Presentazione


Analisi, opinioni, fatti e (più di rado) arte da una prospettiva di classe.

05/08/2026

Colombia è scontro politico a tutto campo. La normalizzazione a destra del paese non avrà vita facile

In una conferenza stampa il presidente della Colombia, Gustavo Petro, ha fornito maggiori dettagli sulle denunce presentate nelle scorse settimane sull’esistenza di una frode elettorale algoritmica e sistematica nelle recenti elezioni, un fattore che avrebbe alterato i risultati di circa sette milioni di voti con l’obiettivo di imporre come presidente il candidato della destra Abelardo de la Espriella.

Durante il suo intervento, Petro ha nuovamente disconosciuto la legittimità dell’elezione di De la Espriella ed ha affermato che il vero vincitore della competizione è stato Iván Cepeda.

Il capo dello Stato ha indicato che l’irregolarità principale risiede nell’eliminazione dei lucchetti di sicurezza (codici hash) nei moduli E-14 caricati nel sistema. Ha spiegato che i documenti PDF sono stati convertiti in file modificabili al termine della votazione, violando trattati internazionali e leggi nazionali.

“I 120.000 documenti elettorali non hanno il lucchetto hash di sicurezza che li renda non modificabili. Il Registratore ha mentito ai cittadini dicendo che c’era un lucchetto: è un semplice codice per identificare ogni modulo, non un meccanismo che ne impedisca la modifica”, ha sottolineato l’ex presidente colombiano.

Petro ha anche denunciato la disobbedienza alla sentenza emessa dal Consiglio di Stato nel 2018, che ordinava che il software elettorale dovesse essere di proprietà dello Stato e non manipolabile da attori esterni o privati. L’ex presidente colombiano ha comunicato la creazione di un comitato di vigilanza composto da 70.000 cittadini e un fronte digitale con 1.000 esperti informatici.

Questo team ha analizzato 1.350 seggi elettorali e ha applicato metodi statistici come il test delle sequenze (runs test) per valutare l’andamento dei voti. Le analisi dei flussi hanno mostrato un modello matematico predeterminato invece di un comportamento casuale tipico del voto umano. L’indagine ha rilevato comuni in cui il censimento elettorale superava il totale della popolazione residente e seggi atipici con alterazione diretta dei voti.

Petro ha concluso che l’alterazione della volontà popolare configura la perdita della sovranità nazionale e getta il paese in una grave crisi costituzionale, assicurando che tutti i dati raccolti dalla rete civica digitale saranno trasmessi alle competenti autorità giudiziarie.

In precedenza, attraverso il suo account X, Petro aveva indicato che la frode è stata eseguita dall’estero mediante la manipolazione del sistema informatico. “Le elezioni sono state rubate da israeliani facoltosi guidati da un genocida e lo hanno fatto dall’estero modificando il voto”.

In Colombia si assiste anche ad un pesante ritorno della violenza politica.

Edgar Fernandez su Resumen Latinoamericano così descrive la situazione: “La tensione politica ha continuato a crescere nel paese dopo le votazioni del 21 giugno scorso, contrariamente a quanto di solito accade quando si chiude il periodo elettorale e si abbassa la schiuma creata dalle infiammate dichiarazioni dei leader di partito nel loro intento di conquistare voti. Tale fatto è un indicatore del fatto che la composizione delle forze politiche si è modificata e che, per il momento, non si sono costituiti nuovi canali per regolare la conflittualità derivante dai cambiamenti. Per questo motivo, la lotta partitica continua a manifestarsi attraverso dichiarazioni politiche dai toni forti, il che è comprensibile nella misura in cui i partiti non hanno ancora terminato di consolidare la loro posizione direttiva all’interno della società”.

Sabato 1° agosto, uomini armati hanno attaccato Julián Mauricio Gutiérrez, leader della riserva indigena Kwesx Yu Kiwe, nel comune di Florida, dipartimento di Valle del Cauca. Nello stesso attacco sono rimasti uccisi Andrés Machín, agente di scorta dell’Unità Nazionale di Protezione (UNP), e il comunero indigeno Hamilton Daniel. Un altro agente di scorta, Jhon Lemus, versa ancora in condizioni critiche.

La leader indigena Aida Quilcué ha condannato il crimine e ha avvertito: “La persecuzione contro i popoli indigeni e i loro leader è già iniziata. Mettiamo in allarme l’Ufficio del Difensore Civico, l’ONU, la MAP/OEA e gli organismi per i diritti umani. Esigiamo protezione immediata e indagini efficaci affinché questi fatti non si ripetano”.

Secondo Leonardo González, direttore di Indepaz (un indicatore della violenza politica in Colombia, ndr) questo omicidio porta a 88 il numero di leader e difensori dei diritti umani uccisi dall’inizio dell’anno.

La rappresentante alla Camera per il dipartimento di Valle del Cauca, Ana Erazo, ha denunciato l’aggressione contro il deputato del Patto Storico (la coalizione di sinistra, ndr) Yesid Sandoval, rimasto illeso dopo essere stato aggredito all’interno della sua auto. Erazo ha esortato la governatrice e la Polizia a fare luce sull’accaduto e a garantire protezione ai membri del Patto Storico.

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Colpo di mano del governo sull’autonomia differenziata

Il fatto che il Governo in pieno luglio – con un vero e proprio colpo di mano, prima al Senato e poi alla Camera – abbia approvato le Risoluzioni per consegnare la potestà legislativa a Veneto, Liguria, Lombardia e Piemonte su professioni, previdenza complementare, protezione civile e sanità, non ha generato alcuna reazione particolare da parte dei sindaci dei capoluoghi di quelle regioni; per lo più comuni grandi o molto grandi, in 3 casi su 4 governati da partiti dell’opposizione parlamentare.

Un silenzio misterioso, considerate le circostanze; tacciono coloro che dall’autonomia differenziata non possono che vedere modificate le proprie prerogative e i propri poteri. In peggio.

Evidentemente i sindaci di Milano, Genova e Torino o stanno sottovalutando o ignorano i danni che il raggiungimento dell’autonomia differenziata da parte delle regioni di cui sono capoluogo provocherebbe loro. Avremo modo di parlarne, si tratterebbe di danni non da poco. 

Di tutt’altro segno la reazione dei primi e delle prime cittadini/e pugliesi che, con un appello ben calibrato, promosso dal sindaco di Bari, Vito Leccese, sottolinea da una parte il fatto che le mosse del Governo contraddicano clamorosamente la sentenza 192/24 della Corte Costituzionale; dall’altra come l’approvazione delle Risoluzioni rappresenti un passo verso la disgregazione dell’unità della Repubblica e dunque dell’esigibilità di diritti uguali per tutti e tutte, ovunque risiedano.

“Ci preoccupa il modo in cui questa maggioranza di Governo vuole attuare l’autonomia differenziata. Infatti, procedere senza prima determinare e finanziare i LEP e senza istituire il fondo perequativo previsto dall’articolo 119, terzo comma, della Costituzione significa esporre il Paese a un rischio concreto: nuove disuguaglianze territoriali, in contrasto con gli articoli 2 e 3 della Costituzione.
A pagarne il prezzo più alto sarebbero i territori con minore capacità fiscale per abitante, dalle aree interne e montane a molte realtà del Mezzogiorno e con essi i Comuni che vi operano. Il luogo di nascita o di residenza non può decidere l’accesso alla salute, all’istruzione, ai servizi sociali, alla protezione civile, alle infrastrutture, al lavoro. L’autonomia differenziata non deve diventare l’occasione per mettere i territori gli uni contro gli altri”.
Proprio per questi motivi i sindaci e le sindache pugliesi – l’appello ha già raccolto oltre 260 firme, allargandosi anche ad amministratori di altre regioni del Sud come Basilicata e Campania – plaudono all’iniziativa del presidente della Regione Puglia, che ha annunciato il ricorso presso la Consulta contro le preintese delle 4 regioni del Nord, seguito dal presidente della Campania, Roberto Fico.

A loro volta, i Comitati per il Ritiro di ogni Autonomia Differenziata, l’unità della Repubblica, l’uguaglianza dei diritti sostengono l’iniziativa dei sindaci e delle sindache del Sud, così come quella dei due presidenti di Regione, cui auspicano si aggiungano presto le altre regioni governate da forze di opposizione nazionale, in primis l’Emilia-Romagna.

La presa di posizione dei primi cittadini e delle prime cittadine e di amministratori e amministratrici di comuni pugliesi si inserisce a pieno titolo nel ripudio della “secessione dei ricchi”, ma anche nella chiara consapevolezza che il Sud possa giocare un ruolo molto significativo nella spregiudicata partita che il Governo sta portando avanti, incurante non solo della sentenza 192/24, ma anche e soprattutto della sorte di territori che certamente – nonostante le rassicurazioni del ministro Calderoli – registrerebbero uno svantaggio incolmabile, se il processo andasse avanti.

Siamo convinte e convinti che tanti amministratori e amministratrici (e non solo quelli aderenti ai partiti dell’attuale opposizione parlamentare) del nostro Meridione siano perfettamente consapevoli che il processo eversivo dell’autonomia differenziata andrà a penalizzare territori le cui disuguaglianze sociali e squilibri territoriali subiranno un ulteriore aggravamento.  

I sottoscrittori e le sottoscrittrici chiedono “l’immediata sospensione del procedimento relativo agli schemi di intesa preliminare” fino al completamento di una complessiva rivalutazione costituzionale, finanziaria e amministrativa; richiesta che da tempo i Comitati e il Tavolo NOAD stanno esprimendo.

Un appello che il governo non dovrebbe sottovalutare, anche considerando l’avvicinarsi delle elezioni politiche. Sarà interessante capire se sul piatto della bilancia peserà più lo scambio scellerato tra legge elettorale e autonomia differenziata; o la paura di perdere consenso in un Sud che – già nel referendum di marzo sulla riforma della magistratura – ha riservato alle destre al governo una brutta e imprevista sorpresa.

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In attesa del miracolo di Hormuz

In teoria oggi potrebbe arrivare l’annuncio di un accordo per la gestione, e dunque la riapertura, dello Stretto di Hormuz.

Il problema è: un accordo tra chi?

Le fonti Usa, come sempre, danno per scontato che sarebbe stata accettata l’imposizione statunitense. Tutte quelle mediorientali, sia iraniane che arabe, raccontano una storia diversa. E questo naturalmente rende meno certa una soluzione positiva.

Al momento la situazione sarebbe la seguente, in base agli accordi tra Iran e Oman, con la mediazione di Pakistan e Qatar, l’Iran controllerebbe il canale di ingresso nel Golfo Persico, che passa tra le isole di Larak e Qeshm, mentre l’Oman quello di uscita, più vicina alle proprie coste. L’Iran manterrebbe in questo caso il diritto ad essere informato circa i movimenti su questo canale.

Per i 60 giorni necessari a formalizzare l’accordo, e soprattutto a smaltire il traffico bloccato da cinque mesi, non sarebbe richiesto il pagamento di diritti di passaggio, che entrerebbero in vigore solo in seguito sotto la dizione “per la sicurezza e la protezione dell’ambiente”.

Alcune fonti vicine al negoziato hanno riferito a Reuters che l'Iran “è improbabile che cambi la sua posizione attuale” poiché ha già abbandonato la sua richiesta iniziale di pieno controllo sul traffico in entrambe le direzioni.

Il portavoce del ministero degli Esteri iraniano, Baghaei, ha confermato che i colloqui sono “concentrati sulla creazione di rotte di navigazione sicure, salvaguardando gli interessi sovrani in materia di diritti e sicurezza dell’Iran e dell’Oman”. Ma ha anche spiegato che tutto sarebbe andato più velocemente se gli americani non fossero più volte intervenuti per condizionare la parte omanita.

Ogni esternazione di Trump rischia però di far saltare tutto, perché la delegazione iraniana ricorda spesso che non accetterà mai “pressioni e minacce” per arrivare ad un accordo non condiviso.

Ma non per questo il tycoon rinuncia a una “comunicazione” tutta orientata a far credere – ai soli cittadini statunitensi – che finalmente sta ottenendo una qualche “vittoria”. Ieri, per esempio, ha pubblicato il miliardesimo tweet in cui dichiarava che che Washington sta avendo “ottime discussioni” con l’Iran, che stanno “andando molto bene”, ma avverte che Teheran sarà colpita “molto duramente” se i colloqui falliscono.

I media statunitensi, nelle stesse ore, pubblicavano inchieste da cui risulta che l’esercito americano ha utilizzato quasi tutte le sue scorte globali di missili di precisione a lungo raggio e quasi l’80% degli intercettori THAAD.

Dunque un eventuale nuova ondata di attacchi dovrebbe come minimo avvenire dopo la definizione di nuove strategie. Ma non sembra ci siano molte idee in proposito, ed ha fatto ridere il mondo la notizia per cui il Pentagono avrebbe lanciato una sorta di “concorso” per avere suggerimenti in proposito.

Nel frattempo, però, “i mercati” stanno scommettendo sul fatto che un qualche sblocco dello Stretto sia alle porte, tanto che il prezzo del petrolio è sceso sotto gli 80$ al barile, mentre a Wall Street sia il Dow Jones che l’S&P 500 hanno raggiunto livelli record, mentre il Nasdaq è salito del 2,6%.

Sta di fatto, comunque, che i “percorsi negoziali” sono almeno due. Uno riguardante Hormuz, animato dai diretti interessati (con interferenze Usa, come detto), a ribadire che la gestione non dipende da “potenze che stanno a migliaia di km di distanza”.

L’altro, direttamente tra Iran e Stati Uniti, che soffre però di una diffidenza cresciuta esponenzialmente per colpa dei continui ripensamenti di Washington. Ma è anche l’unico che può metter fine, oppure no, alla guerra.

Il problema ulteriore è che questa trattativa riguarda tutto lo scenario mediorientale, Libano compreso, dove invece Israele prosegue nell’opera di demolizione di tutte le case nel Sud del paese, in modo da impedire il ritorno degli sfollati e trasformare un’occupazione illegale in “territorio israeliano”.

Una tattica che va avanti da 80 anni ed è alla radice di tutte le guerre che ci sono state e purtroppo ci saranno nella regione.

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Emoraggia di giovani laureati, a coprire il buco ci sono i migranti

Il report dell’Istat sulle migrazioni interna e internazionale, pubblicato il 3 agosto, conferma un dato di fatto ormai acclarato da oltre un decennio: l’Italia paga per formare giovani altamente qualificati per poi farseli “rubare” dai grandi centri del capitalismo europeo. È il fallimento della classe dirigente nostrana e insieme la vittoria del progetto unioneuropeista.

Va giustamente segnalato il ridimensionamento degli espatri, dopo i picchi registrati negli anni precedenti. Nel 2025 le cancellazioni anagrafiche a favore dell’estero sono scese a 144 mila unità, rispetto alle 189 mila del 2024 (-23,7%). Gli espatri dei cittadini italiani sono passati da 141 mila a 109 mila (-22,7%).

I paesi europei si confermano come la destinazione privilegiata dagli emigranti italiani. La prima meta è la Spagna, seguita da Germania, Svizzera, Regno Unito e Francia. Al di là del Vecchio Continente, il paese che accoglie più italiani sono gli Stati Uniti, con il 5,8% dei flussi.

Su varie testate giornalistiche si è riportata in maniera trionfalistica la contrazione degli italiani che lasciano il Belpaese, ma la realtà è che il saldo migratorio rimane negativo in maniera significativa: nel 2025 se ne sono andate “solo” 53 mila persone che, certo, sono comunque meno delle 83 mila del 2024.

I dati evidenziano come siano gli ingressi dall’estero a garantire la tenuta dei numeri della popolazione residente, con gli arrivi che sono quasi riusciti a pareggiare il divario tra il numero di nascite e quello dei decessi, anche se, a dire il vero, gli ingressi dall’estero nel 2025 si sono attestati in leggera flessione (-2,6%), a 440 mila unità. L’87% del totale è composto da cittadini stranieri.

Altro che la propaganda sulla natalità del governo para-fascista della “donna, madre, cristiana” Giorgia Meloni. Del resto, la natalità è un problema di “riproduzione della forza lavoro”, di salario, insomma. E su quel fronte, si sa, l’esecutivo difende gli interessi dei padroni e non mette un centesimo, a differenza di armi e armamenti.

È certamente questo uno dei motivi principali che contribuiscono al “furto” di cervelli italiani, accanto alla mancanza di qualsiasi politica industriale e la trasformazione del paese in un enorme parco turistico, con lavori precari e pagati una miseria. Ma proprio andando più a fondo sul nodo dei giovani – laureati – che fuggono in cerca di opportunità all’estero, c’è molto altro da evidenziare.

Nel periodo compreso tra il 2019 e il 2024, l’Italia ha subito una perdita netta di 161 mila giovani tra 25 e 34 anni. Tuttavia, il saldo dei giovani di cittadinanza straniera nello stesso periodo è risultato fortemente positivo (+454mila), garantendo al Belpaese un guadagno netto complessivo di 293 mila giovani.

Ma se si focalizza l’attenzione sui laureati, all’interno di questi insiemi, emerge un elemento di assoluta importanza. L’Italia ha perso 78 mila giovani laureati tra il 2019 e il 2024, emigrati all’estero. Allo stesso tempo, però, l’ingresso di 88 mila laureati stranieri non ha solo compensato la perdita, ma ha permesso di tenere un saldo positivo in questo settore, per quanto ammonti a solo 10 mila unità.

Il processo a cui si assiste è il seguente: le nostre università sfornano un (basso) numero di laureati, che a causa di imprenditori parassitari e l’abbandono di qualsiasi pianificazione economica pubblica sono spinti all’estero, mentre tanti laureati che arrivano in Italia in cerca di condizioni di vita migliori vengono messi a fare i lavori meno protetti e peggio pagati, perché l’unico orizzonte è quello dello sfruttamento intensivo.

Detto in altri termini, l’immigrazione straniera ha sostenuto la crescita demografica del paese, ma anche il bilancio della forza lavoro qualificata. Eppure, queste “risorse” intellettuali non vengono messe a sistema in un meccanismo virtuoso che possa permettere la crescita e l’innovazione del paese, che ormai è un’appendice di filiere che fanno capo altrove.

Ovviamente, non in tutta la penisola la situazione è uguale, dato che alcune regioni sono riuscite a integrarsi bene nel modello europeo. Ad approfittare maggiormente dei flussi migratori sono state le aree più dinamiche del paese, quelle del Nord-Ovest. Allo stesso tempo, si conferma la tradizionale direttrice che da Sud muove verso Nord anche gli italiani.

Il bilancio netto per il Mezzogiorno si chiude così con una perdita di circa 45 mila residenti nel 2025. Le regioni meridionali hanno perso 150 mila laureati tra il 2019 e il 2025: -122 mila per trasferimenti interni verso il Centro-Nord, -28 mila diretti all’estero. In questo modo, il Meridione è “rapinato” due volte, di giovani e di lavoratori pronti a immaginare uno sviluppo nuovo e diverso per i propri territori.

Che oggi si senta blaterare su tutti i media della crisi migratoria, intesa come l’arrivo di stranieri nel nostro paese, è davvero assurdo, di fronte a questi numeri. Bisognerebbe parlare del perché anche l’Italia è un paese di emigrati, e come elaborare un futuro per i nostri giovani.

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Non è affatto finita, e non finirà a breve

Mi spiace e non è pessimismo eh, è proprio così.

Anche oggi infatti, le temperature sono molto alte, specie al nord dove si raggiungono i 37-38°C. Nei prossimi giorni potrebbero anche aumentare, in funzione dell’anomalia che sta muovendo verso est.

Quello che si vede in foto, infatti, è l’analisi di ECMWF per i prossimi giorni, dell’anomalia termica a 1500 metri.

Si vede la bolla attuale sull’Europa dell’est, con anomalie fino a 8-10 gradi sopra la media.

Poi, invece di diminuire, dal 9 entrerà una nuova anomalia dalla Spagna e dal sud della Francia (li si sta crepando), per arrivare di nuovo su mezza Europa continentale. Noi siamo sempre al margine inferiore ma saremo comunque interessati.

Quindi fino a Ferragosto cambierà poco e niente se non per un lieve abbassamento delle massime fra giovedì e venerdì (specie al nord) anche se poi, il pericolo principale, potrebbe arrivare dai temporali pomeridiani. Anche perché il mare è letteralmente un brodo.

I danni ahimè, viste le condizioni del terreno, saranno prevedibili, con buona pace dei cretini di cui abbiamo contezza giornaliera, che continueranno a rompere coi tombini, le nutrie, e il campionario del perfetto idiota fatto di “è sempre stato così”.

Ora, io non so cos’altro possa servire per far capire agli imbecilli (e ai loro “spingitori”) la gravità di quello che stiamo vivendo.

Non serve nemmeno mezza Europa sotto una siccità mai vista, non servono i fiumi in secca, le centrali nucleari da spegnere per la mancanza di acqua di raffreddamento, non serve la fusione dei ghiacciai, il mare che risale il Po.

Perché poi tanto arriva il macho tossico che si vanta di lavorare alle 2 di pomeriggio, come a dire, è tutto finto.

D’altronde, con questo establishment mondiale è praticamente impossibile anche solo ragionare, figuratevi con i loro adepti. Aggiungeteci l’algoritmocrazia che monetizza l'imbecillità e il gioco è fatto.

Ci ritroveremo a inchiodare col freno a mano, quando potevamo frenare da almeno dieci anni, con le conseguenze sociali ed economiche che vi lascio immaginare.

Ah, dimenticavo. Se vi capita, passate da Piazzale dei Cinquecento di fronte alla stazione Termini, dove, dopo 18 milioni di euro spesi, il piazzale si sfalda dopo soli 6 mesi, con tutti i nuovi alberi già morti, muoiono pure quelli che c’erano. E poi chiedetevi se siamo abbastanza intelligenti per sopravvivere a questi cambiamenti.

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Fine dei dubbi: la rivoluzione chavista è stata venduta

di Carlo Formenti

Qualche mese fa, ragionando a botta calda sulla criminale aggressione colonialista statunitense al Venezuela, poco prima di consegnare la versione definitiva all'editore, nel testo del mio ultimo libro Oltre l'Occidente (scritto assieme ad Alessandro Visalli e qui presentato negli ultimi post) avevo espresso seri dubbi sull'esistenza di complicità all'interno del regime di Caracas. Scrivevo in particolare: "La posizione del governo di Rodriguez non sembra esente da ambiguità: non è chiaro se certe posizioni concilianti nei confronti degli USA siano frutto di una tattica dilatoria o della disponibilità al compromesso (...) Occorrerà dunque tempo per capire l'evoluzione della situazione: crisi irreversibile del regime, lungo periodo di transizione o acutizzazione dei conflitti politici e sociali fino alla guerra civile?".

In realtà non è stato necessario aspettare troppo. A smentire i tentativi di chi, come l'amica Geraldina Colotti, si arrampicava sugli specchi per difendere la tesi di una "ritirata strategica" dell'ala moderata del regime incarnata dalla Rodriguez, la cruda verità è emersa in modo inequivocabile. Come scrivono gli amici della Rete dei Comunisti su Contropiano "Quelli che venivano presentati come cedimenti “tattici” per evitare un conflitto chiaramente asimmetrico con la potenza militare statunitense, si sono invece rivelati una consapevole capitolazione politica e ideologica su ogni terreno: da quello economico alla politica internazionale. Il prezzo di questa capitolazione era già leggibile nell’immunità assicurata dall’amministrazione USA a Delcy Rodriguez rispetto ai procedimenti in corso in alcune corti federali statunitensi che invece tengono ancora in galera Nicolàs Maduro e Cilia Flores. L’episodio che ha scritto parole definitive sul passaggio al campo nemico è stato l’incontro tra i dirigenti del PSUV – cioè del partito di governo – con esponenti delle autorità israeliane. Quell’incontro infatti trascende dai rapporti tra Stati e quindi da protocolli e relazioni diplomatiche che talvolta prevedono anche rapporti controversi. È stata dunque una scelta tutta politica del PSUV e dei suoi dirigenti. Ma è stata una scelta preceduta dagli incontri degli esponenti del PSUV al governo sia con esponenti dell’amministrazione Usa che con alti ufficiali politici e militari israeliani. Incontri e relazioni ai quali faceva da contraltare la liquidazione di ogni solidarietà con Cuba sotto assedio e ogni gratitudine verso chi ha sacrificato 32 dei propri combattenti per proteggere il presidente Maduro o che per decenni ha fornito medici e insegnanti che hanno dato un contributo decisivo allo sviluppo sociale del paese".

Seguono alcune considerazioni sui limiti politici, culturali e organizzativi dei processi rivoluzionari messi in atto dai populismi di sinistra in Venezuela, Bolivia ed Ecuador che condivido in gran parte ma non del tutto (vedi le analisi sui processi bolivariani che ho sviluppato in alcuni dei miei lavori degli ultimi anni). Considerazioni che mi riservo di discutere in occasioni successive.

Qui, per tornare a quanto scrivevo mesi fa, mi limito a prendere atto che la situazione è ora chiara: la Rivoluzione è stata tradita da una cricca che si candida a svolgere il ruolo di borghesia compradora dell'imperialismo USA e a integrarsi nel nuovo blocco continentale di destra, incaricato di reprimere le lotte dei popoli latinoamericani. Ergo: possiamo solo aspettare che nuove ondate rivoluzionarie facciano pagare a queste canaglie il loro tradimento.

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Il 62% degli italiani rinuncia a fare figli perchè costa troppo

di Domenico Moro

Nel 2025 sono nati in Italia circa 355mila bambini, il dato più basso dalla fine della Seconda guerra mondiale, e sono morte 652mila persone, con un saldo negativo di -297mila unità, come se fosse sparita l’intera città di Catania[i]. La Fondazione per la Natalità, in collaborazione con Istat e Inps, ha reso pubblico un dossier da cui risulta che il 62% degli italiani fa sempre meno figli perché questi costano troppo. Inoltre, il 49,9% delle donne teme conseguenze negative sul lavoro con l’arrivo di un figlio. Solo il 5,5% dice di non volere figli[ii]. Il problema, quindi, non sono gli immigrati che sono troppi, ma gli italiani che stanno diventando troppo pochi.

In base alle proiezioni di Eurostat, la popolazione italiana, che nel 2026 è di 58,9 milioni, a pari condizioni (stesso tasso di natalità e stessa intensità del flusso migratorio di oggi), passerà nel 2050 a 55,7 milioni o a 49,5 milioni in caso di blocco totale dell’immigrazione (l’ipotesi vannacciana)[iii]. Questi dati dipendono anche dall’emigrazione di cittadini italiani. Nel 2026 oltre 6,5 milioni di questi, spesso giovani con alti titoli di studio, sono all’estero, alla ricerca di migliori salari e condizioni di vita. Visto che fare figli è difficile soprattutto per ragioni economiche, il vero problema è che i salari italiani negli ultimi decenni sono diminuiti e che il welfare per le famiglie e a favore delle donne che lavorano si è ridotto (a partire dagli asili nido e dalla assistenza ai genitori anziani).

Giusto qualche giorno fa l’Ufficio parlamentare di bilancio (Upb), riportava che tra 1990 e 2024 il salario reale dei lavoratori italiani del settore privato (ma il settore pubblico non sta meglio) è diminuito del 6,6%, mentre mediamente i salari dei paesi Ocse sono aumentati del 35%[iv]. Le persone nel capitalismo sono considerate come possessori di una merce (sebbene particolare), la forza lavoro. La forza lavoro, come ogni merce, ha un proprio valore, che corrisponde non solo alle merci che servono per il mantenimento in vita giornaliero, ma anche al tempo/costo per farla crescere, istruirla, curarla, ecc. Oggi il tempo di preparazione della forza lavoro si è allungato e, di conseguenza, il costo della sua riproduzione è molto alto e le famiglie non ce la fanno a sostenerlo. Fare figli potrebbe voler dire ridursi in povertà o ritornare alla situazione dei nostri antenati della prima metà del Novecento, che mettevano al mondo tanti figli (oltre che essere dovuto alla più alta mortalità infantile, serviva carne da cannone per le mire imperialistiche di Mussolini e del capitale italiano), senza stare troppo a preoccuparsi di garantirgli un decente standard di vita.

Il valore della forza lavoro è, però, storicamente determinato. Ciò vuol dire che è dato dal livello delle merci (beni e servizi) che in un certo periodo storico, cioè in certe condizioni di produttività, di cultura e di rapporti di forza tra lavoratori e capitale, sono ritenute essenziali al mantenimento della forza lavoro. Quanto al salario, esso è il prezzo della merce forza lavoro e oscilla attorno al suo valore. Infatti, uno degli strumenti maggiormente utilizzati dal capitale per contrastare la caduta del saggio di profitto è proprio quello di ridurre il salario della forza lavoro al di sotto del suo valore[v]. Ciò significa ridurre il consumo del lavoratore al di sotto dello standard a cui si era arrivati, dato un certo sviluppo della società. Quindi, i lavoratori italiani, a fronte di salari diminuiti, resistono all’abbassamento dello standard di vita a cui si sono abituati, scegliendo di non riprodursi. Per tutte queste ragioni, il capitale importa immigrati da paesi più poveri, specie da paesi extra-comunitari, perché lì i salari reali sono più contenuti e il valore della forza lavoro è più basso, specialmente il suo costo di riproduzione. Quindi, stranieri a basso costo, al posto di italiani ad alto costo. Se non vogliamo ridurci a essere un paese di vecchi e garantirci il diritto alla genitorialità, non serve a nulla attaccare gli immigrati e progettare impossibili e costosissime remigrazioni di milioni di persone.

Quello che serve è fare una battaglia a livello nazionale per alzare i salari pubblici e privati sia degli italiani sia degli immigrati e per sviluppare un welfare adeguato per i bambini e i vecchi, in modo che l’attività di cura non pesi solo sulle famiglie, e in particolare sulle donne. La questione salariale è, però, legata al modo di produzione economico. Infatti, l’Upb dice anche che la causa dell’arretramento dei salari italiani risiede nell’aumento del part-time involontario, che in Italia è molto maggiore che negli altri paesi europei (falsando anche le statistiche sul tasso di occupazione, che aumenta con il giubilo della Meloni).

Un’altra causa sta nella deindustrializzazione, a sua volta dovuta alle delocalizzazioni all’estero, dove il costo del lavoro è più basso. Infatti, sono diminuiti i posti di lavoro nell’industria e sono aumentati quelli nei servizi, che in media offrono contratti più deboli e compensi più bassi. Oltre a questo, va ribadito che bisogna lottare contro il caporalato e il lavoro nero e che se un uomo o una donna lavorano precariamente o a tempo parziale, magari fino a 40 o anche a 50 anni, non possono certo pianificare di fare dei figli. Tutto questo dipende soprattutto dalle riforme del mercato del lavoro (dal pacchetto Treu, alla riforma Biagi, a quella Fornero, al Jobs Act), che, votate da centro-destra e centro-sinistra, negli ultimi 40 anni hanno prodotto precarietà e abbassamento dei salari, allo scopo di rendere più competitive le merci italiane sul mercato globale e innalzare i profitti capitalistici. Va aggiunto, inoltre, che tali riforme e la riduzione del welfare sono dovute anche ai vincoli di bilancio dei Trattati europei e all’adozione dell’euro, che, impedendo di usare come leva competitiva sui mercati globali la svalutazione della moneta, favorisce il ricorso alla riduzione salariale.

In definitiva, la causa del calo dei salari sta nel modello economico orientato all’export e improntato al neoliberismo. Quindi, come dicevo in un mio articolo recente sul declino dell’auto europea e l’ascesa di quella cinese, va fatta una battaglia non solo per aumentare i salari, ma anche per superare il modello produttivo attuale e introdurre un sistema misto pubblico-privato, basato sui consumi interni e su di un ruolo maggiore dello Stato nell’economia, ad esempio rinazionalizzando quelle imprese che sono state privatizzate con esiti disastrosi, ad esempio Telecom e, come mostra la cronaca più recente, l’Ilva di Taranto.

Ciò, però, non può essere raggiunto attraverso una guerra fra poveri e meno poveri, tra immigrati e italiani, che ha l’effetto di dividere i lavoratori e deviare l’attenzione verso temi secondari. Ciò può essere fatto solo con una lotta unitaria, come sta già accadendo in alcuni settori lavorativi, malgrado molti italiani non ne siano coscienti, a causa del silenzio dei media. Basti solo pensare allo sciopero, organizzato da alcuni sindacati di base, che per giorni ha bloccato la distribuzione logistica di Bologna, per la protesta di lavoratori immigrati e italiani contro la morte di Farik. La lotta contro il razzismo e la xenofobia non è un vezzo da “sinistra fucsia”, ma un aspetto necessario alla ripresa e al dispiegamento della lotta di classe nel nostro paese.

Il problema, quindi, non è solo il ceto politico, ma il sistema capitalistico, specialmente quello puro, nella forma neoliberista e imperialista. Il ceto politico è subalterno (funzionale, meglio) agli interessi del grande capitale. Per contrastare questa situazione, bisogna darsi da fare e muoversi in prima persona. Votare alle elezioni non basta, bisogna mobilitarsi. E, invece, pare che molti italiani deleghino tutto alla politica. Ma la politica non può che essere il riflesso della società. E se la società oscilla tra pessimismo cosmico, apatia e perseguimento del proprio piccolo tornaconto individuale, c’è poco da meravigliarsi dello stato in cui versano i partiti e il paese.

Note

[i] https://www.statigeneralidellanatalita.it/wp-content/uploads/2026/07/VOLERE-O-POTERE-DOSSIER-2026-light-def.pdf

[ii] Barbara Gobbi, “Il 62% degli italiani rinuncia a fare più figli: costa troppo”, Il Sole24ore, 29 luglio 2026.

[iii] https://ec.europa.eu/eurostat/web/population-demography/population-projections/database

[iv] Gianni Trovati, “Il gelo dei redditi: -1,6% rispetto al ’90, l’Irpef frena la crisi ma non la risolve”, Il Sole24ore, 22 luglio 2026.

[v] K. Marx, Il capitale, Newton Compton editore, Roma, 1996, p.1073.

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Ceuta. Lo zampino degli apparati marocchini dietro “l’assalto dei migranti”

Sta assumendo i contorni di una “guerra ibrida” la crisi migratoria di Ceuta, exclave spagnola in Nord Africa confinante col Marocco, dove nei giorni scorsi sono entrate di forza oltre 60.000 persone e un centinaio sono morte nel tentativo di raggiungere il territorio “europeo”.

Secondo alcuni media spagnoli, tra le decine di migliaia di migranti penetrati nella exclave di Ceuta, la Guardia Civil di Madrid avrebbe identificato alcuni agenti dei servizi segreti del Marocco.

Coloro che erano responsabili del sistema di telecamere, in coordinamento con il comando della Guardia Civil, sono riusciti a riconoscerli fin dalle prime ore di giovedì 30 luglio. “L’individuazione è stata possibile grazie al monitoraggio in tempo reale dei movimenti lungo il perimetro di confine, effettuato tramite la rete di telecamere installate nella zona”.

La connivenza delle forze di sicurezza marocchine con il massiccio afflusso di migranti a Ceuta sarebbe dimostrata anche da diversi video che mostrano un atteggiamento decisamente passivo da parte dei poliziotti marocchini mentre i migranti avanzavano verso il confine.

Anche il New York Times, ha raccolto la testimonianza di uno dei migranti entrati a Ceuta nei giorni scorsi, Youssef Aloui, il quale racconta che gli agenti non avrebbero cercato di fermare i migranti e, anzi, li avrebbero indirizzati. “Continuavano a dirci: ‘Andate di qua, di qua’”.

Fonti dei servizi segreti spagnoli corroborano le osservazioni fatte dalla Guardia Civil e inquadrano ciò che accade in un’operazione di guerra ibrida. A loro avviso, un’azione di tale portata non poteva essere condotta senza l’intervento dei servizi segreti del regime marocchino.

Secondo gli analisti spagnoli operazioni simili si sarebbero verificate anche in altri periodi di forte pressione migratoria ai confini di Ceuta e Melilla, con presunti agenti marocchini integrati nei gruppi di migranti. L’obiettivo dei servizi segreti di Rabat sarebbe quello di raccogliere informazioni sulla capacità di reazione delle forze di sicurezza della Spagna di fronte all’afflusso di persone dal Marocco.

È diventata idea piuttosto diffusa che il Marocco sfrutti periodicamente la leva dei flussi migratori per fare pressione sulla Spagna relativamente alla questione del Sahara Occidentale (territorio conteso e rivendicato da Rabat). Due giorni prima dell’ondata di massa sulla frontiera di Ceuta, il premier spagnolo Sanchez era in Algeria – storica rivale del Marocco sulla questione Sharawi e non solo – per un incontro ufficiale. Una mossa niente affatto gradita dalle autorità marocchine.

Ma l’apertura o chiusura del rubinetto dei flussi migratori di massa è un’arma non certo esclusiva del Marocco. Lo hanno fatto sistematicamente la Turchia e la Libia per estorcere finanziamenti ai paesi europei di frontiera e alla stessa Unione Europea.

Infine, e non certo per importanza, le reazioni di governi di destra come quello statunitense, israeliano, italiano – tutti ostili a Sanchez – su quanto accaduto a Ceuta, indicano una coincidenza “di vedute” e di interessi con la mossa delle autorità marocchine. A pensarla male si fa peccato ma...

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