Presentazione


Analisi, opinioni, fatti e (più di rado) arte da una prospettiva di classe.

16/08/2026

La fuga di Kappler

15 agosto 1977. Roma sonnecchia nella calura feroce di Ferragosto. Ore 09:29. Ospedale militare del Celio. Come ogni mattina, suor Barbara spalanca la porta della stanza di Herbert Kappler.

Sorpresa: la branda è vuota. Il lenzuolo tirato, il cuscino intatto. Del gerarca nazista, divorato dal cancro, nessuna traccia. Un’occhiata al giardino: nulla. La suora corre, grida, ma nei corridoi imbalsamati del Celio il tempo si muove a rilento. Kappler è già altrove. Intoccabile. Un’ombra che ride della giustizia.

Scoppia il caos. Il balletto delle accuse. Sul banco degli imputati finiscono i due carabinieri di guardia: Luigi Falso e Oronzo Pavone. Le loro parole sembrano un copione surreale: nessun ordine scritto, nessun permesso di entrare nella stanza, nemmeno di sbirciare. Un collega, giorni prima, era stato redarguito per aver osato affacciarsi.

Ma la verità è più tagliente: Kappler, il boia delle Fosse Ardeatine, non è un prigioniero. È un ospite.

Come si passa da una cella nel Castello Angioino a un letto d’ospedale con vista su Roma? Basta un tumore al colon, qualche certificato medico e la firma del ministro Arnaldo Forlani. Così Herbert Kappler, criminale di guerra, organizza il suo ultimo colpo: entra al Celio da uomo (quasi) libero.

Il Procuratore Generale militare gli concede la scarcerazione. La notizia trapela, la rabbia monta, il provvedimento viene revocato. Ma è troppo tardi. Kappler è già dentro. Al Celio è più paziente che prigioniero. Comincia l’ultima, indecente, pagina della sua vita. Quella che si conclude con la sua fuga.

Altro che ergastolo. A Gaeta, Kappler sconta la pena in una suite, coccolato dalla Convenzione di Ginevra. Stanza ampia. Un acquario. Visite regolari, pacchi, lettere. Una prigionia di velluto. Una prigionia che mai sfiorò gli antifascisti finiti nelle sue grinfie.

Il 12 marzo 1976 Forlani sospende formalmente la condanna. Lo fa in presenza dell’ambasciatore tedesco. Berlino preme da anni per la grazia. L’Italia resiste. Poi cede. Sotto traccia. Con discrezione. Con vergogna.

«Obbedivo agli ordini». La litania di ogni carnefice. Kappler la ripete, impassibile. Via Rasella? «Illegittimo». La rappresaglia? «Legale, logica». I giudici non gli credono. Come non credettero ai suoi pari a Norimberga. Ergastolo per le Fosse Ardeatine. Più quindici anni per l’oro rubato alla comunità ebraica. Dopo un passaggio a Forte Boccea, va a Gaeta.

I crimini. Tutti documentati. Incisi nella storia. Arrestato nel ’45, ferito. Rinchiuso a Regina Coeli. Il processo si apre nel maggio 1948. Kappler. Due ufficiali. Tre sottufficiali. L’architetto della strage. Il ladro d’oro. Ma colpa, mai.

24 marzo 1944: la rappresaglia. Trentatré tedeschi cadono in via Rasella. L’ordine arriva: dieci italiani per ogni tedesco. Sono 335 le vittime. Cinque in più del necessario. Errore, fretta, crudeltà. Kappler non si ferma. Il 17 aprile guida il rastrellamento del Quadraro. Mille uomini strappati alla notte. Deportati. Scomparsi. Torneranno in pochissimi.

Roma, ottobre 1943: l’oro o la vita. Il 26 settembre Kappler convoca i leader della Comunità ebraica. Ordina: «50 chili d’oro in 36 ore. Altrimenti, 200 deportati.» Ne raccolgono 59. Non basta. Il 16 ottobre, 1.259 ebrei vengono strappati alle case. Torneranno in 16.

Nel ’39 arriva a Roma. Ufficialmente consulente. In realtà spia. Sorveglia la polizia italiana. Ama la città. Si circonda di rose, vasi etruschi. Un burocrate della morte con la passione per l’arte. Hitler lo promuove. Ha localizzato Mussolini al Gran Sasso. Ma anche allora, storce il naso: «Un’inutile perdita di tempo», dirà a Himmler.

Fuga da Roma. L’ultima offesa. Nella notte tra il 14 e il 15 agosto, Kappler scompare. Ha 70 anni. È malato. Ma evade. Come? Nessuno lo sa. O nessuno vuole dirlo. È l’ultima beffa. L’ultima vergogna. Il carnefice delle Fosse Ardeatine, l’uomo dell’oro rubato agli ebrei, se ne va nel silenzio delle istituzioni. Sotto un sole che brucia.

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Morto Zhu Rongji, il liberalizzatore “dalle caratteristiche cinesi”

È morto il 12 agosto Zhu Rongji, ex-Primo Ministro della Cina, al cui nome sono legate le riforme economiche che hanno portato, a fine anni ’90, l’economia del paese ad assumere lo status di “economia di mercato”, consentendone l’ingresso nell’Organizzazione Mondiale del Commercio.

Come quasi tutti i dirigenti della sua epoca, Zhu Rongji fu messo all’indice come esponente di tendenze di destra durante la Rivoluzione Culturale e confinato in un esilio rurale, per poi essere riabilitato dopo 1978.

Nel 1989, quando scoppiano le rivolte di Tien-an-Men è sindaco di Shanghai. Tali rivolte si estendono anche nella sua città, dove, assieme al Segretario locale del Partito Jiang Zemin, riesce ad evitare l’impiego dell’esercito: i due, infatti, pur reprimendo i tentativi di dar luogo a riviste liberali, riescono ad instaurare un dialogo con gli studenti e a contromobilitare a proprio favore settori di lavoratori, i quali rimossero fisicamente blocchi e barricate, senza far ricorso alle armi.

Dopo la fine delle rivolte, coloro i quali erano stati contrari all’imposizione della legge marziale vengono rimossi dagli organismi dirigenti, lasciando il posto, fra gli altri, a Jiang Zemin, che diventa il Segretario Generale, e Zhu Rongji che diventa il numero due di fatto, con delega all’economia.

Nel 1994, Zhu Rongji, da Vicepremier, effettua la prima riforma alle quale è legato il suo nome, consistente in una centralizzazione delle entrate fiscali verso il Governo Centrale, a discapito dei governi locali. La quota di entrate statali totali incamerata da Pechino balza dal 22% a oltre il 55%, riducendo il deficit delle casse centrali.

Successivamente, quando diventa Premier al posto di Li Peng, compie il capolavoro politico di riuscire a guidare imponenti processi di ristrutturazione economica nella direzione del libero mercato, evitando – allo stesso tempo – conseguenze sociali tangibili e l’erosione del ruolo di direzione politica del partito.

Utilizzando lo slogan “Tenere il grande, lasciar andare il piccolo” effettuò una serie di privatizzazioni e ristrutturazioni delle aziende socialiste di stato, pose fine al monopolio di queste ultime nelle esportazioni e liberalizzò definitivamente l’iniziativa economica privata, che sulla carta (ma non nella realtà) non era ancora giuridicamente libera. Solo i settori strategici rimasero interamente in mano allo stato.

Il tutto, come detto, aveva lo scopo di far entrare definitivamente la Cina nel commercio mondiale, attraverso l’ingresso nel WTO.

In cambio del licenziamento, lo Stato offrì ai lavoratori, oltre ai sussidi di disoccupazione, che però erano abbastanza scarsi, la proprietà della casa in cui alloggiavano, vendendogliela ad un prezzo politico; fino ad allora, la casa dei dipendenti pubblici era di proprietà dello stato e la permanenza in essa era legata al lavoro.

L’impetuoso sviluppo urbano dell’epoca e la nascita del mercato immobiliare fece sì che decine di milioni di persone si trovassero improvvisamente in mano un immobile del valore equivalente a 10 – 15 anni di stipendio del lavoro appena perso. La casa divenne, sostanzialmente, il principale ammortizzatore sociale per questi lavoratori.

Ovviamente, alcuni approfittarono della situazione per creare imperi immobiliari, altri semplicemente subirono il trauma della perdita del lavoro, accompagnata alla necessità di ricollocarsi socialmente e umanamente, pagando un caro prezzo. Ciò ha contribuito a radicare una mentalità diffusa improntata più al risparmio che al consumo a causa dell’incertezza percepita sul futuro.

Per aiutare la ricollocazione sociale, vennero creati centri di riqualificazione lavorativa, incentivi ad aprire piccole attività commerciali e programmi di prepensionamento per i più anziani, nell’ambito di una Cina che cresceva a due cifre e vide forse la più poderosa fase di reimpiego di massa della storia.

La conseguenza collaterale delle riforme di Zhu Rongji fu la creazione della bolla immobiliare cinese, demolita solo una ventina di anni dopo, nel 2020, tramite la politica delle “tre linee rosse”, che ha fatto fallire molti immobiliaristi: molti cittadini, che avevano la casa come loro principale asset, cominciarono ad investire massivamente nel mattone prendendo in fitto o acquistando terreni di proprietà dei governi locali, i quali avevano ancora a loro carico il welfare e i programmi di uscita dalla povertà, ma si trovavano privati delle entrate fiscali.

Si è creato, così, un circolo economico per il quale la bolla immobiliare, finanziando gli enti locali, ha finanziato l’uscita dalla povertà assoluta di tutte le zone della Cina, proclamata proprio nel 2020.

In tal senso, Zhu Rongji può essere definito a ragione come l’architetto dei meccanismi di sostenibilità sociale del modello di sviluppo della Cina “fabbrica del mondo”, con tutti i loro pregi e i loro difetti.

Inutile dire che la stampa mainstream occidentale aveva compreso esattamente il contrario rispetto alla sua figura.

All’epoca, definiva Zhu Rongji il Gorbacev cinese e gli dedicava copertine prestigiose, nella convinzione che le sue riforme avrebbero trasformato la Cina in una liberaldemocrazia semicolonia dell’Occidente. Nessuna citava mai, né ha citato in occasione della sua morte, i meccanismi che hanno distinto l’implementazione di misure di privatizzazione da lui architettati in Cina, rispetto al laissez-faire completo che ha caratterizzato analoghe misure in quasi tutto il resto del mondo.

Anzi, la sua morte è stata utilizzata per rafforzare l’autoconvincimento che la Cina si sia sviluppata semplicemente perché, con Zhu Ringji, aveva scelto di imitare le politiche economiche occidentali.

In definitiva, la figura di Zhu Rongji, i vari e travagliati passaggi che hanno segnato la sua carriera politica, nonché le sue “liberalizzazioni dalle caratteristiche cinesi”, raccontano molto del Partito Comunista Cinese, della sua natura di partito di quadri strutturati e delle contraddizioni che si trova costantemente ad affrontare.

Inoltre, costituiscono un caso di scuola che dimostra la completa incomprensione, in Occidente, del suo modello politico, economico e sociale.

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Immigrati. La Meloni gonfia il petto con Sanchez, Merz le strilla nelle orecchie

Il dossier migranti continua a dividere i governi europei con un livello di scontro che non si vedeva da tempo.

Prima ci sono state le “muscolari” reazioni del governo Meloni contro la Spagna per la crisi di Ceuta. Roma ha sospeso il trattato di Schengen per chi proviene dalla Spagna e la Spagna ha fatto altrettanto per chi proviene dall’Italia. Dunque due importanti governi della Ue hanno messo in discussione uno dei trattati europei più importanti.

Ma è stato anche un altro trattato europeo – quello di Dublino – che ha scatenato un acceso scontro diplomatico, questa volta tra Germania e Italia.

Al centro infatti ci sono i cosiddetti “dublinanti” cioè i richiedenti asilo entrati nell’Unione Europea attraverso Italia o Grecia. La Germania ha chiesto all’Italia di riprendere i trasferimenti previsti dal nuovo Patto europeo su migrazione e asilo, entrato in vigore nel giugno 2026. In pratica di riprendersi gli immigrati giunti in Germania ma sbarcati in Italia.

La risposta del governo italiano è stata che non c’è alcuna base per i ritorni, citando a tale proposito un accordo raggiunto a dicembre 2025 ma che dovrebbe essere superato e aggiornato proprio da quello sottoscritto a giugno di quest’anno, anche dal governo italiano.

È dunque in corso un braccio di ferro che ha tutte le caratteristiche di un caso diplomatico destinato a durare.

Come noto il trattato di Dublino stabilisce che il primo Stato membro in cui un richiedente asilo entra nell’Unione Europea è responsabile dell’esame della sua domanda. Questo principio ha da sempre penalizzato i paesi di primo ingresso come Italia, Grecia, Spagna, che si trovano geograficamente esposti alle rotte migratorie dal Mediterraneo e dall’Africa subsahariana.

Il nuovo Patto europeo su migrazione e asilo, entrato formalmente in vigore a giugno 2026, ha ridefinito alcune delle regole introducendo meccanismi di solidarietà obbligatoria tra gli Stati membri e nuove procedure di frontiera. Ma ha anche riaffermato, in linea di principio, che le regole di Dublino continuano ad applicarsi: un immigrato arrivato per la prima volta in Italia o in Grecia può essere trasferito di nuovo in questi paesi da parte di altri Stati membri che nel frattempo lo hanno accolto.

Il governo tedesco di Friedrich Merz ha dichiarato di voler iniziare subito i trasferimenti verso Italia e Grecia dei migranti che hanno fatto il loro primo ingresso nell’UE attraverso questi paesi. Un portavoce del Ministero dell’Interno tedesco ha precisato che gli accordi conclusi nel 2025 (a cui fa riferimento il governo italiano, ndr) stabilivano che le regole di Dublino sarebbero state riapplicate a partire dall’entrata in vigore del sistema comune europeo di asilo, avvenuta appunto a giugno 2026.

Ma lo scontro tra Italia e Germania non avviene a freddo né entro un vuoto pneumatico.

La recente crisi migratoria a Ceuta ha riaperto in tutta Europa il dibattito sulla gestione delle frontiere esterne dell’Unione. Le immagini di migliaia di persone che tentano di attraversare il confine tra Marocco e l’exclave spagnola in Africa, hanno avuto un impatto mediatico e politico significativo, spingendo diversi governi come quello italiano a manovre di propaganda e a polemizzare piuttosto strumentalmente con il governo spagnolo. Ma la legge del contrappasso non fa mai sconti.

Infatti la Germania ha utilizzato questo contesto per giustificare la propria svolta verso politiche di respingimento più aggressive ma prendendo di petto proprio l’Italia (oltre ovviamente gli altri paesi europei rivieraschi).

Il fatto che il governo tedesco abbia scelto questo momento per riaprire il dossier dei “dublinanti” contro l’Italia indica che la questione migratoria è diventata, in tutta Europa, un terreno di strumentalizzazione e scontro politico permanente, indipendentemente dalla specificità geografica dei singoli episodi.

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La retorica del “pericolo socialista” di Maurizio Molinari

Negli ultimi giorni, le immagini e i post pubblicati da Maurizio Molinari su La Stampa e sui social offrono un saggio di analisi politica e di uso fuorviante del linguaggio.

Commentando i successi elettorali della sinistra progressista negli Stati Uniti, dalla vittoria di Abdul El-Sayed nelle primarie dem per il Senato in Michigan ai successi dei candidati legati a Zohran Mamdani a New York, Molinari ricorre a una terminologia d’emergenza: parla di socialisti che vogliono “impossessarsi” del Partito Democratico (“quello di Kennedy e Clinton”) e di progetti per “aggredire i redditi alti”.

​La scelta delle parole non è mai neutrale, come sappiamo. E quelle utilizzate dall’establishment centrista, conservatore e sionista per descrivere la spinta progressista merita un’analisi critica. 

1. ​La doppia grammatica dei media: tra “aggressione” e “normalità”

​Quando un candidato progressista statunitense, per di più musulmano (cosa che Molinari o Rampini non possono sopportare), propone una redistribuzione fiscale o l’aumento delle tasse per i ceti più abbienti al fine di finanziare la sanità pubblica, le case popolari o il trasporto collettivo, il lessico giornalistico si trasforma in un bollettino di guerra.

Tassare i grandi patrimoni diventa un’aggressione, chiedere giustizia sociale diventa una “rivolta rivoluzionaria”, e vincere democraticamente le primarie significa “impossessarsi” di un partito.

​Il paradosso emerge con evidenza se si confronta questa narrazione con il modo in cui viene trattato il “fenomeno” Trump. Quando il tycoon populista ha trasformato il Partito Repubblicano, stravolgendo la tradizione di Abraham Lincoln per farne un veicolo personale, la terminologia è stata spesso quella del “fenomeno politico”, dell’onda elettorale o del “populismo reazionario” a trazione MAGA.

​Raramente l’agenda della destra conservatrice viene definita con gli stessi termini bellici, anche quando incide sui diritti fondamentali della popolazione:

A) ​Nessuno parla di “aggressione” quando si smantella il diritto all’aborto per le donne o si riducono le garanzie sul lavoro;

B) ​Nessuno parla di “impossessamento” quando la destra confisca lo spazio pubblico riducendo i fondi alla sanità per i più poveri o inasprendo le politiche di detenzione per i migranti;

C) ​Nessuno evoca il “sacrilegio” verso la memoria storica dei “padri fondatori” quando il dibattito si sposta su tagli alle tasse per le corporazioni o sull’uso della forza contro le fasce sociali fragili.

​Perché, dunque, chiedere che i milionari contribuiscano maggiormente alla spesa pubblica sarebbe un'“aggressione”, mentre privare milioni di famiglie della copertura medica sarebbe solo una norma di politica economica?

2. ​Il mito del “Partito Democratico che fu”

​Molinari accusa la nuova generazione di voler strappare il Partito Democratico dall’eredità di “Roosevelt, Truman, Kennedy e Clinton”, lasciando intendere che il socialismo democratico ne sia l’antitesi.

Ma è una ricostruzione storica selettiva. 

​Franklyn Delano Roosevelt creò il New Deal proprio imponendo un’aliquota marginale sui redditi più alti fino al 90%, affrontando l’opposizione feroce della finanza dell’epoca.

​John F. Kennedy promosse l’intervento statale e le riforme sociali prima che la sua eredità venisse normalizzata dal centrismo liberale. Non ho la benché minima ammirazione per Kennedy giacché, da latinoamericana, ho ben presente cosa ha fatto la sua gestione nei confronti non solo di Cuba, ma di tutti i paesi latini, Brasile in primis.

Il modello di Bill Clinton, citato come pietra di paragone, rappresenta il compromesso liberista degli anni ’90, quello dell’austerità e della deregolamentazione finanziaria che ha contribuito ad ampliare la voragine delle disuguaglianze in cui l’America si trova oggi.

​Invocare perciò la “purezza” di un partito che apparterrebbe di diritto ai moderati significa negare la natura stessa delle primarie: uno strumento democratico in cui la base sceglie da chi farsi rappresentare.

Se una comunità vota per El-Sayed o Mamdani, non c’è alcun “impossessamento”, ma l’esercizio del voto in un sistema competitivo.

3. ​Mettere a fuoco la realtà

​La retorica che associa automaticamente il sostegno ai diritti dei lavoratori, la solidarietà con il popolo palestinese e la richiesta di giustizia sociale a una “rivolta estremista” ha uno scopo preciso: delegittimare la domanda di cambiamento prima ancora di discuterne il merito.

Non è stato estremista, Maurizio Molinari, quando ha affermato che i gazawi emigravano “volontariamente” circa un anno fa? Eppure dirige La Stampa, pensate.

​Mentre editorialisti ed esperti paventano il pericolo del “socialismo” alle porte, la realtà materiale degli Stati Uniti mostra che i giovani e i ceti popolari non cercano un dogma ideologico del Novecento, ma risposte concrete ad un sistema in cui l’accumulo sregolato di capitale ha reso inaccessibili i beni primari.

Sostituire la discussione sui contenuti con una lessicologia della paura serve solo a difendere lo status quo, dipingendo qualsiasi tentativo di equità come un atto di violenza.

Finché l’analisi di commentatori come Rampini e Molinari continuerà a valutare la spinta progressista americana solo attraverso la lente della minaccia all’ordine liberale tradizionale, sfuggirà loro il senso profondo di questo cambiamento.

C’è una richiesta concreta di una società più umana, equa e sostenibile, in cui il benessere collettivo prevalga sulla corsa sfrenata all’accumulo individuale. Ed è questa la vera rivoluzione promossa dai giovani.

Quando figure come Bernie Sanders o le nuove leve della sinistra progressista conquistano terreno nelle roccaforti elettorali, non si tratta di un’improvvisa “ammaliazione ideologica”, ma della risposta razionale a un sistema economico che non offre garanzie di futuro.

I giovani cercano spazi di collettività, beni comuni e servizi condivisi. Il concetto stesso di “esclusività” (pilastro del sogno americano novecentesco) è stato sostituito dal desiderio di inclusione e coesione sociale.

A questo si aggiunge un chiaro e netto rifiuto di essere arruolati, sia retoricamente che materialmente, in conflitti geostrategici ed editti di guerra perpetua che servono gli interessi dell’industria bellica e delle élite politiche, ma sottraggono risorse fondamentali alla sanità, all’istruzione e al welfare.

Aggiungo, per concludere, che mentre l’ala conservatrice si scaglia contro i “Democratic Socialists of America” accusandoli di voler statalizzare l’economia, persino l’amministrazione Trump e il governo federale usano strumenti di intervento pubblico, erogando sussidi e acquisendo quote azionarie di società private (come evidenziato dalle critiche liberali sui programmi del CHIPS Act).

Ovvero, il sistema stesso dimostra che il puro “libero mercato” è una finzione retorica: lo Stato interviene costantemente, ma troppo spesso lo fa per salvare mercati e grandi corporation, anziché garantire i diritti essenziali della popolazione.

Ciò che fanno fatica a capire i tanti Molinari è che la cultura della prestazione a tutti i costi e dell’accumulo illimitato di capitale appare oggi vuota e insostenibile, perché l’aspirazione non è più diventare milionari a scapito altrui, ma raggiungere una stabilità d’esistenza accessibile a tutti, dove il lavoro è uno strumento di vita e non una condanna all’esaurimento fisico e mentale.

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Da Qusra a Beit Sahour, assedio e spari sui palestinesi

Beit Sahour è un paese di circa 15mila abitanti attaccato a Betlemme, una delle principali città palestinesi a maggioranza cristiana della Cisgiordania occupata, punto di riferimento per la solidarietà internazionale in Palestina.

Nonostante si trovi all’interno dell’Area A, ossia sotto la gestione dell’Autorità nazionale palestinese, ieri gli attivisti si sono ritrovati sotto il fuoco dei coloni israeliani. I militari occuparono Ush al-Ghrab, la collina che domina Beit Sahour, dopo il 1967.

Quando, nel 2006, l’esercito abbandonò la base, la città palestinese provò a riprendersi quelle terre realizzando un parco e alcune strutture pubbliche e progettando un ospedale pediatrico. C’erano persino i permessi delle autorità di Tel Aviv, ma i coloni risposero con una campagna durata quasi vent’anni: incursioni, raduni, caravan e pressioni perché ogni progetto palestinese venisse fermato.

Alla fine del 2025 l’avamposto è diventato realtà. Sulla collina sono state installate case prefabbricate e, nel giro di poche settimane, in tempi record il governo ha «riconosciuto» la nuova colonia di Yatziv, che resta illegale secondo il diritto internazionale.

Tel Aviv ridisegna confini amministrativi, confisca terre e dichiara nuove zone militari chiuse: così abitazioni costruite con i risparmi di una vita si ritrovano da un giorno all’altro fuori dall’area in cui erano fino a poche ore prima, svuotate e sospese tra ordini di demolizione e ricorsi.

I proprietari possono solo guardarle da lontano, mentre tra loro e l’esercito avanzano i coloni, pronti a rubarle. È in queste aree, minacciate da nuovi espropri, che ieri hanno marciato i proprietari palestinesi insieme agli attivisti locali e israeliani.

«Oggi siamo andati in una casa occupata dai coloni terroristi – ha raccontato al manifesto Avner Wishnitzer, di Combattenti per la pace – Eravamo circa ottanta attivisti israeliani e palestinesi, volevamo riprendere la casa, pulirla e piantare alcuni alberi intorno. Mentre ci avvicinavamo, sono arrivati diversi coloni armati di fucili e almeno uno di loro ha sparato direttamente contro di noi. Abbiamo i video».

Il filmato girato dai pacifisti mostra il colono urlare: «Vi state mettendo contro le persone sbagliate. Qui ci saranno le nostre case, te lo dico io... già l’anno prossimo».

Venticinque minuti dopo è arrivato l’esercito: «Come accade di solito – ha continuato Wishnitzer – i militari hanno allontanato noi, non loro. I coloni hanno ripreso possesso della casa e ora la controllano».

La stessa scena si ripete quotidianamente nel villaggio di Qusra, nei pressi di Nablus, dove da quasi una settimana i coloni assediano diverse case palestinesi. Ieri i soldati hanno bloccato una marcia di attivisti internazionali che tentava di raggiungere le famiglie per portare loro acqua e cibo.

L’annunciata «operazione militare» di Tel Aviv per il momento si è limitata a smontare qualche tenda, puntualmente rimontata. Finora lo sdegno internazionale e le pressioni statunitensi non sono serviti a spezzare l’assedio. La Francia chiede l’arresto e il perseguimento penale dei coloni; gli Stati Uniti, riferiscono diverse testate israeliane, pretendono dal premier israeliano Netanyahu una condanna pubblica delle violenze a Qusra.

Ma la risposta del governo va nella direzione nettamente opposta. Ieri il ministro della difesa, Israel Katz, ha ordinato all’esercito di preparare un piano per cedere alla polizia israeliana l’intera gestione dell’ordine pubblico e dell’applicazione della legge nei confronti degli insediamenti e dei coloni.

Si tratta di una misura senza precedenti. Dopo aver consegnato al ministro delle finanze Bezalel Smotrich – lui stesso un colono – la gestione della pianificazione urbana dell’occupazione della Palestina, Israele sottrarrebbe un’altra competenza all’amministrazione militare per affidarla a un’istituzione civile.

Un ulteriore tassello dell’annessione di fatto, che tratta sempre più la Cisgiordania come territorio sottoposto alla giurisdizione interna di Israele e i coloni che occupano la Palestina come fossero cittadini risiedenti nei confini dello stato di Israele.

L’elemento forse ancora più allarmante è che a occuparsi dei coloni sarebbe la polizia posta sotto la responsabilità politica del suprematista ebraico Itamar Ben Gvir. Lo stesso ministro sostiene che «la violenza dei coloni non esiste»; si è vantato di aver posto fine alle «molestie» della polizia contro gli estremisti degli avamposti; ha preteso l’impunità per i coloni e ammesso di promuovere gli ufficiali disposti ad applicare la sua linea, fondata anche su una maggiore «comprensione» verso chi occupa la Cisgiordania.

Ben Gvir rivendica le torture e la fame imposte ai prigionieri politici palestinesi e dichiara pubblicamente che tutta la Palestina spetta a Israele per diritto divino.

Trasferire alla polizia – e soprattutto alla polizia di frontiera, nota per la sua brutalità – il controllo sui coloni significherebbe affidarne la sorveglianza a un corpo posto sotto la responsabilità politica dell’uomo che più di ogni altro li protegge, assolve e legittima.

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Il “quasi” ammutinamento della portaerei Lincoln

La vita sulle portaerei statunitensi, vero e proprio simbolo della proiezione di potenza USA, comincia a mostrare delle serie crepe.

Mesi fa era stato il caso della portaerei Ford impiegata in mare consecutivamente per oltre 320 giorni – dai Caraibi al Medio Oriente – dove i marinai e i marines a bordo avevano intasato i bagni per costringerla a ripiegare in un porto del Mediterraneo.

Adesso è arrivato il caso dell’altra portaerei impiegata a Hormuz: la USS Abraham Lincoln.

​La grande nave da combattimento era partita da San Diego il 21 novembre 2025, superando i 260 giorni di missione ininterrotta, partecipando attivamente ad operazioni belliche ad alta intensità (tra cui l’Operazione Epic Fury nella guerra contro l’Iran) con oltre 10.000 missioni degli aerei a bordo.

Una drammatica lettera indirizzata al Segretario alla Difesa Pete Hegseth e al Segretario ad interim della Marina Hung Cao, firmata da una delegazione di parlamentari della California guidata dal deputato Mike Levin ha fatto però esplodere il caso della “rivolta a bordo”.

Nel documento, i congressisti denunciano una situazione ormai insostenibile per il personale a bordo della Lincoln, chiedendo spiegazioni immediate.

“Sentiamo parlare di un carico di lavoro schiacciante che sta contribuendo a una stanchezza estrema e a un burnout senza precedenti [...]. Ci sono segnalazioni terribili di membri del servizio che tentano di gettarsi fuoribordo e di una totale mancanza di accesso al supporto psicologico nel mezzo di uno dei dispiegamenti più lunghi della storia recente”

Vengono descritti pasti ridotti a “mezza tazza di riso e due tortillas”, con forte razionamento del cibo, mancanza di sapone, dentifricio, muffa nelle docce, servizi igienici guasti e sistemi di lavanderia fuori uso.

Alla denuncia dei congressisti Usa si sono affiancate anche le notizie diffuse da riviste specializzate come Navy Times o giornali come il New York Times che mettono in evidenza il crollo psicologico dell’equipaggio da troppo tempo in mare. Il giornale Usa The National Interest riporta che secondo diversi media, fino a sei marinai hanno tentato di saltare giù dalla nave.

Il Segretario alla Difesa Hegseth già ad aprile aveva provato a ridimensionare le accuse, definendo le notizie provenienti dalla nave “completamente travisate”, ma la pubblicazione dei dettagli e le testimonianze sempre più precise delle famiglie dei marinai hanno smentito la versione ufficiale.

La moglie di un marinaio ha riferito al Military Times che suo marito è ora ricoverato dopo aver tentato di saltare giù dalla nave.

“Ha paura” – denuncia la moglie Annabelle Loma – “Pensa che riceverà una congedo disonorevole, e solo perché è esausto. La sua carriera di 13 anni di servizio è rovinata, così, senza motivo. Non è giusto, non è giusto. Non è questo di cui dovrebbe preoccuparsi adesso”.

La Marina ha provato a giustificare la situazione con il fatto che la portaerei opera in un “ambiente altamente contestato” nel Medio Oriente, dove le tradizionali catene di rifornimento sono state interrotte dalle azioni di combattimento.

La Marina e il CENTCOM hanno confermato che il 3 agosto un marinaio è finito in acqua ed è stato recuperato, sostenendo tuttavia che si è trattato di un episodio “isolato” e che non vi è un aumento rilevato di tentati suicidi.

L’attuale dispiegamento della Lincoln avrebbe dovuto terminare a maggio, ma è già stato prorogato due volte a causa della schizofrenica conduzione della guerra all'Iran da parte dell’amministrazione Trump e non è stata ancora annunciata pubblicamente una data di ritorno.

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15/08/2026

L'Argentina al centro delle dinamiche reazionarie internazionali

Sulla soglia di un nuovo mondo

Nel presentare il testo seguente ai nostri lettori c’è la necessità di fare alcune avvertenze. Siamo purtroppo abituati a vedere all’opera, on line, una vis commentatoria che prescinde quasi sempre dalla ragione fondativa di un qualsiasi documento – e quindi dal suo significato politico – per concentrarsi su singole affermazioni.

Quella che segue è la visione di politica internazionale proposta da una forza politica che si candida con qualche chance a dirigere la Francia a partire dalle ormai prossime elezioni presidenziali (aprile 2027).

Ossia uno dei cinque Paesi con diritto di veto all’Onu, un pilastro dell’Unione Europea – che si regge notoriamente sull’“asse franco-tedesco” – nonché con un’eredità coloniale ormai ridotta ma non trascurabile di “territori d’oltremare” (nei Caraibi, in America Latina e in Polinesia) e un rapporto molto problematico con la “Françafrique”, incentrato sul franco Cfa.

È insomma un programma di governo, non un saggio teorico ma fattualmente ininfluente o orientato al “lungo periodo”. E neanche la “lista dei desideri” di un gruppo minore senza alcuna speranza di accedere alla mitica “stanza dei bottoni”.

È un insieme di obiettivi e di spiegazioni su cui si chiedono i voti della popolazione a partire dalle classi popolari che stanno da anni subendo un’offensiva neoliberista tesa a smantellare lo stato sociale più soddisfacente d’Europa, non solo l’approvazione dei felici pochi che hanno sentito parlare dei “sacri testi” del materialismo storico e dialettico. Quelli che ne hanno una conoscenza decente, diciamocelo, sono ancora meno... 

Questa funzione immediatamente politica, comunque, si traduce nell’esposizione fatta con un linguaggio ordinario, comprensibile dai più, ma senza involgarire o annacquare i princìpi che orientano La France Insoumise. Diverse affermazioni sono discutibili o contestabili, altre possono essere considerate ottimistiche o viceversa, ma dentro i margini di una dialettica accettabile.

Traduce un pensiero complesso in proposizioni che trovano facilmente condivisione nelle discussioni correnti, rifiutando gli slogan che “puntano alla pancia degli elettori”. Parte insomma da “quel che c’è”, dalla Francia reale di questi tempi turbolentissimi. Ma con un progetto di cambiamento all’altezza delle necessità.

Per misurare onestamente quanto radicale sia basta pensare a quanto inciderebbe – sulla UE, la Nato, il rapporto con il Medio Oriente – anche solo il 10% di realizzazione di questo programma. Non a caso tutto il sistema mediatico occidentale vede con autentica preoccupazione l’eventuale ingresso di Mélénchon all’Eliseo, preferendogli serenamente l’assai più accondiscendente Marine Le Pen.

Il confronto con la pochezza del discorso politico della sedicente “sinistra radicale” italiana non potrebbe essere perciò più impietoso. Confrontate liberamente quel che segue con i farfugliamenti penosi del duo Bonelli-Fratoianni & co. Non c’è partita, né per estensione né per profondità.

Alle spalle de La France Insoumise, infatti, c'è una pratica di massa che da anni insiste nel conflitto sociale, che ha dato battaglia contro la destra in ogni angolo del paese, nei picchetti dei Gilets Jaunes come nei cortei sindacali o nelle mobilitazioni ambientaliste. Nelle piazze e poi anche nelle urne.

Una pratica che non si è limitata a cercare di “mettere il cappello”, dopo, sulle mobilitazioni e gli scioperi contro il genocidio in Palestina o le follie trumpiane (in stile “No Kings”).

E che dunque si presenta con ben altra credibilità politica e radicamento sociale al giudizio di un popolo fortemente scosso nelle sue certezze, ma pur sempre quel popolo che ha aperto i secoli delle Rivoluzioni abbattendo monarchia e aristocrazia.

Non sappiamo ovviamente se tutto ciò sarà sufficiente per vincere la sfida. Sappiamo però che qualsiasi altra combinazione sarebbe solo un pessimo compromesso con la parte di establishment che già una volta ha tradito l’accordo elettorale costruito con Nupes, quando i “socialisti” hanno deciso di supportare un Macron alle corde e senza maggioranza parlamentare. Un compromesso che persino i sondaggi considerano inutile a contrastare i fascisti di Le Pen.

Si perde sicuramente quando si rinuncia a cambiare ciò che soffoca un intero popolo, si perde sicuramente “convergendo al centro”.

Non è più soltanto un problema di “identità politica” e relativo “tesoretto elettorale”. Dal neoliberismo imperante e dalla sua “stabilità centrista” non si esce diventando “trasparenti” e compatibili, ma dando corpo e voce agli interessi sociali che pretendono una trasformazione radicale.

Partendo da quel che c’è, ma per andare in tutt’altra direzione storica.

Buona lettura.

*****

Sulla soglia di un nuovo mondo
Sull’orientamento della politica estera della Francia


Premessa

La scena internazionale e la geopolitica dominante dalla fine dell’URSS hanno appena subito uno sconvolgimento totale. La supremazia degli Stati Uniti d’America è appena affondata nello Stretto di Hormuz. In precedenza, la martellante offensiva dei dazi doganali aveva sepolto l’insieme dei principi di cui gli Stati Uniti si proclamavano portatori e che imponevano al mondo.

La concorrenza libera e non falsata, così come il libero scambio generalizzato, sono stati cancellati dal vocabolario e dagli obiettivi. Il loro declino economico era diventato evidente di fronte all’ascesa della Cina come prima potenza manifatturiera del mondo e primo paese al mondo per deposito di brevetti.

Ora, la capacità degli Stati Uniti di imporre la propria volontà con la forza armata è chiaramente messa in dubbio.

Un nuovo ordine politico mondiale si farà strada. Prima di stabilizzarsi, sono da prevedere molte turbolenze. In questo contesto, la presente nota esamina le conclusioni riassuntive che si possono trarre da questo momento per quanto riguarda l’orientamento della politica estera della Francia. Questo documento può quindi essere considerato come un contributo dell’Istituto La Boétie al dibattito della campagna presidenziale.

1- L’interesse generale umano e il diritto internazionale nel XXI secolo

La fine del momento unipolare del mondo

Ci troviamo in un momento in cui si conclude la sequenza storica aperta dalla fine dell’ordine bipolare del mondo con la caduta del muro di Berlino nel 1989 e la scomparsa dell’Unione Sovietica due anni dopo. Fu il crollo di uno dei due imperi che strutturavano il mondo. Si concluse senza negoziati né discussioni d’insieme.

L’ordine internazionale, in particolare in Europa, si trovò allora a un bivio. Il continente europeo avrebbe potuto intraprendere una strada che portasse a un sistema di sicurezza collettiva paneuropeo, all’uscita dalle logiche di blocco e a nuove forme di cooperazione, come abbozzato dalla Carta di Parigi per una nuova Europa nel 1990. Quest’ultima proclamava la fine della “contrapposizione e della divisione in Europa”.

Ma è stata seguita un’altra strada. La guerra in Jugoslavia è stato un segnale importante dato dalle potenze legate agli Stati Uniti della loro preferenza per la violenza come metodo per risolvere la riorganizzazione dello spazio europeo.

In questo periodo, nonostante gli impegni presi al momento della riunificazione tedesca e conoscendo bene la reazione che ciò avrebbe suscitato a Mosca, l’Organizzazione del Trattato dell’Atlantico del Nord (NATO) ha proseguito la sua avanzata verso est: nel 1999 con Polonia, Ungheria e Repubblica Ceca; nel 2004 con Estonia, Lettonia, Lituania, Slovacchia, Slovenia, Romania e Bulgaria; nel 2009 con Albania e Croazia, ecc.

Questa dinamica è culminata con il vertice di Bucarest del 2008, in cui si è dichiarato che l’Ucraina e la Georgia avevano vocazione a diventare membri della NATO.

Questo allargamento agli ex paesi del blocco orientale e all’ex territorio sovietico ha contribuito a riconfigurare profondamente la politica russa. Sul piano esterno, Mosca ha cercato un riavvicinamento sempre più stretto con la Cina, per compensare l’accerchiamento percepito dai suoi dirigenti e per controbilanciare la potenza statunitense.

Sul piano interno, la logica dello scontro ha alimentato le frazioni più autoritarie dell’apparato statale russo, le più inclini a ricorrere alla forza nell’ex spazio sovietico.

Il risultato è sotto i nostri occhi: l’invasione dell’Ucraina nel 2022, una grave violazione del diritto internazionale da parte della Russia e, allo stesso tempo, il crescente isolamento della Russia in una dipendenza strategica, economica e diplomatica dalla Cina, in ferma opposizione al concerto europeo.

Quella che avrebbe potuto essere l’alba di un’Europa riunificata e indipendente dall’Atlantico agli Urali è diventata, per scelta geopolitica assunta, una delle matrici del disordine contemporaneo e del vassallaggio del continente europeo nei confronti degli Stati Uniti.

A livello globale, con il crollo dell’Unione Sovietica, gli Stati Uniti si sono ritrovati senza rivali strategici. Già nel 1990, George H. W. Bush proclamò l’avvento di un “nuovo ordine mondiale”. Presentato come il ritorno del diritto internazionale in seno a un Consiglio di Sicurezza delle Nazioni Unite (ONU) liberato dal blocco sovietico, prese in realtà la forma di un sistema internazionale di unipolarità senza precedenti.

La prima guerra del Golfo, sebbene validata dall’ONU, fu anche un momento di dimostrazione della supremazia militare degli Stati Uniti. Rapidamente, dietro la retorica legalitaria ufficiale, il diritto internazionale è stato sempre più deviato e aggirato quando contrastava con gli obiettivi dell’unica potenza imperiale globale.

Questa deriva è culminata nella designazione dell'“Asse del male” da parte dell’amministrazione Bush jr. nel 2002, nella “guerra al terrorismo” elevata a dottrina globale dopo l’11 settembre 2001, e poi nella seconda invasione dell’Iraq nel 2003, in flagrante violazione delle disposizioni della Carta delle Nazioni Unite.

L’intervento della NATO in Libia nel 2011 completa questo capovolgimento: un mandato ufficialmente incentrato sulla protezione dei civili diventa il veicolo per un cambio di regime, al prezzo di un caos duraturo per la regione.

Questa politica di interventismo estremo ha trovato il suo rivestimento ideologico nella dottrina dello “scontro delle civiltà” di Samuel Huntington. Secondo lui, i conflitti del dopo-Guerra Fredda non sarebbero più ideologici, ma “civilizzanti”, persino religiosi.

Il suo versante strategico è teorizzato da Zbigniew Brzeziński, che fa dell’Asia centrale e del Medio Oriente il perno del mantenimento della primazia americana.

Infine, l’assurda teoria della “fine della Storia” del neoconservatore Francis Fukuyama, secondo la quale la democrazia liberale era l’orizzonte ultimo e insuperabile del mondo, ha offerto una patina democratica alle guerre propriamente imperialiste degli Stati Uniti.

La funzione reale di questi scritti che pretendevano di descrivere il mondo, tutti pubblicati negli anni ’90 e usati a seconda delle circostanze, era ovviamente quella di rinnovare la dottrina dell’impero statunitense. Le minacce designate dell'“Occidente” già negli anni ’90-2000, il mondo islamico percepito erroneamente come un’entità omogenea, la riemersione di una Russia sovrana, la potenza cinese ritrovata, danno il vero significato di queste dottrine pseudo-scientifiche.

Il dominio geopolitico degli Stati Uniti e l’estensione del blocco militare organizzato intorno a loro sono stati accompagnati da un altro movimento decisivo: la diffusione su scala globale del capitalismo finanziarizzato, stadio storico del capitalismo americano alla fine del XX secolo.

Il suo motore non è più principalmente la produzione. È la circolazione accelerata dei capitali, che permette il ruolo centrale del dollaro come moneta di riserva internazionale di fatto e senza contropartita materiale dal 15 agosto 1971.

Questo sistema si basa su un’architettura di potere fondata sul controllo e la protezione dei grandi flussi energetici, in particolare petroliferi, e commerciali. Per funzionare a pieno regime, richiede la rimozione degli ostacoli politici, giuridici e territoriali che rallentano la fluidità del capitale.

Da qui la grande offensiva di deregolamentazione, privatizzazione e libero scambio che è il funesto “Washington Consensus”, promosso dalle istituzioni finanziarie e giuridiche internazionali allora ampiamente egemonizzate dagli Stati Uniti e allineate su questa visione.

In Europa, l’Unione Europea ha servito da motore principale per questa trasformazione, come braccio economico e normativo di un’integrazione ultraliberale forzata.

È anche dal rifiuto di questa Europa, simboleggiata in Francia dal rigetto del Trattato costituzionale europeo, nel referendum del 2005, che è emersa la dinamica politica che ha portato alla nascita della France Insoumise. Tuttavia, la cosiddetta ‘globalizzazione felice’ portava in sé le sue stesse contraddizioni.

Abbandonato alla speculazione permanente, il sistema finanziario ha generato crisi a ripetizione, di cui quella dei subprime del 2007-2008 fu particolarmente devastante. Soprattutto, dagli anni ’70, gli Stati Uniti avevano organizzato un nuovo circuito mondiale per garantire la dinamica dell’accumulazione capitalistica, spostando verso la Cina una quota crescente delle capacità industriali mondiali.

Si costituì un sistema in cui le ingenti eccedenze commerciali della Cina verso gli Stati Uniti venivano investite in buoni del Tesoro americano, mentre il calo dei costi industriali permetteva di mantenere sia i profitti che i consumi nel cuore dell’Impero.

Questo piano non teneva conto della capacità cinese di perseguire i propri obiettivi. E Pechino ha girato questa situazione a suo vantaggio: lo Stato cinese ha utilizzato questi trasferimenti di tecnologia, l’accesso ai mercati e l’accumulazione di capitali per pianificare la sua crescente autonomia.

In pochi decenni, la Cina è diventata così la prima potenza produttiva del mondo, trasformando la vecchia globalizzazione sotto comando americano in un terreno di emersione di un concorrente sistemico di prim’ordine. Così, il movimento stesso con cui Washington credeva di universalizzare il suo modello ha preparato le condizioni per la sua erosione storica. La presunta “fine della storia” ha pronunciato il verdetto della propria fine.

Questa nuova situazione ha comportato un graduale cambio di posizione degli Stati Uniti, segnando un periodo di capovolgimento di oltre un decennio tra l’ordine unipolare del mondo e quello in cui siamo entrati.

Così, Washington ha avviato, già dalla presidenza di Barack Obama, un “perno strategico” duraturo verso l’Asia-Pacifico, ormai concepito come il teatro decisivo della rivalità mondiale: si trattava, per gli Stati Uniti, di consolidare una posizione di superiorità militare che permettesse, in caso di confronto militare, di controllare le grandi rotte marittime da cui dipende l’economia cinese, in particolare per i suoi approvvigionamenti energetici, e allo stesso tempo di frenare l’ascesa tecnologica di Pechino nei settori strategici – semiconduttori, intelligenza artificiale, robotica, informatica avanzata.

Da questo punto di vista, il primo mandato di Donald Trump non ha costituito una rottura, ma una radicalizzazione di tendenze già in atto, che Joe Biden ha prolungato e sistematizzato: mantenimento e poi inasprimento dei dazi doganali, restrizioni all’esportazione di componenti e macchinari all’avanguardia, estensione delle liste nere contro le imprese cinesi, limitazione dell’accesso alle tecnologie critiche e riorganizzazione delle catene del valore in nome della “sicurezza economica”.

Dietro le differenze di stile, si dispiega la stessa logica di contenimento.

Contemporaneamente, gli Stati Uniti si sono sempre meno preoccupati di fingere sottomissione ai vincoli del diritto internazionale e del sistema ONU. Hanno preferito promuovere, con l’appoggio di Europei risolutamente asserviti, la nozione di “ordine internazionale basato su regole”, formula che autorizza a sostituire alle norme universali del diritto internazionale un dispositivo occidentale di legittimazione geopolitica.

Il “Vertice per la democrazia” di Joe Biden ha cristallizzato questo orientamento. Con la sua ambizione di aggirare il quadro ONU, e con il suo fallimento, prefigura per molti aspetti il Board of Peace di Donald Trump che ha, secondo le sue stesse parole, “[la] propria moralità” come unico limite all’interventismo bellico degli Stati Uniti.

L’era delle guerre e della crisi ecologica generalizzata

Il secondo mandato di Donald Trump sancisce la fine di questo periodo di trasformazione dell’ordine mondiale e l’avvento di una nuova era internazionale.

Questa rottura si è presentata sotto due aspetti. Il primo è quello assunto dallo stesso presidente degli Stati Uniti nell’instaurare un nuovo regime vincolante di dazi doganali. Proclamando così la fine dell’era del libero scambio generalizzato e degli accordi dell’Organizzazione Mondiale del Commercio (OMC).

Questa guerra commerciale non è una semplice parentesi protezionistica, ma l’espressione di una crisi più profonda della potenza americana. Si tratta di rispondere alla deindustrializzazione, alla perdita di controllo sull’organizzazione mondiale della produzione e all’indebolimento comparato del capitalismo americano.

La guerra commerciale manifesta così un tentativo di rilancio autoritario della supremazia statunitense, al prezzo di una maggiore frammentazione del commercio mondiale e di scosse di cui i popoli devono sopportare il costo. È anche un mezzo, per Washington, per estorcere un tributo ai suoi vassalli, a cui bisogna aggiungere il 5% del PIL richiesto ai paesi della NATO finalizzato ad arricchire l’industria militare americana. L’obiettivo è chiaro: far finanziare il confronto con la prima potenza produttiva mondiale.

E questo è il secondo aspetto: la Cina è ora apertamente designata come la principale sfida all’egemonia statunitense, non solo per la sua potenza produttiva, ma perché mette in discussione la capacità degli Stati Uniti di organizzare da soli l’economia mondiale. La lotta si concentra sulle grandi reti della globalizzazione: commercio marittimo, digitale, energia, ecc..

Da allora, Washington non crede più possibile contenere la sua ascesa con i soli meccanismi del mercato. La designazione della Cina come avversario “sistemico”, la crescente militarizzazione dei mari e l’allineamento richiesto agli alleati degli Stati Uniti aprono la prospettiva di uno scontro di vastissima portata.

Anche qui, la logica è quella della potenza dominante che rifiuta di ammettere la trasformazione dell’equilibrio mondiale. Invece di organizzare la coesistenza pacifica, gli Stati Uniti spingono alla costituzione di blocchi, all’accerchiamento militare e alla preparazione di un conflitto le cui conseguenze sarebbero incommensurabili. Ogni crisi locale rischia allora di diventare l’anello di un confronto globale.

La tensione permanente intorno a Taiwan ne è l’esempio tipico. A tal fine viene invocata in particolare la cancellazione della Risoluzione 2758 dell’Assemblea Generale delle Nazioni Unite. Questa sancisce che la Repubblica Popolare Cinese succede, secondo il diritto internazionale, alla Repubblica di Cina in tutti i suoi obblighi internazionali e nella sua sovranità sull’intero territorio della Cina internazionalmente riconosciuto, includendo quindi Taiwan.

La logica di contenimento, militarizzazione e guerra fredda nei confronti della Cina, il sostegno dichiarato a operazioni militari contrarie al diritto internazionale, l’estensione della NATO, testimoniano la stessa logica: far prevalere la forza sul diritto internazionale.

Gli Stati Uniti non esercitano più solo un’egemonia economica e monetaria; impongono un quadro geopolitico in cui la guerra diventa per loro uno strumento ordinario di regolazione degli squilibri mondiali.

Allo stesso tempo, la crisi ecologica rafforza questa logica di confronto. Con il rarefarsi delle risorse, il diminuire della fertilità dei terreni, la scarsità d’acqua e il moltiplicarsi delle catastrofi climatiche, le grandi potenze cercano di mettere al sicuro i loro approvvigionamenti, le loro rotte e le loro catene del valore.

La guerra cambia allora volto: si combatte con le armi, ma anche con le sanzioni, il debito, gli accordi commerciali asimmetrici, la predazione mineraria e la pressione monetaria. L’economia di guerra e l’economia estrattiva procedono da un medesimo immaginario: quello di un’appropriazione senza limiti del mondo vivente e del lavoro umano.

Per gli Stati Uniti, si tratta di mantenere la civiltà del petrolio, indissolubilmente legata alla loro prosperità. Le guerre e le tensioni geopolitiche sono anche per loro l’occasione per rafforzare la dipendenza dei loro vassalli, in particolare europei, dal loro approvvigionamento di idrocarburi americani.

La nostra epoca è quindi quella della guerra generalizzata e della crisi ecologica. Non si tratta di una formula di circostanza. Essa nomina il momento reale in cui viviamo.

Non si tratta di due crisi parallele, ma di uno stesso momento del capitalismo globalizzato, in cui la competizione per le risorse, le rotte commerciali, le posizioni strategiche e le zone d’influenza alimenta la conflittualità militare; mentre il cambiamento climatico, il crollo della biodiversità e la distruzione degli ambienti di vita rendono più fragili tutte le società umane.

La guerra non è più solo uno scontro puntuale tra Stati: tende a diventare una forma permanente di organizzazione del mondo. Quanto alla crisi ecologica, non è più un orizzonte astratto: struttura già i rapporti di forza, le carenze aggravate dalle logiche del mercato, le migrazioni forzate e le nuove dipendenze energetiche.

Di fronte a questo nuovo ordine mondiale, la risposta non può essere né l’allineamento ai blocchi militari, né l’accettazione rassegnata della legge del più forte. Suppone al contrario di ricostruire una politica estera indipendente, sostenuta dal diritto internazionale, dal sistema ONU e dalla pianificazione ecologica, per fare della pace non un pio desiderio, ma una condizione concreta della sopravvivenza comune.

La pace non è solo assenza di guerra: è un metodo di organizzazione del mondo fondato sulla cooperazione, la sovranità dei popoli, la giustizia sociale e la preservazione dei beni comuni dell’umanità. Rifiutare la guerra generalizzata significa quindi rifiutare allo stesso tempo l’imperialismo militare, il produttivismo predatore e la dominazione finanziaria che oggi tengono il mondo sotto tutela.

Difendere il diritto internazionale ed estenderlo ai beni comuni dell'umanità

Fare della riaffermazione della centralità del diritto internazionale una battaglia politica importante equivale a una vera e propria rivoluzione intellettuale per la sinistra radicale. Infatti, il diritto internazionale e l’ONU non sono stati a lungo oggetti di rivendicazione attiva da parte sua.

Durante tutta la Guerra Fredda e il processo di decolonizzazione su scala mondiale, il diritto internazionale – così come il diritto interno di ogni Stato – era considerato prima di tutto e semplicemente come l’espressione di un rapporto di forza tra le classi sociali in un dato momento storico. Dopo essere stato al suo emergere quello dei rapporti tra monarchie europee, il diritto internazionale era allora un’espressione dei diritti della borghesia.

Certo, nessuno contestava la portata della Dichiarazione universale dei diritti dell’uomo adottata nel 1948 a Parigi, anche se se ne potevano deplorare le insufficienze, che la rendevano troppo protettiva verso i diritti della proprietà privata. In un modo o nell’altro, questa dichiarazione occupava sempre, nel pensiero critico, una funzione di sovraordinazione.

Più in generale, quando il diritto internazionale veniva rivendicato dalla sinistra radicale, ciò si riassumeva nell’esigenza di un “diritto dei popoli a disporre di sé stessi”. Ma il contenuto o gli obiettivi di questo diritto dipendevano poi da valutazioni radicalmente opposte tra destra e sinistra sulla scena politica.

Di fatto, il riferimento al diritto internazionale funzionava già allora per le potenze più come un pretesto che come un’argomentazione basata su principi costanti. L’URSS invocava il diritto dei popoli a disporre di sé stessi per sostenere le lotte di liberazione nazionale. Ma ignorava questo diritto e lo reprimeva militarmente di fronte alla sollevazione dell’Ungheria o della Cecoslovacchia.

Dal canto loro, le cosiddette potenze “occidentali” brandivano lo stesso stendardo per difendere la perennità dei poteri locali a loro fedeli, anche contro i loro stessi popoli.

La crudele guerra contro il popolo vietnamita condotta dagli Stati Uniti, o l’interminabile assedio di Cuba, sono illustrazioni della considerazione che Washington accordava al “diritto dei popoli a disporre di sé stessi” quando non era favorevole ai suoi interessi economici e militari.

In entrambi i casi, all’Est come all’Ovest politico, il diritto restava un linguaggio di potenza, un confronto di malafede piuttosto che uno strumento reale e onesto di ricomposizione al servizio di una qualsiasi universalità. Funzionava come un campo di battaglia simbolico in cui si misuravano gli interessi imperiali e le resistenze popolari nazionali.

Qui le stesse parole designavano valutazioni radicalmente opposte. Nessuna causa profonda reciprocamente riconosciuta dava legittimità all’agire. Solo la paura della guerra nucleare tracciava dei limiti.

Quanto ai diritti universali dell’umanità, rimanevano confinati nelle zone di res nullius, proprietà di nessuno, come le acque oceaniche d’alto mare e lo spazio. Poiché sembravano in gran parte inaccessibili, furono ritenute aperte, senza limiti né appropriazione, all’umanità intera. È evidente che oggi questo è un ricordo lontano.

Siamo a una svolta. Infatti, la questione del diritto internazionale è emersa con un’intensità particolare negli ultimi tempi nel nostro discorso di sinistra radicale. Dal 7 ottobre 2023, il diritto normativo internazionale è stato dichiarato decaduto dal fatto che la prima potenza del mondo, gli Stati Uniti d’America, sostiene pubblicamente l’azione del governo di Benyamin Netanyahu.

Un genocidio viene così commesso a Gaza in totale impunità, e con disprezzo delle decisioni della giustizia internazionale, mentre proseguono e si intensificano l’occupazione e la colonizzazione della Cisgiordania e di Gerusalemme Est.

Inoltre, gli Stati Uniti partecipano attivamente all’impresa militare di riorganizzazione del Vicino Oriente secondo i desiderata delle autorità israeliane. In particolare entrando in una guerra d’aggressione contro l’Iran, il cui esito vede gli Stati Uniti più indeboliti, e per questo ancora più pericolosi per la nostra sicurezza collettiva. Di fatto incoraggiano l’invasione del Libano e l’annessione di una parte del suo territorio da parte del governo di Netanyahu.

L’Unione Europea, come al solito, si è allineata su Washington per non impedire nulla, se non aiutare sottobanco il governo di estrema destra israeliano. Ha bloccato ogni iniziativa per fermare il governo Netanyahu. La Germania, prima potenza economica dell’Unione Europea, rimane il secondo fornitore di armi del governo Netanyahu.

Nel loro complesso, la Carta delle Nazioni Unite, il sistema ONU, l’insieme delle costruzioni giuridiche derivanti dalla Seconda Guerra Mondiale, sono oggetto di uno smantellamento da parte degli Stati Uniti, illustrato dal loro ritiro dal quadro dell’Organizzazione delle Nazioni Unite per l’educazione, la scienza e la cultura (Unesco) o dell’Organizzazione Mondiale della Sanità (OMS) e dal lancio del preteso “Consiglio per la pace”.

Da allora, dal punto di vista della sinistra radicale, il ruolo del diritto internazionale deve cambiare, poiché la sua stessa esistenza come punto d’appoggio rappresentato dall’ONU è diventata una posta in gioco.

In questo contesto, è ben legittimo che la riflessione riprenda dalle soluzioni che furono avviate dopo i disastri delle guerre mondiali. Cioè la creazione della Società delle Nazioni (SDN) dopo la Prima Guerra Mondiale e dell’ONU dopo la Seconda.

Bisogna difendere questa conquista della storia. Ma ancora di più, bisogna estenderla poiché il periodo contemporaneo aggiunge nuovi parametri a partire dalle condizioni nuove in cui si dispiega la condizione umana. Il diritto internazionale deve essere il vettore attraverso cui si concretizza l’interesse generale umano come esposto sopra.

Quest’ultimo si legge già in alcuni dibattiti contemporanei. Così nella battaglia per il riconoscimento del crimine di ecocidio, nell’iscrizione nelle costituzioni del diritto di accesso all’acqua, nelle risoluzioni delle Nazioni Unite sul diritto a un ambiente sano, la protezione dell’alto mare e dei fondali marini, o ancora nelle discussioni sulla regolazione mondiale dell’intelligenza artificiale.

Questi dibattiti riguardano tutti i beni comuni dell'umanità e mettono in discussione i loro usi contemporanei, sovradeterminati dal processo di appropriazione privata capitalistica. L’interesse generale umano per l’accesso all’acqua, per esempio, lungi dal sospendere la lotta di classe, ne sposta il terreno e quindi lo approfondisce. Impone, nella questione ecologica, la questione della giustizia sociale e quella della sovranità economica.

Questa estensione della sfera del diritto internazionale in nome dell’interesse generale umano si incrocia così necessariamente con la grande questione della direzione dell’economia globale: o attraverso il mercato, o attraverso la pianificazione ecologica.

Se l’interesse generale umano impone la preservazione del pianeta, solleva immediatamente la questione banale di sapere da dove verranno i mezzi finanziari per questa trasformazione? Chi sostiene il costo della svolta ecologica? Chi controlla la concentrazione della ricchezza mondiale, l’accaparramento delle risorse, l’indebitamento ecologico del Nord globale verso il Sud globale?

Il diritto internazionale, se vuole essere veramente universale, non può restare indifferente alla struttura della produzione né alla ripartizione delle ricchezze che essa genera, poiché essa è al punto di partenza della crisi climatica e dell’estinzione della biodiversità.

Tutto ciò mostra che l’interesse generale umano non può essere soddisfatto senza una messa in discussione del contenuto di classe dell’economia mondiale.

Ciò appare chiaramente quando si considera che il disordine internazionale è strutturato dai debiti pubblici. Questi permettono a Stati o a organismi finanziari privati di tenere altri Stati sotto tutela e di estorcere una quota crescente dei loro redditi. Si assiste a un’esplosione dei debiti esteri mondiali da dieci anni, da 59.000 miliardi di dollari nel 2015 a 100.000 miliardi nel 2025.

Si tratta della conseguenza diretta del taglio delle tasse ai più ricchi, che priva i bilanci pubblici di entrate e colloca il denaro così recuperato in buoni del Tesoro fruttiferi, il tutto a spese del contribuente.

Ciò è accompagnato da un aumento delle spese illegittime, in particolare a sostegno dei tassi di profitto delle società multinazionali. Così, le scelte politiche degli Stati sono sottoposte all’approvazione di creditori privati, che fanno salire i tassi d’interesse in caso di disaccordo con la politica pubblica seguita.

Instaurano così un vero e proprio veto sulla democrazia, attraverso un mercato che dipende strettamente da rapporti di forza, poiché i tassi d’interesse rimangono al 2,8% per gli Stati Uniti mentre raggiungono il 10% per gli Stati africani. Di conseguenza, metà della popolazione del globo vive in un paese che spende più in interessi sul debito che in sanità pubblica.

Il debito è quindi congiuntamente un rapporto di classe e un rapporto geopolitico. Di classe, perché sono i figli dei contribuenti che rimborseranno i figli dei creditori, per risparmiare alle grandi imprese ogni contributo sociale. Geopolitico, perché i creditori sono spesso situati nei paesi del Nord mentre i debitori sono localizzati nel Sud del mondo.

I due rapporti si articolano, ovviamente, poiché i governi dei paesi ricchi difendono il privilegio delle loro banche di rovinare gli Stati periferici.

È quindi urgente lottare per instaurare un quadro giuridico multilaterale volto a ristrutturare i debiti sovrani, per far prevalere i diritti umani sulla voracità dei creditori.

Su iniziativa della Bolivia, un tale quadro è stato votato dall’ONU nel 2014 ma si scontra con l’ostilità della Triade capitalistica. L’inversione del rapporto geopolitico di dominazione dal Nord verso il Sud passa anche per la dedollarizzazione dell’economia mondiale: bisogna sostenere in modo decisivo le iniziative volte a instaurare, a termine, una moneta mondiale comune.

La dimensione di classe dell’economia mondiale è ancora più evidente se si ricorda anche che lo 0,001% più ricco del pianeta – circa 56.000 persone – possiede ora tre volte più ricchezze della metà più povera dell’umanità, cioè 2,8 miliardi di adulti. Nel 1995, questo divario era “solo” di uno a due: l’oligarchia mondiale ha accelerato la sua cattura delle ricchezze in meno di trent’anni.

Allo stesso tempo, il 10% più ricco è responsabile di circa il 77% delle emissioni di gas serra. C’è un’urgenza assoluta, in nome dell’interesse generale umano, a rifondare le regole internazionali della fiscalità. Bisogna in particolare sostenere e approfondire il quadro di negoziazione multilaterale sotto l’egida delle Nazioni Unite volto a elaborare una convenzione fiscale che, contrariamente a quelle adottate nel quadro dell’OCSE, sarebbe autenticamente mondiale.

Il capitalismo contemporaneo impone il carattere mondiale della regolazione fiscale necessaria. Le multinazionali funzionano come insiemi integrati. Organizzano le loro catene del valore su scala mondiale in base al prezzo del lavoro, dell’energia e delle materie prime in ogni paese, ma anche in base ai vantaggi fiscali. Possono concepire un prodotto in un paese, produrlo in un altro, venderlo in un terzo e rimpatriare i profitti in un quarto.

Il risultato è che il commercio mondiale è sempre più un affare “interno” ai grandi gruppi. Così, più di un terzo del commercio mondiale corrisponderebbe a scambi intra-aziendali (tra filiali di uno stesso gruppo). Attraverso l’uso dei prezzi di trasferimento, le multinazionali possono così scollegare completamente la loro attività economica reale e i loro profitti nei paesi in cui operano.

Così, ogni anno, attraverso trasferimenti artificiali di profitti verso paradisi fiscali, le multinazionali fanno perdere agli Stati quasi 375 miliardi di dollari di entrate fiscali, e i più ricchi intascano quasi 145 miliardi di dollari attraverso la dissimulazione “offshore” del loro patrimonio.

La costruzione di un’economia globale più giusta ed equilibrata dovrebbe anche preoccuparsi di un nuovo ordine commerciale basato sulle negoziazioni della carta dell’Avana (1948) e sui lavori della Conferenza delle Nazioni Unite sul commercio e lo sviluppo (UNCTAD), così come di un nuovo ordine monetario basato su una moneta comune mondiale.

Questo nuovo ordine commerciale e monetario dovrebbe in particolare includere una ridefinizione delle regole comuni sui diritti di proprietà intellettuale che sono state concepite per proteggere principalmente le multinazionali del Nord.

Oggi non sono più adatte alle nuove sfide sanitarie, in particolare il rischio permanente di pandemia mondiale. Con l’estrema concentrazione del capitale, finiscono anche per pesare sull’economia europea e francese, e ci pongono in una situazione di estrema dipendenza digitale.

Questo tipo di iniziative abbozzano i contorni di un diritto internazionale che non si limita più ad arbitrare i conflitti tra interessi nazionali, ma cerca di preservare le condizioni stesse della vita umana sul pianeta, così come i principali elementi che la definiscono nelle sue dimensioni culturale, tecnica o biologica.

Un diritto internazionale fondato sull’interesse generale umano non sarebbe il contrario della politica, ma il suo approfondimento e il suo ampliamento a numerose attività umane che sembrano esserne esentate.

Questa trasformazione intellettuale e pratica non sopprime quindi neppure la questione del potere. Chi parla in nome dell’umanità? Quali sono i soggetti legittimi del diritto internazionale quando gli Stati stessi sono spesso i primi a violare i principi che proclamano?

Il diritto internazionale, rifondato a partire dall’interesse generale umano, non può limitarsi ad arbitrare le relazioni tra Stati, ma deve diventare la carta politica di un’umanità consapevole e creatrice di sé.

Questo punto di vista deve avere una conseguenza sulla condotta della politica degli affari esteri di ogni nazione.

Il ragionamento che porta ad avere come obiettivo l’interesse generale umano impone la preferenza per una linea d’azione “non allineata”, cioè senza lealtà automatica verso una delle parti in causa nelle competizioni che portano alla guerra. È necessario che in ogni circostanza sia possibile fare la scelta del bene comune. Per questo, ognuno deve essere libero nelle proprie decisioni.

L’allineamento e l’appartenenza ad alleanze militari permanenti non lo permettono. Si vede qui quanto la sovranità e l’indipendenza siano sempre strettamente legate al non-allineamento. Una diplomazia francese non allineata, al servizio dell’interesse generale umano, deve operare, in via prioritaria, all’interno e al servizio dell’ONU.

2- Una Francia non allineata, al servizio dell’interesse generale umano

La difesa dell’ONU

Unica organizzazione universale, l’ONU costituisce il quadro in cui la sovranità del popolo umano può esercitarsi concretamente, attraverso le istanze nazionali che la incarnano. Qualsiasi siano le sue imperfezioni, le sue lentezze o i suoi limiti strutturali, l’ONU rimane il punto di partenza dal quale sono possibili evoluzioni collettive.

Poiché è fondato sulla duplice esigenza della pace e della cooperazione internazionale, il multilateralismo ONU è uno strumento prezioso che va difeso risolutamente.

Il principio di uguaglianza tra gli Stati in questo spazio di cooperazione, all’interno del quale ogni Stato dispone di un voto, è di importanza fondamentale nel periodo attuale in cui riemergono dinamiche imperiali.

La difesa dell’ONU implica conseguentemente il rifiuto della “diplomazia di club” e delle strutture piramidali dell’ordine stabilito attuale, come il G7 o il G20, che sono la messa in scena di un ordine oligarchico del mondo, fortemente sotto l’influenza degli Stati Uniti d’America e dei loro alleati.

Per sua stessa natura – assemblea universale degli Stati, forum di negoziazione, meccanismo di decisioni multilaterali – l’ONU rappresenta una negazione concreta della legge del più forte: istituisce un ordine in cui la forza bruta non è l’arbitro supremo e in cui le decisioni collettive possono prevalere sugli interessi particolari.

Questa posizione le conferisce un valore strategico e simbolico per ogni rifondazione del diritto internazionale: è a partire da questo quadro che il popolo umano può legittimare e imporre la protezione dei beni comuni planetari.

La sovranità popolare esercitata in questo contesto deve tradursi in organi normativi e imperativi capaci di produrre e applicare regole vincolanti. Si tratta di creare, all’interno dell’ONU e dei suoi organismi associati, istanze di controllo e giudizio democratiche dotate di mezzi d’azione effettivi: esse possono sanzionare le violazioni dei beni comuni, ordinare misure cautelari, imporre riparazioni e, quando necessario, autorizzare azioni coercitive coordinate per prevenire o correggere le violazioni più gravi.

La combinazione di queste funzioni – normativa, giudiziaria e coercitiva – garantisce che il diritto internazionale non rimanga una semplice dichiarazione d’intenti, ma diventi uno strumento concreto di protezione dell’interesse generale umano. La Francia, membro permanente del Consiglio di Sicurezza, deve impegnarsi pienamente in questo approfondimento del sistema ONU.

Così, è a partire dall’ONU che il popolo umano può trasformare la sua legittimità politica in potere giuridico effettivo. I beni comuni non sono più lasciati alla discrezione degli Stati o alla legge del più forte. Diventano oggetto di una sovranità condivisa e vincolante, fondata su norme imperative, meccanismi di controllo permanenti e la capacità di sanzionare le violazioni.

L’ONU e i suoi organi specializzati offrono il quadro istituzionale per progredire e rendere questo progetto una realtà tangibile, conciliando legittimità democratica, portata universale e forza vincolante. Permette di dare una forma concreta all’azione in questo senso. Tuttavia, se rimane il quadro principale dell’azione diplomatica al servizio dell’interesse generale umano, l’ONU non esaurisce da sola le arene in cui quest’ultima può e deve dispiegarsi.

Le (nuove) aree di cooperazione

La Francia è una nazione globale, presente su cinque continenti. Ha quindi vocazione a inserirsi in diversi quadri di cooperazione regionale per far avanzare le cause comuni del popolo umano. Deve mettere a profitto una rete diplomatica di grande competenza, ristabilita nella pienezza dei suoi mezzi e attribuzioni, per ridispiegare la sua azione internazionale.

In Europa: solidarietà e rifiuto della guerra

La maggior parte della popolazione francese vive sul continente europeo. Essendo quest’ultimo stato l’epicentro di due guerre mondiali, il ritorno della pace in Europa deve essere una priorità dell’azione diplomatica francese non allineata.

Ovviamente, la Francia partecipa all’Unione Europea ed è quindi solidale con gli altri Stati membri in virtù della clausola di mutua assistenza prevista dall’articolo 42 del trattato sull’Unione Europea. È ora assolutamente prioritario assicurare che questa solidarietà reciproca copra l’insieme dei territori associati all’Unione Europea, per proteggere ad esempio la Groenlandia dalle velleità espansionistiche degli Stati Uniti d’America.

Inoltre, è ovviamente inconcepibile che la Francia possa rimanere nel quadro della NATO, istanza del vassallaggio degli europei a una potenza ormai apertamente ostile.

Questa solidarietà tra Stati membri dell’Unione Europea non vale in alcun caso come accettazione delle sue regole di funzionamento né dei principi economici caduchi che essa assume. Né tanto meno dell’idea ridicola presentata da Ursula von der Leyen, la presidente della Commissione Europea, di adottare una politica estera comune decisa a maggioranza qualificata, o di perpetuare un posto di Commissario europeo alla difesa.

Non si può assolutamente pensare di incatenare la Francia a un blocco geografico segnato da un atlantismo forsennato, nonostante l’evidenza del carattere di potenza revisionista pericolosa ufficialmente assunto dagli Stati Uniti, come attestato dalla loro ultima “Strategia di sicurezza nazionale” (NSS) pubblicata nel dicembre 2025.

Allo stesso modo, è fuori questione vedere la Francia accettare le politiche ordoliberali scolpite nel marmo dei trattati europei e continuare ad applicare misure così decisamente contrarie all’interesse generale umano. L’obbedienza a questo interesse supremo comanda la disobbedienza alle misure che lo esprimono nella pratica europea.

Allo stesso tempo, altre cooperazioni devono essere costruite con gli altri Stati europei che rifiutano l’era della guerra generalizzata, a cominciare dalla Spagna.

La Francia, in quanto membro permanente del Consiglio di Sicurezza dell’ONU, deve portare tutto il suo peso diplomatico al “Fronte del rifiuto” del genocidio a Gaza avviato da Madrid. Potrebbero essere decisi di comune accordo mezzi concreti come il rifiuto dell’accesso alle nostre basi militari e l’embargo sulle armi e pezzi di ricambio ad uso militare per i paesi che violano il diritto internazionale.

Questo fronte del rifiuto europeo dovrebbe anche premere affinché la sospensione dell’accordo di associazione UE-Israele richiesta da più di un milione di cittadini europei diventi effettiva.

Infine, la Francia deve usare tutti i mezzi diplomatici a sua disposizione per rifiutare che le sorti della guerra in Ucraina siano regolate in modo bilaterale tra Mosca e Washington, senza che i paesi europei abbiano voce in capitolo su una decisione che segnerà l’intero continente. Una volta tornata la pace in Ucraina, sarà necessario riprendere la strada che non è stata seguita alla fine della Guerra Fredda, reintegrando la Russia nel concerto europeo.

Bisognerà ritrovare lo spirito della Carta di Parigi per una nuova Europa e ristabilire l’Organizzazione per la sicurezza e la cooperazione in Europa (OSCE) come quadro paneuropeo stabile e duraturo che offra garanzie di sicurezza credibili a tutti i paesi dell’Europa centrale e orientale.

Stabilire un tale quadro paneuropeo renderebbe obsoleto il preteso “ombrello statunitense” in Europa e affrancherebbe così il continente europeo dalla sua sottomissione a Washington. Ciò permetterebbe anche di riequilibrare il rapporto di forza globale, evitando che la Francia e l’Europa si cancellino completamente nella bipolarità agonistica che gli Stati Uniti vogliono imporre di fronte alla Cina.

Reinvestire nel piccolo bacino mediterraneo

Il Mediterraneo è una regione del mondo in cui le cause comuni dell’umanità appaiono in modo particolarmente evidente. Il Mediterraneo è la regione del mondo che, dopo l’Artico, si riscalda più velocemente (20% più velocemente della media mondiale). Il Mar Mediterraneo detiene un altro triste record: è il mare più inquinato dalla plastica a livello mondiale.

Si tratta di un orribile saccheggio di un ecosistema unico: il mare comune rappresenta solo lo 0,8% della superficie dei mari e degli oceani, eppure vi si contano il 18% delle specie conosciute al mondo, di cui oltre 17.000 specie marine censite.

Il Mediterraneo è anche un punto caldo delle difficoltà di accesso alle reti indispensabili all’esistenza umana, a cominciare dalla più indispensabile di tutte: l’acqua. Già 220 milioni di persone (il 42% della popolazione mediterranea) soffrono di scarsità d’acqua e 160 milioni non hanno accesso a un sistema fognario sicuro. Da solo, il bacino mediterraneo concentra il 60% della popolazione globale povera d’acqua.

L’accelerazione del cambiamento climatico rischia di trasformare il Mediterraneo in un vero deserto devastato dalle fiamme: i rendimenti agricoli e la disponibilità di acqua dolce potrebbero rispettivamente crollare del 17% e del 10% entro il 2050, mentre le superfici bruciate potrebbero raddoppiare entro il 2100.

Il Mediterraneo è anche attraversato da flussi altamente strategici: concentra un terzo del traffico marittimo mondiale ed è uno dei principali corridoi della rete di cavi sottomarini su scala globale, con Marsiglia come principale punto di arrivo di questi cavi.

La Francia occupa precisamente un posto particolare nel Mediterraneo per la sua geografia, la sua storia, il suo popolo: milioni di famiglie francesi sono intimamente legate alle due rive del mare interno. Deve agire per l’integrazione e l’unità del piccolo bacino mediterraneo che unisce i paesi latini del Sud Europa e il Maghreb intorno alla gestione dei beni comuni, sia nella lotta contro gli incendi, contro l’inquinamento da plastica, nella protezione delle infrastrutture strategiche o nello sviluppo di nuove cooperazioni universitarie e culturali.

Lo spazio della francofonia popolare

Lo spazio francofono è l’altro prolungamento naturale di una diplomazia francese al servizio dell’interesse generale umano. Certo, la sua esistenza è in gran parte frutto della colonizzazione francese o belga, e la francofonia istituzionale è peraltro ampiamente criticabile.

L’Organizzazione internazionale della francofonia (OIF) è rimasta così muta sul principale conflitto all’interno dello spazio francofono, vale a dire l’aggressione della Repubblica Democratica del Congo (RDC) da parte del Ruanda. Questo ha portato Donald Trump, più interessato ai numerosi minerali dell’est della RDC che al rispetto della sua integrità territoriale, a impadronirsi della sua risoluzione.

Lo stesso vale per il conflitto che oppone la Thailandia alla Cambogia, che ospiterà tuttavia il 20° vertice della Francofonia nel 2026, e dove il cessate il fuoco imposto dagli Stati Uniti non è stato rispettato dalla Thailandia.

Infine, la dichiarazione finale del vertice di Villers-Cotterêts non ha permesso di raggiungere posizioni ambiziose sul genocidio in corso a Gaza, mentre il mondo francofono aveva rifiutato all’unanimità l’invasione statunitense dell’Iraq nel 2003.

Allora perché continuare a interessarsi al progetto francofono e alla sua dinamica? Innanzitutto, perché lungi dal regredire, la lingua francese continua a progredire in modo spettacolare. A causa in particolare della demografia dell’Africa francofona, conterà tra 500 e 700 milioni di parlanti all’orizzonte 2050, di cui l’80% nel continente africano. Ora, la lingua francese è oggi un supporto privilegiato della creolizzazione e può anche essere un punto d’appoggio importante per un internazionalismo rinnovato.

Milioni dei nostri connazionali hanno un’altra nazionalità francofona. Milioni di altri hanno almeno un genitore in questa situazione, a cui bisogna aggiungere i milioni di immigrati del nord, dell’ovest o del centro dell’Africa che vivono in Francia, e molti dei quali hanno vocazione a diventare francesi.

Questa parte della nuova Francia lotta per l’uguaglianza all’interno del popolo francese e tra i popoli francofoni, che il razzismo e la colonizzazione hanno finora impedito. La lingua comune è per questo la sua arma principale.

Ecco perché lo spazio francofono, portatore di un’altra storia e di un’altra visione rispetto al mondo anglo-americano, potrebbe certamente essere un avamposto dell’interesse generale umano. È così che bisogna percepire la “lingua comune”. Senza attentare in alcun modo alle loro rispettive sovranità, la lingua francese è ormai un bene comune dei popoli francofoni.

Ma ciò suppone di metterne la padronanza in condivisione. La creazione, nel quadro della Carta della francofonia, di un'“accademia francofona della lingua comune” situata nel continente africano è ad esempio indispensabile.

La costruzione di uno spazio della francofonia dei popoli come vettore di progresso umano, piuttosto che prolungamento delle logiche coloniali, passa attraverso grandi progetti scientifici come l’istituzione di un’università francofona dello spazio, o di una rivista scientifica francofona di rango mondiale. Bisognerà anche stabilire una circolazione di studenti, professori e saperi più libera all’interno della rete universitaria francofona.

In Africa, costruire partenariati liberi dal liberismo neocoloniale

Un autentico internazionalismo francofono può così essere il motore di un nuovo internazionalismo globale. A condizione che trovi il suo fondamento in Africa. Infatti, se lo spazio francofono può essere un avamposto dell’interesse generale umano, è proprio perché si trova in gran parte in Africa.

Il continente africano è il più giovane del mondo. Oggi rappresenta il 20% della superficie delle terre emerse e della popolazione mondiale. Sarà il più popolato alla fine del secolo. Il bacino del Congo è invece il secondo polmone verde del mondo, mentre il continente possiede le più vaste riserve di biodiversità, acqua dolce e terre arabili ancora disponibili, la cui preservazione è una condizione di sopravvivenza per l’Umanità intera.

Ma le esigenze poste dall’interesse generale umano suppongono decisioni forti nei confronti degli Stati africani. Innanzitutto, la cancellazione dei loro debiti pubblici.

In molti paesi dell’Africa, esso è stato contratto da clan e oligarchie che si sono affrettati a dilapidare i fondi, a danno del loro popolo e del pianeta, mentre il Fondo monetario internazionale (FMI) imponeva spesso i famosi “aggiustamenti strutturali” – cioè neoliberali – necessari per essere eleggibili ai fondi dell’ordine finanziario internazionale.

Le nazioni africane non avranno la capacità di proteggere la loro biodiversità, o di mettere in atto un trattamento sovrano e sostenibile delle loro risorse naturali, se l’Europa continua a strozzarle finanziariamente. Ciò suppone anche di rivedere gli accordi commerciali ineguali stipulati dall’Unione Europea in Africa, in particolare in materia di agricoltura e pesca.

Le cosiddette politiche di “aiuto pubblico allo sviluppo” devono essere rafforzate e ripensate come partenariati alla pari. In particolare nel momento in cui la fine degli aiuti internazionali statunitensi e la guerra commerciale voluta da Trump rischiano di causare milioni di morti.

Infine l’Africa è, insieme al Vicino e Medio Oriente, la regione del mondo più direttamente interessata dall’urgenza della pace. Nel Sahel, nulla sarà risolto senza una soluzione politica, economica, ecologica, in grado di prosciugare il terreno su cui prosperano i gruppi armati violenti.

Nell’est della Repubblica Democratica del Congo, invasa dal Ruanda, come in Sudan, paese dilaniato da una guerra tra l’esercito regolare e una fazione armata, e in preda alla peggiore crisi umanitaria del mondo, sono all’opera le stesse logiche di predazione capitalistica, vendite di armi contrarie al diritto internazionale, predazione sulle risorse strategiche, pulizia etnica.

La Francia deve rompere con ogni forma di accomodamento con questa situazione. Deve in particolare astenersi dal consegnare equipaggiamenti a paesi terzi che poi li inoltrano al Sudan. Deve inoltre cessare ogni forma di sostegno alla politica del presidente ruandese nell’est della RDC.

La latinità, componente maggiore del popolo umano

Prolungamento dello spazio francofono che lo abbraccia e lo approfondisce, la latinità è un dominio che la Francia deve pienamente investire. I tre spazi linguistici della francofonia, della lusofonia e dell’ispanofonia, a cui bisogna aggiungere l’Italia, la Romania e la Moldavia, coprono i cinque continenti e rappresentano quasi 1/6 della popolazione e della ricchezza mondiali. La latinità è quindi una componente maggiore del popolo umano.

La sua unità profonda non si basa unicamente sul fatto di parlare lingue appartenenti a una stessa famiglia linguistica, ma su una visione del mondo che ha attraversato i secoli dall’antica Repubblica romana.

Da Roma, i popoli latini hanno ereditato una concezione civica della nazione, basata su un diritto civile codificato e un certo universalismo che fa della cittadinanza un principio di organizzazione collettiva al di là delle origini particolari. Esiste per così dire una osmosi tra questa eredità filosofica latina e il necessario avvento del popolo umano.

La latinità politica ha avuto i suoi abbozzi. Esisteva un’Unione latina, fondata dalla Convenzione di Madrid nel 1954 e messa in sedazione profonda nel 2012. Si tratta di riportarla in vita e di darle un nuovo slancio. Deve diventare un nuovo spazio di cooperazione culturale, tecnica, scientifica, universitaria e politica.

Per la sua ampiezza geografica, può riprendere le ambizioni della defunta Conferenza Tricontinentale, così come la tradizione del movimento dei non-allineati, aggiungendo loro il concorso di potenze del centro, e in particolare della Francia, membro permanente del Consiglio di Sicurezza.

Può così diventare un contrappeso alla potenza imperiale statunitense che minaccia molti dei suoi membri, uno spazio di sviluppo di forze di resistenza al capitalismo neoliberale in crisi terminale, e d’avanguardia nella protezione dei beni comuni dell’umanità, nella regolamentazione collettiva dei debiti o nell’istituzione di una moneta comune emancipata dalla tutela del dollaro.

Le esperienze di sovranità digitale messe in atto da paesi come il Brasile o il Messico ne fanno un’area a partire dalla quale può costruirsi un movimento dei non-allineati del digitale per liberarci dalla tutela del tecnofeudalesimo tributario nordamericano in questo campo.

La Francia, potenza universale

Con i suoi territori d’oltremare, la Francia è ancorata a diversi insiemi regionali in tutto il mondo. L’eredità coloniale e razzista che ancora troppo spesso permea le relazioni tra la “Metropoli” e la Francia d’Oltremare ha portato a trattare quest’ultima come una periferia sottosviluppata.

La Francia è tuttavia universalista solo grazie ai suoi Oltremare. Essi fondano la sua capacità di condurre una diplomazia non allineata al servizio dell’interesse generale umano. Ne sono addirittura l’avanguardia.

Gli Oltremare offrono alla Francia la possibilità di portare una parola indipendente, creolizzata, capace di dialogare con insiemi regionali multiculturali senza arroganza né spirito di dominio. Le permettono così di prendere parte, in modo utile e legittimo, a diverse organizzazioni e dinamiche regionali.

Attraverso il confine con il Brasile, il più lungo confine terrestre del nostro paese, la Guyana, offre alla Francia la possibilità di partecipare alle organizzazioni regionali del Sud America, a cominciare dall’UNASUR. La Francia deve investire questo forum affinché metta in atto il quadro più protettivo possibile per la foresta amazzonica.

Attraverso le Antille, la Francia può integrarsi nella Comunità di Stati latino-americani e caraibici. Attraverso La Reunion e Mayotte, la Francia può aspirare a entrare nell’Unione Africana e nella Comunità di sviluppo dell’Africa australe. Partecipa già all’Associazione degli Stati rivieraschi dell’Oceano Indiano.

Infine, attraverso la sua presenza nel Pacifico, in Polinesia e in Kanaky-Nuova Caledonia, la Francia non sarebbe illegittima a diventare osservatrice all’interno dell’Associazione delle nazioni del Sud-Est asiatico.

Non si tratta per la Francia di collezionare tessere di adesione a organizzazioni regionali ma di moltiplicare le sedi in cui può portare la voce dell’interesse generale umano. Può così partecipare alla formazione di una vasta rete di organi di cooperazione, che vanno a raddoppiare e declinare le protezioni dei beni comuni adottate nel quadro dell’ONU, e fare da contrappeso alla potenza revisionista statunitense.

A queste nuove aree di cooperazione, è ora opportuno aggiungere la relazione specifica che la Francia dovrà intrattenere con due Stati che rappresentano da soli un terzo dell’umanità: la Cina e l’India.

Partenariati bilaterali contro la logica di blocco

Il continuo riallineamento della diplomazia francese alla sfera atlantista e occidentale sotto i mandati di Nicolas Sarkozy e dei suoi successori contravviene agli interessi e ai principi della Repubblica francese. È tempo di ridispiegare una diplomazia mondiale ambiziosa, anche verso le nuove grandi potenze.

Solo gli Stati Uniti, sempre più ‘maltrattanti’ nei confronti dei loro presunti alleati, esigono da questi ultimi un allineamento totale sulla loro priorità strategica, ovvero il tentativo disperato di contenere militarmente la Cina.

Al contrario, le coalizioni formate all’ONU o in altri spazi sono ridiventate mobili, fluide, in funzione delle poste in gioco e dei momenti. Spesso i paesi occidentali non ne sono più né motori, né tanto meno parti in causa.

È ad esempio (ri)diventato banale, soprattutto nelle diplomazie dei cosiddetti paesi “emergenti”, osservare partenariati solidi che si annodano tra paesi o gruppi di paesi che possono peraltro opporsi per quanto riguarda i rapporti con un paese terzo.

La pretesa superata delle principali potenze occidentali, più costrette in una logica di blocco, di incarnare “la” comunità internazionale ha portato a una grave sottostima del numero, della densità, dell’importanza geopolitica delle relazioni intessute tra i cosiddetti paesi del “Sud globale”, al di fuori di qualsiasi intervento degli occidentali.

Il funzionamento del gruppo dei BRICS+, creato nel 2009, è emblematico di questa nuova realtà. Gruppo informale che riunisce – senza contare i membri osservatori – 10 paesi non occidentali che rappresentano da soli il 51% della popolazione, il 40% del PIL mondiale e più del 40% della produzione di petrolio, i BRICS+ sono attraversati da divergenze talvolta importanti.

Tuttavia, preoccupati ad esempio di ridurre la loro vulnerabilità alle sanzioni extraterritoriali decretate dagli Stati Uniti, si accordano su temi fondamentali come la dedollarizzazione degli scambi commerciali, o la messa in opera di meccanismi di scambio interbancario alternativi a quelli accaparrati dagli Stati Uniti.

La Francia, senza mai scambiare una dipendenza con un’altra, deve investire maggiormente questi nuovi spazi. Ciò passa in particolare attraverso un rafforzamento dei suoi partenariati bilaterali con le due più grandi potenze dei BRICS+, la Cina e l’India.

La Cina

La Cina è la prima potenza produttiva mondiale. Membro permanente del Consiglio di Sicurezza, rappresenta 1/6 della popolazione globale e si classifica al 3° posto per superficie terrestre. La sua storia plurimillenaria, di cui due millenni di organizzazione statale quasi ininterrotta, ha contribuito immensamente all’intera storia umana.

Nessuna politica estera fondata sulla difesa dell’interesse generale umano può fare a meno della Cina, a meno di voler restare a semplici dichiarazioni di principio che non si traducono mai in politiche pubbliche internazionali effettive.

Il generale de Gaulle lo aveva capito, facendo della Francia, insieme al Regno Unito, il primo paese occidentale a riconoscere ufficialmente la Repubblica Popolare Cinese nel 1964, punto di partenza delle relazioni ufficiali e del riconoscimento di una sola Cina. La relazione franco-cinese è stata da allora elevata al rango di “partenariato strategico globale” nel 2004.

Non si tratta di trattare la Cina né come un nemico, né come una risorsa. Non si tratta di passare dalla tutela statunitense a un’ipotetica dominazione cinese. Le relazioni della Francia con la Cina devono essere fondate sul rispetto reciproco delle due sovranità, l’indipendenza strategica, il non-allineamento e la cooperazione intorno ai beni comuni del popolo umano.

Un tale posizionamento implica un netto rifiuto della logica dei blocchi. In quanto principale potenza esportatrice, la Cina ha interesse alla pace. Non si può quindi pensare di partecipare ad alcuna alleanza, strategia di accerchiamento o confronto generale orchestrata dagli Stati Uniti contro la Cina in Asia-Pacifico.

Il diritto internazionale è a questo proposito formale sulla questione di Taiwan: l’isola appartiene al territorio internazionalmente riconosciuto della Cina. La differenza di governo che separa Taiwan dalla Cina continentale, eredità della guerra civile che ha opposto il Kuomintang e il Partito comunista cinese, deve essere oggetto di una negoziazione politica tra le autorità di Pechino e quelle di Taipei. La Francia deve rifiutare ogni strumentalizzazione da parte degli Stati Uniti e dei loro alleati di questa controversia cristallizzata dalla Guerra Fredda.

Inoltre, la Francia non ha alcun interesse economico o politico a partecipare o a iniziare una guerra commerciale contro la Cina. L’esito di un tale scontro economico è certo, visti il peso assunto dalle capacità produttive cinesi a livello globale e il loro vantaggio in diversi settori altamente strategici: una forte inflazione che colpirà innanzitutto le classi popolari, la destabilizzazione di diverse filiere produttive e un aggravamento delle nostre dipendenze verso altre potenze commerciali.

Non bisogna in alcun caso riprodurre l’assurdità che ha visto l’Unione Europea scambiare una dipendenza energetica con un’altra, dalla Russia verso gli Stati Uniti. La nostra politica economica e commerciale nei confronti della Cina deve essere misurata e pianificata in funzione delle filiere produttive stabilite in Francia, di quelle che desideriamo sviluppare e di quelle che rimarranno dipendenti dalle importazioni cinesi.

Si tratta di mettere in atto un protezionismo solidale e negoziato nel quadro di una pianificazione ecologica la cui parola d’ordine è la soddisfazione dei bisogni umani. Bisogna in particolare intraprendere una rinegoziazione dell’Accordo globale sull’investimento (CAI) firmato nel 2020 dall’Unione Europea e dalla Cina.

Ogni nuovo accordo deve essere fondato sulla reciprocità, la messa in sicurezza delle catene di approvvigionamento e il rispetto della sovranità di entrambe le parti. Un tale accordo è indispensabile per instaurare parafulmini che permettano di pianificare la riorganizzazione e lo sviluppo delle nostre filiere.

Se sarà necessario regolare gli scambi su alcuni beni strategici, ad esempio attraverso quote d’importazione e prezzi minimi, sarà anche necessario mettere in atto partenariati industriali affinché le nostre filiere produttive possano utilmente beneficiare del know-how tecnologico cinese.

La protezione dei nostri dati è un ambito in cui bisognerà essere fermi in ogni negoziazione commerciale con la Cina come con tutte le altre nazioni. Né ostilità, né vassallaggio in una tale politica. La cooperazione e il co-sviluppo al servizio dell’interesse generale umano devono essere le nostre parole d’ordine.

La cooperazione con la Cina è tanto più necessaria in quanto è indispensabile di fronte al cambiamento climatico. Se la Cina rappresenta da sola un quarto delle emissioni mondiali di gas serra, è anche all’avanguardia nell’installazione di capacità di produzione energetica rinnovabile.

Soprattutto, contrariamente agli Stati Uniti, non è una potenza climatica revisionista che ha un interesse imperiale alla perpetuazione della dipendenza dal petrolio e dal gas. L’impegno della Cina nei confronti dell’Accordo di Parigi non è quindi variato.

La Francia deve portare con la Cina iniziative globali sul proseguimento e l’accelerazione della riduzione delle emissioni di gas serra, in particolare utilizzando la leva della pianificazione e delle capacità produttive cinesi per accentuare la decarbonizzazione delle attività produttive su scala mondiale.

La Cina è anche strutturante in ogni sforzo volto a lottare contro la sesta estinzione di massa nella biosfera. La nozione di “civiltà ecologica” messa in avanti dalle autorità cinesi va presa sul serio e può costituire una base di lavoro comune per instaurare una nuova armonia tra gli esseri umani con il resto del vivente.

La protezione della salute umana, animale e ambientale deve essere un cantiere comune prioritario al fine di impedire l’emergere di nuove zoonosi e lottare efficacemente contro future pandemie. Un accordo globale ed equo con la Cina è indispensabile sull’industrializzazione ecologica.

La Cina si è anche distinta per le sue prodezze spaziali, in particolare il suo programma lunare e la sua stazione spaziale. Come potenza che ha anch’essa ambizioni e mezzi in questo campo, la Francia dovrebbe proporre alla Cina una cooperazione spaziale in cause comuni di interesse generale umano.

Infine, per il suo posto nell’economia globale e le sue relazioni con i diversi paesi del Sud, la Cina è un partner indispensabile nella necessaria dedollarizzazione del sistema monetario internazionale e nella regolamentazione collettiva dei debiti.

L’India

L’India è il paese più popoloso del mondo, con oltre 1,4 miliardi di abitanti. Membro fondatore del movimento dei non-allineati nel 1964, Nuova Delhi ha storicamente difeso una diplomazia a favore di una forma di non-allineamento, sebbene questa si sia evoluta nel tempo con l’inserimento dell’India nella globalizzazione capitalistica. Condividiamo quindi con questo paese la volontà di non allineare le nostre diplomazie su alcun imperativo imposto da un’altra potenza.

L’India, come l’intero Sud Asia, è anche colpita in pieno dal cambiamento climatico. Di conseguenza, e senza eclissare la natura del suo governo attuale, una difesa seria dei beni comuni non può ignorare partenariati mirati con Nuova Delhi.

L’India ha un litorale di oltre 7.500 chilometri, una Zona economica esclusiva (ZEE) di oltre 2 milioni di km2. È anche la testa di ponte delle conseguenze mortifere del cambiamento climatico per la specie umana, come l’intera Sud Asia. Una difesa seria delle cause comuni non può quindi ignorare partenariati mirati con Nuova Delhi su queste questioni.

La protezione dei mari è una di queste cause comuni. L’India e la Francia sono membri dell’Associazione degli Stati rivieraschi dell’Oceano Indiano (IORA) e di diversi programmi ONU ed europei sulla protezione degli oceani. Sotto le presidenze di Emmanuel Macron, questi forum sono stati orientati verso “l’economia blu“, cioè lo sfruttamento dei mari in una prospettiva capitalistica che, in ultima istanza, servirà solo interessi privati a scapito della natura e del vivente. Queste istanze devono essere reinvestite per difendervi un approccio rispettoso del vivente.
 
3 – L’umanesimo radicale alla base di una concezione del mondo

Gli esseri umani: esseri sociali con bisogni vitali

La concezione delle relazioni internazionali così presentata è ancorata in un approccio filosofico e politico globale. Ogni popolo, ogni nazione è componente dell’umanità universale. Di conseguenza, nulla vale che non possa valere per ogni essere umano.

Sappiamo che ogni politica internazionale è condotta in nome di princìpi tanto quanto di obiettivi. Crediamo quindi necessario concludere il nostro documento con una descrizione sommaria dei principi che ci animano.

Questi principi di filosofia politica si inscrivono in una lunga storia, quella della convergenza tra l’umanesimo e l’analisi materialista del mondo. Essa pone come principio primo che gli esseri umani sono esseri sociali i cui bisogni materiali e culturali indispensabili alla riproduzione della loro esistenza sono simili. Così, l’accesso al cibo, all’acqua, all’alloggio, alla salute, all’educazione, o anche a una vita affettiva scelta costituiscono il fondamento universalmente condiviso della condizione umana.

L’espressione e la soddisfazione dei bisogni non avvengono mai in un faccia a faccia immediato tra l’essere umano nella sua singolarità e il suo ambiente. Passano necessariamente attraverso strutture sociali, quadri culturali, istituzioni politiche, dispositivi tecnici, giuridici e culturali che organizzano la produzione, la ripartizione e la conservazione delle risorse materiali indispensabili alla vita comune.

Tra il corpo individuale e la natura, questo “corpo inorganico dell’uomo” per riprendere la formula di Marx, interviene quindi la mediazione del corpo socio-culturale.

L’essere umano è sociale perché la sua stessa sopravvivenza dipende dall’esistenza di un’organizzazione politica che lo supera e allo stesso tempo lo rende capace di agire.

L’essere umano è culturale perché i suoi bisogni non si soddisfano al di fuori di quadri rituali e culturali che assicurano un valore inclusivo degli individui nelle loro comunità.

Ciò è particolarmente vero in un’epoca in cui la generalizzazione del modo di vita urbano ha esteso le interdipendenze tra individui e gruppi sotto forma di una messa in rete globale. Viviamo in un’epoca in cui emerge una “noosfera” omogeneizzante in cui la totalità dei saperi e delle produzioni umane sono digitalizzati e mercificati. Allo stesso tempo, le produzioni culturali gestite dai trust mondiali tendono a uniformare mode, domande e comportamenti.

Il pensiero della France Insoumise si colloca così nella continuazione di una tradizione intellettuale radicata nell’antichità mediterranea, in particolare in Aristotele che definiva l’essere umano come zoon politikon (animale politico): l’essere umano si realizza solo all’interno della Città.

Lo Stato, poiché è la forma politica moderna, frutto di un lungo sviluppo storico, svolge così una funzione decisiva: non si limita ad arbitrare interessi già costituiti, rende possibile l’esistenza stessa di un quadro in cui i bisogni possono essere riconosciuti come legittimi e trattati come obblighi collettivi.

La vita sociale e politica non costituisce quindi uno strato secondario aggiunto a una natura umana precedentemente definita e intangibile; essa è la condizione attraverso cui la specie umana si riproduce materialmente e si rappresenta normativamente ciò che deve a ciascuno dei suoi membri.

Porre filosoficamente questo principio non autorizza affatto a concludere all’esistenza di un’azione politica che varrebbe in ogni luogo e per tutti i tempi. Questo universalismo astratto non resiste all’irriducibile diversità delle soluzioni politiche adottate dalle collettività umane nel corso della storia.

Ma questa pluralità non è un ostacolo per il pensiero universalista: lo feconda. Lo porta a rifiutare tanto l’individualismo, quando postula che la società non esiste e che l’uomo è un lupo per l’uomo, quanto il relativismo assoluto, che dissolverebbe ogni base comune nella pluralità delle culture.

La nostra visione è quella di un collettivismo che riconosce che la cooperazione, e non la competizione, è al fondamento dell’esistenza umana. Essa è un materialismo in cui si afferma che se i bisogni sono universalmente condivisi, le loro formulazioni storiche, le loro gerarchizzazioni e i loro modi di soddisfazione variano secondo le formazioni sociali e i quadri culturali.

Questa variazione non contraddice l’universalità del bisogno; ne manifesta al contrario la mediazione sociale e storica. Il riconoscimento di questa doppia dimensione, universale per il contenuto vitale, differenziata per le forme di espressione, permette di pensare gli esseri umani come soggetti allo stesso tempo simili nella loro vulnerabilità fondamentale e irriducibilmente situati in mondi socio-culturali concreti.

La filosofia politica della France Insoumise non pretende quindi di definire un modello uniforme di vita degna e giusta attraverso le società, ma di riconoscere il diritto di ogni collettività umana di definire liberamente le proprie modalità di soddisfazione dei bisogni universalmente condivisi, e di garantire le condizioni effettive di esercizio di questo diritto. Ma le confronta tutte all’esigenza politica combattente del rispetto dei diritti umani, sociali, ecologici e civici così come sono assunti dalle istituzioni internazionali.

Autodeterminazione degli individui, autodeterminazione dei popoli

L’umanesimo che irriga il nostro approccio pone che gli esseri umani sono fondatori di sé stessi. È stato incarnato nella storia nel modo più radicale dai movimenti di emancipazione delle donne. Da ciò deriva una conseguenza politica maggiore.

Se gli individui sono liberi di ridefinirsi, le strutture sociali in cui vivono non possono essere sacralizzate come quadri intangibili. La libertà non consiste quindi solo nel godimento di diritti garantiti: risiede anche nel potere collettivo di rifondare le regole del vivere insieme.

Esiste quindi un legame consustanziale tra autodeterminazione degli individui e autodeterminazione dei popoli. Queste due dimensioni si condizionano reciprocamente.

Un popolo sottoposto a una dominazione esterna, a una tutela imperiale, a una dipendenza economica strutturale o a una violenza coloniale non è in grado di permettere ai suoi membri di organizzare sovranamente le loro condizioni di esistenza. Oggi, l’emergere di un brutale capitalismo tributario sostenuto da forme rinnovate di imperialismo rafforza le dipendenze che possono avvolgere interi popoli.

Inversamente, l’autodeterminazione popolare ha senso solo se apre uno spazio in cui le persone possono partecipare alla deliberazione comune, contestare l’ordine stabilito e sviluppare la loro individualità propria. Il popolo non è un’entità “etnica” chiusa e intangibile, ma il soggetto collettivo attraverso cui una comunità umana si dà i mezzi istituzionali della propria libertà.

Così intesa, l’autodeterminazione dei popoli è allo stesso tempo derivata dal principio di emancipazione individuale e condizione della sua effettività storica.

La difesa di questo diritto appare quindi come un’esigenza politica centrale. Ma per essere effettivo, questo diritto suppone condizioni concrete: l’indipendenza, la pace e la cooperazione.

L’indipendenza è la condizione sine qua non della sovranità dei popoli, cioè della loro capacità di darsi liberamente le norme che regolano la loro vita collettiva; non significa isolamento, ma il dominio sovrano delle proprie scelte fondamentali.

La cooperazione è necessaria perché nessun popolo potrebbe soddisfare in completa autarchia l’insieme delle esigenze materiali, ecologiche e tecnologiche che condizionano la vita collettiva.

La pace, invece, è ciò che permette l’articolazione libera tra sovranità interna e relazioni di cooperazione reciprocamente consentite.

Difendere l’autodeterminazione significa quindi combattere simultaneamente l’imperialismo, il colonialismo, le logiche di guerra e le dipendenze economiche predatorie. L’effettività dell’autodeterminazione esige così la fondazione di istituzioni comuni e di regole di diritto che organizzino la convivenza pacifica e la libera cooperazione tra i popoli.

L’interesse generale umano, un universalismo concreto

In ultima analisi, la cooperazione tra i popoli mira quindi ad assicurare la soddisfazione dei bisogni collettivi degli esseri umani. Ciò che è indispensabile per tutti non può essere abbandonato alla sola logica dell’appropriazione privata e della concorrenza generalizzata. Questa riflessione intorno ai bisogni collettivi di base per assicurare la sopravvivenza delle società umane è aggiornata dalla crisi ecologica.

Questa ci mostra una cosa: tutti gli esseri umani dipendono per tutte le loro attività e per la loro stessa vita da un unico ecosistema terrestre. Esiste quindi oggettivamente un interesse generale umano. Esso designa l’obbligo pratico di proteggere ciò che permette a tutti di vivere.

L’universalismo si manifesta allora non più sotto forma di un’astrazione intellettuale, ma come un approccio concreto attraverso cui ciò che è necessario all’insieme dell’umanità è sottratto alla logica dei rapporti di forza e di dominazione per essere elevato al rango di finalità politica comune.

Esso mira a proteggere i cicli fondamentali e globali che condizionano l’esistenza e la sopravvivenza della specie umana, come il clima globale, il ciclo dell’acqua, la biodiversità nella sua totalità, gli ecosistemi nella loro diversità, i suoli, le foreste, i fiumi, i mari e gli oceani, ecc.

L’interesse generale umano mira a ristabilire l’armonia degli esseri umani con i cicli naturali, e a organizzare quella tra gli esseri umani. L’armonia è intesa qui, non in senso metaforico ma concreto: la coincidenza dei ritmi della vita sociale con i ritmi biologici e biofisici.

Un tale compito comanda di superare il modo di produzione, di ripartizione e di scambio capitalista. In questo senso, ridefinisce le basi del vecchio “internazionalismo proletario”, ne approfondisce il significato e ne generalizza la preoccupazione civilizzatrice.

Questo universalismo concreto guadagna ancora più profondità man mano che l’umanità prende coscienza di sé stessa come di un popolo umano. Cioè come di una comunità di destino oggettivamente costituita dall’interdipendenza delle condizioni di sopravvivenza. Siamo, per riprendere un’espressione del sociologo Norbert Elias, impegnati in un “potente movimento di integrazione dell’umanità“.

All’interno di questo movimento emergono allo stesso tempo “un nuovo senso della responsabilità su scala mondiale per quanto riguarda la sorte degli individui” e “un senso crescente della responsabilità su scala mondiale per quanto riguarda il destino dell’umanità“.

Elias scriveva avendo allora in mente la minaccia della distruzione collettiva della specie umana attraverso il ricorso all’arma atomica. Questa minaccia non è scomparsa. Ma è ora raddoppiata da quella che il cambiamento climatico fa pesare sulle condizioni di abitabilità della Terra.

L’era dell’antropocene pone le fondamenta della presa di coscienza dell’umanità come soggetto della storia. I mezzi concreti per formare questo popolo umano oggettivamente e soggettivamente sono le mobilitazioni intorno alle cause comuni che compongono insieme l’interesse generale umano, cioè l’insieme delle nostre interdipendenze radicali, tanto naturali quanto sociali.

Infatti, questa comunità di esposizione a queste minacce esistenziali e sistemiche, questa comunità di destino, fonda la coscienza di appartenere a uno stesso “popolo umano”. Da allora, la cooperazione diventa un dovere morale supremo. Quando la possibilità stessa della continuità della vita umana organizzata è in gioco, non cooperare non costituisce più solo un errore politico, ma una carenza etica maggiore.

Pensare l’interesse generale umano significa allora dare un contenuto istituzionale e normativo a questa nuova evidenza: l’umanità può salvarsi solo governandosi come una comunità consapevole dei suoi beni comuni e dei suoi limiti. Nessun popolo si salverà con un’avventura solitaria, un’illusoria autarchia o con un’ecologia di guerra. Il funesto adagio “si vis pacem, para bellum” (“se vuoi la pace, prepara la guerra“) prepara solo a una cosa: la rovina collettiva della specie umana.

Questo percorso filosofico fonda l’interesse generale umano come bussola della politica internazionale della France Insoumise. La bussola vale tuttavia solo se è utile per navigare nei flutti dell’epoca che è la nostra. Al di là della schiuma degli eventi che fanno l’attualità mediatica, bisogna comprendere le onde di fondo che ci portano. Dobbiamo quindi procedere all’analisi della situazione concreta in cui ci troviamo.

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