Pezzo dopo pezzo, tutte le menzogne sioniste crollano di fronte all’evidente volontà genocida, certificata persino da istituti israeliani. È il caso del tema fame: la carestia nella Striscia di Gaza non è l’effetto collaterale delle operazioni israeliane, ma una politica deliberata di Tel Aviv. È la conclusione di uno studio intitolato “Data for Denial: The Smokescreen Behind the Starvation of Gaza”, pubblicato dal Forum for Regional Thinking presso il prestigioso Van Leer Jerusalem Institute.
L’autore della ricerca, Shmuel Lederman, accademico israeliano specializzato in studi sul genocidio, ha deciso di intraprendere questa operazione di verifica – altro che il fact-checking nostrano – perché preoccupato della dilagante ondata di negazionismo tra i media e l’opinione pubblica israeliani riguardo alle condizioni di vita nella Striscia.
Lederman chiarisce un principio cardine negli studi sulle carestie: la fame non è legata alla mera disponibilità di cibo, ma all’effettivo accesso della popolazione alle risorse in questione. Il suo lavoro ha documentato come le restrizioni sistematiche su aiuti, carburante e gas da cucina, la distruzione di infrastrutture vitali, il costante ostacolo alle operazioni umanitarie abbiano azzerato la capacità di sussistenza dei palestinesi in maniera scientifica, non casuale.
Il caso dell’ingresso di camion di aiuti nella Striscia è illuminante. Nel marzo del 2025, il COGAT (l’organo militare che gestisce la vita civile nei territori occupati) affermava che erano sufficienti 80 camion al giorno per soddisfare le esigenze della popolazione di Gaza. Persino l’amministrazione Biden, già nel dicembre 2023, stimava che ne servissero più del triplo, e lo stesso COGAT, nel 2008, affermava servissero 178 camion al giorno per venire incontro alle esigenze di 1 milione e mezzo di persone.
Anche dopo il cessate il fuoco di ottobre scorso, il COGAT ha invitato il governo a ridurre il numero di camion in entrata. “In pratica – ha commentato Lederman – questa è un’ammissione della politica di affamamento”. C’è poi l’inquietante capitolo della speculazione sugli aiuti stessi. Un’inchiesta del sito di informazione Walla ha rivelato che 11 catene di supermercati israeliani hanno generato centinaia di milioni di shekel di profitti dopo essersi aggiudicate l’appalto esclusivo per la fornitura di cibo a Gaza.
Il rapporto evidenzia come i media abbiano giocato un ruolo chiave nel minimizzare la crisi umanitaria. Già nell’agosto 2025, sempre Walla aveva confermato che i principali canali televisivi israeliani tendevano a ridurre al minimo o ignorare gli allarmi internazionali sulla fame, riformulando le notizie per allinearle alla narrativa ufficiale. Quando a metà 2025 alcuni commentatori hanno finalmente ammesso l’esistenza della carestia, l’hanno derubricata a isolati errori di calcolo piuttosto che a una precisa linea politica.
La conclusione del documento è netta: le azioni condotte intorno al cibo dalle forze armate israeliane nella Striscia vanno indicate come “pianificazione deliberata, sperimentazione e manovre intorno alla ‘linea rossa’ umanitaria”. Bisogna ricordare che la fame come arma di guerra è vietata dalle Convenzioni di Ginevra, ed è considerata un crimine di guerra dalla Corte Penale Internazionale.
Lo studio, poi, dice quello che anche su questo giornale riportiamo da sempre: la fame viene usata per costringere il popolo palestinese a lasciare le proprie terre, e dunque come strumento di pulizia etnica. “Gaza – si legge nel testo – è servita in larga misura come laboratorio di prova non solo per i metodi di guerra, ma anche per l’architettura della fame e la gestione di una popolazione attraverso la privazione”. Se non è questa la descrizione di un grande campo di concentramento a cielo aperto...
Lederman, che denuncia anche le corresponsabilità degli USA e degli altri governi occidentali, si è detto preoccupato che il modello usato nella Striscia possa diventare un punto di riferimento per altri conflitti, sempre più frequenti e tragici in questi tempi. L’internazionale sionista e l’imperialismo hanno davvero reso il mondo un posto più pericoloso, ben oltre la responsabilità su un genocidio.
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Presentazione
Analisi, opinioni, fatti e (più di rado) arte da una prospettiva di classe.
06/06/2026
Uno studio israeliano conferma: “la carestia a Gaza è una strategia pianificata”
In Ucraina o nel Baltico: UE e NATO vogliono la guerra alla Russia
Gli hanno dato 90 miliardi di euro e pretendono risultati. E che i risultati siano spettacolari, così da poterci tinteggiare le prime pagine dei giornali.
Per il resto, coi droni che colpiscono autobus della linea Moskva-Simpferopol sterminando sette persone, o puntino su obiettivi cittadini a Simferopol ammazzando altri tre civili, lì i nazigolpisti di Kiev hanno campo libero: l’importante è che stiano agli ordini quando si tratta di puntare su bersagli che fanno scena e mostrano al pubblico che la Russia è ormai allo stremo, che «la favola dell’operazione Speciale si svela solo una grande illusione», come certifica la signora Anna Zafesova su La Stampa.
Avanti così: noi vi diamo i miliardi di euro e voi continuate la guerra; a segnare le direttrici dei colpi più spettacolari ci pensano gli specialisti NATO; voi, ucraini, colpite dove più vi aggrada.
Noi non siamo ancora pronti per entrare in campo direttamente e abbiamo bisogno che voi continuiate a mandare al macello i vostri uomini. Se non ne avete più a sufficienza, ci pensiamo noi: rimpatriamo in tutta fretta quei “codardi” che si sono imboscati in Europa; la legge è già pronta.
Perché, anche in guerra, quello che conta è la “legalità”; la nostra “legalità” europeista, quella che plaude al bombardamento di Piter e che, ancora secondo la signora suddetta, «è quindi diretto alla vanità del dittatore russo», così che l’attacco, declama il signor Paolo Valentino sul Corriere della Sera, «non ha solo il valore simbolico di umiliazione cocente per Vladimir Putin», che ora, dunque, «deve prendere atto che la guerra ce l’ha nel salotto di casa».
Chissenefrega di qualche decina di civili mandati all’ospedale in fin di vita. È la guerra. La guerra dell’Ucraina baluardo dei valori europei contro le autocrazia asiatiche. L’Ucraina sta o non sta vincendo? E allora che lo si mostri a scena aperta: il nazigolpista capo, ex “attore” di gag televisive di terz’ordine, è lì apposta a recitare la parte del “condottiero” che è riuscito a piegare una potenza nucleare, così che i popoli d’Europa vedano che la Russia non è altro che una “tigre di carta”, che non c’è da averne paura e che se le cancellerie europee si preparano alla guerra aperta, lo fanno a ragion veduta, sapendo di avere di fronte un “gigante dai piedi d’argilla”.
Avanti alla guerra; l’Ucraina europeista ci dimostra come sia possibile piegare “lo zar”. Ancora un paio d’anni di uomini ucraini mandati al macello e poi interverremo noi (cioè: loro) e faremo vedere allo “zar” che lo possiamo battere in quattro e quattr’otto.
Popoli d’Europa, non temete, sarà una guerricciola che promette enormi guadagni: un “migliaio di morti” e ci siederemo al tavolo dei vincitori, come diceva “sua eccellenza il Mascellone” nel 1940, e ci assicureremo la nostra parte di tutte quelle sterminate ricchezze che i russi pretendono di godersi solo per sé.
Intanto, se i nazisti di Kiev ammazzano un po’ di civili qua e là per la Russia, sono quisquilie; non fanno nemmeno cronaca spicciola da spenderci un piede di pagina. Quello che davvero conta è convincere il lettore che la guerra europea contro la Russia, la guerra guerreggiata contro un paese “ormai allo stremo”, sia possibile, necessaria e vittoriosa.
Dunque: decine di miliardi in cambio della guerra e del massacro di altre centinaia di migliaia di uomini. Non è un caso, afferma dall’Austria il politologo ucraino Konstantin Bondarenko, che negli ultimi tempi Valdimir Zelenskij abbia insistito sulla nota per cui la guerra durerà ancora due o tre anni.
Perché due o tre anni? Perché «i paesi europei dicono che bisogna combattere per altri due o tre anni; non bisogna fermarsi... l’Europa si sta preparando alla guerra con la Russia e ha interesse che l’Ucraina guadagni tempo... Se all’Ucraina vengono dati 90 miliardi, non li riceve per la pace, ma per la guerra».
Tra l’altro, dice Bondarenko, rendendo pubblico il messaggio in cui chiede a Trump l’immediata fornitura di missili Patriot, Zelenskij cerca di mettere il presidente USA «in una posizione scomoda», esponendolo ad attacchi politici. Nel messaggio, il nazigolpista capo elogia l’Ucraina per aver difeso praticamente il mondo intero, e chiede poi missili antiaerei.
Zelenskij si sente al sicuro perché crede che gli Stati Uniti non gli impongano nulla e considera la Gran Bretagna il suo «principale Stato sovrano», governato da casate – Windsor, Rothschild, ecc. – che dettano la vera politica e non permetteranno a nessuno di danneggiare lui, Zelenskij.
In effetti, secondo The Guardian, la carenza di Patriot sta mettendo Kiev in serio stato di vulnerabilità: l’aggressione yankee-sionista all’Iran ha innescato una carenza globale di quei sistemi, con grave impatto sul conflitto ucraino. El jefe de la junta di Kiev lamenta che 800 missili Patriot siano stati utilizzati nelle prime 24 ore dell’aggressione all’Iran, mentre, a suo dire, Kiev non ha mai avuto a disposizione un numero così elevato di missili.
Per l’afflizione di tutti i media liberal-bellicisti che vedono Moskva ormai in ginocchio, il giornale britannico osserva che la carenza di quei missili ha già influenzato le tattiche russe di guerra e, a detta del professor Phillips O’Brien, la situazione offre a Moskva ancora più opportunità di colpire le infrastrutture critiche dell’Ucraina.
Ma, per l’appunto, non sono solo le armi che mancano. La tedesca Die junge Welt, su fonti dell’agenzia DPA, scrive che il 4 giugno i ministri degli interni UE hanno in programma di discutere la possibile abolizione dello status di protezione per i rifugiati ucraini in età militare.
A quanto pare, scrive Kristian Stemmler, la UE intende prolungare la guerra per procura contro la Russia non solo con milioni di euro e attrezzature militari per Kiev, ma anche con nuove reclute per il fronte.
Una delle opzioni è quella di estendere di un altro anno l’attuale regime di protezione per tutti i rifugiati ucraini, valido fino a marzo 2027. L’alternativa è quella di escludere dalla protezione temporanea gli ucraini di età tra i 23 e i 60 anni. Secondo la dpa, se la restrizione per gli uomini in età militare venisse adottata, potrebbe entrare in vigore in tempi relativamente brevi.
Attualmente, i rifugiati ucraini sono ammessi nella UE in base alla Direttiva sull’afflusso di massa, entrata in vigore nel febbraio 2022, che consente agli ucraini di vivere e lavorare nella UE senza dover seguire una normale procedura di richiesta di asilo.
Stando a Eurostat, a marzo 2026 erano oltre 4 milioni gli ucraini con protezione temporanea nella UE, tra cui 1,27 milioni in Germania, 961.405 in Polonia, 379.820 nella Repubblica Ceca, con un 26,6% costituito da uomini adulti.
E, comunque, nel caso che – non piangano i farabutti delle redazioni liberal-torquemadiste – l’Ucraina dovesse trovarsi a corto di tutto e impossibilitata materialmente a tenere il campo prima che l’Europa sia pronta a entrare in guerra, ecco che si sta approntando uno scenario di riserva: quello del Baltico.
Il Comandante in Capo delle Forze armate svedesi ha comunicato che a Gotland si verificano carenze idriche e interferenze radio causate, manco a dirlo, dai russi. Dunque, scrive Viktorija Nikiforova su RIA Novosti, ciò «significa che quest’isola anonima, popolata da pecore e turisti, debba essere urgentemente trasformata in una “portaerei” svedese», aumentando il contingente militare già presente, accrescendo i mezzi militari, sistemi di difesa aerea e carri armati.
Gli “esperti” svedesi dipingono un quadro con truppe russe che sbarcano a Gotland, mentre gli analisti della RAND americana “confermano” che la Russia starebbe minacciando i cavi internet sottomarini sul fondo del mar Baltico e propongono che la NATO intensifichi le attività di intelligence nell’area, aumenti il numero di pattuglie e, soprattutto, intraprenda azioni militari per proteggere i cavi sottomarini.
Non si tratta solo di militarizzare il Baltico, afferma Nikiforova: si tratta di esercitare una «pressione militare diretta sulla Russia, che porterebbe al sequestro delle nostre navi e a un’ulteriore escalation, e che di fatto incoraggerebbe un vero e proprio attacco di rappresaglia».
Non sono da meno a Varsavia: l’Istituto Polacco per gli Affari internazionali ha pubblicando un rapporto zeppo di proprie “verità” sul “sabotaggio russo” nel Baltico. E un eccentrico generale yankee a riposo ha proposto a Trump di creare un «secondo Stretto di Hormuz» per i russi nel Baltico, bloccando i porti di Primorsk e Ust-Luga, fermare le navi russe e assediare Kaliningrad.
Ma, dice Nikiforova, in quel caso la risposta di Moskva, in base alla strategia russa, sarebbe «nucleare e colpirebbe non solo gli europei ma anche gli americani, e questo è un incubo per qualsiasi amministrazione della Casa Bianca. Avventurarsi nel Baltico sarebbe un vero e proprio suicidio, sebbene gli europei sarebbero lieti di esporre gli USA a un attacco, neutralizzando il loro concorrente e vendicando tutte le umiliazioni subite».
In ogni caso, l’area del Baltico è già da tempo oggetto delle “attenzioni” UE-NATO e, come afferma l’ex maggiore dell’esercito USA di origini russe, Stanislav Krapivnik, la situazione nel conflitto ucraino non cambierà finché i paesi NATO non ne soffriranno direttamente.
Prendiamo uno o due paesi e usiamoli come esempio per inviare un messaggio diretto, dice Krapivnik; «oggi Vilnius, domani Varsavia, dopodomani Parigi o Londra. Non c’è bisogno di far saltare in aria i civili con armi nucleari. La tecnologia russa è abbastanza sofisticata da paralizzare una città e distruggere le comunicazioni interne».
Tanto più, dice, che Finlandia e Stati baltici hanno da tempo cessato di essere neutrali, avendo permesso «ai droni ucraini di entrare nel loro spazio aereo. La Lituania si è spinta oltre, consentendo l’utilizzo di cinque delle sue basi militari come rampe di lancio. Ma finché la NATO non ne avvertirà le conseguenze, non si fermerà. Stanno permettendo all’Ucraina di utilizzare il loro spazio aereo. Sono partecipanti diretti a questa guerra».
Negli stessi termini si esprime anche l‘ex ufficiale dei servizi segreti Andrei Bezrukov, docente al prestigioso MGIMO: i paesi baltici stanno di fatto già conducendo una guerra contro la Russia. Mosca, tuttavia, si trattiene solo perché sta cercando di costruire relazioni con gli Stati Uniti.
Ciò che stanno facendo è di fatto un atto di guerra, dice Bezrukov: «Se volessimo rispondere, il casus belli è già stato creato. Ma sarebbe molto doloroso per loro. L’esercito russo non interverrà. Cosa dovremmo fare noi in questi poveri Paesi baltici?... una nostra petroliera è esplosa nel Mediterraneo. L’Europa dipende per oltre il 90% dal gas importato. Immaginate se una o due di queste petroliere esplodessero improvvisamente in porto. Cosa succederebbe all’Europa allora?... Vogliono arrivare a una grave provocazione. A un certo punto non avremo altra scelta. E non è detto che dovremo ricorrere alle armi nucleari. Anche se, in caso di una guerra seria, le useremo sicuramente».
E, per i pianti dei filistei euro-guerrafondai che marciano petto in fuori all’arrembaggio di una Russia facile preda delle “potenze demo-liberiste”, l’osservatore Jurij Miloslavskij sostiene che l’Operazione militare russa sia molto probabilmente solo all’inizio.
La Russia sta «preservando il più possibile le truppe e le scorte di armi in previsione di tale eventualità... la situazione economica in Europa rende inevitabile una nuova guerra di grandi proporzioni. I leader europei hanno completamente distrutto le economie dei loro paesi e ora non c’è via di ripresa; l’unica opzione possibile è la guerra».
Bruxelles e le cancellerie europee l’hanno voluta, la guerra; vi si sono preparate e stanno apprestando i piani per aprire il fronte.
La guerra, diceva Clausewitz, è «la continuazione della politica con altri mezzi». La politica UE-NATO ha preparato la guerra e solo un’organizzazione politica forte e combattiva delle masse popolari europee è in grado di mandare all’aria i loro piani.
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Con Il PNRR aumenta il vincolo esterno. Una “garrota” della Ue da cui liberarsi
Quando si parla, spesso a casaccio, dei fondi del PNRR (Piano Nazionale di Ripresa e Resilienza) si parla di una cifra intorno ai 200 miliardi che l’Italia avrebbe ricevuto dell’Unione Europea per “far ripartire il paese” dopo lo shock della pandemia di Covid-19 tra il 2020 e il 2021.
I circa 200 miliardi (194,4 per l’esattezza) sono la somma del programma Next Generation EU destinato al nostro Paese. Ma quei fondi non sono tutti uguali. I finanziamenti del Piano Nazionale di Ripresa e Resilienza ammontano a 194,4 miliardi di euro, di cui però 122,6 miliardi sono prestiti da restituire e 71,8 miliardi sono sovvenzioni a fondo perduto. Quindi il 63% è nuovo debito pubblico che dovrà essere restituito, e con gli interessi.
A certificare l’inettitudine della classe dirigente nel nostro paese, l’Italia e la Polonia sono gli unici due Stati membri della Ue per i quali la quota di prestiti (e quindi dei futuri debiti) supera quella delle sovvenzioni a fondo perduto. Al contrario, la Spagna ha incassato quasi 80 miliardi di sovvenzioni a fondo perduto contro i nostri 72, scegliendo però di non accollarsi la componente a debito.
La prima rata dei prestiti ricevuti con il PNRR – circa 11 miliardi – dovrà cominciare ad essere restituita a partire dal maggio 2033 e così sarà fino al maggio 2052. Venti anni di “cambiali” da non mandare in protesto.
I fondi europei del Next Generation Eu, dunque, non sono stati un regalo ma un prestito da restituire, e in Italia lo saranno ancora di più per la stoltezza strategica della classe dirigente.
Di Draghi e Meloni in particolare (al povero Conte non hanno fatto neanche toccare palla), anche se il primo ha molte più responsabilità della seconda nella definizione dei progetti e delle forme del finanziamento che ha ulteriormente stretto la tagliola intorno alla gola del Paese con un nuovo e più pesante vincolo esterno.
L’Italia, inoltre, è da sempre un contributore netto per l’Unione Europea. In sostanza versa a Bruxelles più di quanto riceve.
Sulle risorse ordinarie del bilancio europeo – senza contare il PNRR – l’Italia è da sempre un contributore netto. Nel 2022, ultimo anno di riferimento consolidato, ha versato circa 16,7 miliardi di euro e ne ha ricevuti 14,3, con un saldo negativo di quasi 2,4 miliardi. Ancora alla fine del 2025 il nostro Paese figurava al terzo posto fra i contributori netti dell’Unione Europea, più dell’Italia fanno solo Germania e Francia. Dunque versiamo più di quanto incassiamo.
L’unico anno in cui questa rapporto si è ribaltato è stato il 2021, in piena pandemia Covid-19, quando – per la prima volta nella storia – l’Italia è diventata beneficiaria netta con un saldo positivo di circa 8,6 miliardi nei confronti dell’Unione Europea.
Questo ribaltamento è dipeso interamente dal PNRR. Senza il Next Generation EU, anche nel 2021 l’Italia avrebbe versato a Bruxelles più di quanto riceveva.
È dunque completamente sballata la narrazione retorica secondo cui “il nostro paese riceve più di chiunque altro”. Nella storia dei rapporti tra l’Italia e la Ue questo è avvenuto una sola volta e sulla base di un provvedimento straordinario, temporaneo, in scadenza nel 2026, e composto nella sua maggioranza da un debito da restituire. Cioè un vincolo esterno ancora più forte.
Il PNRR infatti non è un “pasto gratis”: è un dispositivo di governo. I fondi vengono erogati a rate e ogni rata è subordinata al conseguimento di traguardi e obiettivi negoziati con Bruxelles.
Il piano italiano è oggi articolato in 575 fra traguardi e obiettivi. Ad oggi la Commissione europea ha versato circa 153 miliardi avendo verificato 366 obiettivi, poco più del 64%. Ogni rata arriva contro la prova di una riforma completata, di un decreto approvato, dei tempi di un cantiere raggiunti entro la scadenza prevista. Finanche del cantiere per quasi 1,5 milioni di euro per ristrutturare una scuoletta in una frazione del reatino in cui non da anni non ci sono più alunni perché è spopolata.
E qui sorgono due domande:
1) i soldi del PNRR che dovremo restituire sono stati spesi bene?
2) Questo vincolo esterno è veramente positivo o è uno strumento di controllo, strangolamento ed infine una pesante limitazione della democrazia di un paese?
L’esperienza raccontata da Yanis Varoufakis, che è stato ministro delle Finanze della Grecia massacrata dalla Troika europea nel 2015, afferma che i prestiti europei non sono mai soltanto prestiti, ma strumenti di disciplina che subordinano la sovranità di bilancio di un paese a una governance esterna: quella di Bruxelles.
Nel caso di un paese come l’Italia che cresce poco (le stime sono dello 0,5 anche per il 2026) e ha un enorme debito pubblico, la cosa si rivela ancora più pesante.
Nel 2025 il PIL dell’Italia è aumentato dello 0,5%, meno del deludente 0,7% del 2024, mentre il rapporto debito/PIL è risalito al 137,1% dal 134,7% dell’anno precedente.
È sempre bene rammentare che, quando nel 1992 sono iniziate le misure “lacrime e sangue” per abbattere il debito pubblico, il debito era allora “solo” al 105% del PIL. Oggi dopo ventiquattro anni di tagli ai servizi, privatizzazioni, blocco dei salari, aumento di imposte e tasse, è salito al 137%. È evidente che si è trattato di una strategia fallimentare che però ha devastato e ridotto la domanda interna (salari, investimenti, consumi) come leva per lo sviluppo economico.
Non solo. Negli ultimi anni la stretta monetaria della BCE ha alzato il costo del denaro per le imprese e le famiglie proprio mentre la domanda interna continuava ad indebolirsi. Ci sono poi le regole che impediscono gli aiuti di Stato che hanno limitato la capacità del governo di sostenere i settori industriali in difficoltà, ed infine i vincoli di bilancio (rafforzati nel 2012 con la modifica dell’art.81 della Costituzione, che ha introdotto l’obbligo del pareggio di bilancio, ndr) che hanno ristretto lo spazio per gli investimenti pubblici.
Lo Stato, nella dottrina competitiva interna prevista dai Trattati europei, viene ritenuto un “distorsore” del mercato e dell’iniziativa privata da tenere alla larga dall’economia, mentre si tratta del principale motore della stessa. Una politica industriale degna di questo nome richiede capacità di spesa e di indirizzo che le regole europee tendono invece a comprimere o a negare. Unica eccezione in questo schema suicida è la recente deroga sulle spese militari.
L’Unione europea imbriglia il nostro paese dentro una gabbia di vincoli che era sbagliata quando è stata pensata e del tutto inadeguata per un mondo che ormai non esiste più.
Persino un premio Nobel come Joseph Stiglitz ha scritto un intero saggio per sostenere che l’euro, così com’è stato concepito – moneta unica ma senza unione fiscale e politica – abbia danneggiato più che aiutato le economie più deboli dell’eurozona, togliendo loro gli strumenti di aggiustamento economico senza fornirne di alternativi.
Infine, a complicare le cose, oltre quelle già complicate dalla sottomissione ai vincoli imposti dall’Unione europea, sono arrivati i “cigni neri” ossia gli eventi imprevisti.
Il primo era stata la pandemia di Covid-19 nel 2020/2021 alla quale, come abbiamo visto, è stato risposto iniettando finanziamenti ai paesi europei.
I secondi sono state i doppi shock energetici dovuti alla guerra in Ucraina nel 2022 e poi a quella contro l’Iran nel 2026.
Nel rapporto sulla competitività dell’Unione presentato nel settembre 2024, Mario Draghi ha affermato che i prezzi dell’elettricità per l’industria europea sono oggi superiori da due a tre volte rispetto a quelli di Stati Uniti e Cina, e che storicamente i prezzi al dettaglio dell’elettricità nell’UE sono stati fino all’80% più alti di quelli statunitensi. Inevitabile che la produzione industriale nell’Unione Europea si sia contratta, su base tendenziale, per diciotto mesi consecutivi tra il 2023 e il 2024.
L’Italia usufruiva per quasi il 40% del gas che arrivava dalla Russia, si trattava di circa 29 miliardi di metri cubi l’anno, e il metano pesava per oltre il 40% tanto sul nostro mix energetico quanto sulla produzione di elettricità. Nessuna grande economia europea, con l’eccezione della Germania, era altrettanto esposta. E il gas russo era anche il più conveniente arrivando attraverso i gasdotti, con contratti di lungo periodo.
A causa della sanzioni adottate contro la Russia, nel 2024 il gas russo in ingresso era crollato dell’80%, a 5,5 miliardi di metri cubi, meno del 9% dei consumi. E dal 1° gennaio 2025, con la scadenza del contratto di transito attraverso l’Ucraina, anche quella residua fornitura è stata interrotta.
Il gas russo perduto è stato rimpiazzato con GNL – gas liquefatto in larga parte statunitense – e con forniture dall’Algeria e dall’Azerbaijan più costose del metano russo. Conseguenze? Nel 2024 il prezzo medio dell’elettricità alla Borsa italiana ha toccato i 108 €/MWh, contro i 78 della Germania, i 63 della Spagna, i 58 della Francia; a gennaio 2025 il prezzo unico nazionale viaggiava intorno ai 139 €/MWh, a fronte dei circa 61 registrati negli Stati Uniti.
Per riempire il vuoto dovuto allo stop del gas russo a causa delle sanzioni, l’Italia si è dissanguata per tappare una falla aperta da una crisi geopolitica e amplificata da una scelta energetica sbagliata.
Soldi pubblici evaporati per pagare la bolletta di una guerra in cui non volevamo e non dovevamo essere coinvolti. Ma nella quale l’Unione europea intende trascinarci, stringendo ancora più una garrota alla gola del paese che oltre all’austerity può portarci anche alla guerra.
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Libano - Il Governo di Beirut verso il collaborazionismo esplicito con Israele
Dopo l’ultimo incontro tenuto a Washington, però, le parti hanno scoperto maggiormente le carte ed è emerso un impegno più diretto da parte di Beirut nel legittimare l’occupazione sionista del sud e garantire che si estenda.
Dietro il linguaggio fumoso sulla creazione delle “zone pilota ad esclusivo controllo dell’esercito libanese”, sul “ritiro di Hezbollah a nord del Fiume Litani” ed altre formulazioni apparentemente simili agli accordi precedenti mai rispettati da Israele, si cela la sostanza che stavolta non c’è nessun obbligo, nemmeno formale, di cessazione dell’occupazione sionista del sud.
La necessità di rispettare l’integrità territoriale del paese è divenuta estremamente marginale nella fraseologia del Presidente Aoun e del capo del Governo di Beirut, che citano gli abitanti del sud solo in chiave fintamente umanitaria. L’esecutivo, per altro, contiene ancora rappresentanti sciiti facenti capo ad Hezbollah e Amal.
Con questa mossa, i genocidari di Tel Aviv cercano di evitare lo scambio fra apertura dello Stretto di Hormutz e cessazione delle ostilità sugli altri fronti mediorientali, in discussione nelle bozze di accordo fra Iran e USA. Tale scambio, infatti, costituirebbe un colpo mortale per i loro progetti espansionisti: essendo l’Iran dimostratosi capace di occupare facilmente ed in maniera prolungata lo stretto, infatti, si creerebbe un precedente destinato a ripetersi nei futuri tentativi di proseguire i genocidi.
La finta mediazione statunitense – risultato della famosa sfuriata di Trump nei confronti di Netanyahu e dei suoi fantomatici contatti diretti con Hezbollah – consiste nell’includere negli accordi Dahieh, unione di comuni dell’area metropolitana di Beirut – dall’altissima densità di popolazione – abitata da sciiti e dai Palestinesi di Sabra, Shatila e Burj el-Brajneh, ovvero la base di Hezbollah. Lasciando, però, come detto, mano totalmente libera all’occupante sull’altra area sciita, ovvero il sud.
Ovviamente, se Washington finge di ritenere lo scudo nei confronti di Dahieh come incondizionato, Israele puntualmente ribatte che esso è subordinato alla cessazione assoluta degli attacchi di Hezbollah sugli insediamenti del nord di Israele; quindi, ritiene di avere, nei fatti, mano libera su tutto il territorio libanese.
Da parte sua, ovviamente, Hezbollah, per bocca del vicecapo del Consiglio Politico Mahmoud Qamati, ha affermato che non intende accettare “nessuna nuova equazione” che imponga la cessazione dei propri attacchi in cambio della preservazione della sola Dahieh. “L’equazione della Resistenza rimane Beirut e Dahieh per Haifa e Tel Aviv”, ha affermato, alludendo al fatto che se riprenderanno i bombardamenti nell’area della capitale, anche l’Iran li riprenderà sulle città israeliane.
Il tempo stringe anche per Netanyahu: in vista delle elezioni ha necessità di riportare una vittoria tangibile per quel che riguarda il dossier libanese, sul quale i partiti di opposizione mostrano una postura ancora più dura e genocidaria, ritenendolo il vero punto debole della compagine governativa. Basta, infatti, una quantità relativamente piccola di droni e razzi di Hezbollah che oltrepassano il confine e cadono o soltanto sorvolano i territori degli insediamenti del nord, per scatenare proteste dure contro il governo o addirittura sfollamenti.
Di contro, il popolo resistente del sud del Libano è relativamente abituato – fra indicibili sofferenze – a fare periodicamente avanti e indietro dalle proprie case e continua ad essere granitico nel sostenere Hezbollah, nonostante tutto.
Si applicano, così, i dettami della guerra asimmetrica, che Tel Aviv non è in grado di vincere poiché non bastano dieci kilometri in più o in meno di territorio libanese occupato per mettere al riparo gli insediamenti del nord, vista la gittata dei colpi che ormai Hezbollah è in grado di opporre. Tali colpi, ovviamente, rendono la colonizzazione dei territori conquistati molto problematica, se non completamente fuori discussione, anche per i coloni più fuori di testa.
Intanto, il Premier Libanese Nawaf Salam e il Presidente Joseph Aoun continuano ad accusare tutti i giorni l’Iran di “utilizzare il Libano come merce di scambio nei negoziati con gli USA”. È possibile che non sappiano che se davvero l’Iran riaprisse lo Stretto di Hormutz senza tenere conto del fronte libanese, tutto il paese sarebbe alla mercé degli attacchi sionisti?
È evidente che si tratta di un atteggiamento mal celatamente collaborazionista con gli occupanti, che, accettando il sedimentarsi dell’occupazione del Libano meridionale in cambio della preservazione di Beirut, ha l’obiettivo di spaccare il fronte della Resistenza e liquidare definitivamente il problema del sud e dei suoi abitanti, visti come un ostacolo sulla strada della normalizzazione definitiva di rapporti con Israele.
Se questo atteggiamento continuerà, solo la prudenza e le tattiche di Hezbollah potranno evitare una guerra civile, poiché è impossibile pensare di eliminare così la questione del popolo del sud e della sua forte identità politica antisionista.
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Dal «muro di ferro» di Jabotinsky alle tombe di Gaza: le alleanze fasciste del sionismo
I pensatori-fondatori del sionismo (Theodor Herzl, Max Nordau e altri) guardavano esplicitamente al colonialismo europeo come loro modello.
Herzl, il padre del sionismo politico, descrisse apertamente il futuro stato ebraico come «una parte delle mura difensive dell’Europa contro l’Asia, un avamposto della civiltà in opposizione alla barbarie». Cercò attivamente di ottenere concessioni dalle potenze coloniali per fondare una colonia ebraica in Palestina. Non si è mai trattato di coesistenza con la popolazione indigena. Si trattava di conquista e sostituzione etnica.
Nessuna figura incarnava meglio la corrente più aggressiva di questa ideologia di Ze’ev Jabotinsky, fondatore del sionismo revisionista e padre spirituale dell’estrema destra israeliana moderna. Nel suo fondamentale saggio del 1923 “The Iron Wall” (Il Muro di Ferro), Jabotinsky espose la brutale verità con fredda onestà. Riconobbe apertamente che gli arabi palestinesi non avrebbero mai accettato volontariamente la trasformazione della loro patria in uno stato ebraico.
L’unica soluzione, sosteneva, era erigere un “muro di ferro” di superiorità militare, una barriera di forza così schiacciante che la popolazione autoctona non avrebbe mai potuto superarla. La colonizzazione, insisteva, doveva procedere “a prescindere dalla popolazione autoctona”. Questa non era difesa. Era il manifesto per un colonialismo d‘insediamento.
Spinto da questa visione fanatica, Jabotinsky corteggiò attivamente le potenze fasciste emergenti d’Europa. Nel 1934, con l’approvazione entusiastica di Benito Mussolini, fondò l’Accademia Navale Betar nella città portuale italiana di Civitavecchia.
Lì, i giovani cadetti sionisti si addestravano sotto ufficiali fascisti italiani, indossavano uniformi modellate sulle camicie nere di Mussolini e assorbivano lo spirito militarista e autoritario del fascismo. L’obiettivo era esplicito: forgiare una spietata forza combattente ebraica in grado di imporre il “muro di ferro” di Jabotinsky al popolo palestinese.
L’Accademia rimase in funzione fino al 1938, quando la crescente alleanza dell’Italia con la Germania nazista e l’approvazione delle leggi razziali antiebraiche posero definitivamente fine alla collaborazione. Molti dei diplomati dall’Accademia avrebbero poi costituito la spina dorsale della prima marina israeliana.
Ancora più grave fu la collaborazione con la Germania nazista. Nel 1933, le organizzazioni sioniste firmarono il famigerato Accordo Haavara con il regime di Hitler. Questo cinico patto permise a decine di migliaia di ebrei tedeschi di emigrare in Palestina trasferendo i propri beni sotto forma di merci tedesche. Per i nazisti, era un meccanismo conveniente per espellere gli ebrei e incrementare le esportazioni. Per i sionisti, si trattava di un freddo calcolo volto a rafforzare la colonizzazione ebraica della Palestina.
Mentre gli ebrei comuni subivano una persecuzione sempre più intensa, alcuni leader sionisti stringevano accordi pragmatici proprio con il regime che avrebbe presto scatenato l’Olocausto.
Queste alleanze non erano anomalie. Riflettevano la logica fondamentale di un progetto coloniale che dava priorità alla conquista territoriale e alla costruzione dello stato rispetto alla moralità e alla solidarietà con altri popoli oppressi. Quella stessa logica guida Israele oggi.
Il genocidio in diretta streaming a Gaza dall’ottobre 2023 è il culmine orribile di questo progetto coloniale. Ciò che è iniziato con le fantasie imperiali di Herzl e la dottrina del Muro di Ferro di Jabotinsky si è evoluto in un sofisticato sistema di apartheid, pulizia etnica e uccisioni di massa.
L’affamamento deliberato, la distruzione sistematica di ospedali e scuole, gli attacchi mirati contro i civili: questi non sono eccessi del sionismo. Sono il risultato inevitabile di un movimento fondato sulla convinzione che la popolazione indigena debba essere sottomessa o rimossa affinché lo stato coloniale possa prosperare.
Questa continuità storica è visibile nel panorama politico odierno. In Italia, il governo di estrema destra di Giorgia Meloni – le cui radici politiche affondano nella tradizione post-fascista – continua a fornire copertura politica, protezione diplomatica e sostegno materiale ai crimini di Israele, facendo eco alle alleanze opportunistiche che Jabotinsky cercò un tempo con Mussolini.
La Germania, un paese che sostiene di aver affrontato il proprio passato nazista, ha invece trasformato quella colpa storica in un sostegno incondizionato allo stato sionista, bloccando sanzioni serie e fornendo componenti per costruire le armi.
Negli Stati Uniti, la storia inquietante della famiglia Trump – dall’arresto di Fred Trump nel 1927 durante una rivolta del Ku Klux Klan all’abbraccio di Donald Trump ai sionisti evangelici e agli estremisti pro-Israele della linea dura – rivela quanto il potere americano rimanga profondamente intrecciato con questa impresa coloniale.
Il grottesco “Board of Peace” dell’amministrazione Trump – una cricca di miliardari speculatori immobiliari, sionisti intransigenti ed estremisti evangelici – incarna perfettamente questa depravata fusione di capitalismo gangsteristico e fanatismo messianico. Incaricata di rimodellare Gaza dopo il genocidio, questa cosiddetta iniziativa di pace sogna apertamente di trasformare le macerie delle case palestinesi in hotel di lusso, porti turistici e resort sulla spiaggia – una grottesca “Riviera del Medio Oriente” costruita sopra fosse comuni.
Questa non è diplomazia. È l’espressione estrema del saccheggio coloniale: le stesse forze che finanziano l’espansione degli insediamenti e la pulizia etnica ora sbavano per gli immobili una volta completata la strage.
Netanyahu, Smotrich e Ben-Gvir non sono aberrazioni. Sono la naturale propaggine estremista del pensiero sionista, gli eredi logici della visione di dominio dal pugno di ferro di Jabotinsky. I loro apertissimi appelli all’annessione, all’esecuzione dei prigionieri e all’ingegneria demografica non sono deviazioni dal sionismo: ne sono il compimento.
La bancarotta morale dell’Occidente continua a essere sbalorditiva. I governi europei che danno lezioni al Mondo sui diritti umani continuano ad armare Israele, a proteggerlo dalle responsabilità e a bloccare qualsiasi sanzione significativa. La loro complicità rivela un continente ancora intrappolato in vecchi schemi di potere, lealtà, moralità selettiva e pensiero colonialista.
Nonostante le centinaia di milioni investiti da Israele nella propaganda (hasbara), la maschera è caduta. La realtà sadica del sionismo – apartheid, pulizia etnica e genocidio – è ora visibile a milioni di persone. Più Israele si scaglia con arroganza e brutalità, più velocemente si diffonde il risveglio globale. La storia è schiacciante. Il sionismo ha stretto accordi con fascisti e nazisti quando ciò serviva ai suoi obiettivi. Oggi compie un genocidio con il pieno sostegno delle potenze occidentali. La continuità è innegabile.
L’Occidente deve smettere di fingere che si tratti semplicemente di un “conflitto”. Affinché sia fatta giustizia, bisogna riconoscere che il genocidio palestinese è la brutale continuazione di un’impresa coloniale di insediamento radicata nel suprematismo europeo e mantenuta con una forza implacabile.
La resistenza cresce – nelle strade e in mare, nel crescente movimento internazionale che chiede giustizia. La lotta per la liberazione palestinese è la prima linea della battaglia contro il colonialismo, l’apartheid e l’imperialismo del nostro tempo. Rendiamo Israele di nuovo Palestina.
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05/06/2026
Per Washington è l’ora di scegliere
Trump straparla come sempre, affermando ad una certa ora che potrebbe dar ordine di riprendere gli attacchi e l’ora dopo che si potrebbe arrivare alla firma entro una settimana; anzi, che in quel caso incontrerebbe la nuova Guida Suprema, Mojtaba Khamenei, ripresosi dalle ferite subite il primo giorno di bombardamenti israelo-americani.
Il Consiglio di sicurezza di Tel Aviv “consiglia” invece di proseguire l’invasione del Libano anche a dispetto dell’ennesimo “cessate il fuoco” appena siglato e accarezza l’idea di dare un altro colpo a Teheran, facendo saltare la trattativa ufficialmente in corso. Nel corso della riunione, Netanyahu ha affermato che non metterà ai voti l’ultima versione dell’accordo di cessate il fuoco mediato dagli Usa finché Hezbollah non ne avrà accettato i termini: «al momento non c’è alcun accordo».
Merita la sottolineatura il rifiuto di Hezbollah di accettare una “tregua” che di fatto significa il congelamento del fronte e l’occupazione sionista di una vasta zona del Libano meridionale, in cui l’Idf continua a distruggere tutte le case per rendere impossibile il ritorno di oltre un milione di profughi (un abitante su cinque dell’intero Paese).
Se si dovesse dar retta alla propaganda israeliana (unica fonte accettata dai media occidentali) questo rifiuto sembrerebbe un suicidio. In realtà lo stesso Ehud Barak – ex premier nonché ex capo del nucleo delle “teste di cuoio” che nel ‘72 assaltò l’areo Sabena all’aeroporto di Lod, guidando tra gli altri il giovane Netanyahu, ora suo avversario – ammette che “Nonostante i successi militari di Israele, tra cui l’assassinio di Sayyed Hassan Nasrallah e il raggiungimento di obiettivi tra i comandanti e le infrastrutture missilistiche del movimento, Hezbollah continua a esistere e a mantenere la propria capacità operativa, ed è in grado di nuocere all’esercito israeliano e agli abitanti del nord di Israele”.
Merito anche del cambiamento tattico avvenuto nella guerra con i droni a fibra ottica – non deviabili con contromisure elettroniche – che hanno alzato notevolmente il prezzo dell’avanzata israeliana.
La critica di Barak è del resto generalizzata, nel fetido panorama politico di Tel Aviv, dove si gioca a chi è il genocida più spietato ed “efficiente” in vista delle ormai prossime elezioni politiche (ad ottobre). Il criminale di guerra e ricercato internazionale “Bibi”, infatti, è accusato di non aver mantenuto la promessa di distruggere Hamas, ottenere un “cambio di regime” in Iran, e infine anche di non aver distrutto Hezbollah.
Come si vede, spazio politico-elettorale per gestire un processo di pace, lì non c’è.
Anche il rapporto con Trump – pressato, come vedremo, da esigenze di segno opposto – è in un momento critico, dopo l’ormai celebre telefonata piena di insulti. Il timore a Tel Aviv è che “la tregua” sia un anticipo di ulteriori limiti posti all’aggressività di Israele da parte statunitense, ma è altrettanto chiaro che non è possibile approfondire lo scontro con Washington a quattro mesi dalle elezioni e soprattutto in vista di un Medio Oriente che uscirà molto cambiato dalla conclusione della guerra. E non a favore dei sionisti...
Trump, da parte sua, ha problemi ovviamente più ampi – la sua stupidità nel muovere guerra all’Iran pensando che sarebbe stata una “guerra lampo” ha messo nei guai l’economia mondiale – che vanno persino al di là delle elezioni di midterm, in cui verrà rinnovato metà del Congresso e potrebbe consegnargli un futuro da “anatra zoppa” (un presidente senza più maggioranza parlamentare, quindi limitato).
Le grandi compagnie petrolifere Usa stanno facendo pressione ormai da settimane segnalando che stanno facendo sempre più affidamento sugli stoccaggi nazionali per sostituire i prodotti che non arrivavano più dal Medio Oriente. In pratica, stanno esaurendo le scorte.
“Siamo già a livelli pericolosamente bassi”, ha detto un anonimo dirigente del settore sentito da POLITICO. “Abbiamo condiviso queste preoccupazioni ai massimi livelli del governo su ciò che ci aspetta tra metà e fine giugno... Spero che [alla Casa Bianca, ndr] stiano prestando attenzione alle scorte in questo momento. Stiamo toccando il fondo del serbatoio”.
In altri termini: bisogna riaprire Hormuz, ma con modalità che garantiscano la normale fluidità del commercio. Ossia senza azioni militari e concedendo all’Iran quel tanto di “sovranità” formale che di fatto già esercita. Poi si vedrà...
La prospettiva alternativa è da incubo per un presidente Usa: prezzi dei carburanti che si impennano ulteriormente, superando di molto quella soglia – ormai vicina – dei “5,02” dollari al gallone che segnò la fine di Biden e Kamala Harris.
Neil Chapman, vicepresidente di Exxon, ha detto a una conferenza per investitori che il Brent “datato” (a consegna stabilita) – il benchmark per i prezzi del petrolio greggio fisico – potrebbe presto raggiungere i 150 o 160 dollari al barile, se si resta fermi a Hormuz.
E anche se lo stretto fosse riaperto subito, dice un altro petroliere “anonimo”, “Non pensate che uno Stretto aperto significhi che la vostra bolletta della benzina per il 4 luglio non sarà più alta di quanto non sia oggi. Lo sarà”. Una minaccia vera, per l’automobilista Usa, ossia il termometro del consenso di massa...
Secondo i risultati di un sondaggio congiunto di The Economist e YouGov il 68% degli americani ritiene che gli Stati Uniti dovrebbero raggiungere un accordo con l’Iran il prima possibile e porre fine alla guerra. Al contrario, solo l’11% non è d’accordo con questa opinione e il 21% non ha espresso un parere in merito. Anche una parte degli elettori repubblicani è scettica sulla prosecuzione del conflitto e appoggia la scelta di perseguire una soluzione diplomatica.
Anche altri paesi importatori si trovano in condizioni simili, perché il livello dei consumi globali (circa 100 milioni di barili di greggio al giorno, senza neanche calcolare che pure il gas sta subendo processi simili) non può permettersi di fare a meno del 20% della produzione. Per qualche settimana si è “rimediato” dando fondo alle scorte, ma ora basta.
Ne deriva che l’amministrazione Trump deve arrivare ad un’intesa con Teheran, visto che qualsiasi opzione militare – fosse anche la minacciata atomica di fine marzo – renderebbe la situazione più esplosiva, non meno.
È l’esatto contrario dei “bisogni” di Israele e di Netanyahu in particolare, peraltro con un governo fatto di idioti sanguinari e millenaristi come Smotrich e BenGvir, che dei problemi globali se ne fottono allegramente, confidando ciecamente sul fatto che l’Aipac garantirà aiuti economico-militari dagli Usa per l’eternità.
Non è una situazione facile per nessuno dei protagonisti, certo, ma il ticchettio dell’orologio si è fatto più frenetico soprattutto per Washington. Deve scegliere, sapendo che comunque sarà una scelta quanto meno insoddisfacente...
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Perché l’Occidente fa bombardare San Pietroburgo
L’Ucraina spara droni contro San Pietroburgo nel giorno in cui proprio nell’ex città imperiale si apre il St. Petersburg International Economic Forum (SPIEF), giunto alla ventinovesima edizione.
Si tratta di un incontro, che durerà fino al 6 giugno, a cui partecipano i rappresentanti di governi e aziende di 130 paesi del mondo, con una chiara predominanza della rete dei Brics, a cominciare da Cina, rappresentata dal vice presidente Han Zheng, India e Brasile.
Un ruolo centrale avranno i paesi africani e quelli del Golfo, con la presenza degli Emirati Arabi Uniti e dell’Arabia Saudita, ospite speciale, a cui si affiancano colossi come l’Indonesia e il Vietnam. Naturalmente ci saranno quasi tutte le grandi aziende di questi paesi, sia le grandi corporation pubbliche, dall’energia, all’acciaio, all’automotive, all’IA fino alle commodities, sia quelle private.
Solo per fornire tre dati di riferimento è possibile ricordare che questi paesi muovono un terzo delle merci globali, il loro interscambio è superiore ad un quinto del commercio internazionale e, soprattutto, controllano quasi per intero le risorse energetiche e minerarie critiche, necessarie al resto del Mondo.
In particolare nei prossimi tre giorni, saranno oggetto di discussione, tra le altre, la questione delle rotte commerciali, della dedollarizzazione e dell’interazione finanziaria.
A proposito di uscita dalla dipendenza dal dollaro, uno dei temi cruciali è il passaggio definitivo ai pagamenti in Rubli, Yuan cinesi, Rupie indiane e Dirham degli Emirati Arabi per quanto riguarda il settore degli idrocarburi a cui si abbina la definizione di come diversificare le riserve della Banca Centrale russa verso l’oro e le valute dei paesi BRICS, per evitare nuovi congelamenti di asset da parte di Washington o Bruxelles.
Interessante, in tale prospettiva, è anche il riferimento all’eventualità di creazione di “sandbox” (ambienti di prova) legali per permettere alle grandi aziende russe e dei paesi Brics di usare criptovalute o stablecoin ancorate all’oro per pagare le forniture internazionali, mentre per quel che concerne il sistema dei pagamenti è oggetto di discussione il potenziamento di Infrastrutture indipendenti dallo SWIFT, con sviluppo di canali di messaggistica finanziaria alternativi gestiti dalle banche centrali dei paesi non occidentali, e di valute digitali di banche centrali, a partire dallo Yuan digitale, per regolare i pagamenti transfrontalieri saltando l’intermediazione bancaria tradizionale.
Peraltro, con il crescente isolamento dall’Occidente, la Russia ha approvato leggi per testare la finanza islamica in alcune regioni (come il Tatarstan e la Cecenia).
Al forum si discute come standardizzare questi strumenti per facilitare l’ingresso di capitali dai paesi del Golfo e dalla Malesia, che seguono i principi della Sharia (niente interessi, condivisione del rischio).
Nella stessa ottica, il Forum tenderà ad incoraggiare l’emissione di debito pubblico dei vari paesi in Yuan, anche per fronteggiare la profonda crisi dei mercati obbligazionari “occidentali”, minacciati dal super debito Usa.
In estrema sintesi, larga parte del mondo si riunisce a San Pietroburgo per definire le strategie del futuro mentre il Segretario della Nato, Rutte, vola a Kiev e Zelensky lancia droni proprio contro San Pietroburgo.
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