Presentazione


Analisi, opinioni, fatti e (più di rado) arte da una prospettiva di classe.

17/08/2026

Pozzuoli - La protesta degli abbandonati

Venerdì 14 agosto è stato il secondo giorno di mobilitazione per gli abitanti di Via Napoli a Pozzuoli che hanno bloccato le strade del loro quartiere e del centro storico per chiedere soluzioni abitative dignitose.

Molti di loro sono senza un tetto già dal 2024, quando le abitazioni di Pozzuoli hanno subito i primi danni che le hanno rese inagibili. In questi ultimi anni la rete sociale della comunità che vive alle spalle di Via Napoli è stato il vero supporto per chi era stato sgomberato e aveva trovato ospitalità da amici e parenti, ma dopo la scossa di magnitudo 4,7 del 31 luglio scorso che ha portato il numero degli sfollati a oltre 3000, quasi nessun abitante del quartiere ha più soluzioni alternative. Da ormai 15 giorni dormono in auto o al riparo dei gazebo della protezione civile.

Giovedì 13 agosto i gazebo della protezione civile sono stati rimossi, giustificando la rimozione con l’allerta meteo. La rabbia degli abitanti si è fatta sentire e spontaneamente hanno bloccato la strada, per pretendere che invece dei gazebo ormai rimossi fossero montate le tende: una soluzione più dignitosa, sebbene temporanea ed emergenziale, e messa già in campo durante la scorsa crisi bradisismica dell’82-84.

Dopo la prima notte di mobilitazione, con un blocco stradale al centro di via Napoli durato dalle 21 alle 2 di notte, la risposta della controparte istituzionale è stata quella di rimontare i gazebo rimossi poco prima, senza alcun impegno ad andare incontro alle loro richieste.

La mancanza totale di alternative ha così fatto scendere di nuovo in strada gli abitanti di Via Napoli venerdì 14 agosto con una seconda nottata di mobilitazione e blocchi delle strade ben più estesi e che hanno interessato intere aree di via Napoli e del centro storico, entrambe bloccate con veri e propri check-point.

La crisi abitativa a Pozzuoli è ormai sotto gli occhi di tutti. Edifici fortemente lesionati, che a malapena ormai sopportano le scosse e che non sono ancora stati messi in sicurezza. La speculazione porta gli affitti alle stelle sia verso il litorale domizio da ormai tre anni, sia verso Fuorigrotta e Bagnoli per l’avvicinarsi delle preregate dell’America’s Cup.

L’unico strumento a supporto degli sfollati previsto dai vari decreti Campi Flegrei che si sono succeduti è il CAS, il contributo di autonoma sistemazione proporzionato al numero di membri del nucleo familiare, e che di fronte alla speculazione e agli affitti di mille e più euro al mese è irrisorio per chi non vuole o non può allontanarsi dall’Area flegrea.

L’esasperazione per l’immobilismo verso la crisi che Pozzuoli sta affrontando da anni ormai, non annebbia la mente degli sfollati.

In questi due giorni (e da quando focolai di mobilitazione stanno interessando le varie aree di Pozzuoli) è emersa con rabbia la consapevolezza del paradosso di un territorio. Nello stesso periodo a Bagnoli, nell’estremo opposto del golfo, lo Stato spende 1 miliardo e mezzo per l’America’s Cup. Proprio in un momento in cui l’Area Flegrea aveva più bisogno di fondi per convivere con il fenomeno del bradisismo.

E nelle stesse parole è anche apparsa chiara la volontà di non lasciare i loro quartieri e la loro città perché ricordano bene come le passate crisi bradisismiche siano state usate da vettore per la gentrificazione, espellendo la maggior parte degli abitanti del centro storico di Pozzuoli verso quartieri dormitorio come Toiano e Monteruscello.

Gli abitanti di via Napoli e di tutta Pozzuoli lo hanno reso cristallino: Pozzuoli esiste ancora e vuole vivere e l’unica strada che riconoscono per difendere i loro diritti di abitanti è la mobilitazione collettiva!

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16/08/2026

Quando la green economy capitalista produce incendi

L’Iran e l’impotenza dell’impero statunitense

di Pino Arlacchi

Le due portaerei dispiegate contro l’Iran, la Lincoln e la Bush, stazionano nel Mare Arabico, a oltre mille chilometri dalla costa iraniana, fuori da uno specchio d’acqua che per ottant’anni è stato un lago americano.

La terza, la Ford, dirottata in marzo nel Mar Rosso a fronteggiare gli Houthi, ha ceduto prima del nemico: un incendio a bordo, dopo undici mesi ininterrotti di mare, l’ha costretta al rientro. Oggi è in bacino di carenaggio a Norfolk, e il Mar Rosso è rimasto senza portaerei.

La flotta più potente della storia si tiene a distanza di sicurezza dalle coste di un Paese nemico per non rivelare la sua vulnerabilità alle nuove tecnologie militari. Uno sciame di droni e di missili ipersonici da pochi milioni è in grado di incapacitare una portaerei da 11 miliardi di dollari.

Il contesto è noto, ma vale la pena ricomporlo. Lo Stretto di Hormuz, da cui passava un quinto del petrolio mondiale, è di fatto chiuso dall’8 luglio, giorno della ripresa delle ostilità: un rivolo di transiti sporadici, che si riaccende solo sui titoli di giornale favorevoli e si spegne al primo missile. L’ultima settimana è toccato a una metaniera carica di gas del Qatar.

L’Arabia Saudita aveva trovato una valvola di sfogo dirottando il greggio verso Yanbu, nel Mar Rosso. Il terminale è arrivato a movimentare oltre il 90 per cento delle sue esportazioni via mare.

Ma il 20 luglio gli Houthi hanno proclamato l’embargo navale contro Riad e pochi giorni dopo hanno rivendicato i primi attacchi diretti agli impianti Aramco di Jizan e della stessa Yanbu. I flussi sauditi attraverso Bab el-mandeb sono crollati quasi a zero, e il greggio destinato all’Asia viene ora instradato con il periplo dell’Africa. Un mese di navigazione in più.

Le due arterie energetiche del Medio Oriente sono bloccate simultaneamente. Non era mai accaduto, nemmeno nello choc del 1973, nemmeno durante la guerra Iran-Iraq.

Davanti a tutto questo, quali sono le opzioni di Washington? Spogliata della messinscena, la lista è breve. La prima linea di basi aeree – quelle del Golfo, le uniche a distanza utile – è stata neutralizzata.

L’Iran ha disabilitato o danneggiato le installazioni americane in Qatar, Kuwait, Bahrein e Giordania, fino all’Arabia Saudita e agli Emirati: le rilevazioni satellitari contano oltre 200 strutture colpite in una quindicina di siti, con i danni più pesanti al quartier generale della Quinta Flotta in Bahrein. E ha enunciato la dottrina della “responsabilità estesa”: chi ospita basi americane diventa bersaglio legittimo.

Con un colpo solo Teheran ha trasformato le monarchie del Golfo da retrovie in belligeranti maldisposti, e ha reso ogni uso delle basi un rischio grave per chi lo concede. Perfino Diego Garcia, la retrovia profonda della logistica imperiale nell’oceano Indiano, è stata bersagliata da missili balistici a raggio intercontinentale. Attacchi falliti, ma il messaggio è arrivato. Non esistono più santuari.

Restano le basi di seconda fascia, nel Mediterraneo e in Africa. Ma da Sigonella, Souda o Rota ai bersagli iraniani corrono tremila chilometri. Ogni chilometro in più si paga in aerocisterne, la risorsa più scarsa e meno espandibile della macchina militare americana, e in permessi di volo e sorvolo politicamente costosi, come la signora Meloni ben sa.

La potenza aerea generabile dal Mediterraneo è una frazione di quella che si generava dal Golfo Persico. Restano i bombardieri strategici dal Missouri. Ma sono missioni di 35 ore. Buone per il colpo dimostrativo, non per una campagna.

Resta la guerra a distanza dei missili da crociera, l’unica davvero praticata. Ma gli arsenali Usa si misurano in migliaia di pezzi e i ritmi di produzione in centinaia l’anno. Una campagna intensiva li consuma in settimane, e le rassicurazioni ufficiali sull’abbondanza delle scorte suonano come la conferma del problema.

Resta l’escalation contro le infrastrutture civili iraniane, in primis la rete elettrica. Trump l’ha minacciata ancora giovedì scorso salvo revocarla nel giro di pochi giorni. Perché questa è l’opzione della punizione estrema, che non ha mai piegato un regime e che innescherebbe – Teheran lo ha già fatto sapere – la chiusura totale del Mar Rosso per mano Houthi e gli attacchi agli impianti di desalinizzazione dei Paesi del Golfo.

Le opzioni più efficaci sono quelle impraticabili. Il Pentagono non è in grado di invadere un Paese immenso, di 92 milioni di abitanti. Le isole iraniane che presidiano Hormuz possono essere invase senza speciali difficoltà, ma la loro occupazione sarebbe impossibile da mantenere, perché resterebbe esposta al fuoco continuo dei missili schierati sulla costa retrostante. Ed è anche del tutto irrealistico puntare sul rovesciamento dall’esterno di un regime che cinquant’anni di sanzioni hanno irrobustito anziché eroso.

Il nodo è concettuale prima che militare. La rivoluzione degli armamenti a basso costo ha democratizzato la forza militare e rovesciato l’aritmetica imperiale. Chiudere uno stretto costa quasi nulla, riaprirlo ha costi e rischi proibitivi.

Riaprire uno stretto richiede la presenza permanente dentro il raggio del nemico, che è un rischio insostenibile, oppure richiede il consenso di chi lo chiude, cioè l’alternativa negoziale. Tertium non datur. Ed è precisamente l’assenza di un terzo termine che dà la misura empirica dell’impotenza militare americana.

Ma attenzione. Gli Stati Uniti conservano comunque un’impareggiabile capacità di distruzione. Ciò che hanno perduto è la capacità di controllo. La facoltà di garantire l’ordine degli spazi – gli stretti, le rotte, i flussi commerciali – che era il fondamento materiale della loro egemonia nonché la giustificazione del tributo versato allo Zio Sam. Dall’uso del dollaro al petrodollaro agli acquisti di armamenti e di Buoni del tesoro.

Un potere che può punire ma non può proteggere, però, non è più un’egemonia. È una dominazione bruta per le sue vittime, e un estortore mafioso per i suoi amici. Che diminuiscono a vista d’occhio.

Il mercato lo aveva capito meglio dei governi: nonostante la minaccia simultanea alle due grandi rotte del greggio, il petrolio non è mai schizzato verso lo choc dei 150 dollari, perché gli operatori scommettevano che Washington sarebbe stata costretta a sedersi al tavolo delle trattative.

La scommessa è stata incassata nello scorso fine settimana: Trump ha revocato l’attacco pianificato e annunciato la ripresa dei negoziati da lunedì, con la mediazione dell’Oman ormai in fase finale, e il Brent è sceso sotto gli 85 dollari nel giro di una seduta. Sul tavolo, secondo le indiscrezioni, c’è la fine del blocco navale americano e la ripresa dell’export petrolifero iraniano in cambio della riapertura di Hormuz. Si negozia, cioè, alle condizioni poste da chi lo stretto lo ha chiuso.

Le elezioni di novembre restano una preoccupazione reale per la Casa Bianca, ma ormai ci sono in campo due fattori ancora più rilevanti: la benzina alle stelle e il risentimento crescente degli alleati. Questi vedono nell’avventura iraniana il possibile innesco di una recessione finora evitata solo grazie all’effetto stabilizzante della Cina e del Grande Sud. Il tempo dell’impero non lavora più per l’impero.

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La fuga di Kappler

15 agosto 1977. Roma sonnecchia nella calura feroce di Ferragosto. Ore 09:29. Ospedale militare del Celio. Come ogni mattina, suor Barbara spalanca la porta della stanza di Herbert Kappler.

Sorpresa: la branda è vuota. Il lenzuolo tirato, il cuscino intatto. Del gerarca nazista, divorato dal cancro, nessuna traccia. Un’occhiata al giardino: nulla. La suora corre, grida, ma nei corridoi imbalsamati del Celio il tempo si muove a rilento. Kappler è già altrove. Intoccabile. Un’ombra che ride della giustizia.

Scoppia il caos. Il balletto delle accuse. Sul banco degli imputati finiscono i due carabinieri di guardia: Luigi Falso e Oronzo Pavone. Le loro parole sembrano un copione surreale: nessun ordine scritto, nessun permesso di entrare nella stanza, nemmeno di sbirciare. Un collega, giorni prima, era stato redarguito per aver osato affacciarsi.

Ma la verità è più tagliente: Kappler, il boia delle Fosse Ardeatine, non è un prigioniero. È un ospite.

Come si passa da una cella nel Castello Angioino a un letto d’ospedale con vista su Roma? Basta un tumore al colon, qualche certificato medico e la firma del ministro Arnaldo Forlani. Così Herbert Kappler, criminale di guerra, organizza il suo ultimo colpo: entra al Celio da uomo (quasi) libero.

Il Procuratore Generale militare gli concede la scarcerazione. La notizia trapela, la rabbia monta, il provvedimento viene revocato. Ma è troppo tardi. Kappler è già dentro. Al Celio è più paziente che prigioniero. Comincia l’ultima, indecente, pagina della sua vita. Quella che si conclude con la sua fuga.

Altro che ergastolo. A Gaeta, Kappler sconta la pena in una suite, coccolato dalla Convenzione di Ginevra. Stanza ampia. Un acquario. Visite regolari, pacchi, lettere. Una prigionia di velluto. Una prigionia che mai sfiorò gli antifascisti finiti nelle sue grinfie.

Il 12 marzo 1976 Forlani sospende formalmente la condanna. Lo fa in presenza dell’ambasciatore tedesco. Berlino preme da anni per la grazia. L’Italia resiste. Poi cede. Sotto traccia. Con discrezione. Con vergogna.

«Obbedivo agli ordini». La litania di ogni carnefice. Kappler la ripete, impassibile. Via Rasella? «Illegittimo». La rappresaglia? «Legale, logica». I giudici non gli credono. Come non credettero ai suoi pari a Norimberga. Ergastolo per le Fosse Ardeatine. Più quindici anni per l’oro rubato alla comunità ebraica. Dopo un passaggio a Forte Boccea, va a Gaeta.

I crimini. Tutti documentati. Incisi nella storia. Arrestato nel ’45, ferito. Rinchiuso a Regina Coeli. Il processo si apre nel maggio 1948. Kappler. Due ufficiali. Tre sottufficiali. L’architetto della strage. Il ladro d’oro. Ma colpa, mai.

24 marzo 1944: la rappresaglia. Trentatré tedeschi cadono in via Rasella. L’ordine arriva: dieci italiani per ogni tedesco. Sono 335 le vittime. Cinque in più del necessario. Errore, fretta, crudeltà. Kappler non si ferma. Il 17 aprile guida il rastrellamento del Quadraro. Mille uomini strappati alla notte. Deportati. Scomparsi. Torneranno in pochissimi.

Roma, ottobre 1943: l’oro o la vita. Il 26 settembre Kappler convoca i leader della Comunità ebraica. Ordina: «50 chili d’oro in 36 ore. Altrimenti, 200 deportati.» Ne raccolgono 59. Non basta. Il 16 ottobre, 1.259 ebrei vengono strappati alle case. Torneranno in 16.

Nel ’39 arriva a Roma. Ufficialmente consulente. In realtà spia. Sorveglia la polizia italiana. Ama la città. Si circonda di rose, vasi etruschi. Un burocrate della morte con la passione per l’arte. Hitler lo promuove. Ha localizzato Mussolini al Gran Sasso. Ma anche allora, storce il naso: «Un’inutile perdita di tempo», dirà a Himmler.

Fuga da Roma. L’ultima offesa. Nella notte tra il 14 e il 15 agosto, Kappler scompare. Ha 70 anni. È malato. Ma evade. Come? Nessuno lo sa. O nessuno vuole dirlo. È l’ultima beffa. L’ultima vergogna. Il carnefice delle Fosse Ardeatine, l’uomo dell’oro rubato agli ebrei, se ne va nel silenzio delle istituzioni. Sotto un sole che brucia.

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Morto Zhu Rongji, il liberalizzatore “dalle caratteristiche cinesi”

È morto il 12 agosto Zhu Rongji, ex-Primo Ministro della Cina, al cui nome sono legate le riforme economiche che hanno portato, a fine anni ’90, l’economia del paese ad assumere lo status di “economia di mercato”, consentendone l’ingresso nell’Organizzazione Mondiale del Commercio.

Come quasi tutti i dirigenti della sua epoca, Zhu Rongji fu messo all’indice come esponente di tendenze di destra durante la Rivoluzione Culturale e confinato in un esilio rurale, per poi essere riabilitato dopo 1978.

Nel 1989, quando scoppiano le rivolte di Tien-an-Men è sindaco di Shanghai. Tali rivolte si estendono anche nella sua città, dove, assieme al Segretario locale del Partito Jiang Zemin, riesce ad evitare l’impiego dell’esercito: i due, infatti, pur reprimendo i tentativi di dar luogo a riviste liberali, riescono ad instaurare un dialogo con gli studenti e a contromobilitare a proprio favore settori di lavoratori, i quali rimossero fisicamente blocchi e barricate, senza far ricorso alle armi.

Dopo la fine delle rivolte, coloro i quali erano stati contrari all’imposizione della legge marziale vengono rimossi dagli organismi dirigenti, lasciando il posto, fra gli altri, a Jiang Zemin, che diventa il Segretario Generale, e Zhu Rongji che diventa il numero due di fatto, con delega all’economia.

Nel 1994, Zhu Rongji, da Vicepremier, effettua la prima riforma alle quale è legato il suo nome, consistente in una centralizzazione delle entrate fiscali verso il Governo Centrale, a discapito dei governi locali. La quota di entrate statali totali incamerata da Pechino balza dal 22% a oltre il 55%, riducendo il deficit delle casse centrali.

Successivamente, quando diventa Premier al posto di Li Peng, compie il capolavoro politico di riuscire a guidare imponenti processi di ristrutturazione economica nella direzione del libero mercato, evitando – allo stesso tempo – conseguenze sociali tangibili e l’erosione del ruolo di direzione politica del partito.

Utilizzando lo slogan “Tenere il grande, lasciar andare il piccolo” effettuò una serie di privatizzazioni e ristrutturazioni delle aziende socialiste di stato, pose fine al monopolio di queste ultime nelle esportazioni e liberalizzò definitivamente l’iniziativa economica privata, che sulla carta (ma non nella realtà) non era ancora giuridicamente libera. Solo i settori strategici rimasero interamente in mano allo stato.

Il tutto, come detto, aveva lo scopo di far entrare definitivamente la Cina nel commercio mondiale, attraverso l’ingresso nel WTO.

In cambio del licenziamento, lo Stato offrì ai lavoratori, oltre ai sussidi di disoccupazione, che però erano abbastanza scarsi, la proprietà della casa in cui alloggiavano, vendendogliela ad un prezzo politico; fino ad allora, la casa dei dipendenti pubblici era di proprietà dello stato e la permanenza in essa era legata al lavoro.

L’impetuoso sviluppo urbano dell’epoca e la nascita del mercato immobiliare fece sì che decine di milioni di persone si trovassero improvvisamente in mano un immobile del valore equivalente a 10 – 15 anni di stipendio del lavoro appena perso. La casa divenne, sostanzialmente, il principale ammortizzatore sociale per questi lavoratori.

Ovviamente, alcuni approfittarono della situazione per creare imperi immobiliari, altri semplicemente subirono il trauma della perdita del lavoro, accompagnata alla necessità di ricollocarsi socialmente e umanamente, pagando un caro prezzo. Ciò ha contribuito a radicare una mentalità diffusa improntata più al risparmio che al consumo a causa dell’incertezza percepita sul futuro.

Per aiutare la ricollocazione sociale, vennero creati centri di riqualificazione lavorativa, incentivi ad aprire piccole attività commerciali e programmi di prepensionamento per i più anziani, nell’ambito di una Cina che cresceva a due cifre e vide forse la più poderosa fase di reimpiego di massa della storia.

La conseguenza collaterale delle riforme di Zhu Rongji fu la creazione della bolla immobiliare cinese, demolita solo una ventina di anni dopo, nel 2020, tramite la politica delle “tre linee rosse”, che ha fatto fallire molti immobiliaristi: molti cittadini, che avevano la casa come loro principale asset, cominciarono ad investire massivamente nel mattone prendendo in fitto o acquistando terreni di proprietà dei governi locali, i quali avevano ancora a loro carico il welfare e i programmi di uscita dalla povertà, ma si trovavano privati delle entrate fiscali.

Si è creato, così, un circolo economico per il quale la bolla immobiliare, finanziando gli enti locali, ha finanziato l’uscita dalla povertà assoluta di tutte le zone della Cina, proclamata proprio nel 2020.

In tal senso, Zhu Rongji può essere definito a ragione come l’architetto dei meccanismi di sostenibilità sociale del modello di sviluppo della Cina “fabbrica del mondo”, con tutti i loro pregi e i loro difetti.

Inutile dire che la stampa mainstream occidentale aveva compreso esattamente il contrario rispetto alla sua figura.

All’epoca, definiva Zhu Rongji il Gorbacev cinese e gli dedicava copertine prestigiose, nella convinzione che le sue riforme avrebbero trasformato la Cina in una liberaldemocrazia semicolonia dell’Occidente. Nessuna citava mai, né ha citato in occasione della sua morte, i meccanismi che hanno distinto l’implementazione di misure di privatizzazione da lui architettati in Cina, rispetto al laissez-faire completo che ha caratterizzato analoghe misure in quasi tutto il resto del mondo.

Anzi, la sua morte è stata utilizzata per rafforzare l’autoconvincimento che la Cina si sia sviluppata semplicemente perché, con Zhu Ringji, aveva scelto di imitare le politiche economiche occidentali.

In definitiva, la figura di Zhu Rongji, i vari e travagliati passaggi che hanno segnato la sua carriera politica, nonché le sue “liberalizzazioni dalle caratteristiche cinesi”, raccontano molto del Partito Comunista Cinese, della sua natura di partito di quadri strutturati e delle contraddizioni che si trova costantemente ad affrontare.

Inoltre, costituiscono un caso di scuola che dimostra la completa incomprensione, in Occidente, del suo modello politico, economico e sociale.

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Immigrati. La Meloni gonfia il petto con Sanchez, Merz le strilla nelle orecchie

Il dossier migranti continua a dividere i governi europei con un livello di scontro che non si vedeva da tempo.

Prima ci sono state le “muscolari” reazioni del governo Meloni contro la Spagna per la crisi di Ceuta. Roma ha sospeso il trattato di Schengen per chi proviene dalla Spagna e la Spagna ha fatto altrettanto per chi proviene dall’Italia. Dunque due importanti governi della Ue hanno messo in discussione uno dei trattati europei più importanti.

Ma è stato anche un altro trattato europeo – quello di Dublino – che ha scatenato un acceso scontro diplomatico, questa volta tra Germania e Italia.

Al centro infatti ci sono i cosiddetti “dublinanti” cioè i richiedenti asilo entrati nell’Unione Europea attraverso Italia o Grecia. La Germania ha chiesto all’Italia di riprendere i trasferimenti previsti dal nuovo Patto europeo su migrazione e asilo, entrato in vigore nel giugno 2026. In pratica di riprendersi gli immigrati giunti in Germania ma sbarcati in Italia.

La risposta del governo italiano è stata che non c’è alcuna base per i ritorni, citando a tale proposito un accordo raggiunto a dicembre 2025 ma che dovrebbe essere superato e aggiornato proprio da quello sottoscritto a giugno di quest’anno, anche dal governo italiano.

È dunque in corso un braccio di ferro che ha tutte le caratteristiche di un caso diplomatico destinato a durare.

Come noto il trattato di Dublino stabilisce che il primo Stato membro in cui un richiedente asilo entra nell’Unione Europea è responsabile dell’esame della sua domanda. Questo principio ha da sempre penalizzato i paesi di primo ingresso come Italia, Grecia, Spagna, che si trovano geograficamente esposti alle rotte migratorie dal Mediterraneo e dall’Africa subsahariana.

Il nuovo Patto europeo su migrazione e asilo, entrato formalmente in vigore a giugno 2026, ha ridefinito alcune delle regole introducendo meccanismi di solidarietà obbligatoria tra gli Stati membri e nuove procedure di frontiera. Ma ha anche riaffermato, in linea di principio, che le regole di Dublino continuano ad applicarsi: un immigrato arrivato per la prima volta in Italia o in Grecia può essere trasferito di nuovo in questi paesi da parte di altri Stati membri che nel frattempo lo hanno accolto.

Il governo tedesco di Friedrich Merz ha dichiarato di voler iniziare subito i trasferimenti verso Italia e Grecia dei migranti che hanno fatto il loro primo ingresso nell’UE attraverso questi paesi. Un portavoce del Ministero dell’Interno tedesco ha precisato che gli accordi conclusi nel 2025 (a cui fa riferimento il governo italiano, ndr) stabilivano che le regole di Dublino sarebbero state riapplicate a partire dall’entrata in vigore del sistema comune europeo di asilo, avvenuta appunto a giugno 2026.

Ma lo scontro tra Italia e Germania non avviene a freddo né entro un vuoto pneumatico.

La recente crisi migratoria a Ceuta ha riaperto in tutta Europa il dibattito sulla gestione delle frontiere esterne dell’Unione. Le immagini di migliaia di persone che tentano di attraversare il confine tra Marocco e l’exclave spagnola in Africa, hanno avuto un impatto mediatico e politico significativo, spingendo diversi governi come quello italiano a manovre di propaganda e a polemizzare piuttosto strumentalmente con il governo spagnolo. Ma la legge del contrappasso non fa mai sconti.

Infatti la Germania ha utilizzato questo contesto per giustificare la propria svolta verso politiche di respingimento più aggressive ma prendendo di petto proprio l’Italia (oltre ovviamente gli altri paesi europei rivieraschi).

Il fatto che il governo tedesco abbia scelto questo momento per riaprire il dossier dei “dublinanti” contro l’Italia indica che la questione migratoria è diventata, in tutta Europa, un terreno di strumentalizzazione e scontro politico permanente, indipendentemente dalla specificità geografica dei singoli episodi.

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La retorica del “pericolo socialista” di Maurizio Molinari

Negli ultimi giorni, le immagini e i post pubblicati da Maurizio Molinari su La Stampa e sui social offrono un saggio di analisi politica e di uso fuorviante del linguaggio.

Commentando i successi elettorali della sinistra progressista negli Stati Uniti, dalla vittoria di Abdul El-Sayed nelle primarie dem per il Senato in Michigan ai successi dei candidati legati a Zohran Mamdani a New York, Molinari ricorre a una terminologia d’emergenza: parla di socialisti che vogliono “impossessarsi” del Partito Democratico (“quello di Kennedy e Clinton”) e di progetti per “aggredire i redditi alti”.

​La scelta delle parole non è mai neutrale, come sappiamo. E quelle utilizzate dall’establishment centrista, conservatore e sionista per descrivere la spinta progressista merita un’analisi critica. 

1. ​La doppia grammatica dei media: tra “aggressione” e “normalità”

​Quando un candidato progressista statunitense, per di più musulmano (cosa che Molinari o Rampini non possono sopportare), propone una redistribuzione fiscale o l’aumento delle tasse per i ceti più abbienti al fine di finanziare la sanità pubblica, le case popolari o il trasporto collettivo, il lessico giornalistico si trasforma in un bollettino di guerra.

Tassare i grandi patrimoni diventa un’aggressione, chiedere giustizia sociale diventa una “rivolta rivoluzionaria”, e vincere democraticamente le primarie significa “impossessarsi” di un partito.

​Il paradosso emerge con evidenza se si confronta questa narrazione con il modo in cui viene trattato il “fenomeno” Trump. Quando il tycoon populista ha trasformato il Partito Repubblicano, stravolgendo la tradizione di Abraham Lincoln per farne un veicolo personale, la terminologia è stata spesso quella del “fenomeno politico”, dell’onda elettorale o del “populismo reazionario” a trazione MAGA.

​Raramente l’agenda della destra conservatrice viene definita con gli stessi termini bellici, anche quando incide sui diritti fondamentali della popolazione:

A) ​Nessuno parla di “aggressione” quando si smantella il diritto all’aborto per le donne o si riducono le garanzie sul lavoro;

B) ​Nessuno parla di “impossessamento” quando la destra confisca lo spazio pubblico riducendo i fondi alla sanità per i più poveri o inasprendo le politiche di detenzione per i migranti;

C) ​Nessuno evoca il “sacrilegio” verso la memoria storica dei “padri fondatori” quando il dibattito si sposta su tagli alle tasse per le corporazioni o sull’uso della forza contro le fasce sociali fragili.

​Perché, dunque, chiedere che i milionari contribuiscano maggiormente alla spesa pubblica sarebbe un'“aggressione”, mentre privare milioni di famiglie della copertura medica sarebbe solo una norma di politica economica?

2. ​Il mito del “Partito Democratico che fu”

​Molinari accusa la nuova generazione di voler strappare il Partito Democratico dall’eredità di “Roosevelt, Truman, Kennedy e Clinton”, lasciando intendere che il socialismo democratico ne sia l’antitesi.

Ma è una ricostruzione storica selettiva. 

​Franklyn Delano Roosevelt creò il New Deal proprio imponendo un’aliquota marginale sui redditi più alti fino al 90%, affrontando l’opposizione feroce della finanza dell’epoca.

​John F. Kennedy promosse l’intervento statale e le riforme sociali prima che la sua eredità venisse normalizzata dal centrismo liberale. Non ho la benché minima ammirazione per Kennedy giacché, da latinoamericana, ho ben presente cosa ha fatto la sua gestione nei confronti non solo di Cuba, ma di tutti i paesi latini, Brasile in primis.

Il modello di Bill Clinton, citato come pietra di paragone, rappresenta il compromesso liberista degli anni ’90, quello dell’austerità e della deregolamentazione finanziaria che ha contribuito ad ampliare la voragine delle disuguaglianze in cui l’America si trova oggi.

​Invocare perciò la “purezza” di un partito che apparterrebbe di diritto ai moderati significa negare la natura stessa delle primarie: uno strumento democratico in cui la base sceglie da chi farsi rappresentare.

Se una comunità vota per El-Sayed o Mamdani, non c’è alcun “impossessamento”, ma l’esercizio del voto in un sistema competitivo.

3. ​Mettere a fuoco la realtà

​La retorica che associa automaticamente il sostegno ai diritti dei lavoratori, la solidarietà con il popolo palestinese e la richiesta di giustizia sociale a una “rivolta estremista” ha uno scopo preciso: delegittimare la domanda di cambiamento prima ancora di discuterne il merito.

Non è stato estremista, Maurizio Molinari, quando ha affermato che i gazawi emigravano “volontariamente” circa un anno fa? Eppure dirige La Stampa, pensate.

​Mentre editorialisti ed esperti paventano il pericolo del “socialismo” alle porte, la realtà materiale degli Stati Uniti mostra che i giovani e i ceti popolari non cercano un dogma ideologico del Novecento, ma risposte concrete ad un sistema in cui l’accumulo sregolato di capitale ha reso inaccessibili i beni primari.

Sostituire la discussione sui contenuti con una lessicologia della paura serve solo a difendere lo status quo, dipingendo qualsiasi tentativo di equità come un atto di violenza.

Finché l’analisi di commentatori come Rampini e Molinari continuerà a valutare la spinta progressista americana solo attraverso la lente della minaccia all’ordine liberale tradizionale, sfuggirà loro il senso profondo di questo cambiamento.

C’è una richiesta concreta di una società più umana, equa e sostenibile, in cui il benessere collettivo prevalga sulla corsa sfrenata all’accumulo individuale. Ed è questa la vera rivoluzione promossa dai giovani.

Quando figure come Bernie Sanders o le nuove leve della sinistra progressista conquistano terreno nelle roccaforti elettorali, non si tratta di un’improvvisa “ammaliazione ideologica”, ma della risposta razionale a un sistema economico che non offre garanzie di futuro.

I giovani cercano spazi di collettività, beni comuni e servizi condivisi. Il concetto stesso di “esclusività” (pilastro del sogno americano novecentesco) è stato sostituito dal desiderio di inclusione e coesione sociale.

A questo si aggiunge un chiaro e netto rifiuto di essere arruolati, sia retoricamente che materialmente, in conflitti geostrategici ed editti di guerra perpetua che servono gli interessi dell’industria bellica e delle élite politiche, ma sottraggono risorse fondamentali alla sanità, all’istruzione e al welfare.

Aggiungo, per concludere, che mentre l’ala conservatrice si scaglia contro i “Democratic Socialists of America” accusandoli di voler statalizzare l’economia, persino l’amministrazione Trump e il governo federale usano strumenti di intervento pubblico, erogando sussidi e acquisendo quote azionarie di società private (come evidenziato dalle critiche liberali sui programmi del CHIPS Act).

Ovvero, il sistema stesso dimostra che il puro “libero mercato” è una finzione retorica: lo Stato interviene costantemente, ma troppo spesso lo fa per salvare mercati e grandi corporation, anziché garantire i diritti essenziali della popolazione.

Ciò che fanno fatica a capire i tanti Molinari è che la cultura della prestazione a tutti i costi e dell’accumulo illimitato di capitale appare oggi vuota e insostenibile, perché l’aspirazione non è più diventare milionari a scapito altrui, ma raggiungere una stabilità d’esistenza accessibile a tutti, dove il lavoro è uno strumento di vita e non una condanna all’esaurimento fisico e mentale.

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Da Qusra a Beit Sahour, assedio e spari sui palestinesi

Beit Sahour è un paese di circa 15mila abitanti attaccato a Betlemme, una delle principali città palestinesi a maggioranza cristiana della Cisgiordania occupata, punto di riferimento per la solidarietà internazionale in Palestina.

Nonostante si trovi all’interno dell’Area A, ossia sotto la gestione dell’Autorità nazionale palestinese, ieri gli attivisti si sono ritrovati sotto il fuoco dei coloni israeliani. I militari occuparono Ush al-Ghrab, la collina che domina Beit Sahour, dopo il 1967.

Quando, nel 2006, l’esercito abbandonò la base, la città palestinese provò a riprendersi quelle terre realizzando un parco e alcune strutture pubbliche e progettando un ospedale pediatrico. C’erano persino i permessi delle autorità di Tel Aviv, ma i coloni risposero con una campagna durata quasi vent’anni: incursioni, raduni, caravan e pressioni perché ogni progetto palestinese venisse fermato.

Alla fine del 2025 l’avamposto è diventato realtà. Sulla collina sono state installate case prefabbricate e, nel giro di poche settimane, in tempi record il governo ha «riconosciuto» la nuova colonia di Yatziv, che resta illegale secondo il diritto internazionale.

Tel Aviv ridisegna confini amministrativi, confisca terre e dichiara nuove zone militari chiuse: così abitazioni costruite con i risparmi di una vita si ritrovano da un giorno all’altro fuori dall’area in cui erano fino a poche ore prima, svuotate e sospese tra ordini di demolizione e ricorsi.

I proprietari possono solo guardarle da lontano, mentre tra loro e l’esercito avanzano i coloni, pronti a rubarle. È in queste aree, minacciate da nuovi espropri, che ieri hanno marciato i proprietari palestinesi insieme agli attivisti locali e israeliani.

«Oggi siamo andati in una casa occupata dai coloni terroristi – ha raccontato al manifesto Avner Wishnitzer, di Combattenti per la pace – Eravamo circa ottanta attivisti israeliani e palestinesi, volevamo riprendere la casa, pulirla e piantare alcuni alberi intorno. Mentre ci avvicinavamo, sono arrivati diversi coloni armati di fucili e almeno uno di loro ha sparato direttamente contro di noi. Abbiamo i video».

Il filmato girato dai pacifisti mostra il colono urlare: «Vi state mettendo contro le persone sbagliate. Qui ci saranno le nostre case, te lo dico io... già l’anno prossimo».

Venticinque minuti dopo è arrivato l’esercito: «Come accade di solito – ha continuato Wishnitzer – i militari hanno allontanato noi, non loro. I coloni hanno ripreso possesso della casa e ora la controllano».

La stessa scena si ripete quotidianamente nel villaggio di Qusra, nei pressi di Nablus, dove da quasi una settimana i coloni assediano diverse case palestinesi. Ieri i soldati hanno bloccato una marcia di attivisti internazionali che tentava di raggiungere le famiglie per portare loro acqua e cibo.

L’annunciata «operazione militare» di Tel Aviv per il momento si è limitata a smontare qualche tenda, puntualmente rimontata. Finora lo sdegno internazionale e le pressioni statunitensi non sono serviti a spezzare l’assedio. La Francia chiede l’arresto e il perseguimento penale dei coloni; gli Stati Uniti, riferiscono diverse testate israeliane, pretendono dal premier israeliano Netanyahu una condanna pubblica delle violenze a Qusra.

Ma la risposta del governo va nella direzione nettamente opposta. Ieri il ministro della difesa, Israel Katz, ha ordinato all’esercito di preparare un piano per cedere alla polizia israeliana l’intera gestione dell’ordine pubblico e dell’applicazione della legge nei confronti degli insediamenti e dei coloni.

Si tratta di una misura senza precedenti. Dopo aver consegnato al ministro delle finanze Bezalel Smotrich – lui stesso un colono – la gestione della pianificazione urbana dell’occupazione della Palestina, Israele sottrarrebbe un’altra competenza all’amministrazione militare per affidarla a un’istituzione civile.

Un ulteriore tassello dell’annessione di fatto, che tratta sempre più la Cisgiordania come territorio sottoposto alla giurisdizione interna di Israele e i coloni che occupano la Palestina come fossero cittadini risiedenti nei confini dello stato di Israele.

L’elemento forse ancora più allarmante è che a occuparsi dei coloni sarebbe la polizia posta sotto la responsabilità politica del suprematista ebraico Itamar Ben Gvir. Lo stesso ministro sostiene che «la violenza dei coloni non esiste»; si è vantato di aver posto fine alle «molestie» della polizia contro gli estremisti degli avamposti; ha preteso l’impunità per i coloni e ammesso di promuovere gli ufficiali disposti ad applicare la sua linea, fondata anche su una maggiore «comprensione» verso chi occupa la Cisgiordania.

Ben Gvir rivendica le torture e la fame imposte ai prigionieri politici palestinesi e dichiara pubblicamente che tutta la Palestina spetta a Israele per diritto divino.

Trasferire alla polizia – e soprattutto alla polizia di frontiera, nota per la sua brutalità – il controllo sui coloni significherebbe affidarne la sorveglianza a un corpo posto sotto la responsabilità politica dell’uomo che più di ogni altro li protegge, assolve e legittima.

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