Presentazione


Analisi, opinioni, fatti e (più di rado) arte da una prospettiva di classe.

15/05/2026

Quando la polizia è il problema

Abusi, razzismo, lacrimogeni sparati ad altezza persona e militarizzazione del dissenso non sono più deviazioni isolate ma il volto strutturale di uno Stato che risponde alla crisi sociale con repressione, paura e controllo.

C’è un filo che unisce Rogoredo, Bologna, Torino, Roma e Milano. Un filo nero fatto di violenza istituzionale, propaganda mediatica, razzismo, impunità e repressione del dissenso. Un filo che racconta la trasformazione profonda delle democrazie contemporanee e del ruolo che le polizie stanno assumendo dentro società sempre più diseguali, impoverite e autoritarie.

A Milano un uomo nero viene fermato davanti ai propri figli dopo aver chiesto spiegazioni per insulti razzisti ricevuti da un agente. Immobilizzato, trascinato in questura, trattenuto per ore. La sua colpa reale sembra essere una sola: aver osato pretendere dignità e rispetto. Non è un dettaglio marginale. È il cuore della questione. Perché in quella scena c’è tutto: la profilazione razziale, l’umiliazione pubblica, l’uso intimidatorio della forza, la trasformazione del cittadino in sospetto permanente.

E soprattutto c’è un dato decisivo: se non ci fossero stati i video, probabilmente tutto sarebbe stato archiviato come “normale attività di controllo”. Come accade quasi sempre. Ma quanto sta accadendo in questi mesi dimostra che non siamo più davanti a episodi isolati. Siamo davanti a un sistema.

Lo dimostra il caso di Rogoredo. Prima la propaganda. Poi la realtà. Prima il racconto dell’eroico poliziotto costretto a sparare contro uno “spacciatore violento”. Poi l’inchiesta che smonta pezzo dopo pezzo quella narrazione: accuse di depistaggio, omissioni, rapporti opachi, fino all’arresto di Carmelo Cinturrino per omicidio volontario. Un caso che ha mostrato con brutalità come il riflesso automatico del sistema politico-mediatico sia sempre lo stesso: assoluzione preventiva degli apparati e criminalizzazione immediata delle vittime.

Eppure, mentre emergevano elementi gravissimi, ministri, giornali e commentatori continuavano a ripetere il loro mantra: “sempre dalla parte delle forze dell’ordine”. Non dalla parte della verità. Non dalla parte dei diritti. Non dalla parte delle garanzie democratiche. Dalla parte dell’apparato. Sempre e comunque.

Rogoredo ha mostrato qualcosa di enorme: la retorica delle “mele marce” non regge più. Perché il problema non è il singolo agente deviato. Il problema è una cultura istituzionale e politica che tollera, copre e normalizza gli abusi.

Lo stesso schema si ripete nelle piazze.

A Bologna una manifestante perde un occhio dopo essere stata colpita in volto da un lacrimogeno sparato ad altezza uomo durante una manifestazione per la Palestina. A Roma un ragazzo subisce una lesione analoga durante una carica con idranti e lanci di candelotti. A Torino migliaia di persone vengono soffocate dai gas CS durante le proteste contro lo sgombero di Askatasuna. Famiglie, bambini, residenti, anziani, perfino pazienti di un ospedale investiti dai lacrimogeni entrati negli androni e nei reparti vicini.

Ponti militarizzati, quartieri blindati, stazioni presidiate, persone fermate “a sensazione”, camionette ovunque. Una città trasformata in zona d’occupazione per impedire ciò che in una democrazia dovrebbe essere normale: manifestare dissenso collettivo.

E ogni volta la narrazione è identica. Si parla dei cassonetti bruciati, mai degli occhi persi. Delle vetrine rotte, mai dei corpi mutilati. Della “violenza dei manifestanti”, mai della violenza preventiva dello Stato.

Per capire tutto questo bisogna smettere di considerare la repressione come un incidente democratico. Bisogna riconoscere che negli ultimi venticinque anni si è costruita una continuità politica e culturale impressionante.

Il vero spartiacque resta il G8 di Genova del 2001.

Genova non è stata una parentesi. Non è stata una “sospensione della democrazia”. È stata la manifestazione più esplicita di una concezione dell’ordine pubblico che continua ancora oggi a operare nel presente.

A Genova lo Stato uccise Carlo Giuliani in piazza Alimonda. Un ragazzo di ventitré anni colpito da un proiettile sparato da un carabiniere e poi travolto due volte da una jeep. Ma Genova non fu soltanto l’omicidio di Carlo Giuliani. Fu anche la macelleria messicana della scuola Diaz: decine di persone massacrate nel sonno, giornalisti e attivisti colpiti con ferocia indiscriminata, sangue sui pavimenti e sui muri, prove false costruite per giustificare l’irruzione. Fu Bolzaneto: torture, pestaggi, umiliazioni, insulti politici e razzisti, detenuti costretti a stare ore in piedi contro il muro, privati dell’acqua, minacciati di stupro e di morte.

La Corte Europea dei Diritti dell’Uomo parlò apertamente di tortura. Eppure lo Stato italiano non ha mai davvero fatto i conti con quella ferita. Non c’è stata una riforma democratica profonda delle forze di polizia. Non sono stati introdotti codici identificativi obbligatori. Non è stato creato un organismo indipendente di controllo sugli abusi. Molti dirigenti coinvolti fecero carriera. Altri rimasero nei vertici degli apparati di sicurezza.

È questa continuità che bisogna comprendere. Perché Genova non appartiene al passato. Vive nel presente ogni volta che un lacrimogeno viene sparato ad altezza uomo. Ogni volta che un reparto mobile considera una manifestazione un campo di battaglia. Ogni volta che un quartiere viene militarizzato. Ogni volta che una persona nera viene trattata come sospetta per definizione. Ogni volta che il dissenso politico viene affrontato come una minaccia da reprimere e non come un diritto democratico da garantire.

Lo dimostrano ormai numerosi studi sociologici, giuridici ed etnografici sulle forze di polizia italiane. Dalle ricerche di Salvatore Palidda sulla trasformazione delle polizie contemporanee e sul controllo delle “nuove classi pericolose”, fino ai lavori di Giuseppe Campesi e Carlo Caprioglio sul “potere coercitivo”, passando per le analisi di Enrico Gargiulo sulle rappresentazioni della folla nei reparti mobili, per gli studi di Alessandro De Giorgi sul passaggio dallo Stato sociale allo Stato penale e per il lavoro di Michele Di Giorgio ne Il braccio armato del potere, emerge un quadro coerente e inquietante: forte gerarchizzazione interna, cultura dell’obbedienza, opacità disciplinare, scarsità di controlli indipendenti, ampia discrezionalità operativa e crescente commistione tra indirizzo politico e gestione della sicurezza pubblica.

Queste ricerche, sviluppate in anni diversi e con metodologie differenti, convergono tutte su un punto decisivo: la violenza istituzionale non può essere ridotta alla categoria rassicurante della “devianza individuale”. Gli abusi non sono semplicemente il prodotto di singoli agenti fuori controllo, ma maturano dentro culture professionali, dispositivi organizzativi e modelli operativi che tendono a normalizzare l’uso espansivo della coercizione, soprattutto nei confronti delle soggettività considerate marginali o conflittuali.

In particolare, il lavoro di Campesi e Caprioglio mostra come in Italia manchino persino criteri realmente chiari, verificabili e condivisi sull’uso proporzionato della forza. Molte decisioni operative – anche potenzialmente letali – vengono così affidate alla cultura pratica dei singoli reparti, alla formazione informale sul campo e alle gerarchie interne. È in questo contesto che prende forma una mentalità professionale in cui “desistere” può essere percepito come una sconfitta o un’umiliazione, alimentando escalation coercitive e pratiche aggressive considerate normali dentro il corpo, ma devastanti per chi le subisce.

Palidda, già anni fa, aveva descritto le polizie come uno snodo centrale nella gestione delle insicurezze prodotte dal neoliberismo e delle marginalità urbane. Gargiulo ha mostrato come nei manuali e nelle pratiche operative dei reparti mobili la folla venga spesso rappresentata non come insieme di cittadini portatori di diritti, ma come entità potenzialmente ostile da disciplinare e contenere. De Giorgi ha invece analizzato il modo in cui l’espansione del paradigma securitario accompagni il restringimento delle garanzie sociali e democratiche, spostando il baricentro dello Stato dalla protezione sociale alla repressione.

Michele Di Giorgio, nel suo Il braccio armato del potere, inserisce tutto questo dentro una riflessione ancora più netta sul rapporto tra apparati coercitivi e struttura del potere politico ed economico: la polizia non come corpo neutrale posto “al servizio di tutti”, ma come istituzione storicamente modellata per difendere un determinato ordine sociale, garantire rapporti di forza esistenti e contenere le soggettività percepite come destabilizzanti. In questa prospettiva, la repressione del conflitto sociale, delle periferie, dei movimenti e delle marginalità non rappresenta una degenerazione occasionale della funzione di polizia, ma una delle sue funzioni storiche fondamentali.

Messe insieme, queste analisi restituiscono l’immagine di un modello di ordine pubblico sempre più orientato alla neutralizzazione preventiva del conflitto sociale e sempre meno alla tutela dei diritti costituzionali.

Non è un caso che in questo contesto si moltiplichino gli strumenti di militarizzazione: taser, idranti, proiettili di gomma, granate stordenti, sorveglianza tecnologica, riconoscimento facciale, zone rosse, fermo preventivo, flagranza differita. Tutto dentro una logica emergenziale permanente.

Il problema allora non è soltanto l’abuso. Il problema è la funzione politica della repressione.

Le polizie contemporanee non servono più soltanto a contrastare i reati. Sempre più spesso amministrano il disagio sociale prodotto dal neoliberismo. Governano la marginalità. Controllano la povertà. Sorvegliano le periferie sociali ed etniche. Contengono il conflitto politico. Difendono assetti economici sempre più diseguali.

Per questo i soggetti colpiti sono quasi sempre gli stessi: migranti, persone nere, poveri, attivisti climatici, studenti, ultras, movimenti territoriali, lotte per la Palestina, centri sociali. Il “nemico interno” cambia volto, ma la funzione resta identica.

E qui bisogna avere il coraggio di compiere un salto politico e culturale più radicale. Continuare a chiedere soltanto “più controlli” o “più formazione” non basta più. Perché il problema non riguarda soltanto il comportamento deviato di alcuni agenti. Riguarda il modello di società che si sta costruendo.

Una società dove il welfare arretra e avanzano le pattuglie. Dove chiudono scuole, consultori, spazi sociali e servizi pubblici mentre aumentano telecamere, zone rosse e dispositivi repressivi. Dove il disagio sociale non viene affrontato ma criminalizzato. Dove la povertà diventa una questione di ordine pubblico.

Ed è qui che la prospettiva abolizionista diventa fondamentale.

Perché una comunità non ha bisogno di polizie oppressive per vivere meglio. Ha bisogno di solidarietà, cooperazione, mutualismo, case, salute, istruzione, reddito, relazioni sociali forti, spazi di aggregazione e sostegno reciproco. Ha bisogno di prevenire l’emarginazione e la violenza sociale, non di militarizzarle.

L’abolizionismo non significa negare i conflitti o ignorare i problemi. Significa comprendere che repressione, carcere e militarizzazione non li risolvono. Li aggravano. Producono altra violenza, altra paura, altra separazione.

Nessun lacrimogeno eliminerà la povertà. Nessun manganello risolverà il disagio abitativo. Nessun carcere produrrà uguaglianza. Nessun fermo impedirà il razzismo strutturale. La coercizione non cura le ferite sociali: le nasconde, le comprime e infine le rende esplosive.

Il film Il caso 137 di Dominik Moll, dedicato alla repressione dei gilet jaunes in Francia, mostra esattamente questo scenario: migliaia di feriti, occhi accecati, arti amputati da granate e proiettili di gomma. Ma soprattutto mostra una domanda decisiva: gli abusi di polizia vengono davvero considerati un problema da prevenire oppure un prezzo accettabile dell’ordine pubblico?

In Italia la risposta sembra sempre più chiara. Non solo mancano strumenti minimi come i codici identificativi per gli agenti, ma si approvano scudi penali, si delegittima la magistratura che indaga sulle violenze delle forze dell’ordine e si costruisce una narrazione pubblica dove ogni critica agli apparati viene trattata come un attacco allo Stato.

E qui emerge il nodo più grave: la sostanziale assenza di opposizione politica. La destra rivendica apertamente una linea repressiva e muscolare. Ma anche larga parte della sinistra istituzionale rincorre lo stesso paradigma securitario. Condanna immediata della “violenza”, solidarietà automatica agli apparati, silenzio sugli abusi, paura di mettere in discussione il potere coercitivo dello Stato.

Nel frattempo cresce una frattura democratica enorme. Sempre più persone, soprattutto tra le classi popolari e marginalizzate, percepiscono le forze di polizia non come garanzia di diritti ma come strumenti di intimidazione e controllo sociale. E questo non avviene per propaganda ideologica, ma per esperienza concreta.

Per questo il caso di Milano è così importante. Perché mostra una verità che il potere prova continuamente a nascondere: oggi il problema non è soltanto cosa fanno le polizie, ma ciò che le istituzioni permettono, giustificano e normalizzano.

La vera sicurezza non è vivere sotto sorveglianza permanente. Non è attraversare città blindate da camionette e agenti antisommossa. Non è sapere che un poliziotto può insultarti, fermarti o colpirti contando sulla protezione politica e mediatica.

La vera sicurezza è sapere che nessuno verrà lasciato solo. È poter dissentire senza rischiare mutilazioni. È poter attraversare una città senza essere profilati per il colore della pelle. È vivere in una società che riduce le disuguaglianze invece di governarle con la forza.

Perché una comunità ha bisogno di cura, solidarietà e giustizia sociale. Non di repressione permanente. Non di paura. Non di polizie sempre più militarizzate e sempre meno sottoposte a controllo democratico.

Ed è esattamente questo il punto politico che oggi viene rimosso dal dibattito pubblico: gli abusi non sono anomalie che interrompono il funzionamento della democrazia. Sono sempre più spesso il modo attraverso cui il potere prova a governare una società in crisi.

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L’Italia è diventata la stazione di servizio dell’apparato bellico genocida di Israele

L’associazione A.Ba.Co, ha denunciato le politiche del Governo italiano verso riarmo e militarizzazione del Paese, a fronte di crisi energica e caro carburante nata proprio dal contesto bellico internazionale promosso da Usa e Israele.

Riproduciamo qui di seguito il comunicato di A.ba.co.

Mentre le famiglie e le imprese italiane affogano nel caro-carburante, il Governo trasforma il nostro Paese nel rifornitore ufficiale dell’esercito israeliano. L’associazione dei consumatori A.Ba.Co., attraverso l’avvocato Vincenzo Perticaro, ha presentato oggi una denuncia-querela presso nove Procure della Repubblica per denunciare un quadro inquietante di connivenza morale e materiale nel genocidio in atto.

Mentre il mercato energetico interno subisce rincari speculativi superiori al 14%, ingenti carichi di gasolio raffinati in Sicilia, nel polo petrolchimico di Priolo Gargallo, vengono regolarmente spediti verso la società israeliana ORL Bazan, che rifornisce direttamente il Ministero della Difesa di Israele e le IDF.

È inaccettabile che, nonostante la Corte Penale Internazionale abbia emesso mandati di arresto per il Primo Ministro Benjamin Netanyahu e l’ex Ministro della Difesa Yoav Gallant per crimini di guerra e contro l’umanità, l’Italia continui a garantire il flusso logistico necessario alla loro macchina bellica.

Il Governo è responsabile di una grave inerzia e omissione per il mancato esercizio dei “poteri speciali” (Golden Power) che avrebbero dovuto bloccare queste esportazioni a tutela dell’interesse nazionale.

Invece di proteggere i propri cittadini dalla speculazione, le istituzioni permettono che il carburante venga sottratto al mercato interno per alimentare un conflitto criminale e fuori dalle regole internazionali, contribuendo a gonfiare artificialmente i prezzi alla pompa.

Questo scenario configura ipotesi di reato che vanno dal rialzo fraudolento dei prezzi alla manovra speculativa su merci, fino alla truffa aggravata ai danni dei cittadini italiani. A.Ba.Co. ha chiesto alla magistratura il sequestro probatorio e preventivo di tutta la documentazione doganale e dei registri di carico dei porti coinvolti.

Non resteremo a guardare mentre l’Italia viola gli obblighi internazionali di prevenzione del genocidio e calpesta la dignità del proprio popolo per servire gli interessi di un apparato militare già condannato dalla storia e dal diritto internazionale.

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Rutte propone di triplicare gli aiuti NATO all’Ucraina, ma anche in Europa si storce il naso

L’Alleanza Atlantica attraversa una fase di intensi dibattiti interni riguardanti il proprio fianco orientale, in relazione agli impegni degli Stati Uniti e al ruolo dell’Ucraina: il vertice NATO previsto ad Ankara nel mese di luglio sarà sicuramente un momento fondamentale per le sorti di Kiev.

Soprattutto ora che Zelensky appare sempre più coinvolto nel pesante scandalo dell’inchiesta Midas, e a Bruxelles si comincia a discutere di chi sarà il rappresentante europeo al tavolo delle trattative. Che è in sostanza il passo precedente a discutere una via d’uscita da un conflitto che ha davvero poco da offrire ormai alle mire europee (mentre probabilmente comincia ad apparire più interessante la ricostruzione una volta chiusa la guerra).

Alcuni paesi dell’Est Europa, però, ancora spingono sul sostegno militare, e Rutte li segue nel suo solito tentativo di assecondare tutto e tutti, e di riaffermare la centralità dell’Alleanza mentre le fratture interne si allargano. Il Segretario Generale della NATO ha proposto agli alleati di destinare lo 0,25% del proprio PIL all’Ucraina: ciò significherebbe circa 143 miliardi di dollari, a fronte dei 45 in aiuti per la sicurezza ricevuti da Kiev l’anno scorso.

La proposta è arrivata nella capitale della Romania, dove si è tenuto il vertice del formato Bucarest 9 (B9), il gruppo creato nel 2015 che riunisce i Paesi NATO dell’Europa Orientale: i padroni di casa, Polonia, Bulgaria, Ungheria, Slovacchia, Repubblica Ceca, i baltici. Al centro dell’incontro c’è stato proprio il rafforzamento della capacità di deterrenza dell’Alleanza, l’aumento delle spese militari e il consolidamento degli aiuti a Kiev.

Ad aprire i lavori sono stati il presidente romeno, Nicusor Dan, e quello polacco, Karol Nawrocki. Mentre Dan ha sottolineato l’esigenza di trasformare i budget per la difesa in capacità operative, ricordando in particolare il ruolo strategico del Mar Nero e rinnovando il supporto all’Ucraina e alla Moldavia, Nawrocki ha rincarato la dose in vista del summit di Ankara, chiedendo un rafforzamento permanente del fianco orientale.

Non a caso è arrivato a Bucarest anche Zelensky, per partecipare a consultazioni e incontri bilaterali. Nel suo intervento, il presidente ucraino ha affermato: “dobbiamo dimostrare che la NATO è forte e non si disgregherà”. Una dichiarazione segnata dalla franchezza di chi è alla guida di un paese in guerra e sa che mantiene la propria poltrona solo per questo, e che si presenta come un campanello d’allarme sulle divisioni interne dell’Alleanza e sui costi del sostegno alla causa persa dell’Ucraina.

Stanno infatti emergendo, in maniera sempre più plateale, importanti tensioni sulla ripartizione degli oneri economici degli aiuti a Kiev, esacerbate dalla decisione di Donald Trump di bloccare quasi tutti i nuovi flussi statunitensi, lasciando così l’intero peso militare sulle spalle dei paesi europei e di altri alleati.

La proposta di Rutte nasce anche in risposta a questa situazione, ma il risultato è stato quello di far esporre in senso contrario alcuni dei paesi più importanti d’Europa. Francia e Regno Unito hanno espresso scetticismo, rendendo improbabile il passaggio della proposta nella sua forma attuale, che necessiterebbe del consenso di tutti i membri della NATO.

Una complicazione ulteriore deriva dal fatto che alcuni alleati, membri anche dell’UE, chiedono che i loro contributi al recente prestito europeo da 90 miliardi di euro per l’Ucraina vengano tenuti in considerazione nei futuri calcoli dell’Alleanza, ha detto un diplomatico della NATO al giornale Politico. La questione sarà verosimilmente discussa in occasione della riunione dei ministri degli Esteri della NATO, prevista per la prossima settimana nella città svedese di Helsingborg.

Attualmente, le nazioni nordiche e baltiche, i Paesi Bassi e la Polonia stanno donando una percentuale del proprio PIL in aiuti militari di gran lunga superiore rispetto ad altri alleati. Al contrario, il Kiel Institute ha evidenziato come l’Europa meridionale rimanga un donatore minore rispetto ad altre aree. Se l‘obiettivo è quello di arrivare al vertice di Ankara con un risultato concreto che metta d’accordo tutti, per ora sembra che i guerrafondai europei siano ancora in alto mare.

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La banda della Uno bianca/1. È l’ora della verità

Le vicende della cosiddetta Banda dell’Uno Bianca che ha operato in Emilia Romagna tra la seconda metà degli anni Ottanta e la prima metà degli anni Novanta sono di nuovo al centro dell’attenzione mediatica.

Quegli avvenimenti sono una doppia ferita ancora aperta sia per chi ne è stato suo malgrado protagonista – come i familiari ed i conoscenti delle 24 vittime delle azioni della banda (e gli oltre cento feriti) – sia coloro che ingiustamente hanno conosciuto il carcere a causa di indagini basate su veri e propri depistaggi, o piste giudiziarie che si sono rivelate assolutamente infruttuose.

Sia i depistaggi, in seguito accertati, che le strampalate linee investigative, furono sposate da buona parte dei media che in quelle vicende hanno abbondantemente abdicato ad un minimo di autonomia di giudizio critico.

Giornali e televisioni hanno preferito “sbattere il mostro in prima pagina”, oppure uccidere due volte le vittime – come nel caso dei lavoratori immigrati o dei “Rom” – le cui uccisioni sono state considerate regolamenti di conti mentre veniva scartata l’ipotesi del movente razzista.

Una prassi simile a quella applicata cosiddetta “Banda del Kebab” in Germania che si è poi scoperta essere un gruppo neo-nazista coperto dai servizi segreti tedeschi.

È una “Doppia ferita” perché di quella vicenda, come sembrano ulteriormente dimostrare i recenti fatti di cronaca su cui torneremo, non si è saputo – o meglio non voluto – fare luce fino in fondo, trattandola per lo più come una crime story riguardante una banda particolarmente efferata e sadica (e lo fu) composta prevalentemente da membri delle forze di polizia, alcuni con ruoli di rilievo alla Questura di Bologna.

Se per una parte dei fatti delittuosi della lunga scia di sangue di cui è stata protagonista la Banda dei fratelli Savi e compagnia, le vicende giudiziarie hanno fatto luce attribuendo precise responsabilità penali, su alcuni fatti dirimenti è caduto il silenzio e si è preferito rimuoverli sperando che “i vecchi morissero ed i giovani dimenticassero”.

Così non è stato.

I legittimi dubbi di chi già ai tempi aveva inquadrato la vicenda con un approccio contro-informativo – cioè ben prima dell’arresto dei Savi nel 1994 – indicando la pista da seguire, ora stanno emergendo con la forza di un geyser, perché la verità è a volte come un fiume carsico che ha bisogno di strada per affiorare in superficie.

La Banda aveva altri membri? Come hanno fatto ad agire senza che nessuno sapesse nulla nell’ambito lavorativo in cui la gran parte dei protagonisti accertati lavorava? Di che tipo di coperture godevano negli apparati di potere?

Soprattutto agivano per conto proprio, o come in altri episodi della lunga strategia della tensione e della guerra a bassa intensità che ha caratterizzato il nostro Paese, erano mercenari ben pagati al soldo di una parte di quel blocco di potere che ha usato qualsiasi mezzo extralegale per influenzare il corso politico italiano e mantenere intatta la propria rendita di posizione ed inscalfibili i propri privilegi di classe?

Poco meno di un anno fa, per l’anniversario della strage del 2 agosto del 1980 alla stazione di Bologna, pubblicammo un dossier a cura della Rete dei Comunisti dal titolo: “La Uno bianca ed altre storie. Nell’ultima fase della strategia della tensione” che ricostruiva le vicende mettendole in parallelo a quelle della Falange Armata e mostrandone i numerosi punti di contattato, e cercava di  analizzare una serie di questioni che all’oggi non sono state risolte.

Quel dossier – che in una versione aggiornata diventerà prossimamente un libro – nasce dalla necessità di fare luce su una vicenda che, dopo le dichiarazioni di Amato al quotidiano La Repubblica sulla Strage di Ustica del 2 settembre 2023, era tornata impellente e di fornire un contributo a quelle nuove generazioni a cui non era stata trasmessa memoria adeguata di quelle tragiche vicende, se non per alcuni delitti.

Pensiamo sia stato particolarmente stucchevole volere fare vittime di serie A e di serie B in quella vicenda, scordandosi che fu proprio la Banda dell’Uno bianca a iniziare la pratica degli omicidi mirati contro persone che oggi si definirebbero “razzializzate”: membri dei popoli romaní che vivevano nei cosiddetti campi nomadi, lavoratori nord e centro africani, componenti della società che ai tempi erano divenute il bersaglio di attacchi da parte di quella rinvigorita galassia dell’estrema destra e che poi vedrà la Lega Nord e il MSI – poi Alleanza Nazionale – divenire principali imprenditori politici del razzismo.

Inoltre, nel dossier, si accennava al processo di criminalizzazione di alcuni quartieri popolari bolognesi – in particolare del Rione del Pilastro e la Barca – e delle fasce sociali che li abitavano, i quali hanno subìto per anni una stigmatizzazione negativa difficile da scrollarsi di dosso, un fattore che ancora li caratterizza secondo quello che era lo stereotipo con cui la borghesia ha sempre guardato il proletariato: classe laborieuses classe dangereuses.

Chi si è occupato seriamente di quei quartieri e delle persone che li hanno vissuto e ne ha ricostruito la storia, è riuscito a dare una visione assai diversa da quella che si è voluta riprodurre nell’immaginario collettivo bolognese, come lo racconta ad esempio il magnifico documentario di Roberto Beani, Il Pilastro, o l’altrettanto bello A tu lado – scritto da Cristiano Regina, Ruggero Tantulli e dalla sceneggiatrice cubana Nuri Duarte – un lavoro che ci descrive la vita dell’allenatore di boxe bolognese (barcaolo e cittadino cubano allo stesso tempo) Samuel Fabbri, e della sua palestra pugilistica popolare a l’Avana sotto il bloqueo.

Non interpretare in una città rossa e operaia, come fu Bologna, ciò che successe anche in termini di classe e “razziali” sarebbe un errore fatale, e lo sarebbe soprattutto non cogliere il carattere di tentativo di disarticolazione con il terrore di un tessuto politico-sociale che caratterizzava le classi popolari e l’allora movimento antagonista in un momento di grandi trasformazioni e di tumultuosi cambiamenti politici.

Fine prima parte.

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Gran Bretagna - Attivisti di Palestine Action condannati per terrorismo, all’insaputa della giuria

Quattro attivisti del gruppo Palestine Action, recentemente condannati per danneggiamento durante un’azione all’interno di una fabbrica di armi, rischiano ora di vedersi aggiunta l’accusa di terrorismo nella sentenza. La notizia è emersa solo martedì 11 maggio, dopo la revoca delle restrizioni sulla copertura mediatica del caso, che avevano impedito ai media di rivelare i dettagli più controversi del processo.

Bisognerebbe già chiedersi in che razza di democrazia un processo pubblico (non un’operazione di intelligence) possa finire coperta da limitazione al diritto all’informazione, ma tralasciando questo “dettaglio”, è ancora più grave che sia stata emessa una condanna, e che in sede di scrittura della sentenza, la corte tenterà di aggiungerci fattispecie di reato non previste.

Brevemente i fatti. Martedì, presso la Woolwich Crown Court, i giurati hanno dichiarato colpevoli Leona Kamio (30 anni), Samuel Corner (23), Fatema Rajwani (21) e Charlotte Head (29) di ‘danneggiamento criminale’ in relazione a un raid avvenuto il 6 agosto 2024 contro lo stabilimento della Elbit Systems (produttore di armi israeliano) nei pressi di Bristol. Altri due attivisti, Jordan Devlin e Zoe Rogers, sono stati assolti.

La giuria non è stata però informata che al suo verdetto la corte cercherà di aggiungere la qualifica di “connessione con il terrorismo”, in sede effettiva di condanna. “In sede di condanna – si legge sul The Guardianverrà emessa una sentenza separata, basata sullo standard probatorio penale, per stabilire se sussisteva o meno un collegamento con il terrorismo”.

Il giudice, Justice Johnson, aveva già affermato in un’udienza preparatoria nel marzo 2025 che l’azione poteva rientrare nei parametri del Terrorism Act 2000, in particolare la sezione 1(2)(b) che include il “grave danno alla proprietà” se compiuto per influenzare un governo o un’organizzazione internazionale.

Se il tribunale confermerà la “connessione con il terrorismo” durante l’udienza del 12 giugno, le conseguenze per i quattro giovani saranno pesantissime. In genere, i detenuti comuni (come quelli per reati di danneggiamento) scontano circa il 40% della pena, mentre per casi legati al “terrorismo” è molto più difficile ottenere riduzioni della pena dal comitato per la libertà vigilata.

I condannati potrebbero essere inoltre registrati come terroristi a vita. Ciò comporta l’obbligo di comunicare alla polizia ogni nuovo conto bancario, indirizzo email, dispositivo elettronico o relazione personale, pena il ritorno in carcere. In pratica, una vita “commissariata” per aver danneggiato dei droni che sarebbero stati usati in una conclamata pulizia etnica.

Il caso ha sollevato forti critiche per le restrizioni imposte durante il dibattimento. Ai difensori è stato vietato di utilizzare termini come “genocidio” o di citare le azioni militari di Israele a Gaza come giustificazione morale. Il giudice ha impedito alla difesa di invocare la “scusante legittima”, che prevede la giustificazione del danneggiamento, se commesso per prevenire crimini più gravi.

Un portavoce di Defend Our Juries, un gruppo di attivisti che si occupa di casi legali nati da azioni portate avanti per motivi umanitari e, più in generale, di coscienza, ha espresso sconcerto: “L’opinione pubblica rimarrà sbalordita nell’apprendere che nel sistema giudiziario britannico un manifestante può essere condannato per danneggiamento doloso per aver interrotto l’attività di una fabbrica di armi e poi essere condannato come “terrorista” senza essere stato effettivamente condannato per reati di terrorismo e con tutto ciò tenuto nascosto alla giuria”.

I quattro attivisti hanno già trascorso 18 mesi in custodia cautelare in attesa del processo. Nel frattempo, l’Alta Corte del Regno Unito si è espressa contro la messa al bando di Palestine Action per terrorismo, anche se il governo ha presentato ricorso.

Questo e altri eventi si sommano in un mosaico di delegittimazione pesante dell’esecutivo Starmer, soprattutto dopo la sonora sconfitta alle elezioni locali del 7 maggio. La condanna per terrorismo potrebbe innescare significative reazioni nell’opinione pubblica, come indicato da Defend Our Juries.

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USA - Un giudice sospende le sanzioni contro Francesca Albanese

Un giudice federale di Washington ha sospeso temporaneamente le sanzioni imposte dall’amministrazione Trump contro Francesca Albanese, la giurista italiana, una delle voci più dure contro la distruttiva offensiva di Israele che ha fatto decine di migliaia di morti a Gaza tra il 2023 e il 2025 e contro l’impunità garantita dagli Stati Uniti al loro alleato mediorientale. La decisione del giudice distrettuale Richard Leon rappresenta una battuta d’arresto significativa per la Casa Bianca e riapre il dibattito sui limiti dell’uso delle sanzioni come strumento politico contro funzionari e organismi internazionali.

Le misure adottate dall’amministrazione Trump impedivano ad Albanese di entrare negli Stati Uniti e di aprire conti bancari nel paese. Un provvedimento che, secondo la relatrice speciale delle Nazioni Unite, aveva effetti concreti e pesanti sulla sua vita quotidiana. Nel ricorso presentato lo scorso febbraio, il marito e la figlia di Albanese, cittadina statunitense, avevano denunciato che le sanzioni stavano “di fatto privandola dell’accesso ai servizi bancari” e rendendo quasi impossibile affrontare le necessità quotidiane.

Alla base dello scontro vi sono le posizioni espresse da Albanese sul conflitto israelo-palestinese. La relatrice ONU ha raccomandato alla Corte penale internazionale di avviare procedimenti per crimini di guerra contro cittadini israeliani e americani coinvolti nelle operazioni militari nella Striscia di Gaza. Accuse che avevano provocato la dura reazione dell’amministrazione Trump e di ambienti statunitensi vicini a Israele.

Nella sua ordinanza, il giudice Richard Leon ha affermato che il fatto che Albanese viva fuori dagli Stati Uniti non annulla le tutele garantite dal Primo Emendamento della Costituzione americana. Secondo il magistrato, vi sono elementi sufficienti per ritenere che l’amministrazione abbia cercato di limitare la libertà di espressione della funzionaria ONU a causa del “messaggio o delle idee espresse”. Una formulazione che colpisce direttamente il cuore politico della vicenda e che potrebbe avere conseguenze più ampie sui rapporti tra Washington e le istituzioni internazionali.

Albanese ha accolto la decisione come un primo passo importante ma ha insistito sul carattere politico delle sanzioni. A suo giudizio, le misure adottate dagli Stati Uniti fanno parte di una strategia più ampia volta a indebolire i meccanismi di responsabilità internazionale e a scoraggiare le indagini sui possibili crimini commessi nei territori palestinesi occupati.

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14/05/2026

Metallica: dal migliore al peggiore

Memoria selettiva e riscrittura del passato nella Russia contemporanea

di Gioacchino Toni

Gian Piero Piretto, Il Paese di Putin. 20 parole russe al servizio della propaganda, Raffaello Cortina Editore, Milano 2026, pp. 240, € 19,00

«C’erano una volta parole che raccontavano l’identità di un popolo. Sobórnost’, l’unione spirituale tra individui, prostór, lo spazio sconfinato che attraeva e respingeva con la sua immensità, stabíl’nost’, la stabilità e l’attendibilità di un sistema governativo. Per secoli questi concetti hanno improntato di sé letteratura, filosofia e memoria collettiva russa. Oggi quelle parole parlano un’altra lingua. Con sottile violenza la propaganda del potere le ha svuotate, travisate, trasformate in slogan. La spiritualità è diventata moralismo di Stato. L’identità popolare è stata ridotta a nazionalismo. La memoria si è ristretta a un mito glorioso, utile al presente». Così, in quarta di copertina, viene presentato il volume Il Paese di Putin (2026) in cui Gian Piero Piretto, analizzando una serie di parole chiave della cultura russa, indaga come, sfruttando le disillusioni che non hanno tardato a manifestarsi nella Russia postsovietica, gli attuali detentori del potere abbiano operato un recupero selettivo del passato e una sua riscrittura al servizio della costruzione di un immaginario loro utile.

Non si tratta di un processo del tutto nuovo, avverte Piretto. Mentre la cultura nel periodo rivoluzionario sovietico, intenzionata a creare un nuovo mondo, si era focalizzata sulla cancellazione del passato senza operare un vero e proprio processo di riscrittura, sotto Stalin si è data una vera e propria rivisitazione della storia, contemplante una riscrittura dalla stessa rivoluzione volta a neutralizzarne diverse componenti  utopistiche, ricorrendo ad aspetti della cultura russa pererivoluzionaria utili al nuovo corso politico. Analogamente, la politica putinina ha operato una ripresa e una riscrittura di termini e concetti chiave della cultura russa, sia sovietica che presovietica, a proprio uso e consumo.

Nel volume Piretto passa in rassegna venti termini di cui indaga il processo di ripresa e risignificazione dedicandovi altrettanti capitoli: Prostór (Spazio sconfinato); Juródivyj (Folle in Cristo); Stránnik (Pellegrino eterno); Rússkaja dušá (Anima russa); Toská (Malinconia, struggimento, angoscia); Chandrá (Spleen, male di vivere); Sobórnost’ (Unità nella molteplicità); Smirénie (Remissiva accettazione, umiltà interiore); Ikóna (Icona); Rússkaja idéja (Idea russa); Rússkij mir (Mondo, pace, comunità russa); Póšlost’ (Volgarità etica, banalità); Chámstvo (Arroganza gratuita); Nostal’gíja (Nostalgia per il passato); Pobéda (Vittoria); Byt (Peso della quotidianità, atteggiamento comportamentale); Stabíl’nost’ (Stabilità); Monumentál’nyj patriotízm (Patriottismo monumentale); O glávnom (A proposito di ciò che conta); Bátjuška (Caro padre (padrone)).

L’intenzione dell’autore, come lui stesso tiene a sottolineare, non è decretare quali di questi termini siano “autentici” e quali “mistificati”, tantomeno proporre una sorta di controdizionario della Russia attuale, bensì «mostrare come alcune parole della tradizione culturale russa siano oggi diventate dispositivi di potere, strumenti attraverso cui il linguaggio organizza il consenso, legittima la violenza e normalizza l’autoritarismo» (p. 227).

Nel capitolo dedicato al concetto di nostal’gíja, nostalgia per il passato, Piretto riporta alcuni esempi di come nella Russia contemporanea il potere abbia cavalcato il sentimento di nostalgia che ha coinvolto soprattutto la componente meno giovane della società alle prese con le disillusioni per il nuovo corso postsovietico. Del periodo sovietico, sottolinea Piretto, il rimpianto non riguarda l’ideologia comunista in sé, quanto piuttosto la stabilità, la sicurezza sociale e la prevedibilità che esso garantiva. Di fronte all’insoddisfazione per il dilagare di prodotti materiali e culturali occidentali estranei alla tradizione russa non ha tardato a farsi strada, tra i più anziani, un immaginario votato all’autarchia teso a rifugiarsi nel passato.

A testimonianza del rifugio nella nostalgia, l’autore riporta la messa in onda a cavallo del cambio di millennio di programmi televisivi musicali votati al recupero di vecchie canzoni e la riposizione di marchi e prodotti alimentari del passato preoccidentalizzato in cui alle preferenze estetiche si sovrappongono nostalgie emotive derivanti sopratutto dall’insoddisfazione per il presente. Il potere putiniano ha saputo sfruttare tale clima giocando la carta del recupero selettivo e risignificato tanto della vecchia Russia zarista quanto di quella sovietica, in questo ultimo caso piegando il senso di nostalgia non all’ideologia comunista ma alla sua estetica rassicurante in un clima di incertezza come quello attuale. In tal senso può essere letta la scelta del ministro degli Esteri Lavróv di presentarsi all’incontro Trump-Putin in Alaska con una felpa recante la scritta CCCP. Al mito trumpiano del recupero della grandezza di un tempo da parte statunitense, si affianca quello putiniano del recupero della grandezza della Russia di età sovietica. In entrambi i casi si è di fronte a forme di nostalgia costruite su un passato mitizzato al servizio dell’esercizio del potere contemporaneo.

Nostalgia per un ordine allegorico perduto, contro il caos e l’indeterminatezza del presente. Grande investimento sulla retorica dei “nonni che hanno vinto la guerra”, come aveva fatto Stalin nel 1941 (rispetto alla guerra civile) per legittimare le politiche correnti con il recupero del modello di uno Stato forte e centralizzato, rivalutando i meriti di Stalin, sostenendo e investendo in un rimpianto per la potenza perduta e la stabilità simbolica, evitando però di recuperare il comunismo (soprattutto in chiave leniniana) (p. 138).

Nella Russia contemporanea in preda all’incertezza, l’URSS è divenuta un «contenitore simbolico fluido» in cui rifugiarsi, sia che la si pieghi a mito eroico o a feticcio estetico da rielaborare con ironia. Il ricorso a categorie tradizionali è utile al discorso ufficiale per reinventare un “senso comune”; il passato diviene mero arsenale simbolico da cui attingere per prospettare il futuro come un ritorno. «Gli individui provano nostalgia non per l’URSS reale o per la Russia imperiale, ma per la promessa di un futuro migliore che le rappresentazioni mitologiche di quelle realtà raffigurano» (p. 139).

A proposito del lemma pobéda, vittoria, Piretto tratteggia come è cambiata nel tempo la parata del 9 maggio introdotta da Stalin con cui, a partire dal 1945, viene celebrata la vittoria nella Grande guerra patriottica. Tornata per volere dello stesso Stalin giornata lavorativa già nel 1947, la festività viene reintrodotta nel 1965 aggiungendo l’esposizione sulla Piazza Rossa del vessillo della vittoria posto trionfalmente sul Reichstag di Berlino. Il protocollo introdotto da Stalin che prevede che il leader assista alla parata militare senza tradire emotività dall’alto della tribuna del Mausoleo di Lenin viene sostanzialmente mantenuto sino al 1985, quando Gorbačëv adotta atteggiamenti meno austeri nei confronti delle autorità straniere presenti.

A infrangere decisamente la tradizione è invece Putin nel 2005 quando, oltre a conferire un inedito significato nazionalistico al nastro di san Giorgio con i colori coincidenti con quelli del tricolore russo, si concede, insieme alla moglie, di sfilare con passo misurato su di un tappeto rosso steso sulla piazza palesando un atteggiamento di superiorità nei confronti degli ospiti stranieri allineati ad attenderlo, inaugurando una strategia di esibizione ripetuta nel corso dei suoi insediamenti presidenziali. Nonostante le modifiche al cerimoniale tradizionale, la parata di Putin può dirsi a tutti gli effetti all’insegna della nostalgia sovietica, con tanto di canti, uniformi e bandiere del periodo della guerra ed esibizione dei pochi veterani ancora in vita. Una messa in scena studiata per omaggiare la potenza della vecchia Unione sovietica e coloro che erano stati umiliati e dimenticati dal crollo del regime socialista. Soprattutto a partire dalla metà degli anni Dieci del nuovo millennio, per quanto all’insegna di una certa sobrietà, i festeggiamenti si sono via via impregnati di quel nazionalismo e di quella esaltazione del sacrificio in guerra che si sarebbero palesati in maniera amplificata nel 2022 in una vera e propria mitologizzazione del “popolo vincitore”, alle prese con nuove prove.

A proposito del monumentál’nyj patriotízm, patriottismo monumentale, Piretto ricorda come la “propaganda monumentale” lanciata da Lenin nei primi anni di potere sovietico, finalizzata a rifondare l’immaginario collettivo in senso rivoluzionario con l’abbattimento dei vecchi miti imperiali, sia stata ripresa, con scopi parzialmente differenti, da Stalin negli anni Trenta. A sua volta lo stesso Putin ha ripreso la variante staliniana piegandola a un patriottismo che «si presenta come una forma depurata e istituzionalizzata di nazionalismo, funzionale al controllo sociale e all’espansione geopolitica» (p. 173). A differenza del nazionalismo classico, però, sottolinea Piretto, in questo caso non si tratta soltanto di rivendicare «la superiorità del popolo russo, ma anche la centralità dello Stato come polo morale, storico e spirituale» (p. 174).

Nel 2005 il metropolita Kiríll, futuro patriarca, istituisce la giornata dell’Unità nazionale con riferimento alla storica liberazione del Cremlino dai polacchi del 1612 istituendo un parallelo con la vittoria della Grande guerra patriottica alla luce della comune spinta eroica e di massa e della solidarietà di fronte alle minacce di un nemico mortale enfatizzando la componente religiosa della festività volta a ricordare come il popolo russo abbia sempre combattuto con il sostegno di Dio. Una fusione tra religiosità e Stato all’insegna di una sorta di “teologia della guerra” «in cui sia la discesa in campo sia la vittoria sono percepite come convalide divine» (p. 175).

Sostanzialmente la nuova solennità del 4 novembre fu istituita per mettere in ombra la festività sovietica della Grande rivoluzione socialista d’ottobre che storicamente cadeva pochi giorni più tardi, il 7 dello stesso mese. La ricorrenza del 7 novembre non fu annullata, ma venne dedicata non già all’anniversario dell’ottobre 1917, bensì alla parata organizzata in quella ricorrenza da Stalin nel 1941 quando, nell’URSS già occupata da Hitler, i soldati sfilarono al suo cospetto sulla Piazza Rossa marciando verso il fronte (p. 175).

La vittoria sovietica contro i nazisti ha assunto un ruolo centrale nell’ideologia putiniana di grandezza russa con la figura di Stalin posta a simbolo di eroe di guerra per eccellenza.

Nel 2021, in occasione dell’inaugurazione a Pskov di un monumento ad Aleksánder Névskij, santo della Chiesa Ortodossa a cui si lega la vittoria contro gli svedesi nel 1240 e quella sui cavalieri teutonici del 1242, Putin ha parlato di lui come di un sovrano patriota custode della fede, delle tradizioni, della forza spirituale e morale del popolo. La figura di Névskij era stata celebrata anche da Stalin che aveva paragonato la sua guerra contro i cavalieri teutonici a quella condotta contro il nazismo rivendicando la «superiorità morale e identitaria della Russia rispetto al corrotto Occidente» (p. 177).

Piretto evidenzia come anche la roboante colonna sonora di Prokóf’ev composta per il film di Éjzenštéjn del 1938, commissionato da Stalin, dedicato alla figura di Névskij, sia stata utilizzata in chiave propagandistica contemporanea: il perentorio invito al popolo – “Levatevi, genti russe!” –, ripreso dalle parole della versione russa dell’Internazionale, lo si ritrova non solo nell’incipit di uno dei canti più importanti della Grande guerra patriottica contro il nazismo, risuonante ad ogni parata della vittoria putiniana, ma anche in una canzone di Shamán, celebrità del pop mistico-nazionalistico russo attuale, in cui si miscelano ortodossia religiosa, folklore e militarismo con espliciti rifermenti a sostegno dell’Operazione militare speciale in Ucraina. «Apologia della belligeranza e macabro culto glamour della morte: guerra e sacrificio della vita unificati nello spirito di una dimensione sacrale» (p. 179).

Putin crede nell’eccezionalità del “mondo russo” a partire dalla conversione ortodossa di Vladímir il Grande nel 988. Disprezza l’ideologia marxista, convinto che la rivoluzione leninista abbia distrutto l’Impero russo. Da una decina d’anni, in occasione delle manifestazioni sulla Piazza Rossa, il Mausoleo di Lenin viene mimetizzato con strutture e pannelli scenografici spesso finalizzati a ospitare la tribuna d’onore e, al contempo, a dissimulare la presenza del monumento (p. 180).

Mentre si è appropriato, selettivamente, di componenti dell’estetica sovietica, Putin ha fatto di tutto, scrive Piretto, per deideologizzare Lenin, in quanto simbolo del comunismo sovietico, a favore di Stalin e di altre figure del passato remoto russo. Non è pertanto un caso se, in Russia, dal Duemila a oggi sono state erette più di cento statue in onore di Stalin e si sono moltiplicati gli omaggi a personaggi impresentabili del passato come nel caso dell’enorme monumento a Iván il Terribile innalzato a Vólogda il 4 novembre del 2025, in occasione del giorno della festa per l’unità nazionale. Il tono assertivo di questi monumenti volti a celebrare personalità del passato russo, sostiene Piretto, mostra il procedere per semplificazioni della storia attraverso operazioni di decontestualizzazione e ricontestualizzazione di eventi e personaggi ad uso del presente e di chi lo governa.

A dare il senso dell’utilizzo politico propagandistico delle religione è il processo di risignificazione dell’ikóna, icona, a cui si assiste da qualche tempo in Russia. Per quanto, puntualizza Piretto, il particolare rapporto nei confronti delle icone che caratterizza l’universo russo non fosse venuto meno nemmeno durante l’epoca sovietica, indubbiamente con la fine dell’URSS la Chiesa ortodossa, insieme all’amor di patria, ha assunto sempre più il ruolo di custode della tradizione e dell’identità russe facendo di essa un interlocutore privilegiato della politica contemporanea di matrice smaccatamente nazionalistica.

La pratica religiosa nella Russia di oggi, strizza l’occhio alla gestione governativa, alimenta una religiosità popolare facile da gestire e carica di simbolismo che oppone, ancora una volta, l’unicità della “Russia spirituale” all’Occidente secolarizzato. Emozione, pàthos e orgoglio nazionale: il sacro diventa strumento emotivo e performativo (p. 96)

La Chiesa ortodossa guidata dal patriarca Kiríll, con le sue concessioni a forme di religiosità legate alla superstizione popolare non in linea con la teologia ufficiale, in cui si accavallano elementi pagani al credo cristiano, ha assunto un ruolo politico sempre più importante nella Russia contemporanea, non a caso le argomentazioni teologiche e morali a sostegno dell’intervento russo in Ucraina portate dal patriarca – che ha esplicitamente parlato di “guerra santa” e di “lotta spirituale” a difesa della fede – sono state riprese dallo stesso Putin che, in occasione del Natale ortodosso del 2026, ha esplicitamente fatto riferimento alla “missione sacra per conto del Signore” portata avanti, da sempre, dai soldati russi. In un tale contesto il culto delle icone ha acquisito valenze politiche ben distanti da quelle primigenie, piegandosi al rafforzamento del potere temporale fino a suggerire che «la leadership di Putin sia non solo politica ma anche spiritualmente ratificata» (p. 102). Frequentemente a fare da sfondo ai comizi politici e agli spettacoli patriottici troneggiano gigantografie di antiche icone così da «ribadire il legame di quanto succede sul palco con la sacralità della nazione e di chi la rappresenta» (p. 102).

Concludendo, stando al volume di Piretto, l’operazione di eclettica riscrittura di termini/concetti tradizionali in funzione della propaganda contemporanea, li ha allontanati dalle radici storiche, materiali, politiche e culturali da cui sono sorti e dalla stratificazione che li ha plasmati nel corso del tempo, riducendoli, spesso, a slogan grossolani, volti a preservare il potere, che parlano all’emotività di un popolo che, paradossalmente, anziché riappropriarsi della storia materiale e culturale che gli è stata sottratta, attraverso tale processo, ne viene ulteriormente privato.

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