Presentazione


Analisi, opinioni, fatti e (più di rado) arte da una prospettiva di classe.

29/06/2026

Sostituzioni prossime

di Roberto Fineschi

(Distopie apocalittiche in un soffocante inizio d’estate)

Chi ha dei figli adolescenti e post-adolescenti già nota la differenza. Se i secondi per preparare un’interrogazione o un esame prima leggevano dei libri (anche banalmente il manuale), i primi ormai i libri quasi neppure li aprono, ascoltano le lezioni online su youtube o chiedono all’intelligenza artificiale di fare dei riassunti e di leggerli.

Addirittura, affinché sia “meno noioso”, si può trasformare la lezione o il powerpoint o qualunque cosa sia, in un podcast dialogato che poi viene letto direttamente dalla macchina.

Se questo fa già preoccupare gente attempata come me, l’abisso è assai più profondo. Siccome la laurea (almeno in certe materie) è diventata un mero mercimonio acquistabile a prezzi ragionevoli online perché i contenuti appresi sono sostanzialmente indifferenti, nelle università fisiche che mantengono la parvenza della didattica, le conseguenze pratiche, soprattutto in triennale, sono:
1) che gli studenti vanno raramente a lezione (o non ci vanno affatto);
2) che si presentano all’esame non avendo studiato niente, o un minimo chissà come, mirando al 18. Se bocciati, dopo due volte in alcuni atenei possono chiedere che venga cambiata la commissione…

L’apparente furberia di queste procedure è appunto solo apparente, perché gli interessati sono già assai meno intelligenti dell’IA e qui sostituibili da essa senza difficoltà.

Veniamo al lato docenti: sempre più colleghi chiedono suggerimento all’IA su come preparare le lezioni, come innovare la didattica, ecc. Chiedono conferma di correzioni, argomentazioni, ecc. L’IA è veramente molto brava nel rispondere, al punto che, non appena riesca ad assumente delle fattezze presentabili in pubblico, li potrà tranquillamente sostituire. Anzi, siccome a lei si chiede costantemente e poi si esegue, nella parte progettuale la sostituzione sta già avvenendo.

Nemmeno questo tuttavia è l’aspetto più inquietante: invece che la sostituzione del discente e del docente, è il processo stesso che è diventato superfluo, non c’è più fattualmente bisogno del discente e del docente, quei processi sono di fatto già meccanizzati ed eseguibili da macchine e anche i compiti che il risultato di quell’apprendimento dovrebbe svolgere li può svolgere la macchina.

Il mondo delle macchine intelligenti è quello in cui non c’è più bisogno di schiavi (se i telai filassero da soli, se le cetre suonassero da sole, ecc.): tutto ciò è ormai realtà.

Ma la realtà è andata in verità ben oltre: non solo la poiesis, anche la praxis ormai è largamente coadiuvata dall’IA, se non sostituita (nella programmazione di guerre, politiche economiche, scelte di investimento, nella scrittura di libri, articoli, ecc.).

Marx diceva che il regno della libertà non è la semplice gestione razionale dei processi di riproduzione necessaria, ma la posizione e realizzazione di scopi liberi da quel vincolo.

L’umanità, grazie allo sviluppo del modo di produzione capitalistico, è giunta a quella soglia. In verità, è andata oltre, perché Marx lasciava alle macchine la poiesis, immaginando che agli individui liberati restasse la praxis. Invece l’IA si allarga alla praxis.

Pur utilizzando la grande macchina iperintelligente automatizzata non a fini di valorizzazione ma di riproduzione razionale (ovvero superato il capitalismo), sarà l’umanità in grado di gestire questa gigantesca libertà? O scomparirà lasciando il mondo alle cose oramai più intelligenti degli umani? O le contraddizione del capitalismo ci solleveranno dall’immaginare una risposta perché porteranno alla fine della vita sul Pianeta (almeno nelle sue forme intelligenti più avanzate)?

Leopardi diceva che non c’è alcun bisogno di dimostrare che la materia pensa, perché questa è una verità di fatto... Che i processi chimico-fisici che portano alla possibilità del pensiero e della coscienza si possano riprodurre su hardware diversi da quelli del corpo umano è davvero impossibile? E allora, che sia per autodistruzione o superamento, l’umanità è pronta a scomparire?

Il caldo soffocante fa fare brutti pensieri... quindi speriamo in una prossima, rapida diminuzione delle temperature.

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Allarme della Corte dei Conti: nella sanità manca personale, a rischio i servizi

La crisi del Servizio Sanitario Nazionale (SSN) non è solo una questione di fondi, ma anche un problema di personale. È, in altre parole, un problema di capacità di programmare l’impiego di quei fondi per strutturare adeguati servizi per la tutela della salute. È la Corte dei Conti a lanciare l’allarme: senza un investimento su medici, infermieri e professionisti sanitari, l’intero sistema pubblico rischia il collasso.

L’avvertimento è stato lanciato dalla Corte dei Conti, discutendo il Rendiconto generale dello Stato. Le osservazioni fatte dall’organo costituzionale sono, del resto, un risultato atteso, dato che lo smantellamento del SSN è stato un obiettivo centrale dei tagli alla spesa pubblica e delle privatizzazioni selvagge, così da trasformare un diritto in un terreno di profitto.

Per quanto la nostra sanità venga considerata ancora di qualità, la Corte mette in chiaro che “non bisogna più indugiare o lesinare risorse”, perché il diritto alla salute è “centrale per definire il parametro di civiltà di un paese”. Nell’abbrutimento ideologico e culturale del capitale occidentale in crisi non sorprende, dunque, che tale diritto subisca apertamente una guerra: le liste d’attesa rimarranno intasate, la fuga verso il settore privato diventerà un esodo inarrestabile e le nuove Case di comunità finanziate dal PNRR resteranno scatole vuote.

I dati sono complessi da leggere, e possono trarre in inganno. Nel 2025 la spesa sanitaria ha toccato i 141,54 miliardi di euro, registrando un aumento del 2,5% rispetto all’anno precedente. Tuttavia, la cifra resta al di sotto dei 144 miliardi stimati inizialmente dal Documento programmatico di finanza pubblica. Il che significa che c’è già stato un definanziamento.

Il rapporto tra spesa sanitaria e PIL è inchiodato al 6,3%, e le proiezioni fino al 2029 non mostrano inversioni di tendenza, assestandosi intorno al 6,4%. Per il triennio 2027-2029 è previsto un aumento nominale del PIL maggiore rispetto a quello della spesa sanitaria, senza considerare l’impatto dell’inflazione, che nei fatti riduce la spesa effettiva di questo settore.

Il problema, però, non è solo quanto si stanzia, ma la capacità di tradurre il denaro in servizi concreti. Nonostante le risorse destinate al Ministero della Salute siano salite a 3,24 miliardi di euro (+18,3% rispetto al 2024), la capacità di spendere effettivamente questi soldi è crollata. In termini assoluti, i pagamenti totali del Ministero sono diminuiti del 5%, passando dai 2,093 miliardi del 2024 a 1,988 miliardi del 2025.

Non sorprende se si pensa ai tagli agli organici con la scusa del risparmio, indebolendo la capacità effettiva dell’amministrazione pubblica, e se si pensa anche al modo in cui questi fondi pubblici sono stati reindirizzati in funzione della speculazione privata. È in questo divario tra fondi teorici e prestazioni erogate che si inserisce, inoltre, il dramma delle liste d’attesa.

Nel 2025, la Piattaforma nazionale connessa ha registrato oltre 57 milioni di prenotazioni (33,5 milioni di esami e 24 milioni di visite). Eppure, il Piano nazionale di governo delle liste d’attesa 2025-2027 è in ritardo e solo due Regioni trasmettono i dati in tempo reale, mentre le altre si affidano a invii mensili, rendendo impossibile individuare tempestivamente i colli di bottiglia. Un altro evidente fallimento della regionalizzazione, invece di una sanità pianificata a livello centrale.

Per la Corte dei Conti, l’unica vera terapia d’urto passa dal reclutamento del personale. La carenza cronica di organici ha infatti generato un effetto distorsivo ed economicamente doloroso: il boom dei medici e infermieri “a gettone” reclutati tramite appalti esterni, soprattutto nei pronto soccorso.

Si tratta di una pratica dai costi esorbitanti che non solo frammenta la continuità terapeutica delle cure, ma che porta al peggioramento della qualità delle prestazioni e aumenta i rischi di danno erariale. Restano inoltre insufficienti e fortemente disomogenei gli screening oncologici, drammaticamente al palo nel Meridione e nelle Isole.

Teoricamente, la legge di bilancio 2026 autorizza le aziende sanitarie regionali ad assumere personale a tempo indeterminato nel limite di 450 milioni di euro annui, in particolare per infermieri e personale tecnico. Ma se si pensa che, sulla base di dati nazionali, la Fondazione GIMBE ha calcolato 4,7 infermieri ogni mille abitanti nel nostro paese, quando la media OCSE è di 9,5, si capisce bene che questi fondi possono al massimo alleviare leggermente le mancanze costruite in anni di attacchi alla sanità pubblica.

La solita propaganda della classe dirigente, che continua a ignorare gli interessi della maggioranza della popolazione per garantire i profitti, e per pagare il riarmo. In questo caso, la massima cubana “medici e non bombe” appare adattissima anche al Belpaese.

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Gli squali che fingono di rappresentare il Libano

Non c’è nessun governo libanese ad aver firmato un “accordo quadro” con Israele, e di conseguenza non esiste nessun accordo, perché gli accordi si fanno almeno in due, trovando un compromesso tra posizioni conflittuali.

Le persone che hanno firmato questa richiesta di sottomissione non hanno alcun conflitto con Israele, e sono di fatto figure nominate dagli americani, che sempre dagli americani – i “finanziatori” quasi esclusivi delle Forze Armate Libanesi – prendono ordini. Ordini, non suggerimenti. Questa è ahimè la verità.

Nawaf Salam e Joseph Aoun, con i loro difetti e anche con i loro pregi (essenzialmente legati alla carriera che hanno fatto, soprattutto Salam come giudice), non rappresentano davvero nessuno in Libano, ed anche in questo fatto risiedono i rischi connessi alla strada che hanno imboccato. Quando dico nessuno dico che hanno meno rappresentanza del più piccolo partito cristiano. Cioè, voglio dire, un Frangieh avrebbe più consensi di Aoun.

I “negoziati” con Israele a Washington sono portati avanti dalla ambasciatrice Nada Hamadeh Mouawad – priva di qualsiasi agency e credibilità quando si tratta di rappresentare un paese multi confessionale e organizzato secondo il power sharing settario – ma nella sostanza di questo giochino volto a portare il Libano davvero sull’orlo della guerra civile e legittimare l’occupazione israeliana si occupano altre figure, oltre al governo americano e quello israeliano.

Una di queste è probabilmente Anton Sehnaoui, famoso banchiere e miliardario libanese, chairman del board del gruppo SGBL, nonché partner di Morgan Ortagus, la signora che per qualche mese è stata vice inviata speciale degli USA per il medioriente, e che proprio in quei mesi si fece fotografare mentre a Beirut stringeva la mano al presidente libanese Joseph Aoun, indossando una vistosa collana con la stella di David (regalo di Sehnaoui?).

Sehnaoui nel 2022 è stato accusato di riciclaggio di denaro, e soprattutto è abbastanza il segreto di pulcinella che – oltre ad essere un finanziatore del piccolo gruppo cristiano fondamentalista “Jnoud Al Rabb” (soldati di Dio), protagonista di varie azioni omofobe a Beirut – negli anni si sia enormemente arricchito grazie alle operazioni di ingegneria finanziaria dell’ex famigerato governatore della Banca centrale, Riad Salameh, uno dei principali o forse il principale obiettivo delle proteste antigovernative di qualche anno fa (accusato di corruzione e sotto sanzioni in Canada, Uk e Usa).

Sehnaoui è insomma uno di quei soggetti che si sono arricchiti letteralmente sulle spalle di una classe media che è scomparsa in pochissimi anni, e di una popolazione che è scivolata nella povertà mese dopo mese.

Non è però tutto: come partner e in compagnia di Morgan Ortagus, Sehnaoui lo scorso 14 aprile – a genocidio ormai ufficiale – ha partecipato a una cerimonia al Memoriale dell’Olocausto di Washington.

Non è dato sapere se volesse mantenere un profilo basso o meno ma la sua compagna, una volta preso il microfono, lo ha ringraziato per il suo “supporto al sionismo nonostante i rischi personali”, ricordando poi come Sehnaoui sia stato cresciuto dai suoi genitori secondo i “valori sionisti”. Non “ebraici” come Starmer, eh (che già li, se non sei ebreo, non si capisce bene): proprio sionisti.

E ci si sorprende dello storico atteggiamento paranoico di Hezbollah? Mi pare ci siano delle solide basi.

Sehnaoui d’altronde non ha mai fatto segreti di sostenere progetti Israelo-statunitensi, indossa la spilletta gialla degli ostaggi e ha varie volte dichiarato di essere appunto un “fiero sionista”. Anche quando il suo paese veniva bombardato da Tel Aviv – pure non lontano da dove è cresciuto da piccolo, cioè Baabda.

Questo “accordo quadro”, nella sostanza, introdurrebbe un “Gruppo trilaterale di coordinamento militare”, un teorico e parzialissimo ritiro israeliano (che non avverrà per nemmeno cento metri, a meno che la resistenza armata non aumenti) in cambio di un dispiegamento delle LAF (da decenni volutamente non equipaggiate per fare la guerra a nessuno) nelle zone dove opera Hezbollah, di cui l’Idf lamenta le azioni di resistenza armata sul proprio territorio, con Beirut che sembra correrle solertemente in aiuto.

Da un punto di vista diplomatico e anche degli sviluppi militari sul campo (che vedono le perdite israeliane in costante aumento, una leva che qualunque delegazione negoziale dovrebbe utilizzare) questa intesa sembra uno scherzo: il governo libanese non solo sembra ignorare cosa accade sul campo di battaglia tra invasori e resistenti, ma sembra preferire una lineare ed esplicita sottomissione al paese che gli sta radendo al suolo decine di villaggi, a una inclusione del Libano nei cessate il fuoco come conseguenza delle pressioni iraniane su Washington.

Follia. Patologia istituzionale.

Il punto è che da un punto di vista pratico con questo semi accordo non cambierebbe granché: nessuno nell’esercito vuole davvero scontrarsi con Hezbollah, imporgli questo o quest’altro. A partire dai soldati stessi, che per almeno un quarto sono sciiti, e magari hanno un cugino al fronte che attacca i carri armati israeliani.

Questo può valere finché Rudolph Haykal – al momento quasi la salvezza del Libano, nella sua capacità e volontà di mantenere un certo equilibrio e l’indisponibilità ad attaccare Hezbollah – rimane a capo delle Forze armate. Se, come si vocifera da mesi, lo indurranno a farsi da parte o lo solleveranno dal suo incarico, lo scenario che si aprirà sarà davvero ignoto. O meglio, rischia di essere un po’ familiare.

Ps – Personalmente attribuisco la scelta di firmare questo scempio epocale nel giorno dell’Ashura a una questione di pura sciatteria, più che alla volontà di fomentare ulteriormente divisioni.

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L’avanzata globale della repressione antisindacale

L’aumento di cinque punti percentuali delle violazioni alla libertà d’espressione e di riunione, di sei punti dei casi di aggressione violenta e di tre punti degli attacchi alle libertà civili, in particolare fermi ed arresti, contro lavoratori, lavoratrici e sindacalisti è quanto denuncia la Confederazione Sindacale Internazionale (CSI – ITUC) nel suo Indice Globale dei Diritti 2026.

Pubblicato per la prima volta nel 2014, il rapporto annuale della CSI analizza la situazione dei diritti sindacali e del lavoro in 151 nazioni. Tre sono le tendenze emerse nell’analisi dello scorso anno: la persecuzione di dirigenti sindacali, l’uso di sistemi di vigilanza per controllare il personale e tracciare le attività sindacali e la mancata consultazione dei rappresentanti dei lavoratori nei processi di riforma delle legislazioni sul lavoro.

Europa ed Americhe hanno registrato la loro peggiore media di punteggio per nazione dalla prima pubblicazione dell’Indice Globale dei Diritti. Nel caso delle Americhe è passata da 3,68 a 3,72 rispetto allo scorso anno, dove la categoria 5+ indica che i diritti non sono garantiti a causa della “distruzione dello stato di diritto”, 5 che i diritti non sono garantiti, 4 che ci sono violazioni sistematiche dei diritti, 3 che tali violazioni sono abituali, 2 che le violazioni sono ripetute e 1 che sono sporadiche.

Asia Occidentale e Africa Settentrionale si confermano in cima alla lista nera assoluta delle regioni con la peggiore media di punteggio per nazione (4,68), seguiti da Asia Orientale (4,08) e Africa (3,91). In netto deterioramento e prossima alla categoria di “violazione abituale dei diritti” l’Europa, con un punteggio di 2,80.

I dieci Paesi in cui lavoratori, lavoratrici e sindacalisti soffrono maggiormente la violazione dei propri diritti sono Argentina, Bielorussia, Ecuador, Egitto, eSwatini (Swaziland), Myanmar, Nigeria, Panama, Tunisia e Turchia. Il turbocapitalismo di Javier Milei e José Raúl Mulino fanno entrare per la prima volta l’Argentina e Panama nella lista nera. Osservati speciali per l’aumento delle violazioni rispetto all’anno precedente Filippine, Guinea-Bissau, Israele, Liberia, Moldavia, USA e Zimbabwe.

Le principali violazioni colpiscono il diritto di sciopero, che non viene garantito nell’87% delle nazioni osservate, il diritto alla negoziazione collettiva (80%), alla libertà di associazione e organizzazione (75%), all’accesso alla giustizia (72%). Per quanto riguarda la libertà d’espressione e di assemblea, il rapporto evidenzia chiare violazioni nella metà delle nazioni, un dato che è raddoppiato nell’ultimo anno, mentre nel 32% di esse sono state segnalate aggressioni e atti di violenza contro lavoratori organizzati, includendo l’omicidio in almeno quattro Paesi, tra cui Colombia e Messico. Fermi e arresti di lavoratori, lavoratrici e sindacalisti vengono denunciati nelle metà (75) delle nazioni osservate. 

In generale, la condotta antisindacale e repressiva e le inadempienze e violazioni delle leggi che regolano il lavoro sono cresciute globalmente rispetto all’anno precedente, con particolare intensità nei Paesi in cui governano forze politiche ultraconservatrici e autoritarie, che promuovono modelli basati sulla radicalizzazione delle dottrine di libero mercato, con relativa riduzione dello Stato, deregolamentazione e precarizzazione del mercato del lavoro, aumento dell’esternalizzazione (outsourcing), smantellamento delle tutele e il progressivo calo di rappresentanza e potere contrattuale delle organizzazioni dei lavoratori. Tutti fenomeni che favoriscono la precarietà, l’informalità e lo sfruttamento della manodopera, specialmente quella migrante, ridotta in condizioni di semischiavitù. Segnalata anche la complicità con la criminalità organizzata e la politica corrotta.  

“C’è un’avanzata preoccupante delle destre sia in America Latina che nel mondo e ciò implica un inasprimento del modello neoliberista, con una maggiore privatizzazione dei servizi pubblici ed esternalizzazione del lavoro, licenziamenti di massa, precarizzazione e flessibilizzazione dei posti di lavoro, che conducono inevitabilmente a una limitazione crescente dell’agire sindacale”, spiega a Pagine Esteri, Fernando Espinales, presidente dello storico sindacato honduregno Stibys.

Nel mirino in questi giorni in Honduras c’è il servizio elettrico nazionale, che il governo ultraconservatore del pupillo di Trump, Nasry Asfura, sta cercando di privatizzare dividendo in tre parti l’azienda pubblica ENEE. Una manovra che segue l’approvazione di una legge che introduce e regola il “lavoro a tempo parziale”, una riedizione peggiorata della famigerata legge sull’impiego a ore, abrogata nel 2022 sotto l’impulso del governo di Xiomara Castro.

“Soprattutto nel settore pubblico hanno già licenziato migliaia di persone e decapitato i vertici dei principali sindacati, mentre la promozione di terziarizzazione, appalti e subappalti nel settore privato ha l’obiettivo di distruggere o indebolire il più possibile qualsiasi forma di rappresentanza dei lavoratori”, avverte Espinales.  

Nelle Americhe, oltre ai già citati casi di Argentina, Ecuador e Panama, troviamo anche Colombia, Guatemala e Honduras tra le nazioni in cui i diritti non sono garantiti, mentre Costa Rica, El Salvador, Perù e Stati Uniti d’America si posizionano solo un gradino più in basso, tra quelle in cui la violazione dei diritti è sistematica.

In Argentina, che nell’Indice Globale dei Diritti della CSI crolla dalla categoria 3 alla 5 in soli due anni, la riforma del lavoro promossa contro venti e maree da Javier Milei ha vulnerato pesantemente i diritti individuali e collettivi di lavoratori e lavoratrici, ma anche di pensionati e studenti. Estensione della giornata lavorativa e dei periodi di prova, facilitazione dei licenziamenti, limitazioni nel pagamento degli straordinari, dei diritti di fine rapporto e del diritto di sciopero, con la conseguente diminuzione del potere contrattuale dei sindacati. La protesta nelle piazze contro le riforme e la crisi economica e sociale è stata più volte repressa con decine di feriti e centinaia di arresti. “Dal su arrivo alla presidenza nel 2023, il presidente Milei, di estrema destra, si è messo alla testa di un programma radicalmente antisindacale, minando i diritti fondamentali dei lavoratori, le libertà civili e l’attività sindacale”, segnala il documento.

A Panama le proteste contro la legge 462, imposta dal presidente Mulino e che eleva l’età pensionabile, privatizza servizi essenziali e trasferisce fondi statali alle banche private, sono state sistematicamente represse ed è stato dichiarato lo stato d’emergenza in alcune regioni. Parallelamente sono iniziate una serie di rappresaglie contro il movimento sindacale e i lavoratori pubblici, specialmente del settore educativo, che protestavano anche contro il rilancio dell’attività estrattiva e il protocollo firmato tra Panama e Stati Uniti per favorire una maggiore presenza militare nordamericana nel Paese. Un’ondata di licenziamenti ha investito il personale docente. 

Più di 5 mila lavoratori delle piantagioni di banane della brasiliana Chiquita Brands (Cutrale-Safra), in maggioranza appartenenti all’etnia Ngäbe-Buglé, sono stati licenziati in tronco per avere partecipato a uno sciopero nella zona di Bocas del Toro. I principali dirigenti del sindacato bananero Sitraibana sono stati arrestati. Anche lo storico e combattivo sindacato della costruzione Suntracs ha subito una persecuzione feroce. I suoi dirigenti sono stati prima accusati di riciclaggio di denaro e poi colpiti da mandato di cattura, obbligandoli all’esilio. Al sindacato sono stati bloccati i conti correnti bancari e limitato l’accesso ai depositi delle quote sindacali e sono fioccate minacce di scioglimento forzato. Più di 700 tesserati sono stati arrestati o multati e più di 80 sono ancora in carcere. 

“Fin dall’inizio, Mulino ha detto chiaramente che avrebbe governato per favorire l’impresa privata ed è quello che sta facendo. I sindacati e le organizzazioni sociali sono invece ostacoli e nemici da combattere e annientare. Infatti ha represso le proteste e perseguitato organizzazioni e dirigenti con carcere e licenziamenti”, spiega a Pagine Esteri, Ismael Marín, dirigente sindacale del settore bevande (Sticp-Fuclat).

È così tanto il potere concesso agli imprenditori, assicura Marín, che si sentono in diritto di decidere se rispettare o meno i contratti collettivi e individuali, la legislazione sul lavoro, le convenzioni che Panama ha firmato a livello internazionale.

“L’unico modo per sopravvivere a questo miserabile governo, diretto dall’oligarchia con il consenso di Washington, e alla sua condotta antisindacale, è non abbassando la testa”.

Non diversa la situazione in Ecuador dove l’ultra liberista Daniel Noboa, membro di una delle famiglie più ricche e potenti del Paese, ha promosso una riforma del Codice del lavoro che flessibilizza le condizioni e i contratti, precarizza il mercato, prolunga l’orario di lavoro, impone nuovi requisiti per la registrazione dei dirigenti e l’iscrizione delle organizzazioni sindacali, modifica i requisiti per la firma e i rinnovi contrattuali e attiva meccanismi per una loro “revisione d’ufficio”.

Il rapporto della CSI segnala inoltre la promulgazione di una legge che consente la sorveglianza senza mandato, nonché l’intercettazione delle comunicazioni e la raccolta di dati privati, tipificando “le minacce” in modo sufficientemente ampio da criminalizzare le proteste sociali e l’attività sindacale. La nuova legge impone inoltre alle più di 13 mila organizzazioni sociali, tra cui i sindacati, di divulgare informazioni personali sui propri membri, pena lo scioglimento.

“Stiamo assistendo a un’erosione globale dei principi democratici, finanziata dai ricchi e portata avanti da leader politici autoritari e di estrema destra. Praticamente un colpo di stato dei multimilionari contro la democrazia. Le rivendicazioni dei lavoratori e delle lavoratrici, che dovrebbero costituire la base della democrazia, sono zittite e si constata una maggiore concentrazione di ricchezza e di potere in mano a un pugno di persone”, sintetizza il rapporto della CSI.  

Per l’organizzazione sindacale internazionale “le libertà e i diritti da cui le persone dipendono per mantenere standard di vita dignitose e condizioni di lavoro eque, sono sotto attacco da parte di una piccola minoranza focalizzata sull’accumulo di ricchezza e potere. Numerosi miliardari in tutto il mondo stanno colludendo con leader politici, spesso di destra o di estrema destra, per consolidare il potere e eliminare diritti”

Nel mirino ci sono i sindacati in quanto i lavoratori e le lavoratrici che rappresentano sono la base dei sistemi democratici e ciò che stanno difendendo sono i pilastri fondamentali della democrazia, della prosperità e della libertà. “Le tattiche variano, ma lo scopo di chi tira le fila è lo stesso: consolidare il potere e mettere a tacere la voce dei lavoratori. In questo senso – conclude la CSI – la solidarietà diventa l’unico modo che può guidare i lavoratori a superare questo colpo di stato contro la democrazia per garantire un futuro benefico a tutti e non solo per pochi potenti”.

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Il Burkina Faso rompe le relazioni diplomatiche con la Francia

Il governo militare del Burkina Faso ha annunciato la rottura immediata e totale delle relazioni diplomatiche con la Francia. La proclamazione è giunta il 26 giugno, attraverso un comunicato ufficiale letto in televisione dal portavoce dalle autorità di Ouagadougou.

Da tre anni, ovvero da quando è andato al potere il capitano Ibrahim Traoré, le relazioni tra i due paesi si sono complicati, in virtù della netta posizione anticoloniale burkinabè. La scelta dello scorso venerdì arriva con l’accusa verso Parigi di “un attivismo incessante contro gli interessi del Faso, di ambizioni neocoloniali e di sostegno attivo a reti sovversive e terroristiche”.

Il pensiero va immediatamente alle formazioni fondamentaliste e separatiste dell’area, che hanno avuto di recente un ruolo significativo negli scontri avvenuti anche in Mali, con cui il Burkina Faso è unito nell’Alleanza degli Stati del Sahel. La rottura dei rapporti con Parigi è un altro tassello del collasso del sistema della Françafrique.

Ovviamente, la Francia nega tutto e ha dichiarato infondate le accuse provenienti da Ouagadougou, mentre annuncia lo studio di “misure di reciprocità”, senza ulteriori specifiche ad ora. Ad ogni modo, la portata effettiva di questa nuova svolta nel Sahel diventerà chiara nelle prossime settimane.

Basti pensare al fatto che il governo burkinabè ha sottolineato che la rottura “riguarda esclusivamente il quadro istituzionale delle relazioni tra i due Stati a livello diplomatico” e “non mette in alcun modo in discussione i legami storici, umani, culturali e sociali” che uniscono i due popoli.

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28/06/2026

Le Monografie di Frusciante: David Mamet (Settembre 2023)

“Guerra necessaria, mito occidentale”

di Fabio Mini

A volte nella geopolitica, come in altri campi, ci sono cose che non si spiegano mentre avvengono e spesso anche dopo. Le guerre appartengono alla categoria delle cose che non si spiegano mai.

Prima che scoppino non si percepiscono o si rifiutano i segnali di preavviso, mentre si combattono la propaganda e la logica della guerra prevalgono sulla realtà e dopo prevale chi ha vinto o ha la propaganda migliore nello spaccio di prodotto narcotizzante che glorifichi il vincitore e demonizzi lo sconfitto.

Spesso, nelle guerre non vince nessuno o perdono tutti e allora alla storia si lasciano versioni diverse che invece di spiegare aumentano e prolungano all’infinito gli interrogativi. La domanda principale è sempre la stessa: perché? Anche la frustrazione è sempre la stessa: si poteva evitare?

Purtroppo nella maggior parte dei casi la frustrazione non è retorica: Sì, si poteva evitare. A prescindere dalle giustificazioni o dai pretesti, la guerra si può sempre evitare persino quando si deve reagire a un sopruso.

La Carta delle Nazioni Unite, redatta dai vincitori della Seconda guerra mondiale, dopo che si erano spartiti il bottino e le spoglie della guerra, indicava molte vie per evitare i conflitti. Eppure tutte le guerre successive sono avvenute perché si dovevano combattere le guerre, le ideologie, i tentativi di sopraffazione e persino quelli di concorrenza sleale.

Ogni guerra è stata ritenuta necessaria, obbligata, inevitabile, doverosa. E non c’è dovere più impellente di ciò che si vuole fare. Ogni guerra parte dalla volontà di farla. Se vuoi fare qualcosa la pianifichi, la prepari, crei o inventi i presupposti, i pretesti.

Oggi siamo in questo campo di volontà: l’Europa, la Nato, gli Stati Uniti, Israele vogliono fare la guerra e la stanno preparando sapendo contro chi e sapendo anche quali sono i rischi. Ma il campo del volere include anche ciò che non si conosce e allora non esistono piani e preparazioni, né si prevedono rischi e risultati. In questo caso si vogliono fare “esperimenti”.

Si parte da una teoria e si vede se è corretta, oppure si fa qualcosa e da qualsiasi risultato si ricava una teoria. Dalla fine della Guerra Fredda, le guerre sono nate dal do something, “facciamo qualcosa” e vediamo l’effetto che fa. La maggior parte delle guerre sono state combattute come parti integranti o conseguenze di esperimenti. Tutti falliti.

La Prima guerra mondiale ha sperimentato la forza degli imperi e gli imperi sono crollati. Nel primo dopoguerra si sono sperimentate le espansioni e le spartizioni coloniali. Fallite. La Seconda guerra mondiale ha voluto sperimentare la Teoria dello spazio vitale. Fallita. 

In Corea si volle sperimentare il contenimento dell’espansione comunista che non c’era.
Risultato: Corea divisa e metà lasciata al comunismo. Il Maoismo si consolida e si esporta. In Vietnam si volle sperimentare la Teoria del domino con l’idea che la caduta di un paese comunista avrebbe trascinato con sé i vicini. Fallita.

In Iraq si volle sperimentare il nation building imposto dall’esterno. Fallita. In Afghanistan, si sperimentò il cambio di regime e l’occidentalizzazione con la guerra. Fallita, dopo venti anni di occupazione militare.

In Ucraina nel 2014 gli americani hanno tentato l’esperimento del cambio di regime dall’interno.

È stato ottenuto, ma non può essere considerato un successo l’instaurazione di un regime nazista e russofobo che ha prodotto una guerra civile di repressione durata otto anni, fallita, e provocato altri quattro anni di guerra russa per un esperimento di restaurazione. Non ancora concluso.

In Iran si è sperimentata la deterrenza col solo impiego dei mezzi militari. Qualunque sia l’esito del conflitto in corso la forza smisurata degli Stati Uniti e Israele non ha dissuaso l’Iran dal colpire gli americani, le loro basi e i loro amici. L’esperimento è fallito.

Più in generale si può notare che è destinato al fallimento qualsiasi tentativo di controllare con la forza processi storici complessi senza saper valutare le proprie capacità e le conseguenze.

Questo non vale solo per le guerre. Vale per tutte le forzature politiche, sociali ed economiche che si appoggiano a esperimenti di supremazia.

Sono falliti gli esperimenti delle deportazioni di massa e degli spostamenti di popolazioni che avrebbero dovuto delineare confini più sicuri. Ci portiamo ancora dietro gli effetti boomerang di tali operazioni. Molti popoli di confine sono la prima linea delle guerre.

È fallito l’esperimento delle Nazioni Unite di poter gestire il mondo senza ricorrere alla guerra. È fallito l’esperimento di allargamento della Nato in funzione di una maggior deterrenza. La maggiore forza teorica ha causato la diminuzione della deterrenza e, peggio ancora, della credibilità dell’alleanza come organizzazione difensiva.

L’allargamento dell’unione europea è fallito nel suo esperimento di abbattere i confini con la libera circolazione delle persone e delle merci, o con la cooperazione internazionale. Oggi si erigono muri, si schierano campi minati e s’impongono sanzioni e dazi.

Ma più di ogni cosa è fallito l’esperimento Israele. Quello iniziato con l’assegnazione forzata di uno spazio a un popolo in eterna diaspora alle spese di un altro in eterna lotta contro le dominazioni.

A Gaza, in Cisgiordania, Libano e Siria è fallita la sua presunzione d’innocenza. Contro l’Iran è fallita la sua arroganza militare. Ha dovuto chiedere agli Stati Uniti di attaccarlo per primi e di garantire l’afflusso di armi e denaro per continuare a combatterlo.

È fallita la sua credibilità di Stato democratico e la pretesa di appartenere alla cultura occidentale, rivendicata dalla sua dirigenza e dai suoi sostenitori. E l’irrisione delle vittime del genocidio rappresenta un insulto a tutto l’occidente. E non solo.

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Trump minaccia nuovi dazi per la Digital Tax della UE

È passato un giorno dall’approvazione definitiva da parte del Consiglio dell’Unione Europea dell’accordo sui dazi tra Bruxelles e Washington dello scorso agosto, e con una sequenza ravvicinata di messaggi sul proprio canale social Truth, il presidente degli Stati Uniti è tornato a minacciare nuovi dazi.

Il 26 giugno, infatti, Donald Trump ha condotto un pesante affondo contro la Digital Tax della UE, l’imposta sui servizi digitali da tempo nel mirino dell’amministrazione statunitense. Il tycoon ha affermato di essere pronto a introdurre dazi del 100% su tutti i beni esportati verso gli USA, nel caso la misura dovesse colpire anche le aziende stelle-e-strisce.

Questa promessa di ulteriore escalation segue una linea già accennata nei primi mesi della seconda amministrazione Trump. Nel febbraio del 2025, il capo della Casa Bianca aveva definito le web tax applicate da Italia, Francia e Spagna come una vera e propria forma di “estorsione” ai danni delle Big Tech d’oltreoceano, a cui erano seguite anche indagini formali.

Nel caso nostrano, l’Italia possiede una normativa consolidata sui servizi digitali, che lo scorso anno ha garantito alle casse dello Stato un gettito significativo pari a 637 milioni di euro. Nell’aprile del 2025, a seguito di un bilaterale alla Casa Bianca tra Giorgia Meloni e Trump, Roma si era formalmente impegnata in quello che vari analisti hanno letto come una progressiva revisione o rimodulazione dell’imposta italiana pur di evitare frizioni con Washington.

A distanza di oltre un anno, modifiche non ce ne sono state, e inoltre l’idillio tra Roma e Washington è entrato in profonda crisi. E così Trump ha alzato il tiro verso tutta la UE. La replica della Commissione Europea si è adattata ai toni della guerra commerciale di The Donald. Un portavoce dell’organismo comunitario ha rivendicato fermamente l’autonomia regolatoria della UE, affermando che le imposte vengono applicate ugualmente a tutte le imprese, e dunque in maniera non discriminatoria verso quelle statunitensi.

A poter essere colpite da un provvedimento che è pensato per richiedere un contributo sui profitti anche quando i servizi vengono erogati senza un presenza fisica effettiva sul territorio sono tutte le Big Tech e le piattaforme (da quelle di streaming a quelle commerciali) che si sono ormai convertite al sostegno a Trump.

Bruxelles promette comunque di reagire in modo rapido e deciso, se la minaccia si trasformasse in realtà. E tuttavia non si può ignorare il fatto che tali dichiarazioni arrivano a ridosso di un altro accordo sui dazi che avrebbe dovuto stabilizzare la relazione transatlantica sul tema degli scambi.

L’accordo della scorsa estate è già di per sé largamente sbilanciato verso gli USA, con la riduzione o l’eliminazione dei dazi su una vasta gamma di merci industriali statunitensi, mentre gli States mantengono misure protezionistiche più ampie su settori considerati strategici come acciaio, automotive e alcune filiere tecnologiche.

Certo, la UE ha previsto alcune clausole di salvaguardia che permettono la sospensione dell’accordo in caso di violazioni o nuovi dazi da parte di Washington. Sarebbe proprio questo il caso, ma tutta la vicenda dimostra almeno due elementi di non poco conto: la UE continua a essere in balia del “padrone” statunitense, e riesce a costruire strumenti solo reattivi, e comunque in perdita. È anche questo il fardello di un’economia costruita sulle esportazioni.

Ma il nodo principale rimane uno e uno solo: le relazioni tra le due sponde dell’Atlantico sono tutt’altro che stabilizzate, anzi continuano a essere la rappresentazione plastica di una faglia della competizione globale che riguarda “l’alleanza” occidentale che ha determinato la storia mondiale negli ultimi 80 anni.

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