Presentazione


Analisi, opinioni, fatti e (più di rado) arte da una prospettiva di classe.

12/08/2026

L’Italia di oggi

Marina ha 38 anni, lavora in una cooperativa di pulizie, guadagna 800 euro al mese, vorrebbe sposarsi con il compagno ma l’azienda sta tagliando le ore per risparmiare.

Stella lavora in un bar fino al mattino perché il marito ha abbandonato lei e la sua bimba di 4 anni e lei deve portare il pane a tavola. Guadagna 1100 euro. Per far quadrare i suoi conti, deve chiedere aiuto a sua madre, pensionata e vedova, che lo Stato sostiene con poco più di 700 euro.

Marco ha 42 anni, si fa il mazzo da mattina a sera. Va avanti e indietro sulla statale 18, rischiando la vita ogni momento. Guadagna 1700 euro, uno stipendio che dieci anni fa lo aveva fatto sentire Bill Gates e che oggi, con il carburante a 2,30 al litro, gli lascia ben poco potere d’acquisto. Dice che ama la fidanzata e vorrebbe un figlio da lei. Ma poi dice che di notte, nel letto, a luce spenta, si fa due calcoli e teme di non poter dare a suo figlio il futuro che spera per lui.

Poi c’è Maria. Maria ha 50 anni ed è in salute, per fortuna, ma non trova lavoro. Tre anni fa ha deciso di lasciare un marito idiota che l’assillava con scenate di rabbia solo perché aveva messo un like a un vicino di casa o sotto la foto di Stefano De Martino.

A lei dicono che non è più giovane per fare certi lavori o per impararli, e non è nemmeno vicina all’età pensionabile. Maria, come tante donne e tanti italiani, vive nel limbo dell’incertezza, non sa che ne sarà del suo domani e le viene impedito di sognare.

Il marito invia i soldi del mantenimento a singhiozzo e lei per mantenersi deve fare piccoli lavoretti in nero, fa le pulizie, stira ad ore, accompagna un’anziana a fare le commissioni, ma non sa mai quanto guadagnerà questo mese, se può permettersi una piega dal parrucchiere o se potrà mangiare pesce fresco almeno una volta.

Poi c’è Vito, nome italiano ma pelle scura, che sul cantiere deve lavorare il doppio degli altri perché lui è quello nero della situazione e quindi lo schiavo nell’immaginario collettivo. Nessuno glielo ha mai detto, ma lo ha compreso dagli sguardi e dalla risatine dei colleghi. Gli danno 1000 euro per fare lo schiavo sotto il sole e deve stare pure zitto perché siccome è nero non è che tutti siano disposti a dargli lavoro.

Va al lavoro in bici e ci arriva già sudato come una cozza. Ma non è per risparmiare. È perché lui la macchina non può comprarsela, nemmeno di seconda o terza mano. Non è per razzismo, eh, è solo che quelli con la pelle scura sono schiavi e basta. Lavorano di più per guadagnare meno. Non lo so chi l’ha deciso ma è così. Per la società è così.

Questa è l’Italia di oggi. Non a Milano, non a Bergamo, non a Roma. Qui, da noi, al sud, nella meravigliosa Riviera dei Cedri, tutta sole e mare.

Al sud, dove una volta si viveva in serenità, dove una volta un operaio era benestante e comprava la villetta vista spiaggia.

Non oso immaginare come viva la gente al nord, dove una stanza condivisa costa 800 euro al mese.

Eppure sento parlare di tutto, di tutto, meno del fatto che lo Stato, dalla pandemia in poi, ci ha messo in modalità sopravvivenza.

Moriamo di più, perché facciamo meno prevenzione; siamo più tristi, perché non abbiamo svaghi; non facciamo più figli perché non li possiamo mantenere e perché il solo pensiero di metterli a questo mondo ci fa rabbrividire.

Ma siamo immobili, imbambolati, incapaci di reagire, di ribellarci e di far valere i nostri diritti.

Leoni sui social e coglioni innanzi al potere.

E non riesco ancora a capire il perché, cos’è che ci ha disarmato mentalmente.

Fonte

IA: la bolla e lo spillo

È passato quasi un anno da quando avevamo proposto – condividendola con Guerre di Rete – una lettura attenta delle dinamiche finanziarie che andavano accompagnando lo sviluppo impetuoso dell’Intelligenza Artificiale negli Stati Uniti (il resto dell’Occidente, ancora oggi, sta a guardare).

I recenti sviluppi sembrano confermare, con l’autorevolezza di due studiosi di primo piano, il sospetto che la “bolla” dell’IA sia in un condizione molto più che critica. Se ne è accorto ormai anche Il Sole 24 Ore, organo di Confindustria. Non siamo al “si salvi chi può”, ma i cigni neri svolazzano da tutte le parti... 

*****

Lo scorso dicembre abbiamo realizzato uno studio dedicato all’ecosistema IA statunitense e alle elevate quotazioni raggiunte dai relativi titoli azionari (1).

Queste le nostre conclusioni di allora:

  1. Le attuali quotazioni di borsa delle big tech Usa non sono del tutto giustificate dai fondamentali economici: il P/E ratio delle principali aziende statunitensi di alta tecnologia, infatti, sconta aspettative molto ottimistiche sugli utili futuri, come un orizzonte di medio termine.
  2. Un ridimensionamento delle quotazioni è altamente probabile. Un primo scenario possibile vede una forte correzione dei prezzi di borsa limitata ad alcuni titoli, senza un’ampia generalizzazione. Non è però da escludere un secondo scenario, caratterizzato da effetti di contagio sull’intero spettro delle aziende del settore high tech.
  3. Anche le imprese driver del cambiamento tecnologico sono a rischio. Diversi precedenti storici dimostrano, infatti, come sia possibile andare incontro a pesanti correzioni al ribasso delle quotazioni di mercato anche nel caso di imprese protagoniste di una rivoluzione tecnologica.
  4. La rendita da monopolio tecnologico delle big tech Usa è minacciata dalla concorrenza globale. La Cina, in particolare, è dotata di un sistema di imprese innovatrici abbastanza vasto e avanzato da poter, in prospettiva, intaccare la rendita odierna delle grandi società tecnologiche statunitensi.

A poco più di un semestre di distanza torniamo a valutare i trend sintetizzati nei quattro punti, al fine di verificare se essi siano stati confermati o smentiti dagli sviluppi successivi, e di individuare l’eventuale emergere di nuove macrotendenze.

Punti 1-2: quotazioni e utili


Come si evince dalla tabella, i titoli azionari delle big tech statunitensi hanno registrato correzioni al
ribasso anche molto marcate rispetto ai loro picchi di valutazione. Anche i P/E Ratio – pur restando
mediamente elevati – hanno registrato significativi ribassi.

La positiva dinamica dei profitti ha a lungo evitato che il settore andasse incontro a una correzione, ma crescono le perplessità degli investitori in termini prospettici. Si assiste in effetti a un sostanziale consolidamento delle criticità a suo tempo da noi individuate.

Circolarità profitti-finanziamenti

A luglio il WSJ ha fatto trapelare la notizia di un accordo in fase di elaborazione tra OpenAI e Nvidia, in base al quale l’azienda di Jensen Huang si impegnerebbe a fornire fino a 250 miliardi di garanzia per l’investimento di Open AI in un datacenter da 10 GW in Ohio (2). È questo un pattern ormai ben noto al settore: aziende impegnate nello sviluppo di modelli IA come OpenAI comprano cloud e capacità computazionale da imprese quali Oracle e CoreWeave; Oracle e CoreWeave comprano GPU Nvidia; Nvidia investe o garantisce clienti e partner; OpenAI riceve o concede esposizioni azionarie a fornitori come Nvidia e AMD.

Insufficienza dei fondi propri

Il consensus degli analisti attorno alla sostenibilità dei capex degli hyperscaler appare in fase di ricalibrazione: se in un primo momento equity e free cash flow sembravano sufficienti a garantire la realizzazione dei progetti di investimento, diverse analisi oggi sottolineano una significativa sottostima dei costi, con pesanti conseguenze sul lato dei profitti. Secondo un numero crescente di analisti, infatti, i free cash flow dovrebbero scendere in territorio negativo – a livello aggregato degli hyperscaler – già nel 2026, tornando sopra lo zero solo nel 2028.
Coerentemente con questa dinamica, cresce il ricorso al debito: nel 2025 – riporta Reuters – le emissioni di bond corporate dei cinque maggiori hyperscaler hanno raggiunto i 121 miliardi, contro una media annua di 28 tra 2020 e 2024 (3). Non solo: secondo gli analisti di Goldman Sachs, queste cifre lieviteranno ulteriormente fino a 250 miliardi (+107%) nell’anno corrente e a 400 (+60%) nel 2027 (4).

Il rischio che alcune delle aziende coinvolte non riescano ad onorare i propri impegni appare così sempre più concreto, come evidente dall’aumento dei costi di assicurazione contro il loro default.
Punto 3: le aziende driver del cambiamento tecnologico

I ritracciamenti dei titoli azionari dell’ecosistema IA Usa negli ultimi mesi hanno interessato anche quelle società che, a prima vista, non potranno che beneficiare dei programmi di spesa degli hyperscaler. Tra queste in primis Nvidia, le cui azioni hanno raggiunto un picco il 14 maggio a 236,54 $, per poi scendere fino a quota 200 al 31 luglio (-15%).
La stessa dinamica ribassista ha coinvolto anche l’indice Kospi coreano, centrale per il mercato globale di chip e semiconduttori. Nonostante l’irrinunciabilità di questi prodotti, di cui Samsung Electronics e SK Hynix sono tra i maggiori produttori mondiali, dopo alcuni mesi di straordinaria crescita l’indice ha perso circa il 40% del proprio valore, ed è tutt’oggi di oltre il 30% al di sotto del picco del 22 giugno.

Punto 4: la concorrenza internazionale

Con il rilascio di Deepseek-R1 a gennaio dello scorso anno la Cina aveva già dimostrato di poter competere con gli Usa nella corsa all’IA. Ciò che negli ultimi mesi ha lasciato stupiti analisti e investitori è la rapidità con cui le imprese cinesi stanno realizzando progressi significativi, tanto sul lato tecnologico quanto su quello commerciale.

Lato tecnologico

Il 28 luglio 2026 Reuters ha riportato la notizia che la Cina sarebbe pronta a produrre in massa macchine litografiche DUV (Deep Ultraviolet) sviluppate in autonomo (5). Ciò avvicina notevolmente il Paese, in prospettiva, alla piena autonomia dalle forniture occidentali – in primis dell’olandese ASML – di macchine per la produzione di microchip.

Sempre a luglio, poi, la cinese Moonshot AI ha rilasciato il proprio modello Kimi-K3. Le prestazioni di quest’ultimo – anche a giudizio di analisti indipendenti ed esterni alla Cina – sono vicine a quelle dei modelli di frontiera statunitensi e difficilmente possono essere state ottenute tramite “distillazione” da modelli di matrice Usa (6). In quanto open-weight, inoltre, Kimi-K3 offre indubbi vantaggi in termini di contenimento dei costi e trasparenza nell’utilizzo.

Lato commerciale

I progressi realizzati sul piano strettamente tecnico – uniti alla perdurante scelta strategica di mantenersi entro un paradigma di innovazione open-source o open weight – sembra stiano dando frutti sul piano commerciale. Si pensi, per esempio, all’utilizzo dei token (unità di testo elaborata dal modello) su una piattaforma ampiamente utilizzata da aziende e programmatori come OpenRouter: negli ultimi mesi oltre il 50% dei token utilizzati sulla piattaforma era da ricondursi a modelli cinesi, contro una percentuale trascurabile ancora a gennaio 2025.

Ciò, non significa che la Cina sia giunta a detenere la fetta più grande del mercato IA globale, ma è un chiaro segno di come tali modelli siano ormai pienamente capaci di fare concorrenza a quelli statunitensi.
Un’ulteriore conferma si ricava dal settore dei semiconduttori. Apple, per esempio, ha recentemente aperto trattative con la cinese CXMT, produttrice di microchip per la memoria nei dispositivi digitali (7). Quest’ultima è stata recentemente protagonista di un’IPO da record sulla borsa di Shanghai, con un rialzo del 466% il primo giorno di quotazione e senza profonde correzioni nelle giornate successive. Risultati tanto positivi, in effetti, rendono manifesto un crescente interesse da parte degli investitori internazionali per l’ecosistema high tech cinese, anche solo in funzione di diversificazione rispetto agli affollati mercati statunitensi.

Conclusioni: lo spillo cinese bucherà la bolla americana?

La principale novità rispetto allo scenario che avevamo delineato nella nostra precedente ricerca è la rapidità con cui la Cina sta colmando il proprio gap nell’ecosistema IA rispetto agli Stati Uniti. La questione non si esaurisce in un tema di performance dei modelli, ma riguarda soprattutto il rapporto tra prestazioni e costi.

A quasi quattro anni dal lancio di Chat GPT e a fronte di centinaia di miliardi già spesi in investimenti, all’IA sono oggi richiesti ritorni concreti in termini di efficienza dei processi aziendali, di produttività e, in ultima analisi, di profittabilità. Gli elevati costi di sviluppo e addestramento, tuttavia, fanno sì che questo esito sia tutt’altro che scontato, tanto per gli hyperscaler quanto per le aziende che dell’IA intendono servirsi nel proprio business.

Il crescente utilizzo di modelli cinesi è la conseguenza di tale dinamica: salvo che per i compiti più complessi, imprese occidentali come Airbnb, Uber Eats, Siemens e Coinbase – per citare alcuni nomi celebri – sembrano preferire le più economiche IA cinesi per gran parte delle attività, potendo contare su un livello qualitativo comunque relativamente elevato (8).

È uno scenario preoccupante per le grandi compagnie tecnologiche Usa, che rischiano non solo di perdere quote di mercato ma soprattutto di vedere il rendimento prospettico dei propri investimenti ridursi drasticamente.

È questa, del resto, una dinamica tipica di ogni ciclo di innovazione tecnologica, come avevamo sottolineato nel nostro precedente studio: con il tempo, la concorrenza conduce ad un abbassamento dei costi della nuova tecnologia, che diviene a tutti gli effetti una nuova “condizione di partenza” per tutte le imprese del sistema produttivo considerato.

La Cina, come evidente dal programma “AI+” all’interno dell’ultimo Piano Quinquennale 2026-2030, mira esplicitamente a tale esito di diffusione dell’IA su vasta scala e a prezzi contenuti (9). Se il successo di questa strategia dovesse consolidarsi e l’utilizzo dei modelli cinesi diffondersi anche in Paesi terzi e negli stessi Stati Uniti, le Big Tech statunitensi si troverebbero in difficoltà nel giustificare in termini di profittabilità futura gli investimenti da centinaia di miliardi finora sostenuti.

A ben vedere, le preoccupazioni che negli Stati Uniti diversi tra funzionari pubblici e stakeholder del settore stanno manifestando in relazione al tema della sicurezza dei modelli cinesi possono essere lette anche in questa chiave: è evidente, infatti, che misure protezionistiche giustificate in base a considerazioni di sicurezza nazionale potrebbero consentire ai giganti Usa del settore di conservare più a lungo il potere di mercato attualmente detenuto.

Esiste però la fondata possibilità che la rendita oligopolistica così garantita finisca d’altra parte per danneggiare nel più lungo periodo il mantenimento dell’hedge tecnologico da parte delle stesse imprese statunitensi, disincentivando l’innovazione. In ogni caso, la presenza di uno scenario competitivo più affollato di quello ipotizzabile anche solo un anno fa rende verosimili nuovi ribassi sui listini azionari tecnologici a stelle e strisce.

È del pari probabile che gli investitori che intendono continuare a puntare sullo sviluppo dell’IA e delle nuove tecnologie riservino maggiore attenzione alle borse cinesi (Cina continentale e Hong Kong), le quali vedranno in effetti una crescita delle IPO di imprese tecnologiche e l’affermarsi di attori high tech di standing internazionale.

Note

1 Banca del Fucino, IA: bolla o non bolla?, Dicembre 2025

2 A. Gardizy, A. Ramkumar, C. Driebusch, Nvidia in Talks With OpenAI to Guarantee $250 Billion Financing for Data Center, Wall Street Journal, July 26, 2026.

3 M. Tracy, Analysts revise AI hyperscaler debt forecasts after Amazon bond sale, Reuters, March 17, 2026.

4 P. Murugaboopathy, Hyperscaler debt binge pushes yields up as investor demand cools, Reuters, July 29, 2026

5 F. Potkin, EXCLUSIVE: China starts production of home-grown immersion DUV chipmaking tools, source says, Reuters, July 28, 2026.

6 S. Ghaffary, OpenAI president says Kimi K3 “pretty good”, unsure if distilled, Bloomberg, July 22, 2026.

7 Apple in pressing su Trump per via libera all’acquisto di chip dalla cinese Cxmt. Revocato il blocco su Mythos, Il sole 24 ore, 27 giugno 2026.

8 D. Levi, Western companies are quietly switching to Chinese AI models as US frontier AI prices rise, TechStartUps, June 29, 2026.

9 W. Chang, China’s “AI+” drive aims for integration across sectors: a wake-up call for Europe, Mercator Institute for China Studies, October 2, 2026.

Fonte

Dietro la crisi di Ceuta la mano del Mossad

Analisi cinese in attesa di prove

«Diversi circoli accademici e di intelligence d’oltre Muraglia ipotizzano che gli eventi di Ceuta coinciderebbero con un’operazione di Hybrid Warfare volta ad aumentare la pressione sul governo di Pedro Sanchez», riporta in occidente Federico Giuliani. «Stando a questa interpretazione, la manovra avrebbe coinvolto il Mossad, il servizio di intelligence israeliano, interessato a promuovere una campagna di destabilizzazione contro la Spagna. La tesi è stata rilanciata anche dalla politologa egiziana Nadia Helmy, esperta di politica cinese e relazioni sino-israeliane, in un articolo pubblicato sulla rivista Modern Diplomacy».

Usa-Israele anti premier spagnolo

«I centri di analisi dell’intelligence cinese hanno esaminato l’escalation delle tensioni diplomatiche e politiche tra Spagna e Israele. Da questa prospettiva, il deterioramento delle relazioni bilaterali potrebbe aver motivato il Mossad a essere coinvolto nella crisi migratoria tra Marocco e Spagna, esacerbando la situazione e infiltrando agenti per promuovere il malcontento e il caos tra la popolazione marocchina», ha sostenuto Helmy su Modern Diplomacy.

‘El Mundo’ sulla crisi di Ceuta

Nelle loro conversazioni private, ha sottolineato il quotidiano spagnolo El Mundo, alcuni diplomatici e analisti vicini ai circoli politici di Pechino si stanno chiedendo se l’assalto a Ceuta possa essere legato al progressivo deterioramento delle relazioni tra Madrid e Tel Aviv, relazioni segnate dalle critiche del governo spagnolo alla guerra a Gaza e al riconoscimento dello stato palestinese. «Dalla normalizzazione delle relazioni nel 2020, il Marocco e Israele sono diventati alleati e hanno rafforzato la loro difesa e la cooperazione di intelligence», ha commentato un diplomatico cinese. Un dato di fatto sino ad oggi quasi trascurato.

Sospetti non solo cinesi

Questa teoria ha tra l’altro preso piede anche al di fuori della Cina. L’ex presidente colombiano Gustavo Petro, per esempio, ha indicato direttamente il primo ministro israeliano Benjamin Netanyahu come responsabile della suddetta crisi migratoria a Ceuta. Petro ha dichiarato che il leader israeliano «paga perché i poveri rischino la vita per raggiungere la Spagna», e sostiene che «il Marocco si è arreso alla volontà di un genocida fuggitivo, collegando l’afflusso migratorio alla stretta relazione tra Rabat e Tel Aviv». Lo stesso Petro ha anche accusato il primo ministro israeliano di promuovere campagne di destabilizzazione contro i governi che mettono in discussione la sua politica in Medio Oriente.

Timori di Pechino

In Cina, un Paese in cui il controllo delle frontiere è un pilastro della sicurezza nazionale, le immagini di migliaia di persone che hanno attraversato il confine spagnolo hanno scatenato un mix di stupore e incredulità, insiste Giuliani. «Come è possibile per loro attraversare il confine così facilmente?», è una delle domande chiave. Mentre i media ufficiali si sono soffermati sulle conseguenze politiche per l’Europa. «La crisi di Ceuta ha messo in luce le carenze delle riforme migratorie post-2015 dell’Ue e dimostra le difficoltà del blocco nel costruire una risposta unificata», ha dichiarato Cui Hongjian, professore all’Università di studi stranieri di Pechino, al Global Times, che ha dedicato un’analisi alle tensioni all’interno dell’Unione europea a seguito degli eventi al confine spagnolo.

L’assist di Pechino a Madrid

L’aspetto più curioso dell’intera vicenda riguarda le motivazioni che hanno spinto la Cina, attraverso i suoi accademici e diplomatici anonimi, a rilanciare l’indiscrezione della regia israeliana dietro la crisi di Ceuta. Pechino ha osservato l’intera vicenda da una prospettiva geostrategica. Il governo cinese non ha infatti alcuna intenzione di accusare ufficialmente Israele. Le voci che circolano sui media provengono infatti da esperti o analisti, non da ministri o portavoce ministeriali. È vero che tra Cina e Spagna si sta consolidando un eccellente rapporto bilaterale – Sanchez ha effettuato quattro visite in terra cinese negli ultimi quattro anni, più di ogni altri leader europeo – e che Madrid si sta trasformando nella porta d’ingresso prediletta del Dragone per l’Europa, ma è altrettanto vero che esistono relazioni eccellenti anche tra Pechino e Rabat.

Marocco e Cina

Nello specifico, il Marocco è diventato uno dei partner in grado di offrire al gigante asiatico una importante proiezione strategica in Africa. Al momento, dunque, non esistono prove certe che colleghino i fatti di Ceuta al Mossad o ad altre agenzie straniere. Certo, la notizia messa in circolazione da informatori cinesi – reale o accentuata che sia – risponde a un duplice scopo: da un lato offrire un assist al governo Sanchez, così da alleviare le pressioni che gravano sulle spalle di Madrid, dall’altro far capire che Pechino ha tutto l’interesse a mantenere il Nord Africa il più stabile possibile.

Il motivo? Business e affari devono prosperare. Le aziende cinesi vedono sempre più il Marocco come un centro di produzione al servizio dei mercati europei e africani. Il Dragone ha insomma svariati miliardi di dollari di investimenti e di ragioni per far sì che nessuno stravolga la stabilità a Ceuta e dintorni.

Fonte

Londra offre l’ombrello nucleare in cambio del mercato UE, ma l’obiettivo è Kiev

C’è un proposta che sarebbe arrivata fino al tavolo di Andy Burnham, il nuovo inquilino di Downing Street, che riguarda uno scambio tra l’ombrello nucleare britannico e l’accesso privilegiato del Regno Unito alla zona di libero scambio della UE. È un’idea che risale al 2019, e ora torna all’attenzione pubblica, perché ha una funzione molto chiara: quella di aiutare a promuovere riarmo e difesa europei, e l’inserimento dell’Ucraina in questa equazione.

La proposta è stata formulata da Nick Boles, ex deputato ed ex sottosegretario conservatore (uscito dal partito Tory nel 2019), il quale ha successivamente collaborato con lo staff dell’ex premier Keir Starmer nella fase di preparazione al governo. I dettagli del programma sono stati tratteggiati in un documento pubblicato dal think tank Demos, ed è circolato tra i vertici governativi britannici.

Il piano prevedrebbe l’allargamento della copertura difensiva del sistema missilistico britannico Trident ai paesi europei, da usare come leva rispetto al ritorno ai “benefici” del libero scambio commerciale con l’UE. Nei fatti, una parte sostanziale dei membri dell’Unione sono già protetti dai Trident britannici, data la comune adesione alla NATO. La novità sarebbe che l’ombrello sarebbe allargato a Svizzera, Norvegia, ai Balcani Occidentali (ipoteticamente Albania e Serbia) e, ovviamente, all’Ucraina.

Il fulcro della proposta di Boles prevede una significativa novità per lo scenario geopolitico, con la creazione di una “Confederazione Europea”, un’architettura istituzionale capace di saldare insieme l’area comunitaria con gli impegni di difesa strategica della NATO, e il ruolo che i paesi europei vogliono oggi assumere all’interno dell’Alleanza Atlantica.

In questo nuovo scacchiere, è chiaro che l’Ucraina assumerebbe un ruolo centrale: Kiev si impegnerebbe ad essere la “Israele” d’Europa, con un imponente esercito permanente e un conflitto che continuerebbe a essere il principale laboratorio bellico (sulla pelle degli ucraini) per lo sviluppo e la sperimentazione delle più moderne tecnologie militari.

Londra offre una visione strategica di “difesa” che coinvolge sostanzialmente tutto il Vecchio Continente, per diventare parte integrante del meccanismo guerrafondaio che, passando per la propagandata “minaccia russa”, è già oggi il motore del tentativo di trasformare la UE in un attore significativo nel consesso internazionale attraverso la forza delle armi.

Non verrebbero toccate la libera circolazione delle persone e, ovviamente, la sterlina. Tuttavia, potrebbero essere stipulati nuovi accordi bilaterali su mobilità giovanile e programmi di innovazione tecnologica condivisa. Insomma, sarà facilitata la mobilità della forza lavoro qualificata verso i centri del riarmo europeo, ma per il resto continuerà la retorica della remigrazione.

Dietro il piano Boles vi è un calcolo geopolitico ben preciso che segue la rottura dell’unità euroatlantica. Boles ha spiegato al Telegraph che una nuova strategia di cooperazione difensiva ed economica in Europa è resa indispensabile dal fatto che non vi è alcuna garanzia reale che gli Stati Uniti, anche con un diverso inquilino alla Casa Bianca, siano disposti in futuro a “difendere l’Europa come se fosse il Kansas”.

L’ex sottosegretario britannico, inoltre, ha fatto accenno alla nuova architettura confederale proposta, offrendo a Bruxelles un importante incentivo a fare passi ulteriori verso una maggiore integrazione, vincendo alcune resistenze interne. Allo stesso tempo, ci sarebbe una estensione della sfera di influenza della UE sotto il benestare delle armi, senza dover affrontare nell’immediato i delicati temi di bilancio e migratori che potrebbero emergere con l’allargamento ad altri paesi dell’Est Europa.

Negli ambienti governativi si ritiene che vi sia ampio margine di manovra per trattare con Bruxelles sulla base del piano Boles. Varie fonti sembrano aver confermato ai media che i funzionari governativi stanno elaborando diverse opzioni per approfondire la cooperazione con la UE, in vista di un vertice ad alto livello previsto per il mese di ottobre, dopo la stagione dei congressi di partito. La stagione successiva sarà quella dell’inverno... nucleare.

Fonte

Libano: «la madre di tutte le crisi» resta irrisolta

Oltre 4 mila morti e più di 12 mila feriti in 5 mesi di guerra “a bassa intensità”. Netanyahu ha sempre la mano pesante. Fallito finora l’esperimento delle “zone-cuscinetto’ per cercare di sradicare Hezbollah.

«Guerra a bassa intensità»

Diventa sempre più elevato il tributo di vittime, nella guerra “a bassa intensità” scatenata da Israele contro il Libano. Il Paese dei cedri è diventato una specie di campo neutro, dove si giocano le partite più mortali che stanno infiammando tutto il Medio Oriente. Secondo il Ministero della Salute di Beirut, il bilancio complessivo degli attacchi israeliani dal mese di marzo in poi è arrivato a 4.335 morti e 12.277 feriti. In pratica, il Libano è diventato quello che fino a poco tempo fa era la Siria, con l’aggravante che in questo piccolo Paese convergono, in uno spazio molto ridotto, più culture e popolazioni, spesso non proprio amichevoli le une con le altre. Il problema numero uno per Israele è sempre stato il poderoso apparato militare di Hezbollah, la milizia sciita sostenuta dall’Iran che nel Libano è diventata una specie di Stato nello Stato. La minaccia sul fronte nord, quello dell’Alta Galilea, ha sempre pesato moltissimo su tutte le valutazioni strategiche fatte dallo Stato ebraico. E adesso se ne capiscono i motivi: Israele, in teoria, è all’attacco su più fronti. Da Gaza alla Cisgiordania, dal Libano al Golfo Persico, l’IDF deve combattere col rischio di restare accerchiato. Per questo la sua filosofia militare adesso è sempre quella di lanciare guerre preventive. Cioè, non proprio il massimo per la diplomazia e, soprattutto un atteggiamento ormai fin troppo scoperte (e criticato) a livello internazionale. Dunque anche nel caso del Libano e di Hezbollah, più che gli sporadici attacchi degli sciiti, devono aver pesato le nuove dottrine militari dell’esercito israeliano, sotto la spinta di Netanyahu. E con la compiacenza (o la beata ignoranza, fa la stessa cosa) di Donald Trump.

Diplomazia o perdita di tempo?

Certo, i guerriglieri sciiti sono in difficoltà. Ma in quella sorta di mini-trappola di Tucidite in cui si è trasformato il Libano, hanno molto da perdere anche gli Stati Uniti e Israele, che condivide un confine-colabrodo costantemente bersagliato da razzi e mortai, che prendono di mira tutta l’Alta Galilea. Costringendo centinaia di migliaia di cittadini israeliani (ed elettori) a scappare dalle loro case. Con grande scorno di Netanyahu. Quindi, in teoria, un accordo di pace servirebbe a tutti. La pensata della Casa Bianca è stata quella di far mettere d’accordo Netanyahu col governo libanese, per sbarazzarsi nel modo più soft possibile di Hezbollah. Più facile a dirsi che a farsi, perché le milizie sciite sono profondamente radicate nel tessuto sociale del Libano. Tra l’altro, l’esercito (con comandanti cristiani) è armato e addestrato dagli americani e dovrebbe raccordarsi con i soldati dello Stato ebraico. Tutto sulla carta, ovviamente. Perché poi, passando alla fase operativa, la musica è totalmente diversa. Innanzitutto, gli israeliani non si fidano manco della loro ombra e non affidano compiti di sicurezza a nessuno. Meno che mai ai libanesi. Risultato pratico: l’accordo tanto strombazzato tra Tel Aviv e Beirut, per disegnare “zone-cuscinetto” da dove sradicare Hezbollah per mano libanese, non si è fatto. Per il semplice motivo che l’esercito libanese non ha la forza (o la voglia) di cacciare Hezbollah. “A questo punto – scrive Haaretz, quotidiano liberal di Tel Aviv – è improbabile che il Libano e Israele tengano un altro ciclo di negoziati prima della fine dell’estate. Una conferma arriva dal giornale Al Mayadeen, che cita fonti diplomatiche. Secondo le voci, al momento non è previsto un nuovo ciclo di colloqui per il mese prossimo, poiché permangono notevoli divergenze tra la parte libanese e le delegazioni statunitense e israeliana”.

Fallite le “zone-pilota”

Pare che Stati Uniti e Israele abbiano respinto l’ipotesi di ampliare le ‘zone-pilota’ del Libano meridionale, ‘fino a quando non saranno compiuti progressi nelle due aree già designate per i negoziati’. Un esperimento che, sembra evidente, non deve aver raccolto considerazioni positive. Dal canto suo, la delegazione libanese ha respinto le affermazioni israeliane secondo cui ‘tutte le esplosioni nel Libano meridionale sarebbero state causate da attacchi contro infrastrutture militari’. “La fonte libanese – sostiene Haaretz – ha anche affermato che le delegazioni statunitense e israeliana avevano chiesto a Hezbollah di ritirarsi dalle alture di Ali al-Taher, nella zona di Nabatieh. Ma senza esito. E anche se gli ultimi colloqui, tenutisi a Roma, sono stati definiti “fruttuosi” da un portavoce del Dipartimento di Stato Usa, i risultati pratici ancora non si vedono. Lo stesso portavoce ha detto che le posizioni si sono avvicinate e che in teoria c’è convergenza sulle modalità necessarie per organizzare le “zone-pilota”. Secondo Al Mayadeen, le discussioni si sono concentrate su Bint Jbeil e Khiam come “zone-pilota”. In base all’accordo, le forze israeliane si ritirerebbero per essere rimpiazzate dall’esercito libanese, come primo passo di un processo più vasto, che dovrebbe portare alla graduale eliminazione della presenza di Hezbollah. Beirut esige da Israele, contemporaneamente all’esecuzione dell’accordo, un cessate il fuoco completo e la fine di tutte le violazioni. E vuole, in questo senso, un impegno formale. Che però Netanyahu, finora, si è rifiutato di assumere.

Fonte

11/08/2026

In Cina la manodopera non è più a basso costo

Mitopoiesi nel nuovo disordine mondiale

di Gioacchino Toni

Luciano Di Gregorio, La necessità del mito. Eroi, supereroi e mostri. Mitopoiesi nel nuovo disordine mondiale, Mimesis, Milano-Udine, 2026, pp. 226, € 20,00

Nelle civiltà arcaiche, la narrazione mitica serviva a spiegare l’ignoto, a giustificare l’ordine sociale e a dare risposte a catastrofi naturali in assenza di conoscenze scientifiche. Il perdurare della mitopoiesi ai nostri giorni, sostiene Luciano Di Gregorio nel suo libro La necessità del mito (Mimesis, 2026), sembra rispondere a un generale senso di insicurezza e di impotenza che caratterizza una realtà sempre più indecifrabile e minacciosa che non trova conforto nella razionalità scientifica. Insomma, di fronte all’ignoto, come accadeva nelle comunità antiche, ancora una volta l’umanità sembra non disdegnare di cercare rifugio nell’immaginario mitologico.

Secondo lo studioso, l’interpretazione della realtà attraverso il mito nella società contemporanea ha a che fare con il desiderio degli esseri umani di rappresentarsi o di identificarsi in figure dotate di superpoteri. Ciò è suggerito dalle pubblicità, nell’attribuzione di superpoteri alle merci o a determinate pratiche di consumo, così come dai social media, caratterizzati dall’insistita autoattribuzione di facoltà straordinarie da parte degli utenti, e dalle illimitate promesse tecnologiche. Certo, quello contemporaneo è un mito democratizzato, che vede l’individuo accontentarsi del successo di riflesso. In linea con l’imperversante logica prestazionale, l’essere umano si sente in dovere di ottenere un’affermazione pubblica straordinaria e, in mancanza di potere reale, il desiderio di sentirsi parte di un’aura mitologica ripiega sulla partecipazione e sull’identificazione.

L’attribuzione di superpoteri a leader carismatici tende a trasformare le comunità in “tribù” omogenee, propense ad affidarsi ciecamente a queste figure “rassicuranti”, percepite come divinità contemporanee o supereroi capaci di risolvere, come per incanto, i problemi complessi con formule magiche o slogan. La giustificazione dell’autoritarismo e l’accettazione delle disuguaglianze, sottolinea lo studioso, rappresentano il prezzo da pagare in cambio del senso di sicurezza emanato da tali leader carismatici. Anche la religione continua a fare la sua parte, rispondendo al bisogno di protezione attraverso il rimando alla provvidenza divina, oltre che a leader religiosi rassicuranti nella loro promessa di un mondo migliore.

Secondo Di Gregorio è dunque possibile leggere la mitopoiesi del supereroe come risposta a una necessità securitaria globale. Che ci si affidi a un brand commerciale, alle promesse di qualche tecno-guru, a un demagogico leader politico autoritario o a un’entità spirituale, l’obiettivo profondo degli esseri umani contemporanei è il medesimo: allontanare il senso di precarietà e immaginare un futuro migliore, sentendosi parte della fazione vincente della società.

Anche nella civiltà contemporanea, accanto alla visione razionale, perdura una modalità immaginaria di approccio alla comprensione della realtà e alla visione del mondo che riprende il mito, in particolare quello dell’eroe, attualizzandolo e indirizzandolo a svolgere una funzione protettiva nei confronti delle minacce che inquietano la nostra epoca. Nei periodi di incertezza sociale, l’individuo proietta il proprio Ideale dell’Io su una figura esterna di leader carismatico, accettando una forma di sudditanza che prevede l’annullamento del pensiero critico e della propria originalità.

Molti dei miti originati in epoche lontanissime conservano attualità ancora oggi, in un contesto enormemente mutato. L’antico “mito dell’eroe”, con il suo archetipico viaggio – comprendente la chiamata all’avventura, la lotta contro le forze oscure e il ritorno del sé trasformato –, continua ancora oggi a rispecchiare la lotta degli individui contro l’ignoto e il desiderio di superare anche gli ostacoli più ardui. A differenza dell’eroe di un tempo, quello contemporaneo non è più un semidio dotato di poteri straordinari, ma un individuo capace, grazie alla resilienza e al coraggio, di compiere imprese che possono dirsi eroiche pur non disponendo di abilità soprannaturali; imprese che consentono di continuare a essere propositivi in un mondo che richiede invece accettazione e inazione.

Nella cultura pop gli eroi incarnano la classica traiettoria di scoperta di sé e lotta contro il male. Il ritorno dei simboli mitici e delle fiabe agisce in maniera compensativa: di fronte a una realtà sempre più tecnologizzata, l’essere umano riscopre la necessità della fantasia e del simbolo. In un’epoca segnata da un’angoscia crescente, il mito contribuisce a ridurre il senso di impotenza.

Se da un lato il ricorso al mito viene finalizzato al mantenimento e alla giustificazione dell’ordine sociale, dunque all’inazione e all’accettazione, dall’altro può servire a ridurre tale senso di impotenza. Resta da vedere se, in questo secondo caso, il ricorso al mito si limiti ad agire da anestetico, utile a sopportare la realtà, o funga da stimolo al cambiamento della stessa.

Fonte 

L’impatto economico e sociale delle 176 “misure trasformative” appena approvate da Cuba

Modello economico “di mercato”, architettura di governo basata sul decentramento e l’autonomia municipale, creazione di istituzioni finanziarie private, investimenti diretti esteri, possibilità di una gestione privata nel campo del turismo e del patrimonio culturale, produzione privata di farmaci anche solo ipotizzata. Dove sta andando L’Avana, stremata anche dalla stretta statunitense? 

In un contesto segnato da una crisi sociale profonda e trasversale, Cuba ha approvato un pacchetto di 176 “misure trasformative” di forte impatto economico e sociale: è un momento che non è esagerato definire “rivoluzionario” in quanto prefigura l’abbandono definitivo del modello “sovietico” di organizzazione dell’economia e dell’architettura di governo ed il passaggio a un modello economico “di mercato” e a una architettura di governo basata sul decentramento e l’autonomia municipale. Il tutto collocato all’interno di un sistema politico che invece non cambia e resta dunque a guida unica del Partito comunista cubano.

Tra queste 176 misure, 120 rientrano in una prima fase di attuazione immediata, costruita attorno a tre assi principali: decentralizzazione, attrazione degli investimenti esteri e parziale liberalizzazione di settori che, fino a oggi, sono stati gestiti esclusivamente o prevalentemente dallo Stato.

Le misure annunciate toccano quasi ogni ambito della vita quotidiana, dell’economia nazionale e della pubblica amministrazione. Sul piano pratico l’elemento che appare più chiaro e trasversale è la maggiore autonomia e l’allargamento degli ambiti di azione per le imprese statali, per il settore privato e per le entità miste con capitale straniero. Un processo che, almeno nelle intenzioni, dovrebbe andare di pari passo con un decentramento più marcato dei processi decisionali.

La decentralizzazione, in realtà, non rappresenta una novità assoluta. Da anni Cuba sperimenta forme di gestione locale nei municipi, anche grazie ad alcune esperienze sostenute dalla cooperazione internazionale. I risultati, tuttavia, sono rimasti limitati e difficilmente possono essere indicati come modelli di riferimento consolidati. In questo scenario rilanciare il ruolo dei governi e degli enti locali nella costruzione di un modello di sviluppo sostenibile, inclusivo e radicato nei territori sembra comunque un passo nella direzione giusta.

Tra i temi che hanno attirato maggiore attenzione, anche sulla stampa nazionale e internazionale, c’è la transizione energetica. In una fase di transizione “forzata” per le note ragioni di emergenza, le nuove misure sembrano voler dare indicazioni di continuità e di una visione strutturale, prevedendo incentivi all’uso delle rinnovabili e aprendo, almeno in parte, a una partecipazione del settore privato nel Sistema elettrico nazionale. La possibilità di commercializzare l’energia pulita generata in eccedenza, gestire spazi di ricarica e sviluppare parchi o comunità energetiche potrebbe rappresentare una delle opportunità più significative del nuovo pacchetto.

Un’altra novità di rilievo riguarda la creazione di istituzioni finanziarie private, un fatto inedito a Cuba dal 1959. Il processo sarà sottoposto alla supervisione della Banca centrale di Cuba e potrebbe includere sia banche private sia istituzioni private dedicate al microcredito. Su questo punto, tuttavia, restano ancora molte incertezze.

Si apre inoltre un nuovo capitolo per gli investimenti diretti esteri. Il messaggio è rivolto da un lato alla diaspora cubana, dall’altro alle imprese straniere chiamate a individuare nell’isola un possibile spazio di opportunità. Contratti più flessibili, diritti di superficie pluridecennali e procedure meno rigide ampliano una politica già avviata negli ultimi anni. Tra gli elementi più rilevanti c’è la possibilità, per imprese o enti stranieri, di assumere direttamente personale cubano senza passare attraverso l’intermediazione delle istituzioni o di agenzie statali.

Nel campo del turismo e del patrimonio culturale le misure prevedono, tra l’altro, l’apertura agli investimenti stranieri in aree patrimoniali (incluso di tipo naturalistico) e la possibilità di una gestione privata di questi spazi. È uno dei passaggi più controversi: beni comuni finora sottoposti a un forte controllo statale potrebbero essere esposti a dinamiche di mercato potenzialmente rischiose.

Anche il settore agroalimentare è al centro del pacchetto. Le politiche di recupero produttivo, tra cui l’estensione dell’usufrutto delle terre fino a 50 anni, promettono maggiore flessibilità e nuovi incentivi. La possibilità per i produttori di importazione diretta e di detenere conti in valuta estera potrebbero contribuire a trasformare un sistema ancora fortemente dipendente dall’esterno, in cui oltre il 70% degli alimenti proviene da altri Paesi.

Il governo proseguirà inoltre con l’adeguamento del sistema tributario attraverso una ridefinizione delle imposte e, con l’impulso alla cosiddetta “digitalizzazione”, presterà particolare attenzione all’intelligenza artificiale e all’“economia della conoscenza”.

Non mancano, evidentemente, elementi di forte preoccupazione che dovranno essere al centro dello scrutinio e del lavoro di una buona parte della società civile cubana e internazionale impegnata a Cuba.

La riduzione dei sussidi, che secondo il governo saranno impiegati sulle persone considerate più vulnerabili, solleva interrogativi in un Paese profondamente deteriorato, con una popolazione molto anziana e in condizioni di partenza particolarmente fragili per donne, persone nere, giovani e comunità che vivono in territori lontani dai centri urbani.

A questo si aggiunge l’indebolimento delle reti comunitarie e della società civile, oggi con capacità e spazi limitati per offrire sostegno, rivendicare diritti, incidere sulle politiche pubbliche e monitorarne l’attuazione. Vale la pena sottolineare, infatti, che nel “rivoluzionario pacchetto” di cui stiamo parlando non si tocca in alcun modo, per esempio, il tema di possibili riforme o di nuove e diverse forme di associazione e organizzazione da parte di cittadini e società civile.

Tra i rischi più evidenti c’è l’inflazione che da anni colpisce i beni di prima necessità e potrebbe aggravarsi ulteriormente. In un Paese in cui, secondo stime non ufficiali, circa il 40% della popolazione vive in condizioni di povertà, ridurre i divari sociali appare una sfida sempre più complessa.

La disuguaglianza non è più un concetto estraneo alla quotidianità cubana. Non riguarda soltanto l’accesso al capitale finanziario o ai beni essenziali ma attraversa ormai aspetti decisivi della vita: energia, trasporti, cura, salari in moneta nazionale invece che in dollari o euro, fino all’istruzione e alla sanità. Questi ultimi due settori restano formalmente prioritari per lo Stato ma negli anni hanno visto diminuire la propria efficacia.

In questo quadro si inserisce anche la recente possibilità di commercializzare farmaci attraverso farmacie private, in un settore dove esistevano già reti illegali. La misura suscita timori perché i prezzi sono già proibitivi per gran parte della popolazione cubana che rischia quindi di restare esclusa dall’accesso ai medicinali. Si parla persino di produzione privata di farmaci, un’ipotesi che aprirebbe una fase del tutto nuova per il sistema sanitario.

Anche la decentralizzazione, pur presentata come leva di cambiamento, potrebbe scontrarsi con strutture burocratiche tradizionali. Le trasformazioni annunciate sono profonde e rapide, ma arrivano in un Paese segnato dalla migrazione, in particolare di personale qualificato, e da una carenza di risorse umane adeguatamente formate.

A pesare è anche la continuità di un modello di sviluppo che resta fortemente dipendente dal capitale straniero. Per questo, almeno nel breve e medio periodo, è difficile immaginare cambiamenti strutturali immediati.

Accanto al rischio di una maggiore segmentazione sociale sarà necessario affrontare anche quello di un aumento delle disuguaglianze territoriali. I municipi capaci di attrarre investimenti esteri o di attivare relazioni con la diaspora potrebbero avanzare più rapidamente, mentre le zone rurali e le comunità meno connesse rischiano di restare ancora più indietro.

In questo scenario, la strada più praticabile sembra restare quella di agire là dove le condizioni e le capacità esistenti permettano di costruire alleanze tra organizzazioni, istituzioni e reti territoriali. L’obiettivo dovrebbe essere quello di generare soluzioni collettive sostenibili senza perdere di vista le opportunità di sviluppo delle persone e delle comunità più vulnerabili.

Dal nuovo pacchetto di misure potrebbe emergere anche una maggiore attenzione allo sviluppo sostenibile: dalle energie rinnovabili all’agricoltura sostenibile, dal recupero del patrimonio alla costruzione di alleanze pubblico-private, fino alla digitalizzazione. Sono ambiti che dialogano con alcune delle principali agende internazionali della cooperazione. Ma perché queste opportunità possano tradursi in percorsi realmente inclusivi sarà indispensabile rafforzare la società civile, la sua capacità di organizzazione e la sua consapevolezza socio-politica.

Cuba si trova ancora una volta davanti a un passaggio decisivo, forse uno dei più complessi della sua storia recente.

Fonte