Presentazione


Analisi, opinioni, fatti e (più di rado) arte da una prospettiva di classe.

30/07/2026

Fascismo digitale, stadio superiore del capitalismo

Quando Vladimir Lenin scrisse sull’imperialismo e lo classificò come lo stadio più elevato del capitalismo, stava identificando il momento in cui il capitale era passato dallo spazio della libera concorrenza al mondo del monopolio, dove le banche si erano fuse con l’industria, lo Stato si era trasformato in uno strumento diretto al servizio del capitale finanziario e il mondo era stato ridiviso con la forza tra i grandi blocchi monopolistici.

Oggi, a più di un secolo di distanza, ci troviamo di fronte a una trasformazione simile nell’essenza, ma diversa negli strumenti: il fascismo digitale rappresenta lo stadio in cui il capitalismo monopolistico supera i limiti dell’imperialismo classico, invadendo lo spazio della coscienza, del comportamento e dei dati, attraverso una fusione organica tra il capitale tecnologico monopolistico e il potere politico nazionalista estremista.

Questa fusione trova oggi la sua espressione più vivida nel progetto trumpiano, nelle sue alleanze e nelle sue guerre aggressive.

Aziende digitali e tecnologiche ben note per le loro strette relazioni con le forze armate israeliane e i sistemi di deportazione forzata negli Stati Uniti, tra cui Palantir, costituiscono un modello rivelatore di questo stadio.

Tuttavia, la questione va oltre una singola azienda. Il punto centrale risiede nel fatto che il capitale digitale monopolistico, avendo esaurito le possibilità di espansione solo attraverso i mercati di consumo, oggi si sta orientando a trasformare i propri strumenti in armi e a impiegarli in un progetto politico nazionalista aggressivo che riproduce la logica della dominazione coloniale, questa volta sostenuta dal linguaggio degli algoritmi.

Dal monopolio del denaro al dominio degli algoritmi

All’epoca di Lenin, il monopolio si basava sul controllo dei mezzi di produzione industriale e dei mercati finanziari. Oggi, a ciò si aggiunge il controllo dell’infrastruttura digitale stessa: algoritmi, banche dati, sistemi di segmentazione e piattaforme di comunicazione.

Questo nuovo monopolio non è meno centrale del suo predecessore finanziario e, anzi, lo supera nella sua capacità di infiltrarsi nei minimi dettagli della vita quotidiana. Oggi, ogni utente, uomo o donna, si trasforma in un servo digitale all’interno di sistemi di cui non è proprietario e sui quali non ha alcuna reale capacità di influenza.

A differenza del monopolio finanziario classico analizzato da Lenin, il monopolio digitale non si accontenta dello sfruttamento economico silenzioso. Avanza rapidamente verso uno stadio in cui le principali aziende monopolistiche dichiarano il loro progetto ideologico e politico con crescente franchezza, abbandonando la maschera della neutralità tecnica dietro cui si sono nascoste per così tanto tempo.

Dichiarazioni filosofiche e politiche emesse dai vertici di queste aziende inquadrano l’investimento in strumenti di segmentazione e sorveglianza come un dovere morale verso la nazione e la civiltà, e dipingono il rifiuto di partecipare a questo progetto come un fallimento o una negligenza.

Fascismo digitale: l’alleanza della Silicon Valley con lo Stato-nazione aggressivo

Questa alleanza trova la sua traduzione più chiara nel secondo governo Trump. Il movimento dell’accelerazionismo tecnologico, con le sue figure influenti nella Silicon Valley, fornisce a questo governo gli strumenti digitali per trasformare la sua retorica nazionalista aggressiva in controllo effettivo, all’interno attraverso la deportazione forzata dei migranti e all’esterno attraverso sistemi di segmentazione che supportano campagne militari.

Il Venezuela si distingue come un modello rivelatore di questa dimensione, poiché Washington, dalla metà del 2025, ha fatto affidamento su sistemi avanzati di sorveglianza digitale e intelligence per tracciare i movimenti e identificare bersagli, il che ha portato a attacchi aerei e navali e a un’ampia operazione militare all’inizio di gennaio 2026, culminata nel criminale sequestro del presidente venezuelano, in flagrante violazione del diritto internazionale.

Questa aggressione non è nemmeno separata dal brutale blocco imposto a Cuba per oltre sei decenni.

Quanto al partenariato tra Washington e Tel Aviv, si tratta di una profonda partnership tecnica che fornisce a Israele dati e sistemi di puntamento basati sull’intelligenza artificiale, il che rende gli Stati Uniti e le principali aziende digitali partner effettivi in crimini di guerra documentati contro i civili palestinesi, mentre Trump lavora per approfondire questa alleanza attraverso contratti massicci di sicurezza e militari che garantiscono a queste aziende un’influenza crescente nella formulazione delle politiche.

A differenza del fascismo tradizionale, che necessitava di uno Stato poliziesco visibile e di un discorso propagandistico fragoroso, uccidere oggi non richiede una decisione umana responsabile né una dichiarazione di guerra; richiede invece un algoritmo, dati e un via libera da un dispositivo che non è soggetto ad alcun rendiconto.

Il crimine inizia con la classificazione, non con la bomba, e quando intere comunità vengono descritte come una minaccia attraverso criteri digitali silenziosi, l’uccisione di civili si trasforma in mera “gestione della sicurezza”, e non in crimini genocidi che richiedono responsabilità, in una logica che riproduce il colonialismo classico ma nel linguaggio dei big data.

Tuttavia, il pericolo più grave risiede nella società della sorveglianza, dove il controllo diventa più interno che esterno. Quando un individuo sa di essere costantemente sorvegliato, si autocensura e si allontana da idee contrarie, e questa autovigilanza volontaria limita i movimenti della sinistra e sindacali dall’interno, senza bisogno di prigioni, diventando la forma più efficiente di dominazione ideologica e la più difficile da contrastare, poiché penetra nel tessuto della vita quotidiana e lo rimodella dall’interno.

L’alternativa: proprietà collettiva e socialismo digitale

Collegare l’imperialismo al fascismo digitale non è una metafora teorica, ma piuttosto una necessità analitica per comprendere che gli strumenti di dominazione si sono evoluti, mentre la loro essenza di classe è rimasta invariata. La lotta oggi non riguarda solo come la tecnologia viene utilizzata, ma piuttosto chi la possiede, chi ne determina gli obiettivi e a favore di quale classe sociale viene impiegata.

La tecnologia non diventerà uno strumento di liberazione finché rimarrà sotto il controllo di monopoli digitali alleati con i progetti dell’estrema destra, le guerre e la repressione.

Pertanto, qualsiasi discussione seria sul futuro della tecnologia deve partire dalla necessità di costruire un’alternativa socialista digitale basata sulla proprietà collettiva e comunitaria dell’infrastruttura digitale, e che sottoponga gli algoritmi e l’intelligenza artificiale a un autentico controllo democratico di massa, attraverso politiche locali e globali che esprimano gli interessi delle masse lavoratrici e delle comunità danneggiate dalla dominazione digitale.

La lotta per la giustizia sociale oggi passa inevitabilmente attraverso la lotta per liberare la tecnologia da questa coalizione di classe razzista, di destra e aggressiva.

Così come Lenin diagnosticò l’imperialismo come lo stadio più elevato del capitalismo ai suoi tempi, possiamo dire oggi che il fascismo digitale rappresenta lo stadio più elevato nello sviluppo di quello stesso imperialismo, in cui il capitale monopolistico digitale si fonde con il progetto nazionalista estremo in un’alleanza organica, il cui obiettivo è concentrare potere, ricchezza, coscienza e destino umano nelle mani di una piccola minoranza di ricchi e politici.

Per affrontare questa realtà, la critica e l’analisi non sono sufficienti; dobbiamo invece avanzare nella costruzione di un lavoro internazionalista congiunto attraverso internazionali digitali di sinistra in grado di condurre la lotta nello spazio tecnologico e nella pratica. Questo sarà il tema di un prossimo articolo.

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La Russia mette di nuovo sotto tiro Telegram

Nei giorni scorsi è stato reso noto che l’FSB, i servizi di sicurezza interni russi, hanno emesso un mandato di arresto nei confronti di Pavel Durov, fondatore e amministratore della celebre piattaforma di messaggistica istantanea Telegram, nato in Russia ma con cittadinanza francese ed emiratina.

Questo è solo l’ultimo avvenimento in una lunga storia che vede contrapposto lo stato russo alla figura di Durov, riparato in Francia nel 2014 dopo aver venduto le sue quote aziendali della compagnia che gestiva il social da lui creato in precedenza, VKontakte, un equivalente russo di facebook.

La sua decisione di abbandonare il paese fu causata, a suo dire, dal non voler sottostare alle pressioni governative per aumentare la sorveglianza sugli utenti della piattaforma.

Durov è accusato di favoreggiamento del terrorismo per non aver bandito dalla piattaforma le reti ucraine che aggregano sabotatori in territorio russo e che sarebbero state utilizzate per organizzare vari attacchi ad infrastrutture e persone nella federazione.

Telegram, tra l’altro, da alcuni mesi è già stato bloccato in Russia proprio per lo stesso motivo, ma milioni di utenti continuano ad utilizzare l’app attraverso servizi VPN e simili. Nonostante tutto, la piattaforma è anche molto utilizzata per diffondere contenuti di canali con posizioni vicine a quelle governative sulla guerra in Ucraina e altri temi.

Le autorità francesi hanno dichiarato in relazione alla vicenda che nessun cittadino verrà estradato verso altri paesi e che se la Russia si rivolgerà all’Interpol potrebbero considerare se fare degli accertamenti.

Se venisse processato in Russia, Durov potrebbe rischiare una condanna a 15 anni se non pene più severe.

È utile ricordare che nel 2024 anche la Francia aveva trattenuto in stato di fermo Durov per accertamenti legati ad accuse secondo cui la società non avrebbe acconsentito a collaborare con le autorità fornendo i dati richiesti per alcune inchieste della polizia.

Inoltre, anche le autorità ucraine avevano accusato la piattaforma di essere troppo tollerante nei confronti delle reti di arruolamento di sabotatori sul loro territorio.

Il rispetto della privacy degli utenti che, almeno in teoria, caratterizza Telegram quindi, starebbe rendendo la piattaforma invisa ad un certo numero di governi a livello internazionale. Del resto questo avviene in un momento in cui anche l’UE ha rilanciato il Chat Control, un’iniziativa che di fatto elimina ogni parvenza di privacy nelle piattaforme di messaggistica.

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La storia del Pendolino. Perché i NoTav hanno ragione

Quello che vedete nella foto è un Pendolino, un treno ad Alta Velocità nonché una delle più grandi intuizioni dell’ingegneria ferroviaria mondiale, nata in Italia alla fine degli anni ’60 ed esportata in tutto il mondo, ma progressivamente accantonata proprio nel nostro Paese a favore della costruzione delle linee ad Alta Velocità (AV) tradizionali. Si, avete capito bene, a favore di quelle linee già vecchie, dritte come rette, come quella che vorrebbero tracciare da trent’anni in Val di Susa.

Il progetto del Pendolino nacque alla fine degli anni ’60 nei laboratori della Fiat Ferroviaria di Savigliano (Cuneo). L’idea era rivoluzionaria: invece di spendere cifre astronomiche per spianare le montagne e raddrizzare i binari, l’ingegnere Paolo Camposano e il suo team decisero di progettare un treno in grado di adattarsi alle curve esistenti.

Il cuore della tecnologia era l’assetto variabile attivo. Il treno era dotato di giroscopi e accelerometri (i “pendoli” posizionati sui carrelli) che rilevavano l’ingresso in curva. Il sistema idraulico inclinava la cassa del treno verso l’interno della curva fino a 8-10 gradi. Questo permetteva di neutralizzare la forza centrifuga per i passeggeri, consentendo al treno di affrontare le curve delle linee storiche con velocità superiori del 25% e fino al 35% rispetto ai convogli normali.

Dopo i primi prototipi (l’Y 0160 e l’ETR 401), il successo commerciale arrivò nel 1988 con l’ETR 450, che abbatté i tempi di percorrenza sulla tortuosa tratta Roma-Milano.

Il treno poteva affrontare curve strette, viaggiare sulla soglia dei 250 km/h, adattandosi alla morfologia di un paese come l’Italia, attraversato da due importanti catene montuose come gli Appennini e le Alpi.

Non è un caso che il brevetto Fiat divenne un successo da esportazione straordinario: venne acquistato e adottato in Germania, Regno Unito, Finlandia, Portogallo, Spagna, Repubblica Ceca, Slovenia e persino in Cina. Nella vicina Svizzera, paese montuoso e tortuoso, il Nuovo Pendolino è oggi utilizzato tanto per la circolazione interna quanto per quella transfrontaliera.

In Italia, invece, il progetto ha avuto tutt’altra storia. Nonostante il successo, infatti, a partire dagli anni ’90 le Ferrovie dello Stato (FS) e le scelte politiche dei Governi dell’epoca hanno progressivamente ridotto gli investimenti sulla tecnologia a pendolamento attivo, preferendo i treni a cassa fissa (come i Frecciarossa ETR 500 e successivi ETR 1000).

La spinta principale a questo cambio di paradigma veniva da Confindustria, in cui la stessa Fiat aveva un peso enorme, che riteneva più profittevole costruire una nuova rete di binari completamente dedicati, rettilinei e separati dal traffico locale, per viaggiare a 300 km/h. Mentre il Pendolino poteva benissimo viaggiare a 200-250 km/h sulle vecchie linee, adattandosi alle curve, l’infrastruttura AV richiedeva di bucare le montagne e spianare il resto pur di adattare il territorio a un treno in grado di viaggiare solo su rettilineo.

Con la decisione di investire miliardi nella costruzione dell’infrastruttura AV, il Pendolino perse così la sua funzione primaria sulle rotte principali e, invece di essere sviluppato per la circolazione intercity e regionale, venne progressivamente abbandonato.

Ora, immaginate di vivere in una Valle bellissima e antica, piena di storia e di natura, e immaginate che un giorno, sotto la spinta di grandi capitali, di Confindustria, Webuild etc., politici nazionali e giornalisti profumatamente pagati vi vengano a dire che occorre fare un buco di 57km dentro la montagna, che ha un manto vivo e rigoglioso, ma un cuore tossico di uranio e di amianto, per farci passare dentro una ferrovia dritta come una retta per un treno ad Alta Velocità tradizionale.

Un treno che porterà devastazione nella vostra valle, già piena di disoccupazione e problemi sociali, ma che porterà decine di miliardi di euro di prodotti nelle tasche degli azionisti delle principali imprese di costruzione europee.

Immaginate di conoscere la storia del Pendolino, di sapere che l’attuale linea Torino Lione è sottoutilizzata e basterebbe ammodernare quella per aumentare un eventuale maggiore carico di merci e passeggeri.

Immaginate di iniziare una protesta pacifica (siamo nei primi anni ’90), a cui progressivamente tutti gli abitanti, amministratori compresi, si uniscono.

E immaginate che, per tutta risposta, la vostra valle si riempia di camionette, elicotteri, droni, militari, venga occupata militarmente come oggi vengono occupati militarmente i villaggi palestinesi in Cisgiordania.

Voi cosa fareste?

Sabato scorso al corteo che OGNI ANNO i valligiani organizzano a luglio, c’erano 20mila persone. Che hanno marciato, riso, urlato la loro indignazione e bloccato, come ogni anno, i lavori di quei cantieri mortiferi. Tra loro, ovviamente, c’eravamo anche noi, con le nostre case del popolo e i nostri coordinatori locali, a partire da Nicoletta Dosio.

Quest’anno la destra ha avuto persino il coraggio di accusare il corteo di devastazione. E la finta opposizione, persino quella di Avs e dei Cinque Stelle, a rimorchio, divide i manifestanti tra “violenti” e “pacifici”.

La stessa classe dirigente che ha abbandonato uno dei progetti migliori e piú avanguardistici prodotti nell’ambito dei trasporti in Italia, la stessa che ha puntato tutto sugli idrocarburi mentre mezza Europa brucia e che non spende un euro nella cura del territorio e delle infrastrutture utili, accusa noi di essere contro il progresso e il futuro per puro amore della violenza.

Quando ascoltate il Tg1 o leggete il Corriere, la Stampa o Repubblica, pensate intensamente a questa storia. Pensate intensamente a cosa potrebbe essere il nostro meraviglioso paese se ci liberassimo da questa classe politico-imprenditoriale che zavorra il nostro futuro.

E i giovani No Tav della Valsusa, che vi dipingono come dei mostri, prenderanno la forma di un treno avanguardistico di nome Pendolino che curva rapido in velocità, sotto una montagna, come un enorme sorriso.

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Ucraina e Iran, verso un unico grande fronte di guerra?

Era solo questione di tempo

Prima o dopo doveva succedere, anche perché le rispettive posizioni, con l’andare del tempo, si sono estremizzate fino a diventare di un’ostilità che rasenta l’odio. E proprio in questo senso si sta sviluppando il tormentato rapporto tra Ucraina e Iran, dopo che Kiev, rompendo le residue ipocrisie, ha preso a bersaglio una nave del nemico, colpendola addirittura nel lontano Mar Caspio. L’ha fatto non tanto e non solo per ragioni tattiche, legate al commercio (di armi, dicono a Kiev) con la Russia, ma piuttosto per motivazioni strategiche: allargare il conflitto. Una mossa che vuol dire, per l’Ucraina, firmare una sorta di assicurazione sulla vita. Una guerra allargata, che dichiari ufficialmente la Russia nemico sul campo di Stati Uniti ed Europa, è la soluzione ideale per salvare l’integrità della loro patria. La Terza guerra mondiale? Nel circolo di Zelensky risponderebbero come si leggeva su certi muri sventrati, dopo Caporetto: “O il Piave o tutti accoppati”. Che, adeguato alle circostanze, potrebbe tradursi con “O si salva l’Ucraina o si crepa tutti”. Seppelliti sotto una piccola parte delle sue 5.600 testate nucleari, cominciando da quelle tattiche, “di teatro”, con un raggio d’azione limitato, che devasterebbero i campi di battaglia dell’Europa centrale, a cominciare da Polonia e Germania.

Il blitz di Kiev

“L’attacco ucraino a una nave iraniana potrebbe avvicinare ulteriormente le due guerre”, titola il New York Times, dedicando all’evento un report che ne sottolinea la portata strategica. Innanzitutto, il fatto che l’attacco sia avvenuto nel Caspio, cioè in una regione abbastanza lontana dai campi di battaglia. È stata, secondo il Times, la dimostrazione di come sia cambiata la filosofia operativa delle forze armate ucraine, che adesso progettano quotidianamente assalti in profondità nel territorio russo. Ma, naturalmente, la riflessione più importante va riservata alla scelta del bersaglio. Colpire apertamente una nave commerciale di un Paese non belligerante, tra l’altro in una zona non sottoposta alle leggi di guerra, è stata da parte ucraina una scelta che potrebbe avere pesanti conseguenze “a cascata”. Prima di tutto, sottolinea il New York Times, “l’attacco ha messo in evidenza i legami tra le guerre che i due Paesi stanno combattendo, aumentando la tensione tra di loro e il rischio di uno scontro più diretto. L’Ucraina, dal canto suo, ha affermato che la nave trasportava equipaggiamento militare tra l’Iran e la Russia. Le autorità iraniane hanno invece dichiarato che si trattava di una nave mercantile e hanno accusato l’Ucraina di aver ucciso un marinaio durante l’attacco. Funzionari iraniani – prosegue il Times – hanno minacciato ritorsioni in una serie di dichiarazioni e commenti sui media. Il Ministro degli Esteri ucraino, ha replicato duramente, affermando che l’Iran ‘non ha alcun diritto di fingere di essere una vittima’ visto il suo sostegno militare alla Russia nella guerra contro l’Ucraina. Il Ministro degli Esteri iraniano, ha collegato direttamente l’attacco alla nave al conflitto in Medio Oriente, definendolo ‘una palese violazione della Carta delle Nazioni Unite’ e affermando che era stato ‘condotto su istigazione di Israele per trascinare l’Europa nella sua guerra’. Araghchi ha aggiunto di aver parlato sia con il massimo diplomatico dell’Unione Europea che con il Ministro degli Esteri russo, per chiarire che l’attacco non può rimanere senza risposta”.

L’intesa Mosca-Teheran

L’Iran ha sviluppato, già da molti anni, una tecnologia avanzata per la costruzione di droni d’attacco che hanno la caratteristica di essere letali e di potere essere prodotti a prezzi competitivi. Secondo gli esperti di difesa, hanno cominciato a rifornire gli arsenali russi già prima dell’invasione dell’Ucraina, aumentando successivamente la fornitura di vettori di tipo “Shahed”. I tecnici della teocrazia sciita, inoltre, sono stati in grado di produrre ed esportare in Russia missili balistici a corto e medio raggio, largamente usati dalle truppe di Putin nelle prime fasi del conflitto. Inoltre, più volte, il governo di Kiev ha accusato il regime degli ayatollah di avere spedito nelle retrovie del fronte ucraino diversi specialisti, istruttori per il lancio di missili e droni. Le accuse sono state respinte da Teheran. “L’uso diffuso dei droni – afferma il Times – in particolare quelli relativamente economici forniti dall’Iran, ha trasformato la guerra in Ucraina e, più in generale, ha cambiato il modo in cui i pianificatori militari valutano le esigenze degli eserciti moderni. Ha costretto l’Ucraina a sviluppare tecnologie antidrone che, secondo gli analisti, ora rivaleggiano con i sistemi di difesa aerea convenzionali”.

Ucraina superpotenza europea

Si fa di necessità virtù. Un principio che calza a pennello per le forze armate di Kiev che, da un lato sono sottoposte a una pressione formidabile da parte della Russia, ma dall’altro godono della solidarietà (concreta) di tutto l’Occidente. Da questo ossimoro bellico nasce quello che oggi, probabilmente, è l’esercito più forte d’Europa. Esperienza, spirito di adattamento, amor patrio e, soprattutto, soldi. Tanti soldi, una montagna di risorse destinate ad acquistare le armi tecnologicamente più avanzate. Comprate, ovviamente, dall’Occidente. Che le testa, le mette in vetrina e poi le vende al resto del pianeta. Ma a Kiev sono maestri di emulazione. “Quattro anni dopo che la Russia ha scatenato quei droni iraniani contro l’Ucraina – scrive il New York Times – Kiev ha ora portato in Medio Oriente la sua esperienza, faticosamente acquisita, nel contrastarli. Dopo che gli Stati Uniti e Israele hanno iniziato la loro guerra contro l’Iran alla fine di febbraio, l’esercito iraniano ha lanciato ondate di droni contro obiettivi militari statunitensi nei Paesi del Golfo. L’Ucraina ha visto in questo un’opportunità per mostrare ed esportare i suoi sistemi anti-drone a basso costo. A marzo, il Presidente ucraino Volodymyr Zelensky ha dichiarato che oltre 200 esperti militari ucraini erano stati inviati in Medio Oriente, per aiutare a difendere gli alleati dai droni iraniani. ‘Non vogliamo che questo terrorismo del regime iraniano contro i suoi vicini abbia successo’, ha affermato durante un discorso al Parlamento britannico. L’Ucraina ha inoltre siglato accordi di difesa, con Arabia Saudita, Qatar ed Emirati Arabi Uniti, incentrati sul contrasto alle minacce missilistiche e dei droni iraniani”.

“Sabato – conclude il Times – Zelensky ha affermato che i Servizi segreti ucraini hanno raccolto prove del fatto che la Russia sta fornendo all’Iran sorveglianza satellitare degli Stati del Golfo e delle basi militari statunitensi nella regione, aiutando Teheran a pianificare ed eseguire attacchi. Ha aggiunto che l’Ucraina condividerà queste informazioni con i suoi alleati occidentali”. Bene. Il gioco è scoperto e pure pericoloso. Non vorremmo che, mettendosi contro l’Iran, Zelensky avesse sbagliato tutti i suoi calcoli.

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La guerra aperta di Israele contro la giustizia internazionale

Non ci vuole molto per capire chi ha destituito il procuratore della Corte penale internazionale Karim Khan. Dopo aver emesso mandati di arresto contro il Primo Ministro israeliano Benjamin Netanyahu e il suo ex Ministro della Difesa Yoav Gallant per il loro ruolo nel genocidio di Gaza, è stata dichiarata guerra a Karim Khan.

Questa guerra è culminata in una clamorosa vittoria israeliana sul diritto internazionale, distruggendo brutalmente l’eredità di una delle menti giuridiche più rinomate al mondo e lasciandolo per sempre disonorato da accuse di cattiva condotta sessuale e di una relazione con una collaboratrice subalterna.

Tale è Israele nelle sue battaglie immorali, dove non solo si toglie i guanti, ma abbandona anche ogni pretesa di onore. L’onore non trova posto nella sua inimicizia, nemmeno nelle sue amicizie.

Da quando la Corte ha emesso quei mandati, Israele ha condotto una feroce campagna contro l’avvocato britannico. Ma due settimane prima di quella campagna e prima della fuga di notizie sulle molestie che ha portato al licenziamento del procuratore, l’avvocato israelo-britannico Nicholas Kaufman incontrò Karim Khan, offrendogli, come disse lui stesso, “un modo per scendere dall’albero”.

Khan rivelò all’epoca, come riportato da Middle East Eye, di aver ricevuto un avvertimento: “Se non ritira i mandati di arresto, la Corte penale internazionale verrà distrutta, e lui con essa”. Questo è accaduto l’altro ieri.

Quanto alla Corte stessa, sembra che l’amministrazione americana se ne occuperà, soprattutto perché la rimozione del procuratore non annulla i mandati di arresto. È questo che fa sì che la persecuzione di questa coppia fuorilegge – Washington e Tel Aviv – continui.

C’è una completa separazione tra Israele e la giustizia; sono opposti che non possono coesistere. La giustizia non accetta l’occupazione di un altro popolo, né accetta che una nazione domini o controlli un’altra, opprimendola e confiscandole i diritti e i sogni nazionali. Pertanto, Israele si è trovato in uno stato di perenne ostilità nei confronti della giustizia internazionale e dei suoi simboli.

Il giudice britannico Karim Khan, la cui nomina è stata revocata dai rappresentanti degli Stati membri della Corte penale internazionale, non è stato un caso isolato di Israele che ha preso di mira figure giuridiche internazionali.

Nel 2009, Israele ha lanciato un’ampia campagna politica e diplomatica contro il giudice ebreo sudafricano Richard Goldstone, incaricato all’epoca di indagare sulla guerra israeliana a Gaza. Il suo rapporto concludeva che Israele aveva fatto uso di forza eccessiva e aveva preso di mira i civili, commettendo crimini di guerra che avrebbero dovuto essere oggetto di indagine.

Sebbene il rapporto muovesse le stesse accuse contro delle fazioni palestinesi, Israele ha attaccato il giudice, esercitando su di lui una notevole pressione e mobilitando tutte le sue risorse, incluso il Congresso ebraico mondiale, per costringere Goldstone a ritrattare le sue conclusioni in un articolo scritto sotto costrizione e diffamatorio.

Anche Fatou Bensouda, ex procuratrice della Corte penale internazionale, è stata oggetto di una campagna altrettanto feroce per costringerla a chiudere l’indagine sui crimini di guerra israeliani contro i palestinesi. Fu inoltre intimidita dopo che degli sconosciuti si presentarono a casa sua all’Aia lasciandole una somma di denaro.

L’amministrazione Trump, durante il suo primo mandato, coinciso con quello di Bensouda, le impose dure sanzioni a causa delle indagini del tribunale. Queste sanzioni includevano il congelamento dei suoi conti bancari, la chiusura del suo mutuo, il congelamento del conto del figlio e l’avvio di operazioni di sorveglianza e monitoraggio nei confronti del marito.

Senza dimenticare quanto accaduto mesi prima alla procuratrice militare israeliana, Yifat Tomer-Yerushalmi, quando, sospettata di discostarsi dalla linea ufficiale, fece trapelare foto dal carcere di Sde Teiman, dove palestinesi venivano uccisi e violentati. Fu licenziata senza pietà.

Questa è la storia di Israele, in fatto di giustizia e verità. Si dice sempre che il criminale odia la luce; vuole commettere il suo crimine nell’oscurità, dove non può essere visto. Ma se qualcuno arriva a illuminare la scena del crimine, spara senza esitazione.

Questo è ciò che è accaduto a tutti coloro che hanno cercato giustizia e hanno osato far luce su crimini che non potevano più essere celati dal colabrodo dell’apparato di sicurezza, del Mossad, della corruzione e del ricatto.

Israele ha commesso un genocidio in pieno giorno e, pur non vergognandosi del crimine commesso, si vergogna di affrontarlo. Israele ha lanciato una feroce campagna contro un procuratore israeliano non per il crimine in sé, ma per aver rivelato e divulgato informazioni ai media.

L’ironia della giustizia è ulteriormente aggravata dai casi di Karim Khan ed Epstein, con ogni nuovo sviluppo. Solo dieci giorni fa, il vicepresidente degli Stati Uniti Jay D. Vance ha ammesso i legami di Epstein con i servizi segreti israeliani nel podcast “Joe Rogan Experience”.

Nonostante la natura atroce delle azioni di Epstein, la questione è stata insabbiata. Nessuno è stato perseguito, processato o nemmeno accusato di questi crimini contro l’umanità, i suoi valori e la sua morale. Nel frattempo, Karim Khan è sotto processo per aver avuto una relazione con una dipendente o stagista maggiorenne.

Ecco come si presenta la giustizia quando Israele assume una posizione di autorità e gli viene conferito il potere di minare le istituzioni internazionali. Il mondo rimane in silenzio di fronte all’enormità delle sue azioni, come se non avesse assistito a come Israele abbia portato l’intero pianeta sull’orlo del collasso incitando il presidente Trump a intraprendere una guerra sconsiderata e costosa per tutti contro l'Iran.

Questo è Israele: uno stato che non smette mai di diffondere il male. Se il mondo non lo ferma, ne subirà le conseguenze devastanti.

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La Tav è funzionale alla mobilità militare, non allo sviluppo del paese

Sulla Tav Torino Lione, no. Non chiamiamola alta velocità. L’alta velocità da Milano a Parigi c’è già, da un pezzo ed è una meraviglia.

6 ore di comodo viaggio a 45 euro. A settembre ci andiamo con tutta la famiglia. Potrebbe essere migliorata e incentivata ma c’è e passa su binari esistenti. Potrebbero migliorare i collegamenti anche regionali da Italia a Francia ma la linea c’è.

La Tav serve solo e unicamente alla Military mobility. Un piano europeo che esiste da anni ma ogni anno diventa sempre più insistente e minaccioso.

La commissione europea spinge per adeguare ogni infrastruttura logistica alla guerra, stanzia miliardi, una volta fatto tutto, la guerra può scoppiare.

Il Parlamento europeo voterà a breve, informatevi.

La Tav fa parte del Corridoio Mediterraneo, uno dei grandi assi di trasporto della rete europea TEN-T che collega la penisola iberica al confine tra Ungheria e Ucraina.

Far passare convogli fuori sagoma, militari, su gallerie dimensionate ai carri armati da ovest a est, verso l'Ucraina. A Pontedera, La Spezia, Genova, in ogni paese ci sono opere adeguamenti di porti, ferrovie, stazioni, binari, strade.

Migliaia, centinaia di altre opere, magari più piccole ma tutte per uno scopo: la guerra.

Emers è il tasto rosso, qualsiasi stato lo può premere e le nostre strade e ferrovie si riempiranno di eserciti in marcia. I lavoratori civili perderanno tutele e saranno considerati come militari.

Già tutto è in preparazione.

La Tav Torino Lione per motivi commerciali e civili non ha senso. Magari una volta, ma poi si è capito che è un danno e un costo sproporzionato rispetto al vantaggio. Ora serve solo per una cosa. La guerra.

Quando si parla di “guerriglia” o meglio sabotaggio, anche se violento, contro questa grande opera, scriviamo esattamente le cose come stanno.

La Tav non è un treno, non è freccia rossa o TGV.

La Tav è Military mobility, è guerra.

E se una volta l’anno, in pieno giorno, in un giorno stabilito, e conosciuto dalla polizia, avviene un sabotaggio... chiamiamolo per quello che è, sabotaggio della Military mobility. Può non piacere, (a me il fumo nero non piace) possiamo preferirei altri metodi, ma chiamiamolo con il suo nome.

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Traffico a Washington, vista su Hormuz

Quando Trump e Netanyahu si incontrano e addirittura si mostrano d’accordo la situazione diventa preoccupante per il resto del mondo. Se poi l’ora e mezza di chiacchierata a porte chiuse viene definita “buona e produttiva” da entrambe le parti – assegnando la diffusione del giudizio al solito Barak Ravid di Axios – qualcosa di pessimo sembra in via di maturazione.

Non sappiamo se la decisione iraniana di colpire una base statunitense in Giordania, ieri sera, sia stato un modo per far capire che anche Teheran è pronta a tutto, rompendo lo schema narrativo per cui sono gli Usa e Israele a dettare i tempi della guerra e delle incerte “trattative” che sembrano riaprirsi ad ogni “tregua”. Ma è certamente la prima volta che l’Iran assume l’iniziativa, sia pur limitata, proprio mentre l’aviazione statunitense – insieme a quella saudita – prendeva di mira le milizie sciite in Iraq.

Come si vede la guerra riguarda tutto il Medio Oriente, dal Libano al Golfo Persico, contrapponendo in ogni singolo Paese le parti più allineate con i soggetti determinanti (Usa/Israele e Iran) e sollecitando mosse anche relativamente “autonome”, ma sempre secondo uno schema tutto sommato “bipolare”.

Sta di fatto che Netanyahu era arrivato a Washington nel momento più basso della sua infame carriera genocida.

Praticamente nessun Paese del mondo vorrebbe averci pubblicamente a che fare se non ci fosse l’ombra del “Grande Protettore” americano. Ma anche quest’ultimo ha dovuto di recente marcare una qualche distanza con quel “pazzo fottuto” (Trump dixit) che ancora governa a Tel Aviv ma vede ormai vicine le elezioni che potrebbero segnare la sua fine (lo aspettano un paio di processi – per corruzione non per crimini di guerra, per carità... – e probabilmente la galera o l’esilio).

Il quadro interno all’entità sionista presenta problemi di iper-concorrenza, non certo di impostazione strategica. La gara è tra chi vuole massacrare di più (palestinesi, arabi, iraniani, ecc.), quasi senza voci contrarie. I rapporti con i vicini invece sono più problematici.

L’accordo sul programma nucleare saudita, concesso da Trump nella convinzione di legare così più strettamente la dinastia Saud agli interessi statunitensi, è invece una preoccupazione per chi – come Israele – ha fatto dell’esclusiva atomica (illegale, secondo tutti i trattati internazionali vigenti) l’asse portante della propria aggressività mirante alla “Grande Israele”.

In pratica, da Tel Aviv si vede crescere un pericoloso concorrente che potrebbe affiancare nel medio termine l’ostilità della Turchia dopo aver peraltro stretto un accordo di reciproca difesa col Pakistan, che l’atomica ce l’ha già ed anche i missili per usarla.

Tanto più se, contemporaneamente, i Paesi arabi del Golfo spalancano le porte alla proposta omanita (concordata con Teheran) di applicare in futuro una “tassa volontaria” per il passaggio delle navi nello Stretto di Hormuz.

Una bozza di intesa che promette all’Iran entrate finanziarie minori rispetto a quanto preteso nelle ultime settimane, ma in cambio del riconoscimento di fatto della doppia sovranità (Iran-Oman) sullo Stretto. Per quelle economie, d’altro canto, la chiusura di Hormuz rappresenta un disastro senza pari, cui bisogna metter fine il prima possibile, pagando il prezzo dovuto.

Entrare alla Casa Bianca con l’acqua alla gola ed uscirne – per quanto dalla porta di servizio, stesso trattamento offerto a Zelenskij – con la formale assicurazione di essere con Trump “sulla stessa linea per quanto riguarda l’Iran” è certamente una mezza vittoria per l’ex “testa di cuoio” da oltre venti anni al potere.

Mezza, però, e per un arco temporale non lunghissimo. La contestazione organizzata dai gruppi antisionisti durante la sua visita è stata tale da arrivare a sfiorare il corteo delle auto che lo portava alla Casa Bianca.

Un “ricordati che devi morire”, citando Massimo Troisi, che segnala quanto anche per l’America l’“amicizia ferrea” con Israele sia ormai più un problema che una risorsa.

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