Se non fosse una tragedia, verrebbe da pensare che il nuovo attacco statunitense all’Iran sia una botta di frustrazione per l’eliminazione degli States ai mondiali di calcio da parte del Belgio, nonostante la patetica cancellazione della squalifica al loro centravanti.
È difficile, infatti, individuare una logica razionale alla base di questa clamorosa interruzione del processo negoziale aperto con la firma del Memorandum of understanding in Svizzera, poche settimane fa.
La giustificazione addotta dal Centcom per i circa 80 attacchi contro postazioni iraniane vicine allo Stretto di Hormuz è che sarebbero la “risposta” ai colpi contro tre navi commerciali, in transito ieri lungo una rotta provvisoria indicata dagli Usa più vicina alle coste dell’Oman, anziché su quella internazionalmente riconosciuta.
Washington ha accusato l’Iran per quella azione, ma Teheran non ha né confermato né negato di aver compiuto gli attacchi.
In compenso ha però risposto a sua volta con 85 attacchi contro basi americane in Kuwait e Bahrein, mentre sarebbe stato abbattuto un drone statunitense MQ-9 su Khormuj, nella provincia iraniana di Bushehr. Tutti gli attacchi di ritorsione sarebbero andati a bersaglio, confermando così la carenza di difese antimissile a disposizione del Pentagono, costretto a utilizzarne ben oltre la capacità di produzione per la guerra in Ucraina e la difesa di Israele.
Si deve per forza notare anche il dato numerico. Mentre – anche a voler prendere per buona la versione Usa – gli attacchi contro l’Iran sono decisamente sproporzionati rispetto al casus belli, quella di Teheran è quasi perfettamente simmetrica. Diplomaticamente questo significa “possiamo reagire a qualsiasi livello, ma non cerchiamo l’escalation”.
Il problema è che risulta incomprensibile – razionalmente – la mossa Usa, inquadrabile solo nelle contraddittorie aspettative interne all’amministrazione Trump e alla permanente volontà di guerra totale da parte di Israele. Che, infatti, nelle stesse ore ha ripreso a bombardare in Libano, nella zona di Nabatieh.
Anche i principali esperti occidentali di Medio Oriente sono costretti a ricorrere ad ipotesi piuttosto fantasiose per giustificare la più vasta offensiva Usa dal cessate il fuoco in aprile.
David Des Roches, ex direttore del Pentagono per gli affari della penisola del Golfo e dell’Arabia e professore presso il Centro per gli studi strategici del Vicino Oriente alla National Defense University, prova ad argomentare che l’Iran avrebbe violato gli articoli 4 e 5 del MoU sulla circolazione delle navi nello Stretto, che motiva “la revoca delle deroghe sulle vendite di petrolio iraniano e poi gli attacchi alla capacità dell’Iran di attaccare le spedizioni”.
L’insensatezza è però evidente anche per lui, costretto a far notare che “La cosa interessante, però, è che gli Stati Uniti non hanno reimposto il reciproco blocco navale sull’Iran. Quindi, questo può essere visto come una rappresaglia limitata per gli attacchi alle navi civili”. Bombardo ma poco, insomma, non è che ho cambiato idea.
Più fantasioso Harlan Ullman, il presidente del Gruppo Killowen e ufficiale di marina in pensione: “La mia opinione è che l’Iran stia schernendo gli Stati Uniti”, per “far avanzare la sua posizione nei negoziati facendo ulteriore pressione sugli Stati Uniti” tramite una nuova impennata dei prezzi del petrolio che aumenterebbe la pressione internazionale su Trump.
Se fosse così, però, l’attacco Usa di stanotte sarebbe proprio quel che Teheran voleva, e dunque un’idiozia per gli interessi Usa (e sempre dubitando che al vertice iraniano ragionino in modo così strambo).
Sta di fatto che con questo altro giro di guerra, condotto come sempre fuori da ogni logica, siamo tornati di nuovo sulla soglia del disastro, perché un’ampia guerra regionale – nel mentre gli equilibri internazionali sono già destabilizzati e tutti sono alla ricerca di un nuovo assetto – è uno scenario che non prevede vie d’uscita non militari.
Quello che Tel Aviv cerca da sempre, quel che il mondo non si può permettere. Usa compresi.
Fonte
Presentazione
Analisi, opinioni, fatti e (più di rado) arte da una prospettiva di classe.
08/07/2026
Un altro giro di guerra, alla cieca
Petrolio e conflitti globali nella crisi del capitalismo fossile statunitense
di Fabio Ciabatti
Adam Hanieh, Crude Capitalism. Oil Corporate Power and the Making of the World Market, Verso Books, London 2024, pp. 336, € 18,47.
Il sovrano è pazzo, ma la sua follia non spiega un granché. Anzi è proprio ciò che va spiegato. Come è possibile che la più grande potenza mondiale, gli Stati Uniti, si sia messa nelle mani di uno squilibrato? La domanda non nasce certo da un’ingenua fiducia nelle presunte virtù della democrazia americana. Piuttosto la vera questione è come sia potuto accadere che il deep state americano, cioè l’insieme di istituzioni, apparati e interessi che garantiscono la continuità del ruolo globale degli Stati Uniti, si sia affidato a un presidente che ha una ben scarsa cognizione di quello che fa, come appare chiaramente dalla gestione della guerra scatenata contro l’Iran insieme a Israele. Per farla breve, deve essere un sistema impazzito nel suo complesso quello che riesce a partorire soltanto una strategia del “cane pazzo” (formula coniata, guarda caso, dal fu capo di stato maggiore israeliano Moshe Dayan) come unica via per cercare di tirarsi fuori dal pantano delle sue contraddizioni interne (una coesione sociale oramai in pezzi) ed esterne (la crisi della sua egemonia globale). Dio acceca chi vuole perdere, verrebbe da commentare con malcelata soddisfazione, se di mezzo non ci fossero innumerevoli vittime, per non parlare della famigerata valigetta nucleare affidata a mani davvero poco rassicuranti.
Quanto alle accennate contraddizioni esterne, un capitolo importante di questa storia andata a male è costituito dalle profonde trasformazioni che ha subito dall’inizio del nuovo millennio il capitalismo fossile a guida statunitense, perno fondamentale dell’ordine globale del dopoguerra. Sebbene si tratti solo di un capitolo di una storia più ampia, sarebbe sbagliato sottostimarne la profonda rilevanza per comprendere il proliferare sempre più accelerato di conflitti bellici a cui stiamo assistendo. A tal proposito può essere utile prendere le distanze dall’immediata attualità e soffermarsi sulle dinamiche strutturali di più lungo periodo attraverso un interessante testo di Adam Hanieh, Crude Capitalism. Oil Corporate Power and the Making of the World Market. In questo modo possiamo mettere a fuoco come il petrolio non sia semplicemente una risorsa energetica tra le altre, ma rappresenti una componente materiale che attraversa l’intero sistema economico mondiale, legando produzione industriale, trasporti, finanza e potere politico. Seguendo il libro di Hanieh possiamo comprendere come il petrolio, con la sua maggiore densità energetica, portabilità e flessibilità chimica, si sia affermato quale substrato energetico ideale per alimentare l’accumulazione senza fine del capitalismo. La sua centralità emerge se non ci limitiamo a considerare le operazioni di ricerca e estrazione del greggio (le attività a monte, upstream), ma rivolgiamo il nostro sguardo anche alla raffinazione, alla distribuzione e all’industria petrolchimica (le attività a valle, downstream). Il petrolio, in breve, è una componente strutturale del sistema industriale non solo come fonte di energia, ma anche come elemento costitutivo di una vastissima gamma di beni prodotti quali materie plastiche, fibre sintetiche, fertilizzanti, gomma ecc..
L’oro nero si afferma come perno del sistema capitalistico nell’ambito di un ordine coloniale in cui le potenze europee controllano le principali riserve, in Medio Oriente come in America Latina. Le concessioni petrolifere riflettono una divisione internazionale del lavoro che assegna ai paesi produttori il ruolo di fornitori di materie prime, mentre il valore aggiunto si concentra nei centri industriali. Questa gerarchia globale sopravvive anche dopo la conquista dell’indipendenza da parte dei paesi produttori del Medio Oriente e il parziale riequilibrio dei rapporti di forza conseguito attraverso la creazione dell’OPEC negli anni Settanta.
Nel dopoguerra il petrolio soppianta il carbone come prima fonte energetica in Europa, passaggio già avvenuto negli USA prima del secondo conflitto mondiale, diventando la base energetica per la diffusione dell’automobile, la crescita urbana e l’industrializzazione di massa. Questo ordine globale si basa su un sistema di alleanze degli Stati Uniti con i paesi produttori del Medio Oriente e, in particolare dopo il 1967, con Israele. Lo stato sionista, durante la Guerra dei sei giorni contro Egitto, Siria e Giordania, dimostra la sua utilità nello sconfiggere il nazionalismo arabo, impegnato a trasformare il petrolio nella risorsa per lo sviluppo dei Paesi produttori, sottraendo una parte consistente dei suoi proventi alle imprese occidentali. Circostanza che spiega, tra l’altro, la predilezione statunitense nello stringere legami strategici con sistemi autocratici e reazionari, meno inclini a soddisfare le rivendicazioni delle rispettive popolazioni e dunque poco propensi a sfidare, almeno in quella fase, il controllo occidentale sulle proprie risorse.
Questo controllo ha anche un altra importante conseguenza per il capitalismo globale: l’oro nero rappresenta uno dei pilastri dell’ordine finanziario internazionale grazie al suo legame con il dollaro, soprattutto a partire dagli anni Settanta con la fine del sistema di Bretton Woods e con la crescita dei prezzi del greggio successivo agli shock petroliferi. I paesi produttori, infatti, vendono il greggio in moneta statunitense e reinvestono i suoi proventi nei mercati finanziari occidentali, in particolare negli USA. Questo meccanismo rafforza il ruolo del dollaro come moneta mondiale e consente agli Stati Uniti di finanziare, ancora oggi, il proprio disavanzo e mantenere una posizione dominante nell’economia globale.
A partire dagli anni Duemila, ed è qui che volevamo arrivare, questo sistema entra in una fase di profonda trasformazione che si può schematizzare attraverso due processi di portata storica. In primo luogo, si assiste nei paesi produttori alla crescita delle società petrolifere nazionali a controllo statale (National Oil Companies) che si sviluppano come enormi e diversificate corporation con l’integrazione delle attività a monte e a valle sul modello delle imprese americane ed europee, superando le major private nord-occidentali quanto a produzione e riserve di petrolio, capitalizzazione di mercato e quantità di esportazioni.
Per avere un’idea delle proporzioni di questo fenomeno, prendiamo come esempio Saudi Aramco, il colosso nazionale dell’Arabia Saudita. Nel 2019 ha realizzato la più grande Offerta Pubblica Iniziale di azioni al pubblico (IPO) mai vista fino ad allora (primato superato solo quest’anno da SpaceX di Musk) e nel 2022 ha conseguito il più elevato profitto mai registrato a livello globale da un’azienda, in qualsiasi settore. Analogamente, aziende come l’emiratina ADNOC, la qatariota QatarEnergy, la russa Rosneft e anche le cinesi CNPC e Sinopec svolgono un ruolo centrale sia come attori di mercato sia come strumenti di politica economica e geopolitica dei rispettivi Stati. I colossi petroliferi occidentali, invece, sono sempre più controllati da banche d’investimento, fondi di private equity e società di gestione patrimoniale, tra cui un ruolo fondamentale è riservato alle onnipresenti Big Three (Blackrock, Vanguard e State Street).
Venendo al secondo aspetto della trasformazione sopra richiamata, si deve registrare un cambiamento radicale nella geografia della domanda energetica. La maggior parte delle esportazioni di petrolio greggio e raffinato da USA, Canada e Messico si dirige verso il blocco nord americano, per lo più controllato dalle major occidentali. Per quanto riguarda il Medio Oriente, invece, il suo petrolio fluisce sempre più verso l’Asia a differenza di quanto accadeva nel secondo dopoguerra quando si dirigeva principalmente verso l’Europa occidentale. La Cina è la principale protagonista di questa trasformazione. Nel 2000 rappresentava solo il 6% della domanda mondiale di petrolio, ma dopo circa vent’anni consumava il 14% del greggio a livello globale, seconda solo agli Stati Uniti. Allo stesso tempo l’Asia nel suo complesso consumava quasi un terzo del petrolio mondiale, più di Europa, Russia, Africa, Centro e Sud America messe insieme. L’India segue una traiettoria simile a quella cinese, con una domanda in crescita rapida che la rende uno dei principali poli energetici globali. Anche la Russia, soprattutto dopo il 2022, ha ridirezionato una parte significativa delle sue esportazioni di petrolio proprio verso Cina e India, offrendo prezzi scontati e rafforzando ulteriormente l’asse energetico eurasiatico.
Questo spostamento si riflette nel rafforzamento di rapporti economici bilaterali tra stati mediorientali e asiatici. L’Arabia Saudita ha consolidato la Cina come suo principale cliente, mentre investe direttamente in raffinerie e impianti petrolchimici del Paese. Allargando lo sguardo, tra il 2012 e il 2021, circa la metà degli investimenti provenienti da paesi non asiatici e indirizzati verso asset petroliferi della stessa Asia proveniva dagli Stati del Golfo. Non solo Cina, dunque, ma anche Corea del Sud, Singapore, Malesia e Giappone: sono questi i Paesi in cui le imprese del Golfo Persico (utilizzando materie prime provenienti dallo stesso Golfo) producono prodotti petroliferi raffinati e sostanze chimiche di base che vengono poi commercializzati in Asia. L’ex Impero celeste, da parte sua, ha indirizzato crescenti risorse finanziarie verso il Medio Oriente: tra il 2017 e il 2021 il 30% dei suoi investimenti legati al petrolio sono andati in questa regione (erano circa il 6% nel quinquennio precedente), una quota superiore rispetto a qualsiasi altra area del mondo.
Questa trasformazione riguarda in realtà l’intera organizzazione del sistema produttivo globale. La Cina e l’Asia nel suo complesso non sono soltanto grandi consumatori di energia, ma anche il centro dell’industria manifatturiera mondiale, compresa la produzione petrolchimica, attività in cui hanno superato USA ed Europa. Tra il 1992 e il 2022, infatti, la capacità di raffinazione del petrolio asiatica è cresciuta fino al 29% del totale mondiale. In questo settore l’unica altra regione che aumenta la sua quota globale è il Medio Oriente che dall’inizio degli anni Novanta del secolo scorso ha più che raddoppiato la sua capacità di raffinazione, arrivata fino all’11% del totale.
È inoltre da notare il fatto che i principali attori nel settore della raffinazione dalla fine del secolo scorso sono rimasti più o meno gli stessi, mentre sono cambiate le posizioni relative: quindici imprese detengono circa la metà della capacità produttiva mondiale (era circa il 40% a fine secolo scorso) e tra queste il primo, il secondo e il quarto posto sono oggi appannaggio di sauditi o cinesi (Saudi Aramco, CNCP e Sinopec), mentre nel 1999 i tre più grandi produttori erano tutti occidentali (Royal Dutch Shell, Exxon e BP Amoco). Più in generale, circa la metà della capacità di raffinazione tra le prime quindici oil company è attualmente detenuta da imprese petrolifere nazionali, contro il 37% del 1999. Ma il controllo statale degli idrocarburi, è bene sottolinearlo, non è in contraddizione con la crescita del capitale privato in questo settore e in quelli collegati perché proprio attraverso le partnership con le società petrolifere pubbliche molti conglomerati aziendali nazionali si sono potuti espandere in Asia, Medio Oriente e Russia.
Tutte le trasformazioni che abbiamo brevemente descritto hanno anche rilevanti conseguenze sul mercato monetario e finanziario internazionale. Nel 2018 la Shanghai International Energy Exchange, la borsa merci cinese con focus su prodotti energetici e materie prime, lancia un contratto futures sul petrolio con l’obiettivo di farlo diventare benchmark di riferimento per il prezzo dell’oro nero nella regione Asia-Pacifico. Poiché si tratta di un contratto denominato in renminbi, la moneta cinese, esso rappresenta una potenziale minaccia per l’egemonia internazionale del dollaro. Per quanto il commercio denominato in renminbi sia cresciuto da allora, il dollaro continua ad essere di gran lunga la moneta di riferimento per il petrolio, così come per il commercio transfrontaliero in generale (per non parlare del suo ruolo ancora preponderante come valuta di riserva mondiale). Ciò non di meno la minaccia per il “privilegio esorbitante” della moneta statunitense sul mercato mondiale rimane, almeno in prospettiva, anche alla luce della situazione debitoria degli USA sempre più problematica.
Per riassumere il testo di Hanieh, la produzione di merci a livello globale, incluso molto di ciò che viene alla fine consumato in Europa e negli Stati Uniti, fa perno oramai sull’asse del capitalismo fossile che connette i giacimenti petroliferi, le raffinerie e le fabbriche del Medio Oriente e dell’Asia. Torniamo dunque all’attualità, tenendo conto della cornice concettuale dell’autore per inquadrare la guerra contro l’Iran nell’ambito del più ampio scontro tra Stati Uniti e Cina. Il petrolio è al centro di questo conflitto, anche se la principale materia del contendere non riguarda le necessità di approvvigionamento degli USA che, anche grazie allo shale oil, sono diventati il primo produttore e uno dei più principali esportatori di petrolio a livello mondiale. La vera questione sta nell’interesse degli Stati Uniti a riprendere il controllo della risorsa attraverso cui si organizza il sistema globale per avere la capacità di condizionare lo sviluppo del Paese che viene considerato apertamente come la principale sfida sistemica all’ordine internazionale da loro guidato. Un controllo che significherebbe anche consolidare il rapporto tra oro nero e dollaro.
Se questo è il quadro, l’attacco all’Iran, per quanto progettato e gestito in modo sconsiderato, ha una sua logica che non può essere ridotta al capriccio di un presidente folle e ricattabile (anche se folle e ricattabile lo è davvero). L’Iran rappresenta un nodo strategico sia per le sue risorse sia per la sua posizione geografica. Il suo legame strategico con la Cina ne rafforza il ruolo all’interno di un possibile blocco energetico alternativo. Lo scontro con gli Stati Uniti, dunque, riflette il tentativo di impedire che si consolidi un’integrazione tra Medio Oriente e Asia capace di sfuggire al controllo occidentale. Già ne La grande scacchiera del 1997, Zbigniew Brzezinski avvertiva che lo scenario più pericoloso, per quanto ritenuto allora improbabile, sarebbe stato quello di una coalizione anti-egemonica composta da Cina e Russia, con la possibile aggiunta dell’Iran, unificata non da una comune ideologia, ma da rivendicazioni complementari.
Insomma, se è pur vero che Netanyahu ha trascinato Trump in guerra facendolo fesso con la promessa di una facile vittoria, rimane il fatto che le ragioni di fondo di questo conflitto non le ha certo inventate il premier israeliano. Anche perché i Paesi del Golfo, come si può arguire dal testo Hanieh, stanno oramai sviluppando propri interessi economici e geopolitici tali da renderli per gli Stati Uniti degli alleati non completamente affidabili. Quello che è certo è che la guerra all'Iran ha dimostrato come la rete di basi militari americane, invece di essere uno scudo protettivo, rappresenti un pericolo per i Paesi del Golfo. L’unico rapporto nel Medio Oriente che appare al momento irrinunciabile per gli USA, per quanto anch’esso si sia mostrato oramai problematico, è quello con Israele, uno Stato che considera come minaccia esistenziale il consolidamento di qualsiasi potenza regionale: oggi l’Iran, domani la Turchia e dopodomani chissà. Anche nella scelta degli amici più fidati si confermano le pulsioni belliciste e suprematiste degli USA, sintomi di una crisi destinata a proseguire e, probabilmente, ad approfondirsi. Folle o meno che sia il suo prossimo sovrano.
Il MES torna a parlare, per indorare la pillola del riarmo
Il primo rapporto di questa nuova serie di studi si intitola “Resilienza sotto pressione”, e guarda essenzialmente alle sfide che l’Eurozona si trova ad affrontare in questa congiuntura storica, a partire – e come ci si può sbagliare – dalla tenuta dei conti pubblici e dalla crescita economica.
Rolf Strauch, capo economista del MES, ha affermato che “la resilienza non si sostiene da sola. In un mondo più incerto dipenderà dalla credibilità, dalla disciplina e dalle scelte politiche che vengono fatte oggi”. Tradotto: il percorso dei trattati europei va seguito alla lettera, pena una tempesta finanziaria, e in prospettiva le uniche spese concesse sono quelle militari.
Gli esperti del MES hanno evidenziato che lo spazio per manovre fiscali va ancor di più riducendosi, e dunque ogni “misura anticrisi deve essere temporanea e mirata”. Insomma, il modello di sviluppo, per quanto fallimentare, non si cambia, e a pagarne le conseguenze saranno le classi popolari. Ogni centesimo libero sarà speso per la deriva bellicista del Vecchio Continente.
Il fatto che sempre più fondi saranno assorbiti dalla difesa e della sicurezza è visto come processo da dare per scontato, necessario e inevitabile. Viene poi calcolato che, per raggiungere i target richiesti dalla NATO (il 3,5% di spese militari in senso stretto), l’eurozona dovrà investire circa 45 miliardi di euro in più ogni anno, fino al 2035.
Il MES chiarisce anche gli indirizzi preferibili per questa spesa. Se i fondi finiranno a fornitori europei e in progetti ad alta intensità di ricerca e capitale, fino a 53 centesimi di ogni euro investito torneranno indietro sotto forma di crescita e gettito fiscale a lungo termine. E qui c’è il primo evidente nodo di una scelta politica, pensata in funzione di una UE capace di essere attore globale per mezzo delle armi, e a discapito di lavoratori, pensionati e, soprattutto, i più giovani.
Un moltiplicatore fiscale, cioè il rapporto tra l’effetto sul PIL e l’incremento della spesa pubblica, che nel migliore dei casi permette un ritorno della metà di quanto speso è tutto fuorché un viatico alla crisi. L’anno scorso, l’Ufficio Parlamentare di Bilancio calcolava dati simili, mentre la Banca d’Italia segnalava che investimenti in capitale pubblico hanno un moltiplicatore fiscale tra l’1,2 e l’1,8 sul medio periodo.
Detto in parole povere, il riarmo europeo sarà uno straordinario spostamento di ricchezza sociale, raccolta con i vari strumenti di cui dispone lo stato, verso le multinazionali della difesa, con effetti economici risibili rispetto a quelli che si potrebbero ottenere rilanciando lo sviluppo infrastrutturale e della proprietà pubblica, intesa in senso lato.
Quella del riarmo, insomma, è una scelta totalmente “anti-economica”, se volessimo ragionare secondo la patina “tecnica” che le classi dirigenti nostrane affibbiano alle proprie scelte politiche. Riarmo e difesa europei, invece, rappresentano la strada strategica imboccata dalla UE, ovvero quella di affidare alla guerra la definizione degli equilibri futuri a livello mondiale, e dunque anche il futuro dei popoli su cui governa.
Ciò è confermato da altri due fattori che, sempre secondo gli esperti del MES, rendono complessa la condizione dell’eurozona in questa fase storica. Da una parte, c’è il conflitto contro l’Iran e le interruzioni delle forniture energetiche che ha prodotto: l’aumento ulteriore dei prezzi di gas e petrolio minerebbe in profondità quel che rimane della competitività europea.
Dall’altra, c’è una sostanziale esposizione degli investitori europei a potenziali correzioni dei mercati statunitensi, in cui i titoli continuano a essere gonfiati rispetto al loro valore reale, soprattutto in virtù della bolla finanziaria sull’IA. Ecco quel che succede quando uno strumento dall’enorme potenziale per migliorare le condizioni di lavoro viene interpretato come terreno di speculazione.
Entrambi questi fattori sono parte integrante del modello economico e dell’allineamento strategico ribadito ogni giorno da Bruxelles: finanziarizzazione come risposta alla crisi, interconnesione con Washington, sostanziale complicità quando si tratta di sostenere aggressioni imperialiste, attraverso e in virtù degli accordi stretti in ambito NATO.
In pratica, la UE si è cacciata con le proprie mani in un vicolo cieco che porta inevitabilmente alla guerra, e lo spaccia come soluzione al proprio fallimento. Il MES è intervenuto per affermare ai quattro venti, di nuovo, che “there is no alternative”... ma nei fatti, ha messo in chiaro che alternative ce ne sono, eccome.
Fonte
Ad Ankara il valzer degli scontenti, tra Meloni e Netanyahu
Il vertice NATO che si tiene ad Ankara pare che sancirà un riavvicinamento strategico tra USA e Turchia. Ciò inevitabilmente determinerà in maniera formale l’allentamento del rapporto tra USA e Israele.
Trump è infuriato con Netanyahu che lo ha trascinato nell’avventura bellica contro l’Iran da cui – nonostante le fandonie della propaganda – è uscito sconfitto e umiliato. Oltretutto, Netanyahu vuole continuare la guerra, almeno in Libano, mentre Trump ha firmato con l’Iran una tregua in cui ci si impegna a cessare le ostilità anche nel Paese dei cedri.
Il fragile accordo siglato tra Israele e Governo libanese di fatto scontenta tutti: Israele perché gli limita le attività militari, governo libanese perché non prevede il ritiro degli israeliani dal sud del Paese, Hezbollah perché non è stato invitato al tavolo di trattativa e soprattutto scontenta gli USA che sanno che l’accordo non reggerà e la cosa gli creerà problemi con l’Iran.
Negli ultimi tempi la rivalità tra Turchia e Israele si è sempre più esasperata, sfociando in scontri armati, seppur indiretti, come quelli che ci sono attualmente in Siria. Lì, le truppe regolari israeliane si confrontano con formazioni che sono diretta espressione della Turchia.
Macron si è recato a Damasco per incontrare il tagliagole al Sharaa (già noto come ‘al Jolani’), con l’intento di cercare di calmare gli animi. Bisogna notare che gli interessi turchi collidono con quelli israeliani anche per il Libano, la Palestina, Cipro e tanti altri posti, alcuni dei quali sono teatri di guerra.
In definitiva, al netto di ogni eventuale novità che possa riguardare le posture verso la Russia (tutt’altro che trascurabili), il vertice NATO di Ankara potrebbe ridefinire l’intero sistema di alleanze tra Europa e Medio Oriente, ma soprattutto il rapporto tra USA e Israele.
Parallelamente a tutto ciò, è proseguita la grottesca manfrina tra Trump e la Meloni. Il primo dato di rilievo è che la Meloni non era presente a Villa Taverna (ossia la residenza dell’ambasciatore USA a Roma) per i festeggiamenti del Giorno dell’Indipendenza. O meglio, non era presente Giorgia, perché invece si è presentata la sorella Arianna.
Oltre a lei c’erano politici di ogni rango e schieramento, ma tutti ferventi atlantisti. Dopo di ciò, Trump ha fatto un post in cui dice che per la Meloni è “necessario un’ordine restrittivo”, ossia una sorta di divieto d’avvicinamento. Nelle relazioni internazionali tra paesi occidentali non si ricordano attacchi simili tra capi di Stato.
In sintesi, Trump ha fatto due strappi, il primo con Netanyhau e il secondo con la Meloni. Ciò potrebbe portare a un rafforzamento del legame tra Italia e Israele. I due esclusi e isolati si potrebbero consolare e sostenere vicendevolmente.
Il fatto che sia arrivato l’annuncio a sorpresa che i prossimi colloqui di pace tra Israele e Libano non si terranno più a Washington – con la mediazione di Trump – ma a Roma, lascia pensare che la manovra di avvicinamento tra Italia e Israele sia già iniziata.
Noi sollevati dall’allentamento del vincolo con gli USA, ci troviamo però a fare i conti con una prospettiva altrettanto triste, quella di una rafforzata sinergia con Israele. Prospettiva da osteggiare in ogni caso, ma ancor di più nel pieno di un genocidio su cui il nostro Paese già ha delle responsabilità.
Non è il caso di avere ulteriori livelli di complicità.
Fonte
07/07/2026
Uccisa l'autrice dell’attentato di Montecarlo
L’attentato contro l’oligarca ucraino Vadim Yermolayev, addirittura nell’enclave ultra-esclusiva di Montecarlo (mai toccata da certi eventi, se non nei romanzi di 007), è stato deciso dalla junta di Kyev ed eseguito dai servizi segreti del paese. Come per il Nord Stream...
La donna individuata come “esecutrice materiale” – Anastasiia Berezovska, forse con precedenti contatti con la malavita locale – è stata ritrovata stamattina nei pressi della capitale ucraina. Morta, naturalmente, uccisa a colpi d’arma da fuoco, come in ogni noir di terz’ordine, per eliminare preventivamente una possibile testimone su mandanti e complici. Sia in patria che in mezza Europa.
Anastasiia Berezovska era infatti ufficialmente residente a Berlino e da lì era arrivata nel Principato a bordo di un’auto noleggiata in Germania. Subito dopo l’attentato era stata vista dalle telecamere attraversare la frontiera con l’Italia e di lì se n’erano perse le tracce.
Abbastanza scontato che si sia avvalsa di contatti nelle comunità di profughi ucraini in diversi paesi – non è stata registrata in nessun albergo né in alcun b&b – fino a poter rientrare in Ucraina (volontariamente o meno, si vedrà), che non è propriamente una frontiera a là Shengen.
Lì la sua breve avventura da agente segreto si è conclusa per “fuoco amico”. Come confermano gli arresti di un agente in servizio allo Sbu e quello di un ex membro dello stesso servizio. Evidentemente anche lì dentro convivono “fedeltà” differenti...
Cronaca nera a parte, diventa evidente che la “diaspora ucraina” non è composta solo di profughi in cerca di pace e sicurezza, ma anche da “supporti logistici” e/o spionistici a favore della junta di Kiev. Un piccolo esercito segreto – al pari dei sionisti che sono andati a combattere a Gaza o in Libano – che dovrebbe preoccupare i governi dei paesi che li ospitano.
Sappiamo benissimo che, al contrario, questi governi li hanno fin qui accolti, protetti, forse in alcuni casi addirittura “formati e supportati”, anche se palesemente obbediscono agli ordini di “potenze straniere” considerate ufficialmente “alleate”. Ma che, altrettanto palesemente, si muovo per finalità proprie non mediabili, mettendo così a rischio anche i loro supporter europei.
Lo ha sperimentato Montecarlo, ma anche l’Italia, la Grecia e la Germania. E stiamo soltanto citando i casi ufficialmente riconosciuti.
Interrompere i rapporti e gli aiuti, a cominciare da quelli militari, con questo tipo di “alleati” è una misura di profilassi minima.
Altrimenti avremo “il nemico in casa” il giorno che altre maggioranze di governo decideranno magari anche solo di “attenuare” il sostegno alle loro guerre senza fine.
Fonte
La fine della “relazione speciale” tra Israele e Usa
È difficile da immaginare, ma sicuramente verrebbe accolto bene dal popolo americano. Ne hanno abbastanza di Israele.
Ci è voluto molto tempo, ma la “relazione speciale” tra Stati Uniti e Israele ha finalmente iniziato a volgere al termine.
Tutto ebbe inizio con Henry S. Truman negli anni ’40. Egli sostenne l’insediamento illimitato di sionisti in Palestina. Ignorò il parere dei politici esperti del Dipartimento di Stato e proclamò il riconoscimento di Israele da parte degli Stati Uniti nel 1948.
Questo avvenne in seguito alla manipolazione del voto sulla spartizione. Senza le intimidazioni esercitate dagli Stati Uniti sugli stati più vulnerabili un anno prima, la legge non sarebbe mai stata approvata.
All’inizio del 1948, gli Stati Uniti avevano fatto marcia indietro rispetto all’impegno di dividere la Palestina in due stati. La ragione era la rapida diffusione del sangue nel territorio ancora occupato dai britannici. La nuova politica prevedeva di porre la Palestina sotto tutela delle Nazioni Unite, almeno temporaneamente.
Questa era la politica ufficiale fino al maggio del 1948, quando Truman dichiarò unilateralmente il riconoscimento di Israele con una dichiarazione rilasciata dalla Casa Bianca. Anche se la notizia si diffuse nell’Assemblea Generale delle Nazioni Unite, la delegazione statunitense non era ancora stata informata ufficialmente.
Qualcuno fu inviato all’ufficio del Segretario Generale per scoprire cosa stesse succedendo, e il nastro con l’annuncio del riconoscimento fu trovato accartocciato e gettato nel cestino della carta straccia.
Nella delegazione statunitense scoppiò la furia per questo tradimento. Una persona era talmente infuriata che dovette essere trattenuta a stento dalla sedia.
Il capo della delegazione, Warren Austin, uscì e tornò al suo hotel (il Waldorf Astoria), lasciando al suo vice il compito di farsi avanti e confermare la notizia.
Truman aveva sferrato un colpo a tradimento ai suoi stessi alti funzionari per compiacere i sionisti e ottenere il loro sostegno nelle imminenti elezioni, ma il suo avversario, Thomas Dewey, era altrettanto fermo nel suo sostegno a uno stato ebraico in Palestina e non ci sono prove che il “voto ebraico” abbia influenzato in alcun modo la risicata vittoria di Truman.
Succeduto a Truman nel 1953, Eisenhower si lamentò dei suoi problemi con i sionisti. Ogni volta che diceva o faceva qualcosa che non gradivano, la Casa Bianca veniva sommersa da lettere e telefonate di protesta.
Ingannato da Gran Bretagna, Francia e Israele nel 1956, costrinse i partner occidentali nell'“aggressione tripartita” contro l’Egitto a porre fine alla guerra poco più di una settimana dopo il suo inizio.
Sotto la pressione degli Stati Uniti, Israele si ritirò anche dal Sinai, distruggendo tutto ciò che incontrava sul suo cammino, ma si rifiutò di lasciare Gaza, che Ben-Gurion rivendicava come territorio israeliano.
Cedette solo quando Eisenhower minacciò di lasciare che una risoluzione del Consiglio di Sicurezza delle Nazioni Unite, che chiedeva la fine di ogni forma di assistenza politica, economica e militare a Israele, venisse approvata senza l’intervento degli Stati Uniti.
A quel punto gli israeliani avevano già massacrato centinaia di palestinesi a Gaza, tra cui 111 in un’unica occasione, nel campo profughi di Rafah.
John Kennedy vinse le elezioni presidenziali del 1960 con un forte sostegno da parte della comunità ebraica. Durante la presidenza Truman, i sionisti avevano già un loro uomo di fiducia all’interno della Casa Bianca, David Niles, e Kennedy dovette accettarne un altro, Meyer Feldman, autorizzato a monitorare tutto il traffico di comunicazioni tra la Casa Bianca e il Dipartimento di Stato relativo al Medio Oriente.
Kennedy lo considerava un “male necessario” e un debito politico da saldare.
Voleva che Dimona fosse aperta alle ispezioni esterne. Kennedy sapeva – come confidò a un amico – che gli israeliani erano “figli di puttana che mi mentono continuamente sulle loro capacità nucleari”.
Nel 1963, li costrinse ad accettare un’ispezione statunitense al reattore di Dimona. Questa ebbe luogo finalmente nel 1964, dopo l’assassinio di Kennedy. Nella narrazione di Seymour Hersh in “L’opzione Sansone” (1991), Dimona era stata trasformata per l’occasione in un villaggio Potëmkin nucleare, con una finta sala di controllo costantemente monitorata per far sembrare che funzionasse realmente solo per scopi pacifici.
Agli americani non fu permesso di avvicinarsi al nucleo nucleare “per motivi di sicurezza”. Il portavoce della lobby sionista, Abe Feinberg, un’altra spina nel fianco per Kennedy, oltre a Feldman, commentò che “faceva parte del mio lavoro avvertire (gli israeliani) che Kennedy insisteva su questa [ispezione] in modo che gli dessero un incarico fasullo”.
Nonostante l’inganno, Israele ha comunque ottenuto i missili Hawk che desiderava. Gli Stati Uniti avevano aumentato il livello degli aiuti economici a Israele, gli avevano fornito garanzie di sicurezza, avevano sostenuto le sue rivendicazioni di controllo delle risorse idriche, ma, secondo Robert Komer, un alto funzionario del Consiglio di Sicurezza Nazionale, “in cambio non abbiamo ottenuto nulla per i nostri sforzi... Il punteggio è 4-0”.
Il successore di Kennedy, Lyndon Johnson, si propose di dimostrare di essere il miglior amico di Israele, fornendogli tutto ciò che desiderava, inclusi carri armati e aerei da guerra statunitensi, senza che Israele dovesse dare nulla in cambio, nonostante la forte posizione negoziale della sua amministrazione.
Il compromesso avrebbe dovuto essere la ratifica da parte di Israele del Trattato di non proliferazione nucleare e l’apertura dell’impianto di Dimona a una reale ispezione esterna.
Gli israeliani continuavano a mentire sistematicamente sui loro obiettivi, ma l’intelligence era convinta che si stessero muovendo verso lo sviluppo di armi nucleari. Al tempo della guerra del 1967, ne avevano già una completamente assemblata o erano in grado di assemblarla rapidamente.
Come Truman prima di lui, Johnson ingannò i suoi stessi alti funzionari.
In un incontro privato alla Casa Bianca, disse all’ambasciatore israeliano, Yitzhak Rabin, che Israele avrebbe ottenuto le armi che desiderava senza dover firmare il Trattato di non proliferazione nucleare (TNP).
Forte di questa rassicurazione, Rabin si rifiutò di cedere nei “negoziati” con i funzionari del Dipartimento di Stato. Ancora nel maggio del 1967, a Johnson veniva detto che Israele produceva plutonio a sufficienza per costruire due armi nucleari, ma egli diede comunque a Israele ciò che chiedeva – carri armati e aerei da guerra – senza pretendere nulla in cambio.
Il 6 giugno scoppiò la guerra, per la quale Johnson aveva dato il via libera, e due giorni dopo l’attacco aereo e navale israeliano contro la USS Liberty, ufficialmente classificata come “nave da ricerca tecnica” ma più comunemente nota come “nave spia” in grado di monitorare i movimenti sul campo di battaglia.
L’attacco durò ore. La nave fu colpita a morte, ma riuscì comunque a rimanere a galla: 34 marinai persero la vita e 170 rimasero feriti.
Israele sapeva che la Liberty era una nave americana, e Johnson sapeva che era sotto attacco, ma impedì agli aerei da guerra statunitensi di intervenire in sua difesa, basandosi sulla menzogna che l’attacco fosse stato un “errore”.
Si descriveva come il miglior amico che Israele avesse mai avuto e lo dimostrò con la sua complicità nell’attacco alla Liberty. Voleva che la nave venisse affondata, senza superstiti che potessero raccontare l’accaduto.
Si è trattato di un tradimento della peggior specie, ai massimi livelli del governo. Non esiste alcun precedente nella storia degli Stati Uniti per un crimine simile.
Il normale iter processuale prevederebbe l’arresto, il processo e – secondo la legge statunitense per un reato così efferato – l’esecuzione, ma Johnson l’ha fatta franca.
Il secondo miglior amico di Israele era Richard Nixon. In privato, si riferiva agli ebrei come “ebrei”; in pubblico, era un amico di Israele persino migliore di Johnson.
Continuò a diffondere la menzogna su Dimona. In base alla politica condivisa con Israele di “opacità”, affermò che gli Stati Uniti non sapevano realmente se Israele possedesse armi nucleari o meno, quando in realtà sapevano benissimo che le aveva. Il flusso di armi verso Israele continuò senza sosta.
La “relazione speciale” continuò, pur con alcune oscillazioni. Carter e Clinton cercarono di coinvolgere Israele in un “processo di pace” che consentisse a Israele di consolidare il proprio controllo sulla Cisgiordania occupata, a costo dello smantellamento degli insediamenti nel Sinai.
Il successivo ritiro da Gaza non rappresentò mai un vero e proprio ritiro né la fine dell’occupazione, ma solo la sua continuazione a distanza, con regolari massacri commessi con il pretesto di “falciare l’erba”.
L’avversione per l’influenza di Israele sulla politica estera statunitense si è concretizzata nello scambio di battute tra Obama e il presidente francese Nicolas Sarkozy nel 2011.
Non si resero conto che il microfono tra di loro era ancora acceso quando parlarono della loro antipatia per Netanyahu.
Sarkozy: “Non lo sopporto. È un bugiardo”.
Obama: “Siete stanchi di lui. E io? Io devo avere a che fare con lui ogni giorno”.
In pubblico, la “relazione speciale” era ancora tale, ma cominciavano a manifestarsi delle crepe. Un amico speciale non ucciderebbe cittadini statunitensi (a parte l’equipaggio della Liberty assassinato, Rachel Corrie a Rafah nel 2003 e poi Furkan Dogan nell’attacco alla Mavi Marmara nel 2010), né ruberebbe plutonio e segreti, come fece l’agente del Mossad Jonathan Pollard.
Tutte cose che, in fondo, fanno i nemici.
Nel 2007, John Mearsheimer e Stephen Walt pubblicarono The Israeli Lobby, il primo studio critico completo sulle relazioni tra Stati Uniti e Israele. Il fatto stesso che potesse essere pubblicato, e per di più a New York da Farrar, Straus and Giroux, era già un segno dei tempi che cambiavano.
La conclusione fondamentale degli autori era che non dovesse esserci alcuna relazione speciale, che Israele dovesse essere trattato come qualsiasi altro paese. Moralmente e legalmente, tale relazione era dannosa per gli Stati Uniti.
Il messaggio fece breccia, nonostante gli attacchi calunniosi contro Walt e Mearsheimer da parte della lobby israeliana e dei suoi esponenti più estremisti.
Passiamo quindi a Trump. Se Johnson e Nixon si presentavano come i migliori amici di Israele, Trump si è prefissato l’obiettivo di dimostrare di esserlo lui stesso. Ha concesso a Israele tutto ciò che desiderava, compreso il trasferimento dell’ambasciata statunitense a Gerusalemme Est. Ha ritirato gli Stati Uniti dall’accordo sul nucleare iraniano del 2015, come richiesto da Israele. Ha tagliato i finanziamenti all’Autorità Palestinese e ha ritirato i fondi all’UNRWA.
Era pienamente complice del genocidio di Gaza, a prescindere dal numero di palestinesi massacrati. Il suo “piano di pace” è stato elaborato da immobiliaristi. Una replica di Miami sarebbe stata costruita sulle rovine della Palestina e del suo popolo.
Dopo aver perpetrato impunemente un genocidio a Gaza, Israele ha esteso la sua influenza in Cisgiordania e l’ha introdotta in Libano con i bombardamenti di massa su Beirut e gli attacchi con i cercapersone, su cui Netanyahu ha ironizzato regalando a Trump una replica dorata.
Deciso a eliminare in un colpo solo tutti i suoi nemici in Medio Oriente, Israele si è rivolto all’Iran e ha raggirato Trump inducendolo a scatenare due guerre.
Quando la prima è stata lanciata nel giugno 2025, il bombardamento degli ospedali e il massacro di decine di migliaia di civili a Gaza avevano suscitato sdegno in tutto il mondo. Nulla di più disumano si era visto nella storia moderna e persino negli Stati Uniti il sostegno a Israele è crollato.
Non essendo riuscito a vincere la prima guerra contro l’Iran, Trump ne lanciò una seconda. Anche questa fallì. Alla ricerca di una via d’uscita, l’unico accordo che Trump riuscì a ottenere prevedeva la fine degli attacchi israeliani contro il Libano, ma Israele continuava a massacrare civili ogni giorno in Libano, a Gaza e in Cisgiordania. La firma dell'“accordo” andò comunque a buon fine, anche se Israele lo stava distruggendo sul campo.
La rabbia di Trump era palese e genuina. Voleva andarsene e Israele glielo impediva. È stato un gesto minimo, ma almeno ha detto che bombardare interi palazzi a Beirut per colpire una sola persona era stato “eccessivo”.
Vance ha ricordato a Israele che, se aveva il “diritto” di difendersi “a qualunque costo”, lo avevano anche gli altri. “Se fossi nel governo israeliano”, ha affermato, “probabilmente non attaccherei l’unico potente alleato che mi è rimasto al mondo” (gli Stati Uniti).
Ormai tutti i segreti erano stati svelati. Uno di questi riguardava la violenza sessuale menzionata nel rapporto annuale delle Nazioni Unite sulla violenza sessuale legata ai conflitti, pubblicato nel maggio 2026. Il rapporto citava specificamente le “forze di difesa” israeliane, i servizi penitenziari e la famigerata polizia di frontiera.
Il segretario generale delle Nazioni Unite, Antonio Guterres, aveva già etichettato queste entità come “credibilmente sospettate di aver commesso o di essere responsabili di modelli di stupro o altri atti di violenza sessuale”.
L’ambasciatore israeliano presso le Nazioni Unite ha urlato con rabbia incontrollata contro Vanessa Frazier, rappresentante speciale del Segretario generale per i bambini e i conflitti armati, quando quest’ultima ha sollevato la questione. I recenti stupri a bordo della flottiglia sono un altro tassello di questo stesso quadro.
Tutto il denaro depositato nei conti di investimento di Miriam Adelson non salverà Israele ora. Israele si sta comportando in modo oltraggioso, e forse ne è anche consapevole, ma la pura verità è che si è attirato tutto questo sulle spalle da solo.
Alla fine ha morso la mano britannica che lo nutriva e ora sta mordendo quella americana. Come sempre, è la vittima, non le sue vittime.
Moralmente, legalmente e agli occhi del mondo, non ha più nulla su cui contare, né la menzogna del piccolo stato assediato che ha funzionato per così tanto tempo, né tantomeno il sostegno pubblico negli Stati Uniti. Le simpatie americane ora sono con i palestinesi e questo non cambierà nonostante gli sforzi dei fautori americani del “prima Israele” per arginare l’avanzata.
Una volta liberati dai vincoli con Israele, gli Stati Uniti si renderanno conto che avrebbero potuto avere un buon rapporto con l’Iran fin dall’inizio.
Si renderanno anche conto che il problema non è mai stato l’Iran, ma Israele.
Gli Stati Uniti sono ora impegnati con l’Iran nello sforzo di porre fine alla guerra, ma attraverso omicidi e violenze in Libano, Israele sta facendo tutto il possibile per sabotare i negoziati.
Come Eisenhower nel 1957, Trump potrebbe staccare la spina a Israele bloccando gli aiuti e gettando la questione in pasto ai lupi del Consiglio di Sicurezza delle Nazioni Unite.
Inutile dirlo, Trump non è Eisenhower. Non sta minacciando Israele, ma Hezbollah e l’Iran. “Se chiudete lo Stretto di Hormuz, non avrete più un Paese” è stato il messaggio che ha inviato all’Iran, mentre ai negoziatori in Svizzera è stato detto che “non riusciranno nemmeno a tornare nel vostro fottuto Paese”.
In seguito a questa minaccia di assassinio, i negoziatori abbandonarono le trattative, mentre, in risposta agli attacchi israeliani in Libano, il loro governo chiuse lo Stretto di Hormuz.
Ora la palla è di nuovo nel campo di Trump. Ha detto a Israele di ridurre l’intensità dei suoi attacchi, ma se continueranno, l’Iran prima o poi reagirà. È solo questione di tempo. Trump permetterà a Israele di trascinare gli Stati Uniti nel vortice di un’altra guerra su vasta scala con l’Iran, oppure gli dirà “questa volta ve la dovete cavare da soli”?
È difficile da immaginare, ma sicuramente verrebbe accolto bene dal popolo americano. Ne hanno abbastanza di Israele. L’ultimo sondaggio di Nate Silver mostra che il 56% è contrario alla guerra. L’ultimo sondaggio di CBS News mostra che il 78% degli americani vuole che la guerra finisca subito.
Trump è il loro presidente o quello di Israele? Qualunque cosa decida, il fallimento nel distruggere il governo iraniano è un evento epocale nella storia mondiale, ma altrettanto epocale è la fine della “relazione speciale”.
Al momento, forse è solo l’inizio della fine. Le radici impiegheranno tempo ad appassire e morire, nonostante le continue annaffiature con il denaro di Miriam Adelson, ma non ci sarà ripresa: non si potrà tornare indietro a com’era questa relazione contorta solo pochi anni fa.
Fonte
Uomini e no
Questa foto sarà in tutti i libri di storia. La foto del medico di Gaza che si para contro i carri armati dell’esercito per impedire loro di distruggere l’ultimo ospedale funzionante nella Striscia.
Secondo i dati ufficiali delle Nazioni Unite, il bilancio del personale medico ucciso a Gaza ha superato quota 1.700.
Uno studio pubblicato sull’European Journal of Public Health di Oxford University Press a inizio 2026 ha documentato come il rischio di morire per un medico – e per un giornalista – a Gaza non ha pari in nessun contesto storico o geografico ed è nettamente e sproporzionatamente più elevato rispetto a quello della popolazione civile generale (“Mortality risk for healthcare workers and journalists in the Gaza Strip over 2023–24”)
I medici, come i giornalisti, a differenza dei civili, non muoiono solo nei bombardamenti a tappeto e certamente non sono vittime accidentali, “danni collaterali”. Sono proprio l’obiettivo, sono nel mirino dei cecchini e dell’esercito che ha bombardato tutti e 36 gli ospedali della Striscia al fine di distruggere l’intero sistema sanitario e provocare così la morte di quante più persone possibili: feriti, denutriti, malati cronici.
Un dato per comprendere gli effetti della distruzione intenzionale e sistematica delle strutture ospedaliere e della mancanza di farmaci e cure è l’impatto sull’assistenza prenatale resa quasi impossibile. L’accesso ai servizi ginecologici e ostetrici è ridotto al minimo. Gli aborti spontanei sono triplicati e il tasso di natalità è crollato del 67%. Oxfam lo definisce un “genocidio riproduttivo”.
Infinite sono le testimonianze documentate dell’uccisione a sangue freddo di medici disarmati, di ambulanze bombardate per impedire che soccorressero i feriti.
Il caso più celebre è quello della bambina di 5 anni Hindi Rajab, rimasta intrappolata per ore in un’auto sotto i cadaveri dei suoi familiari e morta dopo aver passato ore al telefono con i soccorritori implorando aiuto. L’ambulanza che stava andando a soccorrerla è stata deliberatamente bombardata.
Non è un caso isolato. Il 23 marzo 2025 le Nazioni Unite e la Croce Rossa hanno denunciato e documentato il ritrovamento dei corpi di 15 operatori sanitari uccisi dall’esercito israeliano e successivamente sepolti con le loro ambulanze sotto la sabbia. Israele ha prima negato poi ammesso e promesso come sempre promette un’indagine interna che come sempre si è conclusa senza condanne e colpevoli.
Ai medici uccisi e feriti si aggiungono le centinaia di medici arrestati e torturati senza processo, capo d’accusa, diritto alla difesa, nella totale illegalità costituita dal sistema carcerario e dalla giustizia israeliana secondo i parametri del diritto internazionale. Attualmente sono più di 80 i medici detenuti senza processo e imputazione formale.
Tra loro c’è l’uomo della foto: il dottor Hussam Abu Safiya, direttore dell’ospedale pediatrico Kamal Adwan fino al nel dicembre 2024, quando l’esercito israeliano ha preso di mira l’ospedale – l’ultimo che era rimasto funzionante nel nord della Striscia – ordinandone l’evacuazione.
Abu Safiya, disarmato, era andato incontro ai carri armati, camminando tra le macerie per chiedere all’esercito di fermare i colpi. I soldati lo hanno prelevato e da allora è detenuto senza processo e capo d’accusa. Tecnicamente, rapito, ostaggio.
Dal 3 giugno 2026 Abu Safiya è detenuto in isolamento, una misura che si protrae molto oltre 15 giorni consecutivi, il limite stabilito dalle “Regole Mandela” del diritto internazionale, le regole minime standard delle Nazioni Unite per il trattamento dei detenuti. Un isolamento di questa durata costituisce una violazione del divieto di tortura e di altri maltrattamenti.
Il 16 Giugno, la Corte suprema israeliana ha però stabilito che il dottor Abu Safiya resterà in carcere almeno fino a Ottobre. Le sue condizioni di detenzione, denuncia Amnesty, così come quelle di altre persone, sono estremamente precarie: è confinato in una cella sotterranea, non ha accesso alle cure mediche e le quantità di cibo sono misere. Abu Safiya ha perso 40 chili.
IL 2 luglio il suo avvocato è finalmente riuscito a incontrarlo, nel carcere di Nitzan. Il legale ha raccontato di come Abu Safiya abbia subito torture e percosse, ripetuti colpi alla schiena, al collo e al volto.
«Mi hanno portato qui per uccidermi, questa è l’ultima volta che mi vedrai», gli ha detto il medico, la cui colpa, agli occhi di Israele, non è solo quella di curare i feriti ma quella di aver lanciato l’allarme sulla grave malnutrizione dei bambini di Gaza per la mancanza di latte materno.
Per Medici Senza Frontiere, A Gaza, la malnutrizione colpisce in modo devastante fino a 7 madri su 10 in gravidanza e in allattamento. Una condizione che si ripercuote direttamente sui neonati: si registra il 90% di parti prematuri. Il 91% dei neonati malnutriti è a rischio di ritardi nella crescita e nello sviluppo.
Anche l’associazione israeliana Physicians for Human Rights ha dichiarato che la vita di Abu Safiya è in pericolo immediato e ne chiede la liberazione.
Nei commenti, un link a una pagina con tre mail già scritte e documentate che chiedono alle istituzioni di prendere posizione: una per gli psichiatri, una per i medici in generale e una per chiunque, indirizzata a redazioni e parlamentari. Scrivete, facciamo pressione, facciamo girare questo appello.
C’è una collina, in Israele, dalla quale si vede Gaza, la collina di Sderot. Gli israeliani ci vanno a fare i pic-nic mentre osservano la distruzione di Gaza. Pagano pochi spicci per guardare dal binocolo e godersi lo spettacolo degli ospedali in macerie, delle colonne di fumo, delle città rase al suolo.
Quanto a noi, ci sono solo due posti dove possiamo stare, con il cuore, con la testa. Su quella collina in Israele o tra le macerie di Gaza. Non c’è un terzo spazio, non c’è un’altra posizione, un’altra postura che non sia a difesa di chi muore sotto le macerie, di chi muore per mancanza di cibo e cure, di chi muore prima di nascere. Sei con loro o sei su quella collina, voltato di spalle ma su quella collina, a banchettare durante il genocidio.
Teniamoci stretti.
Fonte
