Presentazione
Analisi, opinioni, fatti e (più di rado) arte da una prospettiva di classe.
28/10/2026
Israele - Netanyahu in vantaggio. Diventano decisivi i partiti palestines
Gli exit poll diffusi in serata dalle tre principali emittenti televisive israeliane indicavano che il blocco pro-Netanyahu avrebbe ottenuto solo 50 o 51 seggi nella prossima Knesset, mentre i partiti di opposizione ne avrebbero conquistati 51 o 52. Una tendenza rovesciata dai primi risultati dello spoglio. Entrambi i blocchi non avrebbero raggiunto però la maggioranza di 61 seggi nel parlamento composto da 120 membri.
I restanti 18 seggi, secondo gli exit poll di Canale 11, Canale 12 e Canale 13, sono andati ai due partiti della minoranza arabo-palestinese. Si tratterebbe di un risultato senza precedenti per la Lista Unita e Ra’am, che attualmente detenevano solo 10 seggi alla Knesset.
Il primo dato certo emerso dalle elezioni israeliane è stato l’aumento dell’affluenza alle urne che ha registrato il 74,3%, quasi 8 punti in più delle elezioni del 2022.
Una polarizzazione politica profonda e feroce ha dilaniato Israele in occasione di queste elezioni. E in caso di sconfitta il blocco di Netanyahu – sul modello del suo amico Trump – potrebbe disconoscere il risultato.
Già da ieri il Times of Israel segnalava che il partito Likud del Primo Ministro Benjamin Netanyahu ha iniziato a prepararsi per contestare i risultati dei seggi elettorali nelle città, paesi e quartieri dove è forte la presenza di palestinesi del ‘48 prima dell’apertura delle urne martedì mattina. Lunedì, alcuni siti di notizie israeliani hanno citato esponenti del Likud secondo i quali il partito avrebbe discusso la possibilità di dichiarare che il voto è stato “rubato” qualora Netanyahu non dovesse vincere.
Secondo un servizio del Canale 12, il Likud stava già raccogliendo numerose denunce e accuse di frode relative ai seggi elettorali nelle comunità arabe. In alcuni seggi i coloni e gli estremisti di destra hanno scatenato risse per impedire ai palestinesi di votare.
Anche secondo il quotidiano Haaretz, il partito di Netanyahu si starebbe preparando a uno scenario di sconfitta e avrebbe discusso la possibilità di denunciare frodi diffuse e affermare che le elezioni sono state “rubate”.
Rimosso completamente ogni riferimento alla questione palestinese e concordando entrambi gli schieramenti sulla linea dura contro i palestinesi, stando ai sondaggi, le priorità degli elettori dei due schieramenti si differenziavano solo sulle questioni interne israeliane.
Tra i sostenitori della coalizione di Netanyahu la guerra con l’Iran si collocava al primo posto, per quelli dell’opposizione queste elezioni erano soprattutto un’occasione per giudicare la sua leadership responsabile del peggiore attacco subìto da Israele e per decidere se anche gli ultraortodossi debbano fare o meno il servizio militare e partecipare alla sicurezza del Paese.
Ma tra le questioni in ballo c’era anche il costo della vita e i prezzi delle abitazioni a rappresentare temi rilevanti, soprattutto tra gli elettori più giovani.
Sebbene l’inflazione venga stimata per il 2026 solo al 1,5%, in realtà il problema dei prezzi e l’accessibilità economica delle abitazioni continuano a rappresentare importanti preoccupazioni per una parte dell’elettorato.
Il tema dell’economia era tornato al centro del dibattito anche negli ultimi giorni della campagna elettorale, quando riferendosi alle condanne internazionali contro gli insediamenti coloniali in Cisgiordania. Netanyahu aveva affermato che Israele dovrebbe “prepararsi a possibili sanzioni” valutando anche “l’introduzione di criptovalute e blockchain” per affrontarle. La dichiarazione aveva scatenato severe critiche da parte degli economisti israeliani, incluse quelle della Banca d’Israele, che aveva pubblicamente respinto l’idea, affermando che “le criptovalute non possono essere utilizzate per eludere le sanzioni”.
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Scarcerato Youssef Siher. Una montatura “andata a male”
La giudice non ha convalidato il fermo deciso sabato e non ha emesso la misura di detenzione in carcere.
A suo avviso non sussistono le esigenze cautelari, volte a prevenire il pericolo di fuga e la reiterazione del reato.
Le pesantissime e insostenibili accuse a Youssef Siher – istigazione a delinquere aggravata dal terrorismo e violenza organizzata nei cortei – non reggono alla prova. La montatura mediatico/giudiziaria è andata a male.
Secondo la gip “non sono ravvisabili, per le ragioni esposte, gravi indizi di colpevolezza a carico di Siher in ordine ai reati al medesimo contestati, oltre al pericolo di fuga di cui si è trattato in precedenza”.
Inoltre, recita il provvedimento, “non è possibile condividere, allo stato, sulla scorta degli elementi di valutazione complessivamente raccolti, il giudizio del pubblico ministero in ordine alla ricorrenza di gravi indizi di colpevolezza a carico dell’odierno indagato con riferimento ai reati di cui ai capi d’incolpazione per cui si procede”.
Una operazione politica, mediatica e giudiziaria che non stava in piedi da nessuno dei tre punti di vista, è stata così smontata sulla base dei fatti reali e della procedura penale e non delle velleità vendicative e liberticide desiderate dalla destra, dal governo e dai benpensanti/benestanti milanesi.
Ma la decisione della Gip di Milano ha fatto andare letteralmente fuori di testa la premier Meloni, la quale in un video su Instagram ha attaccato pesantemente “quei magistrati” – definendo la decisione “vergognosa” – e accusandoli esplicitamente di sabotare il lavoro degli apparati repressivi. In qualsiasi altro paese per la Meloni si chiederebbe l’impeachment per parole come queste.
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Serbia, la partita è ancora tutta da giocare
Da un lato, è vero che i rappresentanti politici serbi filo-occidentali hanno generalmente appoggiato la “Lista Studentesca” (ma non tutti: la peggiore lista atlantista “Serbia Europea” di Tepić e Ponoš ne è rimasta fuori) e cercano in tutti modi di strumentalizzarla, così come è vero che alcuni esponenti (ma quanto rappresentativi?) del movimento studentesco hanno prestato squallide corvée come quella di recarsi in bicicletta a Strasburgo nella primavera 2025.
Dall’altro lato va però ricordato che nelle manifestazioni dell’opposizione degli ultimi due anni le bandiere della UE sono state tenute alla larga, anche in modo brusco, e non si è sentito alcuno slogan filo-occidentale o anti-russo.
Molte manifestazioni hanno riguardato anche l’opposizione al progetto edilizio dei Trump sull’edificio dell’ex Quartier Generale e l’opposizione alle concessioni agli anglo-australiani per l’estrazione del litio dalla Valle dello Jadar. I “plenum” studenteschi hanno preso formalmente le distanze, in varie occasioni, dai partitini politici filo-occidentali ed il programma elettorale che hanno formulato contiene alcuni punti significativi di politica estera ( https://studenti.org.rs/program/spoljni_poslovi/ ):
- “manterremo la neutralità militare quale impegno strategico della Serbia”;
- “lotteremo per la preservazione del Kosovo e Metohija come parte della Serbia, in conformità con la Costituzione della Repubblica di Serbia e la Risoluzione 1244”;
- “tuteleremo la posizione costituzionale e le competenze consolidate della Republika Srpska” di Bosnia;
- “preserveremo la tradizionale partnership con la Federazione Russa (…) La Repubblica di Serbia manterrà la sua posizione di principio di non introdurre misure restrittive nei confronti della Federazione Russa”.
“il nostro popolo sa benissimo cosa significhi essere vittima di genocidio e pulizia etnica, ed è per questo che ci opporremo a qualsiasi forma di oppressione dei deboli da parte dei forti. Di conseguenza, non saremo complici del tentativo sistematico di distruggere il popolo palestinese perpetrato da Israele nella Striscia di Gaza e intensificheremo l’invio di aiuti umanitari in Palestina per salvare vite umane e ridurre il numero delle vittime.”D’altronde, tutte queste sono solo dichiarazioni di principio, alle quali dovranno seguire i fatti: e con il fiato sul collo della U.E. e della N.A.T.O. non è detto che i fatti seguiranno.
L’unico aspetto veramente unificante e caratterizzante delle variegate forze e individui che hanno appoggiato la “Lista studentesca” è stata la demonizzazione di Vučić. Adesso sono da aspettarsi crescenti contrasti interni alla nuova maggioranza, tant’è vero che qualcuno già allude a nuove elezioni anticipate.
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Da Tsipras a Meloni a Le Pen: la bacchetta di Bruxelles e la resa dei “ribelli”
Il capitalismo europeo dispone di un’arma più efficace della repressione aperta: integrare il dissenso, neutralizzare le opposizioni e trasformare le promesse di rottura in strumenti di conservazione dell’ordine esistente.
Nella mitologia greca, Circe trasformava gli uomini in animali con la sua bacchetta magica. Nella politica europea contemporanea, una metamorfosi analoga sembra colpire molti leader che arrivano al potere promettendo di sfidare Bruxelles, per poi ritrovarsi ad amministrare, con qualche variazione di linguaggio, lo stesso ordine economico che avevano giurato di combattere.
La bacchetta, naturalmente, non è magica. È fatta di debito pubblico, vincoli di bilancio, dipendenza dai mercati finanziari, trattati internazionali e rapporti di forza tra capitale e lavoro. Il suo centro di gravità è un’architettura istituzionale nella quale la Commissione europea svolge un ruolo importante, insieme al Consiglio, alla Banca centrale europea e agli altri organismi dell’Unione. Un sistema che restringe lo spazio delle alternative economiche e politiche, soprattutto quando queste mettono in discussione gli interessi dominanti.
Il punto non è sostenere che Bruxelles decida ogni cosa, né che i governi nazionali siano privi di responsabilità. È comprendere come l’integrazione europea abbia costruito un quadro nel quale la disciplina finanziaria, la competitività e la stabilità dei mercati tendono a prevalere sulle esigenze sociali. La democrazia viene formalmente conservata, ma il suo raggio d’azione si restringe quando il voto minaccia di mettere in discussione i fondamenti economici del sistema.
Tsipras: quando il referendum non basta
La Grecia del 2015 rappresenta il caso più clamoroso. Alexis Tsipras e Syriza conquistarono il governo promettendo di porre fine all’austerità imposta dai creditori internazionali. Il 5 luglio, il popolo greco respinse con il 61,3% dei voti le condizioni sottoposte a referendum. Una settimana dopo, il governo accettò un nuovo programma di assistenza finanziaria, accompagnato da ulteriori misure restrittive.
Fu una sconfitta politica di enorme portata per chi aveva creduto che la vittoria elettorale e la mobilitazione popolare potessero aprire una breccia nell’ordine europeo. La pressione della BCE, la minaccia di una crisi bancaria e la dipendenza finanziaria della Grecia mostrarono i limiti di un governo che intendeva negoziare senza disporre della forza economica e politica necessaria a imporre un’alternativa.
La lezione è dura: il capitalismo non ha bisogno di cancellare il voto quando può neutralizzarne gli effetti. Ma sarebbe riduttivo attribuire tutto a un’imposizione esterna. La scelta di Tsipras fu anche una scelta politica: accettare il compromesso anziché preparare una rottura, con tutti i rischi e i costi che avrebbe comportato.
Meloni: la sovranità dentro i confini del capitale
Giorgia Meloni ha costruito una parte importante del proprio consenso denunciando i vincoli europei e rivendicando la sovranità nazionale. Al governo, però, ha dovuto fare i conti con il PNRR, le regole fiscali, il costo del debito e le aspettative dei mercati. La contestazione di Bruxelles si è così misurata con la necessità di garantire continuità economica e credibilità finanziaria.
La contraddizione non riguarda soltanto Meloni. Una destra che promette di restituire potere alla nazione può contestare le istituzioni europee senza mettere in discussione i rapporti di proprietà, il potere delle grandi imprese e la subordinazione del lavoro alle esigenze del profitto. La sovranità nazionale diventa allora, almeno in parte, una questione di chi governa lo Stato, non di quali interessi sociali lo Stato serve.
Cambiare il colore politico del governo non significa necessariamente cambiare i rapporti di forza nella società.
Le Pen e il rischio dell’assorbimento
Anche Marine Le Pen e il Rassemblement National devono confrontarsi con questa contraddizione. La critica all’integrazione europea può raccogliere il malcontento di settori popolari impoveriti, lavoratori precarizzati e territori abbandonati. Ma la denuncia dei vincoli di Bruxelles non coincide automaticamente con un progetto di emancipazione sociale.
Se la questione europea viene ridotta alla contrapposizione tra nazione e istituzioni sovranazionali, senza affrontare il potere del capitale, la distribuzione della ricchezza e la precarietà del lavoro, il malcontento rischia di essere incanalato in una direzione che lascia intatti i meccanismi fondamentali dello sfruttamento.
Non è una previsione sul futuro di Le Pen: è la contraddizione politica che qualsiasi forza antisistema deve affrontare quando passa dall’opposizione al governo.
Il problema è il sistema, non la bacchetta
Il capitalismo europeo non è un’entità onnipotente e priva di contraddizioni. È un sistema di interessi, istituzioni e rapporti di forza che può essere contestato, ma non semplicemente aggirato con una vittoria elettorale. I governi nazionali contribuiscono a riprodurlo, negoziano al suo interno e possono anche tentare di modificarne gli equilibri.
Per questo la questione non si esaurisce nel tradimento dei leader. Riguarda anche i limiti di una strategia che affida al parlamentarismo, isolato dalla mobilitazione sociale e dai rapporti di forza materiali, il compito di trasformare strutture economiche profondamente radicate.
Senza organizzazione popolare, conflitto sociale e capacità di mettere in discussione il potere economico, la promessa di rottura rischia di ridursi a un cambio di amministratori. Il capitale può tollerare molte parole d’ordine radicali, purché non si traducano in una redistribuzione effettiva del potere e della ricchezza.
Circe, in fondo, non trasforma soltanto gli oppositori in creature docili. La sua metafora più inquietante è un’altra: un sistema capace di assorbire il dissenso e restituirlo sotto forma di consenso amministrato. Spezzare l’incantesimo significa allora andare oltre la sostituzione dei governanti e affrontare la struttura economica e sociale che rende possibile quella metamorfosi.
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A chi appartiene la città?
1. Quando una strada pubblica diventa uno spazio da sottrarre alla contestazione perché vi si concentrano gli interessi del lusso, a chi appartiene realmente la città?
2. Se la libertà di manifestare si arresta davanti alle vetrine della ricchezza, siamo ancora di fronte a un diritto oppure a una concessione subordinata alla tutela della proprietà privata?
3. Perché la violenza esercitata sui corpi di chi protesta viene così facilmente ricondotta alla necessità di garantire l’ordine, mentre la violenza quotidiana dei rapporti di sfruttamento continua a essere considerata parte del normale funzionamento della società?
4. Che cosa viene realmente difeso quando si schierano uomini in tenuta antisommossa a protezione delle vie del consumo di lusso: l’incolumità delle persone, la proprietà o l’ordine sociale che rende possibile una simile concentrazione di ricchezza?
5. Se la città è il prodotto del lavoro collettivo, in nome di quale principio i suoi spazi più prestigiosi devono essere sottratti proprio a coloro che intendono contestarne le disuguaglianze?
6. Perché si pretende che il conflitto sociale sia visibile soltanto finché rimane innocuo, periferico e incapace di disturbare i luoghi nei quali il potere economico celebra se stesso?
7. Non è forse questa una delle contraddizioni più profonde della democrazia liberale: riconoscere formalmente il diritto al dissenso e limitarne materialmente l’esercizio quando esso interferisce con gli interessi dominanti?
8. Se la presenza di una manifestazione viene considerata una minaccia prima ancora che si verifichino danneggiamenti, dove finisce la prevenzione e dove comincia la criminalizzazione preventiva del conflitto?
9. Quale concezione dell’ordine pubblico permette di considerare tollerabile la compressione della libertà collettiva pur di garantire l’inviolabilità simbolica dei luoghi della ricchezza?
10. E soprattutto, quando una società arriva a preoccuparsi maggiormente della vulnerabilità delle proprie vetrine che della precarietà delle vite che quelle vetrine escludono, quale idea di giustizia sta realmente difendendo?
11. Se lo Stato si proclama garante dell’interesse generale, perché il suo apparato coercitivo sembra diventare particolarmente visibile proprio nei luoghi in cui la disuguaglianza economica si trasforma in privilegio spaziale? E quanto può dirsi universale un diritto di manifestazione che incontra i propri limiti davanti ai simboli della ricchezza?
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Flávio Bolsonaro è scappato negli Usa
Il candidato alla presidenza brasiliana per la destra agli ordini degli Stati Uniti, dopo aver perso il ballottaggio contro Lula, e dopo aver subito il sequestro del passaporto nell’ambito di due inchieste sul riciclaggio di denaro, ha prima raggiunto l’Argentina e da lì gli Stati Uniti.
Per la precisione la Florida dove ha raggiunto il fratello Eduardo, a sua volta condannato per aver cercato di esercitare pressioni e illecite attività di lobbying sui giudici della Corte Suprema. Il suo obiettivo era quello di influenzare e condizionare il processo a carico di suo padre, l’ex presidente Jair, per il tentativo di golpe della fine del 2022 e poi condannato a 27 anni di carcere, che sta peraltro scontando ai domiciliari.
La restrizione relativa a Flàvio, invece, sarebbe legata a un’indagine su un riciclaggio di denaro relativo ai legami del parlamentare con l’avvocato Willer Tomaz, implicato anche in indagini sui movimenti di fondi nel settore del gioco d’azzardo.
In qualche modo l’aveva lasciato capire in un video con cui si lamentava di aver ricevuto un’ordinanza del tribunale che gli imponeva di consegnare i passaporti e gli proibiva di lasciare il paese.
Tanto rammarico non avrebbe avuto senso se intendeva davvero restare. Come peraltro dichiarato in tv: “Per resistere al caos, organizzerò l’opposizione. Consegnerò i miei passaporti e mi difenderò da questa aberrazione, che è un chiaro tentativo di intimidirmi. Ma nessuno mi metterà a tacere”. Detto fatto, dopo pochi minuti era già oltre il confine...
La complicità di Javier Milei è evidente: è stato l’unico dei presidenti di destra e centro-destra latino-americani a non avere mandato le congratulazioni a Lula dopo la vittoria, parlando invece di “furto”.
Da Puerto Iguazú, località argentina al confine con Brasile e Paraguay, Flávio Bolsonaro si sarebbe poi recato negli Stati Uniti a bordo di un aereo privato Gulfstream G400, immatricolazione LV-JQW, appartenente alla compagnia Baires Fly S.A.
Secondo le informazioni ottenute dalla testata online argentina Infobae, la compagnia avrebbe richiesto le procedure doganali e di immigrazione per quattro passeggeri e tre membri dell’equipaggio. L’aereo è registrato in Argentina dal 25 settembre 2020 a nome di tale compagnia.
In precedenza, aveva utilizzato immatricolazioni statunitensi e messicane, tra cui N524GA, N522AC, N522AG, XA-CHG e N152GA. Il velivolo, prodotto nel 2004 da Gulfstream Aerospace, ha 14 posti, due motori Rolls-Royce Tay e un’autonomia stimata tra i 7.000 e i 7.800 chilometri.
Il senatore è indagato per sospetta corruzione e riciclaggio di denaro in relazione al finanziamento del film biografico su suo padre, intitolato Dark Horse. Ci sarebbe poi anche una seconda inchiesta presso il Supremo Tribunale Federale per presunto riciclaggio di denaro relativa a Willer Tomaz, avvocato e amico intimo del senatore, come rivelato dai quotidiani O Estado de S. Paulo e O Globo alla vigilia del ballottaggio.
Bolsonaro si è in un primo momento rifiutato di ammettere la sconfitta e ha annunciato che avrebbe chiesto l’annullamento delle elezioni, sostenendo che l’orario di voto prolungato di domenica ha favorito il candidato del partito al governo.
Una posizione particolarmente falsa, visto che alla richiesta di rinviare la chiusura dei seggi di due ore, motivata da problemi ai trasporti e maltempo e all’inizio fatta dal solo Lula, si era però poi associato anche il Partito Libela di Bolsonaro.
Ieri comunque il presidente del Partito Liberale, Valdemar Costa Neto, un alleato del fuggiasco, ha riconosciuto la rielezione di Luiz Inácio Lula da Silva, proclamata dal Tribunale Elettorale Superiore: una dichiarazione in cui non si è congratulato con il presidente, ma neanche ha menzionato la promessa di Flávio Bolsonaro di chiedere l’annullamento del voto in tribunale.
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