Presentazione
Analisi, opinioni, fatti e (più di rado) arte da una prospettiva di classe.
12/02/2026
Jeffrey Epstein, potere neotribale
Nel caso Epstein il corpo delle vittime non viene solo sfruttato ma anche trasformato in capitale politico. È una trasformazione che emerge nelle dinastie dello Yemen medievale come nelle strutture di potere degli inca e dei norreni, facendo delineare le categorie concettuali di creazione, concentrazione e circolazione del potere. Si tratta di categorie che ritroviamo nella trasformazione del corpo in capitale politico emerso nel caso di Jeffrey Epstein, come una manifestazione contemporanea di logiche tribali ataviche, neotribale appunto, dove lo sfruttamento minorile diventa il fulcro di un’infrastruttura di potere costruita sulla morte sociale delle vittime e sulla fratellanza di colpa dei carnefici. In questo quadro, lo sfruttamento sessuale non è un fine, ma un mezzo: il possesso del corpo altrui è la manifestazione tangibile del diritto di vita e di morte che definisce la sovranità. La pratiche del concubinato e della poliginia nelle élite norrene illustrano come il controllo sulle donne servisse a costruire reti di obbligazione. Per i nobili scandinavi, possedere più partner non era solo un indicatore di ricchezza, ma uno strumento politico per integrare individui di status inferiore nel proprio sistema domestico, creando una gerarchia di dipendenza che preveniva la formazione di fazioni rivali. In Epstein le reti di obbligazione, create attraverso l’offerta di consumo di abusi sessuali, non riguardano il controllo sociale ma le relazioni di potere all’interno di reti elitarie che non hanno neanche più bisogno di un rapporto con la società.
Un elemento cruciale della dominazione tribale è il valore attribuito alla verginità, spesso percepita come un “serbatoio di energia” trasferibile o consumabile dal sovrano. Nelle società indoeuropee patriarcali, la verginità non era solo un requisito per la certezza dell’eredità, ma un attributo che conferiva autonomia o sacralità a chi la possedeva, rendendo la sua violazione un atto di appropriazione di potere metafisico. Qui, sebbene la storicità universale del jus primae noctis sia sempre oggetto di dibattito, il suo valore simbolico come “esposizione del potere maschile” è innegabile. La deflorazione rituale da parte di capi, sacerdoti o stranieri riflette la psicologia della dominanza sociale coercitiva. In molte culture, l’iniziazione sessuale di una giovane era affidata a individui di alto status sociale per “consacrare” la capacità riproduttiva della donna, trasferendo la benedizione del signore o degli dei sulla futura prole. In termini evoluzionistici, questo comportamento imita quello dei maschi dominanti nei primati, che rivendicano la priorità di accesso alle femmine fertili per riaffermare la gerarchia del gruppo.
Per analizzare il fenomeno dello sfruttamento sessuale d’élite, è necessario definire tre categorie operative che spiegano come il corpo umano diventi un ingranaggio della macchina politica.
La prima è la creazione del potere attraverso la morte sociale. Il potere viene creato attraverso l’atto dello sradicamento. La schiavitù è il dispositivo politico della “morte sociale”, un processo in cui l’individuo viene privato di ogni identità, relazione e vitalità sociale. Nello sfruttamento tribale, il nobile crea potere “uccidendo socialmente” la vittima: separandola dalla famiglia e dai supporti comunitari (alienazione natale), che diventa così una tabula rasa su cui il padrone può incidere la propria volontà. Questa condizione rende la vittima totalmente dipendente, trasformandola in un’estensione della personalità del nobile.
La seconda è la concentrazione del potere attraverso l’architettura del segreto. Una volta creato, il potere deve essere concentrato in spazi che sfuggono al controllo della collettività. L’harem, il tempio o il recinto privato servono a isolare le risorse preziose (donne e bambini) e a segnalare l’esclusività dell’accesso d’élite. L’architettura stessa di questi luoghi – come dimostrato dall’analisi dello spazio sintattico nei templi arcaici – crea gerarchia limitando il movimento e la visibilità. Chi controlla l’accesso a questi spazi “sacri” o “proibiti” controlla la distribuzione della grazia o del piacere, consolidando la propria posizione al vertice della tribù.
La terza è la circolazione del potere attraverso l’ospitalità sessuale e la fratellanza di colpa. Il potere non può restare statico; deve circolare per creare alleanze. L’antropologia illustra come il corpo di una donna possa essere offerto a un ospite di alto rango per stabilire un legame di debito e reciprocità. Tuttavia, nelle forme più oscure di dominanza d’élite, la circolazione avviene attraverso la “trasgressione condivisa”. Partecipare insieme a un atto criminale o tabù (come lo sfruttamento di minori) crea un “patto di silenzio” e una “fratellanza di colpa” che è molto più vincolante di qualsiasi alleanza formale. Questo legame libidico e criminale assicura che i membri dell’élite proteggano il sistema per proteggere se stessi.
Il caso di Jeffrey Epstein non deve essere interpretato come un’anomalia della modernità, ma come una riattivazione di modelli tribali di gestione del potere basati sullo sfruttamento dei corpi vulnerabili. Epstein ha operato in modo neotribale, unendo schemi atavici di sottomissione in una società tecnologica, costruendo un’infrastruttura di potere che riflette creazione, concentrazione e circolazione del potere basate sullo sfruttamento estremo dei corpi ma non più in società arcaiche o premoderne ma nelle reti di potere delle élite globali. La creazione del potere, per Epstein e la sua cerchia avveniva attraverso un sistema di reclutamento che ricalca l’alienazione natale della schiavitù tradizionale. Utilizzando intermediari (come Ghislaine Maxwell) per adescare ragazze giovani e minorenni con promesse di istruzione o carriera, Epstein mirava a isolare le vittime dai loro supporti familiari. La “morte sociale” di queste ragazze era garantita dalla loro vulnerabilità economica e dal trauma, che le rendeva incapaci di ribellarsi o di cercare aiuto all’esterno. In questo modo, Epstein “creava” un pool di risorse umane su cui esercitare un dominio assoluto.
L’isola di Little St. James rappresenta l’apice della concentrazione del potere spaziale. Come i recinti sacri degli inca o dei re levantini, l’isola era un territorio “fuori dal mondo” dove le leggi della società ordinaria non avevano valore. Le testimonianze dei dipendenti descrivono l’arrivo costante di aerei privati (il “Lolita Express”) carichi di giovani donne, spesso vestite con felpe universitarie per mimetizzare la loro età. L’architettura dell’isola, con il suo ormai celebre “tempio” con cupola dorata e le statue eccentriche, serviva a creare una cosmologia privata che riflettesse il narcisismo sovrano di Epstein. Analizzando lo spazio secondo la logica del recinto cultuale, l’isola funzionava come un locus di potere dove Epstein agiva da sacerdote/padrone, decidendo chi poteva entrare e chi doveva servire. La vera “importanza” di Epstein per l’élite globale risiedeva nella sua capacità di far circolare il potere attraverso l’offerta di accesso alle vittime. Portando personalità influenti – politici, reali, scienziati – sulla propria isola e mettendoli in contatto sessuale con minori, Epstein non stava solo offrendo “piacere”, ma stava cementando alleanze attraverso la trasgressione condivisa.
In questa prospettiva, la vittima minorenne non è solo un oggetto di desiderio, ma una “valuta simbolica”. Chi consuma l’atto proibito con la “vergine” fornita dal padrone entra in una rete di mutuo ricatto e dipendenza. Questo meccanismo di fraternità criminale garantisce la coesione del gruppo d’élite: il segreto condiviso è il collante più forte di qualsiasi contratto poiché la sua rivelazione comporterebbe la rovina di tutti i partecipanti. Il neotribale finanziario di cui Epstein era componente non ha come valore assoluto il contratto, che si può mettere in discussione, ma il segreto che non si può né mettere in discussione né rivelare.
Nello sfruttamento tribale, il valore della vittima è inversamente proporzionale alla sua autonomia e la giovinezza e la verginità sono preziose perché rappresentano lo stato di natura non ancora “domato” dalla cultura ordinaria; violarle significa dimostrare una forza che può infrangere i tabù fondamentali della tribù. Nel caso Epstein, l’uso di minori e giovani donne serviva a segnalare ai partecipanti uno status di “semidei”. In una società che protegge formalmente l’infanzia, l’atto di abusare di un bambino in un ambiente di lusso e in sicurezza è la prova suprema di appartenenza a una casta che è al di sopra della legge comune. La vittima diventa un “segno” dell’invulnerabilità del carnefice. Le testimonianze riportano l’uso di maschere e ambienti decorati in modo grottesco, suggerendo una dimensione teatrale e rituale dell’abuso che serve a distanziare l’atto dalla realtà morale quotidiana. Il violentatore, all’interno di questa cerchia, acquisisce uno status di “iniziato”. Partecipare ai riti dell’isola significa essere stati scelti per vedere e fare ciò che alla “gente comune” è proibito. Questo crea un senso di superiorità e una separazione ontologica tra l’élite e il resto della popolazione. La capacità di Epstein di mantenere questa rete per decenni, nonostante le denunce e una condanna precedente, è la dimostrazione della forza di questa “resilienza del lignaggio” costruita sulla complicità criminale. Epstein rivela come le strutture di potere più avanzate possano regredire – o forse abbiano sempre mantenuto – logiche tribali di dominio. La concentrazione di ricchezza senza precedenti permette infatti la creazione di “isole di sovranità” dove il corpo umano torna a essere una merce di scambio primordiale. La violenza estrema del neotribale è servita in ambienti costruiti come se fossero resort per vacanze.
L’importanza per i membri nobili della tribù del possesso di vergini, giovani donne e bambini risiede nella loro funzione di “catalizzatori di sovranità”. Attraverso la creazione di soggetti socialmente morti, la concentrazione di queste risorse in spazi extra-territoriali e la loro circolazione in reti di complicità trasgressiva, le élite stabilizzano il proprio potere in modi che la politica formale non può replicare. Il caso Epstein rappresenta la versione iper-capitalistica, socialmente neotribale di questa dinamica atavica. La creazione di potere è avvenuta attraverso una rete di traffico che ha operato uno sradicamento sistematico delle persone reclutate; la sua concentrazione si è manifestata nell’architettura sacrale di Little St. James; e la sua circolazione ha cementato un’alleanza globale tra figure di immenso potere, unite non da ideologie, ma dal legame primordiale della colpa condivisa e del possesso del corpo altrui. Il valore simbolico delle vittime risiede nella loro capacità di agire come prova dell’impunità sovrana, trasformando ogni atto di abuso in un mattone dell’architettura del dominio d’élite. La comprensione di queste dinamiche è una necessità per decodificare le forme più oscure e persistenti di gestione del potere nella storia umana che si sono ben adattate alle evoluzioni del capitalismo.
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USA - I dazi di Trump si stanno rivelando un boomerang per l’economia
L’istituto ha analizzato circa 25 milioni di registri di spedizione da gennaio a novembre 2025, per un valore totale di quasi 4.000 miliardi di dollari di importazioni statunitensi, per arrivare alla conclusione che l’onere tariffario è stato trasferito agli acquirenti statunitensi per il 96%. Gli esportatori esteri hanno assorbito solo circa il 4%.
“In altre parole sono stati gli importatori e alla fine i consumatori americani a pagare per i dazi di Trump” affermano Mario Lettieri e Paolo Raimondi (il primo presidente del Centro Internazionale di Studi Sociali, il secondo economista) in un articolo pubblicato dal quotidiano economico Italia Oggi.
Poco meno di un mese fa, analizzando l’economia statunitense, era stato il quotidiano economico tedesco Handesblatt a rilevare che: “i prezzi probabilmente aumenteranno ancora in modo più significativo in primavera. Questo non sarebbe un problema solo per i cittadini statunitensi, ma anche per Trump... Indipendentemente da quanta influenza Trump guadagnerà sulla Fed nei prossimi mesi, entrambi gli scenari possono far male al presidente degli Stati Uniti poco prima delle importanti elezioni di metà mandato di novembre”.
Lo studio del Kiel Institute ha evidenziato in particolare che i volumi degli scambi e delle importazioni americani sono diminuiti, ma i prezzi dei beni esportati verso gli Usa non sono affatto diminuiti.
La retorica di Trump cianciona sulla notizia che sarebbero stati gli esportatori esteri a pagare per i dazi. In effetti nel periodo preso in esame “ci sarebbero stati 200 miliardi di dollari in più di entrate doganali negli USA, le quali però, sono finite nelle casse del Tesoro e non nelle tasche dei consumatori” scrivono Lettieri e Raimondi.
L’effetto principale dei dazi dunque è stato di quello di ridurre le importazioni, piuttosto che costringere i produttori stranieri a proporre prezzi più bassi. Ciò significa meno beni, meno varietà e catene di approvvigionamento interrotte per le aziende americane.
Di conseguenza, i produttori americani che dipendono da semilavorati importati devono affrontare costi più elevati. Devono assorbirli, riducendo profitti e investimenti, scaricarli sui clienti, aumentando i prezzi per gli acquirenti a valle o affannarsi a trovare fonti alternative, sostenendo costi di adeguamento e ritardi.
“Ci sono diversi fattori che spiegano perché gli esportatori stranieri non hanno abbassato i prezzi per mantenere l’accesso al mercato statunitense. In primo luogo esistono dei mercati alternativi” – osservano Lettieri e Raimondi – “Gli Stati Uniti sono un mercato ampio, ma non l’unico. Infatti, molti esportatori possono reindirizzare le loro vendite verso l’Europa, l’Asia e i paesi Brics. Non è un processo facile, ma se diventa fattibile, allora gli esportatori non sono incentivati a ridurre i prezzi per mantenere il mercato statunitense”.
Il Kiel Institute calcola poi che con un dazio del 50% un esportatore dovrebbe ridurre il prezzo delle sue merci di almeno il 30%. Il che non sarebbe redditizio per la maggior parte delle aziende. Ciò, di conseguenza, spinge verso la riduzione dei volumi esportati.
Inoltre, se si pensa che i dazi siano temporanei, si tende a non apportare costosi aggiustamenti dei prezzi per non creare un precedente che indurrebbe futuri aumenti tariffari. Si evita così una corsa al ribasso. Anche le catene di approvvigionamento sono rigide per cui molti importatori statunitensi hanno rapporti di lunga data con fornitori esteri e non possono facilmente passare a fonti alternative.
Lo studio del Kiel Institute rileva poi che i dazi del 50% imposti al Brasile e quelli del 30-50% imposti all’India non hanno portato a una sostanziale riduzione dei prezzi da parte di questi due paesi dei Brics.
Ma è l’accumulo di problemi sui prezzi quello su cui Trump rischia di andare a sbattere. È ancora l’Handesblatt a sottolineare che “contrariamente a quanto annunciato dal presidente USA su larga scala, l’inflazione non è stata sconfitta”.
Anche i dati statistici di census.gov evidenziano che le grandi aspettative di Trump sui dazi non si sono concretizzate. Da gennaio a novembre 2025 il deficit commerciale americano per le sole merci (senza i servizi) si è attestato a 1.139.777 mld di dollari, con un aumento del 5% rispetto allo stesso periodo del 2024. Il settore dei servizi, invece, vanta un grande surplus. Nei primi tre mesi del 2025 le importazioni erano schizzate per riempire di scorte i magazzini, prima degli annunci dei dazi di aprile. Quest’anno potrebbe andare meglio.
Lettieri e Raimondi ci ricordano poi che la guerra dei dazi, decisa dal presidente americano Herbert Hoover dopo il crollo della borsa di Wall Street del 1929, “aveva provocato una forte restrizione del commercio americano e internazionale contribuendo a scatenare la Grande Depressione economica. L’America cominciò a risollevarsi soltanto con il New Deal e le riforme bancarie e finanziarie di F. D. Roosevelt”.
In conclusione, si può costatare che i dazi danneggiano tutti, esportatori, importatori e consumatori, riducono i volumi del commercio internazionale e generano forti tensioni economiche e geopolitiche che possono sfociare in vere e proprie guerre. “Non ci sarebbe da stupirsi se domani Trump mettesse anche il Kiel Institute nella lista dei nemici da punire” chiosano i due economisti.
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Il Congresso USA discute se rivedere gli impegni presi con l’Aukus
Il cosiddetto Pilastro 1 dell’accordo, siglato in pompa magna nel 2021, non era solo una vendita di armamenti, ma un paradigma di gestione geopolitica. Prevedeva il dispiegamento a rotazione di sottomarini USA e britannici in Australia, oltre alla vendita prima di 3 e poi 5 sottomarini classe Virginia a Canberra. A ciò si sarebbe aggiunta, in prospettiva, la costruzione di una nuova classe di battelli britannico-australiani.
Tuttavia, nonostante le rassicurazioni di facciata fornite dall’amministrazione Trump alla fine del 2025, il dossier arrivato sui banchi del Congresso a fine gennaio racconta una storia diversa. La parola d’ordine è una sola, anche in questo caso: America First. Il nodo è, infatti, se in futuro i cantieri navali stelle-e-strisce riusciranno a garantire due SSN Virginia ogni anno alla flotta statunitense o meno.
La cantieristica statunitense sta attraversando una crisi cronica: mancanza di manodopera specializzata, costi fuori controllo e una flotta che invecchia più velocemente di quanto venga rinnovata. Se paragonata con le capacità di quella cinese (e non lo facciamo noi, lo fanno gli stessi documenti statunitensi) rischia di far perdere la supremazia nel Pacifico a Washington.
Stando al testo giunto al Congresso, il numero di SSN operativi raggiungerà il minimo storico di 47 sottomarini nel 2030, per poi tornare a salire fino a 64 o 66 unità entro il 2054. Queste stime non tengono conto della vendita di battelli all’Australia, come a dire che questa transazione non avverrà. Il documento accenna invece a un’alternativa di divisione dei compiti (e maggiore impegno australiano per la propria difesa).
Invece di vendere i sottomarini, il Congresso ragiona sulla possibilità di mantenere la proprietà e la gestione degli SSN, che sarebbero chiamati a svolgere missioni sia statunitensi sia australiane, mentre Canberra si occuperebbe di ampliare le capacità militari, navali e non, così da rafforzare la proiezione nel Pacifico (in parte, era già stata trovata un’intesa in questo senso a ottobre).
Rimane ancora come decisione da prendere quella della condivisione delle tecnologie necessarie a produrre gli SSN britannico-australiani che avrebbero poi dovuto subentrare ai mezzi statunitensi. Un’opzione potrebbe essere quella di continuare a garantire lo svolgimento di missioni per conto di Canberra da parte di mezzi che rimangono in saldo possesso di Washington. E in quest’ultimo caso la flotta di SSN Virginia verrebbe aumentata di ulteriori 8 sottomarini.
Al di là delle questioni tecniche, appare chiaro che questa rimodulazione dell’impegno nell’Aukus risponda perfettamente a quello che è stato scritto nella nuova National Defense Strategy (NDS). Gli “alleati” saranno chiamati a pagarsi da sé la loro difesa, e in questo caso risulta addirittura evidente come gli Stati Uniti stiano premendo sull’Australia affinché faccia gli investimenti necessari a garantire la proiezione del Pentagono nel Pacifico.
Tale proiezione, inoltre, non è più indirizzata alla difesa dei partner, ma a un complessivo mantenimento della supremazia bellica sui vari scenari, così da essere sicuri di garantirsi “una pace dignitosa, a condizioni favorevoli agli americani ma che la Cina possa anche accettare e a cui sottostare”, come si legge nel NDS. Insomma, una pace che cristallizzi un dominio imperialistico.
Il primo ministro australiano, Anthony Albanese, ha inoltre affermato di voler riportare il porto di Darwin, importante accesso al Pacifico, sotto il controllo del suo paese, dopo che è stato affidato in gestione per 99 anni a una compagnia controllata da un gruppo cinese. Il tema è stato presentato come appartenente alla sfera della sicurezza nazionale.
Ma rimane il fatto che l’attenzione statunitense si sposta, più che su singoli dossier, sulle capacità schierate lungo la First Island Chain, che va dalle coste giapponesi a quelle della Malesia. A fare le spese di questo nuovo atteggiamento strategico c’è anche Taiwan, nessuno escluso. L’Aukus, da alleanza per attori coinvolti nell’Indo-Pacifico, si trasforma in piattaforma delle scelte statunitensi. Canberra (ma anche Londra) non possono fare molto al riguardo.
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MSC e il commercio con gli insediamenti israeliani illegali
È questo che emerge da documenti commerciali statunitensi. La MSC, che è la prima compagnia mondiale nella gestione di linee cargo, tra il primo gennaio e il 22 novembre 2025 avrebbe facilitato ben 957 spedizioni di merci tra gli insediamenti israeliani e gli States. Di queste, una netta maggioranza è passata per porti europei (390 dalla Spagna, 115 dal Portogallo, 22 dai Paesi Bassi e 2 dal Belgio).
Anche l’Italia ha partecipato a questo crimine. Stando a quel che riporta Al Jazeera, sarebbero state 14 le spedizioni legate alle colonie passate per il porto di Ravenna, e i carichi indicavano chiaramente nomi e codici postali degli illegali insediamenti israeliani.
Come ricordavano gli attivisti del movimento di boicottaggio BDS solo qualche mese fa, nel novembre 2023 sul Jerusalem Post veniva scritto esplicitamente che “il gigante delle spedizioni MSC Cargo continua a consegnare in Israele nonostante la guerra. La società annuncia che non imporrà sovrapprezzi di guerra o spese di sosta”. A quanto pare, il sostegno all’entità sionista continua ancora oggi.
Al Jazeera si è avvalsa delle dichiarazioni di Nicola Perugini, docente di relazioni internazionali all’Università di Edimburgo, per ricordare che le colonie in Cisgiordania sono illegali secondo il diritto internazionale, in quanto violano la Quarta Convenzione di Ginevra. “La commercializzazione dei prodotti provenienti da questi insediamenti sostiene di fatto gli insediamenti illegali”, ha aggiunto Perugini.
Queste parole evidenziano come il regime sionista di apartheid, così come il genocidio e la pulizia etnica, si sostengano oggi grazie alla totale complicità dei governi occidentali. Il media qatariota ricorda anche che molti dati riguardanti il commercio israeliano e quello europeo non sono disponibili, alludendo al fatto che il livello di connivenza potrebbe arrivare a dimensioni ben più ampie.
La UE, dunque, mostra ancora una volta il suo vero volto: mentre ufficialmente non riconosce le colonie illegali e, in teoria, una direttiva europea del 2024 impone alle grandi aziende operanti nell’Unione di identificare e impedire l’impatto negativo della propria attività sui diritti umani e sull’ambiente, nella realtà dei fatti sostiene il rafforzamento dell’occupazione israeliana nella West Bank.
Inoltre, è ben evidente anche il sostegno al genocidio dei palestinesi, con tutte le conseguenze legali che ne dovrebbero derivare. Tra i carichi partiti e arrivati negli insediamenti in Cisgiordania ci sono almeno quattro casi di aziende presenti nella lista stilata dall’Alto Commissariato delle Nazioni Unite per i diritti umani riguardo alle entità operanti nelle colonie illegali. Soprattutto, tra di esse vi è anche la Extal, impresa che lavora l’alluminio e collabora con l’industria bellica israeliana.
MSC, che ha importanti rapporti con la compagnia israeliana ZIM, ha dichiarato che rispetta tutte le normative riguardanti il commercio con lo stato sionista. Il ministro degli Interni della Spagna e dell’Italia sono stati contattati da Al Jazeera, ma non hanno fornito commenti sull’inchiesta.
Se Madrid ha infine vietato l’importazione di beni prodotti negli insediamenti israeliani, le sue misure non menzionano il passaggio di merci dirette altrove. Una posizione che, mentre il genocidio continua nella cornice della finta tregua di Trump, si presenta ancora troppo equilibrista.
Per quanto riguarda l’Italia, invece, conosciamo bene la chiara posizione al fianco della pulizia etnica perpetrata contro i palestinesi. Il governo sta implementando misure repressive proprio per svuotare definitivamente le piazze dopo le grandi mobilitazioni degli ultimi mesi. La giornata internazionale di sciopero che i portuali di vari paesi del Mediterraneo hanno chiamato lo scorso 6 febbraio si dimostra, inoltre, il giusto percorso di lotta da continuare ed alimentare.
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“Zelenskij si arrende”, dice il Financial Times
Volodymyr Zelensky starebbe pianificando elezioni presidenziali da tenere in primavera, da affiancare a un referendum su un accordo di pace.
Se fosse vero – e pare difficile che non lo sia – vengono spazzate in un attimo molte delle scemenze scritte da tutti i giorni dalla propaganda bellicista (“l’ostacolo alla pace è che la Russia non la vuole”, il ritornello più suonato) e si può tornare a ragionare seriamente su come far finire un massacro che dura da quattro anni.
Il 24 è anche una data simbolica, perché segna per l’appunto l’anniversario dell’inizio della guerra. Ed è chiaro, esplicito, ripetuto anche dal FT, che Zelensky si è infine arreso alla pressione dell’amministrazione Trump, che minaccia da mesi di ridurre a zero sia gli aiuti militari e finanziari, sia le future “garanzie di sicurezza”. Proprio su queste ultime sarebbe stato fatto scattare un vero e proprio ultimatum, un “prendere o lasciare” nel tipico stile western del tycoon.
L’annuncio di elezioni e referendum arriva oltretutto in contemporanea con l’avvio dell’abbandono di diverse basi militari Usa in Europa, secondo il mantra attuale “difendetevi da soli e pagate per farlo”. La base di Napoli (il “comando sud della Nato”) passerà all’Italia e addirittura quella di Norfolk, in Virginia (vicino Washington, in territorio Usa) alla Gran Bretagna. Non indicate per ora altre “dismissioni”, ma il percorso che porterà al ridimensionamento della presenza militare statunitense in Europa sembra ormai tracciato.
Per di più, pochi giorni fa, lo stesso facente funzioni di Segretario generale della Nato, lo scendiletto trumpiano Mark Rutte, aveva ironizzato sulle possibilità di “difesa autonoma” europea senza la presenza centrale degli Usa (“Se pensate che l’Ue possa difendersi senza gli Stati Uniti, continuate pure a sognare”).
Il cumulo di segnali, insomma, indica chiaramente che per l’Ucraina era l’ora di tirare una riga sui sogni di vittoria e acconciarsi ad una trattativa che è stata fin qui rifiutata “per principio”, grazie soprattutto all’avventurismo suicida dei “volenterosi” europei (Francia e Gran Bretagna su tutti, con la Germania a ruota), che hanno promesso l’impossibile e garantito quel che neanche avevano.
Quindi per Zelenskij la scelta è diventata obbligata, per quanto obtorto collo. Il 15 maggio si voterà, sia per rinnovare la carica di presidente (a quella data saranno già due anni che il suo mandato è scaduto) che per approvare i contenuti di un “piano di pace” fin qui avvolto nella nebbia.
La partita non sarà facile per nessuno. I pretendenti alla presidenza ovviamente ci sono, ma tutti – come lo stesso Zelenskij – dovranno pronunciarsi sulla pace in cambio di rinunce territoriali definitive (il Donbass e la Crimea), nonché sugli altri “dettagli” che pongono fine a molti sogni (primo fra tutti l’adesione alla Nato, peraltro notevolmente indebolita – in prospettiva – dal progressivo ritiro Usa).
Le incognite sono molte, perché i nazisti (Azov, Pravij Sektor, ecc.) hanno non solo un ruolo militare importante, ma anche un peso politico superiore ai semplici voti che riescono a controllare. Non è affatto escluso che possano far valere la loro forza in modi “extra-politici”. Anche se, a “calmarli”, dovrebbe intervenire il pesante raffreddamento dei rapporti con Washington e gli stessi “volenterosi” del Vecchio Continente. Una cosa è continuare a combattere col supporto economico, politico e militare occidentale, altra cosa è farlo senza...
Presi in contropiede, i “volenterosi” dovranno ora rivedere completamente i propri piani, proprio mentre stavano approvando un nuovo pacchetto di aiuti da 90 miliardi (su cui si è per esempio aperta la prima piccola crisi nel governo Meloni) e hanno insistito fin qui per inviare truppe sul terreno, col forte rischio di allargare il conflitto.
Ma è in fondo un problema quasi minore. Leader senza credibilità, al minimo nei sondaggi, probabilmente scalzati al primo appuntamento elettorale... non dovranno neanche elaborare un drammatico “cambio di narrativa”. Usciranno di scena e nessuno se ne ricorderà più. Se non per il disastro che ci lasceranno e i loro sostituti, presumibilmente anche peggiori...
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11/02/2026
In Tech we Trust – Religioni digitali, media e immaginari sociali
di Gioacchino Toni
Michele Olzi, a cura di, Dei digitali. Religioni digitali, media e immaginari sociali, Introduzione di Alessandra Vitullo, Mimesis, Milano-Udine 2025, pp. 200, € 24,00
All’interno di una più ampia riflessione sui rapporti tra media e religione nelle società postsecolari, si è fatto strada lo studio di una sua componente specifica, la Digital Religion, derivata dall’intrecciarsi di forme religiose con le Tecnologie dell’Informazione e della Comunicazione (TIC). Se negli Stati Uniti il rapporto tra religione e digitale viene indagato da almeno tre decenni, in Europa, ed in particolare in Italia, l’interesse per tale ambito è decisamente più recente. Lungi dall’essere mezzi neutri di propagazione di pratiche religiose esistenti, i media, soprattutto digitali, influiscono in maniera importante sull’esperienza religiosa stessa, dissolvendo o riconfigurando autorità, gerarchie, tradizioni e simboli in un contesto reticolare decentralizzato da cui scaturiscono nuove forme di ritualità e spiritualità. Non si tratta dunque della trasposizione di valori propri delle religioni tradizionali in nuovi contesti tecnologici, ma di una profonda trasformazione della pratica religiosa coinvolgente dimensioni esperienziali, simboliche, narrative ed emotive.
Il volume Dei digitali (2025), curato da Michele Olzi, è uscito per la collana ReMedIS (Religioni, Media ed Immaginari Sociali), diretta da Roberto Revello, Michele Olzi e Stefania Palmisano per Mimesis edizioni, una collana incentrata sui risvolti religiosi e mediatici degli immaginari sociali. Nel saggio di apertura Heidi Campbell e Giulia Evolvi indagano come le tecnologie digitali impattino sui concetti di identità, comunità e autorità religiosa offrendo ai soggetti più marginalizzati la possibilità di esprimere la propria soggettività anche in termini di identità religiosa in un contesto di rinegoziazione che può rafforzare le gerarchie tradizionali o conferire nuove forme di legittimazione. Delle nuove forme di appartenenza religiosa che il digitale consente a gruppi marginalizzati si occupa anche Alberta Giorgi che guarda alle potenzialità degli spazi virtuali nella decostruzione delle narrazioni dominanti e nella reinterpretazione dei testi sacri prescindendo dalle gerarchie tradizionali.
Stefania Palmisano e Alberto Ghio ricostruiscono lo sviluppo dell’universo della Digital Religion e degli studi che la riguardano segnalando come, con il passare del tempo, questi si siano sempre più focalizzati sul significato socio-culturale dell’esperienza religiosa online e su come la digitalizzazione abbia impattato sui concetti di rito, identità e comunità. Nicola Pannofino affronta dal punto di vista etnografico il fenomeno del channeling digitale praticato da figure carismatiche sui social: una forma di religiosità alternativa basata sulla ricerca di un collegamento più diretto con il sacro in un contesto di piattaforme digitali che permettono la costruzione di comunità fondate su affinità emotive ed esperienze partecipative. Marco Castagnetto offre una mappatura delle pratiche esoteriche digitali – a supporto di esperienze già esistenti o totalmente nuove – che ricorrono a tecnologie immersive e all’intelligenza artificiale.
Marco Mutti indaga il rapporto tra immaginario letterario e immaginario religioso concentrandosi sul potenziale mitopoietico della narrativa fantastica, da Lovecraft sino al ciclo di Eymerich di Valerio Evangelisti, mentre Marco Maculotti guarda alla rappresentazione dell’occulto in una serie di film realizzati tra la metà degli anni Sessanta e i Novanta in cui la tematica religiosa si lega a universi occultistico-rituali sfocianti in ambiti esoterici o satanici non di rado trattati attraverso impianti narrativi cospirazionisti in cui gruppi ristretti agiscono nell’ombra per finalità sconosciute ai più. La disamina dello studioso prende il via con i film appartenenti alla cosiddetta “trilogia dell’appartamento” di Roman Polanski – Repulsion (1965), Rosemary’s Baby (1968), L’Inquilino del terzo piano (1976) – ove l’ambientazione domestica nasconde orrori inconfessabili. A partire da tali pellicole lo studioso passa in rassegna una serie di film – tra cui Eyes Wide Shut (1999) di Stanley Kubrick, Society (1989) di Brian Yuzna, La corta notte delle bambole di vetro (1972) di Aldo Lando, Tutti i colori del buio (1972) di Sergio Martino e Il profumo della signora in nero (1974) di Francesco Barilli – attraversati da protagonisti che vivono una situazione di “fatalità incombente” che li fa sentire smarriti e manipolati, «sospinti verso un destino inevitabile, come se l’intero percorso dell’esistenza fosse stato in qualche modo “guidato” da qualcuno o da qualcosa verso un esito prestabilito» (p. 169).
Michele Olzi, curatore del volume, nel suo saggio guarda alla relazione tra l’universo della Digital Religion e quello dei videogame riprendendo il concetto di ierofania – “qualcosa di sacro che si mostra a noi”, ovvero manifestazione del sacro – così come proposto dallo storico delle religioni Mircea Eliade, al fine di indagare l’interazione dell’universo dei videogame con simboli, temi e dinamiche della religione e verificare la possibilità che la ierofania possa accadere attraverso lo schermo. Una tale attualizzazione della ierofania induce a fare i conti non solo con la relazione tra sacro e profano, ma anche con il rapporto con il virtuale. Avvalendosi delle riflessioni della studiosa delle religioni statunitense Rachel Wagner, Olzi sottolinea come concepire la realtà virtuale quale manifestazione o “finestra sul sacro”, dunque come una ierofania, induce a pensare i media come strumenti della rivelazione e allo schermo come accesso al sacro ma, mette in guardia lo studioso,
non tutte le volte che si guarda uno schermo si assiste per forza alla manifestazione di “qualcosa di sacro” [...], il fatto che un film o un videogioco possa dischiudere un mondo totalmente altro dalla quotidianità materiale del proprio soggiorno, non è detto che possa coinvolgere emotivamente o, viceversa, se coinvolge emotivamente, il medium non è detto che riveli per forza un mondo sacrale (p. 80).
La dimensione rituale consentiva alle comunità arcaiche di entrare in comunicazione con una realtà trascendente, soprannaturale, extra-ordinaria. L’esperienza del contatto con una realtà trascendente, con un mondo altro rispetto al sé individuale e materiale, è stata spesso rappresentata nei film, come Avatar (2009) di James Cameron, e nei videogame, come Second Life (2003) e World of Warcraft (2004). Evidentemente, la presenza di mondi alternativi non comporta il loro dover essere religiosi o sacrali. «Per quanto la loro struttura, forma e la stessa natura virtuale possono triangolarsi col sacro, non è detto che quella piattaforma o esperienza ludica sia indirizzata in quella direzione» (p. 83).
Olzi recupera le riflessioni della Wagner sul rapporto tra realtà virtuale e quello che lo storico olandese Johan Huizingail, nel suo studio sul gioco, definisce “cerchio magico” per indicare lo spazio separato da quello ordinario in cui si definiscono il ruolo e l’esperienza dei giocatori. Il “cerchio magico” dell’universo ludico manifesta affinità con le dimensioni sacrali della dinamica ierofanica, tra cui la demarcazione di un particolare spazio separato retto da regole e ordini particolari extra-ordinari. Rito e gioco trasportano l’individuo in un altro mondo sottoponendolo a un’esperienza strutturata in maniera rigorosa:
se nella ierofania esistono delle strutture precise che regolano l’accesso al sacro (atti rituali, divieti, cerimoniali), nel gioco le regole dettano il progresso o il regresso del giocatore. In entrambi i casi, l’individuo affronta un’esperienza – nell’ambito spaziale circoscritto – che non lo lascia indifferente: nello specifico, il giocatore/fedele viene a contatto con una realtà alternativa/trascendente. Da una parte esso si accosta a un ordine cosmico, omnicomprensivo di cui percepisce solo gli aspetti più sensibili, in quanto il numinoso supera per sua stessa essenza la realtà limitata materiale. Dall’altra esso si immerge in una realtà alternativa che si distacca dalla quotidiana esistenza ordinaria, in quanto essa si basa su regole e leggi proprie. Quello che emerge sia nel rito che nel gioco è l’accesso a una realtà altra che esula e supera l’ordinario (pp. 84-85).
Diverse esperienze ludiche hanno in comune con il rito e la dimensione religiosa l’offerta di «un sistema affidabile di regole e leggi per sfuggire al caos cosmico circostante» (p. 85); l’esperienza di chi si trova immerso nell’universo videoludico ha analogie con quella vissuta da chi è coinvolto in un’esperienza ierofanica:
nella ierofania, l’individuo risponde al sacro con venerazione, ritualità e trasformazione; nel gioco, esso agisce attivamente, influenzando il mondo virtuale e subendo, a sua volta, una trasformazione nel corso del processo. In entrambi i casi, l’individuo si relaziona con un’esperienza altra, che lo coinvolge e può modificarlo profondamente attraverso la partecipazione (p. 85).
Se da un lato la ierofania palesa elementi comuni con il “cerchio magico”, dall’altro quest’ultimo può verificarsi anche in maniera non sacrale. Nel loro oscillare tra intrattenimento e sacralità, i videogame, nel caso attivino dinamiche di coinvolgimento analoghe a quelle delle ierofanie tradizionali, possono configurarsi come spazi mediali in grado di riattivare, in forme simboliche e ritualizzate, categorie religiose.
In un contesto contemporaneo segnato dalle nuove tecnologie e dall’intelligenza artificiale, come scrive Alessandra Vitullo nell’Introduzione al volume,
le intuizioni offerte da questi studi diventano essenziali per comprendere come si stiano ridefinendo i confini del sacro, del soggetto religioso e della comunità. In tale contesto, il concetto di “reincantamento tecnologico del mondo” non si limita a designare una fascinazione diffusa per il mistero nell’era digitale, ma indica un processo culturale articolato, in cui la tecnologia stessa viene investita di un potere simbolico e spirituale. Si tratta di un orizzonte in cui categorie arcaiche e tecnologie avanzate coesistono, si contaminano, si reinterpretano (p. 12).
Odiosi ai popoli, ciechi e senza idee. Sono i “leader” europei
Ieri, ad esempio, abbiamo affrontato lo scarto lacerante tra obiettivi di rilancio, teoricamente “logici”, e contraddizioni paralizzanti originate da interessi divergenti. Interessi che evidenziano “cordate” differenti a seconda del problema da affrontare (energia, riarmo, nuove tecnologie, ecc.) e complicano oltre il pensabile la ricerca di soluzioni “unitarie”.
La stessa proposta logico-draghiana – forzare lo stallo ricorrendo a una nuova mini-cordata di “volenterosi” che costruisca il prossimo “nucleo fondatore” e il corrispondente “sistema di regole”, oggi al centro del nuovo “vertice” – deve scontare negativamente il fatto oggettivo che quegli interessi concreti divaricano lo stesso gruppetto che dovrebbe esserne protagonista. L’affossamento del progetto franco-tedesco di “caccia del futuro” è probabilmente il segno più evidente, per ora, di difficoltà quasi insormontabili.
L’aspetto politicamente più devastante è però la totale crisi di credibilità della classe politica attualmente dirigente in quasi tutti i paesi della UE. Il popolare giornale tedesco Bild ha pubblicato i dati di un sondaggio sull’indice di “sgradimento” – diciamo così, dei vari primi ministri in carica nel mondo.
Il risultato è semplicemente agghiacciante per gli europei, come potete vedere. Uno solo, il ceco Babis, neoeletto (e forse solo per questo), può vantare un tasso di approvazione tranquillizzante. Tutti gli altri sono esplicitamente rifiutati da almeno il 50% degli elettori, compresa quella Meloni che parla ogni giorno come se “gli italiani” si riconoscessero tutti nei suoi siparietti.
Le posizioni peggiori – le prime, in questa classifica a rovescio – sono appannaggio esclusivo proprio del team dei “volenterosi” che ancora si consultano su come far proseguire la guerra in Ucraina nonostante il palese arretramento Usa e l’esaurimento delle forze a Kiev.
Starmer è sull’orlo delle dimissioni, con i vertici del partito laburista, già in crisi per motivi “nazionali”, travolto dall’onda lunga degli “Epstein files”. Macron, per ammissione del segretario del suo stesso partito nonché ex premier, Gabriel Attal, “È alla fine del mandato”, dopo la faticosissima approvazione del bilancio. Il tedesco Friedrich Merz, nonostante sia cancelliere da meno di un anno, risulta sfiduciato dal 67% degli elettori, e peggiora di settimana in settimana (la tabella qui di fianco risale a soli sette giorni fa).
Il dato comune è comunque un altro: in tutti e tre i paesi chiave i loro successori saranno con tutta probabilità dei nazifascisti, dichiarati o meno. L’AfD tedesca è nei sondaggi il primo partito, anche se con soltanto il 26%, appena un punto sopra la CDU del cancelliere ma a grande distanza dai cosiddetti “socialdemocratici” dell’Spd (16%). È pronta, insomma, per raccogliere l’eredità che Merz promette di lasciargli: “l’esercito più forte d’Europa“. Già sentita, vero?
In Francia la sicura vittoria dei lepenisti può essere fermata soltanto dalle loro contraddizioni interne, che diventano più visibili man mano che si avvicinano al sogno del “potere”. Non a caso in corrispondenza della faglia della guerra, tra cosiddetti “filo-atlantici” (Bardella) e altrettanto improbabili “filo-Putin” (Le Pen).
Ma in comune, così come l’Italia e in parte anche la Spagna, questi tre paesi hanno soprattutto le politiche di austerità con cui l’Unione Europea ha impoverito per oltre 30 anni le popolazioni del continente. Salari congelati e mangiati dall’inflazione, tagli continui a welfare, sanità, istruzione, riduzione dei diritti del lavoro, ecc., hanno progressivamente reso devastante l’invecchiamento della popolazione e il calo demografico. Il declino del modello di vita capitalistico occidentale è diventato così visibile, palpabile, insopportabile. “Terrorizzante”.
In questo vuoto di futuro spalancato davanti alle nuove generazioni, esaltato da disuguaglianze mai così sfacciate, hanno trovato facile pascolo quanti hanno saputo deviare la “caccia alle responsabilità” da chi comanda davvero – le imprese multinazionali e il capitale finanziario – a chi ne subisce i danni più pesanti: immigrati, poveri, “diversi” di ogni genere, ecc..
La sedicente “sinistra” – senza troppe differenze tra quella liberale e quella sedicente “radicale” – è stata del resto protagonista assoluta nel gestire le politiche che hanno impoverito le classi popolari fin su al “ceto medio”. Sia a livello europeo che nazionale.
In quella stagione di “austerità” senza speranze è andata perciò progressivamente smarrita qualsiasi parvenza di “democrazia”, ossia di corrispondenza tra volontà popolare e orientamento dei governi. Una sola politica per tutta Europa ed elezioni nazionali che, quando la contraddicevano, venivano considerate “inutili” (la Grecia di Tsipras ha fatto da laboratorio e monito per tutti), fino a esser dichiarate “non valide” (quelle più recenti in Romania e altrove).
L’astensionismo ha così raggiunto quote ampiamente maggioritarie quasi dappertutto, confermando anche visivamente l’illegittimità sociale di una classe politica peraltro di livello sempre più infimo.
In assenza di alternative potenti, la paura spinge a guardarsi indietro, verso un passato mitico di benessere e “glorie” che in realtà coincide con la fase alta – per i paesi europei – del colonialismo predatorio verso il resto del mondo. Oggi quel passato non è però più ripetibile (come “potenze” quelle europee non contano un tubo, ormai) e il pensiero reazionario deve accontentarsi di una prospettiva tutta “difensiva”. Di chiusura fisica e mentale a protezione dei privilegi residui, contro chiunque ne sia privo e chieda una qualche giustizia.
Quindi no all’immigrazione e sì all’idiozia più fulminata che ci sia (la “remigrazione”), come se fosse realizzabile – senza precipitare nel baratro della crisi – l’allontanamento di milioni di persone che lavorano soprattutto nei settori ad alta intensità di lavoro e più basso salario, sostituendoli con il nulla o il davvero onirico “ritorno dei nostri emigrati” (come se si potessero lasciare di botto una vita e stipendi spesso multipli dei nostri per adattarsi a salari da fame solo per “amore della patria”).
E quindi no ai diritti, al dissenso, alla libertà di critica e di opposizione, sia interna che internazionale – da Gaza a Palestine Action, dai centri sociali agli scioperi sindacali, dal Venezuela all’Iran; non conta neanche più se “socialista” o semplicemente “altro da noi” – e sì al controllo totale, allo stato di polizia, all’“uomo solo al comando”.
Il liberismo impoverisce e produce fascismo, è la regola. Ma in effetti è vero che la reazione attuale è diversa dal nazifascismo “storico”, quello di un secolo fa. Ma molto in peggio.
Quello accompagnava la necessità di “modernizzare la società” e renderla compatibile con la rivoluzione industriale, la produzione di massa, la meccanizzazione dell’agricoltura, creando al contempo “il sapere” necessario a gestire processi così complessi. Qualcosa che nello stesso periodo avveniva in forme “liberali” negli Usa e socialiste in Unione Sovietica. Per avere una misura spicciola della differenza tra ieri e oggi provate a mettere a confronto – come ministro dell’istruzione – un Gentile e un Valditara. Roba da tagliarsi le vene...
Quel nazifascismo, del resto, teneva insieme la paura per il proletariato rivoluzionario (“i bolscevichi!”) e la concorrenza per la supremazia imperialista in Europa. Persino l’Italietta mussoliniana pretendeva infatti “un posto al sole” all’ultimo turno del colonialismo ottocentesco.
Quella battaglia fu notoriamente fatale e portò all’azzeramento delle pretese europee, consegnando lo scettro dell’egemonia globale agli Stati Uniti in campo capitalistico e all’URSS nel fronte opposto.
La fetenzia reazionaria presente è invece solo uno spasmo da vassalli abbandonati dall’imperatore. Un piccolo stormo di corvi che si era preparato a fare guerra – non importa a chi: Russia, Iran, Cina, andava bene tutto purché dietro Washington – e ora si ritrova senza capo, senza copertura nucleare credibile, senza autonomia né preminenza in nessun campo. Senza una “visione”. Terrorizzato dal proprio declino e dalla propria inconsistenza, ormai conclamata agli occhi di tutto il mondo.
Le visite tardive di Macron, Starmer e ora anche Merz in Cina sono l’ultimo tentativo di trovare sponde per un gioco di cui non tengono più il “banco”.
Lo dimostra, una volta di più, il “lancio del cuore oltre l’ostacolo” di un Macron a fine corsa, che chiede “debito comune per riarmo e intelligenza artificiale” e la risposta gelida di un Merz che blatera di “deficit di produttività” per scindere, in prospettiva ma inutilmente, le sorti tedesche dal possibile caos continentale.
Per i popoli di questo continente è l’ora di separare nettamente il proprio futuro da questa banda di minus habens, presenti e futuri. Prima che la china della guerra senza più neanche un obbiettivo dicibile (“per la democrazia”, non fa neanche ridere...) diventi irrecuperabile.
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