Presentazione
Analisi, opinioni, fatti e (più di rado) arte da una prospettiva di classe.
26/06/2026
Gaza muore, il mondo discute come dirlo
“I palestinesi devono perfino misurare il proprio dolore”. Le parole della scrittrice palestinese Susan Abulhawa condensano la frattura morale di questo tempo: un popolo massacrato sotto gli occhi del mondo e costretto persino a giustificare la propria sofferenza.
Ci sono frasi che non chiedono interpretazioni. Arrivano dritte, nude, impossibili da addomesticare. Susan Abulhawa ne ha pronunciata una che pesa come una condanna morale contro il nostro tempo: “Siamo l’unico popolo nella storia costretto ad essere testimone del proprio genocidio e poi a controllare ciò che diciamo per non ferire i sentimenti di chi lo sta compiendo”.
Dentro queste parole c’è tutta la tragedia palestinese. Non soltanto la morte. Non soltanto le macerie. Non soltanto i bambini sepolti sotto il cemento di Gaza. C’è qualcosa di ancora più profondo: l’obbligo continuo imposto ai palestinesi di rendere il proprio dolore accettabile agli occhi dell’Occidente.
È questo il paradosso feroce che attraversa da mesi il dibattito internazionale. Migliaia di civili palestinesi uccisi, ospedali distrutti, interi quartieri cancellati, giornalisti e operatori umanitari massacrati. Eppure, ogni volta che qualcuno usa parole troppo dure contro il governo Netanyahu, il centro della discussione sembra spostarsi immediatamente dalla tragedia palestinese al fastidio di chi viene accusato.
Come se il problema non fossero i corpi mutilati di Gaza, ma il tono di chi li racconta.
Ed è qui che la frase di Susan Abulhawa colpisce nel punto esatto in cui l’ipocrisia occidentale prova ancora a nascondersi. Perché ai palestinesi viene chiesto continuamente equilibrio mentre vivono sotto le bombe. Moderazione mentre scavano tra le macerie per recuperare i propri figli. Prudenza linguistica mentre il loro territorio viene devastato davanti alle telecamere del mondo intero.
Nessun altro popolo massacrato nella storia contemporanea è stato costretto a giustificare in tempo reale perfino il proprio diritto alla rabbia.
Intanto il governo Netanyahu continua a presentare ogni critica come estremismo, antisemitismo o propaganda anti-israeliana. Una strategia che negli anni ha finito per paralizzare una parte enorme del dibattito pubblico occidentale. Molti governi europei parlano di “preoccupazione”, di “equilibrio”, di “diritto alla difesa”, ma evitano accuratamente parole che potrebbero trasformarsi in conseguenze politiche reali.
E così il risultato è sotto gli occhi di tutti: Gaza continua a morire mentre il mondo discute soprattutto del linguaggio con cui raccontarla.
Susan Abulhawa, invece, rompe quel filtro. Non addolcisce nulla. Non cerca formule diplomatiche. Nomina direttamente la frattura morale di un sistema internazionale che sembra pretendere dalle vittime una compostezza quasi rituale, mentre chi detiene il potere militare continua ad agire nell’impunità.
È anche per questo che le sue parole stanno circolando ovunque. Perché non parlano soltanto della Palestina. Parlano della crisi morale dell’Occidente. Del modo in cui certe vite vengano considerate degne di protezione assoluta e altre continuamente subordinate, relativizzate, spiegate, ridimensionate.
E forse è proprio questo che oggi spaventa di più il governo israeliano e i suoi alleati politici: il fatto che milioni di persone nel mondo abbiano ormai smesso di guardare Gaza attraverso i filtri della propaganda.
Perché quando un popolo arriva a dire di dover perfino “controllare ciò che dice” mentre assiste alla propria distruzione, significa che il problema non è più soltanto militare o geopolitico. Diventa umano. Universale. Insostenibile.
Fonti principali:
– Dichiarazioni pubbliche della scrittrice palestinese Susan Abulhawa
– Rapporti ONU sulla situazione umanitaria a Gaza
– Amnesty International
– Human Rights Watch
– Reuters, Associated Press, Al Jazeera, BBC
Nota editoriale:
Questo articolo rielabora dichiarazioni pubbliche, analisi giornalistiche e rapporti internazionali relativi alla situazione umanitaria nella Striscia di Gaza e al dibattito internazionale sul conflitto israelo-palestinese. Le valutazioni espresse rientrano nel diritto di cronaca, analisi e critica politica tutelato dall’articolo 21 della Costituzione italiana e dall’articolo 10 della Convenzione Europea dei Diritti dell’Uomo (CEDU).
Fonte
Italia - Le disuguaglianze sulla ricchezza giustificano una tassa patrimoniale
Riproduciamo qui di seguito l’articolo.
L’Italia disuguale e le tasse
di Pier Giorgio Ardeni
In questi giorni si è tornato a parlare di ricchezza e della sua distribuzione. Come si origina la ricchezza? Come si accumulano i patrimoni? E non è forse vero che – per come si accumula e distribuisce – non è adeguatamente tassata?
Qualche giorno fa la Banca d’Italia ha pubblicato i dati aggiornati sulla distribuzione della ricchezza in Italia, evidenziando un quadro ormai noto e in peggioramento: «la distribuzione della ricchezza si conferma concentrata: il 10 per cento più ricco delle famiglie detiene il 60,6 per cento della ricchezza netta totale, mentre la metà meno abbiente delle famiglie solo il 7,2 per cento. La disuguaglianza nella distribuzione della ricchezza (misurata dall’indice di Gini) è lievemente aumentata rispetto al 2024 (da 71,5 a 72,2)» – e l’1% più ricco possiede il 24%.
Nel 2025 la ricchezza netta delle famiglie italiane ha raggiunto i 12.326 miliardi di euro – l’equivalente di circa 8,5 volte il Pil del Paese – di cui gli immobili rappresentano circa la metà. La ricchezza finanziaria (non immobiliare) complessiva degli italiani, quindi, supera oggi i 6.000 miliardi di euro.
Questo capitale è dato dal risparmio che viene allocato secondo tre modalità:
- conti correnti bancari o postali (circa un terzo);
- azioni, fondi e gestioni patrimoniali;
- titoli di Stato e obbligazioni.
Sui conti correnti, nonostante gli importi elevati, la distribuzione è disomogenea: circa 4 italiani su 5 possiedono meno di 12.500 euro sul proprio conto, mentre solo una piccola percentuale supera i 250mila euro.
La ricchezza del 10% più benestante delle famiglie è in forma soprattutto finanziaria, poi ci sono gli immobili di pregio, seconde e terze case. Gli individui con una ricchezza netta superiore a 1 milione di euro sono 470mila e quelli con più di 2 milioni tra i 180.000 e i 200.000. Se guardiamo invece alle famiglie, secondo i dati di Bankitalia, il top 5% delle famiglie italiane (circa 1,2 milioni di nuclei) dispone di una ricchezza netta ampiamente superiore alla soglia dei 2 milioni di euro, attestandosi su una media di circa 3,5 milioni.
La classe media – ovvero il 40% sotto il 10% più ricco – detiene circa il 33% della ricchezza totale (3.600 miliardi), per il 70% sotto forma immobiliare: la ricchezza della classe media è infatti quasi interamente concentrata nella casa di proprietà. La parte finanziaria è per lo più in forma di liquidità o titoli di Stato. Il 50% inferiore della distribuzione, ovvero la fascia più povera, possiede invece una ricchezza immobiliare ridotta (molti componenti di questa fascia vivono in affitto) e chi possiede una casa ha spesso un patrimonio immobiliare di modesto valore commerciale e gravato da un mutuo significativo.
In sintesi, dall’analisi di Bankitalia emerge una media generale di 453.000 euro per famiglia: il 10% più ricco ha un patrimonio medio di € 2.745.180; la fascia media (40%) di € 364.665 e la fascia più povera (50%) di € 65.232 per famiglia.
L’origine della ricchezza
Da dove viene la ricchezza posseduta dalle famiglie? Per l’1% più ricco, tra il 60 e il 64% della ricchezza è ereditata, una quota enorme. Per il 10% più ricco, invece, circa il 45-50% della ricchezza è ereditata. Questi beneficiano di lasciti strutturati (es. seconde e terze case, portafogli azionari corposi) che consolidano la loro posizione di vantaggio economico. Per la fascia media di proprietari (il 40% più ricco, ad esclusione del 10% al top), circa il 30-35% della ricchezza è ereditata, dove la componente ricevuta in eredità è legata quasi unicamente alla casa di famiglia (spesso divisa tra più fratelli) o a piccoli risparmi liquidi. Il 50% più povero non ha quasi nessun patrimonio e riceve eredità nulle o insignificanti, quando non addirittura debiti, basando la propria minima ricchezza solo sul lavoro quotidiano.
Gli immobili
Sebbene l’Italia sia storicamente un Paese di piccoli proprietari (circa l’80% delle famiglie vive in una casa di proprietà), la distribuzione del valore è fortemente sbilanciata: il 5% dei proprietari immobiliari più ricchi detiene da solo un quarto dell’intero valore monetario del patrimonio residenziale italiano. Al contrario, il 50% dei proprietari più poveri possiede complessivamente solo il 18,7% del valore immobiliare totale, concentrato in case di modesto valore in periferie o piccoli comuni. Inoltre, una quota rilevante dei “grandissimi” patrimoni immobiliari (complessi di decine o centinaia di appartamenti) non risulta intestata direttamente a singoli individui, bensì a persone giuridiche (società immobiliari di gestione, fondi o holding familiari). Questa strategia viene adottata per ottimizzare la tassazione sui redditi da locazione ed efficientare la futura tassa di successione.
In Italia, le persone fisiche che possiedono più di due abitazioni sono circa 1,2 milioni, poco meno del 5% dei circa 26 milioni di cittadini che hanno almeno un immobile residenziale intestato.
Come si accumula un patrimonio?
Chi possiede ricchezza, dunque, la riceve in eredità o l’accumula. Ma come si accumula un patrimonio?
Ai tassi di rendimento attuali, sfruttando un rendimento medio annuo realistico del 7% (tipico di un portafoglio in titoli diversificato globale), con € 500 euro al mese ci vorrebbero 33 anni per accumulare un milione, con € 1.000 al mese circa 25 anni, con € 2.500 al mese circa 16 anni.
Ma chi può risparmiare mille euro al mese? Tra l’altro, se è vero che anche i redditi da capitale sono tassati, lo sono solo al momento della liquidazione, con un’aliquota sulle plusvalenze che è pari ad un 26% fisso (e non vanno a cumularsi agli altri redditi). Una tassazione di favore che premia chi ha redditi alti e può permettersi di investirne una parte. Non solo quindi la ricchezza patrimoniale è sbilanciata, come sottolinea la Banca d’Italia, ma la sua accumulazione favorisce chi ha redditi alti e viene tassato in misura proporzionalmente minore.
Perché ha senso tassare i patrimoni?
In queste ultime settimane si è tornati a parlare di “patrimoniale”, la famigerata tassa sui patrimoni, tanto aborrita perché «colpirebbe il ceto medio» e perché “ingiusta”, si dice, in quanto andrebbe a colpire redditi già tassati e poi accumulati, perché una tassa sugli immobili esiste già (l’Imu). Ora c’è una proposta di legge per tassare i grandi patrimoni, quelli sopra i 2 milioni di euro (esclusa la prima casa) – denominata “1% equo” – che va ad aggiungersi ad una proposta di Oxfam per tassare i patrimoni sopra i 5,4 milioni, oltre alla nota “proposta Zucman”.
Partiamo dall’Imu. L’aliquota ordinaria a livello nazionale è fissata allo 0,86% del valore catastale, ma i singoli Comuni italiani hanno la facoltà di modificarla, aumentandola fino al 1,14% o azzerandola del tutto. I contribuenti totali che versano l’IMU in Italia sono circa 25,8 milioni.
Considerando la composizione del patrimonio immobiliare tassato, l’imposta viene applicata su circa 19,7 milioni di abitazioni complessive, ovvero seconde case e altri immobili ad uso abitativo e abitazioni principali di lusso (circa 72.000 unità). Le restanti oltre 20 milioni di abitazioni, considerate “principali”, ovvero di residenza, sono per legge interamente esenti.
In Italia, le abitazioni che raggiungono una rendita catastale tale da superare i 2 milioni di valore catastale sono circa 15-20mila unità (meno dello 0,05% dell’intero stock residenziale di 35,6 milioni di case). Pertanto, dei più di 19,6 milioni di seconde case già soggette ad imposta IMU, pochissime potrebbero avere un valore catastale sopra ai 2 milioni.
Il valore commerciale delle case in Italia è mediamente 3,4 volte superiore a quello catastale, il che significa che le case con un valore di mercato superiore ai 2 milioni di euro sono diverse decine di migliaia e non 15-20mila.
Tassare il patrimonio immobiliare sopra una certa cifra, quindi, non colpirebbe il ceto medio, che non arriva a quei valori e compenserebbe una fallacia dell’attuale sistema fiscale che consente una tassazione separata – e favorevole – per i redditi da capitale, che sono all’origine dell’accumulazione di ricchezza. Sarebbe solo una misura nel segno dell’equità.
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Venezuela, una prova dopo l’altra. Cuba tra i primi a mobilitarsi dopo il sisma devastante
di Luciano Vasapollo e Rita Martufi
Ci sono momenti nella storia di un popolo in cui il dolore supera le parole. Il Venezuela sta vivendo una di queste ore. I due violentissimi terremoti che hanno colpito il centro del Paese, con magnitudo 7,2 e 7,5 della scala Richter, hanno lasciato dietro di sé una scia di morte, sofferenza e distruzione. Il bilancio, ancora provvisorio, parla di almeno 164 vittime e oltre 970 feriti, mentre intere comunità cercano tra le macerie i propri cari e tentano di ricostruire una quotidianità improvvisamente spezzata.
Le immagini che giungono dagli Stati di Carabobo, Yaracuy e La Guaira raccontano una tragedia umana che va ben oltre i numeri. Ogni vittima è una famiglia distrutta, ogni ferito porta con sé una storia, ogni edificio crollato rappresenta anni di sacrifici cancellati in pochi secondi dalla forza cieca della natura.
In queste ore di lutto nazionale, il pensiero va anzitutto alle vittime, ai loro familiari, ai soccorritori e a tutti coloro che stanno affrontando una prova durissima. La presidente incaricata Delcy Rodríguez ha dichiarato lo stato di emergenza nazionale per accelerare la mobilitazione delle risorse necessarie, mentre ospedali, servizi pubblici e organizzazioni popolari sono impegnati senza sosta nell’assistenza alla popolazione.
Di fronte a simili tragedie emerge sempre il tema della solidarietà internazionale. È nei momenti più difficili che si distinguono le parole dai fatti, le dichiarazioni di circostanza dall’aiuto concreto. Tra i primi Paesi a mobilitarsi vi è stata Cuba.
Il presidente Miguel Díaz-Canel ha espresso immediatamente le proprie condoglianze al popolo venezuelano e, soprattutto, ha confermato l’impegno diretto dei collaboratori della brigata medica cubana, già operativi nelle aree colpite per assistere i feriti e sostenere le strutture sanitarie messe a dura prova dall’emergenza.
Non sorprende che sia stata Cuba a rispondere con tanta rapidità. Si tratta della naturale prosecuzione di una fraternità costruita nel corso di decenni, fondata sulla cooperazione e sulla solidarietà tra popoli che hanno condiviso difficoltà, aggressioni esterne e percorsi di emancipazione.
Quando la tragedia colpisce, la solidarietà cubana non si manifesta soltanto attraverso messaggi diplomatici ma attraverso medici, infermieri, tecnici, uomini e donne che si mettono concretamente al servizio di chi soffre.
Per questo appare inevitabile rilevare una profonda contraddizione nel linguaggio di alcune cancellerie occidentali. Tra i messaggi di cordoglio figurano anche quelli provenienti dagli Stati Uniti.
Tuttavia, è difficile ignorare che appena pochi mesi fa, il 3 gennaio, il Venezuela è stato oggetto di un attacco che ha provocato circa cento vittime, tra cui trenta militari cubani in servizio presso il Palacio de Miraflores.
Di fronte a una simile realtà, il richiamo alla solidarietà assume inevitabilmente un sapore amaro. La memoria delle vittime impone coerenza e verità: la solidarietà autentica non può essere separata dalle responsabilità politiche e militari che hanno contribuito ad aggravare le sofferenze di un popolo.
Oggi, però, non è il momento delle polemiche. È il momento del lutto, del soccorso e della ricostruzione. Il Venezuela ha dimostrato in molte occasioni della propria storia una straordinaria capacità di resistenza. Lo ha fatto di fronte alle difficoltà economiche, alle sanzioni, alle aggressioni e ai tentativi di destabilizzazione. Dovrà farlo ancora una volta davanti a questa immane catastrofe naturale.
In queste ore il mondo dovrebbe guardare al Venezuela non attraverso le lenti della geopolitica, ma attraverso quelle dell’umanità. Servono aiuti, mezzi, medicinali, sostegno tecnico e rispetto per la sovranità di un Paese che sta affrontando una delle prove più dure degli ultimi anni.
Alle famiglie delle vittime giungano il nostro cordoglio e la nostra vicinanza. Ai feriti l’augurio di una pronta guarigione. Al popolo venezuelano la certezza che, nonostante le macerie e il dolore, non è solo. E che la solidarietà dei popoli, quando è sincera e concreta, può diventare la prima pietra sulla quale ricostruire la speranza.
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Canadair: noi li paghiamo, loro li gestiscono (e ci guadagnano)
La scorsa estate, mentre le fiamme divoravano ancora boschi e aree verdi, come ogni estate italiana la solita domanda tornava a farsi strada. Perché non abbiamo abbastanza aerei per spegnere gli incendi?
La risposta, come sempre, è scomoda.
In Italia la lotta al fuoco è stata trasformata in un affare
E con il nuovo contratto da 479 milioni di euro affidato alla multinazionale Avincis, il modello pubblico-privato che consegna a un’azienda estera la gestione dei nostri Canadair pubblici continua e si rinsalda. Secondo Reuters, Avincis si è aggiudicata un contratto settennale da 479 milioni per dotare la flotta italiana di 18 Canadair CL-415, di proprietà dei Vigili del Fuoco.
Anche Avincis, nel proprio comunicato, conferma la gestione della flotta italiana, definita la più grande flotta mondiale di CL-415 Canadair.
A dirlo sono i numeri
I numeri, aggiornati al gennaio 2025, dicevano che il Ministero dell’Interno e i Vigili del Fuoco avevano rinnovato per sette anni l’appalto per la gestione della flotta dei 18 Canadair CL-415 al gruppo Avincis, ex Babcock. L’importo indicato era di 479 milioni di euro. Quasi mezzo miliardo.
Nel frattempo, però, la gara è stata annullata dal Consiglio di Stato. La decisione, emersa pubblicamente alla fine di aprile 2026, ha aperto una fase di incertezza proprio alla vigilia della stagione antincendio. Il punto contestato riguarda la scelta del lotto unico e la motivazione ritenuta insufficiente sulla mancata suddivisione dell’appalto.
Il Viminale ha poi rassicurato sulla continuità del servizio per il 2026, ma il dato politico resta evidente: perfino sul piano amministrativo, questo modello mostra crepe, rigidità e opacità.
Ma andiamo con ordine
A quale titolo Avincis, un colosso europeo con sede a Lisbona che opera in tre continenti, può “gestire” aerei che sono di proprietà dello Stato italiano? Per la solita, comoda finzione che in Italia chiamiamo “partenariato pubblico-privato”.
I Canadair sono dei Vigili del Fuoco, ma a pilotarli, manutenerli, rifornirli e schierarli sono i dipendenti di un’azienda privata straniera. Lo Stato paga un canone fisso più un costo orario per ogni ora di volo. Un meccanismo che è stato più volte criticato da chi ritiene che la gestione di un bene comune essenziale come la protezione del territorio dagli incendi non possa essere affidata a chi deve produrre utili.
E di utili, nel nuovo contratto, se ne faranno eccome. Perché il costo orario di un Canadair, tra piloti, manutenzione, carburante e basi, si aggira oggi intorno ai 13-15 mila euro l’ora. Una cifra che, come già denunciava Contropiano nel 2021, quando l’appalto era ancora di Babcock, si è ormai consolidata dentro un modello che remunera l’intervento più della prevenzione.
La critica di fondo non è mai stata smentita
Anzi, con il nuovo contratto Avincis si rafforza: chi gestisce i mezzi antincendio ha un interesse diretto all’aumento delle ore di volo. Ogni ora in più oltre il minimo contrattuale viene pagata a parte. Più incendi ci sono, più si vola, più l’azienda incassa. Nulla a che vedere con il “complottismo”. Questo è l’elementare meccanismo di un appalto costruito sull’emergenza.
In un paese dove una quota enorme degli incendi è dolosa, colposa o comunque legata a incuria, abbandono, mancata prevenzione e responsabilità umana, questo sistema produce una distorsione evidente. Il Ministero dell’Ambiente, già nel 2021, parlava di oltre il 70% degli incendi riconducibili a responsabilità umana; Legambiente continua a segnalare ogni anno migliaia di reati legati agli incendi boschivi e di vegetazione. Dentro questo quadro, continuare a investire soprattutto sull’intervento aereo significa accettare che il territorio bruci prima di muoversi.
Prevenire significherebbe tenere gli aerei a terra. Ma gli aerei a terra non fatturano.
18 Canadair non sono abbastanza
L’altra verità che nessuno vuole dire è che gli aerei a disposizione sono troppo pochi. Ridicolmente pochi per un paese come l’Italia, esposto ogni estate a incendi che devastano migliaia e migliaia di ettari. La flotta nazionale, secondo i Vigili del Fuoco, è composta da 18 Canadair CL-415, con una portata d’acqua di 6.137 litri per velivolo.
Nel 2021, durante un’estate particolarmente calda, i Vigili del Fuoco ipotizzarono di arrivare a 8.000 ore di volo contro le 3.500 previste a base d’appalto. Nel 2017, anno terribile per gli incendi, si arrivò addirittura a 10.840 ore. Con 18 aerei, molti dei quali hanno almeno 20-30 anni, considerando che i CL-415 sono entrati in servizio a metà anni Novanta, si fa a dir poco fatica a coprire l’intero territorio del paese.
E quando un Canadair è in manutenzione, operazione complessa che richiede pezzi di ricambio non sempre disponibili, quel buco strutturale non lo tappa nessuno. Manca una flotta pubblica di riserva. Manca una capacità autonoma piena dello Stato. Manca una visione che tratti l’antincendio come servizio pubblico essenziale, anziché come servizio da comprare sul mercato.
La giustificazione ufficiale per questo modello è sempre la stessa: mancano piloti specializzati. Formare un pilota di Canadair richiede molte ore di volo, anni di esperienza e investimenti consistenti. Quindi si preferisce pagare un privato che quei piloti già li ha.
Questa giustificazione non regge fino in fondo sul piano politico
Lo Stato potrebbe investire risorse pubbliche per costruire una scuola pubblica di pilotaggio antincendio, acquisire velivoli, formare tecnici, internalizzare manutenzione e competenze. Invece, come sempre, si sceglie la strada più comoda e più costosa sul lungo periodo.
Si scarica sul privato la responsabilità, si paga un sovrapprezzo per ogni minuto di volo e, alla fine, quando l’azienda alza i prezzi o la gara si inceppa nei tribunali amministrativi, lo Stato arriva all’estate senza alternative davvero autonome.
Il paradosso finale è che, mentre si spendono centinaia di milioni per tenere in volo i Canadair in modalità “pronto intervento” nei mesi estivi, si investe quasi nulla nella prevenzione: pulizia dei sottoboschi, fasce tagliafuoco, ripristino dei terreni abbandonati, agricoltura di montagna, controllo del territorio. Per non parlare di indagini serie sugli incendi dolosi o sospetti.
Il risultato è sotto gli occhi di tutti.
Ogni estate i fuochi divampano, i Canadair decollano, i privati incassano, le assicurazioni pagano i danni quando pagano e lo Stato rimborsa i cittadini solo dopo anni, se va bene. Nel frattempo, il verde brucia, la terra frana, l’aria diventa irrespirabile.
Aggiornare la flotta è solo un pezzo del problema
Certo, è chiaro che servirebbero aerei nuovi, magari più performanti e moderni. I CL-415 in dotazione alla flotta italiana hanno una capacità di poco superiore ai 6.000 litri; altri velivoli antincendio esistenti o riconvertiti possono arrivare a capacità superiori. Il punto però viene prima. Serve cambiare il modello.
Bisogna uscire dalla logica dell’appalto a ore, riportare la gestione dei mezzi antincendio sotto il controllo pubblico e diretto dello Stato, investire nella formazione pubblica di piloti e tecnici, ricostruire una capacità nazionale permanente, ripensare il ruolo dei Vigili del Fuoco, della Protezione Civile e di un Corpo Forestale pubblico, territoriale, radicato e capace di prevenzione.
Serve fare prevenzione vera tutto l’anno, senza limitarsi a inseguire il fuoco quando è già diventato emergenza.
Diritto del territorio, dovere dello Stato
Tutto questo significa smettere di considerare la lotta agli incendi come un business su cui speculare e tornare a considerarla per quello che è: un diritto fondamentale della collettività e un dovere dello Stato.
Il territorio non si difende con i privati che guardano agli utili netti. Si difende con mezzi pubblici, gestiti da personale pubblico, al servizio esclusivo delle comunità.
Altrimenti, là fuori, mentre scriviamo, qualcuno continuerà a contare le ore di volo e nel frattempo gli incendi continueranno a divampare indisturbati.
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Colombia e Perù, la destra ha vinto. La crisi delle alternative sudamericane
Le urne di Colombia e Perù hanno decretato la sconfitta delle alternative progressiste, premiando una destra fortemente focalizzata sulla sicurezza e sull’ordine pubblico. In entrambi i paesi, i cittadini hanno votato in un clima di fortissima polarizzazione, consegnando ai vincitori scarti inferiori all’1% e aule parlamentari spaccate a metà.
A Bogotà il cambio di rotta è stato ufficializzato anche dal candidato del Pacto Histórico. Abelardo de la Espriella, l’avvocato milionario che è strettamente legato ai repubblicani statunitensi e che ha affermato di voler restaurare al più presto i rapporti con Israele, dopo la rottura decretata da Gustavo Petro, aveva vinto il ballottaggio presidenziale dello scorso 21 giugno tra le polemiche di brogli.
Alla fine, dopo quarantotto ore di forte tensione, con proteste e un morto in piazza, il candidato della sinistra, Iván Cepeda, ha pronunciato un discorso di concessione e di riconoscimento di de la Espriella, promettendo però un’opposizione democratica, vigilante e costruttiva.
Il nuovo presidente entrerà ufficialmente in carica il prossimo 7 agosto, affiancato dal vice-presidente José Manuel Restrepo, con l’obiettivo dichiarato di tagliare drasticamente gli organici delle amministrazioni pubbliche, riaffermare l’allineamento con Washington e Tel Aviv, e promuovere un’ulteriore militarizzazione del paese con la scusa della tutela della sicurezza.
In Perù, Keiko Fujimori vede il traguardo della presidenza, tra le accuse di frode. L’Ufficio Nazionale dei Processi Elettorali (ONPE) ha comunicato che la leader conservatrice ha ottenuto un vantaggio statisticamente insuperabile nel ballottaggio svoltosi lo scorso 7 giugno. Al completamento dello spoglio mancano circa 40 mila schede, e Roberto Sánchez, della sinistra di Juntos por el Perú, non ha più il margine di voti per recuperare l’avversario.
Per la figlia dell’ex presidente Alberto Fujimori si tratta del quarto tentativo presidenziale, dopo tre storiche sconfitte consecutive ai ballottaggi del 2011, 2016 e 2021. Questa volta, strumentalizzando la paura intorno al nodo della sicurezza, Fujimori è riuscita a imporsi nelle aree urbane e nella capitale.
Ma la transizione non sarà comunque in discesa. Anche se il ricorso sui voti esteri presentato dal team di Sánchez è stato respinto, il candidato della sinistra continua a definire l’esito delle elezioni fraudolento. Egli ha fatto pubblicamente “appello alla lotta di resistenza patriottica e popolare”, il che promette settimane molto calde prima della proclamazione ufficiale di Fujimori, attesa per metà luglio.
La simultanea affermazione di De la Espriella e Fujimori non è un caso isolato, ma si inserisce in una più ampia ondata conservatrice che sta ridefinendo i governi dell’America Latina. Su questa ondata ha avuto un ruolo fondamentale l’ingerenza statunitense, con il supporto “locale” di Milei e anche quello di Israele.
L’obiettivo della Casa Bianca era quello di porre fine alle alternative progressiste che hanno resistito all’imperialismo statunitense negli ultimi anni, e riaffermare le Americhe come il “cortile di casa” dei padroni stelle-e-strisce. Dopo il rapimento di Maduro e l’assedio di Cuba, i recenti risultati elettorali sono il complemento elettorale delle aggressioni recenti.
Gli orizzonti progressisti dell’America Latina sono in grande difficoltà, e proprio per questo la resistenza di Cuba rappresenta la spina nel fianco che continua a rappresentare un’alternativa. La solidarietà e l’attenzione verso l’isola deve perciò essere ulteriormente implementata.
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La destra delinquente, ma “legge e ordine”
Il mondo funziona secondo leggi scientifiche. Che sono contro-intuitive. Ossia quasi sempre il contrario di quel che è la prima sensazione.
Un esempio veloce per capirci: il Sole e la Luna sorgono e tramontano, quindi sembrano girare entrambi intorno alla Terra. Ci sono voluti secoli di osservazioni e l’elaborazione successiva di diverse teorie astronomiche per arrivare a capire come e perché sia la Terra a girare intorno al Sole, mentre la Luna effettivamente è un «nostro» satellite.
Passando alla società e alla politica il funzionamento scientifico cambia le regole specifiche, di settore, ma la contro-intuitività rimane.
Una delle prime frasi pronunciate da Gianni Alemanno all’uscita dal carcere di Rebibbia restituisce in pieno quella «regola»: «Non ci crederete, ma la maggior parte dei detenuti è di destra».
Vero e falso si mischiano in un pasticcio senza capo né coda. Com’è possibile che migliaia di persone private della libertà, vessate quotidianamente per il sovraffollamento, le condizioni igieniche e sanitarie infami, i diritti inesistenti oppure negati, le botte ricevute sistematicamente ad ogni accenno di protesta, ecc, possano condividere la stessa «idea politica» dell’attuale governo e di quasi tutte le guardie carcerarie che maramaldeggiano su di loro?
Cosa c’è in comune tra una vita fuorilegge e un’ideologia politica che blatera di «legge e ordine»?
Proprio Alemanno incarna al meglio entrambi i mondi. Condannato per «traffico di influenze illecite», per cui alla fine ha dovuto passare un anno e mezzo in carcere, è giuridicamente un «pregiudicato» che ha commesso reati comprovati da un processo attraverso tre gradi di giudizio.
Il «traffico di influenze illecite» è un tipico reato da classe politica e amministrativa, che consiste fondamentalmente nell’usare il potere pubblico per favorire gruppi di interesse e singoli in cambio di voti, soldi, benefit, o qualsiasi altra contropartita.
In particolare l’inchiesta che lo ha inchiodato è quella di «mafia capitale», che aveva tra i perni la figura di Massimo Carminati, bandito e fascista vicino ai Nar, entrato a pieno titolo nel mondo del «terzo settore» quando lo Stato – e Regioni, Province, Comuni – ha preso a privatizzare i servizi pubblici.
Alemanno, da sindaco di Roma, avrebbe o aveva fatto in modo che una serie di subappalti e finanziamenti finissero dalle parti delle «cooperative» che «afferivano» al «Cecato» (Carminati aveva perso un occhio nella sparatoria in cui era stato arrestato nel 1981).
Prima ancora era stato ministro dell’Agricoltura, distinguendosi – nell’anniversario della conquista del K2 – per essersi fatto portare in elicottero al «campo base» (5.150 metri di quota) della spedizione commemorativa. E di lì – autodefinendosi allora «il miglior alpinista senza allenamento» – aveva preteso di camminare fino al «campo 1» (6.000 metri).
Anche un normale appassionato di trekking su quote molto più modeste sa che, nel salire, bisogna prendersi i tempi necessari al corpo per «acclimatarsi», ossia fare l’abitudine ad un’aria molto più povera di ossigeno. Alemanno ignorò la scienza – poi anche «la legge» – finì intubato, ricaricato sull’elicottero e portato in ospedale per le cure del caso.
Non abbiamo fatto una digressione gratuita, anche se divertente. Perché qui abbiamo visto all’opera proprio la risposta alla domanda che ci eravamo posti: Cosa c’è in comune tra una vita fuorilegge e un’ideologia politica che blatera di «legge e ordine»?
Una «mentalità» (è davvero eccessivo chiamarla «cultura») secondo cui le “regole sociali” e le “leggi di natura” valgono per gli altri, ma non per se stessi.
I detenuti attuali, e tutto il mondo extralegale, sono per lo più individualisti, convinti che la soluzione ai loro problemi sia un affare personale, vedono nei loro «colleghi» semplicemente dei «concorrenti», con cui si mantengono dei rapporti di subordinazione o dominio, quasi mai di cooperazione, se non – guarda caso – nella rivolte.
Non sono insomma più gli anni Settanta e i primi ‘80, quando la «cultura conflittuale» dei movimenti (operaio e studentesco) aveva contagiato anche i prigionieri facendo vedere la superiorità e la maggiore efficacia dei comportamenti collettivi, della lotta comune.
E la mentalità individualista domina anche in tutte le varianti della destra politica. A partire dalla «libertà di impresa» (volto ideologico «nobile» dell’individualismo imprenditoriale), alla «deregolamentazione», all’evasione fiscale, alle concessioni pubbliche che diventano «proprietà private» a vita, alle bisteccherie con soci improbabili e ai colpi d’arma da fuoco che non si riesce a sapere chi li abbia sparati (in una festa tra agenti delle scorte e politici di ultradestra!).
Fino al «traffico di influenze illecite», che – come detto – significa usare il potere pubblico (e i soldi stanziati per «progetti di interesse pubblico») per nutrire affari privatissimi, o anche solo per garantire un reddito ai propri clientes.
Un micro o macro «delinquente» ha la stessa mentalità. Se vince è stato furbo, se perde qualcuno è stato più furbo, andrà meglio la prossima volta. Sia che partecipi ad una «impresa criminale» (un traffico di droga organizzato su vasta scala, dai rapporti internazionali fino allo spaccio di strada), o agisca pressoché «in proprio», è identica l’idea che «il pubblico» sia una massa di cose e possibilità costruite con i soldi dei «fessi che pagano le tasse» ma a disposizione del primo che se ne impossessa.
Anche «legge e ordine», in questa quadro di «valori», sono chiaramente specchietti per le allodole. Cose che vanno dette per «far politica», ma a cui non si crede affatto. E infatti l’abuso d’ufficio è stato abolito come reato, ed anche il «traffico di influenze» ridimensionato fino a comprendere solo casi di dimensioni eccezionali, non derubricabili a «normalità».
Regole e leggi sono qui chiaramente considerate delle invenzioni per favorire qualcuno e danneggiare qualcun altro, come si fa per quella elettorale. Lo Stato “serve” se ci dà qualcosa o possiamo usarlo per arricchirci. Altrimenti è un nemico da evitare (non «combattere»).
Tant’è che nel giro di poche ore si può passare direttamente dalla cella alla cena con Vannacci («Caino deve marcire in galera»), dopo aver mormorato che «non si può pensare di buttare la chiave» (di fatto l’opposto).
Alla fine di questo giro, insomma, si può dire con tranquillità che la frase «sorprendente» di Alemanno da cui siamo partiti è vera soltanto se la si rovescia nel suo contrario, contro-intuitivamente.
Ossia: la destra ha stessa mentalità di un delinquente, solo che non sta (per ora) in carcere.
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L’armadio pieno di voci
Dentro quelle mura, fino al 2017, c’era una cosa che non si vede più in città. Il Circolo Gianni Bosio, fondato nel 1972 a casa di Giovanna Marini, con Giovanni Pietrangeli e il primo Canzoniere del Lazio. Una biblioteca, un centro di documentazione, una scuola di musica. E soprattutto un armadio. Un armadio pieno di voci. È la metafora che loro stessi usano da anni per raccontarsi: l’archivio è un armadio pieno di voci che spingono per uscire e tornare a essere vita.
Poi il lucchetto. Febbraio 2017, vigili all’alba, catena al portone. E quelle voci sono rimaste chiuse dentro, o disperse, per quasi un decennio.
Conviene dire subito cosa significa, perché qui la differenza tra ciò che è morto e ciò che è solo stato imbavagliato è tutta la storia.
C’è quello che è andato distrutto, e non torna. Lo dice Portelli senza giri di parole: durante lo sgombero andò perduta gran parte del patrimonio librario, le riviste, i mobili, le suppellettili. Cioè la biblioteca. Mezzo secolo di libri di etnomusicologia e storia orale, molti fuori catalogo, introvabili, accumulati uno a uno. Le collezioni di riviste. I Giorni Cantati, la rivista di culto del Circolo, quella che documentava i cartai di Isola Liri e i mondi che nessun altro guardava. Quella roba lì non si digitalizza dopo. Non esiste più. Si è semplicemente smaterializzata in un trasloco fatto con la forza, dove gli scatoloni li impacchetta chi sgombera, non chi sa cosa tiene in mano.
E poi c’è quello che si è salvato, ed è giusto non drammatizzarlo oltre il vero. L’Archivio Sonoro Franco Coggiola – oltre tremila registrazioni, dalle bobine Uher degli anni Sessanta ai Minidisk degli anni Novanta – dal 2006 era già fisicamente ospitato alla Casa della Memoria e della Storia. Al momento dello sgombero i nastri originali stavano altrove, al sicuro. La Soprintendenza Archivistica del Lazio lo aveva riconosciuto, già nel 2000, archivio di notevole interesse storico per la sua particolarità di fonte orale. Per fortuna. Quello non si è perso.
Ma un archivio non è un magazzino. È un organismo. Vive se c’è una comunità che lo interroga, lo cataloga, lo digitalizza, ci fa ricerca, ne tira fuori spettacoli e dischi e tesi di laurea. Quella comunità era il Circolo. E il Circolo, sgomberato, è rimasto senza casa per anni – lo è ancora. Così l’armadio è restato chiuso. Le voci dentro, sì, ma mute. Bloccate.
E che voci sono, va detto, perché è il punto.
Sono i ricercatori che dalla fine degli anni Sessanta hanno percorso l’Italia raccogliendo le storie orali e la musica di un mondo popolare colto nell’attimo esatto della sua scomparsa – il passaggio dalla tradizione all’omologazione del consumo di massa. Le borgate romane del dopoguerra. La lotta per la casa. La riscoperta dell’organetto. I cantori della Valnerina, le tabacchine del Salento, le occupazioni delle terre in Calabria, i minatori italiani del Kentucky, le acciaierie di Terni, la pizzica, il saltarello, la pasquella di Velletri.
E le Fosse Ardeatine. Da quel lavoro di storia orale è nato L’ordine è già stato eseguito, il libro di Portelli che è ormai un classico mondiale del genere. Lì dentro ci sono le voci di chi quei giorni li ha attraversati, registrate quando ancora c’erano. Oggi quasi tutti morti. Questo è patrimonio immateriale nel senso più nudo della parola: la testimonianza che, se non la incidi, se ne va col corpo che la pronuncia.
C’è poi il filone più vicino a noi, Roma Forestiera. La musica dei migranti che riportavano per le strade della capitale la musica popolare che si credeva estinta – romeni, senegalesi, nigeriani, curdi, bengalesi. Il più grande archivio sonoro di musica migrante d’Europa, costruito proprio negli anni in cui il Circolo stava al Ghetto, a due passi dalle sinagoghe e dai forni del quartiere ebraico. Una città intera che canta in venti lingue, schedata nastro per nastro.
E infine la perdita che non è né l’oggetto bruciato né il nastro salvato. La trasmissione. La Scuola di Musiche e Culture Popolari non era un deposito, era una catena viva: gran parte dei musicisti che in Italia oggi suonano strumenti tradizionali si è formata lì. Organetto, chitarra battente, zampogna, canto. Quel passaggio di mano in mano, di voce in voce, di corpo in corpo – quello non lo conservi chiudendolo. Lo uccidi. Nove anni di scuola spenta sono una generazione di suonatori che non si è fatta in quel modo. E non c’è bobina che la recuperi.
Questa è la posta. Adesso la cronaca, esatta, perché la denuncia regge solo se i fatti sono solidi.
Lo spazio fu chiuso una prima volta nel 2009, riaprì come circolo Arci nel 2014, e fu sgomberato definitivamente nel 2017 sotto la gestione commissariale del prefetto Francesco Paolo Tronca. Ma la macchina l’aveva avviata la delibera 140 della giunta Marino, e a spingere c’era la Corte dei Conti che intimava al Comune di riprendersi i beni. Non multe milionarie, come a volte si racconta: canoni arretrati per centinaia di migliaia di euro. Che è già abbastanza per soffocare un’associazione di volontari che quel palazzo l’aveva rimesso a nuovo a spese proprie, quando lo Stato l’aveva lasciato marcire.
Alle realtà cacciate fu detto, allora, che l’edificio sarebbe servito alla Sovrintendenza: uffici, un polo unico accanto a Palazzo Lovatelli. Un uso pubblico per un bene pubblico. Come ti opponi a questo? Ti tolgono lo spazio in nome di un altro pezzo di Stato, e ti senti pure in torto a protestare.
Poi, novembre 2024. Il colpo di scena.
La giunta Gualtieri delibera la concessione dell’ex convento alla Comunità Ebraica di Roma. Trent’anni, rinnovabili. Gratis. Niente Sovrintendenza: ci andrà il liceo ebraico “Renzo Levi”, scuola privata paritaria. La Comunità si impegna a ristrutturare con otto milioni e mezzo di fondi privati. L’assessore al Patrimonio che firma la proposta si chiama Tobia Zevi. Nipote di Tullia Zevi, che dell’Unione delle Comunità Ebraiche Italiane fu presidente per quindici anni. Lui stesso presidente di un’associazione di cultura ebraica.
Non serve gridare al complotto per vedere il problema. Lo vede il diritto amministrativo, che è materia noiosa e per questo onesta. Per assegnare un immobile comunale ci vuole un bando pubblico e un canone, lo dice la delibera 104 del 2022 – quella con cui altri centri sociali stanno facendo i conti adesso.
Qui invece l’assegnazione è diretta. Gratuita. Senza bando, senza percorso partecipativo, senza chiedersi se in quella zona del centro serva proprio un liceo o qualcos’altro. Hanno usato una norma speciale, l’articolo 13, pensata per gli “enti pubblici ecclesiastici”, e ci hanno fatto entrare la Comunità per assimilazione.
Sono le stesse censure che hanno portato Arci, il sindacato inquilini Asia-Usb, Attac e altri davanti al TAR del Lazio, dove la cosa si è discussa a febbraio. Le stesse obiezioni che, dentro la maggioranza stessa, hanno fatto astenere Roma Futura, criticando un percorso non inclusivo e non aperto.
E una domanda corre sotto tutte le altre, e l’ha posta per primo Il Fatto Quotidiano: quegli otto milioni e mezzo, da chi arrivano davvero? Si parla di fondazioni filantropiche internazionali, di donatori locali. Ma la congruità di quei fondi nessuno l’ha verificata. È la cifra che apre lo spazio della concessione, ed è l’unica cosa che nessuno ha controllato. Se domani si presentasse al Campidoglio un imam con dieci milioni di un fondo del Golfo a chiedere una scuola coranica in centro, gli si direbbe lo stesso sì, senza bando?
La domanda non è retorica. È la prova del nove di un principio. O il patrimonio pubblico si assegna con regole uguali per tutti, oppure la regola la fa chi siede più vicino al tavolo giusto.
Resta il materasso, dietro al portone. Resta una scuola di musica popolare senza un muro su cui appoggiare gli strumenti, da nove anni. Resta una biblioteca che non c’è più e un archivio di tremila voci che ha passato un decennio a parlare nel vuoto. Resta un edificio tolto a chi lo curava gratis, in nome di un uso pubblico mai arrivato, per essere dato gratis a qualcun altro senza che nessuno potesse dire la sua.
Il giorno del funerale di Giovanna Marini, nel 2024, le voci del coro – di quel che resta del coro – sono andate al portone della sede storica. C’era ancora il lucchetto di otto anni prima.
La chiave, intanto, ce l’ha sempre il Comune. Decide lui chi entra. È solo che, certe volte, decide senza nemmeno aprire la porta a chi vorrebbe almeno bussare.
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