Presentazione


Analisi, opinioni, fatti e (più di rado) arte da una prospettiva di classe.

31/03/2026

La guerra in Ucraina è e sarà una rogna colossale dentro il “campo largo”. Il dietrofront di Conte

L’attuale leader del M5S Giuseppe Conte si è presentato alla convention di +Europa, affermando praticamente le stesse cose che dicono il governo e il Pd sulla guerra in Ucraina, ossia che bisogna continuare a sostenere Kyev, che le sanzioni alla Russia devono rimanere e che il gas russo non lo prenderebbe neanche gratis.

Qualcuno ha fatto notare che mezz’ora prima il senatore M5S Patuanelli aveva affermato in televisione l’esatto contrario di quanto affermato da Conte, ribadendo quanto già affermato a Radio 24 due giorni prima ovvero: “Credo che con noi al governo ci fermeremo con gli aiuti all’Ucraina, ma penso che riusciremo a trovar la quadra anche sulla politica estera con le altre forze della coalizione”.

La svolta, è avvenuta nell’intervento di Conte all’evento di + Europa al centro congressi di via Palermo a Roma: “Sul conflitto russo ucraino abbiamo sensibilità diverse, ma sono stato promotore di una risoluzione comune, riconoscendo su questo punto che l’aggressione russa va sanzionata. Non dobbiamo acquistare gas russo finché non ci sarà un trattato di pace”. E ancora: “Difendiamo con le unghie e con i denti il popolo ucraino”.

Il senatore del Partito Democratico Filippo Sensi, anche lui presente all’evento di +Europa, ha colto l’assist di Conte ed ha così commentato: “Mi pare positivo che oggi il leader dei cinque stelle abbia fatto retromarcia e sconfessato i suoi esponenti che minacciavano la fine del sostegno alla Ucraina e l’apertura al gas russo. La sua risoluzione era irricevibile. Ma almeno oggi ha fatto un passo indietro. Vedremo”.

Lo stesso Sensi due giorni prima aveva attaccato il contenuto dell’intervista di Patuanelli (M5S) a Radio 24. “Patuanelli crede che ‘ci fermeremo con gli aiuti militari all’Ucraina’. Con loro di certo, sapendo bene da che parte stanno. Con noi, invece, gli aiuti ci sono stati, ci sono e ci saranno. Fatevene una ragione” aveva commentato il senatore del PD.

Qualcuno potrebbe far notare che sarà almeno la terza volta che Conte cambia idea sul conflitto fra Russia e Ucraina. Prima c’era stato il sostegno al primo decreto di invio di forniture militari del 2022, poi l’organizzazione di manifestazioni di piazza nel 2024 contro l’invio delle armi in Ucraina, fino al riposizionamento in questi giorni sulla linea del PD, evidentemente funzionale a “creare un clima adatto” per le sue ambizioni di partecipazione alle primarie del centrosinistra.

L’Istituto Piepoli ha diffuso un sondaggio in cui Conte appare il favorito in caso di primarie sul leader della coalizione che si candida a scalzare il governo Meloni.

Appare evidente che il posizionamento sulla guerra in Ucraina e sul riarmo europeo sarà una rogna stellare per il campo largo. E anche questo non è e non sarà un dettaglio.

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30/03/2026

Le recensioni di Frusciante - Zombie

Guerra all'Iran. Tutti gli occhi sono puntati su Islamabad

A Islamabad sono arrivati i ministri degli Esteri di Turchia, Egitto, Arabia Saudita per due giorni di colloqui con il Pakistan sulle misure per allentare le tensioni in Medio Oriente. Il vertice tra questi quattro importanti paesi islamici avviene mentre gli USA paventano una invasione di terra dell’Iran.

Prima di questo vertice c’è stata un’ora di colloqui telefonici tra l’alleato “fraterno” iraniano, nella figura del Presidente Masoud Pezeshkian, e il premier pakistano Shehbaz Sharif.

Il vertice dei quattro paesi a Islamabad va valutato bene nella sua rilevanza. Si tratta di due paesi arabi e due paesi non arabi. Due di essi – Turchia ed Egitto – dispongono di forze armate assai consistenti; uno ha tantissimi soldi e risorse energetiche– l’Arabia Saudita – l’altro – il Pakistan – dispone di decine di armi nucleari. Secondo alcuni osservatori anche il Qatar potrebbe presto unirsi a questo gruppo.

La Turchia, come noto, insieme al Qatar è il principale sostenitore dei Fratelli Musulmani al quale aderisce anche Hamas. A Tel Aviv la Turchia viene già considerata il nuovo Iran ossia una potenza regionale minacciosa per Israele. Secondo gli analisti israeliani, Ankara ha intensificato la propria influenza in Siria, Libia, Sudan e Somalia, mostrando ambizioni espansionistiche simili a quelle iraniane.

Contemporaneamente, l’Arabia Saudita non vuole una normalizzazione dei rapporti con Israele, a causa dell’opposizione israeliana alla “soluzione dei due Stati” per i palestinesi e al no di Israele ad un programma nucleare civile saudita. Anche per questo i sauditi hanno stretto un’alleanza “a scopo difensivo” con il Pakistan, che è dotato di armi nucleari che, a suo tempo, vennero finanziate proprio dall’Arabia Saudita.

L’irritazione degli Stati Uniti per questa ipotesi di “blocco sunnita” in opposizione a Israele (ma anche alla vecchia egemonia USA sul Medio Oriente) è emerso piuttosto chiaramente dalle ruvide e piuttosto grevi battute contro il principe saudita Mohammed bin Salman.

Non si capisce bene quale sia il motivo dell’irritazione di Trump verso i sauditi. Vuole forse la partecipazione ufficiale dell’Arabia Saudita alla guerra contro l’Iran? Vuole più soldi dai sauditi come ai “bei tempi”? Vuole forse che l’Arabia Saudita annunci la normalizzazione dei rapporti con Israele senza alcuna concessione? Trump intervenendo in un evento a Miami, riferendosi a Bin Salman ha affermato: “Pensava che fossi un normale presidente americano e che non avrebbe dovuto leccarmi il culo e adularmi, e ora invece deve essere gentile con me. Meglio che lo sia”

Una maggiore integrazione militare di questi quattro paesi islamici – Turchia, Arabia Saudita, Pakistan, Egitto – rappresenterebbe dunque un serio problema per Israele, la quale ambisce ad essere l’unica potenza egemone dell’area e a sottomettere tutti i paesi del Medio Oriente.

Il vertice di Islamabad rappresenta infatti la risposta del cosiddetto “asse sunnita” – quindi diverso dall’asse sciita rappresentato dall’Iran e dai suoi alleati – sia al progetto israeliano di una alleanza regionale anti-islamica sia al rafforzamento dell’Iran come paese di riferimento del mondo islamico. Se Teheran uscirà in piedi dall’aggressione israelo-statunitense, un aumento esponenziale della sua autorevolezza e influenza appare infatti inevitabile.

Netanyahu ha annunciato recentemente l’intenzione di Israele di creare una nuova alleanza di Paesi per contrastare i due principali fronti dell’islam politico: quello sciita e quello sunnita radicale. Obiettivo dell’alleanza: collaborare con Stati che abbiano la stessa visione delle «minacce» nel Medio Oriente.

Questo nuovo asse anti-islamico dovrebbe essere basato su cinque Paesi principali: oltre a Israele, ci sarebbero India, Grecia, Cipro, Etiopia ed Emirati Arabi Uniti, quest’ultimo sarebbe l'unico paese arabo-islamico dell’eventuale alleanza, ma è anche l’unico paese del Golfo ad aver finora firmato gli accordi di Abramo con Israele e da anni gioca sporco nel destabilizzare gli altri paesi della regione attraverso l’Isis o altri gruppi jihadisti.

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Poste italiane all’assalto di Tim. Il pubblico si adegua al modello neoliberale

L’Offerta Pubblica di Acquisto e Scambio (OPAS) lanciata da Poste Italiane nei confronti di TIM non appare certo come un fulmine a cielo sereno nell’apparato produttivo e infrastrutturale nazionale.

Nel caso specifico risultava evidente che con l’acquisizione del controllo societario la prospettiva dell’inglobamento era inevitabilmente nell’ordine delle possibilità concrete. Tuttavia limitare l’interpretazione all’ordinarietà delle condotte di mercato impedirebbe di comprendere la portata di una operazione che ne travalica per più aspetti il confine.

Una prima considerazione riguarda l’approdo del processo di privatizzazione delle telecomunicazioni, posto all’origine dell’intera vicenda trentennale delle privatizzazioni nel nostro paese, che ad operazione ultimata porterebbe la presenza pubblica appena oltre la soglia del 50% del capitale sociale. Esito che ha indotto molti commentatori ad intravvedere addirittura elementi di “nazionalizzazione” del settore.

Ora, aldilà della evidente precarietà del 50,1 del dato di proprietà azionaria di soggetti di natura pubblica, gli assetti proprietari della società acquirente Poste Italiane per effetto della diluizione del suo capitale nella nuova struttura proprietaria vedrebbero una netta riduzione della quota pubblica dall’attuale 65% (29,26 % Ministero Economia e Finanze, 35% Cassa Depositi e Prestiti) appunto al 50,1.

Al riguardo si potrebbe obiettare che la condizione strutturale di Poste Italiane risulterebbe comunque potenziata dall’acquisizione degli assets di telefonia fissa e mobile, avvalorando così le dichiarazioni aziendali sulla dilatazione del proprio cloud integrato multiservizi, che spazia dalle telecomunicazioni alla logistica, dalla finanza al recapito, passando per la raccolta ed elaborazione dati, ed altro ancora, un dato tanto innegabile quanto superficialmente limitato all’osservazione del momento attuale.

Alzando appena lo sguardo all’intera vicenda industriale di Telecom-TIM si evidenzia lo scenario della devastazione di un settore strategico dell’economia condotta senza soluzione di continuità all’insegna dell’annichilimento della ricerca e dello sviluppo, vero aspetto “core” di ogni dinamica industriale, mancanza associata al sistematico saccheggio delle risorse umane e finanziarie, riconducibili in larga parte ad un passato pubblico discutibile quanto si vuole ma nondimeno reale.

Un processo che ha visto scorrere in un rapporto organico con le fasi della politica un’intera classe di “imprenditori” nazionali – Agnelli, Colaninno, Tronchetti – fino alle battute dei tempi più recenti con protagonisti sovranazionali Vivendi e Telefonica con lo scorporo della rete fissa ad appannaggio degli americani di KKR. A ben vedere, del patrimonio ormai “sfibrato” e decotto delle telecomunicazioni nazionali residua veramente poco, con una redditività di settore fisso e mobile, dati alla mano, in deciso declino.

Il senso vero dell’operazione di Poste Italiane su TIM si connota in termini decisamente più realistici come un’acquisizione volta a sfruttarne la commercializzazione allocandola nella propria rete integrata dei servizi, alla cui base opera una forza-lavoro a livelli salariali decisamente magri, decretando la scomparsa del settore delle TLC nazionali di cui il “delisting”, la fuoriuscita dalla borsa sarebbe l’atto formale conclusivo.

Da quanto esposto appare decisamente fuori luogo l’evocazione di termini quali nazionalizzazione ovvero operazione sistemica e Poste Italiane come esempio di campione industriale nazionale, la commercializzazione dei servizi di cui Poste è innegabilmente leader attiene alla parte bassa o, se si preferisce, conclusiva della catena del valore del comparto, di cui fondamentalmente è componente passiva, impossibilitata strutturalmente oltre la sfera, certo non trascurabile, della vendita ad assumere un ruolo di protagonismo industriale che ormai si misura in termini sovranazionali.

Tuttavia per ragioni molto diverse siamo anche noi dell’avviso che l’acquisizione di TIM da parte di Poste Italiane non sia derubricabile a una “semplice operazione” del cosiddetto mercato.

Ci sono almeno un paio di questioni meritevoli di attenzione:
– la prima legata allo scontro tra Videndi e KKR per lo scorporo e quindi il controllo della rete fissa, una disputa giocata non certo su piani industriali in buona parte sovrapponibili, la cui posta era la presenza nel nostro paese di operatore con base europea oppure con radicamento sulla sponda opposta dell’Atlantico, uno scontro geo-economico in cui la proiezione del nostro governo ha avuto una forte influenza;
– la seconda relativa all’acquisizione diversi mesi addietro da parte di Poste delle quote di Cassa Depositi e Prestiti in TIM, da interpretarsi come un disimpegno, da parte del vero player delle malridotte politiche industriali di questo paese, in una azienda ridotta a uno zombie industriale.

Non costituisce certo un mistero l’interesse dei grandi fondi del risparmio gestito americano – Blackrock, Vanguard, State Street tra gli altri – per il mercato delle utilities (grandi aziende di servizio) europeo con una aggressività finanziaria impressionante collocata in tutti gli snodi dei mercati borsistici in modo da condizionarne gli andamenti, e la loro presenza tanto nel capitale TIM quanto in modo ancora più rilevante in KKR. Se ci si consente un paragone con le strategie militari, un’operazione a tenaglia per la conquista di uno spazio strategico in cui Poste Italiane per i suoi interessi diffusi e il ruolo sistemico gioca il ruolo del cavallo di Troia, con una proiezione ben oltre i già considerevoli confini aziendali.

La pressione dei fondi per l’ingresso nel capitale di Poste è stato un tema decisivo per il delineamento degli equilibri azionari e assetti strategici aziendali che, con l’assorbimento di TIM, vede finalmente conseguito l’obiettivo. Evidentemente non siamo ancora al passaggio di mano dal capitale definito “paziente e laborioso” della Cassa Depositi e Prestiti alla pervasività aggressiva tutta finanziaria dei fondi di investimento, ma uno strappo si è realizzato e la prospettiva che si dischiude non appare certo rassicurante.

Assecondare la spinta alla finanziarizzazione come strumento di equilibrio di un qualsivoglia progetto industriale è fuori dalla realtà, una contraddizione insanabile. Certo il nostro punto di vista è quello dei fruitori dei servizi e dei lavoratori del settore, di chi pensa alle attività pubbliche per la loro funzionalità e la stabilità occupazionale e non come punto di accumulo di interessi privati a conduzione finanziaria e speculativa.

Un’ultima osservazione, Poste Italiane è stata in questi anni considerata un esempio virtuoso di gestione, sulla base dei suoi bilanci e degli utili garantiti agli azionisti pubblici e privati, mentre, ancora dal nostro punto di vista, è stato uno spazio economico e produttivo in cui la torsione privatistica dell’apparato pubblico ha trovato la sua realizzazione più avanzata, sperimentando pratiche gestionali e modelli relazionali presi a riferimento in altri contesti industriali.

Trenta anni dopo l’avvio della “madre di tutte le privatizzazioni” quella delle Telecomunicazioni, che proprio con lo scardinamento dalle Poste e Telecomunicazioni pubbliche, ha trovato la condizione di realizzazione, Poste Italiane SPA si propone come testa di ponte del sistema dei servizi nel vuoto modello economico-produttivo neoliberista del paese.

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Se gli Usa mettono “gli scarponi nel pantano” iraniano…

Un mese di guerra e la situazione si complica. L’unica buona notizia è che Trump e Netanyahu non hanno un solo alleato convinto che sia stata fatta una scelta intelligente con la guerra aperta all'Iran. Poi, certo, il codazzo dei servi è sempre nutrito, ma tra una partecipazione entusiasta e qualche aiuto di contorno la differenza è grande.

Va fatto notare ai tanti distratti che il tycoon doveva andare in Cina per discutere un ampio ventaglio di questioni che contrappongono gli interessi dei due paesi, ma l’appuntamento è slittato da marzo ad aprile e poi – per ora – al nove maggio.

Non serve un traduttore per intuire che Xi Jinping non è disposto ad incontrarlo mentre sta ancora bombardando un paese con cui ha stretto da anni accordi commerciali reciprocamente vantaggiosi e costituiva una tappa importante del progetto “Nuova via della seta”.

Ma la strada che gli Usa hanno preso per il momento sembra quella di una nuova dose della stessa droga, che in una guerra viene definita escalation e nelle tossicodipendenze non sappiamo.

Stando alla sintesi fatta dal ministro degli esteri iraniano, Araghchi, “gli Stati Uniti dicono pubblicamente di volere una trattativa, ma segretamente stanno mandando truppe per attaccarci anche via terra”. E bisogna dire che le informazioni in mano a Teheran sembrano di solito piuttosto serie.

Ad esempio, il portavoce delle Guardie Rivoluzionarie, rivendicando il bombardamento di “un magazzino a Dubai che custodisce sistemi anti-droni provenienti dall’Ucraina, destinato ad assistere l’esercito americano” ha precisato che “21 ucraini erano presenti anche in quella posizione”, ma di non avere informazione sulla loro sorte.

Numeri netti, fino alla singola unità, non cifre buttate lì per fare sensazione... 

Una verifica arriva pure dal “colpo grosso” portato alla base di Prince Sultan, in Arabia Saudita, dove tra l’altro è andato distrutto un E-3 Sentry AWACS (aereo da sorveglianza, comando e controllo), indispensabile per coordinare gli attacchi e allertare le difese, dopo che diversi radar a terra erano stati distrutti. Non è una vanteria, visto che le foto del rottame sulla pista hanno fatto il giro del mondo.

Non migliore pubblicità ha fatto la portaerei Gerald Ford, “la più grande del mondo”, costretta a ritirarsi dall’Oceano Indiano ufficialmente a causa dell’intasamento dei bagni e di un incendio nel reparto lavanderia che però avrebbe costretto a ricorre alle cure mediche ben 200 marinai. L’immenso ferrovecchio è ora in un porto della Croazia per riparazioni urgenti, che dureranno ovviamente settimane, almeno.

Eppure tutte le fonti danno ormai per deciso un attacco anche a terra, prendendo di mira le isole iraniane nel Golfo Persico – soprattutto Kharg, terminale petrolifero principale – e le coste dello Stretto di Hormuz.

Sul punto gli scettici sono praticamente una maggioranza bulgara. Il centro studi statunitense FDD, di area repubblicana, afferma che la “conquista dell’isola iraniana di Kharg rischia di rivelarsi un fallimento, in quanto comporterebbe pesanti perdite a fronte di minimi vantaggi operativi o strategici, che potrebbero essere conseguiti in modo più efficace con altri mezzi”.

Le ragioni militari sono chiare: conquistare l’isola, appena 20 km quadrati, sarebbe abbastanza facile, ma le truppe resterebbero poi facile bersaglio per droni e missili iraniani, con la costa ad appena 30 km e tempi di percorrenza troppo stretti per attivare eventuali difese.

La logistica per mantenere funzionante la “testa di ponte” sarebbe molto costosa e a forte rischio di essere colpita, dovendo per forza di cose atterrare o approdare sull’isola. Lo stesso vale per tutte le altre isole e a maggior ragione per le montagne che dominano lo Stretto.

Le perdite umane sarebbero alte, probabilmente, annullando l’effetto “vittoria schiacciante” che Trump sta manifestamente cercando per poter chiudere la guerra senza apparire un deficiente. Ma se non ottiene un risultato “vendibile” sarà costretto a cercare qualche altro obbiettivo similare (si parla delle miniere di uranio o dei laboratori nucleari), aumentando costi, rischi e perdite.

Sarebbe insomma la classica escalation “alla vietnamita”, che fa ritrovare la superpotenza inchiodata in una situazione lose-lose, con gli stivale nel pantano, in cui perdi qualsiasi cosa tu faccia. La peggiore, per un’amministrazione che pretende di dominare il mondo... 

I problemi ci sono infatti soprattutto in casa. Manifestazioni “No Kings” a parte, tutto sommato ritenute “ignorabili” alla Casa Bianca, si sta lentamente sfaldando il consenso “Maga” intorno ad una politica bellicista che è l’esatto contrario di quel che Trump aveva promesso in campagna elettorale. Anche perché, ideologia a parte, gli elettori fanno i conti con il prezzo della benzina ormai vicina ai 5 dollari al gallone (quasi 4 litri, ma negli Usa non ci sono le accise e un prezzo di 3 dollari era già considerato “alto”).

Aggiungeteci gli agricoltori – altra pezzo importante del “blocco sociale” reazionario Usa – che vedono sparire i margini di guadagno sia per l’aumento dei carburanti che dei fertilizzanti.

Uno smottamento del consenso già registrato nei sondaggi – il “gradimento” di Trump è sceso al 36% – ma che alle elezioni di midterm, a novembre, rischia di essere ancora peggiore mettendo insieme una riduzione dell’affluenza “Maga” al voto e una reazione di rifiuto dei “repubblicani perbene”. Ma senza maggioranza al Congresso, Trump diventa un'“anatra zoppa” oppure tenta un golpe comunque traumatico e problematico.

Ci sono tanti modi di perdere una guerra. E la storia Usa è un vero manuale, in questo senso...

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La pulizia etnica sionista spazza via pure i cristiani

Il divieto imposto al cardinale Pizzaballa e al “custode del Sacro Sepolcro” di accedere alla chiesa per celebrare la “domenica delle palme”, a una settimana dalla Pasqua, non è affatto un incidente dovuto ad “incomprensioni”, né a superiori ragioni di “sicurezza”.

I due prelati, ovviamente ben noti e introdotti nella vita diplomatica locale, erano soli. In due. La “sicurezza” di chi è stata “protetta” bloccandoli all’esterno? Non la loro, evidentemente, che son dovuti tornare indietro rimanendo comunque esposti ad eventuali attacchi missilistici o alle violenze dei “coloni”. Non certo quella dello “stato ebraico” – che non vediamo differente da uno “stato islamico” o “cristiano” – che da 80 anni “tollera” la presenza vaticana.

Tutte le celebrazioni musulmane, compresa la fine del Ramadan, era già state impedite nei giorni scorsi. Nella città delle “tre religioni monoteiste” una sola ha oggi diritto di cittadinanza. Ed è una religione di Stato. Con buona pace della laicità e della “democrazia liberale”.

Come ripetiamo spesso, siamo atei e dunque laici. Non ci interessano le religioni se non come storia e diversità culturale, che vanno tutte rispettate pur senza condividerle.

Ma è solare che il suprematismo etno-religioso di Israele ha superato ogni remora e pretende ora di imporsi al mondo come superiorità non criticabile, potere supremo che guarda il resto dell’umanità – con le sue infinite tradizioni culturali ed anche religiose – dall’alto in basso. Di “popoli eletti” da un dio, nella Storia, ce ne sono stati diversi. Nessuno ha fatto una bella fine né ha lasciato un buon ricordo di sé.

La sortita di Gerusalemme – anche ammettendo l’ipotesi incredibile di una pattuglia di polizia che avesse preso autonomamente una simile decisione – mette sul piatto e davanti al naso di tutto l’Occidente il frutto maleodorante di 80 anni di sostegno al sionismo militarizzato. Neanche i complici occidentali, in senso lato “cristiani” delle diverse chiese, hanno più spazio o tolleranza.

Non c’è più limite. Netanyahu, Smotrich, BenGvir, la cosiddetta “opposizione”, non presentano differenza sostanziali su questo punto. Si sentono investiti da un’autorità divina e protetti dal sostegno totale degli Stati Uniti (e chissà qual è il “dio” che veniva invocato in una allucinante riunione alla Casa Bianca). E si comportano da padroni razzisti ovunque, anche quando girano da semplici turisti, come abbiamo più volte sperimentato anche in Italia.

Significativa, in proposito, la reazione irritata dell’ambasciatore israeliano a Roma, Jonathan Peld, ultrà sionista: “Noi avremmo preferito una risposta differente però ritengo che tutti comprendiamo le sensibilità del mondo cattolico-cristiano e la situazione politica in Medio Oriente e in Italia”. Della serie “come osate criticarci?” 

Il problema dunque è ora tutto a carico dei sedicenti “dio, patria e famiglia”, incapaci di fare alcunché per frenare il suprematismo razzista di uno Stato-terrorista ormai specializzato negli “omicidi politici” di chiunque consideri “un pericolo”, oltre che nel genocidio di interi popoli.

Non crediamo ad una sola parola della vostra cosiddetta indignazione per un atto che definite “inaccettabile” senza però fare assolutamente nulla.

Cosa farete? Taglierete la consegna di altre armi e munizioni ad Israele? Interromperete le relazioni diplomatiche, culturali, universitarie, militari, economiche? Boicotterete i loro prodotti impedendone l’importazione?

Se non farete nulla di tutto ciò vuol dire che siete consapevoli di essere dei servitori di interessi altrui. Non della religione che dite di professare, non di questo Paese e neanche “dell’Europa”. Tanto meno dell’umanità.

P.s. Non osiamo neanche immaginare cosa sarebbe accaduto se la polizia italiana avesse impedito al rabbino capo di Roma di accedere alla sinagoga...

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Il comunicato di solidarietà delle Comunità islamiche in Italia

L’UCOII esprime profonda solidarietà al Patriarca Pizzaballa, impedire la preghiera è una ferita per tutta l’umanità

L’Unione delle Comunità Islamiche d’Italia (UCOII) esprime profonda indignazione e piena solidarietà al Cardinale Pierbattista Pizzaballa, Patriarca Latino di Gerusalemme, e al Custode dei Luoghi Sacri in Terra Santa, padre Francesco Ielpo, ai quali la polizia israeliana ha impedito stamattina di raggiungere la Basilica del Santo Sepolcro per celebrare la Messa della Domenica delle Palme.

È la prima volta da secoli che ai massimi rappresentanti della Chiesa Cattolica in Terra Santa viene negato l’accesso al più sacro dei luoghi di culto cristiani. Un atto grave e senza precedenti, che il Patriarcato Latino ha giustamente definito “una misura manifestamente irragionevole e sproporzionata” e “un’estrema violazione dei principi fondamentali di libertà di culto e rispetto dello Status Quo”.

«Siamo profondamente vicini ai nostri fratelli e sorelle del mondo cristiano in questo momento di dolore», dichiara il Presidente UCOII Yassine Baradai. «Quanto accaduto oggi al Santo Sepolcro ci ferisce come ferisce ogni credente, di qualunque fede. Gerusalemme è la città dove le nostre tradizioni spirituali si incontrano, e quando si impedisce a un uomo di fede di pregare in un luogo sacro, è la dignità di tutta l’umanità ad essere calpestata. Noi musulmani viviamo questa stessa sofferenza alla Moschea di Al-Aqsa, dove da anni i fedeli subiscono restrizioni e violazioni del diritto al culto. È un dolore che ci unisce, e per il quale facciamo appello comune alla comunità internazionale: la difesa della libertà religiosa a Gerusalemme è una causa che ci vede insieme».

L’UCOII si unisce alla voce di Papa Leone XIV, che proprio oggi nell’omelia della Domenica delle Palme ha dichiarato: “Siamo più che mai vicini con la preghiera ai cristiani del Medio Oriente, che soffrono le conseguenze di un conflitto atroce e, in molti casi, non possono vivere pienamente i Riti di questi giorni santi”.

L’UCOII chiede alla comunità internazionale di:
- Condannare fermamente ogni restrizione alla libertà di culto a Gerusalemme, che colpisca cristiani, musulmani o fedeli di qualunque confessione;
- Esigere il ripristino immediato del libero accesso ai Luoghi Santi per tutti i fedeli e i loro rappresentanti religiosi;
- Agire concretamente per la protezione dello Status Quo dei Luoghi Santi, patrimonio dell’intera umanità.

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Siamo sicuri che l’autoritarismo crescente sia solo colpa del governo Meloni?

“Sicurezza” è sempre meno mera parola tra i 427mila vocaboli del dizionario Treccani e sempre più la summa di una filosofia incarnata dall’ultradestra di Giorgia Meloni.

Dici “sicurezza” e nella testa ti si dischiude un mondo di immagini, luoghi, suoni, lemmi che si riassumono in alcune dicotomie classiche: ordine vs. disordine; autorità vs. anarchia; rispetto delle regole vs. lassismo. E protezione. Perché, in fondo, è questo che promette l’ultradestra: affidatevi a noi e vi offriremo più protezione. In un mondo in cui la linea della storia sembra essersi spezzata e in cui il futuro nei Paesi occidentali non fa più rima con progresso, ma provoca più ansia e angoscia che speranza, l’ultradestra sembra attrezzata per rispondere a questo bisogno di protezione che vive in ampie fette della popolazione.

Un bisogno che viene interpretato, indirizzato, spostato dal terreno della materialità, piegato a un progetto politico.

L’ultradestra italiana, insomma, ha una idea-forza: sicurezza. Declinata in una miriade di provvedimenti normativi, tra i quali risaltano i “decreti sicurezza”. Talmente tanti da averne ormai perso il conto.

Questo il metodo: A un fatto di cronaca segue → l’azione del potere mediatico che lo pone in cima all’agenda, fornendo una precisa lettura e invocando risposte rapide → Il potere politico raccoglie e approva una nuova norma repressiva.

Lo schema è sempre lo stesso: per rave, Caivano, la manifestazione di Torino del 31 gennaio, ecc..

Secondo molti, soprattutto di area centrosinistra, tutto ciò sarebbe prova della natura ideologica specifica dell’ultradestra al governo, portatrice di una cultura politica autoritaria.

Si inquadra il conflitto come scontro autoritarismo vs. democrazia. O, anche, fascismo vs. antifascismo.

Sicuri che sia questa la suddivisione del campo? Se così fosse, i decreti sicurezza segnerebbero una rottura con un passato linearmente democratico, una deviazione del corso della Storia. Una posizione che ha un precedente: Croce parlava di “calata degli Hyksos” per indicare come Mussolini e vent’anni di fascismo fossero fenomeno estraneo alla storia liberale italiana: li considerava una parentesi. La soluzione sarebbe, ieri come oggi, chiudere la parentesi e riportare la Storia sui suoi binari.

E se invece la strada intrapresa dall’attuale Governo non fosse né rottura né parentesi, ma adattamento dello Stato moderno alle trasformazioni del capitalismo su scala globale?

Presi dalla polemica quotidiana, rischiamo di perdere di vista una traiettoria che va più indietro dell’ottobre 2022, che attraversa governi di colore diverso e ci parla di una forma statuale che conserva le apparenze, perfino i riti della democrazia rappresentativa, ma ne svuota progressivamente la sostanza, riconfigurando i rapporti di potere. “Democrature”, dicono oggi; in passato Nicos Poulantzas parlava di “Stato autoritario moderno”.

Lo Stato autoritario moderno si costruisce in rapporto ai mutamenti del capitalismo attuale. Assistiamo a una fase di concentrazione e centralizzazione dei capitali, con poche multinazionali e fondi d’investimento che pesano più della maggior parte degli Stati-Nazione e con il dominio del capitale finanziario.

Pochi grandi gruppi economici si spartiscono il Mondo. In un intreccio strettissimo con gli apparati statali. Guardare la foto di Trump con gli amministratori delegati delle Big Tech per avere un’immagine plastica.

In questo contesto, le forme tradizionali di mediazione politica e sociale – parlamenti, sindacati, gli stessi partiti – diventano sempre meno funzionali. Serve velocità e le mediazioni appartengono a un’epoca troppo “lenta”. Tra democrazia e autocrazia più che un’alterità ci sono linee di continuità: la democrazia che viviamo oggi, cioè, sta subendo una riconfigurazione autoritaria.

In Italia questo processo è evidente da almeno tre decenni. Il Parlamento è stato progressivamente esautorato della sua funzione centrale. Il ricorso sistematico ai decreti-legge, l’abuso dei voti di fiducia, la riduzione dei tempi di discussione parlamentare, la marginalizzazione delle opposizioni non sono più eccezioni, ma prassi.

È “particolarità” del solo Governo Meloni? Tutt’altro. È realtà in tutto il mondo occidentale. In Italia, poi, governi tecnici e di centrosinistra hanno utilizzato e normalizzato queste pratiche, sulla base di un’idea condivisa dall’ultradestra oggi a Palazzo Chigi: la governabilità è un valore superiore alla rappresentanza. Basti pensare alle leggi elettorali che lasciano senza alcuna rappresentanza settori sempre più ampi di popolazione.

I membri del Parlamento assomigliano sempre più a “yes men”, il cui compito non è elaborare, discutere, proporre leggi, ma ratificare decisioni prese in un altrove che può essere tanto l’esecutivo quanto una sede extra-parlamentare.

Il rafforzamento dell’esecutivo costituisce l’aspetto più visibile di questo processo di costruzione dello Stato autoritario moderno.

Oggi, condotto dall’ultradestra meloniana, significa rafforzamento in primis in termini assoluti. Il “premierato” va così inteso come tassello di un progetto organico di ristrutturazione dello Stato: irrobustisce l’investitura diretta del capo dell’esecutivo, separandolo ancor di più dal Parlamento, cui non lo lega più un rapporto di dipendenza, e trasformando il voto in un atto quasi-plebiscitario. Se andasse in porto, avremmo la sanzione di un ridimensionamento di due organi di mediazione politica: parlamento e partiti.

Un esecutivo, però, è più forte anche in relazione agli altri poteri dello stato. Quello legislativo, come scrivevamo sopra. Ma anche quello giudiziario.

Le riforme del sistema giudiziario, a partire dalla cosiddetta separazione delle carriere dei giudici, ci vengono spacciate per interventi utili e/o necessari per superare gli orrori e le inefficienze della giustizia. Ma non affrontano i problemi concreti che toccano la quotidianità di milioni di persone e, soprattutto, sono un passo lungo la strada della costruzione dello Stato autoritario moderno.

In uno Stato sempre più orientato alla rapidità e alla verticalità, ogni forma di controllo indipendente si tramuta in ostacolo. La magistratura, in quanto potere autonomo, diventa un problema politico prima ancora che istituzionale. Da qui la sua delegittimazione sistematica nel discorso pubblico, la rappresentazione come potere politicizzato, l’esigenza di “rimetterla al suo posto”. Non si tratta di negare le criticità del sistema giudiziario (che esistono eccome), ma di cogliere il senso politico di queste riforme: ridurre i vincoli all’azione dei governi.

C’è poi il potere mediatico. Non considerato nella tradizionale divisione dei poteri, dal XX secolo ha acquisito un’importanza crescente.

In Italia la TV continua a farla da padrona. Ed è un terreno in cui al monopolio pubblico è seguito l’oligopolio, centrale per la normalizzazione e l’ascesa dell’ultradestra. In questi ultimi anni, in riferimento alla RAI, parliamo di TeleMeloni per indicare un’occupazione quasi totale delle reti pubbliche da parte di giornalisti e manager fedeli alla compagine governativa.

Se tutto ciò accade è però perché Meloni ha trovato le porte spalancate. Non da qualche cattivissimo fascista, ma dall’allora segretario del PD, Matteo Renzi. La riforma da lui voluta ha spostato il controllo del servizio pubblico dal Parlamento al Governo: il passaggio ha segnato l’integrazione strutturale dell’informazione e dell’intrattenimento pubblico nella sfera dell’esecutivo. A danno non solo e non tanto dell’autonomia, quanto del pluralismo.

Uno Stato autoritario moderno, tuttavia, non si può costruire in assenza di nemici. All’esterno, ma anche all’interno. È qui che arrivano i “decreti sicurezza”: l’ultradestra divide il campo sociale, per distrarre e impedire che il conflitto si organizzi lungo la linea verticale capitale/lavoro e si dia su quelle orizzontali: migranti/autoctoni, lavoratori che scioperano/lavorano, ecc..

La questione salariale sparisce dalla scena, mediatica e normativa. La frustrazione per giornate piene di lavoro che ti ripagano con un frigo vuoto non si deve “sfogare” in un conflitto sindacale contro l’impresa o politico contro il governo, ma contro il “mostro” additato dai decreti sicurezza e dal potere mediatico dell’ultradestra: chi sciopera, gli attivisti per l’ambiente, i migranti.

La repressione ha così una duplice funzione: punire il nemico e, nello stesso momento, rafforzare il consenso del proprio blocco sociale. Il bisogno di protezione viene indirizzato a impedire che chi sta peggio di te possa migliorare la propria posizione. Non guardare in alto, suggerisce l’ultradestra meloniana; piuttosto concentrati verso il basso, verso chi sta un po’ peggio di te. È da loro che l’esecutivo di “Giorgia” ti proteggerà. Perché se è vero che la tua situazione non migliora – o addirittura peggiora – c’è chi peggiorerà di più e più rapidamente. E tu rimarrai penultimo.

In sintesi, l’adattamento dello Stato alle necessità del capitale si dà attraverso una torsione autoritaria. Che non è legata all’eccezionale personalità di Meloni né costituisce un tratto accidentale. Da ciò discendono conseguenze politiche e organizzative. Per invertire la rotta non basterà, infatti, mandare a casa questo esecutivo, né difendere come un feticcio le forme di democrazia parlamentare già svuotate.

Dovremo certamente fermare nel breve i progetti dell’ultradestra – a partire dal referendum sulla giustizia del 22 e 23 marzo – ma avere pure uno sguardo di medio-lungo periodo: riaprire il tema del potere reale, della partecipazione popolare (non solo quando si aprono le urne), della lotta contro la passivizzazione, dell’organizzazione sociale, inventare nuove istituzioni autonome dal basso.

L’orizzonte non è il “recupero” di una democrazia che non c’è più e al cui smantellamento hanno contribuito tutti coloro che hanno gestito il sistema negli ultimi decenni, ma la costruzione di un orizzonte nuovo.

Di una cosa possiamo esser certi: senza conflitto che metta al centro i rapporti di produzione nessuna possibilità ci si aprirà dinanzi.

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Cuba è la prossima? Non sottovalutiamo la minaccia

Trump ha ribadito che Cuba verrà invasa. Durante un discorso per la Future Investment Initiative a Miami, in un clima putrido e favorevole a questo tipo di dichiarazioni, dopo aver ricordato l’azione chirurgica contro il Venezuela e l’aggressione all’Iran, ha annunciato: “A volte bisogna usare la forza e Cuba è la prossima”.

Potrebbe sembrare un’altra delle sue spacconate, ma io non lo credo. Sono giorni che è disperato per mostrare risultati in Medio Oriente e non ci riesce. È arrivato al punto di dare luce verde per attaccare la centrale nucleare iraniana di Bushehr e, dopo una terza raffica che ha colpito le sue strutture, ha ottenuto solo una maggiore determinazione di quel popolo a difendere la propria sovranità.

I capricci portano Trump dall’incoerenza alle bugie grossolane, cui tutti ridono e pochi credono. La chiusura dello Stretto di Hormuz è diventata una spada di Damocle sulla sua presidenza, perché ha su di sé il peso delle pressioni internazionali; dei conglomerati energetici e del Partito Democratico, che minaccia di spazzare via alle elezioni di metà mandato di novembre.

Quest’ultimo caso è grave: il suo indice di gradimento tra gli elettori è sceso al di sotto di quello che aveva Biden alla fine del suo mandato e un cambiamento nel rapporto di forze alla Camera dei Rappresentanti potrebbe portarlo all'impeachment.

All’interno del suo partito crescono le contraddizioni. Diversi repubblicani hanno abbandonato oggi una riunione a porte chiuse nei Comitati per i Servizi Armati del Congresso con funzionari del Pentagono.

Erano venuti per persuadere circa la necessità di liberare i 200 miliardi di dollari aggiuntivi richiesti dalla Casa Bianca per la guerra in Medio Oriente. “Siamo stati ingannati. Permettetemi di ripetere: non sosterrò le truppe a terra in Iran, ancora di più dopo questo incontro. [...] più a lungo dura questa guerra, più velocemente perderà il sostegno del Congresso e del popolo americano”, ha annunciato Nancy Mace sul suo account X. Ryan Mackenzie, da parte sua, ha avvertito che non vogliono “restare impigliati in un’altra guerra infinita” e spera che l’invio di truppe sia una posizione per ottenere un accordo migliore con Teheran. “Vogliamo saperne di più su cosa sta succedendo, quali sono le opzioni e perché vengono prese in considerazione. E non stiamo ricevendo abbastanza risposte a queste domande. Vogliamo solo che ci dicano qual è il piano...”, ha dichiarato alla fine dell’audizione Mike Rogers, presidente del Comitato per i Servizi Armati della Camera, uno di quelli che hanno sostenuto l’Operazione Epic Fury.

Epic Fury, pensata per colpire la fornitura di petrolio alla Cina – l’Iran è il suo quarto fornitore – e alzare la posta in gioco per Israele nella regione, nel frattempo ha permesso a Trump di distogliere l’attenzione dal caso Epstein, ma a questo punto è diventato un boomerang.

Nella mia modesta opinione, Trump ha davanti a sé due scenari:
1) continuare a intensificare la guerra a fronte alla resistenza iraniana che minaccia di far crollare lo schema di sicurezza stabilito dalle passate amministrazioni statunitensi in Medio Oriente per garantire il controllo egemonico delle sue riserve petrolifere – Trump ha promesso nella sua campagna di non impegnarsi in una guerra senza termini, ma anche se nessuno lo ricorda più, gli effetti avversi lo mostrano vulnerabile e ridicolizzato –;
2) dichiarare una vittoria che non ha ottenuto nel teatro delle operazioni militari e cercare un nuovo capro espiatorio più “debole”, che lo riporti all’ovile dei “vincitori” (cioè, nel suo cinico calcolo: Cuba). Sebbene in sostanza sia una misura genocida, il blocco del carburante mira a ridurre al minimo le capacità combattive delle nostre Forze Armate Rivoluzionarie e i loro analisti attardati potrebbero supporre che i loro obiettivi siano vicini ad essere raggiunti.

L’ho ripetuto: tutto indica che alla nostra generazione spetterà difendere la Rivoluzione con le armi nel Centenario di Fidel.

Non avremmo mai immaginato che ciò fosse possibile, ma la maggior parte dei rivoluzionari e delle rivoluzionarie; l’immensa maggioranza dei cubani – donne, uomini, anziani e persino bambini – non eluderanno il loro dovere verso la patria.

Invito coloro che hanno la responsabilità della gestione delle questioni ideologiche nel Partito, nel Governo e nelle istituzioni educative e culturali a raddoppiare gli sforzi con la massima marxiana che ha acceso i cuori il 24 gennaio 1880 a New York, quando molti si mostravano stanchi dopo dieci anni di lotta stroncati dalla Pace di Zanjón: “La libertà costa molto cara, ed è necessario o rassegnarsi a vivere senza di essa, o decidere di comprarla al suo prezzo. [...] I grandi diritti non si comprano con le lacrime, ma con il sangue”.

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