Presentazione


Analisi, opinioni, fatti e (più di rado) arte da una prospettiva di classe.

05/06/2026

Nuove sanzioni contro Cuba, al centro la propaganda imperialista su Gaesa

All’assedio statunitense a Cuba si aggiunge un nuovo tassello, in una guerra illegale sotto ogni norma internazionale e che potrebbe spingersi fino all’aggressione militare contro l’isola. Tra oggi e domani entrano in vigore una serie di nuove sanzioni, che sono mirate a peggiorare le condizioni della punizione collettiva che la Casa Bianca sta imponendo al popolo cubano.

Ovviamente, la giustificazione viene trovata nella solita propaganda imperialista che non ha un briciolo di verità. Il bersaglio delle misure che diventano effettive oggi è il conglomerato pubblico Gaesa, nato nelle e gestito dalle Forze Armate Rivoluzionarie. A Gaesa non potranno arrivare pagamenti in dollari, e l’impresa pubblica non potrà interfacciarsi con persone fisiche e giuridiche statunitensi.

Le sue attività finiscono sotto lo scrutinio dell’OFAC (Office for Foreign Asset Control). Intanto, proprio ieri, l’amministrazione Trump ha inserito nella lista delle persone considerate ostili agli interessi USA il presidente cubano Miguel Díaz-Canel e la moglie, il figlio e il nipote di Raúl Castro, e sono stati sanzionati il Ministero delle Forze Armate Rivoluzionarie (MINFAR), i Comitati di Difesa della Rivoluzione (CDR), l’Istituto Cubano di Amicizia con i Popoli (ICAP), e altre società.

Sulla propaganda relativa a Gaesa abbiamo già pubblicato un’intervista a Luciano Vasapollo, che chiarisce la mistificazione imperialista usata da Washington (e sostenuta dal New York Times) per bersagliare il conglomerato pubblico, e le attività che ha diretto in uno dei pochi settori che ai cubani ha garantito un po’ di respiro rispetto alle violente pressioni stelle-e-strisce: quello del turismo.

L’escalation di sanzioni iniziata a gennaio, e proseguita con altri provvedimenti il primo maggio, oggi giunge al culmine colpendo uno dei pilastri della pianificazione socialista dell’Avana, e dunque tutto il modello rivoluzionario e tutta l’economia del paese. Infatti, il monito lanciato dal Dipartimento di Stato lo scorso 7 maggio alle istituzioni finanziarie e ai soggetti non statunitensi che operano sull’isola coglie ora i suoi frutti.

Chi fa affari con Gaesa rischia di subire le sanzioni secondarie americane e l’interdizione dalle attività negli Stati Uniti. Yahoo Finance ha eseguito una fotografia di chi ha annunciato di lasciare Cuba: le compagnie europee di spedizione container Cma-Cgm e Hapag-Lloyd; la società mineraria Sherritt e il gruppo alberghiero Blue Diamond Resorts, entrambi canadesi; la catena spagnola di hotel Iberostar.

Un altro colosso spagnolo del mondo ricettizio, Meliá Hotels International, ha annunciato il 3 giugno la cessazione delle attività turistiche, che riguardavano ben 15 strutture. I dati parlano del fatto che, solo nei primi due giorni di giugno, quasi trenta strutture alberghiere hanno interrotto le proprie operazioni a Cuba.

Inoltre, la Banca Centrale di Cuba ha annunciato che a partire dal 6 giugno verranno sospesi i pagamenti effettuati tramite Mastercard e Visa. È l’effetto della decisione della banca estera che gestisce tale tipo di transizioni sull’isola, banca che ha però deciso di troncare i rapporti con l’istituto finanziario cubano Fincimex.

La Banca Centrale, ad ogni modo, ha sottolineato che rimangono operativi altri mezzi di pagamento in valuta estera, oltre i contanti, come le carte prepagate nazionali e le carte internazionali Mir (russa) e UnionPay (cinese). Ma al di là di questo, il disegno statunitense è chiaro: vista l’importanza di Gaesa nelle varie attività economiche cubane, tante imprese e istituzioni stanno ora recidendo ogni rapporto con l’isola, rendendo ancora più difficile la vita della sua popolazione.

L’amministrazione USA vuole il collasso del sistema e del popolo cubano, per impartire una lezione esemplare a chi, per oltre 65 anni, non ha mai piegato la testa ai soprusi dell’imperialismo yankee. Ma continua a doversi confrontare con l’ostinazione di chi difende una sovranità conquistata attraverso una lista infinita di difficoltà, e che continua a ricevere una larga solidarietà internazionale. Il 7 giugno verrà ribadita anche in Italia, con un’importante assemblea nazionale.

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Qui un articolo del 2 giugno in merito alla vicenda apparso sul Granma, organo di informazione del Comitato Centrale del Partito Comunista di Cuba.

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Italia costretta a rimanere al palo. Ocse, Fmi e Bruxelles si mettono di traverso

Alla fine anche secondo l’ultimo Economic Outlook dell’Ocse, l’economia italiana crescerà solo dello 0,5% nel 2026, mentre “il nuovo shock energetico pesa su consumi delle famiglie, investimenti ed export”, frenando lo slancio legato all’aumento delle spese determinate dal PNRR. In pratica è la stessa valutazione sulla crescita dell’Italia fatta dalla Commissione europea.

L’Ocse, ha alzato la stima di un misero 0,1% rispetto a marzo (quando era dello 0,4) , mentre per il 2027, l’eventuale calo dei prezzi dell’energia e la riduzione dell’incertezza, permetterebbe alla crescita di posizionarsi a +0,6%, ma anche in questo caso si tratta di una correzione al ribasso rispetto alla precedente stima del +0,7%.

Inoltre, secondo l’ultimo Economic Outlook pubblicato dall’Ocse, l’inflazione in Italia è destinata a salire al 3% entro il 2026. Questo aumento è attribuito principalmente allo shock energetico derivante dalla guerra all'Iran, che sta esercitando una pressione crescente sui prezzi al consumo.

Nel 2025, l’inflazione in Italia era prevista all’1,6%, ma le nuove stime indicano un cambiamento di rotta, con un incremento che porterà l’inflazione al 3% l’anno successivo.

Dopo il calo registrato ad aprile, per il mese di maggio le quotazioni all’ingrosso del gas sono rimaste pressoché invariate e la spesa totale di una famiglie tipo è aumentata dello 0,9% rispetto al mese precedente. A comunicarlo in questo caso è l’Arera (organismo di tutela sui prezzi energetici) nel suo consueto aggiornamento.

Pertanto, per i 2,3 milioni circa di utenti ancora “salvaguardati” nel Servizio di tutela della vulnerabilità, il prezzo della sola materia prima gas è pari a 46,89 euro al Megawattora. Per il mese di maggio 2026, il prezzo di riferimento del gas per il nuovo cliente tipo (ovvero la famiglia tipo ha consumi medi di gas di 1.100 metri cubi annui) è stata pari a 122,15 centesimi di euro per metro cubo.

Di fronte a questa nuova mazzata per il potere d’acquisto di salari e pensioni, l’Ocse si premura di sottolineare che “assicurare che le misure di contenimento dei prezzi dell’energia siano temporanee e limitate a famiglie e imprese vulnerabili limiterà l’impatto dello shock contenendo i costi fiscali”.

Ma su questo è arrivata la decisione della Commissione europea che, di fatto, non accoglie la richiesta di Meloni di allargare ai prezzi energetici la clausola di salvaguardia nazionale, una misura straordinaria introdotta lo scorso anno per escludere le spese per la difesa dal quadro dei vincoli di bilancio dell’UE. La deroga consente solo di finanziare investimenti “green” nel settore degli impianti energetici ma non di congelare le accise sui prezzi dei carburanti, ragione per cui da domenica 7 giugno i prezzi alla pompa non saranno più “calmierati”.

Le raccomandazioni della Commissione indicherebbero che una certa flessibilità sarebbe possibile, ma solo per sostenere le famiglie vulnerabili e i settori più esposti, e non attraverso sussidi generalizzati per il resto delle famiglie né per le imprese.

Questa posizione della Commissione europea del resto è allineata con quella del FMI, il quale la scorsa settimana aveva affermato che “la recente riduzione generalizzata delle accise su diesel e benzina per attenuare l’impatto dello shock dovrebbe essere sostituita da trasferimenti monetari mirati alle famiglie più vulnerabili”.

Il costo stimato di queste misure è di circa lo 0,1% del PIL nel 2026, ma potrebbe salire allo 0,3% se rimanessero in vigore fino a fine anno. Ma per i tecnocrati di Ocse, Fmi e Commissione europea, tali preoccupazioni non devono manifestarsi se si portano le spese militari al 5% del Pil, con un incremento nel tempo di ben il 3% rispetto alla spesa pubblica attuale.

L’Italia del resto continua a registrare anche i costi energetici più alti d’Europa, soprattutto per i costi fissi (tasse, le imposte e i servizi) che vengono caricati su ogni bolletta, indipendentemente dai consumi reali. Risultato: le bollette sono raddoppiate rispetto a quattro anni fa ma salari e pensioni restano al palo e ben sotto sia l’inflazione programmata che quella reale.

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La Ue vuole estendere la missione Aspides a Hormuz

L’Unione Europea smania dalla voglia di mostrare “muscoli e bandiera”. L’alto rappresentante della politica estera Ue, Kaja Kallas ha avanzato l’ipotesi che all’operazione Aspides “venga affidato il ruolo principale nelle operazioni di sminamento nello Stretto di Hormuz”, quale contributo dell’Ue agli sforzi della coalizione dei volenterosi nata su impulso anglo-francese.

Come noto l’operazione navale europea Aspides, è stata varata a febbraio del 2024, contro gli attacchi degli Houthi yemeniti verso le navi mercantili israeliane o dirette in Israele di passaggio nel Mar Rosso attraverso lo Stretto di Bab el Mandeb. L’area operativa della missione è estremamente vasta e comprende il Mar Rosso, il Golfo di Aden, il Mar Arabico, il Golfo di Oman e il Golfo Persico, malgrado non esista effettivamente un mandato ufficiale che estenda l’operatività allo Stretto di Hormuz.

La missione si fonda su un mandato delle Nazioni Unite e sugli articoli 42, 43 e 44 del Trattato dell’Unione Europea.

A tal fine, però, gli Stati membri devono “potenziare” le capacità attualmente a disposizione dell’operazione. In caso di “accordo” – si legge nella proposta della Kallas, anticipata dalla Reuters e consultata dall’ANSA – l’attuazione della missione potrebbe richiedere 4-6 settimane.

Il Servizio europeo per l’azione esterna (Seae) in una nota del 26 maggio ha scritto che “la situazione richiede che l’Unione fornisca un contributo significativo” a una coalizione ad hoc guidata da Francia e Regno Unito, “da concretizzare non appena le condizioni lo permetteranno e separata dai belligeranti”.

I 27 ministri della Difesa Ue esamineranno la proposta nel vertice informale di Cipro la prossima settimana. Molti Paesi membri temono che l’allargamento della missione, con la guerra ancora in corso, possa finire per trascinare l’Europa intera nel conflitto scatenato da Usa e Israele contro l’Iran.

In caso di intesa tra i Ventisette membri della Ue, scrive la Reuters, l’attuazione della missione di sminamento potrebbe richiedere da quattro a sei settimane. In quel caso gli Stati membri, ha sottolineato la Kallas, dovranno «potenziare» le capacità militari e navali attualmente messe a disposizione dell’operazione Aspides.

Sulla catena delle decisioni pesa però un convitato di pietra: l’Iran, che fino a oggi ha lasciato intendere di non gradire affatto la presenza di unità navali straniere nello Stretto di Hormuz, quelle europee incluse. Ci è già passato, nel lontano 1987, e anche allora non aveva gradito... ma era molto più debole, essendo sfiancato dai quasi otto anni di “guerra per procura” scatenata nel 1980 dall’Iraq con il sostegno Usa e occidentale.

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Italia, un paradiso per milionari!

di Emiliano Brancaccio

Ingiustizia fiscale: da decenni, i governi dei diversi paesi gareggiano tra loro per allietare i possessori di capitali privati, con generosi vantaggi fiscali e sussidi pubblici.

Il miliardario Warren Buffett ha ragione, la lotta di classe esiste e la stanno vincendo i ricchi. Una tendenza internazionale, tra le tante, lo comprova: da decenni, i governi dei diversi paesi gareggiano tra loro per allietare i possessori di capitali privati, con generosi vantaggi fiscali e sussidi pubblici.

In questa corsa a far felici i proprietari maggiori, l’Italia indubbiamente ha spiccato. Il nostro paese non solo garantisce le consuete tassazioni agevolate per i redditi da capitale, ma in più attira i ricchi dall’estero con risibili tasse piatte, offre successioni ereditarie a costo quasi nullo per gli abbienti, garantisce aliquote straordinariamente vantaggiose sulle rendite immobiliari, asseconda l’uso del contante e le relative evasioni di piccoli e grandi capitali, e non lesina condoni a favore di chi abbia nascosto ricchezze oltreconfine. Belpaese «paradiso dei signori», verrebbe da dire.

Sostenere che questa politica abbia aiutato lo sviluppo del paese suonerebbe ironico. Il capitalismo italiano resta agli ultimi posti europei in termini di efficienza, produttività, capacità di creare ricchezza diffusa. Né vale la litania secondo cui avremmo bisogno di attrarre investimenti esteri.

Oggi l’Italia è esportatrice netta di capitali a causa soprattutto dell’austerità del decennio passato, che ha ulteriormente depresso la nostra crescita e le nostre importazioni rispetto agli altri Paesi. Come spesso accade, creare il «paradiso dei ricchi» significa assecondare un’economia arretrata.

In un tale scenario, di carnevale per i capitali e quaresima per il lavoro, c’è chi prova a cambiar passo. Da qualche tempo è tornata in auge l’idea di un’imposta sui patrimoni più elevati. A partire da alcuni studi, pubblicati dalla Scuola Sant’Anna e da altri, sono state avanzate proposte dalle forze della sinistra sindacale e politica.

Le ipotesi convergono verso un’imposta strutturale, da applicare ai contribuenti più ricchi: meno di 400mila soggetti dotati di patrimonio netto superiore a 2 milioni di euro. L’aliquota da applicare oscillerebbe intorno a una media dell’1,5 percento.

Il gettito atteso è di un certo rilievo, intorno a 25 miliardi annui. La proposta ha aizzato gli oppositori. Le destre di governo gridano che loro non «metteranno le mani nelle tasche degli italiani». Se precisassero «degli italiani del Billionaire» l’affermazione sarebbe tecnicamente corretta. Ma anche il Corriere della Sera e vari pezzi di mondo liberale lanciano allarmi contro la patrimoniale.

La prima critica è che si tratterebbe di una doppia imposizione, prima sul reddito risparmiato e poi sulla ricchezza accumulata. Questo appunto è obsoleto. La letteratura scientifica e le proposte avanzate, al G20 e in altre sedi internazionali, intendono la patrimoniale proprio come un rimedio ai guasti provocati dagli attuali regimi di prelievo «colabrodo» sui redditi da capitale.

Si può discutere sull’adeguatezza del metodo, ma restare comodamente attendisti dinanzi al disastro di tali regimi è ormai inaccettabile.

La seconda obiezione è che una patrimoniale sarebbe inefficace, dato che provocherebbe fughe di capitali all’estero. Questo spauracchio è tanto in voga quanto pretestuoso. Le proposte avanzate tengono conto di una misura ampiamente adottata dagli esperti in tema, che si chiama «elasticità dell’imponibile». In pratica, significa che già tengono conto di eventuali riallocazioni di capitale conseguenti all’introduzione della misura.

Naturalmente, si può discutere dell’eventualità che, in assenza di coordinamento internazionale, il gettito fiscale sia inferiore a quello previsto. Ma chi ritiene che il provvedimento darebbe meno di 10 miliardi al netto dell’Imu dovrebbe fornire prove empiriche, non parole in libertà.

L’ultima critica è di ordine politico. Viene contestato che i soggetti colpiti dall’imposta voterebbero contro un tale programma economico. Obiezione sensata quanto ovvia. La replica è agevole: si tratta di una minoranza potente, certo, ma esigua in termini elettorali.

La storia di questo paese è costellata di programmi che avrebbero dovuto soddisfare, tutti assieme appassionatamente, sia i maggiori proprietari che i lavoratori. L’esito è sotto i nostri occhi: ormai l’Italia compete coi paradisi fiscali per sedurre i grandi possessori di ricchezza.

E così asseconda la distruzione del welfare, dell’istruzione, della sanità, della ricerca pubblica.

Sarebbe ora di rimediare a questa immane, inefficiente, catastrofica elargizione di regalie pubbliche al capitale privato.

Una patrimoniale sopra i due milioni di euro sarebbe un primo tentativo per avviare un’inversione di tendenza. A cui sarebbe utile aggiungere una revisione della massa di immotivate prebende statali a favore di padroni non sempre meritevoli. Programma minimo, per non dire minimale.

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Intelligenza Artificiale: USB nell’Osservatorio per difendere lavoro, salari e diritti

Mercoledì 3 giugno, il Ministro del Lavoro ha dato avvio ai lavori dell’Osservatorio sull’Intelligenza Artificiale. Nel suo intervento, la ministra Calderone ha privilegiato l’esaltazione della svolta tecnologica, minimizzando invece le questioni più urgenti legate alle ricadute dell’introduzione massiva dell’IA nel mondo del lavoro: la tutela dell’occupazione, la sicurezza dei lavoratori, il rischio di nuove forme di esclusione generazionale, la necessità di salari adeguati e di percorsi formativi efficaci per lavoratrici e lavoratori.

USB ha deciso di partecipare all’Osservatorio nella piena consapevolezza che l’Intelligenza Artificiale, così come oggi si sta sviluppando, è tutt’altro che “umanocentrica”. Nel progetto del capitale, infatti, il suo impiego è destinato principalmente ad aumentare produttività e profitti, concentrando al tempo stesso un enorme potere nelle mani di pochi proprietari dei modelli e delle infrastrutture dell’IA.

A lavoratrici e lavoratori non si intende destinare alcuna quota della ricchezza prodotta, nonostante essa derivi e deriverà sempre più dall’estrazione e dalla valorizzazione di un patrimonio collettivo di conoscenze, competenze e proprietà intellettuale. Si tratta di una nuova forma di plusvalore che rischia di ampliare ulteriormente la già drammatica distanza tra ricchi e poveri.

USB porterà all’interno dell’Osservatorio il punto di vista del mondo del lavoro, rivendicando la necessità di redistribuire ai salari una parte dei profitti generati dall’innovazione tecnologica, di ridurre l’orario di lavoro a parità di salario e di difendere i livelli occupazionali.

L’Osservatorio deve diventare uno strumento capace di dare voce ai problemi reali e di individuare soluzioni concrete. Non può trasformarsi in una semplice camera di compensazione finalizzata a contenere il tanto evocato “luddismo” o a neutralizzare la conflittualità sociale che inevitabilmente emergerà dalle contraddizioni prodotte da questi processi.

La partecipazione di USB all’Osservatorio si inserisce pienamente nella battaglia per la difesa dei diritti di lavoratrici e lavoratori di fronte ai profondi cambiamenti che stanno attraversando il mondo del lavoro e l’intero assetto sociale, sempre più segnato da disuguaglianze crescenti e da una prospettiva economica e politica orientata alla guerra.

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04/06/2026

Radiohead: dal migliore al peggiore

La “cupola” dell’AIPAC su Washington

La “democrazia apparente” domina là dove viene celebrata come massima espressione effettiva della “democrazia reale”. Ovvero il regime politico in cui i delegati eletti rappresentano (dovrebbero rappresentare) il più possibile fedelmente la “volontà del popolo”, dopo regolari elezioni totalmente libere e prive di condizionamenti.

Attualmente negli Usa tutti i sondaggi, a prescindere dalla società di rilevamento, danno la guerra all’Iran come del tutto impopolare (ben oltre il 60%), anche se la motivazione principale è tutt’altro che “etica”: il prezzo della benzina è arrivato a sfiorare i 5 dollari al gallone (circa 3,8 litri).

Ma soltanto ieri la Camera statunitense ha approvato una risoluzione per frenare la campagna militare del presidente Trump in Iran, dopo che diversi tentativi guidati dai democratici, basati sul War Powers Act, erano falliti.

Il “miracolo” si è verificato perché il deputato Jared Golden, l’unico democratico che aveva costantemente votato contro le risoluzioni dello stesso tipo, ha cambiato posizione e ha votato a favore. E quattro repubblicani – Brian Fitzpatrick, Thomas Massie, Tom Barrett e Warren Davidson – hanno votato a favore della misura.

Dal punto di vista pratico non cambia molto. Per diventare effettiva, la risoluzione dovrebbe essere approvata anche dal Senato, dove la maggioranza trumpiana è più solida. In ogni caso Trump, come presidente, potrebbe semplicemente porre il veto e continuare a fare come vuole.

Questo episodio segnala comunque una crescita della “sofferenza” per gli effetti interni della guerra all’Iran, ed è ancora più notevole se si pensa che sui 535 membri del Congresso (100 senatori e 435 deputati) ben 361 sono stati pubblicamente finanziati dall’AIPAC durante la loro campagna elettorale. Ma altre decine di milioni di dollari sono stati versati dal United Democracy Project (UDP), un altro fondo affiliato all’AIPAC, nel corso di campagne locali senza lasciare alcuna traccia riscontrabile, anche perché questo insieme di fondi e associazioni relative offrono benefit personali importanti come vacanze di lusso ed altro.

Ma cos’è l’Aipac?

L’American Israel Public Affairs Committee è considerato il “gruppo di pressione” (lobby, in inglese) più potente a Washington, visto che in pratica finanzia oltre i due terzi del Congresso in modo bipartisan, assicurando così una maggioranza stabile e ultrasolida agli interessi di Israele. Nessuna dietrologia complottista, però: il fondo si autodefinisce proprio come “lobby statunitense pro-Israele”, e se ne vanta.

Fin dal primo sguardo appare decisamente “strano” che il Parlamento di uno Stato sovrano – e che Stato! la superpotenza egemone da quasi 80 anni – sia apertamente condizionato dagli interessi di un altro (e che Stato! genocida, razzista e terrorista), definendosi peraltro “sovrano”, anzi il più sovrano di tutti, tanto da decidere motu proprio chi debba governare nei paesi sottoposti alla sua non benevola “influenza”.

L’AIPAC discende dall’American Zionist Council (AZC) che nel 1962, il Dipartimento di Giustizia di Robert Kennedy voleva costringere a registrarsi come “agente straniero”, visto che riceveva la stragrande maggioranza dei suoi fondi dall’Agenzia Ebraica per Israele (un’entità paragovernativa di Tel Aviv).

Questa classificazione l’avrebbe obbligata a presentare al DOJ una dichiarazione dettagliata sulle sue attività, inclusi i rapporti con funzionari israeliani, le strategie di lobbying e un rendiconto finanziario completo ogni sei mesi. Eliminando così gran parte della segretezza che aveva storicamente caratterizzato le sue operazioni.

Per aggirare l’ordine, l’AZC si sciolse e il fondatore, I. L. Kenen, creò l’AIPAC come entità separata nel 1963, formalmente finanziata da donatori americani, evitando così la registrazione. Questa scappatoia legale è tuttora la base della sua esistenza.

È di per sé evidente che ogni congressista eletto grazie a questo supporto (i due terzi, almeno) debba poi concedere qualcosa in cambio, e che dunque qualsiasi decisione in contrasto con gli interessi di Israele – a maggior ragione sulle questioni militari – abbia zero possibilità di diventare legge o decisione operativa. Anche nell’impossibile eventualità che Trump dovesse decidere di passare dalle parole (“sei un pazzo!”, “che cazzo stai facendo!?”, rivolto a Netanyahu) ai fatti (chessò, limitare i rifornimenti di armi e munizioni).

Ogni considerazione politica intorno alla “strana guerra” contro Iran e Libano deve necessariamente partire dalla consapevolezza che questo legame osceno – e “antidemocratico” – tra i gruppi di interesse che dominano nei due paesi è solidissimo e, al di là delle momentanee “contraddizioni tattiche” (così “Bibi” ha definito gli insulti telefonici ricevuto tre giorni fa), potrà essere sciolto solo da un fallimento epocale, a valle di una guerra perduta.

Non sarà facile, non sarà immediato, ma comincia a sembrare non più impossibile.

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Flessibilità UE sull’energia se si spende in armi. Roma e Bruxelles sulla stessa linea

Bruxelles ha infine risposto alle richieste del governo Meloni sul fronte del caro-energia, anche se non si tratta di un assegno in bianco. E non si tratta nemmeno di una risposta formale alla lettera inviata da Palazzo Chigi lo scorso 18 maggio a Palazzo Berlaymont, ma è integrata nel Pacchetto di Primavera del Semestre Europeo.

Ieri, mercoledì 3 giugno, la Commissione Europea ha deciso un’apertura parziale sulla flessibilità fiscale, come richiesto dall’Italia, prevedendo una sorta di “mini-clausola” per l’energia, integrata però al perimetro della difesa. Non si tratta, dunque, di una nuova deroga a sé stante, quanto piuttosto di un’estensione delle maglie della clausola di salvaguardia già prevista per le spese per la difesa, che possono arrivare fino all’1,5% del PIL annuo.

Lo spazio di manovra delineato da Bruxelles si articola su paletti ben precisi per il triennio 2026-2028: un margine annuo dello 0,3% del PIL, che per l’Italia è calcolabile tra i 6,5 e i 7 miliardi di euro. C’è anche un tetto massimo cumulativo di spesa sul settore, pari allo 0,6% del PIL. Insomma, l’Italia potrebbe spingersi a spendere tra i 13 e i 14 miliardi nel triennio cominciato a febbraio, sul tema energia.

Ma non c’è libertà di scelta in cosa spendere. La linea della Commissione, ribadita dal commissario all’Economia Valdis Dombrovskis, è chiara: “si tratta di uno shock dell’offerta e non si può risolvere uno shock dell’offerta stimolando la domanda”. Tradotto: non solo le misure dovranno essere temporanee e mirate, ma soprattutto gli strumenti pensati non possono essere indirizzati a calmierare i prezzi, e dunque ad aiutare i portafogli delle famiglie in difficoltà.

La flessibilità potrà essere così usata per investimenti volti a ridurre la dipendenza dai combustibili fossili: incentivi per l’acquisto di veicoli elettrici, pannelli solari e batterie; ammodernamento delle reti elettriche e sistemi di accumulo; efficientamento energetico. Non si potrà invece impegnare per finanziare sussidi generalizzati e bonus a pioggia, e neanche il taglio delle accise.

Proprio sulle accise il Consiglio dei Ministri si riunisce oggi, dato che la misura è in scadenza il prossimo 6 giugno, e si prevede che verrà varato un sistema di voucher da circa 500 milioni di euro destinato esclusivamente alle fasce più deboli per sostenere le spese di benzina e bollette. Del resto, il problema per i bilanci familiari è ora, e non si risolve chiedendo di comprare una macchina elettrica.

Ma tolte le vicende “giornaliere” del governo, è bene comprendere in che traiettoria generale si inserisce la flessibilità acconsentita da Bruxelles. Perché, ci mancherebbe: alla fine il taglio delle accise è un altro modo per trasferire risorse pubbliche agli speculatori, mentre invece investire in una reale transizione energetica sarebbe la via giusta.

Eppure, questa strada è stata abbandonata dalla UE, perché anche la farsa del Green Deal (che era un modo per ridare fiato all’economia, senza davvero cambiare modello) è stata nei fatti ipotecata per rilanciare il Vecchio Continente attraverso il riarmo. E infatti, quello 0,6% del PIL potrà essere usato solo all’interno dell’attivazione della clausola di salvaguardia per le spese militari, cosa che l’Italia non ha ancora fatto.

Il Belpaese si trova ancora sotto procedura per deficit eccessivo a causa del disavanzo al 3,1% registrato nel 2025. Il che non impedisce “legalmente” di chiedere la clausola, ma nei fatti significa innescare un circolo vizioso sul debito che può risultare disastroso. La clausola permette di scorporare le spese militari dal calcolo della spesa primaria netta, e consente così di evitare la procedura nel caso in cui si superi il 3% di deficit.

Le spese, però, non vengono cancellate dal deficit nominale. Per chi è già sotto procedura, perciò, diventa più difficile scendere di nuovo sotto il 3%. Senza contare che visto l’allarmismo continuo sui conti pubblici italiani e la crescita asfittica, una prospettiva del genere potrebbe rendere molto più costoso finanziare sul mercato il debito pubblico, peggiorando ulteriormente i conti di Roma.

Tuttavia il ministro dell’Economia Giancarlo Giorgetti ha detto di essere “soddisfatto perché la Commissione, impensabile fino a qualche mese fa, ha recepito le nostre proposte, frutto di un lavoro lungo, serio e riservato”. Anche se, di fatto, Roma non avrà margini di spesa aggiuntivi, e dovrà accedere alla clausola che fino a oggi ha evitato per legittimi timori. Al governo non sono costretti a spendere tutti i soldi previsti dalla nuova flessibilità, ma agli occhi degli investitori e dell’opinione pubblica sarà all’interno di questo schema bellicista.

Inoltre, vari analisti sono convinti che ora il governo chiederà anche i circa 10 miliardi del SAFE lasciati in sospeso come arma negoziale proprio rispetto alla flessibilità sull’energia. Riassumendo, l’esecutivo aveva detto di non poter “dire ai cittadini che i soldi ci sono solo per la difesa“, e così lo hanno fatto facendo sembrare di aver detto il contrario.

La narrazione che emerge da questa vicenda è quella di una Commissione che si mostra capace di ascoltare, mentre Palazzo Chigi può rivendicare straordinarie capacità di trattativa. Nella realtà dei fatti, Roma e Bruxelles si sono allineate per far meglio digerire ai cittadini di tutta la UE un’ulteriore spinta verso il riarmo e la difesa europea.

Dombrovskis, sotto sotto, lo ha pure detto: “come noto, le due principali priorità di questo ciclo politico sono la competitività dell’economia europea e la sicurezza. Sicurezza e difesa sono elementi importanti. È fondamentale che tutti gli Stati membri contribuiscano al rafforzamento delle capacità europee di sicurezza e difesa”. A pagare, ovviamente, sono sempre le classi popolari.

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