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martedì 30 novembre 2021

Mio fratello è figlio unico (1976) - Rino Gaetano - Minirece

La riforma fiscale di SuperMario: regressiva e sfregio alla Costituzione

L’articolo 53 della Costituzione della Repubblica recita testualmente “Tutti sono tenuti a concorrere alle spese pubbliche in ragione della loro capacità contributiva.”

Dunque, in punta di Costituzione, il sistema tributario dovrebbe essere informato a criteri di progressività. E Il principio di progressività è il criterio generale a cui secondo l’art. 53, co. 2, della Costituzione si ispira il sistema tributario.

Tale principio deve essere inteso come una particolare accezione del criterio di eguaglianza sostanziale, di cui all’art. 3, co. 2, della Costituzione, in quanto contribuisce a eliminare all’interno della comunità statale tutti gli ostacoli che di fatto impediscono il pieno sviluppo della persona umana.

In base a esso, infatti, il sistema tributario dovrebbe prediligere i tributi progressivi, vale a dire quelli che incidono in misura superiore sui soggetti che mostrano una maggiore attitudine alla contribuzione (nelle imposte progressive l’aliquota aumenta con il crescere della base imponibile).

Un sistema tributario caratterizzato dalla progressività dovrebbe, pertanto, pesare in modo più che proporzionale nei soggetti dotati di maggior ricchezza e meno che proporzionale nei soggetti più poveri.

Ciò comporta una redistribuzione della ricchezza stessa, con riduzione delle disuguaglianze tra i cittadini contribuenti (evasori ed elusori a parte).

Insomma, il carattere della progressività è riferito al sistema tributario nel suo complesso, non a specifici tributi o a singoli profili degli stessi. In buona sostanza, si richiede che ai tributi a struttura progressiva sia assegnato valore caratterizzante del sistema.

Ma in che direzione va la riforma fiscale del governo Draghi che introduce una revisione delle aliquote Irpef nel 2022?

Secondo le notizie che circolano da qualche settimana, le nuove aliquote Irpef 2022 prevederanno una riduzione, passando dagli attuali 5 scaglioni ai 4 stabiliti dal taglio Irpef. Ci sarà la cancellazione dell’aliquota Irpef al 41% e il taglio di tre punti di quella del 38% che passa al 35%.

I nuovi scaglioni Irpef 2022 cambierebbero nel nodo seguente:

– I redditi fino a 15mila euro restano con una aliquota al 23%

– lo scaglione compreso tra 15mila e 28mila euro passa dal 27% al 25%

– la fascia 28-50mila cambia aliquota dal 38% al 35%.

Ma la novità più odiosa e fortemente iniqua delle nuove aliquote Irpef è quella che riguarda le fasce più facoltose. Chi ha un reddito di oltre 50mila euro passa direttamente al 43%. Ed anche le detrazioni verranno “profilate” per portare un vantaggio anche per i redditi sopra i 50mila euro.

Con le nuove aliquote Irpef, senza tener conto dell’impatto che potrà avere la revisione anche della no tax area e delle detrazioni, si prospetterebbe la situazione seguente:

– fino al primo scaglione di reddito (15.000 euro): tassazione invariata;

– da 15.000 a 50.000 euro: risparmio d’imposta crescente fino al picco massimo (920 euro l’anno in meno) per redditi pari a 50.000 euro;

– da 50.000 a 75.000 euro: risparmio di imposta decrescente fino a 270 euro per redditi pari a 75.000 euro;

– da 75.000 euro in poi: risparmio “fisso” d’imposta pari a 670 euro.

Per l’Unione Sindacale di base “resta quindi in piedi e per certi versi si approfondisce un impianto fiscale regressivo, mentre naturalmente permane per le imprese quella vergognosa flat tax di fatto (24 per cento) e per i redditi di capitale la sottrazione al meccanismo della progressività dell’imposta [...]

Alcuni conti circolati in queste ore già evidenziano che il vantaggio sarà chiaramente nullo per il primo scaglione, ammonterà a pochi euro di riduzione fiscale per chi guadagna poco oltre i 15.000 euro, circa 260 euro l’anno per chi guadagna sui 28.000 euro, fino a circa 1070 euro per chi guadagna sui 55.000 euro e circa 670 euro per coloro che superano i 75.000 euro.

La fotografia è chiarissima: si avvantaggia il segmento medio alto, le fasce di reddito che avrebbero più bisogno di un effetto redistributivo vengono completamente ignorate e soprattutto si assesta un ulteriore colpo alla progressività verso l’alto poiché si equipara un reddito di 50.000 euro a quelli milionari magari percepiti da un top manager.

In sintesi si conferma la principale causa di iniquità sociale del nostro sistema fiscale: l’elevata aliquota media pagata dai redditi medio bassi e la scarsa distanza tra questa e quella pagata da chi percepisce redditi elevatissimi...”
.

Insomma, un bel governo Robin Hood alla rovescia che prende ai poveri per dare ai ricchi.

Un paio di decenni fa un certo Cossiga si atteggiava a “picconatore” della Costituzione. Mario Draghi non si accontenta di metterla in discussione; forte del mandato blindato conferitogli dall’Unione Europea e dall’endorsement della grande finanza internazionale, la deturpa, a suo piacimento, per mezzo di una legge ordinaria – la legge di bilancio – e i costituzionalisti muti.

Certo, cos’altro ci si poteva aspettare da uno come Draghi che ora tutti, da destra a “sinistra”, vedono come una divinità?

In fondo Mario Draghi è lo stesso uomo che, dal 1991 venne chiamato dall’allora ministro Guido Carli a fare il direttore generale del Tesoro, su suggerimento del governatore di Bankitalia Carlo Azeglio Ciampi e che avviò un’ondata di privatizzazioni selvagge: chiusura dell’IRI, Eni, Enel e, soprattutto, l’allora Sip.

Una serie di cessioni, rimpalli, rimbalzi di responsabilità che decuplicò il debito, a ridusse del 40% gli investimenti industriali bruciando più di 70mila posti di lavoro.

Lo stesso uomo che, dal 2002 al 2005, fu vicepresidente e membro del management del Committee Worldwide di Goldman Sachs, proprio nel periodo in cui in America le banche d’affari erano scatenate in manovre speculative e scavavano il baratro finanziario che si è materializzato nel 2008, trascinando in rovina il resto del mondo.

Lo stesso uomo che, nel 2015, da presidente della Banca centrale europea, decretò l’esclusione della Grecia dal programma di quantitative easing. Un provvedimento che avrebbe potuto evitare il disastroso ‘terzo memorandum’.

Una decisione fondata sull’assunto (sbagliato, naturalmente) che quella greca fosse una “crisi incontrollabile” e che contribuì – sotto la minaccia della cacciata della Grecia dall’eurozona – a seminare il panico (chiusura delle banche e dalle limitazioni ai prelievi bancomat) in un Paese già da tempo ricattato e messo in ginocchio con l’unico scopo di imporgli i diktat dei suoi creditori.

E che produsse la definitiva capitolazione di un popolo costretto a subire l’ennesimo piano di “salvataggio” da parte di quelle istituzioni europee che, in cambio, pretesero un’ulteriore ondata di tagli e macelleria sociale in un paese già devastato da cinque anni di “riforme” e feroce austerità.

Insomma, SuperMario non è mai stato un filantropo e l’ottima reputazione (la cosiddetta accountability) di cui gode presso i maggiori circoli finanziari mondiali, il nostro “divino” Presidente del Consiglio se l’è guadagnata mandando al macero fondamentali beni comuni ed al massacro sociale milioni di persone ingannate dalle false promesse di gente tipo “Lupi di Wall Street”.

Contro le misure economiche del governo Draghi, contro i licenziamenti, le privatizzazioni, le delocalizzazioni ed il carovita, per la giustizia climatica e sociale, il sindacalismo di base propone una Giornata di protesta nazionale per il prossimo 4 dicembre denominata “No Draghi Day” ed ha invitato tutti i movimenti e le realtà sociali e politiche a costruire la mobilitazione in forma unitaria e condivisa.

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lunedì 29 novembre 2021

Papillon (1973) di Franklin Schaffner - Minirece

Meno democrazia, please, ce lo chiede l’Europa

Neanche il tempo di registrare la confessione “sovranista” di Mario Draghi. Neanche il tempo di cogliere in quel “passaggio della sovranità all’Europa” un processo forzatamente antidemocratico, che un altro pezzo da novanta dell’establishment alto-capitalistico europeo si precipita a confermare che – sì – un po’ di democrazia in meno non può che essere “salutare”.

Mario Monti – ex presidente dell’Università Bocconi dal 1994, commissario europeo per il mercato interno tra il 1995 e il 1999; nella Commissione Prodi ha rivestito il ruolo di commissario europeo per la concorrenza fino al 2004, poi nominato senatore a vita e presidente del consiglio nel giro di 24 ore (da Giorgio Napolitano) – se ne è bellamente uscito con una “raccomandazione” da brividi: “Bisogna trovare delle modalità meno democratiche nella somministrazione dell’informazione, in una situazione di guerra si devono accettare delle limitazioni alle libertà”.

Il contesto è determinante, come sempre. Stava parlando di come l’informazione-comunicazione sta affrontando da due anni la pandemia, e la “guerra” che nomina è contro il virus. Ma i concetti hanno la nota caratteristica per cui, una volta enunciati, possono essere applicati a contesti diversi. Se ce n’è l’opportunità, la possibilità, la convenienza, ecc.

Come accade sempre più spesso, un’uscita così infame ha richiesto una rettifica e una puntualizzazione. Ma il proverbio che recita “la toppa è peggio del buco” mai come in questo caso si è rivelato di saggezza assoluta.

Ha “precisato” infatti l’ex premier della “riforma Fornero”: “Ho usato un’espressione infelice e impropria. Però, al di là del termine infelice, il tema esiste”.

Ovvero: “è come se fossimo in guerra. Ma nessuno si è posto il problema di adeguare la comunicazione a una situazione di guerra. Credo che, andando avanti la pandemia o in futuri disastri per la salute, bisognerà trovare un sistema che dosi dall’alto l’informazione”. Comunicazione, badate bene, non “informazione”. Propaganda, insomma.

E chi dovrebbe decidere questo dosaggio di informazioni, da “somministrare” come una medicina pericolosa? Nessun dubbio, “Il governo, ispirato e istruito dalle autorità sanitarie”. O da quelle militari ed economiche, in altri tipi di guerra.

I no vax lo eleggeranno a loro nume tutelare, non c’è dubbio...

In due o tre frasi appena, questo tecnocrate che ha peggiorato la vita a decine di milioni di persone, quando ne ha avuto il potere, è riuscito a distruggere un paio di secoli di retorica democratica, compreso il pilastro liberale del “quarto potere”, la stampa.

Nel far questo è stato però non paradossalmente favorito da un sistema mediatico decerebrato e ossessionato esclusivamente dall’audience (l’equivalente del profitto, in questo ambito). E che dunque ci somministra – è il caso di dirlo – decine di ore al giorno su statistiche, varianti, vaccini e campagne vaccinali, no vax e no green pass (come “colpevoli” predestinati), virologi ed epidemiologi spesso non in grado di esprimersi in tv in modo differente da come farebbero in un convegno (luogo in cui la “problematicità” di ogni scoperta è altamente apprezzabile, visto che si parla tra pari livelli di conoscenza). Eccetera.

Un’informazione intossicata dalla ricerca dell’audience ha una caratteristica fondamentale: non può e non vuole “arrivare alla verità”.

Per un motivo banale: scoprire la verità è un atto definitivo, che chiude una discussione e apre ad altre ricerche, a problemi nuovi.

Ma se si stanno facendo i soldi – per l’editore – pestando sempre sullo stesso tema, allora “la parola definitiva” non deve arrivare mai.

Un esempio storico è quello della “dietrologia sul caso Moro”, sui cui si sono s-formati centinaia di gazzettieri italici. Il “mistero”, in quel caso, era la molla del business e dunque doveva restare in piedi a tutti i costi.

Con l’epidemia da Covid il problema è stato impostato in modo simile. “Tira”, e dunque si deve dare spazio più o meno a tutti, perché meno si arriva a una conclusione certa, più si continua a far girare la macchina, i soldi arrivano, l’editore è contento e “noi” (i giornalisti mainstream, non certo noialtri che lavoriamo volontariamente) siamo sull’onda.

La “libertà di stampa” è un concetto da sbandierare, nelle redazioni “professionali”, ma non da praticare. Avete mai letto su La Stampa una recensione critica nei confronti di un’auto Fiat o – sacrilegio! – contro la famiglia Agnelli? Idem in Rai o a Mediaset verso “l’editore di riferimento”, ovvio.

In questo caos informativo Mario Monti e quelli del suo livello ravvisano un “problema”, che identificano con “la democrazia”. Va bene che gli editori facciano i soldi con questa merda, ma se poi i governi – e le altre imprese che contano – non riescono ad esercitare una governance efficace, allora bisogna cambiare registro.

E “somministrare i giusti dosaggi di informazione”: quelli decisi dal governo.

Passi avanti in questa direzione erano già stati fatti – con il consenso degli stessi giornalisti mainstream – con le campagne in favore dell’”informazione docg” (la loro, ça va sans dire), per “combattere le fake news” (che sono un problema oggettivo, come i no vax). Ora Monti & co. invitano a fare il salto decisivo verso l’informazione di regime.

Ok, questo è chiaro. Monti lo dice esplicitamente.

Ma perché? Per quale motivo la “libertà di stampa”, e le libertà in generale, sono diventate un intralcio? Non avevano costituito fin qui la “vera differenza” del capitalismo neoliberista rispetto alle esecrate “dittature”?

La ragione è che “siamo già in guerra”, e non contro un virus.

Lo ha spiegato – con meno chiarezza, con molti veli in più – il più esperto Mario Draghi, durante la firma del Trattato del Quirinale: “Sovranità europea significa disegnare il futuro come lo vogliamo noi europei, non come lo vogliono gli altri. Per questo serve controllare i confini, gettare le basi per una difesa europea“.

La fase che è iniziata è di “competizione internazionale”, anzi di “iper-competizione”. Con la Cina e la Russia, certo, ma smarcandosi quanto basta dagli Stati Uniti, perché ci sono “interessi strategici europei” – per esempio in Africa – che debbono essere difesi anche da loro.

E “per fare la guerra”, come chiosa Monti, non c’è bisogno di “Nessuna censura, piuttosto un nuovo ruolo dell’informazione in una situazione di emergenza. Noi abbiamo già accettato di buon grado limitazioni mai immaginate alla nostra libertà di movimento. Diciamo di stare in guerra, ma appunto c’è da chiedersi in questa guerra, in un sistema democratico, come si affronta l’emergenza?”

Non dubitiamo che i “liberi professionisti” dell’informazione mainstream sapranno raccogliere immediatamente questo invito. Infondo, c’è solo da ricordarsi che devono tener conto di un secondo editore, che sta più in alto di chi paga loro lo stipendio a fine mese.

Il problema vero, comunque, è l’altro: siamo già in una guerra. E la vostra nuova “patria” si chiama Unione Europea. L’Italia o la Francia vanno bene allo stadio, come l’Inter o la Scafatese.

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L’export italiano ha il cuore verso la Cina

Stamane, ora locale di Pechino, la General Administration of Customs, la divisione Dogane del Ministero del Commercio cinese, ha diffuso le statistiche relative al commercio estero cinese ad ottobre 2021.

Le importazioni cinesi dall’Italia hanno raggiunto ad ottobre 2,306 miliardi di dollari (1,903 miliardi nel 2020). In totale nei primi 10 mesi di quest’anno l’import cinese dal nostro Paese è pari a 25,1 miliardi di dollari (17,4 miliardi di dollari nel 2020, mentre nel 2019, pre-pandemia era pari a 17,67 miliardi di dollari).

L’interscambio raggiunge nei primi 10 mesi 60 miliardi di dollari, dunque si superano i 50 miliardi di euro come obiettivo prefissato tra le parti negli anni scorsi.

L’Istat registra ancora, nel corso dei primi 10 mesi, un passivo con la Cina di 18,56 miliardi di euro. Dal Gacc risulta invece 10 miliardi di dollari, molto meno.

È sempre quello il problema: ci sono triangolazioni commerciali tali per cui l’export italiano verso la Cina passa per altri paesi (ad esempio, quest’anno si registra un boom di export verso Olanda e Belgio, che non trova riscontro nelle destinazioni reali delle merci italiane).

Dalle simulazioni fatte invece dalla Sace (la Società di assicurazione all’export, riprese da Il sole 24 ore), quest’anno l’export totale italiano passa da 480 miliardi del 2019, pre pandemia, a 500 miliardi. 20 miliardi di differenza.

Come potete notare dalle cifre, e come ho sostenuto nel dibattito di venerdì scorso organizzato da Potere al Popolo e Cambiare Rotta Salerno, 8 miliardi sono da accreditare all’export verso la Cina.

Complessivamente il peso della Cina rispetto al totale arriverebbe a 7,5 -8% annuale, mentre l’Istat registra un peso del 2,9%.

Il tutto senza considerare la spesa turistica (nella pre-pandemia venivano in Italia 3 milioni di cinesi, il contributo più alto agli scambi tra i due paesi), altrimenti il peso della Cina nell’economia italiana sarebbe ancora più significativo.

La Cina onora il Memorandum, sta ai patti, e, come sostenuto un anno e mezzo fa, consiglia agli operatori cinesi di importare merci italiane.

Non sappiamo ancora a quanto ammonti la percentuale italiana nell’import totale cinese, sicuramente sta aumentando a svantaggio di quote di mercato di altri paesi europei.

E pensare che c’era chi sosteneva che il peso della Cina nell’export italiano era pari a quello della Bulgaria..

I fatti hanno la testa dura.

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domenica 28 novembre 2021

Dragonheart (1996) di Rob Cohen - Minirece

Draghi taglia e l’Europa loda (ma non basta...)

Come prevedibile, anche in queste settimane il ‘Governo dei migliori’ guidato da Mario Draghi sta proseguendo pedissequamente nel percorso di riforme previsto dal Piano Nazionale di Ripresa e Resilienza (PNRR): a fronte di poche risorse elargite dall’Unione Europea, largamente insufficienti a far ripartire un’economia falcidiata dalla crisi, il Governo ha accettato la via della piena adesione alle condizionalità europee, definitivamente istituzionalizzate attraverso l’accordo alla base del programma Next Generation EU. Rispetto alle 528 condizioni negoziate dall’Italia con la Commissione per accedere alle venti tranche di finanziamento previste dal suddetto programma, il Governo sta infatti lavorando di buona lena all’implementazione delle riforme strutturali richieste. Tra queste, ha già portato a casa: il decreto sulla concorrenza, che spiana la strada alla cessione dei monopoli naturali ai privati; una riforma delle pensioni che prevede il ritorno alla Legge Fornero; il depotenziamento del reddito di cittadinanza, che indebolisce ulteriormente  la posizione contrattuale dei lavoratori; dulcis in fundo, la prima fase della riforma fiscale, che cambia poco per cambiare male, lasciando intaccati la scarsa progressività del sistema e i privilegi dei redditi da capitale (redditi d’impresa e rendite finanziarie).

Ciascuna di queste misure va però inserita all’interno del disegno complessivo dell’esecutivo, il quale si evince con la massima chiarezza attraverso l’analisi della Legge di bilancio 2022: una difesa a tutto campo del profitto privato, attraverso l’intensificazione dello sfruttamento del lavoro e l’erosione degli scampoli di stato sociale rimasti in piedi nonostante trent’anni di riforme neoliberiste. Nella manovra sono infatti condensate tutte le richieste di Confindustria e le pretese delle istituzioni europee, con l’Italia che riprende la via dell’austerità più feroce e incanala le scarse risorse concesse alle imprese.

Fin qui tutto bene, direbbe l’Unione Europea. Eppure, un articolo apparso su ‘La Stampa’, a firma Emanuele Bonini, dall’eloquente titolo: L’UE critica Draghi, fa riferimento alle opinioni formulate dalla Commissione europea circa la recente Legge di bilancio, sottolineando come la Commissione stessa ha criticato la ‘manovra’ Draghi, facendo riferimento alle “poche garanzie sulla riduzione del debito” e suggerendo di adottare “le misure necessarie per limitare la crescita della spesa corrente finanziata a livello nazionale”.

L’articolo sembra dunque suggerire una profonda diversità di vedute tra le istituzioni europee e l’esecutivo italiano, reo di approfittare della flessibilità di bilancio offerta dall’Unione in tempi di crisi per spendere e spandere, senza badare troppo all’entità del debito. In realtà, nelle otto pagine di documento cui fa riferimento il contributo si rintracciano ripetuti apprezzamenti alla Legge di bilancio, che testimoniano un atteggiamento a dir poco benevolo nei confronti del Governo Draghi. Proviamo a vedere di seguito come il tono e i contenuti della lettera siano diametralmente opposti a quelli che La Stampa vuole lasciarci intendere.

Il documento si apre con una serie di considerazioni generali sulla vigente normativa europea, ricordandoci che l’applicazione della clausola di salvaguardia, che sospende il Patto di Stabilità e Crescita, continuerà nel 2022, per poi essere disattivata dal 2023, quando i diversi Stati Membri dovranno tornare a una ferrea disciplina di bilancio. Dobbiamo evidenziare ancora una volta che, al fine di fronteggiare la crisi economica innescata dalla pandemia, tale clausola ha consentito di stanziare un ammontare di risorse in deficit impensabile nel contesto europeo nella fase pre-Covid, sebbene tali risorse si siano rivelate, alla prova dei fatti, del tutto insufficienti a contenere il devastante impatto economico e sociale della pandemia.

In seguito, si passa alle raccomandazioni specifiche per l’Italia. E qui iniziano i complimenti al Governo Draghi: infatti, la Commissione ci ricorda innanzitutto che le raccomandazioni indirizzate all’Italia dalle istituzioni europee in merito all’utilizzo delle risorse del PNRR sono state accolte dall’attuale Governo, tant’è che il Consiglio dell’UE ha approvato il Piano italiano, dando il via libera a una prima tranche di prefinanziamento. Se il PNRR costituisce l’asse portante della politica economica nazionale del prossimo quinquennio, il via libera delle istituzioni europee non può che testimoniare un’ampia comunanza di vedute tra le istituzioni europee e il Governo Draghi. In particolare, la Commissione evidenzia che il PNRR “contiene rilevanti riforme strutturali e fiscali che dovrebbero contribuire alla sostenibilità delle finanze pubbliche”. Tutt’altro registro rispetto a quello suggerito dal titolone de ‘La Stampa’.

Tra le riforme elencate, particolare apprezzamento è riservato alla lotta all’evasione fiscale, alle misure di rafforzamento della spending review e alla riforma del codice degli appalti, tutte misure che dovrebbero contribuire a migliorare i conti pubblici: ciò significa che la Commissione apprezza gli sforzi compiuti dal governo Draghi nel PNRR per ridurre il disavanzo, al fine di tornare a perseguire surplus di bilancio all’interno di una strategia di riduzione del debito pubblico.

Con queste parole al miele sul Governo e sul PNRR, l’intuito ci anticipa che la tesi giornalistica di una critica serrata da parte della Commissione alla Legge di Bilancio sia del tutto infondata. Prendiamo comunque in rassegna il documento. Quando il focus si sposta sulla manovra, questo afferma in primo luogo che le previsioni del Governo per il prossimo anno circa la riduzione del deficit (dal 9,4% al 5,6% del PIL) e del debito pubblico (dal 153,5% al 149,4%) sono “ampiamente in linea con le stime della Commissione”.

Di fronte a questi dati, un lettore disattento potrebbe obiettare che in fin dei conti la politica di bilancio rimarrà pur sempre espansiva anche per il 2022. Tuttavia, come abbiamo più volte spiegato, le variabili di riferimento per valutare l’orientamento fiscale di un Governo sono il saldo di bilancio primario e il rapporto deficit/PIL aggiustato per il ciclo economico. Da questo punto di vista, il 2022 segna una prima significativa normalizzazione delle politiche di bilancio, che va letta come la prima tappa del processo di definitivo rientro nei binari dell’austerità. La Commissione afferma infatti che la Legge di Bilancio implica per gli anni successivi “un aggiustamento strutturale cumulato complessivo dell’1,6% del PIL nel biennio 2023-2024” ed indica esplicitamente una strategia di riduzione del debito basata sulla realizzazione di “adeguati surplus primari”.

Oltre all’orientamento fiscale complessivo dei prossimi anni, in questo documento la Commissione esprime ulteriore gradimento anche per alcune misure specifiche volte a “rafforzare crescita e resilienza”, come gli incentivi fiscali e le garanzie pubbliche destinate alle imprese. Grande entusiasmo ha suscitato, infine, la riforma fiscale contenuta nella manovra, che stando alla Commissione avrebbe il potenziale di alleggerire il carico fiscale sul lavoro. Non sappiamo come la Commissione sia potuta arrivare a formulare questa profezia senza consultare alcun testo definitivo (che ad oggi non esiste), ma scommettiamo un fiorino che questo non sarà l’esito della riforma.

Dopo il breve passaggio critico che così tanta attenzione ha suscitato per la stampa italiana, il documento conclude che le misure contenute nella Legge di Bilancio “contribuiscono a soddisfare la raccomandazione del Consiglio di garantire una ripresa sostenibile e inclusiva”.

Insomma, contrariamente al messaggio che vuole farci arrivare il titolista de ‘La Stampa’, parole al miele per Draghi e il suo esecutivo giungono da Bruxelles. Non poteva, tuttavia, essere altrimenti: il Governo Draghi è l’incarnazione vivente degli interessi di Confindustria e del grande capitale, perfettamente tutelati dai principi su cui si fonda il progetto di integrazione europea. Semmai, quelli della Commissione sono moniti per coloro che, domani o dopodomani, si troveranno ad amministrare e governare al posto di Draghi: ogni dubbio sul fatto che il ritorno alla più dura delle austerità (che non potrà conoscere deviazioni) è fugato fin da ora. Insomma, parlare a nuora perché suocera intenda.

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