Presentazione


Analisi, opinioni, fatti e (più di rado) arte da una prospettiva di classe.

15/04/2026

A proposito di “Contro la scuola neoliberale” e della trasformazione dell’istruzione

di Christian Laval

La questione sollevata dal pamphlet collettivo “Contro la scuola neoliberale” è fondamentale e va oltre il caso italiano. Si tratta di capire cosa ne sarà della scuola sotto l’effetto delle politiche neoliberiste, attuate in modo disorganico ma continuo in tutti i paesi capitalisti sviluppati, secondo ritmi e modalità variabili, in base alle diverse tradizioni politiche e alle storie specifiche di ciascuno di essi. Ma ovunque si possono osservare gli stessi discorsi, le stesse problematiche, gli stessi concetti e gli stessi dispositivi. Per un lettore straniero come me, i testi che descrivono nei dettagli le diverse riforme, le leggi, il lessico utilizzato, i metodi autoritari di imposizione di pratiche pedagogiche innovative, i nuovi contenuti didattici e i nuovi strumenti di misurazione standardizzata in Italia presentano tutti un’aria di déjà vu.

Non ho alcun dubbio che il libro collettivo Contro la scuola neoliberale diventerà un riferimento importante, oltre che oggetto di un dibattito cruciale in Italia. È comunque ciò che gli si può augurare. La questione sollevata da quest’opera è fondamentale e va oltre il caso italiano. Si tratta di capire cosa ne sarà della scuola sotto l’effetto delle politiche neoliberiste, attuate in modo disorganico ma continuo in tutti i paesi capitalisti sviluppati, secondo ritmi e modalità variabili, in base alle diverse tradizioni politiche e alle storie specifiche di ciascuno di essi. Ma ovunque si possono osservare gli stessi discorsi, le stesse problematiche, gli stessi concetti e gli stessi dispositivi. Per un lettore straniero come me, i testi che descrivono nei dettagli le diverse riforme, le leggi, il lessico utilizzato, i metodi autoritari di imposizione di pratiche pedagogiche innovative, i nuovi contenuti didattici e i nuovi strumenti di misurazione standardizzata in Italia presentano tutti un’aria di déjà vu.

Infatti, ovunque coloro che hanno studiato per anni il processo di neoliberalizzazione delle scuole e delle università ritrovano questa competizione tra gli istituti con il pretesto dell’autonomia, vedono imporsi percorsi “per competenze”, le valutazioni standardizzate degli studenti, le classifiche delle scuole; constatano gli stessi discorsi di colpevolizzazione degli insegnanti, riconoscono le stesse pratiche di razionalizzazione e burocratizzazione che trasformano gli insegnanti in tecnici di un rapporto pedagogico tecnologicamente attrezzato. In breve, il panorama descritto dal libro è quello di un’istruzione soggetta a ciò che Weber chiamava «lo spirito del capitalismo», tendenza dominante negli ultimi decenni in moltissimi paesi.

È forse su questo aspetto internazionale delle trasformazioni esposte in questo libro che vorrei insistere. Perché non si comprende appieno il significato di queste trasformazioni in Italia se non le si ricolloca nel loro contesto internazionale e storico in cui hanno cominciato ad apparire, quello dell’offensiva neoliberista degli anni ’80 incentrata principalmente sulla globalizzazione capitalista. Ciò che viene definito «neoliberismo» caratterizza le politiche di trasformazione delle società e delle istituzioni pubbliche, sempre presentate come politiche di «adeguamento» alla concorrenza mondiale. Queste politiche, condotte dai governi nazionali sotto l’impulso ideologico delle grandi organizzazioni economiche, commerciali e finanziarie (OMC, FMI, Banca mondiale, OCSE, Commissione europea) non riguardano esclusivamente la sfera economica, ma interessano tutte le sfere sociali e tutte le istituzioni. Ciò significa che queste ultime sono tutte coinvolte nell’imperativo della competitività e della performance: in breve, l’intera società e tutte le istituzioni hanno dovuto sottomettersi all’imperativo competitivo dell’economia capitalista globalizzata. Questo aspetto internazionale delle politiche neoliberiste è rafforzato dal fatto che, anche se l’istruzione non è formalmente di competenza dell’Unione europea, la Commissione, preoccupata per l’integrazione delle economie europee nel mercato mondiale, ha sviluppato fin dagli anni ‘90 una vera e propria strategia educativa guidata dall’obiettivo dell’“economia della conoscenza”.

In breve, la scuola neoliberista non è più italiana di quanto non sia francese, britannica, belga, brasiliana o giapponese. Si tratta dello stesso processo che si svolge secondo percorsi nazionali specifici, ma che ha una portata generale. Che i governi italiani abbiano seguito la stessa strada e che i fondi europei del PNRR accelerino il processo non è affatto sorprendente per l’osservatore. Tutti i paesi europei hanno seguito lo stesso orientamento, tutti i datori di lavoro europei hanno spinto nella stessa direzione, tutti i media dominanti hanno auspicato gli stessi cambiamenti. Già da tempo una rete internazionale di ricerca nel campo dell’istruzione ha documentato la natura di queste trasformazioni e i loro effetti sociali e politici [1].

Il libro Contra la scuola neoliberale mette dunque a sua volta al centro del dibattito accademico e politico una trasformazione internazionale dei sistemi educativi a lungo mascherata dal «nazionalismo metodologico», troppo spesso avvolta da nebbie ideologiche e ingombrante da falsi dibattiti e malintesi.

La mistificazione «democratica» della scuola neoliberale

Uno dei malintesi più frequenti, legato all’inerzia intellettuale che deriva da vecchie polarizzazioni, considererebbe ad esempio l’analisi critica del nuovo modello come una difesa nostalgica del modello scolastico tradizionale. Questo malinteso è politicamente dannoso perché è alla base dell’alleanza tra i promotori molto attivi del modello neoliberista e i sostenitori della democratizzazione della scuola, un’alleanza che ha causato molti danni altrove, in particolare in Francia, negli anni ’80 e ’90, ritardando la comprensione del nuovo modello educativo, sottovalutandone le conseguenze sociali e politiche e, soprattutto, consentendo alla cosiddetta sinistra moderata, sostenitrice delle politiche europee e dello stato manageriale, di partecipare attivamente alla sua attuazione.

Fortunatamente, i movimenti pedagogici progressisti e i sindacati francesi o belgi, dopo un periodo di confusione, hanno sventato la mistificazione di un paradigma che voleva farsi passare per un progetto non solo «moderno», ma anche democratico, inclusivo, egualitario, attento alla personalità degli studenti, ecc. È importante capire come ha funzionato questa mistificazione neoliberale su una parte degli insegnanti, dei ricercatori e del mondo sindacale. Le politiche neoliberali hanno fatto proprio un atteggiamento critico e una posizione modernista per neutralizzare le opposizioni e coinvolgere in questa trasformazione presentata come «inevitabile» una parte della sinistra e del centro-sinistra, in un momento in cui i riferimenti al socialismo e al comunismo stavano attraversando una grave crisi. In ambito scolastico e universitario, gli argomenti a favore di queste riforme non hanno esitato ad avvalersi della sociologia critica per mettere in discussione non tanto la disuguaglianza culturale e la riproduzione sociale, come faceva Bourdieu, quanto «l’inefficienza» e le scarse «performance» della scuola.

In sintesi, la mistificazione neoliberista è consistita nel far passare le riforme che accentuano il carattere di classe della scuola e la sottopongono più direttamente che mai alle esigenze del capitalismo come riforme di modernizzazione e democratizzazione, riciclando però la critica alla scuola storicamente portata avanti dalla sinistra politica, dalla sociologia critica e dai movimenti pedagogici progressisti. È possibile che alcuni credano ancora che criticare oggi la scuola neoliberista costituisca una posizione reazionaria, una difesa del vecchio modello. La trappola è lì ed è parte integrante della retorica neoliberale. Senza il sostegno di una parte della sinistra, senza la passività di una parte del corpo docente, senza il contributo intellettuale di una parte dei ricercatori, le riforme neoliberali sarebbero state molto più difficili da imporre. A questo proposito è ironico vedere datori di lavoro, stampa di destra e governi conservatori rivendicare «riforme pedagogiche» e democratizzazione della scuola. Ma questo ribaltamento, più che un’improbabile conversione al progressismo, è la migliore indicazione del cambiamento di paradigma scolastico e, del resto, di un cambiamento del terreno di lotta.

Un progetto inegualitario

Il progetto neoliberista non è un progetto democratico, e Contro la scuola neoliberale lo mostra chiaramente. Si tratta di un progetto di differenziazione sociale degli istituti e dei percorsi formativi, assunto come tale, che rafforza piuttosto che eliminare i meccanismi di riproduzione sociale e ideologica, facendo in modo che siano apparentemente i giochi del mercato scolastico (l’illusoria «concorrenza libera e non falsata») a garantire la regolazione del sistema, trasformando gli istituti in quasi-imprese che devono piegarsi alle regole del mercato, rendendo gli utenti della scuola imprenditori di se stessi «responsabili del proprio curriculum delle competenze e gestori del proprio capitale umano», introducendo gli strumenti necessari alla costruzione del mercato scolastico (valutazione, classifiche, ideologia del merito, pressione concorrenziale sugli insegnanti, «libera scelta» della scuola, ecc.). Per quanto riguarda il metodo, questa trasformazione del sistema pubblico in un mercato dell’istruzione non ha nulla di democratico, ma viene attuata in modo autoritario e burocratico senza chiedere il parere di chi vi lavora, senza nemmeno tenere conto delle loro pratiche reali. Il libro mostra chiaramente quanto la riforma implichi sia una caricatura delle pratiche degli insegnanti sia la loro esclusione dal processo.

La logica dei mercati concorrenziali, come è stato documentato precocemente nei paesi anglosassoni, si sovrappone ai meccanismi di riproduzione scolastica e sociale che erano già evidenti nei sistemi educativi. La sociologia critica dell’istruzione aveva molto insistito sul fattore discriminante del “capitale culturale” nei meccanismi di riproduzione in un’epoca in cui la “massificazione” scolastica e universitaria aveva iniziato, anche se timidamente, a riunire nelle stesse aule e negli stessi istituti studenti di classi sociali diverse.

Questa nuova situazione aveva permesso di mettere in luce che la “mescolanza” degli studenti non fosse sufficiente a garantire “uguaglianza di opportunità”, poiché le predisposizioni culturali che garantivano il successo scolastico erano acquisite in famiglie molto disuguali in termini di capitale culturale. Da questo punto di vista, le pedagogie tradizionali e le forme istituzionali di selezione “indifferenti alle strutture sociali” non facevano altro che convalidare le disuguaglianze sociali nei loro verdetti.

In realtà, ovunque siano state attuate queste riforme, assistiamo a una crescente differenziazione sociale tra le fasce socialmente favorite e quelle socialmente svantaggiate del sistema scolastico. I progressi verso la scuola unica che hanno caratterizzato un po’ ovunque gli anni ’60 sono messi in discussione in modo subdolo e cinico. Con il pretesto di rispettare gli interessi e i meriti degli studenti, la selezione scolastica dipende sempre più dalla capacità dei contesti sociali di scegliere gli istituti e i percorsi formativi giusti. I sistemi scolastici, differenziandosi socialmente attraverso una sorta di «armonia naturale» che non è altro che il frutto di volontà politiche, si organizzano, secondo le esigenze gerarchiche del sistema economico, in «risorse umane». L’orizzonte di una scuola per tutti dedicata a promuovere una cultura comune come fondamento di una democrazia sociale e politica, che era quello del vecchio progressismo scolastico, si allontana. Non si tratta più di elevare il livello culturale di tutti, ma piuttosto di ridurre le esigenze per il maggior numero di studenti, destinati a lavori subordinati e precari, passando dalla questione delle “conoscenze” alla questione delle “competenze” economicamente utili che un maggior numero di studenti potrebbe acquisire.

È su questo terreno che può sorgere un altro malinteso. Le pedagogie cosiddette progressiste non sono intrinsecamente neoliberali quando, ad esempio, mirano a rafforzare la cooperazione, quando sono attente a rendere più espliciti i contenuti didattici, quando vigilano affinché le ragazze partecipino in classe tanto quanto i ragazzi, quando si preoccupano dell’ambiente sociale e culturale degli studenti al di fuori della scuola. È vero invece che il neoliberalismo scolastico ha riciclato a proprio vantaggio un certo fondo dottrinale storicamente improntato all’utilitarismo e all’industrialismo o, peggio ancora, ha voluto confondere i «metodi attivi» con l’apprendimento dell’«imprenditorialità».

In realtà, questo abbassamento di esigenza non è universale. I figli delle classi dominanti si stanno sempre più apertamente separando grazie ai calcoli strategici delle loro famiglie e al ruolo crescente del denaro nella riproduzione scolastica e sociale. Approfittando dell’introduzione dei mercati scolastici, le famiglie privilegiate hanno sfruttato appieno la concorrenza tra istituti, tra corsi di studio, tra settore pubblico e privato dell’istruzione; hanno persino protetto intere parti delle istituzioni pubbliche dei quartieri residenziali più eleganti dove si mantengono i più alti requisiti culturali e i metodi di trasmissione tradizionali, quando non si sono direttamente rivolte al settore privato dell’istruzione, facendo così non solo del capitale culturale ma anche del capitale economico che detengono, i fattori socialmente discriminanti nel campo scolastico.

In risposta a questa crescente segregazione sociale ed etnica degli istituti e dei percorsi formativi, una parte significativa della classe media e persino alcune fasce della classe popolare sono state costrette a giocare anche la carta del “posizionamento scolastico” (Bourdieu). La logica del mercato scolastico distrugge poco a poco ciò che restava dell’ideale della scuola pubblica per tutti. La scuola diventa così sempre più iniqua in modi diversi ma complementari. Privilegia le famiglie più ricche che possono “investire” nell’istruzione elitaria; favorisce le scuole private a tutti i livelli, in particolare nell’istruzione superiore; si adatta sempre più alle esigenze differenziate di manodopera e alle competenze richieste dal sistema produttivo; si riconfigura come un sistema di quasi-imprese “autonome” che devono comportarsi in modo “efficiente” in un mercato sottomesso alle leggi della concorrenza.

Un discorso esplicito

La scuola neoliberale non si instaura di colpo, ma attraverso riforme non organiche e distribuite nel tempo. Questa frammentazione e questa durata hanno sicuramente ostacolato a lungo la comprensione del cambiamento di paradigma da parte di molti attori ancora concentrati sullo stato precedente del sistema scolastico, che ne fossero sostenitori o oppositori. Eppure, sarebbe bastata un po’ di attenzione critica nei confronti dei progetti scolastici delle organizzazioni padronali, delle organizzazioni economiche internazionali e dei governi neoliberisti per comprendere più rapidamente come si sarebbe svolta la trasformazione dei sistemi educativi, attraverso quali concetti operativi, quali dispositivi, quali argomenti. Tutto era scritto, e tutto viene ancora oggi ripetuto in un’abbondante letteratura di esperti ed economisti, ma troppo pochi attori, anche nel campo della ricerca, vi hanno prestato sufficiente attenzione e li hanno presi abbastanza sul serio quando il progetto di questa nuova scuola capitalista è stato chiaramente enunciato negli anni ’80 e ’90. Lo strano fenomeno che interessa la sociologia della conoscenza è capire perché ci sia voluto così tanto tempo per comprendere una strategia così poco nascosta, così esplicita, così apertamente rivendicata. Tutti i ricercatori britannici, belgi, olandesi, spagnoli, francesi, giapponesi o brasiliani che fin dagli anni ’90 hanno mostrato le nuove logiche all’opera nel campo dell’istruzione, hanno sperimentato questa difficoltà sia epistemologica che politica. È possibile che la pseudo-scientificità, lo “scientismo” che ha accompagnato il processo di neoliberalizzazione, con la competenza statistica, le neuroscienze educative, la tecnicizzazione dell’atto pedagogico, la fede nelle virtù della tecnologia e oggi le “promesse” dell’Intelligenza Artificiale, abbiano contribuito fortemente alla depoliticizzazione della questione scolastica. Il collettivo di ricercatori italiani all’origine di Contro la scuola neoliberale si unisce ora a questo lavoro internazionale, e non possiamo che augurarci che essi sappiano, più rapidamente che altrove, far luce sui processi in corso e contribuire così alla costruzione di una vera scuola democratica, lotta inscindibile da una lotta più globale per una società egualitaria, ecologica e femminista.

Note

[1] Si veda ad esempio Ken Jones et al. Schooling in Western Europe and its Adversaries, Palgrave 2008. Il libro è stato tradotto in francese con il titolo L’école en Europe, La Dispute, 2011.

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Guerra in Ucraina - Zelensky in Italia a battere cassa

Il presidente ucraino Zelensky oggi è di nuovo a Roma. L’ultima volta era stata nel dicembre scorso, solo quattro mesi fa. Zelensky incontrerà prima la Meloni a Palazzo Chigi e poi Mattarella al Quirinale.

Anche in questa occasione Zelensky verrà a battere cassa per gli aiuti militari e non solo.

“L’ostacolo Orban” è stato rimosso e adesso sia l’Unione Europea che i singoli stati membri dovranno prepararsi a sborsare decine di miliardi per finanziare militarmente ed economicamente l’Ucraina e continuare ad alimentare così la guerra con la Russia.

Alla vigilia della visita la Meloni ci ha tenuto a ribadire che “L’Italia si è schierata senza se e senza ma, in questi anni, con la nazione aggredita. Abbiamo fatto tutto quello che potevamo per dare una mano a un popolo che si sta difendendo e che, con se stesso, difende anche noi. Ed è quello che continueremo a fare, chiaramente, mentre lavoriamo per cercare di costruire un percorso di pace che però deve essere sostenibile, sul quale l’Italia non è stata a guardare”.

Dal 2022 i governi italiani hanno approvato 8 consistenti pacchetti di sostegno militare nei riguardi di Kiev.

Secondo quanto riporta il sito Analisi Difesa, l’Italia ha fornito all’Ucraina un numero imprecisato di blindo Centauro B1 con cannone da 105 mm radiate dall’Esercito Italiano dopo la consegna ai reparti dei primi lotti di nuove Centauro B2 con cannone da 120mm. I veicoli sarebbero in servizio con il 78° Reggimento Aviotrasportato Indipendente ucraino, in azione nel settore Pokrovsk. L’Esercito Ucraino ha già ricevuto dall’Italia e impiegato in battaglia veicoli cingolati M113, semoventi da 155mm M109 e veicoli blindati Puma e Lince oltre a semoventi da 155mm PzH 2000 e obici trainata da 155mm FH-70.

L’Italia però non risulta tra i maggiori erogatori di aiuti economici e militari all’Ucraina. Secondo le rilevazioni del Kiel Institute for the World Economy – un think tank tedesco – l’Italia ha stanziato aiuti militari pari a circa 970 milioni di euro a titolo di cessioni dirette. Ma se si allarga lo sguardo all’integralità della spesa italiana destinata all’Ucraina, considerando non soltanto i rifornimenti militari ma anche i contributi finanziari, gli aiuti umanitari e le partecipazioni ai fondi europei per finanziare Kiev, la spesa si amplia sino a raggiungere una cifra compresa tra i 2 e i 3 miliardi di euro all’anno a partire dal 2022.

I dati rilevati dal Kiel Institute indicano che l’Unione europea ha provveduto a fornire all’Ucraina circa 46 miliardi e 600 milioni di euro in sostegno finanziario e aiuti di natura umanitaria, ai quali si sommano i 45 miliardi e 100 milioni destinati ai finanziamenti militari, sia attraverso i propri meccanismi di coordinamento sia tramite i contributi dei singoli Stati membri tramite le agenzie europee.

Questo ha fatto si che per la prima volta da giugno 2022, l’Unione Europea ha sorpassato gli Stati Uniti sia in termini di impegni totali sia economici che in termini di di assistenza militare all’Ucraina.

E adesso che non c’è più l’ostacolo di Orban, l’Unione Europea deve stanziare altri 90 miliardi per Kiev, ripartendone le quote in base al Pil dei paesi membri.

Una delle possibili fonti di reperimento delle risorse è il Safe, un piano europeo simile al Pnrr ma solo per il settore militare. Si tratta di 150 miliardi.

Il commissario europeo alla Difesa Andrius Kubilius ha fatto sapere che: “I 19 Paesi Ue che avevano già fatto domanda dei fondi Safe hanno presentato i loro piani nazionali. Di questi, 15 Paesi hanno incluso il sostegno all’Ucraina”. Tra questi c’è anche l’Italia ma non c’è la Germania, che ha già stanziato ingenti fondi per il suo riarmo sul piano nazionale e non intende ricorrere ai fondi europei.

Le guerre di oggi stanno consumando droni a un ritmo molto più elevato rispetto alle munizioni tradizionali. L’Ucraina utilizza circa novemila droni al giorno, circa 270mila al mese. L’Ue sta puntando sulla Drone Alliance with Ukraine, una partnership militare multinazionale creata nel 2024 per garantire l’approvvigionamento all’Ucraina tramite consegne costanti di droni adattati alle esigenze del fronte.

Ma il dato di fondo rimane tutto politico. Continuare a sostenere militarmente l’Ucraina e la prosecuzione della guerra con la Russia non può essere l’unica prospettiva in campo per l’Italia o per l’Unione Europea. Da tempo si sono e ci hanno infilati su un piano inclinato. Eppure tra le classi dirigenti di Bruxelles o a Palazzo Chigi non sentiamo parlare d’altro.

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Ritorno a Islamabad

Oggi è il giorno che le borse risalgano un po’ in modo da permettere al clan degli amici di Trump (non solo a loro, comunque) di “capitalizzare” i titoli acquistati a prezzi stracciati nei giorni scorsi, quando sembrava imminente “la fine di una civiltà” e l’uso dell’atomica.

Ieri sera, infatti, il puttaniere pedofilo insediato alla Casa Bianca ha rilasciato a Fox News l’atteso messaggio ottimistico: “la guerra è vicina alla fine” e “i colloqui con l’Iran riprenderanno entro un paio di giorni in Pakistan”. Per mantenere la suspence e non sembrare troppo arrendevole ha deciso di non prorogare la sospensione delle sanzioni per il petrolio iraniano già caricato su nave.

Le borse asiatiche, però, hanno capito il gioco e si sono mosse pochissimo. La credibilità della leadership Usa dev’essere veramente ridotta al minimo...

Sul terreno, o meglio in acqua, tutto resta abbastanza calmo. Gli Usa rivendicano di aver fermato sei navi che provavano a transitare per lo Stretto di Hormuz, ma cinque ci sono riuscite senza problemi. Il “doppio blocco” – sia iraniano sulle navi di paesi ostili, sia statunitense sulle altre – presenta insomma smagliature, probabilmente contrattate, in attesa degli sviluppi diplomatici.

A Washington arrivano solo messaggi “pacifisti”, del resto. L’Arabia Saudita starebbe facendo pressione, secondo molti media economici, per farla finita temendo che – in risposta alla mossa di Trump – l’Iran possa interrompere altre rotte.

Le sue esportazioni di petrolio sono appena tornate al livello prebellico (circa sette milioni di barili al giorno), facendo passare il suo greggio, prevalentemente destinato all’Asia, nel deserto in direzione Mar Rosso. Ma se gli Houthi dessero seguito alla minaccia di chiudere lo stretto di Bab al-Mandeb si ritornerebbe alla situazione di partenza.

Per il resto, è un bagno di sangue nei rapporti internazionali. Una valanga di alleati e di servi è stata obbligata a criticare gli Usa per l’imbarazzante attacco al Papa, cosa che persino Hitler aveva evitato di fare, ai tempi, seguendo i consigli di quell’anima nera di Goebbels, preoccupato che i cattolici tedeschi potessero prenderla male.

Al contrario, Pechino sembra diventata la nuova sede di una Onu informale ma decisamente più efficace. Stanno correndo da Xi Jinping non solo i paesi arabi del Golfo, alla ricerca di una “superpotenza responsabile” che li aiuti a ritornare ad una certa normalità, ma anche vietnamiti, ovviamente i russi (il ministro degli esteri Lavrov) e persino europei (lo spagnolo Sanchez, ma prima era arrivato anche Macron). E la lista si allunga... 

Del resto tutti sanno che l’iniziativa intrapresa dal Pakistan e stata fortemente caldeggiata da Pechino che, davanti al rischio di una escalation senza ritorno della guerra all’Iran, è scesa in campo con un proprio “piano” in quattro punti che sarà difficile ignorare, anche se appare come la presentazione di “principi generali”, più che di un dispositivo articolato.

In estrema sintesi, come riferisce il corrispondente de il manifesto, si tratta delle regole fondamentali violate sistematicamente da Usa e Israele negli ultimi decenni.
“Primo: attenersi alla coesistenza pacifica, perché i «vicini non possono essere spostati».
Secondo: rispettare sovranità nazionale e integrità territoriale, «così come la sicurezza di personale, strutture e istituzioni di tutti i paesi».
Terzo: adesione alla carta Onu, perché «non si può applicare il diritto internazionale solo quando conviene e abbandonarlo quando non conviene».
Quarto: coordinare sviluppo e sicurezza, perché «la sicurezza è la premessa dello sviluppo e lo sviluppo è la garanzia della sicurezza»”.
È la cornice minima per gestire le relazioni internazionali, ma anche l’opposto di quanto fatto negli ultimi decenni dall’imperialismo euro-atlantico e dall’appendice sionista.

Difficile insomma che l’ombra di questo “piano” – e dei suoi autori – non aleggi sul nuovo appuntamento ad Islamabad. La stessa delegazione statunitense, peraltro guidata dal vicepresidente J.D. Vance, ha dovuto spiegare che la “differenza inconciliabile” con l’Iran sul programma nucleare si riduceva in fondo a una questione risolvibilissima: gli Usa chiedono una moratoria di venti anni sull’arricchimento dell’uranio, mentre Teheran contro propone uno stop di cinque anni.

Non sarebbe complicato trovare la via di mezzo, visto che i controlli e le garanzie sarebbero in ogni caso le stesse (con l’intervento dell’Aiea, come peraltro avveniva fin quando Trump, nel 2018, non disdettò l’accordo siglato da Obama e dai paesi europei).

Se il contenzioso tra Usa e Iran fosse davvero tutto qui, andare avanti con la guerra diventa ingiustificabile.

Il problema resta sempre Israele, che dopo aver visto in questa fase l’occasione per emergere come il padrone crudele del Medio Oriente, tramite la possibilità di azzerare l’asse della Resistenza, fondamentalmente sciita, non vuole rinunciare all’obbiettivo.

Ma chi troppo vuole rischia di stringere ben poco. Il tentativo di assorbire mezzo Libano sembra ormai alla portata – i colloqui sotto controllo Usa sono iniziati ieri – ma sullo sfondo è ormai emerso il secondo “antagonista strategico”, ovvero la Turchia. Che è anche membro importante della Nato (il secondo esercito, per dimensione, dopo quello Usa).

È chiaro insomma che o si disinnesca ora la bomba che Trump e Netanyahu (mezza America e tutta Israele) hanno piazzato nell’area più “sensibile” del Pianeta, oppure la corsa verso il baratro nucleare diventa velocissima.

Questo e non altro significa l’intervento degli “adulti”, ossia le “potenze responsabili” – Pechino, ma anche la Russia – nella possibile soluzione dell’aggressione all’Iran.

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“Alle imprese più vincoli su salari, salute e ambiente: sul caro-bollette interventi del governo regressivi”

Umberto De Giovannangeli intervista Emiliano Brancaccio

“Prebende. Sussidi fossili che rallentano la transizione ecologica, aiuti di stato: si sfonda la soglia del 150mld all’anno. Questa ideologia delle “regalie” pubbliche ha aggravato l’arretratezza del nostro sistema produttivo”. 

Dopo la sconfitta referendaria, Giorgia Meloni e il suo governo si presentano in Parlamento in affanno. Le opposizioni intravedono l’occasione di una svolta, ma quale può essere il programma, quali i concreti obiettivi di una possibile alternativa al governo delle destre? Ne discutiamo con Emiliano Brancaccio, docente di economia politica alla Federico II, autore del volume Libercomunismo, uscito con Feltrinelli, e di un editoriale sul Manifesto che sta facendo discutere.

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Professor Brancaccio, come giudica l’informativa della premier in Parlamento?

Ricordo che fino a poco tempo fa Meloni sponsorizzava Trump per il Nobel per la pace e il vicepremier Salvini si dichiarava orgoglioso di stringere la mano a Netanyahu durante il massacro di Gaza. Se oggi gli Stati Uniti e Israele insistono con le loro azioni devastatrici, è anche a causa di queste forme di subalternità da parte dell’Italia e di altri paesi compiacenti.
Al di là della questione giustizia, il referendum ha lanciato un messaggio contro questa disastrosa politica estera, che sta avendo pesanti ricadute anche sulla politica economica. Un’autocritica da parte di Meloni sarebbe stata opportuna. Non è arrivata.

In effetti, il nodo della politica economica si annuncia il più difficile di tutti. Meloni dice che ha fatto tutto il possibile contro il caro-bollette.

Gli interventi del governo sono regressivi, aiutano ricchi e poveri allo stesso modo e quindi in proporzione favoriscono i ricchi. Così non va bene.

Meloni però dice che le opposizioni non hanno un programma alternativo. In effetti già litigano sulla patrimoniale, Giuseppe Conte non la vuole.

Le opposizioni dovrebbero partire dalla realtà dei fatti. L’80 percento del gettito Irpef è a carico di lavoratori dipendenti e pensionati, solo il 10 percento è a carico dei redditi da capitale. Sono squilibri da paradiso fiscale. Una patrimoniale dovrebbe esser considerata un correttivo minimo di partenza, che dia inizio a una riforma più generale che sgravi salari e pensioni e aumenti il gettito fiscale da profitti e rendite.

Tra l’altro, il ministero dell’economia segnala che le risorse pubbliche scarseggiano. C’è il rischio che una possibile alternativa di sinistra sia subito soffocata da un ritorno dell’austerity?

Siamo al cospetto di un tipo di austerità anche più insidioso del passato. Ricordo che il ministro Giorgetti diede il consenso al nuovo Patto di stabilità europeo e subito dopo ammise che avevano approvato “il caos totale”. Una confessione imbarazzante, ma a ben vedere si sta rivelando anche peggio di un “caos”. È un quadro da “austerity di guerra”, che prosciuga le risorse statali per ecologia, sanità, istruzione, e invece lascia a briglie sciolte la spesa per il riarmo. Dovremmo iniziare a chiamarlo per quello che è: un “patto di instabilità bellica”.

È possibile cambiare le regole europee?

Persino Mario Draghi dichiara che l’Unione europea sopravvive a questi tempi di ferro e di fuoco solo se cambia radicalmente. Lui però non pone la questione chiave: il bilancio Ue cresce solo se cresce la legittimazione democratica. Se non si parte da una lotta per dare potere effettivo al parlamento Ue, è inutile iniziare qualsiasi discussione.

Intanto, che facciamo?

Se le regole Ue non vengono sospese di nuovo, ci tocca operare tra le loro crepe. In Commissione bilancio ho spiegato che il nuovo Patto di stabilità europeo apre a una trattativa sul concetto controverso di “Pil potenziale”. Questione tecnica da cui tuttavia possono uscire 10 miliardi di margine all’anno. Giorgetti non ha fatto nulla in tema.

Non c’è il rischio che questo margine venga comunque assorbito dalle spese per il riarmo?

No, perché il Consiglio Ue ha addirittura escluso le spese militari dai vincoli di bilancio europei. È un’interpretazione guerresca dell’articolo 26 del nuovo Patto, che in realtà parla genericamente di “circostanze eccezionali”. Perché mai la spesa per soddisfare intenti bellici sarebbe una circostanza “eccezionale” e invece non lo sarebbero, per esempio, i disastri idrogeologici o gli effetti dell’IA sulla disoccupazione tecnologica? La decisione del Consiglio Ue si può impugnare.

Quanti sono i miliardi per il riarmo dell’Italia?

Per il 2028, il governo vorrebbe salire a 50 miliardi, per arrivare a un boom nominale di oltre il 60 percento in sei anni. Un tale incremento non si giustifica con meri obiettivi di “difesa”. La verità è che si tratta di un programma di “espansione” militare, sostenuto dal ministro Crosetto e da tutto l’esecutivo. È un tentativo di intrupparsi nei progetti di quegli spezzoni rilevanti del capitalismo europeo che nella crisi del vecchio “ordine” americano sperano di crearsi un proprio spazio egemonico, aprendo varchi per i loro capitali all’estero anche con l’uso di truppe e cannoni. Se si vuole intercettare il No referendario alla guerra, bisogna opporsi a questi cenni di nuovo imperialismo europeo. Si possono spostare almeno 15 miliardi verso il welfare e altre voci di bilancio sofferenti.

Così però andiamo contro l’aumento delle spese militari chiesto dagli Stati Uniti e dalla NATO...

Quella richiesta va respinta. Piuttosto, bisognerebbe lavorare per l’apertura di una trattativa con la Cina e con tutti gli altri paesi, che affronti il nodo chiave di questo tempo: far capire agli americani che sarà meglio accettare la realtà del declino economico dell’impero USA indebitato, e coordinarsi a livello internazionale per governare la tendenza, prima che porti allo scoppio di una guerra su vasta scala. La partita dei prossimi anni è questa.

Lei rievoca l’appello su “le condizioni economiche per la pace”, che avete pubblicato sul Financial Times e Le Monde. È ancora attuale?

Più che mai. L’Italia ha un ruolo non trascurabile nello scacchiere mondiale. Dovrebbe prender posizione su questo crocevia decisivo tra guerra e pace.

Tornando alla questione del bilancio pubblico, lei insiste anche sulla necessità di tagliare le “regalie” alle imprese inefficienti. Cosa intende?

Da decenni l’ideologia prevalente alimenta una lotta senza quartiere contro i famigerati “sprechi” della spesa pubblica. Siamo stati persuasi a tagliare di tutto, dalle spese per la tutela del territorio al reddito di cittadinanza. Il non detto è che nello stesso periodo i sussidi, le prebende e i regali pubblici al capitale privato sono aumentati a dismisura. Sarebbe ora di rimediare a questa ipocrisia.

A quanto ammontano i sussidi al capitale privato?

Se sommiamo i dati ufficiali su prebende alle imprese, aiuti per crisi, sussidi fossili che rallentano la transizione ecologica, aiuti di stato ai privati senza contropartita, eccetera, arriviamo a sfondare la soglia dei 150 miliardi all’anno. Tutto questo senza contare altre forme subdole di “sussidi”, come la storica tolleranza sull’evasione d’impresa. Sommando tutte queste “regalie” pubbliche al capitale privato, l’Italia si trova prima assoluta in Europa: viaggiamo complessivamente sull’8 percento del Pil, ben al di sopra di Germania, Francia, Regno Unito, Spagna e altri. Il margine per cambiare musica è enorme.

Però, quelli che lei chiama “sussidi”, di solito vengono definiti “incentivi”, per innovare e altro.

La verità è che spesso i cosiddetti incentivi non incentivano nulla di virtuoso. Al contrario, si rivelano regali pubblici a fondo perduto che garantiscono una tranquilla sopravvivenza a grosse sacche di capitalismo parassitario. Sarebbe ora di sostituire questa controproducente politica di “incentivi” al capitale con una nuova politica di “comando” sul capitale: le imprese dovrebbero competere tra loro sotto il vincolo di leggi semplici e stringenti, a tutela dei salari, del lavoro, dell’ambiente, della salute, del bilancio pubblico, senza più lassismo. È questa la porta verso il futuro.

Lei dice che così finalmente “costringiamo l’imbolsito capitalismo italiano a innovare”. Ma non rischiamo piuttosto di farlo morire?

Questa è la solita litania dei più retrivi imprenditori italiani. Ci dicono che riescono a stare sul mercato solo se siamo disposti a tollerare il più pesante schiacciamento dei salari a livello europeo, se chiudiamo gli occhi sulle violazioni dei vincoli ambientali, sanitari e di sicurezza del lavoro, se ammicchiamo agli evasori e se continuiamo a regalare quantità spropositate di denari pubblici al capitale privato. Ma il vero risultato di questa politica quale è stato? Imprenditori senza progetto che aprono attività, prendono i soldi pubblici e poi comunque svaniscono nel nulla tra fughe e fallimenti, una produttività del lavoro che continua a stagnare, investimenti privati nell’innovazione del tutto insoddisfacenti, nessuna concorrenza virtuosa tra capitali e un livello drammatico di frammentazione e disorganizzazione del capitalismo nazionale. Abbiamo assecondato il pianto greco dei proprietari italiani e così li abbiamo resi sempre più parassiti, sempre meno capaci di innovare per competere. Diciamolo chiaramente: questa ideologia delle “regalie” pubbliche al capitale privato ha aggravato l’arretratezza del nostro sistema produttivo.

Professore, messo così, il suo “libercomunismo” sembra anche più drastico del vecchio liberismo...

Il mio “libercomunismo” non fa altro che aggiornare la gloriosa tradizione di quei comunisti che sapevano analizzare il capitalismo nazionale in modo più onesto dei padroni. L’opposto dei liberisti nostrani, che sono stati feroci coi lavoratori e compiacenti coi proprietari del capitale più antiquato dell’Europa occidentale. Se si vuole modernizzare il paese, bisogna invertire la tendenza. Si possono spostare almeno 45 miliardi, dalle prebende alle imprese inefficienti verso un piano di investimenti pubblici per la diffusione gratuita delle nuove scoperte scientifiche e tecnologiche. Si può liberare un enorme potenziale di sviluppo, a beneficio della collettività e non più dei soliti noti.

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Global Sumud Flotilla: la Procura di Roma indaga per tortura e rapina

Non più solo sequestro di persona e danneggiamento. L’inchiesta della Procura di Roma sulla Global Sumud Flotilla, la missione che lo scorso ottobre ha rotto il blocco sionista illegale su Gaza e i cui componenti sono stati poi trattenuti dalle forze israeliane, si allarga drasticamente.

I magistrati hanno infatti iscritto nel registro degli indagati – per ora a carico di ignoti – anche le ipotesi di reato di tortura e rapina. L’indagine, coordinata dal procuratore capo Francesco Lo Voi e condotta dai pm Stefano Opilio e Lucia Lotti, punta a fare luce sul trattamento riservato ai 36 attivisti e parlamentari italiani che si trovavano sulle navi.

La decisione di contestare il reato di tortura è maturata dopo mesi di audizioni. Gli inquirenti hanno ascoltato i partecipanti alla missione, i quali hanno descritto un clima di violenza sistematica e umiliazioni una volta finiti sotto la custodia dei militari israeliani. I verbali parlano di ore passate con lo sguardo a terra, privazione di cibo e acqua e minacce costanti con armi spianate, percosse.

L’accusa di rapina, invece, si riferisce alla sottrazione forzata di telefoni cellulari, effetti personali e delle stesse imbarcazioni utilizzate per la missione. Ma il fascicolo d’indagine ricostruisce una sequenza di eventi iniziata già prima dell’abbordaggio, rincarando la dose sulle gravi violazioni condotte da Tel Aviv, con azioni che assomigliano a vere e proprie operazioni di guerra contro la missione umanitaria.

I reati di sequestro di persona e danneggiamento con pericolo di naufragio si riferiscono in particolare alla notte tra il 23 e il 24 settembre, quando la flotta fu bersagliata da uno sciame di droni mentre si trovava al largo di Creta, in acque di competenza dell’Unione Europea. Successivamente, l’intercettazione da parte di un imponente dispiegamento di mezzi militari israeliani ha portato al fermo degli attivisti e al loro trasferimento forzato a terra, dove sono rimasti in stato di detenzione fino al rimpatrio in Italia.

Il prossimo passo della Procura di Roma sarà formale e diplomaticamente complesso, soprattutto ora che il governo italiano ha deciso di sospendere il rinnovo automatico del memorandum di cooperazione militare: l’invio di una rogatoria internazionale a Israele. I magistrati italiani chiederanno chiarimenti ufficiali sull’operato delle forze di sicurezza e sull’identità dei responsabili delle violenze denunciate.

Inoltre, la notizia dell’allargamento dell’inchiesta arriva in un momento simbolico: proprio in queste ore, una nuova Global Sumud Florilla sta salpando verso Gaza. Gli obiettivi restano i medesimi della precedente: forzare il blocco illegale e denunciare l’indifferenza internazionale su un genocidio che continua, con Gaza che è costantemente bombardata e dove i palestinesi continuano a morire a centinaia.

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Cina crocevia diplomatico: Spagna, Russia, Emirati e Vietnam oggi a Pechino

Usa: «Emergenza mondiale dopo 12 settimane di guerra»

Gli americani sapevano tutto e sono andati avanti lo stesso. Ora stiamo danzando sul cratere di un vulcano, che potrebbe esplodere da un momento all’altro. La sciagurata gestione della guerra iraniana, sta facendo precipitare il Pianeta in quella che potrebbe diventare la più spaventosa crisi energetica che si sia mai vista. E mentre si moltiplicano gli allarmi dei mercati, politici narcisisti e presunti statisti senza personalità dimostrano tutta la loro inadeguatezza.

Se ne sono accorti solo adesso?

Scott Bessent, il Ministro del Tesoro degli Stati Uniti, aveva avvisato Trump dei danni che l’attacco all’Iran, quasi sicuramente, avrebbe provocato. Ma la cosa che fa più rabbia (e che indigna) è che Trump sia andato avanti lo stesso, specie dopo che Bessent gli aveva assicurato che, a pagare il prezzo più salato dell’azzardo Usa, sarebbero state Europa ed Asia. Ieri, la ‘Bibbia’ finanziaria americana, il Wall Street Journal, voce autorevole di chi, alla fine dei giochi, comanda veramente il Paese, è sceso in campo con un articolo (d’apertura) dal titolo assai sintomatico: «Iran, l’economia statunitense subirebbe un duro colpo in caso di guerra prolungata?».

Interrogativo non militare

«Un grande interrogativo non militare ha aleggiato sugli attacchi del Presidente Trump e ora sul cessate il fuoco nel Golfo Persico». La riflessione viene posta sotto forma di domanda, anche se a leggere i contenuti del quotidiano, in questi giorni, le risposte che vengono date sono univoche e ribadiscono la crescente preoccupazione, anzi, lo scoperto nervosismo per il peggioramento di molti indicatori economici. Tra l’altro, in modo molto ‘americano’, cioè analizzando i contraccolpi della crisi con un filtro autoreferenziale, nel report del WSJ si parla poco dell’effetto-domino sul resto del Pianeta. Una per tutte? La crescita a razzo del tasso d’inflazione metterà sicuramente la Federal Reserve con le spalle al muro: niente taglio dei tassi e addio stimolo all’economia. Poco male per gli Usa, che già crescono, ma l’Europa? Si, perché, inutile ribadirlo, la ‘Fed’ è la ‘madre’ di tutte le Banche centrali e le altre (a cominciare dalla BCE) si adeguano sempre. Senza, dunque, voler fare gli uccelli del malaugurio, all’orizzonte per il Vecchio continente si profila un periodo di prezzi alti e crescita stagnante. Tecnicamente, ‘stagflazione’. Un altro ‘dono’ della pensata avuta dal binomio Trump-Netanyahu.

Storia di una sciagura

Ci pensavano da un bel pezzo, Stati Uniti e Israele, a fare la festa allo stato maggiore della teocrazia persiana, Alì Khamenei in testa. Solo che Trump, almeno fino al giugno scorso, si era decisamente opposto, soppesando i pro e i contro di un simile azzardo. Anche per le sue eventuali ricadute nel campo della politica interna. Intendiamoci: gli ‘adviser’ gli avevano prospettato diversi scenari e lui, il cui obiettivo politico immediato erano le elezioni di ‘Mid term’, sembrava essersi convinto a frenare. Poi è successo qualcosa. Qualcosa di assolutamente illogico e imponderabile: perché, tutto ciò che Trump sta facendo, va non solo contro l’America, ma soprattutto contro i suoi stessi interessi, politici e personali. Un mistero. Da allora, nello Studio Ovale, si sono succedute riunioni su riunioni, per organizzare l’attacco valutando la portata degli effetti collaterali. Una situazione efficacemente descritta dal Wall Street Journal.

I danni? Per Asia ed Europa

«Dall’inizio dell’anno – scrive il giornale – il Presidente e i suoi consiglieri hanno ascoltato in privato membri del gabinetto, alleati politici e leader aziendali riguardo alle possibili conseguenze che una guerra di questo tipo potrebbe avere su Wall Street e sull’economia reale se non si concludesse entro un lasso di tempo ristretto. Molti hanno messo in guardia contro un conflitto più prolungato, o hanno ipotizzato scenari a sfavore di una guerra di questo tipo. Secondo fonti vicine alla vicenda, il Segretario del Tesoro Scott Bessent ha parlato con Trump della reazione del mercato e dell’andamento dell’economia statunitense in relazione alla durata della guerra. Bessent e il Presidente hanno discusso delle varie misure che il Tesoro potrebbe adottare se la guerra si protraesse per otto-dodici settimane e di come gli Stati Uniti potrebbero essere vulnerabili a un potenziale aumento dei prezzi della benzina. Bessent ha affermato al Presidente di ritenere che l’Asia e l’Europa sarebbero le aree più vulnerabili all’aumento dei prezzi dell’energia derivante dalla guerra».

‘Colpa degli Adviser’

In un’intervista a Fox News, Trump ha cercato di giustificarsi, attribuendo sostanzialmente alla sua squadra di ‘advisers’ economici la responsabilità di avere sostenuto l’attacco. «Ho detto ai miei consiglieri economici ‘mi dispiace, ragazzi, siamo in ottima forma. Dobbiamo fare un piccolo viaggio in Iran e dobbiamo impedire loro di dotarsi di un’arma nucleare’. E tutti hanno risposto che erano d’accordo». Il report del WSJ fa venire a galla un altro aspetto da non sottovalutare: c’è una diversa percezione della crisi, non solo tra la sfera politica e quella imprenditoriale e finanziaria, ma anche all’interno degli stessi operatori economici.

I petrolieri la vedono nera

«L’amministratore delegato di JP Morgan Chase, Jamie Dimon, ha dichiarato che, se la guerra dovesse continuare, si verificherebbero ‘significativi e continui shock dei prezzi del petrolio e delle materie prime – avverte WSJ – insieme a una riorganizzazione delle catene di approvvigionamento globali, che potrebbero portare a un’inflazione più persistente e, in ultima analisi, a tassi di interesse più elevati’. Inoltre, gli amministratori delegati delle tre maggiori compagnie petrolifere statunitensi hanno messo in guardia i funzionari dell’Amministrazione Trump, tra cui il Segretario all’Energia Chris Wright e il Segretario degli Interni Doug Burgum. I dirigenti hanno affermato che una chiusura prolungata dello Stretto di Hormuz, arteria vitale per il 20% delle forniture giornaliere mondiali di petrolio e gas naturale liquefatto, potrebbe mettere a dura prova le catene di approvvigionamento globali di carburante e che la crisi energetica potrebbe aggravarsi». I mercati finanziari non hanno compreso appieno la gravità delle limitazioni al flusso fisico di petrolio, ha dichiarato l’amministratore delegato di Chevron, Mike Wirth. Alla conferenza, Wright e Burgum hanno assicurato ai dirigenti del settore petrolifero che il blocco del traffico nello Stretto si sarebbe risolto entro poche settimane, anziché mesi.

Agricoltori in rivolta

«Brooke Rollins, Segretaria all’Agricoltura di Trump, avrebbe recentemente comunicato ai lobbisti del settore agricolo che le loro preoccupazioni riguardo all’aumento dei prezzi dei fertilizzanti legato alla chiusura dello Stretto di Hormuz sarebbero state portate direttamente all’attenzione del Presidente. ‘Il punto è che questa è una sorta di emergenza per i nostri agricoltori e abbiamo bisogno che l’approvvigionamento venga ripristinato’, ha dichiarato Ragland in un’intervista. Ha aggiunto che il messaggio degli agricoltori a Rollins e agli altri funzionari dell’Amministrazione era simile a quello di altri che sostenevano la tesi relativa all’economia: la guerra non deve essere prolungata. Secondo l’American Farm Bureau Federation – conclude il Wall Street Journal – circa metà della fornitura globale di urea, un fertilizzante a base di azoto, e quasi un terzo della fornitura di ammoniaca transitano solitamente attraverso lo Stretto».

Questo ci porta, naturalmente, a un settore dell’economia come l’agricoltura, sul quale l’impatto della Guerra del Golfo crescerà in modo esponenziale, proprio per il rincaro dei fertilizzanti. In ogni caso, il problema vero è che data la volatilità del mercato e l’estrema ambiguità delle decisioni politiche, nessuno è in grado di fare previsioni di qualsiasi tipo sui prezzi, che potrebbero muoversi fuori controllo.

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Il governo Meloni ha sospeso l’accordo di cooperazione militare con Israele

Ieri era in scadenza il rinnovo automatico di cinque anni del Memorandum di Intesa tra Italia e Israele in materia di cooperazione militare in vigore dal 2005. Tutto lasciava ritenere che il governo Meloni avrebbe rinnovato l’accordo ed invece oggi è arrivato un colpo di scena: il governo ha sospeso il Memorandum.

A renderlo noto è stata la stessa Meloni al margine della fiera del Vinitaly a Verona. “In considerazione della situazione attuale, il governo ha deciso di sospendere il rinnovo automatico dell’accordo di Difesa con Israele”, ha dichiarato la Meloni.

Contestualmente il ministro della Difesa Guido Crosetto ha scritto al suo omologo israeliano Israel Katz la lettera di sospensione del memorandum Italia-Israele.

Il memorandum stabilisce una sorta di cornice generale per la cooperazione nel settore della difesa riguardo allo scambio di materiali militari e la ricerca tecnologica nell’ambito delle forze armate.

Ieri le relazioni tra Italia e Israele avevano subito un contraccolpo dopo le dichiarazioni di Tajani in visita a Beirut dove aveva condannato i bombardamenti israeliani sui civili libanesi. Nei giorni scorsi i carri armati israeliani avevano speronato volontariamente due mezzi blindati del contingente italiano nella missione Unifil in Libano.

La immediata reazione del governo di Tel Aviv aveva visto la convocazione dell’ambasciatore italiano in Libano per presentare la propria protesta.

Oggi questo colpo di scena, decisamente inaspettato, visto che in venti anni nessun governo – di destra o di centro-sinistra – aveva mai sospeso il rinnovo dell’accordo di cooperazione Italia-Israele.

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