Presentazione
Analisi, opinioni, fatti e (più di rado) arte da una prospettiva di classe.
27/10/2026
Una finanziaria armata che non sta in piedi
Perché serve una proposta davvero alternativa.
La legge di bilancio ipotizzata dal governo Meloni assommerebbe a circa 23 miliardi, praticamente nulla, visto che ben oltre la metà serve solo a rifinanziare le misure, come il taglio del cuneo fiscale, introdotte una tantum.
È chiaro, alla luce di ciò, che serve una concreta alternativa.
Provo a spiegarmi meglio.
La stesura della Legge di Bilancio rappresenta annualmente il momento di massima sintesi politica ed economica per il Paese, eppure la sua costruzione si rivela sempre più un esercizio di bilanciamento estremo, imbrigliata com’è all’interno di una morsa contabile quasi insuperabile.
Da un lato vi è il Quadro tendenziale, ovvero la proiezione della spesa e delle entrate a legislazione vigente, che assorbe la quasi totalità delle risorse disponibili solo per coprire i costi contratti in passato, l’indicizzazione, in realtà solo parziale, delle prestazioni e la spesa, ormai enorme, per interessi sul debito pubblico.
Dall’altro lato agiscono con forza i vincoli europei, ulteriormente irrigiditi dalle nuove regole del Patto di Stabilità e Crescita, voluto da Paolo Gentiloni e firmato da Giorgia Meloni, che impongono traiettorie severe di rientro dal deficit e dal debito, riducendo al minimo i margini di deficit aggiuntivo.
In questo scenario strutturale, lo spazio di manovra effettivo per qualsiasi governo si riduce a pochi spiccioli, trasformando la manovra finanziaria in un intervento marginale, incapace di rispondere alle emergenze del Paese.
Proprio alla luce di questa ristrettezza drammatica appare del tutto paradossale la pressante richiesta di ottenere flessibilità contabile dai partner europei per autorizzare circa 7 miliardi di euro di nuova spesa militare da finanziare a debito.
Richiedere una deroga ai vincoli di bilancio per incrementare gli armamenti e la difesa, mentre si dichiara l’impossibilità di trovare risorse per la salute, la scuola o il trasporto pubblico, svela una precisa gerarchia di priorità politiche che svuota di senso la retorica dell’austerità inevitabile.
La scarsità di risorse non è infatti un dato naturale o un destino cinico, bensì il risultato di precise scelte strutturali sul lato delle entrate: quelle coltivate per anni dal neoliberalismo.
Per uscire da questa paralisi e restituire fiato alla spesa sociale non servono stratagemmi contabili o misure una tantum – utili solo a tamponare un singolo esercizio finanziario – ma una vera e propria riforma fiscale organica incardinata su pilastri di equità e progressività.
Un intervento strutturale fondato sull’introduzione di una patrimoniale dell’1% sui patrimoni netti superiori ai 2 milioni di euro permetterebbe di redistribuire la ricchezza accumulata ai vertici della piramide sociale.
A questo si dovrebbe affiancare un aumento dell’aliquota Ires al 30% per i settori che hanno registrato extra-profitti record, come gli istituti bancari e i grandi gruppi energetici, chiamando chi ha guadagnato di più a contribuire in maniera proporzionata al benessere collettivo.
Fondamentale sarebbe poi l’allargamento della base imponibile Irpef attraverso l’eliminazione dei molteplici regimi sostitutivi e delle cedolari secche che oggi frammentano il prelievo e favoriscono le rendite rispetto al lavoro dipendente, unito a una lotta seria, determinata e tecnologica all’evasione fiscale.
Un’impostazione di questo tipo non solo garantirebbe un gettito ingente e costante, ma andrebbe a migliorare in modo decisivo lo stesso Quadro tendenziale di partenza.
Elevando in modo permanente la base delle entrate dello Stato, il punto di partenza di ogni futura Legge di Bilancio si libererebbe dalla morsa dei vincoli, consentendo di programmare investimenti pubblici di lungo periodo e di finanziare un’ampia espansione della spesa sociale, dalla sanità universale al sostegno ai redditi bassi, senza dover ricorrere a un indebitamento insostenibile o a paradossali richieste di flessibilità per scopi bellici.
Penso che questa sia ormai una scelta ineluttabile per chi vuole combattere seriamente l’immiserimento di gran parte della popolazione italiana.
Fonte
26/10/2026
L’arrivo dei corti hitchcockiani nella tv italiana: l’inquietudine del quotidiano nella sfera domestica
di Gioacchino Toni
A partire dalla metà degli anni Cinquanta del secolo scorso, gli schermi televisivi statunitensi hanno mandato in onda oltre 400 “corti”, di qualità variabile, riconducibili al “marchio Hitchcock”, una ventina dei quali girati dal regista inglese e un’ottantina realizzati dopo la sua scomparsa. Di tale corpus fanno parte tre serie: una prima, intitolata Alfred Hitchcock Presents, composta da 7 stagioni con 268 puntate di una ventina di minuti in bianco e nero (CBS e NBC 1955-1961), una seconda, intitolata The Alfred Hitchcock Hour (1962-1964), di 3 stagioni con 92 episodi di un’ora e una terza, che riprende il titolo originale Alfred Hitchcock Presents (NBC e USA Network 1985-1989), di 80 episodi di una ventina di minuti, comprendente 4 remake, realizzata e mandata in onda dopo la scomparsa del regista.
Come sottolineano Beatrice Balsamo e Giorgio Simonelli in Brividi sul divano. I telefilm di Alfred Hitchcock (Marietti 1820, 2019), questi corti arrivano sul piccolo schermo negli Stati Uniti in un periodo in cui il cinema inizia a dover fare i conti con l’espansione del medium televisivo. Mentre diverse majors tentano di arginare l’erosione di pubblico determinata dalla tv aumentando la spettacolarità dei loro prodotti, ricorrendo ad esempio al cinemascope, così da valorizzare la visione in sala, o introducendo contenuti più espliciti rispetto a quelli consentiti alla fruizione televisiva per famiglie, la MCA gioca invece la carta della collaborazione tra i due media ricorrendo alla figura di Hitchcock.
Gli episodi vengono prodotti secondo rigidi schemi produttivi: una “catena di montaggio” che prevede due giorni di prova e tre di ripresa, con il regista inglese che, nelle pause di lavorazione dei suoi film, si reca negli studi della Universal per registrare i suoi celebri prologhi ed epiloghi al ritmo di una dozzina per volta. Indubbiamente i corti si rivelano una macchina redditizia per l’emittente e per lo stesso Hitchcock, visto che la loro messa in onda, a partire dalla metà degli anni Cinquanta, contribuisce ad accrescerne la popolarità rafforzandone la forza contrattuale nei confronti dei produttori dei film per il grande schermo.
Risulta di un certo interesse guardare all’impatto di questi corti sul pubblico televisivo italiano messo di fronte a qualcosa di inatteso. Nella serata di sabato 17 gennaio 1959 viene trasmesso dalla Rai Il falso indovino (The Mail Order Prophet, 1957), un “racconto sceneggiato” diretto da James Neilson, con E.G. Marshall, Jack Klugman e Judson Pratt, destinato a inaugurare la messa in onda della serie Alfred Hitchcock Presents che entrata così a far parte del palinsesto della televisione di Stato italiana fino al 1967. A presentare l’episodio, come consuetudine dell’intera serie, è lo stesso Hitchcock che, in uno scenario artefatto in studio di stampo teatrale, affacciandosi dalla finestra di un palazzo, racconta del tuffo nel vuoto di un fantomatico socio a cui aveva scherzosamente annunciato il fallimento della comune società. A seguire, prende il via l’episodio che narra di un impiegato che, convintosi delle capacità predittive di uno sconosciuto, ne segue i consigli investendo tutti i suoi averi in azioni per poi restare in trepidante attesa degli esiti borsistici tenendo a portata di mano alcune pillole di cianuro a cui ricorrere in caso di perdita del patrimonio. La chiusura, prima della sigla finale, è affidata al regista per un brevissimo epilogo ironico rivolto al pubblico.
Il macabro humor dell’introduzione all’episodio e il clima di inquietudine e di suspense su cui è costruito quest’ultimo risultano del tutto inediti per un pubblico televisivo abituato a una programmazione rigidamente ancorata agli intenti pedagogici e alle forme di facile intrattenimento, composto principalmente di quiz e musica leggera, tanto da indurre l’emittente di Stato a “motivare” la sua messa in onda sulle pagine del «Radiocorriere TV».
Come suggeriscono Balsamo e Simonelli, a risultare inconsueto è soprattutto il “genere” a cui appartiene la serie hitchcockiana. Pur vantando un certo successo in ambito editoriale, il giallo, il poliziesco e la detection story, nelle loro più diverse declinazioni, risultano scarsamente presenti nel palinsesto televisivo italiano delle origini. Tra le rare eccezioni, costrette a fare i conti con i limiti tecnici del mezzo televisivo dell’epoca, gli autori ricordano: Io sono Gionata Scrivener (1954), “sceneggiato” Rai diretto da Mario Landi, derivato da un romanzo di Claude Houghton del 1930; Dieci piccoli negretti (1955), adattamento televisivo diretto e sceneggiato da Anton Giulio Majano della pièce teatrale Ten Little Niggers (conosciuta anche come Ten Little Indians o And Then There Was None) di Agatha Christie, tratta dal suo romanzo omonimo; Romeo Bar (1958), commedia poliziesca in due puntate scritta da Guglielmo Giannini e diretta e sceneggiata da Majano; Aprite: Polizia! (1958), serie di “originali televisivi” diretta e sceneggiata da Daniele D’Anza e Giuseppe Mangione.
Nel medesimo anno in cui fanno capolino queste produzioni americane, la Rai sperimenta a suo modo il poliziesco attraverso l’insolita formula di Giallo club – Invito al poliziesco: una trasmissione che prevede la messa in onda di “originali televisivi” di mezz’ora ideati da Mario Casacci, Alberto Ciambricco e Giuseppe Aldo Rossi, diretti da Stefano De Stefani (da Guglielmo Morandi nell’ultima serie), con Ubaldo Lay nei panni del tenete Sheridan e Carlo Alighiero in quelli del sergente Howard, interrotti sul finire per trasformarsi in quiz sull’episodio appena trasmesso per i concorrenti in studio, salvo poi trasmetterne l’ultima parte così da verificare la correttezza delle risposte dei contendenti. La trasmissione si chiude nel 1961, quando, abbandonata l’interruzione dedicata al quiz, lascia spazio al solo racconto giallo delle due serie Ritorna il tenente Sheridan (1963), di 6 episodi diretti da Mario Landi, e Sheridan, squadra omicidi (1964), di 5 episodi con Leonardo Cortese alla regia. La scelta di un’ambientazione statunitense (San Francisco) mantiene il male a debita distanza dall’universo degli spettatori italiani. Insomma, gli anni Cinquanta della televisione italiana si chiudono portando nelle case le inquietudini del variegato universo del giallo, del poliziesco e della detection story.
Di specifico, però, i corti di Hitchcock introducono sul piccolo schermo italiano la suspense e lo humor nero, ma soprattutto l’inquietudine che si annida nel quotidiano, la minaccia che scaturisce dal familiare, il perturbante. L’individuo costretto a fare i conti con l’alterità che è in lui, l’incerto confine tra il vero e il falso e tra il buono e il malvagio, il vacillare del valore rassicurante della famiglia, la complessità dei rapporti tra i sessi, l’imprevisto, l’ipocrisia, il narcisismo, il cinismo, sono tutti elementi che irrompono nelle case degli italiani abituati a una televisione rassicurante.
E così, ogni sabato sera, fanno capolino sul piccolo schermo degli italiani storie inquietanti anticipate e concluse dalle macabre e beffarde annotazioni che il regista, nelle messe in scena più insolite, rivolge direttamente al pubblico: il tema del doppio, della perdita delle certezze identitarie che può condurre alla follia, come ne Il caso del signor Pelham (The Case of Mr. Pelham, 1955), in cui il protagonista è alle prese con un sosia che risulta agli occhi dei conoscenti più credibile di lui; la tematica dello scambio di colpa presente, ad esempio, in Il delitto perfetto (The Perfect Crime, 1957), con Vincent Price e James Gregory; l’inatteso rivelarsi della follia in una persona su cui si fa affidamento, messo in scena con macabra ironia, in episodi come Un tuffo nel vuoto (Dip in the Pool, 1958); l’individuo costretto a fare i conti con la perdita di credibilità, come nel caso di Un peso sullo stomaco (Poison, 1958); lo scapolo impenitente oppresso da una donna che vuole a tutti i costi sposarlo, e dunque porre fine alla sua libertà, tematica presente in Arthur (id., 1959), episodio che termina con la spasimante fatta a pezzetti e data in pasto ai polli; l’infedeltà di coppia nei suoi risvolti umoristici inattesi, come nel caso di La signora Bixby e la pelliccia del colonnello (Mrs. Bixby and the Colonel’s Coat, 1960); la suspense, come in Mani in alto (Bang! You’re Dead, 1961), ove è costruita su di un ragazzino che giocherella puntando ai passanti un revolver non sapendo che contiene proiettili inesplosi; l’inattesa scoperta della colpevolezza di una persona cara, come avviene in I cinque testimoni (I Saw the Whole Thing, 1962), ove il protagonista rischia di essere condannato ingiustamente al posto della moglie.
Per quanto le inquietudini dispensate dalla serie siano già da tempo presenti nella letteratura e nel cinema, l’arrivo dei corti hitchcockiani in Italia sul finire degli anni Cinquanta assume una rilevanza particolare perché, rompendo il clima ovattato e rassicurante dispensato dalla televisione – che passa dai 2 milioni di abbonati del 1960 agli oltre 6 milioni del 1965 – le porta direttamente nelle case degli italiani, nella loro quotidianità, oltre le sue sospensioni temporanee offerte dalle visioni nelle sale cinematografiche o dalla lettura, quest’ultima comunque riservata ad un ambito ristretto della popolazione.
La vittoria di Lula letta attraverso l’architettura finanziaria del Brasile. Tra Stati Uniti e Cina
di Alessandro Volpi
Il successo di Lula nelle elezioni brasiliane avrà ripercussioni sulla forte tensione che nell’economia del Paese sudamericano si manifesta già da tempo tra la finanza statunitense e la presenza cinese. Il Brasile si conferma lo snodo strategico ed economico primario dell’America Latina, rappresentando un polo d’attrazione irrinunciabile per i flussi di capitale internazionale.
In un momento di forte ridefinizione degli equilibri geopolitici e commerciali mondiali, la prima economia sudamericana manifesta una duplice anima finanziaria: da un lato, la pervasiva penetrazione del grande risparmio gestito angloamericano nei mercati azionari e bancari; dall’altro, l’espansione strutturale e industriale della finanza statale cinese. Il peso dei colossi del risparmio gestito globale, come BlackRock,Vanguard, State Street e Fidelity, sul mercato finanziario brasiliano è profondo e sistemico, riflettendosi direttamente sulla liquidità della B3, la Borsa di San Paolo, e sul debito sovrano e corporate. Gli investitori esteri detengono storicamente quote rilevanti del capitale flottante delle società quotate brasiliane, arrivando a pesare per quasi la metà del volume complessivo degli scambi azionari. Questo legame si consolida attraverso l’integrazione negli indici globali dei mercati emergenti, veicolando decine di miliardi di dollari tramite fondi ed Etf come le linee Msci Brazil.
Si affianca a questo la compartecipazione nel sistema bancario e finanziario, in quanto i fondi esteri figurano tra i principali azionisti dei colossi creditizi locali come Itaú Unibanco, Banco Bradesco e Banco Btg Pactual. Al contempo, tali fondi rappresentano i maggiori acquirenti di titoli di Stato brasiliani e di obbligazioni emesse da colossi dell’energia, delle miniere e dell’agribusiness.
Al vertice del risparmio gestito spicca proprio BlackRock, la cui presenza nel tessuto societario brasiliano si declina sia in partecipazioni dirette sia in posizioni aggregate tramite la galassia di fondi iShares. La strategia di BlackRock e dei suoi principali concorrenti come Vanguard e Capital Group si concentra sui settori chiave: nelle risorse naturali ed energia figura tra i primi azionisti istituzionali di Vale SA, colosso del minerale di ferro, e di Petrobras, la compagnia petrolifera statale, con quote che oscillano tra il 2% e oltre il 5%, influenzando decisioni su dividendi e transizione energetica. Nel settore bancario i grandi asset manager detengono partecipazioni superiori al 5% nelle quote di Itaúsa (holding di controllo di Itaú Unibanco) e posizioni significative in Bradesco e nella stessa B3 SA. L’esposizione si estende all’industria aeronautica con Embraer, all’alimentare con Brf, fino alla sanità privata con Rede D’Or e Hapvida,conferendo ai fondi angloamericani un peso determinante nella corporate governance e nelle politiche Esg.
Se la finanza anglosassone agisce prevalentemente attraverso i mercati liquidi e il risparmio gestito, la finanza cinese adotta un approccio differente. Il Brasile rappresenta il principale destinatario degli investimenti diretti esteri della Cina in America Latina, realizzati non tramite l’acquisto passivo di azioni ma mediante acquisizioni dirette di asset strategici da parte delle imprese statali cinesi. I settori prioritari sono la generazione e trasmissione elettrica, dove colossi come State grid e China three gorges controllano una fetta rilevante della rete brasiliana, le energie rinnovabili e le infrastrutture logistiche. Questi progetti sono sostenuti dai crediti erogati da istituzioni finanziarie pubbliche quali la China Development Bank e l’Export-Import Bank of China, spesso legati a grandi opere portuali e ferroviarie per l’export di materie prime. La penetrazione nel settore creditizio avviene tramite le filiali di Icbc e Bank of China a San Paolo, operative per facilitare gli scambi bilaterali e il regolamento delle transazioni in valuta locale (real-yuan), riducendo la dipendenza dal dollaro. Nuovi flussi di capitale cinese si indirizzano infine verso la manifattura avanzata e l’automotive, con gruppi come Byd e Gwm che finanziano la riconversione di poli industriali per veicoli elettrici.
L’architettura finanziaria del Brasile riflette così una forte tensione interna: il risparmio gestito di Wall Street garantisce la liquidità dei mercati azionari ed estrae valore da utility, banche e commodity, mentre la finanza di Stato cinese finanzia e realizza le infrastrutture materiali e le reti logistiche necessarie a garantire l’approvvigionamento di risorse verso Pechino.
In sintesi, finanza internazionale versus economia reale. La vittoria di Lula dovrebbe servire a evitare un’ulteriore colonizzazione.
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L’IA è un’industria estrattiva. I data center sono le sue ruspe
È ormai risaputo che l’intelligenza artificiale non è solo software, questa tecnologia ha bisogno di molta energia elettrica per funzionare, di acqua per raffreddare l’hardware e appunto di enormi stabilimenti che occupano uno spazio fisico per nulla trascurabile, i data center.
Basta poco per rendersi conto che dietro l’apparenza non tangibile dell’IA c’è una infrastruttura che poggia le sue basi nel mondo fisico, per niente virtuale e molto concreta.
Tuttavia, ciò non basta a descrivere interamente il fenomeno, come noto questa tecnologia ha spostato la conoscenza dalle regole della programmazione all’analisi dei dati raccolti, producendo una serie di effetti, tra cui l’alienazione e l’estraneazione di chi lavora per produrre questa merce dal prodotto in sé.
Facciamo un parallelo per semplificare: i dati digitali sono in realtà conoscenza accumulata collettivamente e costituiscono una fonte mineraria vera e propria, anche se non ha una massa fisica come le rocce delle miniere. Un giacimento, anche quando contiene enormi quantità di prodotto desiderato (supponiamo l’oro) non mette immediatamente a disposizione quella risorsa ai fini dell’attività umana, un giacimento semplicemente esiste e per estrarre l’oro è necessario lavoro, ovvero persone, macchine e tempo.
Se partiamo da questo punto di osservazione scopriamo che a differenza dell’industria del software tradizionale siamo di fronte ad un fenomeno che ha capovolto completamente i rapporti in campo, per provare ad essere un minimo scientifici nell’analisi, l’indice che consideriamo qui è il Rapporto Organico del Capitale (COC):
COC = quota capitale / quota lavoro;
COC = (capitale fisso + capitale circolante)/( lavoro a bassa qualifica + lavoro ad alta qualifica)
Rispetto alla produzione del software tradizionale in cui era prevalente la quota lavoro (migliaia di ingegneri ed informatici che scrivono codice) su quella delle macchine (processori, GPU, hardware) con l’IA si è invertito il rapporto, prima si parlava di un 15% – 20 % di capitale rispetto al 80% – 85% di lavoro, ora siamo esattamente all’opposto. Di seguito una piccola classifica per renderci conto della portata del fenomeno:
Tra l’altro, tutto l’indotto dell’IA è ad alto rapporto organico di capitale (energia, semiconduttori, telecomunicazioni). L’unica differenza con il mondo delle materie prime è la velocità con cui la quota capitale (ovvero le macchine) diventa obsoleta, nel mondo dell’IA parliamo di 3-5 anni dopodiché o è superata o consuma troppa energia per il lavoro che fa.
Come in una miniera, più il prodotto desiderato è in profondità e più è necessaria l’introduzione di macchine nel processo di estrazione, soprattutto dal momento in cui non è possibile (o quasi) sfruttare decine di migliaia di persone ridotte in semi-schiavitù per costringerle a scavare con il piccone come invece avviene nelle miniere d’oro. Servono dinamite, ruspe, nastri trasportatori e mezzi cingolati.
Questi strumenti nell’IA sono equivalenti ai data center. Le strutture di calcolo intensivo come i mega data center che il governo Meloni vuole realizzare nell’area Nordovest del paese, tra Piemonte e Lombardia, assolvono proprio a questo scopo e sono posti strategicamente in aree in cui:
- i terreni costano poco (vedi Trino Vercellese ed ex aree industriali dismesse come quella della ThyssenKrupp a Torino);
- c’è accessibilità energetica, ad esempio in zone come Francoforte e in Irlanda la rete elettrica è ormai satura e le amministrazioni impongono divieti all’allacciamento soprattutto quando si tratta di tanti GigaWatt. Quale posto migliore che aree ex industriali, già servite da reti elettriche in alta e media tensione?
- c’è già una infrastruttura di connettività veloce come ad esempio la fibra ottica.
C’è ora però qualche distinguo da fare, perché l’industria dell’IA oltre ad essere pesante è estremamente distribuita e gerarchizzata a livello globale. Per fornire qualche elemento chiarificatore di seguito una tabella che restituisce la ripartizione dei costi in questo tipo di industria:
È scontato dire che i Clickworker non si trovano nello stesso posto in cui lavorano gli ingegneri ad alta qualifica, l’energia non si produce dove si producono i dati e viceversa, i semiconduttori non si producono dove si installano i data center etc. etc..
La catena del valore dell’IA è distribuita globalmente. Ogni polo produttivo ha un ruolo determinato a cui corrisponde un COC differenziato, questo ruolo può essere superiore o subalterno agli interessi di altri, con le necessarie sfumature nel mezzo. Analizziamo per semplicità Stati Uniti, Europa e Cina.
Come vediamo nella tabella seguente, gli USA presentano il capitale fisso concentrato nelle mani dei privati (le Big Tech), hanno il dominio dei chip di fascia alta (vedi Nvidia) e forti economie di scala proprio in virtù della presenza delle Big Tech, mentre il lavoro è svolto da pochissimi ingegneri ad altissima qualifica con elevate retribuzioni insieme a un’enorme bacino globale di esternalizzazioni di attività a basso livello di know how, soprattutto riguardanti il data labelling (annotazione e catalogazione dei dati).
In Cina la situazione è differente, data le restrizioni sull’import di chip il capitale fisso è concentrato nei data center e nelle infrastrutture senza raggiungere però i livelli degli USA, mentre la quota lavoro è ripartita su un ampio numeri di ingegneri ad alta qualifica con salari medi affiancati ad un’infrastruttura statale di data labelling che ne costituisce la quota di lavoro a bassa qualifica.
Per quanto riguarda l’Europa invece il panorama è ancora diverso, qui non si produce né hardware né software (non in quantità paragonabili agli altri due poli industriali) e il capitale fisso è sostanzialmente dovuto all’affitto di cloud o all’importazione di chip dagli USA.
La quota lavoro è ridotta all’integrazione dell’IA all’interno delle infrastrutture esistenti, o alle applicazioni per consumatori, e si pone oggi a metà tra le elevate retribuzioni salariali degli ingegneri di fascia alta negli USA e i clickworker di fascia bassa.
Qui il dibattito è concentrato su etica e normative, siamo sostanzialmente allo stadio burocratico nella competizione globale: da un lato bisogna usare l’IA per non restare indietro, senza però disporre direttamente di questa tecnologia; e dall’altro bisogna limitare meccanismi di fuga del valore prodotto in UE attraverso l’uso dell’IA. All’UE servono delle leggi per limitare i danni.
Ultimamente però, a livello comunitario si sono resi conto che la loro è una strategia perdente e si sta investendo molto nella costruzione di data center europei per l’addestramento intensivo di modelli IA, parliamo però di investimenti pubblici messi a terra da aziende private e spesso a stelle e strisce.
La proprietà dell’infrastruttura fisica è dei grandi fondi di investimento e di speculatori finanziari, mentre per quanto riguarda la proprietà dei dati siamo appunto alla burocrazia del GDPR sulla privacy che formalmente la assegna agli utenti mentre economicamente ne beneficiano i proprietari dei data center.
A questo punto il discorso sconfina dall’ambito industriale a quello finanziario, notiamo però che per la Cina questo tipo di composizione organica del capitale corrisponde all’esigenza di applicare l’IA all’automatizzazione della manifattura, alla robotica e alle infrastrutture urbane (smart cities).
L’IA costituisce quindi l’indotto di una serie di industrie primarie e di servizi moderni, è tenuta sotto la guida della programmazione statale e risponde a politiche strategiche come quella della Self-Reliance sui semiconduttori.
Per gli Stati Uniti invece al centro c’è l’IA generativa B2C3, in cui la potenza di calcolo (le GPU) vengono usate come garanzia finanziaria per ottenere linee di credito, mentre le Big tech fanno investimenti record, i quali dovrebbero a loro volta poi rientrare sotto forma di spesa per il consumo di cloud ed esportazioni di hardware, tutto ovviamente sotto speculazione finanziaria.
Di fatto, però, in regime di competizione l’IA generativa non ha ancora prodotto i profitti sperati; mentre la bolla si gonfia sperano che la centralizzazione dei capitali e la tendenza al monopolio possa risolvere la situazione, spingendo in alto i prezzi per remunerare gli investimenti fatti.
Nel frattempo, chi ha scommesso sui cavalli zoppi si farà male mentre per gli altri varrebbe il detto “winner takes all”, sempre che la bolla finanziaria non scoppi prima.
Fonte
Il classismo da salotto di Scurati: dai “guerrieri d’Europa” al disprezzo della rabbia degli oppressi
Ospite della trasmissione di Diego Bianchi, Antonio Scurati ci ha regalato un’altra delle sue performance oserei direi ormai leggendarie, a tal punto dissociata dalla realtà del paese che persino Zoro è rimasto in un silenzio imbarazzato. Ha fatto una battuta a cui nessuno ha riso, una di quelle che valgono più di un trattato sociologico: l’ironia sprezzante sui manifestanti che, nel pieno delle proteste, entrano in una libreria Feltrinelli e ne escono a mani vuote perché non hanno trovato nulla di loro interesse.
Il sottotesto è tanto banale quanto reazionario: quella che scende in strada, che esprime rabbia nei centri storici del consumo blindato, è una “plebe” ignorante, talmente estranea alla “cultura” da non sapere nemmeno cosa farsene di un libro, neppure quando si tratta di saccheggiare uno scaffale.
È il vecchio, intramontabile snobismo di classe travestito da ironia intellettuale: si irride la mancanza di doppia laurea e dottorato degli strati subalterni per non dover mai fare i conti con le cause strutturali della loro rabbia, dalla devastazione della scuola pubblica alla precarietà esistenziale, fino all’esclusione sociale delle periferie.
E in questo modo si fa anche ricadere sul singolo la “colpa” di non essersi formato sulla Divina Commedia o di non saper nulla di teoria delle stringhe, mentre invece sono proprio i meccanismi istituzionali modellati dalle asimmetrie di potere tra padroni e oppressi che sono costruiti per mantenere escluse e marginali ampie fette di quella “eccedenza sociale” di cui il capitale non sa che farsene.
Gramsci, nel primo numero dell’Ordine Nuovo, diceva “istruitevi, perché avremo bisogno di tutta la nostra intelligenza”, ma non l’ha mai presa come una responsabilità individuale, quanto piuttosto come uno strumento per ribaltare i rapporti di forza vigenti e costruire un mondo su misura della classe operaia.
E infatti aggiungeva poi: “agitatevi, perché avremo bisogno di tutto il nostro entusiasmo. Organizzatevi, perché avremo bisogno di tutta la nostra forza”. L’invocazione è rivolta agli altri, ma il soggetto del perché istruirsi, agitarsi e organizzarsi è collettivo, è “noi”. Gramsci era “organico” (perdonate il prestito da un concetto più articolato) a quei diseredati che oggi Scurati tratta con altezzosità.
Non è difficile immaginare che le parole di Scurati provengano, anch’esse, proprio dalla sua posizione di classe: per chi vede i propri volumi esposti in pila accanto alle casse, chiunque varchi la soglia della libreria senza il portafoglio in mano o senza la riverenza del consumatore istruito non è un soggetto sociale (e forse, presto, politico, organizzato) da comprendere, ma un barbaro da sbeffeggiare.
A rendere ancora più indigesta l’uscita del vincitore del Premio Strega (dov’è arrivata la letteratura italiana...) è la sua perfetta coerenza con una visione del mondo profondamente paternalista, classista, razzializzata, che offre un perfetto assist alla retorica “remigratoria” dei post-fascisti al governo. Un atteggiamento intellettuale che era già emerso in altri monologhi.
Parliamo infatti dello stesso scrittore che, pretendendo di tessere l’elogio dei migranti in chiave antirazzista, li aveva già ridotti a una massa di disperati la cui funzione sociale è quella di svolgere i lavori più infimi, peggio pagati, “sporchi” che, secondo le invenzioni della destra, gli italiani non vogliono più fare.
In questo tipo di narrazione il lavoratore straniero o di seconda generazione viene accettato, difeso e persino compatito solo a una condizione precisa: che resti inchiodato al proprio posto nella divisione internazionale e interna del lavoro. Finché consegna pacchi a cottimo, raccoglie pomodori nelle campagne, pulisce i bagni o assiste gli anziani in silenzio, l’immigrato “illitterato” è da difendere.
Ma nel momento esatto in cui i figli di quegli stessi sfruttati, insieme ai giovani precari delle periferie metropolitane, rifiutano il destino di invisibilità che la classe dominante gli ha cucito addosso, la benevolenza evapora in un istante, lasciando il posto al disgusto aristocratico verso la “plebaglia” che di un libro non sa che farsene. Sarà perché i pochi soldi che ha li usa per mangiare invece che per comprare un romanzo di Scurati.
Viene da chiedersi se Scurati, il grande intellettuale, abbia mai letto Frantz Fanon e “I dannati della terra”, uno dei capisaldi del pensiero decoloniale. Perché al di là della gara a chi condanna o meno le “violenze” (ma una vetrina può essere paragonata o valere più di un essere umano?), c’è chi ha problematizzato accademicamente l’opera di irregimentazione e “spegnimento” sociale fatta attraverso la “morale della non-violenza”, valida solo per gli oppressi, e in particolare proprio quelli delle aree metropolitane.
Detto in termini più quotidiani, il compianto fisico Angelo Baracca, nel suo ultimo messaggio prima di andarsene, ci aveva già detto cosa ne pensava della non-violenza in maniera provocatoria, ovvero che “non abbia senso, sia una velleità vuota che sussiste solo in Europa, è velleità vuota in America, non una prospettiva reale, andate a praticarla in Africa nera”.
Ma senza chiedere a Scurati di viaggiare lungo il fiume Congo, il vero nodo sul tavolo dovrebbe essere chiaro anche allo scrittore: milioni di persone sono state marginalizzate, ogni rappresentanza politica o sociale che non fosse quella del “migrante-risorsa”, ribadita proprio da Scurati, è stata scientificamente cancellata o criminalizzata, e quando il dissenso ha rotto i propri argini la classe dominante ha, da una parte, inasprito la politica securitaria, dall’altra, ha adottato la strategia della provocazione che, per fortuna, è fallita lo scorso fine settimana.
Eppure, appena un anno e mezzo fa, dalle colonne de La Repubblica Scurati invocava il ritorno dei “guerrieri d’Europa”, con la guerra che era diventata una sorta di tabù per le “democrazie” europee (forse era troppo chino sullo scrittoio per accorgersi dei crimini commessi in Somalia, dei bombardamenti su Belgrado, dell’invasione dell’Afghanistan e dell’Iraq, dello smembramento della Libia...), mentre era necessario recuperare un po’ di quello spirito bellicista che venne poi rappresentato in Piazza del Popolo sotto la bandiera dell’UE.
Questi “guerrieri d’Europa” dovranno saccheggiare le biblioteche, come hanno fatto gli israeliani con i 70 mila libri trafugati dalle case e istituzioni dei palestinesi costretti alla fuga durante la Nakba per ricevere l’approvazione di Scurati? È sicuro il grande scrittore che i guerrieri di cui parlava un anno e mezzo fa fossero tutti laureati all’Alma Mater, alla Sapienza o alla Cattolica?
Una cosa è certa: per Scurati, quando il saccheggiatore illitterato indossa un’uniforme e marcia sotto le insegne della “civiltà europea”, è un guerriero da cui prendere esempio. Ma se indossa una felpa e ad essere derubata non è una popolazione solita vivere all’equatore ma il negozio di Gucci sotto casa, osando addirittura uscire a mani vuote da una libreria, allora la sua protesta deve essere delegittimata come un’azione mossa da ignoranza.
Scuserete il sarcasmo ma è per mostrare il cortocircuito di queste espressioni intellettuali così povere e poco adatte alla complessità della società. La battuta fatta a Propaganda Live non è dunque un semplice scivolone di cattivo gusto. È il sintomo del suprematismo europeo che sta funestando il nostro futuro, promettendoci che saremo grandi guerrieri, ma senza pane.
Scurati è uno dei suoi cantori, che da tempo hanno sostituito alla critica sociale il disprezzo verso i settori popolari. Personaggetti sempre pronti a commuoversi per gli ultimi finché restano braccia da lavoro a basso costo, sempre pronti a evocare gli elmetti quando lo richiede l’agenda di Bruxelles, irriducibilmente schierati a difesa delle vetrine e non delle persone.
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Serbia - Vince la “Lista degli studenti”. Esulta il mondo euroatlantico
La lista Studentka ha ottenuto 135–140 seggi mentre la lista dell’ex presidente Vučić/SNS ne ha ottenuti 104–105. Il Parlamento di Belgrado è composto da 250 seggi. L’affluenza alle urne, in crescita rispetto al passato, è stata del 69%.
Nella Lista degli Studenti, ci ricorda Enrico Vigna del Forum di Belgrado, in realtà i candidati studenti sono pochissimi, mentre abbondano i vecchi arnesi delle opposizioni totalmente europeiste, filo NATO ed euro atlantiche.
Il capolista è Ilija Srdanović che è stato studente trentuno anni fa.
Tra gli altri eletti figurano il drammaturgo Ž. Hubač, l’attore T. Stanić, l’ex capitano della nazionale di pallacanestro D. Bodiroga, l’ex governatore della Banca Nazionale di Serbia D. Šoškić, il musicista F. Dimović, il sociologo J. Bakić, l’atleta M. Dudaš e A. Baucal della Facoltà di Filosofia.
Questi ed altre vecchie e note figure delle varie opposizioni filo occidentali erano scesi di nuovo in campo. Ma tra le nuove generazioni potrebbero emergere anche posizioni non del tutto coincidenti con l’impianto ideologico e la visione internazionale di questa pattuglia di “studenti piuttosto attempati”.
L’alleanza elettorale che ha sostenuto la coalizione intorno al Partito Progressista Serbo dello sconfitto Vucic, poteva apparire come una sorta di’“extrema ratio” di questa fase storica complessa e piena di antinomie. Ma era una alleanza non certo ideale o scevra di “lati neri” e contraddizioni non piccole.
Se infatti Vucic veniva considerato filo-russo – e quindi da abbattere secondo gli ambienti euroatlantici – è il Times of Israel a ricordarci che “sotto il suo governo, la Serbia è diventata uno dei più stretti alleati di Israele in Europa, pur non facendo parte dell’Unione Europea o della NATO”.
Ad agosto, ha inaugurato nel paese balcanico uno stabilimento di assemblaggio di droni di fabbricazione israeliana per potenziare le sue capacità militari.
In aprile, il ministro degli Esteri israeliano Gideon Sa’ar e il ministro degli Esteri serbo Marko Đurić hanno annunciato, durante un incontro a Gerusalemme, passi avanti verso un accordo di libero scambio e l’avvio di un nuovo dialogo strategico.
La situazione in Serbia è dunque parecchio complessa, intrisa di contraddizioni sia a livello governativo e nella figura di Vucic, che tra la cosiddetta opposizione, un insieme raffazzonato con assenza di programmi politici, tenuta insieme dall’unico collante di una dura ostilità all’attuale governo e alle sue forze, dal miraggio europeista e da una russofobia politica di ispirazione euro atlantica.
Come abbiamo scritto nei giorni scorsi, quella in Serbia è una partita che va ben oltre i Balcani occidentali.
Uno dei temi è infatti quale collocazione avrà adesso la Serbia nello scacchiere internazionale e negli stessi equilibri politici, economici e militari europei. Se avverrà uno spostamento definitivo verso politiche e prospettive interamente euro atlantiche (già presenti) e antirusse, difficili però da realizzare nel popolo serbo, per le sue profonde radici storiche di fratellanza con il popolo russo, ma che era un obiettivo dichiarato del movimento di protesta nelle sue variegate composizioni.
I nuovi decisori a Belgrado dovranno destreggiarsi tra le relazioni con la Cina, importante investitore in Serbia, la Russia, tradizionale alleata e principale fornitore di gas naturale, e l’Unione Europea, che è il principale partner commerciale della Serbia.
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Sbatti il mostro in prima pagina
Prima le vetrine, poi i “maranza”, ora la gogna contro Youssef Siher. Contro il movimento si mette in moto la macchina della repressione.
Prima ci hanno provato con le vetrine di via Montenapoleone, ma niente da fare: nessuno piange per una giacca di Gucci. In questo paese si piange per il carrello della spesa, per la bolletta, per l’affitto, per i salari da fame.
Allora il governo è passato alla forza. Sabato 24, nelle piazze di tutta Italia, quasi 5.000 persone sono state identificate, 371 portate in questura e 9 arrestate. Dei 371 fermati, 110 sono minorenni. Sono ragazzi di 15, 16, 17 anni. Per loro, oltre all’imputabilità dai 14 anni e le multe ai genitori, il ministro Nordio annuncia più posti nelle carceri minorili. Evidentemente, per nuovi posti in carcere i soldi si trovano sempre. Con gli autotrasportatori ci sono andati un po’ più leggeri, ma nemmeno tanto. 2.065 identificati, 79 denunciati e 242 sanzionati.
La mobilitazione però non si è fermata. E allora serve un mostro da sbattere in prima pagina. Sabato a Milano viene fermato Youssef Siher, 30 anni, italiano di seconda generazione, attivista per la Palestina. La Procura lo considera l’ideatore della pagina “Movimento 17 ottobre” e gli contesta l’istigazione a delinquere con finalità di terrorismo e il nuovo reato di violenza organizzata introdotto dal decreto sicurezza.
Prima ancora della convalida del magistrato, il suo nome di Youssef è su tutte le prime pagine. I giornali scrivono dei suoi studi, di chi gli ha dato lavoro, perfino della moglie. Poi arriva la parola magica: “Hamas”. I titoli parlano di “verifiche su legami con presunti finanziatori di Hamas”, ossia con un’altra inchiesta contro l’Associazione Palestinesi d’Italia che non è ancora riuscita a dimostrare nulla, se non a colpire il movimento palestinese in Italia.
Lo stesso articolo ammette che il nome di Youssef non compare in quell’inchiesta, ma è un dettaglio. Quel nome suona troppo bene e conferma la tesi per cui se il paese va male è per colpa del legame tra la sinistra radicale e gli islamisti (parole di Salvini).
Qui non si tratta di difendere Youssef Siher. Qui si tratta di difendere il diritto al dissenso e di smantellare un sistema repressivo che dai decreti Minniti, ai pacchetti sicurezza Conte-Salvini fino ai decreti sicurezza di Meloni, servono a impedire la possibilità di un cambiamento reale in questo paese.
Chiediamo quindi il ritiro dei decreti sicurezza; lo stop ai fermi preventivi contro i minorenni; il rispetto della presunzione di innocenza, per tutti.
Il 30 ottobre sciopero generale. Cambiamo tutto.
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Brasile - Lula vince, Trump e Bolsonaro meditano vendetta
In Brasile le elezioni presidenziali sono state vinte da Luiz Inácio Lula da Silva, ma in America Latina più che altrove si vota, sì, ma la direzione di marcia viene spesso rovesciata da Washington.
Con lo scrutinio completato al 100%, la corte elettorale brasiliana ha dichiarato che Lula ha ottenuto un vantaggio incolmabile. Rispetto ai risultati del primo turno Lula ha compiuto una rimonta straordinaria, sorpassando lo sfidante di estrema destra, Flávio Bolsonaro, con il 51,79% dei voti contro il 48,21%. Circa 4 milioni di voti di differenza.
Ma qui comincia una partita del tutto diversa, dall’esito davvero incerto, che si potrebbe giocare su filo della guerra civile a seconda delle scelte degli Stati Uniti. Molto dipenderà anche dalle elezioni di midterm lassù, martedì prossimo. E non stranamente anche dall’esito delle elezioni israeliane, domani.
Mai come in questa fase, del resto, ogni scontro politico all’interno di un paese è strettamente intrecciato con l’evoluzione della crisi nell’emisfero occidentale a guida statunitense.
Il risultato brasiliano è stato subito contestato dallo sconfitto, figlio dell’ex presidente parafascista Jair, condannato a 27 anni di carcere per aver tentato un colpo di stato al momento della precedente vittoria di Lula, nel 2022, quando lanciò i suoi sostenitori all’assalto del Congresso nazionale, a Planalto, sulla falsariga dell’assalto al Congresso degli Stati Uniti da parte dei trumpisti, nel 2020. Bolsonaro sta comunque scontando ai domiciliari per provvidenziali “problemi di salute”.
Bosonaro jr. chiede l’annullamento del voto perché l’apertura dei seggi è stata prolungata di due ore per consentire agli elettori di molte zone di arrivare fisicamente alle urne, visto il maltempo e il conseguente blocco dei trasporti pubblici.
Non c’è ovviamente alcuna prova che gli elettori ritardatari fossero anche votanti per Lula, anche se le città interessate (San Paolo e Salvador) sono prevalentemente “petiste” (il Pt è il partito dell’ex metalmeccanico); né sembra logico – dal punto di vista della “democrazia” – che il pieno esercizio del diritto di voto del maggior numero di cittadini possibile diventi la ragione per contestare il risultato. Anche Bolsonaro, infatti, aveva chiesto il prolungamento dell'apertura dei seggi visto che le piogge torrenziali avevano colpito il sud del paese, tradizionalmente a lui favorevole.
Sul piano legale non sembrano esserci molti spazi perché la richiesta di annullamento possa essere accolta. Il presidente del tribunale elettorale, Kassio Nunes Marques – peraltro nominato alla Corte Suprema da Bolsonaro padre – ha dichiarato che il prolungamento dell’orario di voto non ha influito sui risultati.
Joao Pedro Padua, docente di giurisprudenza presso l’Università Federale Fluminense, ha spiegato che Bolsonaro può intentare un’azione legale direttamente presso le autorità elettorali del Paese o la Corte Suprema, chiedendo che le elezioni vengano dichiarate nulle. “Tuttavia, non vi è un solido fondamento giuridico per una tale richiesta”.
“Sebbene il prolungamento dell’orario di voto sia una circostanza insolita, affinché ciò possa invalidare le elezioni, il candidato dovrebbe dimostrare che tale misura ha compromesso la capacità degli elettori di esprimere liberamente la propria volontà. Non sembra esserci stato alcun impatto di questo tipo”. Semmai quella capacità sarebbe stata annullata dall’impossibilità di arrivare ai seggi...
Ma così va oggi nel mondo euro-atlantico, dove se non vince “l’uomo di Washington”, le elezioni non sono valide. Anche Trump, del resto, si appresta a stravolgere i risultati delle urne, martedì prossimo, dopo averle già provate tutte (ridisegno dei collegi elettorali per rafforzare preventivamente quelli repubblicani, cancellazione di molti cittadini di origine straniera dalle liste elettorali, cause legali contro i candidati democratici, oltre a valanghe di soldi sui propri candidati, ecc.).
Trump appoggia ora la richiesta di Bolsonaro ed è facile immaginare che ci saranno pesanti conseguenze, ma solo dopo aver sciolto i nodi interni agli Stati Uniti. Che sono peraltro piuttosto ingarbugliati, con il prezzo dei carburanti al centro del malcontento popolare e due guerre senza soluzione visibile.
Il risultato – se non ci saranno sorprese extralegali – è importante perché il Brasile è la maggiore economia dell’America Latina, con un PIL di 2,6 trilioni di dollari l’anno, con oltre 200 milioni di abitanti e grandi risorse naturali. È anche la “B” della sigla Brics, che riunisce India, Cina, Russia, Sudafrica e ora anche altri sei paesi che nell’insieme costituiscono un mercato economico in via di strutturazione piuttosto alternativo a quello del G7.
Proprio per questo Trump aveva tentato di azzoppare lo sviluppo del paese sotto Lula applicando dazi molto consistenti, ma senza riuscirci più di tanto. Benjamin Netanyahu e Javier Milei, dal canto loro, avevano cercato in ogni modo possibile di evitare ciò che ora un popolo in strada fa festeggiando “alla brasiliana”.
Le prime dichiarazioni del presidente riconfermato sono perciò piuttosto risentite verso l’ingombrante “amico americano”, da sempre dietro colpi di stato e dittature militari in tutto il continente, Brasile compreso.
“Questo Paese non accetta di essere il cortile di nessuno” (il riferimento alla “dottrina Monroe” rinnovata da Trumè è esplicito). “È stata una sconfitta per il negazionismo e le menzogne. Devo confessare che, ogni volta che partecipavo a un dibattito, provavo imbarazzo”, ha affermato davanti ai suoi sostenitori in festa nel suo primo intervento dopo la conferma della rielezione.
Lo scontro verbale con Bolsonaro è stato infatti particolarmente pesante, intessuto appunto di insulti, menzogne assurde e colpi bassissimi.
“Il Brasile che vogliamo costruire è un Paese in cui gli anziani siano accuditi con dignità, le donne siano rispettate e tutti abbiano il diritto di vivere la propria fede in libertà. Nel rispetto delle differenze e con uno Stato che garantisca i diritti a tutti. Perché governare significa prendersi cura di 215 milioni di brasiliani. Senza alcuna distinzione. E il rispetto deve essere il punto di partenza per costruire, insieme, un Brasile sempre più giusto e umano”.
Anche se Trump mastica amaro e medita ritorsioni, il resto dell’America Latina – pur governato ormai quasi ovunque da esponenti di destra imposti da Washington – sembra accogliere il risultato senza troppi problemi. E se era scontato il messaggio di felicitazioni inviato dal presidente cubano Diaz Canel, così come quello della “presidenta” progressista messicana Claudia Scheinbaum, le reazioni di tutti gli altri sono fin qui tranquille.
Non poteva fare diversamente il governo del Venezuela post-rapimento del presidente Maduro, ma anche i presidenti ultra-reazionari di Cile, Perù, Bolvia, Ecuador hanno espresso subito le proprie congratulazioni.
Discorso a parte andrebbe fatto per l’Unione Europea, che ha scelto di accoglie con sollievo la rielezione di Lula per puro spirito di sopravvivenza nei confronti di Donald Trump.
Quasi commovente – se non la conoscessimo purtroppo bene – il messaggio di Ursula von der Leyen, presidente guerrafondaia della Commissione UE: “Congratulazioni al mio amico Lula per la sua vittoria elettorale. Democrazia e multilateralismo hanno trionfato in Brasile. La partnership tra Europa e Brasile è fiorente. Resteremo al tuo fianco negli anni a venire. Insieme continueremo a lavorare a stretto contatto per un commercio libero e aperto, un ordine globale basato sulle regole e ambizioni concrete per il nostro clima”.
Cosa esce da certe bocche, signora mia...
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