Questa foto sarà in tutti i libri di storia. La foto del medico di Gaza che si para contro i carri armati dell’esercito per impedire loro di distruggere l’ultimo ospedale funzionante nella Striscia.
Secondo i dati ufficiali delle Nazioni Unite, il bilancio del personale medico ucciso a Gaza ha superato quota 1.700.
Uno studio pubblicato sull’European Journal of Public Health di Oxford University Press a inizio 2026 ha documentato come il rischio di morire per un medico – e per un giornalista – a Gaza non ha pari in nessun contesto storico o geografico ed è nettamente e sproporzionatamente più elevato rispetto a quello della popolazione civile generale (“Mortality risk for healthcare workers and journalists in the Gaza Strip over 2023–24”)
I medici, come i giornalisti, a differenza dei civili, non muoiono solo nei bombardamenti a tappeto e certamente non sono vittime accidentali, “danni collaterali”. Sono proprio l’obiettivo, sono nel mirino dei cecchini e dell’esercito che ha bombardato tutti e 36 gli ospedali della Striscia al fine di distruggere l’intero sistema sanitario e provocare così la morte di quante più persone possibili: feriti, denutriti, malati cronici.
Un dato per comprendere gli effetti della distruzione intenzionale e sistematica delle strutture ospedaliere e della mancanza di farmaci e cure è l’impatto sull’assistenza prenatale resa quasi impossibile. L’accesso ai servizi ginecologici e ostetrici è ridotto al minimo. Gli aborti spontanei sono triplicati e il tasso di natalità è crollato del 67%. Oxfam lo definisce un “genocidio riproduttivo”.
Infinite sono le testimonianze documentate dell’uccisione a sangue freddo di medici disarmati, di ambulanze bombardate per impedire che soccorressero i feriti.
Il caso più celebre è quello della bambina di 5 anni Hindi Rajab, rimasta intrappolata per ore in un’auto sotto i cadaveri dei suoi familiari e morta dopo aver passato ore al telefono con i soccorritori implorando aiuto. L’ambulanza che stava andando a soccorrerla è stata deliberatamente bombardata.
Non è un caso isolato. Il 23 marzo 2025 le Nazioni Unite e la Croce Rossa hanno denunciato e documentato il ritrovamento dei corpi di 15 operatori sanitari uccisi dall’esercito israeliano e successivamente sepolti con le loro ambulanze sotto la sabbia. Israele ha prima negato poi ammesso e promesso come sempre promette un’indagine interna che come sempre si è conclusa senza condanne e colpevoli.
Ai medici uccisi e feriti si aggiungono le centinaia di medici arrestati e torturati senza processo, capo d’accusa, diritto alla difesa, nella totale illegalità costituita dal sistema carcerario e dalla giustizia israeliana secondo i parametri del diritto internazionale. Attualmente sono più di 80 i medici detenuti senza processo e imputazione formale.
Tra loro c’è l’uomo della foto: il dottor Hussam Abu Safiya, direttore dell’ospedale pediatrico Kamal Adwan fino al nel dicembre 2024, quando l’esercito israeliano ha preso di mira l’ospedale – l’ultimo che era rimasto funzionante nel nord della Striscia – ordinandone l’evacuazione.
Abu Safiya, disarmato, era andato incontro ai carri armati, camminando tra le macerie per chiedere all’esercito di fermare i colpi. I soldati lo hanno prelevato e da allora è detenuto senza processo e capo d’accusa. Tecnicamente, rapito, ostaggio.
Dal 3 giugno 2026 Abu Safiya è detenuto in isolamento, una misura che si protrae molto oltre 15 giorni consecutivi, il limite stabilito dalle “Regole Mandela” del diritto internazionale, le regole minime standard delle Nazioni Unite per il trattamento dei detenuti. Un isolamento di questa durata costituisce una violazione del divieto di tortura e di altri maltrattamenti.
Il 16 Giugno, la Corte suprema israeliana ha però stabilito che il dottor Abu Safiya resterà in carcere almeno fino a Ottobre. Le sue condizioni di detenzione, denuncia Amnesty, così come quelle di altre persone, sono estremamente precarie: è confinato in una cella sotterranea, non ha accesso alle cure mediche e le quantità di cibo sono misere. Abu Safiya ha perso 40 chili.
IL 2 luglio il suo avvocato è finalmente riuscito a incontrarlo, nel carcere di Nitzan. Il legale ha raccontato di come Abu Safiya abbia subito torture e percosse, ripetuti colpi alla schiena, al collo e al volto.
«Mi hanno portato qui per uccidermi, questa è l’ultima volta che mi vedrai», gli ha detto il medico, la cui colpa, agli occhi di Israele, non è solo quella di curare i feriti ma quella di aver lanciato l’allarme sulla grave malnutrizione dei bambini di Gaza per la mancanza di latte materno.
Per Medici Senza Frontiere, A Gaza, la malnutrizione colpisce in modo devastante fino a 7 madri su 10 in gravidanza e in allattamento. Una condizione che si ripercuote direttamente sui neonati: si registra il 90% di parti prematuri. Il 91% dei neonati malnutriti è a rischio di ritardi nella crescita e nello sviluppo.
Anche l’associazione israeliana Physicians for Human Rights ha dichiarato che la vita di Abu Safiya è in pericolo immediato e ne chiede la liberazione.
Nei commenti, un link a una pagina con tre mail già scritte e documentate che chiedono alle istituzioni di prendere posizione: una per gli psichiatri, una per i medici in generale e una per chiunque, indirizzata a redazioni e parlamentari. Scrivete, facciamo pressione, facciamo girare questo appello.
C’è una collina, in Israele, dalla quale si vede Gaza, la collina di Sderot. Gli israeliani ci vanno a fare i pic-nic mentre osservano la distruzione di Gaza. Pagano pochi spicci per guardare dal binocolo e godersi lo spettacolo degli ospedali in macerie, delle colonne di fumo, delle città rase al suolo.
Quanto a noi, ci sono solo due posti dove possiamo stare, con il cuore, con la testa. Su quella collina in Israele o tra le macerie di Gaza. Non c’è un terzo spazio, non c’è un’altra posizione, un’altra postura che non sia a difesa di chi muore sotto le macerie, di chi muore per mancanza di cibo e cure, di chi muore prima di nascere. Sei con loro o sei su quella collina, voltato di spalle ma su quella collina, a banchettare durante il genocidio.
La “questione kosovara” non è solo una disputa territoriale tra Serbia e Albania, ma è la manifestazione plastica dello stato cui è ridotta la democrazia borghese occidentale e quindi il futuro dell’Unione Europea.
Qui infatti lo scontro su scala internazionale (per ora più geopolitico che di classe) con cui il guerrafondaio Occidente che sfida la “giungla”, secondo la definizione suprematista dell’ex capo degli Esteri europeo Borrell, trova espressione in tutte le sue sfaccettature, politica, diplomatica, mediatica e financo militare.
Le ultime notizie dall'“enclave Nato” sono a questo proposito emblematiche.
Primo. Giovedì 2 luglio il Consiglio specializzato sul Kosovo del Tribunale de L’Aia ha rinviato per la seconda volta in due mesi la pronuncia della sentenza contro il leader dell’Uck ed ex presidente del Kosovo Hashim Thaci, ora attesa per il 16 settembre.
Il Tribunale speciale ha giustificato il rinvio con la complessità del caso e l’elevato volume di prove. Thaci e altri tre ex leader dell’Uck sono accusati di crimini di guerra e crimini contro l’umanità, commessi nel biennio 1998-99.
Come riporta Jugocoord, si tratta del funzionamento di una rete di prigioni illegali in Kosovo e Metohija e nel nord dell’Albania, dove sono stati commessi omicidi, torture, detenzione forzata e persecuzione di serbi, rom e albanesi che l’Uck considerava collaborazionisti con quel che rimaneva della Federazione Jugoslava.
L’accusa ritiene gli imputati responsabili di circa 100 omicidi e chiede per Thaci una pena di 45 anni di reclusione.
Secondo. Sabato 4 luglio il direttore del Servizio penitenziario del Kosovo Ismailj Dibrani ha annunciato l’arrivo nel Paese del primo gruppo di prigionieri provenienti dalla Danimarca.
“L’aprile del 2027 sarà il mese in cui è previsto l’arrivo in Kosovo dei primi detenuti dalla penisola scandinava”, ha affermato Dibrani. L’accordo, firmato nel 2022, insieme ai lager italiani in Albania trasforma il Kosovo e l’area in un hub internazionale di detenzione per i dannati della terra incriminati nei Paesi europei in cambio di qualche euro, ponendosi come esempio per tutta l’Unione.
L’integrazione promessa dall’Ue alla dirigenza kosovara sta prendendo sempre più le sembianze di un buco nero militarizzato (la missione Nato Kfor è lì dal giugno del 1999, con circa 4.300 soldati presenti) in cui esternalizzare i problemi delle decadenti società occidentali in cambio di finanziamenti.
In quest’ottica, il rinvio della sentenza contro i criminali dell’Uck appare come la manifestazione dell’imbarazzo occidentale contro chi, durante la balcanizzazione della Jugoslava, ha fatto il “lavoro sporco” per gli interessi imperialisti nella regione, un po’ come fanno i sionisti oggi in Asia occidentale.
Tanto più se solo a inizio giugno un nuovo rapporto del relatore del Parlamento europeo per le relazioni con la Bosnia-Erzegovina e il Kosovo Riho Terras ha riaffermato il sostegno alla domanda di adesione del Kosovo all’Ue, presentata nel dicembre 2022, invitando i cinque Stati membri che ancora non hanno riconoscono l’autoproclamata indipendenza del Kosovo (Spagna, Slovacchia, Romania, Grecia e Cipro) a riconsiderare la propria posizione.
Il rapporto ha inoltre accolto con favore l’alleanza militare tra Kosovo, Albania e Croazia, descrivendola come un “contributo al rafforzamento della resilienza regionale contro le minacce ibride”.
Non è un mistero che oggi le minacce ibride paventate nei documenti Ue si riferiscano alla Federazione Russa e a chiunque venga sospettato di condividerne gli interessi, descrizione che nei Balcani rimanda inequivocabilmente alla Repubblica di Serbia.
Un accerchiamento, quello della Serbia, che sta peraltro spingendo il Paese nelle braccia dei sionisti di Tel Aviv, i quali, dal reciproco isolamento cercano di trarre benefici diplomatici e militari, come già fatto con il riconoscimento israeliano del Somaliland in Corno d’Africa, anche qui in funzione anti-turca.
Probabilmente, non proprio un esito indesiderabile per i guerrafondai del nostro continente...
Alla vigilia del vertice NATO, un centinaio di manifestanti sono stati fermati dalla polizia durante i cortei organizzati da gruppi della sinistra ad Ankara e Istanbul. I cortei hanno visto migliaia di manifestanti sfilare con bandiere e striscioni contro l’Alleanza Atlantica, mentre nella capitale la polizia è intervenuta con gas lacrimogeni per disperdere i partecipanti. A Istanbul, invece, le manifestazioni si sono svolte senza scontri nonostante la forte presenza delle forze dell’ordine.
Sul clima con il quale si apre il vertice Nato di oggi pesa l’aumento della tensione tra Polonia e Russia relativamente alla guerra in Ucraina.
Come noto, la Polonia, sul proprio territorio, ha già iniziato la produzione di droni destinati all’Ucraina e il ministero della Difesa russo ha fatto sapere che “ha già pubblicato gli indirizzi di tali impianti”, motivo per cui “Varsavia farebbe bene a riflettere sulla propria sicurezza”, ha dichiarato il portavoce del Cremlino, Dmitrij Peskov in un’intervista.
Peskov ha inoltre sottolineato che “non ha nulla di buono il fatto che in Polonia si trovino molte imprese che producono droni, i quali poi vengono lanciati contro di noi e attaccano i nostri militari”. Ieri un bombardiere strategico statunitense ha sorvolato il cielo a ridosso dell’enclave russa di Kalinigrad.
Negli incontri preliminari è stata già definita quella che sarà la dichiarazione finale del vertice Nato di Ankara concordata tra i Paesi membri. Questa prevede che verranno garantiti all’Ucraina sostegni militari da 70 miliardi per il 2026 e per il 2027 per un totale di 140 miliardi di euro in soli due anni.
Il tema dell’aumento delle spese militari nei paesi membri della Nato sarà, tra l’altro, uno dei temi principali dell’agenda e dei contrasti interni all’Alleanza.
Giorgia Meloni si presenta al vertice Nato di Ankara di oggi e mercoledì, con le spese militari aumentate al 2,8% del Pil, e con un aumento dello 0,71% dovuto soprattutto dalle spese legate alla sicurezza interna.
In termini di bilancio la spesa militare è già salita quasi del doppio rispetto all’1,6% del 2024, ma con un aumento legato soprattutto alla componente sicurezza (15 miliardi, lo 0,71%) intesa come “dominio più ampio” e che include le spese per la protezione delle infrastrutture critiche, delle catene di approvvigionamento, la cybersicurezza, la sicurezza energetica, la tutela dei confini e la risposta alle emergenze.
Secondo alcune fonti dell’esecutivo, i prossimi impegni di spesa sul piano militare potrebbero raggiungere il +0,3% nel 2027 e +0,6% nel 2028. L’aumento potrebbe valere complessivamente 17-18 miliardi di euro. Ma sono percentuali a geometrie variabili che dipendono molto dalle convenienze interne.
La decisione infatti è tutta politica ed anche in questo caso conterà il clima pre-elettorale che incombe sull’Italia. La maggioranza di governo è di fatto entrata già in una fase di campagna elettorale e sa benissimo che il tema delle spese militari è piuttosto impopolare, al contrario le campagne sulla “sicurezza” portano voti e incontrano meno ostacoli.
Al momento i prestiti europei del fondo Safe non verranno richiesti almeno per il 2026 e anche il ricorso al Purl (il sistema di acquisti di armamenti americani da girare poi all’Ucraina) appare congelato, così come non sono in vista nuovi pacchetti di forniture militari a Kiev.
Su questo già lo scorso 20 febbraio l’Amministrazione Trump si era dichiarata apertamente contraria alla clausola del “Buy European” nel campo della difesa, minacciando rappresaglie se le aziende americane avessero incontrato difficoltà nel partecipare agli appalti per il riarmo dell’Europa.
“Gli Stati Uniti si oppongono fermamente a qualsiasi modifica della direttiva che limiti la capacità dell’industria statunitense di sostenere o partecipare in altro modo agli appalti di difesa nazionale degli Stati membri dell’Ue”, aveva dichiarato l’amministrazione statunitense.
La prima reazione, osservando il nuovo U1 di UBTECH, è chiedersi: a
che serve un robot tanto somigliante a un essere umano? Era davvero
necessario renderlo così realistico? La risposta è arrivata da Zhou
Jian, che martedì a Shenzhen ha presentato l’umanoide diventato
immediatamente virale sui social di tutto il mondo. «Crediamo che
l’amore abbia un potere curativo. E che la compagnia sia la più duratura
delle dichiarazioni d’amore», ha spiegato l’amministratore delegato di
UBTECH.
A scommettere su un futuro in cui le macchine
antropomorfe sostituiranno amici e badanti non è una startup qualsiasi,
ma una delle maggiori aziende cinesi di umanoidi, fondata nel 2012 e
quotata in borsa a Hong Kong dal 2023. Uno dei player principali del
settore sul quale fondi governativi e big tech stanno puntando sempre di
più (3 miliardi di dollari investiti nel primo trimestre 2026).
I robot di un’altra azienda leader – Unitree – avevano già stupito il
mondo con la loro performance di kung fu durante l’ultimo gala di
Capodanno, trasmesso dalla televisione di stato. Ma il clamore suscitato
dallo U1 è più forte, perché la sua promessa d’interazione con “noi
umani” ci proietta in un presente da Blade Runner.
In gergo, U1
viene definito un “companion robot”. Oltre che nella manifattura e nella
logistica, i produttori cinesi intravedono un massiccio impiego delle
macchine antropomorfe proprio per tenerci compagnia. È, nello stesso
tempo, anche uno “emotional robot”, progettato per riconoscere,
interpretare e simulare emozioni, adattando il proprio comportamento
all'utente.
Pensato per relazionarsi con le persone in ambiente
domestico, U1 è alto 1,83 metri e pesa 42 chili nella versione uomo e
1,68 metri per 35 chili in quella donna, ha un rivestimento esterno in
silicone simile alla pelle umana, è dotato di un modello di intelligenza
artificiale studiato per l’interazione emotiva, e di 88 servomotori,
che lo rendono relativamente agile. I dati generati vengono archiviati
direttamente sul dispositivo e non caricati sul cloud, a tutela della
privacy degli utenti.
Secondo UBTECH, U1 è in grado di eseguire
oltre il 90 per cento dei movimenti fondamentali del corpo umano. A
renderlo diverso dagli altri umanoidi è soprattutto il modello di
intelligenza artificiale, sviluppato per instaurare una relazione di
lungo periodo con l’utente: l’azienda sostiene che sia capace di
riconoscere oltre 20 diversi stati emotivi, con una precisione superiore
al 90 per cento.
Dalla fantascienza al mercato
«Il
robot è in grado di sostenere conversazioni, mantenere il contatto
visivo con gli utenti ed è in vendita esclusivamente per gli adulti»,
hanno spiegato gli addetti presenti all’evento di lancio nella capitale
cinese della robotica.
In attesa di poterne verificarne
le capacità, già dalla presentazione pubblica, sono apparsi evidenti
alcuni limiti: soprattutto i movimenti ancora un po’ meccanici e una
batteria che dura solo due-quattro ore.
Tra le caratteristiche
straordinarie di U1 – che riflettono il livello di avanzamento del
settore in Cina – c’è il prezzo: da 119.800 a 999.000 yuan (da 15.455 a
128.800 euro), dalla versione Lite alla Ultra, passando per la Pro. Un
costo contenuto, reso possibile dall'integrazione della filiera degli
umanoidi con quelle dell’automotive e degli smartphone, nelle quali la
Cina vanta un vantaggio competitivo difficilmente eguagliabile.
Il
robot è attualmente prenotabile: sarà possibile versare la caparra fino
al 15 luglio. E per U1, il cui modello base costa quanto una berlina,
in Cina ci sarebbe già un mercato. Infatti, secondo il negozio ufficiale
di UBTECH su JD.com, ha superato un milione di visualizzazioni da
quando sono stati aperti i preordini.
Zhou, il fondatore e
amministratore delegato di UBTECH, ha dichiarato che, al momento della
presentazione, erano già stati superati 13.000 preordini (per i quali è
richiesto solo un deposito pari a circa 360 euro, che non costituisce un
impegno vincolante all’acquisto).
Il manager ha inoltre affermato
che l’azienda è ormai in grado di produrre robot umanoidi a grandezza
naturale su scala industriale e si è detto convinto che, in futuro, i
robot diventeranno la principale interfaccia attraverso cui gli esseri
umani interagiranno con l’intelligenza artificiale.
Di
recente, Morgan Stanley ha rivisto al rialzo le previsioni sul mercato
cinese dei robot umanoidi, portando la stima delle consegne per il 2026
da 28.000 a 50.000 unità. Secondo la banca d’investimento, entro il 2030
le spedizioni annuali potrebbero raggiungere le 446.000 unità, grazie
all’aumento della capacità produttiva e all’espansione dei campi di
applicazione.
In attesa del momento ChatGPT
Nonostante
i progressi degli ultimi anni, gli umanoidi non hanno ancora vissuto il
loro “momento ChatGPT”: quel salto qualitativo capace di trasformare
una tecnologia promettente in uno strumento di uso quotidiano. Oggi sono
in grado di camminare, manipolare oggetti, sostenere conversazioni e
svolgere compiti specifici, ma la loro autonomia resta limitata.
Faticano ancora ad adattarsi ad ambienti imprevedibili, a comprendere
situazioni complesse e a portare a termine in modo affidabile sequenze
di azioni che per un essere umano sono naturali.
Ma i progressi
delle startup e delle compagnie cinesi sono molto rapidi. E U1 potrebbe
rappresentare la cartina al tornasole del grado di avanzamento degli
umanoidi made in China. A settembre, le prime consegne del nuovo robot
di UBTECH permetteranno di testarne le prestazioni al di fuori delle
dimostrazioni organizzate dall’azienda.
La vera sfida non è
costruire robot sempre più simili agli esseri umani, ma renderli
abbastanza intelligenti, affidabili ed economicamente convenienti da
poter essere impiegati su larga scala. È questo il traguardo che
distingue una dimostrazione tecnologica da una rivoluzione industriale.
Ed è proprio su questa soglia che la Cina sta concentrando i propri
sforzi, nella convinzione che la convergenza tra grandi modelli di
intelligenza artificiale, robotica e manifattura avanzata possa
produrre, nel giro di pochi anni, un punto di svolta paragonabile a
quello rappresentato da ChatGPT per l’IA generativa.
Intanto Tesla...
La
corsa agli umanoidi non riguarda soltanto la Cina. Negli Stati Uniti,
Tesla continua a sviluppare Optimus, il robot presentato nel 2022, che
Elon Musk considera uno dei progetti più strategici dell’azienda. Dopo
anni di prototipi e dimostrazioni pubbliche, il gruppo sta avviando la
produzione pilota in uno stabilimento dedicato a Fremont, in California,
dove sono state riconvertite parte delle linee produttive in precedenza
destinate ai modelli S e X.
Secondo i piani illustrati da Musk,
la produzione inizierà lentamente nella seconda metà del 2026, con i
primi robot destinati a svolgere compiti all’interno delle fabbriche
Tesla prima di essere commercializzati presso clienti industriali. Una
diffusione su larga scala è attesa non prima del 2027, quando l’azienda
punta ad aumentare significativamente i volumi produttivi.
La
strategia di Tesla presenta differenze significative rispetto a quella
cinese. Optimus nasce anzitutto come robot generalista per l’automazione
industriale, destinato a svolgere attività ripetitive nelle fabbriche
prima di trovare applicazione in altri contesti. In Cina, invece,
accanto agli impieghi nella manifattura, aziende come UBTECH stanno già
puntando sul mercato interno e sull’assistenza alla persona, sostenute
da una politica industriale che coinvolge governi locali, imprese di
stato e un’intera filiera manifatturiera. Due approcci diversi che
riflettono visioni differenti dello sviluppo della robotica umanoide: da
un lato un’evoluzione trainata da una singola, grande corporation
(privata), dall’altro una strategia nazionale che punta ad accelerarne
l’adozione in molteplici settori dell’economia.
Vista da
questo punto d’osservazione, è chiaro che la competizione Cina-Stati
Uniti sugli umanoidi non è tanto una questione di chi arriverà prima,
quanto di chi arriverà meglio, ovvero riuscirà a sfornare macchine
antropomorfe con applicazioni più numerose, più utili e più redditizie.
Il governo vuole il robot operaio
UBTECH
aveva già fatto clamore il suo Walker S2, il primo umanoide al mondo in
grado di sostituirsi da sé la batteria, che è stato impiegato in
fabbriche di automobili di BYD, Geely Auto, FAW Volkswagen e Dongfeng.
A
differenza di Unitree, con sede a Hangzhou, e della shanghaiese AgiBot
(le altre due Big Three), che finora si sono concentrate soprattutto
sulle applicazioni nella manifattura e nella logistica, con U1 UBTECH
sembra scommettere sull’ingresso degli umanoidi nelle case (e, in
prospettiva, anche nelle strutture sanitarie), dove per gli antropomorfi
è più difficile operare, liberi dagli schemi e dai percorsi prefissati
di un luogo di lavoro, e alle prese con l’imprevedibilità dell’ambiente
domestico.
La spinta verso applicazioni concrete degli umanoidi
non arriva però solo dalle aziende, ma anche direttamente dal governo
centrale. A maggio, il ministero dell’Industria e dell’Informatica e la
SASAC (l’ente che controlla le aziende di stato) hanno varato una
direttiva congiunta che invita governi locali e imprese di stato a
testare l’“intelligenza incarnata” nella manifattura, nella logistica,
nella sanità e nel commercio. L’obiettivo è trasformare rapidamente la
sperimentazione in casi d’uso reali: entro sei mesi, fino a novembre, le
autorità dovranno individuare almeno 100 applicazioni operative, con la
prospettiva di arrivare nel 2026 a circa 10.000 umanoidi impiegati sul
campo.
Un’accelerazione che riflette anche i limiti attuali della
tecnologia: le capacità produttive e operative degli umanoidi restano
ancora in larga parte da dimostrare su scala industriale. Per questo
Pechino sta spingendo autorità locali e imprese a moltiplicare gli
scenari di applicazione e ad accelerare la transizione verso l’adozione
commerciale. Il premier Li Qiang, durante una recente ispezione al
Centro per l’innovazione dei robot umanoidi di Pechino, ha ribadito la
necessità di ampliare gli ambienti reali in cui sperimentare questi
sistemi e di accelerare l’integrazione dell’intelligenza artificiale
nella manifattura avanzata.
Anche Unitree si affaccia in borsa
Mentre
UBTECH presenta l’U1 e punta sul mercato dei robot da compagnia, il
principale rivale cinese del settore accelera sul fronte finanziario.
Unitree Robotics ha ottenuto l’approvazione della China Securities
Regulatory Commission per la quotazione sul mercato STAR di Shanghai,
avvicinandosi così all’ingresso in borsa.
La mossa arriva in un
momento in cui l’industria cinese della robotica attrae sempre più
capitali pubblici e privati, mentre gli investitori scommettono su un
possibile nuovo ciclo industriale legato agli umanoidi. Secondo alcune
stime di mercato, la valutazione della società potrebbe arrivare a circa
40 miliardi di yuan (5,9 miliardi di dollari).
Fondata a Hangzhou
nel 2016, Unitree è partita dai robot quadrupedi per poi entrare nel
segmento degli umanoidi nel 2023. Negli ultimi anni ha guadagnato grande
visibilità anche grazie alle apparizioni dei suoi robot durante il Gala
del Capodanno lunare trasmesso dalla televisione di stato cinese.
I
conti mostrano una crescita rapida: i ricavi sono passati da 123
milioni di yuan nel 2022 a 1,69 miliardi nel 2025, mentre l’azienda è
tornata in utile nel 2024 dopo due anni di perdite. Nel primo trimestre
del 2026 ha registrato un aumento del fatturato del 68,5 per cento su
base annua, anche se l’utile è diminuito per l’aumento delle spese in
ricerca e marketing.
I costi per “incarnare” l’intelligenza
artificiale in un corpo fisico, soprattutto quelli per la ricerca e
sviluppo, sono enormi. E questo rappresenta un limite, perché gli
umanoidi stanno drenando risorse colossali, sottraendole ad altri
settori. Spese che risulteranno sostenibili soltanto in presenza di
applicazioni “game changer”.
Una nuova idea di mondo
Dietro
la scommessa di UBTECH non c’è soltanto il progresso tecnologico, ma
una trasformazione sociale che accomuna Cina, Giappone e Corea del Sud.
L’invecchiamento della popolazione, l’aumento delle persone che vivono
sole e la diffusione della solitudine stanno creando una domanda
crescente di nuove forme di assistenza e compagnia.
In Giappone,
il fenomeno è considerato una priorità nazionale, tanto da aver portato
alla creazione di un ministro con delega all’isolamento sociale. Anche
la Corea del Sud ha varato un piano pubblico per contrastare la
solitudine, mentre in Cina il rapido aumento delle famiglie unipersonali
sta favorendo lo sviluppo di un mercato dedicato ai servizi per chi
vive solo, dagli assistenti basati sull’intelligenza artificiale ai
robot da compagnia.
Alla presentazione di Shenzhen, gli
umanoidi U1 di UBTECH non hanno colpito soltanto per le loro
caratteristiche tecniche, ma anche per l’immagine quasi “da anime” che
hanno mostrato durante la sfilata: corpi levigati, lineamenti puliti e
una presenza scenica più vicina all’immaginario dell’animazione che alla
robotica tradizionale.
Se, negli anni Ottanta e Novanta, il soft
power giapponese ha conquistato il mondo attraverso anime e manga,
quello cinese potrebbe oggi assumere una forma diversa. Non quella di
personaggi e mondi immaginari, ma di tecnologie destinate a entrare
nella vita quotidiana di milioni di persone, nei luoghi di lavoro, nelle
case, negli ospedali. Gli umanoidi dunque non esportano semplicemente
un prodotto: esportano un’idea rivoluzionaria del rapporto tra esseri
umani e macchine.
È anche per questo che suscitano reazioni tanto
contrastanti. Da un lato affascinano, perché sembrano dare forma a un
immaginario coltivato per decenni dalla fantascienza; dall’altro
inquietano, perché rendono concreta la prospettiva di una tecnologia
capace di sostituire il lavoro umano in un numero crescente di attività.
E, a differenza dell’intelligenza artificiale “impersonale”, che
vediamo all’opera attraverso lo schermo di un computer, un umanoide ha
un corpo, occupa uno spazio, incrocia il nostro sguardo.
La vera
domanda, allora, non è se robot come U1 riusciranno davvero a entrare
nelle nostre case. È se la Cina sarà il primo paese a trasformare gli
umanoidi da dimostrazione tecnologica a prodotto di massa. Se ci
riuscirà, non conquisterà soltanto una posizione di leadership nella
robotica. Potrà anche influenzare il modo in cui milioni di persone, nel
resto del mondo, percepiranno e utilizzeranno l’intelligenza
artificiale: non più come un software con cui dialogare attraverso uno
schermo, ma come una presenza fisica destinata a condividere spazi,
attività e relazioni con gli esseri umani.
Le adunate da regime per il 4 luglio e la rivitalizzazione delle campagne anticomuniste negli USA, potrebbero non salvare Trump da una severa sconfitta nelle elezioni di medio termine a Novembre.
Un sondaggio commissionato dal Financial Times e realizzato dall’agenzia Focaldata tra il 26 e il 30 giugno su 1.795 elettori registrati, vede la maggioranza degli elettori statunitensi ritenere che la guerra contro l’Iran non sia valsa il costo sostenuto dagli Stati Uniti.
Che Trump abbia sbagliato i conti sull’Iran emerge, tra l’altro, da un’intervista rilasciata ad Axios dal presidente statunitense, nella quale ha affermato di essere “rimasto sorpreso nel vedere gli iraniani piangere al funerale della Guida Suprema Ali Khamenei”, in corso a Teheran, e ha ammesso di ritenere invece che la gente lo odiasse. “Forse sono lacrime finte”, ha farfugliato Trump.
Secondo le evidenze dell’indagine commissionata dal Financial Times, il 58% degli intervistati ritiene che la guerra contro l’Iran non sia valsa il prezzo pagato, mentre il 44% afferma che il conflitto abbia lasciato gli Stati Uniti in una posizione più debole nei confronti di Teheran, contro il 31% che pensa il contrario.
Circa i due terzi degli intervistati giudicano con scetticismo l’intesa provvisoria raggiunta tra Stati Uniti e Iran, ritenendo che avrà scarso impatto sulla stabilità del Medio Oriente o che possa addirittura aumentare il rischio di nuovi conflitti. Solo un elettore su cinque ritiene che l’accordo possa favorire la pace.
Negli scorsi giorni la Casa Bianca aveva chiesto al Congresso di approvare 67 miliardi di dollari di nuovi stanziamenti per coprire i costi della guerra alimentando nuove critiche sia dall’opposizione sia da parte della sua base elettorale.
A risentirne è stato l’indice di approvazione di Trump che è sceso al 36%, due punti in meno rispetto al mese precedente, con un calo più marcato tra gli elettori indipendenti, dove il consenso è sceso al 21%.
In vista delle elezioni di metà mandato di novembre per il Congresso, i Democratici al momento appaiono in vantaggio di sei punti nelle intenzioni di voto, con il 44% delle preferenze contro il 38% dei Repubblicani.
Il sondaggio evidenzia inoltre un sostegno maggioritario alla permanenza degli Stati Uniti nella Nato. Su questo il 53% degli elettori ritiene che Washington debba restare nell’Alleanza, contro il 23% favorevole all’uscita.
I tempi sono difficili per coloro che sono critici coerenti della NATO. Dall’era della “difesa del Mondo Libero” contro il comunismo, passando per l’era dell'“intervento umanitario” e della “Guerra Globale al Terrore”, fino all’odierna presunta lotta esistenziale contro praticamente tutto il mondo non occidentale, l’Alleanza ha ripetutamente reinventato le narrazioni che giustificano la sua esistenza.
Il linguaggio cambia; la logica sottostante, no. La NATO rimane indispensabile, e ogni nuovo nemico (che venga scoperto, esagerato o deliberatamente prodotto) diventa un’ulteriore prova della sua necessità.
Per decenni, i critici con prospettive antimilitariste, anti-egemoniche o di sinistra hanno dovuto impegnarsi molto per decostruire questa mitologia, facendo fronte agli sforzi combinati delle élite politiche nazionali, dei grandi media, delle istituzioni accademiche e degli esperti di sicurezza.
Questo compito intellettuale, di per sé, non è mai stato particolarmente difficile. Le contraddizioni, le ipocrisie e le conseguenze devastanti degli interventi della NATO sono rimaste visibili molto tempo dopo la fine dei bombardamenti. Ciò che richiedeva coraggio era parlare contro il consenso predominante.
Ironia della sorte, oggi gli stessi leader dell’Alleanza sono diventati i suoi più efficaci portavoce della verità. Donald Trump ha ripetutamente spogliato la NATO del linguaggio morale che tradizionalmente la avvolgeva. Mark Rutte, il segretario generale dell’Alleanza, è diventato altrettanto franco, mentre il cancelliere tedesco e il presidente francese parlano sempre più con notevole schiettezza del futuro militare dell’Europa.
Tuttavia, il privilegio di dire la verità su ciò che la NATO è diventata appartiene solo a coloro che sono al potere. Come dimostra la repressione dei movimenti di protesta prima del vertice NATO di Ankara, i cittadini possono conoscere la verità su questo gigante militare, ma non ci si aspetta che si organizzino contro di esso.
Il Vertice di Ankara non è nemmeno iniziato, ma le sue conclusioni sono già note.
L’espressione “vertice storico” è diventata così ripetuta da aver quasi perso significato.
Alcuni osservatori si aspettano una “europeizzazione” della NATO, con gli alleati europei che assumono maggiore responsabilità per il finanziamento e la guida dell’Alleanza. Ma questo rimane, in larga misura, retorica.
L’Europa non può sostituire gli Stati Uniti come spina dorsale militare dell’Alleanza. Può, tuttavia, stringere volontariamente il cappio attorno al proprio collo – e forse attorno all’intero mondo.
Mentre gli atlantisti rimangono preoccupati per il rapporto tra Washington e Bruxelles e se Trump intenda davvero ridurre l’impegno degli Stati Uniti nell’alleanza, una trasformazione più significativa sta avvenendo all’interno della stessa Europa.
Nuove coalizioni militari stanno emergendo all’interno della NATO. Gli Stati baltici e la Polonia perseguono sempre più la propria agenda di sicurezza, spinti da rancori storici e da una profonda russofobia.
La Svezia e la Finlandia, un tempo simboli di neutralità, hanno rapidamente abbracciato la militarizzazione, con Helsinki che ora permette persino lo schieramento di armi nucleari sul proprio territorio (armi americane, naturalmente, il che rende questi Stati sempre più profondamente integrati nell’architettura strategica di Washington).
Configurazioni militari regionali simili stanno silenziosamente prendendo forma nei Balcani, dove Croazia, Albania, Bulgaria e Kosovo parlano sempre più di rafforzare la propria cooperazione nella difesa: una NATO dentro la NATO.
Ciò che distingue veramente la NATO 3.0, tuttavia, non è meramente la sua disponibilità a nominare esplicitamente Russia e Cina come avversari strategici o a proclamare le proprie ambizioni globali.
Lo stesso Rutte ha già detto che la NATO è indispensabile perché permette agli Stati Uniti di proiettare il proprio potere a livello globale attraverso l’Europa. L’Europa, in altre parole, funge sia da piattaforma che da moltiplicatore di forza per la strategia globale americana (come dimostrato dall’operazione Furia Epica).
Ancora più rivelatore è il linguaggio con cui la NATO ora si descrive. Rutte parla con orgoglio di una “rivoluzione industriale della difesa”. L’espressione è rivelatrice. Così come la Prima Rivoluzione Industriale trasformò la produzione attraverso le fabbriche e la meccanizzazione, la NATO 3.0 cerca di riorganizzare la produzione militare su una scala completamente nuova, non principalmente per la difesa, ma per la redditività permanente.
Dietro la retorica della “sicurezza collettiva”, dell'“autonomia strategica” e della “dissuasione” si nasconde una realtà molto più semplice: la NATO funziona sempre più come un meccanismo per trasferire quantità senza precedenti di denaro pubblico nelle mani di imprese private.
Pertanto, la NATO 3.0 rappresenta un’ulteriore mutazione: un’alleanza la cui principale missione storica sembra essere, sempre più, la militarizzazione permanente delle economie occidentali e, molto probabilmente, una nuova guerra con la Russia.
Il momento è notevole. Per decenni, i governi hanno insistito sul fatto che le finanze pubbliche richiedessero austerità. Ospedali, università, pensioni e assistenza sociale avrebbero dovuto accettare di sottoporsi a una dolorosa disciplina di bilancio. Improvvisamente, nessuna di queste restrizioni fiscali si applica alle spese militari.
Deficit che erano politicamente impossibili per la sanità o l’istruzione sono diventati del tutto accettabili per l’acquisizione di armi. Le spese per la difesa non sono più presentate come un fardello, ma come una strategia di investimento e un’ottima possibilità di creazione di posti di lavoro (senza menzionare i cimiteri sempre più grandi che di solito accompagnano la guerra).
Ciò solleva altre questioni profondamente importanti. Se il cloud computing, l’intelligenza artificiale, le comunicazioni via satellite e le armi autonome sono sempre più sviluppate da aziende tecnologiche private, chi, in ultima analisi, controlla la sicurezza nazionale? Se i governi diventano strutturalmente dipendenti da fornitori commerciali, dove finisce la responsabilità democratica? Quando l’acquisizione di equipaggiamenti militari inizia ad assomigliare a un investimento di capitale di rischio, chi, in realtà, trae beneficio dall’insicurezza permanente? A queste domande è stata data, sorprendentemente, poca attenzione.
Invece, sentiamo solo il discorso dell’emergenza: l’Europa deve riarmarsi immediatamente. La produzione industriale deve essere accelerata. Le regole di acquisizione devono essere semplificate. L’investimento militare non può aspettare.
Tuttavia, la storia ci insegna che le emergenze raramente rimangono temporanee. Misure eccezionali diventano gradualmente forme permanenti di governance. In condizioni di percezione permanente della minaccia, le spese militari straordinarie iniziano a sembrare normali, mentre le richieste di investimento in istruzione, sanità o giustizia sociale diventano improvvisamente irresponsabili dal punto di vista fiscale.
La sicurezza colonizza la politica. Ciò che emerge davanti ai nostri occhi è un modello in cui la guerra stessa diventa sempre più privatizzata. Appaltatori della difesa privati, aziende tecnologiche, imprese di logistica e sviluppatori di IA diventano attori indispensabili nell’ecosistema militare. Persino la guerra stessa diventa sempre più remota. L’intelligenza artificiale, i sistemi autonomi e le infrastrutture digitali permettono che le operazioni militari vengano esternalizzate, automatizzate e commercializzate in modi senza precedenti. La guerra non richiede necessariamente una mobilitazione di massa; richiede portafogli di investimenti.
Per i piccoli Stati membri che speravano nel benessere piuttosto che nella guerra, le implicazioni sono particolarmente preoccupanti. L’aumento dei budget per la difesa è presentato come una forma di solidarietà con l’Alleanza, ma in realtà spesso assomiglia a una partecipazione obbligatoria a un vasto schema di investimento militare-industriale. I cittadini finanziano armi che non producono né controllano, acquisendo protezione da minacce che sono spesso amplificate dalla stessa logica geopolitica che sostiene il sistema.
La NATO non è mai stata meramente un’alleanza militare all’interno dell’ordine internazionale basato sull’ONU. È sempre stata un’espressione della visione del mondo strategica occidentale. Oggi, sta diventando qualcosa di ancora più complesso: un sistema in cui la politica di sicurezza, la politica industriale, il potere tecnologico e l’accumulazione di capitale si fondono sempre più. Il vertice di Ankara non discuterà solo di difesa e dissuasione; rivelerà fino a che punto il futuro del capitalismo, della tecnologia e della violenza organizzata sia diventato interconnesso. Sarà un altro capitolo nell’economia politica della mobilitazione permanente per la guerra.
L’intelligenza artificiale non sta sostituendo l’intuizione umana in questi campi, ma sta reimmaginando il modo in cui le domande vengono poste, esplorate e comprese.
Tra matematici e fisici teorici, l’intelligenza artificiale suscita una serie di reazioni. Alcuni la considerano irrilevante per il proprio lavoro; altri temono che possa invadere gli aspetti più creativi e intellettualmente gratificanti delle loro discipline. Tuttavia, la verità che sta emergendo, dal lavoro che il nostro team sta svolgendo al London Institute for Mathematical Sciences e altrove, è più sottile.
Piuttosto che sostituire la creatività umana nelle scienze matematiche, l’IA la sta potenziando. Il software ora può verificare le dimostrazioni riga per riga e individuare errori che un tempo avrebbero richiesto mesi di attenta revisione umana.
Può cercare sistematicamente controesempi – verificando se una congettura è realmente vera o fallisce in modo inaspettato. E può proporre passaggi intermedi in un ragionamento, suggerendo utili risultati ausiliari che aiutano a colmare il divario tra ciò che è noto e ciò che deve ancora essere dimostrato.
In campo sperimentale, i prototipi di “scienziati IA” stanno iniziando ad automatizzare parti del ciclo della scoperta, ma rimangono vincolati dalle esigenze del mondo fisico: miscelare reagenti, coltivare cellule, attendere reazioni e confrontarsi con il rumore nei dati.
La matematica e la fisica teorica affrontano molti meno colli di bottiglia. Gli “esperimenti” sono economici, veloci e digitali, e i dati matematici – dai numeri primi alle proprietà di strutture astratte come le varietà – sono puliti e abbondanti¹.
Le aziende che sviluppano sistemi di IA specificamente progettati per il ragionamento matematico hanno riportato progressi costanti nell’ultimo anno. Aristotle, un sistema della società software Harmonic di Palo Alto, in California, ha contribuito a risolvere diversi problemi posti dal prolifico matematico Paul Erdős – domande facili da enunciare ma notoriamente difficili da risolvere.
Axiom Math, una start-up di Palo Alto, ha annunciato che il suo strumento IA ha trovato soluzioni a molti problemi di livello avanzato che i matematici professionisti non avevano ancora risolto.
Nel frattempo, i modelli delle aziende tecnologiche OpenAI di San Francisco, California, e Google DeepMind di Londra hanno risolto diverse sfide del First Proof Project, un insieme di difficili problemi matematici che verificano se i sistemi IA siano in grado di generare risultati nuovi e verificabili.
Qui forniamo esempi dei progressi compiuti negli ultimi anni in quest’area in rapida evoluzione, delineiamo le opportunità che l’IA offre a scienziati e matematici nei domini teorici – e invitiamo i ricercatori a utilizzare l’IA nel loro lavoro.
Il ciclo della ricerca
Nella fisica teorica e nella matematica, i ricercatori intrecciano intuizione creativa e rigore logico per fare scoperte – ma questo processo è solo in parte compreso, e non esiste una spiegazione unica di come avvengano le scoperte.
Per chiarezza – senza proporre un modello definitivo – suddividiamo il processo in diverse fasi sovrapposte: definizione dell’agenda, formalizzazione delle idee, proposta di congetture, risoluzione e verifica dei risultati.
Questo quadro è imperfetto, ma fornisce un modo utile per valutare dove l’IA sta già contribuendo, dove risiedono le sfide e come potrebbero essere affrontate.
Definizione dell’agenda. Uno degli atti più distintamente umani nella ricerca è decidere quali domande valga la pena porsi. Queste possono nascere dall’esterno del campo – attraverso problemi del mondo reale o contatti con discipline vicine – o dall’interno, in quanto le teorie si evolvono secondo la propria logica interna e standard estetici²,³. Queste fonti sono intrecciate: i problemi concreti possono generare nuovi concetti, e la teoria astratta può rimodellare e approfondire la domanda originale. I sistemi IA odierni hanno solo un accesso limitato a questo contesto più ampio. Di conseguenza, mancano di intuizione e “gusto”: il senso di dove provengono le domande, cosa le rende attuali e come si inseriscono nella struttura in evoluzione di un campo. Ad esempio, il fisico Albert Einstein sviluppò la sua teoria della relatività ristretta dopo aver notato una contraddizione nel modo in cui le onde luminose venivano trattate nella meccanica classica e nelle equazioni di Maxwell, che descrivono l’interazione tra elettricità e magnetismo. Una direzione promettente ma poco esplorata è quella di costruire sistemi IA che aiutino a classificare e dare priorità ai problemi potenziali utilizzando criteri selezionati dai ricercatori. Ad esempio, l’IA potrebbe seguire tali criteri quando scansiona grandi database matematici, come l’On-Line Encyclopedia of Integer Sequences, o repository di preprint, tra cui arXiv, per identificare connessioni trascurate e parallelismi strutturali tra campi. Usata in questo modo, l’IA potrebbe affinare la nostra comprensione di come gli scienziati individuano direzioni fertili per la scoperta.
Formalizzazione delle idee. Molte idee importanti prendono forma prima di poter essere definite con precisione. Un esempio classico è l’integrale sui cammini, introdotto dal fisico teorico Richard Feynman, che descrive i sistemi quantistici immaginando tutti i modi in cui qualcosa potrebbe accadere e combinandoli. Sebbene quest’idea non sia mai stata pienamente inquadrata in senso matematico rigoroso, ha plasmato la fisica moderna e ispirato nuovi strumenti in matematica⁴ – ad esempio, modi per distinguere diversi tipi di nodi e metodi per contare forme in geometrie complesse. Trasformare un argomento in stile discorsivo e informale in una forma che un computer possa elaborare richiede spesso uno sforzo notevole: ricostruire passaggi omessi, colmare lacune apparentemente ovvie e rendere esplicite assunzioni tacite. Ma questo processo può approfondire la comprensione e rivelare errori. Ad esempio, quando il matematico Terence Tao dell’Università della California, Los Angeles, ha sottoposto un argomento tratto da uno dei suoi articoli a un assistente di dimostrazione (Lean4) per verificarlo, ha individuato una sottile lacuna nella logica. Un passaggio che sembrava chiaro non era stato rigorosamente giustificato. Anche i matematici più affermati possono trarre beneficio da un sistema che richiede che ogni inferenza venga resa esplicita. Ridurre il lavoro umano coinvolto nella formalizzazione porterebbe a corpi più ampi e di maggiore qualità di matematica verificata, che a loro volta potrebbero essere utilizzati per addestrare modelli IA migliori. Automatizzare completamente la formalizzazione è l’obiettivo a lungo termine. I progressi sono stati sostanziali⁵, ma l’apporto umano è ancora necessario. Ad esempio, il progetto Xena, guidato dal matematico Kevin Buzzard all’Imperial College di Londra, ha mobilitato studenti universitari per digitalizzare sistematicamente tutte le dimostrazioni del curriculum di matematica per la laurea triennale. L’IA sta iniziando ad aiutare a scalare tali compiti. L’informatico e matematico Josef Urban alla Chalmers University of Technology di Goteborg, Svezia, ha utilizzato un modello linguistico di grandi dimensioni per formalizzare teoremi di topologia – lo studio delle proprietà delle forme quando vengono stiracchiate o attorcigliate.
Proposta di congetture. Una congettura è una risposta plausibile a un problema ben posto – ovvero, un’ipotesi ragionata che sembra probabile sia vera, ma non è stata ancora dimostrata. L’IA ora può generare congetture, ma il suo ruolo rimane sperimentale e strettamente legato alla supervisione umana. Non si tratta di un’area nuova per gli approcci computazionali. I primi programmi informatici specializzati – come Graffiti⁶ e il Ramanujan Machine⁷ – hanno dimostrato che gli algoritmi possono effettivamente suggerire nuove idee matematiche, non solo verificare quelle esistenti. Graffiti, ad esempio, ha trovato schemi inaspettati nelle reti – semplici diagrammi di punti connessi – che in seguito si sono rivelati utili in chimica, dove le molecole possono essere comprese in termini di come i loro atomi sono legati. Il Ramanujan Machine ha proposto formule sorprendentemente semplici per costanti matematiche fondamentali. Approcci simili vengono ora applicati nella fisica teorica, aiutando i ricercatori a scoprire schemi nascosti e formule esatte⁸⁻¹⁰. In pratica, tuttavia, l’IA genera molte congetture, la maggior parte delle quali sono banali, risultati già noti o falsi. Sono ancora gli esperti umani a decidere quali valga la pena perseguire. Ad esempio, nel 2021, l’IA ha contribuito a restringere un’ampia ipotesi riguardante la struttura algebrica e geometrica dei “nodi” matematici a un’unica congettura rigorosamente definita, che è stata poi dimostrata dagli umani¹¹. Nel 2022, i ricercatori che hanno utilizzato l’IA per analizzare grandi insiemi di dati di curve ellittiche – importanti oggetti matematici nella teoria dei numeri, ovvero lo studio degli interi – hanno notato uno schema inaspettato nel modo in cui alcune proprietà chiave variano. Quando hanno rappresentato i dati in un grafico, hanno visto che non erano distribuiti casualmente ma formavano bande ondulate che ricordavano il comportamento in stormo degli storni, noto come mormorii¹². Scoprire tali schemi potrebbe rivelarsi trasformativo in molti campi della matematica⁹. Il passo successivo potrebbe essere quello di collegare la generazione di congetture potenziata dall’IA con la definizione dell’agenda. Piuttosto che operare ciecamente in un dominio fisso, i sistemi IA potrebbero prima mappare il corpus esistente di conoscenze matematiche per identificare colli di bottiglia, lacune e parallelismi inaspettati, e poi generare congetture per colmarli.
Risoluzione e verifica dei risultati. Nel 2025, DeepMind ha rilasciato AlphaEvolve¹³, un agente di programmazione in grado di proporre, testare e perfezionare soluzioni algoritmiche a problemi aperti. Poco dopo, esperti lo hanno testato su 67 sfide; nella maggior parte dei casi, ha riscoperto le soluzioni migliori conosciute e, in diversi casi, le ha migliorate¹⁴. AlphaEvolve integra il ragionamento generativo del modello Gemini di Google con sistemi automatizzati che valutano le soluzioni candidate, utilizzando una strategia di “ricerca evolutiva” per sviluppare iterativamente quelle più promettenti. Ha dimostrato la capacità di far avanzare la conoscenza matematica, ad esempio scoprendo algoritmi migliorati per la moltiplicazione di matrici (utilizzati in vari ambiti della fisica, della scienza dei dati e dell’informatica). Nel frattempo, a maggio, OpenAI ha annunciato di aver utilizzato un modello linguistico di grandi dimensioni per confutare il problema della distanza unitaria, una congettura geometrica proposta per la prima volta da Erdős nel 1946 – forse il primo importante risultato matematico prodotto da una macchina. Questi successi sono notevoli e, sebbene lo stato dell’arte complessivo rimanga limitato, suggeriscono che il ritmo del progresso sta accelerando. L’uso dell’IA per controllare le dimostrazioni – o verificarle – è un’applicazione più sviluppata. Gli assistenti di dimostrazione possono già verificare argomenti complessi riga per riga, e le loro librerie in crescita forniscono una base strutturata per il ragionamento assistito dall’IA. Le verifiche formali di teoremi complessi mostrano che questi strumenti si stanno avvicinando all’uso di routine alla frontiera della ricerca¹⁵. Piuttosto che un unico “matematico IA” polivalente, è probabile che i progressi provengano da ecosistemi di agenti specializzati – generatori, confutatori, esploratori, educatori – la cui interazione produce conoscenza affidabile. I futuri strumenti IA potrebbero spingersi oltre, sperimentando come affrontare un problema e giudicando quali strategie portano a dimostrazioni più rapide e pulite.
Prospettive future
I sistemi IA che suggeriscono passaggi di dimostrazione, scoprono schemi nascosti e risolvono problemi di livello competitivo ora assistono i matematici in modi che erano inimmaginabili solo cinque anni fa.
Eppure, i progressi più profondi in matematica e fisica spesso richiedono concetti o paradigmi radicalmente nuovi, e nessun sistema IA è stato ancora in grado di inventarli. Per ora, i salti creativi decisivi sono ancora compiuti dagli umani. La vera promessa risiede nella collaborazione.
L’IA può esplorare spazi vasti e portare alla luce regolarità inaspettate; gli umani portano giudizio, gusto e la capacità di inventare nuovi modi di pensare. Questa collaborazione sta già producendo nuovi risultati.
La teoria non è una catena di montaggio di problemi risolti; è una mappa in espansione della comprensione umana. Strumenti precedenti, come le calcolatrici e i sistemi di algebra computazionale, non hanno diminuito il campo della matematica – lo hanno espanso.
L’IA può fare lo stesso, estendendo la nostra portata cognitiva proprio come il telescopio un tempo estese la nostra vista. I futuri sistemi dovranno spiegare le loro intuizioni, guidare i ricercatori che entrano in nuove aree e aiutare a organizzare i crescenti corpus di conoscenza.
Il compito ora è costruire questi sistemi con cura e ambizione. Se riusciranno a rendere la frontiera più navigabile – e più profondamente interconnessa – accelereranno la scoperta, non sostituiranno gli scopritori.
Gli Autori
Mikhail Burtsev is an AI fellow at the London Institute for Mathematical Sciences in London, UK. Yang-Hui He is a fellow at the London Institute for Mathematical Sciences in London, UK. Evgeny Sobko is a fellow at the London Institute for Mathematical Sciences in London, UK. Ananyo Bhattacharya is chief science writer at the London Institute for Mathematical Sciences in London, UK. Thore Graepel is a research scientist at Google DeepMind, London, UK.
e-mail: ab@lims.ac.uk
Note
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