Presentazione


Analisi, opinioni, fatti e (più di rado) arte da una prospettiva di classe.

21/06/2026

Carlo Ginzburg e la differenza tra il giudice e lo storico

di Paolo Persichetti 

È morto Carlo Ginzburg, storico di fama mondiale. Ritenuto uno dei maggiori esponenti della microstoria, scuola storiografica emersa nei primi anni '60 dalla fertile corrente della storia sociale. Ginzburg, le cui opere sono state tradotte in decine di lingue, si impose all’attenzione per i suoi lavori sulla stregoneria e i culti agrari tra il '500 e il '600, opere che restano dei pilastri della storia dal basso. I Benadanti, apparso nel 1966, e dieci anni dopo Il formaggio e i vermi, storia del mugnaio Menocchio, due vicende ricavate dagli archivi dei processi per stregoneria, raccontano per un verso il funzionamento dell’apparato repressivo dell’inquisizione cattolica, dall’altro la storia da sempre invisibile dei subalterni. Vite anonime di uomini e donne con le loro visioni del mondo ritenute da sempre irrilevanti nell’indagine storica, al massimo semplici numeri, statistica che non permetteva di emergere come soggetti narranti. Classi subalterne condannate a restare senza storia perché senza parola. Michel Foucault nel 1961 con La storia della follia nell’età classica, Edward P. Thompson nel 1963 con La formazione della classe operaia inglese, a seguire Ginzburg nel 1966 e nel 1976 e poi Jacques Rancière con La notte dei proletari del 1981, consolidarono questo nuovo modello storiografico ridando finalmente voce ai senza voce, riconsegnando loro il proscenio rubato della storia.

Il paradigma indiziario

Con Spie. Radici di un paradigma indiziario del 1979, un saggio denso e ricco di erudizione, Ginzburg propose un nuovo modello di analisi fondato sulla decifrazione dei dettagli minimi, in apparenza insignificanti, scarti e dati marginali che al contrario potevano mostrarsi rivelatori. Egli notava, sovrapponendo l’evoluzione conoscitiva di discipline come la storia dell’arte, l’investigazione poliziesca tratta dai racconti letterari su Scherlock Holmes e la psicanalisi, una connessione metodologica fondata sulla rilevazione di tracce e indizi che avrebbe potuto far avanzare l’indagine storica. Particolari considerati di solito senza importanza, o addirittura triviali, «bassi», potevano fornire la chiave per accedere ai prodotti più elevati dello spirito umano: «Se la realtà è opaca, esistono zone privilegiate – spie, indizi – che consentono di decifrarla». Idea che a suo avviso costituiva «il nocciolo del paradigma indiziario o semeiotico» e che si era «fatta strada negli ambiti conoscitivi più vari, modellando in profondità le scienze umane».

Paradigma foriero di rischi e malintesi tanto da essere rimesso in discussione dallo stesso autore nel 1986 in Miti emblemi spie. Morfologia e storia, testo nel quale l’autore si chiedeva se la grande ricchezza cognitiva degli indizi non avesse indotto a trascurare l’importanza delle prove. Un dubbio critico che lo portò a riformulare il rapporto tra indizio e prova, avvertendo che l’indizio da solo poteva non essere sufficiente.

Il giudice e lo storico

Nel 1991 si cimentò con un episodio di storia attuale in un volumetto, Il Giudice e lo storico, che affrontava il cosiddetto «processo Sofri», in realtà vicenda giudiziaria che coinvolgeva oltre ad Adriano Sofri anche Giorgio Pietrostefani e Ovidio Bompressi, i primi due massimi dirigenti di Lotta continua mentre Bompressi era un esponente del livello illegale della organizzazione. Tutti e tre accusati come correi dal pentito Leonardo Marino, reo confesso della uccisione il 17 maggio 1972 del commissario Calabresi, ritenuto responsabile della morte dell’anarchico Giuseppe Pinelli, ingiustamente fermato nell’immediatezza delle indagini sulla strage di piazza Fontana del 12 dicembre 1969 e poi trattenuto illegamente nei locali della questura di Milano, dove morì precipitando da una finestra della stanza del quarto piano dove era in corso li suo interrogatorio.
Oltre a quello che fu il primo omicidio politico degli anni '70, Marino confessò anche la realizzazione di diverse rapine di autofinanziamento realizzate dalla struttura illegale di Lotta continua che portarono alla condanna di alcuni ex militanti, in altri casi ad assoluzioni.
Partendo dalle riflessioni del maestro Marc Bloch sulle differenze tra il mestiere del giudice e quello dello storico, Ginzburg analizzava le carte dell’inchiesta e del processo contro i tre esponenti di Lotta continua ma soffermandosi unicamente sulla posizione del suo amico Sofri, registrava le inquietanti analogie con le tecniche dell’inquisizione incontrate nelle carte dei processi che aveva studiato. Un esperimento coraggioso quello di Ginzburg ma riuscito solo parte(1). All’inizio della sua disamina l’autore non esclude completamente l’ipotesi del complotto, ma in assenza di prove si attiene all’errore giudiziario, poiché non vuole avanzare «sul terreno delle congetture». Come egli stesso ammette: «Per parlare di dolo (che in questo caso implicherebbe anche, necessariamente, un complotto), ci vogliono delle prove irrefutabili. Io non ne ho».(2) “Insostenibile” però non vuole dire “impensabile”. E nel libro vi è ben più che un’allusione all’ipotesi del complotto, tant’è che Ginzburg stesso riferisce del dissenso che ha sul tema con Adriano Sofri.(3) Il complotto, la «teoria dei complotti», è per Ginzburg un modello ontologico valido seppur solo a certe condizioni.(4) Dimostrando efficacemente le «inquietanti coincidenze» del processo Sofri con i procedimenti dell’inquisizione, anch’egli rifiuta di trarre delle più ampie conclusioni sul sistema giudiziario dell’emergenza. Le frequentazioni con le «radici del paradigma indiziario» non lo hanno reso avvertito del fatto che un procedimento può essere l’indizio di un sistema ben più ampio. Per Ginzburg il solo «processo alle streghe» dell’Italia moderna è quello Sofri.(5)
Ma tra le differenti caratteristiche che distinguono l’attività dello storico da quella del giudice vi è l’analisi del «contesto», ovvero la presa in considerazione della dimensione storico-sociale da cui la ricerca storica non può in alcun momento prescindere, a differenza dell’attività giudiziaria che si occupa prioritariamente dell’azione individuale, cercando di definirne le singole responsabilità e i relativi risvolti penali, e solo secondariamente – in modo del tutto discrezionale – della dimensione storico-sociale (con strumenti di conoscenza e comprensione che restano largamente inadeguati).
Perché, dunque, questa ossessiva reductio ad unum dell’intera impalcatura politico-giudiziaria che ha dato luogo al processo e alla condanna di Sofri e compagni? Perché questa volontà di circoscrivere la vicenda del processo Sofri alla dimensione del semplice errore giudiziario? Perché altrove il lavoro di analisi dei meccanismi dell’inquisizione del Cinquecento e del Seicento porta Ginzburg a non soffermarsi di fronte alle sole implicazioni metodologiche ma a indagare oltre, per ricercarne le implicazioni politiche, le complesse e profonde interrelazioni con la dimensione delle mentalità, per arrivare così a descrivere i meccanismi di una struttura che agisce come sistema e che svolge una decisiva funzione di controllo e repressione sociale? Sarebbe esatto considerare l’inquisizione come la semplice addizione di un gran numero di processi a streghe, maghi ed eretici impenitenti? Una somma incredibile di errori giudiziari che traversarono due secoli e diversi paesi d’Europa senza legami l’uno con l’altro? Sarebbe giusto considerare questa dimensione spaziale e temporale comune come un fatto puramente accidentale? 

Tutte le ricerche degli storici in materia, oltre che quelle pregiate di Ginzburg(6), mostrano il contrario. Allora, perché di fronte a un fatto come il processo Sofri, uno storico così avvertito viene meno, in modo tanto palese, al rigore del suo mestiere? Alla fine del suo libro, Ginzburg, districandosi tra storici e giudici che cercano la prova delle streghe, arriva soltanto a scoprire l’esistenza degli angeli. Angeli speciali che hanno sorvolato la storia degli anni '70.

Note

1 Il testo è ripreso da un saggio, Gli Angeli e la storia, scritto alla fine degli anni 90 a Parigi e poi pubblicato all’interno del volume Il nemico inconfessabile. Sovversione sociale, lotta armata e stato di emergenza in Italia dagli anni Settanta a oggi, Odradek 1999, scritto insieme a Oreste Scalzone.

2 Le juge et l’historien, Paris, Verdier, 1997, trad. dall’edizione italiana, Einaudi, 1991, con una nuova prefazione dell’autore. cap. XVII, p. 101.

3 Nella Memoria presentata ai giudici e pubblicata dall’editore Sellerio sotto lo stesso titolo, Adriano Sofri scrive a p. 139: «Bisogna stare attenti alla teoria del complotto perché offusca l’intelligenza, e sfocia spesso in una spiegazione comoda».

4 Le juge et l’historien, op. cit.; trad. italiana, 1991, cap. XIV, pp. 64-68.

5 Un episodio per tutti: al Salon du Livre di Parigi, presentando l’uscita del suo libro, Carlo Ginzburg ha risposto a Toni Negri (il quale faceva notare di avere anch’egli «subito un processo alle streghe»), che non c’era ragione di comparare i due casi, poiché «Sofri era veramente innocente e Negri colpevole». Per quello specchio distorto della realtà che è la «verità giudiziaria» i due sono colpevoli allo stesso modo, ma Ginzburg frequentando l’universo delle streghe ha appreso l’arte magica che permette, a lui solo, di essere partecipe dei segreti della «verità storica».

6 Carlo ginzburg, «Traces. Racines d’un paradigme indiciaire» (1979), Mythes, emblèmes, traces: morphologie et histoire, tr. fr. M. Aymard et al., Paris, Flammarion, 1989, p.139-180; «Prove e possibilità», prefazione ed. italiana di N. Zemon Davis, Il ritorno di Martin Guerre, Torino, 1984; «Montrer et citer», Le Débat, n° 56 (settembre-ottobre 1989), pp. 43-54.

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Fino a quando quando gli Usa non fermeranno Israele, Hormuz resterà chiuso

Un impegno contro un altro impegno. Questa la normalità di una trattativa seria.

Nel caso dell’Iran, il governo di Teheran si era preso l’impegno di riaprire Hormuz subito. E l’ha fatto. Ieri, il comando Usa al largo dell’Oman ha contato 55 navi di diverso tipo che hanno attraversato lo Stretto.

Il primo impegno Usa, scritto nero su bianco nel “memorandum of understanding” era fermare ogni conflitto armato da parte sua e del suo alleato, compreso il Libano.

Anche un cieco vede che questo impegno non è stato rispettato da Israele, e dunque gli Stati Uniti – loro “unico alleato”, come ricordato dal vicepresidente J.D. Vance – non sono in grado di trattare anche a nome di Tel Aviv. Il che rende largamente inutile la discussione degli altri tredici punti del MoU, perché è difficile credere a una “pace” se un pezzo importante della controparte continua a sparare, ad occupare un paese sovrano, lamentandosi persino di incontrare una Resistenza.

Ma nonostante le telefonate “furiose” di Trump a Netanyahu, nonostante la durissima reprimenda recitata dal suo vice (“Negli ultimi 3 mesi, due terzi delle armi difensive che ha protetto la loro nazione sono state costruite da mani americane e pagate con soldi di contribuenti americani. Se io fossi nel governo israeliano non attaccherei l’unico alleato potente che mi è rimasto nell’intero mondo”), l’esercito israeliano ha continuato a massacrare civili, sanitari, giornalisti, seminando fosforo bianco (vietato da tutte le convenzioni internazionali) per rende impossibile il ritorno della popolazione nel sud del paese.

Di conseguenza – e non volendo arrivare immediatamente allo scontro militare diretto con Tel Aviv – Teheran ha dichiarato nuovamente chiuso lo Stretto di Hormuz da ieri pomeriggio. La decisione “è arrivata a causa dell’apparente violazione dei patti da parte di Washington, e dell’inversione del suo impegno a non attuare il primo punto del memorandum d’intesa sulla fine della guerra”.

La chiusura è arrivata anche “in risposta alle continue e ripetute violazioni del cessate il fuoco da parte dell’entità sionista nel sud del Libano, e alla conseguente brutale uccisione e sfollamento di centinaia di migliaia di persone da questo paese oppresso”.

Il regime sionista ha commesso più di 300 chiare violazioni dell’accordo e ha attaccato più di 25 insediamenti e villaggi da venerdì mattina. Gli attacchi includono bombardamenti con aerei, droni, artiglieria e l’uso di bombe a grappolo vietate, che finora hanno ucciso 111 persone e ne hanno ferite altre 176.

Se l’aggressione continua, “altri passi saranno pianificati e implementati per costringere il nemico a rispettare i suoi obblighi”. Da Teheran hanno anche fatto sapere che “il campo [di battaglia, ndr] e la diplomazia stanno lavorando in pieno coordinamento tra loro”, avvertendo però che “l’opportunità è specifica e molto limitata”.

Nonostante questa novità, i negoziatori americani e iraniani – insieme ai mediatori pakistani e qatarioti – si sono messi in viaggio per Burgenstock, in Svizzera, dove da stamattina dovrebbe partire la “discussione di merito” su tutti i punti.

La delegazione negoziale iraniana, intitolata “Minab 168” in ricordo delle bambine massacrate in un attacco Usa nei primi giorni della guerra, guidata da Mohammad Baqer Qalibaf, e con  la partecipazione del ministro degli esteri Abbas Araqchi, oltre a funzionari della sicurezza e dell’economia è arrivata a Zurigo.

Ed è chiaro che il primo punto – fermare Israele in Libano – va concretizzato subito, altrimenti non si va avanti. Anche se i negoziatori iraniani si dicono soddisfatti dell’avanzamento della discussione su tutti gli altri punti.

Ma il portavoce del ministero degli esteri ha anche avvertito che “Se l’altra parte non attua pienamente i suoi obblighi e non agisce il prima possibile, tutta la comprensione sarà messa a repentaglio”.

Non c’è insomma spazio per i soliti giochetti sionisti e statunitensi, per gli impegni presi ma non rispettati, per i cambiamenti di impostazione in corso d’opera, per le “tregue” dichiarate solo sulla carta. Si tratta per arrivare ad un risultato condiviso, oppure non ci sarà nessun accordo. E la cosa riguarda anche – e soprattutto a questo punto – Israele.

Una posizione audace che capitalizza la capacità iraniana di resistenza mostrata nel mese e mezzo di guerra aperta, e non si fonda quindi solo sulla “capacità dialettica” dei negoziatori.

Un primo risultato c’è stato: “Dopo una giornata di escalation, su indicazione del primo ministro Benjamin Netanyahu e del Ministro della Difesa Israel Katz, e in coordinamento con gli Stati Uniti, l’Idf ha ricevuto l’ordine di cessare il fuoco in Libano”. Ma è una dichiarazione fatta mille volte e sempre annullata il giorno dopo. Fino all’ora in cui scriviamo (8 di mattina del 21/6) sembra stia tutto sommato reggendo.

Ma, all’opposto, lo stesso Netanyahu fa sapere che Israele rimarrà nel sud del Libano “per tutto il tempo che sarà necessario per difendere le sue frontiere occidentali”. Quelle che nessun trattato internazionale ha potuto indicare, nero su bianco, quali fossero, ma che vengono “spostate” mese dopo mese da Tel Aviv accampando “necessità di sicurezza” sempre e solo per sé.

Il vero problema del Medio Oriente è soprattutto questo.

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Avere vent’anni: Celtic Frost – Monotheist

Iniziare ad avere “una certa” ha anche i suoi lati positivi: te ne frega molto meno delle opinioni altrui su temi – ovviamente – di scarsa rilevanza, ti importa il giusto essere presente a determinati eventi e assumi anchela maturità per fare scelte che possono condizionarti in modo rilevante e magari prima non avresti intrapreso.

Tra gli altri lati positivi c’è l’aver potuto assistere a determinati concerti, aver visto alcune band nel loro prime, come dicono quelli smart, o aver vissuto in diretta la pubblicazione di album che hanno effettivamente lasciato il segno, cosa che avviene sempre più di rado. Non penso – come una certa vulgata vorrebbe – che “non esca più niente di buono”, perché, fortunatamente, vengono pubblicate decine di album ottimi ogni anno, ma quelli che sono capaci di fare storia a sé, di dire qualcosa di altro sono sempre più una rarità, soprattutto dopo circa ottant’anni di “musica popolare”. Monotheist dei Celtic Frost rientra in questa ristretta categoria e ricordo benissimo tanto il peso delle aspettative che si portava dietro quanto la spaccatura che si creò all’epoca. Anche se parlare di polarizzazione, per un disco che oggi viene giustamente considerato uno degli Lp “estremi” più importanti degli ultimi due decenni, sarebbe sbagliato. Perché se da una parte c’era chi fin da subito ne comprese l’importanza e il valore, una bella fetta di stampa e ascoltatori, pur senza parlarne male, vide Monotheist come un lavoro noioso, monotono e prolisso.

E “accontentare” tutti era praticamente impossibile, dato che il ritorno dei Celtic Frost era atteso da sedici anni, quando non si sapeva più se Tom Gabriel Fischer (e tantomeno Martin Eric Ain) sarebbero tornati a pubblicare qualcosa dopo il “meraviglioso fallimento” di Cold Lake – che a me, comunque, piace, condividendo la visione del Komandante Belardi – e il “ritorno al metal” di Vanity/Nemesis che, ancora vittima della macchina del fango che si era abbattuta sul suo predecessore, non aveva, in fondo, conquistato nessuno, nonostante la discreta fattura (forse a causa della temibile cover di Heroes).

La gestazione di Monotheist fu lunga e anomala: la reunion cominciò a prendere forma “in segreto” attorno al 2000, le prime sedute di registrazione partirono alla fine di ottobre 2002, nel 2005 il gruppo pubblicò il demo Dark Matter Manifest mentre l’album era ancora in corso e le lavorazioni si estesero fino al 2005 inoltrato, con incisione e missaggio fra Hannover, Winterthur, Zurigo, Kilchberg e Thalwil, anche con l’ausilio di Peter Tägtgren. Un lavoro che, per esplicita scelta dei diretti interessati, doveva “ritornare”, pur senza nostalgie, alle atmosfere più oscure dei primi due album e, al tempo stesso, guardare al futuro. Martin Ain spiegò anche che, mentre il gruppo cercava di tornare a essere i Celtic Frost, fu importante ripartire dalle radici di Hellhammer per capire che cosa volessero davvero fare; in altre parole, la reunion non fu nostalgica, ma “genealogica”. E per una volta non si trattò di una di quelle dichiarazioni da cartella stampa dei primi 2000, ma un preciso riferimento tematico, perché quell’Only Death is Real che, idealmente, chiudeva la parabola del pionieristico gruppo di Fischer e Ain è centro tematico, e non solo di Monotheist. Un lavoro difficile, stratificato, lento, inesorabile, implacabilmente profondo e disperato, che richiede parecchio tempo perché si entri nel suo macrocosmo di luttuoso abisso.

All’inizio, Ain e Fischer sembrano quasi prendere in giro l’ascoltatore con due brani che non sono affatto esemplificativi del mood dell’album: Progeny (come da titolo) e Ground semplificano un discorso più complesso e appaiono infatti un’attualizzazione delle sonorità di To Mega Therion e, soprattutto, Into The Pandemonium, con tanto di “Ugh!” iniziale. Due brani straordinari, perché il livello qualitativo è supremo, ma più canonici, che non aggiungono molto di nuovo a quanto fatto in precedenza (se non a livello di suono), come avviene invece con la successiva, monumentale, A Dying God Coming into Human Flesh, tra i migliori brani editi nel nuovo millennio. In assoluto. Ed è qui che inizia a “codificarsi” il suono di Monotheist che getterà le basi per i futuri Triptykon, in seguito alla separazione da Ain. Un brano in cui convivono più anime che partono dai primi lavori della band, passano per un doom tout court e attraversano passaggi che – vuoi per suggestione, vuoi per altro – possono portare alla mente i Tool. Ci sono parti vocali proto black metal e un suono che... be’, personalmente non ho mai sentito prima, né dopo, se non appunto nei Triptykon. Un suono malmostoso, cupo, mortifero, profondissimo, quasi quanto i testi e l’aspetto “concettuale” che muove l’intero progetto. Tale aspetto, interamente curato da  Tom G. Fischer e Martin Eric Ain è, infatti, del tutto incentrato su morte, autodistruzione e lotta con il divino, anche frutto delle profonda depressione che affliggeva Fischer e che diventerà, purtroppo, sempre più importante in futuro, come esplicitato in Melana Chasmata, che lo stesso autore ha tradotto come “grande e oscura depressione”.

In tal senso, Ground si apre con il grido biblico “O God, why have You forsaken me?” evocando disperazione totalizzante; nella già citata  A Dying God… si menziona il freddo eterno in antitesi al concetto di morte; Drown in Ashes esplora la vendetta e l’odio (As you perish I shall live), rendendo tale contrapposizione più esplicita attraverso l’uso della voce femminile di Lisa Middelhauve in un brano che inserisce elementi “gotici” alla composizione. Os Abysmi vel Daath, uno degli altri capolavori assoluti dell’album, prende il nome dal Liber di Aleister Crowley, nelle parole di Martin Ain uno strumento per “entrare liricamente nell’abisso”. Un brano che riflette la lotta contro l’ipocrisia e l’ego (I deny my own desire… lying one among the liars). Questo è il contesto in cui i due autori fondono riferimenti “accademici” (Crowley, filosofia dell’ego) a immagini apocalittiche e personali che trovano la loro conclusione nel Triptych finale diviso in tre parti ed aperto da  quella Totengott, monologo interiore al limite della psicosi, ultimo pezzo scritto con Ain e cantato da Ain stesso in presa diretta.

Un trittico che mette la parola fine ad un disco oscuro e impenetrabile come una pozza di petrolio e che si conclude, dopo la torrenziale e tutt’ora indecifrabile Synagoga Satanae, nel modo più coerente possibile, con una vera e propria “celebrazione” della morte, ossia un requiem strumentale di stampo sinfonico a dir poco struggente che funge anche da decompressione del non semplice ascolto. E che, purtroppo, segna anche la fine dei Celtic Frost che, tra dissidi interni tra i due autori e problemi legati all’uso del nome, finirono di fatto ancor prima della pubblicazione di un disco che – oggi si può dire con assoluta certezza – rivoluzionò ancora una volta la scena estrema, creando un magma sonoro che, ancora adesso, è di difficile classificazione.


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La guerra alla Russia e i ras del nazigolpismo di Kiev

Promozione dell’industria di guerra. Réclame dei prodotti del complesso militare-industriale di mezza Europa e, di concerto, pubblicità del “crescente potenziale” bellico ucraino, di contro alla “catastrofica situazione” di una Russia che non solo non è in grado di garantire la sicurezza nemmeno della capitale, ma sta perdendo sempre più soldati, come “certificato” dal ministro nazista della guerra Mikhail Fëdorov e come “provato” dai torquemadisti de Linkiesta, secondo i quali sarebbero «centinaia di migliaia» i militari russi «provenienti dalle regioni più povere, eliminati ancor prima di arrivare al fronte».

Ormai siamo (saremmo) in dirittura d’arrivo: Moskva non ha più speranze, è allo stremo, mentre l’avamposto della democrazia liberale europea è in procinto di assestare il colpo finale al Cremlino.

Sì, perché, dicono gli inquisitori pannelliani, ora «la guerra è arrivata a venti chilometri dal Cremlino, nel pezzo di Russia che il Putin deve tenere al riparo a ogni costo, per non collassare».

Come mai? La risposta è ovvia per qualunque filisteo liberale che si rispetti: in Russia c’è un dittatore – la teologia liberale, cui è estranea ogni concezione di classe e di rapporti tra le classi, non concepisce (o sa dipingere) altro che “un dittatore”, uno “zar”, mentre qualsiasi rappresentante della classe borghese nelle libere democrazie liberali è per ciò stesso un apostolo della fede – e il «patto non scritto tra il dittatore e i suoi sudditi è brutale, come in tutti i regimi: voi rinunciate alla libertà, io vi garantisco sicurezza. I russi sono ammutoliti da oltre vent’anni».

L’inferno in terra; che diventa paradiso solo quando si assicurano i lettori che in Russia ci siano così tante voci contrarie al regime, che i giornali europei non hanno sufficiente spazio per divulgarle tutte.

Ma qui viene il bello: dopo il massiccio attacco ucraino su Moskva, “lo zar” non è più in grado di «assicurare ai suoi cittadini che la guerra resterà fuori dal centro del potere». Che importa? Si è appena assicurato il lettore che i «russi sono ammutoliti da oltre vent’anni»; dunque, il problema è risolto alla radice.

Resta il fatto che, come ha dichiarato il nazigolpista-capo Vladimir Zelenskij, i cittadini russi devono provare sulla propria pelle l’effetto dei bombardamenti sulle città e dovrebbero costringere “il dittatore” a dimettersi o, se del caso, convincere qualcuno della cerchia politica più ristretta o delle oligarchie finanziarie a “eliminarlo dalla scena”. Ma, i «russi sono ammutoliti da oltre vent’anni» e allora con che voce si faranno sentire?

Forse con quella dei media di regime italici, che fanno da megafono alle figure più in alto nella scala gerarchica della junta nazigolpista. Ecco allora che il Corriere della Sera offre spazio a una delle ugole del regime di Kiev, il “consigliori” presidenziale Mikhail Podoljak, che ribadisce il concetto caro alla liberaldemocrazia europeista: avanti con la guerra, perché è solo colpa di Moskva se non si può «passare a un processo negoziale realistico».

E allora, di fronte alla “volontà bellicista” russa, Kiev «non farà altro che intensificare i suoi attacchi sul territorio russo». Che, del resto, è quanto è stato ordinato a Zelenskij in più di un’occasione, non ultima quella del vertice G7 a Evian.

«La situazione è cambiata drasticamente», assicura Podoljak, e su tutti i fronti, sia sul campo di battaglia, sia nelle retrovie delle forze di occupazione, sia all’interno del territorio russo. Kiev, proclama il “consigliori”, riesce a colpire la «logistica russa, i terminal petroliferi, le raffinerie, gli impianti militari».

Il messaggio è chiaro: «se Mosca non accetterà un processo negoziale realistico e non porrà fine alla fase attiva della guerra, l’Ucraina aumenterà ulteriormente la pressione sulle infrastrutture che permettono alla Russia di continuare il conflitto».

Il medesimo messaggio viene lanciato anche a Bruxelles: per accrescere «ulteriormente la pressione», Kiev ha bisogno di ricevere ancora più armi e soldi; le industrie di guerra europee potranno vantare crescenti profitti con le aumentate esigenze di materiale bellico.

Questo da un lato; dall’altro, il copione che le cancellerie europee hanno affidato al nazista Podoljak perché lo mandi a memoria: «L’Europa oggi appare molto più assertiva e molto più consapevole delle conseguenze che un esito negativo della guerra avrebbe per il continente... Per questo deve essere un attore di primo piano in qualsiasi processo negoziale. Ma non può essere un mediatore neutrale: la guerra si combatte contro un Paese europeo, sul continente europeo, e pone una sfida diretta alla sicurezza dell’Europa».

Il famoso “vallo europeo” contro i “barbari asiatici”, tanto decantato dai tempi in cui a fare da presidente nell’Ucraina golpista era Petro Porošenko e primo ministro era il banchiere Arsen Jatsenjuk. L’Ucraina quale avamposto della guerra europeista contro la Russia; piazzaforte e poligono della sperimentazione delle nuove armi sfornate dalle industrie di mezza Europa e affidate all’uso da parte dei centri operativi ucraini, braccio operativo degli specialisti militari della NATO che dirigono le operazioni di bombardamento.

Il “consigliori” nazigolpista conclude la propria crociata affidando al Corriere della Sera il ritornello secondo cui «senza coercizione della Russia non ci saranno veri negoziati. Aspettarsi la buona volontà di Putin è un’illusione. Servono sanzioni più dure, soprattutto contro petrolio e gas, più armi a lungo raggio, più difesa antiaerea, più coordinamento tra Europa, Ucraina e Stati Uniti». Amen.

Dunque, più Europa, dice il “consigliori”, copiando i pannelliani di casa nostra, come se davvero quella sia la “via della pace”.

Il fatto è che, Europa o UE, è da tempo che le cancellerie europee e europeiste hanno scelto la strada della guerra, proclamandone sfacciatamente anche le scadenze. Ora, per accennare a un singolo passo, si dice che alla fine del maggio scorso, Vladimir Zelenskij avrebbe consegnato al magnate russo Roman Abramovic un messaggio, indirizzato a Vladimir Putin, contenente, pare, imprecisate “proposte di pace”.

L’incontro con Abramovic era stato confermato dallo stesso Zelenskij e ne aveva scritto anche il Financial Times, citando addirittura quattro fonti.

L’economista russo Serghej Bogacëv dice che a fare da intermediario per l’incontro sarebbe stato il capo della frazione parlamentare “Servitore del popolo” David Arakhamija, in passato partecipante a incontri bilaterali russo-ucraini, come quello, ad esempio, a Istanbul nel 2022, mandato all’aria da Boris “Macbeth” Johnson.

Ora, secondo Bogacëv, non appena le voci sull’incontro Zelenskij-Abramovic e sul presunto contenuto del messaggio da trasmettere a Moskva sono giunte all’intelligence britannica, Londra ha immediatamente iniziato a opporsi.

Ricordando l’attacco terroristico al dormitorio studentesco a Starobel’sk, l’economista russo ha sottolineato che non è stato un caso che qualcuno abbia trasmesso agli ucraini le coordinate per l’attacco: «chiaro che quando vengono assassinati giovani uomini e donne, la Russia non discuterà di nulla con Zelenskij, quale Comandante supremo delle Forze armate ucraine. I negoziati sono stati interrotti» prima ancora di cominciare.

Più o meno la stessa successione della messinscena a Bucha nel 2022 e anche, a guardar bene, del massiccio attacco di droni su Moskva, immediatamente successivo al via libera accordato a Kiev nel summit di Evian. In quest’ultimo caso, si è trattato di una prestazione dimostrativa, afferma Vasilij Stojakin su Ukraina.ru: «man mano che cresce la militarizzazione dell’industria in Europa (siamo consapevoli che l’Operazione speciale è finita da tempo e c’è invece una guerra con l’Europa?), tali prestazioni diventeranno la norma e, oltre ai droni con modeste capacità di combattimento, verranno sempre più utilizzati missili da crociera, indistinguibili nelle loro caratteristiche dalle attuali armi della NATO».

Non è ormai più un segreto che l’Ucraina si trovi in una posizione molto meno vulnerabile rispetto alla Russia, dato che si limita ad assemblare le componenti fornite dalle industrie europee e lo fa servendosi di infrastrutture parzialmente smantellate e decentralizzate. I danni all’Ucraina sono causati principalmente da attacchi alle infrastrutture di trasporto ed energetiche.

Le immagini della raffineria di petrolio di Moskva in fiamme, osserva Stojakin, si sono rivelate un ottimo spunto al vertice del G7 per la presentazione dell’azienda “ucraina” Fire Point, produttrice del missile “Flamingo” (il FP-5 ucraino è praticamente la copia del FP-5 prodotto dall’impresa britannico-emiratina Milanion) e per la dichiarazione di Zelenskij sul suo desiderio di pace. Bisogna ammettere che l’Ucraina sa come investire nelle pubbliche relazioni: sui media, tutto ciò appare più convincente di ogni attacco portato con gli “Orešnik” russi.

Ecco infatti che sui media di regime i ras della junta nazigolpista di Kiev vengono sempre presentati quali esponenti di una “libera democrazia europeista; rappresentanti di un “paese libero” aggredito da una “autocrazia”; gentiluomini che difendono i “valori europei” dall’aggressione di “barbari asiatici” che nulla hanno a che fare con “l’Europa”.

La fedeltà agli “ideali nazisti” da parte di quei ras che affamano il popolo ucraino e lo mandano al macello nell’interesse dell’Europa, viene ovviamente taciuta. Sono nazisti, ma la cosa, finché guerreggiano per noi, al nostro posto, non ci riguarda, si dice nelle cancellerie europee. L’importante è che siano dalla nostra (loro) parte.

Un po’ come succede, mutatis mutandis, a livello interno, quando l’intero arco liberal-borghese si “stringe a coorte” attorno ai “propri” fascisti, umiliati a livello planetario. È ancora il Corriere della Sera a riportare, tra le altre, le dichiarazioni della segretaria del PD Elly Schlein, secondo cui «Gli attacchi di Trump alla presidente Meloni sono inaccettabili e da respingere con forza, non accettiamo insulti rivolti al governo del nostro Paese».

Ipocriti: governo del “nostro paese” è l’esatta rappresentazione della visione liberale, aclassista, dei rapporti sociali, rapportata, nel caso specifico, a un governo che non perde occasione di esaltare le “passate glorie” della patria fascista.

Ipocriti. Se il soggetto che ha così “proditoriamente disonorato la patria” viene da terre lontane, allora i “patrioti” si stringono attorno al “vate” umiliato e offeso: «Chi schiaffeggia i nostri rappresentanti schiaffeggia l’Italia, non possiamo lasciarlo fare».

C’è una zuffa verbale tra due banditi; ma uno dei due è il “nostro” (loro) bandito e che importa che sia fascista. Anche oggi, come cent’anni fa, “non passa lo straniero” e il nostro cuore è tutto per la “nostra” presidente del consiglio.

Misero interclassismo liberale che si sbraccia per i “nostri”, siano essi nazisti di Kiev, rigorosamente “nostri” europeisti, o siano fascisti di casa, che militarizzano ogni aspetto della vita sociale in nome dei profitti del capitale. Liberalismo padronale.

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Le condizioni dei “lavoratori umani” che puliscono i dataset o validano i chatbot

Dietro la crescita dell’intelligenza artificiale (Ai) si nascondono migliaia di lavoratori che svolgono un ruolo fondamentale nel gestire e “pulire” i dataset utilizzati nell’addestramento delle Ai o nel validare sistemi come chatbot. Questi impiegati non sono però assunti direttamente da colossi digitali come Amazon, Google e Meta ma attraverso aziende intermediarie e sono sottoposti a difficili condizioni lavorative.

Una situazione aggravata dalla mancanza di trasparenza di queste società che si rifiutano di rivelare quali servizi di “annotazione umana” abbiano utilizzato per sviluppare i propri modelli di Ai. Un’analisi pubblicata a inizio aprile da SOMO, il Centro di ricerca olandese sulle multinazionali, ha provato a far luce sui “lavoratori umani” e sulle responsabilità delle Big Tech nei confronti delle loro condizioni. Attingendo a un’ampia gamma di fonti accessibili al pubblico, tra cui articoli di stampa, dichiarazioni sindacali e pubblicazioni aziendali. “Finché le Big Tech continueranno a richiederlo, ci sarà sempre un’azienda intermediaria disposta a fornirlo. La responsabilità del trattamento riservato a questi lavoratori deve ricadere sulle grandi aziende tecnologiche”, ha spiegato a SOMO Karri Lybeck, consulente e organizzatore sindacale nel settore tecnologico.

Il settore dell’intelligenza artificiale è in forte crescita. Secondo le stime di una società di analisi di mercato il settore raggiungerà un fatturato di 10,2 miliardi di dollari entro il 2034, grazie alla crescente diffusione dei prodotti basati sull’Ai. Un fenomeno che non sarebbe possibile senza l’impiego di agenzie intermediarie.

L’analisi mostra come le principali cinque società impiegate nello sviluppo di sistemi basati sull’intelligenza artificiale (Amazon, Google, Meta, Microsoft e Nvidia) abbiano impiegato complessivamente 30 diverse aziende intermediarie per reclutare lavoratori umani per la validazione dei dati. Entrando nel dettaglio è Amazon ad avere il maggior numero di fornitori, ben 18, seguita da Microsoft e Google con 15, da Meta (10) e da Nvidia (8). “Questa analisi si basa interamente su informazioni di dominio pubblico e, pertanto, è probabilmente incompleta – si legge nel report –. Ciononostante, ci permette di iniziare a fare luce sui misteri di questa catena di approvvigionamento, mettendo in luce la rete di aziende coinvolte”.

Le aziende a cui ricorre il settore dell’intelligenza artificiale non sono un insieme omogeneo e spesso adottano modelli di business diversi tra di loro. Alcune sono società di outsourcing dei processi aziendali, come Appen, Telus digital e Sama, che in genere assumono o ingaggiano lavoratori per fornire servizi ai clienti. Altre operano come piattaforme di crowdwork, tra cui Clickworker, Mercor e Scale Ai, dove un ampio bacino di lavoratori online svolge incarichi su base progettuale o per singolo compito.

La mancanza di trasparenza non riguarda solo le Big Tech ma anche il modo in cui operano le aziende intermediarie. Anche se la quasi totalità di queste società ha sede nel “Nord globale”, e 20 su 30 negli Stati Uniti, non è detto che la manodopera con cui si interfacciano venga dalle stesse aree geografiche. Secondo la piattaforma di analisi Data work landscape molti di questi attori reclutano in tutto il mondo specialmente nei Paesi del “Sud globale” dove il costo del lavoro e le tutele sindacali sono inferiori. Ad esempio, Sama (che serve Google, Meta, Microsoft e Nvidia) si rivolge a lavoratori in Stati Uniti e Canada ma anche in Kenya e in Uganda.

Purtroppo, esistono poche analisi dettagliate delle condizioni di questi lavoratori. Una di queste è realizzata da Fairwork piattaforma che analizza l’equità delle condizioni dei lavoratori del settore digitale, compresi quelli impegnati nell’addestramento dell’Ai. SOMO ha incrociato i risultati ottenuti da Fairwork con le collaborazioni tra Big Tech e intermediari per stabilire quanto siano eque le condizioni lavorative dei loro principali partner. I risultati, almeno per quanto riguarda le prime quattro aziende intermediarie, non sono incoraggianti. Il campione esaminato risulta carente in almeno cinque dei dieci parametri utilizzati nella valutazione dell’equità del lavoro. In particolare, solo due aziende, Appen (che fornisce Amazon, Meta, Microsoft e Nvidia) e la già citata Sama, garantiscono uno stipendio minimo ai lavoratori ingaggiati e solo la prima tutela la libertà di associazione. Mentre Scale Ai e Clickworker sono ancora più carenti sotto tutti gli aspetti esaminati.

Questi dati evidenziano un paradosso: sebbene i lavoratori del settore siano soggetti a condizioni di lavoro stabilite dai fornitori, dietro la domanda della loro manodopera e la pressione a fornirla su larga scala e a basso costo si celano alcune delle aziende più potenti e redditizie al mondo. Colossi come Google e Meta hanno sempre respinto la propria responsabilità in quanto datori di lavoro, addossandola invece ai propri fornitori intermedi. Eppure, le Big Tech esercitano un potere considerevole sui loro fornitori in quanto rappresentano la quasi totalità dei loro clienti. Molte di queste aziende fanno affidamento su contratti con poche (o addirittura con una sola) aziende tecnologiche, con un singolo cliente che rappresenta dal 14% al 48% del fatturato totale. Ne emerge quindi una forte asimmetria che permette ai “grandi” di esercitare la massima influenza sui propri fornitori.

Le Big Tech non sono solamente i principali (se non gli unici) clienti delle società intermediarie; spesso ne sono anche importanti investitori. Nel giugno 2025 Meta ha annunciato l’acquisto di una quota del 49% di Scale Ai. Questa scelta è stata criticata da SOMO e da altre associazioni in quanto potrebbe configurarsi come una “fusione verticale de facto”, conferendo a Meta il controllo su un fornitore fondamentale nel settore dell’annotazione dei dati. In risposta all’operazione Google ha annullato il suo contratto con Scale Ai per un totale di 150 milioni di euro, il 20% del loro fatturato. Un mese dopo, Scale Ai ha annunciato che avrebbe ridotto il proprio organico del 14%, con un impatto su 200 dipendenti a tempo pieno e 500 collaboratori esterni. A fare le spese di questa acquisizione aggressiva sono stati principalmente i lavoratori della società comprata. Questo tipo di investimenti mette inoltre in dubbio la narrativa delle aziende Ai che si dichiarano non responsabili delle condizioni di lavoro dei propri fornitori. Scale Ai non è un caso isolato, almeno altre nove aziende operanti nel settore dei dati per l’intelligenza artificiale hanno ricevuto investimenti da parte di Amazon, Google, Meta, Microsoft o Nvidia. Ciò evidenzia un coinvolgimento delle Big Tech a un livello più strutturale, che va oltre l’esternalizzazione e comprende la proprietà e il controllo.

Le grandi aziende tecnologiche integrano sempre più spesso l’accesso alla manodopera umana direttamente nei propri marketplace cloud, rendendo il lavoro sui dati una componente on demand dello sviluppo dell’Ai. Ad esempio Amazon nel 2005 ha lanciato il cosiddetto Mechanical Turk, una delle prime piattaforme di crowdwork su larga scala, ancora oggi disponibile. Mentre nel 2020 ha fatto un ulteriore passo avanti introducendo Amazon Augmented Ai (A21), che consente agli utenti del suo cloud (tra cui sviluppatori, altre aziende e servizi pubblici) di integrare il lavoro umano direttamente nei flussi di lavoro di machine learning. Nel promuovere i propri servizi, l’azienda ha affermato che gli utenti possono avvalersi di “una forza lavoro on demand disponibile 24 ore su 24, 7 giorni su 7, composta da oltre 500mila collaboratori indipendenti in tutto il mondo, tramite Amazon Mechanical Turk”. Se ciò non fosse sufficiente, i clienti “possono avvalersi di un fornitore di manodopera di terze parti tramite Amazon web services (Aws) marketplace. Questi fornitori sono stati selezionati da Aws per garantire recensioni di alta qualità e seguire le procedure di sicurezza”. Strategie simili sono state prese anche da Microsoft e da Google. Man mano che le Big Tech passano dall’outsourcing agli investimenti in società specializzate nella gestione dei dati fino all’integrazione dei loro servizi nelle piattaforme cloud, il loro ruolo diventa ancora più diretto. Non sono più semplici clienti ma partecipanti attivi nella definizione del mercato.

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20/06/2026

Le Monografie di Frusciante : John Waters (Luglio 2022)

Washington paga e ottiene promesse

di Emiliano Brancaccio

È ancora viva la memoria della bullesca propaganda con cui Trump e Netanyahu avevano dato inizio alla guerra contro l’Iran. Minacciavano l’annientamento di ogni traccia della civiltà persiana se i pasdaran non si fossero piegati, davano per imminente il cambio di regime, già preparavano riunioni con gli affaristi per spartirsi il paese.

Ebbene, il memorandum di pace che circola in queste ore delinea una situazione un po’ diversa.

Stando ai leak pubblicati da Reuters e altri, ammesso che si arrivi alla firma, venerdì prossimo gli Stati Uniti potrebbero accettare un protocollo che pare oggettivamente sbilanciato a favore del nemico.

Lasciamo ai geopolitici di grido occuparsi della telenovela nucleare e concentriamoci sul nocciolo del problema: la disputa commerciale e finanziaria. Ecco i punti principali.

In primo luogo, Washington si appresta a sbloccare circa 25 miliardi di dollari di fondi iraniani congelati all’estero. Gli sherpa americani puntualizzano che lo sblocco avverrà «sotto condizioni» ma la precisazione appare ogni ora più flebile. Metà dei soldi potrebbero esser consegnati ai legittimi proprietari già all’atto della firma.

Inoltre, gli Stati Uniti sono pronti a inaugurare una progressiva rimozione delle cosiddette «sanzioni» contro il regime teocratico. Significa, in sostanza, che saranno allentate le barriere protezioniste, non solo verso il petrolio ma anche verso le imprese estere che hanno continuato a interagire con Teheran. Lo sbandierato friend shoring americano potrebbe così diventare enemy shoring: una stagione di nuovi commerci col vecchio nemico.

C’è poi il capitolo dei fondi per la ricostruzione dell’Iran bombardato. Trump ha ancora la faccia di venderla come occasione di profitto per i sodali del suo golf club. Ma gli iraniani la vedono diversamente, come riparazioni di guerra a carico dei demolitori. In un caso o nell’altro, è difficile immaginare che gli investitori americani potranno muoversi a proprio agio, in un paese ormai ampiamente innestato nella fitta rete di relazioni inter-capitalistiche sino-russe.

Resta infine il disastro di Hormuz. All’inizio della guerra, Washington e Tel Aviv puntavano sulla presa del canale per condizionare i transiti verso oriente e mettere la Cina sotto scacco. Non è andata bene. Adesso si accontentano di invocare una riapertura senza condizioni. Ma potrebbe andargli peggio. Ora infatti è Teheran che esige denari da coloro che passeranno lo stretto, non più come «pedaggi» ma come «servizi di navigazione e sicurezza». Per il diritto internazionale la definizione è più digeribile. Ma la sostanza è la stessa: l’iniziale azzardo piratesco di americani e israeliani potrebbe sfociare in un umiliante ribaltamento di ruoli.

L’esito della contesa militare è alquanto sorprendente ma tra i contabili di guerra non c’è troppo stupore. Oggi l’America indebitata può spendere per armamenti meno di un decimo rispetto agli enormi investimenti militari che destinava alle campagne medio-orientali nell’epoca d’oro delle grandi invasioni.

La ragione risiede in un limite già delineato da Ian Ferguson: quando la spesa per interessi sul debito supera la spesa militare, l’espansione imperiale entra in crisi. Ferguson parla solo di debito pubblico, come vari commentatori poco avvezzi all’argomento. In realtà si tratta di debito verso l’estero, sia pubblico che privato. Ma l’implicazione è quella. Come era accaduto nella crisi dell’impero britannico, il cosiddetto vincolo esterno inizia a mordere anche l’impero americano.

Presi nell’inedita morsa, gli Stati Uniti saranno presto o tardi forzati verso un drammatico bivio: rassegnarsi al declino imperiale e accettare di governarlo pacificamente con gli altri paesi, oppure giocarsi il tutto per tutto con una escalation bellica generale, in spregio al dissesto finanziario e forti di una supremazia militare ancora difficile da scalzare. O Pechino o morte.

A lungo il dilemma incomberà sul Mondo. Per adesso, anziché affrettarsi a inviare navi italiane su Hormuz, Meloni farebbe bene a chiedere all’amico Trump in che direzione vuol mettere la freccia.

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Kiev mira a Mosca. La disperazione può portare a un’escalation improvvisa e contraria

L’Ucraina, nella notte tra mercoledì e giovedì, ha sferrato uno dei più imponenti attacchi con droni dall’inizio del conflitto nel 2022, colpendo per la seconda volta in tre giorni la nevralgica raffineria di petrolio di Kapotnya, alla periferia di Mosca, e provocando incendi di vaste proporzioni visibili a chilometri di distanza.

Il ministero della Difesa russo ha dichiarato di aver subito l’attacco di più di 550 droni in tutto il Paese, di cui 194 diretti specificatamente contro la capitale. L’impatto sul complesso industriale di Kapotnya è sicuramente significativo: la raffineria copre circa il 40% del fabbisogno di carburante regionale, e i danni hanno portato le autorità aeroportuali a decidere la chiusura di tutti e quattro i principali scali della città.

Il presidente ucraino Volodymyr Zelensky ha definito l’operazione una risposta “pienamente giustificata” ai raid russi sul territorio ucraino e ha fatto particolare riferimento al presunto attacco alla Cattedrale della Dormizione della Lavra delle Grotte di Kiev. Presunto perché è difficile pensare che il Cremlino abbia deciso di bombardare volontariamente uno dei più importanti luoghi religiosi ortodossi, per di più considerato sotto la giurisdizione del Patriarca di Mosca.

Ad ogni modo, Zelensky si è lanciato in dichiarazioni molto dure: “se l’Ucraina brucia, brucerà anche Mosca”. Il ministro degli Esteri russo, Serghej Lavrov, ha preannunciato imminenti e massicci attacchi di ritorsione, mentre Yuri Ushakov, consigliere presidenziale, ha avvertito che l’escalation e l’uso di droni a lungo raggio allontanano qualsiasi negoziato o incontro personale tra Putin e Zelensky.

Mosca ha inoltre denunciato un attacco collaterale nella regione di confine di Bryansk, dove un drone ucraino avrebbe colpito un autobus che trasportava una squadra giovanile di calcio bielorussa, provocando la morte di un’accompagnatrice e il ferimento di quattro minori. Un atto terroristico che appare pensato proprio per rendere inaccettabile qualsiasi dialogo tra Russia e Ucraina.

La strategia di Kiev appare infatti chiara: colpire gli asset strategici russi è di certo utile nello sforzo bellico, ma non crea le condizioni per ribaltare la situazione sul campo di battaglia, proprio mentre tutte le fonti sembrano concordare sul fatto che Mosca sta ottenendo risultati contro le fortificazioni di Kostiantynivka, nel Donetsk.

In realtà lo scopo sarebbe più immediato: far vedere ai finanziatori europei della guerra che “le cose stanno andando bene” e dunque sarebbe bene metter mano al portafoglio e fornire a Kiev i miliardi e le armi che chiede. Diversi analisti militari, comunque, considerando il grande sforzo fatto dagli ucraini per alimentare due giorni di attacchi aerei, hanno notato che sono stati utilizzati mezzi di tutti i tipi, nello sforzo di “saturare” le difese aeree russe.

Ma non avendo una struttura industriale in grado di supportare con costanza il lancio di centinaia di droni al giorno, è inevitabile concludere che stiano dando fondo ai magazzini allo scopo, come si diceva, di spillare altri quattrini da quei pazzi guerrafondai di Bruxelles.

L’alternativa è che sia iniziata una massiccia fornitura di droni da parte europea, il che apre scenari di escalation che potrebbero investire direttamente i paesi europei, essendo oramai certo che Trump non muoverebbe un dito, in barba al totem dell’art. 5 della Nato.

Nei fatti, l’uso più importante di queste incursioni verso la capitale russa è soprattutto propagandistico, nel tentativo di porre ostacoli a qualsiasi ipotesi di dialogo con Putin, su cui anche i paesi europei hanno cominciato a ragionare da un po’ di tempo. Il Consiglio Europeo che si è appena svolto ha confermato il sostegno a Kiev e ha prorogato di 12 mesi le sanzioni in essere contro la Russia, ma ormai la ricerca di un “mediatore” con Mosca è diventata pubblica.

Tuttavia, la competizione interna alla UE sembra aver già prodotto un’incrinatura, per cui l’apertura di canali con Mosca da parte di António Costa, presidente del Consiglio, ha fatto storcere il naso a Merz e Macron, ad esempio, che hanno rivendicato il proprio ruolo al fianco di Kiev, non di mediatori. Un messaggio che si allinea ai desideri della presidenza ucraina.

Non tutto però va nella direzione che vorrebbe Zelensky, ovvero sostegno totale alla guerra. La Bulgaria, paese ortodosso, ha minacciato il veto sul 21esimo pacchetto di sanzioni, se tra i soggetti colpiti vi sarà anche il Patriarca Kirill, mentre l’ungherese Magyar ha rivendicato la cancellazione – nei documenti del Consiglio – di qualsiasi riferimento all’accelerazione dell’ingresso dell’Ucraina nella UE.

Il presidente ucraino deve fare in modo di mostrare un paese forte e capace di sostenere il conflitto, e anche di fare male alla Russia, se vuole sperare di continuare ad avere il sostegno dei guerrafondai europei, al di là di chi sarà la figura che parlerà con Putin per conto della UE. E deve promuovere anche l’integrazione del paese nel riarmo e nella difesa europei, se vuole sperare che il paese non vada fallito.

Il problema, che fanno finta di ignorare a Kiev quanto a Bruxelles, è che più viene messa in pericolo la popolazione russa, tanto più nella capitale, più vengono colpiti siti fondamentali, più il Cremlino può aumentare il livello dello scontro contro l’Ucraina. I danni ricadranno per lo più sulla popolazione civile, che se è sempre stata sacrificabile per gli europei (che usano gli ucraini per una guerra per procura), è ormai diventata una pedina insignificante anche per lo stesso Zelensky.

Tutto è indirizzato a ottenere, almeno nella narrazione delle opinioni pubbliche occidentali, una posizione migliore di quella che ha, per sperare di non essere il capro espiatorio di possibili negoziati, su cui tutti ormai cominciano a pensare seriamente.

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