Presentazione
Analisi, opinioni, fatti e (più di rado) arte da una prospettiva di classe.
22/10/2026
Mezzogiorno di fuoco, e il governo c’entra
Senza che i media diano troppo risalto al fenomeno e mentre il governo Meloni ha approvato i favolosi schemi di intesa definitiva e i relativi disegni di legge per le quattro Regioni del Nord che hanno richiesto l’autonomia, nel Meridione si manifestano numerosi segnali di rivolta sociale.
La protesta che attraversa il mondo agricolo e dell’autotrasporto nasce dalla profonda sproporzione tra i prezzi di vendita all’origine e il costo finale del cibo al consumo. Un agricoltore riceve per prodotti di base come grano, latte o ortofrutta compensi inferiori ai costi sostenuti per coltivarli o raccoglierli, mentre sugli scaffali della grande distribuzione i consumatori pagano tariffe moltiplicate di cinque o sei volte.
Le cause risiedono nei passaggi intermedi della filiera agroalimentare, dove intermediari, piattaforme logistiche e la Grande Distribuzione Organizzata (GDO) impongono prezzi d’acquisto al ribasso attraverso aste al doppio ribasso e contratti capestro, scaricando sugli agricoltori i rischi di impresa e l’inflazione energetica.
A questo scenario si intreccia la mobilitazione degli autotrasportatori, in particolare dei piccoli cottimisti e padroncini monoveicolo, strozzati dal recente impennarsi del prezzo del gasolio e dal taglio delle agevolazioni sulle accise. Per un piccolo operatore con pochi tir, un aumento continuo del carburante trasforma ogni viaggio in una perdita netta, non riuscendo a scaricare i maggiori costi sui committenti o sui colossi della logistica, che impongono tariffe fisse e rigide.
L’esplosione di questa crisi si avverte con particolare violenza al Sud Italia per ragioni strutturali, geografiche e industriali. Il Mezzogiorno sconta un isolamento infrastrutturale gravissimo, una dipendenza quasi totale dal trasporto su gomma e mercati agricoli storicamente soggetti a speculazioni sulle materie prime importate via mare.
Inoltre, nel Sud la vertenza si lega a stretto filo alla crisi dell’ex Ilva di Taranto. Le proteste degli operai e dell’indotto siderurgico, sommate ai blocchi degli autotrasportatori, hanno cinto d’assedio snodi nevralgici come la raffineria Eni di Taranto e le principali arterie stradali meridionali.
L’ex Ilva rappresenta non solo l’ennesimo dramma occupazionale e industriale senza soluzione, ma anche una tessera fondamentale dell’economia locale dove ditte di trasporto dell’indotto vantano crediti non saldati, unendo la rabbia siderurgica a quella della terra e dei trasporti. Ma la rabbia del Mezzogiorno affonda le sue radici in un quadro di sofferenza economica ancora più ampio ed articolato.
A minare la tenuta sociale del Meridione si aggiungono la drammatica desertificazione bancaria e la contrazione del credito alle piccole imprese, che privano gli imprenditori locali della liquidità necessaria per sopravvivere.
Parallelamente, il progressivo smantellamento delle misure di sostegno al reddito e la mancanza di investimenti nell’innovazione tecnologica e nella transizione ecologica generano un senso di abbandono da parte delle istituzioni.
La persistente disoccupazione giovanile e il conseguente spopolamento demografico impoveriscono il tessuto sociale, lasciando un territorio privo di forza lavoro qualificata e di prospettive.
A tutto ciò si somma la piaga del lavoro nero e del caporalato, che altera slealmente la concorrenza e schiaccia le aziende rispettose delle regole, e il divario nei servizi essenziali come sanità e trasporti locali.
Non è un caso allora che stiano scoppiando rivolte sociali, a cui questa politica sembra incapace di dare rappresentanza; una ribellione sorda e dura che mette in luce l’assenza di democrazia reale in terre dove vota meno del 40% degli aventi diritto, una parte dei quali appartiene direttamente o indirettamente ad un vero e proprio ceto politico.
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Minacce e spiccioli per gli autrasportatori
Anche gli autotrasportatori non sono più quelli di una volta... Quelli che, per esempio, bloccando il Cile, “giustificarono” la scelta americana del colpo di stato di Pinochet.
Altri tempi, altro continente, altra struttura sociale. In Italia il settore mischia e confonde grandi gruppi della logistica (quelli che “fanno il mercato” e stabiliscono le tariffe), dipendenti in senso stretto, “padroncini” con due o tre Tir, o magari uno solo di cui sono anche autisti.
Tutti egualmente definiti – o autodefiniti – “camionisti”, anche se le differenze interne sono grandi. Stessa cosa tra gli agricoltori, in buona parte associati nella Coldiretti guidata dal meloniano di ferro Ettore Prandini, peraltro figlio di Giovanni, negli anni ‘80 ministro democristiano della Marina Mercantile e dei Lavori Pubblici.
La Cia, una delle maggiori associazioni del settore primario (niente a che vedere con l’omonima “ditta” spionistica americana), ieri ha organizzato un presidio davanti a Montecitorio.
Nel frattempo anche i pescherecci si fermano in numerosi porti italiani per protestare sia contro il caro-gasolio sia contro le politiche europee che riducono i giorni di pesca e moltiplicano gli obblighi a carico delle imprese. La mobilitazione, nata autonomamente nelle marinerie e con epicentro nell’Alto Adriatico, denuncia una crisi che mette a rischio la sostenibilità economica del settore, denuncia Confcooperative Agroalimentare e Pesca.
Le prime due sono categorie stressate dal caro gasolio e che ora bloccano le strade, fermando i rifornimenti essenziali per un po’ tutta la filiera della distribuzione, ma con ricadute visibili pesanti soprattutto per supermercati e distributori di carburante.
Due mondi con i vertici “a destra”, storicamente, pronti a rispettare i “governi amici” e a farsi sentire pesantemente da quelli appena un poco diversi.
Se non si tiene presente il fatto che questo settore rappresenta da sempre una componente importante del “blocco sociale” destrorso non si capisce neanche perché da dieci giorni blocchi le strade senza che il governo “legge e ordine” si sia ricordato di aver inventato, tra i tanti “reati” dei “decreti sicurezza”, anche quello di blocco stradale, persino “col proprio corpo” e basta.
Fossero stati studenti o operai, insomma, sarebbero stati caricati dalla polizia fin dal primo giorno...
Ma il tempo del doppio standard – benevolo, in questo caso – è finito anche per questo settore sociale. Ieri l’improvvisa inversione di marcia del governo, con la polizia inviata a schedare i manifestanti (1.400 autisti identificati, “scorte” per quelli che decidevano di mollare i blocchi, intimidazioni in genere per tutti gli altri, pressione sulle associazioni “di area”).
Il redivivo ministro dell’agricoltura “e della sovranità alimentare”, Francesco Lollobrigida, che era scomparso dai radar dopo aver bloccato – lui – un Frecciarossa per una discesa fuori programma ed aver perso la familiarità acquisita con la premier (era noto come “il cognato”), si è spinto subito sulle vette del complottismo: “sono evidenti le infiltrazioni criminali”. Restiamo in attesa dei “camionisti pro-Putin”, ma il clima è ormai questo: quando non sai che fare, meni e spargi sospetti...
Il governo avrebbe dato infatti ordine di “scrutare” dentro i casellari giudiziari per vedere chi, tra i camionisti (ripetiamo: autisti e “padroncini”, non certo tra i titolari delle grandi imprese della logistica) ha dei precedenti penali per qualsiasi tipo di reato, così da “provare” affermazioni che altrimenti sarebbero solo risibili o confinate al complottismo.
Scandaloso più del solito il comunicato della CGIL che intima di desistere dalla mobilitazione e invita i prefetti a “garantire la libertà di circolazione delle merci”, senza neanche “compensare” questo assurdo sostegno alla repressione con una invito di circostanza al governo perché almeno ascolti le ragioni della protesta.
La pressione politico-poliziesca ha avuto come unico effetto, finora, quello di far sospendere l’agitazione e i blocchi in Sicilia e Calabria, per ragioni geografiche le regioni più penalizzate. Ma il dichiarato “senso di responsabilità” delle associazioni locali ha iscritta anche la data di scadenza: in assenza di segnali concreti, non potranno che riprendersi le strade.
Sul versante “dialogo”, dopo giorni di silenzio e un mezzo appuntamento per il 27 (pensato nella logica di evitare la possibile saldatura con lo sciopero generale del 30), il governo ha annunciato per oggi un decreto per far finalmente erogare quasi 500 milioni di “ristori” promessi al settore già diversi mesi fa ma mai usciti dalle casse dello Stato.
Non soldi nuovi, insomma, solo quelli “dimenticati” in qualche cassetto pronti ad essere stornati su altre voci di bilancio,magari per il riarmo...
Idem per gli agricoltori, con impegni che assommati si aggirano sul miliardo di euro. Ma è anche chiaro che il problema dei prezzi dei carburanti dipende dalla situazione internazionale, ergo dalle scelte sciagurate di questo governo come dei precedenti, dalla struttura delle accise su cui si paga poi anche l’Iva, ecc.. Dunque sono palliativi che rimandano il problema – la sopravvivenza di imprese e persone – di qualche settimana, massimo qualche mese, ma non risolvono nulla.
Quindi il governo post-fascista resta con la mano sulla pistola, pardon, sul manganello. Quando l’unico strumento che hai è un martello tutto comincia a somigliare ad un chiodo. Anche i tuoi piedi o meglio un “settore di massa” del tuo blocco sociale-elettorale.
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Quattro anni da incubo e un’eredità pesante
«Vedo nuvoloni all’orizzonte», avverte Giorgetti. Omettendo che le danze sue e di Meloni stanno contribuendo non poco a incupire i cieli. Dopo vari tentativi falliti, a fine 2026 il deficit pubblico dovrebbe finalmente andare sotto il fatidico 3% del Pil.
Ma il ministro ammette che negli anni successivi il disavanzo oltrepasserà di nuovo la soglia. L’uscita dalla procedura di infrazione dunque si allontana. Scomodo lascito per il governo prossimo venturo.
È uno dei pochi punti fermi della manovra di bilancio, per altri versi ancora avvolta nelle nebbie. I singoli provvedimenti non sono definiti, il governo attende il confronto con Bruxelles prima di dettagliare. L’unica certezza è che i margini di spesa si restringono. Dell’annunciata «manovra elettorale» resta poco.
A ricevere i fondi disponibili rimasti saranno i soliti noti. Soprattutto, altri 4,6 miliardi alla difesa e 3,4 miliardi alle imprese. Il residuo alle famiglie e gli ultimi scampoli a infrastrutture e sanità, semplicemente a copertura della maggiore inflazione. Per i tagli fiscali si annunciano solo 2,2 miliardi. Da verificare.
Sul versante delle coperture, 5 miliardi dovrebbero arrivare da banche e assicurazioni, 1,2 da altri tagli ai ministeri, 700 milioni da giochi e altre voci sparse. In totale, circa dieci miliardi. Altri tredici e mezzo saranno finanziati in deficit, facendo leva soprattutto sulle deroghe europee per difesa e sicurezza energetica. Indulgenza guerresca niente affatto gratuita: il riarmo aumenterà il debito e la futura spesa per interessi, che ormai ha raggiunto percentuali da crisi economica.
All’orizzonte si intravedono fulmini, oltre che nuvole.
Non un bel vedere. E non è finita. Perché l’azione di governo non si può giudicare dalla sola manovra annuale. Quella modifica i saldi netti, ossia la punta dell’iceberg. Ma sotto c’è l’intero bilancio dello Stato: oltre un migliaio di miliardi distribuito tra una miriade di voci di entrata e uscita. È solo esaminando il mutare delle loro proporzioni che si riconosce l’impronta complessiva della politica di governo.
A tale scopo, è interessante confrontare le variazioni delle principali voci del bilancio statale nel quadriennio meloniano, dal 2023 al 2026. Come era facile prevedere, balza agli occhi il boom della quota di spesa destinata al riarmo, che cresce del 7,2 percento. Di contro, la quota per la protezione sociale resta ferma, l’istruzione cade del 7,4 percento, la sanità crolla del 7,5 percento, la cultura precipita del 22,4 percento. La quota destinata all’ambiente sprofonda del 72 percento, anche per l’esaurimento delle misure straordinarie.
Poi ci sono le imprese. In questi anni, la spesa statale denominata «competitività e sviluppo» ha segnato un’esplosione superiore al 100 percento. Un incremento che rafforza la posizione dell’Italia ai vertici della classifica Ocse in tema di sussidi, prestiti e garanzie al capitale privato.
Non tutti regali, certo. Ma la cifra è enorme, e il governo insiste con nuove agevolazioni agli imprenditori. Per farli crescere, innovare, per incentivare magari i più efficienti?
I dati dicono di no. Negli anni del governo Meloni, la produttività del lavoro è diminuita ulteriormente o è risultata stagnante. Il dato accentua la catastrofe dell’ultimo ventennio, dove l’incremento della produttività italiana è stato appena dell’1,4 percento, contro un aumento dell’11 percento in Germania e del 18 percento in Spagna.
È la fotografia impietosa di un sistema produttivo avverso alla modernizzazione, in cui il lavoro irregolare torna a crescere, oltre i 3 milioni di unità. E di un governo che anziché spronare asseconda il peggio: gli obiettivi quantitativi di riduzione del sommerso previsti dal PNRR vengono sostituiti da generici impegni organizzativi.
La «melonomics», da questo punto di vista, ha aggravato l’antico male italiano: di un capitalismo in larga misura grigio e parassitario, che vive di blanda vigilanza statale e prebende pubbliche pagate dalla classe lavoratrice.
È questa, nell’essenza, l’eredità che Meloni e Giorgetti lasceranno. Sarà il problema principale per chi verrà dopo.
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Il rap è vivo e riprende parola
Negli ultimi giorni, il mondo del rap ha sfidato l’immobilità della situazione culturale in Italia, andando ad approfondire sui social ciò che si muove nel paese, da Nord a Sud, con nuovi soggetti conflittuali inediti, dagli agricoltori e gli autotrasportatori a quelli che vengono dispregiativamente definiti come “maranza”.
Da Marracash, forse uno dei rapper più schierati a livello sociale nel paese, abbiamo sentito dire che “il potere capisce solo il potere e che è ora che il popolo mostri il popolo”, mostrando le foto di un ragazzo che tiene in mano la bandiera italiana e di un tir fermo con uno striscione a sostegno dello sciopero, e “un risentimento crescente sta maturando, in tutti, un rigetto, un’insostenibilità della vita in questo paese e non solo”.
Parole chiare, altrettanto quanto quelle di Kid Yugi, forse uno dei pochi trapper ad essere realmente emersi dal profondo Sud, che tornando dal suo paese di origine in Puglia, descrive la drammatica situazione meridionale “nel silenzio e nell’indifferenza delle istituzioni e dei media tradizionali” e dichiara che “il patto sociale è stato infranto. La classe politica non è più serva del popolo [...] bensì è prostituita a tutti i poteri sovranazionali che la finanziano e la manovrano”.
Altri rapper che si sono schierati sono Nayt, che muove il focus su “questa società addomesticata” che “ama l’innocuità” e “a un certo punto, se non vedi l’altro, l’altro ti entrerà in casa per essere visto”, e 22simba: “Benedetto ogni sciopero perché nostro di diritto”.
Infine, si aggiunge un veterano del rap politico in Italia come Frankie Hi-Nrg che, riflettendo sulla questione generazionale, dice: “Il problema è la privatizzazione di tutto, l’aumento del costo della vita e, per i ragazzi, la mancanza di prospettive. Questa è la prima generazione che cresce in una situazione economica peggiore di quella dei genitori”.
Nel nostro ultimo comunicato, ci domandavamo dove fosse il mondo della cultura in un momento in cui gli studenti e le studentesse e i blocchi al Sud Italia chiedevano a gran voce di avere strumenti per potersi esprimere e farsi rappresentare.
Ebbene, ci ha pensato il rap a ricomporre a livello generale quelle che apparentemente sembrano cause sconnesse, nel tentativo di superare la contraddizione violenza/non violenza, su cui tanti, a cominciare dal Governo, battono al fine di dividere i fronti.
Un genere che stereotipicamente sembra essere attaccato a vanità e superficialità, ma che, per via della sua storia e per il retroterra dei personaggi che ancora lo rendono vitale, riesce ancora a dire la sua.
Abbiamo davanti una situazione sociale e politica molto dura e per certi versi inedita. A 10 giorni dallo sciopero generale dell’Unione Sindacale di Base a cui parteciperemo, il Governo Meloni promulga il reato di “partecipazione violenta a una manifestazione”, completando così la torsione autoritaria del proprio potere, e che andrà a colpire anche chi fino ad oggi manifesta nel modo più pacifico possibile. C’è bisogno delle energie di tutte e tutti, partendo da artiste e artisti, per raccontare tutto questo.
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Il carovita morde come negli Anni '70
L’austerity in Italia fu varata dal governo Rumor IV il 22 novembre 1973 con l’intento di affrontare la grave crisi petrolifera scatenata dalla guerra del Kippur e dall’embargo dei paesi arabi.
Le principali misure adottate furono il blocco della circolazione automobilistica la domenica, la riduzione dei limiti di velocità; la riduzione dell’illuminazione pubblica; la chiusura anticipata dei negozi alle 19:00 e degli uffici pubblici alle 17:30; la chiusura dei programmi televisivi (Rai) e dei cinema/teatri entro le 22:45 e l’abbassamento della temperatura massima consentita negli edifici pubblici e privati.
L’austerity segnò il passaggio dal boom economico ad una fase di inasprimento del conflitto sociale già in atto per effetto del ciclo di lotte avviate negli anni Sessanta che ebbero il loro culmine nel biennio 1968-1969 e la saldatura tra movimento studentesco e movimento operaio.
Ora, fatte le dovute differenze sia sul piano interno che su quello internazionale in relazione ai grandi mutamenti avvenuti negli ultimi 50 anni con una velocizzazione sempre maggiore dei processi di cambiamento, pare proprio vero che la Storia si rinnovi con delle costanti.
Tra le analogie, sicuramente c’è l’impennata dell’inflazione, mai così alta dagli anni ’70 e come allora la causa scatenante è stata una nuova crisi petrolifera.
Come e forse più di altri paesi l’Italia, in quegli anni, subì un aumento del prezzo dei beni energetici ma, all’epoca, con l’inflazione crescevano anche i salari perché c’era la scala mobile.
Ma cos’era la “scala mobile”? La scala mobile era un meccanismo di rivalutazione automatica dei salari in relazione all’aumento dei prezzi. Questo sistema venne introdotto nel gennaio del 1945 dopo un accordo tra CGIL e Confindustria.
Nel marzo del 1951 si perfezionò l’intesa con l’inserimento del valore unico del punto di contingenza, che altro non era che l’importo che veniva corrisposto ai lavoratori nel salario, ogni volta che si verificava un aumento del costo della vita secondo i dati di riferimento contenuti nella scala mobile.
Poi, il 14 febbraio 1984 l’allora governo guidato da Bettino Craxi con un decreto legge bloccò la “scala mobile”, cioè il meccanismo di aumento automatico dei salari che li adeguava rispetto all’inflazione.
“Quel decreto non abolì la scala mobile, ma la bloccò perché la scala mobile fu progressivamente ridimensionata con successivi accordi sindacali e infine del tutto soppressa, sempre con il consenso di Cgil Cisl e Uil, dal governo di Giuliano Amato nel 1992. Da allora i salari italiani non si sono più ripresi, perché la perdita della scala mobile ha voluto dire il venir meno di un elemento fondamentale della retribuzione, senza che nulla fosse messo al suo posto” [1].
E infatti, l’Italia secondo i recenti calcoli dell’Ocse, è l’unico paese in cui le retribuzioni medie sono diminuite, in trent’anni, 2,9%. Certo, la situazione, oggi è diversa ma, come allora, c’entrano i beni energetici e la stagflazione che va a braccetto con la disoccupazione ed i salari fermi, per l’appunto, da trent’anni.
Gli ultimi dati dell’Istat, stando sempre al nostro Paese, dicono che il tasso di disoccupazione scende solo perché aumentano quelli che il lavoro non lo cercano più, mentre l’unico lavoro che cresce è quello precario e sottopagato.
Secondo i dati diffusi dall’Istituto nazionale di statistica nell’ultimo rapporto prodotto dal titolo “Storie di dati sui prezzi al consumo”, l’inflazione accumulata in questo ultimo quarto di secolo, ovvero, tra il 2000 e il 2025, ha comportato un aumento dei prezzi al consumo in Italia del 63%.
A pagare il prezzo di questo aumento vertiginoso del costo della vita sono, soprattutto, i lavoratori dipendenti, i percettori di pensioni medio-basse e tutti i soggetti più deboli, mentre sono cresciuti/e enormemente i profitti e le rendite.
Il costo delle abitazioni e delle utenze hanno registrato un’impennata del 120% (più del doppio rispetto al 2000), spinta soprattutto dai costi di elettricità, gas e bollette. I beni alimentari e le bevande sono aumentati del 90%.
A ciò si aggiunge la forte impennata dei prezzi energetici seguiti all’aggressione statunitense nei confronti dell’Iran, che ha dato un’ulteriore, poderosa spinta ad una tendenza ultraventennale.
A fronte di ciò, l’Italia è l’unico grande paeseoccidentale in cui i lavoratori guadagnano in termini reali meno di trent’anni fa. Mentre la media dei Paesi OCSE è cresciuta di circa il +35% (con incrementi del +50% negli Stati Uniti, +48% nel Regno Unito, +33% in Francia e +32% in Germania), in Italia le retribuzioni reali sono rimaste stagnanti o negative, registrando un calo complessivo compreso tra lo 0,8% e il 1,6% (e fino a circa il -6,6% se si considerano i contratti part-time o discontinui).
In Italia, secondo gli ultimi dati Istat, sta aumentando rapidamente la quota di lavoro povero: circa 2,5 milioni di occupati (pari al 10,2% dei lavoratori maggiorenni) si trovano sulla soglia della povertà.
Il 14,3% delle famiglie in cui la persona di riferimento è operaia si trova in povertà assoluta e nelle famiglie monoreddito la condizione di sostanziale povertà raggiunge il 20%. E tra i lavoratori italiani il rischio di povertà si attesta all’8,3%, mentre sale al 25,9% tra i lavoratori stranieri (superando il 40% considerando l’esclusione sociale).
La povertà lavorativa colpisce circa una coppia su sei con tre o più figli; la presenza di figli aumenta in modo significativo il carico economico a fronte di salari stagnanti e, sovente, insufficienti a soddisfare anche i bisogni più fondamentali.
E tuttavia, nel dibattito pubblico “ufficiale” attuale non si parla mai di come alzare i salari e le pensioni e, soprattutto, non si parla mai di come fermare la corsa dei prezzi.
Il governo guidato dai neofascisti di Fratelli d’Italia non riesce ad incidere minimamente su questo quadro e sulle ragioni strutturali della crisi mettendo a malapena in campo qualche pannicello caldo come l’eliminazione del bollo auto per un anno mentre continua a rilanciare la tesi dell’“invasione dei migranti” con l’intento implicito di giocare sulla divisione tra lavoratori “italiani” e lavoratori immigrati e di spostare l’attenzione dalle manovre di banche e grandi imprese (sempre più in mano ai grandi fondi di investimento statunitensi) che continuano a macinare profitti e dividendi giganteschi.
Dall’altra, il cosi detto “campo largo”; non riesce a trovare una linea comune sulla guerra e sui rapporti con Israele a causa dei trattati che vincolano il nostro paese alla NATO e all’Unione Europea mentre sui temi sociali come salari, sanità e pensioni conduce una comunicazione basata su una denuncia generica dello sfascio della sanità e del peggioramento generale delle condizioni di vita senza, però, mai entrare nel merito dei meccanismi di fondo strutturali che determinano il continuo peggioramento delle condizioni di vita delle classi subalterne.
Manca, insomma, una piattaforma di alternativa chiara sul piano economico e sociale perché l’indirizzo politico ed economico di fondo anche delle forze che fanno riferimento al così detto “campo largo” non cambia, nella sostanza da quello del governo Meloni e non potrà mai cambiare fin tanto che le politiche economiche e sociali saranno condizionate in maniera determinante dai vincoli imposti dall’Unione Europea.
Intanto, la CGIL (dopo una breve parentesi “conflittuale”), ha firmato con CISL e UIL, il 17 giugno scorso, un “patto” che, come afferma Giorgio Cremaschi,
“peggiorerà ancora le condizioni delle lavoratrici e dei lavoratori e che rappresenta un chiaro sostegno al governo Meloni e alla sua politica del lavoro.Ma perché CGIL, CISL e UIL, insistono così tanto sulla linea suicida della concertazione proprio quando le retribuzioni medie dei lavoratori italiani si stanno rivelando del tutto inadeguate a reggere l’urto di un aumento vertiginoso del costo della vita?
Il documento delle segreterie confederali ha lo scopo di aprire un negoziato per giungere a un “accordo quadro” con tutte le principali controparti imprenditoriali, dalla Confindustria, alla Confcommercio, alla Confedilizia, eccetera.
Lo scopo è quello di sottoscrivere un accordo sugli accordi, che disciplini tutta la contrattazione dall’alto, in modo, questo è ciò che enunciano le confederazioni, di evitare i cosiddetti contratti pirata. Sostanzialmente Cgil-Cisl-Uil propongono di estendere a tutti i settori lavorativi il “Patto della Fabbrica”, sottoscritto con la Confindustria nel 2018.
A sua volta quell’accordo riassumeva (e peggiorava) trent’anni di patti di concertazione, a partire da quelli del 1992/1993 che abolirono la scala mobile, ridussero il contratto nazionale al recupero, in ritardo e parziale, del potere d’acquisto e la contrattazione aziendale alle elargizioni dell’impresa.” 2
La verità è che questi sindacati si sono trasformati in apparati autoreferenziali e costosi. Sono le stesse sigle complici che negli ultimi decenni hanno collaborato attivamente alla distruzione del sistema previdenziale italiano e che, ora, stanno facendo la stessa operazione sulla sanità pubblica mediante l’introduzione nei vari contratti nazionali di lavoro del cosiddetto “welfare aziendale” che vuol dire polizze sanitarie integrative e più sanità privata per rimpolpare i già enormi profitti dei gruppi finanziari ed assicurativi (a loro volta controllati dai grandi fondi di investimento internazionali statunitensi) che paiono essere diventati gli unici committenti di queste organizzazioni.
Peraltro, CGIL, CISL, UIL (e pure l’UGL al centro di una recente inchiesta giudiziaria relativa alla presunta falsificazione e al “gonfiaggio” del numero di tessere) percepiscono più di 3,5 miliardi l’anno dallo Stato tra pensioni d’oro, Caf, patronati, Onlus, corsi, formazione professionale, stipendi e contributi per migliaia di distaccati dal lavoro. Inoltre gestiscono i fondi pensione e sono strettamente collegati con banche, holding, cooperative, comitati d’affar e strutture sanitarie convenzionate.
Ma c’è di più. Non so se avete letto la recente «Ipotesi di piattaforma Gruppo Leonardo 2027–2029» firmata unitariamente dalle segreterie nazionali di FIM, FIOM e UILM, che suona come una resa morale prima ancora che sindacale. Si scrive, in premessa:
«I mercati e gli ambiti commerciali a cui fa riferimento Leonardo hanno visto una forte crescita degli ordinativi, sia nell’ambito civile che della difesa, con scenari e previsioni di una ulteriore crescita […].Insomma, si ostenta l’orgoglio per il colosso bellico italiano mentre Gaza brucia, la “terza guerra mondiale” a pezzi rischia di diventare globale e mentre continua il massacro di popolazioni civili e la devastazione nei tanti conflitti in corso.
Allo scenario geopolitico che si è determinato si sommano le scelte in ambito europeo con la creazione di nuove alleanze […]. In questo quadro gli ultimi dati economici del Gruppo registrano risultati più che positivi, con incremento degli utili e di ordini in crescita».
Nel volantino, i sindacati metalmeccanici arrivano a rivendicare con fierezza il ruolo dei lavoratori in questa ascesa del colosso industriale italiano attivo a livello globale nei settori dell’aerospazio e della “difesa”, Leonardo.
Vi si legge testualmente
«Se oggi Leonardo è posizionata tra le prime dieci aziende globali del settore Aerospazio, Difesa e Sicurezza è senza dubbio frutto di quante e quanti quotidianamente varcano i siti dell’azienda e attraverso il loro lavoro permettono al management di poter rappresentare orgogliosamente un livello di tecnologie elevatissimo».Leonardo è leader mondiale dell’industria militare italiana, fornitrice ed esportatrice di sistemi d’arma, elicotteri, radar, componenti e collaborazioni strategiche con diversi Stati belligeranti. Tra questi spicca lo stretto rapporto tecnologico, militare e commerciale con Israele, paese sotto accusa internazionale dinanzi alla Corte Internazionale di Giustizia per il genocidio in corso nella Striscia di Gaza.
E mentre nelle piazze studenti e lavoratori denunciano i legami dell’industria bellica italiana con l’esercito israeliano e bloccano i porti per fermare il traffico d’armi, i vertici nazionali di CGIL, CISL e UIL celebrano il boom del settore e battono cassa sul riarmo, chiedendo di «re-distribuire gli utili generati».
Si trasformano così, di fatto, i massacri e le guerre d’aggressione in una congiuntura economica favorevole da cui estrarre una fetta di salario integrativo.
Mentre risulta sempre più evidente che i paesi occidentali, non riuscendo a risolvere le proprie crisi e contraddizioni per altre vie, ricorrono nuovamente alla corsa agli armamenti ed alla guerra, persino la FIOM sceglie la via del corporativismo e sposa le ragioni dei guerrafondai come, del resto, sta succedendo in Germania dove la Volkswagen chiude e riapre come fabbrica di armi ben sapendo che dietro questa operazione c’è un fondo di investimento israeliano.
L’inflazione galoppa e si mangia il potere di acquisto dei salari fermi al palo da almeno trent’anni ma invece di aprire una grande vertenza contro il carovita, per il ripristino di un meccanismo automatico di adeguamento delle retribuzioni al costo della vita reale, per una vera indicizzazione delle pensioni e, soprattutto, contro la corsa al riarmo ed alla guerra, CGIL, CISL e UIL si accodano alla propaganda di guerra interna e guerra esterna, ovvero, alle due facce dello stesso mostro perché l’industria delle armi guadagna in egual misura da entrambe le guerre.
Note
1 Giorgio Cremaschi “ Il decreto Craxi di San Valentino bloccò la scala mobile: tutti i nostri guai sono cominciati lì”, Il Fatto Quotidiano del 22 febbraio 2024
2 Giorgio Cremaschi, “Perché il patto tra Cgil, Cisl e Uil peggiorerà le condizioni di lavoratrici e lavoratori” , Il Fatto Quotidiano, 19 giugno 2026
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21/10/2026
Qualche vetrina sfasciata vale più di mille vite
Il 20 ottobre 2026 l’Italia ha raggiunto e superato le mille vittime del lavoro nell’anno. Sono 1.002 per l’esattezza. Nel 2025 il “traguardo” era stato raggiunto il 13 novembre, siamo dunque in anticipo di 24 giorni, segno che la mancanza di sicurezza sul lavoro è un problema che si aggrava anno dopo anno.
Oggi ha provato a ricordarlo il presidente della Repubblica, Sergio Mattarella, che mai in precedenza aveva usato parole tanto nette: “Gli infortuni e le morti sul lavoro rappresentano una delle emergenze più gravi del nostro Paese”.
Ci vorrebbero dunque un Governo e un Parlamento capaci di raccogliere l’ennesima denuncia di Mattarella, ma questo Governo e questo Parlamento (non che gli altri avessero brillato per impegno) hanno altro per la testa.
La parola “sicurezza” per loro ha valore soltanto quando associata ai temi dell’ordine pubblico e della microcriminalità.
In quattro anni Meloni e la sua maggioranza hanno varato ben sette tra decreti legge d’urgenza e pacchetti sicurezza riguardanti i più svariati argomenti ma mai hanno contemplato l’ipotesi di occuparsi della sicurezza dei lavoratori.
Qualche vetrina sfasciata vale più di mille vite spezzate.
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Ucraina ai titoli di coda, l’Unione Europea barcolla
Il fatto accertato più evidente è la denuncia quotidiana che Zelenskij fa dopo ogni bombardamento: “i nostri alleati non ci hanno avvertito e dato il tempo di lanciare l’allarme”, ossia far scendere nei rifugi la popolazione e soprattutto i vertici di Kiev.
“Gli alleati” in questione sono però uno solo: gli Stati Uniti. Il sistema di assistenza e sorveglianza satellitare è Starlink, che è indispensabile sia per guidare gli attacchi in profondità dei droni ucraini, sia per segnalare quelli russi in arrivo.
Elon Musk ha mandato a quel paese Zelenskij ricordando che la gestione di quella parte della sua rete satellitare è stata ceduta per ovvi motivi al Pentagono (si chiama ora StarShield) e che comunque l’ex attore al comando è ora che si faccia da parte, lasciando il posto a qualcuno disposto a trattare.
Discorso simile fa ogni giorno anche Trump, dunque c’è poco da indovinare. Quando il mandante di un conflitto rivede i suoi progetti, per l’esecutore materiale non ci sono altre scelte che obbedire. Anche perché l’illusione che l’Europa – cioè: Gran Bretagna, Francia e Germania – potessero davvero sostituire Washington sul piano militare ed economico, si è rivelata per quel che era.
Che gli Stati Uniti in versione Obama-Biden siano stati “il mandante” della crisi ucraina fin da prima del Majdan (2014) è accertato da anni. Che abbiano cambiato idea solo con la seconda presidenza Trump, anche. Sottolineiamo “con la seconda”, perché dal 2016 al 2020 nulla era cambiato nella strategia Usa di espansione della Nato ad Est.
Quella strategia era stata più o meno entusiasticamente accettata dai paesi europei, i più scervellati tra i quali già sognavano “una Russia più piccola, più debole, divisa in tanti Stati” (come ripetuto pochi giorni fa da Kaja Kallas, che ormai non si rende più conto della gravità autolesionista di quel che dice). È una federazione, del resto, non il monolite dipinto dalla propaganda “europeista”.
Il cambiamento strategico ha portato gli Usa a muovere guerra unilaterale all’Iran, seguendo i raptus suprematisti israeliani, il che ha però gettato l’intero Pianeta in una crisi energetica senza pari, che andrebbe risolta prima di far collassare intere economie.
Trump ha sicuramente una visione più ristretta degli interessi statunitensi, perché minore è la capacità egemonica sul resto del Mondo. Ma soprattutto ha il problema urgente di far scendere rapidamente il prezzo dei carburanti nel suo paese, conditio sine qua non per portare a termine il suo mandato senza dover contrattare giorno per giorno con l’opposizione.
Non potendo disporre l’apertura di Hormuz e neanche quella di Bab el Mandab (lato Yemen, in mano agli Houthi), non resta che chiudere il conflitto ucraino e ricominciare a far circolare petrolio greggio e soprattutto gasolio già raffinato proveniente dalla Russia.
L’unica cosa sul piano militare che ancora riusciva al regime di Kiev, però, era proprio il bombardamento con droni di raffinerie e depositi russi, ma grazie alla “guida” satellitare statunitense. Sei volte è arrivato da Washington il consiglio-ordine di non farlo più (per far scendere il prezzo del gasolio negli Usa, non per altro), e sei volte l’ex comico ha tirato innanzi, spinto-sostenuto dal gruppo dei volenterosi imbecilli europei.
A quel punto i satelliti si sono quasi spenti, Kiev non controlla più né gli attacchi e meno ancora le difese, così ora si dice disposta a trattare.
Al di là dei ristretti orizzonti locali, però, la questione ucraina è ormai un problema mondiale strettamente connesso – causa petrolio e suoi derivati – con la crisi mediorientale. O si continuano queste guerre, e cade gran parte dell’economia globale, oppure si prova a darci un taglio.
Il campo di gioco riguarda non a caso i tre giocatori principali: Washington, Mosca e Pechino. Con la Casa Bianca così poco interessata tener conto di altri interessi da costringere i russi – i russi! – a ricordare che qualsiasi eventuale accordo deve comprendere gli ucraini, altrimenti è fuffa.
Oslo non ha ancora dato il Nobel a Trump, ma in questi giorni è tornata al centro di un tourbillon di incontri diplomatici. Protagonisti, per forza di cose, gli immobiliaristi di famiglia prestati alla politica estera: Witkoff e Kushner (il genero ultrasionista di Trump, che però segue “da remoto”). Subito dopo si sposterà a Mosca e sottoporrà a Putin un abbozzo di road map per chiudere quattro anni e mezzo di guerra.
Significativamente, però, il ministro degli esteri russo Lavrov è volato a Teheran per sottoporre all’omologo Araghci le idee per gestire il futuro del Golfo Persico e di Hormuz in modo congiunto, con Pechino garante e architetto dell’iniziativa.
La pace arriverebbe in quel caso quasi di certo, ma per gli Usa sarebbe anche la certificazione di una sconfitta strategica di proporzioni colossali. Del resto, se non sei più il padrone del Mondo – e gli altri te lo fanno notare, nonché pesare – devi accettare di perdere qualcosa da qualche parte (puntando, purtroppo, a riprendersi l’intera America Latina, oltre che la Groenlandia con placet europeo).
Quali possano essere i contenuti del “piano” che Witkoff presenterà a Putin è ovviamente impossibile da sapere. Ma razionalmente ci sono alcuni punti che ci devono essere per forza, se si vuole concludere una accordo che stia in piedi, almeno per diversi anni.
Il primo riguarda un’intesa almeno di massima sull’assetto di sicurezza per tutti – Russia compresa – in Europa. Se non una “nuova Yalta” (1944), qualcosa che gli somigli molto. Il che implicherebbe, come minimo, il congelamento sine die dei mega-progetti di riarmo che stanno già ora – quando sono ancora allo stadio larvale – destabilizzando gli equilibri sociali europei.
Il secondo, ma centrale, è il posto e la dimensione della futura Ucraina. I confini stabiliti dalla guerra, al momento in cui le armi cesseranno di sparare, saranno difficilmente negoziabili ma anche difficili da “riconoscere ufficialmente”. La “soluzione coreana” – le due metà del Paese non hanno mai nemmeno firmato un trattato di pace, ma convivono in relativa tranquillità tra perenni tensioni – sembrerebbe ad un certo punto l’unica praticabile.
La ricostruzione del paese, per quanto “ridotto” territorialmente (e sperando che Polonia ed altri confinanti non accampino pretese), richiederà almeno un migliaio di miliardi e venti anni di lavori. Blackrock e altri fondi americani si sono già fatti avanti, ma naturalmente andranno concertati dei limiti ai “comportamenti” Usa, anche sul piano finanziario, evitando così di porre le premesse per nuove crisi.
Le garanzie da offrire alla Russia, su cui il Cremlino insisteva da almeno un decennio prima dello scoppio della guerra aperta, sono praticamente tutte in capo agli Stati Uniti. Stavolta, al contrario di Gorbacev, nessuno a Mosca si accontenterà di promesse verbali...
Sciolti, almeno parzialmente, questi nodi, il traffico di petrolio, gas e prodotti raffinati potrebbe tornare il ponte reale con gli interessi europei, facendo ovviamente tabula rasa non solo dei “discorsi” guerrafondai e “sanzionatori” che oggi dominano a Bruxelles e dintorni, ma soprattutto di buona parte della classe dirigente dell’Unione Europea, che si è dimostrata totalmente incapace di affrontare la realtà con un po’ di raziocinio.
Ma questo, ovviamente, è un compito che si devono assumere fin da subito i popoli europei. Questi idioti hanno fatto fin troppi danni, e sono disposti – si vedano le mosse di Parigi e Roma, tra coprifuoco e impiego dell’esercito – pure al golpe militare pur di non andarsene...
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