La sfida lanciata dai portuali con lo sciopero internazionale del 30 ottobre, comprensibile e condivisibile da chiunque, sta creando – insieme alle gigantesche mobilitazioni degli studenti in tutta Europa – delle condizioni nuove e decisamente interessanti per il conflitto sociale in diversi paesi, incluso il nostro.
In primo luogo, per la prima volta, le organizzazioni dei lavoratori si sono coordinate a livello prima regionale (il Mediterraneo) e poi internazionale (India, Stati Uniti, Nord Europa) per dare vita allo sciopero di una categoria strategica come i portuali.
L’ultima volta che i sindacati – in quel caso quelli “concertativi” – hanno provato a coordinare uno sciopero europeo, era il lontano 14 novembre 2012, nel pieno delle misure di austerity con cui la Ue stava massacrando socialmente i lavoratori dei paesi europei, in particolari quelli definiti “Pigs”.
Lo sciopero del 2012 era stato sollecitato dalle Comisiones Obreras spagnole e si svolse anche in Francia, Grecia, Italia, Portogallo, Cipro, Malta. Anche in quella occasione la famosa “classe operaia tedesca” e i suoi sindacati si sfilarono. La Cgil limitò lo sciopero a quattro ore, i sindacati di base lo convocarono per tutta la giornata. Scelte trasparenti già allora, comprese quelle totalmente sbagliate.
Al centro dell’agitazione dei portuali del prossimo 30 ottobre ci sono sia le condizioni lavorative (introduzione dell’automazione nei porti, sicurezza sul lavoro, privatizzazioni), sia questioni politiche generali, come il rifiuto di imbarcare e sbarcare armamenti destinati alle guerre in corso.
Il primo test era avvenuto a febbraio scorso in alcuni e importanti porti del Mediterraneo. Poi, con la riunione e la dichiarazione di Istanbul del 19 maggio, i sindacati dei portuali hanno rilanciato la mobilitazione e sono riusciti a far convergere quelli di altri paesi, e altri porti, sullo sciopero del 30 ottobre, fino a coinvolgere diversi scali dell’India e statunitensi. Prova provata che questo è uno dei comparti più “globalizzati” del capitalismo attuale, e tende perciò a reagire in modo simile ovunque.
La dimensione internazionale dello sciopero è indubbiamente uno dei suoi punti di forza e di novità ma non è l’unico.
I portuali, così come i lavoratori della logistica, infatti, oggi sono uno dei settori di classe operaia che hanno un “potere contrattuale”, visto che agiscono su un nervo strategico del capitalismo moderno “non delocalizzabile” come la circolazione delle merci.
In secondo luogo lo sciopero dei portuali – così come avvenuto in Italia con le mobilitazioni di settembre-ottobre dello scorso anno – ha la credibilità e la potenzialità di “contagiare” altri settori sociali. Una straordinaria anticipazione di questa potenzialità l’abbiamo vista già all’opera nelle manifestazioni di massa degli studenti che ieri, in tutto il paese, hanno rilanciato sia l’appuntamento dello sciopero generale del 30 ottobre che lo sciopero studentesco europeo del 20 novembre contro la leva militare e la guerra.
In Italia l’USB ha giustamente costruito, intorno alla mobilitazione dei portuali del 30 ottobre, uno sciopero generale importante e dirimente nei contenuti: salari, questione abitativa, carovita e le loro strettissime connessioni con l’economia di guerra e il rifiuto del riarmo. Una sintesi che lo slogan: “Abbassate le armi, alzate i salari” riassume perfettamente già da qualche anno, così come la parola d’ordine del “Blocchiamo tutto” ha corrisposto – e continua a farlo – ad un sentimento di indignazione diffuso ma soprattutto ad una coerente linea di condotta nel conflitto.
Se in Italia il 30 ottobre sarà sciopero generale, anche il sindacato dei portuali greci sta operando per estendere la mobilitazione ai lavoratori metallurgici, ai marittimi e alla scuola. Lo stesso avverrà in India, dove oltre ai portuali sciopereranno anche i lavoratori marittimi imbarcati – in condizioni quasi sempre insopportabili – sulle navi che trasportano ovunque le merci e che sono diventate obiettivi delle guerre in corso. 15 marittimi indiani sono già stati uccisi tra Golfo Persico e Mar Nero. Ma in quel paese pesa anche il governo reazionario di Modi, che ha tolto il diritto di voto a 130 milioni di persone e fa arrestare migliaia di attivisti comunisti e/o delle “caste inferiori” (gli “scarafaggi”).
Anche in Euskadi o in Francia i portuali hanno chiamato gli studenti e i movimenti sociali a “generalizzare” lo sciopero del 30 ottobre. Non è difficile immaginare che, viste le dimensioni delle mobilitazioni recenti, la risposta possa essere molto buona (anche se va ricordato che in Francia in quella data le scuole saranno chiuse per le vacanze d’autunno).
In terzo luogo, la giornata di lotta del 30 ottobre arriva in un contesto sociale e politico europeo ed italiano di grande conflitto e tensioni sociali.
Se in Francia e in Spagna questo è ben evidente, in Italia il governo appare seriamente preoccupato per la situazione sociale e quindi anche per lo sciopero generale.
La conferma implicita viene dalla convocazione a Roma per il 27 ottobre – tardiva per un verso, anticipatrice per un altro – sia degli operai dell’ex Ilva, sia delle associazioni degli autotrasportatori che stanno bloccando le strade del Meridione. Un aperto tentativo di “disinnescare” almeno alcune delle tensioni sociali oggi in campo alla vigilia del 30 ottobre.
Il governo ha poco o nulla da offrire sia ai lavoratori dell’ex Ilva che rischiano la chiusura della fabbrica e il licenziamento, sia ai trasportatori e agricoltori con l’acqua alla gola per il prezzo dei carburanti. Ma prova ad impedire in ogni modo che le proteste sociali si saldino oggettivamente – se non soggettivamente – tra loro.
Sullo sfondo di un clima di guerra che le classi dominanti europee stanno alimentando spudoratamente, emerge anche l’impossibilità dei governi di contenere, dispensando qualche briciola, un malessere sociale crescente e determinato dalle loro consapevoli scelte recenti. Basti pensare all’aumento dei costi energetici (causa guerra in Ucraina e guerra all’Iran) e, specularmente, all’aumento delle spese militari.
In questo contesto la giornata di lotta del 30 ottobre ha tutte le caratteristiche per diventare un passaggio decisivo del conflitto politico e sociale nel nostro come negli altri paesi. E stavolta con un livello di coordinamento più avanzato di quanto lo sia mai stato nei decenni precedenti.
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Presentazione
Analisi, opinioni, fatti e (più di rado) arte da una prospettiva di classe.
17/10/2026
L’Autunno è già caldo
I blocchi sulle strade del Sud. Quel che avanza è uno strano soldato...
Finalmente – dopo settimane di silenzio mediatico – iniziano ad affacciarsi nelle cronache dei media e attraverso la diffusione sui social le proteste dei trasportatori e delle varie attività correlate alla circolazione delle merci.
I recenti rincari dei carburanti, l’aumento dei pedaggi autostradali e il generale processo inflazionistico – che sta segnando l’attuale congiuntura economica – stanno iniziando ad incidere, non solo sui prezzi delle merci al dettaglio e sul conseguente aumento del costo delle tariffe elettriche, ma anche sulle categorie dei trasportatori e il loro ramificato indotto territoriale.
Specie al Sud dove gran parte della circolazione/distribuzione avviene “su gomma” e dove i percorsi medi quotidiani della logistica sono più lunghi a causa della particolare dislocazione delle varie “piattaforme” tale complicazione economica sta incidendo fortemente sui budget delle aziende di trasporto.
Aziende che non sono sempre “grandi gruppi” del settore ma – frequentemente – sono “soggetti a partita IVA” (i cosiddetti padroncini) i quali, pur in presenza di un notevole investimento economico, lavorano (con orari e tempi dilatati a dismisura) per raggiungere livelli reddituali non altissimi a causa del continuo aumento dei costi di gestione ed esercizio delle loro (micro) attività.
In questa condizione materiale e sociale – che spesso viene poco scandagliata dalle grandi rilevazioni statistiche o dai vari osservatori economici ed accademici – è maturato prima un diffuso mugugno e, poi, dall’inizio del mese di ottobre una disponibilità alla mobilitazione ed al conflitto.
Prima in Calabria, poi in Basilicata e Puglia fino alla Campania, ma alcune proteste, come quelle degli allevatori sono avvenute anche alle porte di Roma, in diversi giorni, senza nessun collegamento organizzativo, né tantomeno, politico/sindacale, si stanno moltiplicando gli episodi di blocchi stradali, blocco dei caselli autostradali e di rallentamento dei flussi di traffico.
La Puglia – al momento – è la regione che più sta avvertendo l’impatto con la diminuzione dei flussi di distribuzione delle merci (tra cui la benzina). Molti supermercati sono, da giorni, senza il rifornimento dei “prodotti freschi” e molti punti di vendita del carburante sono chiusi e, quelli aperti, registrano file chilometriche.
In questa regione la modalità dei blocchi stradali sta funzionando sia per la particolare morfologia geografica del territorio (praticamente due gradi direttrici Nord/Sud) ma anche a causa del contemporaneo blocco della raffineria ENI di Taranto portato avanti dagli operai dell’ex ILVA a seguito delle decisioni governative di volere chiudere lo stabilimento pugliese.
Le stesse Prefetture e le Questure stanno attuando un “comportamento discreto” limitandosi (come dimostra un video di un TV locale) a “consigliare moderazione” ai manifestanti.
Insomma – almeno fino ad ora – i terminali governativi degli apparati di sicurezza dello Stato si limitano ad osservare la fenomenologia limitandosi a fare “pressioni di gruppo e/o individuali” alla bisogna.
Solo nella giornata odierna – venerdì 15 ottobre – il Ministro dell’Agricoltura, Francesco Lollobrigida, il quale fino ad ora non è stato in grado di produrre un atto politico o un provvedimento legislativo che tranquillizzasse tali categorie sociali, ha “tuonato” contro la diffusione della pratica dei blocchi ricordando che queste manifestazioni sono da considerare reato penale.
Osservando la composizione di queste proteste il primo dato che salta agli occhi è l’evidente frammentarietà di sigle (nate su base territoriale), la loro immediata fregola a dichiararsi “apolitiche” (mentre dentro questi blocchi transitano esponenti locali di quasi tutti i partiti i quali, ovviamente, hanno a cuore il consenso locale), l’aperta ostilità verso i media colpevoli di oscurare le loro ragioni sociali e – ovviamente – l’abituale refrain del “tutti a Roma” come esigenza collettiva di farsi sentire sotto i Palazzi del potere.
Naturalmente esistono dei legami tra queste varie aggregazioni ma la loro dinamica deriva da rapporti personali e da “discussioni” avviate nei vari autogrill durante le lunghe giornate di lavoro oppure in città come Foggia, Cerignola, in località della Calabria, come Vibo Valentia, Catanzaro o in Campania nei comuni di Nola, Nocera e Battipaglia che sono sedi di Associazioni di Trasportatori.
Un altro dato, osservando ad esempio la dinamica che si sta concretizzando tra Calabria e Sicilia, è la presenza ai blocchi di altri cittadini, oltre le cerchie familiari, che solidarizzano con gli obiettivi delle proteste.
Di questi “comportamenti sociali” poco si apprende dai canali della comunicazione/deviante ma si possono estrapolare da frammenti di video, da qualche trafiletto su giornali locali o da testimonianze orali.
È evidente che esiste da parte degli apparati dominanti il timore di una possibile generalizzazione che potrebbe causare danni materiali di non poca rilevanza ad un sistema/paese che ha fondato la grande maggioranza della “movimentazione merci” alla modalità della strada per compiacere, nei decenni scorsi, i grandi marchi dell’automotive.
In questi giorni il ciclo di mobilitazione sembra assumere una dimensione crescente ma, oggettivamente, non siamo in grado di prevedere i tempi e le forme con cui si assesterà oppure se si articolerà ulteriormente nei territori e nel coinvolgimento di altre “categorie”.
Molto probabilmente il Governo – utilizzando una linea di condotta che sta sperimentando su diversi capitoli vertenziali – convocherà un ennesimo “tavolo negoziale e di confronto” in cui metterà in campo un mix tra qualche misera agevolazione fiscale e un pizzico di bonus assistenziali ma – in base all’attuale corso economico internazionale del mercato degli idrocarburi – non potrà intervenire, significativamente sul dato essenziale che prema sulle condizioni di vita e di lavoro di tali fasce sociali: il costo della benzina e del gasolio.
Le contraddizioni, dunque, sono destinate ad accumularsi, magari non all’immediato o in forma lineare, rendendo tale “materia sociale” suscettibile di nuove, quanto improvvise, esplosioni di lotta e di conflitto.
Le forme della ricomposizione possibile
Le proteste e i fatti che si stanno squadernando evidenziano come i fattori di crisi economica investono settori e segmenti del mercato del lavoro e della società che si percepivano “altro” dalla classica condizione del lavoratore subordinato. Da molto tempo ciò che viene definito “lavoro autonomo di seconda/terza generazione” – in Italia come altrove – vive un rallentamento della sua valorizzazione (che era stata veloce in una prima fase) nell’ambito dei dispositivi del mercato. Non da oggi prendiamo atto che persino lavori o aziende che avevano coltivato “sogni di gloria” iniziano ad avvertire i morsi delle crescenti difficoltà economiche.
Lo Sciopero Generale del 30 ottobre – la sua preparazione/costruzione – può essere uno snodo temporale, ma anche uno spazio di rappresentazione, per questi variegati soggetti sociali che iniziano ad “agitarsi”.
Una moderna confederalità sociale e una efficace intercategorialità hanno la “cultura politica” per dialogare con questi settori cominciando a sfidare sul versante della “consequenzialità” le varie “direzioni” di questi aggregati. A cominciare dal rispetto integrale – nell’ambito delle trattative – delle diverse piattaforme programmatiche e di lotta le quali sono le prime ad essere sacrificate sull’altare delle compatibilità con i desiderata del governo, di Confindustria, delle varie Associazioni Datoriali ma, soprattutto, dei grandi gruppi economici legati alle multinazionali del petrolio.
Un dialogo necessario per avviare quella ricomposizione tra settori spaiati della “classe lavoratrice” che il divenire della crisi e dei processi di ristrutturazione/riconversione frammenta sempre più con l’obiettivo di dividerla e contrapporla tra segmenti diversi al proprio interno fino a farla diventare una sorte di innocua “mucillagine sociale”.
I blocchi di queste settimane e l’avanzare dei sintomi, a scala globale, di un nuovo “inceppamento” dei meccanismi di governance della crisi, di parte capitalistica, costituiscono i presupposti per far raggruppare e crescere una nuova “potenza sociale” nelle strade, nelle piazze e nel paese.
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Una generazione in campo, contro il “pilota automatico”
In entrambi i casi le fumose “tensioni tra studenti e polizia” non sono riuscite stavolta a nascondere la portata della mobilitazione. E pure gli “incappucciati” che si muovono esattamente come i governi europei sperano, sono ormai con evidenza un corpo estraneo rispetto alla massa. Così estraneo che persino dei tranquilli sindaci con fascia tricolore, in Francia, sono riusciti nell’impresa di individuarli in strada come poliziotti en travestì.
Altra cosa è ovviamente la reazione alle cariche deliberate della polizia, come quella di ieri a Torino, che ha spinto subito docenti e genitori a formare – sull’esempio francese – un cordone protettivo degli studenti.
Il gioco del potere è insomma antico e chiaro. Se non ci sono episodi qualificabili come “scontri” (in realtà pestaggi polizieschi), non c’è stata manifestazione. Ma se ci sono stati “scontri” la manifestazione e le sue ragioni scompaiono. Il risultato è identico: chi protesta non conta nulla.
Poi la Storia si diverte a cambiare il gioco. E lo fa agendo sui numeri. Perché la quantità della gente in piazza fa anche la qualità (l’importanza politica e sociale) della protesta. Come dialettica comanda...
Quattrocentomila studenti in strada non si vedevano da un anno, e da decenni prima dello scorso ottobre, quando era stata Gaza la molla. Ora le ragioni sono di più ed egualmente forti, perché riguardano la vita, il presente e il futuro di intere generazioni.
Ed avviene in tutta Europa. Nella Spagna dove lo sfratto di un’anziana riassume in sé tutte le storture del capitalismo attuale (è avvenuto lo stesso a Firenze, pochi giorni fa). Nella Francia che, come spesso è accaduto, sa esprimere in modo radicale la necessità di un cambiamento generale. Nella Germania che vola verso un riarmo di proporzioni ciclopiche con i tempi giusti per consegnare una rinnovata macchina da guerra al partito erede del nazismo storico, l’AfD. E ancora in Gran Bretagna, in Albania, a macchia di leopardo un po’ ovunque.
Il capitalismo europeo si è giocato almeno una generazione senza neanche – per il momento – essere sceso direttamente in una guerra. Il sostegno all’Ucraina risucchia per il momento solo soldi, armi e qualche “consigliere militare”.
Non è avvenuto da un giorno all’altro, ma nell’arco di trenta anni all’insegna dell’“austerità” di bilancio. Anni in cui sono stati falciati i salari (in Italia molto più che altrove), tagliate le risorse a scuola, università, sanità e pensioni, che peraltro sono diventate spesso la principale fonte di sostegno alle famiglie di lavoratori che non riescono ad arrivare a fine mese. Figli studenti compresi, ovviamente.
Anni in cui la precarietà lavorativa, e dunque esistenziale, è stata imposta come la “nuova normalità” anche a prescindere dalla qualità delle mansioni lavorative. Così che perfino ai giovani con “competenze elevate” – oltre che a tutti gli altri – l’emigrazione appare come l’unica possibilità di sopravvivere. Per pochi più fortunati anche di “realizzarsi”, trovando un’occupazione corrispondente alle aspettative della formazione.
E questo riguarda la parte “privilegiata” di queste generazioni. L’altra, milioni di ragazzi, almeno due in Italia, è ridotta ormai a un acronimo – neet: senza reddito, senza occupazione, senza formazione – che viene poi “scoperta” quando si presenta come “gang giovanili”, “aggressioni per noia”, tossicodipendenze e micro-spaccio. Devianza, scarti umani...
Il calo demografico inarrestabile – siamo ormai ad un terzo delle nascite annuali rispetto agli anni del boom – chiude il cerchio.
Che società è quella che “produce” pochi giovani e quei pochi li condanna ad un’esistenza precaria, svalutata, dipendente? Che società è quella che cerca soluzioni alla sua crisi addirittura in una guerra che renderebbe queste generazioni una patina sottile spalmata sul nulla? In definitiva: dove pensa di andare, con queste premesse?
I giovani in piazza in tutta Europa dicono con parole semplici sia cose semplici – “vogliamo una scuola che non ci cada sulla testa, dove sia possibile studiare davvero, con un numero di insegnanti sufficienti, dove non veniamo divisi per colore della pelle o appartenenza etnico-linguistica”, ecc. – sia cose enormi (“no al riarmo, no alla guerra, no al genocidio in Palestina, no al razzismo e al suprematismo, non ci sono ‘popoli eletti’”).
Lo dicono con fantasia ricchissima, come avviene quando diventa necessario trovare nuove parole, immagini, rituali, anche per dire cose risapute e in fondo eterne (la pace, la giustizia sociale, l’eguaglianza non solo formale, ecc.).
Sarebbe facile concludere dicendo “è un nuovo ‘68”. E sarebbe da scemi.
Non lo è. È qualcosa di più grande, urgente, tragico.
Il ‘68 arrivò sull’onda del boom economico dovuto alla ricostruzione dell’Europa (e degli Stati Uniti) dopo la Seconda guerra mondiale. “Chiedeva l’impossibile” mettendo i piedi nel piatto di un sistema che produceva una ricchezza enorme, la concentrava in poche mani (ma più numerose di oggi), conduceva guerre contro popoli appena in grado di resistere (il Vietnam su tutti). Socialismo e comunismo apparivano allora risposte realizzabili in tempi anche rapidi, in “un mondo diviso in due” in cui l’altra metà del cielo viveva secondo altri criteri e partendo da condizioni sicuramente molto peggiori di quelle occidentali.
Il ‘68 fu affrontato col bastone e la carota. Repressione durissima, ma anche “riforme”. Quelle a costo zero dei diritti civili (divorzio, aborto, libertà sessuale peraltro già conquistata nelle pratiche spontanee di massa, ecc.), e quelle “costose” dei diritti sociali (aumenti salariali, diritti sindacali, edilizia popolare ad affitti calmieratissimi, sanità pubblica, acqua-luce-gas in mano pubblica e dunque a prezzo controllato, ecc.).
Conquiste pagate care e con corruzione individuale dei gruppi dirigenti, un classico evergreen.
Oggi la situazione è opposta.
La crisi economica dell’Occidente neoliberista si trascina da molti anni, decenni ormai. Le guerre esplodono da tutte le parti e non vedono più “l’America” trionfante. Il mondo extra-occidentale è cresciuto, ha acquisito forza economica, dunque anche politica e militare proprio in corrispondenza della contrazione avvenuta dalle nostre parti, dove il “non dare fastidio alle imprese” – un pilastro della politica governativa da 40 anni – ha prodotto la fuga delle multinazionali verso i paesi a salario inferiore, e l’“attirare i capitali” ha messo le città storiche in mano alla più sfrenata speculazione immobiliare, espellendo la popolazione autoctona e le sue culture secolari.
Oggi, insomma, la carota non c’è. Resta solo il bastone.
Ma con quello non si governa verso il futuro. Ci si blinda, certo. Si può far male, sicuro. Ma non si crea nulla. Puoi fare uno o più genocidi, puoi gingillarti con la “remigrazione” (negli Usa si contano ormai a milioni gli immigrati buttati fuori). Ma è come togliere dei posti a tavola perché c’è meno cibo. Ce ne sarà ancora meno, più avanti...
La logica del bastone non ha razionalità. Finisce per essere applicata anche a se stessi. Se il tuo unico strumento è un martello, tutto comincerà a somigliare ad un chiodo. Anche i tuoi piedi.
Questa generazione entra in gioco perché non può far altro, se vuole sopravvivere alla tempesta storica in cui è immersa. Lasciare il potere di decidere in mano a chi pensava di aver inventato un “pilota automatico”, e scopre solo adesso trattarsi di un “pilota col paraocchi” che non sa fare le curve, sarebbe un suicidio collettivo.
Ma bisogna anche sapere che quel potere non mollerà di propria iniziativa. E sono capaci di qualsiasi infamia.
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Brasile - Il ballottaggio sarà tra Lula e la Casa Bianca
Dopo un’elezione combattuta segnata da geopolitica e alto astensionismo, ci sarà un secondo turno in Brasile. Flavio Bolsonaro, figlio dell’ex presidente di estrema destra imprigionato a Brasilia per un fallito colpo di stato nel gennaio 2023, ha ottenuto il 47,06% dei voti contro il 45,13% di Luiz Inacio Lula da Silva, attuale presidente e storico leader del Partito dei Lavoratori (PT).
La decisione su chi occuperà il palazzo Planalto dal 5 gennaio 2027 è stata posticipata al 25 ottobre. In linea con l’ondata in corso nella regione, i risultati sono stati una dimostrazione di forza della destra in tutto il paese, quindi seguiranno tre settimane mozzafiato, in cui Lula, con i suoi 80 anni di vita, dovrà remare controcorrente. Un’impresa difficile, ma non impossibile.
Nei prossimi giorni i due candidati dovranno sedurre milioni di persone che non sono andate alle urne, non hanno annullato il loro voto o hanno votato a vuoto domenica scorsa.
Per Bolsonaro, candidato del Partito Liberale (PL), hanno votato 56.104.503 persone; dal canto suo, Lula ha ottenuto 53.879.538 voti. Ma su un registro di oltre 158 milioni di persone, secondo i dati della Corte Elettorale Superiore (TSE), 33.469.244 elettori si sono astenuti dal partecipare (più del 20%), una cifra storica che non si vedeva dal 1998. Ci sono stati anche 2.299.989 voti a vuoto (1,84% del totale) e 3.671.970 voti nulli (corrispondenti al 2,93% della cifra complessiva).
Il giorno dopo le elezioni, lunedì 5 ottobre, Lula ha detto che si dovrebbe lavorare per “recuperare l’interesse” delle persone che non hanno votato. “Trenta milioni di persone non si sono presentate al voto. Forse c’è una ragione per questo: la mancanza di interesse”, ha detto. Quindi, sa che deve andare verso chi non è andato a votare. Ha lanciato anche un avvertimento al suo avversario politico: “Sono molto bravo negli scontri diretti. Bolsonaristi, preparatevi, perché vi sconfiggeremo”. E ha aggiunto: “Sono convinto che non ci sia motivo per cui non posso essere eletto presidente al secondo turno. Non c’è alcuna ragione economica, sociale o politica”.
Nella stessa notte delle elezioni, Valter Pomar, un altro leader storico del PT, ha detto che, sebbene le condizioni per invertire il voto al secondo turno saranno molto difficili, mantiene la sua “certezza” che Lula possa essere rieletto con una piccola differenza. Ma per questo, di fronte alla riluttanza e all’incompetenza da parte della leadership del partito e della campagna, il PT e la sua militanza devono ovviamente compiere una correzione immediata e profonda. Secondo Pomar, non sono stati commessi solo “errori”, ma anche “idiozie”, ad esempio, la decisione adottata nella disputa tra i governi di Rio Grande do Sul e Rio de Janeiro, dove la mancanza di una candidatura del PT al governo ha contribuito alla vittoria della destra al primo turno.
Pomar ha dichiaratp: “Immediatamente possiamo dire che vinceremo, purché lo facciamo, come disse un inglese vissuto 400 anni fa: “Credi in Dio e tieni la polvere asciutta”. Oppure, nella versione atea della stessa idea, vinceremo se siamo un po’ fortunati e se facciamo molto duro lavoro, ma davvero tanto! Questo significa campagne militanti 24 ore su 24, 7 giorni su 7, fino alle 17:00 del 25 ottobre”. E nel suo messaggio alle basi, esortava: “Polarizzazione incessante per sconfiggere il crimine, milizie, Faria Lima (nome dell’arteria principale dove si trova il centro finanziario di San Paolo), i mercanti del tempio, i femminicidi, i razzisti, i fondamentalisti, i negazionisti e – soprattutto – gli imperialisti, i golpisti e i traditori della patria. Lavorare per garantire che il coordinamento della campagna e la leadership del Partito siano all’altezza del compito. Ciò include la preparazione a un raddoppio di interferenze esterne e operazioni di colpo di stato”.
Brasile, teatro di una battaglia geopolitica globale
Una prima conclusione sulle elezioni è che il bolsonarismo non è un fenomeno residuale; non è scomparso dopo la sconfitta di Jair Bolsonaro nel 2022 né può essere espresso esclusivamente dalla figura dell’ex presidente. Suo figlio Flavio e i suoi alleati prevalsero come prima forza nel Senato e nella Camera dei Deputati, vincendo in 15 stati contando il distretto federale di Brasilia mentre Lula ha vinto in 12. Come in tante altre occasioni, il nord-est si è tinto di rosso lulista e il centro e il sud del paese di blu, il colore del Partito Liberale che ospita il clan Bolsonaro. Una parte del voto per Bolsonaro risponde a un’adesione ideologica consolidata; un altro esprime rifiuto del governo, preoccupazione per la sicurezza, disordini economici o semplicemente desiderio di cambiamento.
Il teologo Frei Betto comprende che il paese non è diventato più di destra né aspira esattamente al bolsonarismo. A suo avviso, il sentimento anti-PT – stimolato da manovre iniziate dopo la demonizzazione del Partito dei Lavoratori e l’imprigionamento di Lula – vede Flavio come l’unico tra i contendenti in grado di sconfiggerlo, e scommette su di lui.
Per Gustavo Veiga, il trambusto che si è visto nello stato di San Paolo dopo le elezioni, dove l’attuale governatore Tarcisio de Freitas – ex ufficiale militare e soldato disciplinato della causa bolsonarista – ha vinto con una facilità insolita, con cifre simili all’ondata bolsonarista delle elezioni del 2018, è la radiografia di maggior successo della vittoria di un progetto nazionale. Il primo, che nel caso in cui Flavio prevalga al secondo turno, lascerà il Brasile nelle mani delle transnazionali statunitensi, cercherà di voltare le spalle alla Cina (il primo partner commerciale del paese) e con il ritorno del bolsonarismo al Planalto, verrà costituito una sorta di gabinetto ombra per consultazioni con il Dipartimento di Stato; che era già stato annunciato dallo stesso candidato Bolsonaro.
Media egemonici conservatori come O Estado e Folha de São Paulo, che sostengono la sua candidatura, sottolineano che Flavio Bolsonaro è una figura minore, senza alcuna statura morale, intellettuale o tecnica a governare il Brasile. È un politico di carriera con diverse accuse di corruzione ed erede di un marchio di famiglia; rappresenta più una continuazione della reazione conservatrice dell’ultimo decennio che una rottura. E, come ha sottolineato il politologo ed economista brasiliano José Luis Fiori, intervistato dal portale argentino El Destape, in realtà era candidato per nomina di suo padre, Jair, capitano espulso dall’esercito brasiliano, accusato di aver tentato (o pianificato) di far saltare in aria una caserma delle Forze Armate brasiliane negli anni ’80.
Quando aveva poco più di 20 anni, Flavio fu eletto consigliere comunale grazie a suo padre. Dopo di che non ha fatto altro nella vita. Secondo Fiori, che ha esaminato le chiavi di un processo elettorale di profondo impatto geostrategico, Bolsonaro Jr. non ha mai ricoperto una carica esecutiva; soffre di una nota insufficienza intellettuale e molti lo accusano di avere stretti rapporti con le “milizie” che controllano il mondo del crimine a Rio de Janeiro.
“Senza dubbio, nessun partito di destra brasiliano lo avrebbe mai scelto come candidato se non fosse stato per l’imposizione di suo padre”, ha detto Fiori. E ha aggiunto: “Rispetto a lui, il presidente Lula è un gigante. Ha già governato il Brasile per 12 anni, vinto cinque elezioni presidenziali e combatte per le sue idee dal 1968. Prima come leader sindacale e poi come fondatore e militante del PT”, la più grande e unica organizzazione politica brasiliana che risponde al concetto classico dei partiti del ventesimo secolo. L’accademico ha messo a confronto la politica estera multipolare, sovrana e integrazionista promossa da Lula con l'“allineamento servile” con Stati Uniti e Israele, incarnato dalla candidatura dell’estrema destra, con Flavio Bolsonaro. Ha inoltre avvertito delle gravi ripercussioni che una vittoria di quest’ultimo al secondo turno avrebbe sulle dinamiche di integrazione in America Latina e sulla consolidazione del blocco BRICS.
A questo punto, diversi analisti hanno ricordato che il Brasile è troppo importante perché le sue elezioni vengano analizzate esclusivamente all’interno dei suoi confini.
È il quinto paese più grande della Terra; la sua economia è tra le 10 più grandi al mondo e il suo PIL rappresenta il 50 percento del PIL totale del Sud America. È un attore internazionale ed è il paese più industrializzato del subcontinente, uno dei fondatori dei BRICS e una delle poche nazioni del Sud Globale con una dimensione economica, territoriale, demografica e diplomatica sufficiente per intervenire nella configurazione del sistema internazionale, attualmente attraversato da una crisi acuta.
Al contrario, Flavio Bolsonaro ha fatto della sua vicinanza politica a Donald Trump e della ricostruzione di un rapporto privilegiato con Washington uno degli elementi della sua candidatura.
È in questo senso che le elezioni presidenziali brasiliane non rappresentano una semplice competizione interna, ma l’epicentro di uno scontro strategico di portata planetaria in cui la sovranità della regione è definita di fronte al potere asimmetrico e imperiale degli Stati Uniti – ora sotto il corollario Trump della Dottrina Monroe – incarnato nella Strategia di Sicurezza Nazionale della Casa Bianca, che ha a suo favore settori delle élite civili e militari brasiliane caratterizzati da una mentalità binaria e servile, precedentemente come borghesia dipendente e associata, e ora come nuova borghesia finanziaria internazionalizzata.
Questa dimensione assume un’importanza aggiuntiva a causa delle accuse di possibile interferenza trumpista durante il processo elettorale.
A settembre, un rapporto dell’Agenzia di Intelligence brasiliana (Abin) ha allertato la Presidenza e la Corte Superiore Elettorale riguardo a presunte azioni interventiste degli Stati Uniti. L’agenzia ha portato la possibilità di influenza e interferenza statunitense a un livello “critico” e ha parlato di “crescente pressione da parte di Washington su Brasilia”. A loro volta, un gruppo di 31 deputati statunitensi ha chiesto al governo di Donald Trump di non interferire nell’esito delle elezioni brasiliane.
Quindi non si tratta di sostituire la decisione di milioni di brasiliani con una spiegazione basata su un semplice intervento straniero. Farlo significherebbe negare le contraddizioni interne di un paese come il Brasile e la profondità sociale del risultato elettorale.
Ma sarebbe anche irragionevole ignorare che durante il suo secondo mandato Trump è intervenuto sempre più apertamente nei processi politici elettorali della regione attraverso strumenti economici, diplomatici, tecnologici e comunicativi.
Il caso del mercenario argentino Fernando Cerimedo, fondatore del quotidiano La Derecha Diario e operatore dell’ultradestra regionale, è troppo recente come espressione dell’ultima generazione di frodi elettorali – digitalmente tramite bot farm, fake news e guerra cognitiva – per ignorare questa variabile; i casi di Daniel Noboa in Ecuador, Nasry Asfura in Honduras, Rodrigo Paz in Bolivia, Alberto De la Espriella in Colombia e Keiko Fujimori in Perù ne testimoniano, in una saga che, secondo diverse indagini, sarebbe nata a Miami, Florida, roccaforte di Trump, del suo subordinato Marco Rubio e dei gusanos cubano-americano che per molti anni hanno vissuto dell’industria della controrivoluzione.
In questo senso, va notato che, a differenza del presidente argentino Javier Milei e del presidente colombiano Abelardo de la Espriella, figure marginali, senza passato politico, emersi dal nulla e improvvisamente con un linguaggio aggressivo e vuoto che si collegava al sentimento generalizzato di insoddisfazione sociale e politica nei loro paesi, Flavio Bolsonaro non è un estraneo.
Come detto prima, lui e la sua famiglia sono stati attivi nel “basso clero” della politica brasiliana per molti anni e sono una parte inseparabile del “sistema”; del peggio di quel sistema corrotto – che affermano di attaccare – per risalire politicamente, sotto la protezione dell’amministrazione Trump.
Lula è stato uno dei pochi leader mondiali che ha osato sfidare pubblicamente l’autoritarismo predatore, corrotto e plutocratico di Trump. Ma oltre alla denuncia contro Flavio e suo fratello, il deputato fuggitivo Eduardo Bolsonaro, come veri ispiratori dell’imposizione di dazi e sanzioni commerciali da parte di Trump al Brasile, e per la loro probabile influenza nella designazione del Primo Comando della Capitale e del Comando Rosso come Organizzazioni Terroristiche Straniere per favorire l’eventuale interferenza militare degli Stati Uniti nel territorio brasiliano, oggi le principali preoccupazioni di Lula riportano un nuovo elemento altamente sensibile nella già intensa convivenza stabilita con il presidente degli Stati Uniti e il suo ambizioso Segretario di Stato, Marco Rubio, che aspira a diventare il candidato repubblicano alla presidenza per succedere all’attuale occupante della Casa Bianca.
JD Vance e Peter Thiel hanno finanziato la campagna di Bolsonaro?
Secondo un dispaccio di Daniel Kersffeld su Página 12, una rinnovata espressione di interferenza politica si verificherebbe nel paese sudamericano attraverso Rockbridge Network, una rete esclusiva di donatori creata nel 2019 da Christopher Buskirk, direttore del sito nazionalista conservatore American Greatness, e JD Vance, attuale vicepresidente degli Stati Uniti, sotto l’ispirazione diretta del tecno-oligarca Peter Thiel. Considerata una società di venture capital con un focus politico – con iniziative che spaziavano dal lobbying per le aziende, finanziamenti per candidati, influenza diretta nei media e/o mobilitazione elettorale – Rockbridge ha avuto come uno dei suoi primi successi l’elezione di Vance come senatore nel 2022 e poi è riuscita a imporlo come compagno di corsa del magnate immobiliare per un secondo mandato e ha anche in Donald Trump Jr., figlio dell’attuale presidente, uno dei suoi membri più noti e influenti.
Oltre il suo raggio focalizzato sugli Stati Uniti, la fondazione di Thiel e Vance (che competeranno con Rubio per il seggio presidenziale nello Studio Ovale) ha avviato una politica di espansione internazionale, e l’interesse per l’economia leader del Sud America è evidente, soprattutto nel mezzo della intensa corsa globale per infrastrutture di intelligenza artificiale tra Stati Uniti e Cina. Secondo Kersffeld, i rappresentanti del gruppo Rockbridge hanno già avuto contatti diretti con uomini d’affari e politici brasiliani e, soprattutto, con il candidato di estrema destra Flavio Bolsonaro per garantirne l’inserimento nella scena economica brasiliana.
Allo stesso modo, i sospetti puntano sul finanziamento della sua campagna politica. Il caso assume una particolare gravità perché i contributi economici esteri nelle campagne elettorali, direttamente o indirettamente, sono vietati in Brasile, quindi c’è già una richiesta di indagine alla Corte Suprema Federale.
Secondo l’articolo della Página 12, il legame tra Rockbridge e Flavio Bolsonaro sembra essere piuttosto consolidato. Un memorandum strategico intitolato “Alleanza per la Prosperità” e redatto da André Marinho, candidato governatoriale di Rio de Janeiro per il Novo Party, vicino al candidato di estrema destra, spiega come funzionerebbe un’alleanza USA-Brasile per l’esplorazione di minerali critici e terre rare.
Il documento afferma che un governo Bolsonaro si allontanerebbe dalla Cina e posizionerebbe il Brasile come uno dei tre principali fornitori mondiali di minerali critici, posizionandolo come principale centro di lavorazione dell’emisfero occidentale e come anello chiave nelle catene di approvvigionamento allineate con gli Stati Uniti. Soprattutto nei settori della difesa, dell’energia e dell’intelligenza artificiale.
Il Brasile ha 21 milioni di tonnellate di giacimenti di terre rare, ma nel 2025 aveva la capacità di estrarne solo circa 2.000 tonnellate, il che rivelerebbe un ampio divario tra le riserve e la produzione di queste risorse strategiche. Il 20 aprile, la società USA Rare Earth – in cui il governo degli Stati Uniti possiede il 10 percento delle sue azioni tramite il Pentagono – ha acquisito il gruppo brasiliano Serra Verde, proprietario dell’unica miniera che sfrutta terre rare in Brasile.
Con questa acquisizione per 2,8 miliardi di dollari, il nuovo proprietario aspira a sfruttare 6.400 tonnellate all’anno e diventare un leader mondiale nella produzione di magneti, utilizzati soprattutto nei sistemi di guida missilistica e in altre armi specializzate. Il governo di Lula cercò di bloccare quell’operazione commerciale e il 2 settembre il Congresso brasiliano approvò una legge per preservare le riserve di minerali critici e terre rare. Se l’attuale presidente verrà rieletto, è possibile che la vendita di Serra Verde venga rivista.
La sfida per Lula, il PT e il progressismo brasiliano è enorme, ancor di più, sotto il rischio che il governo Trump ignori i risultati se, al secondo turno, il favorito sarà l’attuale presidente. Lula dovrà contare su nuove alleanze eterogenee e su un solido sostegno sociale ed economico a livello nazionale, ma anche internazionale, per affrontare la tempesta estremista e regressiva che, proveniente dal nord e da un paio d’anni ormai, si sta preparando contro uno dei pochi baluardi del centro-sinistra a livello globale.
Nel dicembre 1971, il presidente Richard Nixon pronunciò la frase “dove va il Brasile, andrà l’America Latina”. All’epoca, il subcontinente era infettato da dittature civico-militari. Cinquantacinque anni dopo, la regione ha governi di destra di un nuovo tipo. Il Brasile è scomparso. L’aritmetica gioca a favore di Flavio Bolsonaro, quindi se trionfa al secondo turno, ciò che fino ad allora era una tendenza diventerà l’ordine del prossimo decennio.
Con Cuba sotto un assedio genocida del petrolio da parte del Pentagono, il Messico di Claudia Sheinbaum rimarrebbe un’eccezione isolata, e la questione cesserebbe di essere dove andrà la regione ma diventerà quanto durerà. Tuttavia, il Brasile non ha ancora finito di scegliere verso quale direzione inclinarsi.
Fonte
Ucraina, genesi di un conflitto. E il collasso de “Il manifesto”
Il tracollo culturale della sinistra italiana riassunto in due articoli dello stesso giornale, che reca ancora la dizione “quotidiano comunista” solo per ragioni di continuità del finanziamento pubblico (se si togliesse sarebbe da registrare come una testata nuova, perdendo così i diritti consolidati).
Il tema è lo stesso: l’Ucraina e la guerra. I periodi sono differenti, ma dentro la stessa finestra storica (il dopo golpe di majdan, 2014, con la guerra unilaterale agli indipendentisti del Donbass, fino alla guerra attualmente in corso dal 2022). Diversissimi – praticamente opposti – gli autori degli articoli.
Il primo, che dà anche il titolo a questo confronto, è di Rossana Rossanda, storica fondatrice del giornale insieme a Luigi Pintor, Valentino Parlato e tanti altri del gruppo cacciato dal Pci. Il secondo dall’attuale cronista utilizzato per resocontare l’andamento della guerra. La differenza non potrebbe essere più spietata.
Da un lato la ricostruzione storica e politica obiettiva di come si è passati dalla dissoluzione dell’Unione Sovietica all’espansione ad est della Nato, e di come il sistema mediatico occidentale aveva già allora iniziato a consolidare una “narrazione unica” incentrata sulla falsa dicotomia “aggressore-aggredito” (la Russia, nel 2014 non aveva ancora fatto nulla militarmente, al massimo un po’ di supporto logistico alle milizie di autodifesa di Donetsk e di Lugansk), fino ad adombrare l’immagine poi adottata ufficialmente anche da Mattarella: “Manca poco che la Russia non sia definita un nuovo terzo Reich”, scriveva giustamente Rossanda.
Dall’altra, “grazie” a Sabato Angieri, la descrizione empatica e partecipata alla dura vita dei cecchini ucraini, politicamente non definiti ma – per la collocazione temporale ed il fronte di guerra, Pokrovsk, nodo strategico attorno a cui si è combattuto per due anni, conquistato infine dai russi nel febbraio di quest’anno – realisticamente membri dei battaglioni di élite inquadrati come “Azov”. Come si evince del resto dai tatuaggi. Nazisti puri, insomma.
Non ci scandalizza il fatto che un giornale possa ospitare – e pagare – articoli scritti da collaboratori che non condividono la visione del mondo di una particolare testata. Anche noi, nel nostro piccolo e chiarendo preliminarmente che non siamo in grado di pagare, ospitiamo spesso punta di vista diversi. Ma esiste un limite che dovrebbe essere esplicito: l’antifascismo.Oltre che uno secco NO alla guerra.
Articoli così li troviamo ogni giorno sui giornali italiani, dal Corriere a Repubblica, ai fogliacci di estrema destra, tutti pronti a giurare che si tratta solo di “lettori di Kant” che difendono il proprio paese dagli “orchi” russi, “criptocomunisti” da descrivere negli stessi termini anni ’50 (“mangiano i bambini”). Possibile che non si trovi in giro qualche collaboratore esterno meno “embedded”? Non si va in certe trincee senza aver garantito una certa “copertura”, utile ai fini della propaganda...
Il fatto di trovare certi articoli, ancora oggi, su il manifesto, descrive secondo noi meglio di qualsiasi analisi critica l’abisso in cui è precipitato un certo ceto giornalistico che ha confuso la “professionalità” con l’omologazione ideologica. Quella che permette di “lavorare” per qualsiasi testata, adattandosi alle richieste della proprietà. E in cui il più piccolo “spirito critico” è stato ormai espunto, se non per qualche “questione di stile”...
Non tutti gli articoli del giornale sono di questo livello, per fortuna; alcuni li ripostiamo volentieri perché scritti da compagni capaci di restituire la complessità di problemi e situazioni. Quel che sorprende – e indigna – è come si possa far coesistere sulle stesse pagine la critica del capitalismo reale o del genocidio israeliano e la celebrazione nuda e cruda delle avanguardie combattenti della Nato, ovvero della parte apertamente fascista del disgraziato popolo ucraino.
Come se l’attuale direzione del giornale non notasse neanche la differenza... Quella che ognuno di voi, ne siamo certi, vedrà esplodere leggendo.
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L’Europa non è certo nata in chiave antiamericana ma, date le dimensioni e il numero degli abitanti, almeno come grande mercato autonomo e con una moneta forse concorrenziale; e per alcuni anni questo è stata. Ma da qualche tempo ha sottolineato in modo sbalorditivo un ruolo che una volta si sarebbe detto “atlantico”. Non più sotto il vessillo anticomunista, il comunismo essendo scomparso da un pezzo, ma antirusso.
Qualche anno fa, Immanuel Wallerstein mi diceva che, spento ogni scontro ideologico, le nuove guerre sarebbero state commerciali. E quale altro senso dare al conflitto in corso a Kiev? Esso sembra avere per oggetto l’identità nazionale dell’Ucraina. Eccezion fatta per il manifesto, tutta la stampa e le tv disegnano il quadro di un’Ucraina povera ma democratica che si dibatterebbe nelle grinfie dell’orso russo; il quale le ha già strappato la penisola di Crimea e se la vorrebbe mangiare tutta.
Manca poco che la Russia non sia definita un nuovo terzo Reich. In occasione del settantesimo anniversario dello sbarco in Normandia, il presidente francese Hollande è stato accusato di aver invitato alle celebrazioni anche Putin – come se la battaglia di Stalingrado non avesse permesso agli Stati Uniti il medesimo sbarco, distraendo dal Nord Europa il grosso della Wehrmacht – nello stesso tempo invitando niente meno che dei reparti tedeschi a partecipare alla rievocazione del primo paracadutaggio alleato sul villaggio di Sainte-Mère-l’Eglise.
Da qualche giorno poi sappiamo che gli Stati Uniti, neppure il presidente Obama, ma il suo ex rivale Mc Cain – hanno ammonito la Bulgaria, la Serbia e gli altri paesi coinvolti in un progetto di gasdotto per trasportare il gas russo in Europa (con un tracciato che evitava l’Ucraina, perché cattiva pagatrice) a chiudere i cantieri in corso, preferendo un nuovo tragitto attraverso l’Ucraina a quello diretto per l’Europa occidentale.
Stupore e modeste proteste di Bruxelles, convinta che si tratti di una minaccia simbolica. Che tuttavia va inserita nel quadro di un cambiamento delle esportazioni Usa, ormai indirizzate al commercio del gas di scisto, per altro non ancora avviato.
L’Europa teme dalla Russia rappresaglie per avere applaudito all’abbattimento del presidente ucraino filorusso Yanukovic da parte delle forze (piazza Maidan) che sono ora al governo a Kiev. Ma la storia dei rapporti tra Russia e Ucraina è tutt’altro che lineare. Il principato di Kiev è stato la prima forma del futuro impero russo, annesso da Caterina II alla Russia verso la metà del XVIII secolo, stabilendo in Crimea la sua più forte base navale.
La sua cultura, il suo sviluppo e i suoi personaggi, da Gogol a Berdiaev, sono stati fra i protagonisti della letteratura russa del XIX secolo. L’intera letteratura russa resta segnata dalla guerra fra Russia, Inghilterra e Francia, che hanno cercato di mettervi le zampe sopra: si pensi soltanto a Tolstoi e alla topografia delle relative capitali ricche di viali e arterie che la commemorano (Sebastopoli).
Ma il paese, che all’origine era stato percorso, come l’Italia, da una moltitudine di etnie, dagli Sciti in poi, ha stentato a unificarsi come nazione, distinguendosi per lotte efferate e non solo ideali fra diversi nazionalismi, spesso di destra. Il culmine è stato nella prima e seconda guerra mondiale: nella prima sotto la presidenza di Petliura, nazionalista di destra, quando l’Ucraina è stata l’ultimo rifugio dei generali “bianchi” Denikin e Wrangel, con lo scontro fra lui e la repubblica sovietica di Karkov.
Solo con la vittoria definitiva dell’Urss si è consolidata la Repubblica sovietica nata a Karkov, destinata a diventare negli anni trenta il centro dell’industrializzazione. Industrializzazione sviluppatasi esclusivamente all’est (il bacino del Donbass, capoluogo Karkov), mentre l’ovest del paese restava per lo più agricolo (capoluogo Kiev, come di tutta la repubblica); e questo rimane alla base del contenzioso fra le due parti del paese.
Nella seconda guerra mondiale, poi, l’occupazione tedesca ha incontrato il favore di una parte del panorama politico ucraino, un’eredità evidentemente ancora viva nei recenti fatti di piazza Maidan: il partito esplicitamente nazista circola ancora e non è l’ultima delle ragioni per cui il paese resta diviso fra la zona orientale e quella occidentale.
Nel secondo dopoguerra, Kruscev dette all’Ucraina piena autonomia amministrativa, Crimea compresa, senza alcuna conseguenza politicamente rilevante perché restava un processo interno all’Unione Sovietica.
È soltanto dal 1991 e dal crollo dell’Urss che, anche su pressione polacca e lituana, il governo dell’Ucraina guarda all’Europa (e alla Nato) e incrementa lo scontro con la sua parte orientale. Sembra impossibile che in occidente non si sia considerato che l’Unione Sovietica non era solo una formula giuridica: scioglierla d’imperio e dall’alto, come è avvenuto nel 1991, significava creare una serie di situazioni critiche sia nelle culture che nei rapporti economici che attraversavano tutto quel vasto territorio.
Da allora, Kiev non ha nascosto di puntare a un’unificazione etnica e linguistica anche forzosa delle due aree, fino a interdire l’uso della lingua russa agli abitanti dell’est cui era abituale.
L’Europa e la Nato non hanno mancato di appoggiare le politiche di Kiev, e poi l’insurrezione contro il presidente Yanukovic assai corrotto, costretto a tagliare la corda in Russia. Ma la zona orientale non lo rimpiange certo: non tollera il governo di Kiev e la sua complicità con la Nato, ma non perché abbia nostalgia di questo personaggio. Si è rivoltata contro la politica passata e recente di Kiev che ha tentato perfino di impedire l’uso della lingua russa, usata dalla maggioranza della popolazione all’est.
L’Europa e la Nato, appoggiate da Polonia e Lituania, affermano che non si tratta di un vero e spontaneo sbocco nazionalista, ma di una ingerenza diretta della Russia, e così dicono stampa e televisione italiana. Non c’è dubbio che la Russia abbia voluto il ritorno della Crimea nel suo grembo, ma la proposta dell’est di andare a una federazione con l’ovest, garantendo l’autonomia di tutte e due le parti, è stata bocciata da Kiev e dal governo degli insorti.
La decisione di votare in un referendum all’est contro Kiev è stata presa non da Putin, messo in imbarazzo, ma dalla popolazione dell’est che ha votato in questo senso al 98%. Non si tratta di un processo regolare (non accetteremmo che l’Alto Adige votasse una delle prossime domeniche la sua appartenenza all’Austria, senza alcun precedente negoziato diplomatico), ma non è stato neppure una manovra russa come l’Europa tutta ha sostenuto.
È sorprendente che perfino il poco che resta delle sinistre europee abbia sposato questa tesi e che in Italia le riserve di Alexis Tsipras sulle politiche di Bruxelles non abbiano alcuna eco. C’è perfino chi evoca in modo irresponsabile azioni armate contro Mosca. La deriva dei conflitti, anche militari, e non solo in Ucraina, rischia di segnare sempre di più un’Europa che ha dimenticato storia, geografia e politica.
Rossana Rossanda – il manifesto – 29 giugno 2014
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Professione cecchino
«Non è come uno se lo immagina: non ti annoi, non ti addormenti, in realtà c’è molto da vedere; anche se sembra che il fronte sia attivo solo quando c’è un assalto non è così. Basta avere pazienza». Dima parla con una voce da baritono che nella piccola caserma vuota dà un risalto tombale a ogni sua parola. Ti fissa negli occhi e, sapendo che lavoro fa, quello sguardo insistente è fastidioso. Accanto a lui Vanka e un signore di mezza età del quale non capiamo il nome che se ne resta tutto il tempo al computer.
Sono cecchini dell’esercito ucraino inquadrati in una brigata di fanteria nei pressi di Pokrovsk. Stanno riposando dopo l’ultimo turno, che è stato molto pesante.
«Abbiamo operato dalla struttura di una miniera abbandonata da quando i russi si sono avvicinati a quest’area» racconta, «su una piccola collina. Immagina un palazzo ancora da finire, con il cemento a vista, senza finestre e vuoto». «Sembra il paradiso, eh?» interviene Vanka, che accanto a Dima sembra la spalla di un duo comico.
Dima è molto alto, con la testa ovale rasata a zero, la barbetta rada che parte dagli angoli inferiori della mandibola e si allunga sotto il mento e gli occhi blu. Vanka è basso, porta una frangetta spettinata e la barba ben rifinita, entrambe rosse. Ha un sorrisetto sarcastico perennemente stampato in faccia e gli occhi piccoli e tondi che ti spiano da sotto i capelli fulvi e sembrano sempre distratti.
Ma poi quando ti viene la curiosità di guardarlo ti accorgi che ti stava già guardando lui. È pieno di tatuaggi e sulle mani ha dei caratteri runici che nell’ultimo anno sono apparsi su molte t-shirt e patch dei militari. Dicono sia l’antico ucraino, assomiglia molto a una pseudo-scrittura nordica che richiama tristemente l’estetica dei gruppi neo-nazisti.
Sono entrambi seduti sulle brandine, dove ci hanno fatto accomodare non senza offrirci «Chai, coffee», ovvero tè o caffè, prima domanda che si riceve all’ingresso in ogni posto di soldati, anche nelle situazioni più pericolose.
«Comunque» riprende Dima, «da lì abbiamo fermato i russi per settimane, controllavamo qualsiasi cosa passasse, giorno e notte». Mentre parla apre le braccia che sono spaventosamente lunghe, sembrano prendere tutta la stanza. Afferra un monocolo, «è un visore notturno, americano, costa 4.000 dollari». «I primi tempi facevamo turni di 6 ore in due, uno al fucile e l’altro al puntatore, poi tornavamo in una casa sicura a riposare per 6 ore mentre c’era un’altra squadra, così la postazione era sempre attiva.
Poi, quando i russi hanno cominciato ad avanzare, abbiamo iniziato a fare turni di 9 ore e a dormire 3 ore dietro il fucile, tutte le squadre contemporaneamente». Ma non gli viene mal di testa, male agli occhi, non si stanca? Mostra dal cellulare una foto del suo occhio iniettato di sangue con un grosso grumo da un lato: «Questo dopo 12 ore di turno» dice senza quasi sbattere le palpebre.
Molti cacciatori parlano degli appostamenti con eccitazione perché costringono a fare cose che normalmente non faresti mai come ascoltare il tuo respiro, ridurre al minimo il dispendio di energie e a zero i movimenti per il rischio di essere scoperti o sbagliare il colpo.
È così anche per loro? «Non direi» risponde Dima, «a me interessa di più osservare, non mi stanco mai. Passo da un lato all’altro della boscaglia e quando torno dov’ero prima mi accorgo di cose che non avevo visto. E ogni volta c’è una cosa nuova…».
«Finché non vedi un soldato nemico», lo interrompiamo. «La cosa più importante è accertarsi che non siano dei nostri, fatto questo spariamo a qualsiasi cosa si muova». Quanto sono rimasti nella fabbrica? «Due mesi prima che ci trovassero» risponde Vanka, «ma quando hanno capito non è stato bello. L’aviazione russa ha iniziato a sorvolare la collina, io e Dima ci siamo spostati al piano terra mentre l’altra squadra si è messi all’ultimo piano, forse erano ubriachi non so, comunque li sentivamo urlare insulti. Quando hanno sganciato un Tochka-U pensavamo fossero tutti morti, invece non so dirvi come si sono salvati. Solo che ora niente più postazione».
Il Tochka è un missile balistico molto diffuso negli arsenali russi e ne erano presenti a centinaia nei depositi di Tikhoretsk (regione di Krasnodar) e Oktyabrskoye (Tver) colpiti ieri dalle forze armate ucraine. I video delle esplosioni sono simili a quello di Toropets, il deposito a nord della Bielorussia distrutto da Kiev mercoledì. Secondo lo Stato maggiore ucraino: «L’arsenale di Tikhoretsky è uno dei tre più grandi centri di stoccaggio di munizioni ed è uno dei principali nel sistema logistico delle forze russe».
Al momento dell’attacco, sempre secondo Kiev, «erano appena state consegnate almeno 2 mila tonnellate di munizioni, anche dalla Corea del Nord». Tre depositi in 3 giorni: un duro colpo per l’esercito russo, che non ha commentato. Ma per quanto di successo siano gli attacchi ucraini, Mosca continua a bombardare. Anche mentre parliamo con Dima e Vanka si sentono i boati in lontananza.
«Ma i vostri non rispondono?» chiediamo. «Non sempre, dobbiamo usare bene le munizioni, non ne abbiamo tante come loro» dice Dima. «Aspetta» lo interrompe l’altro, «guarda cosa ho portato». Da una sacca mimetica Vanka estrae strumenti militari. «Vengono dalla Norvegia» spiega «sono stato di recente ad addestrarmi lì».
E com’è andata? «Prima ero stato anche in Francia, ma i francesi non mi hanno insegnato niente, mi sembrava una situazione un po’ stupida a dire la verità. Invece in Norvegia mi sono sentito io uno stupido soldato ucraino che non sapeva niente. I popoli nordici sono avanti a noi in tutto, hanno un altro modo…».
Mentre l’apologia del Valhalla è ancora in corso ricevono una chiamata. Da sotto un tavolo Doma e Vanka prendono i pesanti fucili da cecchino e li preparano. Sarà, di nuovo, una lunga giornata.
Sabato Angieri – il manifesto – 22 set 2024
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“Il ddl antisemitismo alimenterà un nuovo maccartismo”
Già in passato aveva messo in guardia dall’uso lesivo della libertà di espressione che se ne poteva fare, e pochi giorno fa ha rilanciato il monito, questa volta in relazione diretta con la politica italiana e con la discussione sul ddl 1004 (noto come “ddl Antisemitismo”), già approvato al Senato e attualmente all’esame della Camera.
Intervistato da Federica D’Alessio per la testata Kritica, Stern ha espresso una posizione che non lascia spazio a interpretazioni: recepire la definizione IHRA all’interno della legislazione statale rischia di trasformare ciò che è stato pensato per essere un indicatore statistico in un’arma di censura che “alimenterà un nuovo maccartismo”.
All’inizio degli anni Duemila, quando il gruppo guidato da Stern si è messo a lavorare sulla definizione poi fatta propria dall’IHRA, aveva un obiettivo specifico: fornire a chi raccoglie dati criteri condivisi per misurare l’andamento del fenomeno dell’antisemitismo. “Non è mai stato inteso per stabilire se, quando qualcuno dice qualcosa su Israele, tale affermazione sia antisemita o debba essere soppressa”, ha spiegato il giurista.
Già dal 2010, il testo ha iniziato a subire una mutazione funzionale nelle università statunitensi, venendo invocato per impedire di parlare a docenti e relatori di iniziative riguardanti la questione palestinese. Quelle casistiche individuate da Stern e i suoi colleghi erano delle possibilità, da verificare, e non formula operative da cristallizzare giuridicamente.
Stern, che si definisce sionista e che difficilmente può essere tacciato di “propaganda pro-Pal”, ha in sostanza sottolineato che con la definizione dell’IHRA si finisce per produrre un effetto paralizzante sulla libertà di parola, e non in termini astratti: si possono già osservare casi evidenti a livello internazionale.
In Germania, dove la definizione IHRA è stata formalmente adottata dalle istituzioni, è capitato che venisse contestata perfino a cittadini e manifestanti ebrei scesi in piazza contro le operazioni militari a Gaza. Nel Regno Unito, la definizione è stata impiegata per limitare le manifestazioni e punire chi definisce Israele un regime di apartheid.
In Australia, si è addirittura ventilata l’ipotesi di ritirare l’abilitazione a medici e infermieri che hanno espresso posizioni critiche sulla condotta bellica a Gaza. Negli Stati Uniti, sono i maggiori studiosi della Shoah e dei genocidi che hanno espresso il timore di non poter più citare nei corsi accademici intellettuali come Hannah Arendt senza incorrere in accuse disciplinari.
Nell’intervista a Stern, il giurista ricorda che negli States alcuni legislatori repubblicani erano d’accordo con l’adozione della definizione IHRA, purché venisse cancellata, tra gli esempi previsti, l’affermazione che “gli ebrei abbiano ucciso Gesù”. “Beh – ha detto Stern – questa è un’ammissione che il punto è proprio la libertà di espressione”.
Nel contesto italiano, la definizione dell’IHRA è già stata rifiutata dall’Ordine dei giornalisti, che le ha preferito la Jerusalem Declaration on Antisemitism, mentre storici e intellettuali ebrei come Anna Foa hanno messo in guardia da una legge che è concepita per rendere Israele l’unico paese al mondo non criticabile, imponendo una censura di fatto.
Che è poi la finalità di questo provvedimento, con la classe dirigente preoccupata della continuità delle mobilitazioni solidali con i palestinesi, e di come all’interno di esse cresca l’opposizione alla deriva guerrafondaia che alimenta anche la macchina omicida sionista. E il principale partito d’opposizione, il Partito Democratico, continua a mantenere l’ambiguità sul tema, non solo per evitare fratture interne, ma perché condivide l’obiettivo politico.
Basta osservare la totale assenza del “campo largo” alle manifestazioni del 10 ottobre. Il fermento sociale e politico che continua a muoversi intorno al movimento di solidarietà con la Palestina è un pericolo per chi vuole mantenere intatto quest’ordine iniquo e violento. Le parole del padre della definizione IHRA di certo non aiutano.
Fonte
UE “congelata” sul prezzo del gas
I rapporti tra mandante ed esecutore sono sempre a svantaggio del secondo, perché si assume i rischi immediati e di lungo periodo, mentre il primo “paga” solo eventualmente e se c’è un’autorità più forte in grado di imporgli un prezzo.
Questa considerazione andrebbe messa in primo piano ogni volta che si affronta la situazione ucraina, in cui c’è un esecutore certo – la parte nazista di quel paese, che si è resa disponibile a fare la guerra alla Russia per “indebolirla e dividerla in tanti staterelli”, come ha ammesso infine quella gola senza neuroni di Kaja Kallas, che guida la politica estera UE – e parecchi complici che, logicamente, hanno agito da esecutori di supporto.
Il mandante era e resta l’America, che però ha cambiato idea – e dunque strategia – oltre che il personale politico dirigente.
E per gli esecutori non c’è cosa peggiore, perché perdono le coordinate che orientavano le loro poche possibilità di scelta, rischiando ad ogni passo di ritrovarsi sotto i colpi del nemico scelto dal mandante e contemporaneamente di quelli del mandante stesso, ovviamente deciso ad imporre i propri esclusivi interessi come sempre era stato.
Questa seconda constatazione spiega buona parte dei problemi attuali dell’Unione Europea, che si ritrova con una guerra in casa senza più le forze per arrivare alla “vittoria”. Una seconda parte di problemi arriva comunque dalle scelte economiche e di struttura decisionale che si era data, obbedendo ai dettami dell’ordoliberismo tedesco che – parecchi anni fa, ormai – sembrava trionfante.
Tutti questi nodi sono arrivati al pettine e il Consiglio Europeo ci si è impiccato.
Riguardo all’Ucraina ci sarebbe molto da dire, ma nella sostanza la domanda resta: sono in grado gli europei di sostituire “il mandante” nel sostegno materiale e finanziario alla guerra? La risposta della realtà dice “no”, all’indomani della scoperta che se gli Stati Uniti non garantiscono minuto per minuto l’assistenza satellitare e di intelligence Kiev si ritrova come Gaza sotto i bombardamenti: non solo senza difese, ma persino senza sapere cosa e dove sta per piovergli addosso.
Sul piano finanziario, idem. Le necessità della junta Zelenskij crescono di giorno in giorno e la UE si ritrova, al contrario, costretta a ridurre un bilancio comunitario cresciuto oltre i limiti (e la tolleranza dei “mercati”). Con le piazze che ora premono esplicitamente per non accrescere la spesa militare – buona parte della quale finisce nelle trincee o nei “cessi d’oro” di Kiev – che va come sempre a scapito di quella sociale (sanità, scuole, pensioni, tutela ambientale, ecc.).
Le stesse “regole” adottate per imporre comportamenti “virtuosi” agli Stati meno abituati al controllo del bilancio si stanno ora rivelando trappole mortali anche per chi le aveva caldeggiate.
L’esempio più chiaro arriva dalle regole che formano il prezzo del gas europeo, chiamato “sistema Ets” che sta per entrare – dal 2027 – nella seconda fase di funzionamento (Ets2). La ratio di questo sistema risale all’epoca – pochi anni fa – in cui la UE avviava la “transizione ecologica” fondandola però su “criteri di mercato” anziché su decisioni politiche.
In estrema sintesi, il prezzo del gas è stato collegato a quello del carbonio, nella produzione di energia elettrica, tramite un sistema di quote che dovevano essere acquistate quando si superava una certa soglia di emissioni. Il meccanismo avrebbe dovuto indurre le produzioni maggiormente inquinanti (quelle a carbone) a cambiare la fonte energetica, alzando il costo da sopportare in quel caso.
Con la guerra in Ucraina, la distruzione dei gasdotti Nord Stream da parte dei servizi di Kiev e soprattutto le guerre nel Golfo Persico, però, anche le forniture di gas sono diventate problematiche. E il meccanismo di “trasmissione dei prezzi” ha preso a spingere velocemente verso l’alto quel che era stato fin lì la fonte energetica più economica (il gas veniva soprattutto dalla Russia).
Se non si rivede il meccanismo, l’entrata in vigore dell’Ets2 – con regole ancora più costrittive, perché si applicherebbero anche a settori che non possono sostituire velocemente la fonte energetica (riscaldamento domestico, automobili, ecc.) – si rischia l’esplosione dell’economia europea.
Il sistema Ets prevedeva una “riserva” nel caso il prezzo del gas fosse salito al sopra dei 45 euro, ma non prevedeva una situazione come quella attuale, a quasi 90 euro. Ma senza quelle regole, paradossalmente, in questo momento la domanda europea di gas sarebbe di molti miliardi di metri cubi in più. Difficili da trovare, visto che con le “sanzioni” si è rinunciato a quello russo mentre il blocco di Hormuz ha fortemente ridotto l’apporto di quello qatariota. Con conseguente volo del prezzo verso soglie himalayane...
Ovvio, insomma, che molti paesi europei abbiano messo sul tavolo la richiesta di rivedere il meccanismo. Ovvio anche che altri paesi – quelli che si erano già “messi in regola” riducendo le emissioni – si oppongano all’eliminazione di un loro “vantaggio competitivo”.
Il risultato è lo stallo. Come certificato dal comunicato finale del Consiglio Europeo conclusosi nella notte. “Nell’ambito della revisione in corso del sistema Ets e a supporto della competitività industriale europea – si legge al punto 11 delle conclusioni – il Consiglio Europeo ribadisce la necessità di garantire con urgenza un mercato del carbonio ben funzionante, trasparente e prevedibile, da proteggere in modo efficace contro la rilocalizzazione delle emissioni di carbonio, per ridurre la volatilità del prezzo del carbonio e mitigarne l’impatto sui prezzi dell’elettricità, preservando al tempo stesso il ruolo essenziale dell’Ets sul clima e la transizione energetica attraverso un segnale di prezzo basato sul mercato per le emissioni di carbonio che guidi gli investimenti e l’innovazione”.
Serve la traduzione, vero? In pratica tutto resta com’è. La formula recepisce le “preoccupazioni” (soprattutto dell’Italia meloniana e del “gruppo di Visegrad”), ma nulla di più.
Le bollette continueranno a salire, perché ogni aumento di prezzo si scaricherà sull’“utente finale”. Noialtri, in questo caso.
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«Non ci fermiamo», intervista a Sabrine Kharbach dell’Union Etudiante
Dopo quasi un mese di mobilitazione il ministro dell’educazione nazionale Édouard Geffray ha annunciato l’assunzione di tremila insegnanti supplenti per coprire una parte dei posti vacanti. Nell’anno scolastico passato circa il 10% delle lezioni non è stato assicurato a casa della mancanza di docenti. Di fronte alle rivendicazioni formulate dai liceali come giudicate queste misure?
Ci si chiede perché non sia stato fatto prima: il fatto che gli studenti delle scuole superiori debbano battersi per scuotere il governo dimostra, in un certo senso l’incompetenza dei nostri dirigenti. È una piccola vittoria, ma ampiamente insufficiente. In ogni caso non ci piegheremo alla loro politica di miseria. I francesi non sono stupidi, sono stanchi di farsi prendere in giro e di non essere ascoltati.
Noi, come rappresentanti degli studenti, siamo rimpallati di ministero in ministero per dirci «vi ascoltiamo», ma nessuna misura concreta è stata presa. Abbiamo chiesto di incontrare il primo ministro Sébastien Lecornu e non ci è stata data alcuna risposta. Cercano di perdere tempo, conosciamo la loro strategia.
Gli abbiamo detto chiaramente che non ci fermeremo se non ci saranno 10 miliardi sul tavolo e se le nostre rivendicazioni non saranno ascoltate, che continueremo a mobilitarci e che non saremo noi a pagare le conseguenze dei tagli all’educazione.
Oggi si uniscono al movimento, in modo ancor più massiccio, oltre ai liceali, anche i professori, le studentesse e gli studenti universitari, i pompieri, gli agricoltori e il 17 saremo insieme ai gilets jaunes. Il settanta per cento dei francesi sostiene la nostra mobilitazione. Non è una questione di etichette, la questione è che i francesi non ne possono più.
E questa è l’occasione per rialzare la testa dopo dieci anni di macronismo, che ci hanno tutti abbattuti. Non lasceremo nulla e continueremo a lottare finché non avremo dei risultati.
Martedì è stata un altra grande giornata di mobilitazione, con un alta affluenza allo sciopero del settore scolastico e l’90% delle università bloccate. Contrariamente al reflusso preannunciato dal governo, hanno partecipato 480mila manifestanti, di cui 100mila solo a Parigi. A che punto siamo del movimento liceale?
A differenza di quello che dicono i media e il governo, cioè che il movimento si sta arenando, la giornata di martedì ha dimostrato l’opposto, con un grande sostegno dei professori che hanno scioperato per difendere i propri alunni. Più di duecento licei erano chiusi e stiamo ricevendo il supporto di ampi settori della società civile.
Erano anni che non si vedeva una mobilizzazione di un’ampiezza tale. E ciò spaventa il governo, che sta utilizzando tutti i mezzi per soffocarla. Il fatto che non ci siano state violenze durante il corteo parigino dimostra che sono gli interventi delle forze dell’ordine che provocano i disordini.
Alla fine, infatti, quando i camion di crs sono arrivati, sono cominciati i problemi. La polizia ha bloccato tutti gli accessi a la place Vauban, impedendo ai manifestanti di defluire, e ha iniziato a caricare e lanciare lacrimogeni.
Avevamo chiesto che gli accessi fossero aperti, per permettere alle persone di lasciare il corteo nella calma, e hanno fatto esattamente l’opposto. Scatenando il panico e controllando tutti quelli che volevano uscire dall’accerchiamento, oltre ad effettuare diversi arresti.
Tutto questo è illegale, perché va garantito un deflusso alla fine di una manifestazione dichiarata. Questo prova che chi scatena veramente la violenza è la polizia, utilizzando in modo sproporzionato tutte le armi in suo possesso, dalle lbd alle “granate di disaccerchiamento”.
Dopo aver lanciato un sondaggio per capire quali tra le 10 rivendicazioni dei liceali fossero le più urgenti, il ministro Geffray ha risposto che non lancerà una riforma dell’educazione a sei mesi dalle presidenziali. Ha proposto piuttosto di mettere il dibattito sul tavolo e di avviare una riflessione sull’argomento, lasciando ai futuri candidati il compito di avanzare delle proposte di riforma. Cosa rispondete?
Pensano che i giovani non siano consapevoli della situazione politica ed economica e non capiscano cosa stia succedendo. Ma noi capiamo benissimo, quando vediamo che vengono stanziati 400 miliardi di euro in più per l’esercito. È una vera presa in giro.
Secondo il sondaggio il 70% dei liceali mette l’orario scolastico in cima alla lista dei problemi e il 60% evoca delle condizioni materiali inadeguate per lo svolgersi delle lezioni (edifici degradati, classi sovraffollate, ecc.). Seguono con il 30% la questione dei professori mancanti e con il 20% il parcoursup.
Non serve a nulla, però, fare un sondaggio se poi non si propongono delle risposte. Questo sondaggio è ridicolo, inoltre, perché avevamo già presentato al governo le 10 rivendicazioni che preoccupano maggiormente i liceali e avevamo calcolato la cifra di 10 miliardi per fargli fronte.
Non possiamo scegliere tra avere un tetto che non ci cade sulla testa e dei supplenti che assicurano le lezioni. Tutte le rivendicazioni sono ugualmente importanti. Il governo può trovare i fondi, ma non lo vuole fare.
Il consiglio di analisi economica ha, ad esempio, proposto una tassa sulle grandi successioni. È una possibilità tra le altre, ma non c’è alcuna volontà. Abbiamo 211 miliardi di euro di aiuti alle imprese, di cui 39 miliardi di sovvenzioni che lo Stato dona direttamente alle aziende. Chiedere 10 miliardi per l’educazione ci sembra il minimo. Attendiamo delle risposte.
La riposta repressiva, invece, è arrivata sin da subito. Ottomila arresti in tre settimane di mobilitazione, di cui la maggior parte minori, che hanno dato luogo a circa 2700 procedimenti giudiziari, oltre a centinaia di feriti tra alunni e personale scolastico. Una cifra che supera di gran lunga il movimento dei Gilets jeunes e persino il maggio del ’68. Perché il governo ha reagito con una repressione simile e cosa prevedete per il proseguo della mobilitazione?
È importante parlare del ’68 e del numero di arresti, perché bisogna rimontare al 17 ottobre del 1961, al momento della guerra d’indipendenza dell’Algeria, per ritrovare un numero maggiore. Quel giorno migliaia di studenti e lavoratori algerini manifestavano nelle strade di Parigi e sono stati repressi selvaggiamente, arrestati e annegati nella Senna.
Questo è il referente storico che il governo sta imponendo, e che ci permette di dire che sta conducendo una vera guerra sociale e razziale. Sociale perché sta smantellando quello che resta dei servizi pubblici, e razziale perché è evidente il trattamento differenziato tra le banlieues e i centri città, come è chiaro il modo differente con cui vengono attaccati gli studenti musulmani, con il divieto di portare il velo, ad esempio, o l’ultima legge sulla “presunzione d’innocenza” per le forze dell’ordine.
Quello che vediamo, sia nel contesto internazionale sia in Francia, è innanzitutto la costruzione di un nemico all’interno del paese, per poi dividere i giovani delle banlieues e quelli dei centri città. Noi non vogliamo che la gioventù sia divisa perché vive le stesse condizioni, e questa mobilitazione testimonia la sua unità. Persino i licei privati sono scesi in piazza per esprimere la loro solidarietà.
E il fatto che non ci siamo divisi disturba molto il governo. È in atto una militarizzazione dell’educazione nazionale, con 400 licei chiusi amministrativamente e il divieto in molti casi di assembrarsi davanti agli istituti.
Non si era mai visto qualcosa del genere, ma non ci facciamo spaventare. Gli studenti universitari si sono schierati in massa con i liceali, con delle occupazioni storiche come quella di oggi a l’École des hautes études commerciales di Parigi. Persino i più privilegiati non fanno mancare il loro sostegno alla lotta per un'educazione degna, e il 17 si uniranno a noi anche i gilets jaunes.
Al contrario di quello che dice la narrativa ufficiale, infatti, la mobilitazione si sta amplificando, toccando ampi settori della società. E senza risposte non abbiamo intenzione di fermarci.
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