Presentazione


Analisi, opinioni, fatti e (più di rado) arte da una prospettiva di classe.

01/03/2026

Il capitalismo statunitense, piace ancora tantissimo all’Unione europea

di Duccio Facchini

Le multinazionali Usa consolidano il proprio strapotere a colpi di fusioni accettate dalla Commissione europea. Il recente caso Google-Wiz dimostra come la presunta “distanza” tra Ue e Stati Uniti sia solo un modo per distrarre l’opinione pubblica.

“Noi americani a volte possiamo apparire un po’ diretti e pressanti nei nostri consigli. Ma il motivo per cui il presidente Trump esige serietà e reciprocità dai nostri amici qui in Europa è perché ci state molto a cuore. Ci sta molto a cuore il vostro futuro e il nostro”.

Come sia riuscito Marco Rubio a rimanere serio intervenendo alla Conferenza di Monaco sulla sicurezza a metà febbraio di quest’anno resta un mistero: non deve essere facile recitare la parte dell’alleato parigrado che tende la mano a una platea di sottoposti. Già perché la storia del paventato “allontanamento” tra Stati Uniti e Unione europea è tra le più clamorose falsità del nostro tempo, utile solo a distrarre le opinioni pubbliche dai problemi reali. Facciamo qualche esempio.

Pochi giorni prima del (farneticante) intervento del segretario di Stato Usa in Germania, la Commissione europea ha avuto tra le mani una concreta occasione per rimettere al suo posto il capitalismo di rapina statunitense fondato sull’abuso di posizione dominante, bocciando l’ennesima fusione oligopolistica promossa da Google e dimostrando nei fatti quella “differenza di valori” tra le sponde dell’Atlantico nel campo dei diritti fondamentali dei cittadini-consumatori.

Risultato? Il 10 febbraio la Commissione von der Leyen, e in particolare la commissaria socialista alla Transizione pulita, giusta e competitiva (sic), Teresa Ribera, ha dato luce verde all’acquisizione di Wiz, tra i più importanti fornitori indipendenti di sicurezza cloud al mondo, da parte di Alphabet. È il boccone più costoso sino ad oggi per la holding madre di Google: 32 miliardi di dollari. “L’operazione non solleva preoccupazioni sotto il profilo della concorrenza nei servizi cloud o nella sicurezza cloud nello Spazio economico europeo”, ha provato a rassicurare Ribera, aggiungendo che “Google si colloca dietro Amazon e Microsoft in termini di quote di mercato nell’infrastruttura cloud e la nostra valutazione ha confermato che i clienti continueranno ad avere alternative credibili e la possibilità di cambiare fornitore”.

Possiamo stare sereni: la sovranità e resilienza delle nostre infrastrutture digitali essenziali non è in mano a una sola azienda statunitense – potenzialmente ostile domani – ma a tre. Le organizzazioni della società civile europea SOMO, Rebalance now, Open Markets Institute, Balanced Economy Project e Article 19 hanno espresso “profondo rammarico” per la decisione di Bruxelles. Google è infatti un conglomerato dominante già oggi con un potere consolidato in settori chiave dell’economia digitale, dei sistemi operativi, della ricerca, della pubblicità, dell’analisi dei dati e dell’intelligenza artificiale. La neutralità di Wiz era invece un elemento “fondamentale per i fornitori di cloud europei più piccoli e per la concorrenza nel più ampio ecosistema”. Invece è arrivato il via libera, con “implicazioni dirette per la sicurezza informatica, la resilienza e l’autonomia del settore pubblico”. E la situazione è anche peggiore: delle 25 acquisizioni avvenute lo scorso anno solo una, proprio Google-Wiz, è stata notificata alla Commissione europea per la sua “approvazione”.

“Tutte le altre – fa notare Çağrı Çavuş, ricercatore di SOMO – non sono state sottoposte ad alcun controllo. Questo è molto preoccupante e dimostra la persistente inadeguatezza degli attuali quadri giuridici nel trattare le acquisizioni che coinvolgono aziende innovative ma relativamente piccole”. A sentire il duo Merz-Macron, però, i capi europei non si fanno più prendere per il naso dagli americani, la musica è cambiata, soprattutto nel campo della giustizia fiscale. Riscossa.

È il motivo per cui, zitti zitti, i Paesi dell’Ue hanno accettato di esentare le multinazionali statunitensi dai principali effetti della pur blanda imposta minima globale nell’ambito dei negoziati Ocse, dicendo addio a 14 miliardi di euro di entrate fiscali ogni anno, 4,6 volte il Pil della Groenlandia. “Soddisfare un prepotente oggi, a spese del proprio popolo e senza il suo consenso o addirittura a sua insaputa – ha denunciato Alex Cobham di Tax Justice Network – è la ricetta per unirsi agli Stati Uniti nella loro deriva verso la corruzione autoritaria”. Ci sta troppo a cuore questo saccheggio.

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USB condanna l'attacco di USA e Israele all'Iran: fermiamo chi vuole imporre la guerra come destino inevitabile

L’Unione Sindacale di Base condanna con la massima fermezza l’attacco militare condotto da Israele e dagli Stati Uniti contro l’Iran, un atto di guerra che segna un ulteriore e gravissimo salto di qualità nell’escalation bellica in corso e che sta imponendo la guerra come unico orizzonte possibile nelle relazioni internazionali.

Si tratta di un’aggressione deliberata contro uno Stato sovrano, compiuta in aperta violazione del diritto internazionale e della Carta delle Nazioni Unite. Un’azione che non ha nulla a che vedere con la “difesa”, ma che risponde esclusivamente a una logica di competizione tra poli capitalisti che si gioca tra economia e guerra, causando stragi di civili e destabilizzazione permanente dell’intero Medio Oriente.

Le narrazioni usate per giustificare questa aggressione sono completamente false e strumentali: parlano di “operazione per difendere il popolo americano dalle minacce di Teheran” e della libertà delle donne iraniane cercando di oscurare la realtà dei fatti. In verità, l’attacco ha provocato la morte di 100 studenti, la maggioranza delle quali bambine, un crimine orribile contro giovani vite innocenti. La propaganda non può cancellare il sangue versato né nascondere la brutalità dell’aggressione e le reali motivazioni.

Israele e Stati Uniti stanno trascinando la regione e il mondo intero verso un conflitto sempre più ampio, con il rischio concreto di una guerra generalizzata, mentre i governi occidentali, in primis quello italiano, continuano a sostenere politiche di riarmo, escalation e aggressione, scaricandone i costi economici e sociali sulle lavoratrici e sui lavoratori, sui popoli e sulle classi popolari.

Denunciamo la volontà diretta di Israele e USA nell’innalzamento del livello dello scontro militare, l’uso sistematico della guerra come strumento di politica internazionale, il silenzio complice e l’allineamento dei governi europei, che accettano e giustificano l’aggressione invece di fermarla.

La guerra non porta sicurezza, ma morte, distruzione, povertà e repressione. È sempre il prezzo pagato dai civili, dai lavoratori, dalle popolazioni già colpite da crisi economiche e sociali profonde, mentre l’industria bellica e gli interessi geopolitici traggono enormi profitti dal conflitto.

USB ribadisce il proprio no alla guerra, al riarmo e alle politiche imperialiste e chiede: l’immediata cessazione delle operazioni militari, il blocco dell’invio di armi e del sostegno militare ai conflitti, la mobilitazione dei lavoratori contro la guerra e l’economia di guerra.

Di fronte a chi vuole imporre la guerra come destino inevitabile, USB continuerà a stare dalla parte della pace, dell’autodeterminazione dei popoli e della solidarietà internazionalista, perché il futuro non può essere costruito sulle macerie e sul sangue.

Martedì 3 marzo saremo sotto l’ambasciata Usa a Roma dalle ore 18 anche per condannare l’aggressione all’Iran e la complicità del governo Meloni e dell’Unione europea.

E il 14 marzo scenderemo di nuovo in piazza contro la guerra, contro l’economia di guerra, per fermare il governo Meloni e per il No Sociale al referendum sulla giustizia, ennesimo tassello di un progetto autoritario volto a smantellare la natura sociale della nostra Costituzione.

Unione Sindacale di Base

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Il fragore di un errore storico

L’hanno chiamata “Il Ruggito del Leone”: nome tratto dalla Bibbia, dal profeta Gioele e dalla profezia di Balaam nei Numeri.

Netanyahu ha infilato la citazione nelle pietre del Muro del Pianto prima di ordinare i bombardamenti. La guerra come compimento scritturale. La guerra come destino.

Ma il corrispondente della TV libanese Al Mayadeen da Teheran, Ahmed Al-Bahrani, racconta un’altra storia: strade percorribili, vita normale, servizi essenziali funzionanti. “Fallimento nel provocare caos e panico nelle strade iraniane, siamo qui da ore”

Il popolo iraniano che Trump e Netanyahu si aspettavano in piazza a rovesciare il regime non è uscito nelle strade. Non lo ha fatto perché i bombardamenti stranieri raramente producono rivoluzioni, producono il contrario: la nazione che si stringe attorno a se stessa anche quando non ama chi la governa. Lo insegna la storia da Belgrado a Baghdad.

Trump ha dichiarato pubblicamente che l’obiettivo è il “regime change”. È stato il suo errore più grave. Quando dichiari un obiettivo irraggiungibile nel breve termine, ogni risultato parziale diventa automaticamente una sconfitta politica. È la stessa trappola in cui cadde Bush con il cartello “Mission Accomplished” sulla portaerei Abraham Lincoln nel 2003 mentre la guerra vera stava appena cominciando.

Nel frattempo l’Iran ha colpito 14 basi americane nella regione: Qatar, Bahrein, Kuwait, Emirati, Giordania, Iraq. E ha distrutto l’AN/FPS-132, il radar di allerta precoce più potente del Golfo Persico, un miliardo e cento milioni di dollari di tecnologia americana ridotti in macerie con un drone Shahed (costa 20mila dollari). Senza quell’occhio, i sistemi Patriot e THAAD vedono i missili balistici iraniani molto più tardi. Lo scudo si è accorciato.

Fonti serie, già prima di questo conflitto, stimavano scorte criticamente basse di intercettori americani dopo i consumi in Ucraina e nella difesa di Israele nel 2025. Cinque settimane di guerra a questa intensità prima dell’esaurimento delle munizioni: questa è la finestra temporale reale di Washington.

Se l’Iran regge – con catena di comando intatta e capacità di risposta – l’America sarà costretta a fermarsi o ad alzare una posta che il Congresso e l’opinione pubblica non sosterranno. I sondaggi lo dicono già oggi: la base MAGA stessa è divisa.

E poi c’è Minab. Una scuola elementare femminile. 170 bambine dentro quando è arrivato il missile. Oltre cinquanta morte [sono diventate poi più di cento, ndr]. Il numero continua a salire mentre i soccorritori scavano tra le macerie. Come a Gaza. Come sempre, in ogni guerra “chirurgica” che incontra la realtà urbana. La scuola si chiamava Shajareh Tayyebeh “l’albero buono”. Lo hanno bruciato in pieno giorno.

Questa guerra non è finita. Potrebbe durare settimane e cambiare forma molte volte. Ma nelle sue prime ore ha già rivelato le sue contraddizioni fondamentali: un obiettivo dichiarato impossibile, uno scudo missilistico indebolito, un popolo che non si è ribellato, e bambine morte sotto le macerie di una scuola.

Non è il “Ruggito del Leone”. È il fragore di un errore storico che ancora non sa di esserlo.

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Tra Iran, Israele e Stati Uniti uno scontro ben diverso dal passato

Le prime ore degli attuali attacchi contro l’Iran rivelano differenze fondamentali rispetto a quella che fu conosciuta come la “Guerra dei Dodici Giorni”, sia in termini di tempistica, obiettivi, livello di coordinamento o entità dell’escalation.

I dati disponibili finora indicano quanto segue. 

Gli attacchi sono iniziati con esplosioni simultanee in varie parti di Teheran. I primi rapporti parlavano di circa trenta obiettivi nella prima ondata, tra cui quartier generali, strutture di intelligence e persino, si vociferava, siti collegati all’ufficio della Guida Suprema. Questa portata, fin dall’inizio, riflette l’ampiezza della serie di obiettivi e la natura dell’attacco iniziale.

A differenza della Guerra dei Dodici Giorni, che iniziò con attacchi notturni, questa operazione è iniziata nelle prime ore del mattino, il primo giorno della settimana iraniana. La tempistica appare meticolosamente calcolata, consentendo una maggiore destabilizzazione istituzionale e aumentando la probabilità di colpire i centri decisionali e di leadership fin dall’inizio delle operazioni ufficiali.

La selezione degli obiettivi suggerisce l’adozione di una strategia di “decapitazione”. I primi indicatori fanno emergere un’attenzione rivolta alla leadership e all’apparato di sicurezza del regime, non solo all’infrastruttura militare convenzionale. Questo cambiamento nella natura degli obiettivi ha un chiaro significato politico che va oltre l’indebolimento delle capacità, fino a minare la struttura stessa del potere.

Il coinvolgimento americano rappresenta questa volta una differenza fondamentale. Washington sembra direttamente coinvolta fin dall’inizio, con segnalazioni di uno stretto coordinamento con Israele e una descrizione americana dell’operazione come su larga scala. Questo coinvolgimento palese eleva lo scontro da un conflitto israelo-iraniano a uno con una diretta dimensione americana.

Il discorso di Donald Trump si è concentrato sulla difesa degli americani e sull’eliminazione delle minacce imminenti, ma i suoi segnali di sostegno al popolo iraniano contro il regime suggeriscono che il cambio di regime sia tra gli obiettivi non dichiarati. La combinazione della dimensione di sicurezza e del messaggio politico rafforza l’impressione che l’operazione non si limiti alla deterrenza.

Il concetto operativo sembra essere graduale. La prima ondata si è basata su attacchi missilistici contro centri di comando e sistemi di difesa aerea, compresi siti nell’Iran meridionale come Chabahar, aprendo la strada all’aviazione militare per colpire successivamente basi missilistiche e asset strategici.

La risposta iraniana è stata insolitamente rapida. I rapporti indicavano lanci di missili nel giro di poche ore, con attacchi segnalati a Tel Aviv e Haifa. La dichiarazione iraniana ha stabilito che le “linee rosse” non esistevano più e che la risposta sarebbe stata fornita con la massima forza.

Questa risposta rapida suggerisce una rappresaglia pre-autorizzata, con unità militari che non hanno atteso un lungo coordinamento centrale, ma hanno piuttosto agito secondo istruzioni prestabilite per garantire la continuazione del fuoco fin dall’inizio.

Un’altra differenza risiede nell’espansione del conflitto da parte dell’Iran oltre Israele fin dall’inizio. Le segnalazioni di esplosioni negli stati del Golfo indicano che le basi statunitensi sono state prese di mira, il che indica un’escalation immediata verso uno scontro diretto con Washington.

Ciò differisce significativamente da quanto accaduto nel giugno 2025, quando l’attacco iraniano alla base aerea di Al Udeid in Qatar fu in gran parte simbolico e parte di un’escalation calcolata volta ad aprire la porta a un cessate il fuoco.

Contemporaneamente, gli Houthi in Yemen hanno annunciato la ripresa dei loro attacchi nel Mar Rosso, indicando che lo scontro si stava già trasformando in un teatro regionale multi fronte.

Nel complesso, il primo andamento degli eventi riflette un conflitto più coordinato, diffuso e in escalation rispetto alla guerra dei dodici giorni. Vi è un chiaro tentativo di decapitare il regime iraniano, un coinvolgimento diretto degli Stati Uniti, una rapida risposta iraniana e una precoce espansione nelle arene regionali.

La questione centrale ora è se l’escalation porterà a uno scambio calcolato e contenibile, o se il superamento delle precedenti linee rosse farà precipitare la regione in una guerra regionale prolungata il cui corso sarà difficile da controllare.

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Terroristi bloccati a Cuba: denunciati da anni, ma rimanevano liberi di agire

di Carlos Fernández de Cossío, viceministro degli Affari Esteri della Repubblica di Cuba

Ieri [26/02/2026] le nostre autorità hanno denunciato un tentativo di infiltrazione a fini terroristici da parte di 10 persone, a bordo di un’imbarcazione con targa dello Stato della Florida, negli Stati Uniti.

Fin dal primo momento, e avendo rilevato che il mezzo navale proveniva dal territorio degli Stati Uniti, le autorità cubane hanno mantenuto comunicazioni su questo tentativo terroristico con le loro controparti statunitensi, incluso il Dipartimento di Stato e il Servizio della Guardia Costiera. È in corso un processo investigativo volto a chiarire i fatti con tutta la rigorosità necessaria. Il governo cubano è disponibile a confrontarsi con quello statunitense su questo episodio.

Tra le altre richieste, chiederemo informazioni sugli implicati, sul mezzo utilizzato e altri dettagli alle autorità statunitensi tramite i meccanismi vigenti tra i due Paesi.

Le autorità del governo statunitense hanno mostrato disponibilità a cooperare per fare chiarezza su questi spiacevoli eventi. È opportuno precisare che i 10 individui coinvolti nell’episodio sono i seguenti: Cristian Ernesto Acosta Guevara, Conrado Galindo Serrior, José Manuel Rodríguez Castelló, Leordán Cruz Gomez, Amijail Sanchez Gonzalez, Roberto Alvarez Avila e Pavel Alling Peña, Michael Ortega Casanova, Ledián Padrón Guevara e Hector Duani Cruz Correa, questi ultimi 4 deceduti.

In un’informazione iniziale è stato menzionato, per errore di valutazione nell’identificazione, Rolando Roberto Ascorra Consuegra, che non fa parte del gruppo, sebbene sia una persona nota per il suo percorso legato ad azioni e intenzioni violente contro Cuba.

Come già riportato, tra gli elementi sequestrati a bordo dell’imbarcazione si trova armamento. Tra questi fucili d’assalto, fucili da cecchino, pistole, bombe Molotov, numerosi equipaggiamenti d’assalto che includono dispositivi per la visione notturna, giubbotti antiproiettile, baionette d’assalto, abbigliamento mimetico, munizioni di vario calibro, viveri per uso in combattimento, mezzi di comunicazione e un importante gruppo di monogrammi di organizzazioni controrivoluzionarie di stampo terroristico.

Queste informazioni rimangono preliminari. Ulteriori dettagli saranno forniti nei prossimi giorni. Questo non è un atto isolato. Cuba è vittima di aggressioni e di innumerevoli atti terroristici da oltre 60 anni. Nella maggior parte dei casi organizzati, finanziati ed eseguiti dal territorio degli Stati Uniti.


Negli ultimi anni le autorità cubane hanno denunciato l’aumento dei piani e delle azioni violente e terroristiche contro Cuba, e il senso di impunità che prevale tra gli organizzatori ed esecutori di tali azioni di fronte all’inazione verso di essi. Le autorità cubane hanno reso regolarmente nota al Governo degli Stati Uniti l’informazione sulle persone che negli ultimi anni si sono dedicate a promuovere, finanziare e organizzare atti violenti e terroristici contro Cuba.

Queste informazioni includono l’elenco nazionale di persone ed entità che sono state sottoposte a indagini penali e ricercate dalle autorità cubane, in relazione al coinvolgimento in atti di terrorismo. Esse vengono elaborate in conformità con la Risoluzione 1373 del Consiglio di Sicurezza delle Nazioni Unite, con le norme e i principi del diritto internazionale e con l’ordinamento giuridico nazionale.

Due degli organizzatori arrestati, Amijail Sánchez González e Leordan Enrique Cruz Gómez, sono inclusi in tale lista che è stata condivisa con gli Stati Uniti nel 2023 e nel 2025, e godevano di impunità all’interno del territorio statunitense. Il governo cubano attende ancora risposte alle richieste di informazioni su di loro e sul resto degli individui e delle organizzazioni inclusi nella lista emessa.

I gruppi anticubani che operano negli Stati Uniti ricorrono al terrorismo come espressione del loro odio contro Cuba e all’impunità di cui credono di godere.

Cuba ribadisce il suo impegno assoluto e categorico contro tutti gli atti, metodi e pratiche terroristiche in tutte le loro forme e manifestazioni.

Il nostro paese mantiene una performance esemplare nell’affrontare il terrorismo, e ha rispettato, e continuerà a onorare, gli impegni assunti in materia. Cuba fa parte delle 19 convenzioni internazionali relative al terrorismo, conformemente alle quali ha messo in vigore misure legali e istituzionali indirizzate alla lotta efficace contro questo flagello. Cuba ha il dovere e la responsabilità di proteggere le proprie acque territoriali.

La nostra performance è coerente con il diritto internazionale che assiste tutti i paesi, compresi gli Stati Uniti. È, inoltre, parte della difesa nazionale dello Stato cubano come pilastro indispensabile per la protezione della nostra sovranità, della vita, della sicurezza e del benessere dei cubani.

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Ucciso Khamenei, la guerra va avanti

Mentre si spara è sempre difficile tenere insieme la cronaca e la riflessione (almeno) di medio periodo. Ma è obbligatorio provarci perché bisogna agire/reagire agli eventi mentre accadono. A spiegare cos’è successo – dopo – sono buoni tutti e serve solo come pro memoria per la prossima crisi.

È indubbio che la prima notizia sia quella della morte dell’ayatollah Khamenei, 87 anni (era nato il 16 aprile del ‘39, ma i media occidentali ormai scrivono i notiziari con il copia-e-incolla, per cui se dal Pentagono o dall’Idf arriva il messaggio con su “86” anni neanche si azzardano a fare i conti; figuriamoci come controllano il resto...). Era l’erede di Khomeini e della “rivoluzione” del 1979, che mise fine al regime coloniale dello shah Pahlevi.

Il colpo è sicuramente grosso sul piano simbolico, ma è difficile credere che a quell’età un qualsiasi leader non vincolato all’esito delle prossime elezioni non abbia preparato l’inevitabile “ricambio”. Già tutte le responsabilità propriamente militari, per esempio, erano state affidate ai vertici dell’esercito e delle Guardie della Rivoluzione (più noti come “pasdaran”).

La stessa Cia, in un report analitico consegnato a Trump, ritiene che l’uccisione di Khameni non porterà ad un “ammorbidimento” delle posizioni iraniane, né ad una divisione interna debilitante. Anzi, dovrebbe far emergere “figure ancora più radicali”.

L’omicidio è stato rivendicato direttamente da Netanyahu, chiarendo che la “divisione dei compiti” in questa guerra affida agli Usa l’attacco alle strutture militari, missilistiche e ai laboratori nucleari, mentre lascia a Israele il preferito ruolo di killer dei vertici politici e militari.

Il generale Mohammad Pakpour, che ha assunto il ruolo di capo della Guardia rivoluzionaria dopo la morte del precedente comandante nella “guerra di 12 giorni” nel giugno dello scorso anno, è stato ucciso in un attacco aereo a Teheran sabato, ha detto l’agenzia di stampa statale Irna. Anche Ali Shamkhani, un alto consigliere del leader supremo e segretario del Consiglio di sicurezza iraniano, è stato ucciso negli attacchi.

A differenza degli attacchi passati, anche Israele e Stati Uniti avrebbero fatto ricorso a droni di grandi dimensioni e missili piuttosto che ad aerei, probabilmente temendo che “l’aggiornamento” delle difese antiaeree iraniane sia stato efficace.

La reazione iraniana è stata comunque “robusta”, colpendo con droni e missili le basi americane nei paesi del Golfo e la stessa Israele, ancora una volta con la tecnica della “saturazione” delle possibilità antimissile dell’Iron Dome (che hanno una disponibilità di colpi limitata e tempi di “ricarica” non istantanei) e delle difese Usa.

Come in tutte le guerre, nella comunicazione ufficiale la prima regola è negare le proprie perdite o danni e amplificare al massimo quelle del nemico. Quindi Usa e Israele, pur non potendo negare di essere stati raggiunti da numerosi colpi, non ammettono alcuna perdita (tranne la scontata enfatizzazione dei “feriti civili” mentre stavano correndo nei rifugi). “L’invulnerabilità” è del resto il principale “contenuto narrativo” della propaganda imperiale (lo si era visto anche con il rapimento di Maduro e della moglie, in cui si è parlato di militari Usa rimasti feriti nell’azione solo al momento della loro “premiazione” al Congresso).

Il massimo funzionario della sicurezza iraniana, il segretario del Consiglio supremo per la sicurezza nazionale Ali Larijani, ha dichiarato che domenica verrà istituito un consiglio direttivo temporaneo, come riportato dalla televisione di Stato iraniana, per dare continuità anche formale alla direzione politica e militare.

Ha inoltre avvertito che “i gruppi secessionisti subiranno una dura reazione se tenteranno qualsiasi azione, accusando gli Stati Uniti e Israele di voler saccheggiare e disintegrare l’Iran”. Non è un mistero che una delle ipotesi di “sterilizzazione” futura dell’Iran sia quella di dividerlo in più staterelli “etnici” privi di peso specifico (azeri, persiani, curdi, turkmeni, awazi, ecc.).

L’andamento della guerra

Le sirene, ieri notte, hanno risuonato in tutta Israele, specie a Tel Aviv si sono udite una serie di esplosioni mentre il sistema di difesa aerea cercava di intercettare l’ultima offensiva iraniana. Naturalmente gli “invulnerabili” non ammettono altro (è quello che hanno sentito e visto i giornalisti stranieri presenti). In mancanza di dettagli attendibili sugli effetti dello scambio di missili e droni, bisogna intanto registrare che la crisi bellica ha provocato uno dei più gravi sconvolgimenti dell’aviazione mondiale degli ultimi anni.

I principali aeroporti del Medio Oriente, tra cui Dubai, lo snodo internazionale più trafficato al mondo, sono stati chiusi dopo gli attacchi contro l’Iran e la sua reazione. L’aeroporto internazionale di Dubai, che gestisce più di 1.000 voli al giorno, ha del resto subito danni durante un attacco alla limitrofa base Usa; hanno subito danni, e chiuso le attività, anche gli aeroporti di Abu Dhabi e Kuwait.

Praticamente tutti i paesi del Medio Oriente hanno chiuso il loro spazio aereo. Le mappe dei voli mostravano cieli sopra Iran, Iraq, Kuwait, Israele e Bahrein praticamente vuoti, mentre le compagnie aeree in Europa e Medio Oriente hanno annunciato cancellazioni su larga scala.

Ma tutta l’attesa degli operatori economici mondiali è rivolta all’apertura dei mercati finanziari, domattina (anzi: stanotte, con quelli asiatici). È certo infatti che una guerra che coinvolge in modo più o meno completo tutti i paesi del Golfo, con la chiusura annunciata (e obbligata, per chiunque gestisca il traffico delle navi petroliere) dello Stretto di Hormuz, provocherà un balzo drastico del prezzo del petrolio, con ricadute a cascata sull’intera struttura delle produzioni, dei commerci, dei consumi... e delle bollette. Lo stesso sviluppo della guerra è poco chiaro.

Trump e i suoi alternano annunci circa una possibile durata prolungata degli attacchi (qualche settimana al massimo, però) con dichiarazione che parlano di “due-tre giorni”, per calcolare gli effetti reali (quelli propagandistici sono sempre “definitivi” e “i più grandi della storia“).

La stessa risposta iraniana, pur “robusta”, sembra essere stata inferiore alle attese sioniste e statunitensi. Bisognerà vedere se e quanto l’uccisione di Khamenei porterà a “potenziare” i contrattacchi, come qualche funzionario di Tehran minaccia. Entrambi gli schieramenti, però, hanno un problema simile: la disponibilità di “munizioni”.

È abbastanza semplice capire che l’Iran, per quanto abbia costruito negli anni una notevole riserva di droni e missili di varia gittata, e li abbia anche nascosti in rifugi sotterranei, non dispone di quantità illimitate e facilmente sostituibili (anche le relative fabbriche sono obiettivi militari).

Specularmente, Usa e Israele dispongono di una quantità limitata di missili antimissile (per i sistemi Patriot o per l’Iron Dome), e dunque potrebbero vedere le proprie difese esaurite prima di raggiungere gli obbiettivi che si sono prefissati. A quel punto diventerebbe anche più difficile nascondere i danni subiti.

Questo dettaglio vale politicamente soltanto per gli Stati Uniti, dove sia i democratici che i repubblicani “old style”, e persino una parte del mondo “Maga”, stanno sbraitando contro la violazione costituzionale operata aprendo una guerra vera e propria senza alcuna autorizzazione del Congresso. E in effetti Trump aveva vinto le elezioni anche grazie alla promessa di farla finita con le “guerre inutili”, mentre ora ne sta aprendo una al mese.

In Israele, invece, non esiste alcuna differenza tra il governo e l’opposizione per quanto riguarda le guerre, visto che l’orizzonte condiviso è quello di una “Grande Israele” sagomata sugli incerti confini descritti... dalla Bibbia!

In aggiornamento.

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Aggressione all'Iran. Quello che i giornali italiani non scrivono

di Alessandro Volpi

Ci risiamo. Come nel caso dell'Iraq dove l'attacco fu motivato dal riarmo di Saddam Hussein, anche nel caso dell'Iran, le motivazioni di Trump sono legate al "pericolo" nucleare degli ayatollah.

I media italiani sono solerti nel credere a questa lettura, aggiungendovi le notazioni relative alla "lotta di liberazione" dei giovani iraniani. Mi sembra che le cose siano assai diverse e provo a mettere in fila alcune riflessioni. 

1) Gli Stati Uniti stanno attraversando una profonda crisi legata alla debolezza del dollaro e alla difficoltà di collocare il proprio gigantesco debito federale di quasi 40 mila miliardi di dollari. Per evitare la fuga dal dollaro e per trovare compratori del debito hanno la necessità di obbligare le petromonarchie ad accettare le pressioni Usa in tal senso.

Nel 2025, i paesi del Golfo hanno ridotto le proprie riserve in dollari e in debito Usa, comprando oro, che per la priva volta ha superato nei fondi sovrani e nelle banche centrali di tali paesi la valuta americana. Si tratta di una situazione pericolosissima per la tenuta dei conti pubblici di Trump che rischia il default. In tale ottica l'attacco all'Iran, la destabilizzazione dello Stretto di Hormuz, la prospettiva di condizionare quel transito in modo decisivo sono determinanti per riportare le petromonarchie sulla via della dollarizzazione esclusiva.

2) Trump ha deciso di puntare sui combustibili fossili per rilanciare la propria affannata economia. In questo senso, gli Stati Uniti devono avere il controllo di tutte le rotte petrolifere e gasiere, dal Mar Rosso, a Suez allo Stretto di Hormuz.

Abbattere l'Iran significa togliere peso agli Houti e dunque normalizzare alcuni transiti, compreso Suez, decisivi per portare il GNL ai paesi europei che hanno sviluppato una dipendenza cruciale dopo le sanzioni alla Russia. Nella stessa logica poter piantare la bandiera americana su ogni aree dove ci sono riserve energetiche ingenti, dal Venezuela, all'Iran, alla Groenlandia, alla Nigeria, significa davvero dare un sottostante reale ad un'economia che ormai non cresce più dell'1% annuo e matura un duro scontro sociale interno.

3) Un clima di guerra nel Golfo sta facendo aumentare le commesse delle petromonarchie alle società Usa: Lockheed Martin, Northrop Grumman e L3Harris aumenteranno il volume delle loro commesse arabe e i loro titoli saliranno così come salirà il prezzo del petrolio. A beneficiarne saranno le Big Three, BlackRock, Vanguard e State Street che sono i principali azionisti delle major delle armi e del petrolio. In cambio di ciò i super fondi continueranno a comprare debito Usa, di cui detengono già circa il 40%.

4) L'attacco all'Iran rientra nel progetto economico del Grande Israele che deve essere il perno della tenuta della dollarizzazione per tutta l'area mediorientale e il "socio" dell'amministrazione Trump nei grandi affari di quel perimetro secondo il modello del Board of Peace, vera sede domestica di gestione finanziaria ed economica del nuovo imperialismo.

5) È evidente che ormai Trump ha rotto ogni indugio e ha scelto la strada più pericolosa per tentare di salvare il capitalismo a stelle e strisce ricorrendo a piene mani allo strumento militare e scommettendo, come un giocatore d'azzardo, sulla mancata risposta degli altri soggetti internazionali. È sicuro, infatti, che l'Unione europea e i paesi assoggettati, come l'Italia, non fiateranno, al di là di qualche inutile starnazzo, e spera che la Cina e la Russia non reagiscano o magari ne approfittino per accentuare le loro pressioni su aree di interesse specifico. Si tratta di una scommessa gravissima perché, almeno nel caso della Cina, la destabilizzazione dell'Iran non pare proprio accettabile.

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