Presentazione


Analisi, opinioni, fatti e (più di rado) arte da una prospettiva di classe.

17/07/2026

Marx e l'economia circolare

Oggi, molti usano il termine "economia circolare" per descrivere un cambiamento nell’utilizzo dei rifiuti industriali senza però mettere in discussione l’attuale modo di produzione. Richiamandosi a Marx, Benjamin Selwyn dimostra che questo uso del termine è concepito per assecondare le esigenze di accumulazione dell'economia capitalista, piuttosto che per indicare un cambiamento radicale nell’utilizzo delle risorse.

Un tempo concetto di nicchia, l'economia circolare è diventata una parola d'ordine, alimentata dall'ansia climatica e da politici e imprenditori desiderosi di rafforzare le proprie credenziali ecologiche. Viene presentata come un new business paradigm.[1] Espressioni come “Riduci, riutilizza, ricicla” sono ormai diffuse ovunque.

Mentre il tradizionale modello di business “lineare” si basa su estrazione → produzione → uso → smaltimento, l’economia circolare promette qualcosa di radicalmente diverso. La Fondazione Ellen MacArthur, la sua più importante sostenitrice, la definisce come: «un sistema in cui i materiali non diventano mai rifiuti e la natura viene rigenerata... I prodotti e i materiali vengono mantenuti in circolazione attraverso processi come la manutenzione, il riutilizzo, il ricondizionamento, la rigenerazione, il riciclaggio e il compostaggio.»[2]

La Fondazione, come molti sostenitori dell’economia circolare, la presenta come un sistema vantaggioso per tutti: un bene per il Pianeta e un bene per i profitti delle aziende. La sua novità è parte del suo fascino: una rottura con il business-as-usual.

Tra queste aziende c’è BASF, multinazionale tedesca e più grande produttore chimico del mondo, che ha lanciato il suo progetto ChemCycling. I rifiuti di plastica vengono riciclati in una materia prima industriale – l'olio di pirolisi – che viene poi riutilizzato per fabbricare nuovi prodotti in plastica. Un altro esempio, dal settore della moda, è il programma di ritiro di Primark, in cui i clienti donano i propri capi di abbigliamento che non usano più e il rivenditore li ricicla in materiali come isolanti e imbottitura.

Come gran parte del pensiero ecomodernista, le concezioni dominanti dell’economia circolare mirano a rilanciare la crescita capitalistica in questo periodo di crisi ecologica. Non menzionano, non discutono né cercano di superare i rapporti sociali costitutivi del capitalismo – l’accumulazione competitiva e lo sfruttamento del lavoro da parte del capitale – che accelerano la sempre maggior appropriazione della natura da parte del sistema. Al contrario, i nuovi modelli di business vengono presentati come strumenti in grado di garantire una rinnovata crescita attraverso la sostenibilità.

Tuttavia, lungi dall’offrire una nuova via di fuga dall’assalto del capitalismo alla natura, Karl Marx – scrivendo oltre 150 anni fa – aveva già individuato strategie di produzione capitalistica che assomigliano in modo sorprendente all’odierna concezione di economia circolare. Tali intuizioni permettono di collocare il discorso e la pratica dell’economia circolare all'interno di un più ampio percorso di innovazioni nell’ambito del capitalismo industriale.

In una sezione del terzo volume del Capitale intitolata “Utilizzazione dei residui della produzione”, Marx descriveva dettagliatamente come «con il modo di produzione capitalistico si allargano le possibilità di utilizzo dei residui della produzione e del consumo». Tra questi residui rientrano i rifiuti industriali e i beni di consumo usurati. «Nell'industria chimica, i prodotti accessori che vanno perduti in un’organizzazione produttiva di mole modesta; le limature che risultano dalla fabbricazione meccanica e nuovamente si immettono nella produzione del ferro».[3]

La concorrenza spinge il capitale alla ricerca di soluzioni innovative per ridurre i costi, ma richiede anche ingenti investimenti e conoscenze scientifiche già consolidate per rendere possibile tale riciclaggio/riutilizzo.

Naturalmente, il rincaro delle materie prime costituisce lo stimolo per l’utilizzo dei residui. In complesso, le condizioni necessarie per una tale riutilizzazione si possono così indicare: presenza dei residui in larghe masse, quali si ricavano solo dall’organizzazione del lavoro su vasta scala; perfezionamento del macchinario, per cui materie inutilizzabili nella loro forma originaria possono essere trasformate utilmente per nuove produzioni; progresso della scienza, specie della chimica, da cui dipende l’accertamento delle proprietà utili dei diversi residui.[4]

Inoltre: «L’esempio più notevole in fatto di utilizzo di residui è offerto dall’industria chimica. La quale consuma non solo i suoi propri avanzi, trovando loro nuove forme d’impiego, ma pure quelli delle altre industrie del più vario genere, e ad esempio trasforma il catrame di gas, prima quasi privo di utilità, in colori d’anilina, in alizarina e di recente perfino in medicinali».[5]

Oltre al riutilizzo dei materiali da parte dell'industria, venivano riutilizzati anche i vecchi indumenti e i vecchi tessuti. Marx cita il rapporto di un ispettore di fabbrica sull'industria laniera britannica: «Un tempo era abitudine considerare con disprezzo e quindi mettere al bando l’approntamento di avanzi e stracci di lana ai fini di una loro ulteriore lavorazione; ma simile pregiudizio è completamente svanito di fronte all’affermarsi dello shoddy trade (industria della lana artificiale)... La richiesta è talmente aumentata che si utilizzano anche tessuti misti di lana e cotone, essendosi trovato il modo di eliminare il cotone, senza danneggiare la lana; e oggi migliaia di operai sono occupati nella fabbricazione di shoddy, con gran vantaggio del consumatore, il quale può ora acquistare del panno di buona qualità media a un prezzo assai mite».[6]

Marx distingueva anche tra l’utilizzo e la riduzione dei rifiuti nella produzione industriale: «da questa economia dei residui della produzione, realizzata con il loro riutilizzo, bisogna distinguere l’economia che si ottiene nella produzione stessa dei residui, ossia la riduzione al minimo degli scarti della produzione e la immediata utilizzazione, in misura massima, di tutte le materie prime e sussidiarie che entrano nella produzione».[7]

Tuttavia, «un tale risultato dipende da ultimo dalla qualità della materia prima medesima... dal perfezionamento dei trattamenti cui la materia prima viene sottoposta prima del suo ingresso nella manifattura».[8]

Marx concludeva la sua analisi sull'utilizzazione dei residui della produzione osservando che «occorre l’esperienza dell’operaio combinato per scoprire e additare come e dove si possa economizzare, quali siano i mezzi più semplici per tradurre in realtà invenzioni già fatte, quali difficoltà pratiche sia necessario superare per realizzare la teoria – per farne cioè applicazione nel processo produttivo».[9]

Qual è il significato dell'individuazione da parte di Marx delle dinamiche dell'economia circolare nell’industria capitalistica delle origini? In primo luogo, ciò smentisce molte delle affermazioni relative alla novità dell’economia circolare. In secondo luogo, evidenzia la relativa flessibilità dell’accumulazione capitalistica dove, attraverso innovazioni competitive, i rifiuti diventano una risorsa produttiva. Marx sottolinea gli ingenti investimenti – da parte dei singoli capitalisti nelle loro fabbriche e da parte dello Stato nel sostegno alla ricerca scientifica – necessari affinché tali dinamiche si verifichino. Infine, evidenzia come, sebbene molte di queste innovazioni nascano dall’ingegnosità dei lavoratori, questi ultimi non ne traggano alcun beneficio.

Più profondamente, Marx ha chiarito che mentre le innovazioni industriali generano dinamiche del tipo "economia circolare", la continua espansione del capitalismo comporta un uso delle risorse sempre maggiore. Nell'ambito dell'accumulazione competitiva, i profitti sono garantiti attraverso lo sfruttamento del lavoro e l’espropriazione della natura come «forza gratuita» del capitale.[10]

L’analisi marxiana di queste dinamiche come parti integranti dell’innovazione e dell’espansione capitalista, ci mette in guardia dal porre le nostre speranze per una vera sostenibilità ambientale nell’economia circolare.

Infatti, se da un lato l’interesse per l’economia circolare è aumentato vertiginosamente nell'ultimo decennio, dall'altro è aumentata – attraverso il crescente utilizzo delle risorse – la distruzione dell’ambiente naturale da parte del capitalismo. L’impronta materiale globale – ovvero le materie prime estratte per il consumo finale – è aumentata del 113%, passando da 43 a 92 miliardi di tonnellate tra il 1990 e il 2017, e si prevede che raggiungerà i 190 miliardi di tonnellate entro il 2060.[11] Secondo il Circularity Gap Report, tra il 2018 e il 2023 la quota di materiali primari [al primo utilizzo] che entra nell’economia mondiale è aumentata, mentre la quota di materiali secondari (riciclati) è scesa dal 9,1% al 7,2%.[12]

Ciò significa forse che tutte le concezioni dell’economia circolare siano miopi (presentandola come qualcosa di nuovo quando non lo è) o apologetiche (promuovendo il perpetuarsi della concorrenza capitalistica)? Non necessariamente.

Sebbene lo sviluppo tecnologico sotto il capitalismo sia progettato per facilitare un'accumulazione espansiva, Andrea Genovese e Mario Pansera individuano un approccio ecosocialista alternativo alle innovazioni tecnologiche.[13]

Le concezioni dominanti dell'economia circolare presuppongono che l'ingegnosità produttiva dei lavoratori diventi proprietà privata dei loro datori di lavoro. Un approccio ecosocialista pone la democrazia economica – le questioni relative a chi possiede cosa, chi fa cosa, e chi ottiene cosa – al centro della propria analisi.

Il concetto di strumenti conviviali indica che lo sviluppo tecnologico dovrebbe essere progettato dai lavoratori e per i lavoratori e dovrebbe essere orientato al miglioramento delle relazioni sociali umane (facilitando il lavoro e riducendo la giornata lavorativa), piuttosto che al sostegno dell'accumulazione competitiva. Dovrebbe essere liberamente accessibile (open source) e costruito per durare (eliminando l'obsolescenza programmata). Dovrebbe basarsi sulla bio-estrazione: sistemi di produzione progettati per facilitare la riproduzione dei cicli riparatori della natura (come un sistema alimentare sempre più a base vegetale).[14]

Riducendo, e infine eliminando, [il processo di] estrazione-produzione-consumo-smaltimento/rifiuti imposto dall’accumulazione competitiva, sarebbe possibile pianificare razionalmente la produzione per soddisfare le esigenze umane e ambientali del nostro Pianeta.

Note

[1] Mattias Lindahl e Carl Dalhammar, The Circular Economy: Towards a New Business Paradigm with Support from Public Policy, Stockholm Environment Institute, maggio 2022, sei.org.

[2] What Is the Meaning of a Circular Economy and What Are the Main Principles?, Ellen MacArthur Foundation, s.d., ellenmacarthurfoundation.org.

[3] Karl Marx e Friedrich Engels, Collected Works, vol. 37, International Publishers, New York 1975, p. 103; tr. it. di Maria Luisa Boggeri, Karl Marx, Il Capitale, Libro terzo, in Marx Engels, Opere, vol. 32, Edizioni Lotta Comunista, Sesto San Giovanni (MI) 2022, p. 132.

[4] Karl Marx e Friedrich Engels, Collected Works, vol. 37, op. cit., p. 103; tr. it., Karl Marx, Il Capitale, Libro terzo, op. cit., pp. 132-133.

[5] Karl Marx e Friedrich Engels, Collected Works, vol. 37, op. cit., vol. 37, p. 104; tr. it., Karl Marx, Il Capitale, Libro terzo, op. cit., pp. 134.

[6] Reports of Insp. of Factories, Oct. 1863, citato in Karl Marx e Friedrich Engels, Collected Works, vol. 37, op. cit., vol. 37, p. 104; tr. it., Karl Marx, Il Capitale, Libro terzo, op. cit., pp. 133-134.

[7] Karl Marx e Friedrich Engels, Collected Works, vol. 37, op. cit., p. 104; tr. it., Karl Marx, Il Capitale, Libro terzo, op. cit., pp. 134.

[8] Karl Marx e Friedrich Engels, Collected Works, vol. 37, op. cit., pp. 104-105; tr. it., Karl Marx, Il Capitale, Libro terzo, op. cit., pp. 134.

[9] Karl Marx e Friedrich Engels, Collected Works, vol. 37, op. cit., pp. 106; tr. it., Karl Marx, Il Capitale, Libro terzo, op. cit., pp. 135

[10] Karl Marx e Friedrich Engels, Collected Works, vol. 37, op. cit., pp. 732-737; tr. it., Karl Marx, Il Capitale, Libro terzo, op. cit., pp. 771-776.

[11] UN Statistics Division, Sustainable Development Goal 12: Responsible Consumption and Production, s.d., unstats.un.org.

[12] The Circularity Gap Report, Circle Economy, 2023, p. 9.

[13] Andrea Genovese e Mario Pansera, The Circular Economy at a Crossroads: Technocratic Eco-Modernism or Convivial Technology for Social Revolution?, in “Capitalism Nature Socialism”, 32, n. 2, 2021, pp. 95-113.

[14] Benjamin Selwyn e Charis Davis, The Case for Socialist Veganism: A Political-Economic Approach, in “Monthly Review”, 75, n. 9, febbraio 2024, pp. 36-51; tr. it., Veganesimo socialista, Antropocene Ecologia Socialismo, 01.08.2024.

Fonte

Guerra algoritmica, sovranità digitale e costruzione di immaginario

di Gioacchino Toni

Arturo Di Corinto, Guerra profonda. Hacker, bugie e l’architettura segreta dei nuovi conflitti, Prefazione di Roberto Baldoini, Luiss University Press, Roma, 2026, pp. 220, € 22,00

Risulta ormai evidente come l’importanza assunta dalle tecnologie digitali nell’esercizio del potere contemporaneo abbia di fatto esteso all’ambito tecnologico la competizione internazionale tradizionalmente riservata ai piani commerciale e militare.

Essendo estremamente difficile pensare che un’entità nazionale possa raggiungere la piena autosufficienza tecnologica – che presupporrebbe la totale autonomia progettuale, la forza per imporre standard globali di funzionamento, il completo controllo delle infrastrutture e dei mercati necessari alla distribuzione e all’utilizzo delle tecnologie, oltre che la disponibilità dei materiali necessari – ecco dunque presentarsi in tutta la sua rilevanza il problema della sovranità digitale affrontato da Arturo Di Corinto nel volume Guerra profonda (Luiss, 2026).

Ogni Paese che ambisca al mantenimento di un ordinamento democratico si trova oggi a fare i conti sia con un livello crescente di dipendenza tecnologica da sistemi progettati e governati secondo logiche disinteressate ai principi democratici sia con una concentrazione di potere tecnologico nelle mani di poche corporation globali private. A fronte di tale contesto, il volume di Arturo Di Corinto mette in luce come cybersicurezza, informazione digitale e nuove tecnologie stiano ridefinendo profondamente le dinamiche contemporanee del conflitto e della competizione internazionale.

La guerra contemporanea è combattuta con algoritmi, satelliti e troll farm, il che ha esteso il campo di battaglia a device digitali, social e banche dati. Una guerra che ricorre a «software e algoritmi, intelligenza artificiale, dispositivi informatici e piattaforme digitali per sviluppare strategie politiche ed economiche, ma anche interventi militari, operazioni cibernetiche e di influenza informativa» (p. 22). Una guerra algoritmica, la definisce Di Corinto, in quanto basata sulla «capacità di macchine “intelligenti” di raccogliere e analizzare enormi quantità di dati, prendere decisioni, e agire in modi che sopravanzano le capacità umane in termini di velocità e complessità, estraendo informazioni generate da personal media e social network e arruolando le Big Tech nei conflitti moderni che usano gli utenti di Internet come terminali di senso e soldati passivi nella guerra dell’informazione» (p. 22).

Una volta delineata l’importanza assunta dalla sovranità digitale nel contesto contemporaneo e spiegato come ogni guerra possa dirsi ibrida, in quanto disposta a ricorrere ad ogni mezzo necessario per avere la meglio sul nemico, dalle armi da fuoco alla manipolazione dell’informazione, Di Corinto approfondisce i concetti di guerra cibernetica, guerra algoritmica, guerra cognitiva, spiega le differenze tra infowar, netwar e cyberwar, evidenzia il coinvolgimento dei civili nei conflitti cibernetici, tratteggia l’evoluzione dell’hacktivism come fenomeno sociale per poi illustrare il ruolo di hacker e hacktivisti nei conflitti russo-ucraino e mediorientale, a riprova di come il mondo cyber sconfini nel mondo fisico.

Quando si parla di cyberwar si fa riferimento agli attacchi informatici finalizzati a danneggiare le risorse della nazione nemica: si tratta,  dunque, sottolinea Di Corinto, di una guerra ibrida che oltrepassa l’ambito cyber coinvolgendo i domini di terra, mare, cielo e spazio impattando sull’economia, sulla politica e sull’informazione, e che arruola i civili, singoli od organizzati, rendendoli attivamente protagonisti trasformandoli in «terminali di una rete di produzione di senso e di intervento attivo nei conflitti» (p. 50). Ogni conflitto cyber impatta sullo spazio cognitivo del nemico, dunque l’informazione, sia giornalistica sia delle reti sociali, assume un ruolo centrale nella sua conduzione.

Per quanto la disinformazione nasca ben prima dell’era digitale, è innegabile che il fenomeno si sia ampliato a dismisura con l’avvento dell’informazione digitalizzata, del web e dell’intelligenza artificiale impattando in maniera inedita sull’opinione pubblica e sulla stabilità sociale. In un contesto in cui proliferano fake news e realtà alternative, l’opinione pubblica tende a essere modellata più dagli impulsi emotivi, dalle credenze personali e dalle relazioni sociali (soprattutto digitali). Questo alimenta un meccanismo psicologico di conferma delle informazioni acquisite prescindendo dall’oggettività e dalla verificabilità dei fatti. Inoltre, il ricorso preferenziale alle sintesi prodotte dai sistemi di intelligenza artificiale per l’informazione e la formazione personale risente dell’autoreferenzialità di un sistema IA che spesso elabora le sue risposte a partire da informazioni prodotte da altri sistemi di IA, contribuendo a plasmare un immaginario collettivo incurante dell’attendibilità delle fonti e dell’oggettività e verificabilità dei dati su cui si struttura.

La guerra algoritmica, come detto, è una guerra ibrida combattuta anche a livello cognitivo che, alla luce del ruolo di primo piano giocato dalle grandi corporation tecnologiche private, mette gli Stati di fronte al problema della sovranità digitale. In particolare, quando si parla di guerra cognitiva, scrive Di Corinto, si fa riferimento allo «sfruttamento dell’opinione pubblica, da parte di un soggetto esterno, allo scopo di influenzare le politiche pubbliche e governative e destabilizzare le istituzioni pubbliche» (p. 87). Tale tipo di guerra ha lo scopo di intervenire sui processi cognitivi, sulla percezione pubblica e individuale degli eventi generando paura, malcontento, frustrazione e rabbia causando proteste, rivolte, instabilità sociale e politica.

Esempi di guerra cognitiva, almeno a parere di chi scrive, si possono individuare nelle cosiddette rivoluzioni colorate supportate, quando non orchestrate direttamente, da forze occidentali, soprattutto statunitensi, in alcuni Paesi post-sovietici ma anche, a livello interno – si potrebbe parlare in questo caso di guerra civile cognitiva – nella costruzione da parte dell’alt-right statunitense dell’immaginario da cui è derivato l’assalto a Capitol Hill del 2021.

Si parla di propaganda computazionale quando l’attività di propaganda e disinformazione viene attutata attraverso i mezzi digitali – piattaforme, social, Llm... – per diffondere narrative interamente o parzialmente false, sfruttando «i limiti attenzionali e le euristiche di scelta collegate alla selezione dell’informazione attraverso la diffusione personalizzata di messaggi emotivamente allarmanti, minacce reali o immaginarie e teorie del complotto che catturano l’attenzione più di altri contenuti» (p. 101).

Per quanto la propaganda computazionale nasca e si dispieghi nell’ambiente digitale, sottolinea Di Corinto, i suoi effetti sono spesso amplificati dai media tradizionali che, più o meno volontariamente, contribuiscono a collocarla all’interno dell’agenda mediatica ufficiale fornendole autorevolezza. Paradossalmente, la ripresa da parte dei media tradizionali della propaganda veicolata da media che, spesso, si presentano come alternativi ad essi, crea un cortocircuito utile alla diffusione di quei contenuti anche in ambienti originariamente restii ad accettarli.

Di Corinto si sofferma anche sulle differenze tra infowar, netwar e cyberwar. Con infowar si fa riferimento a un concetto di ambito militare fatto proprio, negli anni Novanta, dagli attivisti politici per indicare la diffusione di comunicazione alternativa attraverso il web, mentre con netwar si indica il ricorso alla rete da parte degli attivisti per praticare azioni di disobbedienza e di interferenza sociale. Se infowar e netwar, spiega l’autore, hanno a che fare con pratiche di conflitto tipiche dell’hacktivism, ben diverso è il caso della cyberwar. Quest’ultimo termine si riferisce alla guerra cibernetica,

cioè una guerra che si tiene nel cyberspace e che usa l’informatica, la cibernetica e le reti di comunicazione al pari di armi convenzionali, per definizione appannaggio degli Stati e degli eserciti. La cyberwar punta a smantellare i sistemi di comando, controllo e comunicazione del nemico in una maniera intenzionale e pianificata impiegando ingenti risorse computazionali centralizzate e facendo uso di cyber-armi come backdoor, botnet, malware, software exploit e virus trojan (p. 117).

A differenza della netwar che, per il suo carattere discontinuo e asimmetrico, rappresenta una forma di guerriglia portata sul web, la cyberwar si caratterizza per gli attacchi informatici contro uno Stato-nazione capaci di produrre danni significativi sia in termini di messa fuori uso di sistemi informatici vitali per il Paese, che in termini di vite umane, soprattutto civili.

L’autore sottolinea come nel parlare di hacktivism si faccia riferimento a una pratica decisamente mutata nel corso del tempo: si è infatti passati dalle azioni di gruppi decentralizzati, destrutturati e dalla composizione variegata che, per quanto spesso focalizzati su una causa specifica, mirano in qualche modo al cambiamento sociale, a gruppi strutturati e organizzati, dotati di tecnologie sofisticate, supportati, sebbene raramente in maniera esplicita, direttamente dai governi. Si tratta, insomma, di veri e propri gruppi mercenari al soldo di chi può permetterseli.

Alla luce del ruolo assunto da questo nuovo tipo di hacker e hacktivisti nei conflitti ibridi russo-ucraino e mediorientale, ricostruito dall’autore, emerge con forza il problema centrale su cui insiste il volume: quello della sovranità digitale dei singoli Paesi. L’hacktivism contemporaneo entra prepotentemente nelle guerre guerreggiate in un contesto in cui si afferma la guerra cognitiva.

Ogni società ricorre infatti a delle narrazioni per fare progredire i gruppi sociali che la compongono verso mete utili alla collettività. […] La creazione di consenso attorno a queste narrazioni si basa su storie condivise e la loro forza dipende dall’innesco di meccanismi psicologici. Questi principi sono manipolati costantemente da specifici attori. La propaganda è una forma di narrazione e condivisione di storie collettive, mentre la disinformazione si basa su distorsioni narrative, bias psicologici e tecnologie persuasive. Con l’avvento del digitale e dei social network è più facile propagandare narrazioni vere, false o inventate. […] È l’apoteosi dei servizi di intelligence che operano secondo la logica delle Misure attive, l’insieme di strumenti volti a manipolare la percezione di un target, per portare il loro attacco, l’attacco alla mente (p. 172).

Lungi dall’essere appannaggio di regimi totalitari reali o immaginati dalle fiction del passato, oggi la disinformazione di massa ha assunto una dimensione industrializzata, apparentemente democratizzata dall’intelligenza artificiale, accessibile a chi voglia hackerare non tanto un sistema informatico, ma la percezione della realtà, l’immaginario.

Guerra profonda offre una riflessione sul rapporto tra tecnologia, informazione e potere, evidenziando come le pratiche di hackeraggio, disinformazione e i sistemi automatizzati abbiano assunto centralità nei conflitti del nuovo millennio. Di Corinto, anche alla luce del suo ruolo di consigliere dell’Agenzia per la Cybersicurezza Nazionale, pone in evidenza il problema della sovranità digitale, per chi invece voglia affrontare il complesso contesto delineato dall’autore in un’ottica votata al cambiamento sociale si tratta di vedere come farlo.

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La guerra in Ucraina sta arricchendo le industrie di armamenti tedesche

Le esportazioni di armi tedesche continuano a raggiungere livelli record. Nella prima metà del 2026, secondo dati preliminari, sono state rilasciate licenze per l’esportazione di armamenti per un valore totale di circa 13,87 miliardi di euro. Ad annunciarlo è stato mercoledì scorso a Berlino il Ministero Federale dell’Economia.

Il principale paese destinatario è nuovamente l’Ucraina, per la quale sono state approvate esportazioni di armi per un valore totale di circa 2,5 miliardi di euro.

Nel 2025 nel complesso, il governo aveva approvato le esportazioni di armi per un volume di circa dodici miliardi di euro. L’Ucraina ha rappresentato circa due miliardi di euro di questo volume.

Tra i paesi “terzi” – cioè non della Nato né della Ue – Israele segue al secondo posto dopo l’Ucraina con un volume di 799 milioni di euro. Secondo i dati governativi, oltre il 60 percento di questi riguarda “un progetto importante nel settore degli armamenti marittimi”, e un altro 20 percento riguarda la “cooperazione tra aziende tedesche e israeliane nell’interesse della Bundeswehr”.

Del valore delle licenze all’export autorizzate nella prima metà del 2026, circa 9,6 miliardi di euro sono attribuibili alle armi di guerra e circa 4,3 miliardi di euro ad altri armamenti. Circa 12,8 miliardi di euro sono attribuibili alle singole licenze di esportazione rilasciate e circa 1,1 miliardi di euro alle licenze generali.

Secondo le informazioni disponibili, l’84 percento delle esportazioni approvate è destinato all’UE, alla NATO o a paesi “equivalenti”. Questi ultimi sono Giappone, Svizzera, Australia e Nuova Zelanda. Per i paesi terzi nel loro complesso che non appartengono all’UE o alla NATO, sono state concesse licenze per circa 4,9 miliardi di euro, di cui 2,8 miliardi di euro per armi di guerra.

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Tajani voleva l’estradizione di Casimirri dal Nicaragua

Ognuno fa l’imperialista aggressivo con quello che ha... Gli Stati Uniti rapiscono il presidente del Venezuela bolivariano e preparano l’invasione di Cuba socialista? E allora l’Italietta meloniana, con il supporto fiacco della UE ormai votata alla guerra, prova a ricattare il Nicaragua sandinista.

Il ministro degli esteri Tajani, mentre si trovava a Madrid per una riunione del PPE, ricordando la figura di Aldo Moro, ha ricordato che il governo del Nicaragua continua a garantire la presenza nel paese ad Alessio Casimirri, condannato in via definitiva, rifiutando di accogliere le richieste di estradizione da parte della giustizia italiana.

Immune al senso del ridicolo, ha persino detto che l’Italia “continua a improntare la propria azione estera al rispetto del diritto internazionale, del dialogo e della tutela dei valori democratici, e resta aperta al confronto con tutti i Paesi, nel rispetto e nella difesa dei principi di giustizia, libertà e legalità”.

Come dimostra del resto ogni giorno ignorando le decisioni della Corte Penale Internazionale – i mandati d’arresto per Netanyahu e Yoav Gallanti, per esempio, così come prima quello per lo scafista libico Almasri – nonché criminalizzando Francesca Albanese, relatrice speciale delle Nazioni Unite sui territori palestinesi occupati. E soprattutto tacendo fermamente sul genocidio di Gaza perché – ipse dixit – “il diritto internazionale vale fino ad un certo punto”...

In fondo, deve essere il ragionamento, perché infastidire un vicino potente e prepotente come Israele quando si può cercare gloria facile provando a bullizzare un piccolo paese centro-americano pretendendo uno scalpo ultrasettantenne?

Tajani ribadisce, cercando di imitare la postura trumpiana, che “l’Italia continuerà a chiedere che Casimirri risponda davanti alla giustizia italiana per i reati di cui è stato riconosciuto colpevole, come è già stato chiesto anche con una risoluzione del Parlamento europeo. L’Italia, nel rispetto della memoria delle vittime del terrorismo e dei principi di giustizia, continuerà a difendere con determinazione questa sua richiesta”.

C’è da dire che questo improvviso “ritorno di memoria” sembra in perfetta continuità con quelli che vengono attivati a proposito degli esuli italiani in Francia, di cui ogni tanto viene richiesta l’estradizione e l’arresto, ormai a 50 anni dai fatti, scontando il fatto che – data l’età – ogni volta il numero dei “reclamati” diminuisce per ragioni fisiologiche. Il prossimo tentativo avrà probabilmente per obiettivo le loro salme...

Fuor di ironia, però, dopo diverse richieste di estradizione, andate a vuoto anche durante il governo di destra di Aleman – eh già, in Nicaragua si vota e una volta i sandinisti hanno persino perso le elezioni e lasciato il governo in altre mani... – l’Italia aveva già provato a sequestrare illegalmente Alessio Casimirri in Nicaragua, inviando a questo scopo una squadra dell’allora servizio segreto per l’estero, il Sismi, sotto la copertura di un gruppo di turisti desiderosi di fare una battuta di pesca subacquea.

Casimirri, infatti, atleta esperto che era anche stato nel giro della nazionale italiana di questo sport, univa questa attività a quella di titolare di una ristorante di Managua in cui erano ospiti fissi i principali dirigenti sandinisti. Del resto Alessio era entrato a far parte del movimento poco tempo dopo il suo arrivo nel paese, mettendo a disposizione le sue competenze e capacità fino a meritarsi la cittadinanza nicaraguense.

L’operazione fallì in perfetto silenzio e la squadra fu obbligata a tornare alla base con le pive nel sacco.

Oggi, sull’onda dell’aggressività imperiale contro i governi progressisti latino-americani, l’Italia torna sul tema per mostrarsi “in sintonia”.

Non sembra che questa volta il risultato sarà migliore.

In risposta al nuovo intervento di Tajani per l’estradizione di Casimirri, il Governo del Nicaragua ha notificato al governo italiano l’intenzione di interrompere le relazioni diplomatiche con l’Italia.

Quando impazzava il lessico di Beppe Grillo si sarebbe detto quasi un vaffa!

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Le nostre montagne sono una polveriera (situazione incendi)

Stragi di Viareggio e Ponte Morandi. Quando la condanna è prevenzione

Le condanne ai manager privati e a pubblici funzionari per il crollo del Ponte Morandi a Genova, sono un atto di giustizia e anche di prevenzione.

Dopo la sentenza definitiva verso Mauro Moretti per la Strage di Viareggio, quella in primo grado per Giovanni Castellucci ex AD delle Autostrade e per Mauro Colletta, dirigente della vigilanza dei Trasporti, con altri 30 imputati, è una conferma importante.

Non c’è mai una “ tragica fatalità” nelle stragi di cittadini e negli omicidi dei lavoratori.

C’è invece la precisa RESPONSABILITÀ di chi dovrebbe fare e non fa e di chi dovrebbe controllare e non controlla.

Le condanne non restituiscono le vittime ai familiari, ma danno loro il conforto che la loro lotta per avere giustizia non sia stata vana.

E soprattutto queste condanne servono per l’oggi e il domani.

Il governo e le imprese hanno cominciato il loro pianto ipocrita su queste condanne; e magari preparano già qualche porcata legislativa per renderle più difficili.

I manager non possono fare il loro lavoro tranquillamente, se su di loro incombe la minaccia delle condanne! E i responsabili pubblici non possono temere di pagare se non controllano!

Questo stanno ripetendo su giornali e tv i garantisti dei padroni.

E invece sì, chi progetta un’opera, chi la gestisce, chi organizza il lavoro e la vita, chi dovrebbe verificare che tutto questo sia sicuro, tutti costoro dovrebbero avere come prima paura quella di fare del male alle persone.

E questo timore dovrebbe essere ben superiore a quello di non realizzare un profitto adeguato, o a quello di non rispettare le prerogative delle imprese.

In un paese dove centinaia di persone sono morte in stragi colpose e quindicimila sono state uccise sul lavoro in dieci anni, le sentenze dure contro i responsabili servono. Anzi ce ne sono ancora troppo poche.

È vero che prima di tutto bisognerebbe fare la prevenzione, ma quando il sistema degli affari distrugge tante vite e il potere pubblico è subalterno o complice, anche la condanna penale di dirigenti e manager diventa prevenzione.

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Tre proposte per una riforma fiscale che rispetti la Costituzione più che coccolare i miliardari

di Alessandro Volpi 

I miliardari in Italia sono 91 e possiedono un patrimonio di 484 miliardi di dollari; erano 51 nel 2021 e il loro patrimonio era di 204 miliardi. Di questi 91, 29 hanno residenza fiscale all’estero, ma il dato impressionante è che questi 29 detengono il 58% della ricchezza globale dei miliardari italiani. Le sedi preferite sono Svizzera, Lussemburgo e Principato di Monaco.

Colpiscono poi due ulteriori fattori: circa il 64% dei 91 miliardari ha ereditato la propria ricchezza e la composizione dei patrimoni è fatta per il 7% da asset immobiliari e per 93% da altri asset, di cui quelli tangibili (le aziende) sono il 52% e il 48% quelli finanziari. Nel 2021 gli asset immobiliari coprivano il 14% e degli altri asset quelli tangibili erano il 76%.

Per chiudere: i primi 10 miliardari possiedono una ricchezza pari a quella di 18 milioni di italiani che rappresentano il 30% più povero della popolazione. Non mi sembra che il modello economico che ha prodotto questi dati possa definirsi democratico solo perché esistono le elezioni “libere”.

Nel 2025 il totale delle entrate tributarie è stato di 662 miliardi di euro, di cui l’Irpef ha coperto 227 miliardi, con un incremento di quasi 10 miliardi rispetto al 2024. Di questi 227 miliardi, quasi il 90% deriva da lavoratori dipendenti e pensionati. Sempre nel campo delle imposte dirette, le cosiddette imposte “sostitutive”, sui guadagni finanziari, sugli affitti etc., hanno generato 21 miliardi, mentre l’Ires, l’imposta sui profitti, è stata pari a 60 miliardi. Il quadro è completato dalle imposte locali per un gettito di circa 17 miliardi. Ci sono poi le imposte indirette, quelle che colpiscono i consumi e non sono legate al reddito, che sono state di 270 miliardi di euro, con l’Iva e le accise che hanno incassato 230 miliardi di euro.

È evidente che una composizione delle entrate tributarie di questa natura non sia sostenibile perché ha una base imponibile troppo squilibrata e perché il gettito delle imposte sui profitti è davvero troppo basso, così come è ridottissimo quello delle imposte sostitutive i cui contribuenti, peraltro, beneficiano della possibilità di scegliere il regime fiscale a cui sottoporsi.

È altrettanto chiaro che un sistema del genere sia per il peso delle imposte indirette sia per i troppi regimi di flat tax – quello delle sostitutive – non sia coerente con i principi costituzionali della progressività previsti dall’articolo 53 della Costituzione. Dunque la riforma fiscale è davvero indispensabile a beneficio della stragrande maggioranza della popolazione italiana e andrebbe rivendicata con forza in termini politici.

Provo quindi a elaborare una proposta articolata in tre punti a mio modo di vedere complementari e non alternativi tra loro.

Primo: occorre riportare sotto il regime Irpef le imposte sostitutive per consentire l’effetto cumulo dei redditi e quindi ripristinare il principio di progressività. Con l’attuale sistema, i guadagni delle plusvalenze finanziarie non si sommano al reddito e dunque beneficiano i redditi più alti, così come le cedolari secche sugli affitti. In merito al regime Irpef, sarebbe opportuno aumentare gli scaglioni più alti concependo altre due aliquote del 50% per i redditi superiori ai 75mila euro e del 55% sopra i 100mila euro.

Secondo: occorre alzare le aliquote Ires, per le banche, le società energetiche e quelle della difesa, in modo da avere un tax rate effettivo del 35%. Infine, è necessaria un’imposta patrimoniale con aliquota dell’1% sui patrimoni che superano i due milioni di euro per la parte eccedente questa quota, con aliquote fino al 3,5% per la parte eccedente i 20 milioni di euro. In sintesi, si tratterebbe di una platea di meno di 500mila contribuenti su un totale di 42 milioni: quei 500mila contribuenti hanno un patrimonio imponibile di oltre 3.600 miliardi di euro. Si tratta, in pratica, dell’unico modo per tassare gli aumenti di patrimonio finanziario. Con le maggiori entrate garantite da queste misure, sarebbe possibile azzerare l’Iva sui prodotti di prima necessità e ridurre l’aliquota ordinaria. Il tema fiscale è davvero un nodo politico centrale nella costruzione di una “Sinistra popolare”.

Vorrei soffermarmi sulla questione dell’Irpef. Gli ultimi interventi sul tema, comprese le riduzioni per determinate fasce di reddito, hanno generato il maggiore beneficio per i redditi superiori ai 50mila euro proprio perché hanno goduto della riduzione delle aliquote della loro parte di reddito fino a quella soglia e per il resto hanno continuato a godere di un’aliquota massima del 43%. Servirebbero aliquote marginali più alte con la crescita dei redditi superiori ad almeno 80mila euro.

Per essere chiari: chi ha un reddito lordo superiore agli 80mila euro potrebbe pagare un’aliquota del 45% sulla parte del reddito che eccede gli 80mila euro e chi ha un reddito superiore ai 100mila euro potrebbe pagare, sulla parte eccedente il 47%. Questo contribuirebbe a restituire progressività al sistema fiscale secondo quanto previsto dall’articolo 53, con la possibilità di ridurre l’Iva sui servizi essenziali.

Ma il tema dell’Irpef ha un risvolto ancora più paradossale. Dal Governo Berlusconi IV, poi dal Governo Renzi, dal Governo Conte-Salvini e dal Governo Meloni sono stati introdotti i cosiddetti regimi sostitutivi per cui alcune tipologie di contribuenti hanno potuto scegliere il regime fiscale a cui sottostare. Stiamo parlando della flat tax sugli affitti, del regime forfettario per le partite Iva, l’imposta sostitutiva sulle plusvalenze finanziarie.

Ciò configura una triplice anomalia. In primo luogo in Italia esistono contribuenti che possono scegliersi il regime fiscale e altri no; in particolare non possono scegliere quanto pagare i lavoratori dipendenti e i pensionati che ricevono il prelievo all’origine senza alcuna possibilità di scelta. Inoltre, le aliquote forfettarie a parità di entrata sono assai diverse se si paga la flat tax, che non si cumula al reddito, o se si paga l’Irpef: nel primo caso sono decisamente più basse.

Infine, chi sceglie il regime sostitutivo non paga le addizionali Irpef, né quella comunale né quella regionale che sono pagate invece per intero da chi paga l’Irpef. Allora, se esaminiamo l’Irpef, è evidente che l’imposta è pagata, come emerge dai numeri, per il 95% da lavoratori dipendenti e pensionati che non possono ricorrere a regimi sostitutivi ed è altrettanto chiaro che i regimi sostitutivi tolgono all’Irpef e quindi alla comunità 10-12 miliardi di euro l’anno.

In tale ottica, come accennato, l’imposta patrimoniale è decisamente indispensabile se si intende restituire giustizia sociale perché è pressoché l’unico modo che permette di avere un gettito fiscale dall’arricchimento finanziario. Provo a spiegarmi meglio.

Un plurimilionario possiede un importante pacchetto di azioni e di strumenti finanziari che compongono una fetta importante del suo patrimonio. Si tratta di titoli di banche, società energetiche, società di armi, o prodotti finanziari ad esse legati, che nel giro di un anno hanno conosciuto una crescita media del 50%. Dunque, il suo patrimonio si è accresciuto del 50%, ma questo incremento, se il plurimilionario non vende i titoli, paga qualche imposta aggiuntiva, a parte l’impercettibile imposta di bollo?

La risposta è assolutamente no. I contrari alla patrimoniale obiettano: ma in realtà l’incremento di valore non arreca benefici di per sé, quindi perché tassarlo? La risposta è altrettanto semplice: non è vero che quel plurimilionario non ha benefici perché può utilizzare il maggior valore per ottenere un prestito bancario a condizioni molto meno onerose se mette in garanzia titoli che valgono di più o può rinegoziare a condizioni favorevoli i prestiti che già ha, liberando risorse senza alcun aggravio fiscale.

In sintesi, può operare senza vendere e senza pagare tassazione. Del resto, così fanno le scalate le banche che propongono lo scambio di azioni e così sta cercando di fare Leonardo Maria Del Vecchio per comprare quote di Delfin con i soldi delle banche mettendo in garanzia azioni proprio di Delfin. Aggiungerei un dato. Gli avversari della patrimoniale sostengono che si tratti di una doppia tassazione perché colpisce prima il reddito e poi il patrimonio, tassando due volte la stessa cosa. Ora è evidente che nel caso di un’imposizione sull’aumento di valore finanziario una tale doppia imposizione non esiste affatto.

Rimango sulla questione della patrimoniale per rispondere al tema della sua difficile applicazione. L’introduzione di un’imposta patrimoniale dell’1% sui patrimoni superiori ai due milioni di euro rappresenta una sfida che richiede anche una metodologia tecnica capace di coniugare rigore analitico e snellezza operativa.

Per risultare efficace, questa misura dovrebbe configurarsi non come un prelievo sul possesso indiscriminato, ma come un’imposta sulla ricchezza netta globale, calcolata esclusivamente sulla parte di valore che eccede la franchigia stabilita. Il pilastro fondamentale di una simile metodologia risiede nell’automatizzazione dei processi di valutazione, eliminando la necessità di perizie soggettive che rallenterebbero la riscossione e alimenterebbero infiniti contenziosi legali. Per i beni immobili, il sistema più snello consiste nell’utilizzare le rendite catastali opportunamente rivalutate attraverso coefficienti aggiornati, un dato oggettivo già presente nei database dello Stato.

Per quanto riguarda le attività finanziarie, la base imponibile verrebbe determinata attraverso la fotografia delle consistenze al 31 dicembre, integrando i dati che gli istituti di credito trasmettono regolarmente all’Anagrafe dei rapporti finanziari. Anche il nodo complesso della valutazione delle aziende non quotate potrebbe essere sciolto adottando il criterio del patrimonio netto contabile risultante dall’ultimo bilancio depositato, garantendo così un riferimento certo e verificabile.

Una scelta metodologica cruciale per mantenere il sistema semplice sarebbe l’esclusione dei beni mobili non registrati, come opere d’arte o gioielli: sebbene costituiscano quote rilevanti di ricchezza, la loro catalogazione e stima risulterebbero talmente onerose da rendere il costo amministrativo dell’imposta superiore al beneficio economico. La gestione pratica del tributo dovrebbe quindi seguire il modello della dichiarazione precompilata, in cui l’amministrazione finanziaria incrocia le proprietà immobiliari, i conti titoli e le partecipazioni societarie per presentare al contribuente un calcolo già definito, riducendo l’onere burocratico per i cittadini.

Per garantire l’equità ed evitare crisi di liquidità per quei soggetti che possiedono grandi asset ma scarsi flussi monetari, la metodologia dovrebbe infine prevedere clausole di salvaguardia, come la possibilità di rateizzare il versamento o di differirlo parzialmente al momento della vendita dei beni. Un impianto così strutturato, basato sulla trasparenza dei flussi informativi internazionali e sulla digitalizzazione dei dati esistenti, permetterebbe di colpire con precisione la grande ricchezza minimizzando l’elusione e assicurando allo Stato un gettito stabile e prevedibile.

Un’ultima nota. Il possessore di un patrimonio di 2,5 milioni di euro pagherebbe, per effetto della patrimoniale, circa seimila euro annui aggiuntivi. Se quello stesso milionario dovesse recarsi in un Pronto soccorso pubblico, in codice rosso, riceverebbe servizi per circa 20mila euro. Mi sembra evidente che lo sforzo sostenuto con la patrimoniale è decisamente inferiore al costo per la collettività del suo accesso al pronto soccorsi. Forse se i super ricchi se ne vanno (e non lo fanno) a perderci sono soprattutto loro.

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16/07/2026

Quando i Pink Floyd trasformarono Venezia nel più grande palco della storia del rock

Esattamente 37 anni fa, il 15 luglio 1989, i Pink Floyd riuscirono in un’impresa che fino a quel momento sembrava impensabile: trasformare il Bacino di San Marco in un gigantesco teatro a cielo aperto, con un palco galleggiante davanti alla città più fragile e spettacolare del mondo. Quello che doveva essere il momento culminante della Festa del Redentore si trasformò in uno degli eventi musicali più discussi e memorabili mai organizzati in Italia, capace di dividere l’opinione pubblica ma anche di entrare definitivamente nella storia del rock.
A distanza di 37 anni, quel concerto potrebbe tornare al cinema. Sul canale YouTube ufficiale della band qualche tempo fa è infatti comparso un misterioso trailer intitolato “Pink Floyd: Live In Venice”. Nessun annuncio ufficiale è ancora arrivato, ma molti fan ipotizzano che, dopo il successo del restauro cinematografico di “Pink Floyd At Pompeii – MCMLXXII“, anche lo storico live veneziano possa essere al centro di una nuova produzione cinematografica.

La scommessa di Venezia

L’idea di un concerto a Venezia nacque nel pieno del tour di “A Momentary Lapse Of Reason”, il primo album realizzato dai Pink Floyd senza Roger Waters, che aveva lasciato il gruppo dopo la pubblicazione di “The Final Cut”. I superstiti David Gilmour, Nick Mason e Richard Wright erano tornati ai vertici del rock mondiale e si cercava un evento capace di superare qualsiasi concerto tradizionale. La scelta cadde su Venezia, in occasione della Festa del Redentore. L’iniziativa era sostenuta dalla Rai, che investì circa un miliardo di lire per un evento destinato alla mondovisione, e avrebbe dovuto rappresentare anche una grande vetrina internazionale per la città, allora impegnata nella candidatura a Expo 2000.
L’idea del palco galleggiante non era casuale: riprendeva l’antica tradizione veneziana delle orchestre che durante il Redentore si esibivano sulle imbarcazioni della laguna. Per ospitare la band venne costruita una piattaforma di 24 metri, collocata su una chiatta di 90 per 30 metri, ancorata di fronte a Piazza San Marco.

Lo show per duecentomila persone

Il concerto era gratuito e attirò circa 200mila persone, distribuite tra le rive, le piazze, le barche e le imbarcazioni che affollarono il Bacino di San Marco. A seguire l’evento da casa furono invece circa 100 milioni di telespettatori grazie alla diretta Rai trasmessa in numerosi paesi.
L’organizzazione, però, si rivelò insufficiente per gestire un’affluenza di quelle dimensioni. Per proteggere i mosaici della Basilica di San Marco fu imposto un limite di 60 decibel, scelta che penalizzò inevitabilmente la resa sonora e suscitò le proteste di parte del pubblico.
Le polemiche esplosero soprattutto dopo lo spettacolo. Venezia si risvegliò sommersa dai rifiuti: circa trecento tonnellate di spazzatura e cinquecento metri cubi di lattine e bottiglie abbandonate, oltre a diversi episodi di vandalismo, alimentarono un durissimo dibattito politico e istituzionale. Ancora oggi il concerto resta ricordato tanto per la sua straordinaria portata artistica quanto per i problemi organizzativi che ne seguirono.

Lo show: 90 minuti tra luci, quadrifonia e grandi classici

Dal punto di vista musicale, il concerto condensò in circa novanta minuti tutto ciò che aveva reso i Pink Floyd uno dei più grandi spettacoli live del pianeta. La band inglese, affiancata dalla pattuglia di musicisti che la accompagnava in tour – Jon Carin, Guy Pratt, Tim Renwick, Scott Page, Gary Wallis, Rachel Fury, Durga McBroom e Lorelei McBroom – costruì uno show dominato da giochi di luce, laser, effetti scenografici e dal caratteristico impianto sonoro in quadrifonia, tecnologia che il gruppo aveva contribuito a sviluppare già negli anni Settanta.
Per rispettare i tempi televisivi la scaletta venne ridotta rispetto agli altri concerti del tour e alcuni brani, come “Sorrow” e “Money”, furono eseguiti in versione abbreviata. Nonostante ciò, il repertorio offrì molti dei momenti più celebri della carriera della band: dall’apertura affidata a “Shine On You Crazy Diamond (Part I)” fino al gran finale con “Comfortably Numb” e “Run Like Hell”, passando per “Learning To Fly”, “Time”, “Wish You Were Here” e “Another Brick In The Wall (Part 2)“.
Fu uno show inevitabilmente diverso dall’atmosfera sospesa di Pompei: qui i Pink Floyd non suonavano nel silenzio di un anfiteatro vuoto, ma davanti a una città trasformata in un’immensa platea galleggiante.
Ecco qui sotto il video integrale del concerto dei Pink Floyd a Venezia.

La scaletta del concerto

Shine On You Crazy Diamond (Part I)
Learning To Fly
Yet Another Movie
Round And Around
Sorrow
The Dogs Of War
On The Turning Away
Time
The Great Gig In The Sky
Wish You Were Here
Money
Another Brick In The Wall (Part 2)
Comfortably Numb
Run Like Hell

Dopo Pompei, anche Venezia sul grande schermo?

Le immagini del concerto dei Pink Floyd a Venezia non sono inedite. Già nel 1989 la televisione olandese realizzò uno speciale diretto da Wayne Isham ed Egbert van Hees, successivamente trasmesso anche nel Regno Unito. Inoltre, nel 2019, il live è stato incluso nel cofanetto “Pink Floyd: The Later Years” in Dvd e Blu-ray. Il trailer pubblicato oggi lascia però pensare a qualcosa di diverso: una nuova edizione cinematografica, probabilmente restaurata, che riporterebbe sul grande schermo uno degli eventi più spettacolari dell’ultima fase della storia dei Pink Floyd.
Per il momento la band mantiene il massimo riserbo e non ha diffuso ulteriori dettagli. Ma dopo aver riportato nelle sale il mito di Pompei, anche Venezia potrebbe presto avere il riconoscimento che molti fan aspettano da decenni: quello di un concerto entrato nella leggenda, finalmente raccontato come un vero film.

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