Presentazione
Analisi, opinioni, fatti e (più di rado) arte da una prospettiva di classe.
02/06/2026
Mosca risponde all’attacco al dormitorio di Starobelsk: pioggia di droni e missili sull’Ucraina
Il Ministero della Difesa russo ha confermato l’operazione, parlando di un attacco diretto contro infrastrutture militari, depositi di carburante, nodi di trasporto e aeroporti. Mosca aveva annunciata che sarebbe arrivata presto la ritorsione per gli atti terroristici di Kiev, che lo scorso 22 maggio ha bombardato un dormitorio studentesco a Starobelsk, nella regione di Lugansk, uccidendo 21 persone.
L’Ucraina, da parte sua, ha respinto le accuse affermando di aver preso di mira un centro di comando per droni. Ma quello del 22 maggio non è l’unico crimine che è stato commesso negli ultimi giorni. Basti pensare al drone guidato con fibra ottica che ha fatto danni alla centrale nucleare di Zaporizhzhia, e di cui, nonostante tutto, i media nostrani faticano ancora a indicarne la “paternità” ucraina.
Nella stessa notte del 2 giugno, le forze armate russe hanno confermato di aver abbattuto 148 droni ucraini diretti su vari obiettivi. Altri devono aver però colpito i propri bersagli. È stato infatti segnalato che, nel territorio di Krasnodar, un drone ha colpito la raffineria di petrolio di Ilsky, un impianto dalla significativa capacità di raffinazione di circa 6,6 milioni di tonnellate all’anno. L’impatto ha provocato un vasto incendio.
Ad ogni modo, il bombardamento russo mostra le netta differenza di possibilità militari tra gli attori in campo, e anche il tentativo di esercitare una certa pressione sull’andamento della guerra, anche in relazione alla disponibilità, da parte degli alleati europei di Kiev, di sedersi a un tavolo di tratttive, consapevoli della propria posizione debole.
Al contrario, i paesi europei continuano a tenere l’atteggiamento di chi ha già vinto una guerra invece disperata. Dopo il tentativo di far passare un drone deviato dagli ucraini e finito in Romania come un attacco russo, è di ieri la notizia dell’ennesimo atto di pirateria, con la Marina francese che, supportata da quella britannica, ha intercettato nell’Atlantico una petroliera considerata parte della “flotta ombra” di Mosca.
Tornando a Kiev, il presidente ucraino Volodymyr Zelensky ha scritto su X che la potenza di fuoco russa mostrata in nottata non fa che confermare la necessità di un maggiore supporto da parte dei paesi occidentali. “L’Europa – ha commentato – ha bisogno della propria difesa antimissile, in modo che questa guerra possa finalmente concludersi. E c’è assolutamente bisogno dell’aiuto degli Stati Uniti nella fornitura di missili Patriot”.
Che la difesa antimissile possa far finire la guerra è un’affermazione piuttosto audace. Piuttosto, si tratterebbe di uno strumento per agitare un certo riequilibrio delle forze in campo prima di sedersi al tavolo delle trattative – comunque da sconfitto. Lo stesso Zelensky, in un’intervista rilasciata il 31 maggio alla CBS News, ha evocato una cruciale “finestra di opportunità” per sedersi e parlare coi russi, prima del prossimo inverno, indicando chiaramente quali dovranno essere i mediatori della sponda europea: Londra, Parigi e Berlino.
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La troika si mobilita, di nuovo
Io non so perché il conduttore della trasmissione televisiva “Che tempo che fa” abbia posto a Christine Lagarde, Presidente della Banca centrale europea, le domande che le ha posto. Lo avrà fatto per tanti motivi ma, comunque, non è importante rifletterci perché erano domande fuori luogo, nate da chi sa quale contorto processo mentale.
Il tema rilevante è un altro: Christine Lagarde non doveva essere lì a rispondere a quelle domande. Sembra incredibile che la Presidente della Banca centrale europea sia andata in una trasmissione televisiva italiana ad esprimere le proprie opinioni su un tema che non rientra nella sua sfera decisionale, bensì in quello della Commissione europea. Che abbia dichiarato la sua contrarietà a concedere all’Italia la possibilità di accedere alla ‘clausola di salvaguardia’ per derogare ai vincoli sul bilancio pubblico fissati dal “Patto di stabilità e crescita”.
Dov’è finita la mitica discrezione dei banchieri centrali?
Dov’è finita la mitica divisione dei poteri delle democrazie liberali europee?
I bilanci pubblici di gran parte dei Paesi membri dell’Unione europea sono sotto stress – e lo saranno per molti anni ancora – a causa del piano pluriennale di riarmo che è stato deciso di attuare. Lo sono persino i bilanci pubblici della Germania, della Francia e dell’Italia, le tre più grandi economie dell’Unione.
Per facilitare il riarmo riducendo lo stress (politico) che il consistente aumento della spesa militare comporta, la Commissione europea ha deciso di permettere ai Paesi di chiedere la deroga ai vincoli del “Patto di stabilità e crescita”. 18 Paesi l’hanno chiesta e ottenuta, tra i quali Germania e Francia. L’ha chiesta anche l’Italia. E Christine Lagarde si precipita in Italia a dire in televisione che la Commissione europea non dovrebbe accettare la richiesta.
Pur trovandosi nella ‘procedura di infrazione’ per deficit pubblico eccessivo, l’Italia può chiedere di utilizzare la clausola di salvaguardia, e spetterà poi alla Commissione europea decidere se concederla o meno. Un deficit eccessivo di un niente, comunque: attualmente il suo disavanzo pubblico è stimato al 3,1%, lo 0,1% oltre il limite massimo. Ma la Presidente della Banca centrale europea ammonisce che le regole devono essere rispettate. In questo caso, tuttavia, non c’è nessuna regola da rispettare, piuttosto una valutazione complessiva che spetta alla Commissione europea.
L’Italia ha fatto richiesta di accedere alla clausola di salvaguardia e derogare ai vincoli del “Patto di stabilità e crescita” – con la consueta confusione e vittimismo, certo, facendo finta di non sapere quanto sia grande, se solo lo volesse esercitare, il peso politico che avrebbe nel Consiglio europeo, considerata la sua dimensione demografica ed economica. Comunque, ora sta negoziando con la Commissione europea. La Presidente della Banca centrale europea non doveva permettersi nessun commento pubblico. Aveva canali istituzionali per esprimere direttamente alla Commissione europea la sua contrarietà alla concessione della deroga.
Ma di quali regole parla Christine Lagarde? L’Italia ha accumulato nel tempo un debito pubblico ben oltre il doppio di quello che secondo le regole del “Patto di stabilità e crescita” dovrebbe avere in proporzione al prodotto lordo. Dovrebbe essere il 60%, ma ha raggiunto il 143%. Però, la si tiene nella procedura di infrazione perché il suo disavanzo pubblico è dello 0,1% oltre il limite.
Ma, chi si è preoccupato delle regole quando, con l’approvazione del PNRR, si è permesso all’Italia di fare circa 120 miliardi di debito? Un’anomalia tanto clamorosa, ma passata inosservata nel dibattito pubblico: la Francia, la Germania e la Spagna (e molti altri Paesi membri) hanno formulato PNRR che non prevedevano neanche un euro di prestito dall’Unione europea.
In Italia la ‘crisi fiscale’ che si trascina da decenni è arrivata al punto di rottura con il Governo Draghi, e il Governo Meloni non ha capito che cosa aveva ereditato. Lo sta capendo in queste settimane, mentre inizia la fase finale della legislatura e si sta entrando in campagna elettorale. Il cerchio si stringe, e Meloni non sa che fare. A sottolineare il fallimento del Governo Meloni entra in gioco in modo irrituale la Banca centrale europea. Interviene anche il Fondo Monetario Internazionale che, preoccupato per bassa crescita e debito pubblico, suggerisce ‘decisive’ misure di politica economica. E, infine, la Commissione europea. La ‘troika’ si mobilita – di nuovo.
Puntualmente, con la ‘troika’ si mobilita anche la tecnostruttura giornalistico-accademica italiana. Leggo oggi su “La Stampa” uno dei suoi più autorevoli membri affermare, tempestivamente, che fare ora più debito peggiorerebbe la situazione delle “donne e dei giovani”. Quello fatto recentemente, invece? Nesso causale misterioso: verità sciamaniche. È iniziato il dibattito pre-elettorale, e la ‘troika’ ha già dettato i temi da svolgere.
L’Italia non è in grado di attuare il piano di riarmo che ha sottoscritto. Non ha le risorse per farlo. (Anche Paesi come Francia e Germania non le hanno e devono indebitarsi – e ridurre la spesa sociale). Inoltre, la crisi energetica ha peggiorato la situazione. In questi anni l’Italia si è indebitata per effettuare gli investimenti previsti dal PNRR ma non ha effettuato, se non in minima parte, quelli previsti dai Fondi strutturali.
La ‘troika’ fa notare che sono lì le risorse finanziare utilizzabili per attuare il piano di armamenti e per superare la crisi energetica. Ma, per realizzare quegli investimenti, l’Italia – come d’obbligo – deve cofinanziarli e le risorse non le ha.
L’Italia avrebbe ora bisogno di un dibattito pubblico – di un giornalismo – capace di declinare la drammaticità della situazione.
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La diatriba sul sovranismo, una tempesta in un bicchiere d'acqua
di Domenico Moro
Sono sinceramente meravigliato del clamore e dell’attenzione che sui social sta ricevendo la recente diatriba tra due professori universitari, Emiliano Brancaccio e Andrea Zhok. Tuttavia, ho deciso anch’io di cedere ai meccanismi “social” ed esprimere il mio parere sulla questione.
L’origine della diatriba nasce da un articolo di Brancaccio sul Manifesto in cui, dalla critica delle scelte economiche meloniane, trae spunto per un attacco contro il sovranismo. A questo punto, Zhok è intervenuto sulla bacheca Fb di Brancaccio dicendo sostanzialmente che si era rotto le scatole di vedere utilizzato il termine sovranismo a sproposito. Per la verità, Zhok ha usato un linguaggio più colorito, che forse avrebbe potuto risparmiarsi.
La risposta di Brancaccio è stata, però, di una arroganza fastidiosa, improntata al concetto “lei non sa chi sono io”, sostenendo che uno come lui, tanto importante da aver avuto interlocuzioni con personaggi come Blanchard (ex capo-economista dell’Fmi), Monti e Prodi, non poteva essere apostrofato in quel modo. Fra l’altro non è detto che essere interlocutori di questi soggetti sia particolarmente significativo della validità del proprio pensiero. Brancaccio, ha poi aggiunto che chi fa il filosofo e non conosce alcune tecnicalità dell’economia (Zhok) farebbe meglio a stare zitto. A questo punto tra i due è iniziata una polemica a distanza con toni personalistici, che ha scatenato i rispettivi fan.
Il problema è, in primo luogo, che i due in questione si comportano come “prime donne”, che interpretano il proprio ruolo su un palcoscenico – quello dei social media – che favorisce e vive di contrasti manichei tra posizioni delineate in modo estremizzato, sulle quali il pubblico di fan si posiziona a mo’ di tifoseria calcistica.
In secondo luogo, questo contrasto tra sovranismo e anti-sovranismo è un falso problema, che, esercitando un po’ di dialettica, potrebbe essere risolto, fra quanti, almeno a quanto dice, si richiamano al marxismo o comunque prendono spunto da Marx. Il cosiddetto sovranismo è declinato in diversi modi, di destra e di sinistra. Comunque, il concetto di fondo è che la globalizzazione dell’economia, e l’affermazione di organismi sovranazionali, ha indebolito lo Stato nazionale a tutto vantaggio delle élites capitalistiche. Tale concetto non è né giusto né sbagliato, dal momento che fotografa un dato di fatto storico. L’errore che entrambi i duellanti in oggetto fanno è di estremizzare tale concetto, ciascuno nella direzione preferita. Come spesso accade, se un concetto o una posizione si estremizzano troppo e si irrigidiscono, diventano inservibili.
Brancaccio ritiene che il sovranismo sia una tendenza sempre nazionalista, reazionaria e di destra, che contraddice il primato della lotta tra capitale e lavoro e contrasta con l’internazionalismo dei lavoratori. In sostanza, Bancaccio qui assume le vesti del difensore del marxismo. Purtroppo, si tratta di un marxismo troppo schematico e semplificato, in cui manca una analisi della composizione di classe delle società capitalistiche e soprattutto dello Stato. Su queste basi, Brancaccio fa dell’attacco al sovranismo una crociata personale che porta avanti da anni. Già nel 2018 criticai su Marxismo oggi un suo articolo sull’Espresso in cui attaccava “l’orrido sovranismo piccolo-borghese”[i].
Zhok, invece, coglie correttamente il legame tra “indebolimento” dello Stato nazionale e peggioramento dei rapporti di forza tra capitale e lavoro. Si rende conto che l’internazionalizzazione dei capitali mina anziché favorire l’internazionalismo dei lavoratori. Tuttavia, anche lui estremizza la questione e finisce per concentrarsi troppo sulla necessità di ristabilire la sovranità dello Stato nazionale, che, di per sé, non significa un miglioramento dei rapporti di forza tra lavoratori e capitale. Soprattutto, enfatizza il carattere “nazionale” della sovranità, in cui rientra anche una critica non proprio centrata dell’immigrazione[ii]. Il che è poi quello che fa scattare i riflessi pavloviani anti-sovranisti non solo di Brancaccio ma anche di altri nel campo, più o meno, marxista.
Il punto, secondo me, è che in certe analisi manca la teoria marxista (magari aggiornata) dello Stato. Lo Stato è sempre lo Stato della classe dominante, ma la forma che assume muta, dipendendo dalla fase, dal modo di produzione e dalla situazione dei rapporti di forza fra le classi. Partendo da questo assunto, si può dire che l’indebolimento dello Stato, specie quello avvenuto nei paesi della Ue e segnatamente in quelli dell’eurozona, non è assoluto, perché molte funzioni dello Stato, pensiamo agli apparati di polizia e militari, si stanno rinforzando. A essere indebolite sono quelle funzioni che ostacolavano o rendevano più difficile la subordinazione della classe lavoratrice e della piccola borghesia al capitale e che erano il risultato della risposta capitalistica alla crisi degli anni ‘30, di rapporti di forza tra capitale e lavoro più favorevoli a quest’ultimo e, last but not least, dell’esistenza dell’URSS e di un campo socialista.
Quindi, ad essere stata messa in discussione non è la sovranità nazionale in senso stretto, ma la sovranità popolare (o democratica, se preferiamo), cioè quei meccanismi, che permettevano alla classe lavoratrice di esercitare la lotta di classe in modo più agevole. Ad esempio, i vincoli di Maastricht rappresentano una camicia di forza per le scelte di governi e parlamenti, nel caso in cui dovessero cedere a richieste dal basso, anche solo per ragioni elettoralistiche. Questo, naturalmente non significa che nella Prima repubblica, precedentemente alla UE e dell’euro, fossimo in una sorta di società ideale, come alcuni tendono a rappresentarsi. Ad ogni modo, la sovranità, che taluni, fra cui il sottoscritto, rivendicano a sinistra, è quella democratica e popolare.
Un altro aspetto della teoria marxista che viene trascurato è quello dell’analisi della composizione di classe. In una società capitalistica, anche in una polarizzata e con una forte concentrazione e centralizzazione di capitale, permangono larghi strati intermedi. Inoltre, permangono anche molte differenze e divari anche tra i lavoratori salariati. Quindi, assumere una posizione tale per cui si condanna il sovranismo come tendenza piccolo-borghese, oltre a non essere corretta in senso generale, implica assumere un posizionamento politico che ignora la necessità delle alleanze di classe e di staccare almeno una parte della piccola borghesia dal capitale vero e proprio. Il vero nemico è rappresentato dal capitale, che, anche quando fa critiche alla UE (come in questi giorni ha fatto Confindustria), rimane profondamente europeista oltre che atlantista.
Parlare di sovranità democratica, e pertanto criticare la UE e l’euro (e la Nato) e finanche metterne a programma la fuoriuscita, in uno Stato borghese non è un cedimento al nazionalismo. Rientra, invece, in questo contesto e in questa fase storica, all’interno di una strategia di lungo periodo di superamento del capitalismo, che deve essere modulata a seconda delle condizioni concrete esistenti.
Dall’altra parte, però, la rivendicazione della sovranità popolare deve fare i conti anche con la presenza di forze reazionarie e frazioni capitalistiche che declinano la questione della sovranità in termini nazionalisti e xenofobi, cercando di utilizzarla a proprio favore. Si tratta di settori politici, come Fratelli d’Italia, la Lega, ecc. il cui “sovranismo”, però, lascia presto il posto ai “necessari” adeguamenti ai vincoli europei e atlantici, come è accaduto al governo, presunto sovranista, di Meloni. Più che attaccare la Meloni perché è sovranista, quindi, dovremmo denunciarne la mancanza di rispetto della sovranità, popolare e democratica, e l’allineamento reale all’UE, alla Nato e agli Usa. Al tempo stesso, rivendicare la sovranità “nazionale” in un paese che, malgrado tutta la sua attuale subalternità agli Usa, è stato sin dalla fine dell’Ottocento e rimane ancora oggi imperialista, è piuttosto fuori luogo. Anche la determinazione con cui alcuni “sovranisti” di sinistra giudicano l’Italia una colonia e la sua classe capitalistica come una classe compradora è fuorviante. Ma qui ci sarebbe la necessità di riportare in auge un’altra decisiva teoria marxista, quella dell’imperialismo, e non è il caso in questa sede.
Quindi, estremizzare i concetti, nella fattispecie quello di sovranità, crea confusione e divisioni all’interno del campo anticapitalista (e marxista), che francamente sarebbe meglio evitare. La diatriba tra Brancaccio e Zhok può essere letta come uno scontro accademico fra professori universitari. In realtà, è il prodotto di un problema molto più importante: l’assenza della politica o meglio del connubio che deve sempre esistere tra politica e teoria, tra obiettivi pratici e riflessione, allo scopo di modificare la realtà a favore della classe lavoratrice. Se non si tengono in conto i risvolti pratici del proprio teorizzare, si rischia di andare fuori strada. Certo, cercare di elaborare e, ancor più, mettere in atto una politica marxista è molto più complesso e faticoso che fronteggiarsi sui social, dal momento che si deve agire concretamente tenendo conto contemporaneamente di una moltitudine di variabili interdipendenti. Ma non si può non “fare politica”. È, questo, è un problema non solo di Brancaccio e di Zhok, ma di tutti noi, a fronte della frammentazione organizzativa e della inconsistenza politica esistente.
Zhok e Brancaccio hanno indubbie qualità personali, ma se le usano in questo modo, l’unico risultato che ottengono (forse) è quello di aumentare la loro visibilità, ma certo non ci aiutano molto. Anzi replicano il fenomeno, oggi molto diffuso, della divisione in tifoserie contrapposte, che è il prodotto, oltre che del sistematico smantellamento dei partiti di classe e del marxismo, anche di anni di talk show televisivi e di social, a partire da Facebook. Forse, più che scontrarci e continuare a dividerci su singole parole o formulazioni (sovranismo, uscita o no da UE ed euro, rossobrunismo), dovremmo confrontarci realmente tra noi, partendo dal concreto e valutando insieme se quello che facciamo o diciamo è funzionale con gli scopi finali, che, mi pare, non teniamo in debita considerazione. Forse, in questo modo, supereremmo tante divisioni inutili e saremmo più forti nei confronti del nostro vero avversario, il capitale e la sua forma imperialista.
Note
[i] Domenico Moro, “Gli ex combattenti della grande guerra e il sovranismo piccolo borghese, analogie ed errori a cento anni di distanza”, Marxismo oggi, 2018.
[ii] Andrea Zhok, “Qualche riflessione sul problema migratorio”, Italiaeilmondo.com, 28, settembre 2019.
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Punizione collettiva per Hüseyin Doğru, giornalista sotto sanzioni UE
Le sanzioni UE contro il giornalista berlinese di origini turche Hüseyin Doğru hanno raggiunto persino la madre. Doğru era finito nel 17esimo pacchetto di sanzioni contro la Russia, varato nel maggio 2025. L’accusa, costruita senza prove, è stata quella di intrattenere legami con emittenti straniere riconducibili a Mosca.
Secondo le ricostruzioni di altre testate indipendenti, la vera ragione del provvedimento risiede nella copertura giornalistica che Doğru ha dedicato alla striscia di Gaza e alle proteste pro-Palestina in Germania, posizioni apertamente in contrasto con la linea ufficiale della cancelleria tedesca.
Nessuna accusa o ipotesi di reato è stata formalizzata per l’attività del giornalista, perché non c’era nulla da usare, e si sarebbe dunque ricorso al regime sanzionatorio comunitario, un meccanismo amministrativo che scavalca i tradizionali diritti alla difesa. Ma oltre a ciò, ora la punizione europea per aver esercitato la propria libertà di espressione e di informazione è stata trasferita anche alla sua famiglia.
Senza alcuna comunicazione preventiva da parte delle autorità tedesche, sia il conto corrente sia il deposito titoli della madre di Doğru, una semplice pensionata, sono stati congelati. In passato al giornalista era stato a lungo impedito anche di accedere al minimo esistenziale autorizzato dalle sanzioni (poco più di 500 euro al mese), e a marzo anche il conto della moglie era stato temporaneamente bloccato. È bene ricordare che Doğru ha tre figli, di cui due di tenerissima età.
Ora la punizione collettiva della “democratica” UE si abbatte anche sulla madre pensionata, per privare l’intero nucleo familiare di qualsiasi mezzo di sostentamento. Il caso Doğru rappresenta un precedente inquietante per il giornalismo europeo, mostrando come le misure che vengono presentate come contrasto alle ingerenze straniere sono in realtà strumenti politici di cancellazione di qualsiasi voce critica.
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Il nucleare diventa il terminale di destinazione del risparmio globale. Per far reggere la bolla
di Alessandro Volpi
La crisi energetica dei combustibili fossili, “la fame” dell’intelligenza artificiale, l’illusione dei bassi costi e del ridotto impatto ambientale del nucleare stanno spingendo in alto i titoli delle società che si occupano di questa forma di energia e stanno attirando nel settore i grandi gestori del risparmio internazionale. Le società che si occupano di energia nucleare si dividono principalmente in tre categorie: i produttori di energia (utility), i “minatori” di uranio e gli sviluppatori di nuove tecnologie.
Per quanto riguarda il primo gruppo, le utility, sono i titoli che hanno performato meglio grazie ad accordi con le Big Tech (Microsoft, Amazon, Google). In particolare, Constellation energy, che è il più grande operatore nucleare negli Stati Uniti, ha registrato tre il 2024 e il 2025 un tondo +100%, anche per la riapertura della centrale di Three Miles Island in seguito a un accordo ventennale con Microsoft. I suoi azionisti principali sono Vanguard Group (circa 11%), BlackRock (9%) e State Street. I tre “padroni del mondo”.
C’è poi Vistra Corp. Nel 2025 è stato uno dei migliori titoli dell’S&P 500, con crescite superiori al 150% in alcuni periodi. Vanguard Group è il primo azionista, con una quota che oscilla tra il 10% e il 12%, BlackRock, il secondo, con una quota intorno all’8-9% e State Street Corporation, il terzo, detiene circa il 4-5%. Nella proprietà sono presenti anche Fmr (Fidelity Investments) che detiene una quota significativa (circa il 5%), Capital Research & Management e Oaktree Capital Management. Nel 2024, Vistra ha completato l’acquisizione di Energy Harbor (operazione che le ha permesso di ottenere le centrali nucleari Beaver Valley, Davis-Besse e Perry). In questa operazione, alcuni dei precedenti azionisti di Energy Harbor (spesso fondi di investimento speculativi o specializzati in ristrutturazioni) hanno ricevuto azioni Vistra, entrando nella compagine sociale.
È evidente quindi che sul versante delle utility dell’energia, il nucleare è un oggetto ormai controllato dai grandi fondi, il cui obiettivo è trasferirvi risparmi gestiti, attraverso i propri prodotti finanziari, capaci di sfruttare e tenere alti i rendimenti dei titoli di tali società. Il nucleare diventa quindi il terminale di destinazione del risparmio globale per far reggere la bolla, naturalmente in una sinergia con l’azione delle Big Tech di cui gli stessi grandi fondi sono azionisti. Peraltro, Constellation e Vistra stanno aumentando i dividendi e i piani di riacquisto di azioni proprie grazie ai flussi di cassa stabili, in modo da essere ancora più appetitose.
I giganti dell’uranio sono fondamentalmente due. Il primo è Cameco, con sede in Canada, che è il principale produttore quotato in Borsa al mondo. Il suo titolo ha registrato un forte rialzo (+50% nel 2025) e ha migliorato i propri conti per effetto del possesso del 49% di Westinghouse, che, come è noto, costruisce i reattori. Anche qui gli azionisti principali sono i grandi fondi, a partire da BlackRock e Vanguard, insieme a Brookfield asset management (tramite la partnership per Westinghouse). L’altro gigante è Kazatomprom, il più grande produttore mondiale in termini di volume. In questo caso il controllo è del fondo sovrano del Kazakistan (Samruk-Kazyna) per il 75%, il resto è quotato a Londra e Astana, con una forte presenza dell’immancabile BlackRock.
Infine, per quanto riguarda la tecnologia un hanno rilievo importante le società che sviluppano mini-reattori prefabbricati, i cui titoli sono più volatili e ancora più speculativi. Solo per ricordare alcune di tali società è possibile citare NuScale Power, la prima ad avere un design approvato negli Stati Uniti, Oklo, sostenuta da Sam Altman (amministratore delegato di OpenAI), GE Vernova, spin-off di General Electric. Di nuovo gli azionisti sono i grandi gestori del risparmio a cominciare da T. Rowe Price e proprio Vanguard.
Questa breve fotografia del settore consente di fare alcune considerazioni di natura generale. In primo luogo, i titoli di tutte queste società stanno correndo al rialzo, configurando un’ulteriore bolla. Inoltre, a sostenere la speculazione contribuisce la presenza nel loro azionariato dei grandi gestori che stanno drenando il risparmio diffuso in tale direzione e creando una vera e propria filiera di destinazione delle risorse liquide disponibili verso nucleare, Big Tech e società di cui le Big Tech hanno bisogno, a partire dal cloud, in una catena nelle mani di un vero e proprio monopolio finanziario. Un ulteriore, decisivo sostegno proviene dalla politica, nel cui ambito cresce il numero delle forze partitiche che celebrano il nucleare come la soluzione inevitabile per la crisi energetica. Infine, nella stessa direzione si muovono le narrazioni mediatiche che legano l’insicurezza energetica determinata dalle guerre “all’errore” per molti Paesi di aver abbandonato le centrali atomiche.
Basta mescolare questi ingredienti e la bolla nuclearista è servita, in cui uno spazio, seppur limitato, ha anche il nucleare “finanziario” italiano. La società Newcleo è una realtà con sede a Parigi, fondata e guidata da Stefano Buono e con una base azionaria fortemente italiana, avendo tra gli investitori gli Elkann di Exor Seeds, esponenti della famiglia Malacalza e veicoli riconducibili alla famiglia Petrone. Tale società, in cui sembra che anche il Governo Meloni voglia mettere qualche decina di milioni di euro, sta completando il percorso di quotazione a Wall Street, con sbarco previsto sul Nasdaq nel secondo semestre del 2026 attraverso la fusione con una Special purpose acquisition compan (Spac), in pratica una scatola vuota, in un’operazione che valuta la società circa 2,4 miliardi di dollari. Lo schema è simile a quello utilizzato da altre startup del settore nucleare. Newcleo si fonderà con la Spac newyorkese NewHold Investment Corp III: una simile operazione dovrebbe iniettare nelle casse dell’azienda ben 420 milioni di dollari. La società, essendo ancora molto lontana dalla fase commerciale, non è oggi redditizia e, anzi, nel 2024 avrebbe registrato perdite per circa 110 milioni di dollari. Meglio, allora, intanto guadagnare in termini finanziari e a godere della cuccagna nuclearista.
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01/06/2026
Colombia al ballottaggio tra estrema destra e Pacto Historico, che denuncia brogli
Nessun candidato ha raggiunto la metà dei voti necessari per evitare il secondo turno, ma le preferenze si sono suddivise in maniera molto netta tra l’avvocato penalista Abelardo de la Espriella (Defensores de la Patria), che ha ottenuto il 43,7% dei consensi (circa 10,3 milioni di voti) e il senatore Iván Cepeda Castro (Pacto Histórico), che ha raggiunto il 41,1% (9,6 milioni di voti).
L’affluenza complessiva è stata di quasi 24 milioni di elettori (su 40 milioni di aventi diritto), con un aumento di quasi due milioni e mezzo di votanti rispetto al 2022. La destra conservatrice neoliberale uribista (dall’ex presidente Álvaro Uribe Vélez) viene subito dopo, ma senza raggiungere il 7% dei voti: la partita è stata a due già al primo turno.
Abelardo de la Espriella, soprannominato “El Tigre” dai suoi sostenitori, nei sondaggi delle ultime tre settimane è passato dal giocarsi un posto al ballottaggio con l’uribista Paloma Valencia ad essere il favorito della competizione elettorale. Outsider della politica, con una retorica ultra-nazionalista e militarista ha fatto campagna soprattutto su temi di sicurezza nazionale.
I punti chiave del suo programma ricalcano i metodi della (fallimentare, è bene ricordarlo) presidenza di estrema destra di Nayib Bukele, in El Salvador: arresti di massa e sospensione temporanea di alcuni diritti civili per imporre l’ordine nei territori piagati da organizzazioni del narcotraffico, il tutto affiancato, ovviamente, dalla costruzione di carceri di massima sicurezza a gestione privata. Dal punto di vista economico, l’idea è quella di tagliare le spese pubbliche cancellando circa 700 mila impieghi pubblici.
Dall’altro lato della barricata c’è Iván Cepeda, figlio di un leader comunista assassinato anni fa da gruppi paramilitari. Cepeda incarna la continuità con l’agenda sociale di Gustavo Petro e difende il progetto della “Paz Total”, basato sulla negoziazione e la riconciliazione con tutte le formazioni armate attive nel paese. Cepeda insiste sulla necessità di preservare la sovranità nazionale e i diritti civili, opponendosi fermamente ai piani di militarizzazione totale e alle influenze statunitensi.
Proprio questi due sono stati elementi centrali nella campagna elettorale. Trump si è messo a capo di una “alleanza internazionale” di estrema destra attraverso cui porre un’ipoteca sulle esperienze progressiste delle Americhe. E de la Espriella è ben conosciuto tra i repubblicani stelle-e-strisce, dato che dal 2018 ha donato loro ben 95 milioni di dollari, mentre oggi si dice disposto ad offrire agli USA le ricchezze dell’Amazzonia colombiana.
Dall’argentino Milei all’ecuadoriano Noboa, passando anche per ingerenze sioniste, sono stati mossi soldi e forze armate per creare un clima di emergenza e insicurezza continua in Colombia, a cui è stata aggiunta una vergognosa campagna di disinformazione contro la figura di Cepeda. Il terreno adatto per far crescere i consensi intorno a de la Espriella.
Ma a quanto denuncia il Pacto Historico, l’attività destabilizzante dell’estrema destra colombiana e dei suoi legami internazionali non si sarebbe fermata fuori dalle urne. Sia Petro che lo stesso Cepeda hanno congelato il riconoscimento dei risultati, denunciando anomalie macroscopiche nel censimento elettorale gestito dalla società privata incaricata dei servizi tecnici, attendendo i dati ufficiali delle Corti di Giustizia.
“Il cosiddetto conteggio trasmesso non ha forza vincolante”, ha detto Petro. “Come presidente, non accetto i risultati del pre-conteggio della ditta privata dei fratelli Bautista (l’azienda che si occupa di stampare le carte di identità -ndR), perché gli algoritmi del software di conteggio nell’ultima settimana sono stati modificati in tre occasioni, aggiungendo 800.000 schede di persone che non si sono presentate nel censimento ufficiale”.
La risposta di de la Espriella non si è fatta attendere, facendo addirittura “un appello formale all’esercito affinché attivi i meccanismi costituzionali se il governo tenterà di ignorare il voto”. Un avvertimento verso il ballottaggio, che ora rappresenta il vero traguardo della vicenda elettorale colombiana.
Sebbene Paloma Valencia abbia immediatamente garantito l’appoggio a de la Espriella, bisogna ricordare che alla scorsa tornata elettorale ci furono addirittura più votanti che al primo turno, e ciò favorì il Pacto Historico che superò largamente gli 11 milioni di voti. La partita è aperta, ma la polarizzazione politica del paese assume sempre più toni guerreschi: c’è da mantenere alta l’attenzione.
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Israele pratica la guerra totale in Libano. Beaufort un simbolo da cancellare
Nella guerra totale scatenata contro il Libano truppe israeliane hanno distrutto e conquistato il castello di Beaufort, e la cresta strategica che lo circonda nel sud del paese. È un aspetto dell’invasione israeliana del Libano dal forte sapore simbolico.
La conquista di un castello medievale dei crociati da un lato vuole marcare l’impronta israeliana nel paese ben oltre la zona di demarcazione nota come la “Linea Gialla” stabilita in aprile dopo il cessate il fuoco. Dall’altra ha inteso distruggere l’icona di una sconfitta israeliana nell’invasione israeliana del 1982 nel quadro dell’operazione “Pace in Galilea”. In quel castello e su quella cresta, i combattenti palestinesi diedero tanto, tantissimo filo da torcere alle truppe israeliane da diventare un simbolo.
Il Castello di Beaufort, conosciuto in arabo come Qalaat al-Shaqif, è un punto strategico che domina vaste parti del sud del Libano e del nord di Israele. Si trova a circa 5 km dalla principale città del Libano meridionale di Nabatieh.
Le truppe israeliane avevano già conquistato a caro prezzo il castello nel 1982 e lo avevano mantenuto fino al loro ritiro dal Libano nel 2000.
Quel simbolo andava cancellato con una modalità che ricorda molto l’esperienza distruttiva della abbazia di Monte Cassino nella Seconda Guerra Mondiale. Anche in questa occasione a Beaufort ci sono stati giorni di intensi combattimenti e attacchi aerei israeliani contro i combattenti di Hezbollah nell’area.
Il ministro della Difesa israeliano Katz ha annunciato che le truppe israeliane sarebbero rimaste nel castello come parte della “zona di sicurezza” israeliana in Libano.
Domenica pomeriggio, l’esercito israeliano ha effettuato i suoi attacchi aerei più intensi sull’antica città costiera di Sour, nota anche come Tiro e che ha quasi duecentomila abitanti.
I bombardamenti ha distrutto diversi edifici nel centro città, causando numerose vittime, secondo i media locali. Le riprese hanno mostrato distruzioni diffuse mentre squadre di soccorso e emergenza si precipitavano nell’area. Il primo ministro israeliano Benjamin Netanyahu ha dichiarato domenica di aver ordinato alle truppe di avanzare ulteriormente in Libano.
L’esercito israeliano ha emesso un nuovo ordine di espulsione di massa degli abitanti in tutte le aree a sud del fiume Zahrani ma a nord del fiume Litani, estendendosi per circa 40 km dal confine. In pratica si sta operando una pulizia etnica degli abitanti libanesi riducendo le aree conquistate a terre di nessuno sotto controllo israeliano.
In queste ore almeno 16 persone sono state uccise e 34 ferite negli attacchi israeliani, portando il bilancio delle vittime in Libano a 3.371 e quello dei feriti a 10.129 dall’inizio della guerra il 2 marzo, secondo il ministero della salute libanese. In una dichiarazione, il ministero ha dichiarato che l’attacco alla città di Deir Zahrani, nel distretto di Nabatieh, ha lasciato altri 19 feriti, tra cui cinque bambini e sei donne.
L'emittente israeliana Canale 14 ha riferito che Netanyahu e Katz “sono inclini ad approvare grandi attacchi in tutto il Libano, inclusi gli avvisi di evacuazione che riguardano centinaia di migliaia di libanesi”.
È ormai evidente come Israele stia giocando pesantemente la carta della guerra in Libano per condizionare i negoziati tra Stati Uniti e Iran. Tel Aviv ha bisogno della guerra come l’aria e teme una tregua – o peggio ancora la pace – come un ostacolo da rimuovere a tutti i costi nella sua strategia di espansione regionale.
Hezbollah ha lanciato molteplici attacchi contro il nord di Israele durante il fine settimana e si è scontrato con soldati israeliani che occupavano il sud del Libano. Il movimento di resistenza libanese ha dichiarato che sta affrontando le forze israeliane ai margini delle città di Zawtar al-Sharqiyah, Yohmor al-Shaqif e Dibbine, aggiungendo che le truppe “non erano ancora riuscite a prendere il controllo delle città”.
Allo stesso tempo, secondo il Comando del Fronte Interno israeliano, sono suonate sirene d’allarme nelle città settentrionali di Karmiel e Safad. Domenica risultava che un soldato israeliano è stato ucciso il giorno precedente da un attacco con droni esplosivi di Hezbollah, portando a 25 il numero di soldati israeliani uccisi in Libano dall’inizio di marzo. Secondo un report dell’emittente pubblica israeliana Kan, le capacità dei droni di Hezbollah stanno limitando l’80 percento degli attacchi israeliani nel sud del Libano.
L’imbroglio dei negoziati a Washington
Mentre le truppe israeliane continuano le operazioni militari, le delegazioni di Libano e Israele hanno proseguito i colloqui a Washington nei negoziati mediati dagli Stati Uniti previsti anche per questa settimana ma di cui è evidente la totale inutilità di fronte alle operazioni sul campo.
Sul reale significato dei negoziati è illuminante quanto afferma oggi sulle pagine de Il Fatto lo storico israeliano Lee Mordechai: “Viene proclamato il cessate il fuoco, ma è una tregua in cui una parte è tenuta a fermare le ostilità e l’altra no. Nei media questo raramente viene presentato come una violazione. Le parole stanno perdendo il loro significato”.
Il Primo Ministro libanese Nawaf Salam ha dichiarato che l’esito delle trattative “non è garantito”, ma le ha definite “la strada meno costosa per il nostro paese e il nostro popolo”. Funzionari statunitensi hanno presentato una proposta per la graduale de-escalation delle ostilità in Libano. Secondo la roadmap proposta dagli USA, Hezbollah fermerebbe gli attacchi contro Israele in cambio dell’astensione di un’ulteriore escalation a Beirut.
Secondo quanto riporta The Cradle, circola l’ipotesi della creazione di una “unità speciale” per procedere al disarmo dei combattenti di Hezbollah. Questa sarebbe di fatto una unità militare separata dalla catena di comando ufficiale delle Forze Armate Libanesi (LAF) e legata invece alla sala operativa del “meccanismo” che supervisionerebbe gli accordi di cessate il fuoco nel Sud del Libano. Il pericolo di questa proposta non risiede solo nella missione assegnata a tale forza, ma nella natura stessa del suo comando.
Stando alle fonti raccolte de The Cradle, l’autorità dell’unità sarebbe di fatto legata ai comandi statunitensi, piuttosto che al comando delle Forze Armate Libanese. Ciò equivarrebbe alla creazione di un organismo militare eccezionale, più simile a un esercito nell’esercito che a una normale unità militare libanese.
Israele ha coordinato l’espansione delle sue operazioni militari in Libano con l’amministrazione statunitense, riferisce la tv israeliana Canale 15, sottolineando il coinvolgimento di Washington mentre Israele approfondisce la sua offensiva sul territorio libanese. Citando fonti informate, l’emittente ha affermato che i funzionari israeliani si sono consultati strettamente con i loro omologhi statunitensi prima di ampliare le operazioni militari nel sud del Libano.
Ma secondo quanto riferito dalla televisione israeliana Canale 13, Israele sta valutando una significativa espansione della sua campagna militare in Libano, inclusa la possibilità di prendere di mira la stessa Beirut.
La Francia ha richiesto una sessione d’emergenza del Consiglio di Sicurezza delle Nazioni Unite sul Libano mentre si intensificano gli attacchi israeliani.
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