Presentazione


Analisi, opinioni, fatti e (più di rado) arte da una prospettiva di classe.

13/04/2026

Il balletto su Hormuz, cercando una via d’uscita

Buio e controbuio. Il poker sembra l’unica scuola frequentata dall’amministrazione Trump. In poche ore il tycoon è passato dall’urlo “riaprite lo Stretto, bastardi!” allo strilletto impotente “allora lo chiudo anch’io”. Cambiando peraltro la “narrazione” statunitense sul non accordo nei colloqui di Islamabad (“l’Iran non intende rinunciare al suo programma nucleare”) per spostarla nuovamente sul petrolio, vero cuore pulsante del suo modo di vedere il mondo.

Diciamo la verità: è una mezza buona notizia. Ma bisogna spiegarla.

Il fallimento della missione di J.D. Vance in Pakistan era scritto prima della sua partenza. Pensare di andare ad un incontro di portata storica senza neanche una delegazione seria – esperti veri su tutte le questioni del contenzioso – ma soltanto con due immobiliaristi a metà strada tra interessi statunitensi ed israeliani (Kushner e Witkoff, più dannosi che utili) e l’atteggiamento da bulli (“arrendetevi o vi facciamo fuori”) poteva funzionare solo in un B movie di Hollywood.

Subito dopo il fallimento annunciato, gli Stati Uniti dovevano scegliere tra ripresa immediata della guerra – l’opzione favorita di Israele – o “buttarla in caciara” continuando a recitare la parte del “nuovo sceriffo del mondo”.

Hanno scelto la seconda opzione, per ora. Visto che si era arrivati ad un passo dall’uso dell’atomica – sempre la prima opzione di Israele – va bene così.

Il “blocco navale” di Hormuz da parte statunitense – come quelli promessi dalla Meloni – è poco più che fumo negli occhi, immediatamente descritto come arrosto vero dai media mainstream occidentali.

In pratica la flotta nell’Oceano Indiano, a debita distanza dai missili iraniani, può fare ben poco. E se lo fa crea più problemi di quelli che dovrebbe risolvere.

Vediamo in dettaglio. La situazione attuale dello Stretto è di “apertura selezionata” sotto il controllo iraniano (era completamente libero prima dell’inizio dell’aggressione, il 28 febbraio). Possono passare cioè soltanto le navi dei “paesi amici” e di quelli neutrali disposti a pagare un pedaggio (per le petroliere circa un dollaro al barile). Poi molte navi esitano a farlo perché non si capisce se la guerra è davvero sospesa oppure no...

Le navi da guerra Usa dovrebbero perciò fermare proprio queste navi e controllare se hanno pagato o no il pedaggio che Trump ha definito “illegale” (come se questa guerra avesse un briciolo di legalità internazionale).

Primo problema: se hanno pagato, lo hanno fatto in rial iraniani, yuan cinesi o criptovalute fuori dai circuiti occidentali, cui gli Usa non hanno accesso. Insomma, non possono saperlo con certezza.

Secondo problema: se una nave sudcoreana, filippina, indonesiana, indiana o pakistana (paesi alleati o comunque in buoni rapporti con gli Usa) porta greggio iraniano o saudita (o di altri paesi del Golfo), cosa fa quel povero comandante Usa mandato a fare la guardia di finanza in mezzo al mare? L’affonda? La ferma? La rimanda indietro? Apre insomma un contenzioso diplomatico con paesi che l’America vorrebbe tenere dalla propria parte?

L’unico effetto pratico dell’annuncio di Trump sul “blocco” è insomma un balzo del prezzo del petrolio (salito del 7-8% sulle piazze asiatiche nella notte) e una parallela caduta delle borse. Un po’ di occasioni per fare soldi, mentre l’economia globale dà segni di recessione.

Anche l’intemerata contro questo papa – statunitense, cautissimo, critico della guerra giusto quel tanto che è obbligatorio per qualsiasi papa – dimostra che Trump e i suoi si sono impigliati in una serie di trappole che loro stessi hanno seminato. Il consenso dei cattolici, in questo modo, se lo gioca. E le prossime elezioni di midterm diventano sempre più un Himalaya difficile da scalare.

E non saranno decisivi neanche gli aiuti promessi da alcuni servitori europei, in primis quel cadavere politico di nome Starmer – qualche nave dragamine per provare a togliere qualche ostacolo nello Stretto, sempre che gli iraniani non si mettano a lanciare missili e droni. Ma tra il dire e il fare c’è davvero di mezzo il mare e ci vorranno settimane perché arrivino da quelle parti.

Sul piano più seriamente diplomatico, intanto, si è mossa la Russia, con Putin che si propone come mediatore supplementare, al fianco del Pakistan (sostenuto fin qui dalla Cina).

La guerra d’aggressione contro l’Iran e il Libano si sta insomma internazionalizzando. E questa può essere una notizia buona oppure pessima, a seconda dell’evoluzione.

Buona se il peso – economico, politico, militare e nucleare – dei “pezzi grossi” non occidentali comincerà a spingere anche Trump e i suoi verso una soluzione razionale, inevitabilmente poco gradita a Washington (e ancor meno a Tel Aviv). Ma tutto sommato ci sarebbe poi tempo e modo di imbastire una “narrazione” che faccia passare le rinunce per “vittorie”, contando anche sul fatto che a Teheran ci sono teste più intelligenti e ancorate alla realtà. Che se ne fregano di come gli imperialisti se la vogliono raccontare, ma badano al sodo, ossia ad accordi con garanzie serie.

Cattiva se prevarranno gli interessi unilaterali di un imperialismo in decisa crisi e dunque incapace di scelte più equilibrate. Se non altro per restare in vita.

Vita o morte, per tutti, insomma.

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L’Italia rinnova oggi l’accordo di cooperazione militare con Israele

Il governo italiano rinnoverà in automatico il Memorandum d’Intesa sulla cooperazione militare con Israele che scadeva oggi.

Questo trattato, che scade ogni cinque anni, viene ormai rinnovato automaticamente da un ventennio dai governi di ogni “colore”.

Già nel 2006, durante il secondo governo Prodi, il Forum Palestina realizzò una campagna e una manifestazione nazionale tesa a bloccare l’accordo di cooperazione militare Italia-Israele ma la reazione bipartisan – oltre che dei circoli sionisti – fu violentissima sia contro la manifestazione che contro la campagna stessa.

Il memorandum era stato siglato nel 2003 (ministro della Difesa Martino, governo Berlusconi) e venne ratificato dal Parlamento nel 2005 senza troppe opposizioni. L’accordo di cooperazione militare con Israele, da allora, si rinnova automaticamente ogni cinque anni, a meno che uno dei due Paesi non decida di sfilarsi.

Anche quest’anno e nonostante il genocidio contro i palestinesi non sarà così, pertanto oggi lunedì 13 aprile il memorandum verrà rinnovato dal governo Meloni ed estenderà i suoi effetti fino al 2031.

Nel luglio 2025 il governo di centrodestra aveva già respinto una mozione dell’opposizione al riguardo e il ministro per i Rapporti col Parlamento Luca Ciriani aveva spiegato che l’intenzione del governo sarebbe stata quella di prorogare il memorandum. “Per far prevalere le ragioni della diplomazia è necessario costruire canali di interlocuzione e non reciderli. Il dialogo resta infatti la via maestra e anche i trattati internazionali e memorandum d’intesa sono strumenti di dialogo” aveva affermato il ministro.

Il Fatto riferisce che fonti di governo sostengono che il memorandum è prezioso soprattutto in un momento come questo, con un contesto internazionale di crisi e particolarmente delicato soprattutto per i nostri militari impegnati in Medio Oriente. Il memorandum infatti prevede anche accordi di sicurezza tra il nostro Esercito e la Idf israeliana.

L’accordo ovviamente favorisce gli accordi commerciali con Israele, soprattutto nel settore della Difesa, e agevola la ricerca e lo sviluppo in tema militare.

Nei giorni scorsi Peacelink ha inviato – e invitato a fare altrettanto – una lettera ai ministeri degli Esteri e della Difesa e alla Presidenza del Consiglio chiedendo di non rinnovare il memorandum.

“Con la presente, chi scrive intende dissociarsi in modo espresso e netto da ogni ipotesi di rinnovo tacito o formale del Memorandum d’intesa tra Italia e Israele in materia di cooperazione nel settore della difesa, in scadenza il 13 aprile 2026” – è scritto nella lettera inviata a Palazzo Chigi e ai ministeri competenti – “Si chiede pertanto che il Governo italiano proceda senza indugio alla rinuncia formale dell’accordo e a ogni atto necessario per impedirne il rinnovo, assumendosene in via esclusiva la piena responsabilità politica, istituzionale e giuridica, anche in relazione alle conseguenze che tale scelta potrà produrre sul piano interno e internazionale”.

Non è dunque bastato un genocidio sotto gli occhi di tutti né l’avvio dei procedimenti della Corte Penale Internazionale e del Tribunale Internazionale dell’Aja contro i vertici israeliani per costringere il governo almeno a non rinnovare il Memorandum d’Intesa sulla cooperazione militare con Israele. Questa ulteriore pagina di vergogna verrà dunque rinnovata, ma non in nostro nome dunque, né con il governo di oggi né con quelli di ieri.

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Usa torna l’obbligo di iscrizione alla leva

L’Occidente imperialista ha scelto la guerra come potenziale soluzione per arrestare il suo declino. E contemporaneamente ha scoperto che il modello di guerra su cui aveva costruito la propria struttura e cultura militare non regge più la prova del budino.

Quaranta anni di guerre asimmetriche contro avversari «poveri» avevano fatto affermare un modello bellico fatto di supremazia aerea assoluta, controllo satellitare occhiuto, tecnologie esclusive, armi di precisione e piuttosto costose, specialisti in vari tipi di operazioni e servizi, riducendo al minimo la truppa di fanteria, semmai ad alto livello di addestramento.

In una parola: più capitale fisso, meno capitale umano. Pochi professionisti ad alta retribuzione, zero soldati di leva a titolo gratuito.

Evento storico scatenante: la guerra in Vietnam, ultima esperienza con un esercito di leva (seppure con l’esclusione degli universitari e dei figli di papà) le cui perdite si erano dimostrate intollerabili in una società avanzata e percorsa dalla ribellione degli anni ‘60.

Da lì in poi solo eserciti di professionisti volontari e ben pagati, per guerre con relativamente poche perdite (ha fatto eccezione l’Iraq quando sono stati messi gli «scarponi sul terreno»), socialmente poco dolorose e confinate a una figura diventata fondamentalmente estranea.

Una «esternalizzazione sociale» della guerra che peraltro accompagnava un declino demografico costante e progressivo, che rendeva sempre più difficoltosa la copertura delle posizioni lavorative rimaste scoperte per anzianità e quindi improponibile una leva obbligatoria che avrebbe prima sottratto energie fresche al mercato del lavoro, e poi – nell’eventualità di un impiego bellico vero e proprio – la perdita tout court di una quota del «capitale giovanile» già scarso.

Contrordine, neoliberisti!

In Europa se ne comincia a parlare, negli Usa si è passati ai fatti.

Entro dicembre 2026, il Selective Service System americano prevede di iniziare a registrare automaticamente tutti gli uomini idonei tra i 18 e i 26 anni per un’eventuale, futura, chiamata alle armi. Per l’arrivo delle cartoline precetto c’è tempo, ancora, perché bisognerà predisporre caserme, centri di addestramento «light» rispetto a quello professionale, addestratori, ecc.. Ma la strada è intrapresa.

È di fatto l’applicazione di una direttiva approvata dal Congresso attraverso il National Defense Authorization Act, che impone l’iscrizione automatica di “ogni cittadino maschio” appartenente a quella fascia anagrafica.

Fin qui, a partire dal 1980, l’iscrizione era «volontaria», anche se fortemente incentivata (facilitava la ricerca di un lavoro e rientrava tra i requisiti per accedere agli aiuti finanziari per studenti, ad esempio), ma col passare del tempo sempre meno popolare. Una «crisi delle vocazioni», insomma, che ha fatto intravedere il momento in cui si sarebbe verificata una carenza vera e propria nella disponibilità di carne da cannone.

Le guerre in Ucraina, Gaza, il Libano e l’Iran hanno dimostrato che il periodo della guerra solo high tech è sostanzialmente finito, paradossalmente, proprio grazie alla tecnologia. Droni e missili «economici» hanno permesso di saturare e compensare la superiorità tecnologia con la quantità. I mezzi corazzati sono diventati molto meno importanti, la superiorità aerea – sempre importantissima – insufficiente a risolvere i problemi di controllo territoriale.

Gli «scarponi sul terreno» tornano indispensabili e il numero dei combattenti deve crescere, proprio perché è certo che «grazie» ai droni e ai missili low cost se ne perderanno molti.

E l’America guerrafondaia e disperata non può permettersi di continuare a collezionare figuracce come quella dell’Afghanistan e poi dell’Iran. Quindi decide di investire i suoi giovani – anche lì c’è il declino anagrafico, specie se si continuerà a combattere l’immigrazione (il servizio militare era diventato un modo di diventare cittadini Usa) – nel mattatoio.

Si comincia rendendo obbligatoria l’iscrizione ai ruoli, il resto verrà di conseguenza.

La coincidenza temporale di questa decisione politica con l’avvio della guerra all’Iran è ovviamente significativa e colta un po’ da tutti.

Per scoraggiare imbizzarrimenti «pacifisti» e rifiuto dell’iscrizione (nonché dei passaggi successivi) è stato anche ripristinato il sistema delle sanzioni che esisteva ai tempi del Vietnam e che costò, per esempio, il titolo mondiale a Mohammad Alì (alias Cassius Clay) quando venne inutilmente chiamato alle armi.

Come si può vedere nella tabella, non si tratta di «contravvenzioni». Quando l’imperialismo vuole andare alla guerra tratta anche i suoi cittadini come potenziali nemici.

Un calcolo anche approssimativo della crescita dei problemi e della riduzione del “capitale umano” adatto alla bisogna – nonché alla riproduzione sociale – chiarisce immediatamente che tutto ciò è un delirio suicida. Mandare in vacca questa tendenza è automaticamente un gesto rivoluzionario con effetti concreti. Positivi, finalmente...

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Romano Luperini, il dialogo e il conflitto

Oggi il mondo della scuola, della cultura, ma anche della politica di questo paese piangono, con la morte di Romano Luperini, la perdita di una delle ultime grandi figure ancorate al Novecento, provenienti da una storia che ha a che fare, non anagraficamente in maniera diretta ma culturalmente e per storia familiare, con la resistenza partigiana, con il comunismo, poi con la Nuova Sinistra e gli anni Settanta, senza rimanere mai prigioniera di una identità nostalgica, ma capace di attraversare anche le stagioni del riflusso e della sconfitta senza rinnegare nulla, e poi di riapparire con un portato di proposta culturale e di prospettiva capace di parlare a generazioni di studiosi militanti.

Chi ha avuto il piacere e l’onore di sentirlo parlare tante volte, fino al convegno dell’anno scorso del gruppo da lui animato, La letteratura e noi, ha sempre scorto una lucidità e una forza visionaria che aveva a che fare con la dimensione dei “destini generali”, nella denuncia della aberrazione del genocidio palestinese, argomento di quella occasione.

Parlava spesso con gli occhi chiusi, Romano Luperini, ma il suo sguardo era totalmente aperto alla realtà, perché niente di umano gli era alieno, compreso il riconoscimento leopardiano e timpanariano della fragilità umana, come parte del suo materialismo integrale. Una lezione anche questa, per noi e per la scuola e anche gli studenti.

Critico letterario, storico e teorico della letteratura, intellettuale politico, grande organizzatore culturale di riviste, collane, divulgatore nel senso migliore del termine attraverso anche la manualistica scolastica, insegnante prima della scuola e poi, molto più a lungo, dell’università, militante, scrittore.

Difficile riconoscere un primato ad una di queste attività, svincolarla dal resto, e siamo certi che tanti saranno i contributi e i momenti in cui attingere alla ricchezza di una produzione intellettuale di prim’ordine.

La lotta mentale, titolo di un suo magnifico profilo di Franco Fortini, è stata anche la sua, contro quello che chiamava il nichilismo morbido e confortevole a cui si era ridotta gran parte della intellettualità di questo paese dopo l’89 e il cambio di fase storica.

C’era da ripartire dalle scuole, così come c’era da ripartire dai testi, dall’analisi alla interpretazione, dalla Scuola, dalla sua funzione, dalla consapevolezza troppo spesso assente tra gli insegnanti di potere essere e dovere essere intellettuali che operano in una delle più nobili attività sociali, di farlo con orgoglio e consapevolezza di una funzione civile.

Sapeva troppo bene che questo era un pezzo, sia pur fondamentale, e che l’altro pezzo era l’organizzazione, la capacità di dare struttura e sedimentazione alle forze che lavorano per il cambiamento, tra le quali certamente metteva gli insegnanti e il dialogo costante e non paternalistico con gli studenti, quelli che affollavano le sue lezioni, le sue conferenze e i suoi interventi in dibattiti politici.

Ci sarebbe tantissimo da dire sui suoi studi sui classici, i suoi autori, il suo Novecento letterario, sul rapporto tra letteratura e allegoria, titolo di una rivista che è stata scuola e riferimento, sulla fine del postmoderno che ci riporta al mondo in fiamme in cui viviamo oggi.

Di dialogo e conflitto, mutuando quasi alla lettera il titolo di un suo volume, abbiamo tanto bisogno oggi, specie dentro le scuole, e di entrambi insieme perché c’è da ricostruire rapporti, pratiche, scambi, cultura, ma anche di conflitto, perché il nemico è entrato da tempo dentro le scuole e spinge perché siano enormi non luoghi di parcheggio o di avviamento al lavoro.

La lezione di Luperini è uno strumento fondamentale per chi non è disposto ad accettare tutto questo e lavora per una scuola ed un mondo diverso.

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La risposta del governo alla crisi abitativa: case popolari ai poliziotti

Accordo tra Matteo Piantedosi e il presidente della regione Lazio, Francesco Rocca: alloggi Ater destinati alle forze dell’ordine nelle periferie di Roma. Esclusi migliaia di cittadini in graduatoria.

Case popolari assegnate alle forze dell’ordine, mentre migliaia di famiglie restano in attesa. È questa la direzione presa dal governo con il protocollo firmato il 20 febbraio al Viminale tra il ministro dell’Interno Matteo Piantedosi e il presidente della Regione Lazio Francesco Rocca. L’obiettivo dichiarato è migliorare la “qualità della vita” nei quartieri popolari di Roma, a partire da zone come il Quarticciolo e Tor Bella Monaca.

La misura prevede l’assegnazione di un primo blocco di alloggi dell’Ater alle forze di polizia. Non solo: quegli stessi immobili che oggi non possono essere utilizzati per mancanza di manutenzione verranno ristrutturati direttamente dal Viminale. Una corsia preferenziale che non riguarda l’emergenza abitativa generale, ma un segmento specifico: quello degli apparati di sicurezza.

In una città dove l’emergenza abitativa è strutturale e cronica, questa scelta produce un effetto immediato: sottrae case a chi è già in lista d’attesa e l’operazione rischia di ridurre ulteriormente la disponibilità di alloggi per chi ne ha diritto.

Il paradosso è evidente. Da una parte, centinaia di appartamenti restano inutilizzati per mancanza di investimenti pubblici. Dall’altra, quando le risorse vengono trovate, non vengono destinate a ridurre la crisi abitativa, ma a rafforzare la presenza delle forze dell’ordine nei territori.

È una scelta politica precisa. Non si interviene sulle cause strutturali del disagio – mancanza di casa, precarietà, impoverimento – ma si agisce sugli effetti, trasformando il problema sociale in questione di ordine pubblico. Le periferie non vengono considerate spazi da ricostruire attraverso servizi, welfare e diritti, ma territori da presidiare.

In questo senso, l’operazione non è nuova. A Milano, dove oltre 17mila persone aspettano un alloggio popolare, una quota delle case viene già riservata alle forze dell’ordine. Eppure, questa presenza non ha prodotto un aumento percepito della sicurezza. Non ha risolto il disagio abitativo, né le tensioni sociali. Perché il problema non è la mancanza di controllo. Il problema è la mancanza di diritti.

La crisi abitativa oggi colpisce fasce sempre più ampie della popolazione: lavoratori precari, famiglie monoreddito, giovani, migranti. È un fenomeno trasversale che richiederebbe politiche strutturali: recupero del patrimonio pubblico inutilizzato, investimenti nell’edilizia popolare, contrasto alla rendita e alla speculazione.

Ma la risposta del governo va in un’altra direzione. Si costruisce una gerarchia nell’accesso ai diritti. Alcuni soggetti – in questo caso le forze dell’ordine – vengono privilegiati, mentre altri restano esclusi. Non in base al bisogno, ma in base alla funzione che svolgono dentro l’assetto politico e sociale.

La casa, da diritto, diventa strumento di governo del territorio, leva per rafforzare la presenza dello Stato in chiave securitaria, dispositivo per presidiare aree considerate problematiche. In questo schema, l’abitazione non è più risposta a un bisogno, ma parte di una strategia di controllo.

Il risultato è duplice. Da un lato si aggrava la competizione tra chi è già in difficoltà, alimentando conflitti tra poveri. Dall’altro si consolida l’idea che le periferie siano spazi da sorvegliare più che da vivere. Mentre migliaia di persone restano in graduatoria, il messaggio è chiaro: non tutti hanno lo stesso diritto alla casa. Alcuni hanno la priorità. Gli altri devono aspettare.

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La flottiglia del “Sumud” sfida di nuovo il blocco di Gaza

Salperà da Barcellona il 13 aprile (inizialmente era il 12), dipenderà dalle condizioni del mare, la nuova missione della Global Sumud Flotilla, iniziativa civile coordinata che riporta al centro della scena internazionale il blocco imposto da Israele sulla Striscia di Gaza. Oltre 70 imbarcazioni e circa 3.000 partecipanti provenienti da 100 paesi prenderanno parte alla traversata, tra loro un migliaio di operatori sanitari impegnati in una flotta medica incaricata di trasportare forniture essenziali verso un sistema sanitario ormai al collasso.

L’iniziativa nasce in un contesto segnato da una crisi umanitaria estrema. Secondo dati delle Nazioni Unite, più del 60 per cento dei bambini sotto i due anni vive in condizioni di povertà alimentare, mentre migliaia di donne incinte o in allattamento soffrono di malnutrizione. A sei mesi dal cosiddetto cessate il fuoco dell’ottobre 2025, la riduzione dell’intensità degli attacchi non ha mutato la sostanza della situazione sul terreno: la popolazione civile continua a vivere in condizioni che organizzazioni internazionali e attivisti definiscono come deliberatamente imposte per compromettere la sopravvivenza stessa della società palestinese.

Israele mantiene severe restrizioni sull’ingresso di beni fondamentali nella Striscia. Alimenti, medicinali, attrezzature mediche e materiali per la ricostruzione entrano con il contagocce, mentre restano limitati anche strumenti indispensabili per la depurazione dell’acqua e la rimozione delle macerie e degli ordigni inesplosi. Non solo: Tel Aviv controlla anche la distribuzione degli aiuti, stabilendo quali organizzazioni possano operare sul terreno, riducendo ulteriormente la capacità di risposta umanitaria.

Nel frattempo, i dati sulle vittime continuano ad aggiornarsi. Dall’entrata in vigore del cessate il fuoco, almeno 723 palestinesi sono stati uccisi, in larga maggioranza civili. La quasi totalità della popolazione resta sfollata e le forze israeliane mantengono il controllo di circa il 60 per cento del territorio della Striscia, rendendo vaste aree di fatto inaccessibili.

In questo scenario, la Global Sumud Flotilla si propone come un atto di sfida e, al tempo stesso, come simbolo di solidarietà internazionale. Gli organizzatori chiedono alle autorità israeliane di garantire il passaggio sicuro delle imbarcazioni e di evitare il ripetersi di quanto accaduto nel 2025, quando diverse navi furono intercettate e sequestrate. Tra queste, la “Madleen”, il cui equipaggio fu sottoposto a detenzione e, secondo le testimonianze, a maltrattamenti.

La missione richiama anche obblighi giuridici precisi. In quanto potenza occupante, Israele è tenuto a garantire l’accesso senza ostacoli agli aiuti umanitari per la popolazione civile di Gaza. Tuttavia, secondo i promotori dell’iniziativa, tali obblighi continuano a essere disattesi, nonostante le misure provvisorie vincolanti adottate dalla Corte internazionale di giustizia.

La partenza della flottiglia rappresenta, in questo senso, anche un atto d’accusa nei confronti della comunità internazionale. Il protrarsi di missioni civili di questo tipo, sostengono gli organizzatori, evidenzia l’inerzia degli Stati di fronte a una crisi che richiede interventi politici e diplomatici ben più incisivi. La richiesta è chiara: esercitare pressioni concrete su Israele affinché ponga fine al blocco e garantire la protezione degli attivisti impegnati a sfidare quella che viene definita una situazione di impunità sistematica.

Il mare, ancora una volta, diventa così il teatro di una sfida asimmetrica: da una parte una mobilitazione civile globale, dall’altra un sistema di controllo militare su ogni aspetto della vita nella Striscia di Gaza. In mezzo, una popolazione stremata, per la quale anche l’arrivo di una nave carica di medicinali può rappresentare una fragile linea di sopravvivenza.

Gli obiettivi della Global Sumud Flotilla

Catalizzare l’azione globale dei cittadini: trasformare la flottiglia in un catalizzatore per mobilitazioni coordinate via terra e via mare, amplificando le voci palestinesi.

Contribuire a rompere l’assedio: contrastare direttamente il blocco illegale e affermare il diritto dei palestinesi ad accedere alle proprie coste e al mondo al di là di esse.

Sostenere la ricostruzione: squadre dedicate accompagnano i palestinesi nelle prime fasi della ricostruzione di case, scuole e ospedali.

Fornire aiuti salvavita: distribuire aiuti umanitari su larga scala, tra cui cibo, latte in polvere per neonati, materiale scolastico e medicinali.

Creare un corridoio marittimo popolare: realizzare una rotta marittima gestita da civili verso Gaza per garantire l’accesso senza ostacoli a cibo, medicinali e beni di prima necessità, e affermare la sovranità del popolo palestinese sulle proprie acque.

Contrastare la complicità: denunciare la complicità internazionale che rende possibile il blocco e mobilitare la società civile globale per chiedere giustizia.

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La logica dietro l’irrazionalità della guerra all’Iran

di Domenico Moro

Un fenomeno politico o economico può essere irrazionale quanto si vuole ma risponderà sempre a una sua logica interna. Se vogliamo contrastare tale fenomeno dobbiamo andare oltre l’apparente irrazionalità e scoprire la logica interna che lo muove. Questo è ancora più vero per la guerra, che, pur essendo fondamentalmente dannosa per l’umanità nel suo complesso, continua ad essere frequentemente praticata in forme sempre più distruttive.

La guerra mossa da Israele e Usa contro l’Iran esprime al massimo grado tale contraddizione tra irrazionalità e logica interna. In particolare, la guerra appare irrazionale, senza ragioni, dal punto di vista statunitense. Gli obiettivi della guerra sono apparsi piuttosto incerti. All’inizio, sembrava che, come in Venezuela, l’obiettivo di Trump fosse il regime change o almeno il cambio di leadership. Ma l’Iran non è il Venezuela e ha reagito alla decapitazione dei suoi vertici con decisione e senza intimorirsi. Al contrario di quello che molti analisti dicevano e diversamente da quanto aveva fatto in occasione di precedenti aggressioni, l’Iran questa volta non si è fatto scrupolo di reagire con la chiusura dello stretto di Hormuz, che ha mandato in tilt il commercio internazionale di merci fondamentali come il petrolio, il gas e i fertilizzanti.

Il carattere irrazionale della guerra appare evidente proprio a fronte del blocco di Hormuz. Infatti, il blocco dei rifornimenti e il conseguente aumento dei prezzi stanno colpendo duramente sia l’Asia orientale sia l’Europa, che si approvvigionano di materie prime dal Golfo Persico. Se la guerra proseguirà oltre aprile, l’Eurozona, secondo Standard & Poors, entrerà in recessione. La crisi energetica, conseguente alla guerra contro l’Iran, sarebbe peggiore di quella degli anni ’70 e, come allora, genererebbe una crisi dell’economia globale. Dunque, ora l’obiettivo bellico di Trump sembra essere diventato la riapertura dello stretto di Hormuz, che prima era aperto e che è stato chiuso solo a seguito della guerra che lui ha iniziato.

Altro risultato negativo della guerra contro l’Iran è la destabilizzazione dell’area del Golfo Persico e degli stati arabi che vi si affacciano e che sono alleati degli Usa. L’Iran non si è limitato a reagire colpendo Israele, ma sta colpendo anche le infrastrutture di questi paesi e le basi americane che ospitano. Teoricamente gli stati arabi dell’area si affidano per la loro sicurezza agli Usa: nel 1974 fecero un accordo con gli Usa, assicurando a questi ultimi che avrebbero venduto il petrolio in dollari in cambio della protezione delle Forze Armate statunitensi. Accade, però, non solo che gli Usa non sono in grado di proteggerli, ma che, con l’attacco all’Iran, sono gli Usa stessi ad averli messi in pericolo.

A questo si aggiunge il fatto che la guerra ha approfondito la spaccatura tra gli Usa e la Ue e la Gran Bretagna, già prodottasi con la politica dei dazi, la minaccia prima di lasciare la Nato, se gli europei non avessero aumentato le spese militari fino al 5% del Pil, e poi di annettersi la Groenlandia. I più stretti alleati europei degli Usa hanno rifiutato di partecipare alla guerra contro l’Iran e hanno preso le distanze dagli Usa molto più di quanto accadde durante la prima e la seconda guerra del Golfo dei Bush padre e figlio. Da qui la ripresa delle minacce di Trump di uscire dalla Nato. Infine, con l’attacco all’Iran, Trump si è messo in un cul de sac. Dopo un mese di bombardamenti dal cielo non ha ottenuto nulla, se non aver avvicinato il mondo alla recessione e aver attirato la distruzione sui paesi arabi del Golfo. Ora, l’alternativa è ritirarsi oppure insistere, passando a un attacco con truppe di terra. Nel primo caso l’Iran di fatto avrebbe vinto la sua guerra, semplicemente resistendo e non piegandosi. Nel secondo caso Trump contraddirebbe definitivamente le promesse fatte al suo elettorato di non coinvolgere gli Usa in una nuova guerra e si esporrebbe a un conflitto sanguinoso per le sue truppe e dagli esiti fallimentari come quelli ottenuti dai suoi predecessori nei conflitti in Vietnam, Iraq e Afghanistan.

Quindi, da tutto questo risulterebbe l’irrazionalità della guerra statunitense contro l’Iran. Per questa ragione, molti hanno affermato che in realtà la spiegazione della decisione di Trump di attaccare starebbe nella subordinazione degli Usa a Israele e alla lobby ebraica interna agli Usa stessi, che puntano all'eliminazione dell’Iran. In particolare, si ipotizza che Trump sia ricattato da Israele, che avrebbe documenti compromettenti legati alla vicenda di Epstein. Sinceramente non sappiamo se tali documenti esistano, ma riteniamo alquanto improbabile che un paese grande e potente come gli Usa possa essere manovrato da un paese piccolo e così dipendente dal suo aiuto come Israele. Soprattutto, riteniamo che ci siano delle ragioni economiche e politiche molto più importanti, legate alla natura stessa degli Usa, cioè al loro carattere imperialista. Piuttosto che rispolverare teorie quali l’esistenza di un complotto internazionale giudaico, sarebbe il caso di utilizzare gli strumenti della scienza economica e sociale. Devono esistere delle ragioni interne che spingono gli Usa alla guerra e all’uso della forza, per il quale – è l’unica differenza rispetto al passato – non si preoccupano più di trovare una giustificazione morale o ideologica, come la lotta contro il comunismo o contro il terrorismo e per l’esportazione della democrazia e il rispetto dei diritti umani.

Le ragioni della tendenza statunitense alla guerra, al di là di chi sia il presidente in un certo momento, sono certamente complesse e variegate. Per facilitare la comprensione di tali ragioni faremo riferimento a uno specifico indicatore economico, la posizione finanziaria netta verso l’estero o, in inglese, Net International Investment Position (NIIP). Tale prospetto statistico misura la differenza tra le attività (investimenti) e le passività (debiti) di un paese rispetto al resto del mondo. Se prevalgono le attività si dirà che il paese in questione è un creditore netto, al contrario se prevalgono i debiti si dirà che è un debitore netto. Per calcolare il NIIP si prendono in considerazione gli investimenti diretti esteri (Ide), cioè l’investimento a lungo termine in attività produttive con diritto di gestione, gli investimenti di portafoglio, cioè gli investimenti in azioni senza il controllo e la gestione delle aziende, e i derivati. La NIIP misura lo stock di questi investimenti sia in entrata che in uscita.

Ora, il punto è che la posizione netta degli Usa verso l’estero è abbondantemente negativa, vedendo la prevalenza dei debiti o passività nei confronti dell’estero rispetto alle attività o prestiti verso l’estero. Questa situazione si è verificata la prima volta nel 1972 e si è affermata stabilmente a partire dagli anni ’90 del secolo scorso. La prevalenza dell’importazione di capitale sulla esportazione di capitale distingue l’imperialismo statunitense da quello britannico nel suo apogeo tra la fine dell’Ottocento e il Novecento, come rileva lo storico Niall Ferguson[i]. Del resto, la prevalenza dell’esportazione di capitale su quella di merci era una delle caratteristiche dell’imperialismo, come fu teorizzato all’inizio del Novecento, da Hobson e Lenin. Questo, però, non impedisce che gli Usa siano anche il maggiore esportatore di capitale del mondo. Tuttavia, lo stock degli Ide verso l’estero delle multinazionali statunitensi, pur essendo largamente superiore a quello di qualsiasi altro paese, è inferiore a quello degli Ide verso gli Usa delle multinazionali straniere. Importante è anche notare la prevalenza degli investimenti di portafoglio sugli investimenti totali dall’estero. Si tratta, in questo caso, di investimenti nei mercati finanziari statunitensi, cioè nelle azioni di aziende quotate in borsa, che rimangono di proprietà statunitense. È in questo modo, che le big tech statunitensi, come Apple, Microsoft, Oracle, Meta, Alphabet, Amazon, ecc. ricavano gli immensi capitali, che gli sono necessari, ad esempio, per sviluppare l’intelligenza artificiale e incrementare i loro profitti.

Non è un caso, infatti, che, sebbene si tratti di una tendenza sorta da tempo e diventata stabile da una trentina di anni, la posizione negativa degli Usa si sia accentuata negli ultimi anni. Nel 2020 la posizione era negativa per circa 12mila miliardi di dollari, nel 2025 lo è diventata per 27,6mila miliardi, cifra che risulta dalla differenza tra le attività, pari a circa 43mila miliardi, e le passività, pari a 70,5mila miliardi[ii]. Questa situazione di indebitamento finanziario è aggravata dalla crescita del deficit anche nello scambio di beni e servizi con l’estero, che è passato dai 479 miliardi di dollari del 2016 ai 911,6 miliardi del 2025[iii]. Il deficit commerciale riflette un eccesso di consumi rispetto alla produzione nazionale, che deve essere finanziato attraverso l’indebitamento verso l’estero o la vendita di attività nazionali a investitori nazionali, peggiorando la NIIP.

Da quanto abbiamo detto si ricava che gli Usa sono il maggiore debitore mondiale e che per sostenere il loro debito si trovano nella necessità di finanziarlo continuamente attraverso il drenaggio di capitali dal resto del modo. Questo finanziamento avviene, però, soltanto se i titoli di stato (treasury) e le azioni statunitensi sono attrattivi. La domanda mondiale di treasury e azioni è garantita dal ruolo del dollaro come moneta di riserva, il che costituisce l’“esorbitante privilegio” che permette agli Usa di finanziarsi a tassi di interesse più bassi di quanto dovrebbero pagare in base al loro debito. Infatti, le banche centrali di tutto il mondo, dal momento che hanno bisogno di riserve in dollari, acquistano titoli di stato statunitensi. Questo, però, accade solo se il dollaro è valuta di riserva mondiale, ed è tale solo se è valuta di scambio internazionale, e se, quindi, tutte le banche mondiali richiedono dollari affinché i loro clienti possano acquistare merci quotate in dollari sui mercati mondiali. Per questa ragione gli scambi delle merci più importanti, come le materie prime energetiche (petrolio e gas), devono avvenire in dollari. Non è un caso che gli Usa abbiano stipulato un trattato con l’Arabia Saudita e poi con gli altri paesi del Golfo persico nel 1974, quando gli Usa passarono dall’essere creditori a debitori netti, stabilendo che il petrolio fosse venduto in dollari in cambio della sicurezza garantita dalle Forze Armate statunitensi. In questo modo, dagli anni ’70 nasce il “sistema del petrodollaro”, che sostiene il dollaro come valuta di transazione commerciale e quindi di riserva mondiale.

Ora, il sistema che garantisce agli Usa di finanziare il loro gigantesco debito sta mostrando delle crepe notevoli. In primo luogo, il petrolio, che fino a pochi anni fa veniva sempre pagato in dollari, oggi per un 15-20% dei volumi è acquistato in yuan cinesi, rubli russi, e rupie indiane. Inoltre, Arabia Saudita ed Emirati Arabi hanno aderito con la Cina e altri paesi a mBridge, una infrastruttura di pagamento al di fuori dal sistema del dollaro e dallo Swift, il sistema di pagamenti controllato dagli Usa[iv]. In secondo luogo, molte banche centrali stanno liberandosi dei treasury statunitensi. I treasury in custodia presso la Fed di New York per conto delle banche centrali di tutto il mondo erano a fine marzo 2025 pari a 2.933 miliardi di dollari ma ora sono scesi a 2.712 miliardi con una perdita in un solo anno di 221 miliardi. Il livello attuale è il più basso dal giugno 2012[v]. A liberarsi delle riserve in treasury e a spostarsi sull’oro, il cui valore è enormemente cresciuto nell’ultimo anno, sono stati soprattutto la Cina e il Giappone. In particolare, la Cina da un picco di 1.300 miliardi è scesa a fine 2025 a 700 miliardi[vi]. Secondo il Fondo monetario internazionale, le banche centrali di tutto il mondo hanno ridotto la quota in dollari delle loro riserve totali dal 70% del 2004 al 56,7% attuale.

Questi fenomeni, legati a una tendenza di lungo periodo connessa al declino dell’egemonia statunitense e all’ascesa della Cina, sono stati accentuati dalle politiche scelte recentemente dagli Usa. In primo luogo, dalla decisione di usare il dollaro e la piattaforma di transazioni finanziarie Swift come strumenti di sanzione contro i paesi avversari, a partire dalla Russia. Proprio per aggirare le sanzioni la Russia e l’Iran hanno venduto e vendono petrolio e gas a India e Cina in valute diverse dal dollaro, in rubli, rupie o yuan renmimbi. Anche il congelamento degli investimenti russi all’estero in dollari ha scosso la fiducia nel dollaro da parte di molti governi e banche centrali, soprattutto del Sud globale. In secondo luogo, la fuga dai Treasury è stata accentuata a partire dall’aprile del 2025 con l’introduzione di alti dazi sulle importazioni da parte dell’amministrazione Trump. I dazi hanno minato il meccanismo che regge da tempo i rapporti tra gli Usa e molti paesi, compresi quelli del Sud globale. In pratica, i paesi grandi esportatori, come la Cina, che realizzavano un importante surplus commerciale verso gli Usa, si impegnavano a reinvestire il loro surplus in treasury. In questo modo, gli Usa ottenevano due piccioni con una fava: semplicemente stampando dollaro finanziavano il loro deficit sia commerciale sia statale. Quindi, l’aumento dei dazi, riducendo le importazioni e innescando rappresaglie, in particolare da parte della Cina, ha contribuito a far calare le riserve in treasury.

La guerra all'Iran potrebbe aver accentuato ulteriormente questi processi. Infatti, da quando è scoppiata le banche centrali a livello mondiale hanno dismesso ben 82 miliardi di treasury. Inoltre, la guerra, secondo Deutsche Bank, potrebbe ulteriormente minare il petrodollaro e rappresentare l’inizio del petroyuan. In particolare, bisognerà vedere quello che faranno i paesi produttori di petrolio del Golfo persico, come l’Arabia Saudita, grazie ai quali si sosteneva il petrodollaro e che al contempo investivano gli enormi surplus commerciali derivati dall’esportazione di petrolio, gas, alluminio e fertilizzanti nell’acquisto di treasury. Questi paesi, che confidavano nella protezione statunitense, a seguito della guerra hanno avuto infrastrutture e pozzi danneggiati dai missili iraniani e hanno perso gli ingenti proventi dell’export per la chiusura dello stretto di Hormuz. Del resto, lo yuan, anche se è ancora lontano dal poter essere considerato una valuta di riserva alternativa al dollaro, sta internazionalizzandosi sempre di più. La Cina con una quarantina di banche centrali ha creato la più grande rete mondiale di accordi di swap valutario. In questo modo, le banche centrali possono scambiare valute locali, facilitando il commercio, garantendo la liquidità senza passare sotto le forche caudine del dollaro e riducendo così la loro dipendenza dagli Usa.

Ritornando alla logica della guerra, possiamo dire che questa va rintracciata nella natura socioeconomica degli Stati Uniti. Il settore dominate del capitale statunitense è quello finanziario. Tale capitale ha una natura fondamentalmente parassitaria nei confronti del resto del mondo. Gli Usa non si limitano a estorcere un extra-profitto dai lavoratori dei paesi del Sud globale, attraverso le loro multinazionali e il meccanismo dello “scambio ineguale”, ma attirano capitali da tutto il mondo verso i loro mercati finanziari, che rimangono i più importanti a livello mondiale, e verso le loro multinazionali che sono quotate presso le borse Usa. Gli Usa sono uno stato parassitario, perché sono il più grande debitore internazionale, e devono costringere il resto del mondo a finanziare questo debito. Gli Usa sono come un tossicodipendente che ha bisogno di sempre maggiori quantità della sostanza da cui dipende. Il debito statunitense, infatti, è sempre più grande e il suo stesso meccanismo di finanziamento lo accresce.

Il punto, quindi, è che il capitalismo nel suo stadio più avanzato, quello imperialista, si fonda inevitabilmente sul capitale finanziario e, quindi, diventa sempre più parassitario. Gli Usa sono arrivati al punto più alto di questo stadio imperialista. La guerra e la forza militare sono lo strumento per continuare ad alimentare l’afflusso di ricchezza dal resto del mondo. Il meccanismo di questo afflusso si basa in parte rilevante sul petrodollaro. Come abbiamo detto sopra, gli Usa, a differenza della Gran Bretagna di un secolo fa, sono importatori netti di capitali dall’estero. La verità, però, è che la Gran Bretagna risultava esportatrice netta di capitale, in quanto poteva beneficiare del trasferimento di ricchezze, oro e capitali dalle sue colonie, in particolare dall’India. L’imperialismo statunitense attuale, però, non potendosi fondare sulle colonie, deve fare affidamento sul petrodollaro. Per questa ragione, il peggioramento della posizione finanziaria negativa sull’estero, unita al processo di dedollarizzazione, cioè di erosione del ruolo mondiale del dollaro, ha spinto Trump a cercare di ristabilire il pieno controllo sull’area, quella mediorientale, dove ci sono le riserve di petrolio più vaste, di migliore qualità e più a buon mercato. Per raggiungere questo obiettivo bisognava, però, distruggere l’Iran come stato sovrano e indipendente dall’imperialismo. Il ruolo neocoloniale di Israele è funzionale e coerente con quello imperialista degli Usa. Sono le due facce della stessa medaglia. Ma non si può certo dire che gli Usa siano stati spinti in guerra da Israele più che dai loro meccanismi economici interni.

In una sorta di eterogenesi dei fini, le politiche di Trump, tese dichiaratamente a restaurare il pieno dominio mondiale statunitense, stanno producendo proprio l’effetto contrario, accentuando la contraddizione tra aumento dell’indebitamento e indebolimento dello strumento per finanziarlo. La politica dei dazi avrebbe dovuto permettere la reinternalizzazione delle produzioni manifatturiere negli Usa e la riduzione del debito, secondo le affermazioni di Trump. In realtà, una certa reinternalizzazione può probabilmente avvenire soltanto per quanto riguarda quelle produzioni che sono più strategiche o legate all’apparato militare-industriale. Il vero obiettivo dei dazi era quello di drenare capitali esteri negli Usa, scambiando l’abbassamento dei dazi con investimenti miliardari in attività produttive e finanziarie, come i treasury a lunga scadenza. Invece, come abbiamo visto, i dazi rischiano di inceppare il meccanismo stesso della domanda mondiale di treasury. L’esercizio della forza militare, dall’altro lato, avrebbe dovuto puntellare il petrodollaro e il dominio mondiale degli Usa, invece li sta indebolendo.

La verità è che il dominio della tecnologia, i bilanci militari miliardari, e la preponderanza dei mezzi di distruzione non sono sempre sufficienti a piegare l’avversario né risparmiano dal commettere errori marchiani. Trump, nel calcolo della equazione con cui avrebbe dovuto trovare la soluzione alla crisi americana, non ha considerato l’indisponibilità del cittadino medio americano a farsi trascinare nell’ennesima e sanguinosa avventura all’estero e, sopra ogni altro fattore, la determinazione e la capacità di resistenza dell’Iran e del suo popolo. Rimane il fatto che, per quanto cambino i loro presidenti, se gli Usa manterranno la propria natura imperialista, rimarrà sempre alto il pericolo dello scoppio di guerre tremendamente distruttive.

Note

[i] Niall Ferguson, Impero. Come la Gran Bretagna ha fatto il mondo moderno, Mondadori, Milano 2009, pp. 306-307.

[ii] Bureau of Economic Analysis (Us Department of Commerce), Us International Transactions and Investment Position, 4th quarter and Year 2025. https://www.bea.gov/news/2026/us-international-transactions-and-investment-position-4th-quarter-and-year-2025

[iii] Bureau of Economic Analysis (Us Department of Commerce), Us International Trade in Goods and Services. https://www.bea.gov/data/intl-trade-investment/international-trade-goods-and-services.

[iv] Sissi Bellomo, “La guerra incrina il sistema del petrodollaro”, il Sole24ore, 31 Marzo 2026.

[v] Morya Longo, “Le banche centrali vendono Treasury Usa: con la guerra scaricati 82 miliardi di dollari”, il Sole24ore, 1° aprile 2026.

[vi] Vito Lops, “Cina e Giappone riducono l’esposizione ai Treasury”, il Sole24ore, 3 dicembre 2025. Posted in Economia e LavoroTagged debito Usa, Guerra contro l'Iran, imperialismo, Israele, petrodollaro, Petrolio, usa

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