Presentazione


Analisi, opinioni, fatti e (più di rado) arte da una prospettiva di classe.

09/09/2026

Il fragile patto di fiducia della cybersecurity

Il 3 aprile 2026, un utente registrato sotto il nome di Nightmare Eclipse pubblica sulla piattaforma GitHub – di proprietà di Microsoft – uno strumento chiamato BlueHammer: un archivio contenente il codice necessario a sfruttare una vulnerabilità di Defender, l’antivirus integrato in Microsoft Windows.

Il messaggio di accompagnamento alla pubblicazione di BlueHammer suona come un’accusa alla stessa azienda, che secondo l’autore “avrebbe saputo cosa sarebbe successo”. Nei giorni seguenti, sullo stesso account vengono pubblicate informazioni su due vulnerabilità zero-day che prendono ancora di mira lo stesso antivirus, battezzate RedSun e UnDefend. 

Tra il 10 e il 16 aprile 2026, i ricercatori di Huntress hanno osservato l’impiego delle tre vulnerabilità pubblicate da Nightmare Eclipse nel corso di un’intrusione ai danni di un’azienda. RedSun e UnDefend erano inoltre ancora zero-day, perché Microsoft non aveva ancora distribuito la relativa patch. Nessuno dei tre exploit sembra aver avuto successo durante l’attacco: la vicenda ha però riacceso i riflettori sul sistema che regola la pubblicazione delle vulnerabilità nel mondo della cybersecurity.

L'incubo zero-day

Scoprire una falla di sicurezza ancora sconosciuta rappresenta il Santo Graal dei cyber criminali. Uno zero-day può infatti consentire di colpire anche sistemi ben protetti, sfruttando una vulnerabilità per la quale non esiste ancora una correzione. 

Scovare uno zero-day non è però qualcosa alla portata di tutti. E i casi in cui i gruppi criminali sono riusciti a individuare indipendentemente vulnerabilità di questo tipo sono rarissimi. Nelle cronache, l’uso di strumenti di attacco che fanno leva su falle di sicurezza di questo tipo è stato storicamente associato a organizzazioni dotate di risorse notevoli – tra cui i cosiddetti gruppi APT (Advanced Persistent Threat) – e che spesso agiscono direttamente sotto il controllo statale.

Normalmente, le nuove vulnerabilità software vengono invece individuate da società di cybersecurity e ricercatori indipendenti, che passano al setaccio il codice dei software più diffusi secondo la logica di “trovare la falla prima che lo facciano i cattivi”. Le scoperte sono gestite in modo che la loro pubblicazione avvenga solo dopo che il problema è già stato segnalato allo sviluppatore, in modo che abbia il tempo di predisporre e distribuire l’aggiornamento che lo corregge e – possibilmente – che la maggior parte degli utenti abbia il tempo di installare l’update.

Il difficile concetto di “responsible disclosure”

Definire le modalità con cui vengono pubblicati i dettagli delle vulnerabilità individuate dai ricercatori non è semplice come potrebbe sembrare a prima vista. La prassi di segnalare prima la vulnerabilità allo sviluppatore del software e di attendere il rilascio di un aggiornamento prima di renderne pubblici i dettagli – la cosiddetta “responsible disclosure” – si basa infatti su convenzioni, più che su regole vincolanti: norme di buon senso pensate per evitare che una falla di sicurezza venga esposta prima che sia disponibile una correzione, com’è accaduto nel caso delle vulnerabilità pubblicate da Nightmare Eclipse.

Se ci si fermasse a questo, però, si correrebbe il rischio che le segnalazioni vengano semplicemente ignorate. Nel corso degli anni, nel settore della cybersecurity si è spesso citata la frase – ormai quasi un clichè e attribuito prevalentemente a Microsoft – “it’s not a bug, it’s a feature” (non è una falla, è una funzionalità), che molti ricercatori avrebbero incassato come risposta per sminuire l’impatto delle vulnerabilità individuate.

A complicare ulteriormente le cose c’è l’aspetto economico legato al sistema di segnalazione delle falle di sicurezza. I programmi di bug bounty implementati da tutte le maggiori aziende software prevedono, infatti, ricompense economiche per i ricercatori che segnalano un problema di sicurezza. Insomma: nella gestione del processo pesa anche il rischio che qualcuno possa ignorare la segnalazione per non sborsare il compenso dovuto.

Segnalazioni con la scadenza

Per evitare che l’inerzia (o la malafede) dello sviluppatore possa lasciare esposti i sistemi dei suoi utenti a una vulnerabilità, è stata introdotta una consuetudine basata sul concetto di scadenza. Ogni team che lavora sulla ricerca di vulnerabilità impone un termine (solitamente 30, 60 o 90 giorni) entro il quale la società deve rilasciare l’aggiornamento che corregge la vulnerabilità. Trascorso il termine, è considerato lecito pubblicare i dettagli del bug per consentire agli utilizzatori di implementare le misure di mitigazione più opportune. 

Tutto bene, quindi? Non proprio. Alcune vulnerabilità, infatti, non sono semplicissime da correggere e i casi in cui il mancato rispetto dei termini si è scontrato con una rigida intransigenza da parte di chi li ha segnalati non sono mancati. I più celebri attriti hanno interessato il team Google Project Zero, Microsoft e Apple. In almeno un paio di occasioni (i dettagli qui e qui), infatti, gli esperti di Google hanno rilasciato i dettagli su bug che non erano stati tempestivamente corretti.

Quando le regole saltano

Il caso di Nightmare Eclipse, che da qualche mese sta appassionando il ristretto settore dei commentatori della cybersecurity, si colloca al di fuori di quanto finora illustrato. Dopo le prime tre vulnerabilità, il fantomatico ricercatore di sicurezza ha infatti sparato a raffica una serie di ulteriori bug. Alla fine, l’elenco completo comprende: YellowKey, GreenPlasma, MiniPlasma, GreenPlanet, GreatXML, LegacyHive e ShieldBreak. In tutto, Nightmare Eclipse ha pubblicato i dettagli di ben dieci vulnerabilità che interessano diversi prodotti Microsoft.

Non solo: la scelta dei tempi di pubblicazione sembra essere stata accuratamente pianificata per rendere particolarmente difficile a Microsoft distribuire con puntualità gli aggiornamenti di sicurezza ai propri clienti. Per Windows, infatti, l’azienda di Satya Nadella concentra normalmente il rilascio degli aggiornamenti di sicurezza nel secondo martedì di ogni mese, il cosiddetto Patch Tuesday. Una modalità che consente di raggruppare le correzioni e che, soprattutto per le aziende, offre il vantaggio di poter pianificare gli aggiornamenti con un certo grado di prevedibilità.

Tra aprile e agosto, Nightmare Eclipse ha pubblicato le vulnerabilità con una tempistica apparentemente studiata per mettere Microsoft in difficoltà: almeno quattro sono state rese pubbliche il giorno stesso o immediatamente dopo il Patch Tuesday. In questo modo, se Microsoft avesse mantenuto la normale cadenza mensile degli aggiornamenti, i sistemi Windows sarebbero potuti rimanere esposti per quasi un mese. Un modus operandi diabolico, orientato a provocare il massimo disagio possibile e che, in alcuni casi, ha spinto Microsoft a distribuire correzioni al di fuori del normale ciclo mensile.

A contribuire a massimizzare il danno reputazionale subito dall’azienda, per la verità, ha contribuito anche la sorte. La pubblicazione di BlueHammer, la prima vulnerabilità di Windows Defender, è quasi coincisa con l’improvvida pubblicazione di un articolo sul sito ufficiale di Microsoft (poi apparentemente rimosso) che promuoveva il suo antivirus dicendo esplicitamente che per la maggior parte degli utenti “non serve un antivirus di terze parti”, pubblicizzandone quindi l’affidabilità proprio mentre finiva nel mirino di Nightmare Eclipse.

L’ingestibile vendetta dell’ex

Il vero problema nell’intera vicenda di Nigthmare Eclipse è che Microsoft si è scoperta estremamente vulnerabile nei confronti di quella che potrebbe essere stata soltanto la vendetta di un ex collaboratore che non ha gradito il trattamento che ha ricevuto da parte dell’azienda.

Una ricostruzione puntuale e verificabile di quanto sia accaduto precedentemente alle comunicazioni pubbliche è pressoché impossibile. Anche perché il protagonista della vicenda ha dimostrato più volte di essere piuttosto “ondivago”, inviando messaggi contraddittori sui suoi canali social. Le rivendicazioni più esplicite riguardano il fatto che Microsoft avrebbe cancellato il suo account sul Microsoft Security Response Center (MSRC), il portale che permette ai ricercatori di sottoporre le segnalazioni di nuove vulnerabilità e attiva i processi di bug bounty.  

Nel corso di una conversazione su Discord riportata da uno dei partecipanti, Nightmare Eclipse avrebbe affermato di essere addirittura un ex dipendente della filiale tedesca di Microsoft. Un’ipotesi che era già circolata nel settore, ma che l’azienda non ha mai confermato

Una certa familiarità con i processi di sicurezza adottati da Microsoft e l’evidente buona conoscenza dell’antivirus di Windows (la metà delle vulnerabilità pubblicate interessavano proprio Defender) sono indizi che confermerebbero questa pista. Tanto più che, in alcuni casi, Nightmare Eclipse ha dimostrato una discreta abilità nell’aggirare gli aggiornamenti messi a punto da Microsoft per mitigare le falle di sicurezza. Insomma, il ricercatore aderisce piuttosto bene al profilo di un “insider” che sta sfruttando tutte le sue conoscenze per massimizzare il danno.

Botta e risposta

Le reazioni di Microsoft non contribuiscono particolarmente a fare chiarezza sulla vicenda. Il 23 maggio ha sospeso l’account di Nightmare Eclipse su GitHub rimuovendo in seguito i contenuti. In un comunicato ufficiale del 27 maggio, l’azienda ha poi usato toni piuttosto duri, criticando senza mezzi termini il rilascio “non coordinato” delle vulnerabilità, pur senza minacciare direttamente azioni legali contro il ricercatore. 

Le contromisure adottate da Microsoft non hanno portato a grandi risultati. Nightmare Eclipse ha infatti prima aperto un repository autogestito per continuare la sua opera di pubblicazione e poi – a metà giugno, quando ormai la vicenda stava facendo parecchio rumore nell’ambiente – ha abbandonato il suo blog ufficiale su Blogspot, sostenendo che Google, proprietaria della piattaforma, avrebbe censurato ingiustamente i suoi contenuti e creandone uno nuovo sulla sua piattaforma personale.

Al di là delle speculazioni su come si sia arrivati a questa sorta di “duello rusticano” e a quali siano i reali retroscena di tutta la vicenda Nightmare Eclipse, quello che emerge è il quadro terribilmente fragile di un sistema pieno di contraddizioni. Il comportamento dell’ormai famigerato ricercatore di sicurezza, infatti, non viola direttamente nessuna legge. 

Il concetto di responsible disclosure è basato su consuetudini e le normative presenti negli Stati Uniti e in Europa, pur avendo progressivamente introdotto regole e procedure per la divulgazione coordinata delle vulnerabilità, non disciplinano in maniera puntuale tutti gli aspetti del rapporto tra ricercatori e aziende. Una parte importante del sistema continua quindi a fare riferimento alle “buone pratiche” sviluppatesi negli anni sulla base dei principi dell’hacking etico e a una visione un po’ romantica di una community che collabora per un bene comune superiore. 

Insomma: tutto il sistema si basa sostanzialmente su un rapporto fondato su fiducia, etica e correttezza di tutte le parti coinvolte. In un settore in cui si intrecciano giganteschi interessi economici, crescenti tensioni geopolitiche e la variabile impazzita rappresentata dall’impatto dell’intelligenza artificiale, gli scricchiolii sono sempre più evidenti.

P.S: Nel corso della stesura di questo articolo, sul repository di Nightmare Eclipse sono state rilasciate nuove vulnerabilità zero-day. L’elenco delle “vittime” comprende anche Nvidia, Kaspersky, Crowdstrike e Avast.

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La bandiera dell’antisemitismo e la sponda con Israele: perché il DDL non ci cambierà

di Fulvio Scaglione 

Oggi è il giorno della politica che se ne frega. Che se ne frega della gente e della realtà. Oggi, cioè, è il giorno in cui cominciano alla Camera i lavori sul “decreto di legge antisemitismo”, tecnicamente Disegno di legge n. 1004 (“Disposizioni per il contrasto all’antisemitismo e per l’adozione della definizione operativa di antisemitismo”), che partono alla Commissione Affari Costituzionali con il chiaro intento di ottenere una rapida approvazione come già fu al Senato, nel marzo scorso, con 105 voti a favore, 24 contrari e 21 astenuti. L’apertura della discussione (be’, discussione si fa per dire) coinciderà con la grande mobilitazione di 250 organizzazioni politiche e sociali che, a Roma e in altre 45 città, si faranno sentire per dire no a questo decreto. In piazza, tra gli altri, anche Laboratorio ebraico Antirazzista, Mai indifferenti e Tikkun, organizzazioni ebraiche che hanno preso posizione contro il genocidio dei palestinesi. E la Federazione Nazionale della Stampa Italiana. E molti dei 3 mila professori universitari e ricercatori che hanno risposto all’appello dei costituzionalisti Alessandra Algostino e Gaetano Azzariti e dicono anche loro no a una legge che prende l’antisemitismo e “lo banalizza e lo equipara all’espressione di opinioni critiche verso le politiche di occupazione dello Stato israeliano”.

Il DDL 1004, infatti, sventola la bandiera nobile e ineludibile dell’antisemitismo ma nella sostanza persegue due scopi ben diversi: da un lato, comprimere gli spazi di libera e critica espressione; dall’altro, promuovere una propaganda politica a senso unico a favore dello Stato di Israele. Su questo scopo sono confluite due diverse esigenze. La prima è quella dell’attuale maggioranza di Governo che, non diversamente da quanto accade in altri Paesi europei (si pensi alla Gran Bretagna o alla Germania, dove il ministro Boris Pistorius ha chiesto la messa fuorilegge dell’AfD), si prepara a una difficile sfida politica nel 2027 e cerca in ogni modo di conservare porzioni di elettorato moderato e di proteggerle da eventuali tentazioni (vedi Vannacci). Il tutto in un’Europa sbandata che, quando si tratta di Israele, ormai rinuncia persino a proteggere i propri cittadini (vedi Global Sumud Flotilla) anche di fronte a un bandito come il ministro Itamar Ben Gvir, mentre stringe accordi sempre più imbarazzanti con l’apparato sicuritario dello Stato ebraico.

La seconda è quella di molte delle più influenti associazioni ebraiche italiane che incessantemente lavorano per promuovere l’idea che ebraismo e Stato di Israele siano di fatto sinonimi e che, quindi, criticare lo Stato israeliano e le sue politiche (come peraltro si fa regolarmente con qualunque Stato), sia di fatto un’espressione di antisemitismo. Queste associazioni sono le uniche a essere state invitate al tavolo di lavoro organizzato dal Governo (più precisamente: Gruppo tecnico di lavoro per l’aggiornamento e l’attuazione della Strategia nazionale di lotta contro l’antisemitismo) a cui peraltro partecipava, in qualità di esperto, anche Paolo Mieli, strenuo negatore (anche contro il parere dell’Onu) di qualunque forma di genocidio a Gaza. Mai chiamati al tavolo, ovviamente, intellettuali ebrei “dissidenti” come Ariel Toaff, Anna Foa o Moni Ovadia.

La definizione dell’IHRA

Considerate queste due spinte, dunque, non è un caso che alla fine i promotori del decreto abbiano deciso di assumere la definizione di antisemitismo più consona a tali esigenze, ovvero quella dell’IHRA (International Holocaust Remembrance Alliance). L’IHRA, che ha la sede centrale a Berlino, è un’organizzazione relativamente recente, essendo stata fondata nel 1998. E ancor più recente, cioè del 2016, è la sua definizione di antisemitismo. Già a questo punto incontriamo una stranezza: si tratta, come precisarono gli estensori, di una “definizione operativa e non giuridicamente vincolante” e che tale è stata adottata da Paesi come Austria, Bulgaria, Canada, Francia, Germania, Israele, Lituania, Macedonia del Nord, Regno Unito, Stati Uniti e nel 2020 anche dall’Italia. Che però è l’unico Paese, insieme con la Romania che l’ha già fatto, a voler tramutare tale definizione “non operativa” in una norma di legge, cioè in qualcosa di operativo per 60 milioni di persone.

La definizione di antisemitismo dell’IHRA non ha nulla che non va. Eccola: “L’antisemitismo è una certa percezione degli ebrei che può essere espressa come odio per gli ebrei. Manifestazioni di antisemitismo verbali e fisiche sono dirette verso gli ebrei o i non ebrei e/o alle loro proprietà, verso istituzioni comunitarie ebraiche ed edifici utilizzati per il culto”.

Il problema è che poi l’organizzazione la traduce in una serie di esempi. Eccoli:

“Per orientare l’operato dell’IHRA le seguenti spiegazioni possono servire come esempi:

Le manifestazioni possono avere come obiettivo lo Stato di Israele perché concepito come una collettività ebraica. Tuttavia, le critiche verso Israele simili a quelle rivolte a qualsiasi altro Paese non possono essere considerate antisemite. L’antisemitismo spesso accusa gli ebrei di cospirare per danneggiare l’umanità, e se ne fa ricorso di frequente per dare la colpa agli ebrei quando “le cose non funzionano”. L’antisemitismo si esprime nel linguaggio scritto e parlato, con immagini e con azioni, usa sinistri stereotipi e fattezze caratteriali negative per descrivere gli ebrei.

Considerando il contesto generale, esempi contemporanei di antisemitismo nella vita pubblica, nei mezzi di comunicazione, nelle scuole, al posto di lavoro e nella sfera religiosa includono (ma non si limitano a):

Considerare gli ebrei collettivamente responsabili per le azioni dello Stato di Israele.

Incitare, sostenere o giustificare l’uccisione di ebrei o danni contro gli ebrei in nome di un’ideologia radicale o di una visione religiosa estremista.

Fare insinuazioni mendaci, disumanizzanti, demonizzanti o stereotipate degli ebrei come individui o del loro potere come collettività – per esempio, specialmente ma non esclusivamente, il mito del complotto ebraico mondiale o degli ebrei che controllano i mezzi di comunicazione, l’economia, il governo o altre istituzioni all’interno di una società.

Accusare gli ebrei come popolo responsabile di reali o immaginari crimini commessi da un singolo ebreo o un gruppo di ebrei, o persino da azioni compiute da non ebrei.

Negare il fatto, la portata, i meccanismi (per esempio le camere a gas) o l’intenzione del genocidio del popolo ebraico per mano della Germania Nazionalsocialista e dei suoi seguaci e complici durante la Seconda Guerra Mondiale (l’Olocausto).

Accusare gli ebrei come popolo o Israele come stato di essersi inventati l’Olocausto o di esagerarne i contenuti.

Accusare i cittadini ebrei di essere più fedeli a Israele o a presunte priorità degli ebrei nel mondo che agli interessi della loro nazione.

Negare agli ebrei il diritto dell’autodeterminazione, per esempio sostenendo che l’esistenza dello Stato di Israele è una espressione di razzismo.

Applicare due pesi e due misure nei confronti di Israele richiedendo un comportamento non atteso da o non richiesto a nessun altro Stato democratico.

Usare simboli e immagini associati all’antisemitismo classico (per esempio l’accusa del deicidio o della calunnia del sangue) per caratterizzare Israele o gli israeliani.

Fare paragoni tra la politica israeliana contemporanea e quella dei Nazisti”.

Il ruolo del professor Bauer

Uno dei maggiori ispiratori delle riflessioni dell’IHRA fu il professor Yehuda Bauer, scomparso nel 2024, grande studioso dell’Olocausto (in, per esempio, Rethinking the Holocaust), ebreo cecoslovacco fuggito ancora bambino da Praga alla Palestina. E si sente nei famosi esempi tutta l’urgenza di proteggere lo Stato di Israele, per cui Bauer aveva combattuto ancora ragazzino nel 1948 e in cui aveva per tutta la vita lavorato. Ma l’Israele di oggi non è quello in cui lui era cresciuto. Perché non dovrebbe essere possibile paragonare le stragi di Gaza a quelle efferate di altri regimi? Che senso ha il timore che a Israele vengano chieste cose che non si chiedono ad altri Stati democratici quando dal 2018, cioè dalla legge “Israele come Stato-nazione del popolo ebraico”, che di fatto caccia di casa il 21% di popolazione non ebraica di Israele, è la natura della democrazia israeliana a essere stata pervertita? E perché non si dovrebbe avere la possibilità di dire che, oggi almeno, le istituzioni di Israele sono pesantemente venate di razzismo, quando i ministri Itamar Ben Gvir e Bezalel Smotrich quasi ogni giorno ce lo confermano?

Quando il professor Bauer ispirava i lavori dell’IHRA, Israele già non era più quello dei suoi tempi. Figuriamoci oggi. Figuriamoci poi in queste ore, quando gli stessi media israeliani avanzano con molte ragioni l’ipotesi che le stragi dei terroristi di Hamas del 7 ottobre siano state “favorite” dalla trascuratezza o dalla compiacenza degli stessi apparati dello Stato ebraico.

Israele è cambiato ma lo scopo di questo DDL 1004 no. Mettere Israele al riparo da qualunque sanzioni, addirittura da qualunque critica, in primo luogo quelle aspre che giustamente non si negano nessuno Stato e a nessuna politica. Di più: sulla base di questo DDL dovrebbero svolgersi “azioni formative rivolte a docenti e attività didattiche rivolte agli studenti”, “attività di ricerca, seminari e incontri in collaborazione con istituzioni universitarie nazionali e internazionali” e “iniziative di formazione e aggiornamento rivolte alle Forze armate, alle Forze dell’ordine e al personale della carriera prefettizia e della magistratura”. Avete presente, con Israele che investe centinaia di milioni in propaganda, cercando persino di influenzare le risposte dell’Intelligenza artificiale?

La Dichiarazione di Gerusalemme

L’antisemitismo c’entra poco, forse nulla. E l’ha capito la Federazione Nazionale della Stampa Italia che, rifiutando di accettare il testo dell’IHRA, ha invece deciso di assumere come guida la Dichiarazione di Gerusalemme sull’antisemitismo, il testo firmato nel 2021 da decine di studiosi di chiara fama dell’ebraismo, ebrei e non. Gli autori, non a caso, nel prologo scrivono che la Dichiarazione è “una risposta alla Definizione IHRA”, da loro giudicata “poco chiara in alcuni punti chiave e largamente aperta a differenti interpretazioni”, notando altresì che essa “include 11 “esempi” di antisemitismo, 7 dei quali incentrati sullo Stato di Israele”, cosa che “pone una sproporzionata enfasi su un ambito specifico”.

E infatti la Dichiarazione è anche più dura della Definizione IHRA sul tema specifico dell’antisemitismo. Ma non ha paura di aggiungere che NON è antisemita “la critica, basata sull’evidenza, di Israele come Stato. Ciò include le sue istituzioni e i suoi principi fondanti. Include anche la sua politica e le sue pratiche, interne ed estere, come l’operato di Israele in Cisgiordania e Gaza, il ruolo che Israele gioca nella regione, o qualsiasi altro modo in cui, come Stato, influenza eventi nel mondo”. Che “Boicottaggio, disinvestimento e sanzioni sono forme comuni e nonviolente di protesta politica contro gli Stati. Nel caso di Israele non sono, in sé e per sé, antisemite”. Che “Il discorso politico non deve essere misurato, proporzionale, temperato o ragionevole per essere protetto dall’articolo 19 della Dichiarazione Universale dei Diritti Umani o dall’articolo 10 della Convenzione Europea dei Diritti dell’Uomo e da altri strumenti legali. La critica che alcuni possono vedere come eccessiva o controversa, o come espressione di un “doppio standard”, non è, in sé e per sé, antisemita”.

Una cosa buona sul DDL, però, possiamo dirla. Sono state eliminate le norme più liberticide, quelle contro le manifestazioni o sull’azione penale. Il Decreto passerà, questo, è sicuro. Come dicevamo, se ne fregano. Ma anche se loro se ne fregano di noi e della ragione, noi non dobbiamo cedere al nemico più insidioso: l’autocensura. È lì che ci vogliono. Ed è lì che rifiuteremo di andare.

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Volkswagen cede lo stabilimento di Osnabrück a Israele: Iron Dome e riarmo europeo a braccetto

A marzo scorso avevamo dato conto delle trattative in corso tra il colosso automobilistico Volkswagen e la israeliana Rafael Advanced Defense Systems, per la conversione dello stabilimento di Osnabrück alla produzione bellica. L’affare sembrava caduto nel silenzio, anche per una supposta opposizione del Qatar, ma sono state le stesse autorità tedesche a impegnarsi per superare gli ostacoli e integrare il complesso militare-industriale europeo con l’economia del genocidio.

È stata infatti annunciata la costituzione di un consorzio formato dalla compagnia d’investimento israeliana Aurelius Capital e dal Land tedesco della Bassa Sassonia, aprendo la strada alla transizione del sito. In base all’intesa siglata, l’istituto israeliano assumerà la quota di maggioranza della società che opererà a Osnabrück, mentre il Land, già secondo maggiore azionista del gruppo Volkswagen, manterrà una partecipazione di minoranza.

Dietro la Aurelius Capital ci sono nomi quali Michael Rogers, ex comandante del Cyber Command e già direttore dell’agenzia di spionaggio americana NSA, Amir Eshel, già generale e comandante dell’Aeronautica militare israeliana, e Udi Lavi, ex vicedirettore del Mossad. È insomma una compagnia profondamente integrata con gli apparati sionisti, fino agli USA.

Il rilancio industriale dell’impianto partirà da una partnership strategica con la israeliana Rafael Advanced Defense Systems. Il piano prevede la riconversione delle linee produttive per realizzare sistemi e componenti destinati alla difesa aerea di Germania ed Europa. Nello specifico, lo stabilimento si concentrerà sulla produzione di parti strutturali e motori per sistemi missilistici, inclusi i dispositivi di intercettazione Iron Dome, mentre le componenti esplosive saranno assemblate in strutture separate.

La chiusura della produzione di autovetture a Osnabrück era già stata programmata nel 2024 per l’estate del 2027. Da oggi, ufficialmente, verrà quindi progressivamente dismessa per lasciare spazio alle commesse militari, che vengono dunque spacciate come una boccata d’ossigeno per l’occupazione locale. Promesse funzionali a propagandare il riarmo, cercando di nascondere una nuova “guerra tra poveri”: Daniela Cavallo, presidente del consiglio di fabbrica, ha dichiarato che troveranno impiego solo 1.200 dei 1.800 dipendenti attuali.

Che l’operazione di Osnabrück non sia solo economica, ma primariamente politica, in funzione delle mire strategiche guerrafondaie europee, lo dimostra il fatto che a sbloccare la trattativa si stata in prima persona l’amministrazione della Bassa Sassonia. La Qatar Investment Authority (QIA), che detiene il 10% del capitale sociale di Volkswagen e il 17% dei diritti di voto, aveva bloccato l’intesa preliminare per la collaborazione tra la casa automobilistica tedesca e Rafael.

Per superare l’opposizione di Doha, il presidente del Land Olaf Lies, in quota dei “socialdemocratici” della SPD, è intervenuto con le istituzioni che governa nei negoziati, trovando una soluzione nello scorporo dello stabilimento dalla Volkswagen e il passaggio a una nuova società, di cui appunto Aurelius acquisisce la maggioranza e la Bassa Sassonia mantiene una quota significativa.

Lo stabilimento di Osnabrück dovrebbe diventare il primo tassello di un polo industriale votato alla difesa, a cui sembrano guardare con interesse altre aziende israeliane e anche il colosso tedesco Rheinmetall. L’automotive europeo è in grave crisi, a causa della mancanza di lungimiranza dell’imprenditoria del Vecchio Continente negli investimenti, della compressione della domanda domestica a favore della riduzione dei salari e dell’austerità, e dell’aumento dei costi energetici seguito alla dichiarazione di guerra de facto alla Russia.

Il riarmo viene promosso come viatico alla crisi industriale, ma al di là delle menzogne intorno a questa soluzione, l’idea di un polo della difesa è in realtà una scelta politica chiaramente improntata a lanciare una UE armata come attore che conta nella competizione globale. E il fatto che il primo passo venga mosso a braccetto con Israele è una scelta strategica, non aziendale: il riarmo europeo andrà di pari passo al sostegno allo stato sionista come stampella fondamentale degli interessi europei in Asia Occidentale.

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Bombe sulle petroliere e missili sulle basi Usa

Il prezzo del barile di petrolio, ieri, era arrivato a 99 dollari. Per spingerlo oltre i 100 gli Stati Uniti hanno deciso di attaccare cinque petroliere iraniane nei dintorni di Hormuz e nel Golfo Persico.

È difficile trovare un altro senso nel periodico stop & go dei bombardamenti Usa, cui segue con precisione svizzera una risposta di Teheran, che questa volta ha preso di mira la base statunitense di Azraq, in Giordania, e due cacciatorpediniere. L’agenzia di stampa Fars ha riferito anche di un attacco iraniano contro le basi di Muwaffaq Salti e Prince Hassan, sempre in Giordania.

Come parte integrante della risposta iraniana, diverse navi commerciali sono state fatte abbandonare dagli equipaggi mentre si muovevano “in ​​violazione” del controllo da parte di Teheran tentando di attraversare una “zona proibita e pericolosa” dello stretto, “istigate e supportate” dagli Stati Uniti.

Tutto questo prendere di mira petroliere ed altro, ormai, sta trasformando il mare da quelle parti in un disastro ambientale di proporzioni ciclopiche, visto che le immense chiazze oleose vanno alla deriva senza che nessuno possa provare a contenerle.

Da tempo la guerra Usa-Israele all’Iran ha perso un senso strategico chiaro e va avanti per inerzia, come tutti i conflitti che non si possono vincere ma che non si può ammettere di aver perso. Questi sussulti fatti di scambi di colpi non cambiano di un millimetro lo stato delle cose.

Lo testimonia, paradossalmente, un mega-piano militare israeliano trapelato nei giorni scorsi “grazie” al Jerusalem Post, secondo cui per “chiudere la partita con gli ayatollah” gli Stati Uniti dovrebbero in primo luogo “riconoscere l’indipendenza” delle aree abitate da etnie non persiane dell’Iran (curdi, azeri, ahwazi e baluchi).

Contemporaneamente “convincere la Cina” a non aiutare l’Iran “attraverso un accordo che garantirebbe a Pechino una parte del petrolio Iraniano, a smembramento avvenuto”.

Ma soprattutto condurre un’invasione di terra muovendo un mega-esercito tra i 750.000 e il milione e mezzo di uomini. Uno scenario da “sbarco in Normandia” che si scontra però con la realtà delle forze oggi a disposizione del Pentagono: appena 450mila soldati.

Niente paura, si suggerisce subito la soluzione: arruolare la differenza promettendo ai ragazzi dai 18 ai 34 anni la cancellazione del debito sugli studi, la carta di credito e il mutuo per la macchina, fino a un massimo di 100.000 dollari a testa. Il tutto finanziato dalle tasse sui cittadini americani.

Una mobilitazione generale in stile Seconda guerra mondiale, con slanci di fantasia finanziaria e costi spaventosi per un’economia già debilitata.

Il sito Axios, due giorni fa, dava notizia dei calcoli elaborati dalla Brown University secondo cui la guerra all'Iran è finora costata ai consumatori statunitensi 100 miliardi di dollari solo per i prezzi dell’energia più alti. E il conto sta aumentando di 1 milione circa ogni due minuti.

Quasi inutile far notare che la quantità di soldati ipotizzata dal Jerusalem Post andrebbe reclutata, addestrata, trasportata in zona di operazioni. E che, naturalmente, le perdite prevedibili in battaglia – quando si impiegano truppe per forza di cose “non professionali” – salgono esponenzialmente.

Il che risulta incompatibile con il rifiuto di massa, negli Stati Uniti, per questa guerra. Basti ricordare che già i soli 13 soldati rimasti uccisi sono apparsi “troppi”, costringendo Trump e l’idiota messo a capo del Pentagono a minimizzarne l’importanza.

I giornali cominciano peraltro a pubblicare le storie struggenti delle (poche) vedove e madri che non riescono neanche ad ottenere un risarcimento economico dignitoso perché la guerra all’Iran, non essendo stata votata dal Congresso per una “furbata” di Trump, non viene considerata dai contabili del Pentagono come una “guerra vera”.

Ma a quanto pare a Tel Aviv si ragiona in altro modo. In altri termini, cosa vuoi che sia chiedere agli Stati Uniti di fare per tuo conto una “guerra decisiva” con quei numeri? In fondo da una parte e dall’altra morirebbero solo goym (“gentili” o sub-umani, in quanto non ebrei), mentre Israele resterebbe di fatto alla finestra (partecipando semmai con un po’ di missili e bombardieri).

Il suprematismo razzista dei sionisti non concepisce limiti. Neanche quando la realtà – in questo caso la dimensione numerica dell’esercito Usa – glieli sbatte in faccia.

Ma intanto la guerra si trascina, il prezzo del greggio vola, la finanza ricalcola costi e benefici, e i redde rationem slittano a dopo le elezioni. Sia in Israele che negli Usa.

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Israele - Haaretz: “Netanyahu sapeva in anticipo del 7 ottobre”

Mancano meno di due mesi alle elezioni politiche in Israele (il prossimo 27 ottobre), e sulla campagna elettorale è esplosa una nuova inchiesta del quotidiano Haaretz che sta scuotendo la scena politica israeliana rimettendo nel mirino le responsabilità per il fallimento della sicurezza che ha portato all’attacco militare dei palestinesi contro Israele del 7 ottobre 2023.

Secondo la ricostruzione di Haaretz, Netanyahu sarebbe stato avvertito personalmente, circa dieci giorni prima dell’attacco, dal leader degli Emirati Arabi Uniti, Mohammed bin Zayed, di una “grande operazione” in preparazione da parte di Hamas.

L’inchiesta di Haaretz, si basa sulle informazioni contenute nel libro di due giornalisti, Shlomi Eldar e Ruth Yuval, che sarà pubblicato a breve, e che inquadra il 7 ottobre nei negoziati segreti che si sarebbero tenuti tra Israele e Hamas nel 2023. I colloqui, che miravano a una tregua e a uno scambio di prigionieri, si arenarono quando Netanyahu ritardò ripetutamente la convocazione della commissione ministeriale necessaria per approvare il rilascio di detenuti palestinesi.

I contatti per un possibile accordo sarebbero iniziati nel 2023. Un alto interlocutore di Fatah chiamato “Occhi di carbone” scambiava messaggi in ebraico con Ghazi Hamad, rappresentante di Sinwar, così da far sembrare che non ci fosse alcun contatto diretto tra Israele e Hamas, scrive Haaretz.

In realtà, le conversazioni focalizzate sull’allentamento del blocco su Gaza e sul miglioramento delle condizioni nella Striscia, erano “praticamente dirette”. Sia Hamad che Occhi di carbone si vedevano nella casa di un ex funzionario dell’Autorità Palestinese a Gaza, dove un funzionario dello Shin Bet israeliano chiamava per telefono.

Secondo quanto riportato nel libro e nell’inchiesta, all’inizio del settembre 2023, il leader di Hamas a Gaza, Yahya Sinwar, interruppe i contatti e fece pervenire un messaggio minaccioso: se i negoziati non fossero proseguiti, avrebbe scatenato un “terremoto” (in arabo zilzal) contro Israele.

Il messaggio fu trasmesso da un intermediario palestinese a un consigliere del presidente emiratino e, da lì, arrivò allo Shin Bet, i servizi di intelligence israeliani. All’inizio di settembre 2023 un alto funzionario dello Shin Bet ha riferito ad Haaretz che Sinwar “è scomparso dal nostro radar, è evaporato”.

Il capo dello Shin Bet, Ronen Bar, informò Netanyahu il 15 settembre e, due giorni dopo, il 17 settembre, convocò una riunione di sicurezza raccomandando un’azione militare decisiva contro Sinwar. Secondo le fonti di Haaretz, Netanyahu chiese un piano, ma la decisione fu rinviata e non fu preso alcun provvedimento significativo.

Il punto critico secondo Haaretz, va collocato nell’ultima settimana di settembre, quando il leader emiratino bin Zayed chiamò direttamente Netanyahu con una telefonata durata circa 45 minuti per metterlo in guardia. Bin Zayed avrebbe espresso preoccupazione per un’operazione di Hamas che avrebbe causato un elevato numero di vittime, destabilizzato la regione e messo a rischio gli Accordi di Abramo, il trattato di normalizzazione dei rapporti che Israele e pochissimi Paesi arabi – tra cui proprio gli Emirati Arabi Uniti – avevano firmato nel 2020.

Il rapporto afferma che il leader emiratino bin Zayed avrebbe condiviso il suo avvertimento anche con il direttore della CIA William J. Burns, affermando di aver cercato di convincere Netanyahu che “qualcosa lì sta per esplodere”.

La risposta di Netanyahu, stando a quanto riportato dai funzionari ad Haaretz, fu apparentemente calma. Egli avrebbe affermato che Israele aveva la situazione sotto controllo, che Hamas sembrava più concentrato sulla Cisgiordania e che Israele era pronto per qualsiasi scenario.

Il punto cruciale dell’accusa è che Netanyahu non avrebbe trasmesso alcuna informazione su questa importante conversazione né ai vertici militari né ai capi dei servizi di intelligence, e nemmeno durante le riunioni sulla sicurezza successive al 1° ottobre.

L’ufficio del Premier Netanyahu ha respinto con forza la ricostruzione di Haaretz, definendola “un’assoluta menzogna” e negando che il Premier abbia parlato con il leader emiratino o ricevuto un avvertimento da lui nel periodo precedente al 7 ottobre. Su questo anche gli Emirati Arabi Uniti non hanno commentato pubblicamente la vicenda.

Il Capo di Stato Maggiore Herzi Halevi e gli ex capi dello Shin Bet e del Mossad hanno confermato di non essere mai stati informati di un simile avvertimento.

Le rivelazioni di Haaretz, sebbene non verificate, hanno acceso un durissimo scontro politico a poche settimane dalle elezioni del 27 ottobre. I capi dell’opposizione, in una dichiarazione congiunta, hanno definito le rivelazioni “scioccanti” e hanno chiesto un’indagine immediata, sostenendo che “il pubblico ha il diritto di sapere cosa sapeva Netanyahu e quando lo sapeva”.

L’ex Premier Naftali Bennett ha dichiarato che Netanyahu “porta una responsabilità personale e diretta per il fallimento che ha portato alla morte di migliaia di israeliani”.

La pubblicazione dell’inchiesta di Haaretz, ha riacceso i riflettori sul più grave fallimento della sicurezza nella storia di Israele.

Le elezioni si svolgono già in un clima politico molto acceso, a quasi tre anni dall’attacco del 7 ottobre 2023, e sono viste come un vero e proprio referendum sulla gestione della guerra e della sicurezza da parte del governo guidato da Netanyahu. I sondaggi indicano che il blocco del Premier è in difficoltà, con il partito di opposizione Yashar, guidato dall’ex capo di stato maggiore Gadi Eisenkot, che risulta in vantaggio.

La ricostruzione di Haaretz e il libro di Eldar e Yuval cercano così di dare sistematicità ai sospetti che da tre anni circolano intorno all’ipotesi che il 7 ottobre “Netanyahu abbia lasciato fare” per poter poi avere il casus belli per scatenare il genocidio contro i palestinesi.

È una tesi che i giornalisti e scrittori israeliani oggi irrobustiscono con alcuni elementi in più, ma che continuiamo a prendere con le pinze, sia perché è decisamente molto funzionale allo scontro politico interno ad Israele, sia perché alimenta nuovamente quella mentalità secondo cui Israele sarebbe sempre invincibile e gli arabi incapaci di produrre azioni militari di rilievo.

E se queste azioni alla fine riescono nel loro obiettivo è solo perché “Israele glielo ha consentito”. Le possibili capacità organizzative dei palestinesi e i buchi che la routine apre anche nei sistemi di sicurezza più consolidati, non vengono mai presi in considerazione.

È una logica un po’ autoconsolatoria che non ci ha mai convinto, né in questa né in altri avvenimenti della storia.

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Riarmo europeo. Non tornano i conti

Lo scorso 3 settembre la Corte dei Conti europea ha pubblicato un rapporto destinato a far rumore. Si tratta del rapporto La politica di difesa dell’Ue sotto i riflettori che esamina gli sviluppi del settore della Difesa a partire dal 2019.

“L’obiettivo della presente analisi è fornire un aggiornamento sul panorama in materia di difesa dell’UE a partire dall’analisi del 2019 sulla difesa europea ed evidenziare i rischi, le sfide e le opportunità associati alle recenti iniziative dell’UE in questo settore” – scrive la ECA (Corte dei Conti europea) – “La Corte intende fornire ai portatori di interessi informazioni e disamine pertinenti sulla politica di difesa dell’UE e sui suoi sviluppi più recenti, in particolare per quanto concerne questioni significative relative alla gestione finanziaria, alla governance, alla trasparenza e all’obbligo di rendiconto”.

Scorrendo le pagine del rapporto, le ambizioni militariste della Commissione e dei governi europei ne escono piuttosto malmessi, anche sul piano della mera contabilità.

“Nonostante gli ambiziosi piani dell’UE e l’aumento della spesa, sarà difficile conseguire la prontezza alla Difesa entro il 2030, a causa dei notevoli vincoli esistenti”. La Corte dei Conti spiega infatti che il piano di riarmo da 800 miliardi di euro annunciato con enfasi lo scorso anno, potrebbe rivelarsi un enorme spreco di risorse pubbliche. Si parte da “un coordinamento insufficiente tra i vari flussi di finanziamento dell’UE, nonché tra i finanziamenti dell’UE e quelli nazionali”, fino ad arrivare a “strozzature in termini di materiali, componenti chiave o personale qualificato”.

Come noto, il piano Rearm EU – poi ribattezzato Readiness 2030 – impegna i paesi dell’Unione Europea a una spesa complessiva di 800 miliardi di euro da destinare alla Difesa. Come? Sia con l’aumento dell’indebitamento dei singoli stati, sia attraverso i prestiti a tassi agevolati, il famoso fondo SAFE a cui recentemente ha aderito anche l’Italia, con 8,9 miliardi già impegnati rispetto ai 14 a disposizione. 

Ma è proprio questo meccanismo che ha fatto scattare l’allarme della Corte dei Conti europea, secondo cui “il crescente ricorso alla spesa per la difesa finanziata tramite debito, ai prestiti garantiti dall’UE e all’attivazione delle clausole di flessibilità può compromettere la sostenibilità di bilancio rallentando la riduzione del debito pubblico”.

Non convince i giudici contabili europei il fatto che la Commissione europea ricorra sempre più spesso a prestiti garantiti dal bilancio dell’UE. È il caso del fondo per le spese militari SAFE, da 150 miliardi di euro, ma anche dell’ulteriore prestito da 90 miliardi di euro per l’Ucraina.

“Per tali prestiti – scrive la Corte dei Conti UE – la Commissione prende a sua volta in prestito i fondi necessari sui mercati dei capitali. La Corte ha ripetutamente avvertito che, in assenza di accantonamenti, qualsiasi perdita relativa ai prestiti dovrà essere coperta dal margine di bilancio dell’UE noto come ‘margine di manovra’. Ciò potrebbe comportare una richiesta di contributi aggiuntivi agli Stati membri”.

A 18 Paesi membri è stato concesso di poter derogare ai micidiali vincoli europei racchiusi nel Patto di stabilità, in nome del quale, in passato è stata invece taglieggiata la spesa sociale nei vari paesi o massacrata la Grecia.

Con il riarmo invece stanno suonando un’altra musica, e dopo anni di austerità, tagli, rigore di bilancio, l’UE prevede la prospettiva di un maggior debito, sia sul piano nazionale che europeo.

Infine, nel rapporto della Corte dei Conti europei c’è anche una bastonata sulla contraddizione tra ambizioni e fatti. I paesi europei, nonostante il piano di riarmo concordato, continuano a comprare troppi armamenti dagli Stati Uniti.

“Dall’inizio della guerra in Ucraina fino al giugno 2023, il 78% delle acquisizioni nel settore della difesa da parte degli Stati membri dell’UE proveniva da paesi esterni all’Unione: gli Stati Uniti da soli ne rappresentavano il 63%”. Una dipendenza aggravata da un fornitore quasi monopolistico, che ipoteca seriamente le ambizioni della Commissione sul “riarmo europeo”.

I conti non tornano, dicono dunque i giudici contabili europei. Ma se non tornano sul piano generale, tornano ancora meno sul piano delle inevitabili ricadute interne.

Un intenso piano di spesa militare, pur con le deroghe previste sul Patto di Stabilità, va ad incidere pesantemente ed inevitabilmente sugli altri capitoli della spesa pubblica, inclusa e soprattutto la spesa per i sistemi di welfare ai quali le classi dominanti vorrebbero sostituire il warfare. Niente assegni familiari ma carri armati, pensioni più basse in cambio di droni. Che pacchia!

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Milei rivendica le Malvinas e il loro petrolio, ma rischia la frattura con Israele

Il problema delle “internazionali nere” e delle alleanze tra nazionalisti è che alla fine devono fare i conti con le loro stesse regole, ovvero quelle del capitale, del massimo profitto e della competizione internazionale. È ciò che sembra tratteggiarsi all’orizzonte dello scontro per il petrolio delle isole Falkland (Malvinas per gli argentini) tra il governo di Javier Milei e una joint venture tra britannici e israeliani, con i primi certamente sotto maggiore pressione.

In un messaggio a reti unificate, affiancato dall’intero esecutivo, il presidente argentino ha formalizzato una pesante offensiva economica e legale contro il progetto “Sea Lion”: un giacimento scoperto nel 2010 e che si stima possa offrire fino a 1,7 miliardi di barili di greggio. Il consorzio per l’estrazione unisce l’israeliana Navitas Petroleum, con una quota del 65%, e la britannica Rockhopper Exploration, con il restante 35%.

Alla fine del 2025 i due gruppi hanno approvato un piano da oltre 2 miliardi di dollari per avviare la produzione nel 2028, con un ritmo iniziale di 50 mila barili al giorno. Il giacimento, però, è a circa 200 km dalle isole che Buenos Aires rivendica col nome Malvinas, e l’arcipelago e il petrolio si trovano dunque al centro di un dossier diplomatico delicato, dopo la guerra del 1982.

Il 3 settembre, il governo di Milei ha deciso di spingere al Congresso un disegno di legge per la difesa della sovranità nazionale e ha così optato per l’estensione delle sanzioni amministrative e penali a dirigenti, azionisti e fornitori delle imprese attive nel bacino. Lunedì 7 settembre il ministro degli Esteri Pablo Quirno ha annunciato la presentazione formale di denunce penali contro Navitas Petroleum, le sue sussidiarie, i partner operativi e i vertici aziendali per violazione della legislazione argentina.

Quirno ha cercato di spegnere i timori di una crisi diplomatica con Tel Aviv, affermando che il contenzioso non danneggia minimamente le relazioni bilaterali. Tuttavia, è evidente che un terreno di frizione significativo si è aperto con Sea Lion. Non solo in maniera diretta, ma anche perché tra gli stessi azionisti della britannica Rockhopper figurano fondi d’investimento israeliani (Noked Capital, Brosh Funds e ION Fund Management).

Ad aver dato forza alle rivendicazioni argentine c’è stato anche Donald Trump, che recentemente ha dichiarato che sarebbe disponibile a rivedere la tradizionale posizione di neutralità sull’arcipelago atlantico, lamentando il mancato aiuto di Londra nell’aggressione all’Iran e una certa titubanza negli impegni presi all’interno della NATO.

Il legame tra Washington e Buenos Aires viene inoltre rafforzato dal fatto che i due paesi stanno costruendo una base navale integrata a Ushuaia, nella Terra del Fuoco, che in prospettiva sarà utilissima agli States per proiettare la propria presenza nell’Atlantico meridionale e verso l’Antartide. I recenti provvedimenti di Milei prevedono l’accelerazione dei lavori.

Il capo di Stato argentino è uno dei leader più allineati a Israele e al genocida Benjamin Netanyahu, con cui ha sottoscritto intese bilaterali e i cosiddetti “Accordi di Isacco”. Forte delle aperture della Casa Bianca, probabilmente immagina di poter giocare una partita aggressiva con la Navitas Petroleum e, infine, far ricadere i costi maggiori sui partner britannici.

Lo stesso figlio di Netanyahu, Yair, aveva affermato in agosto che le Malvinas dovrebbero appartenere all’Argentina, perché il Regno Unito “è attualmente un paese ostile”. Parole che rimandano proprio alla guerra delle Falkland, durante la quale Israele vendette armi alla dittatura argentina come ritorsione contro l’opposizione di Londra all’invasione del Libano, ripartita dopo le operazioni del 1978 proprio negli ultimi giorni del conflitto per l’arcipelago atlantico.

Per ora non sono arrivati commenti ufficiali da parte di Tel Aviv, mentre la risposta del Regno Unito è stata netta e puntuale. Per Downing Street il referendum del 2013 che ha confermato in maniera schiacciante la volontà degli abitanti delle isole di rimanere sotto la corona è l’unica cosa che conta. Il ministro della Difesa Wes Streeting ha liquidato le uscite della Casa Rosada dicendo che “ci dicono più della politica interna in Argentina che delle isole Falkland”.

Il riferimento è al cambio di rotta scelto da Milei sul nodo delle Malvinas: all’inizio del suo mandato aveva auspicato una “relazione da adulti” con il Regno Unito. A tali diversi indirizzi sembra spingerlo il calo dei consensi e l’incalzante competizione della vicepresidente nazionalista Victoria Villarruel (con importanti agganci nelle forze armate) in vista delle presidenziali del 2027.

Un misto di interessi economici e politico-elettorali stanno muovendo Milei su un terreno scivoloso. Per quanto sia vero che sia Navitas sia Rockhopper sono già sotto sanzioni argentine, l’offensiva attuale potrebbe infastidire alcuni influenti esponenti israeliani, mettendo in difficoltà e imbarazzo anche Trump. Ad ogni modo, il segnale più evidente di questa vicenda è chiaro: la faglia tra Trump, compreso il suo establishment e alleati, e le potenze europee è sempre più profonda, insanabile.

Infine, e non è un dettaglio, proprio le ambizioni sulle Malvines e la sconfitta che ne derivò nello scontro militare con la Gran Bretagna nel 1982, innescarono la crisi e poi la fine della giunta militare argentina. Che questa crisi sia di buon auspicio anche per la dipartita di Milei.

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08/09/2026

L’Esegesi di Philip K. Dick. La Crociata contro la Fantascienza

di Paolo Prezzavento

Philip K. Dick, L’Esegesi, a cura di Jonathan Lethem e Pamela Jackson, tr. it. di Maurizio Nati, Oscar Mondadori, pp. 831, euro 35,00 stampa

Ci vuole un notevole grado di ottusità per affermare che Philip K. Dick non ne abbia azzeccata una in merito al mondo in cui viviamo. Tutto il contrario, anzi: lo sventurato scrittore italiano, Mauro Covacich, cui si deve questa improvvida affermazione  pubblicata su di un inserto letterario di ampia diffusione (“Contro la fantascienza”, su La lettura, supplemento culturale del Corriere della Sera n. 761, domenica 28 giugno 2026) – non si è ancora accorto che viviamo in un mondo compiutamente e perfettamente dickiano, un mondo dominato dalle macchine, dagli algoritmi, dall’Intelligenza Artificiale, un mondo in cui sta diventando sempre più difficile rispondere alla domanda fondamentale di Dick: “Che cosa è reale?” e “Che cosa è umano?”

Tale incauta affermazione, peraltro, viene smentita qualche pagina dopo, su quello stesso inserto letterario, da un articolo in cui si parla proprio di una delle tante profezie azzeccate da Philip K. Dick, cioè la possibilità di cancellare i ricordi nel cervello di una persona, o addirittura di impiantare falsi ricordi, facendo credere di aver compiuto azioni che non si sono mai compiute, di essere stati in posti dove non si è mai stati, ad esempio su Marte...

La riflessione “filosofica” di Philip K. Dick si sviluppa a partire dalle due domande fondamentali, “Che cosa è reale?” e “Che cosa è umano?”, e tale riflessione la ritroviamo lungo tutte le 8.000 pagine de L’Esegesi, ridotte a meno di mille nella nuova edizione Mondadori, una serie infinita di spunti e di ipotesi, un vero e proprio zibaldone di pensieri e un diario di bordo che Dick scriveva per lo più di notte e che raccoglie tutti i suoi dubbi, le possibili spiegazioni, a partire dai vari momenti epifanici che Dick ebbe nel febbraio-marzo del 1974, quando dopo un trattamento anestetico con il penthotal da parte del suo dentista, cominciò a vedere un raggio rosa che gli trasmetteva delle informazioni fondamentali per l’umanità.

L’attuale volume ripropone quasi tutta l’edizione Fanucci del 2016, con la traduzione di Maurizio Nati, di 1.300 pagine, che rappresentano un ottavo circa dell’Esegesi completa, ed è uno strumento indispensabile per comprendere il mondo di Philip K. Dick, anzi i mondi di Philip K. Dick, i cosiddetti “mondi che cadono a pezzi” descritti in tantissimi suoi racconti e romanzi, cioè tutti quei mondi che non reggono alla prova del tempo, che si logorano, che regrediscono mostrando la persistenza della loro esistenza passata, che si indirizzano costantemente verso l’entropia, la morte e la distruzione finale. Allo stesso modo, anche le varie teorie che Dick va affastellando in queste pagine si accumulano, si contraddicono e si sostengono a vicenda, secondo la logica del bricoleur, che di volta in volta utilizza ciò che gli può essere più utile.

Esiste un’altra Tradizione, una tradizione di testi che sono rimasti per millenni fuori dal Canone della religione ufficiale, che non sono stati considerati parola di Dio, e sono stati quindi relegati in sperduti monasteri, nascosti in grotte quasi inaccessibili e riscoperti per caso, subito dopo la fine della Seconda guerra mondiale. Stiamo parlando dei testi della biblioteca gnostica in lingua copta di Nag Hammadi, in Egitto, scoperta nel 1945, che contiene alcune versioni dei Vangeli apocrifi, oppure dei Rotoli della comunità degli Esseni di Qumran, alias I rotoli del Mar Morto, rinvenuti in Cisgiordania a partire dal 1947, che hanno rivelato nuovi frammenti della vita di Gesù – ovvero il Maestro di Giustizia – che non erano mai apparsi nei testi della Tradizione canonica comunemente accettata.

Difficile esagerare l’importanza che la scoperta di questi testi nascosti nel deserto ha avuto per la Cultura Occidentale tra gli anni Cinquanta e Settanta del Novecento, quando il loro ritrovamento riempì le pagine di tutti i giornali e di tutte le riviste del mondo, suscitando l’interesse di innumerevoli studiosi. Questi testi – in particolare quelli di Nag Hammadi – provocarono anche l’interesse di Carl Gustav Jung, il grande eretico della psicanalisi, che per decenni aveva cercato di contrapporre al lavoro di Freud una psicologia degli archetipi, una psicanalisi dell’inconscio collettivo e una vera e propria nuova visione del mondo basata sulla gnosi, sulla tradizione alchemica, sulla “sincronicità”, sull’entanglement della fisica quantistica, sul principio di acausalità, insomma tutto ciò che sfuggiva alla comprensione scientifica tradizionale.

Leggendo di queste straordinarie scoperte sulle riviste dell’epoca, il grande scrittore che era Philip K. Dick capì al volo che poteva appropriarsi di questa Altra Tradizione (“gli scrittori mediocri imitano, i grandi scrittori rubano”, diceva qualcuno), una tradizione alternativa di testi che contestano la versione ufficiale dei Vangeli, di testi che addirittura contestano la versione ufficiale della Creazione, come è riportata nella Genesi. Ecco dunque comparire sulla scena un nuovo genere di testi di “fantascienza” assolutamente originali, assolutamente inediti perché rifiutano completamente la realtà in cui viviamo tutti i giorni, anzi accusano la realtà di essere un semplice riflesso della realtà vera – come solo i grandi pensatori hanno saputo fare, da Platone a Paolo di Tarso –  e cercano di dimostrare che la realtà in cui viviamo è completamente falsa, che viviamo in una menzogna costruita ad arte per ingannarci. Questa nuova concezione della realtà non è affatto nuova ma è antica, anzi era già antica quando apparve verso il II secolo dopo Cristo, con lo gnosticimo, che alcuni audaci studiosi, filosofi e critici letterari del Novecento – Hans Jonas, Eric R. Dodds e Harold Bloom, tanto per citare i più grandi – hanno interpretato come una sorta di modernismo ante litteram.

In che senso lo gnosticismo è un modernismo? Nel senso che lo gnosticismo parte da un senso di tardività, dalla sensazione intollerabile di essere arrivati tardi, in un’epoca in cui tutto è già stato detto. Come si può reagire a questa sensazione opprimente di tardività? Con un pensiero radicalmente antagonista, un pensiero che rifiuta e annienta il tempo della Storia. Ecco perché lo gnosticismo può essere considerato una delle prime forme di modernismo: perché di fronte a una tradizione ormai canonica e consolidata di testi evangelici, che fissavano in via definitiva la storia della vita del Cristo, le parabole e i detti di Gesù, interviene con nuove rivelazioni esoteriche, destinate a pochi eletti. Dick riprende questa tradizione “altra” e la utilizza per innovare profondamente la fantascienza del suo tempo e per plasmare – grazie al suo pensiero antinomico – l’epoca in cui viviamo. Del resto già in questi antichi testi si affermava che la nostra vera essenza non fa parte di questo mondo, si affermava esplicitamente “Io non faccio parte di questo mondo della materia e del peccato, io vengo da un Altro Mondo”. Se non è fantascienza questa...

Gnostico – seguace della gnosi – è colui che, per una qualche parte di se stesso, si riconosce straniero al mondo. Ciò che della gnosi si può studiare sono alcune isole, sparse nei secoli, dove la visione gnostica (ri)emerge: La preghiera dei catari – il Pater Noster eretico che recita “noi non siamo nel Mondo né il Mondo è nostro” – si può ancora ascoltare in alcune minuscole chiesette in alcuni villaggi sparsi sui Monti Pirenei. Contro questa eresia Papa Innocenzo III scatenò la celebre Crociata degli Albigesi (1209 -1229), che provocò migliaia di morti e distrusse un’intera regione, il Languedoc. Oggigiorno non è più tempo di crociate, ma a quanto pare qualcuno è ancora pronto a partire lancia in resta in una nuova Crociata contro la fantascienza...

Neanche il massacro degli Albigesi è riuscito a cancellare dalla Storia questa concezione gnostica. La visione del mondo come Regno delle tenebre e del male, si è affermata per la prima volta nei primi secoli dell’era cristiana, in Occidente, in Egitto, nel Medio Oriente, in contatto e ai margini del cristianesimo, è riapparsa nella Francia meridionale nel tredicesimo secolo e ha continuato a scorrere sotterranea fino a riaffiorare dopo secoli di oblio a Nag Hammadi e... nella California degli anni Settanta.

Per l’individuo greco il tempo era concepito in modo ciclico, come una serie di eventi destinata a ripetersi. Il cristianesimo introduce invece una rottura nel tempo, l’irruzione del Divino nella Storia umana, l’incarnazione, la passione, la morte e risurrezione di Cristo, un momento nella Storia degli uomini verso cui convergono tutti gli avvenimenti precedenti, che ne rappresentano la prefigurazione, e dal quale si cominciano a contare gli anni verso un futuro che affonda le sue radici a partire da quel momento in attesa del momento in cui ci sarà la parousia, il secondo avvento del Messia, l’Apocalisse. Per lo Gnosticismo, invece, il tempo semplicemente non esiste: ovvero, il tempo in cui siamo imprigionati è una colossale truffa o menzogna, una prigione (una Black iron prison, una Oscura prigione di ferro, diceva Dick), una costruzione illusoria opera di un demiurgo maldestro o malvagio, la cui creazione si configura come una vera e propria catastrofe, una creazione-catastrofe che ha rappresentato la caduta nella materia e la cattura della luce divina nel mondo materiale. Lo gnostico aspira a sottrarsi completamente al mondo materiale, a riscattare le scintille di luce prigioniere nella materia, e a ritornare in quella dimensione di pura spiritualità, di pura luce, che è il pleroma. Ecco perché Dick arrivò a pensare che duemila anni di storia trascorsi tra la caduta del Tempio di Gerusalemme (70 d.C) e la caduta del Presidente degli Stati Uniti Richard Nixon, fossero nient’altro che una colossale interpolazione, un tempo illusorio, un inganno perpetrato ai danni dell’intera umanità.

Dunque L’Esegesi segna l’inizio della “svolta religiosa” di Dick, cioè quel percorso spirituale durante il quale Dick comincia a convincersi dì essere un prescelto, un predestinato, uno dei primi cristiani perseguitati, oppure l’inizio di una appropriazione di tematiche religiose da parte della fantascienza, un modo per rinnovare e arricchire questo genere letterario...

“Colui che troverà l’interpretazione di queste parole non gusterà la morte” è uno dei detti di Gesù più famosi contenuti nel Vangelo di Tommaso, scoperto a Nag Hammadi nel 1945 insieme ad altri 51 testi gnostici, un Vangelo apocrifo così importante da essere stato definito da alcuni studiosi come Il Quinto Vangelo. L’autore di questo Vangelo apocrifo sarebbe Tommaso l’Apostolo, anzi Didimo Giuda Tommaso, cioè Tommaso il Gemello di Cristo. Proprio Tommaso, colui che ha dubitato della Risurrezione, che ha dubitato che le piaghe di Cristo fossero vere, sarebbe colui che ha ricevuto all’orecchio e conservati i detti segreti di Gesù. “Queste sono le parole segrete che Gesù il Vivente ha detto e Didimo Giuda Tommaso ha messo per iscritto”. Tommaso è il Gemello di Cristo, colui che ha ricevuto i suoi discorsi, i suoi logia segreti. Allo stesso modo, Dick si identifica in alcune pagine de L’Esegesi con un misterioso proto-cristiano di nome Tommaso, e arrivò a concepire la sua sorella gemella Jane Charlotte Dick, morta poche settimane dopo la nascita, come la sua Gemella celeste, la sua Gemella di luce, la sua parte femminile con cui prima o poi si sarebbe ricongiunto, realizzando l’antica perfezione androgina della tradizione ermetica cui si fa riferimento anche ne Il Vangelo di Tommaso.

Come dimostra L’Esegesi di Philip K. Dick, la ricerca spirituale del proprio Gemello celeste dura l’intera esistenza, l’esegesi dura tutta la vita, l’interpretazione è un processo senza fine, la ricerca della nostra essenza compiuta, del ricongiungimento con la nostra parte femminile, è destinata a durare senza sosta. Alla sua morte, nel Marzo del 1982, dopo otto anni di riflessione incessante e a volte esasperante, PKD è diventato PKDR, cioè Philip K. Dick Rebis, secondo l’antica tradizione ermetica e alchemica: ha completato il suo percorso iniziatico, ha compiuto il rito gnostico della camera nuziale, ha realizzato il matrimonio alchemico e si è ricongiunto con la sua parte femminile.

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