Presentazione
Analisi, opinioni, fatti e (più di rado) arte da una prospettiva di classe.
16/04/2026
Stesso tavolo, stessi attori. Ma il tempo stringe
Come al solito agiscono su due piani completamente opposti: da un lato aprono a una trattativa con l’Iran che tenga dentro anche il Libano, dall’altro preparano nuovi attacchi.
Detto chiaramente. La portavoce della Casa Bianca, Karoline Leavitt, ha confermato la possibilità di un ritorno al tavolo, ad Islamabad: “Si svolgono discussioni di questo tipo, ma nulla è ufficiale fino a che non ve lo confermiamo noi”. E in effetti numerosi siti di informazione mediorientali in queste ore stanno annunciando la riapertura imminente del tavolo in Pakistan.
Contemporaneamente altri 10.000 soldati Usa sono stati inviati in Medio Oriente, in aggiunta ai 50.000 già presenti. Pochi per una «offensiva di terra», abbastanza per condurre operazioni importanti, troppi per fare una pace.
Sulla stessa linea i genocidi di Tel Aviv. “I nostri amici americani ci tengono aggiornati sui loro contatti con l’Iran. I nostri obiettivi e quelli degli Stati Uniti sono gli stessi” (falso come Giuda, si dice a Roma), ha affermato Benjamin Netanyahu, sottolineando però che è “troppo presto per dire come finirà” e che Israele è “preparato a ogni scenario, in previsione di una ripresa dei combattimenti”.
Sarebbe la quarta volta che nel bel mezzo di un ciclo di «incontri di pace» i due paesi-killer attaccano l’Iran e il Libano.
Che anche il Paese dei Cedri sia rientrato nella partita complessiva, con una possibile tregua, è peraltro confermato anche da Hezbollah, con Al Jazeera che riferisce di un cessate il fuoco che potrebbe entrare in vigore “presto” secondo il movimento sciita.
Che sia una forma di pressione su Teheran e Beirut per costringerle ad accettare condizioni di pace più sfavorevoli, oppure solo un modo di prendere tempo per riorganizzarsi militarmente (sia gli Stati Uniti che Tel Aviv hanno «sentito» pesantemente la risposta missilistica iraniana, esaurendo o quasi la dotazione di missili difensivi, peraltro non rimpiazzabili allo stesso ritmo con cui vengono consumati), lo sapremo solo seguendo gli avvenimenti.
Mai fidarsi degli Stati Uniti. Sospettare per principio di Israele.
Per quanto riguarda il merito della trattativa. Sull’uranio, il portavoce del Ministero degli Esteri iraniano, Esmaeil Baqaei, parlando con i giornalisti durante la conferenza stampa settimanale, ha sottolineato che l’Iran non scenderà a compromessi sui suoi diritti di arricchimento, affermando che il suo diritto all’energia nucleare è saldamente radicato nel diritto internazionale e nel Trattato di non proliferazione nucleare, cui Teheran aderisce – accettando quindi i controlli da parte dell’Aiea – e Israele no (uno stato-canaglia genocida e con l’atomica è un problema per tutto il Mondo, non solo per i vicini).
Sul punto anche la Russia ha fatto sentire la sua voce, col ministro degli esteri Lavrov che da Pechino – non a caso – ha confermato che «Il diritto di arricchire l’uranio per scopi pacifici è un diritto inalienabile della Repubblica islamica dell’Iran». In più la Russia si è dichiarata disponibile a ritirare il materiale e riprocessarlo entro i limiti dei trattati internazionali.
Per quanto riguarda invece lo Stretto di Hormuz, più o meno chiuso da entrambi i lati (l’Iran per una parte del traffico, gli Usa per l’altra), vale sempre la pena di ricordare che era completamente aperto fino al 28 febbraio, data di inizio dell’attacco israelo-americano. Ripristinarne la libera circolazione dipende solo dalla fine della guerra, anche se Teheran pretende – con qualche giustificazione – di ricavarne un pedaggio utile a compensare i danni subiti dall'aggressione.
Ancora una volta, però, è Israele a mettersi di traverso. Eyal Zamir, capo di Stato Maggiore dell’esercito, ha dato ordine ai suoi soldati di non fare prigionieri nel sud del Libano, uccidendo tutti i combattenti (di Hezbollah o meno) che dovessero riuscire a raggiungere. Un esempio fisico è stato fornito da un video israeliano in cui si vede un uomo ferito, nascosto in un anfratto, colpito definitivamente da un drone esplosivo.
È un crimine di guerra, secondo la Convenzione di Ginevra, ma i genocidi se lo rivendicano apertamente. Un modo, fra l’altro, di ridurre lo spazio per qualsiasi trattativa.
Intanto il Pakistan si prepara a ricevere nuovamente le delegazioni di Usa e Iran. Il generale Asim Munir, capo dell’esercito, è giunto ieri a Teheran per recapitare un messaggio degli Stati Uniti alla leadership iraniana che evidentemente non poteva viaggiare per telefono.
Il centro dovrebbe essere la questione del nucleare, su cui – secondo quanto ammesso anche dagli Stati Uniti – la distanza si limita alla durata dell’eventuale stop all’arricchimento dell’uranio. Gli Usa vorrebbe che per 20 anni fosse vietato, mentre Teheran contro propone solo 5 anni.
Tutte le parti hanno l’esigenza di metter fine a questa guerra, ma con tempi e soglie di sopportazione differenti. I più stressati sono gli statunitensi, con l’amministrazione Trump che vede ormai smottare il mondo “Maga” e il blocco sociale che ne aveva permesso la vittoria elettorale. Questa guerra è forse la più impopolare della sua storia, dopo quella del Vietnam, anche agli occhi del resto del Mondo.
All’inizio di novembre il Congresso potrebbe essergli contro per intero (Camera e Senato), mentre già stanno partendo le richieste di impeachment. Per il momento contro il ministro più svalvolato e impresentabile: Pete Hegseth, “ministro della guerra”.
Israele ormai ha subito una trasformazione suicida anche sul piano strettamente militare, passando dall’essere il campione delle “guerre lampo” al “cane pazzo” bisognoso di stare sempre in guerra, logorando se stesso insieme ai sempre più numerosi nemici. Se persino il governo Meloni ha sentito la necessità di fare un piccolo gesto di critica, bloccando il rinnovo automatico della partnership militare, si può immaginare quale sia il sentiment di tutto il Mondo verso Tel Aviv.
L’Iran, per quanto ferito, non paradossalmente ha più tempo a propria disposizione. Non deve conquistare nessun territorio, non deve imporre nessuna volontà a nessuno. Gli basta continuare ad esistere per vedere il Mondo intorno a sé cambiare la struttura delle relazioni. L’ingresso in partita di Cina e Russia ha fatto il resto.
Ma mi fidarsi degli Stati Uniti. Sospettare per principio di Israele.
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Gli insultidi Trump al Papa smascherano l’Unipolarismo dell’Occidente
C’è un passaggio storico in cui le parole non sono più solo parole. Diventano strumenti di potere, dispositivi di esclusione, armi politiche. È quello che stiamo vivendo oggi, in un mondo segnato dall’escalation dei conflitti e dalla progressiva radicalizzazione dello scontro ideologico.
Le recenti posizioni di Donald Trump, accompagnate da attacchi espliciti a Papa Leone XIV, non sono episodi isolati o semplici provocazioni. Rappresentano piuttosto il segnale di una deriva più profonda: la costruzione di una narrazione in cui chi si oppone alla guerra e all’imperialismo viene dipinto come nemico, come ostacolo, come minaccia.
E purtroppo non basta la tardiva solidarietà della premier Giorgia Meloni al Papa, né l’ancora più tardivo congelamento del Memorandum Italia-Israele. Il nostro paese resta funzionale all’imperialismo predatorio che viene da noi alimentato con gli ordigni micidiali di Leonardo e RWM e che rifiutando il multipolarismo rappresenta il vero “pericolo”.
Guerre, imperialismo e criminalizzazione del dissenso sono gli orrori a cui quotidianamente assistiamo. E che la destra di governo e i media mainstream presentano come normali. Tanto che l’Italia non ha fatto una piega davanti all’attacco criminale per rapire il legittimo presidente del Venezuela Nicolas Maduro, le stragi ai Caraibi di pescatori in mare con accuse mai provate di narcotraffico, lo strangolamento crudele di Cuba e i genocidi ai danni dei bambini di Gaza e dello Yemen.
Così come Meloni e gli altri leader non hanno fatto nulla per rispettare il sentire dei popoli europei, a cominciare dal nostro, che è contrario al riarmo comprendendo bene che si tratta di una decisione suicida.
La criminalizzazione del dissenso
La domanda allora è inevitabile: stiamo forse assistendo a un rovesciamento completo della realtà? È diventato “pericoloso” chi invoca la pace? È sospetto chi critica il dominio economico e militare globale? È da marginalizzare chi denuncia le logiche dell’imperialismo?
Se così fosse, ci troveremmo di fronte a un paradosso storico inquietante: i costruttori di pace trasformati in “terroristi”, mentre i promotori della guerra si presentano come garanti della sicurezza e dell’ordine.
Non è una novità assoluta. La storia del Novecento è costellata di momenti in cui il dissenso è stato criminalizzato, in cui le voci critiche sono state silenziate o delegittimate. Ma oggi questo processo assume una dimensione globale, amplificata dai media, dalle piattaforme digitali, dai meccanismi di costruzione del consenso.
L’attacco al Papa (con il quale poche settimane fa io e il direttore di FarodiRoma ci eravamo confrontati proprio sul tema delle aggressioni USA al Venezuela e Cuba, constatando una sostanziale concordanza tra la nostra posizione e la sua) in questo contesto, assume un significato che va oltre la figura del Pontefice.
Colpire chi richiama alla pace, al dialogo, al rifiuto della violenza, significa colpire un’idea alternativa di mondo. Significa mettere in discussione non una persona, ma una visione fondata sulla cooperazione tra i popoli.
La sofferenza di Cuba
Ed è qui che emerge con forza il caso di Cuba.
Perché Cuba continua a essere nel mirino? Perché, nonostante decenni di blocco economico, resiste e propone un modello diverso? La risposta è scomoda, ma chiara: Cuba rappresenta un’anomalia nel sistema globale. Un paese che, pur con tutti i suoi limiti, ha scelto di non piegarsi alle logiche dell’imperialismo.
La sua “colpa”, agli occhi dei dominanti, è proprio questa: aver dimostrato che un’altra strada è possibile. Una strada fondata sulla sanità pubblica, sull’istruzione diffusa, sulla cooperazione internazionale – basti pensare alle missioni mediche inviate in tutto il Mondo, Italia compresa.
E allora il meccanismo si ripete: delegittimare, isolare, colpire. Non solo economicamente, ma anche simbolicamente. Costruire una narrazione in cui chi non si allinea viene dipinto come nemico.
Una questione di linguaggi: cosa è il terrorismo
In questo quadro, il linguaggio diventa decisivo. Parlare di “sicurezza”, di “ordine”, di “difesa dei valori” può nascondere, in realtà, la volontà di mantenere un sistema di dominio. E chi mette in discussione questo sistema viene automaticamente collocato fuori dal perimetro della legittimità.
Ma la realtà è più complessa. E resiste.
Resistono i popoli che rifiutano la guerra. Resistono i movimenti che chiedono giustizia sociale. Resistono le voci che continuano a denunciare le disuguaglianze e le violenze sistemiche.
La vera questione, allora, è politica e culturale insieme: chi definisce cosa è “terrorismo”? Chi stabilisce quali sono le idee accettabili e quali no? Chi decide chi è dentro e chi è fuori?
Se il criterio diventa l’allineamento alle logiche della guerra e del profitto, allora sì, chi si oppone sarà sempre considerato “pericoloso”. Ma pericoloso per chi? Per un sistema che teme ogni alternativa, ogni possibilità di cambiamento.
La sfida è proprio questa: rovesciare la narrazione. Restituire dignità al dissenso. Difendere il diritto – e il dovere – di immaginare un mondo diverso.
Non si tratta di retorica. Si tratta di scelta.
Da una parte, un ordine internazionale fondato sulla forza, sulla competizione, sulla subordinazione. Dall’altra, la possibilità di costruire relazioni diverse, basate sulla solidarietà, sulla cooperazione, sulla pace.
Chi oggi attacca queste idee non difende la sicurezza: difende un sistema corrotto e violento.
E allora la domanda iniziale torna, più forte di prima: chi è davvero il pericolo?
Forse non chi si oppone alla guerra. Ma chi la rende inevitabile.
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Venti di guerra sull’economia mondiale: l’FMI taglia le stime, l’Italia frena allo 0,5%
Secondo le nuove proiezioni, la crescita mondiale per il 2026 si attesterà al 3,1%, con un taglio di 0,3 punti percentuali rispetto alle stime di gennaio. Ma il quadro accennato si poggia su un’ipotesi di riferimento che prevede una guerra di durata e intensità limitate, con perturbazioni in attenuazione entro metà 2026.
Tuttavia, il FMI ha elaborato scenari molto più cupi. Con un conflitto prolungato e un aumento dei prezzi dell’energia più persistente, la crescita calerebbe al 2,5%. Se i danni alle infrastrutture energetiche dovessero estendersi ulteriormente e la chiusura dello Stretto di Hormuz perdurare, il PIL mondiale potrebbe salire solo del 2% nell’anno in corsa, una soglia che rasenta la recessione globale.
Gli scenari sull’inflazione sono altrettanto critici. Nel primo caso si prevede raggiungerà il 4,4%, nel secondo caso il 5,4%, nel caso peggiore toccherà il 6%. Il timore principale riguarda le materie prime, per le quali si ipotizza un aumento medio del 19% nel 2026, e sono stati in tanti a paragonare questo shock a quello del 1973-'74, con i rischi annessi di stagflazione.
Il capo-economista del Fondo, Pierre-Olivier Gourinchas, ha parlato di un promettente slancio economico che “la guerra in Medio Oriente ha arrestato”. Ha però accennato al fatto che, rispetto a mezzo secolo fa, l’economia odierna è meno dipendente dal petrolio grazie alle rinnovabili e le Banche Centrali oggi sono molto più focalizzate sul controllo dell’inflazione rispetto al passato.
Questa non è però necessariamente una bella notizia, per chi, sull’altare del riarmo, ha sacrificato l’appena abbozzata transizione ecologica e ha invece puntato tutto su diversificazione dell’approvvigionamento di gas, mostrando poca lungimiranza rispetto all’inasprirsi degli scenari di tensione internazionale. E non è necessariamente una bella notizia se si pensa agli effetti devastanti che ha avuto sugli interessi su molti mutui la stretta monetaria che, ad esempio, la BCE ha deciso negli scorsi anni per far fronte all’inflazione.
Per quanto riguarda l’Italia, il nostro paese risente pesantemente dell’incertezza. Il FMI ha tagliato le stime di crescita del Belpaese, portandole a un modesto +0,5% sia per il 2026 che per il 2027. Si tratta di una riduzione dello 0,2% annuo rispetto alle previsioni precedenti, un dato che colloca l’Italia ben al di sotto della media dell’Eurozona (prevista al +1,1% nel 2026).
Anche i partner europei segnano il passo, seppur con numeri leggermente migliori: per la Germania è previsto un +0,8% nel 2026 e un +1,2% nel 2027; per la Francia +0,9% per entrambi gli anni; la Spagna segna un +2,1% nel 2026, confermandosi la più resiliente tra le grandi economie UE; la Gran Bretagna scivola al +0,8% nel 2026.
Le conseguenze più drammatiche si registrano nelle aree direttamente coinvolte dall’aggressione. In Iran il PIL per il 2026 è stato tagliato del 7,2%, precipitando a un drammatico -6,1%, con un’inflazione vicina al 69%. In controtendenza rispetto al rallentamento generale, l’FMI ha invece migliorato le stime per Russia e India, che continuano a mostrare una dinamica di crescita superiore alle attese.
C’è, infine, un elemento interessante, da sottolineare. Il Fondo avverte i governi sui rischi legati all’aumento della spesa per la difesa. Se da un lato queste sono viste come uno stimolo significativo nel brevissimo termine, approfittando delle tendenze alla guerra suscitate dalla crisi strutturale del capitale, dall’altro possono “generare pressioni inflazionistiche, indebolire la sostenibilità fiscale ed esterna e rischiare di soffocare la spesa sociale”.
In sostanza, l’impegno sul riarmo e sulla transizione verso un’economia di guerra, è utile per ridare una boccata d’aria temporanea agli indicatori macroeconomici, e ovviamente creare gli strumenti fondamentali di un imperialismo sempre più esplicitamente predatorio. Ma sul medio e lungo periodo andrà a peggiorare nettamente le condizioni della maggioranza della popolazione.
Sul piano politico, avverte il FMI, ciò si tradurrà in un incremento del malcontento popolare. Un’indicazione anche per chi vuole costruire un’alternativa a questo modello, avviato sulla strada del baratro guerrafondaio.
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Il brand Salis: come la politica usa la (sotto)cultura per vendersi
La riflessione del compagno mette in chiaro una necessità non rimandabile: quella di un polo indipendente e di rottura rispetto al bipolarismo che stritola una reale alternativa al pilota automatico impostato nel nostro paese. Un pilota automatico che ha come traguardo il disastro sociale, ecologico, bellico.
Vi lasciamo alle parole di Elia, che riteniamo utili nell’evidente impellenza di un’altra battaglia da riprendere in mano, con tutti gli strumenti possibili: quella culturale. Buona lettura.
Per capire ciò che si muove intorno al recentissimo successo mediatico di Silvia Salis e al vociare che le si è alzato intorno bisogna prenderla alla larga e partire da una specifica figura: Marco Agnoletti.
Agnoletti è stato ingaggiato come spin doctor da Salis e nel suo palmarès appaiono diverse personalità del mondo del centro-sinistra e della sua intellighenzia, sia a livello politico che mediatico: Stefano Bonaccini, Sara Funaro, Dario Nardella, Eugenio Giani e poi Fabio Fazio, Francesca Fagnani e, last but not least, Matteo Renzi.
A partire da questa considerazione e tenendo presente quella che fu ai tempi l’ascesa dell’astro di Firenze (ve lo ricordate con il chiodo di pelle su Vanity Fair a parlare di “rottamazione”?) bisogna mettere a fuoco le recenti mosse comunicative di Silvia Salis. Il dj set techno gratuito di Charlotte de Witte in piazza a Genova va quindi inquadrato come una mossa (va detto, geniale) di marketing, di branding, di posizionamento “commerciale” nel mercato della politica.
Salis e chi la segue nel team di comunicazione hanno capito che la politica oggi è prettamente brand, una lotta marginale da combattere sul terreno delle guerre culturali, una battaglia di posizionamento per vincere la guerra della rappresentanza elettorale. In questo senso organizzare un enorme dj set techno nella città da lei amministrata si colloca in ovvio contrasto con la sua nemesi Giorgia Meloni che all’inizio del suo percorso al governo del paese fu artefice del cosiddetto decreto rave.
Inquadrando la questione in un’ottica di comunicazione politica, di branding appunto e tenendo presente chi si muove dietro le quinte, si può leggere l’intera questione. Il punto non è demonizzare un evento che obiettivamente, nell’Italia retrograda e culturalmente medievale del governo Meloni, unisce le persone in un momento di gioia collettiva.
Il punto è capire come questa sia solo ed esclusivamente una mossa pubblicitaria, utile a posizionarsi nell’agone politico e che fa utilizzo di una sottocultura come quella techno (nata nei bassifondi industriali di Detroit, cresciuta nei rave illegali a Berlino) facendone un prodotto culturale, una situazione di consumo, un’etichetta su cui applicare un copyright politico.
Parlando di techno non è un caso che la figura scelta per questo evento sia Charlotte de Witte, madrina della techno mainstream, prima donna a chiudere il main stage a quel festival dell’edonismo che è il Tomorrowland. Una techno che perde la sua oscura energia esplosiva, il suo essere sotterranea, eversiva, che viene edulcorata pronta al consumo delle centinaia di cellulari pronti a immortalare il momento in una storia Instagram. Pronta per il mercato in poche parole.
Alla luce di tutto ciò la considerazione è tutto sommato semplice e non particolarmente originale: nel grande campo liberista (centro)sinistra e destra fanno l’una il gioco dell’altra, creandosi vicendevolmente le condizioni immaginative per far spazio al prossimo, in un eterno valzer dove però le politiche economiche, materiali, sono sempre uguali.
Inutile qui fare la disamina di tutte le riforme regressive e di macelleria sociale che si sono avvicendate negli ultimi decenni da parte di entrambi gli schieramenti. Inutile ricordare le politiche Renziane, il quale guarda caso appoggia senza indugi Salis come figura unificante del campo largo.
Un po’ meno inutile forse cercare di smontare la retorica di questi moloch di potere, l’uno funzionale all’altro. Con l’augurio che si possa iniziare ad immaginare e costruire qualcosa di radicalmente diverso, un soggetto politico che agisca sulla struttura materiale della società, che porti il conflitto in piazza non a favore di camera al suono dei 130 bpm ma nelle strade, nei posti di lavoro, fino nelle sale del potere, per cambiare finalmente tutto.
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Sánchez a Pechino chiede alla Cina di diventare il paciere mondiale
Sánchez era alla sua quarta visita di Stato in Cina in quattro anni. Un segnale chiaro sull’importanza che il Dragone riveste per l’economia di Madrid, ma in generale per tutte quelle dell’Unione Europea. Il viaggio del cancelliere Merz nel gigante asiatico di un paio di mesi fa è un’altra cartina tornasole dell’imprescindibilità di questo rapporto: il politico tedesco aveva dichiarato che separare l’economia del suo paese da quella cinese “sarebbe un errore” (vista anche al dipendenza sulle terre rare).
Dalla Tsinghua University, dove si è formato lo stesso Xi Jinping, Sánchez ha mandato un messaggio chiarissimo a Pechino, non privo del solito spirito di superiorità occidentale, e tuttavia onesto su chi sono i grandi attori in campo. “Abbiamo bisogno che la Cina si apra – ha detto il leader spagnolo – affinché l’Europa non debba chiudersi in se stessa”.
Ma a fare la guerra commerciale al Dragone è stata la UE, e difatti anche stavolta Sánchez torna a casa con 19 nuovi accordi bilaterali. C’è il tema dei 42 miliardi di deficit commerciale della Spagna con la Cina nel solo 2025, parte di un più grande deficit che preoccupa l’intera UE.
Sul riequilibrio della bilancia commerciale Pechino si è sempre detta pronto a lavorare, sempre che ci sia correttezza nella controparte. E l’intesa su investimenti ad alta qualità dovrebbe garantire che i capitali cinesi in Spagna portino con sé trasferimenti di tecnologia, contratti per fornitori locali e nuovi posti di lavoro.
Non è, comunque, la questione economica che ha tenuto banco nell’incontro del primo ministro spagnolo con Xi Jinping. “Per la prima volta nella storia contemporanea, il progresso sta germogliando simultaneamente in molte parti del mondo”, ha detto Sánchez. “Questa multipolarità non è un’ipotesi o un desiderio; è la nuova realtà in cui vive il mondo”.
Il politico di Madrid lo dice chiaro e tondo: siamo in una fase multipolare. E aggiunge pure che, in questo multipolarismo, la Cina è l’attore dirimente. “La Cina fa molto, e lo apprezziamo, ma può fare di più chiedendo il rispetto del diritto internazionale e la fine dei conflitti”, ha detto Sánchez.
Anche se va notato il solito atteggiamento occidentale di chi insegna agli altri a promuovere quello che gli europei ignorano a seconda delle convenienze, in questa occasione la frase ha assunto più i tratti di una supplica che di uno strumento di pressione. Il primo ministro spagnolo ha affermato che “è molto difficile incontrare altri interlocutori che possano sbrogliare questa situazione provocata in Iran e nello Stretto di Hormuz più della Cina”.
È un riconoscimento significativo, ovvero il fatto che, di fronte all’aggressione statunitense e israeliana, l’unico paese che ha il “capitale” (non solo economico, ma anche diplomatico) per porsi come mediatore di pace sia il Dragone. Davanti a studenti e docenti della Tsinghua, Sánchez aveva parlato di questo “potere” anche in relazione ai conflitti in Libano, in Palestina e in Ucraina.
Si tratta di una mano tesa (e bisognosa) da parte di Madrid, in un certo senso portavoce informale della UE (che non a caso ha mandato il suo capo di governo più “progressista” e che ha ingaggiato un significativo braccio di ferro con Donald Trump), affinché Pechino sia disposta a ragionare su come rilanciare un multilateralismo che ponga dei freni agli USA, innanzitutto al “bastone” che stanno usando innanzitutto con i propri “alleati/vassalli”.
Secondo Sánchez la Cina può svolgere un ruolo fondamentale nella lotta alle disuguaglianze e al cambiamento climatico, nonché sui principali dossier riguardanti l’architettura di sicurezza e cooperazione internazionale, “soprattutto ora che gli Stati Uniti hanno deciso di ritirarsi da molti di questi fronti”, ha detto senza peli sulla lingua.
“È negli interessi di Spagna e Europa che il sistema multipolare venga rispettato”, ha detto il politico spagnolo. “Non abbiamo nessun problema a stare dal lato giusto della storia”, e Xi Jinping ha rimarcato che Madrid (non tutta l’Europa) è davvero dalla parte giusta della storia, chiedendo a Sánchez di “difendere insieme un autentico multilateralismo e salvaguardare la pace e lo sviluppo nel mondo”.
Riguardo alle Nazioni Unite nello specifico, il primo ministro spagnolo ha detto che “l’Occidente deve rinunciare ad alcune delle sue quote di rappresentanza”, e bisogna fare in modo che si rafforzi l’Assemblea Generale e il Consiglio di Sicurezza sia più rappresentativo e più democratico. Temi su cui la Cina, pur tutelando i suoi interessi, non si è mai detta indisponibile a discutere.
La visita di Sánchez rappresenta, una volta tanto, una dimostrazione da parte dei politici europei di avere bene in mente il proprio posto nel mondo, e quello che ha Pechino. La strumentalità, tuttavia, è evidente, e la Cina non ci casca. Bisognerà vedere fino a dove una possibile intesa potrebbe arrivare, sapendo che la UE non sarà mai disposta a rinunciare al proprio ruolo privilegiato negli affari mondiali.
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Il processo della vergogna
Negata la perizia balistica per accertare le circostanze esatte che portarono alla uccisone di Margherita Cagol. Nel corso delle dodicesima udienza Lauro Azzolini, il Br che era con Cagol all’interno della cascina Spiotta e riuscì a fuggire dopo lo scontro a fuoco con una pattuglia di carabinieri, racconta la sua storia
Non ci sarà una nuova perizia balistica sulla sparatoria del 5 giugno 1975 davanti la cascina Spiotta, dove venne uccisa la brigatista Margherita Cagol e rimase mortalmente ferito l’appuntato dei carabinieri Giovanni D’Alfonso. La corte d’assise del tribunale di Alessandria ha respinto la richiesta depositata dagli avvocati Francesco Romeo e Vainer Burani, difensori di Mario Moretti e Renato Curcio, quest’ultimo all’epoca marito di Cagol. Secondo la corte, l’impossibilità di avere a disposizione le armi, i proiettili e in generale oggetti o corpi attinti dai colpi sparati o esplosi nell’occasione, ormai dispersi o distrutti, impedirebbe «una ricostruzione in termini di certezza, quali quelli necessari in questa sede».
Quando la parte civile lamentava le lacune delle precedenti perizie
Il presidente Paolo Bargero ha di fatto accolto gli argomenti contrari portati dalla pubblica accusa e dalle parti civili. Per il pm Emilio Gatti, la nuova perizia «anche se possibile sarebbe stata comunque irragionevole», per l’avvocato Sergio Favretto, legale di Bruno D’Alfonso, figlio dell’appuntato rimasto ucciso, come per gli altri due avvocati delle parti civili, Nicola Brigida e Guido Salvini, la perizia sarebbe stata «tecnicamente impraticabile».
Eppure l’avvocato Favretto nella richiesta di riapertura indagini presentata nel 2019 evidenziava come a distanza di decenni «non è mai stata ricostruita la dinamica del conflitto a fuoco avvenuto alla cascina Spiotta». Oggi ha cambiato idea senza fornire una giustificazione convincente.
L’ex magistrato che detesta le perizie
Ancora più ambigua la posizione espressa dall’ex magistrato Salvini che per dare autorevolezza alla sua opposizione ha richiamato il ruolo svolto come consulente della commissione Moro 2, presieduta da Giuseppe Fioroni (attiva dal 2014 al marzo 2018). Salvini ha ricordato che la Moro 2 dispose la perizia sulla sparatoria di via Fani poiché esistevano ancora le macchine, le armi e i bossoli sui quali effettuare le nuove valutazioni tecnico-scientifiche. In realtà Salvini non la racconta giusta, perché quando venne decisa la nuova perizia lui non era ancora consulente, assunse l’incarico solo l’11 novembre 2015, 5 mesi dopo la consegna delle nuove conclusioni scientifiche (12 giugno 2015) da parte di Federico Boffi, direttore dell’Uacv (Unità analisi del crimine violento) della polizia scientifica. Poi perché i nuovi accertamenti, come lo stesso Boffi ha spiegato in un volume pubblicato recentemente, Scienza e giustizia. La dinamica della scena del crimine, Armando editore 2024, si svolsero per quanto riguardava le armi, proiettili e bossoli, sulla documentazione preesistente, ovvero i precedenti lavori di Ugolini, Jadevito, Lopez e Salsa-Benedetti e sulle perizie autoptiche. Questi vecchi dati vennero immessi in un nuovo programma forense che grazie alla ricostruzione tridimensionale della cosiddetta «scena del crimine» ha permesso la ricostituzione completa delle traiettorie di tiro. Gli esperti della scientifica hanno colmato i vuoti delle precedenti perizie analizzando anche gli impatti di ingresso sulle macchine della scorta di Moro, smentendo definitivamente le teorie dietrologiche. Una volta arrivato in commissione Salvini ha sistematicamente boicottato le conclusioni della nuova perizia anteponendo i propri pregiudizi complottisti alle evidenze scientifiche, dando vita ad una spasmodica ricerca di piste alternative tutte miserabilmente fallite. Non sorprende dunque la sua ostilità anche in questo caso perché le evidenze scientifiche sono il primo grande nemico delle stramberie dietrologiche.
La paura di fare luce sulla uccisione di Mara Cagol
Diversamente da quanto avvenne in via Fani, la sparatoria della Spiotta si è svolta in buona parte a scena aperta, soprattutto per quanto attiene i colpi mortali inferti contro Cagol e D’Alfonso. La distruzione delle autovetture, delle armi e dei bossoli, non inficiava dunque la possibilità di una ricostruzione tridimensionale delle traiettorie di tiro che avrebbero chiarito, o quanto meno ridotto i margini di dubbio, su quanto avvenne nel piazzale davanti la cascina e sulla collinetta dove venne uccisa Mara Cagol. Avrebbero trovato risposta le tante domande aperte da 51 anni e i vuoti della nuova inchiesta: dalla sequenza dei colpi che ferirono mortalmente D’Alfonso alle modalità della esecuzione di Marga Cagol, al perché a poca distanza dal suo corpo si trovasse un bossolo di Beretta calibro nove corto, proiettile che all’epoca armava le pistole in dotazione all’arma dei carabinieri. Un dovere di verità che è stato brutalmente ricacciato indietro. Eppure le circostanze della morte di Mara Cagol sono l’arcano che circonda questa vicenda, il grande rimosso che spiega il poco interesse mostrato in passato dalla magistratura e dagli stessi carabinieri del nucleo speciale comandato dal generale Dalla Chiesa. Bruno D’Alfonso, sposando le tesi di due cospirazionisti della domenica, si era voluto convincere che dietro la mancata identificazione del fuggitivo della Spiotta ci fossero scabrosi misteri, l’intervento di poteri che avevano manovrato la storia delle Br, invece di guardare in faccia la verità e rivolgersi verso i silenzi imbarazzati dell’arma dei carabinieri, quello stesso corpo militare dove aveva voluto lavorare per onorare il ricordo del padre. Nemmeno oggi lo ha fatto sposando la linea della procura. Vittimismo e verità non vanno d’accordo.
Radici partigiane e Reggio Emila «comunarda», Azzolini racconta la sua storia
L’udienza di martedì 14 aprile era cominciata con l’esame di Lauro Azzolini, che già lo scorso marzo 2025 aveva preso la parola dichiarando di essere la persona riuscita a fuggire dalla Spiotta. Oltre sei ore di interrogatorio interamente monopolizzate dall’onnivoro e inconcludente presenzialismo del pm Emilio Gatti. Una ossessiva ripetizione di domande su dettagli che non riuscivano mai a individuare i punti significativi della vicenda e che hanno rubato spazio alle altre parti processuali, stremando alla fine l’ottantatreenne imputato che ha messo fine all’interrogatorio.
All’inizio Azzolini ha ricostruito l’ambiente storico e sociale nel quale è cresciuto. La famiglia contadina, la dimensione culturale di Reggio Emilia nel dopoguerra, la fortissima tradizione antifascista, il peso della Resistenza, la lotta partigiana, il sacrificio delle morti pagate nella lotta al nazifascismo e poi le tensioni dell’immediato dopoguerra. La tradizione ribelle e comunarda della città, la ricerca di una rivoluzione interrotta da portare a termine. I fermenti giovanili, le armi nascoste dei partigiani, le lotte operaie, il lavoro nero nella tessitura, soprattutto femminile. Ha ricordato come a sedici anni ha iniziato a lavorare da apprendista, poi l’arrivo del luglio '60, la strage con i 5 morti di Reggio Emilia immortalata nella canzone di Fausto Amodei, con Lauro Farioli cadutogli accanto. Momenti decisivi che hanno scolpito la sua esistenza e ispirato la successiva militanza politica. Nel 1968 la rottura con la Federazione del PCI e la sua politica di compromesso.
Dalla Comune di Dario Fo alle Br
Contrariamente a quel che si crede, Azzolini non partecipa al “gruppo dell’appartamento”, ma conosce alcuni di loro molto bene, Tonino Paroli e Prospero Gallinari, sempre in prima fila nelle lotte. Molto meno Franceschini, intravisto appena qualche volta. Ma non segue le loro tracce, non aderisce al Cpm. Resta a Reggio dove partecipa a un gruppo operaio denominato “Nuova Resistenza”, quindi prende parte alla esperienza del collettivo teatrale “la Comune” con Dario Fo e Franca Rame, dove svolge politica culturale. Intanto le Brigate rosse sono nate e attive da tempo, nel 1974 durante il sequestro Sossi, nel bel mezzo di uno spettacolo di Fo e Rame tenuto a Reggio si spengono improvvisamente le luci e quando si riaccendono centinaia di volantini delle Br piovono dall’alto. «Cosa è questa cosa?» – chiede Fo allibito. «Questa è una terra comunista e partigiana», risponde Franca Rame.
Per Azzolini è una illuminazione, decide così di trasferissi a Torino per fare lavoro politico nelle grandi fabbriche. Cerca le Brigate rosse, dove con sua grande sorpresa ritrova tanti compagni reggiani. Siamo alla fine del 1974 e finalmente incontra Mara Cagol a cui spiega il suo progetto di lavoro politico nella classe operaia. Cagol non lo ritiene ancora maturo per l’ingresso nelle Br e poi in quel momento stavano organizzando l’evasione di Curcio dal carcere di Casale Monferrato, così viene rimandato a Reggio Emilia, dove resta poco. Nei primi mesi del 1975 è di nuovo a Torino, dopo che la colonna aveva subito l’arresto di Paroli e Arialdo Lintrami. C’è bisogno di lui, è in preparazione un sequestro di autofinanziamento, Cagol lo arruola. Per Azzolini è la prima azione, preleva Vallarino Gancia e con altri lo porta alla cascina Spiotta, luogo scelto per custodirlo. Nei programmi della colonna il sequestro doveva essere molto breve, con la raccolta del riscatto e la liberazione dell’ostaggio. Oltre a Maraschi, poi arrestato, posizionato nel ruolo di primo cancelletto che doveva fermare il traffico, c’era con lui Attilio Casaletti, nel frattempo deceduto, e un altro Br nel secondo cancelletto, di cui non ha rivelato il nome. A presidiare la Spiotta era rimasta Mara Cagol, che dirigeva l’operazione.
La Spiotta, «cercavamo solo di fuggire»
Il racconto è proseguito con fatica, inframezzato da continue interruzioni del pm e surreali momenti di contrasto. Giunto alla Spiotta, il racconto di Azzolini conferma parola per parola quanto da lui scritto nella relazione inviata all’organizzazione dopo l’esito disastroso del sequestro. Un testo realizzato non più tardi di una settimana dai fatti. L’udienza, che si protraeva ormai da ore, si accende quando il procuratore Gatti gli contesta la ricostruzione della sparatoria: in particolare la posizione dell’appuntato D’Alfonso, collocato diversamente rispetto a quanto da un altro teste, Rosario Cattafi, carabiniere che aveva partecipato al conflitto a fuoco. Azzolini ribadisce più volte che il loro obiettivo era solo quello di fuggire e non cercare lo scontro a fuoco. Non erano preparati militarmente tanto che Mara Cagol aveva un mitra che non usa. Cercavano semplicemente di sganciarsi. Le sue parole indispongono l’accusa che vuole invece dimostrare l’esatto contrario: «rompere l’accerchiamento e cercare lo scontro a fuoco». Un teorema che vuole dimostrare la presenza di un intento omicidiario premeditato, impartito dal gruppo dirigente, in modo da poter così chiedere le condanne anche di Renato Curcio e Mario Moretti, la cui posizione sarebbe altrimenti prescritta. Si comprende allora il retropensiero che ha portato i pm ad opporsi alla nuova perizia balistica: conservare mano libera nella narrazione accusatoria senza doversi confrontare con evidenze scientifiche difficilmente aggirabili.
«Cagol ancora viva, poi gli spari»
Azzolini ha ricordato di aver visto per l’ultima volta Cagol ancora viva, con le mani alzate e poi di aver sentito dei colpi, singoli e a raffica, quando si dileguava sulla collina di fronte. Infine le modalità della sua rocambolesca fuga per boschi e torrenti, traversati per non lasciare tracce, il furto di un motorino e di una macchina, la notte passata coperto di vegetazione in una buca, il viaggio su un pullman che portava in una città del litorale ligure, dove scopre davanti a una edicola la notizia della morte di Cagol. L’ultimo tratto in treno fino ad Albenga, l’approdo preordinato della via di fuga, dove ad attenderlo c’erano due compagni delle Br.
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La “nuova visione” del mondo di Trump è uscita a pezzi dall’Iran. E ha fatto a pezzi il Pianeta
A tutto ciò il presidente ha provato a rispondere con dazi e con una guerra imperialistica per garantirsi il monopolio dei combustibili fossili e ha fallito miseramente. Ora deve uscire, rapidamente, da una guerra che gli costa 10 miliardi di dollari al giorno e che non può più permettersi, pressato anche dalla “base Maga” e da una parte dei suoi elettori costretti a pagare la benzina oltre quattro dollari al gallone (poco meno di quattro litri) e a reggere l’impatto dell’inflazione. Inoltre, soprattutto nei centri rurali si fanno sentire l'aumento dei prezzi dei fertilizzanti e una concorrenza internazionale che i dazi non riescono a fermare. Le stesse aziende americane sono stanche di pagare la metà dei dazi incassati dal governo federale, mentre i singoli Stati dell’Unione non sopportano le ingerenze del potere centrale. La fine di Trump è davvero vicina.
In secondo luogo, hanno perso il trumpismo e i suoi adulatori. È evidente che la guerra in Iran ha scatenato un’ondata recessiva con cui stanno già facendo i conti Paesi, a cominciare da quelli come l’Italia, il cui governo aveva idolatrato la “nuova visione” del mondo di Trump, aggressiva, intollerante, repressiva ma espressione di un “nazionalismo occidentale” vincente, per usare le parole di Giorgia Meloni: una visione che sta frantumandosi di fronte alla complessità della realtà.
A uscirne vincitore è invece l’Iran che ha dimostrato di saper resistere a una massiccia offensiva condotta senza alcun rispetto delle regole internazionali da Stati Uniti e Israele: il governo iraniano ha scelto la strategia di allargare la guerra ai Paesi vicini del Golfo per metterli di fronte alla pericolosità di Trump e di Israele. In tal senso le Guardie rivoluzionarie hanno generato danni profondi al processo di “dubaizzazione” in corso, togliendo ai governi del Golfo ogni sicurezza, dal petrolio alla possibile turistificazione dei rispettivi paesi, alla capacità miracolistica dello sportwashing: un incendio enorme che costringerà le petromonarchie a rivedere le proprie relazioni con gli Stati Uniti, sia in termini economici e finanziari – riducendo l’esposizione in dollari e in debito Usa – sia in quelli militari. La riapertura dello Stretto di Hormuz sotto controllo iraniano è, in tale ottica, una vittoria enorme con conseguenze gigantesche sul piano globale: per passare da quello Stretto, dove transita il 25% del gas e del petrolio mondiale, oltre a una enorme quantità di altre merci, bisogna trattare con Teheran.
A trionfare è anche la Cina che ha dimostrato di saper sostenere l’Iran e, soprattutto, di essere l’unica vera realtà planetaria in grado di avere una vera politica estera e di essere affidabile negli scambi: ciò significa una ulteriore accelerazione della depolarizzazione, una crescente egemonia nel Sud-Est asiatico, in Africa e nel Golfo.
Infine, hanno vinto i grandi fondi finanziari Usa, BlackRock in primis. La politica di Trump è sempre stata una spina nel fianco delle Big Three: la scelta di una classe dirigente di finanzieri d’assalto come Scott Bessent e Howard Lutnick, messi a dirigere ministeri decisivi, il peso enorme di Jared Kushner e Steve Witkoff, le ingerenze di Peter Thiel e di Larry Ellison, la sbornia trumpiana per le criptovalute, la messa in discussione delle grandi società tecnologiche, a cominciare dai dazi a Nvidia, a vantaggio dei fondi hedge. Tutto questo non è piaciuto a Larry Fink e Jamie Dimon, che hanno dovuto fare i conti anche con la necessità di comprare il debito americano sottoprezzo per evitare il fallimento degli Stati Uniti.
La guerra in Iran, però, non era tollerabile neppure per loro: metteva a rischio il sistema globale dei risparmi da cui i fondi traggono la loro linfa, indeboliva ulteriormente il dollaro in cui sono denominati i loro asset e rischiava di scatenare guerre commerciali insostenibili come quelle con la Cina. Dunque hanno fatto di tutto per staccare la spina al presidente che ora ha ceduto dimostrando chi sono i veri padroni del mondo, almeno di quello vicino agli Stati Uniti. Certo, ora anche per i grandi fondi si apre una fase nuova e sconosciuta perché la loro “casa madre”, il primato degli Stati Uniti, non esiste più e ciò li obbligherà ad adattarsi a un nuovo assetto multipolare, verso il quale del resto, a partire da “Rearm Europe”, si erano già mossi.
Da ultime, due brevissime notazioni. La posizione di Israele è quella di uno Stato che non può vivere senza guerra, sia sul piano politico e ideologico sia sul piano economico. La seconda riguarda l’Unione europea ed è molto semplice: non pervenuta, un insieme di voci stonate che pensano come realtà sempre e comunque subordinate e si raccontano a voce alta per darsi un tono.
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15/04/2026
Che fine ha fatto il sogno americano?
Ne è nata una chiacchierata che è presto virata su argomenti impegnati tra politica e società, cari a Tate sin dai tempi della sua militanza nei Queensrÿche, una delle band più innovative e di successo della storia del metal.
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Geoff, grazie per la tua disponibilità. Sembra che tu abbia ormai un legame speciale con l’Italia: collabori con molti musicisti locali, incluso Dario, fin dal progetto Sweet Oblivion. Proprio pochi giorni fa hai annunciato un nuovo capitolo della saga di “Operation: Mindcrime”, in uscita il prossimo 3 maggio. Com’è iniziato tutto?
GT: Solo un’idea. Stavo riascoltando “Operation: Mindcrime 2”, perché non lo ascoltavo da molti anni, e… mi sono messo a pensare: chi è il Dr. X? Chi è quest’uomo? E poi sono tornato ad ascoltare “Operation: Mindcrime 1”. E di nuovo mi sono detto: “Chi è quest’uomo?”. Non lo so chi sia. È lì, è molto particolare, è un manipolatore, si muove nell’ombra e non si scopre mai davvero chi sia o cosa rappresenti. Ho iniziato a farmi domande come: “Chi è?”, “Come è arrivato dov’è?”, “Com’è possibile che abbia così tanto potere su Nicky e Mary?”, “Cosa lo muove?”
Ho cominciato a pensarci e poi a scrivere musica. Le canzoni hanno iniziato a prendere forma e ho coinvolto Kieran Robertson per scriverle insieme a me. Anche Alex Hart ha contribuito e poi Dario Parente è entrato nel progetto iniziando a suonare la chitarra. Durante i tour abbiamo continuato a scrivere e sviluppare il materiale. Ha una storia interessante perché lo abbiamo registrato in viaggio, nelle camere d’albergo e nei backstage dei locali, ovunque avessimo tempo e spazio. Una parte è stata registrata in un castello in Francia. Ho scritto cose in aereo con le cuffie e il laptop. Il disco ha già viaggiato molto nel suo percorso di creazione. È stato un lavoro in continua evoluzione durato circa sei anni.
Ti piace lavorare in questo modo, scrivere vari pezzi in diversi paesi?
GT: Sì. Beh, scrivi dove puoi. Una parte è stata registrata qui, tra l’altro, nella villa [la sua casa in Italia]. Quindi sì, è la vita del musicista: viaggi molto e devi lavorare quando puoi. Fortunatamente oggi la tecnologia ce lo permette.
In passato dovevamo scrivere tutto nella nostra testa per poi prenotare uno studio, entrare e registrare tutto – o parti di esso – poi aspettare, e aspettare, e rifarlo. Ora ci lavoriamo continuamente. Ci sei sempre sopra, sviluppando idee senza sosta. È un modo di lavorare completamente diverso, e mi piace molto.
Lo preferisco così. Non mi piace restare troppo a lungo nello stesso posto... potrebbero trovarmi! [ride]
In alcune interviste recenti hai detto che Mindcrime 3 è costruito dal punto di vista del Dr. X, all’interno della stessa linea temporale dei primi due album. Ma di quale periodo stiamo parlando esattamente?
GT: Ci sono stati circa 18 anni tra la prima e la seconda parte, e quasi 20 anni tra la seconda e oggi. Questa storia in realtà copre entrambe le linee temporali, perché è il punto di vista del Dr. X su ciò che accadeva durante i capitoli uno e due.
Quindi dopo decenni passati a vedere la storia attraverso gli occhi di Nikki, ora ti sei spostato su Dr. X. Hai anche detto che, essendo tu oggi più vicino alla sua ipotetica età, senti di comprendere meglio il suo punto di vista. Lo consideri ancora un villain? E lui come si vede, come un cattivo o come qualcuno sinceramente guidato da ideali?
GT: Esatto, questa è una domanda molto interessante. È un villain o sta semplicemente seguendo la sua idea, la sua musa, il suo destino? È difficile definirlo. È malvagio? E cos’è il male? Qual è la definizione? Nella sua mente, credo che si veda come un... diciamo, un uomo d’affari, qualcuno che porta avanti i propri affari.
Mindcrime ha sempre avuto forti tematiche politiche e sociali. Ricordo che in una vecchia intervista dicevi che il secondo capitolo era ispirato al fatto che George W. Bush fosse presidente degli Stati Uniti. Anche la situazione globale attuale ha influenzato questo nuovo capitolo?
GT: Probabilmente non in modo diretto. La situazione attuale negli Stati Uniti è forse un po’ più estrema rispetto ai primi anni 2000 e alla fine degli anni '80 quando uscì il primo Mindcrime. Ma, in sostanza, sono sempre le stesse persone al potere.
Ciò che mi ha sempre interessato è come funziona la manipolazione. Per esempio, per convincere le persone ad andare in guerra devi dare loro un motivo per credere che sia reale e che sia patriottico andare a combattere per il proprio paese. Ma gli Stati Uniti non sono davvero sotto minaccia da decenni, probabilmente dalla Seconda Guerra Mondiale. La maggior parte dei conflitti riguarda le risorse. Dove sta il petrolio? Ed ecco che andiamo lì. Le persone al potere hanno manipolato la popolazione facendole credere che sia patriottico combattere per il proprio paese, ma il tuo paese non è sotto attacco, non è nemmeno lontanamente in pericolo. Sono semplicemente persone molto ricche che vogliono che il resto di noi uccida, distrugga e muoia per ciò che loro ottengono in cambio. Quindi è manipolazione, e la gente ci crede. Mandano i giovani in guerra a morire. Per cosa? Perché i ricchi diventino ancora più ricchi e possano possedere più petrolio. Ma ci hanno convinti che sia la cosa giusta da fare.
Hai scritto di questi temi per decenni e risultano ancora incredibilmente attuali oggi. Penso a una canzone come “Surgical Strike”, che descriveva l’evoluzione della guerra già ben 40 anni fa. Mi fa pensare alla Guerra del Golfo e all’Afghanistan, ma suona ancora attualissima oggi. Amo il disco da cui è tratta, "Rage for Order", perché era davvero avanti rispetto al suo tempo. Molte delle cose che vediamo oggi erano già anticipate lì, basti pensare all’automazione della guerra tramite IA e droni, o alle tensioni recenti legate a Trump e aziende di IA come Anthropic. Qual è la tua prospettiva su questo?
GT: Beh, è diventato tutto molto più letale. La tecnologia è migliorata molto, abbiamo creato macchine che combattono al posto nostro, droni che sganciano bombe senza mettere a rischio vite umane. Quindi, in un certo senso è meglio... credo! [ride sarcasticamente] A patto che tu abbia la tecnologia. Se non ce l’hai, sei tu la vittima.
È affascinante, è uscito da poco un film davvero interessante, si chiama “Mountain Head”: parla di cinque miliardari che si ritrovano in un rifugio in montagna. Sono amici dai tempi dell’università e passano la settimana a confrontarsi e sfidarsi. Manipolano i cicli delle notizie per creare isteria di massa e poi investono in aziende che crescono proprio grazie a quella situazione. Ovviamente guadagnano da tutto questo ed è affascinante perché sta succedendo davvero adesso, in tempo reale!
Vedi le notizie e le immagini manipolate, sono talmente realistiche che è difficile distinguere il vero dal falso. È persino possibile vedere un video di una persona che parla e dice cose che non ha mai detto. In questo modo molte persone vengono convinte che stiano accadendo cose che in realtà non stanno accadendo. È molto, molto pericoloso, il terreno ci sta crollando sotto i piedi, siamo nelle sabbie mobili. L’unica cosa che sappiamo essere reale è che possiamo toccarci, ma qualsiasi immagine che vedi è stata manipolata in qualche modo. Lo facciamo anche noi sui nostri siti: ci facciamo sembrare un po’ meglio, un po’ più magri, un po’ più alti. È un mondo incredibile, ma molto difficile da navigare.
È interessante quello che dici, perché oggi viviamo in una società completamente diversa rispetto, ad esempio, al 2010, quando smartphone e social network si sono diffusi su larga scala. Siamo tutti costantemente connessi e sovraesposti, e in molti casi ci mettiamo volontariamente nelle mani – e negli occhi – del pubblico.
Stiamo iniziando a vedere giovani adulti cresciuti interamente in questo ambiente digitale, i cosiddetti “nativi digitali”. Io sono nato negli anni '80 e ho ancora ricordi forti di un passato più “analogico”, quando non avevamo nemmeno internet o i telefoni cellulari. Questo contrasto mi fa pensare alla nostalgia che percepisco ascoltando “I Will Remember”, soprattutto nel verso: “When knowledge was confined, and then we wonder how machines can steal each other’s dreams from points that are unseen”. Mi colpisce molto. Pensi che le nuove generazioni rischino di perdere quel legame con il passato e forse con una dimensione più naturale della vita?
GT: Sai, i miei figli ormai sono grandi, più o meno della tua età. Le cose che interessano loro, quello che fanno, sono molto diverse dai miei interessi e dalle mie esperienze. Per me è difficile relazionarmi con la loro generazione. Posso ancora farlo, ma... sono sempre online, 24 ore su 24, e si fanno influenzare molto da quello che gli altri pensano e dicono! Nella mia generazione questo contava quando eravamo molto giovani, ma crescendo contava sempre meno perché maturavamo e diventavamo più orientati al mondo reale, credo. Temo che i giovani possano non raggiungere mai quell’indipendenza, quella capacità di pensare liberamente. Mi preoccupa perché lo vedo già nei miei figli. E i miei nipoti – mio Dio! – sono completamente sommersi da tecnologia, telefoni e schermi. È un mondo diverso e non so come andrà a finire, ma spero per il meglio, che le persone rimangano connesse tra loro. Ci sono molte storie nei media su come le persone non siano più davvero connesse e non parlino più tra loro. Sempre meno conversazioni, solo messaggi su messaggi...
DP: È veramente strano. Sai, ero su Instagram e mi sono imbattuto in un tipo molto impegnato ad aiutare le persone sulla salute mentale. Il suo consiglio era di spegnere tutto per due o tre ore al giorno. È assurdo che siamo arrivati a questo punto.
GT: Oh sì, ne siamo dipendenti. Meteo, banca, indicazioni, è tutto lì dentro. È difficile staccarsi. Ho anche letto molto sugli effetti della pornografia sui ragazzi. Non hanno relazioni, guardano e imparano da quello, fanno sesso con loro stessi. A lungo termine cosa significherà per la crescita della popolazione?
Alla fine sono tutti problemi legati alla dipendenza da dopamina.
GT: Sì. Inoltre, spesso nella pornografia non c’è una vera connessione emotiva tra le persone, è un mero atto fisico di gratificazione quindi i ragazzi crescono pensando che sia normale e si perdono una parte enorme della connessione umana. Cosa farà questo alla psiche delle persone? Non lo so... io non sarò qui a vederlo! [ride]
È curioso pensare a quanto sia ancora attuale il tema di “Operation: Mindcrime” sulla manipolazione tramite droghe. Nel 1988 si parlava di eroina e uso distorto della religione. Oggi pornografia e social media possono essere considerati strumenti di manipolazione della nostra epoca?
GT: Assolutamente. La dopamina è la droga. Ti bombardi continuamente di piacere dopaminico, cerchi soddisfazione, pacificazione. Il telefono ti dà tutto ciò di cui hai bisogno. Potresti probabilmente scrivere un concept album sui telefoni, tipo: “Odio il mio telefono, amo il mio telefono!” [ride]
Una domanda sulla title track di “Empire”, brano che raffigurava un sogno americano distorto e metteva in luce disuguaglianze sociali e divisioni di classe. Pensi che sia ancora attuale oggi, considerando ciò che sta accadendo nelle società occidentali?
GT: Non è cambiato niente! L’America è uno studio affascinante perché hai tutte queste persone diverse che cercano di vivere insieme con un insieme di regole, e tutti cercano continuamente di cambiarle per andare avanti e diventare più ricchi. È una società molto orientata al denaro. Non abbiamo migliaia di anni di cultura come voi in Italia, per esempio, dove avete già attraversato tutto questo. La vostra cultura ha già fatto guerre, guerre civili, avuto re... dai Cesari fino alla Repubblica, avete già vissuto tutto. Noi abbiamo solo 250 anni, quindi siamo ancora come adolescenti con una brutta acne e strane acconciature.
Ci ritroviamo uno come Donald Trump che in qualche modo è stato eletto. Le persone gli hanno dato accesso ai codici nucleari, è una bomba ad orologeria. Lui dice: “Vedete tutte queste regole? Al diavolo! Faccio quello che voglio e poi corretemi dietro e denunciatemi pure!”. È un modo di pensare strano, ma questo tipo la fa sempre franca. Nessuno lo ferma. Il congresso dice “dovremmo fare qualcosa!”, ma nessuno fa niente e lui continua a fare quello che vuole. È – come disse un comico – un cavallo pazzo in un ospedale. Tutta questa storia dei dazi e tutto quello che sta cercando di fare... non può farlo! Non ha il potere! Sta solo parlando, parlando, parlando, facendo dichiarazioni, ma non sta davvero facendo nulla, sono solo slogan. E quell’attentato, quando è stato colpito all’orecchio? È palese che fosse costruito. Tutti ne parlano, è sui giornali. È stato coinvolto nei file Epstein centinaia di volte. Tutti dicono “bisognerebbe fare qualcosa!”. Però nessuno lo fa. Perché? Perché è costoso. Devi perseguirlo legalmente e questo ha costi enormi. Una persona normale non dirà “faccio causa a Donald Trump”. Servono milioni e milioni. E chi ha il tempo e l’energia mentre cerca di vivere la propria vita? Vuoi davvero sporcarti le mani con una situazione del genere? Perché si sporcheranno davvero, c'è gente che è stata minacciata dalla sua amministrazione.
È tutto molto affascinante da osservare... da lontano [ride]
Parlando di questo mi è tornata in mente una canzone di “Promised Land”, “My Global Mind”. Il testo mostra un paradosso potente: più informazioni riceviamo sul mondo, più possiamo sentirci impotenti davanti ai problemi globali.
A volte è un peso troppo grande per una singola persona e la conseguenza è che si diventa emotivamente insensibili, normalizzando la negatività.
GT: Sì, capisco cosa intendi. Ti desensibilizzi al caos. Quella canzone è stata scritta circa 30 anni fa, ma oggi è ancora più intensa e invasiva. All’epoca i media erano la TV: bastava premere un bottone e, boom, eri in Israele, Afghanistan, Italia... ora è tutto nel telefono.
Mi viene in mente una cosa parlando di IA. Quando Israele e Stati Uniti hanno attaccato l’Iran e l’Iran ha risposto lanciando migliaia di missili, mostravano edifici che crollavano a Dubai, strade distrutte... poi vedi persone online che dicono: “Eccomi sulla spiaggia a Dubai, vedete che non sta succedendo nulla?”. Camminano per strada, prendono un caffè. È folle, no? Chi lo fa? Non può essere solo uno nel seminterrato di casa. Deve essere uno sforzo coordinato di team di PR o media, e ormai ogni azienda li ha.
DP: Sono rimasto molto colpito ieri perché ho fatto un post su Phil Campbell dei Motörhead. L’ho incontrato due volte ai festival con Geoff ed è sempre stato gentilissimo con me. Sono rimasto impressionato dall’IA perché nel post ho scritto che l’avevo incontrato due volte e che entrambe le volte aveva commentato il mio modo di vestire italiano. Poi per curiosità ho cliccato su una funzione dell’IA che chiedeva "qual'è la battuta sullo stile di Dario?". L’IA ha ricostruito perfettamente il mio pensiero, dicendo che probabilmente ero nel backstage di un concerto, con tutti vestiti in modo rock, con magliette e borchie, mentre io ero vestito in modo più elegante. Era esattamente quello che volevo dire. Sono rimasto scioccato, ho detto a mia moglie “è la fine del mondo!”.
GT: Le persone stanno già usando l’IA per scrivere musica. Puoi chiedere una progressione di accordi e ottenere subito qualcosa di accattivante. Ma poi chi la possiede? Puoi ancora metterci il copyright? La musica sta diventando gratuita? Tutto sta cambiando.
Ho visto che avete annunciato un tour nel Regno Unito, ci sono possibilità di rivedervi presto anche in Italia?
DP: Non lo sappiamo ancora per l’Italia, ma sicuramente faremo anche alcune date qui.
Spero davvero che accada presto. Ho visto alcuni dei vostri ultimi concerti del 2025 su YouTube: la band è stata ottima e la tua voce, Geoff, sembra più in forma che mai, addirittura migliorata. Non sto facendo il ruffiano, lo penso davvero. Qual è il tuo segreto?
GT: Beh, anni fa ho fatto un patto con un certo Satana...
Quindi era vero quello che si diceva sull’umlaut nel nome Queensrÿche!
GT: [ride] No, non lo so... lavoro molto duramente per mantenermi in forma. Io e Dario ci alleniamo molto. Beh, abbiamo un brutto vizio, ci piace bere, quindi dobbiamo compensare con attenzione alla dieta e all’allenamento così possiamo continuare a bere [ride]
Una vita senza bere non è davvero vita, soprattutto in tour. La vita è buon cibo, buone bevande, buoni amici, buone relazioni, è questo il senso di tutto. E una giornata di sole come questa in Umbria!
(12 aprile 2026)
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