Mentre il bilancio delle vittime a Gaza continua a salire (il “cessate il fuoco”, nella singolare interpretazione di Israele, per ora ha fatto 818 morti, secondi gli ultimi dati del ministero della Salute della Striscia: circa 4 morti al giorno da ottobre), a sollevare l’indignazione di Bruxelles non è la continuazione del genocidio o i crimini contro l’umanità, ma un singolo carico di grano arrivato nello stato sionista dai territori ucraini sotto controllo russo.
L’accusa che sta affrontando Tel Aviv è quella di aver fornito aiuto logistico per eludere le sanzioni imposte a Mosca sui raccolti nelle aree conquistate dalle truppe russe. È questo che emerge dalle rivelazioni fornite dal quotidiano israeliano Haaretz e da Barak Ravid, analista di Axios.
Al centro degli eventi c’è la Panormitis, una nave battente bandiera panamense, carica di 6.200 tonnellate di grano e 19.000 di orzo, salpata dal porto russo di Kavkaz, ma il cui carico si sospetta provenire da Berdyansk, città dell’oblast di Zaporižžja oggi sotto il controllo del Cremlino.
Stando ai dati raccolti tramite Vessel Finder, la nave è arrivata nel porto di Haifa, e non sarebbe stato l’unico caso negli ultimi giorni: due settimane fa, l’imbarcazione russa Abinsk avrebbe scaricato nel medesimo porto grano che Kiev considera sottratto ai campi ucraini, per un valore di milioni e milioni di dollari.
Ravid ha citato una fonte diplomatica ucraina di alto livello, secondo la quale le autorità dell’Ucraina stanno monitorando gli avvenimenti riguardanti la nave e il suo carico. “Non lasceremo correre”, ha detto, e nel caso venisse confermato quello che per Kiev è un aiuto a Mosca, allora “ci saranno ripercussioni, in particolare per i nostri rapporti bilaterali. Ci riserviamo il diritto di rispondere a livello legale e diplomatico”.
I numeri spiegano la natura del legame tra il governo di Benjamin Netanyahu e quello di Putin. Per la stagione 2025-2026, si prevede che la Russia coprirà il 90% del fabbisogno di grano di Israele (circa 2,16 milioni di tonnellate). Questa percentuale era solo del 39%, prima dell’avvio delle operazioni militari in Ucraina. Dal 2022, sarebbero almeno 30 le spedizioni “sospette” arrivate ai porti israeliani di Haifa e Ashdod. L‘export di grano, da solo, valeva per la Russia quasi 10 miliardi di dollari nel 2024.
Visti i numeri, sembra che il caso venga ora sollevato soprattutto per ri-attirare l’attenzione sulla guerra ucraina, mentre Kiev ha sempre indicato Israele come modello di “nazione armata” candidandosi a imitazione da impiantare nel cuore dell’Europa. E anche per ribadire che l’Ucraina sta sostenendo a livello materiale e di consiglieri militari l’aggressione israeliana all’Iran, e sui vari fronti aperti dai sionisti in Asia Occidentale: in sostanza, è un modo per ridare innanzitutto lustro al peso del paese est-europeo nel sistema guerrafondaio occidentale, in senso lato.
Il riverbero di questa faccenda ha però risonanza maggiore per gli orizzonti della UE, che sta giocando strumentalmente sulla questione iraniana per millantare un profilo più autonomo nello scenario globale, mentre ha materialmente sostenuto l’aggressione. Dalla diplomazia europea sono arrivate minacce mai sentite in 2 anni e mezzo di genocidio.
Anouar El Anoumi, portavoce per gli affari esteri dell’UE, ha confermato che Bruxelles sta chiedendo chiarimenti ufficiali a Tel Aviv. “Condanniamo tutte le azioni che contribuiscono a finanziare gli sforzi militari illegali della Russia – ha detto – e a eludere le sanzioni dell’UE, e restiamo pronti a contrastare tali azioni, anche inserendo individui ed entità in paesi terzi, se necessario”.
Ricordiamo che, a livello interno, la UE sta anche affrontando la continuazione delle proteste al fianco del popolo palestinese. Nel giro di tre mesi, sono state raccolte oltre un milione di firme per la sospensione dell’Accordo di Associazione UE-Israele, sulla base della violazione del prerequisito di rispetto dei diritti umani, palesemente violato da Tel Aviv.
Anche in questo caso, dunque, sembra che lo scopo delle minacce sia quantomeno duplice, e risponda soprattutto all’esigenza di disorientare i manifestanti che continuano ad animare le piazze del Vecchio Continente. Tuttavia, un tale atteggiamento rivela il vero volto della UE, che continua a ignorare le denunce presso la Corte Penale Internazionale e anche quelle per genocidio alla Corte Internazionale di Giustizia.
Insomma, la linea rossa della UE non è rappresentata da 72 mila persone massacrate, ma il commercio di frumento, che viene visto come un possibile sostegno allo sforzo bellico di Mosca sul teatro ucraino. A ribadire che, come ha detto il cancelliere tedesco Merz, Israele sta facendo “il lavoro sporco” per gli interessi del nostro imperialismo in quel quadrante di Mondo, mentre la discriminante fondamentale della politica europea riguarda la scelta guerrafondaia su cui Bruxelles vuole improntare il suo posizionamento internazionale.
Il nostro parere, da sostenitori del boicottaggio totale e della rottura di qualsiasi rapporto con lo Stato genocida di Israele, è chiaro: anche la Russia sta sbagliando nel mantenerli. Non siamo soliti usare doppi standard...
Fonte
Presentazione
Analisi, opinioni, fatti e (più di rado) arte da una prospettiva di classe.
29/04/2026
28/04/2026
Un’istruzione da turista
Non voglio entrare nell’annosa e ripetitiva polemica su Manzoni Sì/Manzoni No al biennio delle superiori. Per me è Manzoni Sì e le ragioni si potranno dedurre da una riflessione che vorrei svolgere a margine della discussione, non dunque su Manzoni ma sulle motivazioni addotte da Valditara contro la lettura dei Promessi sposi al biennio.
Secondo Valditara questo romanzo sarebbe infatti “troppo difficile” e “lontano dal presente”. Ha detto anche altro, ma per ragioni di spazio limitiamoci a queste due affermazioni. Vorrei tentare di esaminarle per il loro significato generale. Dietro queste parole del ministro si può infatti ricavare un’intera visione del mondo di cui è importante esplicitare i contenuti.
Relativamente alla prima affermazione (“troppo difficile”), sarebbe curioso sapere se mai il ministro si permetterebbe di fare affermazioni simili sulle materie scientifiche. Credo di no. Nel senso comune attuale la difficoltà non s’addice alla letteratura, che al contrario deve essere immediata, trasparente... Per averne una conferma è sufficiente vedere quello che si pubblica oggi e le richieste degli editori (per fortuna non tutti) agli autori.
L’ideale consumistico ha da tempo trasformato la letteratura e le arti. Non devono essere un luogo di riflessione, di spazio tra grandi conflitti tra io e storia, finito e infinito, tra forme espressive e contenuto sociale, politico, culturale legato a una collettività, a una dimensione sovra individuale e alla storia. Le arti devono essere semmai il luogo del puro piacere edonistico. Secondo questa concezione, la fruizione artistica è in altre parole consumo, per cui via I promessi sposi, via tutto ciò che non legittima un rapporto puramente esteriore e superficiale tra il singolo e le arti.
La scuola deve in altre parole insegnare agli studenti ad avere un rapporto “turistico” con le manifestazioni artistiche. Del resto è questo il modo in cui i ministri della cultura (anche di sinistra) considerato il nostro patrimonio nazionale.
La seconda affermazione (“lontano dal presente”) si inserisce nella medesima traiettoria di rifiuto della storia. Il rapporto con le arti deve essere il più possibile confermativo dell’esistente e dunque del tempo presente. Volgere lo sguardo al passato significa invece esercitarsi a uscire dall’attualità, a porsi fuori dal perimetro entro il quale il singolo sa facilmente e confortevolmente riconoscersi. Vuol dire in altre parole esercitarsi nel confronto con realtà diverse.
Valditara senza accorgersene ha proprio per questo negato ciò che la scuola dovrebbe insegnare: l’inattualità. Non c’è infatti niente di più formativo dell’inattuale, niente che sfidi in modo più diretto le false certezze del presente quanto il tempo storico passato, la scoperta di sensibilità, codici culturali, costumi di mondi diversi dal presente.
Anche con questa affermazione Valditara non ha fatto altro che replicare il medesimo principio per cui lo studio della letteratura deve essere confermativo dell’esistente, superficiale e improntato al soddisfacimento di un bisogno estetico facile, immediato e individuale. Niente riflessione, nessuna inquietudine, dunque, e censura di qualsiasi indizio che possa indurre a riconoscere una processualità, un mondo in movimento che richiama alle grandi contraddizioni della storia.
Vediamo il lato positivo. Questa concezione che combina pensiero reazionario ed edonismo neoliberale ci dice qualcosa sul potenziale della letteratura e delle arti. Il tentativo di addomesticare queste forme espressive, in fondo, ne ribadisce il dato politico, ovvero la capacità di introdurre una discontinuità nel presente, una contraddizione e, dunque, i primi rudimenti del conflitto sociale e della lotta culturale. E allora, care ragazze e cari ragazzi, seguite Valditara per fare esattamente il contrario di quello che dice.
Fonte
Secondo Valditara questo romanzo sarebbe infatti “troppo difficile” e “lontano dal presente”. Ha detto anche altro, ma per ragioni di spazio limitiamoci a queste due affermazioni. Vorrei tentare di esaminarle per il loro significato generale. Dietro queste parole del ministro si può infatti ricavare un’intera visione del mondo di cui è importante esplicitare i contenuti.
Relativamente alla prima affermazione (“troppo difficile”), sarebbe curioso sapere se mai il ministro si permetterebbe di fare affermazioni simili sulle materie scientifiche. Credo di no. Nel senso comune attuale la difficoltà non s’addice alla letteratura, che al contrario deve essere immediata, trasparente... Per averne una conferma è sufficiente vedere quello che si pubblica oggi e le richieste degli editori (per fortuna non tutti) agli autori.
L’ideale consumistico ha da tempo trasformato la letteratura e le arti. Non devono essere un luogo di riflessione, di spazio tra grandi conflitti tra io e storia, finito e infinito, tra forme espressive e contenuto sociale, politico, culturale legato a una collettività, a una dimensione sovra individuale e alla storia. Le arti devono essere semmai il luogo del puro piacere edonistico. Secondo questa concezione, la fruizione artistica è in altre parole consumo, per cui via I promessi sposi, via tutto ciò che non legittima un rapporto puramente esteriore e superficiale tra il singolo e le arti.
La scuola deve in altre parole insegnare agli studenti ad avere un rapporto “turistico” con le manifestazioni artistiche. Del resto è questo il modo in cui i ministri della cultura (anche di sinistra) considerato il nostro patrimonio nazionale.
La seconda affermazione (“lontano dal presente”) si inserisce nella medesima traiettoria di rifiuto della storia. Il rapporto con le arti deve essere il più possibile confermativo dell’esistente e dunque del tempo presente. Volgere lo sguardo al passato significa invece esercitarsi a uscire dall’attualità, a porsi fuori dal perimetro entro il quale il singolo sa facilmente e confortevolmente riconoscersi. Vuol dire in altre parole esercitarsi nel confronto con realtà diverse.
Valditara senza accorgersene ha proprio per questo negato ciò che la scuola dovrebbe insegnare: l’inattualità. Non c’è infatti niente di più formativo dell’inattuale, niente che sfidi in modo più diretto le false certezze del presente quanto il tempo storico passato, la scoperta di sensibilità, codici culturali, costumi di mondi diversi dal presente.
Anche con questa affermazione Valditara non ha fatto altro che replicare il medesimo principio per cui lo studio della letteratura deve essere confermativo dell’esistente, superficiale e improntato al soddisfacimento di un bisogno estetico facile, immediato e individuale. Niente riflessione, nessuna inquietudine, dunque, e censura di qualsiasi indizio che possa indurre a riconoscere una processualità, un mondo in movimento che richiama alle grandi contraddizioni della storia.
Vediamo il lato positivo. Questa concezione che combina pensiero reazionario ed edonismo neoliberale ci dice qualcosa sul potenziale della letteratura e delle arti. Il tentativo di addomesticare queste forme espressive, in fondo, ne ribadisce il dato politico, ovvero la capacità di introdurre una discontinuità nel presente, una contraddizione e, dunque, i primi rudimenti del conflitto sociale e della lotta culturale. E allora, care ragazze e cari ragazzi, seguite Valditara per fare esattamente il contrario di quello che dice.
Fonte
L’Iran fa il pieno di consensi, Washington di pressioni
La nebbia si è stesa su Washington. Il “quasi attentato” ha preso il centro della scena mediatica – del resto è avvenuto mentre erano a tavola tutti i giornalisti del mondo accreditati con la Casa Bianca – e spinto la guerra in Medio Oriente in secondo piano.
Ma non serve essere grandi studiosi di geopolitica per capire che il vero cuore della situazione sta proprio lì, tra il massacro che Israele ha ripreso in Libano e lo stallo apparente nelle trattative tra Usa e Iran.
Mentre il Pentagono ha approfittato del cessate il fuoco per ricomporre il proprio schieramento e far concentrare nell’Oceano Indiano (non “nello Stretto di Hormuz”) tre delle otto portaerei di cui dispone, Tehran ha preso a tessere il filo dei rapporti diplomatici facendo viaggiare il suo ministro degli esteri – Seyed Abbas Araghci – tra Pakistan, Oman e Russia, presentando nel frattempo agli Usa un proposta di percorso per le trattative.
Vediamoli separatamente. Dalla Casa Bianca l’unica informazione che filtra è sullo “scetticismo” dell’amministrazione rispetto alla proposta iraniana. Nulla di particolarmente complicato: prima sblocchiamo Hormuz, da entrambe le parti, e poi affrontiamo il dossier sul nucleare.
Un modo per allentare la tensione sui mercati internazionali – l’Australia, per esempio, lamenta che la continua chiusura dello Stretto di Hormuz si sta facendo sentire in modo sproporzionato in tutta la regione Asia-Pacifico – ed anche di riprendere parte del proprio traffico commerciale.
Ma è chiaro che lo sblocco del Golfo toglierebbe agli Stati Uniti la principale forma di pressione (economica) alternativa alla ripresa degli attacchi militari. Se però è Tehran a mostrarsi al mondo disponibile a “riaprire i rubinetti”, allora tutta la pressione politica si scarica addosso a Washington, che continua a ostacolare il traffico navale.
Entrambe le parti giocano sui tempi nella speranza che l’altro sia costretto a cedere prima e riprendere seriamente a trattare. Sempre meglio che sparare, comunque...
Da parte Usa, invece, il ricorso alle armi sembra avvicinato proprio dalla concentrazione di portaerei nell’area. La Gerald Ford, costretta a riparazioni in Croazia per un ammutinamento dei marinai condotto intasando i bagni e dando fuoco alle lavanderie, ha riattraversato il Canale di Suez e si trova ora nel Mar Rosso. La Abraham Lincoln, accompagnata da una coppia di cacciatorpediniere di classe Arleigh Burke, non si è invece mai allontanata dalla zona e resta a circa 330 km dalla costa iraniana, oltre cioè la presunta gittata dei missili antinave di Teheran (300 km). Idem per la George H. Bush.
La linea del “blocco” statunitense, peraltro, è collocata ben fuori dello Stretto, e si concretizza nel fermo delle sole navi commerciali battenti bandiera iraniana o comunque dirette nei porti di quel Paese.
Più complicata appare la situazione nelle basi collocate nei paesi del Golfo che – secondo diversi giornali americani – avrebbero riportato danni ben superiori a quelli dichiarati dal Pentagono.
Si delinea qui anche una prima frattura ai vertici dell’amministrazione, col vicepresidente J.D. Vance che ha espresso dubbi, durante incontri a porte chiuse, sul modo in cui il Pentagono descrive la guerra in Iran.
Secondo il giornale The Atlantic, infatti, la critica sarebbe rivolta alla narrazione “eccessivamente ottimistica” da parte del Pentagono, in particolare in relazione alla disponibilità di alcuni sistemi missilistici (“ne abbiamo quanti vogliamo”, ha detto più volte Pete Hegseth, imboccando anche Trump).
A supporto ci sarebbero anche rapporti dell’intelligence secondo cui l’Iran conserva ancora due terzi della sua aviazione, la maggior parte della sua capacità di lancio missilistico e la maggior parte delle sue piccole e veloci imbarcazioni che “gli consentono di posare mine e interrompere il traffico marittimo nello Stretto di Hormuz”. L’esatto contrario delle sparate trumpiane...
Non è finita. Mine a parte, l’inquietudine dei militari di professione è per la “flotta delle zanzare” composta da centinaia o migliaia di motoscafi leggeri e ad alta velocità, equipaggiati con mitragliatrici, razzi e, a volte, missili antinave. In un ambiente ristretto come Hormuz, dove le grandi navi devono muoversi secondo tracciati precisi e limitati per evitare di incagliarsi sui fondali, questa imbarcazioni possono agire “a sciame”, provocando seri danni anche a navi da guerra incomparabilmente più potenti.
Come si vede, lo scarto che si apre nei calcoli anche puramente militari diventa piuttosto ampio, tale da segnare le possibilità o meno di fare operazioni “decisive”, vendibili come “vittoria” definitiva nella guerra. E questa incertezza grava sulle scelte che a questo punto la Casa Bianca deve fare per mettere in qualche modo fine al conflitto.
Anche perché l’internalizzazione della guerra è ormai acclarata. Martedì, il ministro degli Esteri iraniano Aragchi, uscendo dall’incontro con Putin e Ushakov, ha affermato che “i recenti eventi hanno dimostrato la profondità del partenariato russo-iraniano”, esprimendo la sua soddisfazione per aver potuto comunicare con Mosca al più alto livello in un contesto di significativi cambiamenti nella regione.
Tradotto dal diplomatichese: l’alleanza tiene e si è rafforzata, l’Iran non è affatto isolato.
La dimostrazione è arrivata dall’Onu, dove gli Stati Uniti hanno inutilmente cercato di opporsi alla nomina del rappresentante di Teheran come uno dei vicepresidenti della conferenza volta a riesaminare il Trattato di non proliferazione nucleare. Il presidente della conferenza, l’ambasciatore vietnamita Do Hung Viet, ha affermato che l’Iran è stato scelto dal “gruppo dei paesi non allineati e da altri Stati”.
La pressione internazionale su Washington cresce. Saranno in grado di ragionare, invece di scoppiare?
Fonte
Ma non serve essere grandi studiosi di geopolitica per capire che il vero cuore della situazione sta proprio lì, tra il massacro che Israele ha ripreso in Libano e lo stallo apparente nelle trattative tra Usa e Iran.
Mentre il Pentagono ha approfittato del cessate il fuoco per ricomporre il proprio schieramento e far concentrare nell’Oceano Indiano (non “nello Stretto di Hormuz”) tre delle otto portaerei di cui dispone, Tehran ha preso a tessere il filo dei rapporti diplomatici facendo viaggiare il suo ministro degli esteri – Seyed Abbas Araghci – tra Pakistan, Oman e Russia, presentando nel frattempo agli Usa un proposta di percorso per le trattative.
Vediamoli separatamente. Dalla Casa Bianca l’unica informazione che filtra è sullo “scetticismo” dell’amministrazione rispetto alla proposta iraniana. Nulla di particolarmente complicato: prima sblocchiamo Hormuz, da entrambe le parti, e poi affrontiamo il dossier sul nucleare.
Un modo per allentare la tensione sui mercati internazionali – l’Australia, per esempio, lamenta che la continua chiusura dello Stretto di Hormuz si sta facendo sentire in modo sproporzionato in tutta la regione Asia-Pacifico – ed anche di riprendere parte del proprio traffico commerciale.
Ma è chiaro che lo sblocco del Golfo toglierebbe agli Stati Uniti la principale forma di pressione (economica) alternativa alla ripresa degli attacchi militari. Se però è Tehran a mostrarsi al mondo disponibile a “riaprire i rubinetti”, allora tutta la pressione politica si scarica addosso a Washington, che continua a ostacolare il traffico navale.
Entrambe le parti giocano sui tempi nella speranza che l’altro sia costretto a cedere prima e riprendere seriamente a trattare. Sempre meglio che sparare, comunque...
Da parte Usa, invece, il ricorso alle armi sembra avvicinato proprio dalla concentrazione di portaerei nell’area. La Gerald Ford, costretta a riparazioni in Croazia per un ammutinamento dei marinai condotto intasando i bagni e dando fuoco alle lavanderie, ha riattraversato il Canale di Suez e si trova ora nel Mar Rosso. La Abraham Lincoln, accompagnata da una coppia di cacciatorpediniere di classe Arleigh Burke, non si è invece mai allontanata dalla zona e resta a circa 330 km dalla costa iraniana, oltre cioè la presunta gittata dei missili antinave di Teheran (300 km). Idem per la George H. Bush.
La linea del “blocco” statunitense, peraltro, è collocata ben fuori dello Stretto, e si concretizza nel fermo delle sole navi commerciali battenti bandiera iraniana o comunque dirette nei porti di quel Paese.
Più complicata appare la situazione nelle basi collocate nei paesi del Golfo che – secondo diversi giornali americani – avrebbero riportato danni ben superiori a quelli dichiarati dal Pentagono.
Si delinea qui anche una prima frattura ai vertici dell’amministrazione, col vicepresidente J.D. Vance che ha espresso dubbi, durante incontri a porte chiuse, sul modo in cui il Pentagono descrive la guerra in Iran.
Secondo il giornale The Atlantic, infatti, la critica sarebbe rivolta alla narrazione “eccessivamente ottimistica” da parte del Pentagono, in particolare in relazione alla disponibilità di alcuni sistemi missilistici (“ne abbiamo quanti vogliamo”, ha detto più volte Pete Hegseth, imboccando anche Trump).
A supporto ci sarebbero anche rapporti dell’intelligence secondo cui l’Iran conserva ancora due terzi della sua aviazione, la maggior parte della sua capacità di lancio missilistico e la maggior parte delle sue piccole e veloci imbarcazioni che “gli consentono di posare mine e interrompere il traffico marittimo nello Stretto di Hormuz”. L’esatto contrario delle sparate trumpiane...
Non è finita. Mine a parte, l’inquietudine dei militari di professione è per la “flotta delle zanzare” composta da centinaia o migliaia di motoscafi leggeri e ad alta velocità, equipaggiati con mitragliatrici, razzi e, a volte, missili antinave. In un ambiente ristretto come Hormuz, dove le grandi navi devono muoversi secondo tracciati precisi e limitati per evitare di incagliarsi sui fondali, questa imbarcazioni possono agire “a sciame”, provocando seri danni anche a navi da guerra incomparabilmente più potenti.
Come si vede, lo scarto che si apre nei calcoli anche puramente militari diventa piuttosto ampio, tale da segnare le possibilità o meno di fare operazioni “decisive”, vendibili come “vittoria” definitiva nella guerra. E questa incertezza grava sulle scelte che a questo punto la Casa Bianca deve fare per mettere in qualche modo fine al conflitto.
Anche perché l’internalizzazione della guerra è ormai acclarata. Martedì, il ministro degli Esteri iraniano Aragchi, uscendo dall’incontro con Putin e Ushakov, ha affermato che “i recenti eventi hanno dimostrato la profondità del partenariato russo-iraniano”, esprimendo la sua soddisfazione per aver potuto comunicare con Mosca al più alto livello in un contesto di significativi cambiamenti nella regione.
Tradotto dal diplomatichese: l’alleanza tiene e si è rafforzata, l’Iran non è affatto isolato.
La dimostrazione è arrivata dall’Onu, dove gli Stati Uniti hanno inutilmente cercato di opporsi alla nomina del rappresentante di Teheran come uno dei vicepresidenti della conferenza volta a riesaminare il Trattato di non proliferazione nucleare. Il presidente della conferenza, l’ambasciatore vietnamita Do Hung Viet, ha affermato che l’Iran è stato scelto dal “gruppo dei paesi non allineati e da altri Stati”.
La pressione internazionale su Washington cresce. Saranno in grado di ragionare, invece di scoppiare?
Fonte
Bologna. La Repubblica ammette che la foto sul nostro redattore era modificata con l’AI
Tana. Come avevamo denunciato già da domenica sul nostro giornale, la foto pubblicata da La Repubblica e veicolata sui social da tutti i volenterosi guerrafondai filo-ucraini, era stata ritoccata con l’intelligenza artificiale per corroborare una versione distorta dei fatti e demonizzare il nostro redattore Giacomo Marchetti reo di aver tenuta a distanza e – lo ripetiamo ancora: lo ha fatto con garbo – un anziano che voleva entrare con una bandiera dell’Ucraina in una manifestazione per il 25 aprile apertamente convocata e schierata contro la Nato e il riarmo. Insomma nel corteo sbagliato.
L’edizione bolognese di La Repubblica – un quotidiano che ormai sulle guerre in Ucraina, Iran, Gaza sta dando il peggio di se stesso – ha dovuto ammettere che la foto pubblicata era stata manipolata con l’IA, una manipolazione realizzata per dimostrare che il nostro Giacomo avesse messo le mani addosso all’anziano professore sostenitore dell’Ucraina, cosa che si è ben guardato dal fare, per scelta e per indole.
La Repubblica riconosce di aver preso la foto da quelle che circolavano in rete, sulla quale i bellicosi sostenitori della Slava Ukraina da giorni stanno attaccando Giacomo Marchetti e il nostro giornale.
Particolarmente penosi sono i tentativi di mettere in evidenza l’età avanzata del professore filo-ucraino e militante renziano. Non ci pare che abbiano avuto la stessa sensibilità o premura quando i giovanottoni filo-ucraini hanno preso di petto un altro anziano professore come Angelo D’Orsi. Al contrario, venivano istigati dall’alto a farlo con convinzione.
All’elenco dei dispensatori di lezioni si è aggiunto poi un altro volenteroso che non poteva mancare: Adriano Sofri che attacca Giacomo Marchetti e Contropiano dalle pagine dell’autorevolissimo Il Foglio, ossia uno dei giornali da mazzetta mattutina più filo-sionista e filo Nato.
Le realtà politiche della sinistra alternativa bolognese hanno già fatto sapere la loro valutazione sulla manifestazione del 25 aprile e su quella riteniamo che andrebbe concentrato il dibattito e l’attenzione politica.
Ci teniamo a far sapere, sia ai nostri lettori che ai detrattori, che questi attacchi non ci impensieriscono affatto. Dalle nostre parti non si fa un passo indietro. Il nostro lavoro editoriale e quotidiano ha questioni più importanti da seguire e da resocontare.
Fonte
L’edizione bolognese di La Repubblica – un quotidiano che ormai sulle guerre in Ucraina, Iran, Gaza sta dando il peggio di se stesso – ha dovuto ammettere che la foto pubblicata era stata manipolata con l’IA, una manipolazione realizzata per dimostrare che il nostro Giacomo avesse messo le mani addosso all’anziano professore sostenitore dell’Ucraina, cosa che si è ben guardato dal fare, per scelta e per indole.
La Repubblica riconosce di aver preso la foto da quelle che circolavano in rete, sulla quale i bellicosi sostenitori della Slava Ukraina da giorni stanno attaccando Giacomo Marchetti e il nostro giornale.
Particolarmente penosi sono i tentativi di mettere in evidenza l’età avanzata del professore filo-ucraino e militante renziano. Non ci pare che abbiano avuto la stessa sensibilità o premura quando i giovanottoni filo-ucraini hanno preso di petto un altro anziano professore come Angelo D’Orsi. Al contrario, venivano istigati dall’alto a farlo con convinzione.
All’elenco dei dispensatori di lezioni si è aggiunto poi un altro volenteroso che non poteva mancare: Adriano Sofri che attacca Giacomo Marchetti e Contropiano dalle pagine dell’autorevolissimo Il Foglio, ossia uno dei giornali da mazzetta mattutina più filo-sionista e filo Nato.
Le realtà politiche della sinistra alternativa bolognese hanno già fatto sapere la loro valutazione sulla manifestazione del 25 aprile e su quella riteniamo che andrebbe concentrato il dibattito e l’attenzione politica.
Ci teniamo a far sapere, sia ai nostri lettori che ai detrattori, che questi attacchi non ci impensieriscono affatto. Dalle nostre parti non si fa un passo indietro. Il nostro lavoro editoriale e quotidiano ha questioni più importanti da seguire e da resocontare.
Fonte
Così funziona la propaganda sionista
In questa foto ricavata da un filmato, sotto lo striscione della “Brigata Ebraica” Eyal Mizrahi, quello di “definisci bambino”, chiede al PD Emanuele Fiano “se far deviare la brigata ebraica a destra o far manganellare questi qua”. E Fiano risponde “no, non ci spostiamo”… Poi invece la polizia, una volta tanto saggiamente, non ha manganellato nessuno e ha fatto spostare il gruppetto dei manifestanti pro Israele, pro Trump e Netanyahu, pro Shah.
Decine di migliaia di antifascisti avevano giustamente deciso di non volere costoro nel corteo del 25 aprile. È a quel punto che Emanuele Fiano ha dichiarato alle telecamere di aver sentito dire da una persona: “siete saponette mancate”. Una frase infame, che nessuna ignoranza giustifica e che solo un nazifascista può pronunciare. Già ma chi l’aveva detta? Sicuramente nessuno dei manifestanti antifascisti che erano lì, le cui parole erano solo contro la guerra e il fascismo, per la Palestina e contro il genocidio a Gaza.
NESSUNO, ripeto nessuno tra i manifestanti, ha sentito pronunciare quella frase vergognosa. Solo Fiano l’ha sentita, anche se nemmeno lui ha potuto dire che venisse dai manifestanti. Ebbene sui grandi giornali e nelle tv un poco alla volta quella frase è dilagata e ha finito per coprire tutte le voci del popolo antifascista.
È stata cacciata la brigata ebraica mentre si gridava “saponette mancate”, questa è diventata la verità mediatica; e questo falso costruito e diffuso ci mostra ancora una volta come funzioni la propaganda sionista. Che per coprire i crimini degli israeliani ha un principale strumento: accostare ogni protesta al nazismo.
Netanyahu e i suoi accusano di antisemitismo chiunque li critichi, e così Trump e le destre in tutto il mondo.
Ma questa accusa nei mass media e nella politica va ben oltre i confini della destra reazionaria.
Abbiamo visto giornali e tv scatenarsi contro la protesta popolare verso i seguaci o i complici di Netanyahu. E gran parte dei politici, compresi quelli del campo largo, hanno balbettato o addirittura fatto propria la condanna della sacrosanta indignazione antifascista.
I crimini di Israele si nutrono di questi falsi e di questa propaganda, che ha un nome preciso: HASBARA.
Fonte
Decine di migliaia di antifascisti avevano giustamente deciso di non volere costoro nel corteo del 25 aprile. È a quel punto che Emanuele Fiano ha dichiarato alle telecamere di aver sentito dire da una persona: “siete saponette mancate”. Una frase infame, che nessuna ignoranza giustifica e che solo un nazifascista può pronunciare. Già ma chi l’aveva detta? Sicuramente nessuno dei manifestanti antifascisti che erano lì, le cui parole erano solo contro la guerra e il fascismo, per la Palestina e contro il genocidio a Gaza.
NESSUNO, ripeto nessuno tra i manifestanti, ha sentito pronunciare quella frase vergognosa. Solo Fiano l’ha sentita, anche se nemmeno lui ha potuto dire che venisse dai manifestanti. Ebbene sui grandi giornali e nelle tv un poco alla volta quella frase è dilagata e ha finito per coprire tutte le voci del popolo antifascista.
È stata cacciata la brigata ebraica mentre si gridava “saponette mancate”, questa è diventata la verità mediatica; e questo falso costruito e diffuso ci mostra ancora una volta come funzioni la propaganda sionista. Che per coprire i crimini degli israeliani ha un principale strumento: accostare ogni protesta al nazismo.
Netanyahu e i suoi accusano di antisemitismo chiunque li critichi, e così Trump e le destre in tutto il mondo.
Ma questa accusa nei mass media e nella politica va ben oltre i confini della destra reazionaria.
Abbiamo visto giornali e tv scatenarsi contro la protesta popolare verso i seguaci o i complici di Netanyahu. E gran parte dei politici, compresi quelli del campo largo, hanno balbettato o addirittura fatto propria la condanna della sacrosanta indignazione antifascista.
I crimini di Israele si nutrono di questi falsi e di questa propaganda, che ha un nome preciso: HASBARA.
Fonte
Il 25 aprile a Milano è andato in scena il fallimento e la pericolosità del DDL sull’antisemitismo
Il 25 aprile è diventato una sorta di festa del provocatore, un palcoscenico per chi vuole (più o meno scientemente) accreditare la narrazione sulla festa divisiva, vuole distorcere la storia per legittimare le guerre di oggi, in generale cerca attenzione, vuole frenare qualunque cosa di sinistra respiri, fiancheggiare le destre, comprese quelle di diretta derivazione missina (che proprio non ci stanno nemmeno dopo 80 anni a chiedere scusa e ad accettare le radici della Costituzione).
A questo quadro si aggiunga il ruolo del cosiddetto “terzo polo” (ottavo, nono, decimo nelle urne ma primo sui giornali) e dei c.d. riformisti, che riescono sempre a prodigarsi in distinguo e in indignazione di sorta perfetta per mettere in difficoltà l’opposizione (perchè loro sono l’opposizione che fa opposizione all’opposizione) e per favorire la narrazione delle destre.
Per esempio, sui giornali italiani (persino sulla home page di Repubblica) è arrivato il caso di un anziano professore bolognese in pensione, militante di Italia Viva, che si è presentato al corteo antagonista e anti-atlantista del 25 aprile, per esserne poi allontanato.
A prescindere dal dispiacere che l’anziano avrà provato pur non essendo stato dissuaso in malo modo, a leggere distrattamente le notizie sembrava quasi che dal corteo ufficiale del 25 aprile, nel caso specifico dalla manifestazione di piazza Maggiore, fosse stato allontanato qualcuno perchè aveva la bandiera dell’Ucraina.
Nella stampa italiana mi pare che solo Bologna Today abbia inquadrato la questione nella chiave giusta, “sforzandosi” di leggere il comunicato degli organizzatori (corteo contro il riarmo e l’atlantismo) così da far capire chiaramente che quella del professore è stata una provocazione politica, voluta o meno, ma pur sempre tale: un vegetariano ad una festa di carnivori o viceversa.
Ma veniamo a Milano dove, sabato 25 aprile 2026, ha sfilato la cosiddetta “Brigata Ebraica”. Come già accaduto a Roma in passato (si veda in particolare il 2022), chi era dietro a quello striscione si è reso protagonista di una provocazione
Il 25 aprile a Milano è andata così: la Brigata Ebraica si è messa in testa al corteo dove non avrebbe dovuto essere. Perché non avrebbe dovuto esserci? Perché l’ordine concordato e messo nero su bianco dagli organizzatori la prevedeva in dodicesima posizione (Andrea Sparaciari del Fatto ha pubblicato la sequenza degli spezzoni come prevista).
Si è creato così “un tappo” che ha complicato non di poco il corteo, mettendo in stallo migliaia di persone, con la tensione che saliva.
Altro problema, la c.d. “Brigata Ebraica” aveva le bandiera di Israele (oltre a quelle del sanguinoso regime monarchico iraniano) cioè quelle di uno Stato che non solo ha commesso un genocidio ma occupa terre non sue dove implementa un regime d’apartheid e conduce una pulizia etnica. Insomma nulla a che vedere con l’antifascismo e con la festa della liberazione.
Torniamo quindi all’esempio di cui sopra: vegetariani ad una festa di carnivori o viceversa.
Sorvoliamo sul fatto che in prima fila dietro lo striscione ci fosse quello che è stato soprannominato “Mr. Definisci Bambini”, il presidente di “Amici di Israele”, Eyal Mizrahi, diventato noto per le sue gravissime dichiarazioni in uno scontro tv con Enzo Iachetti.
Come si è sciolto l’ingorgo? Con il ritiro dello spezzone della “Brigata Ebraica”. La cosa mi ha fatto pensare allo stretto di Hormuz e a Trump il cui grande successo vuole essere la riapertura dello stretto che la guerra da lui avviata ha fatto chiudere.
Cosa è accaduto dopo? Che ovviamente i vertici della comunità ebraica milanese (notoriamente schierati con La Russa e Fratelli d’Italia, in uno dei paradossi storici dei nostri tempi) ha gridato “ebrei cacciati dal corteo” e ha immancabilmente denunciato l’“antisemitismo” (un capovolgimento della realtà ben riassunto in questa raccolta di testimonianze). A supportarli i soliti sestopolisti e riformisti, nel loro eterno ruolo da sabotatori della sinistra (e dell’opposizione in genere).
L’accusa di ”Antisemitismo” risuonava mentre quasi nessuno si preoccupava di due feriti alla manifestazione romana a riprova dell’egemonia della narrazione bellicista. L’accusa di antisemitismo ha spinto l’ANPI ad annunciare una querela.
E qui arriviamo al punto. Il DDL Romeo è passato al Senato ma non alla Camera. Non è ancora legge. Cosa sarebbe successo se fosse già stato convertito?
Fonte
A questo quadro si aggiunga il ruolo del cosiddetto “terzo polo” (ottavo, nono, decimo nelle urne ma primo sui giornali) e dei c.d. riformisti, che riescono sempre a prodigarsi in distinguo e in indignazione di sorta perfetta per mettere in difficoltà l’opposizione (perchè loro sono l’opposizione che fa opposizione all’opposizione) e per favorire la narrazione delle destre.
Per esempio, sui giornali italiani (persino sulla home page di Repubblica) è arrivato il caso di un anziano professore bolognese in pensione, militante di Italia Viva, che si è presentato al corteo antagonista e anti-atlantista del 25 aprile, per esserne poi allontanato.
A prescindere dal dispiacere che l’anziano avrà provato pur non essendo stato dissuaso in malo modo, a leggere distrattamente le notizie sembrava quasi che dal corteo ufficiale del 25 aprile, nel caso specifico dalla manifestazione di piazza Maggiore, fosse stato allontanato qualcuno perchè aveva la bandiera dell’Ucraina.
Nella stampa italiana mi pare che solo Bologna Today abbia inquadrato la questione nella chiave giusta, “sforzandosi” di leggere il comunicato degli organizzatori (corteo contro il riarmo e l’atlantismo) così da far capire chiaramente che quella del professore è stata una provocazione politica, voluta o meno, ma pur sempre tale: un vegetariano ad una festa di carnivori o viceversa.
Ma veniamo a Milano dove, sabato 25 aprile 2026, ha sfilato la cosiddetta “Brigata Ebraica”. Come già accaduto a Roma in passato (si veda in particolare il 2022), chi era dietro a quello striscione si è reso protagonista di una provocazione
Il 25 aprile a Milano è andata così: la Brigata Ebraica si è messa in testa al corteo dove non avrebbe dovuto essere. Perché non avrebbe dovuto esserci? Perché l’ordine concordato e messo nero su bianco dagli organizzatori la prevedeva in dodicesima posizione (Andrea Sparaciari del Fatto ha pubblicato la sequenza degli spezzoni come prevista).
Si è creato così “un tappo” che ha complicato non di poco il corteo, mettendo in stallo migliaia di persone, con la tensione che saliva.
Altro problema, la c.d. “Brigata Ebraica” aveva le bandiera di Israele (oltre a quelle del sanguinoso regime monarchico iraniano) cioè quelle di uno Stato che non solo ha commesso un genocidio ma occupa terre non sue dove implementa un regime d’apartheid e conduce una pulizia etnica. Insomma nulla a che vedere con l’antifascismo e con la festa della liberazione.
Torniamo quindi all’esempio di cui sopra: vegetariani ad una festa di carnivori o viceversa.
Sorvoliamo sul fatto che in prima fila dietro lo striscione ci fosse quello che è stato soprannominato “Mr. Definisci Bambini”, il presidente di “Amici di Israele”, Eyal Mizrahi, diventato noto per le sue gravissime dichiarazioni in uno scontro tv con Enzo Iachetti.
Come si è sciolto l’ingorgo? Con il ritiro dello spezzone della “Brigata Ebraica”. La cosa mi ha fatto pensare allo stretto di Hormuz e a Trump il cui grande successo vuole essere la riapertura dello stretto che la guerra da lui avviata ha fatto chiudere.
Cosa è accaduto dopo? Che ovviamente i vertici della comunità ebraica milanese (notoriamente schierati con La Russa e Fratelli d’Italia, in uno dei paradossi storici dei nostri tempi) ha gridato “ebrei cacciati dal corteo” e ha immancabilmente denunciato l’“antisemitismo” (un capovolgimento della realtà ben riassunto in questa raccolta di testimonianze). A supportarli i soliti sestopolisti e riformisti, nel loro eterno ruolo da sabotatori della sinistra (e dell’opposizione in genere).
L’accusa di ”Antisemitismo” risuonava mentre quasi nessuno si preoccupava di due feriti alla manifestazione romana a riprova dell’egemonia della narrazione bellicista. L’accusa di antisemitismo ha spinto l’ANPI ad annunciare una querela.
E qui arriviamo al punto. Il DDL Romeo è passato al Senato ma non alla Camera. Non è ancora legge. Cosa sarebbe successo se fosse già stato convertito?
Fonte
Mali - Il paese è spaccato in due
A partire da sabato 25 aprile, è partita un’offensiva militare coordinata tra gruppi separatisti e jihadisti contro le autorità del Mali. L’escalation segna un momento centrale per le sorti del governo guidato dal colonnello e presidente Assimi Goita, alla guida del paese dal golpe militare del 2021 che ha espresso una netta cesura col sistema neocoloniale della Françafrique.
Tra la fine del 2024 e l’inizio del 2025, il governo maliano aveva cambiato approccio verso le multinazionali occidentali dell’oro, mentre poco dopo l’Alleanza degli Stati del Sahel, l’AES (che unisce Mali, Niger e Burkina Faso, e di cui Goita è stato presidente fino alla fine del 2025) ha deciso di integrare ancora di più i suoi membri con un passaporto biometrico, una stazione televisiva e un’unità militare comuni.
Queste brevi righe di introduzione servono a far capire l’importanza del Mali nell’asse anticoloniale nato tra le sabbie del Sahel, un’asse che ha rappresentato una significativa battuta d’arresto per l’imperialismo europeo in Africa, agito soprattutto per interposta presenza – e sistema monetario – francese.
I risvolti degli eventi in corso in questi giorni sono perciò di fondamentale importanza non solo per la stabilità della regione, ma anche per gli assetti di tutto il quadrante che va dal Mediterraneo fino al Golfo Persico, visti i fili delle forze in azione che arrivano fino a Israele e agli Emirati Arabi Uniti.
Per ora ci limiteremo a riportare gli eventi e gli attori in campo, in attesa di notizie più precise di fronte ad avvenimenti che risultano ancora piuttosto convulsi.
I fatti e i protagonisti
Le violenze sono esplose nelle prime ore di sabato. I testimoni hanno riferito di forti esplosioni e conflitti a fuoco prolungati iniziati intorno alle 06:00 del mattino vicino alla base militare di Kati, situata a breve distanza dalla capitale Bamako, nel sud del paese. Kati non è solo un centro nevralgico dell’esercito, ma ospita anche la residenza di Goita. Come hanno riportato fonti militari ad Al Jazeera, il Ministro della Difesa, Sadio Camara, è rimasto ucciso durante gli assalti.
Lo Stato Maggiore delle Forze Armate del Mali ha inizialmente parlato di “gruppi terroristici non identificati” che avrebbero preso di mira diverse caserme sia nella capitale che nelle province interne. Ma quali siano questi gruppi è piuttosto chiaro a tutti gli osservatori della regione, e sono arrivate poi anche rivendicazioni ufficiali: Jama’at Nusrat al-Islam wal-Muslimin (JNIM), braccio locale di Al Qaida, e separatisti Tuareg del Movimento Nazionale di Liberazione dell’Azawad, anche se non si esclude la partecipazione di altre milizie.
Il Movimento dell’Azawad ha risaputamente aumentato la propria capacità bellica sfruttando anche legami con arsenali di contrabbando provenienti dalla Libia, dove il controllo dei flussi di armamenti è venuto meno con lo smembramento del paese in potentati locali successivo all’aggressione occidentale. I separatisti hanno rivendicato la presa di posizioni strategiche a Kidal e Gao, nelle zone più interne del Sahara.
Le forze russe e il sostegno ucraino al terrorismo
Per molti analisti, il controllo di Kidal equivale, simbolicamente e militarmente, al controllo dell’intero nord del Mali, dove il governo faceva anche affidamento sulle forze russe post-Wagner, ovvero il Corpo Africano delle Forze Armate di Mosca. Il comunicato diffuso ieri dall’unità sembrerebbe confermare quantomeno una ritirata strategica:
I fili che arrivano fino al Golfo Persico
Tra le fonti economiche del JNIM e dei separatisti c’è, tra le altre cose, anche il contrabbando di oro dalle tante miniere della regione. Il centro internazionale dello smercio illegale del metallo prezioso sono gli Emirati Arabi Uniti, che sfruttano questo ruolo informale anche nei rapporti, militari ed economici, con le RSF del Sudan. L’oro arriva poi spesso in Europa, coinvolgendo nel traffico anche Tel Aviv e Berna.
È insomma un quadro articolato, quello che parte dagli assalti di questi di giorni. Esso ha importanti legami con l’intera cornice strategica ed economica afferente alla “Eurafrica”, con l’aggiunta dell’Asia Occidentale. Per ora, comunque, l‘esercito maliano ha dichiarato di aver respinto gli assalti, ma la situazione sul terreno rimane volatile. Da Bamako e Kati si trovano sui social immagini di abitazioni distrutte e strade bloccate dai soldati.
Le condanne internazionali contro gli attacchi sono giunte dall’Unione Africana, dall’Organizzazione della Cooperazione Islamica e persino dall’Ufficio degli Stati Uniti per gli Affari Africani, ma una soluzione politica appare impossibile. Non è da escludere che alcune delle forze in campo tra gli assalitori si stiano muovendo anche senza una completa copertura da parte degli imperialisti occidentali, che comunque hanno da guadagnare dall’indebolimento del governo Goita.
Fonte
Tra la fine del 2024 e l’inizio del 2025, il governo maliano aveva cambiato approccio verso le multinazionali occidentali dell’oro, mentre poco dopo l’Alleanza degli Stati del Sahel, l’AES (che unisce Mali, Niger e Burkina Faso, e di cui Goita è stato presidente fino alla fine del 2025) ha deciso di integrare ancora di più i suoi membri con un passaporto biometrico, una stazione televisiva e un’unità militare comuni.
Queste brevi righe di introduzione servono a far capire l’importanza del Mali nell’asse anticoloniale nato tra le sabbie del Sahel, un’asse che ha rappresentato una significativa battuta d’arresto per l’imperialismo europeo in Africa, agito soprattutto per interposta presenza – e sistema monetario – francese.
I risvolti degli eventi in corso in questi giorni sono perciò di fondamentale importanza non solo per la stabilità della regione, ma anche per gli assetti di tutto il quadrante che va dal Mediterraneo fino al Golfo Persico, visti i fili delle forze in azione che arrivano fino a Israele e agli Emirati Arabi Uniti.
Per ora ci limiteremo a riportare gli eventi e gli attori in campo, in attesa di notizie più precise di fronte ad avvenimenti che risultano ancora piuttosto convulsi.
I fatti e i protagonisti
Le violenze sono esplose nelle prime ore di sabato. I testimoni hanno riferito di forti esplosioni e conflitti a fuoco prolungati iniziati intorno alle 06:00 del mattino vicino alla base militare di Kati, situata a breve distanza dalla capitale Bamako, nel sud del paese. Kati non è solo un centro nevralgico dell’esercito, ma ospita anche la residenza di Goita. Come hanno riportato fonti militari ad Al Jazeera, il Ministro della Difesa, Sadio Camara, è rimasto ucciso durante gli assalti.
Lo Stato Maggiore delle Forze Armate del Mali ha inizialmente parlato di “gruppi terroristici non identificati” che avrebbero preso di mira diverse caserme sia nella capitale che nelle province interne. Ma quali siano questi gruppi è piuttosto chiaro a tutti gli osservatori della regione, e sono arrivate poi anche rivendicazioni ufficiali: Jama’at Nusrat al-Islam wal-Muslimin (JNIM), braccio locale di Al Qaida, e separatisti Tuareg del Movimento Nazionale di Liberazione dell’Azawad, anche se non si esclude la partecipazione di altre milizie.
Il Movimento dell’Azawad ha risaputamente aumentato la propria capacità bellica sfruttando anche legami con arsenali di contrabbando provenienti dalla Libia, dove il controllo dei flussi di armamenti è venuto meno con lo smembramento del paese in potentati locali successivo all’aggressione occidentale. I separatisti hanno rivendicato la presa di posizioni strategiche a Kidal e Gao, nelle zone più interne del Sahara.
Le forze russe e il sostegno ucraino al terrorismo
Per molti analisti, il controllo di Kidal equivale, simbolicamente e militarmente, al controllo dell’intero nord del Mali, dove il governo faceva anche affidamento sulle forze russe post-Wagner, ovvero il Corpo Africano delle Forze Armate di Mosca. Il comunicato diffuso ieri dall’unità sembrerebbe confermare quantomeno una ritirata strategica:
“In conformità con una decisione congiunta della leadership della Repubblica del Mali, le unità del Corpo Africano che erano state stazionate e combattevano nell’insediamento di Kidal hanno lasciato la località insieme ai militari dell’Esercito del Mali. I militari feriti e le attrezzature pesanti sono stati evacuati per primi. Il personale continua a svolgere la missione di combattimento assegnata. La situazione nella Repubblica del Mali rimane difficile”.A inizio aprile, Radio France International aveva confermato la presenza di centinaia di ufficiali ucraini in Libia, per contrastare l’influenza del Cremlino nel paese e per monitorare e colpire le operazioni della flotta russa nell’area. Già dal 2024 l’AES aveva posto Kiev sotto accusa all’ONU per il suo sostegno ai gruppi jihadisti del Sahel, e difatti, dal 2023, il JNIM è riuscito a condurre attacchi con droni, di cui è possibile che le forniture e le tecnologie siano arrivate proprio dal paese dell’Est Europa.
I fili che arrivano fino al Golfo Persico
Tra le fonti economiche del JNIM e dei separatisti c’è, tra le altre cose, anche il contrabbando di oro dalle tante miniere della regione. Il centro internazionale dello smercio illegale del metallo prezioso sono gli Emirati Arabi Uniti, che sfruttano questo ruolo informale anche nei rapporti, militari ed economici, con le RSF del Sudan. L’oro arriva poi spesso in Europa, coinvolgendo nel traffico anche Tel Aviv e Berna.
È insomma un quadro articolato, quello che parte dagli assalti di questi di giorni. Esso ha importanti legami con l’intera cornice strategica ed economica afferente alla “Eurafrica”, con l’aggiunta dell’Asia Occidentale. Per ora, comunque, l‘esercito maliano ha dichiarato di aver respinto gli assalti, ma la situazione sul terreno rimane volatile. Da Bamako e Kati si trovano sui social immagini di abitazioni distrutte e strade bloccate dai soldati.
Le condanne internazionali contro gli attacchi sono giunte dall’Unione Africana, dall’Organizzazione della Cooperazione Islamica e persino dall’Ufficio degli Stati Uniti per gli Affari Africani, ma una soluzione politica appare impossibile. Non è da escludere che alcune delle forze in campo tra gli assalitori si stiano muovendo anche senza una completa copertura da parte degli imperialisti occidentali, che comunque hanno da guadagnare dall’indebolimento del governo Goita.
Fonte
Iscriviti a:
Commenti (Atom)

