Dalla guerra alla farsa è stato un attimo. E questo naturalmente è un bene.
Dopo avere per giorni imbastito una comunicazione terrorizzante – “accettate la nostra offerta o bombarderemo ogni centrale elettrica e ogni singolo ponte” – l’America di Donal Trump ha deciso di prolungare il cessate il fuoco con l’Iran, senza una scadenza fissa.
La scadenza dell’ultimatum era ormai vicina – le due di questa notte, ora italiana – quando è stato emesso il milionesimo tweet che affermava: “Considerato che il governo iraniano è gravemente frammentato ... ci è stato chiesto di sospendere l’attacco al paese dell’Iran fino a quando i loro leader e rappresentanti non saranno in grado di presentare una proposta unificata”, ha scritto Trump.
Il cessate il fuoco durerà “fino a quando la loro proposta non sarà presentata e le discussioni non saranno concluse, in un senso o nell’altro”.
In pratica, gli Stati Uniti non possono riprendere le ostilità – per problemi interni, pressioni internazionali praticamente universali, crisi energetica ormai conclamata e lunga da recuperare anche senza continuare la guerra, ecc. – e devono innestare la marcia indietro.
Siccome nella narrazione statunitense anche le sconfitte devono essere spacciate per vittorie, la motivazione ufficiale del dietrofront è indicata nelle “gravi spaccature” interne al gruppo dirigente di Teheran.
È possibile, e decisamente normale, che in un sistema di potere complesso come quello iraniano – tra istituzioni civili, militari, religiose intrecciate secondo un assetto che non corrisponde a quelli occidentali, ma neanche a quelli di una “dittatura teocratica”, altrimenti non si sarebbero potute invocare le “spaccature” – ci sia una differenza di opinioni su come affrontare la situazione imposta da Usa e Israele con l’aggressione.
Non sappiamo ovviamente quanto e come ciò possa essere corrispondente al vero, ma si capisce benissimo che la famosa “vittoria” necessaria a metter fine alla guerra da parte americana per ora è stata individuata a livello politico, visto che sul piano militare non è arrivata.
La narrazione diventa perciò “sono spaccati, abbiamo ottenuto un cambio di regime, va bene così, aspettiamo una loro proposta”.
Naturalmente accompagnata dalla minaccia: Trump ha ordinato ai militari statunitensi di mantenere il blocco navale dei porti iraniani e di “rimanere pronti e capaci” di riprendere la guerra se necessario.
Il che contraddice, manco a dirlo, l’attesa di una proposta, visto che proprio il blocco della flotta Usa era diventato il motivo del rifiuto di Teheran di sedersi al tavolo in Pakistan e quindi di trattare con la pistola puntata alla tempia.
La “proposta”, del resto era stata presentata già prima del cessate il fuoco. Era in 10 punti e lo stesso Trump l’aveva definita “workable” – “lavorabile” diplomaticamente – tanto da dichiarare proprio la tregua e l’inizio delle trattative indirette.
Se c’è una “spaccatura”, insomma, questa pare vada individuata soprattutto all’interno di Washington o forse soprattutto tra Stati Uniti e Israele (lo “shock” di Netanyahu nel sentirsi “proibire” la prosecuzione del massacro in Libano).
L’Iran, più seriamente, prende atto della “svolta” ricordando che l’assenza dei negoziatori iraniani in Pakistan è stata dovuta al fatto che, “dopo l’intervento del Pakistan nella mediazione e la richiesta di cessate il fuoco avanzata dagli Stati Uniti, l’Iran ha accettato tale cessate il fuoco e i successivi negoziati volti a porre fine alla guerra sulla base del piano in dieci punti da esso presentato e accettato dagli Stati Uniti”.
La loro sintetica ricostruzione dei vari passaggi corrisponde peraltro ai fatti: “il Pakistan aveva annunciato esplicitamente l’accettazione di questo quadro da parte degli americani. Ma subito dopo, nei giorni successivi, la parte americana ha iniziato a violare gli impegni presi”.
In particolare, “si è inizialmente rifiutata di imporre agli israeliani un cessate il fuoco in Libano, e questa mossa ha creato seri ostacoli nei negoziati per diversi giorni”.
Inoltre, “già nel primo round di negoziati a Islamabad, gli americani hanno avanzato numerose richieste eccessive che di fatto violavano i principi iniziali del dialogo, e questo ha portato a una situazione di stallo totale nel primo ciclo di negoziati”.
Poi il contro-blocco dello Stretto di Hormuz proprio quando Teheran decideva di sospendere il proprio, l’attacco ad una nave civile portacontainer con merci cinesi e la cattura dell’equipaggio, ecc.
La proposta è insomma sempre la stessa, è sul tavolo Usa da quindici giorni. Quando decideranno di voler cominciare a discuterne seriamente, si potrà procedere. Senza sbrasate da cowboy, anche se proprio quelle sembrano l’ultima trincea di un’amministrazione perennemente in bilico tra la tragedia e la farsa.
Ma va naturalmente bene la seconda.
Certo, il resto del Mondo farà finta di crederci, le borse prenderanno un gigantesco respiro di sollievo. Ma l’egemonia Usa si dimostra decisamente slabbrata, ormai. E tutti cominceranno a farci diversamente i conti.
Fonte
Presentazione
Analisi, opinioni, fatti e (più di rado) arte da una prospettiva di classe.
22/04/2026
21/04/2026
L’impotenza arrogante di Washington
Se li conosci, li eviti. O quanto meno, fai verifiche triple prima di accettare un incontro...
Sembra questo, al momento, l’atteggiamento del vertice iraniano verso i colloqui con gli Stati Uniti ad Islamabad.
A seguire le agenzie di Teheran la diffidenza si taglia con il coltello. Per quanto la delegazione Usa, capitanata dal vicepresidente J.D. Vance, sia data per già partita alla volta del Pakistan, con i media Usa che danno come certa la partecipazione del presidente del parlamento pakistano Ghalibaf, non c’è per ora alcuna conferma ufficiale.
A meno di non voler prendere come tale l’annuncio dell’agenzia Tasnim che sposta però la data a giovedì – in coincidenza con l’incontro tra Libano e Israele a Washington, a ribadire il legame organico tra i due fronti di guerra.
A irrobustire la diffidenza sarebbero arrivate anche informazioni da Mosca che invitano l’Iran a prendere sul serio la possibilità di una “messa in scena mediatica” e di uno scenario di “inganno” da parte del nemico per spianare la strada a una nuova ondata di attacchi. Sarebbe la quarta volta che “il dialogo” viene interrotto dai bombardamenti, e la delegazione trattante – ovviamente composta da dirigenti di peso – rischierebbe di trovarsi esposta ai pruriti omicidi degli israeliani (specialisti nel tentare di uccidere la controparte al tavolo delle trattative).
Sul terreno – meglio, sul mare – lo stop and go prosegue. Due giorni fa la flotta statunitense ha colpito una nave portacontainer iraniana nell’Oceano Indiano, violando il cessate il fuoco che scade stasera, nel chiaro intento di dimostrare che si tratta alle condizioni di Washington, con la pistola puntata ala tempia, oppure “cadranno bombe” (secondo il solito Trump style).
Stamattina, invece, una petroliera di Teheran è transitata senza problemi, forse perché chi deve scommettere in borsa sulle oscillazioni provocate dalla Casa Bianca aveva bisogno che i titoli tornassero su.
Andar dietro ai singoli episodi, in definitiva, non fornisce una visione chiara. Anzi.
La sintesi migliore della situazione strategica, al momento, resta quella fornita da quella vecchia canaglia di Ian Bremmer, fondatore e capo dell’Eurasia Group: “Trump è in un vicolo cieco, l’unica cosa che può fare è scegliere il danno minore: dichiarare vittoria e chiuderla qui”. Lo stiamo del resto scrivendo da almeno un mese...
La superiorità militare statunitense e israeliana si è rivelata meno straripante del previsto. E la voglia di Tel Aviv di usare l’atomica (questo e non altro significava “potremmo cancellare una civiltà in una notte”) avrebbe proiettato il Mondo intero in una situazione senza via d’uscita.
È trasparente, infatti, che l’unico vero interesse statunitense per attaccare l’Iran è disgregare la catena di relazioni che si sono andate cementando nei Brics intorno a Russia e Cina, mentre queste due superpotenze nucleari stanno operando il più sottotraccia possibile per contenere la corsa verso il baratro.
Israele ha altri interessi, completamente folli e incompatibili con gli equilibri mondiali esistenti, ma perseguiti tenacemente e apparentemente raggiungibili finché gli Stati Uniti partecipano alla fetida “coalizione Epstein”. Per Tel Aviv, esplicitamente, “il lavoro sull’Iran non è finito”, una trattativa vera, per una pace vera e duratura, sarebbe mortale.
La potenza Usa è insomma relativamente impotente, pressata da ogni lato per una conclusione rapidissima del conflitto che sta gettando l’intero Pianeta nella crisi economica, nella scarsità di carburanti, nell’inflazione e in ormai prevedibili proteste di massa fin dentro il cuore dell’impero. Non c’è un solo Paese che approvi questa guerra, ed anche il blocco elettorale che ha portato Trump di nuovo alla Casa Bianca si va sfaldando.
Nulla ha funzionato come previsto ormai due mesi fa, e non c’è un piano di riserva. Il consiglio di Bremmer è scontato e al tempo stesso difficilissimo da seguire. Sarebbe servita almeno una “vittoria” visibile. Ma non c’è stata. Anche l’uccisione di Ali Khamenei è stata svuotata dalla scelta del figlio Mojtaba come successore.
Così la potenza impotente si sfoga in un’orgia di tweet bipolari che annunciano esiti opposti più volte al giorno e in un’impostazione della diplomazia alla Quentin Tarantino, con pistole e stivali sul tavolo. E un avversario più freddo, che aspetta il momento giusto per sedersi, quando il tavolo sarà ripulito.
Arroganza concentrata nelle parole, impotenza dimostrata nei fatti. Manca solo la presa d’atto del prigioniero del suo stesso gioco. Ma non è affatto detto che avvenga. Né che sia pacifica...
Fonte
Sembra questo, al momento, l’atteggiamento del vertice iraniano verso i colloqui con gli Stati Uniti ad Islamabad.
A seguire le agenzie di Teheran la diffidenza si taglia con il coltello. Per quanto la delegazione Usa, capitanata dal vicepresidente J.D. Vance, sia data per già partita alla volta del Pakistan, con i media Usa che danno come certa la partecipazione del presidente del parlamento pakistano Ghalibaf, non c’è per ora alcuna conferma ufficiale.
A meno di non voler prendere come tale l’annuncio dell’agenzia Tasnim che sposta però la data a giovedì – in coincidenza con l’incontro tra Libano e Israele a Washington, a ribadire il legame organico tra i due fronti di guerra.
A irrobustire la diffidenza sarebbero arrivate anche informazioni da Mosca che invitano l’Iran a prendere sul serio la possibilità di una “messa in scena mediatica” e di uno scenario di “inganno” da parte del nemico per spianare la strada a una nuova ondata di attacchi. Sarebbe la quarta volta che “il dialogo” viene interrotto dai bombardamenti, e la delegazione trattante – ovviamente composta da dirigenti di peso – rischierebbe di trovarsi esposta ai pruriti omicidi degli israeliani (specialisti nel tentare di uccidere la controparte al tavolo delle trattative).
Sul terreno – meglio, sul mare – lo stop and go prosegue. Due giorni fa la flotta statunitense ha colpito una nave portacontainer iraniana nell’Oceano Indiano, violando il cessate il fuoco che scade stasera, nel chiaro intento di dimostrare che si tratta alle condizioni di Washington, con la pistola puntata ala tempia, oppure “cadranno bombe” (secondo il solito Trump style).
Stamattina, invece, una petroliera di Teheran è transitata senza problemi, forse perché chi deve scommettere in borsa sulle oscillazioni provocate dalla Casa Bianca aveva bisogno che i titoli tornassero su.
Andar dietro ai singoli episodi, in definitiva, non fornisce una visione chiara. Anzi.
La sintesi migliore della situazione strategica, al momento, resta quella fornita da quella vecchia canaglia di Ian Bremmer, fondatore e capo dell’Eurasia Group: “Trump è in un vicolo cieco, l’unica cosa che può fare è scegliere il danno minore: dichiarare vittoria e chiuderla qui”. Lo stiamo del resto scrivendo da almeno un mese...
La superiorità militare statunitense e israeliana si è rivelata meno straripante del previsto. E la voglia di Tel Aviv di usare l’atomica (questo e non altro significava “potremmo cancellare una civiltà in una notte”) avrebbe proiettato il Mondo intero in una situazione senza via d’uscita.
È trasparente, infatti, che l’unico vero interesse statunitense per attaccare l’Iran è disgregare la catena di relazioni che si sono andate cementando nei Brics intorno a Russia e Cina, mentre queste due superpotenze nucleari stanno operando il più sottotraccia possibile per contenere la corsa verso il baratro.
Israele ha altri interessi, completamente folli e incompatibili con gli equilibri mondiali esistenti, ma perseguiti tenacemente e apparentemente raggiungibili finché gli Stati Uniti partecipano alla fetida “coalizione Epstein”. Per Tel Aviv, esplicitamente, “il lavoro sull’Iran non è finito”, una trattativa vera, per una pace vera e duratura, sarebbe mortale.
La potenza Usa è insomma relativamente impotente, pressata da ogni lato per una conclusione rapidissima del conflitto che sta gettando l’intero Pianeta nella crisi economica, nella scarsità di carburanti, nell’inflazione e in ormai prevedibili proteste di massa fin dentro il cuore dell’impero. Non c’è un solo Paese che approvi questa guerra, ed anche il blocco elettorale che ha portato Trump di nuovo alla Casa Bianca si va sfaldando.
Nulla ha funzionato come previsto ormai due mesi fa, e non c’è un piano di riserva. Il consiglio di Bremmer è scontato e al tempo stesso difficilissimo da seguire. Sarebbe servita almeno una “vittoria” visibile. Ma non c’è stata. Anche l’uccisione di Ali Khamenei è stata svuotata dalla scelta del figlio Mojtaba come successore.
Così la potenza impotente si sfoga in un’orgia di tweet bipolari che annunciano esiti opposti più volte al giorno e in un’impostazione della diplomazia alla Quentin Tarantino, con pistole e stivali sul tavolo. E un avversario più freddo, che aspetta il momento giusto per sedersi, quando il tavolo sarà ripulito.
Arroganza concentrata nelle parole, impotenza dimostrata nei fatti. Manca solo la presa d’atto del prigioniero del suo stesso gioco. Ma non è affatto detto che avvenga. Né che sia pacifica...
Fonte
Con l’ONU o senza. La missione dei “Volenterosi” a Hormuz è un atto di guerra
Le parole che Crosetto ha affidato al quotidiano panarabo Asharq Al-Awsat e al Corriere della Sera mettono in chiaro l’avventurismo bellicista dei “Volenterosi”, nel tentativo spasmodico di contare qualcosa in uno scenario internazionale in cui le potenze del Vecchio Continente hanno dimostrato di contare poco o nulla, diventando tuttavia bersagli per la complicità strutturale con l’imperialismo statunitense.
Dopo il vertice di Parigi, il titolare della Difesa ha delineato i contorni tecnici dell’eventuale impegno italiano. Da venti giorni, due navi cacciamine sono in stato di pre-allerta. Sarebbe questo l’apporto italiano alla missione che dovrebbe essere finalizzata a garantire la libertà di navigazione nello Stretto di Hormuz. Ad una condizione operativa imprescindibile: solo quando ci “sarà una tregua e quando saranno finite le ostilità”.
Innanzitutto, qualcuno dovrebbe spiegare al ministro che una tregua non è una pace, ma lasciamo da parte le sottigliezze lessicali. L’Italia, ribadisce Crosetto citando addirittura la Costituzione, non entrerà in guerra, ma interverrà con altri partner per un’operazione di sicurezza marittima. E per qualsiasi azione il governo passerà dalle Camere, ha assicurato, ma ha anche aggiunto: “non penso che, davanti a una missione internazionale, il Parlamento possa fare distinguo”.
Ed è qui che c’è l’inganno. Non solo perché Crosetto sta invocando una sorta di unità nazionale da tempi di guerra, nonostante le varie rassicurazioni, ma perché il nodo del contendere è proprio la legittimità che potrebbe avere un’operazione del genere. Perché solo un mandato dell’ONU ne avrebbe i crismi, ma il ministro della Difesa ha detto che sono pronti a portarla avanti, con o senza le Nazioni Unite.
“Se l’Onu per caso fosse bloccato, se porto 42 Paesi o 32 o 48 Paesi a fare una missione internazionale, il diritto internazionale è ampiamente garantito”. Purtroppo, un’affermazione del genere può essere considerata sensata solo da un rappresentante del governo di cui il responsabile degli Esteri ha detto chiaro e tondo che il diritto internazionale vale solo “fino a un certo punto”.
Mettiamo in chiaro un paio di elementi preliminari. Secondo la Convenzione delle Nazioni Unite sul diritto del mare, le navi godono del diritto di transito inoffensivo e non può esserne ostacolato il passaggio. Secondo alcuni analisti, la rimozione di mine per garantire questo transito è considerata un’operazione tecnica di sicurezza, non necessariamente un atto di guerra.
Però, parliamo di mine poste nello Stretto per impedire le operazioni militari della “coalizione Epstein”, che ha aggredito l'Iran contro ogni norma del diritto internazionale. Giustamente, Teheran ricorda che l‘uso della forza senza mandato ONU è illegale, ma che nel suo caso si tratta della legittima difesa, indicata dall’articolo 51 della Carta delle Nazioni Unite.
Insomma, quelle mine sono lì per difendersi da un’aggressione illegale, e pensare di poter arrivare e toglierle rivendicando un’operazione tecnica sa di presa per i fondelli, se non di diretta complicità nell’escalation bellica promossa da USA e Israele. Certo, ci possono essere sfumature sull’interpretazione del diritto internazionale, ma proprio per quello esiste un organismo multilaterale come l’ONU: per dare una legittimazione, teoricamente riconosciuta da tutti i membri, a interventi su dossier delicati come questo.
Dire che semplicemente basta mettere insieme un numero di paesi significativo (quale sia questo numero non è scritto da nessuna parte) per dire che si tratta di una forza multilaterale di pace, come ha fatto Crosetto, significa promuovere un approccio di multilateralismo selettivo che ha caratterizzato, ad esempio, l’amministrazione Biden, ed esprime il carattere critico di quello che viene definito Rule-Based Order: un sistema in cui le regole vengono rispettate solo se coincidono con gli interessi occidentali. Parola del primo ministro canadese.
C’è poi il nodo storico. Crosetto non può vendere al resto del Mondo l’idea che si possa portare avanti un’operazione del genere anche senza mandato ONU, perché senza mandato sono state portate avanti alcune delle aggressioni più devastanti concepite e attuate dalla NATO. Basti pensare alla Serbia nel 1999 e poi all’Iraq nel 2003. La delegittimazione dell’ONU e del suo ruolo in quanto garante del diritto internazionale è stata operata dall’Occidente, e ora Crosetto e la UE non se lo possono intestare.
In maniera strumentale, proprio sulla pretesa di essere i tutori del diritto internazionale, le capitali europee vogliono tentare di assumere un profilo autonomo nella diplomazia internazionale, in relazione all’attuale crisi. Eppure, ancora una volta, l’unico strumento che trovano è quello dell’interventismo militare. Non è un caso che per inserirsi nella questione dello Stretto, Crosetto abbia accennato alla possibilità di promuovere un’estensione della missione europea Aspides, attualmente attiva nel Mar Rosso.
Anche questo è un nodo non facile da sciogliere. Un allargamento del raggio d’azione di Aspides verso il Golfo Persico richiederebbe l’unanimità dei 27 stati membri e nuove regole d’ingaggio. E comunque rappresenterebbe un estensione dell’orizzonte militare della UE, parte integrante della proiezione sul Mediterraneo Allargato, considerato come un settore strategico da Bruxelles. In sostanza, si tratterebbe di un’ulteriore azione imperialista, che non può certo essere vista come “missione di pace” da Teheran.
Ma forse il principale nemico di questo avventurismo bellico potrebbe essere Trump. Crosetto minimizza le tensioni del governo con The Donald, dicendo che qualcuno gli spiegherà “le regole di ingaggio” dell’ipotetica rinnovata missione Aspides. Ma alla Casa Bianca potrebbero considerarla come una dimostrazione di eccessiva autonomia degli “alleati/vassalli”, proprio nel momento in cui il tycoon ha messo sotto osservazione la funzionalità della NATO.
Infine, bisogna mettere bene in chiaro una cosa: quello che propongono i “Volenterosi” è invischiarsi direttamente in una guerra, anzi in un’aggressione imperialista. Su questo terreno è necessario promuovere agitazione e mobilitazione, dal punto di vista di un’alternativa sistemica, di rottura con la tendenza alla guerra dell’imperialismo. Crosetto ha imbellettato l’entrata diretta nel conflitto, e noi dobbiamo opporgli una strenua resistenza antimperialista e contro la guerra.
Fonte
Dopo il vertice di Parigi, il titolare della Difesa ha delineato i contorni tecnici dell’eventuale impegno italiano. Da venti giorni, due navi cacciamine sono in stato di pre-allerta. Sarebbe questo l’apporto italiano alla missione che dovrebbe essere finalizzata a garantire la libertà di navigazione nello Stretto di Hormuz. Ad una condizione operativa imprescindibile: solo quando ci “sarà una tregua e quando saranno finite le ostilità”.
Innanzitutto, qualcuno dovrebbe spiegare al ministro che una tregua non è una pace, ma lasciamo da parte le sottigliezze lessicali. L’Italia, ribadisce Crosetto citando addirittura la Costituzione, non entrerà in guerra, ma interverrà con altri partner per un’operazione di sicurezza marittima. E per qualsiasi azione il governo passerà dalle Camere, ha assicurato, ma ha anche aggiunto: “non penso che, davanti a una missione internazionale, il Parlamento possa fare distinguo”.
Ed è qui che c’è l’inganno. Non solo perché Crosetto sta invocando una sorta di unità nazionale da tempi di guerra, nonostante le varie rassicurazioni, ma perché il nodo del contendere è proprio la legittimità che potrebbe avere un’operazione del genere. Perché solo un mandato dell’ONU ne avrebbe i crismi, ma il ministro della Difesa ha detto che sono pronti a portarla avanti, con o senza le Nazioni Unite.
“Se l’Onu per caso fosse bloccato, se porto 42 Paesi o 32 o 48 Paesi a fare una missione internazionale, il diritto internazionale è ampiamente garantito”. Purtroppo, un’affermazione del genere può essere considerata sensata solo da un rappresentante del governo di cui il responsabile degli Esteri ha detto chiaro e tondo che il diritto internazionale vale solo “fino a un certo punto”.
Mettiamo in chiaro un paio di elementi preliminari. Secondo la Convenzione delle Nazioni Unite sul diritto del mare, le navi godono del diritto di transito inoffensivo e non può esserne ostacolato il passaggio. Secondo alcuni analisti, la rimozione di mine per garantire questo transito è considerata un’operazione tecnica di sicurezza, non necessariamente un atto di guerra.
Però, parliamo di mine poste nello Stretto per impedire le operazioni militari della “coalizione Epstein”, che ha aggredito l'Iran contro ogni norma del diritto internazionale. Giustamente, Teheran ricorda che l‘uso della forza senza mandato ONU è illegale, ma che nel suo caso si tratta della legittima difesa, indicata dall’articolo 51 della Carta delle Nazioni Unite.
Insomma, quelle mine sono lì per difendersi da un’aggressione illegale, e pensare di poter arrivare e toglierle rivendicando un’operazione tecnica sa di presa per i fondelli, se non di diretta complicità nell’escalation bellica promossa da USA e Israele. Certo, ci possono essere sfumature sull’interpretazione del diritto internazionale, ma proprio per quello esiste un organismo multilaterale come l’ONU: per dare una legittimazione, teoricamente riconosciuta da tutti i membri, a interventi su dossier delicati come questo.
Dire che semplicemente basta mettere insieme un numero di paesi significativo (quale sia questo numero non è scritto da nessuna parte) per dire che si tratta di una forza multilaterale di pace, come ha fatto Crosetto, significa promuovere un approccio di multilateralismo selettivo che ha caratterizzato, ad esempio, l’amministrazione Biden, ed esprime il carattere critico di quello che viene definito Rule-Based Order: un sistema in cui le regole vengono rispettate solo se coincidono con gli interessi occidentali. Parola del primo ministro canadese.
C’è poi il nodo storico. Crosetto non può vendere al resto del Mondo l’idea che si possa portare avanti un’operazione del genere anche senza mandato ONU, perché senza mandato sono state portate avanti alcune delle aggressioni più devastanti concepite e attuate dalla NATO. Basti pensare alla Serbia nel 1999 e poi all’Iraq nel 2003. La delegittimazione dell’ONU e del suo ruolo in quanto garante del diritto internazionale è stata operata dall’Occidente, e ora Crosetto e la UE non se lo possono intestare.
In maniera strumentale, proprio sulla pretesa di essere i tutori del diritto internazionale, le capitali europee vogliono tentare di assumere un profilo autonomo nella diplomazia internazionale, in relazione all’attuale crisi. Eppure, ancora una volta, l’unico strumento che trovano è quello dell’interventismo militare. Non è un caso che per inserirsi nella questione dello Stretto, Crosetto abbia accennato alla possibilità di promuovere un’estensione della missione europea Aspides, attualmente attiva nel Mar Rosso.
Anche questo è un nodo non facile da sciogliere. Un allargamento del raggio d’azione di Aspides verso il Golfo Persico richiederebbe l’unanimità dei 27 stati membri e nuove regole d’ingaggio. E comunque rappresenterebbe un estensione dell’orizzonte militare della UE, parte integrante della proiezione sul Mediterraneo Allargato, considerato come un settore strategico da Bruxelles. In sostanza, si tratterebbe di un’ulteriore azione imperialista, che non può certo essere vista come “missione di pace” da Teheran.
Ma forse il principale nemico di questo avventurismo bellico potrebbe essere Trump. Crosetto minimizza le tensioni del governo con The Donald, dicendo che qualcuno gli spiegherà “le regole di ingaggio” dell’ipotetica rinnovata missione Aspides. Ma alla Casa Bianca potrebbero considerarla come una dimostrazione di eccessiva autonomia degli “alleati/vassalli”, proprio nel momento in cui il tycoon ha messo sotto osservazione la funzionalità della NATO.
Infine, bisogna mettere bene in chiaro una cosa: quello che propongono i “Volenterosi” è invischiarsi direttamente in una guerra, anzi in un’aggressione imperialista. Su questo terreno è necessario promuovere agitazione e mobilitazione, dal punto di vista di un’alternativa sistemica, di rottura con la tendenza alla guerra dell’imperialismo. Crosetto ha imbellettato l’entrata diretta nel conflitto, e noi dobbiamo opporgli una strenua resistenza antimperialista e contro la guerra.
Fonte
I servizi segreti “sul mercato”. La privatizzazione dello spionaggio
Ci risiamo. È in corso una nuova inchiesta su ambienti ed ex dirigenti dei servizi segreti che si sono “messi sul mercato” vendendo ai privati le loro conoscenze, attività e strumenti di spionaggio.
Questa volta a finire nel mirino della magistratura è Giuseppe Del Deo, ex numero due dell’Aisi (i servizi segreti sul fronte interno, ndr) ed ex dirigente del reparto economico-finanziario dei servizi.
L’accusa è quella di uso “non istituzionale” delle informazioni riservate acquisite attraverso gli apparati. Risulta indagato per accesso abusivo ai sistemi informatici e peculato; in concorso, per questo secondo reato, con l’imprenditore Carmine Saladino, già presidente di una società pagata dal servizio e inquisito a sua volta per una frode legata ad altri presunti guadagni indebiti.
Le accuse formulate dai magistrati sono piuttosto numerose : “associazione per delinquere”, “rivelazione ed utilizzazione di segreti di ufficio”, “accesso abusivo ad un sistema informatico o telematico”, “intercettazione, impedimento o interruzione illecita di comunicazioni informatiche o telematiche”, “calunnia”, “rivelazione di segreti di Stato”, “corruzione per un atto contrario ai doveri d’ufficio”, “falsità materiale commessa dal privato”, “falsità materiale commessa dal pubblico ufficiale in atti pubblici”, “falsificazione, alterazione o soppressione del contenuto di comunicazioni informatiche o telematiche”, “corruzione per l’esercizio della funzione”, “false dichiarazioni al difensore”, “falsità in documenti informatici” e violazioni del Testo Unico delle Leggi di Pubblica Sicurezza con riferimento all’esercizio dell’attività degli apparati investigativi.
L’inchiesta vede implicati anche degli imprenditori che – tramite l’ex dirigente sei servizi segreti – nel 2023, si sarebbero appropriati di fondi dell’Aisi per alcuni milioni di euro destinati a saldare un contratto di fornitura, di fatto mai eseguito, stipulato tra l’Agenzia e una società operante nel settore della produzione di sistemi software e hardware.
Dunque ancora una volta emerge un connubio insano tra gli apparati di sicurezza dello Stato e imprese private.
Nella nuova inchiesta viene messo nel mirino l’intreccio tra gli appalti dell’Aisi e una società dell’imprenditore Carmine Saladino (la Matic Mind) a cui tra il 2022 e il 2024 l’Agenzia avrebbe assegnato commesse dirette per oltre 39 milioni di euro per la fornitura di jammer, software di riconoscimento facciale, impianti di videosorveglianza.
C’è poi un secondo filone di indagine sugli spionaggi illeciti condotti dalla famigerata “Squadra Fiore” di Roma che coinvolge l’ex vicedirettore del Dis (Dipartimento delle informazioni sulla sicurezza) Giuseppe Del Deo ma anche Samuele Calamucci, l’hacker legato ad un’altra nota società di spionaggio – milanese in questo caso – la Equalize, società finita sotto inchiesta della procura di Milano per casi di spionaggio per conto e a danno di privati.
Calamucci venne arrestato nell’inchiesta milanese e le sue dichiarazioni sulla romana “Squadra Fiore” adesso sono analizzate per gli opportuni riscontri dei magistrati della Procura di Roma, che indagano sulla possibile esistenza di una rete parallela a quella già smantellata in Lombardia.
“Dalle inchieste su Equalize alla rete clandestina “Squadra Fiore” riemerge un sistema opaco fatto di dossieraggi, appalti miliardari, spionaggio illecito e collusioni tra apparati dello Stato e interessi privati, mentre il controllo democratico sui servizi segreti continua a restare una finzione” scrive un attento osservatore come Turi Palidda su Osservatorio Repressione. “Le indagini sul caso “Equalize” e ora sul “gruppo clandestino Squadra Fiore” – una volta tanto – stanno scoprendo un po’ di altarini criminali dei servizi segreti e di alcune frange delle polizie in combutta con imprenditori e altri “esperti””.
Ma Del Deo, una sorta di “via libera” a mettersi sul mercato con i privati l’aveva ricevuta dall’alto.
La giornalista investigativa Stefania Limiti segnala che ad agosto del 2024 la premier Meloni aveva nominato Giuseppe Del Deo vicedirettore del DIS ma poi, solo un anno dopo, il dirigente dei servizi segreti era stato “prepensionato” (a 51 anni) con un provvedimento che ha introdotto il cosiddetto ‘comma Del Deo’, un comma che consente agli ex dirigenti sei servizi segreti di lavorare immediatamente con soggetti privati. Per varare questo meccanismo sono state modificate ad esempio le regole di incompatibilità, permettendo così agli ex vertici dei Servizi di poter collaborare con realtà private, italiane o estere, subito dopo le dimissioni.
Del Deo aveva la responsabilità di negoziare con le aziende pagate dall’Agenzia per i servizi forniti, operando sul conto corrente intestato alla presidenza del Consiglio.
Anche in questa indagine sta emergendo un vero e proprio verminaio di spionaggio, dossieraggi, interessi privati e soggetti legati ai servizi segreti. Come noto il mercato delle informazioni riservate oltre che inquietante è assai redditizio.
“Non si tratta più soltanto di verificare responsabilità individuali ma di prendere atto dell’esistenza di un sistema strutturato di accesso e utilizzo illecito delle informazioni contenute nei database pubblici” sottolinea Mario Turla su Altraeconomia.
“Secondo gli inquirenti non siamo di fronte a episodi isolati ma a una vera e propria “industria del dato riservato”, capace di operare su larga scala grazie a una combinazione di relazioni, competenze e soprattutto domanda. Una domanda che proviene da segmenti rilevanti del mondo economico e professionale”.
Fonte
Questa volta a finire nel mirino della magistratura è Giuseppe Del Deo, ex numero due dell’Aisi (i servizi segreti sul fronte interno, ndr) ed ex dirigente del reparto economico-finanziario dei servizi.
L’accusa è quella di uso “non istituzionale” delle informazioni riservate acquisite attraverso gli apparati. Risulta indagato per accesso abusivo ai sistemi informatici e peculato; in concorso, per questo secondo reato, con l’imprenditore Carmine Saladino, già presidente di una società pagata dal servizio e inquisito a sua volta per una frode legata ad altri presunti guadagni indebiti.
Le accuse formulate dai magistrati sono piuttosto numerose : “associazione per delinquere”, “rivelazione ed utilizzazione di segreti di ufficio”, “accesso abusivo ad un sistema informatico o telematico”, “intercettazione, impedimento o interruzione illecita di comunicazioni informatiche o telematiche”, “calunnia”, “rivelazione di segreti di Stato”, “corruzione per un atto contrario ai doveri d’ufficio”, “falsità materiale commessa dal privato”, “falsità materiale commessa dal pubblico ufficiale in atti pubblici”, “falsificazione, alterazione o soppressione del contenuto di comunicazioni informatiche o telematiche”, “corruzione per l’esercizio della funzione”, “false dichiarazioni al difensore”, “falsità in documenti informatici” e violazioni del Testo Unico delle Leggi di Pubblica Sicurezza con riferimento all’esercizio dell’attività degli apparati investigativi.
L’inchiesta vede implicati anche degli imprenditori che – tramite l’ex dirigente sei servizi segreti – nel 2023, si sarebbero appropriati di fondi dell’Aisi per alcuni milioni di euro destinati a saldare un contratto di fornitura, di fatto mai eseguito, stipulato tra l’Agenzia e una società operante nel settore della produzione di sistemi software e hardware.
Dunque ancora una volta emerge un connubio insano tra gli apparati di sicurezza dello Stato e imprese private.
Nella nuova inchiesta viene messo nel mirino l’intreccio tra gli appalti dell’Aisi e una società dell’imprenditore Carmine Saladino (la Matic Mind) a cui tra il 2022 e il 2024 l’Agenzia avrebbe assegnato commesse dirette per oltre 39 milioni di euro per la fornitura di jammer, software di riconoscimento facciale, impianti di videosorveglianza.
C’è poi un secondo filone di indagine sugli spionaggi illeciti condotti dalla famigerata “Squadra Fiore” di Roma che coinvolge l’ex vicedirettore del Dis (Dipartimento delle informazioni sulla sicurezza) Giuseppe Del Deo ma anche Samuele Calamucci, l’hacker legato ad un’altra nota società di spionaggio – milanese in questo caso – la Equalize, società finita sotto inchiesta della procura di Milano per casi di spionaggio per conto e a danno di privati.
Calamucci venne arrestato nell’inchiesta milanese e le sue dichiarazioni sulla romana “Squadra Fiore” adesso sono analizzate per gli opportuni riscontri dei magistrati della Procura di Roma, che indagano sulla possibile esistenza di una rete parallela a quella già smantellata in Lombardia.
“Dalle inchieste su Equalize alla rete clandestina “Squadra Fiore” riemerge un sistema opaco fatto di dossieraggi, appalti miliardari, spionaggio illecito e collusioni tra apparati dello Stato e interessi privati, mentre il controllo democratico sui servizi segreti continua a restare una finzione” scrive un attento osservatore come Turi Palidda su Osservatorio Repressione. “Le indagini sul caso “Equalize” e ora sul “gruppo clandestino Squadra Fiore” – una volta tanto – stanno scoprendo un po’ di altarini criminali dei servizi segreti e di alcune frange delle polizie in combutta con imprenditori e altri “esperti””.
Ma Del Deo, una sorta di “via libera” a mettersi sul mercato con i privati l’aveva ricevuta dall’alto.
La giornalista investigativa Stefania Limiti segnala che ad agosto del 2024 la premier Meloni aveva nominato Giuseppe Del Deo vicedirettore del DIS ma poi, solo un anno dopo, il dirigente dei servizi segreti era stato “prepensionato” (a 51 anni) con un provvedimento che ha introdotto il cosiddetto ‘comma Del Deo’, un comma che consente agli ex dirigenti sei servizi segreti di lavorare immediatamente con soggetti privati. Per varare questo meccanismo sono state modificate ad esempio le regole di incompatibilità, permettendo così agli ex vertici dei Servizi di poter collaborare con realtà private, italiane o estere, subito dopo le dimissioni.
Del Deo aveva la responsabilità di negoziare con le aziende pagate dall’Agenzia per i servizi forniti, operando sul conto corrente intestato alla presidenza del Consiglio.
Anche in questa indagine sta emergendo un vero e proprio verminaio di spionaggio, dossieraggi, interessi privati e soggetti legati ai servizi segreti. Come noto il mercato delle informazioni riservate oltre che inquietante è assai redditizio.
“Non si tratta più soltanto di verificare responsabilità individuali ma di prendere atto dell’esistenza di un sistema strutturato di accesso e utilizzo illecito delle informazioni contenute nei database pubblici” sottolinea Mario Turla su Altraeconomia.
“Secondo gli inquirenti non siamo di fronte a episodi isolati ma a una vera e propria “industria del dato riservato”, capace di operare su larga scala grazie a una combinazione di relazioni, competenze e soprattutto domanda. Una domanda che proviene da segmenti rilevanti del mondo economico e professionale”.
Fonte
La fusione tra FiberCop e Open Fiber potrebbe salvare i fondi ma gravare sui lavoratori
La proposta di fusione tra FiberCop e Open Fiber, sostenuta dal Governo italiano nell’ambito del progetto della rete unica nazionale in fibra ottica, viene delineata come una decisione strategica per il Paese. Gli obiettivi principali includono la razionalizzazione degli investimenti, l’accelerazione nella diffusione della tecnologia FTTH e il pieno rispetto dei target previsti dal PNRR.
A distanza di anni dall’avvio del dibattito, tuttavia, e nonostante il ruolo centrale attribuito a questa operazione, la fusione non è ancora stata formalizzata e continua a muoversi in un perimetro opaco, segnato da interessi finanziari contrapposti e da un intervento pubblico privo di una chiara visione industriale.
È necessario dirlo con chiarezza: non si tratta di un progetto di sviluppo strutturale del sistema Paese, ma di un’operazione prevalentemente finalizzata alla gestione di un peso debitorio rilevantissimo.
La cosiddetta rete unica si sviluppa all’interno di un contesto che comprende sia FiberCop che Open Fiber, con debiti complessivi pari a circa 18 miliardi di euro (secondo i dati ufficiali 2025, pubblicati tra marzo e aprile 2026). Questa situazione influisce su obiettivi, tempistiche e priorità. L’interesse pubblico, la qualità del servizio, la coesione territoriale e l’impatto sociale finiscono per essere aspetti secondari, se non addirittura trascurati.
La narrazione istituzionale insiste su concetti come “modernizzazione” e “razionalizzazione”, ma nei fatti l’operazione rischia di configurarsi come un intervento di salvataggio finanziario, nel quale lo Stato viene chiamato a svolgere il ruolo di garante ultimo della sostenibilità economica del progetto.
Si utilizza la leva pubblica per neutralizzare il rischio privato, senza che questo intervento sia accompagnato da una reale capacità di indirizzo, controllo e pianificazione.
In questo quadro, il rischio è evidente: lo Stato assume il ruolo di mediatore e finanziatore, ma rinuncia a esercitare una funzione pienamente strategica.
Non impone una governance pubblica forte, non definisce vincoli sociali e industriali stringenti, non costruisce una politica delle telecomunicazioni coerente con gli obiettivi di lungo periodo del Paese. Di fatto, si limita a certificare un equilibrio tra soggetti finanziari, utilizzando risorse pubbliche per contenere gli effetti di scelte industriali già compiute.
Il risultato è un modello ormai noto, che presenta conseguenze sistemiche rilevanti: quando il debito diventa l’asse portante delle grandi operazioni infrastrutturali, le variabili sociali e occupazionali vengono trattate come fattori di aggiustamento.
Il tema del lavoro, dell’occupazione stabile, delle competenze e delle filiere industriali viene sistematicamente espunto dal dibattito pubblico, sostituito da un confronto esclusivamente tecnico-finanziario su rating, autorizzazioni, equilibri regolatori e vincoli europei.
Questa impostazione solleva una questione politica centrale: può una infrastruttura strategica per la sovranità digitale del Paese essere governata dalla logica del debito e dagli interessi dei fondi finanziari?
Una rete costruita in questo modo non rafforza il sistema Paese.
Al contrario, lo rende più esposto, perché subordina una funzione essenziale – l’accesso alle reti di comunicazione – a equilibri finanziari instabili e a ritorni attesti nel breve periodo. Quando questi ritorni vengono meno, la risposta non è una revisione del modello, ma un’ulteriore compressione dei costi sociali e industriali.
Una vera rete nazionale dovrebbe poggiare su presupposti diversi:
- una governance pubblica reale, capace di indirizzo e controllo;
- una separazione netta dalla logica del debito come motore dell’infrastruttura;
- una visione industriale che consideri l’occupazione, le competenze e la qualità del lavoro come asset strategici, non come variabili residuali;
- una pianificazione che riduca i divari territoriali e non li aggravi.
La soluzione oggi in discussione va invece nella direzione opposta: stabilizzare un sistema indebitato, rinviando i nodi strutturali e trasferendo nel tempo i costi sull’economia reale e sul lavoro.
La digitalizzazione del Paese non può essere costruita su questo presupposto.
Non può diventare il veicolo attraverso cui si socializzano le perdite dopo aver privatizzato rendite e decisioni.
Se la rete unica nascerà in queste condizioni, non rafforzerà il sistema Paese: ne metterà in evidenza, ancora una volta, le fragilità strutturali.
Fonte
A distanza di anni dall’avvio del dibattito, tuttavia, e nonostante il ruolo centrale attribuito a questa operazione, la fusione non è ancora stata formalizzata e continua a muoversi in un perimetro opaco, segnato da interessi finanziari contrapposti e da un intervento pubblico privo di una chiara visione industriale.
È necessario dirlo con chiarezza: non si tratta di un progetto di sviluppo strutturale del sistema Paese, ma di un’operazione prevalentemente finalizzata alla gestione di un peso debitorio rilevantissimo.
La cosiddetta rete unica si sviluppa all’interno di un contesto che comprende sia FiberCop che Open Fiber, con debiti complessivi pari a circa 18 miliardi di euro (secondo i dati ufficiali 2025, pubblicati tra marzo e aprile 2026). Questa situazione influisce su obiettivi, tempistiche e priorità. L’interesse pubblico, la qualità del servizio, la coesione territoriale e l’impatto sociale finiscono per essere aspetti secondari, se non addirittura trascurati.
La narrazione istituzionale insiste su concetti come “modernizzazione” e “razionalizzazione”, ma nei fatti l’operazione rischia di configurarsi come un intervento di salvataggio finanziario, nel quale lo Stato viene chiamato a svolgere il ruolo di garante ultimo della sostenibilità economica del progetto.
Si utilizza la leva pubblica per neutralizzare il rischio privato, senza che questo intervento sia accompagnato da una reale capacità di indirizzo, controllo e pianificazione.
In questo quadro, il rischio è evidente: lo Stato assume il ruolo di mediatore e finanziatore, ma rinuncia a esercitare una funzione pienamente strategica.
Non impone una governance pubblica forte, non definisce vincoli sociali e industriali stringenti, non costruisce una politica delle telecomunicazioni coerente con gli obiettivi di lungo periodo del Paese. Di fatto, si limita a certificare un equilibrio tra soggetti finanziari, utilizzando risorse pubbliche per contenere gli effetti di scelte industriali già compiute.
Il risultato è un modello ormai noto, che presenta conseguenze sistemiche rilevanti: quando il debito diventa l’asse portante delle grandi operazioni infrastrutturali, le variabili sociali e occupazionali vengono trattate come fattori di aggiustamento.
Il tema del lavoro, dell’occupazione stabile, delle competenze e delle filiere industriali viene sistematicamente espunto dal dibattito pubblico, sostituito da un confronto esclusivamente tecnico-finanziario su rating, autorizzazioni, equilibri regolatori e vincoli europei.
Questa impostazione solleva una questione politica centrale: può una infrastruttura strategica per la sovranità digitale del Paese essere governata dalla logica del debito e dagli interessi dei fondi finanziari?
Una rete costruita in questo modo non rafforza il sistema Paese.
Al contrario, lo rende più esposto, perché subordina una funzione essenziale – l’accesso alle reti di comunicazione – a equilibri finanziari instabili e a ritorni attesti nel breve periodo. Quando questi ritorni vengono meno, la risposta non è una revisione del modello, ma un’ulteriore compressione dei costi sociali e industriali.
Una vera rete nazionale dovrebbe poggiare su presupposti diversi:
- una governance pubblica reale, capace di indirizzo e controllo;
- una separazione netta dalla logica del debito come motore dell’infrastruttura;
- una visione industriale che consideri l’occupazione, le competenze e la qualità del lavoro come asset strategici, non come variabili residuali;
- una pianificazione che riduca i divari territoriali e non li aggravi.
La soluzione oggi in discussione va invece nella direzione opposta: stabilizzare un sistema indebitato, rinviando i nodi strutturali e trasferendo nel tempo i costi sull’economia reale e sul lavoro.
La digitalizzazione del Paese non può essere costruita su questo presupposto.
Non può diventare il veicolo attraverso cui si socializzano le perdite dopo aver privatizzato rendite e decisioni.
Se la rete unica nascerà in queste condizioni, non rafforzerà il sistema Paese: ne metterà in evidenza, ancora una volta, le fragilità strutturali.
Fonte
Gran Bretagna - 12 università pagavano ex militari per sorvegliare studenti e docenti pro-Palestina
Almeno dodici università del Regno Unito hanno pagato una società di intelligence privata, gestita da ex ufficiali dei servizi segreti militari, per monitorare sistematicamente le attività di protesta di studenti e docenti. Al centro della sorveglianza, secondo quanto rivelato da un’indagine congiunta di Al Jazeera English e Liberty Investigates, ci sarebbero in particolare attivisti pro-Palestina.
La società in questione, la Horus Security Consultancy Limited, avrebbe ricevuto almeno 440.000 sterline (circa 530.000 euro) dal 2022 a oggi. Tra le istituzioni coinvolte figurano nomi di assoluto rilievo come l’Università di Oxford, l’Imperial College London, la University College London (UCL), la London School of Economics (LSE) e l’Università di Bristol.
Fondata nel 2006 da Jonathan Whiteley, ex tenente colonnello con 23 anni di esperienza nell’intelligence, la Horus nasce già come progetto interno al team di sicurezza del prestigioso ateneo di Oxford, e si avvale di figure di alto profilo militare, come il colonnello Tim Collins, che dal 2020 è diventato direttore della società madre.
Il profilo politico di Collins può essere facilmente dedotto dal fatto che ha pubblicamente affermato che le manifestazioni in solidarietà con la Palestina sono orchestrate dalla Russia e dall’Iran, e ha anche invitato a deportare fuori dal Regno Unito i manifestanti non britannici che, a suo avviso, “si comportano male”.
Horus offre un servizio chiamato “Insight”, che utilizza strumenti di intelligenza artificiale per setacciare una vasta gamma di fonti web e social media, producendo rapporti dettagliati sulla base delle richieste dei clienti. Le università hanno domandato un controllo sulle possibili attività di protesta che potevano coinvolgere i propri campus.
La sclerotizzazione repressiva e di profilazione ha raggiunto però livelli preoccupanti. Tra le figure controllate c’era Rabab Ibrahim Abdulhadi, accademica palestinese-statunitense di 70 anni, che nel 2023 era stata chiamata a intervenire alla Manchester Metropolitan University. L’ateneo ha commissionato a Horus una “valutazione della minaccia” sulla sua persona, e il rapporto di sei pagine che la società ha redatto citava accuse di antisemitismo già smentite da tribunali e università negli Stati Uniti.
La dottoranda della LSE Lizzie Hobbs è stata messa sotto sorveglianza e i suoi post su X riguardanti lo sgombero di un accampamento di protesta sono stati segnalati all’ufficio sicurezza dell’ateneo. Contattata da Al Jazeera, Hobbs ha detto: “sapevamo che l’università effettuava attività di sorveglianza, ma è scioccante vedere quanto sia sistematica”. L’Università di Bristol, per riportare ancora un ulteriore esempio, avrebbe essa stesso fornito alla Horus una lista specifica di gruppi da monitorare.
Persino l’ONU è arrivata ad esprimersi sulla vicenda. Gina Romero, relatrice speciale delle Nazioni Unite sulla libertà di riunione pacifica e di associazione, ha espresso profonda preoccupazione, anche dal punto di vista legale, per l’attività richiesta a Horus. Romero ha contattato vari studenti, e ha riscontrato che il “clima di terrore” instaurato ha provocato traumi psicologici e sta portando molti giovani ad abbandonare l’attivismo.
Molti atenei non hanno rilasciato commenti, mentre altri, come l’università di Sheffield e l’Imperial College, hanno difeso l’operato di Horus parlando di semplice monitoraggio preventivo necessario per garantire la sicurezza e la continuità delle attività universitarie. Sette università hanno addirittura rifiutato l’accesso agli atti richiesto da Al Jazeera e Liberty Investigates affermando che ciò avrebbe minato il modello di business di Horus.
Purtroppo, si osserva da tempo l’allargamento e l’irrigidimento di una forte ondata repressiva contro il movimento di solidarietà col popolo palestinese, intorno a cui sono cresciute una serie di altre critiche ai vari governi nazionali che hanno sostenuto l’economia del genocidio. La “Generazione Gaza” ha provocato smottamenti importanti in tutto l’Occidente, e la risposta è quella che, in questo caso, è esemplificata da Horus.
Fonte
La società in questione, la Horus Security Consultancy Limited, avrebbe ricevuto almeno 440.000 sterline (circa 530.000 euro) dal 2022 a oggi. Tra le istituzioni coinvolte figurano nomi di assoluto rilievo come l’Università di Oxford, l’Imperial College London, la University College London (UCL), la London School of Economics (LSE) e l’Università di Bristol.
Fondata nel 2006 da Jonathan Whiteley, ex tenente colonnello con 23 anni di esperienza nell’intelligence, la Horus nasce già come progetto interno al team di sicurezza del prestigioso ateneo di Oxford, e si avvale di figure di alto profilo militare, come il colonnello Tim Collins, che dal 2020 è diventato direttore della società madre.
Il profilo politico di Collins può essere facilmente dedotto dal fatto che ha pubblicamente affermato che le manifestazioni in solidarietà con la Palestina sono orchestrate dalla Russia e dall’Iran, e ha anche invitato a deportare fuori dal Regno Unito i manifestanti non britannici che, a suo avviso, “si comportano male”.
Horus offre un servizio chiamato “Insight”, che utilizza strumenti di intelligenza artificiale per setacciare una vasta gamma di fonti web e social media, producendo rapporti dettagliati sulla base delle richieste dei clienti. Le università hanno domandato un controllo sulle possibili attività di protesta che potevano coinvolgere i propri campus.
La sclerotizzazione repressiva e di profilazione ha raggiunto però livelli preoccupanti. Tra le figure controllate c’era Rabab Ibrahim Abdulhadi, accademica palestinese-statunitense di 70 anni, che nel 2023 era stata chiamata a intervenire alla Manchester Metropolitan University. L’ateneo ha commissionato a Horus una “valutazione della minaccia” sulla sua persona, e il rapporto di sei pagine che la società ha redatto citava accuse di antisemitismo già smentite da tribunali e università negli Stati Uniti.
La dottoranda della LSE Lizzie Hobbs è stata messa sotto sorveglianza e i suoi post su X riguardanti lo sgombero di un accampamento di protesta sono stati segnalati all’ufficio sicurezza dell’ateneo. Contattata da Al Jazeera, Hobbs ha detto: “sapevamo che l’università effettuava attività di sorveglianza, ma è scioccante vedere quanto sia sistematica”. L’Università di Bristol, per riportare ancora un ulteriore esempio, avrebbe essa stesso fornito alla Horus una lista specifica di gruppi da monitorare.
Persino l’ONU è arrivata ad esprimersi sulla vicenda. Gina Romero, relatrice speciale delle Nazioni Unite sulla libertà di riunione pacifica e di associazione, ha espresso profonda preoccupazione, anche dal punto di vista legale, per l’attività richiesta a Horus. Romero ha contattato vari studenti, e ha riscontrato che il “clima di terrore” instaurato ha provocato traumi psicologici e sta portando molti giovani ad abbandonare l’attivismo.
Molti atenei non hanno rilasciato commenti, mentre altri, come l’università di Sheffield e l’Imperial College, hanno difeso l’operato di Horus parlando di semplice monitoraggio preventivo necessario per garantire la sicurezza e la continuità delle attività universitarie. Sette università hanno addirittura rifiutato l’accesso agli atti richiesto da Al Jazeera e Liberty Investigates affermando che ciò avrebbe minato il modello di business di Horus.
Purtroppo, si osserva da tempo l’allargamento e l’irrigidimento di una forte ondata repressiva contro il movimento di solidarietà col popolo palestinese, intorno a cui sono cresciute una serie di altre critiche ai vari governi nazionali che hanno sostenuto l’economia del genocidio. La “Generazione Gaza” ha provocato smottamenti importanti in tutto l’Occidente, e la risposta è quella che, in questo caso, è esemplificata da Horus.
Fonte
L’Istat pubblica dati incompleti sulla violenza di genere. Emerge il verminaio sulle esternalizzazioni
Una grossa rogna è esplosa sulle rilevazioni statistiche dell’ISTAT e su come vengono rilevate le risposte sulle quali si eseguono poi le elaborazioni.
L’indagine sulla violenza di genere in Italia prodotta da ISTAT a novembre 2025 è stata pubblicata in maniera parziale escludendo i dati sulle donne migranti. Stando a quanto dichiara, infatti, la società in appalto CSA Research incaricata dell’indagine, ha fornito questionari falsificati proprio legati alle donne migranti.
Le irregolarità sono state segnalate e verificate, portando l’Istat a sanzionare pesantemente Csa Research, azienda che ha in appalto diverse rilevazioni dell’Istituto nazionale di statistica. La società ha respinto le accuse e presentato delle controdeduzioni che, secondo quanto appreso da Fanpage.it, non sono state ritenute sufficienti. E l’Istat avrebbe quindi deciso di mantenere la sanzione.
L’ISTAT dichiara, inoltre, che la società a cui è stata appaltata l’indagine sulla violenza di genere in Italia è stata multata, ma la stessa società ha appalti per altre indagini, a causa della falsificazione proprio delle condizioni di lavoro e salario riservate a lavoratrici e lavoratori incaricati di svolgere l’indagine. Infatti il questionario per le donne migranti può essere somministrato solo in forma cartacea, idealmente per superare le barriere linguistiche.
“Quanto accaduto non riguarda “solamente” l’affidabilità di Istat ma un ulteriore lontananza dello Stato dai reali problemi e necessità che riguardano tutte e tutti noi” hanno sottolineato le Donne di Borgata in un comunicato – “Riguarda chi utilizza quei dati per elaborare analisi, teorie e politiche pubbliche: se la base è compromessa, lo è anche tutto ciò che ne deriva”.
Non si può costruire una conoscenza seria sulla violenza di genere sfruttando il lavoro delle rilevatrici e ignorando le condizioni reali delle donne intervistate.
Il problema che emerge non è solo l’inattendibilità di dati così rilevati ma anche quello delle pessime condizioni lavorative dei rilevatori e rilevatrici per conto dell’Istat.
L’USB in una nota denuncia “Lavoro a cottimo e bassa retribuzione, carburante rimborsato solo sopra i 30km di percorrenza e spese interamente a carico di lavoratrici e lavoratori. Pagamento: 28€ lorde solo se il questionario è interamente compilato. Un lavoro importantissimo pagato una miseria a causa, come sempre, di esternalizzazioni di Stato e appalti al ribasso”.
E anche in questo caso, benché ISTAT voglia girare la colpa su lavoratrici e lavoratori, è proprio lo Stato complice di un taglio delle retribuzioni del 30%, e di un meccanismo che scarica i costi e i rischi sulle spalle di tutti e tutte attraverso salari da schifo nonostante tasse altissime.
Discriminazioni e sfruttamento proprio per mano di chi dovrebbe tutelare il lavoro e, nel caso specifico, fornici una fotografia reale e attuale della violenza di genere nel nostro paese.
Un danno enorme considerando anche che le indagini ISTAT hanno un peso importante nel nostro paese e che influenzano le politiche sociali future.
“Continuare a esternalizzare non è più accettabile” denuncia l’USB “lo abbiamo detto migliaia di volte, gli appalti sono stati e continuano ad essere una piaga per il nostro Paese, serve un rapido processo di eliminazione degli stessi e la riacquisizione di tutti i processi pubblici nelle mani dello Stato”.
Fonte
L’indagine sulla violenza di genere in Italia prodotta da ISTAT a novembre 2025 è stata pubblicata in maniera parziale escludendo i dati sulle donne migranti. Stando a quanto dichiara, infatti, la società in appalto CSA Research incaricata dell’indagine, ha fornito questionari falsificati proprio legati alle donne migranti.
Le irregolarità sono state segnalate e verificate, portando l’Istat a sanzionare pesantemente Csa Research, azienda che ha in appalto diverse rilevazioni dell’Istituto nazionale di statistica. La società ha respinto le accuse e presentato delle controdeduzioni che, secondo quanto appreso da Fanpage.it, non sono state ritenute sufficienti. E l’Istat avrebbe quindi deciso di mantenere la sanzione.
L’ISTAT dichiara, inoltre, che la società a cui è stata appaltata l’indagine sulla violenza di genere in Italia è stata multata, ma la stessa società ha appalti per altre indagini, a causa della falsificazione proprio delle condizioni di lavoro e salario riservate a lavoratrici e lavoratori incaricati di svolgere l’indagine. Infatti il questionario per le donne migranti può essere somministrato solo in forma cartacea, idealmente per superare le barriere linguistiche.
“Quanto accaduto non riguarda “solamente” l’affidabilità di Istat ma un ulteriore lontananza dello Stato dai reali problemi e necessità che riguardano tutte e tutti noi” hanno sottolineato le Donne di Borgata in un comunicato – “Riguarda chi utilizza quei dati per elaborare analisi, teorie e politiche pubbliche: se la base è compromessa, lo è anche tutto ciò che ne deriva”.
Non si può costruire una conoscenza seria sulla violenza di genere sfruttando il lavoro delle rilevatrici e ignorando le condizioni reali delle donne intervistate.
Il problema che emerge non è solo l’inattendibilità di dati così rilevati ma anche quello delle pessime condizioni lavorative dei rilevatori e rilevatrici per conto dell’Istat.
L’USB in una nota denuncia “Lavoro a cottimo e bassa retribuzione, carburante rimborsato solo sopra i 30km di percorrenza e spese interamente a carico di lavoratrici e lavoratori. Pagamento: 28€ lorde solo se il questionario è interamente compilato. Un lavoro importantissimo pagato una miseria a causa, come sempre, di esternalizzazioni di Stato e appalti al ribasso”.
E anche in questo caso, benché ISTAT voglia girare la colpa su lavoratrici e lavoratori, è proprio lo Stato complice di un taglio delle retribuzioni del 30%, e di un meccanismo che scarica i costi e i rischi sulle spalle di tutti e tutte attraverso salari da schifo nonostante tasse altissime.
Discriminazioni e sfruttamento proprio per mano di chi dovrebbe tutelare il lavoro e, nel caso specifico, fornici una fotografia reale e attuale della violenza di genere nel nostro paese.
Un danno enorme considerando anche che le indagini ISTAT hanno un peso importante nel nostro paese e che influenzano le politiche sociali future.
“Continuare a esternalizzare non è più accettabile” denuncia l’USB “lo abbiamo detto migliaia di volte, gli appalti sono stati e continuano ad essere una piaga per il nostro Paese, serve un rapido processo di eliminazione degli stessi e la riacquisizione di tutti i processi pubblici nelle mani dello Stato”.
Fonte
Iscriviti a:
Commenti (Atom)