Presentazione


Analisi, opinioni, fatti e (più di rado) arte da una prospettiva di classe.

31/05/2026

Il drone russo precipitato in Romania è stato deviato dagli ucraini

L’ennesima doccia fredda sulla disinformazione di guerra in Europa si è materializzata ieri ma non se ne trova traccia sui mass media italiani.

Sulla vicenda del drone russo finito sul tetto di un palazzo a Galati, in Romania, la fonte che ha smentito le veline di guerra dei giornali e telegiornali italiani guerrafondai è decisamente autorevole.

È stato infatti lo stesso presidente romeno Nicusor Dan – nonostante sia un pagatore di cambiali con la Ue – a ricostruire i fatti e a smantellare la tesi di un deliberato attacco russo sulla Romania.

Il presidente romeno Nicușor Dan ha dichiarato infatti che il drone che si è schiantato su un palazzo residenziale a Galați è stato deviato verso la Romania dalla difesa aerea ucraina.

“C’era un gruppo di 43 droni, che proveniva da est, attraversavano l’Ucraina per, diciamo, 20-30 chilometri da nord del Danubio, da est a ovest. Mentre attraversavano il territorio ucraino, alcuni di loro sono stati abbattuti – e uno di loro, probabilmente colpito sopra la città di Reni, ha cambiato la sua traiettoria ed è arrivato a Galati”, ha detto il presidente romeno.

Quando un quotidiano come La Repubblica, titolava la prima pagina di ieri con “Mosca colpisce l’Europa” – battendo con fragore sui tamburi di guerra – è diventato troppo imbarazzante se non impossibile rettificare doverosamente la notizia. Lo stesso dicasi per il Corriere della Sera che ha titolato la prima pagina: “L’Europa finisce nel mirino: la Russia ha deciso di ampliare il perimetro”.

Ragione per cui oggi sia su La Repubblica che sul Corriere della Sera fanno tutti finta di niente.

Anche in questa occasione sono stati in molti a invocare – a sproposito – gli Articoli 47 del Trattato della Ue o l’art. 5 della Nato chiedendo di intervenire contro la Russia con tutte le conseguenze che ne derivano.

Pare che ormai siano tutti in attesa di un “incidente di Gleiwitz” per poter scatenare i signori della guerra. Per chi ha la memoria corta, l’incidente di Gleiwitz fu l’operazione false flag che la Germania nazista usò come pretesto per invadere la Polonia il 31 agosto del 1939.

Ma quanto accaduto su questo ennesimo episodio, ci dà la cifra dei pericoli che incombono sulla libertà e la qualità dell’informazione qui da noi, nel nostro e nei nostri paesi. Dobbiamo saperlo e apprestarci a combattere con tutte le forze affinché l’informazione – e vergognosamente in nome della lotta alla disinformazione degli “altri” – diventi totalmente arruolata nella guerra cognitiva e nella propaganda di guerra.

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Trump disfa l’accordo per aiutare Netanyahu

È il gioco (diplomatico) più antico del mondo. E il più pericoloso. Quello di cambiare continuamente le carte in tavola e rimettere in discussione i punti già “concordati”. Anche a prescindere dall’importanza stessa dei singoli argomenti “riaperti” questo modo di procedere semina sfiducia nella controparte. La quale, fra l’altro, ricorda ogni giorni di nutrirne pochissima nei confronti degli Stati Uniti.

L’ultima novità è che il presidente Trump ha chiesto diversi emendamenti all’accordo che i suoi stessi “inviati” avevano raggiunto con i loro omologhi iraniani. Almeno stando alle “indiscrezioni” raccolte sia dal New York Times che da Axios (ovviamente tramite il “giornalista” Barak Ravid, ex ufficiale dell’Unità 8200 dell’esercito israeliano).

Il punto chiave riguarderebbe il materiale nucleare iraniano, hanno detto due funzionari statunitensi rimasti come sempre coperti da anonimato. L’intento dichiarato è il solito: “assicurarsi che l’Iran non possa mai possedere un’arma nucleare”.

La storia recente mostra quanto sia devastante la supponenza idiota nella politica internazionale. La questione era stata infatti affrontata e in buona parte risolta con l’accordo siglato da Obama nel 2015, dopo ben due anni di trattative.

L’accordo non era ovviamente stato raggiunto sulla base di pure dichiarazioni di principio, ma prevedeva controlli stringenti da parte dell’Aiea, ed era stato certamente rispettato fino al 2018. Quando proprio Donald Trump, al suo primo mandato da presidente, lo stracciò dichiarandolo una “sconfitta” per gli Usa.

A quel punto, naturalmente, gli iraniani erano e si sentirono svincolati, procedendo ad arricchire una parte dell’uranio a loro disposizione (sono anche produttori) fino al 60%. Un livello decisamente superiore a quello per usi solo civili (elettricità), intorno al 4%, ma ancora lontano da quello necessario per assemblare un’arma nucleare (oltre l’85%).

La pretesa di Trump – ottenere quei circa 400kg di uranio arricchito “con le buone o le cattive” – si è già rivelata impraticabile sul piano militare portando al disastro di Isfahan malamente camuffato da “salvataggio di due piloti” (peraltro rimasti sconosciuti, contrariamente a tutti i casi simili). Insistere ora significa perder tempo cercando una “vittoria” tramite la diplomazia.

Ma questa è una constatazione elementare che chiunque può fare, anche i diversamente intelligenti che compongono l’attuale amministrazione Usa.

Più plausibile, dunque, che in realtà Trump stia traccheggiando solo per lasciare campo libero a Netanyahu in Libano ancora per qualche giorno, magari pensando a quanti soldi si potranno fare con lo sfruttamento turistico di una location come il Castello di Beaufort, dove stamattina è stata piantata la bandiera dello Stato genocida.

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L’Hondurasgate portato in tribunale, e oggi si vota in Colombia

Il giurista colombiano Luis Guillermo Pérez Casas, storico difensore dei diritti umani, e il collega Mario Serrato hanno annunciato la presentazione di una denuncia penale in Colombia e in Honduras contro Juan Orlando Hernández, l’ex presidente del paese centroamericano. Hernández, condannato nel 2024 a 45 anni di carcere per narcotraffico da un tribunale federale di New York, è stato clamorosamente graziato nel 2025 dal presidente statunitense Donald Trump.

L’azione legale mira a smantellare quella che è una fitta rete transnazionale di corruzione, destabilizzazione politica e manipolazione mediatica orchestrata per colpire i governi progressisti delle Americhe, di cui si è già parlato in questo articolo ripreso da Pagine Esteri. Si tratta del cosiddetto “Hondurasgate”, basato su 37 audio forensi di cui l’autenticità è stata confermata da perizie forensi indipendenti.

Nelle registrazioni si sente l’ex presidente honduregno negoziare con alleati interni e internazionali – sono coinvolti, ovviamente, Trump e Milei, ma tra gli interessi in campo ci sono anche quelli israeliani – una strategia coordinata per destabilizzare i governi di sinistra di quello che Washington considera il proprio “cortile di casa”.

La denuncia presentata in Colombia è dunque il primo atto di una più vasta strategia legale internazionale che si sta muovendo contemporaneamente in diversi paesi e organi di giustizia, e che sul piano politico ha il merito di ribadire l’autodeterminazione dei popoli latinoamericani contro le ingerenze dell’imperialismo stelle-e-strisce.

L’azione penale assume una rilevanza cruciale proprio in relazione alla Colombia, dove oggi si stanno svolgendo le elezioni presidenziali per scegliere il successore di Gustavo Petro. I documenti presentati dai legali dimostrano l’esistenza del “Proyecto Júpiter”, una macchina di propaganda e disinformazione finanziata con fondi esteri per diffondere notizie false e generare paura e incertezza tra la popolazione colombiana, attaccando direttamente la campagna del candidato del Pacto Historico, Iván Cepeda Castro.

La denuncia è stata depositata anche presso la Procura generale di Tegucigalpa in Honduras. I due avvocati colombiani hanno denunciato di aver subito un trattamento ostile al loro arrivo nel paese, dove le autorità locali li hanno costretti a firmare una dichiarazione in cui si accettava il rischio di un anno di reclusione qualora la denuncia contro Hernández fosse stata giudicata infondata.

Non è mancata la dura reazione dell’ex presidente honduregno, che ha affidato a un post sul suo profilo X la sua difesa: “È inconcepibile vedere presunti difensori dei diritti umani viaggiare dalla Colombia per presentare una denuncia fabbricata contro di me. Coloro che hanno orchestrato questa farsa saranno quelli che finiranno per renderne conto penalmente”.

Anche il presidente colombiano uscente ha già annunciato su X una denuncia formale a proprio nome, mentre gli avvocati hanno annunciato di aver inviato copie della denuncia anche all’Ufficio del Procuratore della Corte penale internazionale. A più stretto giro, ad ogni modo, gli occhi del continente sono puntati sulle urne: il voto colombiano stabilirà se la strategia del Proyecto Júpiter avrà successo o se Cepeda riuscirà a vincere, in un’America Latina che sta vivendo una preoccupante ondata reazionaria.

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Netanyahu punta al controllo sul 70% di Gaza, in barba al cessate il fuoco

Mentre le forze armate israeliane continuano a colpire obiettivi in Libano (oltre cento negli ultimi giorni stando alle dichiarazioni di Effie Defrin, portavoce delle IDF), Netanyahu conferma che il problema non è Ben Gvir, ma Israele stesso come entità sionista, e dunque coloniale e suprematista, votata all’occupazione delle terre dei palestinesi e alla definitiva pulizia etnica.

Il Primo Ministro di Tel Aviv ha espresso pubblicamente la volontà di espandere il controllo militare su Gaza fino al 70% del territorio, stracciando di fatto gli accordi di cessate il fuoco dello scorso ottobre. Cosa che era già stata fatta continuando a uccidere impunemente centinaia di persone nella Striscia, ma che ora riceve una sanzione ufficiale direttamente dalle parole del ricercato per crimini di guerra che guida l’entità sionista.

Mentre Israele cerca di colpire importanti figure di Hezbollah, con il rischio di far crollare le trattative tra USA e Iran, Netanyahu ha detto ai microfoni di Channel 12: “ad oggi controlliamo il 60 per cento della Striscia. Eravamo partiti dal 50 per cento, il mio obiettivo è arrivare al 70 per cento. Dobbiamo continuare a fare pressione su Hezbollah, ma al momento stiamo tenendo alle strette Hamas“.

Non si ferma la caccia israeliana ai leader di Hamas. A Khan Yunis sono stati uccisi Ihab Khrizim, responsabile della rete centrale di trasferimento fondi dell’organizzazione, e Mohammed al-Habash, comandante d’unità per la produzione di armi. Hamas ha inoltre confermato la morte di Imad Aslim, vice comandante della brigata di Gaza City, preso di mira in un raid insieme a Izz ad-Din Beck, comandante della brigata del Nord.

Per quanto riguarda la “partizione” temporanea della Striscia, il cessate il fuoco imponeva il ritiro delle truppe israeliane dietro la cosiddetta Yellow Line (la Linea Gialla), che lasciava alle IDF l’occupazione del 53% del suo territorio. Le immagini satellitari mostrano invece un avanzamento sistematico verso ovest e verso il mare, accompagnato dalla distruzione degli edifici.

Mentre si moltiplicano barriere e blocchi di cemento a definire un nuovo confine, la distruzione degli edifici rende impossibile qualsiasi ritorno della popolazione locale, e prepara il terreno per la speculazione immobiliare della classe dirigente sionista di tutto il mondo.

Varie testate riportano che milizie palestinesi filoisraeliane, come quella guidata da Ashraf al-Mansi, costringono i civili ad abbandonare i rifugi prima dell’avanzata dell’esercito. Lo spazio per la popolazione di Gaza si è ridotto a un terzo rispetto all’inizio del conflitto, ammassando milioni di persone in un territorio devastato, e la cui ricostruzione è nei fatti legata alla pulizia etnica dei palestinesi, nei piani di Tel Aviv avallati da Washington.

Infatti, ancora una volta, il Ministro della Difesa israeliano, Israel Katz, ha ventilato l’obiettivo di favorire quella che chiama una “migrazione volontaria” dei palestinesi, quando in realtà è la continuazione della Nakba su cui si è fondato Israele. E non a caso, più di una organizzazione per i diritti umani ha definito il piano di Katz come una vera e propria pulizia etnica, sviluppata a lungo termine.

Parallelamente, la tensione diplomatica ha raggiunto nuove vette con l’ONU: il Ministero degli Esteri israeliano ha annunciato la sospensione totale dei rapporti con l’ufficio del Segretario Generale delle Nazioni Unite, Antonio Guterres. La reazione è scattata a seguito della decisione di inserire entità israeliane nella “lista nera” per le violenze sessuali nei contesti di conflitto, confermata da una gran serie di rapporti giornalistici indipendenti.

Nel frattempo, la UE continua con le sue mosse propagandistiche, con sanzioni inutili ai coloni in Cisgiordania senza colpire le relazioni con Israele, che garantisce la continuazione dell’occupazione. Ovviamente, Bruxelles parla dei coloni “violenti“, perché essere coloni non è una colpa, come ha detto Tajani.

Difficile che si accorgano, prima o poi, che la risoluzione delle Nazioni Unite per l’eliminazione di ogni forma di colonialismo è del 1960. Del resto, l’Occidente, come Israele, si è costruito sul colonialismo, il segregazionismo, il suprematismo, l’occupazione, la pulizia etnica.

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L’enciclica di PapaLeone XIV e la materialità dell’IA

Magnifica humanitas, l’enciclica con cui Leone XIV affronta la questione dell’intelligenza artificiale è un documento insieme tardivo e necessario. Se un’istituzione tradizionalmente prudente come la Chiesa decide di intervenire apertamente su un tema, significa che è ormai troppo evidente per essere eluso.

Il Papa arriva però su questo terreno quando l’industria dei modelli linguistici ha già consolidato un’architettura globale del potere che gli Stati faticano a contenere e di cui sono già utilizzatori, spesso per fini tutt’altro che filantropici.

L’enciclica colpisce per il tono deciso, a tratti duro. Proprio per questo merita di essere letta con attenzione, evitando tanto riflessi devoti – piuttosto grotteschi nel caso di chi sventola l’enciclica come fosse una ristampa del “libretto rosso” – quanto la liquidazione laica di chi vi vede soltanto l’ennesimo appello morale e generico.

Occorre cogliere subito un’intuizione decisiva, perché dà senso a tutto il seguito. Leone XIV scrive che “Nulla, nel mondo dell’IA, è immateriale o magico”.

Attorno a questa affermazione, apparentemente ovvia, costruisce un ragionamento che molti ambienti critici faticano ancora a imporre nello spazio pubblico. L’industria digitale ha infatti edificato la propria egemonia culturale sull’immagine opposta, fatta di un’intelligenza diffusa, quasi eterea, veicolata com’è da un “cloud” che evoca più metafisica che ingegneria.

Riportare l’algoritmo alla sua gravità terrestre significa spezzare questa narrazione e rimettere al centro ciò che il mainstream ha quasi del tutto espulso dal campo visivo: i data center con il loro consumo immane di acqua ed energia, le miniere di terre rare con i loro adolescenti che frantumano minerali a mani nude in condizioni di pericolo, le legioni di moderatori e annotatori che da Nairobi a Manila trascorrono le giornate a etichettare contenuti, spesso traumatici, per pochi dollari l’ora.

Quando l’enciclica parla di “corpi segnati, mutilati, consumati perché il flusso del calcolo non si interrompa”, usa un linguaggio netto e proprio per questo politicamente rilevante.

Questa materialità riconosciuta apre uno spazio politico che il testo percorre con coerenza. Il punto si fa ancora più interessante quando Leone scrive che “Non serve un’IA più morale, se questa morale è decisa da pochi”. La questione riguarda le strutture proprietarie che concentrano dati e capacità di calcolo nelle mani di pochissimi attori, determinando un’asimmetria che l’enciclica definisce giustamente “epistemica, economica e politica”.

L’aggettivo decisivo è il primo, perché segnala che il monopolio digitale non controlla soltanto un mercato, ma le condizioni stesse entro cui la società conosce e classifica il reale. In questo senso, il potere delle piattaforme non consiste solo nel fornire servizi cognitivi, ma nel modellare l’ambiente dentro cui il pensiero sociale prende forma.

Qui Leone XIV si avvicina, senza nominarla, a una linea critica che attraversa il Novecento e arriva fino al dibattito contemporaneo sulla privatizzazione del sapere sociale. Quando scrive che i dati “sono frutto del contributo di molti e non possono essere venduti o affidati a pochi”, riconosce che il general intellect è ormai una materia prima decisiva del capitalismo contemporaneo e che la sua appropriazione equivale a una reiterata e ancor più aggressiva forma di estrazione del patrimonio sociale.

La proposta di trattare i dati “come uno dei beni comuni o collettivi” mantiene toni prudenti, ma nella sostanza è radicale, perché mette in discussione il fondamento del modello di business su cui poggia l’intera filiera dell’intelligenza artificiale generativa.

Fin qui i meriti, molti e sostanziali. Sarebbe però disonesto fingere che il documento non incontri anche un limite proprio. Che non consiste nel fatto che l’enciclica non offra un programma d’azione, perché sarebbe un’obiezione mal posta nei confronti di un genere che procede per criteri e orientamenti generali. Riguarda piuttosto le condizioni storiche entro cui una diagnosi anche molto lucida può tradursi in efficacia politica.

Magnifica humanitas descrive con acutezza la struttura del problema e individua con chiarezza la concentrazione di potere che accompagna l’attuale sviluppo dell’intelligenza artificiale. Proprio in quanto testo di principi, però, lascia necessariamente aperto il passaggio decisivo, quello che conduce dalle enunciazioni normative alle forme politiche, giuridiche e sociali attraverso cui quei principi possono tradursi in organizzazione e trasformazione.

È su questo terreno che criteri come la vita democratica, il lavoro dignitoso, la pace e il limite ecologico dovrebbero misurare la loro effettiva capacità di incidere. Non è una manchevolezza accidentale, ma il tratto costitutivo di un intervento che può orientare e offrire criteri, senza per questo determinare da sé le mediazioni attraverso cui dovrebbe incidere nella realtà.

È qui che emerge un suo limite storico, più che teorico. In un ecosistema come quello dell’intelligenza artificiale contemporanea, nel quale le grandi imprese hanno imparato a incorporare il linguaggio dell’etica e della responsabilità, anche una presa di parola così netta rischia di essere assorbita, elogiata e infine neutralizzata dagli stessi attori che chiama indirettamente in causa, senza produrre attrito sufficiente.

Il nodo, in altre parole, non sta tanto nel testo quanto nelle condizioni della sua ricezione.

La questione interessante riguarda infatti l’ecosistema mediatico-industriale dentro cui Magnifica humanitas viene messa in circolazione. Essa è stata presentata in un contesto che includeva, tra gli esperti di intelligenza artificiale chiamati a dialogare, anche figure di primo piano provenienti da Anthropic, azienda che ha costruito la propria identità pubblica precisamente sui fondamenti che l’enciclica mette in discussione.

La stessa Anthropic ha siglato accordi commerciali significativi con il Dipartimento della Difesa degli Stati Uniti collocandosi stabilmente all’interno della filiera militare e di intelligence dell’intelligenza artificiale.

È plausibile che Leone XIV non ignori la cooperazione di Anthropic con Palantir o l’uso del suo modello Claude in Venezuela, in Iran e contro i migranti negli Stati Uniti. È difficile immaginare che un testo del genere prescinda dal lavoro occulto che alimenta l’IA senza sapere che Anthropic esternalizza gran parte delle proprie operazioni sui dati in condizioni molto simili a quelle già emerse nel caso di OpenAI e Meta.

Non è in questione la legittimità del dialogo, ovviamente, perché la dottrina sociale ha sempre fatto della disponibilità al confronto uno dei propri tratti distintivi. È in questione qualcosa di più fine ed è il fatto che il linguaggio della critica può essere appunto fatto proprio dagli stessi attori e trasformarsi in una risorsa aggiuntiva per la loro legittimazione.

La capacità dell’industria di metabolizzare le obiezioni più radicali raggiunge, nell’ambito dell’intelligenza artificiale, un livello di sofisticazione particolare. Le grandi aziende del settore finanziano conferenze sull’etica, sostengono ricerche sui rischi dei propri sistemi, partecipano ai forum sui diritti digitali e parlano il linguaggio della responsabilità.

In un simile contesto, quando un’enciclica che denuncia la concentrazione del potere tecnologico viene presentata accanto a rappresentanti delle aziende che quel potere lo incarnano, il rischio non è tanto una cattura ideologica del Magistero, quanto la sua trasformazione in materiale utilizzabile per lo storytelling istituzionale dell’industria.

Una frase come quella sulla morale algoritmica “decisa da pochi” può essere facilmente citata in un white paper aziendale come prova di sensibilità etica, proprio perché non nomina nessuno e quindi consente a chiunque di collocarsi dalla parte giusta del discorso.

Questo non riduce il valore del documento; semmai ne chiarisce la statura e, insieme, il limite. Magnifica humanitas è un testo coraggioso e insufficiente nello stesso tempo. Coraggioso, perché introduce nella tradizione della Chiesa cattolica categorie che fino a poco tempo fa avremmo trovato soprattutto nei lavori degli studi critici sull’IA.

Insufficiente, non perché manchi di prescrizioni, ma perché affida la propria efficacia a una forza dei principi che, da sola, la storia moderna non ha quasi mai mostrato sufficiente a intaccare gli assetti proprietari della produzione.

Che Leone XIV abbia portato la dottrina sociale davanti alla nuova forma della questione operaia, riconoscendo che il capitale algoritmico non sfrutta soltanto il lavoro ma cattura anche la conoscenza sociale, rappresenta comunque un passaggio storico importante. Resta però vero che la questione operaia non fu mai risolta dai documenti che la affrontarono, per quanto alti o appassionati, ma da conflitti reali che quei documenti poterono al massimo accompagnare o interpretare a posteriori.

La domanda con cui Magnifica humanitas lascia il lettore, dunque, non riguarda la qualità del testo, che è notevole e in più punti sorprendente. Riguarda la sua capacità di attivare processi reali nei contesti che lo riceveranno. Più che dalle parole del Papa, in larga misura giuste, la risposta dipenderà dalle pratiche dei poteri che oggi governano dati e infrastrutture.

Se l’industria riuscirà a trasformare l’enciclica in un’occasione di dialogo senza effetti sulle proprie scelte operative, il documento sarà ricordato come uno dei molti testi importanti rimasti senza seguito. Se invece società civili, sindacati delle piattaforme, ricercatori indipendenti e movimenti per la sovranità digitale sapranno usarlo come uno strumento di pressione politica concreta, allora la sua portata potrà rivelarsi più ampia di quanto il suo stesso autore abbia previsto.

La storia insegna che i documenti più fecondi non sono necessariamente quelli più radicali nelle intenzioni, ma quelli che riescono a incontrare forze già in movimento e a fornire loro un linguaggio comune.

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30/05/2026

The Smiths: dal migliore al peggiore

Cuba non è sola: le piazze italiane contro il bloqueo

Le diciotto piazze che giovedì hanno attraversato l’Italia da nord a sud, con migliaia di persone a Roma e decine di migliaia complessivamente mobilitate nel Paese, non rappresentano soltanto una manifestazione di solidarietà internazionale.

Sono state qualcosa di più profondo: un atto politico e morale contro la barbarie della guerra, contro il ricatto economico imposto ai popoli sovrani e contro l’idea che il mondo debba essere governato dalla legge del più forte.

Da Roma a Napoli, da Milano a Palermo, da Bologna a Bari, lavoratori, studenti, donne, migranti, associazioni pacifiste, sindacati di base e realtà della solidarietà internazionalista hanno riaffermato con forza che Cuba non è sola.

Hanno gridato che il popolo cubano ha diritto alla propria autodeterminazione e che il bloqueo imposto dagli Stati Uniti da oltre sessant’anni costituisce una violenza criminale, una forma di guerra economica permanente che colpisce la vita quotidiana di milioni di persone.

Il dato politico più importante emerso da questa straordinaria mobilitazione nazionale è che cresce anche in Italia una coscienza collettiva capace di collegare le lotte dei popoli.

La causa cubana, quella palestinese, la denuncia della NATO e delle politiche imperialiste, la richiesta di pace e giustizia sociale non sono battaglie separate. Sono parti di un unico fronte umano e politico contro un modello di dominio fondato sulla guerra, sul saccheggio delle risorse, sulla finanziarizzazione dell’economia e sulla distruzione dei diritti sociali.

Cuba continua a rappresentare, nonostante enormi difficoltà materiali, una straordinaria esperienza di resistenza. In decenni di aggressioni, attentati, sabotaggi e isolamento economico, l’isola non ha esportato guerre, né eserciti, né devastazione.

Ha esportato medici, solidarietà, alfabetizzazione, cooperazione internazionale. Ha mandato brigate sanitarie nei territori colpiti dalle epidemie, dai terremoti e dalle catastrofi naturali. Ha costruito un modello sociale fondato sulla gratuità e universalità della sanità e dell’istruzione, in netto contrasto con il neoliberismo che trasforma tutto in merce.

Lo abbiamo visto anche in Italia, nella Calabria abbandonata da decenni di privatizzazioni e tagli alla sanità pubblica, dove i medici cubani hanno rappresentato un aiuto concreto per intere comunità lasciate senza servizi essenziali. Eppure proprio chi ha smantellato il welfare e precarizzato il lavoro pretende di impartire lezioni di democrazia a un popolo che, pur sotto assedio, continua a difendere la propria dignità nazionale.

Il bloqueo non è un embargo qualsiasi. È un dispositivo di strangolamento economico che impedisce l’acquisto di medicinali, tecnologie, pezzi di ricambio, strumenti sanitari e risorse finanziarie. È un meccanismo che tenta di piegare un popolo attraverso la fame e la sofferenza. Ed è ancora più grave perché viene accompagnato da continue campagne mediatiche e da minacce di destabilizzazione politica e militare.

Per questo le piazze italiane di ieri assumono un significato internazionale. In un tempo segnato dalla militarizzazione dell’economia e dalla normalizzazione della guerra, schierarsi dalla parte di Cuba significa schierarsi dalla parte della pace. Significa dire no all’imperialismo, no alle sanzioni unilaterali, no alla logica dei blocchi geopolitici. Significa difendere il diritto dei popoli a scegliere autonomamente il proprio modello sociale, politico ed economico.

C’è poi un altro elemento che non può essere ignorato. La solidarietà con Cuba nasce oggi soprattutto tra quelle fasce sociali che stanno pagando il prezzo più alto della crisi capitalistica: giovani senza prospettive, lavoratori impoveriti, migranti, pensionati, donne colpite dalla precarietà e dai tagli allo stato sociale.

Chi vive sulla propria pelle le conseguenze delle politiche neoliberiste comprende meglio il significato della resistenza cubana. Comprende che la battaglia contro il bloqueo riguarda anche il futuro dei diritti sociali in Europa.

Le mobilitazioni del 28 maggio indicano dunque la necessità di rilanciare un nuovo internazionalismo dei popoli. Un internazionalismo concreto, capace di trasformare la solidarietà in iniziativa politica, cooperazione, raccolta di farmaci, sostegno materiale e battaglia culturale contro la propaganda dominante.

Per questo sarà importante l’assemblea nazionale “Cuba per la pace”, convocata per il 7 giugno al Nuovo Cinema Aquila di Roma. Non come semplice momento celebrativo, ma come tappa di un percorso più ampio di organizzazione e mobilitazione permanente.

Difendere Cuba oggi significa difendere l’idea stessa che un altro mondo sia possibile. Significa opporsi alla barbarie della guerra globale e riaffermare la centralità della pace, della giustizia sociale e della solidarietà tra i popoli.

Perché Cuba continua a resistere non solo per sé stessa, ma per tutti coloro che nel mondo non vogliono arrendersi all’arroganza dell’impero.

Cuba no está sola! Hasta la victoria siempre!

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IA e futuro del capitalismo da un punto di vista marxista e neoclassico

Quali sarebbero i probabili effetti dell’introduzione massiccia dell’intelligenza artificiale nell’economia, dal punto di vista marxista? Curiosamente, questa domanda, per quanto ne so, non è stata posta.

Inizialmente, le implicazioni per la teoria del valore-lavoro di Marx sembrano negative o in contraddizione con i fatti o con le nostre aspettative. L’IA implica l’introduzione di tecniche produttive estremamente intensive in capitale, o per usare la terminologia marxista, di processi con una composizione organica del capitale molto elevata. In altre parole, l’IA implica un rapporto c/v molto alto. Ovvero il rapporto tra capitale costante (c) e il capitale impiegato per assumere lavoro (v).

Se la presenza del lavoro è piccola, e forse in casi di produzione completamente automatizzata, vicina allo zero, anche il plusvalore prodotto dal lavoro deve essere piccolo o vicino allo zero. Indipendentemente da quanto alto sia il tasso di sfruttamento, una v molto piccola implica una s (plusvalore) molto piccola.

Stabiliamo così che il tasso di profitto (s/(c+v)) deve essere anch’esso molto piccolo, in linea con una delle più famose “leggi dello sviluppo capitalistico” di Marx, ossia la tendenza del saggio di profitto a diminuire con l’introduzione di processi produttivi più intensivi in capitale.

Nel caso di produzione quasi interamente automatizzata, il tasso di profitto dovrebbe diventare zero o avvicinarsi a zero. Come ci dicono Marx, Schumpeter e il senso comune, il capitalismo con profitti pari a zero è un’assurdità. I capitalisti non investiranno se il loro rendimento atteso è zero. Quindi, la tendenza del saggio di profitto a diminuire segna la fine del capitalismo.

Molto prima che apparisse l’IA, questa era l’idea discussa da economisti marxisti del primo Novecento come Rosa Luxemburg e Henryk Grossman. Si aspettavano proprio ciò che osserviamo oggi: che introducendo processi produttivi a più alta intensità di capitale, i quali per ogni singolo capitalista che li introduce sono più redditizi, i capitalisti come classe, quando lo fanno tutti insieme, sostituiscono il lavoro vivo, riducono la quantità di plusvalore e, di conseguenza, portano il loro stesso saggio di profitto (per tutti i capitalisti nel loro insieme) verso lo zero.

Quindi l’IA porrà fine al capitalismo? Questo non sembra accordarsi bene con i fatti e con le aspettative di tassi di profitto non minori, ma maggiori, che deriverebbero dall’introduzione dell’IA. Marx aveva completamente torto? Forse no.

Per capirlo, si consideri un’economia composta da due settori. Primo, il settore con composizione organica del capitale molto elevata, esattamente come l’abbiamo descritto.

Ma ora ammettiamo che la completa automatizzazione della produzione in questo settore crei una domanda di produzione di beni e servizi che solo il lavoro umano vivo può svolgere, o in cui il lavoro umano vivo è superiore all’IA: pensiamo ad attività di cura, sport, infermieristica, abilità culinarie d’alto livello, coaching, baristi, scrittura creativa e una moltitudine di altri compiti che, proprio perché alcuni di essi possono essere svolti in modo grossolano dall’IA, diventeranno sempre più preziosi quando svolti da lavoro umano vivo, reale e qualificato.

Migliaia di insegnanti potranno essere sostituiti dall’IA, ma la domanda di insegnanti veramente bravi, in grado di battere l’IA, aumenterà.

Allora, un secondo settore, l’opposto del settore completamente automatizzato, si svilupperà. Sarebbe caratterizzato da una bassa composizione organica del capitale: il capitale costante (c) sarebbe piccolo rispetto al capitale variabile (cioè rispetto alla quantità di capitale impiegato pagato sotto forma di salari). A differenza del settore automatizzato, genererebbe un’enorme quantità di plusvalore.

Ma come sappiamo, nel capitalismo, le merci e i servizi non sono venduti secondo i valori-lavoro, ma secondo i prezzi di produzione che eguagliano i saggi di profitto nei settori ad alta e bassa intensità di capitale (cioè in settori con diverse composizioni organiche del capitale). Ciò significa, a sua volta, che l’ammontare del profitto nel settore automatizzato sarà, in equilibrio, proporzionale all’enorme quantità di capitale impiegato nel settore medesimo.

Pertanto, il profitto del nostro settore automatizzato non sarà trascurabile come sembrava inizialmente quando lo si guardava in modo isolato e si supponeva che l’intera economia fosse composta solo da esso. Al contrario, il saggio di profitto potrebbe aumentare perché la sostituzione del lavoro in un settore è accompagnata dalla creazione di processi produttivi a più alta intensità di lavoro altrove.

In parole povere: mentre una parte dell’economia funzionerà solo con macchine (dove sotto il termine macchina includo l’IA), un’altra parte dell’economia sarà molto più intensiva di lavoro, probabilmente anche più di oggi. Questo a sua volta significa che i profitti nel settore dell’IA potrebbero essere elevati, ma solo se la crescita del settore IA è accompagnata da una crescente domanda di beni e servizi prodotti dal lavoro vivo e quindi dall’emergere di quel secondo settore.

Se il settore IA prendesse l’intera economia, allora secondo le analisi marxiste, il saggio di profitto dovrebbe tendere a zero. E anche nell’analisi neoclassica sarebbe così, perché una produzione completamente automatizzata che non impiega affatto lavoro implicherebbe salari totali pari a zero o quasi zero, e diventerebbe poco chiaro a chi potrebbe essere venduto il benessere della nuova produzione.

Così, l’abbondanza generata dall’IA porta, anche in un mondo neoclassico (in assenza di una massiccia redistribuzione verso le persone che non lavorano), a una domanda aggregata insufficiente, e di conseguenza a un saggio di profitto vicino o uguale a zero.

Nel mondo neoclassico, come in quello marxista, l’ascesa dell’IA deve essere accompagnata da un equivalente aumento delle attività ad alta intensità di lavoro per mantenere l’economia in equilibrio e non far scendere a zero la domanda aggregata e il saggio di profitto.

Per riassumere: sia nel mondo marxista che in quello neoclassico, un’economia composta solo da un settore altamente automatizzato è incompatibile con il mantenimento del capitalismo. In un caso perché il plusvalore prodotto e quindi il profitto è zero; nell’altro caso, perché una domanda aggregata insufficiente porta a profitti pari a zero. La situazione può essere “salvata” solo da un equivalente aumento di un settore ad alta intensità di lavoro o da una massiccia redistribuzione verso le persone che non lavorano.

Così, vediamo un futuro meno cupo per il lavoro di quanto alcuni sostengano. Le attività in cui il lavoro non può essere sostituito dall’IA fioriranno.

L’IA porterà a una complessiva dequalificazione del lavoro o no? A prima vista, sembra che l’IA porterà alla dequalificazione del lavoro semplicemente perché molte competenze (come l’informatica, lo sviluppo software, la scrittura, persino la matematica) diventeranno ridondanti in quanto potranno essere svolte dalle macchine.

Tuttavia, questo processo può essere, ed è probabile che sia, controbilanciato dalla creazione di occupazioni in cui le competenze lavorative supereranno il livello odierno, semplicemente perché dovrebbero essere superiori ai livelli di competenza prodotti dall’IA affinché le persone vogliano acquistare tali prodotti e servizi.

Pertanto, mentre una parte della forza lavoro potrebbe soffrire di dequalificazione, o per dirla chiaramente, di imbarbarimento intellettuale, un’altra parte della forza lavoro diventerà più sofisticata e molto più qualificata. Per rimanere all’avanguardia, dovrà competere con le macchine più che con gli altri esseri umani.

Ma finché crediamo nell’adattamento umano, possiamo pensare che ci sarà sempre un segmento di tale lavoro che farà cose che le macchine non possono fare, o anche dove lo stesso output è prodotto da entrambi, sarà più apprezzato (e quindi più valorizzato) se fatto da lavoro vivo piuttosto che dall’IA. Un pattinatore artistico generato dall’IA ugualmente bello, difficilmente sarà apprezzato quanto un pattinatore artistico umano. Almeno, dagli umani.

Nota: nel testo, ho usato i termini “maggiore intensità di capitale della produzione” e “più elevata composizione organica del capitale” come intercambiabili. Il primo è ovviamente un termine neoclassico, il secondo marxista, ma in questo contesto esprimono entrambi la stessa cosa: macchine (inclusa l’IA) che sostituiscono gli umani.

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