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giovedì 14 novembre 2019

Il Cremlino consolida la sua influenza anche in Africa

A 30 anni dalla caduta del muro di Berlino, primo atto dello sgretolamento del blocco sovietico e dell’evaporazione della sua influenza globale, la Federazione Russa ha presentato al mondo la sua politica africana con un evento senza precedenti svoltosi il 23 e 24 ottobre scorsi nella città russa di Sochi. Il vertice, che ha visto la partecipazione di 10.000 persone, è stato presieduto congiuntamente da Vladimir Putin e dal presidente egiziano – e presidente dell’Unione AfricanaAbd al-Fattah al-Sisi: un fatto che testimonia l’importanza che sia l’Egitto sia l’Unione Africana rivestono nella strategia di Mosca dedicata al continente africano. Una strategia che, altrettanto evidentemente, annovera tra i propri obiettivi quello di allentare l’egemonia occidentale sull’Egitto e di rilanciare l’Unione Africana in chiave multipolare.

Durante il vertice Russia-Africa, il presidente della Federazione Russa Vladimir Putin ha descritto l’Africa come «uno degli epicentri della crescita economica mondiale»: gli accordi firmati tra Mosca e ben 43 Paesi africani riguardano principalmente il settore militare, quello energetico e quello alimentare, ma si estendono anche ad altri ambiti come quello sanitario e della formazione (basti ricordare che la Federazione Russa finanzia già gli studi di 17.000 africani). Proseguendo, Vladimir Putin ha aggiunto: «Attualmente esportiamo verso l’Africa beni alimentari per un valore di circa 25 miliardi di dollari, un valore ben più alto di quello delle esportazioni di armamenti, circa 15 miliardi di dollari […] Nei prossimi quattro o cinque anni dovremmo essere in grado come minimo di raddoppiare questo valore». Nonostante l’interscambio tra Federazione Russa e continente africano valga grossomodo un quarto di quello che vede protagonista la Cina (40 miliardi di dollari contro 204), il Cremlino detiene il primato nella vendita di armi verso l’Africa.

Qui, come in Asia, si giocano i delicati equilibri dell’asse sino-russo: proprio per questo almeno per il momento sia Pechino ‒ già presente militarmente nel continente africano con una base a Gibuti ‒ che Mosca muovono i propri passi cercando di minimizzare le frizioni. L’assenza del forte connotato ideologico che caratterizzava quella Unione Sovietica che fu la principale sostenitrice del movimento di liberazione nazionale africano sembra rappresentare oggi un punto di forza della politica del Cremlino.

Descrivendo il retaggio anticoloniale che lega Mosca all’Africa, il ministro dell’Industrializzazione e del Commercio della Namibia Tjekero Tweya, nel corso del vertice di Sochi ha ricordato che: «Nei giorni in cui lottavamo per la nostra liberazione, la Russia fu tra coloro che credettero nella nostra causa, che ormai era stata abbandonata da quasi tutti. Ci siamo separati a causa del periodo di transizione [russo], e ora ci stiamo riavvicinando»

Oggi Mosca ha la possibilità di condurre la sua strategia e la sua tattica senza alcun tipo di incombenza ideologica: questo permette a Mosca di negoziare e stringere accordi praticamente con qualunque realtà dell’Africa dei nostri giorni.

A nord, almeno per il momento, il Cremlino ha dalla sua quasi l’intero Maghreb, vantando buone relazioni sia con l’Algeria che con il rivale Marocco, sia con la fazione libica capeggiata da Fayez al-Sarraj sia con quella del generale Khalifa Haftar.

Nel cuore del continente, la Repubblica Centrafricana, in cui continuano a persistere gli strascichi della sanguinosa guerra civile combattuta tra milizie cristiane e islamiche, costituisce già oggi uno dei pilastri della strategia del Cremlino. La problematica repubblica, per ammissione del suo stesso presidente Faustin-Archange Touadéra, potrebbe addirittura ospitare ufficialmente in un futuro piuttosto prossimo una base russa: una ipotesi che sta facendo registrare non pochi malumori a Parigi.

A sud, Mosca gode di ottime relazioni sia con la Namibia che con il Sudafrica: qui coltiva buoni rapporti con quella che fu la fazione di Nelson Mandela (ANC), ma anche con la comunità boera.

Molti sono gli interrogativi che riguardano le prospettive relative all’“Africa russa” e all’“Africa cinese”. Su tutti quello che riguarda la questione sociale e ciò di cui la forte presenza del Cremlino e del Dragone si faranno foriere. Di certo, il colonialismo russo si distinse in epoca imperiale da quello britannico e da quello francese per la mescolanza e la commistione sociale che riguardava coloni e colonizzati: avanzando pur violentemente verso l’Asia ed il Caucaso, il colonialismo dell’Impero russo non fu mai discriminatorio alla maniera della maggior parte degli altri colonialismi. Dal canto suo, la Cina non può che conservare la memoria della tragica esperienza del giogo coloniale. Sebbene questi elementi storici non appaiano in quanto tali sufficienti a sminuire i rischi a cui la nuova Africa multipolare resta esposta, sembra comunque possibile che un mutamento delle attuali egemonie nel continente ‒ in particolare quella francese e quella statunitense ‒ possa metterlo nella condizione di sviluppare una propria intellighenzia, una propria personalità storica indipendente e di emanciparsi così da ogni logica predatoria.

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Arrestati in Toscana neofascisti con un arsenale di guerra. Non sono i primi

È stato trovato un vero e proprio arsenale da guerra a disposizione di un gruppo di neofascisti insediato tra Siena, Poggibonsi e Sovicille. Secondo gli inquirenti a coordinare questa cellula nera è Andrea Chesi, 60 anni (dunque uno della “vecchia guardia”), dipendente del Monte dei Paschi di Siena, la cui casa a Sovicille è stata perquisita rivelando un vero e proprio arsenale da guerra. Non la solita paccottiglia di spranghe, mazze da baseball e gagliardetti nazifascista.

Il salto di qualità c’è ed è rilevante, anche se al momento non sembra aver impressionato come dovuto i mass media, la politica, evidentemente “istruita” a sottovalutare sistematicamente la minaccia fascista. Anche quando si mette sul piano militare.

Insieme ad Andrea Chesi, è stato arrestato anche il figlio di 22 anni, Yuri. Secondo gli inquirenti Chesi si sarebbe dato da fare per reclutare anche altri colleghi di banca, e il numero delle persone coinvolte nelle indagini potrebbe essere ben superiore alle 12 messi fino ad oggi nel registro degli indagati.

Fra gli inquisiti ci sono Ercolano Cardinali, Marco Alessandro De Caprio, Alessandro Meniconi, Stefano Landozzi, Stefano Mori, Renato Vanzi, Claudio Stanghellini, Alessandro Antonelli e Giorgio Bartoli.

Ma quali erano gli obiettivi di questa cellula nera? In una conversazione intercettata dagli inquirenti Andrea Chesi invocava la necessità di ricostituire una “guardia nazionale repubblicana”, in grado di garantire la sicurezza “armi alla mano” per fare “giustizia sommaria”, senza bisogno di chiamare le forze dell’ordine.

Per risolvere le questioni politiche italiane, in un’altra intercettazione effettuata ad ottobre affermava che “bisogna sparare”, “se c’è da andare a sparare noi s’ha tutti l’armi e tante”.

Delle due l’una. O sono ormai caduti tutti i freni inibitori, visto che il fascioleghismo salviniano ha scoperchiato il vaso di Pandora, legittimando qualsiasi follia; oppure nelle reti del neofascismo italiano sta maturando un salto di qualità assai preoccupante, ma di cui non abbiamo mai trovato traccia nel capitolo “Minacce eversive” delle relazioni annuali dei servizi segreti al Parlamento.

In quel rapporto, che descrive di cosa si sta preoccupando il tenebroso mondo dei “servizi”, ai fascisti viene sempre dedicata una generica paginetta – talvolta anche mezza – rispetto alle dieci/dodici dedicate ai gruppi della sinistra e, come una ossessione, agli “anarchici”.

Ma il fatto che la cellula nera fosse in Toscana qualche campanello d’allarme dovrebbe farlo suonare.

Nella mappa dei gruppi neofascisti in Toscana, fatta dal Corriere della Sera due anni fa, Siena e la sua provincia ad esempio non erano neanche contemplati. E neanche un’altra città toscana con un “cuore nero” mai rimosso: Arezzo.

«È vasta, la Galassia nera della Toscana. A volte, si ha l’impressione dal web che sia esplosiva, con commenti in cui si nota un passaggio all’indietro: da “fascisti del terzo millennio” a fascismo agée. (…) Ma dopo alcuni exploit elettorali, che gli hanno dato rappresentanza istituzionale, la “Galassia nera” non è solo una presenza», scriveva l’inchiesta del Corriere nel 2017.

Da Lucca, consolidato “cuore nero” della Toscana, viene ad esempio Andrea Palmieri, il “foreign fighters” neofascista andato a combattere nel 2015 nel Donbass.

Ed aveva una casa in Toscana, a Massa, anche il neofascista Fabio Del Bergiolo, anche lui coetaneo del “bancario armato”, arrestato per il possesso di un missile terra-aria Matra proveniente proprio dall’Ucraina. Nella sua abitazione insieme a una foto del Duce devotamente incorniciata, c’erano 34 dvd su “Hitler e il terzo Reich”, 13 videocassette sul “crollo del mito” dell’Urss e sul “Trionfo della Volontà”. La sua casa è una villetta immersa fra i boschi di Antona, una frazione di Massa. La polizia vi è arrivato nel corso di un’ondata di perquisizioni che ha interessato anche abitazioni e depositi di materiale militare a Peschiera Borromeo (Milano), Sesto Calende (Varese) e Castelletto Ticino (Novara).

Tutti questi “dettagli” saranno oggetto delle attenzioni dei servizi di sicurezza nella loro prossima relazione al Parlamento sulle “minacce eversive” o verranno minimizzate come al solito? Leggeremo ancora dieci pagine sugli anarchici e mezza paginetta sui gruppi neofascisti?

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Morales e Correa se ne sono andati: il socialismo andino è finito. ‘Segui i soldi’, tanto per cambiare

A parte la tirata sul Venezuela – che dimostra come ai progressisti la sinistra piace solo quando perde entro lo steccato delle regole borghesi – una opinione che mette in luce punti interessanti.

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Evo Morales ha fatto una scelta obbligata, ma responsabile, dopo l’ammutinamento della polizia, capendo pur se in ritardo che anche l’esercito lo avrebbe abbandonato. Dispiace che sia dovuto riparare in Messico come un manigoldo, pur non essendosi mai macchiato di crimini né di ladrocinio. Però la fine del suo ministro degli Interni di due anni fa, che venne linciato dai minatori per non essere stato capace di mediare nel conflitto sindacale in corso allora, lo ha indotto a una fuga strategica. Una storia che abbiamo raccontato in passato.

Tuttavia dopo i primi disordini non ha dato corso alla repressione, fino a dare le dimissioni. Rafael Correa lo aveva anticipato, ancor prima delle elezioni 2017 in Ecuador. Il bilancio finale della rivolta postelettorale in Bolivia è stato di due morti, caduti durante gli scontri tra le opposte fazioni, non per mano di polizia o esercito.

Il fatto che anche la Bolivia ritorni nelle mani della deregulation liberista mi addolora profondamente. Dopo aver visitato i due paesi in più occasioni, la mia teoria riguardo alla possibile fine del socialismo andino dopo quella dei suoi creatori – senza dimenticare il vicepresidente Álvaro Linera, anche se la sua eventuale candidatura è improbabile essendo bianco in una nazione a maggioranza indigena e avendo proprio Morales scoraggiato tale eventualità – è che il nocciolo della questione stia nell’ingordigia del ceto medio locale, arricchitosi proprio grazie al fatto che i due leader non abbiano mai ostacolato l’iniziativa privata; le tasse innanzitutto, specie quelle di successione sui patrimoni dei ricchi, e le imposte sulle transazioni finanziarie, oltre ai paletti che hanno maldisposto i padroncini delle miniere nei confronti di Morales.

In Ecuador invece si sono mosse contro Correa le banche congiunte all’imprenditoria bianca, supportate dalla stampa di opposizione dei quotidiani El Universo y El Comercio dei fratelli Palacio, due potenti che calunniarono Correa ai tempi del tentato colpo di stato del 30 settembre 2010, quando il presidente venne sequestrato dalla polizia per 24 ore. Successivamente i due fratelli furono arrestati e condannati a un risarcimento di ingenti proporzioni, ma graziati dallo stesso Correa che evitò loro una pena detentiva.

Ricordo che il controllo fiscale in Bolivia era inflessibile, a fronte però di aliquote ragionevoli intorno al 25% per le società. Così come in Ecuador, dove per giunta il ministero delle Finanze aveva formato un’unità speciale che aveva il compito specifico di mettere i sigilli sulle attività che evadevano le tasse. Tutto ciò ha costituito a mio parere un fattore fondamentale nella battaglia che il ceto medio-alto ha intrapreso nei confronti dei due leader.

In Bolivia la minoranza bianca ha trovato un alleato inaspettato in quei membri della comunità Aymara – proprio quella a cui appartiene Morales – che avevano accumulato capitali con il commercio e l’estrazione mineraria. Non è un caso che costoro abbandonassero i quartieri poveri e gelati di El Alto a La Paz (la capitale) per trasferirsi nella roccaforte bianca di San Miguel all’interno della vallata dove il clima è più mite, laddove a suo tempo furono costruiti i quartieri residenziali, animati da locali alla moda e ristoranti di lusso. E proprio lì aspirarono con boccate voluttuose i vapori del neoliberismo.

In Ecuador, la comunità bianca mal sopportava un presidente che per la prima volta ficcava il naso nei suoi affari e nelle sue rendite, e tanto meno le banche che vedevano i prelievi fiscali finire nelle casse del Bono de Desarrollo Humano, un fondo statale che serviva a supportare le pensioni a basso reddito, le donne single con figli a carico, le casalinghe e gli emarginati in genere. Ceti poveri che non facevano parte della loro selezionata clientela, per i quali i banchieri non avevano il benché minimo interesse.

E questi trovarono proprio nel Conaie, il Comitato Indigenista Ecuadoriano, un insospettato alleato. Correa si era inimicato i dirigenti indios, quando aveva preteso di riscuotere un affitto per la loro sede che prima era stato concesso a titolo gratuito. Proprio gli indios, gli stessi che poche settimane fa hanno messo in ginocchio Lenin Moreno, costringendolo a rimangiarsi gli aumenti dei carburanti e il ritiro degli incentivi energetici che avevano messo a ferro e fuoco la capitale Quito.

In quel frangente Correa commise un errore capitale, compromettendo un’alleanza che forse lo avrebbe aiutato a mantenersi in sella. Così come il peccato di Morales è stato quello di proclamarsi vincitore invece di sciogliere subito il Comitato elettorale dopo le prime accuse di frode, e concedere un secondo turno di votazioni al suo rivale Carlos Mesa. Avrebbe potuto contare sullo zoccolo duro dei suoi sostenitori, e giocarsela al secondo turno.

“Follow the money”, tanto per cambiare. Segui il movente denaro, e capisci da dove è originato il crollo dei due ex capi di Stato. Niente dietrologia da scomodare in questa circostanza; Cia o Nuovo Ordine Mondiale hanno influito poco o nulla. Anche se ciò non toglie che Donald Trump tiri adesso un sospiro di sollievo, dopo lo smacco argentino della sconfitta di Mauricio Macri.

Se pensiamo all’assurdo che Maduro in Venezuela è ancora saldamente al potere, pur in un paese sfinito, con palesi violazioni dei diritti umani, e che lì gli Usa abbiano miseramente fallito puntando sul burattino Guaidó, emerge ancora più paradossale il contrasto con le nazioni andine, che i due leader lasciano con un bilancio decisamente all’attivo sia sotto il profilo economico che legalitario.

I nemici di Correa e Morales sono tutti venuti dall’interno, una volta che il loro sistema di governo ha osato mettere in discussione i vecchi privilegi. E poco importa che abbiano quasi dimezzato il tasso di povertà e contribuito a formare un ceto medio che prima non esisteva. Lo stesso che alla fine li ha traditi.

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Cosa sapete, cosa ricordate della Strage di Piazza Fontana?

Tra poco meno di un mese saranno cinquanta anni dalla Strage di Stato in Piazza Fontana. Un 12 dicembre del 1969 a Milano che, come abbiamo detto molte volte, per almeno due generazioni non sarà mai una data come le altre sul calendario.

Quel giorno cambiarono molte cose, le coscienze fecero uno scatto in avanti, divenne di massa la consapevolezza che lo Stato aveva dichiarato guerra a chi voleva cambiare il paese. La “grande paura” della borghesia verso il clima rivoluzionario internazionale, i movimenti studenteschi e l’Autunno Caldo operaio era palpabile, e la rese isterica e pericolosa, fino ad evocare il lavoro sporco del “Deep State”.

Ma con il passare degli anni questa visione della storia è stata combattuta dagli apparati ideologici dello Stato, è stata rimossa, è stata manipolata fino a confondere totalmente le nuove generazioni. Una confusione voluta ma con un messaggio chiaro: “non provateci più!”

In questi giorni esce il libro “Piazza Fontana, Una strage lunga cinquanta anni”. I compagni della Rete dei Comunisti e della rete Noi Restiamo hanno voluto ripubblicare il materiale prodotto dieci anni fa dalla redazione di Contropiano e dalla libreria Quarto Stato di Aversa in occasione del quarantennale.

I contenuti del libro riguardano la storia della “guerra non dichiarata” dello Stato e della borghesia italiana – insieme ai servizi militari Usa e ai fascisti – contro il movimento operaio, il Pci, i comunisti, la sinistra rivoluzionaria.

Viene ricostruito il passaggio “dalla guerra fredda alla guerra sul fronte interno” che ha segnato la storia recente del paese, ma che continua visibilmente ad alimentare tutt’oggi una logica vendicativa contro i perseguitati e i prigionieri politici della sinistra in Italia.

C’è poi un capitolo sulla “storia rovesciata” e le vicissitudini nelle organizzazioni neofasciste, quella fase che Pasolini nel suo scritto sulle stragi intravede come il passaggio dalla “fase fascista a quella antifascista della stagione delle stragi”. Il famoso editoriale di Pierpaolo Pasolini è tra i documenti inseriti nel libro, insieme ad un scritto politico e profetico di Giangiacomo Feltrinelli e ad un intervento di Roberto Mander, il più giovane anarchico coinvolto nell’inchiesta sulla strage di piazza Fontana durante la montatura politico/giudiziaria che portò all’arresto di Pietro Valpresa, Roberto Gargamelli ed altri compagni anarchici e all’uccisione del compagno Pino Pinelli nella Questura di Milano.

Ci sono poi le audizioni del giudice Salvini (non confondetelo con quello del Papeete per favore) davanti alla Commissione Parlamentare di inchiesta sulle stragi. E su questo c’è una “chicca” che nella pubblicazione di dieci anni fa non compariva: i nomi. Si tratta dei nomi che il giudice Salvini consegnò alla Commissione Parlamentare ma che furono secretati. Ed è qui che vengono fuori i nomi dei due “amerikani” dei servizi militari Usa (non della Cia) che dalla base Nato di Verona organizzarono la rete che portò la strage di Piazza Fontana.

Il libro contesta poi una tesi assai diffusa ma depistante come quella del “doppio Stato”. Nella guerra di bassa intensità scatenata il 12 dicembre del 1969 non c’erano uno Stato costituzionale e uno Stato deviato. C’era la ragion di Stato e le sue priorità nello scontro politico e di classe, internazionale e sul fronte interno. A questa fu piegato tutto: le leggi, le regole, l’etica ed anche i riottosi nella DC al governo.

Infine c’è la descrizione della impressionante reazione con cui la sinistra rivoluzionaria rispose alla Strage di Stato, dalla nascita della controinformazione alle mobilitazioni di piazza.

Quel materiale è stato arricchito nel libro da quattro nuovi capitoli sui fascisti d'oggi e i loro legami attuali con gli apparati dello Stato. Ne è venuta fuori una sorta di inchiesta sulla funzione e le reti neofasciste in Italia anche nel XXI Secolo. Funzione e collegamenti che, stranamente, ricevono scarsissima attenzione nelle indulgenti relazioni annuali dei servizi segreti. Al contrario, di fronte alla mezza paginetta riservata ai fascisti, ce ne sono il decuplo riservate ai gruppi della sinistra e agli anarchici. Un po’ come ai tempi della strage di Piazza Fontana.

Il libro è stato concepito per parlare non agli storici o ai vecchi militanti, ma a quelli più giovani, ossia l’oggetto di una brutale rimozione storica e ideologica da parte degli apparati ideologici dello Stato. Una rimozione talmente pesante da aver invece rialimentato curiosità e interesse tra chi si affaccia da poco nella lotta politica.

Da qui la domanda rivolta a tutte e a tutti? Che cosa sapete e che cosa ricordate della Strage di Stato in piazza Fontana il 12 dicembre del 1969? Misurarsi con uno spartiacque nella storia recente del nostro paese diventa urgente e necessario.

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Bolivia - La resistenza contro il golpe prosegue. I morti salgono a otto


C’è un altro morto in Bolivia durante gli scontri tra i sostenitori di Evo Morales e la polizia. Il ragazzo sarebbe stato colpito alla testa da un proiettile a Yapacani, nel dipartimento di Santa Cruz, dove i sostenitori di Morales nel pomeriggio avevano occupato il municipio. Salgono così ad 8 i morti in 3 settimane di scontri tra la destra golpista e le forze leali al governo eletto.

Santa Cruz è la roccaforte dei golpisti di Luis Camacho dove la violenta rivalsa razzista contro gli indios è storicamente più forte.

Continuano intanto i blocchi e le mobilitazioni di massa a difesa del governo a El Alto e nella capitale La Paz.

A El Alto in questi giorni si sono contati 3 morti tra i manifestanti che difendono il governo di Evo Morales. Visibile in tutte le manifestazioni la Wiphala, la bandiera della Bolivia plurinazionale che rappresenta tutte le nazioni indios del paese e che è detestata e bruciata dai sostenitori del golpe e dai poliziotti. Una dimensione “razziale” dello scontro di classe in Bolivia che si desume chiaramente anche dal tweet con cui la autolettasi “presidente ad interim” Jeanine Anez – già riconosciuta come tale dagli Stati Uniti – invita a cacciare gli indios dalle città dopo essersi autoproclamata in un’aula semideserta.

Ieri Adriana Salvatierra, la Presidente del Senato legittima – e quindi titolata ad assumere la presidenza ad interim – è stata aggredita dai golpisti mentre cercava di entrare in Senato per assumere il suo incarico. Nonostante l’aggressione è riuscita ad entrare sfilando tra i banchi con il pugno alzato.

Ieri a Roma si è svolta una manifestazione contro il golpe in Bolivia sotto la sede dell’Ambasciata boliviana in Italia. Una delegazione è stata ricevuta ed ha espresso con parole chiare il suo ripudio del colpo di stato e il suo sostegno al governo boliviano e al Presidente Evo Morales.

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mercoledì 13 novembre 2019

Catalunya: mobilitazione dalla frontiera fino a Barcelona

In una delle ultime interviste rilasciate prima della elezioni del 10 novembre, Mireia Vehí aveva dichiarato che “hanno fatto più due settimane di mobilitazione che due anni di governo”. E invece di chiedere il voto agli elettori, invitava tutti a partecipare alle proteste: “la piazza è l’unica via praticabile. Quello che ora serve più di tutto è stare in piazza e proseguire con la strategia di disobbedienza civile di massa. Questo sì che è utile”.

Una convinzione che si è diffusa in gran parte del movimento indipendentista, impegnato in queste ore in una delle operazioni più ambiziose dispiegate finora: la chiusura dei più importanti collegamenti stradali tra la Spagna e la Francia.

Lunedì mattina è cominciato il blocco stradale sull’autostrada Ap7, appena al di là della frontiera, nel territorio sotto amministrazione francese che conserva profondi legami storici, culturali e linguistici con Catalunya.

La gendarmeria, sorpresa dall’azione dei manifestanti, ha chiuso gli accessi all’autostrada e si è schierata sul versante nord, mentre i Mossos d’Esquadra si sono incaricati del versante sud, in territorio spagnolo.

Dopo aver montato una cucina da campo nel bel mezzo della carreggiata, i manifestanti hanno cominciato ad organizzarsi per resistere alcuni giorni. La Confindustria catalana ha immediatamente chiesto lo sgombero del presidio, preoccupata per “il pregiudizio economico arrecato al tessuto imprenditoriale”, ribadendo una volta di più la propria distanza dal movimento indipendentista e dal progetto di costruzione della nuova Repubblica.

Per tutta la giornata i manifestanti sono arrivati al Pertús, preparati per passare la notte in tenda sull’autostrada, così come chiedeva l’appello di Tsunami Democratic, la piattaforma semiclandestina che ha già coordinato l’occupazione dell’aeroporto di Barcelona nello scorso ottobre.

La gendarmeria francese è rimasta a guardare fino a ieri mattina, quando ha cominciato a sgomberare il presidio ricorrendo ai manganelli e al gas irritante. Il bilancio dell’operazione è di 18 fermati, tutti rilasciati.

Solo nel primo pomeriggio di ieri, dopo trenta ore di blocco stradale, i manifestanti si sono dovuti ritirare per riversarsi di nuovo sull’autostrada Ap7, questa volta all’altezza di Girona. Qui si sono concentrate alcune migliaia di persone e sono sorte alcune rudimentali barricate.

Sorprendente l’apparizione di un vero e proprio palcoscenico sul quale sono saliti, in un concerto improvvisato nel corso della notte, alcuni artisti assai noti tra cui Txarango. Per il momento i Mossos sembrano rinviare lo sgombero al mattino.

Ma l’azione politicamente più rilevante, anche questa convocata da Tsunami Democratic, si è svolta nel tardo pomeriggio a Euskal Herria, dove centinaia di auto hanno imboccato l’autostrada con la Francia a velocità ridotta, in una marcia lenta verso la frontiera di Behobia, che ha provocato il collasso del traffico e che ha decretato per alcune ore l’isolamento della Spagna dal resto del continente.

Nel comunicato di Tsunami Democratic si legge che “il problema non è Catalunya né Euskal Herria, il problema è lo stato spagnolo, incapace di offrire una soluzione democratica al conflitto che ha generato. Una soluzione politica e democratica che passa per rispettare il diritto all’autodeterminazione dei popoli...“.

Contemporaneamente i Comitati di Difesa della Repubblica hanno bloccato un altro importante passo di frontiera con la Francia a Puigcerdà e organizzato blocchi stradali alla Meridiana, la Diagonal e la Gran Via di Barcelona.

Ingovernabili, la parola della d’ordine della CUP per la campagna elettorale appena terminata, sembra essersi tradotta in una sequela di azioni che non si sono ancora concluse e che hanno avuto un forte impatto in tutto il paese. Contemporaneamente il Parlamento catalano ha approvato ieri una mozione presentata dalla Candidatura anticapitalista e indipendentista a favore del diritto all’autodeterminazione, che ha visto il voto contrario di Catalunya en Comú – Podemos.

Una contrarietà che si spiega quando si leggono i punti fondamentali del nuovo accordo che il partito di Pablo Iglesias ha raggiunto proprio ieri con il PSOE: rispetto al tema catalano la coalizione si impegna a cercare il dialogo “sempre dentro la Costituzione”, ovvero escludendo l’esercizio del diritto all’autodeterminazione. Una convergenza con il PSOE che colloca Podemos tra le forze a sostegno del cosiddetto regime del ‘78 e che potrebbe suscitare malessere tra alcuni settori della formazione erede del movimento degli indignados.

La mozione della CUP è stata peraltro immediatamente sospesa dal Tribunale Costituzionale, che già nei giorni scorsi aveva sostenuto l’illegalità dello svolgimento di un dibattito sul diritto all’autodeterminazione.

Pur forti dell’intesa raggiunta, PSOE e Podemos non hanno però una maggioranza sufficiente a formare il nuovo governo e dovranno cercare un accordo con altre forze del Congresso. E i numeri dicono che avranno bisogno quantomeno dell’astensione di Esquerra per poter governare.

Se la CUP ha fatto del no al PSOE e al “regime del ‘78” uno dei leit motiv della propria campagna elettorale, le direzioni di ERC e Junts per Catalunya potrebbero essere tentate da una proposta di dialogo volta a avviare la seconda transizione che, nelle intenzioni dei socialisti e dei settori dell’indipendentismo più moderato, dovrebbe mettere fine al processo di trasformazione sociale e istituzionale rappresentato dalla nascita della repubblica catalana.

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USA - Trump cancella le regole contro l’inquinamento dell’acqua

In America è ancora vivo il ricordo della tragedia ambientale di Flint e della sua acqua contaminata al piombo color fango bevuta dai bambini nelle scuole. Flint è in Michigan, la città natale del regista Michael Moore, a poca distanza da Detroit, la capitale dell’auto, ed è abitata per il 60% da afroamericani. La vicenda è stata raccontata magistralmente da Moore nel docufilm Fahrenheit 11/9, come simbolo delle politiche dell’establishment democratico lontane dai problemi della gente. Una delle tante che ha contribuito a far vincere le elezioni a Trump.

Acqua color fango

Nel settembre 2015 un gruppo di cittadini denunciò il problema dell’acqua potabile di Flint che arriva dall’omonimo fiume, e che rifornisce anche Detroit. Dai rubinetti usciva acqua puzzolente con il colore del fango. Il Dipartimento alla sanità del Comune assicurava che l’acqua era potabile e sana. Invece era avvelenata. Ma la gente continuava a berla.

Speculazione sui cittadini

Nel 2014 il governatore repubblicano Rick Snyder decide, per pura speculazione finanziaria, di far arrivare l’acqua in città dal fiume Flint, invece che dal lago Huron, come era sempre stato. Si accorge che qualcosa non va anche la General Motors: le componenti auto trattate con l’acqua di Flint vengono danneggiate. La gente comincia ad ammalarsi, i bambini sono i più colpiti. Nel film si vede Obama che arriva a visitare la città, una visita formale, senza avvicinarsi alle persone e alla loro tragedia che resta ancora senza soluzione.

Il 70% dei bambini disabili mentali

I dati sul tasso di piombo nel sangue dei bambini vengono falsificati dalle autorità locali. Fino a quando lo scandalo non esplode perché i bambini non smettono di ammalarsi. L’acqua avvelenata è stata bevuta per molto tempo da 30mila bambini: molti di loro oggi hanno problemi neurologici con ritardi nello sviluppo del cervello e del sistema nervoso. Alti tassi di autismo, dislessia e disordini mentali sono una cosa molto comune a Flint, lasciati in eredità dalle acque avvelenate di Flint che hanno colpito il 70% dei bambini, diventati nel frattempo ragazzi, con i casi di disabilità raddoppiati.

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