Presentazione


Analisi, opinioni, fatti e (più di rado) arte da una prospettiva di classe.

03/11/2026

“Physical Graffiti”, l’apogeo dei Led Zeppelin tra epica titanica e intimismo decadente

C’è un momento preciso nella parabola delle più grandi formazioni rock in cui l’ambizione smisurata e la padronanza tecnica collidono, generando un’opera che non è più solo una raccolta di canzoni, ma un vero e proprio ecosistema. Se “Led Zeppelin IV” era stato il trionfo della sintesi perfetta e “Houses Of The Holy” il primo passo verso una contaminazione onnivora, “Physical Graffiti”, pubblicato nel febbraio del 1975, è la summa teologica dei Led Zeppelin. È il loro “White Album”, il loro “Exile On Main St.“: un doppio disco mastodontico, nato dall’esigenza di dare spazio a nuove immense jam session nate a Headley Grange e dalla volontà di recuperare scarti di lusso dalle sessioni precedenti. Il risultato è un affresco monumentale, esattamente come il palazzo newyorkese di St. Mark’s Place ritratto nell’iconica copertina: dietro ogni finestra si cela un microcosmo stilistico diverso.

Un mantra mediorientale

L’approccio alla recensione di un monolite simile richiede di abbandonare le coordinate radiofoniche per addentrarsi nelle viscere dell’album. Certo, al centro dell’opera troneggia l’inevitabile “Kashmir”, un mantra ipnotico e orchestrale che fonde la spinta propulsiva di John Bonham con scale mediorientali, definendo un nuovo standard per l’epica rock. Ma il vero cuore pulsante di “Physical Graffiti”, l’essenza che lo rende il capolavoro definitivo della band, risiede nei brani meno celebrati dalle masse, ma venerati dai cultori per la loro profondità emotiva e per l’incredibile tessitura sonora.

Prendiamo “Ten Years Gone”. Se c’è un vertice di assoluta bellezza e malinconia nell’intera discografia degli Zeppelin, è qui. Nato come strumentale di Jimmy Page, il brano si evolve in una riflessione struggente di Robert Plant sul tempo perduto e sugli amori sacrificati sull’altare del successo. Non c’è la solita spavalderia hard-blues; c’è invece un romanticismo decadente, quasi autunnale, sorretto da un arrangiamento di chitarre stratificate (Page ne sovraincise quasi una dozzina) che creano un tappeto armonico di rara suggestione. È una poesia elettrica, un momento di pura introspezione che dimostra quanto la band sapesse maneggiare le ombre oltre alle luci accecanti.

Non meno fondamentale è “In My Time Of Dying”, una rilettura di un traditional blues che si dilata per oltre undici minuti. Registrata quasi interamente in presa diretta, è una lezione magistrale di dinamica. La chitarra slide di Page graffia e geme, rincorrendo le urla di un Plant posseduto, mentre la sezione ritmica composta da John Paul Jones e Bonham costruisce un muro di suono impossibile da ignorare. È il blues primigenio che viene smontato e ricostruito con le proporzioni di una cattedrale gotica.

L’eclettismo dell’album si nutre anche degli outtake degli anni precedenti, che qui trovano una collocazione così organica da sembrare scritti per l’occasione. “The Rover”, scartata da “Houses Of The Holy”, è sorretta da uno dei riff più imponenti, sporchi e “swagger” mai partoriti da Page, un inno rock puro che fa impallidire intere discografie di band coeve. Allo stesso modo, l’anima più acustica e folk del gruppo trova respiro nel bozzetto strumentale “Bron-Yr-Aur” – un minuto e mezzo di pura e delicatissima filigrana acustica risalente a “Led Zeppelin III” – e nel piglio scanzonato e rurale di “Black Country Woman”.

Ma “Physical Graffiti” è anche il disco in cui John Paul Jones rivendica in modo definitivo il suo ruolo di mente sonora. “In The Light” ne è la prova lampante: un’odissea progressiva aperta da un bordone di sintetizzatore dalle tinte cupe e orientaleggianti, che sfocia in un inno di speranza e redenzione. È un brano complesso, oscuro ma al contempo luminoso, che richiede ascolti multipli per essere assimilato, lontano anni luce dalla forma-canzone tradizionale, e per questo tremendamente affascinante. E come non citare “Trampled Under Foot”, dove il clavinet di Jones trasforma il funk–soul alla Stevie Wonder in un tritacarne hard-rock dalle venature meccaniche e ossessive.

La corazza del Dirigibile

Ascoltato oggi, lontano dalle attuali logiche radiofoniche plastificate, “Physical Graffiti” suona ancora come una dichiarazione di onnipotenza. Non c’è compromesso in questo disco. C’è l’arroganza dei dominatori del mondo (“Custard Pie”, “The Wanton Song”) e c’è la fragilità degli uomini (“Ten Years Gone”, “Night Flight”). È il punto più alto, il vertice prima che le tragedie personali e la stanchezza iniziassero a incrinare la corazza del Dirigibile. Un’opera che non si limita a farsi ascoltare, ma che esige di essere abitata, esplorandone i corridoi bui, le stanze opulente e le soffitte impolverate, trovando in ognuna di esse un pezzo inestimabile di letteratura rock.

Fonte

02/11/2026

La candela milionaria che lanciò i Sonic Youth

Nel 1988 i Sonic Youth pubblicano “Daydream Nation“, un doppio album destinato a diventare uno spartiacque nella storia del rock alternativo. Nei suoi settanta minuti, sembrano condensarsi settant’anni di storia del rock, tra avanguardia, punk, psichedelia, garage, noise-rock e sperimentazioni chitarristiche. Ma il disco è anche il punto di arrivo di un percorso iniziato nei primi anni Ottanta, quando Thurston Moore, Lee Ranaldo e Kim Gordon, ai quali si sarebbe aggiunto stabilmente il batterista Steve Shelley, cominciarono a sovvertire le convenzioni della musica rock nella New York pionieristica della no wave.

Un disco spartiacque

Con la loro etica nichilista e irriverente, retaggio dell’era punk, e con il loro ostentato rifiuto delle convenzioni del music-business, i Sonic Youth diverranno quasi il prototipo della indie-band. Ed è proprio con “Daydream Nation” che il loro stile verrà sublimato in modo definitivo, dopo aver sperimentato le forme più estreme della dissonanza in “Confusion Is Sex” e “Bad Moon Rising“, e aver progressivamente affinato il rapporto fra rumore e melodia in lavori come “Evol” e “Sister”. Un doppio album-manifesto che svela l’altra faccia del Sogno Americano, con la rabbia antagonista della band che si consuma in una folle corsa verso il baratro, anche se stavolta le sperimentazioni più ardite riescono a convivere con un’inedita accessibilità melodica.

Il disco rappresenta anche una svolta nella carriera del quartetto: è l’ultimo lavoro pubblicato prima del passaggio alla major Geffen, che porterà i Sonic Youth a raggiungere un pubblico molto più vasto senza rinunciare alla propria identità artistica. E, soprattutto, contribuirà a spalancare le porte del mercato discografico a quell’universo underground americano dal quale, pochi anni dopo, emergerà il fenomeno grunge.

La candela di Gerhard Richter: da copertina di culto a opera milionaria

A rendere immediatamente riconoscibile “Daydream Nation” è anche la sua copertina: una candela accesa, immersa in un’atmosfera scura e indistinta, la cui fiamma sembra dissolversi in una sorta di nebbia pittorica. L’immagine è tratta da “Kerze” (“Candela”), un dipinto realizzato nel 1983 da Gerhard Richter, uno dei più importanti artisti tedeschi contemporanei.

Il rapporto fra i Sonic Youth e le arti visive è sempre stato strettissimo. Kim Gordon aveva studiato arte, mentre l’intera band frequentava l’ambiente delle avanguardie newyorkesi, intrecciando collaborazioni con fotografi, pittori, registi e artisti concettuali. Nel corso della loro carriera, le copertine dei dischi avrebbero ospitato opere di Raymond Pettibon, Mike Kelley, Richard Prince e altri protagonisti della scena artistica contemporanea. Ma quella di Richter rimane probabilmente la più celebre.

Nato a Dresda nel 1932, Richter ha costruito buona parte della sua ricerca artistica intorno al rapporto fra fotografia e pittura, realtà e rappresentazione. Nei suoi dipinti fotorealistici, le immagini vengono spesso sfumate attraverso interventi sulla superficie pittorica, fino a perdere la loro nitidezza originaria. Un procedimento che presenta sorprendenti analogie con la musica dei Sonic Youth: anche Moore e Ranaldo partono spesso da strutture melodiche riconoscibili, per poi deformarle attraverso feedback, accordature alternative e muri di distorsione.

La candela, inoltre, appartiene a una tradizione iconografica che rimanda alla caducità dell’esistenza, alla vanitas e al memento mori: la fiamma illumina il buio, ma è destinata inevitabilmente a spegnersi. Un’immagine che sembra riflettere la temperatura emotiva di “Daydream Nation”, sospeso fra alienazione urbana, inquietudine esistenziale e improvvise illuminazioni melodiche.

La scelta della copertina assume un significato ancora più suggestivo se si considera che il disco contiene anche una canzone intitolata “Candle”. Eppure, secondo quanto raccontato da Francis Outred di Sotheby’s, Richter non aveva realizzato il dipinto pensando alla musica e probabilmente, all’epoca, non conosceva neppure i Sonic Youth. L’incontro fra il pittore e la band avvenne dunque soprattutto attraverso l’appropriazione artistica di un’immagine già esistente.

Anche il retro della copertina presenta un’altra candela dipinta da Richter, risalente al 1982. Nell’edizione originale in vinile, il doppio album si apre inoltre su una fotografia del gruppo scattata da Michael Lavine nell’agosto del 1988. Sulle quattro facciate dei dischi compaiono altrettanti simboli associati ai componenti della band: l’infinito per Lee Ranaldo, il simbolo di Venere per Kim Gordon, l’omega per Thurston Moore e una figura demoniaca o angelica con le bacchette da batteria per Steve Shelley.

Ma la storia della copertina di “Daydream Nation” riserva anche un clamoroso risvolto economico. Nel febbraio 2008, vent’anni dopo la pubblicazione dell’album, il dipinto originale di Richter finisce infatti all’asta da Sotheby’s a Londra. Ad aggiudicarselo è un collezionista privato americano, per la cifra impressionante di 7,1 milioni di sterline, quasi tre volte la stima iniziale.

Un paradosso perfetto per una band che aveva costruito la propria identità sull’indipendenza artistica e sul rifiuto delle logiche commerciali: l’immagine scelta per rappresentare uno dei dischi simbolo dell’underground americano diventa un oggetto del mercato internazionale dell’arte valutato milioni. E quella candela, riprodotta per decenni su copertine di vinili, cd, poster e magliette, si ritrova improvvisamente al centro di una contesa fra collezionisti facoltosi.


Da “Teen Age Riot” a “Trilogy”: il disco che cambiò l’alternative rock

Al di là della sua celebre veste grafica, “Daydream Nation” resta soprattutto un monumento musicale. Prodotto da Nick Sansano, che aveva lavorato anche con artisti hip-hop come i Public Enemy, il disco porta a compimento il processo di maturazione del quartetto. Ogni traccia rivela una compattezza sonora senza precedenti e uno sperimentalismo accurato, profondo, ma mai fine a se stesso.

L’apertura è affidata a “Teen Age Riot”, uno dei brani più celebri dell’intera carriera dei Sonic Youth, un inno noise-rock travolgente, da ko immediato. È l’urlo dell’altra America, quella underground, che sogna di sottrarsi alla morsa del reaganismo. La canzone nasce, curiosamente, da una fantasia del gruppo: immaginare J Mascis, leader dei Dinosaur Jr, come presidente degli Stati Uniti. Il titolo provvisorio era infatti “Rock’n’Roll for President”, prima che il brano assumesse la sua forma definitiva.

L’altrettanto torrenziale “Total Trash”, jam acida di reediana memoria, rimanda anch’essa a proteste e slogan, mentre “Silver Rocket” e “Rain King”, costruiti su imponenti muri di chitarre e distorsioni assordanti, sono nuovi uragani noise-rock. Trovano poi spazio ballate garage-rock come “Eric’s Trip” e “Hey Joni”, oppure episodi psichedelici dall’effetto straniante come “Kissability” e “The Sprawl”.

In “Candle”, il brano che sembra dialogare idealmente con la copertina di Richter, la chitarra di Ranaldo si contorce e si arrotola su se stessa fino allo spasimo. Ma è soprattutto nella conclusiva “Trilogy”, quasi quattordici minuti suddivisi in “The Wonder”, “Hyperstation” ed “Eliminator Jr.”, che la band porta all’estremo la propria concezione del rock: dalla dissonanza serrata alle atmosfere allucinate, fino a un finale hardcore velocissimo e distorto. Proprio da un verso di “Hyperstation” deriva il titolo dell’album: “Daydreaming days in a daydream nation”.


Una crescita inesorabile

Sul piano commerciale, “Daydream Nation” non fu un bestseller paragonabile ai grandi successi del rock mainstream. La sua distribuzione indipendente ne limitò inizialmente la diffusione, ma il disco conquistò rapidamente un pubblico di culto in continua crescita e un’accoglienza entusiastica da parte della critica, diventando uno dei lavori più celebrati del 1988. Il suo prestigio è cresciuto ulteriormente negli anni successivi: Pitchfork lo ha collocato al settimo posto fra i migliori album degli anni Ottanta, mentre nel 2005 è stato inserito nel National Recording Registry della Library of Congress statunitense, a riconoscimento della sua importanza culturale e storica.

La ristampa deluxe del 2007 ne ha poi consolidato definitivamente lo status di classico. Perché “Daydream Nation” non è soltanto uno dei capolavori dei Sonic Youth: è uno spartiacque nella storia del rock. E se oggi il noise-rock è quello che conosciamo, il merito è in gran parte di quei quattro musicisti newyorkesi che, nel 1988, scelsero una candela sfocata per illuminare il futuro del rock.

Fonte 

La Commissione europea avalla il golpe costituzionale in Polonia

La Commissione europea in una nota, ha invitato il Presidente della Repubblica polacco a convalidare la nomina degli otto nuovi giudici della Corte Costituzionale.

“Spetta alle autorità polacche garantire che il Tribunale costituzionale possa funzionare in conformità con la Costituzione polacca e nel rispetto della giurisprudenza pertinente della Corte di giustizia dell’Ue”, ha dichiarato all’Afp un portavoce della Commissione europea.

Il problema in realtà è proprio questo e cioè la contraddizione tra la legislazione costituzionale polacca e la giurisprudenza dell’Unione Europea.

Il presidente della Polonia Karol Nawrocki si è infatti appellato alla Costituzione polacca, che gli conferisce il diritto di veto, ed ha dunque bloccato l’insediamento degli otto giudici della Corte Suprema nominati dal nuovo governo.

Il premier “europeista” Tusk, invece, si avvale dei trattati europei, che attribuiscono a lui tale facoltà e prevedono una preminenza confermata da diverse sentenze della Corte Europea che si ritiene prevalente sulle legislazioni nazionali dei paesi membri. Sulla base di queste “l’europeista” Tusk ha ritenuto illegittime le nomine fatte dai precedenti governi di destra, più critici nei confronti dell’UE.

Era stato proprio questo contrasto tra la prevalenza della Costituzione polacca sulla legislazione interna e quella invece dell’Unione Europea imposta ai paesi membri come “prevalente sulle legislazioni nazionali”, a mettere in rotta la collisione alcuni anni fa la Polonia con Bruxelles.

Il fatto che il governo di destra e la Corte Costituzionale della Polonia rivendicassero come prevalente la legislazione polacca su quella europea, aveva portato ad un conflitto politico/giuridico e alle sanzioni contro la Polonia per inosservanza dei trattati europei.

Le sanzioni era state emesse parallelamente contro la Polonia e l’Ungheria di Orban. Ma poi, in nome dell’allineamento polacco all’escalation bellica verso la Russia in Ucraina, aveva visto marciare solo quelle contro l’Ungheria e perdersi per strada quelle contro la Polonia. Un evidente doppio standard che aveva solo nascosto sotto il tappeto una contraddizione che si è invece ripresentata e in modo molto più contundente nei rapporti tra Bruxelles e Polonia.

A Varsavia intanto il presidente della Corte Costituzionale, Bogdan Swieczkowski ha intimato agli agenti schierati davanti alla sede dell’istituzione di aiutarlo a entrare nell’edificio e di allontanare chi ritiene che vi sia presente abusivamente. La polizia non ha eseguito l’ordine, mentre il magistrato ha minacciato gli agenti di possibili conseguenze penali per la loro inazione. Alcune fonti rivelano però di incrinature anche tra i comandi della polizia sull’atteggiamento da tenere in questa situazione.

“Chiedo al comandante di questa operazione di farmi entrare nell’area del Tribunale costituzionale. Ho intenzione di svolgere le funzioni di presidente del Tribunale”, ha dichiarato Święczkowski rivolgendosi direttamente agli agenti.

Il presidente ha poi ordinato loro di assisterlo e di espellere gli “usurpatori” che, a suo giudizio, occupano illegittimamente la sede. Di fronte al rifiuto della polizia, ha sostenuto che la passività degli agenti potrebbe configurare un reato per omissione.

“In qualità di ex procuratore vi darò un consiglio legale: il fatto che restiate passivi non significa che non commettiate reati, i cosiddetti reati di omissione”, ha affermato.

Święczkowski contesta la decisione della giudice Anna Korwin-Piotrowska, che venerdì 30 ottobre ha disposto la sua sospensione per un mese dalle funzioni di presidente e del vicepresidente del Tribunale, Bartłomiej Sochański, assumendo la direzione dei lavori della Corte Costituzionale.

La Piotrowska ha motivato il provvedimento con presunte irregolarità nella gestione del Tribunale e con l’esclusione di alcuni giudici eletti dal parlamento. La decisione è stata però contestata dal presidente della Corte Costituzionale Święczkowski e dal Presidente della Repubblica polacco Karol Nawrocki, che non ne riconoscono la legittimità.

Il presidente della Corte Costituzionale sostiene che la polizia si trovi nell’area dell’edificio senza il consenso della Corte e ha definito “diari privati” gli atti firmati dalla giudice Korwin-Piotrowska. Ha inoltre annunciato che tornerà ogni giorno davanti alla sede per cercare di riprendere le proprie funzioni.

“Ho il dovere di entrare nell’edificio in cui esercito la mia funzione e in cui decidiamo sui diritti e le libertà dei cittadini”, ha dichiarato, ricordando che a novembre sono previste tre udienze alle quali dovrebbe partecipare.

Venerdì e sabato, la presenza della polizia e dei manifestanti davanti alla sede di Varsavia ha trasformato lo scontro giuridico in una crisi visibile e sempre più tesa. La validità dei provvedimenti che hanno sospeso Święczkowski e Sochański rimane contestata e dunque il braccio di ferro tra il governo dell’europeista Tusk e il presidente nazionalista Nawroki non appare ancora risolto, neanche con il diktat di Bruxelles.

Fonte

Yuossef Siher, il primo detenuto politico della magistratura predittiva italiana

di Silvano Cacciari

L’ordinamento penale costituzionale italiano si fonda sul principio di materialità e di offensività del fatto (artt. 25, comma 2, e 27 della Costituzione): il soggetto può essere assoggettato a sanzione o a restrizione della libertà personale esclusivamente in ragione di una condotta che leda o ponga in pericolo concreto un bene giuridico tutelato. Tuttavia, quando si tratta di “terrorismo” o di “eversione dell’ordine democratico”, si assiste a una progressiva, perversa torsione del paradigma punitivo e cautelare.

Infatti, nei procedimenti per reati associativi o istigatori aggravati dalla finalità di terrorismo, il trattenimento in custodia cautelare in carcere cessa di dipendere dalla gravità oggettiva e dalla consistenza offensiva del fatto commesso, per ancorarsi in via preminente alla potenzialità lesiva ed eversiva della persona, estesa dagli organi inquirenti fino al massimo grado consentito dall’interpretazione prognostica della biografia, del capitale culturale e delle competenze tecniche dell’indagato.

Il caso giudiziario di Youssef Siher – sottoposto a fermo di indiziato di delitto dalla Procura della Repubblica di Milano il 24 ottobre 2026 in seguito alla creazione dei canali social denominati “Movimento 17 ottobre” – costituisce un caso di studio paradigmatico. L’esame congiunto degli atti d’indagine, della costruzione mediatica del caso, dell’evoluzione legislativa del decennio 2015–2026 e dell’impiego delle tecnologie di intelligenza artificiale dimostrano come l’apparato repressivo tenda oggi a neutralizzare preventivamente la capacità intellettuale e relazionale del soggetto, surrogando con essa la mancanza di offensività materiale della condotta. In poche parole, la magistratura sanziona perché si fa predittiva e, in materia di “terrorismo”, Youssif Siher segna il non invidiabile record di primo detenuto politico di questo genere di magistratura.

1. Youssif Siher, il profilo

Youssef Siher è un cittadino italiano di 30 anni, cosiddetto di seconda generazione, nato nel bresciano da famiglia di origini marocchine, anagraficamente residente a Mazzano (Brescia) e domiciliato di fatto nell’area metropolitana milanese. Sotto il profilo linguistico e culturale, è bilingue (madrelingua italiano e arabo) e parla fluentemente inglese e spagnolo.

Il suo percorso accademico si è sviluppato interamente presso l’Università degli Studi di Milano (Statale), dove ha conseguito nel luglio 2020 la laurea triennale in Comunicazione – discutendo con il professor Nicola Del Corno una tesi storiografica in Storia delle dottrine politiche sulla Sunna e sulla recezione dei precetti islamici nelle istituzioni statuali, giudicata dal relatore priva di connotazione radicale o apologetica – e successivamente la laurea magistrale in Scienze Politiche, con una tesi sui movimenti islamici in Marocco e i loro rapporti con la monarchia. Durante gli anni universitari è stato eletto rappresentante degli studenti nel Senato Accademico nelle liste di UniLab, formazione studentesca di orientamento moderato e vicina al centrodestra. Nel 2024 ha svolto un tirocinio di ricerca (research trainee) presso l’Osservatorio sul Medio Oriente e Nord Africa dell’ISPI (Istituto per gli Studi di Politica Internazionale).

Sul piano lavorativo, ha operato come giornalista freelance collaborando con Il Fatto Quotidiano (occupandosi tra il 2022 e il 2024 di proteste studentesche e poi di crisi internazionali in Tunisia, Egitto, Sudan, Gaza e Mar Rosso), con Il Foglio (un singolo articolo sul Pakistan nel 2022) e con il canale satellitare panarabo Al Mayadeen English, ritenuto politicamente contiguo a Hezbollah. Da gennaio 2026 lavora come esperto generalista per Mercor, una startup statunitense di intelligenza artificiale, occupandosi di valutazione, etichettatura dati (data labeling) e addestramento di modelli algoritmici. Nel 2024 era stato oggetto di una segnalazione dei servizi di intelligence italiani per aver fondato e presieduto l’associazione Organizzazione Alba Nascente (OAN), attiva nel contrasto all’islamofobia e nelle mobilitazioni pro-Palestina. Nel settembre 2026 si è sposato con Sagia Hammoud, trentaduenne mediatrice interculturale nata e residente a Como, di origini libanesi e palestinesi, attivista dei Giovani Palestinesi di Milano.

2. Le contestazioni della procura

La mattina di sabato 24 ottobre 2026, gli operatori della Squadra Mobile, della Digos e della Polizia Postale di Milano hanno rintracciato Siher in un appartamento di via Romilli (quartiere Corvetto, Milano), abitazione di un’attivista pro-Palestina, localizzandolo attraverso il tracciamento tecnico del telefono cellulare della moglie Sagia Hammoud, poiché il dispositivo di Siher risultava spento. Condotto in Questura, nella tarda serata del 24 ottobre è stato sottoposto a fermo di indiziato di delitto su decreto emesso dal Procuratore della Repubblica di Milano Marcello Viola e dalla pubblico ministero del pool antiterrorismo Francesca Crupo. 

Dall’esame degli atti allegati al decreto di fermo e alla richiesta di convalida emerge che a Siher non viene contestata la partecipazione materiale o l’organizzazione dei violenti scontri e dei saccheggi verificatisi nel centro di Milano (tra piazza Duomo e San Babila) nel fine settimana del 17 e 18 ottobre 2026. L’addebito riguarda esclusivamente l’attività comunicativa e digitale posta in essere dopo tali disordini. Il primo nucleo fattuale raccolto dalla Polizia Postale e dalla Digos attiene alla creazione e all’amministrazione dei canali “Movimento 17 ottobre” (siglato M1710): domenica 18 ottobre 2026, alle ore 19:58, Siher (in concorso con la moglie) ha attivato il gruppo Telegram e la pagina Instagram del movimento, contraddistinti da un logo con una “M” bianca cerchiata su sfondo nero recante le cifre “17” e “10”. In pochi giorni tali canali hanno raccolto tra i 9.000 e gli 11.000 iscritti, generando un bacino di visualizzazione potenziale stimato dalla Procura in 150.000 utenti.

Il secondo nucleo probatorio riguarda gli slogan e i post pubblicati su Instagram e Telegram, qualificati dall’accusa come atti di istigazione a delinquere e “dichiarazione di guerra continua”. Tra questi spicca il post recante la frase “Lo Stato ci piscia addosso e i media ci fanno credere che piove, Meloni dichiara guerra al futuro di questo paese e noi dichiariamo guerra a questo presente infame”, cui si aggiungono l’invito alla “mobilitazione permanente ogni sabato. Fino alla caduta di questo governo ladro”, con la convocazione di presidi in otto città italiane per il 24 ottobre, nonché un messaggio scritto direttamente da Siher su Telegram: “Dobbiamo fare come la Francia, lì sono ben organizzati e soprattutto attivi”. Nel provvedimento vengono inoltre richiamati messaggi dal tenore esplicitamente violento (quali “spaccare gli istituti di credito è giusto” e “banche tutte al rogo”), i quali risultano tuttavia postati nella chat generale da profili terzi e anonimi, e non dall’amministratore.

Un terzo elemento d’accusa concerne le disposizioni orarie programmate e le comunicazioni private rinvenute sul computer portatile sequestrato a Siher. Il dispositivo è stato trovato dagli agenti acceso e privo di password sulla schermata delle chat di coordinamento, a differenza dello smartphone di cui l’indagato ha rifiutato di fornire il codice di sblocco. Sul notebook la Polizia Postale ha individuato due messaggi programmati su Telegram per le ore 14:31 e 15:31 di sabato 24 ottobre, mai partiti a causa del sequestro, i quali contenevano l’indicazione dei tre punti di concentramento cittadini in cui i manifestanti avrebbero dovuto radunarsi per poi convergere nella piazza finale. Sul medesimo portatile era attivo l’account WhatsApp Web denominato “Youssef Siher”, contenente messaggi di terzi che chiedevano informazioni logistiche sul corteo del 24 ottobre.

Il quarto pilastro probatorio è rappresentato dal reperimento sui dispositivi di un documento in formato PDF intitolato “Rivoluzione, istruzioni per l’uso – Liberamente ispirato dal manuale della Rivoluzione egiziana del 2011”. Il testo, concepito come guida alla disobbedienza civile contro il governo Meloni, suggerisce l’equipaggiamento da indossare in piazza (felpe con cappuccio, occhiali protettivi, kefiah, guanti, kit di primo soccorso), illustra tecniche di difesa passiva dai gas lacrimogeni (includendo un’illustrazione sul rilancio del candelotto verso i reparti di polizia), consiglia l’uso di scudi rudimentali e vernice spray per oscurare i blindati e le telecamere di sorveglianza, invita a “sfondare” eventuali blocchi di polizia e propone la creazione di gruppi temporanei sull’applicazione Signal con amministratori scelti casualmente per monitorare gli spostamenti delle forze dell’ordine e cancellare le tracce a fine corteo. Infine, un quinto elemento emerso dall’analisi forense della cronologia web riguarda le interrogazioni rivolte da Siher a sistemi di intelligenza artificiale generativa, ai quali aveva chiesto informazioni per l’elaborazione di “strategie rivoluzionarie”, facendosi assistere dall’IA anche nella redazione del secondo comunicato del movimento, pubblicato il 23 ottobre, con cui si annunciava il cambio di tattica per le piazze del giorno seguente.

3. La motivazione cautelare

Il passaggio cruciale della scheda clinico-giuridica risiede nel modo in cui il Procuratore Viola e la PM Crupi motivano la sussistenza del periculum libertatis (pericolo di reiterazione del reato ex art. 274, lett. c, c.p.p. e pericolo di fuga ex art. 274, lett. b, c.p.p. e art. 384 c.p.p.) a carico di un soggetto totalmente incensurato.

Nella richiesta di convalida e di applicazione della custodia in carcere, i magistrati scrivono testualmente che Siher, sebbene incensurato, “ha dimostrato una particolare capacità delinquenziale nel senso di saper sfruttare il suo elevato background culturale ed i suoi contatti”, palesando “particolare abilità e acume” e competenze informatiche idonee a “sviluppare una strategia rivoluzionaria”. Analogamente, il pericolo di fuga viene ritenuto “evidente” non già sulla base di preparativi materiali di espatrio (biglietti aerei, passaporti falsi o conti esteri), bensì in ragione del fatto che, pur essendo “italiano di seconda generazione”, egli possiede “particolari abilità e capacità di muoversi” e una “rete relazionale che gli consentirebbe di riparare all’estero” e far perdere le proprie tracce. In questa architettura argomentativa, l’istruzione superiore, il plurilinguismo e il cosmopolitismo relazionale – che nella fisiologia dell’ordinamento costituiscono indicatori di pieno inserimento sociale – subiscono una metamorfosi clinico-criminologica, trasformandosi nella prova regina della pericolosità terroristica del soggetto. Insomma Siher non è pericoloso perché stava preparando la fuga ma lo è perché intelligente e quindi si prevede che sarà pericoloso. La magistratura predittiva fa quindi il suo ingresso in scena.

4. Accanto alla magistratura predittiva: i media costruiscono il nemico interno

L’arresto di Youssef Siher è stato accompagnato da una deflagrazione mediatica che ha agito in totale autonomia rispetto al perimetro tecnico-giuridico delle contestazioni, edificando attorno alla figura dell’indagato una narrazione ipertrofica fondata sulla suggestione del “grande vecchio” o dell’infiltrato radicale. L’analisi del discorso pubblico prodotto tra il 24 e il 27 ottobre 2026 permette di isolare quattro meccanismi strutturali attraverso i quali l’hype giornalistico ha preparato e legittimato la torsione preventiva della misura cautelare.

Il primo meccanismo consiste in una sistematica distorsione cronologica. Nonostante gli atti della Procura di Milano chiariscano che i canali social del “Movimento 17 ottobre” sono stati aperti alle ore 19:58 di domenica 18 ottobre – ovvero a guerriglia urbana ormai esaurita – e che a Siher viene contestata la sola attività istigatoria successiva, la quasi totalità delle testate d’informazione ha titolato presentando il trentenne come “la mente degli scontri e dei saccheggi di sabato e domenica 17 e 18 ottobre”, “il presunto regista” delle devastazioni o “il capo e ideologo dei maranza arrestato”.

Questa sovrapposizione tra l’amplificazione digitale post factum e la regia materiale ante factum risponde a una precisa esigenza psicologico-politica: di fronte a una rivolta giovanile estemporanea, fluida e priva di rivendicazioni strutturate, l’opinione pubblica e gli apparati di sicurezza necessitano di un soggetto singolo, razionale e identificabile a cui imputare la paternità del caos. Come rilevato da osservatori attenti, si è così alimentata l’illusione ottica che, bloccando il profilo social di Siher la mattina del 24 ottobre, lo Stato avesse “schiacciato la testa del serpente”, quando in realtà nella medesima giornata di sabato 24 ottobre si sono registrati 371 fermati (di cui 110 minorenni) nei cortei nazionali e gravi scontri di piazza a Bologna, del tutto privi di coordinamento con l’indagato milanese.

Un secondo dispositivo retorico dell’hype mediatico risiede nella criminalizzazione del successo formativo. La stampa conservatrice ha insistito ossessivamente sul contrasto tra la figura del giovane disagiato di periferia e il curriculum d’eccellenza di Siher: “Non c’era un maranza dietro il Movimento 17 ottobre. Non c’era neppure un ragazzo disagiato […] C’era, invece, Youssef Siher […] almeno sulla carta, uno che ce l’ha fatta”. Invece di leggere la laurea, il master, la conoscenza di quattro lingue e il ruolo nel Senato Accademico con la lista moderata UniLab come elementi incompatibili con un profilo di terrorismo stragista o insurrezionale, il circuito mediatico li ha letti attraverso il prisma della dissimulazione e del “fallimento del miraggio dell’integrazione”.

Questa lettura ha generato una ricaduta immediata sul mondo accademico e dei think tank. L’ISPI si è affrettato a diramare una nota ufficiale per precisare che lo stage di Siher risaliva al 2024 e che da allora non vi era stata alcuna collaborazione, mentre su testate come Linkiesta il caso è stato utilizzato per invocare misure urgenti sulla “sicurezza della ricerca”, paventando il rischio di infiltrazioni radicali nelle università italiane. Tale allarme appare del tutto scollegato dalla realtà empirica, ove si consideri che il relatore di tesi di Siher, il professor Nicola Del Corno, ha pubblicamente attestato l’assoluto rigore scientifico e l’assenza di qualsiasi vena estremista o apologetica negli studi del giovane sull’islamismo politico.

Il terzo pilastro dell’hype giornalistico ha operato per accumulazione suggestiva di significanti geopolitici eterogenei, fondendo attivismo filopalestinese, terrorismo islamista e guerra ibrida russa. Nel giro di quarantotto ore, le cronache hanno saldato in un unico blocco narrativo la segnalazione d’intelligence del 2024 relativa alla fondazione dell’Organizzazione Alba Nascente (OAN) e alla partecipazione di suoi esponenti a una conferenza stampa alla Camera dei Deputati su invito del parlamentare Aboubakar Soumahoro, vecchi commenti analitici di Siher sullo statuto di Hamas del 2017 e il suo lavoro giornalistico per l’emittente Al Mayadeen English, nonché il testo scritto a quattro mani con la moglie Sagia Hammoud sulla morte del diciannovenne Ramy Elgaml durante un inseguimento dei carabinieri a Milano nel novembre 2024. A questo mosaico biografico è stata infine sovrapposta l’ipotesi di collegamenti operativi con la galassia degli hacker filorussi (NoName) o con centrali del cosiddetto “terrorismo urbano di matrice islamica”. Sebbene gli stessi inquirenti milanesi abbiano dovuto dare atto della totale assenza di evidenze circa contatti con hacker filorussi o entità statuali, il frame mediatico ha continuato a presentare Siher come il punto di saldatura tra jihadismo internazionale e sovversione delle piazze europee.

Infine, il caso è stato immediatamente assorbito nella contesa politica nazionale, trasformandosi in un test di lealtà ideologica. Mentre esponenti della destra mediatica (come Italo Bocchino su X) arrivavano a evocare il trattamento carcerario marocchino (“saresti stato riempito di botte nel momento dell’arresto, saresti stato buttato in una cella e le chiavi sarebbero state gettate chissà dove. Ringrazia l’Italia, pentiti”), nel centrosinistra esplodeva una dura polemica attorno a Maurizio Acerbo (Rifondazione Comunista), attaccato dal senatore PD Filippo Sensi e da Angelo Bonelli (AVS) per aver messo in discussione la legittimità del fermo per reati d’opinione.

Al contempo, tuttavia, l’evidente sproporzione tra l’hype terroristico e la consistenza delle prove ha generato una convergenza critica trasversale: da Susanna Marietti (coordinatrice di Antigone) e l’avvocato penalista Mirko Mazzali, fino a direttori di orientamento opposto come Marco Travaglio (Il Fatto Quotidiano) e Giuliano Ferrara (Il Foglio, già schedatore di operai durante gli anni di piombo, ndr), i quali hanno concordemente ridimensionato la figura dello “stratega del terrore” a quella di un giovane agitatore, denunciando l’uso inflazionato della categoria di terrorismo e della custodia cautelare per un reato d’opinione.

5. Alle origini della magistratura predittiva italiana: legislazione e giurisprudenza

Per comprendere come la Procura di Milano abbia potuto qualificare l’apertura di un canale social e il possesso di un file PDF come fattispecie di matrice terroristica ed eversiva, è necessario esaminare la traiettoria compiuta dalla legislazione penale italiana nell’ultimo decennio. Tale percorso mostra una sistematica anticipazione della soglia di punibilità che ha progressivamente eroso il principio di offensività, istituzionalizzando la sanzione della pericolosità soggettiva e del “punibile perché si prevede che commetta reati”, vera legge aurea della magistratura predittiva.

La dottrina penalistica italiana si è a lungo interrogata sul rapporto tra la legislazione d’emergenza antiterrorismo e il modello teorico del diritto penale del nemico (Feindstrafrecht) elaborato dal giurista tedesco Günther Jakobs. Secondo Jakobs, mentre il “diritto penale del cittadino” attende l’esteriorizzazione di un fatto lesivo e conserva una finalità rieducativa, il “diritto penale del nemico” colpisce soggetti che, per la loro presunta infedeltà permanente all’ordinamento, vengono privati dello status di persona e sottoposti a una neutralizzazione preventiva basata sulla loro potenzialità offensiva futura, mediante un’estrema anticipazione della tutela, la vaghezza delle fattispecie, la sproporzione sanzionatoria e l’abbattimento delle garanzie processuali.

Se fino alla metà degli anni Duemiladieci illustri studiosi (tra cui Francesco Palazzo) preferivano qualificare il sistema italiano come un “diritto penale al limite” – ossia un sistema che, pur flessibilizzando le garanzie e arretrando la soglia punitiva, tentava di rimanere entro gli argini costituzionali di proporzionalità e offensività – gli interventi normativi dell’ultimo decennio hanno progressivamente varcato tale confine attraverso quattro tappe fondamentali. La prima fase si è aperta con il D.L. 18 febbraio 2015, n. 7 (convertito nella L. 17 aprile 2015, n. 43), emanato in risposta al fenomeno dei foreign fighters e agli attentati in Francia, che ha spostato il focus dalla struttura associativa (art. 270-bis c.p.) al cosiddetto “lupo solitario”. Tale intervento ha punito il soggetto passivo dell’arruolamento (art. 270-quater c.p.), l’organizzazione di trasferimenti per finalità di terrorismo (art. 270-quater.1 c.p.) e l’auto-addestramento (self-training, art. 270-quinquies c.p.), introducendo altresì l’aggravante speciale dell’uso di strumenti informatici o telematici per i delitti di istigazione e apologia (art. 414, comma 4, c.p.). Nel 2015, tuttavia, il legislatore aveva ancorato l’auto-addestramento al requisito che il soggetto, acquisite le istruzioni, ponesse in essere “comportamenti univocamente finalizzati” alla commissione delle condotte terroristiche (art. 270-sexies c.p.), cercando così di evitare la punizione della mera cogitatio o dello studio teorico.

La seconda tappa è stata segnata dalla L. 28 luglio 2016, n. 153 e dal D.Lgs. 1 marzo 2018, n. 21, che hanno introdotto i reati di finanziamento di condotte con finalità di terrorismo (art. 270-quinquies.1 c.p.), sottrazione di beni o denaro sottoposti a sequestro (art. 270-quinquies.2 c.p.) e atti di terrorismo nucleare (art. 280-ter c.p.). Il dato dogmaticamente più allarmante di questa fase risiede nella rottura del principio di proporzionalità: il mero finanziatore (art. 270-quinquies.1) viene punito con la reclusione da 7 a 15 anni, la medesima pena prevista dall’art. 270-bis c.p. per i promotori, capi e dirigenti di un’associazione terroristica armata. Nel 2018, per effetto della riserva di codice, la circostanza aggravante trasversale della finalità di terrorismo o di eversione dell’ordine democratico è stata stabilmente codificata nell’art. 270-bis.1 c.p..

Con la terza tappa, coincidente con il D.L. 11 aprile 2025, n. 48 (cosiddetto “Decreto Sicurezza 2025”), l’argine garantistico dei “comportamenti univoci” è stato definitivamente abbattuto. Il nuovo art. 270-quinquies.3 c.p. (Detenzione di materiale con finalità di terrorismo) incrimina infatti con la reclusione da 2 a 6 anni chiunque consapevolmente si procuri o detenga materiale contenente istruzioni sulla preparazione o sull’uso di congegni bellici, armi, sostanze chimiche o su ogni altra tecnica per il compimento di atti con finalità di terrorismo (art. 270-sexies), senza richiedere alcun comportamento esecutivo ulteriore. Come evidenziato dalla più recente dottrina penalistica (Rubeo, Manes), si tratta di un reato a forma libera, sussidiario e di pericolo presunto, in cui l’ipertrofia della componente soggettivistica trasforma la pena in mero strumento di “messa in sicurezza” preventiva della società.

Infine, la quarta tappa si è consumata con il D.L. 22 ottobre 2026, n. 190, pubblicato nella Gazzetta Ufficiale n. 246 del 22 ottobre 2026 sull’onda emotiva degli scontri milanesi del weekend precedente, il quale compie la saldatura definitiva tra la logica dell’antiterrorismo e la gestione dell’ordine pubblico di piazza. Esso introduce l’art. 420-bis c.p. (Violenza organizzata nelle manifestazioni pubbliche) e l’art. 635.1 c.p. (Danneggiamento commesso da un gruppo organizzato), punendo da 4 a 12 anni chi promuove, organizza o anche solo istiga telematicamente gruppi di almeno cinque persone che operino con violenza “anche occasionalmente”, ed estendendo a tutte queste ipotesi l’arresto in flagranza differita (art. 382-bis c.p.p.).

6. La deriva predittiva della magistratura italiana

Questa deriva legislativa entra in rotta di collisione frontale con oltre mezzo secolo di giurisprudenza costituzionale e di legittimità in materia di reati d’opinione e di pericolo. La Corte Costituzionale, con la storica sentenza n. 65 del 1970, ha salvato l’art. 414 c.p. (istigazione e apologia di delitto) dalla declaratoria di illegittimità per contrasto con l’art. 21 Cost. a una condizione tassativa: che la condotta non si esaurisca nella pura manifestazione di un pensiero radicale o dissidente, ma presenti, per le sue modalità concrete, un’effettiva e immediata idoneità a provocare la commissione di delitti. Analogamente, con la sentenza n. 108 del 1974  la Consulta ha dichiarato parzialmente illegittimo l’art. 415 c.p. (istigazione a disobbedire alle leggi e all’odio fra le classi sociali) laddove non richiedeva che il fatto fosse commesso “in modo pericoloso per la pubblica tranquillità”.

Recependo tali coordinate, la Corte di Cassazione ha costantemente ribadito che il delitto di cui all’art. 414 c.p. configura un reato di pericolo concreto e non presunto, il quale esige dal giudice una rigorosa valutazione ex ante sulla reale attitudine del discorso, nel contesto specifico e nel momento storico dato, a innescare il passaggio all’azione delittuosa da parte dei destinatari (Cass. Pen., Sez. I, sent. n. 48247 del 2019). Allo stesso modo, la Suprema Corte ha statuito che anche nelle fattispecie antiterrorismo a tutela fortemente anticipata, come l’auto-addestramento ex art. 270-quinquies c.p., il principio costituzionale di offensività impone l’accertamento di riscontri fattuali esterni alla mera acquisizione o consultazione di materiale ideologico o teorico (Cass. Pen., Sez. V, sent. n. 13087 del 19 gennaio 2017).

La ragione per cui nel caso Siher – come in numerosi procedimenti analoghi – questo consolidato statuto garantistico è stato disapplicato nella fase genetica del procedimento risiede nel meccanismo processuale del doppio binario cautelare (art. 275, comma 3, c.p.p. e art. 51, comma 3-quater, c.p.p.). Quando il pubblico ministero innesta su un reato comune (come l’istigazione ex art. 414 c.p., punita nella forma base da 1 a 5 anni, misura che di per sé renderebbe ardua o preclusa la custodia in carcere per un incensurato) la finalità di terrorismo o di eversione ex artt. 270-bis.1 e 270-sexies c.p., si attiva un regime processuale speciale. In tale regime vige una presunzione legale relativa di sussistenza delle esigenze cautelari e di adeguatezza esclusiva della custodia in carcere. Di conseguenza, nella fase del fermo e della convalida, il baricentro cognitivo del giudice viene spostato dall’accertamento del pericolo concreto dell’atto (che richiederebbe la prova quasi impossibile che uno slogan su Instagram determini causalmente un saccheggio) alla valutazione del pericolo potenziale dell’autore. La contestazione dell’aggravante terroristica funge così da “chiave d’accesso” processuale per neutralizzare in carcere (nella sezione speciale AS2) la potenzialità soggettiva dell’indagato, eludendo nella fase cautelare il vaglio stringente imposto dalla Cassazione per il giudizio di merito. Con questa elusione, la magistratura italiana ha strumenti per poter girare il proprio, personale Minority Report.

7. Intelligenza artificiale, polizia predittiva, costruzione del terrorista

Il caso Youssef Siher segna uno spartiacque inedito nella storia giudiziaria italiana anche sotto il profilo tecnologico: è il primo procedimento per terrorismo ed eversione in cui l’Intelligenza Artificiale (IA) compare simultaneamente nel profilo professionale dell’indagato, nel compendio probatorio d’accusa e nell’infrastruttura di sorveglianza e misurazione del pericolo utilizzata dagli inquirenti. L’analisi dimostra come i sistemi algoritmici agiscano da catalizzatori strutturali per sanzionare la potenzialità della persona anziché il fatto commesso, operando lungo diverse direttrici convergenti.

Dalle carte dell’inchiesta milanese emerge un elemento inedito: per fondare l’accusa di progettazione eversiva e la richiesta di carcere, i pubblici ministeri valorizzano il fatto che Siher avesse effettuato ricerche interrogando sistemi di IA generativa per ottenere informazioni sulla “realizzazione di strategie rivoluzionarie” e per farsi assistere nella stesura del secondo comunicato del movimento, pubblicato il 23 ottobre. A ciò si aggiunge la circostanza biografica che Siher lavorasse da gennaio 2026 proprio per la startup statunitense Mercor nell’addestramento e nella valutazione di modelli di IA.

Sotto il profilo tecnico-giuridico, questo passaggio segna la nascita della criminalizzazione del prompt (prompt incrimination). L’interazione tra un utente e un modello linguistico di grandi dimensioni (Large Language Model – LLM) è, per sua natura ontologica, un processo di esternalizzazione cognitiva e di esplorazione linguistico-probabilistica. Come chiarito anche nei recenti documenti della Scuola di Perfezionamento per le Forze di Polizia del Ministero dell’Interno (Quaderno n. 1/2025) in riferimento all’art. 3 dell’AI Act europeo, un sistema di IA generativa produce output testuali assemblando e rielaborando statisticamente dati preesistenti secondo logiche algoritmiche.

Quando la Procura utilizza i prompt rivolti da Siher all’IA come prova di un “progetto finalizzato a porre in essere atti delittuosi, con finalità eversive” e della sua capacità di “sviluppare una strategia rivoluzionaria”, essa compie un salto logico radicale. Da un lato, equipara il dialogo con un software – che appartiene alla sfera del foro interno o, al più, della ricerca intellettuale preparatoria non punibile – a una vera e propria concertazione cospirativa. Dall’altro lato, trasforma la competenza professionale dell’indagato nell’uso dell’IA, acquisita lavorando per Mercor, in un moltiplicatore della sua pericolosità soggettiva, ritenendo che un soggetto capace di padroneggiare strumenti generativi possieda per ciò stesso una “capacità delinquenziale” superiore. In combinato disposto con il nuovo art. 270-quinquies.3 c.p., che punisce la mera detenzione di istruzioni a prescindere da condotte univoche esterne, la generazione algoritmica di un testo sulle tattiche di protesta diventa istantaneamente corpo del reato e indice cautelare.

Il secondo livello in cui l’IA favorisce il sanzionamento della potenzialità eversiva riguarda gli strumenti investigativi di polizia predittiva (predictive policing) e di monitoraggio digitale della radicalizzazione. Come documentato negli studi della Scuola Superiore della Magistratura e del Ministero dell’Interno, le autorità di pubblica sicurezza e di intelligence impiegano oggi algoritmi avanzati di Machine Learning (ML) e di Natural Language Processing (NLP – capaci di analizzare, rappresentare e comprendere il linguaggio umano su vasta scala) per setacciare enormi volumi di dati digitali strutturati e non strutturati (social network, chat aperte, transazioni finanziarie AML/CFT) alla ricerca di “indicatori di anomalia” e pattern di radicalizzazione.

Questo paradigma tecnologico altera alle fondamenta la struttura dell’accertamento penale, determinando anzitutto il passaggio dalla causalità deterministica alla correlazione probabilistica. Mentre i modelli tradizionali di indagine muovono da un fatto di reato già commesso (ex post) per risalire all’autore secondo leggi causali e regole deterministiche, gli algoritmi predittivi di ML operano ex ante identificando anomalie statistiche e cluster di rischio non censiti dai modelli tradizionali. Essi non accertano ciò che un individuo ha fatto, ma calcolano la probabilità matematica di ciò che un individuo potrebbe fare in base alla somiglianza del suo profilo semantico, anagrafico e relazionale con dataset storici di soggetti radicalizzati.

A ciò si salda l’effetto “Black Box” e la conseguente crisi della legalità algoritmica. Come avverte la dottrina giurisprudenziale della Scuola Superiore della Magistratura, gli algoritmi più complessi “generano risposte non sempre riproducibili, grazie ad un’analisi della realtà superiore alle capacità umane”, ponendosi in acuta frizione con le garanzie di trasparenza e di controllo difensivo. Quando un soggetto come Siher – già inserito nei database d’intelligence nel 2024 per l’associazione Alba Nascente e monitorato per i suoi scritti sull’Islam politico e sulle proteste della Generazione Z in Marocco – attiva un canale Telegram con parole chiave ad alta densità semantica (“guerra”, “rivoluzione”, “caduta del governo”), i sistemi di monitoraggio algoritmico classificano istantaneamente il nodo come “minaccia eversiva ad alto rischio”. La predizione della macchina si cristallizza così in una presunzione investigativa che orienta il pubblico ministero a leggere ogni elemento neutro della vita dell’indagato (gli studi universitari, il bilinguismo, i contatti WhatsApp) come conferma del “progetto eversivo”.

Vi è infine un terzo meccanismo, più sottile ma decisivo negli atti della Procura di Milano: l’uso delle metriche algoritmiche dei social network per soddisfare fittiziamente il requisito giuridico dell’idoneità offensiva (art. 414 c.p.) e dell’intimidazione della popolazione (art. 270-sexies c.p.).

Nel decreto di fermo, la PM Crupi scrive che i messaggi di Siher su Instagram e Telegram avevano creato uno “stato di intimidazione della popolazione” perché “potenzialmente potevano raggiungere 150mila persone” (a fronte di una base effettiva di circa 9.000–11.000 iscritti al canale). In questo modo, il funzionamento dell’algoritmo di raccomandazione proprietario di Meta (Instagram) e di Telegram – progettato dalle piattaforme per massimizzare il tempo di permanenza (engagement) spingendo i contenuti polarizzanti nei feed di utenti non iscritti – viene imputato giuridicamente all’indagato. La reach potenziale stimata dall’algoritmo della piattaforma diventa la misura legale del pericolo concreto del reato: l’indagato non viene tenuto in carcere per il danno che ha effettivamente provocato, ma per la potenzialità virale che l’architettura algoritmica dei social media attribuisce alle sue parole.

8. La mutazione genetica

Quando la rubrica giudiziaria viene inquadrata nelle coordinate del terrorismo o dell’eversione dell’ordine democratico, il giudizio cautelare sul trattenimento in carcere subisce una mutazione genetica: il fatto materiale commesso degrada a mero sintomo occasionale, mentre l’oggetto reale della misura restrittiva diviene la potenzialità soggettiva della persona, dilatata dagli inquirenti attraverso una lettura orientata della sua biografia, della sua cultura e dei suoi strumenti tecnologici.

Nel caso in esame, l’assenza di una partecipazione materiale agli scontri del 17-18 ottobre, l’inesistenza di una rete associativa armata o di collegamenti con attori ostili esteri, e la natura eminentemente espressiva e velleitaria dei post pubblicati non hanno impedito il fermo d’urgenza e la reclusione nella sezione di Alta Sicurezza 2 di San Vittore. Ciò è stato reso possibile dalla convergenza di quattro fattori strutturali che operano in stretta sinergia. Anzitutto, si assiste all’inversione clinico-criminologica del capitale umano, per cui l’assenza di precedenti penali, la laurea magistrale, il plurilinguismo, le competenze nel settore dell’IA e lo status di cittadino italiano di seconda generazione vengono capovolti da fattori di radicamento sociale in indicatori di “particolare capacità delinquenziale” e di “pericolo di fuga”. In secondo luogo, interviene l’hype mediatico pre-giudiziario, che retrodata la responsabilità del soggetto costruendo l’archetipo rassicurante del “regista occulto” e dell'“infiltrato accademico”, generando un allarme sociale che la Procura utilizza poi circolarmente come prova dell’effetto intimidatorio e terroristico della condotta.

A questi fattori si salda la deriva legislativa del decennio 2015–2026, culminata nei Decreti Sicurezza n. 48/2025 (art. 270-quinquies.3 c.p.) e n. 190/2026 (art. 420-bis c.p.), che ha progressivamente sostituito il diritto penale del fatto e del pericolo concreto con fattispecie di pericolo presunto, ossimori dogmatici (“organizzazione anche occasionale”) e cornici edittali sproporzionate pensate per attivare il doppio binario cautelare. Infine, agisce la mediazione algoritmica dell’IA, che da un lato trasforma l’esplorazione cognitiva privata (il prompt rivolto a un LLM) in prova di pianificazione eversiva, e dall’altro converte le metriche commerciali di viralità potenziale dei social network nel requisito oggettivo dell’offensività penale.

In definitiva, il caso Siher dimostra che nel diritto penale contemporaneo della sicurezza nazionale il confine tra dissenso radicale, esplorazione intellettuale e terrorismo non è più tracciato dalla materialità dell’offesa arrecata ai beni giuridici, bensì dalla profilazione preventiva del tipo d’autore, con un vulnus profondo ai principi scolpiti negli articoli 13, 21, 25 e 27 della Costituzione repubblicana. Youssef Siher è, in questo modo, il primo detenuto politico della magistratura predittiva italiana. Quanti altri ne seguiranno? E con quale conseguenze nella politica e nella società? La questione è particolarmente seria.

Fonte

Il “setaccio” delle Questure sulle manifestazioni di venerdi

Somiglia maledettamente al discorso del capo dell’ufficio politico della Questura interpretato da un grandissimo attore, Gianmaria Volontè, in un film cult degli anni Settanta diventato leggendario.

Un migliaio di manifestanti identificati, qualche decina denunciati, sessanta perquisiti già dalla mattina. Questo è il consuntivo del “bollettino” delle varie Questure diffuso a seguito delle manifestazioni e di alcuni lievi incidenti avvenuti lo scorso venerdì in diverse città italiane in occasione dello sciopero generale.

Una volta li avrebbero chiamati rastrellamenti, pattuglioni, pesca a strascico. Adesso, con un anglismo che sembra sempre voler minimizzare la gravità delle cose, viene definito “kettling” o “coralling” (ovvero circondare, ammucchiare, identificare, denunciare i manifestanti).

A Roma 369 giovani sono stati identificati e sette denunciati. Due devono rispondere di resistenza aggravata a pubblico ufficiale, altre due di travisamento in luogo pubblico e porto di oggetti atti a offendere. Le restanti riguardano blocco stradale, porto di oggetti atti a offendere e travisamento. Sotto esame anche il blocco della circolazione in viale Aventino, dove un gruppo di manifestanti si è seduto sulla carreggiata ma, paradossalmente, proprio a causa delle procedure di identificazione da parte della polizia che li aveva completamente circondati con la tecnica del “kettling”.

A Bologna sono state identificate circa 300 persone ed è stato eseguito un fermo preventivo in applicazione della recente normativa introdotta dall’ultimo decreto sicurezza.

A Torino sono 256 gli identificati e 11 i denunciati, con ipotesi di reato tra le quali resistenza e lesioni a pubblico ufficiale.

La mattina la Digos e la Polizia postale avevano eseguito 60 perquisizioni in 23 città tra le quali Bari, Bergamo, Bologna, Brescia, Cagliari, Firenze, Napoli, Perugia, Reggio Emilia, Roma, Siracusa, Torino, nei confronti di soggetti che, secondo la Polizia “nelle chat e nelle piattaforme social avevano incitato a compiere violenze nelle recenti manifestazioni di piazza”. Inutile sottolineare che le perquisizioni hanno trovato poco o nulla.

Del resto tutti i video o le foto scattate, restituiscono in gran parte dei casi l’immagine di giovani spesso a mani nude e alzate che avanzano e poi fronteggiano gli agenti in tenuta antisommossa, buscandosi gragnuole di manganellate. Gli scontri che talvolta ne seguono vedono in larga parte l’utilizzo di materiali trovati in strada (bottiglie, materiale di risulta etc.), in rari casi qualche petardo ma non attrezzi per fare uno scontro di piazza vero e proprio.  Una immagine ben diversa dagli anni passati in cui gli scontri prevedevano su entrambi i fronti le “dotazioni del caso”.

Eppure gli starnazzatori dell’ordine pubblico non sembrano – o non vogliono – cogliere le differenze. Vivono di fantasmi e alimentano fantasmi, parlando continuamente di “violenze” da cui  prendere le distanze e da stigmatizzare in modo bipartisan (come invocato dal ministro Piantedosi nell’intervista al Corriere della Sera), con un modo un po' furbetto – ma ormai poco credibile – per omettere le emergenze sociali per loro ingestibili.

“Gli agenti del caos sono sparsi nella società. Hanno sponde nei partiti, nei sindacati, nei movimenti. Cercano il punto dove una protesta può diventare blocco permanente. Ogni problema è combustibile. Il salario, la guerra, una decisione giudiziaria” scrive un giornale di destra che vive ormai come un ossessione tutto ciò che contesta le scelte del governo e vede ovunque – tranne che nelle proprie file – le minacce eversive.

E poi questa mattina le fanfare mediatiche hanno annunciato una maxi operazione della polizia, ma questa volta, secondo la versione ufficiale “per contrastare la delinquenza giovanile in tutta Italia”. 644 gli arresti, tra loro 69 minorenni. E quasi 1700 i ragazzi denunciati, in larga parte individuati attraverso le immagini sui loro profili social.

Il solerte dirigente di polizia nel film in questione, ci tiene a sottolineare che a suo avviso tra reati politici e reati comuni non ci sia alcuna differenza, perchè “dietro ogni criminale c’è un sovversivo e dietro ogni sovversivo c’è un criminale”, entrambi “minacciano l’ordine sociale”.

Dunque, come dicevamo in apertura, sembra proprio che alla contestazione a tutto campo che da settimane mette sulla graticola le responsabilità dell'intera classe dirigente di questo paese – e senza sconti per nessuno – queste stesse classi dirigenti, i loro funzionari, i loro pennivendoli – non sappiano rispondere molto diversamente da come il funzionario della Questura interpretato da Gian Maria Volontè conclude il suo discorso: “Repressione è civiltà!”

Ma è proprio questa ottusa pervicacia nel voler imporre al paese un modello di società-caserma – a puntello e deterrenza contro un disagio sociale non più sopportabile per molti – che dimostra la debolezza dell’esecutivo e le contraddizioni di un sistema in via di fallimento.

Come chicca per comprendere il presente e un futuro (da stravolgere), riproduciamo qui sotto un pezzo del film. Per i nostri lettori più stagionati sarà un tuffo nella memoria storica, per i più giovani è un documento e una visione del mondo che vale la pena conoscere.


Fonte

Decolla l’IA made in China

Sono passati solo sei mesi da quando, la primavera scorsa, Jensen Huang avvertì in un’intervista che se DeepSeek fosse riuscita a ottimizzare i suoi modelli di intelligenza artificiale in modo da addestrarli e farli girare con chip Huawei, questo avrebbe rappresentato un «esito terribile per la nostra nazione».

Ebbene sembra che il presagio di sventura dell’amministratore delegato della gallina dalle uova d’oro della Silicon Valley (5.200 miliardi di dollari di market cap) si stia materializzando. Secondo un recente report di SemiAnalysis infatti «dai risultati software ottenuti finora e dai test su 950PR, il divario tra gli ecosistemi si è decisamente ridotto, grazie al contributo di DeepSeek al lavoro già svolto da Huawei. L’incubo di Jensen sta cominciando a diventare realtà».

SemiAnalysis è una società statunitense indipendente di ricerca e analisi specializzata nei semiconduttori e nelle infrastrutture per l’intelligenza artificiale, considerata tra le fonti più autorevoli. I dettagli tecnici dell’analisi su quella che ha definito la “simbiosi tra Huawei e DeepSeek” si possono trovare a questo link.

Secondo SemiAnalysis, la stretta collaborazione che si è instaurata negli ultimi mesi tra la startup di Hangzhou e il colosso di Shenzhen, in particolare tra il linguaggio di programmazione TileLang di Deepseek e gli acceleratori grafici Ascend 950PR di Huawei sarebbe in grado di dare una spinta decisiva alla rimonta della Cina nell'IA.

DeepSeek ha confermato che «la versione di TileLang per Ascend può contribuire a promuovere un ecosistema software nazionale per le unità di elaborazione grafica (GPU) più indipendente e controllabile». Il ritardo della Cina non si misura infatti solo sulla potenza dei chip, ma anche sul complesso dell’ecosistema IA, tanto che i software DeepSeek finora si appoggiavano a (erano disegnati per) quello Nvidia.

La nuova versione di TileLang per Ascend, potenzialmente, cambia tutto. Il percorso d’integrazione – continua SemiAnalysis – potrebbe essere portato a termine nel 2027 o 2028, «soprattutto alla luce delle pressioni, esterne e interne, per costruire un ecosistema tecnologico interamente cinese».

DeepSeek sta testando sull’infrastruttura hardware e software Ascend carichi di lavoro specifici per i propri modelli di intelligenza artificiale. La startup di Liang Wenfeng ha inoltre consentito a Huawei di accedere in anticipo ai modelli stessi, e ciò ha permesso al gruppo fondato da Ren Zhengfei di annunciare che i suoi chip erano già in grado di far funzionare i nuovi modelli di intelligenza artificiale fin dal giorno del loro rilascio, compresi aggiornamenti importanti come DeepSeek V4 e V4.1. Si tratta di processori destinati a utilizzare modelli già addestrati, non ad addestrarli: un passaggio ulteriore che resta da compiere.

Quanto sta accadendo nell’ecosistema dell’intelligenza artificiale made in China spiega il mantenimento dei controlli sulle importazioni di chip Nvidia da parte di Pechino, nonostante il via libera di Donald Trump alle esportazioni e la corte che Huang ha fatto negli ultimi mesi alla leadership cinese, incontrata a tavola sia a Pechino sia a Washington in occasione dei viaggi di stato dei rispettivi presidenti.

L’intelligenza artificiale made in China scommette di potersi avvicinare a quella a stelle e strisce con le proprie forze, risparmiando sull’importazione di microchip molto più costosi di quelli prodotti in patria e sostenendo lo sviluppo di un ecosistema nazionale, al riparo da tensioni geopolitiche e commerciali. Per questo le importazioni di prodotti Nvidia devono rimanere limitate, per non rallentare l’avanzata delle concorrenti nazionali.

Varate inizialmente da Washington, le restrizioni all’export di GPU Nvidia, stanno facendo perdere terreno all’azienda di Wang, che le ritiene responsabili di averlo costretto a rinunciare a 50 miliardi di dollari di fatturato nel mercato cinese.

Secondo i dati di International Data Corporation, nei primi sei mesi dell’anno Nvidia ha esportato in Cina 678.000 acceleratori per AI, il 44 per cento in meno rispetto allo stesso periodo del 2025. Nello stesso semestre, Huawei ha consegnato 572.000 acceleratori per l’intelligenza artificiale, quasi il doppio dei 300.000 dell’anno precedente, conquistando una quota del 28 per cento del mercato complessivo. E la percentuale di chip Nvidia nei data center cinesi è scesa al 34 per cento. Il resto è appannaggio di compagnie nazionali: Huawei, Cambricon e Kunlunxin (Baidu) soprattutto.

Nonostante i progressi, secondo SemiAnalysis l’Ascend 950PR, presentato da Huawei a marzo, resta inferiore, in termini di prestazioni complessive, all’H100, che Nvidia ha iniziato a distribuire nel lontano 2022. Tuttavia, gli ingegneri di Huawei stanno ottenendo risultati significativi: i kernel Ascend più efficienti raggiungono il 99,7 per cento del limite teorico di prestazioni.

E Huawei – candidata a diventare la Nvidia cinese – ha recentemente presentato un portfolio di undici nuovi microchip per l’intelligenza artificiale.

Il rapporto di SemiAnalysis non nasconde i problemi ancora da risolvere. I chip Ascend di Huawei potrebbero infatti incontrare difficoltà di compatibilità quando vengono installati in server diversi da quelli utilizzati da DeepSeek, con possibili ripercussioni sulla diffusione della tecnologia presso altri operatori del settore.

Finora, la maggior parte delle ottimizzazioni è stata sviluppata per i supernode di DeepSeek: grandi sistemi di calcolo che riuniscono centinaia di chip specializzati nell’intelligenza artificiale e li fanno lavorare insieme. Restano invece da risolvere diversi problemi per utilizzare gli acceleratori Ascend in normali server dotati di cpu Intel o AMD, basati sull’architettura x86, anziché sulle piattaforme hardware sviluppate da Huawei.

La collaborazione tra le due aziende potrebbe però produrre benefici crescenti anche in futuro. «Altri operatori che offrono servizi basati su DeepSeek potranno riutilizzare i kernel e le procedure di distribuzione già sviluppati, mentre altri laboratori potranno creare nuovi modelli sfruttando le funzionalità condivise del compilatore», scrivono gli analisti di SemiAnalysis. «Se questi utilizzatori contribuiranno a loro volta con correzioni e ottimizzazioni, i progressi potranno accumularsi e amplificarsi nel tempo».

Fonte

Sorvegliare e punire: la costruzione politica del soggetto giovanile

Se volete avere la possibilità di condurre delle vite dignitose, allora dovete sapere come stanno le cose, e saperle fino in fondo. [...] Le vostre vite sono già state programmate. Diventerete adulti, poi, prima di invecchiare, ancor prima di diventare persone di mezza età, comincerete a donare i vostri organi vitali. Ecco per cosa siete stati creati, ciascuno di voi. Non siete come gli attori che vedete nei film, non siete neanche come me. Siete stati portati in questo mondo con uno scopo preciso, e il vostro futuro, il futuro di ognuno di voi, è già stato deciso. Quindi smettetela di parlare in questo modo.

K. Ishiguro, Non lasciarmi, Einaudi, Torino, 2006, p. 42.

Quando Miss Lucy rivela agli abitanti di Hailsham il motivo della loro esistenza – ovvero fungere da utile ricambio vivente per futuri trapianti di organi – non sta solo presentando loro un dramma individuale e bioetico ma, filosoficamente, sta ponendo un problema culturale di prim’ordine: quale rapporto va definendosi tra la società umana e gli individui generati da essa?

Fin dalla nascita, il soggetto si trova irretito in tutta una serie di nodi che ne definiscono le possibilità e le libertà, connesse a doppio filo con le aspettative che una data cultura proietta sugli stessi individui che la società contribuisce a costruire. Tale rapporto responsabilizza il soggetto al rispetto di tutto un insieme di norme che, su un doppio livello, garantirebbero tanto la riproduzione sana dell’individuo, quanto una perpetuazione “virtuosa” della società alla quale appartiene.

Un presupposto simile si regge su una profonda idea di corresponsabilità: la realtà sociale aiuta l’individuo a crescere, così che quest’ultimo possa ricambiare lo sforzo e fare lo stesso con la società. Ciò comporta che il soggetto sia costruito come una sorta di investimento a lungo termine formato all’interno di una strana sovrapposizione tra le logiche date dalle aspettative culturali e quelle relative all’ineluttabilità del futuro, incrocio che riproduce sull’individuo una narrazione tanto morale, quanto finalistica.

L’idea che esista un lieto fine individuale e sociale, e che questo sia raggiungibile attraverso tutta una serie di indicazioni, procedure e dispositivi è un elemento narrativo profondamente radicato nella costruzione tanto dell’idea di soggetto, quanto di quella di società.

Una tale prospettiva organicista della società di massa prevede necessariamente il montare incessante di sensazioni di ansia ed urgenza verso il meccanismo di produzione e crescita dei propri individui che, in un’ottica simile, vengono vissuti, allora, come il crocevia perfetto tra i sogni dell’utopia e gli incubi della distopia. Se non si interviene in tempo e con durezza, viene detto, il soggetto rischia di “degenerare” e di infettare, così, l’intera società coi suoi “germi”, inquinandone la potenza ed annacquandone irrimediabilmente il futuro.

Negli ultimi anni, tali sono le caratteristiche narrative che definiscono le modalità entro cui si ragiona e si agisce sulla gioventù[1], la quale viene studiata, costruita, narrata ed agita come fosse il fegato degli aruspici. Questo perché un paese come l’Italia, sorretto sul paradigma emergenziale, non può che affidarsi alle divinazioni, per affrontare i problemi che lo affliggono.

Un paradigma tipico italiano, nel quale si declina il dato strutturale sul piano emergenziale, affrontabile attraverso l’impiego di decreti-legge o stanziamenti economici speciali che, a mo’ di formula magica, avrebbero il compito di cancellare decenni di malgoverno ed inezie. Non a caso il numero di “emergenze” evocate dalla politica appare come direttamente proporzionale ai fatti di cui questa dovrebbe occuparsi in ottica preventiva, strutturale e quotidiana – “emergenza abitativa”, “emergenza migranti”, “emergenza climatica”, e così via.

A questi esempi sembra essersi aggiunta, soprattutto a partire dagli ultimi anni, una vera e propria “emergenza giovani”, la cui costruzione simbolico-discorsiva ruota tutta attorno a diversi elementi centrali nel dibattito pubblico e nella produzione di testi e norme, come la salute mentale, il rapporto con la tecnologia e la – presunta – assenza di valori e norme.

Una sorta di tacita santa alleanza è stata realizzata tra certi membri dell’expertise medica, di quella umanistica e di quella legale al fine di ragionare sul “tema giovani”, e i discorsi prodotti da questo crocevia di esperti declinano la gioventù come sofferente, debole o inquieta.

Ne consegue che il soggetto giovanile venga ordinariamente e pubblicamente percepito entro questa lente, spesso suffragata da studi e statistiche che hanno il solo ruolo di rendere neutrale e “scientifica” una tale determinazione apocalittica calata sulla soggettività giovanile.

Il problema centrale si colloca negli stretti rapporti stabiliti tra sapere e potere, in quanto la costruzione di un certo archetipo giovanile – pigro, distratto, violento, e così via – lascia spazio alla possibilità di costruire politiche adeguate a tale interpretazione, che agiscano su un soggetto costruito ad hoc e, quindi, intrinsecamente depoliticizzato e privato della possibilità di agency politica e, di conseguenza, allontanato anche solo dalla prospettiva del confronto.

Il desiderio sociale di costruire un soggetto “sano” prevede, così, la destituzione della sua stessa soggettività ed autonomia e, quindi, la sua trasformazione in “oggetto” su cui agire o, detta ancora meglio, in progetto da definirsi sul futuro. La stessa retorica adottata nei confronti della gioventù che è scesa in piazza in questi giorni prevede attivamente il non ascolto delle pratiche e delle analisi poste in essere dalla gioventù stessa, relegandole al grado di rivoluzionario utopismo o, peggio, distopica violenza.

D’altra parte, la politica sostituisce il dialogo verso la gioventù reale con la costruzione di un soggetto giovanile immaginario al quale riferirsi nei discorsi che, ovviamente, corrisponde all’idea di gioventù ideale che la stessa politica contribuisce a produrre nell’immaginario collettivo[2].

Il soggetto reale finisce così per essere sostituito da un archetipo immaginario, che sia questo positivo – sano, virtuoso, produttivo – o negativo – violento, debole, improduttivo. Difatti, la conseguenza di una tale prospettiva è la deumanizzazione del soggetto giovanile, il quale viene rappresentato semanticamente come in balia di una sorta di inferno dantesco nel quale, per contrappasso o analogia, l’individuo giovanile affronta i propri demoni personali.

La figura dell’esperto, come novello Dante, si affaccia all’inferno e, con sguardo contrito – e, a volte, schifato – inquadra il malessere di turno: a quel punto, senza interrogarne davvero la sofferenza, ne enuncia la soluzione, spesso talmente distante dai reali bisogni dei soggetti da risultare più frutto del ragionamento iniziale – quindi, di un “a priori”, un bias – che delle reali condizioni osservate.

Il fatto che ogni sguardo “esperto” posato sulla gioventù la osservi come un prodotto finalizzato costituisce di per sé un atto politico che istituisce il soggetto giovanile come un individuo intrinsecamente sofferente, debole o deviato e che la politica e la società devono, per via di pedagogismi e sanzioni, raddrizzare e normalizzare.

Ciò appare autoevidente se si analizzano le reazioni alle proteste in piazza, nelle quali l’opinionismo si concentra più sul fattore “giovanile” che sulle istanze presentate nel corso delle manifestazioni, in una formula politica – e strategica – che giunge, progressivamente, ad una delegittimazione a priori di quanto individuato come problematico dalla gioventù stessa.

Redarguire il mezzo e la persona senza comprendere che l’obiettivo sia il contenuto è un chiaro modello di esclusione politica, una sorta di argumentum ad hominem che prevede di smontare indirettamente l’obiettivo per via di una critica riferita, paradossalmente, a chi lo promuove, senza smontare direttamente l’obiettivo in sé.

D’altra parte, il lessico che ad oggi si ascolta nei telegiornali, nei salotti e nelle “sale della politica” non fa che emulare e riprodurre tale paradigma, concentrando l’attenzione su dati quali la nazionalità, l’età o la provenienza sociale di chi partecipa alle proteste, invece di riconoscere a queste una dimensione collettiva, generale e trasversale di critica e sollevazione verso lo stato di cose presenti.

Inoltre, la critica alla gioventù si muove spesso per vie intellettuali, classiste ed elitarie, nelle quali il giovane è declinato come una figura intrinsecamente non in grado di confrontarsi con i problemi della vita, sia per un’assenza quantitativa di esperienza, sia per una debolezza qualitativa relativa alle nozioni accumulate: detto in parole più semplici, “giovani e ignoranti”.

La conseguenza di tale presupposto implica un terribile ridimensionamento dell’agibilità politica del soggetto giovanile in quanto, intrinsecamente, questo viene declinato come non in grado di intendere o di volere; o, anche peggio, che dovrebbe intendere o volere esclusivamente ciò che viene indicato come sano, utile e virtuoso all’interno della narrazione pubblica.

Su questo piano, allora, la violenza assume la forma di una delle poche risposte politiche “dal basso” in grado di ritagliare agibilità politica, mettendo in discussione direttamente col proprio corpo le scelte di una politica che figura come troppo alta e lontana per essere influenzata attraverso un sistema democratico le cui maglie risultano ormai troppo distanziate sul piano del rapporto tra società, individuo, legislazione, dimensione esecutiva e rapporto tra capitale, lavoro e classi.

Nel caso della violenza, l’intero discorso viene declinato sul versante della salute mentale, implicando un’individualizzazione del disagio che, inevitabilmente, comporta un intervento parcellizzato che favorisce metodologicamente l’esame della dimensione “interiore” della soggettività personale, e non delle condizioni materiali e storiche del contesto generale.

Costruendo così l’intervento, la questione non fa che mantenersi sul piano squisitamente soggettivo, nel quale si adopera eminentemente il campo semantico e concettuale interno all'idea assai complessa e abusata di “salute”. In questa prospettiva, il disagio rischia di diventare sempre individuale, e mai politico.

Il fatto è che un tale approccio è in grado di far circolare innumerevoli fondi, merci e persone al fine di intervenire sul disagio individuale, senza trarne aspetti di critica strutturale alla cultura o al sistema economico[3]. Si ragiona sul prodotto, e non sul processo produttivo, presupposto ideologico caro tanto al capitalismo, quanto allo sguardo umanitario, quanto alla funzione disciplinare.

D’altra parte, se il soggetto giovanile è il crocevia di tutti i possibili futuri utopici e distopici dell’immaginario sociale, allora costituirlo come “infantile educando” risulta necessario al fine di perseguire certi tracciati e progetti politici.

La persecuzione del benessere mentale deve essere centrale ad ogni operazione di tutela dell’individuo, questo è corretto; l’idea che, di per sé, la centralizzazione della salute mentale sia un mezzo attraverso cui giungerne agli esiti positivi risulta, invece, ingenuamente ideologico.

In primo luogo, sarebbe necessario, come vera e propria operazione politica, riconnettere la dimensione del disagio individuale con il piano delle scelte politiche ed economiche che lo investono.

Così facendo, la categoria di “malessere giovanile” non rimarrebbe una monade isolata, usuale vittima dei crescenti processi di medicalizzazione e disciplinamento tutti interni alla gestione della “devianza”: al contrario, essa assumerebbe il ruolo di riflesso inevitabile dei poteri che le decisioni politiche esercitano sui corpi e sulle vite degli individui stessi.

Reinterpretare il dolore all’interno della sola sfera interiore si traduce in una deresponsabilizzazione delle teorie e delle pratiche politiche che, sistematicamente, lo generano. Politicamente, l’invito è a rifiutare e smontare tutto quel lessico che vorrebbe il piano psicologico come “dimensione interiore pura”: la tristezza è sempre politica.

Eppure, la patologizzazione del disagio giovanile ha assunto, nell’ultimo periodo, dimensioni eclatanti: su Spotify, il colosso della riproduzione musicale utilizzato quotidianamente da migliaia di giovani, tra una canzone e l’altra è possibile imbattersi nella pubblicità del servizio psicologico in rete Uno Bravo.

Questa pubblicizzazione continua dei servizi di “cura”, verificabile ovunque, non solo rende la salute mentale un prodotto pubblicizzabile, vendibile e riproducibile, ma assume anche il ruolo di vera e propria propaganda ai danni dell’analisi critica. Con il continuo ricorso alla semantica del disagio ed alla pervasione del simbolo, si diffonde la convinzione che ogni sofferenza o debolezza siano di per sé collegate alla dimensione psicologica, assunto che depotenzia l’agibilità civica e politica dei soggetti convinti da tale distorsione discorsiva.

Tale narrazione funge da presupposto fondamentale entro cui la politica assume la possibilità di relegare la legittima presa di posizione – anche materialmente violenta – della gioventù ad una “semplice” espressione di disagio psichico congiunturale. Ciò provoca un’ulteriore interiorizzazione del disagio attraverso la quale si indebolisce tanto il linguaggio dell’odio quanto quello della rabbia, i quali risultano entrambi, comunque, elementi di partecipazione e manifestazione politica.

Declinare la partecipazione politica giovanile in una chiave di debolezza mentale strutturale o di cieco ribellismo, senza però toccarne realmente i gangli materiali, risulta nell’esercizio di una funzione compensativa, e mai risolutiva. Se da una parte emerge un atteggiamento che assume tinte pietiste, che declina la questione giovanile su un piano di sofferenza e debolezza, d’altra parte si evince anche un utilizzo non commisurato della prospettiva normativa e disciplinare.

Nello specifico, appare chiaro come il governo Meloni abbia individuato nel soggetto giovanile un avversario ad hoc, uno spauracchio per eccellenza, da colpire duramente. La possibilità di intervenire sulla gioventù in chiave punitiva parte dal presupposto che questa non venga individuata come un soggetto agente quanto, invece, come un oggetto agito.

La sfilza di decreti prodotti dal governo Meloni in merito alla “sicurezza” punta a colpire proprio questo presunto difetto di disciplina giovanile, tra “anti-rave”, “anti-maranza”, e quant’altro, con prassi a metà tra la spettacolarità dell’effetto punitivo e la retorica della funzione pedagogica. Il punto è cogliere la stretta connessione tra il processo di costruzione pubblica di un soggetto giovanile psicologicamente debole e deviato e la realizzazione di decreti, norme, circolari, leggi e consuetudini volte a disciplinarne l’azione.

Assumendo la fragilità come caratteristica intrinseca delle nuove generazioni, ogni loro azione può essere rappresentata e performata solo all’interno di questa cornice: si tratta di una sorta di ricatto ab origine che, vittimizzando la gioventù, ne tenta di rendere impotenti tanto le teorie quanto le pratiche.

All’interno di una prospettiva di classe, la fragilità mentale non è che lo specchio di un sistema tanto incapace di far fronte ai bisogni fondamentali e ai desideri delle singole soggettività, quanto in grado di realizzare, di converso, continue fonti di disagio per gli individui – dalla precarietà abitativa a quella lavorativa, dall’assenza di prospettive allo spettro della guerra, dall’inabitabilità delle città alla debolezza delle reti relazionali.

D’altra parte, invece di indirizzare fondi alla risoluzione di questi problemi strutturali, i capitali vengono reindirizzati in attività che intervengono in ottica supplettiva, o in progetti per cooptare la gioventù in veri e propri schemi politici. Ne sono un esempio gli innumerevoli casi d’ingresso delle forze dell’ordine nelle scuole denunciati dalle realtà anti-militarizzazione – l’Osservatorio contro la militarizzazione delle scuole e delle università, la campagna La conoscenza non marcia, Cambiare Rotta, solo per citarne alcune.

Costruire l’immagine di una gioventù intrinsecamente bisognosa di attenzione e cura istituisce di pari passo la possibilità di costruire le istituzioni che siano deputate ad esercitare potere su di essa.

Non è insolito sentire, all’interno del dibattito pubblico, voci che evocano la leva militare come panacea essenziale all’inadeguatezza giovanile; lo stesso vale per il divieto posto ai minori verso l’utilizzo di Internet – in fase di concretizzazione prima attraverso il decreto “Caivano”[4], ora con la proposta del Kids Act europeo. Per dirla con Foucault, una certa dimensione normativa è tutta intenta a costruire il soggetto ed il discorso entro cui tali pratiche diventano legittime e, quindi, possibili.

Il solo fatto che nel dibattito sia andata concretizzandosi l’idea di un fermo preventivo ai danni dei minori implica limpidamente le chiare modalità entro cui la politica abbia deciso di “prevenire la violenza”: non con la costruzione di un hummus sociale, economico e culturale sostenibile per l’individuo, bensì con la repressione sistematica e preventiva del dissenso – e quindi, in potenza, predittiva, altro tema centrale tra esercizio del potere ed impiego politico della “salute”.

Politicamente, per affrontare con serietà e progettualità reale i diversi problemi che affliggono la realtà giovanile sarebbe necessario, in primo luogo, riconsegnare al soggetto giovanile la propria dimensione materiale, agentiva e di classe:
  • materiale, perché ogni individuo è frutto di una cornice definita dalle contingenze e dalle condizioni;
  • agentiva, perché la gioventù venga interpretata come un soggetto attivo, con un ruolo ed una coscienza, e non esclusivamente come frutto “in potenza” marcio o virtuoso “investimento” sul futuro;
  • di classe, perché si riconosca come la realtà giovanile sia agita tanto dal moto di produzione e circolazione di capitali e merci, quanto dalla pervasività perpetrata dalla morale borghese.
In questo senso, combattere l’uso di un linguaggio che cerca sistematicamente di trasformare qualsivoglia malessere sociale e disagio individuale in trauma psichico o diagnosi medica è il primo passo per restituire un ruolo reale alla dimensione giovanile, decostruendo l’idea che questa sia solo frutto passivo di traumi psico-familiari e individuali.

D’altra parte, oltre all’expertise “psy” – per citare Robert Castel – anche certi personaggi attivi in ambito umanistico hanno fatto dei soggetti giovanili i propri personaggi “kafkiani”, romanticizzandone il dolore e trasformandone la rabbia politica in espressione di stanchezza, come se fosse inderogabilmente necessario essere stanchi o stanche per provare rabbia.

In poche parole, sulla dimensione giovanile viene quotidianamente calato un discorso a doppia tenaglia, il cui contenuto si regge tra la presenza di una debolezza psichica e l’assenza di una disciplina sociale: o si sorveglia con l’impiego di funzionari della “cura”, forze dell’ordine e metal detector, o si punisce con decreti, divieti e pene.

Il filosofo Albert Camus, alla fine del suo Mito di Sisifo, ragionando sull’assurdità della vita, afferma che si dovrebbe «immaginare Sisifo felice»[5], mentre è intento a spingere l’iconica pietra, fardello assegnatogli dagli Dei. Più che compatire Sisifo, si dovrebbe puntare il dito agli Dei che hanno inferto a lui la pena, per poi trarne una morale pacificata. Forse, ora come ora, più che immaginare Sisifo felice, sarebbe meglio immaginarlo incredibilmente arrabbiato.

Note

[1] All’interno dello spazio pubblico, inoltre, non è ben chiaro a quale fascia di età ci si riferisca quando si parla di “giovani”. Tale ambiguità contribuisce a costruire un soggetto agibile volubile, mobile e “liquido”, che si presta perfettamente ad un abuso trasversale di una categoria assai complessa, la gioventù, che andrebbe in realtà compresa all’interno delle specificità definite intorno ad elementi dirimenti quali l’età, l’appartenenza di classe, la condizione sociale, lo sviluppo psico-sessuale, la dimensione educativa, e così via.

Continuare ad utilizzare questo termine – “gioventù” – in maniera tanto imprecisa e senza fare distinzioni peculiari è parte di un più ampio processo di classificazione e gestione che può essere utilizzato dal potere al fine di esercitare in maniera trasversale la propria governance sui corpi e sulle differenti componenti sociali. Nel corso del testo, col termine “gioventù” ci si riferisce proprio a tale dispositivo discorsivo per come prodotto e agito dal sapere e dal potere.

[2] Guardando ai margini del socio-politico, un esempio pratico del piano discorsivo in atto sulla gioventù si rintraccia nella critica alle “aura battle” organizzate nell’ultimo periodo nelle piazze o nelle scuole. Questi eventi, che consistono in un momento di socialità, convivialità e divertimento, sono stati bersaglio di profonde critiche che ne hanno evidenziato il carattere di inutilità o “stupidità”. Queste accuse partono implicitamente dall’idea che la gioventù non sia in grado di costruire in autonomia il proprio orizzonte di senso pratico-simbolico, ma debba necessariamente rifarsi a quello che le viene offerto dalle passate generazioni, dai teorici del sapere e dall’ambiente politico.

[3] Il finanziamento di politiche di “salute pubblica” – categoria tutt’altro che apolitica, per quanto raccontata come tale – potrebbe raggiungere al meglio il proprio obiettivo preventivo se intervenisse sulle cause strutturali e generali del “disagio”. Il Piano nazionale per la salute mentale, varato nell’aprile di quest’anno dal ministro Schillaci, è un esempio perfetto di come fondi che potrebbero essere impiegati per la risoluzione di problematiche strutturali – mancanza di sicurezza e penuria di personale – vengano utilizzati, invece, per rendere la scuola un presidio clinico.

Lo storico della scienza Giorgio Israel espresse già nel 2013 quanto ancora andrebbe ribadito oggi: «Salvare la scuola italiana significa anche – non soltanto, ma anche – cacciare fuori dal tempio la congrega di ciarlatani affaristi che si sta precipitando sul tema delle malattie da apprendimento come mosche sul miele». G. Israel, ADHD e DSA: come trasformare educazione e istruzione in malattie, Blog di Giorgio Israel, 1 dicembre 2013.

[4] Non è un caso che nell’articolo 13 bis, in merito al divieto della pornografia, si ragioni nei seguenti termini:
«dignità […] benessere fisico e mentale […] problema di salute pubblica», salvo poi lasciare irrisolto il nodo dell’educazione sessuo-affettiva nelle scuole.

[5] A. Camus, Il mito di Sisifo, Bompiani, 2017, p. 121.

Fonte