Il petrolio viaggia verso i 100 dollari al barile, mentre le riserve strategiche Usa – nonostante la rapina a mano armata compiuta in Venezuela – sono scese al livello più basso dal 1982, a causa dei continui prelievi di emergenza volti a far fronte alla carenza energetica globale. La notizia viene da CBS News, che peraltro cita dati del Dipartimento dell’Energia degli Stati Uniti.
La causa vicina è la ripresa dei bombardamenti statunitensi su Hormuz e altri obiettivi militari – assicura il Pentagono – oltre che contro due petroliere iraniane nel Golfo Persico. Ma intanto è stata colpita anche una festa di nozze, provocando cinque morti civili, tra cui una bambina, nella città di Kuhestak, vicino Minab, teatro della strage di bambine a scuola, sei mesi fa. Come accadeva in Afghanistan pare che i “missili intelligenti” non riescano proprio a distinguere tra una festa e un concentramento militare...
Quasi paradossale l’intimazione di Donald Trump dopo questa nuova ondata di attacchi (la seconda in due giorni): “Non reagite o sarà peggio”. Non servono teorici della guerra per sapere che, di fronte a un qualsiasi attacco, un Paese sia costretto a reagire. A meno di non alzare la bandiera bianca e chiedere pietà...
E l’Iran – non solo negli ultimi sei mesi, ma soprattutto nelle ultima settimane – ha dimostrato ampiamente di essere non solo in grado di rispondere, ma di volerlo fare in modo “simmetrico”; ossia senza alzare il livello di scontro, ma cercando di pareggiare sempre i conti. E infatti anche questa volta sono partite raffiche di droni e missili balistici verso le basi Usa nella regione: a Erbil, nel Kurdistan irakeno, in Kuwait, Bahrein e Giordania.
Proprio qui sarebbe stata presa di mira la base di Camp Tabetin, sede dei marines che si pensava “non conosciuta” da Teheran.
Inutile dar conto delle rispettive propagande (“gravi danni e alte perdite” secondo le agenzie iraniane, “tutti i missili intercettati” secondo il CentCom), perché il centro della questione riguarda l’esercito Usa e quella “strana intimazione” di Trump.
Tutte le analisi più attendibili riferiscono da settimane che la disponibilità di missili intercettori (Patriot, Thaad, ecc.) è ridotta ai minimi termini, quindi attacchi prolungati e sistematici, che “stimolano” la risposta missilistica iraniana, sono problematici per scarsità di difese.
In questo caso la battuta di Trump sembrerebbe più che altro un messaggio del tipo “non vi incazzate troppo, stiamo facendo un po’ di casino, ma senza vole andare troppo in là”. Ci sono le elezioni di midterm alle porte, negli Usa, e questa guerra è forse la più impopolare della storia, viste le conseguenze per il prezzo dei carburanti (alfa e omega del consumatore americano). Arrivare alle urne con la benzina a 6 dollari per gallone (quasi 4 litri) sarebbe catastrofico per i repubblicani.
Dall’altra parte si lascia filtrare che sarebbe stata presa in considerazione l’ipotesi di usare armi nucleari – il massimo della “pressione” possibile – ma anche che “non serve”. Solo il fatto che se ne sia parlato, però, dimostrerebbe che sul piano delle armi convenzionali il limite è vicino o è stato già superato.
Sta di fatto, comunque, che nel frattempo le cose cambiano, sia sul terreno che nelle relazioni internazionali. In questi giorni si sono riuniti sia il G20 (concentrazione dei paesi occidentali, in gran parte), sia l’Organizzazione per la Cooperazione di Shanghai (SCO), ossia l’alternativa asiatica con al centro Cina, Russia, India e molti altri paesi.
La Cina, peraltro, siede in entrambe le assemblee e appare significativo che abbia votato contro una risoluzione finale del G20 che chiede la rapida riapertura dello Stretto di Hormuz e il “passaggio libero e gratuito”. Come prima dell’attacco Usa-Israele del 28 febbraio...
Parallelamente, secondo il Financial Times, Mosca avrebbe segretamente aiutato l’Iran a sviluppare missili da crociera supersonici. Il programma di sviluppo sarebbe iniziato nel 2023 e ora sarebbe abbastanza sviluppato, in grado di attaccare portaerei e altre navi statunitensi in Medio Oriente. Questo sarebbe “uno dei più significativi trasferimenti di tecnologia militare strategica da Mosca a Teheran”, anche se finora non si hanno prove concrete (resti di missile lanciati su obiettivi Usa nel Golfo).
Se fosse così (anche il FT “sfarfalla” quando si muove fuori dell’ambito economico-finanziario) significa che a sostegno materiale di Teheran si va configurando un insieme decisamente potente di forze che non apprezzano affatto – diciamo così – il “dispotismo americano” a migliaia di chilometri da casa propria. Una risposta simmetrica al supporto Nato verso Kiev e Tel Aviv, insomma.
Al contrario, la credibilità della potenza Usa sta mostrando più di qualche crepa. Si è infatti dimesso il Segretario all’Esercito Dan Driscoll, praticamente il vertice civile della struttura militare, secondo solo al segretario “alla guerra”, Pete Hegseth. Driscoll era considerato vicinissimo al vicepresidente J.D. Vance e l’ultimo della “vecchia guardia pragmatica” al Pentagono.
Il suo messaggio d’addio è stato peraltro poco confortante: “Non possiamo sostenere la guerra”. Un parere tecnico-militare, non politico, che lo aveva convinto a fare un tentativo – finito male – di aprire un dialogo con la Russia per ridurre al minimo l’impegno americano diretto in Ucraina.
Contemporaneamente il Washington Post ha rivelato parte del “registro degli ordini” del 14 agosto, contenente le obiezioni scritte di quattro alti comandanti contro il piano di Hegseth di mantenere oltre 50.000 soldati in Medio Oriente fino al 2027.
Si tratta dell’mmiraglio Daryl Caudle (Operazioni Navali), che obietta sulla sostenibilità dei ritmi di impiego delle unità navali senza una data di termine della missione (su almeno due portaerei ci sarebbero stati episodi di sabotaggio, autolesionismo e semi-ammutinamento). Nonché dell’ammiraglio Samuel Paparo (responsabile dell’Indo-Pacifico), secondo cui il drenaggio continuo di cacciatorpediniere e gruppi di portaerei verso il Medio Oriente stia privando gli Usa della deterrenza necessaria in altre parti del Mondo.
Ma anche dei generali Grynkewich (Comando Europeo) e Donovan (Comando Sud), che confermano la scarsità di numerose dotazioni-chiave (a cominciare dai missili intercettori) e quindi il rischio di scarsa copertura di altri fronti strategici.
Forse il “non reagite” di Trump ha anche un altro significato...
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Presentazione
Analisi, opinioni, fatti e (più di rado) arte da una prospettiva di classe.
02/09/2026
Se bombardo “non reagite”, altrimenti crollo...
Piacenza - La morte sul lavoro di un corriere, l’ennesimo
Oggi a Piacenza è morto Pasquale Andriotta mentre stava consegnando pacchi per conto di BRT.
Era il suo ultimo giorno di lavoro, non perché stesse per andare in pensione, no; perché gli scadeva il contratto precario.
Stamattina era andato a lavorare pur sentendosi male, i suoi colleghi se ne erano accorti e lui aveva confermato, ma...
Il suo sogno, la mezza promessa allettante che gli avevano fatto era quella del contratto a tempo indeterminato, ma...
Il “ma” significava che doveva “comportarsi bene”, non fare il “lavativo” che nel linguaggio padronale significa: “obbedisci! taci! fai quello che ti dico! la consegna dei pacchi dove, come e quando lo dico io viene prima di tutto”.
E allora per non essere scambiato per un “lavativo” Pasquale era partito bello carico di merci anche se non stava bene così gli avrebbero prorogato il contratto precario e poi magari, chissà, forse gli avrebbero pure dato il posto fisso.
E morto in un vicolo del centro storico piacentino.
In Italia abbiamo il primato europeo di incidenti e morti sul lavoro, ma i padroni (quelli che ti ridacchiano in faccia se li chiami così perché loro si definiscono “datori di lavoro” o “imprenditori”) e i sindacati al loro servizio siglano contratti nazionali e accordi aziendali il cui unico obiettivo è bastonare i “lavativi”, quelli che fanno malattia.
Nel Contratto nazionale della logistica tutti questi signori si sono accordati per portare il numero di lavoratori precari (si chiama “contingentamento”) rispetto a quelli a tempo indeterminato dal 35% al 41% e anche oltre nel caso delle start up; se ci si ammala in un giorno precedente o successivo ad uno festivo si finisce per non aver pagata la malattia, si fanno accordi regionali e aziendali (tagliando rigorosamente fuori sindacati di classe e conflittuali come USB) dove i premi di risultato mediamente penalizzano le assenze per malattia pagando lo 0 (zero)% se c’è un tasso di morbilità pari all’8 (otto)% (tradotto in italiano ti fregano il 92% medio di lavoro).
A quelli che oggi piangono chi viene ucciso sul lavoro è doveroso lanciare una sfida: se volete sottrarre i lavoratori dal ricatto del lavoro versus sicurezza siete pronti a stracciare le firme che ampliano la precarietà/ricattabilità? Siete pronti a stracciare le firme che penalizzano la malattia costringendo la presenza al lavoro anche in condizioni precarie per non perdere quote consistenti di salario?
Diamo alle parole un senso: chi produce ricchezza non va chiamato “lavativo”, chi ricatta per estorcere profitto è uno “sfruttatore”, chi pensa che tutto ciò sia normale o ineluttabile è “colluso”.
È il momento di cambiare perché si deve e si può.
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La fine dell’impero
di Alessandro Volpi
In un mondo dove il novanta per cento delle merci viaggia via mare, gli Stati Uniti rappresentano ormai un paradosso geopolitico, provando ad agire come l’unico soggetto militare che controlla la navigazione globale mentre le fondamenta economiche di tale primato si sgretolano sotto il peso di contraddizioni strutturali insanabili.
Da un lato, Washington spende cifre astronomiche per mantenere undici task force di portaerei e una rete di basi che monitorano i punti di strozzatura strategici del Pianeta, ma questo sforzo titanico viene finanziato attraverso un debito pubblico che ha superato la soglia dei 39mila miliardi di dollari, rendendo il controllo degli oceani un onere finanziario che paradossalmente indebolisce la stabilità interna del paese che lo mantiene per tentare di conservare un primato.
Il costo per mantenere la macchina bellica navale degli Stati Uniti, infatti, è monumentale e rappresenta una delle voci di spesa più pesanti dell’intero bilancio federale. Per l’anno fiscale 2025, il budget totale per il solo Dipartimento della Marina (che include la US Navy e il Corpo dei Marines) è stato di circa 257,6 miliardi di dollari, finanziato, appunto, quasi interamente con un debito che paga poco meno del 5% sui titoli a 10 anni.
La contraddizione si fa ancora più stridente quando si analizza la natura del traffico marittimo “protetto” dalla marina americana: le navi che solcano le rotte sicure non battono quasi mai la bandiera a stelle e strisce, poiché la flotta mercantile statunitense è ridotta a un’ombra del passato, lasciando il dominio del trasporto commerciale nelle mani di armatori greci, giapponesi o dei colossi europei e cinesi.
Le grandi arterie del commercio globale sono percorse dai giganti dei container come l’italo-svizzera MSC, la danese Maersk o la cinese COSCO.
A questo squilibrio tra potere militare e proprietà dei mezzi di navigazione si aggiunge l’offensiva infrastrutturale della Cina, che attraverso la Nuova Via della Seta ha acquisito partecipazioni o il controllo totale di oltre cento porti strategici in tutto il mondo, dal Pireo in Europa fino ai terminal africani e sudamericani.
Questo significa che, mentre i cacciatorpediniere americani pattugliano il “vuoto” delle acque internazionali, la Cina sta conquistando il “pieno” delle banchine, dei software logistici e delle gru, rendendo di fatto inutile il controllo delle rotte se i punti di arrivo e di partenza rispondono politicamente o economicamente a Pechino.
Questa asimmetria trasforma l’egemonia marittima americana in un gigante dai piedi d’argilla, dove la superiorità tecnologica dei missili e dei radar si scontra con la realtà di un’economia che ha ceduto le chiavi della logistica e della produzione navale ai suoi stessi rivali, rendendo il controllo dei mari un lusso militare sempre più scollegato dalla realtà del potere economico territoriale.
Se il controllo delle acque non torna a essere supportato da una flotta mercantile nazionale e da una rete portuale sicura, il rischio è che gli Stati Uniti continuino a spendere per proteggere un sistema globale che, alla fine del viaggio, deposita la sua ricchezza proprio nelle casse di chi punta a sostituirli come nuova superpotenza mondiale.
Soprattutto, senza controllo dei mari, la posizione del dollaro come valuta di pagamento internazionale diventa ancora più debole.
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Il masochismo programmatico del “campo largo”
C’è un’idea interessante, quasi estetica, nel fallimento della “sinistra” italiana. Qualcosa che ha la grazia di un suicidio assistito, ma fatto con il sorriso a trentadue denti e la cravatta sottile da rottamatore.
Prendete la matita e appuntatevi due numeri. Anno 2014, Elezioni Europee: il Partito Democratico prende il 40,81%. Undici milioni e duecentomila voti. Un’estasi. Il popolo si inchina al “giglio magico”, all’uomo delle riforme bold e della modernità a chilometro zero. Ottanta euro in tasca e il mondo ai nostri piedi.
Poi succede la magia.
Arrivano le politiche del 2022. Quello stesso PD stacca un misero 19,07%. Cinque milioni e trecentomila voti. Tradotto in italiano corretto: 5.847.051 italiani hanno preso la porta e sono scappati. Più di cinque milioni e ottocentomila persone che avevano creduto alla narrazione del “nuovo corso” e che, dopo aver assaggiato il Jobs Act, le privatizzazioni felici, lo smantellamento delle tutele e il neoliberismo con la spilla d’ordinanza sulla giacca, si sono svegliate dal sogno con una solenne e sonora arrabbiatura.
Un’intera regione d’Italia che dice: “Sapete cosa c’è? Andate a quel paese”. L’intero schieramento di centrosinistra ha bruciato strada facendo oltre 5,2 milioni di voti, crollando dal 45,78% a un malinconico 26,13%.
E mentre “a sinistra” si celebrava la liturgia del disastro, il centrodestra cosa faceva? Stava alla finestra a raccogliere i premi. Da quegli 8,6 milioni di voti del 2014 (32,32%), si è ritrovato a quota 12,3 milioni nel 2022 (43,79%). Più 3,65 milioni di voti guadagnati. Più undici punti e mezzo di percentuale presi di rimbalzo, senza manco doversi sforzare troppo. È bastato stare fermi e guardare la “sinistra” che si cannibalizzava in nome del mercato.
Ora, una persona comune, dotata del minimo sindacale di intelletto, di fronte a un simile disastro direbbe: “Forse abbiamo sbagliato analisi. Forse aver fatto la destra meglio della destra non è stata un’idea geniale”.
E invece no. Loro cosa fanno? Si mettono a progettare il Campo Largo. E verso chi spalancano le braccia? Ma certo! Verso il padre nobile di questa disfatta. Il pifferaio magico che ha polverizzato sei milioni di consensi: Matteo Renzi. Se oggi non è ancora ufficialmente seduto al tavolo è solo perché c’è Conte che si oppone e fa muro, ma l’intenzione di aprirgli la porta è chiarissima.
E in tutto questo teatrino, dove sono i duri e puri della sinistra ecologista e radicale? Dove sta Alleanza Verdi e Sinistra? Stan lì. Con la testa ricurva, il cappello in mano e lo sguardo basso. Pronti ad aprire a Renzi pur di non scontentare il Nazareno, svolgendo con devozione francescana la loro storica e naturale funzione biologica: fare i portatori d’acqua al PD. Protestano un po’ a favore di camera, fanno la smorfia, e poi si allineano. Obbedienti.
Ma allora la domanda sorge spontanea, quasi filosofica: Ma sono stupidi? O lo fanno apposta?
Perché vedete, l’incapacità pura ha un limite. La stupidità prima o poi inciampa per sbaglio in una scelta giusta. Qui siamo oltre. Qui c’è una vocazione. L’ipotesi è che non siano affatto stupidi. Hanno un compito preciso, una missione quasi liturgica: la neutralizzazione preventiva dell’alternativa.
Il loro ruolo sociale non è vincere, né tantomeno cambiare le cose. Il loro compito è recintare il dissenso. Occupare lo spazio a sinistra per impedire che nasca qualcosa di autenticamente rottamante e pericoloso per i salotti che contano. Servono a rassicurare i mercati, a dire: “Tranquilli, l’opposizione siamo noi, non faremo niente di male”. Fanno finta di essere l’alternativa per garantire che nulla cambi mai davvero.
È la “sinistra da passerella”: severa nei principi, elegantissima nelle sconfitte, e rigorosamente servile nei fatti. Un capolavoro di masochismo programmatico.
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Gli USA vogliono chiudere la porta all'AI cinese. Ma è già dentro casa
Gli Stati Uniti stanno mettendo il mondo di fronte a un bivio. Secondo una bozza del Dipartimento di Stato visionata da Reuters, Washington si prepara ad avvertire 35 paesi partner che, nella competizione globale sull’intelligenza artificiale, non sarà possibile stare contemporaneamente nel campo americano e in quello cinese.
Il perno di questa strategia è Pax Silica, l’iniziativa con cui Washington sta cercando di costruire attorno agli Stati Uniti una filiera tecnologica completa: dai minerali critici ai semiconduttori, dai data center fino ai modelli di intelligenza artificiale. L’obiettivo non è soltanto assicurarsi forniture affidabili, ma rendere sempre più difficile per i paesi alleati utilizzare tecnologia cinese.
Una ventina di paesi ha già aderito, tra cui alcuni dei principali alleati di Washington in Asia e in Occidente. Ora gli Stati Uniti vogliono fare un passo ulteriore: trasformare quella cooperazione tecnologica in una vera e propria scelta di campo.
Contemporaneamente a luglio il presidente cinese Xi Jinping ha lanciato un’organizzazione rivale, la “Organizzazione mondiale per la cooperazione sull’intelligenza artificiale”, un’iniziativa che ha riunito 29 paesi in un organismo intergovernativo con sede a Shanghai che la Cina descrive come una “piattaforma aperta e inclusiva per la governance globale dell'IA”.
Al centro del messaggio di Pechino c'è l'enfasi sull'apertura (开放), traghettata dall'approccio "open source" (开源). Al centro del messaggio di Washington, invece, c’è la sicurezza delle catene di approvvigionamento e la scelta di campo: o si aderisce all’iniziativa statunitense o si aderisce a quella cinese.C’è però un problema: l’intelligenza artificiale cinese è già dentro gli Stati Uniti: viene sempre più utilizzata dalle aziende statunitensi ed è anche in grado di influenzare i mercati statunitensi.
Il “Kimi Moment”Il 17 luglio 2026 il Philadelphia Semiconductor Index, indice che comprende 30 delle principali aziende statunitensi di semiconduttori, scende di oltre il 12%, inaugurando un calo che toccherà il 20% rispetto al suo picco di fine giugno. I media statunitensi parlano di “bear market”, cioè un calo marcato e prolungato dei prezzi e un diffuso pessimismo degli investitori.
La causa immediata era stata annunciata il giorno prima a Pechino, alla vigilia della Conferenza mondiale sull’intelligenza artificiale di Shanghai. Una società nata tre anni fa e con circa duecento dipendenti aveva pubblicato un modello linguistico, Kimi K3, promettendo che entro una decina di giorni chiunque avrebbe potuto scaricarlo.
Un copione già visto. Nel gennaio 2025 era stato DeepSeek a scuotere Wall Street. Il suo modello aveva messo in discussione una delle convinzioni su cui si reggeva il boom dell’intelligenza artificiale americana: che per costruire modelli competitivi fosse necessario spendere somme enormi e avere accesso alle GPU più avanzate.
Con Kimi K3 la domanda torna a essere sostanzialmente la stessa. Se aziende cinesi relativamente piccole riescono a sviluppare modelli vicini alla frontiera e poi a distribuirli liberamente, quanto vale davvero il vantaggio costruito dagli Stati Uniti investendo centinaia di miliardi di dollari in chip, data center e infrastrutture?
K3, peraltro, non è un modello piccolo.
Sviluppato dalla cinese Moonshot AI, Kimi K3 è un modello enorme: contiene 2.800 miliardi di parametri, cioè 2.800 miliardi di piccole “regolazioni interne” che il modello ha imparato durante l’addestramento e che, tutte insieme, determinano come interpreta una domanda e costruisce la risposta.
K3 utilizza un’architettura chiamata Mixture of Experts: invece di attivare tutto il modello ogni volta che deve generare una parola, dispone di 896 diversi “esperti” e ne seleziona soltanto 16 per ciascun passaggio. In pratica è come avere a disposizione una gigantesca squadra di specialisti, chiamando di volta in volta soltanto quelli utili per il problema da risolvere.
L’IA elabora le informazioni dividendole in token, cioè piccole unità elementari in cui un modello di IA scompone le informazioni per elaborarle o produrle: nel linguaggio possono essere parole o frammenti di parole, mentre nei modelli multimodali possono rappresentare anche parti di immagini, suoni o altre informazioni. Per ogni token K3 attiva circa 104 miliardi di parametri, una frazione dei 2.800 miliardi complessivi.
È questo uno dei meccanismi che permette di aumentare enormemente la capacità del modello senza far crescere nella stessa proporzione il costo di ogni risposta.L’altra caratteristica impressionante è la memoria di lavoro. K3 può gestire una finestra di contesto di oltre un milione di token. La finestra di contesto indica quante informazioni il modello riesce a tenere presenti contemporaneamente mentre elabora una risposta. Nel caso di K3 significa, almeno in teoria, poter analizzare in una sola sessione migliaia di pagine di testo, un grande archivio di documenti o buona parte del codice di un progetto software. Inoltre è multimodale: non lavora soltanto con le parole, ma è stato progettato fin dall’origine per comprendere anche immagini e contenuti visivi.
Ma le dimensioni contano relativamente. Quello che ha attirato l’attenzione sono soprattutto le prestazioni.
Al momento del lancio, Kimi K3 si è classificato secondo su 39 modelli nel Vals AI Index, un indice che valuta le prestazioni di un modello AI simulando attività professionali.
Un risultato simile è arrivato dall'Artificial Analysis Intelligence Index, una delle classifiche indipendenti più seguite nel settore. Kimi K3 si è piazzato al terzo posto, con prestazioni paragonabili a Claude Opus 4.8 e GPT-5.5 e dietro soltanto a Claude Fable 5 e GPT-5.6 Sol.
Il risultato più alto è arrivato dalla Frontend Code Arena, dedicata alla capacità dei modelli IA di creare siti e interfacce web. Al debutto Kimi K3 è salito al primo posto, davanti a Claude Fable 5 e GPT-5.6 Sol.
Kimi K3 è infatti particolarmente forte in una categoria diventata sempre più importante: quella dei modelli “agentici”. Non significa soltanto rispondere bene a una domanda, ma ricevere un obiettivo, decidere autonomamente una serie di passaggi, usare strumenti esterni, consultare documenti, scrivere codice e correggersi lungo il percorso.
Il modello è inoltre distribuito con i pesi completi, cioè con tutte le regolazioni interne che ha imparato durante l’addestramento. In pratica, chi lo scarica non riceve soltanto il progetto del modello, ma anche gran parte di ciò che il modello ha già imparato, e può quindi eseguirlo sui propri server, modificarlo e adattarlo a esigenze specifiche.Non è una licenza “open source” ma è open-weight e consente di utilizzare, modificare, distribuire, addestrare ulteriormente e integrare K3 in prodotti derivati. Il modello può essere eseguito localmente, riducendo per chi lo usa la dipendenza dal produttore del modello stesso, abbassando i costi per chi dispone di risorse proprie e garantendo un maggiore controllo sui dati.
Soprattutto, favorisce la nascita di un ecosistema molto più ampio: una volta pubblicati i pesi, il modello può essere copiato, ottimizzato e redistribuito da soggetti diversi, fino a diventare uno standard tecnologico difficile da contenere entro i confini di una singola azienda o di un singolo paese.
Ma contemporaneamente il produttore, in questo caso Moonshot, conserva alcune condizioni commerciali. Ad esempio, un operatore che offre il modello come servizio e supera 20 milioni di dollari di ricavi in dodici mesi deve concludere un accordo separato con Moonshot. E questo negli USA sta già accadendo.
La strategia open-weight: che ci guadagna la Cina?Come riporta oggi Reuters, Moonshot starebbe negoziando con Microsoft Azure, Amazon Web Services e Google Cloud per portare K3 sulle loro piattaforme, chiedendo fino al 30% dei ricavi generati dai servizi basati sul modello. Se l’accordo andasse in porto, sarebbe il primo grande accordo di revenue sharing di questo tipo tra una società cinese di IA e i principali gruppi cloud americani.
Come scrive Reuters:
Le discussioni [tra Moonshot e le società americane] mettono in luce come i modelli di intelligenza artificiale cinesi all’avanguardia, spesso molto più economici di quelli occidentali, stiano guadagnando terreno negli Stati Uniti, nonostante le preoccupazioni per la sicurezza nazionale a Washington che hanno portato al divieto di esportazione di chip per l’IA verso la Cina. Queste discussioni si svolgono inoltre nonostante le critiche mosse al modello di Moonshot da alti funzionari statunitensi.
Moonshot è infatti finita nel mirino del Segretario del Tesoro statunitense Scott Bessent, il quale il mese scorso ha dichiarato che potrebbe inserirla in una lista nera commerciale. I funzionari statunitensi hanno accusato l’azienda con sede a Pechino di aver rubato informazioni dal modello più sofisticato di Anthropic, Fable, per contribuire alla creazione di Kimi K3 e di aver acquisito illegalmente chip di Nvidia.
Il caso di Moonshot non è isolato, ma riflette una differenza più generale che sta emergendo tra gli ecosistemi di intelligenza artificiale americano e cinese.
Negli Stati Uniti la frontiera rimane prevalentemente chiusa: OpenAI, Anthropic e Google conservano il controllo dei propri modelli più avanzati e vendono l’accesso attraverso abbonamenti, API e servizi cloud. In Cina si sta affermando invece una strategia fondata sulla diffusione: DeepSeek, Alibaba, Z.ai e Moonshot hanno pubblicato alcuni dei loro modelli più competitivi con pesi aperti, permettendo ad altre aziende di scaricarli, modificarli e costruirci sopra nuovi prodotti.
Sono, semplificando, due modi diversi di conquistare il mercato. Le grandi IA americane cercano soprattutto di vendere l’accesso all’intelligenza; quelle cinesi cercano di diffondere la propria intelligenza il più possibile. Nel primo caso il valore deriva dal controllo del modello; nel secondo dalla possibilità che quel modello diventi una piattaforma utilizzata da migliaia di sviluppatori, aziende e servizi.Per la Cina, inoltre, apertura, bassi costi ed efficienza permettono di spostare la competizione da un terreno nel quale gli Stati Uniti conservano un enorme vantaggio – capitale, chip e data center – a un altro: chi riuscirà a far adottare la propria tecnologia dal maggior numero di persone e imprese nel Mondo.
Come scrive il Financial Times, il prossimo “china-shock” potrebbe arrivare dall’intelligenza artificiale open-source. I Paesi che adottano modelli cinesi assorbiranno anche gli standard e la governance cinesi. Come si legge nell’articolo:
Alla recente Conferenza mondiale sull'intelligenza artificiale di Shanghai, il presidente Xi Jinping ha presentato la Cina come paladina dell'IA open-source a basso costo, definendola un bene pubblico globale in contrapposizione all'alternativa statunitense.
L'influenza geopolitica di Pechino sulle infrastrutture critiche è in crescita e i Paesi che adottano l'IA cinese, nel tempo, assorbiranno gli approcci cinesi agli standard tecnici e ai principi di governance.
[Il prossimo “china-shock”] si baserà non solo sull'esportazione di tecnologia cinese, ma anche sull'approccio della Cina all'innovazione come progetto nazionale. La strategia open-source per l'IA è di per sé frutto di vincoli. Prima che la startup cinese DeepSeek portasse alla ribalta l'IA open-source nel 2025, Huawei aveva già dato un contributo fondamentale allo sviluppo dell'open source in Cina. Dopo essere stata inserita nella Entity List statunitense nel 2019, le restrizioni all'accesso all'hardware e al software americani hanno spinto l'azienda a costruire ecosistemi software open-source come HarmonyOS e MindSpore.
I modelli open-weight riducono i costi di adozione, ampliano le comunità di sviluppatori e consentono alle aziende di aggirare i vincoli imposti dalla mancanza di accesso ai chip più avanzati. Sono particolarmente interessanti per i mercati emergenti, ma stanno guadagnando popolarità tra gli sviluppatori di tutto il mondo grazie alla loro efficienza in termini di costi e all'adattabilità a diversi carichi di lavoro.
L'obiettivo di Xi è accelerare la diffusione globale della tecnologia cinese, consolidare la propria posizione strategica all'estero, diversificare l'esposizione della Cina al rischio geopolitico e plasmare il sistema globale a proprio vantaggio.
Il prossimo shock non arriverà a bordo di una nave portacontainer. Si diffonderà attraverso i principi che regolano le tecnologie cinesi di intelligenza artificiale. Il mondo non è preparato a ciò che accadrà.
Come riporta CNBC, “i modelli di intelligenza artificiale cinesi stanno guadagnando terreno presso le aziende statunitensi, mentre i costi di OpenAI e Anthropic aumentano vertiginosamente”. OpenRouter, una piattaforma che consente agli sviluppatori di accedere a una vasta gamma di modelli di IA, ha osservato che sei dei primi dieci modelli della sua classifica per numero di token elaborati provenivano da società cinesi: tre versioni di DeepSeek V4, Xiaomi MiMo, Tencent Hy3 e GLM-5.2 di Zhipu AI.
È un dato impressionante, ma non deve essere confuso con la quota dell’intero mercato americano. OpenRouter misura il traffico che passa attraverso la propria piattaforma, ha una base di utenti internazionale, esclude le richieste mantenute private e non vede ciò che transita direttamente dalle API di OpenAI, Anthropic, Google, Moonshot o dagli impianti aziendali.
Come prosegue l’articolo della CNBC, il modello GLM 5.2 della cinese Z.ai è stato lanciato a giugno con grande clamore e ha registrato la più rapida adozione di qualsiasi altro modello monitorato da Vercel, una piattaforma che consente agli sviluppatori di implementare ed eseguire app e siti web.
GLM 5.2 è anche tra i primi cinque modelli usati su LaunchLemonade, una piattaforma di agenti di intelligenza artificiale per settori regolamentati.
A giugno, la startup di intelligenza artificiale Lindy ha trasferito il 100% del suo traffico dai modelli Claude di Anthropic a DeepSeek, una decisione che, secondo l’amministratore delegato della startup, “farà risparmiare a Lindy milioni di dollari entro pochi mesi”.
I modelli open source cinesi possono essere dal 60% al 90% più economici rispetto ai modelli statunitensi, operando in modo molto simile ai migliori modelli di frontiera americani. Il ritardo tecnologico della Cina rispetto agli USA stimato ad oggi è attorno ai 6-9 mesi.Questi fatti mostrano quanto l’intelligenza artificiale cinese sia già strutturalmente rilevante negli Stati Uniti, almeno nelle aree più sensibili al prezzo: sviluppatori, applicazioni agentiche, servizi di routing e utilizzatori di modelli open-weight.
Sono le aree da cui spesso nascono le infrastrutture del futuro. Le grandi trasformazioni tecnologiche non cominciano necessariamente dai consumatori di massa: possono cominciare dalle librerie, dai framework e dalle decisioni apparentemente minori degli sviluppatori.
Come gli USA cercano di contenere la CinaLe strategie dei due contendenti nella competizione sull’IA possono essere allora riassunte così: Washington cerca di rendere la Cina tecnologicamente isolabile; Pechino cerca di rendere l’isolamento tecnologicamente impraticabile.
Dal 2022 Washington ha progressivamente limitato l'accesso cinese alle GPU avanzate, alle apparecchiature per produrre semiconduttori avanzati e ad altre tecnologie critiche. Nel 2026 la politica è stata parzialmente rimodulata, ma il principio rimane: impedire alla Cina di avere accesso libero alla frontiera del calcolo.
Il problema è che questa è soltanto una strategia di negazione: può rallentare la Cina, ma non garantisce che il resto del mondo continui a utilizzare tecnologia americana. Per ottenere questo risultato occorre costruire un'intera catena economica alternativa a quella cinese, dalla materia prima fino al cliente finale.
La struttura può essere letta su tre livelli.
A monte c’è Project Vault, l’iniziativa pubblica e privata da 12 miliardi di dollari lanciata dagli Stati Uniti a febbraio 2026 per creare una riserva strategica di terre rare e minerali critici. La funzione non è soltanto accumulare minerali: creando un acquirente pubblico relativamente prevedibile, Washington cerca di rendere economicamente sostenibili miniere e filiere che altrimenti potrebbero essere schiacciate dai bassi prezzi cinesi. Nell’ambito delle terre rare, la vera difficoltà non è trovare un giacimento fuori dalla Cina, ma renderne non cinesi l’estrazione, la raffinazione, il trasporto e la vendita.
Nel mezzo c'è FORGE, l'iniziativa internazionale lanciata dagli Stati Uniti il 4 febbraio 2026 che mira a costruire catene di approvvigionamento diversificate per i minerali critici e le terre rare, riducendo la forte dipendenza globale dal mercato cinese. Deve coordinare governi, finanziatori, miniere, impianti di raffinazione e utilizzatori industriali. In altre parole: una miniera australiana, africana o centroasiatica serve relativamente a poco se poi il minerale deve andare in Cina per essere raffinato. La strategia americana cerca quindi di costruire le connessioni mancanti fra estrazione, lavorazione, capitale, infrastrutture e industria.
A valle c'è Pax Silica. Ed è probabilmente il tassello più interessante. Non serve soltanto a procurarsi minerali e chip: serve a creare la domanda finale che renda economicamente sostenibile tutta la catena precedente. Pax Silica collega minerali, energia, semiconduttori, data center, infrastrutture di calcolo e infine modelli IA. Il Dipartimento di Stato l'ha definita esplicitamente un'iniziativa che attraversa l'intera catena di approvvigionamento dell'IA e ha annunciato un fondo iniziale da 250 milioni di dollari destinato a catalizzare capitali molto maggiori.
La Cina parte da una posizione quasi speculare. Ha un enorme vantaggio industriale e nella lavorazione dei minerali, ma uno svantaggio nella parte più sofisticata della computazione: GPU di frontiera e alcune apparecchiature per produrle.
Cercare semplicemente di costruire una copia dell’ecosistema americano sarebbe costosissimo e richiederebbe tempo. La risposta cinese è quindi in parte asimmetrica.
La popolarità internazionale dei modelli open-weight è per Pechino un'occasione per creare dipendenza dallo stack tecnologico cinese, soprattutto nei paesi che non hanno accesso ad alternative americane altrettanto economiche e aperte.
Ma per funzionare, la strategia cinese ha comunque bisogno di coordinazione. Il Piano d'azione cinese per la cooperazione e lo sviluppo dell'IA, pubblicato il 17 luglio, contiene otto aree di cooperazione. E viste insieme assomigliano a una risposta cinese all’offensiva americana.
Pechino propone dati, connessione delle infrastrutture di calcolo e servizi di IA computing accessibili ai paesi in via di sviluppo, comunità open-source internazionali e condivisione di modelli, algoritmi e strumenti. Lo scopo dichiarato dall’organizzazione per la cooperazione IA lanciata da Pechino è la costruzione congiunta delle regole tecniche e l’ideazione di meccanismi internazionali comuni, mentre la diplomazia cinese presenta l’IA come «bene pubblico» per il Sud globale.
Gli Stati Uniti dicono sostanzialmente ai propri partner di entrare nel loro ecosistema perché possiedono le tecnologie migliori, il capitale, i chip e il cloud più avanzati; in cambio offrono accesso a una filiera affidabile (al momento solo in costruzione).Pechino risponde che non occorre dipendere dall’oligopolio americano, e offre modelli aperti, possibilità di personalizzarli, infrastrutture, formazione, applicazioni e una voce nella definizione delle regole.
Gli Stati Uniti possono chiedere ai governi di scegliere, ma è molto più difficile chiedere la stessa cosa agli sviluppatori, alle imprese e al software.
Democrazia export alla Trump: cent’anni di petrolio venezuelano
I predatori
«Il più grande accordo petrolifero nella storia del mondo» insiste nella sua nota modestia. Grazie anche ai coriferi segretario di Stato Marco Rubio e segretario alla Guerra Pete Hegseth «in stretta collaborazione con la stimatissima presidente ad interim del Venezuela». Raddoppio delle riserve petrolifere americane, «e ridurrà i prezzi del carburante per tutti gli americani», la promessa di vigilia elettorale di Medio termine tutta da verificare.
E i venezuelani?
S’è l’è chiesto Claudia Fanti sul Manifesto. «Il popolo chavista, che dal 3 gennaio in poi, ha mandato giù, più che singoli rospi, un intero stagno, non comprende appieno di quale cessione di sovranità si tratti». Costi e i rischi dell’intera operazione. Malgrado il pressing di Trump sulle compagnie, la produzione petrolifera nel paese è aumentata solo di circa 200 mila barili nell’ultimo anno. «Accordo incostituzionale», lo denuncia l’economista venezuelano e docente di Harvard Ricardo Hausmann, «da un governo ad interim illegittimo, con una legge sugli idrocarburi altrettanto illegittima». «Sarà un fiasco per tutti i soggetti coinvolti, a cominciare da Rubio».
Misteri oltre le iperboli fasulle
La CNN riferisce che gli Usa otterranno il «55% della produzione effettiva» e concessioni per lo sfruttamento di giacimenti petroliferi pari a quasi un quarto delle riserve petrolifere del Paese e per la durata addirittura di 100 anni. E secondo Axios, il governo venezuelano starebbe valutando la possibilità di ritirarsi da quell’Opec che il paese aveva contribuito a creare nel 1960. Un nuovo colpo al blocco dei produttori di greggio, dopo l’abbandono degli Emirati Arabi ad aprile, ma che consentirebbe al Venezuela di avere le mani più libere per gestire, naturalmente sotto il controllo degli Stati Uniti, la sua capacità produttiva.
Pratica del capitalismo predatorio
«Ogni barile sarà pagato appena tre dollari, il 5% del valore del Brent», la sintesi. Ma per Francesco Sassi «è colonialismo. In epoca di mine iraniane nello Stretto di Hormuz e di droni ucraini sulle raffinerie russe, l’accordo rincuorerà molti. Soprattutto coloro che, preoccupati dall’aumento dei costi dei carburanti, non ultimo il governo italiano, cercano conforto nonostante la ‘policrisi’ in atto». Ed ora l’accordo Washington-Caracas, ottenuto dopo mesi di pressione esplicita e implicita esercitata dagli Stati Uniti, rinnova il bisogno di fare chiarezza visto che Trump ha sbandierato il documento come «il più grande accordo petrolifero nella storia mondiale».
La sola vera ‘innovazione’
Cosa è stato imposto di fatto? A differenza della Cina, della Russia o dello stesso Venezuela, non esiste una compagnia petrolifera statale americana. E oggi il governo degli Stati Uniti entra come proprietario di riserve petrolifere di un paese terzo. Fuori e oltre dagli schemi anche del capitalismo predatorio di parte dell’industria petrolifera a stelle e strisce. Un ‘patriarcato’ petrolifero che se ne frega sia delle compagnie energetiche americane ed europee che continuano oggi a investire in Venezuela, sia di una impeachment contro Trump. «Lo stesso vale per il crollo dell’attuale regime chavista e la presa di potere di un’opposizione che, paradossalmente, oggi grida allo scandalo per le condizioni a cui il Venezuela ha svenduto il proprio petrolio».
Cosa resta al Venezuela
Secondo le stime della presidente ad interim del Venezuela, Delcy Rodríguez, l’accordo assicurerà a Caracas 209 miliardi di tasse. Ciò si traduce in poco più di tre dollari per singolo barile di petrolio concesso agli Usa, meno del 5% del valore attuale del Brent: «un guadagno ridicolo che fa da cornice a questo raccapricciante amalgama politico-energetico».
Capitalismo predatorio
La dottrina ‘Donroe’, la variante firmata da “The Donald” della Dottrina Monroe, con la quale, nel 1823, il presidente nordamericano rivendicava il «diritto manifesto di esportare la democrazia Usa a sud del Rio Bravo come barriera al colonialismo europeo». Ma a Trump della democrazia non importa nulla. La “sua” dottrina prevede che le principali risorse del subcontinente – petrolio, acqua dolce, metalli preziosi, terre rare e litio – siano considerate «assets strategici degli Usa». Tanto che la dottrina Donroe – spiega Roberto Livi – è diventata parte della National Security Strategy (NSS) degli Stati Uniti per il 2026. Il 7 marzo, convocati alla residenza imperiale a Mar-a Lago, dodici presidenti latinoamericani hanno firmato il trattato «Scudo delle Americhe».
Sotto la copertura della lotta ai narcos e ai terroristi, i dodici hanno accettato il ruolo di vassalli di Trump per tenere lontane le presenze finanziario-commerciali di Pechino dal subcontinente, ormai ridotto a «risorsa strategica degli Usa».
I Vassalli all’Imperatore
Il Venezuela aveva già accettato il ruolo di vassallo, affidando a compagnie petrolifere statunitensi l'ammodernamento delle infrastrutture di estrazione, la licenza di commercializzazione e il greggio estratto. Ma dei 53 miliardi di dollari passati per le mani di Trump, 13 sono «scomparsi». Il presidente argentino Javier Milei, ha ceduto le distese (un decimo dell’Italia) bituminose di Vaca Muerta al fracking di grandi compagnie. E una delle new entry dell’estrema destra continentale, la presidente del Perù Keiko Fujimori, firmi l’accordo per una superbase militare Usa a Callao. L’altro fedelissimo, il presidente equadoriano Daniel Noboa è pronto ad affittare ai marines una delle isole Galapagos. Per ultimo, il presidente colombiano De Espriella, già allineato ancor prima di metter piede alla Casa de Nariño.
Il poco di rosa che rimane
«Lula è rimasto unico rappresentante dei leader che avevano colorato di rosa gran parte dell’America Latina. A ottobre dovrà affrontare un altro vassallo in pectore di Trump, Flávio Bolsonaro, lanciato sulle orme del padre». Tragedia per Cuba che resiste strenuamente allo stragolamento energetico, finanziario e commerciale di Trump e difende a denti stretti la sua sovranità. Una parte, però, rischia già di perderla. La compagnia canadese Sherritt, che per decenni ha estratto, lavorato e commercializzato il nichel e il cobalto cubano è stata costretta dalle sanzioni (1° maggio) del segretario di Stato Rubio a chiudere l’attività nei giacimenti di Moa (più del 20% delle riserve globali di nichel). Ora è sicuro che venderà ad amici dell’amministrazione Trump. Più ‘Al Capone’ –come detto sopra – che ‘alta politica’.
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La nuova strategia cinese di satelliti "chiavi in mano"
Si registra una nuova svolta nel settore spaziale cinese. Un’azienda privata di Pechino ha consegnato a un governo straniero il suo primo “pacchetto completo” composto da satellite e sistema di terra. La società in questione, GalaxySpace, ha realizzato e messo in orbita un satellite Lingzhi-09 Thailand CubeSat per il telerilevamento a bordo di un razzo Long March 6C. Il Dragone ha così delineato un modello inedito attraverso il quale conquistare i mercati dei Paesi in via di sviluppo.
La Cina ha infatti costruito il satellite per conto di Bangkok, lo ha lanciato usando un proprio razzo e ha pure messo a disposizione delle autorità thailandesi le apparecchiature necessarie per comunicare con il CubeSat. Sviluppato per l’Agenzia thailandese per lo sviluppo della geoinformatica e delle tecnologie spaziali (Gistda), il satellite raccoglierà dati di telerilevamento per applicazioni in ambito territoriale, agricolo ed ecologico, e supporterà anche la formazione pratica degli studenti universitari thailandesi.
La nuova strategia spaziale della CinaIl “pacchetto chiavi in mano”, se così può essere definito, è uno stratagemma pensato dalla Cina per espandere la propria influenza nel settore spaziale internazionale e sfidare SpaceX di Elon Musk. Con la Thailandia, Pechino ha dimostrato di poter offrire una soluzione integrata dalla consegna del satellite alle operazioni di lancio, fino a includere anche la formazione del personale straniero. Nello specifico, GalaxySpace, la prima azienda cinese del settore spaziale commerciale a raggiungere una valutazione di un miliardo di dollari, ha fornito a Gistda un pacchetto chiavi in mano comprendente il veicolo spaziale, il sistema di terra e la preparazione degli addetti thailandesi.
Yang Kuan, professore associato presso l’Istituto di Tecnologia di Pechino e vicedirettore dell'Istituto di Politica e Diritto Aerospaziale, ha spiegato a Financial News che le aziende spaziali commerciali cinesi si stanno spostando dall'“esportazione di prodotti” all'“esportazione di servizi ed ecosistemi”, trasformando la tecnologia satellitare in un’offerta di servizi completa per i mercati esteri.
Non solo: questa silenziosa espansione internazionale avviene proprio mentre Pechino intensifica il dispiegamento di costellazioni satellitari sfidando il progetto Starlink di SpaceX.
La sfida a SpaceXSe GalaxySpace si è fatta notare per aver offerto un servizio spaziale chiavi in mano, SpaceSail, altra azienda cinese rilevante nell’ambiente, ha ottenuto l’autorizzazione a fornire servizi di comunicazioni satellitari in Brasile, esplorando al contempo mercati come Malesia, Thailandia e Kazakistan. Geespace, una società sostenuta da Geely, ha invece condotto test di comunicazioni satellitari con operatori tlc in oltre 20 Paesi tra Medio Oriente, Africa, Sud Est Asiatico, Asia centrale, Asia meridionale e America Latina.
Attenzione però perché, come ha spiegato il South China Morning Post, la capacità del Dragone di esportare satelliti dipende da un duplice fattore ancora da sviluppare: i razzi ma ancor più la possibilità di lanciare satelliti a prezzi accessibili.
Secondo un recente paper del Mercator Institute for China Studies, alcuni servizi di lancio cinesi possono costare circa 20.000 dollari al chilogrammo rispetto ai circa 2.700-3.000 dollari al chilogrammo del Falcon 9 riutilizzabile di SpaceX.
A proposito: sul fronte dei razzi riutilizzabili LandSpace ha recuperato il primo stadio del suo razzo Zhuque-3 (ne abbiamo parlato qui): un traguardo necessario per consentre alla Cina di sfidare e, prima o poi forse superare, il colosso di Musk.
Il ricordificio sui morti di lavoro
Ci deve essere un ufficio apposito, da qualche parte, che si occupa di ricordare alle nostre “autorità” le date, gli anniversari che devono essere assolutamente ricordati.
Tra queste spiccano le stragi di lavoratori, oggi Brandizzo, ieri Firenze, l’altro ieri Luana e via andando. Brevi spezzoni televisivi ricordano quelle giornate, chi ci riesce strappa due parole a un parente ormai più incazzato che affranto. Una sorta di lavatrice delle coscienze e delle responsabilità che ha molti detersivi, il governo, le forze politiche tutte, Cgil, Cisl, Uil.
Nel mezzo il nulla. O meglio, un sacco di atti unici teatrali a cui partecipano tutte le “autorità” durante i quali si fa a gara a chi si scandalizza di più, a chi si batte il petto, piano piano per favore, a chi promette provvedimenti esemplari e risolutivi. Poi, passato qualche giorno, calano le tenebre fino al prossimo ricordo suggerito dall’ufficio apposito.
Intanto i @mortidilavoro aumentano a dismisura, si vietano gli scioperi per ripararsi dal calore, si accettano le versioni di comodo dei padroni, quelle secondo cui il morto era al primo giorno di lavoro, per questo non era stato ancora denunciato all’Inail, si vieta alla commissione sicurezza del Ministero di Giustizia di scrivere nella propria relazione che l’introduzione del reato di omicidio sul lavoro e lesioni gravi e gravissime sarebbe un buon deterrente nei confronti di quei padroni, tanti, ancora troppi, che preferiscono gli utili alla salvaguardia della vita umana.
Il livello di gravità che ha raggiunto la questione tutela della salute e della sicurezza sul lavoro merita una grande mobilitazione che spazzi via chi se ne frega del rischio che si corre ad andare la mattina a lavorare e chi pensa di cavarsela commemorando, una tantum, tanto non costa nulla, le vittime delle loro scelte di morte.
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