Presentazione


Analisi, opinioni, fatti e (più di rado) arte da una prospettiva di classe.

03/06/2026

Cuba, la scelta della pace contro la follia della guerra

Mentre nel mondo si moltiplicano i conflitti e il linguaggio della forza sembra sostituire sempre più spesso quello della diplomazia, da Cuba arriva un messaggio che merita di essere ascoltato. È un messaggio di pace, di ragionevolezza e di difesa della vita contro i tamburi di guerra che alcuni settori dell’establishment statunitense continuano irresponsabilmente a far risuonare nel continente americano.

Negli ultimi giorni sono emersi tre fatti di straordinaria importanza politica che, letti insieme, raccontano una realtà molto diversa da quella propagandata dai sostenitori dell’aggressione contro l’isola socialista.

Il primo riguarda un memorandum indirizzato al presidente Donald Trump da un gruppo di ex funzionari dell’intelligence, della diplomazia e delle forze armate degli Stati Uniti. Non si tratta di militanti rivoluzionari o di simpatizzanti del governo cubano. Si tratta di persone che hanno servito gli apparati strategici di Washington e che conoscono perfettamente i meccanismi della politica estera statunitense.

La loro conclusione è netta: una aggressione contro Cuba sarebbe destinata a un fallimento catastrofico. Tra i firmatari figurano ex analisti della CIA, ex ufficiali dell’intelligence e della diplomazia statunitense che invitano a sostituire la logica della minaccia con quella del dialogo.

Questa valutazione non nasce da motivazioni ideologiche, ma da una constatazione realistica. Cuba non è un paese disposto a piegarsi. La storia della Rivoluzione dimostra che il popolo cubano ha saputo resistere per oltre sessant’anni a blocchi economici, sabotaggi, campagne di destabilizzazione e tentativi di isolamento internazionale.

Pensare oggi di imporre con la forza un cambiamento politico significa ignorare la storia e sottovalutare la capacità di resistenza di un popolo che ha fatto della propria sovranità un valore irrinunciabile.

Il secondo elemento è rappresentato dall’appello internazionale lanciato da Cuba ai movimenti sociali, alle organizzazioni pacifiste e alla società civile mondiale. Di fronte all’escalation di minacce, l’isola non risponde con parole di odio, ma con un invito alla difesa della vita e della pace.

Si tratta di una posizione che richiama la migliore tradizione internazionalista della Rivoluzione cubana, sempre schierata contro le guerre imperialiste e a favore della cooperazione tra i popoli. L’appello denuncia il pericolo di una nuova stagione di aggressioni e richiama la comunità internazionale alle proprie responsabilità.

Il terzo fatto, forse il più significativo dal punto di vista politico, riguarda l’opinione pubblica statunitense. Una recente indagine demoscopica mostra infatti che la maggioranza degli elettori americani respinge l’ipotesi di un intervento militare contro Cuba. Perfino negli Stati Uniti cresce la consapevolezza che la strada della guerra non porterebbe alcuna soluzione. La maggioranza dei cittadini preferisce il dialogo, la cooperazione e la normalizzazione delle relazioni tra i due paesi.

Questi tre elementi smontano la narrativa costruita dagli ambienti più aggressivi della politica statunitense. Non esiste alcun consenso internazionale per un’aggressione contro Cuba. Non esiste neppure un consenso interno negli Stati Uniti. E persino autorevoli ex rappresentanti degli apparati di sicurezza di Washington mettono in guardia contro i rischi di una simile avventura.

Dietro le minacce contro Cuba si nasconde una crisi più profonda. L’ordine internazionale unipolare costruito dopo la fine della Guerra Fredda sta mostrando tutte le sue contraddizioni. Emergono nuovi protagonisti globali, si rafforzano i processi di integrazione regionale e cresce la richiesta di un mondo multipolare fondato sul rispetto reciproco tra le nazioni. In questo scenario Cuba continua a rappresentare un simbolo di indipendenza politica e di resistenza all’egemonia imperiale.

È proprio per questo che l’isola continua a essere bersaglio di pressioni e aggressioni. Non per ciò che possiede, ma per ciò che rappresenta. Cuba dimostra che è possibile difendere la sovranità nazionale, garantire diritti sociali fondamentali e costruire relazioni internazionali fondate sulla solidarietà. Una testimonianza che continua a disturbare chi vorrebbe un mondo interamente subordinato alle logiche del mercato e della potenza militare.

Oggi più che mai diventa necessario rilanciare una mobilitazione internazionale per la pace. La comunità internazionale deve respingere ogni ipotesi di aggressione militare contro Cuba e chiedere la fine del blocco economico che continua a colpire duramente la popolazione civile. La pace non si costruisce con le portaerei, le sanzioni o le minacce. La pace si costruisce attraverso il dialogo, la cooperazione e il rispetto della sovranità dei popoli.

Le voci che oggi si levano dagli stessi Stati Uniti, insieme all’appello proveniente da Cuba e al rifiuto popolare della guerra, dimostrano che un’altra strada è possibile. È la strada della convivenza pacifica, del diritto internazionale e della solidarietà tra i popoli.

Contro i tamburi di guerra, Cuba continua a scegliere la vita. E questa scelta riguarda tutti noi.

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Iraq - Sinistra, sindacati e organizzazioni di massa

Le prospettive di rinnovamento e unificazione del movimento sindacale e di massa nei paesi del Sud Globale: l’Iraq come modello

La maggior parte dei paesi del Medio Oriente e del Sud Globale che operano sotto regimi autoritari condivide un’unica crisi strutturale: la frammentazione e la debolezza acuta e cronica che colpisce le organizzazioni di massa, i sindacati, i movimenti femministi e gli organismi studenteschi, estendendosi ulteriormente fino ad abbracciare il coordinamento tra le stesse forze di sinistra.

Questo non è un problema esclusivamente iracheno; è, piuttosto, un fenomeno ricorrente in contesti comparabili, che trova la sua espressione più nitida ed evidente nell’esperienza irachena.

Dalla necessità storica alle domande sul rinnovamento

I regimi autoritari hanno generato condizioni soffocanti che hanno spinto le forze di sinistra ad adottare forme organizzative fortemente centralizzate sotto il peso della repressione e della persecuzione, producendo un approccio basato sulla costruzione di sindacati e organizzazioni di massa clandestini, e talvolta semipubblici, strettamente legati alle formazioni politiche, a scapito della loro indipendenza e della loro capacità di abbracciare settori sociali più ampi.

L’equità impone di riconoscere che questo approccio non era errato in termini assoluti. In determinate fasi storiche ha svolto un ruolo fondamentale che non può essere negato, quando la centralizzazione organizzativa era una necessità imposta dalla realtà repressiva e dal bisogno della lotta di mantenere la coesione e proteggere i propri quadri.

Tuttavia, i tempi sono cambiati in modo sostanziale, e con essi i meccanismi del pensiero popolare e dell’azione di massa nell’era della rivoluzione digitale. Le masse di oggi, in particolare le nuove generazioni cresciute in una cultura di accesso immediato all’informazione, organizzazione orizzontale, trasparenza e partecipazione diretta al processo decisionale, non accettano più di essere mero materiale di mobilitazione al servizio di un’agenda partitica concreta, per quanto sincere siano le sue intenzioni.

Per questo motivo, il presente documento intende suscitare un dibattito serio sulla revisione del modello del “sindacato subordinato e dell’organizzazione di massa fedele”, e sull’esplorazione di un modello alternativo.

Dai legami organici all’indipendenza

Dopo il 2003, la maggior parte delle formazioni di sinistra si è adoperata per mantenere e costituire i propri sindacati, federazioni e organizzazioni. Ciò ha condotto in molti casi a una proliferazione di organizzazioni e sindacati all’interno dello stesso settore, e in alcuni casi ha persino raggiunto il punto di duplicare le organizzazioni all’interno dello stesso partito, generando un panorama di massa caratterizzato dalla dispersione delle energie, da una molteplicità di nomi e da una reale efficacia che andava riducendosi sul campo.

Un sindacato strettamente legato a una formazione specifica trova genuina difficoltà nell’accogliere i lavoratori in tutta la loro diversità intellettuale, nazionale e religiosa, cosicché la sua sfera d’influenza si restringe e rimane confinata a un segmento particolare. Un’organizzazione femminista legata a un partito concreto ha difficoltà ad attrarre donne di diversa provenienza politica. Un sindacato studentesco si trasforma gradualmente in un’arena di scontri partitici, dove gli studenti perdono il proprio spazio indipendente.

Un’esperienza personale vissuta nell’estate del 1992 rivela la profondità di questo problema. Quando ci riunimmo con compagni di sinistra e disoccupati per costruire un sindacato dei disoccupati nella Regione del Kurdistan, il primo disaccordo sorse intorno alla stessa dichiarazione fondativa.

Alcuni compagni proposero una dichiarazione satura di espressioni ideologiche di sinistra come imperialismo e socialismo. Non fui d’accordo con loro e sostenni che ciò che stavamo cercando di costruire era un sindacato per tutti i disoccupati, di ogni convinzione e orientamento, non un sindacato esclusivamente per i disoccupati della sinistra. Quella domanda fondamentale posta nell’estate del 1992 rimane ancora oggi al cuore stesso del problema che stiamo discutendo.

La debolezza del coordinamento e le sue ripercussioni

Esiste un paradosso doloroso degno di riflessione: la sinistra innalza lo slogan dell’unità delle masse lavoratrici, mentre questo approccio organizzativo ha condotto involontariamente alla dispersione degli sforzi e all’indebolimento del movimento sindacale e di massa sul campo. La frammentazione di massa che osserviamo nel panorama sindacale riflette, in parte, una frammentazione politica precedente che si è manifestata nella proliferazione delle formazioni di sinistra e nella divergenza delle loro posizioni, una divergenza che è naturale e legittima in sé.

La complessa situazione irachena, regionale e mondiale accoglie diverse interpretazioni di sinistra; tuttavia, quando questa divergenza si trasforma in conflitto e risentimento che indebolisce l’azione collettiva, proietta la sua pesante ombra sull’intero spazio di massa.

Allo stesso modo, l’assenza di coordinamento ha prodotto un modello di competizione all’interno dello stesso circolo di massa anziché un’espansione verso nuovi settori sociali. La mappa di massa è rimasta limitata nella portata nonostante la molteplicità delle organizzazioni, perché questa molteplicità non ha sempre condotto a una divisione del lavoro e all’interpellanza di strati diversi; al contrario, ha condotto alla sovrapposizione e alla ripetizione all’interno dello stesso terreno.

Lezioni da esperienze sindacali efficaci

Le esperienze storiche e contemporanee rivelano che i sindacati progressisti indipendenti ed efficaci sono stati spesso un fattore fondamentale nel cambiamento sociale e politico, e che la loro forza non derivava dai loro legami con questo o quel partito, bensì dal loro genuino radicamento nelle loro basi operaie e di massa.

In Tunisia, l’Unione Generale Tunisina del Lavoro ha svolto un ruolo centrale nell’abbattimento della dittatura nel 2011, ed è stato il suo peso di massa, profondamente radicato in ampi settori di lavoratori, a conferirle quel potere negoziale che i partiti politici nel loro insieme non erano riusciti a esercitare.

Nel Sudafrica, il Congresso dei Sindacati del Sudafrica (COSATU) ha dimostrato che un sindacato indipendente e forte può essere contemporaneamente un fronte per la difesa dei diritti dei lavoratori e una piattaforma per la lotta per la dignità umana senza dissolversi in alcun partito politico.

In Brasile, un movimento sindacale indipendente si è evoluto fino a dare origine al Partito dei Lavoratori, che è giunto al potere, un modello non comune di costruzione di una vera forza politica a partire dal lavoro sindacale di base.

In Danimarca, i partiti di sinistra lavorano all’interno della Confederazione Sindacale Danese esistente e ne rafforzano gli orientamenti progressisti dall’interno, guadagnando un’influenza sociale più profonda di quanto avrebbero ottenuto limitandosi a guidare piccoli sindacati fedeli ai propri partiti.

Le sfide strutturali

Ai precedenti si aggiungono sfide strutturali più profonde. La più rilevante è la natura rentista dell’economia irachena: secondo il Rapporto dell’Articolo IV del FMI sull’Iraq 2025, il petrolio costituisce circa il 90% delle entrate del bilancio pubblico, il che significa che la maggior parte dei lavoratori manuali e intellettuali sono dipendenti pubblici legati allo Stato da un rapporto di dipendenza diretta che limita il margine della loro organizzazione indipendente.

Ciò è risultato chiaramente evidente durante le proteste dell’ottobre 2019, quando i sindacati si sono rivelati incapaci di convertire lo slancio della piazza in scioperi organizzati, perché i lavoratori si sono trovati di fronte a una dolorosa equazione: protestare e sopportarne le conseguenze professionali, oppure tacere e conservare la propria fonte di sostentamento. La Dichiarazione della Missione del FMI in Iraq 2025 sottolinea ulteriormente la vulnerabilità strutturale dell’economia irachena e il suo impatto diretto sul mercato del lavoro e sulla capacità dei lavoratori di organizzarsi in modo indipendente.

A ciò si aggiunge il ruolo di alcuni organismi internazionali donatori nella promozione di modelli di “società civile” che evitano di toccare le strutture economiche nucleari e che marginalizzano i sindacati e le federazioni con un orientamento progressista e di classe chiaramente definito. A questo si somma il rafforzamento del fenomeno della personalizzazione, che rende la continuità di un’organizzazione dipendente da individui concreti piuttosto che dalla sua struttura istituzionale.

Verso una sinistra di massa rinnovata

L’assenza di sindacati, federazioni e organizzazioni forti e indipendenti ha indebolito la sinistra in modi che vanno ben oltre quanto è visibile in superficie. Quando sono arrivati i momenti decisivi nella storia delle proteste e delle sollevazioni popolari, la sinistra si è trovata in un doloroso vuoto organizzativo: senza sindacati capaci di convertire le manifestazioni in scioperi organizzati che costringessero le autorità governanti a Baghdad ed Erbil a rispondere, senza un movimento studentesco unificato con una genuina forza istituzionale, e senza organizzazioni femministe di ampia influenza capaci di tradurre la rabbia popolare in rivendicazioni sostenibili. Al posto di tutto ciò, decine di piccole organizzazioni in competizione con coordinamento limitato e ricorrenti conflitti organizzativi.

Gli ultimi decenni hanno assistito a cambiamenti fondamentali nel modo in cui le masse pensano e nei metodi attraverso cui si organizzano, cambiamenti che nessuna forza politica seria può permettersi di ignorare. La rivoluzione digitale ha ridisegnato la mappa del potere e dell’influenza, e ha consentito alle reti orizzontali e alle iniziative indipendenti di raggiungere una presenza di base ampia in tempi record.

I movimenti di protesta, dalle piazze dell’Iraq e della Regione del Kurdistan ai movimenti di giustizia sociale in tutto il mondo, hanno dimostrato che l’organizzazione orizzontale e flessibile è in grado di generare un’enorme energia mobilitatrice che le strutture rigidamente centralizzate non riescono ad eguagliare.

La vera unità nella pratica

Il cammino verso la vera unità nella pratica passa attraverso due vie complementari, nessuna delle quali può sussistere senza l’altra. 

Prima Via: il lavoro sindacale e di massa

La partecipazione collettiva nella costruzione di sindacati, federazioni e organizzazioni di massa progressiste, indipendenti e potenti che riuniscano tutti a prescindere dalle loro appartenenze intellettuali, nazionali, religiose o partitiche, attorno ai loro interessi comuni e alle loro rivendicazioni vitali. In seno a queste organizzazioni indipendenti, gli uomini e le donne di sinistra possono contribuire con il meglio di ciò che hanno: i valori della giustizia sociale, la solidarietà e la lotta per la dignità umana e l’uguaglianza.

Seconda Via: il lavoro politico e organizzativo

Il coordinamento e l’azione congiunta a livello partitico e politico attraverso diversificati quadri di alleanza, a livello nazionale o provinciale o intorno a rivendicazioni specifiche, come passi graduali verso la costruzione di un ampio quadro progressista di sinistra, unificato e a molteplici piattaforme, che comprenda tutte le forze di sinistra e progressiste accanto ai sindacati e alle organizzazioni operaie e di massa, sulla base dei punti di convergenza immediati. Cambiare la situazione in Iraq e nella Regione del Kurdistan richiede di mobilitare tutte quelle energie in un unico progetto coerente.

Questo è il significato dell’azione di massa genuina nella nostra era: servire i lavoratori manuali e intellettuali, costruire e unire il loro potere, partecipare al miglioramento delle loro vite e incarnare i valori della sinistra nella pratica quotidiana e non solo nel discorso politico. La forza genuina della sinistra non risiede unicamente nelle sue posizioni intellettuali e nelle sue posture politiche, bensì nella sua capacità di costruire istituzioni progressiste indipendenti di ampia influenza, radicate nella vita quotidiana delle persone e capaci di difendere i loro interessi e diritti, convertendo le loro energie sociali in una genuina forza di cambiamento che apra la strada all’alternativa socialista democratica.

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Un nuovo polo hi-tech contro la Cina

Gli Stati Uniti e le Filippine hanno annunciato un importante progetto industriale ed economico: la costruzione di quella che è stata definita una Zona per la Sicurezza Economica di circa 4.000 ettari a nord della capitale Manila. Il fulcro del piano sorgerà a New Clark City, un’area strategica dell’isola di Luzon che un tempo ospitava una delle più grandi basi aeree statunitensi nel Pacifico.

L’iniziativa, nata sotto l’egida della strategia statunitense denominata Pax Silica (la coalizione globale lanciata dall’amministrazione Trump per sfidare la Cina sulle catene tecnologiche più avanzate), punta a rafforzare le filiere legate all’approvvigionamento di semiconduttori e materie prime critiche, e anche allo sviluppo di strumenti elettronici e dell’intelligenza artificiale.

Va sottolineato che le Filippine sono il secondo produttore mondiale di nickel, elemento fondamentale nelle batterie a ioni di litio e per i dispositivi di accumulo di energia. Fino a oggi, una delle principali destinazioni di questo metallo era, non a caso, la Cina, e a un recente summit dell’Associazione delle Nazioni del Sud-Est Asiatico (ASEAN) è stato siglato un accordo strategico nel settore con l’Indonesia, altro attore globale del materiale.

Per Manila, l’intesa con gli USA rappresenta un’occasione di rafforzare un legame storico e anche di vedere un significativo afflusso di capitali per la costruzione di un enorme parco industriale nella Zona per la Sicurezza Economica. La quale, inoltre, si inserisce nel Luzon Economic Corridor (LEC), un più ampio quadro infrastrutturale lanciato inizialmente come progetto trilaterale dal presidente filippino Marcos Jr insieme all’ex premier giapponese Kishida e all’ex presidente USA Biden.

Il corridoio ha subito un’importante accelerazione nelle ultime settimane, con otto paesi – Australia, Canada, Danimarca, Francia, Corea del Sud, Svezia, Regno Unito e anche Italia – che hanno annunciato la propria adesione ufficiale al LEC attraverso le proprie industrie e istituti finanziari.

Appare chiaro che l’importanza dell’Indo-Pacifico è un dato di fatto nella proiezione internazionale dell’Occidente collettivo, al di là delle faglie apertesi tra le due sponde dell’Atlantico. E lo è sia dal punto di vista dei settori principali della competizione economica globale, sia sotto quello di contenimento militare della Cina. Il LEC è pensato per integrarsi in un circuito di relazioni che coinvolge anche Taiwan.

Ma in realtà, la postura esplicitamente predatoria assunta dall’imperialismo statunitense ha portato frizioni anche tra Washington e Manila nella firma di questo accordo. Nei giorni scorsi, indiscrezioni rilanciate dal Wall Street Journal hanno rivelato che il governo filippino avrebbe nei fatti ceduto l’intera area della Zona per la Sicurezza Economica agli Stati Uniti, garantendo immunità diplomatica e l’applicazione del common law stelle-e-strisce. In sostanza, l’area si sarebbe trasformata in una sorta di enclave USA.

Durante l’inaugurazione del progetto a New Clark City, alla presenza del sottosegretario di Stato americano Jacob Helberg, Joshua Bingcang, presidente e amministratore delegato della Bases Conversion and Development Authority (BCDA), organismo di proprietà pubblica che si occupa della conversione di basi statunitensi dismesse, ha smentito questa possibilità, ma non ha negato che fosse stata avanzata.

“È stata una loro richiesta ma non l’abbiamo accettata. Non verrà concesso alcun trattamento speciale agli Stati Uniti”. Il progetto, ha precisato Bingcang, rimarrà rigorosamente sotto le leggi e la giurisdizione filippina. Tuttavia, Helberg non sembrava così convinto, dato che, interpellato dai giornalisti, ha affermato di non voler anticipare tali discussioni, dato che Washington e Manila hanno due anni per definire i dettagli operativi del progetto.

“Avremo conversazioni più dettagliate sul modo tecnico migliore per garantire la tutela degli investitori a lungo termine, assicurandoci al contempo che il nostro approccio sia valido anche per le Filippine”, ha detto Helberg. Toni che sembrano quelli di un padrone, più che di un alleato, che è anche ben consapevole dell’interesse di importanti settori della classe dominante filippina – in particolare l’establishment militare – a cementificare ulteriormente i rapporti con la Casa Bianca.

Visto il passo importante e il dibattito mediatico alzatosi in merito, per ribadire i buoni rapporti tra Washington e Manila il Segretario di Stato USA Marco Rubio ha intrattenuto una lunga chiacchierata telefonica col presidente filippino Ferdinand Marcos Jr., il 31 maggio. Al centro della telefonata, oltre alla stabilità nel Mar Cinese Meridionale, vi è stato il pieno supporto americano allo sviluppo del LEC. Difficile non pensare che sia solo retorica, mentre gli Stati Uniti preparano l’ennesima trappola.

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Kenya. Proteste contro il centro per cittadini USA esposti all’Ebola

Centinaia di manifestanti si sono radunati lunedì 1° giugno nella città di Nanyuki, nel centro del Kenya, per protestare contro la possibile realizzazione di una struttura di quarantena per l’Ebola all’interno di una base militare statunitense. Il centro, stando ai piani originari, avrebbe dovuto accogliere cittadini stelle-e-strisce potenzialmente esposti al virus ma asintomatici.

Ciò che ha scatenato le proteste è il fatto che il Kenya non ha registrato casi della malattia. L’idea che si rischi di far entrare nel paese una tale minaccia virale – che ha già causato oltre 200 vittime nella vicina Uganda e nella Repubblica Democratica del Congo – per via della presenza USA ha suscitato una forte ondata di indignazione.

Reuters ha documentati in video una folla di un centinaio di persone persone riversarsi sulle strade che conducono alla base di Laikipia, mentre polizia e forze armate hanno intensificato la loro presenza nell’area, per presidiare le installazioni statunitensi. Venerdì 29 maggio l’Alta Corte del Kenya ha ordinato la sospensione precauzionale del progetto.

Sono state accolte le obiezioni dei promotori della causa, che sostengono che il sito metta a repentaglio la salute pubblica, soprattutto in relazione alla fragilità del sistema sanitario kenyano, e denunciano una totale mancanza di trasparenza nei patti bilaterali, che dovrebbe prevedere anche uno stanziamento statunitense da 13,5 milioni per sostenere i piani di prevenzione pandemica.

Alla fine della scorsa settimana, infatti, il ministro della Salute Aden Duale ha provato a calmare gli animi, dichiarando che l’accordo rientra in una più ampia strategia nazionale per rafforzare i sistemi di gestione delle emergenze. Ha inoltre affermato che il centro sarebbe pensato per accogliere anche cittadini kenyani.

Ora però è arrivato l’ordine di sospensione dei lavori. Nonostante ciò, diversi aerei militari sono passati per Nanyuki durante il fine settimana. Sembra, insomma, che i preparativi logistici continuino, ignorando la decisione della magistratura.

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USA - Aria da midterm: Trump fa liberare una funzionaria che manomise un server delle elezioni 2020

Tina Peters, ex funzionaria elettorale della contea di Mesa, in Colorado, diventata uno dei simboli del movimento trumpiano che negava i risultati elettorali delle elezioni presidenziali del 2020, è stata rilasciata lunedì 1° giugno dal penitenziario statale di La Vista. La sua scarcerazione arriva dopo una pesante e prolungata campagna di pressione politica esercitata dallo stesso presidente Donald Trump sul governatore democratico dello stato, Jared Polis.

Peters, 70 anni, era stata condannata nel 2024 a nove anni di prigione per aver consentito l’accesso non autorizzato ai server della Dominion Voting Systems, permettendo inoltre la copia di dati sensibili per dimostrare i presunti brogli con cui Biden avrebbe sconfitto il tycoon.

Peters diffuse poi online video, foto e password dei sistemi di voto del Colorado. Alla fine, una giuria l’ha giudicata colpevole di quattro reati, tra cui il tentativo di influenzare un pubblico ufficiale, cospirazione per sostituzione di persona e violazione dei doveri d’ufficio. Ma a metà maggio, dopo aver scontato meno di un quarto della sua condanna, la sua pena è stata commutata da Polis.

Il governatore si è trovato al centro di una dura campagna di pressione pubblica e istituzionale orchestrata da Trump, che non poteva concedere la grazia presidenziale a Peters, essendo i reati per cui era stata condannata di livello statale e non federale. The Donald non lo ha solo attaccato sui media, ma lo ha anche escluso dagli incontri formali alla Casa Bianca con gli altri governatori e ha minacciato ritorsioni economiche e logistiche per lo stato che amministra.

Polis ha difeso la scelta di commutare la pena di Peters affermando che 9 anni per i suoi crimini, per quanto gravi, erano un lasso di tempo sproporzionato. La decisione di Polis ha però sollevato un’ondata di polemiche, con critiche ricevute dal Procuratore Generale del Colorado, Phil Weiser, e dai senatori Democratici John Hickenlooper e Michael Bennet, candidato a succedere Polis.

Persino la sua Segretaria di Stato, Jena Griswold, ha detto che l’atto del governatore “invia un messaggio pericoloso in merito alla responsabilità di coloro che attaccano le elezioni”. Del resto, era proprio questo l’obiettivo di Trump. Griswold ha aggiunto: “la liberazione di Peters incoraggerà anche il movimento negazionista delle elezioni; da quando le è stata concessa la grazia, ha continuato a diffondere falsità e teorie del complotto sulle elezioni”.

Infatti, immediatamente dopo il suo rilascio, Peters è apparsa in un’intervista sul podcast di Steve Bannon, dove non solo non ha mostrato alcun segno di pentimento, ma ha rilanciato nuove accuse, sostenendo che i Democratici stiano già pianificando brogli per le imminenti elezioni midterm del 2026. Peters ha concluso l’intervista dicendo di aver già inviato una lettera di ringraziamento al presidente.

Visto il livello tragico dei consensi verso Trump, è chiaro che la Casa Bianca, impegnata non solo in un cambio di atteggiamento tanto in politica estera quanto in quella interna, ma in un vero e proprio tentativo di ridisegnare pesi e contrappesi del sistema istituzionale stelle-e-strisce, sta preparando il terreno per le votazioni di metà mandato, che potrebbero segnare il fallimento del nuovo establishment che sostiene l’attuale amministrazione dopo appena due anni. O una definitiva torsione autoritaria.

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02/06/2026

Le Monografie di Frusciante: Peter Bogdanovich (Luglio 2021)

Il reale delle/nelle immagini. Il manifestarsi della tossicità capitalista nella fotografia

di Gioacchino Toni

Sara Benaglia, Immagini infestate. Ecologie tossiche della fotografia, Mimesis, Milano-Udine, 2026, pp. 116, € 15.00

«Immagini infestate è un’indagine storica, speculativa, poetica. Scava tra le scorie dell’atto fotografico: estrazione industriale, colonialismo chimico, spettri ibridati nella materia analogica. […] La fotografia è una rovina lucente. Una macchina che imprime, consuma e lascia dietro di sé solo resti. Senza lavoro coatto, senza violenza geologica del capitalismo, nessuna luce sarebbe mai stata impressa su carta. L’immagine non documenta: persiste. Sopravvive come scarto ideologico, come traccia necrotica, come reliquia di un’ecologia collassata» (pp. 7-8). Così Sara Benaglia presenta lo sguardo critico con cui guarda alle fotografie riconsocendo loro, alla materia di cui sono fatte, un livello di agentività che contraddice le pretese di unicità autoriale umana.

Il ragionamento proposto dall’autrice prende il via dalla constatazione della naturale trasformazione che subisce nel tempo l’immagine fotografica, del suo sottrarsi all’idea che la vuole strumento in grado di fissare per l’eternità un istante mantenendosi, al contempo, inalterabile. Benaglia invita a non guardare all’infiorescenza che compare con il tempo sulla superficie fotografica come a un semplice deterioramento, ma come a una manifestazione di un processo vitale in atto. «L’immagine non si sta spegnendo, si sta riaccendendo in un registro distinto» (p. 11), non si adegua al ruolo di mero deposito di significato umano, autoriale e spettatoriale, ma manifesta le sue potenzialità di generare autonomamente significati infrangendo la pretesa del realismo capitalistico di fissare la realtà in un documento inerte.

Riconoscere l’agentività dell’immagine fotografica, sostiene Benaglia, significa ripensare il concetto di autorialità abbandonando le pretese di esclusività umana per contemplare la presenza di un creatività non-umana. «Ciò che chiamiamo “autorialità”» scrive l’autrice, «è una struttura mitologica, un apparato normativo costruito per congelare la creazione dentro una griglia di nomi, proprietà, intenzioni. Ma la materia si muove» (p. 21) e, nel muoversi, mostra la natura spettrale del castello giuridico autoriale, insinuando «l’idea disturbante di un diritto (d’autore) multiagentee: non più costruito attorno a un io centrale, ma distribuito tra materia, codice e tempo» (p. 22).

Tanto l’immagine analogica, «costellazione chimica che scaturisce dalla terra e si imprime sulla pellicola», quanto quella digitale, derivata da «materie rare, estratte dal cuore oscuro del Pianeta, che alimentano lo splendore immateriale dei pixel», sottolinea Benaglia, «sono epistemologie connesse, visioni del mondo inscritte nella materia. L’analogico sussurra attraverso il decadimento, la corrosione, l’imperfezione. Il digitale simula purezza, ma è anch’esso fondato su una filiera di estrazione invisibile, che lega ogni schermo a un paesaggio devastato» (p. 35). In entrambi i casi, continua l’autrice, si tratta di «un’alleanza tra desiderio ed estrazione, tra visione e sfruttamento. Una miniera che si finge memoria. Un dispositivo che colonizza la luce e la trasforma in superficie. Ma lascia dietro di sé scorie. Polveri. Sostanze. Ogni immagine è un’eco minerale. Una reliquia velenosa di un mondo in esaurimento. Ma questa eco non è astratta. Ha una chimica. Ha un corpo. È composizione attiva della materia» (p. 37).

Nell’osservare una fotografia occorrerebbe prendere atto delle sue connessioni con l’industrializzazione e l’inquinamento, della sua genealogia sostanzialmente distruttiva in quanto gesto colonizzatore, «estrattivo che trasforma la realtà in superficie. In scarto. In residuo energetico» (p. 43).

La fotografia nasce nelle infernali miniere d’argento del Cinquecento sudamericano ed è, al pari del capitalismo, «un’illusione ottica sostenuta da un’infrastruttura invisibile e tossica. Senza la conquista coloniale, senza i combustibili fossili, senza il lavoro coatto e l’estrazione incessante, non ci sarebbe alcuna camera oscura, alcuna immagine da sviluppare. Ogni fotografia è già da sempre una composizione geologica e politica. La materia di cui è fatta è il risultato di violenza storica e raffinazione chimica» (p. 49).

Dietro all’apparente immaterialità dell’immagine fotografica si cela una costruzione ideologica che nasconde il suo essere «un prodotto stratificato di logistica, trasporto, ingegneria» (pp. 49-50), altro che «semplice estensione di un progetto autoriale, un’estetica disincarnata» (p. 50). Insieme alla riorganizzazione del vedere, la fotografia concorre alla rovina del pianeta bruciando e dissolvendo ciò che osserva per renderlo visibile. Anziché «contemplare la fotografia per ciò che mostra» scrive Benaglia, la si dovrebbe guardare «come una ferita ecologica, come una macchina produttrice di scarti» (p. 70). Negli aloni di ruggine che affiorano a distanza di tempo dalle stampe fotografiche si dovrebbe allora cogliere il ritorno del rimosso, il manifestarsi della tossicità autodistruttiva del Capitalocene.

Le tecniche marginali, riprese o nuove che siano, attente all’impatto ecologico, muovono dall’idea che, anziché riprodurlo, la fotografia debba entrare in relazione con il mondo. «In un’epoca di collasso climatico, la fotografia non può limitarsi a riattivare il non visto. Deve imparare a denunciare i sistemi che rendono il mondo sempre meno visibile. Se ha ancora una funzione critica, non sta nel documentare il disastro, ma nello smontare le condizioni che lo producono» (p. 96).

Se la fotografia chimica presupponeva una relazione con la luce e con il tempo, la smaterializzazione del digitale ha convertito «la luce in dato, l’esposizione in calcolo, l’attesa in immediatezza. L’immagine non viene più impressa, ma generata. Non reagisce, esegue. È una funzione algoritmica, un’operazione logistica del visibile» (p. 100) che fa del vedere un atto di ottimizzazione, un calcolo predittivo, non una rappresentazione ma una valutazione.

Viviamo in una fotonecrosi estetica. Ogni immagine è già un resto. La memoria visiva è colonizzata. La luce è necropolitica. Vedere non è più un diritto: è una concessione. Il visibile non è ciò che appare, ma ciò che sopravvive all’occultamento. Le immagini non ci rappresentano: ci regolano. Ogni pixel è il risultato di un processo di selezione che coinvolge silicio, cobalto, rame, lavoro estrattivo. Il digitale non è neutro: è minerale, coloniale, tossico. La fotografia è diventata un atto geologico. Ogni gesto visivo consuma risorse, genera calore, lascia scorie. Nel frattempo, bruciamo. Data center che divorano fiumi. GPU che sciolgono permafrost. Reti alimentate da coltan, cobalto, lavoro esaurito. Il digitale è la nuova plastica invisibile. Non la tocchi. Ma ti entra dentro (pp. 102-103).

Qualcosa sfugge comunque all’ottimizzazione, nella datanecrosi, sostiene Benaglia, «è possibile individuare anche una condizione critica che interroga l’apparato e i suoi rapporti di potere, che consente di ripensare la relazione dell’essere umano con le immagini «non come superfici da consumare, ma come sintomi da ascoltare» (p. 103). La fotografia, analogica o digitale che sia, è rappresentazione e al tempo stesso corrosione del tempo, è gestione e non memoria. In un tale contesto, scrive l’autrice di Immagini infestate, la conservazione della fotografia «diventa anch’essa un gesto algoritmico, un tentativo di fissare ciò che per sua natura eccede ogni fissazione. La fotografia non ci mostra più il mondo. Lo divora. E ciò che sopravvive, nelle sue rovine, è la vitalità opaca della materia stessa» (p. 106).

Il reale delle/nelle immagini – serie completa 

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“Washington, abbiamo un problema...”

Riassumere le ultime 24 ore della guerra in Medio Oriente è relativamente semplice, trarne qualche conclusione attendibile un po’ meno.

Andiamo con ordine, seguendo l'andamento del tempo.

Dopo diversi giorni passati a ricevere dagli Usa “correzioni restrittive” al Memorandum di intesa concordato dagli stessi negoziatori statunitensi, mentre Israele allargava oltre ogni immaginazione la sua invasione del Libano, l’Iran ha deciso che “dal momento che il Libano faceva parte delle precondizioni del cessate il fuoco, e poiché questo cessate il fuoco è stato violato su tutti i fronti, incluso il Libano, il team negoziale iraniano fermerà i colloqui e scambierà testi con gli Stati Uniti attraverso il mediatore”.

Il gioco era diventato di fatto insostenibile, con Israele che considera il Libano “fuori” dalla trattativa tra Usa e Iran, da cui è stato escluso per decisione di Trump, e quindi conquistabile a piacere, persino al di là della strombazzata “necessità di disarmare Hezbollah”. Rendendo così palese quel che tutti – Tel Aviv in testa – provavano a negare: Israele non ha alcuna “necessità di difendersi”, ma soltanto una pervicace volontà di espansione militare in tutto il Medio Oriente, fino ai limiti di una “Grande Israele” vagamente accennata in alcuni versetti biblici particolarmente deliranti.

Teheran ha insomma voluto far pesare quanto formalmente – ma non concretamente, con azioni conseguenti – concordato con Washington e ricordato sinteticamente dal ministro degli esteri Abbas Araghci: “Il cessate il fuoco tra l’Iran e gli Stati Uniti è inequivocabilmente un cessate il fuoco su tutti i fronti, compreso il Libano. La sua violazione su un fronte costituisce una violazione del cessate il fuoco su tutti i fronti. Gli Stati Uniti e Israele sono responsabili delle conseguenze di qualsiasi violazione”.

A rendere più “persuasiva” l’argomentazione, il comando delle Guardie Rivoluzionarie faceva sapere che “Considerate le ripetute violazioni del cessate il fuoco da parte del regime israeliano, avvertiamo i residenti delle regioni settentrionali e degli insediamenti militari nei territori occupati che, qualora la minaccia di bombardare Beirut e i sobborghi si concretizzasse, dovranno abbandonare la zona”. I missili erano insomma già sulle rampe di lancio...

Contemporaneamente andava montando una fin troppo tiepida iniziativa del resto dell’Occidente, con la Francia che chiedeva una riunione urgente del Consiglio di Sicurezza dell’Onu (è uno dei cinque membri con diritto di veto, non un paese qualsiasi), Gran Bretagna e Germania che manifestavano “disagio”, i Paesi arabi in fibrillazione (l’eventuale ripresa della guerra nel Golfo sarebbe un disastro e la “condiscendenza” con Israele ormai impraticabile).

Persino l’impalpabile eloquio di Mattarella arrivava a definire l’attacco al Libano “brutale”, come se esistessero invece bombardamenti “gentili” (forse ricordava la Jugoslavia del ‘99).

Netanyahu e la sua banda di genocidi intanto tiravano dritto, dando ordine di attaccare anche i quartieri sciiti di Beirut, la capitale che Trump aveva “garantito” sarebbe stata risparmiata.

Complicava la situazione “Narco” Rubio, misteriosamente investito del ruolo di “ministro degli esteri” Usa, con dichiarazioni che facevano chiaramente intendere che questa accresciuta offensiva sionista era appoggiata dagli Stati Uniti: “Per far progredire i colloqui, gli Stati Uniti hanno proposto una sequenza chiara: Hezbollah deve cessare tutti gli attacchi contro Israele. In cambio, Israele si asterrà dall’escalation a Beirut”. L’esatto opposto di quel che stava accadendo sul campo.

A quel punto Trump avrebbe preso il telefono in piena notte e “strapazzato” Netanyahu, in quelle ore alle prese con le proteste degli ebrei ultra-ortodossi che rifiutano di fare il servizio militare e considerano lo Stato di Israele in contraddizione con l’ebraismo (“Bibi” ha fatto sparare anche contro di loro, nelle strade, fortunatamente con cannoni ad acqua...)

Il condizionale è comunque d’obbligo, perché la ricostruzione della telefonata arriva da Axios, testata statunitense che ha affidato il tema al “giornalista” Barak Ravid, già ufficiale della famigerata Unità 8200 dell’intelligence israeliana, e quindi altamente sospettabile (un eufemismo!) di costruire una “narrativa” utile soprattutto a Tel Aviv.

Secondo questa ricostruzione, comunque, i toni della telefonata sarebbero stati da saloon texano, con Trump che dice: “Sei fottutamente pazzo. Saresti in prigione se non fosse per me. Ti sto salvando il culo. Tutti ti odiano adesso. Tutti odiano Israele per questo. Che cazzo stai facendo?”

Subito dopo il tycoon ha pubblicato il milionesimo post su Truth assicurando di aver sentito anche “esponenti di Hezbollah” che si sarebbero detti pronti ad accettare un “cessate il fuoco immediato”, se l’Idf si fosse fermato. Come sempre il diavolo sta nei dettagli: quali sono i confini entro cui vale – se vale – il “cessate il fuoco”?

Il deputato di Hezbollah, Hassan Fadlallah, spiegava subito dopo che quello accettato dal suo movimento e da Israele riguarda tutto il Libano, non soltanto Beirut. 

È appena il caso di ricordare che teoricamente sarebbe già in vigore un “cessate il fuoco” imposto da Trump a seguito dei primi colloqui tra Libano e Israele, avvenuti alla Casa Bianca in aprile, e poi esteso.

Quanto conti la ricostruzione della telefonata fatta dal “fido” Ravid Barak lo si può capire dall’affermazione subito dopo fatta da Netanyahu: “La nostra posizione rimane la stessa”.

E infatti stamattina le forze israeliane hanno continuato i loro attacchi nel Libano meridionale, bombardando con l’artiglieria i pressi di Nabatieh e colpendo i villaggi di Shukin e Kafr Tibnit. I droni israeliani hanno anche effettuato tre attacchi sulla città di Tallet Tol, nel distretto di Nabatieh.

In questo quadro, dunque, appare quanto meno velleitaria la “rassicurazione” che Trump ha voluto trasmettere soprattutto ai “mercati”: «Accordo con l’Iran forse già la prossima settimana». A strettissimo giro, però, è arrivata la risposta da Teheran: «Gli Stati Uniti esigono la nostra resa totale e la nazione iraniana non si arrenderà mai – ha dichiarato Mohammad Jafar Assadi, vice del comando militare Khatam al-Anbiya – Senza resa, la guerra è inevitabile. Quindi aspettiamo e la guerra non ci spaventa».

Se gli Usa non sono in grado – per incapacità o per scelta dissimulata – di mettere la museruola al loro “miglior alleato”, nessuna pace, sia pure temporanea, sarà mai possibile.

Washington, abbiamo un problema... ma grosso.

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