Presentazione


Analisi, opinioni, fatti e (più di rado) arte da una prospettiva di classe.

13/09/2026

Esce a ottobre “Il Grido. I settecento giorni di Gaza”

I settecento giorni di Gaza sono raccontati da un film che qualcuno avrebbe voluto far tacere. “Il Grido” è film nato per aprire uno squarcio nel muro di silenzio costruito attorno all’assedio di Gaza. E ieri, quel muro ha ceduto un altro pezzo: tutti i principali giornali hanno riportato in prima pagina, con grande risalto, che Netanyahu era stato avvertito dell’attacco di Hamas del 7 ottobre e non fece nulla.

Chi ha visto in anteprima “Il Grido” lo sapeva già da mesi. Sul primo cartello del film, girato ben prima di questa rivelazione, si legge: “Il 7 ottobre 2023 i militanti di Hamas lanciano un attacco contro Israele prendendo 220 ostaggi e uccidendo più di 1200 persone. Avvertito in anticipo dai servizi segreti di paesi arabi del pericolo di un attacco, Benjamin Netanyahu e l’esercito non fanno nulla”. Non era una congettura, non era un’ipotesi azzardata del regista Giancarlo Bocchi, era il frutto di due anni di ricerca meticolosa, di fatti verificati uno per uno.

La cronaca, oggi, gli dà ragione. Eppure, nei festival internazionali e in molti eventi locali, su questo film è calato un silenzio colpevole. Perché “Il Grido” mostra una realtà molto più dura e tragica di quella raccontata in televisione, e in parte anche sui giornali.

Per impedire che questa verità emergesse, il governo israeliano ha bandito la stampa internazionale da Gaza e ha commesso il crimine di guerra di assassinare più di 260 giornalisti locali.

Ma la verità, quando qualcuno la cerca con ostinazione, trova sempre una crepa da cui filtrare.

Nei primi mesi del conflitto, superando ogni ostacolo della censura israeliana, il regista è riuscito a contattare giovani filmmaker dentro Gaza, ragazzi che, sfidando la propria sorte, gli inviavano clandestinamente, giorno dopo giorno, le loro riprese, cercando faticosamente di notte un segnale internet instabile che arrivava dal mare. Non erano scampoli di pochi secondi buoni per un telegiornale. Erano sequenze lunghe, intere, di eventi tragici e disastrosi, la vita vera, non filtrata, non tagliata.

Da quel materiale è nato “Il Grido”, un film documentario che diventa documento storico sulla vita, l’umanità, la resilienza, le sofferenze, i pensieri di un popolo. Un film senza censure e senza silenzi, che ha un solo, vero protagonista: un popolo intero. Giancarlo Bocchi non è nuovo a queste battaglie. Ha alle spalle una lunga esperienza di documentari sui conflitti, due dei quali girati in Palestina. Nel 2001, con “Un giorno a Gaza”, aveva documentato la vicenda del piccolo Mohammed Al Dura, la cui uccisione per mano dell’esercito israeliano fece esplodere la Seconda Intifada. Per aver osato smontare la tesi della propaganda sionista, che con perizie artefatte tentava di coprire le responsabilità israeliane, i soldati gli spararono a Ramallah. Nel 2006 era tornato sul campo per filmare il conflitto tra Israele e Libano nel documentario “WARS”, occupandosi anche di un sinistro protagonista della cosiddetta “Brigata ebraica”.

La vicenda di questo film è, in fondo, lo specchio di una situazione che non riguarda solo l’Italia, ma molti altri paesi dove alla libertà d’espressione vengono imposti bavagli più o meno occulti.

Bocchi lo dice senza mezzi termini: “Cosa direbbero due miei grandi amici con i quali ho lavorato anni fa, due grandi artisti ebrei, Wolf Vostell del gruppo Fluxus e Boris Lurie della No Art, entrambi scampati ai campi di sterminio nazisti, che avevano fatto della libertà d’espressione il centro del loro lavoro? Oppure Gustav Kanhweiler, amico e mercato d’arte ebreo tra i primi al mondo di artisti come Henry Moore e Pablo Picasso, donerebbe ancora la sua grande collezione al Museo di Tel Aviv dopo il genocidio a Gaza?
Se si vuole punire il neonazismo e il negazionismo bastano le leggi esistenti; promulgare invece una legge sull’antisemitismo nelle forme che sappiamo, è un grave pregiudizio alla libertà d’espressione e al diritto di critica. Con questa legge anche “Il Grido”, che è basato solo su immagini della realtà, ovvero vere, potrebbe essere colpito. Invece sarebbe indispensabile una legge contro il sionismo paramilitare, per smascherare finalmente i suoi servitori che si annidano in Italia nelle istituzioni e nei media.”


E mentre in Italia si discute di leggi bavaglio contro chi denuncia, c’è un dettaglio che nessuno sembra voler guardare in faccia: in questo paese si vendono ancora “armi non letali” agli israeliani.

In che film esistono “armi non letali”? Anche un giubbotto antiproiettile per la legge è un’arma. “Armi non letali” è una definizione che non regge alla prova dei fatti, uno specchietto retorico per continuare a fare affari mentre si guarda altrove. Non è che i criminali di guerra israeliani abbiano ancora, in Italia, dei complici occulti?

Per non subire censure di nessun genere, “Il Grido” uscirà con una distribuzione indipendente.

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Gli USA pressano gli alleati NATO per abbandonare la Corte Penale Internazionale

Secondo quanto rivelato da un’inchiesta di Politico, gli Stati Uniti hanno chiesto agli alleati della NATO di ritirarsi dal trattato istitutivo della Corte Penale Internazionale (CPI) e di collaborare per depotenziarne l’operato a livello globale. La richiesta è stata avanzata a porte chiuse a Bruxelles, durante una riunione tra i rappresentanti permanenti dei 32 paesi membri dell’alleanza.

Come ormai d’abitudine per l’amministrazione Trump, non sono mancate minacce velate. L’inviato statunitense, Matthew Whitaker, avrebbe chiuso il proprio discorso dicendo ai partner: “osserveremo attentamente chi si schiera dalla parte dell’America”. Come per l’aggressione all’Iran, la Casa Bianca sta usando attivamente la propria posizione dominante nella filiera occidentale come leva per riallineare i “vassalli” europei ai propri interessi.

Parallelamente al vertice, la delegazione stelle-e-strisce ha fatto circolare un documento programmatico molto netto. Washington dichiara l’intenzione di voler smantellare sistematicamente le capacità della CPI. “Vi chiediamo con fermezza di adottare immediatamente le misure necessarie per il ritiro”, affermerebbe il testo statunitense.

L‘amministrazione Trump sollecita le capitali alleate ad avviare immediatamente le procedure di recesso dallo Statuto di Roma, il trattato del 1998 su cui si fonda la Corte, a interrompere ogni sostegno materiale, finanziario e logistico all’istituzione dell’Aja, e a condannare pubblicamente i presunti “abusi di potere” dell’organismo internazionale, definito una minaccia alla sovranità nazionale.

L’offensiva diplomatica rappresenta il culmine di una linea dura condotta dal Segretario di Stato americano Marco Rubio, che neanche troppo dietro le quinte vede pure Israele impegnato nello smantellamento del diritto internazionale. Una vittoria sostanziale è stata raggiunta con la destituzione del procuratore della Corte Penale Internazionale Karim Khan.

Washington contesta i mandati di arresto nei confronti del primo ministro israeliano Benjamin Netanyahu e dell’ex ministro della Difesa Yoav Gallant, emessi per i crimini commessi a Gaza. Ad ogni modo, è sin dall’amministrazione Clinton che gli USA hanno ostacolato le attività dell’Aja. Anche Biden, pur togliendo le sanzioni imposte ai giudici durante la prima amministrazione Trump, ha ribadito la tutela dei cittadini statunitensi contro le accuse mosse in relazione ai crimini compiuti durante la guerra in Afghanistan.

Stando alle informazioni raccolte da Politico attraverso tre funzionari rimasti anonimi, di fronte a questa nuova offensiva contro la CPI sono stati la Francia e i Paesi Bassi a esprimere la più netta contrarietà alle richieste statunitensi. Ma come detto, non è Washington ad aver cambiato atteggiamento. In realtà, è proprio in seno alla UE che diversi paesi hanno nei fatti disconosciuto e delegittimato i mandati dell’Aja.

L’aereo di Netanyahu è passato più volte nello spazio aereo greco e italiano, e a inizio del 2026 ha sorvolato anche il territorio francese. Roma ha evidentemente mancato di adempiere agli obblighi dello Statuto di Roma anche nel caso Almasri. Insomma, di facciata i paesi del Vecchio Continente si dicono a tutela del diritto internazionale, ma nei fatti se ne disinteressano quando ciò va in conflitto con i propri interessi imperialistici.

Per questo appare evidente che la questione CPI, in questo frangente, viene trasformato in un ulteriore teatro di attrito tra le due sponde dell’Atlantico. Da parte sua, la Corte ha risposto confermando che l’istituzione continuerà a svolgere il proprio lavoro, dicendosi pronta a resistere a ogni tentativo di interferenza e delegittimazione.

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Naza. La tecnica fredda del genocidio

Siamo andati a vedere Naza, il film più atteso e più importante del concorso veneziano, pensando che il titolo fosse un gioco di parole fra “Gaza” e “Nazi”. Sapevamo, come tutti, che è diretto da due registi che avevano già lavorato al documentario No Other Land (vincitore dell’Oscar), Yuval Abraham e Rachel Szor. E sapevamo che nel film parlano 24 esponenti dell’esercito e dell’intelligence israeliani, nelle modalità che ora vi descriveremo.

Abbiamo scoperto dalle primissime battute del film che il termine “naza” è invece un acronimo che indica in ebraico i “danni collaterali”, le persone innocenti che potrebbero essere uccise nel momento in cui viene colpito un “obiettivo”, ovvero un militante (o presunto tale) di Hamas attivo nella striscia di Gaza.

Ma può darsi che il gioco di parole da noi ipotizzato, sotto sotto, ci sia: e il fatto che l’IDF e il Mossad definiscano così i morti palestinesi rende il tutto doppiamente sinistro.

No Other Land era un documentario sulla Cisgiordania, sulle violenze dei coloni. Era diretto da quattro registi: oltre ai due citati, Basel Adra e Hamdan Ballal, palestinesi. Era dunque un raro e coraggioso esempio di collaborazione fra cineasti israeliani e palestinesi.

Naza è firmato dai soli Abraham e Szor ed è facile capire perché: solo degli israeliani, probabilmente, potevano convincere dei militari a sbottonarsi in quel modo.

Prima di ogni altra cosa crediamo sia giusto riportarvi le loro parole, dal catalogo della mostra: “Abbiamo realizzato questo film spinti dal dovere di usare la nostra posizione di israeliani per analizzare i sistemi dietro all’uccisione di massa di civili palestinesi di cui il nostro Paese è responsabile. Durante le riprese negli ultimi tre anni, ci siamo trovati a porci le stesse domande della generazione dei nostri nonni e di tutto il Novecento: come può un gruppo di persone permettere la totale disumanizzazione di un altro? Come funziona dall’interno un sistema del genere?”.

È inoltre fondamentale aggiungere alcune informazioni sulla produzione. Le interviste montate negli 80 minuti di film sono già state pubblicate sul quotidiano britannico The Guardian, che co-produce il film e che le ha realizzate in collaborazione con due organi di stampa indipendenti, +972 Magazine e Local Call.

Fra i produttori figura Jonathan Glazer, il regista di La zona d’interesse (il film su Auschwitz), e magari può essere interessante sapere che Glazer, nato a Londra, è un ebreo ashkenazita.

Il Guardian è per così dire il “garante giornalistico” del film. È importante dirlo perché vedendo il film potrebbe sorgere il sospetto della messinscena: una didascalia iniziale ci informa che i volti dei testimoni sono volutamente invisibili e le loro voci sono state digitalmente alterate, per renderli non identificabili. Per cui qualcuno potrebbe alzare il ditino e chiedere: chi ci assicura che siano veri? Lo assicura il Guardian, uno dei giornali più seri del mondo.

Naza è tutto girato di notte. I volti degli intervistati sono sempre al buio. Le interviste avvengono sul tetto di un palazzo di Tel Aviv: si vede tutta la città, i televisori accesi nelle case, il traffico, l’edificio dove ha sede il comando dell’IDF, l’esercito israeliano.

Tel Aviv fa da controcanto alle dichiarazioni. Che sono spaventose. A un certo punto Abraham – che invece è riconoscibile come intervistatore – chiede a uno dei tecnici dell’IDF se pensa che a Gaza sia in corso un genocidio. “Ovviamente sì”, è la risposta.

Poi l’uomo, che è un tecnico video, di quelli che osservano Gaza attraverso i droni, racconta di quando i palestinesi sono accorsi a migliaia a una distribuzione di cibo. “C’era questa fiumana di persone, e ogni tanto qualcuno usciva dallo spazio prestabilito dove potevano camminare, e i nostri cecchini avevano l’ordine di abbatterli, chiunque fossero, anche bambini. Ne avranno ammazzati a decine”.

E tu cosa provavi a vedere queste cose? “Beh, era divertente. Sembrava un videogioco. Era incredibilmente divertente”.

Vanno dette due cose. Nessuno degli intervistati è un soldato che lavorava – diciamo così – sul campo. Sono tutti addetti alla sorveglianza video e audio, alle intercettazioni, all’individuazione del “nemico”. E questo è importante: non è gente che ha ammazzato qualcuno, e gli va riconosciuto il coraggio di testimoniare.

Ma l’altra cosa da dire è che nessuno di loro sembra particolarmente sconvolto da ciò che ha visto e che ha contribuito a fare. Tre o quattro di loro lo dicono chiaramente: “Io sono un tecnico. Io individuo un terrorista nel suo appartamento e dico all’autorità militare che intorno a lui ci sono dieci, venti, cento naza, possibili vittime collaterali. Poi è l’ufficiale che decide se sparare o no. Sono le regole. Io obbedisco alle regole”.

Più o meno quello che diceva Eichmann nel famoso processo raccontato da Hannah Arendt.

Uno dei passaggi più impressionanti, ma anche più illuminanti del film è la descrizione dell’operazione Lavender – l’hanno chiamata così, “lavanda”, come un profumo. È una pura operazione di intelligence. IDF e Mossad, secondo questi testimoni, controllano TUTTI i telefoni cellulari attivi a Gaza. Possono entrarci, vedere le foto, leggere i messaggi. Basta che un telefono comunichi una volta con il telefono di un militante di Hamas perché quella persona diventi a sua volta un potenziale terrorista.

Ovviamente i telefoni sono localizzati. Quando si decide di eliminare un esponente di Hamas, lo si individua attraverso il cellulare, possibilmente a casa, di notte, mentre dorme: “È più sicuro”.

Uno dei testimoni racconta che una volta si sono assicurati che il cellulare fosse nello stesso punto da un po’ di tempo, poi hanno colpito: “Il giorno dopo abbiamo scoperto che l’uomo era uscito e aveva dimenticato il telefono a casa. Abbiamo ammazzato tutti i suoi familiari e i suoi vicini e lui se l’è cavata. Dal punto di vista professionale è stato uno smacco”.

Un altro confessa che Lavender funziona all’85%. Quindi – chiede Abraham – nel 15% dei casi ammazzate gente che non c’entra nulla. “Sì”. Il testimone non lo dice, ma si capisce chiaramente che – dal punto di vista dell’esercito israeliano – a Gaza non esistono persone “che non c’entrano nulla”.

Naza è il film più terribile e spaventoso che abbiate mai visto. Perché è “freddo”. Non gioca sull’emotività. Questa gente non piange né si emoziona raccontando queste cose. È il loro lavoro. Sono i volonterosi carnefici di Netanyahu.

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Lettera ad un cittadino statunitense, dopo l’11 settembre

di Gabriel Garcia Màrquez

Cosa si prova? Cosa si prova quando l’orrore divampa nel tuo cortile e non nel soggiorno del vicino?

Cosa si prova davanti a quella paura che ti attanaglia il petto, a quel panico incorniciato nel rumore assordante, alle fiamme senza controllo, ai palazzi che crollano, a quello spaventoso fetore che trafigge i polmoni, davanti agli occhi degli innocenti che camminano coperti di sangue e di ceneri?

Cosa si prova, quando arriva nella tua casa l’incertezza su quello che potrebbe succedere? Come si esce da questo stato di shock? Lo stesso nel quale deambulavano immersi, nell’agosto del 45’, i sopravvissuti di Hiroshima.

Nulla è rimasto in piedi dopo che il bombardiere nord-americano Enola Gay ebbe scaricato la bomba. Nel giro di pochi secondi morivano 80.000 uomini, donne e bambini. Altrettanti sarebbero deceduti negli anni che seguirono, a causa delle radiazioni.

Ma quella era una guerra lontana e non c’era nemmeno la televisione.

Come ti senti oggi, quando le terribili immagini della televisione ti dicono che quel che sta succedendo non accadde in una terra lontana ma nella tua casa?

Un altro undici di settembre, ma di 28 anni fa, fu assassinato un Presidente di nome Salvador Allende, mentre resisteva ad un colpo di stato organizzato dai tuoi governanti.

Furono anch’essi tempi di orrore, ma succedevano in un posto molto distante dalla tua linea di confine, in un’ignota repubblichetta sudamericana.

Queste repubblichette sostavano nel tuo cortile interno e non ti sei mai preoccupato quando i tuoi marines entravano in esse, mettendo tutto a ferro e fuoco, per imporre i tuoi punti di vista.

Lo sapevi che tra il 1824 e il 1994 il tuo paese portò a termine 73 invasioni in paesi dell’America Latina? Le vittime furono Puerto Rico, Messico, Nicaragua, Panamà, Haitì, Colombia, Cuba, Honduras, Repubblica Dominicana, Isole Vergini, El Salvador, Guatemala e Granada.

È da quasi un secolo che i tuoi governanti sono in guerra. Dall’inizio del ventesimo secolo, non c’è stato un conflitto armato nel Mondo nel quale il tuo Pentagono non fosse coinvolto. Certo, le bombe allora esplodevano sempre al di fuori del tuo territorio, con la sola eccezione di Pearl Harbor, quando l’aviazione giapponese bombardò la settima flotta, nel 1941.

Ma l’orrore è rimasto sempre lontano.

Quando le Torri Gemelle sono crollate, quando hai visto le immagini dalla televisione o hai ascoltato le grida quella mattina, hai pensato per un solo secondo a quello che sentirono quotidianamente i contadini del Vietnam attraverso i lunghi anni della guerra? A Manhattan la gente cadeva dall’alto dei grattacieli come tragiche marionette. In Vietnam, la gente correva tra urla strazianti perché il Napalm continuava a bruciare la carne per molto tempo e la morte che seguiva era spaventosa, tanto quanto quella di chi si è lanciato in un salto disperato verso il vuoto.

La tua aviazione non ha lasciato una fabbrica in piedi né un ponte in Jugoslavia. In Iraq furono 500.000 i morti. (Nella prima campagna - NdT.) Mezzo milione di anime fu il bottino dell’operazione “Tempesta nel Deserto”, incalcolabili i corpi dilaniati in luoghi esotici quali Vietnam, Iraq, Iran, Afganistan, Libia, Angola, Somalia, Congo, Nicaragua, Repubblica Dominicana, Cambogia, Sudan, Jugoslavia e, a continuare, la lista sarebbe interminabile.

In ognuno di questi paesi, la gente veniva massacrata da proiettili fabbricati nel tuo paese, sparati dai tuoi ragazzi, da gente iscritta nel libro paga del tuo Dipartimento di Stato, solo e soltanto affinché tu potessi continuare a godere del tuo proverbiale stile di vita americano.

Da quasi un secolo il tuo paese è in guerra col mondo.

Curiosamente, i tuoi governanti scatenano i loro Cavalieri dell’Apocalisse in nome della libertà e della democrazia. Ma dovresti sapere che per molti popoli del mondo (di questo Pianeta nel quale muoiono quotidianamente 24.000 persone vittime della fame o di malattie altrove guaribili) gli Stati Uniti non rappresentano la libertà ma un nemico lontano e terribile che semina soltanto guerra, fame, paura e distruzione.

Sono sempre stati conflitti bellici lontani per te, ma per chi abita quei luoghi sono una dolorosa realtà quotidiana, una guerra nella quale i palazzi vengono molto frequentemente giù e dove la gente va spesso incontro ad una morte raccapricciante.

E le vittime sono sempre, per il 90 per cento, civili. Donne, anziani, bambini.

Effetti collaterali.

Come ci si sente quando l’orrore bussa alla tua porta, anche solo per un istante, per un singolo giorno?

Come ci si sente quando si pensa che le vittime di New York sono segretarie, operatori di borsa o impiegati delle pulizie che pagavano regolarmente le loro tasse e non avevano mai fatto male neanche ad una mosca?

Com’è la paura ?

Come ci si sente, cittadino americano, quando si pensa che la lunga guerra è finalmente sbarcata a casa propria?

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12/09/2026

Lo Spirito Continua, i quarant’anni del più grande disco hardcore italiano

Quando uscì, luglio 1986, Lo Spirito Continua io non avevo ancora compiuto due anni di età, per cui no, è inutile che mi chiediate se c’ero. Ovvio, non ho vissuto nulla in diretta di quelle schegge impazzite dell’hardcore italiano di quarant’anni fa. Con tutti i limiti possibili (il tempo passato, la sua natura reietta e refrattaria) è una storia che è stata comunque documentata diffusamente e celebrata, a beneficio anche di chi, come appunto il sottoscritto, non c’era. Mica rose e fiori: eroina, disagio a dosi industriali, una società che oscillava tra le bombe nei treni e i culi in televisione. Unica prospettiva concreta: entrare come ingranaggio a un certo punto della catena di montaggio.

Non volessimo pensare anche al contesto, la vitalità confusa ma devastante di Negazione, Indigesti, Nerorgasmo, Raw Power, I Refuse It, C.C.M., Wretched, Kina e cento altri basterebbe per lasciare sbigottiti, oggi. Senza soldi, senza produzioni, senza locali, promoter. Eppure in centinaia (in Italia, in altre migliaia nel mondo) sono riusciti comunque a lasciare incise cicatrici formidabili sulla pelle, sui muri, sul vinile. Se ci sono riusciti penso fosse perché non si trattava solo di musica. Non era arte, figuriamoci se era intrattenimento. Era semplicemente il modo migliore che avessero per sentirsi vivi, in mezzo alle macerie. Lo Spirito Continua è giustamente considerato da molti il disco fondamentale di quella stagione, poi ognuno ha la sua opinione, come è giusto che sia.

Con tutte le differenze del caso, l’album di recente è stato oggetto di mostre fotografiche e libri, come successo pure ai C.C.C.P.. Con tutte le differenze del caso: se i reggiani sono un’operazione totalmente (o quasi) cerebrale, i torinesi sono viscere e carni dilaniate. Non ne è seguita in questo caso una reunion, come ritengo giusto che sia, forse non solo per la scomparsa di Marco Mathieu. In verità non stava a loro, a gente di cinquanta e passa anni di cicatrici sulle spalle, ravvivare quello spirito ancora una volta. Credo che non sarebbe stata mai la stessa cosa, semplicemente perché l’energia istintiva di un disco del genere non la puoi replicare, la puoi solo trasmettere. Lasciare come un testimone. Come loro hanno già fatto quarant’anni fa. Risuonare la scaletta su un palco di un festival estivo con qualche bravo turnista, una volta più di tutte, sarebbe stato probabilmente altro. Lo Spirito Continua, se vuoi celebrarlo, lo fai andando a cercare chi oggi cerca di esprimere in qualche misura un’energia e una vitalità paragonabili, non necessariamente solo nel punk.

Quando uscì Lo Spirito Continua i quattro Negazione avevano su per giù tra i venti e i ventidue anni. Ed erano al primo disco intero, dopo split e singoli già leggendari come Tutti Pazzi. Eppure resta un disco che fa categoria a sé, qualcosa di talmente compiuto, a suo modo perfetto, che è difficile confrontarlo con qualcos’altro, anche fossero le uscite precedenti e successive dello stesso gruppo. Musicalmente straordinario, un punk convulso e metallico, selvaggio e hardcore. Che, per dire, riviste americane come Flipside e Maximum R’n’R ai tempi definivano come “thrash”. Non thrash metal, non come lo si intende, ma comunque lì, da qualche parte in direzione di quel crossover tra thrash metal e hardcore che in America era già qualcosa, al tempo. Da qui forse le sneakers, le bandane e quell’aspetto esteriore meno ascetico della media delle band hardcore italiane. Ritmi quasi sempre velocissimi, cambi di tempo repentini, riff feroci, intricati, sempre cangianti e sorprendenti. Urla. Non riesci ad ascoltarlo senza che ti venga il fiatone, anche a farlo comodamente seduto in poltrona. Musicalmente eccezionale, energico, avventuroso e vivo, Lo Spirito Continua però si distingue rispetto ad altri dischi straordinari punk e metal dei tempi anche e soprattutto per le parole. Io non so giudicare se siano poesia o ingenuità di ventenni, ma i testi di queste canzoni sono sicuramente schiaffi che bruciano ancora, bruciano sempre.

Non sprecare parole e sorrisi per me
Io conosco gia’ la fine del libro
Non mi serve addolcire il dolore
Perche’ io ho perso
Ho gia’ scelto la sconfitta
La vittoria della sconfitta
Quante volte ancora mi mostrerete
Che questo posto non e’ il mio
In ogni istante, ad ogni occhiata
In ogni pensiero, ad ogni azione
Sempre, fino a quando crepero’
Davanti a qualche vostro palazzo
In ginocchio, con il corpo distrutto
Ma con la mente attiva
Perche’ l’odio rimane
Quando mi chiedete perche’
Mi fate ancora piu’ schifo
Io odio la vostra ipocrisia
Io voglio e non chiedo perche’
Conosco gia’ la risposta
Troppe volte il bello diventa brutto
Troppe volte soffro, troppe volte…
Non sprecare sorrisi e parole per me…

La prima metà del disco è nichilismo radicale, rivendicato con orgoglio, a viso aperto. La Vittoria della Sconfitta, Lasciami Stare, Diritto Contro un Muro e Niente sono forsennate e recidono immediatamente qualsiasi possibilità di mediazione, di compromesso. Anche se sempre o quasi in modalità urlo, le parole di Zazzo sono quasi tutte intelligibili, non lasciano scampo. Il lato B è invece quello della riconciliazione, quello che sostituisce l’Io con il Noi, che trasforma l’odio in cambiamento, come un’alchimia. Subito Un Amaro Sorriso segna il cambio di prospettiva con quel “lucidi guerrieri pronti a vendicare la vita”. La presa di coscienza che il rifiuto delle istituzioni, dei dogmi e della coercizione non preclude la voglia di vivere e l’empatia per chi condivide la sofferenza e forse la lotta. Lotta di ogni giorno, personale, che è politica anche se qualcuno forse, nel decennio precedente, l’avrebbe bollata come qualunquismo, perché la dimensione politica precluderebbe quella personale.

Ma negli anni ‘80 ormai anche quella narrativa del decennio precedente stava venendo spazzata via da trasmissioni televisive e manovre ben più subdole e permanenti. Certi veli ormai erano caduti del tutto o quasi. E poi, se gli ideali si trasformano essi stessi in prigioni o chiese, non c’è da sorprendersi se vengono rifiutati. La musica de Lo Spirito Continua è politica, come lo era ai tempi crearsi un circuito da zero, entrando in relazione con gente anche lontana, evitando qualsiasi compromissione, per condividere il proprio modo di stare al mondo. Ironico forse che la conclusione di un disco così inizi proprio con una chitarra folk. Potrebbe benissimo essere quella di una vecchia canzone di protesta. Poi folate elettriche ed epiche e accelerazioni furenti. È la stessa Lo Spirito Continua, conclusione e insieme apice di un disco formativo come pochissimi altri. Almeno per il sottoscritto. Si chiude il cerchio iniziato meno di mezz’ora prima con La Vittoria della Sconfitta:

Lo spirito continua….
…continua…lo spirito…
Dietro lamenti melodiosi
Risuona la voce di un vecchio
A raccontare il senso di una vita
Collezione di attimi
Per le sensazioni più belle
Ma lo spirito continua!
Leggo di me negli occhi di gente sconosciuta
Leggo di me in loro
E non sono ostili
Ma il ricordo puo’ uccidere il bisogno…
…non ho paura di quel rumore
C’è un lampo nei tuoi occhi
Che non potrò mai spiegarti
Mentre ti alzi e te ne vai
Guardo verso una parola lontana…
…Il gioco di immagini è riuscito
Esplode una risata sensuale…
Io sorrido sopra il mio odio
Scoprendomi dentro un amore spesso negato
Scopro te nel mio corpo
Non voglio ucciderti
Devi solo imparare a conoscermi
Io farò lo stesso
E forse allora anche la ferita
Farà meno male
Lo spirito continua
Potremo davvero essere vecchi e forti 

Avevano venti, ventidue anni al massimo i Negazione quando è uscito Lo Spirito Continua. Come Negazione esistevano da solo due anni. In quei due anni si erano fatti conoscere nel giro hardcore d’Italia e d’Europa pubblicando questi ventotto minuti formidabili. E in questi ventotto minuti soltanto sono stati capaci di trasformare l’odio in una energia (pro)positiva. Una lezione, una fiaccola che da quarant’anni non si spegne. (Lorenzo Centini)


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11 settembre 2001: siamo ancora “tutti americani”? Non lo eravamo neanche allora ma non avevamo il coraggio di dirlo

di Fulvio Scaglione

Oggi è stata la giornata delle Torri Gemelle, come è diventata abitudine sintetizzare i quattro attentati che 19 terroristi arabi misero a segno negli Stati Uniti dirottando altrettanti aerei di linea e lanciandoli come missili contro i due grattacieli di New York e il Pentagono a Washington, mentre il quarto precipitò in Pennsylvania dopo l’eroico tentativo dei passeggeri di recuperarne il controllo. 2.977 morti in totale, dei quali 2.606 alle Torri Gemelle. E più di 9 mila soccorritori morti da allora a causa delle polveri tossiche respirate quel giorno. Una strage orrenda, durata anni. Inconcepibile allora e quasi incredibile ancora oggi. Oggi che è stata la Giornata delle Torri Gemelle come lo sarà sempre, di decennio in decennio, di generazione in generazione. Almeno finché resterà qualcuno di noi che ricorda con precisione assoluta dove eravamo e che cosa facevamo in quelle ore. Il sottoscritto per esempio era in Armenia, con un aereo da prendere nella notte e, per la prima volta, terrorizzato all’idea di volare.

E però questi 25 anni ci hanno cambiato molto. Più noi che gli americani. Venticinque anni fa, lo ricordiamo tutti, il mantra era “siamo tutti americani”. Questo era il titolo e la sostanza di un famoso editoriale di un famoso giornalista, Ferruccio de Bortoli direttore del Corriere della Sera. E come tutti gli articoli azzeccati interpretava perfettamente lo spirito di quelle ore. Ma... lo interpretava o lo dettava?

Oggi a sentir dire “siamo tutti americani” vien da rispondere: col piffero! Ma adesso son capaci tutti, c’è l’orrido Donald Trump che dà la caccia ai migranti, vuol ritirare le truppe dall’Europa proprio mentre c’è la guerra della Russia, se ne frega dell’Ucraina, si pappa il Venezuela, ci fa salire il prezzo del petrolio e della benzina con quella guerra folle contro l’Iran e poi promette 5 mila dollari a chi vota il suo partito. Ci sono i sondaggi che dicono che solo l’11% degli europei ancora considera gli Usa un Paese alleato. Chi vorrebbe autodefinirsi, adesso, americano?

Il problema vero è che tutti americani lo eravamo col piffero anche venticinque anni fa. Ma allora non avevamo il coraggio di dirlo o la lucidità per capirlo. E ne avremmo avuto la dimostrazione quasi subito. Nel 2003 Germania e Francia rifiutarono di unirsi alla campagna angloamericana contro l’Iraq, giustificata a suon di balle e comunque pretestuosa perché il rivoltante Saddam Hussein non solo non aveva armi di distruzione di massa ma, soprattutto, non c’entrava nulla con l’11 settembre. Ricordate le critiche, gli insulti, le beffe a carico del presidente francese Jacque Chirac e del ministro degli Esteri Dominique de Villepin? E perché nessuno scrisse “siamo tutti iracheni” quando fu chiaro che l’invasione stava provocando centinaia di migliaia di morti innocenti tra i civili?

De Bortoli, allora, colse bene il sentiment popolare. Tutti erano a dir poco scioccati all’idea che un colpo così forte potesse essere sferrato ai danni della potenza americana super-armata e super-protetta da un apparato senza uguali di servizi di sicurezza. Era, in un certo senso, la fine del mondo, o qualcosa che molto le somigliava. E infatti nell’editoriale risuonava l’affermazione: “È tutta la civiltà sotto attacco”. Tutta? Civiltà? Perché? Perché i morti erano di passaporto americano, anche se in realtà i Paesi d’origine delle povere vittime erano 77? Quale civiltà anche “nostra” era ravvisabile nell’eterno maneggio americano dei colpi di Stato (Indonesia 1965, Grecia 1967, Argentina 1967, Cile 1973) o nelle invasioni (Grenada 1983, Panama 1989)?

Nell’articolo di allora si notavano anche “le inqualificabili manifestazioni di giubilo palestinese davanti alle immagini di morte di civili inermi”. Inqualificabili è poco, ma di nuovo: di fronte a qualunque morte di civili inermi. Epperò risulta (risultava) così difficile capire che alla base di quelle “manifestazioni” poteva esserci anche il rancore per una potenza che, già in quegli anni, faceva di tutto per appoggiare lo Stato di Israele e la sua politica di occupazione dei territori? Nel 2000 gli abitanti israeliani negli insediamenti illegali erano già 200 mila. E poiché in quel periodo ci si avviava verso i colloqui di Camp David e la seconda Intifada, il governo israeliano (guidato da Ehud Barak, l’amico di Epstein) ricorse a una mossa astuta: non approvò ufficialmente alcun nuovo insediamento ma fece costruire nuove abitazioni in quelli vecchi, allargandoli. È quella politica, subito dietro il fanatismo assassino dei terroristi di Hamas e di Hezbollah, ad aver portato in questi anni ai grandi massacri di Gaza e del Libano. E di nuovo: dovremmo, avremmo dovuto sentirci parte di questa “civiltà”?

No, grazie. Il ribrezzo per Osama bin Laden, i capi di Hamas e i loro pari non basta a farci confondere l’interesse nazionale degli Usa con una qualche indistinta civiltà. Né il lutto e il rispetto per le innumerevoli vittime di questo giorno, che resterà scolpito nella storia, basta a farci dimenticare le ancor più numerose vittime di tale famosa civiltà, vittime che non hanno nemmeno un giorno sul calendario per essere ricordate.

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Non ci mancherai Emma

di Vincenzo Morvillo

Leader di uno dei partiti più canaglieschi della storia repubbicana. I radicali: doppiogiochisti, subdoli, giani bifronte della politica, spregiudicati e soprattutto asserviti al grande capitale. A partire dal loro segretario, Pannella Marco: occhio azzurro come l’Atena dell’Iliade.

Guerrafondaia, grande amica di Israele, sionista convinta, affermava che Netanyahu stesse cadendo nella trappola dei terroristi di Hamas. Israele, per questa belva sanguinaria travestita da agnello, stava dunque sbagliando nel metodo non certo nel merito. In altre parole, i Gazawi andavano trucidati – sì – ma con altro “stile”. Magari in silenzio.

Linguaggio colonialista, bianco e suprematista, non ha mai guardato la situazione Mediorientale dalla parte degli arabi, ma sempre dalla parte degli interessi ristretti delle “democrazie euro-atlantiche”: gli stessi che l’hanno elevata ad icona liberal.

L’utilizzo strumentale dei diritti umani – a partire da quelli legati ad un femminismo borghese, ancorato ai privilegi di classe, in Italia o all’estero – ha rappresentato costantemente la leva per attaccare il mondo arabo e le cosiddette “autocrazie” orientali. Ovvero quei paesi che non si allineavano ai diktat statunitensi ed europei.

Una vera “orientalista”, l’avrebbe definita Edward Said. La sua “doppiezza” era una direzione di senso politico. Anti-razzista, ufficialmente, ma decisamente islamofoba.

Pasionaria dei diritti civili e icona del popolo arcobaleno, ad esempio, faceva tuttavia prevalere l’opportunismo di bottega quando si trattava di dover incassare risultati elettorali. Ed allora sì alle unioni civili, ma no ai matrimoni per gli omosessuali (nel 2007). Per poi dichiararsi favorevole anni dopo, durante uno scontro con la sindacalista fascista Renata Polverini.

Si definiva “non violenta” ma non “pacifista”. E in coerenza con questa sua ambiguità lessicale sostenne con ferma convinzione il bombardamento criminale della Nato sulla ex Jugoslavia. Fedele servente dell’Organizzazione del Trattato del Nord Atlantico (Nato), facendo ricorso a cavilli linguistici e a macchinosi distinguo, ha sempre criticato le guerre da questa condotte finendo però per giustificarne le ragioni imperialistiche.

Riguardo alla Siria e all’Iraq affermava – tanto per capirsi – che piuttosto che bombardare sarebbe stato meglio isolare Saddam e Assad. Ma poi, certo, considerato che questi “dittatori” non si toglievano dalle palle, le bombe erano in fondo inevitabili.

In Afghanistan invece arrivò addirittura a sostenere che la guerra fosse stata “utile”. Ammazzare migliaia di persone, in questa logica criminale, aveva quindi a che fare con l’utilità. Se serve, ok. Nessun principio morale che possa vietarlo.

Neanche a dirlo oggi, la prima donna aspirante Presidente della Repubblica era decisamente a favore dell’Ucraina, del suo “eroico” presidente cocalero e dei cessi d’oro regalati ai vertici militari e politici del neonazismo gialloblù.

Sosteneva il riarmo e la “gloriosa” guerra contro la Russia, fottendosene allegramente dei morti che quel conflitto continua a mietere in nome della superiorità imperiale europea. I cui popoli però, nel frattempo, in “maggioranza qualificata” contro il conflitto, possono anche patire la fame e morire – eventualmente – in ragione della sicura e “totale” vittoria sulla Russia.

D’altronde era un’europeista convinta, ai limiti del fanatismo. Oltre che feroce anticomunista come tutti i Radicali. Agevolò persino l’ascesa di “Zio Silvio”, che appunto la ringraziò candidandola a Presidente della Repubblica nel 1999. E sempre al nostro miliardario preferito deve la sua nomina (nel 1994) a Commissario Europeo. Quasi fosse un pattuito guiderdone per il suo appoggio alla disastrosa ascesa del caimano di Arcore.

Favorevole alla Tav – con buona pace, anche in quel caso, degli sbandierati “diritti” – nel 2010 fece anche da sponda all’editto di Berlusconi contro Annozero e Michele Santoro. Il voto radicale in Commissione di Vigilanza fu decisivo per chiudere i talk e abolire l’informazione tv prima delle elezioni.

Quest’idea che i Radicali fossero una forza in fondo ascrivibile alla “sinistra” è stato uno dei più madornali errori di strabismo commesso durante gli anni Settanta, al punto da cementare una narrazione che ascrive a loro la legge sul divorzio del 1970, anziché a Loris Fortuna (socialista) e Antonio Baslini (liberale), sotto un democristianissimo “governo Colombo”.

Proprio in virtù di quel sostegno ipocrita ai diritti civili in chiave liberal-liberista che hanno caratterizzato l’infido percorso di quel partito. Diritti civili, neanche a dirlo, rigorosamente distinti e preminenti rispetto a quelli sociali (sindacali, sanità, pensioni, ecc).

E difatti la senatrice in parola era una paladina entusiasta del Capitalismo e del liberismo turbo-finanziario. Fondamentalista dell’austerità, delle politiche di macelleria sociale (da ricordare la sua “battaglia” per l’abolizione dell’articolo 18 e della Sanità pubblica a vantaggio delle agenzie assicurative), dell’aziendalismo, dei vantaggi da elargire alle imprese e del profitto purchessia. Tutto ciò sulla pelle dei lavoratori, delle classi popolari e dei popoli europei.

E allora no. Emma Bonino, questa finta “idealista umanitaria”, non ci mancherà.

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Il capitalismo di rendita: quando l’algoritmo diventa il nuovo casello

Il mercato che ci osserva

Che cosa compreremo domani?
In larga misura, l’algoritmo ha già cominciato a calcolarlo.

Quando Amazon ci mostra i prodotti «che potrebbero interessarci», quando Netflix decide quale film mettere in primo piano, quando TikTok seleziona il prossimo video o Spotify suggerisce quale brano ascoltare, non siamo davanti a una semplice comodità tecnologica.

Dietro quella comodità esiste un sistema economico gigantesco.
Ogni clic, ogni ricerca, ogni acquisto, ogni permanenza su una pagina, ogni video interrotto e persino ogni prodotto lasciato nel carrello diventano informazioni. Il nostro comportamento viene osservato, classificato e confrontato con quello di milioni di altri utenti.

L’algoritmo cerca di anticipare le nostre preferenze.
Ma il punto decisivo è un altro: chi è in grado di prevedere il comportamento umano acquisisce una forma di potere sul comportamento umano.

La differenza è sottile, ma fondamentale.
Un commerciante tradizionale cerca di capire che cosa vuole il cliente. La piattaforma digitale dispone invece di strumenti capaci di osservare continuamente milioni di clienti, elaborarne i comportamenti e modificare in tempo reale ciò che viene loro presentato.

Il consumo diventa così un circuito permanente:
dati → previsione → raccomandazione → consumo → nuovi dati.

Il cittadino-consumatore non è più soltanto colui che compra.
È anche la materia prima del sistema.

Dalla fabbrica al portale

Nick Srnicek, nel suo Platform Capitalism del 2016, ha individuato uno dei tratti fondamentali della trasformazione economica contemporanea: la centralità delle piattaforme e dei dati.

Il fenomeno merita però di essere osservato anche da una prospettiva politica.
Il capitalismo industriale aveva come simbolo la fabbrica.
Il capitalismo delle piattaforme ha come simbolo il portale.
La differenza non è marginale.

La grande impresa industriale doveva produrre. Oggi una piattaforma può diventare estremamente potente anche senza produrre direttamente la maggior parte dei beni e dei servizi che mette in circolazione.

Amazon mette in relazione milioni di venditori e consumatori.
Uber mette in relazione conducenti e passeggeri.
Airbnb mette in relazione proprietari e viaggiatori.
Le piattaforme di delivery mettono in relazione ristoranti, fattorini e clienti.
L’App Store mette in relazione sviluppatori e utenti.

Il potere economico non risiede quindi soltanto nella capacità di produrre.
Risiede nella capacità di controllare l’accesso alla produzione, alla distribuzione e alla domanda.
Ed è qui che compare il nuovo capitalismo di rendita.

Il nuovo casello

La rendita nasce quando qualcuno possiede qualcosa di cui altri hanno bisogno per poter operare.
Nel mondo digitale questo «qualcosa» può essere un’infrastruttura, una piattaforma, un sistema operativo, un motore di ricerca, un marketplace o un algoritmo.

L’immagine più efficace è quella del casello autostradale.
Il proprietario del casello non produce le automobili che vi transitano. Non produce la benzina e non decide dove vadano gli automobilisti.
Controlla semplicemente il passaggio.
E incassa.

L’algoritmo può diventare il nuovo casello.
Il commerciante vuole raggiungere il cliente? Deve entrare nella piattaforma.
Il ristorante vuole essere trovato? Deve entrare nell’applicazione.
Lo sviluppatore vuole raggiungere gli utenti? Deve passare attraverso l’ecosistema digitale.
Il produttore vuole essere visibile? Deve accettare le regole della piattaforma.
Il consumatore vuole accedere a determinati beni, servizi o contenuti? Deve utilizzare l’infrastruttura digitale che li organizza.

Il risultato è una forma di dipendenza economica completamente nuova.
Non è più necessario possedere tutto ciò che viene venduto.
È sufficiente possedere il luogo nel quale gli altri sono costretti a incontrarsi.

La rendita sulla visibilità

Ma c’è un altro elemento ancora più importante: la visibilità.

In un mercato digitale, non basta che un prodotto esista.
Deve essere visto.
Un ristorante che compare nella prima pagina di un’applicazione ha una probabilità diversa di ricevere ordini rispetto a quello relegato nelle posizioni inferiori.
Un prodotto mostrato per primo ha una probabilità diversa di essere acquistato rispetto a uno che l’algoritmo rende quasi invisibile.
Un video raccomandato milioni di volte può diventare un fenomeno globale. Un altro, altrettanto valido, può rimanere sconosciuto.

La piattaforma diventa così non soltanto un mercato, ma l’istituzione che organizza l’attenzione.
E chi organizza l’attenzione dispone di un potere enorme.
Il problema, quindi, non è soltanto economico.
È politico.

Le Big Tech e la concentrazione del potere

Le grandi piattaforme hanno costruito una posizione difficilmente paragonabile a quella delle imprese tradizionali.
Dispongono contemporaneamente di capitale, infrastrutture, dati, capacità tecnologica, reti di utenti e sistemi proprietari.
La loro forza genera ulteriormente forza.

Più utenti producono più dati.
Più dati consentono previsioni migliori.
Previsioni migliori rendono il servizio più efficace.
Un servizio più efficace attira altri utenti.
E il ciclo ricomincia.

È il meccanismo degli effetti di rete, ma visto dal punto di vista politico significa qualcosa di più inquietante: la concentrazione economica tende a trasformarsi in concentrazione del potere.
La concorrenza non scompare necessariamente.
Diventa però più difficile.

Un nuovo concorrente può avere una tecnologia eccellente, ma deve confrontarsi con imprese che dispongono già di enormi quantità di dati, miliardi di interazioni e infrastrutture costruite nell’arco di decenni.
Il mercato rischia così di trasformarsi in un sistema nel quale pochi grandi soggetti privati controllano le principali porte d’accesso alla vita economica e sociale.

Quando la sovranità cambia padrone

Qui emerge una questione che non può essere lasciata agli economisti.
La sovranità non riguarda soltanto la moneta, il territorio o le frontiere.
Nel XXI secolo riguarda anche le infrastrutture attraverso le quali una società comunica, commercia, informa e prende decisioni.

Se una parte crescente del commercio passa attraverso piattaforme straniere, se l’informazione viene distribuita attraverso algoritmi che non controlliamo, se le imprese nazionali dipendono da infrastrutture tecnologiche esterne e se una quantità enorme di dati dei cittadini viene elaborata da soggetti privati, allora la questione della sovranità assume una dimensione nuova.

Uno Stato può essere formalmente sovrano e, allo stesso tempo, diventare economicamente e tecnologicamente dipendente.

Questa è una delle grandi contraddizioni della nostra epoca.
Abbiamo difeso per secoli la sovranità politica.
Oggi rischiamo di perdere progressivamente la sovranità tecnologica ed economica.
E la perdita di sovranità non avviene necessariamente attraverso un’invasione.
Può avvenire attraverso una piattaforma.

Il cittadino profilato

C’è poi il problema dell’individuo.
La civiltà liberale moderna ha costruito una parte importante della propria identità attorno all’idea di un uomo libero, capace di scegliere.

Ma che cosa significa scegliere quando qualcuno conosce le nostre abitudini meglio di quanto noi stessi le conosciamo?

L’algoritmo osserva ciò che compriamo, ciò che leggiamo, ciò che guardiamo, ciò che ignoriamo e ciò su cui torniamo.
Non conosce soltanto ciò che abbiamo fatto.
Cerca di prevedere ciò che faremo.

La trasformazione è profonda.
Il cittadino rischia di diventare un profilo statistico.
Non viene considerato soltanto per ciò che è, ma per la probabilità che compia una determinata azione.
Probabilità di acquistare.
Probabilità di cliccare.
Probabilità di restare sulla piattaforma.
Probabilità di essere interessato a un contenuto.

La persona concreta viene progressivamente tradotta in dati.
E quando la persona viene tradotta in dati, può essere classificata, segmentata e indirizzata.
Il confine fra persuasione commerciale e condizionamento diventa allora sempre più sottile.
La libertà di scegliere o la scelta fra ciò che ci viene mostrato?

La questione non è sostenere ingenuamente che gli algoritmi «controllino tutto».
Non è così.
L’individuo conserva capacità di scelta, autonomia e responsabilità.
Ma la libertà di scelta non coincide soltanto con la possibilità astratta di scegliere.
Dipende anche dal campo delle possibilità che ci viene presentato.
Se un algoritmo decide quali notizie vediamo, quali prodotti vengono mostrati, quali video diventano virali e quali opinioni ricevono maggiore visibilità, allora interviene indirettamente nella costruzione dell’ambiente nel quale esercitiamo le nostre scelte.

Non deve dirci necessariamente:
«Devi scegliere questo».

Può essere sufficiente dirci:
«Questo è ciò che hai davanti».

La differenza è enorme.

Il ritorno della politica

Per questo la questione delle Big Tech non può essere ridotta a una disputa fra innovazione e conservatorismo.
Una critica della concentrazione tecnologica non significa essere contro la tecnologia.
Al contrario.
Significa chiedersi chi possiede la tecnologia, chi stabilisce le regole e nell’interesse di chi vengono utilizzati i dati.
Una società libera non può delegare interamente a strutture private e opache la gestione delle proprie infrastrutture fondamentali.
E una politica di Destra dovrebbe avere il coraggio di porre questa domanda senza complessi: quanto potere siamo disposti a lasciare nelle mani di soggetti economici che non rispondono direttamente né ai cittadini né alle istituzioni democratiche?

La questione non riguarda soltanto la concorrenza.
Riguarda il rapporto fra economia e politica.
Riguarda il rapporto fra individuo e potere.
Riguarda la libertà.
E riguarda, soprattutto, la sovranità.

Non tutto ciò che è nuovo è necessariamente libero

Per decenni abbiamo associato l’idea di progresso tecnologico all’idea di emancipazione.
Ma la tecnologia non è neutrale nei suoi effetti sociali.

Può ampliare la libertà oppure concentrarla.
Può moltiplicare le opportunità oppure creare nuove dipendenze.
Può decentralizzare il potere oppure costruire nuovi monopoli.

La rivoluzione digitale ci ha promesso un mondo senza intermediari.
Paradossalmente, ha prodotto alcuni degli intermediari più potenti della storia.

Non più il mercante che controlla una bottega.
Non più soltanto la banca che controlla il credito.
Non più soltanto il giornale che controlla la distribuzione delle notizie.

Ma piattaforme globali che possono intervenire contemporaneamente sul commercio, sulla comunicazione, sulla pubblicità, sull’intrattenimento e sull’accesso ai dati.
È una concentrazione di potere senza precedenti.

Chi possiede la porta possiede il mercato

La vera domanda del capitalismo digitale, quindi, non è soltanto quanto produciamo.
È chi controlla il passaggio attraverso il quale ciò che produciamo arriva agli altri.
Il capitalismo industriale aveva costruito fabbriche.
Il capitalismo finanziario ha costruito reti di capitale.
Il capitalismo delle piattaforme costruisce infrastrutture di accesso.
E chi controlla l’accesso può trasformare il proprio controllo in rendita.
Il rischio è che il mercato, nato come luogo di incontro fra soggetti liberi, si trasformi progressivamente in un sistema di porte private.

Dietro ogni porta c’è un algoritmo.
Dietro ogni algoritmo ci sono dati.
Dietro i dati c’è un potere economico.
E dietro il potere economico c’è, inevitabilmente, una questione politica.
Perché chi possiede la porta non deve possedere tutto ciò che vi passa attraverso.
Gli basta decidere chi può entrare.
E, soprattutto, quanto deve pagare per passare.
Questo è il nuovo casello.
E questa è la nuova rendita.

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