In questi giorni è stato assegnato un importante appalto per un totale di 180 milioni di euro da erogare in sei anni vinto da quattro fornitori diversi, inserito nell’ambito dell’iniziativa dell’UE di dotarsi di una propria infrastruttura cloud sovrana.
La valutazione dei candidati si è svolta seguendo i criteri del framework della commissione europea per il cloud sovrano. Sfogliando questo documento si osserva che la commissione è particolarmente preoccupata sia del controllo dell’infrastruttura software e hardware con cui vengono salvati i dati, sia della giurisdizione legale secondo cui i dati vengono trattati.
È infatti noto a tutti che i giganti dei servizi cloud, Amazon AWS, Microsoft Azure e Google, mal sopportano le regole stringenti di protezione dei dati che negli anni l’UE ha varato, come il GDPR.
Le aziende statunitensi sono infatti state sanzionate più volte dagli organi UE per pratiche non conformi ai regolamenti sulla privacy. Evidentemente l’Unione Europea si pone oggi il problema dell’effettiva capacità di imporre le proprie leggi in materia di protezione dei dati e quindi sta iniziando a prendere delle misure che mirano a diminuire la dipendenza dai servizi statunitensi.
Rimane peró il dubbio di cosa effettivamente siano in grado di offrire i consorzi che si sono aggiudicati il bando da 180 milioni, una cifra ingente, ma comunque abbastanza modesta se considerato il budget delle big tech di oltre atlantico. Certo è che le aziende francesi hanno fatto rubamazzo dell’appalto.
Le aziende che si sono infatti assicurate questo appalto sono la POST telecom, un provider telefonico lussemburghese, in collaborazione con CleverCloud , un’azienda francese di servizi cloud, e OVHcloud, il più importante servizio di soluzioni cloud e hosting web francese.
Gli altri vincitori sono StackIT, un’azienda tedesca di servizi cloud, Scaleway, un’altra azienda francese concorrente di OVHcloud, ed infine una collaborazione tra Proximus, un’azienda di tlc belga, S3NS, joint venture tra l’azienda di armamenti Thales e Google, Clarence, un’altra azienda francese, e Mistral, azienda creatrice del noto LLM francese.
Concludendo, l’UE dopo anni di mancati investimenti e dopo aver sviluppato una dipendenza pressochè totale dai provider statunitensi di servizi cloud, in questa fase politica di raffreddamento dei rapporti transatlantici, vorrebbe iniziare a distaccarsi dai prodotti statunitensi. Vedremo dove andrà a finire questo processo di sviluppo di una infrastruttura cloud europea che sarà necessariamente costretto a fare i conti con un’arretratezza tecnica e una mancanza di risorse evidenti.
Fonte
Presentazione
Analisi, opinioni, fatti e (più di rado) arte da una prospettiva di classe.
23/04/2026
Dopo il voto in Bulgaria tra Ue, Nato e dialogo con Mosca
di Francesco Dall’Aglio
Alle 15 del 20 aprile la commissione elettorale della Bulgaria ha comunicato di avere ultimato lo spoglio del 100% dei voti delle elezioni parlamentari tenutesi il 19, confermando la vittoria schiacciante e mai in discussione del neonato partito dell’ex-Presidente della Repubblica Rumen Radev, dimessosi dalla carica a poche settimane dalla fine del suo secondo mandato proprio per potersi presentare alle elezioni. La sua formazione, “Progresivna Balgarija” (Bulgaria Progressista) ha ottenuto il 44,59% dei voti, staccando senza possibilità di appello sia la coalizione di centrodestra GERB-SDS guidata da Boyko Borisov, politico di lunghissimo corso e per anni dominatore pressoché indiscusso della politica bulgara che in queste elezioni ha raccolto solo il 13,38%, sia i liberali “europeisti” del PP-DB (Prodalžavame Promjanata – Demokratična Balgarija, “Continuiamo il cambiamento – Bulgaria Democratica”) con il 12,61% dei voti. Ancora più staccato il DPS del discusso Deljan Peevski con il 7,12% e, appena sopra la soglia di sbarramento, il partito nazionalista Vazraždane (“Risorgimento”) col 4,25%. Altri partiti nazionalisti come Veličie o Meč sono rimasti fuori, così come il Partito Socialista che gli exit poll davano invece tra il 5 e il 7%.
Non è stato questo l’unico dato non corretto dei primi sondaggi: se la vittoria di Progresivna Balgarija non era in discussione, e mai lo era stata nemmeno per i sondaggi in campagna elettorale, la formazione di Radev era accreditata del 34-38%, dato ampiamente superato, e PP-DB era considerato il secondo partito anche se la forbice che lo separava da GERB era molto piccola. Anche il numero di votanti era stato sovrastimato al 60% mentre in realtà si è attestato al 50,2%, un dato comunque straordinario se pensiamo che alle elezioni dell’ottobre 2024 aveva toccato appena il 38,81%.
La vittoria di Radev è stata dunque schiacciante e soprattutto trasversale. Chi pensava che le generazioni più giovani avrebbero votato a maggioranza per i partiti liberali si è dovuto ricredere anche se, come era prevedibile, i maggiori consensi Radev li ha ottenuti nelle fasce di età più alte. Il dato più importante, ad ogni modo, è che Progresivna Balgarija otterrà 130 o 131 seggi parlamentari su 240 e potrà quindi governare da sola senza dover mettere in piedi una coalizione con forze diverse. Proprio questo era stato il motivo principale dell’estrema instabilità politica della Bulgaria, che negli ultimi cinque anni è andata alle urne otto volte: nessun partito e nessuna coalizione aveva mai ottenuto una maggioranza indiscussa ed era sempre stato costretto ad alleanze estemporanee e transitorie con altre forze politiche, a volte anche di orientamento diametralmente opposto, con le conseguenze ovvie di non riuscire mai a portare a termine una legislatura. L’ultimo caso aveva portato alle dimissioni del governo l’11 dicembre 2025 senza che si fosse riusciti ad approvare la finanziaria per l’anno successivo. Si immaginava che anche Radev, nonostante il sostegno che si evinceva dai sondaggi, non si sarebbe potuto sottrarre a questo destino, tanto che ci si chiedeva quale partito avrebbe potuto entrare in coalizione con Progresivna Balgarija dato che lui stesso aveva escluso ogni possibilità di dialogo con i liberali e Borisov, fino alla sera del 19, si era dichiarato contrario a sostenerla facendo beffardamente gli auguri a Radev dopo i primi exit poll e dichiarando che una cosa è vincere le elezioni e tutt’altra è formare un governo. Almeno questo problema sembrerebbe superato, considerando anche l’ostilità reciproca che separa le altre formazioni politiche, ed è proprio la promessa di stabilità ad avere portato la grande maggioranza degli elettori a votare per l’ex-Presidente.
Rumen Radev è un personaggio non facilmente inquadrabile, soprattutto nella dicotomia pro-o anti-Russia che sembra, per i commentatori occidentali, essere l’unico discrimine per valutare la posizione di un candidato. La stampa occidentale pare essersi accorta di lui solo in questo senso, e solo dopo la sconfitta elettorale di Orbán, quando alcune testate (Politico, Daily Telegraph, Reuters, Atlantic Council)[1] hanno cominciato a chiedersi se, ricondotta l’Ungheria nei ranghi europeisti, non ci si dovesse aspettare la defezione della Bulgaria. Ex generale dell’aviazione, pilota di caccia, eletto Presidente con l’appoggio del partito Socialista che allora, nel 2017, aveva un peso politico ben maggiore di quello odierno, Radev ha sempre proiettato l’immagine di un uomo forte e determinato ma al contempo calmo e riflessivo, molto lontano dalle spacconate e dagli scandali che hanno spesso caratterizzato la scena politica bulgara negli anni della democrazia. La sua seconda presidenza lo ha visto molto più attivo, in una direzione che è stata spesso classificata come “filorussa”. Si è opposto alle sanzioni alla Russia, ha rimarcato quanto il paese fosse dipendente dal petrolio e dal gas russi, si è opposto all’invio di armamenti all’Ucraina (ma non all’invio di materiale umanitario) e ha detto più volte, in campagna elettorale e anche nel discorso successivo alla sua vittoria, che con la Russia bisognerà riprendere il dialogo. Viene accusato anche di atteggiamenti “antieuropeisti” per aver proposto un referendum sull’introduzione dell’Euro (che in precedenza era osteggiata solo dai partiti della destra populista che l’avevano monopolizzata) e per i suoi numerosi screzi con i partiti “europeisti” durante i suoi mandati presidenziali.
In realtà la sua posizione è molto più sfumata di quanto si possa credere, al di là della sua difesa, che potrebbe parere semplice retorica, di non essere né filorusso né antieuropeista ma semplicemente filobulgaro. La sua ricerca di un dialogo con la Russia parte da una costatazione piuttosto evidente, ovvero che la Bulgaria dipende in larga misura dalla Russia per le sue necessità energetiche: non solo riguardo al petrolio e al gas, ma anche alle sue centrali nucleari che sono state costruite durante il periodo socialista e successivamente rimodernate dalla Rosatom. Perdere la Russia come partner energetico sarebbe per la Bulgaria un problema economico di non piccolo conto e trovare alternative, come nel caso dell’Ungheria, non è una cosa semplice, senza considerare i problemi ulteriori che la crisi iraniana ha creato e creerà nel futuro. Il progressivo disaccoppiamento dalle fonti energetiche russe, che i governi precedenti hanno incominciato, ha portato aumenti in bolletta stimati intorno al 20%. Le difficoltà si ripercuotono anche sui comparti produttivi e il rilancio dell’economia bulgara è tra le priorità del programma del suo partito, rilancio che non potrà ripartire senza un approvvigionamento energetico costante, garantito e, se possibile, economico. Questo, a suo dire, non vale solo per la Bulgaria ma per l’Europa tutta: come ha affermato nel suo discorso la sera del 19 aprile, “se vogliamo che l’Europa abbia autonomia strategica, deve ripristinare la sua competitività e arrestare il processo di deindustrializzazione. L’Europa deve riflettere seriamente su come garantire le proprie risorse, perché senza risorse energetiche non si può parlare di competitività”[2]. Va inoltre tenuto presente che tra le attività produttive della Bulgaria c’è l’industria militare che produce, quasi unica al mondo, proiettili d’artiglieria ancora di calibro non-NATO, buona parte dei quali sono stati inviati, direttamente o indirettamente, in Ucraina, e che la Rheinmetall ha stabilito una joint venture con la fabbrica VMZ per impiantare a Sopot una grande fabbrica di munizioni di calibro NATO e di polvere da sparo, di cui in Occidente c’è grande scarsità.[3] Rinunciare a questi asset economici è assolutamente impossibile. Solo la fabbrica Rheinmetall-VMZ darà lavoro, a pieno regime, a più di mille persone, senza considerare le altre imprese che lavorano su commesse della NATO e senza contare che tra i vari punti del piano di sviluppo economico proposti da Radev vi è anche la modernizzazione delle forze armate bulgare e l’incremento della loro interoperabilità con le altre forze NATO.
I suoi detrattori, naturalmente, considerano queste solo scuse e hanno cercato più volte di presentarlo, sia all’opinione pubblica bulgara che a quella europea, come un amico di Putin. Il momento di maggiore scontro è stato senza dubbio il 30 marzo, quando una delegazione governativa di altissimo livello, comprendente il Primo Ministro ad interim Andrey Gyurov e i ministri, sempre ad interim, degli Esteri, Difesa, Trasporti e Telecomunicazioni, Istruzione ed Energia si è recata a Kiev. La delegazione ha firmato con l’Ucraina un accordo di sicurezza decennale e un protocollo di intesa sulla produzione congiunta di droni, in linea con quanto fatto in quei giorni da Germania, Gran Bretagna e Italia. La delegazione ha inoltre accettato di discutere il trasferimento dei reattori della centrale nucleare di Belene, che l’Ucraina ha più volte richiesto per poter sostituire alcuni reattori delle sue centrali senza dovere richiedere l’assistenza della Rosatom.[4] Come era facile prevedere le decisioni del governo ad interim, senza discussione parlamentare e a poco più di due settimane dal voto, hanno provocato una gran quantità di polemiche sia per ciò che riguarda la dimensione militare che, soprattutto, quella energetica, tanto che tre giorni dopo il viceministro degli Esteri ad interim, Marin Raykov, si è affrettato a dichiarare in televisione che l’accordo era più che altro una dichiarazione politica di sostegno all’Ucraina che non impegnava davvero il paese in alcuna direzione concreta.[5] L’impressione di una tentata imboscata ai danni di Radev, i cui consensi aumentavano sempre più nei sondaggi, è stata molto forte e probabilmente si è rivelata negativa per le formazioni “europeiste”.
La questione ucraina, ad ogni modo, non ha pesato più di tanto nelle intenzioni di voto, se non in quelle di chi comunque non avrebbe votato per Radev. Ben più importante per l’elettorato è stata una serie di questioni sottovalutate sia dai commentatori occidentali che, apparentemente, dalle stesse forze “europeiste” bulgare e invece di importanza fondamentale: la lotta alla corruzione, che almeno a parole ogni partito intende portare avanti, la fine delle precedenti “oligarchie politiche”, con chiaro riferimento a Borisov e Peevski, e soprattutto la preoccupazione e il disorientamento nei riguardi della situazione economica del paese, che il passaggio all’Euro ha reso ancora più grande. Il 3 aprile il Ministero delle Finanze ha confermato che i timori sono più che concreti, pubblicando i dati relativi al primo trimestre del 2026. Sono dati certamente allarmanti: un deficit di bilancio di 1,5 miliardi di € a fronte di un bilancio in attivo da molto tempo, un aumento apparentemente incontrollabile di tutte le voci di spesa pubblica e un aumento dell’inflazione che, stimato attorno al 4%, viaggia invece almeno sull’8%. Il Ministro ad interim Georgi Klisurski ne ha approfittato per mettere ancor più pressione su Radev, ormai chiaramente considerato il vincitore delle elezioni che si sarebbero tenute dopo poco, dichiarando che il prossimo governo avrebbe dovuto affrontare “decisioni difficili” e prendere in considerazione tagli alla spesa pubblica.[6] Il 14 aprile, infine, il Fondo Monetario Internazionale si è espresso negativamente sulle prospettive di crescita della Bulgaria, rivedendole al ribasso.[7] In queste condizioni pensare a Radev come al “nuovo Orbán” sembra francamente risibile. La Bulgaria, che è percettore netto di fondi dell’Unione Europea e uno dei paesi cardine dello schieramento NATO in Europa meridionale, oltre che come abbiamo visto uno dei suoi fornitori di armi, non può certamente permettersi di allontanarsi né da Bruxelles né dall’Alleanza Atlantica. Radev cercherà certamente di bilanciare la posizione del paese tra i due schieramenti per minimizzare le perdite e massimizzare i vantaggi restituendo alla Bulgaria il suo ruolo di ponte culturale tra le due metà dell’Europa ed evitando escalation che potrebbero coinvolgerla direttamente, cosa molto diversa dalle immaginarie posizioni “filorusse” che i suoi avversari politici gli attribuiscono.
Note
[1] https://www.politico.eu/article/hungary-viktor-orban-out-who-eu-next-disruptor-in-chief/; https://www.politico.eu/article/bulgaria-election-fighter-pilot-rumen-radev-political-deadlock-coalition-struggle/; https://www.telegraph.co.uk/news/2026/04/14/putin-loses-best-friend-orban/; https://www.telegraph.co.uk/world-news/2026/04/18/pro-putin-pilot-take-orbans-role-eu-nightmare-bulgaria/; https://www.reuters.com/world/europe/bulgaria-votes-pro-russian-former-president-leads-polls-2026-04-19/; https://www.atlanticcouncil.org/blogs/ukrainealert/could-bulgaria-replace-hungary-as-putins-proxy-inside-the-eu/
[2] https://glasove.com/novini/radev-pobedihme-apatiyata-no-nedoverieto-v-balgarskata-politika-vse-oshte-e-golyamo
[3] https://www.rheinmetall.com/en/media/news-watch/news/2025/10/2025-10-28-rheinmetall-and-vmz-establish-joint-venture-cooperation-with-bulgaria
[4] https://bntnews.bg/news/gyurov-i-zelenski-podpisaha-v-kiev-10-godishno-sporazumenie-za-sigurnost-mezhdu-balgariya-i-ukraina-1386111news.html
[5] https://bntnews.bg/news/marin-raikov-sporazumenieto-s-ukraina-e-po-skoro-politicheska-deklaraciya-ne-sadarzha-nikakvi-konkretni-angazhimenti-1386715news.html
[6] https://www.mediapool.bg/finansoviyat-ministar-byudzhetat-e-na-avtopilot-news381982.html
[7] https://www.bta.bg/en/news/economy/1105323-imf-lowers-economic-growth-forecast-for-bulgaria
Fonte
Alle 15 del 20 aprile la commissione elettorale della Bulgaria ha comunicato di avere ultimato lo spoglio del 100% dei voti delle elezioni parlamentari tenutesi il 19, confermando la vittoria schiacciante e mai in discussione del neonato partito dell’ex-Presidente della Repubblica Rumen Radev, dimessosi dalla carica a poche settimane dalla fine del suo secondo mandato proprio per potersi presentare alle elezioni. La sua formazione, “Progresivna Balgarija” (Bulgaria Progressista) ha ottenuto il 44,59% dei voti, staccando senza possibilità di appello sia la coalizione di centrodestra GERB-SDS guidata da Boyko Borisov, politico di lunghissimo corso e per anni dominatore pressoché indiscusso della politica bulgara che in queste elezioni ha raccolto solo il 13,38%, sia i liberali “europeisti” del PP-DB (Prodalžavame Promjanata – Demokratična Balgarija, “Continuiamo il cambiamento – Bulgaria Democratica”) con il 12,61% dei voti. Ancora più staccato il DPS del discusso Deljan Peevski con il 7,12% e, appena sopra la soglia di sbarramento, il partito nazionalista Vazraždane (“Risorgimento”) col 4,25%. Altri partiti nazionalisti come Veličie o Meč sono rimasti fuori, così come il Partito Socialista che gli exit poll davano invece tra il 5 e il 7%.
Non è stato questo l’unico dato non corretto dei primi sondaggi: se la vittoria di Progresivna Balgarija non era in discussione, e mai lo era stata nemmeno per i sondaggi in campagna elettorale, la formazione di Radev era accreditata del 34-38%, dato ampiamente superato, e PP-DB era considerato il secondo partito anche se la forbice che lo separava da GERB era molto piccola. Anche il numero di votanti era stato sovrastimato al 60% mentre in realtà si è attestato al 50,2%, un dato comunque straordinario se pensiamo che alle elezioni dell’ottobre 2024 aveva toccato appena il 38,81%.
La vittoria di Radev è stata dunque schiacciante e soprattutto trasversale. Chi pensava che le generazioni più giovani avrebbero votato a maggioranza per i partiti liberali si è dovuto ricredere anche se, come era prevedibile, i maggiori consensi Radev li ha ottenuti nelle fasce di età più alte. Il dato più importante, ad ogni modo, è che Progresivna Balgarija otterrà 130 o 131 seggi parlamentari su 240 e potrà quindi governare da sola senza dover mettere in piedi una coalizione con forze diverse. Proprio questo era stato il motivo principale dell’estrema instabilità politica della Bulgaria, che negli ultimi cinque anni è andata alle urne otto volte: nessun partito e nessuna coalizione aveva mai ottenuto una maggioranza indiscussa ed era sempre stato costretto ad alleanze estemporanee e transitorie con altre forze politiche, a volte anche di orientamento diametralmente opposto, con le conseguenze ovvie di non riuscire mai a portare a termine una legislatura. L’ultimo caso aveva portato alle dimissioni del governo l’11 dicembre 2025 senza che si fosse riusciti ad approvare la finanziaria per l’anno successivo. Si immaginava che anche Radev, nonostante il sostegno che si evinceva dai sondaggi, non si sarebbe potuto sottrarre a questo destino, tanto che ci si chiedeva quale partito avrebbe potuto entrare in coalizione con Progresivna Balgarija dato che lui stesso aveva escluso ogni possibilità di dialogo con i liberali e Borisov, fino alla sera del 19, si era dichiarato contrario a sostenerla facendo beffardamente gli auguri a Radev dopo i primi exit poll e dichiarando che una cosa è vincere le elezioni e tutt’altra è formare un governo. Almeno questo problema sembrerebbe superato, considerando anche l’ostilità reciproca che separa le altre formazioni politiche, ed è proprio la promessa di stabilità ad avere portato la grande maggioranza degli elettori a votare per l’ex-Presidente.
Rumen Radev è un personaggio non facilmente inquadrabile, soprattutto nella dicotomia pro-o anti-Russia che sembra, per i commentatori occidentali, essere l’unico discrimine per valutare la posizione di un candidato. La stampa occidentale pare essersi accorta di lui solo in questo senso, e solo dopo la sconfitta elettorale di Orbán, quando alcune testate (Politico, Daily Telegraph, Reuters, Atlantic Council)[1] hanno cominciato a chiedersi se, ricondotta l’Ungheria nei ranghi europeisti, non ci si dovesse aspettare la defezione della Bulgaria. Ex generale dell’aviazione, pilota di caccia, eletto Presidente con l’appoggio del partito Socialista che allora, nel 2017, aveva un peso politico ben maggiore di quello odierno, Radev ha sempre proiettato l’immagine di un uomo forte e determinato ma al contempo calmo e riflessivo, molto lontano dalle spacconate e dagli scandali che hanno spesso caratterizzato la scena politica bulgara negli anni della democrazia. La sua seconda presidenza lo ha visto molto più attivo, in una direzione che è stata spesso classificata come “filorussa”. Si è opposto alle sanzioni alla Russia, ha rimarcato quanto il paese fosse dipendente dal petrolio e dal gas russi, si è opposto all’invio di armamenti all’Ucraina (ma non all’invio di materiale umanitario) e ha detto più volte, in campagna elettorale e anche nel discorso successivo alla sua vittoria, che con la Russia bisognerà riprendere il dialogo. Viene accusato anche di atteggiamenti “antieuropeisti” per aver proposto un referendum sull’introduzione dell’Euro (che in precedenza era osteggiata solo dai partiti della destra populista che l’avevano monopolizzata) e per i suoi numerosi screzi con i partiti “europeisti” durante i suoi mandati presidenziali.
In realtà la sua posizione è molto più sfumata di quanto si possa credere, al di là della sua difesa, che potrebbe parere semplice retorica, di non essere né filorusso né antieuropeista ma semplicemente filobulgaro. La sua ricerca di un dialogo con la Russia parte da una costatazione piuttosto evidente, ovvero che la Bulgaria dipende in larga misura dalla Russia per le sue necessità energetiche: non solo riguardo al petrolio e al gas, ma anche alle sue centrali nucleari che sono state costruite durante il periodo socialista e successivamente rimodernate dalla Rosatom. Perdere la Russia come partner energetico sarebbe per la Bulgaria un problema economico di non piccolo conto e trovare alternative, come nel caso dell’Ungheria, non è una cosa semplice, senza considerare i problemi ulteriori che la crisi iraniana ha creato e creerà nel futuro. Il progressivo disaccoppiamento dalle fonti energetiche russe, che i governi precedenti hanno incominciato, ha portato aumenti in bolletta stimati intorno al 20%. Le difficoltà si ripercuotono anche sui comparti produttivi e il rilancio dell’economia bulgara è tra le priorità del programma del suo partito, rilancio che non potrà ripartire senza un approvvigionamento energetico costante, garantito e, se possibile, economico. Questo, a suo dire, non vale solo per la Bulgaria ma per l’Europa tutta: come ha affermato nel suo discorso la sera del 19 aprile, “se vogliamo che l’Europa abbia autonomia strategica, deve ripristinare la sua competitività e arrestare il processo di deindustrializzazione. L’Europa deve riflettere seriamente su come garantire le proprie risorse, perché senza risorse energetiche non si può parlare di competitività”[2]. Va inoltre tenuto presente che tra le attività produttive della Bulgaria c’è l’industria militare che produce, quasi unica al mondo, proiettili d’artiglieria ancora di calibro non-NATO, buona parte dei quali sono stati inviati, direttamente o indirettamente, in Ucraina, e che la Rheinmetall ha stabilito una joint venture con la fabbrica VMZ per impiantare a Sopot una grande fabbrica di munizioni di calibro NATO e di polvere da sparo, di cui in Occidente c’è grande scarsità.[3] Rinunciare a questi asset economici è assolutamente impossibile. Solo la fabbrica Rheinmetall-VMZ darà lavoro, a pieno regime, a più di mille persone, senza considerare le altre imprese che lavorano su commesse della NATO e senza contare che tra i vari punti del piano di sviluppo economico proposti da Radev vi è anche la modernizzazione delle forze armate bulgare e l’incremento della loro interoperabilità con le altre forze NATO.
I suoi detrattori, naturalmente, considerano queste solo scuse e hanno cercato più volte di presentarlo, sia all’opinione pubblica bulgara che a quella europea, come un amico di Putin. Il momento di maggiore scontro è stato senza dubbio il 30 marzo, quando una delegazione governativa di altissimo livello, comprendente il Primo Ministro ad interim Andrey Gyurov e i ministri, sempre ad interim, degli Esteri, Difesa, Trasporti e Telecomunicazioni, Istruzione ed Energia si è recata a Kiev. La delegazione ha firmato con l’Ucraina un accordo di sicurezza decennale e un protocollo di intesa sulla produzione congiunta di droni, in linea con quanto fatto in quei giorni da Germania, Gran Bretagna e Italia. La delegazione ha inoltre accettato di discutere il trasferimento dei reattori della centrale nucleare di Belene, che l’Ucraina ha più volte richiesto per poter sostituire alcuni reattori delle sue centrali senza dovere richiedere l’assistenza della Rosatom.[4] Come era facile prevedere le decisioni del governo ad interim, senza discussione parlamentare e a poco più di due settimane dal voto, hanno provocato una gran quantità di polemiche sia per ciò che riguarda la dimensione militare che, soprattutto, quella energetica, tanto che tre giorni dopo il viceministro degli Esteri ad interim, Marin Raykov, si è affrettato a dichiarare in televisione che l’accordo era più che altro una dichiarazione politica di sostegno all’Ucraina che non impegnava davvero il paese in alcuna direzione concreta.[5] L’impressione di una tentata imboscata ai danni di Radev, i cui consensi aumentavano sempre più nei sondaggi, è stata molto forte e probabilmente si è rivelata negativa per le formazioni “europeiste”.
La questione ucraina, ad ogni modo, non ha pesato più di tanto nelle intenzioni di voto, se non in quelle di chi comunque non avrebbe votato per Radev. Ben più importante per l’elettorato è stata una serie di questioni sottovalutate sia dai commentatori occidentali che, apparentemente, dalle stesse forze “europeiste” bulgare e invece di importanza fondamentale: la lotta alla corruzione, che almeno a parole ogni partito intende portare avanti, la fine delle precedenti “oligarchie politiche”, con chiaro riferimento a Borisov e Peevski, e soprattutto la preoccupazione e il disorientamento nei riguardi della situazione economica del paese, che il passaggio all’Euro ha reso ancora più grande. Il 3 aprile il Ministero delle Finanze ha confermato che i timori sono più che concreti, pubblicando i dati relativi al primo trimestre del 2026. Sono dati certamente allarmanti: un deficit di bilancio di 1,5 miliardi di € a fronte di un bilancio in attivo da molto tempo, un aumento apparentemente incontrollabile di tutte le voci di spesa pubblica e un aumento dell’inflazione che, stimato attorno al 4%, viaggia invece almeno sull’8%. Il Ministro ad interim Georgi Klisurski ne ha approfittato per mettere ancor più pressione su Radev, ormai chiaramente considerato il vincitore delle elezioni che si sarebbero tenute dopo poco, dichiarando che il prossimo governo avrebbe dovuto affrontare “decisioni difficili” e prendere in considerazione tagli alla spesa pubblica.[6] Il 14 aprile, infine, il Fondo Monetario Internazionale si è espresso negativamente sulle prospettive di crescita della Bulgaria, rivedendole al ribasso.[7] In queste condizioni pensare a Radev come al “nuovo Orbán” sembra francamente risibile. La Bulgaria, che è percettore netto di fondi dell’Unione Europea e uno dei paesi cardine dello schieramento NATO in Europa meridionale, oltre che come abbiamo visto uno dei suoi fornitori di armi, non può certamente permettersi di allontanarsi né da Bruxelles né dall’Alleanza Atlantica. Radev cercherà certamente di bilanciare la posizione del paese tra i due schieramenti per minimizzare le perdite e massimizzare i vantaggi restituendo alla Bulgaria il suo ruolo di ponte culturale tra le due metà dell’Europa ed evitando escalation che potrebbero coinvolgerla direttamente, cosa molto diversa dalle immaginarie posizioni “filorusse” che i suoi avversari politici gli attribuiscono.
Note
[1] https://www.politico.eu/article/hungary-viktor-orban-out-who-eu-next-disruptor-in-chief/; https://www.politico.eu/article/bulgaria-election-fighter-pilot-rumen-radev-political-deadlock-coalition-struggle/; https://www.telegraph.co.uk/news/2026/04/14/putin-loses-best-friend-orban/; https://www.telegraph.co.uk/world-news/2026/04/18/pro-putin-pilot-take-orbans-role-eu-nightmare-bulgaria/; https://www.reuters.com/world/europe/bulgaria-votes-pro-russian-former-president-leads-polls-2026-04-19/; https://www.atlanticcouncil.org/blogs/ukrainealert/could-bulgaria-replace-hungary-as-putins-proxy-inside-the-eu/
[2] https://glasove.com/novini/radev-pobedihme-apatiyata-no-nedoverieto-v-balgarskata-politika-vse-oshte-e-golyamo
[3] https://www.rheinmetall.com/en/media/news-watch/news/2025/10/2025-10-28-rheinmetall-and-vmz-establish-joint-venture-cooperation-with-bulgaria
[4] https://bntnews.bg/news/gyurov-i-zelenski-podpisaha-v-kiev-10-godishno-sporazumenie-za-sigurnost-mezhdu-balgariya-i-ukraina-1386111news.html
[5] https://bntnews.bg/news/marin-raikov-sporazumenieto-s-ukraina-e-po-skoro-politicheska-deklaraciya-ne-sadarzha-nikakvi-konkretni-angazhimenti-1386715news.html
[6] https://www.mediapool.bg/finansoviyat-ministar-byudzhetat-e-na-avtopilot-news381982.html
[7] https://www.bta.bg/en/news/economy/1105323-imf-lowers-economic-growth-forecast-for-bulgaria
Fonte
22/04/2026
“L’allargamento della NATO è una provocazione per la Russia”, lo dicono anche documenti di Londra
L’esercito britannico ha affermato centinaia di volte che l’invasione russa dell’Ucraina è stata “non provocata”, ma i documenti declassificati raccontano una storia diversa.
Secondo documenti declassificati del 1997, i funzionari britannici ritenevano che l’espansione della NATO “sarebbe stata una provocazione per i russi” se un folto gruppo di stati europei avesse aderito all’organizzazione militare. In un briefing del marzo 1997 destinato al primo ministro John Major, veniva delineato il sostegno del Regno Unito all’adesione alla NATO di un “piccolo gruppo iniziale”.
“Un numero eccessivo di adesioni simultanee metterebbe a dura prova le strutture della NATO e inimicherebbe la Russia”, si legge nel documento informativo, destinato all’incontro che Major avrebbe avuto poco dopo con il segretario generale della NATO Javier Solana. Ulteriori decisioni su quali altre adesioni e quando queste sarebbero potute avvenire “provocherebbero i russi”, aggiungeva il testo.
L’incontro si è svolto mentre la NATO, di fronte alla forte opposizione russa, stava valutando un allargamento per includere la Repubblica Ceca, l’Ungheria e la Polonia, e forse anche la Slovenia e la Romania. I primi tre paesi furono invitati dalla NATO ad aderire nel luglio del 1997 e lo fecero nel 1999. Altri 11 stati europei si sarebbero uniti all’alleanza militare entro il 2020.
Lo stesso briefing per Major affermava che l’allora presidente russo Boris Eltsin “probabilmente avrebbe fatto pressioni sugli alleati chiave per ottenere garanzie che la NATO non avrebbe ammesso i Paesi baltici e l’Ucraina”. “Non otterrà nulla da noi”, aggiungeva il briefing.
Già nel 1997, molti funzionari dell’amministrazione statunitense di Bill Clinton erano favorevoli all’adesione degli Stati baltici. La questione era particolarmente controversa, dato che i tre Stati condividono confini terrestri con il territorio russo.
John Kerr, ambasciatore britannico a Washington, scrisse che “gli americani hanno promesso di aiutarli [gli stati baltici] a prepararsi per l’adesione” e che “molti nell’amministrazione (compreso il Pentagono) pensano che i Baltici entreranno effettivamente a far parte della NATO un giorno”. Ha poi aggiunto: “Ritengono che sia solo questione di tempo e di un’attenta gestione della Russia”.
Una palese provocazione
I documenti britannici relativi al periodo 1995-1999, disponibili presso i National Archives di Londra, dimostrano che la Russia ha ripetutamente messo in guardia l’Occidente riguardo all’adesione alla NATO di alcuni paesi dell’Europa orientale, tra cui l’Ucraina. Al contrario, il Ministero della Difesa britannico ha pubblicato centinaia di volte, soprattutto sulla piattaforma social X, che l’invasione russa dell’Ucraina nel 2022 è stata “non provocata”.
“Una palese provocazione”: così Nikolai Afanasievsky, viceministro degli Esteri russo, definì le voci sull’ammissione delle ex repubbliche sovietiche nella NATO, durante un incontro nel febbraio 1997 con l’ambasciatore britannico a Mosca, Jeremy Greenstock. Greenstock cercò di rassicurare Afanasievsky affermando che “la NATO non aveva alcuna intenzione di ammettere membri provenienti dall’ex Unione Sovietica in questa fase”.
La formula “in questa fase” era tecnicamente vera, ma sette anni dopo, nel 2004, tutti gli stati baltici erano ormai parte dell’alleanza. L’allargamento della NATO ai territori dell’ex Unione Sovietica, compresi gli Stati baltici, rappresentava “un punto nevralgico” per i russi, come riferirono al Ministero degli Esteri degli ufficiali britannici alla NATO, nel marzo del 1997.
“La questione più difficile era la preoccupazione di Eltsin per la possibile adesione dell’Ucraina, degli stati baltici e di altri stati dell’ex Unione Sovietica”. Il mese successivo, Eltsin scrisse a Major affermando: “Il nostro atteggiamento negativo nei confronti dei piani di espansione della NATO rimane invariato. L’attuazione di tali piani sarebbe il più grande errore dell’Occidente in tutto il dopoguerra”.
Una priorità particolare per Mosca era “l’esclusione del dispiegamento permanente di formazioni da combattimento della NATO vicino alla Russia”.
“I timori della Russia erano fondati”
“I timori della Russia erano fondati”, disse Major al primo ministro olandese Wim Kok durante un colloquio all’Aia sull’allargamento della NATO nel gennaio 1997. “Questo era emerso chiaramente dai suoi precedenti contatti con Eltsin e altri”, aggiunse Major, secondo quanto riportato nel resoconto dell’incontro.
Quando Major incontrò Solana nel marzo del 1997, quest’ultimo fece riferimento ai “timori dei russi riguardo allo spostamento verso est delle truppe e delle attrezzature della NATO”. Il ministro degli esteri russo Primakov “lo aveva praticamente implorato [Solana] di aiutarlo a rassicurare i russi sul fatto che le forze della NATO non si sarebbero spostate verso est”.
In precedenza, nel dicembre del 1996, il primo ministro russo Viktor Chernomyrdin aveva confidato in privato a Major: “La Russia non può impedire l’allargamento della NATO, ma ciò creerebbe una situazione fragile che potrebbe esplodere”. Analogamente, un documento del Ministero degli Esteri britannico redatto nel dicembre 1995 rilevava “la profonda ostilità della Russia nei confronti del principio di allargamento”.
Affermava che il Regno Unito “avrebbe dovuto affrontare le sensibilità russe” in merito, anche “spiegando il ruolo e le attività della NATO a un pubblico russo più ampio attraverso un maggiore impegno informativo”. Questo accadeva in un periodo in cui i funzionari britannici ritenevano che la prima fase dell’allargamento dovesse essere “ridotta” e riguardare solo Polonia, Repubblica Ceca, Slovacchia e Ungheria.
All’inizio di quell’anno, nel marzo del 1995, l’ambasciatore del Regno Unito negli Stati Uniti, Robin Renwick, informò il Ministero degli Esteri britannico della convinzione diffusa a Washington che “a Mosca vi fosse una percezione psicologica e intellettuale generalizzata secondo cui la NATO rappresentava una minaccia reale”.
Questo era ben noto al primo ministro britannico. Nel maggio del 1995, Major affermò, durante un incontro con il suo omologo irlandese, John Bruton, di ritenere che “la loro paura fondamentale fosse quella dell’accerchiamento”, riferendosi ai russi.
Egli aggiunse che, rispetto all’adesione all’UE per gli stati dell’Europa centrale, “per i russi la NATO aveva un simbolismo e una risonanza politica molto più minacciosi... I Paesi baltici erano particolarmente difficili, con un’estrema delicatezza per la Russia. Sarebbe molto difficile avere un confine NATO direttamente con la Russia”.
Pertanto, Major sostenne la necessità di procedere all’allargamento “lentamente” e di “sviluppare una relazione unica con la Russia, che tenesse conto delle sue dimensioni particolari e del suo peso strategico”.
“Al di sopra della legge”
Dopo che Tony Blair divenne primo ministro nel maggio 1997, la Gran Bretagna cercò di sviluppare strette relazioni con la Russia, soprattutto dopo che Vladimir Putin divenne primo ministro nell’agosto 1999. I funzionari di Blair credevano di poter formare una “nuova partnership” con la Russia e che Mosca avrebbe gradualmente acconsentito all’allargamento della NATO. Tuttavia, i timori dei russi riguardo all’allargamento non si sono affatto placati.
“L’allargamento è ancora un tema molto nevralgico” per la Russia, scrisse John Goulden, il più alto funzionario britannico presso la NATO, nel febbraio del 2000. “L’opinione pubblica riteneva che ciò avrebbe portato all’isolamento politico della Russia in Europa”, con un funzionario russo che affermò che ciò “equivaleva a una chiusura da parte della NATO della finestra di Pietro il Grande verso l’Occidente”.
Uno dei motivi dell’opposizione di Mosca all’allargamento in quel periodo fu la guerra di Blair in Kosovo nel 1999, che comportò il bombardamento della Serbia, alleata di Mosca, e l’espansione dell’influenza occidentale nell’Europa orientale dopo non essere riuscita a ottenere l’autorizzazione del Consiglio di Sicurezza delle Nazioni Unite.
In un documento informativo del Ministero degli Esteri britannico, redatto in vista dell’incontro tra Blair e il segretario generale della NATO George Robertson nel febbraio del 2000, si leggeva: “L’opposizione russa all’espansione della NATO si è fatta ancora più intransigente a seguito della vicenda del Kosovo”. Tuttavia, non fu solo il Kosovo, ma anche le politiche statunitensi e britanniche nei confronti dell’Iraq, e i bombardamenti del paese nel 1998, anch’essi senza l’autorizzazione delle Nazioni Unite, a far infuriare la Russia.
Questo fu esplicitamente affermato da Tim Barrow, segretario privato del Segretario agli Esteri Robin Cook, che scrisse al numero 10 di Downing Street nel settembre del 1999 dicendo: “Le relazioni della Russia con l’Occidente hanno subito un duro colpo di recente. I russi hanno trovato particolarmente inaccettabili le politiche statunitensi e britanniche nei confronti dell’Iraq e del Kosovo”.
“La ragione di fondo di questo malcontento (che è genuino) è la sensazione che gli Stati Uniti e la NATO agiscano al di sopra della legge. L’idea che l’Occidente tenga poco conto degli interessi russi e che il processo di allargamento della NATO sia finalizzato a contenere ulteriormente la Russia”.
Fonte
Secondo documenti declassificati del 1997, i funzionari britannici ritenevano che l’espansione della NATO “sarebbe stata una provocazione per i russi” se un folto gruppo di stati europei avesse aderito all’organizzazione militare. In un briefing del marzo 1997 destinato al primo ministro John Major, veniva delineato il sostegno del Regno Unito all’adesione alla NATO di un “piccolo gruppo iniziale”.
“Un numero eccessivo di adesioni simultanee metterebbe a dura prova le strutture della NATO e inimicherebbe la Russia”, si legge nel documento informativo, destinato all’incontro che Major avrebbe avuto poco dopo con il segretario generale della NATO Javier Solana. Ulteriori decisioni su quali altre adesioni e quando queste sarebbero potute avvenire “provocherebbero i russi”, aggiungeva il testo.
L’incontro si è svolto mentre la NATO, di fronte alla forte opposizione russa, stava valutando un allargamento per includere la Repubblica Ceca, l’Ungheria e la Polonia, e forse anche la Slovenia e la Romania. I primi tre paesi furono invitati dalla NATO ad aderire nel luglio del 1997 e lo fecero nel 1999. Altri 11 stati europei si sarebbero uniti all’alleanza militare entro il 2020.
Lo stesso briefing per Major affermava che l’allora presidente russo Boris Eltsin “probabilmente avrebbe fatto pressioni sugli alleati chiave per ottenere garanzie che la NATO non avrebbe ammesso i Paesi baltici e l’Ucraina”. “Non otterrà nulla da noi”, aggiungeva il briefing.
Già nel 1997, molti funzionari dell’amministrazione statunitense di Bill Clinton erano favorevoli all’adesione degli Stati baltici. La questione era particolarmente controversa, dato che i tre Stati condividono confini terrestri con il territorio russo.
John Kerr, ambasciatore britannico a Washington, scrisse che “gli americani hanno promesso di aiutarli [gli stati baltici] a prepararsi per l’adesione” e che “molti nell’amministrazione (compreso il Pentagono) pensano che i Baltici entreranno effettivamente a far parte della NATO un giorno”. Ha poi aggiunto: “Ritengono che sia solo questione di tempo e di un’attenta gestione della Russia”.
Una palese provocazione
I documenti britannici relativi al periodo 1995-1999, disponibili presso i National Archives di Londra, dimostrano che la Russia ha ripetutamente messo in guardia l’Occidente riguardo all’adesione alla NATO di alcuni paesi dell’Europa orientale, tra cui l’Ucraina. Al contrario, il Ministero della Difesa britannico ha pubblicato centinaia di volte, soprattutto sulla piattaforma social X, che l’invasione russa dell’Ucraina nel 2022 è stata “non provocata”.
“Una palese provocazione”: così Nikolai Afanasievsky, viceministro degli Esteri russo, definì le voci sull’ammissione delle ex repubbliche sovietiche nella NATO, durante un incontro nel febbraio 1997 con l’ambasciatore britannico a Mosca, Jeremy Greenstock. Greenstock cercò di rassicurare Afanasievsky affermando che “la NATO non aveva alcuna intenzione di ammettere membri provenienti dall’ex Unione Sovietica in questa fase”.
La formula “in questa fase” era tecnicamente vera, ma sette anni dopo, nel 2004, tutti gli stati baltici erano ormai parte dell’alleanza. L’allargamento della NATO ai territori dell’ex Unione Sovietica, compresi gli Stati baltici, rappresentava “un punto nevralgico” per i russi, come riferirono al Ministero degli Esteri degli ufficiali britannici alla NATO, nel marzo del 1997.
“La questione più difficile era la preoccupazione di Eltsin per la possibile adesione dell’Ucraina, degli stati baltici e di altri stati dell’ex Unione Sovietica”. Il mese successivo, Eltsin scrisse a Major affermando: “Il nostro atteggiamento negativo nei confronti dei piani di espansione della NATO rimane invariato. L’attuazione di tali piani sarebbe il più grande errore dell’Occidente in tutto il dopoguerra”.
Una priorità particolare per Mosca era “l’esclusione del dispiegamento permanente di formazioni da combattimento della NATO vicino alla Russia”.
“I timori della Russia erano fondati”
“I timori della Russia erano fondati”, disse Major al primo ministro olandese Wim Kok durante un colloquio all’Aia sull’allargamento della NATO nel gennaio 1997. “Questo era emerso chiaramente dai suoi precedenti contatti con Eltsin e altri”, aggiunse Major, secondo quanto riportato nel resoconto dell’incontro.
Quando Major incontrò Solana nel marzo del 1997, quest’ultimo fece riferimento ai “timori dei russi riguardo allo spostamento verso est delle truppe e delle attrezzature della NATO”. Il ministro degli esteri russo Primakov “lo aveva praticamente implorato [Solana] di aiutarlo a rassicurare i russi sul fatto che le forze della NATO non si sarebbero spostate verso est”.
In precedenza, nel dicembre del 1996, il primo ministro russo Viktor Chernomyrdin aveva confidato in privato a Major: “La Russia non può impedire l’allargamento della NATO, ma ciò creerebbe una situazione fragile che potrebbe esplodere”. Analogamente, un documento del Ministero degli Esteri britannico redatto nel dicembre 1995 rilevava “la profonda ostilità della Russia nei confronti del principio di allargamento”.
Affermava che il Regno Unito “avrebbe dovuto affrontare le sensibilità russe” in merito, anche “spiegando il ruolo e le attività della NATO a un pubblico russo più ampio attraverso un maggiore impegno informativo”. Questo accadeva in un periodo in cui i funzionari britannici ritenevano che la prima fase dell’allargamento dovesse essere “ridotta” e riguardare solo Polonia, Repubblica Ceca, Slovacchia e Ungheria.
All’inizio di quell’anno, nel marzo del 1995, l’ambasciatore del Regno Unito negli Stati Uniti, Robin Renwick, informò il Ministero degli Esteri britannico della convinzione diffusa a Washington che “a Mosca vi fosse una percezione psicologica e intellettuale generalizzata secondo cui la NATO rappresentava una minaccia reale”.
Questo era ben noto al primo ministro britannico. Nel maggio del 1995, Major affermò, durante un incontro con il suo omologo irlandese, John Bruton, di ritenere che “la loro paura fondamentale fosse quella dell’accerchiamento”, riferendosi ai russi.
Egli aggiunse che, rispetto all’adesione all’UE per gli stati dell’Europa centrale, “per i russi la NATO aveva un simbolismo e una risonanza politica molto più minacciosi... I Paesi baltici erano particolarmente difficili, con un’estrema delicatezza per la Russia. Sarebbe molto difficile avere un confine NATO direttamente con la Russia”.
Pertanto, Major sostenne la necessità di procedere all’allargamento “lentamente” e di “sviluppare una relazione unica con la Russia, che tenesse conto delle sue dimensioni particolari e del suo peso strategico”.
“Al di sopra della legge”
Dopo che Tony Blair divenne primo ministro nel maggio 1997, la Gran Bretagna cercò di sviluppare strette relazioni con la Russia, soprattutto dopo che Vladimir Putin divenne primo ministro nell’agosto 1999. I funzionari di Blair credevano di poter formare una “nuova partnership” con la Russia e che Mosca avrebbe gradualmente acconsentito all’allargamento della NATO. Tuttavia, i timori dei russi riguardo all’allargamento non si sono affatto placati.
“L’allargamento è ancora un tema molto nevralgico” per la Russia, scrisse John Goulden, il più alto funzionario britannico presso la NATO, nel febbraio del 2000. “L’opinione pubblica riteneva che ciò avrebbe portato all’isolamento politico della Russia in Europa”, con un funzionario russo che affermò che ciò “equivaleva a una chiusura da parte della NATO della finestra di Pietro il Grande verso l’Occidente”.
Uno dei motivi dell’opposizione di Mosca all’allargamento in quel periodo fu la guerra di Blair in Kosovo nel 1999, che comportò il bombardamento della Serbia, alleata di Mosca, e l’espansione dell’influenza occidentale nell’Europa orientale dopo non essere riuscita a ottenere l’autorizzazione del Consiglio di Sicurezza delle Nazioni Unite.
In un documento informativo del Ministero degli Esteri britannico, redatto in vista dell’incontro tra Blair e il segretario generale della NATO George Robertson nel febbraio del 2000, si leggeva: “L’opposizione russa all’espansione della NATO si è fatta ancora più intransigente a seguito della vicenda del Kosovo”. Tuttavia, non fu solo il Kosovo, ma anche le politiche statunitensi e britanniche nei confronti dell’Iraq, e i bombardamenti del paese nel 1998, anch’essi senza l’autorizzazione delle Nazioni Unite, a far infuriare la Russia.
Questo fu esplicitamente affermato da Tim Barrow, segretario privato del Segretario agli Esteri Robin Cook, che scrisse al numero 10 di Downing Street nel settembre del 1999 dicendo: “Le relazioni della Russia con l’Occidente hanno subito un duro colpo di recente. I russi hanno trovato particolarmente inaccettabili le politiche statunitensi e britanniche nei confronti dell’Iraq e del Kosovo”.
“La ragione di fondo di questo malcontento (che è genuino) è la sensazione che gli Stati Uniti e la NATO agiscano al di sopra della legge. L’idea che l’Occidente tenga poco conto degli interessi russi e che il processo di allargamento della NATO sia finalizzato a contenere ulteriormente la Russia”.
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L’agente del Mossad morto misteriosamente sul Lago Maggiore era un pezzo grosso
La pesante cappa di silenzio calata sul misterioso “affondamento” di una barca sul lago Maggiore il 28 maggio del 2023 è stata rotta da uno dei soggetti coinvolti: il Mossad israeliano.
Nello stranissimo incidente morirono un agente del Mossad, due agenti dei servizi segreti italiani e una donna. Gli altri 18 “ospiti” della festa sulla barca “Gooduria” scomparvero rapidamente senza lasciare tracce. Sembra addirittura che un volo speciale proveniente da Israele atterrò in Italia per “esfiltrare” gli altri agenti del Mossad presenti alla “festa” sulla barca poi affondata.
In Italia il silenzio su quanto accaduto venne relativamente rotto dalla cerimonia ufficiale nel marzo del 2024 che aveva ricordato la morte dei due agenti.
In Israele invece è stato il capo del Mossad, David Barnea, nel giorno del ricordo dei caduti delle guerre d’Israele, a citare l’agente M. morto, appunto, nel misterioso affondamento della barca sul Lago Maggiore
I media israeliani legano l’agente “M” al nome, forse fittizio, di Erez Shimoni, morto nel naufragio il tardo pomeriggio del 28 maggio del 2023 in Italia e il cui nome era però già venuto fuori all’epoca.
La salma dell’agente cinquantenne del Mossad Erez Shimoni era stata riportata in Israele mercoledì 31 maggio “Il Mossad ha perso un caro amico, che ha dedicato la sua vita alla sicurezza dello Stato di Israele per decenni, anche dopo essere andato in pensione” dichiararono le autorità israeliane.
Il capo del Mossad, Barnea aveva partecipato al funerale di Erez Shimoni nel 2023, la cui tomba è nel cimitero di Ashkelon, nel sud di Israele.
Il segreto di Stato ha coperto fin dalle prime ore le identità e nazionalità delle altre 18 persone a bordo. La versione ufficiale dichiarò che si trattò di un incidente dovuto alle eccezionali condizioni di maltempo in quel tratto del lago.
Come già si era sospettato all’epoca, Barnea ha confermato che l’operazione in corso in Italia nel 2023 era un’attività comune tra Italia e Israele nei confronti dell’Iran. L’operazione doveva “contrastare le capacità militari non convenzionali dell’Iran tesa a impedire che arrivassero a Teheran armamenti avanzati, forniture di armi e tecnologia per arricchire l’uranio”.
Se si trattava di una missione operativa, nulla esclude che l’affondamento della barca possa essere un aspetto della guerra di spie combattuta in altri paesi tra i servizi israeliani e quelli iraniani. In tal caso meglio mascherarla da incidente che da sconfitta sul campo, un po’ come sta accadendo da settimane nella guerra scatenata da Israele e Usa contro l’Iran. E come quando le perdite sul terreno sono spesso indicate come vittime di “fuoco amico” o di “incidenti” piuttosto che ammettere le capacità offensive del nemico.
Nel maggio del 2023 in carica c’era il governo Meloni, due mesi prima del naufragio della barca delle spie italiane e israeliane, Netanyahu era stato in visita in Italia.
Da quanto affermato dal capo del Mossad Barnea, quella in corso sul territorio italiano era una importante missione operativa che dunque ha coinvolto anche i servizi di intelligence italiani, causandone anche due perdite, altri due morti da mettere sul conto della vergognosa e complice alleanza con Israele.
Fonte
Nello stranissimo incidente morirono un agente del Mossad, due agenti dei servizi segreti italiani e una donna. Gli altri 18 “ospiti” della festa sulla barca “Gooduria” scomparvero rapidamente senza lasciare tracce. Sembra addirittura che un volo speciale proveniente da Israele atterrò in Italia per “esfiltrare” gli altri agenti del Mossad presenti alla “festa” sulla barca poi affondata.
In Italia il silenzio su quanto accaduto venne relativamente rotto dalla cerimonia ufficiale nel marzo del 2024 che aveva ricordato la morte dei due agenti.
In Israele invece è stato il capo del Mossad, David Barnea, nel giorno del ricordo dei caduti delle guerre d’Israele, a citare l’agente M. morto, appunto, nel misterioso affondamento della barca sul Lago Maggiore
I media israeliani legano l’agente “M” al nome, forse fittizio, di Erez Shimoni, morto nel naufragio il tardo pomeriggio del 28 maggio del 2023 in Italia e il cui nome era però già venuto fuori all’epoca.
La salma dell’agente cinquantenne del Mossad Erez Shimoni era stata riportata in Israele mercoledì 31 maggio “Il Mossad ha perso un caro amico, che ha dedicato la sua vita alla sicurezza dello Stato di Israele per decenni, anche dopo essere andato in pensione” dichiararono le autorità israeliane.
Il capo del Mossad, Barnea aveva partecipato al funerale di Erez Shimoni nel 2023, la cui tomba è nel cimitero di Ashkelon, nel sud di Israele.
Il segreto di Stato ha coperto fin dalle prime ore le identità e nazionalità delle altre 18 persone a bordo. La versione ufficiale dichiarò che si trattò di un incidente dovuto alle eccezionali condizioni di maltempo in quel tratto del lago.
Come già si era sospettato all’epoca, Barnea ha confermato che l’operazione in corso in Italia nel 2023 era un’attività comune tra Italia e Israele nei confronti dell’Iran. L’operazione doveva “contrastare le capacità militari non convenzionali dell’Iran tesa a impedire che arrivassero a Teheran armamenti avanzati, forniture di armi e tecnologia per arricchire l’uranio”.
Se si trattava di una missione operativa, nulla esclude che l’affondamento della barca possa essere un aspetto della guerra di spie combattuta in altri paesi tra i servizi israeliani e quelli iraniani. In tal caso meglio mascherarla da incidente che da sconfitta sul campo, un po’ come sta accadendo da settimane nella guerra scatenata da Israele e Usa contro l’Iran. E come quando le perdite sul terreno sono spesso indicate come vittime di “fuoco amico” o di “incidenti” piuttosto che ammettere le capacità offensive del nemico.
Nel maggio del 2023 in carica c’era il governo Meloni, due mesi prima del naufragio della barca delle spie italiane e israeliane, Netanyahu era stato in visita in Italia.
Da quanto affermato dal capo del Mossad Barnea, quella in corso sul territorio italiano era una importante missione operativa che dunque ha coinvolto anche i servizi di intelligence italiani, causandone anche due perdite, altri due morti da mettere sul conto della vergognosa e complice alleanza con Israele.
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Usb: stipendi milionari ai manager, spiccioli ai lavoratori. Adesso basta!
Un esame degli stipendi ultra milionari dei vertici della società pubbliche come Eni, Terna ed Enel, rivela una realtà impietosa e vergognosa: l’AD di Terna per soli tre anni di lavoro pretende una buonuscita di 7,3 milioni di euro, avendo percepito in quei tre anni di lavoro uno stipendio pari a 3,8 milioni annui lordi. La pretesa di una buonuscita così ricca deriva dal non ritenere sufficiente la proposta di andare a presiedere un’altra società pubblica – l’Eni – con un incarico altrettanto remunerativo e prestigioso.
C’è poi il caso di Claudio Descalzi che a 71 anni, è stato confermato come Amministratore Delegato dell’Eni, e potrebbe ricevere un aumento della retribuzione del 73% arrivando a percepire fino a 15,4 milioni annui, (sempre lordi certo), mentre Flavio Cattaneo AD di Enel si ferma a soli 10,14 milioni lordi all’anno!! Se si continuasse a scavare ne verrebbero fuori tanti altri.
Si tratta delle stesse aziende che insieme alle banche, per cui sia la Meloni in Italia sia la Commissione Europea a livello continentale, hanno negato l’imposizione di tasse sugli extra profitti fatti in questi anni a causa del boom dei prezzi dell’energia o dell’aumento dei tassi di interessi bancari.
“Tutto questo avviene in nome del credo liberista di abolire qualsiasi laccio e lacciolo per chi produce ricchezza, privata naturalmente” – denuncia l’USB in un comunicato – “mentre niente arriva invece a chi la ricchezza la produce davvero, ossia quella classe lavoratrice largamente intesa che negli ultimi decenni nel nostro paese è andata ad aumentare il numero dei working poor, cioè di coloro i quali pur lavorando sono sempre più poveri”.
Di fronte a una nuova fiammata inflazionistica, in parte dovuta all’escalation del conflitto nel Medio Oriente ma molto alla speculazione sulle materie prime, “il governo italiano non ha ritenuto di mettere in campo alcuna misura volta a mitigare questa situazione, tranne la ridicola abolizione di circa 20 centesimi sulle accise dei combustibili” – sottolinea l’Usb – “mentre il padronato procede a chiusure e a licenziamenti di massa oltre a cercare di reggere la concorrenza firmando insieme a CGIL CISL e UIL contratti vergognosi che non recuperano alcunché della perdita salariale!”
E non è affatto vero che i soldi non ci sono, tutti sanno che ormai centinaia di miliardi sono stati spostati dalle spese sociali, sanità, pensioni, assistenza e stanno prendendo la strada delle spese militari con cui già ora si massacrano popolazioni inermi per gli interessi di un capitalismo giunto allo stadio predatorio.
USB chiama a due giornate di mobilitazione avendo da tempo lanciato una campagna al cui centro sta la richiesta di un salario mensile di 2000 euro netti, 12 euro di salario minimo orario, la reintroduzione di un meccanismo automatico di recupero salariale, l’azzeramento dell’IVA sui generi di prima necessità, il blocco degli sfratti per morosità incolpevole, la moratoria sui distacchi delle utenze elettriche.
Su questi obiettivi è stata convocata per il 23 maggio una manifestazione nazionale a Roma e che sarà preceduta il 29 aprile da un presidio a Montecitorio, alle ore 15 Piazza Capranica.
Fonte
C’è poi il caso di Claudio Descalzi che a 71 anni, è stato confermato come Amministratore Delegato dell’Eni, e potrebbe ricevere un aumento della retribuzione del 73% arrivando a percepire fino a 15,4 milioni annui, (sempre lordi certo), mentre Flavio Cattaneo AD di Enel si ferma a soli 10,14 milioni lordi all’anno!! Se si continuasse a scavare ne verrebbero fuori tanti altri.
Si tratta delle stesse aziende che insieme alle banche, per cui sia la Meloni in Italia sia la Commissione Europea a livello continentale, hanno negato l’imposizione di tasse sugli extra profitti fatti in questi anni a causa del boom dei prezzi dell’energia o dell’aumento dei tassi di interessi bancari.
“Tutto questo avviene in nome del credo liberista di abolire qualsiasi laccio e lacciolo per chi produce ricchezza, privata naturalmente” – denuncia l’USB in un comunicato – “mentre niente arriva invece a chi la ricchezza la produce davvero, ossia quella classe lavoratrice largamente intesa che negli ultimi decenni nel nostro paese è andata ad aumentare il numero dei working poor, cioè di coloro i quali pur lavorando sono sempre più poveri”.
Di fronte a una nuova fiammata inflazionistica, in parte dovuta all’escalation del conflitto nel Medio Oriente ma molto alla speculazione sulle materie prime, “il governo italiano non ha ritenuto di mettere in campo alcuna misura volta a mitigare questa situazione, tranne la ridicola abolizione di circa 20 centesimi sulle accise dei combustibili” – sottolinea l’Usb – “mentre il padronato procede a chiusure e a licenziamenti di massa oltre a cercare di reggere la concorrenza firmando insieme a CGIL CISL e UIL contratti vergognosi che non recuperano alcunché della perdita salariale!”
E non è affatto vero che i soldi non ci sono, tutti sanno che ormai centinaia di miliardi sono stati spostati dalle spese sociali, sanità, pensioni, assistenza e stanno prendendo la strada delle spese militari con cui già ora si massacrano popolazioni inermi per gli interessi di un capitalismo giunto allo stadio predatorio.
USB chiama a due giornate di mobilitazione avendo da tempo lanciato una campagna al cui centro sta la richiesta di un salario mensile di 2000 euro netti, 12 euro di salario minimo orario, la reintroduzione di un meccanismo automatico di recupero salariale, l’azzeramento dell’IVA sui generi di prima necessità, il blocco degli sfratti per morosità incolpevole, la moratoria sui distacchi delle utenze elettriche.
Su questi obiettivi è stata convocata per il 23 maggio una manifestazione nazionale a Roma e che sarà preceduta il 29 aprile da un presidio a Montecitorio, alle ore 15 Piazza Capranica.
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Il governo mette la fiducia anche sul decreto sicurezza. Hanno timore di tutto… e vergogna di niente
Il governo porrà oggi la fiducia al decreto sicurezza in discussione alla Camera. Dalle 16 è previsto il via alle dichiarazioni di voto e, a seguire, il voto sulla fiducia e l’esame degli ordini del giorno.
L’esecutivo è ricorso ancora una volta al voto di fiducia affermando che il prolungamento della discussione alla Camera, per poi riportare il testo al Senato entro i tempi utili, si sarebbe arenato davanti all’ostacolo tecnico della mancanza di coperture finanziarie, segnalata dalla Ragioneria dello Stato.
Si tratta del quarto decreto sicurezza da quando è in carica il governo Meloni, rivelando una vocazione all’instaurazione dello stato di polizia che è decisamente grave quanto allarmante.
Ieri c’era stata una dura protesta delle opposizioni culminata con l'“occupazione” dei banchi del Governo da parte dei deputati che si oppongono al decreto sicurezza. Dopo il voto contrario della Camera sulle questioni pregiudiziali di costituzionalità presentate dai partiti di opposizione, la situazione è degenerata in una protesta aperta, con deputati delle opposizioni che hanno occupato l’emiciclo e i banchi del Governo, rendendo impossibile il proseguimento dei lavori.
Per mettere una pezza alla vergogna sull’incentivo agli avvocati (tra l’altra respinta dai diretti interessati), il governo varerà un decreto legge ad hoc per abrogare l’assurda norma che introduce un incentivo economico per gli avvocati che seguono le pratiche di rimpatrio degli immigrati e riescono a convincerli a rimpatriare volontariamente. Questa, secondo quanto si apprende da diverse fonti, sarebbe la soluzione individuata dal governo per superare il casino scatenato sul decreto sicurezza e i rilievi del Quirinale.
Intanto, però, il decreto sicurezza è stato approvato così com’è dalla Camera e sarà corretto con il nuovo decreto legge, che dovrebbe andare in Gazzetta insieme alla legge approvata da Montecitorio.
Con una toppa peggiore del buco il governo approverà poi un altro decreto che “correggerà” la norma per gli incentivi agli avvocati per i rimpatri “allargando la platea” dei destinatari del contributo che verrà elargito anche se la pratica di rimpatrio volontario non va a buon fine.
Benvenuti nel paese-caserma.
Fonte
L’esecutivo è ricorso ancora una volta al voto di fiducia affermando che il prolungamento della discussione alla Camera, per poi riportare il testo al Senato entro i tempi utili, si sarebbe arenato davanti all’ostacolo tecnico della mancanza di coperture finanziarie, segnalata dalla Ragioneria dello Stato.
Si tratta del quarto decreto sicurezza da quando è in carica il governo Meloni, rivelando una vocazione all’instaurazione dello stato di polizia che è decisamente grave quanto allarmante.
Ieri c’era stata una dura protesta delle opposizioni culminata con l'“occupazione” dei banchi del Governo da parte dei deputati che si oppongono al decreto sicurezza. Dopo il voto contrario della Camera sulle questioni pregiudiziali di costituzionalità presentate dai partiti di opposizione, la situazione è degenerata in una protesta aperta, con deputati delle opposizioni che hanno occupato l’emiciclo e i banchi del Governo, rendendo impossibile il proseguimento dei lavori.
Per mettere una pezza alla vergogna sull’incentivo agli avvocati (tra l’altra respinta dai diretti interessati), il governo varerà un decreto legge ad hoc per abrogare l’assurda norma che introduce un incentivo economico per gli avvocati che seguono le pratiche di rimpatrio degli immigrati e riescono a convincerli a rimpatriare volontariamente. Questa, secondo quanto si apprende da diverse fonti, sarebbe la soluzione individuata dal governo per superare il casino scatenato sul decreto sicurezza e i rilievi del Quirinale.
Intanto, però, il decreto sicurezza è stato approvato così com’è dalla Camera e sarà corretto con il nuovo decreto legge, che dovrebbe andare in Gazzetta insieme alla legge approvata da Montecitorio.
Con una toppa peggiore del buco il governo approverà poi un altro decreto che “correggerà” la norma per gli incentivi agli avvocati per i rimpatri “allargando la platea” dei destinatari del contributo che verrà elargito anche se la pratica di rimpatrio volontario non va a buon fine.
Benvenuti nel paese-caserma.
Fonte
Doccia fredda sull’adesione dell’Ucraina all’Unione Europea
Da Francia e Germania, con due documenti diversi, è arrivato uno stop alla rapida adesione dell’Ucraina all’Unione Europea. Zelensky, come noto, punta all’adesione all’Ue come uno dei principali risultati di qualsiasi accordo di pace con la Russia sostenendo che il suo Paese dovrebbe entrare a far parte della Ue già nel 2027. Ma i principali Stati membri dell’Ue si sono messi di traverso rispetto alle proposte avanzate dalla Commissione europea per accelerare l’adesione dell’Ucraina e garantire così a Kiev benefici immediati.
Le controproposte tedesche e francesi sull’Ucraina, sono state visionate e rese note dal Financial Times, e smorzano ogni speranza di Kiev di poter ottenere uno status privilegiato nella sua candidatura all’adesione alla Ue.
La Germania propone di assegnare all’Ucraina lo status di “membro associato”, il che consentirebbe a Kiev di partecipare alle riunioni ministeriali e dei leader, ma senza avere il diritto di voto e senza “applicazione automatica” del bilancio comune dell’Ue. La Francia definisce questo livello di adesione intermedia come “status di Paese integrato”, in base al quale però l’accesso alla “politica agricola comune e ai finanziamenti europei, come la politica di coesione, dovrebbe essere posticipato a una fase successiva all’adesione”.
Nonostante la frenesia della Von der Leyen e della Commissione europea, la grande maggioranza degli Stati membri dell’Ue nutre il profondo timore che concedere a Kiev e ad altri candidati un’adesione accelerata possa sconvolgere le già “movimentate” dinamiche politiche interne dell’Unione e minare il valore dell’adesione stessa.
Stando a quanto riferito al Financial Times da due alti funzionari della Commissione, il contenuto generale dei documenti di Francia e Germania sarà “probabilmente” molto simile alla proposta finale che la Ue presenterà all’Ucraina.
Le proposte franco-tedesche giungono dopo il rifiuto pressoché unanime del concetto di “allargamento inverso”, una forzatura proposta dalla Commissione, che prevede la concessione all’Ucraina della piena adesione senza che questa abbia però soddisfatto tutti i criteri dell’Ue, per ottenere successivamente e gradualmente benefici finanziari e di altro tipo al raggiungimento di determinati obiettivi in vari settori politici.
La differenza fondamentale tra l’idea della Commissione sull’allargamento invertito e le posizioni di Parigi e Berlino – spiega il Financial Times – ruota attorno al momento in cui l’Ucraina potrà definirsi membro dell’Ue e acquisire il diritto di voto nei consigli decisionali dell’Unione. Inoltre la procedura di adesione rapida per l’Ucraina includerebbe anche la clausola di difesa reciproca dell’Ue, considerata uno dei principali vantaggi politico-militari per Kiev, anche alla luce del fatto che l’adesione alla Nato è esclusa nel prossimo futuro.
L’adesione accelerata dell’Ucraina all’Ue entro il 2027 è stata avanzata con forza dal presidente ucraino Zelensky, il quale sostiene si debbano riconoscere all’Ucraina i progressi delle riforme nonostante la guerra, oltre al fatto che l’adesione all’Ue rientra tra le garanzie di sicurezza in un eventuale accordo con la Russia.
“Tra i rischi che potrebbero verificarsi nel caso in cui l’Ucraina entrasse a far parte dell’Ue prima della conclusione del conflitto vi è in primo luogo la potenziale “importazione” della guerra all’interno dei confini dell’Unione” – sottolinea l’ISPI – “La perdita della “cintura” che oggi separa l’Unione Europea dalla Russia significherebbe per l’UE una vicinanza più diretta con un attore geopolitico ostile”.
Certo, il rinvio dell’adesione dell’Ucraina alla Ue rivelerebbe anche la caducità di cinque anni di propaganda europeista sul sostegno a Kiev. Ma alle porte di Bruxelles nella sala d’attesa non c’è solo l’Ucraina.
Un’accelerazione per Kiev apparirebbe guidata principalmente da logiche geopolitiche, rischiando di incrinare aspettative consolidate tra gli altri paesi candidati (di cui almeno sei sono nei Balcani, ndr), ragione per cui secondo l’ISPI “Ciò potrebbe alimentare risentimento da parte loro, rafforzare le accuse di “doppi standard” e, nel lungo periodo, indebolire l’influenza europea nella regione, a vantaggio di attori terzi, in primis la Russia”.
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Le controproposte tedesche e francesi sull’Ucraina, sono state visionate e rese note dal Financial Times, e smorzano ogni speranza di Kiev di poter ottenere uno status privilegiato nella sua candidatura all’adesione alla Ue.
La Germania propone di assegnare all’Ucraina lo status di “membro associato”, il che consentirebbe a Kiev di partecipare alle riunioni ministeriali e dei leader, ma senza avere il diritto di voto e senza “applicazione automatica” del bilancio comune dell’Ue. La Francia definisce questo livello di adesione intermedia come “status di Paese integrato”, in base al quale però l’accesso alla “politica agricola comune e ai finanziamenti europei, come la politica di coesione, dovrebbe essere posticipato a una fase successiva all’adesione”.
Nonostante la frenesia della Von der Leyen e della Commissione europea, la grande maggioranza degli Stati membri dell’Ue nutre il profondo timore che concedere a Kiev e ad altri candidati un’adesione accelerata possa sconvolgere le già “movimentate” dinamiche politiche interne dell’Unione e minare il valore dell’adesione stessa.
Stando a quanto riferito al Financial Times da due alti funzionari della Commissione, il contenuto generale dei documenti di Francia e Germania sarà “probabilmente” molto simile alla proposta finale che la Ue presenterà all’Ucraina.
Le proposte franco-tedesche giungono dopo il rifiuto pressoché unanime del concetto di “allargamento inverso”, una forzatura proposta dalla Commissione, che prevede la concessione all’Ucraina della piena adesione senza che questa abbia però soddisfatto tutti i criteri dell’Ue, per ottenere successivamente e gradualmente benefici finanziari e di altro tipo al raggiungimento di determinati obiettivi in vari settori politici.
La differenza fondamentale tra l’idea della Commissione sull’allargamento invertito e le posizioni di Parigi e Berlino – spiega il Financial Times – ruota attorno al momento in cui l’Ucraina potrà definirsi membro dell’Ue e acquisire il diritto di voto nei consigli decisionali dell’Unione. Inoltre la procedura di adesione rapida per l’Ucraina includerebbe anche la clausola di difesa reciproca dell’Ue, considerata uno dei principali vantaggi politico-militari per Kiev, anche alla luce del fatto che l’adesione alla Nato è esclusa nel prossimo futuro.
L’adesione accelerata dell’Ucraina all’Ue entro il 2027 è stata avanzata con forza dal presidente ucraino Zelensky, il quale sostiene si debbano riconoscere all’Ucraina i progressi delle riforme nonostante la guerra, oltre al fatto che l’adesione all’Ue rientra tra le garanzie di sicurezza in un eventuale accordo con la Russia.
“Tra i rischi che potrebbero verificarsi nel caso in cui l’Ucraina entrasse a far parte dell’Ue prima della conclusione del conflitto vi è in primo luogo la potenziale “importazione” della guerra all’interno dei confini dell’Unione” – sottolinea l’ISPI – “La perdita della “cintura” che oggi separa l’Unione Europea dalla Russia significherebbe per l’UE una vicinanza più diretta con un attore geopolitico ostile”.
Certo, il rinvio dell’adesione dell’Ucraina alla Ue rivelerebbe anche la caducità di cinque anni di propaganda europeista sul sostegno a Kiev. Ma alle porte di Bruxelles nella sala d’attesa non c’è solo l’Ucraina.
Un’accelerazione per Kiev apparirebbe guidata principalmente da logiche geopolitiche, rischiando di incrinare aspettative consolidate tra gli altri paesi candidati (di cui almeno sei sono nei Balcani, ndr), ragione per cui secondo l’ISPI “Ciò potrebbe alimentare risentimento da parte loro, rafforzare le accuse di “doppi standard” e, nel lungo periodo, indebolire l’influenza europea nella regione, a vantaggio di attori terzi, in primis la Russia”.
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