Presentazione


Analisi, opinioni, fatti e (più di rado) arte da una prospettiva di classe.

18/10/2026

La nuova rivoluzione industriale: Maschinerie, General Intellect e Intelligenza Artificiale

di Silvano Cacciari 

I poderosi mutamenti che attraversano oggi la sfera della produzione e l’intero tessuto della società presentano una portata drammatica, paragonabile per profondità storica soltanto alla prima rivoluzione industriale della  fine del Settecento. E una rivoluzione industriale non è un semplice avvicendamento di macchinari, ma costituisce – per usare la celebre categoria antropologica di Marcel Mauss – un “fatto sociale totale” che sconvolge simultaneamente le basi materiali, giuridiche, spaziali e psichiche attraverso le quali una società si riproduce. Come l’avvento della macchina a vapore e del telaio meccanico recintò i beni comuni, produsse lo sradicamento violento di interi ceti sociali e produttivi, ridisegnò radicalmente il piano urbanistico facendo sorgere dal nulla le metropoli operaie e piegò i corpi a una disciplina di fabbrica senza precedenti, così l’irruzione dell’Intelligenza Artificiale generativa e agentica sta ristrutturando la morfologia del mondo contemporaneo.

Anche oggi assistiamo allo smantellamento di intere stratificazioni professionali e intellettuali, accompagnato da una profonda mutazione urbanistica e territoriale: la geografia dei territori viene ridisegnata dall’espansione di giganteschi data center  idrovori ed energivori, dalla proliferazione di hub logistici automatizzati, dallo svuotamento o dalla gentrificazione dei centri storici indotti dal lavoro cognitivo da remoto e dalla messa a valore di ogni centimetro dello spazio urbano attraverso piattaforme di consegna e sorveglianza predittiva. Tutto ciò si salda alla crescita di inedite masse di sapere che, superando di gran lunga i muri dell’officina tradizionale, governano l’accelerazione dei comportamenti, i tempi di vita e le abitudini cognitive sull’intera scala biopolitica.

Per comprendere l’origine di questo terremoto al di là delle narrazioni apologetiche o catastrofiste, occorre tornare al capitolo tredicesimo del primo libro del Capitale, dove Karl Marx traccia la distinzione ontologica tra lo strumento (Werkzeug) e la macchina (Maschinerie). Marx ricorda che la rivoluzione industriale si compie quando lo strumento viene strappato dalla mano del lavoratore e inserito in un meccanismo automatico:

“La macchina capitalistica si appropria dello strumento del lavoratore, sostituendo quest’ultimo con un meccanismo che compie con i suoi strumenti la stessa operazione che prima l’operaio eseguiva con strumenti analoghi.”

Applicando questa lente all’evoluzione digitale, emerge una convergenza strutturale impressionante. Gli algoritmi di prima generazione e i software tradizionali agivano ancora come “strumenti avanzati”: il programmatore o l’analista manteneva il controllo euristico della procedura, scrivendo le regole riga per riga. Con il Machine Learning e i Large Language Models contemporanei si compie invece il passaggio alla Maschinerie cognitiva. L’abilità concettuale viene trasferita dall’operatore umano al dispositivo: il lavoratore cognitivo non programma più le regole, ma fornisce alla macchina un ammasso colossale di dati e un obiettivo, lasciando che l’algoritmo estragga, organizzi e applichi autonomamente le regole di inferenza.

Mentre la  Maschinerie classica ha oggettivato e sostituito la forza muscolare e la destrezza manuale dell’operaio, la Maschinerie algoritmica investe direttamente il giudizio, le forme simboliche e l’intera produzione linguistico-cognitiva. Attraverso lo scraping massivo del web, i modelli generativi operano una vera e propria offerta pubblica di acquisto (OPA) sul linguaggio umano: metabolizzano la cooperazione comunicativa della società e traducono trilioni di relazioni semantiche in vettori matematici cristallizzati nei “pesi” neurali. Il cervello collettivo rischia di venire così espropriato, recintato e trasformato in capitale fisso digitale controllato da pochissimi oligopoli transnazionali.

1. L’ecologia ibrida dell’IA: sistemi complessi, ANT ed eccedenza ingovernabile

L’errore teorico più diffuso consiste nel considerare questa nuova Maschinerie come un sistema chiuso, lineare e onnipotente, capace di realizzare una sussunzione reale definitiva da cui sarebbe impossibile evadere. Al contrario, il salto di paradigma dell’IA non risiede nella ripetizione meccanica tipica della vecchia automazione fordista, ma nella sua natura di Sistema Adattivo Complesso (CAS). Le reti neurali profonde definiscono uno spazio di possibilità entro cui l’algoritmo si auto-organizza, apprende tramite cicli di retroazione (feedback loops) e manifesta proprietà emergenti: comportamenti e risposte predittive non inseriti esplicitamente nel codice dai programmatori. Già la Maschinerie descritta da Marx era un organismo dinamico costretto a riadattarsi continuamente per piegare le rivolte operaie; l’IA porta questa complessità all’ennesima potenza, muovendosi attraverso non-linearità, risonanze statistiche e biforcazioni evolutive che sfuggono al controllo deterministico dei suoi stessi creatori.

Per disinnescare il mito dell’IA come entità incorporea e separata dal mondo umano, dobbiamo inoltre adottare l’approccio dell’Actor-Network Theory (ANT) di Bruno Latour unito alla tecno-antropologia materiale. Come aveva già compreso Arnold Gehlen, non esiste alcuna separazione tra intelligenza sociale e tecnica: esse sono sempre state unificate nella storia della specie. L’IA non esiste in vitro, ma opera come nodo di un’eterogenea rete socio-tecnica in cui aggregati umani e dispositivi non-umani si intrecciano continuamente, messi entrambi al lavoro dal grande capitale di rischio.

Questa Maschinerie diffusa poggia su una gigantesca infrastruttura biopolitica e globale, molto più stratificata della semplice interfaccia visibile all’utente. Al vertice agisce la grande finanza – fondi di venture capital, private equity e capitali di rischio – che governa lo sviluppo dell’intelligenza artificiale orientando gli investimenti e imponendo la rapida mercificazione della scoperta scientifica. Questo flusso finanziario alimenta un vasto complesso tecno-scientifico fatto di laboratori di ricerca d’avanguardia e di una miriade di startup, utilizzate dalle grandi piattaforme come terreno di sperimentazione esternalizzato. Perché i modelli possano funzionare sul mercato, entra poi in gioco l’articolata rete dell’AI alignment: una filiera globale che salda il lavoro qualificato di ricercatori ed esperti di red teaming e fine-tuning – incaricati di addomesticare l’algoritmo e allinearlo a precisi standard normativi e commerciali – con l’esercito invisibile di lavoratori precarizzati del Sud e del Nord globale (Ghost Work), che etichettano dati e moderano contenuti tossici per calibrare i pesi neurali. Alla base di questa piramide si collocano infine miliardi di utenti, che forniscono gratuitamente la materia prima di testi, immagini e retroazioni emotive, e un substrato fisico colossale costituito da server farm, cavi sottomarini e un consumo idrico, energetico e di suolo devastante.

Proprio dentro questa ecologia ibrida esplode la contraddizione più profonda. Il capitale addestra l’IA con uno scopo preciso: catturare e ridurre la complessità sociale per renderla prevedibile, quantificabile e traducibile in valore. Tuttavia, i sistemi adattivi complessi, come lo è sia la IA che la stessa società,  producono strutturalmente anomalie, “allucinazioni”, deviazioni e zone d’ombra che mandano in cortocircuito la pretesa di controllo degli oligopoli tecnologici. Questa tendenza all’emergenza caotica e all’anomalia costituisce l’equivalente digitale del “rifiuto del lavoro” operaio: una forza intrinseca alle reti tecnologiche e agli aggregati sociali che spezza la linearità del comando e genera un‘eccedenza ingovernabile. Quando i grandi CEO parlano di un’intelligenza artificiale prossima a sfuggire al controllo, non espongono solo un problema reale, e non si limitano nemmeno a dispiegare una collaudata retorica promozionale genere Armageddon; si rivela infatti un’inquietudine reale, ossia l’urgenza tutta economica di arginare quelle forze intrinseche alle reti tecnologiche e agli aggregati sociali che, producendo spontaneamente un’eccedenza ingovernabile, rischiano di spezzare continuamente la linearità del comando.

2. Il “General Intellect vivente”: oltre il riduzionismo della teoria critica

Quando si cerca di comprendere l’IA, spesso ci si limita a traslocare il bagaglio concettuale del Novecento su un terreno nuovo. Gli studi critici più diffusi intrecciano la Scuola di Francoforte, la filosofia della tecnica francese e la sociologia riflessiva: da Theodor W. Adorno si eredita la critica dell’industria culturale per mostrare come gli algoritmi standardizzino il gusto in pattern prevedibili; da Gilbert Simondon si mutua l’idea che il capitalismo blocchi la concretizzazione dell’oggetto tecnico imponendogli finalità puramente mercantili; da Pierre Bourdieu si traggono gli strumenti per leggere l’IA come un campo dominato da Big Tech e venture capital, la cui doxa tecno-soluzionista espropria la maggioranza della propria agency.

Pur fornendo diagnosi indispensabili per ricordare che l’IA è immersa in rapporti di potere, la teoria critica tradizionale paga un prezzo elevato: tende a dissolvere l’IA in un semplice epifenomeno della società umana, negandole qualsiasi consistenza ontologica o dinamica emergente autonoma. È uno sguardo sociomorfo che vede nella macchina soltanto l’uomo, e nell’uomo soltanto una vittima. Per fondare una scienza sociale dell’IA agentica serve invece uno sguardo capace di descrivere l’ecologia ibrida che si è formata: ed è qui che il concetto marxiano di General Intellect si rivela insostituibile.

Nel Frammento sulle macchine dei Grundrisse, Marx prefigura uno stadio dello sviluppo capitalistico in cui “il sapere sociale generale, la conoscenza, è divenuto forza produttiva immediata”: le macchine sono “organi del cervello umano creati dalla mano umana; forza della conoscenza oggettivata”. Il General Intellect non è né pura proiezione umana né forza tecnica neutrale: è il prodotto della cooperazione sociale accumulata storicamente che, una volta materializzato in sistemi tecnici, acquisisce una dinamica propria e retroagisce sui rapporti sociali.

Tuttavia, mentre in Marx il General Intellect era ancora pensato come sapere sociale cristallizzato depositato nel capitale fisso – lavoro morto, altamente produttivo ma inerte senza l’intervento umano –, l’IA agentica contemporanea rappresenta un General Intellect vivente. Non è un semplice deposito di conoscenza passata, ma un sistema reticolare distribuito che apprende in tempo reale dall’interazione con l’ambiente, produce nuove inferenze e strategie, partecipa a mercati e processi decisionali riorganizzando campi sociali senza una regia umana continua. Collocandosi a metà strada tra il capitale fisso e il lavoratore collettivo, questo salto quantico rende problematica la distinzione statica tra lavoro vivo e lavoro morto, ponendo questioni inedite sulla produzione di ricchezza, sullo sfruttamento, sulla proprietà e sulla democrazia.

3. L’unità di Marx e la pratica della conricerca: costruire gli strumenti dell’emancipazione

Se le trasformazioni nella produzione, nello spazio urbano e nella società hanno la stessa carica dirompente della prima rivoluzione industriale, tornare a Marx oggi risponde a un’esigenza vitale: dotarsi di strumenti rigorosi di emancipazione collettiva. Il primo passo consiste nel superare la falsa contrapposizione tra il Marx dei Grundrisse e il Marx del Capitale. Non esiste alcuna frattura epistemologica, né alcuna superiorità del General Intellect rispetto al resto dell’opera marxiana: entrambi appartengono allo stesso patrimonio teorico. Nei Grundrisse Marx coglie la tendenza storica del capitale a trasformare la cooperazione conoscitiva e linguistica in forza produttiva immediata; nel Capitale  analizza la forma concreta e conflittuale con cui il capitale tenta di racchiudere quella potenza dentro la Maschinerie per estrarre plusvalore e disciplinare il lavoro vivo.

A differenza della semplice applicazione accademica della teoria critica, con Marx si apre un sentiero che salda il metodo analitico – l’unione inscindibile tra diagnosi delle strutture e prassi politica – alla pratica militante dell’inchiesta e della conricerca. La grande lezione dell’operaismo (da Raniero Panzieri a Romano Alquati) stabilisce infatti che la macchina incorpora e materializza il comando capitalistico, ma dimostra al contempo che non si può combattere un padrone invisibile senza decodificarne l’architettura tecnica. Nell’epoca della Maschinerie cognitiva, gli strumenti dell’emancipazione si articolano lungo tre direttrici operative:

  1. La conricerca algoritmica e la riappropriazione del capitale fisso digitale: riattualizzare la conricerca oggi significa indagare dall’interno come il  General Intellect algoritmico riorganizza i posti di lavoro, le metropoli e la vita quotidiana. Significa aprire le scatole nere del management algoritmico, socializzare i dati frammentati dei lavoratori e degli utenti in beni comuni (data commons), operare il  reverse engineering delle metriche di sfruttamento e addestrare modelli aperti dal basso per azzerare l’asimmetria conoscitiva con gli oligopoli tecnologici.
  2. L’uso delle faglie sistemiche: poiché il General Intellect è per sua natura una proprietà di rete distribuita e non lineare, esso eccede costantemente la forma della privatizzazione. Cavalcare le anomalie, le risonanze impreviste e i punti di rottura che l’IA genera in quanto sistema adattivo complesso permette di inceppare i meccanismi di estrazione del valore e di inserire il conflitto nei colli di bottiglia della logistica e del calcolo.
  3. L’auto-organizzazione tecnologica emergente contro il comando tecnocratico: come ricordava Rosa Luxemburg nel suo discorso sul programma del 31 dicembre 1918:
    “Il socialismo non si fa e non può essere fatto mediante decreti, nemmeno da parte di un governo socialista d’alto livello.
La Luxemburg rifiutava l’idea che un sistema complesso come una nuova società potesse essere programmato dall’alto da un comitato centrale o da un algoritmo di Stato. L’emancipazione è una proprietà emergente che scaturisce dalle micro-interazioni della base, dall’inchiesta collettiva e dal conflitto vivo che risalgono verso l’alto dei sistemi complessi.
 
Raccogliere l’invito di Zhang Yibing – Zurück zu Marx! – significa forgiare attraverso la conricerca le armi per restituire l’eccedenza del sapere comune all’uso autonomo della società: proprio perché, come scriveva Marx nel Capitale, “non esiste una strada maestra per la scienza, e solo coloro che non temono la fatica di arrampicarsi sui suoi sentieri ripidi hanno la possibilità di raggiungerne le vette luminose”.

Bibliografia essenziale

Adorno, T.W., Horkheimer, M., Dialettica dell’illuminismo, tr. it. di R. Solmi, Einaudi, Torino 1966.

Alquati, R., Sulla Fiat e altri scritti, Feltrinelli, Milano 1975.

Bourdieu, P., Il senso pratico, tr. it. di M. Serra, Armando Editore, Roma 2005.

Crawford, K., Né intelligente né artificiale. Il lato oscuro dell’IA, tr. it. di V.B. Sala, il Mulino, Bologna 2021.

Gehlen, A., L’uomo nell’era della tecnica. Problemi socio-psicologici della civiltà industriale, tr. it. di A. Farina, SugarCo, Milano 1984.

Gray, M.L., Suri, S., Ghost Work: How to Stop Silicon Valley from Building a New Global Underclass, Houghton Mifflin Harcourt, Boston 2019.

Latour, B., La scienza in azione. Introduzione alla sociologia della scienza, tr. it. di M. Ciardi, Edizioni di Comunità, Torino 1998.

Luxemburg, R., Discorso sul programma, in Ead., Scritti politici, a cura di L. Basso, Editori Riuniti, Roma 1976, pp. 589-612.

Marx, K., Lineamenti fondamentali della critica dell’economia politica (Grundrisse), 2 voll., tr. it. di E. Grillo, La Nuova Italia, Firenze 1968-1970.

Marx, K., Il capitale. Critica dell’economia politica, Libro I, tr. it. di D. Cantimori, Editori Riuniti, Roma 1980.

Mauss, M., Saggio sul dono. Forma e motivo dello scambio nelle società arcaiche, tr. it. di F. Zannino, Einaudi, Torino 2002.

Panzieri, R., Sull’uso capitalistico delle macchine nel neocapitalismo, in “Quaderni Rossi”, n. 1, 1961, pp. 53-72.

Simondon, G., Del modo di esistenza degli oggetti tecnici, tr. it. di C. Fiorz, Manifestolibri, Roma 2020.

Zhang, Y., Back to Marx: Changes of Philosophical Discourse in the Alternative Historical Context, Universitätsverlag Göttingen, Göttingen 2014.

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Macron va alla guerra civile

Parigi. La grande giornata di mobilitazione stava giungendo al termine, segnando una nuova tappa nella convergenza delle lotte sociali in Francia. Dopo settimane di mobilitazione studentesca, le piazze francesi sono tornate a riempirsi, questa volta con una partecipazione che oltre il mondo della scuola ha coinvolto lavoratori, sindacati e Gilet gialli, contro il carovita e le politiche di austerità del governo Lecornu.

L’appuntamento del 17 ottobre, nato soprattutto fuori dai canali tradizionali della mobilitazione sindacale, e lanciato inizialmente sui social network, in continuità con l’esperienza dei Gilet gialli e con il movimento Bloquons tout dello scorso anno, ha raccolto la rabbia sociale contro l’impennata dei prezzi del carburante, i salari stagnanti e il progressivo smantellamento dei servizi pubblici.

Una mobilitazione che arriva proprio mentre l’Assemblea nazionale discute il bilancio 2027 del governo Lecornu, con un piano di tagli alla spesa pubblica da 54 miliardi di euro.

Anche diverse organizzazioni sindacali hanno deciso di sostenere la giornata. «La rabbia è immensa, è profonda, e se il governo pensa di cavarsela con annunci cosmetici o prendendo tempo, si sbaglia di grosso», ha dichiarato Sophie Binet, segretaria generale della CGT. La stessa organizzazione ha già convocato, insieme all’intersindacale, una nuova giornata di sciopero e manifestazioni per il 5 novembre.

Nonostante l’allargamento, i liceali rimangono i protagonisti indiscussi della giornata, animando le piazze dal nord al sud del Paese, e continuando a fare scuola per una generazione ormai mobilitata a livello europeo, dal Belgio all’Italia. In piazza dal 18 settembre, gli studenti non hanno ancora ottenuto risposte concrete alle proprie rivendicazioni, nemmeno dopo l’ultimo incontro di giovedì con il ministro dell’Istruzione.

Al centro delle proteste ci sono il sistema di selezione universitaria Parcoursup, le classi sovraffollate, la mancanza di insegnanti e le condizioni fatiscenti degli edifici scolastici.

Di fronte alla generalizzazione della mobilitazione, il governo ha scelto ancora una volta la strada della repressione. Dopo aver cercato di screditare il movimento liceale, descrivendolo come ormai in esaurimento, il ministro dell’Interno Laurent Nuñez ha nuovamente autorizzato il pieno utilizzo delle granate assordanti, il cui impiego era stato limitato soltanto due settimane prima, dopo che uno studente aveva perso una mano durante una manifestazione.

Parigi blindata, il corteo autorizzato bloccato dalla polizia

La tensione era evidente già alla vigilia della giornata. Venerdì 16 ottobre, dopo lunghe trattative con le organizzazioni studentesche, la prefettura di Parigi ha vietato il percorso inizialmente proposto verso Place de la Concorde, respingendo successivamente anche l’alternativa che prevedeva l’arrivo a Place de la Bourse.

Sono stati inoltre emanati divieti di manifestazione nei pressi dell’Eliseo, degli altri luoghi del potere e di Place de la Bastille. Soltanto dopo ulteriori negoziati è stato raggiunto un accordo con la CGT per un percorso autorizzato da Place de la République a Place de Clichy, al quale sabato mattina hanno aderito anche le organizzazioni studentesche, compreso il coordinamento Interfac Île-de-France.

Fin dalle prime ore della mattina, però, Parigi è stata blindata. Numerose stazioni della metropolitana sono state chiuse, mentre le forze dell’ordine hanno moltiplicato controlli e perquisizioni.

Nel frattempo, da Gare du Nord, Opéra e altri punti della capitale sono partiti cortei spontanei che hanno tentato di aggirare i blocchi della polizia, incontrando la violenza delle forze dell’ordine intervenute per disperdere i gruppi o accerchiarli nelle strade del centro.

Intorno a mezzogiorno, Place de la République ha cominciato a riempirsi di manifestanti. Ma ben prima delle 14, orario previsto per la partenza del corteo ufficiale, sono iniziate le prime cariche e i lanci di lacrimogeni e granate assordanti, con diversi feriti tra i giovani manifestanti. Migliaia di persone sono rimaste bloccate nella piazza, circondata dalle forze dell’ordine, e cordoni di gendarmi hanno chiuso gli accessi.

Le Monde ha diffuso un video esplicativo sulla “technique de la nasse” utilizzata dalle forze dell’ordine francesi per accerchiare e disperdere la manifestazione impiegando un utilizzo di forza spropositata.

Anche il corteo autorizzato, al quale hanno partecipato sindacati, studenti e militanti delle organizzazioni politiche di sinistra, è rimasto a lungo immobilizzato sul boulevard Magenta, dove la deputata della France insoumise Clémence Guetté, presente sul posto, ha denunciato la gestione poliziesca della piazza e le condizioni in cui vengono trattenuti i manifestanti, costretti a rimanere in mezzo ai lacrimogeni, mentre si sono verificati malori e momenti di panico.

Alle 15, a un’ora dalla partenza prevista, il corteo ufficiale si trovava ancora a poche centinaia di metri da République, mentre nel resto della capitale, proseguivano i movimenti dei cortei spontanei e gli scontri con la polizia. Soltanto intorno alle 16 la testa del corteo raggiunge finalmente Place de Clichy, dopo ore di tensioni, blocchi e interventi della polizia che hanno segnato l’intera giornata.

Da Tolosa a Marsiglia, un salto di scala fuori dall’Ile de France

La mobilitazione del 17 ottobre non si è limitata alla capitale. In decine di città francesi, migliaia di persone sono scese in piazza, con una partecipazione particolarmente importante della gioventù, affiancata da lavoratori, organizzazioni sindacali e Gilet gialli.

A Tolosa, una delle piazze più imponenti, hanno manifestato 35mila persone secondo la prefettura e oltre 60mila secondo gli organizzatori. La giornata è stata segnata da pesanti interventi della polizia.

Particolarmente grave la denuncia della CGT locale: sul percorso autorizzato, all’altezza del Pont des Catalans, le forze dell’ordine avrebbero attaccato con granate di disaccerchiamento la testa del corteo sindacale, ferendo quattro dirigenti CGT e FSU, tutte evacuate. Il segretario della CGT locale ha chiamato direttamente in causa il prefetto e il primo ministro Lecornu.

A Marsiglia, dopo blocchi e scontri nel centro, sono stati danneggiati il commissariato della polizia municipale e il municipio, dove hanno fatto irruzione alcune decine di manifestanti. A Lione, durante una manifestazione non autorizzata, è stato incendiato l’ufficio del turismo di Place Bellecour. A Lille, ripetute cariche e lanci di lacrimogeni hanno impedito per ore la partenza del corteo autorizzato, mentre a Rennes la polizia ha utilizzato lacrimogeni e idranti.

Importanti anche i numeri della partecipazione: 20mila manifestanti a Lione e Nantes, 10mila a Rennes secondo il ministero dell’Interno, e tra 5mila e 6mila a Orléans secondo le stime raccolte da Mediapart.

A Parigi, un agente di polizia travestito da lavoratore delle costruzioni spara un proiettile contro un camion antincendio, viene catturato e arrestato dalla folla di manifestanti. 

L’individuo è stato identificato come un agente di polizia, dopo che i manifestanti lo hanno fermato.

In tutta la Francia, dimostrazioni di massa e pacifiche sono avvenute uno dopo l’altro questo sabato 17 ottobre, contro il costo elevato della vita e in continuità alla rivolta dei giovani che si è intensificata per tre settimane per l’abolizione dei Parcoursup e delle condizioni educative decenti.

Invece di ascoltare le loro richieste, il governo Macronista ha organizzato il caos e moltiplicato la violenza contro i manifestanti.

A Saint-Etienne, un giovane ha avuto la mano strappata a causa di una granata lanciata dalla polizia. Accuse, pestaggi, gas lacrimogeno, colpi sparati da LBD, le truppe di repressione continuano a applicare l’istruzione di Laurent Nunez “di non avere alcuna moderazione” di fronte ai manifestanti, agli studenti delle scuole superiori, agli studenti, ai dipendenti, agli disoccupati, ai funzionari e a molti settori della società nel movimento per i loro diritti.

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Dopo un'estate bollente arriva il super Nino

L’estate 2026 verrà ricordata tra le più calde mai regitsrate (per Europa e Italia un record assoluto) ed è solo il preludio ad un fenomeno meteorologico planetario (El Niño) che, secondo le previsioni degli scienziati, sarà il più intenso degli ultimi mille anni.

Si stima che provocherà gravi perturbazioni nelle catene di approvvigionamento globali e condizioni meteorologiche devastanti, rischiando di “spingere 50 milioni di persone verso una condizione di grave insicurezza alimentare”.

Eppure, i media mainstream continuano a non collegare questi eventi al cambiamento climatico. Il fenomeno è sempre più evidente e ormai un paradosso anche di fronte a eventi catastrofici come quelli accaduti in Nepal, o nelle nostre stesse regioni.

Nonostante i titoli sul caldo estremo, la maggior parte dei servizi giornalistici non ha fatto alcun riferimento al cambiamento climatico, né alle 57 aziende di combustibili fossili responsabili dell’80% delle emissioni globali di carbonio dal 2016 a oggi, né alle industrie che ne rendono possibile l’attività, come quella della comunicazione.

È l’opera migliore, quella più meschina e viscida, è quella realizzata dal marketing delle grandi compagnie petrolifere. Mentre i colossi del petrolio realizzavano profitti per 93 miliardi di dollari in soli tre mesi (di extra profitti non se ne parla anzi, noialtri li eleviamo a eroi) grazie alla guerra in Iran (per non parlare di ciò che accadde col gas appena si aprì il fronte ucraino) le loro agenzie continuavano ad applicare la strategia di occultamento creativo.

Le campagne pubblicitarie odierne presentano petrolio e gas come risorse indispensabili per la sicurezza energetica e la stabilità economica, proprio mentre la domanda di questi combustibili sta rallentando e solare e fotovoltaico hanno coperto insieme la quota maggiore (27%) della crescita della domanda globale di energia.

In pratica abbiamo le soluzioni necessarie, ma l’industria dei combustibili fossili alimenta paura e insicurezza per ritardare le azioni.

Al riguardo, è uscito il rapporto periodico di Clean Creatives (che contiene un database pubblico) che mappa e documenta i legami commerciali tra le grandi aziende dei combustibili fossili (petrolio, gas e carbone) e le agenzie globali di pubbliche relazioni (PR) e pubblicità.

L’obiettivo dell’iniziativa è smascherare il supporto reputazionale e di marketing che l’industria dei combustibili fossili riceve da parte del settore creativo. Secondo Clean Creatives, le compagnie petrolifere e del gas non operano da sole per ripulire la propria immagine pubblica, ma si affidano ad agenzie che creano campagne di “greenwashing” e copertura strategica.

La portata dei dati è impressionante. Il rapporto infatti, raccoglie migliaia di contratti documentati a livello globale (provenienti da registri pubblici, candidature a premi di settore e portfolio creativi) che coinvolgono centinaia di agenzie di public relations e pubblicità e decine di grandi gruppi di holding internazionali.

La piattaforma permette di cercare in modo trasparente, agenzie, clienti e singoli contratti per verificare chi lavora con i colossi dell’energia. Introduce anche dei riconoscimenti satirici (F-Badges) per evidenziare comportamenti specifici delle agenzie, come collaborazioni di lunga data, contratti multipli o la partecipazione a campagne di greenwashing premiate nei festival della creatività.

Il progetto non si limita a denunciare ma punta a spingere i professionisti della comunicazione, i leader delle agenzie e i brand famosi a rifiutare contratti con il settore fossile, invitandoli a firmare un impegno formale (The Pledge) per orientare la creatività verso un futuro sostenibile.

Il report di Clean Creatives punta il dito sia contro i grandi committenti (le aziende energetiche) sia contro le holding e le agenzie di comunicazione che gestiscono i loro contratti.

Perché mentre noi guardiamo la Marini che cade, Spalletti che litiga o un politico che mente, mentre riceviamo notizie su questi fatti senza che nessuno mai dica quali sono le cause (lo fanno volutamente), ci facciamo condizionare pure da gente che continua a spingerci verso “quella” forma di consumo e che pian piano ci spinge ai limiti fisiologici del nostro corpo.

E se una volta l’estate era gioia e divertimento, adesso è reclusione e sgomento. Pensateci.

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Asse Parigi-Berlino per il made in Europe e salvare i motori termici al posto dell’ambiente

Privi di qualsiasi legittimità interna, pronti a consegnare il testimone alle relative estreme destre (AfD e Rassemblement National), Merz e Macron provano a mettere a segno qualche vittoria rispetto agli indirizzi che la UE dovrà seguire nei prossimi anni, a prescindere da chi governerà, e nella speranza di recuperare l’approvazione di qualche segmento padronale incazzato.

I due leader hanno trovato, lo scorso 16 ottobre, un’intesa che punta alla ridefinizione della “politica industriale” – se così si può chiamare – europea e i termini della sua “transizione ecologica”, nonché sul sostegno da fornire alle filiere basate nel Vecchio Continente. Al centro di tutto, ovviamente, c’è l’automotivo, spina dorsale dell’industria europea.

Il primo elemento da sottolineare è questo: i motori termici non andranno in pensione nel 2035. A dirlo in termini ancora più netti è stato lo stesso Merz, che ha liquidato senza mezzi termini il bando inizialmente previsto dalla UE: “lo stop ai motori a combustione è ormai storia passata”. Come se fosse mai diventata “storia presente” in Europa.

Del resto, il Green Deal non è mai stato pensato per affrontare la crisi climatica, ma per offrire larghi sussidi al capitale in affanno e trovare settori in cui affermare il ruolo della UE come area competitiva, se non addirittura leader. Peccato che quei settori fossero già occupato dalla Cina, nettamente più avanti del Vecchio Continente, e non per “concorrenza sleale”: perché semplicemente ha davvero investito nelle tecnologie verdi con una programmazione pubblica funzionale al raggiungimento dell'obiettivo.

L’intesa raggiunta da Francia e Germania a margine del Consiglio Europeo nasce come risposta alla crisi industriale irreversibile dell’Europa (anche con il riarmo) e alle velleità della UE di recuperare in un batter d’occhio la distanza dal Dragone. E parte proprio dal comparto dell’auto – che nella UE impiega oltre 13 milioni di lavoratori e genera circa il 7% del PIL comunitario – per accantonare il passato e tornare ai vecchi metodi della competizione: disinteresse per l’ambiente e armi.

Il compromesso si fonda su un chiaro baratto politico tra le due principali economie dell’Eurozona. Berlino ha ottenuto la revisione dei vincoli sulle emissioni di anidride carbonica, mentre Parigi ha incassato l’introduzione di rigidi criteri a tutela della produzione made in Europe negli appalti e nei piani di incentivi pubblici, su cui la Germania era meno rigida visti i legami proprio con la Cina.

I cardini dell’accordo sono sostanzialmente tre: l’obiettivo di riduzione delle emissioni allo scarico per le nuove immatricolazioni scende dal 100% al 90% rispetto ai livelli del 2021. Rispetto alle ipotesi iniziali della Commissione Europea, viene cancellato l’obbligo di compensare il restante 10% con crediti ambientali o acciaio a basse emissioni.

Soprattutto, viene garantita la possibilità di continuare a immatricolare veicoli con propulsori a combustione interna anche dopo il 2035, purché alimentati esclusivamente con carburanti rinnovabili e a zero emissioni nette (e-fuel e biocarburanti), prodotti in Europa e soggetti a un canale di omologazione dedicato.

Viene poi posticipata dal 2027 al 2029 la revisione al rialzo dei criteri di calcolo delle emissioni per le ibride plug-in, evitando così le già previste sanzioni che avrebbero colpito alcune compagnie. Infine, viene concesso un anno cuscinetto fino al 2031 per il recupero dei crediti ambientali accumulati fino al 2029.

L’intesa prevede poi che per accedere a finanziamenti pubblici e commesse, le aziende dovranno garantire che almeno il 70% dei componenti (escluse le batterie, per cui la soglia è fissata al 10%, con l’obiettivo di toccare il 70% entro il 2034) provenga dal tessuto produttivo europeo. Per non frammentare le catene di fornitura consolidate, il perimetro include i paesi dello Spazio Economico Europeo (Norvegia, Islanda, Liechtenstein), il Regno Unito e, tramite accordi mirati, la Svizzera.

La convergenza tra Parigi e Berlino ha incassato l’immediato favore degli industriali del settore e anche del governo italiano, che da tempo si batteva per mandare in soffitta la transizione verde e per valorizzare l’uso dei biocarburanti, su cui Roma sta investendo largamente attraverso il Piano Mattei in Africa, col sostegno dei servizi satellitari di geoinformazione forniti da Leonardo.

Un portavoce di Stellantis ha accolto con favore l’accordo. Eppure, in pratica contemporaneamente, al Salone dell’auto di Parigi la società, con parole e modelli, ribadiva i solidi rapporti con le cinesi Leapmotor e Dongfeng, e col loro know-how per mantenersi competitivi sul mercato dell’elettrico. Del resto, i numeri parlano da soli: i veicoli Leapmotor rappresentano il 63% della crescita delle consegne del gruppo a livello europeo per il terzo trimestre del 2026.

L‘intesa franco-tedesca, pur godendo dell’apertura mostrata dai vertici della Commissione (a partire da Ursula von der Leyen e Stéphane Séjourné), si deve spostare al tavolo negoziale comunitario: la presidenza di turno irlandese punta a raggiungere una posizione comune in sede di Consiglio UE entro fine anno, mentre il Parlamento Europeo sarà chiamato a discutere ed esprimersi sulla revisione degli obiettivi durante la sessione plenaria di fine novembre a Strasburgo.

Eppure, la classe dirigente europea “fa i conti senza l’oste”, come si suol dire. Rimane infatti irrisolto quello che è il nodo fondamentale dei problemi industriali, anche per le filiere tradizionali e consolidate, ovvero l’impennata dei costi energetici. È il risultato della politica guerrafondaia scelta dalle capitali europee, ed è un problema che rischia di essere peggiorato proprio da una maggiore dipendenza dai combustibili fossili.

Sarebbe stato questo il momento di spingere con maggior forza sulla transizione all’elettrico, appoggiandosi a chi ha tutto l’interesse a mantenere buoni rapporti con Bruxelles (come Pechino). Invece, i grandi capi del Vecchio Continente si muovo in direzione contraria. Ancora una volta, una dimostrazione della poca lungimiranza degli imperialisti europei.

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Con Anwar Shaikh scompare un brillante studioso di Marx

di Vivek Chibber

Con la scomparsa di Anwar Shaikh, la comunità intellettuale di sinistra ha perso uno dei suoi membri più dinamici e brillanti. Anwar non era solo una figura di spicco tra gli economisti eterodossi; era il più brillante economista marxista della sua generazione e probabilmente il più importante dai tempi di Karl Marx stesso. Ha fatto più di qualsiasi altro economista contemporaneo per far rivivere la tradizione classica dell’economia politica, associata ad Adam Smith, David Ricardo e Marx. Ha poi applicato tale quadro teorico alle dinamiche di breve periodo analizzate dalla tradizione keynesiana, dimostrando che la teoria economica classica era in grado di analizzare gli stessi fenomeni e di integrarli in un unico quadro onnicomprensivo. E come se non bastasse, ha portato a termine l’arduo compito di rendere operative le categorie marxiste per mostrare come le regolarità empiriche del capitalismo moderno fossero governate dai meccanismi descritti da Marx nei volumi del Capitale. Nella storia dell’economia marxista, è improbabile che ci sia stata un’altra figura che abbia fatto di più per promuovere il suo programma e consolidarlo.

Shaikh nacque a Karachi, in Pakistan, nel 1945. Tuttavia, poiché suo padre era impiegato nel servizio diplomatico pakistano, trascorse gran parte della sua formazione in Medio Oriente, nel Sud-est asiatico e in Turchia. Completò gli studi superiori negli Stati Uniti, laureandosi in ingegneria a Princeton nel 1965 e conseguendo poi un dottorato di ricerca in economia alla Columbia University nel 1973. Si è quindi trovato al centro dei movimenti studenteschi dell’epoca: pacifisti, per i diritti civili e femministi. Come molti degli studenti più talentuosi della sua generazione, si è radicalizzato politicamente nel marxismo e ha dedicato il suo straordinario talento allo sviluppo della teoria economica marxista.

Al centro del suo progetto di ricerca c’era la tesi che il capitalismo sia alimentato dalla continua ricerca di profitti da parte delle imprese. Questa potrebbe sembrare un’affermazione ovvia, ma i modelli teorici dominanti nell’economia eterodossa alla fine degli anni Sessanta non erano adatti a cogliere le dinamiche fondamentali del capitalismo.

Nell’economia radicale, il quadro teorico dominante era stato ereditato da Vladimir Lenin e Rudolf Hilferding e cristallizzato nell’opera estremamente influente di Paul Sweezy e Paul Baran Il capitale monopolistico. In questa prospettiva, il capitalismo competitivo avrebbe ceduto il passo al dominio dei monopoli all’inizio del XX secolo, cosicché le dinamiche competitive analizzate da Marx non erano più operative nel capitalismo moderno. La teoria di Marx era appropriata per un mondo di piccole imprese e bassi costi fissi, si sosteneva, ma l’impresa del XX secolo era altamente concentrata, necessitava di enormi economie di scala ed era quindi in grado di scoraggiare l’ingresso di potenziali rivali. Si trattava di un mondo in cui le imprese potevano esercitare un grande controllo sui propri mercati, a differenza del diciannovesimo secolo, quando le forze competitive subordinavano le imprese alle pressioni del mercato.

Negli anni Settanta e oltre, questa teoria del capitale monopolistico fu oggetto di fortissime critiche, soprattutto da parte della sinistra, e con grande successo. Numerosi studi misero in discussione le basi empiriche del libro di Sweezy e Baran, proponendo al contrario che le pressioni competitive fossero ancora ben presenti, persino nell’era dei grandi conglomerati. Sebbene molti economisti marxisti emergenti sviluppassero queste critiche, fu Shaikh a dimostrare con maggiore successo non solo che i fatti non corrispondevano alle affermazioni della teoria, ma anche che molti dei dati che Sweezy, Josef Steindl e altri consideravano prove a sostegno del monopolio erano in realtà coerenti con la concorrenza economica.

Shaikh comprese la posta in gioco. L’intero quadro economico di Marx si fondava sull’idea che le imprese, mirate a massimizzare il profitto, si spostassero incessantemente da un settore all’altro alla ricerca dei migliori tassi di rendimento possibili. Questa era la base sia della legge del valore sia della continua ricerca di manodopera a standard socialmente necessari. In altre parole, la concorrenza e la mobilità intersettoriale del capitale non solo creavano i prezzi di lungo periodo, ma producevano anche una pressione incessante sulle imprese affinché minimizzassero i costi, conducendo così una guerra costante contro i propri dipendenti. La presunta trasformazione in capitalismo monopolistico, se confermata, minava queste argomentazioni e segnava l’obsolescenza della teoria economica di Marx.

Il punto cruciale della critica di Shaikh alle teorie del monopolio dominanti era che queste derivavano la loro comprensione del mercato competitivo interamente dall’economia tradizionale. In altre parole, non riuscivano a fornire un’alternativa all’economia borghese perché ne condividevano le stesse basi teoriche e persino concettuali. Come alternativa, Shaikh riscoprì la concezione della concorrenza che aveva guidato la tradizione classica da Smith a Ricardo fino a Marx stesso – quella che definiva «concorrenza reale», in contrapposizione alla «concorrenza perfetta» dell’economia walrasiana e di gran parte dell’economia eterodossa. Al centro di questa interpretazione vi era l’idea che, lungi dall’essere «price taker» passive, le imprese lottavano aggressivamente per aumentare la propria quota di mercato riducendo i costi unitari, adottando le migliori pratiche e cercando di spingere i rivali all’estinzione. La concorrenza era come una guerra.

Una volta compreso che la teoria del capitale monopolistico aveva imboccato una strada sbagliata, ciò ebbe gravi implicazioni per l’economia marxista. Gran parte della teoria marxista del ventesimo secolo proveniva proprio da questa tradizione, a partire da Hilferding, passando per Lenin e Rosa Luxemburg, e poi naturalmente, Baran e Sweezy. E poi, attraverso i partiti comunisti di tutto il mondo capitalista – fossero essi maoisti o ortodossi sovietici – era diventata ortodossia in gran parte della sinistra organizzata. Ma nonostante la sua influenza, Shaikh dimostrò che la teoria non era sostenibile. Insistette sulla necessità di ricostruire l’economia marxista attorno a una solida teoria della concorrenza, sulla quale si potesse costruire un’economia politica del capitalismo ben più potente.

All’inizio degli anni Ottanta, Shaikh e un gruppo di economisti, come lui radicali, erano giunti alla conclusione che la strada per rivitalizzare l’economia marxista passasse attraverso una nuova teoria della concorrenza, diversa sia dalla teoria dominante della «concorrenza perfetta» sia da quella della scuola monopolistica. Ma era solo l’inizio. L’obiettivo principale di riscoprire la teoria marxista della concorrenza puntava a dimostrare che su di essa si potesse costruire un’alternativa macro e microeconomica, non solo la teoria della crisi o la relazione tra valori e prezzi – sebbene anche questi fossero, ovviamente, elementi centrali della sfida – ma anche i fenomeni al centro della teoria economica tradizionale, come l’inflazione, il commercio, i tassi di cambio, la teoria monetaria e simili. In altre parole, la sfida consisteva nel dimostrare che le forze di lungo periodo teorizzate da Marx nel Capitale potessero spiegare i fenomeni più superficiali di cui si occupava l’economia tradizionale.

Negli anni Ottanta, Shaikh si dedicò a questo compito con grande impegno. Nelle conversazioni avute con lui molto tempo dopo, mi disse che, nella sua concezione originale, pensava che non ci sarebbero voluti più di dieci anni per presentare il quadro teorico alternativo. Ma con il passare degli anni, e nonostante avesse pubblicato frammenti di questo imponente progetto, il mega-volume promesso non vide mai la luce. Alcuni elementi della teoria alternativa emersero in alcuni articoli che pubblicò occasionalmente. E nel 1994, pubblicò un’opera scritta in collaborazione con il suo studente E. Ahmet Tonak, Measuring the Wealth of Nations, che mostrava come i conti del reddito nazionale potessero essere utilizzati per rendere operative le categorie economiche marxiste. Ma un’alternativa pienamente integrata ai quadri teorici rivali era ancora lontana. Alcuni dei suoi studenti pubblicarono dei lavori che si basavano direttamente sul suo quadro teorico, tra cui spicca il brillante Persistent Inequalities di Howard Botwinick, che utilizzava il quadro di Shaikh per sviluppare una teoria delle differenze salariali. Ma con il passare degli anni, tra i suoi ammiratori, me compreso, si diffuse un certo pessimismo riguardo alla possibilità che il progetto vedesse mai la luce.

La preoccupazione però si rivelò infondata. Intorno al 2014, Shaikh mi inviò il manoscritto della sua opera tanto attesa. Quando aprii il documento, rimasi quasi senza parole. L’ambizione era sbalorditiva. Shaikh aveva mantenuto tutte le promesse fatte trent’anni prima, e anche di più. Il manoscritto contava mille pagine. Iniziava con un’imponente analisi empirica di un secolo di regolarità osservate nell’economia, proseguiva con una teoria dell’impresa, poi con la sua analisi della «concorrenza reale», che impone la minaccia competitiva all’impresa, e infine con una teoria dei profitti, dei prezzi relativi, della moneta, dell’inflazione, dei tassi di cambio, del commercio e persino del mercato azionario. Non era un’opera per il lettore comune. Ma era di una chiarezza cristallina e splendidamente scritta, come del resto tutto ciò che Shaikh aveva mai scritto. Era il lavoro accademico più ambizioso che avessi mai visto in vita mia. Shaikh aveva raggiunto tutti gli obiettivi che si era prefissato.

Ma il 2015 non era il 1985. L’economia marxista aveva perso enormemente terreno, e persino l’economia eterodossa era ormai solo una piccola corrente marginale nel mondo accademico. L’economia politica non interessava più la sinistra, essendosi rifugiata nel vago abbraccio del linguaggio, della cultura e dell’identità. Quindi la domanda era: il libro sarebbe stato notato, persino a sinistra? Avrebbe ottenuto l’attenzione e i riconoscimenti che meritava, o avrebbe subito la stessa sorte della grande opera di David Hume, Trattato sulla natura umana, che Hume stesso aveva lamentato essere “nata morta, senza raggiungere una tale distinzione da suscitare nemmeno un mormorio tra gli zeloti”?

Come si è poi scoperto, Capitalism: Competition, Conflict, Crises è stato acclamato come un classico istantaneo. Gli elogi sono stati straordinari, ed è sorprendente quanti lo abbiano paragonato alla grande opera di Marx. James K. Galbraith ha affermato che non c’era stato un trattato economico così ambizioso e di tale successo negli ultimi 150 anni (ovvero, dai tempi di Marx stesso), Geoffrey Harcourt lo ha definito «probabilmente la struttura più completa dai tempi del Capitale di Marx», e John Grahl ha scritto sulla New Left Review che «la portata e la dimensione di Capitalism sono tali da invitare al confronto con il Capitale di Marx stesso». Si trattava di un risultato sbalorditivo, e la comunità degli economisti se ne è resa conto immediatamente.

La pubblicazione del capolavoro di Anwar ha rappresentato un momento cruciale nella storia dell’economia marxista. Negli ultimi venticinque anni circa sono state pubblicate altre opere di grande importanza, ma nessuna con l’ambizione, la completezza, la straordinaria erudizione e la vastità del libro di Anwar. Grazie ad esso, l’economia politica marxista può dialogare con l’economia tradizionale a ogni livello di astrazione e in ogni ambito in cui la teoria economica si inserisce. Sebbene siano trascorsi dieci anni dalla sua pubblicazione, il suo completo significato non è ancora stato pienamente compreso. Anwar ha dedicato i suoi ultimi anni a tenere instancabilmente lezioni su diversi aspetti dell’opera, cercando di renderla accessibile a tutti. Ma se un decennio è un lungo periodo in termini biografici, è solo un lampo nella storia intellettuale. Ci vorrà del tempo prima che il significato dell’opera venga pienamente apprezzato. D’altronde, è raro che un libro meriti una simile considerazione.

Sebbene l’opera magna di Anwar sia apparsa tardi nella sua vita e verso la fine della storia generazionale della Nuova Sinistra, si può dire che sia stata pubblicata proprio all’inizio di una nuova era. Intendo l’era della Sinistra emergente di oggi, la nuova generazione di socialisti, la prima sinistra libera dal peso della Seconda e della Terza Internazionale. L’economia rivitalizzata, che Anwar ha contribuito in modo determinante a sviluppare, dovrà ora soppiantare i modelli, pur validi, profondamente imperfetti, tramandati da Hilferding, Lenin e Luxemburg. Nei lunghi e aridi anni in cui molti di noi aspettavano il completamento del suo progetto, schiere di studenti devoti registrarono le lezioni di Anwar, leggendarie per la loro chiarezza e brillantezza, e le trascrissero per studiarle e discuterne. Queste lezioni circolavano tra gli esperti come scritti clandestini nell’Unione Sovietica, inedite ma di grande influenza. Ho imparato i rudimenti dell’economia marxista grazie a queste brillanti dissertazioni. In questi scritti, la straordinaria conoscenza e l’apprezzamento di Anwar per il marxismo classico erano pienamente evidenti. Ma altrettanto evidente era la sua insistenza sul fatto che la nostra ammirazione per le figure storiche non autorizzasse un’accettazione cieca delle loro debolezze teoriche. Shaikh aveva assimilato appieno tutto ciò che i marxisti della Seconda e della Terza Internazionale avevano da offrire. Lo aveva assimilato e poi aveva elaborato una teoria più solida, completa e di successo, che può fornire una base per la sinistra emergente nel suo sviluppo intellettuale.

C’è molto da imparare dal contributo intellettuale di Anwar Shaikh. Ma c’è ancora di più da imparare dai valori e dagli impegni che ha incarnato. Non c’è mai stato un altro intellettuale nella tradizione marxista che abbia lavorato con un’intensità così furiosa, una tale resistenza, una dedizione così incrollabile a un programma di ricerca. Mentre strato dopo strato la Nuova Sinistra si allontanava dall’economia politica, dal marxismo e persino dal materialismo stesso, Anwar è rimasto. La sua capacità di lavoro era prodigiosa. Il suo rifiuto di accontentarsi di qualcosa di meno del prodotto finito era così intenso da risultare quasi controproducente.

In un’epoca in cui tanti intellettuali immigrati si sono riparati nel colore della pelle, nella lingua e nell’etnia per presentarsi con una cultura radicale sempre più frivola, Anwar ha rifiutato di essere definito dal suo background sociale. Era motivato unicamente dai suoi principi morali e politici. Questa era, ovviamente, una posizione data per scontata dai marxisti delle generazioni precedenti. Ma oggi è quasi estinta, mentre ogni accademico di secondo piano cerca di mercificare qualsiasi frammento di identità a cui possa aggrapparsi. Lo prendevo in giro dicendogli che se si fosse venduto come «economista postcoloniale», avrebbe potuto conquistare un pubblico più vasto. Era una battuta che faceva ridere, ma niente di più. L’idea stessa gli era ripugnante. E noi siamo più ricchi per questo. Shaikh era un uomo straordinario e un intellettuale singolare. Non vedremo un talento come il suo per molto tempo a venire.

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Cyberspionaggio israeliano, nel mirino giornalisti ma anche vertici degli “alleati” occidentali

Che gli strumenti informatici per lo spionaggio prodotti da Israele, uno stato che esiste solo in virtù di una condizione di guerra continua, fossero ambiti dalle classi dirigenti occidentali lo avevamo scoperto col caso Paragon, e non solo. Ma la vicenda esplosa intorno a Discover-Tech ci dice che il sionismo è pronto a mettere in pericolo la sicurezza di tutti, anche degli alleati, per portare a termine la sua visione suprematista e genocidiaria.

Il rapporto investigativo intitolato “Exposing AdFection”, pubblicato congiuntamente dal centro di ricerca Citizen Lab dell’Università di Toronto e dalla società statunitense di sicurezza digitale Confiant ha svelato come l’agenzia israeliana Discover-Tech abbia messo a disposizione di vari attori una complessa infrastruttura clandestina, trasformando le normali aste della pubblicità digitale in uno strumento di profilazione di massa e di penetrazione nella sicurezza di importanti sistemi informatici.

Fondata in Israele nel marzo del 2020 e guidata dall’amministratore delegato Dekel Boni, l’azienda operava ufficialmente come una comune agenzia di pubblicità. Dietro questa facciata commerciale, tuttavia, la compagnia gestiva Controlium, una piattaforma proprietaria concepita per monitorare, de-anonimizzare e colpire utenti selezionati su scala globale.

Con Controlium – nomen omen – in pratica non serviva nemmeno aprire un allegato o un link per permettere la violazione di smartphone e computer: bastava che sullo schermo venisse caricato un banale banner promozionale. Il meccanismo, battezzato dai ricercatori con il termine “AdFection”, sfrutta le dinamiche delle aste automatizzate che in millesimi di secondo stabiliscono quali inserzioni mostrare a ciascun visitatore.

Quando l’utente approda su una pagina web o apre un’applicazione, il sistema ne rileva i parametri tecnici: indirizzo IP, identificativi univoci e caratteristiche hardware del dispositivo. Se i dati corrispondono al profilo di un obiettivo designato, il circuito pubblicitario introduce istantaneamente uno spyware in grado di sfruttare vulnerabilità intrinseche del sistema operativo.

Tra le compagnie informatiche che fornivano gli spyware figurerebbe Candiru, azienda israeliana che nel 2021 è stata inserita persino dal Dipartimento del Commercio USA nella propria “lista nera”, con l’accusa di fornire strumenti utilizzati per colpire funzionari governativi, giornalisti, attivisti e accademici statunitensi.

Il programma malevole, una volta introdotto, garantisce il controllo pressoché totale dell’apparecchio: estrazione di e-mail, documenti e chat crittografate; localizzazione GPS costante; attivazione silenziosa di webcam e microfoni ambientali, registrazione di ogni digitazione sulla tastiera.

La società figurava come fornitore accreditato presso consorzi come IAB Europe, l’associazione che rappresenta il mondo del marketing e della pubblicità digitale a livello europeo, e acquistava spazi su piattaforme gestite da colossi quali Google e anche la russa Yandex. A seguito della pubblicazione dell’inchiesta, Google e IAB Europe hanno espulso l’azienda dai propri registri, disattivandone gli accessi.

Stando alle informazioni che sono riusciti a raccogliere gli autori di “Exposing AdFection”, senza dubbio, tra il 2024 e il 2025, almeno 45 dispositivi di giornalisti e dipendenti di Al Jazeera sono stati violati. L’emittente è da tempo sotto attacco da parte di Tel Aviv per la copertura che offre alla denuncia dei crimini israeliani.

Ma tracce della campagna di spionaggio e profilazione sono emerse anche nei circuiti editoriali di testate in Italia, Francia, Austria, Danimarca, Svezia, Norvegia, Messico e, ovviamente, nella stessa Israele, mentre banner traccianti sono apparsi anche su canali di colossi come BBC, The New York Times e CBC. Oltre ad Al Jazeera, anche il Committee to Protect Journalists (CPJ) ha condannato l’accaduto e l’attacco al giornalismo libero, avvertendo anche dei pericoli mortali che ricadono a cascata sulle fonti confidenziali dei cronisti.

Tuttavia, l’aspetto forse più critico evidenziato dall’indagine (se già non bastasse l’attacco alla libertà di stampa) è il fatto che sembra che la rete di Discover-Tech sia stata in grado di penetrare e mappare il lavoro anche delle infrastrutture informatiche più importanti della sicurezza occidentale e dell’ordine multilaterale globale.

Le impressioni pubblicitarie sono state tracciate all’interno di reti ad altissima riservatezza istituzionale come quelle del quartier generale del Pentagono e di installazioni della difesa degli Stati Uniti, dei comandi e collegamenti informatici della NATO, delle sedi operative delle Nazioni Unite e della Corte Penale Internazionale, nel sistema dell’Agenzia Internazionale per l’Energia Atomica (AIEA), e infine nelle reti istituzionali di Commissione e Parlamento Europei e di oltre una dozzina di altri apparati governativi nazionali.

Bisogna mettere in chiaro che la visualizzazione di un banner non si traduce automaticamente in un’infezione riuscita, ma la presenza registrata in maniera sistematica in reti nevralgiche mette in guardia da – se non dimostra – un chiaro intento di mappatura dei nodi decisionali di difesa, intelligence e diplomazia internazionale, e il relativo tentativo di una stabile attività di spionaggio.

Eppure, nessuna denuncia infuocata da parte di capi di stato e di governo alla guerra ibrida israeliana, e al pericolo che il sionismo internazionale pone alla sicurezza nazionale di tanti paesi. E nemmeno un’alzata di scudi da parte dei “sovranari”.

Israele e il sionismo sono un pericolo per il mondo, come conferma questo caso, anche se la classe dominante occidentale continua a mettere la testa sotto la sabbia.

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Un insulto a Genova, un tradimento ai lavoratori

Dopo giorni di mobilitazione, presidi, incontri istituzionali e una straordinaria dimostrazione di unità tra lavoratori, sindacati, città e istituzioni, nella notte arriva l'ennesima provocazione.

I commissari di Acciaierie d'Italia in Amministrazione Straordinaria, gli stessi che appena pochi giorni fa avevano garantito continuità produttiva e lavorativa per il sito di Genova, hanno inviato una procedura per l'aumento della cassa integrazione che coinvolgerebbe quasi la totalità dei lavoratori.

Un atto vergognoso.

Non è soltanto una decisione industriale sbagliata: è un tradimento nei confronti di chi in queste settimane ha lottato, resistito e difeso il proprio lavoro. È uno schiaffo ai lavoratori che hanno presidiato i cancelli, alle famiglie che vivono nell'incertezza, ad una città intera che si è schierata in difesa della sua storia industriale.

È un insulto a Genova.

Un insulto alle istituzioni, al Comune, alla Regione, alla Curia, alle forze politiche e sociali che, al di là delle appartenenze, hanno compreso che difendere l'acciaio significa difendere occupazione, dignità e futuro.

Ma c'è una responsabilità che non può più essere nascosta.

Questa situazione è il risultato di anni di rinvii, promesse mancate e scelte politiche fallimentari. Il Governo non può continuare a limitarsi al ruolo di spettatore. Chi governa il Paese ha il dovere di assumersi fino in fondo la responsabilità di garantire il futuro della siderurgia italiana, degli stabilimenti e dei lavoratori.

Il tempo delle parole è finito.

Se qualcuno pensa di scaricare sui lavoratori il prezzo delle proprie incapacità e delle proprie contraddizioni, troverà una risposta ferma e determinata.

La lotta di questi giorni non è stata un episodio. È l'inizio di una mobilitazione che non si fermerà davanti a decisioni prese nelle stanze del potere e comunicate nel cuore della notte come se i lavoratori fossero numeri e non persone.

Genova non si piega.

Genova ha costruito navi, acciaio, lavoro e sviluppo per questo Paese. Nessuno pensi di poter cancellare questa storia con una PEC inviata di notte.

Lunedì mattina i lavoratori siderurgici si ritroveranno davanti ai cancelli della fabbrica per decidere insieme le iniziative di lotta necessarie a difendere occupazione, salario e futuro.

Perché senza lavoro non c'è dignità. Perché senza industria non c'è futuro. Perché chi colpisce gli operai colpisce Genova.

Ora basta

Coordinamento USB AdI in a.s. GENOVA
Federazione USB Genova

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17/10/2026

L’Autunno è già caldo

La sfida lanciata dai portuali con lo sciopero internazionale del 30 ottobre, comprensibile e condivisibile da chiunque, sta creando – insieme alle gigantesche mobilitazioni degli studenti in tutta Europa – delle condizioni nuove e decisamente interessanti per il conflitto sociale in diversi paesi, incluso il nostro.

In primo luogo, per la prima volta, le organizzazioni dei lavoratori si sono coordinate a livello prima regionale (il Mediterraneo) e poi internazionale (India, Stati Uniti, Nord Europa) per dare vita allo sciopero di una categoria strategica come i portuali.

L’ultima volta che i sindacati – in quel caso quelli “concertativi” – hanno provato a coordinare uno sciopero europeo, era il lontano 14 novembre 2012, nel pieno delle misure di austerity con cui la Ue stava massacrando socialmente i lavoratori dei paesi europei, in particolari quelli definiti “Pigs”.

Lo sciopero del 2012 era stato sollecitato dalle Comisiones Obreras spagnole e si svolse anche in Francia, Grecia, Italia, Portogallo, Cipro, Malta. Anche in quella occasione la famosa “classe operaia tedesca” e i suoi sindacati si sfilarono. La Cgil limitò lo sciopero a quattro ore, i sindacati di base lo convocarono per tutta la giornata. Scelte trasparenti già allora, comprese quelle totalmente sbagliate.

Al centro dell’agitazione dei portuali del prossimo 30 ottobre ci sono sia le condizioni lavorative (introduzione dell’automazione nei porti, sicurezza sul lavoro, privatizzazioni), sia questioni politiche generali, come il rifiuto di imbarcare e sbarcare armamenti destinati alle guerre in corso.

Il primo test era avvenuto a febbraio scorso in alcuni e importanti porti del Mediterraneo. Poi, con la riunione e la dichiarazione di Istanbul del 19 maggio, i sindacati dei portuali hanno rilanciato la mobilitazione e sono riusciti a far convergere quelli di altri paesi, e altri porti, sullo sciopero del 30 ottobre, fino a coinvolgere diversi scali dell’India e statunitensi. Prova provata che questo è uno dei comparti più “globalizzati” del capitalismo attuale, e tende perciò a reagire in modo simile ovunque.

La dimensione internazionale dello sciopero è indubbiamente uno dei suoi punti di forza e di novità ma non è l’unico.

I portuali, così come i lavoratori della logistica, infatti, oggi sono uno dei settori di classe operaia che hanno un “potere contrattuale”, visto che agiscono su un nervo strategico del capitalismo moderno “non delocalizzabile” come la circolazione delle merci.

In secondo luogo lo sciopero dei portuali – così come avvenuto in Italia con le mobilitazioni di settembre-ottobre dello scorso anno – ha la credibilità e la potenzialità di “contagiare” altri settori sociali. Una straordinaria anticipazione di questa potenzialità l’abbiamo vista già all’opera nelle manifestazioni di massa degli studenti che ieri, in tutto il paese, hanno rilanciato sia l’appuntamento dello sciopero generale del 30 ottobre che lo sciopero studentesco europeo del 20 novembre contro la leva militare e la guerra.

In Italia l’USB ha giustamente costruito, intorno alla mobilitazione dei portuali del 30 ottobre, uno sciopero generale importante e dirimente nei contenuti: salari, questione abitativa, carovita e le loro strettissime connessioni con l’economia di guerra e il rifiuto del riarmo. Una sintesi che lo slogan: “Abbassate le armi, alzate i salari” riassume perfettamente già da qualche anno, così come la parola d’ordine del “Blocchiamo tutto” ha corrisposto – e continua a farlo – ad un sentimento di indignazione diffuso ma soprattutto ad una coerente linea di condotta nel conflitto.

Se in Italia il 30 ottobre sarà sciopero generale, anche il sindacato dei portuali greci sta operando per estendere la mobilitazione ai lavoratori metallurgici, ai marittimi e alla scuola. Lo stesso avverrà in India, dove oltre ai portuali sciopereranno anche i lavoratori marittimi imbarcati – in condizioni quasi sempre insopportabili – sulle navi che trasportano ovunque le merci e che sono diventate obiettivi delle guerre in corso. 15 marittimi indiani sono già stati uccisi tra Golfo Persico e Mar Nero. Ma in quel paese pesa anche il governo reazionario di Modi, che ha tolto il diritto di voto a 130 milioni di persone e fa arrestare migliaia di attivisti comunisti e/o delle “caste inferiori” (gli “scarafaggi”).

Anche in Euskadi o in Francia i portuali hanno chiamato gli studenti e i movimenti sociali a “generalizzare” lo sciopero del 30 ottobre. Non è difficile immaginare che, viste le dimensioni delle mobilitazioni recenti, la risposta possa essere molto buona (anche se va ricordato che in Francia in quella data le scuole saranno chiuse per le vacanze d’autunno).

In terzo luogo, la giornata di lotta del 30 ottobre arriva in un contesto sociale e politico europeo ed italiano di grande conflitto e tensioni sociali.

Se in Francia e in Spagna questo è ben evidente, in Italia il governo appare seriamente preoccupato per la situazione sociale e quindi anche per lo sciopero generale.

La conferma implicita viene dalla convocazione a Roma per il 27 ottobre – tardiva per un verso, anticipatrice per un altro – sia degli operai dell’ex Ilva, sia delle associazioni degli autotrasportatori che stanno bloccando le strade del Meridione. Un aperto tentativo di “disinnescare” almeno alcune delle tensioni sociali oggi in campo alla vigilia del 30 ottobre.

Il governo ha poco o nulla da offrire sia ai lavoratori dell’ex Ilva che rischiano la chiusura della fabbrica e il licenziamento, sia ai trasportatori e agricoltori con l’acqua alla gola per il prezzo dei carburanti. Ma prova ad impedire in ogni modo che le proteste sociali si saldino oggettivamente – se non soggettivamente – tra loro.

Sullo sfondo di un clima di guerra che le classi dominanti europee stanno alimentando spudoratamente, emerge anche l’impossibilità dei governi di contenere, dispensando qualche briciola, un malessere sociale crescente e determinato dalle loro consapevoli scelte recenti. Basti pensare all’aumento dei costi energetici (causa guerra in Ucraina e guerra all’Iran) e, specularmente, all’aumento delle spese militari.

In questo contesto la giornata di lotta del 30 ottobre ha tutte le caratteristiche per diventare un passaggio decisivo del conflitto politico e sociale nel nostro come negli altri paesi. E stavolta con un livello di coordinamento più avanzato di quanto lo sia mai stato nei decenni precedenti.

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