carburanti. Con ogni aspetto della vita quotidiana, perché lo schiacciamento verso la povertà non conosce limiti. Alla base di tutto, da Palermo a Trieste, lo slogan “Abbassatele armi, alzate i salari”.

La tenaglia contro la mobilitazione aveva scelto due strumenti principali: la precettazione dei lavoratori del trasporto pubblico (Treni, autobus, aerei, ecc), che sono anche i comparti che quando si fermano fanno avvertire a tutta la popolazione che qualcosa sta accadendo. E poi la “campagna di terrore mediatico” che doveva spaventare a morte i potenziali manifestanti, convincendoli a restare a casa (qui di fianco un esempio tra i tanti, neanche il più lurido).

Non ha funzionato.

Segno che c’è stata una rottura sociale vera, che si sta consolidando – con i suoi tempi e le sue modalità – in frattura politica tra maggioranza della popolazione e governo Meloni – che ormai sembra non imbroccarne più una, riuscendo a far incazzare proprio tutti – ma senza dimenticare che buona parte del massacro sociale pregresso (su pensioni, art. 18, mancata indicizzazione di salari e pensioni, ecc) è venuto dal Pd, dai “governi tecnici” e dalla politica sindacal-padronale adottata da CiglCislUil.

Impressionati dai numeri reali, anche se “ricalcolati” secondo le ben note pratiche questurine (“un milione di persone in piazza, 5.000 secondo la questura”), ora i tg stanno facendo una clamorosa marcia indietro, anche perché gli unici “violenti” in piazza sono stati alcuni poliziotti non proprio in pieno autocontrollo (fomentati da chi e perché, è fin troppo chiaro).

A Roma almeno 50.000 persone – con davanti i trattori degli agricoltori e alcuni taxi – sono partite da piazza dei Cinquecento (la stazione Termini), dove sono arrivati diversi cortei (studenti, Roma, est, ecc), ed hanno compiuto un lungo giro sotto i ministeri per portare il proprio “caldo saluto” proprio a Salvini (ex ministeri dei Trasporti e delle Infrastrutture, ora riuniti) e poi tornare nuovamente alla Stazione per proseguire verso il Colosseo. Dove poi verranno piantate le tende dai movimenti per la casa, in attesa della grande assemblea generale prevista per domenica mattina. Un pezzo dell’enorme corteo che ha riempito i Fori Imperiali e tutta via Cavour ha deviato su via Annibaldi in direzione di Porta San Paolo.
L’unico intoppo è stata proprio la massa inattesa di manifestanti. All’altezza di piazza Indipendenza, infatti, la testa del corteo si è dovuta fermare a lungo in attesa che finisse di muovere i primi passi “la coda”, che ancora ostruiva la strada.

In nessuna città c’è stato alcun incidente di rilievo, nonostante le “tensioni previste” dal Viminale e riprese come allocchi decerebrati da tutti i media mainstream. In ogni luogo la partecipazione è andata molto al di là di previsioni e aspettative.

A Genova, cuore della mobilitazione internazionale dei portuali, in migliaia si sono concentati al presidio organizzato dall’Usb per le altre categorie a partire dalle 10 in piazza Acquaverde mentre i portuali presidiavano invece il varco Albertazzi al porto. Davanti alla stazione di Principe sono arrivati anche gli studenti universitari.
Dopo aver percorso via Balbi e attraversato la stazione ferroviaria di Genova Principe, il corteo è arrivato in via Bruno Buozzi, mentre continua il presidio dei lavoratori portuali con il blocco del varco Albertazzi dove è stata allestita una cucina da “campo” con distribuzione di pasta. L’appuntamento per la ripartenza del corteo era alle 14.30 e alle 14.40 il corteo di portuali, lavoratori e studenti a Genova è ripartito.
Dopo una sosta di circa due ore Davanti al varco Albertazzi, i manifestanti sono entrati nell’area portuale, come annunciato in mattinata, per poi proseguire verso il centro cittadino.
Nel frattempo, la partecipazione è aumentata fino a raggiungere circa 20mila persone. La manifestazione si è svolta finora senza scontri né incidenti. È stata riaperta al traffico l’uscita della sopraelevata verso via di Francia, in direzione ponente.

Ci piace citare anche l’altra città portuale, Livorno, dove più di 15.000 persone hanno fatto cordone intorno ai portuali e allo scalo, fermando in pratica tutte le operazioni.

A Mestre, invece, il corteo di studenti e lavoratori si è trovato davanti un sbarramento di polizia alla base di un cavalcavia che immette verso Venezia; il tentativo di andare avanti è stato fermato con manganelli e scudi dai poliziotti.

A Milano un grande corteo di almeno 40mila persone è partito da Piazzale Loreto, dove si erano ricongiunti i due cortei partiti da Piazza Duca D’Aosta e da Piazza Leonardo da Vinci, ed ha raggiunto la Tangenziale occupandola per più di due ore. Oltre mille, invece, a Brescia.

A Treviso, alcune uova colorate sono state lanciate contro la sede di Confindustria, come “sanzione” contro gli industriali per “le pessime condizioni di lavoro e nel finanziamento dell’industria bellica“. A Venezia, oltre 5mila persone in Campo San Bortolo, e sulla statua di Goldoni è stato appeso uno striscione “Venezia antifascista”.

Al microfono, gli organizzatori della manifestazione hanno annunciato la presenza di un raduno di neofascisti sull’isola di San Servolo, concessa a loro dal sindaco di Venezia, il leghista Venturini. Il corteo, assolutamente pacifico, è poi proseguito per il Ponte di Rialto.

A Torino i manifestanti hanno marciato con un fittissimo corteo per le vie del centro, ma all’altezza di via Po la polizia ha provato ad impedire allo spezzone di Askatasuna di unirsi al corteo principale. Un po’ di “pressione” è stata sufficiente a far aprire il cordone e risolvere il problema.
Davanti al Comune, un gruppo di agricoltori ha scaricato del letame per protestare contro il riarmo. Intorno alle 10.30 antagonisti e Askatasuna si sono diretti verso Porta Susa, staccandosi dal resto del grande corteo che ha proseguito nel percorso concordato. 

A Napoli l’Usb parla di almeno 30mila persone che si sono radunate fin dalle prime ore del mattino in piazza Mancini, a pochi metri dalla stazione di Piazza Garibaldi, per dare il via al corteo di protesta. Slogan e striscioni duri e fantasiosi: i più giovani hanno esposto cartelli con slogan come “Contro guerra, caro vita e caro studi strappiamogli il futuro” e “Meloni vai via altrimenti ci arrabbiamo”.
Ai piedi della statua di Garibaldi, lo spezzone della Gen Z ha srotolato lo striscione “Riprendiamoci tutto – Gen Z in rivolta”. Dopo aver percorso un centinaio di metri su via Reggia di Portici e prima di arrivare all’ingresso dell’autostrada, i manifestanti a Napoli hanno deciso di occupare la strada su entrambi i sensi di marcia, mandando in tilt il traffico in entrata e uscita dalla città. Una scelta dovuta alla decisione delle forze dell’ordine di non consentire ai manifestanti l’accesso in uno dei vachi del porto di Napoli. Il corteo è poi straripato invadendo i binari della ferrovia.

A Bologna decine di migliaia di manifestanti si sono ritrovate in Piazza Maggiore. Gli studenti, prima del concentramento principale, hanno organizzato blocchi agli ingressi delle scuole in diverse zone della città. Il  corteo è poi sfilato sotto le Due Torri per dirigersi lungo Strada Maggiore. Dopo di che, ingrossatesi le fila fino a raggiungere gli 80.000 partecipanti, il corteo ha sfondato sulla tangenziale, occupandola per tre chilometri e bloccando di fatto la circolazione in città.

Migliaia di persone sono scese in strada anche a Firenze, con la protesta guidata dallo striscione “Contro guerra e caro vita blocchiamo tutto”. Partito da piazza Bambine e Bambini di Beslan (alla Fortezza da Basso), il corteo attraversa viale Strozzi, viale Lavagnini, piazza della Libertà, via Cavour, piazza San Marco e piazza dell’Indipendenza, per poi proseguire verso Porta al Prato e concludersi in piazza Vittorio Veneto. La mobilitazione riguarda comunque l’intera regione, interessando scuole, università e trasporti, oltre alla rete portuale.

“In Europa oltre 100 porti scioperano perché poli strategici della logistica bellica: i portuali non lavorano per la guerra”, sottolinea l’Usb locale. Manifestazioni sono in corso anche a Carrara, Pisa, Siena, Grosseto, Piombino e Massa.

A Pisa almeno 4.000 i manifestanti hanno sfilato nel corteo promosso dall’Usb in occasione dello sciopero generale “contro il carovita”. Centinaia gli studenti delle scuole superiori e dell’università hanno partecipato alla manifestazione. Il corteo ha attraversato pacificamente le principali vie del centro e raggiungendo la statale l’Aurelia per poi tornare in centro attraverso i lungarni.

A Vicenza la mobilitazione è cominciata con due cortei, uno promosso da studenti e centri sociali, partito dal piazzale della stazione ferroviaria, e uno organizzato dall’Usb, con concentramento in piazza Castello.
Le due manifestazioni si sono poi riunite in viale Milano. Il corteo ha raggiunto la rotatoria di Ponte Alto, occupando entrambe le corsie della strada e bloccando il traffico in entrata e in uscita dalla città.
Una parte dei partecipanti si è diretta verso il raccordo della tangenziale, con l’obiettivo di raggiungerla e bloccarne l’accesso. All’altezza del raccordo nord-est di viale del Sole, il corteo ha incontrato lo sbarramento della polizia schierata in tenuta antisommossa che ha usato idranti e lacrimogeni, per farlo indietreggiare. Secondo quanto riferito dagli organizzatori del corteo, tre manifestanti sarebbero rimasti feriti, uno dei quali sarebbe stato colpito alla testa da un lacrimogeno.

In migliaia si sono radunati a Palermo sfilando dietro allo striscione d’apertura “Contro guerra e carovita blocchiamo tutti”. Il corteo, partito da piazza Politeama, ha paralizzato il centro attraversando via Ruggero Settimo e spingendosi fino a piazza Verdi, davanti al Teatro Massimo.
Numerose le scuole occupate: dai megafoni dell’organizzazione sono state citate e ringraziate la dozzina di scuole occupate nel capoluogo siciliano per sostenere la protesta. La piazza vede uniti lavoratori e studenti con cartelli che chiedono lo stop a Cpr, spese militari e accordi con Israele, rivendicando invece fondi per sanità, istruzione e salario minimo. Corali i cori “Palestina libera” e i grandi striscioni “Né bombe né carovita”.

Anche Nuoro in piazza, davanti al palazzo municipale, per il corteo, organizzato da Usb, sino a piazza Vittorio Emanuele. In città serrande abbassate, lavori bloccati e biblioteca chiusa in segno di protesta. Migliaia i manifestanti, in particolare studenti, insegnanti, lavoratori.

In migliaia a Perugia hanno sfilato in corteo per le strade cittadine, giungendo fino alla stazione Fontivegge, bloccandola. Gli studenti al termine della manifestazione hanno occupato l’università di Filosofia.

Il comunicato dell’Usb

In corso una grande giornata di sciopero, lotte e manifestazioni il movimento sindacale di classe è vivo, il conflitto non è morto

Oltre 60 piazze in tutta Italia, con almeno un milione di lavoratori e lavoratrici che hanno aderito allo Sciopero Generale proclamato dalla Confederazione USB, 1.500 000 nelle piazze nonostante precettazioni, terrorismo mediatico e minacciosa presenza delle forze dell’ordine, una enorme presenza di studenti e giovani indisponibili a tornare a casa.

A Roma il corteo conta almeno centomila manifestanti, lavoratori e lavoratrici, i trattori degli agricoltori e studenti. In piazza anche i delegati del settore trasporti, colpito dall’ingiusta e illegittima precettazione del ministro Salvini.

A coronare il successo della giornata di lotta l’epocale mobilitazione mondiale dei lavoratori portuali mobilitati per la seconda volta per impedire il traffico di armi, dire no alla guerra, difendere la loro professione. Da Genova a Melbourne, da Veracruz a Mumbai, dal Pireo di Atene al porto di Istanbul per la prima volta nella storia recente uno sciopero internazionale proclamato dalle organizzazioni sindacali di classe ha rilanciato il ruolo decisivo dei lavoratori nelle lotte per la pace e per il cambiamento.

A una prima valutazione della entusiasmante risposta alla chiamata alla mobilitazione possiamo senz’altro dirci enormemente soddisfatti, sempre più determinati a proseguire nelle lotte contro la guerra, l’austerity, l’attacco in corso alla scuola, alla sanità, al diritto all’abitare, ai salari e alle pensioni.

Brillano per assenza in questa straordinaria giornata di lotta le confederazioni concertative che ancora di più dimostrano la distanza tra le loro scelte burocratiche e di compatibilità con la disponibilità dei lavoratori e dei giovani a tornare protagonisti del loro futuro e a lottare per conquistarlo.

L’avviso di sfratto che oggi è stato recapitato a Meloni e al suo governo è stato sottoscritto da milioni di cittadini e cittadine italiani ormai allo stremo a causa del carovita, e degli aumenti dei carburanti e delle tariffe a cui si vuole negare anche rappresentanza sindacale e politica.

Non ci fermiamo certamente qui.
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Il governo trucca le carte per inviare le armi all’Ucraina

Abbiamo un governo di “trecartisti”, come quelli che infinocchiano i turisti con le tre campanelle per le strade del centro.

Durante la conferenza stampa dedicata alla manovra di bilancio per il 2027, la premier Giorgia Meloni ha annunciato la proroga del provvedimento che fornisce la copertura all’invio di nuovi aiuti militari all’Ucraina per il prossimo anno. Il problema è il “come” stata confermata questa proroga.

La conferma della “furbata” è arrivata nel documento pubblicato dal governo dopo la riunione a Palazzo Chigi, nella quale è scritto che: “Il Consiglio dei ministri, su proposta del Ministro per la protezione civile e le politiche del mare Nello Musumeci, ha deliberato la proroga, per dodici mesi, dello stato di emergenza già dichiarato per intervento all’estero in conseguenza del perdurare degli accadimenti in atto nel territorio dell’Ucraina”, si legge nel documento.

Ma per trovare queste asfittiche quattro righe – titolate anonimamente “Stati di emergenza” e che consentono l’invio delle armi all’Ucraina – dovrete andare a spulciare il documento della Presidenza del Consiglio tra il capitolo dedicato a “Valutazione e armonizzazione di interventi pubblici” fino alla Regione Molise, e il capitolo sul “Piano Nazionale contro la tratta degli esseri umani”.

In quel capitolo in pratica ci sono gli interventi sulla frana di Niscemi, alluvioni, incendi e l’invio di armamenti all’Ucraina tutti nello stesso decreto, come se fossero la medesima materia.

“Tra l’altro in Consiglio dei Ministri, tra i mille provvedimenti che abbiamo approvato, c’era anche la proroga dello stato di emergenza che consente di mandare gli aiuti all’Ucraina. Quindi mi sento abbastanza serena del fatto che il governo che ha avuto su questo una posizione chiara possa andare avanti” ha dichiarato con nonchalance la Meloni, come se l’invio delle armi all’Ucraina fosse un semplice dettaglio.

E il dettaglio è sfuggito a molti dei giornalisti presenti, così come in Parlamento, in altre occasioni, è sfuggito a molti deputati e senatori dell’opposizione.

È infatti l’ennesima volta che il governo ricorre ai trucchi in materia di scelte che impegnano militarmente il paese all’estero, evitando un dibattito parlamentare nel quale le contraddizioni con la Lega potrebbero creare incidenti di percorso.

Era accaduto anche di recente per l’invio di militari e armamenti italiani in Arabia Saudita e Kuwait “derogando” dall’apposito decreto sulle missioni militari all’estero e che deve essere votato dal Parlamento.

In quel caso il ministero della Difesa non aveva esplicitato l’avvio di una nuova missione militare all’estero ma aveva infilato la “deroga” nelle pieghe del decreto contando sulla “distrazione” dei parlamentari sui dettagli. L’invio di soldati e armi nei paesi del Golfo appariva infatti come applicazione/estensione di una missione militare già in corso.

Non solo. Era accaduto anche nel caso della messa a disposizione delle basi militari in Italia per gli aerei statunitensi che sono andati a bombardare l’Iran. Il governo aveva negato qualsiasi coinvolgimento ma la gaffe del segretario della Nato, Mark Rutte, fece emergere che ben 5000 voli militari Usa erano transitati o partiti dalle base militari USA/Nato sul territorio italiano. Colto con “il sorcio in bocca” il governo si è trincerato dietro gli automatismi imposti dai trattati bilaterali con gli Stati Uniti che regolano l’uso delle basi.

Siamo dunque in presenza di un governo di imbroglioni, il problema e che lo sono anche su materie delicate e pericolose come gli impegni militari all’estero.

Se hanno già fatto questa roba adesso, figuratevi cosa potrebbero fare nel calcolo delle spese militari o in caso di conflitto. Devono andare a casa, con ignominia.

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Israele, Netanyahu in bilico: lo spettro della guerra all’Iran

Le urne del 27 ottobre restituiscono una nazione frammentata e danno avvio a una complessa sfida per la creazione del governo. L’avanzata delle forze arabe può ostacolare i progetti del premier, mentre le elezioni di midterm negli Stati Uniti rischiano di influenzare le scelte militari di Tel Aviv.

Le consultazioni israeliane del 27 ottobre non garantiscono a Benjamin Netanyahu un successo decisivo. Il conteggio delle schede ordinarie attribuisce 53 seggi al fronte del primo ministro uscente, 48 alla coalizione guidata da Gadi Eisenkot e 19 ai movimenti politici arabi. Rimangono da scrutinare centinaia di migliaia di schede speciali, capaci di cambiare lo scenario. In ogni caso, nessuno dei due principali schieramenti dispone attualmente dei 61 seggi indispensabili per controllare la Knesset. (ANSA) 

L’esito inaugura una nuova stagione di instabilità politica, in cui il futuro di Netanyahu dipenderà dalla capacità di ricostruire gli equilibri parlamentari e sfruttare le divisioni degli avversari. Ma la posta in gioco supera di gran lunga la nascita del prossimo esecutivo: in un Medio Oriente segnato da guerre e competizioni strategiche, la crisi israeliana potrebbe intrecciarsi con un’ulteriore escalation militare.

 Il declino di Netanyahu e la leva della guerra

Netanyahu ha già dato prova, negli anni precedenti, di essere pronto a trascinare la politica israeliana in prolungate fasi di turbolenza pur di difendere la propria posizione. Adesso dovrà scongiurare che la paralisi parlamentare si converta in una disfatta irreversibile, mentre gli avversari tentano di elaborare un progetto alternativo.

Restare alla guida dell’esecutivo uscente, durante le trattative e i colloqui per una nuova coalizione, gli assicura uno spazio di manovra che non va minimizzato. In questa situazione, il fattore militare potrebbe riprendere un ruolo politico determinante.

Un’offensiva contro l’Iran, soprattutto se descritta come un’azione indispensabile per neutralizzare un pericolo esistenziale, potrebbe permettere al premier di riunire temporaneamente il campo nazionalista, rafforzare la propria reputazione di custode della sicurezza e costringere gli avversari a una scelta difficile tra l’appoggio all’intervento militare e l’accusa di irresponsabilità.

Non è certo che questa linea venga seguita, né che garantisca i risultati sperati. Un conflitto regionale esporrebbe anche Israele a pericoli enormi. Eppure, quando la tenuta politica di una leadership si lega alla gestione continua dell’emergenza, l’eventualità che le tensioni interne vengano affrontate con un’escalation militare merita un’attenzione particolare.

I partiti palestinesi assumono un ruolo decisivo

Uno degli aspetti più rilevanti delle urne è il consolidamento della presenza araba in Parlamento, salita a 19 seggi nel conteggio delle schede ordinarie. È un risultato che rende ancora più ardua la costruzione di una coalizione alternativa a Netanyahu.

Le forze schierate attorno a Eisenkot non possono infatti convertire automaticamente il verdetto elettorale in un esecutivo. Per arrivare alla quota dei 61 seggi, dovrebbero ottenere l’appoggio dei partiti arabi oppure la loro disponibilità a favorire l’investitura parlamentare senza partecipare direttamente al governo.

È proprio su questo punto che emerge una delle maggiori incoerenze dell’opposizione. Una componente significativa dei gruppi contrari a Netanyahu resta ancorata a una visione nazionalista della sicurezza israeliana e considera con sospetto l’ipotesi di un’intesa politica con i delegati della minoranza palestinese.

Il premier può approfittare di questa divisione per bloccare la formazione di un’alternativa, presentando qualsiasi intesa con le forze arabe come un pericolo per la sicurezza nazionale. La questione palestinese si trasforma così anche in un fronte di confronto interno: non solo una disputa nazionale e territoriale, ma una frattura che attraversa tutto il panorama politico israeliano.

Washington, Trump e la minaccia di escalation

La crisi dell’esecutivo prende forma mentre anche gli assetti politici americani attraversano un passaggio delicato. Il 3 novembre si svolgeranno le elezioni di metà mandato, che potrebbero indebolire la presa repubblicana sul Congresso e restringere i margini d’azione dell’amministrazione di Donald Trump.

Per Netanyahu, il legame con Washington costituisce un pilastro della propria linea regionale. L’intesa con gli Stati Uniti, in particolare sulla questione iraniana, può influire sulla dimensione delle operazioni militari israeliane e sulle relative ricadute diplomatiche ed economiche.

Un’avanzata democratica al Congresso potrebbe accrescere il prezzo politico di una nuova offensiva contro Teheran, complicando la costruzione del consenso indispensabile per un intervento comune o coordinato. Non rappresenterebbe, però, un ostacolo automatico: la diplomazia americana conserva una solida continuità bipartisan su vari aspetti dell’appoggio a Israele.

La posta in gioco investe anche i mercati dell’energia, la protezione delle rotte commerciali e gli assetti globali. Un nuovo scontro con l’Iran potrebbe generare conseguenze ben oltre il Medio Oriente, coinvolgendo direttamente le economie europee e intensificando le tensioni internazionali.

Una crisi che coinvolge l’intera regione

Le settimane a venire saranno cruciali. Netanyahu proverà a mettere insieme una maggioranza, mentre Eisenkot dovrà dimostrare di saper riunire forze politiche molto eterogenee, incluse quelle che finora hanno respinto un accordo con i partiti arabi. Il pericolo è che lo stallo venga gestito attraverso un’ulteriore esasperazione dello scontro politico e l’impiego della forza militare come mezzo per consolidare il consenso interno.

La crisi israeliana non può essere disgiunta dalla questione palestinese né dalla rivalità strategica con l’Iran. Perciò, la sfida non riguarda soltanto chi sarà alla guida del prossimo esecutivo, ma quale indirizzo regionale verrà adottato e con quali conseguenze.

In uno scenario internazionale già fragile, una nuova escalation non risolverebbe la crisi politica israeliana, ma potrebbe convertirla in una crisi di dimensioni molto più ampie. Evitare che la guerra diventi il mezzo per sciogliere le tensioni interne di Israele è quindi una questione che interessa l’intera regione e coinvolge direttamente anche l’Europa.

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Ci riprovano col “nucleare sostenibile”. Appello verso l’incontro del 7 novembre

L’iter di approvazione della Legge Delega per il Nucleare Sostenibile, entrata in vigore il 15 ottobre, ha rimesso la fissione nucleare al centro del dibattito pubblico.

Figlio di un processo molto più lungo, il ritorno al nucleare ha visto prepararsi il terreno al livello comunitario con l’approvazione della Tassonomia Europea sulle fonti sostenibili nel 2021, che introduce per la prima volta ufficialmente il nucleare tra le fonti considerate sostenibili.

È su questa scia che si costruisce la narrazione del ritorno al nucleare come elemento centrale nella strategia di decarbonizzazione, e su cui si appoggiano tutte le iniziative governative che, dal Governo Draghi di unità nazionale in poi, hanno puntato a sdoganare il ritorno alla fissione nonostante l’esito dei due referendum – nel 1987 e nel 2011.

Eppure, quest’estate, proprio questa tecnologia si è dimostrata estremamente vulnerabile ai cambiamenti climatici, con Francia, Svizzera e Romania fortemente in difficoltà di fronte alla drastica diminuzione della portata d'acqua dei fiumi utilizzata nella trasformazione dell'energia termica della fissione, in energia elettrica.

Nel frattempo, nessuno ha fatto ancora i conti con l’eredità tossica della precedente avventura nucleare, con un processo di decommissioning delle vecchie centrali arretratissimo, ed un piano di messa in sicurezza delle scorie presenti sui nostri territori (oltre che di quelle che faranno ritorno dopo il riprocessamento avvenuto all’estero) se possibile ancora più fumoso e poco credibile.

Eppure, il dato della crisi energetica che soprattutto in questi mesi stiamo attraversando è servito da ulteriore spinta all’idea che il nucleare possa essere una soluzione all’aumento del costo dell’elettricità, e supportare la crescente domanda energetica dell’economia digitale e dell’IA.

Una crisi energetica alimentata da scenari di guerra in continuo ampliamento, in cui l’evocazione della minaccia atomica è sempre più frequente.

A questo proposito, il fatto che centrali e impianti di arricchimento siano bersagli strategici in un conflitto, insieme alla natura intrinsecamente e storicamente dual-use della fissione nucleare, non può passare in secondo piano – ma è una realtà da prendere in considerazione, nonostante sia stata rimossa chirurgicamente dal dibattito pubblico.

Molti quindi i temi da iniziare ad affrontare, sicuramente non con l’obiettivo di esaurire il dibattito, ma con la consapevolezza che è necessario aprirlo, e farlo additando il presupposto al ritorno del nucleare: presentare una soluzione tecnica a problemi che sono di natura eminentemente politica, allo scopo di continuare ad alimentare un sistema ormai giunto ad un binario morto.

Per questo, come realtà in lotta contro il ritorno al nucleare organizzeremo un momento di approfondimento, dibattito e organizzazione il 7 novembre, a partire dalle 14.00 in Via delle Sette Sale 29 (facoltà di Ingegneria, San Pietro in Vincoli).

Costruiamo un percorso di carattere nazionale, a partire da tutti i territori, che affronti il tema del nucleare come truffa ecologica ed economica e come tecnologia intrinsecamente dual use, dell’eredità tossica oggi presente sui territori e che un eventuale ritorno comporterebbe, della crisi democratica che le mosse del governo mettono in luce.

Invitiamo tutte le realtà che hanno intenzione di confrontarsi, partecipare o intervenire all’iniziativa a contattarci all’indirizzo nonucleareorganizziamoci@gmail.com

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Neonazista progettava attentati, ma in questo caso niente riflettori

Pianificava nei minimi dettagli due attentati terroristici, uno contro una sinagoga e l’altro contro un luogo di preghiera islamico nell’hinterland milanese. Con l’accusa di addestramento ad attività con finalità di terrorismo anche internazionale, nella mattinata di giovedì 29 ottobre i carabinieri hanno arrestato a San Giuliano Milanese Alessandro G.G., cittadino italiano di 22 anni.

Il giovane è stato portato in carcere in esecuzione di un’ordinanza di custodia cautelare emessa dal gip del Tribunale di Milano. Dagli accertamenti investigativi e dall’analisi dei dispositivi elettronici sequestrati è emerso che Alessandro, che amava ritrarsi con bandiere con l’aquila fascista e la svastica, stesse pianificando il reperimento di varie sostanze chimiche con la finalità di confezionare ordigni artigianali e la modifica di armi da sparo.

Il neonazista aveva individuato due bersagli precisi: la sinagoga milanese di via Guastalla, nel centro di Milano, e la moschea di San Donato Milanese. Sui suoi dispositivi sono stati rinvenuti numerosi contenuti che i carabinieri hanno definito “suprematisti, accelerazionisti, negazionisti della Shoah e xenofobi”.

Alla base del progetto terroristico vi era l’ossessione per una fantomatica “invasione islamica” e il timore per la “fine della razza bianca”. Tra i file acquisiti dagli inquirenti figurano gli scritti di Anders Breivik, il terrorista neonazista autore delle stragi del 2011 in Norvegia, e ben 12 pagine di riflessioni che parrebbero un vero e proprio manifesto o testamento ideologico.

In esse, il 22enne metteva nero su bianco i propri propositi di passaggio all’azione anche in assenza di complici: “è arrivato il momento che qualcuno faccia qualcosa. Ho paura ad agire da solo, ma se nel frattempo che metto a punto un piano non troverò nessuno al mio fianco, lo farò lo stesso. Lo farò per il futuro. Io mi sento un soldato e so che la mia è una guerra già iniziata, anche se la sto ancora organizzando. Ma ci arriverò, credetemi”.

Il suo arresto ha impedito che i suoi piani si concretizzassero, ma in questo caso non si è scatenata la stessa gogna mediatica costruita intorno a Youssef Siher. E per fortuna, diciamo noi, in quello che millanta di essere uno “stato di diritto”. Nonostante il pericolo fosse evidentemente reale e il terrorismo antisemita – oltre che islamofobo – provenisse ancora una volta dalle file dell’estrema destra.

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Oggi è sciopero generale, e non solo

Oggi sarà una grande giornata di sciopero generale in tutto il paese. La mobilitazione convocata dall’Usb dà appuntamento nelle piazze di più di 50 città, dal Nord al Sud e alle isole.

È uno sciopero generale contro l’economia di guerra imposta dal Governo Meloni, il carovita che sta strangolando la popolazione, la repressione dei giovani e dei lavoratori che protestano per migliori condizioni di vita.

Ma oggi è anche una giornata di mobilitazione internazionale nei porti di quattro continenti contro il traffico di armi: un’iniziativa di lotta lanciata da diverse organizzazioni sindacali dei portuali, tra cui USB e Orsa, che ha ormai coinvolto ormai più di 100 scali portuali in 17 paesi diversi, dagli USA all’Europa, dal Mediterraneo all’India.

Lo sciopero generale di oggi è diventato con tutta evidenza uno sciopero generalizzato che intorno a lavoratrici e lavoratori vede convergere anche altri settori sociali importanti, a cominciare dagli studenti e dai movimenti per il diritto all’abitare, ma anche collettivi, associazioni della solidarietà internazionalista, artisti, mondo della cultura, comitati ambientalisti e territoriali.

È la ricomposizione di un blocco sociale che riconosce finalmente i propri interessi di classe comuni e li scaraventa in campo di fronte a disuguaglianze sociali non più accettabili e ad un clima di guerra interna ed esterna che minaccia sia la pace che la democrazia.

Oggi sarà un momento vero di mobilitazione popolare che chiede di abbassare i prezzi, le tariffe energetiche, gli affitti e i mutui, di alzare i salari e di dire basta con la guerra e le spese militari.

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«Chi conquista i giovani vince le battaglie di questo tempo»

«Un potente avvertimento, le proteste giovanili scuotono l’Europa». «Una generazione scende in piazza: i giovani europei rifiutano un futuro che gioca contro di loro». «Un senso di rivolta infiamma le nuove generazioni». Dal Guardian a Le Monde, dall’Associated Press a El País, gli organi di stampa segnalano la temperatura di questo caldo autunno di contestazioni, dalla scuola alla casa, al carovita, con una crescente partecipazione di giovani. Fa parziale eccezione l’Italia, dove il Corriere della Sera e altre testate insistono sul teppismo, mettendo in second’ordine le ragioni politiche delle manifestazioni. Ma cosa sta accadendo? È solo una disputa tra saccheggiatori in piazza e repressori al governo? O è piuttosto una crisi più profonda dei rapporti tra le classi e tra le generazioni? Lo chiediamo a Emiliano Brancaccio, docente di economia politica all’Università “Federico II” di Napoli e autore di Libercomunismo, un “libretto rosso” molto discusso che è stato visto circolare anche tra i giovani contestatori di questi giorni.

Professor Brancaccio, lei sostiene che se non cogliamo le “tendenze” dell’epoca non capiamo nulla delle contingenze politiche. Le attuali proteste, con tanti giovani in piazza, sono un fenomeno estemporaneo? O sono il sintomo di una tendenza generale?

Una risposta ce la può dare il Fondo Monetario Internazionale, che da tempo elabora un indicatore un po’ “panottico”, quasi mai citato nella vulgata. È il Reported Social Unrest Index, che misura quanto spazio occupano, sui media, le notizie relative a manifestazioni, proteste, tumulti e disordini sociali. Nell’Unione europea, l’indice delle proteste e dei disordini è cresciuto enormemente, da un valore di appena 14 nel 1991 fino a un picco di 183 nel 2011, nel pieno della crisi finanziaria. Poi, dopo una pausa, l’indice è risalito vertiginosamente fino al record assoluto di 197 nel 2018.

A quel punto, però, è giunta la crisi pandemica, che ha fatto letteralmente precipitare le rivendicazioni di piazza. Ma solo per qualche anno. Negli ultimi tempi, infatti, l’indice delle proteste è tornato a salire. Per adesso a 113, ma siamo solo agli inizi della ripresa. Insomma, una tendenza generale è piuttosto evidente: con la raggelante eccezione dello shock pandemico, le contestazioni nelle strade tendono a montare nel tempo. Il movimento si verifica a livello globale, ma nel caso europeo sembra dirci qualcosa in più: direi un segno di fragilità dei vecchi equilibri sociali del continente.

Che ruolo hanno i giovani in questa tendenza?

Accentuano il conflitto. Rispetto alle grandi percentuali del secolo scorso, oggi le giovani generazioni rappresentano una quota relativamente piccola di popolazione. Eppure, se si innestano nei meccanismi della contestazione, alzano il livello dello scontro. Che si tratti di emergenza climatica, scuola, casa o carovita, quando i giovani partecipano alle proteste di piazza, magari con qualche azione appena più turbolenta del solito, il FMI tende quasi sempre a classificarle come “disordini sociali”.

Il governo Meloni insiste nel ridurre le proteste a questioni di ordine pubblico. E nell’affrontarle con nuove strette alle libertà civili e politiche. È un sintomo di quello che nel suo libro lei chiama “oltrefascismo”?

Sì, ma la definizione non riguarda solo i coltivatori dell’amarcord fascista che oggi albergano a Palazzo Chigi. Il concetto attiene anche a quegli esponenti del liberalismo che pochi anni fa dominavano la scena politica e che oggi invece appaiono morenti, direi in coma profondo. E che per tentare di sopravvivere stanno rinnegando i loro stessi principii, offrendosi come cavalier serventi dell’inedito “oltrefascismo” in ascesa. L’assetto guerresco delle forze di polizia, imposto da Macron in Francia, rappresenta solo uno dei molteplici esempi di questo tradimento liberale in atto. Direi che siamo “oltre” anche rispetto alla tetra apologia del “dittatore liberale” di Hayek. È una delle più sconcertanti ignominie politiche del nostro tempo, eppure se ne parla ancora poco. Bisognerebbe chieder conto a questi rinnegatori del liberalismo, prima che ai contestatori in piazza.

Però ammetterà che le vetrine spaccate e i saccheggi dei negozi rappresentano un problema, poiché offrono una tipica scusa alle strategie di repressione delle libertà…

Noto anche io che Meloni e Macron sono piuttosto uniti in questa durissima lotta contro i minacciosi ladruncoli di borsette griffate che infestano le vie dello shopping di Milano e Parigi. Se a colpi di nuove regole d’ingaggio delle forze dell’ordine alla fine ci scapperà anche il morto, potranno dire che almeno la proprietà delle borsette è stata tutelata. Se mi fosse concessa una parafrasi marxiana, direi che questi servitori della religione padronale perdonano l’attacco a trentotto dei loro trentanove articoli di fede liberale piuttosto che l’attacco a un trentanovesimo del capitale centralizzato che sono stati messi a piantonare. Ancora una volta, l’odierno liberalismo “oltrefascista” mostra le sue inquietanti ipocrisie.

Come si ferma questa deriva? Come si costruisce un’alternativa politica? I giovani tornano in piazza, magari respingono in massa i referendum governativi, ma poi restano allergici ai partiti. Sembra difficile coinvolgerli in una partecipazione politica più stabile e strutturata…

I giovani sono relativamente pochi rispetto alla popolazione ma sono tanti rispetto al totale degli astenuti e dei disillusi. Chi dunque conquista i giovani vince le battaglie di questo tempo difficile. Vale per tutta l’Europa e per tutte le lotte che verranno. Certo, l’impresa è ostica: la partecipazione giovanile oggi avviene a onde, persino più instabili che in passato. Ma questo dipende da una contraddizione lampante tra le stravolte prospettive di vita dei giovani e la mite offerta politica dei partiti che pure vorrebbero rappresentare le loro istanze.

Il punto è che queste ragazze e questi ragazzi sono nati nel mezzo della grande crisi finanziaria, hanno vissuto l’annichilimento della crisi pandemica, sono in balia di una crisi bellica internazionale di cui non intravedono la fine, sono più consapevoli di tanti adulti sul rischio di una catastrofe ecologica e adesso devono pure fronteggiare la crisi occupazionale e la nuova concentrazione dei poteri che scaturiranno dall’intelligenza artificiale. Sanno meglio dei loro genitori che l’ascensore sociale è bloccato verso l’alto ma è in caduta libera verso il basso. E sanno benissimo che la dottrina del merito individuale, del farsi da soli, è un altro ferrovecchio retorico del liberalismo, smentito dall’evidenza empirica. Insomma, si sono formati nel mezzo di una vera e propria controrivoluzione tecno-sociale, che tra l’altro sta generando un’inedita comunione di destini tra molti giovani di famiglie piccoloborghesi e proletarie.

Quando dunque questo aggregato di disillusi va in piazza, è come se già fosse capace di individuare gli orrori insiti nella materia sociale del futuro. Mentre noi vecchi miopi, abituati alle residue bambagie del Novecento, ci ostiniamo a non vedere. Ora, io sommessamente domando: di quanta supponenza siamo pervasi per illuderci che questa generazione forgiata dalle dure tendenze del tempo possa sentimentalmente unirsi a forze politiche ancora sedotte dall’idea dell’ordinario amministrare, e che nella migliore delle ipotesi risultano timide persino su una patrimoniale o su un “no” secco alla guerra capitalista? Per riunificare le generazioni, io non credo che siano i giovani a doversi rassegnare alla nostra irresponsabile cecità sul futuro. Siamo noi vecchi che dovremmo allenarci a una razionale e tempestiva radicalità.

Professore, tutto documentato e innegabile. Ma non penserà che il Libercomunismo sia dietro l’angolo?

No di certo. Ma per dirla con Nietzsche, l’inattuale è urgente. Per chiarire: io penso che sarebbe un importante risultato se le forze democratiche sconfiggessero gli accrocchi tra nazionalisti reazionari e traditori del liberalismo che già imperversano nel continente. In Francia tra lepenisti e macroniani di risulta, in Spagna tra neo-franchisti e popolari, in Germania tra neonazisti e cristiano-democratici vogliosi di assecondarli. E in Italia, tra una maggioranza di governo che sempre più tenderà al vannaccismo e i transfughi del liberalismo pronti a servirla. Non c’è da indugiare, vanno sconfitti.

Al tempo stesso, però, io domando: ammesso che fermiamo questi orrendi agglomerati che per comodità chiamiamo “oltrefascisti”, il giorno dopo che facciamo? Come impediamo che l’onda nera rimonti subito, resa più potente dalla nostra inadeguatezza dinanzi alle catastrofi del tempo? Veda, io capisco l’odierna diffidenza verso ogni tentativo, raffinato o maldestro che sia, di rilanciare in forma inedita le colossali prospettive politiche del Novecento. Siamo così abituati a minimizzare lo spazio dell’azione politica che anche solo il riabituarci a pronunciare parole immani, come socialismo o comunismo, ci suscita un senso di filosofica vertigine.

Mi permetto però di notare che stiamo coltivando questo ostinato scetticismo senza accorgerci che siamo ormai naufraghi trascinati da un fiume di cadaveri in piena: coi socialdemocratici che hanno celebrato la morte dei comunisti d’oltrecortina, poi i liberali hanno festeggiato la sparizione dei socialdemocratici, e ora gli oltrefascisti banchettano sulla tomba dei liberali. Come in un classico shakespeariano, chi brinda alla morte del nemico poi muore a sua volta.

Lei rimarca questa tesi della morte del liberalismo. Ma il premio Nobel Daron Acemoglu, che ha pure dibattuto con lei in tema, non è d’accordo: lui scommette ancora su un rilancio della prospettiva liberale.

Il problema di Acemoglu, come di altri intellettuali in voga, è che sono “post-moderni” in senso lyotardiano: ossia, per non ricadere nelle vecchie fiabe sulle magnifiche sorti e progressive dell’umanità, finiscono per negare anche lo studio delle “tendenze” oggettive del sistema, scientificamente comprovate. Per intenderci, la sequenza di funerali delle idee che ho menzionato non è stata un succedersi casuale di spiacevoli accidenti. Al contrario, quella catena di delitti politici è stata il frutto di una tendenza storica potente, radicata nel meccanismo della centralizzazione capitalistica e destinata a distruggere gli assetti democratici. È la drammatica attualità della lezione marxiana, opportunamente aggiornata.

Allora, al di là del “libercomunismo”, chiamiamo pure come vogliamo la nuova prospettiva politica, ma iniziamo a riconoscere che l’epoca del facile guazzabuglio populista è finita. E che l’elaborazione di nomi e contenuti politici all’altezza di questo tempo funesto è divenuta condizione necessaria per costruire un’idea alternativa di futuro, una “sliding door” capace di convincere, attirare, accumulare massa critica. Fino a far deragliare la tendenza antidemocratica in atto. Prima che sia tardi.

Anche coinvolgendo le piazze tumultuose riempite da tanti giovani?

Certo che sì. Proprio quelle giovani leve ribelli ci stanno offrendo intuizioni feconde. Come il fatto che tra le strade di Parigi non si accontentano più di cantare Bella ciao. Adesso intonano pure «sciopero generale», nientemeno che sulla melodia della «rossa primavera» di Katiuscia. Se ci pensiamo, anche questo non è un caso. È una tendenza, da intercettare.

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