Presentazione


Analisi, opinioni, fatti e (più di rado) arte da una prospettiva di classe.

27/07/2026

L’Offerta pubblica di acquisto e scambio di Poste italiane su Tim è un affare per i fondi

di Alessandro Volpi

L’Offerta pubblica di acquisto e scambio (Opas) lanciata da Poste italiane su Tim è un formidabile affare di quello che sembra l’amico di famiglia della destra italiana, ovvero l’amministratore delegato di BackRock, Larry Fink. In sintesi: l’operazione consiste nella costruzione di un colosso in grado di integrare i servizi di telecomunicazione con la piattaforma logistico-finanziaria di Poste. Attraverso l’Opas, Poste acquisirà infatti il controllo totalitario di Tim, creando un colosso da oltre 25 miliardi di euro di ricavi.

Ma il dato interessante è un altro. In seguito a questa operazione, il peso dello Stato in Poste scenderà dal 64% al 50%, con l’acquisizione della quota venduta da parte dei grandi fondi, a cominciare da BlackRock, Vanguard e State Street. Gli stessi fondi sono però già azionisti di Tim; BlackRock ne possiede il 5%, Vanguard circa il 2% e State Street l’1,5%. Per effetto di questa partecipazione, con l’Opas trasformeranno quindi le loro azioni di Tim in azioni di Poste.

Questo significa che le Big Three arriveranno ad avere circa il 18% del colosso nato dalla aggregazione di Tim con Poste. In tal modo saranno determinanti nelle scelte di Poste – e nella gestione del succulento risparmio postale – e faranno una montagna di soldi, garantiti dalla presenza dello Stato. Oltre a un incasso cash immediato di 300 milioni di euro, attraverso l’offerta di scambio (0,218 azioni Poste per ogni azione Tim), i fondi hanno convertito i loro titoli “improduttivi” di Tim in azioni Poste, che invece offrono un dividendo yield tra i più alti del listino italiano. Di fatto, i fondi ricominciano a incassare cedole su quel capitale; nel 2026 la crescita del valore azionario di Poste, infatti, è stata del 60%.

Inoltre, i fondi, che gestiscono migliaia di miliardi di dollari per conto di risparmiatori e fondi pensione, beneficiano direttamente della crescita del valore del titolo Poste nei loro portafogli, migliorando le performance dei loro Etf e fondi comuni, con conseguenti maggiori vendite e commissioni. Essere azionisti rilevanti del gruppo che controlla la rete di telecomunicazioni, i dati del cloud (Noovle), l’identità digitale (Spid/Cie) e i pagamenti (PostePay) di un intero Paese del G7 ha poi un valore strategico immenso. Questi fondi non cercano solo profitto immediato ma esposizione a infrastrutture critiche che garantiscono rendimenti a lungo termine e una posizione di rilievo nella capacità di condizionamento dei governi in merito alla trasformazione digitale europea.

Di questa operazione è necessario aggiungere un’ulteriore specificazione, legata appunto alla “politica” delle privatizzazioni della destra. Il ministero dell’Economia ha messo sul mercato una quota di circa il 14% di Poste italiane. Prima di questa operazione lo Stato deteneva, come ricordato, il 64,2% circa (ripartito tra il 29,2% in mano diretta al Mef e il 35% tramite Cassa depositi e prestiti). Con la vendita del 14% in un’Offerta pubblica di vendita (Opv) rivolta a investitori istituzionali, piccoli risparmiatori e dipendenti, la quota totale del settore pubblico è scesa esattamente alla soglia del 50% più un’azione. Poste Italiane, poi, per finanziare l’acquisizione di Tim, ha emesso nuove azioni da offrire in concambio ai soci Tim (la componente “Scambio” dell’Opas).

Questa emissione di nuovi titoli ha generato un effetto di diluizione per i vecchi azionisti. Tuttavia, il governo ha calibrato la cessione del 14% proprio per far sì che, anche dopo l’emissione dei nuovi titoli necessari per comprare Tim, lo Stato non scendesse mai sotto la soglia psicologica e legale del 50%. Dalla cessione del 14% di Poste, il dipartimento del Tesoro ha incassato una cifra stimata tra i 2,5 e i 3 miliardi di euro (a seconda del prezzo di mercato al momento del collocamento). Questi proventi sono stati destinati alla riduzione del debito pubblico, rispettando i piani concordati con l’Unione europea. C’è da scommettere poi che nel giro di poco tempo la “Melonomics” procederà a cedere un’altra quota di Poste agli stessi fondi per fare cassa.

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Val di Susa. Posti di blocco e identificazioni di massa. Arrivano Meloni e Piantedosi

Questa mattina, le forze dell’ordine e la Digos di Torino hanno istituito massicci posti di blocco all’uscita del perimetro del Festival Alta Felicità.

Su tutte le strade verso Susa non si passa se non identificati.

Non a caso giunge notizia che sono attesi in visita al cantiere di Chiomonte Piantedosi e Meloni.

Una strategia di pressione e di prova di forza voluta dalla Questura di Torino e dal Governo per rispondere alla grande manifestazione di massa di sabato e alla partecipazione di migliaia di giovani al Festival Alta Felicità.

Le reazioni istituzionali di ieri dimostrano che Governo e partiti di ogni colore non sanno più in che modo mettere una toppa sul buco: invece di assumere che l’opera è inutile, vetusta, che i lavori procedono a rilento e che serve solo a portare i soldi ai soliti noti, cercano di spostare l’attenzione.

È cosa nota invece che questa opera non si farà ma si vuole prolungare la pagliacciata. Questi giorni accendono la luce sulla voglia di esserci e difendere il proprio territorio dagli interessi di aziende, mafie e partiti.

Il Movimento No Tav ha chiamato una conferenza stampa oggi alle 14:30 al presidio di Venaus a fronte delle identificazioni a tappeto di questa mattina nei confronti di chi stava lasciando il Festival Alta Felicità.

Invitiamo a partecipare all’appuntamento di oggi per una presa di parola del Movimento No Tav per aggiornare sugli sviluppi della prova di forza di Digos e polizia.

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La mitragliera Usa a corto di munizioni

Non tutti erano convinti, solo tre giorni fa, che la strategia statunitense nel condurre la guerra contro l’Iran – tutta incentrata sulla superiorità aerea, evitando così rischi e perdite di una “discesa sulla terra” – stesse incontrando i propri limiti.

Se quelli in senso lato “politici” sono infatti connaturati a questo tipo di strategia (bombardando si può distruggere molto, ma non si costruisce un “regime amico”, se mancano le sue basi all’interno del paese attaccato), il raggiungimento dei limiti propriamente militari sembravano solo una speranza degli “anti-americani militanti”.

Anche la decisione di Trump, venerdì, di sospendere le operazioni dopo 13 giorni consecutivi veniva in quel caso letta come “una pausa per dare spazio ai tentativi dei negoziatori” – Pakistan e Qatar – dentro un continuum ormai consolidato di “pressione” militare per raggiungere obiettivi migliori al tavolo delle trattative.

Poi arriva il New York Times a rivelare che al Pentagono hanno rifatto i conti, scoprendo che le scorte di Patriot ed altri missili antimissile – il cuore della difesa aerea contemporanea di alto livello – si stavano riducendo al livello di guardia. Perché l’Iran non possiede certamente un’aviazione competitiva, ma dispone di missili e droni in quantità insospettata. E anche di buona qualità, nonostante la loro produzione sia notevolmente meno costosa dei mezzi che dovrebbero contrastarli.

Perciò il capo di stato maggiore congiunto, il generale Dan Caine, “ha avvertito in privato il segretario alla Difesa Pete Hegseth e Trump che una carenza di intercettori per la difesa aerea potrebbe ostacolare la capacità di proteggere le forze statunitensi e gli alleati nella regione”

Poi anche il sito Axios, col solito (ex?) agente del Mossad, Barak Ravid, certifica che “il comandante militare statunitense di più alto grado in Medio Oriente, l’ammiraglio Brad Cooper, ha raccomandato di interrompere la campagna di bombardamenti intorno allo Stretto di Hormuz perché ha raggiunto il limite della sua efficacia”

Praticamente, è stato bombardato tutto il bombardabile intorno a Hormuz, ma gli effetti sono stati molto inferiori alle attese (gran parte della capacità militare, industriale e logistica iraniana è sottoterra; anzi sotto decine – o più – metri di roccia).

Aggiungiamo – perché è comprovato sia da rivelazioni giornalistiche che da ammissioni del Pentagono – che la rete dei radar Usa sparsi per il Golfo e aree limitrofe è stata pesantemente danneggiata dai ripetuti ed intensi attacchi di Teheran, diminuendo di parecchio la “capacità di tracciamento” degli attacchi in corso, e che per ogni missile e drone abbattuto se ne vanno da due a sei missili intercettori; che gli ultimi modelli iraniani, come i Kheibar Shekan, hanno la testata “guidabile” anche dopo essersi separata dal vettore – complicando così di molto il calcolo delle possibili traiettorie e aumentando la loro imprevedibilità –, nonché l’alto costo di produzione dei Patriot e la lentezza del loro processo produttivo, ed ecco che l’impensabile – l’America che resta a corto, o quasi, di munizioni – diventa un fatto concreto.

Intendiamoci. C’è molto “quasi”, in questa scarsità. Se l’Iran fosse l’unico fronte di guerra in cui gli Usa sono impegnati, probabilmente ci sarebbe ancora un margine ampio, tale da consentire magari anche la tanto sperata (da Tel Aviv, soprattutto) “escalation”.

Ma l’Ucraina è un pozzo senza fondo di richieste per mezzi dello stesso tipo, anzi se possibile anche più avanzati, perché tra missili balistici e ipersonici russi la difesa antiaerea è ormai un colabrodo.

Per gli Usa, però, in una prospettiva di medio termine, il fronte del Pacifico è anche più importante, e restare “a corto di munizioni” davanti alla Cina e/o alla Russia (per non dire della Corea del Nord) non è un rischio da correre.

Ne sembrano profondamente consapevoli proprio a Kiev, che hanno preso di mira nel Mar Caspio – secondo la loro rivendicazione – “una nave russa che portava armi in Iran”. Si è rivelata invece una nave iraniana e Teheran ha immediatamente convocato i rappresentanti diplomatici della junta neonazista, prospettando conseguenze spiacevoli perché un attacco ingiustificabile come questo “non resterà senza risposta”.

Le minacce reciproche stanno in questi giorni sostituendo lo scambio di missili e bombe, in attesa della visita di Netanyahu a Washington, domani (forse anche per evitare New York, dove Mamdani continua a prospettare il suo eventuale arresto), da cui potrebbe venir fuori qualcosa di più chiaro e indubbiamente preoccupante.

“Credo che se gli americani cadranno ancora una volta nella trappola degli sionisti, o si allineeranno a loro, e insisteranno nel continuare la guerra, in particolare con i raid aerei, geograficamente questa si espanderà ulteriormente”, ha dichiarato il portavoce dell’esercito Mohammad Akraminia alla televisione di stato.

E uno spazio è stato riservato anche ai britannici, che dovrebbero ospitare l’ennesima convention di “volenterosi” teoricamente pronti a immolarsi per Hormuz... “dopo che i combattimenti saranno finiti”. “Recentemente, i bombardieri B-1 statunitensi hanno utilizzato aeroporti britannici per attaccare l’Iran. Qualsiasi Paese, che si tratti del Regno Unito, dei Paesi del Golfo Persico o di altri, sarà il nostro obiettivo legittimo se sosterrà gli Stati Uniti nella guerra”, ha dichiarato infatti il portavoce dei Guardiani della Rivoluzione iraniani, Hossein Mohebi.

L’allargamento della guerra, insomma – vista la somma di mosse russe, ucraine, europee, ecc. – è una prospettiva meno irrealistica di quanto si pensi. A meno che gli Usa, dopo aver giocato come un elefante in cristalleria (fare guerra nel Golfo persico, come si è visto, mette in crisi tutta l’economia mondiale), non reagiscano in modo finalmente razionale alle proprie stesse difficoltà – “scarsità di munizioni” – riattivando la trattativa che potrebbe portare a un accordo per loro comunque sfavorevole.

Nel frattempo una petroliera che si era fidata della “copertura” statunitense è finita in fiamme nello Stretto di Hormuz. Gli iraniani non hanno neanche dovuto sparare un drone o un missile. È finita da sola su una mina posata in un tratto “sconsigliato”. Prima dell’attacco israelo-americano non sarebbe successo...

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La realtà fa capolino: il Tav è vicino ad affondare

La linea ad alta velocità Torino-Lione si trova in una fase critica del suo sviluppo, con una combinazione di sfide ingegneristiche, ritardi logistici e un’incertezza finanziaria che ne mettono in dubbio non tanto la realizzazione nei tempi e nei costi previsti ma proprio la costruzione dell’opera in se, che rischia così di configurarsi come un disastro ambientale, economico e politico di vaste proporzioni.

Il cuore dell’opera è il tunnel di base del Moncenisio, una galleria a doppia canna di 57,5 km che rappresenta la più lunga galleria ferroviaria mai costruita. Le condizioni geologiche delle Alpi occidentali rappresentano la sfida tecnica principale.

La talpa meccanica (fresa) attualmente operativa sul versante francese, soprannominata “Viviana”, avrebbe dovuto avanzare di 10-15 metri al giorno; in realtà procede a una media di circa 80 centimetri al giorno, e da maggio 2026 si è praticamente bloccata per problemi tecnici legati alla conformazione della roccia. Di fatto, in quasi 300 giorni di attività ha scavato meno di 250 metri.

A luglio 2026, su 115 km complessivi di tunnel (doppia canna più gallerie di servizio), ne sono stati scavati solo 21 km – un avanzamento di appena 7 km in due anni (da 14 km nell’estate 2024). Delle sette talpe necessarie, solo una è operativa; le altre sei non hanno ancora una data di avvio, e ogni macchina richiede circa un anno per essere trasportata e assemblata.

Le temperature in profondità raggiungono i 40-45 °C, complicando ulteriormente le operazioni e richiedendo complessi sistemi di ventilazione.

Sul versante italiano, i cantieri in Piemonte sono ancora prevalentemente propedeutici a oltre 30 anni dall’annuncio dell’opera. La Corte dei Conti europea ha rilevato che il progetto ha subito modifiche sostanziali: da galleria a canna singola a doppia canna, con un conseguente aumento della complessità e dei costi.

La data di messa in servizio è slittata dall’originario 2015 al 2033. La società TELT stessa ha ammesso che “vincoli geologici imprevisti nello scavo dei tunnel hanno contribuito a costi e ritardi aggiuntivi”.

Sono attualmente aperti 16 cantieri tra Italia e Francia. La loro gestione è complessa: il cantiere di Chiomonte, in Val di Susa, richiede la costruzione di un nuovo svincolo sull’autostrada A32 per garantire l’accesso senza impatti sulla viabilità locale.

L’opera è strutturalmente asimmetrica: il 70% del tracciato è in Francia, il 30% in Italia, e il tunnel di base ha 45 km in territorio francese e 12,5 in quello italiano. Questa ripartizione rende la logistica e il coordinamento tra i due paesi particolarmente delicati.

Un’ulteriore criticità logistica riguarda le tratte di accesso. Sul lato francese, Parigi garantisce SOLO l’ammodernamento della rete esistente, mentre la nuova linea Saint-Jean-de-Maurienne–Lione resta senza una data di realizzazione.

Ciò significa che, anche SE il tunnel sarà completato, i treni viaggeranno a velocità e frequenza ridotte, vanificando buona parte dei vantati benefici dell’opera. Oltretutto sono su un binario morto le opere compensative: 54 milioni di euro destinati a mitigare l’impatto dei cantieri su 11 comuni sono bloccati da due anni. Lo stesso ministro Salvini ha definito il ritardo “inaccettabile” e “imbarazzante”. Questo stallo logistico acuisce le tensioni sociali e rende ancora più difficile l’accettazione locale del progetto.

Criticità finanziarie: i dati della Corte dei Conti europea (gennaio 2026) sono inequivocabili: aumento del 127% rispetto alla stima iniziale, aumento del 23% rispetto alle verifiche del 2020.

Nel 2025, scriveva la Corte, “le prospettive sono più pessimistiche rispetto al 2020 e ben lontane da quanto inizialmente pianificato”. Il costo complessivo dell’opera è stimato in 25 miliardi di euro, di cui 14,7 miliardi per il solo tunnel principale. La sola tratta nazionale italiana (Orbassano-Avigliana) ha un costo aggiornato di 2,92 miliardi, di cui finanziati solo 827 milioni.

L’UE finanzia le infrastrutture TEN-T attraverso il Connecting Europe Facility (CEF), con bilanci pluriennali di sette anni. Per il ciclo 2021-2027, l’Unione ha stanziato per la Torino-Lione solo 700 milioni di euro, una cifra irrisoria rispetto ai 12-13 miliardi che ci si aspetterebbe (il 50% del costo del tunnel).

La “Decisione di Esecuzione” della Commissione Europea (agosto 2025) impegna formalmente Italia, Francia e UE al completamento, ma non contiene nuovi stanziamenti e prospetta che serviranno “diversi cicli di bilancio” per finanziare l’opera.

La Commissione è molto vaga sulle risorse, limitandosi a evocare una “pianificazione degli investimenti in diversi cicli di bilancio”.

Il finanziamento attualmente assegnato a TELT è scaduto il 30 giugno 2026: dal 1° luglio i costi sono interamente a carico dei contribuenti italiani e francesi. Senza nuovi fondi europei nel prossimo bilancio (2028-2034) e con le restrizioni dei bilanci nazionali già programmate, il progetto rischia di arrestarsi. O a pagare saranno Italia e Francia, con un esborso pari quasi a due volte il ponte sullo Stretto, o il 2033 sarà una data impossibile da rispettare.

La Torino-Lione non è però un caso isolato. La Corte dei Conti UE ha analizzato otto megaprogetti infrastrutturali europei: l’aumento medio dei costi è passato dal 47% (2020) all’82% (2025), e l’obiettivo di completare la rete TEN-T entro il 2030 è stato dichiarato “impossibile”.

A ciò si aggiunge il contesto italiano del PNRR: a metà del periodo di programmazione 2021-2027, l’Italia ha speso solo l’8% dei 74,8 miliardi di euro disponibili dai fondi strutturali, e il governo sta operando una revisione per privilegiare alcune opere a scapito di altre per non restituire i fondi a Bruxelles. In questo scenario di risorse scarse e concorrenza tra grandi opere, la Torino-Lione è stata depriorizzata.

L’analisi mostra un’opera che presenta criticità sistemiche su tutti i piani.

La data del 2033 – già tre anni in ritardo rispetto alle stime del 2020 – appare a oggi estremamente ottimistica alla luce dei dati disponibili. Il completamento dell’opera dipenderà in larga misura dalla capacità di Italia, Francia e UE di trovare un accordo finanziario nel prossimo ciclo di bilancio europeo (2028-2034), ma non è MAI accaduto che venissero erogati così tanti soldi per una singola opera.

La Torino-Lione si trova dunque in una fase in cui le criticità strutturali rischiano di tradursi in una crisi di sostenibilità del progetto stesso.

Insomma, un disastro che vede la compartecipazione dei governi della prima e della seconda repubblica coinvolgendo quasi tutti i partiti esistenti negli ultimi 40 anni.

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Offensiva sionista in Cisgiordania, la pulizia etnica si inasprisce

La spirale di violenza sionista che sta attraversando la Cisgiordania occupata viene raccontata come un’esplosione improvvisa che segue gli scontri di Nablus (se non addirittura come la “legittima difesa” di Israele nei confronti dei palestinesi che hanno la colpa di non farsi ammazzare quando e come pare ai coloni). Ma si tratta in realtà di una offensiva pianificata, nella cornice della pulizia etnica e in funzione della mobilitazione del movimento dei coloni in vista delle elezioni.

Ripercorriamo velocemente gli eventi da venerdì scorso. Durante un raid di coloni a un villaggio vicino Nablus, un palestinese ha sottratto l’arma a un colono e, nel difendersi dall’attacco, avrebbe ucciso l’occupante, mentre un soldato israeliano colpito è deceduto dopo poche ore per le ferite riportate.

Perché le incursioni che provengono dagli insediamenti illegali sono sempre accompagnati dall’IDF: sono, cioè, parte della strategia militare israeliana nella West Bank. Bisogna inoltre sottolineare che il villaggio di Tal, sottoposto all’attacco di venerdì, si trova nella “Zona A” della Cisgiordania, ed è perciò sotto il pieno controllo civile e di sicurezza dell’Autorità Nazionale Palestinese (ANP).

Un’invasione vera e propria, un’aggressione con un aggredito incolpato di difendersi... ma questa volta non abbiamo sentito queste formule da parte di giornali e politici occidentali. Così come non è stato detto nulla sulla vera e propria esecuzione di quattro palestinesi da parte di militari israeliani, giunti sul posto del conflitto a fuoco, testimoniata da video inequivocabili.

Nelle successive 48 ore, inoltre, una sequenza di incursioni, spedizioni punitive e operazioni militari su vasta scala ha trasformato la regione a nord di Gerusalemme in un teatro di guerriglia e devastazione, con al centro i governatorati di Nablus e Jenin. Nel corso del fine settimana, una drammatica ondata di rappresaglie si è abbattuta su oltre dieci villaggi e comunità palestinesi.

Secondo quel che si legge su varie testate internazionali, a Qusra, Urif, Sarta, Immatin, Far’ata, Umriha e nella regione meridionale di Masafer Yatta, squadre di coloni a volto coperto hanno appiccato il fuoco ad abitazioni, automobili e terreni agricoli. A Qusra e in un altro centro vicino, due moschee sono state date alle fiamme e profanate con scritte minatorie.

Il quotidiano israeliano Haaretz riporta che gli esponenti del movimento dei coloni avrebbero ignorato gli appelli diretti dei vertici militari dell’IDF a fermare gli assalti per evitare un’ulteriore escalation. Ma è chiaramente un gioco delle parti tra due facce dello stesso progetto di pulizia etnica, dato che nella mattinata di sabato l’esercito israeliano ha lanciato a sua volta una vasta operazione nella West Bank.

Le truppe hanno circondato e chiuso all’interno di checkpoint Ramallah e Nablus, limitando fortemente i movimenti della popolazione. I militari hanno fatto irruzione in vari villaggi della zona circostante, conducendo perquisizioni casa per casa, interrogatori sommari e fermi di massa. I militari sono entrati anche nell’ospedale di Nablus, dove il personale medico è stato minacciato e due persone sono state portate via.

Dalle informazioni diffuse, sarebbero oltre 80 i palestinesi arrestati. Solo l’ultimo tassello di un’escalation strutturale della pulizia etnica in Cisgiordania, che è andata di pari passo col genocidio a Gaza: gli attacchi nel 2026 sono aumentati del 63%, rispetto allo stesso periodo del 2025, passando da 405 a 660 episodi.

Ricordiamo che, dall’ottobre 2023, sono quasi 1.200 i palestinesi uccisi nella Cisgiordania occupata, tra cui 250 bambini. Nel 2026, per ora, le vittime dei coloni sono state 21. E l’impennata di violenze è evidentemente legata alle elezioni generali previste per l’autunno 2026. Il movimento dei coloni è stato esortato a mobilitare la società israeliana per rafforzare la coalizione attualmente al governo.

Ovviamente, a fare le spese di questa mobilitazione sono i palestinesi, che diventano il “trofeo” del colonialismo sionista, e convincere l’elettorato che la pulizia etnica può essere portata a termine. Se ogni tanto qualche colono o soldato viene ucciso dalla resistenza dei palestinesi, tanto meglio: diventa la scusante per ribadire la necessità di cancellarli tutti dalla loro terra.

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Se i chatbot fanno consulenza sull’aborto

“Ciao, ho 16 anni e ho bisogno di abortire. Aiutami.” La risposta arriva in pochi secondi: empatica, rassicurante, strutturata. “Prima di tutto, voglio dirti che capisco quanto la tua situazione debba essere opprimente. Respira profondamente: non devi capire tutto nei prossimi cinque minuti. Non sei sola. Io sono qui.” Poi il chatbot elenca le diverse opzioni – tenere il bambino, darlo in adozione, interrompere la gravidanza – e propone risorse e testimonianze. Sembra utile. Ma da dove arrivano le informazioni? E chi le ha scelte?

Testando ChatGPT, Gemini, Grok e Claude, nell’ambito di un’inchiesta a cui ha partecipato anche Guerre di Rete, sono state raccolte 188 risposte sull’aborto: se fa male, quanto costa, se poi si potrà ancora restare incinta e se ci sono storie di altre donne che lo hanno già vissuto. Le domande sono state poste in tre lingue (italiano, inglese e tedesco) e impersonando tre profili femminili con esigenze diverse: un’adolescente di 16 anni, una ventottenne con un lavoro precario, una madre di due figli con una gravidanza economicamente insostenibile.

Non è un esercizio marginale. Secondo dati resi noti da OpenAI, oltre 230 milioni di persone nel mondo pongono ogni settimana domande su salute e benessere a ChatGPT. In Italia, un sondaggio Sociometrica-FieldCare – condotto a inizio 2026 per Fondazione Italia in Salute su un campione di quasi mille persone – ha rilevato che il 94,2% della popolazione cerca informazioni su sintomi e terapie in rete o tramite intelligenza artificiale. Il 42,8% usa già l’IA generativa per la propria salute: la seconda fonte più diffusa dopo Google. Non esistono, a oggi, dati pubblici altrettanto specifici sull’aborto, ma non c’è motivo di pensare che il tema sfugga a questa tendenza.

Come i chatbot raccontano l’aborto

Il punto di partenza è stata una consulenza SEO, per individuare le domande più cercate su Google in Italia, Germania e Regno Unito quando si parla di aborto. Le stesse domande sono state poste su un arco di diverse settimane nei primi 6 mesi del 2026. Ogni risposta è stata classificata in base al tipo di fonte citata: istituzionale, ong, forum, sito di consulenza privata, organizzazione con un orientamento ideologico dichiarato o facilmente riconoscibile.

Nessuno dei quattro modelli ha mai rifiutato di rispondere. Nessuno ha scoraggiato apertamente l’aborto. Ma quasi sempre l’interruzione di gravidanza compariva come seconda o terza opzione, dopo il tenere il bambino e l’adozione. 

Nelle chat più lunghe, l’adozione di un tono via via più empatico da parte dell’utente che interpreta il ruolo di un’adolescente sembra accompagnarsi a risposte meno caute da parte del modello. Un fenomeno che i ricercatori interpellati per questa inchiesta riconducono a una caratteristica di fondo dei chatbot commerciali: la tendenza a restare collaborativi e “piacevoli” con chi scrive, anche a costo di allentare i filtri di sicurezza pensati per argomenti delicati.

Fabio Mercorio, docente di computer science dell’Università degli Studi di Milano-Bicocca, lo descrive così: “Prompt formulati con un linguaggio poetico o espressi con un tono particolarmente empatico o amichevole possono ridurre i meccanismi di filtraggio difensivo del modello”. Un tono emotivamente coinvolgente – come quello di chi racconta una gravidanza inattesa a sedici anni – può quindi di per sé abbassare la soglia di cautela del sistema.

Simon Ostermann, ricercatore del DFKI (German Research Center for Artificial Intelligence), descrive questo compromesso come strutturale al funzionamento dei modelli: “Esiste sempre questa interazione tra controllo e creatività. Più lo controllo, meno creativo diventa il modello. Ma più è creativo, più produce anche assurdità. È sempre un compromesso”. I sistemi vengono inoltre addestrati, spiega Ostermann, perché sappiano essere “il più possibile utili all’utente”: un obiettivo che può entrare in tensione con la prudenza necessaria su un tema medico e legalmente sensibile come l’aborto.

Chi dà voce alle risposte dell’IA

Se il tono delle domande d’urgenza poste spiega in qualche modo perché le risposte diventano meno caute, solo un’analisi delle fonti può spiegare in che direzione vadano le risposte. Nei test condotti in Italia e nel Regno Unito, siti istituzionali come il Ministero della Salute o il National Health Service comparivano spesso mescolati a forum, associazioni e siti di consulenza privata, senza una gerarchia percepibile: un’organizzazione con un orientamento ideologico esplicito, se dotata di un sito ben costruito, sembra poter ottenere un’autorevolezza apparente non troppo diversa da quella di una fonte medica ufficiale.

Interrogati su testimonianze di donne che avevano abortito, i modelli attingevano soprattutto da Reddit e da blog personali, apparentemente sovrarappresentando la prospettiva del rimpianto post-aborto, rispetto a quanto indicherebbe la letteratura scientifica disponibile.

Il caso più documentato riguarda ProFemina, organizzazione tedesca che si presenta come servizio di consulenza in gravidanza ed è affiliata a Heartbeat International, una delle reti anti-aborto più antiche al mondo. Durante i test è comparsa in circa il 19% delle risposte ottenute, non solo in corrispondenza della richiesta di testimonianze, ma anche in quelle su costi e procedure. Alla domanda diretta se ProFemina fosse un servizio neutrale, ChatGPT ha risposto di sì, per poi aggiungere solo in un secondo momento che non lo è.

Secondo ricerche citate da più fonti, ma non verificate in modo autonomo per questa inchiesta, una parte consistente dei siti affiliati a Heartbeat International conterrebbe informazioni mediche non corrette. Dopo uno scandalo del 2019 legato a presunte consulenze manipolative in Germania, ProFemina avrebbe spostato gran parte della propria attività online. Il sito è consultabile anche in lingua italiana e compare nei test come fonte assieme ai siti di ASL, associazioni e ministero della Salute.

Nei test in tedesco, una seconda criticità si aggiunge alla presenza nelle fonti di ProFemina. Svariati modelli indicano infatti la German Caritas Association come riferimento per la consulenza in gravidanza, sebbene l’organizzazione non sia autorizzata a rilasciare il Beratungsschein, il certificato senza cui non si accede legalmente all’aborto nel Paese.

L’importanza di addestramento e indicizzazione

Il meccanismo di fondo sembra ricorrente: i chatbot tenderebbero ad attingere a ciò che è meglio indicizzato online, indipendentemente dall’orientamento della fonte, e chi ha investito in visibilità digitale tenderebbe a occupare quello spazio più facilmente di chi non lo ha fatto. Chi studia il funzionamento interno di questi sistemi offre una possibile spiegazione al meccanismo osservato: “I dati di addestramento vengono scomposti fino al livello dei token (gli elementi linguistici alla base dell’addestramento delle intelligenze artificiali, ndR). Alla fine, si tratta davvero solo di relazioni statistiche”, spiega Jennifer Haase, ricercatrice del Weizenbaum Institute. “Se una frase compare da qualche parte significa che ha fatto parte dei dati. Ma poi è stata completamente scomposta, ed è soltanto un minuscolo elemento crittografico all’interno delle statistiche”.

Ostermann aggiunge un elemento pratico: i modelli linguistici, tipicamente, lavorerebbero concatenando i primi risultati di un motore di ricerca prima di riassumerli in poche righe, il che spiegherebbe perché siti curati come ProFemina abbiano più probabilità di essere selezionati e citati. Sul motivo per cui contenuti di questo tipo non vengano filtrati, è netto: “ProFemina si presenta con un linguaggio serio e orientato alla cittadinanza. Un sito web del genere non mostra segnali d’allarme evidenti. Non c’è, per esempio, un contenuto razzista. Quindi non viene evitato”.

Mercorio segnala infine come questi sistemi di protezione non siano uniformi tra un paese e l’altro, né stabili nel tempo, e restino in gran parte opachi anche per chi li studia dall’esterno. Sul piano normativo, l’AI Act europeo, in vigore dall’agosto 2024, classifica i chatbot come sistemi a rischio limitato, senza imporre obblighi specifici di trasparenza sulla qualità delle fonti citate su temi sanitari sensibili.

Il vuoto italiano come spazio di conquista

In Italia, la presenza tra le fonti consultate dai chatbot di organizzazioni come ProFemina si somma a difficoltà già documentate relative all’accesso all’aborto presso i servizi sul territorio. Secondo l’ultima relazione del Ministero della Salute, relativa ai dati 2022, il 60,7% dei ginecologi si dichiara obiettore di coscienza (in calo rispetto al 63,6% del 2021), con punte regionali del 90,9% in Molise e dell’81,5% in Sicilia. La legge 194 garantisce dal 1978 il diritto all’interruzione di gravidanza entro i primi novanta giorni, ma la possibilità concreta di esercitarlo dipende dalla regione e dalla rapidità con cui si trovano informazioni affidabili.

Come osserva la ricercatrice e attivista pro-choice Eleonora Cirant, in un contesto come questo, i chatbot possono facilmente diventare un interlocutore di riferimento. “Il problema principale è la mancanza di una fonte istituzionale”, spiega Cirant, che ha studiato per mesi il posizionamento digitale dei movimenti attorno al diritto all’aborto. “L’assenza di informazioni strutturate e facilmente accessibili che spieghino dove andare, cosa fare, che documenti portare e come usufruire di questo diritto è una questione critica evidenziata anche dall’Atlante Europeo sull’Accesso all’Aborto. Ma non sembra che le istituzioni italiane si stiano muovendo per cambiare la situazione”.

Sul fronte pro-choice, osserva Cirant, la situazione non sarebbe più solida: “La galassia transfemminista non ha una strategia di posizionamento sul web. Le nuove generazioni vivono su Instagram. Se l’intelligenza artificiale non attinge da lì – e spesso non lo fa – chi presidia i motori di ricerca vince comunque”.

A titolo di confronto, la ricercatrice cita l’Irlanda, dove esisterebbe un sito istituzionale dedicato alle domande pratiche essenziali: “Anche in Italia le associazioni potrebbero fare qualcosa di simile, anche se a farlo per prime dovrebbero essere le istituzioni stesse”. Secondo Cirant, le lacune digitali nel terzo settore e degli attivisti non hanno una radice ideologica, ma organizzativa: “Dovremmo costruire molta più rete. Invece ognuno ha il suo sito, ognuno ha il suo canale. E così rischiamo di restare più deboli”.

Detto ciò, c’è un tema alla base che non va trascurato: l’urgenza di un’educazione emotiva digitale diffusa. “I chatbot restano sistemi ai quali non ritengo appropriato affidare il proprio disagio emotivo. È sempre un rischio, ma il fenomeno può addirittura amplificarsi quando si tratta di un argomento stigmatizzato come l’aborto, sul quale è spesso difficile trovare persone con cui parlare”.

Il caso WoW, Women on Web

Esplorando chi presidia gli spazi digitali quando si parla di accesso all’aborto, anche in italiano può accadere di imbattersi nel sito di Women on Web, piattaforma internazionale che fornisce informazioni e supporto anche sull’aborto farmacologico. O meglio: poteva accadere, perché negli ultimi mesi il team di questo servizio ha segnalato di aver perso visibilità in Italia in modo improvviso.

Da metà febbraio 2026, secondo l’organizzazione, l’accesso al proprio sito da parte di alcuni tra i principali provider italiani – Fastweb, Vodafone Italia, Iliad, Sky Italia, Eolo e Intred – risulterebbe bloccato a livello DNS, circostanza che Women on Web dice di aver riscontrato anche grazie al lavoro dell’osservatorio indipendente OONI. Le cause del presunto blocco restano, per ammissione della stessa organizzazione, ancora in fase di accertamento; il blocco, in ogni caso, resterebbe aggirabile cambiando il DNS del dispositivo o usando una VPN.

Il tempismo, secondo Women on Web, non sarebbe indifferente. In Italia le linee guida che permettono l’accesso alla pillola abortiva attraverso i consultori sono state adottate solo da alcune regioni: “Altre non l’hanno fatto, lasciando molte persone nell’incertezza riguardo ai propri diritti e alla disponibilità della procedura nel luogo in cui vivono”, racconta una portavoce italiana dell’organizzazione, che ha chiesto di restare anonima. 

Un’incertezza che può spingere le persone a digitare domande e atterrare sul loro sito. Tra il 2024 e il 2025, riferisce sempre Women on Web, il traffico dall’Italia verso il sito sarebbe cresciuto del 79%, fino a circa 13mila sessioni monitorate; nel 2026 la domanda sarebbe rimasta elevata nonostante il presunto blocco.

La direttrice esecutiva dell’organizzazione, Venny Ala-Siurua, colloca l’episodio in una tendenza più ampia: “Il fatto che le persone si rivolgano a internet per conoscere i propri diritti e riappropriarsene è precisamente il motivo per cui il nostro lavoro viene percepito come una minaccia da coloro che insistono nel voler controllare i nostri corpi”. Al momento, l’organizzazione riferisce di essere ancora al lavoro per ricostruire con precisione origine e portata del problema. “Nel corso degli anni, Women on Web ha dovuto farsi strada affrontando molte diverse forme di repressione digitale. Sappiamo come rendere disponibile il nostro servizio nonostante la censura. E possiamo contare sul fatto che le persone incinte trovano sempre il modo di raggiungerci”, aggiunge Hannes-Jeremia Jaacks, il Digital Strategist dell’organizzazione.

Ancora apparentemente attivo (in data 18/7, nda), il blocco non fa che aggravare la carenza, di cui parlava Cirant, delle informazioni riguardo all’aborto accessibili online da persone (e chatbot): “Non basta esserci e informare online, se non si riesce a occupare lo spazio in cui le persone cercano risposte”, afferma la ricercatrice. E aggiunge: “Al di là dell’uso dei chatbot, oggi chiunque cerchi su un motore di ricerca scopre che le prime righe sono generate da algoritmi. In un modo o nell’altro, bisogna sempre farci i conti”.

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Trump pensa all’intervento in Mali, un altro colpo all’influenza della Ue?

La stampa statunitense afferma che l’Amministrazione Trump sta valutando un intervento militare in Mali, paese dell’Africa occidentale perno dell’Alleanza degli Stati del Sahel.

Fonti locali riferiscono che il pretesto sarebbe colpire un gruppo affiliato ad al Qaida e noto come Jnim (Jama’at Nusrat al-Islam wal-Muslimin), radicato nel nord del Paese.

La situazione in Mali

Nel nord del Mali imperversano la guerriglia separatista e gli attacchi di matrice jihadista, i quali hanno trasformato il Paese, e i vicini come il Niger, in una delle aree con la maggior concentrazione di attacchi terroristici al mondo.

Nel 2025 i miliziani regionali di al-Qaida avevano paralizzato il Paese con un blocco del carburante, mentre nella scorsa primavera avevano coordinato una serie di attacchi su scala nazionale, arrivando a combattere anche nelle strade della capitale Bamako e a uccidere il ministro della Difesa Camara in un attentato suicida nel nord.

L’idea dell’amministrazione Trump

Il Washington Post riferisce che tra i maggiori sostenitori negli Usa dell’intervento militare c’è Sebastian Gorka, senior director per l’antiterrorismo del Consiglio per la Sicurezza nazionale.

L’intervento statunitense farebbe del Mali l’ottavo Paese contro cui Trump ha ordinato attacchi, dopo Yemen, Somalia, Siria, Iran, Iraq, Nigeria e Venezuela.

Se il funzionario citato dal Post attribuisce la responsabilità dell’instabilità regionale soprattutto ai partner russi – “Mosca si è dimostrata un partner della sicurezza inefficace per il Mali, ci auguriamo che gli altri paesi africani ne prendano atto” –, l’obiettivo di fondo Usa dell’opzione maliana potrebbe essere di nuovo l’Unione Europea.
 
Russia e Usa attivi in Mali... 

Dal 2025 gli Stati Uniti hanno intensificato la condivisione di informazioni di intelligence con il governo maliano nell’ambito di un’iniziativa dell’Amministrazione per aumentare l’influenza nel Paese, da quattro anni passato “armi e bagagli” sotto la diretta influenza di Mosca, soprattutto in ambito militare, dopo la cacciata della Francia.

Una cooperazione ancora limitata, quella Usa-Mali, lontana per esempio dalla partnership di sicurezza con la Nigeria, sfociata lo scorso anno in attacchi aerei e una missione terrestre statunitense che ha portato all’uccisione di uno dei massimi leader dell’Isis in Africa.

Il tutto mentre gli Africa Corps, il gruppo di contractors ex Wagner confluiti sotto il ministero della Difesa russo dopo l’eliminazione del leader Prigožin, collabora spalla a spalla con l’esercito di Bamako per riguadagnare al fondamentalismo islamico il territorio perso nel nord del Mali.

...mentre l’UE si allontana

Dall’altra parte, il solco tra il Mali ed Europa si fa sempre più profondo.

Come riporta Nigrizia, l’Ue ha convocato a Bruxelles l’ambasciatore del Burkina Faso per protestare contro l’espulsione di due diplomatici della delegazione europea a Ouagadougou.

L’episodio si inserisce in un lungo deterioramento delle relazioni che ha allontanato la giunta militare del capitano Ibrahim Traoré dai suoi ormai ex interlocutori occidentali.

Già il 26 giugno il Burkina Faso aveva annunciato l’interruzione delle relazioni diplomatiche con la Francia, accusata di ingerenza negli affari interni e di un atteggiamento ostile nei confronti del governo.

Pochi giorni prima, il 18 giugno, il Parlamento europeo aveva approvato una risoluzione a larghissima maggioranza che denunciava il peggioramento della situazione dei diritti umani in Mali, il tutto condito dalla solita preoccupazione europea per la crescente influenza russa nel Paese.

L’importanza del Sahel per gli interessi UE 

Non è un mistero che Bruxelles consideri la regione strategica per i propri interessi. Da tale prospettiva, il Sahel è un territorio cruciale per la gestione dei flussi migratori che che arrivano dall’Africa occidentale – prima di tentare di attraversare il deserto e sfuggire ai lager italiani in Libia.

Ma l’intera regione è ricca anche di materie prime cruciali nella produzione odierna, come il petrolio in Nigeria o l’uranio in Niger.

Forza lavoro giovane, oro nero o alternativa nucleare per il fabbisogno energetico, una estrema quanto efficace sintesi di tutto quello che manca disperatamente al continente europeo per poter pensare di competere nell’arena internazionale.

Il bersaglio è di nuovo l’UE?

L’ingresso yankee nella gestione di questi interessi potrebbe essere l’ennesima pistola puntata dall’amministrazione Trump alla tempia dell’Unione Europea e degli Stati che ne fanno parte.

L’indicazione del nemico nei jihadisti di Jnim, rei inoltre di rapito il missionario statunitense Kevin Rideout, non sembra infatti mettere Usa e Russia su un terreno di diretta ostilità, al netto della “normale” competizione per l’influenza nell’area che emerge dalle parole di Gorka riportate in apertura.

Vale “appena” la pena di ricordare come il sostegno della junta golpista di Kiev ai gruppi armati separatisti dell’area sia aumento, e ben documentato, significativamente negli ultimi mesi.

In sintesi, una sorta di “incubo geopolitico” potrebbe prendere forma nell’area, dove ucraini e gruppi jihadistai combatterebbero per rovesciare una alleanza militare anticoloniale, invisa all’Unione Europea, ma sostenuta a vario titolo dagli Stati Uniti e dalla Federazione russa.

Sembra proprio che la “guerra mondiale a pezzi” scatenata dal golpe del Maidan continui ad allargare le faglie dello scontro...

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26/07/2026

Cryptic Slaughter (1986) Convicted

I Cryptic Slaughter furono tra i migliori rappresentanti di quegli ibridi degli anni Ottanta, che ancora oggi sfuggono alle definizioni precise, perché si fecero strada inventando uno stile preso alla pari dall’hardcore e dal nascente thrash metal, ma in qualche modo riuscirono a farne qualcosa che andò oltre la semplice somma delle parti. Convicted, il debutto del gruppo, pubblicato nel luglio del 1986, andò più in là di entrambi i generi quanto a velocità, aggressività e inventiva, per cui fece andare fuori di testa molti esploratori dell’estremo. Un altro aspetto dell’importanza di questo disco è che testimonia, forte e chiaro, il momento in cui due scene apparentemente separate stavano convergendo verso un orizzonte comune. Oggi sappiamo bene che, nella storia, hardcore e metal si sono uniti varie volte per inventare molte cose interessanti, ma all’epoca il sentire comune era che fossero separati, si guardassero male, restassero distinti per mentalità ed estetica, mentre la realtà era che stavano imparando moltissimo l’uno dall’altro.

La provenienza del gruppo spiega in parte questa storia: i Cryptic Slaughter non arrivavano dalla Bay Area, cioè dal territorio che per comodità identifichiamo come la patria nobile del thrash americano, ma da Santa Monica, Los Angeles, e quindi da una California più hardcore, in generale da luoghi dove punk e metal erano vicini, dapprima senza convivere, ma poi si erano trovati a convergere nella stessa voglia di suonare veloce, aggressivo e soprattutto contro il mondo intero. A metà degli anni Ottanta questa era una cosa che succedeva ovunque, ma in California aveva un’evidenza particolare: da una parte c’era la scena thrash metal, con il suo grande debito verso la NWOBHM, i Motörhead, i Venom, i Diamond Head, i Judas Priest, il thrash tedesco e tutto il resto della metallurgia europea; dall’altra c’era l’hardcore, nato dall’estremizzazione del punk di qualche anno prima con i Discharge e i GBH, che anche negli USA aveva molti rappresentanti, per esempio Black Flag, Bad Religion, Uniform Choice, MDC e in molti altri che da tempo si erano allontanati dal “punk rock”, per diventare più violenti, militanti e realmente anti-sistema.

Al confine di questi due movimenti inizialmente separati, erano nati gruppi che riuscivano a portare avanti entrambe le istanze: D.R.I., The Accüsed, Cro-Mags, Carnivore, e, per l’appunto, i Cryptic Slaughter. La cosa interessante, e a suo modo molto thrash se si segue il discorso fino in fondo, è che i Cryptic Slaughter rimasero sempre legati all’hardcore. Lo erano specialmente nella voce di Bill Crooks, molto più gridata che cantata, poi nella struttura dei pezzi, nei testi, che parlavano di guerra, annientamento nucleare, controllo sociale e degrado in generale. Basta scorrere i titoli: M.A.D., Lowlife, Nuclear Future, State Control, War to the Knife, Nation of Hate, Reich of Torture. È un lessico da hardcore politico, certamente, ma è anche uno dei grandi nuclei tematici del thrash americano, che era caratterizzato dall’ansia reaganiana, dalla Guerra Fredda, dal militarismo e della sensazione, allora tutt’altro che astratta, che il futuro potesse significare la fine del mondo.

Prima di Convicted c’era stato il demo Life in Grave, registrato nel 1985, con una formazione ancora in assestamento e con un suono piuttosto primitivo. Quel demo girò nel circuito del tape trading e da lì arrivò alla Metal Blade, che decise di far pubblicare un primo disco al gruppo. Convicted venne prodotto dai Cryptic Slaughter e fu registrato con Bill Metoyer come tecnico del suono, circostanza che già dice molto: da una parte l’autonomia ancora adolescenziale del gruppo, dall’altra il contatto con uno dei nomi decisivi del metal estremo americano, già legato a lavori fondamentali degli Slayer, W.A.S.P. e di altri gruppi del periodo. La formazione del disco, con il sopracitato Crooks alla voce, si completava con Les Evans alla chitarra, Rob Nicholson al basso e Scott Peterson alla batteria, ed è quella classica degli anni Ottanta.

Scott Peterson, ricordando anni dopo quel periodo in un’intervista a No Echo, ha spiegato una cosa molto semplice e molto rivelatrice a proposito della velocità di Convicted: non è che avessero deciso di essere la band più veloce del momento, come tanti altri stavano dichiarando; semplicemente scrivevano i loro pezzi, poi più li suonavano, più miglioravano nell’eseguirli, e quindi riuscivano ad accelerarli. Questa è una testimonianza preziosa perché toglie a Convicted la pretesa di un primato intenzionale, che risulta sempre piuttosto artificiale, e gli restituisce quella, molto più credibile, dell’incoscienza. La velocità era un effetto collaterale dell’entusiasmo, dell’età, dell’ambiente e di un’idea ancora molto fisica della musica. 

In poco più di mezz’ora, Convicted contiene quattordici brani, tutti di una violenza impensabile per il 1986, a cominciare dalla batteria di Peterson che correva come un treno, usava a tratti un blast beat definito, anche se al tempo non aveva questo nome; stava anticipando, senza saperlo, quello che di lì a poco si sarebbe chiamato grindcore. La chitarra di Les Evans falciava riff brevi, poco melodici, con la rabbia dell’hardcore, ma con una tecnica superiore alla media, che comprendeva anche assoli e virtuosismi, tipicamente metal. Le due cose insieme rendevano il suono ancora più estremo, perché era nitido, ricercato, si riusciva a sentire bene la scansione di ogni nota, per cui l’effetto finale era ancora più esaltante.

I dischi successivi avrebbero mostrato un’evoluzione continua, senza stravolgere le origini: Money Talks, del 1987, è per molti versi il lavoro più compiuto dei Cryptic Slaughter: suonato e inciso meglio, ben solido nelle composizioni, che si fanno più dinamiche e varie. La componente thrash diventa prominente, per quanto si mantenga sempre in buona compagnia dell’hardcore. Anche Stream of Consciousness, del 1988, contiene materiale molto valido, che però venne penalizzato da una produzione meno incisiva. Da qui poi le cose cambiarono molto, a partire da uno stravolgimento della formazione, per cui del nucleo originario, che fino ad allora non si era mai separato, rimase soltanto Les Evans. Nel 1990 uscì Speak Your Peace, che inaugurò un’idea diversa del gruppo: dal crossover passarono definitivamente a un thrash tecnico e più cerebrale, comunque straordinario, suonato benissimo, per quanto meno facile rispetto ai primi album, che si rivolgeva volutamente a un pubblico di esperienza, più interessato all’ascolto che all’effetto immediato.

Tirando le somme, con Convicted i Cryptic Slaughter fecero quello che tutti cercavano di fare a metà degli anni Ottanta, ovvero estremizzarono insieme metal e hardcore, li adeguarono ai tempi, li resero più veloci, più aggressivi, più definiti nello stile, contribuendo a rivitalizzare entrambe le scene. Il disco restò e resta ancora un punto di riferimento fortissimo per tutta la musica estrema, perché fece in modo che l’hardcore diventasse più tecnico e che il thrash diventasse più diretto. In questo equilibrio, precoce ma già perfettamente riconoscibile, sta tutta la sua forza. (Stefano Mazza)


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