Presentazione


Analisi, opinioni, fatti e (più di rado) arte da una prospettiva di classe.

07/02/2026

Lo sciopero dei portuali blocca tutto e apre una breccia

“Il 30 agosto lo avevamo promesso, bloccheremo tutto, faremo gli scioperi generali, arriveremo allo sciopero internazionale” dichiarano i portuali genovesi all’indomani dello sciopero di ieri 6 febbraio. E così è stato: “Oggi è stata una giornata importante, tra i 25/30 porti sono stati interessati da questa mobilitazione internazionale”.

Sono state infatti numerose le navi cariche di armamenti che ieri sono state bloccate dallo sciopero dei portuali.

La ZIM Virginia carica di armi si è dovuta ferma al largo delle coste di Livorno perché non poteva attraccare. Al porto di Genova la stessa cosa è accaduta alla ZIM New Zealand e alla ZIM Australia, che avrebbe dovuto attraccare ieri al porto di Venezia e oggi a quello Ravenna. In senso inverso c’è poi il caso MSC EAGLE III, diretta in Israele, che doveva arrivare prima a Ravenna ed oggi a Venezia ed ha dovuto rimandare i suoi programmi.

Sono questi i primi tangibili risultati in Italia dello sciopero internazionale che i portuali di diversi paesi hanno organizzato per oggi contro i traffici di armi, la privatizzazione delle banchine, la militarizzazione dei porti, afferma l’USB in un comunicato.

A Genova il concentramento è stato al Varco San Benigno alle 18:30, mentre a Livorno i lavoratori si sono ritrovati in piazza 4 Mori nel tardo pomeriggio. Trieste ha visto una mobilitazione davanti all’Autorità portuale, così come Ravenna, Ancona e Civitavecchia. Presidi e iniziative si sono svolti anche a Salerno, Bari, Crotone, Palermo e Cagliari, a testimonianza di una partecipazione ampia e diffusa lungo tutta la penisola.

Lo sciopero e le manifestazioni previste inizialmente in 21 porti in tutto il Mediterraneo ed anche in Nord Europa, hanno coinvolto anche altre città portuali come Marsiglia e Barcellona ed hanno ricevuto solidarietà anche dai portuali statunitensi.

“Ci sono momenti della storia in cui la classe operaia, in questo caso i lavoratori portuali deve scendere in campo e deve riequilibrare un po’ le cose, ecco ci stiamo provando, e al pari del contrasto alla guerra chiediamo più sicurezza sui posti di lavoro, contrattazione nazionale e di secondo livello che metta al centro i lavoratori portuali e non gli interessi delle multinazionali” affermano i portuali genovesi che 6 mesi fa hanno avviato il percorso di mobilitazione che è arrivato allo sciopero di ieri.

Scrive la Freedom Flotilla in un appello rivolto ai portuali: “Il vostro braccio che si ferma è oggi l’unico ostacolo materiale tra la filiera della guerra e il genocidio in corso a Gaza. Ogni nave bloccata è un atto di pace reale. Ogni sciopero è una breccia aperta nell’assedio. Ogni rifiuto di caricare armi dimostra che la macchina bellica sionista non è invincibile quando incontra il muro della verità”.

Si è trattato di uno sciopero per certi versi “inedito” per ampiezza, sia per ciò che riguarda la storia del Movimento Operaio, non solo sulle banchine ma nella sua accezione più ampia, sia come segno della politicizzazione del conflitto di classe organizzato che travalica i confini nazionali e le specificità dei singoli contesti in cui agiscono le forze sindacali che gli danno impulso, in Italia l’USB, a livello internazionale la Federazione Sindacale Mondiale.

Qui sotto la diretta della giornata di lotta.


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Referendum sulla giustizia, c’è un problema...

Un governo di prepotenti che se ne fregano delle regole di uno Stato e pensano che la loro volontà sia sufficiente per decidere tutto.

Come doveva essere prevedibile l’Ufficio centrale presso la Corte di Cassazione ha riformulato il testo già ammesso a novembre sulla base della richiesta dei parlamentari, accogliendo la versione proposta dai 15 giuristi promotori della raccolta firme popolare, partita sotto Natale e che in appena 25 giorni ha raggiunto e superato le 500mila sottoscrizioni richieste.

Per imporre invece il voto il prima possibile – evitando una campagna referendaria lunga dove le ragioni del “NO” avrebbero potuto rimontare nell’opinione pubblica, come sta avvenendo, e per allontanare lo spettro delle elezioni anticipate – il governo Meloni aveva “decretato” che la consultazione si doveva tenere il 22 e il 23 marzo, basandosi sulla richiesta di un certo numero di parlamentari (i propri, di fatto).

Ora la situazione si complica. Non è detto infatti che si possa semplicemente sostituire il quesito proposto dai parlamentari di destra.

La questione può apparire di lana caprina, ma non lo è. I quesiti proposti per i referendum costituzionali – confermativi di una legge approvata in Parlamento, quindi senza previsione di un quorum minimo – devono obbligatoriamente indicare quali articoli della Costituzione vengono modificati dalla “legge di riforma”.

Il quesito proposto dai filo-governativi, invece, per ignoranza o fretta, si limita a chiedere se l’elettore approva o no quella riforma: “Norme in materia di ordinamento giurisdizionale e di istituzione della Corte disciplinare approvato dal Parlamento e pubblicato nella Gazzetta Ufficiale n. 253 del 30 ottobre 2025”. Come se la Costituzione restasse uguale e venisse semplicemente aggiunto un ulteriore tassello.

Fatto sta che il “pacchetto Nordio” modifica ben sette articoli della Carta, ma al votante – nel quesito – non viene detto. Dunque sarebbe teoricamente necessario far ripartire da ora – o dai prossimi giorni, quando la sentenza della Cassazione sarà pubblicata con tutte le motivazioni – la tempistica del processo referendario. Per garantire almeno 50 giorni (fino a 70) di campagna incentrata sul nuovo quesito.

È chiaro che a molti non frega nulla di questa differenza. I partiti di governo fanno manifesti puzzolenti in cui si mette la foto dei “martellatori” di Torino con la scritta “questi votano no”, come se il passaggio dallo scontro di piazza al seggio elettorale fosse automatico e quei ragazzi “violenti” fossero innamorati dei magistrati... Ergo la precisione degli argomenti lascia parecchio a desiderare.

Però, se si vuole procedere in modo formalmente – cioè costituzionalmente – corretto nella modifica della Carta bisognerebbe rinviare di qualche settimana la consultazione popolare. Fine aprile, diciamo... 

Se non altro per evitare il rischio di ricorsi che potrebbero poi invalidare il referendum stesso, perché effettuato su un quesito “sbagliato” oppure per il troppo poco tempo – rispetto alle regole esistenti – per far conoscere quello nuovo.

Cose che un parlamentare della Repubblica dovrebbe conoscere a menadito, l’abc del suo lavoro profumatamente retribuito.

Ma in realtà prepotenza e ignoranza vanno sempre a braccetto. Il fascismo era e rimane questa roba qui. Una fetenzia senza capo né coda, ma con la prepotenza nel dna. E questa classe politica, per quanto possa apparire incredibile, è addirittura peggiore di quella del Ventennio...

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La “Lista Nera di Hollywood” secondo Epstein

I nomi di chi appare nei file di Epstein come “anti-Israele” 

Per anni, la “Lista Nera di Hollywood” è stata un capitolo oscuro dei libri di storia, una reliquia dell’era della Guerra Fredda. Tuttavia, la recente divulgazione dei documenti privati ​​di Jeffrey Epstein ha portato alla luce una versione moderna di quel meccanismo, rivelando l’alta posta in gioco professionale di celebrità come Zayn Malik e Emma Thompson che hanno osato infrangere il tabù più rigido del settore: il sostegno alla Palestina.

Tra i documenti del 2014 rinvenuti negli archivi di Epstein c’è un documento che non è solo una newsletter: è un piano tattico per la rovina professionale. Intitolato “Celebrità anti-israeliane e i loro marchi”, il file collega meticolosamente le star di alto profilo ai loro sponsor aziendali, segnalando ai potenti dove colpire esattamente il sostentamento di un artista.

Tra loro c’erano l’ex star degli One Direction, Zayn Malik, la vincitrice del premio Oscar Emma Thompson, il musicista Stevie Wonder, Roger Waters dei Pink Floyd, Penelope Cruz e Javier Bardem, Russell Brand, Dustin Hoffman e l’attore Danny Glover. 

La “ghigliottina digitale” 

Il conflitto di Gaza del 2014 ha segnato una svolta nell’attivismo delle celebrità. Quando Zayn Malik ha twittato un semplice #FreePalestine, non stava solo esprimendo il suo sostegno a un popolo sottoposto a pulizia etnica, ma, secondo i file appena desecretati, è stato segnalato per ritorsioni commerciali.

I documenti evidenziano una triste realtà: ai vertici del potere, il “marchio” di una celebrità viene spesso usato come un vincolo per tenerla a freno. Elencando le sponsorizzazioni di star come Penélope Cruz e Javier Bardem, l'organizzazione dietro l’email ha fornito esattamente la leva necessaria per fare pressione su studi cinematografici e sponsor affinché prendessero le distanze dai talenti “controversi”. 

Fabbricare il silenzio

Le email rivelano un sistema più ampio che impone il silenzio nell’industria dell’intrattenimento. I documenti indicano che personaggi influenti non solo monitoravano ciò che dicevano le celebrità, ma anche chi le sosteneva finanziariamente, inviando un chiaro avvertimento ai giovani artisti: prendere posizione comporta rischi professionali.
 
I registri mostrano l’effetto in azione

Nel 2014, alcuni attori di alto profilo hanno subito forti pressioni e sono stati costretti a rilasciare chiarimenti pubblici dopo essere stati accusati di parzialità, una mossa ampiamente vista come un tentativo di proteggere le loro carriere da una reazione coordinata.
 
Un modello di ritorsione

L’inclusione di queste liste nell’archivio personale di Epstein suggerisce che il “monitoraggio” del sentimento pro-palestinese fosse una priorità per coloro che si muovevano nei più alti circoli di influenza globale. Rafforza una narrazione a lungo sostenuta dagli attivisti: che parlare apertamente dei diritti umani dei palestinesi porti a una lista nera “silenziosa”, dove i ruoli si esauriscono, le agenzie di talenti perdono rappresentanza e le etichette improvvisamente si raffreddano.

Con l’aumentare dei documenti desecretati, il quadro diventa più chiaro. Il “rischio” di parlare apertamente non era frutto dell’opinione pubblica, ma uno sforzo calcolato da parte di coloro che avevano le mani sulle leve dell’industria. Per Malik, Thompson e altri, i loro nomi nei file di Epstein sono la testimonianza di una sfida che metteva a repentaglio la carriera e che rimane una realtà per gli artisti di oggi.

I documenti servono come un inquietante promemoria del fatto che, se da un lato la fama fornisce una piattaforma, dall’altro rappresenta anche un bersaglio per coloro che credono che alcuni diritti umani siano troppo “politici” per essere difesi.

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“Il destino di Israele è segnato”

Ilan Pappé ne è convinto: per Israele è cominciato l’inizio della fine. «Non so esattamente come, ma verrà il momento in cui anche i governi del resto del mondo diranno che ne hanno abbastanza, come è successo con l’apartheid in Sudafrica», predice lo storico israeliano a TPI.

Questa «decolonizzazione» dello Stato ebraico, come la definisce Pappé nel suo nuovo libro “La fine di Israele” (Fazi, 2025), non avrà nemmeno bisogno di una guerra ma di un «processo lungo, e purtroppo doloroso», che però è già iniziato.

L’analisi dello storico israeliano parte dalla frattura, mai saldata nemmeno dopo il trauma del 7 ottobre e i massacri a Gaza, tra due entità sioniste diverse: lo «Stato di Giudea» e lo «Stato di Israele». Se il primo è descritto come il fronte estremista di destra, religioso e con tratti messianici alleato del premier Benjamin Netanyahu, l’altro è tuttora ancorato ai valori liberali e laici della fondazione e schierato, spesso, con l’opposizione.

Entrambi però, pur contendendosi non solo il potere, ma anche l’anima dello Stato ebraico, sarebbero ancora uniti dall’appoggio a un sistema che nega ai palestinesi i propri diritti civili e umani. Quest’unico denominatore comune e la frattura tra i due campi contrapposti contribuiscono alla polarizzazione politica in Israele e finiranno, ci spiega Pappé, per determinarne la fine. Un epilogo che, secondo lo storico, aprirà nuove opportunità per la pace.

Professor Pappé, è finalmente arrivato il fatidico “Day After” in Palestina?

«In questo momento assistiamo al “Day After di Trump” o al “Day After del Qatar”, mentre avremmo avuto bisogno di un “Day After palestinese”. Solo questo, se realmente basato su giustizia, uguaglianza e democrazia, avrebbe potuto contribuire a galvanizzare il sostegno regionale e internazionale verso la pace e funzionare davvero».

Cominciamo da Israele, unico Stato democratico della regione. È la democrazia di chi?

«Una delle più grandi invenzioni del sionismo è che Israele sia una democrazia. È vero che non ci sono democrazie in Medio Oriente, ma nemmeno Israele è una democrazia».

Perché?

«Insegno scienze politiche e se qualcuno dei miei studenti mi presentasse un saggio in cui giunge alla conclusione che Israele è una democrazia, lo boccerei. Non dal punto di vista ideologico o per puro spirito di polemica ma perché nulla dimostra tale tesi».

Gli arabi israeliani, ad esempio, possono votare ed essere eletti in Parlamento.

«Il fatto che alcuni cittadini palestinesi in Israele possano votare o essere eletti non è di per sé una prova che questa sia una democrazia. Ai suoi tempi in Romania si poteva votare alle elezioni e così Ceausescu la definiva una repubblica democratica. Ma bisogna esaminare attentamente la situazione e riconoscere che Israele è un regime di apartheid che non garantisce pari diritti alle persone non ebree.
Non c’è un solo abitante palestinese, che viva nella Cisgiordania occupata o nella Striscia di Gaza assediata, che possa dire di aver vissuto in una democrazia dal 1948. Uno Stato che occupa il territorio in cui abitano milioni di altre persone per oltre 58 anni (dal 1967, ndr) non è una democrazia.
Uno Stato che, per legge, considera i non ebrei come cittadini di seconda categoria non può essere una democrazia. Una volta lo era per i cittadini ebrei, mentre ora dobbiamo aspettare e vedere come evolverà la lotta tra quelli che chiamo lo “Stato di Giudea” e lo “Stato di Israele”».

Lo storico sionista di destra Gil Troy ce le descrisse come «due “tribù” che si scontrarono sulla riforma giudiziaria» ma che poi «misero da parte le divergenze per salvare Israele dopo il 7 ottobre». Due anni dopo, chi ha vinto dei due?

«Non sono d’accordo con Troy sul fatto che i contendenti abbiano messo da parte le proprie divergenze, anzi. E non credo nemmeno che la lotta sia finita a causa della guerra. La grande sorpresa è proprio che, nonostante il trauma del 7 ottobre 2023 e il conflitto, la contesa sia continuata, a volte anche in forme molto violente.
Prendiamo il caso degli ostaggi: lo “Stato di Giudea” (l’estrema destra religiosa, ndr) pensava che la maggior parte di loro appartenesse allo “Stato di Israele” (il segmento liberale e laico della società israeliana, ndr) e non mostrava grande interesse per la loro sorte, opponendosi fino all’ultimo a ogni piano per lo scambio con i prigionieri politici (palestinesi, ndr).
Non so se in Italia sia capito perché il dibattito avveniva per lo più in ebraico ma in questi due anni sono state dette cose terribili sulle famiglie degli ostaggi. La frattura quindi è ancora molto profonda».

Prevede una riconciliazione?

«No, anzi. Questa spaccatura continuerà ad approfondirsi e andrà anche peggio. Con l’attenuarsi della tensione bellica infatti diventerà ancora più evidente. Lo scontro resterà sul terreno del sistema giudiziario perché lo “Stato di Giudea” domina già la politica, gli apparati di sicurezza e l’esercito».

Come andrà a finire?

«Non credo che lo “Stato di Israele” abbia alcuna possibilità. Penso che lo “Stato di Giudea” potrebbe finire per inghiottirlo e che allora il mondo dovrà fare i conti con questa realtà, dimenticando ciò che sapeva del vecchio Israele, con cui era più facile avere a che fare perché, almeno una volta, rispettava alcuni valori di liberalismo, universalismo e, prima ancora, del socialismo. Ma tutto questo alla fine scomparirà».

Con quale risultato?

«Israele sta diventando un regime sempre più teocratico, razzista e religioso. Molte persone che si considerano laiche e progressiste se ne andranno in futuro e tante se ne sono già andate. Sta già accadendo».

A cosa porterà questa sorta di “rivoluzione” demografica?

«Creerà le condizioni per l’ascesa di quello che chiamo lo “Stato di Giudea” che, temo, sarà particolarmente feroce e brutale nei confronti dei palestinesi e ancora più aggressivo con i vicini Stati arabi. Ma è solo una prima fase: le conseguenze di tutto questo ne produrranno un’altra».

Quale?

«Questa situazione non potrà durare a lungo ed è allora che emergeranno nuove e diverse opportunità. Non finché lo “Stato di Giudea” però, come lo chiamo io, sarà al potere ma soltanto quando quest’ultimo crollerà e non credo che sarà in grado di sostenersi a lungo».

Perché?

«Il fatto è che le élite culturale ed economica sta già lasciando il Paese. Senza queste persone, sarà molto difficile per lo Stato come lo conosciamo continuare a funzionare. In secondo luogo, questo Stato finirà per restare isolato. Ora è isolato dalla società civile ma credo che, anche per ragioni ciniche, governi e politici finiranno per seguire le rispettive società, sia nel mondo arabo che nel resto della comunità internazionale.

Uno Stato del genere non ha alcuna possibilità né opzione per continuare a funzionare. Proseguirà di certo a produrre armi ed è estremamente cinico da parte delle industrie militari continuare a commerciare con un tale soggetto. Ma se si guarda alla storia, questo non è certo sufficiente a sostenere uno Stato».

Israele ha vinto tutte le guerre ma non ha mai raggiunto la pace.

«(Il premier, ndr) Benjamin Netanyahu ha annunciato, come fosse una notizia positiva, che Israele sarà una nuova Sparta ma dovrebbe imparare la storia. Sono d’accordo però sul fatto che, come una sorta di Prussia, stia cercando di diventarlo. Invece di uno Stato sta provando a essere un esercito con uno Stato. E questo potrà anche continuare, ma solo per un po’».

Quando e come dovrebbe avvenire questo collasso?

«Non so esattamente come avverrà ma immagino che accadrà nel momento in cui i governi del mondo diranno che ne hanno abbastanza, come è successo con l’apartheid in Sudafrica, o quando gli Stati arabi vicini si sentiranno obbligati ad ascoltare i propri popoli. Non sto dicendo che debbano andare in guerra: basterà loro ventilare l’ipotesi di ricorrere alle maniere forti se Israele dovesse continuare così. Tutto questo può creare un collasso dall’interno».

Come se lo immagina?

«Non penso alla tipica caduta di un regime coloniale, con l’esercito di liberazione che entra nella capitale e caccia i vecchi padroni francesi o inglesi. Penso che assisteremo a un processo molto diverso e, purtroppo, ben più lungo e doloroso. Piuttosto che un’occupazione palestinese di Israele, avverrà invece un crollo interno. Ma credo che creerà una nuova opportunità».

Cosa accadrà allora?

«Sono sicuro, come scrivo nel mio libro, che questo momento arriverà ma non sono affatto sicuro che i palestinesi siano in grado di colmare il vuoto con un piano chiaro, non solo di decolonizzazione ma di post-colonialismo. Al momento non ce l’hanno, ma spero che un giorno l’avranno. Sono abbastanza fiducioso ma hanno bisogno di un progetto chiaro per quello che il mondo oggi chiama cinicamente il “Day After”».

Anche la diaspora ebraica, come sottolinea nel suo libro, potrebbe svolgere un ruolo in questo processo, soprattutto negli Stati Uniti. Ma quale?

«Ho tratto molta ispirazione e incoraggiamento dalla giovane generazione ebraica americana. È evidente che, a differenza dei loro genitori, non pensano che per identificarsi come ebrei americani si debba mostrare fedeltà a Israele. Ci si può identificare con il proprio ebraismo, pur non essendo osservanti, senza professarsi sionisti. Inoltre, per alcuni, la via d’uscita dal sionismo passa anche dall’impegno nel movimento di solidarietà con i palestinesi. Quindi mi aspetto che svolgano un ruolo importante nel mandare un messaggio a Israele: “Non parlate a nome del popolo ebraico”. Immaginate cosa accadrebbe se tanti ebrei nel mondo affermassero che Israele non è uno Stato ebraico».

Che cosa?

«Prendiamo, ad esempio, un Paese come la Germania, che basa tutta la sua politica filo-israeliana sul fatto di essersi impegnata a favore del popolo ebraico. Una posizione comprensibile, visto quello che hanno fatto (nella Seconda guerra mondiale, ndr). Ma cosa succederebbe se gli ebrei – in gran numero e non solo attraverso qualche voce marginale ma sostenuti da personaggi mainstream – dicessero alla Germania: “Questo non è uno Stato ebraico. Se vi sentite responsabili per gli ebrei nel mondo, aiutateci piuttosto in America o qui in Germania”. Immaginate cosa succederebbe se gli ebrei nel mondo cominciassero a dire: “Quello che vediamo non è uno Stato ebraico ma qualcosa che ai nostri occhi è contrario ai valori dell’ebraismo”».

Il resto del mondo cosa dovrebbe fare invece?

«Prima di tutto ritengo necessario riconoscere che la Palestina fa parte del mondo arabo. Il sionismo è riuscito a convincere tutti che la Palestina non esista nel mondo arabo, bensì solo (nelle proteste, ndr) in Europa. Nel momento in cui invece si realizza che questa è una realtà geografica e non ideologica, allora la Palestina diventa parte dei problemi del mondo arabo e anche delle sue soluzioni. Inoltre si scopre, come ho scritto anche nel libro, che Libano, Siria e Giordania hanno problemi simili a quelli della Palestina».

Lei parla di un futuro “post-sionista”. Ce lo descrive?

«Dopo la Prima guerra mondiale un mosaico di diversi gruppi è stato, in un certo senso, costretto dalle potenze coloniali a costruire Stati-nazione seguendo il modello europeo. Un sistema che, come è evidente, non funziona del tutto in questa regione. Immagino invece un ritorno al mosaico precedente, ovviamente senza un’irrealistica resurrezione dell’Impero Ottomano, ma all’interno di una struttura politica molto flessibile. Non so se si tratterà di costruire qualcosa di simile all’Unione europea o una sorta di Unione Araba del Mediterraneo Orientale. Lascerei che fossero i popoli stessi a decidere. Dovrà però essere qualcosa che consenta ai singoli gruppi, se lo desiderano, di mantenere la propria identità etnica e culturale ma non a spese di qualcun altro. E sicuramente senza il controllo di un altro Stato. Questo è il tipo di idee che sento da molti giovani in Iraq, in Libano, in Siria, in Giordania».

Che fine farebbero allora Israele e i suoi quasi 10 milioni di abitanti?

«Anche gli ebrei di quello che oggi è Israele potrebbero andare a costituire uno di questi gruppi ma non un popolo separato che gode di privilegi eccezionali. Senza un simile sviluppo invece rischiamo di vedere accadere anche in Libano o in altri Paesi vicini quanto successo in Siria negli ultimi 12 anni. Credo sia l’unico modo per trovare una via d’uscita dai gravi problemi che attanagliano questa parte del mondo».

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Italia - Milioni di lavoratori in pensione, i bassi salari dietro al crollo demografico

Se volessimo delineare l'immagine del lavoratore italiano, potremmo benissimo tratteggiare quella di un soggetto sospeso a mezz’aria, tra la propria nascita e il meritato riposo. Alcuni dati pubblicati recentemente, infatti, da una parte lanciano l’allarme per 4 milioni di lavoratori che andranno in pensione in meno di dieci anni, e dall'altra accettano, con un’alzata di spalle, che il lavoro sottopagato sta impedendo ai più giovani di farsi una famiglia.

Vediamo alcuni di questi numeri. Secondo un’elaborazione di Adapt basata sui dati Istat, l’Italia vedrà oltre 4 milioni di persone andare finalmente in pensione entro il prossimo decennio. Nonostante i continui aumenti dell’età pensionabile e i tanti impedimenti per usufruire di un’uscita anticipata dal lavoro, alla fine circa un quinto degli attuali occupati potranno finalmente entrare in quiescenza.

Oggi, i lavoratori tra i 55 e i 64 anni rappresentano il 23% del totale. Non può dunque sorprendere che il pensionamento si avvicina per molti di loro. Mentre comparti come quelli legati a servizi digitali e attività con maggiori risvolti artistici può contare su una forza lavoro in genere più giovane, il cuore produttivo e amministrativo del paese si trova in tutt’altra condizione.

Nella Pubblica Amministrazione e nell’istruzione l’età media dei lavoratori supera i 50 anni. Nella manifattura ci sono 872 mila lavoratori tra i 55 e i 64 anni, il che significa che quasi un quinto del totale è prossimo alla pensione. Per riassumere, la PA, la scuola e l’industria perderanno il 18,6% di coloro che sono impegnati in questi settori.

Senza un ricambio generazionale adeguato, la loro uscita per pensionamento creerà voragini difficili da colmare. Al contrario, percorsi impossibili e costosi, insieme a prospettive retributive terribili spingono molti giovani a lasciare il paese, mentre, sul lungo termine, nemmeno i nuovi nati danno speranze.

Il numero di nascite è ormai stabilmente sotto la soglia delle 400mila unità l’anno, con un tasso di fecondità che nel 2024 ha toccato il minimo storico. Questo dato, unito alla difficoltà d’ingresso nel mercato del lavoro non solo dei giovani, ma nello specifico anche delle donne in generale, crea un corto circuito. Con un tasso di occupazione femminile al 54% (che precipita al 43,1% al Sud), l’Italia è 12 punti sotto la media UE.

C’è poi il nodo migranti. I prenditori italiani hanno usato a lungo gli stranieri, magari ancor più facilmente ricattabili se irregolari, per fare profitto pagando salari da fame. Ma lo spostamento a destra dell’opinione pubblica, attentamente alimentato per creare le condizioni di repressione di qualsiasi tentativo di alzare la testa, ha anche prodotto una narrazione ideologica in cui lo straniero è un problema.

Un altro cortocircuito di un sistema al degrado. Oggi, il 10,5% degli occupati è straniero, e quello che probabilmente si vedrà in futuro è il tentativo di tenere insieme la criminalizzazione dell’immigrato insieme alla volontà di attirare forza lavoro qualificata per colmare i gap che si andranno automaticamente a creare con i giovani italiani incentivati a fuggire da un paese che non gli offre nulla (già oggi ci sono 1,4 milioni NEET).

Infine, pochi giorni fa è uscito un articolo molto dettagliato su Il Sole 24 Ore che ha evidenziato un dato di fatto, che però la politica si ostina a voler nascondere (basta sentire le dichiarazioni di Giorgia Meloni): il crollo demografico deriva dal lavoro sottopagato. Lo mostra l’incrocio dei dati Istat e dei report dell’Area Studi di Mediobanca.

L’economia italiana non è affatto in crisi, se guardata dal lato dei capitali. Nel 2023, la quota dei profitti (il rapporto tra risultato lordo di gestione e valore aggiunto) ha superato il 46%, un picco storico. Il risultato lordo di gestione delle società finanziarie ha sfiorato i 480 miliardi di euro.

Di contro, la quota di ricchezza destinata ai salari è sprofondata al suo minimo storico, circa il 39% del PIL. Nonostante lo shock energetico e l’inflazione, gli imprenditori hanno saputo proteggere i propri margini di guadagno traslando i costi sui prezzi finali. E anche la storiella dei bassi salari a causa della bassa produttività viene smontata: visti i margini di profitto, vuol dire che una parte di quel “valore” prodotto potrebbe tranquillamente andare in tasca ai lavoratori.

A dirlo sono i paragoni con alcuni paesi altamente industrializzati dell’Asia, in genere visti come la punta di diamante della produttività. Se guardiamo al rapporto tra PIL e ore lavorate, l’Italia risulta statisticamente più produttiva di colossi come Giappone e Corea del Sud (il Belpaese produce 74/75 dollari ogni ora contro i 51/69 del Giappone e 47/64 della Corea del Sud).

La produttività italiana è addirittura cinque volte maggiore di quella cinese, ai primi posti per automazione dei processi produttivi e dove i salari nelle più importanti città ormai raggiungono livelli occidentali, ma con un minor costo della vita.

Scrivono su Il Sole: “poiché il PIL è, semplificando, la somma dei profitti, delle rendite e dei salari, se un’azienda ha un potere di mercato enorme (un monopolio, un marchio di lusso, o tariffe energetiche gonfiate), quella risulterà ‘produttiva’, anche se i suoi dipendenti lavorano esattamente come quelli di una ditta concorrente”.

Stando agli autori dell’articolo de Il Sole, in molti di questi paesi si preferisce una più alta occupazione al poter scrivere un numero alto sulle tabelle ministeriali. Non solo come strumento di ammortizzazione sociale, ma anche perché ciò permette di mantenere attivo il ciclo economico e di valorizzazione, con un ritorno sull’intera collettività. Insomma, la manfrina della produttività nasconde in realtà una scelta politica.

E tornando al tema del crollo demografico, anche questo non si risolve invocando i “valori della famiglia”, ma affrontando la questione salariale. Il valore aggiunto prodotto dall’Italia esiste, ma viene drenato da costi energetici folli, rendite immobiliari e margini aziendali record. Bisogna smettere di parlare di “scarsa produttività” e iniziare a parlare di relazioni industriali che favoriscano i salari al profitto.

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Accordo sulle basi russe in Siria

Amici di tutti, nemici di nessuno

Certo, il salto da capo-tribù a uomo di Stato può sembrare ardito, ma con i giusti incastri del destino a volte diventa fattibile. È il ruolo che si è ritagliato il nuovo uomo forte siriano, Ahmed al-Sharaa, letteralmente catapultato al potere dalle ultime convulsioni della rivolta anti-Assad. Leader di uno dei tanti gruppi ribelli in lotta, Al-Sharaa ha approfittato di una sorta di congiunzione astrale, che ha visto schierati dal suo lato turchi, israeliani e americani. In tal modo è riuscito a liquidare in una settimana Bashar al-Assad, ‘mollato’ anche dai suoi alleati russi. Questo, però, non gli ha fatto prendere delle decisioni di appiattimento diplomatico sulle posizioni occidentali. Anzi. Nonostante la Siria abbia disperato bisogno dei capitali americani e di quelli del Fondo monetario internazionale, ha cercato di tenersi le mani libere per non irritare l’orso russo. In fondo, una presenza bilanciata e non ostile delle due superpotenze può fare il gioco di in Paese come la Siria abituato già da secoli a fare da ‘campo neutro’ della storia.

A Mosca da Putin

Detto fatto. Ahmed al-Sharaa proprio in questi giorni si è recato a Mosca per incontrarsi con Vladimir Putin. Un vero tour de force diplomatico quello del Presidente siriano, che arriva dopo la buona intesa raggiunta con la Casa Bianca e con le milizie curde, per la progressiva integrazione di queste ultime nel nuovo esercito nazionale di Damasco. Naturalmente, l’area interessata dall’accordo, quella del nord-est controllata dalle SDF (Syrian Democratic Forces), è una regione particolare, sia per la presenza dell’Isis e anche per l’esistenza di una base elicotteristica di Mosca. Bene, proprio Amberin Zaman, del think tank al-Monitor, ha rivelato per prima che i russi hanno finito di smantellare, in questi giorni, tutte le infrastrutture e le facilities relative all’impianto militare di Qamishli, nella provincia di Hasakah.

Tartous non si tocca

Nel presentare il vertice ai giornalisti, dando un tocco di solennità inusuale per eventi di questa portata, il portavoce del Cremlino, Dmitry Peskov, ha anticipato che i colloqui avrebbero riguardato, tra le altre cose, il destino delle basi militari russe in Siria. Proprio per dare maggiore autorevolezza alla sua visita, Sharaa era accompagnato da una folta delegazione di alto livello, tra cui il Ministro degli Esteri Asaad al-Shibani e il Ministro della Difesa Marhaf Abu Qasra. Da quello che trapela sul campo, sembra che un accordo sia stato raggiunto sulla base del trasferimento (e della chiusura) dell’impianto di Qamishli. Infatti, sostiene al-Monitor, «fonti siriane hanno riferito che le forze russe avevano iniziato un graduale ritiro dalla base all’interno dell’aeroporto internazionale di Qamishli, a fronte del deterioramento della situazione della sicurezza, con veicoli militari e armamenti pesanti russi trasferiti alla base aerea russa di Hmeimim, sulla costa mediterranea». Durante l’incontro, Putin ha affermato: «Spero che l’integrazione della regione dell’Eufrate rappresenti senza dubbio un passo importante e contribuisca al ripristino complessivo dell’integrità territoriale della Siria». Il Presidente russo ha così voluto sottolineare l’importanza del ritorno dell’esercito di Damasco nelle regioni curde.

La Russia sul Mediterraneo

«La Russia – ricorda al-Monitor – ha istituito la sua base militare all’interno dell’aeroporto di Qamishli nel novembre 2019, costruendo un impianto per elicotteri e installando armi avanzate e dispositivi di tracciamento radar. La base ospitava ufficiali della polizia militare, personale medico ed elicotteri. Con circa 200 militari russi a Qamishli prima del ritiro, la base era più piccola delle altre due principali basi russe in Siria, che ospitarono decine di migliaia di militari russi durante la guerra civile siriana. Secondo il servizio russo della BBC, si ritiene che circa 7.500 militari russi siano rimasti in Siria dopo la caduta di Assad. Queste basi costituiscono gli unici avamposti militari ufficiali della Russia in Medio Oriente». Ovviamente, la decisione di convivere con i russi forse andrà di traverso a Trump, ma come ha ribadito lo stesso al-Sharaa, «la Siria non si può certo permettere di andare allo scontro con Mosca». D’altro canto, per Putin, la Siria (dopo che Obama lo ha fatto rientrare in gioco in Medio Oriente), ha un’importanza strategica di primo piano.

Da Assad a Sharaa

“La base navale di Tartous – sostengono gli analisti di al-Monitor – fornisce l’unico accesso russo allo strategico Mar Mediterraneo, consentendo alla sua marina di rifornire e manutenere le navi. Nel 2017, la Russia e l’ex governo di Assad hanno firmato un accordo che consente alla Russia di espandere e utilizzare la base navale di Tartous per un periodo di 49 anni. La base aerea russa di Hmeimim è stata istituita nel 2015 nell’ambito del suo intervento militare nel Paese. Queste basi facilitano il movimento di forze e attrezzature russe attraverso il Medio Oriente e in Africa, compresi la Libia e il Mar Rosso”.

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I portuali in sciopero fermano le navi della guerra

La ZIM Virginia carica di armi è ferma al largo delle coste di Livorno ma non può attraccare: c’è lo sciopero in corso dei portuali dell’USB che la blocca. La stessa costa sta succedendo alla ZIM New Zealand, che era prevista per questa mattina al porto di Genova e alla ZIM Australia, che avrebbe dovuto attraccare oggi a Venezia e domani a Ravenna. Ed anche la MSC EAGLE III, diretta in Israele, che doveva arrivare ieri a Ravenna ed era prevista per oggi a Venezia ha rimandato i suoi programmi.

Sono i primi tangibili risultati dello sciopero internazionale che i portuali di diversi paesi hanno organizzato per oggi contro i traffici di armi, la privatizzazione delle banchine, la militarizzazione dei porti.

Lo sciopero e le manifestazioni previste inizialmente in 21 porti in tutto il Mediterraneo ed anche in Nord Europa, stanno coinvolgendo anche altre città portuali come Marsiglia e Barcellona e stanno ricevendo solidarietà anche al di là dell’Atlantico.

Unione Sindacale di Base

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