Presentazione


Analisi, opinioni, fatti e (più di rado) arte da una prospettiva di classe.

08/05/2026

Stessa crisi, stessa rabbia

Ricomprendere la contraddizione capitale-natura nel conflitto capitale-lavoro

Dalla fase imperialistica in avanti, il capitalismo si è caratterizzato per una tendenza alla propria generalizzazione su scala mondiale: apertura e conquista di nuovi mercati, mondializzazione della forza‑lavoro, delocalizzazione produttiva, intensificazione della circolazione globale delle merci. La fase attuale, per molti aspetti, si configura invece come un movimento di segno inverso.

La crisi sistemica apertasi nel 2008, si è aggravata negli ultimi anni, e nessun settore si è mostrato all’altezza dell’industria bellica nella capacità di rilancio dei processi di valorizzazione.

La crisi sistemica del capitale ha indotto infatti quella che è stata definita frammentazione del mercato globale, ovvero la fine della globalizzazione e l’apertura di una nuova forma di competizione di carattere economico – e in ultima istanza anche bellico – tra blocchi (Il Giardino e la Giungla, 2023).

I due pilastri economici della globalizzazione, libero scambio e delocalizzazioni, sono entrati in crisi di fronte ad un conflitto su scala mondiale e a nuove misure che limitano gli scambi commerciali transnazionali, imponendo alle filiere di ristrutturarsi.

Il sistema delle esternalizzazioni, che per ottenere il risultato di produttività più alto mette segmenti di produzione in competizione tra loro (il produttore, chi trasporta le merci, chi le distribuisce, chi le stocca e chi le manutiene), non è più sostenibile di fronte a guerra e a un assetto mondiale a geometrie variabili.

In questo scenario, i mercati si restringono, pezzi di produzione vengono reinternalizzati cambiano le stesse forme della produzione.

La contraddizione capitale-natura nella fase di frammentazione del mercato globale e conseguenze della ristrutturazione economica europea

L'obiettivo principale dei governi europei è quello di ambire a una sovranità economica interna e costruire catene di fornitura “sicure”, attraverso le strategie di reshoring, friendshoring o nearshoring, ridefinendo i partner economici secondo una sfocata e negoziata definizione dei paesi vicini, “amici” o economicamente affidabili, in funzione anti Cina e Russia, ma anche in un rapporto con gli USA reso sempre più difficile dalle scelte dell’amministrazione Trump.

Per sostenere questa “reindustrializzazione”, viene messo al centro l’utilizzo di nuove tecnologie avanzate, chiamando in causa in primis i settori strategici e quelli più duramente colpiti dalle conseguenze economiche dei conflitti in corso: automobilistico, elettronica, semiconduttori, aerospazio e difesa.

Lo sviluppo tecnologico e digitale vanno di pari passo con la concezione di un quadro normativo che all’occorrenza utilizza il paravento della “sostenibilità” per sacrificare ulteriormente – in termini di salari, occupazione e diritti – la forza-lavoro, reale motore della produzione e generatrice di valore.

Questa ristrutturazione, così come si sta delineando – in primo luogo nel settore industriale – ripropone così la falsa contrapposizione tra tutela dell’ambiente e difesa del lavoro, in cui per salvaguardare l’uno bisogna sacrificare l’altro.

Questa opposizione è di natura puramente politica e interna ai rapporti di produzione capitalistici, e compromette in maniera miope le basi stesse della riproduzione sociale. L’ambiente e la salute, infatti, non entrano in contraddizione con il lavoro in quanto tale, ma vengono posti artificialmente contro i lavoratori quando il capitale utilizza l’ambiente come scusa per fare tagli e licenziamenti, o al contrario quando la forza lavoro viene utilizzata come ostaggio per sottrarsi a ogni vincolo di compatibilità ambientale.

Dagli anni ’70 quando a Seveso la produzione fu mantenuta nonostante rischi taciuti che portarono alla dispersione di diossina, o a Taranto dove l’ILVA ha per anni subordinato la tutela ambientale e sanitaria alla continuità occupazionale: il ricatto “o il lavoro o la salute” è imposto dalla politica e dalle imprese come falso dilemma, mentre nella realtà i lavoratori risultano essere al tempo stesso le prime vittime dell’inquinamento e le prime vittime delle politiche di dismissione o ristrutturazione produttiva.

Dall’altra parte, l’impiego di forza-lavoro e la risoluzione del problema occupazionale viene utilizzata nel discorso politico come giustificazione per portare avanti grandi disastri ambientali come la TAV o il Ponte di Messina, mentre l’ambiente diventa oggi l’alibi per smantellare l’industria e mandare a casa i lavoratori. Lo testimoniano a gran voce le mobilitazioni recenti che hanno riguardato il settore metalmeccanico e altri pezzi importanti dei settori coinvolti nella ristrutturazione produttiva come Stellantis e ST Microelectronics.

Ma l’“ambiente” non è una questione neutrale, e questa ristrutturazione non viene portata avanti né negli interessi dei territori né in quello di lavoratori e popolazioni. Anzi, vediamo come quelli che oggi lavorano sotto ricatto sono anche quelli che pagano le conseguenze della crisi climatica nelle giornate di lavoro sotto il sole e senza tutele, o durante le alluvioni in cui sono i lavoratori a non avere la possibilità di ricostruirsi una casa.

Eppure lo Stato si ritrae, rinuncia a una pianificazione industriale pubblica e utilizza la questione ambientale per giustificare licenziamenti, cassa integrazione e desertificazione produttiva.

Che si tratti di “politiche green” o del loro superamento, il dato di fondo del sostegno alle imprese e dell’abbandono dei lavoratori non cambia. Le macro-politiche europee si fondano su meccanismi di mercato che garantiscono sgravi fiscali, incentivi e risorse pubbliche alle imprese, alimentando nuove forme di monopolio, mentre i costi reali della transizione vengono scaricati sulle piccole imprese, su una classe media impoverita, e, soprattutto, sulle classi popolari. La prezzatura delle risorse naturali, le sanzioni pecuniarie per l’inquinamento e l’alleggerimento degli obblighi di rendicontazione ambientale consentono ai soggetti economicamente più forti di continuare a competere, producendo concentrazione della proprietà, privatizzazione delle risorse naturali e nuove forme di colonialismo, impedendo percorsi di sviluppo autonomi e rafforzando le disuguaglianze sociali e territoriali.

Lo stesso “Green New Deal” non poteva che rivelarsi propaganda, essendo impossibile qualsiasi transizione all’interno dell’economia di mercato poiché la distruzione della natura è uno dei motori della competizione inter-capitalistica. Sostituire la “mano invisibile” con il controllo sociale della produzione significa rompere la catena che vedono la natura solo come una risorsa da saccheggiare per produrre merci spesso inutili o distruttive (industria militare in primis).

Lo vediamo in maniera ancora più eclatante nel caso delle aziende che fanno extraprofitti sulle spalle delle popolazioni tra guerra ed ecocidio, e che al contempo continuano a sfruttare la mano d’opera sottopagata e a appaltare servizi ad altre imprese: è il caso di Eni, che negli ultimi due anni di genocidio in Palestina ha stretto i suoi rapporti con Israele per i giacimenti di gas naturale di fronte alle coste gazawi, o di Enel, al centro dell’episodio dell’esplosione della centrale elettrica di Suviana, che ha portato alla morte di tre lavoratori.

Emerge così la natura eminentemente politica dell’opposizione tra ambiente e lavoro, e l’esigenza di capovolgere questa visione, ricostruendo un punto di vista di classe sulla questione ambientale, e un focus ambientale nella questione di classe.

In questo quadro, la ristrutturazione in corso non si limita a ridefinire rapporti di forza sociali, ma produce anche una nuova geografia delle esternalità, ovvero una redistribuzione spaziale dei suoi impatti, riportando entro i confini europei quelle contraddizioni ambientali e materiali che per decenni erano state scaricate altrove. Il processo delineato è infatti quello di un riavvicinando al “giardino” dei danni creati da questo modello economico, che i capitali e la politica europea non sono più in grado di gestire esclusivamente fuori dai propri confini nazionali, con importanti costi da un punto di vista ambientale.

Se, infatti, nella fase precedente il sistema di delocalizzazioni aveva appaltato una serie di costi ambientali e sociali ai paesi del cosiddetto Sud globale, l’accorciamento delle filiere produttive e la reinternalizzazione mirata dell’industria secondo il principio della “resilienza strategica”, hanno importanti conseguenze allo stesso tempo sui lavoratori e sull’ambiente dei paesi europei, riportando a casa danni ecologici e povertà.

Un settore paradigmatico, a questo proposito, è quello della logistica, che ridisegna la circolazione delle merci, tra ricadute territoriali e lavoro povero.
“La riduzione dei tempi di circolazione e la velocizzazione dei processi logistici sono elementi centrali per l’accumulazione capitalistica, ma comportano un aumento dei consumi energetici, dell’uso delle risorse naturali e della pressione sui territori.”
(Capitale e Natura – Parte I – Capitolo 4)
In termini marxiani, la logistica partecipa alla cosiddetta rotazione del capitale che si compie sostanzialmente di tre fasi: produzione delle merci, circolazione delle merci, la commercializzazione delle merci, finalizzata al processo di accumulazione attraverso il plusvalore. In ognuna di queste tre interagisce con l’uomo e con la natura, compiendo l’assoggettamento e lo sfruttamento del primo e l’assoggettamento e la distruzione della seconda:
“Quanto più è breve il tempo di rotazione, tanto minore diventa tale quota inoperosa del capitale, in rapporto al totale e, restando invariate le altre circostanze, tanto maggiore il plusvalore acquisito. Nel libro II si è pure dimostrato come la riduzione del tempo di rotazione, ovvero di una delle due fasi, il tempo di produzione ed il tempo di circolazione, accresca la massa del plusvalore prodotto. Poiché il saggio del profitto esprime soltanto il rapporto della massa del plusvalore prodotta rispetto al capitale complessivo impiegato in quella produzione, è evidente che ogni riduzione del genere accresce il saggio del profitto. (...) Il mezzo principale per la riduzione del tempo di circolazione sta nel perfezionamento delle comunicazioni”
(C. Marx, Il Capitale, libro III, sezione I, capitolo 4)
Le grandi infrastrutture di mobilità, sono una necessità della circolazione sempre più veloce delle materie prime e delle merci per accelerare la rotazione del capitale, generando grandi impieghi energetici, dissesto territoriale e geologico, inquinamento atmosferico, acustico, paesaggistico, produzione dei rifiuti e la necessità del loro smaltimento (accelerando la circolazione delle merci e la riduzione, indotta o reale, della vita di queste, viene aumentato anche il loro consumo).

Il passaggio dal “just in time” al “just in case” avviato a partire dalla fase di instabilità prodotta dal Covid-19, ha portato alla moltiplicazione di magazzini, sfruttamento e impatto ambientale nei nostri territori. Nel quadro della ristrutturazione in corso molti attori industriali (Barilla, IKEA) hanno scelto di reinternalizzare il settore logistico, senza appaltare la circolazione delle merci a terzi.

La logistica – tra le nuove frontiere del conflitto di classe in Europa – lega a doppio filo sfruttamento ambientale-lavoro povero e guerra. La crescente militarizzazione dei corridoi europei rivela la funzione strategica di queste infrastrutture per il capitale e per la guerra, a partire dal caso della TAV e del progetto in cantiere del corridoio Reno-Alpi.

In questo contesto, è nostro compito ricomprendere le contraddizioni ambientali prodotte da questo sistema e aggravate nella fase attuale all’interno del conflitto di classe, dotandoci degli strumenti teorici adeguati.
“Le questioni ambientali non sono esterne al conflitto capitale-lavoro, ma ne rappresentano una manifestazione specifica. La loro separazione dal terreno della lotta di classe produce una falsa alternativa tra occupazione e tutela dell’ambiente.”
(Capitale e Natura – Parte I – Capitolo 1)
Ricomprendere la contraddizione capitale-natura nel conflitto capitale-lavoro: cassetta degli attrezzi teorica

Riorganizzare un punto di vista di classe sulla questione ambientale significa innanzitutto recuperare una base teorica materialista che, già nelle prime articolazioni sul materialismo di Marx ed Engels, non riduceva la storia al solo rapporto dell’uomo con l’uomo, ma includeva quello tra l’essere umano e la natura come parte integrante della produzione sociale:
“Il materialismo storico ha dunque un’ambivalenza, cioè l’unita dialettica di due aspetti fra loro strettamente intrecciati e non separabili: il rapporto tra uomo e natura e il rapporto intraspecifico, cioè tra uomo e uomo all’interno di una società. In quest’ultimo sta la lotta di classe, intesa anche e soprattutto come lotta per l’appropriazione delle condizioni di produzione e quindi dell’uso della natura.”
(Marx ed Engels, L’ideologia tedesca, 1846).
La rottura prodotta dal capitalismo non è soltanto una rottura sociale (fra capitale e lavoro), è anche una rottura storica nel metabolismo tra società e ambiente.
“La crisi del capitalismo nel suo aspetto più eclatante è proprio la contraddizione capitale-natura, che non si pone come elemento esterno o sovrastrutturale rispetto al conflitto capitale-lavoro, ma come parte integrante del suo sviluppo storico. (...) Il capitale, nella sua necessità di valorizzazione, non può che intensificare lo sfruttamento sia della forza-lavoro sia della natura, in un processo che tende a erodere le stesse basi materiali della riproduzione sociale.”
(Capitale e Natura – Parte I – Capitolo 4)
Il capitalismo generalizza la forma di merce e subordina ogni attività alla valorizzazione, penetrando nella vita stessa e trasformando la natura in “risorsa” da mettere a valore, contribuendo a rompere il legame organico tra uomo e natura: In questo processo, la tendenza allo sviluppo incondizionato delle forze produttive entra in conflitto con l’ambiente e la limitatezza delle sue risorse, limitando anche la possibilità di valorizzazione del capitale. È questo il limite fisico in cui si imbatte la produzione capitalistica, che è al centro delle preoccupazioni della tecnica sin dai primi studi sui fertilizzanti, ma che dalla crisi petrolifera in poi si è dispiegato sempre più chiaramente nella sua dimensione globale e nelle sue ricadute concrete.

L’aumento del peso della tecnologia e della scienza nella produzione diviene quindi necessario per cercare di spingere sempre più in avanti questo limite, con la doppia conseguenza di ridurre il lavoro vivo innescando processi di flessibilizzazione e precarizzazione della forza lavoro, e di incidere in maniera sempre più irreparabile negli equilibri degli ecosistemi. Nel capitalismo il progresso tecnico non ha lo scopo di alleggerire il carico per il singolo lavoratore, o di ridurre l’impatto ambientale della produzione, ma di sostenere la competizione tra capitali per accaparrarsi sempre maggiori fette di mercato ed estrarre in maniera più efficace le risorse, risultando in un crescente sfruttamento della forza lavoro e della Natura.
“La mercificazione della natura, attraverso meccanismi di mercato come la compravendita dei diritti di emissione o la finanziarizzazione delle risorse naturali, rappresenta una nuova frontiera della valorizzazione capitalistica.”
(Capitale e Natura – Parte I – Capitolo 5)
Anche questo meccanismo si scontra con un limite, quello della caduta tendenziale del saggio di profitto data dalla proliferazione di competitori economici ugualmente attrezzati al livello tecnico per contendersi i mercati mondiali.

In questo contesto, si ricorre alla finanziarizzazione dell’economia, che crea l’illusione di poter superare i limiti fisici alla valorizzazione del capitale.

Dai crediti di carbonio che partecipano al sistema europeo cap-and-trade per le emissioni di CO₂ (EU Emissions Trading System – EU ETS), fino ai “certificati verdi” italiani, anche la questione ambientale è stata strumentalizzata come ulteriore sponda finanziaria per i capitali dei grandi settori (energia, industria pesante...), partecipando alla sovrapproduzione di capitale – e ai conseguenti rischi di esplosione di bolle speculative – dovuta all’uso sregolato della leva finanziaria.

Negli ultimi anni, questi incentivi alle aziende sono stati il rovescio della medaglia della difficoltà delle classi popolari a sostenere il costo della “transizione ecologica”, trasformando la questione ambientale in una forbice di classe.
“Le teorie ‘alternative’ non alternative, comprese quelle che fanno riferimento allo sviluppo sostenibile e alla green economy, non mettono in discussione i rapporti di produzione capitalistici ma tentano di renderli compatibili con nuovi ambiti di valorizzazione.”
(Capitale e Natura – Parte I – Capitolo 5)
La questione ambientale non è dunque un tema secondario, “culturale”, né un terreno estraneo alla lotta di classe. È, al contrario, uno dei punti in cui oggi la contraddizione capitale-lavoro si manifesta in forma più netta, perché il capitale scarica contemporaneamente sulla natura e sulla forza lavoro i costi della propria crisi e della propria riproduzione. Questa equazione, apparentemente semplice, è invece decisiva: quando il capitalismo entra in difficoltà, intensifica lo sfruttamento del lavoro e l’estrazione delle risorse, accelerando la distruzione delle condizioni stesse che rendono possibile la vita sociale e la riproduzione della forza-lavoro.

In questo senso, la questione ambientale va riportata dentro il conflitto capitale-lavoro: non come tema “aggiuntivo”, ma come parte della stessa dinamica che produce precarietà, desertificazione industriale, ricatto occupazionale, povertà energetica, crisi agricola e sanitaria:
“Si deve quindi dare una prospettiva concreta a tale impostazione politica di classe, collegando la contraddizione capitale-natura anche allo sviluppo delle attuali lotte sociali e del conflitto di classe con un programma di controtendenza partendo dall’oggi.”
(Capitale e Natura – Parte II – Capitolo 6)
“Non possiamo però ignorare, e in questo fare autocritica, e da questa ripartire, che la storia del movimento operaio e dei partiti comunisti, anche in Italia, ha vissuto, con intensità diversa in funzione delle sue fasi, una prevalente disattenzione, in qualche caso avversità, alle questioni ambientali o una incapacità ad affrontarle. Spesso, infatti, queste ultime sono state “sacrificate” sull’altare di una visione sviluppista, e in qualche caso ritenute limitanti al raggiungimento delle aspirazioni del lavoro.
Nel caso dell’Unione Sovietica e dei paesi del cosiddetto socialismo reale del XX secolo, in alcuni momenti si è andato anche oltre. Eventi storici come la seconda guerra mondiale, l’accelerazione del capitalismo all’industrializzazione prima e al post-fordismo poi, l’inizio del neoliberismo e dell’attuale fase della mondializzazione del capitale, hanno infatti indotto i paesi del socialismo reale a non ritenere prioritaria la salvaguardia della natura, in nome di una concorrenza-competizione con il capitalismo che in alcuni casi ha prodotto paradossalmente la riproposizione di modelli del capitalismo stesso nei confronti dell’ambiente.”
(Capitale e natura – Prima parte – Capitolo 1)
Storicamente, anche il movimento operaio e comunista non sempre ha saputo leggere fino in fondo questa dimensione. In varie fasi la questione ambientale è stata considerata limitante rispetto allo sviluppo produttivo, sacrificata sull’altare di una visione “sviluppista”, o trattata come tema borghese, estraneo al cuore del conflitto. In alcuni contesti del socialismo reale, spinti dalla competizione col capitalismo e da condizioni storiche eccezionali, si è arrivati persino a riprodurre modelli simili a quelli capitalistici nei confronti dell’ambiente.

Sebbene non esista una effettiva distanza tra cambiamento dei rapporti di produzione e ristabilimento del rapporto organico con la natura, non dobbiamo fare l’errore di “buttare il bambino con l’acqua sporca” – dobbiamo cioè riconoscere che mentre da una parte ci troviamo davanti a scelte politiche determinate dalla lotta contingente per la sopravvivenza di un’ipotesi socialista, dall’altra abbiamo un sistema di rapporti di produzione che per definizione non può fare altro che determinare il collasso ambientale.

Per questo riteniamo che chi (anche e soprattutto dicendosi di sinistra e anticapitalista) ha usato la questione ambientale per squalificare le esperienze di socialismo reale abbia nei fatti fornito con la scusa dell’autocritica una potente clava ideologica anticomunista alla controparte, mettendo sullo stesso piano due ipotesi di organizzazione sociale dagli scopi e dagli esiti totalmente divergenti.

Non a caso ricordiamo l’Unione Sovietica degli albori come un laboratorio ecologico senza precedenti (“Il Comunismo è verde”, Salvatore Engel-di Mauro, 2025). Scienziati come Vernadsky e Vavilov avevano intuito che solo una pianificazione razionale poteva gestire il metabolismo tra uomo e natura. Il Piano, in questa ottica, non è solo uno strumento economico, ma l’unico modo per sottrarre la natura umana ed extra umana ai ritmi distruttivi dell’accumulazione capitalistica. Mentre il mercato capitalista corre verso il baratro, la pianificazione socialista ci permette di decidere cosa, come e per chi produrre, rispettando i tempi di rigenerazione della biosfera.

Consapevoli di questo, lavoriamo quindi per tenere insieme le dimensioni di lavoro e ambiente come due fronti dello stesso conflitto.
“Tirare fuori la testa dalla sabbia, ponendoci fin da ora il problema della compatibilità della pianificazione socialista con la salvaguardia delle ricchezze naturali, senza rimandarle e consegnarle ad una “soluzione naturale” e “ovvia” del momento della realizzazione del superamento del Modo di Produzione Capitalista, non è soltanto un esercizio che allena le nostre capacità teoriche, ma è anche di fondamentale importanza per comprendere l’attuale e agire in questo, nelle direzione della trasformazione radicale per la prospettiva socialista.
(...) L’attenzione verso la natura non è necessariamente un tema borghese come nel caso di molto ambientalismo già visto nel passato, ma pienamente interno al conflitto capitale-lavoro. Si deve quindi dare una prospettiva concreta a tale impostazione politica di classe, collegando la contraddizione capitale-natura anche allo sviluppo delle attuali lotte sociali e del conflitto di classe con un programma di controtendenza partendo dall’oggi, nel quale va strettamente legato il concetto di sostenibilità ambientale dello sviluppo a quello di progresso sociale, che ponga fin da subito il problema del controllo e della redistribuzione delle ricchezze naturali.
(Capitale e natura – Seconda parte parte – Capitolo 6)
Ricomprendere la contraddizione capitale-natura nel conflitto capitale-lavoro significa spiegare perché questi conflitti si ripresentano incessantemente e come possano essere superati solo rompendo i vincoli capitalistici che li generano.

Se la crisi climatica e la crisi del lavoro sono due facce della stessa medaglia, la risposta non può essere una semplice difesa “di settore”, né un ambientalismo astratto: serve una politica di classe capace di unificare ciò che il capitale divide.

Il rapporto tra uomo e natura si ricompone solo quando i lavoratori smettono di essere ingranaggi di una macchina governata dal plusvalore e diventano i soggetti che gestiscono collettivamente il metabolismo tra uomo e natura. È l’idea dietro il concetto di “produttori associati” – coloro che, liberati dal ricatto occupazionale e dal dominio del capitale, possono finalmente governare la produzione in modo razionale, superando la frattura metabolica di cui parla Foster. È in questa gestione collettiva che la salute del lavoratore e l’ambiente smettono di essere in conflitto e diventano lo stesso obiettivo politico.
“Il problema del controllo e della redistribuzione delle ricchezze naturali deve essere posto fin da subito come questione politica centrale di una prospettiva socialista.”
(Capitale e Natura – Parte II – Capitolo 9)
Abbiamo quindi la necessità di comprendere l’attuale fase e agire dentro di essa, mostrando che le lotte contro la devastazione dei territori, contro l’inquinamento nei quartieri popolari e per la sicurezza sul lavoro non sono “esterne” alla lotta di classe. Il proletariato è il soggetto che subisce sulla propria pelle il duplice attacco del capitale: l’estrazione di plusvalore nel salario e l’espropriazione della salute e dell’ambiente nella vita quotidiana.

Ricostruire un punto di vista di classe significa oggi dare voce a questo soggetto unico, capace di unificare la fabbrica e l’ambiente in un solo fronte di controtendenza rivoluzionaria individuando le contraddizioni e i nodi politici centrali, dotandoci di strumenti teorici adeguati a combattere il nemico di classe e immaginare una trasformazione strutturale dei rapporti di produzione e dei rapporti sociali che comprenda una rivoluzione del rapporto tra uomo, scienza e natura.

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Sciopero della scuola. Cinquanta manifestazioni in tutto il paese. Una mobilitazione riuscita contro il governo


Piazze piene in oltre 50 città d’Italia. Si sta rivelando un successo lo sciopero della formazione promosso da Cambiare Rotta, OSA, l’USB e le altre organizzazioni studentesche e sindacali contro il governo Meloni.

Questa nuova giornata di lotta guidata da studenti e lavoratori vince la sfida e porta scuole e università in piazza sui temi caldi della formazione – dal No alla nuova riforma dei tecnici e professionali, all’opposizione alle riforme di Bernini e alle tragedie della “distruzione pubblica” nel nostro paese. Con un rifiuto generale di ogni leva militare e la richiesta di soldi alla formazione e non alla guerra.

A Roma sono in corso gli appuntamenti sotto i ministeri – Mim e Mur – che puntano a ricongiungersi per muoversi in corteo, così le principali città d’Italia sono bloccate. Nelle piazze campeggiano enormi timer che rappresentano la “sveglia” del tempo finito che stiamo suonando al Governo, in altre ortaggi vengono lanciati contro le foto di una classe politica alla frutta, in alcune sputano fucili-giocattolo con fiori in canna al posto di proiettili: la nostra risposta alla leva e a alla guerra in cui ci vogliono trascinare.

Proprio domani è prevista una giornata giovanile europea di lotta alla leva militare promossa dalla campagna “We do not enlist”, in cui lo sciopero di oggi si inserisce.

Ma non è tutto. La presenza del segretario di stato USA Marco Rubio in Italia ha innescato la rabbia di studenti e studentesse che ne chiedono l’espulsione in quanto “persona non gradita”. Questo criminale internazionale è complice del genocidio a Gaza e responsabile della guerra in Medio Oriente, nonché protagonista della campagna contro Cuba che rischia di essere attaccata dagli Stati Uniti. Nelle piazze sventolano centinaia di bandiere cubane, a sostegno e difesa della Rivoluzione, della sovranità e della pace a Cuba, l’isola più solidale al mondo – e si alza un grido di protesta contro Rubio.

Non manca la solidarietà per la Flotilla. “Vogliamo la liberazione immediata dei nostri compagni sequestrati da Israele e la Palestina libera” chiedono ovunque gli studenti in lotta. Governo Meloni il tempo è finito!

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07/05/2026

Le Monografie di Frusciante: Elio Petri pt.II (Aprile 2018)

Nazionalisti dei miei stivali

Al di là del ribrezzo per la volgarità degli attacchi agli attivisti della Global Sumud Flotilla, rivolti anche da alcune “alte cariche istituzionali” prontissime a chinarsi di fronte ad Israele, ci sono diversi aspetti della vicenda che riguardano l’assalto piratesco avvenuto davanti all’isola di Creta e il rapimento di Thiago Avila e Saif Abukeshek che delineano un radicale cambiamento nel rapporto tra Stati democratici e “cittadini”.

Riassumiamo i dati certi, incontestabili, per chiarire bene i termini della questione.

Tutte le imbarcazioni assaltate erano in acque internazionali, a quasi 1.000 chilometri da Gaza e da Israele. Per le leggi internazionali ancora vigenti, dunque, questo è un atto di pirateria che andrebbe sanzionato dall’intera comunità internazionale riunita nell’Onu. Il fatto che sia stato compiuto da uno Stato aggrava l’accusa, non la diminuisce.

Tutte le imbarcazioni fermate, secondo le stesse regole universalmente valide, sono da considerare “territorio nazionale” corrispondente alla bandiera con cui sono state registrate.

In particolare, la barca sui erano i due attivisti rapiti batteva bandiera italiana. Legalmente, a tutti gli effetti, sono stati dunque sequestrati in Italia. Il che giustifica non solo l’iniziativa della magistratura, ma avrebbe richiesto anche una “franca” protesta diplomatica del governo contro quello di Tel Aviv, almeno al livello del ritiro dell’ambasciatore.

Invece la Farnesina del prode Tajani si è limitata alla richiesta di “informazioni”, probabilmente sussurrando parole di scusa per il disturbo arrecato... 

I rapiti. Thiago è un cittadino brasiliano – e il suo governo ne sta chiedendo ogni giorno la liberazione – mentre Saif è un cittadino spagnolo di origine palestinese (la stessa richiesta la sta facendo il governo di Madrid).

Le accuse sollevate da Israele a giustificazione posticcia del rapimento (appartenenza o vicinanza ad “organizzazioni terroristiche” e “aiuto al nemico in tempo di guerra”) sarebbero risibili, in condizioni normali.

Se fossero state anche solo minimamente serie o supportate da uno straccio di prova – anche palesemente falso, come accaduto per Hannoun ed altri palestinesi a Genova – entrambi i sequestrati, infatti, sarebbero stati prima segnalati all’Interpol e quindi sottoposti ad indagine dai rispettivi governi.

Sui criteri con cui Israele definisce “terroristi” individui ed organizzazioni, meglio stendere una lapide d’acciaio. Per Tel Aviv lo sono tutti, tranne i servi. Prendere in esame quelle accuse è solo una perdita di tempo.

Stabiliti i fatti e le regole internazionali esistenti, c’è da chiedersi perché i governi europei – cui fanno capo quasi tutti gli attivisti imbarcati – abbiano accettato il comportamento di Israele nei confronti dei propri cittadini come “normale”. Nei casi peggiori quasi “giustificato”.

La risposta è ovvia: Tel Aviv è il terminale dell’imperialismo euro-atlantico in Medio Oriente, dunque qualsiasi cosa faccia – anche un genocidio – va minimizzata per poterlo sostenere.

Ma non è una scelta politica a costo zero. Il rapporto tra uno “Stato democratico” e i propri cittadini si regge su una serie di leggi e convenzioni, oltre che su diritti, per cui ogni singolo iscritto ad una anagrafe di questo paese deve essere tutelato dall’azione violenta o arbitraria di altri paesi. Qualsiasi sia il suo status o il suo certificato penale.

La tutela vale insomma per il pacifico turista che si trova in difficoltà durante un viaggio all’estero come per un imprenditore vessato ingiustamente, per un tossicodipendente finito in un carcere dell’altro mondo ed anche per un assassino condannato in via definitiva.

Ricordiamo tutti l’enfasi con cui Giorgia Meloni accolse in aeroporto il ritorno di tal Chico Forti, per la cui estradizione dagli Stati Uniti si era battuto il suo governo.

Per gli attivisti della Flotilla – certamente pacifici e disarmati, esenti da qualsiasi reato – invece solo insulti, critiche, dileggio, zero copertura diplomatica anche davanti ad evidenti segni di pestaggio, tortura e persino stupro.

È qui evidente che l’obbedienza alle gerarchie “occidentali” prevale di gran lunga sulla difesa del “territorio nazionale” (le imbarcazioni in libera navigazione nel Mediterraneo) e soprattutto sulla tutela dei propri cittadini. I quali vengono abbandonati alle fantasie macabre di uno Stato “diverso”, se sostengono opinioni e valori che non piacciono a quello Stato e ai suoi alleati.

È una rottura del patto che sorregge la coesione sociale. Difficilmente recuperabile, fra l’altro, perché una volta fissati dei precedenti così infami, diventa persino “normale” proseguire sulla stessa strada.

E se i tuoi cittadini vengono svalutati al punto da essere “a disposizione” di volontà altrui, questo significa che anche per questo Stato non hanno alcun vero diritto e importanza. “Nemici e terroristi” per Israele, dunque anche per il governo di casa nostra.

È una logica da guerra civile globale, in cui “i nostri” e “i loro” vengono separati in base alla posizione assunta nel conflitto politico-sociale, non più in base alla nazionalità (che peraltro obbliga al pagamento delle tasse, va ricordato).

Che a sancire questa rottura siano poi dei governi ufficialmente schierati a difesa degli “interessi della nazione” ci sembra persino logico. Tra quel che fai e quel che dici di essere, in politica, non c’è più nessun rapporto.

Fonte

Il 9 maggio i comunisti ci mettono la faccia. Corteo a Roma per la vittoria sul nazifascismo

Dopo la riuscita manifestazione dello scorso anno, anche questo 9 maggio a Roma si terrà la manifestazione in occasione della Giornata della Vittoria sul nazifascismo, contro la guerra e il riarmo, per riaffermare la prospettiva del socialismo.

Da anni è evidente che siamo di fronte ad una battaglia ideologica a tutto campo contro la storia e le conquiste del socialismo, come testimoniato dalla risoluzione che equipara nazismo e comunismo votata dal Parlamento europeo.

In un contesto di guerre, regressione sociale e di civilizzazione, riaffermare la storia del movimento operaio e comunista significa riaffermare la centralità del socialismo come unica soluzione possibile alla crisi del modo di produzione capitalista e alla guerra.

“Il 9 maggio scendiamo anche quest’anno in piazza per la verità storica affermata dalla Giornata della Vittoria, contro le falsificazioni della “giornata dell’Europa” e in difesa di tutte le esperienze di lotta antimperialista e anticolonialista” è scritto nell’appello di convocazione della manifestazione.

Il corteo, convocato unitariamente dalle “comuniste e i comunisti” partirà alle 15 da Piazza Vittorio e si concluderà a San Lorenzo sotto lo slogan “Socialismo o barbarie”.

Qui di seguito l’appello unitario che ha convocato l’appuntamento del 9 maggio.
Il 9 maggio del 1945 l’Armata Rossa e le Resistenze che si erano battute in tutta Europa poterono annunciare la sconfitta del nazifascismo e la fine della barbarie scatenata dalla Germania nazista e dei suoi alleati, Italia fascista compresa.

A distanza di ottantuno anni, la crisi del capitalismo sta portando di nuovo la guerra nell’agenda politica di tutti i giorni, minacciando i popoli del mondo intero.

Il genocidio ancora in corso a Gaza e la colonizzazione della Cisgiordania, l’attacco Usa-Israele all’Iran e al Libano, il rapimento del presidente Maduro e il criminale “bloqueo” imposto a Cuba sono gli ultimi esempi dell’aggressività dell’area euroatlantica nella competizione imperialista.

L’Unione Europea e il governo Meloni sono compartecipi di questa deriva guerrafondaia, complici dei crimini dello stato terrorista di Israele e degli attacchi degli Stati Uniti, che sostengono puntando sul riarmo per rispondere a crisi interna e crisi internazionali.

Il piano di riarmo da 800 miliardi dell’Unione Europea si inserisce in questa dinamica, risponde alla necessità della competizione imperialista e alle vicende interne nell’alleanza atlantica dell’era Trump, mettendo una seria ipoteca sul futuro di tutto il continente.

Su questo, in Italia anche le forze del campo largo, che si professano alternative alla Meloni, sostengono invece il riarmo e la prospettiva di un esercito europeo e una difesa comune, con le conseguenti politiche del governo antipopolari e securitarie per chi vive e lavora nel Paese.

Di fronte alla battaglia ideologica combattuta contro le conquiste del socialismo, come testimonia l’equiparazione tra nazismo e comunismo votata dal Parlamento europeo nel 2025, riaffermare la storia del movimento operaio e comunista significa riaffermare la centralità del socialismo come unica soluzione possibile alla crisi del modo di produzione capitalista.

Mettere al centro la questione del socialismo oggi significa dare una prospettiva concreta ai lavoratori, agli studenti, alle donne e alle classi popolari anche qui in Italia, un paese che fa parte della NATO e dell’UE. I comunisti e le comuniste possono svolgere un ruolo fondamentale per risalire il piano inclinato in cui le classi dirigenti stanno trascinando l’umanità.

Nell’esempio della resistenza di Cuba e della Palestina, come di tutti coloro che si battono contro l’imperialismo e la guerra, il 9 maggio scendiamo anche quest’anno in piazza per la verità storica affermata dalla Giornata della Vittoria, contro le falsificazioni della “giornata dell’Europa” e in difesa di tutte le esperienze di lotta antimperialista e anticolonialista.

Comunisti e comuniste
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L’estremismo dei sionisti romani tra leader discussi e chat radicali

Come e dove si è radicalizzato Eitan Bondì? Chi conosce la famiglia del 21enne, arrestato ieri per aver sparato a una coppia che indossava un fazzoletto dell’Anpi al collo lo scorso 25 aprile, racconta di una famiglia di estrazione popolare: genitori ambulanti a Porta Portese, «non politicizzati». Eitan, ora fattorino, un passato da agente immobiliare dopo l’abbandono degli studi di architettura, ha frequentato il liceo della comunità ebraica romana, il Renzo Levi del Ghetto.

Nessuno dice di conoscerlo ora, eppure la famiglia Bondì qualche aggancio doveva averlo, se è stato scelto per lui l’esperto avvocato Cesare Gai, penalista di riferimento della comunità capitolina che ha anche rappresentato in giudizio l’Unione delle comunità ebraiche italiane (Ucei). Non è però il gesto di un folle isolato.

«Anche se non era membro di nessun gruppo è cresciuto in un ambiente dove la violenza verbale e anche fisica è stata sdoganata», spiega un docente che frequenta il Tempio Maggiore. Non è una novità, infatti, la presenza nella comunità ebraica romana di piccoli nuclei che interpretano la loro militanza come una difesa a oltranza di Israele. E che hanno come riferimento storico il movimento politico sionista estremista statunitense Lega di difesa ebraica.

«Dal 7 ottobre in poi questi gruppi che usano la violenza come strumento politico hanno riscosso consensi anche nella destra ebraica tradizionale – ragiona Daniel, studente universitario e membro dei gruppi ebraici antirazzisti – Questo non è un episodio che cade dal niente».

A Roma negli ultimi anni c’è stato un incremento delle aggressioni da parte di gruppi sionisti di destra. La maggior parte è avvenuta alla fine dei cortei e dei presidi contro il genocidio in Palestina, ai danni di manifestanti che tornavano a casa, accerchiati e picchiati con caschi, catene, spranghe, bottiglie.

Ma ci sono stati anche i raid nelle università (La Sapienza e Roma III) e nelle scuole occupate, come quello al liceo Manara, firmato dalla «Brigata Aldo Vitali». Oltre alle violenze del 25 aprile 2024, quando un gruppo di sionisti a volto coperto lanciò lattine piene di cibo contro i manifestanti che indossavano le bandiere della Palestina. O quelle dello scorso ottobre al Liceo Caravillani di Monteverde, quando studenti e professori in assemblea per Gaza nel cortile vennero assaliti da uomini della sinagoga confinante.

In entrambi i casi era presente Riccardo Pacifici, ex leader della comunità romana e oggi vicepresidente della European Jewish Association. «Mi vergogno – ha commentato ieri Pacifici – Perché l’ha fatto lo dovrà dire lui». «Dovremmo interrogarci anche all’interno delle nostre istituzioni su come sia stato possibile arrivare a un gesto così». Senza dimenticare di accusare anche l’Anpi che «si deve prendere le proprie responsabilità, come dei fatti di Milano».

L’attuale leader della comunità ebraica della Capitale Victor Fadlun, si è dissociato «da qualsiasi forma di violenza». E ha definito un «oltraggio» l’uso del nome Brigata ebraica, smentendo che Eitan Bondì fosse un loro iscritto. Anche l’Ucei ha espresso condanna «di ogni forma di violenza da qualunque parte provenga».

Tuttavia i toni esasperati usati degli esponenti delle organizzazioni ebraiche in questi ultimi anni non sono passati inosservati. Pacifici è finito spesso nelle cronache, oltre che per il suo ruolo, per i modi spicci, per usare un eufemismo, e la lingua tagliente.

«C’è stata una deriva aggressiva nella comunità che ha allontanato molto – dice S, che preferisce rimanere anonima per paura di ritorsioni – D’altra parte quando si mutuano i linguaggi del ministro Smotrich o dello stesso Netanyahu è difficile che poi qualcuno non provi a prendere la presunta difesa degli ebrei alla lettera, sono cicli che si autoalimentano in gruppi chiusi dove alcuni metodi sono stati legittimati».

Il professore del Liceo Caravillani hanno sporto denuncia dopo l’episodio. Eitan Bondi si riuniva con i suoi amici a poche decine di metri di distanza dalla scuola, dalle parti della sinagoga di via Pozzo Pantaleo. Non è ancora certo se frequentasse uno di quei gruppi e neanche «il vecchio servizio d’ordine della comunità – spiega M. che si occupa di estremismi religiosi – che talvolta usa i pugni ma non le pistole».

Possibile che si sia radicalizzato on line. Su Telegram e Signal ci sono diverse chat sioniste di destra in cui la violenza verbale è la norma. E ci si scambiano video di esplosioni, irruzioni dell’Idf e palestinesi in fin di vita. Una si chiama, fondata da un ex portavoce dell’esercito, Dario Sanchez. Ha 11mila iscritti.

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L’art. 42 dell’Unione Europea segna un cambio di passo, verso la guerra

Dall’art.5 della Nato all’art.42 della Ue. Tra gli automatismi dei trattati internazionali che l’Italia ha sottoscritto comincia a farsi strada il secondo, anche perché il primo dà segni di non essere più funzionale.

La materia è rognosa perché si tratta degli articoli che obbligano i paesi sottoscrittori dei trattati ad intervenire militarmente qualora uno dei membri fosse attaccato o dichiari di esserlo.

L’art. 5 della Nato nasce con questa funzione, ma è stato invocato solo in un paio di occasioni. Dopo l’11 settembre 2001 e gli attacchi alle Torri Gemelli venne invocato dagli Stati Uniti e portò all’intervento militare comune USA/NATO in Afghanistan. Una occupazione durata venti anni e, come noto, finita piuttosto male.

Ancora meno fortunata fu l’invocazione – stoppata sul nascere – dell’art.5 della NATO da parte della Georgia nel 2008 contro la Russia. Il contesto era quello dell’attacco georgiano alle repubbliche separatiste di Abkhazia e Ossezia e il contrattacco militare della Russia.

La Georgia non era membro effettivo della Nato ma “partner”. Invocò l’art.5 e gli Usa di Bush jr. gli andarono dietro, ma tutti gli alleati europei della NATO risposero picche alla richiesta per “evitare di scatenare una guerra contro la Russia” a difesa di un tirannello caucasico.

Diciotto anni dopo lo scenario appare completamente diverso. I membri europei della NATO, ormai da anni, conducono una guerra per procura in Ucraina contro la Russia, ma proprio adesso l’Alleanza Atlantica è alle prese con una severissima crisi interna a causa dei dissapori e delle tensioni dei governi europei con l’amministrazione Trump, fino a ieri il primus inter pares dell’alleanza.

Non pochi intravedono il rischio che una invocazione dell’art.5 sulla guerra in Ucraina potrebbe vedere ripetersi lo “scenario georgiano” del 2008, ma a parti invertite.

È per questo motivo che i governi e i circoli più guerrafondai dell’Unione Europea stanno pensando di rimettere mano all’art.42 dell’Unione, ovvero a quella clausola che prevede la difesa reciproca nel caso in cui un membro della Ue venisse o “si sentisse” attaccato.

La clausola di difesa reciproca (articolo 42.7) venne introdotta con il Trattato di Lisbona, entrato in vigore nel 2009, ma con la guerra in Ucraina e il possibile “sganciamento” degli Stati Uniti dalla “difesa dell’Europa”, la questione è entrata ufficialmente nell’agenda istituzionale dell’Unione, anche se, finora, solo con una discussione a porte chiuse del Comitato politico e di sicurezza, composto dagli ambasciatori dei paesi Ue e dal responsabile delle politica di sicurezza e difesa della Commissione europea, il sempre bellicoso Kubilius.

Lo stesso Kubilius, incontrando ad aprile i giuristi europei, ha evocato anche l’ipotesi di un nuovo Trattato intergovernativo sull’Unione Europea della Difesa da allargare anche alla Gran Bretagna.

L’articolo 42.7 del Trattato sull’Unione europea stabilisce che, in caso di attacco armato contro uno Stato membro, gli altri Paesi dell’Unione sono tenuti a fornire aiuto militare e assistenza con tutti i mezzi a loro disposizione.

L’articolo, in particolare, si applica quando uno Stato membro dell’Unione europea subisce un’aggressione armata sul proprio territorio. Questa aggressione deve provenire dall’esterno, ma può includere attacchi sia da parte di attori statali sia “non statali”. Il che lascia uno spazio infinito alle interpretazioni e/o alle operazioni false flag.

Nella Ue, finora l’articolo 42 è stato infatti attivato una volta sola: dalla Francia dopo gli attentati terroristici dei gruppi jihadisti del 2015 a Parigi. In quell’occasione, gli Stati membri risposero all’unanimità fornendo supporto logistico e condivisione di intelligence.

Come l’art.5 della NATO, anche questa clausola della Ue è rimasta fino ad oggi poco definita nei dettagli operativi. Le attuali discussioni vertono su chi interviene per primo, con quali risorse e secondo quali procedure.

Ma sul piatto non c’è solo la guerra in Ucraina. A riaccendere il dibattito infatti ci sono state le recenti dichiarazioni di Trump sulla possibile acquisizione della Groenlandia, senza escludere l’uso della forza, che hanno sollevato allarmi sia nella Nato che nell’Ue. E poi c’è stato l’attacco con un drone ad una base britannica a Cipro.

Parallelamente, il Servizio europeo per l’azione esterna (in pratica i servizi di intelligence della Ue) sta lavorando a un rapporto tecnico per definire i meccanismi di attivazione della clausola. Secondo la responsabile della politica estera, l’altra bellicosa Kaja Kallas, l’obiettivo è chiarire come sostenere concretamente gli Stati membri in caso di crisi, senza sovrapporsi agli impegni della Nato.

Le ipotesi e le discussioni vertono su tre scenari principali: un attacco ad un Paese della Ue ma non membro della Nato, come sono Cipro, Austria, Irlanda o Malta; un attacco a uno Stato che appartiene sia all’Ue che alla Nato, per verificare la compatibilità tra i due sistemi di difesa; infine una minaccia “ibrida”, sotto la soglia di un attacco militare tradizionale, come cyberattacchi o sabotaggi.

Uno dei problemi principali riguarda ovviamente il coordinamento con la Nato. L’articolo 5 dell’Alleanza stabilisce che un attacco contro un membro è un attacco contro tutti, ma non tutti i Paesi Ue fanno parte della Nato. La Kallas ha chiarito che le due clausole non sono in conflitto, ma sono complementari. L’obiettivo dichiarato è “rafforzare il pilastro europeo all’interno della Nato”, soprattutto in un momento in cui molti Stati stanno aumentando considerevolmente le spese militari.

In un contesto internazionale sempre più instabile, l’Ue punta a rendere la clausola di mutua assistenza uno strumento operativo reale, capace di rispondere rapidamente alle crisi.

In tal senso il nodo da sciogliere rimane l’Ucraina che alcuni vorrebbero rapidamente dentro la Ue ed altri con più calma (adducendo motivazioni economiche, viste le condizioni comatose di quel Paese). Nel primo caso, anche se fuori dalla Nato, Kiev potrebbe usufruire dell’art.42 della Ue come clausola automatica di intervento militare da parte degli altri paesi dell’Unione. Quelle che fino ad oggi sono state operazioni “coperte”, o di supporto militare, verrebbero legittimate ed allargate indefinitamente.

Si può affermare, senza paura di esagerare, che l’Unione Europea sta continuando in modo un po’ suicida ad alzare l’asticella della tensione militare con la Russia.

Il “disimpegno” di Washington dall’Ucraina e forse dalla Nato, mette ormai la UE di fronte all’evidenza di una divaricazione di interessi e di aperta competizione con gli USA, oltre che di contestuale contrapposizione alla Russia. Invece di ragionare sul come sottrarsi a questo scomodissima “tenaglia” la leadership della Ue continua a far rotolare la pallina del riarmo, della postura muscolare e dello scontro sul piano inclinato.

Definire le attuali classi dirigenti europee come avventuriste è davvero insufficiente, sono piuttosto degli apprendisti stregoni che però agiscono in un’area del mondo in cui ci è toccato di vivere. E di affidare a costoro le sorti dei popoli europei è una scelta inaccettabile, alle soglie della sopravvivenza.

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La NATO vuole il “suo” cinema di propaganda

La Nato organizza incontri riservati con sceneggiatori e registi per influenzare la narrazione pubblica sulla sicurezza

C’è stato un tempo, non troppo lontano, in cui i regimi autoritari convocavano registi e scrittori per metterli al servizio dello Stato. Oggi, a quanto pare, lo fa la Nato. E, almeno nelle intenzioni, con lo stesso manuale: «sedurre il narratore per controllare la storia».

Lo rivela un’esclusiva del Guardian: l’Alleanza Atlantica sta organizzando una serie di incontri a porte chiuse con sceneggiatori, registi e produttori cinematografici e televisivi, tra Stati Uniti ed Europa. Dopo Los Angeles, Bruxelles e Parigi, il prossimo appuntamento è a Londra, con i membri della Writers’ Guild of Great Britain. Il tutto con il placido sostegno di un ex portavoce Nato, James Appathurai, oggi funzionario per le minacce ibride, cyber e nuove tecnologie.

Nato, incontri a porte chiuse con registi e sceneggiatori

Il tema di discussione dell’incontro, che si svolgerà nel rispetto della Chatham House Rule – secondo cui i partecipanti sono liberi di utilizzare le informazioni ricevute, ma non possono rivelare l’identità degli intervenuti né la loro affiliazione – sarà «l’evoluzione della situazione della sicurezza in Europa e oltre».

In un’e-mail del WGGB (Writers’ Guild of Great Britain) visionata dal Guardian, emerge chiaramente come gli incontri con rappresentanti della Nato abbiano già prodotto risultati concreti. Secondo il documento, le conversazioni avrebbero infatti dato vita a «tre progetti distinti» attualmente in fase di sviluppo, tutti «ispirati, almeno in parte, da queste discussioni».

Il testo dell’e-mail sottolinea inoltre i valori fondanti dell’Alleanza Atlantica, scrivendo che la Nato «si fonda sulla convinzione che la cooperazione e il compromesso, la coltivazione dell’amicizia e delle alleanze, rappresentino la strada da percorrere».

Gli organizzatori dell’evento si spingono oltre, affermando che «anche se un messaggio così semplice dovesse trovare spazio in una storia futura, sarebbe sufficiente». Tradotto: non serve un film apertamente bellicista pro-Nato. Basta che il sottotesto sia quello giusto.

“Offensivo usare l’arte per sostenere una guerra”

A parlare chiaro è Alan O’Gorman, sceneggiatore del film Christy, vincitore agli Irish Film & Television Awards 2026. La sua reazione è netta: «È oltraggioso, è chiaramente propaganda. Molte persone, me compreso, hanno amici o familiari che vengono da paesi che non sono nella Nato e che hanno sofferto a causa di guerre che la NATO ha combattuto e alimentato».

La sensazione, condivisa da altri colleghi invitati, è di essere stati convocati non per un confronto, ma per una seduzione a senso unico. «Siamo abbastanza offesi che l’arte venga usata in un modo che sostiene la guerra», aggiunge O’Gorman, che parla di «fearmongering» – creazione di paura – diffuso in Europa per giustificare una spesa militare senza precedenti.

Questo, naturalmente, contempla una narrazione volta a identificare la Federazione russa come il nemico alle porte pronto a prendersi pezzi d’Europa in nome di un’ideologia imperialistica ed espansionistica. Nulla di diverso da certa filmografia anni ’80 Usa nei quali i russi – i sovietici, durante la Guerra Fredda – venivano raffigurati come spietati, senza cuore e avidi di potere. I cattivi per eccellenza.

Come i regimi (e non solo)

I regimi totalitari del Novecento – dal nazismo al fascismo – hanno sempre considerato il cinema e la televisione come strumenti di mobilitazione e propaganda di stato. L’eroe che combatte, la minaccia incombente, la vittima che chiede aiuto: è la grammatica della propaganda, che oggi viene ripresentata come «consultazione culturale» o «partenariato narrativo».

E non solo i regimi: i ministeri della Difesa di mezzo mondo finanziano film e serie tv in continuazione per promuovere una narrazione favorevole a quel Paese.

Qui, però, la propaganda è più subdola e sofisticata, e veniamo a saperlo da un’inchiesta del Guardian. E quando l’arte si piega alla ragion di Stato – anche quando questa si presenta come democratica e occidentale – cessa di essere arte e diventa strumento di manipolazione.

Per questo sarebbe legittimo pretendere trasparenza: i cittadini hanno il diritto di sapere quali sono i tre progetti già approvati e in fase di produzione. Non è solo una questione di libertà artistica, ma di elementare democrazia.

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