Presentazione


Analisi, opinioni, fatti e (più di rado) arte da una prospettiva di classe.

07/04/2026

Le contraddizioni materiali alla base della crisi di consenso del Governo Meloni

Riprendiamo la storia lì dove le avevamo lasciata: il Governo Meloni affannosamente impegnato a redigere la legge finanziaria per il 2026 in forma tale da compiacere non uno, non due, ma ben tre padroni:
1) gli Stati Uniti, che impongono a tutti i Paesi NATO un aumento delle spese militari per finanziare i loro rigurgiti imperiali;
2) l’Unione Europea, che pretende una rigida disciplina del bilancio pubblico da parte di tutti gli Stati membri, per forzarne la transizione verso lo stato minimo;
3) e infine la borghesia industriale italiana, che cerca rifugio dalla sfrenata concorrenza internazionale elemosinando bonus statali, crediti fiscali e altre agevolazioni a tutela dei propri profitti.

Davanti a questo trilemma, il Governo Meloni ha disperatamente provato a non scontentare nessuno dei suoi padroni, e dunque ha scelto di non scegliere. 

Si è impegnato con gli Stati Uniti ad aumentare le spese militari fino al 5% del PIL entro il 2035, ma con quali soldi?

Il problema lo pone il secondo padrone, l’Unione europea, perché il nuovo Patto di stabilità e crescita consente di scorporare le spese militari dall’applicazione dei vincoli di bilancio – dunque in sostanza di spendere liberamente per armi e munizioni fuori da qualsiasi disciplina di bilancio – solamente a quei Paesi che abbiano il deficit pubblico all’interno della soglia del 3% del PIL prevista dai Trattati. E l’Italia è sottoposta ad una procedura d’infrazione delle regole europee proprio perché fino ad oggi si trova al di sopra di quella soglia.

Per questa ragione, il Governo ha deciso di accelerare il percorso di rientro dalla procedura d’infrazione, provando ad abbattere il deficit sotto al 3% già per il 2025, imponendo sacrifici ai lavoratori e alle lavoratrici italiane nella speranza di centrare l’obiettivo di finanza pubblica e liberare così risorse a partire dal 2026, per sostenere le guerre USA in giro per il mondo.

Una scommessa che gli è costata una finanziaria di mancette agli imprenditori, in attesa di guadagnare qualche margine di bilancio per l’anno 2026, un anno cruciale in vista delle elezioni politiche previste per il 2027.

Tuttavia, e siamo all’oggi, l’equazione elaborata dal Governo Meloni per risolvere il trilemma inizia a scricchiolare. Comprendere la natura di questi scricchiolii ci sembra fondamentale non solo per mettere in luce le debolezze del governo in carica, ma anche per gettare uno sguardo alle debolezze strutturali che avrebbe qualsiasi governo, in Italia, che scelga di servire i tre padroni del Governo Meloni, schierandosi con gli Stati Uniti e la NATO, scegliendo la piena compatibilità con la disciplina fiscale europea e indirizzando la politica economica al mero sostegno dei profitti.

Il primo scricchiolio si è sentito il 2 marzo scorso, quando l’ISTAT ha pubblicato l’aggiornamento del dato sul deficit pubblico del 2025, stimato al di sopra delle aspettative del Governo, al 3,1% del PIL. Tale dato si dovrà consolidare nei prossimi giorni ma, ove fosse confermato, sancirebbe la permanenza dell’Italia sotto procedura d’infrazione per deficit eccessivo, e dunque determinerebbe il fallimento del rocambolesco piano immaginato dal Governo. Con il deficit sopra il 3% niente scorporo delle spese militari: ogni euro speso per obbedire agli ordini di Trump dovrebbe essere sottratto immediatamente a servizi pubblici, infrastrutture, sanità, scuola, pensioni, proprio nell’anno della campagna elettorale per le politiche del 2027.

Il secondo scricchiolio, sinistro, si è avvertito il successivo 26 marzo, quando il Segretario generale della NATO, Rutte, ha presentato i primi dati di monitoraggio dell’impegno assunto da tutti i Paesi dell’Alleanza Atlantica verso l’incremento della spesa militare. Secondo i dati ufficiali NATO, nel 2025 l’Italia avrebbe una spesa militare appena sufficiente per rispettare l’obiettivo del 2% stabilito nel documento di finanza pubblica e coerente con l’obiettivo di raggiungere il 5% del PIL entro il 2035. In realtà, la spesa militare in senso stretto era di poco superiore all’1,5% e pari a circa 35 miliardi di euro. Solo dopo essere uscito dalla procedura d’infrazione per deficit eccessivo con l’UE, il Governo si prodigherebbe alacremente per rimpolparla. Il risultato del 2% è stato, infatti, raggiunto in modo truffaldino, tramite la riclassificazione in “militari” di una serie di spese già presenti nel bilancio dello Stato. Si tratta di spese per infrastrutture, etichettate come “mobilità militare”, spese per la digitalizzazione della pubblica amministrazione, ammantate come “cybersicurezza”, ma anche – disperatamente – gettando nel mucchio le spese INPS ascrivibili alle pensioni del personale militare, un contributo davvero decisivo per le guerre in corso! Un esercizio di stile dai tratti tragicomici, che è stato tollerato dai vertici NATO solo a fronte dell’impegno assunto dal Governo Meloni nel medio e lungo periodo, che non solo punta ad aumentare la spesa militare al 5%, ma specifica anche che, di quella soglia, il 3,5% dovrà essere composto da vera spesa militare per armamenti, non autostrade, siti internet e pensioni. 

La guerra, insomma, è una cosa seria e il tempo del gioco, per il Governo italiano è finito. Rutte stesso, a conclusione della presentazione del suo Rapporto sulle spese militari, è stato chiaro: «Mi aspetto che gli Alleati, al prossimo vertice Nato di Ankara, dimostrino di essere su un percorso chiaro e credibile verso l’obiettivo del 5%»

Il terzo scricchiolio, forse quello che ha avuto l’eco più forte nelle stanze governative perché la sua fonte è più vicina, ha risuonato poche ore dopo, sabato 28 marzo. È il giorno successivo di un Consiglio dei ministri che ha approvato un decreto-legge in materia fiscale che, tra le altre misure, annuncia un taglio delle risorse destinate ai cosiddetti “esodati” della misura Transizione 5.0, un credito d’imposta rivolto alle imprese che effettuano investimenti legati alla sostenibilità ambientale e la digitalizzazione. Contro questo taglio si è levato il grido di dolore dei padroncini italiani, che da sabato hanno iniziato a lagnarsi – a partire dal Presidente di Confindustria Orsini.  

Il Governo aveva destinato 2,6 miliardi di euro del PNRR per finanziare questo ennesimo regalo alle imprese, Transizione 5.0. Il regalo era talmente ghiotto che le imprese si sono fiondate in massa su questa agevolazione, le risorse stanziate sono state esaurite e sono rimaste inevase richieste per oltre 1,6 miliardi di euro. Per far fronte a questa coda di richieste, il Governo aveva stanziato in legge di bilancio ulteriori 1,3 miliardi di euro, sperando che fossero sufficienti a soddisfare le domande tecnicamente ammissibili rispetto al monte di quelle comunicate.

Tuttavia, questo è il dettaglio centrale per capire la vicenda: secondo le regole contabili europee, i crediti fiscali non sempre pesano sui conti pubblici nell’anno in cui vengono materialmente erogati (in questo caso il 2026), ma possono essere imputati all’anno in cui gli investimenti sono stati effettuati (ovvero nel 2025, anno degli investimenti comunicati dalle imprese). In questa chiave, gli ulteriori 1,3 miliardi di euro previsti dal Governo in legge di bilancio potrebbero finire – almeno in parte – per incidere sul deficit del 2025, proprio quello che l’esecutivo cerca disperatamente di mantenere sotto controllo per compiacere, insieme, Stati Uniti e Unione Europea.

Quando l’ISTAT ha annunciato che siamo ancora sopra al 3%, il Governo è dovuto correre ai ripari, e in fretta. Da qui, evidentemente, la scelta – dolorosa per chi è abituato a obbedire a tutti gli ordini di Confindustria – di tornare sui propri passi e sottrarre qualche risorsa ai suoi padroncini più prossimi, quella borghesia industriale italiana che rappresenta il blocco sociale di riferimento dell’attuale maggioranza parlamentare e finanziare una temporanea e insufficiente riduzione del costo della benzina. Un’operazione marginale e demagogica, che tuttavia rivela le tensioni crescenti nel blocco sociale che sostiene l’esecutivo.

Servire tre padroni si sta rivelando impossibile. E i più attenti avranno notato che, nella ricostruzione delle crepe che si aprono ogni giorno nel Governo non abbiamo avuto bisogno di menzionare il risultato del referendum costituzionale in materia di giustizia, che pure – evidentemente – ha una posizione di rilievo.

Non ne abbiamo avuto bisogno perché gli esiti di quel referendum sembrano riconducibili più agli effetti che alle cause delle debolezze strutturali del Governo che abbiamo provato a mettere in luce. La vittoria del NO si configura come una crisi di consenso di un Governo che si è legato, mani e piedi, al progetto bellicista degli Stati Uniti, al disegno di macelleria sociale dell’Unione Europea e al tentativo di porre un argine in difesa del capitalismo italiano a fronte degli sconvolgimenti che stanno rivoluzionando i mercati internazionali, dall’energia ai traffici commerciali. Questa scelta politica sta producendo un progressivo impoverimento dell’Italia.

Il Governo Meloni si è insediato con un PIL che sfiorava il 5% nel 2022 (eravamo in piena ripresa post-Covid, l’UE aveva sospeso l’applicazione delle regole di bilancio per consentire di contrastare gli effetti della pandemia), e la sua politica economica – fatta di guerra, austerità e profitti – ha prodotto un inesorabile declino: 0,9% nel 2023, 0,7% nel 2024 e 0,5% nel 2025. Gli scricchiolii del Governo Meloni sono musica per le nostre orecchie, ma questa analisi vuole sottolineare un dato politico che va ben oltre l’attuale esecutivo.

Infatti, l’opposizione parlamentare è composta oggi da forze politiche che hanno sempre dimostrato, con i fatti quando erano al Governo prima ancora che con le dichiarazioni, di servire esattamente gli stessi padroni che stanno determinando la crisi di consenso della maggioranza odierna. Se l’attuale Governo sarà soppiantato dall’ennesimo esecutivo di centro-sinistra, siamo certi che non vi sarà alcun reale progresso per i lavoratori italiani e nessun futuro di pace per i giovani, che continueranno ad essere condannati all’orizzonte di guerra e precarietà che ci impongono Confindustria, Unione Europea e Stati Uniti.

Lavoro, salari dignitosi e un futuro di pace saranno possibili solo se l’opposizione sociale al Governo saprà tradurre la crisi di consenso dell’attuale maggioranza nel rifiuto radicale del terreno di compatibilità con l’Unione Europea, la NATO e Confindustria, un terreno condiviso da tutte le forze attualmente sedute in parlamento, dalla destra al centrosinistra.

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06/04/2026

Le Monografie di Frusciante - Woody Allen - parte 1

“Salvare il pilota” o “rubare l’uranio” di Teheran?

La «nebbia di guerra» è più fitta quando le cose arrivano ad un punto decisivo, E si stende su tutto. Sia sulle trattative per arrivare ad un accordo, sia per quanto accade realmente sul campo di battaglia.

Andiamo con ordine, per aiutare i nostri lettori ad orizzontarsi il più possibile.

Il sito statunitense Axios, solitamente molto attendibile e con diverse «fonti anonime» nell’amministrazione Trump, ma considerato in Medio Oriente come un’agenzia di disinformazione manovrata dal Mossad, riferisce che «i mediatori stanno discutendo con le parti i termini di un accordo in due fasi; la prima fase consisterebbe in una potenziale tregua di 45 giorni durante la quale verrebbe negoziata una fine permanente della guerra»

Per la parte americana, primo problema, i «mediatori» sono sempre costituiti dalla “strana coppia” Kushner-Witkoff, indicati da tutti gli addetti ai lavori come «agenti israeliani», più che statunitensi. E dunque senza alcuna credibilità presso gli iraniani.

La questione è dunque come «costruire fiducia» sul fatto che qualsiasi accordo sarà poi rispettato sia da Washington che da Tel Aviv. Si tratta qui di offrire a Tehran garanzie concrete, ma allo stesso tempo con molta rapidità. L’ultimatum è stato per ora prorogato alle 20 (ora di Washington) di martedì 7 aprile.

Il timore esplicito è che si riproduca la situazione di Gaza e del Libano, dove ci sono da sempre «tregue» scritte sulla sabbia, in cui Israele attacca come e quando vuole e la cosiddetta «comunità internazionale» protesta solo quando la controparte, palestinese o libanese, reagisce agli attacchi.

Tutte le questioni di merito della trattativa – dalla riapertura completa dello Stretto di Hormuz, alla sorte dell’uranio arricchito, ecc. – sarebbero comunque rinviate alla «fase 2», ossia ai 45 giorni senza bombardamenti.

Ma da Teheran arriva la smentita: “Un cessate il fuoco temporaneo nell’aggressione militare israelo-americana, accompagnato dall’ombra della guerra e senza che l’Iran soddisfi le condizioni necessarie per porre fine all’offensiva, non fa altro che dare al nemico la possibilità di riorganizzarsi”.

Sul terreno le cose sono ancora più nebbiose.

Il pilota dell'F-15E abbattuto sembra sia stato effettivamente recuperato, anche se ferito. Primo «giallo»: inizialmente lo era «leggermente», nell’ultima comunicazione ufficiale è invece «abbastanza grave». In ogni caso non è stata diffusa neanche una sua foto, alimentando così le più diverse dietrologie.

L’operazione di recupero viene però definita un «fallimento» da parte iraniana, addirittura con irrisione: «tre vittorie come questa e gli Stati Uniti sono finiti».

Propaganda a parte, ci sono però alcuni punti niente affatto chiari. L’operazione, secondo la versione ufficiale Usa, è avvenuta nella provincia di Kohgiluyeh e BoyerAhmad, al confine con quella di Kuzestan, a circa 80 km dal mare. Per realizzarla sarebbero stati impiegati due aerei da trasporto HC-130, oltre a diversi tipi di velivoli (Dash-8 per il lancio di paracadutisti, elicotteri MH-60 Seahawk, droni Reaper, ecc.).

Una marea di uomini e mezzi sproporzionata per un’azione necessariamente “agile e rapida”, giocata sulla ricerca del segnale del gps a disposizione del militare in mezzo alle montagne.

I due C-130, peraltro, sono poi rimasti a terra e sarebbero stati fatti esplodere direttamente dalle truppe Usa per non farli restare a disposizione degli iraniani. Anche qui la versione ufficiale è cambiata nel corso delle ore. Prima perché sarebbero rimasti «impantanati nel fango», poi per un «guasto meccanico» (contemporaneo, su due aerei?).

Le cose che non tornano sono parecchie. Innanzitutto: gli Hercules C-130, per quanto modernizzati, sono grandi aerei da trasporto che possono portare un centinaio di soldati, ma anche mezzi per spostarsi a terra. Sono completamente inadatti a scendere tra le montagne, tanto più per recuperare un singolo militare ferito (presumibilmente non in grado di spostarsi su lunghe distanze) e hanno bisogno di piste di atterraggio.

E in effetti i video dei due C-130 distrutti mostrano una vecchia pista «agricola» ormai abbandonata (usata dagli aerei per irrorare i campi). Il problema è che quella pista, grazie proprio alla geolocalizzazione dei video, è alle porte di Isfahan. Ad oltre 200 km dal punto in cui il pilota – anzi: l’“addetto ai sistemi d’arma”, in pratica quello che sgancia le bombe – è stato recuperato. Sono 200 km verso l’interno dell’Iran come si vede dalla cartina, anziché verso il mare e quindi «la salvezza».

Insomma: l’esercito Usa aveva concentrato alcune centinaia di navy seals, o altri reparti speciali, ad Isfahan. Per fare cosa ?

A 35 km dalla città c’è notoriamente uno dei siti di arricchimento dell’uranio, che proprio il direttore dell’Aiea, Raphael Grossi, aveva visitato al tempo in cui l’Iran aderiva al trattato poi denunciato... da Trump durante il primo mandato. Lunedì scorso Grossi aveva confermato che «Quasi metà dell’uranio iraniano arricchito fino al 60% di purezza, un passo fondamentale per raggiungere il livello necessario alla produzione di armi nucleari, era stoccato in un complesso di tunnel a Isfahan e probabilmente si trova ancora lì».

Va ricordato come, nei primi giorni di guerra, lo stesso Trump aveva parlato di «esfiltrare» l’uranio iraniano, un’operazione che avrebbe però richiesto la costruzione di piste di atterraggio all’interno dell’Iran, in prossimità dei laboratori da attaccare. Operazione definita «impossibile» dai vertici militari, che infatti sono stati licenziati.

Appare quindi più probabile che sia stato fatto lo stesso il tentativo di irruzione e «furto», sfruttando la pista abbandonata non troppo lontana dall’obbiettivo (il che spiega anche l’uso di diversi elicotteri, droni, ecc., altrimenti «sovradimensionati» per una rapida operazione di salvataggio).

Evidente che sia questo il «fallimento» che ha provocato l’ironia iraniana e il vero cuore militare di tutto quanto è accaduto intorno alla lacrimevole storia del “pilota da salvare”.

Se fosse riuscita, Trump avrebbe potuto sventolare la sua «vittoria» e predisporsi ad una fine della guerra rapida.

Ma non è andata così. E questo spiega probabilmente anche il tono indecente, perfino per lui, con cui è andato poi minacciando Teheran – «Aprite il maledetto Stretto, pazzi bastardi, o vivrete all’inferno – VEDRETE!» – con la promessa di colpire “martedì” le centrali elettriche e i ponti. Ben sapendo, tra l’altro, che Teheran reagirebbe facendo altrettanto con gli impianti degli altri paesi nel Golfo ed anche con Israele.

Questa insistenza sulla distruzione delle infrastrutture civili, unita alle frequenti dichiarazioni sull’«abbiamo distrutto tutte le strutture militari che c’erano», sembra confermare indirettamente gli analisti militari che spiegano come, in effetti, gli iraniani si siano preparati a questa guerra predisponendo un gran numero di «esche» – vecchi camion travestiti da lanciamissile, capannoni apparentemente «militari» senza nulla dentro, ecc. – e nascondendo quasi tutto sottoterra, facilitati da un territorio montuoso e roccioso che offre opportunità in tal senso praticamente infinite.

Frustrazione, “gradimento” sceso al 31% (peggio di Biden quando inciampava, dicono tutti), necessità di finire la guerra e inesistenza di uno specchietto delle allodole adatto a far sembrare la ritirata come una vittoria. Brutta situazione. Che non fa presagire nulla di buono. Neanche mentre si finge di «trattare» (sarebbe la quarta volta, peraltro, che un «dialogo» nasconde un attacco).

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Il rapporto tossico tra Israele e Stati Uniti si avvicina al punto di rottura

di Gideon Levy

Dopo anni in cui Israele ha fatto ciò che voleva, la guerra in Iran potrebbe diventare un punto di svolta nelle relazioni tra Stati Uniti e Israele. Recidere il legame incondizionato tra i due potrebbe rivelarsi l’unica speranza per Israele di affrontare la verità dell’Occupazione e dell’Apartheid e di porre fine alle sue guerre senza fine. Israele dovrà quindi finalmente scegliere tra un Israele diverso o nessun Israele.

Alla fine di questa guerra inutile, emerge un barlume di speranza. È scritto sul ghiaccio: potrebbe trasformarsi in un disastro, come spesso accade in guerra, eppure c’è ancora speranza. In questi giorni di disperazione, è difficile aspettarsi di più.

La guerra potrebbe generare un fatale sconvolgimento nelle relazioni tra Stati Uniti e Israele. Ciò che era non sarà più. Mentre in Israele si va fieri della cooperazione tra i due Paesi e dell’alleanza tra piloti che si è creata nei cieli di Teheran, nubi minacciose si addensano all’orizzonte. Più il fallimento della guerra diventa evidente, più chiaro appare che gli Stati Uniti si sono cacciati in un grosso guaio senza sapere come uscirne, e più intenso sarà il gioco delle accuse che ne seguirà.

Sarà palesemente unilaterale. Gli Stati Uniti addosseranno tutta la colpa a Israele. Questo potrebbe innescare un effetto domino in altri Paesi che non aspettano altro che la rottura dei legami tra i due Paesi. Quando il fuoco si sarà spento, Israele potrebbe trovarsi in una situazione senza precedenti: una Corea del Nord locale. Potrebbe diventare uno Stato paria isolato, privo del sostegno americano, senza il quale non può sopravvivere.

Le basi malsane dei legami tra Stati Uniti e Israele avrebbero dovuto essere sradicate anni fa. Senza una base logica di interessi comuni, non avrebbero potuto durare. Nel corso degli anni, i ruoli tra le due potenze si sono progressivamente confusi, al punto da rendere incerto chi delle due fosse la vera superpotenza. Israele faceva ciò che voleva e riceveva ingenti aiuti incondizionati.

Ai tempi di “Mister America”, alias Benjamin Netanyahu, che osò sfidare apertamente gli Stati Uniti più di qualsiasi altro Primo Ministro precedente, queste relazioni assunsero proporzioni mostruose. Un Primo Ministro minava l’autorità dei presidenti americani e il suo Paese non subiva alcun danno, come accadde durante il mandato di Barack Obama. Insediamenti, annessioni, guerre criminali a Gaza e in Libano, Pogrom, Apartheid, Genocidio: gli Stati Uniti li condannavano. Li condannavano, ma continuavano a pagare, li rimproveravano e ponevano il veto all’ONU, li ammonivano e inviavano ponti aerei con munizioni.

L’Europa fu costretta a tacere e a non intraprendere alcuna azione, nemmeno dopo la guerra di Gaza, per timore degli Stati Uniti. Ora gli USA aspettano solo l’occasione per regolare i conti con Israele, così come ampie fasce dell’opinione pubblica statunitense, persino all’interno delle comunità ebraiche. Tutti ne hanno abbastanza di questo tipo di Israele, con il suo continuo disprezzo per la comunità internazionale, il suo sdegno per il Diritto Internazionale e l’inconcepibile divario tra l’opinione pubblica nella maggior parte dei Paesi del mondo e le posizioni dei rispettivi governi.

La guerra in Iran potrebbe rappresentare un punto di svolta. Le due fazioni americane non aspettano altro che la frattura si apra. Il primo a puntare il dito sarà Donald Trump. Darà il segnale e seguirà l’ondata. Potrebbe essere distruttiva, ma potrebbe spingere Israele in una direzione positiva.

Recidere il legame incondizionato tra Stati Uniti e Israele potrebbe rivelarsi l’unica speranza, a condizione che sia seguito da un profondo cambiamento nelle politiche israeliane.

Questo cambiamento non avverrà da solo. Israele non si sveglierà una mattina dicendo a se stesso che l’Occupazione, l’Apartheid e le sue guerre senza fine devono finire e che deve anche ascoltare il Mondo. Solo recidendo il legame con gli Stati Uniti si potrebbe raggiungere questo obiettivo. Qui si cela il rischio che il bambino, che non è più un bambino da tempo, venga gettato via con l’acqua sporca del Mondo.

È difficile immaginare Israele muoversi senza gli Stati Uniti. È vero che i chiacchieroni di destra sono certi che Israele non abbia bisogno dell’America, ma dovranno fare i conti con la realtà. Improvvisamente, non ci saranno più armi, denaro e diritto di veto al Consiglio di Sicurezza dell’ONU.

Cosa succederà allora? La rappresentante dei coloni Daniella Weiss ci proteggerà? Il Ministro della Sicurezza Nazionale Itamar Ben-Gvir impedirà una Risoluzione dell’ONU? I Ford Ranger dei coloni andranno a Teheran?

Quel giorno è più vicino di quanto credano tutti coloro che partecipano alla folle marcia di Israele. Israele dovrà finalmente scegliere tra un Israele diverso o nessun Israele.

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I giovani uomini non possono più lasciare la Germania senza permesso

La modifica alla legge sulla modernizzazione del servizio militare è entrata in vigore in gran parte inosservata. Milioni di uomini devono ora richiedere un’autorizzazione alla Bundeswehr per soggiorni più lunghi all’estero.

Dal 1° gennaio 2026, tutti gli uomini di età compresa tra 17 e 45 anni devono richiedere un’autorizzazione al Centro Carriere della Bundeswehr se intendono lasciare la Germania per più di tre mesi – sia per un semestre all’estero, un lavoro o un viaggio più lungo.

Questo obbligo è ora permanente e non più valido solo in caso di tensione o di difesa, cioè in una situazione di concreta minaccia militare. La modifica è entrata in vigore con la legge sulla modernizzazione del servizio militare, passando in gran parte inosservata. In precedenza ne aveva riferito la Frankfurter Rundschau.

Nello specifico, è stato riformulato il paragrafo 2 della legge sulla leva (WPflG). Finora le disposizioni del paragrafo 3, che regola l’obbligo di autorizzazione per i soggiorni più lunghi all’estero, si applicavano esclusivamente in due situazioni estreme: in caso di tensione, cioè una minaccia esterna accertata dal Bundestag o dalla NATO, e in caso di difesa, quando il territorio nazionale viene effettivamente attaccato con la forza delle armi. Dall’inizio dell’anno, tuttavia, la regola si applica anche al di fuori di queste situazioni eccezionali – quindi in condizioni normali.

Una portavoce del Ministero federale della Difesa ha confermato a Ippen.Media il nuovo obbligo di autorizzazione. “Il contesto e l’idea guida di questa regolamentazione è una rilevazione militare affidabile e significativa in caso di necessità”, ha spiegato. “Bisogna sapere, per l’emergenza, chi si trova eventualmente all’estero per un periodo più lungo”.

Il Ministero ammette conseguenze “profonde”, ma i dettagli rimangono coperti

Allo stesso tempo, il Ministero ha riconosciuto che le conseguenze di questa regolamentazione sono “profonde”. Si sta attualmente lavorando a “regolamenti di dettaglio per consentire eccezioni all’obbligo di autorizzazione”, anche per “evitare burocrazia inutile”. Tuttavia, la portavoce ha chiesto comprensione per il fatto che non si possono anticipare i procedimenti di valutazione in corso. Una descrizione definitiva della procedura “non è ancora possibile al momento”.

Il paragrafo 3 della legge sulla leva prevede che le autorizzazioni debbano essere concesse in linea di principio – quindi non è previsto un rifiuto. Tuttavia, la presentazione della domanda rimane obbligatoria. Il Ministero non ha risposto alla domanda su quali conseguenze possano derivare se un uomo non richiede l’autorizzazione prima della partenza.

L’obbligo di autorizzazione fa parte di un pacchetto di riforme più ampio. Il governo federale vuole aumentare l’effettivo della Bundeswehr entro il 2035 dagli attuali circa 184.000 a 255.000-270.000 soldati. A tal fine, tutti i giovani nati a partire dall’anno 2008 riceveranno un questionario in cui viene chiesto, tra l’altro, la disponibilità al servizio militare. Per gli uomini la risposta è obbligatoria, per le donne volontaria – poiché la Legge fondamentale prevede la leva solo per gli uomini.

La visita di leva su larga scala avverrà in seguito

La vera e propria visita di leva sarà introdotta gradualmente. Nel 2026 verranno sottoposti a visita medica coloro che nel questionario avranno indicato la loro disponibilità. La visita di leva capillare di tutti i giovani uomini seguirà solo in un secondo momento. Il principio del volontariato non cambia: nessuno sarà costretto a portare le armi.

Per milioni di uomini in Germania rimane per ora poco chiaro come verrà attuato nella pratica il nuovo obbligo di autorizzazione all’espatrio – e cosa succederà a chi semplicemente non lo conosce.

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Il Pentagono insabbia le perdite, da anni. L’analisi da The Intercept

Secondo un’analisi di The Intercept, quasi 750 soldati statunitensi sono rimasti feriti o uccisi in Medio Oriente dall’ottobre 2023. Ma il Pentagono si rifiuta di ammetterlo.

Il Comando Centrale degli Stati Uniti, o CENTCOM, che sovrintende alle operazioni militari in Medio Oriente, sembra essere coinvolto in quello che un funzionario della difesa ha definito un “insabbiamento delle vittime”, fornendo a The Intercept cifre sottostimate e obsolete e omettendo di fornire chiarimenti su morti e feriti tra i militari.

Almeno 15 soldati statunitensi sono rimasti feriti venerdì in un attacco iraniano contro una base aerea saudita che ospita truppe americane, secondo quanto riferito da due funzionari governativi a The Intercept. Centinaia di militari statunitensi sono stati uccisi o feriti nella regione da quando gli Stati Uniti hanno lanciato la guerra contro l’Iran poco più di un mese fa.

Il presidente Donald Trump, che indossava un abito blu, una cravatta rossa e un berretto da baseball per la solenne cerimonia di trasferimento delle prime salme americane cadute in guerra, ha affermato che le vittime erano inevitabili. “Quando ci sono conflitti come questo, ci sono sempre morti”, ha detto in seguito.

“Ho incontrato i genitori ed erano persone incredibili. Persone incredibili, ma avevano tutti una cosa in comune. Mi hanno detto una sola cosa, ognuno di loro: ‘Porti a termine il lavoro, signore. La prego, porti a termine il lavoro’”.

Martedì, Trump ha lasciato intendere che avrebbe posto fine alla guerra con l’Iran in sole due settimane, nonostante non avesse raggiunto molti dei suoi obiettivi dichiarati, come la “libertà per il popolo” iraniano, “impadronirsi del petrolio iraniano” e costringere l’Iran alla “resa incondizionata”.

A un certo punto, il presidente ha persino dichiarato che la guerra sarebbe durata “finché necessario per raggiungere il nostro obiettivo di PACE IN TUTTO IL MEDIO ORIENTE E, IN REALTÀ, NEL MONDO!”.

Nel frattempo, il CENTCOM ha diffuso dichiarazioni obsolete sul numero delle vittime, con conseguenti sottostime, tra cui una dichiarazione inviata lunedì dal portavoce, il capitano Tim Hawkins, in cui si affermava che “Dall’inizio dell’Operazione Epic Fury, circa 303 militari statunitensi sono rimasti feriti”.

Il commento risaliva a tre giorni prima ed escludeva almeno 15 feriti nell’attacco di venerdì alla base aerea Prince Sultan in Arabia Saudita. Il comando non ha risposto alle ripetute richieste di dati aggiornati. Il CENTCOM si è inoltre rifiutato di fornire un conteggio dei soldati morti nella regione dall’inizio della guerra.

Un’analisi di The Intercept stima che il numero non sia inferiore a 15. “Questo è, ovviamente, un argomento che [il Segretario alla Guerra Pete] Hegseth e la Casa Bianca vogliono tenere strettamente segreto”, ha affermato il funzionario della difesa che ha parlato a condizione di anonimato per poter esprimersi francamente.

Nel 2024, durante l’amministrazione Biden, il Pentagono ha fornito a The Intercept cronologie dettagliate degli attacchi alle basi statunitensi in Medio Oriente, che indicavano la specifica base attaccata, il tipo di attacco e se – e quante – vittime si fossero registrate, insieme a un conteggio complessivo degli attacchi per paese. I dati dell’amministrazione Trump, al contrario, mancano di dettagli e chiarezza.

Le attuali cifre del CENTCOM relative alle vittime non sembrano includere gli oltre 200 marinai curati per inalazione di fumo o feriti in altro modo a causa dell’incendio divampato a bordo della USS Gerald R. Ford prima che la nave si dirigesse a fatica verso la baia di Souda, in Grecia, per le riparazioni. Il CENTCOM non ha risposto a quasi una dozzina di richieste di chiarimenti sul numero delle vittime e sulle informazioni correlate, inviate questa settimana.

“Il CENTCOM e la Casa Bianca dovrebbero fornire informazioni accurate e tempestive sui costi e le vittime di questa guerra. Dopotutto, sono i contribuenti americani a finanziarla e la prosperità e il benessere economico degli Stati Uniti vengono compromessi da essa”, ha dichiarato a The Intercept Jennifer Kavanagh, direttrice dell’analisi militare presso Defense Priorities, un think tank che promuove una politica estera statunitense misurata.

Mentre gli Stati Uniti hanno bombardato incessantemente l’Iran, quest’ultimo ha risposto con attacchi contro le basi statunitensi in tutto il Medio Oriente, utilizzando missili balistici e droni. Il CENTCOM si rifiuta persino di fornire un semplice conteggio delle basi statunitensi attaccate durante la guerra. “Non abbiamo nulla da dirvi”, ha dichiarato un portavoce a The Intercept.

Un’analisi condotta da The Intercept, tuttavia, rivela che basi in Bahrein, Iraq, Giordania, Kuwait, Qatar, Arabia Saudita, Siria ed Emirati Arabi Uniti sono state prese di mira. Martedì, Hegseth ha affermato che l’Iran conserva la capacità di reagire agli attacchi statunitensi, ma che questi sarebbero inefficaci. “Sì, lanceranno ancora alcuni missili”, ha detto, “ma li abbatteremo”. Mercoledì mattina, funzionari del Bahrein, del Kuwait e del Qatar hanno segnalato attacchi missilistici o con droni provenienti dall’Iran.

Secondo due funzionari governativi, gli attacchi iraniani hanno costretto le truppe statunitensi a ritirarsi dalle loro basi in hotel e uffici in tutta la regione. Il funzionario della difesa era furioso per l’incapacità del Pentagono di rafforzare adeguatamente le basi e ha deriso la preghiera pronunciata martedì da Hegseth durante una conferenza stampa al Pentagono.

“Che Dio vegli su tutti loro, ogni giorno e ogni notte. Che le sue braccia onnipotenti ed eterne della provvidenza si estendano su di loro e li proteggano”, ha detto Hegseth. “Perché Hegseth non li ha protetti?” ha chiesto il funzionario della difesa. “Chiunque avesse un minimo di buon senso sapeva che questi attacchi erano imminenti”. Il portavoce del Pentagono, Kingsley Wilson, non ha risposto alle numerose richieste di commento.

Il generale in pensione Joseph Votel, ex capo del Comando Centrale, ha ricordato che le truppe statunitensi nella regione sono state oggetto di attacchi con droni per almeno un decennio.

“A quel tempo avevamo individuato la necessità di proteggerci da questa minaccia, e ci è voluto troppo tempo perché il Dipartimento della Difesa rispondesse e fornisse una protezione adeguata alle nostre truppe schierate”, ha dichiarato a The Intercept, riferendosi agli attacchi con droni durante la campagna contro l’ISIS nella primavera del 2016. “Era prevedibile che, in caso di attacco, l’Iran avrebbe reagito contro le nostre basi, installazioni e forze, e concordo sul fatto che avremmo dovuto prevedere e prepararci a questa inevitabilità”.

Kavanagh, che in precedenza aveva richiamato l’attenzione sulla vulnerabilità degli avamposti statunitensi in Medio Oriente, ha fatto eco alle parole di Votel. “È chiaro da anni che la rapida proliferazione di droni e missili a basso costo avrebbe messo a rischio le basi statunitensi e i radar di rilevamento precoce nella regione, eppure il Pentagono ha fatto ben poco per proteggerli”, ha affermato.

“La mancata volontà di investire in infrastrutture più sicure è stata una scelta. Il Congresso dovrebbe considerare questo fallimento come la prova che semplicemente dare più soldi al Pentagono non è la strada per la sicurezza nazionale”. “Sarebbe meglio se le basi militari in tutta la regione venissero chiuse definitivamente”, ha aggiunto.

In dichiarazioni pubbliche, il ministro degli Esteri iraniano Seyed Abbas Araghchi ha criticato gli Stati Uniti per l’utilizzo di civili nelle vicine monarchie arabe del Consiglio di Cooperazione del Golfo come scudi umani. “I soldati statunitensi sono fuggiti dalle basi militari del GCC per nascondersi in hotel e uffici”, ha scritto su X la scorsa settimana. “Gli hotel negli Stati Uniti rifiutano le prenotazioni agli ufficiali che potrebbero mettere in pericolo i clienti. Gli hotel del GCC dovrebbero fare lo stesso”.

Votel ha inoltre espresso preoccupazione per l’utilizzo di hotel e uffici da parte delle truppe, osservando che ciò “potrebbe trasformare le normali infrastrutture civili in obiettivi militari per il regime iraniano”. Il mese scorso, un attacco di droni iraniani contro un hotel in Bahrein ha ferito due dipendenti del Dipartimento della Guerra, secondo un cablogramma del Dipartimento di Stato visionato dal Washington Post.

Il CENTCOM non ha risposto a una richiesta di conferma da parte di The Intercept sul fatto che tali ferite siano riconducibili all’attacco del 2 marzo contro l’hotel Crowne Plaza, una struttura di lusso a Manama, capitale del Bahrein, ma un funzionario ha indicato che questa è la probabilità.

Votel ha affermato che la mancata fornitura di un’adeguata protezione alle truppe potrebbe ostacolare le operazioni statunitensi. “Credo che ciò complichi notevolmente il comando e il controllo e potrebbe compromettere la coesione e l’efficacia delle unità”, ha dichiarato a The Intercept, riferendosi al trasferimento delle truppe in hotel e uffici. “Detto questo, potremmo non avere molte alternative se non saremo in grado di proteggere le basi militari in cui normalmente sarebbero alloggiate”.

Almeno 15 soldati statunitensi in Medio Oriente sono morti dall’inizio della guerra con l’Iran, tra cui sei militari uccisi in un attacco di droni a Port Shuaiba, in Kuwait, e un soldato deceduto a seguito di un “attacco nemico avvenuto il 1° marzo 2026 presso la base aerea Prince Sultan, in Arabia Saudita”. Oltre 520 militari statunitensi sono rimasti feriti, compresi coloro che hanno inalato fumo a bordo della portaerei Ford.

Prima dell’attuale guerra contro l’Iran, le basi statunitensi in Medio Oriente sono state sempre più spesso prese di mira da una combinazione di droni d’attacco, razzi, mortai e missili balistici a corto raggio, dopo l’inizio della guerra di Israele a Gaza nell’ottobre 2023. La maggior parte degli attacchi si è verificata nell’anno successivo all’inizio del conflitto. Almeno 175 militari sono rimasti uccisi o feriti in questi attacchi, tra cui tre che hanno perso la vita in un attacco del gennaio 2024 contro la Torre 22, una struttura in Giordania.

Altri attacchi hanno preso di mira la base aerea di al-Asad, il Centro di supporto diplomatico di Baghdad, Camp Victory, Union III, la base aerea di Erbil e la base aerea di Bashur in Iraq, e la guarnigione di Al-Tanf, la base aerea di Deir ez-Zor, il sito di supporto alla missione Euphrates, il sito di supporto alla missione Green Village, la base di pattugliamento Shaddadi, la zona di atterraggio di Rumalyn, Tell Baydar e Tal Tamir in Siria.

Le statistiche sulle vittime non includono i contractor, la maggior parte dei quali stranieri, che hanno riportato ferite non dovute a combattimento. Le statistiche ufficiali statunitensi mostrano che ci sono stati quasi 12.900 casi di feriti tra i contractor nell’area operativa del CENTCOM solo nel 2024.

Oltre 3.700 erano le lesioni non mortali più gravi, tra cui lesioni cerebrali traumatiche, che hanno richiesto più di sette giorni di assenza dal lavoro. Diciotto contractor sono stati anche uccisi, tutti in Iraq. È probabile che le cifre siano significativamente sottostimate, ma se si aggiungesse anche solo la piccola percentuale di feriti tra i contractor, il numero di vittime tra gli americani e coloro che si trovano nelle basi statunitensi potrebbe superare le 13.600.

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Una nuova Global Sumud Flotilla è in partenza

Manca solo una settimana alla partenza ufficiale della nuova missione della Global Sumud Flotilla. Il 12 aprile è la data segnata come il momento principale di avvio della traversata, da Barcellona a Gaza, ancora posta sotto assedio dal regime sionista. Per quanto riguarda il nostro paese, alcune navi sono già partite, direzione Sicilia, dove dovrebbero riunirsi tra il 20 e il 25 aprile, in attesa della fase successiva dell’iniziativa.

Gli organizzatori promettono una flotta molto più imponente della precedente. Circa 80 navi e mille attivisti proveniente da oltre 100 paesi puntarenno verso la Striscia, con tre obiettivi in mente: innanzitutto quello politico di rompere ancora una volta l’assedio israeliano e mostrare l’ipocrisia del cessate il fuoco; portare aiuti; aprire un corridoio umanitario permanente.

Accanto alle sigle storiche di questo tipo di missione (Freedom Flotilla Coalition, Thousand Madleens, e così via) ci sarà anche il supporto della nave di ricerca e soccorso Open Arms. Contemporaneamente, un convoglio via terra composto da circa 300 mezzi partirà dalla Mauritania. Thiago Ávila, attivista protagonista della precedente Sumud Flotilla e anche del Nuestra América Convoy, è arrivato a Barcellona qualche giorno fa.

Il percorso non è privo di insidie. La rotta tunisina, fondamentale nel 2025, è ora impraticabile: cinque attivisti del Sumud Maghreb sono stati arrestati con accuse di frode e riciclaggio, in quello che molti definiscono un attacco politico. C’è poi l’incognita militare: come successo in passato, le navi potrebbero essere bersagliate da droni israeliani.

Ma i solidali non sembrano farsi scoraggiare. Anzi, ribadiscono: se i combattimenti sono fermi, allora qualsiasi blocco dovrebbe essere in ogni caso nullo, e contro il diritto internazionale. È così che si vuole rompere innanzitutto la falsa narrazione di una Gaza che il Board of Peace sarebbe in procinto di ricostruzione.

“Visto che sentiamo ripetere che è iniziata la fase della ricostruzione – ha dichiarato Maria Elena Delia, portavoce italiana del Global Movement to Gaza, una delle sigle dietro la Sumud – vogliamo dare una mano, portando medici, educatori, psicologi, ingegneri ed eco-costruttori”.

Nella Striscia, in realtà, Israele continua a uccidere (sono oltre 700 i morti nei sei mesi di “pace” passati dal cessate il fuoco di ottobre 2025), mentre il Board of Peace deve fare i conti con il nodo principale: Hamas non intende consegnare le armi, a meno che non venga garantita l’effettiva autodeterminazione del popolo palestinese, partendo innanzitutto dal ritiro completo di Israele dalla Striscia.

Ciò è stato confermato anche dalle indiscrezioni trapelate dopo la visita di un alto funzionario dell’organizzazione palestinese, Khalil al Hayya, al Cairo, il 2 aprile, per discutere coi mediatori di Egitto, Qatar e Turchia. La situazione si trova perciò in uno stallo obbligato da Israele, che ha come obiettivo quello di prendersi tutta la Palestina – e oltre – e non può di certo permettere la nascita di uno stato palestinese.

Da parte nostra, da parte dei solidali in Italia e negli altri paesi occidentali, dopo che le cittadelle imperialiste hanno provato a far calare una coltre di silenzio sul genocidio dei palestinesi, e stanno implementando un po’ ovunque misure per criminalizzare l’antisionismo, è necessario rialzare la voce, il sostegno e far rivivere lo spirito e le piazze dell’autunno passato.

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Israele vuole occupare il sud del Libano. 15 paesi europei: “né con l’aggressore né con l’aggredito”

Solo chi decide di ignorare la storia del suprematismo sionista degli ultimi 60 anni – almeno – poteva pensare che Israele non avesse invaso il Libano per restarci. E ci dovranno scusare i lettori per il titolo che potrebbe urtare alcune sensibilità, ma serve a capire che stare con un piede in due staffe significa paralizzare qualsiasi iniziativa politica concreta contro il nemico dell’emancipazione e dei popoli.

Le ultime dichiarazioni del ministro della Difesa israeliano, Israel Katz, rappresentano un salto di qualità nel pericolo sionista per la pace nel Vicino Oriente. Tel Aviv ha annunciato che una volta completate le operazioni contro Hezbollah (sempre che ci riesca), gli israeliani non si ritireranno ma daranno vita a un’occupazione stabile del territorio fino al fiume Litani, impedendo il ritorno di oltre 600 mila residenti alle loro case.

Ovviamente, il tutto viene rimandato al momento in cui sarà garantita la sicurezza per le città israeliane del nord, ma allo stesso tempo i bulldozer sionisti cancelleranno i villaggi di molti libanesi. “Tutte le case nei villaggi vicino al confine in Libano – ha detto il ministro della Difesa di Tel Aviv – saranno demolite secondo i modelli di Rafah e Beit Hanoun a Gaza”.

Il “modello Gaza” esportato nel sud del Libano, il modello del genocidio, della pulizia etnica e del trasferimento forzato della popolazione locale. L’aggressione israeliana ha già portato allo sfollamento di 1,2 milioni di persone, pari a circa il 25% degli abitanti del paese. Non è difficile immaginare che, se tutto andasse secondo i piani sionisti, la colonizzazione potrebbe cominciare presto anche in questa zona.

Accanto a un annuncio che porta con sé un’emergenza umanitaria senza precedenti, e rappresenta una profonda ferita alla sovranità nazionale del Libano, molto sangue viene lasciato sul campo. Il governo di Benjamin Netanyahu vorrebbe sradicare definitivamente Hezbollah dalla regione, ma l’organizzazione sciita ha mostrato di aver ricostruito capacità militari sostanziali, e di poter colpire con forza sia Israele (ora che l’Iron Dome è al collasso) sia i soldati invasori.

Nelle ultime ore, le Forze di Difesa Israeliane (IDF) hanno confermato l’uccisione di quattro soldati, tra cui tre giovanissimi di età compresa tra i 21 e i 22 anni. Sale così ad almeno dieci il numero dei militari israeliani caduti oltre la Blue Line in un mese, la linea di separazione tra i due paesi indicata dalle Nazioni Unite.

Il conflitto non risparmia nemmeno i caschi blu. Tra il 29 e il 30 marzo, tre caschi blu indonesiani della missione UNIFIL sono stati uccisi in due distinti esplosioni, a Ett Taibe e Bani Hayyan, colpiti durante operazioni logistiche e di evacuazione. Sono in corso delle indagini, ma che Israele abbia più volte bersagliato anche le forze ONU è risaputo. Del resto, sono stati uccisi anche una sessantina di operatori sanitari e cinque giornalisti, in maniera evidentemente mirata.

Sempre nel tentativo di assumere una postura internazionale autonoma, 15 paesi europei – compresa l’Italia – hanno deciso di rilasciare una dichiarazione congiunta, condannando l’escalation. La nota esorta Israele a rispettare la sovranità territoriale del Libano e i principi di proporzionalità e precauzione previsti dal diritto internazionale.

Tuttavia, accanto alla critica all’aggressore, associano anche la critica all’aggredito. Chiedono, infatti, il disarmo di Hezbollah, sostenendo la decisione del governo libanese, ribadita nuovamente il 2 marzo 2026, di rivendicare il monopolio statale delle armi. Ma l’attacco al Libano non è cominciato a inizio marzo.

Israele ha violato sistematicamente il cessate il fuoco che aveva con Beirut, incapace di garantire la sicurezza della propria gente. Solo la presenza di Hezbollah, fino a oggi, ha rappresentato un concreto deterrente all’occupazione sionista. Una posizione del genere significa non riconoscere il ruolo e gli obiettivi degli attori in campo, fare una generica chiamata alla pace e impedire qualsiasi azione concreta contro l’esportazione del “modello Gaza”.

Il ministro degli Esteri belga, Maxime Prevot, ha annunciato una missione ufficiale a Beirut per la prossima settimana. “Il Libano ha bisogno di qualcosa di più delle semplici dichiarazioni”, ha scritto sui social. “Ha bisogno di presenza, di sostegno e di un segnale chiaro”. Questo segnale deve essere la rottura dei rapporti con Israele e la messa in crisi della sua macchina di guerra. Altrimenti, saranno solo parole al vento.

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