Presentazione


Analisi, opinioni, fatti e (più di rado) arte da una prospettiva di classe.

25/09/2026

Abbiamo i politici che ci meritiamo?

“Io ero la numero 5”

Io ero la numero 5. Racconti di donne palestinesi nelle carceri israeliane è una lettura necessaria, direi indispensabile. Il popolo palestinese sta subendo un vero e proprio genocidio ad opera dell’entità sionista “Israele”. Numerose sono le vere e proprie armi di guerra usate dall’occupazione: fame, siccità, distruzione del patrimonio culturale, scolasticidio ecc..

A questo parzialissimo elenco è doveroso aggiungere la violenza sessuale, vera e propria arma usata dal colonialismo, e non da oggi. La tortura, che prende forma nella violenza sessuale, non è un abuso incidentale, un errore di percorso, è uno strumento deliberato di pulizia etnica e di controllo.

Nonostante sia ovvio, corre l’obbligo di sottolineare il comportamento “dell’unica democrazia del Medio Oriente”: impunità assoluta per coloro che compiono gli abusi sessuali sulle donne palestinesi in stato di detenzione.

È in corso una vera e propria aggressione sessuale israeliana contro bambini ed uomini palestinesi, aggressione che si accentua verso le donne palestinesi. Una violenza che è del tutto funzionale alla perpetrazione del genocidio del popolo palestinese.

La violenza sessuale assume un ruolo centrale nel progetto sionista contro il popolo palestinese. I piani coloniali vanno avanti anche, e non solo – ci mancherebbe – grazie alla violenza sessuale. Tutto questo molto, ma molto prima del famoso 7 ottobre 2023.

La violenza sessuale è una costante alla base dello sfollamento della popolazione palestinese e dell’oppressione coloniale. Quanto leggiamo in Io ero la numero 5, introdotto da Suad Ghanem, che abbiamo apprezzato tantissimo nel suo Il racconto di Suad, è la dimostrazione ulteriore che i palestinesi – in questo caso le donne – non sono, e non vogliono essere, un soggetto passivo, un numero da statistica. La denuncia di quanto subiscono diviene resistenza, le vittime diventano protagonisti attivi.

Nelle storie qui testimoniate la tortura sistematica perpetuata dagli occupanti colpisce due volte: in quanto tale e in quanto riversata sui corpi delle donne. Il ruolo fondamentale delle donne nella resistenza è stato sottolineato in tanti testi, e in questa raccolta vi si trova conferma.

Le donne lottano non solo contro il patriarcato insito nella società in cui vivono, contro la violenza di genere, ma anche contro la potenza occupante. Potenza occupante che in questo caso, come in molti altri, non tiene assolutamente in considerazione il diritto internazionale umanitario secondo il quale le donne devono essere oggetto di particolare protezione da stupro e prostituzione forzata, e alle donne incinte deve essere fornita speciale assistenza.

Le donne vengono invece sottoposte a torture, trattamenti inumani e degradanti (videocamere all’ingresso del bagno, uso di linguaggio offensivo come modalità per terrorizzare ulteriormente), subiscono gravi abusi ed intimidazioni, denudate, numerate e sottoposte a perquisizioni corporali con la grave violazione della dignità umana.

Altro elemento che emerge da quanto riportato in questo libro, è il tentativo degli occupanti di creare un clima di divisione, e conseguente contrapposizione, tra le detenute di Gaza da quelle arabo/palestinesi. Come non sottolineare che le donne palestinesi usano tranquillamente la parola genocidio, quella parola che in molti stentano ancora ad usare; che le donne palestinesi prigioniere nelle carceri israeliane manifestano un bisogno urgente di sostegno psicologico e arrivano a ritenere il martirio un sollievo?

In questo contesto assume grande valore quanto le donne raccontano, perché le loro parole diventano resistenza e accusa politica. Resistere per esistere e non essere cancellate. Quanto avviene non può essere addebitato ad una manciata di soldati, e noi tutti, solidali con chi ha avuto il coraggio di testimoniare le violenze subite da parte dei carcerieri, ci dobbiamo dare un compito: denunciare le strutture legali, militari e politiche che ordinano e proteggono questi crimini.

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Il Governo Meloni vuole cancellare la democrazia

La legge elettorale truffa del Governo Meloni assegnerà una maggioranza abnorme di parlamentari a chi non riesce ad averla con il voto degli elettori.

Ma non si ferma qui: è una legge liberticida che vuole cancellare tutte quelle forze politiche che, come Potere al Popolo, in questi anni sono state la vera opposizione di questo Paese.

Vuole cancellare chi si è mobilitato per la Palestina e contro il genocidio israeliano, contro la guerra, il riarmo e la NATO, contro le politiche lacrime e sangue europee, i salari da fame, il taglio ai servizi pubblici e sociali, per una società giusta e in pace.

Le 450.000 firme che si dovrebbero raccogliere, servono ad impedire la partecipazione alle elezioni di Potere al Popolo e di ogni dissenso, lasciando la competizione elettorale solo ai due schieramenti di destra e centrosinistra e ai neofascisti di Vannacci.

La legge truffa è parte di un vasto progetto autoritario che sorregge la politica di guerra e questa “società caserma”: il furto del diritto alla rappresentanza democratica fa tutt’uno con le sanzioni americane contro le organizzazioni antifasciste, con la legge sull’“antisemitismo” che scatena la caccia alla streghe contro chi sta con Palestina, con i decreti sicurezza e lo stato di polizia, con la censura nel nome della guerra ibrida.

Vogliono colpire chiunque lotti contro questo potere iniquo e guerrafondaio, ma non ci riusciranno.

Potere al Popolo fa appello alla società civile, ai militanti e ai sostenitori, a ogni organizzazione e persona sinceramente democratica, perché reagisca ai soprusi contro la democrazia e la Costituzione.

Contro il Governo Meloni e la sua legge truffa, contro lo stato di polizia, contro il riarmo e la guerra, diamo appuntamento a Roma il 3 ottobre a Piazza Bocca della Verità.

Vogliono le elezioni più false truccate e antidemocratiche della storia della Repubblica.

Non ci faremo intimidire, dobbiamo fermarli!

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Usa e Cina non si scontrano, per fortuna

Dar conto di un vertice tra i presidenti delle due maggiori superpotenze mondiali è il classico esercizio di giornalismo “al buio”. Quel che si dicono i due è ovviamente filtrato dai rispettivi uffici stampa, quasi sempre anche concordato tra loro. Qualche dettaglio in più, altrettanto pilotato, arriva ai giornalisti che hanno qualche “contatto” tra i funzionari che assistono agli incontri.

La parte sostanziale viene peraltro discussa tra gli “sherpa”, ovvero i dirigenti dei vari settori economici, politici, militari che costituiscono il vero focus di ogni vertice. Da lì arriva poco o nulla, e quel poco richiede in genere una conoscenza approfondita dei problemi, il che esclude la quasi totalità della stampa, ormai ridotta a “porgitori di microfono” che solo raramente si sente in dovere di fare anche domande.

La valanga di articoli e servizi televisivi che ne discende sono quindi in genere “interpretazioni” del linguaggio diplomatico, che ha una serie di termini standard per indicare lo stato delle relazioni tra i due paesi, sia sul piano “storico” che immediato. Un “confronto franco” sta ad indicare un dialogo tra sordi ai confini della rissa verbale, uno “costruttivo” sta invece per qualche avanzamento in alcuni settori, e così via.

Ovviamente, anche le interpretazioni sono diverse a seconda degli interessi nazionali, aziendali (i media hanno dei proprietari che quasi sempre sono industriali con il core business in altri comparti), la stagione politica, ecc..

Tutta la premessa serve a dire che il confronto tra Trump e Xi, in quel di Washington, nel mentre all’Onu prosegue la passerella dei leader del resto del mondo, si va svolgendo sotto il segno del “bel tempo”. “I nostri rapporti mai così buoni”, “un nuovo modello di convivenza”, e giù grandi sproloqui sul sostegno alla “collaborazione” anziché alla “competizione”.

La realtà è naturalmente assai più complessa. Per esempio è certamente vero che lo sviluppo dell’intelligenza artificiale – secondo due modelli ormai decisamente differenti, di cui quello “autoritario e centralista” è paradossalmente la versione Usa – è uno dei capitoli più importanti ed urgenti di questo vertice.

È sicuramente vero che Trump è accompagnato dalla nutrita pattuglia dei “chief executive officer” statunitensi – Elon Musk di X-Grok, Jeff Bezos di Amazon, Zuckerberg di Meta, Huang di Nvidia e Altman di OpenAi – ma è altrettanto vero che ai “pari grado” cinesi è stato negato il visto necessario ad entrare negli Stati Uniti.

Buona parte dei grandi capitani d’impresa della Repubblica Popolare è infatti inserita nelle liste nere commerciali statunitensi, e nessuno si è preoccupato per l’evidente e pesante sgarbo fatto alla controparte. Per capirci: personaggi di spicco come Liang Wenfeng (fondatore di DeepSeek) e Yang Zhilin (fondatore di Moonshot AI) sono rimasti a casa. Mentre alcuni industriali cinesi di altri settori sono arrivati solo in un secondo momento.

Non mancano nella delegazione di Pechino funzionari espertissimi in materia, ma è chiaro che l’ostilità Usa verso i “concorrenti” è ai massimi livelli.

Lo sconfinato pragmatismo cinese è in grado di assorbire “scortesie” anche più gravi, ma certamente in qualche altro comparto arriverà prima o poi una reazione uguale e contraria, sicuramente costosa anche in termini economici.

Xi, come al solito, non ha fatto un plissè, limitandosi a ribadire che “Sia la Cina che gli Stati Uniti sono nazioni leader nell’intelligenza artificiale. Abbiamo sia la capacità che la responsabilità di sviluppare e gestire l’IA per il bene comune, e di garantire che lo sviluppo dell’IA sia sempre sotto controllo umano e serva al benessere delle persone”. Una mezza frecciata, insomma, alle recenti “evasioni” avvenute durante esperimenti nell’AI statunitense e alle conseguenti paure diffuse dai “ceo”... 

Anche sul piano delle relazioni economiche il mismatch esistente evidenzia le “chiusure” e i divieti americani, con Xi Jinping pronto a ricordare che “La cooperazione tra Cina e Stati Uniti potrebbe non risolvere tutti i problemi del mondo, ma senza la nostra cooperazione sarebbe difficile risolvere molti dei problemi globali. La Cina tiene le sue porte spalancate e accoglie le aziende americane che desiderano investire e fare affari nel nostro paese. Ci auguriamo che le aziende cinesi vengano trattate equamente qui negli Stati Uniti. Lavorando insieme, possiamo ampliare la lista delle aree di cooperazione e ridurre la lista dei problemi”.

Fino a fornire un avvertimento e un richiamo alle antiche prassi stravolte proprio dall’unilateralismo statunitense: “Dovremmo coesistere in pace. Come ho detto molte volte, la Cina e gli Stati Uniti, in quanto due grandi nazioni, trarrebbero vantaggio dalla cooperazione e perderebbero entrambi in caso di confronto. Non dobbiamo evitare di parlare di competizione, ma la nostra competizione dovrebbe essere sana e rimanere entro certi limiti. Dovrebbe essere una corsa per recuperare terreno a vicenda”.

In conclusione, i “buoni rapporti” sono all’insegna della massima vigilanza reciproca, con qualche calcetto sugli stinchi tirato sotto il tavolo.

E comunque, per un mondo sull’orlo della guerra, questa è una mezza buona notizia, perché quanto meno non accelera le dinamiche negative.

Chi appare fuori dai giochi, e anche fuori di testa, è comunque la classe dirigente europea. L’insistenza dei media – e di alcuni politici – sulla questione di Taiwan è indicativa di un orientamento guerrafondaio su tutti i fronti.

Per non farla lunga. Lo status di Taiwan è ritenuto dai cinesi una “questione interna” (l’isola è sostanzialmente indipendente e staccata dalla Cina continentale dal 1949, quando vi si rifugiarono le truppe di Chiang-Kai Schek, sconfitto dalla Rivoluzione). Mentre gli Stati Uniti, che hanno riconosciuto la Repubblica Popolare solo nel 1979, mantengono una posizione storicamente ambigua. Da un lato ufficialmente adottano la linea che ammette esistere “una sola Cina”, dall’altro però Washington prende atto della rivendicazione cinese su Taiwan senza però riconoscerne formalmente la sovranità territoriale. Di fatto, vende armi a Taipei…

Insistere in questa fase sulla “necessità” occidentale di “proteggere Taiwan” significa accentuare fortemente la contraddizione con Pechino. Che sarebbe comunque un problema, per un continente che si va sfaldando economicamente, ma appare anche un’idiozia strategica senza pari in una fase in cui l’“alleato” americano si dimostra ogni giorno un avversario, le relazioni con la Russia sono ad un passo del conflitto aperto a causa della “guerra per procura” fatta combattere dall’Ucraina e i mercati si vanno chiudendo da tutte le parti.

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Paura dell’IA, o paura dell’IA cinese?

Nelle ultime settimane, il dibattito globale sull’intelligenza artificiale ha assunto toni sempre più apocalittici. Ricercatori che si dimettono con accuse drammatiche, CEO che firmano appelli per rallentare lo sviluppo, persino il Re d’Inghilterra che invoca “controlli sufficienti prima che sia troppo tardi”. Eppure, sotto la superficie di questa apparente preoccupazione per il futuro dell’umanità, emerge una dinamica più complessa e, per certi versi, più sospetta.

Le dimissioni di Jacob Coxon da Anthropic, seguite dalle dichiarazioni allarmistiche di altri ricercatori e dall’inedita convergenza tra Sam Altman, Elon Musk e Dario Amodei sulla necessità di “rallentare”, nascondono qualcosa sotto la patina di genuino campanello d’allarme. La domanda che sorge spontanea è se questa ondata di “paura dell’IA” non sia, in realtà, una paura dell’IA cinese, mascherata da preoccupazione esistenziale per l’umanità.

Lo spettro dell’IA cinese

Qualche indicazione la fornisce la politica di Washington. Il presidente Trump ha respinto con veemenza ogni ipotesi di rallentamento, definendo le paure di una catastrofe globale una “bufala” e ribadendo che “chi vince l’IA, vince tutto”. Lo speaker della Camera, Mike Johnson, ha avvertito che un intervento regolatorio affrettato significherebbe “perdere la corsa contro la Cina”. Il messaggio è chiaro: la vera minaccia non è l’IA in sé, ma l’IA sviluppata a Pechino.

Questa narrazione non è nuova. Da anni, figure come Dario Amodei di Anthropic sostengono che la Cina rappresenti il pericolo più grave legato all’IA e che qualsiasi rallentamento americano avvantaggerebbe Pechino. La sua proposta di “rallentare” è in realtà condizionata: gli Stati Uniti possono rallentare solo dopo aver consolidato un vantaggio incolmabile su chi resta indietro, con sanzioni, restrizioni sulle esportazioni di chip e controllo delle catene di fornitura.

Un vantaggio cinese che spaventa

E la preoccupazione degli imperialisti stelle-e-strisce non è infondata. Un rapporto del Congressional advisory body statunitense ha riconosciuto che la Cina sta costruendo un “ciclo auto-rinforzante” grazie a modelli open source sempre più performanti e a un’integrazione unica con il proprio apparato industriale.

Il deputato americano che presiede il comitato consultivo ha parlato di un divario che si sta “allargando” nel campo dell’IA fisica, quella dei robot e dei veicoli autonomi. Il CEO di Google DeepMind, Demis Hassabis, ha ammesso che i modelli cinesi potrebbero essere “indietro solo di alcuni mesi”.

Questa è la vera partita. L’IA non è una tecnologia come le altre: è il terreno su cui si giocherà l’egemonia tecnologica del prossimo decennio. E la Cina, nonostante le restrizioni sui semiconduttori, sta dimostrando che l’innovazione non si ferma con i dazi.

Verso un autoritarismo tecnologico

La risposta statunitense a questa sfida sta assumendo contorni preoccupanti per i principi e i valori che le “democrazie” occidentali dicono di proteggere. Trump ha dichiarato che l’unico “controllo” di cui l’IA ha bisogno è “un presidente forte e intelligente”.

In nome dell’emergenza tecnologica, si invoca un accentramento decisionale che bypassi i normali contrappesi parlamentari. L’idea, già emersa in ambienti vicini alla Silicon Valley, è che la “guerra dell’IA” richieda comando unificato e rapidità d’azione, non dibattito pubblico.

È un paradosso che merita attenzione: mentre si invoca la “democrazia” contro “l’autoritarismo cinese”, si prospetta un modello decisionale che di democratico ha ben poco. La paura dell’IA cinese rischia così di diventare il pretesto per un autoritarismo tecnologico interno.

Il nodo della “sicurezza”, quando si parla di IA, è legittimo, ma è traviato rispetto a quello che dovrebbe essere il suo contenuto. Quando chi ha spinto lo sviluppo senza limiti dei loro modelli e algoritmi per anni improvvisamente scopre il valore della cautela – ora che un concorrente si avvicina pericolosamente – qualche domanda sulle reali motivazioni è d’obbligo.

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Approvata al Senato la Legge Delega sul “nucleare sostenibile”, un assist alla guerra

Nonostante l’impegno su altri fronti, come una legge elettorale che restringe ancora di più gli spazi di democrazia, il Governo continua a puntare sul nucleare, e spinge sull’acceleratore. I prossimi passi prevedono l’implementazione dei decreti attuativi sulle varie materie oggetto della legge.

Lo aveva ricordato già la Meloni due settimane fa, ribadendo i cardini della “sicurezza energetica”: aumento dell’estrazione di idrocarburi in Italia e implementazione del nucleare.

Già di per sé, questo passo mostra come l’esigenza a cui si cerca di rispondere, nell’immediato e sul lungo periodo, non è quella di fronteggiare il cambiamento climatico, ma di ricorrere ad ogni mezzo possibile per aumentare la produzione energetica – soprattutto elettrica – in vista di una maggiore competizione economica e militare del continente.

Una competizione completamente a beneficio degli attori privati che guidano l’economia: le big tech, che richiedono sempre maggiore energia per i loro data center; le aziende coinvolte nella “cordata per il nucleare italiano” (dagli attori energetici come ENI a quelli militari come Leonardo); le startup come la Newcleo, che proprio ieri (neanche a farlo apposta!) è sbarcata in borsa per speculare sul mercato finanziario; le compagnie estrattive come la Reveille Resources PLC, che ha già iniziato ad accarezzare l’idea di esplorazioni minerarie in Italia alla ricerca di uranio.

Una competizione che diventa militare in un numero sempre maggiore di scenari, ed in cui il nucleare gioca un ruolo cardine: all'“Alleanza europea sul nucleare”, di cui è entrata a far parte anche l’Italia si affianca la più sinistra “Deterrenza avanzata” proposta dalla Francia a cui hanno già aderito nove paesi – mostrando come su questo piano si misuri la spinta europea all’integrazione industriale e militare, all’insegna di competizione e riarmo.

Queste decisioni hanno una ricaduta diretta sul nostro presente, e la avranno ancor di più sul nostro futuro: saremo noi a pagare queste scelte, in termini di sfruttamento dei territori, aggravamento della crisi climatica, implementazione di un’economia di guerra. Organizziamoci per fermarle!

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UE - Cina: siamo sicuri che il problema sia il disavanzo

di Domenico Moro

La bilancia commerciale dell’Ue a 27 nei confronti della Cina è notevolmente peggiorata negli ultimi anni, passando da un deficit di 50,6 miliardi di euro nel secondo trimestre del 2021 ai 103,3 miliardi di quello del 2026[i]. Tale peggioramento dipende soprattutto dall’aumento delle importazioni europee dal gigante asiatico che, sempre nel secondo trimestre, sono passate dai 107 ai 153 miliardi. I prodotti più importati in Ue dalla Cina sono nell’ordine: apparecchiature elettriche, macchinari e veicoli.

Sono soprattutto questi ultimi ad essere aumentati, grazie alla grande competitività dell’auto cinese, le cui importazioni nella Ue nei primi sei mesi del 2025 e del 2026 sono passate da 14,4 a 20,4 miliardi, mentre l’esportazione europea in Cina è scesa da 9,3 a 6,7 miliardi, quasi triplicando il deficit da 5,1 miliardi a 14 miliardi. A pagare il prezzo del calo dell’export sono i produttori di auto europei, a partire dalla tedesca Volkswagen, che, come abbiamo rilevato in altri articoli, progetta di licenziare 50mila addetti e chiudere quattro fabbriche in Germania.

La presidente della Commissione europea, Ursula von der Leyen, ha affermato che lo squilibrio commerciale con la Cina è insostenibile e sta portando alla deindustrializzazione dei principali poli europei. La von der Leyen ha attribuito alla Cina la responsabilità di questi squilibri, a causa dell’eccesso di capacità produttiva e della concorrenza scorretta delle imprese cinesi, che sarebbero sussidiate dallo Stato. La presidente della Commissione ha quindi minacciato la Cina di dazi più alti alle sue esportazioni, nel caso in cui i negoziati in corso non portassero a cambiamenti significativi. I cinesi hanno risposto con decisione, dicendo che avrebbero risposto proporzionatamente a ogni azione protezionistica europea. Inoltre, i cinesi hanno affermato che i loro prodotti sono semplicemente più competitivi, grazie alle loro capacità innovative e tecnologiche. Secondo la Cina, è l’industria europea che dovrebbe migliorare la sua capacità di innovazione.

La situazione odierna, però, è simile a quella che c’era nell’Ottocento. L’Europa, compresa l’Inghilterra, importava molto dalla Cina e vi esportava poco, da cui un deficit commerciale enorme. Gli inglesi tentarono di trovare merci appetibili per i cinesi, ma non ci riuscirono. A un certo punto, però, ne trovarono una, l’oppio dell’India, che era colonia britannica. In questo modo, inondarono la Cina di droga, riequilibrando la bilancia commerciale. Quando il governo cinese bloccò il traffico di droga, gli inglesi, sostenuti dai francesi, intervennero con la forza militare (le cosiddette guerre dell’oppio, 1839-'42) e obbligarono la Cina ad aprirsi alla “libertà di mercato”. In realtà, l’Occidente ha sempre avuto problemi di deficit commerciale con la Cina, fin dall’Impero Romano, che malgrado le rampogne di Plinio il Vecchio, importava grandi quantità di spezie e soprattutto di seta per soddisfare i lussi delle ricche matrone.

Il fatto è che la Cina è sempre stata il paese con il Pil assoluto maggiore del Mondo, ma perse sempre più posizioni nel periodo in cui è stata una semi-colonia degli occidentali. Il Pil degli Usa nei confronti di quello della Cina era il 7,9% nel 1820, il 157% nel 1900 e il 531% nel 1950[ii]. Ora, la Cina sta riacquistando il posto che storicamente ha sempre occupato: nel 2025 il Pil Usa era il 119% di quello cinese, ma, calcolato a parità di potere d’acquisto, rappresentava appena il 74%[iii]. Il recupero cinese odierno non è, però, dovuto solo all’ingegnosità e alla laboriosità dei suoi abitanti o al costo del lavoro inferiore a quello dei paesi capitalistici avanzati. Ci sono due fattori che di solito non vengono nominati. Il primo è la grandezza del mercato cinese, il maggiore del mondo, per cui la Cina può fare economie di scala enormi, risparmiando sui costi di produzione. Ma soprattutto la Cina ha un ordinamento socialista (con caratteristiche cinesi, come dicono loro), che le permette di sfruttare la pianificazione diretta dallo Stato.

I piani quinquennali cinesi non stabiliscono rigidamente quote di prodotto, ma obiettivi generali, in base alle necessità del paese. Una volta che gli organismi politici e statali definiscono le priorità, come produrre una determinata quota di energia da fonti rinnovabili, o recuperare il ritardo nei semiconduttori, il sistema si dirige in quella direzione. Ad esempio, il sistema bancario, che è interamente pubblico, facilita gli investimenti nei semi-conduttori. Dunque, esistono imprese private, che ricercano il profitto, ed un mercato, ma accanto c’è non solo un settore di imprese pubbliche, ma anche un ecosistema finanziario (fra l’altro la Banca centrale non è autonoma come da noi), scientifico e tecnologico pubblico che cerca di far marciare tutto insieme. Non sempre ci riesce in modo ottimale, come nel caso della crisi immobiliare. Inoltre, tendenze liberiste cercano di affermarsi, problemi di corruzione esistono e il welfare va potenziato[iv]. Ma i positivi risultati generali sono sotto gli occhi di tutti.

Se l’Europa non innova è perché è un’area di capitalismo avanzato, dove la produzione è sottomessa solo al profitto delle imprese multinazionali che viene effettivamente realizzato. Se il profitto (o meglio un certo livello di profitto) non viene garantito, l’investimento, l’innovazione e la produzione ristagnano e i capitali vengono investiti nella finanza o in settori protetti e monopolistici (come le utility), oppure la produzione viene spostata dove la forza lavoro è meno cara, ossia in Asia orientale e in America Latina, o, più vicino, in Marocco e in Turchia.

Per concludere, la superiorità cinese deriva sì dall’innovazione, ma perché lo Stato la stimola e la pianifica insieme a tutta l’economia. Si tratta, quindi, di una superiorità di sistema. Il socialismo, sebbene a uno stadio iniziale, dimostra la sua superiorità sul capitalismo speculativo e finanziario. L’Europa occidentale e gli Usa hanno una economia speculativa e parassitaria, basata sullo sfruttamento del resto del Mondo. Quando questo viene meno, come nel caso della Cina dove lo Stato, attraverso il Partito comunista, garantisce la sovranità e l’indipendenza del paese, ecco che Europa occidentale e Usa hanno seri problemi.

Dunque, non credo che l’Europa sia in grado – a causa dei rapporti sociali in essa dominanti – di recepire l’invito della Cina a innovare. Penso che, quindi, quello che dobbiamo aspettarci è un aumento dei dazi protezionistici, a dispetto del fatto che la Ue si è sempre eretta a paladina del libero mercato. È sicuro, inoltre, che ci sarà una nuova ondata di esternalizzazioni produttive all’estero, dove il costo del lavoro è più basso, dall’Europa orientale (magari nei paesi che si apprestano a fare il loro ingresso nella Ue) al Magreb. La deindustrializzazione, insieme all’intelligenza artificiale, colpirà il tessuto sociale dell’Europa occidentale, e ciò destabilizzerà l’assetto politico, come sta accadendo in Germania. La conversione delle fabbriche di auto in fabbriche di armi – come già sta avvenendo in Germania – e l’aumento della spesa militare sono semplici palliativi dal punto di vista del rilancio economico, ed è una scelta molto pericolosa dal punto di vista degli equilibri politici internazionali.

L’alternativa, però, esisterebbe. Bisognerebbe cambiare paradigma, abbandonando quello mercantilista, basato sulle esportazioni e sulla moderazione salariale, a discapito di un mercato interno depresso anche dalla austerità di bilancio. E bisognerebbe abbandonare anche il paradigma neoliberista, fondato sulle privatizzazioni, sulla subalternità della politica e dello Stato a imprese private, libero mercato e profitto. Lo Stato dovrebbe ritornare a essere protagonista, come prevede la nostra Costituzione, che parla di programmazione economica (art. 41 e 43), e come accadeva all’epoca della Prima repubblica, quando l’Italia era la quinta economia mondiale. Un modello che all’epoca fu studiato attentamente proprio dai cinesi.

Ma, a questo punto, è evidente che tutto ciò richiede una trasformazione profonda della politica non solo dell’Italia ma anche della Ue. Questa, infatti, negli ultimi decenni ha imposto politiche di bilancio restrittive, che hanno tagliato i servizi pubblici, ha bloccato l’intervento imprenditoriale pubblico, classificandolo come “aiuti di stato”, ed ha “raccomandato” le cosiddette “riforme”, che hanno condotto a massicce privatizzazioni e reso il lavoro salariato sempre più debole nei confronti del capitale e meno pagato.

Note

[i] Eurostat, Statistics Explained, Eu trade with China-Latest developments, August 2026.

[ii] Maddison Project Database, miei calcoli sui dati del Pil pro-capite e popolazione.

[iii] World Bank Group, Database, miei calcoli su dati del Pil in dollari costanti del 2015 e in dollari costanti del 2021 a parità di potere d’acquisto.

[iv] Il presidente cinese Xi Jinping ha accentuato la lotta contro la corruzione. Inoltre, dal covid la sanità cinese è molto migliorata e gli economisti stanno discutendo di introdurre il “salario vitale”, calcolato sui reali costi della vita, un reddito di base universale e pensioni non contributive.

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