Presentazione


Analisi, opinioni, fatti e (più di rado) arte da una prospettiva di classe.

25/07/2026

L’industria della colonizzazione lunare

Nella celebre Trilogia di Marte – autentico capolavoro della fantascienza “realistica” – lo scrittore Kim Stanley Robinson immagina la colonizzazione del pianeta rosso non come una conquista eroica, ma come un processo politico e industriale: prima arrivano gli scienziati, poi gli ingegneri, poi le infrastrutture, poi le corporation, poi i conflitti su chi possiede cosa, chi fa le regole, chi controlla le risorse e chi trasforma un mondo vuoto in una nuova società.

È una delle intuizioni più potenti dell’opera: la colonizzazione di un nuovo spazio non comincia quando qualcuno dichiara la propria sovranità su un territorio, ma quando quel territorio viene, per l’appunto, “territorializzato”.

Ciò che vale per Marte nella finzione di Robinson, vale per la “nuova” rincorsa alla Luna, incarnata oggi da Artemis (il programma della NASA che prevede di riportare l’essere umano sulla Luna entro il 2028). Una rincorsa che, mano a mano che si concretizza, somiglia più a una vecchia storia terrestre che a una fantasia futuristica. La storia è quella delle compagnie privilegiate che determinarono la forma del colonialismo occidentale in Asia a partire dal Seicento, delle ferrovie imperialiste in Africa, dei porti e delle rotte protette (o contese) dagli Stati, oggi come ieri, da Hormuz a Malacca. Anche nello spazio, prima delle miniere arriveranno infatti i magazzini. Prima del commercio arriverà la logistica. E, come spesso è accaduto nella storia coloniale, chi controllerà la logistica controllerà la ricchezza della frontiera.

È da questo assunto che bisognerebbe partire quando si parla di space economy. Non dalle cifre vertiginose con cui si calcola il presunto valore di un corpo celeste, moltiplicando la quantità stimata di platino, nichel o cobalto per il prezzo corrente sulla Terra. Quella è la versione patinata, roba da prospetto per investitori. E in quanto tale occulta un fatto banalissimo: nessuna risorsa “naturale” è vera ricchezza finché non esiste una filiera in grado di estrarla e trasportarla. Il petrolio sotto un fondale oceanico non vale nulla senza piattaforme, porti e oleodotti. Parafrasando un vecchio spot di Pirelli: una risorsa è nulla senza infrastrutture.

Lo stesso varrà per qualunque futura attività estrattiva nello spazio. L’errore è immaginare l’estrazione come l’inizio della storia. La miniera in realtà arriva per ultima. Prima di lei c’è la mappa (anche se non più cartacea bensì digitale, e non più solo terrestre, ma extra-planetaria). Poi c’è il porto (o perlomeno un luogo dove immagazzinare e ridistribuire le risorse). E infine ci sono le norme e i rapporti di potere che regolano il possesso dei territori, la percorribilità delle rotte, la sicurezza dei trasporti. Prima ancora di estrarre valore, bisogna costruire, e rendere “sicuro”, il mondo che rende tale valore estraibile (ovvero trasportabile e quindi commerciabile).

I primi commerci spaziali

Le compagnie privilegiate dell’epoca coloniale lo avevano capito molto bene. La Compagnia britannica delle Indie orientali (EIC), la Compagnia olandese delle Indie orientali (VOC) e le altre grandi entità commerciali del Sei/Settecento non erano semplici imprese, ma operatori politici-logistici-amministrativi che agivano per conto di Stati che subappaltavano loro le operazioni necessarie allo sfruttamento del commercio oceanico. Per questo tanto la EIC quanto la VOC avevano facoltà di dotarsi di milizie, di esercitare poteri politici e giuridici, di costruire flotte, porti e depositi, di amministrare e pattugliare i mari. Il loro potere non stava tanto nelle risorse/merci che trasportavano, ma nelle rotte che controllavano.

La possibile economia spaziale del XXI secolo potrebbe assomigliare a quel modello più di quanto i suoi promotori siano disposti ad ammettere. Non avrà velieri, governatori coloniali e fortini tropicali, ma vettori riutilizzabili, lander commerciali e basi lunari. È un’economia che dipenderà, in ogni caso, da una commistione molto profonda tra imprese private e poteri statali.

Il modello è del resto già operativo nel contesto di Artemis. Il programma Commercial Lunar Payload Services (CPLS) della NASA, per esempio, non costruisce direttamente tutti i mezzi per arrivare sulla Luna, ma compra “servizi” da aziende private. I contratti CLPS hanno un valore massimo complessivo di 2,6 miliardi di dollari fino al 2028 e prevedono consegne commerciali sulla superficie lunare, dal compattamento dei carichi alla gestione della missione. Tra i nomi coinvolti ci sono Intuitive Machines, Astrobotic, Firefly Aerospace, Blue Origin (quella di Jeff Bezos), Draper e altri fornitori. È una logica da appalto di frontiera: lo Stato apre il mercato, paga i primi rischi, crea domanda, legittima gli operatori.

La prima base lunare permanente, se e quando arriverà, non sarà quindi una città sotto una cupola trasparente. Sarà un porto. Un nodo logistico per questi vettori di consegne.

Le prime commesse difficilmente saranno spettacolari. Non riguarderanno l’estrazione di metalli rari né l’apertura di miniere capaci di cambiare da sole le dimensioni dell’economia globale. Riguarderanno invece questioni meno appariscenti: trasportare strumenti, garantire comunicazioni, misurare il suolo e altre variabili ambientali per capire dove una base può sopravvivere più a lungo.

Le risorse lunari più importanti, almeno all’inizio, non saranno quelle vendibili sulla Terra, ma quelle più utili nello spazio. L’acqua ghiacciata che potrebbe trovarsi nei crateri permanentemente in ombra delle regioni polari non è preziosa perché qualcuno pensa di imbottigliarla e riportarla a casa. È preziosa perché nello spazio l’acqua è vita, ossigeno, carburante, massa da non dover lanciare dalla Terra. Separata in idrogeno e ossigeno, può diventare propellente. Usata localmente, può sostenere una base. Accumulata in depositi, può trasformare la Luna in un polo logistico per progetti più ambiziosi, anche (se non soprattutto) di tipo estrattivo.

Obiettivo: elio-3

Il premio più ambito potrebbe rivelarsi il mitologico elio-3 che, oltre agli utilizzi nell’ambito del quantum computing, da decenni viene evocato come elemento cardine di una futura fusione nucleare meno pericolosa e più efficiente. Nel corso di miliardi di anni, il vento solare ne ha depositate grandi qualità sulla regolite lunare, alimentando l’idea che il nostro satellite possa diventare una sorta di “bacino” extraterrestre: una riserva energetica sospesa sopra le nostre teste, pronta a ridisegnare gli equilibri energetici della Terra.

Un nome che torna spesso in questa storia è quello di Harrison “Jack” Schmitt, geologo, astronauta dell’Apollo 17 e ultimo uomo ad aver camminato sulla Luna insieme a Eugene Cernan. Schmitt è da decenni uno dei più convinti sostenitori dell’idea che l’elio-3 lunare possa alimentare una futura economia della fusione. Più recentemente è entrato per questo nell’orbita di Interlune, una startup americana fondata da ex pezzi grossi di Blue Origin che promette di raccogliere elio-3 lunare e riportarlo sulla Terra.

Proprio l’elio-3 mostra tuttavia quanto la space economy sia costruita su promesse che funzionano politicamente prima che industrialmente. Oggi non esiste un’economia della fusione basata sull’elio-3 (lunare o meno). E tantomeno esiste una filiera in grado di estrarlo, separarlo, immagazzinarlo, trasportarlo e usarlo sulle scale necessarie ad avere un impatto. Per recuperarlo bisognerebbe trattare quantità enormi di suolo lunare (più di ogni altra attività  estrattiva terrestre a noi nota), riscaldarle, separare isotopi presenti in concentrazioni ridottissime e infine organizzare una catena di trasporto e utilizzo tutta da inventare.

Eppure l’importanza dell’elio-3 non va liquidata. Non perché sia già il petrolio del futuro, ma perché può svolgere la stessa funzione immaginativa che “i fiumi d’oro”, le spezie o il petrolio hanno svolto in altre epoche. Ogni espansione ha infatti avuto bisogno di un proprio Eldorado: una risorsa capace di giustificare costi e rischi enormi per essere raggiunta. L’elio-3 potrebbe essere questo tipo di risorsa: il mito che la rende possibile la colonizzazione lunare.

Colonizzare la Luna

Le frontiere, d’altra parte, non devono essere redditizie da subito. Devono essere credibili a sufficienza da attrarre Stati, capitali e apparati tecno-industriali. Molte infrastrutture coloniali sono state costruite prima che i profitti fossero certi. Le ferrovie tracciate nell’Ottocento verso l’interno del territorio americano non servivano a connettere comunità esistenti, ma a preparare un’economia futura. Una volta costruita la ferrovia, una nuova economia si organizzava attorno a essa. Una volta creato il porto, i flussi venivano orientati verso di esso. Una volta fondata una base lunare...

Il diritto internazionale, almeno in teoria, dovrebbe impedire una corsa coloniale vecchio stile (predatoria, violenta, conflittuale). Il Trattato sullo spazio extra-atmosferico vieta agli Stati di appropriarsi della Luna o di altri corpi celesti. Nessun Paese può dichiarare proprio un cratere lunare o un asteroide. Ma il punto è che il controllo non coincide sempre con la sovranità formale. Si può non possedere un territorio e controllarne comunque l’accesso (come ha dimostrato di recente la vicenda di Hormuz). 

La geografia lunare, che immaginiamo come uno spazio vuoto e uniforme, è del resto piena di colli di bottiglia. Non tutti i luoghi hanno lo stesso valore. Alcune zone ricevono più luce e permettono una produzione energetica più stabile. Alcuni crateri potrebbero contenere più ghiaccio. Alcune aree sono più adatte alle comunicazioni. Come sulla Terra, la frontiera lunare si potrebbe rapidamente restringere attorno a pochi snodi strategici.

Ed è negli snodi che spesso risiedono tanto il potere quanto il potenziale per il suo abuso. La distopia più probabile non è uno Stato che pianta la propria bandiera e proclama la nascita di un impero lunare. È più banale e contemporanea: per esempio, una singola compagnia che gestisce (quasi) tutti i trasporti. Uno scenario in cui non è necessario possedere formalmente la Luna per possedere di fatto la Luna.

Un esempio concreto, e recente, di questo rischio è il contratto assegnato dalla NASA a Intuitive Machines nel 2024 per servizi di comunicazione e navigazione lunare: fino a 4,82 miliardi di dollari per costruire capacità di trasmissione dati a supporto del programma Artemis. Non è una miniera né un atto di sovranità su un territorio. È però esattamente il tipo di infrastruttura da cui, domani, potrebbero dipendere tutti.

Anche in questo le future compagnie dello spazio potrebbero ricalcare il modus operandi delle compagnie privilegiate dell’epoca coloniale. Non perché avranno formalmente il diritto di governare territori, come facevano la VOC o la EIC, ma perché riceveranno dagli Stati capitali e legittimazione in cambio dei loro servizi e del know-how relativo. Lo spazio sarà dichiarato “pubblico” quando bisognerà pagare il costo della frontiera e “privato” quando sarà il momento di incassarne i profitti.

Questo intreccio è già visibile nella nuova economia spaziale: lanciatori privati finanziati da contratti pubblici, infrastrutture satellitari essenziali per scopi militari, aziende che diventano attori geopolitici in grado di influenzare conflitti, dipendenze tecnologiche che condizionano intere politiche statali. Portare tutto questo sulla Luna significa amplificarlo in un ambiente dove non esiste società civile locale, non esiste opinione pubblica residente, non esistono istituzioni proprie e ogni accesso passa attraverso sistemi tecnici estremamente costosi e complessi, che rendono le eventuali dipendenze ancora più profonde e difficili da scardinare.

La Luna, insomma, non è l’India, l’Africa o le Americhe dell’età moderna. Non ci sono popolazioni lunari da conquistare o schiavizzare, convertire o sterminare. Equiparare direttamente le due cose sarebbe moralmente osceno. Tuttavia alcune strutture del colonialismo possono ripresentarsi anche senza popolazioni indigene. La Luna è infatti vuota di abitanti ma non priva di significati. È un archivio geologico, un ambiente scientificamente prezioso, un oggetto culturale da sempre condiviso, potenzialmente una piattaforma astronomica per la proiezione spaziale della specie umana. Ridurla a bacino di risorse significa scegliere, in partenza, un modello di relazione tra un soggetto agente e un oggetto passivo.

L’argomento ambientale, infine, rende tutto ancora più ambiguo. Una delle promesse della space economy è che, spostando fuori dalla Terra una parte dell’estrazione, potremmo ridurre la pressione sugli ecosistemi terrestri. Ma questa promessa rischia di diventare l’ultima assoluzione dell’estrattivismo. Non cambiamo modello di consumo ma ne allarghiamo il raggio. Non mettiamo in discussione il processo di sviluppo. Al contrario: lo dotiamo di un’estensione cosmica.

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Minacce e richieste d’aiuto, ma intanto si ricandida

Non fidatevi mai di quello che l’America dice, guardate sempre a quello che fa. Con Trump, naturalmente, questo antico consiglio è diventato una premessa minima per provare a capirci qualcosa.

Ufficialmente gli Stati Uniti “non hanno bisogno di nessuno” per costringere l’Iran ad obbedire per quanto riguarda Hormuz o qualsiasi altra questione.

Praticamente stanno organizzando insieme al solito cagnolino scodinzolante – la Gran Bretagna ora affidata a quel bluff di Andy Burnham, l’ultimo sottoprodotto del Labour blairiano – l’ennesima “coalizione di volenterosi” disposti a lanciarsi nell’avventura di “riaprire lo Stretto di Hormuz a tutti i costi”, mentre già le navi saudite trovano difficoltà a passare anche da quello di Bab El Mandeb (sul fronte degli Houti yemeniti).

Eccesso di sicurezza verbale e difficoltà operative vanno insomma appaiati.

La fonte è sempre il sito Axios, che dispone di un ex ufficiale dell’Unità 8200 (l’intelligence dell’esercito israeliano) per diffondere notizie vere, manipolate o false a proposito dei conflitti in Medio Oriente.

La prima riunione della nuova coalizione dovrebbe avvenire e Londra la prossima settimana, perché gli Stati Uniti vorrebbero che i loro alleati inviino nella regione risorse navali per lo sminamento, unità militari e droni per “contribuire a garantire la sicurezza delle rotte marittime”. Rotte che, specie ad Hormuz, erano sicurissime e gratuite prima che Usa e Israele, cinque mesi fa, attaccassero l’Iran.

Anche dalle parti dei “volenterosi” disposti a farsi avanti c’è la consapevolezza che gli yankee stiano affidando loro una patata che non riescono più a gestire da soli. “Gli americani stanno cercando una via d’uscita e hanno bisogno del nostro aiuto”, avrebbe detto un diplomatico europeo coperto dall’anonimato.

Il passaggio dalle parole ai fatti non è però altrettanto semplice. Anche i volenterosi più assatanati, infatti, si rendono conto che intervenire militarmente nel bel mezzo di conflitto in atto significa entrare in guerra contro l’Iran. E, indirettamente, col resto del mondo che in vario modo sostiene Teheran in questo sforzo.

Non a caso la sospensione dei combattimenti – ossia degli attacchi statunitensi, cui l’Iran risponde sistematicamente “occhio per occhio” ma senza cercare un’escalation – è sempre stata invocata come la premessa necessaria per un intervento nello Stretto, che peraltro non trova affatto d’accordo il “padrone di casa”.

Un serpente che si morde la coda. Washington sta minacciando un incremento degli attacchi e cerca di coinvolgere gli europei che invece si attiverebbero solo a tregua raggiunta.

Più lineare invece l’indirizzo trumpiano sul fronte interno. All’annuale cena con i corrispondenti esteri ha di fatto annunciato l’intenzione di ricandidarsi per un terzo mandato presidenziale nel 2028, bruciando in un colpo solo le ambizioni silenti di “Narco” Rubio e J.D. Vance, ma soprattutto aprendo un conflitto istituzionale senza precedenti, visto che la Costituzione Usa sembra vietare questa possibilità.

L’unica eccezione è infatti quella di Franklyn Delano Roosevelt, presidente per ben quattro volte consecutive, ma solo grazie allo “stato di eccezione” prodotto dal coinvolgimento nella Seconda Guerra Mondiale dopo l’attacco giapponese a Pearl Harbour.

Usare la guerra all’Iran (una scelta unilaterale Usa) come un equivalente del 1941 è azzardato quanto basta, specie per un presidente che a gennaio – quando entreranno al Congresso i nuovi senatori e deputati eletti con il voto di inizio novembre (metà del totale) – potrebbe ritrovarsi senza una maggioranza parlamentare e sotto minaccia di impeachment, proprio come Richard “Dirty” Nixon, che peraltro poteva almeno vantare il merito di aver messo fine alla guerra in Vietnam.

In estrema sintesi, ogni mossa di questa amministrazione – tanto sul fronte interno che su quello internazionale – appare rivolta a demolire regole e istituzioni che fin qui avevano permesso, nel male più che nel bene, agli Usa di governare il mondo dopo la caduta dell’URSS 

Se non hai una visione strutturalmente solida puoi anche pensare che surfare sul caos sia un’idea migliore che negoziare nuovi accordi stabili col resto del mondo (a cominciare ovviamente dalle altre superpotenze), ovviamente facendo molte concessioni.

Ma il caos ha pur sempre il piccolo difetto di nutrire una miriade di variabili imprevedibili, ognuna delle quali – per vie altrettanto incalcolabili della famosa farfalla che, battendo le ali, genera un uragano altrove – può diventare l’inizio della fine. E l’Iran ha dimostrato di avere una consistenza decisamente superiore a quella delle farfalle...

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La guerra degli USA. Oltre la superficialità dei media...

Ciò che gli Stati Uniti stanno facendo attualmente è una rapida ristrutturazione per adattarsi a condurre una prolungata guerra di logoramento nella regione mediorientale.

Chiunque pensi che gli Stati Uniti non possano impegnarsi in guerre di logoramento, che fanno parte della loro dottrina militare, si sbaglia. Ma la domanda più importante è: gli Stati arabi possono sopportare le conseguenze di una guerra di logoramento tra Iran e Stati Uniti?

Le azioni dell’attuale amministrazione statunitense sotto Trump, dalla creazione di crisi commerciali con alleati vicini come Canada e Messico, alla minaccia militare diretta di annettere la Groenlandia, fino a spingere la regione sull’orlo di una guerra con l’Iran che non è un’opzione convenzionalmente praticabile, indurrebbero solo gli ingenui a credere di avere a che fare con un presidente folle che guida scenari di imprudenza politica, follia e avventurismo economico.

Trump sta portando avanti un piano terrificante che trascende la copertura mediatica e le analisi politiche superficiali. E se questa distruzione e smantellamento sistematico del vecchio ordine mondiale fosse l’obiettivo letterale e deliberato di un “piano generale” ideato ed eseguito alla perfezione nel caos controllato delle stanze oscure di Washington?

Il mondo intero oggi dipende geograficamente dallo Stretto di Hormuz e dal petrolio mediorientale.

I dati confermano che:

  • Il Giappone importa il 75% del suo fabbisogno di petrolio dal Medio Oriente.
  • L’India dipende dalla stessa fonte per il 60% del suo fabbisogno.
  • L’Europa e la Cina dipendono dalle rotte di approvvigionamento del Golfo per il 20% del loro fabbisogno.

Ecco il fulcro del piano Trump. Se Trump trascinasse la regione in un confronto militare aperto e prolungato con l’Iran, la prima inevitabile conseguenza sarebbe la chiusura dello Stretto di Hormuz, seguita da quella dello Stretto di Bab el-Mandeb, e il blocco totale del flusso di petrolio mediorientale.

E in quel momento l’economia globale crollerebbe e i prezzi dell’energia in Europa e in Asia schizzerebbero alle stelle, raggiungendo livelli senza precedenti e paralizzando fabbriche e città.

Ma, dove si colloca il Nord America in questo collasso? Qui risiede l’oscuro genio strategico dell’Uomo Arancione:

  • Il Nord America non ha bisogno del petrolio mediorientale; gli Stati Uniti hanno enormi riserve, il Canada si trova sopra vasti giacimenti petroliferi e il Venezuela, che è stato occupato, possiede le maggiori riserve petrolifere del pianeta.
  • Non si tratta solo di petrolio e gas; la questione si estende all’azoto e ai fertilizzanti, essenziali per la produzione alimentare globale.
  • Il Medio Oriente è il principale fornitore di questi materiali e, una volta interrotte le forniture, il mondo (soprattutto Europa e Asia) avrà solo due fonti di cibo ed energia: il Nord America e la Russia.

Pertanto, Trump si trasforma in un ingegnere che monopolizza gli elementi essenziali della vita umana, rendendo il mondo intero dipendente e asservito alle risorse che controlla.

L’aspetto più cruciale del piano di Trump è rispondere alla domanda fondamentale su cui si basa l’egemonia americana: come si proteggerà l’America dal collasso finanziario quando il suo debito sovrano raggiungerà i 39 trilioni di dollari?

Il sistema tradizionale di ogni amministrazione americana ha sempre temuto che le nazioni creditrici (come Giappone, Cina, Taiwan, Corea del Sud, Unione Europea e Stati del Golfo) avrebbero abbandonato i titoli di stato americani per rifugiarsi nell’oro, nello yuan cinese, nel franco svizzero o adottando il cambio valutario locale come base per gli scambi commerciali, il che avrebbe significato il crollo dello “schema Ponzi” finanziario americano centrato sul dollaro.

Tuttavia, con l’attuazione del piano per rendere il mondo un paradiso energetico e alimentare, queste nazioni creditrici si trovano intrappolate; hanno un disperato e continuo bisogno di acquistare energia e cibo americani per sopravvivere.

E da dove proverranno i soldi per queste risorse? Saranno pagati riciclando i loro fondi e titoli di stato all’interno della stessa economia americana.

Trump sta conducendo una battaglia pericolosa e ambiziosa che minaccia la sicurezza globale se dovesse sfuggire al suo controllo. Sta trasformando la più grande debolezza storica dell’America (il debito) nella più grande arma di soggiogamento. Ha intrappolato i creditori, impedendo loro di abbandonare il dollaro perché sono semplicemente intrappolati all’interno della fortezza.

La conclusione geopolitica è che il “Nuovo Ordine Mondiale”, basato sulla globalizzazione, il libero scambio e la protezione gratuita degli alleati, è morto e sepolto.

Ciò che Trump sta facendo è creare quella che viene definita “la rete tecnologica”, che sta trasformando il continente nordamericano (Stati Uniti, Canada, Messico e Groenlandia, ricchi di terre rare) in una fortezza economica e militare chiusa, dotata di assoluta autosufficienza e in grado di controllare le catene di approvvigionamento globali attraverso monopoli sulle materie prime e il dominio sulle rotte marittime e terrestri.

Trump non sta agendo in modo sconsiderato. Piuttosto, sta attuando una strategia spietata per smantellare il “vecchio impero globale americano” che prosciuga le risorse dei contribuenti statunitensi e ricostruirlo come un “monopolio brutale” che lascia il mondo nel caos e nelle guerre, mentre Washington siede sul trono delle risorse, dettando le proprie condizioni e costringendo tutti a inginocchiarsi in segno di sottomissione per sopravvivere.

Non è un sistema stupido; è un nuovo, brutale ordine mondiale gestito con la mentalità di un magnate immobiliare e di un grande monopolista, proprio come il dollaro si è trasformato sotto i nostri occhi da strumento di commercio globale in una frusta punitiva usata per tarpare le ali alle potenze emergenti.

Trump ha dato al mondo il tempo di affrontare lo shock, il tempo di assorbirlo e il tempo di placare le reazioni. Sta avvelenando l’economia globale e le somministra occasionalmente degli antidolorifici, ma la sta lentamente uccidendo, di una morte pietosa.

Il mondo non è del tutto stupido, e c’è chi lo capisce. Trump sta per compiere un passo pericoloso verso le linee rosse dei suoi rivali, e le conseguenze non saranno positive, soprattutto perché il campo di battaglia inizierà a Est. In breve, stiamo bussando alle porte di una nuova era di schiavitù digitale. Il mondo si orienterà verso il trumpismo, o assisteremo al crollo di un impero per mano di un buffone audace e ambizioso?

Oltre la superficialità dei media... un po’ più a fondo.

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Abolire lo scudo penale, giustizia e verità per Fakir. Un appello

Abolire lo scudo penale per le forze di polizia, abolire i decreti sicurezza, vogliamo le dimissioni di Piantedosi e Giustizia e Verità per Abderrahim Fakir.

L’uccisione di Abderrahim Fakir a Bologna impone una riflessione che va ben oltre i confini della città. Chiediamo verità e giustizia per Fakir, ma chiediamo anche che questa vicenda diventi il punto di partenza di una mobilitazione nazionale per l’abrogazione dello scudo penale introdotto dal cosiddetto Decreto Sicurezza DL 24 febbraio 2026, n. 23, convertito nella Legge n. 54 del 24 aprile 2026).

L’articolo 12 del decreto interviene sull’articolo 335 del codice di procedura penale mediante l’introduzione di un nuovo comma, stabilendo che il nominativo dell’autore di un fatto che risulti “manifestamente” commesso in presenza di una causa di giustificazione non venga più iscritto automaticamente nei registri previsti, bensì annotato in un apposito modello. In tale sede, il nominativo non è oggetto di un’iscrizione formale, ma di una mera “annotazione preliminare”.

Questa norma si affianca a quanto previsto dagli artt. 22 e 23 del precedente DL 48/2025 secondo cui lo Stato è tenuto ad anticipare fino a 10.000 euro, per ogni fase del procedimento, le spese legali degli appartenenti alle forze di polizia indagati o imputati per fatti commessi nell’esercizio del servizio. Una scelta politica gravissima, che altera il principio di responsabilità di chi esercita il monopolio della forza pubblica e trasmette un messaggio di sostanziale protezione preventiva nei confronti degli abusi commessi in divisa.

Il caso di Bologna rappresenta la prima e subito drammatica dimostrazione delle conseguenze di questo impianto. Mentre una famiglia chiede verità e giustizia per un proprio caro ucciso durante un intervento di polizia, gli agenti coinvolti possono beneficiare sin dall’inizio della copertura garantita dallo Stato. È questa la logica perversa dello scudo penale: rafforzare la tutela di chi esercita la forza, anziché quella dei cittadini che da eventuali abusi devono essere protetti.

Quanto accaduto a Bologna non nasce dal nulla. È il risultato di un modello di gestione della sicurezza fondato sulla militarizzazione dei quartieri popolari e sulla repressione del disagio sociale, in una spirale repressiva che negli ultimi anni ha visto le proposte del Governo venire subito riprodotte ed estese con grande zelo dalle amministrazioni locali apparentemente guidate da rappresentanti di altra appartenenza politica.

Negli ultimi anni Bologna è diventata un laboratorio nazionale di queste politiche: dall’introduzione delle zone rosse alla repressione delle mobilitazioni sociali, fino all’applicazione dei nuovi decreti sicurezza al Pilastro (prima durante la lotta dei comitati cittadini contro la cementificazione, ora in occasione della tragica uccisione di Fakir). In questo contesto si inserisce anche il Patto Lepore-Piantedosi, che ha consolidato una gestione dell’ordine pubblico sempre più orientata alla presenza repressiva anziché alla costruzione di coesione sociale.

Per questo chiediamo che siano accertate tutte le responsabilità sull’uccisione di Fakir e che nessuna forma di tutela speciale possa ostacolare il pieno accertamento della verità. Chiediamo alle istituzioni locali di essere coerenti con il riconoscimento della ferita subita e di schierarsi per l’abrogazione dello scudo penale e per il ripristino del principio secondo cui chi esercita funzioni pubbliche armate deve rispondere dei propri atti con le stesse garanzie e le stesse responsabilità previste per ogni cittadino.

La sicurezza non si costruisce aumentando la militarizzazione delle città né garantendo maggiori tutele a chi già ne gode in maniera sproporzionata dalla legge Reale in giù. Si costruisce riducendo le disuguaglianze, garantendo diritti e servizi, e assicurando che ogni abuso commesso da appartenenti alle forze dell’ordine sia accertato con piena trasparenza e senza privilegi.

Per questo rivolgiamo un appello ad associazioni, sindacati, comitati, giuristi, personalità del mondo della cultura, amministratori locali, organizzazioni politiche e a tutte le cittadine e i cittadini affinché sottoscrivano questo appello e mobilitarsi ovunque sia possibile per l’abrogazione dello scudo penale e per ottenere verità e giustizia per Fakir.

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Nuove sanzioni e aiuti umanitari diretti a Cuba bloccati da Washington

Washington continua nel suo assedio contro Cuba, e nella punizione collettiva che assume ormai chiaramente i contorni di un ennesimo genocidio, cioè l’intento di distruggere il popolo cubano in quanto tale. Infatti, tre navi commerciali cariche di aiuti e beni di prima necessità sono sostanzialmente bloccate e non possono portare il proprio carico ai cubani.

La nave Galani, della compagnia di navigazione CTM, si trova proprio di fronte al porto cubano di Mariel. I prodotti che trasporta sono stati raccolti in Europa attraverso una serie di donazioni solidali. Nella sua stiva si trovano beni indispensabili per il sistema sanitario e l’infanzia: latte in polvere per neonati, ventilatori polmonari e letti ospedalieri.

La nave, tuttavia, è ferma e non attracca ai moli vicino all’Avana. L’operatore del terminal portuale di Mariel è stato inserito nelle liste sanzionatorie delle autorità statunitensi. Di fronte al rischio di ritorsioni economiche e legali, la compagnia marittima ha deciso unilateralmente di dirottare la nave verso il Messico, lasciando il materiale sanitario privo di una soluzione per giungere a destinazione.

La beffa è arrivata con la comunicazione a Let Cuba Breathe, campagna promotrice della spedizione, di costi aggiuntivi per il cambio di rotta, verso Veracruz, e per il carburante e le operazioni straordinarie. In sostanza, per una decisione della società, sono i solidali che devono pagare. E quello di Mariel non è un evento isolato.

Altre due navi cariche di farmaci e aiuti umanitari risultano bloccate in scali dell’America Latina: una a Cartagena de Indias, in Colombia, l’altra a Kingston, in Giamaica. Sebbene, teoricamente, persino le imposizioni statunitensi prevedano deroghe per i beni umanitari, è la paura di possibili sanzioni finanziarie e marittime a generare un effetto deterrente, che è la vera forza del bloqueo.

I vettori marittimi, le banche e le compagnie assicurative si stanno disimpegnando da ogni attività che tocchi Cuba, per non rischiare di finire nella rete delle sanzioni stelle-e-strisce. Gli USA, sfruttando la propria centralità come hub finanziario e di servizi internazionali, ha reso il bloqueo un sistema di guerra alternativo davvero internazionale.

Le conseguenze ricadono direttamente sui malati, sulle famiglie e sui bambini cubani, con una logica che abbiamo già visto in azione in Palestina. E che alla Casa Bianca si persegua una strategia simile, nel più completo disinteresse dei diritti fondamentali delle persone, lo si può vedere anche dai provvedimenti annunciati giovedì scorso.

Gli Stati Uniti hanno reso pubbliche una serie di nuove sanzioni dirette contro il ministro della Sanità, José Ángel Portal Miranda, e nove imprese pubbliche attive nei settori sanitario, energetico e finanziario. Lo scopo dichiarato è quello di colpire le missioni sanitarie internazionale dell’isola.

Il Segretario di Stato USA, Marco Rubio, ha reso nota l’estensione delle restrizioni sui visti nei confronti di funzionari cubani e di rappresentanti di governi stranieri coinvolti in attività con le brigate mediche cubane all’estero. L’amministrazione Trump sostiene che, dietro i programmi di assistenza medica, ci sarebbe in realtà “lavoro forzato”.

La risposta delle autorità cubane è stata immediata e categorica. Il Presidente Miguel Díaz-Canel e il Ministro degli Esteri Bruno Rodríguez hanno respinto fermamente le accuse di Washington, definendo il nuovo pacchetto sanzionatorio un’ulteriore prova dell’intento criminale e genocida degli Stati Uniti.

Con danni che non riguardano più solo il popolo cubano, ma decine di migliaia di persone a cui i medici cubani, presenti in 56 paesi, forniscono ogni giorno cure e assistenza sanitaria essenziale a cui, altrimenti, non potrebbero accedere.

Il presidente cubano ha difeso il valore umanitario della cooperazione internazionale promossa dal suo paese contro le pressioni statunitensi. Da parte dell’imperialismo, invece, si denota ancora una volta un disprezzo per la vita che è perfettamente riassunto nell’alternativa tra Socialismo o barbarie.

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Puro veleno

di Giorgio Cremaschi

Per il governo Meloni e i suoi fan essere giovani è socialmente pericoloso, se poi si è giovani e figli di migranti si è potenzialmente criminali, se inoltre si sventola la bandiera della Palestina, allora l'allarme è ai massimi livelli.

Il sionismo, il razzismo e l’odio di classe verso le ragazze e i ragazzi del popolo si uniscono nel disegno di legge “anti maranza” di questo governo, sempre più abietto.

Alla base della legge c’è la mostruosità giuridica dell’inversione della prova, vantata dal Ministro Nordio: se hai 14 anni devi dimostrare di essere ancora un bimbo inconsapevole, altrimenti devi pagare per le tue colpe. 

“Chi sbaglia paga” ha proclamato Giorgia Meloni, con la faccia di bronzo della leader di un partito che ha appena impedito alla magistratura di ottenere i messaggi e le telefonate tra un sottosegretario e un camorrista.

Il centrosinistra ha accusato il governo di fare solo propaganda. Sì, ma quale? Perché non si ha il coraggio di aggiungere che quella del governo e di tutta la destra è PROPAGANDA RAZZISTA?

Nelle città, anche in quelle governate dal centrosinistra, i controlli vessatori sui giovani si diffondono. I sindaci, anche quelli di centrosinistra, sproloquiano di “sicurezza”. Non quella sociale e civile da ricostruire nelle periferie depredate. No, quella poliziesca contro i giovani che hanno la pelle scura, una fisionomia mediorientale e magari lo sguardo troppo fiero.

I “maranza” sono una espressione di identità giovanile popolare, nella quale si uniscono figli di migranti con quelli di italiani, superando le barriere etniche. Chi può odiare questo? Solo il razzismo di classe; del resto mica ce l’hanno coi giovani dei Parioli.

Si instilla la paura negli anziani poveri: “guarda che il maranza è pronto ad aggredirti”. E i media ingigantiscono ogni piccolo episodio che possa sostenere la narrazione securitaria razzista, mentre cancellano ogni fatto che la smentisca.

Altro che propaganda, è uno stato di polizia razziale, ora anche nemico dell’adolescenza, che il governo sta realizzando.

La legge anti giovani del Governo Meloni è puro veleno. Minimizzare è complicità.

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Venezuela: non è tattica, è capitolazione!

Abbiamo atteso il tempo necessario per fare tutte le verifiche prima di esprimere pubblicamente le nostre valutazioni sul processo controrivoluzionario avviato dalla nuova dirigenza della Repubblica Bolivariana del Venezuela.

Già la dinamica del sequestro a gennaio del presidente venezuelano Nicolàs Maduro e della compagna Cilia Flores da parte degli Stati Uniti aveva suscitato – e non solo a noi – legittimi e pesanti interrogativi.

Lo sviluppo degli eventi e delle scelte intraprese dalla leadership guidata dalla vicepresidente Delcy Rodriguez, ha via via reso evidente come quei dubbi siano stati confermati dai fatti che indicano un vero e proprio processo di liquidazione dell’esperienza rivoluzionaria e bolivariana del Venezuela avviata e costruita dal compagno Chavez.

Quelli che venivano presentati come cedimenti “tattici” per evitare un conflitto chiaramente asimmetrico con la potenza militare statunitense, si sono invece rivelati una consapevole capitolazione politica e ideologica su ogni terreno: da quello economico alla politica internazionale.

Il prezzo di questa capitolazione era già leggibile nell’immunità assicurata dall’amministrazione USA a Delcy Rodriguez rispetto ai procedimenti in corso in alcune corti federali statunitensi che invece tengono ancora in galera Nicolàs Maduro e Cilia Flores.

L’episodio che ha scritto parole definitive sul passaggio al campo nemico è stato l’incontro tra i dirigenti del PSUV – cioè del partito di governo – con esponenti delle autorità israeliane.

Quell’incontro infatti trascende dai rapporti tra Stati e quindi da protocolli e relazioni diplomatiche che talvolta prevedono anche rapporti controversi.

È stata dunque una scelta tutta politica del PSUV e dei suoi dirigenti. Ma è stata una scelta preceduta dagli incontri degli esponenti del PSUV al governo sia con esponenti dell’amministrazione Usa che con alti ufficiali politici e militari israeliani.

Incontri e relazioni ai quali faceva da contraltare la liquidazione di ogni solidarietà con Cuba sotto assedio e ogni gratitudine verso chi ha sacrificato 32 dei propri combattenti per proteggere il presidente Maduro o che per decenni ha fornito medici e insegnanti che hanno dato un contributo decisivo allo sviluppo sociale del paese.

Dover assistere a questo processo controrivoluzionario in un paese che, insieme a Cuba, aveva dato un contributo decisivo all’ondata progressista in America Latina, all’Alba e all’ipotesi del Socialismo nel XXI Secolo, è indubbiamente doloroso per migliaia di compagne e compagni ma, purtroppo, non è una novità né una sorpresa: è una conferma del carattere sempre contraddittorio del processo storico, incluso dei processi rivoluzionari in cui è debole la soggettività che li orienta e li guida.

È la conferma di come i partiti-Stato e i partiti di massa senza la selezione dei quadri, incorporino tutte le contraddizioni della società, inclusi l’opportunismo, la corruzione, la disponibilità al tradimento quando cambiano le condizioni. Lo abbiamo visto a cavallo degli anni Ottanta/Novanta in Europa, lo abbiamo visto nella stessa America Latina negli anni recenti in Ecuador, Bolivia, Perù.

Con questa nota poniamo fine a ogni tipo di relazione e fiducia verso i dirigenti venezuelani del governo e del Psuv ma continueremo a intrattenere rapporti con tutti quei compagni e compagne che in Venezuela mantengono una prospettiva rivoluzionaria nel solco del chavismo, a cominciare dai comitati dei barrios popolari, così come torniamo a chiedere la liberazione del Presidente Nicolàs Maduro e della compagna Cilia Flores.

Ci auguriamo che le forze sane del paese e della società trovino presto le occasioni e la forza per fermare e ribaltare il processo controrivoluzionario in Venezuela.

Rete dei Comunisti, Luglio 2026

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