Presentazione


Analisi, opinioni, fatti e (più di rado) arte da una prospettiva di classe.

01/04/2026

L’errore di calcolo del secolo; l’avventura di Trump in Iran

Nel giugno dello scorso anno, gli Stati Uniti e Israele hanno bombardato gli impianti atomici dell’Iran per dodici giorni. Dopo alcuni giorni, le due potenze belligeranti – che non disponevano dell’autorizzazione delle Nazioni Unite per questa guerra di aggressione – hanno aperto le porte a un cessate il fuoco.

In quel momento, credendo che ciò potesse benissimo servire come base per una negoziazione completa, il governo iraniano guidato dalla Guida Suprema Ali Hosseini Khamenei accettò i termini stabiliti: la fine immediata degli attacchi e l’assenza di escalation.

I lanci di missili cessarono, ma l’accordo era molto fragile. Non c’era un accordo di pace a lungo termine, né meccanismi vincolanti di attuazione o monitoraggio, né un accordo sulle questioni nucleari, né un accordo per porre fine agli atti di sabotaggio e agli attacchi degli Stati Uniti e di Israele contro l’Iran.

Non si trattava della fine della guerra imposta dagli Stati Uniti e da Israele all’Iran, ma solo di un accordo per interrompere una battaglia. Khamenei descrisse l’aggressione di Stati Uniti e Israele come futile e affermò che essi “non avevano guadagnato nulla”, dichiarando al contempo che l’Iran aveva imposto un cessate il fuoco e “non si sarebbe mai arreso”.

L’Oman ha una reputazione decennale come mediatore neutrale tra Iran e Stati Uniti (con la presenza discreta di Israele dietro le quinte). Tra il 2012 e il 2013, fu l’Oman a ospitare i negoziati tra Stati Uniti e Iran che portarono al Piano d’Azione Globale Congiunto (JCPOA) del 2015 tra l’Iran e il P5+1 (USA, Regno Unito, Francia, Cina, Russia + Germania) e l’Unione Europea – che ridusse le sanzioni in cambio di alcune promesse sull’arricchimento dell’uranio.

Esisteva un canale sicuro e discreto tra Mascate, Teheran e Washington, e questa linea di comunicazione divenne attiva dopo luglio, con l’obiettivo di una negoziazione adeguata per chiarire le linee rosse e ridurre il rischio di errori di calcolo.

Infatti, la discussione si allargò e l’Iran arrivò ad accettare che il suo arricchimento dell’uranio sarebbe stato limitato, che le sue scorte altamente arricchite sarebbero state diluite e che l’Agenzia Internazionale per l’Energia Atomica avrebbe potuto riprendere il monitoraggio e le ispezioni.

Non si trattava di un accordo definitivo, ma piuttosto di un quadro negoziale con vincoli nucleari condizionali e una pratica continua di riduzione della tensione. Sia la Guida Suprema Khamenei che il presidente Masoud Pezeshkian avevano la volontà politica per giungere ad un accordo, che era molto vicino. Il ministro degli Esteri iraniano, Abbas Araqchi, dichiarò meno di un giorno prima dell’attacco di Stati Uniti e Israele che un accordo era “a portata di mano, ma solo se si fosse data priorità alla diplomazia”.

Tuttavia, Stati Uniti e Israele hanno seguito la strada opposta: una guerra di aggressione che ha violato la Carta delle Nazioni Unite (Articolo 2).

Già il primo giorno, il 28 febbraio, gli Stati Uniti e Israele hanno assassinato la Guida Suprema Khamenei e ucciso 180 bambine nella scuola elementare Shajareh Tayyebeh a Minab. Stati Uniti e Israele credevano che questo diluvio di attacchi contro leader politici, infrastrutture chiave e civili avrebbe portato immediatamente a una rivolta popolare che avrebbe rovesciato la Repubblica Islamica.

Le agenzie di intelligence statunitensi e israeliane hanno sopravvalutato le proteste iniziate nel dicembre 2025 intorno alla svalutazione del rial e all’aumento dell’inflazione. Ma c’è un’enorme differenza tra un ciclo di proteste per questioni economiche e il desiderio di ribellarsi e rovesciare un intero sistema.

Quando i missili hanno ucciso la Guida Suprema – che gode di una reputazione di pietà persino tra i suoi critici (fu elevato dalla Società degli Insegnanti del Seminario di Qom a Marja-e Taqlid, o Fonte di Emulazione, nel 1994) – e quando uccisero le bambine della scuola, l’umore pubblico fu elettrizzato dal patriottismo. Era impossibile, in questa situazione, schierarsi dalla parte della guerra imperialista contro bambine innocenti.

La natura dell’attacco di Stati Uniti e Israele, e il fatto che l’Iran fosse stato in grado di colpire obiettivi israeliani, nonché obiettivi statunitensi negli stati arabi del Golfo, unì la popolazione iraniana attorno alla propria sopravvivenza e alla propria capacità di difendersi. Questo è il sentimento predominante tra gli iraniani attualmente.

Dalle guerre degli Stati Uniti in Afghanistan nel 2001 e in Iraq nel 2003, gli strateghi militari statunitensi non hanno abbandonato il concetto di “ricerca di escalation” e hanno utilizzato il concetto di “dominio rapido” (attraverso attacchi decapitanti, paralisi del comando e dominio totale delle forze militari avversarie).

Questo ha funzionato in Afghanistan e in Iraq, dove la scala della violenza statunitense ha distrutto la capacità di rappresaglia. Fu veramente “shock e terrore”.

Un tale impianto militare non ha funzionato con l’Iran. Gli iraniani si stavano preparando da decenni per un attacco su larga scala da parte di Stati Uniti e Israele. La loro leadership politica aveva compreso la vulnerabilità degli attacchi decapitanti e, pertanto, aveva creato otto livelli di sostituti per la maggior parte delle leadership essenziali.

Le forze armate hanno costruito in fretta diversi tipi di sistemi d’arma, dai missili a frammentazione supersonici in grado di superare i sistemi di difesa aerea, fino a imbarcazioni d’assalto costiere veloci che impiegano tattiche a sciame nelle acque del Golfo.

Questi, insieme alle milizie filo-iraniane dal Libano all’Iraq, costituiscono i molteplici anelli di difesa che gli iraniani hanno costruito. Ciò significa che, mentre gli Stati Uniti iniziano con il dominio rapido e non possiedono una scala di escalation, la risposta iraniana a Stati Uniti e Israele è stata strategicamente costruita partendo dai missili più semplici fino a quelli a frammentazione più sofisticati – mantenendo al contempo le sue piccole imbarcazioni e le milizie in riserva.

Queste non sono state mobilitate, poiché l’Iran continua a fare affidamento sui suoi missili e sul suo controllo sullo Stretto di Hormuz (ora aperto solo a navi di determinati paesi).

L’intelligente risposta dell’Iran ha immobilizzato Stati Uniti e Israele, lasciandoli senza altra scelta che implorare un cessate il fuoco. La leadership iraniana afferma di non essere interessata a un cessate il fuoco parziale, come quello del luglio 2025, che consentirebbe semplicemente a Israele e Stati Uniti di riarmarsi e tornare con un’altra ondata di violenza.

L’Iran afferma di volere un grande accordo che includa anche Iraq e Libano – non solo l’Iran – ed esige la totale revoca delle sanzioni, la fine del genocidio dei palestinesi e altre condizioni, come la rimozione da parte degli Stati Uniti della loro struttura di basi ostili che circondano l’Iran. Se Stati Uniti e Israele accettassero queste richieste, significherebbe una vittoria assoluta per l’Iran – nonostante le tragiche perdite di vite umane causate dal brutale attacco di Israele e Stati Uniti.

Uccidendo la Guida Suprema Ali Khamenei, che era favorevole al cessate il fuoco nel luglio 2025, gli Stati Uniti e Israele hanno perso qualcuno che forse avrebbe sostenuto nuovamente un cessate il fuoco. L’attuale leadership, inclusa la nuova Guida Suprema, Mojtaba Khamenei, ha valutato accuratamente che un cessate il fuoco senza un grande accordo è solo una questione di tempo e non di pace. Gli iraniani vogliono la pace per la regione, non guerra, cessate il fuoco, guerra – una guerra senza fine che si traduce in austerità e sofferenza.

Gli israeliani non hanno parlato molto della guerra in Iran, preferendo attaccare con i loro missili e bloccare qualsiasi copertura giornalistica degli attacchi iraniani contro Israele. Sarebbero costretti a un accordo di pace imposto da Trump? È improbabile.

Gli israeliani hanno una visione escatologica del Medio Oriente, desiderosi di prendere le terre dal Nilo all’Eufrate, il che richiederebbe di far tacere il loro più grande e influente critico nella regione, vale a dire l’Iran. Per Israele, questa è una lotta fino alla fine. Hanno trascinato gli Stati Uniti in questa battaglia, sebbene non ci sia alcun guadagno realistico per gli Stati Uniti riguardo all’esistenza o meno della Repubblica Islamica (che non ha minacciato gli Stati Uniti in alcun modo).

Israele vuole vedere la Repubblica Islamica sradicata, ma questo è un esito improbabile, date le sue radici profonde nella società iraniana. Gli Stati Uniti, d’altro canto, si accontenterebbero di gestire la Repubblica Islamica sotto una leadership malleabile. Nessuna delle due opzioni è in gioco.

L’unica opzione per un’escalation militare sarebbe che Stati Uniti o Israele lanciassero un attacco nucleare contro l’Iran – il che, dopo l’impatto terribile sulla vita dei civili iraniani, provocherebbe una reazione totalmente negativa dell’opinione pubblica mondiale.

Non ci sono buone opzioni per gli Stati Uniti e Israele. Possono continuare con i loro bombardamenti, ma continueranno a essere testimoni di un’escalation iraniana che causa danni a Israele e agli interessi statunitensi nella regione. Stati Uniti e Israele dovranno affrontare il mondo mentre i prezzi di carburante e cibo salgono alle stelle.

Questo è stato un errore di calcolo da parte di Stati Uniti e Israele. L’Iran non cederà così facilmente. Sono in gioco centinaia di anni di una civiltà orgogliosa. I loro leader lo sanno. Non stanno difendendo solo la Repubblica Islamica o la Rivoluzione Iraniana del 1979, ma l’Iran stesso. Non arretreranno.

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Il carcere universale ai tempi della guerra mondiale a rate

La deriva psichiatrica della società si palesa sempre di più ed è un dato inconfutabile che, dietro la recrudescenza dei fenomeni criminali, si celi un disagio mentale virale. Un ragazzino di 13 anni accoltella la sua professoressa per piccoli rancori: è o non è malattia?

I fatti, tutto sommato, dovrebbero essere oggettivi e, solo successivamente, analizzati dalla ideologia o dalla convenienza. Piove, quindi cade acqua dal cielo e, fascisti o comunisti, pacifisti o guerrafondai, bianchi o neri... si dovrebbe essere concordi nel dichiarare che quando piove si bagna la terra.

Il carcere, con i suoi dati di disagio e tossicodipendenza, dove oltre il 70% degli attuali detenuti è recluso per micro reati, per fatti legati all’uso di sostanze o per comportamenti di aggressività privi di movente logico, non è strumento giusto per re-inserire nella società i rei. E neanche per garantire la sicurezza collettiva.

Come può migliorare un fragile da un’esperienza detentiva degradante? Cosa farà una volta fuori? L’idea della “cura”, come trattamento di percorsi di riabilitazione psichiatrica, tramonta mestamente se “stupidiati” di farmaci contenitivi, di avvilimenti non narrabili e del tempo morto della detenzione.

Questo concetto va oltre l’essere o non essere a favore della galera, ma si concentra sulla sua utilità rispetto alla deriva di alienazione collettiva che sta prendendo il paese. Se il carcere diventa strumento contenitivo della marginalità cronica, un lazzaretto, aggiungendo buio ad esistenze già nere, come si può immaginare che funzioni e che non crei, invece, le premesse per recidive e ulteriori sprofondi nella sofferenza oscura?

Il corpo detenuto, proprio perché privato di autonomia e dignità, ha molte possibilità di trasformarsi in cervello detenuto, dove il trauma della camicia di forza si estende tentacolare nella psiche, imprigionando ogni sentire: un dentro/fuori non necessariamente fatto solo di sbarre fisiche.

Nel caso poi dei minori ogni inasprimento delle pene e ogni abuso nella carcerazione, proprio perché in età evolutiva, sortisce l’effetto di una certa e inevitabile cronicizzazione sia della marginalità del bambino, che nella sua discesa definitiva nei meandri delle dipendenze e dei linguaggi dopanti della esclusione e della sofferenza.

Ergastoli, in pratica, sebbene non sanciti da sentenza scritta.

Eppure, anche se basta prendere un tram per comprendere che la deriva della psicosi collettiva è fenomeno di massa, le nostre élite si nascondono dietro la negazione della realtà.

Nasce così l’idea del “più carcere a tutti” che lenisce nella maggioranza silenziosa il senso di paura, ma che nella realtà rende più insicure le nostre città. Proprio perché crea un esercito di fulminati ad oltranza, incontenibile per l’eternità nelle mura delle patrie galere, ma costretti ad un transito senza meta, un perenne dentro/fuori che attraversa i calvari della contemporaneità.

La stessa percezione di carceriere/carcerato si fonde e confonde continuamente nelle detenzioni universali, nelle auto-carcerazioni ergastolane degli oblii chimici o nei bui dei silenzi urbani. Del resto si tratta di 1 italiano su 3 a rischio di questa “cosa”, di potenziali milioni di persone e imprigionarle tutte sarebbe un costo economico e sociale insostenibile.

La stessa idea di trasformare le nostre città in Istituzioni Totali a cielo aperto dimentica che alla lunga porta il paese alla auto estinzione e, già i dati della denatalità, segnalano che nei prossimi anni non nasceranno dieci milioni di italiani.

Nel carcere la sessualità è inibita con la forza, come pena accessoria. Nel carcere diffuso delle città, questa inibizione, non solo a procreare, avviene attraverso strumenti meno cruenti, ma altrettanto efficaci.

La difficoltà anche ad intravedere un futuro potenziale e accessibile che vada oltre la lotta di un presente cannibale, capace di cancellare il tempo in un perenne day by day feroce e meschino.

“Precarietà che punta il dito sulla schiena” che emana quel tanfo di calzino sintetico sudato delle Istituzioni Totali, affossandoci in una tristezza afona e senza grazia.

Ogni giorno leggiamo i fatti, sempre più demenziali, di morte e di devastazione ma non siamo più capaci di sommarli, metterli accanto ed avere la visione di insieme che, poi, ci determina nel sentire, qualsiasi esso sia, ma dotato di nessi di Causa>Effetto: come voler fare la dieta dimagrante e abbuffarsi di dolci e pizze fritte.

Il carcere, sotto certi aspetti, come deterrente al crimine è già stato abolito: diventa mera punta di un iceberg di contenimento della follia, nelle latitanze applicative della Legge 180: sia del disturbo vero e proprio, che di quello determinato dalla ossessione della dipendenza e dal proliferare delle doppie diagnosi di tossico e disturbato.

Si insinua operativamente nella cura delle patologie psichiatriche, assurgendo a nuovo manicomio totale. Oppure si sostituisce alle latitanze del welfare, diventando dormitorio per marginali.

Se su sessanta e passa mila detenuti oltre la metà è tossica e un terzo tossica e sofferente psichiatrica, a cui aggiungere chi per assenza di casa non può usufruire di domiciliari, di criminali veri e propri ne rimangono assai pochi: questo è un fatto, non una opinione.

Se poi si inizia ad individuare, direttamente o indirettamente, un reato di povertà, o un’aggravante di povertà, ogni idea di Uguaglianza davanti alla Legge va a farsi benedire.

Si cancella il welfare, come inclusione, depotenziando strumenti di sostegno, di occupazione, di de burocratizzazione del post pena, del micro credito e di spazi di vita abitativa possibile per un ex detenuto. Creando un iter detentivo/esistenziale, un dentro e fuori, che rende queste esistenze legate per sempre a mamma carcere, nelle sue varie denominazioni.

La droga, non più intesa come polvere sballante, ma come soluzione identitaria circolare, trova fertilità non necessariamente legata soltanto alle sostanze psicotrope, ma nella nuova lingua delle alienazioni, strafatta di ludopatia, di cartoni di vino baratto, di psicofarmaci, di solitudine invalidante e di stigma.

Ieri, ero in un bar gestito da una cooperativa di ex detenute o detenute in permesso lavoro, una di loro è scappata via per andare a firmare. Ho pensato che, per quanto possa sembrare insensato, questo “obbligo di firma”, sebbene non determinato da burocrazie legali, affligge molti di noi che viviamo in periferia: dopo il tramonto si deve correre a casa, altrimenti si rimane in strada per assenza di trasporto pubblico. Un pensiero stupido, eppure maledettamente reale nelle nostre pratiche quotidiane.

La malattia si nutre di sé stessa. Aggroviglia esistenze, nell’isolarle, nel rendere arduo ogni movimento, nell’imbalsamazione del welfare in mera auto-rappresentazione di una bontà tanto inutile, quanto santificata dai salotti rosé.

Così l’oscillazione tra carcere e diversamente carcere crea humus perfetto per il virus della pazzia collettiva e il conseguente invio nelle discariche sociali per pezzi interi di paese, rendendo le patrie galere simboli spettrali della nostra impotenza.

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Cronache dal disastro

di Alessandro Volpi

In questo momento lo Stretto di Hormuz è sostanzialmente chiuso mentre per Suez i volumi di transito sono ridotti del 70%.

Diventa dunque fondamentale per l’economia globale, a cominciare da quella cinese, il transito attraverso lo Stretto di Malacca, da dove ormai passano quasi tutti i beni provenienti e indirizzati verso l’Asia.

La sua chiusura comporterebbe la paralisi della Cina in pochi giorni. Ora tale Stretto è aperto ma per effetto della chiusura degli altri transiti è fortemente congestionato con ritardi di settimane nella consegna delle merci e con prezzi in ascesa.

Bisogna aggiungere che la navigazione attraverso Malacca è molto complicata per il basso fondale e l’attuale incremento dei passaggi determina maggiori rischi in tale senso, accentuati dalle attività di pirateria.

Se una nave si incagliasse, con Hormuz chiuso e Suez a scartamento ridotto, la recessione sarebbe immediata. Per la prima volta, da anni, siamo di fronte ad una crisi che non è solo il prodotto della speculazione finanziaria ma è dettata dalla follia imperiale di Stati Uniti e Israele; peraltro Trump ipotizza di mandare truppe di terra in Iran, decidendo così di affondare il suo paese che non può sopportare un debito destinato a pagare il 5% di interessi sui Tresaury decennali per fronteggiare ogni giorno una spesa di 4,5 miliardi di dollari per la guerra.

Naturalmente quei tassi di interesse obbligheranno debiti pubblici deboli come quello italiano a pagare altrettanto e avere quindi un macigno sui propri conti pubblici.

Aggiungerei una nota finale. Con Hormuz chiuso e con Malacca congestionata, la Cina dovrà approvvigionarsi sempre più, via tubo, dalla Russia che avrà vantaggi enormi dalla guerra degli Usa. Viva il capitalismo liberale!

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Israele vuole allargare i suoi confini in Libano. Anche la Siria pagherà il suo prezzo

La mappa che pubblichiamo qui a fianco, indica piuttosto chiaramente l’obiettivo israeliano di realizzare una vera e propria pulizia etnica nel sud del Libano e spostare i suoi confini a nord. Sicuramente fino al fiume Litani, ma l’occupazione potrebbe estendersi ancora più a nord, fino al fiume Zaharani.

Se guardiamo la mappa possiamo vedere come a Est Israele ha già occupato – tra l’altro allargandola – le alture del Golan. Tra il Golan e il territorio libanese occupato c’è una striscia di Siria che potrebbe essere a sua volta annessa, completando e uniformando il nuovo confine nord di Israele. La totale subalternità del nuovo regime jihadista a Damasco potrebbe non opporsi affatto a questa occupazione, così come ha fatto per il Golan.

L’ordine di evacuazione della popolazione imposto dalle autorità israeliane sul Libano del sud, ha implicato lo svuotamento di oltre il 14% dell’intero territorio libanese, in un’area che si estende fino a 40 chilometri dal confine israeliano, includendo i principali centri abitati di Tiro e Nabatieh. Secondo le organizzazioni umanitarie, nelle ultime due settimane quasi una persona su cinque in Libano è stata sfollata, mentre il numero totale ha superato il milione.

Un analista israeliano ripreso dall’Ispi, afferma che Israele sta applicando in Libano la strategia militare messa a punto a Gaza, dove Israele ha costretto i palestinesi in un’area che copre circa metà del territorio originario della Striscia. Questa strategia, scrive Yagil Levy, “sta prendendo forma anche in Cisgiordania, come dimostrano le regole di ingaggio più flessibili e l’autorità concessa alle milizie di coloni per allontanare dai loro villaggi e dalle loro case le comunità civili palestinesi”.

Il risultato di questo strategia, a nostro avviso, è chiaramente la pulizia etnica dei territori libanesi e palestinesi e forse di quelli della striscia siriana, con un allargamento dei confini di Israele “de facto” in nome della sicurezza.

La cosiddetta comunità internazionale continua a invocare a vuoto il rispetto degli accordi internazionali ma si trova come al solito di fronte ai fatti compiuti da parte di Israele. L’unico serio ostacolo a questo progetto colonialista ed espansionista israeliano rimane la resistenza libanese e palestinese che meritano di ricevere tutto il sostegno possibile, con ogni mezzo necessario.

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Transizione ecologica o speculazione? Il caso Fornaci

C’è un momento preciso in cui una vicenda locale smette di essere un semplice “progetto” e diventa un fatto politico. A Brescia, quel momento è arrivato. Non con una delibera, non con un parere tecnico, ma con uno striscione di venti metri steso davanti ai campi nei pressi del quartiere di Fornaci, domenica 29 marzo. È lì che il conflitto è diventato visibile. Ed è lì che la parola “politica” ha ripreso il suo significato più alto: non gestione dell’esistente, ma scelta sul destino di un territorio e di una comunità.

Un progetto che interroga

Sulla carta, quello previsto alla periferia sud-ovest della città è un impianto agrivoltaico. Energia rinnovabile, dunque. Transizione ecologica. Ma dietro questa etichetta si muove una realtà più complessa.

Il progetto coinvolge un grande operatore come SNAM e insiste su terreni di proprietà di un ente religioso, l’Opera Pia Carboni, legata alla Diocesi. Un intreccio che mette insieme energia, finanza e proprietà fondiarie in un’operazione che viene presentata come “green”, ma che solleva interrogativi profondi. Perché non è in discussione il principio delle energie rinnovabili. È in discussione il modo in cui vengono progettate, collocate, imposte.

Le istituzioni: perplessità o copione già visto?

Dopo le prime mobilitazioni, sia il Comune sia la Provincia hanno espresso infine obiezioni sull’opportunità del progetto. È un fatto rilevante. Ma non basta.
Perché esiste un copione ormai noto: i progetti avanzano senza vero dibattito pubblico, la mobilitazione cresce, le istituzioni prendono posizione, ma senza assumersi fino in fondo la responsabilità della decisione. Nel frattempo, il processo resta aperto.
E la domanda resta sospesa: si tratta di un cambio reale di orientamento o di una presa di distanza temporanea?

La differenza la fanno le persone

Se oggi il progetto è in discussione, non è per un’iniziativa istituzionale. È per ciò che è accaduto nel quartiere.
La differenza la stanno facendo le persone che ci vivono e che hanno scelto di esserci, dando priorità alla tutela del territorio e dicendo con forza no al progetto agrivoltaico a Fornaci. Lo hanno dimostrato con la spettacolare azione di domenica 29 marzo, quando hanno steso uno striscione di 20 metri davanti all’area minacciata.
Ribadendo ancora una volta che non sono contrarie alle energie rinnovabili, ma ritengono debbano essere realizzate in modo corretto e nel rispetto del territorio e delle aree abitate.
Questa è solo una delle iniziative che si stanno portando avanti. Nei prossimi giorni saranno valutate altre azioni per continuare la protesta e difendere il territorio.

Oltre il no: una proposta

Ed è qui che il caso Fornaci assume un significato pienamente politico, nel senso più alto del termine. Non si tratta solo di opporsi, ma di proporre.
Il Comitato Spontaneo Fornaci, insieme a realtà locali e provinciali come Legambiente e Brescia SiCura – Controllo di Vicinato, sta lavorando a un progetto alternativo: una riforestazione sociomassiva dell’area.
Oltre 200 mila metri quadrati, circa sessanta piò bresciani, da trasformare attraverso la messa a dimora di circa ventimila alberi e arbusti.
Una proposta costruita con il contributo di agronomi, forestali ed economisti, che mira a dimostrare come i servizi ecosistemici generati possano garantire alla proprietà un reddito non inferiore – e potenzialmente superiore – a quello attuale. La proposta preliminare sarà presentata pubblicamente entro l’estate.

Il nodo: chi decide la transizione?

A questo punto la domanda diventa inevitabile. Chi decide che cosa è “transizione ecologica”?
Se un progetto promosso da grandi operatori energetici, su terreni appartenenti a un ente religioso, può trasformare decine di ettari di suolo agricolo senza un reale coinvolgimento della comunità, allora il problema non è tecnico. È politico. Politico nel senso pieno: riguarda il rapporto tra potere e territorio, tra decisione e partecipazione, tra interesse economico e bene comune.

Il silenzio (non innocente) dei “Verdi”

In questa vicenda colpisce anche un altro elemento.
Proprio quelle realtà che dovrebbero essere più sensibili ai temi ambientali – liste civiche, gruppi “green”, movimenti climatici presenti anche in Loggia – si sono mosse poco e tardi. Quando lo hanno fatto, spesso si sono limitate a dichiarazioni negative ma prudenti, oppure hanno lasciato trapelare una sostanziale apertura verso il progetto.
Il ragionamento, più o meno esplicito, è sempre lo stesso: più fotovoltaico significa più autonomia energetica, meno dipendenza dall’estero, meno crisi.
Un discorso che, a sentirlo bene, finisce per assomigliare più a una versione locale delle retoriche sull’“indipendenza energetica” che a una riflessione concreta sui territori. E così, nel nome della transizione, si accetta quasi tutto. Anche ciò che transizione non è.

Una linea di confine

A Fornaci oggi passa una linea di confine.
Da una parte un modello che considera il territorio una superficie disponibile, da utilizzare in nome della transizione energetica. Dall’altra una comunità che rivendica il diritto di essere parte delle scelte, di difendere il proprio spazio, di costruire alternative. Ed è forse questo l’elemento più significativo. Perché, mentre il sistema si muove con le sue logiche e le istituzioni oscillano tra prudenza e ambiguità, qualcosa è già cambiato. Una presenza. Una consapevolezza. Una presa di parola.

Non è solo Fornaci

Pensare che questa sia una vicenda locale sarebbe un errore. Fornaci è un laboratorio. Qui si misura se la transizione ecologica sarà davvero un processo condiviso, oppure una nuova forma di intervento dall’alto, rivestita di linguaggio ambientale.
Per questo quello che sta accadendo non riguarda solo un quartiere. Riguarda tutto il capoluogo. E riguarda, soprattutto, il significato che vogliamo dare alla parola politica.

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Il missile low cost che cambia il gioco della guerra

L’articolo che vi proponiamo è stato scritto da un australiano solidale con la Palestina, neanche con l’Iran. È scritto in uno stile fumantino e divertente, ma le informazioni che contiene sui missili e il loro uso nella guerra contemporanea sono assolutamente corrette. La loro combinazione strategica, in qualche misura, anche.

La proiezione mondiale di questa strategia è probabilmente frutto di spuculazione, ma non del tutto campata in aria. Quando gli schemi noti finiscono nel dimenticatoi, “tutto può essere”. Ed anche no. Però secondo noi è più importante sapere e capire come cambia il mondo.

Buona lettura.

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Questo è un tizio, Trump, che pensava valesse la pena investigare l’iniezione di candeggina nei polmoni come trattamento medico. Un tizio che ha guardato direttamente un’eclissi solare. Un tizio che voleva bombardare un uragano con armi nucleari e non sa nemmeno chiudere un ombrello. Quel fulgido esempio di genialità impazzita.

Questo è il tizio che sta tra te e il cambiamento più significativo nella storia militare dall’invenzione della polvere da sparo.

Buona fortuna a tutti.

Ecco cosa è successo proprio mentre Trump postava commenti sugli ascolti e si definiva un genio su Truth Social.

Un’azienda privata cinese chiamata Lingkong Tianxing ha messo in produzione di massa un missile ipersonico da Mach 7. Sono 8.575 chilometri orari. Gittata di 1.300 chilometri. Costruito con componenti di qualità civile, parti stampate e uno scudo termico fatto in parte di cemento. Non è un errore di battitura. Cemento.

Costo per unità: 99.000 dollari USA.

Costa meno di una Tesla Model X.

Costa meno di un ripostiglio per barche nel Queensland rurale.

E il lanciatore? Il lanciatore è un normale container da trasporto. Bianco. Insignificante. Identico ai 25 milioni di container che si muovono in questo momento sul Pianeta via navi, camion, scali ferroviari, aree industriali e strutture portuali in ogni paese della Terra.

Non si può notare la differenza. Non c’è differenza. Sembra esattamente come quello dietro il tuo Home Depot o il tuo Bunnings Warehouse.

Ora, ecco il problema che dovrebbe far star male fisicamente ogni stratega militare del Pianeta.

Gli Stati Uniti spendono tra i 2 e i 4 milioni di dollari per ogni tentativo di intercettazione con un sistema THAAD o un intercettore SM-6. Questo è il costo per cercare di abbattere uno di questi oggetti. Un tentativo. Non un abbattimento garantito. Un tentativo.

Il costo per lanciarne uno: 99.000 dollari.

Questo è un rapporto di costo tra 20 a 1 e 40 a 1 a favore dell’attaccante. E questo prima di considerare la saturazione. Lanciane 10 in una volta e hai appena costretto il difensore a bruciare tra i 20 e i 40 milioni di dollari in missili intercettori nel tentativo di fermare una salva da 1 milione di dollari.

Lanciane 50 e hai svuotato il caricatore.

Poi lancia quelli veri.

L’intera logica del predominio militare occidentale moderno si basa sul presupposto che proiettare potenza sia costoso, ma rispondere al fuoco sia economico. Le portaerei esistono perché nessuno può permettersi di costruire le scorte di missili necessarie per affondarne una. I gruppi d’attacco delle portaerei hanno operato come l’asso nella manica, se mi passate l’espressione, per 80 anni perché il costo per affondarne una è sempre stato proibitivo.

Quella logica è morta nel novembre 2025 e quasi nessuno se n’è accorto.

Ora torniamo al genio nello Studio Ovale.

Donald Trump ha appena impegnato gli Stati Uniti in una guerra contro l’Iran. Un paese di 90 milioni di persone con una storia di 2.500 anni di resistenza agli imperi. Un paese che si è preparato esattamente per questo scontro per 40 anni. Un paese che attualmente possiede una delle vie d’acqua strategicamente più critiche del pianeta, e che ora è sul mercato per esattamente il tipo di arma offensiva economica, devastante e impossibile da localizzare che la Cina ha appena messo in produzione di massa.

L’Iran ha bisogno di missili. La Cina ha bisogno di petrolio. Lo Stretto di Hormuz è chiuso per le petroliere cinesi in questo momento [in realtà è ora aperto solo per i “paesi amici”, tra cui la Cina ndr].

Tu dimmi come va quella telefonata.

Quanti missili ipersonici compra una superpetroliera carica di greggio iraniano? A 99.000 dollari l’uno? Un singolo carico di petroliera vale più di 100 milioni di dollari ai prezzi attuali di crisi.

Sono mille missili.

Mille container che sembrano esattamente come tutti gli altri container sulla terra. Mille lanciatori che possono essere posizionati ovunque entro 1.300 chilometri da qualsiasi bersaglio. 1.300 chilometri coprono la maggior parte della penisola arabica. Copre il Mar Rosso. Copre il Golfo Persico. Copre Cipro, che ospita operazioni militari statunitensi. Copre Diego Garcia. Copre tutte le basi USA nella regione.

Ecco la parte che dovrebbe farti posare la tazza di caffè.

Non è solo il Medio Oriente.

25 milioni di container sono in circolazione globalmente in questo momento. Sono nel porto di Los Angeles. Sono a Sydney Harbour. Sono a Rotterdam. Sono nel porto di Darwin, che è già per metà di proprietà di una società cinese, ma questa è un’altra storia disastrosa.

Ognuno di quei container potrebbe essere una piattaforma di lancio. Ognuno ha un raggio di distruzione di 1.300 km. Non c’è modo fisico di ispezionarli tutti. Non c’è firma radar finché il missile non è già in fase d’avvicinamento finale a Mach 7. Non esiste un sistema di difesa al mondo che intercetti in modo affidabile i veicoli ipersonici plananti su larga scala.

Non ci sono difese contro gli ipersonici. Nessuna. La tecnologia non esiste ancora.

E l’uomo incaricato di rispondere a questa realtà strategica è un conduttore televisivo di reality di 79 anni che crede sinceramente di capire la strategia militare perché ha visto molti generali in televisione e una volta ha pronunciato la parola “nucleare” con tono minaccioso in una conferenza stampa.

Questo è il tizio che ha smantellato la comunità dell’intelligence. Che ha licenziato le persone che capivano la minaccia. Che ha sostituito l’apparato di sicurezza nazionale con fedelissimi, yes-men e un conduttore di podcast che non riusciva a ottenere un nullaosta di sicurezza.

Pete Hegseth è il Segretario alla Difesa.

Il tizio che non è stato in grado di gestire un ente di beneficenza per veterani senza accuse di cattiva gestione finanziaria e cattiva condotta sessuale ora responsabile della risposta al cambiamento più significativo nella capacità militare offensiva della storia moderna.

La dottrina militare cinese qui non è nemmeno sottile. Questo missile non è progettato per essere il colpo mortale. È progettato per essere il meccanismo di esaurimento. Inondi la zona con YKJ-1000 da 99.000 dollari. Costringi il nemico a bruciare le sue costose scorte di intercettori inseguendo esche economiche e sciami di missili a bassa precisione. Poi, quando il caricatore è vuoto, lanci i DF-17. Quelli veri. Quelli che contano davvero. A quel punto non c’è più nulla per fermarli.

Non è nemmeno un’idea nuova. È la dottrina di soppressione dell’artiglieria della Prima Guerra Mondiale applicata alla guerra ipersonica nel XXI secolo. Sopprimi, satura, poi colpisci.

E Trump ci si è infilato in mezzo perché voleva una distrazione dai suoi sondaggi interni e pensava che bombardare l’Iran avrebbe fatto buon gioco su Fox News.

Lui sta giocando a dama contro persone che hanno studiato questa scacchiera per 40 anni.

Lui non sa cosa non sa. E le persone che gli dicevano cosa non sapeva? Le ha licenziate.

Probabilmente ci sono container nei porti di tutto il Medio Oriente in questo momento. Alcuni sono pieni di parti di automobili. Alcuni sono pieni di tessuti. Alcuni sono pieni di materie prime per precursori del fentanyl destinati al Messico. E se l’accordo petrolio-in-missili, che ha un senso economico completamente e ovvio per tutti i coinvolti, è stato fatto, alcuni sono pieni di YKJ-1000 puntati su coordinate che sono state programmate prima che il container fosse mai caricato su una nave.

Non saprai quali sono finché non lanceranno.

E quando lanceranno, avrai circa 6 minuti.

Dormite bene, gente. Il tizio che ha fissato l’eclissi ci sta lavorando.

Fonte

31/03/2026

Le recensioni di Frusciante - Yuzna e Gordon

L’Italia s’è desta come la Spagna di Sanchez? Calma e gesso

In un post su X il ministro della Difesa, in queste ore, sta già ridimensionando l’eco della notizia sullo stop all’uso delle basi militari italiane da parte degli aerei militari statunitensi.

Secondo quanto riporta il Corriere della Sera, l’Italia nei giorni scorsi – per decisione personale del ministro della Difesa Crosetto – avrebbe negato agli Stati Uniti l’utilizzo della base militare di Sigonella.

In particolare, il no del ministro della Difesa sarebbe arrivato quando si è appreso del piano di volo di alcuni aerei statunitensi, con la previsione di fare scalo nella base militare in Sicilia, una delle principali del Mediterraneo, prima di ripartire verso il Medio Oriente, per partecipare agli attacchi contro l’Iran.

La segnalazione del problema pare che sia partita dallo Stato maggiore dell’Aeronautica, che ha poi avvisato il capo di Stato maggiore dell’esercito, Luciano Portolano. A sua volta, il gen. Portolano ha comunicato tutto al ministro.

Da parte statunitense, come di consueto, non ci sarebbe stata nessuna esplicita richiesta di autorizzazione all’atterraggio a Sigonella ma una “semplice” comunicazione, con gli aerei già in volo. Non è un mistero che le forze armate statunitense sono abituate a fare quello che gli pare nelle basi militari disseminate in Italia. L’elenco sarebbe lunghissimo.

Sempre il Corriere della Sera riferisce che, una una volta constatato che non si trattava di voli logistici e quindi non compresi nei trattati che regolano l’utilizzo di basi militari sparse sul nostro territorio, sarebbe partito la catena di comunicazioni che è approdata al comando statunitense sul divieto all’atterraggio per gli aerei USA.

Il governo, e in particolare Crosetto nelle sue comunicazioni in Parlamento, hanno ripetuto che l’utilizzo delle basi militari da parte statunitense per gli interventi militari in Iran e in tutto il Medio Oriente non sarebbe stato negato preventivamente, ma sarebbe stato valutato sulla base dei trattati vigenti; per tutte quelle operazioni militari al di fuori del perimetro di questi trattati – ha ribadito nelle scorse settimane il ministro della Difesa – sarebbe stata necessaria invece una autorizzazione del Parlamento.

Trattandosi di Sigonella, la memoria di tutti va al caso che nel 1985 vide opporsi, proprio in quella base, gli avieri italiani alla Delta Force statunitense che intendeva sequestrare i cinque palestinesi protagonisti del dirottamento della nave italiana Achille Lauro e dell’uccisione di un cittadino statunitense a bordo.

In realtà c’è stato anche un altro caso in cui il governo italiano disse di no all’atterraggio di due aerei militari statunitensi in Italia.

Era il 1993 e il Presidente del Consiglio di allora era Azeglio Ciampi (divenne Presidente della Repubblica successivamente, ndr). Ciampi negò l’autorizzazione all’atterraggio di due aerei Usa Awacs nella base di Aviano perché erano impegnati in una missione militare degli Stati Uniti (nei Balcani) e non della Nato. I due aerei furono infatti costretti ad atterrare in Albania. Di questo avvenimento è quasi impossibile trovare traccia negli “annali”.

Adesso occorrerà vedere l’impatto politico e diplomatico sulle relazioni tra l’Italia e l’amministrazione Trump e se il governo italiano manterrà il punto su questo aspetto. I margini di discrezionalità nell’uso da parte degli USA sulle basi militari in Italia è enorme ed è la conseguenza di trattati bilaterali e multilaterali (la Nato) firmati in modo servile nei decenni passati.

La postura italiana sembra avvicinarsi a quella assunta da Madrid, sebbene il governo spagnolo abbia adottato misure ancor più restrittive, estendendo l’interdizione agli aerei militari USA non solo agli scali nelle basi militari presenti in Spagna ma anche al sorvolo dell’intero spazio aereo nazionale.

“Abbiamo negato agli Stati Uniti l’uso delle basi aeree di Rota e Morón per questa guerra illegale. Tutti i piani di volo che prevedono azioni legate all’operazione in Iran sono stati respinti. Tutti, compresi quelli per il rifornimento in volo degli aerei” aveva dichiarato la scorsa settimana il governo spagnolo.

Ma questo posizionamento, seppur importante, non significa che le basi aeree di Morón e Rota non possano essere utilizzate dagli aerei dell’USAF. Il problema infatti è che in base ai trattati bilaterali firmati in epoca franchista e mai rimessi in discussione, operazioni come il supporto logistico per i circa 80.000 soldati statunitensi schierati in Europa, viene svolto regolarmente.

Pagine Esteri riferisce che il Centro di Controllo del Traffico Aereo di Siviglia continua inoltre a fornire supporto alla navigazione aerea dei bombardieri B-2 Spirit che decollano dalla base di Whiteman, nel Missouri, scaricano le loro bombe in Iran e poi tornano alla base con un volo di 30 ore senza scali, transitando nello Stretto di Gibilterra.

Il quotidiano spagnolo El Mundo riporta che venerdì scorso cinque aerei dell’aeronautica militare USA sono passati per la base militare di Rota: “Il primo è decollato nelle prime ore del mattino dalla base, diretto a Gibuti, dove l’arrivo di velivoli americani è in aumento in previsione di un’eventuale escalation del conflitto in Medio Oriente. Successivamente è arrivato un Super Hercules dalla base aerea tedesca di Ramstein. Dopo mezzogiorno, altri tre aerei sono decollati per Chania, sull’isola greca di Creta. La sua posizione strategica è cruciale: a metà strada nel Mediterraneo orientale e sede della portaerei USS Gerald Ford, ormeggiata per manutenzione dal 19 marzo” riporta El Mundo.

In Spagna Podemos ha chiesto al governo di “espellere i soldati statunitensi dalle basi di Rota e Moròn” e di indire un nuovo referendum per permettere agli elettori spagnoli di dire basta alla presenza della Spagna nella Nato. È una proposta interessante, esattamente quaranta anni dopo il referendum con cui la Spagna decise di aderire alla Nato (1986) e che fu vinto di misura dagli atlantisti (in Euskadi e Catalogna stravinse invece il No alla Nato, ndr).

Una proposta simile in Italia è stata finora resa impossibile dall’art.75 della Costituzione che non consente referendum in materia di trattati internazionali sottoscritti in totale subalternità. Servirebbe una legge di modifica costituzionale che consentisse di poter indire referendum anche su questa materia, così come venne richiesto nel 2016 sui trattati europei, purtroppo senza successo. Ma questo non significa che questa partita non possa e non debba essere riaperta, e anche in fretta.

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