Presentazione


Analisi, opinioni, fatti e (più di rado) arte da una prospettiva di classe.

22/07/2026

L’affittuario sudcoreano

Turchia, in arrivo una legge sul PKK e una scissione forzata fra i Repubblicani

Archiviato il vertice NATO, che ha lasciato in eredità i tentativi della Turchia di rientrare nel programma di fornitura degli F-35 – promettendo agli USA la rivendita dei sistemi di difesa missilistica russi S-400 – e di inserirsi nella partita del riarmo europeo tramite la fornitura di droni Baykar, il governo turco si concentra sul fronte interno, in vista delle elezioni presidenziali del 2028.

La compagine governativa appare spaccata in due fronti sul tema della prossima candidatura presidenziale: da una parte la cerchia ristretta di Erdogan, che vorrebbe proporre un suo familiare, dall’altra gli apparati di sicurezza, che fanno capo al Ministro degli Esteri Hakan Fidan, il quale sta tentando di proporsi con un profilo più marcatamente filo-NATO.

La contraddizione potrebbe essere risolta andando ad elezioni anticipate per consentire la ricandidatura di Erdogan, il quale, altrimenti, esaurendo totalmente il secondo mandato, supererebbe il limite costituzionale.

Sul fronte delle opposizioni, invece, continua la strategia governativa volta a dividerle.

Secondo varie fonti governative, nei prossimi giorni dovrebbe essere finalmente presentata la legge-quadro sul PKK, nell’ambito del processo di pace in corso oramai da circa due anni. Il Parlamento dovrebbe lavorare anche ad agosto per discuterla ed emendarla.

Il testo che si prospetta è davvero minimale: verrà concesso un periodo di tempo limitato ai membri del PKK non macchiatisi di “reati di sangue” per poter aderire ad una forma di amnistia molto parziale e tornare alla vita civile.

I dirigenti dell’organizzazione e coloro che si sono macchiati di “reati di sangue”, compreso Ocalan, non riceveranno – per ora – alcun tipo di mitigazione della pena; pertanto, chi è ancora in clandestinità non potrà tornare in Turchia e dovrà rimanere in esilio.

Il tutto è subordinato alla verifica, da parte dei servizi segreti turchi, che il disarmo sia stato effettivamente completato. Si ricorda che i miliziani hanno base sulle montagne del Kurdistan Iracheno.

I dirigenti del PKK e quelli del partito della sinistra filocurda DEM replicano che la differenzazione individuale dei militanti è inaccettabile: tutti dovrebbero essere inclusi nel processo di pace, consentendo all’organizzazione armata disciolta un passaggio collettivo alla politica legale.

Nelle ultime settimane, i capi storici del PKK, in alcune interviste, hanno abbandonato la retorica completamente pacifica, cominciando ad alludere al fatto che dispongono ancor di rilevanti capacità di combattimento, le quali verranno smantellate solo qualora venisse concessa la libertà ad Ocalan.

Un altro grave vulnus del provvedimento legislativo, così come prospettato dalle fonti governative, è che non affronta apertamente la questione dei tantissimi prigionieri del “movimento curdo legale”, ovvero i tantissimi ex-sindaci ed ex-deputati della sinistra filocurda finiti dietro le sbarre dopo la fase di forte conflittualità interna fra il 2014 ed il 2016.

Liberare questi ultimi – a partire da Selhattim Demirtas – avrebbe un peso politico sicuramente maggiore rispetto a consentire di rientrare in Turchia a qualche migliaio di ex-guerriglieri, molti dei quali probabilmente sceglierebbero di rimanere ugualmente in esilio, se non altro per prudenza.

Nulla di nulla, infine, filtra circa le intenzioni governative sul tema dello status della lingua e della cultura curde. Su questo sarebbero necessarie modifiche costituzionali profonde.

Sullo sfondo rimane la fortissima pressione militare esercitata dall’Iran sul PJAK – ala iraniana del PKK – e altri gruppi curdi anch’essi basati sui monti del Kurdistan Iracheno; questo fattore potrebbe rallentare il processo di disarmo.

Sul fronte dell’opposizione repubblicana, la situazione sta rapidamente degenerando.

Dopo una sentenza che ha invalidato l’ultimo congresso del Partito Popolare Repubblicano, destituendone la dirigenza, guidata dal segretario Ozgur Ozel e dall’incarcerato candidato presidenziale in pectore Ekrem Imamoglu, il partito si è spaccato.

È stato, infatti, reinstallato il precedente segretario Kemal Kilicdaroglu, che sta pienamente cooperando con la repressione governativa: non ha esitato nemmeno a chiedere l’intervento della polizia per sgomberare le sedi dal gruppo dirigente destituito, come accaduto clamorosamente a Istanbul nei confronti dello stesso Ozel.

Il gruppo parlamentare risulta spaccato fra le due fazioni e Kilicdaroglu sta lavorando attivamente per blindare gli organismi dirigenti, rifiutandosi di convocare un nuovo congresso in tempi brevi. Così Ozgur Ozel ha annunciato che sono in atto i preparativi per formare un nuovo partito; il quale, ovviamente, partirebbe senza poter disporre della cassa, delle proprietà delle sedi nonché del “marchio storico” del Partito Popolare Repubblicano, fondato da Ataturk.

Resta, ai dirigenti destituiti, il sostegno dei vari centrosinistra europei, che si configura, però, nell’ambito del quadro politico turco, più che altro come una iattura.

Intanto la repressione continua e minaccia l’immunità parlamentare dello stesso Ozgur Ozel, mentre su Imamoglu pendono richieste di pena tombali, formulate da un pubblico ministero divenuto ora Ministro della Giustizia.

Continua, dunque, ad avanzare la strategia governativa di spaccare al loro interno le opposizioni utilizzando il controllo sugli apparati dello stato.

Lo scopo è rendere le prossime elezioni un passaggio meramente formale, assorbendo parte del movimento curdo e scegliendo un candidato repubblicano inconsistente e subordinato, un Quisling politico.

C’è da dire che questa strategia è oggettivamente favorita dal profilo politico delle opposizioni, che in genere si propongono, in politica estera, con una debole e subordinata caratterizzazione filoeuropea; su questo, le varie fazione repubblicane e la sinistra filocurda non si differenziano molto.

Erdogan, invece, pur essendo debole sul piano economico interno, appare maggiormente in grado di affermare un profilo internazionale autonomo, navigando all’interno delle contraddizioni fra i vari blocchi geopolitici presenti sullo scenario mondiale.

Fonte

Prima di processare il morto. Dieci risposte sul caso di Abderrahim Fakir

Da ieri, sotto le immagini della morte di Abderrahim Fakir, è cominciato un interrogatorio rivolto all’unica persona che ormai non può rispondere. Si esamina la sua biografia, si cercano vecchie denunce e si trasforma il suo stato di agitazione nella spiegazione retroattiva di qualunque cosa gli sia stata fatta.

Le domande sembrano prudenti. Quasi tutte spostano l’attenzione dalla condotta di chi esercitava la forza alla presunta indegnità di chi l’ha subita.

Proviamo a rispondere con ordine.
 
1. I precedenti di Fakir non autorizzano nulla

Alcune testate hanno scritto che Fakir aveva «precedenti di polizia», senza precisare per quali fatti e con quali esiti. Questa formula può comprendere denunce e segnalazioni alle quali non sia seguita una condanna; definirlo «pregiudicato» sarebbe al momento scorretto.
Il lungo elenco di rapine, spaccio, ricettazione e lesioni che viene copiato nei commenti non compare, per quanto ho potuto verificare, in alcuna fonte giornalistica identificabile. Le cronache disponibili si limitano alla stessa indicazione generica. (Sky TG24, Corriere di Bologna)
Anche qualora tutte quelle accuse risultassero vere, il punto rimarrebbe intatto. La pena per lo spaccio o per la resistenza a pubblico ufficiale viene stabilita da un tribunale. Nessuna sentenza italiana prevede il soffocamento sull’asfalto. Fakir era a terra e chiedeva aiuto.
Il suo casellario giudiziale, qualunque contenuto avesse, non poteva respirare al posto suo.

2. La chiamata dei residenti spiega l’arrivo della polizia, non la morte

Alcuni abitanti di via Svevo erano spaventati e hanno fatto ciò che ritenevano necessario. Fakir appariva fortemente agitato e, secondo la ricostruzione della Questura, avrebbe colpito un’automobile. La telefonata al 113 può dunque essere stata perfettamente legittima.
Da quel momento comincia la responsabilità dello Stato. La polizia viene chiamata affinché controlli una situazione pericolosa, riducendo il danno e consegnando la persona viva all’autorità giudiziaria o ai sanitari. Chi ha telefonato chiedeva un intervento. Nessuno ha conferito agli agenti il potere di arrivare a qualunque esito.

3. L’agitazione di Fakir aumentava il rischio medico

Si ripete che l’uomo fosse «fuori controllo», quasi che questa espressione potesse assolvere in anticipo qualsiasi tecnica di contenimento. Dal punto di vista clinico vale il ragionamento opposto. Una persona che ha lottato, respira affannosamente ed è stata esposta allo spray urticante presenta un rischio maggiore durante l’immobilizzazione prona.
Lo sforzo aumenta la produzione di anidride carbonica e può provocare acidosi. Se la posizione a faccia in giù e la pressione esercitata sul tronco impediscono una ventilazione adeguata, la funzione cardiaca può deteriorarsi rapidamente.
La letteratura forense descrive questo possibile decorso come prone restraint cardiac arrest. Sarà l’autopsia a stabilire se sia avvenuto nel caso di Fakir; il pericolo della tecnica era già conosciuto prima del suo fermo. (Journal of Forensic Sciences)

4. Danneggiare un’automobile non sospende il principio di proporzione

Fakir avrebbe sferrato alcuni calci alla volante. Il condizionale resta necessario, dato che stiamo riportando la versione della polizia. Se il danneggiamento verrà confermato, si trattava di un reato da contestare nelle forme previste dalla legge.
Un’automobile può essere riparata. Una morte resta irreversibile. Ricordarlo non significa giustificare il comportamento dell’uomo, bensì mantenere una proporzione elementare tra il fatto contestato e l’esito dell’intervento. La forza pubblica possiede strumenti più estesi di quelli concessi al cittadino proprio perché il suo uso è sottoposto a limiti più severi.

5. «Chiedono tutti aiuto quando vengono arrestati» è una risposta clinicamente irresponsabile

Può accadere che una persona immobilizzata invochi aiuto pur continuando a respirare normalmente. Per questo esistono professionisti addestrati a valutare il respiro, la coscienza e i cambiamenti improvvisi del comportamento. Non si stabilisce lo stato clinico di un fermato attraverso il fastidio provato nell’ascoltarlo.
Nel video Fakir ripete «aiuto» e «basta». Poi diventa immobile. Il passaggio dalla resistenza al silenzio deve essere considerato un allarme, perché la perdita di reattività può precedere un arresto cardiaco.
Le indicazioni operative sulla contenzione raccomandano di ridurre il tempo trascorso a terra, evitare pressioni sulla schiena e controllare continuamente la respirazione. Il sollievo dell’agente perché la persona ha cessato di divincolarsi non può sostituire una valutazione medica.

6. La presenza del 118 non certifica la correttezza dell’intervento

Nel filmato si vedono due operatori sanitari. La loro presenza viene adoperata come una sorta di assoluzione indiretta: se fossero esistiti pericoli, si dice, sarebbero intervenuti. È precisamente ciò che l’indagine interna dell’Ausl dovrà accertare.
Secondo la cronologia comunicata dal 118, l’ambulanza arrivò alle 12:30. Sei minuti dopo vennero richiesti il consulto medico e l’automedica, che giunse alle 12:53 e constatò il decesso. Il filmato diffuso non mostra una rianimazione immediata, anche se può non contenere l’intera sequenza.
Occorre stabilire quando Fakir abbia perso coscienza, chi abbia controllato il respiro e quali manovre siano state eseguite. (DIRE)
La presenza dei sanitari amplia le domande. Non le cancella.

7. «Ha avuto un malore» non è una spiegazione

Malore indica che una persona si è sentita male. Non chiarisce il processo fisiologico che ha condotto alla morte, né permette di separarlo dalle condizioni in cui il decesso è avvenuto.
L’autopsia potrebbe rilevare una patologia cardiaca o la presenza di sostanze. Dovrà comunque accertare se lo sforzo, la posizione prona e la pressione esterna abbiano contribuito all’esito. Una condizione preesistente rende la persona più fragile e accresce la cautela necessaria.
Lo Stato custodisce esseri umani reali, con cuori imperfetti e corpi che possono cedere. Il diritto alla vita non è riservato agli organismi clinicamente impeccabili.

8. Aspettare l’autopsia vale anche per chi ha già assolto gli agenti

L’attribuzione delle responsabilità penali richiede l’autopsia, l’esame delle bodycam e le testimonianze. Nessuna persona seria dovrebbe inventare un nesso causale definitivo prima di questi accertamenti. Le immagini già disponibili consentono però di porre domande fondate sulla tecnica impiegata e sulla rapidità dei soccorsi.
Galeazzo Bignami, capogruppo di Fratelli d’Italia alla Camera, ha dichiarato che l’intervento risulterebbe condotto «con professionalità e modalità consone». La sua assoluzione è arrivata prima degli esami medico-legali. (ANSA)
La prudenza reclamata alla famiglia e a chi guarda il video sparisce quando deve essere applicata al partito di governo. L’autopsia viene invocata per sospendere le critiche, mentre la difesa della polizia può procedere senza attendere nulla.

9. Le bodycam accese non dimostrano l’innocenza

Qualcuno sostiene che gli agenti non avrebbero causato una morte sapendo di essere ripresi. Questo argomento confonde l’intenzione omicida con tutte le altre possibili responsabilità. Una condotta può produrre un esito letale attraverso imperizia, imprudenza o violazione delle procedure. Nessuna di queste ipotesi richiede che una persona cominci il proprio turno con il progetto di uccidere.
Le bodycam servono a documentare. La loro esistenza non rende automaticamente corretta l’azione registrata. Sarà necessario esaminare l’intervento nella sua interezza e comprendere quanto sia durata la contenzione, quale pressione sia stata esercitata e quando gli agenti abbiano riconosciuto la perdita di coscienza.

10. Pretendere una polizia democratica non significa odiare la polizia

Gli agenti svolgono un lavoro difficile e possono trovarsi davanti a persone violente. Proprio questa difficoltà rende indispensabili una formazione adeguata e un controllo indipendente. Consegnare a qualcuno armi e autorità, sottraendolo poi all’esame pubblico, significa abbandonare anche gli agenti alla cattiva formazione e alla protezione politica interessata.
Nel gennaio 2026 la Corte europea dei diritti dell’uomo ha condannato l’Italia per la morte di Riccardo Magherini, mantenuto prono per circa venti minuti anche dopo essere diventato inerte. La Corte ha rilevato carenze nella preparazione delle forze dell’ordine e nell’indagine successiva. (ANSA)
Parlare di fascistizzazione significa osservare il ‘privilegio morale’ concesso alla divisa, considerata innocente prima ancora che i fatti siano conosciuti, mentre il morto viene processato attraverso voci incontrollate. Una polizia sottoposta alla legge rafforza la democrazia. Una forza pubblica difesa a prescindere protegge anzitutto il potere politico che se ne serve.
Fakir era vivo quando lo Stato ha assunto il controllo del suo corpo. Ne è uscito morto. Questo basta a pretendere che lo Stato risponda.

Fonte

Crepe sulle sanzioni alla Russia: esenzioni in UE, rischi per il dollaro e shock energetico globale

La strategia occidentale sulle sanzioni contro la Russia si trova di fronte a un momento di profonda crisi, stretta tra i timori americani per la tenuta del dollaro e il progressivo cedimento del fronte europeo. A lanciare l’allarme sono stati il New York Times e il Financial Times, che dipingono un quadro in cui il fallimento delle misure contro Mosca comincia a preoccupare per gli effetti sul lungo periodo.

Negli Stati Uniti, riporta il New York Times, c’è più di una voce nell’amministrazione Trump che esprime dubbi su di un nuovo pacchetto di sanzioni presentato al Congresso contro la Russia. Il testo, proposto dal defunto senatore Lindsey Graham, prevede l’imposizione di dazi del 100% sui paesi che acquistano energia da Mosca, cosa che potrebbe minare in profondità varie relazioni commerciali.

Ma la preoccupazione ancora più grande arriva intorno agli effetti collaterali che ne potrebbero derivare: l’uso intensivo del dollaro come strumento di pressione geopolitica potrebbe spingere molti governi a ridurne l’utilizzo, minando il ruolo del “biglietto verde” come valuta principale nei pagamenti internazionali.

Il New York Times cita anche una nota analitica del National Bureau of Economic Research, secondo cui i paesi colpiti da restrizioni occidentali stanno mostrando una spiccata tendenza a passare allo yuan cinese, alle criptovalute e in generale a sistemi di pagamento alternativi. Come è già successo in precedenti occasioni, il pericolo è che il tentativo di sfruttare il dolalro quale sistema di pressione verso altri paesi, possa determinare un maggiore utilizzo della valuta cinese nelle transazioni commerciali globali.

Sul tema è intervenuto anche il ministro delle Finanze, Scott Bessent, sottolineando che il predominio globale del dollaro nel sistema dei pagamenti è di fondamentale importanza per gli Stati Uniti. Bessent ha avvertito che le sanzioni più efficaci sono quelle mirate e con scadenze precise, mentre quelle che non producono risultati per anni possono avere conseguenze a lungo termine del tutto imprevedibili.

Parallelamente, a Bruxelles il fronte della solidarietà europea con Kiev mostra evidenti segni di cedimento. Secondo quanto riportato dal Financial Times, non sono più i vari ungheresi, cechi o bulgari e basta a porre veti e critiche: il sostegno agli ennesimi provvedimenti contro la Russia è diminuito notevolmente, con richieste di esenzioni che sono arrivate da più parti in funzione di tutela delle filiere nazionali.

Durante i negoziati sull’ultimo pacchetto di sanzioni, stando al quotidiano britannico anche Grecia, Francia, Italia, Germania, Austria e Portogallo si sarebbero espresse a favore di specifiche deroghe. Fonti diplomatiche hanno confidato alla testata che dietro la retorica della fermezza e della solidarietà, le capitali europee cominciano a frenare le misure per paura degli effetti disastrosi che alcune di esse potrebbero avere sulle economie già in difficoltà del Vecchio Continente.

A complicare ulteriormente lo scenario internazionale si aggiunge la situazione sul mercato energetico, fortemente scosso dalla campagna militare di Kiev. Gli attacchi dei droni ucraini contro le raffinerie di petrolio russe hanno portato Mosca a vietare la maggior parte delle esportazioni di diesel.

Stando ai dati dell’Agenzia Internazionale dell’Energia, dall’agosto 2025 sono stati colpiti almeno 100 impianti di raffinazione russi, con un’intensificazione delle operazioni negli ultimi mesi che ha coinvolto quasi tutte le principali strutture della Russia occidentale. Questa contrazione dell’offerta ha innescato un’impennata dei prezzi del carburante su scala globale.

Secondo un’analisi di JPMorgan, la carenza di carburante non si limita più al solo settore automobilistico, ma sta colpendo duramente anche l’agricoltura, i trasporti, la logistica e altri comparti strategici. Gli effetti si fanno sentire pesantemente anche negli Stati Uniti, dove i prezzi del diesel hanno superato la soglia dei 5 dollari al gallone, evidenziando come le ripercussioni della guerra sul campo stiano presentando un conto salatissimo ai mercati globali, e a Trump che deve fare i conti con le prossime elezioni di medio termine.

Fonte

Il caso Roggero. E allora si chieda la grazia anche per Cesare Battisti

Sulla questione della grazia al gioielliere condannato per omicidio Mario Roggero ormai si stanno vedendo e sentendo cose inaccettabili e paradossi che non stanno in piedi. Ma la destra su questo terreno melmoso si muove come un pesce nell’acqua. Il problema – per chi mantiene un minimo di raziocinio e dignità – e che non si deve più giocare sulla difensiva.

A questo punto – e in modo relativamente paradossale – sarebbe legittimo chiedere la grazia anche per Cesare Battisti, scombinando lo schema di gioco che abbiamo davanti agli occhi e buttando la questione tra i piedi della destra e dei forcaioli, costringendoli a balbettare e ad arrampicarsi sugli specchi.

È decisivo precisare che non stiamo parlando di una campagna sui prigionieri politici, come molti potrebbero equivocare. Si tratta di altra cosa. Per quella è dal 1984 che sosteniamo l’ipotesi di una amnistia per i prigionieri come fatto politico.

Stiamo parlando di un’altra questione e cioè di come non piegarsi alle onde lunghe della invasiva e aggressiva propaganda della destra in questa materia, di non limitarci a ripiegare continuamente sugli interstizi della difesa della legalità e dello stato di diritto di fronte a forze che se ne fregano dell’una e dell’altro, ma sul come invece scombinare le carte anche sul loro melmoso terreno.

Se qualche pezzo della sinistra o dell’intellettualità in Italia trovasse il coraggio politico di giocare d’attacco su questo terreno, potremmo assistere a scenari inediti e ai quali la destra – abituata a passarla liscia troppo facilmente – si troverebbe in difficoltà, in Parlamento come nei dibattiti televisivi, negli incontri pubblici come nei bar di quartiere.

Il contesto dei casi Roggero-Battisti parla infatti di gioiellieri condannati perché hanno sparato e ucciso e di chi è stato condannato per aver ideato di sparare e uccidere i gioiellieri che sparano e uccidono. Nel caso Torreggiani Battisti infatti è stato condannato per aver ideato il delitto del gioielliere milanese ma non per averlo commesso materialmente.

A ben guardare si tratta di una montagna di merda comunque la si guardi e di due casi diversi tra loro che non hanno certo provocato simpatie diffuse.

La destra, forcaiola oltre misura nei confronti di Cesare Battisti, cerca invece di creare consenso e simpatia per il gioielliere omicida Roggero, sparando paradossi assurdi e addirittura proposte di legge per far ottenere la grazia a Roggero.

Piuttosto che balbettare di fronte a queste paradossali e vergognose argomentazioni, sarebbe più efficace gettarne altrettante tra i piedi della destra, costringendo loro – in questo caso – a dover fare le precisazioni, a rifugiarsi dietro le sentenze, a fare i distinguo tra caso e caso, a balbettare, in ogni modo a doversi mettere sulla difensiva per affermare che la loro grazia a Roggero sarebbe giusta e quella a Battisti no. E sui doppi standard sappiamo che la partita la perdono.

Con questa destra non si può più giocare pulito né, soprattutto, giocare sulla difensiva.

Come spieghiamo nel nostro editoriale siamo ormai entrati nell’epoca della barbarie, influenzata indubbiamente da una logica suprematista e da un clima di guerra incombente – che dunque prevede sia un fronte esterno che un fronte interno – ma anche dal degrado della stessa civilizzazione capitalistica così come l’abbiamo conosciuta.

Dunque, per dirla con Pertini, “a brigante, brigante e mezzo”.

Fonte

L’offensiva ideologica di Washington e il ritorno del maccartismo

di Luciano Vasapollo

“Stanno promuovendo alleanze dell’estrema destra che ricordano il fascismo hitleriano”. “Tentano di criminalizzare le idee di sinistra e i movimenti progressisti”. “Vogliono imporre una nuova caccia alle streghe contro chiunque metta in discussione il loro modello”.

Sono parole del presidente cubano Miguel Díaz-Canel che ha replicato con fierezza alle dichiarazioni del segretario di Stato statunitense Marco Rubio, il quale aveva accusato Cuba di alimentare l’estremismo di sinistra nelle Americhe. Una risposta dura che denuncia il ritorno di pratiche politiche e ideologiche che richiamano il maccartismo e la persecuzione del dissenso.

L’offensiva ideologica di Washington e il ritorno del maccartismo

Le parole pronunciate dal presidente cubano Miguel Díaz-Canel non rappresentano soltanto la difesa della sovranità di Cuba. Esse costituiscono una denuncia politica che chiama in causa la deriva sempre più autoritaria degli Stati Uniti e della loro politica estera.

Quando Díaz-Canel afferma che Washington sta promuovendo “alleanze dell’ultradestra che ricordano il fascismo hitleriano”, non ricorre a una provocazione retorica. Indica una tendenza concreta: la costruzione di un blocco ideologico internazionale che demonizza qualsiasi alternativa al neoliberismo, criminalizza il pensiero socialista e tenta di assimilare ogni esperienza progressista a una minaccia per la sicurezza occidentale.

Marco Rubio, nel tentativo di rilanciare una nuova guerra fredda contro Cuba, arriva ad attribuire all’Avana la responsabilità della nascita dell’“estrema sinistra” negli Stati Uniti e nel continente americano.

È una narrazione che ripropone gli schemi più cupi del maccartismo, quando bastava un sospetto di simpatia socialista per essere perseguitati, esclusi dalla vita pubblica o considerati nemici interni.

Una campagna di stigmatizzazione politica che non colpisce soltanto Cuba

Condivido pienamente la denuncia di Díaz-Canel secondo cui gli Stati Uniti stanno alimentando una campagna di stigmatizzazione politica che non colpisce soltanto Cuba, ma ogni forza che si oppone alle guerre, al riarmo, al colonialismo economico e all’imperialismo.

Non è casuale che, mentre Washington intensifica sanzioni e blocchi economici contro l’isola caraibica, costruisca parallelamente una narrazione destinata a presentare il socialismo come una forma di terrorismo ideologico.

Questa offensiva non riguarda esclusivamente Cuba. Colpisce il Venezuela bolivariano, il Nicaragua sandinista, i Paesi dei BRICS e tutti quei governi che cercano di costruire un ordine internazionale multipolare fondato sulla cooperazione anziché sulla subordinazione agli interessi di Washington.

Le accuse rivolte da Rubio appaiono tanto più paradossali se si considera la storia delle interferenze statunitensi in America Latina: colpi di Stato, embarghi, guerre per procura, sostegno a dittature militari e continue operazioni di destabilizzazione.

È proprio questa memoria storica che Díaz-Canel richiama quando denuncia la volontà degli Stati Uniti di riesumare le logiche del fascismo e del maccartismo per colpire ogni forma di dissenso.

Cuba resta nel mirino di Washington: non per ciò che possiede, ma per ciò che rappresenta

La Rivoluzione cubana continua invece a rappresentare, nonostante oltre sessant’anni di blocco economico e di aggressioni, un simbolo di autodeterminazione dei popoli. Per questo Cuba resta nel mirino di Washington: non per ciò che possiede, ma per ciò che rappresenta. L’esistenza stessa di un Paese che difende la propria indipendenza e propone un modello alternativo costituisce una sfida politica e culturale all’egemonia statunitense.

Per queste ragioni considero fondate le parole di Díaz-Canel. Oggi assistiamo al tentativo di costruire un nuovo nemico ideologico globale, funzionale alla militarizzazione delle relazioni internazionali, alla repressione del dissenso e alla giustificazione di nuove sanzioni e nuove guerre.

Difendere Cuba significa allora difendere il diritto dei popoli a scegliere liberamente il proprio destino, senza ricatti economici, senza campagne di delegittimazione e senza le antiche pratiche imperiali che, sotto nuove forme, continuano a minacciare la pace, la giustizia sociale e il diritto internazionale.

Fonte

Porte aperte da Tel Aviv per la marcia dei coloni che vogliono occupare Gaza

Un lungo e fitto serpentone di auto e persone, molte delle quali armate, si è diretto il 19 luglio verso Gaza. Era la “Marcia delle Migliaia verso Gaza”, dei coloni israeliani che hanno l’obiettivo di rivendicare la piena occupazione della Striscia e che infatti si è svolta sotto lo slogan del “ritorno a casa dopo 21 anni” – in riferimento al ritiro deciso nel 2005 dall’enclave palestinese.

L’iniziativa è stata organizzata da Nachala, un movimento fascista e suprematista di coloni guidato da Daniela Weiss, diventata famosa per la promozione delle più terribili violenze contro i palestinesi della Cisgiordania. Ma in prima fila c’erano anche decine di parlamentari e il Ministro della Sicurezza Nazionale Itamar Ben-Gvir e quello delle Finanze Bezalel Smotrich, a dimostrazione che è tutto fuorché un’iniziativa marginale.

Su X, i toni usati dal profilo del gruppo per la manifestazione di un paio di giorno fa non lasciano spazio a interpretazioni: “oggi marceremo tutti insieme con una richiesta chiara: insediamoci nel Libano del Nord – ancora prima delle elezioni! Mettiamo il sigillo sul confine – insediamoci a Gaza ora!” L’orizzonte è dunque quello della “Grande Israele”, dell’espansionismo continuo dell’entità sionista.

Teoricamente, per tentare di contenere la situazione ed evitare ingressi illegali nell’enclave, l’IDF aveva dichiarato l’area periferica di Gaza una “zona militare chiusa”, un provvedimento temporaneo volto a blindare il territorio da Yad Mordechai, a nord, fino a Kerem Shalom, nell’estremo sud. Nei fatti, i coloni sono stati fatti passare senza troppe difficoltà attraverso i checkpoint militari, arrivando a ridosso del muro di filo spinato e delle telecamere che delimitano il confine con la Striscia.

A colpire, oltre alla macabra dimostrazione di cosa sia il colonialismo sionista che promuove esplicitamente la deportazione dei palestinesi, è soprattutto la sponda politica di cui gode la marcia. Non solo i ministri già citati, ma questa volta c’è stata anche l’adesione formale del Likud, il partito del primo ministro Benjamin Netanyahu.

“Bibi” continua a evitare i suoi problemi legali solo grazie alla tenuta di un governo che si regge sulla continuazione del genocidio con ogni mezzo necessario. Smotrich ha recentemente invitato il movimento dei coloni a mobilitarsi in vista delle prossime elezioni, sostenendo che il cambio delle forze al governo andrebbe a compromettere i risultati ottenuti durante l’attuale legislatura in materia di espansione degli insediamenti.

Intanto, continua l’assordante silenzio delle “democrazie” occidentali di fronte alla rottura continua del cessate il fuoco da parte delle forze di occupazione israeliane, che hanno anche allargato la propria zona di controllo nella Striscia ben oltre ciò che era stato pattuito. Sono una decina i morti palestinesi negli ultimi giorni, ma nessuna condanna si è sentita dai governi occidentali.

Parallelamente, la tensione è riesplosa anche in Cisgiordania, dove i coloni, protetti dall’IDF, hanno intensificato gli attacchi contro i villaggi palestinesi. Perché l’istanza genocida e coloniale è un progetto politico radicato e ampiamente rappresentato, non solo all’interno della maggioranza di governo di Tel Aviv, ma nella stessa società israeliana. Non c’entra nulla Hamas, non c’entra la strumentalizzazione delle passate persecuzioni: riguarda il suprematismo reso bandiera del paese.

Fonte

Il senso dell'“ordine” suprematista

Gli episodi di cronaca sono rivelatori del «senso comune» vigente nella società, anche quando proprio il senso è andato smarrito fino a non essere più «comune» a tutti.

È relativamente facile vedere il legame infame tra i morti causati dalla polizia – ultimo quello di Abderrahim Fakir, al quartiere Pilastro di Bologna, già teatro delle «gesta» della «banda della Uno bianca», in odor di servizi segreti per nulla «deviati» – e il gioielliere-giustiziere della notte.

Una miriade di casi simili mettono infatti in luce il non detto alla base delle infinite prese di posizione giustificazioniste, riduzioniste, «comprensive» o addirittura «incitanti» a fare di più e di peggio: la vita di un essere umano conta solo se si «è qualcuno» (un possidente, un membro dell’upper class, un gioielliere, una con il Suv, un professionista, un borghese insomma).

Altrimenti quell’essere umano diventa uno «scarto» – avrebbe detto Papa Francesco – che va soltanto accompagnato in discarica. Un «costo passivo», per i contabili del neoliberismo, da cancellare.

Non ci sono argomenti da contrapporre a chi sostiene una visione del genere. Manca infatti il «terreno comune» per avviare un confronto. Se devo spiegare ad un essere presuntamente umano che ogni persona su questa Terra, per il solo fatto d’esser nato, ha diritto a vivere, capite bene che non ci sono parole adatte a farglielo capire. Magari due pizze in faccia aiuterebbero un po’...

Ma non inganniamo noi stessi. Non è che chi non vuole capire sia cretino. Semplicemente non vuole. O meglio, ha capito benissimo – non stiamo parlando dei «giustizieri da tastiera», subumani per incapacità di scelta – e ha deciso che una certa quota di popolazione «inservibile» per produrre, fosse pure temporaneamente (uno «sballo» o un deficit di equilibrio capitano un po’ a tutti, o quasi), può essere eliminata. Il loro problema è costruire una narrazione che lo giustifichi.

E lo stanno facendo.

Di fronte ad un omicidio registrato secondo per secondo, chi oppone il fatto che la vittima avesse «precedenti», oppure che «sono state eseguite in modo corretto tutte le procedure», sta affermando che si possono sopprimere senza problemi persone «marchiate» o no da qualche errore minore, registrato o meno dalla magistratura, o che «la tecnica» usata per l’omicidio sia formalmente «legale» (lo sostiene il governo Meloni).

Il che ricorda quella famosa battuta «l’intervento è perfettamente riuscito, purtroppo il paziente è morto».

Il primo caduto di questa linea «narrativa» è il fondamento del diritto in qualsiasi paese moderno: «la legge è uguale per tutti».

Dietro i tifosi del gioielliere-giustiziere o della ricca investitrice con il Suv c’è lo spettro omicida del diritto differenziato, con un codice penale ufficiale valevole solo per i disgraziati (il 95% della società), per cui valgono in esclusiva «legge, ordine e manganello», e con un altro diritto, non codificabile, fatto di eccezioni su basi di classe. Eccezioni tanto più rilevanti quanto più grande è il patrimonio.

Non a caso Elon Musk si è sentito in dovere di partecipare al coro con il suo «peso»...

Un po’ come è avvenuto per i frequentatori dell’isola di Jeffrey Epstein, compresi alcuni presidenti Usa, che trovavano «normale» vivere in una bolla esente da regole e morale, e contemporaneamente prescrivere – a base di leggi e «ordini esecutivi» – come dovesse vivere il resto della popolazione. Da schiavi, ovviamente...

Ma anche questo degrado degradante non sarebbe possibile se l’edificio valoriale, e quindi anche legale, dell’Occidente capitalistico stesse ancora in piedi. Per quanto fasullo, ipocrita, finto, quel regno del «doppio standard» aveva fissato qualche limite. Incerto e modificabile, certo, ma codificato e appellabile, che costringeva in qualche misure il potere del più forte e «non esagerare» oppure ad assumere su di sé il disonore, pubblico e internazionale.

Ma l’Occidente capitalistico ha ormai sdoganato la legittimità del genocidio e in contemporanea l’impossibilità di una critica a chi lo sta mettendo in pratica.

Il fondamento di questa distorsione irreparabile non è più un diritto razionale «uguale per tutti», né un insieme di valori che convergono nella definizione di ciò che è umano e ciò che non può esserlo.

Il fondamento può essere solo un suprematismo con pretese «metafisiche», di ordine divino per chi si crede un «popolo eletto», o di puro potere per chi – manipolando piattaforme in mano a miliardari che controllano miliardi di persone – ritiene di poter ormai ammettere che «la democrazia è incompatibile con la libertà». Perché la condivisione del potere politico («l’interesse generale») intralcia per forza di cose il «libero esercizio della libera impresa».

Siamo di nuovo nel buco nero che conduce alla guerra, sia civile che internazionale. Ed è ovvio che in guerra la vita «dei nostri» vale molto, quella del nemico nulla. Basta guardare un telegiornale per verificarlo.

Fonte