Presentazione


Analisi, opinioni, fatti e (più di rado) arte da una prospettiva di classe.

29/09/2026

La leggendaria centrale della copertina di “Animals” diventa una sala da concerti

I Pink Floyd sono passati alla storia non solo per la loro musica, ma anche per aver trasformato le copertine dei loro dischi in una componente essenziale del proprio immaginario. Immagini enigmatiche, surreali, spesso prive persino del nome della band e del titolo dell’album, che hanno finito per diventare riconoscibili quanto le canzoni. Un ruolo decisivo lo ebbero Storm Thorgerson e Aubrey Powell con lo studio Hipgnosis, artefici di alcune delle cover più celebri del gruppo, dal prisma di “The Dark Side Of The Moon” all’uomo in fiamme di “Wish You Were Here”.

Poche immagini, tuttavia, hanno avuto la forza iconica della copertina di “Animals”: la sagoma monumentale della Battersea Power Station sotto un cielo plumbeo, con un maiale sospeso tra due delle quattro ciminiere. Ora, a quasi cinquant’anni dall’uscita del disco, quel luogo leggendario sta per rinsaldare ulteriormente il proprio legame con la musica: all’interno dell’ex-centrale londinese, infatti, è stato realizzato un nuovo spazio destinato ai concerti, l’Apple Music Hall.

La centrale sulle rive del Tamigi

Quando i Pink Floyd iniziarono a lavorare alla copertina di “Animals”, pubblicato nel gennaio 1977, collaboravano con Hipgnosis ormai da diversi anni. Thorgerson aveva inizialmente pensato a un’immagine legata all’idea dell’uomo che torna a essere animale: un bambino che sorprende i genitori mentre fanno l’amore e non riesce a comprendere se ciò che vede sia un gesto d’affetto o qualcosa di violento. Roger Waters aveva però in mente tutt’altro. Abitava non lontano dalla Battersea Power Station e conosceva bene quell’enorme costruzione industriale affacciata sul Tamigi. Fu lui a proporre di fotografarla facendo volare un maiale tra le ciminiere. Thorgerson giudicò inizialmente l’idea troppo semplice e poco misteriosa, ma alla fine fu la visione di Waters a imporsi.

La scelta del luogo contribuì enormemente alla forza dell’immagine. La Battersea Power Station era uno dei grandi simboli della Londra industriale: costruita in due fasi tra gli anni Trenta e Cinquanta, con la sua struttura in mattoni e le quattro gigantesche ciminiere bianche, era stata per decenni una delle centrali termoelettriche più importanti della capitale. Nel 1976 era ancora in funzione, anche se la sua prima sezione aveva già cessato l’attività. Il suo aspetto monumentale e insieme inquietante si adattava perfettamente alle idee portanti di “Animals”, album dominato da una visione cupa della società britannica. Waters aveva costruito i testi intorno a tre figure di animali – cani, maiali e pecore – utilizzate come rappresentazioni di differenti gruppi e comportamenti sociali, con un evidente richiamo alla tradizione allegorica della “Fattoria degli animali” di George Orwell.


Il giorno in cui il maiale volò davvero

Trasformare l’idea in una fotografia si rivelò molto più complicato del previsto. Per lo scatto venne realizzato un enorme maiale gonfiabile riempito di elio, lungo circa dodici metri e destinato a diventare famoso con il nome di Algie. Le riprese alla Battersea Power Station richiesero più giorni. Durante una delle sessioni, il maiale si liberò dai cavi che lo trattenevano e prese davvero il volo sopra Londra. La sua presenza nello spazio aereo provocò l’allarme delle autorità e problemi al traffico aereo, mentre Algie proseguiva indisturbato il proprio viaggio nel cielo inglese. Finì per atterrare in un campo nel Kent, spaventando – secondo uno dei racconti più celebri legati all’episodio – le mucche che vi pascolavano.

L’incidente regalò involontariamente ai Pink Floyd una formidabile pubblicità e trasformò la realizzazione della copertina in una storia quasi leggendaria. Ma rimaneva ancora un problema: ottenere la fotografia giusta. Quando finalmente fu possibile fotografare correttamente il maiale davanti alla centrale, il cielo era troppo limpido per l’atmosfera che il gruppo voleva associare al disco. La soluzione arrivò in fase di composizione: l’immagine di Algie venne sovrapposta a una fotografia della Battersea Power Station realizzata in precedenza, quando le nuvole rendevano il paesaggio molto più oscuro e minaccioso. La celeberrima copertina di “Animals”, dunque, non documenta un unico istante, ma nasce dall’unione di fotografie differenti.

Il risultato entrò immediatamente nell’iconografia dei Pink Floyd. Algie sopravvisse alla copertina e diventò uno dei simboli visivi della band, ricomparendo nei concerti e nelle scenografie degli anni successivi e accompagnando anche le successive carriere dei suoi componenti.

Da centrale elettrica a venue per i concerti

Nel frattempo anche la Battersea Power Station avrebbe vissuto una storia tormentata. La produzione di energia cessò definitivamente nel 1983 e per decenni l’enorme edificio rimase inutilizzato, mentre si susseguivano progetti di recupero mai portati a termine. La centrale, ormai indissolubilmente associata anche alla copertina dei Pink Floyd, era nel frattempo diventata uno degli edifici industriali più riconoscibili di Londra.
Dopo un gigantesco intervento di riqualificazione, Battersea è stata trasformata in un nuovo distretto residenziale e commerciale, conservando l’architettura esterna che l’aveva resa celebre. E ora la musica potrà entrare direttamente dentro l’edificio immortalato dai Pink Floyd. Apple ha infatti annunciato l’apertura dell’Apple Music Hall, una nuova sala da 600 posti realizzata all’interno della Battersea Power Station e pensata per ospitare concerti in una dimensione relativamente intima ma con dotazioni produttive da grande evento. Lo spazio dispone di un palco largo circa 11,5 metri, configurabile anche per esibizioni “in the round”, e di un sistema composto da 48 diffusori per l’audio spaziale. Sono inoltre presenti studi professionali per la registrazione e il missaggio multitraccia e un’infrastruttura predisposta per almeno 16 telecamere: i concerti potranno quindi essere registrati e trasmessi in streaming in tutto il mondo. Nel progetto sono stati conservati e richiamati diversi elementi architettonici della centrale, dai mattoni storici agli archi, ai balconi in bronzo.


Così un edificio che nel 1977 era diventato un caposaldo dell’iconografia del rock si prepara, quasi mezzo secolo dopo, a diventare davvero un luogo per la musica dal vivo. E sopra le sue quattro ciminiere annerite continuerà inevitabilmente ad aleggiare, almeno nell’immaginario collettivo, il maiale volante di “Animals”. 

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Una storia restaurata dell’antisionismo ebraico

Poche parole nella vita pubblica contemporanea hanno subito una censura così rapida e punitiva come “antisionismo”. Un tempo posizione politica controversa, dibattuta trasversalmente alle tradizioni religiose ed etiche ebraiche, ora giunge già condannata, trattata meno come un’idea storica e più come prova di contaminazione morale. Il termine non descrive più solo una posizione riguardante il nazionalismo o la statualità; è diventato uno strumento di preclusione, capace di ridurre distinzioni e storie a semplici accuse.

Questo crollo è avvenuto rapidamente. Nel dicembre 2023, meno di due mesi dopo gli attentati del 7 ottobre, la Camera dei Rappresentanti degli Stati Uniti ha votato con 311 voti a favore e 14 contrari una risoluzione che equipara antisionismo e antisemitismo. Questa risoluzione non è stata solo un tentativo di delegittimare la crescente ondata di proteste contro il Genocidio israeliano a Gaza. Insieme ai successivi interventi legislativi, ha servito a uno scopo più profondo: cancellare una lunga e radicata tradizione ebraica di opposizione al sionismo per motivi religiosi e politici.

“Antisionismo: Una Storia Ebraica” di Benjamin Moser si propone di recuperare quella tradizione. Biografo vincitore del Premio Pulitzer, Moser ha dedicato la sua carriera a riabilitare figure vissute ai margini di ciò che le istituzioni erano disposte a riconoscere, tra cui la critica americana Susan Sontag nelle sue contraddizioni e la scrittrice brasiliana Clarice Lispector nella sua eccentricità. Porta qui lo stesso istinto, in un ambito della storia intellettuale ebraica che altri avevano a lungo dichiarato chiuso.

Ciò che la biografia insegna, forse, è che una vita raccontata nella sua interezza presenta un argomento più profondo di qualsiasi polemica. Una tesi può essere confutata. Una persona, se vista con autenticità, tende a persistere.

Ciascuno dei 12 capitoli del libro è dedicato a un diverso mondo di opposizione: un rabbino polacco il cui pacifismo è emerso dallo studio della Torah; un ministro del governo britannico la cui obiezione al Sionismo era fondamentalmente patriottica; un poeta olandese arrivato a Gerusalemme come Sionista e partito come qualcosa che i Sionisti ritennero imperdonabile; un comunista egiziano che scrisse, in arabo e sotto pseudonimo arabo, la più preveggente denuncia del Sionismo prima della Nakba; un rabbino riformato americano che guidò un movimento nazionale contro il Sionismo finché, quando le pressioni si fecero sentire e la situazione cambiò, non ritrattò; uno storico radicalizzato dai suoi stessi archivi.

I restanti sei non sono meno diversi: un filosofo il cui libro fu attaccato da una campagna che raggiunse i più alti livelli del potere israeliano; un poliedrico intellettuale francese che definì la struttura coloniale del Sionismo prima ancora che il vocabolario per definirla si fosse consolidato; un’avvocata israeliana di origine polacca che chiuse il suo studio piuttosto che fungere da facciata democratica per un sistema antidemocratico; una giornalista Sefardita brasiliana che lavorò dal Cairo durante la guerra del 1973 nascondendo la sua origine ebraica; un comunista sudafricano che da ragazzo piantò alberi su un villaggio palestinese raso al suolo e trascorse la vita a riflettere sul suo gesto; e un fotografo guidato da un’etica di testimonianza.

Questa è la forza morale della scelta del ritratto rispetto alla polemica. Il metodo di Moser funziona per accumulazione: ogni vita dimostra che la tradizione esisteva, che era seria e che la sua soppressione non era mai stata inevitabile. Ma il ritratto ha i suoi limiti. I dissidenti possono essere reinseriti nella storia più facilmente dei palestinesi, la cui espropriazione ha dato urgenza al loro dissenso.

Il costo del dissenso

Nessuna delle dodici figure giunge alla stessa conclusione percorrendo la stessa strada. Moser non si sforza di unificarle in un unico movimento, perché non lo costituivano. Erano sparse tra continenti e lingue diverse, in gran parte ignare l’una dell’altra, ognuna giunta indipendentemente a opporsi a un progetto che riconosceva, dal proprio punto di vista, come un errore morale. Ciò che le accomuna è un costo, e questo costo è il vero tema del libro.

Il costo più inequivocabile è quello di Jacob Israël de Haan: un uomo colpito da tre proiettili in via Jaffa a Gerusalemme il 30 giugno 1924, mentre usciva dalla preghiera serale. Il suo assassino fu Avraham Tehomi, un agente dell’Haganah che agiva sotto l’autorizzazione di Yitzhak Ben-Zvi. Nessuno fu mai assicurato alla giustizia. Ben-Zvi divenne il secondo Presidente dello Stato di Israele. Tehomi trascorse gran parte del resto della sua vita a Los Angeles.

De Haan era arrivato a Gerusalemme come Sionista, un poeta ebreo olandese di notevole fama, animato dalla romantica convinzione che la terra potesse essere riconquistata senza che nessuno subisse torti. Ciò che trovò lo disilluse quasi immediatamente. Imparò l’arabo, visitò i villaggi arabi e gradualmente giunse a comprendere ciò che i coloni non sapevano né volevano sapere delle persone che già vivevano nel Paese che erano venuti a rivendicare.

Questa consapevolezza lo rese pericoloso. Scrisse ciò che vedeva su giornali olandesi con lettori internazionali; le sue opinioni erano ampiamente condivise tra le comunità ortodosse che rappresentava e non fecero altro che rafforzare le loro convinzioni. Tehomi lo trovò fuori dalla sua sinagoga e gli lanciò un avvertimento, ma de Haan non smise di scrivere. Poco prima che de Haan si imbarcasse per l’Inghilterra, Tehomi tornò alla sinagoga e gli sparò mentre usciva dalle preghiere serali.

Moser non fa di de Haan un martire in senso sentimentale. Ci mostra invece un uomo devoto e coraggioso, di autentiche contraddizioni: un ebreo ortodosso omosessuale la cui disponibilità a guardare in faccia ciò che stava realmente accadendo in Palestina fu considerata dalla dirigenza Sionista un crimine che richiedeva una soluzione definitiva.

Moser scrive che le “Quatraine”, la raccolta di brevi poesie di De Haan che “drammatizzavano la lotta tra anima e corpo”, furono pubblicate ad Amsterdam poco dopo la sua morte e “acclamate come una delle più sublimi conquiste nella storia della poesia olandese”. Chi deteneva il potere si rifiutò di rivelare cosa gli fosse stato fatto.

La persecuzione subita da Hannah Arendt fu di tutt’altro genere; lei sopravvisse. Ma la campagna scatenata contro di lei non fu meno organizzata e raggiunse, in ultima analisi, i più alti livelli del potere israeliano. Quando “Eichmann a Gerusalemme” fu pubblicato nel 1963, la reazione ignorò completamente il dissenso: si trattò di uno sforzo coordinato per garantire che ciò che Arendt aveva effettivamente scritto venisse sostituito, nell’immaginario collettivo, da una versione inventata e facilmente confutabile.

Fu accusata di aver affermato che gli ebrei avevano cospirato per il proprio Sterminio. La Lega Anti-Diffamazione guidò l’attacco, diffondendo un riassunto di cinque frasi che dipingeva Arendt come colei che incolpava gli ebrei della propria distruzione, un’accusa che fu presto ripresa in tutti gli Stati Uniti. Moser osserva inoltre che Siegfried Moses, un alto funzionario del governo israeliano, si recò personalmente da lei per chiederle di bloccare la pubblicazione del libro, e Arendt apprese da altre fonti israeliane che lo stesso Primo Ministro David Ben-Gurion era intervenuto.

“L’immagine che avevano creato era quella di un libro malvagio”, scrisse; “ora dovevano dimostrare che era stato scritto da una persona malvagia”.

Ciò che la campagna non poteva sopportare, e sapeva di non poter sopportare, era un’analisi onesta non solo dei legami storici tra Sionismo e nazionalsocialismo nell’Accordo di Ha’avara, ma anche degli scopi a cui veniva strumentalizzato il processo Eichmann: uno Stato che aveva iniziato a trasformare la memoria degli assassinati in moneta politica. La sostanza non venne mai affrontata. Il clamore fu sufficiente.

Felicia Langer trascorse 22 anni cercando di usare il sistema legale israeliano per difendere i palestinesi Sotto Occupazione, perdendo la maggior parte delle sue cause, vincendone qualcuna e giungendo infine alla conclusione che il suo stesso lavoro era diventato una forma di collaborazione. Il sistema aveva bisogno di lei: un’avvocata ebrea-israeliana che rappresentava clienti arabi conferiva all’apparato della giustizia militare un’apparenza di equità che altrimenti non avrebbe potuto avere.

Quando chiuse definitivamente il suo studio nel 1990, dall’esterno sembrò una sconfitta. In realtà, si trattava di un rifiuto di fungere da alibi. A quel punto, decenni di ostilità avevano lasciato il segno. Come scrive Moser, era stata “derisa dalla stampa e le veniva sputato addosso per strada”. Giunse a credere che persino i suoi clienti palestinesi venissero puniti più severamente per essere rappresentati da lei.

Dopo aver lasciato Israele, si trasferì in Germania, dove viveva suo figlio, e si stabilì a Tubinga. Moser sottolinea l’amaro simbolismo di questa scelta: era “una dichiarazione di maggiore libertà in quanto donna ebrea in Germania che nel cosiddetto Stato Ebraico”.

Da ragazzo, Ronnie Kasrils piantava alberi. Aveva dieci anni, era un giovane Sionista entusiasta di Yeoville, Johannesburg, che raccoglieva monete per il Fondo Nazionale Ebraico, incorniciava i certificati delle sue donazioni e li appendeva nella sua camera da letto. Gli alberi venivano piantati in Israele, in una foresta il cui scopo, come apprese in seguito, era quello di ricoprire le rovine del villaggio palestinese di Lubya, i cui abitanti erano stati cacciati nel 1948.

L’antisionismo di Kasrils nacque dalla lotta che aveva già plasmato la sua vita. Sharpeville lo spinse ad aderire all’African National Congress (Congresso Nazionale Africano) e alla lotta contro l’Apartheid; in esilio, vide Israele intensificare i suoi rapporti con il Regime sudafricano, un legame che, secondo Moser, rafforzò la sua opposizione al Sionismo.

Dopo la caduta dell’Apartheid, comprese sempre più la Palestina attraverso l’esperienza politica che lo aveva formato. Nel 2001, scrisse una “Dichiarazione di coscienza dei sudafricani di origine ebraica”. Sei anni dopo, in un opuscolo dell’African National Congress, paragonò l’espropriazione dei palestinesi ai Bantustan (enclavi ghetto) sudafricani e sostenne che la lezione del Sudafrica era che popoli diversi potevano convivere in uno Stato democratico.

La sua risposta ebbe un prezzo: un portavoce della Federazione Sionista mise in dubbio che fosse “un vero ebreo”; fu citato in giudizio per aver paragonato gli israeliani ebrei ai Nazisti; e, quando lasciò il governo, scrive Moser, Kasrils era diventato persona non grata tra molti ebrei.

Ciò che accomuna queste quattro vite è la riluttanza a distogliere lo sguardo da ciò che stava realmente accadendo, qualunque costo personale tale chiarezza richiedesse. La tradizione che Moser sta recuperando non era quella di un dissenso accomodante. Pagarono per aver dato un nome a ciò che osservavano, ma non smisero mai di farlo.

Due eredità inconciliabili

Prima dei 12 ritratti, l’introduzione di Moser al libro inizia con un’eredità: la copia degli scritti completi di Herzl appartenuta a suo nonno, un pesante volume blu trasportato da Breslavia attraverso l’oceano fino a Houston. Moser lo descrive come un talismano, qualcosa che ha conservato per decenni senza leggerlo completamente. Quando finalmente lo lesse, ciò che vi trovò lo inorridiva: Herzl come un antisemita e un megalomane, un uomo per il quale i palestinesi semplicemente non esistevano. L’eredità rimase. Ciò che cambiò fu il significato del possederla.

“Antisionismo: Una Storia Ebraica” è insolitamente chiaro sui propri limiti. Moser lo afferma senza mezzi termini nell’introduzione: “Sebbene questo libro tratti necessariamente di ebrei, esiste solo grazie ai palestinesi”. A conclusione dell’introduzione, egli esprime la speranza che coloro che si avvicinano a questa tradizione “si liberino del solipsismo che è sempre stato un difetto degli ebrei” e mettano “le vere vittime del Sionismo, il popolo palestinese, al centro di tutto ciò che fanno”.

Queste non sono frasi pronunciate a caso. Segnano, con una certa precisione, il confine esterno del progetto di Moser. Un recupero della coscienza ebraica, per quanto approfondito e moralmente serio, si rivolge principalmente alla comunità la cui coscienza viene recuperata. Il suo pubblico è costituito soprattutto da coloro che avevano bisogno di ricordare che l’opposizione al Sionismo è nata all’interno della vita intellettuale e spirituale ebraica. Quest’opera è importante. Per sua natura, proviene da una direzione.

Ciò che il metodo di Moser non può fornire è la prospettiva dall’altra direzione: la vita che ha portato in grembo ciò a cui quelle 12 coscienze si sono opposte. Le figure in questo libro erano, per la maggior parte, testimoni dell’espropriazione palestinese piuttosto che suoi eredi. Hanno visto chiaramente e hanno pagato per aver parlato, mentre l’espropriazione continuava. La loro opposizione era reale. La sua insufficienza appartiene alla stessa storia. I due fatti coesistono come una diagnosi corretta coesiste con una morte che non ha potuto impedire.

C’è una sorta di consolazione morale che il libro, a suo merito, si astiene dall’offrire in modo troppo esplicito. Si potrebbe dire che la resistenza ebraica al Sionismo porta in sé il seme di un futuro diverso. Forse. Ma la consolazione tende a favorire chi la riceve, e la questione di cosa significhi questa tradizione ritrovata per coloro che hanno perso le proprie case mentre veniva soppressa è un interrogativo che il libro può affrontare, ma non risolvere.

Leggere il libro di Moser come scrittore palestinese significa percepire, a tratti, la particolare estraneità di essere oggetto di una conversazione condotta in gran parte senza di te. La coscienza ritrovata è autentica, e il prezzo pagato da coloro che l’hanno preservata non dovrebbe essere minimizzato. Eppure le case in cui vivevano i miei nonni furono svuotate negli stessi decenni in cui questi dissidenti discutevano e perdevano, e le case non poterono attendere che la questione si risolvesse prima di essere occupate.

Mia nonna Rabiha Dajani fondò la sezione femminile di Radio Al-Quds e fu tra le prime conduttrici arabe. La sua voce risuonava in una Palestina che ancora esisteva come luogo coeso, un Paese con un servizio di radiodiffusione e un poeta nazionale, la cui vita musicale era così importante da richiedere un vicedirettore. Mio nonno Yahya al-Lababidi ricopriva quella carica presso il Servizio di Radiodiffusione Palestinese a Gerusalemme e collaborò con Ibrahim Tuqan, le cui poesie divennero i canti di un popolo che cercava di rimanere unito sotto un’immensa pressione.

Nel 1948, mia nonna fu costretta a lasciare la sua casa sotto la minaccia delle armi. Il servizio radiotelevisivo fu sciolto, l’archivio musicale disperso. Quella che era stata una vita immersa in una cultura continua divenne, in un attimo, il primo capitolo di un esilio che non si è ancora concluso.

L’eredità di Moser è un libro conservato al di là dei confini e delle generazioni, leggibile ma moralmente trasformato dalla lettura. La mia è una Patria che non è sopravvissuta a quegli anni: una voce spezzata, un archivio disperso, una casa lasciata nella speranza di un ritorno. Queste due eredità sono ciò che il libro custodisce senza riuscire a conciliarle: il volume blu di Herzl e il silenzio dove un tempo risuonava Radio Al-Quds. Entrambe sono reali. Solo una può essere tramandata.

Insistendo su un'alternativa

Prima di Herzl, la prima pagina del libro di Moser offre una dedica: “Al popolo palestinese”. Segue una preghiera tratta dalla liturgia bizantina: “Concedi loro la Patria che desiderano, / e rendili di nuovo cittadini del Paradiso”.

Leggere questo libro come chiede di essere letto, rivolgendosi a coloro la cui perdita è la premessa silenziosa di quasi ogni vita al suo interno, significa iniziare a comprendere ciò che questa ricostruzione realizza e ciò che non può raggiungere. Le perdite subite dalla mia famiglia non sono state un’eccezione. Sono le perdite comuni, quelle che i dissidenti di Moser cercavano di impedire senza riuscirci, quelle a cui la dedica si rivolge con una preghiera priva di intenti politici, ma che esprime solo la più antica richiesta umana: Concedi loro la Patria che desiderano.

Nella ricostruzione storica di Moser ricorre una frase ebraica: “Ein breira”, ovvero “Non c’è alternativa”. Era la logica che sottendeva le espropriazioni, le guerre e i negoziati rifiutati, logica che le prove d’archivio hanno ormai reso inconfutabile. Jabotinsky ne espresse la schiettezza, più dura e iniziale: la popolazione araba avrebbe resistito, ammetteva, ne aveva tutto il diritto, e avrebbe dovuto essere piegata con la forza prima che si potesse giungere a un qualsiasi compromesso. Nessuna alternativa. Come se la storia si fosse ristretta a un unico corridoio e le persone che già vi abitavano fossero semplicemente d’intralcio.

Ciò che la coscienza dei dissidenti non poté modificare fu questa restrizione. Aaron Samuel Tamares la predisse in Polonia prima del 1905. Edwin Montagu la avvertì a Whitehall (il principale centro del governo del Regno Unito) nel 1917. Ahmad Sadiq Saad la documentò al Cairo nel 1947, un anno prima della Nakba che il suo libro, nella sua terribile precisione, aveva predetto. Gli avvertimenti si accumularono. La documentazione della loro accuratezza è ora estesa, conservata negli archivi che Moser ha consultato e nei libri che i Nuovi Storici di Israele hanno scritto a partire da essi. La storia non fu nascosta, ma soppressa.

Il recupero di questa storia non esaudisce la preghiera che Moser rivolge. Sa che è insufficiente: non può restituire ciò che è stato tolto. Non può riportare in onda una trasmissione. Non può ricostituire l’archivio di un compositore. Non può ricondurre un’anziana signora alla casa che aveva lasciato credendo di potervi tornare dopo poche settimane.

Ciò che può fare, e che il libro di Moser fa davvero, è ripristinare una genealogia morale, la consapevolezza che l’opposizione ebraica al Sionismo era possibile e costosa. Significa affermare che esisteva un’alternativa: una tradizione che include Tamares, Arendt, Langer e Kasrils, persone di spessore che hanno riconosciuto e contrastato la Cancellazione della storia palestinese.

Verso il termine del suo capitolo finale, Moser scrive una frase che potrebbe fungere da seconda dedica del libro: “Sentiamo la nostra determinazione rafforzarsi. Sentiamo i legami sempre più forti che ci uniscono gli uni agli altri e al popolo palestinese che soffre così tanto in nostro nome”. È scritta in prima persona plurale, il noi degli antisionisti ebrei, di coloro che si sono ritrovati nel corso dei decenni di repressione che questo libro ricostruisce. La sofferenza, riconosce, è inflitta in loro nome. La determinazione, da offrire in cambio, spetta a loro.

Il resoconto è onesto perché non pretende mai di essere una soluzione. Un libro che si concludesse con la fiducia nella propria autosufficienza avrebbe tradito la preghiera con cui si apre. Invece, “Antisionismo: Una Storia Ebraica” si chiude come inizia, nella consapevolezza di una distanza che non può colmare, verso un popolo che può nominare ma non restituire.

“Concedi loro la Patria che desiderano, / e rendili di nuovo cittadini del Paradiso”.

Di nuovo. La parola racchiude tutto. Di nuovo, come ritorno. Di nuovo, come restaurazione. Di nuovo, come riconoscimento che qualcosa è stato tolto a chi lo possedeva, e che ciò che è stato tolto ha un nome, e che quel nome viene ancora pronunciato, in arabo e in esilio, con una nostalgia che non ha alcun programma politico alle spalle e non ne richiede alcuno. È la richiesta più antica, e ancora attende.

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Affoga nel ridicolo “l’attentato” alla base aerea inglese

L’allarmismo guerrafondaio ha superato da tempo i confini del ridicolo, ma i britannici hanno deciso di alzare il livello fino a superare i Monty Pyton nel capolavoro Brian di Nazareth.

La notizia del presunto attentato alla base aerea di Fairford, nel sud dell’Inghilterra, vicino Oxford, era sembrata da subito piuttosto stramba. Per le modalità, se non altro, perché in una guerra sporchissima come quella che Usa, Israele e Nato stanno conducendo contro l’Iran (e la Russia) una risposta “asimmetrica” ci può anche stare.

I sospetti erano altrettanto logici, visto che negli ultimi mesi non passa giorno senza che venga lanciato un allarme sui “droni russi” che poi si rivelano ucraini, stormi di uccelli, oppure su “disturbi elettronici” ascrivibili d’ufficio a qualche “guerra ibrida”.

Però neanche noi, notoriamente scettici su certe cose, potevamo immaginare una pochade così mal congegnata. E dire che tutto doveva sembrare credibile – anche allo sguardo più diffidente – grazie al fatto che comunque c’erano stati ben cinque arresti. La testimonianza di una “agricoltrice” – l’impagabile sforzo politically correct dei media importanti – prontamente protetta dall’anonimato sembrava in un primo momento vaga ma plausibile.

Poi la narrazione ha preso la via della catastrofe. I cinque arrestati sono risultati giovani londinesi tra 23 e i 25 anni, non pregiudicati né noti “estremisti”.

I media hanno subito provato a correggere il tiro senza cambiare bersaglio (“C’è dietro l’Iran”, o “forse la Russia”), spiegando agli ignari spettatori che “spesso le dittature si servono di manovalanza locale per condurre azioni di guerra ibrida”. In pratica quel che l’Occidente fa in modo più professionale per provocare “rivoluzioni colorate”...

Col passare delle ore è crollato tutto. I cinque giovani sono stati scarcerati dopo neanche 24 ore. E non si può neanche dire che sia intervenuto l’antico habeas corpus del diritto liberale inglese (“restar libero fino al processo”), perché è una consuetudine seppellita da tempo.

Per fare giusto un esempio: gli attivisti di Palestin Action, un’associazione contro il genocidio che pratica anche l’“azione diretta” ma pacifica (blocco di alcune aziende che fabbricano armi per Israele, o direttamente contro aziende militari israeliane come Elbit System) vengono arrestati e tenuti in carcere molto a lungo. Ed anche i manifestanti che chiedono la loro liberazione (proprio ieri, guarda caso, sono finiti in guardina 50 partecipanti ad un presidio fuori da una convegno del Partito Laburista, a Liverpool).

Gli autori di una azione a Filton, nell’agosto del 2024, con danneggiamento di materiale, sono stati tenuti prigionieri per oltre 18 mesi prima di essere processati, assolti in primo grado e poi condannati in appello.

Dunque, se i cinque di Fairford sono stati scarcerati subito vuol serenamente dire che non stavano facendo nulla. Anche il “grande quantitativo di esplosivi” è sparito nel nulla. Restano tra le frasche i tre furgoni bianchi, di incerta proprietà ed utilizzo.

Naturalmente, per cercare di continuare a sostenere l’ipotesi di “Attentato! Attentato!” la polizia britannica ha spiegato che sono in corso verifiche e interrogatori approfonditi, ma che questo “non significa che l’inchiesta sia chiusa”. I cinque, accusati di sospetta “pianificazione di un attacco terroristico”, restano sottoposti a “severe restrizioni nei movimenti o contatti con altri”. Ma se ci fosse stato davvero anche un solo grammo di esplosivo restavano dentro anni...

Anche la povera “agricoltrice” ci ha messo del suo (se davvero esiste e non è solo un avatar per giornalisti creduloni). Racconta di aver visto nella notte e in piena campagna “Un folto gruppo di uomini incappucciati”, il che appare quanto meno insensato per dei “terroristi” che di solito cercano di non farsi notare.

Subito dopo aggiunge che “Quando mi hanno visto sono scappati”, il che – altrettanto – stona parecchio con la condotta di chi va ad attaccare nientemeno che una base della Raf da cui partono i bombardieri Usa diretti in Iran.

La comica prende il sopravvento quando rivela che “Ho chiamato immediatamente il ministero della difesa”, mentre qualsiasi cittadino – se proprio decide di far qualcosa – normalmente chiama la polizia, che poi avvertirà chi di dovere.

Fino allo straordinario “Nel giro di 10 minuti il villaggio pullulava di agenti armati”, come se le forze speciali di sua maestà non facessero altro che precipitarsi ad ogni telefonata di sconosciuti nella notte.

Non poteva mancare l’idiota di turno – Nigel Farage – che, fidandosi (unico al mondo!) di quel che dice Trump (“Li seguivamo da tempo, è stata un’operazione eccezionale”) si era precipitato scrivere sui social che i cinque arrestati erano “cittadini iraniani”. Post poi cancellato e ridotto a “enorme problema di sicurezza nazionale”.

Più sobria e vagamente ironica la risposta iraniana che, oltre a smentire qualsiasi rapporto con la vicenda, ha minacciato di far causa nel tribunali inglesi contro il governo britannico, i media e quant’altro. Non sappiamo ancora con quale accusa, ma ci sembra plausibile che possa essere per “circonvenzione di incapace”.

Ovvero il popolo britannico, da cui si salvano certamente i solidali con Palestine Action...

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Svizzera - Vince il no al referendum: rimane la neutralità filo-europeista

Il 27 settembre si è svolto, in Svizzera, il referendum sulla neutralità del paese. Il verdetto delle urne ha visto una netta vittoria del “no”, contro le richieste fatte dal comitato promotore del voto e in linea con le raccomandazioni del Consiglio federale e del Parlamento. In uno scenario di partecipazione comunque deludente che, anche nei cantoni elvetici, denota un forte scollamento tra cittadini e classe dirigente.

Con un’affluenza (fisica o con voto per corrispondenza) che si è fermata al 47%, il “no” si è attestato al 70,15%. Il quesito denominato “Iniziativa sulla neutralità” (ve n’era anche un altro su temi alimentari) chiedeva l’iscrizione nella Costituzione di una formulazione più precisa della neutralità svizzera, che ad oggi lascia spazi “interpretativi” dei margini entro cui essa si esercita.

Per questo, il voto referendario ha rappresentato non tanto un dibattito sull’ordinamento interno, quanto piuttosto un duro scontro politico sull’allineamento strategico del paese, e il “no” segnala la sua adesione alla deriva guerrafondaia unioneuropeista, seppur nelle specifiche forme elvetiche. Oltre che, ovviamente, un confronto tra varie forze politiche del paese.

Nei fatti, la modifica sostanziale della Costituzione riguardava l’introduzione della frase che avrebbe impegnato la Svizzera a non adottare “misure coercitive non militari nei confronti di Stati belligeranti”, tolti i provvedimenti delle Nazioni Unite. Il vero oggetto del voto è stato, in sostanza, l’implementazione di sanzioni come quelle che sono già state comminate alla Russia.

La contrarietà alla cosiddetta “Iniziativa sulla neutralità” è stata presentata come un’opzione di concretezza rispetto ai margini da tenere nell’applicazione effettiva della posizione di neutralità, compresa la cooperazione di sicurezza con i “vicini”. Il “sì” al referendum avrebbe pure impedito di continuare la collaborazione e le esercitazioni congiunte intraprese da tre decenni con la NATO.

Dietro le retoriche usate dai fautori del “no”, la battaglia referendaria è apparsa sin da subito consumarsi intorno all’allineamento elvetico sulle faglie della “guerra mondiale a pezzi” che viviamo, e sull’adesione sempre più spinta della Svizzera alla deriva guerrafondaia occidentale.

Il referendum è stato promosso dall’organizzazione Pro Svizzera, di chiaro stampo nazionalista, ed è stato sostenuto anche dall’Unione Democratica di Centro (UDC), la principale forza conservatrice elvetica. Hanno avuto gioco facile dunque i filo-europeisti e filo-atlantisti a presentare il “no” sia come una battaglia contro le destre sia come un atto di resistenza all’ennesimo tentantivo di interferenza nel paese da parte di agenti stranieri, leggasi russi.

Ma i quesiti referendari, come da sempre succede pure nel nostro paese, avevano ricevuto sostegno anche da forze molto lontane nello spettro politico, proprio perché il nodo era la modifica della carta fondamentale di tutta la comunità politica, e l’interpretazione da dare agli impegni costituzionali presi da Berna nell’arena internazionale.

Bisogna evidenziare che molti commentatori elvetici hanno espresso preoccupazione per lo smantellamento del regime sanzionatorio adottato contro Mosca, che avrebbe invogliato i capitali russi a trasferirsi verso la Svizzera per eludere le misure adottate da altri stati, con il rischio di subire poi contromisure punitive da parte dei partner occidentali.

Oltre a palesare la leva di potere mossa dalle potenze occidentali, è proprio questo genere di ricatto unilaterale che una vera neutralità dovrebbe disinnescare. Paradossalmente, l’iniziativa promossa da Pro Svizzera, da sempre contraria al “centralismo da parte delle organizzazioni internazionali” (si legge sul suo sito), avrebbe favorito la “centralità” dell’ONU quale unico tutore del diritto internazionale, squalificando le misure sanzionatorie unilaterali occidentali, costruite per uccidere più che per dissuadere.

Durante la campagna referendaria, il capo del Dipartimento federale degli affari esteri, Ignazio Cassis, aveva ribadito che la neutralità elvetica non era mai stato un dogma statico: “neutralità non significa che la Svizzera debba voltarsi dall’altra parte quando si verifica una palese violazione delle regole internazionali”.

Proprio Cassis, nel febbraio scorso, è stato al centro della denuncia di 25 avvocati che hanno sporto denuncia presso la Corte Penale Internazionale per la complicità elvetica in crimini di guerra, crimini contro l’umanità e genocidio nella Striscia di Gaza. Un doppio standard a cui siamo, purtroppo, abituati fino alla nausea, e che non risparmia la “neutralità” svizzera.

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Iraq - Prosegue il disarmo del PKK, rinviato quello delle milizie sciite

Continuano, in Iraq, le trattative per accentrare tutte le armi nelle mani dello stato centrale, sotto la pressione principalmente di Turchia e USA, interessate rispettivamente al disarmo del PKK e delle milizie sciite dell’Asse della Resistenza.

Inizialmente il primo ministro Zaidi aveva posto come data inderogabile per portare a termine il processo il 30 settembre, alla scadenza della quale chi non si fosse allineato sarebbe stato colpito dalle leggi “antiterrorismo”.

Successivamente al diniego di Harakat Hezbollah al-Nujaba e Kata’ib Hezbollah, le milizie filoiraniane più potenti e da più tempo operative contro l’occupazione statunitense, Zaidi si è rassegnato a trattare, ponendo una nuova deadline al 30 giugno 2027.

Nel piano elaborato dal Primo Ministro, prima dell’inizio della consegna delle armi pesanti, ci sarà un periodo di 90 giorni di tregua totale fra le milizie sciite e gli USA. Successivamente, arriverà un graduale disarmo, mentre i miliziani continueranno tutti a far parte, a titolo individuale, delle Forze di Mobilitazione Popolare (PMF), ovvero l’ombrello legale che già oggi pone le milizie formalmente sotto l’egida del Ministero della Difesa.

Non si tratta di una distinzione solo formale, anche perché ad essere designate come “organizzazioni terroristiche” da vari paesi non sono le PMF in quanto tali, bensì le singole sigle. Saranno queste ultime a dover smantellare le strutture e le catene di comando interne.

Dagli incontri avuti a margine dell’Assemblea ONU, gli USA sembrano aver apparentemente dato il via libera al piano di Zaidi. Da parte sua, nemmeno l’Iran sembra voler porre ostacoli significativi all’integrazione formale sotto l’ombrello delle PMF.

Il punto vero, ovviamente, è la direzione politica verso cui va il processo, ovvero se va verso un indebolimento dell’Asse della Resistenza in Iraq o la sua istituzionalizzazione completa nelle strutture statali.

Il primo ministro Zaidi sta sicuramente cercando di percorrere la prima strada, attraverso un misto fra repressione, minacce e tentativi di cooptazione dei dirigenti delle milizie; al momento non sta ottenendo grandi riscontri, tant’è che è stato necessario prendere tempo.

Sullo sfondo resta il punto interrogativo legato al ritiro completo degli USA, fissato per l’ennesima volta al 30 settembre, ma sul quale nessuno si fa illusioni, nonostante alcune basi presenti nella Regione Autonoma Curda siano effettivamente già state smantellate. Peraltro, è lo stesso Governo Regionale Curdo a chiedere di ricostruirle.

Fa significativi passi in avanti, invece, il disarmo del PKK. Sotto la supervisione dei servizi segreti turchi, i Peshmerga avrebbero già provveduto ad impossessarsi di 18 postazioni montuose in precedenza occupate dall’organizzazione curda e si starebbero facendo consegnare le armi in cinque luoghi concordati fra le parti.

Il piano prevede, per le fasi successive, che tutti i militanti si raggruppino nel quartier generale principale sui monti Qandil, da dove partirà la selezione individuale per stabilire chi avrà la possibilità di aderire all’amnistia parziale votata recentemente dal parlamento di Ankara e chi no. Circa 200 dirigenti sono già esclusi dal raggio d’azione del provvedimento e saranno costretti a rimanere all’estero; da capire cosa intenderanno fare gli altri. Non è scontata un’adesione di massa.

Anche le Unità di Protezione del Sinjar (YBS), organizzazione yazida affiliata al PKK, ha accettato di disarmarsi, consegnare le armi pesanti, integrare le proprie milizie nell’esercito centrale e smantellare le proprie istituzioni autonome (che non erano mai state riconosciute né dal governo centrale, né da quello autonomo curdo), sulla falsariga di quanto hanno fatto le Ypg in Siria.

In cambio, la Turchia sta gradualmente diminuendo la propria presenza militare in Iraq: a margine dell’Assemblea dell’ONU, ad esempio, Ankara e Baghdad hanno concordato la consegna della base di Bashiqa, nei pressi di Mosul, all’esercito iracheno.

Si tratta di una base che era stata costruita dall’esercito turco nel 2015 inizialmente in funzione anti-Isis, successivamente era stata mantenuta – in accordo con il Governo Regionale Curdo, ma contro la volontà del governo centrale – in funzione anti-PKK e anti-YBS. Ora si avvia ad esaurire la sua funzione e ad essere consegnata a Baghdad.

Allo stato attuale, dunque, l’unica organizzazione armata affiliata al PKK ancora pienamente attiva è quella curdo-iraniana, ovvero il PJAK, in guerra aperta con la Repubblica Islamica dall’inizio dell’aggressione israelo-statunitense, a causa delle ben note voci sul possibile utilizzo dei gruppi curdi come esercito di terra da parte degli aggressori. Il PJAK è anch’esso basato sui monti Qandil, quindi è possibile che nei prossimi mesi rafforzi le proprie fila con miliziani intenzionati a sottrarsi al disarmo.

In risposta, l’Iran sta continuando gli attacchi nei confronti della Regione Autonoma Curda, sia attraverso droni e missili, sia con operazioni di terra transfrontaliere volte proprio a colpire le basi delle organizzazioni separatiste curde. Finora né Baghdad, né Erbil sono riusciti a fornire sufficienti rassicurazioni rispetto al controllo di tali gruppi, complicando l’intero processo di accentramento delle armi nelle mani del governo centrale.

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Il metodo di Karl Marx, quando la dialettica non è deterministica

In un celebre passo della Fenomenologia dello spirito Hegel afferma che «il noto in genere, appunto perché noto, non è conosciuto. Quando nel conoscere si presuppone alcunché come noto e lo si tollera come tale, si finisce con l’illudere volgarmente sé e gli altri»: ovvero, spesso si ha una rappresentazione distorta o superficiale proprio di quello che si pensa di conoscere meglio.

Qualcosa del genere accade anche con il pensiero di Karl Marx, un autore che è stato – e dovrebbe ancora essere – punto di riferimento per una critica e una trasformazione della realtà esistente.

Roberto Fineschi ci offre ora un prezioso strumento per accostarci in modo più avvertito al metodo di lavoro e ai fondamenti della teoria marxiana (Karl Marx, Discorso sul metodo, a cura di Roberto Fineschi, Scholé, pp. 176, euro 17). Il merito di questo libro è duplice: offrire al lettore una nuova traduzione, filologicamente aggiornata, di alcuni testi marxiani sul metodo (per quanto molto noti) e introdurli con un linguaggio accessibile ma rigoroso, con un’attenzione sia alla loro dimensione teoretica, sia alla loro contestualizzazione all’interno del dibattito filosofico.

L’antologia include la famosa Introduzione del 1857 alla stesura provvisoria della teoria del capitale (i Grundrisse), il Poscritto alla seconda edizione del Capitale (del 1873) ed estratti di alcune famose opere giovanili.

Il nodo centrale attorno a cui ruota il saggio introduttivo di Fineschi è il rapporto fra Hegel e Marx (già affrontato dall’autore in modo più ampio e sistematico nel volume Marx e Hegel. Fondamenti per una rilettura, La scuola di Pitagora editrice, pp. 464, euro 32), troppo spesso ridotto alla fuorviante contrapposizione fra «idealismo» e «materialismo».

Decenni se non secoli di dibattiti, tradottisi a loro volta in molteplici e fortunate sintesi manualistiche, ci hanno restituito una visione sostanzialmente errata sia del pensiero di Hegel, sia del rapporto fra quest’ultimo e Marx. E la radice di tutti i fraintendimenti, paradossalmente, risiede in un errore prospettico dello stesso Marx, che sulla scia di Feuerbach lesse l’idealismo hegeliano come un «misticismo assoluto», portatore di una visione rovesciata delle cose, dove la concretezza della realtà materiale sarebbe stata ridotta a mera emanazione della Ragione. Nulla di più sbagliato.

Questa rappresentazione di un Hegel «plotiniano» non trova riscontro nei suoi testi. Hegel è un filosofo realista, ci ricorda Fineschi, che non ha mai sognato di negare la concreta esistenza di una realtà esterna al soggetto. Anzi, è proprio il suo realismo, per certi versi, a farne un filosofo conservatore, distante da Marx rispetto al valore da assegnare alla dimensione pratico-rivoluzionaria, che nel caso di Hegel è assente, mentre in Marx è centrale.

Laddove per Hegel la filosofia prende atto a posteriori di una realtà già formata, in Marx il soggetto (rivoluzionario) è parte attiva della sua trasformazione.

Se negli anni giovanili era prevalso in Marx un rifiuto complessivo del lascito hegeliano, con l’eccezione della categoria di «alienazione», il Marx maturo, quello del Capitale, riconsiderò questa posizione, ammettendo che qualcosa di importante andava recuperato e ripreso del metodo hegeliano.

Non tanto il concetto di alienazione, che, per come Marx lo aveva declinato nei Manoscritti economico-filosofici del 1844, presupponeva un riferimento a un astratto soggetto umano fuori dal tempo, tipica espressione dell’ideologia borghese e del mercato capitalistico. Piuttosto, fu la dialettica hegeliana a essere oggetto di un recupero da parte del secondo Marx, a partire dalle prime stesure provvisorie di quello che sarebbe stato il primo libro del Capitale, dato alle stampe nel 1867.

Perché la dialettica era ed e è così importante? Al di là della riduttiva formula «tesi-antitesi-sintesi» (anch’essa assente nei testi hegeliani), la dialettica è un metodo di comprensione della realtà che fa leva sulla connessione (anche storico-evolutiva) fra ogni aspetto dell’esistente, inclusa la capacità della ragione umana di appropriarsi e rielaborare in forma sintetica (scientifica) il mondo esterno.

Solo guardando alla realtà nella sua interezza e nelle sue contraddizioni è possibile averne una comprensione compiuta. La dialettica, cuore pulsante del metodo marxiano, consente di comprendere il funzionamento dell’economia capitalistica e dei suoi meccanismi di sfruttamento del lavoro, svelandone la transitorietà, senza tuttavia preannunciarne la fine come certezza assoluta.

Da questo punto di vista, un altro aspetto dell’interpretazione di Fineschi merita di essere evidenziato: nessun finalismo o determinismo, infatti, è ascrivibile a Marx, nonostante la presenza nelle sue opere di frasi, legate per lo più alla stagione rivoluzionaria del 1848, che lasciano intendere un imminente crollo del sistema.

La storia del socialismo, sembra suggerire Fineschi, non è dunque finita, ma al contrario è tutta da costruire, ripartendo dalla cassetta degli attrezzi lasciata in eredità da Marx.

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È ora di mettere un tetto ai profitti. Il caso ENI

I dati ricavabili dai bilanci ENI dal 2021 al 2025 ci dicono che la società ha realizzato circa 29,7 miliardi di euro di utile netto. Se includiamo anche il 2020, caratterizzato dalla forte perdita legata alla pandemia e al crollo dei prezzi del petrolio, il saldo del periodo 2020-2025 scende a circa 21,1 miliardi di euro.

Per utile netto deve intendersi quanto rimane all’azienda dopo aver sottratto dai ricavi tutti i costi e le imposte. Quindi, per un periodo di ben 6 anni, volendo considerare anche l’anno nero 2020 in cui si sono registrate forti perdite, la società ENI S.p.A. ha fatto registrare guadagni netti, cioè veri e propri profitti, per la ragguardevole somma di 21,1 miliardi di euro. Di questi, ben 16,5 miliardi sono stati distribuiti in dividendi e sono quindi andati a retribuire i diversi soci azionisti di ENI, tra i quali anche lo Stato italiano.

Ora guardiamo alla scelta di questi giorni da parte della compagnia di mettere un tetto al prezzo di benzina e gasolio, rispettivamente a 1,99 euro e a 2,19 euro al litro. Le stime ufficiali di quanto costerebbe questa decisione ad ENI parlano di 100 milioni al mese e quindi, nell’eventualità della proroga fino a fine anno, 300 milioni. Nel solo 2025 ENI ha realizzato un utile netto di 2,61 miliardi di euro, quindi se rapportati ai guadagni dell’anno scorso i 300 milioni di costo dell’operazione annunciata costerebbe una riduzione degli utili dell’11,5%.

Va detto che la perdita stimata di 300 milioni è molto approssimativa. Intanto potrebbe registrarsi un aumento delle vendite, se non ci fosse un allineamento delle altre compagnie. E poi, la perdita è calcolata sui 17 centesimi di sconto al prezzo attuale, sul quale però gravano altre voci e non solo i guadagni di ENI. In concreto, quindi, la perdita effettiva sarebbe probabilmente molto più bassa.

La conclusione di questi facili calcoli rintracciabili sul web è che l’operazione di questi giorni non fa che mettere in evidenza quanto già ripetiamo da tempo: i prezzi delle materie prime e dei generi di prima necessità possono essere calmierati senza produrre alcun danno al sistema delle imprese, le quali dovrebbero semplicemente rinunciare ai profitti esorbitanti ottenuti nel corso di questi anni.

Abbiamo certamente bisogno di un tetto ai prezzi, a cominciare da quello del gasolio e della benzina. Nel 2025, per esempio, la benzina costava 1,73 euro al litro e il gasolio 1,65 al litro, il che ci fa capire che il tetto introdotto temporaneamente da ENI è molto al di sopra di quello che pagavamo soltanto l’anno scorso. Un contenimento serio del prezzo dei carburanti deve quindi guardare a quelle cifre e non alla micro-riduzione appena introdotta.

Ma il vero tetto di cui abbiamo bisogno tutti, dagli autotrasportatori ai tassisti, dagli agricoltori a tutti quelli che per lavorare devono usare l'auto, fino a chi per vivere e spostarsi non può fare a meno di fare rifornimento, è quello ai profitti delle aziende che si arricchiscono mentre noi ci impoveriamo.

Introdurre un calmiere sui prezzi dei beni di prima necessità, e i carburanti sono tra questi, comporta un taglio dei profitti. Altre soluzioni non ci sono.

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Quant’è materiale questa “intelligenza”...

“La potenza è nulla, senza controllo”. Il vecchio slogan pubblicitario, nello spot interpretato da un Carl Lewis all’apice della sua carriera, sembra diventato una chiave interpretativa comoda – per giornalisti pigri o privi di conoscenze – per affrontare i problemi ormai evidenti nello sviluppo dell’intelligenza artificiale.

Gli stessi amministratori delegati delle aziende statunitensi del settore – OpenAi, Anthopic, xAI-Grok di Elon Musk, Copilot di Microsoft, Perplexity, Meta Ai di Meta, Gemini di Google – hanno parlato pubblicamente delle necessità di “rallentare” lo sviluppo dei loro “modelli di frontiera”, quelli con maggiore potenza di calcolo e quindi anche maggiori margini di “autonomia” (in realtà capaci di azioni non programmate dagli ingegneri).

Il problema posto in maggiore evidenza è perciò quello della “sicurezza”. In pratica, dopo aver reso noto l’“incidente zero” – centinaia di “agenti IA” di OpenAi che hanno attaccato il sistema di una società del settore, Hugging Face, fuggendo da un “ambiente sperimentale” che si pensava “chiuso” – pian piano stanno venendo rivelati migliaia di incidenti, simili o minori.

Si parla di “incidenti” avvenuti sia nei test interni sia come “fughe” nel mondo reale. E se i primi possono essere confinati tra le inevitabili difficoltà di qualsiasi tecnologia in fase sperimentale, i secondi pongono effettivamente il problema dei danni che possono essere provocati alla normale vita economica, politica e militare occidentale, anche senza incolpare la “guerra ibrida russa”.

I casi più frequenti includono infatti la violazione delle protezioni, la creazione di bacheche di messaggi, la fuga da sandbox (“ambienti chiusi”), il dirottamento di siti web, l’auto-suggerimento o il tentativo di aggirare i sistemi di monitoraggio. Per scopi mai decisi da nessun essere umano.

I risultati delle prime “indagini” sembrano confermare le difficoltà delle aziende nello stabilire un controllo completo sulle proprie tecnologie. Da qui nasce la richiesta al “pubblico” – lo Stato, in questo caso l’amministrazione Trump – di “fissare regole” nell’intervallo di tempo impiegato dalle aziende per cercare di riprendere il controllo sulle proprie creature.

Un “rallentamento dello sviluppo” comunque problematico, anche a detta di questi boss, perché “altri modelli di avversari stanno progredendo rapidamente”. 

Il contesto è chiaramente quello della competizione tra due superpotenze, che in questo settore hanno adottato due modelli di sviluppo completamente diversi.

Gli Stati Uniti, fedeli al neoliberismo più ortodosso, hanno “lasciato fare” alle aziende private, orientate ovviamente al raggiungimento del massimo profitto il più rapidamente possibile, che quindi hanno puntato sulla “potenza di calcolo” garantita da chip dedicati sempre più performanti – costruiti da Nvidia – che nel frattempo venivano vietati all’esportazione verso la Cina (tramite decisione politica della Casa Bianca).

I cinesi, invece, costretti a fare di necessità virtù con chip meno performanti, hanno lavorato sugli scopi dell’IA e sul “dimagrimento” degli algoritmi, cavandone fuori modelli egualmente performanti, adattabili alle necessità di utilizzo finale (tramite architetture open source), fin qui abbastanza “controllati” e soprattutto molto più economici.

Invece di “tenere indietro” il concorrente, insomma, gli USA ne hanno creato uno ancora più temibile, secondo la logica capitalistica. Quello che ti batte sul prezzo... 

L’industria dell’IA è infatti molto “materiale”, nonostante i suoi prodotti siano quasi esclusivamente “informativi” (dati, software, messaggi, contenuti ecc.). Richiede data center delle dimensioni degli stabilimenti industriali old economy, che consumano energia elettrica in quantità colossali; richiedono sistemi di raffreddamento, smaltimento del calore, ecc.. 

Necessità che stravolgono i territori e provocano rincari dei prezzi dell’energia che si scaricano sulle popolazioni circostanti, specie negli Stati Uniti, dove gli incentivi per installarli si scaricano su tutti i consumatori (gli “oneri di sistema”) oppure i prezzi sono “territorializzati” e variano con i livelli di consumo medio. Un data center in una bucolica comunità agricola magari inquina poco, ma consuma acqua ed elettricità come una fonderia. E la bolletta di tutti sale... 

Questo ha inevitabilmente ridotto di molto la “popolarità” dell’IA, che da un lato fa volare i prezzi di acqua ed energia e dall’altra porta via il lavoro o minaccia di farlo a breve.

Ma anche se la diffidenza popolare fosse minore, resta il fatto economicamente brutale: per finanziare l’installazione di tutta la potenza di calcolo necessaria a sviluppare i “modelli di frontiera” occorrono centinaia o migliaia di miliardi. Ma le “vendite” fin qui sono una frazione irrisoria dei costi da mettere in bilancio. E i profitti reali sono ridicoli rispetto a quelli attesi e già “prezzati” sul mercato (tutta la crescita di Wall Street negli ultimi anni è stata concentrata sui titoli del settore, a cominciare da Nvidia).

Se c’è un competitore che può vendere a prezzi stracciati, non c’è partita. Fallirai. E con te chi ti ha prestato i soldi... 

Abbiamo raccolto, negli ultimi mesi, diverse analisi sulla “bolla finanziaria dell’AI” che prima o poi sembra destinata a scoppiare. Ciò ovviamente preoccupa i chief executive officer di settore forse più degli “incidenti” di percorso.

Hanno di fronte un presidente e un’amministrazione che si intendono poco di tecnologia e considerano l’IA quasi come una nuova “arma fine di mondo”, essenziale per mantenere un vantaggio sui concorrenti (la Cina). Chiamare “superintelligenza” questa roba dà il segno chiaro dell’equivoco.

I ceo di Anthropic, OpenAI, ecc., si trovano perciò a dover giocare la carta del “manteniamo il vantaggio competitivo”, nel mentre devono cercare di riprendere il controllo di quel che hanno tra le mani e, al tempo stesso, convincere gli investitori che i profitti arriveranno copiosi come nelle promesse.

Equilibrismo difficile... Nemmeno l’IA li può consigliare. Ma magari qualche decina di miliardi pubblici potrebbe far loro tirare un sospiro di sollievo.

Temporaneo, sia chiaro, quasi artificiale...

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