Presentazione


Analisi, opinioni, fatti e (più di rado) arte da una prospettiva di classe.

21/09/2026

Pol Pot /2

La Germania si divide, “il centro” non tiene più

Ora si può dire con assoluta certezza: “al centro si perde”. E in misura persino drammatica...

Un altro turno di elezioni in Germania, ancora una volta nell’Est, l’ex Ddr sacrificata cinicamente con l’Anschluss dopo la caduta del muro (assorbimento delle industrie di punta, sacrificio di tutto il resto). Ma un risultato che smentisce la vulgata idiota dei “liberali” che dicono di essere preoccupati dell'“onda nera” neonazista.

Nel Meclemburgo-Pomerania – land natale di Angela Merkel – la Cdu del cancelliere Merz non passa la soglia di sbarramento al 5%. Il peggior risultato di sempre, non era mai avvenuto, la dimostrazione classica di un rifiuto di massa delle politiche del governo in carica (e di quelli precedenti). Che il partito del cancelliere non sia ammesso al “parlamentino” di una regione è qualcosa di inimmaginabile in qualsiasi paese, ma soprattutto in Germania.

Qui l’Afd registra effettivamente un’altra avanzata mostruosa, raggiungendo il 38% circa, a conferma che il presunto “muro di fuoco” elettorale non serve a niente. Sopravvive la socialdemocrazia Spd grazie ad una candidata molto “di sinistra” rispetto alla media di quel partito e all'“effetto paura”.

A Berlino, invece, tutto il contrario. Stravince Die Linke, guidata da Elif Eralp, una donna di origine turca (nella capitale c’è la più grande comunità di tutta Europa), con un programma “ultrasinistro”:

  • una nuova “tassa sulle ville di lusso” di valore superiore ai 4 milioni di euro, i cui introiti dovrebbero finanziare il blocco degli affitti e nuove case popolari in città (qui i prezzi sono impazziti negli ultimi 20 anni);
  • innalzamento della tassa sulle seconde case non affittate;
  • chiusura degli Share Deals, le operazioni societarie con cui i grandi fondi evitano il pagamento delle imposte di registro acquistando quote azionarie immobiliari anziché i singoli fabbricati fisici;
  • esenzione totale dell’imposta di acquisto della prima casa per le famiglie a basso reddito;
  • reintroduzione della patrimoniale, con franchigia iniziale di 1 milione di euro di patrimonio netto e aliquote progressive dall’1% fino al 5% per chi ha di più;
  • finanziare la gratuità o quasi dei trasporti pubblici urbani, gli asili nido (Kitas) e l’ammodernamento delle scuole;
  • portare al 25% l’imposta sulle società per le multinazionali;
  • una tassa straordinaria sugli extra-profitti accumulati dai colossi dell’energia.

Qui l’AfD si ferma a meno del 14%, perché le classi popolari hanno un’offerta migliore dell’odio ipocrita contro gli immigrati e i “diversi” (la “capa” dell’AfD, Alice Weidel, è peraltro lesbica e sposata con una donna cingalese, con cui vive ma in Svizzera...), ma perfettamente il linea col governo su Israele, Ucraina e riarmo.

Il partito Die Linke, a livello nazionale, è decisamente più “moderato” e “compatibile”, esprime posizioni del tutto inaccettabili sul conflitto in Ucraina o il sostegno a Israele – per esempio – e non è in grado di dare nessuna prospettiva di reale cambiamento. Ma nella capitale, evidentemente, un diverso personale politico è riuscito a dare almeno l’impressione di una possibilità alternativa.

Non sarà comunque facile formare una maggioranza a sostegno della nuova sindaca di Berlino. Il 26% (+13,8 rispetto a cinque anni fa) non basta e i possibili soci (Spd, al minimo storico del 12%, in caduta libera, e soprattutto i Verdi, al 15,5%, ma comunque -3) non sono esattamente in linea con il programma sociale di Elif Eralp. Non poter mantenere le “promesse” per le prevedibili divisioni nella giunta potrebbe essere fatale a medio termine.

Nonostante “il disastro”, come ha detto lui stesso, l’uomo politico più odiato di Germania, Friedrich Merz, non intende andarsene. Anzi, ha spiegato che resta per “fare le riforme”. Ossia per andare avanti sul programma – riarmo, conversione dell’industria automobilistica in produzione militare, guerra alla Russia nel breve periodo, smantellamento del welfare, ecc. – che sta provocando un rigetto generalizzato in tutto il Paese.

Da questa tornata di elezioni locali la Germania esce infatti con poche certezze. La principale è che sulla strada indicata da Merz (e dall’Spd) non intende andare. La destra neonazista offre “chiacchiere e distintivo” – il suo programma sociale non è molto diverso, con la guerra agli immigrati messa in pole position, e si distingue quasi soltanto per la disponibilità a ripristinare i più economici rifornimenti di gas dalla Russia – ma è riuscita a sembrare un’alternativa per assenza di competizione.

A sinistra la situazione è assai più sfrangiata. La formazione di Sarah Wagenknecht (Bsw) non supera lo sbarramento in Meklemburgo (si ferma al 4,8) ed è ancora incerto il suo risultato a Berlino. La Linke trionfa nella capitale, ma è altrettanto debole nel land orientale (6,5%).

I verdi sono ormai da tempo un partito atlantista, guerrafondaio e ben poco interessato alle questioni ambientali. La sua ragione sociale è scomparsa, la struttura ancora no, ma sembra solo questione di tempo. Altrettanto si può dire dell’Spd, che in Meklemburgo ha potuto capitalizzare il “voto utile” in funzione anti-nazista, ma in generale non è più distinguibile dalla Cdu di Merz su quasi tutte le questioni di primo piano.

L’ottusità del cancelliere – non vuol cambiare direzione di marcia, a dispetto del Paese – garantisce solo che la tendenza alla polarizzazione si aggraverà, favorendo soprattutto i nazisti di AfD, che sono stati più pronti e disinvolti nel cogliere l’insofferenza popolare per una crisi generale che colpisce da oltre un decennio l’intero continente europeo.

L’incubo, che sta diventando ormai una certezza concreta, è che la Germania metterà in moto il suo enorme programma di riarmo solo per consegnare poi ai nazisti l’arsenale necessario a tornare la maledizione d’Europa.

Al centro si muore e si favorisce l’ultradestra.

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Corea del Sud - Proteste contro il coinvolgimento nelle guerre statunitensi

Nelle ultime settimane, le installazioni militari statunitensi nella penisola coreana sono diventate il bersaglio di un’ondata di insofferenza popolare, alimentata sia dai timori di un trascinamento della Corea del Sud nei conflitti del Medio Oriente, sia da contrasti sulla sovranità economica e industriale del paese.

Non manca la presenza di partiti nei presidi e nelle manifestazioni, ma sono soprattutto comitati civici, gruppi universitari e i giovani in generale a essere protagonisti delle proteste. L’epicentro delle mobilitazioni di piazza si è concentrato a Pyeongtaek, circa sessanta chilometri a sud della capitale, davanti allo Yoon Gate di Camp Humphreys.

L’installazione, considerata la più estesa base militare statunitense all’estero, ha visto radunarsi molti manifestanti intorno al suo perimetro, per contestare l’ipotesi di un coinvolgimento sudcoreano a supporto delle forze stelle-e-strisce nello Stretto di Hormuz.

A innescare la mobilitazione è stata la decisione del Ministero della Difesa di Seoul di inviare una squadra di valutazione in Medio Oriente per monitorare sul posto la situazione dello stretto. Una scelta che una parte consistente dell’opinione pubblica ha letto come il primo passo verso un futuro dispiegamento operativo a fianco di Washington contro Teheran.

Il governo guidato da Lee Jae Myung si trova stretto tra le pressioni dell’alleato storico e le rimostranze interne. Per arginare le polemiche, la portavoce del Ministero della Difesa, Chung Binna, ha chiarito che il team tecnico inviato nell’area aveva il solo obiettivo di valutare il quadro politico e di sicurezza per garantire la libertà di navigazione.

Tuttavia, il pressing diplomatico resta evidente. A margine del vertice ASEAN dello scorso luglio, tenutosi a Manila, il Segretario di Stato USA, Marco Rubio, aveva ricordato come la messa in sicurezza delle rotte marittime di Hormuz rispondesse in primis agli interessi di Seoul, la cui economia manifatturiera dipende in larghissima misura dal petrolio e dal gas naturale provenienti dal Golfo.

A inizio agosto, la protesta era già cominciata, e con toni nettamente radicali. Otto studenti universitari (quattro uomini e quattro donne), affiliati alla Korean Progressive University Student Union (KPUSU), avevano tentato di forzare i varchi ed entrare nella base aerea di Osan (K-55), sede strategica della 7ª Forza Aerea statunitense.

Sei di loro sono riusciti a penetrare oltre il cancello principale, intonando slogan ostili alla presenza aerea stelle-e-strisce, prima di essere bloccati dal personale di sorveglianza militare statunitense e consegnati alla polizia locale. Tra i motivi del malcontento cavalcato dai giovani ci sono anche i rischi ambientali legati alle installazioni del Pentagono, tra cui un recente episodio di fuoriuscita di fosforo bianco avvenuto proprio all’interno dello scalo di Osan.

Secondo le rivendicazioni diffuse dal gruppo studentesco, il blitz mirava a denunciare non solo il militarismo statunitense, ma anche le presunte ingerenze di Washington nei progetti industriali nazionali: in particolare, l’opposizione USA alla rilocalizzazione dell’aeroporto di Gwangju, tassello necessario per la costruzione del nuovo maxi-polo nazionale dei semiconduttori.

Il dossier su Hormuz è stato sicuramente anche sul tavolo del Korea-US Integrated Defense Dialogue, confronto biennale di alto livello sui temi della sicurezza, tenutosi a Busan pochi giorni fa, e a cui hanno partecipato anche il viceministro della Difesa sudcoreano Kim Hong Cheol e il vicesegretario aggiunto statunitense George Lemeur.

La Corea del Sud è stata per decenni, in sostanza, un’area occupata dagli Stati Uniti, e ancora oggi rappresenta un avamposto centrale della cintura di controllo sul quadrante del Pacifico. Eppure, queste vicende evidenziano come le contraddizioni del mondo unipolare che si dissolve stia smuovendo qualcosa anche nell’opinione pubblica sudcoreana. Tra il rifiuto di farsi trascinare in teatri bellici lontani e la richiesta di una politica estera più autonoma, le vicende di Seoul vanno tenute sott’occhio.

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Italia - L’industria degli armamenti “pubblica” vede volare i profitti

Un sistema di guerra è sempre piuttosto articolato. Si dota di strutture e filiere che compenetrano la società creando aspettative di profitti che lo rendono decisamente “competitivo” rispetto ad altri settori dell’economia. Ci sono indubbiamente filiere come quella della Leonardo, ma ce ne sono anche altre che occorre cominciare a conoscere.

Non è molta nota, ma in Italia esiste l‘Agenzia Industrie Difesa (AID) che è un ente pubblico italiano in house sotto la vigilanza del Ministero della Difesa, con il ruolo di gestire le produzioni industriali necessarie per la difesa e la sicurezza nazionale.

L’Agenzia agisce come un asset strategico per la sicurezza e l’autonomia tecnologica del Paese. Le sue attività principali includono:
  • la gestione industriale che amministra e coordina un insieme di unità produttive (stabilimenti) per la realizzazione di materiali e sistemi per la difesa;
  • la cosiddetta attività di procurement che si occupa dell’approvvigionamento di beni e servizi nel settore militare, operando secondo le normative del settore;
  • infine c’è il rapporto con le Forze Armate dove collabora strettamente con il Ministero della Difesa con personale militare che può essere distaccato presso l’Agenzia per assicurare un coordinamento efficace.
Sul suo sito l’AID scrive che “Attraverso una duplice direttrice d’azione – l’adesione alle iniziative multilaterali di cooperazione e la pianificazione di un presidio stabile a Bruxelles – l’Agenzia consolida la capacità industriale e gestionale italiana nell’ambito dell’autonomia strategica dell’Unione Europea”.

Sono interessanti due passaggi della relazione presentata a fine agosto su come l’AID rafforzi “il ruolo strategico dell’Italia negli scenari internazionali”

Il primo è che negli ultimi tre anni, l’AID ha progressivamente rafforzato il proprio posizionamento come attore tecnico-operativo nelle iniziative dell’Unione europea. Il coinvolgimento diretto nella gestione dello Strumento Europeo per la Pace (European Peace Facility – EPF) e nei programmi di cooperazione esterna ha portato all’assegnazione di misure per un valore complessivo superiore a 170 milioni di euro.

Il secondo passaggio, invece, descrive “Tali risorse sono destinate a interventi complessi in teatri di fondamentale rilevanza geopolitica, quali il Corno d’Africa, i Balcani occidentali e il Mediterraneo allargato. Il dato testimonia non solo l’espansione operativa dell’Agenzia, ma riconosce la solidità amministrativa e l’affidabilità tecnica dell’Italia nella gestione di dossier ad alta criticità”.

Almeno due dei tre teatri di crisi indicati, hanno a che fare con il Mar Rosso.

Nel corso del 2025, il valore della produzione della AID ha raggiunto i 124 milioni di euro. L’utile netto si attesta a 12,939 milioni di euro, in pratica è più che raddoppiato rispetto ai 5,164 milioni dell’anno precedente e in netto recupero rispetto al rosso di 9,655 milioni registrato nel 2023.

I settori che hanno mostrato i risultati migliori sono il munizionamento, la cantieristica navale, i nuovi progetti tecnologici dedicati agli UAV (droni), alla digitalizzazione e il settore farmaceutico.

Gli Organi competenti della Difesa hanno approvato il piano d’investimento infrastrutturale per il triennio 2025-2027 che prevede uno stanziamento di 95,5 milioni di euro destinato all’incremento delle capacità industriali, all’adeguamento ambientale, alla sicurezza e all’ammodernamento delle infrastrutture.

Riarmo, armamenti e conflitti sono evidentemente una pacchia per tanti soggetti, privati e pubblici, per i quali il clima di guerra e la proliferazione delle guerre sono una ragione sociale di esistenza... e di profitto.

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Il disastro del Libano

Dopo giorni di assedio, dal 17 settembre le forze israeliane (IDF) hanno intensificato le operazioni militari e i bombardamenti sulla cittadina costiera di al-Mansouri, situata nel distretto di Tiro nel sud del Libano; non è ben chiaro se ne abbiano già completato l’occupazione; certamente hanno operato distruzioni e fatto nuovi feriti, costringendo i residenti alla fuga. È l’ ultimo bollettino della guerra israelo-libanese del 2026.

La situazione militare del Libano del sud è sull’orlo del tracollo; le forze della Resistenza non sono state in grado, per ora, di fermare l’avanzata sionista.

I villaggi distrutti sono 67; i sionisti hanno imposto una “linea gialla” (riconosciuta solo dallo Stato di Israele) a partire dal confine meridionale (cosiddetta “linea blu”) verso nord; la fascia occupata comprende il 7% del territorio libanese, e ricade nei tre distretti di Sour, Majdal Zoun e Bint Jbeil, ma, dopo il secondo “cessate il fuoco” (fine giugno 2026), l’IDF ha continuato ad avanzare, occupando villaggi che si trovano oltre la linea gialla, nel distretto di Nabatieh. Il numero degli sfollati è pari a 200.000 persone.

Sul fronte politico-diplomatico, la situazione non è meno complicata, dato che i negoziati portati avanti dal presidente Aoun in Italia e in Grecia non hanno finora affrontato questioni cruciali come il cessate il fuoco, il ritiro di Israele, il rientro degli sfollati e la ricostruzione, per non parlare dell’annosa questione dei profughi palestinesi; di fronte ai nuovi problemi, questi ultimi sono completamente spariti dall’agenda politica libanese.

Il governo libanese (controllato e foraggiato dagli USA, alleati di Israele) ne sta ignorando le rivendicazioni (sia il diritto al ritorno sia la richiesta di naturalizzazione), come se non esistessero.

Inoltre la situazione economica è disastrosa: il costo della vita è aumentato del 66%; sono aumentati cure mediche, utenze, trasporti, istruzione, benzina, energia, e le tasse gravano per il 75% sulle classi sociali più basse; i rifiuti sono ovunque, come al tempo della rivolta dei rifiuti del 2015; il Libano va avanti grazie alle rimesse dei libanesi emigrati all’estero, soprattutto i dipendenti pubblici, i cui stipendi sono molto bassi. Il governo non ha le risorse né la volontà di intervenire, essendo legato ai finanziamenti Usa e sionisti.

L’urgenza sembra ora quella di definire una road map a partire dal ritiro del contingente UNIFIL (che avverrà progressivamente dal primo gennaio 2027) per creare una forza alternativa che monitori le zone occupate.

La grande paura è che Israele trovi campo libero per le sue mire espansionistiche, con un esercito libanese praticamente inerme, le forze della Resistenza rese inoffensive (è sempre in ballo la questione del disarmo di Hezbollah) e in più senza che lo “scudo” delle truppe UNIFIL possa rappresentare una remora o almeno un testimone internazionale.

Una situazione, insomma, che ricorda in modo sinistro a quella che si presentava alla vigilia del grande massacro di Sabra e Shatila.

Inoltre, anche sui negoziati sembrano pesare in qualche modo le divisioni confessionali dello Stato libanese, con il tavolo pakistano più vicino alla prospettiva dell’asse sciita (partito Amal e Hezbollah) e il tavolo occidentale più vicino ai cristiani maroniti.

Alle prossime elezioni mancano ancora due anni, ma il dato di novità, attualmente, è la perdita di peso politico di Hezbollah, in conseguenza del suo indebolimento militare; la presenza sociale continua ad essere forte, con ospedali, centri culturali, associazioni; sta giungendo a completamento il grande mausoleo di Hassan Nasrallah, assassinato il 27 settembre 2024; ma il partito è isolato e le sue posizioni hanno meno presa.

L’ assetto confessionale dello Stato non favorisce il partito sciita, che da anni ne sta chiedendo una revisione.

Inoltre, Hezbollah è rimasto quasi il solo (con il partito comunista libanese, PCL) a parlare ancora di resistenza, mentre tutti gli altri insistono sulla negoziazione, o vi si sono convertiti.

Persino le forze palestinesi presenti in Libano che si riconoscono nell’OLP collaborano apertamente al disarmo dei campi “fino all’ultima pistola” (sic), come concordato con il governo libanese; in cambio di che cosa non è chiaro, visto che la situazione dei profughi palestinesi è la peggiore di sempre; si auspica che le prossime consultazioni elettorali per il Consiglio Nazionale Palestinese (PNC), il parlamento in esilio dell’OLP, portino all’elezione di una rappresentanza palestinese “responsabile”, ossia disposta a collaborare col governo libanese per ripulire i campi dagli armamenti.

La prospettiva che la guerra si intensifichi e che il Libano, a breve, sia oggetto di una aggressione più vasta e feroce è molto concreta; ma è evidente che le forze politiche libanesi arriveranno a questo appuntamento in ordine sparso, senza una strategia unitaria.

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Più che l'etica, sull'IA pesa la fragilità delle quotazioni azionarie

L’appello dei big dell’intelligenza artificiale Usa, guidati dal Ceo di Anthropic Dario Amodei, a rallentare lo sviluppo dell’intelligenza artificiale per governarlo maggiormente ha suscitato vasto dibattito. La presunta “svolta etica” dei colossi dell’intelligenza artificiale ha suscitato ampie discussioni. Per Giuliano Noci, prorettore del Politecnico di Milano e attento studioso delle dinamiche geopolitiche ed economiche internazionali connesse anche alla corsa alla supremazia tecnologica e sull’IA, “il vero motivo di questa svolta non è etico”. Parlando con InsideOver, il professor Noci invita a riflettere a ampio raggio su un contesto che vede, oggigiorno, “l’intelligenza artificiale essere molto più di una tecnologia: l’Ia”, spiega Noci, “è una infrastruttura di cambiamento di portata enorme, è davvero un cambio di paradigma del funzionamento dei sistemi sociali, educativi, economici e geopolitici”.

L’IA è un settore che ha suscitato attenzione, interesse, investimenti. Come siamo arrivati fino al dibattito di questi giorni?

L’IA è un’infrastruttura di cambiamento e anche un’infrastruttura di potere, economico, e tecnologico, estremamente contesa. A mio avviso, il punto fondamentale su cui noi dobbiamo riflettere è che in questi due anni si sono creati delle insensate aspettative che hanno alimentato valutazioni oggettivamente senza senso delle big tech e di Nvidia, ed è questo un primo problema che oggi si ripercuote sulle dinamiche concrete della corsa all’IA.

A suo avviso, perché questo è successo?

Perché prima si è raccontato che l’intelligenza artificiale avrebbe molto rapidamente cambiato tutto. Ma proprio perché l’intelligenza artificiale non è una tecnologia ma è molto di più, un sistema complesso e in evoluzione, la sua penetrazione richiederà parecchio tempo prima che venga correttamente digerita dai sistemi economici. In un certo senso, è come avvenne con le ferrovie nel XIX secolo: allora moltissimi operatori investirono su binari e fallirono praticamente tutti. Questo non significa che la tecnologia fosse sbagliata. Come sappiamo, poi le ferrovie sono state infrastrutture che hanno avuto un impatto enorme: il problema è la scala dei tempi con cui un nuovo sistema arriva a maturazione. Sottolineerei, inoltre, il fatto che la stessa cosa avvenne con l’arrivo dell’energia elettrica, gli operatori hanno impiegato 30 anni per capire come usarla.

Questo, per quanto riguarda l’IA, come si è concretizzato?

Si è verificata un’alimentazione di aspettative che non ha riscontro reale nell’economia e che di fatto rende certe quotazioni estremamente fragili. Secondo me tutta questa narrativa è stata assolutamente alimentata dal fondatore di Nvidia, che è l’azienda con la maggior capitalizzazione di borsa al mondo e vale due volte il PIL italiano. Negli anni Jensen Huang sostanzialmente ha fatto di tutto pur di massimizzare entrate e capitalizzazione di borsa. In primo luogo ha fatto operazioni di finanza circolare, in secondo luogo ha fatto anche da “assicurazione”, garantendo ai committenti che compravano le sue GPU che Nvidia avrebbe coperto il mancato fatturato degli operatori se i data center non avessero avuto sufficientemente domanda e, infine, si è accordato con le grandi banche internazionali perché prestassero soldi ai suoi clienti. Quel che è andato in scena, a mio avviso, è stato un meccanismo di totale distorsione delle normali dinamiche di business, e questo ci porta a  renderci conto del fatto che sotto il profilo delle quotazioni l’intero costrutto dell’IA vive un momento di grandissima fragilità e di elevato rischio.

Quali novità principali degli ultimi mesi, a suo avviso, hanno contribuito a tale scenario?

Negli ultimi mesi il quadro si è complicato perché progressivamente è emersa la consapevolezza che i cinesi avessero applicazioni efficienti, sistemi di intelligenza artificiale meno potenti di quelli americani ma operanti a costi infinitamente più bassi. Questo ha reso palese che non era necessariamente vero ciò che affermavano gli americani, e cioè che la via maestra dell’IA passasse per lo sviluppo di Large Language Models sviluppati con un’enorme e costosa potenza di calcolo. Personalmente, credo che gli LLM rischino di fare la fine di molti operatori di telecomunicazioni, titolari di un’infrastruttura indispensabile ma che non genera flussi di cassa positivi e guadagno.

Insomma, le aziende dell’IA che hanno guidato l’inizio della corsa vivono una sfida importante per difendere il vantaggio acquisito...

Il tema della difesa della posizione da parte degli operatori dell’IA è fondamentale. Questi cantori delle intelligenze artificiali che adesso diventano tutto a un tratto cantori dell’etica sulle IA mirano principalmente a erigere delle barriere difensive per cercare di congelare il vantaggio acquisito ed evitare che i cinesi si inseriscano per sottrarre loro parte delle risorse disponibili nel mercato dell’IA. Manovre difensive, queste, operate da soggetti che io ritengo ormai privi di qualsiasi credibilità: mi riferisco a Sam Altman, Dario Amodei, Jensen Huang.

Per che motivo, a suo avviso?

Purtroppo, queste figure di punta dell’IA hanno la responsabilità di aver fatto salire talmente tanto questo mercato e di averlo portato a rappresentare una parte talmente rilevante del valore complessivo della borsa americana che qualora un granello di sabbia arrivasse a inceppare questo infernale meccanismo, si corre il rischio che tutto il costrutto possa venire giù. Insomma, hanno creato una situazione di rischio significativo.

OpenAI e Anthropic hanno annunciato a lungo la loro intenzione di sbarcare a Wall Street. Lo ritiene possibile?

Non si quoteranno, almeno non entrambe: c’è spazio forse per una quotazione, ma secondo me in particolar modo Dario Amodei sarà molto prudente a farla perché questo meccanismo di aspettative esagerate che hanno creato comincia a ritorcersi contro. Tenga peraltro conto che un altro fattore di incertezza è rappresentato dal fatto che questi cantori dell’IA  adesso hanno interessi che dovrebbero divergere da quelli di Trump.

In che modo, a suo avviso?

Trump ha bisogno che l’IA e gli investimenti in data center corrano per sostenere l’economia, la cui crescita è il suo unico interesse. Trump sa che se le big-tech taglieranno la corsa ai data center, già rallentata, i dati di crescita del Pil Usa saranno molto diversi e minori.

Spingendo per rallentare la corsa dell’IA loro sostanzialmente si mettono di traverso rispetto agli interessi di Trump, e questo è un altro fattore di complessità di tutta questa vicenda. Io credo che loro saranno molto prudenti a quotarsi, e secondo me in particolare Altman sa benissimo che OpenAI non può quotarsi, perché il suo è un modello business to consumer che alla luce delle promesse che ha fatto non sta in piedi.

E gli investimenti già annunciati in data center?

Affrontano una forza maggiore che si chiama materia. Di recente, ad esempio, Jensen Huang per tenersi sui mercati ha dichiarato che raddoppierà la capacità produttiva l’anno prossimo.

Vorrei proprio capire come farà, le fabbriche sono tutte a saturazione, non sono sue e per costruire fabbriche nuove di questo tipo servono 5 anni. L’IA ha un collo di bottiglia fisico, che è la catena di fornitura che non regge. Parliamo di  materie prime, semiconduttori, macchinari, ma anche, se non soprattutto, di maestranze addestrate e profili tecnici estremamente specializzati. Non è qualcosa che sia disponibile dall’oggi al domani. Per ora i mercati si stanno bevendo tutto ma alla prima difficoltà l’intera situazione potrebbe complicarsi.

Ci sono paragoni possibili col passato?

La perdita del senso della misura ricorda molto la bolla del “Dot.com” di oltre un quarto di secolo fa. Anche allora emergeva un cambio di paradigma dirompente destinato a cambiare tutto, Internet, ma nonostante l’importanza del nuovo sistema ciò che hanno fatto gli operatori in quel momento non aveva senso per le logiche di mercato. Temo che qui siamo nella stessa situazione.

In relazione a questi sviluppi il mondo cinese ha delle prospettive diverse dai colossi americani?

La Cina si è mossa in modo chiaro e diverso dagli statunitensi. Parliamo di una competizione in cui gli americani hanno fatto una scelta molto chiara: avendo le big tech e i semiconduttori più avanzati del mondo, hanno puntato su un’intelligenza artificiale di potenza, quindi Large Language Models e data center. La Cina, che è la più grande manifattura del Pianeta e non ha i semiconduttori più avanzati, ha fatto una scelta di funzione obiettivo, che è la massimizzazione della diffusione di applicazioni di intelligenza artificiale per la manifattura. Quindi la scelta di Pechino è stata una scelta applicativa, orientata alla massimizzazione della diffusione delle applicazioni, da qui il fatto anche di avere i modelli a pesi aperti.

Due filosofie diverse per due sistemi produttivi diversi...

Questa è stata una scelta ortogonale rispetto alla mossa americana. Una scelta che in qualche modo, a mio avviso, ha presupposti di coerenza con il sistema economico, è più sincrona alle esigenze del modello cinese di oggi e ha come obiettivo ulteriore la volontà di innervare con propri algoritmi altri sistemi, altri Paesi, principalmente nel Sud Globale. Quale dei due modelli prevarrà è presto per dirlo. Diciamo che io ritengo che tutta la potenza americana, allo stato attuale farà fatica a valorizzarla e a trovare un riscontro di business. Quindi credo che le strade per valorizzare al meglio l’intelligenza artificiale siano altre e tra le altre secondo me c’è quella della physical AI, dove, peraltro, anche l’Europa potrebbe trovare un’opportunità significativa e diventerà sempre più una nuova frontiera.

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Gaza - Ogni cosa è causa di morte

Sulla soglia di una città dove il dolore della terra si riversa nel mare, le penne tacciono. Cosa si può dire, commentare, analizzare o raffigurare di un bambino sotto le macerie, che dice: “Zio, sono vivo”, prima di svanire nell’oscurità dei cuori, lasciando dietro di sé un dolore tale da annidarsi per sempre in questa regione che non ha conosciuto altro che sofferenza, che ha deciso di diventarne la compagna costante, ricordandogli ogni giorno il suo destino?

Che tipo di morte è questa che si risveglia ogni mattina nelle strade, nelle piazze, nei campi, nelle case e nelle tende, portando con sé tutto il suo arsenale, in agguato per i resti di vita, per un’innocenza che non è ancora sbocciata? Così, i nostri figli muoiono senza altra ragione se non quella di essere palestinesi, il loro destino decretato di nascere in questa regione che l’indovino un tempo predisse sarebbe rimasta maledetta.

Ma la miseria è più grande di ogni maledizione, e le lacrime sono diventate l’unica cosa viva in questa zona di morte. Ogni cosa è causa di morte. La gente muore nelle tende, per insetti, roditori, proiettili, fame, caldo, freddo, cuori e spiriti spezzati. Gaza muore per le strade e negli edifici le cui porte hanno perso il loro cigolio. E noi moriamo per l’oppressione.

Che epoca è questa, dove viviamo così umilmente? Hanno scelto la morte senza rimorsi. Gli era stato detto: “Non vivete negli edifici piegati dai bombardamenti; crolleranno”. Le vittime hanno risposto: “Lasciateci in pace. La morte verrà da noi nelle tende con tutta la sofferenza che la precede. Almeno qui, la morte arriva senza dolorosi preludi”. Oh Dio, quando sai che morirai in un luogo e lo scegli al posto della vita, quale cuore rimane capace di vivere? Quale mente può scrivere una riga sul pianto di un bambino prima di spegnersi?

In una regione il cui destino non ha eguali, le persone dormono nella tragedia e si risvegliano nella catastrofe.

La memoria è impressa sulle madri in lacrime, affrante dal dolore, che abbracciano i corpi dei loro cari prima dell’ultimo saluto, e sul lamento incessante iniziato quando i corvi della distruzione hanno riempito i cieli di Gaza, scatenando la morte da ogni direzione.

Il mare è morte, il cielo è morte, la sabbia è estratta, e la morte emerge dalle macerie e da ogni cosa. Questo è il destino che attende Gaza, come ha ribadito il ministro della difesa Israel Katz: non esiste altro progetto se non l’emigrazione, che rende necessaria l’inarrestabile diffusione della morte con ogni mezzo. Il crollo dell’edificio – uno di tremila strutture simili – è stato solo una delle tante potenziali fonti di morte a Gaza.

A Gaza, le persone hanno perso ogni interesse per la vita, perché da anni essa è indissolubilmente legata alla morte. Entrambe sono simili per le loro caratteristiche e per il dolore che infliggono, ma la morte è leggermente più misericordiosa di una vita che punge i corpi, frantuma le ossa, addolora i cuori e offusca i volti di uomini e donne come se fossero appena tornati da battaglie di polvere e vento senza vittoria, in un luogo destinato a essere sottoposto agli esperimenti di dilettanti e novizi della politica, affinché noi possiamo raccogliere tutta questa morte e distruzione.

La storia con Israele è lunga e dolorosa e rimarrà impressa nella memoria. Nessuna risoluzione internazionale o giustizia tardiva potrà cancellarla. La memoria palestinese rimarrà aperta al giudizio, registrando a lungo l’esistenza di uno Stato che ha riversato sul popolo palestinese ogni sorta di morte e sofferenza, uccidendo i loro figli, demolendo le loro case, distruggendo le loro città e bruciando i loro quartieri e le loro strade. La storia non la proteggerà dalla rabbia che ha messo radici nel profondo dei loro cuori.

Ma che ne sarà di noi? Che dire dell’organizzazione dilettantistica che ha trasformato Gaza in un banco di prova per una serie di credenze ingenue, indegne di essere considerate politica, guerra, conflitto o prova di volontà?

Come ha potuto, con il suo approccio superficiale alla politica e alla guerra, produrre una simile sconfitta per sé stessa, per il suo popolo, per la sua causa, per la sua nazione e per il suo asse, che ora sta pagando il prezzo di aver preso sul serio tale approccio superficiale, senza soffermarsi a considerare dettagli che erano chiarissimi a chiunque volesse formulare politiche o combattere, dettagli sufficienti per chiunque volesse capire? E ora?

Cosa significa maledire il mondo? Maledire le Nazioni Unite, le istituzioni internazionali fallite, l’Europa impotente e gli stati paralizzato degli arabi e dei musulmani? Che dire dei palestinesi che si sono attirati addosso tutta questa distruzione? Che dire di Hamas, che, come tutti gli abitanti di Gaza, ora non ha altro che lacrime? Come potrà Gaza uscire da tutto questo? E se questa situazione dovesse protrarsi a lungo come unica via di fuga? Israele non vuole che Hamas rinunci al potere e alle armi, e questo è chiaro a tutti.

Cosa fare, dunque, quando l’equazione diventa diretta, senza possibilità di manovra? Ciò che resta del dominio e delle armi di Hamas sono strumenti per completare la tortura e lo sfollamento forzato. Cosa fare, quindi? Dopo questa guerra, nulla di ciò che accade nel mondo ha più importanza per gli abitanti di Gaza, che il mondo rimanga in piedi o crolli.

Perché Gaza, con la sua sofferenza, è il centro del loro universo, un universo che incessantemente elargisce loro quotidianamente la morte, replicandone le molteplici forme. Quanto è miserabile il mondo quando un bambino è assediato dalla morte da ogni lato, senza che questo mondo intervenga, insieme a tutti i politici che lo hanno condotto a una fine così orribile... che un intero edificio venga trasformato in una bara di pietra collettiva: quale mente può sopportare questo? Mio Dio, cosa ci è successo? E come?

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20/09/2026

Marx nell’epoca dell’IA: l’intelligenza è sociale, il profitto no

Che cosa direbbe Karl Marx oggi, davanti a ChatGPT, ai mercati finanziari governati da algoritmi, alla moneta digitale e alla crescente automazione del lavoro intellettuale?

Probabilmente non si stupirebbe della tecnologia. Si stupirebbe, semmai, del modo in cui il capitalismo continua a presentare come proprietà privata ciò che è il risultato di una gigantesca cooperazione sociale.

È questo il punto da cui partire.

Marx non fu mai un nemico della scienza. Al contrario, comprese prima di molti altri che lo sviluppo delle forze produttive avrebbe potuto aprire possibilità straordinarie per l’umanità. Ma non confuse mai la scienza con una semplice tecnica al servizio dell’utilità e del profitto. La scienza, nella sua prospettiva, appartiene alla capacità creativa dell’essere umano e alla sua relazione sociale con il mondo.

Ed è proprio qui che l’intelligenza artificiale pone una questione politica gigantesca.

Ci viene raccontato che le macchine stanno diventando “intelligenti”. Ma di quale intelligenza parliamo? I sistemi di IA sono costruiti sulla base di enormi quantità di linguaggio, immagini, conoscenze e produzioni culturali generate da milioni di esseri umani. Dietro l’apparente autonomia della macchina c’è la storia collettiva dell’umanità.

L’intelligenza artificiale, in questo senso, è anche intelligenza sociale accumulata e organizzata tecnologicamente.

Il capitale, però, compie un’operazione che Marx avrebbe riconosciuto immediatamente: separa la potenza sociale dalla sua origine sociale e la presenta come una proprietà privata.

L’opera di milioni di persone diventa “dataset”. Il sapere collettivo diventa capitale tecnologico. Il linguaggio umano diventa materia prima. La creatività sociale diventa un asset. E il risultato viene concentrato nelle mani di poche grandi imprese.

La contraddizione è evidente: più la produzione diventa sociale, più la sua appropriazione tende a diventare privata.

Non è una novità dell’IA. È una delle contraddizioni fondamentali del capitalismo che Marx aveva individuato nella grande industria e che oggi raggiunge una nuova dimensione.

Anche il denaro sembra essersi liberato della materia. Banconote, monete e persino i confini fisici delle transazioni vengono progressivamente sostituiti da numeri, registrazioni elettroniche, algoritmi. Ma il denaro digitale non è meno sociale del denaro cartaceo. Al contrario: rende ancora più evidente che il denaro è un rapporto sociale.

L’illusione dell’“immateriale” rischia allora di diventare ideologia. Dietro il cloud ci sono data center, energia, miniere, cavi, lavoratori e infrastrutture. Dietro l’algoritmo ci sono programmatori, ricercatori, annotatori, creatori di contenuti e una quantità sterminata di lavoro umano. Dietro ogni transazione digitale esistono istituzioni e rapporti di potere.

L’immateriale non ha cancellato il lavoro. Lo ha reso più difficile da vedere.

E qui torna una frase dei Manoscritti economico-filosofici del 1844: «...mein eignes Dasein ist gesellschaftliche Tätigkeit». La mia stessa esistenza è attività sociale.

È una frase che oggi dovrebbe essere affissa all’ingresso di ogni data center della Silicon Valley.

Perché se la nostra esistenza è attività sociale, allora anche la conoscenza prodotta attraverso questa attività è, almeno nella sua origine, una ricchezza sociale. Il problema politico non è quindi stabilire se l’IA sia “buona” o “cattiva”. Il problema è chi possiede e controlla la potenza sociale incorporata nelle nuove tecnologie.

Sotto il capitalismo, una tecnologia che potrebbe ridurre drasticamente il tempo di lavoro necessario può diventare invece uno strumento per aumentare produttività, controllo, sorveglianza e disoccupazione. Una macchina capace di liberare tempo per tutti può diventare una macchina per intensificare il lavoro di alcuni e concentrare ricchezza nelle mani di pochi.

Questa è la contraddizione.

E c’è un punto ancora più radicale. Non siamo semplicemente di fronte a una nuova fase dell’innovazione tecnologica: siamo davanti a una battaglia sulla proprietà della conoscenza sociale. Chi controlla i grandi modelli di IA controlla una parte crescente delle infrastrutture attraverso cui la società produce, conserva e rielabora il sapere.

Per questo la questione non può essere lasciata agli amministratori delegati delle Big Tech, ai fondi d’investimento o ai governi che discutono di competitività nazionale. Non basta chiedere una “regolamentazione etica” dell’intelligenza artificiale. Bisogna mettere in discussione il rapporto sociale che permette a pochi soggetti di appropriarsi privatamente di una cooperazione che appartiene a tutti.

Se milioni di persone producono continuamente dati, linguaggio, cultura e conoscenza, la loro trasformazione in capitale non è un fatto naturale: è una scelta politica e un rapporto di forza.

L’IA potrebbe essere una delle più grandi tecnologie di liberazione dal lavoro necessario mai concepite. Potrebbe ridurre l’orario di lavoro, socializzare il sapere, democratizzare l’accesso alla conoscenza e aumentare enormemente lo spazio della creatività umana.

Ma tutto questo è incompatibile con un sistema nel quale ogni conquista della cooperazione sociale deve trasformarsi in profitto privato.

La vera alternativa, dunque, non è tra innovazione e conservazione. È tra una tecnologia subordinata al capitale e una tecnologia liberata dal capitale.

Marx, probabilmente, non avrebbe chiesto se ChatGPT è intelligente. Avrebbe chiesto: di chi è questa intelligenza?

E soprattutto: se è stata costruita socialmente, perché dovrebbe essere utilizzata per arricchire pochi invece che per aumentare la libertà di tutti?

Questa è la vera partita politica dell’intelligenza artificiale. Non uomo contro macchina. Non passato contro futuro. Ma lavoro sociale contro appropriazione privata.

L’intelligenza è sociale. La conoscenza è sociale. La ricchezza prodotta dalla cooperazione è sociale.

Il capitalismo, invece, continua a volerla privata.

Ed è precisamente qui che la contraddizione torna a farsi esplosiva.

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