Presentazione
Analisi, opinioni, fatti e (più di rado) arte da una prospettiva di classe.
14/10/2026
L’Etiopia in subbuglio: tra lasciti del colonialismo e interessi imperialisti
Le questioni che riguardano Eritrea ed Etiopia, inoltre, costringono sempre ad un punto di vista parziale: il mio è quello di una persona che ha trascorso 10 anni tra i rifugiati eritrei in Europa (influendo il giudizio che ho sul governo eritreo) ed è stato in Tigray diverse volte tra il 2012 e il 2019, in un accordo tra Sapienza e Università di Mekelle. Lavoravo all’epoca nell’ambito della Missione Etnologica Italiana In Tigray – Etiopia.
Proviamo a prendere i fili uno ad uno, per poi provare a sciogliere qualche nodo.
Primo nodo: la spirale di violenze
Nell’ultima parte di settembre 2026 il Fronte Popolare di Liberazione del Tigray (TPLF) riapre le ostilità cessate nel 2022 con l’accordo di Pretoria, assumendo il controllo degli aeroporti tigrini (ne è stato scritto anche su questo giornale). Dal 2020 al 2022 era stata combattuta una guerra civile che non ho problemi a dire abbia assunto le caratteristiche di genocidio della popolazione tigrina (centinaia di migliaia di morti, stupri, e violenze di ogni genere).
Tra aprile e maggio scorso il TPLF aveva ripreso il potere, riposizionando la figura di Debretzion Gebremichael a capo della regione. La rete delle alleanze sembra tuttavia completamente cambiata. Lo stesso TPLF è spaccato al suo interno e la nomina di Gebremichael va letta anche in continuità con la rimozione di Getachew Reda, accusato di essersi alleato con il premier etiopico Aby Ahmed dopo la firma dell’accordo di Pretoria, inviso alla parte più radicale del Fronte.
Queste dinamiche hanno rinvigorito il neonato hara meret o Tigray Peace Forces (di pace, ma sono armatissimi) staccatosi dal Tigray Defence Forces nato durante la guerra del '20-'22, e sostenuto dal governo federale di Aby Ahmed.
Ripercorriamo la storia
Nel novembre 2020 il governo centrale etiope aveva scatenato l’offensiva a causa delle azioni militari della compagine tigrina (il TPLF): le tensioni erano già alte quando il TPLF aveva indetto le elezioni in Tigray (vinte dal TPLF) nonostante il divieto del governo centrale, giustificato dalla pandemia; il casus belli era stato un presunto attacco ad un deposito di armi da parte del TPLF, il quale sostiene invece si trattasse di una messa in scena del governo per giustificare l’attacco.
Ovviamente non si trattava di una improvvisa esplosione di violenza: il TPLF ha guidato l’Etiopia dal 1991 al 2018 quando le elezioni decretarono il crollo del vecchio Fronte Democratico Rivoluzionario del Popolo Etiopico (guidato dal TPLF) e furono vinte da Aby Ahmed, un ex militare etiopico, di origine mista Amhara ed Oromo.
Cambiano gli equilibri sociali ed economici nel paese: il TPLF (guidato dalla leggendaria figura di Meles Zenawi) aveva impostato la fase successiva alla caduta del Governo comunista di Menghistu Haile Mariam (1991) attraverso quello che viene definito un federalismo a base etnica (regioni, con un certo grado di autonomia, legate alle caratteristiche etnico-linguistiche maggioritarie).
Dal punto di vista economico, uno sviluppismo con un forte controllo statale si era intrecciato con una particolare attenzione alla regione del Tigray (Mekelle era una città in esplosione quando la frequentavo).
Per chi non conoscesse nulla della storia etiopica, va ricordata l’impostazione del TPLF: vero che combattevano contro il governo centrale filosvietico di Menghistu Haile Mariam, ma è altrettanto vero che partiva da una forte impostazione maoista che si trasformò – con una serie di modificazioni anche ideologiche – appunto nello sviluppismo a forte controllo statale una volta preso al potere.
L’anno delle elezioni di Aby Ahmed segna un passaggio importante, che è necessario comprendere: Aby dapprima sigla una pace con l’Eritrea (nemico storico a nord), calcificando i principi e le delimitazioni territoriali (per lo più intorno all’area di Badme) dell’accordo di Algeri (2000). Questo passaggio gli garantirà il premio Nobel per la pace: ormai quel premio mostra gli interessi imperialisti e dove scoppierà la prossima guerra.
Successivamente, Aby Ahmed firma un memorandum militare (un accordo) con l’Italia: l’Etiopia sta attraendo capitali dai paesi del golfo, è un paese che cresce molto e le imprese italiane fanno ottimi affari: la costruzione della diga della discordia con l’Egitto porta firma italiana, precisamente quella della Webuild di Salini, oltre ad altre aziende italiane coinvolte nella fornitura di cavi elettrici.
L’accordo prevede momenti di addestramento comune, così come un impegno congiunto nelle missioni di pace e la sicurezza interna (si parla di rafforzamento delle reciproche capacità difensive). Altresì si parla (art. 9) di armamenti e sistemi d’arma, mediante la ricerca scientifica, scambi di conoscenza, approvvigionamento di tipo militare in generale.
L’accordo è stato ratificato dal governo italiano nell’agosto del 2020. Tre mesi dopo, a novembre, le truppe nazionali etiopi fanno partire una enorme operazione militare contro il Tigray, nonostante il periodo della pandemia e una invasione di locuste che aveva lasciato la regione in difficoltà dal punto di vista della produzione alimentare. Congeliamo il discorso e guardiamo a questi due dati: pace con l’Eritrea e accordo militare con l’Italia.
Questo secondo evento è ancora oggetto di grande discussione: che io sappia, l’accordo è stato congelato soltanto alla fine del 2021, dopo una serie di interrogazioni parlamentari, e non vi sono notizie (almeno che io sappia) riguardo al preciso contenuto oggetto delle richieste di autorizzazione al trasferimento di materiale bellico e tecnologia dual use (per approfondimenti, ne parla qui Antonio Mazzeo).
Gli interessi imperialisti occidentali (in grosso scontro con l’attore cinese, che è importante sul territorio ed opera molto in Tigray) si connettono probabilmente alla questione centrale della geopolitica del Corno d’Africa: l’Etiopia è un paese di oltre 90 milioni di abitanti, con un PIL in costante crescita, ma che non ha uno sbocco sul mare.
L’accordo di pace con l’Ertirea sembrava rientrare in un progetto di sviluppo di un'asse strategico tra Addis Abeba, Asmara e, ancora di più, i porti sul Mar Rosso di Massawa e Assab (si è a lungo vagheggiato su una ferrovia a scartamento ridotto su questo asse, in cui sarebbero state interessate aziende italiane). Al momento, tuttavia, questa opzione sembra essere saltata, perché l’Eritrea è stata marginalizzata negli accordi di Pretoria e, pare, in questo momento sia un antagonista del governo etiope a differenza di 4 anni fa.
La questione più preoccupante per l’Eritrea è stata l’annuncio etiope di voler ottenere uno sbocco marittimo, che significa automaticamente una minaccia per la sovranità territoriale, usata sempre come leva per giustificare la repressione interna da parte del governo eritreo di Issaias Afewerki (non voglio qui aprire il dibattito su questo governo, ma sono disposto a parlarne in qualunque sede): l’Etiopia vuole cancellare le vittorie ottenute dai movimenti di liberazione nazionale tra il 1961 e il 1991.
Dunque, la questione è “banalmente” l’accesso al mare e la circolazione delle merci, rispetto alla quale lo sviluppo tigrino si pone evidentemente in contraddizione, almeno parziale. A questo va aggiunto un conflitto interno al Tigray sul controllo dell'estrazione dell’oro, in cui sono coinvolti personaggi del Tigray Defence Forces (la forza nata durante la guerra del 2020), e sullo Endowment Fund for the Rehabilitation of Tigray, controllato dal TPLF.
L’uso del porto di Assab da parte etiopica ha anche un precedente storico: durante la pace tra Eritrea ed Etiopia, successivamente al rovesciamento del Governo di Haile Mariam del 1991, e con l’affermazione di una prospettiva rivoluzionaria in Eritrea (furono espulse le istituzioni sovranazionali come FMI e BM che altrove avevano strozzato i paesi postcoloniali con il meccanismo dei prestiti e poi degli aggiustamenti strutturali in cambio della dilazione delle restituzioni), si consentì all’Etiopia di usare il porto marittimo di Assab.
Nel 1998, quando intorno all’area di Badme scoppiarono le ostilità tra Eritrea ed Etiopia, questa consuetudine si interruppe. Qui entra in gioco il fattore “identitario”, che è sempre presente su questi territori, non perché – come vorrebbe una vulgata razzista – gli africani sarebbero quelli delle “guerre tribali” o “etniche”, ma perché l’imposizione coloniale dello Stato-nazione omogeneo ha prodotto dei mostri.
La guerra del 1998 (durata fino al 2000) ha prodotto centinaia di migliaia di morti, ma ha anche opposto dei fratelli: per chi non è avvezzo all’Africa è un po’ difficile da capire. L’Eritrea è un artefatto coloniale italiano (a partire dal nome): un insieme di popolazioni diverse (Tigrinya, Beni Amer, Afar, Kunama, Rashaida, Saho, Bilen, Nara, Hidareb) accorpate sotto uno stato. I tigrini dell’altopiano centrale (la Kebessa) erano profondamente attigui ai tigrini del Tigray etiopica, molto più di quanto lo erano con le altre popolazioni “eritree”.
Sia nella fase liberale che in quella fascista del colonialismo nostrano, fu fatto uno sforzo enorme (soprattutto attraverso le politiche linguistiche e scolastiche, oltre che religiose e militari) per “produrre” una differenza che doveva servire a percepire gli etiopi del nord come nemici, da combattere attraverso i famosi Ascari (le truppe coloniali indigene).
Quando nel 1998 scoppia la guerra, sono i tigrini del tigray a fronteggiare i loro “fratelli” (spesso legati realmente da complesse reti di parentela che trascendono il confine). Dal nostro punto di vista, il TPLF sono i maoisti contro gli “stalinisti” del Derg, dal punto di vista locale il TPLF è anche il partito dei tigrini, mentre il derg è più legato a reti amariche.
Quando, nel 2020, il governo eritreo si trova coinvolto nella guerra civile etiopicapartecipa all’accerchiamento dei tigrini (aggredendoli da Nord, mentre le truppe del nobel per la pace attaccano da sud e quelle Amhara da ovest), di fatto per due motivi: il primo è quello di allargare la propria legittimità, con il sottotesto di garantire, attraverso il pugno di ferro del temutissimo presidente Issaias Afewerki, la sicurezza nel Mar Rosso per le navi (basta vedere la questione Houthi o ricordarsi dei “pirati somali” per capirne l’importanza).
Il secondo è quello di vendicarsi contro gli “odiati fratelli” tigrini, un tempo alleati nella comune battaglia contro il governo centrale etiope che era letto dagli eritrei come una forza coloniale... ma in una contrapposizione creata dalla frattura coloniale, almeno nella parte più grossa della catena delle responsabilità.
Ci vorrebbero 18 di questi articoli per dipanare un minimo la complessità: ci sono gli interessi imperialistici, c’è lo scontro tra occidente e Cina (andate all’aeroporto di Addis Abeba e ci troverete le scritte in mandarino, come mi è capitato di vederle anche in Tigray), ma c’è anche una questione locale, profondamente coloniale nella sua radice. Proviamo a seguire qualche filo.
Le trasformazioni e le altre questioni in ballo
In questo momento il quadro appena delineato si pone in trasformazione: il TPFL pare abbia stretto una alleanza con le milizie armate Fano della regione Amhara e quelle dell’Oromo Liberation Front, in funzione anti Aby Ahmed. Anche qui la profondità storica andrebbe spiegata se ve ne fosse lo spazio.
Con i Fano non c’è mai stato accordo sul destino di una parte del territorio contesto tra Tigray e regione Amhara; per quanto riguarda la popolazione Oromo appartiene a quel complesso mondo dell’Etiopia centro-orientale, di religioni locali o mussulmane, e, soprattutto, con caratteristiche politiche assembleari e “acefale” (termine con cui gli antropologi hanno per decenni definito le società senza stato o che scartavano l’opzione di un potere centralizzato): essi hanno dunque sempre subito l’imposizione di una struttura burocratica centralizzata, e tutti i suoi correlati (carcere, delega rappresentativa in primis).
Nella storia dell’impero etiope (derivante dall’antico Regno di Aksum), gli Oromo hanno subito il dato della marginalizzazione: in un impero che, almeno dal IV secolo d.c., si impone il cristianesimo monofisita come caratterizzate, viene assegnata alla chiesa ortodossa la funzione di riscossione delle tasse e distribuzione delle terre... immaginiamo come potessero stare popolazioni decentrate culturalmente e politicamente in una opzione stato nazionale (sebbene federale, come quella etiopica) della modernità occidentale capitalistica.
In questo quadro di alleanze incerte, la tendenza sembra quella di un'esplosione e frammentazione, in cui si inseriscono le diverse forze imperialiste che interessano la regione in cui il conflitto sembra espandersi. Luca Puddu, esperto di storia economica dell’Etiopia, spiega molto bene in un podcast questo processo e come esso si inserisca in una guerra ad aumentato impatto tecnologico con l’inserimento dei Droni nelle forze armate etiopiche (spereremmo che questo non centri nulla l’accordo militare con l’Italia...).
Quando il 22 settembre la nuova alleanza tra Fano, Tigrini e Oromo ha annunciato la volontà di rimuovere Aby dal potere, è partito un grosso attacco di droni sulle forze tigrine vicine all’area Wollo della regione Amhara.
Risultano, spiega ancora Puddu, una serie di accuse reciproche che segnalano l’allarme di un allargamento del conflitto: il governo sudanese accusa quello etiope di appoggiare la ribelle Rapid Support Forces in Sudan, mentre il governo etiopico lamenta di combattenti tigrini a supporto dell’esercito sudanese (su questo anche l’international crisis group).
Giusto per dare la portata del problema: anche gli Emirati Arabi Uniti – alleati dell’Etiopia – sono accusati di sostenere le forze ribelli sudanesi. L’Eritrea sembra aver cambiato strategia e adesso si trova in opposizione all’Etiopia.
A salire, abbiamo già menzionato la diga “Grand Ethiopian Reinassaince” che toglie parte delle acque del Nilo all’Egitto – non a caso accusato dal governo etiopico di sostenere le nuove alleanze armate – minando la sua capacità di produzione alimentare a vantaggio della produzione energetica etiope.
È sempre l’Egitto ad apparire interessato a competere con l’Etiopia per il controllo dei porti eritrei di Massawa e Assab. Il porto di Assab è rivendicato anche dalle milizie Afar (popolazione divisa dal confine) insieme a parte cospicua della regione Eritrea del Debubawi Qahye Baahr (il Mar Rosso del Sud) e sarebbero per questo finanziate dal governo centrale etiope.
Non poteva mancare in questo quadro lo Stato sionista e terrorista di Israele (e dunque gli Stati Uniti): l’alleanza con l’Etiopia è storica, ma oggi appare saldata a quella con gli Emirati Arabi Uniti, in funzione anti sudanese, orientata alla costruzione di solide partnership commerciali che riguardano principalmente l’esportazione di tecnologia della sorveglianza e/o militare, ma, soprattutto, interessata profondamente alla “sicurezza” nel Mar Rosso.
Come sempre accade nel Corno d’Africa da 80 anni a questa parte, le questioni locali, regionali e internazionali sembrano intrecciarsi tra loro almeno quanto le questioni economiche presenti con i conflitti storici, che richiederebbero molto più approfondimento.
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Il Nobel per l’economia alla stabilità neokeynesiana, mentre tutto traballa...
I premi Nobel, come sappiamo, sono normalmente una celebrazione dello status quo occidentale e riconoscimenti politici legati agli interessi del momento. È facile leggere l’aspetto politico e ideologico dietro ai Nobel per la pace: da quello assegnato a Obama appena eletto a quello attribuito a Machado, che invocava (e ha ottenuto) l’intervento militare statunitense in Venezuela.
Se a volte la scelta può sorprenderci, come nel caso di Navanethem Pillay, è perché evidentemente ogni tanto anche il Comitato svedese deve tenere conto della realtà, come del fatto che nell’ultimo anno il Mondo si è mobilitato a sostegno della Palestina.
Più difficile è talvolta scorgere il contenuto politico di un premio apparentemente più “tecnico”, come quello per l’economia. Quest’anno è stato assegnato a due accademici distinti, che non lavorano insieme, entrambi di formazione pienamente statunitense e con un dottorato al MIT: Robert E. Hall e Michael Woodford. Il riconoscimento riguarda i loro modelli macroeconomici su come intervenire per stabilizzare i cicli economici, tanto nelle fasi recessive quanto in quelle espansive.
Il riconoscimento riguarda quindi una questione centrale della macroeconomia contemporanea. La stabilizzazione macroeconomica è un obiettivo che attraversa scuole di pensiero anche profondamente diverse, ma il modo in cui viene perseguita dipende da precise scelte teoriche e politiche.
In particolare, nel corso degli ultimi decenni la politica monetaria è diventata lo strumento privilegiato per regolare l’attività economica, attraverso la gestione dei tassi di interesse e delle aspettative di famiglie e imprese.
Questa centralità non è sempre stata scontata. La stagflazione degli anni Settanta mise in crisi le politiche economiche del dopoguerra e i presupposti teorici su cui si fondavano. La combinazione di inflazione elevata e stagnazione economica, aggravata dagli shock petroliferi, mostrava i limiti di politiche che avevano fatto affidamento sulla possibilità di sostenere l’occupazione e la crescita attraverso la domanda aggregata.
In un contesto di inflazione persistente, stimolare ulteriormente la domanda rischiava di alimentare la crescita dei prezzi senza produrre un aumento duraturo della produzione; al contrario, frenarla attraverso una stretta monetaria contribuiva a contenere l’inflazione, ma al costo di una contrazione dell’attività economica e dell’aumento della disoccupazione.
La crisi contribuì così a delegittimare l’approccio keynesiano allora dominante e favorì l’affermazione di un nuovo paradigma, incentrato sulla stabilità dei prezzi, sulle aspettative degli agenti economici e sul ruolo delle banche centrali. La politica monetaria non scomparve, dunque, dal centro dell’intervento pubblico: ne divenne anzi lo strumento privilegiato, mentre si ridimensionava la fiducia nella capacità delle politiche fiscali e della gestione della domanda di governare stabilmente il ciclo economico.
È all’interno di questa trasformazione che si colloca la ricerca premiata quest’anno. Sotto l’etichetta di “nuova macroeconomia keynesiana” si è sviluppato un filone di ricerca che ha cercato di fornire fondazioni teoriche rigorose alla stabilizzazione macroeconomica, integrando la politica monetaria in modelli formalizzati delle decisioni di famiglie e imprese.
La distanza tra questo programma di ricerca e il pensiero originario di Keynes, tuttavia, è considerevole: più che una semplice prosecuzione della sua teoria, si tratta di una rielaborazione interna all’economia mainstream, costruita attorno a strumenti analitici e assunzioni differenti.
La motivazione ufficiale del premio è “per le fondazioni microeconomiche della stabilizzazione macroeconomica”. Il riconoscimento riguarda dunque non soltanto le politiche di stabilizzazione, ma anche il quadro teorico attraverso cui vengono interpretate e giustificate.
L’economia si divide convenzionalmente in due grandi branche: la microeconomia, che studia individui e imprese (produzione, scambio, consumo, lavoro...), e la macroeconomia, che studia il sistema nel suo complesso (cicli, inflazione, disoccupazione...). Negli ultimi decenni si è affermato un programma di ricerca volto a “microfondare” la macroeconomia, cioè a collegare le due branche per spiegare come le decisioni individuali e le interazioni tra gli agenti influenzino l’economia nel suo complesso.
Sebbene affascinante e spesso metodologicamente elegante, la microfondazione è servita anche a blindare ulteriormente l’economia in un approccio teorico che pone strutturalmente l’individuo (e non la società e l’economia) al centro del ragionamento. I modelli vengono così costruiti su assunzioni talvolta molto rigide, a partire da agenti perfettamente razionali e pienamente informati, capaci di formulare aspettative realistiche sul futuro.
Per questo le critiche più ricorrenti degli economisti “eterodossi” vertono normalmente su alcuni punti: nella realtà gli individui non agiscono soltanto razionalmente; il funzionamento di una collettività non è la semplice somma dei comportamenti individuali, ma prende forma nelle relazioni tra le persone; e considerare un singolo agente “rappresentativo” cancella le differenze economiche e di potere.
Hall e Woodford rientrano pienamente nel filone delle microfondazioni, pur avendo contribuito ad attenuare metodologicamente alcuni dei suoi limiti. Nel 1978 Hall mostrò che, per una famiglia con risparmi o accesso al credito, non è possibile prevedere le variazioni del consumo sulla base delle informazioni che la famiglia già possiede: se una famiglia viene a sapere di un futuro aumento o di una riduzione del salario, comincerà ad adeguare i consumi prima che la variazione del reddito si realizzi.
Diverso è il caso delle famiglie che non hanno accesso al risparmio o al credito: anche se possono prevedere cambiamenti del salario, potrebbero non essere in grado di adeguare i consumi in anticipo. Si tratta di un contributo soprattutto metodologico, più che di un’intuizione teorica del tutto nuova.
Più incisivo sul piano politico fu invece un articolo pubblicato da Hall insieme ad Alvin Rabushka sul Wall Street Journal nel 1981, che riaprì il dibattito sulla “flat tax”: una questione tornata recentemente al centro della discussione anche in Italia. L’esigenza di semplificazione fiscale (fino alla promessa di poter compilare la dichiarazione dei redditi su una cartolina) metteva in secondo piano la questione redistributiva dell’uguaglianza.
È stato ampiamente studiato, come se servissero ulteriori dimostrazioni scientifiche, che la riduzione della progressività fiscale, anche attraverso la diminuzione del numero di aliquote, sia stata una delle cause dell’aumento delle disuguaglianze nei paesi occidentali. E in anni più recenti, riconosciuto dallo stesso Hall.
Woodford viene premiato soprattutto per il suo libro del 2003, Interest and Prices, definito “la bibbia della politica monetaria”. Anche in questo caso, il principale apporto dell’economista non consiste tanto nell’aver scoperto che i tassi di interesse influiscono sulla crescita del PIL o sull’inflazione: questi effetti sono studiati da decenni, così come l’influenza dei tassi sulle aspettative delle famiglie e, di conseguenza, sui consumi.
Il contributo sta piuttosto nella formalizzazione metodologica, che ha fornito alle banche centrali un quadro teorico per interpretare le variabili macroeconomiche e impostare la politica dei tassi di interesse.
Che cosa è stato premiato, dunque? In primo luogo, contributi “tecnici” tesi a perfezionare sul piano metodologico le fondazioni di una nuova concezione della politica economica, che punta alla stabilizzazione dei cicli economici attraverso la politica monetaria, delegando alle Banche Centrali quello che era stato il ruolo dei governi, delle politiche fiscali e dello stato sociale.
In secondo luogo, viene premiato un approccio, quello delle microfondazioni, che ha saldato un’epistemologia individualista all’analisi dei fenomeni complessi di quella che un tempo veniva definita “economia politica”. Un Nobel nostalgico, rivolto a un periodo in cui si poteva ancora pensare di riuscire a “stabilizzare” l’economia, in un Mondo sempre più instabile.
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Israele scheda chi manifesta per la Palestina, anche in Italia
“Ho depositato un’interrogazione parlamentare al governo chiedendo di chiarire se vi siano stati scambi di informazioni tra autorità italiane e israeliane e se siano state impiegate tecnologie di sorveglianza e identificazione dei e delle manifestanti”, così scrive la parlamentare del M5S Stefania Ascari riferendo di una sua interrogazione parlamentare sulla notizia diffusasi nei giorni scorsi secondo cui gli apparati statali israeliani stanno schedando i manifestanti per la Palestina nel nostro paese.
“Chiedo inoltre al governo di ottenere spiegazioni ufficiali dalle autorità israeliane, anche attraverso la convocazione dell’ambasciatore, e di venire a riferire con urgenza in Parlamento su quanto accaduto”, aggiunge la parlamentare, segnalando che tra gli schedati italiani risultano esserci attivisti come Cosimo Pederzoli e Maria Elena Delia o associazioni come Libere Cittadine per la Palestina, da anni impegnati per i diritti del popolo palestinese e contro l’occupazione e il genocidio. Altri organismi schedati sono l’Associazione dei Palestinesi in Italia e la rete BDS.
La denuncia si riferisce al report del Ministero israeliano per gli Affari della Diaspora, che sul suo sito pubblica delle tabelle sulle manifestazioni contro il genocidio di Gaza in tutto il mondo.
Per ogni protesta il ministero israeliano registra indirizzo, coordinate, organizzatori, follower delle loro pagine, distanza da ambasciate e consolati (“asset israeliani”) e un livello di rischio.
I documenti sono del J-SOC, il centro nazionale israeliano contro l’antisemitismo, e si intitolano “Weekly Restricted Report: Anti-Israel Protest Forecast”, cioè previsioni sulle proteste anti-Israele.
I sionisti schedano chi manifesta per la Palestina, ma il movimento di solidarietà con la causa palestinese ormai da tempo monitora nel dettaglio tutte le connessioni tra entità israeliane e istituzioni italiane con il fine di interrompere o far interrompere ogni tipo di relazioni. Ormai è colpo su colpo. Il genocidio, i suoi responsabili, i suoi complici non resteranno impuniti.
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Elezioni anticipate? Non prima di febbraio. L’ipoteca della Corte Costituzionale
Sono trenta i ricorsi pronti a essere depositati il 26 ottobre alla Corte Costituzionale contro la legge-truffa elettorale. Quando il Melonellum entrerà in vigore, novantanove avvocati che si sono coordinati tra loro presenteranno i ricorsi finora sottoscritti da circa cinquecento ricorrenti.
La contestazione della nuova legge elettorale ruota intorno a sei profili di incostituzionalità:
- il premio di maggioranza;
- il legame tra i risultati delle due Camere;
- la modalità di assegnazione dei seggi;
- il mancato rispetto della parità di genere;
- l’indicazione obbligatoria del candidato presidente del Consiglio;
- le firme quadruplicate da raccogliere per le liste che non sono già presenti in Parlamento.
Un’eventuale pronuncia della Corte Costituzionale sui ricorsi potrebbe arrivare già a febbraio. I ricorsi di incostituzionalità verranno presentati in una trentina di Tribunali civili italiani e saranno depositati appena la legge entrerà in vigore, ossia quindici giorni dopo la pubblicazione in Gazzetta Ufficiale. In sostanza, i firmatari chiederanno l’accertamento di una lesione del diritto di voto legato alla riforma.
Difficile dunque che prima di quella data – anche in caso di incidenti di percorso nella maggioranza – possano essere convocate le elezioni anticipate.
Una volta che saranno depositati i ricorsi, i tribunali dovrebbero adottare un procedimento semplificato con cui si prevede che il giudice possa fissare l’udienza dopo 40 giorni per ascoltare le ragioni del ricorso. A quel punto si riserverà di decidere e, se lo riterrà, emetterà un’ordinanza in cui solleva una questione di legittimità costituzione davanti alla Consulta.
L’ordinanza dovrà poi essere notificata alle parti interessate – a partire dal presidente del Consiglio dei ministri – ed entro 20 giorni dalla notifica il presidente della Consulta potrebbe già fissare l’udienza nei successivi 20 giorni. L’obiettivo “è che la pronuncia della Corte arrivi nei tempi utili” per le elezioni.
La Corte Costituzionale, potrebbe quindi essere chiamata a decidere sulla legge-truffa elettorale a dieci anni di distanza dalla sentenza depositata a febbraio 2017 in cui dichiarò parzialmente illegittimo l’Italicum, ossia l’arzigogolata nuova legge elettorale inventata dal governo Renzi nel 2015. Con quella legge – modificata poi dal Rosatellum – si è votato nel 2018 e nel 2022.
In particolare la Corte Costituzionale stoppò il turno di ballottaggio tra le due liste più votate nel caso in cui nessuna avesse raggiunto il 40% dei voti, ritenendolo lesivo della rappresentanza e della parità del voto. Mentre si espresse positivamente sui capilista bloccati – riconoscendo su questo piano il ruolo dei partiti – e al premio di maggioranza considerato ragionevole per la lista che raggiunge il 40% dei voti.
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Anwar Shaikh, alla ricerca delle «tendenze» del capitalismo
La morte dell’economista britannico di origini pakistane. Pochi hanno contribuito altrettanto alla modernizzazione del marxismo, soprattutto attraverso il confronto sistematico con l’evidenza empirica
«Non si vedeva un libro simile da 150 anni»: James Galbraith salutò così Capitalism: Competition, Conflict, Crises, il monumentale trattato di Anwar Shaikh. Un’opera che tenta di costruire una teoria generale del capitalismo, contro le micragnose parzialità del pensiero economico contemporaneo. Di origine pakistana, nato a Karachi nel 1945, scomparso in questi giorni, Shaikh ha insegnato per mezzo secolo alla New School for Social Research di New York. Un eterodosso capace di mettere all’angolo i più eminenti custodi della dottrina neoclassica dominante. Nel 1974 pubblicò sulla Review of Economics and Statistics un esperimento provocatorio, con cui mostrava alcuni limiti della celebre teoria neoclassica della crescita, elaborata dal futuro premio Nobel Robert Solow.
Questi replicò in modo frettoloso e sprezzante. E la rivista negò a Shaikh il diritto di controreplica. Due icone del pensiero critico, Joan Robinson e Geoffrey Harcourt, denunciarono la censura: «Un trattamento insolitamente scorretto di un giovane studioso da parte di uno affermato». Shaikh raccontò che quell’articolo lo aveva praticamente «espulso dalla professione» per lungo tempo. Non bastò a fermarlo.
La ricerca di Shaikh ha spaziato moltissimo, dai prezzi, al commercio internazionale, alle determinanti delle crisi. Un nucleo concettuale è quella che egli definisce la «concorrenza reale», distante dal concetto neoclassico di concorrenza perfetta «quanto la guerra dal balletto». La concorrenza costringe le imprese a innovare, meccanizzare, investire sempre più capitale per conquistare mercati. Ma ciò che conviene al singolo capitalista può deprimere la redditività complessiva del sistema. Da qui il riproporsi di un vecchio pallino marxiano: la caduta tendenziale del saggio di profitto. Shaikh si definiva, con un po’ di timidezza, un «classico-keynesiano». Eppure pochi hanno contribuito altrettanto alla modernizzazione del marxismo, soprattutto attraverso il confronto sistematico con l’evidenza empirica. Non gli bastava ripetere Marx: voleva misurare, verificare, ricostruire. L’occasione più nota giunse con la grande crisi del 2008. In una conferenza alla Izmir University, David Harvey si fece paladino di tutte le solite perplessità post-moderne contro le spiegazioni del crollo basate sulla caduta del saggio di profitto.
Ma Shaikh tirò dritto: dietro il collasso finanziario sussisteva una lunga erosione di redditività, che era stata temporaneamente contrastata dalla compressione salariale e dalla discesa dei tassi d’interesse. Il credito aveva mascherato la contraddizione, non l’aveva risolta. L’eredità di Shaikh è da sviluppare. Se la concorrenza è una guerra economica, allora alimenta anche la centralizzazione dei capitali in sempre meno mani. Non a caso, la relazione fra centralizzazione capitalistica e caduta tendenziale del profitto apre oggi nuove frontiere della ricerca. Oltre le formule scolastiche del marxismo tradizionale. Ma anche oltre le sterili narrative di certa odierna eterodossia.
Alle giovani leve un invito: tornate nei sotterranei del pensiero economico. Cercate gli eretici, distinguete i ripetitori dai modernizzatori. Leggete Shaikh, per superarlo. Le teorie vive non chiedono fedeltà: chiedono di esser messe sul banco di prova del discorso scientifico.
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Ex Ilva: la mobilitazione prosegue. Il governo non può più limitarsi a gestire l’emergenza
La giornata di sciopero e mobilitazione in tutti gli stabilimenti dell’ex Ilva rappresenta un passaggio importante di una vertenza arrivata ormai a un punto di rottura. La partecipazione dei lavoratori e i blocchi organizzati a Taranto e Genova confermano che non esistono più le condizioni per accettare ulteriori rinvii.
La mobilitazione prosegue e, in assenza di risposte concrete, è destinata a intensificarsi. Non siamo disposti ad assistere passivamente allo spegnimento degli impianti e al progressivo smantellamento della siderurgia nazionale.
USB chiede l’immediata riapertura del confronto a Palazzo Chigi sugli strumenti straordinari di tutela occupazionale. La cassa integrazione e le integrazioni salariali non sono sufficienti. Servono un reddito di transizione che garantisca piena tutela salariale e contributiva, il riconoscimento del lavoro usurante e dell’esposizione all’amianto, strumenti di pensionamento anticipato e incentivi all’esodo volontario. Misure che devono riguardare tutti i lavoratori, compresi quelli dell’appalto e dell’indotto.
Ma nessuna tutela sociale può sostituire una prospettiva industriale. Dopo quattordici anni di errori, il Governo deve assumersi direttamente la responsabilità del futuro della siderurgia attraverso un piano industriale pubblico, la nazionalizzazione dell’intero complesso, investimenti per la decarbonizzazione, le bonifiche e la salvaguardia della capacità produttiva e occupazionale.
Non possiamo continuare a subordinare il futuro di un settore strategico agli interessi di un eventuale investitore privato, mentre lo Stato si fa carico dei costi della crisi e delle sue conseguenze sociali.
La vertenza ex Ilva pone una questione più generale sulle priorità economiche e sulla destinazione delle risorse pubbliche, che è anche al centro dello sciopero generale USB del 30 ottobre: investire nel lavoro, nella produzione industriale e nei salari anziché continuare ad aumentare gli impegni per il riarmo.
La mobilitazione permanente continuerà fino a quando non arriveranno risposte concrete. Il Governo deve decidere se l’Italia vuole ancora produrre acciaio e assumersi finalmente tutte le responsabilità di questa scelta.
USB Industria
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La vittoriosa battaglia di Garvaghy Road
Quella che potremmo definire, e che probabilmente rimarrà alla storia, come “La Battaglia di Garvaghy Road” è una delle vittorie più significative del potere popolare organizzato dal movimento repubblicano irlandese dopo la firma dei cosiddetti “Accordi del Venerdì Santo” (1998) che hanno posto fine al lungo conflitto armato tra l’imperialismo britannico e l’Esercito Repubblicano Irlandese, l’IRA.
Tredici giorni di blocco, una strada presidiata giorno e notte, una parata orangista che non è mai riuscita a passare grazie al muro umano che ha fronteggiato un ingente schieramento poliziesco con le parole d’ordine: “No going back. Not now. Not Ever” cioè “non un passo indietro, né ora, né mai”.
Un muro contro muro dove la pretesa legalità che si voleva imporre cozzava con la legittimità che è stata giustamente messa in discussione da una marea umana, che l’ha fatta diventare un caso politico per il governo di Londra, e imposto con i rapporti di forza conquistati sul campo al segretario di Stato britannico per l’Irlanda del Nord, Chris Bryant.
La marcia dell’Orange Order – i lealisti britannici e protestanti – lungo Garvaghy Road a Portadown, non potrà svolgersi secondo le modalità precedentemente stabilite, rompendo tra l’altro un quasi trentennale divieto.
Se l’apparato di sicurezza che la polizia aveva dovuto mettere in campo sulla strada è costato ben 3 milioni di sterline, un intervento su larga scala della polizia per rimuovere il blocco avrebbe avuto conseguenze difficilmente immaginabili per la situazione che si sarebbe prodotta sul campo ed ancora più imprevedibili sul piano politico. Specie in un contesto di accresciute tensioni, in cui la galassia settaria di parte dei protestanti nord-irlandesi funge da vettore per rinfocolare l’odio razzista e di classe nei confronti degli altri cittadini nord-irlandesi, di qualsiasi provenienza.
Le formazioni orangiste, e chi gli ha dato finora una sponda a Londra, ne escono con le ossa rotte, costretti a spostare – dopo la cocente sconfitta – l’asse del ragionamento sulla legittimità in termini legali della protesta, provando a ridurre a problema giudiziario la reazione organizzata del movimento repubblicano attorno ad una comunità che ha vissuto la loro marcia come uno sfregio alle ferite ancora aperte – vista la scia di morte che la violenza settaria degli orangisti, e delle loro formazioni paramilitari, ha portato in quel quartiere.
Occorre fare un po’ di storia per comprendere meglio il significato politico di questa mobilitazione.
La divisione dell’Irlanda tra le due parti risale al 1921, quando, dopo la guerra d’indipendenza, sei contee settentrionali rimasero al Regno Unito.
Portadown è una città con una forte presenza lealista, ma Garvaghy Road è un’area prevalentemente repubblicana e cattolica.
L’Orange Order rivendica il diritto di percorrere il tragitto verso la chiesa di Drumcree, che comprende il tratto di Garvaghy Road, sin dal 1807, quando la zona era ancora prevalentemente costituita da campi e terreni agricoli.
L’Ordine di Orange è una “fratellanza protestante”, nata come società segreta nel 1795 dei presbiteriani dell’Ulster, allo scopo di organizzare la lotta contro i possidenti cattolici e contro gli United Irishmen, per mantenere l’ascendenza protestante in Irlanda.
Dopo l’Union Act del 1800, l’Ordine di Orange si dedicò soprattutto alla difesa degli interessi protestanti, trovando larga diffusione anche in Gran Bretagna e, attorno alla prima metà del secolo, negli Stati Uniti.
La questione di Garvaghy Road esplose negli anni Novanta, quando lo sviluppo urbano e i cambiamenti demografici trasformarono l’area in un quartiere a larghissima maggioranza cattolica.
La Drumcree Parade, la marcia protestante da e verso la chiesa di Drumcree, divenne così uno dei principali punti di confronto dell’intero conflitto.
Nel 1995 i residenti della strada, a maggioranza cattolica, organizzarono il primo grande sit-in di protesta; nel biennio 1996-1997 si susseguirono le tensioni tra polizia, residenti e sostenitori dell’Orange Order. In particolare, in quegli anni, nel corso delle tensioni legate alla Marcia, i protestanti si macchiarono di gravi crimini, compresi gli omicidi di Michael John McGoldrick (1996), dei fratelli Quinn (1998), tre bambini bruciati vivi da una bottiglia molotov lanciata contro la loro abitazione.
Dopo quell’anno, la Parades Commission impose il divieto di passaggio su quel tratto di strada.
Dopo 28 anni, nel 2026, la Parades Commission ha nuovamente autorizzato il passaggio della marcia protestante per Garvaghy Road. In particolare, davanti alla richiesta dell’Orange Order di poter effettuare una marcia di sole 60 persone, senza bande musicali e descritta come una processione silenziosa e non trionfalistica, la Parades Commission ha autorizzato una versione ancora più limitata: 35 persone, senza bande, alle 8 del mattino, con l’obbligo di sciogliersi rapidamente e senza sostenitori lungo il percorso, da svolgersi in data 28 settembre 2026.
La decisione veniva immediatamente ricorsa in tribunale da parte dei residenti, ma dopo un’iniziale vittoria in primo grado che annullava la marcia, l’Alta Corte confermava la parata.
Una volta resa nota la decisione della Parades Commission, i residenti sono insorti, decisi ad impedire la marcia. Sin dalla sera del 27 settembre, migliaia di persone, provenienti non solo da tutto il Nord Irlanda, ma anche dalla Repubblica Irlandese, sono scese in strada al fine di bloccare il passaggio con i propri corpi sotto lo slogan “No Passaran!”.
Per impedire il contatto fra le fazioni ed evitare incidenti, la polizia nordirlandese (PSNI) è intervenuta per creare una zona cuscinetto fra le due comunità.
La mattina del 28 settembre la delegazione di 35 persone dell’Orange Order era pronta a marciare dal sagrato della chiesa di Drumcree lungo Garvaghy Road, ma la polizia ha impedito la marcia temendo la reazione delle migliaia di nazionalisti cattolici, determinati a bloccare il passaggio ai protestanti.
Da quel giorno, sino ad oggi, lo stallo non si era sbloccato, con i protestanti all’interno della chiesa e migliaia di cattolici in strada.
Nei giorni successivi si sono uniti alla protesta anche personaggi politici di rilievo, come Michelle O’Neill, primo ministro Nord Irlandese e segretaria dello Sinn Féin delle 6 contee, nonché Mary Lou McDonald, segretaria dello Sinn Féin Irlandese e parlamentare dell’Eire, oltre a personalità di rilievo del mondo dello spettacolo, come i membri del gruppo musicale Kneecap – che ha reso il gaelico una lingua universalmente conosciuta grazie ai loro brani – e Noel Gallagher degli Oasis.
La partecipazione delle due esponenti politiche cattoliche è stata duramente contestata dai rappresentanti dei partiti lealisti che, in particolare, hanno avanzato una mozione di sfiducia nei confronti del primo ministro O’Neill e altri ministri del Sinn Féin, accusandoli di voler impedire qualcosa che era stato autorizzato legalmente da un tribunale.
In proposito, Mary Lou McDonald ha dichiarato che lei e il suo partito naturalmente collaboreranno con la PSNI per qualsiasi eventuale indagine sulla protesta di Garvaghy Road, ma difendendo la partecipazione del suo partito alla protesta, che la polizia ha definito non notificata e quindi illegale.
Interpellata sulla legalità della protesta, ha risposto: «Saranno altri a stabilire se questo sia effettivamente il caso; qui si tratta di giusto e sbagliato, qui si tratta di una semplice valutazione che tutti noi dobbiamo fare su ciò che è giusto e ciò che è equo e nell’interesse delle nostre comunità. Ci sono momenti nella vita in cui bisogna prendere posizione e questo è uno di quei momenti».
Nel frattempo la polizia locale continuava a mantener presidiata la zona per impedire il contatto fra protestanti e cattolici, ma, contestualmente, avviava un’indagine penale nei confronti dei manifestanti cattolici, per vari reati fra cui il blocco stradale.
Il portavoce dei residenti di Garvaghy Road, Breandán Mac Cionnaith, ha tracciato un parallelo con gli eventi dell’East London del 4 ottobre 1936, quando i membri della British Union of Fascists furono attaccati mentre marciavano attraverso un’area con una numerosa popolazione ebraica: «Quelli di voi che conoscono la propria storia, e la lotta contro il fascismo, e la lotta contro i partiti di destra, sapranno che i fascisti che cercarono di marciare attraverso le comunità minoritarie di Cable Street furono battuti e messi in fuga», ha detto.
«Qui in Irlanda c’è un’altra organizzazione fascista di destra. Non c’è altro modo per descriverla. Perché altrimenti un’organizzazione dovrebbe escludere dalla propria appartenenza quasi tutti i cattolici di questo Paese? Settarismo, fascismo, razzismo: è la stessa mentalità. Trattano gli altri come persone inferiori a loro. Noi non siamo un popolo di seconda classe».
La vittoria in questa battaglia certifica il cambiamento dei rapporti di forza nel Nord dell’Irlanda e l’inutilità di avviare bracci di ferro con il movimento repubblicano e la comunità irlandese, ben conscia che solo un'Irlanda unita, neutra e solidale dove la giustizia sociale sia coniugata con le libertà politiche sia l’unico Stato in cui vuole vivere.
Tiocfaidh ár lá!
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