Presentazione


Analisi, opinioni, fatti e (più di rado) arte da una prospettiva di classe.

13/05/2026

Il declino dell’Occidente, visibile a tutti

In questa particolare fase storica, il cosiddetto modello occidentale sta visibilmente rivelando un periodo di crisi e di scarsa credibilità. Molti ormai si domandano se si tratti di una tendenza al declino irreversibile o meno.

Secondo un sondaggio pubblicato martedi dall’istituto SWG di Trieste, in Italia l’opinione pubblica appare divisa, anzi fortemente polarizzata, anche su questo argomento.

Si dividono esattamente quasi metà del campione degli intervistati coloro che pensano che l’Occidente non abbia una prospettiva, mentre una quota analoga lo ritiene solo provvisoriamente in difficoltà.

Tra le cause di questa percezione negativa sull’Occidente, la principale è quella che la intravede nelle disuguaglianze sociali (il 40%), mentre sono “solo” il 18% quelli che la declinano con il capitalismo. Insomma il tema delle disuguaglianze ormai non sfugge più all’attenzione sociale come era stato negli anni dell’egemonia e della mistificazione neoliberista.

È forte la percezione che tra le cause negative ci siano contestualmente il ruolo degli Stati Uniti e la debolezza dell’Unione Europea. I più sensibili al rischio della guerra e del militarismo o alle pretese di supremazia occidentale oscillano tra il 21 e il 23%.

Ma alla domanda più specifica su “cosa” stia mettendo in crisi l’Occidente in questa fase storica, è significativo che la maggioranza ne individui le cause più all’interno del blocco euroatlantico che per minacce esterne. Infatti anche su questo per il 66% complessivamente deriva dalla debolezza della Ue e dalla mancata unità dei paesi europei. Per il 38% è colpa di Trump e per il 20% degli Stati Uniti.

La diffusa percezione del declino dell’Occidente è venuta crescendo con la guerra in Ucraina e si è poi rafforzata con la vergognosa complicità con Israele nel genocidio dei palestinesi. Su quest’ultimo aspetto è stata rivelatrice la frase del cancelliere tedesco Merz secondo cui “Israele sta facendo il lavoro sporco per noi”. Una ammissione di corresponsabilità e colpevolezza contundente che spiega molte cose.

Mentre sulla guerra in Ucraina è emblematico quanto scrive Emanuel Todd nel suo libro “La sconfitta dell’Occidente”.

Per Todd a seguito della guerra in Ucraina è emersa “la solitudine ideologica dell’Occidente e l’inconsapevolezza del proprio isolamento. Essendosi abituati a dettare i valori a cui il mondo deve aderire, gli occidentali credevano sinceramente, e stupidamente, che il pianeta intero fosse pronto a condividere la loro indignazione nei confronti della Russia. La loro aspettativa è rimasta delusa”. Detto da un autore che aveva anticipato la dissoluzione dell’Urss, è una diagnosi che va presa in seria considerazione. Soprattutto alla luce della rincorsa – e su molti settori il superamento – all’innovazione tecnologica e all’aumento di salari e consumi da parte dei paesi emergenti rispetto a quelli a capitalismo avanzato occidentali.

Sul declino dell’Occidente, come abbiamo visto anche dal sondaggio SWG, pesano infatti anche le accresciute disuguaglianze sociali interne che dimostrano come il trickle down (lo sgocciolamento di ricchezza dall’alto verso il basso, ndr) sia stata una vera e propria mistificazione diffusa per decenni dalle classi dominanti in Europa e negli Stati Uniti.

Secondo Emmanuel Todd l’espansione dell’istruzione superiore di massa in Occidente ha prodotto un paradosso: si è andata costituendo un’élite iper-istruita, culturalmente omogenea ma socialmente distaccata, che si è progressivamente separata dal resto della popolazione, alimentando risentimento, sfiducia e “un subconscio inegualitario che incrina il patto sociale”.

Questa brutale “polarizzazione” non ha prodotto solo una frattura economica e sociale, ma anche una distanza che mina la legittimità delle classi dirigenti.

Per dare un indicatore di questo boom delle disuguaglianze sociali si può osservare come l’indice di Gini sia aumentato in undici Stati membri dell’Unione europea tra il 2012 e il 2021. L’Italia, con un indice Gini pari al 32,7%, nel 2022, si colloca stabilmente sopra la media europea (29,6%), segnalando un divario crescente che accentua la rabbia e il risentimento delle classi medio-basse.

C’è materia su cui lavorare e sulla quale poter intervenire per trasformare tutto questo in una istanza di emancipazione e trasformazione sociale che rimetta al centro il tema dell’uguaglianza. Non solo.

Al declino dell’Occidente provano a rispondere anche le classi dominanti, alimentando una tendenza guerrafondaia e predatoria verso l’esterno e un avvitamento autoritario all’interno delle proprie società. Di fronte al tecno-fascismo che spira dagli Stati Uniti alimentato dai suprematisti delle nuove oligarchie capitaliste del mondo digitale e diffuso nella società dai suoi terminali politico/messianici, si comprende bene come le risposte al declino dell’Occidente – inteso inevitabilmente come Occidente capitalistico – siano divaricanti e antagoniste tra loro. E su questo che possiamo e dobbiamo riaprire la partita tra socialismo o barbarie.

Fonte

La CGIA raddoppia i costi dello shock energetico: 29 miliardi nel 2026

L’instabilità cronica nello Stretto di Hormuz e il conflitto in Iran, che continua a soffocare le rotte globali del greggio, presentano un conto salatissimo all’economia italiana. Alla fine di marzo l’Ufficio studi della CGIA di Mestre aveva calcolato un costo dovuto all’aggressione all’Iran intorno ai 15 miliardi di euro.

Oggi il calcolo arriva a quasi 29 miliardi di euro nel solo 2026, per famiglie e imprese. Una cifra significativa che incide direttamente sui bilanci domestici e sulla competitività della nostra industria. Si paga lo scotto di rincari a doppia cifra su ogni fronte: dai trasporti al riscaldamento, fino alla produzione industriale.

La voce più pesante del bilancio energetico nazionale riguarda i carburanti. Con i prezzi alla pompa stabilmente attorno ai 2 euro al litro, la spesa per benzina e diesel subirà un incremento di 13,6 miliardi di euro (+20,4% rispetto al 2025). Non va meglio sul fronte delle utenze domestiche e industriali: sull’energia elettrica si stima un rincaro di 10,2 miliardi di euro (+12,9%), e sul gas naturale di 5 miliardi di euro (+14,6%).

A livello territoriale, sul lato prettamente dei numeri il peso maggiore è scontato dal nord del paese. La Lombardia guida la classifica dei rincari con un aggravio di 5,4 miliardi, seguita dall’Emilia-Romagna (+3 miliardi) e dal Veneto (+2,9 miliardi). Si tratta delle regioni con la più alta densità di attività manifatturiere, e dove quindi la produzione ha più “fame” di energia.

Tuttavia, se guardiamo alle percentuali di aumento sui carburanti, è il Mezzogiorno a soffrire maggiormente. La Basilicata registra l’incremento più marcato (+21,6%), seguita da Campania e Puglia (+21,3%). Un dato che sottolinea come la dipendenza dai trasporti su gomma renda le regioni del Sud particolarmente vulnerabili alle oscillazioni del mercato petrolifero.

Sugli interventi governativi, la CGIA è categorica. Il governo Meloni è intervenuto con il cosiddetto “decreto Bollette”, una manovra da circa 5 miliardi di euro approvata per mitigare gli effetti della crisi, e con il taglio delle accise sui carburanti (attualmente ridotto a 5 centesimi per la benzina, mentre restano 20 centesimi per il gasolio), con un costo di circa un miliardo al mese e la scadenza fissata al 22 maggio.

Queste risorse sono però considerate inadeguate a frenare lo shock economico. La CGIA ribadisce che la soluzione non può essere solo nazionale, chiedendo invece la sospensione del Patto di Stabilità, per permettere agli stati membri della UE di finanziare i sostegni senza pesare sul calcolo del deficit.

L’Ufficio studi chiede inoltre di fissare un tetto al prezzo del gas e di separarlo da quello dell’energia elettrica; la tassazione degli extraprofitti; addirittura un taglio coordinato delle imposte sulle bollette a livello comunitario. La CGIA mostra come, senza un intervento strutturale, il rischio è che lo shock energetico si trasformi in una recessione profonda, e nell’aggravarsi della deindustrializzazione.

Ma a Bruxelles la logica continua a essere quella di rimanere ostinatamente sulla strada passata, nonostante le condizioni del presente siano cambiate profondamente. C’è poca predisposizione a intervenire sui profitti delle grandi compagnie, mentre lacci e lacciuoli dei trattati europei vengono difesi strenuamente, per non ammettere la loro irrazionalità, persino economica.

È il sintomo di un’evidente inadeguatezza strategica, e della mancanza di idee su come promuovere la UE come attore globale in uno scenario ben diverso da quello di trent’anni fa. Ed è inoltre un messaggio chiaro a chi vuole costruire un’alternativa, che deve essere necessariamente al di fuori di questi meccanismi e vincoli comunitari.

Fonte

Gli esuberi annunciati da Electrolux in Italia e le logiche distorte del capitalismo finanziario

di Alessandro Volpi

I licenziamenti che la società Electrolux sta operando in Italia sono il risultato di politiche neoliberali decisamente sbagliate, che avrebbero dovuto essere l’alternativa agli errori del capitalismo industriale italiano.

La storia di Electrolux in Italia inizia ufficialmente nel 1984, quando il colosso svedese acquisisce la Zanussi di Pordenone per la cifra decisamente ridotta di 200 miliardi di lire. All’epoca la Zanussi era un simbolo del miracolo economico italiano, arrivata a contare oltre 30mila dipendenti ma si trovava in una crisi finanziaria gravissima, dovuta a un eccesso di indebitamento e a scelte strategiche sbagliate, a cominciare da quella di ampliare a dismisura i confini del settore degli elettrodomestici fino a comprendere la produzione di televisioni a colori, peraltro, osteggiata in Italia dalla politica.

L’ingresso di Electrolux salvò l’azienda dal fallimento e per diversi anni garantì il mantenimento di un ruolo centrale in Europa, con poli di eccellenza a Porcia (lavatrici), Susegana (frigoriferi), Solaro (lavastoviglie), Forlì (forni) e Cerreto d’Esi (cappe).

A partire dal 2010, tuttavia, il settore degli elettrodomestici in Italia ha iniziato a soffrire per l’ascesa di colossi come LG, Samsung e produttori cinesi con costi inferiori, per l’allargamento a Est dell’Unione europea che ha reso il complesso industriale italiano meno competitivo rispetto a stabilimenti in Polonia, Ungheria e Romania e per i costanti piani di efficientamento volti a ridurre il costo del lavoro ma anche la qualità delle produzioni. Il modello neoliberale della globalizzazione e l’allargamento dell’Unione per avere manodopera a basso costo rappresentavano dunque due scelte politiche destinate ad aggravare in maniera radicale la crisi industriale italiana.

A fine 2023 Electrolux annuncia poi un piano globale di riorganizzazione dovuto a un calo del mercato europeo (sceso del 12% rispetto al periodo pre-pandemico) e all’inflazione e nel gennaio del 2024, senza troppa attenzione da parte della politica, l’azienda dichiara 373 esuberi in Italia (199 operai e 174 impiegati). Si arriva così alla firma dell’ accordo di marzo 2024, basato sulla non opposizione (uscite volontarie incentivate) e sull’utilizzo di contratti di solidarietà a Porcia e Forlì per evitare licenziamenti forzati.

Tutto ciò non basta però a scongiurare la decisione di inizio maggio 2026 che prevede appunto 1.700 licenziamenti su 4.500 dipendenti, la chiusura di Cerreto d’Esi e pesanti tagli che colpiscono gli storici stabilimenti di Porcia e Susegana, oltre a Solaro e Forlì. In pratica un radicale ridimensionamento delle attività produttive che prelude all’abbandono dei siti italiani, trasferiti in larga parte in Polonia. Electrolux motiva una simile “strategia” per focalizzarsi solo sulla fascia premium (marchi Aeg ed Electrolux di alta gamma), che però richiede meno manodopera.

Si tratta davvero di una brutta vicenda per capire la quale sono necessarie alcuni riferimenti specifici. Il primo riguarda la proprietà di Electrolux. La famiglia Wallemberg tramite la holding di famiglia, Investor AB, detiene poco meno del 20% dei diritti di voto. Il resto del capitale è nelle mani di grandi fondi svedesi e americani. È interessante in questo senso notare la forte finanziarizzazione della proprietà. I due fondi più rilevanti sono BlackRock, il principale gestore di risparmio al mondo, e Amf, un grande fondo di gestione svedese in cui confluiscono i risparmi pensionistici di molte imprese e, soprattutto, dei sindacati svedesi. Sia BlackRock sia Amf hanno quindi la necessità di rendimenti finanziari importanti per remunerare i propri risparmiatori. Chiudere gli impianti italiani è perfettamente coerente con le logiche del capitalismo finanziario fondato sul risparmio.

È importante segnalare che tra aprile e maggio 2026 si sono intensificate anche le voci di un’acquisizione da parte di Midea, colosso cinese degli elettrodomestici. Sebbene al momento non ci sia una proprietà cinese ufficiale, Electrolux ha recentemente stretto una partnership strategica e avviato un aumento di capitale (aprile 2026) per rafforzare le proprie finanze, alimentando i timori su un possibile passaggio di mano futuro; vendere a Midea Group, società cinese quotata a Shenzen e a Hong Kong, sarebbe molto coerente con l’opera di finanziarizzazione dal momento che si tratta di una società a capitale privato con la forte presenza di BlackRock e Morgan Stanley.

Oltre al tema della proprietà, per capire come si è arrivati ai licenziamenti in massa occorre tener presenti due altri fattori. Certamente nella scelta ha pesato la volontà di trasferire le produzioni in Polonia, diventata il primo produttore di elettrodomestici in Europa, per effetto di un costo della manodopera decisamente più basso, per gli incentivi garantiti dal governo polacco con il finanziamento europeo, che spesso viene utilizzato aggirando il divieto degli aiuti di Stato, e per effetto di una concorrenza fiscale feroce.

Per essere ancora più chiari è bene specificare che le regole dell’Unione europea vietano l’uso di fondi comunitari per finanziare direttamente la delocalizzazione da uno Stato membro all’altro ma esistono delle “sfumature” che le multinazionali sfruttano. La Polonia riceve enormi stanziamenti dai Fondi di coesione Ue (oltre 76 miliardi di euro per il periodo 2021-2027). Questi fondi possono essere usati per creare “nuovi” posti di lavoro o investire in “innovazione” in Polonia. Legalmente non è considerato un finanziamento per “chiudere in Italia” ma per “aprire in Polonia”, anche se il risultato finale è lo spostamento dei volumi produttivi. Proprio a fine 2024, inoltre, Electrolux ha ricevuto un prestito di 200 milioni di euro dalla Banca europea degli investimenti (Bei) per attività di ricerca e sviluppo “green”, finiti quasi per intero proprio in Polonia.

Ma la questione della concorrenza fiscale riguarda anche la Svezia. Investor AB non paga tasse sulle plusvalenze derivanti dalla vendita di azioni (se detenute per scopi industriali a lungo termine) e non paga tasse sui dividendi che riceve dalle società che controlla (come Electrolux, Ericsson, Abb, AstraZeneca). Alla luce di tutto ciò è forse più semplice capire perché i 1.700 licenziamenti di Electrolux rischiano di essere uno dei tanti sintomi della deindustrializzazione italiana.

Fonte

Ucraina - Altre indagini sulla corruzione. Coinvolto direttamente anche Zelensky?

Nel silenzio quasi assordante dei media occidentali, in Ucraina sta andando in scena il secondo atto dell’indagine Midas, che non è solo una questione di tangenti, ma un vero e proprio terremoto nel cuore del potere politico e militare del paese. L’Ufficio nazionale anticorruzione (NABU) e la Procura specializzata (SAPO) hanno scoperchiato un sistema di corruzione che ha decimato il cerchio magico di Zelensky, e ora sembra arrivare fino al presidente.

La vicenda l’abbiamo già raccontata e inserita nello scivolamento sempre più evidente del sistema ucraino verso l’autoritarismo, oltre che nel complesso quadro della guerra con la Russia. In poche battute, un rodato sistema di tangenti connesso a Energoatom e al complesso militare-industriale ha fruttato ricavi illeciti per almeno un centinaio di milioni di dollari a un gruppetto di politici vicini a Zelensky.

In questo meccanismo fraudolento sulla pelle degli ucraini, di cui l’Occidente dice di difendere la “libertà”, era coinvolto Timur Mindich, regista e socio di Zelensky ai tempi degli spettacoli da comico. I tentativi di limitare l’autorità della NABU e della SAPO, falliti la scorsa estate, sembravano indicare che Zelensky sapeva cosa bolliva in pentola, ma fino a oggi non era emerso nessun collegamento diretto con i ladri, suoi amici.

Mindich è fuggito in Israele già a novembre scorso, eppure la richiesta di estradizione è arrivata solo a inizio aprile. Le novità che stanno emergendo dalle indagini potrebbero essere proprio quei campanelli d’allarme che hanno infine portato a perseguirlo definitivamente, proprio mentre tra Kiev e Tel Aviv ci sono state scintille riguardo a carichi di cereali arrivati in Israele, ma considerati rubati dai russi dalle terre ora sotto il loro controllo.

L’inchiesta si è recentemente arricchita di un nuovo capitolo grazie alle rivelazioni dell’Ukrainska Pravda. Al centro dell’attenzione c’è la Fire Point, un’azienda produttrice di droni e missili in cui era coinvolto Mindich, e che veniva presentata come l’eccellenza dell’industria bellica (ma con parecchi dubbi al riguardo). Nel consiglio d’amministrazione siede nientemeno che Mike Pompeo, ex direttore della CIA ed ex Segretario di Stato USA.

Le intercettazioni telefoniche dipingono un quadro torbido: Mindich parlava dell’azienda come se fosse sua, trattando investimenti esteri e facendo pressione sul Ministro della Difesa Rustem Umerov – la cui famiglia ha acquistato vari immobili di lusso negli USA – per ottenere pagamenti anticipati e nuovi fondi. Umerov, dal canto suo, avrebbe rassicurato Mindich suggerendo di attendere le modifiche al bilancio statale approvate dal Parlamento (controllato dal partito presidenziale “Servitore del Popolo”).

Al di là di questo, il vero terremoto è arrivato con alcune intercettazioni del NABU, in cui i protagonisti dello scandalo fanno spesso riferimento a un certo “Vova”, diminutivo di Volodymyr. Sebbene non vi siano ancora prove dirette di un coinvolgimento di Zelensky, il sospetto aleggia pesante.

Andriy Yermak, ex capo dell’Ufficio presidenziale, è stato raggiunto da una notifica di indagine sul riciclaggio di circa 10,5 milioni di dollari, attraverso un complesso residenziale di lusso alla periferia di Kiev. La pressione sul presidente, dunque, cresce, proprio mentre il tema di una conclusione del conflitto ucraino torna sulla bocca della diplomazia internazionale.

E questo è di certo un pericolo per Zelensky. Se il presidente non è stato ancora toccato formalmente dalle indagini, secondo più di un analista, è solo perché in molti settori dirigenti ucraini sta prevalendo la “ragion di Stato”, per la quale è meglio non colpire direttamente il vertice del paese nel pieno della guerra, e mentre Mosca potrebbe approfittarne per avvantaggiarsi ulteriormente in ipotetici progressi verso la pace.

Dopo l’attacco della scorsa estate, le autorità anticorruzione hanno comunque deciso di fare terra bruciata intorno a lui, per mettere in chiaro che Zelensky non si trova in una posizione di forza, evitando però una decapitazione totale in un momento critico. Ma con le nuove rivelazioni, l’idea che il presidente possa essere direttamente coinvolto nello scandalo potrebbe suscitare ulteriore malcontento nella popolazione, che sta comunque affrontando un significativo sforzo bellico.

Quali possano essere gli sviluppi di questa storia dipenderà molto anche, se non principalmente, dagli avvenimenti al fronte.

Fonte

A chi serve il ‘nuovo’ IIT?

Due premesse.

Pur condividendo le critiche che provengono da più parti del mondo accademico sulla nascita e sull’attuale conduzione dell’Istituto Italiano di Tecnologia, riteniamo che un ente di ricerca pubblico – compreso IIT e tutti gli enti finanziati prevalentemente dallo Stato – abbia sempre motivo di esistere.

E riteniamo, soprattutto, che il Personale che vi lavora rappresenti un insieme di professionalità che la ricerca italiana non deve perdere. Anzi, potrebbe e dovrebbe transitarle nell’alveo Pubblico portando alte professionalità nelle università e negli enti di ricerca.

Definito questo perimetro, ci chiediamo se l’IIT, per come sta evolvendo, sia veramente necessario al Paese. Ci poniamo il quesito a partire dallo stato generale della ricerca in Italia e in Europa in raffronto al resto del Mondo.

Appare chiaro che la Cina ha rapidamente recuperato l’arretratezza che scontava un trentennio fa e lo ha fatto con un modello organizzativo nazionale (i piani quinquennali) che hanno previsto e portato a compimento, a partire da una assoluta preminenza della ricerca e dell’innovazione, la predominanza nel settore energetico verde e la competizione nell’intelligenza artificiale e nella robotica con gli Stati Uniti, o meglio la ridotta oligarchia dei big tech, che attualmente detengono le chiavi del settore attraverso sistemi proprietari e sempre meno “open source”.

La domanda che poniamo sorge nel momento in cui, in brevissimo tempo, sono nate due nuove realtà: la prima – AI4I – è una Fondazione “dedicata” all’IA apparentemente indipendente (sebbene il lavoro tuttora compiuto nell’alveo IIT sia evidentissimo); la seconda – Generative Bionics – è una start-up che di fatto ha “assorbito” proprietà intellettuale, know-how e personale di IIT.

Quindi, due vere e proprie strutture in competizione con IIT su temi, lo abbiamo accennato, che meriterebbero ben altra attenzione e ben altri strumenti, di livello europeo non nazionale. Chiaro che AI4I e Generative Bionics abbiano direttamente ed indirettamente drenato anche fondi dall’ambito di IIT. Infatti, mentre per Human Technopole, i precedenti governi non avevano eroso finanziamenti a IIT, in questi due casi il Governo ha usato la Fondazione con sede a Genova come uno sfascia carrozze farebbe con un'auto incidentata.

La cosa è particolarmente evidente osservando Generative Bionics, che ambisce alla leadership – italiana e non solo – nella progettazione e produzione di robot umanoidi AI-driven. Nella start-up sono confluite quasi per intero alcune linee di ricerca e personale tecnico/amministrativo originariamente in forze a IIT, includendo diversi Dirigenti di ricerca e, come ovvia conseguenza, una quantità considerevole di know-how realizzato in oltre 20 anni di attività interna a IIT.

La portata di queste perdite, a nostro avviso, è tale da poter essere identificata al pari di una cessione di ramo d'azienda, e come tale avrebbe dovuto essere riconosciuta, in primo luogo dalla governance della Fondazione.

MA UNA FONDAZIONE PUBBLICA, FINANZIATA DAL PUBBLICO, per giunta rivolta alla ricerca e alla disseminazione, HA LA LEGITTIMITÀ DI ‘CEDERE’ A SUE SPESE PROPRIETÀ INTELETTUALE E PROFESSIONALITÀ?

Quello che ad oggi riscontriamo, è una gestione che lascia in estrema incertezza e sofferenza ciò che rimane dei reparti attivi nella robotica umanoide. L'impressione che ricaviamo è quella di un’operazione poco trasparente, che potenzialmente può portare alla scomparsa delle linee di ricerca in questione. Infatti, i processi di sostituzione del personale sono stati caratterizzati da notevole lentezza e riduzione dell’organico rispetto ai numeri precedenti la nascita della start-up. Di conseguenza non è stato possibile attuare un adeguato passaggio di consegne per preservare quella conoscenza che noi consideriamo un asset pubblico.

Quindi, anche al di là delle considerazioni sulla presunta utilità di fondare due nuove aziende su tematiche complementari a quelle storicamente sviluppate in IIT, ci chiediamo: il “modello” di trasferimento di conoscenza previsto per IIT era veramente questo? Verso soggetti concorrenti creati anche su nuove figure dirigenti? O era piuttosto l’impresa privata “vera” e non un intermediario ulteriore, come ci pare stia avvenendo per entrambe le strutture in questione?

E allora questo IIT “liberato” da ambiti di ricerca ritenuti di punta, riuscirà a sopravvivere alla compressione dei fondi statali? Saprà reagire in maniera diversa da come la dirigenza scientifica ha fatto nell’ultima finanziaria, quando il taglio di 15 milioni è stato assunto passivamente dai vertici mentre il personale entrava in mobilitazione? Taglio che, peraltro, sembra correlato con l’investimento di 15 milioni nel centro di calcolo di AI4I…

Va registrato che nel frattempo IIT ha cambiato narrazione. È passata dalla questua prima della legge di Bilancio, che ha indotto il personale a “scendere in campo” per chiedere interventi sia al Comune di Genova che alla Regione Liguria, alla recentissima e assolutamente contraddittoria proclamazione a mezzo stampa della grande capacità di attrazione di finanziamenti che caratterizzerebbe la Fondazione.

È in questo contesto che il 24 marzo scorso, IIT è stata oggetto di uno sciopero con livelli di adesione che non si riscontrano spesso nel settore e superiori al 50% del personale, che ha scioperato perché l’Istituto sostiene di non essere economicamente in grado di offrire condizioni salariali dignitose ai lavoratori, mentre le ha offerte ai dirigenti, come si evince analizzando l’andamento del costo del lavoro dettagliato nelle relazioni della Corte dei Conti degli ultimi anni.

Successivamente, durante una trattativa in cui l’ente si dichiarava ancora ‘nullatenente’, tanto da non poter approvare nemmeno aumenti in grado di coprire l’inflazione galoppante, sempre il personale riceveva l’invito ad una festa aziendale il primo luglio prossimo...

Delle due l’una, o l’IIT gode di un bilancio sanissimo tanto che lo devia su nuove iniziative imprenditoriali oppure è stressato dai tagli e, come tutta la ricerca italiana, sopravvive. Di questa mancanza di chiarezza la vittima è chiaramente il Personale.

Dunque, rispondere alla domanda sull’effettiva funzione di IIT è, ora, più che mai necessario e indissolubilmente legato alle richieste del Personale tecnico-amministrativo. Senza dimenticare il Personale di ricerca contraddistinto quasi per intero dall’essere in formazione o consulente para-subordinato. E anche su questo è ora di cominciare ad indagare meglio se sia lecito avere centinaia di autonomi in un ente di ricerca.

Ci auguriamo che siano gli stessi organi di controllo a porsi questi quesiti.

Come USB continueremo a sorvegliare attentamente l’ente, impedendo che a essere sacrificati siano ancora una volta i dipendenti e i precari!

USB PI Ricerca
USB Lavoro Privato


Fonte

Donald Trump andrà in Cina portandosi dietro una montagna di problemi (e di debiti)

di Alessandro Volpi

Il 14 e il 15 maggio Donald Trump dovrebbe recarsi a Pechino per incontrare Xi Jinping. Si tratta della prima visita di un presidente degli Stati Uniti in Cina da dieci anni: e l’ultima volta era stato lo stesso Trump.

In previsione di questa visita il segretario al Tesoro statunitense, Scott Bessent, ha chiesto alla Cina, dopo aver criticato il suo appoggio a uno “Stato terrorista” come l’Iran, di aiutare gli Stati Uniti nella risoluzione della crisi. Al di là della retorica, è molto probabile che una simile richiesta sia un atto non banale che rivela le profonde difficoltà della presidenza Trump alle prese, in primo luogo, con un debito esplosivo.

La gigantesca montagna di circa 40mila miliardi di dollari è infatti ormai in larghissima parte posseduta da americani. Il 20% fa capo ai fondi pensione dei cittadini statunitensi, il 18% alla Fed che lo sta vendendo, il 25% ai grandi gestori Usa, il 5% alle banche e il 10% ai ricchissimi cittadini statunitensi.

Il capitale estero detiene meno del 25%, il minimo storico: i rendimenti alti, dunque, servono a pagare i cittadini statunitensi, che vedono però deprezzarsi il valore dei loro titoli. È evidente che si tratta di una situazione difficilmente sostenibile: gli interessi costano troppo e il debito si svaluta rischiando di trascinare a fondo l’economia Usa. In questo quadro la guerra è troppo onerosa, Trump ha bisogno di chiuderla ma anche di ritrovare la fiducia dei compratori internazionali del debito federale per ridurre i tassi e alleggerire l’esposizione, enorme, degli statunitensi.

Ma il presidente ha un secondo problema: la corsa delle Borse Usa è garantita dai grandi fondi – quelli che hanno in portafoglio il 25% del debito federale – che forniscono liquidità ai listini statunitensi, dove dirottano i risparmi mondiali per far sovrappesare le azioni delle grandi società tecnologiche nei loro Etf, con cui, in un circolo vizioso, raccolgono quegli stessi risparmi.

L’impressione evidente è che siamo di fronte a un complicato e pericoloso gioco di moltiplicazione dei pani e dei pesci che gli Stati Uniti non possono reggere senza una almeno parziale legittimazione cinese, destinata a riparare i canali mondiali di acquisto del debito Usa e di mantenimento in vita del dollaro, grazie al quale tornare a finanziare lo stesso debito: una legittimazione che i cinesi non sembrano ormai più disposti a dare, oppure a concederla a carissimo prezzo.

La condizione degli Stati Uniti è, peraltro, aggravata dal quadro energetico globale rispetto al quale non sono affatto tranquilli. In questo momento molti dei gasdotti e degli oleodotti utilizzati negli ultimi decenni in Europa sono chiusi: l’approvvigionamento via terra passa dalla Norvegia, dall’Azerbaijan e dall’Algeria, che sono naturalmente oggetto di contesa fra i vari Paesi europei.

A questa insufficienza si sta provando a far fronte con il trasporto marittimo che è però difficilissimo per tre ragioni. La prima è la scarsità assoluta di navi da trasporto, la seconda è la difficoltà estrema di trovare chi assicura quelle navi e la terza, più importante, è costituita dalle pochissime rotte aperte. In pratica l’unica veramente sicura è quella atlantica che, naturalmente rende l’Europa ancora più dipendente dagli Stati Uniti ma che sconta, peraltro, le difficoltà di trasporto interno all’Europa stessa. Hormuz è chiuso, Yemen-Gibuti ridottissimo, Suez ridotto, Panama in difficoltà e Malacca intasatissimo.

Ciò significa un’enorme difficoltà nel trasporto anche del gas “naturale” liquefatto (Gnl) statunitense e nell’approvvigionamento del mercato delle benzine, centrale per gli Stati Uniti, dovuto all’insufficiente capacità di raffinazione degli stessi USA a cui, con il blocco dei trasporti, viene messa in crisi la decisiva possibilità di importazione.

Fonte

12/05/2026

Tool: dal migliore al peggiore

Ancora guerra o ritirata, sbagliando comunque

Che fare? Sicuramente l’amministrazione statunitense non vede in questa domanda l’ombra del leninismo, ma altrettanto certamente ne sono in questi giorni ossessionati.

Ieri Trump ha riunito il vertice operativo per analizzare le possibili opzioni dopo la risposta iraniana al suo “memorandum”; il vicepresidente JD Vance, l’inviato della Casa Bianca Steve Witkoff, il segretario di Stato Marco Rubio, il segretario alla Difesa Pete Hegseth, il capo di stato maggiore congiunto generale Dan Caine, il direttore della CIA John Ratcliffe e altri alti funzionari.

Pressoché inutile – come al solito – soffermarsi sulle dichiarazioni altalenanti del “Commander in chief”, capace di passare in due minuti dal definire “in coma” il cessate il fuoco, appeso “all’1% di probabilità di sopravvivere”, all’affermazione opposta per cui ci sarebbero “molte buone possibilità di far avanzare le trattative” mediate dal Pakistan.

Al solito, ha infilato dentro menzogne palesi che – se fosse un leader da prendere sul serio – farebbero deragliare qualsiasi trattativa diplomatica. Tipo che gli iraniani avevano accettato di consegnare il proprio uranio arricchito, “ma poi hanno fatto i furbi e cambiato idea”.

A scanso di equivoci da Teheran, oltre a smentire seccamente, il portavoce della Commissione parlamentare, Ebrahim Rezaei, ha promesso che una delle risposte dell’Iran in caso di un altro attacco statunitense-israeliano sul suo territorio “potrebbe essere l’arricchimento dell’uranio al 90%”. Ossia molto vicino al livello con cui sarebbe possibile produrre davvero una bomba atomica. Cosa che invece Trump afferma di voler assolutamente evitare... 

Domani il tycoon è atteso a Pechino, la cui pressione per far finire la guerra è silenziosa ma costante. Dunque appare difficile che Trump possa presentarsi davanti a Xi Jinping cavalcando un’escalation dalle conseguenze molto pericolose. Se anche nella riunione di ieri fossero state decise nuove opzioni militari, insomma, saranno tentate successivamente al vertice in Cina.

Il blocco dello Stretto di Hormuz – praticato sia dall’Iran che dagli Usa, ovviamente con criteri selettivi opposti – sta infatti incidendo pesantemente sulle economie asiatiche, anche se proprio la Cina è al momento quella che ne risente meno, grazie a grandi riserve strategiche di petrolio e ad una produzione di elettricità sempre più affidata a risorse rinnovabili.

Ma per gli altri paesi industrializzati del continente non è così. Il Giappone, che pure resta il principale alleato regionale Usa, ha ripreso a comprare petrolio dalla Russia, teoricamente ancora sottoposto a sanzioni.

Ancora più grave la situazione nelle forniture di fertilizzanti, un terzo dei quali prodotti proprio nel Golfo.

Un funzionario delle Nazioni Unite avverte del rischio di una “grave crisi umanitaria”. Decine di milioni di persone potrebbero infatti trovarsi presto ad affrontare la fame e la carestia se non verrà consentito in tempi rapidi il transito di fertilizzanti attraverso lo Stretto di Hormuz.

“Abbiamo a disposizione alcune settimane per prevenire quella che probabilmente si trasformerà in un’enorme crisi umanitaria”, ha dichiarato in un’intervista all’AFP Jorge Moreira da Silva, direttore esecutivo dell’Ufficio delle Nazioni Unite per i servizi di progetto (UNOPS).

Per tutto il Mondo è chiaro che la responsabilità di questa situazione è interamente sulle spalle di Usa e Israele. Prima del loro attacco all’Iran, infatti, qualsiasi nave, con a bordo qualsiasi prodotto, transitava liberamente attraverso lo Stretto. Dunque la pressione internazionale, che pure Trump afferma di non sentire, si sta facendo più intensa. Spingendo alla ricerca di soluzioni che possono essere anche molto diverse, ma che comunque devono essere rapide.

A suo modo – da autentico reazionario statunitense – Robert Kagan ha sintetizzato in un articolo su The Atlantic la trappola che Trump ha costruito con le proprie mani: qualsiasi cosa faccia ora con l’Iran è sbagliata.

L’esponente neocon – marito di quell’altra iena guerrafondaia di Victoria Nuland, protagonisti insieme del golpe di majdan in Ucraina, nel 2014 – è ovviamene preoccupato del futuro dell’America, e non nutre assolutamente alcuna simpatia per “la pace” o il “diritto internazionale”.

Però “La sconfitta nell’attuale confronto con l’Iran avrà una natura completamente diversa [rispetto ad altri conflitti disastrosi per gli Usa, ndr]. Non potrà essere né riparata né ignorata. Non ci sarà un ritorno allo status quo ante, nessun trionfo americano definitivo che possa annullare o superare il danno arrecato. Lo Stretto di Hormuz non sarà più'”aperto’ come un tempo.
Con il controllo dello stretto, l’Iran emerge come attore chiave nella regione e uno degli attori chiave nel mondo. Il ruolo di Cina e Russia, in quanto alleati dell’Iran, si rafforza; quello degli Stati Uniti, si riduce sostanzialmente.
Lungi dal dimostrare la potenza americana, come hanno ripetutamente affermato i sostenitori della guerra, il conflitto ha rivelato un’America inaffidabile e incapace di portare a termine ciò che ha iniziato. Questo innescherà una reazione a catena in tutto il mondo, mentre amici e nemici si adatteranno al fallimento dell’America”
.

È in parte – o allo stadio iniziale – quello che sta accadendo con l’Unione Europea, costretta suo malgrado a ripensarsi “orfana” dell’alleanza con gli Usa. E persino con i Paesi del Golfo, che hanno verificato l’inconsistenza della “protezione” statunitense. 

Certo si può tentare di aprire un’altra (breve) offensiva militare, per cercare di uscire dalla trappola senza dover fare la figura degli sconfitti, ma neanche questo cambierà l’equazione strategica al termine della partita.

Spiega Kagan: “Anche se Trump volesse bombardare l’Iran come parte di una strategia di uscita – mostrandosi intransigente per mascherare la sua ritirata – non potrebbe farlo senza rischiare questa catastrofe. Se non è scacco matto, ci va molto vicino”

In un attacco di pochi giorni, infatti, anche se insieme ad Israele riuscisse a colpire obbiettivi politicamente pesanti come alcuni dei nuovi dirigenti di Teheran, non sarebbe comunque possibile ottenere nessuno dei risultati “strategici” alla radice della guerra.

“Il potere di bloccare o controllare il flusso di navi attraverso lo stretto è maggiore e più immediato del potenziale teorico del programma nucleare iraniano. Questa leva consentirà ai leader di Teheran di costringere le nazioni a revocare le sanzioni e a normalizzare le relazioni, pena l’applicazione di sanzioni.
Israele si troverà più isolato che mai, mentre l’Iran si arricchisce, si riarma e preserva la possibilità di dotarsi di armi nucleari in futuro. Potrebbe persino trovarsi nell’impossibilità di colpire i gruppi alleati dell’Iran: in un mondo in cui l’Iran esercita un’influenza sull’approvvigionamento energetico di così tante nazioni, Israele potrebbe subire enormi pressioni internazionali per non provocare Teheran in Libano, a Gaza o altrove”


Detto da un sionista americano “senza se e senza ma” come Kagan, insomma, è quasi una sentenza.

Fonte