Presentazione


Analisi, opinioni, fatti e (più di rado) arte da una prospettiva di classe.

15/08/2026

Rassvet-3: cos’è (e quanto preoccupa Kiev) la risposta russa a Starlink

Starlink fornisce un supporto fondamentale all’Ucraina sul campo di battaglia nel coordinare artiglieria, droni e comunicazioni di prima linea: un’infrastruttura diventata ancor più strategica dopo che l’azienda di Elon Musk ha deciso, lo scorso febbraio di escludere le forze russe dalla rete di SpaceX. In tutta risposta Mosca ha avviato la costruzione di un proprio sistema satellitare a bassa orbita, chiamato Rassvet – “Alba” – sviluppato dall’azienda aerospaziale privata Bureau 1440.

Ora, secondo quanto riportato da Politico, il vicedirettore dell’intelligence militare ucraina, il generale maggiore Vadym Skibitskiy spiega che Mosca ha impresso un’accelerazione importante al programma Rassvet rispetto ai piani iniziali: tant’è vero che i primi 16 satelliti russi sono stati lanciati a marzo, seguiti da un secondo lotto a luglio, come confermato anche da Bureau 1440 tramite i propri canali social. Secondo Serhii Beskrestnov, collaboratore del presidente ucraino Volodymyr Zelensky, Mosca conterebbe già una quarantina di satelliti in orbita. Il Cremlino conta di arrivare a 292 satelliti in orbita bassa in grado di sorvolare regolarmente l’Europa dell’Est entro il 2027, per poi salire a 924 entro il 2035.

Un vuoto lasciato da Starlink

Tutto cambia per Mosca quando l’allora ministro della Difesa ucraino Mykhailo Fedorov convince Musk a interrompere l’accesso russo a Starlink: una mossa che ha dato un vantaggio significativo per Kiev ma che ora la Federazione russa si appresta ad annullare o comunque contenere.

La prima risposta russa è stata l’adozione di reti mesh, basate su modem digitali a spettro diffuso (FHSS) nella banda 1,3–1,5 GHz, integrati direttamente su droni da ricognizione e da attacco. Una soluzione funzionale ma non del tutto stabile: copertura limitata, latenza elevata e un’esposizione costante alle contromisure elettroniche di Kiev.

Rassvet-3: le caratteristiche tecniche

È in questo contesto che nasce Rassvet-3, pensato esplicitamente come alternativa a Starlink. Il sistema opera nelle bande Ka e Ku, sfrutta comunicazioni laser inter-satellitari con velocità di trasferimento dati fino a 10 Gbit/s in fase di test, e supporta lo standard 5G NTN per la connettività diretta satellite-cellulare.

Come spiega Stephen Bryen in un’analisi pubblicata su Weapons & Strategy, «come Starlink, Rassvet-3 (che si trova in un’orbita un po’ più alta) utilizza le bande Ka e Ku, supporta le comunicazioni laser inter-satellitari (con velocità di trasmissione dati dimostrate fino a 10 Gbit/s nei test) e supporta lo standard 5G NTN (Non-Terrestrial Network) per la connettività diretta satellitare-cellulare». Rassvet fornisce inoltre «relay di dati militari crittografati, collegamenti di comando e controllo per droni e backhaul sicuro, colmando il vuoto operativo lasciato dopo che l’accesso russo a Starlink è stato bloccato».

Rassvet è sviluppato dall’azienda privata russa Bureau 1440 (controllata del gruppo tecnologico Yadro) nell’ambito del programma spaziale governativo Sfera, e ha acquisito la priorità strategica massima per Mosca. Yadro, società di punta e principale generatore di ricavi di IKS Holding, finanzia circa 329 miliardi di rubli (circa 4 miliardi di dollari) del budget totale con capitali commerciali propri. Il governo federale russo ha stanziato 102,8-116 miliardi di rubli (1,26-1,3 miliardi di dollari) tramite la roadmap nazionale “Data Economy”.

Fonti:

Stephen Bryen, “New Russian Tech Aimed At Ukraine: The Emergence of Private Sector Defense Companies in Russia,” Weapons and Strategy, 4 agosto 2026, https://weapons.substack.com/p/new-russian-tech-aimed-at-ukraine.

Veronika Melkozerova, “‘Much faster than originally planned’: Ukraine warns of Russian Starlink rival,” POLITICO, 12 agosto 2026, https://www.politico.eu/article/ukraine-warns-russia-starlink-rival/.

Fonte

14/08/2026

Resistere nel capitalismo della sorveglianza

La foresta delle promesse a Brescia

Di fronte ad estati sempre più calde e a città nelle quali cemento e asfalto amplificano gli effetti dell’aumento delle temperature, una espressione magica sembra essere entrata stabilmente nel vocabolario delle amministrazioni pubbliche: “riforestazione urbana”.

Piantare alberi, creare nuove aree verdi, restituire permeabilità ai suoli sono diventati obiettivi ricorrenti nei programmi comunali e nei progetti finanziati con risorse nazionali ed europee. E non si tratta affatto di una moda ambientalista. I dati disponibili mostrano quanto il verde urbano possa diventare uno strumento concreto di adattamento climatico.

Nel luglio scorso l’Istituto Superiore per la Protezione e la Ricerca Ambientale (ISPRA) ha diffuso i risultati del progetto MIRIFICUS – Monitoraggio degli Interventi di Riforestazione per l’Isola di Calore Urbana tramite i Satelliti –, coordinato dall’Istituto per la BioEconomia del Consiglio Nazionale delle Ricerche (CNR-IBE): nelle simulazioni effettuate in alcune aree di Roma e Firenze, combinando riforestazione, nuovi spazi verdi e depavimentazione, la riduzione delle temperature superficiali supera nelle ore più calde persino i 4 gradi, mantenendosi nell’arco della giornata intorno ai 2-2,2 gradi.

Nelle aree boscate urbane di Firenze sono state inoltre rilevate temperature sensibilmente inferiori rispetto ai quartieri più densamente edificati. Insomma, sappiamo che cosa bisognerebbe fare. Ma è proprio qui che cominciano i problemi.

Gli alberi che non ci sono

L’Italia si trova infatti davanti a un paradosso difficilmente immaginabile: mentre tutti parlano di riforestazione urbana, rischiano di mancare proprio gli alberi necessari per realizzarla.

Francesco Ferrini, professore di Arboricoltura all’Università di Firenze e presidente del Distretto vivaistico di Pistoia, ha lanciato un allarme molto netto: nei vivai italiani non vi sarebbero oggi alberi sufficienti per rispondere alla domanda generata dai nuovi programmi di forestazione e, per determinati interventi, sarebbero necessari da due a sette anni di programmazione preventiva.

Il problema non nasce improvvisamente. Per anni, secondo Ferrini, non si è investito adeguatamente nei vivai pubblici, spesso chiusi o ridimensionati perché considerati poco redditizi. Nel frattempo la produzione privata si è naturalmente rivolta verso un mercato già esistente e una parte considerevole delle piante prodotte è destinata all’esportazione. Nel distretto di Pistoia, cuore del vivaismo italiano, circa il 70 per cento della produzione sarebbe già destinato ai mercati esteri: milioni di piante.

Il risultato è quasi surreale. Dopo aver trattato per decenni il verde come elemento accessorio della trasformazione urbana, oggi le amministrazioni scoprono contemporaneamente di averne urgente bisogno. Ma un albero non si produce premendo un interruttore. Ha bisogno di tempo. E la programmazione del verde, proprio perché riguarda organismi viventi, dovrebbe cominciare anni prima della posa dell’ultima pietra di una riqualificazione urbana, non qualche settimana prima dell’inaugurazione.

Prima gli alberi, poi il resto

È forse questo il vero cambio culturale necessario.

Nella pianificazione urbana tradizionale il verde arriva spesso alla fine. Si progettano strade, parcheggi, edifici, piazze e infrastrutture e solo successivamente ci si domanda dove collocare qualche albero.

È significativo quanto afferma Nicolò Begliomini dell’Associazione Vivaisti Italiani: il verde è stato troppo spesso «l’ultima ruota delle riqualificazioni». La prospettiva dovrebbe essere esattamente opposta: pensare prima alla struttura verde della città e organizzare attorno ad essa il resto dello spazio urbano.

Non si tratta semplicemente di piantare più alberi. Si tratta di conservare quelli che già esistono, creare suoli nei quali possano vivere e programmare oggi il patrimonio arboreo di cui avremo bisogno fra dieci, venti o cinquant’anni. Perché cento giovani piantine non equivalgono automaticamente a cento alberi adulti.

Una pianta appena messa a dimora possiede una chioma limitata, offre poca ombra e necessita di cure, irrigazione e manutenzione. Soltanto crescendo aumenteranno progressivamente la superficie della chioma, l’ombreggiamento, l’evapotraspirazione, la capacità di immagazzinare carbonio e, complessivamente, i servizi ecosistemici che può offrire. E non tutte le piante messe a dimora arriveranno a quel punto.

Per questo il numero degli alberi piantati dice molto meno di quanto sembri. Sarebbe assai più interessante sapere quanti siano ancora vivi dopo tre, cinque o dieci anni, quale superficie di chioma abbiano effettivamente sviluppato e, soprattutto, quale sia il saldo tra il verde che c’era prima e quello che esiste dopo l’intervento.

Brescia e la sfida dei 33.000 alberi

Questa introduzione era necessaria, perché il problema ci riguarda molto da vicino.

Brescia ha adottato negli ultimi anni una strategia di transizione climatica che contiene principi largamente condivisibili. Il progetto “Un Filo Naturale” parla esplicitamente di una “città spugna”, capace di restituire permeabilità al terreno, e di una “città oasi”, nella quale aumentare ombra e fresco e ridurre l’isola di calore urbana.

Sono obiettivi importanti e alcuni interventi sono già stati realizzati. In via Metastasio, ad esempio, la riqualificazione conclusa nel 2024 ha interessato 8.180 metri quadrati con un investimento di circa 1,27 milioni di euro.

Ma l’intervento più imponente è quello avviato lungo la Tangenziale Sud, dove Comune e Provincia hanno previsto la realizzazione di nuovi boschi urbani attraverso la messa a dimora di circa 33.000 piante autoctone, distribuite in diversi comparti, dalla Volta a Campo Grande, da via Maggia alla zona industriale e alle Bettole.

Si tratta di un progetto di dimensioni considerevoli e sarebbe sbagliato liquidarlo come una semplice operazione d’immagine.

La tecnica adottata prevede infatti l’utilizzo di piante forestali molto giovani, di uno o due anni, collocate a forte densità, circa 1.500-1.800 per ettaro. La scelta delle piccole dimensioni non è quindi, di per sé, indice di cattiva progettazione: secondo i tecnici favorisce l’adattamento delle piante al nuovo ambiente e consente alla competizione naturale di selezionare progressivamente gli esemplari destinati a formare il bosco maturo. È una precisazione importante. Ma proprio da qui nasce una domanda altrettanto importante.

Che cosa c’era prima?

Per preparare le aree destinate alla nuova forestazione non si è intervenuti su terreni completamente privi di vegetazione.

La stessa Provincia di Brescia riferisce che, tra le operazioni preliminari, sono stati effettuati anche abbattimenti di piante definite non autoctone o pericolose, insieme alla rimozione delle radici, alla pulizia delle aree e alla preparazione del terreno.

Non abbiamo trovato, però, nei documenti pubblicamente disponibili, un censimento che consenta di capire quante piante siano state eliminate, quali fossero le loro dimensioni, quali specie siano state abbattute e, soprattutto, quante fossero effettivamente pericolose e quante invece siano state rimosse perché appartenenti a specie non autoctone. Non è una questione secondaria.

Un albero già sviluppato esercita oggi le proprie funzioni: produce ombra, evapora acqua attraverso la chioma, trattiene carbonio, offre habitat e contribuisce al microclima. Una piantina di uno o due anni potrà forse svolgere in futuro le stesse funzioni, ma evidentemente non può farlo nell’immediato. La domanda corretta per valutare ciò che sta accadendo in città, allora, non è soltanto: quanti alberi sono stati piantati?

È anche: quanto verde è stato eliminato per farlo e quanto tempo occorrerà perché il nuovo bosco restituisca i servizi ecosistemici eventualmente perduti? È una domanda alla quale, almeno sulla base della documentazione pubblicamente disponibile, non si trova risposta...

Le piante che non attecchiscono

C’è poi il problema della sopravvivenza.

Sappiamo con certezza che una parte delle nuove piante della Tangenziale Sud non ha superato la prima estate. Nel novembre 2025 la Provincia ha comunicato che nel mese precedente era stato completato il ripristino delle piante non attecchite, sostituendo quindi gli esemplari morti. Quante? Il dato non viene indicato.

Anche qui occorre evitare conclusioni troppo semplici. I responsabili comunali hanno spiegato che, in un intervento di forestazione intensiva di questo tipo, una quota di mortalità è fisiologica e viene preventivata: intorno al 20 per cento. La forte densità iniziale serve anche a consentire una successiva selezione naturale.

Non avrebbe quindi senso giudicare il successo o il fallimento dell’intervento dalla semplice presenza di alcune piantine morte. Avrebbe invece molto senso conoscere il tasso effettivo di attecchimento e confrontarlo con quello previsto dal progetto. Perché Brescia ha già conosciuto quanto possano essere vulnerabili le nuove piantumazioni. Nell’estate siccitosa del 2022 morì il 20 per cento dei 186 alberi messi a dimora nell’ambito di “Un Filo Naturale”. In quel caso il dirigente comunale del settore Verde spiegò che si trattava di una mortalità doppia rispetto a quella fisiologicamente prevista. È un episodio diverso dall’attuale forestazione della Tangenziale, ma contiene una lezione importante: piantare un albero è soltanto l’inizio.

In una città esposta a estati sempre più calde e siccitose occorre garantirgli acqua, manutenzione e condizioni sufficienti perché possa superare proprio gli anni più delicati della sua crescita.

Piantare non significa riforestare

Il punto è proprio questo. Una seria politica del verde non può essere misurata soltanto attraverso il numero delle nuove piantumazioni.

Occorre contabilizzare anche gli alberi abbattuti, la superficie di chioma perduta e quella recuperata, il tasso di sopravvivenza delle nuove piante e il tempo necessario perché esse raggiungano dimensioni tali da svolgere realmente le funzioni per le quali sono state piantate.

Altrimenti rischiamo di costruire una contabilità ambientale singolare: un grande albero abbattuto vale meno di dieci piccoli alberelli appena messi a dimora semplicemente perché dieci è un numero maggiore di uno. Ma la natura non funziona come un bilancio numerico.

Questo non significa sostenere che ogni vegetazione preesistente debba essere conservata a qualunque costo. Esistono alberi malati o instabili che devono essere abbattuti; esistono specie invasive che possono richiedere interventi; esistono progetti nei quali sostituire una vegetazione degradata con un ecosistema più equilibrato può produrre nel lungo periodo un risultato migliore.

Ma proprio perché queste scelte possono essere tecnicamente giustificate, dovrebbero essere misurabili e verificabili.

Quanta biomassa viene eliminata? Quanta superficie di chioma? Quali servizi ecosistemici vengono temporaneamente perduti? In quanti anni il nuovo impianto dovrebbe recuperarli?

Solo rispondendo a queste domande possiamo sapere se una forestazione rappresenta realmente un guadagno ambientale e, soprattutto, quando comincerà ad esserlo. Chissà se l’Amministrazione Comunale risponderà mai a questi interrogativi...

Anche gli alberi sono diventati una risorsa scarsa

C’è infine un’altra contraddizione che riporta Brescia al problema nazionale. Già quando nel 2024 venne annunciato il progetto dei 33.000 alberi, i tecnici comunali segnalarono che reperire un numero così elevato di piante non era affatto semplice: non tutti i vivai disponevano delle quantità necessarie. Per questo si scelse di ricorrere al vivaio forestale regionale di Curno per ottenere specie autoctone certificate. Due anni dopo, l’allarme lanciato dal settore vivaistico nazionale mostra quanto quel problema fosse tutt’altro che episodico.

Se nei prossimi anni centinaia di amministrazioni cercheranno contemporaneamente milioni di alberi per rispettare programmi climatici e obiettivi di riforestazione, dopo decenni nei quali non si è costruita una filiera vivaistica adeguatamente programmata, anche gli alberi rischiano paradossalmente di diventare una risorsa scarsa. E il cambiamento climatico, purtroppo, non aspetterà i tempi dei nostri bandi.

Il verde non è arredamento urbano

Brescia ha compiuto recentemente un altro passo importante. Dal luglio 2026 è entrato in vigore il nuovo Regolamento del Verde, che riconosce esplicitamente il ruolo della vegetazione nella tutela della biodiversità, nel contrasto alle isole di calore, nella permeabilità dei suoli e, più in generale, nella produzione di servizi ecosistemici.

È una direzione condivisibile. Ma proprio questo nuovo approccio dovrebbe spingerci a cambiare anche il modo con cui valutiamo le politiche urbane del verde. L’obiettivo non può essere semplicemente raggiungere una determinata cifra di alberi piantati. Dovrebbe essere aumentare realmente, e stabilmente, la capacità della città di produrre ombra, assorbire acqua, ridurre le temperature, ospitare biodiversità e rendere più vivibili i quartieri.

Per questo la prima regola della riforestazione urbana dovrebbe forse essere la più semplice: prima di piantare un nuovo albero, impariamo a proteggere quelli che abbiamo già.

Poi occorre programmare. Rafforzare la produzione vivaistica. Scegliere specie adatte alle condizioni climatiche future. Garantire acqua e manutenzione nei primi anni. Depavimentare il suolo. Collegare le aree verdi. Controllare gli attecchimenti. Rendere pubblici i risultati. E soprattutto smettere di considerare il verde come la decorazione finale di una città già progettata. Perché nelle città sempre più calde del prossimo futuro gli alberi non saranno un elemento di arredo. Saranno un’infrastruttura essenziale.

Le promesse crescono più in fretta degli alberi

A questo punto vale forse la pena ricordare una piccola pagina della campagna elettorale del 2023. Il 25 febbraio, presentando la propria candidatura, Laura Castelletti annunciò che Brescia avrebbe messo a dimora, entro il 2030, 200.000 nuovi alberi: uno per ogni abitante della città. Pochi giorni dopo il candidato del centrodestra Fabio Rolfi giudicò la cifra poco ambiziosa e rilanciò: 500.000 alberi. Era cominciata, insomma, una sorta di asta elettorale del verde.

Oggi, dopo aver scoperto che per produrre gli alberi occorrono anni di programmazione, che i vivai italiani faticano già a soddisfare la domanda, che una parte delle giovani piante inevitabilmente non attecchisce, che ciascuna deve essere irrigata e curata e che occorrono anni prima che una piantina possa offrire i servizi ecosistemici di un albero adulto, quelle cifre meritano forse di essere rilette con qualche maggiore prudenza.

Duecentomila, cinquecentomila: in campagna elettorale gli alberi sembrano crescere con una facilità straordinaria. Peccato che, fuori dai comizi, la natura abbia tempi assai meno disponibili alle esigenze della propaganda.

Ed è forse proprio questa la lezione conclusiva. Una seria politica ambientale comincia quando si smette di promettere alberi come se fossero numeri da aggiungere a un programma elettorale e si comincia a considerarli per quello che sono: organismi viventi che devono essere prodotti, piantati, curati e fatti crescere per decenni. Le promesse, invece, attecchiscono molto più facilmente.

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Colombia - Il doppio standard di de De La Espriella sui gruppi armati

Venerdì 7 agosto, il nuovo presidente della Colombia, l’avvocato di estrema destra Abelardo de la Espriella, si è insediato a Casa de Nariño, il palazzo del governo a Bogotà, dopo una contestata vittoria al fotofinish sul candidato di sinistra del Pacto Histórico Iván Cepeda (0,96% di scarto, meno di 250.000 voti su un totale di 26 milioni).

Una campagna elettorale urlata, all’insegna della lotta senza quartiere alla guerriglia: “Basta con le trattative di pace!”. Un Vannacci colombiano insomma, pur non provenendo dall’esercito. Eppure, de la Espriella ha iniziato la sua carriera difendendo proprio i gruppi armati [di estrema destra, ndr].

Errori di gioventù?

Nel 2004, a soli 26 anni, Abelardo creò la Fundación Fipaz, una piattaforma che organizzava forum universitari per supportare i colloqui di pace a Santa Fe de Ralito nello stato di Córdoba, tra il governo di centrodestra di Álvaro Uribe e una delle formazioni paramilitari più sanguinare, la Auc (Autodefensas Unidas de Colombia).

Erano trascorsi 7 anni dalla strage di Aro, dove 67 contadini furono massacrati da Auc, e solo due dalla Operaración Orión nella Comuna 13 di Medellin (oggi l’attrazione turistica principale della città) perpetrata dalla milizia Convivir voluta da Uribe: 120.000 uomini dotati di armi ad alta tecnologia, che fecero sparire centinaia di ragazzi.

Lo scopo principale di questo connubio Auc/Convivir era appropriarsi delle terre dei campesinos, accusati di appoggiare le Farc, notoriamente di sinistra.

Il giovane avvocato de la Espriella, attraverso la fondazione che gestiva con il suo socio Daniel Peñarredonda, promosse un referendum per evitare l’estradizione negli Stati Uniti dei due boss Salvatore Mancuso ed Ernesto Baéz.

Oggi le Auc non esistono più, sono state rimpiazzate da due formazioni ugualmente feroci: il Clan del Golfo che opera a livello internazionale e le ACSN/Los Pachenca (Autodefensas Conquistadoras de la Sierra Nevada) che agiscono sulla costa, tra Santa Marta e la Sierra Nevada. Le Acsn sono focalizzate sull’estorsione e sulla speculazione edilizia attraverso abusi ambientali.

Secondo la testimonianze di un imprenditore italiano che ha denunciato per primo questo sistema, il pizzo colpisce tutti, alberghi, negozi e compagnie di trasporto, con la complicità dell’amministrazione di Santa Marta, il cui sindaco di centrodestra Carlos Pinedo Cuello è stato sanzionato di recente con 10 giorni di arresto per le costruzioni abusive a Playa Salguero.

Secondo la fonte, l’impunità di Acsn arriva fino a costringere i negozi ad acquistare solo dai fornitori legati all’organizzazione, con i pulmini delle imprese locali talvolta bloccati dalle gang, e costretti a trasferire i turisti sui loro mezzi.

Oggi Peñarredonda sarebbe il proprietario dell’hotel di lusso Tewimake a Santa Marta dove – secondo confidenze di un manager – alloggerebbe Fredy Castillo, alias “Pinocho”, il leader Acsn incaricato di un contatto con il governo attraverso l’ex socio di de la Espriella.

Criteri di valutazione criminale

La differenza tra il Clan del Golfo e le Acsn ai fini dei requisiti per accedere alla lista del FTO (Foreign Terrorist Organizations, le organizzazioni internazionali del terrorismo) secondo i criteri del Dipartimento di Stato statunitense, consiste in una serie di fattori: pericolosità oltre i confini del territorio colombiano, soprattutto nei confronti degli Stati Uniti, e priorità di intelligence attribuite da NSA (National Security Agency) e CIA (Central Intelligence Agency) che monitorano il volume e la portata globale delle bande dedite al narcotraffico e il loro raggio d’azione a livello terrorismo nei riguardi dei cittadini statunitensi.

In questa categoria rientra il Clan del Golfo, la struttura criminale più vasta e potente della Colombia: 9.000 membri individuati, che controllano la metà delle esportazioni di cocaina dalla Colombia verso gli Stati Uniti e l’Europa e hanno una dimensione internazionale, con reti collegate ai cartelli messicani e alle mafie dell’Est Europa, Spagna e Italia.

Il Clan del Golfo controlla anche il traffico dei migranti attraverso il “Tappo del Darién”, una selva al confine tra Colombia e Panama, facendo così dell’immigrazione clandestina verso il confine sud degli Stati Uniti un business supermilionario.

Questa dinamica lo posiziona nelle priorità di sicurezza nazionale di Washington, e quindi al top della classifica del narcotraffico colombiano e non solo.

Di recente gli ordigni esplosivi sganciati dai loro droni hanno ucciso una dozzina di militari a Bogotà.

Le Acsn, pur esercitando un controllo territoriale pressoché totale su Santa Marta e la Sierra Nevada, infiltrate come sono nel municipio e nelle élites locali, hanno un’impronta prevalentemente regionale. I loro “business” hanno un impatto geografico più circoscritto, a cui si sono aggiunti gli abusi ambientali e le costruzioni illecite su Playa de Los Cocos e Playa Salguero nella regione di Magdalena.

Per cui se Abelardo nelle sue purghe annunciate risparmierà le Acsn, potrebbe mantenere intatto il suo rapporto con Washington, poiché avrebbe applicato lo stesso metro di giudizio Usa sulla valutazione dei gruppi armati, assicurandosi magari anche la riconoscenza di un’organizzazione importante, avendo già aiutato i suoi predecessori in passato. E pazienza se dovesse chiudere un occhio sulle loro prossime malefatte.

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L’ultima idrovora del risparmio globale

di Alessandro Volpi

Arrivano le grandi manovre per mantenere in vita il capitalismo finanziario drenando tutto il risparmio possibile al servizio dei Padroni del mondo.

L’operazione annunciata, in questi caldissimi giorni, da Nvidia, sotto la guida di Jensen Huang, segna una svolta strategica senza precedenti che trasforma il colosso dei semiconduttori in un vero e proprio orchestratore finanziario globale, mirando a mobilitare oltre 500 miliardi di dollari attraverso una maxi-alleanza con giganti come BlackRock, Blackstone, Apollo, Brookfield, Goldman Sachs e KKR, alcuni dei quali a partire da BlackRock sono suoi azionisti e hanno fitte partecipazioni incrociate.

In pratica gli oligarchi della finanza globale.

L’obiettivo è finanziare la costruzione delle imponenti infrastrutture fisiche necessarie all’intelligenza artificiale, come data center di nuova generazione e reti elettriche potenziate, creando un ecosistema in cui Nvidia non si limita a vendere i chip, ma si assicura che esistano i capitali per costruire i “contenitori” in cui tali chip verranno installati.

In altre parole, una ulteriore spinta alla bolla finanziaria che presenta un aspetto decisivo.

Le risorse necessarie per alimentare questo piano non provengono, infatti, direttamente dai bilanci di Nvidia, bensì dal cosiddetto “capitale di terzi” gestito dai partner finanziari: si tratta di fondi raccolti presso investitori istituzionali come fondi pensione, compagnie assicurative e fondi sovrani, ma anche attraverso il risparmio gestito di grandi e piccoli investitori privati che confluisce nei veicoli di investimento di queste società.

In sostanza, Nvidia mira a diventare il grande monopolista attirando i risparmi globali con l’azione dei fondi d’investimento che hanno deciso, in questo caso, di coordinarsi anche formalmente per garantire rendimenti sicuri.

Per i risparmiatori, questa operazione comporta, tuttavia, rischi significativi, legati innanzitutto alla possibile esplosione della bolla speculativa nel settore dell’IA, dove l’enorme afflusso di capitali potrebbe gonfiare i prezzi delle infrastrutture oltre il loro reale valore economico, portando a perdite in caso di rallentamento della domanda tecnologica.

Vi è inoltre un rischio di concentrazione, poiché molti portafogli privati potrebbero trovarsi eccessivamente esposti a un unico settore, e un rischio di illiquidità, dato che gli investimenti in infrastrutture fisiche richiedono anni per generare ritorni e sono difficili da smobilizzare rapidamente in caso di necessità.

Per quanto riguarda gli strumenti utilizzati, mentre il nucleo dell’alleanza si muoverà nel campo dei mercati privati (private equity e private credit), i risparmiatori retail saranno coinvolti principalmente attraverso gli ETF tematici.

È infatti prevedibile che i grandi gestori come BlackRock e Goldman Sachs integrino i risultati di queste operazioni all’interno di ETF focalizzati sull’intelligenza artificiale, sulle infrastrutture digitali o sull’energia, offrendo ai piccoli investitori un modo per partecipare al progetto con la liquidità tipica dei titoli quotati, ma esponendoli contemporaneamente alla volatilità quotidiana del mercato e al rischio che l’intero comparto tecnologico subisca correzioni violente.

Attenzione dunque all’inglobamento, più o meno consapevole, dei risparmi dei futuri pensionati, delle casse di previdenza professionale, dei fondi aperti e persino di quello chiusi in prodotti che, per effetto del miraggio dell’onnipotenza tecnologica, verranno presentati come i più sicuri possibili e i più “democratici”.

In definitiva, Nvidia sta costruendo un meccanismo per auto-alimentare il proprio mercato, spostando però il rischio finanziario della costruzione delle infrastrutture sulle spalle degli investitori globali attraverso i canali della finanza tradizionale.

Non dimentichiamo che, ad oggi, Nvidia è il titolo maggiormente presente nei fondi pensione italiani.

Il capitalismo finanziario costruisce così il proprio consenso che ha bisogno di una politica totalmente assente o complice.

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Fidel è la bussola più precisa

Il Primo Segretario del Comitato Centrale del Partito Comunista di Cuba e Presidente della Repubblica, Miguel Díaz-Canel Bermúdez, ha inaugurato il I Colloquio Internazionale “Fidel: eredità e futuro”, che per tutta la settimana riunisce intellettuali, accademici e attivisti da tutti i continenti per riflettere sul pensiero e sull’azione di Fidel Castro.

Senza l’intenzione personale di tenere una conferenza magistrale, come ha precisato, il Primo Segretario del Comitato Centrale del Partito Comunista di Cuba e Presidente della Repubblica, Miguel Díaz-Canel Bermúdez, ha aperto lunedì le sessioni del I Colloquio Internazionale “Fidel: eredità e futuro” con una dissertazione che ha messo in luce gli insegnamenti del leader storico della Rivoluzione Cubana e l’ispirazione che rappresenta nella sfida di salvare la Rivoluzione da una delle minacce più gravi che abbia mai affrontato in 67 anni di asfissia da parte degli Stati Uniti.

Più di 1.500 accademici, intellettuali, artisti, leader sociali e politici, insieme a giovani studenti provenienti da tutti i continenti per onorare Fidel nel centenario della sua nascita, hanno costituito il pubblico davanti al quale il presidente cubano ha espresso idee, ordinate – ha commentato – dai sentimenti, dall’emozione e dall’impegno rivoluzionario che comporta il privilegio di parlare di Fidel, l’uomo che ha segnato il XX secolo e il cui pensiero illumina il XXI secolo.

A questi fidelisti di Cuba e del mondo, che hanno sfidato le distanze, le campagne di disinformazione e, in molti casi, le pressioni dei loro stessi governi per venire nell’Isola in una data così significativa, il capo di Stato cubano ha riconosciuto questo atto di coraggio e coerenza.

“Perché venire a Cuba oggi, in mezzo all’intensificarsi del blocco e dell’ostilità imperiale, è un gesto di solidarietà militante che onora l’eredità di Fidel” e costituisce – ha indicato – “il monumento migliore e più solido che gli ambasciatori della verità, i testimoni che Cuba non si arrende, i compagni di strada di una rivoluzione che trascende i confini, possono innalzare”.

“Non esagero dicendo che questo colloquio si tiene in uno dei momenti più difficili che la nostra Rivoluzione abbia vissuto” – ha spiegato il presidente e subito dopo ha affermato – “ma non siamo qui per amministrare la nostalgia. Siamo qui perché il pensiero di Fidel Castro continua ad essere la bussola più precisa che abbiamo per navigare la tempesta che vive il popolo cubano”.

Fidel: una scuola perenne di lavoro rivoluzionario

Parlando dell’eredità del Comandante in Capo Fidel Castro Ruz, il Presidente Díaz-Canel ha ricordato lo studente universitario che scese dalla collina della sua Alma Mater divenuto rivoluzionario per accendere le fiaccole del Centenario dell’Apostolo, colui che, più tardi e ancora molto giovane, sarebbe diventato il capo del movimento che il 26 luglio 1953 si lanciò contro le caserme di una dittatura sanguinaria e proimperialista, per iniziare un’altra Guerra Necessaria.

“Il brillante avvocato che trasformò la sua autodifesa in programma politico del suo movimento, il tenace prigioniero che sconfisse i suoi carcerieri trasformando il carcere modello in scuola di combattenti, il fondatore di un esercito popolare che sconfisse in due anni un esercito professionale che possedeva diverse volte il numero delle sue forze, il Comandante in Capo che mise Cuba sulla mappa del mondo e riempì di speranze i popoli del continente, aveva già un posto nella storia quando, a soli 34 anni, scosse l’Assemblea Generale delle Nazioni Unite con il discorso più lungo e trascendente che fosse stato pronunciato lì fino ad allora”.

Il Capo di Stato cubano ha affermato che l’eredità di Fidel oggi interpella più che mai coloro che continuano la sua opera. “Cosa ci ha lasciato in eredità il Comandante in Capo? Ci ha lasciato la certezza che i sogni si conquistano difendendo le idee; ci ha lasciato la lezione che l’internazionalismo è un atteggiamento che deve distinguerci; ci ha insegnato la convinzione che il socialismo è l’unica via per salvare l’umanità dall’abisso”.

Fidel – ha ricordato – fu il primo a denunciare la globalizzazione neoliberista come l’impero della morte, e anche il primo ad alzare la voce per un mondo migliore per tutti.

“Ci ha insegnato che la lotta per la preservazione dell’ambiente e della specie umana è anche una battaglia socialista, che la scienza deve essere al servizio del popolo, che l’unità dei rivoluzionari è più importante di qualsiasi differenza tattica”.

Díaz-Canel ha sottolineato che in Fidel si trova non solo un leader storico, ma una scuola perenne di lavoro rivoluzionario, dove le premesse fondamentali sono: studiare, analizzare, prevedere, ascoltare il popolo e agire con audacia e onestà.

Nel suo intervento il dignitario ha riconosciuto che Fidel ha guidato le sorti di Cuba con una coerenza che non ha pari nella storia contemporanea e che al di là dell’essere un dirigente e un leader, è stato un lavoratore instancabile, uno studente permanente, un oratore che muoveva le folle, uno stratega che anticipava il futuro.

“Fidel ci ha lasciato un modo di pensare e agire. Non ha lasciato ricette; ha lasciato un metodo. E quel metodo è nato dalla prassi, non solo dalla biblioteca”.

Questo modo di pensare e agire è stato esemplificato da Díaz-Canel nella sua conferenza al Colloquio. Ha menzionato che quando Fidel formulò nella sua arringa del 16 ottobre 1953 le cinque leggi rivoluzionarie – riforma agraria, diritti del lavoro, riforma urbana, confisca dei beni mal acquisiti e partecipazione industriale – non elaborò un programma dottrinario importato da qualche manuale, ma diagnosticò le malattie strutturali di un’economia sottosviluppata e dipendente.

“Quel metodo – diagnosi rigorosa, proposta programmatica, azione decisa – si ripeté in ogni crocevia”.

Nella sfera economica – ha valutato Díaz-Canel – il leader storico della Rivoluzione Cubana comprese qualcosa che molti teorici non riuscirono a vedere: che l’economia non è una sfera autonoma separata dalla politica, ma la sua espressione materiale, sintetizzata nella sua formulazione: “non c’è economia senza politica, né politica senza economia”.

Il presidente ha approfondito anche altre eredità di colui che è la guida dei comunisti cubani. Ha sottolineato la coerenza e l’etica, la capacità di predicare con l’esempio, di vivere senza ricchezze, la fedeltà ai principi. “Visse come pensò e morì come visse. Questo, in un mondo dove la politica è diventata uno spettacolo di ipocrisia, è una sfida permanente alla coscienza”.

Ha inoltre caratterizzato l’eredità dell’audacia intellettuale del Comandante in Capo, che fu un lettore instancabile, un uomo che dialogava con scienziati, economisti, artisti, sportivi e contadini. “Ci ha insegnato che il socialismo non è un dogma, ma una scienza in costruzione, che deve adattarsi alle realtà concrete senza rinunciare ai principi. Oggi, quando il capitalismo digitale ci impone nuove forme di alienazione, il suo appello a ‘studiare, studiare, studiare’ risuona come un avvertimento: non c’è rivoluzione senza conoscenza”.

Durante la dissertazione, più volte interrotta da ovazioni, il Presidente cubano ha sottolineato l’eredità dell’internazionalismo. Per Fidel la Rivoluzione cubana non era un fatto isolato. Per lui, fedele a Martí, Patria era umanità. Per questo sostenne le cause per la liberazione dei popoli africani, della Palestina, denunciò l’apartheid e il genocidio; alzò la voce contro la guerra in Iraq e contro il blocco e l’appropriazione coloniale di qualsiasi popolo del mondo.

In modo particolare ha menzionato l’eredità dell’ottimismo rivoluzionario, quello che non lo rese mai pessimista, anche nelle peggiori circostanze. Ha ricordato i giorni più bui, quando il campo socialista crollava e il blocco si inaspriva, e come Fidel mantenne la fede nell’essere umano e nella storia. “Ci ha insegnato che l’ottimismo rivoluzionario non è ingenuità, ma convinzione incrollabile nella vittoria”, ha assicurato.

In ambito militare, ha accentuato il pensiero e la pratica della strategia militare in Fidel. Ha sottolineato che l’eterno guerrigliero era un profondo studioso dell’arte militare contemporanea, che apportò veri contributi nella concezione delle più importanti contese militari sviluppate nelle missioni internazionaliste cubane e che concepì la dottrina della Guerra di tutto il popolo.

Per Díaz-Canel, Fidel vedeva la sovranità non come uno stato raggiunto, ma come un processo che si conquista e si difende su molteplici fronti simultaneamente: la difesa e la sicurezza del paese, il fronte economico, il fronte culturale-ideologico, il fronte internazionalista e di solidarietà, il fronte scientifico, il fronte della politica estera e delle relazioni internazionali.

Nel caratterizzare il sistema di lavoro del leader storico della Rivoluzione Cubana, il presidente ha distinto quattro principi: la priorità del politico, la sequenza tattico-strategica, la mobilitazione popolare come risorsa strategica e l’innovazione sotto restrizione.

Riguardo alle sue qualità di stratega che anticipava il futuro, Díaz-Canel ha detto che non c’è alcun dubbio, ma nemmeno misticismo nell’affermazione. Ha argomentato che Fidel fu un profondo studioso della realtà nazionale e internazionale, che seguiva nei dettagli attraverso tutti i mezzi possibili; era anche un osservatore acuto del comportamento umano, grazie non solo alla sua notevole intelligenza, ma alla sua insaziabile ricerca della conoscenza, dei progressi della scienza e della tecnica. Possedeva anche una cultura vasta, alimentata durante la sua vita da letture fondamentali di tutti i generi.

Un leader che ha materializzato le sue idee

Davanti ai più di 1.500 delegati riuniti al Palazzo delle Convenzioni dell’Avana, il Presidente della Repubblica ha citato le tappe del processo rivoluzionario guidato dal Comandante in Capo Fidel Castro sotto la pressione del governo degli Stati Uniti, la loro politica di asfissia economica e i tentativi di assassinarlo.

Con la leadership di Fidel, Cuba riuscì a sradicare l’analfabetismo nel 1961, con una campagna che mobilitò più di 250.000 volontari. Appena due anni dopo la vittoria, sconfisse a Playa Girón un’invasione finanziata, addestrata e scortata dall’impero vicino, infliggendogli la prima grande sconfitta in America Latina.

Cuba costruì il sistema sanitario universale più avanzato del cosiddetto Terzo Mondo. Cuba inviò più di 600.000 professionisti della salute in 165 paesi attraverso il Programma Internazionale di Cooperazione Medica.

L'isola più grande delle Antille sviluppò un sistema educativo gratuito dall’Asilo Nido all’Università. Costruì un solido sistema culturale e sportivo che per molti anni fu un riferimento per il mondo. Fidel progettò i principi della politica estera cubana, elevandola a riferimento per il mondo.

Per quanto riguarda la sua azione continentale, ha sottolineato che uno dei capitoli fondamentali della sua eredità si svolse nel periodo più promettente della storia della Nostra America quando, insieme a Hugo Chávez, guidò la rinascita del progetto integrazionista di Simón Bolívar che fu anche il grande sogno di José Martí.

Fidel: una guida per superare le sfide

In modo enfatico, il dignitario ha affermato che a poche ore dal commemorare i cento anni dalla nascita di Fidel, l’incontro che si svolge all’Avana non è precisamente per celebrare un rituale, ma per adempiere a un dovere: il dovere di pensare Fidel non come passato, ma come stratega al di là del suo tempo. “Pensare la sua eredità non come un deposito di citazioni da evocare negli anniversari, ma come una guida per superare le sfide che abbiamo davanti a noi, oggi, nella Cuba reale del 2026”.

Díaz-Canel ha detto agli accademici, intellettuali, artisti, leader sociali e politici che non si può parlare di Fidel senza guardare al mondo che lui tanto studiò e che noi abbiamo ereditato. “E il mondo, come amava dire lui, è un ‘vortice di contraddizioni’. La crisi sistemica del capitalismo è arrivata al suo punto più acuto: guerre regionali che minacciano di espandersi, crisi climatica che non è più previsione ma catastrofe quotidiana, carestie provocate dalla speculazione finanziaria, migrazioni forzate che trasformano i mari in cimiteri, e una frattura sociale dove la ricchezza di pochi si accumula sulla miseria di molti”.

“L’ordine internazionale è in discussione. L’unilateralismo imperiale pretende di imporre la sua legge con la forza, ma il mondo multipolare è venuto per restare. Tuttavia, l’impero raddoppia i suoi attacchi, cerca nuovi pretesti, fabbrica nemici e destabilizza i governi che non si piegano”.

In questo scenario globale, Cuba continua ad essere uno degli obiettivi prediletti dell’ira imperiale. “Non è un caso che nell’anno del centenario di Fidel, Washington abbia intensificato la sua offensiva: rafforzamento del blocco con misure extraterritoriali che perseguono le relazioni commerciali e finanziarie; inclusione arbitraria nella lista degli stati sponsor del terrorismo – un’ironia storica per un paese che è stato vittima del terrorismo di Stato per decenni –; campagne mediatiche massive che cercano di dipingere Cuba come un ‘regime fallito’, mentre tacciono i successi della nostra salute, educazione, cultura, scienza e sport”.

Il presidente ha denunciato che gli Stati Uniti “hanno destinato milioni di dollari per promuovere il ‘cambio di regime’ attraverso social network, ONG e piattaforme che si mascherano da ‘difensori dei diritti umani’, ma che in realtà servono gli interessi geopolitici dell’impero”.

“Non ci sorprendono affatto le rivelazioni degli ultimi giorni dei grandi media statunitensi su un incremento delle operazioni della CIA a Cuba per sovvertire l’ordine interno. Non sono fughe di notizie casuali, come le presentano, ma parte del piano deliberato del regime statunitense di guerra psicologica contro Cuba”, ha affermato.

Ha aggiunto: “Nel colmo del cinismo e della perversione, il Segretario di Stato ha dichiarato recentemente che le sanzioni statunitensi contro il regime cubano non faranno altro che inasprirsi. ‘Quello che stiamo cercando di insegnare loro – ha detto – è che non ci sono valvole di sfogo’. È un riconoscimento senza riserve che esiste una situazione difficile a Cuba come conseguenza di una guerra economica senza precedenti. Questa affermazione costituisce la minaccia aperta dello sterminio genocida di un intero popolo se non si sottomette ai disegni dell’impero”.

Appello ai partecipanti del colloquio

“Fidel non è patrimonio esclusivo dei cubani. Fidel appartiene a tutti coloro che lottano per un mondo migliore”, ha sentenziato Díaz-Canel, e ha indicato quattro compiti decisivi per i partecipanti. Primo, diffondere la verità di Cuba e di tutti i popoli in resistenza. “Ogni libro che scriverete, ogni articolo che pubblicherete, ogni conferenza che terrete nei vostri paesi è una trincea contro la disinformazione”.

Secondo, articolare reti di solidarietà efficaci. “Bisogna tradurre la solidarietà in azioni concrete: campagne per la revoca del blocco, proposte di cooperazione scientifica e culturale, progetti di commercio equo, denunce presso organismi internazionali”.

Terzo, approfondire il pensiero critico sul socialismo del XXI secolo. “Fidel ci ha lasciato domande aperte, non risposte definitive. Come costruire il potere popolare nell’era digitale? Come conciliare pianificazione centralizzata con autonomia territoriale? Come affrontare il cambiamento climatico da una prospettiva socialista?”

Quarto, rafforzare l’unità dei movimenti progressisti. “Fidel fu un maestro nell’arte di sommare volontà, di gettare ponti tra settori diversi, di cercare convergenze senza rinunciare alle differenze”.

Appello ai giovani: il ricambio generazionale in marcia

Il Primo Segretario del Comitato Centrale del Partito Comunista ha dedicato uno spazio significativo ai giovani; in quel momento del suo intervento ha riconosciuto la fiducia che Fidel ha sempre riposto in loro e ha lanciato un appello diretto ad assumere il protagonismo nella costruzione del futuro.

Ha ricordato che furono i giovani a circondare Fidel per concepire sogni realizzabili quando la Patria ne aveva bisogno, quelli che impugnarono le armi nella Sierra, quelli che alfabetizzarono la popolazione sulle montagne, i protagonisti delle gloriose missioni internazionaliste. “Furono i giovani a costruire i contingenti, a promuovere la scienza e la tecnologia”, ha sottolineato.

“Oggi, nell’anno del suo centenario, la gioventù cubana è chiamata a forgiarsi con la stessa altezza storica. Le sfide che abbiamo davanti sono immense: l’economia colpita dal blocco, le trasformazioni strutturali che dobbiamo implementare, la necessità di produrre più cibo, di realizzare la transizione energetica, di sostituire le importazioni, di costruire una società con maggiore benessere per tutti. Non c’è sfida che la gioventù non possa affrontare se se lo propone”.

Díaz-Canel ha convocato i giovani di Cuba e del mondo a essere non solo eredi di Fidel, ma protagonisti attivi della sua continuità: “A voi, giovani, spetta scrivere il prossimo capitolo di questa storia. La Rivoluzione non è un museo, è una prassi che si rinnova ogni giorno con la vostra intelligenza, la vostra ribellione e il vostro impegno. Fidel ha confidato in voi; noi anche”.

Díaz-Canel ha concluso il suo intervento con una certezza lasciata da Fidel: “Il futuro non è scritto, noi abbiamo il potere di scriverlo. Sì, l’impero è potente, ma la storia è dalla parte dei popoli”.

“Il centenario di Fidel è un punto di partenza. È il momento di assumere che la sua eredità non è nel passato, ma nel presente e nel futuro che stiamo costruendo. Non basta ricordarlo; bisogna studiarlo. Non basta ammirarlo; bisogna emularlo”.

Il Presidente ha concluso con una citazione di quel paradigma che è Fidel: “Noi siamo disposti a resistere dignitosamente e con abnegazione per gli anni che saranno necessari al blocco imperialista. Se altri transigono, se altri si lasciano corrompere, se altri tradiscono, Cuba saprà mantenersi come esempio di una rivoluzione che non cede, che non si vende, che non si arrende, che non si mette in ginocchio”.

Con queste parole, il Primo Segretario del Partito Comunista di Cuba ha inaugurato il Colloquio Internazionale, che per tutta la settimana riunisce intellettuali, accademici e attivisti da tutti i continenti per riflettere sul pensiero e sull’azione di Fidel Castro, in un momento in cui l’Isola affronta uno dei periodi più complessi della sua storia recente.

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Guerra in Ucraina - La “Campagna dei 40 giorni” non ha prodotto alcuna svolta per Kiev

Si è chiusa da una decina di giorni quella che veniva annunciata come l’ennesima svolta del conflitto in Ucraina, la “Campagna dei 40 giorni”, un’ampia operazione militare promossa dal presidente Volodymyr Zelensky per colpire il cuore della macchina bellica ed economica russa. Una serie di attacchi che hanno certamente causato danni significativi, ma che nei fatti sono stati quello che molti analisti avevano già annunciato: un fallimento.

L’offensiva puntava a sfruttare droni a lungo raggio e nuovi missili per infliggere danni sistemici alle infrastrutture strategiche della Federazione Russa, costringendo il Cremlino a sedersi al tavolo delle trattative in condizioni meno favorevoli rispetto al passato. Nel bilancio conclusivo diffuso dallo SBU, Kiev rivendica oltre cento attacchi riusciti, più di 21 mila tra sistemi d’arma e mezzi colpiti e circa 5 mila soldati russi eliminati.

Per la prima volta, l’Ucraina ha affiancato ai droni di nuova generazione i missili da crociera FP-5 Flamingo, capaci di raggiungere bersagli fino a 3 mila chilometri di distanza. I raid si sono concentrati su tre direttrici fondamentali: raffinerie di petrolio, oltre a depositi e stazioni di pompaggio; le infrastrutture che collegano la Crimea alla Russia e la cosiddetta flotta ombra russa; i nodi logistici e commerciali.

I risultati non sono mancati, soprattutto sul piano energetico. La produzione di benzina nella Federazione è scesa a circa il 65% della domanda stagionale, costringendo Mosca a bloccare le esportazioni di diesel, a razionare il carburante in Crimea e persino a importare benzina raffinata dall’estero. Ma non c’è stata alcuna vera e propria emergenza, se non sui mercati internazionali già sollecitati dall’aggressione all’Iran.

A fronte delle dichiarazioni ufficiali di soddisfazione da parte del governo ucraino, il bilancio operativo si presenta piuttosto amaro, tracciando un’innegabile efficacia tattica, ma nessuna svolta strategica. In una guerra d’attrito come quella in corso in Ucraina, è un’illusione che la sola tecnologia possa alterare le sorti del conflitto, senza considerare che le forze armate russe hanno progressivamente adattato le proprie difese aeree.

Lo hanno imparato anche i paesi occidentali in Afghanistan, ma sembra che la lezione non sia bastata. E che, di fatto, nello schieramento pro-Kiev gli unici a vincere siano stati gli “alleati”, che hanno potuto sfruttare ulteriormente l’Ucraina come laboratorio per testare nuove tecnologie per raccogliere dati di combattimento.

Intanto, come preventivato, la risposta di Mosca sta esponendo Kiev a gravi vulnerabilità economiche ed energetiche in vista dell’inverno. Al fronte, la pressione non si è allentata: le truppe russe continuano ad avanzare lentamente ma costantemente nella regione di Kharkiv e nel Donbass. Inoltre, il Cremlino ha colpito pesantemente la rete portuale ucraina sul Mar Nero, e in particolare Odessa. L’avventurismo bellico ucraino e la risposta simmetrica russa hanno creato un sostanziale pericolo anche per le forniture alimentari di molti paesi.

Il pericolo più grave per l’Ucraina riguarda tuttavia la tenuta del proprio sistema energetico e difensivo. Dopo 40 giorni di attacchi incrociati, le scorte dei missili intercettori occidentali (in particolare per i sistemi Patriot) sono nei fatti esaurite. Nei cieli le sirene d’allarme precedono ormai i missili di pochi secondi, lasciando la popolazione sempre più esposta. Il pericolo di lunghi blackout si somma a quello del gelido inverno.

Zelensky ha nuovamente millantato i mirabolanti risultati che il suo paese potrebbe raggiungere con un minimo sostegno occidentale: “vendete all’Ucraina il 10% dei Patriot statunitensi e distruggeremo tutti i missili balistici russi”. Più un grido d’aiuto che una realtà militare. Lo scorso 31 luglio l’ex ammiraglio della Marina degli Stati Uniti Mark Montgomery ha proposto di utilizzare i caccia F-16 per neutralizzare i lanciatori Iskander, un’operazione altrettanto ardua e ad altissimo rischio.

Insomma, il conflitto continua in condizioni sempre peggiori per l’Ucraina, con i paesi occidentali che hanno trovato in quel paese la “gallina dalle uova d’oro” del riarmo, a scapito della pelle dei suoi abitanti. Zelensky sostiene la linea guerrafondaia, perché è l’unica che gli evita il defenestramento... forse anche letterale. Ma l’inverno che viene si preannuncia terribile.

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Cosa resterà dopo lo scoppio della bolla dell’intelligenza artificiale

C’è una domanda che il dibattito sull’intelligenza artificiale continua a mancare. Non «è una bolla?» – lo è. È: quando la bolla si sgonfia, cosa resta a terra e di chi è. Perché lascia due cose molto diverse. Un’infrastruttura fisica – data center, energia, chip – che è un bene generico: come la fibra ottica e le ferrovie, sopravvive al fallimento di chi l’ha costruita e passa, a prezzo di saldo, a chi arriva dopo. E dei modelli – Claude, ChatGPT, Gemini – che generici non sono affatto e che nessun crollo mette in vendita. Su questa asimmetria si decide tutto: chi si prende il valore e chi resta inquilino per sempre.

Che la corsa sia una bolla non è più un sospetto: è aritmetica. Tra il novembre 2022 e il luglio 2026 la capitalizzazione delle società del settore è cresciuta di 27.000 miliardi di dollari, mentre il valore attuale dei profitti che quella tecnologia può ragionevolmente generare ne vale, secondo l’Osservatorio sui Conti Pubblici Italiani, circa 9.000: 18.000 miliardi di distanza tra ciò che il mercato ha prezzato e ciò che lo giustifica. Lo S&P 500 quota 27 volte gli utili, come alla vigilia del crollo delle dot-com, e sette società pesano un terzo dell’indice. Non è un mercato che scommette su un settore: è un settore diventato il mercato. Quando lo scarto si chiuderà – e questi boom si sono sempre chiusi – il conto non lo pagherà solo Wall Street, ma il fondo pensione che detiene quegli indici, l’assicurazione sul tuo Tfr, il risparmiatore che non ha mai scelto di scommettere. L’euforia si concentra in alto; il rischio si redistribuisce in basso. Come sempre.

Su un piano, il crollo è persino un’occasione. L’impianto fisico che gli americani stanno costruendo – in perdita per i loro stessi azionisti, tanto che la spesa dei cinque maggiori gruppi è passata dal 12-18 per cento dei ricavi del 2024 verso il 48 previsto nel 2026 – non svanisce con la bolla: resta, e diventa a buon mercato. È esattamente la ragione per cui chi comprò le reti in fibra dopo il crollo ci guadagnò, mentre chi le posò per primo fallì. Per l’infrastruttura la posizione del compratore paziente è quella giusta, e l’Europa la occupa naturalmente.

Ma qui finisce l’analogia, e comincia il problema. Un modello di frontiera non è il cemento del data center: è dato proprietario, know-how di ricerca, una pipeline di addestramento e allineamento, un capitale umano scarso e concentrato. Se l’impianto va all’asta, i pesi di Claude non sono nell’inventario, e non varrebbero nulla senza chi li ha costruiti. Quando un laboratorio salta, semmai, i giganti se ne prendono le persone: la concentrazione aumenta, non si diluisce. L’asset che decide chi incassa il valore è precisamente quello che nessun crollo mette in saldo. Il boom regalerà all’Europa hardware a poco prezzo e una dipendenza duratura da una manciata di proprietari di ciò che non si replica. Puoi affittare il cemento. Il modello no.

Non è, per onestà, un fortino eterno, ed è qui che l’analisi di Pietro Maggi su questo giornale mette in guardia: chiedersi «chi sta vincendo la corsa» porta fuori strada. La capacità scende di livello con un ritardo – i modelli a pesi aperti, da Mistral a DeepSeek a Qwen, inseguono la frontiera con uno o due anni di scarto e a costo quasi nullo; il 2026 AI Index Report di Stanford HAI dà il miglior sistema americano a un margine del 2,7 per cento sul primo concorrente cinese, e Kimi K3 si scarica a un terzo del costo del modello di punta di Anthropic. La frontiera è mobile e tallonata – solo che a inseguire, coi pesi aperti, non è un piccolo laboratorio ma la seconda potenza mondiale. Ciò che si democratizza è però la capacità di ieri; ciò che resta concentrato – il modello migliore, l’integrazione, il canale che lo porta a un miliardo di utenti – è il valore di oggi. Una rendita che si sposta in avanti ogni diciotto mesi, e per questo non si esaurisce da sola.

Il punto vero, però, è un altro e riguarda l’Europa più di qualunque classifica. La partita non si vince costruendo la chatbot migliore: si vince infilando un modello «abbastanza capace» dentro un apparato produttivo che si possiede già. La Cina realizza in interi settori strategici il 70 per cento della produzione mondiale, usa più robot industriali del resto del mondo messo insieme, e nella Hyperfactory di Xiaomi settecento robot fanno uscire un’automobile ogni 76 secondi. Gli Stati Uniti hanno i modelli; la Cina ha le fabbriche in cui metterli. L’Europa non ha né gli uni né le altre – ed è la ragione per cui la sua sovranità non si gioca sulla frontiera della ricerca, che non raggiungerà, ma sulla capacità di diffondere l’intelligenza artificiale nel proprio tessuto produttivo e di regolare ciò che diffonde.

E intanto la macchina fa ciò per cui è costruita: sostituire lavoro con capitale, alla luce del sole. In otto mesi Amazon ha cancellato 30.000 posizioni mentre metteva a bilancio 200 miliardi di investimenti quasi tutti in infrastruttura per l’intelligenza artificiale: il costo del lavoro esce dal conto economico, la capacità di calcolo entra nello stato patrimoniale. Il guadagno di produttività è reale ed enorme – in Italia, stima il Politecnico di Torino con Anitec-Assinform, può liberare 5,7 miliardi di ore di lavoro l’anno. Ma non si distribuisce da solo. Nel Novecento lo distribuivano la contrattazione collettiva e il fisco; oggi entrambe logore: la copertura contrattuale italiana è scesa dall’85 per cento del 2010 al 70, la quota dei salari sul Pil di quattro punti in vent’anni, e il valore si forma dove il lavoro non c’è. Se l’asset chiave non si replica e le leve della distribuzione sono rotte, il risultato non è una fase: è la conversione, in chiaro, di una società salariale in una società di rendita, in cui chi possiede i modelli incassa e chi li usa paga il canone. Un cambiamento costituzionale che nessun Parlamento ha votato.

Il conto lo paga Davide, 35 anni, al sesto contratto a termine, più produttivo ogni anno e con la stessa busta paga. Lo paga la piccola impresa brianzola che versa ogni mese in dollari il canone del suo cloud e non ha un’alternativa europea. Lo paga la pensione di domani, finanziata su contributi da lavoro mentre il valore migra al capitale. E quando i guadagni si concentrano e i costi restano diffusi, la reazione non è la rivendicazione salariale: è il rifiuto. Chi ha visto crescere la produttività del proprio settore senza vederne un euro non chiede una quota, chiede protezione – e la chiede a chi promette di fermare il mondo.

È il meccanismo che ha già riscritto il consenso in mezza Europa, e l’intelligenza artificiale è il primo shock tecnologico che lo incontra a democrazie già indebolite. La tensione, del resto, non è solo nostra: perfino la Cina, avverte l’Economist, rischia di distruggere posti di lavoro con l’automazione prima che il calo demografico crei scarsità di braccia. Chi paga la transizione non conosce confini né sistemi politici. È qui che tutto si tiene. Tecnologia senza fisco è concentrazione: il valore si forma dove le imposte non arrivano. Fisco senza welfare è gettito che non torna a nessuno. Welfare senza formazione è assistenza che non riapre nessuna porta. E tutto questo senza sovranità digitale è una trattativa condotta da chi non possiede il tavolo. Tutto si tiene, o niente regge.

La risposta ha due gambe. La prima è distributiva: il dividendo dell’automazione appartiene anche a chi l’automazione la subisce e va prelevato dove il valore si forma – sul calcolo, sui modelli, sul capitale immateriale, non sull’ennesima busta paga – e vincolato per legge a formazione continua, sostegno al reddito nei passaggi di lavoro, riqualificazione nelle piccole e medie imprese. Non è punire l’innovazione: è il patto che la rende sostenibile.

La seconda è di sovranità e impone di correggere l’istinto: comprare data center crollati è utile ma insufficiente, perché l’asset che conta non è l’infrastruttura: sono i modelli – e i modelli non si comprano a saldo. Significa estendere ad essi l’obbligo di portabilità che il Data Act, dal settembre 2025, impone solo al cloud; fare dell’ecosistema a pesi aperti una politica industriale e non un progetto di ricerca; costruire una capacità pubblica europea che tenga il passo della frontiera invece di raccattarne gli scarti, coi bond comuni indicati dal rapporto Draghi e mai emessi. E, come insegna la Cina, portarla davvero nelle fabbriche e negli uffici: il valore non sta nel modello, ma in ciò che il modello fa quando entra nella produzione.

Gli investimenti rallenteranno – la spesa dei giganti crescerà del 76 per cento nel 2026, del 6 nel 2028 – e si vedrà quali data center avevano davvero clienti. Molti impianti resteranno, come è restata la fibra, e diventeranno di tutti. I modelli no: quelli resteranno di chi li possiede, a meno che una scelta politica non decida il contrario, adesso, finché la frontiera è ancora mobile e la rendita non si è ancora sedimentata. Perché un guadagno di produttività che nessuno distribuisce non è progresso. È un trasferimento: e stavolta, per la prima volta, sappiamo in anticipo verso chi.

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