Presentazione


Analisi, opinioni, fatti e (più di rado) arte da una prospettiva di classe.

07/05/2026

Il vertice europeista in Armenia e le novelle naval’niane del Corriere

5 maggio. Se si ignorano le zotiche allucinazioni di quel fogliaccio milanese “uso a ubbedir” a fascisti di ieri e di oggi e che, mentre riesce a farneticare di «brutalismo sovietico» in un edificio di Erevan, sentenzia che l’Armenia «prova a fare la pace con Azerbaijan», rimane ben poco da constatare sul vertice della Commissione politica europea tenutosi il 4 maggio a Erevan, se non che la presenza praticamente di tutti i leader dei paesi europei e NATO aveva tra gli obiettivi primari quello di dar man forte al premier Nikol Pašinjan, in vista delle elezioni del 7 giugno.

Ripetendo gli scenari delle prove elettorali in Moldavia, Romania e, con molti distinguo, Ungheria, i furfanti delle cancellerie europee puntano ora sulla pedina armena, dando per acquisito il versante azero e in attesa di rinnovare lo scontro, per ora rinviato, in Georgia.

Quanto a «fare la pace» con l’Azerbajdžan, c’è da ribadire che i disegni euro-atlantici riguardanti l’Armenia la configurano sempre più al di fuori delle alleanze con Moskva e sempre più integrata col mondo turco e, attraverso questo, verso il controllo statunitense.

La “pace” di cui vaneggia l’articolista del Corriere della Sera, tacendo sulla resa incondizionata alle mire turco-azere da parte del governo di Nikol Pašinjan, è già stata da tempo servita sul tavolo delle condanne all’ergastolo inflitte dai tribunali azeri agli ex leader del Nagorno-Karabakh, dopo che la Repubblica di Artsakh era stata proditoriamente abbandonata da Erevan.

Di fatto, il 4 maggio si sono ritrovati nella capitale armena il Segretario della NATO, i vertici di Ucraina, Francia, Gran Bretagna, Canada e di quasi tutti i paesi europei, impegnati, direttamente o indirettamente, nelle operazioni militari contro la Russia per mano dei giovani e meno giovani ucraini, mandati al macello dal regime nazigolpista di Kiev.

L’evento, sintetizza Mikhail Rjabov su PolitNavigator, può essere considerato la risposta dimostrativa di Pašinjan ai recenti avvertimenti di Putin, secondo cui l’Armenia non può continuare a essere membro dell’Unione Eurasiatica, perseguendo al contempo la nuova rotta «verso l’Europa».

Nello specifico del vertice, il politologo Semën Uralov vi scorge, a livello strategico, un’espansione della “coalizione dei volenterosi”, coi «“padroni bianchi” ben visibili che finanziano e supportano la guerra, parallelamente a un gruppo di “capi indiani con il cilindro” che tradiscono i loro compagni di tribù e i loro territori».

Da una parte, c’è Pašinjan che, per continuare l’avanzata “verso l’Europa”, deve vincere le elezioni; dall’altra, c’è la “coalizione dei volenterosi” che combatte la Russia per procura. La guerra in Transcaucasia, pronostica Uralov, è prevista dopo il 2030, subito dopo il coinvolgimento degli Stati baltici. Ma il fronte transcaucasico potrebbe essere aperto anche prima, «se la situazione nell’Ucraina post-bellica dovesse sgretolarsi».

D’accordo anche l’attivista armeno Mika Badaljan, secondo il quale Erevan si sta trasformando in un campo di prova e Pašinjan viene condotto apertamente «al macello per provocare la Russia... Il prezzo di questo gioco è l’ucrainizzazione dell’Armenia, le cui conseguenze saranno tragiche. Veniamo usati come materiale sacrificabile nella guerra di qualcun altro».

La guerra di chi, è cosa nota, purtroppo, anche se taciuta dai farabutti dei media di regime. Pazienza; al loro posto, c’è chi si incarica di dirlo apertamente, come ha fatto Emmanuel Macron: «Penso che il lavoro svolto da Nikol in Armenia negli ultimi anni sia impressionante. Siamo onesti, otto anni fa nessuno sarebbe venuto qui. E il fatto che così tanti alti esponenti visitino il vostro Paese è un buon segno. Otto anni fa, molti paesi percepivano questo paese come una sorta di satellite russo. Nikol ha organizzato la “Rivoluzione di Velluto” e ha deciso di liberare il paese dall’influenza russa: per questo continua a essere criticato quotidianamente. E il fatto che abbia scelto la pace e l’Europa è un segnale molto forte».

Il neo-napoleone ha fatto capire come ciò che accade in Ucraina, Moldavia, Armenia sia orchestrato da un’unica regia: «la guerra di resistenza in Ucraina, la strategia dell’Armenia, ciò che accade in Moldavia, così come ciò che fanno molti paesi intorno a noi, è anche perché noi europei abbiamo deciso negli ultimi anni di compiere un passo collettivo verso il risveglio e di smettere di dipendere da una qualche grande potenza», ha detto Macron, assestando così un colpo a est e uno a ovest.

E il “padrone di casa” ha detto “orgogliosamente” che i ministri degli esteri armeno e azero hanno «siglato un accordo per l’instaurazione di relazioni pacifiche tra la Repubblica di Armenia e la Repubblica dell’Azerbajdžan». Con ciò, ha omeliato, «siamo sulla buona strada per realizzare un progetto importantissimo: la Trump Route for International Peace and Prosperity, che promuove la pace sbloccando le vie di trasporto regionali e creando nuove rotte internazionali da est a ovest e da sud a nord, contribuendo notevolmente alla stabilità delle catene di approvvigionamento internazionali». Eccoci al dunque.

E a proposito della presenza del nazigolpista-capo a Erevan, a parte i suoi deliri sui droni ucraini da lanciare il 9 maggio contro Moskva, c’è da osservare che da moltissimi anni non c’erano state visite ufficiali di leader ucraini in Caucaso e ora, nel giro di dieci giorni, Zelenskij è volato prima a Baku e ora a Erevan.

Se la visita dello scorso 25 aprile in Azerbajdžan riguardava, ufficialmente, «l’espansione della cooperazione nel settore energetico» – semi ufficialmente, sin dal 2022 l’Azerbajdžan collabora con Kiev nelle forniture militari e nei dati di intelligence – il clown ucraino non poteva mancare a un vertice che vedeva una così ampia presenza di suoi finanziatori e padrini bellici.

Ora, c’è da dire che l’Armenia, insieme a Russia, Bielorussia, Kazakhstan e Kirghyzstan, è membro fondatore dell’Unione economica eurasiatica e, sebbene abbia sospeso la propria adesione, rimane formalmente membro dell’Organizzazione del Trattato di Sicurezza Collettiva (ODKB), di cui fanno parte anche Russia, Kazakhstan, Kirghyzstan e Tadžikistan.

Appare dunque evidente come uno degli obiettivi principali dell’evento fosse appunto quello di accelerare il processo di dissoluzione del partenariato politico-economico armeno-russo; non a caso, nell’occasione, Londra ha firmato un accordo di partenariato strategico con Erevan. Lo ha detto esplicitamente il presidente del parlamento armeno, Alen Simonjan: «Non permetteremo che l’Armenia venga trasformata in un governatorato. Non ci faremo dirigere come viene diretta la Bielorussia».

In questo contesto, scrive Dmitrij Ševcenko su Fond Strateghiceskoj Kul’tury, la visita ostentata di Zelenskij è diventata una sorta di dimostrazione delle intenzioni europee, del tipo “non abbiamo paura di Putin e non avete nulla da temere se persino il suo nemico dichiarato si reca coraggiosamente nel Caucaso”, dove ha nuovamente esortato i propri sponsor a rafforzare la cooperazione con Kiev nel settore energetico e a produrre congiuntamente droni.

A proposito dell’incontro Zelenskij-Pašinjan, non ha usato mezzi termini Dmitrij Medvedev, ironizzando che «a Erevan, due minorati russofobi, che parlano un russo eccellente, hanno conversato in un inglese scadente... anche se è possibile che lo abbiano fatto a favore di telecamere, per poi continuare nella lingua a loro familiare»; cioè in russo.

Nella sua solita posa da gradasso, sfoderata come di consueto di fronte ai propri padroni, el jefe de la junta ha lasciato intendere che droni ucraini avrebbero potuto comparire durante la parata del 9 maggio a Moskva. Rispondendogli indirettamente, il ministero della difesa russo ha avvertito che, in caso di tentativi di sabotare le celebrazioni del Giorno della Vittoria, Moskva lancerebbe «un massiccio attacco missilistico di rappresaglia sul centro di Kiev».

Senza nominare direttamente il vertice di Erevan, il leader della DNR Denis Pušilin ha dichiarato di ritenere che l’Occidente stia valutando diverse opzioni per la creazione di blocchi militari: «esistono effettivamente opzioni aggressive per la creazione di questi blocchi, anche intercontinentali, dato che si sta cercando di coinvolgere l’Australia in modo particolare, insieme a diversi altri paesi».

Le parole di Pušilin fanno seguito alle dichiarazioni del ministro degli esteri russo Serghej Lavrov che, a metà aprile, aveva parlato della possibilità che diversi paesi occidentali, vista la situazione “traballante” della NATO, diano vita a un nuovo blocco militare che comprenda anche l’Ucraina.

Non ci è dato sapere se, a Erevan, le canaglie guerrafondaie delle cancellerie europee, a porte chiuse ne abbiano discusso col nazigolpista-capo. La presenza anche di Mark Carney, primo ministro di un Canada, a suo tempo tra i paesi fondatori della NATO, che è uso osannare in parlamento i reduci filo-nazisti ucraini, qualche ipotesi in proposito la consente.

Tutt’al più, si tratterebbe di un’ipotesi, crediamo, appena un po’ più verosimile della novella – che lo stesso Corriere dice doversi trattare «con una certa cautela» – di un «Putin chiuso in un bunker per timore di un colpo di Stato» ma che, d’altra parte, assicura l’articolista, vivrebbe da sempre rinchiuso nei sotterranei del Cremlino.

Ora, poste le debite differenze e distanze, temporali ma soprattutto politiche tra le due figure, tornano in mente le identiche novelle diffuse a suo tempo dai trotskisti a proposito di Iosif Stalin, terrorizzato, dicevano, al solo pensiero di dover uscire in strada. Oggi, scrive quel fogliaccio di via Solferino, Putin «sa a malapena cos’è internet, non sa usare un computer, si informa con i tazebai compilati da collaboratori compiacenti che gli fanno leggere solo quel che lui desidera leggere. Il grande problema per tutti non è che Putin sia ritornato nel bunker. È il fatto che in tutti questi anni non ne sia mai uscito».

Potremmo limitarci a far notare al degno articolista che, tanto in russo quanto in italiano, esiste il modo congiuntivo. Ma tant’è... 

Pare chiaro che, tra tutte le magagne e i mali terminali che gli sono stati appioppati, il peggiore che affligge il presidente russo sia una grave cecità, tanto che le comunicazioni gli debbano essere confezionate a caratteri da manifesti murali: non stupisce che i redattori del foglio milanese mutuino le proprie narrazioni dal fu nazi-nazionalista Aleksej Naval’nyj.

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Romania - Sfiduciato il governo filo-Ue

È durata decisamente poco la sbornia europeista in Romania. Il parlamento ha infatti votato per la destituzione del primo ministro, liberale ed europeista, Ilie Bolojan, con una mozione di sfiducia presentata dai socialdemocratici del Psd e dalla destra di Aur che è passata con 281 voti su 464.

Bolojan è membro del Partito Nazionale Liberale insediatosi al governo nel giugno 2025 con una coalizione composta dal suo partito, dai conservatori di destra dell’Unione Salvate la Romania, dal partito di destra della minoranza ungherese Unione Democratica Magiara di Romania e, appunto, dal Partito Socialdemocratico.

Ex presidente della Repubblica prima dell’europeista Dan, Ilie Bolojan era stato nominato primo ministro a giugno del 2025 con l’obiettivo di imporre le misure di austerity per ridurre il pesante deficit dello Stato (il 7,9%) e sbloccare così i fondi europei. Bucarest infatti è in procedura di infrazione a Bruxelles dal 2020 per eccesso di deficit.

A tale scopo il governo romeno aveva avviato misure molto impopolari, tra cui l’introduzione di nuove tasse, un tetto ai salari dei dipendenti pubblici e alle pensioni, l’aumento di IVA e accise, interventi sul sistema sanitario e amministrativo con l’obiettivo di tagliarne i costi.

In Parlamento, prima del voto, il primo ministro Bolojan aveva difeso le sue misure di austerity, definendo la mozione “ingannevole, cinica e pretestuosa. Ho scelto di fare ciò che era urgente e necessario per il nostro Paese”, aveva dichiarato.

Il Psd aveva lasciato il governo il mese scorso a causa delle tensioni dovute proprio alle impopolari misure di austerità. E in parlamento si è alleato con l’Aur, il principale partito nazionalista e antieuropeista (che attualmente risulta il primo con largo margine nei sondaggi – accreditato del 35% contro il 21% dei socialdemocratici) ed insieme hanno sfiduciato il governo di Bolojan.

Il leader del Psd, Sorin Grindeanu, ha dichiarato che dopo il voto in Parlamento Bolojan dovrebbe ora dimettersi, mentre è “dovere dei partiti responsabili trovare una soluzione”.

Il presidente della Romania, il filo-europeista Nicusor Dan, adesso dovrà incaricare un nuovo primo ministro e dovrà invitare i partiti a negoziare e tentare di ricostruire una coalizione sotto la guida di un altro membro del partito di Bolojan, oppure nominando un governo tecnico.

Il presidente Dan ha assicurato che la Romania manterrà il suo orientamento filo-occidentale, escludendo la possibilità di un governo nazionalista. “Le discussioni politiche saranno difficili, ma è mia responsabilità come presidente – e quella dei partiti politici – guidare la Romania nella giusta direzione”, ha detto ai giornalisti.

Da Bruxelles già si sono fatte sentire le ingerenze sullo scenario politico della Romania. Il Partito socialista europeo (PES), ha dichiarato di sostenere “la rapida formazione di un governo europeista con una leadership rinnovata”.

È bene ricordare che la Romania ha già attraversato una fase politica piuttosto turbolenta a cavallo tra il 2024 e il 2025, quando erano state annullate dalla Corte Costituzionale le elezioni presidenziali vinte dal nazionalista filo-russo Călin Georgescu per le “interferenze di Mosca nel voto”.

Il “secondo turno” aveva poi visto vincere il fronte europeista guidato dal sindaco di Bucarest Nicușor Dan ma, in questo caso, con le “interferenze dell’Unione Europea sul voto”. Ovviamente la Corte Costituzionale era riuscita a vedere – anche se non a dimostrare – solo le prime.

Dopo la Bulgaria ora anche la Romania sembra rompere l’idillio comunitario nell’Europa dell’Est. Appena il tempo di festeggiare la sconfitta di Orbàn in Ungheria che i problemi si sono ripresentati tutti, soprattutto quando l’opzione europeista coincide troppo spesso con le misure lacrime e sangue e i piani di austerity.

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06/05/2026

Alice in Chains: dal migliore al peggiore

Trump si è fermato ad Hormuz

I contrordini sono diventati la nuova normalità della Casa Bianca. Praticamente non c’è neanche il tempo di registrare una nuova iniziativa Usa che arriva in contemporanea la sua sospensione. Come se anche la geopolitica e la guerra fossero ormai triturate dentro i ritmi della speculazione finanziaria (e la “banda Trump”, ormai è provato, sta facendo miliardi proprio su questi stop and go che fanno salire o scendere le borse, a comando).

La “grande operazione Project Freedom” – che doveva “liberare lo Stretto di Hormuz” spedendo navi militari americane a fare la scorta a navi commerciali di mezzo mondo – è durata in tutto 24 ore. Giusto il tempo di accendere i motori, togliere l’ancora e poi ricalarla in mare.

Nel frattempo, sia dal Pentagono che dai vertici iraniani si vantavano scambi di missili e droni, ma senza farsi troppo male (fanno eccezioni alcuni civili persiani uccisi a bordo di un’imbarcazione non militare). Ma da entrambe le parti si assicurava anche che “la tregua regge” e il “cessate il fuoco” continua anche mentre si sparacchia un po’.

Poi, nella tarda serata di ieri, si veniva a sapere che prima ancora dell’inizio della “grande operazione” – domenica – un funzionario dell’amministrazione Trump di alto livello aveva informato l’Iran dell’imminente operazione degli Stati Uniti per “guidare” le navi attraverso lo Stretto, avvertendo Teheran di “non interferire”.

Di fatto un “ci muoviamo un po’, ma non stiamo facendo sul serio; vediamo di non farci male”.

Teheran, a quanto pare, ha colto il segnale ed è stata al gioco, sparando un po’ senza colpire nulla (gli Emirati lamentano qualche danno, ma non cambia l’equazione).

Subito dopo l’annuncio twittato dalla Casa Bianca: “Su richiesta del Pakistan e di altri Paesi, e tenuto conto dell’enorme successo militare e dei grandi progressi compiuti verso un accordo completo e definitivo con i leader iraniani, il Project Freedom verrà sospeso per un breve periodo di tempo per vedere se l’accordo può essere finalizzato e firmato”. Anche se “L’embargo rimarrà in vigore a tutti gli effetti”.

Movimenti militari preannunciati come blanda forma di pressione sulla controparte, insomma, ma ad alto impatto mediatico nel proprio campo.

D’altro canto le due navi mercantili statunitensi che aveva provato a seguire la “nuova rotta” indicata dal Pentagono, e che la propaganda Usa aveva descritto come “scortate” dalla Marina... si sono incagliate. Diverse fonti hanno spiegato che “le acque vicino alla costa dell’Oman sono rocciose e le navi non possono né lasciare né far ritorno da quest’area”. Una metafora involontaria della situazione in cui si è andato ad infilare Trump...

Anche un ex capo negoziatore dell’amministrazione Obama, come Robert Malley, ha commentato sarcasticamente: “Sto facendo marcia indietro perché sto vincendo alla grande. Ma se questo è ciò che serve per ridurre le tensioni e cercare di negoziare seriamente un accordo, perché no...”

La notizia seria è una sola: i negoziati continuano e fanno progressi. Il ministro degli esteri iraniano, Seyed Abbas Araghci, è volato a Pechino – il vero “adulto nella stanza”, in questa commedia sanguinosa recitata dalla superpotenza affidata a pagliacci – dove ha incontrato l’omologo Wang Yi. Incassando un supporto importante: “La guerra è illegittima”, ha detto Wang. “Siamo pronti a proseguire i nostri sforzi per allentare le tensioni. Stabilire un cessate il fuoco completo è sia necessario che inevitabile. La regione si trova a un bivio decisivo e gli incontri diretti tra le due parti sono essenziali”.

Da parte Usa c’è sempre il problema del presentare la marcia indietro come una grande avanzata, ma gli sceneggiatori di Hollywood ci stanno lavorando. In fondo quasi nessuno ricorda più che il disastro di Isfahan è stato raccontato come il “glorioso recupero” di due piloti rimasti sconosciuti e senza alcuna medaglia. Forse perché non sono mai esistiti... Nè che due giorni dopo – ma deve essere soltanto una coincidenza – Trump ha dichiarato il cessate il fuoco.

La situazione sul campo resta quella di un mese fa. E le notizie prima nascoste cominciano ad emergere. Per esempio la CNN riporta le confidenzei di un “alto funzionario del Dipartimento di Stato” (il ministero guidato da “Narco” Rubio) che ammette le difficoltà enormi incontrate nel vicino Iraq, dove la maggioranza della popolazione è di fede sciita, quindi “sensibile” alle sorti dell’Iran.

Durante la guerra di Stati Uniti e Israele contro Teheran, in 40 giorni, sono stati effettuati oltre 600 attacchi di rappresaglia contro strutture americane, numerosi dei quali missilistici o con droni contro l’ambasciata a Baghdad, il Centro di supporto diplomatico statunitense e il consolato americano a Erbil.

La stessa ambasciata avverte che “le milizie terroristiche irachene allineate con l’Iran continuano a pianificare ulteriori attacchi contro cittadini statunitensi e obiettivi associati agli Stati Uniti in tutto l’Iraq, compresa la regione del Kurdistan iracheno (Ikr)”. Sotto assedio, insomma.

Uscire da questo pantano è quindi urgente e necessario, ma senza farlo sembrare una fuga.

I problemi, come sempre, vengono da Israele. Il quotidiano di Tel Aviv, Haaretz, rivela che i vertici delle Forze di Difesa dello Stato ebraico cominciano a far filtrare la loro irritazione per una guerra che a loro avviso è stata un vero buco nell’acqua. Certo, dicono, ci sono stati diversi successi “tattici”, peraltro facili bombardando una nazione di fatto senza copertura antiaerea. Ma i risultati che ci si attendeva di conseguire nel lungo periodo restano fuori portata. Nonostante l’immenso sforzo militare, politico ed economico, l’Iran resta con la stessa forza posseduta prima dell’attacco. Uranio arricchito in testa.

«Alti funzionari della Difesa a Tel Aviv – sostiene il giornale – hanno dichiarato che l’ultima guerra tra Stati Uniti e Israele contro l’Iran sarà considerata un fallimento a meno che Israele non riesca a ottenere lo smantellamento del programma nucleare iraniano e la rimozione dell’uranio arricchito [ma il tentativo di impossessarsene è fallito ad Isfahan, ndr].
Secondo i funzionari, se la guerra si concludesse con un regime stabile a Teheran e il suo programma nucleare intatto, ciò metterebbe in discussione tutti i successi della campagna. Nel frattempo, i funzionari militari hanno affermato che, nonostante i lunghi preparativi dell’aeronautica israeliana per combattere l’Iran – che ne hanno costituito il principale fronte operativo – le azioni preparatorie non erano commisurate alla portata della sfida.
I funzionari hanno affermato che, nonostante i successi operativi, tra cui l’eliminazione di alti funzionari iraniani e gli attacchi alle industrie della difesa, i piani per rovesciare il regime sono stati rapidamente abbandonati dopo aver compreso che gli attacchi contro l’apparato repressivo del regime non stavano raggiungendo il loro obiettivo e non stavano spingendo le masse in piazza»
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Di fatto, i vertici dell’esercito chiedono di continuare la guerra e di “prepararla meglio”. Anche se si rendono conto che il loro alleato americano non ha gli stessi interessi e non condivide del tutto la loro paranoia.

Ma la popolazione di Israele sì. Secondo un sondaggio condotto dall’Israel Democracy Institute (IDI), la maggior parte degli israeliani ritiene che porre fine alla guerra con l’Iran nelle condizioni attuali non tutelerebbe a sufficienza i loro interessi di “sicurezza nazionale”. Complessivamente, il 59% degli israeliani si oppone alla fine della guerra in questa fase.

Se non fosse quel bastardo che è, verrebbe quasi da compatirlo, a Trump...

Aggiornamento: il sito americano Axios ha citato funzionari statunitensi secondo i quali Washington e Teheran sarebbero “vicine a un accordo su un memorandum di una pagina per porre fine alla guerra”. Washington “si aspetta una risposta da Teheran su diversi punti chiave entro 48 ore”.

Anche Reuters ha citato una fonte pakistana secondo cui Stati Uniti e Iran sarebbero “vicini a raggiungere un memorandum di una pagina per porre fine alla guerra”, aggiungendo: “La concluderemo molto presto con un accordo americano-iraniano”.

Nella sua forma attuale, il memorandum d’intesa “dichiarerà la fine della guerra nella regione e l’inizio di 30 giorni di negoziati per raggiungere un accordo dettagliato sull’apertura dello stretto, la limitazione del programma nucleare iraniano e la revoca delle sanzioni statunitensi”; questi negoziati “potrebbero tenersi a Islamabad o a Ginevra”.

Nello specifico, il memorandum “prevede la sospensione dell’arricchimento dell’uranio da parte dell’Iran, la revoca delle sanzioni da parte di Washington e lo sblocco dei fondi iraniani”.

Secondo Axios, l’accordo “prevede anche la revoca, da entrambe le parti, delle restrizioni al passaggio attraverso lo Stretto di Hormuz”.

Secondo un funzionario statunitense, “le restrizioni iraniane alla navigazione attraverso lo stretto e il blocco navale statunitense saranno gradualmente revocati nell’arco di 30 giorni”.

Per quanto riguarda i negoziati sulla durata della sospensione dell’arricchimento dell’uranio, alcune fonti indicano che “sarà di almeno 12 anni, mentre un’altra fonte suggerisce che potrebbe arrivare a 15 anni”. È da ricordare che “l’Iran ha proposto una sospensione di 5 anni, gli Stati Uniti ne hanno richiesti 20”.

La fonte ha spiegato che gli Stati Uniti “vogliono includere una clausola che stabilisca che qualsiasi violazione da parte dell’Iran dei termini di arricchimento comporterà un’estensione della moratoria”. Ciò consentirebbe all’Iran di arricchire l’uranio fino a un livello basso del 3,67% dopo la scadenza della moratoria.

“L’Iran si impegnerà inoltre, nell’ambito del memorandum d’intesa, a non cercare di acquisire un’arma nucleare né a intraprendere attività connesse al suo armamento”

Secondo un funzionario statunitense, le due parti stanno discutendo una clausola “in base alla quale l’Iran si impegna a non gestire impianti nucleari sotterranei, oltre a impegnarsi a un regime di ispezioni rafforzato, che include ispezioni a sorpresa da parte di ispettori delle Nazioni Unite”.

In cambio, “gli Stati Uniti si impegneranno, nell’ambito del memorandum d’intesa, a una graduale revoca delle sanzioni imposte all’Iran e al graduale sblocco di miliardi di dollari di fondi iraniani congelati in tutto il mondo”.

Due fonti a conoscenza della questione hanno inoltre affermato che l’Iran “accetterà di rimuovere l’uranio altamente arricchito dal Paese”, una richiesta chiave degli Stati Uniti che Teheran ha finora respinto. La Russia si era comunque offerta per rilevarlo.

Molte delle disposizioni del memorandum dipendono dal raggiungimento di un accordo definitivo, il che lascia aperta la possibilità di una ripresa della guerra o di una continua situazione di stallo, in cui il conflitto si interrompe senza una reale soluzione alla crisi.

In questo contesto, il ministro degli Esteri Marco Rubio ha dichiarato martedì: “Non siamo obbligati a redigere l’accordo in un solo giorno”.

Nella sua forma attuale, il memorandum d’intesa “dichiarerà la fine della guerra nella regione e l’inizio di 30 giorni di negoziati per raggiungere un accordo dettagliato sull’apertura dello stretto, la limitazione del programma nucleare iraniano e la revoca delle sanzioni statunitensi”.

Tra i punti sollevati figurano la garanzia che non si verifichino attacchi militari, il ritiro delle forze statunitensi dalle vicinanze dell’Iran, la revoca del blocco navale, lo sblocco dei beni iraniani congelati, il pagamento di risarcimenti, la revoca delle sanzioni, la fine della guerra su tutti i fronti, compreso il Libano, oltre a un nuovo meccanismo per la gestione dello Stretto di Hormuz e altri ancora.

Fonte: Al Mayadeen

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L’egemone predatorio. Scelta strategica di Trump o tendenza strutturale dell’imperialismo?

Qui di seguito presentiamo una lunga riflessione consegnata da Stephen Walt alle colonne di Foreign Affairs, probabilmente la principale rivista statunitense di politica estera e affari internazionali. L’articolo risale al 3 febbraio, quindi oltre tre settimane prima dell’aggressione all’Iran, ma spiega benissimo anche gli eventi dell’ultimo paio di mesi in Asia Occidentale.

Partiamo dallo spiegare chi è Walt: politologo, esperto di politica internazionale, insegna ad Harvard. Insomma, un rappresentante esemplare della produzione intellettuale stelle-e-strisce, al cuore del suo sistema universitario. È diventato famoso per aver firmato con John Mearsheimer il libro del 2007 “La lobby israeliana e la politica estera statunitense”.

La tesi del libro era che, già allora, Washington avesse messo da parte gli interessi nazionali in favore di quelli di Israele, e che la politica estera statunitense per il Medio Oriente fosse essenzialmente dettata da Tel Aviv attraverso l’AIPAC. Non è difficile immaginare che tale testo sia stato sottoposto a un linciaggio sionista nel dibattito pubblico, ma Walt si è semplicemente limitato a far emergere i dati di fatto secondo i dettami del filone realista degli studi sulla politica internazionale.

E in un certo senso, si potrebbe dire che quello che emerge dal saggio tradotto qui sotto è l’adozione di uno stile di dominio tipicamente associabile a Israele: disprezzo per le norme internazionali e i diritti umani, rapina, aggressività suprematista. Walt delinea i tratti di ciò che definisce un “egemone predatorio”.

Sarebbe questa la fisionomia che la politica statunitense ha assunto con Donald Trump. Da un imperialismo che, nel passato, assumeva un ruolo anche solo di facciata da “primus inter pares”, distribuendo dividendi della propria egemonia – e dunque rendendo gli alleati partecipi di un sistema di cui era il centro – a un imperialismo che, in ogni azione, cerca il massimo vantaggio, a discapito di tutti.

L’analisi è più sottile e dettagliata, ma in sostanza può così essere riassunta quella che per Walt è, a lungo termine, una strategia perdente di fronte a un ridimensionamento della potenza USA in un contesto ormai di fatto multipolare. Ma prima di lasciarvi alla lettura del testo tradotto, vogliamo problematizzare quella che per noi è una ristrettezza di vedute dell’autore.

È di certo una congiuntura particolare quella che ha portato Trump per la seconda volta alla Casa Bianca, attorniandosi di una squadra di governo grottesca e fascista che ha estremizzato modi di governo i cui semi erano già apparsi durante il primo mandato del palazzinaro newyorkese.

Ma non si può ignorare che l’emergere di competitori e l’apertura di faglie importanti nell’Occidente Collettivo prosegue da decenni. Dal “Fuck EU” di Victoria Nuland sulla questione ucraina al multilateralismo selettivo di Biden pensato per contrastare la Cina, quel sistema pur sempre sbilanciato e ingiusto, che però ha segnato il funzionamento del mondo per 80 anni, ha mostrato sempre più incrinature.

Il salto, che è perciò tutt’altro che brutale, da una egemonia “condivisa” o “concordata”, che dir si voglia, a una “predatoria”, non è tanto una “scelta” di Trump, quanto la trasformazione necessaria dei caratteri dell’imperialismo statunitense, di fronte alla crisi strutturale del Modo di Produzione Capitalistico e all’impossibilità di risolvere le sue contraddizioni con la guerra (che diventerebbe nucleare) o con un nuovo ciclo “tradizionale” di accumulazione, di fronte a un capitale già pienamente mondializzato.

In questo senso l’imperialismo diventa predatorio, piratesco. Qui ci viene in aiuto David Harvey: “Nel marxismo classico, l’accumulazione primitiva indica i processi attraverso i quali la classe operaia è stata forgiata violentemente a partire da formazioni sociali precapitaliste. Questi processi continuano a svolgere un ruolo enorme [ma] l’accumulazione per espropriazione significa qualcosa di molto diverso. Consiste nel furto, truffare o appropriarsi del valore e del plusvalore già prodotti. Si basa sul fatto che il profitto in denaro può essere ottenuto senza alcuna produzione di plus-valore”.

Recentemente, Vijay Prashad, in un articolo sul Monthly Review, ha ricordato come l’accumulazione originaria o primitiva debba essere intesa come “una violenta riorganizzazione della riproduzione sociale” e che “questa forma di accumulazione non si basa sulla legge del valore, ma sulla violenza pura e semplice [...]. Questa è la violenza dell’accumulazione primitiva, che Marx sottolineava non essere tanto accumulazione quanto espropriazione”.

Insomma, è il raggiungimento dei limiti strutturali del capitale ad aver prodotto l’egemonia predatoria, non Trump. E l’ha prodotta come sua unica via per una “riorganizzazione della riproduzione sociale” che permetta al principale imperialismo del mondo di mantenere le condizioni del proprio dominio, anche e innanzitutto a discapito degli “alleati”. Ma è, evidentemente, un’egemonia destabilizzante, dentro e fuori il paese.

Ad ogni modo, una volta poste tali questioni (tutt’altro che esaustive o risolte), il contributo di Walt rimane uno strumento utile per chi vuole fare una “analisi concreta della situazione concreta”. Ma senza una riflessione sui caratteri odierni dell’imperialismo è difficile sciogliere i nodi e le prospettive degli scenari che affronteremo in futuro.

Per questo il suo saggio è stato qui tradotto: come ulteriore stimolo all’analisi che troverà nel forum della Rete dei Comunisti, i prossimi 9 e 10 maggio, una trattazione più ampia. Buona lettura.

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Da quando Donald Trump è diventato presidente degli Stati Uniti, nel 2017, i commentatori hanno cercato un’etichetta adeguata per descrivere il suo approccio alle relazioni estere statunitensi. Sulle pagine di questa rivista, nel 2018 il politologo Barry Posen ha suggerito che la grande strategia di Trump fosse quella di una “egemonia illiberale”, mentre l’analista Oren Cass ha sostenuto lo scorso autunno che la sua essenza distintiva fosse la richiesta di “reciprocità”.

Trump è stato definito realista, nazionalista, mercantilista all’antica, imperialista e isolazionista. Ciascuno di questi termini coglie alcuni aspetti del suo approccio, ma la grande strategia del suo secondo mandato presidenziale è forse meglio descrivibile come “egemonia predatoria”.

Il suo obiettivo centrale è quello di utilizzare la posizione privilegiata di Washington per ottenere concessioni, tributi e dimostrazioni di deferenza sia dagli alleati che dagli avversari, perseguendo guadagni a breve termine in quello che considera un mondo puramente a somma zero.

Date le risorse e i vantaggi geografici ancora considerevoli degli Stati Uniti, l’egemonia predatoria potrebbe funzionare per un certo periodo. A lungo termine, tuttavia, è destinata a fallire. È inadatta a un mondo in cui competono diverse grandi potenze – specialmente uno in cui la Cina è un pari economico e militare – perché la multipolarità offre agli altri Stati modi per ridurre la loro dipendenza dagli Stati Uniti.

Se continuerà a definire la strategia americana nei prossimi anni, l’egemonia predatoria indebolirà sia gli Stati Uniti che i loro alleati, genererà un crescente risentimento globale, creerà opportunità allettanti per i principali rivali di Washington e renderà gli statunitensi meno sicuri, meno prosperi e meno influenti.

Predatore al vertice 

Negli ultimi 80 anni, la struttura generale del potere mondiale è passata dalla bipolarità all’unipolarità fino all’attuale multipolarità sbilanciata, e la grande strategia (quella a lungo termine, ndr) degli Stati Uniti si è evoluta di pari passo con questi cambiamenti. Nel mondo bipolare della Guerra Fredda, gli Stati Uniti agivano come un egemone benevolo nei confronti dei loro stretti alleati in Europa e in Asia, poiché i leader americani ritenevano che il benessere dei loro alleati fosse essenziale per contenere l’Unione Sovietica.

Hanno fatto libero uso della supremazia economica e militare americana e talvolta hanno giocato duro con i partner chiave, come fece il presidente Dwight Eisenhower quando Gran Bretagna, Francia e Israele attaccarono l’Egitto nel 1956 o come fece il presidente Richard Nixon quando abbandonò il sistema aureo nel 1971.

Ma Washington ha anche aiutato i propri alleati a riprendersi economicamente dopo la Seconda guerra mondiale; ha creato e, per la maggior parte, seguito regole volte a promuovere la prosperità reciproca; ha collaborato con altri per gestire crisi valutarie e altre turbolenze economiche; e ha concesso agli Stati più deboli un posto al tavolo delle trattative e una voce nelle decisioni collettive. I funzionari statunitensi guidavano, ma ascoltavano anche, e raramente cercavano di indebolire o sfruttare i propri partner.

Durante l’era unipolare, gli Stati Uniti hanno ceduto all’arroganza e sono diventati un egemone piuttosto incurante e ostinato. Non avendo di fronte avversari potenti e convinti che la maggior parte degli Stati fosse desiderosa di accettare la leadership americana e abbracciare i suoi valori liberali, i funzionari statunitensi hanno prestato poca attenzione alle preoccupazioni degli altri Stati.

Si sono lanciati in crociate costose e mal concepite in Afghanistan, Iraq e diversi altri paesi; hanno adottato politiche conflittuali che hanno avvicinato Cina e Russia; e hanno spinto per l’apertura dei mercati globali in modi che hanno accelerato l’ascesa della Cina, aumentato l’instabilità finanziaria globale e alla fine provocato una reazione interna che ha contribuito a spingere Trump alla Casa Bianca.

Certamente, Washington ha cercato di isolare, punire e minare diversi regimi ostili durante questo periodo e talvolta ha prestato scarsa attenzione ai timori di sicurezza degli altri Stati. Ma sia i funzionari democratici che quelli repubblicani credevano che l’uso del potere americano per creare un ordine liberale globale sarebbe stato un bene per gli Stati Uniti e per il mondo e che una seria opposizione sarebbe stata limitata a una manciata di piccoli Stati canaglia.

Non erano contrari a usare il potere a loro disposizione per costringere, cooptare o persino rovesciare altri governi, ma la loro malevolenza era diretta verso avversari riconosciuti e non verso i partner degli Stati Uniti.

Sotto Trump, tuttavia, gli Stati Uniti sono diventati un’egemonia predatoria. Questa strategia non è una risposta coerente e ben ponderata al ritorno della multipolarità; in realtà, è esattamente il modo sbagliato di agire in un mondo con diverse grandi potenze. È invece un riflesso diretto dell’approccio transazionale di Trump a tutte le relazioni e della sua convinzione che gli Stati Uniti abbiano un’enorme e duratura influenza su quasi tutti i paesi del mondo.

Gli Stati Uniti sono come “un grande e bellissimo grande magazzino”, ha detto Trump nell’aprile 2025, e “tutti vogliono una fetta di quel negozio”. O, come ha affermato in una dichiarazione diffusa dalla portavoce della Casa Bianca Karoline Leavitt, il consumatore americano è “ciò che ogni paese vuole e che noi abbiamo”, aggiungendo: “per dirla in altro modo, hanno bisogno dei nostri soldi”.

Durante il primo mandato di Trump, consiglieri più esperti e competenti come il segretario alla Difesa James Mattis, il segretario al Tesoro Steven Mnuchin, il capo di gabinetto della Casa Bianca John Kelly e il consigliere per la sicurezza nazionale H. R. McMaster hanno tenuto a freno gli impulsi predatori di Trump.

Ma nel suo secondo mandato, il suo desiderio di sfruttare le vulnerabilità di altri Stati ha avuto libero sfogo, rafforzato da una cerchia di collaboratori selezionati per la loro lealtà personale e dalla crescente, seppur mal riposta, fiducia di Trump nella propria comprensione degli affari mondiali.

Dominazione e sottomissione 

Un egemone predatorio è una grande potenza dominante che cerca di strutturare le proprie transazioni con gli altri in modo puramente a somma zero, in modo che i benefici siano sempre distribuiti a suo favore. L’obiettivo primario di un egemone predatorio non è quello di costruire relazioni stabili e reciprocamente vantaggiose che migliorino la situazione di tutte le parti, ma assicurarsi di ottenere da ogni interazione più di quanto ottengano gli altri.

Un accordo che lasci l’egemone in una posizione migliore e i suoi partner in una peggiore è preferibile a un accordo in cui entrambe le parti guadagnano, ma il partner guadagna di più, anche se quest’ultimo caso produce maggiori benefici assoluti per entrambe le parti. Un’egemonia predatoria vuole sempre ricoprire la parte del leone.

Naturalmente, tutte le grandi potenze compiono atti di predazione e competono invariabilmente per ottenere un vantaggio relativo. Quando hanno a che fare con i rivali, tutti gli Stati cercano di ottenere la parte migliore di qualsiasi accordo. Ciò che distingue l’egemonia predatoria dal comportamento tipico delle grandi potenze, tuttavia, è la volontà di uno Stato di ottenere concessioni e benefici asimmetrici sia dai propri alleati che dai propri avversari.

Un egemone benevolo impone oneri ingiusti ai propri alleati solo quando necessario, poiché ritiene che la propria sicurezza e ricchezza siano rafforzate quando i propri partner prosperano. Riconosce il valore delle regole e delle istituzioni che facilitano una cooperazione reciprocamente vantaggiosa, sono percepite come legittime dagli altri e sono sufficientemente durature da consentire agli Stati di presumere con sicurezza che tali regole non cambieranno troppo spesso o senza preavviso.

Un egemone benevolo accoglie con favore partnership a somma positiva con Stati che hanno interessi simili, come tenere a bada un nemico comune, e può persino consentire ad altri di ottenere guadagni sproporzionati se ciò migliorasse la situazione di tutti i partecipanti. In altre parole, un egemone benevolo si sforza non solo di rafforzare la propria posizione di potere, ma anche di perseguire quelli che l’economista Arnold Wolfers ha definito “milieau goals” [obiettivi di contesto, ndr]: cerca di plasmare l’ambiente internazionale in modi che rendano meno necessario l’esercizio puro e semplice del potere.

Al contrario, un egemone predatorio è incline a sfruttare i propri partner tanto quanto a trarre vantaggio da un rivale. Può ricorrere a embarghi, sanzioni finanziarie, politiche commerciali protezionistiche, manipolazione valutaria e altri strumenti di pressione economica per costringere gli altri ad accettare condizioni commerciali che favoriscano l’economia dell’egemone o ad adeguare il proprio comportamento su questioni di interesse non economiche.

Esso collegherà la fornitura di protezione militare alle proprie richieste economiche e si aspetterà che i partner dell’alleanza sostengano le sue iniziative di politica estera più ampie. Gli Stati più deboli tollereranno queste pressioni coercitive se dipendono fortemente dall’accesso al mercato più ampio dell’egemone o se devono affrontare minacce ancora maggiori da parte di altri Stati e devono quindi dipendere dalla protezione dell’egemone, anche se questa comporta delle condizioni.

Poiché il potere coercitivo di un egemone predatorio dipende dal mantenimento degli altri Stati in una condizione di sottomissione permanente, i suoi leader si aspetteranno che coloro che si trovano nella sua orbita riconoscano il loro status subordinato attraverso atti di sottomissione ripetuti, spesso simbolici. Ci si potrebbe aspettare che paghino un tributo formale o che siano chiamati a riconoscere e lodare apertamente le virtù dell’egemone. Tali espressioni rituali di deferenza scoraggiano l’opposizione segnalando che l’egemone è troppo potente per essere contrastato e descrivendolo come più saggio dei suoi vassalli e quindi autorizzato a dettare loro legge.

L’egemonia predatoria non è un fenomeno nuovo. Era alla base delle relazioni di Atene con le città-stato più deboli del suo impero, un dominio che lo stesso Pericle, il leader ateniese preminente del suo tempo, descrisse come una “tirannia”. Il sistema premoderno e sinocentrico dell’Asia orientale si basava su relazioni di dipendenza simili, compreso il pagamento di tributi e la sottomissione ritualizzata, sebbene gli studiosi discutano sul fatto che fosse o meno un sistema di sfruttamento sistematico.

Il desiderio di estrarre ricchezza dai possedimenti coloniali era un ingrediente centrale degli imperi coloniali belga, britannico, francese, portoghese e spagnolo, e motivi simili influenzarono le relazioni economiche unilaterali della Germania nazista con i suoi partner commerciali nell’Europa centrale e orientale e le relazioni dell’Unione Sovietica con i suoi alleati del Patto di Varsavia.

Sebbene questi casi differiscano per aspetti importanti, in ciascuno di essi una potenza dominante ha cercato di sfruttare i propri partner più deboli per assicurarsi benefici asimmetrici, anche se i suoi sforzi non sempre hanno avuto successo e se l’acquisizione e la difesa di alcuni Stati clienti sia finita per costare più di quanto questi fornissero in termini di ricchezza o tributi.

In breve, un egemone predatorio considera tutte le relazioni bilaterali come intrinsecamente a somma zero e cerca di trarne il massimo beneficio possibile. “Ciò che è mio è mio, e ciò che è tuo è negoziabile” è il suo credo guida. Gli accordi esistenti non hanno alcun valore intrinseco o legittimità e saranno scartati o ignorati se non producono benefici asimmetrici sufficienti. Alcuni tentativi predatori possono fallire, naturalmente, e ci sono limiti a ciò che anche gli Stati più potenti possono ottenere dagli altri. Per un’egemone predatorio, tuttavia, l’obiettivo primario è spingere quei limiti il più in là possibile.

Alzare la posta in gioco 

La natura predatoria della politica estera di Trump è particolarmente evidente nella sua ossessione per i deficit commerciali e nei suoi tentativi di utilizzare i dazi per ridistribuire i benefici economici a favore di Washington. Trump ha ripetutamente affermato che i deficit commerciali sono una “fregatura” e una forma di saccheggio; a suo avviso, i paesi che registrano surplus stanno “vincendo” perché gli Stati Uniti pagano loro più di quanto essi paghino a Washington.

Di conseguenza, Trump ha imposto dazi a quei paesi, apparentemente per proteggere i produttori statunitensi rendendo più costose le merci straniere (anche se il costo di un dazio è pagato principalmente dagli statunitensi che acquistano beni importati), oppure ha minacciato tali dazi per costringere i governi e le aziende straniere a investire negli Stati Uniti in cambio dell’allentamento di questo tipo di pressioni.

Trump ha anche usato i dazi per costringere altri a modificare politiche non economiche a cui si oppone. Lo scorso luglio, ha imposto un dazio del 40% al Brasile nel tentativo fallito di fare pressione sul suo governo affinché concedesse la grazia all’ex presidente Jair Bolsonaro, un alleato di Trump. (A novembre, ha revocato alcuni di quei dazi, che avevano contribuito all’aumento dei prezzi dei generi alimentari per i consumatori statunitensi). 

Ha giustificato l’aumento dei dazi su Canada e Messico sostenendo che non stavano facendo abbastanza per fermare il contrabbando di fentanyl. E in ottobre ha minacciato la Colombia con dazi più elevati dopo che il suo presidente aveva criticato i controversi attacchi della Marina statunitense contro più di due dozzine di imbarcazioni nei Caraibi, che, secondo l’amministrazione Trump, erano state prese di mira per contrabbando di droghe illegali.

Trump è incline a esercitare pressioni tanto sui tradizionali alleati degli Stati Uniti quanto sui nemici dichiarati, e il carattere altalenante delle sue minacce sottolinea il suo desiderio di ottenere il maggior numero possibile di concessioni. Trump ritiene che l’imprevedibilità sia un potente strumento di negoziazione, e la sua serie di minacce e richieste in continuo mutamento ha lo scopo di costringere gli altri a cercare continuamente nuovi modi per assecondarlo.

Minacciare di imporre una tariffa costa ben poco a Washington se l’obiettivo cede rapidamente, ma se l’obiettivo tiene duro o se i mercati si spaventano, Trump può rinviare l’azione. Questo approccio mantiene inoltre l’attenzione concentrata su Trump stesso, aiuta l’amministrazione a dipingere qualsiasi accordo successivo come una vittoria indipendentemente dai suoi termini precisi e crea evidenti opportunità di corruzione a vantaggio di Trump e della sua cerchia ristretta.

Per massimizzare il potere contrattuale degli Stati Uniti, Trump ha ripetutamente collegato le sue richieste economiche alla dipendenza degli alleati dal sostegno militare statunitense, soprattutto sollevando dubbi sul fatto che onorerà gli impegni della loro alleanza. Ha insistito sul fatto che gli alleati dovrebbero pagare per la protezione americana e ha suggerito che gli Stati Uniti potrebbero lasciare la NATO, rifiutarsi di difendere Taiwan o abbandonare completamente l’Ucraina.

Ma il suo obiettivo non è rendere più efficaci i partenariati statunitensi spingendo gli alleati a fare di più per difendersi – e, di fatto, aumentare drasticamente i livelli tariffari danneggerà le economie dei partner e renderà loro più difficile raggiungere obiettivi di spesa per la difesa più elevati. Trump sta invece usando la minaccia di un disimpegno degli Stati Uniti per ottenere concessioni economiche. Questa strategia ha dato alcuni frutti a breve termine, almeno sulla carta.

A luglio, i leader dell’UE hanno accettato un accordo commerciale unilaterale nella speranza di convincere Trump a continuare a sostenere l’Ucraina, mentre Giappone e Corea del Sud hanno ottenuto una riduzione dei dazi, in accordi firmati rispettivamente a luglio e novembre, impegnandosi a investire nell’economia statunitense. Australia, Repubblica Democratica del Congo, Pakistan e Ucraina hanno tutti cercato di consolidare il sostegno degli Stati Uniti offrendo loro l’accesso o la proprietà parziale di minerali critici situati nel proprio territorio.

Un egemone predatorio preferisce un mondo in cui, secondo la famosa frase di Tucidide, “i forti fanno ciò che possono e i deboli subiscono ciò che devono”. Ecco perché un paese del genere diffiderà delle norme, delle regole o delle istituzioni che potrebbero limitare la sua capacità di approfittare degli altri.

Non sorprende che Trump abbia avuto ben poca considerazione per le Nazioni Unite; che sia stato felice di strappare accordi negoziati dai suoi predecessori, come l’accordo di Parigi sul clima e l’accordo nucleare con l’Iran; e che abbia persino rinnegato accordi che lui stesso aveva negoziato. Preferisce condurre negoziati commerciali bilaterali piuttosto che trattare con istituzioni come l’UE o l’Organizzazione mondiale del commercio, basata su regole, perché trattare uno a uno con i singoli paesi rafforza ulteriormente il potere contrattuale degli Stati Uniti.

Trump ha anche sanzionato alti funzionari della Corte penale internazionale e ha sferrato un furioso attacco contro un sistema di tariffazione delle emissioni sviluppato dall’Organizzazione marittima internazionale (IMO). La proposta dell’IMO mirava a rallentare il cambiamento climatico incoraggiando le compagnie di navigazione a utilizzare combustibili più puliti, ma Trump l’ha denunciata come una “truffa” e l’ha deliberatamente sabotata.

Dopo che la sua amministrazione ha minacciato dazi, sanzioni e altre misure contro chi sosteneva la proposta, il voto per la sua approvazione formale è stato rinviato di un anno. La delegazione statunitense si stava “comportando come dei gangster”, ha detto un delegato dell’IMO in ottobre. “Non ho mai sentito nulla di simile a una riunione dell’IMO”.

Nessuna discussione sull’egemonia predatoria di Washington sarebbe completa senza menzionare l’interesse espresso da Trump per territori che appartengono ad altri Stati e la sua disponibilità a intervenire nella politica interna di altri paesi in violazione del diritto internazionale.

Il suo ripetuto desiderio di annettere la Groenlandia e le sue minacce di imporre dazi punitivi agli Stati europei che si oppongono a questa azione sono l’esempio più evidente di questo impulso. Come ha avvertito l’intelligence militare danese nella sua valutazione annuale delle minacce, pubblicata a dicembre, “gli Stati Uniti usano il potere economico, comprese le minacce di dazi elevati, per imporre la propria volontà, e non escludono più l’uso della forza militare, nemmeno contro gli alleati”.

Le riflessioni di Trump sulla possibilità di rendere il Canada il 51° Stato o di rioccupare la zona del Canale di Panama suggeriscono un analogo grado di avidità e opportunismo geopolitico. La sua decisione di rapire il presidente venezuelano Nicolás Maduro – un atto che costituisce un pericoloso esempio da seguire per altre grandi potenze – rivela il disprezzo di un predatore per le norme esistenti e la volontà di sfruttare le debolezze altrui.

L’impulso predatorio si estende persino alle questioni culturali, con la Strategia di Sicurezza Nazionale dell’amministrazione che dichiara che l’Europa sta affrontando una “cancellazione della civiltà” e che la politica statunitense nei confronti del continente dovrebbe includere “la coltivazione della resistenza all’attuale traiettoria imboccata dall’Europa all’interno delle sue stesse nazioni”.

In altre parole, gli Stati europei saranno sottoposti a pressioni affinché abbraccino l’impegno dell’amministrazione Trump a favore del nazionalismo “del sangue e del suolo” e la sua ostilità verso le culture o le religioni non bianche e non cristiane. Per un egemone predatorio, nessuna questione è off-limits.

Trump sta inoltre sfruttando la posizione internazionale privilegiata degli Stati Uniti per ottenere vantaggi per sé e la sua famiglia. Il Qatar gli ha già donato un aereo, di cui il rinnovamento costerà ai contribuenti statunitensi diverse centinaia di milioni di dollari e che potrebbe finire nella sua biblioteca presidenziale dopo che avrà lasciato la carica.

La Trump Organization ha firmato accordi multimilionari per lo sviluppo di hotel con governi che cercano di ingraziarsi l’amministrazione, e figure influenti negli Emirati Arabi Uniti e altrove hanno acquistato miliardi di dollari di token emessi dall’operazione di criptovaluta World Liberty Financial di Trump – più o meno nello stesso periodo in cui gli Emirati Arabi Uniti si sono assicurati un accesso speciale a chip di fascia alta che sono normalmente soggetti a severi controlli sulle esportazioni da parte degli Stati Uniti.

Nessun presidente nella storia americana è riuscito a monetizzare la presidenza in misura neanche lontanamente paragonabile o con un così evidente disprezzo per i potenziali conflitti di interesse. Come un boss mafioso o un potentato imperiale, Trump si aspetta che i leader stranieri in cerca del suo favore si impegnino in umilianti dimostrazioni di deferenza e grottesche forme di adulazione, proprio come fanno i membri del suo gabinetto.

Come si può altrimenti spiegare il comportamento imbarazzante del segretario generale della NATO Mark Rutte, che ha detto a Trump che “merita tutte le lodi” per aver convinto i membri della NATO ad aumentare la spesa per la difesa, anche se tali aumenti erano già ben avviati prima che Trump fosse rieletto, e l’invasione russa dell’Ucraina è stata almeno altrettanto importante nel determinare questo cambiamento?

Rutte ha anche dichiarato, nel marzo 2025, che Trump aveva “sbloccato la situazione” con la Russia riguardo all’Ucraina (il che era palesemente falso); ha lodato i raid aerei statunitensi sull’Iran a giugno come qualcosa che “nessun altro ha osato fare”; e ha paragonato gli sforzi di pace di Trump in Medio Oriente alle azioni di un “daddy” saggio e benevolo.

Rutte non è solo: altri leader mondiali – tra cui quelli di Israele, Guinea-Bissau, Mauritania e Senegal – hanno pubblicamente appoggiato l’assegnazione del Premio Nobel per la Pace a Trump, con il presidente del Senegal che ha aggiunto elogi gratuiti per le capacità golfistiche di Trump.

Per non essere da meno, il presidente sudcoreano Lee Jae-myung ha regalato a Trump un’enorme corona d’oro durante la sua recente visita a Seul e ha concluso una cena ufficiale servendogli un piatto denominato “Dessert del pacificatore”. Persino Gianni Infantino, presidente dell’organismo mondiale che governa il calcio, si è unito alla festa, creando un insignificante “Premio FIFA per la Pace” e nominando Trump come suo primo vincitore in una cerimonia appariscente nel dicembre 2025.

Esigere dimostrazioni di fedeltà non è solo il risultato del bisogno apparentemente illimitato di Trump di attenzione e lodi; serve anche a rafforzare l’obbedienza e a scoraggiare anche i più piccoli atti di resistenza. I leader che sfidano Trump vengono rimproverati e minacciati di un trattamento più duro – come ha sperimentato in più di un’occasione il presidente ucraino Volodymyr Zelensky – mentre i leader che adulano spudoratamente Trump vengono trattati con maggiore gentilezza, almeno per il momento.

Nell’ottobre 2025, ad esempio, il Tesoro statunitense ha concesso una linea di swap valutario da 20 miliardi di dollari per sostenere il peso argentino, anche se l’Argentina non è un importante partner commerciale degli Stati Uniti e stava soppiantando le esportazioni statunitensi di soia verso la Cina (che valevano miliardi di dollari prima che Trump lanciasse la sua guerra commerciale).

Ma poiché il presidente argentino Javier Milei è un leader affine che elogia apertamente Trump come suo modello di riferimento, ha ricevuto un aiuto invece di un elenco di richieste. Persino i trafficanti di droga condannati, compreso l’ex presidente honduregno Juan Orlando Hernández, possono ottenere la grazia presidenziale se sembrano allineati all’agenda di Trump.

I tentativi di ingraziarsi Trump con lusinghe sono simili a una corsa agli armamenti, poiché i leader stranieri competono per vedere chi riesce a elargire più elogi nel minor tempo possibile. Trump è anche pronto a reagire contro i leader che si discostano dal copione. Il primo ministro indiano Narendra Modi lo ha imparato quando, poche settimane dopo aver respinto l’affermazione di Trump secondo cui avrebbe fermato gli scontri di confine tra India e Pakistan, l’India è stata colpita da un dazio del 25% (successivamente aumentato al 50% per punire l’India per l’acquisto di petrolio russo).

Dopo che il governo provinciale dell’Ontario ha mandato in onda uno spot televisivo che criticava la politica tariffaria di Trump, quest’ultimo ha prontamente aumentato l’aliquota tariffaria sul Canada di un altro 10%. Il primo ministro canadese Mark Carney si è subito scusato e lo spot è immediatamente scomparso dalle trasmissioni. Per evitare tali umiliazioni, molti leader hanno scelto di piegarsi preventivamente, almeno per ora.

Quando è troppo, è troppo 

Trump e i suoi sostenitori vedono questi atti di deferenza come la prova che adottare una linea dura porta agli Stati Uniti benefici tangibili e significativi. Come ha affermato ad agosto Anna Kelly, portavoce della Casa Bianca: “I risultati parlano da soli: gli accordi commerciali del presidente stanno garantendo condizioni di parità ai nostri agricoltori e lavoratori, investimenti per trilioni di dollari stanno affluendo nel nostro Paese e guerre che durano da decenni stanno volgendo al termine... I leader stranieri sono desiderosi di instaurare un rapporto positivo con il presidente Trump e di partecipare alla fiorente economia trumpiana”.

L’amministrazione sembra credere di poter sfruttare gli altri Stati all’infinito e che così facendo renderà gli Stati Uniti ancora più forti e aumenterà ulteriormente il proprio potere. Si sbagliano: l’egemonia predatoria contiene i semi della propria distruzione.

Il primo problema è che i benefici propagandati dall’amministrazione sono stati esagerati. La maggior parte delle guerre che Trump sostiene di aver concluso sono ancora in corso. I nuovi investimenti esteri negli Stati Uniti sono ben lontani dai trilioni di dollari e difficilmente si concretizzeranno pienamente.

A parte i data center alimentati dalla mania per l’intelligenza artificiale, l’economia statunitense non è in forte espansione, in parte a causa dei venti contrari creati dalle politiche economiche di Trump. Trump, la sua famiglia e i suoi alleati politici potrebbero trarre vantaggio dalle sue politiche predatorie, ma la maggior parte del Paese no.

Un altro problema è che l’economia cinese ora rivaleggia con quella degli Stati Uniti sotto molti aspetti. Il PIL cinese è inferiore in termini nominali ma superiore in termini di parità di potere d’acquisto, il suo tasso di crescita è più elevato e ora importa quasi quanto gli Stati Uniti. La sua quota delle esportazioni globali di beni è passata da meno dell’1% nel 1950 a circa il 15% oggi, mentre la quota degli Stati Uniti è scesa dal 16% nel 1950 ad appena l’8%.

La Cina detiene il monopolio del mercato delle terre rare raffinate, da cui dipendono molti altri stati, compresi gli Stati Uniti; sta rapidamente diventando un attore di primo piano in molti campi scientifici; e molti altri attori, compresi gli agricoltori statunitensi, vogliono accedere ai suoi mercati.

Come hanno dimostrato le recenti decisioni di Trump di sospendere la guerra commerciale con la Cina e accantonare i piani per sanzionare il Ministero della Sicurezza di Stato cinese per una campagna di spionaggio informatico contro funzionari statunitensi, egli non può intimidire le altre grandi potenze come ha fatto con gli Stati più deboli.

Inoltre, sebbene altri Stati desiderino ancora accedere all’economia statunitense e ai suoi ricchi consumatori, gli Stati Uniti non sono più l’unica opzione disponibile. Poco dopo che Trump ha aumentato l’aliquota tariffaria sui beni indiani a un draconiano 50%, nell’agosto 2025, Modi si è recato a Pechino per partecipare a un vertice con il leader cinese Xi Jinping e il presidente russo Vladimir Putin.

A dicembre, Putin ha fatto visita a Modi a Nuova Delhi, dove il primo ministro indiano ha descritto l’amicizia del suo paese con la Russia “come una Stella Polare” e i due leader hanno fissato l’obiettivo di 100 miliardi di dollari di scambi bilaterali entro il 2030. L’India non si stava formalmente allineando con Mosca, ma Modi stava ricordando alla Casa Bianca che Nuova Delhi ha delle alternative.

Poiché riorganizzare le catene di approvvigionamento e gli accordi commerciali è costoso e richiede tempo, e le abitudini di cooperazione e dipendenza non svaniscono dall’oggi al domani, alcuni paesi hanno scelto di placare Trump nel breve termine. Giappone e Corea del Sud hanno convinto Trump ad abbassare le aliquote tariffarie accettando di investire miliardi nell’economia statunitense, ma i pagamenti promessi si protrarranno per molti anni e potrebbero non essere mai realizzati completamente.

Nel frattempo, nel marzo 2025 funzionari cinesi, giapponesi e sudcoreani hanno tenuto i loro primi negoziati commerciali in cinque anni, e i tre paesi stanno valutando uno swap valutario trilaterale inteso a “rafforzare la rete di sicurezza finanziaria della regione e approfondire la cooperazione economica nel contesto della guerra commerciale del presidente degli Stati Uniti Donald Trump”, secondo il South China Morning Post.

Nell’ultimo anno, il Vietnam ha ampliato i propri legami militari con la Russia, invertendo i precedenti sforzi volti ad avvicinarsi agli Stati Uniti. “L’imprevedibilità delle politiche di Trump ha reso il Vietnam molto scettico nei confronti dei rapporti con gli Stati Uniti”, secondo un analista citato dal New York Times. “Non si tratta solo di commercio, ma della difficoltà di interpretare i suoi pensieri e le sue azioni”. La tanto decantata imprevedibilità di Trump presenta un chiaro svantaggio: incoraggia gli altri a cercare partner più affidabili.

Anche altri Stati stanno lavorando per ridurre la loro dipendenza dagli Stati Uniti. Carney ha ripetutamente avvertito che l’era di una cooperazione sempre più stretta con gli Stati Uniti è finita, ha fissato l’obiettivo di raddoppiare le esportazioni canadesi verso paesi diversi dagli Stati Uniti entro un decennio, ha firmato il primo accordo commerciale bilaterale in assoluto del suo paese con l’Indonesia, sta negoziando un accordo di libero scambio con l’Associazione delle Nazioni del Sud-Est Asiatico (ASEAN) e a gennaio ha compiuto una visita di riconciliazione a Pechino.

L’Unione Europea ha già firmato nuovi accordi commerciali con l’Indonesia, il Messico e il blocco commerciale sudamericano Mercosur e, alla fine di gennaio, era vicina alla conclusione di un nuovo patto commerciale con l’India. Se Washington continuerà a cercare di approfittare della dipendenza di altri Stati, tali sforzi non faranno che accelerare.

Comprare ora, non pagare mai? 

In passato gli alleati degli Stati Uniti hanno tollerato una certa dose di prepotenza perché dipendevano fortemente dalla protezione americana. Ma tale tolleranza ha dei limiti. Il livello di predazione praticato durante il primo mandato di Trump era limitato, e gli alleati degli Stati Uniti avevano motivo di sperare che il suo mandato fosse un episodio isolato che non si sarebbe ripetuto.

Quella speranza è ora andata in frantumi, specialmente in Europa. La Strategia di Sicurezza Nazionale dell’amministrazione, ad esempio, è apertamente ostile a molti governi e istituzioni europei. Insieme alle rinnovate minacce di Trump di appropriarsi della Groenlandia, ha sollevato ulteriori dubbi sulla sostenibilità a lungo termine della NATO e ha dimostrato che gli sforzi dei leader europei per ingraziarsi Trump assecondandolo sono falliti.

Inoltre, le minacce di ritirare la protezione militare americana cesseranno di essere efficaci se non verranno mai messe in atto, e non possono essere messe in atto senza eliminare completamente la leva degli Stati Uniti. Se Trump continua a minacciare di ritirarsi ma non lo fa mai, il suo bluff verrà smascherato e perderà il suo potere coercitivo. Se invece gli Stati Uniti si ritirassero dai propri impegni militari, l’influenza che un tempo esercitavano sui loro ex alleati svanirebbe. In entrambi i casi, usare la promessa della protezione americana per ottenere una serie infinita di concessioni non è una strategia sostenibile.

E nemmeno il bullismo lo è. A nessuno piace essere costretto a compiere atti umilianti di fedeltà. I leader che condividono la visione del mondo di Trump possono godersi l’opportunità di cantarne le lodi in pubblico, ma altri trovano senza dubbio l’esperienza irritante. Non sapremo mai cosa pensassero i leader stranieri costretti a baciare l’anello di Trump mentre sedevano pronunciando banali frasi di circostanza, ma alcuni di loro hanno senza dubbio provato risentimento per l’esperienza e se ne sono andati sperando in un’opportunità per vendicarsi in futuro.

I leader stranieri devono anche fare i conti con la reazione dell’opinione pubblica nel loro paese, e l’orgoglio nazionale può essere una forza potente. Vale la pena ricordare che la vittoria elettorale di Carney, nell’aprile 2025, è dovuta in gran parte alla sua campagna anti-Trump “Elbows Up!” (motto canadese di sfida, ndr) e alla percezione degli elettori che il suo rivale del Partito Conservatore fosse una versione light di Trump.

Altri capi di Stato, come il presidente brasiliano Luiz Inácio Lula da Silva, hanno visto la propria popolarità salire alle stelle quando hanno sfidato le minacce di Trump. Man mano che l’umiliazione aumenta, altri leader mondiali potrebbero scoprire che opporre resistenza può renderli più popolari tra i loro elettori.

L’egemonia predatoria è anche inefficiente. Essa rifugge dal fare affidamento su regole e norme multilaterali e cerca invece di interagire con gli altri Stati su base bilaterale. Ma in un mondo di quasi 200 paesi, affidarsi a negoziati bilaterali richiede tempo ed è destinato a produrre accordi affrettati e mal concepiti. Inoltre, imporre accordi unilaterali a decine di altri paesi incoraggia l’evasione degli obblighi, poiché questi sanno che sarà difficile per l’egemone monitorare e nel caso imporre il rispetto di tutti gli accordi raggiunti.

L’amministrazione Trump sembra aver capito, con un certo ritardo, che la Cina non ha mai acquistato tutti i beni statunitensi che si era impegnata ad acquistare nella Fase Uno dell’accordo commerciale siglato con gli Stati Uniti nel 2020, durante il primo mandato di Trump, e ha avviato un’indagine sulla questione in ottobre. Se si moltiplica il compito di monitorare il rispetto di tutti gli accordi commerciali bilaterali di Washington, è facile capire come altri Stati possano promettere concessioni ora ma poi venir meno agli impegni presi.

Infine, rinunciare alle istituzioni e sminuire i valori comuni, così come intimidire gli Stati più deboli, renderà più facile per i rivali degli Stati Uniti riscrivere le regole globali in modo da favorire i propri interessi. Sotto Xi, la Cina ha ripetutamente cercato di presentarsi come una potenza globale responsabile e altruista che cerca di rafforzare le istituzioni globali a beneficio di tutta l’umanità.

L’atteggiamento diplomatico conflittuale denominato da “Wolf Warrior” di qualche anno fa, che vedeva i funzionari cinesi insultare e maltrattare abitualmente altri governi senza alcuno scopo utile, è ormai superata. Con rare eccezioni, i diplomatici cinesi sono ora una presenza sempre più energica, attiva ed efficace nei forum internazionali. Le dichiarazioni pubbliche della Cina sono ovviamente di parte, ma alcuni paesi vedono questa posizione come un’alternativa allettante a degli Stati Uniti sempre più predatori.

In un sondaggio condotto su 24 importanti paesi, pubblicato dal Pew Research Center lo scorso luglio, la maggioranza di otto paesi aveva un’opinione più favorevole degli Stati Uniti rispetto alla Cina, mentre gli intervistati di sette paesi vedevano la Cina in modo più favorevole. Nelle restanti nove nazioni le due potenze erano viste in modo simile. Ma le tendenze sono a favore di Pechino. Come osserva il rapporto, “le opinioni sugli Stati Uniti sono diventate più negative, mentre quelle sulla Cina sono diventate più positive”. Non è difficile capirne il motivo.

Il punto è che agire come un egemone predatorio indebolirà le reti di potere e influenza su cui gli Stati Uniti hanno a lungo fatto affidamento e che hanno creato il vantaggio che Trump sta ora cercando di sfruttare. Alcuni Stati lavoreranno per ridurre la loro dipendenza da Washington, altri stringeranno nuovi accordi con i suoi rivali, e non pochi agogneranno il momento in cui avranno l’opportunità di vendicarsi degli Stati Uniti per il loro comportamento egoista.

Forse non oggi, forse non domani, ma una reazione potrebbe arrivare con sorprendente rapidità. Per citare la famosa frase di Ernest Hemingway sull’inizio di una bancarotta, una politica coerente di egemonia predatoria potrebbe causare il declino dell’influenza globale degli Stati Uniti “gradualmente e poi improvvisamente”.
 
Una strategia perdente 

L'“Hard Power” è ancora la valuta principale nella politica mondiale, ma sono gli scopi per cui viene utilizzato e i modi in cui viene esercitato a determinare se è efficace nel promuovere gli interessi di uno Stato. Grazie a una posizione geografica favorevole, a un’economia vasta e sofisticata, a una potenza militare senza pari e al controllo sulla valuta di riserva mondiale e sui nodi finanziari critici, negli ultimi 75 anni gli Stati Uniti sono stati in grado di costruire una straordinaria rete di connessioni e dipendenze e di acquisire una notevole influenza su molti altri Stati.

Poiché sfruttare quel potere in modo troppo palese ne avrebbe minato l’efficacia, la politica estera degli Stati Uniti ha ottenuto i migliori risultati quando i leader americani hanno esercitato il potere a loro disposizione con moderazione. Hanno collaborato con paesi che condividevano la loro visione per creare accordi reciprocamente vantaggiosi, consapevoli che gli altri sarebbero stati più propensi a cooperare con gli Stati Uniti se non ne avessero temuto gli appetiti.

Nessuno dubitava che Washington avesse un pugno di ferro. Ma rivestendolo di un guanto di velluto – trattando gli Stati più deboli con rispetto e non cercando di spremere ogni possibile vantaggio dagli altri – gli Stati Uniti sono stati in grado di convincere gli Stati più influenti del mondo che allinearsi alla loro politica estera era preferibile rispetto a collaborare con i loro principali rivali.

L’egemonia predatoria sperpera questi vantaggi alla ricerca di guadagni a breve termine e ignora le conseguenze negative a lungo termine. Certo, gli Stati Uniti non stanno per affrontare una coalizione che ne sia il contrappeso né stanno per perdere la loro indipendenza: sono troppo forti e in una posizione troppo favorevole per subire quel destino.

Tuttavia, diventeranno più poveri, meno sicuri e meno influenti di quanto lo siano stati per la maggior parte della vita degli statunitensi viventi. I futuri leader statunitensi opereranno da una posizione più debole e dovranno affrontare una dura battaglia per ripristinare la reputazione di Washington come partner egoista ma equilibrato. L’egemonia predatoria è una strategia perdente, e prima l’amministrazione Trump la abbandona, meglio sarà.

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