Presentazione
Analisi, opinioni, fatti e (più di rado) arte da una prospettiva di classe.
05/07/2026
Trump riscopre l’anticomunismo, ma a fini interni
Si potrebbe facilmente ironizzare sull’idiozia di chi nega il cambiamento climatico ed è costretto a rinviare più volte e infine a «stringere» il lungo discorso che aveva annunciato perché diversi temporali di eccezionale portata hanno investito Washington, al punto da far evacuare in cerca di un riparo la folla radunata al National Mall, per poi farla rientrare ed essere sottoposta nuovamente ai severi controlli di sicurezza.
Altrettanto si potrebbe fare con la sua insistita e recitata esibizione di «religiosità»: «Come ci dice la nostra Dichiarazione di Indipendenza, siamo tutti creati a immagine di un unico Dio onnipotente». Ora si tratterebbe solo di decidere se debba essere il dio dei cristiani (universale e inclusivo), oppure quello dei sionisti (riservato al solo «popolo di Israele», quindi razzista nei confronti delle proprie creature).
Ovvero, tradotto in politica internazionale, se questo implica una possibile divaricazione tra gli interessi Usa e quelli del proprio «cane pazzo» in Medio Oriente.
Ma la chiave centrale del suo solito blaterare è stata questa volta l’anticomunismo. “Il comunismo è un perdente, e lo sarà sempre”, “In tutto il mondo cercano di essere come noi, nessuno può essere come noi, e con l’aiuto di Dio, saremo sempre così, o anche meglio”.
Il riferimento indiretto è ovviamente alla Cina, potenza in continua ascesa che si mostra ormai competitiva o addirittura in vantaggio nell’evoluzione tecnologica. Ma anche a Cuba, che ha «il difetto» di rappresentare da 75 anni un’alternativa di sistema a poche miglia dalle coste statunitensi, mai piegata nonostante un bloqueo di identica durata, eccezionalmente appesantito negli ultimi tempi.
Fin qui, però, siamo nel business as usual. Tutto il sistema politico americano, e soprattutto la destra repubblicana, si è sempre distinto per l’avversione a qualsiasi forma di socialismo. Trump, in particolare, deve la sua «formazione» come businessman a Roy Cohn, avvocato nazisionista che entrò nella storia come pubblica accusa nel processo ai coniugi Rosenberg – comunisti sospettati di spionaggio a favore dell’URSS – ottenendo la condanna a morte di entrambi.
Non è un dettaglio il fatto che fossero anche loro ebrei, al pari di Cohn, a riprova che l’anticomunismo viscerale conta più della religione condivisa, in quell’universo «valoriale».
La novità sta invece nella declinazione «interna» agli Stati Uniti: “Non vogliamo comunisti nel nostro paese”, ha detto. “Non ha mai funzionato e non funzionerà mai”. “Il comunismo è un perdente, e lo sarà sempre”.
Chi segue in modo attento ma distaccato le vicende politiche interne agli Usa – non a là Rampini, insomma – si è da qualche tempo accorto che sta crescendo in tutto il paese una opposizione esplicitamente «socialista» che sta scalzando in molti territori l’establishment «democratico».
Il caso più famoso è ovviamente quello di Zorhan Mamdani, eletto sindaco di New York, ma nelle primarie per scegliere i candidati alle prossime elezioni di midterm – a inizio novembre – si vanno imponendo anche altri «socialisti». E non solo a New York, che resta pur sempre un’«altra America» per ricchezza culturale e melting pot tutto sommato riuscito.
Pochi giorni fa un reazionario senza se e senza ma come Steve Bannon – ex stratega elettorale di Trump – intervistato da POLITICO, lanciava lo stesso «allarme rosso» segnalando che la «marea marxista» andava avanzando ormai ben al di là del ridotto newyorkese. E citava la vittoria appena ottenuta da Melat Kiros, una socialista democratica di 29 anni sostenuta da Bernie Sanders, che ha sconfitto un democratico in carica al Congresso da prima ancora che la stessa Kiros nascesse.
Il fattore scioccante, per Bannon, è che questo era avvenuto in una primaria a Denver, Colorado. Nel cuore di quel far west che costituisce il nocciolo duro della mitologia yankee.
I nostri lettori sanno bene che «socialista», negli Stati Uniti, è un insulto prima che un termine con cui si indica qualcosa di ben poco «alternativo». Basta essere sostenitori di un po’ di welfare là dove tutto è affidato «al mercato» e una massa crescente di persone finisce sul bordo della povertà assoluta (quella da poco sconfitta in Cina, secondo tutti gli istituti internazionali). Asili nido, buoni pasto, trasporti e mense a prezzo calmierato...
Nulla di rivoluzionario, insomma, ma già troppo per le abitudini statunitensi.
La «pericolosità» di questo socialismo – secondo Bannon e i reazionari come lui – non sta nel fatto che sia «radicale», ma che lo sembri. Perché intercetta bisogni che nessun altro rappresenta sul piano politico. Bisogni che motivano anche una scelta di voto diversa dal solito. In fondo i Biden e gli Obama non hanno fatto qualcosa di diverso dai Bush e dallo stesso Trump, su quel piano.
Il risultato è l’emersione di una generazione di attivisti che va a coprire il territorio parlando porta-a-porta con le persone e che distrugge anche il modello classico della politica Usa: tanti soldi per condurre campagne elettorali fatte di spot e interviste televisive, gruppi di interesse consolidati e qualche «evento» aggregante per dare l’immagine di una forza «popolare». Un comizio alla Trump, insomma, ma con attori meno persuasivi.
“Stiamo affrontando una nuova politica. Stiamo vedendo morire la vecchia politica davanti a noi”, ha detto Bannon nell’intervista. “La vediamo bruciare fino a terra davanti ai nostri occhi”.
Per il partito democratico – data la legge elettorale Usa, qualsiasi tentativo «alternativo» è escluso dalla competizione, a meno che non conquisti la maggioranza dentro uno dei due «poli» consolidati – si tratta di uno shock simile a quello subito dai repubblicani con l’arrivo di Trump.
Insomma, «questo è come un Tea Party, ma è un Tea Party più ideologico, e l’ideologia non è il populismo. Questo è un movimento marxista, jihadista, e non si fermeranno».
Sorvoliamo sulla serietà scientifica delle definizioni di Bannon, che sono comunque rivelatrici del funzionamento automatico della mentalità reazionaria (i marxisti come gli islamici, cioè «nemici» dei liberisti in vario modo «cristiani»). Il dato importante è la rottura generale del quadro politico statunitense.
Tra i repubblicani lo smottamento a destra è avvenuto prima, assumendo la veste retrograda del «Make America Great Again», con una agenda tutta rivolta al passato (dalla reindustrializzazione fatta pagare agli «alleati» asiatici o europei alle discriminazioni razziali e sessiste, con una risposta tutta militare alla evidente crisi di egemonia globale, ecc.).
Ma ora che tocca ai «democratici» si scopre che la stessa crisi produce anche una risposta «di sinistra» (naturalmente ricordando che si tratta pur sempre di una «sinistra con caratteristiche americane»). Nessuna «corsa al centro», ossia a destra. Perché è scomparso il terreno che garantiva la permanenza di un establishment bipartisan. Ossia l’egemonia Usa.
Dovendo trovare una soluzione ad una crisi imprevista, o comunque sempre esclusa dall’orizzonte delle possibilità, non ci sono soluzioni già pronte, soltanto da applicare. Bisogna inventarne di (relativamente) nuove in quel panorama politico.
Bisogna insomma usare la creatività e l’immaginazione, non affidarsi all’«intelligenza artificiale» (ovvero alle soluzioni già note per problemi già risolti).
Nel suo modo becero Trump ha intuito che la vera alternativa al mondo Maga non può essere la resurrezione dell’establishment bipartisan (democratici bideniani e «repubblicani perbene»), ma soltanto quella galassia multicolore che in modo certamente confuso ma generoso e potente, prova a rimettere al centro della politica Usa i problemi della collettività, invece che quelli di poche ma gigantesche «piattaforme private».
Riscoprire l’anticomunismo è il minimo della pena, dunque. Anche qui con lo sguardo rivolto al passato, più che al futuro. Una risposta «conservativa», paradossalmente, più che autenticamente «reazionaria». Che presupporrebbe invece possibilità di rilancio dell’imperialismo statunitense al momento del tutto invisibili.
Proprio dagli Usa, insomma, si vede meglio l’avanzare dell’alternativa senza più mediazioni possibili, quella tra socialismo e barbarie. Anche se quel «socialismo» lì è sicuramente «con caratteristiche americane».
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L’internazionale terrorista “nostra alleata”
Il caso in prima pagina, dopo qualche tentativo di confinarlo a un “curioso episodio di cronaca nera”, è quello dell’attentato contro Vadim Ermolaev, oligarca ucraino con passaporto cipriota, interessi in mezza Europa orientale, tutt’altro che rispettoso dei confini operativi stabiliti dal governo di Kiev tanto da esserne sanzionato per alcuni suoi business in Crimea.
Un caso comunque clamoroso perché si tratta del primo attentato a Montecarlo, dove l’unico boato annuale registrato è generato dalla partenza del Gran Premio di Formula 1.
Ci aveva messo del suo anche il procuratore generale Stéphane Thibault, che fin dal primo momento aveva “escluso la pista terroristica” preferendo indagare su quella “malavitosa”. Il solito concerto della disinformazione ufficiale riusciva persino a partorire una “pista russa” strologando su una delle tante truffe del giro d’affari di Ermolaiev, relativa a call center che proponevano “investimenti sicuri”.
Ora le telecamere di cui il Principato abbonda hanno permesso di identificare l’attentatrice, immortalata mentre piazza la bomba, si siede a distanza di sicurezza e fa esplodere il tutto mentre l’oligarca, la moglie e uno dei figli escono di casa. Tutti feriti gravissimi, ma ancora in vita.
Si tratta – chi l’avrebbe mai sospettato! – di una donna ucraina di 39 anni, Anastasia Berezovska, residente però a Berlino, grossolanamente travestita da uomo, e subito fuggita su un’auto noleggiata in Germania attraversando il confine italiano per rientrare “verso casa”, dove ci sono oltre un milione di profughi del suo paese e dunque non mancano certo gli “appoggi”.
Ostinatamente, comunque, le fonti investigative e quindi quelle mediatiche continuano a parlare di “malavita organizzata”. Certo, è possibile trovare un “esecutore” in quegli ambienti, attirandolo con cifre “interessanti”, ma già al primo anno di giurisprudenza viene insegnato che ogni “delitto” deve avere un movente. E quello che porta alla junta di Kiev sembra decisamente il più consistente.
Anche perché – ed era la seconda notizia nella stessa giornata – il procuratore generale della Germania ha incriminato un cittadino ucraino per le esplosioni del 2022 che hanno interrotto i gasdotti Nord Stream nel Mar Baltico, costruiti in joint venture da Berlino e da Mosca per assicurare un rifornimento stabile di gas russo ad un prezzo oscillante tra un terzo e un quarto di quel che viene ora pagato il gnl proveniente dagli Usa.
L’uomo, identificato come Serhii Kuznietsov, sarebbe il coordinatore del gruppo che ha utilizzato uno yacht a vela, l’Andromeda, per piazzare congegni esplosivi sui gasdotti Nord Stream 1 e 2 vicino all’isola danese di Bornholm nel settembre 2022, a due passi da una base navale Nato.
Non si tratta comunque di una novità. I tribunali tedeschi hanno trattato il caso come di competenza giurisdizionale tedesca poiché i gasdotti danneggiati terminano a Lubmin, nello stato del Meclemburgo-Pomerania, e la loro perdita ha compromesso la sicurezza energetica e la sicurezza interna della Germania.
I documenti giudiziari citati nella sentenza di due giorni fa descrivono il sospettato come un cittadino ucraino che all’epoca era “ufficiale in un’unità delle forze speciali ucraine”.
Era stato arrestato in Italia lo scorso agosto e trasferito in Germania a novembre, rispettando un mandato di arresto tedesco (ah, se fossero rispettati anche quelli della Corte Penale Internazionale contro i vertici di Israele...).
Non sono gli unici “atti terroristici”, o di “guerra sporca” compiuti in Europa dai servizi ucraini. Quasi un anno e mezzo fa, a Vado Ligure, una petroliera russa, la «Seajewel», era stata danneggiata con due bombe piazzate sulla linea di galleggiamento.
In Grecia, meno di due mesi fa, un drone marino del tipo ‘Magura’, di produzione ucraina, è stato rinvenuto da un gruppo di pescatori in una grotta sulla costa di Lefkada, nelle Isole Ionie. Stando a quanto emerso sui media greci, il drone trasportava materiale esplosivo e probabilmente doveva essere utilizzato per colpire navi russe di passaggio, dirette o provenienti dal Mar Nero.
Idem in altri paesi europei, a conferma che il “retroterra Nato” è considerato dagli “alleati” ucraini un campo di gioco dove fare sostanzialmente quel che gli pare contando sulla complicità completa degli “ospitanti”. E siccome fanno la guerra alla Russia, ritengono “normale” farla ovunque.
È lo stesso principio – applicato su scala molto più ampia – da Israele, praticamente da quando esiste come Stato. Non si contano i dirigenti o diplomatici palestinesi uccisi da queste parti (per l’Italia ricordiamo Wail Zwaiter, nel 1972 a Roma, Majed Abu Sharar nel 1981, Kamal Hussein e Nazih Matar nel 1982).
Sempre nel ‘72 Mahmoud Hamshari, capo dell’OLP in Francia, rimase ucciso a Parigi dall’esplosione di una bomba nel suo appartamento. Così come poi successo a Basil al-Kubaissi (Fplp) e Mohammad Boudia (Fplp). Mentre Khalid Nazzal, Segretario del comitato centrale del FDFP (Fronte Democratico per la Liberazione della Palestina), fu assassinato ad Atene nel 1985.
La lista degli omicidi mirati sionisti è notoriamente molto più lunga, ma già questi nomi aiutano a capire come la “licenza di uccidere in casa propria” concessa dai governi occidentali al killer-genocida che mira a costruire “l’impero di Israele” abbia una lunga e vergognosa storia.
Ora “la compagnia” si è allargata al governo neonazista di Kiev. Che, al pari del “fratello maggiore”, si considera al di fuori e al di sopra di qualsiasi legge o regola internazionale (il suprematismo, “ariano” o “religioso”, non conosce limiti). Al punto da colpire direttamente – come nel caso del Nord Stream – interessi strategici degli alleati senza neanche avvertirli (se lo hanno fatto, allora è la Germania a fare un figura ancora peggiore).
Ci sembra insomma palese l’esistenza di una “internazionale nera” che per ora comprende Israele e Ucraina, con grandi interscambi reciproci (su armi e droni sicuramente) e grande libertà di azione, oltre che di transito, sul territorio europeo.
Un vero e proprio esercito “clandestino” che può contare su una base sociale (le comunità di profughi ucraini per Kiev, la parte sionista delle comunità ebraiche per Israele) interna a questo territorio e che obbedisce però agli input provenienti dalla “madrepatria”. I quali, come abbiamo visto, non necessariamente coincidono con quelli europei o nazionali, Anzi...
Abbiamo posto da tempo il problema, per esempio, dei giovani sionisti italiani che vanno a fare il servizio militare nell’esercito israeliano. Non sono pochi – solo ultimamente è uscita la cifra: 828 – e sono sicuramente combattenti “sperimentati” sul terreno, a Gaza o in Libano e Siria. L’unico nome noto è quello di un morto in combattimento: Daniel Toaff, nipote dell’ex rabbino della comunità romana.
Ma obbediscono a qualcun altro. Cosa farebbero nel caso si formasse in Italia un governo un tantino meno sdraiato sugli interessi di Israele?
Un’avvisaglia si è già avuto il 25 aprile, con quel Eitan Bondì che ha sparato – fortunatamente solo con una pistola ad aria compressa – contro una coppia di anziani manifestanti “colpevoli” di portare al collo il fazzoletto dell’Anpi. Ma a casa aveva un arsenale di armi vere, che non avrebbe potuto neanche comprare.
Questa “internazionale nera” è nemica dei popoli, fascista nell’anima, suprematista nell’ideologia, imperialista senza limiti. E conta sulla complicità esplicita dei governi euro-atlantici, anche quando li danneggia.
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L’economia dei token e il vero prezzo dell’intelligenza artificiale
Negli ultimi mesi, molte delle aziende che avevano sottoscritto contratti con OpenAI o Anthropic hanno avuto una brutta sorpresa. Lo scorso aprile, la società di noleggio auto con conducente Uber ha per esempio scoperto di aver già bruciato tutto il budget annuale destinato all’intelligenza artificiale. Una situazione simile si è verificata anche dalle parti del gigante dei supermercati Walmart, che ha introdotto in tutta fretta un limite all’utilizzo dei large language model da parte dei suoi dipendenti.
Un’azienda rimasta anonima avrebbe invece speso 500 milioni di dollari in un solo mese a causa dell’utilizzo sfrenato di Claude da parte dei suoi dipendenti, mentre persino un colosso come Meta ha imposto dei limiti all’utilizzo dei sistemi d’intelligenza artificiale generativa, come hanno fatto anche Amazon, AT&T, Brex e numerose altre società.
Che cos’è successo? Non eravamo nell’epoca del tokenmaxxing, ovvero la gara a chi usa di più l’intelligenza artificiale all’interno delle aziende? Per capire come mai la situazione sia cambiata così rapidamente basta sapere che, nel corso della prima metà del 2026, OpenAI e Anthropic hanno entrambi cambiato le condizioni dei contratti aziendali: non più una tariffa fissa anche per usare i loro sistemi più avanzati e specialistici, ma una tariffa a consumo – basata sulla quantità di “token” elaborati dai vari ChatGPT Codex, Claude Cowork e altri ancora – che ha fatto esplodere i costi in maniera imprevista.
E così, praticamente da un giorno all’altro, i token – oggetto fino a poco fa noto soltanto agli addetti ai lavori – sono diventati uno degli argomenti più discussi dai manager di mezzo mondo. A questo punto, fermiamoci un secondo: che cosa sono i token?
Che cosa sono i token, i mattoni alla base dei large language modelIn sintesi estrema, i token sono l’unità di testo fondamentale che i modelli linguistici elaborano quando leggono, interpretano o generano informazioni. Nella maggior parte dei casi, un token non equivale a una parola, ma a una porzione di essa (in inglese, in media, quattro caratteri). Può però anche essere un segno di punteggiatura, uno spazio o un carattere speciale. Nel momento in cui un modello deve elaborare la frase “il gattino sta dormendo sul divano?”, la scompone in token con una forma simile a “il / gatt / ino / sta / dorm / endo / sul / divano / ?”.
Ogni volta che un modello linguistico elabora una forma testuale, indipendentemente dall’obiettivo o dalle mansioni per cui è impiegato, sta quindi elaborando una sequenza di token: li trasforma in rappresentazioni numeriche, li confronta con il contesto già ricevuto e calcola quale token abbia maggiore probabilità di venire dopo. È così che risponde a una domanda, riassume un documento, scrive codice o traduce una frase: non “capendo” le parole, ma prevedendo la sequenza di token più coerente con ciò che gli è stato chiesto. È il meccanismo noto come “next token prediction”.
Un po’ come il consumo elettrico si calcola in kilowattora o il traffico internet in gigabyte, il lavoro svolto da un’intelligenza artificiale generativa si misura in token. Con una differenza: il consumo effettivo può crescere molto rapidamente, perché non dipende solo dalla lunghezza della richiesta o della risposta finale, ma anche dalla quantità di informazioni che il modello deve leggere prima di produrla. Una domanda posta all’inizio di una chat con Claude consumerà quindi meno token della stessa domanda inserita in una lunga conversazione, perché il “contesto” che il modello linguistico deve analizzare è, nel primo caso, molto più ridotto.
Un ultimo elemento importante è che i token sono elementi linguistici nel caso degli LLM, mentre nei modelli che generano immagini possono corrispondere a porzioni di immagine, nei modelli audio a frammenti di suono, nei modelli video a sequenze di informazioni che combinano immagini, movimento e durata. Il principio però resta lo stesso: qualunque sia il contenuto generato – testo, voce, musica, immagini o video – il modello non lo elabora come un blocco unico, ma lo scompone in unità più piccole, le trasforma in numeri e lavora su quelle.
Un altro aspetto importante è che nel corso degli anni, grazie alla crescente efficienza dei modelli, il costo dei token è crollato: se nel 2023 il prezzo di un LLM come GPT-4 era di 30 dollari per milione di token in fase di input (quindi il testo che inseriamo noi) e di 60 dollari in output (quindi quello generato dall’IA), oggi GPT-5.5 costa rispettivamente 5 e 30 dollari. Secondo alcune stime, dal 2020 al 2026 i prezzi medi per token sono calati addirittura di 600 volte.
La paradossale economia dei tokenMa se il prezzo dei token è crollato – e possiamo sostenere che sia sceso significativamente anche per le società che sviluppano LLM, pur in assenza di dati trasparenti a riguardo – com’è possibile che il passaggio a una tariffa a consumo abbia fatto esplodere i costi, al punto da consumare in pochi mesi l’intero budget annuale di Uber e costringere Meta a limitare l’uso dell’intelligenza artificiale in ufficio?
La ragione è duplice. Da una parte, i modelli più avanzati e basati sul “ragionamento” – che scompongono la richiesta in più passaggi – consumano molti più token delle loro controparti tradizionali (e spesso forniscono risposte più lunghe). Dall’altra, la diffusione dei modelli linguistici e il loro utilizzo spesso intensivo (e non mirato) hanno provocato un enorme aumento dei token da elaborare. Un singolo dipendente che usa ogni giorno un modello di frontiera può quindi consumare molti più token rispetto anche solo a due anni fa.
Unendo questi due aspetti, si capisce perché Google – come spiegato dal CEO Sundar Pichai – sia passato in un trimestre da 10 a 16 miliardi di token elaborati ogni minuto. OpenAI ha invece dichiarato che la sua piattaforma API (cioè l’infrastruttura attraverso cui aziende e sviluppatori collegano i propri software ai modelli di OpenAI) è passata da 6 a oltre 15 miliardi di token al minuto tra l’autunno 2025 e la primavera 2026, dopo essere già cresciuta di circa venti volte nei due anni precedenti.
Questa impennata del consumo di token è stata a lungo nascosta dalle tariffe fisse ed è invece improvvisamente diventata evidente con il passaggio a una tariffazione a consumo: “L’intelligenza artificiale è oggi la voce di spesa che sta aumentando più rapidamente nei budget aziendali”, si legge in un report Deloitte di inizio anno. “Alcune società hanno affermato che oggi l’IA consuma fino alla metà della loro spesa in tecnologie dell’informazione. Nonostante il prezzo unitario dei token stia calando, la spesa complessiva delle aziende per i sistemi di intelligenza artificiale, e la loro scala di utilizzo, stanno aumentando. Il numero di utenti, la complessità dei modelli e l’intensità dei carichi di lavoro porteranno probabilmente a un maggiore consumo di token e, di conseguenza, a costi più elevati”.
Il passaggio a una fatturazione a consumo è probabilmente il principale responsabile dell’impennata del fatturato di Anthropic, passato dai 4,8 miliardi di dollari del primo trimestre 2026 ai 10,9 miliardi attesi per il secondo trimestre. Sarà però interessante capire che cosa succederà nel trimestre ancora successivo, quando i manager delle aziende avranno definitivamente fatto i conti con le spese fuori controllo per utilizzare Claude Code, Cowork o gli altri sistemi avanzati di Anthropic: “I costi della computazione sono ormai diventati una priorità per i direttori finanziari e per i consigli d’amministrazione”, ha spiegato al Financial Times Costi Perricos, responsabile IA di Deloitte. “[OpenAI e Anthropic] hanno insegnato a utenti e aziende che l’intelligenza artificiale fosse economica o addirittura gratis, ma le cose non stanno affatto così”.
Carter Busse, dirigente della società di software Workato, ha raccontato sempre al Financial Times come l’utilizzo dell’intelligenza artificiale sia esploso tra i suoi dipendenti non appena hanno iniziato a sfruttare gli agenti IA. La brutta sorpresa è arrivata alla prima fattura a consumo di Anthropic: “La nostra spesa è salita improvvisamente di 7 volte e ho pensato: ‘merda, abbiamo creato un mostro’”, ha spiegato Busse, che adesso sta spronando i suoi dipendenti a usare modelli più economici e in modo più responsabile. Ancora più preoccupanti per i colossi dell’intelligenza artificiale sono le dichiarazioni del presidente di Cisco Jeetu Patel: “Il costo dei token è molto più elevato dell’effettivo valore che essi generano su larga scala”.
Il vicolo cieco di OpenAI e AnthropicNel momento in cui le aziende iniziano a sobbalzare di fronte alle bollette e a domandarsi se il gioco valga la candela, OpenAI e Anthropic si trovano di fronte a quello che lo stesso Sam Altman ha definito “un enorme problema”. E come si risolve questo problema? Stando alle indiscrezioni, nell’unico modo (per ora) possibile: tagliando i prezzi pur di non perdere clienti, come starebbe per fare OpenAI anticipando una possibile mossa di Anthropic in questa stessa direzione.
Come ha riassunto Ed Zitron sul suo blog, “sono passati meno di tre mesi da quando le aziende hanno iniziato a pagare il vero costo dei servizi basati su LLM e sono già così chiaramente infuriate che sia Anthropic sia OpenAI stanno pianificando di tagliare il prezzo dei loro servizi già in perdita, facendo probabilmente crollare il fatturato mentre aumentano i costi complessivi”.
Il rischio è che i due colossi dell’intelligenza artificiale generativa si trovino alle prese con la più classica alternativa del diavolo: se non tagliano i prezzi, le aziende potrebbero ridurre l’impiego dei modelli linguistici (e come abbiamo visto, parecchie l’hanno già fatto). Se tagliano i prezzi, riducono gli introiti di società già oggi in rosso per decine di miliardi di dollari l’anno.
E qui si crea un secondo vicolo cieco: se le aziende tagliano l’uso dell’IA generativa, a cosa serviranno i 190 gigawatt di capacità elettrica per data center già pianificati, in una corsa globale che secondo McKinsey potrebbe richiedere investimenti fino a 7mila miliardi di dollari entro il 2030? E se invece OpenAI e Anthropic devono tagliare i loro prezzi per non perdere clienti aziendali, come faranno a rispettare i contratti da centinaia e centinaia di miliardi di dollari che hanno sottoscritto con Microsoft, Amazon, Google, CoreWeave e altri fornitori di potenza di calcolo?
Quanto pagheresti per usare ChatGPT?A questo punto, viene da chiedersi che cosa potrebbe succedere se anche noi utenti comuni di ChatGPT e Claude fossimo costretti a pagare una tariffa a consumo invece di quelle fisse, che per gli usi più intensivi coprono solo una piccola parte dei costi reali.
In verità, qualcosa del genere si sta già verificando. A partire da giugno 2026, gli utenti di GitHub Copilot – ovvero l’assistente IA per scrivere codice collegato alla piattaforma per la condivisione di progetti software di proprietà di Microsoft – sono passati da un abbonamento fisso mensile a un sistema di fatturazione legato anche al consumo di token. Secondo quanto riporta un utente, il prezzo da lui pagato potrebbe salire da 29 fino a 750 dollari al mese; un altro segnala che nel suo caso il costo potrebbe schizzare fino a 3mila dollari.
Attenzione, perché una parte della responsabilità va attribuita al cosiddetto “vibe-coding”, ovvero la scrittura di codice in cui tutti i passaggi tecnici sono affidati all’intelligenza artificiale, aumentando drasticamente il consumo di token. Difficile però incolpare i “vibe-coders” per il loro uso indiscriminato di Copilot, visto che è stata proprio Microsoft a incoraggiarlo e adesso invece lo punisce con bollette fuori controllo.
E se anche OpenAI e Anthropic, conclusa la guerra al ribasso per conquistare gli utenti, dovessero decidere di far pagare i token in base al consumo? È qualcosa che, in realtà, potrebbe avvenire in un futuro non troppo distante, vista la probabile quotazione in borsa di entrambe e la conseguente necessità di ridurre le stratosferiche perdite (per colmare le quali hanno dovuto raccogliere finanziamenti tra i più elevati della storia) e mostrare bilanci in miglioramento.
A questo punto, la domanda sorge spontanea: quanto dovremmo pagare per usare gli strumenti d’intelligenza artificiale se non avessimo a disposizione tariffe fisse tenute artificialmente basse? Una possibile risposta ce la fornisce una simulazione condotta dalla società di analisi SemiAnalysis. Secondo queste stime, il “vero prezzo” (inteso come il prezzo che pagheremmo se fossimo soggetti ad abbonamenti a consumo pari a quelli delle API) di un abbonamento a ChatGPT da 20 dollari al mese potrebbe arrivare fino a 700 dollari, mentre un abbonamento Pro da 200 dollari può raggiungere anche 14mila dollari (situazione simile per Anthropic).
Il vantaggio della CinaIl problema, insomma, è sempre lo stesso: l’intelligenza artificiale generativa costa troppo e un modello di business sostenibile non è ancora all’orizzonte. È una situazione che riguarda però soprattutto i più avanzati modelli di frontiera sviluppati negli Stati Uniti. E che potrebbe invece avvantaggiare l’ecosistema IA della Cina.
Il segnale più evidente arriva sempre dal consumo di token. Secondo i dati di OpenRouter, a giugno i tre modelli più utilizzati per quantità di token elaborati sono tutti cinesi: MiMo di Xiaomi, MiniMax e DeepSeek. È un segnale di come una quota crescente dell’uso degli LLM – a partire da quello che avviene all’interno di applicazioni, strumenti di lavoro, agenti e servizi aziendali – si stia spostando verso i più economici modelli made in China.
Ad avvantaggiare la Cina è un mix di fattori, tra cui troviamo l’energia meno cara, i data center più economici, le infrastrutture sostenute dallo stato, l’aggressiva concorrenza interna e il fatto che i modelli siano spesso progettati per consumare meno, grazie a scelte di architettura informatica e anche a causa delle restrizioni che impediscono alla Cina di avere accesso ai chip più avanzati. Il vantaggio cinese diventa ancora più evidente guardando i prezzi: i modelli cinesi più usati costano infatti una frazione dei modelli di punta di OpenAI e Anthropic.
Il prezzo per milione di token è però solo una parte del costo reale. Come ha spiegato il ricercatore indipendente Wong Qi Han a CNA, se un modello sbaglia spesso e quindi richiede più tentativi, funziona peggio in una lingua straniera, ha maggiore latenza o pone problemi di sicurezza e compliance, il risparmio iniziale può essere illusorio. In linea teorica, la metrica decisiva non dovrebbe essere il costo per milione di token, ma quanto spendiamo per ottenere un risultato soddisfacente (per gli utenti comuni) o il ritorno sull’investimento (per le aziende). Il problema è che entrambe queste metriche sono estremamente difficili da misurare.
È possibile che i più costosi modelli statunitensi continueranno a essere usati per le attività complesse, mentre quelli cinesi potrebbero conquistare la fascia più ampia del mercato, quella degli usi quotidiani come supporto professionale o assistente personale.
Tutto è bene quel che finisce bene? Non è detto. Per la Cina, il rischio principale è l’eccessiva concorrenza sui prezzi e la compressione dei margini, che potrebbe mettere a rischio la profittabilità di DeepSeek e compagni. Per gli Stati Uniti, il rischio è invece che essere esclusi (a causa dei prezzi elevati) dalla massa dei casi d’uso quotidiani e ad alto volume causerebbe non tanto (o non solo) una riduzione dei potenziali ricavi, ma potrebbe provocare soprattutto una riduzione della potenza di calcolo necessaria.
Considerando le cifre immense che sono investite in GPU, cloud e data center, ritrovarsi con una richiesta di potenza computazionale inferiore alle attese potrebbe trasformare l’attuale corsa alle infrastrutture in un enorme azzardo finanziario. E a quel punto, la temuta bolla dell’intelligenza artificiale potrebbe scoppiare per davvero.
Ricordiamo a Noa che non c’è pace senza giustizia
Peccato che, dal settembre 2025, questo non sia più solo il punto di vista di qualcuno, ma la conclusione a cui è giunta la Commissione di inchiesta internazionale indipendente dell’ONU sui territori palestinesi occupati.
Rispondendo ad un nostro post e riferendosi al prossimo evento “Re-imagine Peace”, che si svolgerà a Firenze dal 10 al 12 luglio, NOA afferma: “Le persone che verranno a questo festival non passeranno il tempo a gridare ‘genocidio’ dalla mattina alla sera. Perché chi parla solo in questi termini, spesso, non parla di pace”.
Sul sito della sua fondazione (NOA’s Ark Foundation) sta scritto che l’evento è una chiamata ad “ascoltare le narrazioni, il dolore e il potenziale reciproci in uno dei conflitti più radicati e strazianti del nostro tempo”.
Con un colpo di spugna vengono cancellati 80 anni di colonialismo di insediamento di Israele in Palestina e la questione viene presentata come una specie di faida tra due popoli.
In questa breve lettera aperta vogliamo rivolgere alcune domande a NOA e fare alcuni commenti rispetto a queste e ad altre sue affermazioni.
Come è possibile parlare di pace senza partire da un esame onesto della realtà attuale e della storia?
Senza tener conto del parere degli organismi del diritto internazionale? Senza prendere in considerazione le numerosissime testimonianze, non solo delle vittime, ma anche di chi sta commettendo questo orrendo crimine?
Come è possibile invocare il dialogo tra due parti senza denunciare chiaramente che uno è l’oppresso e l’altro è l’oppressore? L’affermazione di una presunta simmetria tra israeliani e palestinesi, o il concetto che colonizzatori e colonizzati siano ugualmente responsabili del “conflitto” rappresenta – negli effetti anche se non sempre nelle intenzioni – una forma di normalizzazione del predominio.
Per quanto riguarda l’equiparazione delle sofferenze, ricordiamo che l’antisemitismo è nato in Europa, che il genocidio degli ebrei, dei Rom e l’eliminazione sistematica di altri gruppi di individui considerati indesiderabili come disabili, gay ed oppositori politici, sono stati perpetrati da europei suprematisti: i palestinesi non hanno alcuna responsabilità per questi eventi.
NOA sostiene che c’è una chiara separazione tra il governo di Israele e la grande maggioranza della popolazione, perfino coloro che hanno votato il governo attuale. Aggiunge che non c’è assolutamente alcuna responsabilità del popolo ebraico per le azioni del governo israeliano.
Questa seconda dichiarazione ci pare ovvia: quando parliamo di Israele non ci riferiamo alla comunità ebraica, che è cosa ben diversa. Equiparare i due concetti è una disonestà intellettuale utilizzata per accusare pretestuosamente di antisemitismo chi critica le politiche israeliane.
Alla pretesa di una netta distinzione tra il popolo e il suo governo replichiamo che la maggior parte degli israeliani ha votato partiti suprematisti, colonialisti e razzisti. Non basta che ora critichino alcuni eccessi per essere considerati “chiaramente distinti” da chi hanno eletto.
Ricordiamo anche che il Parlamento israeliano ha recentemente approvato (con 71 voti a favore e solo 13 contrari) una mozione che impegna il governo ad annettere la Cisgiordania occupata. Il numero di voti favorevoli supera quello dell’attuale maggioranza di governo e l’opposizione, sia di centro che della cosiddetta “sinistra”, non ha nemmeno partecipato al voto.
Riguardo al 7 ottobre, indipendentemente dal giudizio che si voglia dare sull’operato di Hamas, si è trattato di una rivolta contro un sistema di oppressione, discriminazione, tortura e omicidi che dura da ottant’anni. Aggiungiamo che Israele stessa ha reso molto difficile stabilire come si siano svolte esattamente le cose, avendo prontamente ucciso in maniera extragiudiziale i coordinatori della sortita, in modo che il mondo non potesse sentire la loro versione dei fatti.
Cosa dice Noa della “direttiva Hannibal”, per cui il 7 ottobre l’IDF ha ordinato di ammazzare, insieme ai palestinesi, anche cittadini israeliani per impedire che venissero rapiti e scambiati nelle trattative?
Cosa dice del fatto che gli Israeliani hanno continuato a sostenere le accuse di stupro rivolte ad Hamas e mai confermate, scrivendo innumerevoli rapporti (tra cui quello intitolato “A quest for justice”) per tentare di convincere l’opinione pubblica delle loro tesi?
Cosa dice degli stupri verificati anche da organizzazioni israeliane, che avvengono nelle carceri a danno dei palestinesi, anche con cani ed oggetti? Coloro che li eseguono non sono cittadini israeliani?
Cosa dice delle confessioni da parte dei soldati dell’IDF riguardo all’uccisione di civili inermi a cui hanno assistito o da loro stessi perpetrate? A questi ragazzi non viene detto che tutto è giustificabile perché stanno difendendo la propria patria da pericolosi terroristi, che allevano i propri figli all’odio?
Fonte
04/07/2026
Incursione nell’immaginario dei corpi dell’età moderna
di Gioacchino Toni
Victor I. Stoichita, Storie di corpi. Un’indagine sull’arte, la scienza e le credenze dell’età moderna, traduzione di Rossella Savio, il Saggiatore, Milano 2026, pp. 280, € 26,00
Lo storico dell’arte Victor I. Stoichita si contraddistingue per
l’originalità di alcuni suoi studi, tutti pubblicati in Italia da il
Saggiatore, che lo hanno visto:
- indagare le modalità con cui alcune opere pittoriche e cinematografiche propongono un esercizio investigativo all’osservatore (Effetto Sherlock, 2017);
- ricostruire il ruolo dell’ombra nelle opere d’arte (Breve storia dell’ombra, 2023);
- riflettere su come l’inserimento di un’immagine all’interno di una cornice abbia trasformato la modalità di rappresentare il mondo (L’invenzione del quadro, 2024).
Intendendo il corpo come rappresentazione inseparabile dallo sguardo che lo elabora e dal medium che lo mostra, dall’involucro cutaneo – raddoppiato dagli artefatti che lo ricoprono – e dalle molteplici forme espressive che contribuiscono a produrlo, con Storie di corpi (2026) Stoichita compie un’incursione nell’immaginario del corpo affrontando la storia di quest’ultimo come storia di una costruzione. A interessare l’autore non è l’evoluzione delle immagini del corpo, ma la loro continua rielaborazione nel corso dell’età moderna. Dopo avere guardato al corpo a partire dal rapporto tra la profanazione dello sguardo anatomico e la sua glorificazione artistica, lo studioso lo indaga per il suo farsi detentore e/o bersaglio del potere nell’esporsi e nel nascondersi per poi riflettere sul ruolo assunto dal corpo nelle fantasie.
Il viaggio di Stoichita nella storia dei corpi prende il via dalle modalità di resa dell’incarnato in pittura prospettate dal trattato Diversarum artium schedula steso attorno alla prima metà del XII secolo dal monaco benedettino Teofilo che introduce quella dialettica tra superficie e corporalità destinata ad attraversare l’intera storia della rappresentazione pittorica della carne. Per quanto nata come questione “tecnica”, la rappresentazione visiva della carne non manca di riverberarsi in ambito filosofico ed a tal proposito lo studioso si sofferma sulle riflessioni di Hegel.
La rappresentazione della carne ha in Tiziano uno dei grandi maestri tanto da indurre, nella seconda metà del XVII secolo, a considerarlo come un “artista demiurgo” vedendo nella sua abilità di manipolare l’impasto pittorico una sorta di replica dell’atto con cui il Creatore ha plasmato la materia primordiale per ricavarne il corpo umano. Nella messa in rilievo dell’abilità “tattile” del maestro cadornino si ravvisa un’inversione dei precetti albertiani/fiorentini tendenti a imporre al pittore di partire dallo scheletro/disegno per poi “rivestirlo” con la carne/colore. A proposito dell’Alberti, ricorda Stoichita, è interessante notare che mentre la versione latina del De pictura (1435) prevede una progressione stratificata “ossa-musculi-moderatis carnibus-cute”, che dallo scheletro portante interno (non visibile) conduce all’epidermide (visibile), la versione del testo stesa in volgare non prevede la cute.
Nel sottolineare l’importanza degli studi anatomici negli artisti della “Maniera moderna”, Giorgio Vasari (Vite, 1550 e 1568) guarda alla pelle come a un ostacolo alla rappresentazione e sostiene che soltanto attraverso la sua rimozione sia possibile giungere alla profonda comprensione e rappresentazione della fisiologia del corpo. Più in generale, l’intera letteratura artistica dell’età moderna ruota attorno all’idea che l’apprendistato anatomico indirizzi l’artista dall’esterno all’interno del corpo. Il monito vasariano che “al pittore nulla s’appartiene delle cose quali non vede” evidenzia come «nell’arte lo studio dell’interno avviene in nome della rappresentazione dell’esterno di quell’interno» (p. 43). Si apre così, nel momento dell’abbandono della “maniera cruda e scorticata” in favore della “somma perfezione” della “maniera moderna”, una particolare dialettica tra visibile e non visibile, “fra ’l vedi e non vedi”, destinata a lasciare il segno nella storia dell’arte. Esempio emblematico dello stretto rapporto tra ricerca anatomica e disegno è, secondo Vasari, il caso di Michelangelo che “scorticando corpi morti” inizia quel processo che lo conduce alla perfezione del disegno. Lo statuto scopico attribuito da Vasari all’arte rinascimentale nel suo collocare la realizzazione del corpo nell’ambiguità dello spazio “che apparisce fra ’l vedi e il non vedi” si rivela applicabile tanto al toscano Michelangelo, quanto al veneto Tiziano a patto però, spiega Stoichita, di rovesciarne il significato perché, a differenza dell’artista di Caprese, il cadornino rifugge dalle attrazioni del “corpo trasparente”, sia per il suo guardare al ruolo “costruttivo” del colore, che per il particolare rapporto che egli instaura con la ricerca anatomica del suo tempo.
Mentre Tiziano «opera per costruire una carne pittorica, collocata nella zona poetica “fra ’l vedi e il non vedi”», un anatomista come Andrea Vasalio (De humani corporis fabrica, 1543) «incide la pelle, espone i tessuti, libera i visceri» (p. 49). Facendo poi riferimento al celebre Venere e Adone (1555) di Tiziano, non manca chi, nel corso del Cinquecento, riconosce al pittore di Pieve di Cadore la capacità di esprimere i sentimenti non solo attraverso il movimento del corpo, ma anche attraverso l’incarnato del volto.
Le immagini assumono notevole importanza nella trasmissione del sapere anatomico cinquecentesco, come testimoniano i Commentaria cum amplissimis additionibus super Anatomia Mundini (1521) dell’anatomista Berengario da Carpi e De humani corporis fabrica (1543) di Andrea Vesalio, opere in cui l’apparato illustrativo presenta corpi che si offrono allo sguardo aprendo direttamente i propri tessuti. In Vesalio l’esibizione dello spazio sottocutaneo si relaziona con la rappresentazione artistica; nelle tavole presenti nei suoi trattati si è messi al cospetto di “corpi-statua” riprendenti, nelle posture e nelle proporzioni, le sculture classiche. Se i grandi artisti del Rinascimento maturo, seppure per strade diverse, intendono suggerire la vita nello spazio liminale “fra ’l vedi e il non vedi”, nel disegno anatomico, invece, si infrange l’equilibrio e, con l’aprirsi della pelle e il separarsi dei tessuti, il “non visto” si offre alla visione. Se nella manualistica anatomica il corpo sventrato si “muove”, questo lo si deve a un’abile retorica della rappresentazione mostrando così come la “carne” abbia ancora una derivazione culturale. «Il suo ambito di manifestazione non sarà l’anatomia scientifica, ma l’arte e il mito» (p. 66).
Stoichita si sofferma sul particolare del Giudizio universale (1534-1541) michelangiolesco in cui san Bartolomeo viene dotato di corpo integro nell’atto di sostenere una pelle che, però, anziché replicare i lineamenti del martire, almeno stando alle interpretazioni introdotte nel primo Novecento, sembrerebbe riferirsi alla pelle dell’artista. Paradossalmente, in uno scenario che celebra la resurrezione dei corpi, il corpo di Michelangelo viene rappresentato dalla sua assenza, da una pelle vuota a suggerire i dubbi dell’artista circa la sopravvivenza del suo io-pelle e io-volto.
A proposito della rappresentazione del corpo, la trattazione non può mancare di affrontare il problema della non facile traduzione visiva della doppia natura del Cristo nelle opere che, inevitabilmente, finisce per riflettersi sulla loro interpretazione. A tal proposito Stoichita propone alcuni esempi di statuaria michelangiolesca in cui il corpo del Cristo, anziché manifestarsi ai pochi eletti, come sostenuto dagli evangelisti, si espone alla folla nella sua tridimensionalità a grandezza naturale.
Il San Francesco d’Assisi in piedi, mummificato (ca. 1645) dipinto dallo spagnolo Francisco de Zurbarán induce Stoichita a passare in rassegna le modalità con cui l’arte ha tradotto la spoglia miracolosa del santo sottolineando come si possa far riferimento alla categoria del “perturbante” nel riferirsi a una rappresentazione estremamente realistica per dare immagine a un evento che ha le caratteristiche dell’eccezionalità e contraddistinto dall’incertezza di definire vivente o meno quel corpo. Lo studioso sottolinea anche come rispetto alle modalità trecentesche, il miracolo del corpo inalterato del santo venga divulgato diversamente in epoca post-tridentina e, successivamente, nel secolo dei Lumi. Nel San Francesco di Zurbarán, sostiene lo studioso, può essere individuato il punto di arrivo di un longo processo destinato a fare dell’arte il mezzo attraverso cui «può “manifestarsi” questo corpo morto (che non è morto), questo corpo vivo (che non è vivo), questo corpo resuscitato (che non è risorto), questo redivivo (che non è un redivivo)» (p. 131).
A partire dalla natura performativa del ritratto, riconosciuta sin dal Rinascimento, Stoichita guarda al ruolo delle armature e degli elmi che ricoprono i corpi e le teste dei condottieri nei dipinti e nelle sculture mettendo in luce come tali dispositivi di rinforzo anatomico e simbolico assumano finalità e valori oscillanti all’interno alla dialettica esposizione/protezione. Il corpo corazzato del XVI secolo si fa portatore di segni palesando di essere debitore nei confronti di una concezione magica della difesa del corpo che oltrepassa di gran lunga l’originale funzione guerriera della corazza, mostrando analogie con il ricorso al tatuaggio che, nelle culture non occidentali, funziona da armatura simbolica. Mentre il sistema di difesa occidentale combina la resistenza del materiale che riveste il corpo all’efficacia simbolica, il tatuaggio tradizionale investe di potere assoluto i segni impressi sulla pelle nuda. Prima che l’introduzione delle armi da fuoco la renda obsoleta, l’armatura di metallo vive i suoi ultimi momenti di gloria come «dispositivo ipnotico con valore politico» (p. 223). Al termine della sua storia, ormai lontana dalla sua funzione originaria, nell’avvolgere il corpo l’armatura lo rende statua assegnandogli significato.
Un particolare tipo di armatura è anche quella che rende “quasi invulnerabile” il corpo di Achille. Stoichita ripercorre le modalità attraverso cui, nell’antichità, è stato narrato il rafforzamento del corpo dell’eroe greco dai bagni che ne induriscono la pelle ai travestimenti che, con tanto di trasgressione di genere, raccontano un processo di mascheramento e svelamento, occultamento e scoperta. Nella versione che fa riferimento al travestimento femminile, lo studioso invita a cogliere non un rito di iniziazione attraverso cui la madre supporta la costruzione della mascolinità del figlio, ma la volontaria interruzione di tale processo. A tal proposito Stoichita si sofferma su alcuni esempi di raffigurazione della vicenda tratti dal mondo antico romano e da artisti della prima modernità come Peter Paul Rubens, Antoon van Dyck e Nicolas Poussin.
In chiusura di volume lo studioso mette in relazione il Don Chisciotte (1605) di Cervantes con La sepoltura del conte Orgaz (1586) di El Greco. «Costruito intorno a una spoglia in armatura, questo dipinto celebra, come nessun altro, la manifestazione di un perturbante: quella del cadavere in armatura. Don Chisciotte, invece, non è un cavaliere, ma un fantasma. Al “non corpo” del cavaliere corazzato, Cervantes contrappone il “corpo utopico” del caballero de la triste figura» (p. 254) e qua, il perturbante muove al sorriso piuttosto che incutere spavento.
Ad Ankara si riunisce il vertice annuale della Nato
Ma a complicare il clima del vertice Nato ci sono prima state le contumelie di Trump contro gli alleati ritenuti “irrilevanti” durante l’aggressione all’Iran, poi è arrivata la gaffe del segretario della Nato, Mark Rutte, sui voli militari USA dall’Europa durante la guerra, nel servile tentativo di compiacere il padrino statunitense.
A complicare ulteriormente il quadro è anche la notizia, riportata dal New York Times, e confermata da varie fonti al Pentagono, di una prossima revisione della presenza militare americana in Europa. Si tratta della conferma di come Washington non esiti a usare la propria presenza militare in Europa come leva negoziale. E la cosa sembra funzionare, visto che i benefici del riarmo europeo stanno andando anche e soprattutto alle industrie militari statunitensi.
Ma al vertice Nato di Ankara gli europei si presenteranno sapendo che l’Alleanza atlantica non è più un dato acquisito. Tanto che sul piano dell’aumento delle spese militari si stanno allineando un po’ tutti i paesi europei.
Al vertice dello scorso anno all’Aia, i paesi membri dell’alleanza si erano impegnati a investire annualmente almeno il 5% del PIL nella difesa entro il 2035.
Il sito ufficiale della Nato comunica che nel 2025, gli Alleati europei e il Canada hanno già aumentato la spesa per la difesa di oltre 90 miliardi di USD (ai prezzi del 2021, ovvero quasi 139 miliardi di USD in termini nominali) – un aumento di quasi il 20% rispetto al 2024.
Negli ultimi dieci anni, hanno costantemente aumentato le spese militari – dall’1,4% del PIL complessivo nel 2014 al 2,3% nel 2025, quando hanno investito complessivamente oltre 571 miliardi di USD (a prezzi del 2021) nella difesa.
La traiettoria e l’equilibrio della spesa secondo questo piano saranno rivisti nel 2029, alla luce del contesto strategico e degli attuali ‘Obiettivi di Capacità’.
Sul piano della guerra in Ucraina, i paesi membri della NATO stanno inviando armi, munizioni e molti tipi di equipaggiamento militare leggero e pesante a Kyev, inclusi sistemi anticarro e di difesa aerea, sistemi di artiglieria, munizioni, droni, carri armati e caccia.
La protezione assicurata dall’Articolo 5 della NATO e la sua promessa di difesa collettiva danno ai paesi membri che stanno riarmando l’Ucraina la garanzia di poter inviare armi in Ucraina senza compromettere la propria sicurezza. Inoltre, le forze della Nato stanno addestrando truppe ucraine all’uso di queste attrezzature.
Per garantire che il sostegno militare all’Ucraina continui, i paesi Nato, al vertice di Washington del 2024, hanno sottoscritto un Impegno di Assistenza Sicurezza a Lungo Termine per l’Ucraina. In base a questo impegno, gli Alleati hanno concordato di fornire un finanziamento minimo di 40 miliardi di euro nel 2024 e livelli sostenibili di assistenza alla sicurezza affinché l’Ucraina “prevalga sulla Russia”.
Ma i paesi della Nato hanno superato abbondantemente questo impegno già nel 2024 – fornendo oltre 50 miliardi di euro, quasi il 60% dei quali proveniva dagli Alleati europei e dal Canada.
Parallelamente al vertice Nato vero e proprio, il 7 luglio – sempre ad Ankara – si riunirà Il Forum dell’Industria della Difesa (NSDIF26), il principale evento di alto livello della NATO sulla produzione, gli investimenti e l’innovazione transatlantica nella difesa. Parte integrante del Vertice NATO 2026, il Forum riunirà alti funzionari NATO, alleati e partner, leader industriali per promuovere l’industria bellica, l’innovazione e per discutere le questioni più urgenti.
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