L’Ufficio Nazionale dei Processi Elettorali del Perù ha continuato ad aggiornare i risultati preliminari del secondo turno delle elezioni presidenziali. Secondo il sito web dell’autorità, il candidato presidenziale di sinistra Roberto Sanchez era in vantaggio rispetto alla candidata della destra Keiko Fujimori quando erano stati conteggiati il 94,717% dei registri elettorali.
Secondo i dati forniti dall’ONPE, il candidato di Juntos por el Perú ha ottenuto il 50,079% dei voti (8.851.941) rispetto al 49,921% della figlia del dittatore Alberto Fujimori, rappresentante di Fuerza Popular (8.824.034 voti), sostenuta da Trump e dai trumpiani del continente.
La differenza tra i due è stata di 27.907 voti. Il risultato del conteggio rimane molto equilibrato, ma conferma la tendenza prevista secondo cui lo scrutinio dei voti dalle aree rurali favorisce Sánchez, che ha più sostegno nel Perù profondo. Mercoledì prossimo si concluderà l’arrivo a Lima dei registri di voto dei peruviani all’estero, che corrispondono a 2.506 seggi installati in 73 paesi.
In un paese spaccato in due, nei quartieri residenziali di Lima, la candidata di destra, Keiko Fujimori, vince con un ampio margine, mentre il candidato della sinistra Roberto Sanchez vince nelle aree andine dove ha un ampio vantaggio, riducendo quella distanza nelle zone popolari della capitale.
Il candidato di Juntos por el Perú, Sanchez, ottiene una maggiore preferenza nelle macroregioni centrali (51,5%), meridionali (75%) ed orientali (57,4%) del paese. A Lima, Sánchez ha ottenuto il 36,4%, una cifra molto superiore al 3% ottenuto al primo turno. Fujimori, invece, ha il 60,5% sulla costa, il 29,8% in montagna e il 41,4% nella zone della selva.
La spina dorsale del progetto di Sanchez consiste nel trasformare un’economia estrattiva e diseguale in una economia produttiva e sovrana, decentralizzare il potere verso i territori, costruire uno stato plurinazionale che riconosca i popoli nativi e affrontare l’eredità del conflitto armato interno degli anni Ottanta e Novanta.
Il candidato presidenziale di Juntos por el Perú (JPP), Roberto Sánchez, ha seguito la diffusione dei primi risultati del secondo turno elettorale dal carcere di Barbadillo, dove si era recato prima che i risultati elettorali fossero noti, per incontrarsi con l’ex presidente Pedro Castillo, deposto da un colpo di stato nel dicembre del 2022.
La visita in carcere si è svolta circa dieci minuti prima della pubblicazione dei sondaggi.
Significativamente, il candidato della sinistra Roberto Sánchez era arrivato al carcere per conoscere i risultati insieme all’ex presidente, con cui mantiene un stretto rapporto politico.
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Presentazione
Analisi, opinioni, fatti e (più di rado) arte da una prospettiva di classe.
09/06/2026
Il Perù prova a cambiare pagina. In testa il candidato della sinistra
Lavorare per “due spicci”, è l’ora di organizzarsi!
Come Slang e USB Cinema, solidarizziamo con la lotta dei lavoratori e delle lavoratrici per il riconoscimento della subordinazione e contro le paghe orarie infime denunciate nel corso di questi giorni. Siamo un sindacato che lotta per l’applicazione del CCNL Cineaudiovisivo nel mondo dell’animazione, nel Cinema e nelle serie televisive in tutte le sue declinazioni e per un rinnovo decente del suddetto, scaduto da oltre 25 anni, che non tiene conto delle nuove mansioni e le nuove tecnologie del settore.
Allo stesso tempo, nel corso degli ultimi anni abbiamo portato avanti numerose lotte contro le finte partite IVA e per i diritti dei lavoratori precari e con contratti di lavoro atipici (co.co.co, stagionali etc), una piaga che tanto nel settore dell’animazione quanto nel cinema è all’ordine del giorno.
L’attacco diretto alla persona di Zerocalcare, che non è responsabile della produzione né della serie né degli studi coinvolti, da parte di noti esponenti politici Gasparri e Malan di Forza Italia a pochi giorni dal lancio della serie, fa luce su quanto si stia strumentalizzando una lotta per i diritti sindacali in chiave politica; a muoverla sono infatti gli stessi senatori che votano no all’introduzione del salario minimo.
L’attenzione viene ancora una volta spostata dal vero nodo della questione: il modello produttivo adottato dalle grandi piattaforme e multinazionali dell’intrattenimento, come Netflix in questo caso. Le cosiddette Major acquisiscono i diritti delle opere e demandano poi a una fitta rete di società esterne gran parte delle attività necessarie alla loro realizzazione.
Anche in questa vicenda il meccanismo è stato lo stesso: la multinazionale ha esternalizzato una parte significativa delle lavorazioni senza garantire un’effettiva vigilanza sul rispetto delle norme contrattuali e delle condizioni di lavoro lungo tutta la filiera produttiva.
Un sistema che ha consentito la progressiva compressione dei diritti di centinaia di lavoratrici e lavoratori, gli stessi che con la propria professionalità e il proprio lavoro hanno contribuito in modo determinante alla realizzazione del prodotto finale e al successo commerciale dell’opera.
I problemi del mondo dell’animazione non sono di certo un singolo autore, né i singoli studi che sono stati denunciati dai lavoratori ma sono strutturali al mondo dell’animazione italiana, tutti gli studi, tutti i progetti. I punti critici del settore infatti sono moltissimi: il piccolo mercato sul territorio nazionale, gli scarsi fondi e supporto da parte del Ministero della Cultura e del Ministero dell’Istruzione (anche quando collegato con produzioni nazionali od europee), la mancata presenza di una formazione professionale pubblica e accessibile, appalti a studi minori e singoli professionisti, gestione e detenzione dei diritti d’autore delle opere prodotte (che non permette ai lavoratori di aggiornare i portfolio), e molto altro.
Il settore soffre, inoltre, la frammentazione contrattuale ed è denotato da una difficoltà oggettiva a organizzarsi; come USB siamo convinti e convinte che nonostante le difficoltà sia l’organizzazione di chi lavora a poter costituire il primo argine per rivendicare salario e diritti e bene hanno fatto i lavoratori a portare al centro dell’attenzione le proprie condizioni di lavoro, ora per cambiarle serve organizzarsi e rilanciare una piattaforma che tenga conto della complessità del settore.
Invitiamo i Lavoratori e le Lavoratrici di questo settore ad unirsi a USB per rivendicare le giuste tutele e il giusto salario.
Potete contattare direttamente le nostre sedi territoriali o inviare una mail al nostro indirizzo: lavoratoricinema@usb.it
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Parigi, Berlino e Londra ripropongono la manfrina dei volenterosi, spacciandola per pace
Nella tarda serata del 7 giugno, Downing Street è diventata il baricentro della diplomazia europea – se tale si può chiamare... il primo ministro britannico Keir Starmer, il presidente francese Emmanuel Macron e il cancelliere tedesco Friedrich Merz hanno incontrato il presidente ucraino Volodymyr Zelensky nel formato soprannominato “E3”.
L’obiettivo del summit era duplice: da una parte riaffermare la centralità dell’Europa in qualsiasi futuro tavolo di trattativa, dall’altra fare eco alle menzogne che vogliono un’Ucraina agire con rinnovata verve militare e Putin rifiutare un accorato appello alla pace spedito da Zelensky, salvo dimenticarsi che in quell’accorato appello c’era anche una minaccia di morte diretta al presidente russo.
Un’operazione propagandistica, per lo più, ma che serviva a ribadire un messaggio al Cremlino: Bruxelles sta pagando il governo golpista di Zelensky affinché continui a far morire gli ucraini per indebolire i russi. E un messaggio chiaro anche alla Casa Bianca: i termini di qualsiasi discussione con Mosca vengono determinati in Europa, non ad Anchorage, in Alaska.
Questi termini, però, sono piuttosto inverosimili: cessate il fuoco immediato; la linea del fronte come punto di partenza nei negoziati; garanzie di sicurezza per l’Ucraina e dispiegamento sul suo territorio di una forza multilaterale; i beni russi rimangono congelati fino al risarcimento dei danni di guerra a Kiev; una sorta di “veto” europeo e NATO, cioè la necessità del consenso di questi organismi e dei suoi membri per qualsiasi negoziato li coinvolga.
Insomma, nel testo licenziato dall’E3 ci sono persino garanzie per la UE e per la NATO, e nemmeno una per la Russia, che è poi il motivo che l’ha spinta in guerra. Anzi, vengono anche riaffermati due punti centrali: “i confini internazionali non devono essere modificati con la forza e il diritto sovrano dell’Ucraina di scegliere i propri assetti di sicurezza e le proprie alleanze deve essere pienamente rispettato”.
Lasciamo perdere il fatto che questo non è valso, ai tempi, per il Kosovo, e non vale oggi per l’occupazione sionista di vari territori che va avanti da quasi 60 anni. Al di là del solito doppio standard, il tema qui è che non si riconoscono gli oblast che la Russia ha integrato nel proprio territorio, e si continua a difendere l’idea che l’Ucraina possa scegliersi gli alleati che vuole, come se un’architettura internazionale di sicurezza condivisa da vari attori con interessi strategici divergenti possa costruirsi su una base del genere.
E infatti da Mosca non si prende nemmeno in considerazione la proposta “negoziale” dell’E3, mentre la scorsa settimana, nella capitale russa, Putin ha incontrato l’ex cancelliere tedesco Gerhard Schröder. Al di là di tutto, dei canali informali di discussione continuano, anche se è chiaro che le potenze europee non hanno nessuna intenzione di raggiungere alcuna trattativa equa.
Ma un ulteriore obiettivo del vertice di Londra era in realtà – e forse soprattutto – Washington, passando anche per i suoi più stretti zerbini europei: Varsavia e Roma. A una conferenza stampa, il portavoce del governo tedesco ha affermato che per Berlino “l’E3 è un format sperimentato”, ma “non significa che altri partner europei non siano coinvolti” nella definizione del futuro della guerra in Ucraina.
“Una delle condizioni essenziali per la Germania – ha continuato – è quella di non intraprendere una strada individuale e che ci sia un lavoro di squadra e un coordinamento”. Ovviamente, una parte del messaggio è rimasta sottintesa: ai termini europei, non di Trump. Se, o meglio, quando ci sarà da far fallire l’Ucraina e tradire Kiev, si decide nel Vecchio Continente, non nel Nuovo.
Giorgia Meloni si è infatti tenuta lontana dall’incontro di Londra. Secondo alcune fonti di primissimo piano riportate dal Corriere della Sera, il governo considera piuttosto “autoreferenziale” il vertice dell’E3, soprattutto perché è evidentemente pensato per contrastare Trump e gli USA sul dossier ucraino.
Una posizione, quella di Roma, che è passata tra le righe come un messaggio di vicinanza a Washington in vista del G7 di Évian, in Francia, che comincerà il prossimo lunedì. In contemporanea, il ministro della Difesa Guido Crosetto incontrerà il Segretario alla Guerra Pete Hegseth, mentre il 22 il ministro degli Esteri Antonio Tajani incontrerà il Segretario di Stato Marco Rubio.
Sembra tutto approntato per una distensione tra Italia e USA, che però viene vista come una faglia dalle altre capitali europee. E a questo hanno risposto, innanzitutto, all’E3. Eppure, gli europei potrebbero ritrovare una certa unità intorno allo sviluppo del riarmo europeo e in vista del vertice NATO di Ankara, il 7 e 8 luglio. Per ora, comunque, si continua a mandare a morte gli ucraini.
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08/06/2026
Fuga da Big Tech
YouTube, Facebook, Instagram, TikTok: sono le piattaforme social più utilizzate dagli italiani. Social media, e non social network, visto che – come sottolinea Kenobit nel suo nuovo saggio “Assalto alle piattaforme” (Agenzia X) – l’obiettivo è tenerci agganciati a consumare passivamente contenuti multimediali, invece che mobilitarci per creare rete.
App come queste sono infatti caratterizzate dall’apparente gratuità e da un algoritmo esplicitamente progettato per generare dipendenza, stimolando uno scrolling destinato a non finire mai. Lo stesso Aza Raskin, il designer che nel 2006 ha ideato lo scrolling infinito (cioè il caricamento continuo e automatico di nuovi contenuti durante lo scorrimento, senza un punto di arresto naturale), a distanza di 20 anni si è dichiarato pentito della sua invenzione. Inoltre queste piattaforme intrappolano gli utenti in modo che non clicchino su link che rimandano a siti esterni, inibendo così l’uscita dalle piattaforme.
“Il gioco è sempre lo stesso”, scrive Kenobit. “Visto che il profitto delle piattaforme è direttamente proporzionale al tempo che gli dedichiamo, i loro meccanismi sono studiati scientificamente per aumentarlo il più possibile. Produciamo valore quando creiamo contenuti, ma anche quando li consumiamo”.
Per un utente che non cerca altro che intrattenimento, luoghi del genere sembrano l’Eldorado. E invece si tratta, antropologicamente parlando, di veri e propri non luoghi: spazi in cui non si creano connessioni, ma che si attraversano di passaggio per andare da un contenuto a un altro senza che resti all’utente alcun valore aggiunto.
“Se non stai pagando per il prodotto, il prodotto sei tu”, verrebbe da dire, riprendendo le parole rese celebri dal film “The social dilemma”. Ed ecco una delle frasi che Kenobit punta a decostruire nel suo saggio: su queste piattaforme persino chi paga – le aziende e le attività che versano una quota per occupare spazi pubblicitari – è a sua volta un prodotto, perché genera ulteriori dati che le piattaforme raccolgono e sfruttano per arricchirsi vendendoli.
Ma cosa – o meglio chi – sono queste piattaforme? Tra quelle citate, si possono raggruppare Facebook e Instagram (e WhatsApp), del gruppo Meta fondato da Mark Zuckerberg. C’è poi YouTube, proprietà come Google della holding Alphabet Inc., di cui i fondatori di Google, Larry Page e Sergey Brin, sono ancora i maggiori azionisti e membri del consiglio di amministrazione, detenendo di fatto il controllo dell’azienda, pur non essendo più amministratori delegati.
Meta ha registrato un fatturato di 164,5 miliardi di dollari per l’intero anno 2024, segnando una crescita del 22% rispetto al 2023. Alphabet Inc. ha registrato ricavi annuali record, superando i 400 miliardi di dollari nel 2025, grazie alla crescita della pubblicità. C’è di più: entrambi i colossi hanno espliciti legami con il presidente degli Stati Uniti Donald Trump, e sono nella lista BDS (Boicottaggio, Disinvestimento e Sanzioni) per il loro coinvolgimento nel genocidio in Palestina.
Ma se sono così poco etiche perché è tanto difficile abbandonare queste piattaforme? Probabilmente, perché non tutto ciò che avviene sui social è nocivo. Quante amicizie, progetti, idee, iniziative non sarebbero nate o diventate così note se non fosse stato per i social? Kenobit fa l’esempio delle mobilitazioni per la Palestina realizzate dal 7 ottobre 2023 in poi, in cui i social, nonostante le varie dinamiche di shadow ban – cioè di oscuramento della tematica, costringendo talvolta a utilizzare caratteri speciali per parlarne (per esempio scrivendo G4z4 invece di Gaza) – hanno avuto un ruolo fondamentale. Il ruolo dei social è stato centrale anche nella formazione di grandi movimenti di protesta come Fridays For Future, con la nascita di nuclei di attivisti in ogni parte del mondo, o Black Lives Matter, con la condivisione di massa del video della morte di George Floyd e la propagazione delle sue ultime parole “I can’t breathe”.
Il problema è che, sui social, in breve tempo si passa oltre: nuovi contenuti, nuovi trend, nuove cose a cui prestare attenzione, togliendo forza al desiderio e all’urgenza di convergenza e di organizzazione. Tra i limiti dell’attivismo online c’è infatti la necessità di sottostare alle logiche algoritmiche delle piattaforme, con Meta che al contempo blocca la possibilità di promuovere post dal contenuto a sfondo politico o sociale e ne limita anche la diffusione organica, tramite l’impostazione che permette di non visualizzare contenuti politici tra quelli suggeriti nel proprio feed.
Fare attivismo sui social significa inoltre rischiare di scivolare, talvolta senza rendersene nemmeno conto, in quello che viene definito slacktivism, o attivismo da poltrona, cioè un tipo di attivismo che si limita alla condivisione di contenuti sui propri canali, senza che questo gesto si concretizzi in nulla di più radicale o d’impatto.
Inoltre, perché il proprio attivismo cambi le cose, l’obiettivo dev’essere quello di costruire comunità. Appoggiarsi alle piattaforme mainstream significa invece, come scrive Kenobit, “costruire a casa d’altri”, lasciando in mano loro il destino del nostro attivismo ed esponendosi al rischio che post, profili e gruppi vengano cancellati in qualsiasi momento, quasi senza possibilità di replica. “Queste piattaforme non sono democratiche”, scrive sempre Kenobit. Chi crea contenuti rischia, tra l’altro, di diventare schiavo dei numeri, piegandosi a trattare di temi non controversi o divisivi in modo da raggiungere il maggior numero di persone possibili – talvolta finendo per capitalizzare le lotte sponsorizzando prodotti che con queste hanno qualche punto di contatto (magliette, tote bag o oggetti figli, per esempio, del greenwashing). Così facendo, l’attivismo diventa un lavoro da influencer più che da potenziali leader politici.
È possibile cambiare piattaforme?“Abbiamo davanti una lotta impari, contro un nemico ben fortificato, con risorse economiche e tecnologiche senza precedenti nella storia dell’umanità”, prosegue Kenobit nel saggio. “Non lo prenderemo mai per sfinimento, né possiamo sperare di batterlo sul suo stesso terreno. Le piattaforme possiedono tutto, incluso il campo di battaglia, e se anche riuscissimo a metterle in difficoltà in casa loro potrebbero semplicemente cambiare le regole del gioco. Per lo stesso motivo, anche se usare alcuni dei loro strumenti può avere dei meriti strategici, non possiamo sperare di cambiarle dall’interno. Non può esserci riformismo in una dittatura. La disparità è evidente anche sul fronte della comunicazione, perché le piattaforme, controllando la dimensione digitale, proiettano un’influenza tangibile sul reale”.
Nonostante questa posizione, Kenobit è abilissimo nel fornire alternative valide a ciascuno dei problemi legati alle piattaforme, spiegando con parole comprensibili a tutti che cosa si può fare e perché dovremmo farlo. Per esempio, la proposta di passare al Fediverso come alternativa ai social media mainstream è legata all’eticità dell’utilizzo di un software open source, ovvero il cui codice è consultabile e utilizzabile praticamente da chiunque, invece che chiuso, proprietario e i cui meccanismi sono noti solo a pochi eletti.
Come si legge in “Assalto alle piattaforme” (disponibile gratuitamente anche come audiolibro):
Il software libero si basa su una filosofia completamente diversa. Come suggerisce il nome, è pensato per tutelare la nostra libertà. Nello specifico, quattro libertà:
- la libertà di eseguire il programma per qualsiasi scopo;
- la libertà di studiare come funziona il programma e di modificarlo in base alle proprie necessità;
- la libertà di ridistribuire copie del programma in modo da aiutare il prossimo;
- la libertà di migliorare il programma e di distribuirne pubblicamente i miglioramenti, in modo tale che tutta la comunità ne tragga beneficio.
Kenobit elenca molti motivi per cui preferire i social del Fediverso a quelli ancora mainstream: tra questi, l’assenza di un algoritmo che determina che cosa mostrare a chi a favore di un feed che rispetta l’ordine cronologico delle pubblicazioni, garantendo a tutti di non perdersi nulla e di dare a ogni contenuto la giusta dignità e diffusione. “L’assenza di pubblicità vanifica la necessità di un algoritmo che seleziona al posto nostro cosa mostrarci”.
Va da sé che è impossibile che il passaggio dai social mainstream al Fediverso sia rapido e collettivo. Per questo, una valida soluzione intermedia consiste nel mantenere i propri profili sui social tradizionali, ma smettendo gradualmente di postare contenuti e utilizzandoli soprattutto, come da tempo fa Kenobit, per sponsorizzare il passaggio ad altre piattaforme.
Più cooperazione e meno competizioneIl controllo che Big Tech può esercitare va però ben oltre le singole piattaforme. Durante una presentazione del libro che si è svolta a Torino, a Radio Blackout, l’11 febbraio 2026, è nato un dibattito sul possesso delle dorsali internet (backbone): infrastrutture fisiche ad altissima capacità, composte da cavi sottomarini in fibra ottica posati sui fondali oceanici. Trasportano oltre il 99% del traffico dati mondiale tra continenti, connettendo reti locali e garantendo la velocità della connessione web.
Già questo aspetto pone un importante problema, perché, anche utilizzando piattaforme alternative a quelle mainstream, ci si continuerebbe ad appoggiare a questo sistema, che resta in buona parte in mano a colossi privati. Le dorsali sono infatti gestite da un consorzio di grandi aziende di telecomunicazioni internazionali, colossi tecnologici (Google, Meta, Amazon, Microsoft) e, in parte, da governi.
In risposta a questa osservazione, Kenobit ha suggerito di cercare il sito di Antennine, che punta a costruire reti comunitarie. Citando il loro blog, “le reti comunitarie sono infrastrutture locali di telecomunicazione create da gruppi di persone (una comunità) per connettersi a Internet e fornire servizi di comunicazione digitale. Sono costruite e gestite come un bene comune, cioè una risorsa prodotta e mantenuta collettivamente, piuttosto che detenuta privatamente, come alternativa alle grandi reti commerciali o statali e ai fornitori di servizi Internet”. Sul sito di Antennine sono presenti le istruzioni per contattare gli organizzatori del progetto e unirsi alla rete. È solo un inizio, che rappresenta però un baluardo di resistenza per ricordarsi che costruire delle alternative è possibile.
Altri esempi internazionali di gestione comunitaria e democratica dell’accesso a internet sono Guifi.net, nata in Catalogna nel 2004 e che punta a costruire una rete dal basso in modo da connettere aree rurali portando la connessione internet laddove non arrivano gli operatori commerciali tradizionali, e Freifunk, nata a Berlino, che ha come obiettivo quello di fornire una rete internet libera e accessibile a tutti.
Un altro tema critico riguarda le conoscenze necessarie per poter usare – o anche solo entrare in contatto – con le piattaforme alternative. È necessaria in primis un’alfabetizzazione digitale, non scontata in un contesto in cui solo il 46% degli italiani possiede competenze di base in quest’ambito, ma anche una coscienza politica tale da problematizzare le piattaforme, oltre a contatti che tramite il passaparola permettano di accedere ad alternative come il Fediverso.
Per fare effettivamente la differenza, c’è insomma prima di tutto
bisogno di fare massa critica, scegliere che direzione prendere e
costruirla insieme. Come scrive Kenobit, “abbiamo un’occasione
imperdibile per rivendicare una dimensione digitale fondata sulla
cooperazione invece che sulla competizione”.
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Israele bombarda l’Iran per impedire qualsiasi accordo
Fin dall’inizio della cosiddetta «tregua», stabilita da Trump nei primi giorni di aprile, il negoziato si è svolto tra Iran e Usa, visto che la presenza di Tel Aviv era per entrambi solo un elemento di rottura.
Ma fin dall’inizio era stato anche chiarito – non solo da Teheran, ma anche dai mediatori – che il Libano era parte integrante del pacchetto in discussione. Tutto, del resto, si tiene in un’area dove alleanze e forze sono profondamente radicate in una storia secolare che lega religione, politica, conflitti. Non era insomma pensabile una trattativa per arrivare ad un qualsiasi accordo se Israele avesse continuato ad attaccare il Paese dei Cedri, per ora nel meridione abitato prevalentemente dagli sciiti (ma anche dai cristiani).
Naturalmente Tel Aviv – al completo, governo ed «opposizione», «moderati» e coloni razzisti – ha fatto esattamente questo, allargando a dismisura, giorni dopo giorno, la sua invasione del Libano, nonostante la resistenza incontrata abbia alzato di molto il costo in soldati e mezzi da lasciare sul terreno.
Il massacro ha assunto negli ultimi giorni – non stranamente dopo l’ennesimo «cessate il fuoco» negoziato da Trump direttamente con Netanyahu e il presidente-complice, Aoun – dimensioni tali da render impossibile il far finta di nulla (che resta una specialità tutta europea).
Teheran ha più volte avvertito che la prosecuzione degli attacchi e l’estensione della strategia della «demolizione» persino alla capitale Beirut avrebbe trovato quella risposta, ovviamente militare, che l’Occidente si guardava bene dal praticare sul piano diplomatico.
Alcuni missili sono stati quindi lanciati dall’Iran verso Israele nella serata di ieri. Per chi ha ragionato un po’ sulle modalità di guerra degli ultimi due anni, quel lancio era ancora una sorta di «avvertimento». Pochi missili, infatti, e «telefonati» in anticipo, rendevano efficace la difesa garantita dall’Iron Dome (sostanzialmente batterie di missili antimissile Arrow e Patriot). Un attacco «vero», per provocare danni seri, si sarebbe invece svolto con le ormai classiche «ondate» di droni e missili che saturano numericamente le possibilità di difesa, riuscendo così a portare sugli obbiettivi un buon numero di vettori.
Dopo questo primo lancio «propagandistico», evidentemente accompagnato da messaggi diretti tra Washington e Teheran per circoscrivere la portata esatta dell’iniziativa, Trump ha chiesto all’Iran di fermarsi a quel punto: “Avete lanciato i vostri missili e questo basta, tornate al tavolo delle trattative e firmate l’accordo”.
Contemporaneamente si è rivolto a Netanyahu – cui aveva già fatto sapere che “Non sono contento dell’attacco di Israele a Beirut” – ingiungendogli di non rispondere all’attacco iraniano. Nel suo linguaggio da sbrasone era stato anche più drastico: Netanyahu “non avrà scelta”, ha detto Trump al Financial Times. “Sono io a dettare legge. Lui non ha voce in capitolo”.
Il lancio dei pochi missili iraniani, insomma, “Non avrà alcun impatto sull’accordo”, ha detto il presidente americano al Financial Times. “Vedremo come andrà a finire. Ma gli attacchi missilistici contro Israele non hanno lasciato il segno. È una di quelle cose che vanno avanti da 3.000 anni, o da 47 anni, a seconda di come si conta”.
Detto fatto, Israele ha attaccato l’Iran sia con missili che con bombardieri. La capitale, stando ai media locali, non sarebbe stata colpita, mentre esplosioni sono state avvertite in varie città. L’Idf ha dichiarato di aver colpito «obbiettivi militari».
La conseguenza immediata è chiara: Trump “non detta legge” a Israele. Ma se non controlla il suo principale alleato, allora è quest’ultimo a controllare lui (gli Stati Uniti, in generale), imponendo le scelte anche quando cozzano direttamente con gli interessi dell’amministrazione statunitense.
Da qui discende il corollario logico: se non detta legge su Tel Aviv non può più pretendere di dettare legge su nessuno. Diventa insomma inutile cercare di raggiungere un qualsiasi accordo-quadro per fermare la guerra nell’area perché c’è un soggetto impazzito che non rispetta niente e nessuno, animato da un impulso imperiale e genocida che solo un’ideologia profondamente suprematista e razzista può supportare.
Questa frattura di fatto – che certamente in queste ore sia Washington che Tel Aviv staranno cercando di ricomporre a spese di terzi – arriva oltretutto dopo giorni di polemiche, negli Usa, per il ruolo “invadente e spionistico” di Israele nei confronti del “fratello maggiore”.
La Defense Intelligence Agency del Pentagono ha registrato un intensificarsi delle attività di spionaggio del Mossad, dopo l’ormai celebre telefonata di insulti tra Donald Trump e Benyamin Netanyahu, nei confronti di diversi funzionari statunitensi, in particolare Steve Witkoff – incaricato personalmente da Trump di seguire quasi tutte le trattative a livello mondiale (Ucraina, Iran, Golfo Persico, ecc.) e Elbridge A. Colby, sottosegretario alla Difesa (il vice di Hegseth, insomma), nonché Michael P. Di Mino IV, appena un gradino sotto ma responsabile per il Medio Oriente.
Non risultano azioni “invasive” a carico di Jared Kushner, marito della figlia di Trump, nonché sionista e finanziatore dei gruppi di coloni più estremisti in Cisgiordania, al centro della rivolta albanese, anche lui “incaricato” di seguire quasi tutte le crisi insieme a Witkoff. Si vede che si spia da solo, passando al Mossad informazioni di prima mano...
A facilitare lo spionaggio israeliano ci sarebbe la scarsa “professionalità diplomatica” dei personaggi in questione, tutti scelti da Trump su base fiduciaria personale. La Dia, infatti, lamenta che tutti costoro sono inoltre, bersagli molto “vulnerabili” per l’abitudine a viaggiare su jet privati, gestire questioni di sicurezza nazionale tramite i propri telefoni personali e rifiutare il supporto del personale delle ambasciate americane all’estero. Ma gestire gli affari propri e quelli della prima superpotenza richiedono una “strumentazione” profondamente diversa...
In un documento di sette pagine la Dia spiega che la capacità di Israele di condurre attività di spionaggio e di raccolta informazioni è aumentata a livelli preoccupanti negli ultimi tempi e cita una serie di esempi. Sebbene sia prassi comune che alleati e avversari di tutto il mondo si spiino a vicenda, le recenti operazioni israeliane sono andate ben oltre le normali e prevedibili pratiche di intelligence.
Immediata e ovvia la catena delle “smentite imbarazzate”, sia a Washington che a Tel Aviv, ma la stessa Dia fa sapere che Witkoff e altri “adottano già precauzioni supplementari quando si recano in Israele”. Come se lo spionaggio dipendesse dal luogo fisico...
La velata protesta del Pentagono, peraltro, arriva appena un paio di mesi dopo le dimissioni di Joe Kent da capo dell’Antiterrorismo, con una lettera in cui spiegava chiaramente che “abbiamo iniziato questa guerra a causa delle pressioni di Israele e della sua potente lobby americana”.
Del resto, se l’Aipac ha contribuito direttamente all’elezione di 351 parlamentari americani su 535, procurandosi così una “maggioranza qualificata” e bipartisan a favore di Israele, come si può pensare che su tutti gli altri ambiti dei rapporti bilaterali – a cominciare appunto dall’intelligence – non avvenga altrettanto?
Comunque la si giri, quel che ne viene fuori è una caduta verticale della credibilità degli Stati Uniti – non soltanto di questa amministrazione – come “regolatore” delle vicende del mondo. Solo pochi giorni fa, per esempio, dopo la cosiddetta “lettera” di Zelenskij a Putin, un Trump in stato di evidente confusione, aveva invitato Russia e Ucraina ad “accordarsi fa loro”, seppellendo di fatto “lo spirito di Anchorage” e il suo stesso ruolo di salvatore nel “portare la pace” a confini dell’Europa.
Ma se non c’è più “uno sceriffo in città”, i giochi cambiano. Tutti e per tutti.
In aggiornamento
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Export di armi israeliane da record. L’Europa primo acquirente, complice del genocidio
I fatti contano molto più delle parole. Per questo le vuote parole delle cancellerie occidentali sulla contrarietà alle politiche israeliane, che non si traducono mai in nessuna misura economica o diplomatica concreta, lasciano il tempo che trovano, e anzi esprimono l’ignobile ipocrisia dei governi nostrani.
Basta poi vedere la quantità di armamenti che vengono acquistati da Tel Aviv per capire che Israele è un pilastro fondamentale della tendenza alla guerra dell’imperialismo occidentale. Lo Stato ebraico ha registrato il massimo storico assoluto nelle esportazioni di sistemi d’arma, con l’export militare che ha toccato quota 19,2 miliardi di dollari: un aumento di quasi il 30% rispetto all’anno precedente.
Il complesso militare-industriale israeliano sta letteralmente volando negli ultimi anni. La quota delle esportazioni è più che raddoppiata in cinque anni e addirittura quadruplicata nell’ultimo decennio. E nonostante le tante dichiarazioni che millantano una ferma opposizione alle continue aggressioni illegali di Israele, come quella che continua in Libano nonostante il “cessate il fuoco”, sono proprio i governi europei a essere i primi acquirenti degli strumenti bellici di Tel Aviv. L’Europa rappresenta il 36% degli acquisti totali.
Con la scusa della “minaccia russa”, costruita ad arte da una disinformazione martellante e continua, il Vecchio Continente sviluppa la sua fisionomia guerrafondaia con acquisti per 6,9 miliardi di dollari. E pensare che c’è stato un calo rispetto al 2024, quando la cifra raggiungeva i 7,9 miliardi (il 54% dell’export bellico), ma in pratica solo per il fatto che quel dato era gonfiato dal mega-acquisto tedesco dei missili Arrow 3, un contratto da 4,6 miliardi.
Secondo Il Fatto Quotidiano, oggi i maggiori acquirenti europei sono Finlandia, Grecia, Polonia e Romania. Oltre il Vecchio Continente, spiccano le vendite nell’area dell’Asia-Pacifico (32% del totale, in netto aumento) e nei paesi arabi firmatari degli Accordi di Abramo e, in generale, che hanno normalizzato i rapporti con Israele (Emirati Arabi Uniti, Bahrein e Marocco).
Il cuore dell’export israeliano è negli armamenti tecnologicamente all’avanguardia: sistemi missilistici, razzi e difesa aerea; sistemi di sorveglianza e puntamento bersagli; radar, guerra elettronica, sistemi di controllo e comunicazione. Quote minori, seppur significative, riguardano droni e UAV (4% dei prodotti esportati), satelliti e tecnologie spaziali (3%), veicoli militari blindati (2%) e sistemi di intelligence e cybersicurezza (2%).
Tutti strumenti e soluzioni che, si vantano gli stessi sionisti, hanno il “pregio” di essere state testate sul campo dell’occupazione, contro i palestinesi. Il governo israeliano fa ammissione esplicita del legame tra le operazioni di pulizia etnica in corso e il successo commerciale, con il ministro della Difesa Israel Katz che parla di “un filo conduttore chiaro e inequivocabile”.
Nel comunicato ufficiale del dicastero appena citato, viene messo nero su bianco che gli accordi per l’esportazione di materiale militare sono uno strumento per “promuovere gli obiettivi di politica estera”. E cioè, per blindare la propria posizione internazionale e garantirsi un’immunità di fatto, nonostante la sfilza infinita di crimini contro l’umanità.
Sulla base di queste parole, risulta ancora più evidente perché è fondamentale continuare la mobilitazione per la rottura di tutti gli accordi (non solo quelli bellici) con Israele: è proprio su questo tipo di legami che si fonda l’accondiscendenza verso Tel Aviv, e sui guadagni che il genocidio può portare. Se le capitali europee sono complici, agli attivisti spetta riscattare i propri popoli.
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Italia - La ricchezza finanziaria vola, mentre si ferma quella reale
Secondo la trentesima edizione del “World Wealth Report 2026”, pubblicato dal Capgemini Research Institute, anche nel 2025 il numero di milionari a livello globale, così come la loro ricchezza, sono aumentati, toccando nuovi record. I principali fattori dell’ennesima crescita dei “Paperoni” sono stati i valori sostenuti dei titoli sui mercati azionari e il calo complessivo dell’inflazione.
La Capgemini ricostruisce il profilo al centro di questa ricerca come coloro che possiedono più di un milione di dollari in attività investibili (escludendo quindi la residenza principale, gli oggetti da collezione, i beni di consumo e i beni durevoli). La consistenza di questa categoria di super-ricchi è incrementata del 7,9% lo scorso anno, raggiungendo i 25,3 milioni di individui.
Parallelamente, la loro ricchezza totale è aumentata dell’8,7% su base annua, toccando la cifra record di 98.300 miliardi di dollari e segnando così il maggiore incremento su base annuale registrato dal 2018. Ma questo ammontare non è distribuito ugualmente nemmeno tra i “ricconi”: l’1% più ricco della popolazione dei milionari detiene il 34,8% del patrimonio totale della categoria.
La spinta maggiore all’aumento dei milionari, in termini percentuali, l’ha data l’area dell’Asia-Pacifico (+9,4%), in particolare in relazione all’espansione del mercato dei semiconduttori. Ma in termini numerici assoluti, sono stati gli Stati Uniti a registrare il primato dei nuovi ingressi in questa “élite”: l’incremento del 9,2% è pari a 736 mila nuovi milionari.
Il Medio Oriente è l’unica regione che ha registrato una contrazione della popolazione di milionari (-1,4%), a causa della situazione di instabilità. In Europa, invece, il loro numero torna a crescere. Per quanto riguarda l’Italia, il rapporto censisce un totale di 358.410 milionari, per un patrimonio complessivo stimato in 734,4 miliardi di dollari.
La maggior parte è costituita da coloro che Capgemini definisce “Millionaires Next Door” (soggetti con patrimoni compresi tra 1 e 5 milioni di dollari): oltre 342 mila individui con una ricchezza complessiva di circa 576 miliardi di dollari. Chi ha patrimoni che superano i 30 milioni di dollari sono circa 470 milionari, che insieme possiedono quasi 29 miliardi di dollari.
Una volta fatta questa panoramica dei “Paperoni”, bisogna però evidenziare anche l’origine del boom, sia dei numeri sia delle ricchezze. Essa va trovata, come accennato all’inizio dell’articolo, nell’andamento dei mercati azionari, sostenuti dalla fiducia nella crescita delle attività legate all’intelligenza artificiale (motore per la creazione di nuova ricchezza in cinque delle sei macro-regioni geografiche analizzate).
Nonostante la guerra commerciale sempre più spinta dell’amministrazione Trump, nel 2025 gli indici di Wall Street hanno segnato rialzi compresi tra il 13% e il 20%, risultati sostenuti anche dal taglio dei tassi di interesse che ha reso meno costoso accedere a prestiti per investimenti. In Europa, hanno agito motivazioni simili, con l’aggiunta dell’aumento delle spese in difesa.
Ma in sostanza, quello che emerge è che questa grande ricchezza apparsa nell’ultimo anno è parte di quella enorme bolla finanziaria che si sta accumulando nei mercati azionari, legata innanzitutto proprio alle Big Tech e all’intelligenza artificiale. Una ricchezza fittizia che non fa il paio con l’arrancare delle economie reali dei paesi occidentali, e che quindi non fa che ampliare le contraddizioni di sistema.
Il pericolo è proprio questo: che la bolla esploda, e che questa ricchezza fittizia svanisca, trascinando con sé, però, tanti salari e risparmi di semplici lavoratori e pensionati. Del resto, è questo l’iter che abbiamo vissuto più di una volta in un modello che vede sempre più milionari nonostante alle classi popolari si chiedano in continuazione sacrifici.
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