Presentazione
Analisi, opinioni, fatti e (più di rado) arte da una prospettiva di classe.
29/07/2026
“Bisogna saper tramontare”
Il trauma dell’Impero alla fine della “fine della storia” e “l’impossibile ritorno”.
Dopo aver visto il film Odissea mi appare sempre più evidente un filo rosso che lega la fisica quantistica di Tenet, l’angoscia atomica di Oppenheimer e l’immaginario epico con cui Christopher Nolan rilegge il mito classico.
Dietro la complessità delle sue strutture temporali si nasconde, mi sembra, una riflessione spietatamente politica.
Visto da vicino, questo adattamento dell’Odissea si rivela come una diagnosi spietata sulla crisi del nostro presente, filtrata attraverso il tipo umano per eccellenza dell’imperialismo contemporaneo: il soldato afflitto da disturbo da stress post-traumatico (come i reduci del Vietnam, dell’Iraq o dell’Afghanistan), testimone diretto delle guerre di espansione camuffate da guerra per la “libertà, civiltà o democrazia”.
Il protagonista di Nolan somiglia a quel reduce americano di ritorno da un conflitto combattuto nominalmente “per l’onore della patria”, ma vissuto sulla pelle senza alcuna reale convinzione ideologica.
Ciò che resta appiccicato addosso al soldato non è l’aura del mito, ma il trauma viscerale e rimosso dello sterminio “oltre ragione” (che è in parte tema dello stesso poema omerico, che è causa dell’astio degli dei contro gli achei).
In questo impianto, la stessa figura di Elena perde ogni funzione di assoluzione. Se nel poema classico il suo riconoscimento della colpa serviva a restaurare l’ordine patriarcale infranto, qui l’assenza o la deformazione delle sue scuse mostra tutta la brutale futilità del conflitto. La Guerra di Troia spoglia la narrazione da ogni retorica bellica per rivelarsi ciò che è sempre stata: un massacro insensato.
È qui che la hybris della tradizione classica incontra la poetica del regista. Non siamo più di fronte alla semplice superbia dell’uomo che sfida gli dei, ma al superamento di un limite etico, ecologico e sistemico oltre il quale c’è solo la catastrofe.
Se in Tenet questo oltrepassamento assumeva le forme concrete del collasso ecologico – con un futuro che tenta letteralmente di annientare il passato per sopravvivere –, nell’Odissea il disastro è epocale.
Del resto, nella scena delle Sirene, Odisseo si chiede se davvero vuole tornare o continuare ad andare oltre.
Il film cita esplicitamente l’Età del Bronzo, ma compie un deliberato anacronismo storiografico parlando di “Popoli del Mare” (una definizione del tutto assente in Omero, coniata dall’egittologia moderna sulla base delle iscrizioni di Ramses III).
Nolan identifica gli Achei/Greci stessi con i famigerati Popoli del Mare, (“Siamo noi i Popoli del Mare, avevamo una civiltà di palazzi e di commerci, e l’abbiamo distrutta”) gli stessi che segnano la fine di imperi e di un’epoca storica, l’età del bronzo.
I “vincitori” di Troia non sono più i portatori della civiltà, ma la forza caotica, disperata e predatoria che innesca il Bronze Age Collapse.
Quel modello non è più “progressivo”, né universalizzabile. Distruggendo Troia, i Greci non inaugurano un’era di trionfo, ma sgretolano le basi del loro stesso mondo: è la cancellazione di un intero ordine “mondiale” dell’epoca (ovviamente di “quel” mondo).
Di fronte a questo scenario apocalittico qual è la soluzione? È possibile un ritorno (come per il nostos dell’Odisseo omerico) al passato? Un ritorno alle strutture tramontate della società (statunitense), al patriarcato, al ripristino della figura padre-re, del nucleo familiare come baluardo della società con alla base la proprietà privata piccolo-borghese?
Dal finale non mi pare che ciò si evinca: Odisseo abdica in favore di Telemaco (largo ai giovani!, che hanno fin troppo mitizzato i padri) e parte con Penelope (dopo la sua crisi di mezz’età) a onorare i morti da lui causati, lì dove tramonta il Sole. Il che mi ha richiamato il nietzcheano “bisogna saper tramontare” del Così parlò Zarathustra.
In ultima analisi, Nolan mi sembra tematizzare la “crisi di civiltà” alla fine della “fine della Storia” e il tramonto del Secolo Americano. La civiltà dell’imperialismo moderno, proprio come la civiltà micenea dopo Troia, si scopre vulnerabile e vittima della propria stessa hybris.
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Si può vivere con 21mila € all’anno in Italia? L’Istituto Italiano di Tecnologia è convinto di sì!
Se fino a dicembre 2025 la nostra richiesta generava compatimento o scherno negli interlocutori del momento, l’ennesima aggressione militare israelo-statunitense a un paese terzo con i relativi, pesantissimi, contraccolpi economici – il più macroscopico il diesel a 2,2€/litro e la benzina prossima ai 2€/litro in tutta la Penisola – ha dimostrato che quanto rivendichiamo è il minimo sindacale se quella che vogliamo vivere è una esistenza “libera e dignitosa” come recita l’art.36 della Costituzione italiana.
Articolo che, per altro, costituisce la base normativa che ha condotto la Cassazione a sentenziare che, in Italia il problema del lavoro sottopagato non è invenzione della nostra organizzazione, ma condizione strutturale causata dalla proliferazione di CCNL che impongono retribuzioni lesive di una vita dignitosa e che pertanto vanno disapplicati.
Ci chiediamo, quindi, come sia possibile imbattersi ancora in offerte di lavoro che, per il ruolo di assistente di un amministratore delegato, propongono una retribuzione annua lorda di 21 mila euro, circa 1250€ al mese.
La proposta a dir poco “irresistibile” viene dall’Istituto Italiano di Tecnologia, Fondazione di ricerca con sede prevalente a Genova – notoriamente una delle città più care d’Italia – vigilata dai Ministeri delle Finanze e della Ricerca e finanziata dallo Stato con, attualmente, 85 milioni di euro l’anno.
Una fondazione di diritto privato, ma di fatto pubblica nei finanziamenti che la sostengono e nei soggetti che ne esercitano il controllo, che tuttavia sembra poco attenta alle ricadute economiche e sociali che potrebbe generare, soprattutto in un settore strategico come quello dell’alta formazione.
Quando il governo Meloni legifera di “salario giusto”, quando la ministra Calderone parla di “grandi opportunità per i giovani e garanzie evolute”, hanno in mente quelle che offrono enti – di fatto pubblici – come l’IIT?
USB Lavoro Privato
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È un fatto di clima e non di voglia
La politica ama ripetere che la sicurezza nasce dalla fiducia nelle istituzioni. È un principio condivisibile, ma che vale in entrambe le direzioni. La fiducia non può essere pretesa: deve essere conquistata. E si conquista quando i cittadini percepiscono che la legge è uguale per tutti, che i loro diritti vengono tutelati e che chi esercita un potere pubblico risponde delle proprie azioni come qualunque altro cittadino.
Quando, invece, le istituzioni trasmettono il messaggio opposto, cioè che esistono soggetti sempre più protetti e altri sempre più esposti alla repressione, il rapporto di fiducia si incrina inevitabilmente.
La manifestazione che nei giorni scorsi ha attraversato Bologna dopo la morte di Abderrahim Fakir non può essere letta soltanto come la reazione emotiva a una vicenda tragica. Sarebbe un errore ridurla a questo.
In quella piazza si è manifestato un disagio molto più profondo, maturato nel corso di anni di politiche sicuritarie che hanno progressivamente modificato il rapporto tra cittadini, istituzioni e forze dell’ordine. Il coro che si è levato spontaneamente da centinaia di giovani – «No allo scudo penale» – racconta meglio di qualsiasi analisi quale sia oggi il punto di rottura percepito da una parte crescente della società.
Quel coro non nasce nel vuoto. Nasce dentro un contesto politico e legislativo preciso. Negli ultimi anni il Parlamento ha approvato una sequenza quasi ininterrotta di decreti sicurezza e di interventi normativi accomunati da una medesima filosofia: ampliare gli strumenti della repressione preventiva, aumentare le fattispecie di reato, inasprire le pene, estendere i poteri amministrativi delle autorità di pubblica sicurezza e restringere progressivamente gli spazi del dissenso.
Abbiamo assistito all’introduzione di nuovi reati, all’aumento delle sanzioni amministrative contro i blocchi stradali e le manifestazioni, all’espansione delle zone rosse, al rafforzamento del Daspo urbano, all’estensione del fermo preventivo, all’inasprimento delle misure contro i movimenti sociali e gli attivisti.
Parallelamente, sono state introdotte norme che rafforzano la posizione degli appartenenti alle forze dell’ordine, fino ad arrivare a quello che viene comunemente definito “scudo penale”, cioè un sistema di tutele che rischia di alimentare la percezione di una sostanziale deresponsabilizzazione nell’uso della forza.
È proprio questa asimmetria a produrre un effetto devastante sulla credibilità delle istituzioni. Da una parte il legislatore interviene con crescente severità nei confronti di chi manifesta, protesta o semplicemente occupa uno spazio pubblico per rivendicare un diritto.
Dall’altra, ogni volta che emergono casi di violenza commessi da appartenenti alle forze dell’ordine, il dibattito politico sembra concentrarsi soprattutto sull’esigenza di proteggerli da eventuali conseguenze giudiziarie. Il messaggio che arriva ai cittadini è semplice, anche se profondamente pericoloso: la repressione diventa più dura verso chi contesta il potere e più indulgente verso chi quel potere lo esercita.
Chi crede nello Stato di diritto dovrebbe essere il primo a pretendere che l’uso della forza pubblica sia sottoposto ai più rigorosi meccanismi di controllo e di responsabilità. La legittimazione democratica della polizia non deriva dalla forza che può esercitare, ma dal fatto che quella forza è vincolata alla legge, alla Costituzione e al controllo della magistratura.
Ogni norma che rischia di attenuare questo principio non rafforza le forze dell’ordine; ne indebolisce l’autorevolezza, perché alimenta il sospetto che esistano cittadini più uguali degli altri.
Le vicende della Val di Susa, del resto, offrono una rappresentazione plastica di questo meccanismo. Anche in quel caso il dibattito pubblico ha scelto di soffermarsi sugli effetti, rimuovendo sistematicamente le cause.
All’indomani del corteo conclusivo del Festival dell’Alta Felicità, l’attenzione politica e mediatica si è concentrata esclusivamente sugli scontri avvenuti nei pressi del cantiere del Tav. Ancora una volta le immagini degli incidenti hanno occupato l’intero spazio dell’informazione, mentre è scomparso tutto ciò che li ha preceduti.
È scomparsa la militarizzazione permanente della valle, un territorio che da anni appare più simile a una zona di occupazione che al luogo in cui dovrebbe sorgere il cantiere di un’opera pubblica. È scomparsa la lunga sequenza di provvedimenti prefettizi che ha accompagnato il Festival, le continue identificazioni, le perquisizioni, i fermi, i Daspo urbani e le limitazioni preventive imposte ai partecipanti.
È scomparsa perfino la notizia politicamente più significativa: migliaia di persone sono riuscite comunque a raggiungere quello che veniva descritto come uno dei fortini più inespugnabili d’Italia, dimostrando che, nonostante trent’anni di repressione, la Val di Susa è tutt’altro che pacificata. Eppure di tutto questo si è parlato pochissimo.
Si è preferito raccontare il lancio di qualche pietra piuttosto che interrogarsi sulle ragioni per cui uno dei territori più militarizzati d’Europa continui a essere attraversato da un conflitto sociale così profondo.
Anche le reazioni istituzionali hanno seguito uno schema ormai consolidato. Dal Presidente della Repubblica fino ai principali esponenti della maggioranza, il messaggio è stato sostanzialmente univoco: solidarietà alle forze dell’ordine e condanna senza appello dei manifestanti.
Matteo Salvini è arrivato a definire i No Tav «il frutto marcio della sinistra», riproponendo quella retorica che trasforma ogni forma di conflitto sociale in un problema di ordine pubblico e ogni opposizione politica in una minaccia da neutralizzare.
È una narrazione che evita accuratamente di confrontarsi con il merito delle questioni, perché è più semplice delegittimare chi protesta che discutere le ragioni della protesta. Così facendo, però, si alimenta un clima nel quale il dissenso viene sistematicamente rappresentato come devianza, mentre la gestione eccezionale del territorio diventa la normalità.
È proprio questo il punto. Non si può continuare a chiedere ai cittadini di avere fiducia nelle istituzioni quando le istituzioni rispondono ai conflitti quasi esclusivamente con l’espansione dei dispositivi repressivi.
Ogni nuova misura di prevenzione, ogni Daspo, ogni zona rossa, ogni perquisizione preventiva, ogni limitazione del diritto di manifestare può forse produrre un controllo immediato dell’ordine pubblico, ma contribuisce anche ad alimentare la convinzione che il confronto democratico venga progressivamente sostituito dalla gestione poliziesca del dissenso.
E quando la politica sceglie sistematicamente di guardare soltanto all’effetto, rifiutandosi di interrogarsi sulle cause che producono il conflitto, non risolve i problemi: li cristallizza, rendendoli ancora più profondi.
In criminologia esiste un principio tanto semplice quanto spesso ignorato nel dibattito politico: la percezione della giustizia è uno degli elementi fondamentali della coesione sociale. Le persone accettano anche decisioni severe quando ritengono che il sistema sia equo e imparziale. Al contrario, quando maturano la convinzione che la giustizia non sia accessibile o che venga applicata in modo selettivo, cresce inevitabilmente la sfiducia nelle istituzioni.
Non è un caso che numerosi studi sulla legittimazione delle autorità pubbliche abbiano dimostrato come il rispetto delle regole dipenda molto più dalla fiducia nell’equità delle procedure che dalla severità delle sanzioni.
È qui che la politica dovrebbe interrogarsi sulle conseguenze delle proprie scelte. Continuare ad affrontare ogni conflitto sociale con nuovi reati, nuove aggravanti e nuovi poteri di polizia, mentre si riducono gli spazi di controllo sull’uso della forza pubblica, significa alterare profondamente il patto tra Stato e cittadini.
Lo Stato di diritto vive infatti di un equilibrio delicatissimo: da un lato il monopolio legittimo della forza, dall’altro la certezza che chi esercita quella forza sia sottoposto alle medesime regole che è chiamato a far rispettare. Se questo equilibrio si rompe, non cresce la sicurezza. Cresce la distanza tra istituzioni e società.
Per questo la discussione sullo scudo penale non riguarda soltanto una norma tecnica. Riguarda il modello di democrazia che si sta costruendo. Se lo Stato investe sempre più energie nel reprimere il dissenso e sempre meno nel garantire trasparenza, responsabilità e controllo sull’operato dei propri apparati coercitivi, il rischio è quello di alimentare un circolo vizioso nel quale la domanda di giustizia rimane senza risposta.
E quando una parte della società smette di credere che quella risposta possa arrivare attraverso gli strumenti ordinari dello Stato di diritto, la frattura istituzionale diventa sempre più difficile da ricomporre.
Non è un caso che proprio i più giovani siano oggi i protagonisti delle piazze. Sono la generazione che ha visto susseguirsi decreti sicurezza, zone rosse, Daspo, identificazioni preventive, misure cautelari sempre più estese, processi per le mobilitazioni climatiche, per quelle studentesche e per le manifestazioni in solidarietà con la Palestina.
Contemporaneamente, hanno assistito a un dibattito pubblico nel quale, di fronte ai casi di uso eccessivo della forza, la priorità politica è sembrata spesso quella di rafforzare le tutele degli operatori anziché garantire pieno accertamento delle responsabilità. È questo clima, prima ancora dei singoli episodi, ad alimentare la sfiducia.
La sicurezza non nasce dalla moltiplicazione delle norme penali né dall’espansione dell’impunità. Nasce dalla credibilità delle istituzioni. E la credibilità si fonda su un principio tanto semplice quanto irrinunciabile: nessuno, in una democrazia costituzionale, può essere posto al di sopra della legge.
Quando questo principio vacilla, non si indebolisce soltanto la tutela dei diritti. Si indebolisce la stessa autorità dello Stato, perché senza giustizia non può esistere nemmeno quella fiducia che ogni democrazia pretende dai propri cittadini.
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Anche il Ciad si ritira dalla Corte penale internazionale
I motivi del ritiro dalla Cpi
Come riporta Agenzia Nova, in una nota scritta dal portavoce del ministero degli Affari esteri, dell’integrazione africana e dei ciadiani all’estero, Ibrahim Adam Mahamat, a capo della decisione c’è la denuncia di un sistema di giustizia internazionale caratterizzato da “selettività” a danno degli Stati africani.
Il governo ciadiano comunica che la decisione è il risultato di una “revisione approfondita” delle attività della Cpi sin dalla sua istituzione nel 2002. Da N’Djamena si afferma che l’operato della Corte è rimasto al di sotto delle aspettative che ne avevano determinato la creazione, evidenziando una “innegabile selettività che è stata elevata a principio”.
In pratica, il ben noto “doppio standard” che esenta sistematicamente le potenze occidentali da qualsiasi accusa e si limita a sanzionare solo i crimini di guerra commessi in e da paesi “minori”. Quando poi agisce contro un membro dell’imperialismo (vedi i mandati di cattura per Netanyahu e Gallant) è la Corte stessa a venir attaccata con mezzi di guerra...
In Sahel non convince l’imparzialità della Cpi
Solo nel giugno del 2026 erano stati i tre Paesi della Confederazione degli Stati del Sahel (Aes) – Burkina Faso, Mali e Niger – ad aver notificato ufficialmente il loro ritiro dalla Cpi, facendo seguito all’intenzione di abbandono annunciata nel settembre 2025.
Come per N’Djamena, per la Confederazione il sistema giudiziario internazionale non opera in maniera imparziale, facendo crescere la richiesta di uno sviluppo di meccanismi giudiziari direttamente africani in grado di affrontare tutti i problemi di natura criminale che si trova ad affrontare il continente.
L’invito al resto dei Paesi africani
Il governo ciadiano, pertanto, invita l’Unione Africana ad accelerare la nascita di istituzioni dell’Africa per l’Africa, al fine di costruire “una giustizia continentale più equa, più equilibrata, più credibile e più efficace che rispetti le sovranità nazionali”.
Una richiesta di maggiore autonomia e sovranità nelle scelte che riguardano i popoli africani che appare sicuramente forte e si inserisce – con la dovuta cautela – nelle dinamiche di riconfigurazione dei rapporti di forza in corso in tutto il mondo.
Un Paese ancora in bilico, nel cuore dell’Africa
Il Ciad è stato a lungo un alleato della Francia e degli Stati Uniti, con un ruolo nei tentativi di perimetrare l’azione e limitare l’allargamento nella regione di Boko Haram, organizzazione jihadista diffusa nel nord della Nigeria che si è macchiata di efferati crimini nell’aerea.
Il colpo di Stato del 2021 che ha portato prima al governo militare e poi alla vittoria nelle elezioni (dopo il silenziamento dell’opposizione) da parte del generale Mahamat Idriss Déby Itno (Midi), figlio di Idriss Déby, presidente del Paese dal 1991 fino al suo assassinio nel 2021, ha solo parzialmente cambiato lo scenario.
Il Paese è stretto tra la crisi umanitaria scatenata dalla guerra civile e il genocidio in corso in Sudan, sul fianco orientale; l’ormai quindicennale distruzione dello Stato libico, a nord; la riconfigurazione diplomatica in atto da parte dell’Aes, sul fronte occidentale; l’instabilità della Repubblica Centrafricana, dove gli eredi del Gruppo Wagner, l’“Africa Corps” alle dirette dipendenze del ministero della difesa russo, assicurano la sicurezza del regime di Touadéra.
Il Ciad si avvicina al fronte antioccidentale?
Seguendo l’esempio portato dal Senegal del presidente Faye, nel novembre del 2024 Midi ha posto fine agli accordi militari con la Francia, cavalcando la retorica antimperialista già centrale nella postura internazionale dei paesi della Confederazione dell’Aes.
Non è passata inoltre inosservata la visita che il ministro degli Esteri del Ciad, Sabre Fadoul, ha effettuato a Mosca due settimane fa, accolto dall’omologo russo Sergey Lavrov, anche se nei media nostrani non si trovano praticamente riscontri.
Nell’“incubo geopolitico” che prende forma nel cuore del continente africano, anche il Ciad, seppur ancora molto dipendente dai flussi di finanziamento occidentali e del proxy emiratino, sembra oscillare tra il “vecchio mondo” che muove guerra a chiunque metta in discussione la sua declinante egemonia e le ipotesi di cambiamento prospettate, ma ovviamente in attesa del giudizio insindacabile che ne darà la Storia, dai nuovi attori globali e regionali.
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Il boom di agenti refertati. Una versione che non convince neanche l’IA
Ho posto a Gemini una domanda su quell’annosa questione delle veline della questura, ogni volta sproporzionate sul numero degli agenti feriti, riportate pari pari dai fedelissimi giornalisti. Questa la sua risposta:
“È un tema critico e una distorsione storica del giornalismo d’informazione. La prassi di prendere il comunicato della Questura o dell’ufficio stampa di un ministero e rilanciarlo verbatim senza verifiche, contestualizzazione o contro-inchiesta, non è solo un vizio recente: è un automatismo strutturale del giornalismo di cronaca italiana.Impeccabile...
Sulla gestione delle cifre dei feriti tra le forze dell’ordine nei cortei ci sono dinamiche precise che spiegano perché quei numeri sembrano, e spesso sono, del tutto sproporzionati rispetto alla dinamica reale della piazza. Come si formano quei “numeri-velina”?
La differenza tra come il pubblico percepisce la parola “ferito” e come viene usata nei bollettini della Questura è il fulcro di questo meccanismo: il criterio contabile dei “referti medicalizzati”: Per la Questura e per i sindacati di polizia, entra nel computo dei “feriti” chiunque passi da un presidio sanitario o dal pronto soccorso al termine del servizio per far protocollare un disturbo.
Se 50 agenti vengono esposti a un fumogeno, sentono un fischio alle orecchie per un petardo, riportano un’escoriazione al ginocchio o una contusione da scudo, vengono tutti refertati con 3 o 5 giorni di prognosi.
Uso amministrativo e legale della prognosi: per il dipendente pubblico in divisa, il referto è l’atto formale necessario per la causa di servizio, la copertura assicurativa e l’eventuale aggravamento delle pene per i fermati (le lesioni a pubblico ufficiale cambiano quadro penale in base alla prognosi).
È del tutto legittimo dal punto di vista burocratico e tutelativo per l’agente. La trasposizione giornalistica abusiva: l’errore deontologico grave avviene nell’aula di redazione. Il giornalista riceve la nota che cita “65 appartenenti alle forze dell’ordine refertati” e titola “65 poliziotti feriti nei violenti scontri”.
Nella testa di chi legge, “65 feriti” evoca ambulanza, barelle, ossa rotte e ricoveri. Nella realtà, 60 di quei 65 sono tornati a casa la sera stessa con un cerotto o una pomata.
La doppia misura e il silenzio sui manifestanti. Questo appiattimento sulle veline istituzionali produce una profonda asimmetria nell’informazione: i feriti in divisa hanno un contatore istituzionale unico.
La Questura raccoglie i dati, li somma, redige il comunicato e lo dirama alle agenzie entro un’ora dal termine delle cariche. È un dato pronto all’uso, “ufficiale” e comodo per la redazione. I feriti tra i manifestanti non esistono per la statistica: non c’è un ufficio che li conteggi.
Chi viene manganellato, se non ha ferite gravissime, tende a evitare l’ospedale per paura di essere identificato e denunciato d’ufficio per resistenza. I medici di strada (street medics) o le ambulanze d’attesa curano contusioni, tagli al cuoio capelluto o traumi alla testa direttamente in piazza senza rilasciare veline alla stampa.
Il risultato mediatico è grottesco: nei titoli di testa compaiono “30 agenti feriti” e zero manifestanti, dando l’impressione visiva e contabile di una piazza in cui una folla indistinta ha massacrato un cordone di polizia incolpevole, anche quando le immagini mostrano cariche a freddo o manifestanti insanguinati.
Un vizio di pigrizia e dipendenza dalle fonti. Il giornalista che riporta a pappagallo la velina commette tre fallimenti professionali contemporanei:
Mancanza di verifica delle fonti, tratta la fonte di parte (la Questura, che in quel momento è attore e controparte della dinamica di piazza) come se fosse un arbitro neutrale e super partes.
Rifiuto dell’inchiesta sul campo: invece di mandare un cronista a verificare nei pronto soccorso quanti siano i ricoverati effettivi o a raccogliere le testimonianze dei medici e dei manifestanti, si limita a copiare il lancio d’agenzia.
Funzione di megafono politico: il “bollettino di guerra” fornito dalla Questura serve quasi sempre a giustificare l’operato delle forze dell’ordine, l’uso dei manganelli, eventuali cariche sproporzionate o l’introduzione di nuove normative restrittive sulla gestione dell’ordine pubblico”.
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Per difendersi dai coloni i palestinesi riavviano i Comitati Popolari
Volontari scrutano per tutta la notte la campagna intorno ai villaggi, facendo turni di guardia. Un fruscio, il più piccolo movimento, viene monitorato e segnalato a sentinelle in altri punti sensibili e agli altri villaggi attraverso chat dedicate su WhatsApp. Sono in maggioranza giovani, spesso adolescenti. Non hanno armi, nelle mani stringono solo torce per illuminare e mandare segnali. In alcune aree hanno accumulato pietre pronte da lanciare contro i coloni israeliani intenzionati a compiere raid nei loro villaggi. Hanno nascosto anche qualche bastone. «Per autodifesa, perché il fine di questo sistema è solo quello di scoraggiare, con una massiccia presenza di persone nelle strade, i coloni dall’attaccare le nostre case», ci spiega N.A., un giornalista di Ramallah che segue lo sviluppo del coordinamento dei comitati popolari palestinesi ritornati in vita per proteggere villaggi e comunità sotto attacco.
«L’organizzazione dei comitati migliora di giorno in giorno e così la determinazione della nostra gente», aggiunge. «Non sempre si riesce a fermarli, ma la mobilitazione di tante persone ha già avuto un effetto deterrente, almeno nei centri più grandi e meno in quelli piccoli e isolati che sono più difficili da salvaguardare».
Dopo l’attacco di Hamas del 7 ottobre 2023 nel sud di Israele, i coloni in Cisgiordania, inizialmente, si sono lanciati in raid punitivi contro la popolazione palestinese, poi hanno messo in atto una strategia di sfollamento e occupazione di terre. Decine di piccole comunità sono state costrette a fuggire sotto la minaccia di bande di coloni armati. Dall’inizio del 2026 oltre 3.200 palestinesi hanno dovuto lasciare le proprie case a causa della combinazione di violenza e demolizioni, riferisce OCHA (Onu). Nel 2026, aggiunge, la media è stata di sei attacchi al giorno con morti, feriti e danni alle proprietà palestinesi. Dopo gli scontri avvenuti venerdì scorso a Tell (Nablus) – seguiti da una sparatoria nella quale sono rimasti uccisi quattro palestinesi, un colono e un soldato israeliani – dagli insediamenti coloniali sono partite spedizioni punitive con incendi di abitazioni, moschee, terreni agricoli e auto in vari villaggi palestinesi. L’esercito israeliano ha fatto ben poco per fermare i coloni. Al contrario, ha chiuso i palestinesi nei loro centri abitati e avviato perquisizioni a tappeto, concluse con decine di arresti.
«L’organizzazione dell’autodifesa è stata naturale, inevitabile, perché siamo stati abbandonati a noi stessi. Ci troviamo di fronte a coloni sostenuti dal loro governo che diventano sempre più violenti e prepotenti. Dobbiamo proteggere i nostri cittadini», dice al manifesto Bahaa Fuqaha, vicesindaco di Sinjil, a est di Ramallah, uno dei villaggi palestinesi maggiormente presi di mira in quella zona assieme a al-Mughayyir, Turmus Ayya, Deir Jarir, Abu Falah, Jiljilya e Taybeh. «Per lungo tempo abbiamo continuato a chiamare la polizia e l’esercito per impedire le scorribande dei coloni. Non serve a nulla. Di solito i soldati non arrivano e, se intervengono, lo fanno in aiuto degli autori e non delle vittime delle violenze», denuncia Fuqaha. Sinjil, circondato da un’alta recinzione e dal filo spinato per disposizione delle forze armate israeliane – i suoi giovani sono stati accusati di lanciare pietre contro le auto dei coloni – è tenuto sotto pressione da sei avamposti coloniali. «Da quando hanno costruito la recinzione», sottolinea Fuqaha, «Sinjil ha perduto l’accesso a centinaia di ettari di terre agricole e venti famiglie non hanno più una casa».
Walid, un volontario del comitato di autodifesa, che ci ha chiesto di non rivelare il suo vero nome, ci spiega i passi che vengono compiuti in caso di incursione dei coloni. «Quando siamo certi del loro arrivo, lanciamo l’allerta a tutti i punti di sorveglianza», dice. «Subito, con WhatsApp, diamo l’ordine di mobilitazione, anche con l’aiuto degli altoparlanti delle moschee, e avvertiamo i villaggi vicini. Poi scendiamo in strada a centinaia. La vista di tante persone scoraggia i coloni, inducendoli a non avanzare». A volte funziona, molte altre no, precisa Walid. «Ma non è più come prima», aggiunge perentorio. «Abbiamo subito per troppo tempo. La paura è passata, ora è tempo di difenderci».
I comitati popolari di autodifesa provvedono anche a raccogliere donazioni per le famiglie che hanno perduto la casa, l’automobile e le coltivazioni date alle fiamme e per coloro ai quali i coloni hanno sottratto pecore e altri animali. Lo stesso accade in altri villaggi nei distretti di Nablus e Ramallah e a sud di Hebron, nella zona di Masafer Yatta, aree ad alta concentrazione di estremisti di destra. A Silwad, quando si avvicina il pericolo, scatta la sirena d’allarme. Anziani, donne e bambini vengono trasferiti in abitazioni più protette, mentre i giovani si ammassano all’ingresso del villaggio per tenere indietro gli aggressori. Che la paura abbia lasciato il posto a una difesa popolare organizzata lo conferma Jihad Ramadan, un attivista di Tell, teatro della sparatoria di venerdì. «L’esercito interviene solo quando pensa che i coloni siano in pericolo. Perciò ci siamo organizzati per difendere le nostre vite, senza più timore», ha detto in un’intervista a una tv locale.
A cosa porterà l’escalation cercata e voluta dai coloni è la domanda che si pongono un po’ tutti. Sullo sfondo c’è l’ipotesi di una rivolta di massa dei palestinesi sotto occupazione. Ma coloro che in questi giorni parlano maggiormente di una Terza Intifada che cova sotto la cenere non sono i palestinesi, bensì funzionari israeliani della sicurezza, attuali ed ex, che ritengono che la Cisgiordania si stia rapidamente avvicinando al punto di rottura e che l’attuale governo stia creando le condizioni per uno scontro incontrollabile.
Lo Shin Bet israeliano avverte che i comitati palestinesi di autodifesa potrebbero trasformarsi in «modelli di resistenza». Invece, per l’analista Ghassan Khatib, il ritorno sulla scena dei comitati popolari, sorti spontaneamente durante la prima Intifada (1987-1993), è importante soprattutto da un punto di vista sociale, perché risponde al bisogno espresso da milioni di palestinesi minacciati. «Il terrorismo dei coloni ha innescato una reazione: la nostra gente si sta unendo», afferma.
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Un pirla da battaglia
Si dice di solito che «dio confonde coloro che vuol perdere». Il senso della citazione è esplicito: chi sta finendo nel burrone accelera la corsa, anziché frenare, travolgendo tutti i segnali d’allarme sparsi sul percorso per evitare un finale del genere.
Parlando delle guerra in Ucraina, uno delle menzogne più raccontate dall’establishment occidentale – e di conseguenza da un sistema mediatico totalmente asservito alla propaganda di guerra – stabiliva che l’invio di armi, soldi, consiglieri militari, assistenza tecnica e satellitare nonché di intelligence di tutti i livelli (sorvolando sui mercenari ex militari occidentali) – NON costituisse una «partecipazione diretta» della Nato alla guerra stessa.
Una tesi da ridere, certamente, ma – come asseriva Goebbels – «se la ripeti tutti i giorni, alla fine diventa una verità».
D’altro canto anche la sua utilità propagandistica è evidente. Se «noi» occidentali non siamo in guerra con la Russia, ogni azione che eventualmente Mosca potrebbe imbastire contro gli interessi occidentali potrebbe essere descritta come «un atto di guerra unilaterale ingiustificato». Confermando che «noi» siamo «i buoni» e quindi la «legalità» del sostegno alla junta nazigolpista di Kiev.
Ma dio confonde i pirla che gli stanno antipatici...
E dunque il ministro degli Esteri ucraino Andrii Sybiha, su X, ribattendo alla risposta decisamente incazzata di Teheran dopo l’attacco ucraino contro una nave mercantile iraniana nel Mar Caspio, ha scritto papale papale: «Le minacce dell’Iran sono ingiustificate e prive di fondamento. Il regime di Teheran è complice diretto dell’aggressione russa contro l’Ucraina, alimentando la guerra criminale di Mosca con armi che hanno ucciso ucraini dal 2022. L’Iran non ha alcuna legittimazione a fingere di essere vittima, né tantomeno a giustificare le sue minacce con assurdi riferimenti alla Carta delle Nazioni Unite».
Allora.
Se Teheran vende droni o altro alla Russia, e queste armi uccidono degli ucraini, questa è una complicità diretta nella guerra all’Ucraina che legittima gli attacchi militari di Kiev contro navi civili iraniane sospettate di trasportare armi o altro.
Se invece l’Europa e gli Stati Uniti regalano armi e soldi all’Ucraina golpista (il Majdan del 2014, che ha portato i nazisti nostalgici di Bandera al governo), e quelle armi uccidono dei russi, allora è un «gesto di solidarietà all’aggredito», che mai e poi mai potrebbe giustificare una reazione russa.
Neanche gli viene il sospetto, al signor Sybiha, che proprio le sue parole – scritte su un social, quindi immagazzinate per sempre negli archivi – saranno la prima giustificazione o legittimazione di una qualsiasi «pillola» che potrebbe essere spedita sulle teste dei distratti «liberali europei». Perché armare un paese in guerra è ipso facto partecipare a quella guerra.
Anni di sottile e meditata propaganda buttati nel cesso da un pirla da battaglia convinto di essere «superiore», unto dal signore degli eserciti e quindi destinato a sicura vittoria sull’«asse del male».
Vero è che per la lista dei pirla di cui ricordarsi a tempo debito c’è un affollamento esagerato. Ma il signor Sybiha si è guadagnato un posto in prima fila, sconcertando – ne siamo sicuri – anche i «consiglieri» che la Nato gli ha da anni messo a disposizione.
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