di Mario Sommella
Esiste un modo molto efficace per mascherare un attacco al lavoro: chiamarlo difesa del lavoro. Esiste un modo ancora più sofisticato per cancellare un diritto costituzionale: dichiarare che lo si sta finalmente attuando. Il decreto-legge approvato dal Consiglio dei ministri il 28 aprile 2026, varato a tempo di marcia in vista del Primo Maggio e rilanciato dalla propaganda di Palazzo Chigi sotto l’etichetta beffarda di «salario giusto», è esattamente questa operazione: una contro-riforma travestita da intervento solidale, una cessione di sovranità retributiva camuffata da garanzia, un trasferimento di un miliardo di euro dalle casse pubbliche alle imprese spacciato come tutela dei più deboli.
Conviene osservarlo con calma, perché è in questi passaggi – quando le parole vengono usate per nascondere il loro contrario – che si misura la qualità democratica di un governo.
Il decreto stanzia poco meno di un miliardo distribuito su tre annualità: secondo i dati pubblicati dal Sole 24 Ore sulla bozza approvata, parliamo di 109,7 milioni nel 2026, 252,4 milioni nel 2027 e 135,4 milioni nel 2028 per il bonus assunzioni, più ulteriori 26, 60 e 34 milioni nelle stesse annualità per le aree ZES. Bene.
Si guardi adesso, in questa lunga colonna di numeri, dove finiscono i soldi. Non in busta paga. Non nelle tasche dei lavoratori. Non nei contratti collettivi scaduti. Vanno integralmente alle imprese, sotto forma di esonero contributivo fino al 100% per le assunzioni a tempo indeterminato di donne, giovani sotto i 35 anni e disoccupati di lungo periodo, con un tetto di 500 euro mensili che sale a 650 nelle Zone Economiche Speciali del Mezzogiorno e a 800 per le donne residenti nella ZES.
È la reiterazione, ormai trentennale, della stessa illusione: la decontribuzione presentata come un regalo, mentre in realtà è un buco scavato sotto i piedi dell’INPS, ovvero nei diritti previdenziali futuri di chi quei contributi non li versa più.
I soldi non sono regalati: sono solo spostati dal pilastro della pensione pubblica a quello del profitto privato.
La presidente del Consiglio ha detto in conferenza stampa che il provvedimento serve a «ringraziare gli italiani». Era difficile trovare una formula più rivelatrice: gli italiani vengono ringraziati con i loro stessi soldi, prelevati dalla loro stessa contribuzione, dirottati sui margini delle aziende che li assumono.
E qui finisce la parte che si potrebbe chiamare, con un eufemismo, «occupazionale». Comincia adesso quella che merita il nome più crudo di lesione costituzionale. Perché il decreto non si limita a finanziare le imprese: ridefinisce in modo autoritativo, e a beneficio del datore di lavoro, il significato stesso di retribuzione equa.
Il punto non è secondario. Da settantotto anni l’articolo 36 della Costituzione stabilisce che «il lavoratore ha diritto a una retribuzione proporzionata alla quantità e qualità del suo lavoro e in ogni caso sufficiente ad assicurare a sé e alla famiglia un’esistenza libera e dignitosa». Sufficiente. In ogni caso.
Sono parole pesate al milligrammo dai costituenti del 1947, e da settant’anni la Corte di Cassazione le tratta come precetto direttamente vincolante: la retribuzione deve garantire dignità, e questa dignità non è una variabile di trattativa fra le parti sociali – è un parametro giuridico sovraordinato, un minimo costituzionale che nessun contratto può legittimamente comprimere.
La sentenza che il governo vuole cancellare
Per capire la portata dell’operazione meloniana bisogna risalire al 2 ottobre 2023, alle sentenze gemelle della sezione lavoro della Cassazione numeri 27711, 27713 e 27769. In quel pronunciamento – che ha rappresentato uno spartiacque della giurisprudenza italiana sul lavoro povero – la Suprema Corte ha stabilito un principio limpido: il giudice del lavoro, nell’attuare l’articolo 36, deve partire dalla retribuzione fissata dai contratti collettivi nazionali firmati dalle organizzazioni comparativamente più rappresentative, ma può e deve discostarsene anche d’ufficio quando quella retribuzione si riveli incompatibile con i criteri costituzionali di proporzionalità e sufficienza.
Tradotto: nemmeno la firma di CGIL, CISL e UIL su un contratto nazionale lo mette automaticamente al riparo da una verifica di costituzionalità. Esiste un salario minimo costituzionale, e i magistrati italiani ne sono i custodi in via giudiziaria, in attesa che il legislatore si decida ad attuare l’articolo 39 sulla rappresentanza sindacale e a fissare un minimo legale degno di questo nome.
Quel principio non era astratto. Aveva nomi e cognomi. Aveva, soprattutto, paghe orarie miserabili scritte nero su bianco in contratti regolarmente sottoscritti. Il Tribunale di Milano, nelle sue sentenze più note, ha dichiarato incostituzionali retribuzioni di 4,40 e 3,96 euro lordi all’ora previste dal CCNL Vigilanza privata e servizi fiduciari – un contratto firmato proprio da CGIL e CISL, non da sigle pirata.
Il Tribunale di Torino ha annullato analoghe tariffe per gli operatori di vigilanza. La Corte d’appello di Milano ha confermato. La Cassazione, nel 2023 e ancora nel marzo 2026 con una pronuncia che ha ribadito la coerenza dell’indirizzo, ha cristallizzato l’orientamento.
Migliaia di lavoratori – secondo le stime delle associazioni che li hanno assistiti, almeno centomila in tutta Italia, fra cooperative di servizi, addetti alle pulizie, portierato, vigilanza non armata, multiservizi – hanno cominciato a vedere riconosciuto, nei tribunali, il diritto a una paga umana. Non una rivoluzione, ma una breccia. La giurisprudenza stava svolgendo, in supplenza di un legislatore inadempiente, la funzione che un parlamento serio avrebbe dovuto assolvere con una legge sul salario minimo.
È esattamente questa breccia che il decreto Primo Maggio chiude. Il governo, con un colpo di spugna travestito da chiarimento, stabilisce che l’accesso agli incentivi contributivi è subordinato al rispetto del cosiddetto Trattamento Economico Complessivo (TEC) previsto dai contratti collettivi nazionali firmati dalle organizzazioni «comparativamente più rappresentative».
Detto così sembra ragionevole: si pretende che chi prende soldi pubblici applichi i contratti di settore, escludendo dai benefici i contratti pirata. Ma sotto questa formula apparentemente innocua si nasconde un capovolgimento giuridico gravissimo: il «salario giusto» diventa, per definizione legislativa, quello deciso dalla concertazione fra sindacati confederali e organizzazioni datoriali.
Si trasforma cioè un parametro contrattuale – meramente presuntivo, e da sempre soggetto a verifica giudiziale ai sensi dell’articolo 36 – in un parametro normativo. Si dà alle parti sociali il potere di definire “il giusto”, sottraendolo al sindacato del giudice e al precetto costituzionale. Si vende come anti-salario-pirata una norma che, in realtà, immunizza i CCNL ufficiali dalle contestazioni di incostituzionalità.
Non è un caso che la segretaria generale della CISL Daniela Fumarola abbia commentato la mossa governativa in tono entusiastico, con la solita formula del «mosaico di misure da comporre uniti».
Il decreto consegna alla concertazione un assegno in bianco. Riconosce alle confederazioni storiche un monopolio normativo che la stessa Cassazione, con le sentenze del 2023, aveva incrinato. È, per farla breve, un patto: voi sindacati firmate quello che vi diciamo di firmare, anche al ribasso, e in cambio noi mettiamo la firma collettiva al riparo dalle pretese di un giudice che potrebbe ancora rifarsi all’idea ingombrante che la dignità venga prima della trattativa.
Il segretario della CGIL Maurizio Landini ha colto subito il punto: «il governo fa propaganda, spaccia per aumento dei salari un decreto in cui i soldi vanno alle imprese, non ai cittadini». Ha ragione, ma il problema è che la sua stessa CGIL, in sede di rinnovi più recenti – dal CCNL Sanità Pubblica 2022-2024 firmato il 27 ottobre 2025 da CISL FP, FIALS, Nursind e Nursing Up con la sola dissociazione di FP CGIL e UIL FPL, fino al CCNL Funzioni Locali siglato il 23 febbraio 2026 – si trova dentro un sistema di contrattazione in cui la dissociazione è, troppo spesso, un atto simbolico privo di conseguenze reali sui salari di chi lavora.
Il premio a chi non firma
Concessa l’immunità costituzionale al contratto firmato, il decreto si premura di concedere alle imprese anche la convenienza a non firmarlo. Sembra paradossale, ma è la struttura concreta del provvedimento.
Per i contratti collettivi non rinnovati da più di dodici mesi, il governo introduce un meccanismo di adeguamento automatico: i datori di lavoro dovrebbero corrispondere ai dipendenti un’indennità pari al 30 per cento della rivalutazione salariale calcolata sull’indice IPCA – l’indice dei prezzi al consumo armonizzato dell’Eurozona, già largamente penalizzante perché depurato dei costi energetici, vera pietra di scandalo nell’ondata inflattiva 2022-2023.
Una simulazione pubblicata nei giorni scorsi mostra l’ordine di grandezza: con un IPCA all’1,9 per cento, il 30 per cento equivale a uno 0,57 per cento; su uno stipendio lordo mensile di 1.500 euro l’aumento automatico è di 8 euro e 55 centesimi; nel comparto della sanità privata, su 1.953 euro lordi, l’incremento mensile sfiora gli 11 euro. Sono cifre che non coprono nemmeno l’aumento del costo del pane di una settimana.
Ma è qui che il dispositivo diventa interessante per chi paga gli stipendi: più a lungo l’azienda riesce a tirare la trattativa, meno deve sborsare per recuperare l’inflazione.
Il governo aveva annunciato, mesi fa, una norma di segno opposto: alla firma di un contratto nuovo le imprese avrebbero dovuto versare gli arretrati a partire dalla scadenza di quello vecchio, qualunque fosse il ritardo accumulato. Era una proposta ragionevole, persino virtuosa, capace di mettere pressione sul tavolo della trattativa: firmi dopo due anni? In ogni caso paghi tutto dal primo giorno di vacanza contrattuale.
Quella norma è stata abbandonata. Al suo posto è arrivato il dispositivo dell’indennità ridotta al 30% dell’IPCA decurtato, che produce esattamente l’effetto contrario: più tardi le imprese si siedono al tavolo, meno costa loro la rivalutazione. È il manuale del moral hazard contrattuale, scritto direttamente dal governo.
E i numeri della contrattazione italiana fotografano una situazione drammatica: secondo l’ISTAT, alla fine di settembre 2025 il 45,4 per cento dei contratti collettivi monitorati era in attesa di rinnovo, e con l’inizio del 2026 la quota ha superato il cinquanta per cento. Si tratta di oltre cinque milioni e seicentomila lavoratori in Italia, fra pubblico e privato, che attendono un aggiornamento delle paghe in un contesto in cui ogni mese di ritardo è un trasferimento netto di reddito dal lavoro al capitale.
La catastrofe sociale dei salari italiani
Il decreto Primo Maggio non viene approvato nel vuoto. Atterra su una situazione salariale che è, semplicemente, una catastrofe sociale. La pesatura ufficiale dei numeri lo dimostra senza margini di interpretazione.
Secondo il Rapporto annuale ISTAT 2025, i salari reali italiani fra il 2019 e il 2024 hanno perso il 10,5% del loro potere d’acquisto a causa della rincorsa dei prezzi. La perdita aveva toccato un picco del 15% alla fine del 2022, è scesa fino a sfiorare l’8,7% nel febbraio 2025, è risalita al 10% nel marzo successivo.
A settembre 2025 i salari reali risultavano ancora inferiori di 8,8 punti percentuali rispetto a gennaio 2021, secondo i dati pubblicati dall’ISTAT a dicembre. L’indice cumulativo elaborato dall’Indeed Hiring Lab – che misura il potere d’acquisto associato ai salari pubblicati negli annunci di lavoro – fissa la perdita italiana a gennaio 2026 all’11,1% sul livello di partenza del gennaio 2021.
La Fondazione Di Vittorio ha calcolato che fra il 2021 e il 2024 ogni lavoratore del settore privato ha perso in media quasi 6.400 euro di potere d’acquisto, e ogni dipendente pubblico circa 5.700 euro. L’Ufficio parlamentare di bilancio prevede che, anche nel migliore degli scenari, alla fine del 2027 i salari reali saranno ancora oltre due punti percentuali sotto i livelli del 2021.
L’OCSE ha segnalato che la riduzione dei salari reali italiani dopo il 2021 è stata fra le più marcate fra le grandi economie avanzate.
Specularmente, la quota dei profitti sul valore aggiunto nazionale è cresciuta in modo significativo: il celebre studio di Mediobanca su 1.905 grandi società italiane mostra utili in espansione mentre i salari arretravano. Non c’è inflazione che possa spiegare questo scarto. C’è una scelta politica, sistematica e bipartisan, di redistribuire al contrario.
Si dirà: l’economia è ripartita, l’occupazione cresce, l’Italia ha oltre un milione e duecentomila occupati in più. Lo dice la presidente del Consiglio nei suoi tweet, lo ripetono i giornali. È vero solo in parte, e solo a costo di tacere il resto.
Il Censis ha calcolato che oltre l’80% dei nuovi occupati nel biennio 2023-2024 ha più di cinquant’anni – un fenomeno determinato in larga misura dalla stretta sui pensionamenti anticipati e dall’invecchiamento demografico. Significa che il «miracolo» occupazionale è in larga parte la conseguenza del fatto che i sessantenni sono costretti a restare al lavoro perché non possono andare in pensione e perché il loro reddito da solo non basta a mantenere la famiglia.
Significa che le ore lavorate per dipendente sono in calo, sostituite da una proliferazione di contratti più brevi e più precari. Significa, soprattutto, che il mercato del lavoro italiano cresce in quantità e si impoverisce in qualità: più persone occupate, salari più bassi, più ore di sfruttamento per pagare la stessa spesa. La nuova questione sociale italiana – il working poor, il lavoratore povero – non è un’emergenza statistica. È il risultato programmato di una politica salariale durata trent’anni.
Lo Stato datore di lavoro: il caso della sanità pubblica
La rappresentazione meloniana del decreto Primo Maggio si scioglie del tutto se si guarda allo Stato non come legislatore ma come datore di lavoro. Il caso della sanità pubblica è esemplare. Il CCNL del Comparto Sanità per il triennio 2022-2024 è stato sottoscritto il 27 ottobre 2025 – con quasi tre anni di ritardo sulla scadenza naturale – e prevede aumenti medi attorno ai 172 euro lordi mensili per tredici mensilità, con arretrati stimati fra i 900 e i 1.270 euro a seconda del profilo professionale.
Su una retribuzione media del comparto, l’incremento si traduce in un aumento nominale di poco superiore al 6% spalmato su tre anni. Nello stesso periodo, l’inflazione cumulata ha eroso il potere d’acquisto dei lavoratori della sanità di circa il 12%. È un contratto che, in termini reali, riduce le retribuzioni: paga meno la fatica del 2024 di quanto pagasse quella del 2021.
Eppure è stato firmato dalle stesse confederazioni sindacali – CISL FP fra le altre – che il governo si appresta ora a investire del titolo costituzionale di «autorità salariale». La FP CGIL e la UIL FPL non hanno aderito, motivando la dissociazione proprio con l’insufficienza dell’incremento, ma il contratto è in vigore comunque, e a breve si è già aperto presso l’ARAN il tavolo per il rinnovo 2025-2027 sulla base di un atto di indirizzo che mette in campo 968 milioni a regime dal 2027 – risorse, anche queste, lontane anni luce da ciò che servirebbe per riallineare gli stipendi alla dignità.
La sanità non è un’eccezione: è un paradigma. Mostra che cosa significa, nel concreto, lasciare la determinazione del «salario giusto» alle parti sociali, in un contesto in cui la parte datoriale è lo Stato stesso. Significa firmare contratti che ufficializzano l’impoverimento. Significa trasformare il sindacato in mediatore di sconfitte.
Significa, infine, raccontare ai lavoratori che il loro nemico è il «contratto pirata» mentre si fa firmare loro un contratto pubblico che li porta più vicini alla soglia di povertà. Lo Stato che si presenta come arbitro è in realtà uno dei principali incassatori della politica dei bassi salari. La differenza fra il privato che sottopaga e il pubblico che firma riduzioni reali è solo di dignità formale.
La strage rimossa: i morti sul lavoro fuori dal decreto
C’è una parola che il decreto Primo Maggio del governo Meloni non scrive: morti. Non la scrive perché di morti, in questo provvedimento sbandierato come la grande risposta alla questione del lavoro, semplicemente non si parla. Si parla di «salario giusto». Si parla di sgravi contributivi e di Trattamento Economico Complessivo. Si parla di rider e di caporalato digitale. Non si parla di chi, mentre il governo discuteva la bozza in Consiglio dei ministri il 28 aprile, è uscito di casa la mattina e non è più tornato.
Eppure i numeri ci sono, ufficiali, pubblicati dall’INAIL e dal suo Osservatorio statistico-attuariale: nel 2025 in Italia sono morti sul lavoro 1.093 lavoratori e lavoratrici. Sono 792 i decessi avvenuti in occasione di lavoro – in fabbrica, in cantiere, sui mezzi, nei campi – più 293 nel tragitto casa-lavoro e otto studenti coinvolti in percorsi di alternanza. Nel 2024 erano stati 1.090, nel 2023 erano stati 1.041.
È, cifra dopo cifra, una stabilità nella catastrofe: una media di tre morti al giorno, sabati, domeniche e festivi compresi, che si ripete da anni con la regolarità di un metronomo, mentre le denunce complessive di infortunio salgono a quota 597.710 nel 2025 (più 1,4 per cento sull’anno prima) e le malattie professionali toccano un nuovo massimo storico con 98.463 casi denunciati, in aumento dell’11,3 per cento. Chi parla di «difesa del lavoro» e omette questi numeri commette una rimozione politica.
Vale la pena entrare nei dettagli, perché dentro il dato aggregato si nasconde la geografia sociale dello sfruttamento. I settori in cui si muore di più sono, da decenni, gli stessi: costruzioni con 148 morti nel 2025, manifatturiero con 117, trasporto e magazzinaggio con 110, commercio con 68.
Sono i comparti dell’edilizia in subappalto, della logistica frantumata in cooperative spurie, della catena di montaggio cronometrata, del trasporto di merci a cottimo: i luoghi in cui la combinazione fra precarietà contrattuale, ritmi imposti dall’algoritmo e formazione scaricata sul fondo della catena produttiva trasforma l’incidente in evento statisticamente prevedibile.
La dimensione di genere e nazionalità completa il quadro. I lavoratori stranieri muoiono molto più spesso degli italiani: l’incidenza del rischio mortale è di 72,4 decessi per milione di occupati per gli stranieri contro 28,8 per gli italiani, oltre il doppio.
Le donne pagano un prezzo specifico nel tragitto casa-lavoro, dove avviene il 54,3 per cento dei loro decessi sul lavoro – un dato che racconta del peso del doppio carico domestico-professionale e della mobilità su lunghi tragitti per raggiungere posti di lavoro a bassa remunerazione.
Oltre il 37% delle morti in occasione di lavoro riguarda lavoratori fra i 55 e i 64 anni: gli stessi sessantenni che la legge Fornero costringe a restare al lavoro fino allo sfinimento e che le leggi successive non hanno alleviato. Si muore vecchi, si muore stranieri, si muore precari. Si muore, in larghissima parte, dove la sicurezza è stata progettata come un costo da ridurre invece che come un diritto da garantire.
In questo paesaggio di sangue, l’assenza del decreto Primo Maggio è insostenibile. Perché il governo Meloni, pur disponendo dei dati INAIL aggiornati, ha scelto deliberatamente di non aprire neppure un capitolo del decreto sulla salute e sicurezza sui luoghi di lavoro.
Non un euro stanziato per il potenziamento dell’Ispettorato nazionale del lavoro, che dispone oggi di un numero di ispettori effettivamente attivi sul territorio inferiore a quello che la stessa direttiva europea sull’ispezione del lavoro indica come adeguato.
Non una norma sulla responsabilità solidale lungo le filiere del subappalto, dove si concentra la quota maggiore degli infortuni mortali in edilizia. Non una misura di rafforzamento dei rappresentanti dei lavoratori per la sicurezza, in particolare nelle imprese sotto i quindici dipendenti che restano fuori dall’obbligo del RLS aziendale. Non una linea di finanziamento dedicata alla bonifica del rischio amianto, che continua a uccidere migliaia di lavoratori l’anno per patologie con tempi di latenza decennali.
Non un ritocco – neppure simbolico – del Testo Unico 81 del 2008, che attende da diciotto anni un aggiornamento serio. La pretesa risposta del governo sarebbe il decreto-legge 159 del 31 ottobre 2025, già convertito in legge, che ha introdotto il «badge di cantiere», la revisione delle aliquote di oscillazione INAIL premianti e l’estensione di alcune sanzioni.
Misure non disprezzabili in linea di principio, ma di portata irrisoria rispetto alla scala del fenomeno e – soprattutto – costruite intorno alla logica del «datore virtuoso» premiato fiscalmente, non intorno alla logica della prevenzione sistemica e della responsabilità penale.
Né il DL 159 né il decreto Primo Maggio toccano il punto vero: la combinazione fra appalti al massimo ribasso, frammentazione della filiera produttiva, formazione esternalizzata a società consulenziali e ispezioni a campione produce, ogni anno, un numero di morti che nessun Paese serio considererebbe una variabile fisiologica del proprio sistema produttivo.
La presidente del Consiglio, nel suo messaggio del 1° maggio, ha rivendicato fra i meriti del proprio governo «gli interventi sulla sicurezza sul lavoro». La frase è doppiamente sbagliata. È sbagliata perché, alla prova dei dati INAIL, dopo tre anni e mezzo di governo Meloni i morti sul lavoro restano sostanzialmente fermi alle stesse cifre del 2023, e ogni eventuale miglioramento dell’incidenza per centomila occupati è dovuto al denominatore – l’aumento dell’occupazione – più che al numeratore.
È sbagliata, soprattutto, perché il decreto Primo Maggio 2026 – l’atto politico che il governo ha scelto di intestare alla Festa del Lavoro – non contiene una sola norma sostanziale di prevenzione, di rafforzamento ispettivo, di investimento nella sicurezza. È un decreto sul lavoro che dimentica di parlare delle vite di chi lavora.
È, per questo, anche un decreto che mente. Mentire sul numero dei morti, o tacerli mentre si scrivono provvedimenti che si proclamano «per i lavoratori», è una forma specifica di violenza simbolica: la rimozione istituzionale di chi paga per il funzionamento del sistema il prezzo più alto.
Le due dimensioni – bassi salari e morti sul lavoro – non sono, del resto, due capitoli separati dello stesso libro. Sono lo stesso capitolo. Dove il salario è basso, la pressione a chiudere un occhio sulla sicurezza è massima; dove il subappalto frammenta la filiera, l’interesse a investire in formazione e dispositivi di protezione individuale crolla a ogni passaggio della catena; dove la concorrenza fra imprese si gioca al ribasso sui costi del lavoro, il primo costo a essere compresso è quello dei tempi di lavorazione e quindi delle pause, delle verifiche, dei controlli incrociati che salvano vite.
Un Paese che decide di non fissare un salario minimo legale e di non investire seriamente nella sicurezza del lavoro sta facendo, di fatto, due scelte coerenti: in entrambi i casi, sta accettando di scaricare sul corpo dei lavoratori il costo della propria competitività.
L’articolo 36 della Costituzione – quello sulla retribuzione «sufficiente» – non vive isolato. Sta in dialogo con l’articolo 32 sulla salute, con l’articolo 41 che subordina l’iniziativa economica al non recare danno «alla sicurezza, alla libertà, alla dignità umana», con l’articolo 4 che parla del lavoro come fondamento della Repubblica.
Una lettura integrata di questi articoli porta a una conclusione che il decreto Primo Maggio si rifiuta di trarre: la dignità del lavoro non è solo questione di stipendio, è questione di vita. E il governo che dimentica i morti, mentre celebra la Festa del Lavoro, sta semplicemente confermando che, nel suo ordine di priorità, le vite dei lavoratori vengono dopo i bilanci delle imprese.
Le complicità storiche e la regia europea
Sarebbe ingeneroso, e politicamente miope, scaricare l’intera responsabilità sull’attuale governo. La politica italiana dei bassi salari ha radici trentennali e una matrice precisa: l’accordo di concertazione del luglio 1993, sottoscritto dal governo Ciampi con CGIL, CISL e UIL, che abolì la scala mobile e introdusse il modello della contrattazione a due livelli ancorato al cosiddetto «tasso di inflazione programmato».
Da quell’accordo in avanti – sotto governi di ogni colore, con qualche frammentaria eccezione – i salari italiani sono stati progettati per non crescere. La promessa era che, in cambio della rinuncia al meccanismo di adeguamento automatico, sarebbe arrivata produttività, contrattazione di secondo livello, redistribuzione. Non è arrivato nulla di tutto questo.
La produttività è ferma da vent’anni allo 0,3% medio annuo, contro l’1,2% europeo. La contrattazione di secondo livello copre meno di un terzo dei lavoratori. La redistribuzione è andata nel senso opposto, dai salari ai profitti. L’unico effetto reale del modello concertativo è stato l’indebolimento sistemico del mondo del lavoro: senza scala mobile, senza salario minimo legale, senza meccanismi di indicizzazione automatica, ogni shock inflattivo si scarica integralmente sulle retribuzioni reali. La fiammata del 2022-2023 ha fatto il resto.
Su questo sfondo si innesta la regia europea. La Direttiva UE 2022/2041 sui salari minimi adeguati – che la Cassazione, nelle sentenze del 2023, ha richiamato come parametro interpretativo dell’articolo 36 – chiede agli Stati membri di garantire una copertura della contrattazione collettiva di almeno l’ottanta per cento e, dove insufficiente, di introdurre un salario minimo legale.
L’Italia ha la copertura nominalmente più ampia d’Europa ma, per la combinazione fra contratti pirata, contratti scaduti e tariffe minime ben sotto la soglia di povertà ISTAT, è in realtà uno dei Paesi dove la rete della contrattazione collettiva produce, paradossalmente, lavoro povero.
Anziché trasporre la direttiva con coraggio – riconoscendo che il modello del «salario contrattuale come retribuzione costituzionalmente sufficiente» è clinicamente morto – il governo Meloni ha lasciato scadere il 18 aprile la delega parlamentare, e ora con il decreto Primo Maggio fa l’opposto: riafferma che basta il contratto firmato dalle confederazioni più rappresentative per non avere problemi giuridici. È, sul piano della scelta di campo, una posizione lucidissima: meglio salari bassi sotto controllo concertativo, che salari più alti imposti per legge.
Cosa significa rompere davvero
Da questo quadro emerge un punto che la sinistra di governo ha smesso di pronunciare e che la sinistra sociale deve riprendere a dire con chiarezza: non si può uscire dalla catastrofe salariale e dalla strage quotidiana sui luoghi di lavoro senza una rottura.
Una rottura politica, anzitutto, contro un governo che ha eletto a propria bandiera il principio di non disturbare i profitti. Una rottura culturale, contro la trentennale narrazione neoliberale per cui i salari devono adeguarsi alla produttività e mai viceversa, mentre la produttività dovrebbe stranamente sgorgare da lavoratori precari, mal pagati, infelici e – quando la sicurezza viene meno – uccisi.
Una rottura sindacale, contro un modello concertativo che ha smesso di proteggere chi lavora e ha cominciato a gestire ordinatamente la sua sconfitta. Senza questa triplice rottura, ogni discussione sul «salario giusto» è un’operazione cosmetica.
Le piattaforme rivendicative serie esistono e sono note. Un salario minimo legale di almeno dodici euro lordi all’ora, agganciato dinamicamente al costo della vita reale, in linea con i parametri della Direttiva UE 2022/2041 e con le indicazioni della Cassazione del 2023. Il ripristino di un meccanismo di indicizzazione automatica delle retribuzioni – qualcuno dovrà spiegare ai più giovani perché si chiamava «scala mobile» e perché abolirla è stato l’atto fondativo del precariato salariale italiano.
Una retribuzione netta media non inferiore ai duemila euro mensili, soglia sotto la quale, alle condizioni di prezzo del 2026, parlare di «esistenza libera e dignitosa» diventa una crudeltà semantica.
La piena attuazione dell’articolo 39 della Costituzione, con una legge sulla rappresentanza sindacale che metta finalmente fine al far west dei contratti pirata e dei contratti firmati al ribasso da sigle minoritarie. La detassazione vera e strutturale degli aumenti contrattuali, non delle briciole previste dalla legge di bilancio 2026 al cinque per cento sulle sole tranche erogate nell’anno e al di sotto dei trentamila euro di reddito. La conversione delle decontribuzioni alle imprese in investimenti pubblici diretti, con vincoli stringenti su occupazione stabile, salario minimo e pari opportunità.
Sul fronte parallelo della sicurezza sul lavoro, la piattaforma è altrettanto chiara. Il raddoppio dell’organico ispettivo dell’INL – oggi del tutto insufficiente alla scala del tessuto produttivo italiano – e il vincolo legale di un’ispezione effettiva annuale per ogni cantiere edile sopra una certa soglia di valore.
La responsabilità solidale e penale lungo l’intera filiera del subappalto, con la fine della finzione giuridica per cui il committente principale può scaricare ogni colpa sull’ultimo anello della catena produttiva.
Un nuovo Testo Unico della sicurezza, costruito intorno al principio per cui la prevenzione è un diritto soggettivo del lavoratore esigibile in giudizio, non una concessione del datore. Il rafforzamento dei rappresentanti dei lavoratori per la sicurezza, con la generalizzazione dell’obbligo anche nelle imprese sotto i quindici dipendenti, dove oggi si concentra la zona grigia.
L’introduzione del reato di omicidio sul lavoro come fattispecie autonoma, distinta dall’omicidio colposo generico, con pene proporzionate alla gravità di una catastrofe sociale che fa più morti delle stragi di mafia.
Tutto questo non è in alcun modo presente nel decreto Primo Maggio 2026 del governo Meloni. Anzi, il decreto si colloca all’estremo opposto: cementa il modello concertativo, premia la decontribuzione, riduce l’indennità di vacanza contrattuale, scarica sulla magistratura ogni residua difesa dell’articolo 36, dimentica di scrivere una sola riga sulle vite spezzate dei lavoratori. È, in tutto e per tutto, l’esatto contrario di ciò che servirebbe.
È un Primo Maggio rovesciato: la festa del lavoro celebrata con un atto contro il lavoro e con un silenzio sui morti che è di per sé una posizione politica.
Il coraggio che manca, l’urgenza che resta
Resta una domanda, che non riguarda Giorgia Meloni e nemmeno questo singolo decreto: che cosa intende fare il sindacato confederale di fronte all’evidenza che il modello concertativo, dopo trent’anni, ha consegnato ai lavoratori italiani la più consistente perdita di potere d’acquisto fra le grandi economie avanzate e la stabile, ininterrotta strage quotidiana sui luoghi di lavoro?
Che cosa intende fare il centrosinistra istituzionale di fronte a un governo che usa il Primo Maggio per regalare un miliardo alle imprese, per cancellare per via legislativa una giurisprudenza progressiva costruita in due anni di lavoro nei tribunali e per dimenticare di nominare i mille morti dell’anno precedente?
Che cosa intendono fare le opposizioni sociali, i comitati, le associazioni civiche, i movimenti per la giustizia costituzionale che ancora credono che gli articoli 4, 32, 36 e 41 siano un programma politico e non clausole di stile?
La verità è che questo Primo Maggio segna uno spartiacque. O si ricostruisce un blocco sociale capace di pretendere – non chiedere – un salario minimo costituzionale, una scala mobile aggiornata al ventunesimo secolo, un’intransigenza rivendicativa nuova nei confronti delle imprese e delle istituzioni che le proteggono, e con essa una battaglia pari per la sicurezza del lavoro che metta i corpi dei lavoratori al centro e non al margine; oppure i salari italiani continueranno a sprofondare e i morti continueranno a essere conteggiati con la stessa burocratica precisione con cui li conta l’INAIL, mentre i comunicati governativi parleranno d’altro. La scelta non è fra moderazione e radicalità: è fra accettazione e rottura.
Fra l’idea che il lavoro debba mendicare il proprio prezzo e la propria sopravvivenza e l’idea che la dignità retributiva e l’incolumità fisica siano due soglie non negoziabili, scritte nella Costituzione antifascista e ribadite dalla Cassazione.
Quando la legge ordinaria si mette di traverso a questi principi, il dovere democratico è, citando il motto del nostro lavoro, ribellarsi. Non a parole. Non per slogan. Ma con la costruzione paziente, faticosa e necessaria di un fronte sociale e costituzionale capace di rovesciare il tavolo.
Il decreto del 28 aprile 2026 va impugnato sul piano politico, contestato sul piano costituzionale, smontato pezzo per pezzo nelle aule giudiziarie da sindacati di base e legali del lavoro che continueranno – perché continueranno – a invocare l’articolo 36 come parametro vivo.
E nelle piazze del Primo Maggio va detto, senza i toni unitaristici di facciata, che il «salario giusto» dichiarato dal governo è una truffa, e che il silenzio del governo sui morti del 2025 è un’infamia.
La giustizia salariale e la sicurezza del lavoro, in Italia, cominciano oltre Palazzo Chigi e oltre il tavolo della concertazione. Cominciano ricordando che il lavoro non è una merce e che la sua retribuzione non è una variabile di bilancio, ma un diritto costituzionale che otto decenni di politica neoliberale hanno tentato di smantellare. Cominciano, soprattutto, ricordando i nomi e i cognomi di chi quel decreto non ha voluto vedere: i 1.093 lavoratori e lavoratrici morti nel 2025 perché un Paese che voglia ancora chiamarsi democratico ha il dovere di rimettere le loro vite, e quelle di chi ancora oggi rischia di seguirli, al centro della propria coscienza pubblica.
Fonti
1. Consiglio dei ministri, comunicato del 28 aprile 2026 sull’approvazione del decreto-legge « Disposizioni urgenti in materia di salario giusto, di incentivi all’occupazione e di contrasto del caporalato digitale » (Decreto Primo Maggio 2026).
2. Il Sole 24 Ore, « Decreto Lavoro, via libera del Consiglio dei ministri », 28 aprile 2026.
3. Il Post, « Cosa c’è nel nuovo decreto sul lavoro del governo », 28 aprile 2026.
4. Sky TG24, « Lavoro, via libera Cdm a decreto 1° maggio. Meloni: stanziato 1 miliardo per incentivi », 28 aprile 2026.
5. Adnkronos, « 1 Maggio. Meloni: con decreto lavoro difendiamo l’occupazione. Landini: governo fa propaganda », 1 maggio 2026.
6. Contropiano, « Il decreto Primo Maggio è contro i lavoratori », 1 maggio 2026.
7. Lavoro e Diritti, « Cosa prevede il Decreto Primo Maggio 2026: tutte le novità in arrivo su lavoro e buste paga », 28 aprile 2026.
8. Business Online, « CCNL e contratti nazionali: le nuove misure per favorire rinnovi e miglioramenti nel decreto 1 maggio 2026 », 30 aprile 2026.
9. ISTAT, Rapporto annuale 2025, capitolo sulle dinamiche retributive 2019-2024 (perdita del 10,5% dei salari reali).
10. ISTAT, Report « Le prospettive per l’economia italiana 2025-2026 », dicembre 2025 (salari reali a settembre 2025 inferiori di 8,8 punti rispetto a gennaio 2021).
11. ISTAT, Report « Contratti collettivi e retribuzioni contrattuali, III trimestre 2025 ».
12. Indeed Hiring Lab, Indice cumulativo dei salari reali, gennaio 2021 – gennaio 2026 (perdita 11,1%).
13. Ufficio parlamentare di bilancio, Nota di congiuntura, gennaio 2026.
14. Fondazione Giuseppe Di Vittorio, Rapporto sulla perdita salariale 2021-2024 (privato: 6.400 euro; pubblico: 5.700 euro).
15. OCSE, Employment Outlook 2025, capitolo sulle retribuzioni reali nei Paesi OCSE.
16. Mediobanca Area Studi, « Dati Cumulativi di 1.905 società italiane », 2025.
17. Censis, Rapporto sulla situazione sociale del Paese 2025.
18. Banca d’Italia, Bollettino economico, aprile 2026.
19. INAIL, Bollettino trimestrale gennaio-dicembre 2025 sulle denunce di infortunio e malattia professionale, pubblicato a febbraio 2026 (1.093 morti totali, 792 in occasione di lavoro, 597.710 denunce di infortunio, 98.463 malattie professionali).
20. INAIL, Periodico statistico « Dati Inail 1/2026 — Andamento infortunistico 2025 », Consulenza statistico attuariale.
21. Osservatorio Sicurezza sul Lavoro e Ambiente di Vega Engineering, Report nazionale e regionale sui morti sul lavoro 2025.
22. Il Fatto Quotidiano, « Incidenti sul lavoro, 1.093 morti nel 2025: i dati Inail », 3 febbraio 2026.
23. Collettiva.it (CGIL), « 432 in sette mesi i morti sul lavoro denunciati all’Inail », settembre 2025.
24. Eurostat, Indicatori standardizzati di incidenza degli infortuni sul lavoro per 100.000 occupati, dati 2023.
25. Decreto-legge 31 ottobre 2025, n. 159 « Misure urgenti per la tutela della salute e della sicurezza sui luoghi di lavoro e in materia di protezione civile », convertito in legge a inizio 2026.
26. Ministero del Lavoro e delle Politiche Sociali, D.M. n. 20/2026 « Piano integrato per la salute e la sicurezza nei luoghi di lavoro per l’anno 2026 ».
27. Decreto legislativo 9 aprile 2008, n. 81 « Testo Unico in materia di tutela della salute e della sicurezza nei luoghi di lavoro », e successive modifiche.
28. Corte di cassazione, sezione lavoro, sentenze nn. 27711, 27713 e 27769 del 2 ottobre 2023 (salario minimo costituzionale).
29. Corte di cassazione, sezione lavoro, sentenza marzo 2026 (conferma indirizzo 2023).
30. Tribunale di Milano, sentenze sul CCNL Vigilanza privata e servizi fiduciari (paghe orarie di 4,40 e 3,96 euro lordi dichiarate non conformi all’articolo 36 della Costituzione).
31. Tribunale di Torino, Tribunale di Catania, Tribunale di Bari, sentenze sul salario minimo costituzionale 2022-2024.
32. Corte costituzionale, sentenze nn. 30/1960, 106/1962, 74/1966, 559/1987, 51/2015 (sull’art. 36 come norma immediatamente precettiva).
33. Direttiva UE 2022/2041 del Parlamento europeo e del Consiglio sui salari minimi adeguati nell’Unione europea.
34. Questione Giustizia, « Il salario minimo costituzionale nella giurisprudenza di legittimità », 2024.
35. Welforum.it, « La Corte di cassazione e il salario minimo adeguato costituzionale », novembre 2023.
36. ARAN, Atto di indirizzo per il rinnovo del CCNL Sanità Pubblica 2025-2027, febbraio 2026.
37. CISL FP, « CCNL Sanità Pubblica 2022-2024: firma definitiva del 27 ottobre 2025 » e dichiarazioni di Roberto Chierchia e Daniela Fumarola.
38. FP CGIL, « Tabelle CCNL Sanità 2022-2024 », ottobre 2025.
39. CGIL, comunicato di Maurizio Landini sul decreto Primo Maggio 2026, 1 maggio 2026.
40. Bollettino ADAPT, « Salari, inflazione e produttività: due piani di un problema ancora aperto », novembre 2025.
41. Osservatorio sui Conti Pubblici Italiani, Università Cattolica del Sacro Cuore, « Retribuzioni, inflazione e distribuzione del reddito in Italia », ottobre 2025.
42. Costituzione della Repubblica Italiana, articoli 4, 32, 36, 39 e 41.
Fonte
Presentazione
Analisi, opinioni, fatti e (più di rado) arte da una prospettiva di classe.
05/05/2026
“Il sionismo ha portato al genocidio. Deve scomparire”
Nel maggio 2024, lo storico di origine israeliana Omer Bartov concluse che ciò a cui stava assistendo a Gaza corrispondeva alla definizione di Genocidio secondo la Convenzione delle Nazioni Unite del 1948. Non era una conclusione a cui avrebbe voluto giungere.
Bartov aveva pubblicamente evitato di usare la parola, nonostante le critiche dei colleghi. Quando lo fece, suscitò scalpore non solo nel mondo accademico, ma anche nelle comunità ebraiche e in Israele. Bartov è nato a Ein HaHoresh, un kibbutz nell’Israele centrale, figlio dell’acclamato scrittore israeliano Hanoch Bartov. Ha combattuto nella guerra dello Yom Kippur e, dopo aver conseguito lauree all’Università di Tel Aviv e ad Oxford, si è trasferito negli Stati Uniti nel 1989. Dal 2000 insegna all’Università Brown di Providence, nel Rhode Island, dove occupa la cattedra di Studi sull’Olocausto e il Genocidio.
Oggi, Bartov è uno degli studiosi dell’Olocausto più citati al mondo. I suoi studi hanno sfatato il mito della “Wehrmacht pulita”, dimostrando che i soldati tedeschi di truppa hanno partecipato attivamente agli orrori dell’Olocausto; hanno cambiato la storiografia militare tedesca.
È autore di diversi libri sulla Seconda Guerra Mondiale e sul Genocidio perpetrato dai soldati tedeschi. Il suo libro del 2018 “Anatomia Di Un Genocidio: Vita e Morte Di Una Città Chiamata Buczacz” ha vinto il Premio Nazionale del Libro ebraico e il Premio Internazionale Yad Vashem per la ricerca sull’Olocausto.
Nel suo nuovo libro, “Israele: Cosa è Andato Storto”, nato da saggi scritti dopo il 7 ottobre, Bartov si interroga su come lui, e Israele, siano arrivati a questo punto.
Haaretz lo ha intervistato nella sua casa di Cambridge, Massachusetts, alla vigilia della Giornata della Memoria israeliana, e un giorno prima dell’uscita del suo nuovo libro.
Domanda: Il suo nuovo libro verrà tradotto in ebraico?
Omer Bartov: Il libro uscirà in otto lingue, persino in cinese. In Israele ho contattato molte persone che conosco, che mi hanno messo in contatto con case editrici, comprese quelle cosiddette di sinistra. Una mi ha scritto: ‘Non credo che questo sia il momento giusto‘. Altre hanno detto ‘sì, controlleremo, lo leggeremo‘, e poi sono sparite.
La stessa cosa è successa in Germania. Due editori di sinistra mi hanno risposto dicendo che il libro era interessante, ma che non erano d’accordo su tutto. Uno ha suggerito di pubblicarlo insieme a un altro libro che avrebbe “bilanciato il tutto”.
Questo potrebbe non sorprendere: lei è nato in Israele, ha prestato servizio nelle Forze di Difesa Israeliane e il libro è personale e caustico. Ci sono sempre più voci, soprattutto dopo la guerra di Gaza nella sinistra antisionista, che sostengono che il progetto sia marcio fin dall’inizio. È questa la sua conclusione?
Omer Bartov: Non sono antisionista. Sono cresciuto in una famiglia Sionista. Per me era ovvio che Israele fosse il mio posto. Non sono contrario all’esistenza dello Stato di Israele. Ma il Sionismo come ideologia non ha semplicemente esaurito il suo corso. È diventato qualcosa che non riconosco. È diventato l’ideologia dello Stato. E non è diventato solo militarista ed espansionista, ma anche razzista, estremamente violento e, in definitiva, un’ideologia che danneggia profondamente sia l’individuo che la collettività. Un’ideologia del genere non ha posto.
È ironico e tragico che un movimento nato come tentativo di liberare gli ebrei dalla persecuzione, di dare loro un posto tutto loro, un processo di emancipazione, liberazione, aspirazione umanitaria, finisca il suo cammino in modo razzista e violento.
Pensa che fosse inevitabile?
Omer Bartov: Non credo in quel tipo di storia in cui alla fine si dice ‘abbiamo sempre saputo che sarebbe andata a finire così‘. Forse alcuni profeti lo avevano predetto fin dall’inizio. Non credo fosse inevitabile.
Il capitolo più importante del libro, che non è apparso da nessun’altra parte, riguarda la mancanza di una costituzione in Israele. Non che nel 1948 le cose si siano mosse in una sola direzione. Ma è diventato sempre più probabile che, senza una costituzione che tuteli i diritti di tutti, il Sionismo, una volta diventato l’ideologia di uno Stato, avrebbe rinunciato all’opzione di diventare uno Stato normale per i suoi cittadini.
C’erano delle ragioni, come il pragmatismo di David Ben-Gurion nei confronti dei religiosi e degli arabi. Ma il risultato finale è stato che il Sionismo è diventato qualcos’altro.
Ci sono stati tentativi di reindirizzare il processo. Il più importante è arrivato all’inizio degli anni ’90 con gli accordi di Oslo. Quel tentativo fu bloccato, in modo molto aggressivo, con l’incoraggiamento di Benjamin Netanyahu, con l’assassinio di Rabin. Non si parla abbastanza del fatto che il sangue di Yitzhak Rabin è sulle mani di Netanyahu. Netanyahu è stato il principale beneficiario di uno degli omicidi politici di maggior successo del ventesimo secolo.
Dove si colloca ora il sionismo?
Omer Bartov: Israele non può esistere come Stato normale sotto l’ideologia del Sionismo. Il Sionismo deve scomparire. Lo Stato rimarrà. Non andrà da nessuna parte. La questione è che tipo di Stato sarà. Deve cambiare radicalmente. Sotto l’ideologia Sionista, non può farlo.
Se non la abbandona e non diventa qualcos’altro, sarà uno Stato di Apartheid a tutti gli effetti, una democrazia illiberale nella migliore delle ipotesi, molto violenta, che alla fine perderà gran parte della sua élite più istruita. La maggior parte della popolazione rimarrà; le popolazioni restano sempre.
Diventerà uno Stato reietto, isolato. Perderà il sostegno dei suoi alleati più importanti, l’Europa, gli Stati Uniti, e delle comunità ebraiche di tutto il mondo, che lo vedono sempre più come una minaccia piuttosto che come un protettore.
Sembra anche che la parola “Sionismo” abbia perso il suo significato. Nel 2015, Isaac Herzog, candidato come erede di Rabin, definì il suo partito “il campo Sionista”. Itamar Ben-Gvir si definisce Sionista, così come gli ebrei americani e altri come Joe Biden. Non è forse l’ideologia che stai descrivendo già morta, assorbita dall’apparato statale?
Omer Bartov: Il Sionismo è nato molto prima dell’Olocausto. Ma l’Olocausto è stato retrospettivamente considerato la più forte giustificazione per il Sionismo e per la creazione dello Stato di Israele. L’argomentazione era: se ci fosse stato uno Stato, più ebrei si sarebbero salvati. Probabilmente è vero.
L’Olocausto, gradualmente, dal processo Eichmann in poi e soprattutto dalla fine degli anni ’70 agli anni ’80, è diventato il collante che tiene unita la società israeliana. Un evento storico si è trasformato in una minaccia imminente: non qualcosa accaduto in passato, ma qualcosa di sempre prossimo a verificarsi nuovamente. Ci sarà un altro Olocausto se non affrontiamo ogni minaccia con tutta la nostra forza e non la estirpiamo alla radice.
Dopo il 7 ottobre 2023, queste due cose si sono fuse. L’attacco di Hamas è stato inquadrato come un atto simile all’Olocausto: Hamas è nazista. Criticare le azioni di Israele è antisemitismo.
Guardiamo la questione da un’altra prospettiva: se il Sionismo ha condotto al Genocidio a Gaza, non può più essere considerato un’ideologia valida. Altre ideologie nella storia che hanno giustificato il Genocidio non hanno più ragione di esistere. E se Israele si è sempre definito la risposta all’Olocausto e ha usato l’Olocausto per giustificare ogni cosa, non è possibile che la risposta all’Olocausto sia un altro Genocidio.
Questi due pilastri hanno perso la loro giustificazione morale. Quando parliamo di Israele che sta diventando uno Stato reietto, non è il risultato dell’antisemitismo. È il risultato delle azioni di Israele. Queste azioni hanno fatto crollare le argomentazioni esistenziali su cui Israele si fondava.
La contro argomentazione è stata: guardate cosa ha fatto Hamas il 7 ottobre. Gli autobus esplosi durante le Intifada. I loro stessi dirigenti dicono che ripeteranno il 7 ottobre ancora e ancora.
Quello che Hamas ha fatto il 7 ottobre è stato un Crimine di Guerra. Potrebbe facilmente essere definito un Crimine Contro l’Umanità. Avrei preferito vedere i capi di Hamas catturati e processati insieme ad alcuni dirigenti israeliani. Quello sì che sarebbe stato un processo degno di essere seguito. Invece, Israele ha fatto quello che Israele fa di solito e li ha uccisi.
Ma c’è un altro problema. Quando il Segretario Generale delle Nazioni Unite Guterres ha affermato che l’attacco di Hamas non è avvenuto nel vuoto, è stato immediatamente definito antisemita. Ma il contesto è importante. La Resistenza all’Occupazione, all’assedio, al tentativo di controllare un popolo che cerca di esprimere l’autodeterminazione nazionale è legittima.
Le milizie sioniste pre-statali Haganah, Etzel e Lehi lo hanno fatto. La Resistenza francese. La Resistenza in Germania. I partigiani. La rivolta del ghetto di Varsavia. La Resistenza armata è assolutamente legittima, anche secondo il Diritto Internazionale.
In Israele non vogliono parlarne perché nessuno vuole parlare di cosa succederà ai palestinesi. Ogni volta che c’è Resistenza, la risposta è: Cos’è questo? Dobbiamo schiacciarlo.
Il diritto di resistere a un’occupazione non dà il diritto di commettere massacri. Così come il diritto all’autodifesa, che Israele rivendica sempre, non dà il diritto di commettere massacri.
Resistenza all’Occupazione, d’accordo. Ma era questo l’obiettivo di Hamas?
Omer Bartov: I capi di Hamas sono morti, ma hanno raggiunto il loro scopo. Israele ha distrutto Gaza, ma non ha eliminato Hamas. L’obiettivo della dirigenza di Hamas era quello di rompere l’assedio uscendo dalla sfera in cui Netanyahu ‘gestiva’ il conflitto e a nessuno importava: né agli Stati arabi, né alla comunità internazionale, né alle campagne elettorali israeliane.
Hamas ha trasformato il conflitto in una questione regionale. Israele ora combatte in Libano, Siria, Iran, Yemen, Gaza, Cisgiordania. Dal punto di vista dell’ala estremista di Hamas, che in realtà è piuttosto simile al pensiero di Bezalel Smotrich e Ben-Gvir, hanno raggiunto il loro obiettivo. Sapevano che il prezzo sarebbe stato altissimo. Ma per gli attori messianici, il prezzo è accettabile.
Bartov aveva pubblicamente evitato di usare la parola, nonostante le critiche dei colleghi. Quando lo fece, suscitò scalpore non solo nel mondo accademico, ma anche nelle comunità ebraiche e in Israele. Bartov è nato a Ein HaHoresh, un kibbutz nell’Israele centrale, figlio dell’acclamato scrittore israeliano Hanoch Bartov. Ha combattuto nella guerra dello Yom Kippur e, dopo aver conseguito lauree all’Università di Tel Aviv e ad Oxford, si è trasferito negli Stati Uniti nel 1989. Dal 2000 insegna all’Università Brown di Providence, nel Rhode Island, dove occupa la cattedra di Studi sull’Olocausto e il Genocidio.
Oggi, Bartov è uno degli studiosi dell’Olocausto più citati al mondo. I suoi studi hanno sfatato il mito della “Wehrmacht pulita”, dimostrando che i soldati tedeschi di truppa hanno partecipato attivamente agli orrori dell’Olocausto; hanno cambiato la storiografia militare tedesca.
È autore di diversi libri sulla Seconda Guerra Mondiale e sul Genocidio perpetrato dai soldati tedeschi. Il suo libro del 2018 “Anatomia Di Un Genocidio: Vita e Morte Di Una Città Chiamata Buczacz” ha vinto il Premio Nazionale del Libro ebraico e il Premio Internazionale Yad Vashem per la ricerca sull’Olocausto.
Nel suo nuovo libro, “Israele: Cosa è Andato Storto”, nato da saggi scritti dopo il 7 ottobre, Bartov si interroga su come lui, e Israele, siano arrivati a questo punto.
Haaretz lo ha intervistato nella sua casa di Cambridge, Massachusetts, alla vigilia della Giornata della Memoria israeliana, e un giorno prima dell’uscita del suo nuovo libro.
Domanda: Il suo nuovo libro verrà tradotto in ebraico?
Omer Bartov: Il libro uscirà in otto lingue, persino in cinese. In Israele ho contattato molte persone che conosco, che mi hanno messo in contatto con case editrici, comprese quelle cosiddette di sinistra. Una mi ha scritto: ‘Non credo che questo sia il momento giusto‘. Altre hanno detto ‘sì, controlleremo, lo leggeremo‘, e poi sono sparite.
La stessa cosa è successa in Germania. Due editori di sinistra mi hanno risposto dicendo che il libro era interessante, ma che non erano d’accordo su tutto. Uno ha suggerito di pubblicarlo insieme a un altro libro che avrebbe “bilanciato il tutto”.
Questo potrebbe non sorprendere: lei è nato in Israele, ha prestato servizio nelle Forze di Difesa Israeliane e il libro è personale e caustico. Ci sono sempre più voci, soprattutto dopo la guerra di Gaza nella sinistra antisionista, che sostengono che il progetto sia marcio fin dall’inizio. È questa la sua conclusione?
Omer Bartov: Non sono antisionista. Sono cresciuto in una famiglia Sionista. Per me era ovvio che Israele fosse il mio posto. Non sono contrario all’esistenza dello Stato di Israele. Ma il Sionismo come ideologia non ha semplicemente esaurito il suo corso. È diventato qualcosa che non riconosco. È diventato l’ideologia dello Stato. E non è diventato solo militarista ed espansionista, ma anche razzista, estremamente violento e, in definitiva, un’ideologia che danneggia profondamente sia l’individuo che la collettività. Un’ideologia del genere non ha posto.
È ironico e tragico che un movimento nato come tentativo di liberare gli ebrei dalla persecuzione, di dare loro un posto tutto loro, un processo di emancipazione, liberazione, aspirazione umanitaria, finisca il suo cammino in modo razzista e violento.
Pensa che fosse inevitabile?
Omer Bartov: Non credo in quel tipo di storia in cui alla fine si dice ‘abbiamo sempre saputo che sarebbe andata a finire così‘. Forse alcuni profeti lo avevano predetto fin dall’inizio. Non credo fosse inevitabile.
Il capitolo più importante del libro, che non è apparso da nessun’altra parte, riguarda la mancanza di una costituzione in Israele. Non che nel 1948 le cose si siano mosse in una sola direzione. Ma è diventato sempre più probabile che, senza una costituzione che tuteli i diritti di tutti, il Sionismo, una volta diventato l’ideologia di uno Stato, avrebbe rinunciato all’opzione di diventare uno Stato normale per i suoi cittadini.
C’erano delle ragioni, come il pragmatismo di David Ben-Gurion nei confronti dei religiosi e degli arabi. Ma il risultato finale è stato che il Sionismo è diventato qualcos’altro.
Ci sono stati tentativi di reindirizzare il processo. Il più importante è arrivato all’inizio degli anni ’90 con gli accordi di Oslo. Quel tentativo fu bloccato, in modo molto aggressivo, con l’incoraggiamento di Benjamin Netanyahu, con l’assassinio di Rabin. Non si parla abbastanza del fatto che il sangue di Yitzhak Rabin è sulle mani di Netanyahu. Netanyahu è stato il principale beneficiario di uno degli omicidi politici di maggior successo del ventesimo secolo.
Dove si colloca ora il sionismo?
Omer Bartov: Israele non può esistere come Stato normale sotto l’ideologia del Sionismo. Il Sionismo deve scomparire. Lo Stato rimarrà. Non andrà da nessuna parte. La questione è che tipo di Stato sarà. Deve cambiare radicalmente. Sotto l’ideologia Sionista, non può farlo.
Se non la abbandona e non diventa qualcos’altro, sarà uno Stato di Apartheid a tutti gli effetti, una democrazia illiberale nella migliore delle ipotesi, molto violenta, che alla fine perderà gran parte della sua élite più istruita. La maggior parte della popolazione rimarrà; le popolazioni restano sempre.
Diventerà uno Stato reietto, isolato. Perderà il sostegno dei suoi alleati più importanti, l’Europa, gli Stati Uniti, e delle comunità ebraiche di tutto il mondo, che lo vedono sempre più come una minaccia piuttosto che come un protettore.
Sembra anche che la parola “Sionismo” abbia perso il suo significato. Nel 2015, Isaac Herzog, candidato come erede di Rabin, definì il suo partito “il campo Sionista”. Itamar Ben-Gvir si definisce Sionista, così come gli ebrei americani e altri come Joe Biden. Non è forse l’ideologia che stai descrivendo già morta, assorbita dall’apparato statale?
Omer Bartov: Il Sionismo è nato molto prima dell’Olocausto. Ma l’Olocausto è stato retrospettivamente considerato la più forte giustificazione per il Sionismo e per la creazione dello Stato di Israele. L’argomentazione era: se ci fosse stato uno Stato, più ebrei si sarebbero salvati. Probabilmente è vero.
L’Olocausto, gradualmente, dal processo Eichmann in poi e soprattutto dalla fine degli anni ’70 agli anni ’80, è diventato il collante che tiene unita la società israeliana. Un evento storico si è trasformato in una minaccia imminente: non qualcosa accaduto in passato, ma qualcosa di sempre prossimo a verificarsi nuovamente. Ci sarà un altro Olocausto se non affrontiamo ogni minaccia con tutta la nostra forza e non la estirpiamo alla radice.
Dopo il 7 ottobre 2023, queste due cose si sono fuse. L’attacco di Hamas è stato inquadrato come un atto simile all’Olocausto: Hamas è nazista. Criticare le azioni di Israele è antisemitismo.
Guardiamo la questione da un’altra prospettiva: se il Sionismo ha condotto al Genocidio a Gaza, non può più essere considerato un’ideologia valida. Altre ideologie nella storia che hanno giustificato il Genocidio non hanno più ragione di esistere. E se Israele si è sempre definito la risposta all’Olocausto e ha usato l’Olocausto per giustificare ogni cosa, non è possibile che la risposta all’Olocausto sia un altro Genocidio.
Questi due pilastri hanno perso la loro giustificazione morale. Quando parliamo di Israele che sta diventando uno Stato reietto, non è il risultato dell’antisemitismo. È il risultato delle azioni di Israele. Queste azioni hanno fatto crollare le argomentazioni esistenziali su cui Israele si fondava.
La contro argomentazione è stata: guardate cosa ha fatto Hamas il 7 ottobre. Gli autobus esplosi durante le Intifada. I loro stessi dirigenti dicono che ripeteranno il 7 ottobre ancora e ancora.
Quello che Hamas ha fatto il 7 ottobre è stato un Crimine di Guerra. Potrebbe facilmente essere definito un Crimine Contro l’Umanità. Avrei preferito vedere i capi di Hamas catturati e processati insieme ad alcuni dirigenti israeliani. Quello sì che sarebbe stato un processo degno di essere seguito. Invece, Israele ha fatto quello che Israele fa di solito e li ha uccisi.
Ma c’è un altro problema. Quando il Segretario Generale delle Nazioni Unite Guterres ha affermato che l’attacco di Hamas non è avvenuto nel vuoto, è stato immediatamente definito antisemita. Ma il contesto è importante. La Resistenza all’Occupazione, all’assedio, al tentativo di controllare un popolo che cerca di esprimere l’autodeterminazione nazionale è legittima.
Le milizie sioniste pre-statali Haganah, Etzel e Lehi lo hanno fatto. La Resistenza francese. La Resistenza in Germania. I partigiani. La rivolta del ghetto di Varsavia. La Resistenza armata è assolutamente legittima, anche secondo il Diritto Internazionale.
In Israele non vogliono parlarne perché nessuno vuole parlare di cosa succederà ai palestinesi. Ogni volta che c’è Resistenza, la risposta è: Cos’è questo? Dobbiamo schiacciarlo.
Il diritto di resistere a un’occupazione non dà il diritto di commettere massacri. Così come il diritto all’autodifesa, che Israele rivendica sempre, non dà il diritto di commettere massacri.
Resistenza all’Occupazione, d’accordo. Ma era questo l’obiettivo di Hamas?
Omer Bartov: I capi di Hamas sono morti, ma hanno raggiunto il loro scopo. Israele ha distrutto Gaza, ma non ha eliminato Hamas. L’obiettivo della dirigenza di Hamas era quello di rompere l’assedio uscendo dalla sfera in cui Netanyahu ‘gestiva’ il conflitto e a nessuno importava: né agli Stati arabi, né alla comunità internazionale, né alle campagne elettorali israeliane.
Hamas ha trasformato il conflitto in una questione regionale. Israele ora combatte in Libano, Siria, Iran, Yemen, Gaza, Cisgiordania. Dal punto di vista dell’ala estremista di Hamas, che in realtà è piuttosto simile al pensiero di Bezalel Smotrich e Ben-Gvir, hanno raggiunto il loro obiettivo. Sapevano che il prezzo sarebbe stato altissimo. Ma per gli attori messianici, il prezzo è accettabile.
*****
Dopo il 7 ottobre, Bartov scrisse due articoli di opinione per il New York Times a distanza di oltre un anno l’uno dall’altro.
Nel novembre 2023 scrisse che ciò che stava accadendo a Gaza non era ancora un Genocidio, sebbene la situazione stesse precipitando. L’articolo suscitò critiche da parte di colleghi, come l’esperto israeliano-americano dell’Olocausto Raz Segal, il quale riteneva che un Genocidio fosse già in atto. Altri definirono l’affermazione di Bartov secondo cui Israele si stava avviando verso il Genocidio “incendiaria e pericolosa“.
Nel luglio 2025, dichiarò pubblicamente una nuova posizione: “Sono uno studioso del Genocidio. Lo riconosco quando lo vedo”.
*****
Il Genocidio viene compreso dal pubblico a diversi livelli. C’è un livello storico, un concetto giuridico e un concetto morale. Come si possono conciliare questi aspetti?
Omer Bartov: Comincio dal livello giuridico non perché io sia un avvocato, non lo sono, ma perché la Convenzione del 1948 sulla prevenzione e la repressione del Crimine di Genocidio è l’unica definizione valida secondo il Diritto Internazionale. Non esiste una convenzione analoga sui Crimini Contro l’Umanità. La Convenzione sul Genocidio è firmata dalla maggior parte dei Paesi, tra cui Israele, Germania, Francia, Gran Bretagna e Stati Uniti. È l’unica definizione che conta di fronte alla Corte Internazionale di Giustizia.
È nata dalla risposta della comunità internazionale alla catastrofe della Seconda Guerra Mondiale, non solo degli ebrei. Ricordiamo che circa 26 milioni di cittadini sovietici morirono in quella guerra.
Ho insegnato Genocidio comparato per 25 anni. Retrospettivamente, ciò che i tedeschi fecero nell’Africa Sud-Occidentale, l’attuale Namibia, è considerato il primo Genocidio del ventesimo secolo. Rifletto sull’argomento su tutti e tre questi livelli.
Ci spieghi il suo processo di pensiero.
Omer Bartov: Nel novembre 2023 il Times ha dato al mio primo articolo un titolo che suggeriva che stessi dicendo che non si trattava di Genocidio. Non è quello che ho scritto. Ho scritto che c’erano già Crimini di Guerra, probabilmente Crimini Contro l’Umanità, e che se non si fossero fermati si sarebbero trasformati in Genocidio.
Speravo che l’amministrazione Biden avrebbe fatto qualcosa. Biden e l’allora Segretario di Stato Antony Blinken non hanno fatto nulla. Avrebbero potuto porre fine a tutto questo facilmente. Avrebbero potuto dire a Netanyahu: “Hai due settimane, chiudi tutto, altrimenti te ne andrai”. Si sarebbe fermato nel giro di poche ore.
Nel maggio del 2024 è diventato chiaro: la condotta sul campo era la distruzione sistematica di Gaza, la cui logica era la Pulizia Etnica. Ma la Pulizia Etnica non poteva avvenire, a differenza del 1948, perché non c’era nessun posto dove fuggire.
Come in molti casi precedenti, incluso l’Olocausto, quando un tentativo di allontanare un gruppo etnico da un territorio sotto il proprio controllo fallisce perché non possono andarsene, la soluzione diventa ucciderli. Questo è Genocidio.
Si dice che Hamas usi scudi umani, ed è questo che causa le vittime civili.
Il Genocidio non ha giustificazioni. Non si può dire: ‘Sì, ho commesso un Genocidio, ma non avevo scelta perché si nascondevano‘. Non è un argomento legale, né morale, né politico. Anche se ci fossero dieci volte più combattenti di Hamas nascosti sotto ogni ospedale, ciò non giustificherebbe il Genocidio.
Hamas è un movimento estremista. Ha usato metodi brutali non solo contro Israele, ma anche contro la popolazione di Gaza. Sì, hanno costruito una città sotterranea. La vera domanda è: come si combatte una cosa del genere? Si fa quello che hanno fatto i russi a Grozny, radendo al suolo tutto? Questo è ciò che ha fatto l’IDF, il che è in realtà contrario alla sua stessa filosofia.
E i combattimenti a Gaza saranno ricordati come un fiasco, insieme al fiasco del 7 ottobre. Dal punto di vista militare, la campagna di Gaza è stata un fallimento. Sono entrati da Nord e hanno spinto la gente verso Sud, sperando che l’Egitto li lasciasse entrare, sperando che l’Eritrea, l’Indonesia o il Somaliland li accogliessero. È stata una follia. Ciò che ha prodotto è stata una distruzione sistematica.
Ma la contro argomentazione è che l’obiettivo dichiarato non era una guerra contro i palestinesi, bensì contro Hamas, che avrebbe potuto arrendersi, restituire gli ostaggi e disarmarsi.
All’inizio di questa guerra, c’erano due tipi di dichiarazioni. Una sembrava razionale: distruggere Hamas, liberare gli ostaggi. L’altra era Genocida: niente acqua, niente cibo, niente elettricità, sono animali umani, Amalek.
Il secondo tipo era un incitamento al Genocidio.
Anche il tipo razionale conteneva una contraddizione: per negoziare con Hamas è necessario che sia intatto.
In ogni caso, entro maggio 2024, era chiaro che l’obiettivo non era distruggere Hamas e liberare gli ostaggi. L’obiettivo era rendere sistematicamente invivibile Gaza. La distruzione di ospedali, scuole, università, impianti di desalinizzazione dell’acqua, infrastrutture energetiche, interi quartieri residenziali: questo era un tentativo di garantire che i palestinesi di Gaza non potessero più esistere come gruppo.
Persone come Ben-Gvir e Smotrich, e ben presto anche Netanyahu, hanno visto in questo un’opportunità. Se il conflitto non poteva essere gestito, poteva essere risolto. Persino Bogie Ya’alon ex Capo di Stato Maggiore delle Forze di Difesa Israeliane e Ministro della Difesa di Netanyahu lo ha affermato, e non fa parte del mio schieramento politico.
C’era chi lo diceva fin dall’inizio. Raz Segal ha pubblicato: “Un Caso da Manuale di Genocidio” su Jewish Currents il 13 ottobre 2023. Cosa ne pensa?
Omer Bartov: Conosco Raz da anni, ma pensavo fosse troppo presto. Ora mi chiedono: perché ci hai messo fino a luglio 2025?
La parola ‘Genocidio’ viene usata come ‘fascismo’: qualcuno che non ti piace è un fascista, un Paese che fa cose che disapprovi sta commettendo un Genocidio. Israele ha fatto molte cose che meritavano dure critiche, ma che non erano Genocidio.
Quindici anni fa ho discusso con il sociologo britannico Martin Shaw sulla questione se la Nakba fosse un Genocidio. Io dissi di no, che si trattava di Pulizia Etnica. Lo penso ancora, perché Gaza avrebbe potuto essere una ripetizione della Nakba se i confini fossero stati aperti. Non lo erano. Volevo essere cauto.
Ecco perché insisto sulla definizione specifica della Convenzione delle Nazioni Unite. Raz aveva ragione nel senso che si trattò di un Genocidio, e già all’epoca in cui scrisse c’erano incitamenti al Genocidio. Pensavo che fosse in anticipo sui tempi.
Quando ha avuto la prima percezione che Israele si stesse dirigendo verso una situazione da cui non sarebbe più potuto tornare indietro?
Omer Bartov: Ho iniziato a riflettere su questo aspetto in termini politici durante la Prima Intifada. Avevo conseguito il dottorato nel 1983, pubblicato un libro sull’esercito tedesco nel 1985, e nel dicembre del 1987 iniziò l’Intifada. Ero un ufficiale riservista e Rabin ci diceva di spezzare loro braccia e gambe.
Ho scritto una lettera a Rabin, dicendogli che avevo notato comportamenti nelle Forze di Difesa Israeliane (IDF) che avevo riconosciuto dalle mie ricerche sulla Wehrmacht (le forze armate della Germania Nazista). Con mia sorpresa, mi rispose. Era arrabbiato perché paragonavo i soldati delle IDF ai soldati tedeschi.
Più o meno nello stesso periodo, il mio professore, Yehuda Elkana, pubblicò un articolo intitolato “Elogio dell’oblio” su Haaretz nel 1988.
Elkana, sopravvissuto all’Olocausto, sosteneva che il modo in cui ai giovani israeliani veniva insegnato a ricordare l’Olocausto, in modo ossessivo, senza che ne apprendessero realmente la storia, stava generando una dinamica di vendetta e violenza, visibile nella brutalità inflitta dai soldati israeliani. Naturalmente fu attaccato per averlo scritto.
Da allora la situazione è peggiorata di molto. Ero a Gaza nel 1974-'75. Già allora era un posto terribile: 350.000 persone, disperate e tristi. Oggi sono 2 milioni. L’esercito di allora e quello di oggi, la struttura di comando, sono completamente diversi. Gran parte delle unità combattenti sono ora composte da religiosi. Quando ero nell’IDF, esistevano persone del genere, ma non indossavano l’uniforme. Non imbracciavano armi ultramoderne. Non si filmavano.
I resoconti che ho letto da Gaza descrivono quelle che di fatto sono milizie interne all’esercito: unità che operano sotto l’influenza del comandante locale, il quale impartisce loro ordini quotidiani di stampo messianico. Pregano prima della battaglia, e le preghiere non sono particolarmente umane: “Distruggete Amalek”.
Non si tratta solo di un cambiamento ai vertici. È un cambiamento che parte dal basso. C’è stata una significativa radicalizzazione religiosa della società israeliana. Lo stesso schema si è insinuato nello Shin Bet, e certamente nella polizia.
Sembra esserci una dimensione religiosa che non esisteva in altre società.
Nazismo e fascismo avevano un rapporto complesso con la religione istituzionale. Volevano il monopolio dell’autorità, non volevano condividerlo con il Papa o le chiese protestanti. Ma si trasformarono esse stesse in religioni politiche, con un Duce o un Führer al vertice, inviato dalla provvidenza, come amava dire Hitler.
In Israele, accadde qualcosa di parallelo: una radicale trasformazione dell’ebraismo stesso in una religione politica, intrecciata con una certa interpretazione del Sionismo. Non la versione di Ben-Gurion, ma un’ideologia messianica ebraica le cui radici risalgono a Rav Abraham Isaac Kook.
Non mi piace definire fascismo ciò che sta accadendo in Israele. È qualcosa di diverso, così come ciò che è accaduto in Ungheria, Polonia, Turchia o Russia non è esattamente fascismo. In Israele, la versione specifica ha di fatto prodotto una legittimazione divina o rabbinica per il Genocidio.
Questo sta creando una profonda e crescente frattura con l’ebraismo mondiale, soprattutto con quello americano, che non può accettarlo. Non si può essere una minoranza ebraica liberale negli Stati Uniti ed essere allo stesso tempo d’accordo con ciò che Israele sta facendo.
Questa guerra ideologica non si combatte solo a Gaza o all’interno di Israele, ma anche qui, nei plessi universitari americani, in politica, dove le definizioni stesse stanno cambiando. Lei scrive in particolare della definizione di antisemitismo dell’Associazione Internazionale per la Memoria dell’Olocausto. Come vede l’evoluzione del concetto di antisemitismo?
Omer Bartov: Ci sono due processi che corrono in direzioni opposte. Il primo è iniziato ben prima del 7 ottobre 2023, ma ha subito un’accelerazione in seguito: il tentativo da parte di Israele, e dei suoi sostenitori in tutto il mondo, di identificare qualsiasi critica a Israele con l’antisemitismo. Questo è ciò che fa la definizione dell’Associazione Internazionale per la Memoria dell’Olocausto.
È più un elenco di esempi che una definizione, e serve agli interessi della destra israeliana. Dopo il 7 ottobre è stata ampiamente utilizzata per etichettare le proteste contro la guerra come antisemite. Certo, alcune espressioni antisemite sono comparse durante quelle proteste, ma non era questa la motivazione della maggior parte di coloro che le guidavano. E parte dell’interpretazione era pura assurdità, come ad esempio l’idea che “dal fiume al mare” sia un appello palestinese a distruggere gli ebrei. “Dal fiume al mare” è in realtà uno slogan ebraico in origine. I revisionisti cantavano “La Giordania ha due rive, questa è nostra, anche l’altra”.
Tuttavia, l’effetto è stato reale: silenziamento nei plessi scolastici, intimidazione di studenti, docenti e personale amministrativo. La tendenza non è quella che Netanyahu afferma di volere. È il silenziamento delle voci critiche, non solo su Israele.
Il processo opposto è che questa strumentalizzazione diventi la migliore copertura possibile per un antisemitismo reale. L’antisemitismo ideologico è sempre stato di destra, non di sinistra. Esistono singoli antisemiti di sinistra, ma come politica, il Massacro di Massa degli ebrei, sia da parte dei Nazisti che, prima, in Ucraina, è stato perpetrato da forze conservatrici, razziste e nazionaliste.
Aggiungiamo poi la destra MAGA (Fare l’America di Nuovo Grande) e i suoi cugini europei, la destra populista e rivoluzionaria di Tucker Carlson e Nick Fuentes, che sostiene che Israele e i rappresentanti ebrei nel mondo della finanza e dell’élite accademica siano alla radice di tutti i mali delle loro società. Questo è antisemitismo classico. E Israele, affermando di essere il rappresentante più autentico dell’ebraismo mondiale, si sta offrendo il miglior pretesto per questa rinascita.
Questo potrebbe avere enormi ripercussioni politiche a lungo termine. Trump non ha vere opinioni; è un bigotto nella sua essenza. Ma chiunque gli succederà all’interno del suo movimento potrebbe essere genuinamente anti-israeliano, come Carlson o il vicepresidente J.D. Vance. Potrebbero recidere lo stretto legame tra Israele e gli Stati Uniti. A quel punto, i limiti del potere di Israele tornerebbero dove dovrebbero essere: Gerusalemme, non Washington.
Fonte
04/05/2026
Rotta Usa su Hormuz
Non se ne esce. Di certo non in questo modo.
Persino i tg più servili – prendiamo ad esempio quello di La7, ieri sera – ormai non sanno più come dare una notizia riguardante il Golfo Persico: si avvicina la pace o la ripresa delle operazioni di guerra?
Succede quando si dipende quasi esclusivamente dai tweet di Trump, che – a volerli prendere sul serio – sarebbero la prova di un disturbo schizofrenico grave.
Ieri sera, infatti, nel giro di pochi minuti, anzi all’interno della medesima intervista (ad una tv israeliana, peraltro, Kan News) Trump è riuscito a mettere insieme l’assicurazione di aver esaminato la nuova proposta dell’Iran: “L’ho studiata, ho studiato tutto: non è accettabile”. Che significa immediatamente: “riprenderemo a bombardare”.
E subito dopo: “Sono pienamente consapevole che i miei rappresentanti stanno avendo colloqui molto positivi con l’Iran e che questi colloqui potrebbero portare a qualcosa di molto positivo per tutti”. Che dovrebbe significare l’opposto.
La verità sta nei fatti. E i fatti dicono che il traffico di aerei militari statunitensi verso l’area è in aumento, facendo intravedere il solito gioco trump-israeliano: far finta di trattare e preparare l’attacco a sorpresa.
Solo che “la sorpresa” a questo punto è impossibile.
Nelle stesse ore, infatti, Trump ha dato il via al “Project Freedom”, solita sigla pomposa apposta su un’operazione militare per liberare le navi commerciali neutrali ‘arenate’ da settimane nello Stretto di Hormuz. In realtà si tratta del tentativo di far entrare navi militari Usa come “scorta” per navi commerciali in qualche modo risalenti a proprietari statunitensi o israeliani (tutti le altre sono già libere di passare, mettendosi d’accordo con le autorità marittime di Teheran).
In pratica, si tratterebbe di un’operazione militare “limitata” – almeno nelle intenzioni americane – che, se riuscisse, potrebbe dare a Trump quella mini-vittoria simbolica di cui ha bisogno per chiudere con la guerra all’Iran e pensare ad altro.
La truffa – che non funziona più nemmeno per il pubblico “Maga”, ormai – è quasi esplicita nella giustificazione farlocca che ha accompagnato questa decisione, che di fatto riapre le ostilità: “Paesi di tutto il mondo, quasi tutti estranei alla disputa mediorientale in corso, così palesemente e violentemente sotto gli occhi di tutti, hanno chiesto agli Stati Uniti di intervenire per liberare le loro navi”. Neanche uno che l’abbia fatto...
Scontata anche la risposta iraniana, affidata a Ebrahim Azizi, presidente della commissione parlamentare per la sicurezza nazionale: “Qualsiasi interferenza americana nel nuovo regime marittimo dello Stretto di Hormuz sarà considerata una violazione del cessate il fuoco”. Tradotto: “se provate ad entrare nello Stretto apriremo il fuoco”. Il resto verrebbe poi di conseguenza...
Manco a dirlo, nello Stretto la “flotta delle zanzare” iraniana ha preso di mira un paio di navi che cercavano di uscire senza contrattare il permesso, costringendole a tornare indietro.
Entro poche ore, insomma, capiremo tutti se quello di Trump è l’ennesimo bluff per “fare pressione” nelle pre-trattative indirette condotte tramite il Pakistan, oppure l’apertura di una “nuova guerra contro l’Iran” (sapete già che ha avuto la faccia come il culo di dichiarare chiuso il conflitto che lui stesso – con Netanyahu – ha aperto il 28 febbraio per non violare anche formalmente la Costituzione Usa, che gli concede solo 60 giorni per condurre una guerra senza l’approvazione del Congresso).
Quando si passa dalle dichiarazioni ai fatti, del resto, le chiacchiere devono cedere il passo...
Fonte
Persino i tg più servili – prendiamo ad esempio quello di La7, ieri sera – ormai non sanno più come dare una notizia riguardante il Golfo Persico: si avvicina la pace o la ripresa delle operazioni di guerra?
Succede quando si dipende quasi esclusivamente dai tweet di Trump, che – a volerli prendere sul serio – sarebbero la prova di un disturbo schizofrenico grave.
Ieri sera, infatti, nel giro di pochi minuti, anzi all’interno della medesima intervista (ad una tv israeliana, peraltro, Kan News) Trump è riuscito a mettere insieme l’assicurazione di aver esaminato la nuova proposta dell’Iran: “L’ho studiata, ho studiato tutto: non è accettabile”. Che significa immediatamente: “riprenderemo a bombardare”.
E subito dopo: “Sono pienamente consapevole che i miei rappresentanti stanno avendo colloqui molto positivi con l’Iran e che questi colloqui potrebbero portare a qualcosa di molto positivo per tutti”. Che dovrebbe significare l’opposto.
La verità sta nei fatti. E i fatti dicono che il traffico di aerei militari statunitensi verso l’area è in aumento, facendo intravedere il solito gioco trump-israeliano: far finta di trattare e preparare l’attacco a sorpresa.
Solo che “la sorpresa” a questo punto è impossibile.
Nelle stesse ore, infatti, Trump ha dato il via al “Project Freedom”, solita sigla pomposa apposta su un’operazione militare per liberare le navi commerciali neutrali ‘arenate’ da settimane nello Stretto di Hormuz. In realtà si tratta del tentativo di far entrare navi militari Usa come “scorta” per navi commerciali in qualche modo risalenti a proprietari statunitensi o israeliani (tutti le altre sono già libere di passare, mettendosi d’accordo con le autorità marittime di Teheran).
In pratica, si tratterebbe di un’operazione militare “limitata” – almeno nelle intenzioni americane – che, se riuscisse, potrebbe dare a Trump quella mini-vittoria simbolica di cui ha bisogno per chiudere con la guerra all’Iran e pensare ad altro.
La truffa – che non funziona più nemmeno per il pubblico “Maga”, ormai – è quasi esplicita nella giustificazione farlocca che ha accompagnato questa decisione, che di fatto riapre le ostilità: “Paesi di tutto il mondo, quasi tutti estranei alla disputa mediorientale in corso, così palesemente e violentemente sotto gli occhi di tutti, hanno chiesto agli Stati Uniti di intervenire per liberare le loro navi”. Neanche uno che l’abbia fatto...
Scontata anche la risposta iraniana, affidata a Ebrahim Azizi, presidente della commissione parlamentare per la sicurezza nazionale: “Qualsiasi interferenza americana nel nuovo regime marittimo dello Stretto di Hormuz sarà considerata una violazione del cessate il fuoco”. Tradotto: “se provate ad entrare nello Stretto apriremo il fuoco”. Il resto verrebbe poi di conseguenza...
Manco a dirlo, nello Stretto la “flotta delle zanzare” iraniana ha preso di mira un paio di navi che cercavano di uscire senza contrattare il permesso, costringendole a tornare indietro.
Entro poche ore, insomma, capiremo tutti se quello di Trump è l’ennesimo bluff per “fare pressione” nelle pre-trattative indirette condotte tramite il Pakistan, oppure l’apertura di una “nuova guerra contro l’Iran” (sapete già che ha avuto la faccia come il culo di dichiarare chiuso il conflitto che lui stesso – con Netanyahu – ha aperto il 28 febbraio per non violare anche formalmente la Costituzione Usa, che gli concede solo 60 giorni per condurre una guerra senza l’approvazione del Congresso).
Quando si passa dalle dichiarazioni ai fatti, del resto, le chiacchiere devono cedere il passo...
Fonte
Gli atlantisti vaneggiano sull’ipotesi di un ritiro dei militari statunitensi dall’Europa
Trump ha annunciato che gli Stati Uniti ritireranno 5.000 militari in servizio attivo in Germania nei prossimi sei-dodici mesi, dando così seguito alle sue precedenti minacce dopo le recenti e aspre polemiche con il cancelliere tedesco Merz sulla guerra all'Iran.
Merz aveva affermato che Washington era stata “umiliata” dalla leadership iraniana e aveva criticato la sua mancanza di strategia nella guerra. Apriti cielo! La coda di paglia di Trump ha preso subito fuoco e ne sono derivate le minacce di ritirare i soldati USA dalla Germania dopo aver sparato bordate contro gli (ex?) alleati della Nato in Europa.
Gli atlantisti europei e quelli de noantri hanno cominciato subito a stracciarsi le vesti e a ventilare scenari catastrofici in caso di ritiro dei militari USA, cosa che invece saluteremmo con enorme piacere dopo averla richiesta e attesa per decenni in moltissime manifestazioni.
Su questa notizia abbondano anche le bufale e le incongruenze dei circoli atlantisti preoccupati di perdere un generoso datore di lavoro. Ad esempio uno studio del noto International Institute for Strategic Studies annuncia con grande costernazione che un ipotetico ritiro degli Stati Uniti dall’Europa lascerebbe i membri della Nato vulnerabili alla minaccia russa e di fronte a “scelte difficili” su come colmare gli immensi vuoti.
Secondo lo studio – e qui veniamo alle incongruenze – i costi per la sostituzione di equipaggiamenti e personale statunitensi con pezzi equivalenti ammonterebbero a circa 1.000 miliardi di dollari in 25 anni. Dopo di che l‘IISS ha anche stimato che, in caso di un’operazione militare su larga scala per contrastare un attacco russo, il costo per sostituire il personale statunitense (stimato in 128.000 soldati) supererebbe i 12 miliardi di dollari.
Curioso, perché se i militari statunitensi attualmente stanziati in Europa sono 68.000, per l’IISS il buco da sostituire sarebbe invece del doppio, 128.000 unità, quasi che un soldato USA ne valga due europei.
Stando a dati del 2024, gli Stati Uniti dispongono in Europa di 31 basi e 19 altri siti militari a cui il Dipartimento della Difesa ha accesso. Truppe statunitense risultano dislocate in diversi paesi europei come Belgio, Italia, Germania, Grecia, Polonia e nella regione del Mar Nero (Bulgaria e Romania). C’è poi la base di Camp Bondsteel in Kosovo.
Germania, Italia e Gran Bretagna ospitano la maggiore presenza di personale militare statunitense.
Secondo i dati del Defense Manpower Data Center (DMDC) statunitense, a dicembre 2025 gli Stati Uniti risultano avere circa 68.064 militari in servizio attivo assegnati in modo permanente alle loro basi in Europa. Questa cifra non include le forze di rotazione inviate in missioni di dispiegamento ed esercitazioni.
I dati del DMDC mostrano che alla fine del 2025 l’Italia ospitava 12.662 soldati in servizio attivo nelle basi di Vicenza, Pisa-Livorno, Aviano, Napoli e Sigonella.
Gli Stati Uniti hanno poi ampliato la loro presenza anche in diverse località della Grecia, tra cui il porto di Alessandropoli, un nodo di trasporto cruciale, e la base aerea di Larissa, che ospita i droni MQ-9, e hanno avviato importanti lavori di ammodernamento presso la Naval Support Activity (NSA) di Souda Bay.
Le basi militari USA in Europa, hanno visto il proprio coinvolgimento attivo anche nella recente aggressione militare contro l’Iran.
A metà aprile, gli Stati Uniti hanno schierato circa 30 aerei cisterna presso la base aerea di Ramstein in Germania, nella base aerea e la stazione navale di Rota in Spagna, nella base aerea di Aviano in Italia, nell’aeroporto internazionale di Prestwick nel Regno Unito e nella base di Souda in Grecia.
Altri 12 aerei cisterna sono stati inviati alla base di Lajes nelle Azzorre portoghesi.
Gli Stati Uniti hanno utilizzato le basi europee per inviare ulteriori aerei da combattimento e da trasporto in Medio Oriente. Un’analisi ha rilevato che ben 63 velivoli militari statunitensi sono atterrati in basi nel Regno Unito in un arco di tre giorni solo nel mese di giugno.
Fonte
Merz aveva affermato che Washington era stata “umiliata” dalla leadership iraniana e aveva criticato la sua mancanza di strategia nella guerra. Apriti cielo! La coda di paglia di Trump ha preso subito fuoco e ne sono derivate le minacce di ritirare i soldati USA dalla Germania dopo aver sparato bordate contro gli (ex?) alleati della Nato in Europa.
Gli atlantisti europei e quelli de noantri hanno cominciato subito a stracciarsi le vesti e a ventilare scenari catastrofici in caso di ritiro dei militari USA, cosa che invece saluteremmo con enorme piacere dopo averla richiesta e attesa per decenni in moltissime manifestazioni.
Su questa notizia abbondano anche le bufale e le incongruenze dei circoli atlantisti preoccupati di perdere un generoso datore di lavoro. Ad esempio uno studio del noto International Institute for Strategic Studies annuncia con grande costernazione che un ipotetico ritiro degli Stati Uniti dall’Europa lascerebbe i membri della Nato vulnerabili alla minaccia russa e di fronte a “scelte difficili” su come colmare gli immensi vuoti.
Secondo lo studio – e qui veniamo alle incongruenze – i costi per la sostituzione di equipaggiamenti e personale statunitensi con pezzi equivalenti ammonterebbero a circa 1.000 miliardi di dollari in 25 anni. Dopo di che l‘IISS ha anche stimato che, in caso di un’operazione militare su larga scala per contrastare un attacco russo, il costo per sostituire il personale statunitense (stimato in 128.000 soldati) supererebbe i 12 miliardi di dollari.
Curioso, perché se i militari statunitensi attualmente stanziati in Europa sono 68.000, per l’IISS il buco da sostituire sarebbe invece del doppio, 128.000 unità, quasi che un soldato USA ne valga due europei.
Stando a dati del 2024, gli Stati Uniti dispongono in Europa di 31 basi e 19 altri siti militari a cui il Dipartimento della Difesa ha accesso. Truppe statunitense risultano dislocate in diversi paesi europei come Belgio, Italia, Germania, Grecia, Polonia e nella regione del Mar Nero (Bulgaria e Romania). C’è poi la base di Camp Bondsteel in Kosovo.
Germania, Italia e Gran Bretagna ospitano la maggiore presenza di personale militare statunitense.
Secondo i dati del Defense Manpower Data Center (DMDC) statunitense, a dicembre 2025 gli Stati Uniti risultano avere circa 68.064 militari in servizio attivo assegnati in modo permanente alle loro basi in Europa. Questa cifra non include le forze di rotazione inviate in missioni di dispiegamento ed esercitazioni.
I dati del DMDC mostrano che alla fine del 2025 l’Italia ospitava 12.662 soldati in servizio attivo nelle basi di Vicenza, Pisa-Livorno, Aviano, Napoli e Sigonella.
Gli Stati Uniti hanno poi ampliato la loro presenza anche in diverse località della Grecia, tra cui il porto di Alessandropoli, un nodo di trasporto cruciale, e la base aerea di Larissa, che ospita i droni MQ-9, e hanno avviato importanti lavori di ammodernamento presso la Naval Support Activity (NSA) di Souda Bay.
Le basi militari USA in Europa, hanno visto il proprio coinvolgimento attivo anche nella recente aggressione militare contro l’Iran.
A metà aprile, gli Stati Uniti hanno schierato circa 30 aerei cisterna presso la base aerea di Ramstein in Germania, nella base aerea e la stazione navale di Rota in Spagna, nella base aerea di Aviano in Italia, nell’aeroporto internazionale di Prestwick nel Regno Unito e nella base di Souda in Grecia.
Altri 12 aerei cisterna sono stati inviati alla base di Lajes nelle Azzorre portoghesi.
Gli Stati Uniti hanno utilizzato le basi europee per inviare ulteriori aerei da combattimento e da trasporto in Medio Oriente. Un’analisi ha rilevato che ben 63 velivoli militari statunitensi sono atterrati in basi nel Regno Unito in un arco di tre giorni solo nel mese di giugno.
Fonte
Starmer minaccia le proteste pro-Palestina, i solidali rilanciano le prossime piazze
Sale la polarizzazione politica nel Regno Unito intorno alla solidarietà con il popolo palestinese, con il tentativo del primo ministro Keir Starmer di strumentalizzare un caso di cronaca per imporre un ulteriore stretta sul diritto a manifestare e alla critica delle politiche terroriste e genocidiarie di Israele.
La polemica è divampata a seguito dell’accoltellamento avvenuto mercoledì scorso a Golders Green, quartiere a forte presenza ebraica nel nord-ovest di Londra. L’aggressore, Essa Suleiman, cittadino britannico di 45 anni nato in Somalia, è stato arrestato per il tentato omicidio di due uomini ebrei e di un uomo musulmano, poche prima in quello stesso giorno.
Nonostante la Metropolitan Police abbia confermato che Suleiman – dimesso da un ospedale psichiatrico pochi giorni prima dell’attacco – sia stato incriminato per tentato omicidio e non per reati legati al terrorismo, diversi esponenti politici hanno utilizzato l’episodio per condannare le marce pro-Palestina.
In un’intervista rilasciata sabato al programma Today della BBC, Starmer ha suggerito la necessità di un controllo più severo sugli slogan utilizzati, citando specificamente “globalizzare l’intifada” come espressione che richiederebbe “azioni più dure”. Starmer non ha escluso l’ipotesi di un divieto totale, sulla base di un concetto già proposto in precedenza e molto dibattuto: quello dell’effetto cumulativo.
“In relazione alla natura ricorrente delle marce – ha detto – molte persone della comunità ebraica mi hanno detto che è proprio la ripetizione, l’effetto cumulativo” a far crescere, secondo queste “voci” arrivate al primo ministro, il sentire antisemita. “Ora lo riconosco, ed è per questo che intendiamo affrontare questi effetti cumulativi”. In pratica, l’opposizione al genocidio la puoi esprimere una, due volte al massimo, poi basta perché si rischia di creare un “clima di odio”.
Riguardo alla vicenda delittuosa, è molto grave che il governo abbia deciso di strumentalizzare la complessa situazione della salute mentale dell’uomo, cancellando inoltre il fatto che a finirne vittima non siano stati solo esponenti della comunità ebraica, ma prima ancora un uomo musulmano.
Dopo la vittoria in tribunale di Palestine Action, Downing Street ha fatto ricorso e ha continuato ad arrestare in massa i solidali con l’organizzazione, mostrando grande difficoltà di fronte allo schiaffo ricevuto. Ora, i laburisti hanno deciso di trasformare una tragedia che ha origine nelle difficoltà psicologiche di una persona in un’arma politica da brandire contro chi scende in piazza.
Contro quest’atto non solo politicamente, ma anche moralmente deprecabile, si è alzata una voce importante anche nella stessa comunità ebraica britannica. Il rabbino Herschel Gluck, figura di spicco nel nord di Londra, ha rigettato qualsiasi legame tra le marce e l’attacco di mercoledì.
“Non sono certo le manifestazioni la causa dei tragici accoltellamenti di mercoledì a Golders Green”, ha detto il rabbino. “Sono molti gli ebrei che partecipano alle marce. In proporzione, sono più numerosi di qualsiasi altra comunità. E l’idea di vietare la libertà di parola è qualcosa di assolutamente antiebraico”.
Una coalizione di attivisti e organizzazioni per i diritti civili ha duramente criticato il tentativo di politici e media di infangare le proteste, respingendo fermamente l’ipotesi di un bando o di una moratoria sui cortei. Vari gruppi, tra cui i principali sono Palestine Solidarity Campaign (PSC), Stop the War Coalition e Friends of Al-Aqsa, hanno diffuso una nota congiunta mettendo in chiaro che non si faranno intimorire dalla repressione governativa.
Le organizzazioni hanno confermato che la marcia per il Nakba Day, prevista per il 16 maggio, si svolgerà regolarmente. Le dichiarazioni di molti politici “equiparano pericolosamente il popolo ebraico allo Stato di Israele e la protesta politica pacifica ad atti di violenza non correlati”, hanno detto da PSC. “Noi respingiamo categoricamente entrambe le posizioni”.
Nick Dearden, direttore di Global Justice Now, altra organizzazione non governativa con sede nel Regno Unito, ha definito le parole di Starmer ciniche e pericolose, accusando il primo ministro di alimentare le divisioni nel tentativo di evitare una sconfitta per il suo partito alle imminenti elezioni locali del 7 maggio, sperando così di recuperare i voti di qualche indeciso pendente a destra.
Il 16 maggio, inoltre, sarà una giornata molto complessa nel Regno Unito, perché con un evidente intento provocatorio l’estrema destra guidata da Tommy Robinson ha indetto una manifestazione sotto lo slogan “Unite the Kingdom”, con un sapore razzista e suprematista. In questo caso, sembrerebbe, il governo non ravvisa nessun “clima di odio”.
Va ricordato che Robinson è stato invitato in Israele dal ministro per gli Affari della Diaspora a ridosso del cessate il fuoco dello scorso ottobre. Appare evidente come la sua estrema destra svolga un ruolo coordinato in una più ampia politica sionista internazionale, che mira a mantenere forte il sostegno a Israele e a limitare il diritto di parola e di manifestare di coloro che non vogliono complicità con la pulizia etnica in corso in Palestina e, ormai, anche in Libano.
Fonte
La polemica è divampata a seguito dell’accoltellamento avvenuto mercoledì scorso a Golders Green, quartiere a forte presenza ebraica nel nord-ovest di Londra. L’aggressore, Essa Suleiman, cittadino britannico di 45 anni nato in Somalia, è stato arrestato per il tentato omicidio di due uomini ebrei e di un uomo musulmano, poche prima in quello stesso giorno.
Nonostante la Metropolitan Police abbia confermato che Suleiman – dimesso da un ospedale psichiatrico pochi giorni prima dell’attacco – sia stato incriminato per tentato omicidio e non per reati legati al terrorismo, diversi esponenti politici hanno utilizzato l’episodio per condannare le marce pro-Palestina.
In un’intervista rilasciata sabato al programma Today della BBC, Starmer ha suggerito la necessità di un controllo più severo sugli slogan utilizzati, citando specificamente “globalizzare l’intifada” come espressione che richiederebbe “azioni più dure”. Starmer non ha escluso l’ipotesi di un divieto totale, sulla base di un concetto già proposto in precedenza e molto dibattuto: quello dell’effetto cumulativo.
“In relazione alla natura ricorrente delle marce – ha detto – molte persone della comunità ebraica mi hanno detto che è proprio la ripetizione, l’effetto cumulativo” a far crescere, secondo queste “voci” arrivate al primo ministro, il sentire antisemita. “Ora lo riconosco, ed è per questo che intendiamo affrontare questi effetti cumulativi”. In pratica, l’opposizione al genocidio la puoi esprimere una, due volte al massimo, poi basta perché si rischia di creare un “clima di odio”.
Riguardo alla vicenda delittuosa, è molto grave che il governo abbia deciso di strumentalizzare la complessa situazione della salute mentale dell’uomo, cancellando inoltre il fatto che a finirne vittima non siano stati solo esponenti della comunità ebraica, ma prima ancora un uomo musulmano.
Dopo la vittoria in tribunale di Palestine Action, Downing Street ha fatto ricorso e ha continuato ad arrestare in massa i solidali con l’organizzazione, mostrando grande difficoltà di fronte allo schiaffo ricevuto. Ora, i laburisti hanno deciso di trasformare una tragedia che ha origine nelle difficoltà psicologiche di una persona in un’arma politica da brandire contro chi scende in piazza.
Contro quest’atto non solo politicamente, ma anche moralmente deprecabile, si è alzata una voce importante anche nella stessa comunità ebraica britannica. Il rabbino Herschel Gluck, figura di spicco nel nord di Londra, ha rigettato qualsiasi legame tra le marce e l’attacco di mercoledì.
“Non sono certo le manifestazioni la causa dei tragici accoltellamenti di mercoledì a Golders Green”, ha detto il rabbino. “Sono molti gli ebrei che partecipano alle marce. In proporzione, sono più numerosi di qualsiasi altra comunità. E l’idea di vietare la libertà di parola è qualcosa di assolutamente antiebraico”.
Una coalizione di attivisti e organizzazioni per i diritti civili ha duramente criticato il tentativo di politici e media di infangare le proteste, respingendo fermamente l’ipotesi di un bando o di una moratoria sui cortei. Vari gruppi, tra cui i principali sono Palestine Solidarity Campaign (PSC), Stop the War Coalition e Friends of Al-Aqsa, hanno diffuso una nota congiunta mettendo in chiaro che non si faranno intimorire dalla repressione governativa.
Le organizzazioni hanno confermato che la marcia per il Nakba Day, prevista per il 16 maggio, si svolgerà regolarmente. Le dichiarazioni di molti politici “equiparano pericolosamente il popolo ebraico allo Stato di Israele e la protesta politica pacifica ad atti di violenza non correlati”, hanno detto da PSC. “Noi respingiamo categoricamente entrambe le posizioni”.
Nick Dearden, direttore di Global Justice Now, altra organizzazione non governativa con sede nel Regno Unito, ha definito le parole di Starmer ciniche e pericolose, accusando il primo ministro di alimentare le divisioni nel tentativo di evitare una sconfitta per il suo partito alle imminenti elezioni locali del 7 maggio, sperando così di recuperare i voti di qualche indeciso pendente a destra.
Il 16 maggio, inoltre, sarà una giornata molto complessa nel Regno Unito, perché con un evidente intento provocatorio l’estrema destra guidata da Tommy Robinson ha indetto una manifestazione sotto lo slogan “Unite the Kingdom”, con un sapore razzista e suprematista. In questo caso, sembrerebbe, il governo non ravvisa nessun “clima di odio”.
Va ricordato che Robinson è stato invitato in Israele dal ministro per gli Affari della Diaspora a ridosso del cessate il fuoco dello scorso ottobre. Appare evidente come la sua estrema destra svolga un ruolo coordinato in una più ampia politica sionista internazionale, che mira a mantenere forte il sostegno a Israele e a limitare il diritto di parola e di manifestare di coloro che non vogliono complicità con la pulizia etnica in corso in Palestina e, ormai, anche in Libano.
Fonte
Decreto lavoro o decreto imprese?
“Forse che quella che chiamiamo rosa cesserebbe d’avere il suo profumo se la chiamassimo con altro nome?”. Passare da Shakespeare al duo Meloni-Calderone distrugge ogni poesia e farà rivoltare il buon William nella tomba, ma in effetti se chiamiamo con altro nome – “decreto lavoro” – quel provvedimento varato il 1 maggio che prevede soprattutto sussidi alle aziende non lo fa cessare di essere un “decreto imprese”.
“Un decreto da quasi un miliardo”, afferma Meloni. Quanti di questi finiranno nelle tasche dei lavoratori? Zero. Quanti in quelle delle imprese? Praticamente tutti. Per lo più per rinnovare bonus – giovani, donne, ZES – che già esistono nella sostanza da decenni e che un boom di buona occupazione e salari dignitosi non l’hanno mai prodotto. Sapete però cosa hanno prodotto? Più soldi pubblici per i portafogli privati delle aziende. Strano esito, quando letteralmente regali soldi alle imprese. Eccolo il vero Sussidistan che esiste in Italia.
Mercoledì 28 aprile l’Istat ha certificato un fenomeno che chi vive quaggiù sulla terra e non in qualche ministero conosce benissimo: i lavoratori e le lavoratrici in questa “nazione”, come piace definirla a Giorgia & Co., si sono impoveriti. Addirittura -7,8% tra il 2021 e il 2025, frutto della differenza tra l’aumento nominale nelle buste paga e il boom dei prezzi nello stesso periodo.
Ma niente, nemmeno di fronte a questa catastrofe – per i lavoratori e le lavoratrici, perché c’è sempre chi ci guadagna; vi do un indizio: andate a verificare gli utili di banche, imprese belliche, dell’energia, della logistica, delle assicurazioni – l’ultradestra ha cambiato idea sul salario minimo. E infatti nel “decreto imprese” non c’è traccia.
Diversamente dai dubbi amletici di Nanni Moretti sull’essere presenti o meno a una festa, qui la situazione è chiara: conta più ciò che manca – il salario minimo – che ciò che c’è.
E cosa c’è? Il “salario giusto”, una formula moralistica che significa tutto e niente. Più “niente”, a dire il vero. Per l’ultradestra di governo il “salario giusto” è quello su cui mettono la firma le parti “comparativamente più rappresentative” di sindacati e parti datoriali. Per capirci, i contratti nazionali siglati da CGIL, CISL e UIL e principali associazioni imprenditoriali.
Come si impone questo “salario giusto”? Semplicemente impedendo che i bonus giovani, donne e ZES arrivino alle imprese che sono firmatarie di contratti che prevedono un trattamento economico complessivo (TEC nella sua sigla, comprensivo di paga base, tredicesima, welfare aziendale, permessi, ecc.) inferiore a quello dei principali contratti.
La propaganda meloniana sostiene che così si dà una bella botta ai “contratti pirata”. A voler essere buoni, è un colpetto. I contratti pirati continueranno a esistere, con qualche difficoltà in più. Nella battaglia interna a un sindacalismo sempre più “giallo” la CISL batte l’UGL e la CISAL, storicamente più vicini alla destra di casa nostra.
Ma soprattutto: quanto pesano oggi i contratti pirata? Ce lo dice il CNEL di Brunetta: se è vero che il 65,4% del totale dei contratti collettivi nazionali per il settore privato sono stati sottoscritti da organizzazioni datoriali e sindacali non riconducibili a CGIL, CISL e UIL, è altrettanto vero che gli stessi coprono “solo” 267,851mila lavoratori, l’1,8% del totale dei dipendenti privati. Sempre uno di troppo, figuriamoci. Forse, però, il problema dei salari da fame in questo Paese non è solo qui.
Lo si ritrova infatti anche in quei contratti firmati dalle organizzazioni comparativamente più rappresentative (CGIL, CISL, UIL e principali organizzazioni datoriali) e che in alcuni casi prevedono retribuzioni orarie di 6€-7€ lordi l’ora. Suonare al citofono di guardie giurate, lavoratori e lavoratrici delle pulizie e troppe altre categorie.
Ecco perché il salario minimo è tanto necessario. Perché permetterebbe di alzare subito gli stipendi di tutti quei lavoratori e di quelle lavoratrici che, a prescindere dal CCNL cui sono sottoposti, vivono con salari da fame.
Questo sarebbe dare attuazione vera all’articolo 36 della Costituzione che prevede che “il lavoratore ha diritto ad una retribuzione proporzionata alla quantità e qualità del suo lavoro e in ogni caso sufficiente ad assicurare a sé e alla famiglia un’esistenza libera e dignitosa”. Altro che il meloniano “salario giusto”.
A mancare, però, è anche qualsiasi misura di contrasto a un’altra piaga del presente: gli omicidi sul lavoro. Proprio nel giorno in cui il governo vagliava il “decreto imprese” ad Acerra, provincia di Napoli, Pasquale Perna, operaio in un impianto di trattamento dei rifiuti, veniva ritrovato senza vita sul posto di lavoro. Sarà l’autopsia a spiegare se sia stato schiacciato dal muletto o se sia morto per altre circostanze.
Quel che sappiamo, però, è che nel giorno della Festa dei lavoratori e delle lavoratrici vorremmo poter sorridere per il rafforzamento dei controlli sui posti di lavoro; per l’eliminazione di norme che precarizzano le condizioni di lavoro rendendo i dipendenti più ricattabili e quindi meno “forti” nel rivendicare il rispetto delle misure di sicurezza; per l’introduzione del reato di omicidio sul lavoro che potrebbe fungere da deterrente nei confronti di chi manomette un macchinario perché bisogna produrre di più e più rapidamente.
Niente per i lavoratori, tanto per le imprese e per qualche sindacato fedele: eccolo il decreto imprese del governo Meloni. Anche per questo saremo in piazza il 1 maggio: perché quella data è la festa dei lavoratori (e NON del lavoro, espressione tipica di una cultura corporativista) e non accettiamo di farci fare la festa dal governo dell’ultradestra e dalle sue appendici.
Fonte
“Un decreto da quasi un miliardo”, afferma Meloni. Quanti di questi finiranno nelle tasche dei lavoratori? Zero. Quanti in quelle delle imprese? Praticamente tutti. Per lo più per rinnovare bonus – giovani, donne, ZES – che già esistono nella sostanza da decenni e che un boom di buona occupazione e salari dignitosi non l’hanno mai prodotto. Sapete però cosa hanno prodotto? Più soldi pubblici per i portafogli privati delle aziende. Strano esito, quando letteralmente regali soldi alle imprese. Eccolo il vero Sussidistan che esiste in Italia.
Mercoledì 28 aprile l’Istat ha certificato un fenomeno che chi vive quaggiù sulla terra e non in qualche ministero conosce benissimo: i lavoratori e le lavoratrici in questa “nazione”, come piace definirla a Giorgia & Co., si sono impoveriti. Addirittura -7,8% tra il 2021 e il 2025, frutto della differenza tra l’aumento nominale nelle buste paga e il boom dei prezzi nello stesso periodo.
Ma niente, nemmeno di fronte a questa catastrofe – per i lavoratori e le lavoratrici, perché c’è sempre chi ci guadagna; vi do un indizio: andate a verificare gli utili di banche, imprese belliche, dell’energia, della logistica, delle assicurazioni – l’ultradestra ha cambiato idea sul salario minimo. E infatti nel “decreto imprese” non c’è traccia.
Diversamente dai dubbi amletici di Nanni Moretti sull’essere presenti o meno a una festa, qui la situazione è chiara: conta più ciò che manca – il salario minimo – che ciò che c’è.
E cosa c’è? Il “salario giusto”, una formula moralistica che significa tutto e niente. Più “niente”, a dire il vero. Per l’ultradestra di governo il “salario giusto” è quello su cui mettono la firma le parti “comparativamente più rappresentative” di sindacati e parti datoriali. Per capirci, i contratti nazionali siglati da CGIL, CISL e UIL e principali associazioni imprenditoriali.
Come si impone questo “salario giusto”? Semplicemente impedendo che i bonus giovani, donne e ZES arrivino alle imprese che sono firmatarie di contratti che prevedono un trattamento economico complessivo (TEC nella sua sigla, comprensivo di paga base, tredicesima, welfare aziendale, permessi, ecc.) inferiore a quello dei principali contratti.
La propaganda meloniana sostiene che così si dà una bella botta ai “contratti pirata”. A voler essere buoni, è un colpetto. I contratti pirati continueranno a esistere, con qualche difficoltà in più. Nella battaglia interna a un sindacalismo sempre più “giallo” la CISL batte l’UGL e la CISAL, storicamente più vicini alla destra di casa nostra.
Ma soprattutto: quanto pesano oggi i contratti pirata? Ce lo dice il CNEL di Brunetta: se è vero che il 65,4% del totale dei contratti collettivi nazionali per il settore privato sono stati sottoscritti da organizzazioni datoriali e sindacali non riconducibili a CGIL, CISL e UIL, è altrettanto vero che gli stessi coprono “solo” 267,851mila lavoratori, l’1,8% del totale dei dipendenti privati. Sempre uno di troppo, figuriamoci. Forse, però, il problema dei salari da fame in questo Paese non è solo qui.
Lo si ritrova infatti anche in quei contratti firmati dalle organizzazioni comparativamente più rappresentative (CGIL, CISL, UIL e principali organizzazioni datoriali) e che in alcuni casi prevedono retribuzioni orarie di 6€-7€ lordi l’ora. Suonare al citofono di guardie giurate, lavoratori e lavoratrici delle pulizie e troppe altre categorie.
Ecco perché il salario minimo è tanto necessario. Perché permetterebbe di alzare subito gli stipendi di tutti quei lavoratori e di quelle lavoratrici che, a prescindere dal CCNL cui sono sottoposti, vivono con salari da fame.
Questo sarebbe dare attuazione vera all’articolo 36 della Costituzione che prevede che “il lavoratore ha diritto ad una retribuzione proporzionata alla quantità e qualità del suo lavoro e in ogni caso sufficiente ad assicurare a sé e alla famiglia un’esistenza libera e dignitosa”. Altro che il meloniano “salario giusto”.
A mancare, però, è anche qualsiasi misura di contrasto a un’altra piaga del presente: gli omicidi sul lavoro. Proprio nel giorno in cui il governo vagliava il “decreto imprese” ad Acerra, provincia di Napoli, Pasquale Perna, operaio in un impianto di trattamento dei rifiuti, veniva ritrovato senza vita sul posto di lavoro. Sarà l’autopsia a spiegare se sia stato schiacciato dal muletto o se sia morto per altre circostanze.
Quel che sappiamo, però, è che nel giorno della Festa dei lavoratori e delle lavoratrici vorremmo poter sorridere per il rafforzamento dei controlli sui posti di lavoro; per l’eliminazione di norme che precarizzano le condizioni di lavoro rendendo i dipendenti più ricattabili e quindi meno “forti” nel rivendicare il rispetto delle misure di sicurezza; per l’introduzione del reato di omicidio sul lavoro che potrebbe fungere da deterrente nei confronti di chi manomette un macchinario perché bisogna produrre di più e più rapidamente.
Niente per i lavoratori, tanto per le imprese e per qualche sindacato fedele: eccolo il decreto imprese del governo Meloni. Anche per questo saremo in piazza il 1 maggio: perché quella data è la festa dei lavoratori (e NON del lavoro, espressione tipica di una cultura corporativista) e non accettiamo di farci fare la festa dal governo dell’ultradestra e dalle sue appendici.
Fonte
Codacons: stangata da mille euro a famiglia con la guerra in Iran
Secondo l’ultimo studio del Codacons, che ha analizzato i dati Istat tra febbraio e aprile, l’instabilità causata dall’aggressione all’Iran ha generato una spirale inflattiva che costerà a una famiglia “tipo” del Belpaese ben 926 euro in più all’anno. Ad essere usate come fonti sono state le stime preliminari dell’istituto di statistica, e anche se si tratta di una proiezione massima, il messaggio è allarmante.
L’analisi del Codacons parte dalle stime dell’Istat sull’inflazione, passata da +1,7% al +2,8% dello scorso mese, come conseguenza dell’impennata dei beni energetici, “regolamentati” e non.
L’associazione dei consumatori calcola il rincaro maggiore proprio in relazione ai comparti dell’energia. I combustibili liquidi (benzina, diesel, gasolio da riscaldamento) sono schizzati in alto del 38,4% in soli due mesi. Se il gasolio è salito del 23%, anche GPL e metano non sono stati da meno (+9,4%).
Ciò ha provocato un effetto domino che ha travolto il comparto dei trasporti: chi pianifica un viaggio deve fare i conti con biglietti aerei internazionali rincarati del 18,2% e tariffe dei traghetti in crescita del 6%. Anche noleggiare un’auto è diventato più costoso, con un aumento dell’8,8% che grava sia sul turismo che sulla logistica delle merci.
La crisi energetica si riflette direttamente sulle utenze domestiche. Ad aprile, il costo del gas per le famiglie è balzato del 13% rispetto a febbraio, mentre l’energia elettrica ha segnato un +5,2%.
Ma è facendo la spesa che gli italiani avvertono le ricadute più dolorose. Le turbolenze sulle rotte commerciali e l’aumento dei costi di trasporto hanno fatto schizzare i prezzi dell’ortofrutta: i frutti di bosco segnano un +16,1%, i legumi quasi il 10% e gli ortaggi (pomodori, peperoni, zucchine) l’8,6%.
Persino la tecnologia è sotto pressione: i costi dei supporti informatici per la registrazione sono aumentati del 21,6%; videogiochi, console, applicazioni e software videoludiche hanno segnato un +16,4%. Ovviamente, queste sono ancora proiezioni fatte sulla base di consumi costanti e senza prevedere ulteriori interventi governativi.
“La crisi in Medio Oriente ha determinato uno tsunami sui prezzi al dettaglio”, scrive il Codacons. L’associazione chiarisce il pericolo che questo tsunami si porta dietro, e che non riguarda solo “un generalizzato impoverimento dei nuclei meno abbienti, ma anche una contrazione dei consumi da parte delle famiglie come reazione al caro-prezzi, con effetti estremamente dannosi per l’economia nazionale”.
La situazione nello Stretto di Hormuz non sembra però prossima a sbloccarsi, e lo stesso problema affrontano, dunque, le forniture globali, con effetti sistemici. Finché il quadro internazionale non troverà stabilità, gli italiani continueranno a pagare il prezzo di una guerra che, pur combattuta a migliaia di chilometri di distanza, si riflette ogni giorno sullo scontrino del supermercato e sulle bollette.
Se da tempo le classi dirigenti del Vecchio Continente perorano la causa della transizione a un’economia di guerra, ora sappiamo bene cosa questo significhi, senza nemmeno essere coinvolti direttamente in uno dei conflitti – ma sostenendoli materialmente – provocati da Israele e Stati Uniti.
Fonte
L’analisi del Codacons parte dalle stime dell’Istat sull’inflazione, passata da +1,7% al +2,8% dello scorso mese, come conseguenza dell’impennata dei beni energetici, “regolamentati” e non.
L’associazione dei consumatori calcola il rincaro maggiore proprio in relazione ai comparti dell’energia. I combustibili liquidi (benzina, diesel, gasolio da riscaldamento) sono schizzati in alto del 38,4% in soli due mesi. Se il gasolio è salito del 23%, anche GPL e metano non sono stati da meno (+9,4%).
Ciò ha provocato un effetto domino che ha travolto il comparto dei trasporti: chi pianifica un viaggio deve fare i conti con biglietti aerei internazionali rincarati del 18,2% e tariffe dei traghetti in crescita del 6%. Anche noleggiare un’auto è diventato più costoso, con un aumento dell’8,8% che grava sia sul turismo che sulla logistica delle merci.
La crisi energetica si riflette direttamente sulle utenze domestiche. Ad aprile, il costo del gas per le famiglie è balzato del 13% rispetto a febbraio, mentre l’energia elettrica ha segnato un +5,2%.
Ma è facendo la spesa che gli italiani avvertono le ricadute più dolorose. Le turbolenze sulle rotte commerciali e l’aumento dei costi di trasporto hanno fatto schizzare i prezzi dell’ortofrutta: i frutti di bosco segnano un +16,1%, i legumi quasi il 10% e gli ortaggi (pomodori, peperoni, zucchine) l’8,6%.
Persino la tecnologia è sotto pressione: i costi dei supporti informatici per la registrazione sono aumentati del 21,6%; videogiochi, console, applicazioni e software videoludiche hanno segnato un +16,4%. Ovviamente, queste sono ancora proiezioni fatte sulla base di consumi costanti e senza prevedere ulteriori interventi governativi.
“La crisi in Medio Oriente ha determinato uno tsunami sui prezzi al dettaglio”, scrive il Codacons. L’associazione chiarisce il pericolo che questo tsunami si porta dietro, e che non riguarda solo “un generalizzato impoverimento dei nuclei meno abbienti, ma anche una contrazione dei consumi da parte delle famiglie come reazione al caro-prezzi, con effetti estremamente dannosi per l’economia nazionale”.
La situazione nello Stretto di Hormuz non sembra però prossima a sbloccarsi, e lo stesso problema affrontano, dunque, le forniture globali, con effetti sistemici. Finché il quadro internazionale non troverà stabilità, gli italiani continueranno a pagare il prezzo di una guerra che, pur combattuta a migliaia di chilometri di distanza, si riflette ogni giorno sullo scontrino del supermercato e sulle bollette.
Se da tempo le classi dirigenti del Vecchio Continente perorano la causa della transizione a un’economia di guerra, ora sappiamo bene cosa questo significhi, senza nemmeno essere coinvolti direttamente in uno dei conflitti – ma sostenendoli materialmente – provocati da Israele e Stati Uniti.
Fonte
Iscriviti a:
Post (Atom)