Presentazione


Analisi, opinioni, fatti e (più di rado) arte da una prospettiva di classe.

22/09/2026

Il rovescio della Luna

di Walter Catalano

C’è un momento, nel primo episodio di For All Mankind, in cui la notizia dell’allunaggio sovietico raggiunge il Johnson Space Center come una sberla: gli americani hanno perso la Luna, e con essa un pezzo della propria identità nazionale. Sette anni e quattro stagioni più tardi, Apple TV+ ha deciso di raccontare quella stessa sberla dall’altra parte dello specchio. Star City, lo spin-off ideato dagli stessi creatori della serie madre – Ronald D. Moore, Ben Nedivi e Matt Wolpert, con Nedivi e Wolpert alla guida diretta del progetto – non è un prequel né un sequel in senso tecnico: si svolge nello stesso arco temporale della prima stagione di For All Mankind, tra la fine degli anni Sessanta e i primi Settanta, ma capovolge il punto di vista, portandoci dentro Zvëzdny Gorodok, la cittadina segreta alle porte di Mosca dove viveva e si addestrava l’intero programma spaziale sovietico. Il titolo non è metaforico: è il nome reale di quel luogo. Annunciata da Apple il 17 aprile 2024 contestualmente al rinnovo per la quinta stagione della serie madre, la produzione ha girato il suo primo blocco di riprese a Vilnius, in Lituania, a partire dal 20 febbraio 2025, chiudendo la lavorazione in agosto. È andata in onda dal 29 maggio 2026, lo stesso giorno in cui For All Mankind chiudeva la propria quinta stagione – una sovrapposizione di calendario evidentemente voluta, quasi un passaggio di consegne simbolico. La prima stagione conta otto episodi, i primi due rilasciati insieme e poi a cadenza settimanale fino al finale del 10 luglio. Dietro la macchina da presa del pilot c’è Nick Murphy, anche produttore esecutivo; nel cast, tra gli altri, Rhys Ifans nei panni non dichiarati del “Capoprogettista” (una figura che ricalca, senza mai nominarlo apertamente, Sergej Korolëv), Anna Maxwell Martin nel ruolo della glaciale responsabile della sorveglianza del KGB Ljudmila Raskova, Agnes O’Casey, Alice Englert, Solly McLeod, Adam Nagaitis, Ruby Ashbourne Serkis, Josef Davies e Niamh Algar. Prima ancora della messa in onda, la stampa statunitense aveva già inquadrato l’operazione come il primo vero spin-off della storia di Apple TV+ – a voler essere pignoli, il secondo se si conta l’esperimento minore di Perfect Strangers, ma il primo a espandere davvero un universo narrativo strutturato.

Il primo dato su cui la critica converge è che Star City non ha bisogno della serie madre per funzionare: si può guardare senza aver mai visto un episodio di For All Mankind, e regge benissimo da sola. È un risultato tutt’altro che scontato per uno spin-off che condivide showrunner, ambientazione temporale e persino alcuni personaggi: Sergei Nikulov e Irina Morozova, comparse minori di For All Mankind interpretate lì da altri attori, tornano qui – con un nuovo cast – da giovani, ricevendo per la prima volta una storia d’origine propria. La differenza sostanziale sta nel registro. For All Mankind è nata come dramma corale ottimista, quasi un poema sull’ingegno umano che si tinge via via, stagione dopo stagione, di una soap opera familiare sempre più dilatata: matrimoni, tradimenti, generazioni di figli e nipoti che si accumulano fino a diventare, secondo più di una recensione, un peso morto sulla struttura narrativa. Star City rovescia il rapporto tra le componenti: il centro non è la famiglia allargata ma il sospetto, non l’ottimismo ma la paranoia di un sistema che sorveglia se stesso. Dove la serie madre guardava verso l’alto, verso l’impresa tecnica come atto di fede collettiva, lo spin-off guarda verso il basso – corridoi, uffici, camere da letto sorvegliate – e trasforma la corsa allo spazio in un romanzo di spionaggio con l’astronautica sullo sfondo. È precisamente questa sottrazione di melodramma a favore della tenuta psicologica dei personaggi il punto su cui più di un recensore ha riconosciuto alla serie una maturità superiore a quella del prodotto originario, pur senza mai sminuire quest’ultimo.

Il meccanismo ucronico – l’Unione Sovietica che arriva per prima sulla Luna – non è mai, in Star City, un semplice pretesto per l’estetica retrofuturista. È il motore stesso del racconto politico. La vittoria lunare sovietica diventa immediatamente materia di propaganda di Stato, e la narrazione insiste su un punto colto con favore dalla critica: lo spazio, in questo universo alternativo, non è conquista scientifica disinteressata ma strumento di legittimazione del potere. Le missioni vengono decise, accelerate o insabbiate non in base a criteri tecnici ma alla loro utilità come vittoria d’immagine da esibire in funzione anti-americana. Un episodio arriva a mettere in scena un ammutinamento burocratico interno pur di proteggere la narrazione ufficiale di successo, e più di una recensione ha sottolineato come la serie costruisca un parallelo scomodo ma efficace fra la costruzione del mito della cosmonauta e le battaglie, storicamente reali, delle prime astronaute americane contro l’establishment NASA: la propaganda di regime, in altre parole, non è poi così lontana da altre forme, più morbide ma non meno reali, di strumentalizzazione del corpo femminile a fini di immagine nazionale.

Ed è proprio nel secondo episodio, intitolato “A Bear on a Chain”, che la serie rivela un taglio intellettuale più raro di quanto il genere lasci presagire: un personaggio cita, quasi di sfuggita, Nikolaj Fëdorov, il bibliotecario-filosofo ottocentesco padre del cosmismo russo, la corrente di pensiero che legava l’esplorazione dello spazio a un progetto di redenzione collettiva e di vittoria scientifica sulla morte, e che per vie traverse – attraverso l’allievo Ciolkovskij – arrivò a influenzare concretamente l’astronautica sovietica. È un riferimento minimo, quasi subliminale nel montaggio, eppure segnala una cura documentaria non scontata: la serie non si limita a citare Fëdorov come sfondo culturale plausibile, ma lo usa per suggerire che dietro l’ossessione sovietica per lo spazio non c’era soltanto propaganda di Stato, ma anche un sostrato ideologico più antico, mistico, quasi religioso, che il marxismo ufficiale aveva ereditato e riconvertito ai propri fini. È un dettaglio che pochissime produzioni americane si sarebbero prese la briga di inserire, e che restituisce alla serie uno spessore da romanzo storico più che da semplice period drama di genere.

Sul piano della messa in scena, il consenso è compatto: la fotografia desatura la tavolozza calda e ottimista da “Mad Men sovietico” della serie madre in favore di grigi istituzionali, verdi militari e bianchi ingialliti dal fumo di sigaretta, fino alla neve, descritta come visivamente stanca. Scenografia, architettura, segnaletica in cirillico e ricostruzione degli interni di Zvëzdny Gorodok vengono lodate quasi ovunque come il punto di forza più solido della produzione, sorretta da un budget che For All Mankind raramente ha potuto permettersi con questa cura nei dettagli materiali.

Va però corretta, sul piano dei fatti, un’impressione diffusa fuori dagli Stati Uniti: la critica statunitense non ha affatto premiato una scelta di casting basata su fisionomie lontane da quelle anglosassoni. È vero l’esatto contrario, ed è diventato uno dei punti più controversi della ricezione. Se For All Mankind affidava i ruoli sovietici ad attori di origine russa o dell’Est Europa, o comunque ad attori che tentavano un accento russo credibile, Star City ha scelto un cast in larghissima parte britannico, irlandese, gallese e australiano che conserva il proprio accento originale, senza alcun tentativo di inflessione slava. Alcune testate hanno bollato la scelta come straniante e mal calibrata; altre l’hanno letta come una stilizzazione deliberata, un modo per evitare la caricatura da Guerra Fredda a favore di una recitazione trattenuta, più interessata alla verità emotiva che alla verosimiglianza fonetica. Ma la polemica, a ben vedere, nasce da un equivoco di genere che una minima disciplina diegetica basterebbe a sciogliere: sarebbe assurdo che dei sovietici, in casa propria, parlassero fra loro con un accento russo – nella finzione narrativa sono madrelingua, e l’inglese che sentiamo non è altro che la traduzione convenzionale del russo che i personaggi credibilmente parlano, esattamente come accade in decine di film e serie ambientati in paesi non anglofoni. L’accento russo, semmai, avrebbe senso solo nella prospettiva opposta, quella di For All Mankind, dove i sovietici sono percepiti da un punto di vista americano, straniero: lì l’inflessione serve a segnalare l’alterità. In Star City, che adotta invece il punto di vista interno, quella stessa inflessione sarebbe stata un artificio ancora più immotivato. Letta così, la scelta di casting smette di essere un difetto di verosimiglianza e diventa una decisione coerente col cambio di prospettiva che è la ragion d’essere stessa dello spin-off.

Sul fronte narrativo puro, è la spina dorsale da spy thriller a reggere l’intera stagione, ed è qui che Star City dimostra la sua distanza più netta dalla serie madre. La regia del KGB, incarnata dalla Raskova di Anna Maxwell Martin, non è un ornamento gotico ma un meccanismo narrativo che struttura ogni relazione: matrimoni combinati imposti dallo Stato, sospetti di sorveglianza americana che costano vite umane in missione, dossier che si accumulano su ogni personaggio come una minaccia sempre presente e mai risolta. Il paragone più citato dalla critica è con The Americans, il capolavoro di spionaggio coniugale ambientato dall’altra parte della stessa Guerra Fredda, e il confronto regge solo in parte. Come The Americans, Star City fa della sorveglianza reciproca il tessuto connettivo di ogni rapporto – coniugale, professionale, amicale – e affida la tensione più a ciò che i personaggi non possono dirsi che a colpi di scena eclatanti. Ma dove la serie di Weisberg e Fields lavorava per sottrazione, lasciando che l’ambiguità morale dei due protagonisti restasse irrisolta per intere stagioni, Star City è ancora, nella sua prima annata, un impianto più didascalico: lo Stato sovietico resta più chiaramente collocato dalla parte del torto, i margini di zona grigia più ristretti. È esattamente il limite che alcuni recensori hanno indicato: la componente di spionaggio non raggiunge ancora la densità psicologica del proprio modello dichiarato, e la caratterizzazione, specie nei primi episodi, resta talvolta più funzionale che approfondita. È un’obiezione legittima, e segnala il vero punto debole della stagione: non tutti i personaggi minori reggono lo stesso peso dei protagonisti. Ma il disegno complessivo – la burocrazia del sospetto come vera antagonista, più delle singole spie – resta coerente e ben calibrato, ed è proprio l’assenza di soluzioni facili, di redenzioni morali troppo nette, a distinguere la serie dal tono più consolatorio che For All Mankind aveva progressivamente assunto.

Non tutta la stampa ha applaudito senza riserve. Alle recensioni entusiaste, che hanno definito la serie impeccabile, cupa e completamente notevole, si affiancano letture più caute, e alcune reazioni di pubblico hanno lamentato una rappresentazione dell’Unione Sovietica giudicata sbilanciata, quasi caricaturale nel suo pessimismo, in contrasto con la simpatia mai negata che For All Mankind riservava al programma spaziale americano. È un’obiezione che rovescia l’argomento opposto: se da un lato la serie viene lodata per la complessità psicologica dei suoi personaggi, dall’altro le si rimprovera un impianto ideologico di fondo – Stato sovietico oppressivo per definizione – che rischia di appiattire proprio quella complessità in una cornice già scritta in partenza. È una tensione che i prossimi episodi, se la serie verrà confermata, dovranno affrontare più esplicitamente.

Resta il fatto che, nel complesso, Star City ottiene ciò che pochissimi spin-off riescono a ottenere: giustificare la propria esistenza senza appoggiarsi alla nostalgia per la serie originaria. Dove For All Mankind aveva bisogno di sei stagioni per trovare – e in parte perdere – il proprio equilibrio fra dramma umano e ambizione tecnologica, Star City arriva già formata, con un’identità visiva e tonale riconoscibile dal primo episodio, e con un’idea di fondo – lo spazio come propaganda, e persino come teologia laica, non come sogno disinteressato – che la serie madre non ha mai osato portare fino in fondo. Se il paragone diretto resta, per definizione, ingiusto verso un progetto che ha alle spalle sette anni di rodaggio contro otto episodi, il giudizio più onesto è quello suggerito da più parti: non serve che Star City duri quanto For All Mankind per essere, episodio per episodio, più tesa, più adulta e, nella sua freddezza calcolata, più vera.

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Le contraddizioni del PD dietro le esternazioni sulla guerra di Virginia Libero

di Domenico Moro

Le esternazioni della leader dei Giovani democratici, Virginia Libero, sono piuttosto curiose, ma interessanti, perché ci dicono qualcosa sulla situazione attuale nel nostro paese (e non solo). Premetto che il pericolo che l’Europa (e l’Italia) sia coinvolta per la prima volta dalla fine del Secondo conflitto mondiale (ex Jugoslavia a parte) in una guerra generale sul suo territorio si sta facendo sempre più preoccupante. L’abbattimento recente di un drone russo da parte di due caccia italiani, schierati in Europa orientale, ne è una prova. 

Comunque, per quanto riguarda Virgina Libero la sua dichiarazione contro il riarmo e la guerra e a favore della diserzione appare abbastanza curiosa. Infatti, il suo partito, il Pd, è non solo favorevole al riarmo e all’appoggio militare all’Ucraina (dato che sarebbe stata aggredita da Putin), ma è storicamente sempre stato favorevole alle guerre “umanitarie” intraprese dall’Occidente collettivo (compresa l’aggressione alla Libia voluta soprattutto dal presidente Napolitano, del Pd), garante della Nato e soprattutto espressione del capitale transnazionale (magari della frazione democratica-Usa), quello che sta alla radice delle tendenze imperialistiche. 

Malgrado ciò, penso che limitarsi a dire questo sia insufficiente. Quella di Virginia Libero non saprei dire quanto sia stata una uscita spontanea o calcolata. Ad ogni modo, è stata ripresa e criticata da molti esponenti del Pd, e appoggiata da altri, come Orfini e Scotto. Il giorno dopo la sua esternazione, Virginia Libero ha ritrattato in parte, dicendo che non si riferiva all’Ucraina che sarebbe – comunque – il paese aggredito.

Ci si potrebbe chiedere a questo punto a quale guerra si riferisse, visto che quella tra Ucraina e Russia è l’unica guerra in cui potremmo essere coinvolti direttamente. 

Ma il punto è un altro, cioè che probabilmente la sua uscita rifletta una contraddizione interna al Pd. Cioè la contraddizione tra la sua natura di classe, ossia l’essere garante del capitale transnazionale e della Nato, e la necessità di recuperare fasce di elettorato popolare, che si è allontanato dal Pd e senza le quali non può vincere alle prossime politiche. È la contraddizione della segreteria di Elly Schlein dall’inizio: la volontà di rifarsi un look di “sinistra” e di continuare a tenere insieme nel partito russofobi e guerrafondai e soprattutto, tranquillizzare i veri potenti su tutta una serie di temi. 

E questo ci dice un’altra cosa e cioè che in Italia (ma anche in Germania e in altri paesi dell’Europa occidentale) la maggioranza della popolazione è contro l’invio di armi all’Ucraina e contro il coinvolgimento nella guerra. Del resto, anche Meloni, che non è stupida, lo sa e infatti, cerca di tenersi – per quello che può (anche lei deve rispondere a forze potenti) – a distanza dai “volenterosi”. Infine, ci dice che il Pd è in difficoltà, perché tenere insieme capra e cavoli è sempre più difficile. Di conseguenza, le forze politiche, sindacali e sociali che sono pacifiste devono proseguire tenacemente con i loro attacchi al riarmo e alla guerra, allargando, se possibile, ancora di più le contraddizioni nel fronte opposto favorevole alla guerra e mettere in difficoltà quei partiti che hanno il piede in due scarpe dal Pd alla Lega del sempre più contraddittorio Salvini.

Il punto vero, e qui concludo veramente, è che c’è un divorzio, sempre più evidente, tra potere politico-economico e consenso di massa nei paesi Europei occidentali, come dimostra anche il risultato elettorale in Germania dell’AfD. È questo che bisogna sfruttare per bloccare guerra e riarmo.

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Il “centrosinistra” è finito

di Giorgio Cremaschi

A Berlino ha vinto la Linke che si dichiara apertamente per il socialismo, con una candidata sindaca – Elif Eralp – che ha proposto l’esproprio delle grandi proprietà immobiliari. Immaginiamo la destra italiana, ma anche i sindaci di centrosinistra delle grandi città, di fronte a questo programma: orrore!

La realtà è che con il dilagare del voto di protesta per i reazionari e razzisti di AfD, che si sono affermati anche in Mecklemburgo e Pomerania, il tradizionale centrosinistra si scioglie come neve al sole, e prima di tutto sparisce proprio il centro. Questo non solo in Germania, ma in tutta Europa.

Il centro liberale e guerrafondaio e la sinistra che si è fatta assorbire da esso, vengono travolti da quella estrema destra che è stata alimentata dalle loro stesse politiche. L’austerità, le privatizzazioni, il privilegio ai ricchi, la distruzione dei servizi pubblici, la precarietà, i bassi salari e l’insicurezza sociale, son stati tutti avviati dai governi rappresentati nella UE da Ursula von der Leyen. Persino i muri contro i migranti sono oggi sostenuti dall’Unione Europea.

E ora alle politiche neoliberali si aggiungono quelle di di riarmo e i propositi di guerra alla Russia. Merz ha inaugurato le sua catastrofica campagna elettorale con un riarmo di 1.000 miliardi finanziato dal taglio alle pensioni. Il miglior artefice dei successi di AfD è il cancelliere tedesco a capo della coalizione di democristiani e “socialdemocratici”.

L’alternativa all’estrema destra non è il centro con l’aggiunta di una “sinistra” che rinunci a essere tale. Prodi, Draghi, Gentiloni, tutti i loro omologhi liberali europei, la grande stampa che li sponsorizza, hanno torto marcio quando proclamano che le elezioni “si vincono al centro”.

È vero l’esatto contrario: per battere la destra bisogna essere anticapitalisti e pacifisti, per battere la destra bisogna rivendicare il socialismo.

In Italia solo il 18% della popolazione vuole ancora mandare armi in Ucraina, mentre il 40% vuole politiche di stampo socialista. A Berlino quasi il 50% dei giovani sotto i 34 anni ha votato per Elif Eralp. Il “centrosinistra” liberale è finito come merita, l’alternativa alla destra è il socialismo.

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Ultimatum agli yemeniti. Ma gli attacchi alle navi sono cessati da tempo

L’Occidente collettivo sta alzando i toni anche quando non dovrebbe, in particolare sulla situazione nello Yemen. “Gli Houthi nello Yemen devono cessare immediatamente tutte le loro azioni militari, minacce e attacchi contro il trasporto marittimo”. Questo è il tono di un comunicato dei ministri degli Esteri del G7 diffuso a margine dell’Assemblea generale dell’ONU.

“Le loro azioni riprovevoli delineano una pericolosa traiettoria di escalation che rischia di esacerbare ulteriormente il conflitto, di compromettere il commercio internazionale e di generare instabilità economica su scala globale”, hanno aggiunto i rappresentanti delle maggiori potenze capitaliste occidentali, ribadendo “la necessità assoluta di garantire una sicurezza marittima permanente, nonché i diritti e le libertà di navigazione in tutto il mondo”.  Inoltre hanno esortato l’Iran a porre fine alla fornitura di armi e al sostegno ai ribelli yemeniti.

A scatenare la ripresa del conflitto è stata l’Arabia Saudita

Come noto, dopo il fallimento dell’offensiva militare scatenata dall’Arabia Saudita nello Yemen nei mesi scorsi, i miliziani yemeniti del movimento Ansarallah (più conosciuti in occidente come Houthi) hanno consolidato il loro controllo sullo strategico stretto di Bab el-Mandeb, ma soprattutto stanno incidendo pesantemente sulle esportazioni saudite.

L’aver colpito l’oleodotto terrestre saudita che bypassa lo stretto di Bab el Mandeb e sfocia direttamente nel Mar Rosso, ha portato al blocco delle esportazioni petrolifere saudite. Inevitabili le ripercussioni su tutta la geografia mondiale del petrolio e sui prezzi del greggio. Si tratta indubbiamente di una preoccupazione vitale e strategica per l’Europa, ma che potrebbe avere una soluzione pratica che eviti una escalation militare che aggraverebbe la situazione.

L’allarme delle potenze occidentali sul blocco delle Stretto appare invece decisamente strumentale e funzionale a creare il clima per una spedizione militare europea contro i miliziani yemeniti. Semmai occorrerebbe portare a più miti consigli l’Arabia Saudita per disinnescare le tensioni nell’area, evitando per esempio che la competizione sul campo con gli Emirati Arabi Uniti provochi ulteriori disastri politici e militari nello Yemen.

“Come si può porre fine a questa ultima escalation? Ansar Allah, che governa su oltre il 70% della popolazione yemenita, insiste che la guerra può essere fermata revocando il blocco saudita vecchio da 12 anni” sottolinea il Middle East Eye. Mohammed al-Bukhaiti, un portavoce Houthi di alto rango, ha detto a Sky News che Sanaa cerca “di porre fine al blocco e di porre fine all’aggressione contro gli yemeniti... La palla è nel campo dei sauditi, è loro la decisione di fermare questa guerra”.

Ma l’Unione Europea vuole “mostrare i muscoli”

Ma l’occidente collettivo vive la frenesia di “mostrare i muscoli” nel Mar Rosso, avendo avuto un ruolo del tutto marginale nella guerra statunitense contro l’Iran e nella gestione della crisi nello Stretto di Hormuz.

Mentre l’Italia del ministro Crosetto si batte bellicosamente il petto, dando ordine ad una fregata militare di scortare un mercantile italiano che nessuno ha minacciato dentro il Mar Rosso, la Francia si è detta pronta a lavorare alla “messa in sicurezza delle infrastrutture energetiche saudite prese di mira dagli Houthi, adottando un approccio strettamente difensivo”.

L’attacco yemenita sulla base militare saudita di Taif che ha danneggiato un caccia Typhoon italiano, pone il problema della legittimità della presenza militare italiana in quel posto. Inoltre va rammentato che l’Italia in questi anni ha riempito di armamenti l’Arabia Saudita e funzionato da hub logistico per il transito di armi verso Riad, come hanno ripetutamente denunciato i portuali italiani.

Ma, nonostante queste contraddizioni in pancia, la svalvolata Kallas, responsabile della politica estera europea, ha raccolto il grido di Crosetto e sollecitato ufficialmente il rafforzamento della missione navale militare Aspides già operativa nella regione a ridosso del Mar Rosso.

Gli attacchi alle navi in transito sono cessati da un pezzo

In realtà sono molti mesi che i miliziani di Ansarallah non attaccano navi che transitano nello Stretto di Bab el Mandeb. Il fatto che controllino lo Stretto non significa automaticamente che le navi siano state attaccate. L’ultimo attacco dei miliziani yemeniti ad un nave risale infatti all’11 agosto 2026, quando presero di mira una piccola nave mercantile chiamata “Tihamah” (battente bandiera della Tanzania) che transitava nello Stretto di Bab el-Mandeb. Dopodiché non sono stati registrati altri attacchi a navi in transito. In più dichiarazioni pubbliche i miliziani yemeniti hanno affermato di non avere – per ora – intenzione o ragione di attaccare navi italiane o statunitensi che transitano nello Stretto.

L’allarme sollevato dal G7, da Crosetto o dalla Francia contro i miliziani yemeniti appare dunque del tutto strumentale.

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Riarmo europeo = crescita zero e austerità. L’Italia “mischia” i conti delle spese militari

La corsa al riarmo europeo è un boomerang economico e finanziario dalle proporzioni allarmanti, ma le classi dirigenti del Vecchio Continente fanno finta di nulla. Dietro gli annunci di Bruxelles e gli impegni assunti in sede NATO, il quadro delineato da documenti ufficiali e relazioni istituzionali mostra che la deriva guerrafondaia non porterà crescita economica, ma solo tagli alla spesa sociale.

A fare chiarezza sugli effetti macroeconomici della clausola di salvaguardia nazionale per le spese militari, approvata dalla Commissione Europea, è uno studio commissionato da un’altra Commissione, quella per i problemi economici e monetari (ECON) del Parlamento Europeo.

Ricordiamo che il meccanismo della clausola prevede di escludere dai vincoli di bilancio gli esborsi per la difesa aggiuntivi rispetto al 2021, fino a un massimo dell’1,5% del PIL all’anno tra il 2025 e il 2028. Ma un’esclusione “amministrativa” non cancella gli effetti reali... Il problema è quel che succederà dopo.

Andando con ordine, la prima promessa propagandistica che il rapporto smonta è quella che le iniezioni di fondi per il complesso militare-industriale possa fungere da volano per l’economia. Falso. Gli studiosi dell’Europarlamento affermano che la stima della stessa Commissione UE (appena lo +0,5% annuo) sia fin troppo ottimistica.

Il moltiplicatore fiscale della difesa è infatti inferiore a uno (produce cioè meno di un euro di ricchezza per ogni euro speso), e del tema – e di come è stato manipolato per promuovere il riarmo – ne abbiamo già parlato sul nostro giornale. Quel che lascerà, a partire dal 2029, sarà un sistema produttivo che per sopravvivere avrà bisogno di conflitti, non sarà più ricco di prima, e dovrà fare comunque i conti col ritorno ai precedenti vincoli di bilancio.

Gli economisti dell’ECON avvertono che i paesi ad alto debito – tra cui si indicano esplicitamente Italia, Ungheria, Spagna, Portogallo, Grecia e Polonia – saranno costretti a realizzare consistenti avanzi primari strutturali. Ciò richiederà inevitabilmente aumenti delle tasse o pesanti tagli alle altre voci del bilancio pubblico, o un mix di entrambi, col rischio di arrivare addirittura a deprimere le economie nazionali.

Per limitare i danni, gli autori suggeriscono di non utilizzare per intero la clausola e di sfruttare la quota concessa da Bruxelles per la sicurezza energetica (pari allo 0,3% annuo e allo 0,6% complessivo tra il 2026 e il 2028), che si spera possa attivare meccanismi più virtuosi. La quota che il governo italiano ha, infatti, immediatamente affermato di voler utilizzare.

Parlando dunque del Belpaese, bisogna però dire che, se Roma rimarrà imbrigliata negli indirizzi strategici della deriva bellicista europea e ai target NATO, la situazione non sarà di certo migliore, anzi rischia di avere toni ancora più foschi, dato che ogni euro dovrà essere messo nel comparto militare.

Infatti, nel 2025 l’Italia ha formalmente centrato l’obiettivo atlantico del 2% del PIL destinato alla Difesa. Tuttavia, la Corte dei Conti, nella Relazione sul Rendiconto generale dello Stato del 2025, mette in luce come tale traguardo sia frutto di una semplice riscrittura contabile, e non di nuove risorse stanziate.

Il target è stato centrato allargando il perimetro del bilancio integrato in chiave NATO e riclassificando in quell’ambito voci relative ad altri ministeri: i trattamenti pensionistici delle forze dell’ordine, alcune risorse per la cybersicurezza, investimenti nell’industria spaziale e in infrastrutture dual use, esborsi per Guardia di Finanza e Capitaneria di Porto e, infine, gli stanziamenti del Ministero delle Imprese per programmi d’arma, saliti da 1,8 miliardi nel 2024 a 2,9 miliardi nel 2025, oltre a fondi per missioni internazionali ed elementi del PNRR.

Dunque, la spesa militare è nettamente aumentata sui libri contabili, ma neanche quanto vorrebbero Bruxelles e Washington. La Corte ha sottolineato l’assenza di trasparenza e omogeneità nei dati, e il “gioco delle tre carte” sulle voci di bilancio può andare bene per tenere calmi gli animi.

Però, una volta giunti alla scadenze, gli obiettivi dovranno essere raggiunti. Il che significherà l’ennesimo massacro sociale per le classi popolari italiane.

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L’ultimo tassello della reintroduzione del razzismo nella scuola

Dal palco di Fenix la Presidente del Consiglio Giorgia Meloni ha annunciato con toni trionfalistici e parecchia enfasi un tetto del 30% di alunni stranieri per classe e il divieto di niqab e burqa in aula. Il Ministro Valditara porterà le misure in un decreto al prossimo Consiglio dei ministri, mentre la Lega ragiona sulla revoca del permesso di soggiorno alle famiglie che non mandano le figlie a scuola.

USB Scuola denuncia una linea politica che tratta i figli degli immigrati come un problema da contenere e che non affronta i nodi problematici della scuola statale. Una linea che porta dentro le scuole una logica di respingimento fino a oggi estranea alla scuola pubblica statale.

I numeri non descrivono nessuna emergenza. Gli alunni con background migratorio sono circa 931 mila, l’11,6% del totale, e due terzi di loro sono nati in Italia. Le classi in cui gli alunni di prima generazione superano il 20% sono circa mille su oltre 300 mila. Il tetto del 30% esiste già dalla circolare Gelmini del 2010 e non è mai stato applicato, perché le famiglie vivono dove gli affitti costano meno e i bambini frequentano la scuola del loro quartiere. Invece di intervenire su casa, servizi e organici, vale a dire sui nodi che rispondono ai bisogni di tutte e di tutti, il Governo sposta il problema sui bambini immigrati. Distribuire alunni tra istituti diversi in base alla cittadinanza e alla conoscenza dell’italiano significa classificarli per origine, e una scuola costituzionale non può farlo.

Colpisce che il presidente dell’ANP, Antonello Giannelli, abbia definito la questione “fondata e condivisibile” in termini didattici, limitando i dubbi alla difficoltà di trovare una soluzione tecnica. Sul piano didattico e pedagogico non esiste alcun elemento che giustifichi il tetto. Le difficoltà nelle classi con molti alunni arrivati da poco nel nostro Paese dipendono dal numero insufficiente di docenti e ATA, dalle ore di italiano come seconda lingua, dalla presenza esigua di personale di supporto, e non dalla nazionalità di chi siede tra i banchi delle nostre scuole. Riconoscere al Governo la ragione di principio e discutere soltanto le modalità di applicazione offre una copertura di legittimità a una scelta politica aberrante.

Le domande poste da molti dirigenti scolastici sono giuste: cosa facciamo, li mandiamo via? La risposta è che nessun bambino va mandato via, e che il principio stesso va respinto.

I dati sull’abbandono scolastico, 26,2% tra chi non ha la cittadinanza italiana contro il 6,7% degli italiani, indicano dove intervenire. Le scuole che accolgono di più sono anche quelle a cui lo Stato ha dato di meno, e un tetto non aggiunge un’ora di italiano né un insegnante in classe.

USB Scuola chiede investimenti straordinari per aumentare gli organici di docenti e di personale ATA. Servono docenti specializzati nell’insegnamento dell’italiano come seconda lingua, docenti di sostegno e mediatori linguistici in compresenza, più collaboratori scolastici e assistenti amministrativi per accompagnare l’accoglienza e le pratiche delle famiglie, con risorse stabili e assunzioni a tempo indeterminato. L’integrazione di tutti gli alunni si costruisce con più personale e più tempo scuola, in classi dove nessun bambino viene contato come una quota. Tutto il resto è demagogia di basso livello.

USB Scuola respinge queste forme di propaganda elettorale e invita docenti, personale ATA e dirigenti scolastici a contrastare queste misure retrograde e anticostituzionali.

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IA, dalla soluzione del problema matematico del millennio ai riders, senza sicurezza

L’8 settembre OpenAI ha annunciato di aver prodotto una soluzione al problema dell’esistenza e regolarità delle equazioni tridimensionali di Navier-Stokes, uno dei sette Millennium Prize Problems.

Se la dimostrazione supererà definitivamente il vaglio della comunità matematica, si tratterà di un risultato storico, non soltanto perché riguarda una questione rimasta aperta per circa novant’anni, ma anche per il modo in cui sarebbe stato raggiunto, attraverso un sistema interno di intelligenza artificiale e una dimostrazione successivamente formalizzata in Lean.

Quasi contemporaneamente è nato un conflitto sull’attribuzione del risultato. Tristan Buckmaster e Levent Alpöge stavano infatti lavorando su problemi strettamente collegati, mentre Buckmaster aveva utilizzato intensamente Codex durante la propria ricerca.

OpenAI sostiene, dopo una verifica interna, che quelle interazioni non possano aver contribuito al sistema che ha prodotto la soluzione e riconosce al gruppo concorrente la priorità su un risultato relativo alle equazioni di Euler; Buckmaster, da parte sua, ha contestato il modo in cui la vicenda è stata gestita e ha sollevato il problema dell’accesso ai materiali inseriti nel sistema durante il proprio lavoro.

Non vi sono elementi sufficienti per trasformare questa controversia in una prova di appropriazione, ma proprio per questo la questione più interessante sembra stare altrove: nel fatto che diventi sempre più difficile attribuire in modo semplice una conoscenza quando essa viene prodotta attraverso strumenti che concentrano al proprio interno quantità crescenti di sapere accumulato socialmente.

La formula secondo cui “l’IA ha risolto Navier-Stokes” tende infatti a trasformare il sistema tecnico in un nuovo soggetto della produzione scientifica, mentre dietro quel risultato continuano a trovarsi decenni di matematica, informatica e fisica, ricerca pubblica e privata, software, infrastrutture materiali e lavoro di programmatori e ricercatori.

Più che un’intelligenza comparsa improvvisamente accanto a quella umana, ciò che abbiamo di fronte sembra quindi una forma particolarmente avanzata di intelligenza sociale oggettivata.

È un processo che Marx aveva già intravisto nei Grundrisse, quando osservava come il sapere sociale tendesse a incorporarsi nel sistema delle macchine, e poi sistematizzato nel primo libro de Il Capitale.

Con l’intelligenza artificiale, tuttavia, questo movimento investe direttamente il lavoro mentale, ed è qui che le riflessioni di Guglielmo Carchedi risultano particolarmente utili. Progettare, programmare, produrre una dimostrazione matematica o trasformare determinate conoscenze in conoscenze nuove NON costituisce infatti un’attività “immateriale” nel senso di estranea al processo produttivo, ma un lavoro nel quale vengono impiegati tempo, capacità e forza-lavoro.

Ciò che il capitale aveva compiuto storicamente nei confronti di molte forme di lavoro manuale, osservandole, scomponendole e incorporandone progressivamente le capacità nella macchina, può quindi estendersi ad una parte crescente del lavoro mentale.

Non ogni interazione con un sistema di intelligenza artificiale produce direttamente valore, così come non ogni contenuto viene automaticamente utilizzato per addestrare un modello. Quando però questi strumenti vengono impiegati su scala di massa, costituiscono anche un enorme spazio di sperimentazione sociale nel quale diventano progressivamente visibili problemi, procedure, errori, criteri di valutazione e forme di conoscenza pratica che fino a ieri rimanevano disperse nell’attività di milioni di individui.

Da questo punto di vista, quanto sta avvenendo presenta una continuità con la storia del software libero. GNU/Linux aveva già mostrato come una comunità distribuita potesse produrre e perfezionare un’infrastruttura estremamente complessa mettendo in comune codice e conoscenze.

Il movimento del software libero aveva cercato consapevolmente di impedire l’appropriazione esclusiva del codice, fino a costruire strumenti come il copyleft, ma la proprietà comune del software non comportava quella comune dei server, delle fabbriche, delle piattaforme o della ricchezza prodotta attraverso quella base tecnica. Il capitale poteva quindi utilizzare una conoscenza rimasta comune per ridurre i propri costi e produrre profitto altrove, socializzando una parte dei costi della produzione del sapere senza rinunciare all’appropriazione privata dei risultati.

Con l’intelligenza artificiale il meccanismo si amplia ulteriormente, perché non riguarda più soltanto comunità relativamente ristrette di sviluppatori che scelgono consapevolmente di mettere in comune il proprio lavoro.

Quando questi strumenti entrano nella produzione, il progettista che corregge una soluzione, il programmatore che riformula una richiesta, il ricercatore che verifica un risultato o il tecnico che individua un errore, rendono indirettamente formalizzabili parti della propria attività, cosicché una quota del loro sapere può essere incorporata nel mezzo tecnico e ripresentarsi successivamente come capacità appartenente all’impresa che controlla quell’infrastruttura.

Se il caso Navier-Stokes pone quindi il problema dell’origine sociale della conoscenza incorporata nella macchina, un secondo episodio recente consente di guardare alla stessa questione dal lato dell’autonomia operativa dei sistemi.

Durante una valutazione di cybersicurezza condotta da OpenAI, un agente che avrebbe dovuto operare all’interno di un ambiente controllato è riuscito a sfruttare una vulnerabilità per raggiungere Internet, utilizzare un’infrastruttura esterna come base e arrivare successivamente a compromettere sistemi di Hugging Face.

La ricostruzione tecnica pubblicata da quest’ultima descrive una sequenza prolungata di azioni attraverso cui il sistema ha oltrepassato il perimetro originario e utilizzato risorse esterne nel tentativo di raggiungere l’obiettivo assegnato.

La lettura più immediata sarebbe quella della macchina che “sfugge al controllo”, ma rischierebbe di essere anche la meno utile. Non occorre infatti attribuire agli agenti una volontà di ribellione: il problema nasce proprio perché la capacità di trovare percorsi non interamente prescritti in anticipo costituisce una delle ragioni della loro utilità. Quanto maggiore diventa questa autonomia operativa, tanto più difficile risulta prevedere tutti i mezzi attraverso cui l’obiettivo assegnato verrà perseguito.

La tensione sembra quindi collocarsi meno tra una macchina obbediente e una macchina ribelle e molto di più tra l’autonomia necessaria al funzionamento di questi sistemi e la necessità di mantenerne sotto controllo gli effetti.

È anche in questo quadro che possono essere lette le dichiarazioni allarmate provenienti da alcuni dirigenti delle maggiori imprese del settore. Dario Amodei di Anthropic ha recentemente proposto di rallentare la crescita delle capacità dei modelli, accompagnando questa richiesta con l’ipotesi di maggiore coordinamento tra le imprese della frontiera e con la necessità di mantenere il vantaggio statunitense rispetto alla Cina, anche attraverso controlli più stretti sull’accesso alle tecnologie avanzate.

Sarebbe riduttivo leggere queste posizioni soltanto come una presa di coscienza dei rischi tecnologici, così come sarebbe altrettanto riduttivo considerarle una semplice costruzione strumentale. Il rischio può essere reale e, nello stesso tempo, assumere una funzione precisa nella competizione tra capitali e tra Stati.

Lo si vede proprio quando la questione incontra la Cina, perché se lo sviluppo dei sistemi più potenti richiede effettivamente maggiore cautela, un rallentamento unilaterale può trasformarsi immediatamente in uno svantaggio strategico.

Non a caso le richieste di maggiore sicurezza convivono con una competizione sempre più aspra sul controllo dei semiconduttori, della capacità di calcolo, dei modelli e delle infrastrutture digitali, mentre anche in Europa le proposte americane di rallentamento vengono lette da alcuni attori industriali come un possibile consolidamento del vantaggio già acquisito dalle imprese statunitensi.

Ogni blocco avrebbe così interesse a ridurre i rischi senza perdere la propria posizione relativa, o facendo in modo che siano gli altri a sopportare il costo maggiore del rallentamento. Una questione presentata come “universalmente umana” assume quindi inevitabilmente la forma concreta dei rapporti di forza tra Stati (peraltro con un peso interno delle società private assai diverso).

A questa contraddizione geopolitica se ne aggiunge però un’altra, interna allo stesso processo di accumulazione. La corsa all’IA richiede quantità enormi di capitale immobilizzato in data center, chip, energia e reti, mentre la rapidità con cui si succedono nuove generazioni di modelli tende ad abbreviare la vita economica degli investimenti appena realizzati.

La Banca dei Regolamenti Internazionali ha stimato che le cinque maggiori imprese tecnologiche possano investire oltre mille miliardi di dollari nell’IA nel solo biennio 2025-2026, richiamando nello stesso tempo l’attenzione sull’aumento del debito, sull’opacità di parte dei finanziamenti e sul rischio che i rendimenti futuri non siano sufficienti a giustificare la massa di capitale anticipata.

Per il singolo capitale, tuttavia, rallentare autonomamente non costituisce una soluzione, perché se un’impresa rinuncia alla generazione successiva mentre un concorrente continua a investire rischia semplicemente di perdere la propria posizione. Ciò che appare razionale dal punto di vista di ogni singola impresa può quindi produrre, una volta generalizzato, una massa crescente di capitale fisso da valorizzare e, nello stesso tempo, esposta a una rapida obsolescenza.

È una dinamica che ricorda, almeno formalmente, quanto accaduto agli agenti artificiali: viene assegnato un obiettivo locale, mentre il suo perseguimento può produrre un risultato complessivo che nessun singolo soggetto aveva pianificato. Nel capitalismo ogni impresa cerca razionalmente di difendere la propria redditività, ma dalla combinazione di queste decisioni possono emergere sovraccumulazione, capacità produttiva eccedente, svalutazione e crisi, proprio perché nessun capitale può sottrarsi individualmente alla pressione della concorrenza.

È in questo spazio che in genere interviene lo Stato, tentando di imporre standard, limiti o forme di coordinamento che le singole imprese non potrebbero adottare unilateralmente senza esporsi ai concorrenti. Ciò che può disciplinare almeno temporaneamente la concorrenza all’interno di un blocco tende però, sul piano internazionale, a trasformarsi in uno strumento della competizione tra blocchi, mentre dietro il linguaggio della “sicurezza” torna la questione di chi controllerà la nuova gerarchia produttiva mondiale.

Se però la contraddizione viene rappresentata esclusivamente come un conflitto tra “umanità” e “intelligenza artificiale”, rischia di passare in secondo piano il fatto che quella macchina abbia proprietari, che gli obiettivi assegnati ai sistemi siano definiti all’interno di determinati rapporti produttivi e che qualcuno decida quali attività automatizzare e come distribuire i guadagni di produttività.

È sul terreno del lavoro che questo problema appare con maggiore chiarezza. Per la singola impresa, sostituire una parte del lavoro vivo attraverso sistemi automatici può essere perfettamente razionale. Se dieci lavoratori riescono a produrre quanto quindici, diminuisce il costo individuale della produzione e, almeno finché la nuova tecnologia non si diffonde, può comparire un vantaggio rispetto ai concorrenti.

Quando però l’innovazione si generalizza, il nuovo livello di produttività diventa la norma e quel vantaggio tende a scomparire, lasciando un processo produttivo che mette in movimento una quantità crescente di mezzi tecnici attraverso una quantità relativamente minore di lavoro vivo.

L’intelligenza artificiale non crea, in questo senso, una contraddizione radicalmente nuova, quanto piuttosto estende al lavoro mentale una dinamica che accompagna la grande industria da molto tempo.

Nella teoria marxiana la macchina non produce autonomamente nuovo valore, ma trasferisce progressivamente ai prodotti quello già incorporato in essa, mentre il nuovo valore continua a dipendere dal lavoro vivo. Eppure la concorrenza spinge ogni capitale a ridurre continuamente proprio la quantità relativa di quel lavoro necessaria alla produzione.

Questo non significa che l’automazione debba produrre immediatamente una crisi, perché l’aumento della produttività può accrescere il plusvalore relativo, ridurre il costo dei mezzi di produzione e creare nuovi settori.

Resta però una tensione strutturale, nella misura in cui la stessa dinamica che accresce la produttività tende anche a restringere relativamente la base di lavoro vivo sulla quale poggia il processo di valorizzazione.

Sarebbe difficile sostenere che i dirigenti delle imprese tecnologiche ragionino consapevolmente in questi termini quando chiedono di rallentare lo sviluppo dell’IA. Più plausibilmente, la contraddizione emerge attraverso questioni apparentemente separate – sicurezza, occupazione, investimenti, stabilità sociale e competizione geopolitica – che rinviano tutte alla difficoltà di governare una forza produttiva che il capitale è nello stesso tempo costretto a sviluppare.

Per questo la scelta tra accelerare e rallentare rischia di essere posta male. Il capitale deve accelerare perché la concorrenza lo impone, ma deve anche tentare di controllare gli effetti di quella stessa accelerazione; deve sviluppare una tecnologia prima dei concorrenti e contemporaneamente impedire che essi possano svilupparla con la stessa rapidità; deve ridurre il lavoro necessario alla produzione e continuare nello stesso tempo a trovare lavoro vivo sufficiente alla valorizzazione.

Ma il passaggio dal lavoro mentale alla macchina non produce effetti soltanto sui lavoratori che svolgono direttamente attività cognitive. Quando vengono incorporate nei sistemi digitali, infatti, anche funzioni come pianificare, coordinare, distribuire compiti, calcolare tempi, misurare prestazioni e assumere decisioni possono tornare a esercitare un comando sul lavoro manuale.

Da questo punto di vista la separazione tra lavoro mentale e manuale – peraltro mai assoluta, perché anche per usare le mani si pensa – non scompare, ma viene riorganizzata.

Una parte delle attività cognitive che servono a governare il processo di lavoro viene trasferita al sistema tecnico, mentre chi continua a eseguire materialmente la prestazione si trova sempre più spesso subordinato alle decisioni prodotte da quel sistema.

Il precedente storico più evidente è il taylorismo, che aveva cercato di separare il sapere dell’operaio dall’esecuzione, concentrando nella direzione la conoscenza del processo, dei tempi e dei metodi per restituire poi al lavoratore una sequenza di operazioni prescritte.

Con la gestione algoritmica questo movimento può spingersi oltre, perché una parte della stessa funzione organizzativa viene oggettivata nel mezzo tecnico. Il comando non deve più necessariamente presentarsi con il volto del caporeparto, perché può assumere quello di un’applicazione che assegna un ordine, stabilisce un percorso, registra un ritardo, costruisce un ranking o determina l’accesso alle successive occasioni di lavoro.

È proprio per questo che il caso dei rider, pur riguardando un lavoro evidentemente materiale, permette di comprendere bene cosa significhi l’oggettivazione del lavoro mentale. Il rider continua a pedalare, ritirare e consegnare fisicamente una merce, mentre una quota crescente del lavoro cognitivo necessario a coordinare quella prestazione – incrociare domanda e disponibilità, assegnare la consegna, calcolare tempi e percorsi, monitorare la prestazione – viene concentrata nella piattaforma. La conoscenza organizzativa incorporata nel software si presenta così al lavoratore come una forza esterna che contribuisce a determinare le sue condizioni concrete di lavoro.

USB ha descritto questa trasformazione parlando di una subordinazione esercitata attraverso strumenti digitali, sottolineando come algoritmi, sistemi di valutazione e meccanismi di disconnessione possano svolgere funzioni che appartengono pienamente al potere datoriale.

Nei propri materiali sulla logistica ha inoltre indicato nella gestione algoritmica una forma di controllo che investe tanto i rider quanto altre figure del settore, mentre nel confronto sul recepimento della Direttiva europea 2024/2831 ha considerato insufficiente il semplice richiamo alla trasparenza degli algoritmi se non accompagnato dal riconoscimento effettivo dei diritti e della subordinazione.

La direttiva europea, pur senza mettere in discussione la proprietà delle piattaforme, riconosce del resto che i sistemi automatizzati possono svolgere direttamente funzioni di organizzazione e gestione del lavoro e prevede, oltre all’informazione, forme di supervisione umana, possibilità di contestazione delle decisioni e informazione e consultazione dei rappresentanti quando sistemi automatizzati vengono introdotti o modificati in modo sostanziale.

È in questo passaggio che la questione va oltre la richiesta di una piattaforma genericamente “più giusta”. Se l’algoritmo organizza concretamente il lavoro, conoscere i criteri con cui assegna incarichi e valuta le prestazioni, poterne contestare le decisioni e partecipare alla verifica dei suoi effetti significa iniziare a sottrarre il mezzo digitale alla condizione di scatola nera riservata all’impresa. La “trasparenza” acquista così un significato più forte quando diventa il presupposto di una capacità collettiva di intervento sul funzionamento della piattaforma.

Da qui deriva anche il significato politico dell’alfabetizzazione digitale. Se una parte crescente del sapere e del comando viene incorporata nei mezzi tecnici, una soggettività del lavoro che non sia in grado di comprenderne almeno il funzionamento essenziale rischia infatti di chiedere il controllo di strumenti sui quali non possiede alcuna autonomia conoscitiva.

La questione presenta, pur dentro condizioni storiche completamente differenti, una stretta parentela con la battaglia condotta dal movimento operaio per l’istruzione e per l’accesso dei figli dei lavoratori alla conoscenza. Anche allora il problema non consisteva semplicemente nell’acquisire competenze più utili al mercato del lavoro, ma nel sottrarre almeno una parte del sapere al monopolio delle classi dominanti.

Oggi comprendere come funzionano un algoritmo, un sistema di classificazione o una piattaforma non significa trasformare ogni rider in un programmatore, quanto piuttosto costruire gli strumenti collettivi che permettano ai lavoratori e alle loro organizzazioni di non dipendere integralmente dalla spiegazione fornita dall’impresa sul funzionamento del mezzo che li dirige.

L’alfabetizzazione digitale assume così un significato molto diverso dalla formazione aziendale all’uso di un software. Quest’ultima insegna a utilizzare più efficacemente uno strumento deciso da altri; la prima può mettere i lavoratori nelle condizioni di comprenderne abbastanza la logica da poterla discutere, contestare e, attraverso le proprie organizzazioni, intervenire sulle regole attraverso cui quella tecnologia organizza il lavoro. La questione politica torna allora anche sul tempo.

Se una nuova tecnologia consente di produrre la stessa quantità di beni o servizi con meno lavoro umano, la riduzione del lavoro necessario potrebbe tradursi in una riduzione generalizzata dell’orario. Nel rapporto capitalistico, invece, quella stessa possibilità tende a presentarsi al lavoratore nella forma del licenziamento, della dequalificazione o dell’aumento dell’intensità della prestazione di chi rimane.

È per questo che la riduzione dell’orario a parità di salario può assumere un significato che va oltre la semplice redistribuzione, perché pone direttamente la domanda su chi debba appropriarsi del tempo che la società non è più costretta a spendere nella produzione. Appropriarsi del tempo liberato, ricostruire una conoscenza autonoma sui mezzi tecnici e trasformare quella conoscenza in capacità collettiva di intervento sul processo produttivo non appaiono allora come tre questioni separate.

Sono passaggi dello stesso problema, perché una forza produttiva costruita attraverso una crescente socializzazione della conoscenza può diventare realmente emancipatrice soltanto se la sua capacità di ridurre il lavoro necessario non rimane proprietà esclusiva di chi controlla l’infrastruttura.

La soluzione delle Navier-Stokes, gli agenti che oltrepassano i confini previsti dai loro progettisti, la competizione internazionale sull’intelligenza artificiale, le enormi masse di capitale investite nei data center e un rider governato da una piattaforma possono sembrare fenomeni molto lontani. Eppure ciascuno, da un’angolazione differente, mostra come per sviluppare le proprie forze produttive il capitale abbia bisogno di una cooperazione e di una socializzazione della conoscenza sempre maggiori, mentre il controllo sulle infrastrutture e sulla destinazione della ricchezza prodotta continua a concentrarsi.

Più che chiederci se la macchina sia diventata “troppo intelligente”, potrebbe allora essere utile porre il problema al contrario: che cosa accade quando l’intelligenza necessaria alla produzione diventa sempre più sociale, mentre rimane privato il potere di decidere come utilizzarla?

È dentro questa contraddizione che la questione del controllo sulla produzione può acquistare un contenuto concreto. Decidere quali tecnologie sviluppare, con quali ritmi e per quali bisogni significa infatti anche appropriarsi del tempo che esse liberano e costruire la capacità autonoma del lavoro di comprenderne il funzionamento, fino a poter intervenire su quella “scatola nera” digitale dentro cui tende a essere incorporata una parte crescente non soltanto del sapere sociale, ma dello stesso comando sul lavoro.

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I giornali italiani arruolati alla propaganda di guerra

L’ editoriale del Corriere della Sera di un giornalista di solito serio come Danilo Taino (“La guerra ibrida è tra noi”), indica come la propaganda di guerra abbia ormai perso i freni inibitori e istighi apertamente l’opinione pubblica a schierarsi – o almeno a non opporsi – al coinvolgimento dell’Italia nella guerra contro la Russia.

Nell’editoriale del Corriere, non solo si fanno proprie tutte le panzane della propaganda di guerra diffuse in questi anni dagli ambiti Nato e dai guerrafondai europei (in particolare britannici, baltici e Polonia), ma si torna a maneggiare come una clava il tema della guerra ibrida come strumento indefinibile – ma ampiamente utilizzabile – per mettere il bavaglio a chi si oppone alla guerra e al riarmo. È diventata infatti ossessiva l’allusione a quel “il nemico è tra noi”.

In tal senso l’editoriale di Danilo Taino fa il paio con quello di alcuni mesi di Antonio Polito, sempre sul Corriere della Sera, nel quale si affermava che “la guerra si vince innanzitutto sul fronte interno”, cioè azzittendo chi la contrasta all’interno del proprio paese.

Per il Corriere della Sera, ma non solo, quelli che non sono allineati con le pulsioni guerrafondaie di Bruxelles sono tutti agenti della Russia. Mai che venissero sfiorati dal dubbio che le istituzioni europee e le loro politiche economico/sociali fossero già abbondantemente odiate anche prima del febbraio 2022. Non a caso ogni volta che nei paesi europei si sono tenuti dei referendum in materia di trattati, le oligarchie europeiste sono sempre uscite sconfitte dal voto popolare.

Al contrario, nonostante i chiari segnali di indignazione popolare contro l’austerity e le conseguenze della “competitività”, hanno continuato ad andare avanti con il pilota automatico.

Lo si capisce quando l’editoriale sul Corriere scrive che: “La crescita della filorussa AfD in Germania, la possibile vittoria di Marine Le Pen (non schierata con l’AfD ma sensibile alle posizioni di Mosca) alle presidenziali francesi in aprile, le elezioni dell’anno prossimo in Spagna, Polonia, Italia, Grecia, Finlandia, Paesi baltici: Putin conta di mostrare appoggi tra gli elettorati e, allo stato delle discussioni, ha qualche buona chance di successo”.

La conclusione di questa disamina non è solo fuorviata e fuorviante, è decisamente inquietante. Secondo Danilo Taino “In questa strategia, le quinte colonne in Europa – partiti, movimenti, intellettuali, alcuni media – sono essenziali per il Cremlino”.

Dunque, fattori come il fatto che la maggioranza del paese sia contraria al riarmo e al coinvolgimento dell’Italia nella guerra; che i giovani abbiano detto chiaramente che di “morire per Kiev” non ci pensano proprio (e non solo quelli di Cambiare Rotta ma, sorpresa, anche dentro i giovani del Pd); che il posizionamento sulla guerra potrebbe fare la differenza sui risultati delle prossime elezioni in Italia, non li sfiora nemmeno, al contrario spinge anche giornalisti fino a ieri attendibili ad arruolarsi vergognosamente nel partito della guerra.

Tant’è che l’editoriale del Corriere insiste nell’invocare ordine e disciplina sul fronte interno. “Sarebbe bene che chi ha al proprio interno quinte colonne filorusse, di destra o di sinistra – Francia, Germania, Italia, Spagna – chiarisca senza timidezze la realtà della situazione. In Italia, la discussione (si fa per dire) sui disertori, è una buona occasione per spiegare la sfida che ci sta di fronte”.

Questa logica, inevitabilmente, porta al bavaglio nell’informazione e alla repressione del dissenso politico in nome di quella che chiamano “guerra ibrida” e che questo, come altri documenti, definiscono ormai come una “sfida esistenziale” e che richiede anche il ricorso alla guerra contro la Russia.

È evidente come da tempo questo sia ormai l’ordine di batteria nelle redazioni dei giornali “europeisti” e reazionari come nei telegiornali pubblici e privati. Chi dissente, senza neanche un minimo di prova né di decenza, viene ormai considerato un agente del nemico. Si aggrappano a questa finzione per cercare di mantenere al potere le stesse classi dominanti che hanno portato alla regressione complessiva i loro paesi e le loro società.

La lotta aperta contro il riarmo e la guerra torna dunque ad essere uno spartiacque della politica e una clausola di salvaguardia sulla democrazia e sul futuro prossimo del nostro e degli altri paesi europei. Questa è la vera sfida esistenziale.

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