Presentazione
Analisi, opinioni, fatti e (più di rado) arte da una prospettiva di classe.
21/02/2026
Gaza - The Lancet: bilancio vittime sottostimato, in soli 15 mesi erano già oltre 75.000
Israele ha sempre messo in dubbio l’attendibilità dei dati forniti dalle autorità sanitarie di Gaza. Tuttavia, il mese scorso, un alto funzionario della sicurezza israeliana ha ammesso che le statistiche raccolte a Gaza sono “in gran parte accurate”, confermando che circa 70.000 palestinesi sono stati uccisi dagli attacchi israeliani dall’ottobre 2023.
Uno degli aspetti più rilevanti della nuova ricerca è la distinzione tra morti violente e decessi indiretti. I ricercatori stimano che almeno 8.200 decessi siano attribuibili a conseguenze indirette della guerra, come la malnutrizione, la mancanza di accesso alle cure mediche e la diffusione di malattie. Questa analisi si discosta da altre stime precedenti, sempre pubblicate su The Lancet, che ipotizzavano un rapporto di quattro morti indirette per ogni vittima diretta. Michael Spagat, professore di economia alla Royal Holloway University di Londra e co-autore dello studio, ha spiegato che l’impatto indiretto varia enormemente a seconda del contesto: “A Gaza, inizialmente, c’erano risorse in termini di medici ben formati e un sistema sanitario consolidato... Inoltre, il territorio è molto piccolo, quindi quando arrivano gli aiuti, le persone possono essere raggiunte”. Spagat ha però messo in guardia dal considerare questi numeri “esigui”, denunciando una “desensibilizzazione” collettiva di fronte a tali tragedie.
Lo studio conferma inoltre l’accuratezza dei rapporti del Ministero della Salute di Gaza riguardo alla tipologia delle vittime. La ricerca ha rilevato che 42.200 donne, minori e anziani sono stati uccisi, costituendo il 56% del totale dei decessi nel periodo considerato. Questo dato smentisce le frequenti accuse di Israele secondo cui i palestinesi avrebbero esagerato la percentuale di donne e minori tra le vittime.
Infine, gli autori dello studio sottolineano come il loro lavoro indichi che, al 5 gennaio 2025, tra il 3% e il 4% dell’intera popolazione della Striscia di Gaza era stata uccisa violentemente. Tuttavia, avvertono che arrivare a un bilancio definitivo e completo richiederà tempo e risorse considerevoli. Michael Spagat ha concluso: “Non è scontato che un progetto di ricerca multimilionario sarà dedicato a ricostruire cosa sia realmente accaduto. Ci vorrà molto tempo prima di arrivare a un conteggio completo di tutte le persone uccise a Gaza, se mai ci arriveremo”.
Fonte
L’estasi dell’ignoranza
Per quanto si tenda a distinguere tra chi è propenso alla conoscenza e chi sembra invece far di tutto per evitarla, in realtà, sostiene Mark Lilla in L’estasi dell’ignoranza (Luiss University Press, 2026), l’essere umano si trova frequentemente in balia di uno scontro di volontà, tra sete di conoscenza e desiderio di ignorare. Al tipo di essere umano (homo viator) propenso a pensare alla propria vita come a un viaggio alla scoperta di qualcosa, aspettandosi di trovare piacere e felicità in questa ricerca, si contrappone chi (homo fugiens) preferisce evitare tale sforzo considerandolo non solo inutile, ma persino dannoso. Della volontà di ignoranza si sono occupati i miti antichi, le religioni e, più in generale, le opere di immaginazione, ma ben più raramente la propensione al non voler sapere è stata affrontata in ambiti “non poetici”. Il saggio di Lilla, docente alla Columbia University e collaboratore di riviste come «New York Review of Books» e «The New Republic», intende contribuire a colmare questa lacuna.
Nella tradizione occidentale, sin dai tempi antichi, è presente una pulsione, raramente confessata, che spinge l’essere umano a non voler sapere; che si tratti di evitare notizie scomode, di difende un tabù nonostante se ne intuisca l’origine, di rifiutare una diagnosi o una responsabilità morale, non è affatto raro che l’individuo si rifugi volontariamente nell’ignoranza.
Esiste una lunga tradizione di pensiero che guarda con sospetto all’umana passione per la conoscenza e che cerca sollievo nell’evitare ogni sforzo per comprendere il mondo, ma occorre ammettere che anche chi, sul versante opposto, cerca soddisfazione nella conoscenza, di tanto in tanto, non disdegna di sgravarsi da tale imperativo accontentandosi di non sapere. «Più la verità è dura, maggiore è la tentazione di sfuggirle» (p. 144). La consapevolezza della convivenza in ogni essere umano di volontà di sapere e di non sapere, sostiene l’autore, dovrebbe frenare chi si sente appartenere alla categoria dell’homo viator dal dare giudizi sbrigativi e autocompiaciuti sull’homo fugiens come se questo rappresentasse davvero una totale alterità.
Passando in rassegna i miti antichi, come quello di Edipo, passando per Sant’Agostino, Nietzsche e Freud, Lilla ripercorre una lunga serie di fughe dalla verità esplorando le tensioni tra il desiderio e il rifiuto di conoscere e comprendere il mondo che gravano su ogni essere umano. L’autore guarda dunque alla «tendenza umana a trasformare quelle tensioni interiore in miti religiosi, contrapponendo divinità, con i loro tabù che impongono limiti alla curiosità, a esseri umani che eroicamente, seppure inutilmente, si ribellano» (p. 14).
Una parte della trattazione è dedicata alle fantasie. «Oltre al suo potere di ispirare la resistenza e prendere coscienza della realtà, la volontà di ignoranza alimenta anche l’immaginazione e fa balenare di fronte a noi illusorie realtà alternative»: dall’esistenza di una modalità segreta ed esoterica di vivere il mondo che consenta di accedere a verità nascoste extra-razionali, alla vana speranza di poter preservare una sorta di “innocenza originaria”, o di ottenerne una nuova, «libera dalla tragica conoscenza dei limiti umani, della mortalità, del male», oppure, ancora, di poter fuggire il presente tornando a un passato immaginario «libero dal peso della consapevolezza dell’irreversibilità del tempo o di compiere un balzo in un glorioso futuro in cui le virtù dei tempi passati saranno ripristinate» (p. 14).
Il volume di Lilla è stato scritto, come ricorda lo stesso autore, in un momento in cui diverse manifestazioni di resistenza al sapere si sono combinate tra loro. «Oggi non occorre cercare lontano per imbattersi in misologi che respingono il ragionamento come un gioco da sciocchi, un velo che copre le macchinazioni del potere. O in tromboni che credono di essere stati benedetti con un accesso privilegiato alla verità e scelti per far sì che viviamo alla sua luce. O in movimenti di massa fatti di santi sciocchi e bambini eterni, il cui disgusto per il presente li spinge a correre invano, a restaurare un passato immaginario. Né è difficile trovare i profeti odierni dell’ignoranza, i dotti disprezzatori del sapere che, per convinzione o per ambizione, idealizzano chi resiste al dubbio ed erige bastioni attorno alle proprie credenze. Di fronte a tutto ciò, i devoti del ragionamento e dell’indagine aperta possono cominciare a sentirsi dei profughi» (pp. 144-145).
Oltre che rivelarsi utile a comprendere meglio le radici profonde del cospirazionismo, del pensiero magico e delle semplificazioni ideologiche che attraversano la contemporaneità, L’estasi dell’ignoranza ha il merito di evidenziare tanto gli aspetti seduttivi della fuga dalla verità, quanto il prezzo che si finisce per pagare nello scegliere, consapevolmente, di non sapere.
Il 21 marzo il “Nuestra América Convoy” romperà l’assedio di Cuba
La risposta solidale è stata però così immediata e vasta che i vari promotori hanno annunciato che la Flotilla si è trasformata in un Convoy. “In risposta alla travolgente solidarietà mondiale con Cuba – è stato scritto in un documento inviato ad Agence France-Press – l’idea iniziale della Flotilla è diventata un Convoglio coordinato via aria, terra e mare, che convergerà all’Avana il 21 marzo”.
Manca precisamente un mese, dunque, a quella che si preannuncia una grande missione di solidarietà con il popolo cubano, ispirata dalle Flotille che lo scorso autunno si sono dirette contro l’assedio genocida di Gaza da parte di Israele. E infatti, dopo Thiago Ávila, anche Greta Thunberg ha dichiarato il proprio sostegno pubblico al movimento solidale con Cuba.
“Gli Stati Uniti stanno compiendo in questo momento un atto brutale di punizione collettiva contro il popolo cubano”, ha detto l’attivista svedese. Ha poi aggiunto: “sostengo questo convoglio a Cuba [...] perché la solidarietà internazionale è l’unica forza abbastanza potente da poter affrontare figure imperiali come Trump e Netanyahu”.
Il riconoscere una continuità tra le politiche imperialiste di Washington in Medio Oriente, attraverso lo stato sionista, e i crimini condotti per oltre 60 anni col bloqueo (o più recentemente con il sequesto di Nicolás Maduro) contro tutte le esperienze alternative latinoamericane è centrale, perché evidenzia tutto il carattere antimperialista di iniziative come quella del Nuestra América Convoy.
Anche in questo caso, come era per Gaza, il nodo è tutto politico. Sul sito del convoglio si legge: “insieme possiamo rompere l’assedio, salvare vite umane e difendere la causa dell’autodeterminazione cubana”. Non è solo una missione umanitaria, ma è innanzitutto un tassello di una più larga lotta politica per rompere l’embargo statunitense all’isola, e difendere la sovranità del popolo cubano, impegnato nella propria transizione socialista.
Che la risposta solidale sia stata così ampia fa ben sperare, ma è importante mantenere alta l’attenzione e rendere quanto più possibile “visibile” il movimento intorno alla missione di rottura dell’assedio statunitense. Ovvero, mettere in campo iniziative pubbliche di sostegno, in tutte le forme possibili. È questa la forza di cui ha parlato Greta Thunberg.
Una forza che potrebbe incrinare ulteriormente l’operato dell’amministrazione Trump, che già non sta riscuotendo grandi successi oltre ad alienargli molte delle “simpatie” passate. Alla campagna del Convoy hanno aderito Megan Romer e Ashik Siddique, che co-presiedono il Democratic Socialists of America, e già in passato l’opinione dei cittadini statunitensi ha spesso rivelato che non c’è più un reale sostegno all’embargo, che anzi viene visto persino come dannoso per la stessa economia stelle-e-strisce.
Per far fronte a questa situazione, si è già messa in moto la propaganda di media asserviti e gusanos che oggi vivono negli States (il cui esponente di punta è certamente “Narco” Rubio). Ad esempio, tra i circoli dell’esilio cubano è stata stigmatizzata la presenza di Mariela Castro Espín (figlia di Raúl Castro) nel Consiglio consultivo – in cui è presente anche Gustavo Petro, presidente della Colombia – che deve decidere gli indirizzi strategici della rete di solidarietà. L’operazione, dicono, è tutta “un’opera di propaganda dell’Avana”.
Gli organizzatori sono stati invece chiari sul fatto che l’obiettivo è tutto politico e riguarda anche la difesa dell’autodeterminazione del popolo cubano, che da 67 anni resiste all’imperialismo.
Al momento, i dettagli specifici sui porti e gli aeroporti di partenza rimangono riservati per evitare possibili impedimenti diplomatici o legali, ma nel frattempo è necessario far sì che, da qui al 21 marzo, queste polemiche strumentali vengano fatte sparire sotto il rumore delle piazze solidali con Cuba.
Fonte
Meloni mente! Sulla Francia e su altro
La France Insoumise è in queste ore sotto attacco da parte di gruppi neofascisti, aizzati non solo dal Rassemblement National di Marine Le Pen, ma da tutto un sistema mediatico e politico che vuole “farla finita” con Mélenchon perché teme possa fare un grande risultato alle presidenziali del 2027.
I fatti: ieri mattina la sede centrale della France Insoumise a Parigi è stata evacuata per un allarme bomba. Militanti e lavoratori sono stati fatti uscire, perdendo un giorno di lavoro. Già ieri la stessa sede era stata fatta oggetto di un’azione di danneggiamento da parte di un gruppo di neofascisti che si è filmato rivendicando l’azione.
In questi ultimi giorni ben 15 sedi politiche ed elettorali della France Insoumise sono state attaccate in tutta la Francia, in quasi tutte le regioni. Gli attacchi, peraltro rivendicati, provengono da vari gruppuscoli fascisti, identitari, sciovinisti che già da tempo minacciano e spesso colpiscono la France Insoumise nel corso dei suoi meeting pubblici.
Stavolta però la violenza di questi gruppi ha fatto un salto di qualità, perché tali gruppi sono stati coperti, non solo dall’estrema destra del Rassemblement National di Marine Le Pen, ma anche dal centrodestra dei Repubblicani e dal centro di Macron.
Infatti è tutto l’arco politico e mediatico della borghesia francese che punta a isolare e reprimere la sinistra radicale, che ha nella France Insoumise e in Jean-Luc Mélenchon la sua espressione più popolare.
Alla vigilia delle elezioni amministrative locali, che sono una prova delle elezioni presidenziali del 2027, le forze tradizionali e filo-padronali hanno infatti paura della crescita della France Insoumise e dell’alleanza che sta tessendo tra giovani, lavoratori, abitanti delle periferie, gruppi marginalizzati e razzializzati.
È in questo quadro di fortissimo scontro politico – che vede una nuova generazione mobilitarsi per ostacolare sia le politiche anti-popolari di Macron che l’avanzata dell’estrema destra – che bisogna comprendere quanto accaduto a Lione giovedì 12 febbraio.
A Lione era in programma all’Istituto di studi politici la conferenza di Rima Hassan, famosa e apprezzatissima eurodeputata della France Insoumise, attivista della Freedom Flotilla partita per Gaza, militante anti-coloniale e pro-palestinese. Abbiamo avuto modo di ospitare Rima la scorsa primavera per un tour in Italia, proprio nelle università, e conosciamo la sua umanità, la sua capacità di analizzare e rivelare verità che alla televisione molti di noi non ascoltano. Per questo non ci sorprende come fossero centinaia gli studenti a volerla ascoltare.
Anche per questo, per la frustrazione che una francese dal nome per qualcuno “troppo arabo” fosse così tanto ascoltata, per cercare di avere un palcoscenico, un gruppo di neofasciste, Nemesis, si è presentato per contestare e impedire l’iniziativa. Attenzione a questo gruppo Nemesis: ha legami con il Rassemblement National di Le Pen e ora ha costituito una sua cellula italiana che è legata a Fratelli d’Italia (come ha dimostrato il reportage di Progetto Me-ti).
Il gruppo Nemesis aveva un servizio d’ordine composto di numerosi neofascisti che, come dimostrano i video disponibili in rete, a centinaia di metri dalla facoltà aggrediscono in modo premeditato – mascherati, armati di bastoni, spray, bengala – un gruppo di antifascisti.
Nello scontro che ne segue uno dei fascisti, Quentin Deranque, riceve dei colpi e rimane a terra. Successivamente si rialza e con un suo amico cammina per oltre un chilometro fin quando non vengono chiamati i soccorsi e viene ricoverato. L’aggravarsi di uno stato già critico ne determina la morte due giorni dopo.
Subito diversi gruppi neofascisti ricordano Deranque come un militante presente in tutte le occasioni, comprese una marcia neonazista a Parigi di qualche mese fa, lo ricordano come membro del “servizio d’ordine” di Nemesis e gridano vendetta, dicendo che bisogna fare un morto tra gli antifascisti.
Da qui gli attacchi, le minacce di morte alle candidate e ai candidati della France Insoumise, che hanno visto anche danneggiate le loro abitazioni private.
Capite bene che le parole appena pubblicate da Giorgia Meloni rappresenta dunque un grande inganno che strumentalizza per i suoi fini una tragica vicenda: “La morte di un ragazzo poco più che ventenne, aggredito da gruppi riconducibili all’estremismo di sinistra...”.
Il solito vittimismo dei fascisti, che negano che siano i loro militanti ad aggredire e cercano di fomentare un clima da guerra civile. Ricordiamo che in Francia dal 2022, dunque IN SOLI 4 ANNI, i militanti neofascisti hanno ucciso ben 12 persone. Omicidi che certo non hanno avuto questa visibilità, né tantomeno meritato un minuto di silenzio da parte di tutte le forze politiche come è stato per Deranque.
Come hanno sottolineato i dirigenti della France Insoumise, quando la borghesia e i loro “cani da guardia” fascisti non hanno più argomenti, quando le loro ricette hanno fallito e distrutto un paese, allora, di fronte a chi si mobilita per costruire un avvenire differenze, scatenano la violenza per buttare tutto in caciara.
Un ragazzo morto tragicamente perché qualcuno gli aveva riempito la testa di idee violente e sbagliate, sta diventando a livello internazionale un simbolo per autorizzare una repressione contro i “nemici interni”. Perché non sia mai che le forze popolari crescano, arrivino al potere, redistribuiscano la ricchezza, la tolgano dalle tasche di chi ha di più.
La France Insoumise dice che non bisogna cadere in provocazioni, vigilare, mettere al centro la politica e il programma di rinnovamento, continuare a lavorare con le masse popolari, a portare avanti le battaglie sociali e democratiche alla luce del sole.
Noi siamo con loro. A queste coraggiose e coraggiosi militanti va tutta la nostra solidarietà. Ma il nostro migliore contributo è sconfiggere anche qui il fascismo di Giorgia Meloni e del suo Governo. Cominceremo dal voto al referendum del 22 e 23 marzo e dal grande corteo nazionale di sabato 14 marzo.
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USA - Trump inciampa sui dazi (e i pieni poteri)
La Corte Suprema ha infatti bocciato i dazi imposti praticamente su tutte le importazioni dal resto del mondo. Da un minimo del 10% a molto di più.
Nonostante avesse nel tempo “blindato” la Corte nominando giudici molto conservatori – fino ad arrivare a 7 su 9 – il voto di ieri è stato netto: 6 a 3, con il presidente John Roberts e le giudici Amy Coney Barrett e Neil Gorsuch schierati contro Trump.
“Il Presidente rivendica lo straordinario potere di imporre unilateralmente dazi di ammontare, durata e portata illimitati. Alla luce dell’ampiezza, della storia e del contesto costituzionale di tale autorità rivendicata, egli deve individuare una chiara autorizzazione del Congresso per esercitarla”, ha scritto Roberts. La legge del 1977 citata da Trump per giustificare i dazi “non è all’altezza” dell’approvazione del Congresso, che sarebbe invece necessaria. Di fatto, si è trattato di “un’espansione trasformativa dell’autorità del Presidente in materia di politica tariffaria”.
Il pasticcio era stato creato dall’amministrazione stessa, interpretando al contrario quella legge – l’International Emergency Economic Powers Act – che era stata approvata proprio per limitare, e non estendere, il potere del Potus (President of the United States) in materia di economia.
Era, infatti, arrivata dopo lo sconvolgimento dei mercati creato dalla decisione di Richard Nixon di revocare la convertibilità fissa tra oro e dollaro, distruggendo di fatto il sistema di Bretton Woods. Di lì in poi, il voto del Congresso era diventato obbligatorio. Il presidente può decidere misure straordinarie, ma solo in circostanze straordinarie e col voto del Congresso. Punto.
Trump ha naturalmente reagito subito “alla Salvini” (“È una vergogna!”), annunciando che però andrà avanti con un misterioso “piano B”. Che subito dopo si è manifestato con l’annuncio di un’altra raffica di dazi per tutto il mondo di circa il 10%. Non è chiaro in base a quale legge statunitense ne avrebbe il potere, però (sul diritto internazionale è stata nel frattempo stesa una lapide...).
Ma il caos è comunque assicurato, anche se tutti i paesi che avevano stretto accordi con gli Usa per vedersi ridurre i dazi hanno detto già prima della sentenza che avrebbero rispettato i patti... fino a chiarimenti decisivi. Ricordiamo che tra le misure imposte (ad Europa, Corea del Sud e Giappone, fra gli altri) c’era anche l’obbligo di effettuare investimenti negli Stati Uniti, in una insolita pretesa di “importare capitali” da parte dell’imperialismo dominante.
A promuovere la causa erano state soprattutto le imprese Usa, sostenute da ben 12 stati (Arizona, Colorado, Connecticut, Delaware, Illinois, Maine, Minnesota, Nevada, New Mexico, New York, Oregon e Vermont) che avevano denunciato questi dazi per “motivi di sicurezza nazionale” come fattori di incertezza economica.
Ora si pone la questione – potenzialmente devastante – dei rimborsi che potrebbero venir richiesti dagli importatori statunitensi di merci straniere. “Gli Stati Uniti potrebbero essere tenuti a rimborsare miliardi di dollari agli importatori che hanno pagato i dazi IEEPA, anche se alcuni importatori potrebbero aver già trasferito i costi sui consumatori o su altri”, scrive Kavanaugh, uno dei tre giudici rimasti fedeli a Trump.
Nei fatti, i giudici, con la loro sentenza, non hanno ordinato all’amministrazione Trump di fornire rimborsi agli importatori per i dazi già pagati, né hanno specificato come dovrebbe funzionare la restituzione. Ciò lascia alla Corte di Commercio Internazionale degli Stati Uniti il compito di districare una serie complessa di questioni legali. Secondo la legge doganale, infatti, le richieste di rimborso per i dazi vengono solitamente gestite attraverso un tribunale specializzato con sede a New York e lavorate dall’Agenzia delle Dogane e della Protezione dei Confini degli Stati Uniti (CBP).
Una prima stima parla di forse 300 miliardi da sottrarre al bilancio federale, ma soprattutto si può aprire una stagione di cause e controricorsi che seminerebbe incertezza sistemica, perché bisognerà vedere caso per caso se le imprese “sovratassate” con i dazi hanno trasferito oppure no l’aumento ai consumatori finali tramite i prezzi. Le associazioni di categoria stanno già sollecitando l’amministrazione Trump a emettere rapidamente i rimborsi.
Non è una buona notizia, anche perché proprio ieri sono stati diffusi i dati sulla crescita del Pil nell’ultimo trimestre del 2025 – più bassa delle attese – e quelli dell’inflazione (di nuovo verso l’alto). Il giorno prima si era visto che anche il deficit commerciale – il rapporto tra importazioni ed esportazioni, il più sensibile ai dazi – è addirittura peggiorato invece di migliorare (come nelle promesse).
Soprattutto politicamente, però, è un colpo duro per la prassi trumpiana – procedere come se i “pesi e contrappesi” istituzionali non esistessero – che si somma ai molti problemi interni esplosi con la resistenza di Minneapolis, le elezioni perse a New York, Seattle e persino nel profondo Texas, da sempre repubblicano e forcaiolo, ma egualmente bisognoso di lavoratori immigrati a basso salario. Ossia quei “chicanos” inseguiti dall’ICE in ogni città...
Se gli Stati Uniti fossero una normale democrazia liberale in salute, si dovrebbe constatare che con questa sentenza le fondamenta dell’agenda economica dell’amministrazione – e indirettamente anche di quella geopolitica – sono improvvisamente venute meno. Trump non dovrebbe più avere a disposizione la pistola dei dazi per minacciare il resto del mondo come nell’ultimo anno, che aveva tra l’altro riacceso i timori sull’inflazione e che aveva un impatto sulle prospettive fiscali della nazione.
In teoria, insomma, si aprirebbe per lui una lunghissima stagione da “anatra zoppa” – quasi tre anni, fino alle prossime presidenziali – in cui ogni decisione rilevante, sia interna che internazionale, dovrebbe essere condizionata da una lunga dialettica tra i due partiti rappresentati al Congresso. Di fatto sarebbe la fine del trumpismo trionfante per come lo abbiamo conosciuto.
Ma non è facile credere che andrà così. E facciamo un esempio immediato.
Stabilito il principio che neanche Trump è onnipotente, e che i “pieni poteri” non se li può attribuire da solo a prescindere dalle necessità e dalle altre istituzioni, anche la sua disinvolta politica estera – di fatto una riedizione in salsa tecnologica della “politica delle cannoniere” – dovrebbe essere vincolata a voti parlamentari di assai dubbio esito e comunque a trattative in grado di stemperare gli aspetti più controversi.
Al momento, infatti, secondo le leggi americane, il presidente può decidere autonomamente “azioni militari” urgenti, ma non di aprire conflitti duraturi che comportano uno sforzo gravoso per tutto il paese. Ma l’annuncio di “nuovi dazi” fatto subito dopo la sentenza apre la strada ad un percorso invece avventuroso, pieno di scontri istituzionali duri tra potere esecutivo e tutti gli altri, al termine del quale gli Stati Uniti, se le loro contraddizioni interne non esploderanno arrivando a bloccare questa amministrazione “illimitabile”, saranno qualcosa che nessuno potrà definire “democrazia liberale”. Ma un mostro pericoloso e senza cervello. Un Frankenstein jr. che non fa ridere...
Temiamo che l’attacco all’Iran possa essere il test per stabilire se e fino a che punto la follia “Maga” potrà essere imbrigliata.
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Censura di guerra nel Labour, altra tegola per Starmer
Un’inchiesta pubblicata su Racket News dal giornalista investigativo Matt Taibbi ha rimesso in fila gli elementi di un sistema coordinato di sorveglianza e delegittimazione ai danni di reporter indipendenti, orchestrato da Labour Together, think tank molto vicino all’attuale primo ministro britannico.
Il gruppo avrebbe commissionato delle indagini sui giornalisti che hanno portato alla luce scandali legati al partito laburista e, se tutto venisse confermato, in queste operazioni sarebbero stati coinvolti anche APCO (una delle più grandi società di consulenza per pubbliche relazioni al mondo) e il National Cyber Security Centre (NCSC), l’autorità tecnica nazionale del Regno Unito per le minacce e la sicurezza informatiche.
La vicenda ha origine nel 2023 quando, sempre su Racket News, Taibbi e il ricercatore Paul Holden pubblicano quelli che erano chiamati gli “UK Files”. I documenti, ottenuti da fonti autorevoli tra i quali Al Jazeera, rivelavano l’esistenza di una rete di legami tra Labour Together e altre organizzazioni, tra cui il Center for Countering Digital Hate (CCDH).
Quest’ultimo, fondato da Imran Ahmed, è accusato di aver orchestrato campagne di censura contro le voci del partito non allineate alla dirigenza blairiana, e dunque in particolare contro l’ala che faceva riferimento a Jeremy Corbyn. L’inchiesta aveva spiegato come Labour Together utilizzasse una “disinformazione proattiva” per screditare gli oppositori politici.
Labour Together, all’epoca, non diede una smentita chiara nel merito, ma sotto la guida di Josh Simons – oggi parlamentare – diede avvio a una controffensiva attraverso APCO. Stando al contratto poi trapelato, la società di consulenza aveva anche il compito di creare di sana pianta delle “narrazioni” che potessero mettere in cattiva luce alcuni agguerriti giornalisti: Taibbi e Holden, ovviamente, ma anche Kit Klarenberg, Gabriel Pogrund ed Henry Dyer.
Secondo alcune fonti, i rapporti di APCO sarebbero poi finiti al NCSC, con le inchieste dei giornalisti che venivano etichettate come il risultato di “informazioni ottenute tramite hackeraggio”, o presumibilmente fornite da “potenze ostili” come Russia e Cina. In questo modo, le indagini sulla guerra interna al Labour Party, scatenata contro l’ala più vicina alle esigenze dei lavoratori e fermamente antisionista, sarebbero state considerate come “minacce alla sicurezza nazionale”.
Un ottimo esempio di come la propaganda di guerra viene usata per gestire il “fronte interno” da parte di governi che sono ormai imbarcati in maniera evidente in una guerra contro il mondo. Tutto ciò che mette in discussione le politiche belliciste e antipopolari sul lato interno viene messo sotto l’ombrello di operazioni di potenze straniere, mentre invece sono il sintomo dello svilimento verso politiche repressive e autoritarie.
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Argentina - Milei scatena la “motosega” contro i diritti dei lavoratori
Le parole di Gago sono una chiave di lettura precisa, e soprattutto necessaria: perché la legge sul lavoro non è un provvedimento isolato, non è un “aggiustamento” tecnico, non è una riforma neutra. È un pezzo di un’operazione più ampia, una strategia complessiva di governo che combina precarizzazione, estrattivismo e repressione, cucendo insieme l’agenda economica con un dispositivo disciplinare. E non è un caso che la sua approvazione al Senato sia avvenuta nella stessa notte in cui, fuori dal Parlamento, lo Stato argentino ha messo in scena un’azione repressiva di proporzioni enormi.
Tra l’11 e il 12 febbraio, mentre in aula si consumava una maratona parlamentare di oltre tredici ore, nelle strade intorno al Congresso si combatteva un’altra battaglia: quella della piazza contro la motosega sociale. Le colonne di sindacati, organizzazioni territoriali, studenti e movimenti hanno circondato il Parlamento per denunciare ciò che la legge sul lavoro rappresenta davvero: un attacco frontale alle conquiste storiche della classe lavoratrice argentina. La risposta è stata quella che questo governo ha scelto come linguaggio strutturale: violenza, militarizzazione, caccia.
La polizia federale ha caricato con lacrimogeni, proiettili di gomma, moto lanciate a tutta velocità sulla folla, corridoi di manganelli, inseguimenti, accerchiamenti. Una repressione organizzata e non improvvisata, costruita come parte della scena politica: blindare il voto, impedire che la protesta cresca, produrre paura. Il bilancio è pesantissimo: oltre 300 persone ferite e almeno 30 arrestate. Non si tratta di un “eccesso” di qualche reparto. È l’applicazione coerente di una dottrina: per Milei la violenza non è un effetto collaterale, è un’infrastruttura. La motosega non taglia soltanto bilanci e diritti: taglia anche i corpi.
Secondo l’attivista e sociologa Luci Cavallero: “Molte persone si sono mobilitate contro la riforma del lavoro chiamata, in modo ingannevole, “legge di modernizzazione del lavoro”, perché implica un arretramento storico di quasi cento anni nei diritti del lavoro conquistati dalla classe lavoratrice argentina. Per fare alcuni esempi: significa la fine dei contratti collettivi di lavoro. Significa la possibilità che la parte datoriale frammenti le indennità, che sottragga una parte del salario in caso di congedo per malattia, che si estenda la giornata lavorativa oltre le otto ore. L’arretramento è infinito ed è un attacco alle condizioni generali di vita dell’intera classe lavoratrice mondiale, perché riteniamo che questa riforma si voglia far passare in Argentina come un esperimento, come un laboratorio di ciò che poi si vorrà fare in altre parti del mondo. Per questo ci mobilitiamo: i sindacati, ma anche le organizzazioni femministe, transfemministe, ambientaliste, con lo slogan “abbasso le riforme”, perché non si tratta soltanto di una riforma del lavoro, ma si vuole far passare anche una riforma della Legge sui Ghiacciai e un abbassamento dell’età di imputabilità penale degli adolescenti. Noi ci stiamo mobilitando con lo slogan: “unire le lotte nel compito””.
Questa repressione, infatti, non è separabile dal contenuto della legge sul lavoro. È la sua premessa materiale. Perché quando un governo non riesce a costruire consenso sociale attorno a ciò che sta facendo, deve costruire disciplina. Quando non riesce a convincere, deve imporre. E quando ciò che propone è una vendetta contro le lotte operaie, allora la vendetta deve essere difesa con la forza.
La legge sul lavoro approvata in Senato è il tentativo più avanzato di Milei di riscrivere i rapporti di forza tra capitale e lavoro. È il passaggio dal discorso alla struttura: dalla propaganda della “libertà” alla normalizzazione del ricatto. E avviene in un momento politicamente preciso: dopo le elezioni di ottobre e la nuova composizione parlamentare, il governo prova a usare fino in fondo i numeri e le alleanze costruite con settori dell’opposizione, con blocchi provinciali e con quelle parti del sistema politico che hanno scelto di diventare la stampella “istituzionale” del progetto mileista.
Non è un caso che il governo abbia parlato di “cambio storico” e di “fine dell’industria del giudizio”. Il suo obiettivo non è ridurre i conflitti: è ridurre la possibilità di farli esplodere. Non vuole meno contenziosi perché vuole più giustizia: li vuole ridurre perché vuole un lavoro più docile, più ricattabile, più individualizzato. E il punto più profondo è proprio questo: la legge non si limita a precarizzare. Cerca di costruire un modello in cui il conflitto collettivo diventa impossibile, e dove ogni rapporto di lavoro si trasforma in un contratto privato tra una persona sola e un’impresa armata di potere economico.
È qui che la lettura di Gago torna decisiva, e va ripresa fino in fondo: “Se questa legge venisse approvata, sarebbe una vittoria impressionante del governo: della sua capacità di articolare e dirigere altre forze politiche, di negoziare con le burocrazie sindacali e di stabilire un modello per cui ormai la parola “precarietà” non basta più a descrivere ciò che si sta modificando. Oltre a questioni molto concrete – come il fatto che i salari possano essere pagati attraverso fintech, cioè tramite piattaforme finanziarie – c’è una serie di misure che sono davvero una vendetta contro la storia delle lotte operaie in questo paese, una vendetta contro chi svolge compiti di cura, una vendetta contro le forme con cui in Argentina si è lottato storicamente per il riconoscimento, per esempio, delle economie popolari”.
In questa frase c’è tutto: la legge sul lavoro come vittoria politica, non solo economica. Come prova di forza, non come provvedimento. Come dispositivo di governo, non come “riforma”.
Perché dentro questa legge c’è un attacco sistematico alle tutele che, per decenni, hanno funzionato come argine minimo contro l’arbitrio padronale: ferie, congedi, indennità, contrattazione collettiva, diritto di sciopero, possibilità di organizzarsi in fabbrica e nei luoghi di lavoro. La legge spinge verso un modello in cui gli accordi aziendali e perfino quelli individuali possono prevalere sui contratti collettivi nazionali, anche se peggiorativi. Significa aprire la porta a una pratica già nota: chiamare le persone una per una, far firmare, imporre condizioni. Legalizzare il ricatto e trasformarlo in normalità.
Questa legge può diventare realtà grazie al risultato elettorale dell’ottobre passato? Per Luci Cavallero: “Si è creata una combinazione di diversi elementi. Da un lato, è innegabile la legittimità – seppur scarsa – che conferisce il risultato elettorale dell’anno scorso. Il tentativo di portare avanti queste riforme durante l’estate argentina è un altro elemento da considerare. È importante capire che loro vogliono portare avanti una riforma che cambia i rapporti di lavoro in Argentina quasi senza dibattito, in sessioni straordinarie e presentando il testo definitivo del progetto a pochi minuti dalla votazione. L’altro elemento centrale oggi è la scarsa capacità di opposizione delle centrali sindacali, che in molti casi si vedono costrette – sotto pressione delle basi – a scegliere pratiche di lotta; ma la loro debolezza fa sì che, di fatto, la legge sia avanzata, insieme all’esaurimento dopo anni di mobilitazioni nelle strade”.
Allo stesso tempo, la fine dell’ultra attività dei contratti collettivi – cioè il principio per cui un contratto continua a valere finché non se ne negozia uno nuovo – mette i sindacati in una condizione strutturale di debolezza: se non rinegozi in tempi stretti, perdi. Se non accetti, il pavimento si sgretola. È un modo per trasformare ogni rinnovo contrattuale in una guerra di logoramento, dove la forza non sta nella mobilitazione ma nella capacità di resistere al ricatto del tempo.
Poi c’è la questione dell’orario: il “banco ore”, che sposta l’asse dallo straordinario pagato allo straordinario “accumulato”, compensato in futuro, gestibile e negoziabile in modo asimmetrico. Anche qui, la parola “flessibilità” serve a mascherare un fatto semplice: il tempo di vita viene risucchiato nel tempo produttivo, e restituito solo quando conviene al comando. In un contesto di precarietà generalizzata, non è uno strumento di libertà: è una trappola.
E c’è un elemento che dice molto della fase: il pagamento dei salari attraverso fintech, piattaforme finanziarie. Non è un dettaglio tecnico. È un salto di paradigma. Significa inserire ancora più profondamente la vita di chi lavora dentro la finanziarizzazione, dentro l’estrazione di valore attraverso il debito, le commissioni, l’intermediazione digitale. È l’idea che il salario non sia più un diritto ma un flusso da catturare, da monetizzare, da mettere a profitto. E qui la “motosega” non taglia soltanto diritti: apre un canale di estrazione finanziaria permanente.
Ma soprattutto: la legge sul lavoro non può essere letta da sola. È parte di quel complesso di tre riforme che Gago descrive con lucidità: precarizzazione, estrattivismo, repressione. Da una parte la legge sul lavoro, che abbassa le tutele e spezza la forza collettiva. Dall’altra la riforma della Legge sui Ghiacciai, che serve a liberare il campo per l’estrattivismo minerario in più province: un saccheggio ambientale presentato come “sviluppo”, e usato come moneta di scambio per raccogliere voti territoriali. E infine l’abbassamento dell’età di imputabilità a 14 anni: la demagogia punitiva come strumento per governare la povertà e la crisi sociale prodotta dallo stesso programma economico.
Il governo Milei costruisce così un modello coerente: toglie diritti nel lavoro, apre territori all’estrazione, e prepara la repressione per gestire l’esplosione sociale. È un progetto che non promette benessere, promette disciplina. Non promette futuro, promette obbedienza. Non promette lavoro, promette sopravvivenza.
Per questo il passaggio alla Camera dei Deputati, previsto tra circa quindici giorni e con una data già al centro della mobilitazione – il 25 febbraio – non è un voto qualunque. È uno snodo. Se la legge venisse approvata definitivamente, sarebbe un trionfo politico del governo, la dimostrazione che Milei non solo può tagliare, ma può farlo costruendo maggioranze, articolando altre forze politiche, piegando il Parlamento, negoziando con settori delle burocrazie sindacali, e soprattutto imponendo un modello sociale dove la precarietà non è più una condizione: è un destino.
Ed è qui che si capisce perché la piazza è stata repressa con quella ferocia. Perché chi governa sa benissimo che questa legge sul lavoro non passa “per consenso”: passa perché viene protetta. Passa perché viene imposta. Passa perché la motosega sociale deve tagliare prima che la società trovi il modo di fermarla.
Oggi in Argentina c’è agitazione e mobilitazione. Non per una generica opposizione morale, ma perché la posta in gioco è concreta: ferie, congedi, indennità, sciopero, contratti, vita quotidiana. È la possibilità stessa di resistere. È la possibilità stessa di vivere.
E allora la domanda non è se la legge sul lavoro sia “moderna” o “antica”. La domanda è: a chi serve. E la risposta è già scritta nella notte del Senato e nel gas fuori dal Congresso. Serve a chi vuole un’Argentina dove il lavoro non sia più un terreno di diritti e conflitto, ma un terreno di comando. Serve a chi vuole cancellare la storia delle lotte operaie. Serve a chi vuole vendetta contro chi cura, contro chi si organizza, contro chi sopravvive nelle economie popolari. Serve a chi vuole un paese in cui la violenza diventa politica ordinaria.
La motosega sociale è questa: una legge sul lavoro scritta contro chi lavora, difesa con la polizia, scambiata con l’estrattivismo, e accompagnata dalla demagogia punitiva. Un progetto distruttivo, totale. E proprio per questo, un progetto che può essere fermato solo da ciò che Milei teme davvero: la forza collettiva, organizzata, determinata, capace di trasformare la piazza in un veto sociale.
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