Presentazione


Analisi, opinioni, fatti e (più di rado) arte da una prospettiva di classe.

26/06/2026

Venezuela, una prova dopo l’altra. Cuba tra i primi a mobilitarsi dopo il sisma devastante

di Luciano Vasapollo e Rita Martufi

Ci sono momenti nella storia di un popolo in cui il dolore supera le parole. Il Venezuela sta vivendo una di queste ore. I due violentissimi terremoti che hanno colpito il centro del Paese, con magnitudo 7,2 e 7,5 della scala Richter, hanno lasciato dietro di sé una scia di morte, sofferenza e distruzione. Il bilancio, ancora provvisorio, parla di almeno 164 vittime e oltre 970 feriti, mentre intere comunità cercano tra le macerie i propri cari e tentano di ricostruire una quotidianità improvvisamente spezzata.

Le immagini che giungono dagli Stati di Carabobo, Yaracuy e La Guaira raccontano una tragedia umana che va ben oltre i numeri. Ogni vittima è una famiglia distrutta, ogni ferito porta con sé una storia, ogni edificio crollato rappresenta anni di sacrifici cancellati in pochi secondi dalla forza cieca della natura.

In queste ore di lutto nazionale, il pensiero va anzitutto alle vittime, ai loro familiari, ai soccorritori e a tutti coloro che stanno affrontando una prova durissima. La presidente incaricata Delcy Rodríguez ha dichiarato lo stato di emergenza nazionale per accelerare la mobilitazione delle risorse necessarie, mentre ospedali, servizi pubblici e organizzazioni popolari sono impegnati senza sosta nell’assistenza alla popolazione.

Di fronte a simili tragedie emerge sempre il tema della solidarietà internazionale. È nei momenti più difficili che si distinguono le parole dai fatti, le dichiarazioni di circostanza dall’aiuto concreto. Tra i primi Paesi a mobilitarsi vi è stata Cuba.

Il presidente Miguel Díaz-Canel ha espresso immediatamente le proprie condoglianze al popolo venezuelano e, soprattutto, ha confermato l’impegno diretto dei collaboratori della brigata medica cubana, già operativi nelle aree colpite per assistere i feriti e sostenere le strutture sanitarie messe a dura prova dall’emergenza.

Non sorprende che sia stata Cuba a rispondere con tanta rapidità. Si tratta della naturale prosecuzione di una fraternità costruita nel corso di decenni, fondata sulla cooperazione e sulla solidarietà tra popoli che hanno condiviso difficoltà, aggressioni esterne e percorsi di emancipazione.

Quando la tragedia colpisce, la solidarietà cubana non si manifesta soltanto attraverso messaggi diplomatici ma attraverso medici, infermieri, tecnici, uomini e donne che si mettono concretamente al servizio di chi soffre.

Per questo appare inevitabile rilevare una profonda contraddizione nel linguaggio di alcune cancellerie occidentali. Tra i messaggi di cordoglio figurano anche quelli provenienti dagli Stati Uniti.

Tuttavia, è difficile ignorare che appena pochi mesi fa, il 3 gennaio, il Venezuela è stato oggetto di un attacco che ha provocato circa cento vittime, tra cui trenta militari cubani in servizio presso il Palacio de Miraflores.

Di fronte a una simile realtà, il richiamo alla solidarietà assume inevitabilmente un sapore amaro. La memoria delle vittime impone coerenza e verità: la solidarietà autentica non può essere separata dalle responsabilità politiche e militari che hanno contribuito ad aggravare le sofferenze di un popolo.

Oggi, però, non è il momento delle polemiche. È il momento del lutto, del soccorso e della ricostruzione. Il Venezuela ha dimostrato in molte occasioni della propria storia una straordinaria capacità di resistenza. Lo ha fatto di fronte alle difficoltà economiche, alle sanzioni, alle aggressioni e ai tentativi di destabilizzazione. Dovrà farlo ancora una volta davanti a questa immane catastrofe naturale.

In queste ore il mondo dovrebbe guardare al Venezuela non attraverso le lenti della geopolitica, ma attraverso quelle dell’umanità. Servono aiuti, mezzi, medicinali, sostegno tecnico e rispetto per la sovranità di un Paese che sta affrontando una delle prove più dure degli ultimi anni.

Alle famiglie delle vittime giungano il nostro cordoglio e la nostra vicinanza. Ai feriti l’augurio di una pronta guarigione. Al popolo venezuelano la certezza che, nonostante le macerie e il dolore, non è solo. E che la solidarietà dei popoli, quando è sincera e concreta, può diventare la prima pietra sulla quale ricostruire la speranza.

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Canadair: noi li paghiamo, loro li gestiscono (e ci guadagnano)

La scorsa estate, mentre le fiamme divoravano ancora boschi e aree verdi, come ogni estate italiana la solita domanda tornava a farsi strada. Perché non abbiamo abbastanza aerei per spegnere gli incendi?

La risposta, come sempre, è scomoda.

In Italia la lotta al fuoco è stata trasformata in un affare

E con il nuovo contratto da 479 milioni di euro affidato alla multinazionale Avincis, il modello pubblico-privato che consegna a un’azienda estera la gestione dei nostri Canadair pubblici continua e si rinsalda. Secondo Reuters, Avincis si è aggiudicata un contratto settennale da 479 milioni per dotare la flotta italiana di 18 Canadair CL-415, di proprietà dei Vigili del Fuoco.

Anche Avincis, nel proprio comunicato, conferma la gestione della flotta italiana, definita la più grande flotta mondiale di CL-415 Canadair.

A dirlo sono i numeri

I numeri, aggiornati al gennaio 2025, dicevano che il Ministero dell’Interno e i Vigili del Fuoco avevano rinnovato per sette anni l’appalto per la gestione della flotta dei 18 Canadair CL-415 al gruppo Avincis, ex Babcock. L’importo indicato era di 479 milioni di euro. Quasi mezzo miliardo.

Nel frattempo, però, la gara è stata annullata dal Consiglio di Stato. La decisione, emersa pubblicamente alla fine di aprile 2026, ha aperto una fase di incertezza proprio alla vigilia della stagione antincendio. Il punto contestato riguarda la scelta del lotto unico e la motivazione ritenuta insufficiente sulla mancata suddivisione dell’appalto.

Il Viminale ha poi rassicurato sulla continuità del servizio per il 2026, ma il dato politico resta evidente: perfino sul piano amministrativo, questo modello mostra crepe, rigidità e opacità.

Ma andiamo con ordine

A quale titolo Avincis, un colosso europeo con sede a Lisbona che opera in tre continenti, può “gestire” aerei che sono di proprietà dello Stato italiano? Per la solita, comoda finzione che in Italia chiamiamo “partenariato pubblico-privato”.

I Canadair sono dei Vigili del Fuoco, ma a pilotarli, manutenerli, rifornirli e schierarli sono i dipendenti di un’azienda privata straniera. Lo Stato paga un canone fisso più un costo orario per ogni ora di volo. Un meccanismo che è stato più volte criticato da chi ritiene che la gestione di un bene comune essenziale come la protezione del territorio dagli incendi non possa essere affidata a chi deve produrre utili.

E di utili, nel nuovo contratto, se ne faranno eccome. Perché il costo orario di un Canadair, tra piloti, manutenzione, carburante e basi, si aggira oggi intorno ai 13-15 mila euro l’ora. Una cifra che, come già denunciava Contropiano nel 2021, quando l’appalto era ancora di Babcock, si è ormai consolidata dentro un modello che remunera l’intervento più della prevenzione.

La critica di fondo non è mai stata smentita

Anzi, con il nuovo contratto Avincis si rafforza: chi gestisce i mezzi antincendio ha un interesse diretto all’aumento delle ore di volo. Ogni ora in più oltre il minimo contrattuale viene pagata a parte. Più incendi ci sono, più si vola, più l’azienda incassa. Nulla a che vedere con il “complottismo”. Questo è l’elementare meccanismo di un appalto costruito sull’emergenza.

In un paese dove una quota enorme degli incendi è dolosa, colposa o comunque legata a incuria, abbandono, mancata prevenzione e responsabilità umana, questo sistema produce una distorsione evidente. Il Ministero dell’Ambiente, già nel 2021, parlava di oltre il 70% degli incendi riconducibili a responsabilità umana; Legambiente continua a segnalare ogni anno migliaia di reati legati agli incendi boschivi e di vegetazione. Dentro questo quadro, continuare a investire soprattutto sull’intervento aereo significa accettare che il territorio bruci prima di muoversi.

Prevenire significherebbe tenere gli aerei a terra. Ma gli aerei a terra non fatturano.

18 Canadair non sono abbastanza

L’altra verità che nessuno vuole dire è che gli aerei a disposizione sono troppo pochi. Ridicolmente pochi per un paese come l’Italia, esposto ogni estate a incendi che devastano migliaia e migliaia di ettari. La flotta nazionale, secondo i Vigili del Fuoco, è composta da 18 Canadair CL-415, con una portata d’acqua di 6.137 litri per velivolo.

Nel 2021, durante un’estate particolarmente calda, i Vigili del Fuoco ipotizzarono di arrivare a 8.000 ore di volo contro le 3.500 previste a base d’appalto. Nel 2017, anno terribile per gli incendi, si arrivò addirittura a 10.840 ore. Con 18 aerei, molti dei quali hanno almeno 20-30 anni, considerando che i CL-415 sono entrati in servizio a metà anni Novanta, si fa a dir poco fatica a coprire l’intero territorio del paese.

E quando un Canadair è in manutenzione, operazione complessa che richiede pezzi di ricambio non sempre disponibili, quel buco strutturale non lo tappa nessuno. Manca una flotta pubblica di riserva. Manca una capacità autonoma piena dello Stato. Manca una visione che tratti l’antincendio come servizio pubblico essenziale, anziché come servizio da comprare sul mercato.

La giustificazione ufficiale per questo modello è sempre la stessa: mancano piloti specializzati. Formare un pilota di Canadair richiede molte ore di volo, anni di esperienza e investimenti consistenti. Quindi si preferisce pagare un privato che quei piloti già li ha.
Questa giustificazione non regge fino in fondo sul piano politico

Lo Stato potrebbe investire risorse pubbliche per costruire una scuola pubblica di pilotaggio antincendio, acquisire velivoli, formare tecnici, internalizzare manutenzione e competenze. Invece, come sempre, si sceglie la strada più comoda e più costosa sul lungo periodo.

Si scarica sul privato la responsabilità, si paga un sovrapprezzo per ogni minuto di volo e, alla fine, quando l’azienda alza i prezzi o la gara si inceppa nei tribunali amministrativi, lo Stato arriva all’estate senza alternative davvero autonome.

Il paradosso finale è che, mentre si spendono centinaia di milioni per tenere in volo i Canadair in modalità “pronto intervento” nei mesi estivi, si investe quasi nulla nella prevenzione: pulizia dei sottoboschi, fasce tagliafuoco, ripristino dei terreni abbandonati, agricoltura di montagna, controllo del territorio. Per non parlare di indagini serie sugli incendi dolosi o sospetti.

Il risultato è sotto gli occhi di tutti.

Ogni estate i fuochi divampano, i Canadair decollano, i privati incassano, le assicurazioni pagano i danni quando pagano e lo Stato rimborsa i cittadini solo dopo anni, se va bene. Nel frattempo, il verde brucia, la terra frana, l’aria diventa irrespirabile.

Aggiornare la flotta è solo un pezzo del problema

Certo, è chiaro che servirebbero aerei nuovi, magari più performanti e moderni. I CL-415 in dotazione alla flotta italiana hanno una capacità di poco superiore ai 6.000 litri; altri velivoli antincendio esistenti o riconvertiti possono arrivare a capacità superiori. Il punto però viene prima. Serve cambiare il modello.

Bisogna uscire dalla logica dell’appalto a ore, riportare la gestione dei mezzi antincendio sotto il controllo pubblico e diretto dello Stato, investire nella formazione pubblica di piloti e tecnici, ricostruire una capacità nazionale permanente, ripensare il ruolo dei Vigili del Fuoco, della Protezione Civile e di un Corpo Forestale pubblico, territoriale, radicato e capace di prevenzione.

Serve fare prevenzione vera tutto l’anno, senza limitarsi a inseguire il fuoco quando è già diventato emergenza.

Diritto del territorio, dovere dello Stato

Tutto questo significa smettere di considerare la lotta agli incendi come un business su cui speculare e tornare a considerarla per quello che è: un diritto fondamentale della collettività e un dovere dello Stato.

Il territorio non si difende con i privati che guardano agli utili netti. Si difende con mezzi pubblici, gestiti da personale pubblico, al servizio esclusivo delle comunità.

Altrimenti, là fuori, mentre scriviamo, qualcuno continuerà a contare le ore di volo e nel frattempo gli incendi continueranno a divampare indisturbati.

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Colombia e Perù, la destra ha vinto. La crisi delle alternative sudamericane

Le urne di Colombia e Perù hanno decretato la sconfitta delle alternative progressiste, premiando una destra fortemente focalizzata sulla sicurezza e sull’ordine pubblico. In entrambi i paesi, i cittadini hanno votato in un clima di fortissima polarizzazione, consegnando ai vincitori scarti inferiori all’1% e aule parlamentari spaccate a metà.

A Bogotà il cambio di rotta è stato ufficializzato anche dal candidato del Pacto Histórico. Abelardo de la Espriella, l’avvocato milionario che è strettamente legato ai repubblicani statunitensi e che ha affermato di voler restaurare al più presto i rapporti con Israele, dopo la rottura decretata da Gustavo Petro, aveva vinto il ballottaggio presidenziale dello scorso 21 giugno tra le polemiche di brogli.

Alla fine, dopo quarantotto ore di forte tensione, con proteste e un morto in piazza, il candidato della  sinistra, Iván Cepeda, ha pronunciato un discorso di concessione e di riconoscimento di de la Espriella, promettendo però un’opposizione democratica, vigilante e costruttiva.

Il nuovo presidente entrerà ufficialmente in carica il prossimo 7 agosto, affiancato dal vice-presidente José Manuel Restrepo, con l’obiettivo dichiarato di tagliare drasticamente gli organici delle amministrazioni pubbliche, riaffermare l’allineamento con Washington e Tel Aviv, e promuovere un’ulteriore militarizzazione del paese con la scusa della tutela della sicurezza.

In Perù, Keiko Fujimori vede il traguardo della presidenza, tra le accuse di frode. L’Ufficio Nazionale dei Processi Elettorali (ONPE) ha comunicato che la leader conservatrice ha ottenuto un vantaggio statisticamente insuperabile nel ballottaggio svoltosi lo scorso 7 giugno. Al completamento dello spoglio mancano circa 40 mila schede, e Roberto Sánchez, della sinistra di Juntos por el Perú, non ha più il margine di voti per recuperare l’avversario.

Per la figlia dell’ex presidente Alberto Fujimori si tratta del quarto tentativo presidenziale, dopo tre storiche sconfitte consecutive ai ballottaggi del 2011, 2016 e 2021. Questa volta, strumentalizzando la paura intorno al nodo della sicurezza, Fujimori è riuscita a imporsi nelle aree urbane e nella capitale.

Ma la transizione non sarà comunque in discesa. Anche se il ricorso sui voti esteri presentato dal team di Sánchez è stato respinto, il candidato della sinistra continua a definire l’esito delle elezioni fraudolento. Egli ha fatto pubblicamente “appello alla lotta di resistenza patriottica e popolare”, il che promette settimane molto calde prima della proclamazione ufficiale di Fujimori, attesa per metà luglio.

La simultanea affermazione di De la Espriella e Fujimori non è un caso isolato, ma si inserisce in una più ampia ondata conservatrice che sta ridefinendo i governi dell’America Latina. Su questa ondata ha avuto un ruolo fondamentale l’ingerenza statunitense, con il supporto “locale” di Milei e anche quello di Israele.

L’obiettivo della Casa Bianca era quello di porre fine alle alternative progressiste che hanno resistito all’imperialismo statunitense negli ultimi anni, e riaffermare le Americhe come il “cortile di casa” dei padroni stelle-e-strisce. Dopo il rapimento di Maduro e l’assedio di Cuba, i recenti risultati elettorali sono il complemento elettorale delle aggressioni recenti.

Gli orizzonti progressisti dell’America Latina sono in grande difficoltà, e proprio per questo la resistenza di Cuba rappresenta la spina nel fianco che continua a rappresentare un’alternativa. La solidarietà e l’attenzione verso l’isola deve perciò essere ulteriormente implementata.

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La destra delinquente, ma “legge e ordine”

Il mondo funziona secondo leggi scientifiche. Che sono contro-intuitive. Ossia quasi sempre il contrario di quel che è la prima sensazione.

Un esempio veloce per capirci: il Sole e la Luna sorgono e tramontano, quindi sembrano girare entrambi intorno alla Terra. Ci sono voluti secoli di osservazioni e l’elaborazione successiva di diverse teorie astronomiche per arrivare a capire come e perché sia la Terra a girare intorno al Sole, mentre la Luna effettivamente è un «nostro» satellite.

Passando alla società e alla politica il funzionamento scientifico cambia le regole specifiche, di settore, ma la contro-intuitività rimane.

Una delle prime frasi pronunciate da Gianni Alemanno all’uscita dal carcere di Rebibbia restituisce in pieno quella «regola»: «Non ci crederete, ma la maggior parte dei detenuti è di destra».

Vero e falso si mischiano in un pasticcio senza capo né coda. Com’è possibile che migliaia di persone private della libertà, vessate quotidianamente per il sovraffollamento, le condizioni igieniche e sanitarie infami, i diritti inesistenti oppure negati, le botte ricevute sistematicamente ad ogni accenno di protesta, ecc, possano condividere la stessa «idea politica» dell’attuale governo e di quasi tutte le guardie carcerarie che maramaldeggiano su di loro?

Cosa c’è in comune tra una vita fuorilegge e un’ideologia politica che blatera di «legge e ordine»?

Proprio Alemanno incarna al meglio entrambi i mondi. Condannato per «traffico di influenze illecite», per cui alla fine ha dovuto passare un anno e mezzo in carcere, è giuridicamente un «pregiudicato» che ha commesso reati comprovati da un processo attraverso tre gradi di giudizio.

Il «traffico di influenze illecite» è un tipico reato da classe politica e amministrativa, che consiste fondamentalmente nell’usare il potere pubblico per favorire gruppi di interesse e singoli in cambio di voti, soldi, benefit, o qualsiasi altra contropartita.

In particolare l’inchiesta che lo ha inchiodato è quella di «mafia capitale», che aveva tra i perni la figura di Massimo Carminati, bandito e fascista vicino ai Nar, entrato a pieno titolo nel mondo del «terzo settore» quando lo Stato – e Regioni, Province, Comuni – ha preso a privatizzare i servizi pubblici.

Alemanno, da sindaco di Roma, avrebbe o aveva fatto in modo che una serie di subappalti e finanziamenti finissero dalle parti delle «cooperative» che «afferivano» al «Cecato» (Carminati aveva perso un occhio nella sparatoria in cui era stato arrestato nel 1981).

Prima ancora era stato ministro dell’Agricoltura, distinguendosi – nell’anniversario della conquista del K2 – per essersi fatto portare in elicottero al «campo base» (5.150 metri di quota) della spedizione commemorativa. E di lì – autodefinendosi allora «il miglior alpinista senza allenamento» – aveva preteso di camminare fino al «campo 1» (6.000 metri).

Anche un normale appassionato di trekking su quote molto più modeste sa che, nel salire, bisogna prendersi i tempi necessari al corpo per «acclimatarsi», ossia fare l’abitudine ad un’aria molto più povera di ossigeno. Alemanno ignorò la scienza – poi anche «la legge» – finì intubato, ricaricato sull’elicottero e portato in ospedale per le cure del caso.

Non abbiamo fatto una digressione gratuita, anche se divertente. Perché qui abbiamo visto all’opera proprio la risposta alla domanda che ci eravamo posti: Cosa c’è in comune tra una vita fuorilegge e un’ideologia politica che blatera di «legge e ordine»?

Una «mentalità» (è davvero eccessivo chiamarla «cultura») secondo cui le “regole sociali” e le “leggi di natura” valgono per gli altri, ma non per se stessi.

I detenuti attuali, e tutto il mondo extralegale, sono per lo più individualisti, convinti che la soluzione ai loro problemi sia un affare personale, vedono nei loro «colleghi» semplicemente dei «concorrenti», con cui si mantengono dei rapporti di subordinazione o dominio, quasi mai di cooperazione, se non – guarda caso – nella rivolte.

Non sono insomma più gli anni Settanta e i primi ‘80, quando la «cultura conflittuale» dei movimenti (operaio e studentesco) aveva contagiato anche i prigionieri facendo vedere la superiorità e la maggiore efficacia dei comportamenti collettivi, della lotta comune.

E la mentalità individualista domina anche in tutte le varianti della destra politica. A partire dalla «libertà di impresa» (volto ideologico «nobile» dell’individualismo imprenditoriale), alla «deregolamentazione», all’evasione fiscale, alle concessioni pubbliche che diventano «proprietà private» a vita, alle bisteccherie con soci improbabili e ai colpi d’arma da fuoco che non si riesce a sapere chi li abbia sparati (in una festa tra agenti delle scorte e politici di ultradestra!).

Fino al «traffico di influenze illecite», che – come detto – significa usare il potere pubblico (e i soldi stanziati per «progetti di interesse pubblico») per nutrire affari privatissimi, o anche solo per garantire un reddito ai propri clientes.

Un micro o macro «delinquente» ha la stessa mentalità. Se vince è stato furbo, se perde qualcuno è stato più furbo, andrà meglio la prossima volta. Sia che partecipi ad una «impresa criminale» (un traffico di droga organizzato su vasta scala, dai rapporti internazionali fino allo spaccio di strada), o agisca pressoché «in proprio», è identica l’idea che «il pubblico» sia una massa di cose e possibilità costruite con i soldi dei «fessi che pagano le tasse» ma a disposizione del primo che se ne impossessa.

Anche «legge e ordine», in questa quadro di «valori», sono chiaramente specchietti per le allodole. Cose che vanno dette per «far politica», ma a cui non si crede affatto. E infatti l’abuso d’ufficio è stato abolito come reato, ed anche il «traffico di influenze» ridimensionato fino a comprendere solo casi di dimensioni eccezionali, non derubricabili a «normalità».

Regole e leggi sono qui chiaramente considerate delle invenzioni per favorire qualcuno e danneggiare qualcun altro, come si fa per quella elettorale. Lo Stato “serve” se ci dà qualcosa o possiamo usarlo per arricchirci. Altrimenti è un nemico da evitare (non «combattere»).

Tant’è che nel giro di poche ore si può passare direttamente dalla cella alla cena con Vannacci («Caino deve marcire in galera»), dopo aver mormorato che «non si può pensare di buttare la chiave» (di fatto l’opposto).

Alla fine di questo giro, insomma, si può dire con tranquillità che la frase «sorprendente» di Alemanno da cui siamo partiti è vera soltanto se la si rovescia nel suo contrario, contro-intuitivamente.

Ossia: la destra ha stessa mentalità di un delinquente, solo che non sta (per ora) in carcere.

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L’armadio pieno di voci

C’è un materasso, dietro al portone. Cartoni piegati a fare parete, un giaciglio per chi di notte si appoggia al legno di via di Sant’Ambrogio 4. Il senza fissa dimora dorme dove un tempo si accordavano gli organetti. È l’unico inquilino rimasto, in nove anni, all’ex convento del Ghetto. Tutto il resto è polvere, stucchi che si staccano, soffitti del Cinquecento che marciscono sotto il linoleum.

Dentro quelle mura, fino al 2017, c’era una cosa che non si vede più in città. Il Circolo Gianni Bosio, fondato nel 1972 a casa di Giovanna Marini, con Giovanni Pietrangeli e il primo Canzoniere del Lazio. Una biblioteca, un centro di documentazione, una scuola di musica. E soprattutto un armadio. Un armadio pieno di voci. È la metafora che loro stessi usano da anni per raccontarsi: l’archivio è un armadio pieno di voci che spingono per uscire e tornare a essere vita.

Poi il lucchetto. Febbraio 2017, vigili all’alba, catena al portone. E quelle voci sono rimaste chiuse dentro, o disperse, per quasi un decennio.

Conviene dire subito cosa significa, perché qui la differenza tra ciò che è morto e ciò che è solo stato imbavagliato è tutta la storia.

C’è quello che è andato distrutto, e non torna. Lo dice Portelli senza giri di parole: durante lo sgombero andò perduta gran parte del patrimonio librario, le riviste, i mobili, le suppellettili. Cioè la biblioteca. Mezzo secolo di libri di etnomusicologia e storia orale, molti fuori catalogo, introvabili, accumulati uno a uno. Le collezioni di riviste. I Giorni Cantati, la rivista di culto del Circolo, quella che documentava i cartai di Isola Liri e i mondi che nessun altro guardava. Quella roba lì non si digitalizza dopo. Non esiste più. Si è semplicemente smaterializzata in un trasloco fatto con la forza, dove gli scatoloni li impacchetta chi sgombera, non chi sa cosa tiene in mano.

E poi c’è quello che si è salvato, ed è giusto non drammatizzarlo oltre il vero. L’Archivio Sonoro Franco Coggiola – oltre tremila registrazioni, dalle bobine Uher degli anni Sessanta ai Minidisk degli anni Novanta – dal 2006 era già fisicamente ospitato alla Casa della Memoria e della Storia. Al momento dello sgombero i nastri originali stavano altrove, al sicuro. La Soprintendenza Archivistica del Lazio lo aveva riconosciuto, già nel 2000, archivio di notevole interesse storico per la sua particolarità di fonte orale. Per fortuna. Quello non si è perso.

Ma un archivio non è un magazzino. È un organismo. Vive se c’è una comunità che lo interroga, lo cataloga, lo digitalizza, ci fa ricerca, ne tira fuori spettacoli e dischi e tesi di laurea. Quella comunità era il Circolo. E il Circolo, sgomberato, è rimasto senza casa per anni – lo è ancora. Così l’armadio è restato chiuso. Le voci dentro, sì, ma mute. Bloccate.

E che voci sono, va detto, perché è il punto.

Sono i ricercatori che dalla fine degli anni Sessanta hanno percorso l’Italia raccogliendo le storie orali e la musica di un mondo popolare colto nell’attimo esatto della sua scomparsa – il passaggio dalla tradizione all’omologazione del consumo di massa. Le borgate romane del dopoguerra. La lotta per la casa. La riscoperta dell’organetto. I cantori della Valnerina, le tabacchine del Salento, le occupazioni delle terre in Calabria, i minatori italiani del Kentucky, le acciaierie di Terni, la pizzica, il saltarello, la pasquella di Velletri.

E le Fosse Ardeatine. Da quel lavoro di storia orale è nato L’ordine è già stato eseguito, il libro di Portelli che è ormai un classico mondiale del genere. Lì dentro ci sono le voci di chi quei giorni li ha attraversati, registrate quando ancora c’erano. Oggi quasi tutti morti. Questo è patrimonio immateriale nel senso più nudo della parola: la testimonianza che, se non la incidi, se ne va col corpo che la pronuncia.

C’è poi il filone più vicino a noi, Roma Forestiera. La musica dei migranti che riportavano per le strade della capitale la musica popolare che si credeva estinta – romeni, senegalesi, nigeriani, curdi, bengalesi. Il più grande archivio sonoro di musica migrante d’Europa, costruito proprio negli anni in cui il Circolo stava al Ghetto, a due passi dalle sinagoghe e dai forni del quartiere ebraico. Una città intera che canta in venti lingue, schedata nastro per nastro.

E infine la perdita che non è né l’oggetto bruciato né il nastro salvato. La trasmissione. La Scuola di Musiche e Culture Popolari non era un deposito, era una catena viva: gran parte dei musicisti che in Italia oggi suonano strumenti tradizionali si è formata lì. Organetto, chitarra battente, zampogna, canto. Quel passaggio di mano in mano, di voce in voce, di corpo in corpo – quello non lo conservi chiudendolo. Lo uccidi. Nove anni di scuola spenta sono una generazione di suonatori che non si è fatta in quel modo. E non c’è bobina che la recuperi.

Questa è la posta. Adesso la cronaca, esatta, perché la denuncia regge solo se i fatti sono solidi.

Lo spazio fu chiuso una prima volta nel 2009, riaprì come circolo Arci nel 2014, e fu sgomberato definitivamente nel 2017 sotto la gestione commissariale del prefetto Francesco Paolo Tronca. Ma la macchina l’aveva avviata la delibera 140 della giunta Marino, e a spingere c’era la Corte dei Conti che intimava al Comune di riprendersi i beni. Non multe milionarie, come a volte si racconta: canoni arretrati per centinaia di migliaia di euro. Che è già abbastanza per soffocare un’associazione di volontari che quel palazzo l’aveva rimesso a nuovo a spese proprie, quando lo Stato l’aveva lasciato marcire.

Alle realtà cacciate fu detto, allora, che l’edificio sarebbe servito alla Sovrintendenza: uffici, un polo unico accanto a Palazzo Lovatelli. Un uso pubblico per un bene pubblico. Come ti opponi a questo? Ti tolgono lo spazio in nome di un altro pezzo di Stato, e ti senti pure in torto a protestare.

Poi, novembre 2024. Il colpo di scena.

La giunta Gualtieri delibera la concessione dell’ex convento alla Comunità Ebraica di Roma. Trent’anni, rinnovabili. Gratis. Niente Sovrintendenza: ci andrà il liceo ebraico “Renzo Levi”, scuola privata paritaria. La Comunità si impegna a ristrutturare con otto milioni e mezzo di fondi privati. L’assessore al Patrimonio che firma la proposta si chiama Tobia Zevi. Nipote di Tullia Zevi, che dell’Unione delle Comunità Ebraiche Italiane fu presidente per quindici anni. Lui stesso presidente di un’associazione di cultura ebraica.

Non serve gridare al complotto per vedere il problema. Lo vede il diritto amministrativo, che è materia noiosa e per questo onesta. Per assegnare un immobile comunale ci vuole un bando pubblico e un canone, lo dice la delibera 104 del 2022 – quella con cui altri centri sociali stanno facendo i conti adesso.

Qui invece l’assegnazione è diretta. Gratuita. Senza bando, senza percorso partecipativo, senza chiedersi se in quella zona del centro serva proprio un liceo o qualcos’altro. Hanno usato una norma speciale, l’articolo 13, pensata per gli “enti pubblici ecclesiastici”, e ci hanno fatto entrare la Comunità per assimilazione.

Sono le stesse censure che hanno portato Arci, il sindacato inquilini Asia-Usb, Attac e altri davanti al TAR del Lazio, dove la cosa si è discussa a febbraio. Le stesse obiezioni che, dentro la maggioranza stessa, hanno fatto astenere Roma Futura, criticando un percorso non inclusivo e non aperto.

E una domanda corre sotto tutte le altre, e l’ha posta per primo Il Fatto Quotidiano: quegli otto milioni e mezzo, da chi arrivano davvero? Si parla di fondazioni filantropiche internazionali, di donatori locali. Ma la congruità di quei fondi nessuno l’ha verificata. È la cifra che apre lo spazio della concessione, ed è l’unica cosa che nessuno ha controllato. Se domani si presentasse al Campidoglio un imam con dieci milioni di un fondo del Golfo a chiedere una scuola coranica in centro, gli si direbbe lo stesso sì, senza bando?

La domanda non è retorica. È la prova del nove di un principio. O il patrimonio pubblico si assegna con regole uguali per tutti, oppure la regola la fa chi siede più vicino al tavolo giusto.

Resta il materasso, dietro al portone. Resta una scuola di musica popolare senza un muro su cui appoggiare gli strumenti, da nove anni. Resta una biblioteca che non c’è più e un archivio di tremila voci che ha passato un decennio a parlare nel vuoto. Resta un edificio tolto a chi lo curava gratis, in nome di un uso pubblico mai arrivato, per essere dato gratis a qualcun altro senza che nessuno potesse dire la sua.

Il giorno del funerale di Giovanna Marini, nel 2024, le voci del coro – di quel che resta del coro – sono andate al portone della sede storica. C’era ancora il lucchetto di otto anni prima.

La chiave, intanto, ce l’ha sempre il Comune. Decide lui chi entra. È solo che, certe volte, decide senza nemmeno aprire la porta a chi vorrebbe almeno bussare.

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25/06/2026

Le Monografie di Frusciante: Ben Wheatley - Dicembre 2022

La sinistra e la conquista della fortezza digitale del capitalismo

La battaglia per la liberazione socialista nel XXI secolo non può essere combattuta con le armi del secolo scorso. In un’era in cui gli algoritmi dominano, in cui l’influenza dell’intelligenza artificiale sui media, la cultura, l’istruzione e il lavoro continua ad espandersi, e in cui le politiche e le strategie economiche vengono formulate sulla base dei big data e dell’analisi algoritmica, la sinistra si trova ad affrontare una domanda esistenziale: come possono i movimenti che si organizzano ancora secondo logiche tradizionali far fronte a un capitalismo digitale che ha raggiunto un livello di avanzamento tecnologico senza precedenti?

Questo testo non è meramente un appello a sviluppare strumenti, è un appello a trasformare la coscienza organizzativa e intellettuale verso una profonda comprensione della natura della battaglia digitale.

Il divario in questione non è semplicemente un divario nel “dominio tecnico”, è un divario nella comprensione del fatto che lo spazio digitale è diventato un campo di battaglia di classe in cui il capitalismo domina, programma e sottomette, mentre la sinistra soffre di una presenza ridotta e dell’assenza di una visione digitale chiara.

Colmare questo divario non è più un lusso; è una condizione per la sopravvivenza della sinistra stessa, poiché la battaglia di oggi si combatte negli algoritmi e nelle reti tanto quanto si combatte sul terreno.

La lotta per la tecnologia non è una battaglia contro la scienza, è una battaglia contro il monopolio che i poteri dominanti esercitano su di essa al fine di aumentare i propri profitti. L’intelligenza artificiale non deve essere considerata una minaccia in sé, ma piuttosto un campo di lotta le cui caratteristiche sono determinate dall’equilibrio delle forze sociali, politiche ed economiche.

Negli ultimi anni si è osservata un’accelerazione senza precedenti nella concentrazione del potere digitale nelle mani di un numero limitato di corporazioni giganti che controllano l’infrastruttura dell’intelligenza artificiale, il cloud computing e i dati globali, il che conferisce loro un’influenza economica, politica e culturale che, talvolta, supera quella di numerosi Stati.

La tecnologia come mezzo del capitalismo per superare le proprie crisi

Quando si trova ad affrontare una crisi, il capitalismo corre a riprodursi attraverso strumenti scientifici avanzati che gli permettono di superare le sfide senza toccare la sua essenza sfruttatrice. Nella crisi del 2008, sono state utilizzate la tecnologia e i metodi scientifici per salvare il sistema finanziario, scaricando al contempo il costo delle perdite sulle classi lavoratrici.

Durante la pandemia di COVID-19 del 2020, il capitalismo è riuscito a superare la crisi rafforzando l’automazione, l’intelligenza artificiale e il lavoro a distanza, garantendo la continuità della produzione attraverso nuovi meccanismi che hanno ridotto la dipendenza dalla manodopera umana e aumentato i profitti aziendali, a costo di condizioni lavorative instabili per milioni di persone.

Con il grande boom dell’intelligenza artificiale a partire dal 2023, il capitalismo è entrato in una nuova fase di ristrutturazione del mercato del lavoro. La dipendenza dall’automazione e dai sistemi intelligenti si è estesa a numerosi settori, e sono emerse crescenti preoccupazioni sul futuro di milioni di posti di lavoro, anche mentre le aziende tecnologiche ottengono enormi profitti come risultato del loro monopolio sulla nuova infrastruttura digitale e della conoscenza.

Queste politiche mostrano come il capitalismo tragga vantaggio dalla scienza come strumento per strutturare il sistema e garantirne la continuità. Talvolta, prende persino in prestito alcune idee socialiste, come l’intervento statale, come misure temporanee per garantire la stabilità, solo per fare marcia indietro su questi progressi una volta che la crisi è passata e riprodurre lo sfruttamento attraverso meccanismi più avanzati.

La flessibilità scientifica e la rivoluzione digitale come lotta di classe moderna

Alla luce di queste sfide, la sinistra deve sfruttare il progresso scientifico riformulando il proprio discorso e i propri strumenti in maniera scientifica. Ciò richiede l’uso di strumenti moderni per analizzare i problemi sociali e sviluppare un discorso realistico, insieme a meccanismi organizzativi flessibili capaci di attrarre i giovani che sono cresciuti in un mondo dominato dalla tecnologia. Investire in strumenti scientifici non significa identificarsi con i valori capitalisti; è una strategia per sfruttarli al servizio della giustizia sociale e ridurre la disuguaglianza di classe, come passo verso la costruzione di un sistema socialista più umano.

Se le precedenti rivoluzioni industriali hanno trasformato la produzione attraverso la macchina a vapore, poi l’elettricità e successivamente l’informatica, la fase attuale – basata sull’intelligenza artificiale, i big data e le piattaforme digitali – sta riconfigurando la produzione, il lavoro, la conoscenza e la comunicazione umana in modo più profondo e di più ampia portata.

In questa era, i dati, gli algoritmi e i sistemi di intelligenza artificiale sono diventati strumenti fondamentali per riprodurre la dominazione in modi relativamente invisibili, influenzando l’opinione pubblica, dirigendo il comportamento individuale e collettivo e controllando l’accesso alla conoscenza e all’informazione.

Tuttavia, la maggior parte delle organizzazioni di sinistra sono digitalmente arretrate, il che le pone in una posizione di debolezza. Questo ritardo riflette l’incapacità di comprendere che lo sviluppo digitale è diventato una condizione esistenziale per la lotta socialista.

La mancanza di strumenti digitali e di conoscenze moderne da parte della sinistra la colloca in un confronto impari con un sistema capitalista che è padrone delle piattaforme globali, dei dati e dell’infrastruttura informatica e di intelligenza artificiale, strumenti che gli conferiscono una capacità senza precedenti di plasmare la coscienza e influenzare il comportamento sociale e politico.

Riprendere l’iniziativa

Sebbene la sinistra stia attualmente perdendo una delle battaglie per considerare la tecnologia come uno strumento secondario, la guerra non è ancora stata decisa. La vittoria richiede di tradurre la visione in programmi d’azione concreti basati sull’uso consapevole della tecnologia. La sinistra non può rimanere in una posizione difensiva; deve diventare un attore attivo nella riconfigurazione del futuro della tecnologia per integrarla nel suo progetto liberatore.

Tuttavia, la tecnologia non sostituisce l’organizzazione umana cosciente. Il potere reale risiede negli esseri umani organizzati, capaci di sfruttare questi mezzi al servizio dei propri obiettivi. L’intelligenza artificiale è uno strumento efficace per la mobilitazione, l’organizzazione e l’analisi; tuttavia, non sostituirà mai la solidarietà e il lavoro di base, che rimangono il motore principale del cambiamento.

Verso alternative digitali di sinistra: espugnare la fortezza e liberare gli strumenti

Come sinistra, storicamente siamo riusciti a offrire alternative nei campi dell’economia, della giustizia e della politica; tuttavia, oggi affrontiamo una sfida decisiva: non abbiamo ancora sviluppato una visione digitale alternativa e integrale capace di spezzare il dominio tecnologico del capitalismo.

La lezione dialettica più importante che dobbiamo assimilare è che la tecnologia non è uno “strumento neutrale” che cade dal cielo; piuttosto, è un campo di battaglia di classe per eccellenza.

Il problema fondamentale non risiede nell’essenza dell’intelligenza artificiale o dell’automazione, ma nei “rapporti di proprietà” che le governano; cioè, nel monopolio che le grandi corporazioni esercitano su questi strumenti al fine di acuire il conflitto di classe, sorvegliare le masse e standardizzare la coscienza umana al servizio dell’accumulazione di profitti.

Su questa base, non è più sufficiente che la sinistra adotti la posizione di “critica” o di “spettatrice”, poiché deve proporre meccanismi nuovi e audaci per utilizzare la tecnologia all’interno di quadri democratici, partecipativi e trasparenti.

Abbiamo bisogno di una “intelligenza artificiale popolare” che operi sotto supervisione sociale e si sviluppi attraverso cooperative digitali, con l’obiettivo di distribuire la ricchezza e organizzare la produzione al servizio dei bisogni umani genuini, piuttosto che dei capricci del mercato e del rafforzamento della dominazione e del militarismo.

Abbiamo anche bisogno di modelli open source, piattaforme digitali progressiste e iniziative tecnologiche cooperative che non siano soggette alla logica del monopolio commerciale e che permettano alle comunità e alle masse di partecipare alla gestione della conoscenza e dei dati, nonché allo sviluppo di nuove tecnologie.

Un confronto genuino esige di “spezzare la fortezza digitale” del capitalismo, il che significa addentrarci nel cuore stesso del processo tecnico e comprendere la logica degli algoritmi per smantellarli e ricostruirli con un orientamento liberatorio. Il mero fatto di rimanere davanti ai muri di questa tecnologia e gridare condannando il suo sfruttamento non cambierà nulla nella realtà e lascerà la sinistra isolata in ghetti intellettuali obsoleti.

Siamo chiamati a impadronirci degli strumenti della nostra epoca, poiché così come Marx e Engels trasformarono le scienze economiche e filosofiche del loro tempo – da strumenti che giustificavano l’ordine esistente a un’arma teorica e pratica nelle mani della classe lavoratrice – la sinistra di oggi è chiamata a essere una forza attiva e programmatica in questo ambito.

Dobbiamo passare dalla posizione dell'“utente passivo”, soggetto ai termini delle piattaforme capitaliste, alla posizione del “produttore alternativo” che propone una tecnologia comunitaria, aperta e liberata.

La lotta intorno all’intelligenza artificiale non riguarda più semplicemente il futuro della tecnologia, riguarda il futuro del lavoro, della democrazia, della cultura e della giustizia sociale. Senza una presenza attiva della sinistra in questo campo, il capitalismo digitale continuerà a determinare la direzione dello sviluppo tecnologico al servizio dei propri interessi e continuerà a controllare lo sviluppo della mente umana e il futuro dell’umanità.

La vera forza della sinistra risiede nella sua capacità di integrare l’organizzazione umana di base con il dominio del digitale, in modo che lo spazio digitale diventi un palcoscenico di sostegno ed efficace, non un sostituto della lotta; piuttosto, un’ala sulla quale possa elevarsi verso un futuro socialista più umano e più giusto.

di Rezgar Akrawi scrittore, giornalista e pensatore politico iracheno di origine curda. Attualmente vive e lavora in Danimarca. Fondatore e coordinatore generale del forum web “Al-Hewar Al-Mutamaden – Modern discussion”, uno dei più grandi e importanti progetti della sinistra digitale nel mondo arabo, fondato nel 2001. Tra le sue pubblicazioni recenti, il libro “L’intelligenza artificiale capitalistica: le sfide della sinistra e le possibili alternative”.

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La sfida industriale dei computer quantistici

La computazione quantistica è una delle tecnologie più discusse degli ultimi anni e l’idea di costruire sistemi di calcolo basati sui fenomeni della fisica quantistica continua ad alimentare aspettative enormi. Eppure il quantum computing resta lontano dall’essere una tecnologia matura. Non soltanto perché molti problemi scientifici devono ancora essere risolti, ma anche perché, al momento, manca una filiera industriale in grado di produrre in modo scalabile, e a costi sostenibili, l’hardware necessario a far funzionare un computer quantistico.

Come si può immaginare, costruire un hardware simile è molto complesso. Servono materie prime rare, chimica avanzata, sistemi criogenici sofisticati, ottica di precisione e componenti prodotti da un numero ristretto di aziende specializzate.

Il problema fondamentale è che un computer quantistico non deve semplicemente “calcolare”. Deve riuscire a “mantenere in vita” stati fisici estremamente fragili e utilizzarli per il calcolo. La grande promessa del quantum computing – sfruttare fenomeni quantistici come la sovrapposizione e l’entanglement per eseguire operazioni impraticabili per i computer tradizionali – dipende infatti dalla capacità di isolare gli effetti quantistici dalle interferenze del mondo esterno. Il problema, come anticipato anche da Heisenberg, è che gli stati quantistici sono incredibilmente instabili. Basta pochissimo per distruggerli: una vibrazione microscopica, una minima interferenza elettromagnetica, una variazione termica impercettibile. Questo significa che la prima e principale sfida da affrontare per produrre un computer quantistico è quella di costruire una specie di guscio che isoli il processo di calcolo dal “rumore” dell’ambiente esterno.

La sfida del freddo

Una delle interferenze più difficili da controllare è il calore. Per questo molti computer quantistici – in particolare quelli basati su circuiti superconduttori, una delle architetture oggi più sviluppate da aziende come IBM e Alphabet – operano a temperature vicinissime allo zero assoluto, inferiori persino a quelle dello spazio profondo. Per raggiungerle servono sofisticati sistemi criogenici chiamati dilution refrigerator (refrigeratore a diluizione): strutture metalliche, simili a candelabri barocchi, che sono diventate una delle immagini simbolo del quantum computing.

Uno degli elementi chiave per il funzionamento di questi refrigeratori è invece l’elio-3. Rarissimo sulla Terra, l’elio-3 è un isotopo in proporzione più abbondante sulla superficie lunare, dove si è accumulato per miliardi di anni a causa del bombardamento del vento solare. I depositi di elio-3 diffusi nella regolite lunare alimentano da decenni miti tecnologici su future miniere sulla Luna che oggi, nell’era del “capitalismo spaziale”, paiono meno fantascientifici di un tempo. E del resto si può facilmente immaginare come un eventuale aumento della domanda di questo isotopo, connessa alla crescita del quantum computing, potrebbe rendere ancora più allettante l’avvio di attività estrattive lunari. Nell’attesa, gran parte dell’elio-3 disponibile sul nostro Pianeta deriva indirettamente dal decadimento del trizio prodotto nei vecchi programmi nucleari militari, creando così un cortocircuito tra una tecnologia di frontiera e i residui industriali della guerra fredda.

Questa dipendenza da materie prime estremamente specializzate rende la filiera dei refrigeratori a diluzione molto fragile. A produrre queste macchine, infatti, sono pochissime aziende al mondo. La finlandese Bluefors, per esempio, è diventata in pochi anni uno dei principali fornitori dell’industria quantistica globale, ma anche uno degli snodi più delicati dell’intera catena produttiva. Se oggi si osserva la struttura industriale del quantum computing, ci si accorge infatti che il settore assomiglia meno all’industria informatica classica e più a un ecosistema di nicchie iperspecializzate, dove pochi attori controllano componenti essenziali e difficilmente sostituibili.

Una pluralità di approcci

Un ulteriore problema del quantum computing è che, almeno per ora, non esiste un’unica architettura dominante. Coesistono approcci diversi, ciascuno dei quali richiede infrastrutture, materiali e competenze specifici. Se i computer quantistici basati su circuiti superconduttori richiedono criogenia avanzata, i computer quantistici basati sugli “ioni intrappolati” dipendono invece da laser ad altissima stabilità, vuoto ultra-spinto e componenti fotonici delicatissimi. Altri approcci ancora – come quelli basati sui qubit fotonici o sugli atomi neutri (atomi privi di carica elettrica controllati tramite laser) – richiedono invece fibre e circuiti ottici a bassissima perdita, sorgenti luminose avanzate, specchi e cavità ottiche ad altissima qualità e, in alcuni casi, dispositivi microfabbricati costruiti con tolleranze estremamente ridotte.

Questo significa che, al momento, non esiste una singola frontiera industriale del quantum, ma molte frontiere sovrapposte. Per certi versi, la situazione ricorda alcune fasi iniziali dell’elettronica e dell’informatica del dopoguerra, quando convivevano tubi a vuoto, relè, transistor, memorie magnetiche e soluzioni architetturali diverse. Al tempo, l’industria elettronica era quindi un ecosistema frammentato, popolato da soluzioni incompatibili e processi produttivi difficili da standardizzare. La crescita esplosiva del settore arrivò solo quando emersero componenti, architetture e processi produttivi condivisi, capaci di trasformare dispositivi sperimentali in prodotti scalabili. È una lezione storica importante anche per il quantum computing.

Oggi il settore si trova ancora in una fase pre-standardizzazione: nessuno sa davvero quale architettura diventerà dominante, quali materiali saranno indispensabili o quali componenti potranno essere prodotti industrialmente su larga scala. E finché questa convergenza non avverrà, la computazione quantistica rischia di rimanere in un limbo “proto-industriale”, in cui ogni laboratorio tende a costruire il proprio ecosistema tecnologico come una specie di artigianato scientifico avanzatissimo.

Il problema del talento

La conseguenza di questo fatto è che molti processi produttivi necessari dipendono dall’esperienza accumulata da piccoli gruppi di tecnici altamente specializzati e sono, al momento, difficili da riprodurre serialmente.

La costruzione di un refrigeratore a diluzione, per esempio, richiede tecnici capaci di assemblare manualmente sistemi criogenici estremamente delicati, minimizzando vibrazioni, dispersioni termiche e impurità microscopiche. Si tratta di processi che dipendono ancora da forme di conoscenza pratica accumulate negli anni più che da standard industriali codificati. Dinamiche simili esistono anche nel campo dei semiconduttori avanzati e della litografia estrema. ASML, l’azienda olandese che produce le macchine EUV utilizzate per realizzare i chip più sofisticati al mondo, dipende a sua volta da una rete ristrettissima di fornitori iper-specializzati che, a loro volta, si avvalgono dell’esperienza di pochissimi “super-esperti” in singoli problemi tecnici altamente specifici.

Il vero collo di bottiglia “industriale” della computazione quantistica non riguarda solo le macchine, i materiali o la fisica, ma anche – e forse soprattutto – la disponibilità di talento tecnico adeguato alla portata della sfida produttiva che il quantum computing rappresenta. Per costruire un computer quantistico non basta infatti disporre di buoni fisici teorici o di eccellenti ingegneri. Serve la capacità di integrare competenze molto rare e diverse tra loro: criogenia estrema, scienza dei materiali, ottica avanzata, microfabbricazione, elettronica a radiofrequenza, software di controllo, vuoto ultra-spinto, chimica ultrapura. E soprattutto serve farlo in modo coordinato, continuo e riproducibile. La vera difficoltà non è solo inventare una tecnologia funzionante, ma costruire una massa critica di persone capaci di trasformarla in un sistema industriale.

Per questo il futuro “industriale” del quantum computing è anche un gigantesco problema di scala umana. Non basta avere qualche centinaio di ricercatori eccellenti sparsi nel mondo accademico. Affinché la tecnologia diventi industriale servono migliaia di tecnici, ingegneri e operatori altamente qualificati distribuiti lungo filiere produttive estremamente sofisticate (un fatto che la Cina sembra aver compreso prima di tutti). Servirà cioè trasformare competenze oggi quasi artigianali in capacità industriali diffuse.

La scienza alla base di tecnologie importanti può certamente nascere da un piccolo gruppo di persone eccezionalmente dotate, ma un’industria richiede la capacità di riprodurre sistematicamente quel livello di competenza su larga scala. Ancora una volta ci si può rivolgere alla storia della microelettronica per capirlo. Il vero salto nella produzione seriale di hardware informatici non avvenne quando un gruppo di pionieri ai Bell Labs inventò i transistor, ma quando gli Stati Uniti cominciarono a formare enormi quantità di ingegneri in grado di capire come funzionavano e come si potevano migliorare transistor e circuiti integrati.

In questo senso la vera sfida per il futuro della computazione quantistica non è soltanto costruire una macchina capace di funzionare. È costruire le condizioni industriali, economiche e umane per trasformare una tecnologia sperimentale fragile in un’infrastruttura produttiva stabile.

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