Presentazione


Analisi, opinioni, fatti e (più di rado) arte da una prospettiva di classe.

14/08/2026

Colombia - Il doppio standard di de De La Espriella sui gruppi armati

Venerdì 7 agosto, il nuovo presidente della Colombia, l’avvocato di estrema destra Abelardo de la Espriella, si è insediato a Casa de Nariño, il palazzo del governo a Bogotà, dopo una contestata vittoria al fotofinish sul candidato di sinistra del Pacto Histórico Iván Cepeda (0,96% di scarto, meno di 250.000 voti su un totale di 26 milioni).

Una campagna elettorale urlata, all’insegna della lotta senza quartiere alla guerriglia: “Basta con le trattative di pace!”. Un Vannacci colombiano insomma, pur non provenendo dall’esercito. Eppure, de la Espriella ha iniziato la sua carriera difendendo proprio i gruppi armati [di estrema destra, ndr].

Errori di gioventù?

Nel 2004, a soli 26 anni, Abelardo creò la Fundación Fipaz, una piattaforma che organizzava forum universitari per supportare i colloqui di pace a Santa Fe de Ralito nello stato di Córdoba, tra il governo di centrodestra di Álvaro Uribe e una delle formazioni paramilitari più sanguinare, la Auc (Autodefensas Unidas de Colombia).

Erano trascorsi 7 anni dalla strage di Aro, dove 67 contadini furono massacrati da Auc, e solo due dalla Operaración Orión nella Comuna 13 di Medellin (oggi l’attrazione turistica principale della città) perpetrata dalla milizia Convivir voluta da Uribe: 120.000 uomini dotati di armi ad alta tecnologia, che fecero sparire centinaia di ragazzi.

Lo scopo principale di questo connubio Auc/Convivir era appropriarsi delle terre dei campesinos, accusati di appoggiare le Farc, notoriamente di sinistra.

Il giovane avvocato de la Espriella, attraverso la fondazione che gestiva con il suo socio Daniel Peñarredonda, promosse un referendum per evitare l’estradizione negli Stati Uniti dei due boss Salvatore Mancuso ed Ernesto Baéz.

Oggi le Auc non esistono più, sono state rimpiazzate da due formazioni ugualmente feroci: il Clan del Golfo che opera a livello internazionale e le ACSN/Los Pachenca (Autodefensas Conquistadoras de la Sierra Nevada) che agiscono sulla costa, tra Santa Marta e la Sierra Nevada. Le Acsn sono focalizzate sull’estorsione e sulla speculazione edilizia attraverso abusi ambientali.

Secondo la testimonianze di un imprenditore italiano che ha denunciato per primo questo sistema, il pizzo colpisce tutti, alberghi, negozi e compagnie di trasporto, con la complicità dell’amministrazione di Santa Marta, il cui sindaco di centrodestra Carlos Pinedo Cuello è stato sanzionato di recente con 10 giorni di arresto per le costruzioni abusive a Playa Salguero.

Secondo la fonte, l’impunità di Acsn arriva fino a costringere i negozi ad acquistare solo dai fornitori legati all’organizzazione, con i pulmini delle imprese locali talvolta bloccati dalle gang, e costretti a trasferire i turisti sui loro mezzi.

Oggi Peñarredonda sarebbe il proprietario dell’hotel di lusso Tewimake a Santa Marta dove – secondo confidenze di un manager – alloggerebbe Fredy Castillo, alias “Pinocho”, il leader Acsn incaricato di un contatto con il governo attraverso l’ex socio di de la Espriella.

Criteri di valutazione criminale

La differenza tra il Clan del Golfo e le Acsn ai fini dei requisiti per accedere alla lista del FTO (Foreign Terrorist Organizations, le organizzazioni internazionali del terrorismo) secondo i criteri del Dipartimento di Stato statunitense, consiste in una serie di fattori: pericolosità oltre i confini del territorio colombiano, soprattutto nei confronti degli Stati Uniti, e priorità di intelligence attribuite da NSA (National Security Agency) e CIA (Central Intelligence Agency) che monitorano il volume e la portata globale delle bande dedite al narcotraffico e il loro raggio d’azione a livello terrorismo nei riguardi dei cittadini statunitensi.

In questa categoria rientra il Clan del Golfo, la struttura criminale più vasta e potente della Colombia: 9.000 membri individuati, che controllano la metà delle esportazioni di cocaina dalla Colombia verso gli Stati Uniti e l’Europa e hanno una dimensione internazionale, con reti collegate ai cartelli messicani e alle mafie dell’Est Europa, Spagna e Italia.

Il Clan del Golfo controlla anche il traffico dei migranti attraverso il “Tappo del Darién”, una selva al confine tra Colombia e Panama, facendo così dell’immigrazione clandestina verso il confine sud degli Stati Uniti un business supermilionario.

Questa dinamica lo posiziona nelle priorità di sicurezza nazionale di Washington, e quindi al top della classifica del narcotraffico colombiano e non solo.

Di recente gli ordigni esplosivi sganciati dai loro droni hanno ucciso una dozzina di militari a Bogotà.

Le Acsn, pur esercitando un controllo territoriale pressoché totale su Santa Marta e la Sierra Nevada, infiltrate come sono nel municipio e nelle élites locali, hanno un’impronta prevalentemente regionale. I loro “business” hanno un impatto geografico più circoscritto, a cui si sono aggiunti gli abusi ambientali e le costruzioni illecite su Playa de Los Cocos e Playa Salguero nella regione di Magdalena.

Per cui se Abelardo nelle sue purghe annunciate risparmierà le Acsn, potrebbe mantenere intatto il suo rapporto con Washington, poiché avrebbe applicato lo stesso metro di giudizio Usa sulla valutazione dei gruppi armati, assicurandosi magari anche la riconoscenza di un’organizzazione importante, avendo già aiutato i suoi predecessori in passato. E pazienza se dovesse chiudere un occhio sulle loro prossime malefatte.

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L’ultima idrovora del risparmio globale

di Alessandro Volpi

Arrivano le grandi manovre per mantenere in vita il capitalismo finanziario drenando tutto il risparmio possibile al servizio dei Padroni del mondo.

L’operazione annunciata, in questi caldissimi giorni, da Nvidia, sotto la guida di Jensen Huang, segna una svolta strategica senza precedenti che trasforma il colosso dei semiconduttori in un vero e proprio orchestratore finanziario globale, mirando a mobilitare oltre 500 miliardi di dollari attraverso una maxi-alleanza con giganti come BlackRock, Blackstone, Apollo, Brookfield, Goldman Sachs e KKR, alcuni dei quali a partire da BlackRock sono suoi azionisti e hanno fitte partecipazioni incrociate.

In pratica gli oligarchi della finanza globale.

L’obiettivo è finanziare la costruzione delle imponenti infrastrutture fisiche necessarie all’intelligenza artificiale, come data center di nuova generazione e reti elettriche potenziate, creando un ecosistema in cui Nvidia non si limita a vendere i chip, ma si assicura che esistano i capitali per costruire i “contenitori” in cui tali chip verranno installati.

In altre parole, una ulteriore spinta alla bolla finanziaria che presenta un aspetto decisivo.

Le risorse necessarie per alimentare questo piano non provengono, infatti, direttamente dai bilanci di Nvidia, bensì dal cosiddetto “capitale di terzi” gestito dai partner finanziari: si tratta di fondi raccolti presso investitori istituzionali come fondi pensione, compagnie assicurative e fondi sovrani, ma anche attraverso il risparmio gestito di grandi e piccoli investitori privati che confluisce nei veicoli di investimento di queste società.

In sostanza, Nvidia mira a diventare il grande monopolista attirando i risparmi globali con l’azione dei fondi d’investimento che hanno deciso, in questo caso, di coordinarsi anche formalmente per garantire rendimenti sicuri.

Per i risparmiatori, questa operazione comporta, tuttavia, rischi significativi, legati innanzitutto alla possibile esplosione della bolla speculativa nel settore dell’IA, dove l’enorme afflusso di capitali potrebbe gonfiare i prezzi delle infrastrutture oltre il loro reale valore economico, portando a perdite in caso di rallentamento della domanda tecnologica.

Vi è inoltre un rischio di concentrazione, poiché molti portafogli privati potrebbero trovarsi eccessivamente esposti a un unico settore, e un rischio di illiquidità, dato che gli investimenti in infrastrutture fisiche richiedono anni per generare ritorni e sono difficili da smobilizzare rapidamente in caso di necessità.

Per quanto riguarda gli strumenti utilizzati, mentre il nucleo dell’alleanza si muoverà nel campo dei mercati privati (private equity e private credit), i risparmiatori retail saranno coinvolti principalmente attraverso gli ETF tematici.

È infatti prevedibile che i grandi gestori come BlackRock e Goldman Sachs integrino i risultati di queste operazioni all’interno di ETF focalizzati sull’intelligenza artificiale, sulle infrastrutture digitali o sull’energia, offrendo ai piccoli investitori un modo per partecipare al progetto con la liquidità tipica dei titoli quotati, ma esponendoli contemporaneamente alla volatilità quotidiana del mercato e al rischio che l’intero comparto tecnologico subisca correzioni violente.

Attenzione dunque all’inglobamento, più o meno consapevole, dei risparmi dei futuri pensionati, delle casse di previdenza professionale, dei fondi aperti e persino di quello chiusi in prodotti che, per effetto del miraggio dell’onnipotenza tecnologica, verranno presentati come i più sicuri possibili e i più “democratici”.

In definitiva, Nvidia sta costruendo un meccanismo per auto-alimentare il proprio mercato, spostando però il rischio finanziario della costruzione delle infrastrutture sulle spalle degli investitori globali attraverso i canali della finanza tradizionale.

Non dimentichiamo che, ad oggi, Nvidia è il titolo maggiormente presente nei fondi pensione italiani.

Il capitalismo finanziario costruisce così il proprio consenso che ha bisogno di una politica totalmente assente o complice.

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Fidel è la bussola più precisa

Il Primo Segretario del Comitato Centrale del Partito Comunista di Cuba e Presidente della Repubblica, Miguel Díaz-Canel Bermúdez, ha inaugurato il I Colloquio Internazionale “Fidel: eredità e futuro”, che per tutta la settimana riunisce intellettuali, accademici e attivisti da tutti i continenti per riflettere sul pensiero e sull’azione di Fidel Castro.

Senza l’intenzione personale di tenere una conferenza magistrale, come ha precisato, il Primo Segretario del Comitato Centrale del Partito Comunista di Cuba e Presidente della Repubblica, Miguel Díaz-Canel Bermúdez, ha aperto lunedì le sessioni del I Colloquio Internazionale “Fidel: eredità e futuro” con una dissertazione che ha messo in luce gli insegnamenti del leader storico della Rivoluzione Cubana e l’ispirazione che rappresenta nella sfida di salvare la Rivoluzione da una delle minacce più gravi che abbia mai affrontato in 67 anni di asfissia da parte degli Stati Uniti.

Più di 1.500 accademici, intellettuali, artisti, leader sociali e politici, insieme a giovani studenti provenienti da tutti i continenti per onorare Fidel nel centenario della sua nascita, hanno costituito il pubblico davanti al quale il presidente cubano ha espresso idee, ordinate – ha commentato – dai sentimenti, dall’emozione e dall’impegno rivoluzionario che comporta il privilegio di parlare di Fidel, l’uomo che ha segnato il XX secolo e il cui pensiero illumina il XXI secolo.

A questi fidelisti di Cuba e del mondo, che hanno sfidato le distanze, le campagne di disinformazione e, in molti casi, le pressioni dei loro stessi governi per venire nell’Isola in una data così significativa, il capo di Stato cubano ha riconosciuto questo atto di coraggio e coerenza.

“Perché venire a Cuba oggi, in mezzo all’intensificarsi del blocco e dell’ostilità imperiale, è un gesto di solidarietà militante che onora l’eredità di Fidel” e costituisce – ha indicato – “il monumento migliore e più solido che gli ambasciatori della verità, i testimoni che Cuba non si arrende, i compagni di strada di una rivoluzione che trascende i confini, possono innalzare”.

“Non esagero dicendo che questo colloquio si tiene in uno dei momenti più difficili che la nostra Rivoluzione abbia vissuto” – ha spiegato il presidente e subito dopo ha affermato – “ma non siamo qui per amministrare la nostalgia. Siamo qui perché il pensiero di Fidel Castro continua ad essere la bussola più precisa che abbiamo per navigare la tempesta che vive il popolo cubano”.

Fidel: una scuola perenne di lavoro rivoluzionario

Parlando dell’eredità del Comandante in Capo Fidel Castro Ruz, il Presidente Díaz-Canel ha ricordato lo studente universitario che scese dalla collina della sua Alma Mater divenuto rivoluzionario per accendere le fiaccole del Centenario dell’Apostolo, colui che, più tardi e ancora molto giovane, sarebbe diventato il capo del movimento che il 26 luglio 1953 si lanciò contro le caserme di una dittatura sanguinaria e proimperialista, per iniziare un’altra Guerra Necessaria.

“Il brillante avvocato che trasformò la sua autodifesa in programma politico del suo movimento, il tenace prigioniero che sconfisse i suoi carcerieri trasformando il carcere modello in scuola di combattenti, il fondatore di un esercito popolare che sconfisse in due anni un esercito professionale che possedeva diverse volte il numero delle sue forze, il Comandante in Capo che mise Cuba sulla mappa del mondo e riempì di speranze i popoli del continente, aveva già un posto nella storia quando, a soli 34 anni, scosse l’Assemblea Generale delle Nazioni Unite con il discorso più lungo e trascendente che fosse stato pronunciato lì fino ad allora”.

Il Capo di Stato cubano ha affermato che l’eredità di Fidel oggi interpella più che mai coloro che continuano la sua opera. “Cosa ci ha lasciato in eredità il Comandante in Capo? Ci ha lasciato la certezza che i sogni si conquistano difendendo le idee; ci ha lasciato la lezione che l’internazionalismo è un atteggiamento che deve distinguerci; ci ha insegnato la convinzione che il socialismo è l’unica via per salvare l’umanità dall’abisso”.

Fidel – ha ricordato – fu il primo a denunciare la globalizzazione neoliberista come l’impero della morte, e anche il primo ad alzare la voce per un mondo migliore per tutti.

“Ci ha insegnato che la lotta per la preservazione dell’ambiente e della specie umana è anche una battaglia socialista, che la scienza deve essere al servizio del popolo, che l’unità dei rivoluzionari è più importante di qualsiasi differenza tattica”.

Díaz-Canel ha sottolineato che in Fidel si trova non solo un leader storico, ma una scuola perenne di lavoro rivoluzionario, dove le premesse fondamentali sono: studiare, analizzare, prevedere, ascoltare il popolo e agire con audacia e onestà.

Nel suo intervento il dignitario ha riconosciuto che Fidel ha guidato le sorti di Cuba con una coerenza che non ha pari nella storia contemporanea e che al di là dell’essere un dirigente e un leader, è stato un lavoratore instancabile, uno studente permanente, un oratore che muoveva le folle, uno stratega che anticipava il futuro.

“Fidel ci ha lasciato un modo di pensare e agire. Non ha lasciato ricette; ha lasciato un metodo. E quel metodo è nato dalla prassi, non solo dalla biblioteca”.

Questo modo di pensare e agire è stato esemplificato da Díaz-Canel nella sua conferenza al Colloquio. Ha menzionato che quando Fidel formulò nella sua arringa del 16 ottobre 1953 le cinque leggi rivoluzionarie – riforma agraria, diritti del lavoro, riforma urbana, confisca dei beni mal acquisiti e partecipazione industriale – non elaborò un programma dottrinario importato da qualche manuale, ma diagnosticò le malattie strutturali di un’economia sottosviluppata e dipendente.

“Quel metodo – diagnosi rigorosa, proposta programmatica, azione decisa – si ripeté in ogni crocevia”.

Nella sfera economica – ha valutato Díaz-Canel – il leader storico della Rivoluzione Cubana comprese qualcosa che molti teorici non riuscirono a vedere: che l’economia non è una sfera autonoma separata dalla politica, ma la sua espressione materiale, sintetizzata nella sua formulazione: “non c’è economia senza politica, né politica senza economia”.

Il presidente ha approfondito anche altre eredità di colui che è la guida dei comunisti cubani. Ha sottolineato la coerenza e l’etica, la capacità di predicare con l’esempio, di vivere senza ricchezze, la fedeltà ai principi. “Visse come pensò e morì come visse. Questo, in un mondo dove la politica è diventata uno spettacolo di ipocrisia, è una sfida permanente alla coscienza”.

Ha inoltre caratterizzato l’eredità dell’audacia intellettuale del Comandante in Capo, che fu un lettore instancabile, un uomo che dialogava con scienziati, economisti, artisti, sportivi e contadini. “Ci ha insegnato che il socialismo non è un dogma, ma una scienza in costruzione, che deve adattarsi alle realtà concrete senza rinunciare ai principi. Oggi, quando il capitalismo digitale ci impone nuove forme di alienazione, il suo appello a ‘studiare, studiare, studiare’ risuona come un avvertimento: non c’è rivoluzione senza conoscenza”.

Durante la dissertazione, più volte interrotta da ovazioni, il Presidente cubano ha sottolineato l’eredità dell’internazionalismo. Per Fidel la Rivoluzione cubana non era un fatto isolato. Per lui, fedele a Martí, Patria era umanità. Per questo sostenne le cause per la liberazione dei popoli africani, della Palestina, denunciò l’apartheid e il genocidio; alzò la voce contro la guerra in Iraq e contro il blocco e l’appropriazione coloniale di qualsiasi popolo del mondo.

In modo particolare ha menzionato l’eredità dell’ottimismo rivoluzionario, quello che non lo rese mai pessimista, anche nelle peggiori circostanze. Ha ricordato i giorni più bui, quando il campo socialista crollava e il blocco si inaspriva, e come Fidel mantenne la fede nell’essere umano e nella storia. “Ci ha insegnato che l’ottimismo rivoluzionario non è ingenuità, ma convinzione incrollabile nella vittoria”, ha assicurato.

In ambito militare, ha accentuato il pensiero e la pratica della strategia militare in Fidel. Ha sottolineato che l’eterno guerrigliero era un profondo studioso dell’arte militare contemporanea, che apportò veri contributi nella concezione delle più importanti contese militari sviluppate nelle missioni internazionaliste cubane e che concepì la dottrina della Guerra di tutto il popolo.

Per Díaz-Canel, Fidel vedeva la sovranità non come uno stato raggiunto, ma come un processo che si conquista e si difende su molteplici fronti simultaneamente: la difesa e la sicurezza del paese, il fronte economico, il fronte culturale-ideologico, il fronte internazionalista e di solidarietà, il fronte scientifico, il fronte della politica estera e delle relazioni internazionali.

Nel caratterizzare il sistema di lavoro del leader storico della Rivoluzione Cubana, il presidente ha distinto quattro principi: la priorità del politico, la sequenza tattico-strategica, la mobilitazione popolare come risorsa strategica e l’innovazione sotto restrizione.

Riguardo alle sue qualità di stratega che anticipava il futuro, Díaz-Canel ha detto che non c’è alcun dubbio, ma nemmeno misticismo nell’affermazione. Ha argomentato che Fidel fu un profondo studioso della realtà nazionale e internazionale, che seguiva nei dettagli attraverso tutti i mezzi possibili; era anche un osservatore acuto del comportamento umano, grazie non solo alla sua notevole intelligenza, ma alla sua insaziabile ricerca della conoscenza, dei progressi della scienza e della tecnica. Possedeva anche una cultura vasta, alimentata durante la sua vita da letture fondamentali di tutti i generi.

Un leader che ha materializzato le sue idee

Davanti ai più di 1.500 delegati riuniti al Palazzo delle Convenzioni dell’Avana, il Presidente della Repubblica ha citato le tappe del processo rivoluzionario guidato dal Comandante in Capo Fidel Castro sotto la pressione del governo degli Stati Uniti, la loro politica di asfissia economica e i tentativi di assassinarlo.

Con la leadership di Fidel, Cuba riuscì a sradicare l’analfabetismo nel 1961, con una campagna che mobilitò più di 250.000 volontari. Appena due anni dopo la vittoria, sconfisse a Playa Girón un’invasione finanziata, addestrata e scortata dall’impero vicino, infliggendogli la prima grande sconfitta in America Latina.

Cuba costruì il sistema sanitario universale più avanzato del cosiddetto Terzo Mondo. Cuba inviò più di 600.000 professionisti della salute in 165 paesi attraverso il Programma Internazionale di Cooperazione Medica.

L'isola più grande delle Antille sviluppò un sistema educativo gratuito dall’Asilo Nido all’Università. Costruì un solido sistema culturale e sportivo che per molti anni fu un riferimento per il mondo. Fidel progettò i principi della politica estera cubana, elevandola a riferimento per il mondo.

Per quanto riguarda la sua azione continentale, ha sottolineato che uno dei capitoli fondamentali della sua eredità si svolse nel periodo più promettente della storia della Nostra America quando, insieme a Hugo Chávez, guidò la rinascita del progetto integrazionista di Simón Bolívar che fu anche il grande sogno di José Martí.

Fidel: una guida per superare le sfide

In modo enfatico, il dignitario ha affermato che a poche ore dal commemorare i cento anni dalla nascita di Fidel, l’incontro che si svolge all’Avana non è precisamente per celebrare un rituale, ma per adempiere a un dovere: il dovere di pensare Fidel non come passato, ma come stratega al di là del suo tempo. “Pensare la sua eredità non come un deposito di citazioni da evocare negli anniversari, ma come una guida per superare le sfide che abbiamo davanti a noi, oggi, nella Cuba reale del 2026”.

Díaz-Canel ha detto agli accademici, intellettuali, artisti, leader sociali e politici che non si può parlare di Fidel senza guardare al mondo che lui tanto studiò e che noi abbiamo ereditato. “E il mondo, come amava dire lui, è un ‘vortice di contraddizioni’. La crisi sistemica del capitalismo è arrivata al suo punto più acuto: guerre regionali che minacciano di espandersi, crisi climatica che non è più previsione ma catastrofe quotidiana, carestie provocate dalla speculazione finanziaria, migrazioni forzate che trasformano i mari in cimiteri, e una frattura sociale dove la ricchezza di pochi si accumula sulla miseria di molti”.

“L’ordine internazionale è in discussione. L’unilateralismo imperiale pretende di imporre la sua legge con la forza, ma il mondo multipolare è venuto per restare. Tuttavia, l’impero raddoppia i suoi attacchi, cerca nuovi pretesti, fabbrica nemici e destabilizza i governi che non si piegano”.

In questo scenario globale, Cuba continua ad essere uno degli obiettivi prediletti dell’ira imperiale. “Non è un caso che nell’anno del centenario di Fidel, Washington abbia intensificato la sua offensiva: rafforzamento del blocco con misure extraterritoriali che perseguono le relazioni commerciali e finanziarie; inclusione arbitraria nella lista degli stati sponsor del terrorismo – un’ironia storica per un paese che è stato vittima del terrorismo di Stato per decenni –; campagne mediatiche massive che cercano di dipingere Cuba come un ‘regime fallito’, mentre tacciono i successi della nostra salute, educazione, cultura, scienza e sport”.

Il presidente ha denunciato che gli Stati Uniti “hanno destinato milioni di dollari per promuovere il ‘cambio di regime’ attraverso social network, ONG e piattaforme che si mascherano da ‘difensori dei diritti umani’, ma che in realtà servono gli interessi geopolitici dell’impero”.

“Non ci sorprendono affatto le rivelazioni degli ultimi giorni dei grandi media statunitensi su un incremento delle operazioni della CIA a Cuba per sovvertire l’ordine interno. Non sono fughe di notizie casuali, come le presentano, ma parte del piano deliberato del regime statunitense di guerra psicologica contro Cuba”, ha affermato.

Ha aggiunto: “Nel colmo del cinismo e della perversione, il Segretario di Stato ha dichiarato recentemente che le sanzioni statunitensi contro il regime cubano non faranno altro che inasprirsi. ‘Quello che stiamo cercando di insegnare loro – ha detto – è che non ci sono valvole di sfogo’. È un riconoscimento senza riserve che esiste una situazione difficile a Cuba come conseguenza di una guerra economica senza precedenti. Questa affermazione costituisce la minaccia aperta dello sterminio genocida di un intero popolo se non si sottomette ai disegni dell’impero”.

Appello ai partecipanti del colloquio

“Fidel non è patrimonio esclusivo dei cubani. Fidel appartiene a tutti coloro che lottano per un mondo migliore”, ha sentenziato Díaz-Canel, e ha indicato quattro compiti decisivi per i partecipanti. Primo, diffondere la verità di Cuba e di tutti i popoli in resistenza. “Ogni libro che scriverete, ogni articolo che pubblicherete, ogni conferenza che terrete nei vostri paesi è una trincea contro la disinformazione”.

Secondo, articolare reti di solidarietà efficaci. “Bisogna tradurre la solidarietà in azioni concrete: campagne per la revoca del blocco, proposte di cooperazione scientifica e culturale, progetti di commercio equo, denunce presso organismi internazionali”.

Terzo, approfondire il pensiero critico sul socialismo del XXI secolo. “Fidel ci ha lasciato domande aperte, non risposte definitive. Come costruire il potere popolare nell’era digitale? Come conciliare pianificazione centralizzata con autonomia territoriale? Come affrontare il cambiamento climatico da una prospettiva socialista?”

Quarto, rafforzare l’unità dei movimenti progressisti. “Fidel fu un maestro nell’arte di sommare volontà, di gettare ponti tra settori diversi, di cercare convergenze senza rinunciare alle differenze”.

Appello ai giovani: il ricambio generazionale in marcia

Il Primo Segretario del Comitato Centrale del Partito Comunista ha dedicato uno spazio significativo ai giovani; in quel momento del suo intervento ha riconosciuto la fiducia che Fidel ha sempre riposto in loro e ha lanciato un appello diretto ad assumere il protagonismo nella costruzione del futuro.

Ha ricordato che furono i giovani a circondare Fidel per concepire sogni realizzabili quando la Patria ne aveva bisogno, quelli che impugnarono le armi nella Sierra, quelli che alfabetizzarono la popolazione sulle montagne, i protagonisti delle gloriose missioni internazionaliste. “Furono i giovani a costruire i contingenti, a promuovere la scienza e la tecnologia”, ha sottolineato.

“Oggi, nell’anno del suo centenario, la gioventù cubana è chiamata a forgiarsi con la stessa altezza storica. Le sfide che abbiamo davanti sono immense: l’economia colpita dal blocco, le trasformazioni strutturali che dobbiamo implementare, la necessità di produrre più cibo, di realizzare la transizione energetica, di sostituire le importazioni, di costruire una società con maggiore benessere per tutti. Non c’è sfida che la gioventù non possa affrontare se se lo propone”.

Díaz-Canel ha convocato i giovani di Cuba e del mondo a essere non solo eredi di Fidel, ma protagonisti attivi della sua continuità: “A voi, giovani, spetta scrivere il prossimo capitolo di questa storia. La Rivoluzione non è un museo, è una prassi che si rinnova ogni giorno con la vostra intelligenza, la vostra ribellione e il vostro impegno. Fidel ha confidato in voi; noi anche”.

Díaz-Canel ha concluso il suo intervento con una certezza lasciata da Fidel: “Il futuro non è scritto, noi abbiamo il potere di scriverlo. Sì, l’impero è potente, ma la storia è dalla parte dei popoli”.

“Il centenario di Fidel è un punto di partenza. È il momento di assumere che la sua eredità non è nel passato, ma nel presente e nel futuro che stiamo costruendo. Non basta ricordarlo; bisogna studiarlo. Non basta ammirarlo; bisogna emularlo”.

Il Presidente ha concluso con una citazione di quel paradigma che è Fidel: “Noi siamo disposti a resistere dignitosamente e con abnegazione per gli anni che saranno necessari al blocco imperialista. Se altri transigono, se altri si lasciano corrompere, se altri tradiscono, Cuba saprà mantenersi come esempio di una rivoluzione che non cede, che non si vende, che non si arrende, che non si mette in ginocchio”.

Con queste parole, il Primo Segretario del Partito Comunista di Cuba ha inaugurato il Colloquio Internazionale, che per tutta la settimana riunisce intellettuali, accademici e attivisti da tutti i continenti per riflettere sul pensiero e sull’azione di Fidel Castro, in un momento in cui l’Isola affronta uno dei periodi più complessi della sua storia recente.

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Guerra in Ucraina - La “Campagna dei 40 giorni” non ha prodotto alcuna svolta per Kiev

Si è chiusa da una decina di giorni quella che veniva annunciata come l’ennesima svolta del conflitto in Ucraina, la “Campagna dei 40 giorni”, un’ampia operazione militare promossa dal presidente Volodymyr Zelensky per colpire il cuore della macchina bellica ed economica russa. Una serie di attacchi che hanno certamente causato danni significativi, ma che nei fatti sono stati quello che molti analisti avevano già annunciato: un fallimento.

L’offensiva puntava a sfruttare droni a lungo raggio e nuovi missili per infliggere danni sistemici alle infrastrutture strategiche della Federazione Russa, costringendo il Cremlino a sedersi al tavolo delle trattative in condizioni meno favorevoli rispetto al passato. Nel bilancio conclusivo diffuso dallo SBU, Kiev rivendica oltre cento attacchi riusciti, più di 21 mila tra sistemi d’arma e mezzi colpiti e circa 5 mila soldati russi eliminati.

Per la prima volta, l’Ucraina ha affiancato ai droni di nuova generazione i missili da crociera FP-5 Flamingo, capaci di raggiungere bersagli fino a 3 mila chilometri di distanza. I raid si sono concentrati su tre direttrici fondamentali: raffinerie di petrolio, oltre a depositi e stazioni di pompaggio; le infrastrutture che collegano la Crimea alla Russia e la cosiddetta flotta ombra russa; i nodi logistici e commerciali.

I risultati non sono mancati, soprattutto sul piano energetico. La produzione di benzina nella Federazione è scesa a circa il 65% della domanda stagionale, costringendo Mosca a bloccare le esportazioni di diesel, a razionare il carburante in Crimea e persino a importare benzina raffinata dall’estero. Ma non c’è stata alcuna vera e propria emergenza, se non sui mercati internazionali già sollecitati dall’aggressione all’Iran.

A fronte delle dichiarazioni ufficiali di soddisfazione da parte del governo ucraino, il bilancio operativo si presenta piuttosto amaro, tracciando un’innegabile efficacia tattica, ma nessuna svolta strategica. In una guerra d’attrito come quella in corso in Ucraina, è un’illusione che la sola tecnologia possa alterare le sorti del conflitto, senza considerare che le forze armate russe hanno progressivamente adattato le proprie difese aeree.

Lo hanno imparato anche i paesi occidentali in Afghanistan, ma sembra che la lezione non sia bastata. E che, di fatto, nello schieramento pro-Kiev gli unici a vincere siano stati gli “alleati”, che hanno potuto sfruttare ulteriormente l’Ucraina come laboratorio per testare nuove tecnologie per raccogliere dati di combattimento.

Intanto, come preventivato, la risposta di Mosca sta esponendo Kiev a gravi vulnerabilità economiche ed energetiche in vista dell’inverno. Al fronte, la pressione non si è allentata: le truppe russe continuano ad avanzare lentamente ma costantemente nella regione di Kharkiv e nel Donbass. Inoltre, il Cremlino ha colpito pesantemente la rete portuale ucraina sul Mar Nero, e in particolare Odessa. L’avventurismo bellico ucraino e la risposta simmetrica russa hanno creato un sostanziale pericolo anche per le forniture alimentari di molti paesi.

Il pericolo più grave per l’Ucraina riguarda tuttavia la tenuta del proprio sistema energetico e difensivo. Dopo 40 giorni di attacchi incrociati, le scorte dei missili intercettori occidentali (in particolare per i sistemi Patriot) sono nei fatti esaurite. Nei cieli le sirene d’allarme precedono ormai i missili di pochi secondi, lasciando la popolazione sempre più esposta. Il pericolo di lunghi blackout si somma a quello del gelido inverno.

Zelensky ha nuovamente millantato i mirabolanti risultati che il suo paese potrebbe raggiungere con un minimo sostegno occidentale: “vendete all’Ucraina il 10% dei Patriot statunitensi e distruggeremo tutti i missili balistici russi”. Più un grido d’aiuto che una realtà militare. Lo scorso 31 luglio l’ex ammiraglio della Marina degli Stati Uniti Mark Montgomery ha proposto di utilizzare i caccia F-16 per neutralizzare i lanciatori Iskander, un’operazione altrettanto ardua e ad altissimo rischio.

Insomma, il conflitto continua in condizioni sempre peggiori per l’Ucraina, con i paesi occidentali che hanno trovato in quel paese la “gallina dalle uova d’oro” del riarmo, a scapito della pelle dei suoi abitanti. Zelensky sostiene la linea guerrafondaia, perché è l’unica che gli evita il defenestramento... forse anche letterale. Ma l’inverno che viene si preannuncia terribile.

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Cosa resterà dopo lo scoppio della bolla dell’intelligenza artificiale

C’è una domanda che il dibattito sull’intelligenza artificiale continua a mancare. Non «è una bolla?» – lo è. È: quando la bolla si sgonfia, cosa resta a terra e di chi è. Perché lascia due cose molto diverse. Un’infrastruttura fisica – data center, energia, chip – che è un bene generico: come la fibra ottica e le ferrovie, sopravvive al fallimento di chi l’ha costruita e passa, a prezzo di saldo, a chi arriva dopo. E dei modelli – Claude, ChatGPT, Gemini – che generici non sono affatto e che nessun crollo mette in vendita. Su questa asimmetria si decide tutto: chi si prende il valore e chi resta inquilino per sempre.

Che la corsa sia una bolla non è più un sospetto: è aritmetica. Tra il novembre 2022 e il luglio 2026 la capitalizzazione delle società del settore è cresciuta di 27.000 miliardi di dollari, mentre il valore attuale dei profitti che quella tecnologia può ragionevolmente generare ne vale, secondo l’Osservatorio sui Conti Pubblici Italiani, circa 9.000: 18.000 miliardi di distanza tra ciò che il mercato ha prezzato e ciò che lo giustifica. Lo S&P 500 quota 27 volte gli utili, come alla vigilia del crollo delle dot-com, e sette società pesano un terzo dell’indice. Non è un mercato che scommette su un settore: è un settore diventato il mercato. Quando lo scarto si chiuderà – e questi boom si sono sempre chiusi – il conto non lo pagherà solo Wall Street, ma il fondo pensione che detiene quegli indici, l’assicurazione sul tuo Tfr, il risparmiatore che non ha mai scelto di scommettere. L’euforia si concentra in alto; il rischio si redistribuisce in basso. Come sempre.

Su un piano, il crollo è persino un’occasione. L’impianto fisico che gli americani stanno costruendo – in perdita per i loro stessi azionisti, tanto che la spesa dei cinque maggiori gruppi è passata dal 12-18 per cento dei ricavi del 2024 verso il 48 previsto nel 2026 – non svanisce con la bolla: resta, e diventa a buon mercato. È esattamente la ragione per cui chi comprò le reti in fibra dopo il crollo ci guadagnò, mentre chi le posò per primo fallì. Per l’infrastruttura la posizione del compratore paziente è quella giusta, e l’Europa la occupa naturalmente.

Ma qui finisce l’analogia, e comincia il problema. Un modello di frontiera non è il cemento del data center: è dato proprietario, know-how di ricerca, una pipeline di addestramento e allineamento, un capitale umano scarso e concentrato. Se l’impianto va all’asta, i pesi di Claude non sono nell’inventario, e non varrebbero nulla senza chi li ha costruiti. Quando un laboratorio salta, semmai, i giganti se ne prendono le persone: la concentrazione aumenta, non si diluisce. L’asset che decide chi incassa il valore è precisamente quello che nessun crollo mette in saldo. Il boom regalerà all’Europa hardware a poco prezzo e una dipendenza duratura da una manciata di proprietari di ciò che non si replica. Puoi affittare il cemento. Il modello no.

Non è, per onestà, un fortino eterno, ed è qui che l’analisi di Pietro Maggi su questo giornale mette in guardia: chiedersi «chi sta vincendo la corsa» porta fuori strada. La capacità scende di livello con un ritardo – i modelli a pesi aperti, da Mistral a DeepSeek a Qwen, inseguono la frontiera con uno o due anni di scarto e a costo quasi nullo; il 2026 AI Index Report di Stanford HAI dà il miglior sistema americano a un margine del 2,7 per cento sul primo concorrente cinese, e Kimi K3 si scarica a un terzo del costo del modello di punta di Anthropic. La frontiera è mobile e tallonata – solo che a inseguire, coi pesi aperti, non è un piccolo laboratorio ma la seconda potenza mondiale. Ciò che si democratizza è però la capacità di ieri; ciò che resta concentrato – il modello migliore, l’integrazione, il canale che lo porta a un miliardo di utenti – è il valore di oggi. Una rendita che si sposta in avanti ogni diciotto mesi, e per questo non si esaurisce da sola.

Il punto vero, però, è un altro e riguarda l’Europa più di qualunque classifica. La partita non si vince costruendo la chatbot migliore: si vince infilando un modello «abbastanza capace» dentro un apparato produttivo che si possiede già. La Cina realizza in interi settori strategici il 70 per cento della produzione mondiale, usa più robot industriali del resto del mondo messo insieme, e nella Hyperfactory di Xiaomi settecento robot fanno uscire un’automobile ogni 76 secondi. Gli Stati Uniti hanno i modelli; la Cina ha le fabbriche in cui metterli. L’Europa non ha né gli uni né le altre – ed è la ragione per cui la sua sovranità non si gioca sulla frontiera della ricerca, che non raggiungerà, ma sulla capacità di diffondere l’intelligenza artificiale nel proprio tessuto produttivo e di regolare ciò che diffonde.

E intanto la macchina fa ciò per cui è costruita: sostituire lavoro con capitale, alla luce del sole. In otto mesi Amazon ha cancellato 30.000 posizioni mentre metteva a bilancio 200 miliardi di investimenti quasi tutti in infrastruttura per l’intelligenza artificiale: il costo del lavoro esce dal conto economico, la capacità di calcolo entra nello stato patrimoniale. Il guadagno di produttività è reale ed enorme – in Italia, stima il Politecnico di Torino con Anitec-Assinform, può liberare 5,7 miliardi di ore di lavoro l’anno. Ma non si distribuisce da solo. Nel Novecento lo distribuivano la contrattazione collettiva e il fisco; oggi entrambe logore: la copertura contrattuale italiana è scesa dall’85 per cento del 2010 al 70, la quota dei salari sul Pil di quattro punti in vent’anni, e il valore si forma dove il lavoro non c’è. Se l’asset chiave non si replica e le leve della distribuzione sono rotte, il risultato non è una fase: è la conversione, in chiaro, di una società salariale in una società di rendita, in cui chi possiede i modelli incassa e chi li usa paga il canone. Un cambiamento costituzionale che nessun Parlamento ha votato.

Il conto lo paga Davide, 35 anni, al sesto contratto a termine, più produttivo ogni anno e con la stessa busta paga. Lo paga la piccola impresa brianzola che versa ogni mese in dollari il canone del suo cloud e non ha un’alternativa europea. Lo paga la pensione di domani, finanziata su contributi da lavoro mentre il valore migra al capitale. E quando i guadagni si concentrano e i costi restano diffusi, la reazione non è la rivendicazione salariale: è il rifiuto. Chi ha visto crescere la produttività del proprio settore senza vederne un euro non chiede una quota, chiede protezione – e la chiede a chi promette di fermare il mondo.

È il meccanismo che ha già riscritto il consenso in mezza Europa, e l’intelligenza artificiale è il primo shock tecnologico che lo incontra a democrazie già indebolite. La tensione, del resto, non è solo nostra: perfino la Cina, avverte l’Economist, rischia di distruggere posti di lavoro con l’automazione prima che il calo demografico crei scarsità di braccia. Chi paga la transizione non conosce confini né sistemi politici. È qui che tutto si tiene. Tecnologia senza fisco è concentrazione: il valore si forma dove le imposte non arrivano. Fisco senza welfare è gettito che non torna a nessuno. Welfare senza formazione è assistenza che non riapre nessuna porta. E tutto questo senza sovranità digitale è una trattativa condotta da chi non possiede il tavolo. Tutto si tiene, o niente regge.

La risposta ha due gambe. La prima è distributiva: il dividendo dell’automazione appartiene anche a chi l’automazione la subisce e va prelevato dove il valore si forma – sul calcolo, sui modelli, sul capitale immateriale, non sull’ennesima busta paga – e vincolato per legge a formazione continua, sostegno al reddito nei passaggi di lavoro, riqualificazione nelle piccole e medie imprese. Non è punire l’innovazione: è il patto che la rende sostenibile.

La seconda è di sovranità e impone di correggere l’istinto: comprare data center crollati è utile ma insufficiente, perché l’asset che conta non è l’infrastruttura: sono i modelli – e i modelli non si comprano a saldo. Significa estendere ad essi l’obbligo di portabilità che il Data Act, dal settembre 2025, impone solo al cloud; fare dell’ecosistema a pesi aperti una politica industriale e non un progetto di ricerca; costruire una capacità pubblica europea che tenga il passo della frontiera invece di raccattarne gli scarti, coi bond comuni indicati dal rapporto Draghi e mai emessi. E, come insegna la Cina, portarla davvero nelle fabbriche e negli uffici: il valore non sta nel modello, ma in ciò che il modello fa quando entra nella produzione.

Gli investimenti rallenteranno – la spesa dei giganti crescerà del 76 per cento nel 2026, del 6 nel 2028 – e si vedrà quali data center avevano davvero clienti. Molti impianti resteranno, come è restata la fibra, e diventeranno di tutti. I modelli no: quelli resteranno di chi li possiede, a meno che una scelta politica non decida il contrario, adesso, finché la frontiera è ancora mobile e la rendita non si è ancora sedimentata. Perché un guadagno di produttività che nessuno distribuisce non è progresso. È un trasferimento: e stavolta, per la prima volta, sappiamo in anticipo verso chi.

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Il fondatore di Anduril descrive la deterrenza pensata per Taiwan

Non la vittoria sul campo di battaglia in una conflitto aperto, bensì rendere qualsiasi operazione militare eccessivamente costosa, a livelli tali da renderla impensabile per Pechino. È questa la sintesi della strategia di Washington nei confronti di Taiwan illustrata da Palmer Luckey, fondatore della società americana di tecnologia militare Anduril Industries.

Secondo Luckey, l’obiettivo primario degli Stati Uniti non consiste nel pianificare la vittoria in un scontro diretto con la Repubblica Popolare Cinese, ma nel convincerla a cancellare dal tavolo questa ipotesi. Una dottrina di deterrenza che punta a disincentivare qualsiasi opzione militare trasformando Taiwan in un bastione inespugnabile, garantendo le sue forniture tecnologiche, non potendo sostituirle in tempi brevi con produzioni stelle-e-strisce.

Anduril Industries sta partecipando attivamente a questi piani, seguendo una tabella di marcia definita dalla linea guida strategica denominata “China-27”, che prevede un’ipotesi di lavoro secondo cui Pechino potrebbe sviluppare la capacità di intraprendere un’azione militare decisiva contro Taiwan entro il 2027, per il centenario della fondazione dell’Esercito Popolare di Liberazione.

Per tradurre questa filosofia in realtà operativa, Anduril sta fornendo a Taipei un sistema difensivo ad altissimo contenuto tecnologico. Il piano si articola su due pilastri principali. Da una parte, l’interdizione marittima e anfibia, con la fornitura di missili avanzati e munizioni guidate senza pilota, progettate specificamente per intercettare e infliggere perdite devastanti alle forze di sbarco navale.

Dall’altra, la protezione delle infrastrutture critiche attraverso lo sviluppo e l’integrazione di un sistema avanzato di difesa aerea guidato da algoritmi di intelligenza artificiale, destinato a proteggere i centri di comando, i nodi energetici e le reti di comunicazione dell’isola da attacchi missilistici e incursioni aeree dalla Cina continentale.

La cooperazione tra Anduril e il governo taiwanese ha compiuto un salto di qualità con la firma, nel giugno 2026, di un accordo strategico ad ampio raggio. L’intesa stabilisce lo sviluppo congiunto di sistemi senza pilota e intelligenza artificiale tarati sulle specifiche esigenze geografiche dello Stretto di Taiwan.

Nell’arcipelago secessionista avverrà anche la produzione di componenti chiave, attraverso un significativo trasferimento tecnologico. La creazione di una catena di approvvigionamento indipendente permetterà di garantire la continuità produttiva di droni e pezzi di ricambio anche nell’eventualità di un blocco navale o aereo prolungato.

Il Ministero della Difesa di Taiwan ha confermato il recente arrivo del primo lotto di droni da combattimento Altius-600M, velivoli autonomi in grado di operare in sciami coordinati per neutralizzare bersagli marittimi e terrestri a grande distanza. Inoltre, l‘impatto economico e industriale è già tangibile: più di dieci aziende taiwanesi hanno ricevuto contratti e commissioni dirette per la produzione di prototipi e componenti di serie destinati ai sistemi autonomi di Anduril.

Il ruolo di primo piano svolto da Luckey nell’armare Taipei ha portato Pechino a comminare sanzioni personali ed economiche contro il fondatore di Anduril. Il Ministero degli Affari Esteri cinese ha condannato ripetutamente l’operato dell’azienda statunitense e l’azione di Washington. Per il Dragone, Taiwan rimane una questione di sovranità e integrità territoriale, come del resto riconosciuta da quasi tutti i paesi del mondo.

Nel frattempo, Anduril sta approfittando di un dossier di sicurezza che riguarda un’intera regione per mettere in piedi un lucroso modello di business a beneficio del complesso militare-industriale statunitense. L’invio massiccio di droni e la militarizzazione dell’isola di fatto aumentano la destabilizzazione dell’intera regione Indo-Pacifica anziché favorire la pace.

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13/08/2026

La Cina ci ha salvato dalla crisi petrolifera: perché?

Lezioni dall’America: “al centro si perde”

La politica statunitense ha immensi difetti, ma offre almeno una certezza: mostra la strada per la sfera politica in tutto l’Occidente capitalistico. È quasi uno stampo che dà forma – più o meno lentamente, con qualche variante qui e là – a quanto accade nel resto dei regimi euro-atlantici.

Quindi va seguita e analizzata, perché fornisce anche involontariamente indicazioni di massima sul nostro prossimo futuro. Una premessa è però indispensabile: bisogna lasciare la tentazione della tifoseria – antica piaga del cosiddetto “dibattito politico” italiano – fuori dalla porta.

Sappiamo che negli Usa la svolta reazionaria ormai ha una storia pluridecennale. Trump ha vinto una prima volta nel 2016, il mondo “Maga” ha lentamente condensato varianti inguardabili che vanno dal neonazismo al Ku Klux Klan, seminando in America e nel mondo idee deliranti che sono dichiarazioni di guerra (tipo la “remigrazione”, lì fisicamente istituzionalizzata nell’ICE, una forza paramilitare dipendente solo dal presidente).

Questa svolta ha praticamente eliminato la sponda repubblicana del cosiddetto establishment – quell’insieme di istituzioni, abitudini, istituti di ricerca, parlamentari, funzionari, militari, idee, ricette economiche e di governo del mondo, ecc. – che aveva garantito per la sua parte un’alternanza senza scosse al vertice politico statunitense.

Dagli anni ‘80 in poi, esaurita la fase hard della restaurazione conservatrice – Thatcher in Gran Bretagna e Reagan negli Usa – il neoliberismo era diventato pensiero unico, determinando sia gli indirizzi economici che la gestione amministrativa degli Stati, demolendo e cancellando ogni traccia di “stato sociale”.

Sul versante politico-partitico ciò si è velocemente tradotto in “taglio delle ali estreme” – sia di destra che “di sinistra” – e nella presunta legge non scritta della politica elettorale occidentale: si vince al centro.

Il principale corollario “democratico” è ben noto: si partecipa alle elezioni per “battere la destra”, e questo significa per prima cosa rinunciare a qualsiasi pretesa di “cambiamento”. L’ultimo esempio fuori tempo è di questi giorni, con la deputata Elisabetta Piccolotti in Fratoianni (Avs), pronta a spiegare che “la priorità è battere la destra, del disarmo ci occuperemo dopo” (cioè: mai).

Poi, improvvisamente, dall’America sono partite le onde d'urto di un big bang totalmente inaspettato. Un musulmano che si definisce apertamente “socialista” e pro-palestinese diventa sindaco di New York, mobilitando attivisti sociali con un programma fatto di asili nido, trasporti pubblici gratuiti o quasi, supermercati a prezzi popolari, ecc.

A seguire arriva la “collega” Katie Wilson a Seattle (sede, insieme alla Silicon Valley del settore big-tech), e poi una valanga di candidati alle elezioni di midterm (primo martedì di novembre) che stracciano alle primarie le vecchie cariatidi che occupavano da più mandati le poltrone “dem” al Congresso.

Ci sono Chris Rabb, nel 3° Distretto della Pennsylvania che vuole la sanità per tutti e l’abolizione dell’ICE. Melat Kiros, nel 1° Distretto del Colorado, che ha sconfitto la deputata in carica da 29 anni, Diana DeGette, aggiungendovi la fine degli aiuti militari a Israele.

Cori Bush, nel 1° Distretto del Missouri. Claire Valdez, nel 7° Distretto dello Stato di New York, sostenuta da Zohran Mamdani. Darializa Avila Chevalier, nel 13° Distretto di New York. Donavan McKinney, nel 13° Distretto del Michigan (capitale Detroit, “città dell’auto” e della residua classe operaia statunitense). Oliver Larkin, nel 25° Distretto della Florida.

Spiccano su tutti Abdul El-Sayed – anche lui in un distretto del Michigan, medico di chiare origini arabe e apertamente a favore dei palestinesi – e Peggy Flanagan, nella foto d’apertura, della White Earth Nation (Ojibwe) nel Wisconsin, che potrebbe diventare la prima donna “pellirossa” ad entrare nel Congresso.

È andata male di pochissimo (4.000 voti di scarto) a Francesca Hong, origini sudcoreane, malvista anche da alcuni “socialisti” per diverse prese di posizione ritenute “eccessive”.

Si tratta – ricordiamo sempre – di “socialisti con caratteristiche americane”, che sulla politica estera magari dicono sconcezze inascoltabili. Ma segnano comunque un “cambio di direzione” del senso comune e del discorso pubblico statunitense, recuperando una certa percentuale di quel “riformismo socialdemocratico” che agli occhi dell’elettorato sembra “comunismo trinariciuto”. E che così viene combattuto da Trump e dai “Maga”.

Se non si cede alla stupidaggine da tifosi ci si può accorgere che tutti costoro hanno vinto potendo contare su pochi soldi, al contrario dei loro avversari nelle primarie e ancor più alle prossime elezioni (l’Aipac, il fondo israeliano, ha finanziato 361 dei 535 deputati o senatori attuali), ma grazie ad una folla di attivisti che hanno battuto casa per casa, porta a porta, social per social.

Significa che non serve mettersi a questionare sulla percentuale di “spirito rivoluzionario” o riformista presente nelle loro dichiarazioni e/o idee. Tutti costoro non sono e non hanno la “soluzione” per i problemi delle classi povere americane, ma sono il sintomo della gravità della situazione.

Il sintomo, cioè, dell’impossibilità di migliorare la loro condizione seguendo le ricette sia dell’establishment neoliberista (la residua fazione che controlla ancora il “partito democratico”), sia quelle del neofascismo Maga.

Non per caso molti di questi candidati e prossimi parlamentari è di origini unamerican, ossia non bianchi, non anglosassoni e non protestanti. Evidentemente la “faglia del colore” o della cultura da cui si discende rende più semplice spostare i veli ideologici che nascondono le discriminazioni di classe, etniche, “religiose”.

La lezione da trarre, insomma, non consiste nel “copiare” quel che dicono o fanno, ma nel capire che “al centro si perde”. Perché l’adesione al neoliberismo – in versione hard (tipo Pd, insomma) o “moderata” (tipo Avs) – è la ragione che ha portato le “sinistre” a perdere la capacità di rappresentare i ceti popolari.

Una verifica immediata di questa nuova “legge della politica occidentale” viene dalla Francia, dove ci si prepara al dopo-Macron (un banchiere) con un’alternativa radicale alle presidenziali: i fascisti di Le Pen contro la sinistra radicale di Jean-Luc Mélénchon.

In mezzo – “al centro” ci sono solo frattaglie sparse di formazioni che al neoliberismo hanno sacrificato la loro ragion d’essere. Tipo i “gollisti”, i “socialisti” alla Glucksmann, e altri detriti senza più credibilità sociale, incapaci sia di “federarsi” che di esprimere un qualsiasi progetto differente dal semplice “non disturbare le imprese” e “sostenere l’Ucraina”.

Ma se “al centro si perde” – è questo a rendere ridicoli i maneggioni alla Renzi e Calenda, qui da noi – allora è necessario produrre una visione credibile del cambiamento necessario. Perché il malessere popolare che si aggrava nella crisi e nell’avvicinarsi delle guerre non può essere catalizzato con discorsi vaghi, nel solco della “continuità”, con facce da traditori seriali.

Con la crisi del neoliberismo si inverte insomma anche la tendenza principale della politica. Non si tratta più di “ridurre le differenze” ma di esaltarle nella loro radicalità di classe. La destra fascista lavora come sempre per i committenti (“i padroni” di qualsiasi livello, quanto a ricchezza). Sarà bene offrire qualcosa di realmente e completamente opposto.

Lo chiedono persino in America...

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