Presentazione


Analisi, opinioni, fatti e (più di rado) arte da una prospettiva di classe.

06/03/2026

Per un NO di sana e robusta Costituzione

di Marco Lucentini

Come autorevolmente scritto dai docenti universitari di procedura penale della Associazione Gian Domenico Pisapia, (grandissimo e compianto avvocato, tra gli autori della riforma che introdusse in Italia nel 1988 il processo accusatorio) “... se la separazione delle funzioni di accusa, difesa e giudizio è un connotato di qualunque sistema processuale che voglia dirsi autenticamente accusatorio ... la modifica costituzionale insita in questa riforma rischia di portare ad un mutamento genetico del P.M., destinato a configurarsi sempre più come organo schiacciato su mere istanze di repressione ed ad un suo conseguente rafforzamento”.

Il dibattito che si è sviluppato a seguito della approvazione della Legge Costituzionale del 30.10.2025 sconta infatti proprio questa contraddizione: se dal punto di vista tecnico la fisiologia del giudizio accusatorio è fondata sulla parità delle parti processuali davanti ad un giudice terzo ed indipendente da accusa e difesa, la separazione delle carriere tra magistrati giudicanti e requirenti licenziata dal Parlamento non offre alcun contributo alla affermazione del giusto processo prevista dall’art. 111 della Costituzione.

In altri termini le garanzie e l’esercizio del diritto di difesa sono destinati a cedere inevitabilmente il passo davanti al progressivo consolidamento del diritto penale processuale e sostanziale del “nemico”, costituito dagli innumerevoli provvedimenti liberticidi in tema di negazione del diritto di manifestazione ed espressione del pensiero ed attacco alle pratiche collettive difformi rispetto all’indirizzo di governo.

È una visione reazionaria della società quella che sostiene la politica in tema di sicurezza promossa dal governo Meloni, anche sulla scorta di evidenti corresponsabilità del pensiero debole del centrosinistra: per i poteri forti ed il sottobosco di colletti bianchi legati alle varie consorterie politiche e finanziarie, varrà ancora di più il sistema di immunità/impunità, mentre per gli esclusi dal banchetto il processo penale avrà le caratteristiche dello strumento volto alla difesa sociale. Evidentemente la cosiddetta democrazia liberale non può tollerare il conflitto sociale e l’opposizione politica.

D’altro canto l’eccezione normativa trasformata in strumento ordinario di regolamentazione e risoluzione delle contraddizioni non è una novità nella storia repubblicana: il potere esecutivo e quello legislativo hanno in passato delegato la Magistratura per intervenire manu militari nel contrasto alle diverse emergenze ritenute pericolose per la tenuta dell’ordine costituito (dalla stagione della lotta alla sovversione ai maxi processi organizzati per reprimere la criminalità organizzata, dalla lotta alla delinquenza di strada fino al contrasto dello spaccio di droga).

Dal periodo di Mani Pulite in poi lo scontro tra i poteri dello Stato si è fatto tuttavia sempre più feroce, proprio in base alla necessità per il Potere Politico di sottrarre a quello Giudiziario le prerogative che avevano consentito a questo di elaborare in autonomia le proprie strategie, con le conseguenti resistenze della Magistratura intera a rientrare nell’ambito della subordinazione istituzionale.

Infatti al centro del contrasto di questi giorni non può certo essere considerata la foglia di fico della separazione tra P.M e Giudici. Volendo considerare solo i dati relativi alle modifiche dell’Ordinamento Giudiziario introdotte dalla riforma Cartabia nel 2022 (che prevedeva la possibilità di decidere il passaggio da una carriera all’altra una sola volta nel percorso professionale del magistrato e, comunque, con il cambiamento della sede distrettuale – regione –) negli ultimi anni la percentuale dei passaggi è stata solo dello 0,31%.

L’elemento cruciale, invece, che assume un rilievo dirimente per comprendere la finalità della riforma costituzionale Nordio/Meloni, è lo sdoppiamento dei Consigli Superiori cui dovrebbero far capo le due carriere – giudicante e requirente – con la novità rappresentata dalla introduzione di un terzo organo chiamato Alta Corte Disciplinare.

Se è già indicativo della finalità perseguita il paradossale sistema di ingresso dei membri togati in organi di rilevanza costituzionale, il quale dovrebbe avvenire tramite un’estrazione a sorte, sono davvero eloquenti i requisiti previsti per fare parte, sempre con sorteggio, della Corte Disciplinare: giudici e p.m. che hanno svolto o svolgono funzioni di legittimità – Cassazione – da sempre in maggioranza affini professionalmente ad una visione conservativa e verticistica dell’ordine giudiziario, diversa storicamente da quella espressa dai giudici di merito.

C’è poco da aggiungere. Se fosse stato effettivamente a cuore del Legislatore il rafforzamento del processo accusatorio le soluzioni sarebbero state diverse e più importanti. Tutte da adottare con legge ordinaria: ad esempio tornare allo spirito originario del codice di procedura penale, ripristinando la formazione della prova in modo orale e nel contraddittorio delle parti, impedendo l’ingresso nel fascicolo processuale delle attività investigative svolte dalla polizia giudiziaria e dal P.M. nelle indagini preliminari. Oppure limitare la rinnovazione degli atti processuali mediante lettura dei verbali delle prove testimoniali assunte in precedenza, rendere effettivo il diritto di difesa dell’imputato aumentando le facoltà esercitabili dall’avvocato anche in relazione alla possibilità di svolgimento di accertamenti con l’ausilio di consulenti qualificati.

Nulla di tutto questo è rinvenibile nella riforma Nordio/Meloni: la modifica costituzionale è diretta ad assicurare una sostanziale omogeneità tra i Poteri dello Stato, riconoscendo la supremazia del Potere Esecutivo rispetto agli altri; basta considerare quanto già avviene alle Camere con la decretazione di urgenza su temi sensibilissimi come la sicurezza ed i voti di fiducia con cui si tacita qualunque dibattito parlamentare.

Se il referendum su questo disegno autoritario dovesse confermare con il SI la tenuta della revisione costituzionale, non sono difficili da prevedere i passaggi successivi che saranno messi in campo sulla “Giustizia”: ridimensionamento con progressiva abolizione del principio di obbligatorietà dell’azione penale e sottrazione al P.M. della funzione di direzione e coordinamento delle indagini di polizia giudiziaria, che saranno svolte e concluse in piena autonomia dagli organi investigativi con relativa selezione di fatti, autori e contesti da perseguire.

Cosa ci separa a quel punto dallo stato di Polizia?

La vittoria del NO significa togliere alla deriva reazionaria uno strumento pensato per essere funzionale alla compressione dei diritti fondamentali, per riportare a fare prevalere i principi di eguaglianza e libertà rispetto a quello di autorità, contro la logica e le politiche di guerra e genocidio fondate sulla impunità dei poteri forti.

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05/03/2026

Il grande campione (1949) di Mark Robson - Minirece

“Cercasi nemico”. I servizi di intelligence in difficoltà sul futuro del paese

La relazione annuale dei servizi di intelligence di quest’’anno doveva essere presentata pubblicamente il 28 febbraio, ma lo scatenamento dell’aggressione israelo-statunitense all’Iran lo stesso giorno, ha costretto gli estensori ad aggiornarne le “premesse”.

Si legge infatti nella relazione che “Le dinamiche di confronto tra Teheran e Washington hanno infatti assunto, sin dall’avvio del nuovo anno, una rinnovata centralità nell’equazione di sicurezza del quadrante, suscettibile di sfociare in un ampio novero di esiti possibili”. Un linguaggio felpato per spiegare l’escalation in corso in tutto il Medio Oriente.

I servizi di intelligence italiani segnalano inoltre “l’espressa volontà degli Stati Uniti di arrivare a un’ulteriore riduzione delle capacità nucleari, missilistiche e di proiezione regionale dell’Iran” ma sottolineano anche come tale questione, destinata a rimanere alla prioritaria attenzione informativa dell’intelligence, “è emblematica del profondo cambio di paradigma delle crisi internazionali, in un contesto segnato da una continua evoluzione dell’ordine mondiale”.

Il fronte interno

Fatta questa dovuta premessa al quadro internazionale nella annuale relazione dei servizi segreti italiani, andiamo a vedere come questi ultimi percepiscono le minacce sul “fronte interno”, ossia quali ritengono che siano i movimenti dentro la società reale che possono rappresentare un problema per l’ordine costituito e, più realisticamente, per un governo che ha fatto di tutto per trascinarci dentro la recessione, l’economia di guerra e l’avventurismo bellicista che si respira nel mondo.

I servizi di intelligence colgono con chiarezza e preoccupazione due aspetti.

Il primo è relativo “allo scenario contestativo ed eversivo interno”, in cui “resta centrale il tema dell’opposizione alla guerra, agli investimenti bellici e all’“imperialismo”, anche in funzione degli sviluppi delle crisi internazionali”.

Il secondo sono i giovani, anzi i giovanissimi, che si sono affacciati alla politica. I servizi appaiono preoccupati da quella che definiscono “radicalizzazione giovanile, dove si continua a registrare un progressivo abbassamento dell’età di inizio dei processi di radicalizzazione e un’ulteriore compressione delle tempistiche”.

Le mobilitazioni sulla Palestina e contro la guerra

I servizi segreti hanno colto le potenzialità mobilitative innescate dalla vastissima solidarietà popolare con la Palestina. Scrivono infatti che:
“Gli ambienti dell’oltranzismo marxista-leninista hanno anch’essi riservato un’attenzione strumentale agli sviluppi delle crisi internazionali in corso, con l’obiettivo di dare maggiore risonanza a iniziative antimilitariste e anti-atlantiste, nonché di collocare il sostegno alla causa palestinese in una cornice anticapitalista.
Analogamente, l’eterogeneo movimento antagonista ha cavalcato l’onda mobilitativa contro il conflitto a Gaza per favorire la convergenza tra tematiche e istanze diverse, nonché per ricompattare il fronte del dissenso facendo leva sull’antisionismo, sulla denuncia della c.d. “economia di guerra” e sulle sue ricadute in ambito socio-economico.
Tale mobilitazione, nel corso del 2025, si è progressivamente sovrapposta al percorso di lotta contro il c.d. “decreto sicurezza”. In questa cornice, la campagna anti-repressiva ha stigmatizzato l’asserita criminalizzazione del dissenso ProPal, anche in seguito ad alcune operazioni di polizia giudiziaria condotte contro militanti coinvolti nelle violenze occorse durante iniziative di piazza.
I giovani nel mirino della repressione preventiva

Per quanto attiene la cosiddetta “radicalizzazione giovanile”, i servizi di intelligence sviluppano un ragionamento un po’ astruso, ascrivendola alla destra accellerazionista e ai messaggi jihadisti facilitati dal massiccio utilizzo di social network e piattaforme da parte dei giovanissimi. Ma questa chiave di lettura, piuttosto parziale, serve a indicare una maggiore impermeabilizzazione dei giovani verso le ideologie.

Scrive la relazione:
“quanto alla radicalizzazione giovanile, è probabile che proseguirà la tendenziale perdita di centralità dell’ideologia come elemento cardine dei processi di radicalizzazione.
A tal proposito, anche in considerazione dell’impatto che le piattaforme social possono avere sulla psicologia degli utenti più giovani, è plausibile attendersi una maggior rilevanza di quei processi di radicalizzazione in cui la ricerca di un senso di appartenenza, nonché di gratificazione e di riconoscimento da parte del gruppo, giocano un ruolo determinante.
In questo quadro, è plausibile un rafforzamento della prospettiva nichilista, capace di conferire al compimento di atti violenti un’elevata intensità emotiva”.
Insomma una chiave di lettura quasi psicopolitica che esclude ogni nesso con la percezione di una realtà caratterizzata da crisi economica, conseguente crisi di e sulle prospettive dei giovani, e linguaggi di guerra diffusi ampiamente non dai social ma dai capi di stato e leader di governo. Ma in fondo, come direbbe Gian Maria Volontè, gli apparati repressivi ritengono che “ad altri spetta il compito di educare, a noi spetta il compito di reprimere”.

Idee piuttosto confuse su tecnologie e proteste sugli snodi strategici

I servizi confondono la lotta sulla conoscenza etica con l’anti-tecnologia. C’è infatti un capitolo della relazione dei servizi di intelligence che lascia parecchio perplessi proprio su questo aggettivo. I servizi presentano le proteste universitarie e nell’ambito della ricerca contro le tecnologie di guerra o i sistemi dual use come forma di ostilità alle tecnologie in quanto tale.

Delle due l’una. O gli agenti incaricati di seguire le centinaia di assemblee, webinar, incontri tra ricercatori, studenti, docenti contro l’uso delle tecnologie a fini bellici e il ripudio verso ogni collaborazione delle università con esse, hanno preso male gli appunti da riferire ai loro superiori, oppure non ci hanno capito nulla.

Nella relazione i servizi segreti parlano infatti di postura antitecnologica confondendo completamente le cose:
“Tramite la critica alla tecnologia e alla sua natura “dual-use”, varie componenti del dissenso hanno infatti collegato il conflitto nella Striscia di Gaza alle tradizionali tematiche d’area, quali la critica alla “repressione” e al sistema carcerario, l’antimilitarismo, l’antifascismo, l’anticapitalismo e la lotta contro le nocività. La prospettiva anti-tecnologica è, in effetti, trasversale al composito panorama dell’estremismo endogeno, benché si declini con sfumature diverse tra i sodalizi anarco-insurrezionalisti, gli ambienti marxisti-leninisti e l’eterogeneo fronte antagonista. Un tratto comune è la convinzione che la tecnologia sia innanzitutto uno strumento sviluppato e impiegato dallo Stato in funzione repressiva. In quest’ottica, l’opposizione alla guerra nei diversi teatri internazionali e la denuncia di pratiche come facce della stessa medaglia. L’impiego delle tecnologie in ambito bellico – nei sistemi d’arma, di sorveglianza e di raccolta informativa – è infatti presentato come una fase sperimentale, che preluderebbe all’adozione delle stesse tecnologie anche in ambito interno. Analoga critica si estende anche ai processi di automazione e digitalizzazione, usati sia in ambito industriale che civile, come emerge dalle contestazioni contro le Smart cities”. 
Preoccupati dal “Blocchiamo tutto”

La arzigogolata analisi dei servizi di intelligence sul rapporto tra tecnologie, etica e guerra, arriva poi alla conclusione pratica che li ha messi più in allarme.

Il movimento reale che abbiamo visto riempire le piazze, bloccare porti, stazioni, aeroporti nei mesi scorsi, non è stato infatti un movimento antitecnologico ma un movimento di lotta che ha ben compreso come oggi la circolazione dei capitali e delle merci abbia assunto maggiore centralità nel sistema capitalista.

Scrive la relazione dei servizi di intelligence:
“Su tale sfondo, gli ambienti estremisti hanno visto nella mobilitazione pro Palestina un’opportunità per veicolare una propaganda che ha assunto toni sempre più radicali, nella quale istanze antisioniste sono state innestate su una lettura della tecnologia come strumento che favorirebbe la progressiva militarizzazione della società. In quest’ottica rileva in particolare la chiamata al blocco e al sabotaggio della c.d. “logistica di guerra””.
La relazione dei servizi di intelligence sul “fronte interno” di quest’anno appare comunque più articolata di quella dello scorso anno, nella quale dipingevano un paese quasi pacificato e movimenti sociali quasi in letargia.

Se il monitoraggio dello scorso anno appariva più attento alle minacce “esterne”, la relazione di quest’anno dedica maggiore attenzione a quelle che vengono definite minacce “ibride”. Minacce che in qualche modo cercano di connettere quelle esterne con quelle interne, ricavandone magari materiale per una criminalizzazione del dissenso funzionale alla repressione sul fronte interno, soprattutto in presenza di un fronte esterno caratterizzato da guerre e conflitti in aree strategiche per l’Italia e l’Europa (dall’Ucraina al Medio Oriente).

Il 2025 è stato indubbiamente più movimentato e ricco di conflitti sociali e politici che ha avuto nella solidarietà con il popolo palestinese il suo meccanismo detonante.

Gli agenti degli apparati di sicurezza hanno avuto il loro da fare nel cercare di seguire il tutto per poterne ricavare le informazioni poi elaborate e finite nella relazione. Magari hanno avuto anche il loro da fare, tramite gli “agenti di influenza” per cercare di infiltrarsi nelle strutture dei movimenti giovanili – come abbiamo visto oggetto di particolari attenzioni – cercando non solo di ricavarne informazioni ma anche, dove ci sono situazioni più “porose”, di seminare zizzania, divisioni, conflitti interni, deviazioni di priorità. Appaiono molto preoccupati dalle incognite sul futuro e pertanto hanno bisogno di indicare un nemico interno potenziale anche se non ancora reale.

Il nemico ci osserva con molta attenzione. Impariamo a fare altrettanto per smontare le sue azioni di “depotenziamento” dei movimenti di lotta.

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La Cina è vicina

di Luciano Vasapollo

Quello che sta accadendo nello scenario internazionale non può essere letto come una semplice sequenza di crisi regionali o come l’ennesimo episodio di instabilità in Medio Oriente. L’attacco statunitense contro l’Iran non è un fatto isolato, ma si colloca dentro una fase storica precisa: la crisi sistemica del modo di produzione capitalistico nella sua forma nord-centrica ed euroatlantica. È una crisi di sovrapproduzione, di accumulazione, di natura commerciale e monetaria, che si manifesta anche come crisi ambientale, sociale e oggi apertamente geopolitica.

Quando il capitalismo entra in una fase di difficoltà strutturale, la risposta non è mai la ridistribuzione o la cooperazione, ma la guerra economica, il protezionismo aggressivo, la pressione monetaria e, quando necessario, l’intervento militare. La politica delle cannoniere non è scomparsa: si è modernizzata. È diventata guerra delle sanzioni, controllo delle rotte energetiche, dominio finanziario attraverso il dollaro, fino alla guerra aperta.

L’Iran, in questo quadro, non è soltanto un avversario politico. È un nodo strategico. Una parte rilevante del suo petrolio alimenta l’economia asiatica e in particolare la Cina. Colpire l’Iran significa incidere sui flussi energetici che sostengono la crescita tecnologica, industriale e infrastrutturale cinese. Significa tentare di mantenere il controllo sulle leve fondamentali dell’accumulazione globale, vincolando ancora una volta il dollaro al petrolio e riproducendo una posizione quasi monopolistica nella regolazione dei mercati energetici.

Colpire il concorrente più temuto: la Cina

Il bersaglio reale, dunque, non è solo Teheran. È Pechino. È il progetto di un mondo che non ruoti più esclusivamente attorno all’asse Washington-Bruxelles. È la prospettiva dei BRICS e delle relazioni Sud-Sud, che non nascono come blocco aggressivo, ma come tentativo di costruire spazi di autodeterminazione economica, cooperazione finanziaria alternativa e progressiva de-dollarizzazione.

Se il capitalismo nord-americano ed europeo sono in crisi, la Cina rappresenta oggi il principale elemento di discontinuità storica. Non semplicemente per la sua crescita quantitativa, ma per una diversa impostazione strategica. La dirigenza cinese ha chiarito più volte che lo sviluppo non può essere ridotto all’incremento del PIL. Il riferimento è a una crescita qualitativa, fondata sull’economia reale, sulla manifattura avanzata, sulla sicurezza industriale e sulla centralità della scienza e della tecnologia, comprese le traiettorie dell’intelligenza artificiale.

La guerra a un modello di sviluppo che fa emergere le contraddizioni dell’Occidente

In questa visione, la manifattura ha lo stesso ruolo del cibo: è fondamento della sicurezza nazionale. L’abbandono dell’economia reale a favore della rendita finanziaria e immobiliare produce bolle, indebitamento e fragilità sistemica. La pandemia ha mostrato quanto l’economia statunitense, finanziarizzata e deindustrializzata, sia esposta ai rischi della scarsità industriale. Una potenza che perde la propria base produttiva diventa strutturalmente vulnerabile.

La Cina, al contrario, punta a rafforzare la propria autonomia lungo le nuove catene globali del valore: semiconduttori, elettronica, telecomunicazioni, chimica avanzata, terre rare. Il controllo di questi snodi significa incidere sulla struttura stessa della produzione mondiale. È difficile combattere una guerra, fredda o calda che sia, contro chi detiene le fabbriche dove si producono le componenti fondamentali delle tecnologie civili e militari.

È in atto in effetti un confronto strutturale tra modello cinese e modello occidentale, come sottolineato anche dal primo segretario del Partito Comunista Cinese, Xi Jinping. Il punto di partenza è che la crisi dell’Occidente non è soltanto economica, ma paradigmatica. È crisi di un modello fondato sulla crescita quantitativa, sull’accumulazione infinita, sulla finanziarizzazione e sulla rendita. Io ho parlato di capitalismo del limite o capitalismo della scarsità proprio per indicare questa contraddizione strutturale: un sistema che pretende espansione illimitata dentro un mondo finito. Quando la finitudine delle risorse incontra l’ingordigia dell’accumulazione, la risposta non è la misura, ma la guerra di rapina. È il ritorno dell’imperialismo piratesco e corsaro.

Dentro questo scenario si colloca il confronto con la Cina, che non è uno scontro episodico ma uno scontro tra modelli di civiltà e di sviluppo. Il primo segretario del Partito Comunista Cinese, in un importante articolo del 2020 sulla strategia di sviluppo economico e sociale a medio-lungo termine, ha posto una questione decisiva: comprendere l’economia contemporanea per quello che è, non per quello che si presume che sia. Questo significa rifiutare gli indicatori puramente quantitativi e orientare la crescita verso la qualità, la dignità, l’armonia sociale.

Una visione confuciana

Qui entra in gioco la matrice confuciana. Nel pensiero cinese classico, lo sviluppo non è accumulazione cieca, ma armonia tra uomo, comunità e natura. L’Occidente moderno ha costruito invece un modello materialista e quantitativo, in cui il valore è misurato dal prodotto interno lordo, dalla rendita finanziaria, dalla speculazione immobiliare. La dirigenza cinese critica esplicitamente le rendite improduttive, le bolle speculative, l’arricchimento senza economia reale. Perché la rendita crea fragilità, indebitamento, instabilità sociale.

La manifattura, ci viene detto, ha lo stesso ruolo del cibo: garantisce sicurezza nazionale. Senza industria non c’è sovranità. Senza controllo delle catene del valore non c’è autonomia strategica. Ecco perché la Cina lavora sulle nuove forze produttive – semiconduttori, intelligenza artificiale, telecomunicazioni, chimica avanzata, terre rare – con una visione che arriva al 2050. Non è una competizione tattica, ma una traiettoria storica.

In questo senso ci viene in aiuto anche il libro di Alessandro Aresu, La Cina ha vinto, che coglie un punto essenziale: le nuove forze produttive si specchiano nelle vecchie, e viceversa. Le armi sono industria. Le tecnologie civili e militari condividono catene produttive. È difficile combattere una guerra contro chi controlla le fabbriche dove si producono le componenti essenziali dell’economia globale. Se l’arsenale della cosiddetta “democrazia” dipende da territori e catene di fornitura asiatiche, la superiorità occidentale diventa strutturalmente instabile.

L’Occidente punta sulla finanza, non sull’economia reale

Il capitalismo occidentale, al contrario, ha progressivamente sacrificato l’economia reale alla finanziarizzazione. Ha esaltato i servizi ad alta rendita, ha deindustrializzato intere aree, ha costruito ricchezza fittizia. Quando arriva la pandemia, quando emergono le crisi ambientali, quando si interrompono le catene logistiche, questa fragilità esplode. È la crisi di accumulazione che si trasforma in crisi sistemica.

Ecco allora che il conflitto con la Cina non è soltanto geopolitico: è culturale e storico. L’Occidente non riesce a leggere la logica del lungo periodo, perché è intrappolato nel breve termine dei mercati finanziari. La Cina, invece, si muove dentro una temporalità millenaria, dentro una civiltà che ha attraversato dinastie, invasioni, rivoluzioni, e che oggi tenta una sintesi tra pianificazione socialista, mercato regolato e radice confuciana.

La prospettiva 2050 significa questo: raggiungere uno strapotere manifatturiero e tecnologico tale da neutralizzare ogni tentativo di strangolamento esterno. Significa ridisegnare gli equilibri monetari internazionali, ridimensionando il dollaro come moneta di riserva e sottraendo anche all’euro una centralità subordinata. Significa costruire un equilibrio plurivalutario coerente con un mondo multipolare.

Se non si riprende questo confronto tra armonia e quantità, tra economia reale e rendita, tra lungo periodo e speculazione immediata, non si comprende la profondità dello scontro in atto. Il capitalismo del limite reagisce con aggressività perché avverte che la propria logica infinita si scontra con la realtà materiale e con un modello alternativo che punta alla qualità dello sviluppo.

Non si tratta di idealizzare. Anche la Cina ha contraddizioni, limiti, tensioni interne. Ma la differenza strategica è evidente: da una parte un sistema che difende il predominio attraverso la guerra economica e militare; dall’altra un progetto che lega sviluppo, dignità e armonia come categorie politiche e culturali.

Il punto non è scegliere sentimentalmente un campo. È comprendere che siamo di fronte a una transizione storica. Il centrismo del Nord è finito. Il mondo unipolare è finito. E il conflitto attuale – economico, monetario, tecnologico e militare – è il segno di un passaggio d’epoca in cui il capitalismo della scarsità tenta di sopravvivere, mentre nuove configurazioni delle forze produttive aprono scenari diversi.

Se questo nodo non viene colto, ogni analisi resta superficiale. Se invece lo assumiamo fino in fondo, allora capiamo che la questione non è solo la competizione tra potenze, ma il confronto tra due idee di sviluppo e, in ultima istanza, tra due concezioni della civiltà.

Il ruolo pernicioso dell’industria delle armi

Le armi sono un’industria. Le tecnologie sono un’industria. La finanza senza industria è rendita. L’Occidente ha costruito per decenni la propria egemonia su un intreccio tra potenza militare, dominio monetario e controllo delle risorse. Ma se le nuove forze produttive si spostano altrove, anche l’architettura del potere globale si modifica.

Ecco perché la competizione non è solo economica o commerciale: è monetaria, tecnologica e culturale. La prospettiva di un sistema internazionale in cui il dollaro non sia più unica moneta di riserva, in cui l’euro non svolga più funzione subordinata e in cui emerga un paniere di valute alternative, rappresenta un cambiamento storico. È un passaggio che limita lo strapotere del Nord globale e apre a un equilibrio pluricentrico.

Un confronto che vede l’Occidente soccombere

L’Occidente reagisce con ossessione. Guerra commerciale, sanzioni, blocchi tecnologici, pressione militare nell’Indo-Pacifico e in Medio Oriente. Non è soltanto incapacità di comprendere la cultura cinese; è rifiuto di accettare la fine del mondo unipolare. La geopolitica cinese non si fonda sulla crescita immediata e predatoria, ma su una visione di lungo periodo che affonda in una civiltà millenaria, non nei due secoli scarsi del capitalismo industriale occidentale.

Il capitalismo di rapina, al contrario, si scontra con la finitudine delle risorse del Pianeta. La sua ingordigia è infinita; il Mondo è finito. Da qui la necessità permanente di guerre di appropriazione, di imperialismo piratesco e corsaro, di controllo delle materie prime e delle rotte strategiche. L’attacco all’Iran si inserisce in questa logica: non solo come gesto militare, ma come tassello di una strategia più ampia volta a contenere l’emergere di un ordine multipolare.

Bruxelles e Roma accecate dal servilismo

In questo quadro, l’Europa e l’Italia si muovono spesso in posizione subalterna. L’allineamento automatico alla NATO, alle sanzioni, alle scelte strategiche statunitensi riduce lo spazio di autonomia politica ed economica del continente. Si sostiene un ordine che non garantisce stabilità né prosperità, ma prolunga conflitti e tensioni.

Il nord-centrismo è finito. Il mondo unipolare è finito. La transizione è conflittuale, e proprio per questo pericolosa. Ma la partita che si gioca non è soltanto per l’egemonia di una potenza sull’altra. È uno scontro tra due concezioni dello sviluppo: da una parte l’accumulazione finanziaria, la rendita e la guerra come strumento di sopravvivenza sistemica; dall’altra un progetto che, con tutte le sue contraddizioni, pone al centro industria, conoscenza, pianificazione strategica e una diversa idea di equilibrio sociale.

Non si tratta di illusioni. Si tratta di analizzare i rapporti materiali di forza. Se le fabbriche, la scienza, le nuove tecnologie e le catene del valore si riorganizzano su scala asiatica, allora la struttura stessa del capitalismo globale cambia. Ed è per questo che l’aggressività dell’Occidente aumenta: perché percepisce che il proprio predominio storico non è più garantito.

Una sconfitta annunciata

La vera questione non è se ci sarà multipolarismo, ma come esso prenderà forma. Se attraverso una transizione conflittuale dominata ancora dalla logica della guerra, oppure attraverso un riequilibrio che riconosca dignità, sovranità e cooperazione tra popoli. La storia non è finita. Sta cambiando direzione. E chi non comprende questa trasformazione rischia di reagire con la forza a ciò che non riesce più a controllare.

La fine meschina della grande civiltà occidentale, europea, latina

C’è qualcosa di profondamente doloroso nell’osservare la parabola discendente della civiltà occidentale, europea e latina. Non perché le civiltà siano eterne – nessuna lo è mai stata – ma perché questa sembra consumarsi non in un tramonto solenne, non in una trasformazione consapevole, ma in una decadenza priva di grandezza, in una perdita progressiva di senso, di misura, di dignità storica.

L’Europa è stata culla di diritto, di filosofia, di arte, di scienza. Ha generato il pensiero critico, l’idea di cittadinanza, l’umanesimo, la tensione tra ragione e fede, tra individuo e comunità. La civiltà latina ha costruito l’idea stessa di universalità giuridica; il Rinascimento ha posto l’uomo al centro del mondo; l’Illuminismo ha tentato di fondare la politica sulla ragione. Persino le sue contraddizioni – colonialismo, guerre, sfruttamento – si muovevano dentro una tensione storica alta, tragica, ma consapevole di sé.

Oggi ciò che colpisce non è la fine di un ciclo storico, ma la sua banalizzazione. L’Occidente non sembra più credere in se stesso, né nella propria tradizione, né in un progetto di futuro. Ha sostituito la cultura con il consumo, la politica con il marketing, il pensiero con l’algoritmo. La dimensione pubblica è stata ridotta a spettacolo, la partecipazione a reazione emotiva, la memoria a frammento digitale.

La civiltà europea, che aveva fatto della misura e della riflessione il proprio tratto distintivo, si è consegnata a un presentismo permanente. Vive nell’immediatezza dei mercati finanziari, nella volatilità delle borse, nell’ansia dei sondaggi. Il tempo lungo – quello delle cattedrali, delle università, delle grandi opere pubbliche e delle riforme strutturali – è stato sacrificato sull’altare del rendimento trimestrale.

La grande tradizione latina, fondata sull’equilibrio tra diritto e comunità, tra autorità e responsabilità, si è dissolta in un individualismo competitivo che misura il valore umano in termini di reddito e visibilità. La parola “dignità”, che per secoli ha rappresentato il cuore della cultura europea, è stata svuotata e sostituita dalla parola “successo”.

Non è solo una crisi economica o politica. È una crisi antropologica. L’Occidente sembra aver perso la capacità di riconoscere i propri limiti. Si è costruito attorno all’idea di crescita infinita in un mondo finito, di dominio tecnico senza interrogazione etica, di espansione permanente senza armonia. L’idea stessa di progresso si è trasformata in accelerazione senza direzione.

E così la grande civiltà che aveva insegnato al mondo il dubbio cartesiano e la critica kantiana, oggi fatica a sopportare il dissenso; quella che aveva elaborato la complessità del diritto romano riduce la giustizia a slogan; quella che aveva prodotto Dante, Cervantes, Goethe, si rifugia in un linguaggio impoverito, standardizzato, uniforme.

Il dolore sta anche nella subalternità. L’Europa, che per secoli ha elaborato pensiero strategico autonomo, oggi appare incapace di una visione indipendente. Oscilla tra dipendenze economiche, militari e tecnologiche, rinunciando a un proprio progetto storico. Non è tanto la perdita di potere materiale a segnare la decadenza, quanto la perdita di autonomia intellettuale e morale.

Le civiltà non muoiono quando vengono sconfitte dall’esterno; muoiono quando smettono di interrogarsi, quando rinunciano alla propria critica interna, quando trasformano la cultura in ornamento e la politica in amministrazione dell’esistente. L’Occidente rischia una fine meschina proprio perché non è attraversato da un grande conflitto ideale, ma da una lenta erosione di senso.

Eppure, nella sua storia, l’Europa ha conosciuto cadute e rinascite. Dalle rovine dell’Impero romano nacquero nuove sintesi culturali. Dopo le guerre mondiali sorsero istituzioni e diritti sociali. La tradizione occidentale contiene in sé anche gli anticorpi della propria decadenza: la capacità autocritica, la tensione etica, il desiderio di giustizia.

La domanda è se saprà ritrovarli. Se saprà abbandonare l’arroganza dell’universalismo imposto e riscoprire l’universalità dialogica. Se saprà sostituire la competizione distruttiva con la cooperazione, la rendita con il lavoro produttivo, la finanza con l’economia reale. Se saprà riconoscere che il mondo non è più unipolare e che la pluralità delle civiltà non è una minaccia, ma una condizione storica irreversibile.

La fine meschina non è inevitabile. Ma lo diventa quando una civiltà si aggrappa al proprio passato come a un feticcio, invece di trasformarlo in fondamento per un nuovo inizio. La grandezza non sta nel dominare per sempre; sta nel sapersi rinnovare senza tradire i propri principi migliori.

Se l’Occidente vuole evitare un tramonto senza dignità, dovrà tornare a interrogarsi su ciò che lo ha reso grande: il primato della cultura sulla ricchezza, del diritto sulla forza, della comunità sull’egoismo. Senza questo ritorno critico alle sue radici più alte, il rischio non è solo la perdita di potenza, ma la perdita di anima.

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Al Senato il prima via libera al Ddl antisemitismo. M5S e AVS votano contro, il Pd no

Con 105 sì, 24 no e 21 astensioni è passato al senato il Ddl che non combatte l’antisemitismo ma lo strumentalizza.

L’obiettivo reale è criminalizzare chi si batte contro il genocidio a Gaza, chi manifesta solidarietà con il popolo palestinese, chi critica il progetto sionista e le politiche di uno Stato che la Corte Internazionale di Giustizia ha messo sotto indagine per genocidio e violazione del diritto internazionale.

La definizione di antisemitismo indicata dall’IHRA che questo Ddl intende adottare è stata severamente contestata da giuristi, da esperti dell’ONU e dalle stesse reti ebraiche antirazziste, perché mette sullo stesso piano l’odio verso gli ebrei e la critica politica a un governo.

In sede di votazione al Senato, l’opposizione di centro-sinistra, come al solito, ha scelto di andare in ordine sparso.

Mentre M5S e AVS hanno votato contro, il PD si è astenuto, anzi si è diviso. Infatti oltre all’astensione espressa dalla maggioranza del gruppo, ci sono stati 6 voti favorevoli.

L’astensione su una legge che colpisce la libertà di espressione non è neanche neutralità, è una scelta, ma lo è ancora di più decidere di avallare questa legge, dando sostegno concreto a una norma che contiene una definizione che le organizzazioni ebraiche antirazziste stesse denunciano come uno strumento non di protezione ma di controllo del dissenso politico.

L’iter parlamentare del Ddl non è ancora concluso. Non lasciamo che criminalizzino la solidarietà con il popolo palestinese e reprimano il dissenso mascherandolo come contrasto all’antisemitismo.

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L’emigrazione sanitaria vale oltre 5 miliardi, in mezza Italia non ci si può curare

Non si è mai viaggiato così tanto per curarsi, ma non è un buon segno. Significa che, in Italia, il diritto alla salute non è garantito ovunque allo stesso modo, e spesso non è garantito affatto. Stando infatti agli ultimi studi della Fondazione Gimbe, nel 2023 la mobilità sanitaria interregionale ha toccato il valore record di 5,15 miliardi di euro, il livello più alto mai registrato e in aumento del 2,3% rispetto ai 5,04 miliardi dell’anno precedente.

I numeri presentati in occasione del trentennale della Fondazione parlano di dinamiche molto differenti tra il Nord e il Sud del paese. Nelle regioni settentrionali si assiste spesso a una “mobilità di prossimità”, ovvero a uno scambio che può essere considerato “fisiologico” di pazienti tra territori confinanti, che offrono comunque standard elevati. Al Mezzogiorno, invece, il fenomeno assume i tratti di una vera e propria fuga.

I cittadini abbandonano la propria terra perché non trovano risposte adeguate, alimentando un flusso unidirezionale verso il Settentrione senza che le regioni d’origine riescano ad attrarre pazienti da altrove. “La migrazione sanitaria tra Regioni è tra gli indicatori più sensibili delle diseguaglianze del servizio sanitario regionale: rileva dove i cittadini trovano risposte adeguate e dove, invece, sono costretti a spostarsi per curarsi”, spiega Nino Cartabellotta, Presidente della Fondazione Gimbe.

Cartabellotta ha poi aggiunto: “la mobilità sanitaria è sempre meno una scelta e sempre più una necessità”. Di questa necessità se ne avvantaggiano soprattutto alcune regioni (o meglio, i sistemi sanitari di alcune regioni, compresi ovviamente i privati collegati): circa la metà degli incassi nazionali derivanti dalle cure a pazienti non residenti finisce nelle casse di Lombardia (23,2%), Emilia-Romagna (17,6%), e Veneto (11,1%).

Sul versante opposto, a pagare il conto più salato per i propri cittadini che si curano fuori sono il Lazio (12,1% della spesa totale), la Campania (9,4%) e, paradossalmente, la stessa Lombardia (9,2%). Ma il paradosso è sciolto nel momento in cui si vanno a vedere i saldi finali: la Lombardia chiude con un attivo di ben 645,8 milioni di euro, mentre la Calabria segna un -326,9 milioni, la Campania -306,3, la Puglia -253,2, la Sicilia -246,7 milioni.

Per la Fondazione questa è la prova “che il diritto alla tutela della salute non è garantito in maniera equa su tutto il territorio nazionale”, disattendendo le disposizioni fondanti della Repubblica. Senza considerare che, per lo più, a potersi permettere di viaggiare per le cure sono coloro che non si trovano in condizione di indigenza: l’emigrazione sanitaria è perciò espressione innanzitutto di una faglia di classe.

Se già oggi dei “livelli minimi” di prestazioni non sono garantiti, quando il “Servizio” è ancora “Nazionale”, almeno sulla carta, immaginate cosa succederà quando entreranno in vigore tutti i meccanismi dell’Autonomia Differenziata. Un vero e proprio spezzettamento del paese per favorire i bilanci di ricchi approfittatori sulla vita delle persone.

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Sesto giorno di guerra all'Iran, poche notizie certe

Si usa dire, ed è sempre vero, che in guerra la prima vittima è la verità. La propaganda prende il sopravvento perché ogni parte ha bisogno di magnificare i propri successi e minimizzare i danni subiti.

Detto questo, sono ben poche le notizie confermate. Lo è certamente quella del cacciatorpediniere iraniano affondato al largo dello Sri Lanka. Non tanto per il video in soggettiva rilasciato dal Pentagono (con l’intelligenza artificiale si può fare quasi di tutto), quanto per le testimonianze dei soccorsi in mare. La nave non costituiva nessun “pericolo immediato” per gli Usa, visto che si trovava a migliaia di chilometri dal teatro di guerra, dopo un’esercitazione di routine condotta insieme alla flotta indiana.

Non si capisce invece quanto sia vero o solo propaganda quella per cui “migliaia di combattenti curdi” sarebbero già pronti alla frontiera dell’Iran per svolgere quell'“offensiva di terra” che gli statunitensi non vorrebbero dover attuare direttamente, vista l’impopolarità interna di perdite proprie.

Sarebbe certo una prova di idiozia conclamata da parte curda, che solo pochi giorni fa sono stati ancora una volta usati e abbandonati dagli Stati Uniti nel Rojava, perché ora l’ex capo dell’Isis Al Jolani è anche formalmente un “alleato affidabile” in Siria. Oltretutto, qualche migliaio di peshmerga iracheni – i curdi con minor pratica di combattimento, negli ultimi anni – sarebbero poco più che una spina nel fianco per l’esercito iraniano e i pasdaran.

Certa invece l’ennesima invasione del Libano da parte di Israele, venduta come “rappresaglia per i razzi” sparati da Hezbollah, a conferma che il progetto di “Grande Israele” è l’unica idea nella testa dei genocidi a Tel Aviv.

Per il resto, bombardamenti da una parte, missili e droni dall’altra, con la forte ipotesi che alcuni attacchi contro raffinerie dei Paesi del Golfo siano in realtà operazioni “falsa bandiera” di Israele.

L’Iran nega il lancio di un missile verso la Turchia

Lo stato maggiore delle forze armate dell’Iran ha rilasciato una dichiarazione che nega di aver sparato qualsiasi missile verso la Turchia, che ieri ha detto che le difese della NATO hanno abbattuto un missile dall’Iran mentre si dirigeva nel suo spazio aereo.

“Le forze armate della Repubblica islamica dell’Iran rispettano la sovranità del paese vicino e amico, e negano qualsiasi lancio di missili verso il territorio di quel paese”, ha detto la dichiarazione dell’esercito iraniano, portata dall’agenzia di stampa iraniana Mehr.

Il missile si è avvicinato allo spazio aereo turco dopo aver sorvolato l’Iraq e la Siria, secondo il ministero della Difesa di Ankara.

Nessuna trattativa di Teheran con gli Usa

Un funzionario iraniano ha categoricamente negato le notizie dei media precedenti secondo cui Teheran ha inviato un messaggio agli Stati Uniti.

“Nessun messaggio è stato inviato dall’Iran agli Stati Uniti e l’Iran non risponderà ai messaggi inviati dalla parte americana”, ha detto il funzionario iraniano all’agenzia di stampa Tasnim giovedì.

Il funzionario ha ribadito che le Forze armate dell’Iran si sono preparate per una lunga guerra.

La dichiarazione è arrivata dopo un precedente rapporto del sito web Axios che afferma che l’Iran ha inviato messaggi agli Stati Uniti negli ultimi giorni, ma non ha ricevuto una risposta.

I problemi di tenuta in Israele

L’esercito israeliano ha lanciato attacchi contro le infrastrutture governative in Iran mentre cerca di intercettare più missili iraniani in arrivo così come il lancio di razzi e droni dal Libano. Questo sta mettendo alla prova le capacità di Israele e la tolleranza del pubblico israeliano.

La gente in Israele si è svegliata alla notizia che ci sarebbe stato un certo allentamento delle restrizioni agli incontri pubblici e qualche ritorno alla normalità nei luoghi di lavoro. Ciò significa un po’ di sollievo per gli israeliani a cui viene detto dal loro governo che si sta facendo di tutto per limitare la capacità dell’Iran di vendicarsi.

C’è stato, sembra, un calo nel numero degli attacchi, ma l’Iran sta usando ora missili di livello superiore che sono più grandi e causano più danni quando cadono, anche quando vengono intercettati.

Si prevede che il costo dei danni sarà di circa 2 miliardi di dollari solo nella prima settimana. Questo è in aggiunta al costo dello sforzo bellico stesso. Quindi ci sono sforzi per mitigare alcune di queste perdite tornando all’attività economica, tra cui il rimpatrio degli oltre 100.000 israeliani sfollati.

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L’azione di Hezbollah incrina anche il fronte sciita in Libano

Il Libano è in una situazione senza precedenti. Dopo il lancio di razzi di Hezbollah, cui il regime sionista ha risposto con bombardamenti pesanti e un’incursione di terra, l’organizzazione sciita si trova in una situazione di isolamento politico totale. Infatti, quando il Consiglio dei ministri si è espresso sul provvedimento proposto dal Primo Ministro di rendere formalmente illegale l’attività dell'ala militare di Hezbollah, hanno votato a favore anche i Ministri di Amal, l’altro partito espressione della minoranza sciita.

Amal era rimasto l’unico alleato organico di Hezbollah, poiché dopo la caduta del regime baathista tutti agli altri principali partiti appartenenti alla coalizione “Alleanza 8 marzo” si erano sfilati, prima consentendo l’elezione dell’ostile Joseph Aoun alla Presidenza della Repubblica, poi allineandosi anch’essi alle pressioni interne ed internazionali volte ad imporre il disarmo dell’organizzazione.

In conseguenza della decisione assunta dall’esecutivo, il Primo Ministro Nawaf Salam ha dato due istruzioni all’esercito: battere ritirata di fronte all’invasore e adoperarsi per applicare il divieto relativo alle attività militari di Hezbollah.

Questa postura ha creato tensioni con il Capo di Stato Maggiore Rodolphe Haykal, il quale ha rimarcato che, come tutti sanno, non è possibile disarmare Hezbollah con la forza e non è conveniente costringere i soldati a porre in atto azioni che potrebbero fratturare al proprio interno l’esercito stesso e l’intero paese.

Ovviamente, gli atti di Nawaf Salam servono soltanto a mostrarsi più obbediente possibile nei confronti degli USA e a scaricare tutte le responsabilità sul malandato esercito.

Intanto, effettivamente la popolazione libanese è allo stremo. In particolare, la popolazione del sud sta vivendo, in scala minore, lo stesso destino della popolazione di Gaza, sballottata qua e là per il paese: sarebbero circa trentamila gli sfollati di quest’ennesima invasione, che in queste ore si affollano sul lungomare e al centro di Beirut.

Molti di loro avevano già conosciuto lo stesso destino nel 2024, durante la prima guerra su vasta scala fra Hezbollah ed Israele, conclusasi con il famoso cessate il fuoco del mese di novembre, che il regime sionista non ha mai rispettato: da allora ci sono state 500 vittime libanese a causa delle violazioni israeliane.

Ora si teme non possano più tornare nei loro villaggi: il portavoce dell’esercito invasore ha dichiarato che la manovra militare in atto è “un passo tattico per creare un ulteriore livello di sicurezza per i residenti del nord di Israele”, ovvero un tentativo di occupazione permanente.

È chiaro che questi piani non sono stati effettivamente provocati dal lancio di razzi di Hezbollah, ma erano in preparazione da tempo; ovviamente l’attuale governo libanese, che incolpa Hezbollah, non ha mosso alcun passo concreto per contrastarli. Ancora meno hanno fatto i “garanti internazionali” USA e Francia.

Tuttavia, anche molti sostenitori tradizionali della Resistenza si chiedono quale strategia ci sia dietro l’essersi fatti isolare politicamente e additare come colpevoli di aver riportato l’occupazione e la guerra aperta in Libano; il tutto per effettuare un lancio di razzi che non ha creato alcun danno al nemico.

Scrive, ad esempio, la giornalista di sinistra Rania Khalek: “...Molti sono arrabbiati e sconcertati sul perché Hezbollah abbia scelto questo momento per reagire. Esiste il diritto alla resistenza armata, certo. Ma c’è anche bisogno di una strategia. Qual è la strategia in questo caso? Israele è al suo apice con l’intera forza militare statunitense dislocata nella regione a sostenerlo. Gli israeliani hanno passato una settimana a minacciare di distruggere il Libano, comprese le sue infrastrutture civili, se Hezbollah fosse intervenuto in una guerra contro l’Iran; quindi, sapevano a quale costo... Nella dichiarazione in cui annunciavano l’attacco a Israele, Hezbollah ha affermato che lo scopo era vendicare l’assassinio del leader iraniano Ali Khamenei. Come osserva Nicolas Sawaya, l’immagine è pessima e non fa che alimentare la tesi sostenuta da molti secondo cui Hezbollah sarebbe un mero rappresentante dell’Iran... Spero che il mio scetticismo sia sbagliato. Spero che Hezbollah abbia un piano che non capisco per impedire un’occupazione israeliana del sud. Non riesco a capire come possano riuscirci nella loro situazione attuale, ma se stanno giocando a scacchi quadridimensionali, questo è troppo al di sopra delle mie possibilità, sono felice di ammettere che non ci sono riuscita”.

Fattivamente, essendosi ritirato a nord del Fiume Litani per ottemperare al cessate il fuoco di novembre 2024, Hezbollah non ha la possibilità fisica di contrastare un’occupazione permanente del sud del paese: può lanciare razzi da lontano, ma è difficile attraversare il fiume per effettuare azioni di guerriglia a contatto con gli invasori, i quali possono avanzare incontrastati nei confronti dell’esercito regolare in ritirata. Oltretutto, in mezzo c’è anche l’UNIFIL, che non sa cosa fare.

In definitiva, la compagine sciita sembra essersi unita agli sforzi iraniani di imporre costi strategici quanto più insostenibili è possibile in tutta la regione, senza curarsi di mantenere equilibri e rapporti con i vicini alleati o subalterni degli USA.

In tal modo sperano non solo di sventare il rischio esistenziale che attualmente corrono, ma anche di creare un clima tale da assicurarsi una fine delle ostilità più stabile rispetto alle precedenti aggressioni.

Questa strada, però, sta provocando uno scetticismo più o meno diffuso in Libano, che potrebbe precorrere all’erosione della stessa base sociale di Hezbollah.

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