Presentazione


Analisi, opinioni, fatti e (più di rado) arte da una prospettiva di classe.

02/11/2026

Evadere con classe: la moralità pubblica al servizio del capitale

In tempi di manovra di bilancio e in clima ormai pre-elettorale la recente pubblicazione delle nuove stime del tax gap elaborate dal Ministero dell’Economia e delle Finanze ha fatto tracimare dalle acque di un dibattito politico stanco e ripetitivo il sempreverde tema dell’evasione fiscale.

Il tax gap, ovvero la differenza tra il gettito fiscale che si sarebbe raccolto se tutte le attività in essere fossero regolarmente registrate, e quello che effettivamente viene raccolto, è l’indice che misura l’evasione fiscale stimata. Quest’ultima include sia i mancati versamenti tributari (tasse e imposte) sia quelli contributivi (contributi sociali versati all’INPS).

Del resto, l’evasione è senza dubbio uno degli elementi più appariscenti delle numerose contraddizioni e storture del sistema fiscale italiano ed è il tipico tema che stimola discussioni molto accese e polarizzanti dove tuttavia tutte le parti coinvolte nascondono quasi sempre gli elementi fondamentali del contesto di sfondo.

L’evasione fiscale stimata in Italia ammontava secondo le stime del MEF e di ISTAT nel 2023 (ultimo dato disponibile) a circa 110-113 miliardi, un valore pari al 5,1%/5,3% del PIL. Tale ammontare viene calcolato a partire da una stima dell’economia sommersa ovvero quella parte di attività economiche legali ma volontariamente non registrate in tutto o in parte e che quindi non danno luogo (o danno luogo soltanto parzialmente) a versamenti tributari e contributivi. L’economia sommersa nel 2023 era stimata a circa 198 miliardi di euro pari al 9,2% del PIL. La gran parte dell’evasione è di natura tributaria (circa il 90%) mentre il restante 10% consiste di contributi sociali non versati all’ente previdenziale.

A titolo comparativo rispetto agli altri paesi europei il peso relativo dell’evasione in Italia è mediamente assai più elevato collocandosi su livelli medio-alti: circa il doppio della Germania, quasi il doppio rispetto alla Francia e al Regno Unito, su valori di poco superiori alla Spagna e al Portogallo e allineata a paesi dell’est Europa come Polonia e Ungheria.

È evidente che l’evasione fiscale si configura come un fenomeno di rilevante portata che oltre a rompere un patto legale e sociale che vincola lo Stato ai cittadini, conduce a due gravi conseguenze: una riduzione della capacità di gettito per lo Stato e gli enti locali e una redistribuzione del reddito regressiva.

Se il minor gettito incassato incide sulla capacità degli Stati di fare spesa pubblica – capacità vessata dai vincoli europei e dalle rigide regole su deficit e debito pubblico – le conseguenze distributive dell’evasione sono ancor più evidenti nello sbilanciamento delle fonti di reddito da cui deriva. La stragrande maggioranza dell’evasione è infatti attribuibile a lavoro autonomo e attività d’impresa, mentre soltanto una piccola parte (stimabile a non oltre il 10%) può essere attribuita a lavoro dipendente. Il motivo è semplice: i dipendenti anche se volessero non potrebbero evadere poiché i versamenti fiscali li effettua per loro conto il datore di lavoro come sostituto d’imposta. E in effetti anche quel 10% di evasione legata al lavoro dipendente è attribuibile essenzialmente a lavoratori in nero, che certo non sono tali per loro scelta. Insomma, l’evasione a conti fatti danneggia in modo preminente le fasce di reddito più basso e il lavoro dipendente.

Fatta questa premessa, è indispensabile fare un passo ulteriore, per far uscire la questione dell’evasione da un discorso sulla “moralità pubblica” nel quale viene spesso, e in modo interessato, confinato, come è accaduto nella recente puntata della trasmissione diretta da Corrado Augias “La Torre di Babele” appositamente dedicata all’evasione fiscale.

In particolare, la forte impressione che spesso si ha quando si discute di falle del nostro sistema tributario è che concentrare l’attenzione sull’evasione fiscale sia un efficace espediente per non parlare del sistema stesso e delle sue macroscopiche storture e ingiustizie che, a differenza dell’evasione sono invece perfettamente legali, legalizzate e addirittura incentivate. Ingiustizie e distorsioni create con pervicace coerenza da molti decenni che hanno letteralmente stravolto in senso regressivo la struttura dei tributi nel nostro paese.

In primo luogo, vi è un rilevante tema distributivo interno allo stesso fenomeno dell’evasione. Si calcola che circa l’80% del valore dell’evasione in Italia sia attribuibile a micro e piccole imprese e lavoro autonomo, mentre il restante 20% a medie e grandi imprese. Ciò è dovuto sia alla peculiarità del tessuto produttivo italiano, fatto in larghissima parte di piccole e piccolissime imprese (95% delle imprese esistenti), sia alla forte presenza di sacche di attività informali di difficile monitoraggio nel mondo delle micro-attività. A questo mondo il Governo ha offerto in questi anni il “concordato preventivo biennale”, cioè un accordo fra Stato e imprese sulle imposte da pagare nei due anni successivi, a prescindere dal reddito effettivo: in altre parole, qualunque guadagno ulteriore a quello previsto non era tassato per nulla.

Naturalmente, comunque, anche la grande impresa evade e quando evade lo fa su cifre pro-capite infinitamente più consistenti. Tuttavia, il vero tema, di cui si parla molto meno, è che le imprese oltre ad evadere, eludono. E l’elusione è tipica della grande impresa e tipicissima delle grandi imprese multinazionali.

Per elusione si intende l’insieme di operazioni legali prive di qualsiasi ratio economica che non sia il mero risparmio di imposta. In sostanza un raggiro a tutti gli effetti, ma pienamente legalizzato. Anche qui esiste la piccola elusione e la grande elusione. La prima sfrutta gli spazi e le aporie concesse dal sistema tributario nazionale, la seconda, ben più corposa e accessibile per lo più alle grandi imprese, sfrutta l’ingegneria dei sistemi fiscali internazionali adottando tecniche quali i prezzi di trasferimento, il trasferimento dei profitti, la sottocapitalizzazione, la manipolazione di interessi passivi e royalites ed altri sofisticati sistemi. L’elusione, a differenza dell’evasione, non è un’anomalia tollerata o sfuggente, ma è un pezzo costitutivo del sistema per come lo si è deciso di disegnare e dell’architettura di concorrenza fiscale globale plasmata in 4 decenni di neo-liberismo. Non un incidente, dunque, ma una precisa strategia, come dimostra l’ultimo pacchetto Tax Omnibus attualmente in discussione in sede europea che, come tutti i pacchetti Omnibus lanciati in questi anni, fa della ulteriore deregolamentazione la chiave per un presunto rilancio dell’economia europea.

L’altro aspetto generale che l’attenzione univoca sull’evasione nasconde, oltre allo scandalo dell’elusione, è quello della struttura complessiva del sistema tributario nel suo insieme, la sua stessa base costitutiva.

Molti dei commentatori che, giustamente, demonizzano l’evasione fiscale ma ingiustamente, la additano a sola a causa di tutti i mali, dimenticano di ricordare cosa è successo al sistema tributario italiano dagli anni ’80 ’90 dello scorso secolo. La tendenza di fondo è ben sintetizzabile in pochi e cruciali direzioni: la drastica diminuzione della progressività dell’imposta sui redditi (passata da 32 a 3 scaglioni dal 1974 ad oggi con una vertiginosa riduzione della distanza tra redditi afferenti al primo e all’ultimo scaglione di reddito); l’introduzione di regimi separati agevolati e non progressivi per una parte dei redditi da capitale (redditi da affitti, da attività finanziaria, redditi di società di capitali) e per il piccolo lavoro autonomo (regime forfettario fino a 85.000 euro) con conseguente estrema frammentazione caotica dei regimi fiscali; e infine l’approdo ad un sistema di libera circolazione di merci e capitali che ha consentito la libera delocalizzazione produttiva e fiscale dando libero corso a tutti quei meccanismi elusivi di cui beneficia il grande capitale produttivo e finanziario a caccia di paradisi fiscali o trattamenti agevolati.

Meccanismi che hanno, nel loro insieme, ridotto programmaticamente il sistema tributario ad un meccanismo selettivo di estrazione di risorse a carico quasi esclusivo del lavoro dipendente, dei pensionati e di una piccola porzione di imprese, per giunta con un ridottissimo livello di progressività residua.

Discutere di evasione fiscale è allora sacrosanto. Ma usarla come facile capro espiatorio a legittimazione implicita di un sistema fiscale la cui unica pecca sarebbe quella di non funzionare correttamente per la disonestà dei contribuenti, non soltanto è sbagliato, ma è molto pericoloso perché finisce per incanalare la critica degli aspetti distributivi del carico fiscale soltanto sulle anomalie attuative di un sistema e non sulla sua struttura del sistema stesso.

L’eterna dialettica superficiale tra una destra politica che strizza l’occhio all’evasione fiscale per conquistare il cuore e il voto dei piccoli evasori confondendo la micro-evasione con il furto programmatico di milioni e milioni di euro all’erario da parte di una classe benestante, e un centro-sinistra che erge, a parole, la lotta all’evasione a pilastro morale della propria visione del mondo ma non mette in alcun modo in discussione i fondamenti stessi della gigantesca ingiustizia fiscale nel neo-liberismo (sbilanciamento assoluto del carico tributario sul lavoro, libera circolazione del capitale, delocalizzazione produttiva, mortificazione della progressività), è una dialettica marcia. Ed è una dialettica funzionale alla riproduzione di un sistema profondamente e intrinsecamente iniquo che, da un lato, limita la possibilità di spesa da parte dello Stato e dunque la sua capacità di offrire servizi e politiche per la piena occupazione tramite espansioni della spesa pubblica in deficit, dall’altro risulta basato su una crescente e ormai intollerabile disuguaglianza dove una piccola élite non soltanto si arricchisce a priori a dismisura a discapito della maggioranza, ma elude a posteriori sistematicamente il fisco attraverso esenzioni, agevolazioni, elusioni e fughe di capitali.

All’azione del Governo di questi anni, che fra l’altro ha garantito diversi condoni chiamati pudicamente “rottamazioni”, non si risponde quindi con una critica basata esclusivamente sul piano della moralità. Soltanto attraverso una critica radicale dell’impianto del sistema tributario e fiscale è possibile affrontare in modo serio e credibile la lotta all’evasione come tassello (tra i molti) di un sistema profondamente iniquo ritagliato per i privilegi di pochi.

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01/11/2026

A proposito dell’aumento dell’aliquota Ires al 30% per le banche nella Legge di Bilancio

di Alessandro Volpi

Il pacchetto di interventi fiscali a carico del comparto bancario e finanziario è uno dei punti centrali, in termini di coperture, della manovra di bilancio, senza il quale sarebbe davvero difficile tenerla in piedi.

Si tratta di un’operazione complessa, articolata tra misure di liquidità temporanee e inasprimenti d’imposta a carattere strutturale. Nel dettaglio, la misura è stata concepita dal Governo Meloni per “chiedere un contributo finanziario” al settore creditizio, evitando al contempo uno specifico prelievo forzoso sugli extra-profitti in favore di un’architettura che combina il differimento delle deduzioni con la revisione delle aliquote ordinarie.

Sulle entrate complessive previste per circa cinque miliardi di euro dal mondo finanziario all’interno del Documento programmatico di bilancio, la parte del leone è rappresentata dalla rinuncia temporanea all’utilizzo dei crediti fiscali e dal blocco delle deduzioni sulle imposte anticipate (Deferred tax assets, Dta) e sulle svalutazioni dei crediti, misura di cassa pura che pesa per circa il 70% dell’incasso complessivo, pari a 3,5 miliardi di euro. Dunque, ancora una volta, il vero asse portante dell’entrate a copertura della Legge è costituito dall’accettazione, da parte delle grandi banche, della rinuncia a beneficiare dei propri crediti fiscali, questa volta però, a differenza di quanto avvenuto nel 2026, senza un accordo con l’Associazione bancaria italiana (Abi).

Per questa parte Giorgia Meloni conta sulla scelta dei grandi banchieri di non aggredire il governo di centrodestra in vista delle prossime elezioni. In pratica, una richiesta molto politica di sostegno. Per quanto concerne la componente di prelievo fiscale vero e proprio, l’aumento dell’aliquota Ires al 30% –attuato tramite l’innalzamento dell’addizionale specifica riservata alle banche e agli enti finanziari fino al 6% complessivo sul valore base del 24% – contribuisce invece in maniera strutturale e permanente incidendo direttamente sugli utili prima delle imposte, coprendo una quota stimabile attorno al 20% delle maggiori entrate attese dal comparto, corrispondente a circa un miliardo di euro.

A completare l’architettura delle entrate vi è poi la riduzione delle deduzioni ai fini Irap e la contestuale rimodulazione del tributo regionale sulle attività produttive, unito ad altri ritocchi contigui come l’adeguamento delle aliquote sulle transazioni finanziarie (Tobin tax), interventi che pesano unitamente per il restante 10% del totale, pari a circa 500 milioni di euro. Inquadrando l’operazione nel bilancio dello Stato, i cinque miliardi assicurati dal settore bancario assumono un rilievo determinante, arrivando a garantire oltre il 48% delle coperture dirette del valore complessivo della Legge di Bilancio.

Da un simile punto di vista la presidente del Consiglio abbina le esigenze stringenti di copertura alla volontà di intercettare il malessere diffuso nei confronti degli alti dividendi bancari a fronte di un sistema di erogazione del credito molto faticoso e costoso. In estrema sintesi siamo di fronte a un obbligato esercizio di equilibrismo che mette però alle strette il “campo largo” che non ha ancora formato una propria, chiara proposta fiscale.

Una considerazione a parte merita l’origine dei crediti fiscali delle banche; le imposte anticipate (Dta) sono state introdotte e normate in modo organico nel 2011 con il decreto legge 225/2010 (decreto milleproroghe) coordinato con il decreto legge 83/2015.

Nascono infatti dal disallineamento tra i criteri contabili e fiscali, trasformando le perdite pregresse e le svalutazioni sui crediti non performanti accumulate dagli istituti in veri e propri crediti d’imposta convertibili, nati originariamente per mettere in sicurezza i bilanci bancari e incentivare le aggregazioni e mantenuti in vita anche quando i bilanci bancari sono diventati assai più floridi. Tuttavia, il prolungato utilizzo da parte del Governo Meloni di questo meccanismo come riserva di liquidità per lo Stato comporta un costo differito rilevante: congelando l’uso delle Dta per incassare immediatamente, la misura non cancella il debito fiscale dello Stato verso le banche ma si limita a rinviarlo nel tempo.

Questo anticipo, già ampiamente sfruttato dall’esecutivo, peserà pesantemente sui bilanci pubblici futuri, trasformandosi in una perdita d’imposta e in minori entrate fiscali strutturali a partire dal triennio successivo, quando le banche torneranno a scomputare i crediti accumulati riducendo drasticamente il gettito Ires/Irap futuro.

È bene specificare, in chiusura, che, per quanto riguarda l’impatto sul capitale e sulla remunerazione degli azionisti, l’insieme di queste misure produce una contrazione diretta ma contenuta della profittabilità degli istituti di credito: l’aumento dell’aliquota Ires riduce la massa utile netta, mentre il congelamento delle Dta impatta sulla cassa e sull’assorbimento di capitale di vigilanza (Cet1). L’effetto combinato di queste disposizioni si riflette in una riduzione stimata dei dividendi bancari distribuiti nell’ordine del 3-5%, una flessione che penalizza i rendimenti degli azionisti senza tuttavia intaccare in modo critico la solidità patrimoniale complessiva del sistema bancario.

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Due soldi di austerità: la finanziaria di guerra contro cui abbiamo scioperato

Il Governo ha inviato a Bruxelles il Documento Programmatico di Bilancio (DPB), con cui la Commissione controlla che i conti restino nei binari del nuovo Patto di stabilità. E il Governo Meloni ci resta con zelo.

Secondo la tabella delle misure, nel 2027 la manovra muove 23,5 miliardi, circa l’1% del PIL. Troppo poco per famiglie strette tra inflazione, caro energia e salari fermi, e per un’economia che non crescerà mai più dell’1%. Il deficit, cioè la differenza tra tutte le spese, interessi compresi, e le entrate, scende dal 3,1% del PIL nel 2025 al 2,9% nel 2026, risale al 3,4% nel 2027 e poi cala fino al 2,3% nel 2029. Può superare il 3% solo perché il Governo ha attivato la clausola di salvaguardia nazionale, che fino al 2028 consente di spendere di più per difesa e sicurezza energetica. Secondo Giorgetti, al netto della clausola, il deficit resterebbe sotto il 3% per tutto il periodo di previsione, e la procedura per deficit eccessivo potrebbe chiudersi già quest’anno.

Per armi ed energia, insomma, i soldi si trovano, mentre per tutto il resto vale l’austerità di sempre. Lo mostra l’avanzo primario, cioè quanto le entrate superano le spese senza contare gli interessi. Nel 2027, anche con la spesa in deroga, resta allo 0,9% del PIL, poi risale fino al 2,4% nel 2029, il doppio del 2026. Vuol dire che lo Stato toglierà all’economia oltre 20 miliardi nel 2027 e circa 55 nel 2029. Germania e Francia fanno l’opposto e, anche senza contare gli interessi, spendono più di quanto incassano. L’Italia invece stringe la cinghia, come i governi che l’hanno preceduta, dal centrosinistra a Draghi, accettando i vincoli europei come unica scelta politica.

Nel nuovo Patto conta ancora di più la spesa netta, cioè la spesa pubblica senza considerare gli interessi. Ogni Paese ha concordato con Bruxelles di quanto può farla crescere rispetto all’anno prima, e per l’Italia nel 2027 il limite è l’1,9%, per arrivare poi a un valore obiettivo dell’1,5%. Con la clausola il tasso di crescita sale al 3,3%, poi scende all’1,7% nel 2028 e crolla allo 0,2% nel 2029. Sono però tassi nominali, e se i prezzi salgono più della spesa lo Stato offrirà meno servizi. Con l’inflazione all’1,8% prevista dal Governo, nel 2029 la spesa netta calerebbe di circa l’1,6% in termini reali. Se poi i prezzi continuassero a correre al 4,2% di settembre, in tre anni perderebbe circa il 7% del suo valore reale.

Il Governo promette di tutelare «il potere di acquisto delle famiglie». In effetti, a guardare le singole voci, sembrerebbe che nel 2027 la parte più consistente di risorse andrà a famiglia e spesa sociale. Ma raggruppando le voci, come nella tabella qui sotto, già nel 2027 difesa e infrastrutture superano sanità e famiglie, e nel 2028 la distanza si allarga (8,6 miliardi contro 4,9). Nel 2028 crescono anche le misure fiscali, da 2,2 a 5,2 miliardi, ma il documento non dice a chi andranno. E anche contandole tutte come aiuti alle famiglie, il totale sociale passa da 9,6 a 10,1 miliardi nel 2028 e poi scende a 8,6 nel 2029.


Il documento non dice nemmeno dove finiscano i soldi della clausola. Nella tabella del DPB difesa e infrastrutture valgono lo 0,32% del PIL, contro lo 0,6% consentito, eppure nella sicurezza energetica il Governo fa rientrare perfino scuole, ospedali, università e impianti sportivi. Misure come i trasporti per gli studenti, gli aiuti alle imprese energivore e l’ecobonus, che secondo Margin rientrano nella clausola, possono comparire nella tabella come spesa sociale. Una parte di ciò che sembra sostegno alle famiglie potrebbe quindi essere spesa per l’emergenza energetica, destinata a finire con la clausola.

Sul fronte delle entrate, la voce principale del 2027 sono le «misure a carico del settore finanziario», circa 5 miliardi, che dal 2028 vengono superate da altre entrate non meglio precisate. Non si sa se siano nuove tasse su banche e assicurazioni o imposte solo anticipate, come in passato. Non c’è invece nessun prelievo sugli extraprofitti delle imprese energetiche, che se la sono cavata con un tetto volontario e poco oneroso ai prezzi alla pompa. Eppure, a Bruxelles, è proprio il Governo a chiedere una tassa europea sugli extraprofitti. La Commissione risponde che gli Stati possono farlo da soli, ma il Governo, in casa propria, non lo fa. Infine c’è il fiscal drag, un aumento delle tasse senza bisogno di nessun voto formale. Quando i prezzi salgono, salari e pensioni crescono in termini monetari ma non in potere d’acquisto, mentre scaglioni e detrazioni dell’Irpef restano fermi. Così si paga un’aliquota più alta su un reddito che in termini reali non è cresciuto. Secondo Lavoce, nel solo 2027 il drenaggio vale circa 3,4 miliardi.

La legge di bilancio conferma l’adesione del Governo a un’austerità europea che non ha subito, ma ha negoziato e votato. E il conto più salato arriverà dopo. Gli impegni presi con la NATO spingeranno la spesa militare a crescere per anni, e dal 2029, a clausola finita, dovrà stare dentro il tetto alla spesa netta come ogni altra spesa. Per farle posto bisognerà tagliare ancora di più altrove o alzare le tasse, e a pagare saranno di nuovo i lavoratori. Per questo lo sciopero generale del 30 ottobre indetto dall’USB, contro la guerra e il carovita, per il lavoro e per il diritto di sciopero, riguarda tutti. È da lì che bisogna ripartire.

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La vittoria brasiliana di Lula: unità della sinistra e autonomia digitale

Il leader di sinistra Luiz Inácio Lula da Silva ha ottenuto una storica vittoria alle elezioni presidenziali brasiliane del 25 ottobre 2026. Il risultato è arrivato in mezzo a un’intensa polarizzazione politica e sociale e alla crescente influenza dell’estrema destra in Brasile e in tutta l’America Latina, sostenuta dall’estrema destra statunitense guidata da Donald Trump.

Il significato di questa vittoria elettorale va oltre il fatto che Lula abbia ottenuto un quarto mandato. Risiede anche nell’esperienza politica e organizzativa che l’ha resa possibile, soprattutto nella capacità di diverse forze di sinistra e progressiste, con programmi e visioni ideologiche differenti, di forgiare una vasta alleanza elettorale attorno a un terreno comune nel confronto con l’estrema destra.

Una vasta alleanza di sinistra e progressista nonostante le differenze

Lula ha affrontato le elezioni con il sostegno dell’alleanza “Brasile pronto per di più”, composta da sette partiti di sinistra e progressisti organizzati in due federazioni di partiti e due partiti separati. La federazione “Brasile della speranza” ha riunito il Partito dei Lavoratori di Lula, il Partito Comunista del Brasile e il Partito Verde. La seconda federazione ha unito il Partito Socialismo e Libertà, che include correnti socialiste e della sinistra radicale, con la Rete della Sostenibilità. Anche il Partito Socialista Brasiliano e il Partito Laburista Democratico si sono uniti all’alleanza, insieme a movimenti sociali e sindacati di sostegno. Lula si è candidato con Geraldo Alckmin del Partito Socialista Brasiliano come candidato vicepresidente.

L’importanza di questa alleanza risiede nella sua capacità di riunire comunisti, socialisti, sinistra radicale, socialdemocratici e Verdi nonostante i loro disaccordi sul capitalismo, sul ruolo dello Stato e sui limiti della riforma sociale. Queste forze hanno concordato obiettivi elettorali comuni preservando le proprie identità e autonomia organizzativa.

Questa è una delle lezioni più importanti dell’esperienza brasiliana. L’unità della sinistra non richiede uniformità ideologica o organizzativa. Significa essere in grado di lavorare insieme su un terreno comune rispettando il pluralismo e le differenze. I disaccordi sulle politiche economiche e sociali di Lula persisteranno naturalmente, anche tra le forze che lo hanno sostenuto alle urne.

L’unità non significa abbandonare la critica o l’autonomia

L’esperienza brasiliana solleva una questione importante per le forze di sinistra in tutto il mondo. Perché le differenze ideologiche e organizzative diventano ostacoli alla cooperazione, nonostante tanto terreno comune, anche quando queste forze affrontano sfide politiche e di classe condivise?

Il pluralismo tra comunisti, socialdemocratici, sinistra radicale, correnti ambientaliste e femministe e sinistra indipendente può essere una fonte di forza e di ricchezza intellettuale e politica, a condizione che sia gestito democraticamente e costruttivamente, senza monopolizzazione, esclusione o pretese di possedere la verità assoluta. L’unità non richiede di abbandonare la critica o di offrire un’accettazione incondizionata delle politiche dei governi guidati da alleanze di sinistra e progressiste.

Confrontarsi con il capitalismo e l’estrema destra richiede un ampio fronte sociale

La vittoria ha dimostrato l’importanza di collegare la difesa della democrazia, dei diritti e delle libertà con le rivendicazioni economiche e sociali delle classi lavoratrici e delle comunità povere e marginalizzate.

Lula ha ottenuto un ampio sostegno dai gruppi a basso reddito e ha proposto di espandere l’assistenza sociale, migliorare le condizioni di vita e difendere le istituzioni democratiche.

Confrontarsi col capitalismo e l’estrema destra non può quindi essere confinato alle elezioni e alle alleanze di partito. Richiede organizzazioni di massa sostenute nei luoghi di lavoro, nei quartieri, nelle università, nei sindacati e nei movimenti sociali, insieme a politiche che affrontino la disuguaglianza di classe e migliorino la vita della maggioranza della popolazione.

Autonomia digitale: il quinto pilastro dell’indipendenza della sinistra

Le elezioni brasiliane hanno rivelato la crescente importanza della sfera digitale nella lotta politica. Le piattaforme dei social media, gli algoritmi e l’intelligenza artificiale sono diventati potenti strumenti nelle mani degli interessi capitalistici per plasmare la coscienza pubblica e orientare il dibattito politico.

Durante la campagna, i sostenitori di Lula hanno presentato reclami e prove a sostegno delle accuse secondo cui Meta, la società che possiede Facebook, Instagram e altre piattaforme, mostrava un pregiudizio digitale a favore del suo avversario. L’azienda ha riconosciuto “problemi tecnici”. La disputa è arrivata al tribunale elettorale brasiliano, che ha emesso una sentenza che obbligava Meta ad applicare standard uguali ai candidati.

Il problema non è limitato al Brasile. Durante le più recenti elezioni presidenziali in Colombia nel 2026, indagini giornalistiche hanno scoperto account coordinati e video falsi generati dall’IA rivolti al campo di sinistra, nonché carenze e pregiudizi nella supervisione delle piattaforme sulla pubblicità politica e sui contenuti.

In Germania, Elon Musk, il proprietario di X, ha pubblicamente appoggiato l’estrema destra Alternativa per la Germania (AfD) durante le elezioni del 2025. Ha usato la sua piattaforma per promuovere le posizioni del partito e ospitare i suoi leader, mentre diversi studi hanno rilevato un chiaro pregiudizio nella portata dei contenuti del partito sulla piattaforma.

Dimostrare un pregiudizio algoritmico deliberato è difficile perché gli algoritmi proprietari danno alle corporazioni capitalistiche il controllo esclusivo sulle informazioni, su come funzionano e su come i contenuti sono classificati, amplificati o limitati. Senza trasparenza, supervisione pubblica e legale indipendente e accesso ai dati necessari per le indagini, è difficile determinare se il pregiudizio derivi dalla progettazione dell’algoritmo o da un intervento deliberato. Le aziende possono facilmente attribuire tali problemi a un “glitch tecnico”!

L’esperienza brasiliana ha anche evidenziato l’importanza di combinare tre arene interconnesse di lotta: la lotta di massa sul terreno, l’azione legale per ritenere responsabili le piattaforme digitali e regolamentare le loro operazioni e l’attivismo digitale organizzato. La mobilitazione di massa nelle strade è stata accompagnata da sfide legali contro Meta e dallo sviluppo di una vasta campagna digitale che ha utilizzato efficacemente i social media per raggiungere milioni di elettori. Questa esperienza mostra che la lotta digitale della sinistra non può sostituire la lotta di base. Può rafforzarla e completarla.

È qui che l’autonomia digitale emerge come il quinto pilastro dell’indipendenza della sinistra, accanto all’autonomia ideologica, organizzativa, finanziaria e mediatica. La genuina indipendenza politica non è più possibile senza un grado significativo di autonomia sugli strumenti digitali, sulle piattaforme e sulle infrastrutture, sulla protezione dei dati e sulla capacità di comunicazione e organizzazione di massa libera dal controllo monopolistico delle corporazioni capitalistiche e delle grandi potenze.

L’autonomia digitale non significa ritirarsi dalle piattaforme digitali. Significa usarle oggi con una consapevolezza critica e progressista, lavorando allo stesso tempo per sviluppare alternative digitali open-source e governate democraticamente e per costruire e rafforzare capacità tecniche indipendenti all’interno della sinistra.

Una sinistra che non riesce a sviluppare la propria autonomia digitale e i propri strumenti tecnologici rimarrà alla mercé dei suoi avversari di classe in una delle arene più importanti della lotta politica e sociale contemporanea.

Lezioni per la sinistra in tutto il mondo

L’esperienza brasiliana non può essere riprodotta meccanicamente. Ogni società ha le proprie condizioni e il proprio equilibrio di forze di classe e politiche. L’approccio brasiliano alla costruzione di alleanze e al lavoro insieme può comunque offrire lezioni preziose.

L’unità di cui la sinistra ha bisogno non è né un partito unico né una leadership centralizzata che impone la propria visione a tutti. È una cooperazione flessibile e democratica tra forze diverse, fondata su programmi comuni, rispetto dell’autonomia e del pluralismo e partecipazione significativa delle basi, dei giovani e delle donne.

Tale cooperazione può essere sviluppata a livello locale, regionale e globale attraverso diversi fronti e alleanze di sinistra sul terreno, nonché reti digitali di sinistra e internazionali che contribuiscano allo scambio di esperienze, coordinino iniziative e lotte condivise e lavorino verso alternative digitali progressive.

La vittoria di Lula offre un’esperienza che vale la pena studiare e da cui imparare. Dimostra la possibilità di cooperazione tra le forze di sinistra nonostante le loro differenze, riconoscendo al contempo gli altri fattori che hanno contribuito al risultato.

La sinistra non ha bisogno di cancellare la propria diversità per unirsi. Ha bisogno di trasformare quella diversità in una forza organizzata ed efficace, rafforzare la propria indipendenza attraverso tutti e cinque i pilastri e perseguire la lotta per la libertà, l’uguaglianza e la giustizia sociale sviluppando alternative socialiste democratiche e umaniste al capitalismo.

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Orientamenti francesi

Questo editoriale apparso su Le Monde Diplomatique è importante sul piano strettamente teorico-politico perché, nel bel mezzo di una mobilitazione conflittuale estremamente aspra, in Francia, pone il problema di “dove e come si vuole andare” con il complesso dei movimenti.

È una domanda che si impone qualsiasi siano le preferenze politiche o ideologiche (individuali, collettive, di gruppo organizzato, ecc.), spaziando dal far crescere sempre esponenzialmente il tono del confronto col governo fino alla canalizzazione politico-istituzionale, ovviamente di estrema sinistra relativamente alla geografia parlamentare.

E qui emerge la prima grande differenza con il nostro paese, perché in Francia una sponda parlamentare seria esiste – La France Insoumise – mentre in Italia no (e con la nuova legge elettorale pretendono di impedire che possa nascere).

Al livello teorico classico è il problema di definizione della strategia del movimento di classe e dei suoi alleati di fase e quindi anche delle tattiche conseguenti, uscendo dalle trappole logiche autocentrate tipiche dello spontaneismo e da quelle del parlamentarismo “senza se e senza ma”.

Il convitato di pietra sono i rapporti di forza complessivi tra le classi in un paese capitalistico avanzato (quindi la questione riguarda tutti i paesi occidentali, il nostro compreso), cui partecipano oggettivamente tutti i soggetti sociali e politici di un paese (oltre che i poteri esterni che hanno un peso sui singoli paesi), andando decisamente al di là della presenza numerica in piazza (un elemento dell’equazione complessiva, ma non certo l’unico né quello decisivo) e rimandando allo Stato come “forza concentrata del dominio di classe”.

Che è poi la questione dei corpi militari, oltre che di quelli polizieschi (i parà a guardia dei negozi del lusso, a Milano, sono una pagliacciata che allude però a ben altri scenari possibili, nel paese di Piazza Fontana e della stazione di Bologna).

Nonché delle loro culture e fedeltà reali in un assetto istituzionale che ormai va liquidando come “inefficiente” la democrazia parlamentare e soprattutto lo stato di diritto, i contrappesi e le libertà elementari. In tutto l’Occidente capitalistico, a partire dagli Usa e – qui in Europa – dalla Francia. Ovvero dai paesi in cui la “democrazia moderna” è nata.

Diciamo che la discussione a questo livello è stata abbandonata, nella sinistra radicale, oltre 40 anni fa.

Se oggi torna non è per una curiosità intellettuale, ma sotto la pressione della Storia. Che notoriamente se ne frega dei “mi piacerebbe che...”

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Già solo per il fatto che la velocità degli eventi in corso ci fa irresistibilmente pensare a quella frase di Lenin secondo cui “ci sono settimane in cui accadono più cose che in un decennio”, sappiamo esattamente in che tipo di periodo siamo entrati: stra-ordinario.

La saturazione della mente non è il minore dei suoi pericoli. Per camminare in eventi di tale densità, serve una linea (strategica, ndr). Il problema qui è che ce ne sono diverse: due. Di cui bisogna prima dispiegare le logiche, per poterne trovare una terza, che le riconcili.

Linea 1 – Lo straripamento dilaga: così sia

Che straripi, è per così dire nel suo concetto. Che cosa travolge lo straripamento? Il quadro istituzionale. Per una ragione delle più semplici: quello ha totalmente fallito. Dalle manifestazioni-salsiccia alle elezioni più ufficiali, passando per i referendum carta-igienica, i grandi dibattiti monologanti, le convenzioni cittadine pantomima o i quaderni di doglianze preimballati in sacchi della spazzatura, ha fallito.

A meno che non sia riuscito come la finta parvenza che “era sempre-già stata” così. Un simulacro di “vi ascoltiamo”, che nasconde la realtà di “faremo ciò che vogliamo”.

Si riconosce indubitabilmente l’imbecillità borghese dalle deplorazioni della “brutalizzazione”. In un ordine borghese i cui valori la impregnano, più o meno, la popolazione generale non ha infine altro desiderio che di vivere tranquillamente la propria vita materiale. Perché, su questo fondo di aspirazione alla tranquillità, essa arrivi a innervosirsi, significa che le sono state fatte considerevoli violenze in precedenza.

Detto altrimenti: che è stata brutalizzata. Brutalizzata, la società – borghesia esclusa – non ha cessato di esserlo da tre decenni, in un crescendo di aggressioni che non poteva mancare di produrre i suoi effetti. Perché c’è un’economia generale della violenza.

L’economia generale della violenza funziona secondo il principio fondamentale della reciprocità: negativo. Alla prima brutalizzazione risponderà prima o poi una violenza di ritorno.

È un’idea a cui l’editorialismo borghese, la cui vita materiale non ha mai registrato il minimo scossone, è incapace di accedere. È dunque, senza sorpresa, il primo a fare coro dietro le eruzioni dei demagoghi – e a ripetere dietro Darmanin “brutalizzazione” e “bordellizzazione”.

Piaccia al cielo che l’Assemblea sia stata bordellizzata (anche poco): almeno è un segno che non è ancora del tutto estranea alla vita del paese. Che vi arrivino, che vi si esprimano, gli echi, già molto attutiti, della bordellizzazione prima, la bordellizzazione sociale e politica governativa poi, è pur sempre il minimo.

Ma precisamente: viene un tempo in cui le espressioni “attutite” non bastano più. Se “fare i conti” non è dire troppo poco. Perché la realtà è che l’incredibile cumulo di brutalizzazioni neoliberiste ha portato il corpo sociale al suo punto di rabbia. Quando un insieme collettivo è stato portato a un punto di rabbia, non ci si deve stupire che faccia cose da arrabbiati.

Si noterà, per esempio, che oltre alle famose scarpe da ginnastica, del resto trovate interessanti persino dai poliziotti stessi (una volta sul posto...), alcuni supermercati sono stati saccheggiati: per mangiare. Avvertimento di passaggio al governo: quando la popolazione è stata portata, da violenze successive, a non poter più mangiare a sazietà, allora quel governo deve prepararsi a giorni difficili: agitati. Non ci si mette di traverso a un popolo che chiede da mangiare: è irresistibile, travolge tutto.

Segnaliamo, sempre di passaggio, che in materia di grandi superfici con saracinesca volatilizzata per ragioni alimentari, non si è ancora visto nulla. Perché tutto questo accade mentre la crisi finanziaria, la crisi economica, la crisi energetica, e soprattutto la crisi alimentare, non sono nemmeno ancora arrivate.

Il “quadro istituzionale” che, non contento di aver prodotto questo, ha metodologicamente soppresso ogni via di ricorso, merita solo la rovina, e se questa rovina deve essere violenta, così sia – economia generale della violenza.

Linea 2 – troppi pericoli fuori dalle soluzioni istituzionali

I processi a carattere insurrezionale, potenzialmente rivoluzionari – perché è in una tale zona che stiamo entrando – questi processi, con tutta la loro parte di violenza, devono essere colti da uno sguardo da fisico (1).

All’opposto dell’inanità moralistica, propria del pensiero borghese, da Le Monde a Mediapart passando per France Inter, che non ha altra vista sulle cose che attraverso “i valori”, il metodo materialista – il solo che permetta di avere qualche intelligenza delle situazioni storiche – è un punto di vista da fisico: analizza rapporti di forza, individua i processi di induzione che ne fanno sorgere di nuovi, ne reperisce i gradi di libertà, ne misura le latitudini strategiche, ne esamina i rapporti reciproci – e senza raccontarsi storie: senza prendere il proprio desiderio per la realtà.

Qui, la fisica non dimentica di vedere le forze della reazione. Di cui si sa fin dove sono capaci di arrivare in situazioni storiche simili. Dunque immaginiamo: lo straripamento è riuscito. L’insurrezione ha trionfato, il regime è a terra. E poi?

E poi c’è la possibilità del ritorno di manovella reazionario. Sotto forma di putsch. Queste forze che non si vedono molto – e per forza: sono sullo sfondo dell’evento – queste forze non sono per questo scomparse. Sono anch’esse arrabbiate, ma di tutt’altra rabbia, sono armate (numero di fucili nelle campagne), hanno tutta la connivenza dell’apparato di forza, la polizia e l’esercito.

Che cosa dire dell’esercito, appunto? – in generale l’attore putschista per eccellenza, e per buona ragione, sempre la stessa questione di ultima istanza: le armi, quelli che le hanno, e quelli che non le hanno. In uno dei suoi recenti “Moments politiques”, Jean-Luc Mélenchon, partito proprio per strigliare una polizia degenerata, sottolinea per contrasto la lealtà “repubblicana” dell’esercito. È davvero degno di fiducia come lui crede?

È ben certo, all’opposto dei malati aggrappati al potere, che l’esercito – qui da intendere: lo stato maggiore – rifiuterebbe che le forze siano impegnate nel mantenimento dell’ordine altrimenti che sotto forma di gestualità a fini di intimidazione. L’esercito non ne ha né la vocazione, né gli strumenti, né i metodi. La sua alternativa è delle più semplici: o resta passivo o spara col fucile d’assalto, non dispone di alcun terzo termine.

Per ora – clausola da tenere a mente – per ora, dunque, lo stato maggiore è costituito da gente di alto livello di formazione intellettuale, razionale, e infine, anche se è un paradosso, tutto fuorché guerrafondaia. Per una ragione del resto delle più semplici: loro sanno cos’è la guerra, in condizioni di scontro relativamente simmetriche, o di fronte ci sono armi anche lì – e questo all’opposto delle brutture poliziesche che si mettono in quattro su un ragazzino di quindici anni.

Detto ciò, si è fatto il giro de “l’esercito” per questo? Non proprio. Come potrebbe infatti il processo di fascistizzazione che, dall’alto, scende progressivamente in tutti gli strati dello Stato, prefetti, commissari, rettori, direttori di ospedali, servizio di intelligence, presidenti di università, presidi stessi, che si vedono sempre più numerosi avallare, talvolta persino anticipare le soluzioni repressive e liberticide, come potrebbe questo processo non lavorare anche l’esercito?

Lo lavora. Nei bassifondi della truppa si portano svastiche tatuate e nelle camerate si tende il braccio alla prima occasione. Nessuna illusione da farsi: nell’esercito, la marea bruna non fa che cominciare a salire, in tutta impunità macroniana del resto (promemoria: ministro della difesa, Lecornu). È contenuta dai piani alti, ma fino a quando? Non si avrebbe senza dubbio alcuna difficoltà a trovare qualche alto graduato con idee, diciamo, non proprio “repubblicane”. Per ora minoritari (?).

Riassumiamo: l’esercito, nelle sue condizioni presenti, non andrà – realisticamente – al mantenimento dell’ordine, non sparerà sulla folla. Ma quando venga a crollare completamente il regime, cioè l’ordine istituzionale nel suo insieme, e si apra il vertiginoso vacuum che segue questi crolli, comincerà forse a porsi nuove domande.

In tempi ordinari, l’esercito prende le istituzioni come gli si danno: stabilite, consolidate. Ma nulla è più estraneo alla psiche militare del vuoto istituzionale e del suo disordine. È il momento in cui “l’esercito”, e questa volta ufficiali superiori compresi, si ricorda di avere le proprie vedute sul mondo sociale e che, se vuoto istituzionale c’è, è urgente colmarlo. In adeguamento con le sue idee – poiché ne ha la possibilità e l’occasione.

Le idee politiche e sociali dell’esercito in generale sono progressiste? Vediamo, riflettiamo – boh. Si sa perfettamente dove lo portano spontaneamente le sue inclinazioni per l’ordine, e se la reazione entra nella battaglia post-caduta, la raggiungerà. Con le sue armi. Questa volta, pronta a servirsene. Poiché si tratterà di difendere il suo ordine.

Per quanto spiacevoli, bisogna pensare a queste possibilità. E a un modo per evitarle se venissero a presentarsi. Modi al plurale, in questo caso: ce ne sono due – ma due soltanto.

Primo modo: un processo rivoluzionario non ha la minima possibilità a meno che: 1) l’apparato di forza dell’ordine rovesciato sia stato esso stesso interamente distrutto – e le sue armi recuperate; o 2) un apparato di forza alternativo sia costituito quasi immediatamente, lui fedele alla rivoluzione, e sufficientemente potente e sufficientemente in fretta per dissuadere i resti dell’ordine antico.

Caso di applicazione: 1917, Trotsky, Armata rossa. Che questa storia sia (in parte) poi finita male non è la questione. La questione è ciò di cui una rivoluzione è capace in materia di creazione istituzionale “flash” per perseverare nel suo essere. Per non parlare nemmeno delle illusioni liriche (bookchiniane o altre) delle “comuni libere”, le teorie del “doppio potere” sono amabili fantasticherie finché non pensano le loro condizioni di possibilità, condizioni che hanno essenzialmente a che vedere con i mezzi di forza per resistere alla forza della reazione – alla sua forza armata.

Guardiamo le cose un po’ freddamente: queste condizioni sono state raramente riunite – la rivoluzione spagnola, e le sue brigate internazionali, che si sarebbero potute mettere a confronto con l’esempio precedente, sono lì per attestare che la condizione necessaria talvolta non è affatto sufficiente.

Se dunque le condizioni sufficienti, e nemmeno le necessarie, non sono riunite, che fare? La risposta è: il secondo modo. Tanto vale dirlo subito: il secondo modo è deludente. Il secondo modo dice: quando la situazione è tale che non si hanno i mezzi per ri-creazioni istituzionali immediate atte a proteggere la rivoluzione, si mira meno in alto della rivoluzione. Ritorno alla nicchia istituzionale. Ritorno penoso all’anima, ma ritorno razionale alla mente – perché non è razionale abbandonarsi alla passione rivoluzionaria se è per finire schiacciati a colpo sicuro.

Applicazione nella situazione presente: la nicchia istituzionale razionale si chiama LFI. Bisogna essere deficienti come un “morocrate” (2) da talk show per trasformare Jean-Luc Mélenchon in un piromane pronto a incendiare tutto, quando è così visibilmente un uomo delle istituzioni, e anche un uomo dell’ordine.

Nella turbolenza in corso di accelerazione, LFI tiene la sua linea strategica senza sforzo: gli basta lasciarsi andare alle tendenze del suo habitus istituzionale. LFI, fondamentalmente istituzionale, non ha difficoltà a essere ben posizionata in una situazione in cui non c’è soluzione che istituzionale.

Linea 3 – spingere per aiutare a “fare meglio”

Incontestabilmente, la linea istituzionale ha razionalità per sé. Ha anche la sua parte di ipocrisia. Perché, in realtà, è lo straripamento, e solo lui, che crea la situazione. Blocchi, scontri con una polizia odiata, invasioni dei bei quartieri, auto-riduzioni (o la sovversione della società dei consumi presa sul serio nei suoi stessi valori): nient’altro saprebbe produrre la messa in tensione che fa la situazione politica presente.

Ce ne stiamo accorgendo al contrario nel momento in cui ci troviamo in procinto di tornare alle ripetitive manifestazioni-mostro tanto mostruose quanto innocue – “Una giornata senza incidenti maggiori” si rallegra Le Monde, si rallegra Nuñez, a proposito della mobilitazione del 24 ottobre.

Schema più volte sperimentato, in particolare durante il movimento delle pensioni del 2023 quando, campione puro della stupidità istituzionale, l’Intersindacale-CFDT immaginò di far piegare Macron con una tranquilla dimostrazione simbolica del numero – il genere di argomento a cui una psiche come quella di Macron, installata al vertice dei poteri della V Repubblica, non aveva alcuna possibilità di arrendersi mai.

Se il movimento presente non vuole conoscere lo stesso triste destino, avrà bisogno di nuovo degli “incidenti”: unico motore del progresso della situazione. O sarà l’insabbiamento e la stanchezza – alleati di sempre del potere che ha per sé tutte le forze dell’inerzia.

La “soluzione istituzionale” in fin dei conti ha il pregio di avere per sé la sua razionalità strategica, dovrebbe entrarvi altrettanto bene il lasciar fare, il che gli permetterà – diciamo le cose – di recuperare qualcosa piuttosto che niente.

Combinazione mutuamente vantaggiosa, perché, comunque, la nicchia istituzionale, così com’è, ha un leggero sapore amaro. Quando si presentano aperture del formato degli eventi attuali, è normale volerne “di più” – cioè voler andare il più lontano possibile prima di tornare alla nicchia.

Detto altrimenti: come avvicinare linea 1 e linea 2, e persino tenerle un po’ insieme? Anche qui, non 36 risposte. Nemmeno due, una soltanto: l’entrata in scena della classe lavoratrice. Che si dice spesso un po’ troppo in fretta “scomparsa”. Ma le cui “grandi occasioni” aiutano a ricordare che è ancora lì.

La sua mobilitazione è ora l’imperativo strategico del momento. La reazione non può nulla contro lo sciopero, purché sia generale e riconducibile – oppure deve passare tutti i punti di svolta del pinochettismo.

Lo sciopero di massa è un operatore politico di una potenza folle. Cadendo sulla situazione presente, le sue proprietà propulsive sono fantastiche. Installa un nuovo registro di “incidenti”, meno rischioso per i protagonisti, più inarrestabile per il potere. In breve, modifica l’atmosfera del tutto, e tanto più in quanto la crisi presente, all’opposto di ciò che fu il Maggio '68, ha per proprietà di unire trasversalmente tutte le componenti del movimento per le loro comuni condizioni di esistenza materiale.

Che si sia dovuto tornare sulla tesi dei “due Maggio '68”, quello degli studenti e quello degli operai, che ci siano stati contatti tra questi due gruppi, è certissimo. E tuttavia i motivi rispettivi restavano largamente eterogenei.

È infinitamente meno il caso adesso. Operai, studenti, agricoltori, funzionari, camionisti, utenti avranno meno difficoltà a ritrovarsi in quanto sono tutti nella stessa merda.

Allora adesso, immaginiamo – di nuovo. Se il regime cade, ma su questa base – la base di una situazione di cui lo sciopero generale, con la sollevazione della gioventù, avrà occupato il centro – tutto differisce considerevolmente. Non c’è semplice ritorno alla nicchia istituzionale-elettorale. Perché un nuovo rapporto di forza è stato posto. E niente di ciò che seguirà potrà fare come se nulla fosse successo.

Il dibattito politico cambia radicalmente perché ci troviamo in una situazione nuova. I rapporti di produzione – cioè il modo in cui sono organizzati il lavoro e l’economia –tornano al centro della discussione, nonostante la repubblica capitalista abbia sempre cercato di evitare che se ne parlasse. Questa situazione, nata da una storica sconfitta della borghesia, potrebbe finalmente dare voce a ciò che l’ha resa possibile.

Che cosa potrebbe accadere dopo? Dipende da quanto lontano il movimento riuscirà a spingersi prima di essere ricondotto entro i limiti delle istituzioni. In particolare, conta se lo sciopero riuscirà a mettere apertamente in discussione i rapporti sociali di produzione: in altre parole, a esprimere l’idea che i lavoratori non vogliono più accettare un rapporto di lavoro fondato sulla subordinazione, come la definisce anche il diritto del lavoro.

Dai “gilets jaunes” alle pensioni passando per la rivolta Nahel, tutto è fallito fino ad ora. Ma tutto ha costruito, tutto ha lasciato tracce. Ormai unite le une alle altre. Così che oggi “tutto” può riuscire.

“Tutto”, cosa? Si tratta di proferirlo a voce bassa. Al punto in cui siamo, è da tempo che abbiamo superato la soglia delle “rivendicazioni”. Questa faccenda non si risolverà con un aumento del Salario minimo, con “revisioni” di Parcoursup o con promesse di crediti evidentemente mendaci per l’edilizia scolastica.

Questo potere è andato troppo oltre. Deve pagare. Deve cadere.

Note

(1) A chi, con una certa presunzione epistemologica, potrebbe obiettare che «la fisica è una scienza esatta e che il mondo sociale rientra nelle scienze sociali», precisiamo che qui si parla di fisica nel senso di Spinoza.

(2) dal greco mōros, “sciocco”, e kratos, “potere”, definisce un sistema di governo o di gestione istituzionale caratterizzato dal dominio degli stolti o degli incompetenti.

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L’autunno europeo si infiamma

I movimenti in Francia non si ritirano, ma modulano le loro sortite, svuotando in gran parte di senso le chiusure e i divieti di un governo che non fa più neanche finta di rispettare le “regole della democrazia” nel paese che le ha codificate.

La banda armata Macron-Lecornu – priva di maggioranza parlamentare e in piedi da quasi quattro anni solo grazie al concorso immorale a volte dei “socialisti”, sempre dei gollisti e spesso di Le Pen – aveva provato a blindare tutto il paese ricorrendo al coprifuoco e ai divieti di manifestazione, per esempio a Parigi.

Ha aperto per questo anche un serio scontro istituzionale, visto che il tribunale amministrativo aveva revocato il divieto relativo all’itinerario classico (dalla Bastiglia a place de la Nation), la prefettura aveva presentato immediato ricorso al Consiglio di Stato ed infine il ministero dell’interno ha vietato di forza tutti i cortei all’interno del boulevard peripherique (il “raccordo anulare” della capitale), concedendo soltanto un percorso da Porte de Bagnolet (zona est, dopo Belleville e il cimitero di Pere Lachaise) e Porte de Charenton.

L’insieme di queste limitazioni, sommate al periodo di chiusura delle scuole per le vacanze autunnali (finiscono oggi) ha leggermente ridotto i numeri dei manifestanti, ma non la loro determinazione. Nonostante il clima da guerra civile imposto da un governo criminale e un sistema mediatico ultra-padronale (con poche lodevoli eccezioni) si calcolano in parecchie centinaia di migliaia le persone scese in strada.

Gli scontri serali sono stati comunque duri in molte città. A Parigi ha fatto la sua rentrée la molotov, con un poliziotto leggermente ustionato, a conferma del fatto che la violenza poliziesca sta innescando reazioni uguali e contrarie, anche se in forma ancora limitata (valgono le lucidissime considerazioni fatte da Frédéric Lordon su queste pagine).

Le differenze tra sindacati (sia dei lavoratori che studenteschi), gilets jaunes, Gen Z e Gen Nahel (i giovani razzializzati delle banlieue) convivono fin qui tranquillamente, anche perché il regime – che ormai va arroccandosi e identificandosi come tale, contro il popolo pur di restare – tratta tutti esattamente nello stesso modo. Violentissimo. Almeno 5 finora le persone che hanno perso una mano a causa delle granate della polizia, 4 delle quali minorenni. E 420 gli arresti eseguiti ieri in piazza, con scene da caccia all’uomo degne di Luigi XIV...

Mercoledì, una commissione di quattro esperti dell’Onu ha espresso «sgomento» per la «violenza» subita dai manifestanti in queste settimane in Francia. «Le ferite gravi e in certi casi irreversibili subite da minori durante le manifestazioni sono inaccettabili e ingiustificabili», e le autorità francesi hanno dato una «risposta principalmente securitaria alle proteste» ignorando deliberatamente «le cause profonde della mobilitazione».

Comunicati che di solito vengono fatti per qualche dittatura da quarto mondo, non per un paese del G7...

Ma non tutto è stato semplice per le “forze del disordine”. Il quartiere “La Plaine” ad un certo punto veniva dato per “caduto in parte nelle mani dei rivoltosi”, con le auto della polizia che sono state prese a sassate. Anche il tentativo di riprendere il controllo del territorio, con cariche continue e un uso parossistico dei gas lacrimogeni non ha modificato la situazione fino a tarda notte.

Problemi anche a Parigi, nonostante lo sforzo di tenere le proteste lontano dal centro città. A soli 500 metri dall’Eliseo, ad un certo punto le forze dell’ordine sono state bersagliate da una pioggia di fuochi d’artificio che sarebbero stati lanciati dai membri del movimento LF, descritto nelle agenzie come “di orientamento islamo-sinistrista” (a quanto pare abbiamo prestato al regime macronista anche i Cerno e i Sallusti...). Seguono dettagli comici, come “Le forze dell’ordine sono costrette a rifugiarsi dietro una baracca”.

Il governo prosegue con il piano che dovrebbe tagliare spese per oltre 40 miliardi, soprattutto a istruzione, sanità, pensioni (ne sappiamo qualcosa qui da noi da 40 anni...) e quindi i movimenti non hanno altra alternativa che proseguire le mobilitazioni.

Gli studenti riprenderanno le occupazioni delle scuole già da martedì (domani riaprono) e ci si prepara ad un fine settimana certamente “interessante”. Venerdì 5 novembre ci sarà lo sciopero generale indetto dall’intersindacale, con i gilets jaunes che già propongono di estendere l’agitazione anche al 6 e al 7 di novembre, secondo uno schema di mobilitazione prolungata molto frequente nella storia francese.

Anche in Germania è finita la pace sociale

A fare notizia è però anche l’inizio delle mobilitazioni nell’altro pilastro storico dell’Unione Europea.

Nella giornata di ieri s’è rotta la lunga “pace sociale” consentita dalle entrate straordinarie – rispetto ad altri paesi – del “modello mercantilista” che aveva trasformato le economie europee in contoterziste dell’industria tedesca. Con la crisi dell’auto e di altre lavorazioni “classiche” il malessere di almeno due generazioni costrette ai mini-job e alle relative minipaghe è esploso davanti ai maxi-stanziamenti decisi per il riarmo con l’obiettivo di costruire “il più forte esercito d’Europa” (come negli anni ‘30 del '900 insomma).

La riapertura delle liste di leva in vista del servizio militare obbligatorio ha definitivamente chiuso il cerchio, consentendo a tutti di “collegare i punti”.

Non stranamente l’agenda politica tedesca sembra aver smesso improvvisamente di nutrire l’avanzata della destra neonazista e ha rimesso in campo la necessità dell’alternativa pacifista, ambientalista (i Verdi sono ormai a destra di Goering...) e quindi apertamente antisionista e socialista, persino nel paese che aveva fatto del sionismo un articolo di fede intoccabile.

La polizia tedesca è stata dispiegata ieri in tutto il Paese. Gli organizzatori del movimento “GenZ regelt!” (“La GenZ se ne occupa!”) avevano previsto la partecipazione di oltre 170mila persone in più di 30 città, tra cui Berlino, Francoforte e Colonia. Ma sono state molte di più.

Le rivendicazioni del movimento vanno dal costo della vita al cattivo stato degli edifici scolastici, passando per i tagli al bilancio e, più in generale, per quelle che vengono considerate decisioni politiche prese senza tenere adeguatamente conto dei giovani. Praticamente come in Francia, Italia e altrove.

Ma che strano... A quanto pare un risultato la UE, con la sua “austerità” l’ha ottenuto. Non la crescita, ovviamente (quella è impossibile, con quelle premesse e trattati), ma l’unità dei popoli sullo stesso programma di lotta, visto che vivono tutti le stesse pessime condizioni.

Scontri sono avvenuti ad Amburgo e Colonia, mentre in molte città i manifestanti hanno preso a sfilare col volto coperto (anche lì le denunce in “flagranza differita” sono diventate la norma “democratica”).

A Colonia la manifestazione è stata vietata dopo essere iniziata adducendo proprio il fatto che molti si erano coperti il viso. Gruppi consistenti si sono quindi staccati dal corteo e la polizia ha cominciato a far uso di idranti e manganelli. Idem ad Amburgo, dove manifestanti mascherati hanno dato fuoco alle barricate e lanciato petardi e pietre contro la polizia.

In zona stazione, però, un gruppo di poliziotti rimasto circondato è stato bersagliato con petardi e bottiglie. Scontri duri anche a Dresda e Lipsia (i land dell’est dove l’AfD aveva vinto le elezioni ma ora sembra scomparsa dai radar), ma anche a Stoccarda.

Qualche ferito – tra i poliziotti, però – a Francoforte, dove è tornata di moda anche la molotov. Mentre in altre 34 città i cortei hanno visto una partecipazione complessiva di quasi 200mila persone.

Bisogna comunque dire che questo quadro non comprende ancora gli studenti, che entreranno ufficialmente in campo come tali il 20 novembre, giorno della mobilitazione contro il riarmo, la guerra e l’obbligo del servizio militare.

L’autunno è iniziato davvero. E per le tecnoburocrazie del Vecchio Continente, che hanno fin qui servito il capitale finanziario, è l’ora di pagare tutti i conti.

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Serbia, la scatola nera in Parlamento

Le proteste studentesche in Serbia, iniziate in seguito al tragico evento di Novi Sad nel novembre 2024, sono arrivate solo occasionalmente sulle prime pagine dei media mondiali. Non c’è da stupirsi, dato che tanti eventi drammatici e trascendentali si sviluppano contemporaneamente in tutto il mondo, e i Balcani hanno da tempo smesso di essere un punto focale dell’attenzione internazionale.

Il mandato di Aleksandar Vučić è stato caratterizzato dalla sua capacità di soddisfare e placare gli attori esterni: è stato accolto calorosamente a Bruxelles, si è abbracciato con Zelensky a Belgrado, ha stabilito legami economici e di sicurezza sia con Israele che con la Russia, è stato sul punto di chiudere uno storico accordo commerciale con la famiglia Trump, mentre per la Cina la regione fungeva da centro di collegamento tra l’Europa Centrale e Orientale e l’Unione Europea.

In queste circostanze, il malcontento della generazione più giovane e la graduale mobilitazione di strati sociali più ampi contro le condizioni interne sono stati trattati come un “affare interno di uno Stato sovrano”. Almeno, questa era l’apparenza.

Il movimento studentesco è stato ritratto come un orfano geopolitico, sebbene resti poco chiaro come un tale orfano sia potuto sopravvivere per due anni – dal punto di vista organizzativo, logistico, in termini di copertura mediatica, piattaforme digitali, algoritmi, eccetera.

Sorgono domande su da dove potesse provenire l’interesse per l’esito di questo nodo gordiano geopolitico; alcuni suggeriscono che dovremmo “seguire la traccia del denaro”, poiché i fondi fluivano discretamente attraverso vari canali.

I metodi del movimento, in particolare durante il periodo in cui affermava di non essere interessato al potere, ma alla giustizia per le vittime del disastro di Novi Sad, provocarono un effetto déjà vu in chiunque avesse vissuto o assistito a una rivoluzione colorata.

Tuttavia, tale interpretazione è stata respinta energicamente da coloro che considerano il movimento come autentica politica dal basso, dalla quale, sostengono, potremmo imparare com’è la vera democrazia diretta.

Ma i plenum che cercavano solo giustizia cambiarono, forse a causa della testardaggine e dell’arroganza di Vučić. Questo aprì la strada a una lotta aperta per il potere. Il risultato elettorale è già chiaro, almeno per quanto riguarda il vincitore. Tutto il resto rimane avvolto nella nebbia.

Se non fosse stato per il breve testo che pubblicai su Substack prima delle elezioni del 25 ottobre, questa analisi potrebbe anch’essa sembrare qualcosa scritto da un generale dopo la battaglia. Eppure, è giusto ammettere che la “valanga” della vittoria della Lista Studentesca – l’enorme affluenza e il risultato cristallino – ha sorpreso persino coloro che conoscono la politica serba, e la cultura politica serba in particolare, molto meglio e da molto più vicino.

A volte, sembra che uscire dall’euforia della vittoria porti con sé una sbronza anche per molti di coloro che, fino a ieri, formavano un blocco oppositore apparentemente monolitico contro quello che chiamavano “il Male”. E ora? Cosa si deve fare? Il momento in cui qualsiasi domanda su obiettivi programmatici, priorità strategiche e le soluzioni pratiche che la realtà esige poteva essere facilmente accantonata è già passato. Fino al momento delle elezioni, la risposta dei rappresentanti della Lista Studentesca era unanime: ci penseremo domani; per ora, il nostro obiettivo è rovesciare il regime.

Ma solo pochi giorni dopo le elezioni, molti indicano, giustamente, l’enigma dell'“esperimento serbo”.

Uno di coloro che compresero la traiettoria del movimento – e quello che egli considerava il suo unico percorso verso il successo – già nel 2025 fu il brillante pensatore e professore Branko Milanović. La sua opinione, che sembra essere stata presa come un consiglio, era che il movimento avrebbe potuto avere successo solo se fosse rimasto apolitico e si fosse attenuto alla pratica dell’antipolitica. L’enorme rabbia accumulata contro Vučić era l’unico punto di convergenza tra l’estrema destra, l’estrema sinistra e i liberali di centro. Ma essere apolitici è una spada a doppio taglio.

La Lista Studentesca non aveva presentato alcuna piattaforma politica chiara, tantomeno ideologica, ma piuttosto 11 punti che equivalevano a una lista dei desideri, espressi in vaghe promesse sulla creazione di “qualsiasi Stato decente”.

Ogni volta che un’ala tentava di enfatizzare una posizione concreta – per esempio, rompere gli stretti legami con Mosca – rischiava di perdere qualche punto percentuale di sostegno pubblico.

Il risultato era simile ogni volta che si presentavano l’UE e la NATO come obiettivi strategici chiave. Ovunque si dirigessero parti del movimento, si imbattevano in un campo minato politico. Pertanto, la via più semplice era mobilitarsi contro Vučić e chiedere la caduta del suo Governo. E Vučić, generosamente, lo rese possibile.

Tuttavia, qui c’è un problema più profondo, che si estende ben oltre la Serbia.

In tutta la regione dei Balcani, ogni volta che la gente inizia a mettere in discussione le fondamenta del proprio ordine politico e sociale, si sente un ritornello familiare: “Per favore, non filosofeggiate”, oppure “C’è troppa politicizzazione”. La politica è trattata come una faccenda sporca, la filosofia come un lusso inutile e il dibattito ideologico come un ostacolo al fare le cose. Io sosterrei esattamente il contrario.

Il problema nelle nostre società non è che ci sia troppa politica significativa, ma troppo poca. Non ci mancano le manovre politiche, i culti della personalità né le lotte per le cariche. Ciò che manca è un dibattito aperto sul tipo di società che vogliamo costruire, a quali interessi deve servire lo Stato e cosa intendiamo per giustizia, uguaglianza, solidarietà sociale e sovranità.

Queste non sono questioni filosofiche astratte. Sono le fondamenta su cui deve essere costruito qualsiasi contratto sociale significativo. Un movimento non può semplicemente rimandarle a dopo la vittoria, come se le risposte sorgessero automaticamente una volta deposti i vecchi governanti.

Il cambiamento reale richiede deliberazione filosofica, decisioni morali e chiarezza ideologica sulle questioni fondamentali che dividono la società e ne determinano il futuro.

Un nemico comune non è un programma politico comune. La rabbia può portare la gente in piazza; l’indignazione morale può mantenere una protesta; una richiesta condivisa di responsabilità può rovesciare un governo. Nessuna di queste cose, da sola, risponde a ciò che dovrebbe accadere dopo.

È qui che diventano evidenti i limiti dell’antipolitica. Può essere un modo efficace per unire la gente contro un governo in carica, specialmente uno che abbia screditato l’ordine politico costituito. Ma non può, da sola, gettare le basi di un nuovo ordine.

Il problema non è che un movimento riunisca persone con diverse convinzioni ideologiche. Il problema inizia quando queste differenze vengono nascoste, scartate come irrilevanti o rinviate indefinitamente in nome dell’unità. Non scompaiono semplicemente perché il movimento si rifiuta di discuterne. Ritornano quando bisogna prendere decisioni – sull’economia, il lavoro, i servizi pubblici, la proprietà, la politica estera, le alleanze militari e la distribuzione del potere e delle risorse. Se queste questioni restano senza risposta, il movimento rischia di cambiare gli attori politici senza alterare le strutture di potere sottostanti.

Il rifiuto di partecipare a un dibattito ideologico non rende la politica neutrale. Né elimina l’influenza degli interessi economici, delle élite tecnocratiche o degli attori esterni. Al contrario, quando un movimento si rifiuta di definire il proprio orizzonte politico, altri possono definirlo al suo posto.

Il linguaggio dell’antipolitica può diventare, quindi, una forma per eludere proprio quelle questioni che più contano per la gente comune: chi possiede, chi decide, chi beneficia, chi assume i costi e i cui interessi restano esclusi dalle decisioni che plasmano le loro vite.

Da una prospettiva di sinistra, queste non sono questioni secondarie da affrontare dopo il ripristino della democrazia procedurale. Sono fondamentali per ciò che il cambiamento politico dovrebbe significare in primo luogo.

In un momento in cui i giovani di tutta Europa, e della Francia in particolare, protestano su una scala che non si vedeva da decenni, il caso serbo – una vittoria ottenuta con mezzi non violenti, lunghe marce e con la penna in mano – sembra un piccolo miracolo.

Le reazioni nei paesi vicini sono simili, specialmente tra i giovani: perché non impariamo qualcosa dagli studenti serbi? Perché taciamo? Perché siamo apatici? L’unica eccezione, naturalmente, è l’Albania, dove le proteste potrebbero intensificarsi proprio a causa degli eventi nel paese vicino.

Questo è il momento peggiore possibile per un’analisi razionale di ciò che verrà dopo.

Come si passa dall’antipolitica alla politica, dalla protesta alle leggi e alle decisioni, e dalla mobilitazione al funzionamento delle istituzioni e dei meccanismi della democrazia procedurale?

Per coloro che credono ancora nella versione idealizzata del movimento studentesco che sconfisse il Male, il realismo è difficile da accettare. Sono disposti a etichettare chiunque sollevi dubbi come un elemento pro-Vučić, se non qualcosa di peggio.

Tuttavia, la ragione conta abbastanza menti sagge dai capelli grigi e sufficienti ricordi da offrire una valutazione più sobria.

Vale la pena considerare le parole di Nenad Čanak e Žarko Puhovski, per esempio.

Čanak, un politico e attivista della Vojvodina – la provincia dove Vučić ha subito una sconfitta schiacciante – ha avanzato una tesi che merita attenzione. Parafrasandolo, sostiene che la vittoria della Lista Studentesca segna la fine del sistema multipartitico della Serbia, spazzandolo via completamente. Descrive la lista stessa, che manca di un leader, una struttura o un programma riconoscibili, come una “scatola nera” introdotta nel parlamento.

Puhovski ha espresso un grado simile di scetticismo, sostenendo che la lista ha di tutto tranne che studenti: i suoi membri sono o totalmente anonimi o hanno “biografie ripulite”, mentre la combinazione ideologica di estremisti di destra e di sinistra è impossibile.

Io la chiamai una “miscela di olio e acqua”, o forse, più accuratamente, “fuoco e acqua”.

La rapida e pacifica sconfitta di Vučić è stata una grande sorpresa, ma anche un sollievo: è stata evitata la guerra civile.

Vučić aveva riconosciuto i segnali di ciò che stava per arrivare ancora prima che terminasse il voto e ha scelto quella che ha considerato la mossa di scacchi più saggia: riconoscere la sconfitta posizionandosi al contempo come leader dell’opposizione parlamentare. È una posizione piuttosto comoda, con un mandato di deputato e una presenza sulla scena politica da cui osservare e attendere gli errori della Lista Studentesca. Può persino essere un sollievo per lui che ora siano altri a dover affrontare il Kosovo, la pressione dell’UE, la crescente crisi economica e sociale, le sanzioni alla Russia, la guerra in Ucraina, eccetera. Sempre che non lo arrestino eventualmente...

Mentre scrivo questo, i nomi di coloro che assumeranno il potere restano in gran parte sconosciuti, nonostante l’enorme maggioranza parlamentare di cui dispongono.

Il parlamento serbo è ora dominato in modo schiacciante da due schieramenti politici, con alcuni rappresentanti delle minoranze che occupano seggi garantiti. Il parlamento attuale riflette una Serbia divisa dai tempi del socialista del XIX secolo Svetozar Marković.
è statafu pacifica, ma le profonde divisioni e l’odio continuano a bruciare sotto la superficie, e difficilmente saranno facili da contenere.

Per coloro che sono a sinistra, forse il segnale più ammonitore è che il nome che si fa per il futuro primo ministro è quello di un uomo del settore bancario. Ci saranno altre sorprese, ed entro la fine dell’anno bisognerà eleggere un nuovo presidente della Repubblica. Poco a poco, la “scatola nera” si aprirà sulla scena, ed emergeranno le figure a cui il movimento studentesco ha conferito un’immagine di innocenza e combattività. Per ora, risulta strano sentire adulti parlare di sé come “noi, della Lista Studentesca”.

In questo momento, è difficile offrire una previsione completa, ma una cosa è chiara: arriveranno ancora delusioni, per una parte o per l’altra, forse per tutti.

La lista e il movimento hanno riunito persone con diverse convinzioni e aspettative, inclusi studenti che non riuscirono nemmeno a ottenere rappresentanza politica né capacità d’azione. La lista vincente è, in questo senso, anche un riflesso in miniatura di una Serbia divisa.

La domanda è se i suoi membri sapranno trasformare quella diversità in un autentico dibattito democratico sul futuro del paese, invece di nasconderla dietro la retorica dell’unità. Se non riusciranno a farlo, è molto probabile che la scatola nera generi un cambio di personale senza trasformare le relazioni sociali ed economiche che plasmano la vita delle persone.

A quanto pare, ciò che resta poco chiaro è chi sia il tecnico di laboratorio, chi abbia costruito il laboratorio e con quale scopo. Ma la verità è che nei cosiddetti Balcani Occidentali, gli esperimenti non sono affatto una novità, così come i cuochi.

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Inflazione italiana al 5,4%, oltre 50 milioni di europei senza riscaldamento

I dati provvisori diffusi dall’Istat per ottobre 2026 evidenziano un brusco rialzo dell’inflazione, che schizza al 5,4% su base annua (dal 4,2% di settembre), toccando i massimi da oltre tre anni. A spingere il dato, ancora una volta, è l’incremento dei prezzi energetici, mentre la crescita si azzera.

Nel terzo trimestre, infatti, il PIL italiano ha registrato una variazione nulla. L’impasse gela le speranze del governo di raggiungere una crescita dell’1% a fine anno, considerando che il dato acquisito per il 2026 si ferma allo 0,8%. L’indice dei prezzi ai massimi dall’agosto del 2023 è “una drammatica conseguenza” dell'“impatto delle guerre sulle materie prime energetiche”, e a dirlo è lo stesso ministro dell’Economia Giorgietti.

Il politico della Lega si scorda di dire che la responsabilità di quelle guerre è in capo agli alleati di Washington e di Tel Aviv, e che il territorio italiano è stato usato come piattaforma bellica per questi conflitti. Come al solito, la guerra “cade dal cielo” nella narrazione della classe dirigente, come non potesse farci nulla.

I beni legati all’energia segnano un balzo del 31,4%, con un picco enorme per le bollette sul mercato regolamentato, in crescita del 59,5%. Il “carrello della spesa” – beni alimentari e quelli per la cura della casa e della persona – accelera e passa da +1,5% a +2,5%, con gli alimentari non lavorati che raggiungono un +7,5%.

L’Istat conferma poi che le retribuzioni contrattuali non stanno al passo dell’inflazione, con il potere d’acquisto che rimane tuttora inferiore di oltre il 9% rispetto ai livelli del 2021. Associazioni come Confesercenti hanno lanciato l’allarme sull’ennesima fiammata inflattiva che potrebbe arrivare a bruciare fino a 1,4 miliardi di euro di vendite nell’ultimo trimestre, quello fondamentale degli acquisti natalizi.

La situazione ha spinto persino il Presidente della Repubblica, Sergio Mattarella, a esprimere preoccupazione sul tenore di vita dei cittadini, salvo poi firmare qualsiasi provvedimento che criminalizza le proteste sul tema e sostiene le politiche guerrafondaie.

Alle voci preoccupate si è aggiunta anche quella del Governatore della Banca d’Italia, Fabio Panetta, che richiama l’attenzione sulla possibilità di tornare ad alzare i tassi di interesse per frenare l’inflazione, scaricando ancora i costi di questa politica monetaria sui mutui pagati dai lavoratori. A segnalare il vicolo cieco in cui è incastrata questa fallimentare classe dirigente.

Il contesto nazionale si presenta come ancor più critico nel confronto con l’Eurozona. L’inflazione in Francia sale al 3,4%, in Spagna resta stabile al 4,9%, in Germania scende leggermente, ma rimane al 2,8%. Anche sul fronte della crescita il nostro paese resta fanalino di coda, facendo peggio della media europea (+0,4%). Ma la situazione è piuttosto critica ovunque, come si può evincere anche da recenti incontri europei.

Il commissario europeo all’Energia e all’Edilizia abitativa, Dan Jørgensen, a margine del Consiglio dell’Unione Europea nel formato Energia tenutosi in Lussemburgo il 29 ottobre, ha lanciato un allarme che, nonostante la portata, è passato un in sordina: oltre 50 milioni di cittadini comunitari rischiano di non poter riscaldare adeguatamente le proprie abitazioni a causa dei costi elevati di gas e petrolio.

Jørgensen ha evidenziato come i paesi membri si trovino oggi in una posizione strutturalmente più solida rispetto allo shock energetico del 2022. I consumi complessivi di gas sono stati ridotti del 18%, la dipendenza dalla Russia è stata largamente ridimensionata e i livelli di stoccaggio continentali sono sicuri.

La crisi attuale non riguarda dunque l’approvvigionamento, bensì il potere d’acquisto. I salari vengono mangiati dall’inflazione, gli affitti sono insostenibili come dimostrano le proteste in tanti paesi europei, e i prezzi energetici e dei carburanti stanno dando il colpo di grazia ai settori popolari di mezzo continente.

Le continue tensioni sui mercati internazionali create dalle guerre imperialiste hanno portato a un petrolio che continua a gravitare intorno sopra i 100 dollari a barile, mentre anche il gas ha ormai sforato i 100 euro a megawattora. Ed è da qui che deriva l’impossibilità di scaldarsi quest’inverno.

Per contrastare la volatilità dei mercati nel lungo periodo, la strategia indicata da Bruxelles è quella di un abbandono accelerato dei combustibili fossili. Peccato che sia stata la stessa UE a smantellare il proprio Green Deal, ad annacquare la spinta verso la mobilità elettrica e a piegare la propria legislazione ambientale al riarmo.

Per bocca di Jørgensen, la Commissione ha esortato i paesi UE ad adottare misure di welfare energetico mirate e temporanee per proteggere le famiglie a basso reddito. Ovviamente, però, interventi del genere sono legati a margini di bilancio che i membri non hanno, o che, se presenti, stanno spendendo nell’industria militare.

Insomma, i vertici europei hanno fatto di tutto per negare la responsabilità politica della crisi energetica, relegando a misure residuali e palliative qualche sollievo, senza dubbio inadeguato. E così le fasce più vulnerabili della popolazione si trovano sempre più spesso a dover scegliere tra l’acquisto di beni di prima necessità e il riscaldamento domestico.

L’azione della UE si è fermata qui. Ha annunciato che più di un cittadino su dieci dei suoi paesi membri dovrà patire il freddo, e questo per la classe dirigente continentale è il “giardino” in cui tutti dovrebbero sognare di vivere. L’unica priorità rimane il riarmo, nonostante la politica guerrafondaia abbia dimostrato di portare solo danni.

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