Presentazione


Analisi, opinioni, fatti e (più di rado) arte da una prospettiva di classe.

23/09/2026

Il senso della fine

Possiamo prenderla da qualsiasi angolo di questo Occidente in crisi: il modello neoliberista che si è imposto dagli anni ‘80 – Thatcher e Reagan, poi a valanga tutti gli altri – è arrivato al termine del suo ciclo vitale.

È comprensibile che la lettura dei dati macroeconomici sia troppo difficoltosa per quasi tutti, e quindi che la tendenza storica sia poco individuabile. Ma le modificazioni della rappresentanza politica – il sistema dei partiti, i risultati elettorali, ecc. – dovrebbero essere molto più familiari e leggibili.

Gli ultimi dieci anni presentano ormai un disegno organico. Ovunque, sulle due coste dell’Atlantico, l’“opinione pubblica” si va radicalizzando sulle estremità mentre il “grande centro” si dissolve.

L’America di Trump ha reso questo processo un format. La crisi di egemonia sul resto del mondo si è tradotta in regressione sociale reale, un impoverimento generale sia delle classi subalterne che del “ceto medio”, conseguenza diretta di delocalizzazioni produttive ciclopiche alla ricerca del minimo salariale possibile combinato con infrastrutture logistiche di buon livello.

La reazione più immediata e semplice è stata ed è quella ben nota: riprendersi il posto di comando, ovvero recuperare quote di reddito imperiale ed eliminare “gli sprechi” fisicamente rappresentati dagli “stranieri” in casa. Rapinare il petrolio venezuelano, disporre liberamente di una Groenlandia solo formalmente “sovrana” e danese, deportare a forza migliaia di immigrati, ecc., sono facce della stessa medaglia, momenti dello stesso processo e dello stesso tentativo.

Ma gli interessi sociali sono più articolati di quanto le soluzioni reazionarie, immaginate per ripristinare senza più abbellimenti retorici un modello suprematista vacillante, possano coprire.

E così, insieme alla destra più estrema che va al potere, emerge un risposta diametralmente opposta – anche se per ora assai meno radicale – che vede nella correzione sostanziale del modello l’unica soluzione socialmente accettabile. Chiamare questa ambizione “socialismo” è forse eccessivo, ma resta un fatto che l’enciclopedia della politica offra solo questo termine come relativamente appropriato. Non ce ne sono altri. Poi, certo, ci si possono aggiungere aggettivi molto diversi...

Lo abbiamo detto spesso, ma giova tornarci sopra. Il problema non è quanto Mamdani e gli altri personaggi emergenti siano soggettivamente dei “veri socialisti” o disordinatori consapevoli del sistema. Il problema sono gli interessi sociali fin qui non rappresentati, negati, repressi, che chiedono soluzioni non previste dal modello neoliberale, e che trovano per ora questo tipo di rappresentanza.

Sta qui la radice del crollo dell’establishment politico sia negli Usa che in Europa.

Quello che viene chiamato così, infatti, è o era semplicemente la faccia politica del sistema di interessi dominanti (finanza, multinazionali, “mercati”, piattaforme, ecc.), articolato quanto basta per dare l’impressione di un bipolarismo che all’atto del governare si è dimostrato perfettamente identico, tranne aspetti “estetici” o “civilistici”, ottimi per animare un talk show ma spesso lontanissimi dall’avere effetti pratici sulla vita dei popoli.

Ogni elezione ci ripropone la stessa lezione.

In quelle statunitensi di midterm – il 6 novembre – a meno di sorprese dell’ultim’ora (vecchie o nuove guerre scatenate appositamente), si dovrebbe vedere con molta più chiarezza una polarizzazione tra una destra “Maga” ora in crisi e l’avanzata “socialista” fatta di personaggi che hanno scalzato, nelle primarie, decine di vecchi arnesi dell’ala “democratica” dell’establishment.

In Germania, dove sembrava che solo la destra neonazista potesse monopolizzare il malessere sociale crescente in un modello mercantilista finito in suicidio, è invece emerso un sentiment opposto capace non solo di maledire – com’è giusto – il fascismo, ma di proporre un programma fatto di istanze sociali vitali (casa, trasporti, servizi, ecc.). Anche a dispetto dei vertici nazionali di un partito – la Linke – ormai ad un passo dall’omologazione totale con l’establishment.

Ad aprile, in Francia, avremo una più robusta e socialmente articolata contrapposizione tra lepenisti malamente ripuliti e una sinistra autenticamente battagliera riunita intorno al vecchio leone Mélénchon.

E così in Spagna, quando si voterà, tra i franchisti di Vox e un insieme un po’ confuso che sarà probabilmente costretto a riunirsi intorno a Sanchez, al di là dei suoi ben pochi meriti.

Nella derelitta Italia questo processo di radicalizzazione premia per ora quasi soltanto la destra fascista (con una gara a chi lo è di più, tra “remigrazione” impossibile e “lotta al burka” che non c’è). Ma intanto i Cinque Stelle sembrano aver fiutato l’aria e, furbescamente, provano a mettere il cappello sulla strabordante maggioranza esistente contro la guerra, le armi e i soldi all’Ucraina, nonché contro il genocidio perpetrato da Israele.

Qui l’establishment – tutti quelli che condividono “l’agenda Draghi”, di fatto, dalla Meloni alla Schlein – sembra ancora molto consistente. Ma intanto si blinda con una legge elettorale mirante ad impedire nuovi ingressi nella politica parlamentare. Un divieto che si somma e spiega quelli contro il diritto a manifestare, scioperare, organizzarsi, pensare, parlare (vedi la legge sull’“antisemitismo”, con voto bipartisan).

Fiutano l’aria, sentono il bisogno di alternativa che ha animato le piazze nello scorso autunno e che minaccia di fare altrettanto quest’anno. Alzano i muri...

Ma non si può fermare a lungo un processo di dissoluzione che deriva dalla caduta dell’egemonia neoliberista sul resto del mondo. Ovunque si guardi, da queste parti, si avverte che il senso della fine di un’epoca pervade ogni azione e parola pubblica. L’orizzonte della guerra si avvicina, spaventa i più, appare una soluzione ai peggiori, ma schiaccia tutti e costringe a pensare in modo radicale. Senza sconti né illusioni.

Servirebbe una visione alta, capace di traguardare oltre il presente. Ma è impossibile chiederla a questa classe dirigente selezionata in base al criterio dell’individualismo predatorio e dell’obbedienza al “pensiero unico” neoliberale. Da qui non può uscire altro che il sogno impossibile di un ritorno al passato, variamente condito (con camicie nere o bianche o a pois).

Da qui non può arrivare neanche un’“alternativa riformista”, per assenza di cultura e presupposti.

Non ci saranno soluzioni vere senza un’alternativa all’altezza e nessuno ce la regalerà mentre stiamo a guardare. È finito anche il tempo dell’attesa di tempi migliori...

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Istat: deficit 2025 al 3,1%, l’Italia rimane sotto tiro. Una grana per il governo

Un solo decimale separa l’Italia dalla revoca anticipata della procedura europea per disavanzo eccessivo. I dati definitivi di finanza pubblica diffusi dall’Istat per il 2025 confermano il rapporto deficit/Pil al 3,1%, infrangendo le residue aspettative coltivate dal governo nelle ultime settimane.

Si ripete così il copione già andato in scena lo scorso aprile, quando la prima stima aveva già gelato le ambizioni dell’esecutivo. Questa conferma si preannuncia una grana di non poco conto per Meloni e compagnia, soprattutto in vista della prossima finanziaria e la volontà di usare i margini della clausola di salvaguardia nazionale per la difesa e l’energia.

Il quadro economico certificato dall’istituto di statistica evidenzia per il 2025 una crescita del PIL in volume dello 0,6% (in leggere rialzo di 0,1 punti percentuali rispetto alle previsioni di marzo) e un saldo primario positivo pari a +0,8% del PIL. Risultati che, tuttavia, non bastano a portare l’indebitamento netto al di sotto della soglia limite del 3%.

Il ministro dell’Economia, Giancarlo Giorgetti, non ha nascosto la delusione: “prendiamo atto, non senza rammarico, dei dati definitivi espressi dall’Istat. Purtroppo l’Italia non uscirà anticipatamente già quest’anno dalla procedura di infrazione per deficit eccessivo, come avevamo sperato, ma, coerentemente con i dati già espressi nel Dfp [Documento di finanza pubblica, ndr] questo potrà accadere nel 2027”.

Ma la questione non è così lineare, ed ha importanti ripercussioni sulle prossime mosse da orchestrare a Palazzo Chigi. Il combinato disposto di procedura di infrazione e attivazione della clausola di salvaguardia per la difesa, a cui è associato l’allargamento dei margini di spesa per l’emergenza energetica, renderà molto più lungo, severo e massacrante il rientro nei parametri europei.

Ne abbiamo già parlato sul giornale e rimandiamo a precedenti articoli, che palesano come, dentro questo quadro, il ricorso al SAFE e l’impegno vincolante e pluriennale del programma di acquisti militari europei diventi una sorta di “obbligo” nella gabbia di vincoli costruiti dalle classi dirigenti continentali. È questo il “pilota automatico” impostato a Bruxelles, che viene presentato come unica strada percorribile e persino salvifica.

Ad ogni modo, la conferma della procedura di infrazione e le tensioni che questo porterà sul mercato del debito pubblico italiano non sono elementi che l’esecutivo potrà ignorare, soprattutto in procinto di scrittura della prossima legge di bilancio. Nella maggioranza sono cominciate da tempo le scaramucce in previsione di accaparrarsi pezzi di elettorato altrui alle elezioni del 2027, e l’ultima finanziaria del governo Meloni, con margini così ristretti, diventerà un campo minato.

Le spese per il riarmo rappresentano un impegno inderogabile, un po’ perché condivise come opzione politica per dare un peso globale alla UE (cioè non sono solo “imposte” da Bruxelles), un po’ perché prese anche in sede NATO. Tuttavia, sul piano del consenso la propaganda guerrafondaia è arrivata a un livello sclerotico tale che non sembra poter garantire larghi consensi, mentre sull’altare della guerra vengono sacrificate altre spese sociali.

L’esenzione sul bollo auto appare una mancetta elettorale ai limiti del grottesco, mentre le reazioni scomposte alle parole della segretaria dei Giovani Democratici sui “disertori” da una parte servono a ribadire che la linea bellicista non si tocca, dall’altra palesano come le attuali opposizioni si distinguano in poco o niente dalla maggioranza, e come anche al loro interno crescano i malumori.

I miliardi che potranno essere destinati a investimenti nel campo dell’energia, per i criteri a cui sono sottoposti, avranno scarsi effetti percepibili nell’immediato (se il governo sarà poi davvero capace di indirizzarli in maniera funzionale). Insomma, la coperta è corta, i margini di manovra si assottigliano drasticamente, e i vincoli europei e NATO presentano il conto.

Per questo cercano di restringere gli spazi di democrazia, sui luoghi di lavoro e alle elezioni: perché la necessità, non solo la possibilità, di un’alternativa non è mai stata evidente come in questa fase...

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ONU - Parla Trump e la delegazione di Cuba se va dall’aula

All’Assemblea Generale delle Nazioni Unite, mentre Donald Trump definiva Cuba “uno Stato fallito” e ne annunciava la presunta fine, la delegazione cubana si è alzata ed è uscita dall’aula in segno di protesta.

Non è stato un dettaglio protocollare. È stato un atto di dignità nazionale. Di fronte all’arroganza della più grande potenza mondiale, Cuba ha scelto di non assistere in silenzio alla propria umiliazione. Ha ricordato al mondo che la sovranità non è una merce negoziabile e che un popolo può essere colpito da un blocco economico durissimo, ma non per questo rinunciare al rispetto di sé.

Quando Trump ha pronunciato parole offensive contro la Rivoluzione e contro l’intera nazione cubana, L’Avana ha risposto nel modo più semplice e più forte: alzandosi e uscendo. Quel gesto resterà come una delle immagini simboliche di questa Assemblea dell’ONU, perché afferma che esiste un limite oltre il quale la dignità vale più della diplomazia.

Ma accanto a quella scena se n’è consumata un’altra, ben più dolorosa per chi crede nell’internazionalismo latinoamericano.

La delegazione del Venezuela non si è alzata. È rimasta seduta mentre Cuba veniva insultata. È rimasta nell’aula ad ascoltare chi attaccava il Paese che più di ogni altro ha sostenuto la nascita e la sopravvivenza della Rivoluzione Bolivariana. È rimasta seduta anche quando Trump ha rivendicato con arroganza il blitz che ha portato all’arresto del presidente venezuelano Maduro.

Questo non è un dettaglio. È un fatto politico grave. Per decenni Cuba ha dato al Venezuela ciò che aveva di più prezioso: migliaia di medici, insegnanti, tecnici, ricercatori e una solidarietà concreta che ha contribuito a costruire le missioni sociali volute da Fidel Castro e Hugo Chávez. Persino il sangue dei suoi figli è stato versato in nome di un progetto comune di emancipazione dell’America Latina.

Per questo il mancato gesto di solidarietà rappresenta una ferita profonda. È tempo di parlare con chiarezza. Troppi ambienti della cosiddetta sinistra continuano a giustificare qualsiasi scelta del governo venezuelano, trasformando la solidarietà in un esercizio di obbedienza acritica.

Di grande rilievo è stato invece l’intervento del presidente brasiliano Lula, che dall’Assemblea Generale ha riportato la questione cubana al centro del diritto internazionale: “Il blocco degli Stati Uniti contro Cuba è un orrore che deve finire”. Parole che ricordano come la vera emergenza non sia la propaganda contro l’isola, ma una misura coercitiva che continua a colpire milioni di cittadini cubani e che isola soprattutto Washington, non L’Avana.

Ancora più netto il richiamo dell’intellettuale cubano Abel Prieto, figura storica della Rivoluzione, che ha letto l’uscita della delegazione cubana come un dovere morale prima ancora che diplomatico: “La dignità di un popolo non si negozia e non si baratta con alcun vantaggio economico”. È un monito rivolto a tutta l’America Latina: senza memoria, senza solidarietà e senza sovranità, ogni progetto di emancipazione è destinato a dissolversi.

Le parole di Lula e Abel Prieto convergono nello stesso principio: la solidarietà tra i popoli non può essere selettiva. Quando Cuba viene aggredita, non è soltanto un Paese a essere colpito, ma l’idea stessa che l’America Latina possa costruire un futuro indipendente dalle imposizioni dell’imperialismo. Ed è per questo che il gesto di Cuba all’ONU assume oggi un valore politico e morale che va ben oltre le mura del Palazzo di Vetro.

Oggi difendere Cuba significa difendere la sovranità dei popoli, opporsi senza esitazioni al blocco statunitense e riconoscere la straordinaria coerenza di una nazione che, pur colpita da decenni di aggressioni economiche, continua a non piegare la testa.

La storia ricorderà le parole offensive di Trump. Ma ricorderà soprattutto chi si è alzato in piedi e chi, invece, è rimasto seduto.

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La reazione alla censura sionista su Macklemore

Quando il rapper Macklemore ha deciso di sfruttare la sua notorietà aprendo il concerto di Ed Sheeran durante il Loop Tour, il suo discorso a favore della “Liberazione Palestinese” ha raggiunto migliaia di persone. Quelle dichiarazioni sul palco sono ora una delle notizie più importanti al mondo, permettendo alle sue parole di raggiungere milioni di persone in tutto il mondo.

Da anni Macklemore è una delle voci più autorevoli tra le celebrità che si oppongono al Genocidio di Gaza, avendo registrato tre canzoni sull’argomento. Queste canzoni hanno attirato milioni di ascoltatori in Rete e il suo messaggio ha raggiunto un vasto pubblico. Dopo essere stato invitato a fare da spalla a Ed Sheeran in un tour negli Stati Uniti, ha scelto di continuare a diffondere il suo messaggio, consapevole dell’importanza simbolica di farlo mentre supportava uno dei musicisti più famosi al mondo.

Per la Lobby israeliana, questo è stato immediatamente considerato inaccettabile. Non solo perché un artista come lui era in grado di usare una piattaforma così importante per esprimere il suo sostegno alla Liberazione Palestinese, ma anche per il precedente che si sarebbe creato se questo fosse stato tollerato. Se Macklemore poteva esprimere le sue opinioni in questo modo, chi sarebbe stato il prossimo? E sarebbe stato qualcuno con una piattaforma ancora più ampia della sua?

Da questa prospettiva, la potente rete Sionista negli Stati Uniti è passata all’offensiva. Tutti i soliti fautori del filo-israeliano si sono immediatamente attivati ​​per cercare di censurare Macklemore attraverso una campagna coordinata. Gruppi ultra-Sionisti come la Lega Anti-Diffamazione e Stop Antisemitismo si sono affrettati a screditare la dichiarazione di Macklemore, presentandola come un attacco a tutti gli ebrei, una tattica comune usata per confondere gli ebrei con Israele al fine di mettere a tacere i critici del Regime israeliano.

Tuttavia, la Lobby israeliana e i suoi fanatici alleati Sionisti negli Stati Uniti hanno completamente frainteso la situazione. Hanno reagito emotivamente e hanno sfruttato il loro potere, credendo di vivere ancora in un mondo in cui l’opinione pubblica non ha visto Israele bombardare otto Paesi diversi, trascinare gli Stati Uniti in una guerra illegale contro l’Iran e commettere un Genocidio in 4K per quasi tre anni.

Sebbene individui come Robert Kraft possano possedere stadi ed essere in grado di usare i loro miliardi per ottenere i risultati desiderati, il popolo non accetterà più questo tipo di prepotenza e censura.

Quando la cantante Pink ha deciso di intervenire sulla questione condividendo un post contro l’antisemitismo che includeva una palese negazione del Genocidio, al fine di condannare Macklemore e chiedere che ne subisse le conseguenze, la sua azione non ha contribuito ad aumentare la pressione.

Anzi, ha scatenato la reazione opposta: è partita una campagna di boicottaggio popolare contro Pink e un’ondata di perdita di utenti sui suoi profili social. Invece di subire un danno, il contributo di Macklemore si è ritorto contro di lei. È stata quindi costretta a rilasciare una dichiarazione completa in cui affermava di non voler essere censurata e di non voler fare la vittima.

Quando la Lega Anti-Diffamazione o qualsiasi altro gruppo fanaticamente filo-israeliano rilascia dichiarazioni che tentano di dipingere le persone come antisemite per il semplice fatto di sostenere i palestinesi e criticare Israele, l’effetto finale è esattamente l’opposto di quello di “cancellare” la persona in questione. In questo caso, ha solo indirizzato più persone verso il video della dichiarazione di Macklemore, in cui chiariva in modo inequivocabile che le sue parole non erano rivolte agli ebrei, bensì al governo israeliano.

Come se la reazione negativa del pubblico contro Pink non fosse stata sufficiente ad avvertire i Sionisti che i loro sforzi stavano producendo l’effetto esattamente opposto a quello desiderato, continuarono a insistere. Dovevano vincere; dovevano punire Macklemore.

Poi arrivò l’annuncio che Ed Sheeran era stato costretto a rinunciare al suo sostegno, a causa delle pressioni di Robert Kraft. Macklemore rilasciò una dichiarazione pubblica, esortando le persone a non concentrarsi su di sé ma sul popolo palestinese, e di conseguenza la questione divenne una delle principali notizie del mondo.

L’opinione pubblica aveva appena assistito a un’enorme campagna di pressione, seguita dal silenzio imposto a un artista di successo per aver semplicemente pronunciato la parola “Palestina libera”. Ed Sheeran è stato poi costretto a rompere il silenzio, rilasciando una dichiarazione piena di scuse e cercando di schierarsi da entrambe le parti in un Genocidio. “Non sono complice”, ha affermato il cantante di fama mondiale, artista principale del tour, che avrebbe potuto benissimo schierarsi dalla parte di Macklemore.

Sheeran ha persino cercato di affermare di non occuparsi di politica e ha insistito sulla sua neutralità, pur condannando entrambe le parti. Immediatamente, gli utenti dei social media hanno fatto notare che stava mentendo e che aveva raccolto fondi, rilasciato dichiarazioni a sostegno e persino girato un video musicale in Ucraina. A ciò si sono aggiunte le accuse di doppi standard razzisti, poiché il cantante aveva preso una posizione pubblica e sentita su una guerra che coinvolgeva europei bianchi, ma aveva deciso di dichiararsi neutrale di fronte a un Genocidio che coinvolgeva persone di colore.

Ciò che i fanatici Sionisti hanno fatto è stato prendere il discorso di Macklemore, che avrebbe potuto semplicemente raggiungere migliaia di persone negli stadi ed essere condiviso sui social media, principalmente tra i sostenitori della Causa Palestinese, e trasformarlo in un incidente internazionale. Invece di mettere a tacere il suo messaggio, gli hanno consentito di raggiungere un pubblico che non avrebbe mai pensato di prestare attenzione a ciò che diceva.

Il Genocidio israeliano a Gaza ha cambiato il mondo in cui viviamo oggi. Negli Stati Uniti, la stragrande maggioranza delle persone di età pari o inferiore a 35 anni è contraria a Israele. Nessuno prende sul serio le accuse infondate di antisemitismo contro chi critica Israele; anzi, ormai è diventato un motivo di vanto. L’opinione pubblica non accetta l’argomentazione che accomuna tutti gli ebrei al Regime di Apartheid israeliano.

Anzi, il tentativo Sionista di atteggiarsi a vittima ha solo rivelato il contrario. Sono potenti miliardari e centinaia di milionari a perseguitare chiunque osi criticare il Regime Genocida che sostengono e a cui sono fedeli.

Ciò che non riescono ad accettare è che il mondo intero vede Israele allo stesso modo in cui vedeva il Sudafrica dell’Apartheid; provano lo stesso disgusto per i Sionisti che provano quando guardano indietro a coloro che hanno partecipato alla Schiavitù e al Colonialismo. Il mondo sa; hanno visto decine di migliaia di bambini massacrati giorno dopo giorno sui loro cicli di notizie nei social media.

Quando Sionisti come Robert Kraft gridano all’antisemitismo dalle loro lussuose dimore, fingendosi vittime e usando il loro potere per mettere a tacere le voci che non gradiscono, come se fossero dei signori, non fanno altro che smascherarsi. Nessuno se ne sta lì a guardare e pensa che i Sionisti siano vittime; al contrario, questo non fa che accrescere la curiosità delle persone su come si sia verificata questa ingiustizia e su cosa abbia detto Macklemore.

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Da Berlino un mandato chiaro per la Linke, ma i possibili “alleati” pongono condizioni

Il Partito della Sinistra (Linke, ndr) ha vinto le elezioni parlamentari a Berlino in modo più chiaro di quanto i sondaggi si aspettassero – ma non così chiaramente da non doverci tornare. Con il 25,7 percento e un gruppo parlamentare più ampio nel parlamento statale, ora composto da 47 membri, il partito avrebbe una comoda maggioranza governativa con i deputati SPD e Verdi.

Tuttavia, nonostante il crollo al 18,8 percento e 34 seggi, è anche matematicamente possibile che la CDU formi un governo con una propria maggioranza alla Camera dei Rappresentanti, insieme ai Socialdemocratici e ai Verdi.

La politica statale di Berlino ruoterà attorno a queste due possibilità nei prossimi giorni e settimane. Non c’è dubbio che esistano gruppi di interesse ben organizzati che vogliono mantenere l’Unione in municipio a tutti i costi. Allo stesso tempo, bisogna considerare la possibilità che il Partito della Sinistra inizi a cercare il favore dell’SPD e dei Verdi, in cui saranno messi in discussione sia le promesse centrali della campagna sia i membri della solidarietà con la Palestina, che ora vengono definiti “antisemiti” come fosse una cosa normale.

Lunedì, la principale candidata del Partito di Sinistra, Elif Eralp, ha confermato per la prima volta alla televisione regionale RBB di “voler avviare chiaramente dei colloqui”. Con SPD e Verdi, ci sono “la maggior parte delle interfacce”.

A prima vista, sembra che il Partito di Sinistra a Berlino possa negoziare da una posizione di forza. Ha più che raddoppiato la sua quota di voti ed è diventato la forza più consistente in un parlamento statale per la seconda volta nella sua storia – dopo la Turingia nel 2019. Ha spezzato la divisione Est-Ovest nel sostegno degli elettori, che da tempo è caratteristica della storia del partito a Berlino, e ha rigenerato notevolmente il proprio elettorato.

Ora ottiene i suoi risultati più forti in alcune parti dell’ex Berlino Ovest, ha in parte sostituito i Verdi come “partito del centro città” e si affida in particolare agli elettori le cui caratteristiche sono “giovani/scuola superiore o qualifica educativa/non finanziariamente sicuri”.

Allo stesso tempo, il partito è riuscito a fermare il processo altamente avanzato di scioglimento del suo ex elettorato centrale a Berlino Est (anche se non lo ha invertito, come dimostra il risultato nella vecchia roccaforte del PDS di Marzahn-Hellersdorf, dove l’AfD si è affermata come la forza maggiore).

Tutti gli altri partiti – tranne l’AfD, che è riuscito ad aumentare il suo risultato dal 9,1 al 16,3 percento, ma non ha alcun ruolo nella formazione del governo – sono stati scelti in misura maggiore o minore. Questo è particolarmente vero per l’SPD, che ha ottenuto il suo peggior risultato nelle elezioni post-belliche a Berlino con il 12,1 percento.

Il partito, che è membro del Senato senza interruzioni dal 1989, è ora solo la quinta forza nella Camera dei Deputati. L’ex sindaco governante Franziska Giffey non ha riconosciuto l’ingresso nel parlamento statale e ha parlato di una “cesura”.

Il candidato principale della Spd, Steffen Krach, ha parlato di un “risultato catastrofico”. La notte delle elezioni sulla televisione ARD, Krach sembrava persino dubitare che fosse una buona idea puntare alla prossima partecipazione al governo: “Abbiamo il peggior risultato di sempre. Non hai un mandato governativo in merito”. L’SPD non ha richieste da fare dopo questa sconfitta.

Lunedì, però, Krach ha avuto ancora una volta la scelta. In vista di possibili colloqui di coalizione, ha chiesto un “chiaro impegno contro l’antisemitismo” da parte del Partito di Sinistra. Si aspetta anche questo “da tutti i membri che fanno parte del gruppo parlamentare del Partito di Sinistra”.

Il co-leader dell’SPD, Bärbel Bas, ha sottolineato che era una situazione difficile lavorare con un partito che in parte era “antisemita”. Il candidato verde di punta Werner Graf ha detto alla RBB che il Partito della Sinistra deve “mettere al loro posto queste parti problematiche del proprio partito”.

Così si è capito rapidamente quale tipo di leva fosse stata data ai perdenti elettorali: questo può essere usato per disciplinare il Partito di Sinistra o per legittimare la permanenza della CDU in municipio. Il candidato principale della CDU, Stefan Evers, ha segnalato lunedì che il suo partito era “pronto a parlare con i partiti del centro della società in qualsiasi momento”.

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L’alleanza tra l’esercito israeliano e i coloni ha raggiunto un nuovo livello

Sembrava che tutto fosse già stato detto e scritto sull’incredibile ruolo che le Forze di Difesa Israeliane svolgono nei Pogrom contro i coloni in Cisgiordania. Ma questa settimana abbiamo appreso di un incidente che potrebbe superarli tutti.

Un colono denuncia il furto di 12 delle sue capre da parte degli abitanti del vicino villaggio di Al-Mughayyir. L’esercito lascia tutto, irrompe nel villaggio e chiede al capo del consiglio locale di provvedere all’immediata restituzione del gregge. È passata la mezzanotte. Quando il capo del consiglio fornisce la prova che le capre appartengono a un residente locale, la questione sembra risolta.

Ma la sera successiva, un nutrito contingente delle Forze di Difesa Israeliane (IDF) arriva e ruba 11 pecore a un pastore beduino. Ore dopo, le truppe ritornano e rubano decine di pecore e capre da altri recinti. Si dirigono quindi verso il centro della città, dove i cecchini si appostano sui tetti e aprono il fuoco contro gli adolescenti che escono in strada. Due di loro vengono uccisi.

Per raggiungere Al-Mughayyir, nella parte centrale della Cisgiordania, percorriamo quella che Mohammad Romaneh, ricercatore sul campo per l’organizzazione israeliana per i diritti umani B’Tselem, chiama la “Strada della Morte”. Percorrerla è davvero pericoloso.

La strada attraversa la città “americana” di Turmus Ayya, dove circa l’80-90% dei residenti ha la cittadinanza statunitense e dove l’ambasciatore in Israele Mike Huckabee si è recato sabato scorso, ed è al momento l’unica via d’accesso ad Al-Mughayyir.

Da circa un mese, un nuovo avamposto abusivo eretto dai coloni incombe sulla strada e questi attaccano le auto di passaggio. Secondo i palestinesi, sette veicoli sono già stati danneggiati e i coloni ne hanno rubato una, una Mercedes appartenente a un residente di Nablus, dopo che i suoi occupanti sono stati costretti alla fuga. Uno dei passeggeri era un cittadino statunitense.

Nel suo squallido ufficio, il capo del consiglio di Al-Mughayyir, Amin Abu Aaliya, ci racconta cosa è successo mercoledì scorso. Persino questo villaggio, da tempo sofferente e che ha perso 13 abitanti e migliaia di ettari di terra dal 7 ottobre 2023, non aveva mai vissuto nulla di simile.

Lo abbiamo visitato ad aprile e abbiamo documentato il furto di 170 pecore da parte dei coloni e l’uccisione di un ragazzo di 12 anni e di un uomo di 32 anni da parte di un colono in uniforme militare. Eppure Abu Aaliya riferisce che la situazione è peggiorata: recentemente, soldati e agenti di polizia hanno accompagnato i coloni mentre rubavano il bestiame agli abitanti del villaggio. Gli eventi della scorsa settimana ne sono un esempio lampante.

Poco prima della mezzanotte di martedì 1 settembre, Abu Aaliya ricevette una telefonata da un funzionario dell’Amministrazione Civile. Un colono, gli disse il funzionario, affermava che un abitante del villaggio gli aveva rubato 12 capre. Il capo del consiglio si mostrò scettico fin da subito.

Gli abitanti del luogo non osano avvicinarsi a quelle che ora vengono chiamate fattorie, in realtà avamposti dei coloni, nella zona e, in ogni caso, rubare bestiame da un pascolo, come si diceva, non è un’impresa da poco. Nemmeno con 20 camioncini, disse, gli abitanti del villaggio avrebbero potuto farlo.

Chiese di vedere le fotografie che il colono aveva delle capre che sarebbero state rubate, e poi svegliò il proprietario degli animali in questione. Il proprietario gli mostrò le foto delle stesse capre nere, della primavera precedente. Avevano delle macchie bianche sulle orecchie, spiega Abu Aaliya, assumendo il ruolo di investigatore forense. Il giorno prima, emerse, dei coloni erano venuti ad Al-Mughayyir, avevano fotografato le stesse capre e le avevano rivendicate come proprie.

“Avete già avuto parecchi feriti. Fareste meglio a restituire il bestiame”, avvertì l’ufficiale il capo del consiglio. “Siamo già all’ingresso del vostro villaggio”.

Quella stessa notte, il capo del consiglio inviò le foto delle capre maculate che aveva ricevuto all’Amministrazione Civile. Il funzionario con cui parlò rispose: “Inshallah khair (Andrà tutto bene)”. Abu Aaliya era convinto che la questione fosse chiusa.

Mercoledì sera, tuttavia, gli abitanti del villaggio furono colti di sorpresa dall’arrivo di una grande forza mista composta da soldati, agenti di polizia e coloni. Prima hanno attaccato una famiglia beduina alla periferia della città e hanno rubato 11 delle loro pecore, ricomparendo poche ore dopo nel centro abitato. Hanno disperso le persone dalle strade con gas lacrimogeni e granate stordenti, poi hanno iniziato a rubare il bestiame da diversi recinti nelle vicinanze: 48 pecore e 12 capre.

I soldati hanno protetto i coloni mentre costringevano gli animali a uscire e li spingevano verso l’avamposto sulla collina.

I proprietari degli animali hanno lanciato l’allarme sui social media: “Ci stanno rubando il bestiame!”. Residenti sconvolti, tra cui molti giovani, si sono riversati nelle strade. Nel frattempo, secondo testimoni oculari, dei cecchini si sono arrampicati sul tetto di un edificio in costruzione e hanno iniziato a sparare. Khalil Shehadeh, 17 anni, è stato il primo a essere ucciso. Pochi minuti dopo, il suo vicino, Omar al-Naasan, 19 anni, è stato ucciso a colpi d’arma da fuoco.

Secondo i testimoni, entrambi sono stati colpiti dallo stesso cecchino sullo stesso tetto, da una distanza di poche decine di metri. Khalil è morto sul colpo. Omar è morto in ambulanza mentre lo trasportavano in ospedale. Il paramedico Mujahid Abu Alia ci ha raccontato questa settimana di aver portato Omar in ambulanza, ma era troppo tardi: il giovane, che a quanto ci è stato detto sperava di studiare all’Università di Birzeit quest’anno, era stato colpito alla schiena.

Alle 21:30 di mercoledì, due ore dopo l’inizio, l’Operazione Furto di Pecore, così chiamata dall’esercito, si è conclusa. Le forze si sono ritirate, lasciando sul posto due cadaveri e portando con sé decine di pecore e alcune capre.

Il capo del consiglio Abu Aaliya ha dichiarato: “Mi dispiace per i coloni. I loro figli dovrebbero essere a scuola e all’università. Invece rubano e uccidono. Quando cresceranno, rivolgeranno la loro violenza contro di voi, in Israele. Le mafie e le famiglie criminali li sfrutteranno, perché la violenza è l’unica cosa che conoscono. È strano che Israele, con tutta la sua potenza, non lo capisca e non faccia nulla”.

Il capo del consiglio ha anche qualcosa da dire sulla visita dell’ambasciatore Huckabee alla vicina Turmus Ayya: “Ha detto che ci sono solo una manciata di coloni violenti? Lui non è uno di noi. Gli americani che ha visitato a Turmus Ayya sono diversi dagli americani dell’insediamento ebraico di Shiloh. A quanto pare, un americano di Shiloh ha il diritto di rubare la terra a un americano di Turmus Ayya e persino di attaccare la sua casa”.

Siamo usciti in strada, nel luogo in cui le vite dei due adolescenti sono state spezzate. Secondo quanto riferito, i cecchini hanno sparato in entrambe le direzioni. Una vittima si è accasciata ed è morta a destra dell’edificio su cui si trovava, l’altra a sinistra. Una divisione equa. Gli abitanti hanno piantato un alberello in ciascun punto in cui sono caduti, in loro memoria.

Con un berretto e una camicia grigi, il padre di Khalil, Ghasem, 38 anni, è seduto nella ben curata camera degli ospiti della sua casa il giorno della nostra visita, sopraffatto dal dolore. È un operaio, un agricoltore e padre di quattro figli, tra cui Khalil, il maggiore, che stava per iniziare la prima superiore.

La sera prima che suo figlio venisse ucciso, Ghasem era a casa con lui quando sentì il loro vicino, Abu Nabil, chiedere aiuto. Soldati e coloni avevano invaso il suo ovile e avevano iniziato a cacciare le pecore. Ghasem e Khalil si precipitarono fuori per cercare di proteggere Abu Nabil e il suo gregge.

Circa due minuti dopo, ricorda, i lampioni si spensero e una pioggia di proiettili si abbatté su di loro. Khalil cadde a terra davanti ai suoi occhi. Suo padre lo portò in fretta in un’auto privata per essere evacuato, ma sapeva già che Khalil era morto.

Non è pervenuta alcuna risposta dall’Ufficio del Portavoce delle Forze di Difesa Israeliane entro la chiusura della redazione.

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Lavoratore in appalto muore al Colosseo, monumento chiuso solo dopo le proteste dei lavoratori

È stato allucinante vedere stamattina il Colosseo aperto, come se niente fosse, a poche ore dalla morte di un operaio di 22 anni all’interno del monumento: il Ministro ha disposto la chiusura solo dopo l’intervento sindacale e una nota della RSU del Parco Archeologico che la richiedeva.

Un intervento tardivo, arrivato solo grazie al risentimento e la protesta dei lavoratori e delle lavoratrici che hanno avuto una reazione di dignità. Mentre in prima battuta dal Ministero sono arrivate parole di cordoglio e azioni totalmente inadeguate di fronte alla morte di Andrea Moretti di anni 22, deceduto mentre lavorava all’interno di uno dei monumenti più visitati al mondo da dipendente di una società in appalto.

Come già accaduto alla Reggia di Caserta, a Castel Sant’Angelo e alla Torre dei Conti, la gestione della cultura cerca di far passare il messaggio che lo “spettacolo” deve sempre andare avanti, anche di fronte alle morti sul lavoro.

Ora che hanno dovuto ascoltare i lavoratori sulla chiusura per lutto, si deve dare massima priorità alla sicurezza dei lavoratori, con attenzione alle molte sollecitazioni sul tema che USB ha già sollevato per quanto riguarda gli appalti di lavori e servizi per il Colosseo.

Questa è solo l’ennesima dimostrazione di cosa sia la giungla degli appalti per la pubblica amministrazione: un sistema che va smantellato, perché non si può continuare a morire di lavoro e non si può, a maggior ragione, farlo mentre si è in appalto per lo Stato.

Tutto questo succede anche perché i lavoratori privati della cultura vengono sottopagati e sottoposti alla limitazione degli scioperi per i servizi pubblici essenziali dalla legge 146/90.

La democrazia sindacale non è uno scherzo e va tutelata: senza sciopero i lavoratori non possono difendere allo stesso modo la loro sicurezza, il salario e la dignità!

USB sempre dalla parte dei lavoratori: basta morti, vogliamo la legge che introduca il reato di omicidio sul lavoro!

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Morto 22enne sul lavoro al Colosseo! Parlano di sicurezza e zone rosse e poi ci uccidono sul lavoro!

Convochiamo la stampa alle ore 14 a Largo Gaetani Agnesi

Ci è arrivata oggi la notizia di un ragazzo 22enne, giovane come noi, morto sul lavoro al Colosseo.

Il governo e le giunte comunali parlano di sicurezza e fanno le zone rosse, come quella di Colosseo, ma noi sappiamo bene che la vera sicurezza non è quella delle politiche securitarie ma è la sicurezza sociale e quella sul lavoro.

In questo paese muoiono 4 lavoratori al giorno, ma la nostra classe dirigente preferisce parlare delle gonne delle donne o degli hijab, sperando di distrarci dai problemi reali. Neanche davanti alla morte di un ragazzo il Colosseo è stato chiuso ai turisti, simbolo di una città che continua a mettere ancora una volta il profitto davanti alla vita.
OSA- Cambiare Rotta

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Essere Elif Eralp nella Berlino dove i fondi gestiscono oltre 200mila appartamenti

di Alessandro Volpi

A Berlino è ormai certa la vittoria di Elif Eralp, candidata di punta di Die Linke, che si è presentata con un programma finalmente radicale. La sua piattaforma incarna una visione fortemente redistributiva focalizzata sul contrasto alla speculazione finanziaria, sull’emergenza abitativa e su una profonda riforma del sistema fiscale locale e nazionale.

Al centro del dibattito cittadino si colloca il tema della casa, dove la combinazione tra le privatizzazioni dei primi anni Duemila e la forte spinta finanziaria ha concentrato enormi porzioni del parco immobiliare privato nelle mani di pochi gruppi societari. Tra questi spicca Vonovia Se – insieme a Deutsche Wohnen, assorbita nel 2021 – che da sola controlla oltre 140mila appartamenti nella capitale, rappresentando il primo operatore del settore in Germania. Seguono colossi internazionali come il gruppo svedese Heimstaden, arrivato a gestire tra i 20mila e i 25mila alloggi, la società franco-italiana Covivio con circa 15mila-18mila unità, oltre a veicoli di private equity come il colosso statunitense Blackstone e gruppi storicamente radicati come Adler Group, detentore in passato di portafogli superiori ai 20mila immobili. Complessivamente, la grande finanza e i fondi d’investimento privati gestiscono tra i 200mila e i 250mila appartamenti berlinesi.

In sintesi Berlino è diventata un prodotto finanziario e contro questa vera e propria mutazione genetica si è schierata, con chiarezza, Elif Eralp. Per spezzare questo oligopolio, la sua risposta infatti prevede l’attuazione immediata del referendum del 2021 (Deutsche Wohnen & Co. enteignen), avviando l’esproprio con indennizzo e la pubblicizzazione di circa 220mila appartamenti appartenenti a società e gruppi privati titolari di oltre tremila unità. La misura sociale dell’esproprio si unisce alla proposta di un blocco rigido degli affitti applicato prioritariamente alle 380mila abitazioni di proprietà pubblica municipale, alla creazione di un’autorità pubblica d’ispezione contro il caro-affitti e all’espansione programmata dell’edilizia sociale.

La leva tributaria costituisce il secondo pilastro della strategia di Die Linke, concepita sia per disincentivare la rendita sia per reperire risorse fresche da destinare ai servizi essenziali. Per colpire direttamente l’asset immobiliare di alto bordo, Eralp e il suo partito propongono una nuova “tassa sulle ville di lusso” che andrebbe ad applicarsi sui beni immobiliari di valore stimato superiore ai quattro milioni di euro, una misura destinata a coinvolgere, tra gli altri, oltre tremila immobili storici situati nel quartiere benestante di Grunewald.

La sola introduzione di questa sovrattassa e delle riforme collegate sulle proprietà secondarie stima di apportare alle casse della capitale un gettito aggiuntivo compreso tra 150 e 300 milioni di euro ogni anno, risorse da vincolare direttamente alle politiche di blocco dei canoni e alla casa. A questa misura si aggiungono l’innalzamento della tassa sulle seconde case non locate, la chiusura dei cosiddetti share deals – ovvero le operazioni societarie con cui i grandi fondi evitano il pagamento delle imposte di registro acquistando quote azionarie anziché il singolo fabbricato – e un’esenzione totale dell’imposta di acquisto per le famiglie a basso o medio reddito che comprano la prima abitazione.

Nel programma economico di Eralp trova spazio anche la dimensione nazionale della fiscalità: una proposta chiave riguarda la reintroduzione dell’imposta sui grandi patrimoni, strutturata con una franchigia iniziale di un milione di euro di patrimonio netto e aliquote progressive dall’1% fino al 5% per le fortune superiori. Secondo gli studi istituzionali di settore citati nel dibattito della candidatura, la sola reintroduzione dell’imposta patrimoniale consentirebbe al bilancio di Berlino di incassare oltre cinque miliardi di euro annui, fondi utili a finanziare la gratuità o il forte calmiere sui biglietti dei trasporti pubblici urbani, gli asili nido (kitas) e l’ammodernamento delle scuole. Sul fronte societario, si chiede inoltre di portare al 25% l’imposta sulle società per le multinazionali e di istituire una tassa straordinaria sugli extra-profitti accumulati dai colossi dell’energia. Guarda caso, a Berlino AfD non si impenna. Ma in Italia posizioni simili sarebbero accusate di blasfemia egualitaria.

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