Presentazione


Analisi, opinioni, fatti e (più di rado) arte da una prospettiva di classe.

27/05/2026

I fucilieri della polizia italiana

Il ferimento di Marco Basoccu durante i tafferugli precedenti il derby della Mole è stato liquidato come la conseguenza delle schermaglie tra i tifosi delle due squadre. Uno scontro tra tifoserie organizzate, sempre dipinte come masse informi, ai limiti della civilizzazione, di natura pericolosa. Le testimonianze portano in un’altra direzione: sia il padre del ferito, sia l’amico che era accanto a lui, affermano che il giovane è stato colpito da un lacrimogeno sparato ad altezza uomo dalle forze dell’ordine.

Una versione che richiama altri recenti episodi. Lo scorso 2 ottobre, nel corso di una manifestazione per la Palestina, nei pressi della stazione centrale di Bologna, una ragazza era stata colpita da un lacrimogeno sparato ad altezza d’uomo, venendo in seguito manganellata dagli agenti invece di essere soccorsa. Lince, come si fa chiamare la ragazza per questioni di anonimato, è rimasta cieca da un occhio in conseguenza di questo episodio.

Sempre nella città felsinea, testimoni e dimostranti, raccontano che nei mesi scorsi, durante le manifestazioni contro la costruzione del Museo dei Bambini al Pilastro, la pratica dei lacrimogeni sparati ad altezza d’uomo sarebbe stata ricorrente, e solo la perizia di alcuni dimostranti esperti ha evitato il peggio.

Cosa sta succedendo alla polizia italiana? O meglio, alle autorità preposte al mantenimento dell’ordine pubblico?

Ci viene di rispondere che si tratta di segni tangibili dell’involuzione autoritaria impressa dal governo in carica. Testimoni affermano che il tifoso juventino sarebbe stato colpito da un lacrimogeno sparato ad altezza uomo. Una versione che richiama altri recenti episodi di azioni di massa, non filtrate da alcuna modalità addomesticabile. Che si muovono in controtendenza rispetto alle aggregazioni ordinate, disciplinate, o convenzionali, come quelle dei villaggi turistici. 

Tanto basta per suscitare la preoccupazione di un governo che fin dall’inizio si è distinto per il decreto anti-rave, e che, attraverso i decreti sicurezza, punta a scongiurare le aggregazioni spontanee o politicamente connotate, aumentando i poteri di polizia, incentivando le zone rosse, punendo i blocchi stradali e i sit-in, reintroducendo il fermo preventivo. Anche attraverso l’estensione del DASPO, un provvedimento all’inizio pensato proprio per gli ultrà calcistici, ad altre tipologie di condotte.

Siamo di fronte a una vera e propria paura delle masse, come incubatrici di interazioni ed elaborazioni che potrebbero seriamente disturbare il manovratore.

Per questo si sceglie di operare sia sul piano simbolico, per esempio schierando gli agenti in tenuta anti-sommossa e presidiando le stazioni.

Per convogliare verso l’esterno il messaggio che le aggregazioni di massa sono pericolose. Sia lanciando un messaggio intimidatorio ai dimostranti. Dove non riesce la repressione preventiva, arrivano i lacrimogeni ad altezza d’uomo.

Si tratta di una deriva pericolosa, lesiva delle libertà civili e politiche, che necessiterebbe una mobilitazione articolata per contrastarla. Prima che sia troppo tardi.

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Palestina - Fatah ha perduto un’altra occasione

di Michele Giorgio

Dieci anni dopo il precedente congresso e mentre la causa palestinese attraversa una delle sue stagioni più drammatiche, Fatah ha chiuso ieri sera a Ramallah il suo ottavo congresso senza la svolta radicale che la base attendeva con l’auspicio che i palestinesi possano ritrovare l’unità nazionale. I risultati delle elezioni interne hanno confermato la forza di figure simboliche della storia del movimento, ma anche la capacità della vecchia guardia moderata di mantenere saldamente il controllo dell’apparato politico e istituzionale del partito che rappresenta il pilastro della tanto criticata l’Autorità nazionale palestinese (Anp) di Abu Mazen.

Un dato significativo è arrivato dall’elezione di Marwan Barghouti, il più popolare dei prigionieri politici palestinesi detenuti nelle carceri israeliane, risultato il candidato più votato per il Comitato centrale di Fatah. Un esito dal forte valore simbolico e politico. Barghouti, condannato all’ergastolo da Israele durante la seconda Intifada, continua a rappresentare per molti l’immagine di una leadership nazionale combattiva, capace di parlare tanto ai sostenitori di Fatah quanto ai palestinesi che negli ultimi anni si sono spostati in massa verso il movimento islamico Hamas.

Subito dietro di lui però si è piazzato un uomo di apparato e di dialogo con Usa e Israele, Majid Faraj, capo dei servizi segreti dell’Anp. Il suo risultato consolida ulteriormente il peso delle agenzie di sicurezza all’interno di Fatah e conferma il ruolo centrale assunto negli ultimi anni dagli uomini più vicini ad Abu Mazen. Al terzo posto è arrivato un dirigente storico, Jibril Rajoub, seguito da Hussein Sheikh, il più stretto collaboratore di Abu Mazen e considerato il suo successore designato.

Tra le sorprese figura il quinto posto ottenuto da Laila Ghannam, governatrice di Ramallah e Al-Bireh, entrata per la prima volta nel Comitato centrale con 1.472 voti. Poco dietro Mahmoud al-Aloul, figura storica del movimento, e Tawfiq al-Tirawi, anch’egli esponente della vecchia guardia e uomo di lungo corso dell’apparato di sicurezza palestinese.

Le elezioni hanno assegnato 18 seggi nel Comitato centrale e 80 nel Consiglio rivoluzionario, il parlamento interno del movimento. Nonostante alcuni volti nuovi, il risultato finale riflette soprattutto la continuità con la linea passiva di fronte alle politiche di Israele tenuta negli ultimi 15 anni dai vertici del partito. La vecchia leadership ha mantenuto le posizioni decisive e il quasi novantenne Abu Mazen è stato rieletto per acclamazione presidente del movimento già nel primo giorno del congresso. Un passaggio che ha evidenziato ancora una volta la difficoltà di Fatah ad aprire un vero confronto sul futuro politico palestinese.

L’ingresso nel Comitato centrale di Yasser Abbas, figlio di Abu Mazen, ha inoltre alimentato le critiche di quanti denunciano da anni la crescente concentrazione del potere attorno a un ristretto gruppo dirigente. Parallelamente, la forte affermazione di Faraj e la centralità di Hussein al-Sheikh confermano le opinioni di chi afferma che la successione ad Abu Mazen venga gestita all’interno di un circuito politico e securitario molto ristretto, distante dalle richieste di rinnovamento provenienti dalla base.

Tra gli elementi che deviano dalla continuità c’è l’elezione di due ex detenuti liberati da Israele nello scambio dello scorso anno tra ostaggi israeliani e prigionieri politici palestinesi. Zakaria Zubaidi, popolare ex comandante delle Brigate dei Martiri di Al Aqsa a Jenin durante la seconda Intifada e Taysir Bardini di Gaza. La loro presenza è stata letta da molti delegati come un tentativo di recuperare almeno simbolicamente il legame storico tra il movimento e la militanza popolare. Anche Gaza ha ottenuto una rappresentanza significativa nel Comitato centrale con quattro seggi.

I piccoli segnali di novità non attenuano il dato di fondo: Fatah non ha prodotto una nuova piattaforma politica capace di rilanciare il movimento e più di tutto ridefinire la strategia nazionale palestinese assieme alle altre forze politiche islamiste o di sinistra. Nel suo intervento inaugurale Abu Mazen ha parlato soprattutto delle riforme nell’Anp che gli hanno intimato Usa e Ue, ribadendo l’intenzione di tenere future elezioni presidenziali e legislative senza però indicare alcuna data concreta. Ha denunciato Israele perché ha di fatto confiscato circa cinque miliardi di dollari di fondi palestinesi e ha lasciato intendere che l’Anp sarebbe pronta ad assumere il controllo amministrativo di ciò che resta della Striscia di Gaza, senza però ipotizzare un accordo o un’intesa con Hamas. Il dibattito perciò è rimasto limitato quasi esclusivamente alla gestione dell’Anp e agli appelli rituali alla soluzione dei due Stati, una prospettiva in cui ormai pochi sembrano credere alla luce delle politiche di annessione della Cisgiordania praticate da Israele.

Le voci critiche non sono mancate, anche se marginalizzate. Diversi quadri intermedi hanno boicottato il congresso. Ahmed Ghneim, vicino a Barghouti, ha accusato la leadership di avere “emarginato le figure storiche e i quadri più legati alla tradizione militante del movimento”. Secondo Ghneim, soltanto un maggiore protagonismo degli ex prigionieri e delle giovani generazioni potrà impedire “il definitivo svuotamento politico di Fatah”. Ancora più duro il giudizio dello scrittore e poeta Mutawakkil Taha, che ha definito l’ottavo congresso “un’occasione mancata” per ridefinire programmi, leadership e strategie alla luce della nuova realtà palestinese.

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Eccidio di Starobel’sk: ennesima “linea rossa” di prova della reazione russa

25 maggio. Passate in un attimo le “giustificazioni” addotte dai nazigolpisti di Kiev che, tardivamente allarmati dal proprio misfatto, hanno bofonchiato di errore digitale nel pilotaggio dei droni sulla casa dello studente di Starobel’sk, lo scorso 22 maggio; d’altronde, il cosiddetto “errore” è stato immediatamente dissipato dal rinvenimento di elementi tecnici che, per definizione, escludono qualsiasi sbaglio nella determinazione degli obiettivi.

Transitati senza lasciar traccia, che non fosse quella maleodorante delle canaglie che li hanno raccontati, i deliri di quei farabutti di casa nostra che, sentendosi “più ucraini degli ucraini”, hanno sproloquiato su una “struttura dell’intelligence russo” accasermata nei sotterranei della casa dello studente, tanto sono subdoli i barbari asiatici delle regioni iperboree.

Passati i silenzi complici dei fascisti di governo e dei media al servizio degli obiettivi guerrafondai euro-atlantisti. Passate le carognate dei farabutti de Linkiesta, che non spendono una parola sulla strage di ragazzi, ma puntano sulla risposta russa del 24 maggio e sproloquiano che «le stragi di civili compiute dai russi sono anche la conseguenza della loro crescente frustrazione per l’andamento di una guerra che stanno perdendo».

Passato tutto questo, rimane l’ennesima carneficina perpetrata per mano nazigolpista sulle martoriate regioni del Donbass. Un eccidio di giovani e giovanissimi studenti, benedetto dalla feccia di Bruxelles e programmato, ci sentiamo di ipotizzare – senza peraltro disporre, per carità, di prove concrete – nei bassifondi abitati da quegli assassini professionali del MI6 britannico, o in qualche settore ben acquartierato nelle strutture del “potere profondo” yankee.

L’obiettivo, ancora una volta, era quello di superare un’ulteriore linea rossa, per mettere alla prova la “pazienza” del Cremlino e verificare quanto lontana potesse andare la risposta russa. In vista del traguardo del 2029 o 2030, quando la NATO si reputerà pronta a sferrare un attacco diretto, si agisce intanto per mano nazigolpista allo scopo di sperimentare militarmente la reazione di Moskva.

Reazione che, in risposta al eccidio di Starobel’sk, c’è stata, portata con missili Orešnik, Iskander, Kinžal, Tsirkon, indirizzati su strutture di comando militare ucraino a Kiev e in altre città, ma che non ha colpito, ancora una volta, i vertici nazigolpisti e tantomeno obiettivi civili, come poteva essere nelle aspettative dei mandanti euroatlantici. Le regioni colpite sono state quelle di Khmelnitskij, Žitomir, Kirovograd, Poltava, Odessa, Cerkasy, Dnepropetrovsk, in cui sono stati presi di mira obiettivi industriali, fabbriche militari e, a Kiev, pare, la Direzione generale dell’intelligence (GUR).

Nella regione di Kiev colpito l’agglomerato “Chiesa Bianca”, sede di un grande complesso di riparazione di aerei. Reazione puramente militare, dunque, senza alcuna matrice di “vendetta” indiscriminata, come era probabilmente nelle attese degli sponsor della junta di Kiev.

L’eccidio di Starobel’sk – la russa RT ha pubblicato l’elenco dei paesi di provenienza dei giornalisti che hanno accettato l’invito a recarsi sul luogo della strage: mancano CNN, BBC, media giapponesi e c’è da credere che anche dall’Italia non fossero presenti inviati delle TV di regime – si è consumato proprio all’antivigilia della risepoltura a Kiev delle ceneri di Andrej Mel’nik, capintesta di una delle fazioni del OUN filohitleriano, che parlava dell’Ucraina come di uno stato che avrebbe dovuto essere “autoritario e totalitario, basato su un sistema nazionalicratico”, con lo “sradicamento” di russi, polacchi ed ebrei e lo “sterminio con il pugno di ferro degli ucraini russificati”.

D’altronde, è proprio questa l’ideologia degli attuali nazigolpisti al potere a Kiev e il massacro di giovanissimi russofoni nella regione di Lugansk si inserisce direttamente nella logica dei collaborazionisti nazisti del OUN di Stepan Bandera e Andrej Mel’nik.

E, guarda caso, proprio nei giorni scorsi, nei sotterranei della dismessa stazione della metropolitana di Londra “Charing Cross” si sono svolte le esercitazioni di comando “Arcade Strike”, su azioni dirette contro la Russia, cui hanno preso parte circa 500 ufficiali di Gran Bretagna, USA e altri paesi NATO.

Nemmeno a farlo apposta, dopo giorni di “allarmi” su un presunto pericolo russo per i paesi baltici, le manovre londinesi presupponevano la risposta NATO nel caso di “attacco della Russia all’Estonia”. Il Quartier generale era stato allestito nei sotterranei del metro per evitare la sua eliminazione da parte di missili balistici russi; ne ha parlato in un videoblog di The Telegraph il comandante britannico delle forze NATO di rapido intervento, generale Mike Elviss.

«Ci stiamo indirizzando verso un sistema di controllo digitale» ha detto Elviss, in cui le «decisioni vengono sempre più prese attraverso l’intelligenza artificiale, permettendoci di agire in modo più rapido ed efficiente su lunghe distanze... Il generale non si siederà più a cavallo e guarderà attraverso il cannocchiale la battaglia che si svolge davanti a lui... per la protezione contro i missili balistici, è necessario essere sottoterra, bisogna disperdersi, il movimento deve essere ben pensato e nascosto nello spettro elettromagnetico». A Londra, i criminali con le stellette si addestrano a dirigere da sottoterra le operazioni di guerra, ben conoscendo il potenziale missilistico russo.

Dunque, il canale Telegram “Due Maggiori” scrive che la NATO sta operando direttamente al coordinamento delle azioni da un quartier generale interrato, il che testimonia della preparazione a un serio attacco a Russia e Bielorussia: «In generale, lo scenario può essere considerato offensivo – se si considera che i droni stanno già volando per migliaia di chilometri nelle profondità della Russia, tali posti di comando NATO sotterranei possono essere schierati lungo l’intero confine tra Russia e Bielorussia, per coordinare un improvviso massiccio attacco con decine o centinaia di migliaia di droni e missili contemporaneamente», in grado di mettere fuori uso le difese russe.

Per quanto riguarda il caso specifico di Starobel’sk, Maksim Grigor’ev, membro della Camera pubblica russa e veterano dell’Operazione speciale, afferma che tale atto criminale possa esser «percepito da Kiev come una autopromozione verso gli sponsor europei. Contrabbandano un atto terroristico come efficacia delle forze armate ucraine: dicono che i droni ucraini sono in grado di colpire obiettivi sul territorio della Federazione Russa. Così che l’ufficio di Zelenskij chiede ulteriori fondi per continuare il conflitto». Pertanto, dice Grigor’ev, sembra inutile cercare una logica militare nelle azioni del regime terroristico ucraino. La junta nazigolpista funziona secondo un «ideologia estremamente semplice: più russi uccidono, meglio è. Si muovono secondo questa linea».

Che in fondo è quella indirettamente proclamata dalla esimia professoressa della Johns Hopkins University, signora Nathalie Tocci che, in un’intervista a quello squallore “ideologico” detto MicroMega, afferma che «l’Europa ha finalmente capito» – ne sia resa grazie al cielo – che «sostenere Kyiv è nel suo interesse», perché l’Ucraina ha «interiorizzato il tradimento statunitense e trasformato la guerra in una prova di resistenza strategica e produttiva».

Con la produzione di droni in congrega con il complesso militare-industriale euro-atlantico e il loro utilizzo sia in veste “autonoma” di terrorismo criminale, sia, appunto, in sede di sperimentazione dell’ulteriore “linea rossa” anti-russa da parte di Bruxelles, Londra, Washington, Kiev agisce in ogni caso da piazzaforte NATO e funge da “apripista” nella escalation bellicista.

Bibliografia

https://www.linkiesta.it/2026/05/la-strage-di-kyjiv-dimostra-cosa-significa-dialogare-con-putin/

https://politnavigator.news/nato-otrabotalo-massovye-raketno-dronovye-udary-po-rossii-iz-londonskojj-podzemki.html

https://vz.ru/politics/2026/5/24/1421791.html

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26/05/2026

Faith No More: dal Migliore al Peggiore

Rapporto RAND sull’America Latina: riprendere il dominio con l’assistenza militare

Nel condizioni attuali della competizione globale, l’America Latina è tornata prepotentemente al centro delle priorità di difesa degli Stati Uniti (leggi: della politica imperialista degli States). Il 5 maggio, un rapporto pubblicato dalla RAND Corporation, intitolato “Force Multipliers in the Americas“, traccia delle linee guida da presentare al Dipartimento della Guerra (DOW) come consiglio per una nuova strategia in quello che viene considerato il “cortile di casa” di Washington.

Il nodo centrale riguarda come sfruttare le attività di assistenza alle forze di sicurezza (SFA) di altri paesi per blindare la sicurezza interna e arginare l’influenza di altri attori globali sulla regione, attraverso investimenti mirati, costi ridotti, e pressioni ben posizionate. In sostanza, l’assistenza militare deve diventare un mezzo privilegiato per contrastare l’espansione economica di Pechino, o i legami russi nell’area.

Ovviamente, come è successo già per il rapimento di Maduro, per le minacce a Gustavo Petro e anche a Cuba, la RAND segue il copione del Segretario di Stato: le minacce di stati avversari si legano all’azione di attori non statali violenti, con confini molto sfumati tra Pechino e Mosca, organizzazioni terroristiche e, soprattutto, cartelli del narcotraffico.

La Cina viene vista come un pericolo soprattutto per l’estensione della sua influenza economica, attraverso investimenti massicci in infrastrutture critiche. Tra queste, spiccano il porto di Chancay in Perù e i terminal in gestione alle due estremità del Canale di Panama, che, secondo la RAND, presentano forti rischi per un duplice uso civile-militare. A questo si aggiunge l’esportazione di precursori chimici verso il Messico per la produzione di fentanyl e sofisticate reti di riciclaggio di denaro che offrono linfa vitale ai cartelli della droga.

La Russia, invece, viene vista come coinvolta direttamente sull’ambito bellico con molti attori americani, attraverso la cooperazione militare e la fornitura di tecnologie e strumenti digitali a tre partner in particolare: Nicaragua, Cuba e Venezuela. Secondo il rapporto, ormai anche il Messico va considerato un hub fondamentale per lo spionaggio russo nella regione.

Per rispondere a questa situazione senza ricorrere a un dispiegamento militare massiccio e palese (perché la verità è che gli USA non se lo possono permettere), il think tank suggerisce di ottimizzare le capacità SFA e renderle sempre più indispensabili alle forze degli altri paesi americani, attraverso programmi di addestramento, equipaggiamento e consiglio strategico.

Tre sono le formazioni chiave su cui Washington dovrebbe focalizzare i propri sforzi: l’Army Security Cooperation Group-South (ASCG-S), nato all’inizio del 2026 dalla trasformazione della 1ª Brigata SFA, questa unità ha assunto la gestione della scuola di addestramento nella giungla a Panama. Il suo compito principale è formare le forze partner, migliorando l’interoperabilità e contrastando la corruzione istituzionale che favorisce i trafficanti… e gli interessi cinesi, ovviamente.

Il 7° Special Forces Group (SFG) è attivamente impegnato nell’addestramento dei marines messicani. Parallelamente, a Panama, forze simili collaborano strettamente con le autorità locali per rafforzare il controllo sui flussi migratori e, soprattutto, “contrastare l’influenza di attori statali esterni“, si legge nel documento della RAND.

Infine, il State Partnership Program (SPP) è un programma della Guardia Nazionale che punta a costruire relazioni di fiducia per la gestione internazionale di dossier considerati di interesse per la sicurezza statunitense. È successo in passato con Panama, ancora una volta, e recentemente anche con l’approvazione di una partnership tra la Guardia Nazionale della California e il Messico.

La RAND individua tutta una serie di criticità, legali e istituzionali, tanto interne quanto esterne. Ma la realtà è che il nodo centrale è il modo esplicito in cui questa presunta “assistenza” rappresenta l’altra faccia della medaglia dell’aggressività sempre più esplicitamente militare degli USA, già mostrata col Venezuela e, in questi giorni, con Cuba.

Rappresenta, insomma, una forma sottile di “occupazione” armata su cui si vuole far vivere la strategia sul controllo “emisferico” da parte di Washington, che deve però fare i conti con le contraddizioni che tutto ciò crea, e dunque con la resistenza di governi e soggetti sociali e politici locali. Ad ogni modo, ancora una volta la RAND segna la via dell’imperialismo stelle-e-strisce.

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Attaccato in Libia il Convoy per Gaza

In un avviso diffuso in serata, il Sumud Convoy diretto a Gaza bloccato in Libia segnala che veicoli non identificati hanno speronato le tende, le persone vengono picchiate e trascinate con la forza in auto e autobus.

Uomini e donne vengono violentemente aggrediti e costretti ad abbandonare il sito dove si erano accampati gli attivisti nei pressi della Moschea di Sirte.

“Sebbene non sia chiaro chi sia il responsabile degli attacchi, ci giungono segnalazioni di forze di sicurezza legate alle autorità della Libia occidentale”, in pratica si tratterebbe di forze del governo libico “riconosciuto” dalla comunità internazionale ed anche dal governo italiano.

Domenica pomeriggio dieci attivisti del Global Sumud Land Convoy avevano attraversato il checkpoint di Sirte – che divide la Libia tra quella controllata dal governo di Tripoli e quella controllata dal gen. Haftar – per negoziare con le autorità della Libia orientale (Haftar, ndr) la ripartenza del convoglio fermo da otto giorni nella zona neutrale. La diretta streaming si era interrotta e a quel momento la portavoce italiana della Global Sumud Flotilla Maria Elena Delia ha affermato che “i contatti sono persi”.

Tra i dieci attivisti fermati ci sono due italiani, Domenico Centrone, trentatré anni di Molfetta, e Leonarda Alberizia, di Albugnano. Il convoglio è composto da duecentocinquanta persone, sette ambulanze, dieci camion, e punta ad arrivare al valico di Rafah a Gaza attraversando la Cirenaica e l’Egitto per portare aiuti umanitari ai palestinesi.

Poi ieri pomeriggio la situazione è precipitata. “Siamo stati attaccati dalle forze libiche dell’ovest nel nostro accampamento verso le 18:30. Eravamo in presidio ad attendere il rilascio delle compagne e dei compagni (i dieci attivisti fermati ieri dalle milizie della Libia dell’Est dopo aver oltrepassato il confine e ancora non rilasciati ndr), quando abbiamo visto arrivare le camionette nere con a bordo i militari. Erano tutti a volto coperto. Prima due, poi quattro, poi altri ancora. Ci siamo radunati tutti nella moschea ma i militari hanno iniziato a intimarci violentemente di sgomberare l’area, di salire sui pullman e di andare via”. Sara Suriano, attivista pugliese, ha così descritto quanto accaduto ieri pomeriggio a Sirte, nella Libia dell’Ovest.

Come noto, raggiungere Gaza dal valico di Rafah sul confine con l’Egitto significa attraversare almeno due zone critiche: la prima è quella del Sinai, spesso interdetta a causa dei combattimenti tra l’esercito egiziano e gruppi jihadisti, la seconda – se si proviene dal Maghreb occidentale – è indubbiamente la Libia spaccata in due e preda di milizie che in parte agiscono per conto proprio e in parte rispondono ai due governi contrapposti.

L’assedio israeliano dei palestinesi a Gaza da terra e da mare è diventato un genocidio ma è anche il rivelatore di tutte le contraddizioni e i contrasti aperti in Medio Oriente.

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Il debito estero USA segue la frammentazione del mercato mondiale

Un recente articolo di Fausta Chiesa sul Corriere della Sera ha sottolineato il cambiamento degli “azionisti” di maggioranza che è avvenuto, nell’ultimo decennio, tra i detentori del debito pubblico estero statunitense. L’occasione è perfetta per uscire dai ragionamenti di bilancio e vedere come, invece, i trend sul debito federale seguano la frammentazione del mercato mondiale, le faglie della competizione globale e, in sostanza, girino intorno alla questione del dollaro come strumento imperiale.

Da più parti si è spesso sentito che la Cina ha in mano le chiavi della Casa Bianca, perché ha a lungo detenuto una quota sostanziale del debito estero stelle-e-strisce. Ma Pechino punta a uno scenario internazionale stabile che garantisca la crescita, e per questo non è mai stata interessata (né poteva farlo senza scatenare una crisi che avrebbe colpito anche il Dragone) a far crollare gli USA, svendendo in massa i titoli statunitensi.

Allo stesso tempo, però, la crescente aggressività finanziaria, commerciale, e in ultima istanza militare di Washington ha spinto a ridurre velocemente i Treasuries in mano ad attori cinesi, per un motivo molto “economico”: l’interdipendenza finanziaria espone molto più facilmente al regime sanzionatorio sempre più ampio messo in campo da Washington, compreso il rischio di congelamento degli asset.

Sempre più scambi commerciali avvengono in divise diverse dal “biglietto verde”, e la sua quota tra le valute di riserva internazionale si è ridotta. Ma la strategia del Dragone non è mai stata quella di una guerra monetaria, quanto piuttosto quella della creazione delle condizioni per la crescita del paese e, con esso, della crescita di sistemi alternativi al dollaro.

Non a caso, è proprio in questa fase che Pechino ha lanciato esplicitamente l’idea (e con essa le necessarie misure politiche) che il renminbi si trasformi in una valuta di riserva globale. Di sicuro c’è il timore della crescente aggressività USA e di sicuro il sistema economico e finanziario cinese ha raggiunto ora una maturità tale da potersi permettere questo salto in avanti.

Ma il nodo fondamentale, per dirla con Fidel Casto, è il “senso del momento storico”: la consapevolezza che il mantenimento della supremazia del dollaro non può essere ottenuta se non con politiche sempre più aggressive, con il risultato contrario che, sul lungo periodo, ciò fa crescere la preoccupazione dei partner della Casa Bianca in virtù della loro esposizione. È la situazione concreta che crea le condizioni per proporre una valuta di riserva alternativa, e le condizioni sono quelle della frammentazione del mercato mondiale.

In questa prospettiva è interessante vedere come, nei fatti, sia stato proprio l’Occidente collettivo a sostituirsi negli acquisti di Treasuries abbandonati dalla Cina. Rimane il fatto che, negli ultimi 15 anni, la quota di debito pubblico estero sul totale federale è stata fortemente ridotta, anche come politica esplicita di Washington per rafforzare la propria posizione.

E tuttavia la crescita smisurata del debito pubblico ha reso le cifre effettive investite da operatori esteri di dimensioni mai viste prime, rendendoli nei fatti un elemento centrale di mantenimento dell’egemonia statunitense e, nello specifico, del ruolo centrale del dollaro nel sistema finanziario globale. Arrivati a questo punto, vedere un po’ di dati è utile.

Se nel 2015 Pechino possedeva titoli del debito statunitense per un valore di 1.238 miliardi di dollari, oggi ha quasi dimezzato la sua quota, attestatasi a dicembre 2025 sui 683,5 miliardi... e continua a scendere. A guidare la classifica – come già in passato – è in realtà il Giappone, con 1.185,5 miliardi investiti nel debito USA.

La crescita più sorprendente tra le quote dei detentori dei Treasuries è quella del Regno Unito: se nel 2016, anno della Brexit, deteneva il 3,6% dei titoli USA, a dicembre 2025 è arriva al 9,3%, quasi triplicando la percentuale, mentre il debito pubblico estero è aumentato di oltre 1.500 miliardi tra il 2021 e il 2025, con un ammontare reale dei prestiti da record. Il che significa che l’investimento è stato enorme.

Solo a questo punto arriva la Cina, e dopo di essa vari altri attori che, si può vedere dal grafico, non hanno fatto che aumentare la propria quota di debito stelle-e-strisce. I titoli finiti in Belgio, Canada, Lussemburgo, Francia sono aumentati nettamente, e in generale, si legge nell’articolo del Corriere citato all’inizio, a febbraio l’Eurozona ha toccato il suo massimo storico di 2.000 miliardi di dollari.

Bisogna dire che i sistemi finanziari di Lussemburgo e Belgio, in particolare, ma anche di altri paesi come la Francia, fungono da hub finanziario internazionale, e perciò sarebbe utile andare a vedere la nazionalità di chi detiene i titoli. Ma il ruolo “stabilizzante” che hanno avuto i paesi dell’Occidente collettivo rispetto alla tenuta del debito e del dollaro statunitense è evidente.

Il Bipartisan Policy Center, think tank con sede nella capitale USA, viene citato nell’articolo del Corriere perché, effettivamente, mette nero su bianco i nodi del dominio del “biglietto verde”. In sostanza, il messaggio che arriva dal gruppo è che una forte domanda di titoli del Tesoro è di fondamentale importanza per la salute fiscale del paese, perché i prestiti esteri contribuiscono a finanziare il deficit commerciale, mantenendo bassi i rendimenti dei titoli e consolidano la posizione del dollaro come principale riserva globale.

Al contrario, se la domanda internazionale non dovesse tenere il passo con l’offerta di debito, ciò minaccerebbe seriamente la capacità degli Stati Uniti di mantenere la propria leadership finanziaria. I primi segnali di questa pressione sul mercato iniziano a farsi sentire, e sono un elemento centrale nelle scelte politiche della Casa Bianca, come evidenziato da Vladimiro Giacché nel suo recente intervento al Forum della Rete dei Comunisti sul possibile passaggio a un “imperialismo predatorio” (dal minuto 47).

Il 19 maggio i rendimenti sui Treasuries a 30 anni sono saliti al 5,18%, toccando il livello più alto registrato dal 2007. Questo balzo improvviso è strettamente legato ai timori diffusi sulla corsa dell’inflazione, che hanno innescato forti ondate di vendite dei titoli. Anche il rendimento del titolo decennale – principale benchmark per il costo del debito statunitense – è salito al 4,67%. Rendimenti più alti significano inevitabilmente un costo del servizio sul debito più alto, in un circolo vizioso mortale.

Le mosse di Donald Trump, che continua a chiedere un forte afflusso di investimenti verso gli States, sono sicuramente pensate anche in funzione di garantire il sistema finanziario stelle-e-strisce. E bisogna dire che, fino a ora, i vassalli hanno effettivamente garantito il dollaro e il debito USA, anche perché non c’era nessuna alternativa possibile. Bisognerà vedere fino a quando Washington potrà tirare la corda senza spezzarla.

La frammentazione del mercato mondiale riguarda, dunque, anche il mercato dei titoli del debito pubblico che per lungo tempo sono stati considerati un bene rifugio. Ma la tendenza rimane quella all’aumento e all’esplosione delle contraddizioni. Quali saranno le mosse di Kevin Warsh, appena arrivato alla Federal Reserve, non è un tema secondario, che andrà tenuto d’occhio.

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Israele prova a rifarsi una immagine sugli abusi contro gli attivisti della Flotilla

In un paio di giorni, le autorità israeliane stanno giocando con estremo cinismo e ipocrisia una partita per rovesciare la narrazione sugli abusi commessi contro gli attivisti della Global Sumud Flotilla durante il loro sequestro.

La prima mossa è stata quella di convocare al ministero degli esteri israeliano l’incaricato di affari dell’ambasciata spagnola a Tel Aviv (i rapporti diplomatici come noto sono scesi al livello più basso, ndr) per chiedergli conto delle brutalità della polizia al rientro degli attivisti all’aeroporto di Bilbao.

Il governo spagnolo aveva denunciato con forza le brutalità alle quali erano stati sottoposti gli attivisti spagnoli nel carcere israeliano di Ashdod dopo essere stati sequestrati in acque internazionali. Il governo israeliano ha avuto gioco facile nel denunciare che anche la Spagna ha trattato gli attivisti come Israele e nell’evidenziare una contraddizione che ha fatto il giro del mondo. La strumentalità è evidente perché quanto è accaduto a Bilbao risponde a dinamiche coercitive interne nelle quali gli attivisti della Flotilla sono stati solo un ultimo episodio.

La seconda mossa è quella diffusa dall’Ansa, che in qualche modo si è messa a disposizione delle Idf israeliane per una operazione di immagine rispetto alle brutalità avvenute nel carcere di Ashdod con l’istigazione e la legittimazione fornite dal ministro ultrasionista Ben Gvir.

Le forze armate israeliane (Idf) hanno infatti respinto le accuse di abusi commessi dai soldati contro gli attivisti della Flotilla “durante le operazioni a protezione del blocco navale di sicurezza, istituito legalmente”. A dichiararlo all’Ansa è stato il portavoce dell’Idf spiegando che al porto di Ashdod gli attivisti erano sorvegliati dal personale del servizio penitenziario e dalla polizia e non dall’esercito.

“Gli ordini dell’Idf prevedono un trattamento rispettoso e appropriato per i membri delle flottiglie a bordo delle imbarcazioni intercettate, esistono procedure chiare e consolidate”, sottolineano le forze armate israeliane. “Non siamo a conoscenza di episodi specifici di violazione di tali procedure vincolanti all’interno delle Idf. Qualsiasi denuncia concreta sarà esaminata a fondo” ha aggiunto con una enorme dose di faccia da bronzo visto che gli abbordaggi sono stati eseguiti dai militari e non dalla polizia.

Siccome le immagini che hanno indignato il mondo sono quelle rese visibili dalla protervia del ministro Ben Gvir, in quelle immagini compaiono poliziotti e carcerieri e non i militari. Insomma una furbata sul pelo di lana alla quale possono abboccare solo i più bendisposti e i maggiordomi di Israele nel nostro e in altri paesi. Ma  proprio a loro tocca il compito di amplificare questi input dell’Hasbara nelle società di loro competenza.

Il portavoce dell’Idf ha poi ribadito all’Ansa che “l’area marittima adiacente a Gaza è soggetta a un blocco navale imposto per motivi di sicurezza in conformità con il diritto internazionale, come stabilito anche da un comitato speciale istituito dalle Nazioni Unite a tale scopo, volto a prevenire il contrabbando e le attività terroristiche che mettono in pericolo la sicurezza dello Stato di Israele e dei suoi civili”.

Attaccandosi ad un dispositivo molto ma molto controverso del 2006, Israele ha interdetto al resto del mondo le acque antistanti Gaza, estendendo a dismisura il proprio controllo e riducendo le aree di pesca per i palestinesi.

Aver consentito questo negli ultimi venti anni, ha spianato la strada alla vera e propria pirateria in acque internazionali da parte di Israele in nome della propria sicurezza. Lo ha fatto sistematicamente sui confini terrestri così come in quelli marittimi.

È una conferma in più che gli orrori che Israele sta rivelando al mondo sul proprio ruolo e natura, sono esattamente il risultato dell’impunità di cui ha potuto godere in tutti questi decenni.

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