L’Assemblea Generale delle Nazioni Unite ha approvato una risoluzione che condanna il blocco petrolifero imposto contro Cuba, definendolo una violazione del diritto internazionale e una forma di punizione collettiva incompatibile con i principi della Carta dell’ONU.
Il testo prevede inoltre l’attivazione di un ponte umanitario, coordinato dalle agenzie delle Nazioni Unite, per l’invio di medicinali, alimenti e risorse essenziali all’isola, duramente colpita dalle restrizioni energetiche.
Pur non essendo giuridicamente vincolante, la risoluzione rappresenta un importante precedente politico e diplomatico, rafforzando il sostegno internazionale alla sovranità cubana e mettendo in discussione la politica di “massima pressione” degli Stati Uniti.
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Mentre il mondo assiste con crescente preoccupazione all’ennesima escalation militare in Medio Oriente, con nuovi attacchi che alimentano il confronto con l’Iran e avvicinano il pianeta a un punto di non ritorno, dalle Nazioni Unite arriva un segnale che va in direzione opposta. È un segnale politico, morale e culturale che riguarda Cuba, ma che parla all’intera comunità internazionale.
L’approvazione di una risoluzione dell’Assemblea Generale dell’ONU che condanna il blocco petrolifero imposto contro l’isola rappresenta molto più di un atto diplomatico. È la certificazione del fallimento di una strategia imperiale fondata sulla coercizione economica, sull’embargo permanente e sulla convinzione che sia possibile piegare un popolo attraverso la fame, la scarsità di energia e l’isolamento internazionale.
Da decenni Washington tenta di strangolare Cuba. Cambiano le amministrazioni, ma non cambia la logica dell’imperialismo statunitense: guerre, sanzioni, blocchi economici, ricatti finanziari e misure extraterritoriali che violano il diritto internazionale e pretendono di imporre al mondo intero la legge del più forte. Oggi questa stessa logica si riproduce contro numerosi Paesi, dall’Iran al Venezuela, dalla Siria ad altre nazioni che rivendicano il diritto di scegliere autonomamente il proprio modello di sviluppo.
L’attacco permanente contro Cuba si inserisce proprio in questa visione del mondo. Un ordine internazionale nel quale pochi pretendono di decidere il destino di tutti, utilizzando il dollaro come arma, le sanzioni come strumento di guerra e la propaganda come mezzo di legittimazione.
Ma questa architettura mostra sempre più profonde crepe.
La risoluzione delle Nazioni Unite costituisce un precedente politico di straordinaria importanza. Per la prima volta viene riconosciuto che il blocco energetico rappresenta una violazione specifica dei principi fondamentali della Carta delle Nazioni Unite e una forma di punizione collettiva contro una popolazione civile. È il riconoscimento che negare carburante, medicinali e beni essenziali non è una misura amministrativa, ma un’aggressione contro la dignità umana.
Non è soltanto una vittoria di Cuba. È una vittoria del diritto internazionale contro la legge della forza.
Eppure, mentre una parte della comunità internazionale cerca di riaffermare il primato del diritto, altri continuano ad alimentare il linguaggio delle armi. L’escalation contro l’Iran, così come il protrarsi delle guerre in Ucraina e a Gaza, dimostra che l’imperialismo non conosce altra risposta alle proprie crisi se non quella militare. Ogni crisi economica diventa occasione per nuovi conflitti; ogni difficoltà geopolitica viene affrontata aumentando le spese militari, moltiplicando le basi, esportando instabilità.
È una spirale estremamente pericolosa.
Il capitalismo contemporaneo, entrato in una crisi strutturale sempre più evidente, tenta di sopravvivere attraverso quella che Rosa Luxemburg definiva l’alternativa tra socialismo e barbarie. Oggi quella barbarie assume la forma delle guerre permanenti, dell’economia di guerra, della finanziarizzazione estrema e della subordinazione della vita umana agli interessi dei grandi complessi militari e finanziari.
Cuba rappresenta l’esatto contrario di questo paradigma.
Pur sottoposta per oltre sessant’anni a uno dei più lunghi e duri blocchi economici della storia moderna, ha continuato a investire nella salute pubblica, nell’istruzione, nella cooperazione internazionale, nella formazione di medici inviati in ogni continente, nella solidarietà concreta verso i popoli colpiti da pandemie, terremoti e calamità.
Mentre altri esportano bombe, Cuba esporta medici.
Mentre altri costruiscono alleanze militari, Cuba costruisce reti di cooperazione sanitaria e culturale.
Mentre l’imperialismo alimenta la paura, Cuba continua a dimostrare che la sicurezza autentica nasce dalla giustizia sociale, dalla partecipazione popolare e dalla solidarietà internazionale.
È questa la vera ragione dell’accanimento contro l’isola. Non perché rappresenti una minaccia militare, ma perché dimostra, nella pratica, che un’altra organizzazione della società è possibile, persino sotto condizioni di enorme difficoltà.
La solidarietà espressa oggi dalla maggioranza della comunità internazionale conferma inoltre che il mondo multipolare non è più soltanto una prospettiva teorica. Sempre più Paesi rifiutano la logica delle sanzioni unilaterali, contestano l’extraterritorialità del diritto statunitense e chiedono relazioni internazionali fondate sul rispetto reciproco, sulla cooperazione e sull’uguaglianza tra gli Stati.
Naturalmente la battaglia è tutt’altro che conclusa. Una risoluzione dell’Assemblea Generale non elimina automaticamente il blocco né cancella le sofferenze provocate da decenni di aggressione economica. Ma produce un fatto politico di enorme rilevanza: isola sempre di più chi continua a utilizzare la fame come arma e rafforza la legittimità della resistenza del popolo cubano.
In un tempo in cui l’umanità rischia di essere trascinata verso una nuova stagione di guerre globali, Cuba continua a ricordarci che esiste un’altra strada. La strada della pace, della cooperazione, della pianificazione economica orientata ai bisogni sociali, della sanità come diritto universale, dell’educazione come bene comune e della solidarietà come principio politico.
È questa l’alternativa che oggi fa paura all’imperialismo. Ed è per questo che la difesa di Cuba non riguarda soltanto i cubani. Riguarda tutti coloro che credono che il futuro dell’umanità non possa essere costruito sulle sanzioni, sulle guerre preventive e sulla supremazia militare, ma sulla cooperazione tra i popoli, sulla giustizia sociale e sulla pace.
Perché la vera vittoria non consiste soltanto in una risoluzione votata alle Nazioni Unite. La vera vittoria sarà costruire un ordine internazionale nel quale nessun popolo possa più essere affamato, ricattato o bombardato per aver scelto liberamente il proprio destino.
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Presentazione
Analisi, opinioni, fatti e (più di rado) arte da una prospettiva di classe.
15/07/2026
La risoluzione Onu per salvare Cuba. L’umanità a un bivio
Il governo Meloni continua la costruzione di uno stato di polizia
Nell’ultimo decreto sicurezza emanato martedì dal CDM è stato introdotto nel nostro sistema normativo il fermo preventivo di 12 ore nei confronti di liberi cittadini, per ipotetici potenziali motivi di ordine pubblico, fuori da commissioni di reati o da ipotesi di indagini in atto, e soprattutto fuori da ogni autorizzazione, impulso o controllo da parte della Magistratura.
Il governo di destra, perfettamente in linea con l’impostazione costituzionale tecnoautoritaria Trumpiana, ha compiuto un altro passo avanti pesantissimo verso la ulteriore esecutivizzazione autoritaria del nostro sistema costituzionale.
Cosa altro deve accadere di più, dopo i suoi 6 precedenti decreti sicurezza, compreso quello contenente l’art 31 bis, e dopo tutte le nuove normative anti-movimenti ed anti-conflittualità sociale in essi specificamente contenuti?
Siamo giunti oltre ogni limite di possibile tolleranza.
Il fermo preventivo di 12 ore per motivi ipotetici di sicurezza, avviene senza obbligo di presentazione della questione al Magistrato di sorveglianza, con obbligo di presentazione del fermato solamente per ottenere il suo prolungamento al termine delle 12 ore preventive originarie.
Continua il disegno perseguito con la riforma Costituzionalmente distruttiva della Magistratura, fortunatamente bocciata al referendum, della assegnazione alle forze dell’ordine di poteri discrezionali autonomi in tema di gestione dell’ordine pubblico e di regolazione delle libertà individuali.
Il fermo di sicurezza discrezionale di polizia è una misura gravissima, che a questo punto speriamo solamente che ancora una volta possa essere fatta a pezzi dall’ufficio del massimario della Cassazione, come è già avvenuto con il decreto sicurezza.
Ma è evidente a tutti che un sistema costituzionale ancora democratico non può riporre a lungo tutte le sue carte difensive su interventi a posteriori di natura interpretativa compiuti dalla Cassazione, in un sistema giudiziale peraltro non fondato sulla vincolatività dei precedenti, quantomeno fino alle pronunce delle Sezioni Unite Penali che sul “punto di diritto” riescono ad esercitare quantomeno una più rilevante capacità di condizionamento dei magistrati giudicanti.
Non è possibile neppure attendere la reintegrazione della Carta Costituzionale fino a auspicabili giudizi di Incostituzionalità da assumere in via incidentale, comunque ottenibili dopo almeno tre anni dalla introduzione di normative, da subito gravemente lesive dei diritti.
Questo governo pone ormai un serio problema di tenuta Costituzionale nella sua gestione dei diritti di libertà dei cittadini, e di gestione del ‘ordine pubblico e sociale fuori dai limiti di garanzia collettiva definiti dalla Costituzione.
Siamo ampiamente entro le ipotesi in cui l’esercizio di un Diritto di Resistenza Collettivo a tutela del nostro impianto costituzionale sostanziale diviene assolutamente legittimo.
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Allarme rosso sull’economia statunitense
Torno sul viaggio precipitoso di Christine Lagarde negli Stati Uniti per incontrare il presidente della Fed Kevin Warsh e il segretario al tesoro Scott Bessent.
Il primo giorno il colloquio con Warsh ha avuto ad oggetto, al di là del tema molto formale – l’opportunità per i banchieri centrali di non annunciare in anticipo le loro mosse – la gravità della situazione debitoria degli Stati Uniti.
Una situazione che, di fatto, non ha precedenti storici dal secondo dopoguerra e provo a mettere in luce perché.
1. Debito Federale e Rapporto Debito/PIL
Il precedente: l’unico momento paragonabile per intensità fu la Seconda Guerra Mondiale. Nel 1946, il rapporto debito/PIL raggiunse il 106%.
Oggi: siamo oltre il 125-130%. La differenza fondamentale è che nel 1946 il debito servì a vincere una guerra e fu seguito da un boom demografico e industriale (i “Trenta Gloriosi”). Oggi il debito è strutturale, alimentato da spesa sociale, interessi passivi e spese militari per una sorta di stato di guerra endemico.
2. Tasso di risparmio basso e debito privato alto
Il precedente: il 2005-2007 (pre-crisi Lehman). Allora il risparmio scese verso il 2% e il debito delle famiglie era ai massimi.
Oggi (2026): la situazione è peggiore perché l’inflazione degli ultimi anni ha eroso i “cuscinetti” accumulati durante la pandemia. Il debito privato non è solo nei mutui, ma nelle carte di credito e nei prestiti auto, con tassi d’interesse molto più alti rispetto al 2008.
3. Debito in mani estere e riserve delle banche centrali
Se nel 2014 gli stranieri detenevano il 34% del debito, oggi quella quota è scesa drasticamente (stimata intorno al 20-22% o meno).
La quota di dollari nelle riserve globali è scesa sotto il 55% (era al 70% nel 2000). Non è mai stata così bassa dall’era post-bellica. La Cina e le nazioni BRICS+ hanno accelerato la diversificazione in oro e valute locali.
4. Volume delle transazioni e dollaro debole
Il precedente: la fine degli anni ’70 (Presidenza Carter), quando l’inflazione galoppante e l’incertezza energetica portarono il Dollar Index a minimi storici.
Oggi (2026): la sfida è qualitativa. Per la prima volta, esistono sistemi di pagamento alternativi (mBridge, circuiti non-SWIFT) che funzionano. Il volume di transazioni in dollari non cala solo per “sfiducia”, ma per l’esistenza di infrastrutture concorrenti.
5. Costo dei CDS (assicurazione contro l’insolvenza USA)
Il precedente: i picchi si sono avuti durante le crisi del “tetto del debito” (2011 e 2023).
Oggi (2026): con Warsh che annuncia la fine del sostegno della Fed ai titoli di stato (QT aggressivo), il mercato percepisce che il “paracadute” pubblico è più piccolo. I prezzi dei CDS riflettono il timore che la politica non riesca a trovare un accordo sui tagli alla spesa.
6. Banche cariche di debito pubblico e ruolo dei fondi (Asset Managers)
Il precedente: durante la Seconda Guerra Mondiale, le banche furono costrette a finanziare lo sforzo bellico.
Oggi (2026): e la cosiddetta “Repressione Finanziaria”. Poiché gli stranieri comprano meno Treasuries, lo Stato conta sui fondi pensione nazionali e sui grandi gestori (BlackRock, Vanguard). Questi attori sono diventati i veri “regolatori” del debito: se smettono di comprare, il sistema salta.
7. Produzione di nuovi dollari (M2) molto bassa
Il precedente: la Grande Depressione (1929-1933). Fu l’ultima volta che la massa monetaria si contrasse in modo significativo, portando alla deflazione.
Oggi (2026): la Fed di Warsh sta cercando di drenare liquidità per combattere l’inflazione residua. È un esperimento pericolosissimo: cercare di ridurre la moneta mentre il debito è ai massimi.
8. Peso dell’economia USA sul PIL mondiale
Il precedente: bisogna risalire all’inizio del XX secolo. Nel 1945, gli USA pesavano per il 50% del PIL mondiale. Negli anni ’60 per il 40%.
Oggi (2026): il peso degli USA è sceso intorno al 15% (a parità di potere d’acquisto, PPP), superato dalla Cina e insidiato dall’India. Gli USA rimangono la prima potenza finanziaria, ma non sono più la “fabbrica del mondo”.
9. Cosa rende questo momento unico?
In passato, questi problemi si presentavano uno alla volta.
Negli anni ’40 avevamo debito alto, ma produzione record e moneta forte.
Negli anni ’70 avevamo dollaro debole, ma debito pubblico basso.
Nel 2008 avevamo debito privato alto, ma la Fed poteva stampare all’infinito perché l’inflazione era zero.
Oggi (luglio 2026), per la prima volta nella storia americana, tutti questi indicatori sono in “zona rossa” simultaneamente.
La scommessa di Warsh e Lagarde è che la fine della forward guidance e un ritorno alla disciplina monetaria possano salvare la credibilità del sistema prima che il mercato dei titoli di stato perda definitivamente fiducia.
Ma i margini di manovra sono i più stretti degli ultimi 100 anni.
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Razzi per Cina e Stati Uniti, tappi di bottiglia per l’Europa
Un’analisi scientifica, fredda e totalmente politica della follia europea (nel frattempo riunita, solo in parte a Parigi come “gruppo dei volenterosi”, per incrementare spese e partecipazione alla guerra in Ucraina).
Arriva dalla Cina, direttamente dall’ufficialissimo Global Times. E suona come una sentenza. Il resto del mondo, o almeno la sua parte più moderna, tecnologicamente sviluppata e affluente, ci vede così. Morti. Preoccupati di non far partire il tappo dalla bottiglia mentre gli altri avanzano a razzo (anche se il giudizio sull’economia Usa sembra parecchio “benevolo”).
Soprattutto inchioda i governi europei alla loro insopportabile e squallida ipocrisia: “Se una società non dà priorità alla protezione del proprio popolo durante eventi meteorologici estremi, quanto è credibile la sua affermazione di possedere una governance superiore?”.
Blablabla su diritti umani, libertà (solo quella di impresa), democrazia, ecc., e non siete capaci neanche di trovare soluzioni efficaci per una ondata di caldo che la scienza aveva abbondantemente anticipato? E fate anche i neo-negazionisti climatici invece di assestare il vostro modello industriale verso un sistema che utilizza energie alternative?
Ecc.
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L’Europa sta silenziosamente perdendo il futuro?
Sta emergendo una linea di demarcazione nel panorama globale odierno: mentre Cina e Stati Uniti corrono avanti nella prossima generazione tecnologica, l’Europa rimane bloccata nelle lotte geopolitiche di ieri da cui sembra non riuscire a sfuggire. I titoli recenti lo chiariscono – l’Europa sembra tradire la propria epoca di influenza.
Questo fine settimana, Reuters ha riportato che la Germania sta finanziando 50.000 droni d’attacco per l’Ucraina in un ordine del valore di circa 90 milioni di euro (103 milioni di dollari), citando una fonte a conoscenza della questione, che rappresenta uno dei più grandi acquisti noti di droni per Kiev da parte di un governo occidentale.
Solo pochi giorni prima, un’altra storia tedesca aveva colpito duramente: “Germania: ondata di caldo di giugno collegata a 5.000 morti in eccesso”, poiché “la maggior parte degli edifici in Germania non è costruita pensando a temperature così elevate, inclusi molti ospedali e case di cura che ancora non dispongono di aria condizionata”.
Generoso all’estero, fatica a casa. Questo non è solo un problema della Germania, è una situazione comune in tutta Europa.
La sfida non era abbastanza evidente, fino al caldo estremo di quest’estate che ha messo alla prova il continente a tutti i livelli: ritardi o cancellazioni di treni legati al caldo si verificano in molti paesi, tra cui Belgio, Danimarca, Francia e Stati Uniti, a causa di asfalto deformato, deformazioni ferroviarie, guasti dell’aria condizionata a bordo, semafori malfunzionanti e segnalazioni di surriscaldamento e scioglimento. I reattori nucleari spesso si spengono perché l’acqua usata per il loro raffreddamento diventano troppo calda...
Peggio ancora, le autorità nazionali in diversi paesi europei hanno segnalato migliaia di morti in eccesso a causa dell’ondata di caldo di giugno. La resilienza climatica è diventata un punto di riferimento chiave per la governance nel XXI secolo. Se una società non dà priorità alla protezione del proprio popolo durante eventi meteorologici estremi, quanto è credibile la sua affermazione di possedere una governance superiore?
Purtroppo, per alcuni politici europei, l’unica cosa che non possono rinunciare – e in alcuni casi sono persino disposti a investire di più – rimane il confronto geopolitico.
Hanno fatto le scelte strategiche sbagliate. Considerate questo: l’Europa un tempo godeva di energia russa a basso costo che alimentava la sua industria, beni cinesi accessibili che mantenevano bassa l’inflazione e un enorme mercato cinese che portava profitti elevati alle sue aziende.
Quella era una finestra d’oro per rafforzare la base industriale e investire nelle tecnologie future. Invece, l’Europa si è isolata dall’energia russa senza un sostituto pronto e ha seguito gli Stati Uniti in una politica di “de-risking” verso la Cina che ha danneggiato i propri interessi.
Il risultato? I costi energetici alle stelle, le imprese che lottano per sopravvivere e molti meno soldi ed energie rimasti per l’innovazione. Ora il risultato si vede: l’Europa sta perdendo terreno in materia di IA, tecnologia verde ed esplorazione spaziale. Il continente che un tempo guidò la Rivoluzione Industriale sta diventando sempre più spettatore delle tecnologie che plasmeranno il domani.
Un meme virale su X cattura perfettamente questa situazione: Cina e Stati Uniti recuperano con successo i razzi, mentre l’Europa si assicura che il tappo della bottiglia non lasci mai la bottiglia. La battuta fa male perché è vera – non solo nella tecnologia, ma anche nell’atteggiamento mentale.
Il problema principale dell’Europa risiede nelle priorità profondamente fuori luogo. I suoi leader restano troppo rumorosi sulle pose geopolitiche e sul confronto ideologico, mentre le sfide interne come l’innovazione, la forza industriale e il benessere dei cittadini sembrano passare in secondo piano.
L’Europa deve adattarsi e liberarsi dalle sue rigide camice di forza ideologiche. Ora è costretta ad affrontare il caldo cocente di quest’estate e deve mettere da parte il suo rigido politicamente corretto e liberarsi dalle infinite lotte politiche interne. I problemi le stanno davanti e richiedono soluzioni reali. Una società non può permettersi di pagare la propria ideologia politica con la vita del suo popolo durante ondate di caldo estreme.
La stessa logica si applica nella diplomazia: l’Europa deve liberarsi dai suoi vincoli ideologici obsoleti e decidere se perseguire una cooperazione vantaggiosa per tutti o se aggrapparsi a uno scontro a somma zero. La risposta giusta è da tempo chiara: ciò di cui ha bisogno ora l'Europa è il coraggio di agire di conseguenza.
L’estate europea è appena iniziata, ma il vero “caldo” che affronta potrebbe solo iniziare a prendere forma. Il modo in cui la regione si adatterà determinerà non solo se riuscirà a superare in sicurezza quest’estate, ma anche se riuscirà a evitare un calo più profondo nella competizione globale.
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Sanzioni a Israele. A Bruxelles non ci riescono proprio
La Commissione Europea, guidata da Ursula von der Leyen, e stati membri storicamente più filo-sionisti, come Germania, Austria, Italia e Repubblica Ceca, stanno riuscendo a imporre la loro opposizione a qualsiasi misura di pressione diplomatica contro Netanyahu. Come? Con una strategia che lo stesso ministro degli Esteri spagnolo, José Manuel Albares, ha descritto come una “tattica dilatatoria”.
Nonostante si tratti di una misura commerciale, Bruxelles insiste che si tratta di una sanzione di politica estera. In questo modo, il regolamento deve essere approvato non a maggioranza qualificata ma all’unanimità. Pertanto, uno Stato membro può porre il veto all’iniziativa, anche se gode del sostegno della maggioranza tra i partner europei. Per quanto riguarda la maggioranza qualificata, almeno il 55% dei voti positivi dei governi dell’Unione Europea rappresenta almeno il 65% del peso demografico del blocco comunitario.
A distanza ormai di mesi, i ministri degli Esteri dell’Unione europea hanno dato mandato ai propri rappresentanti a Bruxelles di negoziare una proposta di sanzioni. Resta da capire se questa proposta, una volta messa nero su bianco dalla Commissione europea, sarebbe da approvare alla maggioranza qualificata o, appunto, con l’unanimità dei paesi membri.
L’elefante di Bruxelles, mentre sulla Russia ha varato un nuovo pacchetto di sanzioni, su Israele sta producendo – nella migliore delle ipotesi – il consueto topolino. Alla fine della riunione, l’Alta Rappresentante per la Politica estera e di Sicurezza Kaja Kallas ha affermato: “L’opzione che ha ottenuto il maggiore sostegno (non ha specificato di quale maggioranza, ndr) è stata quella che prevede la messa al bando dei prodotti provenienti dai territori occupati illegalmente da Israele”.
Il nodo giuridico della decisione a maggioranza qualificata o all’unanimità è un pretesto per accelerare od ostacolare l’eventuale decisione a livello europeo. Curiosamente tutto questo non è mai stato un ostacolo per le sanzioni contro la Russia. Peraltro, non è neppure chiaro se ci sarebbe una minoranza di blocco per evitare il voto a maggioranza.
La posizione del governo italiano, illustrata da Tajani, è ovviamente che la decisione venga presa all’unanimità, cioè la soluzione più impraticabile.
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Il fuoco amico manda sotto la Meloni sulla legge-truffa elettorale
La maggioranza di governo è stata sconfitta per un voto – 188 i contrari, 187 i favorevoli – sull’emendamento relativo alle preferenze che gli stessi partiti di maggioranza avevano voluto all’interno della nuova legge elettorale in discussione a Montecitorio ma sul quale si erano registrate divergenze.
Il partito della Meloni e la micro-pattuglia dei moderati volevano di fatto annullare le preferenze e riproporre di fatto le liste bloccate. Forza Italia e Lega invece scalpitavano contro questa impostazione e neanche troppo velatamente. Per questioni di sicurezza delle proprie poltrone, non certo per “rispetto della democrazia”.
Le forze di maggioranza sembravano aver trovato la quadra su una legge elettorale che – praticamente – introduceva il “premierato”, ma una volta in aula e con il meccanismo del voto segreto – che la Meloni, fiutando l’aria voleva scongiurare – è saltato tutto. Almeno 31 parlamentari della maggioranza hanno votato contro l’emendamento sostenuto dal governo mandandolo sotto di un voto.
Le opposizioni, dopo quattro anni di sconfitte parlamentari – assicurate dai numeri sproporzionati che anche la precedente legge elettorale aveva consegnato alla maggioranza rispetto ai voti reali ottenuti, nel 2022 – hanno esultato vistosamente per il risultato invocando le dimissioni del governo.
Di fatto siamo in presenza di una crisi politica e di governo a tutto tondo, che arriva dopo la sconfitta nel referendum costituzionale del maggio scorso sulla riforma della giustizia. Peraltro originata su uno dei pochi temi su cui un qualsiasi governo italiano può mettere bocca: le modalità con cui si seleziona e perpetua. Al resto ci pensano la Ue o la Nato.
La nuova legge elettorale impostata dal governo si configura come una ulteriore forzatura unilaterale dell’esecutivo, il quale ha usato sistematicamente come una clava i numeri di cui dispone in parlamento per bypassare ogni compromesso con le opposizioni sulle questioni “di sistema” – vedi le materie costituzionali come le leggi elettorali – dove di solito si punta ad una convergenza bipartisan.
Che la vicenda non possa essere derubricata come un semplice incidente di percorso lo dimostra proprio la dichiarazione che la Meloni aveva rilasciato prima dell’inizio della discussione alla Camera.
“Oggi pomeriggio si voterà l’emendamento, proposto da Fratelli d’Italia e condiviso dai partiti della maggioranza, per introdurre le preferenze nella legge elettorale, come in molti, anche tra le opposizioni, hanno chiesto. A questo punto credo sia doverosa un’operazione verità, per capire se quei partiti che da tempo invocano la possibilità per i cittadini di scegliere i propri parlamentari lo facciano per convinzione o soltanto per prendersi gioco degli italiani. C’è un solo modo per scoprirlo: che l’emendamento venga votato a scrutinio palese e non con voto segreto”.Ma alla votazione si è andati con il voto segreto, e a quel punto il “fuoco amico” di 31 deputati della maggioranza, ha sparato le proprie cartucce affondando il governo. Ora è aperta la “caccia ai traditori”, anche se bene o male tutti sanno chi sono.
Un tassello dopo l’altro questo esecutivo si è messo su un piano inclinato che può portare alle elezioni anticipate.
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14/07/2026
R.I.P Sam Neil
Se ne è andato così de botto, senza senso, Sam Neill, attore neozelandese tra i volti più noti e trasversali del cinema degli ultimi quarant’anni. De botto e senza senso perché nel 2023 aveva annunciato di essere affetto da un linfoma al terzo stadio, aveva trascorso gli ultimi tre anni a raccontare la quotidianità della malattia e poi, non più tardi di tre mesi fa, aveva annunciato la completa guarigione. Nel comunicato pubblicato dalla “whānau of Sam Neill” si parla di dipartita improvvisa, circondato dai propri cari, al St Vincent’s Private Hospital di Sydney e viene sottolineato esplicitamente che l’attore “remained cancer free”. Sbrigata la mera cronaca, resta il dispiacere per la perdita di un grande attore, uno di quello che il grande pubblico associa subito ad un ruolo – Alan Grant, il paleontologo che sfidava i T-Rex con un fumogeno – e che in mezzo secolo di carriera ha attraversato quasi ogni genere possibile.
Neozelandese senza esserlo del tutto (nato in Irlanda del Nord da madre inglese e padre neozelandese), Sam senza essere Sam (registrato all’anagrafe come Nigel, cambiò nome perché non lo riteneva abbastanza d’impatto per lavorare nel cinema), attore a trent’anni dopo una laurea in letteratura inglese e una carriera come regista e montatore di documentari, Neill ha vissuto un paio di sliding door decisive tra gli anni ’80 e ’90 che avrebbero potuto cambiargli radicalmente la carriera: nel 1986 si ritrovò tra i papabili per succedere a Roger Moore nel ruolo di James Bond, insieme a Pierce Brosnan e Timothy Dalton mentre qualche anno dopo, grazie al rifiuto di Harrison Ford, venne scelto da Spielberg in Jurassic Park.
007 e dinosauri a parte, per chi frequenta questo sito Neill dovrebbe risultare familiare soprattutto per la sua militanza nell’horror e nel thriller. Nel 1981 interpretò il ruolo di Damien adulto nel terzo capitolo della serie The Omen ma, soprattutto, prese parte a quel capolavoro allucinante che è Possession di Andrzej Żuławski, girato in una Berlino ancora divisa dal Muro: nel memoir uscito poco prima di morire, Neill ha raccontato che il regista polacco gli chiese di schiaffeggiare per davvero Isabelle Adjani in una scena, lui si rifiutò (“non ho mai alzato le mani su un altro essere umano”), e fu la stessa Adjani a convincerlo a farlo. Definì Żuławski “un bullo travestito da regista, ma con una vera visione” e ammise di essere uscito da quel set “con la sanità mentale a malapena intatta”.
Nel 1994, all’apice del successo dopo il doppio trionfo di critica e pubblico di Jurassic Park e Lezioni di piano, si cimentò nel doppiaggio di un episodio dei Simpson (interpreta Molloy, il ladro gentiluomo, in uno dei migliori episodi della serie) e venne scelto da John Carpenter, che lo volle protagonista di In the Mouth of Madness. Nel più lovecraftiano tra i film non direttamente tratti dai racconti dello scrittore di Providence, Neil interpreta il ruolo di un investigatore assicurativo chiamato a ritrovare lo scrittore Sutter Cane.
Nei panni di John Trent, ridefinisce i confini dell’horror vent’anni prima che l’horror decidesse di diventare “elevated”, tratteggiando un personaggio complesso, la cui lucida razionalità va a farsi benedire una volta messo faccia a faccia con l’abisso. Una parte che avrebbe riportato nello spazio tre anni dopo, in quel grandissimo what if che è Event Horizon. Paul W.S. Anderson lo scelse apposta in contrasto con la sua immagine pubblica – “l’uomo a cui affideresti di più i tuoi figli, insieme a Tom Hanks” – per assegnargli la parte dello scienziato che finisce per strapparsi gli occhi con le mani. Fu lui, tra l’altro, a suggerire di sostituire la Union Jack con la bandiera aborigena sulla sua uniforme da astronauta australiano, ipotizzando che nel 2047, anno in cui è ambientato il film, la bandiera del suo paese sarebbe potuta cambiare.
Fuori dal cinema era diventato protagonista su Twitter/X come vignaiolo e fattore, con la sua Two Paddocks e dava ai suoi animali da fattoria i nomi dei colleghi più famosi – Laura Dern la gallina, Kylie Minogue l’anatra – “così non sono tentato di mangiarli”, spiegava, salvo poi ammettere candidamente che “Meryl Streep è stata uccisa da una faina di recente”. Ci mancherà. (Matteo Ferri)
Germania - Un progetto di legge contro chi nega il diritto all’esistenza di Israele
Il Bundesrat, la Camera bassa tedesca, ha adottato a maggioranza un progetto di legge presentato dal land dell‘Assia, considerato incostituzionale da numerosi avvocati che minaccia chi sostiene pubblicamente la negazione del diritto di Israele a esistere con pene detentive fino a cinque anni. Se dovesse entrare in vigore, verrebbe creato un reato speciale contrario alla Legge Fondamentale tedesca.
Secondo questo progetto di legge, un nuovo paragrafo 4 deve essere inserito nel paragrafo 130 del Codice Penale (istigazione all’odio).
Il pasticcio legale – una mozione simile è fallita al Bundestag all’inizio del 2024 – deriva dalla crescente tendenza dell’establishment politico tedesco a sospendere i diritti fondamentali. Questo viene già praticato contro le manifestazioni di solidarietà con la Palestina, con brutali violenze della polizia contro i manifestanti.
La libertà di espressione, stampa e riunione è stata di fatto sospesa più e più volte dal 2023. Ciò è giustificato dal concetto svuotato di antisemitismo.
Nel 2019, il Bundestag ha classificato la campagna BDS per il boicottaggio economico, accademico e culturale di Israele come “antisemita”.
La giustificazione del governo dell’Assia per il nuovo reato aggrava ulteriormente questa situazione. Tra i fattori di incriminazione ci sono “l’uso dello slogan ‘Dal fiume al mare, la Palestina sarà libera’ o la presentazione di mappe del Medio Oriente in cui Israele è sostituito da uno ‘stato palestinese’ all’interno dei confini di Israele, della Striscia di Gaza e della cosiddetta Cisgiordania” – cioè le mappe che Benjamin Netanyahu presenta pubblicamente da anni senza la Palestina.
Secondo i proponenti del progetto di legge tutto questo relativizza l'“Olocausto” e approva la violenza contro gli ebrei tramite la “comunicazione deviante” e contiene un “significato subliminale”.
Fonte
