Una decina di giorni fa ho avuto modo di vedere a Bologna il documentario “D’Istruzione Pubblica” di Federico Greco e Mirko Melchiorre – ultimo atto di una trilogia contro il neoliberalismo. Cinema pieno, lunghe code all’ingresso, molti non sono riusciti a entrare.
Il documentario ha avuto evidentemente il merito – oggi tutt’altro che scontato – di riportare al centro del dibattito pubblico una questione strutturale, che in molti evidentemente sentono come urgente: l’istituzione scolastica è stata progressivamente investita dalle politiche neoliberiste e dalle esigenze del capitalismo contemporaneo, le conseguenze sono potenzialmente spaventose e coincidono con lo smantellamento del mandato costituzionale della scuola pubblica la quale costituisce uno degli snodi cruciali attorno a cui si avvita il nostro sistema di riproduzione sociale.
Essa continua ad essere un bivio che potenzialmente detiene in sé qualità morfogenetiche in senso più o meno progressista, altre volte più banalmente si limita a riprodurre l’esistente.
L’idea – formulata nel documentario da Miguel Benasayag – che il problema non sia semplicemente insegnare diversamente sempre allo stesso essere umano, ma insegnare diversamente per produrre un altro essere umano, individua con lucidità la posta in gioco antropologica dell’istruzione oggi.
La scuola in questa prospettiva contribuisce a fabbricare soggettività precarie e sradicate, soggetti obbedienti poco consapevoli di sé e del mondo che li circonda, facilmente strumentalizzabili dal sistema. In questo senso, il film coglie un punto veritiero e urgente: la scuola di oggi è sempre meno un’istituzione autonoma di formazione critica, ma si pone come anticamera del mondo del lavoro, luogo di addestramento alla flessibilità, alla valutazione, alla meritocrazia che funge da anticamera alla legge dell’homo homini lupus. Per fare questo coscientemente o meno essa si sta impegnando con vari mezzi a creare un homo novus; non si limita più, soltanto, alla riproduzione dello status quo, come già Bourdieu denunciava negli anni ’70.
Uno dei migliori libri sulla scuola di oggi d’altronde l’ha scritto Andrea Caroselli un paio di anni fa, e la chiave di lettura sugli Istituti Tecnico Professionali che restituiva la sua etnografia era proprio questa: si tratta di palestre di precarietà, serbatoi di segregazione educativa, i ragazzi che li frequentano presagiscono bene il destino di cui quelle aule non sono che l’anticamera, anche per questo non sono pronti a riconoscere alla loro scuola alcuna autorevolezza nel loro destino.
Preferire la strada al mondo della civiltà che li vuole precari, flessibili e obbedienti coincide con la rinuncia al riscatto sociale, un’affermazione di ordine sottrattivo forse, un “diteci ciò che non siamo/ciò che non vogliamo”, un rien ne va plus giocato a rovescio che meriterebbe di essere preso in serissima considerazione.
Invece, di questo il documentario non si occupa, come del fatto che tutto il nostro sistema scolastico sembra convergere verso tunnel di smistamento che poco hanno a che fare con il merito, molto di più con la fortuna di essere ben nati: i numerosi studi critici sul sistema di orientamento italiano lo argomentano (in particolare si veda De Feo, Romito, Pitzalis); le statistiche PISA-OCSE Invalsi sulla scuola italiana lo dimostrano.
La nostra scuola è una scuola di classe (come argomenta nel suo bellissimo saggio Michele Arena): i figli dei dottori sono tutti al liceo, (magari imbottiti di ripetizioni private), mentre la prole degli operai abita le aule dei professionali. Ma perché le cose vanno così? Come mai al sistema interessa ottenere questo risultato? In che modo diversamente uguale licei ed Istituti Professionali assolvono allo stesso compito?
D’Istruzione Pubblica non approfondisce questi aspetti, ma si limita a riprendere un vecchio discorso su competenze, autonomia scolastica, ruolo del digitale e performatività sostenendo che essi non siano strumenti neutri, ma elementi di un dispositivo più ampio che allinea la formazione alle esigenze del mercato. L’analisi – sebbene a tratti sino a qui ben riuscita –, subisce un arresto poderoso quando procede a saldare una critica legittima alle politiche scolastiche neoliberiste con un attacco generalizzato alla pedagogia, trattata come se fosse pensiero unico funzionale al capitale.
Il risultato è a dir poco sconfortante: oltre ad essere un’operazione politicamente controproducente e palesemente superficiale, ciò è funzionale a deviare legittimi interrogativi volanti contro solide mura di spilli. Ad un certo punto si ha fortissimamente l’impressione che Jean Jacques Rousseau sia ritenuto l’artefice inconsapevole della sciagura nostra, reo di aver sostenuto nel 1700 l’esigenza di scagliare inconsapevoli selvaggi alla conquista delle polverose scuole occidentali (che ancora non esistevano di fatto) con il fine di distruggerle, brandendo il vessillo dello stato di natura.
Ironia a parte si rimane storditi davanti a una lettura che palesemente ignora o sceglie di non considerare la portata potenzialmente rivoluzionaria del pensiero di Freire, bell hooks, Don Milani, Freinet, Deligny, Montessori, Canevaro, Dewey, Steiner e molti altri. Il fatto è che costoro nella nostra scuola sono entrati poco (nel migliore dei casi dalla finestra) o non sono entrati affatto (per lo più). Nella nostra scuola sono entrate le tre I, l’ideologia del merito, la burocratizzazione feroce dei processi a discapito dei contenuti, la digitalizzazione, la retorica delle competenze, il pedagogese mostrificato, la patologizzazione delle differenze: ma non costoro. Sostenerlo equivale a scambiare la ruggine con il metallo.
Nel film la soluzione sembra poi coincidere con un ritorno alla scuola degli anni Sessanta, presentata come se fosse stata neutra o addirittura emancipativa, mentre era – lo sappiamo – profondamente sessista, colonialista, autoritaria, classista e del tutto cieca rispetto alle discriminazioni razziali e abiliste. Questo è il momento in cui l’analisi del documentario abortisce, proprio nel momento in cui dovrebbe partorire: un corto circuito fa poi sì che si faccia buio cosicché la lettura degli autori antisistema coincide in qualche modo con quella dei coniugi Mastrocola-Ricolfi, i passatisti autori di un tanto famoso quanto detestabile saggio di matrice esplicitamente conservatrice.
Meotto ha ragione quando insiste sul fatto che molte innovazioni pedagogiche, anche quando si presentano come progressiste, nascono dentro una ristrutturazione neoliberale dei sistemi educativi e rischiano di funzionare in senso contrario.
Liquidare in blocco la pedagogia democratica, tuttavia, significa, come sostiene legittimamente Raimo, delegittimare pratiche reali di resistenza quotidiana, portate avanti da docenti che cercano – spesso in condizioni materiali difficilissime – di contrastare razzismo, abilismo e disuguaglianze di classe che abitano le nostre scuole di oggi e che sono funzionali al sistema tanto quanto la meritocrazia, la digitalizzazione e le competenze del libro bianco di Lisbona.
L’unico modo che hanno per sopravvivere nel nostro sistema d’istruzione i ragazzini che arrivano in Italia da altri paesi – in particolare dopo i 14 anni – con differente bagaglio linguistico e magari da diverso alfabeto è aggrapparsi al rispetto di un PDP, che spesso i loro docenti riconoscono a stento; attaccarsi alle mappe, alle semplificazioni che, per legge, sono loro dovute.
L’alternativa è lasciare questi studenti senza diploma, privarli del diritto all’istruzione e farne carne da macello precaria, sottopagata, senza diritti nel migliore dei casi, wretch of the hearth nei peggiori: la loro colpa, sia chiaro, è il non essere ben nati. Da qualche decennio gli studi di Wacquant ci dicono che in questa fase di capitalismo avanzato, dal welfare state stiamo migrando verso un workfare state, dove chi non ha lavoro non è più titolare di diritto: anche questo è un tema su cui la scuola di oggi – specialmente gli ITP – è chiamata ad interrogarsi.
D’Istruzione Pubblica sceglie di risolvere la contraddizione e la complessità per sottrazione, invece che per approfondimento, dimostrando una preoccupante superficialità d’analisi anche quando si decide di affidare l’esemplificazione di problemi e soluzioni ad un solo istituto comprensivo, diretto dal Preside Varaldo, ignorando la variegata molteplicità della scuola italiana.
In particolare rimane colpevole la scelta di escludere dall’analisi la verità degli Istituti Professionali, vero liquido di contrasto della scuola italiana, abitati da un 50% di studenti di background migratorio, nonché da tassi allarmanti di ripetenti già in prima. Che fare in una scuola siffatta, (stando alle tesi degli autori) se non abolirla? È evidente che il problema è sistemico e la soluzione più complessa di un ritorno al passato.
Lo stesso vale per la sacrosanta critica che il documentario coraggiosamente suggerisce rispetto alla patologizzazione della differenza, di cui le Disability Critical Race Theories (in Italia ancora sconosciute ai più, sebbene proprio una connazionale, Valentina Migliarini, sia tra le sue esponenti più acute) parlano da tempo. È evidente che la scuola è sempre più un’agenzia dello Stato deputata a smistare verso l’accademia, l’industria, i reparti di psichiatria, i servizi sociali, le carceri (forse presto la leva)... ma la cosa va dovutamente contestualizzata per essere decostruita e combattuta, cosa che il documentario non fa.
Non possiamo pensare di risolvere l’insorgenza impressionante di certificazioni ignorando in blocco le difficoltà che stanno a monte di quelle manifestazioni di carta, che per altro sono moltiplicate anche fuori dalla scuola (il consumo di psicofarmaci è schizzato alle stelle). Non è nemmeno possibile sostenere che la soluzione sia tornare alle scuole degli anni '60, quando si ghettizzavano i ragazzi con disabilità, si facevano sedere i bambini sui ceci e si legava la mano sinistra ai mancini, né che il problema sia semplicemente ascrivibile ad un’attuale difficoltà di accettazione delle frustrazioni, come sostiene Varaldo stesso.
La scuola si trova all’interno di una società intrinsecamente malata, alienata ed atomizzata che si riversa nelle sue aule, essa è impotente o connivente? Il film sembrerebbe sostenere la seconda ipotesi, il ché è condivisibile. In che modo allora la classe docente concorre più o meno consapevolmente a rendere la scuola così come la conosciamo?
Un’eventuale critica al cosiddetto corpo docente (che corpo non è) costituisce un’ulteriore grave mancanza del documentario, incapace di evidenziare le variegate e possibili manifestazioni del sistema nei suoi funzionari: non sempre delicati, umani e dolci come il film vorrebbe suggerire.
Vogliamo ammettere l’ipotesi che i docenti siano a loro volta un’espressione del sistema in cui viviamo e possano dunque essere freddi, indifferenti e conformisti operatori che agiscono con il fine di far funzionare il dispositivo scolastico che in questi decenni le varie riforme hanno concorso ad edificare? Esistono studi, inchieste scientificamente solide che verifichino la ricorrenza di atteggiamenti razzisti, sessisti o violenti nei confronti degli studenti indagandone le conseguenze sul breve e lungo periodo?
Ad ogni modo certamente la scuola era già, a suo modo, un dispositivo di dominio, come racconta l’Erba Voglio di Fachinelli, pubblicato nel 1971. La sfida, oggi, non è scegliere tra innovazione e tradizione, tra pedagogia attiva e lezione frontale, ma ricominciare a riflettere sulle condizioni materiali, politiche e sociali che restituiscono al fare scuola la sua possibile funzione emancipativa. Senza questa complessità, la critica e la prassi perdono forma e non ci resta che piangere.
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Presentazione
Analisi, opinioni, fatti e (più di rado) arte da una prospettiva di classe.
02/03/2026
Ex Ilva, Incidente mortale a Taranto, perde la vita un nostro iscritto. Sciopero Usb in tutti i siti di Acciaierie d’Italia a partire dalle 15 di oggi
Quello che è accaduto oggi a distanza di solo un mese e mezzo dall’ultimo incidente mortale nello stabilimento siderurgico tarantino, peraltro con evidenti elementi comuni, mostra la fatiscenza degli impianti sui quali non si interviene in maniera efficace da tempo ormai. Una situazione di estrema precarietà e quindi di insicurezza che espone quotidianamente a rischio la vita dei lavoratori che ancora si avvicendano nella fabbrica. Questa volta a perdere la vita è stato Loris Costantino, giovane operaio dell’appalto iscritto ad USB, anello debole della catena.
Nello stabilimento tarantino è già partita la protesta con lo sciopero che è scattato alle ore 12:00, vedi comunicato congiunto in allegato, ma sta montando anche negli altri impianti di Acciaierie d'Italia.
Per il protrarsi della gravità della situazione è indetto uno sciopero già a partire dalle 15:00 di oggi fino alle 7:00 di domani in tutti i siti del gruppo Adi, Taranto, Genova, Novi Ligure e Racconigi. Più che mai opportuna la convocazione dell’incontro a Palazzo Chigi per giovedì prossimo.
USB Industria
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Nello stabilimento tarantino è già partita la protesta con lo sciopero che è scattato alle ore 12:00, vedi comunicato congiunto in allegato, ma sta montando anche negli altri impianti di Acciaierie d'Italia.
Per il protrarsi della gravità della situazione è indetto uno sciopero già a partire dalle 15:00 di oggi fino alle 7:00 di domani in tutti i siti del gruppo Adi, Taranto, Genova, Novi Ligure e Racconigi. Più che mai opportuna la convocazione dell’incontro a Palazzo Chigi per giovedì prossimo.
USB Industria
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Guerra e golpe, il rischiatutto di Trump
I problemi più seri, per il momento, l’amministrazione Trump li sta trovando in casa. Già sotto botta per gli omicidi dell’ICE a Minneapolis e in altre città, chiaramente invischiato nello scandalo degli Epstein files (solo negli Usa, finora, non c’è neanche un indagato per i reati lì descritti, mentre altrove si moltiplicano le dimissioni e gli arresti), criticato per la palese violazione di ogni regola con il violento rapimento di Nicolas Maduro e della moglie (mai visto prima nella storia), il tycoon deve ora fare i conti con l’opposizione palese e crescente alla guerra contro l’Iran.
Sia chiaro. Nel dibattito interno agli Usa non se ne fa una questione di “giustizia” – se fosse cioè giusto o no aprire il fuoco sugli ayatollah – ma di “legittimità” della decisione. Secondo la evanescente e aggirabilissima Costituzione Usa, infatti, un presidente può decide di aprire una guerra – che non sia chiaramente “difensiva” del territorio Usa da un’aggressione esterna – soltanto se autorizzato dal Congresso.
Ovvio che la discussione “legale” nasconda interessi e posizioni ben più concrete, ma il fatto che esista complica notevolmente la “libertà di azione” di una amministrazione di banditi (chi ha visto la procuratrice generale Pam Bondi o il capo dell’Fbi, Kash Patel, in audizione al Congresso ha potuto ammirare l’autodifesa classica di due rapinatori che negano di aver fatto “il colpo”).
L’amministrazione Trump, ovviamente consapevole di star violando regole interne “sacre”, ha provato comunque a far passare questa aggressione come “un atto di difesa preventiva” (al pari di quel genocida di Netanyahu, insomma), emanando una nota i cui si affermava che la diplomazia era stata la linea d’azione preferita dal presidente e che i suoi rappresentanti hanno lavorato estesamente e in buona fede per raggiungere un accordo che garantisse che “le capacità nucleari e missilistiche balistiche dell’Iran non rappresentassero una minaccia per la nostra patria. Sfortunatamente, il regime iraniano si è rifiutato di impegnarsi realisticamente con gli Stati Uniti”.
Più menzognero ancora era stato il discorsetto videoregistrato da Mar-a-Lago in cui Trump affermava che l’Iran era a “due settimane dal costruire una bomba atomica” e “stava per dotarsi di missili capaci di raggiungere gli Stati Uniti”.
Anche un deficiente – se in buona fede – lo aveva sentito dire, qualche mese fa, che nella “guerra dei dodici giorni” del giugno 2025 era stato “azzerato” il programma nucleare iraniano (non era vero, ovvio; ma non è credibile coprire una menzogna col suo opposto). Ma soprattutto non ha portato neanche uno straccio di relazione dell’intelligence che potesse confermare almeno una delle due menzogne usate a copertura della “guerra difensiva”.
Il vice presidente della Commissione Intelligence del Senato, il senatore Mark Warner, ha dichiarato alla CNN di non aver visto alcun rapporto che indicasse che l’Iran fosse sul punto di lanciare qualsiasi tipo di attacco contro gli Stati Uniti d’America. Dunque il presidente, ha detto, “ha iniziato una guerra per scelta”.
Il senatore Richard Blumenthal, membro della Commissione Forze Armate del Senato, ha dichiarato in un’intervista che l’Iran e i suoi proxy Hezbollah e gli Houthi rappresentavano minacce continue per le basi statunitensi nella regione. Ma quei pericoli marginali venivano gestiti da anni con i sistemi di difesa aerea e missilistica statunitensi e alleati (israeliani, insomma). Nessuna urgenza, neanche minima, dunque.
Anche gli esperti non hanno visto un pericolo immediato prima degli attacchi. Daryl Kimball, direttore esecutivo dell’Arms Control Association, un’organizzazione dedicata alla non proliferazione nucleare, ha sottolineato la scorsa settimana che l’Iran avrebbe bisogno di mesi per arricchire materiale sufficiente per un’arma e di anni per ricostruire le strutture nucleari danneggiate dai bombardamenti statunitensi di giugno 2025.
Ancora più problematica è la gestione della base “Maga”, che ha garantito a Trump la vittoria un anno e mezzo fa, ma che era stata adescata – fra l’altro – con la promessa che l’America non si sarebbe più impegnata in “guerre senza fine”.
Se però si pone come obbiettivo dell’attacco all’Iran un “cambio di regime” diventa logico – per l’esperienza fatta in 80 anni di guerre – che questo non è realizzabile con qualche omicidio mirato e tanti bombardamenti. Per smantellare un sistema di vita e di governo bisogna mettere boots on the ground, occupare un paese, subire i colpi della resistenza, perdere uomini in misura consistente e soprattutto intollerabile per dei “vincenti nati”. Senza neanche la garanzia di raggiungere l’obbiettivo.
Di fatto, dicono i sondaggi interni, soltanto un americano su quattro (il 25%) approva la politica guerrafondaia di quello che voleva il premio Nobel per la pace ancora prima di governare...
Il che mette un interrogativo grande come un grattacielo sui possibili risultati delle elezioni di midterm. Quasi tutte le elezioni suppletive che si sono svolte negli ultimi mesi sono state una tragedia per i repubblicani. E non solo nelle “progressiste” New York e Seattle (dove hanno vinto addirittura candidati dichiaratamente “socialisti”), ma persino nel Texas, da sempre cassaforte della reazione e delle nostalgie da “confederati”.
Anche la tentazione di “rubare” le elezioni avocando al governo federale il controllo delle liste elettorali – che per Costituzione spetta ai singoli Stati – depurandole dai possibili sostenitori dei “dem” (minoranze etniche e linguistiche, immigrati recentemente naturalizzati, abolizione del voto per corrispondenza, imposizione di nuove regole per l’ammissione al voto, ecc.) rivela una paura di perdere che spinge all’azzardo continuo.
Per come ha impostato la sua ultima stagione politica – Trump ha 80 anni, poco meno di Khamenei – il tycoon rischia di trovarsi davanti ad un bivio decisamente divaricato: o il golpe interno o la sconfitta.
Con la prima scelta smetti di presentarti come “la vera democrazia”, con la seconda smetti e basta.
Fonte
Sia chiaro. Nel dibattito interno agli Usa non se ne fa una questione di “giustizia” – se fosse cioè giusto o no aprire il fuoco sugli ayatollah – ma di “legittimità” della decisione. Secondo la evanescente e aggirabilissima Costituzione Usa, infatti, un presidente può decide di aprire una guerra – che non sia chiaramente “difensiva” del territorio Usa da un’aggressione esterna – soltanto se autorizzato dal Congresso.
Ovvio che la discussione “legale” nasconda interessi e posizioni ben più concrete, ma il fatto che esista complica notevolmente la “libertà di azione” di una amministrazione di banditi (chi ha visto la procuratrice generale Pam Bondi o il capo dell’Fbi, Kash Patel, in audizione al Congresso ha potuto ammirare l’autodifesa classica di due rapinatori che negano di aver fatto “il colpo”).
L’amministrazione Trump, ovviamente consapevole di star violando regole interne “sacre”, ha provato comunque a far passare questa aggressione come “un atto di difesa preventiva” (al pari di quel genocida di Netanyahu, insomma), emanando una nota i cui si affermava che la diplomazia era stata la linea d’azione preferita dal presidente e che i suoi rappresentanti hanno lavorato estesamente e in buona fede per raggiungere un accordo che garantisse che “le capacità nucleari e missilistiche balistiche dell’Iran non rappresentassero una minaccia per la nostra patria. Sfortunatamente, il regime iraniano si è rifiutato di impegnarsi realisticamente con gli Stati Uniti”.
Più menzognero ancora era stato il discorsetto videoregistrato da Mar-a-Lago in cui Trump affermava che l’Iran era a “due settimane dal costruire una bomba atomica” e “stava per dotarsi di missili capaci di raggiungere gli Stati Uniti”.
Anche un deficiente – se in buona fede – lo aveva sentito dire, qualche mese fa, che nella “guerra dei dodici giorni” del giugno 2025 era stato “azzerato” il programma nucleare iraniano (non era vero, ovvio; ma non è credibile coprire una menzogna col suo opposto). Ma soprattutto non ha portato neanche uno straccio di relazione dell’intelligence che potesse confermare almeno una delle due menzogne usate a copertura della “guerra difensiva”.
Il vice presidente della Commissione Intelligence del Senato, il senatore Mark Warner, ha dichiarato alla CNN di non aver visto alcun rapporto che indicasse che l’Iran fosse sul punto di lanciare qualsiasi tipo di attacco contro gli Stati Uniti d’America. Dunque il presidente, ha detto, “ha iniziato una guerra per scelta”.
Il senatore Richard Blumenthal, membro della Commissione Forze Armate del Senato, ha dichiarato in un’intervista che l’Iran e i suoi proxy Hezbollah e gli Houthi rappresentavano minacce continue per le basi statunitensi nella regione. Ma quei pericoli marginali venivano gestiti da anni con i sistemi di difesa aerea e missilistica statunitensi e alleati (israeliani, insomma). Nessuna urgenza, neanche minima, dunque.
Anche gli esperti non hanno visto un pericolo immediato prima degli attacchi. Daryl Kimball, direttore esecutivo dell’Arms Control Association, un’organizzazione dedicata alla non proliferazione nucleare, ha sottolineato la scorsa settimana che l’Iran avrebbe bisogno di mesi per arricchire materiale sufficiente per un’arma e di anni per ricostruire le strutture nucleari danneggiate dai bombardamenti statunitensi di giugno 2025.
Ancora più problematica è la gestione della base “Maga”, che ha garantito a Trump la vittoria un anno e mezzo fa, ma che era stata adescata – fra l’altro – con la promessa che l’America non si sarebbe più impegnata in “guerre senza fine”.
Se però si pone come obbiettivo dell’attacco all’Iran un “cambio di regime” diventa logico – per l’esperienza fatta in 80 anni di guerre – che questo non è realizzabile con qualche omicidio mirato e tanti bombardamenti. Per smantellare un sistema di vita e di governo bisogna mettere boots on the ground, occupare un paese, subire i colpi della resistenza, perdere uomini in misura consistente e soprattutto intollerabile per dei “vincenti nati”. Senza neanche la garanzia di raggiungere l’obbiettivo.
Di fatto, dicono i sondaggi interni, soltanto un americano su quattro (il 25%) approva la politica guerrafondaia di quello che voleva il premio Nobel per la pace ancora prima di governare...
Il che mette un interrogativo grande come un grattacielo sui possibili risultati delle elezioni di midterm. Quasi tutte le elezioni suppletive che si sono svolte negli ultimi mesi sono state una tragedia per i repubblicani. E non solo nelle “progressiste” New York e Seattle (dove hanno vinto addirittura candidati dichiaratamente “socialisti”), ma persino nel Texas, da sempre cassaforte della reazione e delle nostalgie da “confederati”.
Anche la tentazione di “rubare” le elezioni avocando al governo federale il controllo delle liste elettorali – che per Costituzione spetta ai singoli Stati – depurandole dai possibili sostenitori dei “dem” (minoranze etniche e linguistiche, immigrati recentemente naturalizzati, abolizione del voto per corrispondenza, imposizione di nuove regole per l’ammissione al voto, ecc.) rivela una paura di perdere che spinge all’azzardo continuo.
Per come ha impostato la sua ultima stagione politica – Trump ha 80 anni, poco meno di Khamenei – il tycoon rischia di trovarsi davanti ad un bivio decisamente divaricato: o il golpe interno o la sconfitta.
Con la prima scelta smetti di presentarti come “la vera democrazia”, con la seconda smetti e basta.
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Italia - Sulla guerra all’Iran dilettanti allo sbaraglio
Tra la faccia inebetita del ministro degli Esteri Tajani e l’incidente del ministro della Difesa Crosetto bloccato a Dubai, nelle ore in cui tutto il Mondo tremava per l’avvio dell’aggressione militare statunitense ed israeliana all’Iran, gli esponenti del governo italiano sono sembrati cadere tutti dal pero.
La prima dichiarazione di Palazzo Chigi sui bombardamenti in Iran era prudentissima, praticamente insipiente.
Poi è arrivato subito il “giallo” del ministro Crosetto, che per legittime e comprensibili ragioni familiari, è venuto a trovarsi sul teatro di guerra invece che nella cabina di comando dell’apparato di difesa italiano senza che, pare, gli alleati Usa e Israele avessero avuto la cortesia di informare l’Italia che stavano per attaccare l’Iran.
Infine c’è il ministro Tajani che sembra essere sempre fuori posto e risponde con banalità a domande dettate dall’emergenza.
Sulla guerra in corso che sta infiammando tutto il Medio Oriente (Israele oltre l’Iran sta bombardando anche in Libano, mentre i missili iraniani colpiscono tutti i paesi strategici del Golfo Persico, ndr) da Palazzo Chigi fanno sapere che “è ancora una fase di osservazione”, e questo al termine di una giornata in cui Giorgia Meloni ha avuto una serie di confronti con leader mediorientali e europei, prima di “aggiornare compiutamente” il presidente della Repubblica Sergio Mattarella “sugli sviluppi della situazione e sui contatti intercorsi”.
In sostanza non sanno che pesci prendere se non quello di allinearsi alle scelte guerrafondaie di Washington, Tel Aviv e Bruxelles, l’obbedienza servile dunque.
Per oggi lunedì 2 marzo alle 15 è stata convocata la commissione Affari Esteri e Difesa del Parlamento per una informativa urgente del ministro degli Esteri. L’audizione si svolgerà davanti alle commissioni congiunte Esteri-Difesa del Senato ed Esteri della Camera. In audizione con Tajani ci sarà anche il ministro della Difesa, Guido Crosetto, rientrato in Italia, per una informativa urgente sulla situazione in Iran e nel Golfo Persico.
L’Italia si trova ancora una volta schiacciata tra una fedeltà servile a Trump (che però non viene corrisposta) e una obbedienza dovuta all’Unione Europea. Quest’ultima si è allineata all’aggressione militare israelo-statunitense contro l’Iran. La riunione dei ministri degli esteri della Ue ha infatti denunciato “la responsabilità dell’Iran”, ha espresso “solidarietà totale ai Paesi del Golfo aggrediti dall’Iran. Sono stati espressi preoccupazione e coinvolgimento comune per tutelare i cittadini europei che vivono o sono di passaggio nell’area” con un “coordinamento per il loro rientro in Europa”, ma in questo caso – diversamente dall’Ucraina – nessuna solidarietà con il paese aggredito cioè l’Iran.
Indipendentemente dalla Ue ci sono poi Francia, Germania, Gran Bretagna che hanno preso posizione con una dichiarazione congiunta dicendosi “sconvolti dagli attacchi missilistici indiscriminati e sproporzionati lanciati dall’Iran contro i Paesi della regione” in rappresaglia per quelli condotti da Stati Uniti e Israele in Iran.
“Adotteremo misure per difendere i nostri interessi e quelli dei nostri alleati nella regione, potenzialmente consentendo azioni difensive necessarie e proporzionate per distruggere la capacità dell’Iran di lanciare missili e droni alla fonte”, scrivono i tre governi europei che non condannano affatto l’aggressione contro l’Iran ma solo la reazione del paese aggredito. Anche in questo caso assistiamo ad un rovesciamento politico e logico di tutte le filippiche di questi quattro anni sull’Ucraina, che conferma quell’odioso doppio standard che avevamo già visto verso Israele nel corso del genocidio dei palestinesi a Gaza.
Forte di questo mandato europeo a continuare i bombardamenti sull’Iran, il ministro degli Esteri Tajani ha dichiarato che “L’Europa farà ascoltare la sua voce, anche dopo che sarà chiusa la fase incandescente, per avviare un dialogo diplomatico a favore della transizione in Iran”, aggiungendo che “È stata confermata la decisione di continuare con le missioni Aspides e Atalanta”.
È bene ricordare che la prima è una missione navale militare operativa dal febbraio 2024, che ha il compito di tutelare “la libertà di navigazione nelle Aree del Mar Rosso, Golfo Persico e Mar Arabico Settentrionale” che ha dovuto già fare i conti con l’interdizione delle navigazione nel Mar Rosso messa in campo dai miliziani Houthi dello Yemen. La seconda è una missione militare navale europea operativa dal 2008 nel Golfo di Aden e davanti alla Somalia in funzione antipirateria.
Curiosamente né Tajani né Crosetto daranno spiegazioni sul fatto che si è scoperto che in Kuwait ci sono ben 300 militari italiani e che la loro base di Ali Al Salem era stata colpita da un drone iraniano. Altri 700 militari italiani sono poi presenti in Iraq, a Erbil, nella zona separata curda, anch’essa colpita dai missili iraniani in quanto alleata di Usa e Israele.
In questi anni nessuno, neanche dall’opposizione, ha mai chiesto il perché di questa presenza militare italiana in Medio Oriente. Del resto con la segretaria del PD Ely Schlein che annuncia che non chiederà le dimissioni del governo qualora questo perda il referendum del 22 e 23 marzo, cosa ci si può aspettare da questa opposizione? Ci manca solo che ripeta puntualmente e ossessivamente “La premier venga in aula a spiegare perché ha perso il referendum”.
Dentro una crisi storica come quella che stiamo attraversando, al governo abbiamo solo dei dilettanti allo sbaraglio, servili verso Usa e Israele, obbedienti alla Ue e omertosi sulle scelte internazionali che coinvolgono il proprio paese dentro teatri di guerra. Mandiamoli a casa!
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La prima dichiarazione di Palazzo Chigi sui bombardamenti in Iran era prudentissima, praticamente insipiente.
Poi è arrivato subito il “giallo” del ministro Crosetto, che per legittime e comprensibili ragioni familiari, è venuto a trovarsi sul teatro di guerra invece che nella cabina di comando dell’apparato di difesa italiano senza che, pare, gli alleati Usa e Israele avessero avuto la cortesia di informare l’Italia che stavano per attaccare l’Iran.
Infine c’è il ministro Tajani che sembra essere sempre fuori posto e risponde con banalità a domande dettate dall’emergenza.
Sulla guerra in corso che sta infiammando tutto il Medio Oriente (Israele oltre l’Iran sta bombardando anche in Libano, mentre i missili iraniani colpiscono tutti i paesi strategici del Golfo Persico, ndr) da Palazzo Chigi fanno sapere che “è ancora una fase di osservazione”, e questo al termine di una giornata in cui Giorgia Meloni ha avuto una serie di confronti con leader mediorientali e europei, prima di “aggiornare compiutamente” il presidente della Repubblica Sergio Mattarella “sugli sviluppi della situazione e sui contatti intercorsi”.
In sostanza non sanno che pesci prendere se non quello di allinearsi alle scelte guerrafondaie di Washington, Tel Aviv e Bruxelles, l’obbedienza servile dunque.
Per oggi lunedì 2 marzo alle 15 è stata convocata la commissione Affari Esteri e Difesa del Parlamento per una informativa urgente del ministro degli Esteri. L’audizione si svolgerà davanti alle commissioni congiunte Esteri-Difesa del Senato ed Esteri della Camera. In audizione con Tajani ci sarà anche il ministro della Difesa, Guido Crosetto, rientrato in Italia, per una informativa urgente sulla situazione in Iran e nel Golfo Persico.
L’Italia si trova ancora una volta schiacciata tra una fedeltà servile a Trump (che però non viene corrisposta) e una obbedienza dovuta all’Unione Europea. Quest’ultima si è allineata all’aggressione militare israelo-statunitense contro l’Iran. La riunione dei ministri degli esteri della Ue ha infatti denunciato “la responsabilità dell’Iran”, ha espresso “solidarietà totale ai Paesi del Golfo aggrediti dall’Iran. Sono stati espressi preoccupazione e coinvolgimento comune per tutelare i cittadini europei che vivono o sono di passaggio nell’area” con un “coordinamento per il loro rientro in Europa”, ma in questo caso – diversamente dall’Ucraina – nessuna solidarietà con il paese aggredito cioè l’Iran.
Indipendentemente dalla Ue ci sono poi Francia, Germania, Gran Bretagna che hanno preso posizione con una dichiarazione congiunta dicendosi “sconvolti dagli attacchi missilistici indiscriminati e sproporzionati lanciati dall’Iran contro i Paesi della regione” in rappresaglia per quelli condotti da Stati Uniti e Israele in Iran.
“Adotteremo misure per difendere i nostri interessi e quelli dei nostri alleati nella regione, potenzialmente consentendo azioni difensive necessarie e proporzionate per distruggere la capacità dell’Iran di lanciare missili e droni alla fonte”, scrivono i tre governi europei che non condannano affatto l’aggressione contro l’Iran ma solo la reazione del paese aggredito. Anche in questo caso assistiamo ad un rovesciamento politico e logico di tutte le filippiche di questi quattro anni sull’Ucraina, che conferma quell’odioso doppio standard che avevamo già visto verso Israele nel corso del genocidio dei palestinesi a Gaza.
Forte di questo mandato europeo a continuare i bombardamenti sull’Iran, il ministro degli Esteri Tajani ha dichiarato che “L’Europa farà ascoltare la sua voce, anche dopo che sarà chiusa la fase incandescente, per avviare un dialogo diplomatico a favore della transizione in Iran”, aggiungendo che “È stata confermata la decisione di continuare con le missioni Aspides e Atalanta”.
È bene ricordare che la prima è una missione navale militare operativa dal febbraio 2024, che ha il compito di tutelare “la libertà di navigazione nelle Aree del Mar Rosso, Golfo Persico e Mar Arabico Settentrionale” che ha dovuto già fare i conti con l’interdizione delle navigazione nel Mar Rosso messa in campo dai miliziani Houthi dello Yemen. La seconda è una missione militare navale europea operativa dal 2008 nel Golfo di Aden e davanti alla Somalia in funzione antipirateria.
Curiosamente né Tajani né Crosetto daranno spiegazioni sul fatto che si è scoperto che in Kuwait ci sono ben 300 militari italiani e che la loro base di Ali Al Salem era stata colpita da un drone iraniano. Altri 700 militari italiani sono poi presenti in Iraq, a Erbil, nella zona separata curda, anch’essa colpita dai missili iraniani in quanto alleata di Usa e Israele.
In questi anni nessuno, neanche dall’opposizione, ha mai chiesto il perché di questa presenza militare italiana in Medio Oriente. Del resto con la segretaria del PD Ely Schlein che annuncia che non chiederà le dimissioni del governo qualora questo perda il referendum del 22 e 23 marzo, cosa ci si può aspettare da questa opposizione? Ci manca solo che ripeta puntualmente e ossessivamente “La premier venga in aula a spiegare perché ha perso il referendum”.
Dentro una crisi storica come quella che stiamo attraversando, al governo abbiamo solo dei dilettanti allo sbaraglio, servili verso Usa e Israele, obbedienti alla Ue e omertosi sulle scelte internazionali che coinvolgono il proprio paese dentro teatri di guerra. Mandiamoli a casa!
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La guerra si allarga ogni ora che passa
Per seguire ciò che sta avvenendo è meglio lasciar perdere quel che Trump dice (parla continuamente, per sommergere i fatti sotto la propria voce, certo che il sistema dei media abboccherà come sempre).
Se nel giro di pochi minuti si possono alternare affermazioni come “La nuova leadership iraniana vuole parlare e ho accettato di farlo, quindi parlerò con loro”, oppure “l’attacco ha avuto un tale successo che ha eliminato la maggior parte dei candidati. Non sarà nessuno di quelli a cui avevamo pensato perché sono tutti morti” (quindi non ci sarebbe nessuno con cui parlare, giusto?), per aggiungere poi che l'operazione in Iran potrebbe durare “quattro settimane o meno”... vuol dire che non c’è nulla di attendibile da registrare. Starlo a sentire è come, per un missile antiaereo, seguire i flares che un caccia semina per non essere colpito.
Parliamo delle cose certe.
Il segretario del Consiglio Supremo di Sicurezza Nazionale, Ali Larijani, ha smentito che il governo di Teheran abbia chiesto di riaprire un negoziato. E ha sottolineato molto chiaramente due cose: I’Iran non intende negoziare con gli Stati Uniti e che in questo momento l’Iran sta solo difendendo se stesso. Ha anche aggiunto che le forze armate del suo Paese non hanno dato inizio a questa guerra.
Alla domanda se l’Iran avrebbe tentato o no un impegno diplomatico, un portavoce del Ministero degli Esteri ha dichiarato ad Al Jazeera che il Paese ci aveva già provato due volte: una con i negoziati del 2025, interrotti dagli attacchi statunitensi e israeliani, e ora, in modo molto simile, il Paese è nuovamente sotto attacco mentre era in attesa di due nuovi round di negoziati con gli Stati Uniti e l’AIEA.
Le autorità di Teheran sembrano ancora mantenere un controllo della situazione e soprattutto calma. Dopo che l’ayatollah Ali Khamenei e alcuni comandanti di alto rango sono stati uccisi all’inizio della guerra, sabato, stanno sottolineando che l’establishment sta riempiendo i vuoti rispettando le proprie regole e i propri meccanismi interni.
In base alle leggi entrate in vigore dopo la Rivoluzione islamica del 1979, un organo clericale chiamato Assemblea degli esperti ha infatti il compito di eleggere il prossimo leader supremo.
Masoud Pezeshkian, il presidente iraniano, un cardiochirurgo di fama, laico e per questo considerato un “moderato”, ha dichiarato che un nuovo consiglio direttivo “ha iniziato i suoi lavori”. Il ministro degli Esteri iraniano Abbas Araghchi ha dichiarato ad Al Jazeera che il processo dovrebbe essere completato entro pochi giorni.
Lo stesso Araghci ha inviato una lettera al Consiglio di sicurezza delle Nazioni Unite e alle Nazioni Unite in merito all’aggressione israelo-americana contro l’Iran, osservando che “se non si riuscirà a ritenere responsabili gli Stati Uniti e l’entità israeliana, si causerà un ulteriore danno al diritto internazionale”.
Ha inoltre sottolineato che “l’assassinio del leader della rivoluzione e della Repubblica islamica (il signor Ali Khamenei) è un atto terroristico codardo e una flagrante violazione delle leggi e delle risoluzioni internazionali”, avvertendo che questo assassinio “mina i fondamenti dell’uguaglianza nella sovranità tra gli Stati e la stabilità del sistema internazionale”.
Germania, Francia e Gran Bretagna hanno deciso di partecipare alla guerra, ma siccome non possono chiamare le cose con il loro nome dicono di essere pronte a difendere i propri interessi e quelli dei propri alleati nel Golfo, se necessario, adottando “azioni difensive” contro l’Iran perché “sconvolti dagli attacchi missilistici indiscriminati e sproporzionati lanciati dall’Iran contro i Paesi della regione”.
E infatti l’unica portaerei francese, la Charles de Gaulle, è entrata nel Mediterraneo per partecipare alla guerra posizionandosi al largo del Libano o di Israele.
La Gran Bretagna ancora per poco guidata dal blairiano Starmer ha deciso di permettere agli Stati Uniti l’uso della propria base di Diego Garcia, un’isola nell’Oceano Indiano al largo delle coste dell’Oman. Quindici giorni fa aveva rifiutato. Si vede che le cose non stanno andando esattamente come recita la propaganda e c’è bisogno di “rinforzi”.
In ogni caso, queste decisioni dei “tres caballeros” segnano nei fatti una frattura profonda tra i paesi dell’Unione Europea, molti dei quali hanno definito fin da subito l’aggressione sionista e statunitense come una violazione del diritto internazionale. E sembra logico che se altri paesi, invece, fanno propria quella violazione, si apre un problema serio nella UE.
Nel frattempo l’aviazione israeliana ha cominciato a bombardare il sud del Libano e Beirut, provocando decine di morti a fronte della sterile protesta del presidente facente funzioni, il cristiano maronita Aoun. Le autorità libanesi hanno dichiarato che gli attacchi aerei israeliani sul Paese hanno finora ucciso almeno 31 persone e ne hanno ferite altre 149.
Come ampiamente previsto la guerra porta il caos sui mercati finanziari e non. Le piazze asiatiche (Tokyo, Seoul, Shangai, Hong Kong, Singapore, ecc) hanno tutte subito perdite vicino al 2%. Il prezzo del petrolio è subito schizzato all’insu del 13%, per poi stabilizzarsi nel corso della giornata, vista la promessa dell’Opec di aumentare la produzione.
Registriamo però che molti dei paesi dell’Opec sono proprio quelli coinvolti nella guerra (Iran, Arabia Saudita, Bahrein, Qatar, Emirati, Kuwait, Iraq), e che obbligatoriamente devono far passare la loro produzione attraverso lo Stretto di Hormuz, bloccato da 48 ore.
Tra l’altro la risposta iraniana, affidata a missili e droni, ha puntato sulle basi militari Usa nell’area, presenti in tutti i paesi arabi prima nominati. Ma i velivoli intercettati dalla contraerea, se non esplodono integralmente in aria, finiscono per forza a terra in modo casuale, finendo per colpire anche sedi civili del paese “ospitante”.
Ora i paesi della regione si trovano di fronte a quella che gli analisti descrivono come una “scelta impossibile”: contrattaccare e rischiare di essere visti come combattenti al fianco di Israele, oppure restare passivi mentre le loro città bruciano. Non che il loro apporto alla guerra possa essere decisivo, comunque. Ricordiamo che la “potente” Arabia Saudita ha condotto per anni una guerra contro i ribelli Houthi dello Yemen risultandone infine sconfitta e costretta a ritirarsi.
Le notizie militari
Ore 10:00. La televisione di Stato saudita afferma che le autorità hanno temporaneamente chiuso la raffineria di Ras Tanura vicino a Dammam dopo un attacco portato da un drone. Il Ministero della Difesa saudita ha dichiarato che è scoppiato un incendio presso l’impianto petrolifero a causa dei detriti caduti da due droni intercettati ma diretti verso una base Usa.
Ore 9:00. Un caccia statunitense è precipitato in Kuwait. La notizia non era occultabile, visto il numero di video che hanno ripreso la sua caduta a vite con la coda in fiamme e i piloti lanciarsi con il paracadute. Le autorità kuwaitiane hanno immediatamente avviato operazioni di ricerca e soccorso, evacuando l’equipaggio e trasportandolo in un ospedale per cure mediche. È in corso un’indagine per determinare la causa dell’incidente. Ma sembra probabile sia stato colpito dalla contraerea iraniana (il Kuwait confina con il paese attaccato).
Ore 8:00. Secondo la Mezzaluna Rossa, finora almeno 555 persone sono state uccise in Iran negli attacchi congiunti israeliani e statunitensi in 131 contee.
Ore 7:45. Una fonte della sicurezza ha riferito ad Al Jazeera che un attacco missilistico israelo-statunitense ha preso di mira siti appartenenti al gruppo paramilitare Kataib Hezbollah sostenuto dall’Iran a Jurf al-Sakhr, a sud della capitale irachena Baghdad.
In aggiornamento
Fonte
Se nel giro di pochi minuti si possono alternare affermazioni come “La nuova leadership iraniana vuole parlare e ho accettato di farlo, quindi parlerò con loro”, oppure “l’attacco ha avuto un tale successo che ha eliminato la maggior parte dei candidati. Non sarà nessuno di quelli a cui avevamo pensato perché sono tutti morti” (quindi non ci sarebbe nessuno con cui parlare, giusto?), per aggiungere poi che l'operazione in Iran potrebbe durare “quattro settimane o meno”... vuol dire che non c’è nulla di attendibile da registrare. Starlo a sentire è come, per un missile antiaereo, seguire i flares che un caccia semina per non essere colpito.
Parliamo delle cose certe.
Il segretario del Consiglio Supremo di Sicurezza Nazionale, Ali Larijani, ha smentito che il governo di Teheran abbia chiesto di riaprire un negoziato. E ha sottolineato molto chiaramente due cose: I’Iran non intende negoziare con gli Stati Uniti e che in questo momento l’Iran sta solo difendendo se stesso. Ha anche aggiunto che le forze armate del suo Paese non hanno dato inizio a questa guerra.
Alla domanda se l’Iran avrebbe tentato o no un impegno diplomatico, un portavoce del Ministero degli Esteri ha dichiarato ad Al Jazeera che il Paese ci aveva già provato due volte: una con i negoziati del 2025, interrotti dagli attacchi statunitensi e israeliani, e ora, in modo molto simile, il Paese è nuovamente sotto attacco mentre era in attesa di due nuovi round di negoziati con gli Stati Uniti e l’AIEA.
Le autorità di Teheran sembrano ancora mantenere un controllo della situazione e soprattutto calma. Dopo che l’ayatollah Ali Khamenei e alcuni comandanti di alto rango sono stati uccisi all’inizio della guerra, sabato, stanno sottolineando che l’establishment sta riempiendo i vuoti rispettando le proprie regole e i propri meccanismi interni.
In base alle leggi entrate in vigore dopo la Rivoluzione islamica del 1979, un organo clericale chiamato Assemblea degli esperti ha infatti il compito di eleggere il prossimo leader supremo.
Masoud Pezeshkian, il presidente iraniano, un cardiochirurgo di fama, laico e per questo considerato un “moderato”, ha dichiarato che un nuovo consiglio direttivo “ha iniziato i suoi lavori”. Il ministro degli Esteri iraniano Abbas Araghchi ha dichiarato ad Al Jazeera che il processo dovrebbe essere completato entro pochi giorni.
Lo stesso Araghci ha inviato una lettera al Consiglio di sicurezza delle Nazioni Unite e alle Nazioni Unite in merito all’aggressione israelo-americana contro l’Iran, osservando che “se non si riuscirà a ritenere responsabili gli Stati Uniti e l’entità israeliana, si causerà un ulteriore danno al diritto internazionale”.
Ha inoltre sottolineato che “l’assassinio del leader della rivoluzione e della Repubblica islamica (il signor Ali Khamenei) è un atto terroristico codardo e una flagrante violazione delle leggi e delle risoluzioni internazionali”, avvertendo che questo assassinio “mina i fondamenti dell’uguaglianza nella sovranità tra gli Stati e la stabilità del sistema internazionale”.
Germania, Francia e Gran Bretagna hanno deciso di partecipare alla guerra, ma siccome non possono chiamare le cose con il loro nome dicono di essere pronte a difendere i propri interessi e quelli dei propri alleati nel Golfo, se necessario, adottando “azioni difensive” contro l’Iran perché “sconvolti dagli attacchi missilistici indiscriminati e sproporzionati lanciati dall’Iran contro i Paesi della regione”.
E infatti l’unica portaerei francese, la Charles de Gaulle, è entrata nel Mediterraneo per partecipare alla guerra posizionandosi al largo del Libano o di Israele.
La Gran Bretagna ancora per poco guidata dal blairiano Starmer ha deciso di permettere agli Stati Uniti l’uso della propria base di Diego Garcia, un’isola nell’Oceano Indiano al largo delle coste dell’Oman. Quindici giorni fa aveva rifiutato. Si vede che le cose non stanno andando esattamente come recita la propaganda e c’è bisogno di “rinforzi”.
In ogni caso, queste decisioni dei “tres caballeros” segnano nei fatti una frattura profonda tra i paesi dell’Unione Europea, molti dei quali hanno definito fin da subito l’aggressione sionista e statunitense come una violazione del diritto internazionale. E sembra logico che se altri paesi, invece, fanno propria quella violazione, si apre un problema serio nella UE.
Nel frattempo l’aviazione israeliana ha cominciato a bombardare il sud del Libano e Beirut, provocando decine di morti a fronte della sterile protesta del presidente facente funzioni, il cristiano maronita Aoun. Le autorità libanesi hanno dichiarato che gli attacchi aerei israeliani sul Paese hanno finora ucciso almeno 31 persone e ne hanno ferite altre 149.
Come ampiamente previsto la guerra porta il caos sui mercati finanziari e non. Le piazze asiatiche (Tokyo, Seoul, Shangai, Hong Kong, Singapore, ecc) hanno tutte subito perdite vicino al 2%. Il prezzo del petrolio è subito schizzato all’insu del 13%, per poi stabilizzarsi nel corso della giornata, vista la promessa dell’Opec di aumentare la produzione.
Registriamo però che molti dei paesi dell’Opec sono proprio quelli coinvolti nella guerra (Iran, Arabia Saudita, Bahrein, Qatar, Emirati, Kuwait, Iraq), e che obbligatoriamente devono far passare la loro produzione attraverso lo Stretto di Hormuz, bloccato da 48 ore.
Tra l’altro la risposta iraniana, affidata a missili e droni, ha puntato sulle basi militari Usa nell’area, presenti in tutti i paesi arabi prima nominati. Ma i velivoli intercettati dalla contraerea, se non esplodono integralmente in aria, finiscono per forza a terra in modo casuale, finendo per colpire anche sedi civili del paese “ospitante”.
Ora i paesi della regione si trovano di fronte a quella che gli analisti descrivono come una “scelta impossibile”: contrattaccare e rischiare di essere visti come combattenti al fianco di Israele, oppure restare passivi mentre le loro città bruciano. Non che il loro apporto alla guerra possa essere decisivo, comunque. Ricordiamo che la “potente” Arabia Saudita ha condotto per anni una guerra contro i ribelli Houthi dello Yemen risultandone infine sconfitta e costretta a ritirarsi.
Le notizie militari
Ore 10:00. La televisione di Stato saudita afferma che le autorità hanno temporaneamente chiuso la raffineria di Ras Tanura vicino a Dammam dopo un attacco portato da un drone. Il Ministero della Difesa saudita ha dichiarato che è scoppiato un incendio presso l’impianto petrolifero a causa dei detriti caduti da due droni intercettati ma diretti verso una base Usa.
Ore 9:00. Un caccia statunitense è precipitato in Kuwait. La notizia non era occultabile, visto il numero di video che hanno ripreso la sua caduta a vite con la coda in fiamme e i piloti lanciarsi con il paracadute. Le autorità kuwaitiane hanno immediatamente avviato operazioni di ricerca e soccorso, evacuando l’equipaggio e trasportandolo in un ospedale per cure mediche. È in corso un’indagine per determinare la causa dell’incidente. Ma sembra probabile sia stato colpito dalla contraerea iraniana (il Kuwait confina con il paese attaccato).
Ore 8:00. Secondo la Mezzaluna Rossa, finora almeno 555 persone sono state uccise in Iran negli attacchi congiunti israeliani e statunitensi in 131 contee.
Ore 7:45. Una fonte della sicurezza ha riferito ad Al Jazeera che un attacco missilistico israelo-statunitense ha preso di mira siti appartenenti al gruppo paramilitare Kataib Hezbollah sostenuto dall’Iran a Jurf al-Sakhr, a sud della capitale irachena Baghdad.
In aggiornamento
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L’imperialismo corsaro
di Luciano Vasapollo
Vorrei, a seguito dell’infame attacco da parte di quelli che considero i due governi e paesi più terroristi oggi al mondo – gli Stati Uniti e Israele, che adottano da anni il principio del terrorismo di Stato nelle relazioni internazionali – proporre una riflessione sulla fase che stiamo vivendo. Una fase che va ben al di là della contingenza degli attacchi al Venezuela, delle pressioni contro Cuba, la Nigeria e ora l’Iran, dopo lo sterminio e il genocidio del popolo palestinese.
Mi sembra – e lo abbiamo scritto in molti articoli su questo giornale – che sia cambiata completamente la fase di caratterizzazione del capitalismo, o meglio del modo di produzione capitalistico, e dunque la stessa configurazione dell’imperialismo. La politica corre velocissima, soprattutto nella dimensione internazionale: è lì che si giocano gli assetti di un sistema ormai in crisi sistemica.
Da anni sosteniamo che alle crisi congiunturali, tipiche del capitalismo, si sono aggiunte vere e proprie crisi strutturali. In tempi non sospetti abbiamo parlato di crisi sistemica, evidenziando la contemporaneità di una crisi di sovrapproduzione e di sovra-accumulazione.
A fronte di profitti che sembrano tali – ma che spesso sono invece rendite, non necessariamente immobiliari o finanziarie in senso stretto, bensì redditi da capitale non provenienti dall’economia reale – si configura non più una caduta tendenziale del saggio di profitto, ma una vera e propria caduta effettiva. Non vi sono più margini per lo sviluppo delle forze produttive né per la crescita quantitativa del capitale pronto al reinvestimento: l’unica regola che sorregge il modo di produzione capitalistico non è più garantita.
Ciò significa che non esistono più, a livello globale, possibilità di crescita secondo le regole intrinseche al capitalismo: né la concorrenza perfetta o imperfetta, né il libero scambio, né le stesse regole minime della proprietà privata riescono a garantire un ciclo virtuoso di accumulazione e redistribuzione.
In passato, all’accumulazione privata delle multinazionali e delle oligarchie finanziarie si accompagnavano, dentro i rapporti di forza tra capitale e lavoro, anche forme di redistribuzione sociale della ricchezza, sia nei singoli paesi sia a livello internazionale (Nord-Sud). Oggi questa condizione non esiste più.
Fine dell’egemonia del dollaro e crisi della finanziarizzazione
Stiamo vivendo una nuova fase storica del capitalismo, che si evolve con caratteri profondamente diversi. Le forme di egemonia e di dominio costruite nel secondo dopoguerra e consolidate dopo la fine degli accordi di Accordi di Bretton Woods – soprattutto dopo il 1971 – si sono esaurite.
È in atto una crisi generale dell’accumulazione che colpisce in particolare gli Stati Uniti. Traballa il dollaro come moneta di riferimento internazionale: non solo per la presenza dell’euro, ma per l’emergere di nuove valute e sistemi di pagamento legati al rublo russo, allo yuan cinese e a molti paesi del Sud globale che non accettano più di pagare petrolio e merci in dollari.
L’unica maniera per gli Stati Uniti di mantenere il dollaro come moneta di riferimento è accaparrarsi il controllo del mercato mondiale del petrolio. Dominare le risorse energetiche significa obbligare chiunque voglia accedervi a operare secondo i dettami statunitensi, attraverso la totalizzazione della funzione del dollaro, cioè la dollarizzazione.
Parallelamente, fallisce il tentativo neoliberista di finanziarizzare l’economia. Le rendite finanziarie, alimentate da bolle speculative, non ricreano ricchezza reale ma solo ricchezza fittizia. Gli Stati Uniti affrontano così una crisi di indebitamento interno ed esterno, pubblico e privato. L’egemonia monetaria non garantisce più pacificazione sociale: crescono sacche di miseria e di esclusione, il conflitto sociale diventa meno controllabile.
Dal neoliberismo all’imperialismo corsaro
Nel passato i capitalismi – anglosassone, renano-nipponico, nord-europeo – avevano una capacità espansiva, non solo economica ma anche ideologica. Promettevano pace, sviluppo delle forze produttive, perfino la “fine della storia” dopo la caduta del Muro di Berlino. Si sosteneva che il liberalismo, e poi il neoliberismo, avrebbero garantito ordine e progresso senza guerre.
Oggi quella narrazione è crollata. Dopo una fase di conflitti interimperialistici più o meno velati (tra area del dollaro e area dell’euro, tra polo euro-atlantico ed euroasiatico), siamo in una fase di “finta pace”, dove le guerre vengono definite “preventive” per assicurare la pace stessa. In realtà, si tratta di rapporti di forza militarizzati per ripristinare regole di mercato che non reggono più.
Siamo di fronte a un ritorno alla forma-Stato e a un capitalismo che non è più liberale né neoliberista, ma predatorio. Lo definirei “imperialismo piratesco”: un imperialismo che non trae reddito dallo sviluppo delle forze produttive, ma dall’appropriazione militare e coercitiva delle risorse.
Questa dinamica richiama le pratiche dei pirati dei Caraibi del Seicento o delle compagnie armate del Settecento. In tal senso è illuminante il libro di Arnaud Orain, La confisca del mondo, pubblicato da Einaudi, che parla di “capitalismo della finitudine”. Un capitalismo consapevole dei limiti: risorse naturali scarse, crisi climatica, crisi energetica, limiti geopolitici in un mondo multipolare.
Il conflitto non è più solo interimperialistico: diventa lotta per la libertà di combattere in mare e nello spazio per creare nuovi monopoli. Il monopolio statunitense riguarda il petrolio e la funzione del dollaro. Le operazioni in Venezuela o contro l’Iran non mirano solo al petrolio in sé, ma al controllo delle risorse “libere” per non perdere l’egemonia monetaria.
Capitalismo della finitudine e nuova spartizione del Mondo
Il commercio internazionale si svolge ormai su basi militarizzate: guerre dirette, guerre economiche, dazi. Non siamo più nell’epoca del libero scambio, ma in quella di un capitalismo della finitudine, in cui una legge di accumulazione infinita si scontra con limiti finiti: risorse naturali e mondo multipolare.
La riduzione della massa salariale mondiale rallenta l’involuzione del capitale, ma impedisce la crescita dei mercati interni. Non è finito il mercato: è finita la possibilità di valorizzare in modo soddisfacente il capitale produttivo. Si chiude definitivamente l’epoca del dominio incontrastato statunitense del dopoguerra e dei mercati finanziari globali.
Assistiamo a una nuova spartizione del mondo. L’“emisfero Monroe” rivendicato da Trump appartiene agli Stati Uniti; la Russia consolida la propria area di influenza a partire dall’Ucraina; l’Africa è terreno di competizione; la Cina propone un modello diverso, non centrato sul profitto immediato ma su una prospettiva di lungo periodo fino al 2050, fondata sull’idea di armonia universale.
In questo quadro, l’imperialismo assume connotati nuovi. La gestione delle risorse, soprattutto quelle lontane dai propri territori, avviene tramite operazioni militari o accordi coercitivi come i dazi. Gli Stati Uniti puntano non solo a dominare, ma a occupare direttamente, formando nuove reti territoriali e nuove catene del valore basate sul saccheggio.
Come osservava David Harvey, l’imperialismo contemporaneo sposta l’asse dal tempo allo spazio: non più accumulazione estensiva nel tempo, ma appropriazione spaziale di territori e risorse. È un capitalismo predatorio, neocoloniale, organizzato in reti che incanalano risorse naturali e merci verso centri di comando, in una logica di “magazzini territoriali”.
Siamo dunque in una fase in cui la sopravvivenza del modo di produzione capitalistico non passa più dallo sviluppo delle forze produttive e dalla crescita condivisa, ma dall’appropriazione piratesca delle ricchezze. È questa la chiave per comprendere ciò che sta accadendo in Venezuela, in Africa, in Medio Oriente e nello scontro globale tra unipolarismo e pluricentrismo.
Fonte
Vorrei, a seguito dell’infame attacco da parte di quelli che considero i due governi e paesi più terroristi oggi al mondo – gli Stati Uniti e Israele, che adottano da anni il principio del terrorismo di Stato nelle relazioni internazionali – proporre una riflessione sulla fase che stiamo vivendo. Una fase che va ben al di là della contingenza degli attacchi al Venezuela, delle pressioni contro Cuba, la Nigeria e ora l’Iran, dopo lo sterminio e il genocidio del popolo palestinese.
Mi sembra – e lo abbiamo scritto in molti articoli su questo giornale – che sia cambiata completamente la fase di caratterizzazione del capitalismo, o meglio del modo di produzione capitalistico, e dunque la stessa configurazione dell’imperialismo. La politica corre velocissima, soprattutto nella dimensione internazionale: è lì che si giocano gli assetti di un sistema ormai in crisi sistemica.
Da anni sosteniamo che alle crisi congiunturali, tipiche del capitalismo, si sono aggiunte vere e proprie crisi strutturali. In tempi non sospetti abbiamo parlato di crisi sistemica, evidenziando la contemporaneità di una crisi di sovrapproduzione e di sovra-accumulazione.
A fronte di profitti che sembrano tali – ma che spesso sono invece rendite, non necessariamente immobiliari o finanziarie in senso stretto, bensì redditi da capitale non provenienti dall’economia reale – si configura non più una caduta tendenziale del saggio di profitto, ma una vera e propria caduta effettiva. Non vi sono più margini per lo sviluppo delle forze produttive né per la crescita quantitativa del capitale pronto al reinvestimento: l’unica regola che sorregge il modo di produzione capitalistico non è più garantita.
Ciò significa che non esistono più, a livello globale, possibilità di crescita secondo le regole intrinseche al capitalismo: né la concorrenza perfetta o imperfetta, né il libero scambio, né le stesse regole minime della proprietà privata riescono a garantire un ciclo virtuoso di accumulazione e redistribuzione.
In passato, all’accumulazione privata delle multinazionali e delle oligarchie finanziarie si accompagnavano, dentro i rapporti di forza tra capitale e lavoro, anche forme di redistribuzione sociale della ricchezza, sia nei singoli paesi sia a livello internazionale (Nord-Sud). Oggi questa condizione non esiste più.
Fine dell’egemonia del dollaro e crisi della finanziarizzazione
Stiamo vivendo una nuova fase storica del capitalismo, che si evolve con caratteri profondamente diversi. Le forme di egemonia e di dominio costruite nel secondo dopoguerra e consolidate dopo la fine degli accordi di Accordi di Bretton Woods – soprattutto dopo il 1971 – si sono esaurite.
È in atto una crisi generale dell’accumulazione che colpisce in particolare gli Stati Uniti. Traballa il dollaro come moneta di riferimento internazionale: non solo per la presenza dell’euro, ma per l’emergere di nuove valute e sistemi di pagamento legati al rublo russo, allo yuan cinese e a molti paesi del Sud globale che non accettano più di pagare petrolio e merci in dollari.
L’unica maniera per gli Stati Uniti di mantenere il dollaro come moneta di riferimento è accaparrarsi il controllo del mercato mondiale del petrolio. Dominare le risorse energetiche significa obbligare chiunque voglia accedervi a operare secondo i dettami statunitensi, attraverso la totalizzazione della funzione del dollaro, cioè la dollarizzazione.
Parallelamente, fallisce il tentativo neoliberista di finanziarizzare l’economia. Le rendite finanziarie, alimentate da bolle speculative, non ricreano ricchezza reale ma solo ricchezza fittizia. Gli Stati Uniti affrontano così una crisi di indebitamento interno ed esterno, pubblico e privato. L’egemonia monetaria non garantisce più pacificazione sociale: crescono sacche di miseria e di esclusione, il conflitto sociale diventa meno controllabile.
Dal neoliberismo all’imperialismo corsaro
Nel passato i capitalismi – anglosassone, renano-nipponico, nord-europeo – avevano una capacità espansiva, non solo economica ma anche ideologica. Promettevano pace, sviluppo delle forze produttive, perfino la “fine della storia” dopo la caduta del Muro di Berlino. Si sosteneva che il liberalismo, e poi il neoliberismo, avrebbero garantito ordine e progresso senza guerre.
Oggi quella narrazione è crollata. Dopo una fase di conflitti interimperialistici più o meno velati (tra area del dollaro e area dell’euro, tra polo euro-atlantico ed euroasiatico), siamo in una fase di “finta pace”, dove le guerre vengono definite “preventive” per assicurare la pace stessa. In realtà, si tratta di rapporti di forza militarizzati per ripristinare regole di mercato che non reggono più.
Siamo di fronte a un ritorno alla forma-Stato e a un capitalismo che non è più liberale né neoliberista, ma predatorio. Lo definirei “imperialismo piratesco”: un imperialismo che non trae reddito dallo sviluppo delle forze produttive, ma dall’appropriazione militare e coercitiva delle risorse.
Questa dinamica richiama le pratiche dei pirati dei Caraibi del Seicento o delle compagnie armate del Settecento. In tal senso è illuminante il libro di Arnaud Orain, La confisca del mondo, pubblicato da Einaudi, che parla di “capitalismo della finitudine”. Un capitalismo consapevole dei limiti: risorse naturali scarse, crisi climatica, crisi energetica, limiti geopolitici in un mondo multipolare.
Il conflitto non è più solo interimperialistico: diventa lotta per la libertà di combattere in mare e nello spazio per creare nuovi monopoli. Il monopolio statunitense riguarda il petrolio e la funzione del dollaro. Le operazioni in Venezuela o contro l’Iran non mirano solo al petrolio in sé, ma al controllo delle risorse “libere” per non perdere l’egemonia monetaria.
Capitalismo della finitudine e nuova spartizione del Mondo
Il commercio internazionale si svolge ormai su basi militarizzate: guerre dirette, guerre economiche, dazi. Non siamo più nell’epoca del libero scambio, ma in quella di un capitalismo della finitudine, in cui una legge di accumulazione infinita si scontra con limiti finiti: risorse naturali e mondo multipolare.
La riduzione della massa salariale mondiale rallenta l’involuzione del capitale, ma impedisce la crescita dei mercati interni. Non è finito il mercato: è finita la possibilità di valorizzare in modo soddisfacente il capitale produttivo. Si chiude definitivamente l’epoca del dominio incontrastato statunitense del dopoguerra e dei mercati finanziari globali.
Assistiamo a una nuova spartizione del mondo. L’“emisfero Monroe” rivendicato da Trump appartiene agli Stati Uniti; la Russia consolida la propria area di influenza a partire dall’Ucraina; l’Africa è terreno di competizione; la Cina propone un modello diverso, non centrato sul profitto immediato ma su una prospettiva di lungo periodo fino al 2050, fondata sull’idea di armonia universale.
In questo quadro, l’imperialismo assume connotati nuovi. La gestione delle risorse, soprattutto quelle lontane dai propri territori, avviene tramite operazioni militari o accordi coercitivi come i dazi. Gli Stati Uniti puntano non solo a dominare, ma a occupare direttamente, formando nuove reti territoriali e nuove catene del valore basate sul saccheggio.
Come osservava David Harvey, l’imperialismo contemporaneo sposta l’asse dal tempo allo spazio: non più accumulazione estensiva nel tempo, ma appropriazione spaziale di territori e risorse. È un capitalismo predatorio, neocoloniale, organizzato in reti che incanalano risorse naturali e merci verso centri di comando, in una logica di “magazzini territoriali”.
Siamo dunque in una fase in cui la sopravvivenza del modo di produzione capitalistico non passa più dallo sviluppo delle forze produttive e dalla crescita condivisa, ma dall’appropriazione piratesca delle ricchezze. È questa la chiave per comprendere ciò che sta accadendo in Venezuela, in Africa, in Medio Oriente e nello scontro globale tra unipolarismo e pluricentrismo.
Fonte
Dove finisce l’Iran?
di Silvano Cacciari
“Non utilizzare le truppe se il risultato è incerto”
(Sun-Tsu, L’arte della guerra)
L’arte della guerra non smette mai di dimostrare la sua forza teorica che, nel nostro mondo, si moltiplica se guardiamo alla guerra ibrida e alla weaponizzazione delle filiere energetiche, tecnologiche, produttive che si sono diffuse sul scala planetaria. Questo per diversi motivi: prima di tutto perché l‘incertezza non è più solo tattica, ma sistemica. Sun Tzu parlava di conoscere il nemico e se stessi. Oggi, in una guerra ibrida, su diversi piani il “nemico” non è un solo un esercito, ma una rete di attori (stati, corporation, fondi speculativi, aziende tech) anche non coordinabili tra loro. Poi, il risultato è incerto perché il campo di battaglia è ovunque. Non si combatte solo su un fronte geografico, ma su fronti energetici, finanziari, digitali e cognitivi. Un attacco militare “tradizionale” come quello all’Iran, che ha portato alla morte della guida suprema Khamenei, è solo una mossa in un gioco molto più grande. Le sue conseguenze si propagheranno in modi che nessun modello lineare può prevedere: un’impennata del prezzo del petrolio che blocca la ripresa economica globale, un attacco informatico di ritorsione che paralizza la rete elettrica di una città americana, una crisi alimentare in Africa causata dalla mancanza di fertilizzanti russi.
L’avvertimento di Sun Tzu oggi è un monito sulla complessità. La sua frase ci dice: “non avventurarti in un conflitto se non puoi prevederne le conseguenze”. Nel mondo connesso della guerra ibrida, prevedere le conseguenze è diventato quasi impossibile anzi, l’imprevedibilità è ormai acquisita nell’azione militare visto che ogni azione bellica genera reazioni a catena non lineari su mille piani non militari. In questo senso, la massima di Sun Tzu non è solo attuale, ma è forse la più importante lezione strategica del nostro tempo: chi attacca lo fa sempre in condizioni di alta complessità e quindi di forte incertezza. Seguendo Sun Tzu non si dovrebbe muovere guerra ma si finisce inevitabilmente per farlo con il risultato di far precipitare la politica nella dimensione disordinata e caotica della guerra ibrida e di generare nuovi, interminabili conflitti.
Per domare il caos prevedibile, e persino simulato prima dell’attacco, l’alleanza Usa-Israele si è data qui come obiettivo primario la decapitazione della leadership iraniana, con l’uccisione di Ali Khamenei e di altri alti esponenti del potere iraniano. Dal punto di vista dell’antropologia politica, questa scelta mira a recidere i nodi centrali di una vasta rete di potere che si regge su relazioni personali, lealtà clientelari e meccanismi di controllo territoriale. Colpire il vertice significa tentare di disarticolare la catena di comando prima che possa attivare procedure di successione ordinate, generando un vuoto decisionale in grado di paralizzare l’apparato militare e di intelligence iraniano nel momento cruciale della risposta. È già accaduto, in Libia ed in Iraq, con risultati disastrosi per gli stessi attaccanti, ma, si sa, ogni volta si sostiene che “è differente”.
Tra le ragioni dell’attacco, quelle che impongono di muovere comunque guerra, escluse quelle contingenti, va evidenziata la situazione economico-finanziaria degli Stati Uniti. Il debito federale ha superato i trentotto mila miliardi di dollari e la domanda di Treasury Bond mostra segni di cedimento, in particolare da parte delle petro-monarchie del Golfo che nel corso del 2025 hanno ridotto le proprie riserve in dollari per acquistare oro. Questa tendenza alla diversificazione degli investimenti, da parte delle monarchie del Golfo, rappresenta una minaccia concreta per la tenuta del sistema di finanziamento del debito pubblico americano. Lo Stretto di Hormuz, attraverso cui transita circa il venti per cento del petrolio mondiale, diventa in questo quadro una leva strategica: la sua destabilizzazione controllata, da Usa e Israele, può costringere i paesi del Golfo a riallinearsi con Washington in cambio di garanzie sulla sicurezza delle proprie esportazioni, mentre l’aumento del prezzo del greggio e le nuove commesse per l’industria bellica favoriscono i grandi fondi di investimento che detengono quote rilevanti sia del settore energetico che di quello della difesa.
Qui, inevitabilmente la complessità e l’incertezza fanno valere il loro peso ontologico: la finestra temporale entro cui gli Stati Uniti devono conseguire i propri obiettivi (militari, politici, economico-finanziari) è estremamente ridotta, secondo diversi analisti compresa tra le tre e le otto settimane. Questo lasso di tempo è determinato da vincoli strutturali: oltre tale soglia, l’aumento prolungato del prezzo del petrolio innescherebbe effetti recessivi globali che renderebbero più oneroso il servizio del debito pubblico e accelererebbero la fuga dai Treasury Bond, producendo esattamente gli effetti che l’operazione intende scongiurare. Inoltre, le scorte di munizionamento e missili intercettori a disposizione del Pentagono non consentono di sostenere operazioni ad alta intensità oltre le quattro-sei settimane, come emerso dai report interni sulla logistica dei conflitti prolungati. Vance, che alla stampa ha promesso un intervento comunque breve, ha in mente proprio questo genere di scadenze.
L’intelligenza artificiale ha giocato un ruolo decisivo nella pianificazione e nell’esecuzione di questo genere di attacco ad alto rischio e complessità anzi, senza la sua recente evoluzione, questo genere di guerra, con questa tempistica per ottenere risultati, sarebbe stato impensabile. I sistemi di targeting assistito come Habsora e Project Maven hanno processato in tempo reale flussi di dati provenienti da satelliti, droni e intercettazioni, generando elenchi di obiettivi validati in tempi cento volte inferiori rispetto ai metodi di non molti anni fa. Le piattaforme di comando e controllo come JADC2 hanno integrato queste informazioni in un’unica immagine operativa, consentendo di coordinare attacchi simultanei su siti distanti centinaia di chilometri. L’IA non ha solo accelerato i tempi di reazione, ma ha reso pensabile un’operazione di questa complessità, dove la selezione millimetrica dei bersagli e la sincronizzazione delle unità coinvolte sarebbero state altrimenti ingestibili con i mezzi anche di pochi anni fa. Insomma, la rivoluzione industriale IA è andata alla guerra e, con i risultati raggiunti, promette di radicarsi anche nella pace, qualunque cosa questa parola significhi.
La teoria dei sistemi adattivi complessi, che affronta questi fenomeni, suggerisce tuttavia che scenari di questo tipo generano inevitabilmente conseguenze non lineari in grado di vanificare i piani più accurati. L’eliminazione fisica della leadership se non produce automaticamente il collasso del sistema avversario, può innescare comportamenti emergenti da parte di attori periferici che fino a quel momento agivano sotto il coordinamento centrale. Le milizie irachene, Hezbollah e gli Houthi yemeniti dispongono di gradi di autonomia operativa che in assenza di direttive chiare da Teheran potrebbero tradursi in iniziative unilaterali, aprendo fronti di conflitto non previsti e difficilmente controllabili. Lo Stretto di Hormuz rappresenta il punto di rottura più critico: anche un blocco parziale e temporaneo farebbe schizzare i prezzi del petrolio oltre i centoventi dollari al barile, innescando una reazione a catena sui mercati finanziari che nessuna banca centrale potrebbe arginare. I sistemi di trading algoritmico, programmati per reagire in millisecondi a ogni notizia, amplificherebbero la volatilità in modo autonomo e imprevedibile, trasformando uno shock localizzato in una crisi sistemica.
La complessità del sistema reale, con le sue retroazioni e i suoi adattamenti continui, rende ogni tentativo di controllo lineare intrinsecamente fragile, esponendo la strategia americana a margini di incertezza che nessuna piattaforma IA è in grado di eliminare del tutto né sul piano dei conflitti sul campo né su quello delle guerre finanziarie.
Si ritorna all’avvertimento di Sun Tzu: non muovere guerra in condizioni di incertezza. Nonostante l’abito tecnologico – fatto di potenza, precisione e capillarità – l’attacco americano si muove in estreme condizioni di incertezza. Al momento ci sono molti possibili Iran dopo l’uccisione di Khamenei, quale prevarrà? Dove comincia e dove finisce l’Iran che conosciamo? L’attacco americano domerà l’Iran, e tutti i piani di guerra ibrida che contiene, o genererà altri conflitti, imprevedibili e irrisolvibili?
Qui bisogna ricordare che L’arte della guerra è un’ prodotto maturo di un'epoca cruciale della storia cinese, il periodo delle primavere e degli autunni, caratterizzato dal declino del potere centrale Zhou e dall’ascesa di stati vassalli in lotta. L’attacco Usa-Israele è un movimento tipico di ristabilimento di un potere centrale, comunque di importanza strategica. Vedremo se Washington e Tel Aviv hanno trovato un modo politicamente efficace di combattere oppure se prevarrà l’aforisma di Sun Tzu e la complessità non sarà domata.
Va ricordato che in Iraq una strategia simile, decapitazione del potere nemico ed emersione di un regime change, è semplicemente esplosa in mano agli americani. I quali studiando molto quello che è accaduto – l’uso della IA in guerra oggi è reso possibile proprio studiando l’impatto di quella guerra – ne ripropongono una nuova versione. Nel frattempo, dalla Cina moderna si osserva con interesse diretto, vista la dimensione dalla fornitura iraniana di petrolio a Pechino, proprio quello che sta accadendo.
Fonte
“Non utilizzare le truppe se il risultato è incerto”
(Sun-Tsu, L’arte della guerra)
L’arte della guerra non smette mai di dimostrare la sua forza teorica che, nel nostro mondo, si moltiplica se guardiamo alla guerra ibrida e alla weaponizzazione delle filiere energetiche, tecnologiche, produttive che si sono diffuse sul scala planetaria. Questo per diversi motivi: prima di tutto perché l‘incertezza non è più solo tattica, ma sistemica. Sun Tzu parlava di conoscere il nemico e se stessi. Oggi, in una guerra ibrida, su diversi piani il “nemico” non è un solo un esercito, ma una rete di attori (stati, corporation, fondi speculativi, aziende tech) anche non coordinabili tra loro. Poi, il risultato è incerto perché il campo di battaglia è ovunque. Non si combatte solo su un fronte geografico, ma su fronti energetici, finanziari, digitali e cognitivi. Un attacco militare “tradizionale” come quello all’Iran, che ha portato alla morte della guida suprema Khamenei, è solo una mossa in un gioco molto più grande. Le sue conseguenze si propagheranno in modi che nessun modello lineare può prevedere: un’impennata del prezzo del petrolio che blocca la ripresa economica globale, un attacco informatico di ritorsione che paralizza la rete elettrica di una città americana, una crisi alimentare in Africa causata dalla mancanza di fertilizzanti russi.
L’avvertimento di Sun Tzu oggi è un monito sulla complessità. La sua frase ci dice: “non avventurarti in un conflitto se non puoi prevederne le conseguenze”. Nel mondo connesso della guerra ibrida, prevedere le conseguenze è diventato quasi impossibile anzi, l’imprevedibilità è ormai acquisita nell’azione militare visto che ogni azione bellica genera reazioni a catena non lineari su mille piani non militari. In questo senso, la massima di Sun Tzu non è solo attuale, ma è forse la più importante lezione strategica del nostro tempo: chi attacca lo fa sempre in condizioni di alta complessità e quindi di forte incertezza. Seguendo Sun Tzu non si dovrebbe muovere guerra ma si finisce inevitabilmente per farlo con il risultato di far precipitare la politica nella dimensione disordinata e caotica della guerra ibrida e di generare nuovi, interminabili conflitti.
Per domare il caos prevedibile, e persino simulato prima dell’attacco, l’alleanza Usa-Israele si è data qui come obiettivo primario la decapitazione della leadership iraniana, con l’uccisione di Ali Khamenei e di altri alti esponenti del potere iraniano. Dal punto di vista dell’antropologia politica, questa scelta mira a recidere i nodi centrali di una vasta rete di potere che si regge su relazioni personali, lealtà clientelari e meccanismi di controllo territoriale. Colpire il vertice significa tentare di disarticolare la catena di comando prima che possa attivare procedure di successione ordinate, generando un vuoto decisionale in grado di paralizzare l’apparato militare e di intelligence iraniano nel momento cruciale della risposta. È già accaduto, in Libia ed in Iraq, con risultati disastrosi per gli stessi attaccanti, ma, si sa, ogni volta si sostiene che “è differente”.
Tra le ragioni dell’attacco, quelle che impongono di muovere comunque guerra, escluse quelle contingenti, va evidenziata la situazione economico-finanziaria degli Stati Uniti. Il debito federale ha superato i trentotto mila miliardi di dollari e la domanda di Treasury Bond mostra segni di cedimento, in particolare da parte delle petro-monarchie del Golfo che nel corso del 2025 hanno ridotto le proprie riserve in dollari per acquistare oro. Questa tendenza alla diversificazione degli investimenti, da parte delle monarchie del Golfo, rappresenta una minaccia concreta per la tenuta del sistema di finanziamento del debito pubblico americano. Lo Stretto di Hormuz, attraverso cui transita circa il venti per cento del petrolio mondiale, diventa in questo quadro una leva strategica: la sua destabilizzazione controllata, da Usa e Israele, può costringere i paesi del Golfo a riallinearsi con Washington in cambio di garanzie sulla sicurezza delle proprie esportazioni, mentre l’aumento del prezzo del greggio e le nuove commesse per l’industria bellica favoriscono i grandi fondi di investimento che detengono quote rilevanti sia del settore energetico che di quello della difesa.
Qui, inevitabilmente la complessità e l’incertezza fanno valere il loro peso ontologico: la finestra temporale entro cui gli Stati Uniti devono conseguire i propri obiettivi (militari, politici, economico-finanziari) è estremamente ridotta, secondo diversi analisti compresa tra le tre e le otto settimane. Questo lasso di tempo è determinato da vincoli strutturali: oltre tale soglia, l’aumento prolungato del prezzo del petrolio innescherebbe effetti recessivi globali che renderebbero più oneroso il servizio del debito pubblico e accelererebbero la fuga dai Treasury Bond, producendo esattamente gli effetti che l’operazione intende scongiurare. Inoltre, le scorte di munizionamento e missili intercettori a disposizione del Pentagono non consentono di sostenere operazioni ad alta intensità oltre le quattro-sei settimane, come emerso dai report interni sulla logistica dei conflitti prolungati. Vance, che alla stampa ha promesso un intervento comunque breve, ha in mente proprio questo genere di scadenze.
L’intelligenza artificiale ha giocato un ruolo decisivo nella pianificazione e nell’esecuzione di questo genere di attacco ad alto rischio e complessità anzi, senza la sua recente evoluzione, questo genere di guerra, con questa tempistica per ottenere risultati, sarebbe stato impensabile. I sistemi di targeting assistito come Habsora e Project Maven hanno processato in tempo reale flussi di dati provenienti da satelliti, droni e intercettazioni, generando elenchi di obiettivi validati in tempi cento volte inferiori rispetto ai metodi di non molti anni fa. Le piattaforme di comando e controllo come JADC2 hanno integrato queste informazioni in un’unica immagine operativa, consentendo di coordinare attacchi simultanei su siti distanti centinaia di chilometri. L’IA non ha solo accelerato i tempi di reazione, ma ha reso pensabile un’operazione di questa complessità, dove la selezione millimetrica dei bersagli e la sincronizzazione delle unità coinvolte sarebbero state altrimenti ingestibili con i mezzi anche di pochi anni fa. Insomma, la rivoluzione industriale IA è andata alla guerra e, con i risultati raggiunti, promette di radicarsi anche nella pace, qualunque cosa questa parola significhi.
La teoria dei sistemi adattivi complessi, che affronta questi fenomeni, suggerisce tuttavia che scenari di questo tipo generano inevitabilmente conseguenze non lineari in grado di vanificare i piani più accurati. L’eliminazione fisica della leadership se non produce automaticamente il collasso del sistema avversario, può innescare comportamenti emergenti da parte di attori periferici che fino a quel momento agivano sotto il coordinamento centrale. Le milizie irachene, Hezbollah e gli Houthi yemeniti dispongono di gradi di autonomia operativa che in assenza di direttive chiare da Teheran potrebbero tradursi in iniziative unilaterali, aprendo fronti di conflitto non previsti e difficilmente controllabili. Lo Stretto di Hormuz rappresenta il punto di rottura più critico: anche un blocco parziale e temporaneo farebbe schizzare i prezzi del petrolio oltre i centoventi dollari al barile, innescando una reazione a catena sui mercati finanziari che nessuna banca centrale potrebbe arginare. I sistemi di trading algoritmico, programmati per reagire in millisecondi a ogni notizia, amplificherebbero la volatilità in modo autonomo e imprevedibile, trasformando uno shock localizzato in una crisi sistemica.
La complessità del sistema reale, con le sue retroazioni e i suoi adattamenti continui, rende ogni tentativo di controllo lineare intrinsecamente fragile, esponendo la strategia americana a margini di incertezza che nessuna piattaforma IA è in grado di eliminare del tutto né sul piano dei conflitti sul campo né su quello delle guerre finanziarie.
Si ritorna all’avvertimento di Sun Tzu: non muovere guerra in condizioni di incertezza. Nonostante l’abito tecnologico – fatto di potenza, precisione e capillarità – l’attacco americano si muove in estreme condizioni di incertezza. Al momento ci sono molti possibili Iran dopo l’uccisione di Khamenei, quale prevarrà? Dove comincia e dove finisce l’Iran che conosciamo? L’attacco americano domerà l’Iran, e tutti i piani di guerra ibrida che contiene, o genererà altri conflitti, imprevedibili e irrisolvibili?
Qui bisogna ricordare che L’arte della guerra è un’ prodotto maturo di un'epoca cruciale della storia cinese, il periodo delle primavere e degli autunni, caratterizzato dal declino del potere centrale Zhou e dall’ascesa di stati vassalli in lotta. L’attacco Usa-Israele è un movimento tipico di ristabilimento di un potere centrale, comunque di importanza strategica. Vedremo se Washington e Tel Aviv hanno trovato un modo politicamente efficace di combattere oppure se prevarrà l’aforisma di Sun Tzu e la complessità non sarà domata.
Va ricordato che in Iraq una strategia simile, decapitazione del potere nemico ed emersione di un regime change, è semplicemente esplosa in mano agli americani. I quali studiando molto quello che è accaduto – l’uso della IA in guerra oggi è reso possibile proprio studiando l’impatto di quella guerra – ne ripropongono una nuova versione. Nel frattempo, dalla Cina moderna si osserva con interesse diretto, vista la dimensione dalla fornitura iraniana di petrolio a Pechino, proprio quello che sta accadendo.
Fonte
Aggressione all'Iran, qualche considerazione
di Francesco Dall'Aglio
A più di 24 ore dall’inizio degli attacchi sull’Iran alcune cose sono più chiare, altre restano oscure e lo resteranno per un bel po’. Partiamo dalla cosa più chiara di tutte: Khamenei è stato ucciso, insieme ad altre figure chiave dei vertici civili e soprattutto militari (Mohammad Pakpour, comandante in capo delle Guardie della rivoluzione islamica, e l’ammiraglio Ali Shamkani, segretario del Consiglio superiore di difesa). Non è la prima volta che figure chiave vengano eliminate e questo chiarisce, se mai ce ne fosse ancora bisogno, due cose. La prima è che per la dottrina strategica USA eliminare fisicamente i leader civili, militari e religiosi dei propri avversari, magari nel bel mezzo di un negoziato, è una pratica ormai consolidata e direi standard, con tutte le conseguenze che la cosa comporta dal punto di vista della fiducia reciproca e della credibilità diplomatica. La seconda, che gli USA hanno a disposizione capacità tuttora impareggiabili di intelligence, proiezione e attacco a lungo raggio.
Questa cosa è per loro ottima ma i problemi, sia storicamente che in questo caso, cominciano dopo: perché eliminare il capo significa far cadere la piramide sul cui vertice si trova solo nei brutti film di Hollywood, e questo non lo è. Un capo è un capo (anche Trump) perché comanda grazie a un apparato di potere e repressione (spoiler: anche la democrazia parlamentare è un apparato di potere e repressione, non occorre nemmeno aver letto Foucault) che prescinde dalla sua figura e perché questo apparato riesce, in un modo o nell’altro, a rendere non intollerabile la vita a buona parte della popolazione. L’idea che il mondo ‟altro” sia in mano a matti che governano col terrore e che le popolazioni dominate non vedano l’ora che un salvatore bianco e biondo le venga a liberare e a donare loro i McDonald’s (o Pizza Hut, come nel caso di quell’altro maledetto sciagurato) non è nemmeno ridicola, è pietosa oltre che schifosamente ipocrita.
È abbastanza chiaro, comunque, che questa è stata la strategia seguita: uccidiamo Khamenei e tre-quattro pezzi grossi e il tutto cadrà naturalmente, tanto che pare molto probabile che l’attacco sia partito in un orario piuttosto inusuale per questo genere di cose (in Iran erano le 9:40/9:45 del mattino) perché tutti i bersagli più importanti erano radunati insieme, e che non si sia dato troppo peso al cosa fare dopo, visto che né ieri né oggi si segnalano attacchi ‟shock and awe” e da quello che si vede (che non necessariamente è quello che è) i missili iraniani non hanno troppi problemi a volare in giro. In sintesi, è stato un ‟decapitation strike” che ha certamente decapitato, ma non pare aver sortito altri effetti. Questo genere di operazioni funziona solo se hai già in tasca il successore o il vice del leader che hai eliminato. Al momento però non pare (ripeto: non pare) che sia così, come non lo è stato in Iraq, in Libia, in Afghanistan, eccetera, e se il regime non crolla gli USA rischiano, oltre che di impantanarsi in un altro conflitto mediorientale dagli obiettivi incerti e dalla gestione complicata, di esaurire abbastanza rapidamente le scorte di munizionamento antiaeree ed antimissile, che probabilmente è la strategia che intende seguire l’Iran buttandola sull’attrito (l’attrito, questo sconosciuto alle dottrine NATO che considerano l’efficacia di una strategia esclusivamente in base ai km di territorio catturati al giorno e in base al numero di capi della tribù nemica uccisi).
Altre considerazioni. Gli USA hanno ucciso un leader religioso oltre che politico, e questa cosa avrà delle conseguenze non limitate solo all’Iran (già se ne vedono avvisaglie in Pakistan, che è un paese a larghissima maggioranza sunnita ma che ospita la più grande comunità sciita al mondo dopo quella iraniana). Khamenei, che tra l’altro aveva 86 anni ed era chiaramente a fine vita (e nel 2003 aveva emesso una fatwa che dichiarava che produzione, possesso e utilizzo delle armi nucleari erano contrarie alla legge islamica...), ha ‟raggiunto le schiere dei martiri”, per di più nel mese di Ramadan, e queste cose hanno un peso non indifferente in una parte del pianeta dove la religione continua ad essere una forza importante e per gli sciiti che sono estremamente sensibili, per tutta una serie di ragioni, alla questione del martirio.
Ultima considerazione. Oltre che Israele l’Iran sta colpendo principalmente obiettivi, statunitensi o meno, dislocati in Bahrein, Qatar, Kuwait, Emirati, Giordania e Arabia Saudita. Il motivo è semplice: non avendo i mezzi per proteggere tutti, gli USA stanno dando priorità alla difesa di Israele, scaricando gli altri alleati. La scommessa è che la latitanza statunitense pesi, per questi stati, più dell’irritazione per gli attacchi iraniani.
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A più di 24 ore dall’inizio degli attacchi sull’Iran alcune cose sono più chiare, altre restano oscure e lo resteranno per un bel po’. Partiamo dalla cosa più chiara di tutte: Khamenei è stato ucciso, insieme ad altre figure chiave dei vertici civili e soprattutto militari (Mohammad Pakpour, comandante in capo delle Guardie della rivoluzione islamica, e l’ammiraglio Ali Shamkani, segretario del Consiglio superiore di difesa). Non è la prima volta che figure chiave vengano eliminate e questo chiarisce, se mai ce ne fosse ancora bisogno, due cose. La prima è che per la dottrina strategica USA eliminare fisicamente i leader civili, militari e religiosi dei propri avversari, magari nel bel mezzo di un negoziato, è una pratica ormai consolidata e direi standard, con tutte le conseguenze che la cosa comporta dal punto di vista della fiducia reciproca e della credibilità diplomatica. La seconda, che gli USA hanno a disposizione capacità tuttora impareggiabili di intelligence, proiezione e attacco a lungo raggio.
Questa cosa è per loro ottima ma i problemi, sia storicamente che in questo caso, cominciano dopo: perché eliminare il capo significa far cadere la piramide sul cui vertice si trova solo nei brutti film di Hollywood, e questo non lo è. Un capo è un capo (anche Trump) perché comanda grazie a un apparato di potere e repressione (spoiler: anche la democrazia parlamentare è un apparato di potere e repressione, non occorre nemmeno aver letto Foucault) che prescinde dalla sua figura e perché questo apparato riesce, in un modo o nell’altro, a rendere non intollerabile la vita a buona parte della popolazione. L’idea che il mondo ‟altro” sia in mano a matti che governano col terrore e che le popolazioni dominate non vedano l’ora che un salvatore bianco e biondo le venga a liberare e a donare loro i McDonald’s (o Pizza Hut, come nel caso di quell’altro maledetto sciagurato) non è nemmeno ridicola, è pietosa oltre che schifosamente ipocrita.
È abbastanza chiaro, comunque, che questa è stata la strategia seguita: uccidiamo Khamenei e tre-quattro pezzi grossi e il tutto cadrà naturalmente, tanto che pare molto probabile che l’attacco sia partito in un orario piuttosto inusuale per questo genere di cose (in Iran erano le 9:40/9:45 del mattino) perché tutti i bersagli più importanti erano radunati insieme, e che non si sia dato troppo peso al cosa fare dopo, visto che né ieri né oggi si segnalano attacchi ‟shock and awe” e da quello che si vede (che non necessariamente è quello che è) i missili iraniani non hanno troppi problemi a volare in giro. In sintesi, è stato un ‟decapitation strike” che ha certamente decapitato, ma non pare aver sortito altri effetti. Questo genere di operazioni funziona solo se hai già in tasca il successore o il vice del leader che hai eliminato. Al momento però non pare (ripeto: non pare) che sia così, come non lo è stato in Iraq, in Libia, in Afghanistan, eccetera, e se il regime non crolla gli USA rischiano, oltre che di impantanarsi in un altro conflitto mediorientale dagli obiettivi incerti e dalla gestione complicata, di esaurire abbastanza rapidamente le scorte di munizionamento antiaeree ed antimissile, che probabilmente è la strategia che intende seguire l’Iran buttandola sull’attrito (l’attrito, questo sconosciuto alle dottrine NATO che considerano l’efficacia di una strategia esclusivamente in base ai km di territorio catturati al giorno e in base al numero di capi della tribù nemica uccisi).
Altre considerazioni. Gli USA hanno ucciso un leader religioso oltre che politico, e questa cosa avrà delle conseguenze non limitate solo all’Iran (già se ne vedono avvisaglie in Pakistan, che è un paese a larghissima maggioranza sunnita ma che ospita la più grande comunità sciita al mondo dopo quella iraniana). Khamenei, che tra l’altro aveva 86 anni ed era chiaramente a fine vita (e nel 2003 aveva emesso una fatwa che dichiarava che produzione, possesso e utilizzo delle armi nucleari erano contrarie alla legge islamica...), ha ‟raggiunto le schiere dei martiri”, per di più nel mese di Ramadan, e queste cose hanno un peso non indifferente in una parte del pianeta dove la religione continua ad essere una forza importante e per gli sciiti che sono estremamente sensibili, per tutta una serie di ragioni, alla questione del martirio.
Ultima considerazione. Oltre che Israele l’Iran sta colpendo principalmente obiettivi, statunitensi o meno, dislocati in Bahrein, Qatar, Kuwait, Emirati, Giordania e Arabia Saudita. Il motivo è semplice: non avendo i mezzi per proteggere tutti, gli USA stanno dando priorità alla difesa di Israele, scaricando gli altri alleati. La scommessa è che la latitanza statunitense pesi, per questi stati, più dell’irritazione per gli attacchi iraniani.
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